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Hans Ulrich Rudel

Pilota di Stuka
Gingko Edizioni
2018
Pilota di Stuka
Autore: Hans Ulrich Rudel
Collana: Pipistrello di Giada
Copyright © 2018 Gingko Edizioni
Vicoletto Valle n° 2, 37122 - Verona (VR)
www.gingkoedizioni.it
ISBN 978-88-95288-86-4
Stampato per gentile concessione della
Black House Publishing Ltd
Kemp House - 152 City Road - Londra, Gran Bretagna
EC1V 2NX
Traduzione dall’inglese di Angelo Paratico
Prima edizione: settembre 2018
Progetto grafico: Ploy Web Studio
Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere
riprodotta in alcuna forma con qualsiasi mezzo elettronico o meccanico,
inclusa la fotocopia, la registrazione o la memorizzazione e il recupero di
informazioni, senza il permesso scritto dell’editore.

Indice
Prefazione
1. Dall’ombrello allo Stuka
2. La Guerra Contro i Sovietici
3. Volo nella Bufera
4. La battaglia per la fortezza Leningrado
5. Prima di Mosca
6. Formazione e pratica
7. Stalingrado
8. Ritirata
9. Stuka Controcarro
10. Sul Kuban e a Bjelgorod
11. Ritorno al Dnieper
12. Si prosegue verso Ovest
13. Ritirata al Dniester
14. La Fatidica Estate del 1944
15. La battaglia per l’Ungheria
16. Natale 1944
17. La lotta mortale degli ultimi mesi
18. La fine
Prefazione
Come spesso accade durante una guerra, in particolare nelle forze aeree,
spesso si sentono fare i nomi dei piloti sul fronte opposto. Ma, incontrarli in
seguito, è raro. Alla fine di questa guerra alcuni di noi hanno avuto
l’opportunità d’incontrare vari famosi piloti dell’aeronautica militare tedesca,
che fino ad allora erano stati, appunto, solo dei nomi per noi. Ora, 7 anni
dopo, alcuni dei nomi mi sfuggono, ma ricordo bene Galland, Rudel e un
pilota tedesco della caccia notturna di nome Mayer. Visitando il Central
Fighter Establishment a Tangmere, nel giugno del 1945, per un paio di giorni
e incontrando alcuni dei loro omologhi della Royal Air Force siamo stati in
grado di scambiare opinioni su tattiche aeree e sugli aerei, sempre un
argomento coinvolgente per noi piloti. Una coincidenza che ha divertito tutti
noi, se posso essere scusato per questo aneddoto, si è verificato quando
Mayer stava parlando con il nostro celebre pilota da caccia Brance Burbidge,
il quale scoprì che Brance lo aveva abbattuto sul proprio aeroporto una notte
mentre stava girando in attesa dell’opportunità buona per atterrare.
Essendo stato prigioniero in Germania per la gran parte della guerra, avevo
sentito parlare di Hans Ulrich Rudel. Le sue gesta sul fronte orientale con il
suo bombardiere in picchiata sono state di tanto in tanto pubblicizzate dalla
stampa tedesca. Fu quindi con grande interesse che gli parlai quando arrivò
nel giugno 1945. Non molto tempo prima del suo arrivo, Rudel aveva perso
un arto proprio sotto al ginocchio, come descrive in questo libro. All’epoca di
questa visita, il grande pilota della R.A.F., Dick Atcherley, era il comandante
a Tangmere. Altri che stavano lì erano Frank Carey, Bob Tuck (che era stato
prigioniero di guerra in Germania con me), “Razz” Berry, Hawk Wells e
Roland Beamont (ora capo collaudatore alla English Electric). Tutti noi
abbiamo sentito la necessità di cercare di ottenere una gamba artificiale per
Rudel. Ci è spiacque molto perché non fummo in grado di procurargliene
una, giacché, nonostante l’ingessatura e le misure necessarie, si scoprì che la
sua amputazione era troppo recente per la realizzazione e il montaggio d’una
gamba artificiale e, dunque, fummo costretti, con riluttanza, a rinunciare alla
nostra idea.
Credo che noi tutti leggiamo con maggiore interesse un’autobiografia
scritta da una persona che abbiamo incontrato, anche solo per poco tempo,
rispetto a quella scritta da uno sconosciuto. Questo libro di Rudel è un
resoconto di prima mano della sua vita nelle forze aeree tedesche per tutta la
guerra, soprattutto a est. Non sono d’accordo con alcune delle conclusioni
che egli trae, né con alcune delle sue riflessioni. Dopo tutto, io mi trovavo
dall’altra parte.
Il libro non è ampio nella sua visione, perché è limitato alle attività d’un
uomo - e di un uomo coraggioso – il quale condusse la guerra con singolare
determinazione. Tuttavia, egli getta una luce interessante sui suoi nemici sul
fronte orientale, ossia i piloti dell’aeronautica militare russa. Questa è forse la
parte più interessante dell’intero libro.
Sono felice di aver potuto scrivere questa breve prefazione al libro di
Rudel, dal momento che anche se l’ho incontrato solo per un paio di giorni,
egli è, a tutti gli effetti, un gentiluomo e gli auguro buona fortuna.
Colonnello Douglas Bader, D.S.O., D.F.C.
Perduto è solo colui che si dà per perduto.
1
Dall’ombrello allo Stuka
1924. La mia abitazione è la canonica del piccolo villaggio di Seiferdau, in
Slesia; io ho otto anni. Una domenica mio padre e mia madre vanno nella
vicina città di Schweidnitz per una “Giornata dell’Aviazione”. Sono furioso,
perché non mi è permesso di andare con loro, e quando tornano devono
raccontarmi più e più volte ciò che hanno visto.
E così sento parlare d’un uomo che è saltato da una grande altezza con un
paracadute ed è atterrato sano e salvo. Questo mi delizia, e torturo le mie
sorelle per avere una descrizione esatta dell’uomo e del paracadute. Mia
madre mi cuce un piccolo modello del paracadute, ci attacco una pietra e
sono al settimo cielo quando pietra e paracadute lentamente scendono a terra.
Penso che quello che una pietra può fare, devo essere in grado di farlo
anch’io, e quando vengo lasciato solo per un paio d’ore, la domenica
seguente, non perdo tempo per mettere in atto la mia nuova pensata.
Di corsa salgo al primo piano! Mi sporgo sul davanzale della finestra con
un ombrello, lo apro, guardo verso il basso, e prima di avere il tempo di
essere spaventato, salto. Atterro su di un’aiuola morbida e sono sorpreso di
scoprire che mi sono stirato ogni muscolo e ho rotto una gamba. Nel modo
tipico in cui gli ombrelli si comportano, il mio si è sversato e ha ben poco
frenato la mia caduta. Ma, comunque, seguirò la mia vocazione: sarò un
aviatore.
Dopo un breve flirt con le lingue moderne nella nostra scuola, riprendo in
mano i classici e imparo il greco e il latino. A Sagen, Niesky, Görlitz e
Lauban - mio padre è trasferito in queste diverse parrocchie nella bella
provincia della Slesia – la mia istruzione viene completata. E per il resto, le
mie vacanze sono dedicate quasi esclusivamente allo sport, compreso il
motociclismo; l’atletica in estate e lo sci in inverno gettano le basi di una
robusta costituzione fisica futura.
Mi piace tutto, quindi non mi specializzo in nessun campo particolare. Il
nostro piccolo villaggio non offre molto spazio - la mia conoscenza
dell’attrezzatura sportiva deriva solo dalle riviste: quindi pratico il salto con
l’asta utilizzando un lungo ramo d’albero per saltare sopra ai fili con le
lenzuola stese ad asciugare da mia madre - così, più tardi, con un palo di
bambù adeguato riesco a raggiungere un’altezza rispettabile.
Ancora ragazzo di dieci anni vado al Eulengebirge, a ventitré chilometri di
distanza, con gli sci lunghi che mi sono stati regalati e imparo a sciare….
Vado matto per le motociclette: con due assi e qualche cavalletto mi
costruisco un trampolino rudimentale, poi inforco la mia vecchia motocicletta
e corro sulle assi a tutto gas. Dopo un salto di due o tre metri riprendo il
contatto con il suolo e, con una virata brusca che solleva un polverone,
ritorno al punto di partenza per ricominciare.
Mia madre trema di paura mentre mio padre mi tratta da apprendista
saltimbanco e il loro disappunto viene aggravato dalla constatazione che i
miei compiti scolastici non vengono mai completati. Alla meno peggio arrivo
alla sufficienza e mi danno la licenza, e poi il problema della scelta di una
professione si fa impellente.
Una delle mie sorelle studia medicina e, di conseguenza, la possibilità di
trovare la grande somma di denaro necessaria per farmi addestrare come
pilota aereo civile non viene nemmeno presa in considerazione - peccato.
Così mi decido di diventare un istruttore sportivo.
Ma il governo tedesco decreta la creazione della Luftwaffe e subito il
ministero dell’aeronautica apre le liste di reclutamento di volontari per la
costituzione di un corpo di ufficiali piloti.
Il concorso per l’ammissione è difficile per un cattivo studente quale ero io.
Qualche compagno più anziano di me e, forse più capace, tenta la fortuna ma
viene respinto. Pare che su seicento candidati ne siano passati solo sessanta e,
nonostante la mia baldanza (mio padre direbbe la mia sfacciataggine) l’idea
che io possa far parte di quel gruppo non mi passa neppure per la testa.
Tuttavia, non voglio farmi scoraggiare e tento la fortuna e questa mi aiuta
perché nell’agosto 1936 vengo invitato a presentarmi alla Scuola di Guerra di
Wildpark-Werder, il 1° dicembre di quello stesso anno.
Passo due mesi nel servizio di lavoro obbligatorio a Muskau, in Slesia,
costruendo dighe sulle rive del fiume Neisse, in compagnia di altri giovani.
Poi parto per la scuola. Dapprima, la nostra istruzione è identica a quella
impartita a tutte le reclute, con la differenza, tuttavia, che il nostro
programma è tanto accelerato che nel giro di sei mesi siamo soldati
perfettamente addestrati. I velivoli, invece, li vediamo solo al suolo; spesso
guardiamo con invidia le loro evoluzioni aeree, stando distesi pancia a terra
sul fango gelido dei campi d’addestramento. Oltre ai corsi veri e propri, la
nostra vita non è gran che bella, ci viene raccomandato (intendo ordinato) di
non bere, non fumare, di dedicarci allo sport in tutte le ore libere e soprattutto
di non lasciarci attrarre dalle tentazioni della vicina capitale. Nonostante tutta
questa austerità, la mia mania di non bere altro che latte, suscita nei miei
camerati derisione e commenti negativi.
Al secondo semestre ci trasferiscono a Werder, una incantevole cittadina
incastonata fra due laghi, nel distretto di Havel e finalmente si vola. I nostri
pazienti istruttori si sforzano di spiegarci i principi base e i segreti del pilotare
aerei e io, finalmente volo, con un secondo pilota, il sergente Dieselhorst,
sopra e intorno al nostro campo d’aviazione. Dopo sessanta voli vengo
giudicato in grado di volare da solo: mi trovo classificato fra gli allievi di
media capacità. Allo stesso tempo seguiamo lezioni tecniche, completando la
nostra istruzione militare e, alla fine del semestre riceviamo il brevetto di
pilota.
In concomitanza con le nostre lezioni di volo, il curriculum tecnico e
militare viene continuato, così come un corso avanzato. Il nostro
addestramento di volo termina alla fine di questo secondo mandato e
riceviamo il brevetto di volo.
Il nostro terzo termine, di nuovo al Wildpark, non è più così diversificato.
Si parla poco di volo, mentre sono maggiormente studiate le tattiche aeree, le
tattiche di terra, i metodi di difesa e altre discipline speciali. Nel frattempo,
vengo distaccato per un breve periodo a Giebelstadt vicino a Würzburg, la
bella vecchia città sul Meno, dove sono destinato a un’unità da
combattimento come cadetto ufficiale. Gradualmente la data del nostro esame
s’avvicina, e si specula e discute a quale unità e quale ramo del servizio alla
fine saremo destinati. Tutti vorremmo essere piloti da caccia, ma questo è
chiaramente impossibile. Si dice che tutta la nostra classe verrà assegnata ai
bombardieri. La promozione al grado di ufficiale e l’invio del cadetto a una
formazione definitiva segue per coloro che superano il difficile esame.
Poco prima di lasciare la scuola militare veniamo inviati in visita a una
scuola d’artiglieria antiaerea sulla costa baltica. Improvvisamente Hermann
Goering arriva e ci parla. Alla fine del suo discorso chiede cinque volontari
per i bombardieri in picchiata. Ci dice che ha ancora bisogno di un certo
numero di giovani ufficiali per le nuove formazioni di Stuka. Non mi ci vuole
molto per decidermi. Mi dico: “Vorresti diventare un pilota di caccia, ma
potresti finire a volare su un bombardiere; quindi potresti anche alzare la
mano come volontariato per gli Stuka.”1
“Fine del problema” penso. In ogni caso non mi piace volare su un pesante
aereo da bombardamento. Un po’ di tempo per soppesare i pro e i contro ed
ecco che il mio nome viene inserito nella lista dei candidati per gli Stuka.
Pochi giorni dopo tutti noi riceviamo le nostre assegnazioni: quasi tutta la
classe è assegnata ai caccia! Sono amaramente deluso, ma non c’è nulla da
fare. Sono un pilota di Stuka e così guardo tutti i miei camerati che
felicemente partono per la propria destinazione.
Nel giugno 1938 arrivo a Graz, nella pittoresca provincia della Stiria, per
entrare in una formazione di Stuka come ufficiale cadetto anziano. Sono
passati solo tre mesi da quando le truppe tedesche sono entrate marciando in
Austria e la popolazione era entusiasta. La squadriglia che staziona fuori dalla
città, nel villaggio di Thalerhof, ha recentemente ricevuto il tipo 87 Junker; il
monoposto Henschel non sarà più utilizzato come bombardiere in picchiata.
Impariamo a tuffarci da tutti gli angoli, fino a novanta gradi. Formazione di
volo, artiglieria aerea e bombardamenti sono i fondamenti del nuovo corpo.
Lo impariamo presto. Non si può dire che io sia un allievo svelto a imparare;
inoltre il resto della squadriglia ha già superato tutti i test quando mi unisco a
loro. Ci vuole molto tempo per agire, troppo tempo per compiacere il mio
capo squadriglia. Mi formo così lentamente che smettono di credere che ci
arriverò mai. Il fatto che trascorro il mio tempo libero in montagna, o
praticando sport, piuttosto che nel club degli ufficiali, e che nelle rare
occasioni in cui ci passo, la mia unica bevanda è il latte, non facilita certo la
mia posizione.
Nel frattempo, ho ricevuto la mia commissione come ufficiale pilota, e nel
Natale 1938 la squadriglia è incaricata di presentare il nome di un ufficiale
volontario per l’addestramento speciale in ricognizione operativa.
Altri squadroni rispondono picche; nessuno di loro è disposto a far a meno
di un membro della loro squadriglia. Tuttavia, è una splendida opportunità
per il 1°, di poter finalmente mandare il bevitore di latte nel deserto, come il
biblico agnello sacrificale. Naturalmente mi oppongo, voglio stare con gli
Stuka. Ma tutti i miei sforzi per mettere un palo nella ruota del meccanismo
della macchina burocratica militare sono infruttuosi.
Così, nel gennaio 1939, mi ritrovo a frequentare un corso presso la Scuola
di Volo di Hildesheim, e verso in una profonda disperazione. Ci viene
insegnata la teoria e la pratica della fotografia aerea, e si vocifera che alla fine
del corso saremo inviati a formazioni il cui compito sarà quello di pilotare
missioni speciali per il comando aereo operativo. Negli aerei da ricognizione
l’osservatore si deve affidare a un pilota, e quindi tutti noi diventiamo
osservatori. Invece di pilotare il nostro aereo dobbiamo sederci saldamente e
fidarci di un pilota che hanno assegnato e che ci pare una schiappa;
profetizziamo che è certamente destinato a schiantarsi insieme a noi.
Impariamo la fotografia aerea, scattiamo fotografie, verticali e oblique, nella
regione di Hildesheim. Il resto del tempo è dedicato alla monotona teoria.
Alla fine del corso siamo assegnati alle nostre formazioni.
Mi trasferisco a Prenzlau alla Squadriglia di Osservazione a Distanza 2F
121.
Due mesi dopo ci spostiamo nell’area di Schneidemühl. Scoppia la guerra
contro la Polonia! Non dimenticherò mai il mio primo volo, passando la
frontiera d’un altro paese. Mi siedo nervosamente a bordo del mio aereo, in
attesa di quello che sta per accadere. Siamo sotto shock dopo la nostra prima
esperienza con la flak2 e la trattiamo con notevole rispetto. La rara
apparizione d’un caccia polacco è per molto tempo un argomento di
conversazione. Quella che è stata finora arida teoria diventa ora una realtà
entusiasmante. Scattiamo fotografie dei cantieri ferroviari di Thorn, Kulm,
ecc. per verificare i movimenti e le concentrazioni delle truppe. Più tardi le
nostre missioni ci portano più a est, verso la linea ferroviaria Brest Litovsk -
Kovel - Luck.
L’Alto Comando desidera sapere come si stanno raggruppando i polacchi a
est e cosa stanno facendo i russi. Utilizziamo Breslavia come base per le
missioni nella zona sud.
I giorni di guerra in Polonia sono presto finiti e torno a Prenzlau con un EK
II. Qui il mio comandante di volo indovina subito che il mio cuore non
appartiene al volo di ricognizione. Ma pensa che allo stato attuale d’attività
ad alta tensione non abbia molto senso fare una richiesta per un trasferimento
al comando Stuka; faccio uno o due tentativi, ma senza successo.
Passiamo l’inverno a Fritzlar, vicino a Kassel, in Assia. Da qui la nostra
squadriglia compie missioni a ovest e a nord-ovest, decollando da basi
avanzate più a ovest o a nord-ovest, a seconda dei casi. Voliamo ad altitudini
molto elevate e quindi ogni equipaggio deve sottoporsi a un esame speciale
per le ricognizioni ad alta quota. A Berlino il verdetto è che non sono riuscito
a superare il test di buona salute per la quota. Dato che gli Stuka operano ad
un livello più basso, la mia squadriglia ora approva la mia richiesta di
trasferimento al comando dei bombardieri in picchiata, e quindi spero di
tornare al mio “primo amore”. Quando, tuttavia, due equipaggi sono
successivamente segnalati come dispersi, vengo inviato di nuovo per un
riesame di idoneità fisica. Questa volta decretano che sono “eccezionalmente
dotato e in grado di stare in quota”, a quanto pare si sbagliavano la volta
precedente. Ma anche se il Ministero non emette alcun ordine definitivo per il
mio posizionamento, vengo trasferito a Stammersdorf (Vienna), in un
Reggimento di formazione aeronautica che poi si trasferisce a Crailsheim.
Sto ancora operando come riserva, mentre inizia la campagna in Francia.
Tutti i miei tentativi di battere i canali giusti per arrivare al dipartimento del
personale della Luftwaffe non mi aiutano - la radio e i giornali sono il mio
unico contatto con la guerra. Non sono mai stato così sdegnato come in
questo periodo. Mi sento come se fossi stato severamente punito. Solo lo
sport, al quale dedico tutte le mie energie e ogni minuto libero, mi porta un
po’ di sollievo. Durante questo periodo ho poche opportunità di volare, e
quando lo faccio è solo su piccoli velivoli sportivi. Il mio compito principale
è l’addestramento militare delle nostre reclute. Un fine settimana ho per
passeggero il nostro colonello, su un Heinkel 70 e con il tempo più brutto che
si sia mai visto da quelle parti, per poco non ci fracassiamo sulle Alpi della
Svevia. Ma sono fortunato e torno a Crailsheim sano e salvo.
Le mie innumerevoli lettere e telefonate hanno finalmente successo.
Probabilmente sono per loro un fastidio che deve essere eliminato. Ritorno
alla mia vecchia formazione di Stuka di Graz, attualmente di stanza a Caen,
sulla Manica. Le operazioni qui sono praticamente terminate e un amico della
squadriglia che ha servito con me a Graz mi ha fatto dono del beneficio delle
proprie esperienze pratiche di combattimento, in Polonia e in Francia. Non mi
manca certo l’entusiasmo, perché da due anni desidero questo momento, ma
non si può recuperare tutto in un paio di giorni e ancora oggi non sono una
persona che impara alla svelta. Mi manca la pratica. Qui, nell’atmosfera di
ricerca del piacere della Francia, la mia vita pulita, la mia dipendenza dallo
sport e la mia abitudine eterna di bere solo latte, paiono più strani che mai. E
così quando la squadriglia viene trasferita nel sud-est Europa, vengo inviato
come pilota di rincalzo a Graz, in attesa di ulteriori istruzioni. Imparerò mai il
mio lavoro?
La campagna balcanica inizia e ancora una volta vengo tenuto fuori. Graz
viene temporaneamente usata come base per le formazioni di Stuka. È
difficile da sopportare. La guerra si diffonde in tutta la Jugoslavia, sino alla
Grecia, ma io sto seduto a casa e simulo formazioni di volo, bombardamenti e
tiro con le mitragliatrici. Sopporto per tre settimane, e poi una mattina mi
dico improvvisamente: “Ora finalmente hai imparato quel che potevi e puoi
fare tutto quello che vuoi con un aereo.” E questa è la verità. I miei istruttori
sono stupiti. Dill e Joackim possono fare qualsiasi acrobazia quando
conducono il nostro cosiddetto circo, ma il mio velivolo manterrà sempre la
sua posizione, dietro di loro come se stesse attaccato da una corda invisibile
al traino, se entrano in un loop o si tuffano o volano a testa in giù. Nella
pratica dei bombardamenti, raramente sgancio una bomba a 10 metri di
distanza dal bersaglio. Nel tiro con i cannoncini dall’aria ho colpito oltre il
novanta per cento dei bersagli. In poche parole, ho raggiunto un alto livello.
La prossima volta che arriverà una chiamata per le sostituzioni da parte degli
squadroni al fronte, io sarò uno di loro.
Poco dopo arrivano le vacanze di Pasqua, che trascorro con i colleghi
sciatori nelle vicinanze di Prebichl, ed ecco che arriva il momento tanto
desiderato. Giunge l’ordine di portare un aereo a una squadriglia di Stuka
dislocata nel sud della Grecia. Con questo arriva anche l’ordine per il mio
trasferimento a questa unità. Da Agram-Skoplje ad Argos. Lì mi dicono che
devo procedere più a sud. La compagnia Stuka 2 è a Molai, sulla punta più
meridionale del Peloponneso. Per uno studioso di storia classica il volo è
particolarmente impressionante e fa rivivere molti ricordi scolastici.
All’arrivo non perdo tempo a far rapporto al comandante della stazione della
mia nuova unità. Sono molto contento, perché finalmente è arrivata l’ora e sto
per partecipare a un’operazione seria di combattimento. La prima persona che
mi saluta è l’aiutante di squadriglia; il suo volto e il mio si rabbuiano
contemporaneamente. Siamo vecchi conoscenti... lui era stato il mio istruttore
a Caen. “Cosa sta facendo qui?” chiede. Il suo tono toglie tutto il vento dalle
mie vele. “Sono a rapporto per volare”. Ma lui dice: “Non ci sarà nessun volo
operativo per lei fin quando non avrà imparato a manovrare uno Stuka”. Non
riesco a contenere la mia rabbia, ma mantengo il mio autocontrollo anche
quando soggiunge, con un sorriso ironico: “Avete imparato così tanto”? Un
silenzio di ghiaccio segue - fino a quando non rompo l’intollerabile pausa:
“Sono completamente capace di pilotare il mio aereo.”
Quasi sprezzante - o forse è solo la mia impressione momentanea - dice con
un’enfasi che mi manda brividi nella mia spina dorsale: “Porrò il suo caso al
colonnello, e speriamo nel meglio. Spetta a lui decidere. Questo è tutto, lei
può andare a trovarsi una sistemazione.”
Quando esco dalla tenda, sotto al sole cocente, i miei occhi sono pieni di
furia e non solo a causa del bagliore solare. Sto combattendo con un
crescente senso di frustrazione. Poi il buon senso prevale e mi dico che non
c’è motivo di rinunciare alla speranza: l’aiutante ha dei pregiudizi nei miei
confronti, ma la sua opinione su di me è una cosa, la decisione del colonnello
sarà un altro paio di maniche. E anche supponendo che l’aiutante abbia così
tanta influenza sul colonello, potrà influenzare pesantemente il suo giudizio?
No, è improbabile che il colonello venga sviato, perché non mi conosce
nemmeno e sicuramente formulerà un giudizio indipendente. Un ordine di
convocazione immediata dal colonnello pone fine alle mie elucubrazioni.
Sono fiducioso che deciderà da solo. Mi metto a rapporto. Restituisce il mio
saluto piuttosto casualmente e mi sottopone a un esame prolungato e
silenzioso. Poi commenta: “Ci conosciamo già” e, probabilmente, notando
un’espressione incerta sul mio volto, con un movimento della mano mi mette
a tacere.
“Certo che ci conosciamo, perché il mio aiutante sa già tutto di lei! La
conosco così bene che fino a nuovo ordine lei non dovrà volare per la mia
squadriglia. Se in una data futura le nostre perdite monteranno, valuteremo la
sua posizione ...”
Non sento un’altra parola di ciò che mi dice. Per la prima volta mi assale un
sentimento strano, come un pugno nello stomaco: un sentimento che non ho
mai più provato fino a qualche anno dopo, quando tentavo di rientrare alla
base, perdendo sangue su di un aereo crivellato dai proiettili nemici.
Questo “qualcosa” è un’oscura intuizione che, nonostante tutto, il fattore
umano è il criterio determinante della guerra e che la volontà dell’individuo è
alla fine il segreto della vittoria.
Il colonnello continua a parlare, ma non ho la minima idea di quel che dice
e capisco poco di ciò che mi sta dicendo. La ribellione si insinua dentro di me
e sento un martellante avvertimento nella mia testa:
“Non ... non ... non ...”. Poi la voce dell’aiutante mi richiama alla realtà: “Si
può ritirare.”
Lo guardo ora, per la prima volta. Fino a quel momento non avevo
realizzato che era presente. Mi offre uno sguardo pietoso, ma ora ho già
completamente recuperato il controllo sui miei nervi.
Pochi giorni dopo inizia l’operazione Creta. I motori ruggiscono
sull’aeroporto; io mi siedo nella mia tenda. Creta è la prova di forza tra gli
Stuka e la Marina. Creta è un’isola. Secondo tutti gli assiomi militari accettati
a quel tempo, solo delle forze navali superiori possono strappare quell’isola
agli inglesi. E l’Inghilterra è una potenza marittima, ma noi non lo siamo.
Certamente non dove lo stretto di Gibilterra c’impedisce di aumentare le
nostre unità navali, facendole entrare nel Mediterraneo. Ma quegli assiomi
militari finora accettati e la superiorità inglese in mare, sono stati spazzati via
dalle bombe degli Stuka – io, nondimeno me ne sto seduto nella mia tenda.
“...che fino a nuovi ordini non deve volare con la mia squadriglia!”. Mille
volte al giorno questa frase mi rattrista, beffarda, sprezzante e derisoria.
Fuori, ascolto il ritorno degli equipaggi, che poi chiacchierano entusiasti delle
loro esperienze e degli atterraggi delle nostre truppe paracadutate dal cielo. A
volte cerco di persuadere uno di loro a farmi volare al suo posto. È inutile.
Anche i miei amichevoli tentativi di corruzione non portano a nulla.
Occasionalmente mi piace indovinare qualcosa di simile alla simpatia sui
volti dei miei colleghi, ma poi la mia gola si secca d’amara furia. Ogni volta
che un aereo decolla per un’incursione, vorrei ficcarmi i pugni nelle orecchie,
per non sentire la musica dei motori sulla pista. Ma non posso. Devo
ascoltare. Non posso fare a meno di me stesso! Gli Stuka escono, incursione
dopo incursione. Stanno scrivendo la storia, là fuori, nella battaglia per Creta,
mentre io siedo nella mia tenda a piangere di rabbia.
“Credo che noi due ci conosciamo già!” È proprio quello che non è vero,
per niente. Sono convinto di poter essere un degno membro della squadriglia.
Mi sento completamente padrone del mio aereo. Ho la volontà necessaria per
effettuare le operazioni. Tra me e la possibilità di vincere i miei allori c’è un
pregiudizio. Un pregiudizio da parte dei miei superiori che non mi danno
l’opportunità di convincerli dell’ingiustizia del loro “giudizio.”
Intendo dimostrare loro che, nonostante tutto, mi è stata inflitta
un’ingiustizia. Non lascerò che il loro pregiudizio m’impedisca di
avvicinarmi al nemico. Non è questo il modo di trattare un subordinato; ora
me ne rendo conto. Le fiamme dell’insubordinazione s’accendono sempre più
dentro di me.
Disciplina! Disciplina! Disciplina! Controlla te stesso, è solo con
l’autocontrollo che si può ottenere qualcosa. Dovete essere comprensivi per
tutto, anche per gli errori grossolani dei vostri superiori. Non c’è altro modo
per essere più abile al comando di quanto non lo siano loro. E bisogna pure
comprendere e tollerare gli errori dei propri subordinati. Siedi
tranquillamente nella tua tenda e controlla i nervi. Il vostro tempo verrà
quando davvero conterete qualcosa. Non bisogna mai perdere la fiducia in sé
stessi!

1. Junker Ju 87, conosciuto come Stuka (da Sturzkampfflugzeug o bombardiere in picchiata). Progettato
da Hermann Pohlmann, il primo prototipo volò nel 1935. Vide le sue prime azioni belliche nel 1937
con la Legione Condor durante la guerra civile di Spagna. Aveva ali a gabbiano invertite e il carrello
delle ruote fisso. Durante le picchiate azionava la sua Jericho-Trompete (Tromba di Gerico) una sirena,
e per queste caratteristiche molto speciali divenne il simbolo della potenza aerea tedesca durante il
blitzkrieg del 1939–1942.

2. Flak è un termine generico per indicare la contraerea, dal tedesco Flugabwehrkanone, che indica un
cannone di difesa aerea. [N.d.T.]
2
La Guerra Contro i Sovietici
Lentamente l’Operazione Creta giunge alla sua conclusione. Mi viene detto
di far volare un aereo danneggiato fino a un’officina di riparazione a Kottbus
e di attendere là nuovi ordini. Torno di nuovo in Germania, passando da Sofia
e Belgrado.
Rimango a Kottbus senza notizie dalla mia squadriglia e senza alcuna idea
di cosa intendano fare. Negli ultimi giorni ci sono state continue voci di una
nuova campagna, basate sul fatto che numerosi equipaggi di terra e
formazioni di volo, sono stati spostati verso est. La maggior parte di coloro
con i quali discuto ritiene che i russi ci permetteranno di avanzare attraverso
la Russia, verso il Medio Oriente, in modo da poterci avvicinare ai giacimenti
petroliferi e ad altre materie prime per attaccare il potenziale bellico degli
Alleati in quella zona. Ma tutto questo è frutto delle vaghe speculazioni.
Alle 4 di mattina del 22 giugno sento alla radio che la guerra contro alla
Russia è stata appena dichiarata.
Appena la luce del giorno rischiara il campo vado nell’hangar dove gli aerei
della squadriglia “Immelmann” sono in riparazione e chiedo se sono
riparabili. Poco prima di mezzogiorno ho raggiunto il mio scopo, e ora nulla
mi trattiene. La mia squadriglia deve essere di stanza da qualche parte, sulla
frontiera orientale prussiano-polacca. Atterro prima a Insterburg e indago.
Qui ricevo le informazioni dal quartier generale della Luftwaffe. Il posto
verso cui sono diretto si chiama Razci e si trova verso sud-est. L’atterraggio
avviene mezz’ora dopo, fra un gran numero di aerei appena rientrati da
un’incursione e che stanno per decollare di nuovo, dopo essere stati riforniti.
Il luogo è davvero gremito di aerei. Mi ci vuole un bel po’ di tempo per
trovare la mia ultima squadriglia, che mi aveva ignorato quando eravamo in
Grecia, e che non ho più visto d’allora. Non hanno molto tempo per me al
comando. Sono troppo occupati dalle operazioni in corso.
Il colonnello mi dice, tramite l’addetto, di presentarmi per il primo volo. Lì
mi presento al comandante di volo, un ufficiale che era stato anch’egli in una
situazione di stallo simile alla mia e che mi dà il benvenuto, se non altro
perché la squadriglia mi ha bollato come una pecora nera. Ora è scettico su
tutto ciò che gli raccontato i suoi colleghi di squadriglia, bene, ho il vantaggio
iniziale che non è prevenuto nei miei confronti. Devo consegnare l’aereo che
ho portato con me da Kottbus, ma posso unirmi alla prossima incursione,
volando con un vecchio aereo. Da questo momento in poi sono dominato da
un’unica idea: “Vi mostrerò che ho imparato il mio lavoro e che il loro
pregiudizio è ingiusto.” Volo come n. 2 dietro al comandante, che mi ha
descritto le operazioni in dettaglio, incaricandomi di curare i requisiti tecnici,
quando non sono volo. Con l’assistenza del tecnico anziano è mio compito
fare in modo che il maggior numero possibile di velivoli sia riparabile e a
disposizione per una nuova incursione, mantenendo i contatti con l’ingegnere
capo della squadriglia.
Durante le operazioni m’incollo come un riccio alla coda del mio aereo n. 1
a tal punto che egli s’innervosisce, temendo che lo speroni da dietro. Questo
fin quando non capisce che ho il pieno controllo del mio mezzo. La sera del
primo giorno sono stato quattro volte sopra alle linee nemiche nella zona tra
Grodno e Wolkowysk. I russi hanno raccolto enormi masse di carri armati
insieme alle loro colonne di rifornimento. Osserviamo soprattutto i modelli
KW I, KW II e T 34. Noi bombardiamo carri armati, le artiglierie della flak e
mitragliamo i camion che alimentano i carri armati e la fanteria. Uguale per il
giorno seguente, decollo alle 3 del mattino e spesso ritorno per il nostro
ultimo atterraggio alle 22. Una buona notte di riposo passa in fretta. Ogni
minuto libero ci allunghiamo sotto a un aereo, sulla pista, e ci addormentiamo
subito. Quindi, non appena una chiamata arriva da qualsiasi luogo, partiamo
velocemente in missione, senza nemmeno sapere da dove viene l’ordine. Ci
muoviamo come sonnambuli.
Nella mia prima incursione noto le innumerevoli fortificazioni lungo la
frontiera. Le attività sul campo si svolgono in profondità in Russia, per molte
centinaia di chilometri. Si tratta in parte di posizioni ancora in costruzione.
Voliamo sopra a campi d’aviazione semi-completati; qui si sta costruendo
una pista di cemento; laggiù alcuni aerei sono già pronti in un aeroporto. Ad
esempio, sulla strada per Vitebsk, lungo la quale le nostre truppe avanzano,
c’è uno di questi campi di aviazione semifiniti, pieno di bombardieri Martin.
Devono essere a corto di benzina o a corto di equipaggi. Voliamo in questo
modo su un aeroporto dopo l’altro, su un punto di forza dopo l’altro, questo
ci fa riflettere: “È una buona cosa che noi li abbiamo colpiti per primi.”
Sembra che i sovietici intendessero completare tutti questi preparativi come
base per un’invasione contro di noi. Chi avrebbe potuto attaccare la Russia in
Occidente? Se i russi avessero completato i preparativi non ci sarebbe stata
molta speranza di fermarli da nessuna parte. Stiamo combattendo davanti alla
punta dei nostri eserciti; questo è il nostro compito.
Ci fermiamo per brevi periodi a Ulla, Lepel e Janowicze. I nostri obiettivi
son sempre gli stessi: carri armati, veicoli a motore, ponti, roccaforti e siti di
contraerea. I nostri obiettivi sono le comunicazioni ferroviarie del nemico o
un treno corazzato che i sovietici fanno avanzare come supporto alla loro
artiglieria. Ogni resistenza davanti alle nostre punte avanzate deve essere
spezzata in modo da aumentare la velocità e la forza della nostra avanzata. La
difesa varia in forza. La difesa a terra è in gran parte considerevole, si tratta
di fuoco di fanteria con armi di piccolo calibro, sino alla flak, per non parlare
del fuoco di mitragliatrici dai caccia che volano in cielo.
L’unico aereo da caccia che i russi hanno in questo momento è il Rata J 15,
molto inferiore al nostro Me 109. Ovunque i Rata appaiono, vengono
abbattuti come mosche. Non sono antagonisti seri per i nostri Messerschmitt,
ma sono facili da manovrare e, naturalmente, sono molto più veloci dei nostri
Stuka. Di conseguenza, non possiamo permetterci di ignorarli del tutto.
L’aviazione operativa sovietica, le sue unità combattenti e i bombardieri,
vengono distrutte senza tregua sia nell’aria che a terra. Il loro potere di
reazione è ridotto; i loro tipi di aereo, come il bombardiere Martin e il DB III,
sono per lo più obsoleti. Pochissimi sono gli aeromobili del nuovo tipo, P II.
Solo più tardi le consegne americane di bimotori Boston si faranno sentire
anche su questo fronte. Di notte siamo spesso soggetti a incursioni da parte di
piccoli aerei con l’obiettivo di disturbare il nostro sonno e interrompere i
nostri rifornimenti. I loro successi sono generalmente pochi. Noi a Lepel ne
abbiamo un assaggio. Alcuni dei miei colleghi che dormono sotto la tenda, in
un bosco, vengono colpiti. Ogni volta che le gabbie di filo, come noi
chiamiamo quei leggeri biplani, rilevano una luce, sganciano le loro piccole
bombe a frammentazione. Lo fanno ovunque, anche in prima linea. Spesso
spengono i loro motori per rendere difficile la loro localizzazione e la loro
planata; poi tutto quello che si sente è il vento che ronza attraverso i loro cavi.
La minuscola bomba esce da questo silenzio e subito dopo, i loro motori
ricominciano a ronzare. Non è una normale tattica di guerra, è più un
tentativo di guastarci i nervi.
La squadriglia ha un nuovo comandante, il tenente Steen, che si era unito a
noi, proveniente dalla stessa formazione nella quale avevo ricevuto la mia
prima istruzione di volo con uno Stuka. Si abitua al mio stargli appiccicato
addosso.
Lo seguo come un’ombra durante le nostre sortite, mantenendomi a pochi
metri di distanza, anche durante le picchiate. La sua mira è eccellente – ma se
manca il ponte è certo che io lo colpirò. Gli aerei che ci seguiranno potranno
poi sganciare le loro bombe sulla flak e su altri bersagli. È contento quando la
squadriglia gli sollecita un parere sui suoi protetti, fra i quali io sono incluso.
Non spreca parole quando un giorno gli chiedono: “Rudel è O.K.?”
Risponde: “Rudel è il pilota migliore che ho nella squadriglia” questo
chiude il discorso e non gli fanno più domande. Riconosce la mia acutezza,
ma d’altra parte mi profetizza una vita breve, perché sarei un “pazzo”. Tale
termine viene usato per scherzo, questo è solitamente l’apprezzamento fra
aviatori. Sa che generalmente scendo molto in basso durante la picchiata, per
essere certo di colpire l’obiettivo e non sprecare le munizioni.
“Questo inevitabilmente la metterà in grossi guai” questa è la sua opinione.
In linea di massima potrebbe avere ragione, se non fosse che sto avendo una
grossa fortuna. Ma si guadagna in esperienza dopo ogni nuova incursione.
Devo molto a Steen e mi considero fortunato di volare con lui.
Durante queste prime settimane, tuttavia, mi sembra molto probabile che
alla fine possa aver ragione nelle sue previsioni. Negli attacchi a bassa quota
su di una strada lungo la quale i russi avanzano, i danni provocati dalla
contraerea nemica costringono uno dei nostri aerei a un atterraggio forzato.
L’aereo del nostro camerata scende in una piccola radura circondata sui tre
lati da macchia e piena di soldati russi. Il nostro equipaggio si nasconde
dietro il velivolo. Vedo le nuvolette di fuoco di una mitragliatrice russa che
sollevano spruzzi sulla sabbia. Se non riusciamo a prelevarli in fretta, i miei
colleghi saranno perduti. Ma i rossi sono proprio in mezzo a loro. Ma che
diavolo! Devo trovare una soluzione. Abbasso i flap e scendo verso terra.
Riesco a scorgere le uniformi grigio chiaro dei russi tra i cespugli. Bang!
Un’esplosione di fuoco della mitragliatrice colpisce il mio motore! Non ha
senso atterrare con un aereo paralizzato; se lo facessi, non potremmo
decollare di nuovo. I miei camerati sono spacciati. Le loro mani che ci
salutano, sono l’ultima cosa che vedo. Il motore è impazzito, ma si riprende e
funziona a sufficienza per tirar su l’aereo e arrivare dall’altra parte del
boschetto. L’olio imbratta i vetri della mia carlinga e mi aspetto il grippaggio
dei pistoni in qualsiasi momento. Se questo accadesse il mio motore si
fermerà per sempre. I rossi sono sotto di me; si gettano a terra davanti al mio
mezzo, mentre alcuni di loro ci sparano contro. Sono riuscito a risalire a quasi
trecento metri e sono fuori dalla portata da quel tornado di fuoco d’armi di
piccolo calibro. Il mio motore regge fino a raggiungere la nostra prima linea;
lì atterro. Poi mi precipito di nuovo alla base dentro a un camion
dell’esercito.
Alla base è appena arrivato l’ufficiale Bauer. Lo conosco dal mio tempo
con la riserva a Graz. In seguito, si distingue ed è uno dei pochi di noi che
sopravvive a questa campagna. Ma questo giorno in cui egli si unisce a noi è
sfortunato. Danneggio l’ala destra del mio aereo perché nel rullaggio vengo
accecato da un vortice di polvere e mi scontro con un altro aereo. Questo
significa che devo cambiare l’ala del mio aereo, ma non ce n’è una in
magazzino. Mi dicono che un aereo danneggiato è stato abbandonato
sull’ultima pista di Ulla, ma ha ancora un’ala destra riutilizzabile. Steen è
furioso con me. Mi dice: “Potrà volare quando il suo mezzo sarà di nuovo
riparabile e non prima.” La punizione più severa è quella di stare inchiodati a
terra. Comunque, abbiamo compiuto l’ultima incursione del giorno, e torno
subito a Ulla. Due meccanici di un altro volo erano stati lasciati lì e mi
aiuteranno a smontare l’ala. Ci mettiamo all’opera di notte con l’aiuto d’un
paio di camerati della fanteria. Finiamo alle tre del mattino. Tutto ciò di cui
abbiamo bisogno è una breve pausa. Segnalo il mio ritorno con un aereo
intero in tempo per la prima incursione, alle quattro e mezza. Il mio
comandante sorride e scuote la testa.
Qualche giorno dopo vengo trasferito alla 3a squadriglia come ufficiale di
macchina e devo quindi dare addio alla 1a squadriglia. Steen non può
muovere nessuno dei suoi contatti per bloccare il mio trasferimento e così ora
sono un tecnico della 3a squadriglia. Sono appena arrivato quando il
comandante della squadriglia lascia l’unità e prende il comando di un’altra.
Chi è il nuovo comandante? Il tenente Steen! Tutto ciò di cui abbiamo
bisogno è una pausa.
“Il vostro trasferimento è stato solo la metà del male, lo vedete ora. Sì, è un
errore essere troppo ansiosi di spingere la provvidenza”, dice Steen,
salutandomi. Quando si unisce a noi nella tenda del comando squadriglia per
la prima volta, a Janowicze, c’è un evento in corso. Un vecchio
caporalmaggiore aveva cercato di riempire il suo accendino da una grande
latta di benzina. Lo fa inclinandola con il risultato che la benzina fuoriesce
sopra l’accendino, dopo di che continua a sfregare la pietra focaia per vedere
se funziona. C’è una botta terribile, la lattina gli esplode in faccia e il
caporalmaggiore ha un’espressione addolorata, quasi che l’esplosione sia una
violazione delle norme militari. Un triste spreco di buona benzina. Per molti
anziani le donne sono fin troppo contente di scambiare uova con un po’ di
benzina. Ciò è ovviamente vietato, perché la benzina è destinata ad usi diversi
dalla creazione di liquori alcoolici da parte di vecchie donne. Anche una
goccia di quella roba brucia la nostra pelle. Ma tutto è questione di abitudine.
Il presbiterio della chiesa del paese è stato trasformato in un cinema, la navata
in una stalla. “Persone diverse, abitudini diverse” dice il tenente Steen con
una risata.
La grande strada motorizzata che da Smolensk porta a Mosca è l’obiettivo
di molte delle nostre sortite; è affollata di autocarri che trasportano immense
quantità di materiale russo. Autocarri e carri armati sono parcheggiati l’uno
accanto all’altro a intervalli ravvicinati, spesso in tre colonne parallele.
“Se questa massa di materiale si fosse riversata su di noi...”. Non posso fare
a meno di pensare mentre attacco questo obiettivo che ci pare un’anatra
seduta. Ora, in pochi giorni, sarà tutto un lago di relitti e detriti. L’avanzata
del nostro esercito prosegue irresistibilmente. Presto partiamo dalla
Duchowtchina, un posto a nord della stazione ferroviaria di Jarzewo, la cui
conquista è poi assai contestata.
In uno dei giorni seguenti un Rata si tuffa dall’alto nella nostra formazione
e urta Bauer; il Rata si schianta e Bauer torna a casa con l’aereo gravemente
danneggiato. Quella sera radio Mosca tesse le lodi dell’ufficiale pilota
sovietico che ha sacrificato la propria vita speronando e abbattendo un maiale
di Stuka. La radio deve avere ragione, e noi fin dall’infanzia abbiamo sempre
amato ascoltare delle fiabe.
A circa tre chilometri da noi l’esercito sta preparando una nuova grande
operazione. Così, inaspettatamente, riceviamo ordini per trasferirci in un’altra
zona. La nostra nuova stazione di operazioni si chiama Rehilbitzy e si trova a
circa centocinquanta chilometri a ovest del Lago d’Ilmen. Dall’alba al
tramonto sosteniamo l’esercito a est e a nord.
3
Volo nella Bufera
A Rehilbitzy i mesi estivi sono molto caldi; appena siamo fuori servizio ci
sdraiamo sui nostri letti da campeggio, al fresco, sotto alle nostre tende. Il
nostro comandante vive con noi e anche se non abbiamo molto da dirci,
abbiamo un senso di comprensione reciproca. Dobbiamo essere
essenzialmente simili nel carattere. Di sera, passeggiamo nella foresta o nella
steppa e, se non l’accompagno, sono abbastanza sicuro di stare a lanciare il
peso o il disco, oppure a correre sul ciglio dell’aeroporto. Questi sono i modi
in cui ognuno di noi trova ricreazione dopo una dura giornata di volo ed è
fresco e pronto per il giorno successivo. Poi ci sediamo nella nostra tenda.
Non è un gran bevitore, e non mi punzecchia per il fatto che sono astemio.
Dopo aver letto un libro per un po’, cercherà qualcuno nel circolo e farà
un’osservazione: “Beh, Weinicke, sei piuttosto stremato?” E prima che uno
lo neghi, aggiunge: “Va bene, allora, diamoci dentro a dormire.” Quindi
andiamo sempre a letto presto, e questo mi fa bene.
“Vivi e lascia vivere” è il suo motto.
Le precedenti esperienze di Steen sono state più o meno come le mie e ne
ha tratto profitto. È determinato a essere un comandante migliore di quelli
sotto ai quali ha prestato servizio. Durante le operazioni esercita su di noi
un’influenza particolare. Non gli piace la flak pesante come agli altri, ma
nessuna difesa può essere così forte da fargli sganciare le bombe da una quota
maggiore. È un gran signore, un ottimo ufficiale e un aviatore di prim’ordine,
una combinazione di virtù che lo rende una rarità al fronte. Steen ha il più
vecchio mitragliere posteriore della nostra formazione, Lehmann. Io ho il più
giovane, il caporale Alfred Scharnovski. Alfred è il tredicesimo figlio di una
semplice famiglia prussiana dell’est; parla raramente e forse per questo
motivo nulla lo turba. Con lui non ho mi devo preoccupare dei combattenti
nemici, perché nemmeno Ivan può essere noioso come Alfred.
Qui a Rehilbitzy a volte veniamo investiti da tempeste naturali d’una
violenza terrificante. In vaste aree la Russia ha un clima continentale, e la
benedizione di un clima più fresco deve essere barattato con temporali, che
sono davvero dei temporali. Improvvisamente, si fa buio a metà giornata e le
nuvole toccano quasi terra; la pioggia scende a fiumi dal cielo. Anche a terra
la visibilità è ridotta a pochi metri. Di regola, quando siamo in aria, dove
vediamo il maltempo, compiamo un’ampia diversione tutto intorno, per
evitarlo. Tuttavia, sembra inevitabile che un giorno o l’altro, anche io mi ci
infili dentro.
Stiamo fornendo sostegno offensivo e difensivo all’esercito al fronte, nel
settore di Luga. Talvolta siamo anche inviati in missioni operative
nell’entroterra. L’obiettivo di una di queste missioni è la stazione ferroviaria
di Tschudowo, un nodo molto importante sulla linea Leningrado-Mosca.
Sappiamo che il nemico ha la forza della contraerea e l’esperienza dei
precedenti combattimenti. La difesa antiaerea è pesante, ma a meno che non
siano arrivate recentemente nuove formazioni di caccia in quest’area, non ci
aspettiamo particolari sorprese.
Poco prima del decollo una formazione di aerei russi, che chiamiamo
“gustavi di ferro” attacca il nostro aeroporto. Ci buttiamo nelle trincee
scavate dietro ai nostri aerei. Stahl è l’ultimo a saltare, e m’atterra proprio
sulla schiena. Questo è peggio delle bombe dei “gustavi di ferro.” Contro di
loro spara la nostra contraerea, sprecano le loro bombe e poi se ne vanno
volando bassi. Poi decolliamo, impostando una rotta nord-ovest a
un’altitudine di 2.500 metri. Non una nuvola nel cielo. Sto volando come No.
2 dietro il comandante. Durante il volo porto il mio aereo a livello con la sua
ala e guardo dritto nella sua cabina di pilotaggio. Il suo volto pare la
personificazione della fiducia e della calma.
Dopo un po’, il blu intenso del Lago d’Ilmen scintilla davanti a noi. Quante
volte siamo passati di qui, a Nowgorod all’estremità settentrionale del lago e
vicino a Starja Rusa a sud! Entrambi sono punti chiave, e una massa di
ricordi delle difficoltà che vi abbiamo attraversato sorgono alla mente.
Mentre ci avviciniamo al nostro obiettivo, un muro nero di tempesta appare
all’orizzonte. Si trova prima o oltre il nostro obiettivo? Vedo il tenente Steen
studiare la sua mappa e ora stiamo volando attraverso un banco denso di
nuvole, l’avanguardia della tempesta.
Non riesco a vedere l’obiettivo. Deve pertanto trovarsi al di sotto della
tempesta. Ora dovremmo essere molto vicini al nostro bersaglio. In questo
paesaggio monotono le nuvole buie aumentano la difficoltà di orientarsi a
occhio nudo. Per alcuni secondi siamo nelle tenebre, poi è luce di nuovo. Mi
avvicino a un intervallo di circa 1-2 metri all’ala di Steen in modo da non
perderlo di vista fra le nuvole. Ma corro il rischio di una collisione. Perché
Steen non torna indietro? Sicuramente non tenteremo un attacco in questa
tempesta, non sarebbe possibile. Gli aerei alle nostre spalle hanno già preso
posizione, evidentemente con la stessa idea in mente. Forse il comandante sta
cercando di trovare la prima linea del nemico sulla mappa, con l’intenzione,
forse, d’attaccare qualche bersaglio. Perde un po’ d’altezza, ma ci sono
banchi di nuvole a tutti i livelli. Steen guarda dalla sua mappa e
all’improvviso si gira a un angolo di 180 gradi. Egli deve aver prestato
attenzione alla situazione del tempo, ma naturalmente non fa i conti con la
vicinanza al mio aereo. La mia reazione è istantanea; viro subito, e ancora più
forte, per evitare una collisione. Mi sono girato completamente, così che mi
trovo quasi a testa in giù. Il mio aereo trasporta bombe da 700 chili. e ora
questo peso tira giù il mio aereo a una velocità incredibile, e scompaio nel
mare color inchiostro delle nuvole.
È buio pesto intorno a me. Sento il fischio e l’ululare del vento. La pioggia
si riversa nella carlinga. Di tanto in tanto un lampo illumina il cielo, rendendo
tutto luminoso come il giorno. Feroci raffiche di vento scuotono e sbattono il
velivolo, e lo strattonano violentemente nella sua struttura. Non c’è terra
visibile; non c’è un orizzonte da cui posso rettificare il mio volo. L’ago
dell’indicatore di velocità verticale ha smesso d’oscillare. La sfera e la freccia
che indicano la posizione dell’aereo rispetto ai suoi assi laterali e
longitudinali, e che dovrebbero essere uno sopra l’altro, sono entrambi in un
angolo del quadrante. L’indicatore di velocità verticale punta a zero.
L’indicatore della velocità dell’aria accelera ogni secondo. Devo fare
qualcosa per riportare gli strumenti in una posizione normale e questo il
prima possibile, perché l’altimetro dimostra che stiamo correndo follemente
verso il basso.
L’indicatore di velocità presto registrerà 600 chilometri all’ora. È chiaro
che mi trovo in picchiata quasi perpendicolare. Ho letto sulle figure
illuminate dell’altimetro 2000, 1800, 1600, 1400, 1200, 1000, 800 metri.
Scendendo a questo ritmo è solo questione di secondi prima d’un incidente, e
questa sarà la fine. Sono in bagno di sudore, l’acqua mi sgorga dal corpo. È
pioggia o sudore? 700, 600, 500, 400 sull’altimetro. A poco a poco riesco a
far funzionare correttamente gli strumenti, tranne che per una pressione
allarmante che avverto sulla cloche.
Così continuo a precipitare verso terra. L’indicatore di velocità verticale è
ancora al massimo. Per tutto questo tempo resto completamente stupefatto.
Dei lampi di luce spettrale squarciano l’oscurità, rendendo ancora più
difficile volare con gli strumenti. Tiro la cloche con entrambe le mani per
riportare l’aereo in posizione orizzontale. Altitudine 300 metri! Il sangue
palpita nei miei tempie, io boccheggio perché mi manca il respiro. Qualcosa
dentro di me mi spinge a rinunciare a questa lotta con le forze scatenate degli
elementi. Perché continuare? Tanto, tutti i miei sforzi sono inutili... Ora mi
colpisce anche il fatto che l’altimetro si sia fermato a 200 metri; oscilla
ancora debolmente come un barometro esausto. Ciò significa che l’incidente
si verificherà in qualsiasi momento con l’altimetro ancora in registrazione
200 metri. No, continuo, orribilmente, con forza, con ogni mia fibra a tirare.
Ecco, odo una sorta di gemito e un gran colpo. Ecco lì, ora sono morto.
Penso. Morto? Se lo fossi, non potrei pensare. Inoltre, riesco ancora a sentire
il rumore del motore. È ancora buio come prima, e ora la voce irrequieta di
Scharnovski dietro di me dice serenamente: “Sembra che abbiamo colpito
qualcosa o altro, signore.”
La calma imperturbabile di Scharnovski mi lascia senza parole. Ma ora so
una cosa: sto ancora volando. E questa presa di coscienza mi aiuta a
continuare a concentrarmi. È vero che anche a pieno gas non viaggio più
veloce, ma gli strumenti dimostrano che sto iniziando a salire, e questo è per
me già abbastanza. La bussola punta verso ovest, non esattamente una
sfortuna. C’è da sperare che lo strumento funzioni ancora. Tengo gli occhi
rigidamente fissi sugli strumenti, ipnotizzandoli con tutta la potenza della mia
volontà. Da loro dipende la nostra salvezza! Devo tirare la mia cloche per
tutto quello che vale, altrimenti la “palla” finisce nell’angolo. Governo
l’aereo con zelo, come se fosse un essere vivente. Io lo persuado ad alta voce
e improvvisamente non posso fare a meno di pensare al vecchio Shatterhand
e al suo cavallo Rih3.
Scharnovski interrompe i miei pensieri. “Abbiamo due fori nelle ali - ci
sono un paio di rami di betulle che sporgono - abbiamo anche perso una
grossa parte d’un alettone e d’un flap.”
Guardo fuori e sento che sono salito dal banco più basso delle nuvole e ora
sto volando sopra di esse. Siamo tornati alla luce del giorno! Vedo che
Scharnovski ha ragione. Due grandi fori nelle ali, su entrambi i lati, che
raggiungono il longherone principale, con piccoli alberelli di betulla che
fanno capolino attraverso di loro. L’alettone e il flap d’atterraggio sono nelle
condizioni descritte. Ora comincio a capire: l’aria è intrappolata nelle ali, il
che spiega la perdita di velocità; questo spiega anche la bassa governabilità.
Per quanto tempo il mio valoroso Ju 87 potrà continuare? Credo di trovarmi a
una trentina di chilometri dal fronte russo. Ora, e solo ora, ricordo il mio
carico di bombe. Le sgancio e questo rende più facile volare. Di solito ci
incontriamo con i combattenti nemici ad ogni incursione. Oggi uno di loro
potrebbe abbattermi con uno sguardo di traverso, che potrebbe essere
sufficiente per spedirmi al suolo. Ma non riesco a scoprirne nemmeno uno
attorno a me. Finalmente supero la prima linea e m’avvicino lentamente al
nostro campo d’aviazione.
Avviso Scharnovski di saltare immediatamente con il paracadute, non
appena darò l’ordine, dato che l’aereo non è più controllabile. Ricostruisco
nella mia mente il recente miracolo che mi ha donato una seconda vita.
La tempesta era scoppiata e, dopo aver riportato alla normalità gli altri
strumenti tirando continuamente la cloche, devo aver sfiorato terra nel
momento stesso in cui l’aereo ha recuperato una posizione orizzontale. A
questa velocità avrò percorso un viale di betulle o sarò passato fra due singole
betulle, ed è lì che devo aver raccolto i rami spezzati. È stato un colpo di
fortuna che hanno forato le ali esattamente al centro e non hanno preso
l’elica; altrimenti si sarebbe sbilanciata e poi sarebbe volata via in pochi
secondi. Il mantenere la stabilità, dopo un colpo del genere e arrivare a casa
in tutta sicurezza, è una cosa che nessun aereo potrebbe fare, tranne uno Ju
87.
Il volo di ritorno è troppo lungo per i miei gusti, ma alla fine vedo Stoltzy
davanti a me. La mia tensione si rilassa sensibilmente e mi sgranchisco di
nuovo la schiena. Ci sono alcuni dei nostri caccia a Stoltzy, e ora non passerà
molto tempo prima che saremo di nuovo al nostro centro comando.
“Scharnovski, si deve lanciare sopra alla pista.”
Non ho idea di come la mia macchina volante arriverà a terra, né come i
fori nelle ali influenzeranno le sue caratteristiche aero-dinamiche durante
l’atterraggio. Ora non si dovranno creare danni inutili.
“Non lo faccio. Andra tutto bene, signore”, dice, con una voce senza
emozione. Che cosa si può rispondere?
L’aeroporto è sotto di noi. Lo vedo con occhi nuovi, ha un aspetto più
familiare del solito. Lì il mio Ju potrà riposare per bene; ci sono i miei
camerati, i volti familiari. Da qualche parte, in basso, la mia tunica è appesa e
in una delle tasche c’è l’ultima lettera ricevuta da casa. Che cosa avrà scritto
mia madre? Un uomo dovrebbe leggere più attentamente le lettere della
propria madre!
La squadriglia è stata apparentemente convocata. Stanno forse per essere
istruiti per un’altra incursione? In tal caso dobbiamo affrettarci. Ora stanno
tutti guardando il nostro aereo e si stanno allontanando. Mi preparo ad
atterrare e per avere un fattore di sicurezza arrivo ad una velocità abbastanza
alta. Dopo il rullaggio esteso a una distanza considerevole, sono al sicuro.
Alcuni dei ragazzi sono stati al nostro fianco per gli ultimi cento metri.
Scendo dal velivolo, così fa anche Scharnovski con calma disinvoltura. Ora i
nostri colleghi si raggruppano attorno a noi e ci battono sulle spalle. Mi
affretto a farmi strada fra questo comitato di benvenuto e a riferire al
capitano:
“Ufficiale pilota Rudel di ritorno da ehm… un incidente speciale – trovato
contatto con il suolo nell’area di destinazione – aeromobile gravemente
danneggiata.”
Ci stringe per mano con un sorriso sul suo volto. Poi con un tentennare di
testa si allontana verso la tenda della squadriglia. Naturalmente dobbiamo
ripetere l’intera storia agli altri. Ci dicono che erano stati da poco radunati dal
comandante per ascoltare un breve discorso funebre.
“L’ufficiale Rudel e il suo equipaggio hanno tentato l’impossibile. Avevano
cercato di attaccare il bersaglio indicato, tuffandosi nella tempesta, e la morte
li ha chiamati a sé.” Stava inspirando aria polmoni per iniziare una nuova
frase, quando un malconcio Ju 87 era apparso sul bordo dell’aeroporto. Poi
s’era fatto ancora più pallido e aveva rapidamente sciolto l’adunata. Anche
ora, nella tenda, si rifiuta categoricamente di credere che io non mi sia tuffato
deliberatamente nella tempesta, trovarmi immerso nel buio nero del banco di
nubi perché volavo così vicino al suo aereo, e improvvisamente lui si era
messo di traverso. “Le assicuro, signore, che non è stato intenzionale.””
“Figuriamoci! Lei è esattamente questo tipo di folle. Eravate assolutamente
determinati ad attaccare la stazione ferroviaria.”
“Lei ha troppa stima di me, signore!”
“Il futuro dimostrerà che avevo ragione. Per inciso, stiamo uscendo di
nuovo fuori per un attacco.”
Un’ora dopo volo di nuovo al suo fianco con un altro aereo nel settore di
Luga. La sera faccio allenamenti per alleviare la mia tensione interiore e la
mia stanchezza fisica, concentrandomi nell’attività fisica. Dopo di che faccio
qualcosa di immensamente importante: dormo come un sasso. Il mattino
seguente il nostro obiettivo è Nowgorod, dove il grande ponte che attraversa
il Wolchow crolla sotto le nostre bombe. I sovietici stanno cercando di
ottenere più uomini e più materiale possibile attraverso il Wolchow e il
Lowat, che scorrono nel Lago d’Ilmen da sud, prima che sia troppo tardi.
Dobbiamo quindi continuare ad attaccare i ponti. La loro distruzione ritarda i
rifornimenti al nemico, ma non a lungo; ce ne rendiamo conto molto presto. I
pontili sono rapidamente costruiti congiungendoli fra di loro, e in questo
modo i sovietici continuano a rattoppare i danni che abbiamo causato.
Questo continuo volare operativo, senza quasi intervalli, porta molta
stanchezza, a volte con risultati angoscianti. Il capitano è molto veloce
nell’accorgersi di questi sintomi. Le istruzioni operative dal comando,
trasmesse al telefono a mezzanotte o anche più tardi, devono ora essere
ascoltate e prese da due di noi. In più di un’occasione sono sorti malintesi al
mattino, durante i quali ciascuno di noi accusava l’altro. Il motivo è davvero
una stanchezza generalizzata.
Io e il comandante veniamo destinati ad ascoltare insieme i comandi del
centro operativo. Una notte il telefono suona nella tenda della squadriglia. È
il comandante del centro comando sulla linea. “Steen, incontriamo la nostra
scorta domani mattina alle 5 sopra Batjeskoje”. Il punto preciso è molto
importante. Cerchiamo quel posto sulla mappa con la luce di una torcia
tascabile, ma non troviamo Batjeskoje. Non abbiamo idea dove cercarlo. La
nostra disperazione è grande quanto la Russia. Infine, Steen deve richiamare
il comandante e gli dice: “Mi dispiace, signore. Non riesco a trovare quel
posto sulla mappa.”
Ora la voce arrabbiata del comandante ci colpisce, con il suo accento
berlinese. “Dice di essere un leader di squadriglia e poi non sa dov’è
Batjeskoje!”
“La prego di darmi il riferimento sulla mappa, signore “, dice Steen. Un
silenzio lungo, prolungato, all’infinito. Io lo guardo, lui mi guarda. Poi,
improvvisamente, dice: “Che io sia dannato se conosco quel posto, ma sto
mettendo Pekrun sulla linea. Lui sa dove si trova.” Il suo aiutante spiega
tranquillamente l’esatta posizione del piccolo villaggio, sperduto nei campi. Il
nostro comandante di divisione aerea è uno strano personaggio; quando è
arrabbiato o quando vuole essere particolarmente amichevole, in entrambi i
casi, parla come un tipico berlinese. Ma per quanto riguarda la disciplina e il
sistema operativo, il nostro comando di divisione gli deve molto.

3. Karl Friedrich May (Ernstthal, 25 febbraio 1842 – Radebeul, 30 marzo 1912) è stato uno scrittore
popolarissimo, una sorta di Emilio Salgari tedesco. [N.d.T.)
4
La battaglia per la fortezza Leningrado
Il centro dei combattimenti gravita sempre più a nord. Così, nel settembre
del 1941, siamo inviati a Tyrkowo, a sud di Luga, nel settore settentrionale
del fronte orientale. Usciamo ogni giorno puntando sulla zona di Leningrado,
dove l’esercito ha aperto un’offensiva da ovest e da sud. Situata tra il Golfo
di Finlandia e il Lago Ladoga, la posizione geografica di Leningrado è di
grande vantaggio per i suoi difensori, giacché i modi d’attacco possibili sono
assai limitati. Da qualche tempo i progressi in questo campo sono lenti. Si ha
quasi l’impressione che stiamo semplicemente segnando il passo.
Il 16 settembre, il tenente Steen ci convoca per una riunione. Ci spiega la
situazione militare, notando che la particolare difficoltà che rallenta
ulteriormente l’avanzata dei nostri eserciti è la presenza della flotta russa, che
si muove su e giù per la costa, a una certa distanza e che interviene nelle
battaglie con i suoi formidabili cannoni navali. La flotta russa è basata a
Kronstadt, un’isola nel Golfo di Finlandia, il più grande porto di guerra
dell’U.R.S.S.; che dista circa 18 chilometri
da Kronstadt si trova il porto di Leningrado e a sud di questo i porti di
Oranienbaum e Peterhof. Alcune forze nemiche molto forti si sono
concentrate attorno a queste due città, su una striscia di costa lunga circa nove
chilometri.
Ci viene detto di segnare tutte le posizioni esattamente sulle nostre mappe,
in modo da poter riconoscere il nostro fronte. Stiamo cominciando ad
indovinare che queste concentrazioni di truppe saranno il nostro obiettivo,
quando Steen convoca una nuova riunione. Ritorna alla flotta russa e spiega
che la nostra principale preoccupazione sono le due corazzate, Marat e
Oktobrescaja Revolutia. Entrambe sono navi di circa 23.000 tonnellate.
Inoltre, ci sono quattro o cinque incrociatori, tra cui il Maxim Gorki e il
Kirov, così come un certo numero di cacciatorpediniere. Le navi cambiano
continuamente la loro posizione, a seconda di quali parti della terraferma
richiedono il supporto del loro devastante e preciso fuoco d’artiglieria.
Di norma, tuttavia, le navi da guerra navigano solo nel canale profondo tra
Kronstadt e Leningrado. Il nostro comando di divisione ha appena ricevuto
degli ordini per attaccare la flotta russa nel Golfo di Finlandia. Non si tratta di
utilizzare per questa operazione normali aerei da bombardamento e delle
normali bombe, soprattutto perché è necessario tenere conto dell’intensità
della contraerea. Ci dicono che siamo in attesa dell’arrivo di bombe da mille
chili dotate di un detonatore speciale, adatto al nostro scopo. Con i normali
detonatori la bomba scoppierebbe in modo inefficace sul ponte principale
blindato e anche se l’esplosione riuscisse a strappare via alcune parti della
struttura superiore, non provocherebbe l’affondamento della nave. Non
possiamo riuscire a finire questi due leviatani senza l’uso di una bomba ad
azione ritardata, che dovrà prima perforare i piani superiori, prima di
esplodere in profondità nello scafo della nave stessa.
Pochi giorni dopo, con il tempo brutto, ci viene improvvisamente ordinato
di attaccare la corazzata Marat, che è appena entrata in azione ed è stata vista
durante una ricognizione. Il tempo è segnalato bruttofino a quando non
giungiamo a sud di Krasnowardeisk, 30 chilometri a sud di Leningrado.
Densità delle nubi sul Golfo di Finlandia 5-7/10; base nuvolosa 800 metri.
Questo significherà volare attraverso uno strato di nuvole che ha 2000 metri
di spessore. Tutto il Gruppo decolla verso nord. Oggi siamo circa in trenta;
secondo la nostra struttura operativa dovremmo essere in ottanta, ma i numeri
non sono sempre il fattore decisivo. Purtroppo, le bombe da mille chili non
sono ancora arrivate. Poiché i nostri monomotori Stuka non sono in grado di
volare alla cieca, il nostro N. 1 deve mettercela tutta e mantenere la direzione
con l’aiuto dei pochi strumenti di bordo: bussola, sbandometro, virometro e
indicatore di velocità verticale. Gli altri fra noi devono mantenersi vicini a
lui, tanto da poter intravedere occasionalmente il comando operativo del
nostro vicino. Nel volare in formazione tra le nuvole dense e scure è
imperativo non lasciare mai che l’intervallo tra le punte delle nostre ali superi
i 3-4 metri. Se è maggiore, rischiamo di perdere definitivamente il nostro
vicino e di rovesciarci su di un altro aereo. Questo è un pensiero che fa paura!
In queste condizioni meteorologiche la sicurezza dell’intero comando
operativo dipende in massima parte dal volo strumentale del nostro Nr. 1.
Al di sotto dei 2000 metri ci troviamo in una densa copertura nuvolosa; i
singoli voli si trovano in una formazione leggermente spezzata. Ma ora si
chiudono di nuovo. Non vi è ancora visibilità al suolo. A giudicare
dall’orologio dovremmo presto essere sopra al Golfo di Finlandia. La
copertura nuvolosa si sta un po’ assottigliando. C’è un barlume di cielo blu
sotto di noi; ergo acqua. Dovremmo avvicinarci al nostro obiettivo, ma dove
siamo esattamente? È impossibile dirlo perché le fratture nell’arco delle
nuvole sono solo infinitesimali. La densità delle nuvole non può più essere di
5-7/10; solo qua e là la nuvolaglia densa si scioglie per mostrare una fessura
isolata. Improvvisamente, attraverso uno di questi squarci, scorgo qualcosa e,
immediatamente, contattato Steen alla radio.
“König 2 a König 1 . ... risponda, per favore.”
Risponde immediatamente: “König 1 a König 2…a lei.”
“Mi sente? Vedo una grande nave sotto di noi... la corazzata Marat, credo.”
Stiamo ancora parlando quando Steen perde quota e scompare nel vuoto tra
le nuvole. A metà frase scendo anch’io con un tuffo. Il pilota Klaus, dietro di
me sull’altro velivolo del personale ci segue. Ora posso vedere bene la nave.
È la Marat, ne sono abbastanza sicuro. Sopprimo il mio entusiasmo con una
volontà ferrea. Per fare mente locale devo cogliere la situazione in un lampo:
per questo ho solo pochi secondi. Siamo noi che dobbiamo colpire la nave,
perché è poco probabile che tutti gli altri aerei attraverseranno lo stesso
squarcio. Sia quell’apertura effimera, che la nave, si stanno muovendo. Non
saremo un buon bersaglio per la loro contraerea, fin quando nella nostra
picchiata non raggiungeremo la base nuvolosa, a 800 metri. Finché siamo al
di sopra della base nuvolosa, la contraerea può solo far fuoco seguendo i
fonografi e non possono tirare con grande precisione. Molto bene, allora:
picchiare, sganciare bombe e di nuovo tra le nuvole! Le bombe sganciate da
Steen sono già in viaggio verso il basso...mancano il bersaglio di poco!
Premo l’interruttore di sgancio delle mie bomba…centro. La mia bomba
colpisce il ponte. Peccato che sia solo di cinquecento chili! Tuttavia, vedo
scoppiare delle fiamme. Non posso permettermi di stare a guardare, perché la
flak comincia ad abbaiare furiosamente. Degli altri aerei stanno picchiando
attraverso il varco nuvoloso. La contraerea sovietica ha ormai capito da dove
provengono gli “sporchi Stuka” e concentra il suo fuoco su quel punto.
Sfruttiamo la copertura nuvolosa favorevole e c’infiliamo dentro a quella.
Tuttavia, durante il nostro prossimo attacco, non riusciremo più a sfuggire
indenni.
Una volta tornati a casa inizia subito il gioco degli indovini: quale può
essere stata l’entità del danno alla nave dopo il colpo diretto? Gli esperti
navali sostengono che con una bomba di tale ridotto peso, un successo totale
deve essere scartato. Alcuni ottimisti, d’altra parte, pensano che sia possibile.
Come a confermare la loro opinione, nei prossimi giorni le nostre
ricognizioni, nonostante le ricerche più zelanti, non riusciranno a trovare la
Marat. E in un’operazione successiva un incrociatore affonda in pochi minuti
sotto la mia bomba.
Dopo la prima incursione, la nostra fortuna con il tempo è finita. Sempre un
cielo blu brillante e tanta flak omicida. Non ho mai più sperimentato una
contraerea così forte in nessun altro luogo o teatro di guerra. La nostra
ricognizione stima che un centinaio di cannoni antiaerei siano concentrati su
un’area di 9 chilometri quadrati, prossimi alla zona del bersaglio. I colpi di
contraerea formano un intero cumulo di nubi. Se le esplosioni si verificano a
più di 3-4 metri di distanza, non si può udire la contraerea dal velivolo in
volo. Noi non udiamo un singolo scoppio, ma un brontolio continuo, come un
applauso nel giorno del giudizio. Le zone concentrate di contraerea nello
spazio aereo iniziano non appena attraversiamo la fascia costiera, che è
ancora in mano ai sovietici. Poi vengono Oranienbaum e Peterhof, essendo
porti, sono difesi molto fortemente. Il golfo aperto è vivo, con pontili, chiatte,
barche e piccole imbarcazioni, tutte rafforzate con la contraerea. I russi usano
ogni possibile luogo per piazzarci le proprie armi. Per esempio, si suppone
che la foce del porto di Leningrado sia stata chiusa ai nostri sommergibili, per
mezzo di enormi reti d’acciaio sospese a una catena di blocchi di cemento
che galleggiano sulla superficie dell’acqua. Anche da questi blocchi le armi
della contraerea ruggiscono contro di noi.
Dopo circa nove chilometri si vede l’isola di Kronstadt con il suo grande
porto navale e l’omonima città. Sia porto che città sono fortemente difese,
tutta la flotta russa baltica è ancorata nelle immediate vicinanze, all’interno e
all’esterno del porto, e da lì lanciano le loro raffiche omicide di contraerea.
Noi, con i nostri aerei, voliamo sempre a un’altitudine compresa tra i 2.500 e
i 3.000 metri; è molto bassa, ma dopotutto vogliamo colpire qualcosa.
Quando ci lanciamo sulle navi, usiamo i nostri flap per controllare la nostra
velocità di picchiata. Questo ci dà più tempo per vedere il nostro obiettivo e
per correggere la rotta. Più puntiamo, migliori saranno i risultati del nostro
attacco e tutto dipenderà da questo. Però riducendo la nostra velocità di
picchiata rendiamo più facile per la flak di centrarci, soprattutto se non
passiamo sopra al bersaglio, non possiamo salire abbastanza in fretta dopo la
picchiata. Ma, a differenza dei voli dietro di noi, generalmente non cerchiamo
di risalire, ma ci ritiriamo tangenzialmente. Utilizziamo tattiche diverse e ci
rialziamo al minimo livello, vicino al pelo dell’acqua. Dobbiamo poi
intraprendere la più rapida azione di evasione sulla fascia costiera occupata
dal nemico. Una volta lasciato alle spalle il bersaglio, possiamo respirare di
nuovo liberamente.
Torniamo al nostro aeroporto di Tyrkowo, uscendo vivi da queste sortite in
uno stato di trance e inspiriamo l’aria nei nostri polmoni: combattendo, ce la
siamo meritata e abbiamo conquistato il diritto di continuare a respirare.
Questi giorni sono stremanti, molto stremanti. Durante le nostre passeggiate
serali Steen ed io siamo ora per lo più molto silenziosi, ognuno di noi
indovinando i pensieri dell’altro. È nostro compito distruggere la flotta russa,
quindi siamo riluttanti a discuterne le difficoltà. L’argomentarne altro non
sarebbe che uno spreco di fiato. Questi sono i nostri ordini e noi li
obbediamo. Così in un’ora torniamo alla tenda, interiormente rilassati e pronti
ad uscire di nuovo in questo inferno, la mattina successiva.
In una di queste passeggiate con Steen rompo il consueto silenzio e gli
chiedo piuttosto esitante: “Come si fa a essere così freddi e così raccolti?”
Si ferma per un attimo, mi guarda di sottecchi e mi dice: “Mio caro amico,
non voglia immaginare per un solo istante che io sia sempre stato così freddo.
Devo la mia indifferenza ad anni duri, pieni d’esperienze amare. Sapete
qualcosa di ciò che ci aspetta nel servizio se uno guarda dritto negli occhi con
i propri superiori . . . e se le preoccupazioni ci paiono troppo grandi per
essere lasciate fuori dalle porte delle nostre baracche, il servizio può
diventare un vero inferno. Ma l’acciaio più temprato esce dal fuoco più caldo.
E se si va da soli, senza necessariamente perdere il contatto con i camerati, si
diventa più forti.”
C’è una lunga pausa, e mi rendo conto del motivo per cui mi capisce così
bene. Pur sapendo che la mia prossima osservazione non è molto militare,
glielo dico: “Anch’io, quando ero un subalterno, a volte mi sono promesso
che se mi fosse stato dato un comando non mi sarei comunque comportato
come alcuni dei miei superiori.”
Steen tace per un bel po’ prima di aggiungere: “Ci sono altre cose oltre a
quelle che formano un uomo. Solo alcuni dei nostri colleghi lo sanno e quindi
sono in grado di comprendere le mie serie opinioni circa la vita. Una volta
ero impegnato con una ragazza che ho amato molto profondamente. È morta
nel giorno in cui avremmo dovuto sposarci. Quando succede una cosa del
genere, non è facile dimenticarlo.”
Ritorno in silenzio nella mia tenda.
Per molto tempo l’uomo Steen è stato oggetto dei miei pensieri. Ora lo
capisco meglio di allora. Mi rendo conto di quanta forza virile e di quanta
comprensione possa essere trasmessa da un uomo all’altro in un discorso
tranquillo al fronte. Non è il modo in cui il soldato comunica. Si esprime in
modo molto diverso da un civile. Il suo discorso è tanto incivile quanto
volgarmente vien rappresentato. E perché la guerra scuote un uomo da ogni
pretesa e ipocrisia, le cose che un soldato dice, anche se assumono solo la
forma di un giuramento o di un sentimentalismo primitivo, sono
integralmente sincere e genuine, e quindi più fini di tutta la retorica verbosa
del mondo civile. La guerra risveglia la forza primitiva nei suoi servitori, e la
forza primitiva si trova solo nella soggettività, mai nell’oggettività.
Il 21 settembre arrivano le bombe da mille chili. La mattina dopo, la
ricognizione riferisce che la Marat si trova nel porto di Kronstadt.
Evidentemente stanno riparando i danni subiti nel nostro attacco del 16.
Vedo rosso. Ora è giunto per me il momento di dimostrare le mie capacità.
Ricevo le informazioni necessarie sul vento, ecc. dagli uomini della
ricognizione. Poi sono sordo a tutto intorno a me, ho voglia di partire in
missione. Se raggiungo l’obiettivo, sono determinato a colpirlo. Devo
colpirlo! Partiamo con la mente carica per l’attacco; sotto di noi, le bombe da
mille chili che oggi andranno a segno.
Cielo blu brillante, senza un banco di nuvole. Lo stesso anche sul mare. Dei
caccia russi ci attaccano sopra alla stretta fascia costiera, ma non possono
deviarci dal nostro obiettivo, non se ne parla neanche. Stiamo volando a
3.000 metri; la contraerea è letale. Una decina di chilometri più avanti
vediamo Kronstadt; sembra una distanza infinita. Con questa intensità di
contraerea si ha una buona probabilità di venir colpiti in qualsiasi momento.
L’attesa rende il tempo lungo. Monotonamente, Steen ed io continuiamo sulla
nostra strada. Ci diciamo che Ivan non spara a un solo aereo, ma
semplicemente alza uno sbarramento di schegge a una certa altitudine. Gli
altri sono tutti concentrati, non solo negli squadroni e nei voli, ma anche nello
stare accoppiati. Pensano che variando altezza e zigzagando possono rendere
più difficile il compito dei cannonieri della flak. Ci sono due aerei con il naso
blu che attraversano tutte le formazioni, anche i voli singoli. Ora uno di loro
perde la bomba. Uno scivolare selvaggio nel cielo sopra Kronstadt; il
pericolo di speronarsi è grande.
Siamo a pochi chilometri dal nostro obiettivo, a una certa angolazione
davanti a me posso già scorgere la Marat ormeggiata nel porto.

I cannoni rintronano, le schegge sibilano attorno a noi, scoppiando in una


fantasmagoria di colori vivaci; la contraerea forma piccole nuvole, come il
vello di pecore, che ci circondano. Se non fosse così seriamente mortale si
potrebbe usare la frase: siamo in un carnevale aereo. Guardo verso il basso la
Marat, dietro di lei sta l’incrociatore Kirov. O è il Maxim Gorki? Le
artiglierie di queste navi non sono ancora entrate in azione, come parte del
bombardamento antiaereo generale. Ma era stato lo stessa l’ultima volta. Non
aprono il fuoco su di noi fino a quando non ci stiamo tuffando per l’attacco.
Mai il nostro volo attraverso la difesa è sembrato così lento o così scomodo.
Steen userà i freni aerodinamici o di fronte a questa opposizione andrà giù
per una volta “senza”? Li usa. Li sta già usando. Ne seguo l’esempio,
gettando un ultimo sguardo nel suo abitacolo. Il suo volto triste mostra
un’espressione di concentrazione. Ora siamo in picchiata, vicini gli uni agli
altri. Il nostro angolo di picchiata deve essere compreso tra i settanta e gli
ottanta gradi. Ho già inquadrato la Marat nel mio mirino.
Corriamo giù verso di lei; lentamente cresce nel mirino sino a raggiungere
delle dimensioni gigantesche. Tutte le loro armi antiaeree sono ora dirette a
noi. Ora non importa più nulla, tranne che il nostro obiettivo; se
raggiungessimo il nostro compito salveremo i nostri fratelli in armi, non
verseranno tutto il loro sangue. Ma cosa sta accadendo? L’aereo di Steen
improvvisamente mi lascia molto indietro. Viaggia molto più veloce. Dopo
tutto, ha di nuovo retratto i flap per poter scendere più rapidamente? Dunque,
lo faccio pure io. Corro attaccato alla sua coda e incapace di controllare la
mia velocità di caduta. Dritto davanti a me vedo la faccia stravolta di
Lehmann, il mitragliere di Steen. Si aspetta a ogni secondo che io tagli la sua
unità di coda con la mia elica e che poi li speroni. Aumento il mio angolo di
picchiata con tutta la forza che ho - deve sicuramente essere di 90 gradi –
siedo come se fossi seduto su un barile di polvere da sparo. Devo scrutare
l’aereo di Steen che è proprio su di me o posso passare e scendere in
sicurezza? Mi striscio davanti a lui, alla distanza d’un capello. È un auspicio
di successo? La nave è centrata nel mio mirino, dritta a piombo nel mezzo dei
miei occhi. Il mio Ju 87 si mantiene perfettamente stabile durante la
picchiata, non si muove d’un centimetro. Ho la sensazione che mancare ora
sia impossibile. Poi vedo il Marat grande come la vita davanti a me. I marinai
attraversano il ponte e trasportano munizioni. Ora premo l’interruttore di
rilascio della bomba sulla mia cloche e poi la tiro a me con tutte le mie forze.
Posso ancora riuscire a venir fuori dal tuffo? Ne dubito, perché sto facendo
picchiate senza freni e l’altezza a cui ho rilasciato la mia bomba non è più di
300 metri.
Steen ci aveva raccomandato di non sganciare da meno di 900 metri perché
l’effetto di frammentazione di questa bomba raggiunge i 900 metri e
sganciarla a una quota più bassa significa mettere in pericolo il proprio aereo.
Ma ora l’ho dimenticato! Sono intenzionato a colpire la Marat. Tiro la
cloche, senza sentirla, semplicemente esercitando tutte le mie forze. La mia
accelerazione è troppo grande. Non vedo nulla, la mia vista è sfocata in un
blackout momentaneo, una nuova esperienza per me. Ma se questo può essere
gestito, allora debbo tirarmene fuori. Quando sento la voce di Scharnovski, la
mia testa non si è ancora schiarita: “Sta saltando in aria, signore!”
Ora guardo fuori. Stiamo sfiorando l’acqua a un livello di tre o cinque metri
e sto virando leggermente. Meraviglia, la Marat si trova avvolta in una
nuvola di fumo che sale a 500 metri, a quanto pare il magazzino degli
esplosivi è esploso.
“Congratulazioni, signore!”
Scharnovski è il primo a congratularsi. Ora c’è una babele di
congratulazioni da parte di tutti gli altri aerei. Da tutti i lati giungono parole:
“Bello spettacolo!” Non riconosco la voce del comandante di divisione aerea.
Sono consapevole di un piacevole bagliore di euforia, come ci si sente dopo
un’impresa atletica di successo. Poi immagino che stia guardando nelle
migliaia d’occhi dei nostri fanti, che mi sono grati.
Ritorno indietro a bassa quota, in direzione della costa. “Due caccia russi,
signore”, riporta Scharnovski.
“Dove sono?”
“Ci inseguono, signore - stanno girando intorno alla flotta, nel bel mezzo
della loro contraerea. Cristo! Entrambi sono stati abbattuti dalla loro stessa
contraerea!”
Questo esclamazione e, soprattutto, l’eccitazione nella voce di Scharnovski
sono qualcosa di molto nuovo per me. Questo non è mai successo prima
d’ora. Voliamo alla stessa altezza dei blocchi di cemento su cui sono state
piazzate delle armi contraeree. Potremmo quasi colpire i soldati ai pezzi,
colpendoli con le nostre ali.
Continuano a sparare contro i nostri camerati che ora attaccano le altre navi.
Poi, per un attimo, non c’è nulla di visibile attraverso il gran fumo che sale
dalla Marat. Il fragore e la confusione in basso, sulla superficie dell’acqua,
devono essere formidabili perché solo ora alcuni equipaggi di flak avvistano
il mio aereo mentre passa ruggendo vicino a loro. Allora ruotano le loro armi
e fanno fuoco dopo che siamo passati; tutti erano distratti e concentrati dalla
formazione principale che volava in alto, sopra di loro. Quindi la fortuna è
con me, perché un aereo isolato passa inosservato. L’intero teatro è pieno di
armi antiaeree che vomitano fuoco e l’aria è striata di schegge sibilanti. Ma è
un sollievo pensare che tutto questo ferro proiettato in aria non è destinato
esclusivamente a me! Ora sto superando la linea della costa. Quella stretta
striscia non è molto spiacevole da guardare. Sarebbe impossibile per me ora
incrementare la quota, perché non sono riuscito a salire abbastanza
velocemente per raggiungere un’altitudine sicura. Così rimango giù. Passo
altre mitragliatrici e flak. Certi russi, presi dal panico, si buttano a terra. Poi
di nuovo grida Scharnovski: “Un Rata, lo abbiano dietro!” mi guardo intorno
e vedo il caccia russo a circa 300 metri in coda. “Tiragli, Scharnovski!” ma
Scharnovski non emette un suono. Ivan è su di noi, addirittura attaccato a noi.
Ingaggio un’azione evasiva con forza selvaggia.
“Sei pazzo, Scharnovski? Fai fuoco! Ti farò arrestare, dannato!” Gli urlo!
Scharnovski continua a non sparare. Ora dice quietamente: “Sto trattenendo il
fuoco, signore, perché vedo un Messerschmitt che sale alle nostre spalle e se
sparo al Rata potrei danneggiarlo.”
Per quanto riguarda Scharnovski, questo chiude l’argomento, ma sto
sudando sette camicie per la suspense. I traccianti ci stanno passando larghi
su entrambi i nostri lati. Faccio ondeggiare lo Stuka come un pazzo.
“Ora può girare, signore. Il Messerschmitt ha abbattuto il Rata.”
Viro dolcemente per un po’ e guardo indietro. È come dice Scharnovski, la
carcassa del russo sta lì sotto. Ora il Messerschmitt passa bellamente al nostro
fianco.
“Scharnovski, sarà un piacere confermare che il nostro amico ha abbattuto
il Rata.”
Non mi risponde. È dispiaciuto che non mi sia fidato del suo giudizio. Lo
conosco. Starà seduto lì, rimuginando in silenzio finché non atterreremo.
Quanti voli operativi abbiamo effettuato insieme, mentre lui non aveva aperto
la bocca per tutto il tempo?
Dopo l’atterraggio, tutti gli equipaggi vengono convocati davanti alla tenda
da squadriglia. Steen ci ha detto che il colonnello ha già chiamato per
congratularsi con la 3° squadriglia per il suo successo. Aveva assistito
personalmente all’esplosione e ne era rimasto molto impressionato. A Steen
vien chiesto di riportare il nome dell’ufficiale che è stato il primo a tuffarsi e
a far cadere la bomba da mille chili in modo che possa essere raccomandato
per la Croce di Ferro. Con uno sguardo laterale nella mia direzione, egli dice:
“Perdonatemi se ho detto al Commodoro che sono così orgoglioso di tutta la
squadriglia che preferirei se il successo fosse attribuito alla squadriglia nel
suo insieme.”
Nella tenda mi stringe la mano. “Non c’è più bisogno di una corazzata
affondata per una menzione speciale nei dispacci”, mi dice con una risata
infantile.
Il colonnello chiama. “È il giorno degli affondamenti per la 3° squadriglia.
Dovete decollare immediatamente per un altro attacco al Kirov ormeggiato
dietro la Marat, buona caccia!” Le fotografie scattate dal nostro ultimo aereo
mostrano che la Marat si è spaccata in due. Lo si può vedere nell’immagine,
scattata dopo che l’enorme nube di fumo dell’esplosione aveva cominciato a
dissiparsi. Il telefono squilla di nuovo: “Una piccola cosa, Steen, ha visto la
mia bomba? Io non l’ho vista cadere e neppure il mio aiutante Pekrun.”
“È caduta in mare, signore, pochi minuti prima dell’attacco.”
Noi ragazzi nella tenda abbiamo difficoltà a mantenere una faccia seria.
Steen ode un breve crepitio nel ricevitore e questo è tutto, prima che
riattacchi. Non possiamo biasimare il nostro colonnello, è abbastanza vecchio
per essere nostro padre e se, presumibilmente, per nervosismo ha premuto
prematuramente il bottone di sgancio della bomba, merita comunque ogni
elogio per aver volato con noi in una missione così difficile. C’è un enorme
differenza fra chi ha cinquanta o venticinque anni. Nel volo con uno Stuka
questo è particolarmente vero.
Partiamo dunque di nuovo per un’ulteriore incursione per attaccare il Kirov.
Steen ha avuto un leggero incidente nella fase di rullaggio, subito dopo
l’atterraggio, al rientro della prima incursione: una ruota è finita in una buca,
il suo aereo s’è inchinato, danneggiando un’elica. Il 7° stormo ci fornisce un
velivolo sostitutivo, gli aerei sono già pronti in ordine sparso e ci
allontaniamo per preparaci sulla pista. Steen colpisce di nuovo un ostacolo e
anche questo aereo è inutilizzabile. Non ci sono sostituti disponibili per altri
velivoli, che naturalmente sono già in fase di decollo, resto io vicino all’aereo
di Steen. Lui scende dal suo aereo e si arrampica sulla mia carlinga per
parlarmi e mi dice: “So che sarete furioso con me per prendervi il vostro
aereo, ma quando ho il comando devo volare con la squadriglia. Porterò con
me Scharnovski in questa incursione.”
Contrariato e scontento, mi dirigo verso il luogo dove i nostri aerei vengono
revisionati e mi dedico per un po’ al mio lavoro di ingegnere. La squadriglia
torna alla fine della missione dopo un’ora e mezza. L’aereo No. 1, facilmente
riconoscibile per il muso verde, il mio, risulta mancante. Presumo che il
comandante abbia fatto un atterraggio forzato da qualche parte all’interno
delle nostre linee.
Non appena i miei colleghi atterrano tutti, chiedo che cosa ne è stato di
Steen e del mio mitragliere. Nessuno mi dà una risposta diretta, finché uno di
loro non dice: “Steen si è tuffato sulla Kirov, ma la flak l’ha centrato con un
colpo diretto a 1500 o 1700 metri. La contraerea gli ha distrutto il timone e
l’aereo è andato fuori controllo. L’ho visto cercare di guidare dritto
sull’incrociatore, utilizzando gli alettoni, ma l’ha mancato ed è caduto in
mare. L’esplosione della sua bomba da mille chili ha gravemente danneggiato
il Kirov.”
La perdita del nostro comandante e del mio fedele Scharnovski è un duro
colpo per tutta la squadriglia ed è il tragico culmine d’una giornata altrimenti
coronata dal successo. Quel coraggioso ragazzo, Scharnovski, andato pure
lui! Steen finito! Entrambi a modo loro erano dei modelli e non potranno mai
più essere rimpiazzati. Tutto sommato sono fortunati a essere morti in un
momento in cui potevano ancora coltivare la convinzione che la fine di tutta
questa miseria avrebbe portato alla libertà in Germania e in Europa.
Un capitano anziano assume temporaneamente il comando della
squadriglia. Io scelgo Henschel per mio mitragliere. Ci è stato inviato dalla
riserva a Graz, dove ha volato con me per diverse esercitazioni operative.
Occasionalmente porto con me qualcun altro, prima il capo della ragioneria,
poi l’ufficiale dell’intelligence e infine l’ufficiale medico. Nessuno di loro si
sarebbe preoccupato dell’assicurazione sulla mia vita. Poi, assumo Henschel
in modo permanente e lui viene trasferito al nostro corpo. È sempre furioso se
lo lascio alle spalle e qualcun altro vola con me al suo posto. È geloso come
una piccola bambina.
Ci troviamo di nuovo più volte sul Golfo di Finlandia prima della fine di
settembre, e riusciamo a mandare a picco un’altra nave da guerra. Non siamo
così fortunati con la seconda corazzata, la Oktobrescaja Revolutia che è stata
danneggiata da bombe di piccolo calibro, ma non seriamente. Quando
usciamo per un’incursione e riusciamo a mandare a segno un colpo con la
bomba da mille chili, in quel giorno particolare la bomba non esplode.
Nonostante le nostre ricerche non è possibile determinare se è stato compiuto
un sabotaggio. Così i sovietici mantengono a galla una delle loro corazzate.
C’è una stasi nel settore di Leningrado e siamo richiesti in un nuovo punto
chiave. Abbiamo alleviato le pene della nostra fanteria con successo, il
saliente russo lungo la fascia costiera è stato spinto indietro, con il risultato
che Leningrado è stata investita, ma in modo limitato. Leningrado non cade,
perché i difensori tengono il Lago Ladoga e quindi possono garantire
l’apertura delle linee di rifornimento per quella fortezza.
5
Prima di Mosca
Completiamo altre missioni sul fronte di Wolchow e di Leningrado.
Durante l’ultima di tali sortite è più tranquillo ovunque e questo ci porta a
pensare che la mischia deve essere in procinto di scoppiare da qualche altra
parte del fronte. Siamo rispediti nel settore centrale del fronte orientale, e non
appena vi arriviamo cominciamo a notare che la fanteria sta mordendo il
freno per entrare in l’azione. Si parla di un’offensiva in direzione di Kalinin -
Jaroslav. Sorvoliamo le basi aeree Moschna - Kuleschewka scavalchiamo
Rshew e atterriamo a Staritza. Il tenente Pressler ha sostituito il nostro
defunto Steer come comandante di squadriglia. Proviene da una squadriglia
vicina.
A poco a poco il freddo si fa sentire e ci si avvicina all’inverno. Il calo della
temperatura mi dà, come ufficiale tecnico della squadriglia, tutti i tipi di
problemi perché improvvisamente cominciamo ad avere guai con i nostri
aerei, causati dal freddo polare. Ci vuole molto tempo prima che l’esperienza
ci guidi alla risoluzione di questi problemi. Soprattutto i montatori più
anziani ora hanno le loro belle preoccupazioni, mentre tutti fanno del loro
meglio per avere il massimo numero possibile di velivoli riparabili. Pure il
mio tecnico ha un incidente. Sta scaricando bombe da un camion quando una
cade e gli schiaccia l’alluce con le pinne. Gli sono vicino quando succede.
Per un po’ di tempo è senza parole, poi commenta, guardando furiosamente il
suo alluce: “Le mie giornate di salto in lungo sono finite.” Il tempo non è
ancora diventato molto freddo. Il cielo è coperto, ma ci sono di nuovo
correnti più calde, che portano nuvole basse. Queste non ci sono di aiuto nelle
nostre operazioni.
Kalinin è stata occupata dalle nostre truppe, ma i sovietici stanno
combattendo molto aspramente e mantengono ancora le loro posizioni più
vicine alla città. Sarà difficile per le nostre divisioni continuare l’avanzata,
soprattutto perché il tempo aiuta molto i russi. Inoltre, gli incessanti
combattimenti hanno seriamente ridotto la forza delle nostre unità. Anche le
nostre linee di approvvigionamento non funzionano molto bene, perché la
strada principale di comunicazione da Staritza a Kalinin corre proprio di
fronte alla città nelle mani del nemico, che esercita una pressione continua da
est sulla nostra linea del fronte. Mi rendo presto conto di quanto sia difficile e
confusa la situazione. La nostra forza effettiva in numero di aeromobili è al
momento limitata. Le cause sono gli incidenti, gli effetti delle condizioni
meteorologiche, eccetera. Volo come No. 1 - in assenza del comandante - in
un’incursione per Torshok, un incrocio ferroviario a nord-ovest di Kalinin. I
nostri obiettivi sono la stazione ferroviaria e le linee di comunicazione nelle
retrovie. Il tempo è brutto, il livello di nubi è di circa 500 metri. Si tratta di un
valore molto basso per un obiettivo con una difesa estremamente forte. Nel
caso in cui le condizioni meteorologiche peggiorassero al punto di mettere in
pericolo il nostro volo di ritorno, ci è stato ordinato di effettuare un
atterraggio sull’aeroporto a sud della città di Kalinin.
Attendiamo a lungo per l’arrivo della nostra scorta di caccia al nostro
appuntamento. Non si presentano, presumibilmente il tempo è troppo brutto
per loro. Girando in aria abbiamo sprecato un sacco di benzina. Volteggiamo
intorno a Torshok ad un’altitudine moderata cercando di scoprire un punto
debolmente difeso. All’inizio, sembra che la difesa sia abbastanza uniforme e
munita e dopo aver trovato un punto più favorevole s’attacca la stazione
ferroviaria. Son contento quando tutti i nostri aerei sono di nuovo in
formazione dietro di me. Il tempo peggiora, comincia a cadere la neve. Forse
abbiamo ancora benzina a sufficienza per raggiungere Staritza, a patto che
non saremo costretti a fare una deviazione troppo ampia, a causa delle
condizioni meteorologico. Decido e mi metto subito in rotta per la più vicina
Kalinin, inoltre, il cielo sembra più luminoso a Oriente. Atterriamo a Kalinin.
Tutti corrono in tondo con i caschi in acciaio. Gli aerei da un’altra
squadriglia di bombardieri son già qui. Proprio mentre disinserisco
l’accensione, sento e vedo proiettili sparati da carri armati che cadono
sull’aeroporto. Alcuni aerei sono stati già sforacchiati dalle pallottole. Mi
affretto a cercare il comando della formazione, per avere un quadro più
preciso della situazione. Da quanto ho appreso non avremo tempo per
revisionare i nostri aerei.
I sovietici stanno attaccando l’aeroporto con carri armati e fanteria, e sono a
meno di un miglio di distanza. Uno schermo sottile della nostra fanteria
protegge il nostro perimetro; i mostri d’acciaio possono cadere su di noi in
qualsiasi momento. Noi Stuka siamo una manna dal cielo per le truppe di
terra, che difendono questa posizione. Insieme all’Henschel 123 della
squadriglia comando continuiamo ad attaccare i carri armati fino a tarda sera.
Atterriamo di nuovo, pochi minuti dopo il decollo. Il personale di terra è in
grado di seguire ogni fase della battaglia. Siamo a buon punto, perché tutti si
rendono conto che, se i carri armati non vengono messi fuori uso, saremo
perduti. Passiamo la notte in una caserma alla periferia sud della città.
Siamo disturbati durante il sonno da un rumore di cingoli. È uno dei nostri
trattori che cambia posizione o è Ivan con i suoi carri armati? Qui a Kalinin
può succedere di tutto. I nostri camerati della fanteria ci dicono che ieri alcuni
carri armati erano entrati sulla piazza del mercato, sparando a tutto ciò che gli
si è parato davanti. Essi avevano sfondato i nostri avamposti e ci è voluto
molto tempo per porli fuori servizio in città. Qui c’è un tuono incessante di
fuoco; la nostra artiglieria bombarda Ivan e i proiettili volano sopra alle
nostre teste.
Le notti sono buie, con una copertura di basse nuvole. Non c’è
combattimento aereo se non vicino al suolo. Ancora una volta la strada
d’approvvigionamento è stata tagliata e le truppe logorate dalla battaglia si
trovano ad affrontare molte carenze. Eppure, non vacillano mai nel loro
compito sovrumano. Un colpo di freddo improvviso di oltre quaranta gradi
sotto zero congela il normale olio lubrificante. Ogni mitragliatrice si blocca.
Dicono che il freddo non fa alcuna differenza per i russi, che hanno speciali
grassi animali e miscele.
Siamo carenti di attrezzature di ogni tipo, la cui mancanza compromette
gravemente la nostra forza effettiva in questo freddo esagerato. Sta filtrando
un piccolo flusso di forniture. I nativi non riescono a ricordare un tempo così
aspro negli ultimi venti o trent’anni. La battaglia con il freddo è più dura
della battaglia contro al nemico. I sovietici non potrebbero aver trovato un
alleato più prezioso. Le nostre truppe corazzate si lamentano che le loro
torrette si rifiutano di ruotare, che tutto è congelato e rigido. Rimaniamo a
Kalinin per alcuni giorni e siamo in volo incessantemente. Conosciamo
presto ogni fosso. La prima linea è stata spinta di nuovo in avanti e a pochi
chilometri a est del nostro aeroporto. Torniamo alla nostra base a Staritza,
dove ci hanno a lungo attesi. Da qui proseguiamo le operazioni, anche in
direzione di Ostaschkow e poi ci viene ordinato di spostarci a Gorstowo
vicino a Rusa, a circa settanta chilometri da Mosca.
Le nostre divisioni, che sono state dislocate qui, stanno spingendo in avanti
lungo la strada carrabile attraverso Moshaisk, verso Mosca. Una stretta punta
di penetrazione dei nostri carri armati avanza attraverso Swenigorod - Istra e
si trova a meno di nove chilometri dalla capitale russa. Un altro gruppo si è
spinto ancora più a est e ha stabilito due teste di ponte: a nord della città, sulla
riva orientale del canale Mosca - Artico, una a Dimitrov.
Ora è dicembre e il termometro registra 40-50 gradi sottozero (centigradi).
Vastissimi cumuli carichi di neve, copertura nuvolosa generalmente bassa,
intensa la flak. Il pilota Klaus, un aviere di eccezionale bellezza e uno dei
pochi rimasti dei nostri vecchi camerati, viene ucciso, probabilmente un
colpo sfortunato sparato da un carro armato russo. Qui, come a Kalinin, il
tempo è il nostro nemico principale e il salvatore di Mosca. Il soldato russo
sta combattendo disperatamente, ma anche lui è strapazzato ed esausto, senza
questo alleato non sarebbe in grado di arginare i nostri ulteriori progressi.
Anche le nuove unità siberiane che sono state da loro gettate in battaglia non
sono decisive.
Le armate tedesche sono paralizzate dal freddo. I treni hanno praticamente
smesso di circolare, non ci sono riserve, non ci sono rifornimenti, non ci sono
trasporti per i feriti. La nostra ferrea determinazione, da sola, non è
sufficiente. Abbiamo raggiunto il limite delle nostre forze. Mancano le cose
più necessarie. La grande macchina è immobilizzata, i trasporti sono il nostro
collo di bottiglia, non c’è benzina, non ci sono munizioni. I camion sono da
tempo fuori uso. Le slitte trainate da cavalli sono l’unico mezzo di
locomozione. Scene tragiche di ritirata si ripetono con sempre maggiore
frequenza. Abbiamo pochi velivoli. A temperature come queste i motori
durano poco. Come in precedenza, quando abbiamo avuto l’iniziativa,
partivamo a sostenere le nostre truppe di terra, ma ora lottiamo per contenere
gli attacchi sovietici. È passato del tempo da quando siamo stati respinti dal
canale Artico. Non siamo più in possesso della grande diga nord-ovest di
Klina, in direzione di Kalinin. La divisione blu spagnola, dopo aver opposto
una fiera resistenza, deve evacuare la città di Klin. Presto toccherà a noi.
Il Natale s’avvicina e Ivan continua a spingere verso Wolokolamsk, a nord-
ovest da dove siamo noi. Siamo distaccati con il personale della squadriglia
nella locale scuola e dormiamo sul pavimento, così ogni mattina, quando mi
alzo i miei notturni sproloqui deliranti mi vengono ripetuti. Uno scopre che
cinquecento azioni di guerra hanno lasciato il segno. Un’altra parte della
nostra squadriglia è acquartierata in capanne di fango, molto comuni qui.
Quando ci entri puoi immaginare di essere stato trasportato in qualche paese
primitivo, esistito tre secoli fa. Il soggiorno ha il bel vantaggio che non vedi
praticamente nulla per via del fumo di tabacco che vi ristagna. I membri
maschili della famiglia fumano un’erbaccia che chiamano Machorka e fa
completamente schifo. Una volta abituati a questo fumo si può distinguere
quello che è il miglior pezzo d’arredamento: una grande stufa in pietra, alta
tre metri e dipinta d’un bianco sporco. Stretti attorno ad essa si trovano
spesso tre generazioni che vivono, mangiano, ridono, piangono, procreano e
muoiono, tutto insieme. Nelle case dei ricchi c’è anche un piccolo recinto in
legno di fronte alla stufa, nel quale un maialino insegue e combatte con degli
altri animali domestici. Dopo il tramonto gli esemplari di insetti più scelti e in
carne cadono dal soffitto con una precisione che li rende sicuramente gli
Stuka del mondo degli artropodi. C’è un grande crepitio e movimenti di
questi animaletti; ma le Paninkas e le Pan Paninkas (uomini e donne) non
sembrano preoccuparsene. Non sanno nulla di diverso da quanto sapevano i
loro antenati che vissero così per secoli. Loro vivono e continueranno a
vivere allo stesso modo. Solo questa generazione moderna sembra aver perso
l’arte di raccontare storie e fiabe. Forse vivono troppo vicino a Mosca.
La Moscova passa attraverso il nostro villaggio, scorrendo verso la città del
Cremlino. Giochiamo a hockey su ghiaccio quando siamo bloccati dal
tempaccio. In questo modo manteniamo i nostri muscoli elastici anche se
alcuni di noi vengono un poco danneggiati nel processo. Il nostro aiutante,
per esempio, si rompe il naso che vien piegato e pendente a babordo. Ma il
gioco distoglie i nostri pensieri dalle tristi impressioni del fronte. Dopo una
partita furiosa sulla Moscova vado sempre alla sauna. Nel villaggio c’è uno di
questi bagni a vapore finlandesi. Il luogo è però, purtroppo, così buio e
scivoloso che un giorno inciampo sul bordo tagliente di una vanga, puntellata
contro al muro, e mi taglio il cuoio capelluto, me la cavo con una brutta
ferita.
I sovietici ci hanno scavalcato a nord; è quindi giunto il momento di
muoverci in qualche aeroporto posto più indietro. Ma non possiamo farlo; per
giorni le nuvole son così basse sopra la foresta, verso Wiasma, a Occidente,
che il volare è fuori discussione. La neve è alta sul nostro campo d’aviazione.
A meno d’un colpo di fortuna, Ivan arriverà alla nostra porta di casa con
Babbo Natale. Le unità russe che ci hanno aggirato non sono certamente a
conoscenza della nostra presenza, altrimenti ci avrebbero intrappolati molto
tempo fa.
Così trascorriamo il Natale ancora nella nostra casa-scuola a Gorstowo.
Quando all’imbrunire cade il silenzio che cova su molti di noi, e aguzziamo
le orecchie ad ogni rumore di cingoli che viene da fuori. Ma dopo il nostro
canto di Natale il malumore e la nostalgia son presto dissipati. Un paio di
bicchieri e della copiosa vodka fanno rivivere anche i più pensosi. Nel
pomeriggio il Comandante di divisione ci fa una breve visita, per distribuire
le decorazioni. Nella nostra squadriglia sono il primo a ricevere la Croce
d’Oro di Germania. Durante la prima vacanza di Natale invitiamo invano i
nostri colleghi sportivi a Mosca per venire a giocare una partita. Così
giochiamo da soli la nostra partita di hockey sul ghiaccio della Moscova. Il
maltempo continua per giorni.
Non appena il tempo migliorerà iniziamo a ritirarci, volando sopra le vaste
foreste e lungo la strada carrozzabile in direzione di Wiasma. Non appena in
volo il tempo volge al brutto, voliamo in stretta formazione sorvolando gli
alberi coperti di neve. Ma anche così è difficile non perdersi di vista l’un
l’altro. Tutto è di un color grigio sfocato, una miscela vorticosa di nebbia e di
neve. Ogni aereo dipende dall’abilità del comandante della formazione.
Questo tipo di volo è più faticoso di una difficile incursione. Per noi è una
giornata nera, e perdiamo diversi equipaggi che non erano all’altezza del
compito. Sopra a Wiasma viriamo a nord, in direzione di Sytchewka - Rhew.
Atterriamo nella neve profonda a Dugino, a circa diciotto chilometri a sud di
Sytchewka, e ci sistemiamo in un Kolchoz.
Il freddo spietato continua a torturarci e ora, finalmente, arrivano per via
aerea delle attrezzature e dell’abbigliamento adeguato. I trasporti aerei che
atterrano ogni giorno sul nostro aeroporto portano pellicce da abbigliamento,
sci, slitte e altre cose. Ma è troppo tardi per catturare Mosca, troppo tardi per
riavere al nostro fianco i camerati che sono stati uccisi dal gelo; troppo tardi
per salvare le decine di migliaia di persone che sono state respinti
dall’offensiva, con le dita e i piedi congelati; troppo tardi per dare nuovo
slancio all’esercito che avanza irresistibilmente ed è stato costretto a scavare
trincee dal pugno spietato d’un inverno insolitamente duro.
Ora voliamo in zone che conosciamo già dalla scorsa estate: nella regione
delle sorgenti del Volga a ovest di Rhew, vicino a Rhew stesso, e lungo la
linea ferroviaria vicino a Olinin, e a sud. La neve profonda pone le nostre
truppe in una difficoltà colossale, ma i sovietici sono attrezzati per queste
condizioni. Il tecnico più intelligente è ora quello che utilizza i metodi di
lavoro e di locomozione più primitivi. I motori non si avviano più, tutto è
congelato, rigido, non funziona l’apparato idraulico, affidarsi a qualsiasi
strumento tecnico è un suicidio. Non c’è nessun avviamento dei nostri motori
la mattina presto a queste temperature, anche se li teniamo coperti di stuoie di
paglia e da coperte. I meccanici restano spesso all’aperto per tutta la notte,
riscaldando i motori a intervalli di mezz’ora per assicurarne l’avviamento al
momento del decollo. Molti casi di congelamento sono dovuti al fatto che
durante queste notti fredde e aspre loro si occupano dei motori. Come
ingegnere sono sempre in giro tra le sortite per non perdere qualsiasi
possibilità di rendere riparabile un aero di riserva. Raramente siamo congelati
mentre siamo in aria. Dobbiamo volare basso in caso di maltempo e la difesa
è pesante, quindi uno è troppo concentrato sulle armi e non nota il freddo.
Questo non esclude, naturalmente, la possibilità di scoprire i sintomi del
congelamento al nostro ritorno, al calore delle nostre baracche.
All’inizio di gennaio il generale von Richthofen atterra nel nostro aeroporto
in un Fieseler-Storch e, a nome del Führer, mi decora con la Croce di
Cavaliere della Croce di Ferro. La citazione parla in particolare delle mie
distruzioni di navi e ponti avvenute con successo l’anno scorso.
Un freddo ancora più intenso aumenta la difficoltà di mantenere gli aerei in
servizio per le operazioni del giorno successivo. Ho visto dei meccanici
disperati che cercavano di riscaldare i motori con una fiamma nuda, nella
speranza d’indurli ad avviarsi. Uno di loro mi ha detto: “Andranno in moto
ora o finiranno carbonizzati. Se non partono, non ci serviranno a nulla.”
Tuttavia, questo mi sembra un metodo piuttosto drastico per risolvere il
nostro problema e ne escogito un altro. Un bidone di benzina può essere
trasformato in un forno di latta. Una sorta di comignolo sporge dall’alto con
un cappuccio forato per evitare che le scintille volino. Mettiamo tutto questo
aggeggio sotto il motore e vi accendiamo un fuoco, puntando il tubo della
stufa verso la pompa di alimentazione, intorno alla quale ora s’irradia il
calore. Manteniamo il calore fino a quando non otteniamo un risultato
positivo. È un sistema primitivo, ma è la sola cosa utile per l’inverno russo.
Riceviamo consegne di complicati, cosiddetti vettori di calore e apparecchi
tecnici per vincere il gelo. Sono ben costruiti ma purtroppo si basano essi
stessi sul funzionamento di piccoli motori, o dispositivi complicati. Si deve
prima accenderli, e questo è esattamente ciò che si rifiutano di fare, a causa
del freddo. La nostra forza di squadriglia, contando gli aerei utilizzabili, è
quindi ridotta per tutto l’inverno. Questi pochi voli vengono effettuati per lo
più da equipaggi vecchi ed esperti, in modo che lo svantaggio quantitativo sia
in qualche modo compensato dalla qualità.
Da alcuni giorni siamo sulla linea ferroviaria Sytschewka-Rhew, dove i
russi stanno cercando di dare una spallata. Il nostro aeroporto si trova in una
situazione molto simile a quella di alcune settimane fa, quando eravamo a
Kalinin. Questa volta non ci sono forze di terra forti abbastanza per tenere il
nostro fronte e una notte, Ivan, avanzando da Sytschewka, appare
improvvisamente alla periferia di Dugino. L’ufficiale di volo Kresken,
comandante della nostra compagnia aerea, riunisce un gruppo di
combattimento composto dal nostro personale di terra e da quello delle unità
più vicine e presidia l’aeroporto. I nostri coraggiosi meccanici passano le loro
notti in armi, girano a far la guardia, equipaggiando le trincee con fucili e
granate a mano, e durante il giorno tornano ai loro doveri di manutenzione.
Alla luce del giorno non può accadere nulla, perché abbiamo ancora un
deposito di benzina e bombe sul nostro campo d’aviazione. Per due giorni
consecutivi veniamo attaccati da unità di cavalleria e da battaglioni di
sciatori. Poi la situazione diventa critica e dobbiamo sganciare le nostre
bombe vicino al perimetro del nostro aeroporto. Le perdite sovietiche sono
pesanti. Poi Kresken, che un tempo era un ottimo atleta, assume l’offensiva
con il suo gruppo di combattimento. Lo sorvoliamo con i nostri aerei,
sparando e bombardando contro ogni opposizione al suo contrattacco. Così
l’intero territorio davanti alla nostra stazione viene ripulito dal nemico. I
nostri soldati della Luftwaffe, dall’inizio della guerra non sono mai stati
impiegati in questo modo. Un’unità corazzata dell’esercito arriva a rafforzare
le nostre posizioni, riconquista Sytschewka e stabilisce lì il proprio quartier
generale. Così la situazione è più o meno stabilizzata di nuovo e un nuovo
fronte costruito sulla linea Gschatsk - Rhew copre il nostro settore. I giorni
della monotona ritirata sono finiti.
Le volpi sopportano il freddo meglio di noi. Ogni volta che torniamo da
Rhew, volando a bassa quota, sopra alle pianure innevate, le vediamo correre
nella neve. Se le sorvoliamo da due o tre metri, s’abbassano e ci guardano
furtivamente.
Jäckel ha ancora qualche pallottola nella sua mitragliatrice e gli spara poi
torna indietro con uno Stork con gli sci. La pelliccia del Maestro Reynard4 è
tuttavia completamente crivellata di buchi.
Sono spiacevolmente sorpreso dalla notizia che, visto il mio elevato numero
di voli operativi, sarò immediatamente rispedito a casa. Le istruzioni che
ricevo sono di procedere verso Graz, in Steiermark, al termine di un periodo
di licenza, dove prenderò il comando d’uno stormo della riserva e darò ai
nuovi equipaggi il beneficio delle mie più recenti esperienze. Le mie ripetute
assicurazioni che non ho bisogno di un periodo di riposo e che non voglio
lasciare gli Stuka, anche tirando le mie corde che salgono in alto, non
valgono a nulla. Gli ordini sono definitivi e ineludibili. È difficile dire addio
ai camerati con i quali abbiamo condiviso tutto. Pressler chiederà di farmi
tornare nel momento in cui mi presenterò al mio nuovo lavoro e un po’
d’acqua sarà passata sotto ai ponti dopo questo incidente. Io m’attacco a ogni
filo di speranza.
Una mattina sono sulla mia via, verso ovest, in un aereo da trasporto su
Vitebsk - Minsk - Varsavia verso la Germania. Trascorro il mio tempo libero
sciando nel Riesengebirge e nel Tirolo, cercando di dimenticare la mia furia
con l’esercizio fisico e con il sole. Gradualmente la pace di questo mondo
montano mi avvolge, questa è casa mia, la bellezza delle vette innevate e
scintillanti rilassano tutta la tensione creata dai voli di guerra.

4. Allusione al libro Maestro Reynard: La storia di una volpe di Jane Fielding e J. C. Tregarthen
[N.d.T.]
6
Formazione e pratica
Prima di assumere l’incarico di formare nuovi equipaggi, mi sposo. Mio
padre è ancora il rettore della sua chiesa e celebra la cerimonia nel nostro
piccolo paese, al quale sono molto legato da tanti ricordi felici della mia
infanzia.
Poi vado a Graz, questa volta non come allievo ma come istruttore.
Formazioni di volo, picchiate, bombardamenti, mitragliatrici. Spesso mi
siedo in aereo per otto ore al giorno, per il momento non ho quasi alcun aiuto.
In caso di maltempo o quando sono previsti interventi tecnici, svolgiamo
esercitazioni militari o sport. Gli equipaggi mi vengono inviati per un
ulteriore addestramento dalle scuole Stuka, dopo di che procedono verso il
fronte. Quando saranno partiti, li rivedrò al fronte; forse un giorno li avrò
nella mia unità. Se non per altro, vale la pena di mettercela tutta nella loro
formazione. Durante il mio tempo libero m’alleno con l’atletica leggera,
gioco a tennis, nuoto o trascorro il mio tempo libero nella magnifica cittadina
di Graz. Dopo due mesi, mi mandano un assistente. L’ufficiale Jäckel del 3°
stormo è stato appena premiato con la Croce di Ferro e allo stesso tempo è
stato distaccato per questo lavoro meno impegnativo.
Effettuiamo esercitazioni contro obiettivi neutri, ma come se fossimo di
fronte. Ho due aerei Messerschmitt a mia disposizione in modo che siamo
anche in grado di simulare la caccia nemica. La formazione è rigida e
faticosa, ma credo che gli equipaggi che si distinguono e che fanno ciò che è
loro richiesto, stiano imparando molto. La forza muscolare e la resistenza
vengono favorite dallo sport. Quasi ogni lunedì mattina li porto per una corsa
di nove chilometri, che fa a tutti un mondo di bene. Nel pomeriggio andiamo
ad Andritz per una nuotata e per rilassarci. Tutti si qualificano come
volteggiatori al palo e c’è una forte concorrenza per ricevere il certificato di
nuoto.
Jäckel è di un paio d’anni più giovane di me e ancora un ragazzino. Non si
può mai restare arrabbiati con lui, non importa quanto scomoda sia la
situazione nella quale si ficca. È allegro e pieno di voglia di divertirsi; prende
la vita come viene. La domenica pomeriggio, di solito, vado in montagna.
C’è una fermata dell’autobus di fronte al posto di guardia e io ci salgo sopra,
verso la strada per la città. L’ombra dell’autobus viaggia con noi a lato della
strada e, improvvisamente, m’accorgo che delle figure fanno parte di
quest’ombra, apparentemente stanno appollaiati sul tetto dell’autobus. Sono
dei giovani che fanno i clown, soprattutto quando ci sono delle ragazze di
passaggio. Posso indovinare chi sono dal loro cappello. Sono soldati
appartenenti alla nostra stazione, ma non possono essere uomini della mia
unità, giacché sono stati ripetutamente emessi ordini severi che proibiscono a
tutti gli uomini di servizio di salire in cima agli autobus. Dico a un tenente di
un’unità di terra, seduto accanto a me, con un tono ironico: “Quelli che
salgono là sopra devono essere i vostri.”
Con un tono di superiorità nella sua voce, ritorce: “Riderete all’arrivo.
Quelli sono i suoi!”
Quando i soldati scendono a Graz, ordino loro di far rapporto alle 11 del
lunedì mattina. Quando si presentano per ricevere ciò che gli spetta, dico:
“Che diavolo significa? Sapete di aver disobbedito a un ordine. Questa è una
cosa inaudita…”
Posso vedere dai loro volti che vogliono dire qualcosa e mi chiedo se hanno
qualche scusa da offrire.
“Abbiamo pensato che andasse bene per noi come ufficiali pilota. Poiché
Jäckel era lassù con noi…”
Li butto fuori frettolosamente, prima di scoppiare a ridere. M’immagino
Jäckel aggrappato sul tetto dell’autobus. Quando gli parlo del guaio in cui mi
ha messo, lui assume la sua espressione innocente, ma poi non ce la faccio
più a trattenere il riso.
A Graz, pochi giorni dopo, sfuggiamo di poco a un altro incidente, fuori
servizio. Un Club di volovelisti mi aveva pregato di trainare un loro aliante
con un vecchio aereo cecoslovacco, perché non avevano altro per sollevarlo,
e quella era una buona opportunità per portare anche mia moglie, essendo
molto desiderosa di provare a volare. Dopo due ore e mezza chiedo quanta
benzina ci resta, perché l’indicatore della benzina non funziona. Mi dicono
che la macchina ne ha abbastanza per quattro ore; dunque posso continuare a
volare senza la minima ansia. Accetto questa assicurazione e volo indietro
verso l’aeroporto. Mentre siamo a bassa quota sopra a un campo di patate, il
motore si spegne. Ho solo il tempo di gridare: “Tieniti stretta!”, perché so che
mia moglie non è legata con una cintura, e scendiamo su quel campo rigato
dai solchi. L’aereo rimbalza su di un fosso e poi si ferma senza problemi in
un campo di grano. Troviamo benzina e poi decolliamo di nuovo da un
sentiero nel campo, per l’aeroporto a tre chilometri di distanza.
Quanti dei miei colleghi, soprattutto nella Luftwaffe, sono usciti indenni da
battaglie aeree con il nemico per poi fracassarsi per via di qualche stupido
incidente, da civili! Questo banale incidente conferma ancora una volta la
necessità di rispettare una regola apparentemente sciocca, in base alla quale
siamo obbligati a prestare la stessa attenzione che dimostriamo quando siamo
al fronte nel più violento attacco. Allo stesso modo, quando siamo in azione
con il nemico, non possiamo correre rischi inutili, anche se non siamo
ostacolati o scoraggiati dal pensiero di rischiare la vita durante
un’operazione.
Quando atterro di nuovo sull’aeroporto con l’antico biplano apprendo che la
squadriglia di riserva è stata trasferita in Russia. In tal caso dovrebbe essere
presto anche il nostro turno. Da molto tempo mi viene in mente che sono a
casa da diversi mesi, e all’improvviso mi rendo conto di come non mi sia mai
preoccupato di ritornare al fronte. Ho sempre paura di essere tenuto fuori per
così tanto tempo, e sento questa inquietudine particolarmente forte quando
capisco che un’assenza troppo lunga dalla prima linea potrebbe essere
pericolosa per me. Io, infatti, son solo un essere umano, e ci sono in me molti
istinti che scambierebbero allegramente la comunione con la morte per la
comunione con la vita. Perché voglio vivere, il desiderio è più forte ogni
volta - lo sento nel palpito dei miei impulsi ogni volta che sfuggo alla morte,
ancora una per una volta in un attacco, ma sono anche consapevole di esso
nell’euforia di una discesa lungo un ripido pendio alpino. Voglio vivere. Amo
la vita. La sento in ogni respiro profondo, in ogni poro della mia pelle, in
ogni fibra del mio corpo. Non ho paura della morte; l’ho spesso guardata
negli occhi per qualche secondo e non sono mai stato il primo ad abbassare lo
sguardo, ma ogni volta, dopo un tale incontro, mi sono anche rallegrato nel
mio cuore e a volte ho gridato in tripudio, cercando di coprire il fragore del
motore.
Penso tutto questo mentre mangio meccanicamente la mia cena nella
mensa. La mia mente è saldamente composta. Tiro caparbiamente ogni corda
possibile fino a quando non mi tireranno fuori da questa isola felice e non mi
rispediranno di nuovo in una formazione di combattimento al fronte.
Non riesco a sbloccarmi ma non passa molto tempo prima che veniamo
inviati tutti in Crimea. Sarabus, vicino a Sinferopol, è la nostra nuova
stazione e lì, in ogni caso, siamo più vicini al fronte di quanto eravamo prima.
Abbiamo risolto il problema del trasporto utilizzando i nostri Ju 87 come
rimorchiatori per alianti da carico. Sopra Cracovia - Lemberg- Proskurow -
Nicolajew siamo presto a destinazione.
L’aeroporto è molto grande e adatto all’attività della nostra formazione. I
nostri quartieri improvvisati non sono molto diversi da quelli del fronte, ma
dove c’è una volontà c’è sempre un modo. Riprendiamo il nostro allenamento
di routine come a Graz. Ci piace soprattutto quando si pratica l’atterraggio su
altri aeroporti, per poi a volte andare di mattina a ovest, sulle rive Mar Nero,
e nel pomeriggio a nord-ovest, vicino al mare di Azov. Ci bagniamo per
almeno mezz’ora sulle belle spiagge sotto a un sole cocente. Non ci sono
colline tranne che vicino a Kertsch, e nel sud dove la catena di Jaila arriva a
circa 1500 metri e corre lungo la costa meridionale della Crimea. Tutto il
resto del paese è pianeggiante; vaste steppe, nel mezzo delle quali si trovano
enormi piantagioni di pomodoro. Fra il mare e le montagne della Jaila
s’estende una striscia costiera molto stretta: la Riviera Russa. Spesso siamo lì
e ci arriviamo con gli autocarri; perché non c’è legname dove noi siamo
basati.
Il confronto con la riviera ligure mi pare piuttosto debole. Vedo alcune
palme a Jalta – fin qui tutto bene - ma due o tre di queste non bastano per
trasformarla in una riviera. Da lontano gli edifici brillano sotto al sole,
soprattutto quando si vola a bassa quota lungo la costa. Fa un’impressione
sorprendentemente buona, ma se si cammina per le strade di Jalta, per avere
una visione ravvicinata di tutto, la rozzezza e la volgarità di questo luogo
sono una delusione enorme. Non è diversa dalle vicine città di Aluschta e
Alupka. I miei uomini sono deliziati dai tanti vigneti che si trovano tra questi
due luoghi; la stagione delle vendemmie è appena iniziata. Assaggiamo l’uva
su ogni collina e spesso arriviamo a casa tardi con la pancia gonfia.
Da parecchio tempo ormai sto tramando per essere rispedito a fronte.
Telefono al generale del comando aereo nel Caucaso e gli offro i miei Stuka
come unità operativa; la maggior parte degli equipaggi è pronta per il fronte.
Sottolineo che sarà uno splendido addestramento per tutti loro, e che il
comando operativo potrebbe considerarsi fortunato ad avere equipaggi che
hanno già avuto esperienza.
In primo luogo, riceviamo un ordine per passare a Kertsch. Sembra che i
treni sovietici d’approvvigionamento spesso viaggiano lungo la costa
meridionale. Da qui saremo in grado di attaccarli. Ma non si va oltre quel
‘’saremo!” Per ore aspettiamo i treni di rifornimento, ma non succede nulla.
Una volta voglio tentare la fortuna con il mio caccia Messerschmitt: il mio
obiettivo è quello degli aerei da ricognizione nemici. Ma quegli spioni
spariscono sul mare e seguono la rotta per Tuapse - Suchum, e non riesco più
a superarli perché, naturalmente, non posso decollare fino a quando non li ho
individuati. Poco dopo, però, riesco a effettuare il nostro trasferimento a
Beloretschenkaja, vicino a Maikop, dove si trova un’altra squadriglia. Qui
dovremmo diventare davvero operativi, perché dobbiamo essere utilizzati, a
sostegno dell’avanzata in direzione di Tuapse.
Di colpo siamo diventati una formazione di prima linea. Siamo in aria da
mattina presto sino a tardi, in una zona dove l’esercito sta attaccando la valle
di Psich verso Chadykenskaja-Nawaginskaja, puntando al passo Goitsch, in
direzione di Tuapse. Non è esattamente facile per noi, perché nella nostra
unità d’addestramento usiamo solo velivoli relativamente obsoleti, e il
comando operativo che qui opera, con il quale spesso voliamo insieme,
possiede i modelli più recenti. Quando si vola in formazione ad altitudini
elevate, questo ci pone in una situazione di notevole svantaggio.
Combattere nelle strette vallate è un’esperienza emozionante. Spesso siamo
involontariamente sedotti dal nostro desiderio di rischiare di cadere in una
trappola pur di combattere, se seguissimo il nemico o cercassimo
persistentemente di scoprire i suoi nascondigli. Se nella nostra ricerca
voliamo in una di queste valli strette, spesso non siamo in grado di manovrare
affatto. Talvolta, però, alla fine di questa valle si erge improvvisamente una
montagna a picco che blocca il volo. Dobbiamo reagire rapidamente, e spesso
dobbiamo la nostra salvezza alle buone prestazioni dei nostri velivoli. Ma
questo è ancora un gioco da ragazzi rispetto alla situazione in cui ci troviamo,
quando 600 metri sopra di noi le montagne si fondono con una densa
nuvolaglia.
Le creste della montagna sono tra 1.000 e i 1.300 metri. È più facile dopo
essere stati più volte in ogni valle, sapere quali valli hanno una uscita e dietro
a quale montagna è possibile uscire in aperta campagna. Tutto questo per
esser pronti in caso di maltempo e con nuvole basse.
Quando compiamo attacchi a bassa quota su alcune strade nella valle,
occasionalmente, le difese ci sparano addosso dall’alto, perché i versanti delle
montagne su entrambi i lati sono occupati da Ivan. Le nostre truppe di
montagna, numericamente deboli, stanno combattendo ostinatamente contro a
un nemico di gran lunga superiore, che si trova in una posizione montana
fortificata. Siamo in stretto contatto con le forze di terra e facciamo del nostro
meglio per rispondere alle loro richieste d’attacco e supporto. Le battaglie
nelle foreste montane sono particolarmente difficili: è come combattere a
occhi bendati. Se il nostro comandante ci dà il permesso di attaccare una certa
fascia di foresta, eseguiamo le sue istruzioni anche quando non siamo in
grado di vederli chiaramente. È in queste occasioni che l’esercito loda la
nostra utilità e l’efficacia del nostro attacco.
Il Geimamberg e le alture vicine vengono tenute da noi tedeschi. Con aspri
combattimenti stiamo avanzando verso sud-ovest. Meno di diciannove
chilometri separano i nostri camerati da Tuapse. Ma le vittime dei
combattimenti in montagna son troppo numerose e non ci sono praticamente
riserve disponibili. L’assalto al passo Goitsch viene quindi abbandonato e il
successo finale ci viene negato.
C’è una battaglia in corso per la stazione ferroviaria di Goitsch. Un treno
corazzato sovietico lancia granate sulla nostra sottile linea d’attacco. Questo
treno corazzato è astuto. Vomita il suo fuoco e poi, come un drago, si ritira
nella propria tana. La tana di questo drago è una galleria di montagna nei
pressi di Tuapse. Se ci si alza in volo, lui torna indietro come un fulmine
vedendoci arrivare e si ficca nel rifugio del tunnel, dal quale s’intravede solo
la sua coda. Una volta quasi lo peschiamo sonnecchiante. Ci eravamo
avvicinati in punta di piedi, ma all’ultimo minuto deve aver ricevuto un
avvertimento. Viene colpito, ma il danno non è grave; un paio di giorni dopo
è stata riparata e ricompare. Ma ora questo mostro d’acciaio è estremamente
cauto; non lo vediamo quasi più. Poi prendiamo la seguente decisione: se non
riusciamo ad avvicinarci a questo treno corazzato, faremo del suo
nascondiglio la sua tomba! Bloccheremo l’uscita del tunnel con una bomba
speciale, impedendo così al treno corazzato di fare escursioni e regalando ai
nostri camerati a terra, almeno per un certo periodo, un necessario sollievo.
“Dare e prendere è l’intera filosofia di vita”, dice il mio mitragliere
posteriore, con un sorriso.
Attacchiamo anche il porto di Tuapse, che, come tutti i porti, è fortemente
difeso dalla contraerea. La città e il porto stesso, dietro la catena montuosa,
sono ancora in mano sovietica. Se saliamo a un’altitudine di 2500 metri la
flak comincia a sparare molto prima di avvicinarci all’obiettivo. Le armi della
contraerea sono posizionate sulle montagne e ci sparano durante gli ultimi
chilometri del nostro approccio. Per evitare la contraerea voliamo ad
un’altitudine di soli 700 metri, perché le creste delle montagne salgono
perpendicolarmente dal mare ad un’altezza di 1.500 metri. I nostri attacchi
sono diretti contro i cantieri portuali, le installazioni e le navi che stanno
ancorate nel porto, principalmente le petroliere. Generalmente tutto ciò che è
mobile inizia a girare in tondo, al fine di evitare le nostre bombe. Se non lo
erano già, i miei equipaggi sono ora piloti operativi a pieno titolo. La
contraerea che sovrasta il porto non è affatto paragonabile alla difesa di
Kronstadt, ma è comunque impressionante per la sua pesantezza. Non è
possibile volare direttamente sopra alle montagne perché sono troppo alte. Di
solito c’immergiamo molto in basso verso il porto e poi a picco verso il mare
dalla nostra massima altitudine, e quindi ci poniamo velocemente fuori dalla
portata delle loro difese. In mare, tuttavia, ci aspettano gli aerei da caccia
sovietici. Ora dobbiamo salire fino a ben 2800 metri per tornare a casa con un
margine di almeno 800 metri sopra la contraerea di montagna, perché in una
battaglia aerea è facile perdere quota.
Le condizioni in cui si attacca sono più o meno le stesse dell’area di
Gelendshik dove occasionalmente si partecipa anche ad attacchi contro
aeroporti o bersagli navali nell’omonima baia. I sovietici hanno presto
localizzato la nostra stazione a Beloret-Schenskaja; all’inizio la bombardano
giorno e notte. Nonostante i danni materiali siano poca cosa, infliggono
comunque un duro colpo al comando operativo di cui siamo ospiti. Il loro
comandante di squadrone, Orthofer, viene ucciso in una di queste incursioni.
Io scelgo proprio questo momento per atterrare e rullare; le bombe cadono a
destra e sinistra. Il mio aereo viene colpito da molte schegge e diventa
inutilizzabile, ma ne esco sano e salvo.
Il Generale Pflugbeil, che qui ha il comando di tutte le formazioni della
Luftwaffe, è spesso presente alla nostra partenza. Ci porta la notizia che ci
sposteremo più a est, in un aeroporto vicino a Terek. Qui è in corso un’altra
offensiva e noi dobbiamo sostenerla. È rivolta nella direzione di Grossny –
sul Mar Caspio. Nel momento dell’azione avviene che la nostra avanguardia
di carri ha raggiunto un punto appena prima di Okshokodnice. Sopra
Georgiewski - Piatigorsk e Mineralnya Wody, dove si può fare a meno di
guardare verso il basso le vaste e magnifiche montagne del Elbruz, voliamo
alla nostra nuova base a Soldatskaja. Facciamo un breve atterraggio a metà
strada, a Mineralnya Wody e ci concediamo un riposo.
Qui c’è una vera e propria piaga di topi. Sotto alle tavole del pavimento,
negli armadi e nelle fessure, in ogni stiva e in ogni cantuccio, topi! Saltano
fuori dai nostri rifugi, mangiano tutto. È impossibile dormire, si sentono
frusciare anche sotto ai cuscini. Apro tutto per spaventarli. Poi c’è qualche
minuto di silenzio, ma immediatamente il rumore ricomincia ad essere forte
come prima. A Soldatskaja siamo liberati da questa piaga dei topi.
Probabilmente le bombe di Ivan che cadono continuamente li hanno
spaventati. Abbiamo poca contraerea. Ora non operiamo, come era stato
originariamente previsto, a sostegno delle punte avanzate dei carri armati,
verso est, ma la nostra prima missione si rivolge a sud.
Qualche giorno dopo, Naltschik viene catturata dalle truppe tedesche e
rumene. Il panorama mentre ci avviciniamo al nostro obiettivo a sud è
meraviglioso. Davanti a noi le cime innevate di una catena alta 5.000 metri,
cime scintillanti al sole, in tutti i colori immaginabili, sotto di noi prati verdi
punteggiati di giallo, rosso e blu. Queste macchie sono piante e fiori. Sopra di
noi un cielo blu brillante. Quando mi avvicino al bersaglio, spesso dimentico
completamente le bombe che porto verso l’obiettivo. Tutto ciò fa
un’impressione rilassante, di pace e bellezza. Il mondo montano di cui
l’Elbruz è il centro ha un effetto potente e prepotente; in questa o quella valle
si possono facilmente scoprire degli angoli simili a quelle delle nostre Alpi.
Dopo la cattura di Naltschik facciamo un paio di sortite più a est, verso il
fronte Terek, oltre Mosdok. Poi, inaspettatamente, arriva la ritirata a
Beloretschenskaja nella zona di battaglia di Tuapse, dove sono ancora in
corso aspri combattimenti per le vecchie aree chiave. La lotta prosegue a
novembre. Volo per la mia 650a missione operativa e da qualche settimana
non mi sento troppo in forma. Itterizia! L’ho indovinato da tempo, ma spero
che passerà e che non sarò messo fuori combattimento a causa di questo. Il
bianco dei miei occhi s’è fatto giallo, la mia pelle è dello stesso colore. Nego
sempre che qualcosa non va a chiunque mi chieda, specialmente al generale
Pflugbeil che da un po’ di tempo cerca di ordinarmi di andare a letto. Le
persone malintenzionate dicono che ho mangiato troppa panna montata.
Forse c’è un po’ di verità in questo.
Il generale aveva portato con sé una cassa di champagne per festeggiare il
mio 600° volo operativo ed è rimasto molto stupito quando gli avevo detto
che ero sicuro che il mio corpo di volo avrebbe apprezzato il suo dono e gli
ho spiegato che la mia particolare debolezza stava in un’altra direzione. Pochi
giorni dopo arrivarono parecchi dolci di grandi dimensioni con due secchi
pieni di panna montata, un problema non troppo difficile da risolvere visto il
numero di vacche presenti da quelle parti. Per due giorni abbiamo
praticamente mangiato solo questi dolci; il giorno dopo quasi un solo
equipaggio era in grado di volare, a causa della diarrea.
Ora che sono giallo come una mela cotogna, arriva un Messerschmitt 108
con gli ordini del generale che devo essere preso, con la forza se necessario, e
portato in ospedale a Rostow. Riesco a convincerlo a lasciarmi fermare per
presentarmi alla mia squadriglia di Karpowa vicino a Stalingrado. Ci
dirigiamo verso nord su Elistra. Muovo immediatamente cielo e terra per
stare con i miei ragazzi e passare il comando a un altro. Ma non funziona, il
comandante mi promette di darmi la prima squadriglia, quella con cui avevo
iniziato la Campagna di Russia.
“Ma prima in ospedale!”
A metà novembre mi trovo rinchiuso in ospedale a Rostow.
7
Stalingrado
Questo star sdraiato in ospedale mi dà sui nervi. Sono stato ricoverato qui
per quasi una settimana, ma non vedo alcun miglioramento nelle mie
condizioni, tranne che non sto esattamente riprendendo le forze con la dieta
rigorosa e il confinamento a letto ai quali non sono abituato. Non posso
aspettarmi una visita da parte dei miei colleghi; ci vorrebbe troppo tempo per
arrivare. Anche se siamo vicini al mare sta già diventando freddo, posso dirlo
per la brezza che attraversa le finestre che sono rivestite con pochi vetri e
molti coperchi di casse d’imballaggio.
Il medico responsabile del mio caso è un ufficiale eccellente, ma ha perso la
pazienza con me, e così il mio diventa un “caso.” Il giorno in cui entra nella
mia stanza e m’informa, incautamente: “C’è un treno ambulanza che parte
per la Germania dopodomani; io vi sto preparando i documenti per andarci.”
“No, lei non farà nulla di simile!”
“Ma dovete semplicemente tornare a casa per ricevere delle cure. A che
cosa state pensando?”
La sua ira professionale è stata risvegliata.
“Ma non posso essere allontanato dal campo per una malattia così ridicola.
Questo è un ospedale molto bello, ma ne ho avuto abbastanza di star sdraiato
a letto.”
Al fine di non lasciare dubbi nella sua mente che intendo ciò che dico,
aggiungo: “Devo tornare subito al mio squadriglia.”
Ora il medico è davvero arrabbiato; apre la bocca e poi la chiude di nuovo,
finalmente dà libero sfogo a ciò che pensa, protestando con veemenza:
“Non m’assumo questa responsabilità - capisce, non m’assumo alcuna
responsabilità!” Egli tace per un momento e aggiunge, energicamente
“Inoltre, metterò una nota in tal senso sul vostro foglio di dimissione.”
Preparo le mie cose. Ricevo il mio foglio di via dall’ufficio ed esco per
raggiungere l’aeroporto. Qui lavora un montatore che ha spesso revisionato
gli aerei della mia squadriglia. Basta avere un po’ di fortuna. Un aereo è
appena uscito, in quel momento, dall’officina di riparazione; capita così che
debba essere portato fino alla squadriglia di Karpowo, a 15 chilometri da
Stalingrado. Non posso dire di sentirmi molto forte e in forma, ciondolo
come se stessi camminando nel sonno. Non attribuisco questo stato alla mia
malattia quanto all’improvvisa aria fresca.
Esattamente due ore dopo sono sull’aeroporto di Karpowo, dopo aver
passato Tazinskaja - Surwikino e infine Kalatsh sul Don. La pista è piena di
aerei, per lo più Stuka della nostra divisione e quelli di una vicina squadriglia.
L’aeroporto in sé non offre alcuna possibilità di mimetismo, ma si trova
proprio in aperta campagna. Sta appoggiato dolcemente su un declivio.
Dopo l’atterraggio cerco le indicazioni. L’orientamento preciso all’interno
dell’unità è sempre stata una delle nostre abitudini peculiari. Anche se niente
o poco altro indica la nostra presenza, i cartelli sono sicuramente presenti.
Così scopro molto presto la posizione della squadriglia. È proprio al centro
dell’aeroporto, in un buco nel terreno, descritto in gergo militare come un
bunker. Devo aspettare un po’ prima di potermi presentare al comandante; è
appena uscito per un breve volo operativo con il mio amico Kraus. Quando
entra, mi metto a rapporto per annunziare il mio ritorno; è molto sorpreso di
vedermi tornare così presto: “Lei è uno spettacolo! I suoi occhi e tutto il resto
son gialli come una mela cotogna.”
Non c’è niente che mi possa cavare da questo impiccio, senza una
innocente bugia, quindi rispondo, sfacciatamente: “Sono qui solo perché sono
stato dichiarato in forma e abile.” Funziona. Il comandante guarda il suo
aiutante e dice con uno scuotimento della testa: “Se lei è in forma, allora
capisco più io di itterizia che tutti gli altri medici messi insieme. Dove stanno
i suoi documenti medici?” Una bella domanda. Sull’aeroporto di Rostow
avevo avuto un disperato bisogno di un po’ di carta e aveva utilizzato il
certificato del mio medico, tanto astutamente formulato, per un uso intimo.
Devo pensare in fretta e rispondere con lo stesso tono di voce: “Penso che i
documenti medici mi verranno inviati tramite un corriere.”
Conformemente alla promessa fattami dieci giorni prima, prendo il
comando della mia vecchia compagnia. Abbiamo poche missioni operative;
vado fuori solo una volta su un porto del Volga, nei pressi di Astrachan. Il
nostro compito principale è quello di sferrare attacchi all’interno della città di
Stalingrado. I sovietici la stanno difendendo come una fortezza e il mio
comandante di squadriglia mi dà le ultime notizie. Il personale di terra non è
cambiato praticamente per nulla. Dall’armaiolo Götz, al tecnico anziano
Pissarek, tutti sono ancora lì. Il personale di volo presenta necessariamente
un’immagine diversa a causa dei caduti e dei feriti, ma i nuovi equipaggi che
ho addestrato sono stati tutti assegnati alla squadriglia di riserva. Soggiorno,
uffici, ecc., sono tutti sotterranei. In pochissimo tempo ho rimesso i miei
piedi a terra e mi sento a casa.
Il giorno dopo sorvoliamo Stalingrado per un’incursione, circa due terzi
della città è in mano tedesca. È vero che i sovietici detengono solo un terzo,
ma questo terzo vien difeso con un fanatismo quasi-religioso. Stalingrado è la
città di Stalin e Stalin è il dio di questi giovani Kirghisi, Uzbeki, Tartari,
Turkomanni e altri mongoli. Sono attaccati come folli a ogni gruppo di
macerie, si nascondono dietro ogni residuo di muro. Per Stalin si trasformano
in una sorta di belve da guardia che respirano il fuoco, e quando tali bestie
vacillano, colpi di rivoltella ben mirati dai loro commissari politici li
inchiodano, in un modo o nell’altro, alla terra che stanno difendendo. Questi
aderenti asiatici del comunismo integrale, e i commissari politici che stanno
alle loro spalle, sono destinati a costringere la Germania, e il mondo intero
con lei, ad abbandonare la comoda ideologia che il comunismo sia un credo
politico come tanti altri. Invece, essi devono dimostrare, prima a noi, e poi a
tutte le altre nazioni, di essere discepoli di un nuovo vangelo. E così
Stalingrado diventerà la Betlemme del nostro secolo. Ma una Betlemme di
guerra e di odio, di annientamento e di distruzione.
Questo è il pensiero che occupa la nostra mente mentre cerchiamo,
incursione dopo incursione, di abbattere quella fortezza rossa. La parte della
città tenuta dai sovietici confina immediatamente con la riva occidentale del
Volga, e ogni notte i russi trascinano tutto il necessario per i soldati rossi,
attraverso il Volga. L’aspra lotta infuria per un blocco di case, per una
singola cantina, per un muro di una fabbrica. Dobbiamo sganciare le nostre
bombe con estrema precisione, perché i nostri soldati sono a pochi metri di
distanza in un’altra cantina o dietro ai detriti d’un altro muro.
Sulle nostre foto della città ogni casa è distinguibile. Ad ogni pilota viene
dato il suo obiettivo precisamente, contrassegnato con una freccia rossa.
Voliamo, mappa in mano, ed è vietato sganciare una bomba prima di essersi
assicurati del bersaglio e dell’esatta posizione delle nostre truppe. Sorvolando
la parte occidentale della città molto dietro al fronte, si è colpiti in modo
particolare dalla quiete prevalente lì e dal traffico, quasi normale. Tutti,
compresi i civili, svolgono la loro attività come se la città fosse molto indietro
rispetto al fronte. Tutta la parte occidentale è ormai nelle nostre mani, solo il
piccolo quartiere orientale della città, verso il Volga, contiene questi nidi di
resistenza russi ed è teatro dei nostri assalti più furiosi.

Spesso la contraerea russa tace nel pomeriggio, presumibilmente perché a


quel punto ha esaurito le munizioni portate attraverso il fiume la notte prima.
Sull’altra sponda del Volga gli Ivan decollano da alcuni campi d’aviazione e
cercano d’ostacolare i nostri attacchi alla parte russa di Stalingrado.
Raramente spingono l’inseguimento al di sopra delle nostre posizioni e,
generalmente, tornano indietro non appena non hanno più le proprie truppe di
sotto.
Il nostro aeroporto si trova vicino alla città, e quando si vola in formazione
dobbiamo fare un circolo una o due volte per guadagnare una certa altezza.
Questo è sufficiente per l’intelligence aerea sovietica per avvertire la propria
contraerea. Dal modo in cui stanno andando le cose non mi piace affatto
l’idea di stare lontano dalla mia pattuglia per un’ora; c’è una posta troppo alta
in gioco, lo sento istintivamente. Questa volta sono fisicamente piegato e sul
punto di mollare, ma darmi malato ora significa la perdita del mio comando,
e questa paura mi dà ulteriore forza.
Dopo una quindicina di giorni in cui mi sento più come se fossi nell’Ade
che sulla terra, gradualmente recupero le mie forze. Nel frattempo, si vola per
sortite nel settore settentrionale, a nord della città, dove il fronte s’unisce al
Don. Certe volte attacchiamo dei bersagli vicino a Beketowa. Qui, in
particolare, la contraerea è straordinariamente pesante e le sortite difficili.
Secondo le dichiarazioni rese dai russi che abbiamo catturato, le armi della
contraerea sono servite esclusivamente da donne. Quando la missione del
giorno ci porta là sopra, i nostri equipaggi dicono sempre: “Oggi abbiamo un
appuntamento con le ragazze della flak.” Questo non è affatto dispregiativo,
perché tutti noi che siamo già stati lì sopra e sappiamo con quanta precisione
sparino.
Ad intervalli regolari si attaccano i ponti a nord, sul Don. Il più grande di
questi è vicino al villaggio di Kletskaja e questa testa di ponte sulla riva
occidentale del Don viene più fortemente difesa dalla flak. I prigionieri ci
dicono che qui si trova il quartier generale. La testa di ponte è costantemente
in fase di estensione e, ogni giorno, i sovietici impiegano più uomini e
materiali. La nostra distruzione di questi ponti ritarda questi rinforzi, ma loro
sono in grado di sostituirli relativamente rapidamente con dei pontili, in
modo che il traffico attraverso il fiume vien presto completamente
ripristinato. Qui sul Don la linea è principalmente tenuta da unità rumena. La
sesta armata tedesca si trova isolata nell’attuale area della battaglia di
Stalingrado.
Una mattina, dopo aver ricevuto un rapporto urgente, la nostra squadriglia
decolla in direzione della testa di ponte a Kletskaja. Il tempo è brutto, basse
nuvole diffuse, una leggera caduta di neve, la temperatura probabilmente va a
20 gradi sotto zero. Noi voliamo basso. Quali sono le truppe che si rivolgono
a noi? Non siamo andati oltre la metà. Masse in uniforme marrone - sono
russi? No, sono rumeni. Alcuni di loro stanno addirittura gettando via i fucili,
per essere in grado di correre più veloci: uno spettacolo scioccante, dobbiamo
prepararci al peggio. Voliamo per la lunghezza della colonna, verso nord, ora
abbiamo raggiunto le postazioni d’artiglieria dei nostri alleati. I cannoni sono
stati abbandonati, non distrutti. Le loro munizioni si trovano lì, accanto ai
pezzi. Abbiamo superato una breve distanza prima di vedere le prime truppe
sovietiche.
Troviamo deserte tutte le posizioni rumene di fronte a noi. Attacchiamo con
bombe e con le mitragliatrici - ma a che serve, quanto non c’è resistenza sul
terreno? Siamo colti da una furia cieca - orribili premonizioni sorgono nella
nostra mente: come si può scongiurare questa catastrofe? Senza sosta sgancio
le mie bombe sul nemico e spruzzo pallottole con le mitragliatrici in quelle
onde montanti, giallo-verdi, di truppe in arrivo che s’innalzano contro di noi
dall’Asia e dall’entroterra mongolo. Non ho più un proiettile, nemmeno per
proteggermi nell’eventualità d’un caccia che ci attacchi. Ora, rapidamente,
torno al rifornimento di carburante. Con queste orde i nostri attacchi sono
solo una goccia nel mare, ma sono riluttante a pensarci adesso.
Nel volo di ritorno osserviamo ancora una volta i rumeni in fuga; per loro è
positivo che io abbia esaurito le munizioni, perché avrei tentato di fermare
questa loro vigliaccheria. Hanno abbandonato tutto, le loro posizioni
facilmente difendibili, le loro artiglierie pesanti, le loro cassette di munizioni.
La loro vigliaccheria causerà sicuramente una disfatta lungo tutto il fronte.
Nulla s’oppone all’avanzata sovietica verso Kalatsch. E con Kalatsch in
mano ora chiudono un semicerchio intorno alla nostra metà di Stalingrado.
All’interno della zona attuale della città si trova la nostra 6a Armata. Sotto
una grandine di fuoco d’artiglieria concentrato vediamo le onde d’assalto
rosso salire incessantemente contro di loro. La 6a Armata è “dissanguata”,
combatte con il dorso a un muro che, lentamente, si sgretola: tuttavia
combatte e arretra. Il fronte di Stalingrado si snoda lungo un altopiano di
laghi da nord a sud e poi s’unisce alla steppa. Non c’è isola in questo oceano
di pianure per centinaia di chilometri sino alla città di Elistra. La parte
anteriore curva a est, passando davanti a Elistra.
Una divisione motorizzata di fanteria tedesca basata in città controlla la
grande estensione di steppa. I nostri alleati hanno anche il controllo fra questa
divisione e la sesta armata di Stalingrado. L’esercito rosso sospetta la nostra
debolezza in questo punto, soprattutto nel settore settentrionale del distretto
dei laghi, i sovietici sfondano verso ovest. Stanno cercando di raggiungere il
Don! Un altro paio di giorni e i russi saranno sul fiume.
Poi una spinta dei rossi forza un cuneo nelle nostre linee, a nord-ovest.
Stanno cercando di raggiungere il Kalatsch. Questo è un chiaro esempio
dell’imminente sventura della 6a Armata. Le due forze d’attacco russe si
uniscono a Kalatsch e poi si chiude il cerchio intorno a Stalingrado. Tutto
accade con velocità conturbante, molte delle nostre riserve sono sopraffatte
dai russi e intrappolate dal loro movimento di pinza. In questa fase si
susseguono atti di anonimo eroismo. Nessuna unità tedesca s’arrende fino a
quando non ha sparato il suo ultimo colpo di pistola, lanciato la sua ultima
bomba a mano, senza continuare i combattimenti fino alla fine.
Ora voliamo in tutte le direzioni, ovunque la situazione sembri più
minacciosa. La pressione sovietica sulla 6a Armata vien mantenuta, ma il
soldato tedesco resta fermo. Ovunque una penetrazione abbia successo,
questa viene sigillata e il nemico nuovamente respinto da un nostro
contrattacco. I nostri camerati fanno l’impossibile per arginare la marea;
tengono il terreno, sapendo che la loro ritirata sarebbe impossibile, perché
viltà e tradimento sono venuti in aiuto dell’Armata Rossa. Il nostro aeroporto
è ora frequentemente l’obiettivo di attacchi dell’aviazione sovietica in
incursioni a bassa e alta quota. In proporzione ai grandi sforzi, i danni che
subiamo sono minimi. Solo ora stiamo restando così a corto di bombe,
munizioni e benzina che non sembra più prudente lasciare tutti gli squadroni
indietro. Così tutto lo stormo viene allontanato in due o tre distaccamenti e in
seguito nessun supporto dall’aria sarà possibile da questo aeroporto. Una
pattuglia speciale guidata da Jungklausen rimane indietro per dare un
supporto ininterrotto alla già duramente provata 6a Armata fino a quando sarà
ancora in grado di decollare. Tutto il resto del nostro personale di volo si
sposta di nuovo a Oblivskaja, poco più di 150 chilometri a ovest di
Stalingrado.
Delle forze tedesche abbastanza forti ora iniziano un attacco nella zona di
Salsk, in collaborazione con due divisioni corazzate appena arrivate. Queste
divisioni sono fresche e sappiamo che si tratta di truppe d’élite,
completamente rinnovate. L’attacco è una spinta da sud-ovest in direzione
nord-est con l’obiettivo finale di ristabilire le comunicazioni interrotte con
Stalingrado e quindi alleviare la pressione sulla 6a Armata. Noi sosteniamo
questa operazione ogni giorno, dall’alba al tramonto. Devono aver successo
se si vogliono liberare le divisioni circondate. Progrediscono rapidamente.
Presto i nostri camerati hanno passato Abganerowo, a soli 24 chilometri a sud
della sacca. Dopo duri combattimenti ci hanno fatto guadagnare quasi 60
chilometri.
Nonostante l’irrigidimento dell’opposizione, stiamo ancora progredendo
costantemente. Se ora fosse possibile per la 6a Armata esercitare pressione
dall’interno sul bordo sud della tasca, l’operazione potrebbe essere accelerata
e semplificata, ma difficilmente sarebbero in grado di farlo, anche se l’ordine
venisse dato. La 6a Armata da tempo soccombe all’esaurimento fisico; solo
una determinazione ferrea la fa andare avanti. La debilitazione dell’esercito
circondato è stata aggravata dalla mancanza delle più elementari necessità.
Ora sono senza cibo, senza munizioni e senza benzina. La temperatura,
oscilla generalmente fra i 20 e i 30 gradi sotto zero; è paralizzante. La
possibilità che rompano l’anello che li contiene dipende dalla esecuzione del
piano di far arrivare i rifornimenti minimi indispensabili per via aerea. Ma il
dio del tempo è apparentemente dalla parte del nemico. Un prolungato
periodo di maltempo c’impedisce di volare con rifornimenti adeguati. Nelle
precedenti battaglie, in Russia, queste operazioni hanno avuto un successo
così costante che si è sempre potuto liberare la sacca. Ma questa volta solo
una frazione delle forniture necessarie possono raggiungere la destinazione.
Più tardi, sorgono nuove difficoltà di atterraggio e siamo costretti a fare
affidamento su gocce di forniture. Nonostante ciò, voliamo con i rifornimenti
nelle tempeste di neve più fitte ma, in queste condizioni, parte del prezioso
carico cade sulle linee sovietiche.
Un’altra calamità arriva con la notizia che i sovietici hanno aperto
un’enorme breccia nel settore della prima linea detenuta dai nostri alleati del
sud5. Se la breccia non è presto chiusa potrà portare al disastro tutto il fronte
meridionale. Non vi sono riserve disponibili. La fessura deve essere chiusa
ermeticamente. Il gruppo d’assalto destinato a soccorrere Stalingrado dal Sud
è l’unico disponibile. Gli elementi più efficaci vengono estratti da questo e
spediti nella nuova zona di pericolo. Ogni giorno abbiamo sorvolato le
avanguardie dell’attacco tedesco e conosciamo la forza dell’opposizione.
Sappiamo anche che queste divisioni tedesche sarebbero arrivate nella sacca e
avrebbero liberato l’esercito che vi era circondato.
Poiché ora sono costretti a dividere il loro potenziale, hanno perso la loro
forza d’impeto. Troppo tardi per liberare la 6a Armata, e il suo tragico
destino è segnato. La decisione di non lasciare che il gruppo d’assalto,
fortemente concentrato, continuasse la propria avanzata su Stalingrado, deve
essere stato un colpo terribile, il debole residuo di quelle forze non poteva più
farlo da solo.
In due punti decisivi i nostri alleati hanno ceduto alla pressione sovietica.
Senza che il soldato tedesco ne avesse colpa, abbiamo perso la 6a Armata, e
con essa Stalingrado, e con Stalingrado la possibilità di eliminare il vero e
proprio centro dinamico per gli eserciti rossi.

5. Allude agli italiani, ma come risulta dai documenti, in questa zona dovevano essere dislocate sette
divisioni italiane e due tedesche, in prima linea, con due divisioni tedesche e due italiane di rincalzo,
ma tre divisioni tedesche furono spostate sul fronte rumeno, alla destra di quello italiano. Gli italiani
chiesero ripetutamente dei rinforzi, che i tedeschi promisero di mandare ma che non arrivarono mai.
Agli italiani mancava soprattutto benzina e dovevano tenere un fronte troppo ampio. La perdita della VI
Armata tedesca è dovuta al grave errore di valutazione fatto dal comando tedesco che non disponeva di
truppe e di mezzi sufficienti per quel compito. [N.d.T.]
8
Ritirata
Jungklausen ha appena imbarcato le ultime casse di bombe e gli ultimi
bidoni di benzina ed è tornato con la squadriglia. Ha svolto un lavoro
eccellente in circostanze difficili, ma anche qui a Oblivskaja le condizioni in
cui ci troviamo sono tutt’altro che tranquille. Una mattina udiamo del fuoco
di fucileria sul lato estremo dell’aeroporto. Come scopriremo in seguito, il
personale di terra di un’altra unità è impegnato in una battaglia contro truppe
sovietiche. La sentinella dà l’allarme sparando una serie di razzi rossi Verey.
Decollo subito con la squadriglia e vicino all’aeroporto vedo dei cavalli, con i
loro cavalieri smontati accanto a loro, tutti Ivan. A nord, un numero
incalcolabile di cavalli, uomini e materiale. Salgo, conosco le condizioni
delle nostre difese e voglio fare un primo bilancio della situazione generale.
Non mi ci vuole molto: una divisione di cavalleria russa sta avanzando e non
c’è nessuno che possa fermarla. A nord non esiste ancora un fronte unito,
cosicché i sovietici si sono infiltrati, inosservati, attraverso una nuova
breccia. La loro forza principale è a tre o quattro chilometri di distanza dal
nostro aeroporto, con la sua punta più avanzata alla sua periferia. Non ci sono
forze di terra in quest’area; questa è quindi l’emergenza più grave. La prima
cosa che facciamo è distruggere le loro artiglierie con bombe e fuoco di
cannone, prima che possano prendere posizione; poi attacchiamo gli altri
componenti della colonna. Un’unità di cavalleria smontata è immobilizzata e
perde la sua efficacia di combattimento. Pertanto, non abbiamo altra scelta
che abbattere tutti i loro cavalli. Senza intervallo, decolliamo e atterriamo,
siamo tutti divorati da una frenesia febbrile. Se non riusciremo a spazzarli via
tutti prima del tramonto, il nostro aeroporto sarà minacciato con le tenebre.
Nel pomeriggio vediamo alcuni carri armati sovietici. Stanno rullando a
velocità massima nella direzione dell’aeroporto. Dobbiamo distruggerli,
altrimenti saremo irrimediabilmente perduti. Ci muoviamo con le bombe. Ma
questi manovrano per evitarle. L’assoluta urgenza dell’autodifesa ci dà una
precisione che non avevamo mai avuto prima. Dopo l’attacco saliamo e
torniamo all’aeroporto per la via più breve, soddisfatti del buon lavoro svolto
e del successo delle nostre misure difensive. Improvvisamente vedo un carro
davanti a me, proprio sul bordo della pista... questo è sicuramente
impossibile! L’ultimo carro armato sovietico ci è sfuggito ed è intenzionato a
portare a termine il proprio compito. Da solo può sparare a tutto sul nostro
aeroporto, mettendolo a ferro e fuoco. Così mi tuffo, e la bomba ben mirata
colpisce il carro a pochi metri dalla pista.
La sera volo per la mia diciassettesima incursione e do un’occhiata al
campo di battaglia. È tranquillo, tutto è stato spazzato via. Sicuramente
questa sera dormiremo indisturbati. Durante le ultime sortite, la nostra flak
sull’aeroporto ha lasciato le proprie posizioni e sta formando una sorta di
schermo protettivo nel punto più avanzato, nel caso in cui a uno degli Ivan
sopravvissuti venga in mente di passare per la direzione sbagliata durante la
notte. Personalmente, lo ritengo improbabile. I pochi che sono fuggiti sono
forse più inclini a far rapporto al quartier generale, informandoli che la loro
unità di cavalleria non tornerà e deve essere cancellata dai piani.
Poco prima di Natale siamo a Morosowskaja, un po’ più a ovest. Qui
succede la stessa cosa. Ivan è in agguato a pochi chilometri dall’aeroporto di
Urjupin. Il tempo ostacola ogni nostro decollo. Non vogliamo essere sorpresi
durante la notte senza la prospettiva di alcun mezzo pronto per colpire
dall’aria. Il 24 dicembre, in ogni caso, ci ritireremo in un altro aeroporto nel
sud-est del paese. Il maltempo continuo ci costringe a tornare indietro durante
il volo e a passare il Natale come meglio possiamo a Morosowskaja.
La vigilia di Natale siamo tutti consapevoli che le nostre sentinelle possono
suonare l’allarme in qualsiasi momento. In tal caso dovremo difendere
l’aeroporto con tutti i nostri aerei. Nessuno si sente molto a proprio agio,
questo è più evidente in alcuni che in altri. Anche se cantiamo gli inni
natalizi, la genuina atmosfera natalizia ci elude. Pissarek ne ha bevuti molti.
Prende Jungklausen in un abbraccio simile a quello di un orso e lo fa girare
per la stanza. La vista della signora astemia che balla un valzer con un orso,
aiuta a creare allegria. Diverte gli uomini e dissipa tutti i nostri pensieri cupi e
rompe il ghiaccio della preoccupazione. Accada quel che deve accadere,
siamo tutti consapevoli del nostro senso di cameratismo. Il giorno seguente
apprendiamo che alla vigilia di Natale i sovietici hanno passato il vicino
aeroporto di Tazinskaja, 45 chilometri a ovest, dove è di stanza una
squadriglia dei trasporti del nostro comando. I sovietici si sono comportati in
modo sconvolgente; i cadaveri di alcuni dei nostri colleghi sono stati
completamente mutilati, con gli occhi cavati e le orecchie e i nasi tagliati.
Ora abbiamo una chiara dimostrazione della piena portata della disfatta di
Stalingrado. Durante la settimana di Natale siamo impegnati con le forze a
nord di Tazinskaja e vicino al nostro aeroporto. Le unità della Luftwaffe
gradualmente vengono spostate avanti dalle retrovie e si ricostruiscono nuove
unità prendendole dalla riserva. In questo modo si ricostruisce un leggero
schermo di combattenti che protegge i nostri campi d’aviazione. Gli ottimisti
possono definirlo un fronte, ma non possiede una vera forza, fin quando non
sarà possibile rimettere in posizione delle divisioni addestrate che possano
recuperare la situazione, della quale noi non siamo i responsabili. Ma fino a
quando questo non accadrà, il gioco sarà duro e ci sarà molto bisogno
d’improvvisazione. A causa della nuova situazione, non siamo più in grado di
continuare a sostenere il fronte di Tschir, lungo l’omonimo fiume, nelle zone
di Nishtschirskaja e Surwikino.
Questo fronte è la prima barriera nuovamente creata in direzione est-ovest
contro il nemico che attacca da nord. Il paese è perfettamente pianeggiante e
il terreno non offre alcun tipo di ostacolo nel percorso. Tutto è steppa a
perdita d’occhio. L’unica copertura possibile è nei cosiddetti balkas, ovvero
delle fessure nella superficie della terra, o gole, il cui fondo si trova a circa 30
metri sotto la pianura circostante. Sono relativamente larghe, in modo che i
veicoli possano essere parcheggiati al loro interno, non solo uno dietro l’altro,
ma anche uno accanto all’altro.
L’intero Paese s’estende in questo modo per molte centinaia di chilometri,
da Rostow a Stalingrado. Se il nemico non viene affrontato durante la marcia,
lo si trova sempre in questi nascondigli.
Nella bella stagione, con il freddo, c’è molta nebbia nelle prime ore del
mattino, che spesso non si alza fino a quando non siamo già in aria. Durante
un volo, verso il fronte di Tschir, abbiamo appena iniziato il nostro viaggio di
ritorno quando improvvisamente la nebbia s’addensa. Compio
immediatamente un atterraggio con il mio stormo su d’un grande campo. Non
vi sono truppe nostre in vista. Henschel va con alcuni dei mitraglieri in
esplorazione. Tornano dopo tre ore, possono ritrovarci di nuovo solo
gridando durante le ultime centinaia di metri. Faccio fatica a vedere la mia
mano davanti al viso. Poco prima di mezzogiorno la nebbia s’alza un po’, e
un po’ più tardi atterriamo dolcemente sull’aeroporto.
Il mese di gennaio è passato velocemente e abbiamo impiantato il nostro
quartier generale, temporaneamente, a Tazinskaja prima di trasferirci a
Schachty. I combattimenti da qui sono principalmente contro le forze
nemiche che minacciano l’area di Donetz. Per le sortite più a nord la mia
squadriglia usa l’aeroporto di Woroschilowgrad. Non lontano da qui si trova
il Donetz; e si possono contrastare più facilmente eventuali tentativi di
attraversare il fiume. A causa delle continue sortite e delle aspre lotte che
abbiamo sostenuto a Stalingrado, abbiamo pochi aerei che si possano far
alzare in aria ogni giorno. L’intera squadriglia ha per il momento velivoli
sufficienti per formare una pattuglia. Volare in missioni separate è raramente
redditizio, voliamo in formazione, la cui guida di solito viene affidata a me.
L’intero territorio di Donetz è ricco di impianti industriali, soprattutto di
miniere. Se i sovietici si insidiano fra queste fabbriche, sarà difficile buttarli
indietro, qui possono trovare una buona copertura e ben mimetizzarsi. Gli
attacchi a bassa quota tra camini e pozzi minerari hanno generalmente solo un
successo limitato, i piloti devono prestare troppa attenzione all’ambiente
circostante e agli ostacoli da evitare, e non possono concentrarsi
sull’obiettivo.
Uno di questi giorni gli ufficiali Niermann e Kufner festeggiano il loro
compleanno. A nord-ovest di Kamensk cerchiamo il nemico, soprattutto i
carri armati e i singoli aerei che si sono separati un po’ l’uno dall’altro. Sulla
coda dell’aereo di Kufner, con a bordo Niermann, si pone un Lag 5. Li
avverto e Niermann chiede “Dov’è?” Non lo vede perché il Lag si è nascosto
dietro ai suoi piani di coda. Ora ha già aperto il fuoco a distanza ravvicinata.
Io mi ero subito girato indietro, anche se non avevo molte speranze d’arrivare
in tempo per salvarli. Nel giro di poco secondi gli sparo e l’abbatto, prima
che s’accorga di quello che sta succedendo. Dopo questa esperienza
terrificante, Niermann non si vanta più d’essere infallibile nell’individuare
ogni caccia nemico.
Una tale “festa di compleanno” è abbastanza divertente, e molte battute di
servizio vengono scambiate, così che anche in questa occasione lo spirito
resta alto. Abbiamo con noi un ufficiale medico e i nostri aviatori dicono che
non può sopportare il “rumore degli spari”. Nelle prime ore di quella mattina
Jungklausen va al telefono e tira fuori il dottore dal letto. Jungklausen finge
d’essere il suo superiore al battaglione medico: “Deve prepararsi
immediatamente per essere trasportato nella sacca. “
“Me lo ripetete per favore?”
“Dovete prepararvi subito a volare nella sacca di Stalingrado. Bisogna
sostituire un collega lì dentro.”
“Non credo di capire…”
Il medico vive solo al piano inferiore; ci chiediamo se non senta la voce
forte di Jungklausen dalla stanza di sopra. Dev’essere troppo spaventato per
prestare attenzione.
“Ma lei sa che ho un cuore malandato.”
“Questo non è il punto. Deve decollare per la sacca, immediatamente!”
“Ma lo sa che di recente ho avuto un’operazione. Non sarebbe meglio
affidare questo incarico a un altro collega?”
“Lei non può parlare sul serio! Non riesco a immaginare che lei stia
cercando di schivare questa responsabilità. In che maledetto buco siamo
caduti tutti quanti, se non possiamo più nemmeno contare sui nostri medici?”
Ci stiamo sbellicando dalle risate. Il giorno dopo il nostro medico pare
terribilmente turbato, ma si vanta con chiunque lo voglia stare a sentire che
forse sarà trasferito per un incarico altamente rischioso. Qualche giorno dopo
vien messo al corrente dello scherzo e poi vien trasferito. Meglio per noi,
meglio per lui. In questi giorni, per un periodo piuttosto breve usiamo
l’aeroporto di Rowenki e poi ci spostiamo a Gorlowka, non lontano da
Stalino, il centro della regione industriale del Donetz. Forti tempeste di neve
ostacolano la nostra attività di volo: è sempre un’attività lunga e noiosa il
portare tutta la squadriglia in aria. L’ufficiale Schwirblat viene inviato come
sostituto e al suo primo volo operativo deve alzarsi da solo con me nell’area
di Artemowsk. Sono andato un po’ avanti, perché a quanto pare lui ha avuto
difficoltà nel decollo sulla neve. Poi, dopo essere in volo, invece di prendere
una scorciatoia per unirsi a me, segue la mia scia senza chiudere la distanza
su di me. Alcuni Lag russi si divertono con lui e lo usano per la pratica di tiro
al bersaglio. È stupefacente che non venga abbattuto; vola dritto senza
intraprendere alcuna azione difensiva; ovviamente ritiene che quella sia la
cosa giusta da fare. Devo tornare indietro e mettermi dietro di lui, dopodiché i
caccia se ne vanno. Dopo l’atterraggio scopre dei buchi nella sua fusoliera e
nella coda. Mi dice: “La contraerea mi ha pestato per bene; penso sia stata la
contraerea, perché non ho mai visto i caccia!”
Gli dico, con un tocco di sarcasmo: “Devo congratularmi vivamente con lei
per l’eccellenza del suo mitragliere posteriore che presumibilmente era
determinato a non voler vedere nulla - nemmeno quando i Lag lo stavano
usando per le prove di tiro al bersaglio”.
Più tardi, però, Schwirblat si dimostrerà il miglior uomo dello stormo, di
una resistenza esemplare. Tutti nel corpo parlano di lui come la mia ombra,
perché durante le operazioni s’attacca a me come incollato. Inoltre, si unisce
a me in tutte le mie attività sportive con la stessa passione, e non fuma mai né
beve mai. Non passa molto tempo prima che dia prova della sua abilità di
volo. Quasi sempre vola come mio n. 2 e spesso esce anche da solo. Non
possiamo lasciarci andare per un momento perché i sovietici stanno tentando
d’imprimere una spinta a ovest, attraverso la strada che da Konstantinowska
porta a Kramatorskaja in direzione di Slawiansk, verso il nostro nord. In uno
di questi attacchi il mio record di sortite operative raggiunge la soglia di
1000. I miei colleghi si congratulano con me, presentandomi una scopa da
spazzacamino e un maialino. Nonostante ogni resistenza da parte mia, il mio
1001° volo operativo segna anche il termine, per alcuni mesi, del mio
impiego al fronte.
9
Stuka Controcarro
Sono il primo a tornare a casa in licenza, ma sono determinato a volare a
Berlino prima di iniziare, per scoprire cosa intendono fare di me. Mi aspetta
una missione speciale e quindi devo riferire a un dipartimento del Ministero
dell’Aviazione. L’alto numero dei miei voli operativi è l’unica ragione di
tutto questo. Se questo è il genere di cose che mi mette nei guai, dovrei
pensare a un metodo per non fargliele più contare. A Berlino nessuno sa
nulla. Mi dico: “In questo caso posso riprendere subito il mio comando; la
mia divisione aerea deve aver preso un granchio.”
Nei ministeri e nei dipartimenti, tuttavia, gli errori vengono negati in linea
di principio. Dopo molte telefonate, mi viene chiesto di recarmi, alla
scadenza del mio permesso, alla Rechlin, dove si stanno conducendo
esperimenti sull’uso d’armi anticarro piazzate sugli aerei. L’ufficiale del
comando, tenente Steppe, è un mio vecchio conoscente. Successivamente,
quel centro vien spostato a Briansk, al fine di confermare la teoria con la
pratica. Sembra un po’ meglio, ma non si tratta comunque d’un comando
operativo. Mi congratulano per la mia promozione di grado.
Passo la prossima quindicina di giorni a sciare a St. Anton. Qui si svolge un
grande torneo di sci. In qualità di concorrente attivo e ufficiale di grado
superiore, sono allo stesso tempo capitano del team Luftwaffe in
competizione. Ci sono un sacco di pezzi grossi presenti: Jennewein, Pfeifer,
Gabel e Schuler, perché anche loro appartengono alla Luftwaffe. È una
vacanza piacevole e alla fine di quella quindicina di giorni le mie batterie si
sono ricaricate.
Vorrei poter uscire prima da Rechlin. Preferirei andare direttamente a
Briansk. L’unità sperimentale anticarro ha già assemblato degli aerei e vi ha
condotto delle prove preliminari. Abbiamo qui degli Ju. 88 con cannone da
7,5 cm installato sotto al sedile del pilota, e un Ju. 87 Stuka come quello sul
quale ho sempre volato, dotato di un cannone contraereo da 3,7 sotto a ogni
ala. Utilizzano munizioni speciali con un centro di wolframio, che si suppone
penetrare qualsiasi armatura che possa incontrare. Queste ogive esplodono
solo dopo essere penetrate nell’armatura protettiva. Il Ju. 87 che non è troppo
veloce di per sé, diventa ancora più lento e risente sfavorevolmente del carico
dei cannoni che trasporta. La sua manovrabilità è ridotta in modo marcato e la
sua velocità d’atterraggio è notevolmente aumentata. Ma ora la potenza
d’armamento è prioritaria rispetto alle prestazioni di volo.
Gli esperimenti con i Ju 88 armati d’un cannone di grosso calibro vengono
presto abbandonati, poiché le difficoltà che si presentano non promettono
alcun successo, anche un volo operativo intrapreso con il Ju 87 porta solo a
delle perdite. La maggior parte del dipartimento è scettico; ciò che
m’impressiona è la possibilità di poter sparare dall’aria con una precisione di
20-30 cm. Se questo è raggiungibile, si dovrebbe essere in grado di colpire le
parti facilmente vulnerabili del carro, a condizione che si possa farlo entro
una distanza sufficiente - questa è la mia convinzione. Dai modelli visivi
impariamo a riconoscere infallibilmente i vari tipi di carro armato russo e
c’insegnano dove si trovano le sue parti più vulnerabili: il motore, il serbatoio
della benzina, il vano per le munizioni. Il semplice colpire un carro non è
sufficiente per distruggerlo, è necessario colpire un punto particolare (ad
esempio il serbatoio della benzina o delle munizioni) con materiale
incendiario o esplosivo. Passano una quindicina di giorni, poi il ministero
vuole sapere se siamo pronti per un trasferimento immediato in Crimea. I
sovietici stanno esercitando una forte pressione e lì avremo certamente un
campo più ampio e migliore per le prove pratiche delle nostre teorie.
Volare a bassa quota e poi fare fuoco da pochi metri d’altitudine è quasi
impossibile su un fronte munito con forti postazioni di antiaerea; lo sappiamo
perché le perdite sono maggiori dei centri. Potremo usare quest’arma solo
quando il fronte si muoverà, e di conseguenza mancherà la difesa contraerea.
Il tenente Steppe resta a Briansk e ci seguirà più tardi. Volo sopra Konotop
e Nikolajew con tutti i velivoli di servizio, a Kertsch sulla penisola della
Crimea. A Kertsch incontro la mia pattuglia e mi si stringe il cuore nel vedere
di nuovo le vecchie facce e per il momento non potere più essere uno di loro.
Stanno bombardando la testa di ponte di Krymskaja, molto contesa. I
camerati mi dicono che i carri armati sovietici hanno sfondato e stanno
avanzando di circa due chilometri oltre la vecchia linea del fronte. Ciò
significa che dovremo attaccarli mentre sono ancora coperti da una flak
piazzata indietro, sulla loro vecchia linea del fronte.
La flak in quest’area di guerra è concentrata in uno spazio molto ristretto.
Dopo la fine dei combattimenti nei pressi dei campi petroliferi, non lontano
dal mar Caspio, dove si trova il centro petrolifero sovietico, praticamente
tutta la loro artiglieria flak è stata mossa da quelle zone lontane e concentrata
qui. Hanno viaggiato attraverso Mosdok - Piatigorsk - Armawir - Krasnodar.
In uno dei primi giorni dopo il nostro arrivo facciamo già il primo test a sud
di Krymskaja. I carri che hanno sfondato sono situati 800 metri di fronte alla
propria linea principale. Li troviamo subito e siamo impazienti di vedere cosa
si può fare. Sto ancora volando sopra la nostra prima linea quando ricevo un
colpo diretto dalla contraerea. Gli altri aerei non concludono niente di meglio.
Ora, inoltre, i caccia nemici arrivano sulla scena, dei vecchi Spitfire
britannici. È la prima volta che incontro questo tipo di velivolo in Russia.
Uno dei nostri giovani piloti viene abbattuto in un frutteto. Si presenta la
stessa sera con frutta e diarrea.
Dopo questo inizio e gli scarsi risultati del nostro primo test, le prospettive
non sono troppo rosee. Siamo oggetto di commiserazione ovunque ci
troviamo, e i nostri simpatizzanti non prevedono un lungo periodo di vita per
nessuno di noi. Più pesante è la contraerea, più rapida è la mia tattica. È ovvio
che dobbiamo sempre portare bombe per affrontare la difesa nemica. Ma non
possiamo portarle con i nostri aerei che trasportano cannoni, perché il carico
di bombe li rende troppo pesanti. Inoltre, non è più possibile andare in
picchiata con dei cannoni attaccati allo Ju. 87 perché la sollecitazione sugli
aerei e sull’ala son troppo forti. La soluzione pratica è quindi quella di essere
scortati da Stuka normali.
Un nuovo assalto sovietico ci offre l’opportunità d’iniziare sul serio. A
nord-est di Temjruk i sovietici stanno cercando di aggirare il fronte di Kuban.
Cominciano a traghettare parti di due divisioni attraverso le lagune, nella
speranza di provocare con questa manovra il crollo del fronte di Kuban.
Abbiamo punti forti molto isolati con una sottilissima linea di sostegno che
passa per la palude e le lagune, a nord di Temjruk. Naturalmente, il loro
potere d’urto è limitato e non è affatto paragonabile a quello di questa nuova
operazione sovietica.
La nostra ricognizione conferma la presenza di una forte flottiglia di barche
nel porto di Jeisk, vicino ad Achtary. Queste vengono attaccate dai nostri
Stuka. Gli obiettivi sono così piccoli e le imbarcazioni così numerose che
questi attacchi, da soli, non possono far desistere i russi dai loro piani. Ora, a
tutte le ore del giorno e della notte, sciamano attraverso le lagune. La distanza
totale che devono percorrere è di circa quarantacinque chilometri. I laghi
sono collegati da piccoli canali, e così i russi si fanno sempre più vicini a
Temjruk, dietro il Kuban anteriore e lontano dalle nostre retrovie. Si fermano
a intervalli di tempo per riposare sotto alla copertura delle alte canne e sugli
isolotti. Quando si nascondono in questo modo sono difficili da individuare e
riconoscere. Tuttavia, se vogliono riprendere la propria avanzata, devono di
nuovo attraversare uno specchio d’acqua aperta. Siamo in aria ogni giorno
dall’alba al tramonto, corriamo sopra l’acqua e le canne in cerca di barche.
Ivan usa le imbarcazioni più primitive; raramente si vede una barca a motore.
Oltre ai fucili porta con sé delle bombe a mano e delle mitragliatrici. Egli
scivola sulle piccole barche con un carico di cinque o sette uomini, ma fino a
venti uomini si trovano a bordo delle barche più grandi. Nell’affrontarli non
usiamo le nostre speciali munizioni anticarro, perché non è necessaria
un’elevata potenza di penetrazione. D’altra parte, si deve avere un buon
potere esplosivo nel colpire il legno, in questo modo le barche vengono
distrutte più velocemente. Usiamo normali munizioni da contraerea con una
spoletta adatta. Tutto ciò che cerca di scivolare attraverso la superficie
dell’acqua, viene spazzato via. Le perdite subite da Ivan sulle barche devono
essere gravi. Solo io, con il mio aereo, distruggo settanta di queste
imbarcazioni nel giro di pochi giorni. A poco a poco la forza della loro difesa
aumenta, ma questo non ci ferma.
L’ufficiale di volo Ruffer, un eccellente mitragliere appartenente a una
vicina squadriglia anticarro che vola l’H.129S viene abbattuto e atterra come
Robinson Crusoe su di un’isola in mezzo alle lagune. È fortunato. Viene
salvato da una squadra di truppe d’assalto tedesche. Presto i sovietici si
rendono conto che devono cancellare questo piano, perché con queste perdite,
il successo non è più possibile.
Verso il 10 di maggio ricevo la notizia che il Führer mi ha insignito della
Croce di Guerra con Fronde di Quercia; partirò subito per Berlino per
l’investitura. La mattina successiva, invece di fare la mia solita escursione
con il mio aereo provvisto di cannoni, a bassa quota sullo stretto di Kertsch,
alla ricerca di barche, mi metto in viaggio verso Berlino in un Messerschmitt
109. Durante il viaggio, studio un piano per districarmi il prima possibile e
rientrare al mio squadrone. Nel Reichskanzlei ho appreso dal commodoro
von Below, generale della Luftwaffe, che circa dodici soldati riceveranno la
decorazione contemporaneamente a me. Essi sono membri di tutti i servizi e
di ranghi diversi. Dico a von Below che ho intenzione di spiegare al Führer
che sono stanco di essere distaccato nell’unità sperimentale e desidero poter
riprendere il comando della mia vecchia squadriglia di Stuka, presso il corpo
“Immelmannn.” Solo a questa condizione posso accettare la decorazione. Mi
esorta a non parlarne e mi promette di affrontare la questione da solo. Non
dico nulla dei passi che ho già compiuto nelle mie note rivolte al Comando di
Divisione.
Poco prima d’incontrare il Führer, von Below mi porta la gradita notizia
che ha appena risolto tutto. Ritornerò alla mia vecchia squadriglia, ma a
condizione di continuare a studiare l’utilità dell’aereo sperimentale. Sono
felice e sono d’accordo, e ora finalmente posso davvero godermi la Croce con
Fronde di Quercia.
Il Führer m’appunta la medaglia sul petto. Ci parla per oltre un’ora circa la
situazione militare, dei suoi piani passati, presenti e futuri. Tocca l’argomento
del primo inverno in Russia e di Stalingrado. Tutti noi che eravamo presenti
al fronte restiamo stupiti della sua grande padronanza dei dettagli. Non
biasima il soldato tedesco al fronte, ma vede le cose esattamente come le
abbiamo vissute laggiù. È pieno di idee e di progetti ed è assolutamente
fiducioso. Sottolinea sempre che dobbiamo conquistare la vittoria sul
bolscevismo, altrimenti il mondo precipiterà in un caos spaventoso, dal quale
non ci sarà una via d’uscita. Pertanto, il bolscevismo deve essere spazzato via
da noi, anche se per il momento gli alleati occidentali si rifiutano di
riconoscere quanto sia disastrosa la loro politica per sé stessi e per il resto del
mondo. Egli irradia una calma che ci contagia tutti. Ognuno di noi va via
ricaricato, pronto al proprio compito, e così due giorni dopo sono di nuovo
con la mia squadriglia a Kertsch e ne assumo il comando.
10
Sul Kuban e a Bjelgorod
Ho portato con me un aereo con i cannoni e ho presentato alla mia
squadriglia questa nuova macchina. Ovunque vedo la possibilità di
un’operazione per l’unità sperimentale, decolla insieme agli altri. In seguito,
verrà trasformata in una squadriglia anticarro che opera in modo
indipendente, ma in azione è subordinata alla mia supervisione e al mio
comando. Anche l’officina di Briansk ci segue e anche il capitano Steppe
ritorna a formare degli squadroni.
C’è abbastanza lavoro per noi bombardieri Stuka, perché i sovietici hanno
attraversato il Mar Nero, dietro al nostro fronte. Sono sbarcati e hanno
formato delle teste di ponte sulla costa collinare orientale e sud-occidentale di
Noworossisk. Questi sono ora i bersagli dei nostri attacchi. I rinforzi e il
materiale continuano ad arrivare alle banchine di sbarco. La difesa antiaerea è
furiosa, come in altri punti cruciali della testa di ponte, a Kuban. Molti dei
miei camerati compiono il proprio ultimo volo qui. Il mio comandante di
squadriglia si butta con il paracadute sopra alla spiaggia; è fortunato, il vento
lo porta sulle nostre linee. Quindi voliamo avanti e indietro tra la testa di
ponte e la spiaggia di Krymskaja. Generalmente mi tengo con il mio volo
quasi al livello del suolo e poi volo a bassa quota verso il mare vicino alla
testa di ponte sulla spiaggia, o sopra la palude più a nord, dove la difesa è più
debole. La piccola altezza di sgancio della bomba migliora i risultati dei
bombardamenti, e anche la difesa non è ancora abituata alle nostre tattiche di
volo a una quota così bassa.
Se, mentre ci avviciniamo a Krymskaja sopra la gola della tabacchicoltura,
la flak inizia a sparare, molti nuovi membri della squadriglia diventano
nervosi ma vengono presto calmati di nuovo quando sentono i “vecchi
brontoloni” divertirsi nella radio, con qualche scherzo o con una cantilena.
Qualcuno chiama: “Maximilian, muovi il culo”! Si riferisce al comandante
della seconda squadriglia; che continua a volteggiare immerso nelle
esplosioni della flak, ritardando eternamente la sua picchiata, in modo che i
velivoli dietro cominciano a perdere il loro senso di direzione. Questa
freddezza, questa sicurezza di sé, infetta presto i pivelli. Non di rado faccio
un loop, una rovesciata o qualche altra acrobazia e mi chiedo se gli addetti
alla flak pensano che mi stia prendendo gioco di loro.
Il tempo qui non ostacola le operazioni. Quasi sempre abbiamo un cielo
azzurro e luminoso e un clima estivo soleggiato. Il giorno nel quale non
abbiamo missioni da compiere andiamo in mare per un bagno, sia sul Mar
d’Azov che sul Mar Nero; alcune parti della costa hanno spiagge magnifiche.
Se io e Schwirblat ci sentiamo di fare una nuotata, andiamo nella baia di
Kertsch, dove ci sono gru e muri di altezza sufficiente.
L’aeroporto di Kertsch è così affollato che ci muoviamo a fatica con la
nostra squadriglia a Kertsch-Bagerowo, 9 chilometri a ovest e ci sistemiamo
in un kolkoz. Dato che c’è molto legname a disposizione, ci siamo presto
messi a costruire una baracca per la nostra mensa. Al momento la benzina
vien razionata e voliamo solo se è assolutamente necessario. Così, in queste
settimane, abbiamo tutta una serie di giorni liberi che ognuno di noi trascorre
a modo suo. Io e Schwirblat corriamo quasi ogni giorno i nostri nove
chilometri e quindi conosciamo l’intera zona, non solo dall’alto.
Ogni sera riceviamo una visita dai P2 sovietici e dei vecchi DB III, che
bombardano principalmente la stazione ferroviaria, il porto e l’aeroporto di
Kertsch IV. Abbiamo un po’ di contraerea piazzata lì, e si registrano
occasionalmente anche alcuni combattenti notturni. In genere li vediamo
andare e venire, perché quasi a ogni attacco alcuni cadono in fiamme. I nostri
avversari non sono molto abili nei combattimenti notturni; evidentemente
hanno bisogno di molta pratica. Hanno solo qualche colpo di fortuna di tanto
in tanto. Una bomba cade su di un treno di munizioni, fermo in un binario di
raccordo e per ore le esplosioni illuminano il cielo notturno d’una luce
spettrale, con la terra che trema per le detonazioni. Molto presto queste
incursioni diventano parte della nostra routine quotidiana e, generalmente,
rimaniamo a letto e dormiamo, altrimenti sentiremo l’effetto della mancanza
di sonno durante le nostre stesse incursioni il giorno dopo, e questo può avere
effetti disastrosi.
Siamo agli ultimi giorni di giugno e s’avvicina la fine del nostro tempo in
Crimea. Il ministro Albert Speer è qui in visita, per un vasto progetto di
costruzioni sulla strada che parte da Kertsch; allo stesso tempo, la squadriglia
vien visitata dai giapponesi. Il capitano della squadriglia Kupfer, comandante
del nostro corpo, festeggia il suo compleanno; ci sono motivi sufficiente per
festeggiare. Il bellissimo giardino dei quartieri estivi del corpo è attualmente
animato da una gaia musica e leggermente fuori tempo, d’una banda militare.
Suonano tutte le musiche che vengono loro rumorosamente domandate.
Ognuno ha la sua preferenza. In ore come queste ci si dimentica che la casa è
così lontana e che è in corso una guerra. Tutto viene portato via dal tempo e
dallo spazio in un mondo invisibile di bellezza e di pace, dove non c’è
Krymskaja, né teste di ponte, né bombe, né miseria. Queste ore di relax e di
nostalgia ci rincuorano tutti.
All’inizio di luglio la pressione sovietica s’allenta e il fronte si stabilizza. Ci
troviamo tra Krymskaja e Moldawanskoje, in una baracca di pochi metri.
Non abbiamo il riscaldamento domestico nella nostra baracca, ma il 4 luglio
riceviamo ordini urgenti di trasloco. Nessuno sa esattamente dove andremo
ma, in ogni caso, oggi dobbiamo volare a Melitopol; domani riceveremo
ulteriori ordini. Decolliamo verso nord al di sopra delle acque blu.
Melitopol è una città sulle linee di comunicazione, molto dietro al fronte.
L’aeroporto è occupato da una formazione di bombardieri Heinkel III; i nostri
colleghi fanno notare che oggi c’è una festa di varietà, una performance di
balletto per la truppa, con dieci belle ragazze tedesche tra i 18 ei 20 anni. In
meno d’un istante gli aerei vengono coperti e preparati per il giorno
successivo. Cupido fornisce ali a tutti noi. Tutti s’alzano in piedi alla velocità
del fulmine e letteralmente volano verso il teatro. La vista di belle ragazze
tedesche, dopo tanto tempo, non può che rallegrare il cuore d’ogni soldato sul
fronte russo, vecchi e giovani. Quel clown inveterato dell’ufficiale Jäckel
sradica i fiori dalle aiuole, davanti al teatro, con l’intenzione di offrirli in
seguito alle ragazze. In missione vincolata all’onore dei loro reggimenti le
unità dell’esercito presenti non cedono facilmente e ci troviamo coinvolti
nella più accesa competizione con loro. Non sono sicuro se soccomberemo al
glamour femminile o che, dopo anni in Russia, troveremo le ragazze più o
meno belle. Anche Schwirblat ha dei dubbi. Infine, dice che sarebbe stato
meglio se fossimo andati per la nostra solita corsa di nove chilometri, così ci
saremmo risparmiati questo dubbio.
Al mattino, i motori, ancora una volta canticchiano la loro familiare musica.
Ora conosciamo la nostra destinazione: Charkow. Atterriamo sull’aeroporto a
nord di quel posto e mi sistemo fuori città. La città in sé non fa una brutta
impressione ed è senza dubbio uno dei luoghi più incantevoli della Russia
sovietica, come abbiamo raramente visto. Un grattacielo nella Piazza Rossa è
un tipico esempio di architettura sovietica e, per quanto danneggiato, è ancora
molto ben costruito, oggetto dell’orgoglio di Ivan, invece gli altri edifici
risalgono all’epoca zarista. La città ha dei parchi, una vasta rete di vie, un
cinema e un teatro.
All’alba del mattino successivo decolliamo in direzione di Bjelgorod, la
nostra area operativa per le settimane successive. Sul terreno incontriamo
vecchi conoscenti del fronte est, divisioni per le quali siamo felici di volare.
Sappiamo che qui stiamo avanzando e che non ci saranno spiacevoli sorprese.
Oltre alle divisioni corazzate, sono in linea anche le divisioni Totenkopf e
Grossdeutschland. Questa offensiva è una spinta verso nord, con obiettivo
Kursk, occupata da forze sovietiche formidabili. Stiamo spingendo in
diagonale nella estroflessione del fronte russo, che si estende verso ovest fino
a Konotop e si articola su Bjelgorod a sud ed è delimitato sul suo lato
settentrionale dall’aperta campagna, a sud di Orel.
L’ideale sarebbe quello di stabilire una linea principale di demarcazione tra
Bjelgorod e Orel; ma le unità in movimento saranno in grado di raggiungere
questo obiettivo? Non li deluderemo. Siamo nell’aria dall’alba al tramonto,
oltre alle punte avanzate dei nostri carri armati, che hanno presto guadagnato
35 chilometri e hanno raggiunto la periferia di Obojan.
La resistenza sovietica è forte, anche nell’aria. Durante una delle prime
mattine, quando mi avvicino a Bjelgorod, vedo a quaranticinque gradi sulla
destra una squadriglia di Heinkel III che volano sopra di me. Su di loro si
scatena la contraerea, un aereo esplode nell’aria e viene ridotto in minute
schegge. Tali esperienze t’induriscono. Il sacrificio dei nostri camerati non
dovrà essere stato invano.
Successivamente, attacchiamo nell’area delle stesse posizioni sovietiche;
durante gli attacchi a bassa quota s’intravedono i frammenti del Heinkel
abbattuto, che scintillano al sole. Nel pomeriggio, un tenente pilota della
Luftwaffe viene da me e m’informa che mio cugino è stato ucciso quel
giorno. Rispondo che mio cugino deve essere stato abbattuto questa mattina a
nord-ovest di Bjelgorod in un Heinkel III. Si chiede come posso dirgli
esattamente cos’è successo. Mio cugino è il terzo figlio di mio zio ad essere
ucciso nella nostra famiglia; in seguito lui stesso verrà dichiarato disperso.
Le prossime settimane porteranno forti colpi al nostro gruppo. Il mio
camerata di scuola durante l’addestramento, il tenente Wutka, comandante
dell’ottavo stormo, viene ucciso, così come Schmidt, il cui fratello era stato
recentemente ucciso durante i combattimenti aerei sopra alla Sicilia. Nei casi
di Wutka e Schmidt non è del tutto chiaro se il loro aereo sia esploso quando
sono entrati in picchiata o quando hanno azionato il dispositivo di sgancio
delle bombe. È possibile che un cortocircuito sia stato dovuto a un atto di
sabotaggio che ha causato l’esplosione? Di nuovo, qualche mese dopo, questa
idea si ripresenta quando accadono altre cose simili; al momento, nonostante
l’indagine più approfondita, non riusciamo a trovare alcuna prova definitiva.
Durante queste operazioni si scatenano grandi battaglie tra carri armati,
un’immagine che raramente abbiamo avuto modo di vedere a partire dal
1941. Grandi masse dei carri si affrontano sulle pianure aperte. Le difese
anticarro nemiche sono ben camuffate in retroguardia. A volte anche gli stessi
carri armati vengono sepolti, lasciando fuori la torretta, soprattutto quando
sono stati immobilizzati, ma ancora mantengono la loro efficienza di
combattimento. Numericamente i carri dei Sovietici sono sempre di gran
lunga superiori ai nostri, ma qualitativamente chiunque riconosce la
superiorità dei nostri carri armati e dei nostri armamenti. Qui, per la prima
volta, il nostro carro Tigre viene utilizzato in grandi formazioni. Tutti i nostri
tipi di carro hanno sempre una cadenza di fuoco più rapida e i nostri sistemi
di puntamento sono più accurati. Il motivo ragione principale di ciò sta nella
migliore qualità delle nostre artiglierie, ma il fattore decisivo è la qualità
superiore degli uomini che le maneggiano.
Più pericolosa per i nostri carri armati è l’artiglieria anticarro sovietica,
media e molto pesante, che appare in ogni punto chiave dell’area di battaglia.
Poiché i russi sono maestri nel mimetismo, i loro Pak vengono solo notati e
neutralizzati con difficoltà.
La vista di queste masse di carri armati mi ricorda il mio aereo con i
cannoni dell’unità sperimentale, che ho portato con me dalla Crimea. Con
questo enorme numero di carri armati nemici dovrebbe essere possibile
sperimentarlo. È vero che le corazze che coprono le unità sovietiche sono
molto pesanti, ma mi dico che entrambi i gruppi si stanno affrontando a una
distanza compresa tra 1200 e 1800 metri e, a meno che non venga fatto
cadere come una pietra da un colpo diretto di contraerea, dovrebbe essere
sempre possibile portare indietro gli aerei danneggiati sopra alle nostre
divisioni corazzate. Il primo stormo, quindi, vola dietro di me con le bombe e
io siedo sull’unico aereo con i cannoni controcarro. Facciamo un tentativo.
Nel primo attacco quattro carri armati esplodono sotto ai colpi di martello
dei miei cannoni; la sera il totale sale a dodici. Siamo tutti presi da una sorta
frenesia per la gloriosa sensazione di aver salvato molto spargimento di
sangue tedesco, con ogni carro armato da noi distrutto.
Dopo il primo giorno, i meccanici hanno parecchio da lavorare, perché il
velivolo è stato pesantemente danneggiato dalla contraerea. La durata di vita
di tale velivolo resterà sempre limitata. Ma la cosa principale è che
l’incantesimo malefico si è rotto, e con questo aereo possediamo un’arma
letale che può essere impiegata rapidamente ovunque ed è in grado di
affrontare con successo il formidabile numero dei carri armati sovietici. C’è
grande gioia nella squadriglia e nella divisione per questa scoperta appena
fatta e per la sua praticità.

Per garantire l’approvvigionamento di questo aereo, viene inviato


immediatamente un segnale a tutte le sezioni dell’unità sperimentale
anticarro, chiedendo che tutti gli aerei che possono essere sottoposti alla
modifica vengano trasportati qui in una sola volta con gli equipaggi. Così
formiamo l’unità anticarro e ai fini operativi sarà sotto al mio comando.
I giorni e le battaglie successive completano il quadro e non ci vengono
negati ulteriori successi. Mentre lo Stuka con i cannoni attacca, una parte
della formazione s’occupa di silenziare le difese a terra; il resto della
formazione sfila a bassa quota, come i pulcini attorno a una chioccia, girano a
una quota maggiore per proteggere il velivolo anticarro dall’intercettazione
da parte della flak.
A poco a poco scopro tutti i trucchi. L’abilità è spesso il risultato di farsi del
male. Perdiamo aerei in zone debolmente difese perché transitiamo
tranquillamente nel bel mezzo d’un duello d’artiglieria. Lo spazio aereo sulla
linea della traiettoria dell’artiglieria deve essere sempre evitato, altrimenti si
corre il rischio di essere abbattuti “per caso.”
Dopo qualche tempo, i sovietici sono riusciti abbastanza bene a far fronte ai
nostri attacchi aerei contro ai loro carri armati. Se è possibile, muovono la
loro flak assieme ai carri armati che avanzano. Si dotano anche di proiettili
d’artiglieria che creano una cortina fumogena per imitare una conflagrazione
d’un carro, nella speranza che i loro inseguitori possano allontanarsi nella
convinzione di aver raggiunto il proprio scopo. Gli equipaggi esperti presto
imparano a non farsi ingannare da questi trucchi.
Un carro che è veramente in fiamme mostrerà fiamme molto luminose, e il
simulare tali fiamme è un affare troppo rischioso. In molti casi il carro salta
in aria quando il fuoco colpisce le munizioni, normalmente trasportate in ogni
carro. È molto rischioso per noi quando l’esplosione è istantanea e il nostro
aereo vola a un’altitudine di 5-10 metri sopra al carro. Questo mi succede due
volte nei primi giorni, quando improvvisamente volo attraverso una cortina di
fuoco e penso: “Questa volta ti ha preso.”
Ma esco, però, sicuro e sano dall’altra parte, anche se il mimetismo verde
del mio aereo è bruciato e le schegge dell’esplosione del carro hanno
crivellato di buchi la mia carlinga.
A volte ci tuffiamo sui mostri d’acciaio da dietro, a volte di lato. L’angolo
d’attacco non è troppo stretto per impedirci di volare abbastanza vicino al
suolo, e così riprendiamo quota, nel caso andiamo lunghi. Se andiamo troppo
lunghi è poi difficile evitare il contatto con il terreno, con tutte le sue
pericolose conseguenze.
Dobbiamo sempre cercare di colpire il carro in uno dei suoi punti più
vulnerabili. La parte anteriore è sempre la parte più forte di ogni carro
armato, quindi ogni carro armato cerca invariabilmente di offrire la propria
parte anteriore al nemico. I suoi lati sono meno protetti. Ma il miglior
obiettivo per noi è il retro. È lì che è alloggiato il motore, e la necessità di
raffreddarlo permette solo una sottile corazzatura. Per facilitare ulteriormente
il raffreddamento, questa placca è forata per agevolare il passaggio dell’aria.
Questo è un buon punto di mira, perché dove c’è il motore c’è anche benzina.
Quando il motore è in moto, un carro è facilmente riconoscibile dai fumi blu
dei suoi gas di scarico. Ai lati del carro si trovano benzina e munizioni. Ma lì
l’armatura è più forte che sul retro.
I carri armati trasportano spesso la fanteria; se siamo in settori nei quali
siamo già conosciuti, questi fucilieri si buttano giù, anche quando viaggiano a
tutta velocità. Tutti pensano che sia giunta la loro ora e che abbiano solo un
secondo di tempo prima che noi li colpiremo. E Ivan preferisce affrontare
l’attacco avendo della terra sotto alle scarpe.
Nella seconda metà di luglio la resistenza delle divisioni tedesche
s’irrigidisce, non regalano più neppure un centimetro di terreno e gli ostacoli
vanno superati con le unghie e con i denti; il nostro progresso è assai lento.
Partiamo ogni giorno, dalla mattina alla sera e sosteniamo le punte avanzate
del nostro attacco, verso nord, attraverso il fiume Pskoll, lungo la ferrovia che
parte da Bjelgorod.
Una mattina, mentre ci prepariamo al decollo, veniamo sorpresi da una
forte formazione di bombardieri Iliushin II, che senza essere vista si è
avvicinata al nostro aeroporto, volando a bassa quota. Decolliamo in tutte le
direzioni per allontanarci dalla pista; molti dei nostri aerei sono ancora in fase
di rullaggio, nella direzione opposta. Miracolosamente, non succede nulla; le
nostre armi contraeree sull’aeroporto sparano e questo evidentemente
impressiona gli Ivan. Possiamo vedere normali flack da 2 cm che rimbalzano
sull’armatura dei bombardieri russi. Solo in pochissime posizioni sono
vulnerabili a queste munizioni, ma la nostra flak leggera, con le adatte
munizioni capaci di perforare una armatura da 2 cm, può perforare anche gli
Ivan corazzati.
In modo del tutto inaspettato, in quel momento, riceviamo l’ordine di
trasferirci a Orel, dall’altra parte della sacca, dove i sovietici sono passati
all’offensiva e la stanno minacciando. Poche ore più tardi arriviamo
all’aeroporto a nord di Orel, sopra Konotop. La situazione intorno a Orel
corrisponde grosso modo alle voci che abbiamo già sentito a Charkow. I
sovietici stanno attaccando la città da nord, est e sud.
La nostra avanzata è stata arrestata lungo tutto il fronte. Abbiamo visto
troppo chiaramente come è successo: prima lo sbarco in Sicilia e poi il putsch
contro Mussolini. Ogni volta le nostre migliori divisioni si son dovute ritirare
per essere rapidamente trasferite in altri punti, in Europa. Quante volte in
queste settimane ci diciamo: i sovietici hanno solo i loro alleati occidentali da
ringraziare, se possono continuano a esistere come forza militarmente
efficace!
È un agosto caldo per noi, in tutti i sensi; a sud c’è un’aspra lotta per il
possesso di Kromy. In uno dei nostri primi attacchi in quest’area, diretti
contro un ponte di questa città, mi è capitata una cosa molto strana. Mentre
mi tuffo sul ponte, un carro russo inizia ad attraversarlo, solo pochi secondi
prima che il ponte sia al centro del mio mirino. Una bomba da 500 kg diretta
al ponte lo colpisce quando è a metà strada; sia il carro armato che il ponte
saltano in aria.
Le difese qui sono insolitamente forti. Pochi giorni dopo, nell’area
settentrionale, a ovest di Bolchow, ho incassato un colpo diretto nel mio
motore. M’arriva una sventagliata di schegge in faccia. Penso, prima di
buttarmi fuori, chi può dire dove il vento spingerà il mio paracadute? C’è ben
poca speranza di discendere sani e salvi, soprattutto se si considera che i
soldati russi si trovano in quest’area. Riesco però ad effettuare un atterraggio
forzato sulle posizioni di testa delle linee tedesche, con il motore spento.
L’unità di fanteria che occupa questa parte della linea mi riporta alla mia base
in un paio d’ore.
Decollo subito per una nuova incursione e ancora nella stessa zona. È una
sensazione particolare tornare un po’ più tardi nello stesso luogo dove uno è
stato abbattuto. Impedisce di esitare e di concentrarsi troppo sui rischi che si
corrono. Stiamo per prendere posizione. Sono salito un po’ troppo in alto e
osservo la pesante contraerea, che sta ora dirigendo il suo fuoco sulla nostra
formazione, e la posizione delle armi è riconoscibile dai flash. Li attacco
immediatamente e ordino agli aerei che mi accompagnano di sganciare
contemporaneamente le loro bombe sui siti della flak russa. Torno a casa
sollevato e con la sensazione confortante che anche il nemico oggi l’ha vista
brutta.
Gli aerei russi, ogni notte, compiono dei raid sul nostro aeroporto nel
settore di Orel. All’inizio siamo sotto le tende, poi in edifici di pietra
nell’aeroporto.
Lungo le tende ci sono delle trincee, nelle quali dovremmo saltare non
appena i bombardieri compaiono. Alcuni di noi, tuttavia, dormono durante le
incursioni perché, in vista dell’ininterrotta giornata di volo, un buon riposo
notturno è indispensabile se vogliamo essere in grado d’uscire di nuovo il
giorno dopo. In ogni caso, Ivan continua a bombardare tutta la notte. Il mio
amico, Walter Kraus, allora comandante della 3a squadriglia, viene ucciso in
uno di questi raid. Dopo il suo periodo di addestramento con me nel volo di
riserva a Graz, essendo un ex pilota di ricognizione, si trova presto a proprio
agio nel nuovo settore e diventa una grande risorsa per il nostro comando
operativo. Era appena stato promosso a comandante di squadrone e premiato
con la croce con le fronde di quercia. Piangiamo la perdita di un amico e di
un camerata con dolore amaro, la sua morte è un colpo tremendo. Quanti
colpi pesanti provenienti da un destino incomprensibile dobbiamo ancora
incassare?
Vengo sollevato dal comando del primo stormo, e mi vien data la 3a
squadriglia. La conosco bene già da prima; non sono forse stato il suo
vecchio ingegnere di squadra? Per quanto riguarda i volti nuovi, li conosco
tutti per le mie visite alla squadriglia. Non è difficile entrare nel mio nuovo
ruolo, Becker è lì. Lo abbiamo soprannominato Fridolin. Non c’è nulla che
non sappia, ed è l’anima e la madre del personale di terra. La nostra
assistenza medica è nelle mani del chirurgo Gadermann, che è anche l’amico
e il consulente di tutti. Presto il Comando Squadriglia del 3 ° consisterà in
una sorta di famiglia in cui tutti gli ordini sono dati ed eseguiti nel miglior
spirito di cooperazione. Nell’aria non si tratta di una riorganizzazione perché
nell’ultimo anno ho spesso seguito la formazione della squadriglia.
Presto volerò con il mio 1200° volo operativo. Ho come scorta una
squadriglia di caccia alla quale, per inciso, il famoso sciatore Jennewein
appartiene. Tra un’incursione e l’altra chiacchieriamo spesso delle nostre
montagne, e naturalmente di sci. Non riesce a tornare da una missione
congiunta con la nostra squadriglia ed è stato dichiarato disperso. A quanto
pare ha preso un colpo dalla contraerea, poi, secondo il resoconto dei suoi
colleghi, ha trasmesso alla radio questo messaggio: “Ho incassato un colpo
nel motore, sto volando verso il sole.” All’epoca, tuttavia, il sole volgeva già
verso ovest. Così per una volta non avrebbe potuto scegliere un percorso più
sfavorevole perché nell’area di svolta, al nostro nord, a Bolchow, l’obiettivo
del nostro attacco, i sovietici erano riusciti a spingere un cuneo imbutiforme
attraverso il nostro fronte, da est a ovest. Se, pertanto, ha volato verso ovest,
s’è trovato al centro della zona dello sfondamento, e deve essere caduto in
territorio russo. Pochi chilometri più a sud sarebbero stati sufficienti per
raggiungere le nostre linee, dato che l’imbuto è molto stretto. Qui a Orel non
c’è nessun cambiamento nella nostra sfortuna.
Il capitano della mia 9° squadriglia vola con il suo mitragliere posteriore,
Hörner. Ha la Croce di Ferro ed è uno degli ufficiali più anziani del nostro
squadriglia. Dopo essere stato colpito dalla contraerea nella zona a nord-est di
Orel, cade in picchiata e spancia nella terra di nessuno. Lui e il suo aereo
rimangono lì, sul pendio d’un piccolo burrone. All’inizio credo che abbia
fatto un atterraggio forzato, anche se sembrava che lo avessero centrato male
mentre era ancora in volo; anche l’impatto è stato troppo violento, quando il
suo aereo ha colpito il suolo. Dopo aver sorvolato il punto più volte, a bassa
quota, non riesco a percepire alcun movimento all’interno dell’aereo. Il
nostro medico di fiducia va avanti e con l’aiuto dell’esercito raggiunge il
relitto, ma è troppo tardi per salvare i due membri dell’equipaggio. Ha portato
con sé un sacerdote e così ora i nostri due camerati riposeranno in eterno.
Nei prossimi giorni si parla molto poco nella nostra squadriglia, solo il
necessario; l’amarezza di questi giorni ci opprime tutti. Non è molto diverso
in altre unità. All’alba, in un attacco contro importanti postazioni d’artiglieria
sovietica, a est di Orel, gli aerei della 1° squadriglia volano con me, il
secondo stormo vien guidato da Jäckel. È diventato un magnifico aviatore ed
è capace di figure acrobatiche che compie abitualmente. Ovunque veda un
caccia, egli lo attacca, anche se è di gran lunga superiore al suo aereo in
velocità e armamento. Già sul fronte di Kuban ci ha regalato molte risate.
Egli sostiene sempre che il suo Ju. 87 è particolarmente veloce; che al
massimo del motore può lasciare tutti gli altri a piedi. Quest’anima allegra
spesso abbatte un caccia nemico, ci ricorda un cervo che vagava per la foresta
in cerca di un cacciatore e quando lo trovava, immediatamente la caricava a
corna abbassate. Egli è la vita e l’anima del suo squadrone; senza ripetersi
può raccontare barzellette dalle nove di sera fino alle quattro del mattino.
Bonifacius Kiesewetter e altre ballate appartengono naturalmente al suo
repertorio.
Questa mattina, con il suo gruppo, ha attaccato una batteria vicina e stiamo
rientrando alla base. Stiamo sorvolando la nostra prima linea quando
qualcuno grida: “Caccia!”
Li vedo, a grande distanza; non mostrano alcun segno di volerci attaccare.
Jäckel si gira e va loro incontro. Spara a uno di loro, ma anche il suo grasso
mitragliere, Jensch, solitamente molto affidabile sembra si stesse guardando
intorno, invece che davanti. Sembra che ci sia un altro GAL 5 alle loro spalle.
Vedo il suo aereo andare in una sorta di tuffo all’indietro da un’altezza di 600
metri e scoppiare in fiamme. Posso solo immaginare che nella sua impazienza
di battaglia Egbert, abbia dimenticato quanto era basso e che non aveva
spazio per indulgere in tali acrobazie. Così perdiamo anche questo caro
camerata.
Il pensiero è rivolto a molti di noi: “Ora, quando uno dopo l’altro, gli
anziani se ne vanno, posso quasi calcolare sul calendario quando verrà
sorteggiato il mio numero.”
Prima o poi ogni malocchio deve finire; attendiamo da tempo che la nostra
sfortuna cambi. Vivere in costante pericolo induce al fatalismo e a una certa
insensibilità. Nessuno di noi s’alza più dal letto quando le bombe cadono di
notte. Stanchi morti di essere nell’aria senza interruzione per tutto il giorno e
ogni notte sentiamo, metà svegli e metà addormentati, le bombe che
scoppiano vicino a dove riposiamo.
Nell’area dello sfondamento, a est, a ovest e a nord di noi le cose vanno di
male in peggio; ora Kareitschew, a nord-ovest da dove siamo noi, è
minacciata. Per raggiungere quest’area bersaglio più rapidamente e il settore
di Shisdra, più a nord, ci spostiamo all’aeroporto di Kareitschew. Gran parte
dei combattimenti si sta sviluppando nelle regioni forestali, che sono molto
difficili da vedere chiaramente dall’alto. Queste zone rendono più facile ai
russi di mimetizzare le proprie posizioni e i nostri attacchi sono molto
difficili. Non riesco quasi mai a scorgere un carro armato, quindi volo per lo
più con un aereo bombardiere. Da quando ho assunto il comando della
squadriglia i voli anticarro sono stati più strettamente integrati nella mia
squadriglia, e il lavoro del personale, sia tecnico che tattico, è stato
rapidamente adattato all’impiego dell’aereo con il cannone, che ho introdotto.
Il nostro soggiorno a Kareitschew non dura a lungo. Da alcuni giorni si
parla d’un altro spostamento verso sud, dove la situazione è più critica. Dopo
diverse sortite, basate su Briansk, ci muoviamo di nuovo a Charkow. Ma
questa volta la nostra base operativa è l’aeroporto sul lato sud della città.
11
Ritorno al Dnieper
Qui e anche a Charkow ci sono stati tutti i tipi di cambiamenti nei pochi
mesi trascorsi dalla nostra partenza. Da parte nostra alcune divisioni complete
sono state ritirate, e i sovietici son passati all’offensiva. Non siamo qui da più
di uno o due giorni quando le bombe sovietiche hanno cominciano a piovere
sulla città. Il nostro aeroporto non ha grandi scorte di benzina o di bombe da
utilizzare, e quindi un altro trasferimento verso un aeroporto più favorevole
non è una sorpresa per noi. Si trova a 150 chilometri a sud, vicino al villaggio
di Dimitriewka. Essendo molto distante da qui, utilizziamo due aeroporti di
decollo, uno a Barwenkowo per il fronte sul Donetz, a Isjum e l’altro a
Stalino, per le missioni sul fronte del Mius. Ognuno di questi aeroporti ha un
piccolo corpo di servizio a nostra disposizione durante il giorno. Ogni
mattina portiamo con noi il nostro primo turno e il nostro personale armiere.
Sia a Isjum sulla Donetz che a Mius è stata stabilita una linea difensiva
stabile, sotto al pesante attacco delle forti forze sovietiche. Spesso il nostro
addetto alle operazioni ci assegna lo stesso vecchio obiettivo: lo stesso bosco,
lo stesso burrone. Possiamo presto rinunciare alle letture delle mappe e a tutto
il resto. Come diceva Steen: “Ora non siamo più dei ragazzini, siamo
uomini!”
In una delle nostre prime sortite, nel settore di Isjum, qualcuno chiama alla
radio: “Hannelore! - Questo è il mio nominativo - “Non sei tu il ragazzo che
schiacciava le noci”? Non rispondo, e ora continua a ripetere la sua domanda
più e più volte. Improvvisamente riconosco la voce come quella d’un
ufficiale con il quale abbiamo spesso collaborato e con il quale abbiamo
sempre lavorato in modo eccellente. Si tratta ovviamente di una violazione
delle norme di sicurezza, ma non posso fare a meno di rispondere che ho
effettivamente schiacciato le noci e che egli era un calciatore appassionato.
Lo ammette con gioia e tutti gli equipaggi degli altri aerei, che hanno seguito
la conversazione, sono divertiti dall’episodio, e riescono così a fregarsene
della flak che continua ad abbaiare furiosamente. Questo ufficiale del servizio
di Air Intelligence, Epp di nome, è uno dei migliori centrocampisti del
Vienna. Poiché egli è con un’unità nel bel mezzo della battaglia, avrò
frequenti occasioni d’incontrarlo.
Anton, che ha assunto il comando del 9° squadrone, dopo la morte di
Horner, viene ucciso sul Mius. Il suo aereo salta in aria mentre entra in
picchiata, nello stesso modo inspiegabile già successo altre volte. Ancora una
volta un altro dei nostri vecchi amici se n’è andato, era anche lui una Croce di
Ferro. Tra i nostri equipaggi c’è un costante di andare e venire, mai un
assestamento – questo è il ritmo incessante della guerra.
L’autunno è già nell’aria, quando riceviamo ordini per includere il fronte
del Dnieper nelle nostre operazioni, molto più a ovest. Per giorni andiamo in
missione dall’aeroporto a nordovest di Krasnoarmaiskoje. Qui i sovietici si
spingono nella zona industriale di Donetz, dall’est e dal nordest.
Apparentemente si tratta di un’operazione su larga scala, perché si vedono
ovunque. Inoltre hanno bombardato ininterrottamente il nostro campo
d’aviazione con i bombardieri Boston: un fastidio, perché i lavori di
manutenzione vengono ritardati e quindi siamo in ritardo nell’entrare in
azione. Durante queste incursioni ci siamo accovacciati in trincee scavate
dietro al nostro aereo e abbiamo atteso che Ivan si divertisse un po’.
Fortunatamente le nostre perdite in aerei e materiali sono assai ridotte.
Nessuno c’informa che le unità dell’esercito che passano per il nostro
campo d’aviazione sono quasi le ultime, e che Ivan è alle loro calcagna. Non
ci vorrà molto tempo prima di scoprirlo da soli. Siamo decollati
dall’aeroporto, a ovest e stiamo sorvolando la città e guadagnando quota. La
nostra missione è quella di attaccare le forze nemiche a circa 35 chilometri a
nord-est. Sull’altro lato della città vedo obliquamente e ad una certa distanza,
dai sei agli otto carri armati, sono mimetizzati e altrimenti molto simili ai
nostri. La loro forma, tuttavia, mi sembra piuttosto strana. Henschel
interrompe le mie riflessioni: “Daremo un’occhiata a quei carri armati
tedeschi sulla via del ritorno.” Proseguiamo verso il nostro obiettivo. Molto
più a ovest incontro una forte forza nemica; non c’è più alcun segno di truppe
tedesche.
Ora si vola indietro, per dare un’occhiata più da vicino a quei carri. Sono
tutti T34 russi. I loro equipaggi sono a terra, affiancati nello studio d’una
mappa: una sorta di briefing. Iniziato il nostro approccio, si disperdono e gli
uomini strisciano di nuovo nei loro carri. Ma al momento non possiamo fare
nulla, perché dobbiamo prima atterrare e rifornirci di munizioni. Nel
frattempo i sovietici entrano in città. Il nostro aeroporto si trova dall’altra
parte. In dieci minuti son pronto a decollare di nuovo e a cercarli tra le case.
Quando vengono attaccati i carri armati ci schivano nascondendosi dietro agli
edifici, e in questo modo sono rapidamente fuori dalla nostra visuale. Ne ho
colpiti quattro. Dove è finito il resto? Possono apparire sul nostro campo
d’aviazione in qualsiasi momento. Non possiamo evacuare, perché parte del
nostro personale si trova in città e dobbiamo aspettare fino a quando non
tornerà. Ora mi ricordo che ho inviato una macchina con il nostro personale
per trovare cibo, nei negozi della sezione orientale della città. A meno che
non abbiano avuto una straordinaria fortuna, sarà finita per loro. Più
scopriamo che un T34 è venuto dietro l’angolo dei negozi, proprio mentre
passava la nostra auto. Con l’acceleratore aperto al massimo e le ginocchia
che tremavano, s’erano allontanati.
Uscirò ancora una volta. La squadriglia non può volare con me, altrimenti
non avremo benzina a sufficienza per l’ormai inevitabile trasferimento a
Pawlowka. Posso solo sperare che al mio ritorno tutti i miei uomini
torneranno all’aeroporto. Dopo una lunga ricerca, avvisto due carri armati
nella parte occidentale della città e li faccio saltare. Apparentemente si
dirigevano verso di noi, per bruciare il nido di quei calabroni di Stuka. Ma è
già ora d’andarsene, e dopo aver dato fuoco a tutti i velivoli inutilizzabili che
devono essere lasciati indietro, decolliamo. Mentre stiamo girando
sull’aeroporto in preparazione alla formazione della squadriglia completa,
vedo scoppiare sul perimetro delle granate sparate dai carri armati. Quindi
sono arrivati, ma noi non ci siamo già più.
La bussola punta a ovest-nord-ovest. Dopo un po’ si vola a bassa quota
seguendo una strada. Da una lunga colonna motorizzata che attraversa sotto
di noi con una scorta di carri armati, c’investe un intenso fuoco di contraerea.
Rompiamo la nostra stretta formazione e cerchiamo di circondare i veicoli:
carri armati e camion, per lo più di origine americana, quindi sono russi.
Ammetto d’essere perplesso su come questi straccioni siano
improvvisamente arrivati qui, ma devono per forza essere russi. Ci troviamo
in quota e io do l’ordine d’impegnare la flak, che deve essere neutralizzata, in
modo da poter entrare indisturbati per un attacco a bassa quota.
Dopo che abbiamo per la maggior parte messo a tacere la contraerea, ci
siamo divisi le sezioni per tutta la lunghezza della colonna e abbiamo sparato
su di questa. La luce del giorno sta lentamente tramontando; l’intera strada
sembra un serpente di fuoco, un enorme gorgo di veicoli a motore e carri
armati in fiamme, che non hanno avuto il tempo di allontanarsi dalla strada, a
destra o a sinistra. Ne risparmiamo appena uno, e la perdita materiale per i
sovietici è ancora una volta considerevole. Ma cos’è questo? Volo avanti
sopra i primi tre o quattro veicoli, tutti portano le nostre bandiere sui loro
radiatori. Questi autocarri sono di fabbricazione tedesca. E duecento metri più
avanti dei razzi bianchi vengono lanciati dai fossati a lato della strada. Questo
è il segnale delle nostre truppe. È passato molto tempo da quando ho avuto
una tale sensazione di malessere allo stomaco. Avrei volentieri schiantato il
mio aereo da qualche parte, qui sul posto. Poteva, dopo tutto, essere una
colonna tedesca? Tutto è in fiamme. Ma perché allora siamo stati sottoposti a
un fuoco così pesante da parte degli autocarri?
Come mai usavano autocarri americani? Inoltre, in realtà, ho visto uomini
con uniformi marrone! Da ogni mio poro sgorga sudore gelato e m’assale un
senso di panico stupefacente.
Quando atterriamo a Pawlowgrad è già abbastanza buio. Nessuno di noi
pronuncia una parola. Tutti sono preoccupati con lo stesso pensiero. Era una
colonna tedesca? L’incertezza ci soffoca. Non riesco a sapere telefonicamente
da nessuna unità della Luftwaffe o dell’esercito quale colonna poteva essere.
Verso mezzanotte arrivano alcuni soldati. Il mio addetto alle operazioni mi
sveglia da un sonno eccezionalmente inquieto, mi dice che è qualcosa
d’importante. I nostri camerati dell’esercito ci ringraziamo per averli aiutati a
fuggire. Ci dicono che i loro camion erano stati raggiunti da una colonna
russa. Sono appena riusciti ad accumulare un vantaggio di poche centinaia di
metri e, al fine di trovare copertura dal fuoco russo, s’erano buttati nei fossati
a lato della strada. È stato in quel momento che eravamo apparsi sulla scena e
sparato sugli Ivan. I nostri inseguitori hanno approfittato subito della
situazione e sono scattati avanti per altri duecento metri. Questo è un pesante
carico che ci vien tolto dalla nostra mente, e condivido l’euforia dei miei
fratelli in armi.
Poco tempo dopo questo incidente siamo a Dnjepropetrovsk. La nostra
stazione è l’aeroporto sulla riva est del Dnieper, molto distante dai nostri
acquartieramenti nel centro della città. Considerando che è una città russa, il
posto fa una buona impressione, come Charkow, i bombardieri sovietici e i
caccia fanno delle incursioni quasi quotidiane sul ponte sul Dnieper, nel
centro della città. I rossi sperano, distruggendola, di tagliare la linea di ritirata
per le truppe e il materiale tedesco e di rendere impossibile l’arrivo
dell’approvvigionamento e delle riserve. Finora non abbiamo visto alcun
successo nei loro attacchi al ponte. Forse non è abbastanza grande. I civili
esultano. Non appena gli incursori sovietici se ne vanno, si precipitano verso
il Dnieper con i secchi, perché hanno notato che dopo un raid, una gran
quantità di pesci morti galleggiano sulla superficie del fiume. Certamente mai
si era visto tanto pesce in città. Voliamo alternativamente nord-est e sud, i
sovietici stanno avanzando dal Don al fine di impedirci di stabilire una linea
sul Dnieper e consolidare le nostre posizioni lì. Mentre spostiamo la nostra
base da Dnjepropetrovsk a Bolschaja Costromka, 120 chilometri più lontano,
perdiamo Becker. Viene trasferito al personale di stormo. Combatto contro il
suo trasferimento per molto tempo perché appartiene al nostro “circolo
familiare” ma è inutile e dopo un bel po’ di tira e molla, la decisione diventa
definitiva.
12
Si prosegue verso Ovest
Bolschaja Costromka è un tipico villaggio russo, con tutti i vantaggi e gli
svantaggi che questi aggettivi comportano; per noi dell’Europa centrale si
tratta per lo più di svantaggi. Il villaggio è sparso e consiste principalmente di
case di fango, pochi edifici sono di pietra. Non si può parlare di un tracciato
di strade, ma il paese è attraversato da viuzze sterrate con degli angoli strani.
In caso di maltempo, i nostri veicoli affondano sino all’asse nel fango ed è
impossibile farli uscire. L’aeroporto si trova sul margine settentrionale del
villaggio, sulla strada per Apostolow, che in genere è impossibile usare per il
traffico di mezzi motorizzati. Per questo motivo il nostro personale s’è
adattato in breve tempo all’utilizzo di cavalli e di carri trainati da buoi, per
mantenere la propria mobilità in tutte le situazioni contingenti. Gli equipaggi
aerei spesso devono raggiungere il proprio aereo a cavallo; poi smontano ed
entrano nelle carlinghe, perché la pista in sé non è molto migliore.
Nelle condizioni meteorologiche prevalenti assomiglia a un mare di fango
spezzato da isole minuscole, e se non fosse per gli pneumatici larghi degli Ju
87, non potremmo mai prendere il volo. Uno può capire quanto siamo vicini
al fiume Dnieper. I nostri acquartieramenti sono sparsi per tutto il villaggio, il
personale di squadriglia è acquartierato dentro e vicino alla scuola
all’estremità meridionale. Abbiamo una sala comune, una sorta di casino per
gli ufficiali, nel cosiddetto edificio del quartier generale.
La piazza di fronte a questo edificio è spesso sott’acqua e quando si
congela, come a volte accade, si gioca a hockey sul ghiaccio di fronte alla
casa. Ebersbach e Fickel non perdono mai l’occasione di giocare.
Recentemente, però, entrambi sono diventati piuttosto restii, a causa dei molti
lividi sugli stinchi. Nel peggiore dei casi i pali della porta dell’hockey su
ghiaccio vengono eretti occasionalmente all’interno, ma l’accorciamento del
campo rende sempre più scomoda l’opera dei portieri. I mobili non possono
subire danni perché non ce n’è alcuno.
I russi sono stupiti dalle tante piccole cose che i nostri soldati portano con
sé. Pensano che le istantanee delle nostre case, delle nostre stanze, delle
nostre ragazze, siano tutta propaganda. Ci vuole molto tempo per convincerli
che sono genuini e che non tutti i tedeschi sono dei cannibali. Attualmente
dubitano persino della verità della parola d’ordine indottrinata: Germanski
nix Kultura. Dopo qualche giorno, qui come altrove, i russi vengono a
chiedere se sia possibile riappendere le loro icone e i loro crocifissi. In
precedenza, sotto al regime sovietico, hanno dovuto tenerli nascosti a causa
della disapprovazione di un figlio, di una figlia o di un commissario. È
evidente che non abbiamo nulla da obiettare al fatto che vengano esposti. Se
dite loro che nel nostro paese ci sono moltissimi crocifissi e immagini
religiose, difficilmente arrivano a crederci. In verità, essi riedificano le loro
sante nicchie e ci assicurano ripetutamente della loro speranza che questo
permesso non venga revocato. Vivono nel terrore dei loro commissari, che
tengono il villaggio sotto sorveglianza e spiano i loro concittadini. Questo
compito è spesso svolto dal preside della scuola del villaggio.
Al momento stiamo vivendo un periodo di confusione e conseguenti
difficoltà nell’approvvigionamento, anche delle nostre razioni. Quando ho
sorvolato il Dnieper, ho visto spesso le nostre truppe di terra e quelle russe
lanciare bombe a mano in acqua e quindi raccogliere i pesci. Siamo in guerra,
il Dnieper è una zona di battaglia, e ogni possibilità di nutrire le truppe deve
essere sfruttata. Così un giorno decido di tentare la fortuna con una bomba da
cinquanta chili. Gosler, il nostro cambusiere, viene inviato avanti con un
piccolo gruppo di manovali verso il Dnieper. Gli mostro in anticipo, sulla
mappa, l’esatto tratto del fiume in cui intendo sganciare la mia bomba, verso
riva. Dopo aver atteso, fino a quando non ho identificato i nostri ragazzi,
lascio cadere la mia bomba da una sessantina di metri d’altezza. Cade nel
fiume molto vicino alla riva ed esplode dopo un breve periodo di tempo. I
pescatori là sotto devono essersi un po’ spaventati dall’esplosione, perché
tutti improvvisamente cadono a terra, sul proprio stomaco. Qualche furbastro
intelligente che è già a metà del corso d’acqua sulla propria vecchia barca,
per essere veloce nel raccogliere il pesce, vien quasi capovolto dall’onda
provocata dall’esplosione e dalla conseguente fontana d’acqua che s’alza.
Dall’alto vedo i ventri bianchi dei pesci morti galleggiare sulla superficie. I
soldati si uniscono nello sforzo per trasportare il bottino nel più breve tempo
possibile. I pescatori autoctoni escono dai loro nascondigli e tirano a riva il
maggior numero possibile di pesci. Il camion con i pesci torna dal Dniepr
poche ore dopo di me; riportano diverse centinaia di chili di pesce. Tra le
catture ci sono alcuni esemplari mostruosi, pesanti da 30 a 40 chili, per lo più
storioni e una sorta di carpa di fiume. Per dieci giorni abbiamo un’orgia di
pesce e ci parve una dieta eccellente. In particolare, lo storione, affumicato o
bollito, ha un sapore delizioso; anche le carpe giganti non hanno alcun sapore
di fango. Un paio di settimane dopo viene effettuata con lo stesso successo
una nuova operazione di pesca.
Le nostre sortite quasi quotidiane ci portano nelle direzioni più diverse. A
est e a sud-est i sovietici continuano a colpire la nostra testa di ponte a
Nikopol, principalmente dall’area di Melitopol. Molti dei nomi dei punti
chiave sulla mappa sono tedeschi: Heidelberg, Grüntal, Gustavfeld. Sono le
case dei contadini tedeschi i cui antenati colonizzarono queste terre, secoli fa.
Più a nord, il fronte si piega verso est, lungo l’altra sponda del Dnieper, oltre
Saporoschje, e dopo aver attraversato il fiume, verso il Krementschuk.
Dnjepropetrovsk si trova dietro alle linee russe. Come spesso accade, i
sovietici esercitano pressioni in punti diversi e spesso riescono a penetrare
localmente nel nostro fronte. La situazione viene ripristinata dai
contrattacchi, in genere effettuati dalle divisioni corazzate. La città industriale
di Kriwoi-Rog, che si trova nella zona anteriore a nord, ha una pista di
cemento, ma non siamo in grado di usarla.
Una mattina, una delle punte sovietiche avanzate raggiunge il Kriwoi-Rog e
l’aeroporto. Il peso dell’attacco sovietico viene da nord, dalla direzione di
Piatichatki. Qui l’ufficiale di volo, Menda, vien dato per disperso. Nonostante
le nostre ricerche più disperate non riusciamo a trovare questo buon camerata,
inghiottito dalla vastità della Russia. La situazione viene ripristinata da un
contrattacco, e la parte anteriore viene spinta indietro, pochi chilometri a
nord. Il traffico di rifornimento che alimenta questo gruppo sta avanzando
ininterrottamente, così attacchiamo i ponti sul Dnieper. Il nostro obiettivo si
trova quindi tra Krementschuk e Dnjepropetrovsk. Una mattina, a causa di
una nuova avanzata da parte dei russi che spingono in avanti dal nord, devo
uscire con il maltempo. La mia missione è quella di ottenere un quadro
generale della disposizione nemica e di valutare le possibilità, in condizioni
atmosferiche prevalenti, per poi attaccare con una formazione più larga.
Prima di decollare mi dicono che un certo villaggio nella zona di battaglia è
ancora tenuto dalle nostre truppe, ma che sono molto sotto pressione e hanno
urgente bisogno d’aiuto. I contatti operativi devono essere stabiliti con l’unità
in questione e un responsabile delle operazioni è in loco.
Con una bassa copertura nuvolosa voliamo in tre sull’area di destinazione, e
qui sento la voce d’un addetto alle operazioni, che conosco; in ogni caso
spero che sia quello che mi è stato detto di contattare e non un altro. Devo
dire che tutti vogliono il nostro sostegno per la loro divisione. Dobbiamo
sempre insistere per ottenere il nominativo dell’unità. Le richieste che ci
vengono rivolte sono talmente pressanti che per soddisfarle tutte dovremmo
avere bisogno di venti volte più uomini e aerei. A giudicare dalla voce è
ancora una volta il calciatore Epp a parlare da terra, ma senza aspettare il suo
messaggio ho già neutralizzato delle forti concentrazioni nemiche, 2 o 3
chilometri più avanti. Sto ancora volando sopra alle nostre linee, in cerchio
quando osservo il flash di molte batterie di flak. Non riesco a vederle
esplodere in aria perché sono nascoste tra le nuvole, ma qualcosa colpisce la
cabina di pilotaggio e il motore. Ho schegge di fuoco in faccia e nelle mani. È
probabile che il motore si possa arrestare in qualsiasi momento. Arranca per
un altro paio di minuti e poi si ferma. Durante questo intervallo scopro un
prato a ovest del villaggio. Sono certo di non essere ancora stato individuato
dai russi. Tenterò un atterraggio morbido su quel prato. Rapidamente Fickel
porta il suo aereo giù, accanto a me. Non sappiamo per quanto tempo questo
settore rimarrà in nostro possesso; quindi Henschel ed io prendiamo le cose
più essenziali, le nostre armi, gli orologi e il paracadute e saliamo nell’aereo
del nostro camerata. Il terzo nella pattuglia è già volato a casa e ha riferito
dell’incidente. Non molto tempo dopo, anche noi effettuiamo un atterraggio
sicuro a Costromka. In questi giorni Fritsche ha un colpo di fortuna. Dopo
essere stato colpito dai caccia a sudest di Saparoschje, vicino Heidelberg, si
paracaduta fuori senza contrattempi, anche se nell’atto di saltare urta contro
l’alettone. Questo grande capitano e cavaliere della Croce di Ferro torna in
servizio dopo una breve convalescenza.
Ma non siamo sempre così fortunati. Una volta tornati da un’area di
battaglia, verso est-nord siamo già vicini all’aeroporto e ci prepariamo a
entrare da soli, dopo aver volato a bassa quota. Nell’ultima fase del nostro
giro, la nostra contraerea apre improvvisamente il fuoco. Sopra di noi ci sono
i caccia russi. Non hanno assolutamente alcuna intenzione d’attaccare, ma la
contraerea si perde contro di loro, cercando ovviamente di sparare tra i nostri
aerei. Ed Herling, comandante del 7° stormo e Krumings, ufficiale di
macchina della squadriglia, sono entrambi colpiti e si schiantano. Un po’ più
tardi anche Fritsch viene ucciso. Tre dei miei amici, che sono stati
inseparabili come un trifoglio di quattro foglie, tutti e tre decorati con la
Croce di Ferro, offrono le loro vite per il bene della Patria. Siamo sbalorditi
dalla loro perdita, come da un colpo basso e furtivo. Erano uomini dell’aria di
prima classe e buoni camerati per i loro uomini. A volte ci sono periodi, qui
al fronte, quando si è sotto una sorta di malocchio e sembra che non ci sia
fine alla sfortuna.
A novembre riceviamo un messaggio radio: sono stato insignito della Croce
di Ferro con Fronde di Quercia e Spade e devo volare subito per la cerimonia
presso al quartier generale del Führer, in Prussia orientale. E in questo
periodo distruggo il mio centesimo carro armato. Personalmente sono
contento di questa nuova decorazione, anche perché è un tributo al successo
della mia intera squadriglia, ma allo stesso tempo sono angosciato che non sia
stata approvata la mia raccomandazione di dare la Croce di Ferro a Henschel.
La richiesta sarà bloccata da qualche parte. Decido, pertanto, in ogni caso di
portarmi dietro il mio mitragliere con me quando parto. Henschel ha appena
completato le sue mille sortite operative, e con una recente carniere di caccia
abbattuti è il nostro migliore mitragliere posteriore. Voliamo verso la Prussia
orientale, su Winiza, Proskurow, Lemberg e Cracovia, fino al quartier
generale di Führer, vicino a Goldap.
Per prima cosa atterriamo a Lötzen. Riferisco al Commodoro von Below.
Mi dice che anche Hrabak riceverà le fronde di quercia contemporaneamente
a me. Gli dico che ho portato Henschel con me e chiedo se la mia
raccomandazione per lui ha raggiunto il suo tavolo. Mi dice di non averla
vista ma promette immediatamente di scoprire dal Reichsmarschall Goering
come stanno le cose. I documenti non possono essere trovati. Suppongono
che siano stati sottoposti al Reichsmarschall per una sua decisione. Questo lo
si ottiene per passaparola dallo stesso Goering, che si reca direttamente al
Führer e gli riferisce che ho portato Henschel con me per i motivi sopra
indicati e che il Comandante in Capo della Luftwaffe ha approvato la
concessione della decorazione. La risposta è: “Henschel deve venire con gli
altri”. Questa è una grande occasione per il mio fedele mitragliere. Solo in
pochi ricevono la Croce di Ferro per mano del Führer, poiché l’investitura
personale del Comandante in Capo inizia solo a partire dalle fronde di
quercia.
E così Hrabak, Henschel e io ci troviamo alla presenza del Führer. Prima ci
appunta le nostre decorazioni e poi beve il tè con noi nel suo studio. Parla
delle passate operazioni a est e delle lezioni da trarne; accenna alla creazione
di nuove unità in corso, che saranno certamente necessarie per far fronte
all’imminente invasione degli Alleati occidentali. Il Paese sarà in grado di far
sorgere un gran numero di divisioni e la nostra industria potrà dotarle di
sufficienti armamenti. Intanto il genio inventivo tedesco, egli c’informa, sta
ancora lavorando su progetti stupendi, e per riuscire a strappare la vittoria al
bolscevismo. Solo i tedeschi sono in grado di farlo, afferma. Egli è
orgoglioso dei suoi soldati sul fronte orientale, e conosce i loro sforzi enormi
e le difficoltà che debbono affrontare. Ha un bell’aspetto ed è pieno di idee e
di fiducia nel futuro.
Lasciata Lötzen, dobbiamo fare una leggera deviazione su Hohensalza per
Görlitz, dove concediamo al nostro forte Ju 87 un paio di giorni di riposo. La
casa di Henschel, in Sassonia, non è molto lontana di qui, e lui continua in
treno, per raggiungermi due giorni dopo per il nostro ritorno al fronte. Poi
sorvoliamo Vienna, Cracovia, Lemberg e Winiza per raggiungere
Kirowograd con tempo variabile. Più a est arriviamo, più sentiamo
l’imminenza dell’inverno. Nubi basse portatrici di neve che sono molto fitte e
ostacolano il nostro volo e rendono difficile mantenere la rotta. Ci sentiamo
molto più felici quando all’imbrunire i nostri velivoli corrono sulla pista
ghiacciata di Costromka e siamo di nuovo a casa, con i nostri camerati. Qui
fa già freddo ma non abbiamo motivo di lamentarci, perché il gelo migliora le
condizioni delle strade del paese. Grandi spazi aperti sono ghiaccio solido e
non è sempre la cosa più facile da attraversare senza pattini. Quando siamo a
terra, a causa del maltempo, riprendiamo le nostre partite di hockey su
ghiaccio. Anche i meno sportivi fra di noi si lasciano contagiare
dall’entusiasmo di tutti gli altri. Utilizziamo tutti gli attrezzi possibili, dalle
mazze da hockey alle vecchie scope e pale. I più primitivi pattini russi
gareggiano con speciali coprigambe dotati di apposite lame da hockey. Molti
scivolano e basta, con gli stivali di pelliccia, siamo una squadra affiatata ed è
l’esercitarsi assieme quel che conta.
Qui, nel sud della Russia, abbiamo occasionalmente giornate calde che
trasformano tutto in una palude di fango inconcepibile. Forse ha a che fare
con l’influenza del Mar Nero o del Mar d’Azov. Il nostro aeroporto non può
resistere a questi capricci del clima, e noi dobbiamo sganciarci e passare alla
pista di Kirowograd. Uno di questi episodi di improvviso fango coincide con
Natale e Capodanno. Di conseguenza, le nostre unità sono costrette a
celebrare queste feste in isolamento, invece che in una festa di squadriglia.
Babbo Natale ha portato una sorpresa per ogni soldato, e a guardare il loro
volto nessuno potrebbe indovinare che questo è già il quinto inverno della
nostra campagna.
All’inizio del 1944 il tempo si fa veramente duro e l’attività operativa
aumenta. I sovietici spingono in avanti, a ovest e a sudovest dalla zona a
ovest di Dnjepropetrovsk, e per un breve periodo di tempo hanno tagliato le
comunicazioni stradali fra Krivoi Rog e Kirowograd. Una controffensiva dei
nostri vecchi amici, la 14a e 24a divisione corazzata, ha molto successo. Oltre
a catturare un gran numero di prigionieri e una massa di materiale, riusciamo
a provocare una tregua, almeno temporanea, in questo settore. Voliamo
continuamente da Kirowograd e siamo acquartierati abbastanza vicino
all’aeroporto.
Il personale della compagnia è aquartierato nelle vicinanze. Il giorno in cui
si trasferiscono hanno una sorpresa piuttosto spiacevole. L’addetto alla
compagnia, Becker, detto “Fridolin” e l’ingegnere Katschner, non conoscono
bene il riscaldamento locale. Il monossido di carbonio vien generato nelle
loro stanze durante la notte e Katschner si sveglia per trovare Fridolin già
incosciente. Scatta all’aria aperta trascinando con sé Fridolin, salvando così
entrambe le loro vite. Per un soldato perdere la vita a causa d’un incidente
sciocco, invece che a causa di un’azione nemica, è particolarmente tragico. In
seguito, vediamo il lato divertente di questo loro contrattempo e diventa uno
scherzo, entrambi devono sopportare molte prese per i fondelli.
Nel corso delle nostre operazioni in questo periodo assistiamo a un dramma
molto insolito. Sono fuori con il volo anticarro a sud e a sudovest di
Alexandrija; dopo aver sparato tutte le nostre munizioni siamo diretti a
Kirowograd per rifornirci di carburante e di munizioni, per un’altra
incursione. Stiamo sfiorando la pianura quasi pianeggiante a bassa quota e a
metà strada per Kirowograd passiamo sopra a una fitta siepe. Dietro di essa ci
sono dodici carri in movimento. Li riconosco subito: tutti dei T 34 che si
muovono in direzione nord. In un batter d’occhio salgo di quota e giro
intorno alla cava. Da dove sono spuntati? Sono sovietici al di là di ogni
dubbio. Nessuno di noi ha più un colpo in canna. Dobbiamo quindi lasciarli
continuare per la loro strada. Chissà dove saranno arrivati quando potremo
tornare con nuove munizioni e attaccarli.
I T 34 non ci fanno caso e proseguono per il loro cammino dietro quella
siepe. Più a nord vedo qualcosa che si muove sul terreno. Voliamo a bassa
quota e riconosciamo dei camerati tedeschi con i carri armati di tipo IV. Ci
guardano dai loro carri, pensando solo alla vicinanza di un nemico e a una
possibile scaramuccia. Entrambe le colonne di carri armati sono in viaggio
l’una verso l’altra, separati solo da quella alta linea di cespugli. Nessuno dei
due può vedere l’altro, perché i sovietici si stanno muovendo in un terreno
incassato sotto a un argine ferroviario. Io sparo dei razzi rossi, e mando un
messaggio in un contenitore con il quale li informo di che cosa gli sta
piombando addosso, a tre chilometri di distanza, supponendo che entrambe le
colonne mantengono lo stesso corso. Scendo con il mio aereo verso il punto
in cui i T 34 sono in viaggio, li avverto della vicinanza con il nemico.
Entrambe le parti proseguono con costanza. Stando bassi guardiamo quello
che sta per accadere. I nostri carri armati si fermano in un punto in cui c’è
un’apertura di pochi metri nella siepe. In qualsiasi momento entrambi
possono essere improvvisamente sorpresi dalla vista dell’altro. Attendo con
ansia il secondo quando entrambi apriranno il fuoco. I russi chiudono le
torrette; forse sospettano qualcosa per via delle nostre sorprendenti manovre.
Stanno ancora rullando nella stessa direzione, viaggiando speditamente. La
distanza laterale che separa le due parti non è superiore a quindici o venti
metri. Ora!
I russi nel terreno depresso hanno raggiunto il divario e vedono il nemico di
fronte a loro, dall’altro lato della siepe. Ci vogliono esattamente due secondi
per il primo carro IV per incendiare il suo oppositore a una ventina di metri;
schegge e scintille volano in aria. In pochi secondi - fino ad allora non ho
visto un colpo sparato dal resto dei T 34 - sei carri armati russi sono in
fiamme. L’impressione è che siano stati colti completamente di sorpresa e
che non abbiano ancora compreso ciò che sta loro accadendo. Alcuni T 34
s’avvicinano sotto la copertura della siepe, mentre gli altri cercano di
scappare sull’argine ferroviario. Sono immediatamente ripresi dai carri armati
tedeschi che nel frattempo hanno guadagnato un più ampio campo di fuoco,
attraverso il divario. L’intero scontro dura un minuto. Questa è, a suo modo,
una cosa unica. Senza perdite per noi, tutti i T 34 sono stati distrutti. I nostri
camerati sul campo sono orgogliosi del loro successo e non siamo felici per
loro. Lanciamo un messaggio di auguri e delle tavolette di cioccolata e poi
torniamo a casa.
Dopo una serie di sortite relativamente irregolari di solito non passa molto
tempo prima di ricevere un altro scossone. Ne abbiamo uno ora. Tre di noi
escono in missione, Fickel e Stähler mi accompagnano con le bombe, a
caccia di carri armati. Non abbiamo una scorta di caccia con noi e abbiamo
appena superato una delle nostre unità corazzate quando 12 o 15 caccia
Airocobra appaiono con intenzioni molto aggressive. Hanno tutti i nasi rossi
e sembrano appartenere a una buona unità. Compio una virata selvaggia e
delle manovre vicino al suolo ma sono contento di portare a casa i miei due
colleghi in tutta sicurezza, anche se i nostri aerei non sono del tutto integri.
La nostra esperienza è spesso il tema di argomenti serali e reminiscenze.
Fickel e Stähler pensano che siamo scampati per un pelo. Allo stesso tempo,
la discussione è un’utile lezione per i nostri nuovi arrivati sulla corretta
azione evasiva nel combattimento aereo.
La nostra 1° squadriglia è di stanza per qualche tempo a Slynka, a nord di
Nowo Ukrainka, a ovest da dove siamo noi. La mia 3° squadriglia riceve
anch’essa degli ordini per il trasferimento, con tutto il personale di volo,
mentre il nostro personale di terra procedere sulla strada per Pervomaisk sul
Bug. La mia notifica della mia promozione al rango di capo dello squadrone
arriva verso la fine del nostro tempo a Kirowograd.
A Slynka pare che l’inverno sia davvero iniziato. Quasi ogni giorno soffia
un vento amaro da est. Le temperature scendono a 20-30 gradi sotto zero.
L’effetto del freddo è percepibile nel numero di aeromobili riparabili, per la
manutenzione e la riparazione all’aperto a queste temperature è un’attività per
specialisti. Per nostra sfortuna una punta avanzata dell’offensiva russa, a nord
di Kirowograd, ha appena compiuto una penetrazione, nella valle della
Marinowka. Stanno creando riserve molto forti per consolidare le posizioni
conquistate per usarle come trampolino di lancio per una nuova avanzata. Gli
aeromobili riparabili sull’aeroporto sono utilizzati per attacchi a bassa quota.
In un’incursione verso est, Fickel è abbattuto dopo essere stato colpito
duramente. Il terreno non è sfavorevole, e sono in grado di compiere un
atterraggio abbastanza vicino a lui e portarlo a bordo del mio aereo con il suo
mitragliere. In breve tempo siamo tornati sul nostro campo d’aviazione, più
poveri di un altro aereo.
I carri armati russi raramente sferrano attacchi notturni, ma nei prossimi
giorni noi - in particolare i nostri colleghi a nord di noi - ne avremo un
assaggio. A mezzanotte il mio ufficiale di collegamento mi sveglia agitato e
riferisce che alcuni uomini appartenenti a una squadra di caccia di stanza a
Malaja Wisky si sono appena presentati con una richiesta d’aiuto immediato:
i sovietici sono entrati sul loro campo d’aviazione e nei loro alloggiamenti,
nel villaggio. È una notte stellata senza nuvole, decido di scambiare due
parole con loro. Malaja Wisky dista 25 chilometri verso nord e su questo
aeroporto sono state appoggiate diverse formazioni della Luftwaffe con i loro
velivoli.
“Tutto quello che possiamo dirvi è che c’è stato un attacco improvviso
mentre dormivamo e abbiamo scoperto dei carri armati russi che passavano
con la fanteria appollaiata sopra di loro”. Un altro descrive l’invasione
dell’aeroporto da parte dei carri armati. È successo tutto molto rapidamente
ed è evidente che sono stati tutti colti completamente di sorpresa, perché non
indossano altro che i pigiami.
Valuto la situazione e concludo che per me decollare così è impossibile e
anche inutile, perché per colpire un carro armato devo avere una visibilità
buona. Non è sufficiente che sia un cielo limpido e stellato. Dovremo
aspettare l’alba. È inutile pensare di lanciare qualche bomba semplicemente
per spaventare la fanteria, perché il posto è occupato da unità tedesche. Sono
unità d’approvvigionamento, più o meno indifese contro i carri armati
sovietici.
Dobbiamo decollare alle prime luci dell’alba; purtroppo nel volo di ritorno
dovremo lottare contro la nebbia, perché sembra che ne calerà parecchia,
come ce n’era stata oggi. Ci avviciniamo all’aeroporto a bassa quota e
vediamo la nostra contraerea pesante in azione. Hanno già distrutto alcuni di
quei mostri d’acciaio più avventurosi; gli altri si sono ritirati per coprirsi e
sono fuori tiro. Tutto il personale delle formazioni aeree sta ai propri posti di
combattimento. Quando sorvoliamo l’aeroporto, essi svolgono un regolare
compito di vigilanza, perché non hanno dubbi che li tireremo fuori dalla loro
difficile situazione. Un T 34 è entrato nella baracca di controllo del volo e si
muove come un ubriaco fra i relitti della sua furia. Altri si sono nascosti in
una zona industriale. Qui l’approccio è ostacolato dalle alte ciminiere.
Dobbiamo essere diabolici e fare attenzione a non sbatterci addosso. Il fuoco
dei nostri cannoni si riverbera in ogni angolo del villaggio. Sganciamo bombe
anche al di fuori di quel posto; almeno gli Ivan che sono venuti più lontano
ora percepiscono che è meglio battere la ritirata. Per la gran parte si muovono
verso l’uscita orientale dal villaggio, dove un certo numero di profondi
calanchi offrono copertura. Anche qui si scorgono parcheggiati i loro camion
di rifornimento, con munizioni e benzina. Sperano di trattenerci usando una
leggera e media contraerea, ma li silenziamo con delle bombe e facciamo
seguito con colpi di cannone. Ora vengono completamente messi a tacere e
poco dopo i camion si incendiano e saltano in aria.
Gli Ivan sono in fuga sulla neve, diretti verso est. Il nostro lavoro più
problematico oggi è l’atterraggio a Slynka, perché la nebbia sull’aeroporto si
rifiuta di alzarsi e resta solo un campo visivo molto corto, quando s’arriva a
terra. Di notte siamo stati avanti e indietro sette volte con la squadriglia,
mentre io, con un altro aereo, sono stato fuori quindici volte. Malaja Wisky è
stata ripulita dal nemico con la perdita di sedici carri armati distrutti dall’aria.
Non molto tempo dopo questo episodio il nostro personale di volo parte per
unirsi al nostro personale di terra a Pervomaisk North. L’aeroporto ha una
piccola pista in cemento, ma non serve a nulla se non per parcheggiare gli
aerei, in modo da evitare che affondino nel fango. È praticamente impossibile
decollare, atterrare o rullare; tutto quel posto è un pantano. Vicino
all’aeroporto si trova il villaggio in cui siamo acquartierati. Dopo l’ultima
incursione del giorno, o nei giorni in cui il volo è possibile, Gadermann deve
fare i suoi esercizi. Dopo aver finito con una lunga pista di fondo ci tuffiamo
sempre in una vasca d’idromassaggio, è fredda e finiamo con una rotolata
nella neve davanti alla casa in puris naturalibus. La sensazione di forma
fisica dopo questa routine è indescrivibile, è come rinascere. Alcuni Pan e
Paninkas, che in ogni caso non amano l’acqua, passano a una certa distanza
dalla casa e ci guardano con stupore. Sono certo che le nostre buffonate siano
una nuova conferma del loro cliché propagandistico: Germanski nix Kultura.
Senza ricognizioni meteorologiche è una perdita di tempo fare incursioni
all’alba con una formazione più ampia in questo settore. L’area di
destinazione può essere oscurata dalla nebbia e quindi un attacco è
impossibile. Uscire senza nessun motivo è uno spreco di preziosa benzina,
per non parlare del fatto che condizioni di questo tipo possono essere fatali
per le formazioni che contengono degli equipaggi inesperti. È stato pertanto
emesso un ordine permanente che un incursore va sempre mandato avanti alla
mattina, per verificare la situazione atmosferica. Il ricognitore va mandato
alle prime ore del giorno e il suo rapporto sulle condizioni meteorologiche
nell’area dell’obiettivo proposto per quel giorno determina se decolliamo o
meno. Il compito è di solito troppo importante, per scegliere qualcuno
indiscriminatamente; Fickel deve uscire, o qualcun altro, se Fickel ha bisogno
di un periodo di riposo.
Una mattina, all’alba, ci dirigiamo verso il fronte. Ho approfittato delle
condizioni meteorologiche favorevoli e siamo decollati prima che fosse sorto
il sole. Mi concentro sulla memorizzazione dell’intero fronte in questo
settore. Al crepuscolo vedo chiaramente il fuoco d’artiglieria del nemico. Dal
suo volume si possono trarre conclusioni per il giorno. Le posizioni
dell’artiglieria, una volta individuate, vengono immediatamente
contrassegnate sulla mia mappa. In poco tempo saranno irriconoscibili, e
molto probabilmente poche ore dopo potrebbero essere sotto il
bombardamento dei nostri Stuka.
Queste informazioni sulle ricognizioni sono di grande interesse anche per i
nostri colleghi sul campo. Se ho volato basso, sopra il fronte la mattina
presto, posso dare informazioni preziose all’esercito circa i punti di
concentrazione nemici. In questo modo eventuali sorprese per il prossimo
giorno vengono eliminate. È un’immagine impressionante, e per me lassù il
lampo di molte armi nella penombra assomiglia a una vasta stazione
ferroviaria in cui le luci tremolano o s’accendono e si spengono
continuamente. Stringhe infuocate di perline chiare e scure mi raggiungono e
formano una sorta di linea di collegamento con la terra. La difesa nemica ci
ha avvistati. Razzi di segnalazione di colore vivace vengono sparati dal basso
verso l’alto, segnali prestabiliti fra le unità di terra.
Gradualmente, durante le nostre regolari visite mattutine, abbiamo
cominciato ad avvicinarci troppo a Ivan. Questo è un fastidio particolare,
perché nelle prime ore spesso sorprendiamo i carri armati ancora sonnolenti.
Anche loro amano approfittare della prima luce diurna per colpire di sorpresa
ma ora vengono colpiti. Non si può essere biasimare Ivan per aver mandato i
suoi falchi rossi a flagellare il fronte subito dopo l’alba. Abbiamo spesso
delle scaramucce con i falchi rossi. Non è esattamente piacevole per noi
manovrare contro a un numero superiore di caccia, senza la protezione dei
nostri.
Durante questa fase Fickel sembra molto distratto e Gadermann mi
consiglia di lasciarlo andare in licenza per un po’ di tempo o per lo meno
liberarlo da queste sortite fatte solo con me. Anche se Fickel parla metà per
scherzo, egli dice, dopo aver fatto un atterraggio con un aereo gravemente
danneggiato che: “Mi ha rubato altri anni di vita.” Posso vedere da me che lui
non è un atleta, e che anche la sua resistenza non è inesauribile. Ma mi rendo
conto che lui non accenna mai di non venire con me, e in momenti come
questi ho sempre la sensazione che questo cameratismo è qualcosa di molto
bello.
La nostra attuale ricognizione all’alba è focalizzata sui punti ovest-nord-
ovest del Kirowograd, dove i sovietici stanno facendo ripetuti tentativi di
sfondare con le loro masse inesauribili. Se il tempo si stabilizzerà
decolleremo con tutta la squadriglia per una nuova incursione, mezz’ora dopo
il nostro primo atterraggio, per attaccare i bersagli importanti che sono stati
appena individuati. Ora, in inverno, un fitto velo di nebbia fa in modo che
tutte le osservazioni siano più o meno un azzardo e noi decolliamo senza
alcuna certezza di atterrare di nuovo. La nebbia densa s’alza all’improvviso e
poi spesso ci blocca per diverse ore, restando impenetrabile. Quando è così
un’automobile sarebbe più utile che un aereo.
In un’occasione sono fuori con Fickel e abbiamo completato la nostra
ricognizione e lanciato alcuni attacchi a bassa quota nella zona di
Kirowograd. È già arrivata la luce diurna e stiamo volando verso ovest per
tornare a casa. Abbiamo ancora più di metà strada da percorrere, e siamo
arrivati a Nowo Ukrainka quando, improvvisamente, c’imbattiamo in una
fitta nebbia. Fickel si tiene molto vicino al mio aereo per non perdermi del
tutto di vista. Il terreno è ora appena visibile. Sopra il luogo appena
menzionato percepisco alcune ciminiere nelle vicinanze. Il banco di nebbia
sale a una grande altezza in modo che non possiamo scavalcarlo. Dovrò
tornare da qualche parte. Chissà fino a che punto s’estendono queste
condizioni meteorologiche? Non è una soluzione neppure seguire la rotta
verso ovest fino a quando il nostro carburante basterà e di fidarsi della
fortuna e poi, forse, anche compiere un atterraggio in un’area controllata da
partigiani. Non dovrebbe passare molto tempo prima di raggiungere le nostre
linee, dove sono urgentemente atteso. Inoltre, la nostra benzina è quasi finita,
dopo la nostra lunga ricognizione, quindi l’unica cosa da fare è quella di
rimanere vicino a terra e cercare di raggiungere il nostro aeroporto con la
minima visibilità. Tutto è una sfumatura di grigio. Nessun orizzonte. Fickel è
scomparso. Non l’ho visto da Nowo Ukrainka. Forse dopo tutto ha colpito
una canna fumaria.
Finché il terreno rimane pianeggiante possiamo volare attraverso questo
muro di nebbia. Non appena si profila un ostacolo, pali telegrafici, alberi o un
terreno in salita, devo tirare la cloche e addentrarmi in questa impenetrabile
zuppa di piselli. Cercare una via d’uscita con attenzione e pazienza resta un
grande rischio. Il terreno è visibile solo da tre o cinque metri, ma a questo
livello può improvvisamente emergere qualche ostacolo dalla nebbia. Sto
volando solo con la bussola, e a giudicare dall’orologio dovrei essere a venti
minuti di volo dal mio aeroporto di Pervomaisk. Ora, o la pianura lascia il
posto alle colline o la nebbia diventerà più densa; tiro la cloche e sono
proprio nel bel mezzo della nebbia. Ho appena avuto difficoltà a superare dei
pali. Ora è troppo: “Henschel, stiamo atterrando.”
Dove, non ho idea, perché non vedo quasi nulla, solo un’opacità grigia.
Abbasso i flap per l’atterraggio e riduco il motore. Tengo l’aereo a bassa
velocità e cerco di sentire il terreno. Nessun andar oltre, ci fermiamo.
Henschel tira indietro il tettuccio e salta fuori con un ampio sorriso sul viso.
“Siamo stati fortunati questa volta.”
La visibilità sul terreno è di una quarantina di metri. Sembra che ci
troviamo su una collina dalla quale la nebbia continua a scivolare verso il
basso. Dico a Henschel di camminare un po’ indietro; sento qualcosa che
prendo per essere il rumore di veicoli a motore. Forse una strada. Nel
frattempo mi siedo sul mio fidato Ju 87 e ancora una volta gioisco d’essere
vivo. Henschel torna. Avevo ragione, dietro di noi c’era una strada. I piloti
dell’esercito gli hanno detto che siamo a trentacinque chilometri da
Pervomaisk e che porta dritto fin là. Decido di riavviare il motore e di rullare
verso la strada. La visibilità è ancora poco più di venti, al massimo trenta,
metri. Viaggiamo lungo un’autostrada molto larga come se stessimo
guidando un’auto, rispettando le solite regole del traffico e consentendo il
passaggio di autocarri pesanti. Quando il traffico è congestionato, mi fermo
per evitare il rischio d’incidenti, nel caso in cui i camionisti non riescano a
vedere il mio aereo fino a quando non si trovano proprio sotto a noi. Molti di
loro pensano di vedere un aereo fantasma. Così rulliamo per due ore, in
salita, in discesa. Poi arriviamo a un passaggio a livello; non c’è modo di
attraversarlo con le ali, comunque io mi metto a manovrare e spingere.
Spingo il mio aereo sul lato della strada. Solo 11 chilometri da Pervomaisk.
Con un passaggio da una macchina dell’esercito sono rapidamente sulla
nostra pista. Nel frattempo Henschel sorveglia l’aereo ed è sollevato dal
primo turno. I nostri camerati erano preoccupati per noi, perché il tempo che
ci si poteva aspettare dipendente dalla nostra benzina era trascorso, e anche
perché nel frattempo non avevamo telefonato da nessuna parte, e sono felici
del nostro ritorno.
Non c’è ancora alcun segno di Fickel. Siamo molto preoccupati. Entro
mezzogiorno la nebbia s’alza, mi faccio riportare di nuovo al mio aereo e
decollo dalla strada. Pochi minuti dopo siamo sul nostro campo d’aviazione
di Pervomaisk e i fedeli meccanici ci guardano come un figliol prodigo
ritornato. Un’altra incursione nel pomeriggio. Quando arrivo da Gadermann
mi dice che Fickel ha telefonato da Nowo Ukrainka. Sia lui che il suo
mitragliere hanno trovato la via d’uscita sicura nella nebbia. Mi aveva perso
quando era diventata più densa ed era atterrato allo stesso tempo. Ora la
nostra gioia è grande.
Subito dopo, il punto focale delle nostre operazioni si sposta ulteriormente
verso nord. Nella regione del Tscherkassy stiamo concentrando le nostre
forze ed è prevista un’operazione di soccorso con nuove riserve. L’attacco
d’alleggerimento viene lanciato principalmente da sud e sud-ovest. In
generale sosteniamo le divisioni corazzate 11a e 13a che, spingendo verso
nord-ovest da Nowo Mirgorod, hanno raggiunto un settore del fiume. I
sovietici sono fortemente trincerati dietro. Qui ci sono un sacco di buoni
bersagli per noi; l’attività aerea da entrambe le parti è intensa, i “gustavi di
ferro” in particolare, cercano di emularci attaccando le nostre divisioni di
carri armati e le unità di rifornimento. Con il nostro lento Ju 87 facciamo
sempre del nostro meglio per attaccare e scacciare queste formazioni di
Iliushin II, ma sono un po’ più veloci di noi perché, a differenza di noi, hanno
il carrello retrattile. Inoltre, essendo maggiormente corazzati, sono
notevolmente più pesanti. Questo è evidente quando si arriva ad attaccare,
possono prendere velocità molto più rapidamente. Come solito abbiamo molti
attacchi a bassa quota e cercare di superarli è comunque fuori discussione.
Durante questa fase sono fortunato in uno scontro con questi “gustavi di
ferro”. I miei aerei sono concentrati su una missione di bombardamento
contro le posizioni sovietiche localizzate in un bosco. Sto girando sopra di
loro perché volo con l’aereo con i cannoni e non sono ancora riuscito a
trovare alcun carro armato da attaccare. Una formazione di Iliushin II passa
davanti a noi in diagonale, 200 metri più in basso, verso sud-est, sono
accompagnati da Lag e Aircobra. Il mio n. 2 porta le bombe. Gli dico che
stiamo attaccando la formazione di Iliushin. Stiamo già perdendo quota
quando mi trovo a meno di trecento metri da loro, vedo che non posso più
trarne alcun vantaggio e che i “gustavi di ferro” stanno viaggiando più
velocemente. Inoltre, i caccia si stanno interessando di me. Due di loro mi
sono già scivolati dietro. Si tratta di un colpo difficile, ma ho uno di quegli
uccellacci nel mio mirino e decido di provare un paio di munizioni anticarro
da ciascuno dei miei cannoni controcarro. Il gustavo diventa una palla di
fuoco e si disintegra in una pioggia di schegge di fuoco. Il resto sembra avere
fiutato il vento e si allontanano verso il basso ancora più velocemente e la
distanza tra di noi aumenta visibilmente. Inoltre, è giunto il momento per me
di iniziare a muovermi e fare manovre di disimpegno, perché i caccia stanno
facendo i duri sulla coda. Le mie tattiche evasive mi avvicinano alla mia
squadriglia, dopodiché i russi si allontanano. Senza dubbio indovinano che la
nostra scorta di caccia non è lontana e, dunque, non sarà così facile
abbattermi.
Nel pomeriggio Kunz non riesce a tornare da un’incursione nello stesso
settore, con settanta carri era in testa alla lista dei carri armati distrutti. La sua
buona fortuna era iniziata nella zona di Bjelgorod e Charkow, da allora aveva
acquisito molta esperienza. La sua perdita è un grande colpo per noi e fa un
altro vuoto nel nostro circolo di camerati.
L’offensiva generale per portare soccorso alle forze circondate nella zona di
Tscherkassy ha successo, e le nostre truppe d’assalto sono in grado di creare
una sorta un passaggio attraverso quella sacca. Una volta che il collegamento
è stabilito, il fronte viene arretrato. Torniamo di conseguenza da Pervomiask
a Rauchowka, e per quanto ci riguarda l’area di Nowo Mirgorod è lasciata
molto indietro rispetto alle linee russe. Poco tempo dopo delle formazioni di
bombardieri americani che volano verso est, dopo aver compiuto la loro
missione in Germania, atterrano a Nowo Mirgorod, dove i loro aerei vengono
riforniti dai loro alleati per una nuova incursione in senso contrario. La loro
base operativa, come per molte altre formazioni americane, è nel
Mediterraneo. Nel frattempo, anche a sud di dove ci troviamo noi la
situazione è cambiata e la nostra testa di ponte, a Nikopol, è stata
abbandonata. I sovietici spingono in avanti nella zona di Nikolajew, e le
divisioni tedesche a nord-ovest da lì, si trovano impegnate in combattimenti
molto aspri.
13
Ritirata al Dniester
Nel marzo 1944 il nostro fronte meridionale si trova sulla difensiva,
contestando aspramente gli sforzi ingenti di forti forze russe che tentano di
compiere un decisivo passo avanti, verso sud, per poter liquidare l’intero
fronte tedesco. La mia squadriglia di Stuka opera da Rauchowka, 170
chilometri a nord di Odessa, a sostegno delle nostre unità. Siamo nell’aria
dall’alba al tramonto, facendo del nostro meglio per alleviare i problemi dei
nostri camerati in difficoltà sul terreno, distruggendo carri armati e
attaccando l’artiglieria e le katiusce di Stalin. I nostri sforzi servono a
prevenire un decisivo crollo del nostro fronte. Inoltre, l’esercito a seguito di
questa azione di contenimento è in grado di ritirarsi in buon ordine poche
settimane dopo, al fine di occupare nuove posizioni più a ovest.
Un giorno, durante questa battaglia, voliamo a ovest-nord-ovest lungo il
Dniester per una ricognizione. Il fiume sotto di noi compie una svolta a
gomito a nord-ovest. Segnali urgenti da parte dei rumeni ci hanno informato
di grandi convogli in allestimento con colonne motorizzate e corazzate, in
movimento a ovest di Jampol. A prima vista la loro relazione sembra
piuttosto incredibile, perché se questo fosse vero significherebbe che i
sovietici hanno sfondato a nord mentre allo stesso tempo lanciano la loro
offensiva a sud e sarebbero, dunque, già a duecento chilometri alle nostre
spalle, in Bessarabia. Effettuo le ricognizioni con un altro velivolo. Questi
timori sono purtroppo confermati. Forti concentrazioni sovietiche
appartenenti a tutte le armi sono ammassate nella zona di Jampol, inoltre è in
costruzione un grande ponte.
Non si può fare a meno di chiedersi come sia possibile che questa
operazione non sia stata finora notata. Non è strano per noi, abbiamo avuto la
stessa esperienza spesso durante la campagna russa. Il nostro fronte a est è
tenuto con un velo di truppe sottile; spesso intere zone, tra i punti chiave,
sono solo pattugliate. Una volta raggiunta questa catena di avamposti, il
nemico avanza in una zona non difesa. Nelle nostre retrovie potrebbero
imbattersi in un gruppo di sussistenza o in un magazzino munizioni. La
vastità del loro Paese è l’alleato più prezioso dei russi. Con la propria massa
inesauribile di materiale umano, possono facilmente riversare le proprie
truppe in qualsiasi breccia difesa debolmente.
Sebbene la situazione nell’area di Jampol sia pericolosa, non la
consideriamo assolutamente disperata perché questo settore, che è la porta
d’ingresso al loro Paese, è stato affidato ai rumeni. Così, nel mio rapporto per
questa ricognizione mi è stato detto di aspettarmi la presenza di divisioni di
copertura rumene sul Dniester, e quindi sono stato avvertito di stare attento
agli effetti di qualsiasi attacco. Semplicemente dalle loro uniformi non è
facile distinguere i rumeni dai russi stando in volo.
L’obiettivo strategico dell’offensiva sovietica è chiaro: un ancor più ampio
accerchiamento delle nostre forze nel sud e una simultanea spinta a Jassy,
verso i giacimenti petroliferi di Ploesti. Poiché l’intervento della mia
squadriglia nella zona di Nikolajew è ancora necessario ogni giorno, non è
possibile in un primo momento volare più di una o due sortite in questo
settore. Per tutte le nostre operazioni stiamo utilizzando l’aeroporto avanzato
di Kotowsk, a sud di Balta. Così ora, insolitamente, questa missione ci porta
verso Occidente. I nostri obiettivi principali sono le concentrazioni di truppe
nei pressi di Jampol e il ponte che vi si sta costruendo. Dopo ogni attacco, i
sovietici sostituiscono immediatamente i piloni danneggiati e s’affrettano a
completare il ponte. Cercano di sviare i nostri attacchi con un intenso fuoco
di contraerea e caccia, ma non una volta permettiamo loro di respingerci
lasciando la nostra missione incompiuta.
I nostri successi sono confermati dai messaggi radiofonici russi che
raccogliamo. Si tratta principalmente di denunce contro i loro stessi
combattenti, i falchi rossi, accusati di viltà. Gli snocciolano le loro perdite in
uomini, armi e materiale da costruzione causati dalla loro poltroneria. Siamo
spesso in grado di ascoltare conversazioni radiofoniche in russo fra le loro
unità di terra e i falchi rossi. C’è un ufficiale che sa la lingua russa nella mia
squadriglia e che si sintonizza con la sua radio sulla loro lunghezza d’onda e,
istantaneamente, ci fa una traduzione integrale. I russi spesso urlano
selvaggiamente nella radio al fine di interferire con la nostra ricezione. La
frequenza russa è in genere vicina alla nostra. I sovietici cercano spesso di
suggerirci dei cambi al nostro bersaglio durante il volo. Naturalmente i nuovi
obiettivi si collocano all’interno delle linee tedesche. Queste pretese
correzioni vengono fatte in tedesco corrente, ma molto presto impariamo a
riconoscere questo trucco e una volta che imparo a distinguere queste false
correzioni mentre sono in aria, invariabilmente scendo per assicurarmi che il
nuovo obiettivo è davvero un obiettivo nemico. Spesso sentiamo un grido
d’allarme: “Annullare l’attacco. Obiettivo occupato dalle nostre truppe.” Chi
ci parla è, inutile dirlo, un russo. Le sue ultime parole sono di solito coperte
dal rumore delle nostre bombe. Ci facciamo molte belle risate quando
ascoltiamo il controllo a terra, che maledice l’ignavia dei combattenti russi.
“Falchi rossi, vi deferiremo al Commissario per la vostra viltà. Andate
avanti ad attaccare i maiali nazisti. Ancora una volta abbiamo perso il nostro
materiale da costruzione e molte attrezzature!”
Conosciamo da tempo la poco sfiducia nutrita dalla maggior parte dei piloti
russi; solo poche unità d’assalto fanno eccezione alla regola. Queste
segnalazioni di perdite di materiale sono una preziosa conferma del nostro
successo.
Pochi giorni prima del 20 marzo 1944, veniamo ostacolati dal clima
orrendo, con forti tempeste di pioggia. Nel gergo dell’aviere diciamo: “Anche
i passeri oggi devono camminare”. Volare è impossibile. Mentre questo
tempo continua, i sovietici sono in grado di continuare la propria avanzata e
spingere in avanti la loro traversata del Dniester, senza subire attacchi. Non vi
è alcuna prospettiva di formare un fronte difensivo contro questa minaccia sul
terreno; nemmeno una sola compagnia di soldati può essere spostata dal
settore di Nikolajew e non sono disponibili altre riserve. In ogni caso,
presumiamo che i nostri alleati rumeni difenderanno la loro Patria con la furia
dei patrioti e con l’istinto di autoconservazione e in tal modo compenseranno
la nostra debolezza numerica.
Il 20 marzo, dopo sette sortite nella zona di Nikolajew e Balta, decollo con
la mia squadriglia, alle otto di mattina, la nostra prima missione in cinque
giorni contro il ponte di Jampol. Il cielo è d’un blu brillante e si può dare per
scontato che dopo questa pausa prolungata la difesa sarà stata notevolmente
rafforzata per la sua protezione. Dato che il mio aeroporto e quello di
Rauchowka sono ridotti a un pantano, la nostra squadriglia di caccia si è
trasferita sull’aeroporto in cemento di Odessa. Noi, con i nostri pneumatici
larghi, siamo in grado di affrontare meglio il fango e non c’impantaniamo
subito. Per telefono fissiamo un appuntamento per una cert’ora a una
quarantina di chilometri dal bersaglio, a 2000 metri sopra a un’ansa del fiume
Dniester. Ma apparentemente sono sorte difficoltà anche a Odessa. La nostra
scorta non si fa trovare all’appuntamento. L’obiettivo è chiaramente visibile,
quindi certamente attacchiamo. Abbiamo vari nuovi equipaggi nella nostra
squadriglia. Il loro livello di preparazione non è buono come in passato. Gli
uomini veramente bravi sono ormai da tempo al fronte e la benzina destinata
alle scuole di volo è stata rigorosamente razionata a pochi galloni per pilota.
Sono fermamente convinto che, se avessi avuto così poca benzina a
disposizione, non avrei potuto far meglio dei nuovi arrivati. Siamo ancora a
circa venti chilometri dal nostro obiettivo quando lancio il monito: “Caccia
nemici!”
Più di venti Lag 5 sovietici si stanno avvicinando e il nostro carico di
bombe ostacola la nostra manovrabilità. Volo, disegnando in cielo delle
ellissi difensive, in modo da essere in grado, in qualsiasi momento, di passare
dietro ai combattenti, perché il loro scopo è quello di abbattere l’ultimo aereo.
Nonostante la battaglia aerea in corso, ci muoviamo gradualmente per
raggiungere l’obiettivo. I singoli piloti russi che cercano di abbattermi con un
semplice passaggio restano delusi dalle tattiche estremamente mobili che
pongo in atto e poi, all’ultimo momento, mi tuffo in mezzo a loro e poi parto
in salita. Se i nuovi equipaggi riusciranno ad arrivare a casa, oggi avranno
imparato molto.
“Prepararsi per essere attaccati, stiamo vicini. Attacco!” E io mi tuffo per
l’attacco al ponte. Come mi lancio vedo i lampi della flak da una serie di
postazioni. Le granate sibilano di fianco al mio aereo. Henschel dice che il
cielo è una massa di fiocchi di cotone, questo è il suo nome per la flak
scoppiettante. La nostra formazione sta perdendo la sua coesione, stiamo
allontanandoci, rendendoci più vulnerabili ai caccia. Avverto coloro che sono
rimasti indietro: “Volate, recuperate terreno, siamo tutti spaventati come voi.”
Non poche parolacce mi sfuggono dalle labbra. Vado in circolo, e da 400
metri vedo la mia bomba mancare il ponte. Quindi c’è il vento che soffia.
Dico alla radio: “Vento da sinistra, correggere a sinistra.” Un colpo centrato
dal nostro n. 3 distrugge il ponte. Giro intorno per individuare i siti della
contraerea ancora aggressiva e do ordine di attaccarli.
“Oggi stanno prendendo l’inferno con molta grazia”, opina Henschel.
Sfortunatamente, due nuovi equipaggi sono rimasti leggermente indietro
durante le picchiate. Il ritardo li ha tagliati fuori. Uno di loro è
completamente crivellato di colpi e mi passa davanti in direzione del
territorio nemico. Cerco di recuperare il ritardo con lui, ma non posso lasciare
tutta la mio squadriglia in asso per seguirlo. Urlo nella radio, lo maledico, ma
è inutile. Egli vola sulla riva russa del Dniester. Dal suo aereo fuoriesce un
sottile nastro di fumo. Sicuramente avrebbe potuto volare per altri minuti,
come l’altro sta facendo, e così raggiungere le nostre linee.
“Ha perso completamente i nervi, quell’idiota”, commenta Fickel nella
radio. Al momento non posso più preoccuparmi di lui, perché devo cercare di
tenere insieme la mia formazione dispersa e manovrare di nuovo verso est, in
circolo. Dopo un quarto d’ora i caccia russi si ritirano, sconfitti, e noi ci
dirigiamo in formazione verso la nostra base. Ordino al comandante della
settima pattuglia di ricondurre la formazione a casa. Con Fischer, volando
con l’altro aereo del personale, mi giro e volo indietro a bassa quota,
sfiorando la superficie del Dniester, con le sue ripide rive su entrambi i lati. A
breve distanza, più avanti nella direzione del ponte, scorgo i caccia russi a
2500 metri. Ma qui nel letto del fiume non è facile vedermi, e soprattutto la
mia presenza non è prevista. Mentre salgo bruscamente sopra alla macchia
verde attorno al fiume, lungo la riva, scorgo il nostro aereo a tre o quattro
chilometri sulla destra. Ha fatto un atterraggio forzato in un campo.
L’equipaggio è in piedi, vicino all’aereo e gesticolano selvaggiamente mentre
li sorvolo a quota più bassa. “Se solo tu avessi prestato attenzione a me
prima, questa delicata operazione non sarebbe stata necessaria” mormoro fra
me e me, mentre volteggio sopra, per vedere se il campo è adatto per un
atterraggio. Lo è. M’incoraggio con un profondo respiro: “Va bene, allora ...
scendiamo. Questa coppia costituirà il settimo equipaggio che ho raccolto
sotto al naso dei russi.” Dico a Fischer di rimanere in aria e interferire con i
combattenti nel caso in cui ci attaccheranno. Conosco la direzione del vento
dai bombardamenti del ponte. Flap giù, acceleratore indietro, sarò a terra in
un battibaleno. Cosa sta accadendo? Sono andato lungo – devo riprovarci e
fare un nuovo giro. Questo non mi era mai successo prima d’ora. È un
auspicio per non atterrare? Siamo molto vicini all’obiettivo che è appena
stato attaccato, molto al di là delle linee sovietiche! - Codardia? Ancora una
volta acceleratore indietro, flap giù - sono a terra . . . e subito noto che il
terreno è molto soffice e non ho nemmeno bisogno di frenare. Il mio aereo si
ferma esattamente di fronte ai miei due colleghi. Sono un nuovo equipaggio,
Henschel solleva il tettuccio e io do loro un segnale per salire veloci con noi.
Il motore gira, salgono con Henschel. I falchi rossi stanno volteggiando sopra
alla nostra testa; non ci hanno ancora visti.
“Pronto, Henschel?”
“Sì.”
Tiro l’acceleratore, schiaccio il freno sinistro, con l’intenzione di tornare
indietro per decollare esattamente da dove ero atterrato. La mia ruota sinistra
sprofonda nel terreno. Più accelero, più le ruote si bloccano. Il mio aereo si
rifiuta di muoversi da quel posto. Forse è solo perché molto fango si è infilato
tra il parafango e la ruota.
“Henschel, scenda e tolga il parafango, forse poi ce la facciamo.”
Il perno di fissaggio si spezza, il passaruota rimane in posizione, ma anche
senza di questo non riusciamo a decollare, siamo bloccati nel fango. Tiro la
cloche nel mio stomaco, la allento e vado a tutto gas in retromarcia. Nulla, è
del tutto inutile. Forse potremmo andar giù con il muso, ma questo non
aiuterebbe neppure noi. Fischer vola più basso sopra di noi e chiede alla
radio: “Devo atterrare?”
Dopo una momentanea esitazione mi dico che se atterra anche lui non potrà
decollare e rispondo: “No, non deve atterrare. Dovete volare verso casa.”
Diamo un’occhiata in giro. Arrivano gli Ivan, a frotte, a quattrocento metri
di distanza. Dobbiamo svignarcela. “Seguitemi”, grido, e già stiamo
sprintando verso sud il più velocemente possibile sulle nostre gambe. Quando
ci ho volato sopra ho visto che siamo a circa sei chilometri dal Dniester.
Dobbiamo attraversare assolutamente il fiume, altrimenti saremo facile preda
dei rossi che c’inseguono. Questa corsa non è una cosa semplice, sto
indossando stivali di pelliccia alti e un cappotto di pelliccia. Sudo! Nessuno
di noi ha bisogno di stimoli; non abbiamo alcuna intenzione di finire in un
campo di prigionia sovietico che ha già significato la morte istantanea per
tanti piloti di Stuka.
Abbiamo coso per mezz’ora. Stiamo dando un buon spettacolo, gli Ivan
sono in ritardo di settecento metri. Improvvisamente ci troviamo sul bordo di
un dirupo a strapiombo, al cui fondo scorre il fiume. Scattiamo qua e là, alla
ricerca disperata di una via per scendere giù ... impossibile! Gli Ivan ci stanno
alle calcagna. Poi, improvvisamente un ricordo della mia fanciullezza mi dà
un’idea. Di solito scivolavamo di ramo a ramo dalle cime degli abeti per
frenare la nostra caduta e in questo modo arrivavamo al fondo, in tutta
sicurezza. Ci sono un sacco di grossi cespugli spinosi, come quelli di rosa
canina, che crescono sulle pareti di pietra del dirupo. Scendiamo l’uno dopo
l’altro e atterriamo sulla riva del fiume, in basso, lacerati nelle membra e con
i nostri vestiti strappati in nastri. Henschel diventa piuttosto nervoso. Urla:
“Immergiamoci subito. Meglio annegati che prigionieri dei russi.”
Consiglio un po’ di buon senso. Siamo agitati per la corsa. Con il fiato
corto; ci togliamo gli indumenti. Gli Ivan nel frattempo sono arrivati sull’orlo
del precipizio. Non possono vederci, perché siamo in un angolo cieco del loro
campo visivo. Si muovono su e giù, incapaci d’immaginare dove siamo
scomparsi. Non si capacitano di come abbiamo superato quel precipizio. Il
Dniester è in piena, le nevi sono in disgelo, e qua e là passano blocchi di
ghiaccio. Calcoliamo la larghezza del fiume a cinquecento metri, la
temperatura è di 3-4 gradi sopra lo zero. I miei tre camerati stanno già
entrando in acqua, sto indietro a spogliarmi dei miei stivali e della giacca di
pelliccia. Ora li seguo, vesto solo una camicia e dei pantaloni; sotto la
camicia tengo la mappa, nella tasca dei pantaloni le medaglie e la bussola.
Toccando l’acqua, dico a me stesso: “Non entrerai mai qui” ma poi penso
all’alternativa e sto già muovendo le braccia.
In pochissimo tempo il freddo mi paralizza. Boccheggio per un respiro, non
sento neppure più che sto nuotando. Mi concentro profondamente sui
movimenti del nuoto, per farli correttamente! La riva è lontana e s’avvicina
solo in modo impercettibile. Gli altri sono davanti a me. Penso a Henschel.
Ha superato la sua prova di nuoto con me quando eravamo con la riserva a
Graz, ma se ce la fa oggi in condizioni così difficili sarà in grado di ripetere
quel tempo record, o forse avvicinarcisi molto. A metà del fiume lo affianco,
a pochi metri dal mitragliere dell’altro aereo; il pilota è ben distante, davanti,
sembra un ottimo nuotatore. A poco a poco si diventa indifferenti a ogni
sensazione, salvo l’istinto di autoconservazione: l’alternativa è piegarsi o
farcela. Sono stupito dalla resistenza degli altri, perché io come ex atleta sono
abituato a fare sforzi eccessivi.
La mia mente torna indietro. Ho sempre finito con i 1500 metri, spesso
accaldato, dopo aver cercato di mettere in campo la migliore prestazione
possibile in nove discipline sportive. Questo duro allenamento mi ripaga ora.
In termini sportivi, il mio sforzo effettivo non supera il novanta per cento
delle mie capacità. Il pilota emerge dall’acqua e si getta giù sulla riva. Un po’
più tardi raggiungo la sicurezza della riva con il mitragliere vicino a me.
Henschel ha ancora altri 150 metri per finire. Gli altri due stanno giù rigidi
come stoccafissi, congelati fino all’osso, il mitragliere delira. Poveraccio! Mi
siedo e guardo Henschel lottare. Altri 80 metri.
Improvvisamente, solleva le braccia e grida: “Non posso andare avanti, non
posso più andare avanti!” e sprofonda. Riemerge una prima volta, ma non
una seconda. Mi butto di nuovo in acqua, attingendo all’ultimo dieci per
cento d’energia che forse mi resta. Raggiungo il punto dove ho appena visto
Henschel sparire. Non posso immergermi, perché per immergermi devo
riempire i polmoni ma con il freddo non riesco ad avere aria a sufficienza.
Dopo vari tentativi infruttuosi riesco a tornare a riva. Se fossi riuscito a
prendere Henschel avrei dovuto restare con lui sul fondo del Dniester. Era
molto pesante e la tensione sarebbe stata eccessiva per tutti. Ora mi trovo
disteso sulla riva, zoppico, esausto e da qualche parte dell’animo mi sorge
una profonda pietà per il mio amico Henschel. Un attimo dopo diciamo un
Padrenostro per il nostro camerata.
La mappa è inzuppata d’acqua, ma ho tutto in testa. Solo il diavolo sa
quanto siamo indietro rispetto alle linee russe. Oppure c’è ancora la
possibilità di imbatterci prima o poi in rumeni? Controllo le nostre armi; ho
un revolver da 6,35 mm. con sei colpi, il pilota ha una 7,65 con un caricatore
completo, il mitragliere ha perso il suo revolver mentre era in acqua e ha solo
il coltello rotto di Henschel. Cominciamo a camminare verso sud con queste
armi nelle nostre mani. Quelle dolci colline sono familiari, avendoci volato
sopra molte volte. Sono alte circa seicento metri, pochi villaggi, 45 chilometri
a sud di una ferrovia che corre da est a ovest. Conosco due punti su quella
linea: Balti e Floresti. Anche se i russi hanno compiuto una profonda
penetrazione possiamo contare su questa linea che dovrebbe essere ancora
libera.
Sono circa le 15, il sole è alto a sud-ovest. Splende obliquamente sui nostri
volti, alla nostra destra. Prima ci addentriamo in una piccola valle con colline
moderatamente alte su entrambi i lati. Siamo ancora impegnati dal
mitragliere, che ancora delira. Consiglio cautela. Dobbiamo cercare di
costeggiare tutti i luoghi abitati. A ciascuno di noi è assegnato un settore
preciso da tenere sotto osservazione. Io sono affamato. Improvvisamente mi
colpisce l’idea che non ho avuto nulla da mangiare per tutto il giorno. Questa
è stata l’ottava missione e non c’è mai stato tempo di mangiare fra una sortita
e l’altra. Al nostro ritorno da ogni missione devo scrivere un rapporto e
spedirlo al comando, e le istruzioni per la missione successiva devono essere
raccolte per telefono. Nel frattempo, i nostri aerei vengono riforniti e riarmati,
le bombe caricate e scaricate di nuovo. Gli equipaggi sono stati in grado di
riposare tra una missione e l’altra, e persino di farsi uno spuntino, ma io ho
maggiori responsabilità e avevo da fare più di loro.
Credo sia un’ora che stiamo camminiamo; il sole comincia a perdere la sua
forza e i nostri vestiti cominciano a gelare. Vedo davvero qualcosa davanti a
noi o mi sbaglio? No, è abbastanza reale. Avanzando nella nostra direzione,
fuori dal bagliore del sole, è difficile vedere chiaramente ma si distinguono
tre figure, a trecento metri di distanza. Ci hanno certamente visti. Forse erano
sdraiati sulla pancia, dietro quel crinale della collina. Sono grossi uomini,
senza dubbio rumeni. Ora li vedo meglio. I due all’esterno del trio hanno
fucili appesi sulle spalle, quello al centro porta un mitragliatore Tommy. È un
giovane, gli altri due sono circa sui quaranta, probabilmente sono dei
riservisti. S’avvicinano a noi in modo non ostile nelle loro uniformi marrone-
verde. Improvvisamente, mi viene in mente che non indossiamo più
l’uniforme e che, di conseguenza, la nostra nazionalità non è immediatamente
evidente. Consiglio frettolosamente al pilota di nascondere il proprio revolver
mentre io faccio altrettanto nel caso in cui i rumeni diventino nervosi e
aprano il fuoco su di noi. Il trio ora si ferma a un metro davanti a noi e ci
guarda di sottecchi con curiosità. Comincio a spiegare ai nostri alleati che
siamo tedeschi costretti a un atterraggio forzato e li prego di aiutarci con
vestiti e cibo, dicendo loro che vogliamo tornare alla nostra unità il più presto
possibile.
Io dico: “Siamo aviatori tedeschi che hanno fatto un atterraggio forzato” in
quel momento i loro volti si scuriscono e allo stesso tempo vedo tre canne di
fucile che puntano al mio petto. Il giovane afferra istantaneamente la mia
fondina e tira fuori la mia calibro 6,35. Sono stati in piedi con le spalle al
sole, e io l’ho avuto negli occhi. Ora li esamino con attenzione. Falce e
martello – ergo, russi. Non contemplo neppure per un secondo la possibilità
di venir preso prigioniero, penso solo alla fuga. Valuto cento a una la
possibilità di farcela.
Probabilmente c’è una buona taglia sulla mia testa in Russia, la mia cattura
sarà probabilmente ancor meglio ricompensata. Farmi esplodere il cervello
non è una considerazione molto pratica. Sono disarmato. Lentamente giro la
testa per vedere se la cosa è fattibile. Indovinano le mie intenzioni, uno di
loro grida “Stoy! (fermo!).” M’abbasso come per fare un salto mortale e
corro nella direzione opposta, mantenendomi basso verso terra zigzagando a
sinistra e destra. Tre colpi esplodono, seguiti da un ratatà a fuoco rapido,
sento un dolore pungente alla spalla. Il tizio con la mitragliatrice mi ha
colpito a distanza ravvicinata sulla spalla, gli altri due mi hanno mancato.
Corro come una lepre, zigzagando sul pendio, con i proiettili che fischiano
sopra e sotto di me, a destra e a sinistra. Gli Ivan m’inseguono, si fermano,
sparano, corrono, sparano, corrono, corrono, sparano, corrono. Solo poco
tempo fa credevo di non poter mettere una gamba davanti all’altra, così rigide
erano per il freddo, ma ora sto facendo lo sprint della mia vita. Non ho mai
fatto i 400 metri in tempi così rapidi. Il sangue sgorga dalla mia spalla ed è
uno sforzo per combattere il buio che appare sotto ai miei occhi. Ho
guadagnato cinquanta o sessanta metri sui miei inseguitori; i proiettili
fischiano incessantemente. Il mio unico pensiero: “È perduto solo colui chi si
dà per perduto.” La collina sembra interminabile. La mia direzione principale
è ancora verso il sole, al fine di rendere più difficile per gli Ivan di prendere
la mira. Sono abbagliati dal sole, e non è facile sparare bene. Ne ho appena
tratto una dura lezione poco fa. Ora raggiungo una sorta di cresta, ma le mie
forze si stanno affievolendo e per allungare di più la mia riserva di energia,
decido di mantenermi in alto, sulla cima; non riuscirei mai più a salire e
scendere. Proseguo verso sud, lungo il crinale.
Non posso credere ai miei occhi: sulla cima della collina corrono verso di
me una ventina di Ivan. A quanto pare hanno visto tutto e ora intendono
fermare la loro preda, ferita ed esausta. La mia fede in Dio vacilla. Perché mi
ha permesso di credere la prima volta nel possibile successo della mia fuga?
Perché ma ha fatto uscire dal primo episodio senza speranza della mia vita. E
ora Lui mi consegnerà inerme, privato della mia ultima arma e della mia
forza fisica? La mia determinazione a fuggire e vivere si risveglia
improvvisamente. Corro dritto verso il basso, cioè verso il pendio opposto a
quello sopra al quale sono salito. Dietro di me, a duecento o trecento metri di
distanza, i miei tre inseguitori e la torma di nuovi inseguitori, sull’altro lato. Il
primo trio è stato ridotto a due; al momento non mi vedono, perché sono
sull’estremo versante della collina. Uno di loro è rimasto indietro per portare
i miei due camerati che s’erano fermati, dopo che li avevo lasciati. Gli
inseguitori alla mia sinistra ora stanno mantenendosi su un percorso parallelo,
anche in discesa, per tagliarmi fuori. Ora arrivo a un campo arato; inciampo e
per un attimo devo togliermi gli occhi dagli Ivan. Sono stanco morto,
inciampo su una zolla di terra e resto dove sono caduto. La fine non può
essere lontana. Metto a tacere la voce che mi dice di farla finita, ricordandomi
che non ho neppure una rivoltella con me e quindi nemmeno la possibilità di
derubare gli Ivan del loro trionfo nel prendermi prigioniero. I miei occhi sono
rivolti verso i rossi. Ora stanno correndo sullo stesso campo arato e devono
guardare dove pongono i piedi. Continuano a correre per altri quindici metri
prima di guardare in su e guardare a destra dove sto nascosto. Ora sono al
mio livello, diagonalmente, davanti, su una linea parallela a 250 metri di
distanza. Si fermano a guardare, incapaci di capire dove posso essere finito.
Mi appiattisco sulla terra leggermente ghiacciata e gratto con le dita per
ficcarmi nel terreno come una talpa. È una situazione difficile, tutto è così
difficile.
I miserabili frammenti di terra che riesco a raschiare si staccano e me li
getto sopra, costruendo una specie di tana di volpe. La mia ferita sanguina,
non ho nulla con cui bendarla; sono lungo sulla terra fredda e ghiacciata con i
miei vestiti bagnati; dentro di me sono caldo dalla eccitazione, con la
prospettiva di venir catturato in qualsiasi momento. Anche in questo caso le
probabilità sono cento a uno di non essere scoperto e catturato in meno di un
attimo. Ma è questo non è un motivo per rinunciare alla speranza in ciò che
pare impossibile.
Lì ora, i russi stanno arrivando nella mia direzione, diminuendo
continuamente la distanza che ci separa, ognuno di loro cerca per nel campo
da solo, ma non metodicamente. Alcuni di loro stanno guardando nella
direzione sbagliata; non m’infastidiscono. Ma ce n’è uno che viene
direttamente verso di me. La suspense è terribile. A venti passi da me si
ferma. Sta guardandomi? È lui? Egli sta indubbiamente fissando nella mia
direzione. Non sta forse arrivando? Che cosa aspetta? Esita per diversi
minuti, mi sembra un’eternità. Di tanto in tanto gira la testa un po’ a destra,
un po’ a sinistra; in realtà guarda ben oltre di me. Guadagno una momentanea
fiducia, ma poi percepisco il grande pericolo, ancora una volta incombente di
fronte a me, e le mie speranze svaniscono. Nel frattempo le sagome dei miei
primi inseguitori appaiono sulla cresta, a quanto pare, ora che tanti cani
seguono il mio odore, hanno cessato di prendere sul serio il loro compito.
Improvvisamente, in un angolo dietro di me, sento il ruggito di un aereo e
guardo sopra alla mia spalla. La mia squadriglia di Stuka sta sorvolando il
Dniester con una forte scorta di caccia e due Fieseler Stork. Ciò significa che
Fischer ha dato l’allarme e sono alla mia ricerca, per farmi uscire da questo
pasticcio. Laggiù non hanno alcun sospetto che stiano cercando nella
direzione sbagliata, e che sono nove chilometri più a sud, su questo lato del
fiume. A questa distanza non riesco nemmeno ad attirare la loro attenzione;
non oso alzare il mignolo. Fanno un giro dopo l’altro a diversi livelli. Poi
scompaiono, dirigendosi verso est e molti di loro avranno pensato: ‘’Questa
volta anche lui ci ha lasciato le penne.’’
Volano via, verso casa. A lungo li seguo con gli occhi. Loro almeno sanno
che stasera dormiranno al riparo e saranno ancora vivi, mentre io non riesco a
immaginare quanti minuti di vita in più mi saranno concessi. Così mi trovo lì
e rabbrividisco. Il sole tramonta lentamente. Perché non mi hanno ancora
scoperto?
Sulla cima della collina arriva una colonna di Ivan, in fila indiana, con
cavalli e cani. Ancora una volta dubito della giustizia di Dio, proprio ora che
le tenebre avrebbero potuto proteggermi. Sento la terra tremare sotto ai loro
stivali. I miei nervi sono a un punto di rottura. Mi schiaccio giù a terra. A
cento metri di distanza centinaia di uomini e di animali mi sfilano a fianco.
Perché nessun cane avverte il mio odore? Perché nessuno mi trova? Poco
dopo avermi superato si schierano a intervalli di due metri. Se l’avessero fatto
cinquanta metri prima, mi avrebbero calpestato. Scompaiono al tramonto.
L’ultimo bagliore della sera si colora di blu, delle tenui stelle scintillanti
punteggiano il cielo. La mia bussola non ha un quadrante fosforescente, ma
c’è ancora abbastanza luce per leggerlo. La mia direzione generale deve
rimanere a sud. Vedo in quel quarto di cielo una stella cospicua e facilmente
riconoscibile con un piccolo vicino. Decido di adottarlo come mia stella
polare. Quale costellazione nel firmamento russo potrà mai essere? Sta
diventando buio e non riesco più a vedere nulla. Mi alzo in piedi, rigido,
dolorante, affamato, assetato. Ricordo il mio cioccolato, ma l’ho lasciato
nella mia giacca di pelliccia sulla riva del Dniester. Evitando tutte le strade,
sentieri, villaggi, perché di sicuro Ivan ha delle sentinelle ovunque, io devo
semplicemente seguire la mia stella, su e giù per le valli, oltre a ruscelli, le
paludi, paludi e campi di mais già raccolto. I miei piedi nudi sono tagliuzzati,
in un campo aperto mi scortico le dita dei piedi contro a delle grosse pietre.
A poco a poco perdo ogni sensazione nei miei piedi. La volontà di vivere,
di mantenere la mia libertà, mi spinge a continuare; queste sono indivisibili!
La vita senza libertà è un frutto marcio. Quanto è profonda la penetrazione di
Ivan nel nostro fronte? Fino a che punto devo ancora viaggiare? Ovunque
sento latrati di cane; compio una deviazione, perché non son certo che questi
villaggi siano abitati da amici. Di tanto in tanto vedo lampi di fuoco
all’orizzonte e sento un rumore sordo; evidentemente i nostri ragazzi hanno
iniziato un bombardamento d’artiglieria. Ma questo significa che l’avanzata
russa è giunta lontano. Nei calanchi, che tagliano il terreno, occasionalmente
in salita, spesso metto male il mio piede per via dell’oscurità e precipito in un
fosso, dove il fango ghiacciato è profondo sino al ginocchio. Ci sprofondo
così tanto da non aver più la forza di tirarmi fuori, e mi devo lanciare con la
parte superiore delle braccia sulla riva del fosso, tenendo le gambe bloccate
nel fango, poi mi tiro fuori con le braccia. Così mi sento esausto, come una
batteria scarica. Dopo cinque minuti di riposo sono leggermente ricaricato e
con la forza di strisciare sulla pendenza. Ma di nuovo lo stesso contrattempo
si ripete presto. Così si va avanti fino alle 21. Ora sono sfinito. Anche dopo
lunghi periodi di riposo non riesco più a recuperare le forze. Senza acqua e
cibo e una pausa per dormire mi è impossibile continuare. Decido di cercare
una casa isolata.
Sento un cane abbaiare in lontananza e seguo quel suono. Probabilmente
non sono troppo lontano da un villaggio. Così dopo un po’ di tempo arrivo a
una casa colonica isolata e ho notevoli difficoltà a eludere quel cane che
ringhia. Non mi piace il suo abbaiare a tutti, perché temo che allarmerà
qualche picchetto nel villaggio vicino. Nessuno apre la porta al mio bussare,
forse non c’è nessuno. La stessa cosa accade in una seconda casa colonica.
Passo a una terza. Quando di nuovo nessuno risponde l’impazienza mi vince
e rompo una finestra per entrare. In questo momento una vecchia donna con
una lampada ad olio apre la porta. Sono già a metà strada dalla finestra, ma
ora salto di nuovo fuori e metto il piede nella porta. La vecchia cerca di
scacciarmi. La spingo risolutamente via, oltre la soglia. Girandomi verso il
paese, chiedo: “Bolshewisti?” Lei annuisce. Pertanto, concludo che Ivan ha
occupato il villaggio. La luce fioca della lampada illumina vagamente
l’ambiente: un tavolo, una panca, un antico armadio. Nell’angolo, un uomo
russa su di un letto a cavalletto. Deve avere settant’anni. Gli sposi
condividono questo letto in legno. In silenzio attraverso la stanza e mi stendo
su quello. Cosa posso dire? Non conosco il russo. Nel frattempo,
probabilmente hanno visto che non sono pericoloso. A piedi nudi e in stracci,
i brandelli della mia camicia appiccicosi di sangue coagulato, ho più
probabilità di essere un ricercato che un ladro. Quindi mi trovo lì. La vecchia
è tornata a letto accanto a me. Sopra le nostre teste il debole barlume della
lampada. Non mi viene in mente di chiedere loro se hanno qualcosa per
bendare la spalla o i piedi lacerati. Tutto quello che voglio è riposo.
Ora, di nuovo, sono torturato dalla sete e dalla fame. Mi siedo sul letto e
metto le palme insieme in un gesto di supplica alla donna, e allo stesso tempo
faccio una mostra mimica di bere e mangiare. Dopo una breve esitazione lei
mi porta una brocca d’acqua e un pezzetto di pane di mais, leggermente
ammuffito. Niente ho mai assaggiato di così buono in tutta la mia vita. Con
ogni deglutizione e ad ogni morso, sento rivivere le mie forze, come se la
voglia di vivere e di ricominciare mi fosse restituita. All’inizio mangio come
un pazzo, poi sgranocchio pensosamente e rivedo la mia situazione. Elaboro
un piano per le ore successive. Ho finito il pane e l’acqua. Sono le 21.30. Il
riposo è essenziale. Così mi sdraio di nuovo sulle tavole di legno tra la
vecchia coppia, metà sveglio e metà addormentato. Mi sveglio ogni quarto
d’ora con la puntualità di un orologio e verifico l’ora. In nessun caso posso
sprecare troppo del buio della notte per dormire, devo mettere il maggior
numero possibile di chilometri, dietro di me, nel mio viaggio verso sud. Ore
21:45, 22.00, 22.15 e così via; ore 00.45, 01.00 - Svegliarsi per tempo! Io
esco furtivamente, la vecchia chiude la porta dietro di me. Sono già caduto su
di uno scalino. È l’ubriachezza del sonno, la notte buia o il cammino
bagnato?
Piove. Non vedo la mano davanti al viso. La mia stella è scomparsa. Ora,
come posso trovare la mia direzione? Poi mi ricordo che in precedenza
soffiava il vento, ma alle spalle. Devo tenerlo di nuovo alle mie spalle per
raggiungere il sud. O ha girato? Sono ancora tra gli edifici isolati delle
fattorie; qui sono al riparo dal vento. Siccome soffia da una direzione che
cambia continuamente, ho paura di muovermi in cerchio. Oscurità come
inchiostro, ostacoli, cado e mi ferisco l’anca. Odo un coro di cani abbaiare,
quindi ancora case, un villaggio. Posso solo pregare di non imbattermi in una
sentinella russa nel minuto successivo.
Finalmente, sono di nuovo all’aperto, dove posso voltare le spalle al vento,
con certezza. Sono anche liberato dalle maledizioni. Mi butto avanti come
prima, in salita, in discesa, in balla, in salita, in discesa, nei campi di mais,
sulle pietraie, nei boschi dove è più difficile mantenere la direzione perché è
difficile sentire il vento fra gli alberi. All’orizzonte vedo il lampo incessante
delle armi e sento costantemente il loro rimbombo. Essi servono a
mantenermi sulla giusta via. Poco dopo le 3 del mattino appare una luce
livida alla mia sinistra - il giorno sta sorgendo. Un buon controllo, per ora
sono sicuro che il vento non ha girato e mi sono davvero spostato a sud. Ora
ho percorso almeno nove chilometri. Credo di averne fatti quindici o diciotto
da ieri, così che dovrei essere a ventiquattro o ventisette a sud del Dniester.
Davanti a me sorge una collina di circa settecento metri. La salgo. Forse
dall’alto avrò una buona panoramica e potrò scorgere alcuni punti salienti.
Ora abbiamo luce diurna, ma non posso scoprire particolari punti di
riferimento dall’alto; tre piccoli villaggi sotto di me, ad alcuni chilometri di
distanza, a destra e a sinistra. Quello che m’interessa è scoprire se la mia
collina è l’inizio d’una cresta che corre da nord a sud, quindi aver la certezza
di mantenere la mia direzione. I fianchi sono lisci e liberi dagli alberi in modo
che è facile tenere d’occhio chiunque li risalga. Deve essere possibile
scendere da qui con qualsiasi movimento; gli inseguitori dovrebbero risalire
la collina e questo sarebbe per loro un handicap sostanziale. Chi al momento
sospetta la mia presenza qui? Il mio cuore è leggero, perché anche se è giorno
mi sento fiducioso di potermi spingere verso sud per qualche chilometro.
Vorrei lasciarne il maggior numero possibile alle spalle e il più presto
possibile.
Ritengo che la lunghezza della cresta sia di circa dieci chilometri; è
interminabilmente lunga. Ma è davvero così lunga? Dopo tutto, mi
incoraggio, avevo fatto una gara di dieci chilometri - quanto spesso? E con un
tempo di quaranta minuti. Quello che sono stato in grado di fare in quaranta
minuti, ora dovrei essere in grado di farlo in sessanta e il premio è la mia
libertà. Quindi immagino di correre una gara di maratona!
Devo essere un soggetto adatto per un artista pazzo da come ho solcato con
il mio passo da maratoneta quella cresta, vestito con stracci, a piedi nudi,
sanguinanti e il mio braccio tirato rigidamente al mio fianco per alleviare il
dolore della mia spalla. È necessario farlo, mantenere la testa sulla gara e
correre, e continuare a correre.
Di tanto in tanto devo cambiare passo e rallentare, per forse un centinaio di
metri. Poi ricomincio a correre, non dovrebbe durare più di un’ora. Ora,
purtroppo, devo lasciare quell’altezza protettiva, perché il sentiero scende.
Davanti a me s’estende un’ampia pianura, con una leggera depressione nella
stessa direzione, parallela esattamente alla linea della cresta. È pericoloso,
perché qui posso essere improvvisamente sorpreso. Inoltre, le ore passano e
sono le sette, e quindi gli incontri sgraditi sono più probabili.
Ancora una volta la batteria è scarica. Devo bere, mangiare, riposare.
Finora non ho visto un’anima viva. Devo prendere delle precauzioni? Cosa
posso fare? Io sono disarmato, ho solo sete e fame. Prudenza? La prudenza è
una virtù, ma la sete e la fame sono un impulso elementare. Il bisogno rende
uno distratto. A metà, sulla sinistra, due cascine appaiono all’orizzonte, fuori
dalla nebbia mattutina. Devo andare a controllare.
Mi fermo per un attimo alla porta d’un fienile e mi metto dietro all’angolo
per investigare; l’edificio è vuoto. Il posto è stato spogliato nudo, senza
imbracature, senza attrezzi agricoli, senza esseri viventi. Ecco, un topo
sfreccia da un angolo all’altro. Un mucchio di foglie di mais marcisce
nell’aia. Io cerco tra di loro con le mie avide dita. Se solo potessi trovare una
pannocchia, o solo pochi grani di mais. Ma non trovo nulla. Io cerco, cerco,
cerco ... non c’è nulla!
Improvvisamente, sono consapevole d’un rumore, un fruscio dietro di me.
Alcune figure s’insinuano furtivamente oltre la porta di un altro fienile: russi,
o rifugiati come me, e alla stessa ricerca di cibo per sé? Oppure sono alla
ricerca di un posto da saccheggiare per fare un ulteriore bottino? La stessa
situazione nella successiva fattoria. Qui passo i cumuli di mais con la
massima cura - niente. Rifletto con profonda delusione: se tutto il cibo è
sparito devo almeno compensare riposando. Mi scavo un buco nel mucchio di
foglie di mais e sto per sdraiarmi, quando sento un nuovo rumore: un carro
rimbomba lungo un sentiero; sulla cassetta un uomo con un alto cappuccio di
pelliccia, accanto a lui sta una ragazza. Dove c’è una ragazza non ci può
essere nulla di male, così io vado verso di loro. A giudicare dal cappuccio di
pelliccia nera credo che l’uomo sia un contadino rumeno. Chiedo alla
ragazza: “Ha qualcosa da mangiare?”
“Se vi interessa mangiare questo...” e estrae dei biscotti raffermi dalla sua
sacca. Il contadino ferma il cavallo.
Solo allora realizzo che ho fatto la mia domanda in tedesco e ho ricevuto
una risposta nella mia lingua.
“Come fate a conoscere il tedesco?
La ragazza mi dice che è stata con dei soldati tedeschi a Dnjepropetrowsk e
che ha imparato lì. Ora vuole stare con il contadino rumeno seduto accanto a
lei. Fuggono dai russi.
“Ma tu stai andando dritto nella loro direzione”. Vedo dai loro volti che non
mi credono. “I russi hanno già raggiunto quella città laggiù”?
“No, quella è Floresti”. Questa risposta inaspettata è come un tonico per
me. La città deve trovarsi sulla linea ferroviaria Balti-Floresti che conosco.
“Mi può dire, cara ragazza, se ci sono ancora dei soldati tedeschi?”
“No, i tedeschi se ne sono andati, ma ci possono essere dei soldati rumeni.”
“Grazie e che Dio vi aiuti.”
Saluto il carro, che scompare. Ora posso già sentire chiedere, perché non ho
“requisito” il carro. L’idea non m’era venuta in mente.
Perché i due non sono fuggitivi come me? E non devo rendere grazie a Dio
per essere sfuggito finora ai pericoli?
Dopo che il mio entusiasmo s’è spento, un breve senso di stanchezza
m’assale. Negli ultimi dieci chilometri sono stato consapevole del dolore
violento; all’improvviso ho la sensazione di dolore per i miei piedi lacerati, la
mia spalla fa male ad ogni passo che faccio. Incontro un flusso di rifugiati
con i carretti a mano e i loro beni di prima necessità che hanno recuperato in
tutta fretta e sono fuggiti in preda al panico.
Alla periferia di Floresti vedo due soldati in piedi sopra a un pozzo,
uniformi tedesche? Altri pochi metri e la mia speranza è confermata. Uno
spettacolo indimenticabile! Mi rivolgo a loro, ordinando: “Venga qui!”
Rispondono: “Cosa vuoi dire: venga qui! Chi sei, collega?
“Io sono il comandante di squadriglia Rudel”.
‘’Mah! Nessun comandante di squadriglia è mai assomigliato a te.”
Non ho documenti d’identità, ma ho in tasca la Croce di Cavaliere con
fronde di quercia e Spade. La tiro fuori dalla mia tasca e gliela mostro.
Vedendola, il corporale dice: “Allora accetteremo la sua parola”.
“C’è un posto di comando tedesco?”
“No, solo il quartier generale d’una unità logistica.”
Ecco dove andrò. Mi prendono da entrambi i lati e mi portano lì. Ora
striscio invece di camminare. Un medico separa la mia camicia e i miei
pantaloni dal mio corpo con un paio di forbici, gli stracci s’attaccano alla mia
pelle, spennella le ferite dei piedi con iodio e benda la mia spalla. Durante
questo trattamento divoro la salsiccia più buona della mia vita. Chiedo
un’auto che mi conduca subito all’aeroporto di Balti. Spero di trovare un
aereo che mi porti direttamente alla mia squadriglia.
“Quali vestiti intende indossare?” mi chiede il medico. Tutti i miei capi
sono stati tagliati a nastri. “Perché non abbiamo nulla da prestarle.”
M’avvolgono nudo in una coperta e poi andiamo con un’automobile sino a
Balti. Ci muoviamo davanti alla cabina di controllo dell’aeroporto. Ma cos’è
questo? Il mio ingegnere di squadriglia. Pebersbach apre la porta dell’auto:
“Ufficiale Pilota Ebersbach, al comando della 3a squadriglia che si trasferisce
a Jassy”.
Un soldato lo segue con dei vestiti per me. Questo significa che il mio
viaggio da Floresti a Balti è già stato segnalato telefonicamente e che
Ebersbach si trovava nella stazione di controllo quando è arrivato il
messaggio. È stato informato che il suo collega, che è stato dato per morto,
arriverà presto con il vestito che indossava quando sua madre lo partorì.
Salgo in un Ju 52 e volo a Rauchowka per ricongiungermi alla squadriglia.
Qui il telefono è caldo, la notizia si è diffusa come un fuoco nella prateria, e il
cuoco del battaglione, Runkel, ha già una torta pronta nel forno. Guardo tante
facce sorridenti, la squadriglia è in parata. Mi sento rinato, come se fosse
accaduto un miracolo. La vita mi è stata restituita, e questa riunione con i
miei camerati è il premio più glorioso per la gara più difficile della mia vita.
Piangiamo la perdita di Henschel, il nostro miglior mitragliere, con un
credito di 1200 sortite operative. Quella sera ci sediamo tutti insieme, per
molto tempo, intorno al fuoco. C’è una certa atmosfera di festa. Il Gruppo ha
inviato una delegazione, tra cui un medico che dovrebbe “sedersi accanto al
mio letto”. Egli mi trasmette le congratulazioni del Generale, con l’ordine che
io debba essere messo a terra e riportato a casa in congedo non appena sarò in
condizione di viaggiare. Ancora una volta dovrò deludere il povero generale.
Perché sono profondamente preoccupato nella mia mente. Dobbiamo essere
in grado di contenere i sovietici, che ora avanzano verso sud dal Dniester.
Non posso sdraiarmi a letto per un solo giorno.
Ci trasferiremo a Jassy con tutto il personale la mattina dopo. Il tempo è
orribile, impossibile volare. Se tutti noi dobbiamo per forza restare inattivi
allora posso anche obbedire agli ordini del medico e riposare. Il giorno dopo
volo con la mia squadriglia a Jassy, da dove non abbiamo finora volato nelle
nostre sortite sopra il Dniester. La mia spalla è bendata e non posso muovere
il braccio, ma non importa molto quando volo. È peggio che non abbia quasi
carne sotto ai piedi e quindi, naturalmente, non possa camminare. Ogni
pressione sui pedali di controllo comporta un dolore acuto. Devo essere
trasportato al mio aereo. Jassy è una bella città rumena, al momento
completamente indenne dalla guerra. Per noi è uno spettacolo magnifico, che
ci ricorda casa. Guardiamo le vetrine e siamo felici come dei bambini.
La mattina dopo la nostra ricognizione scopriamo forti formazioni
corazzate e motorizzate già quasi a nord di Balti. Probabilmente sono già
entrati in città. All’inizio il tempo è brutto, il paese è montuoso e le cime più
alte sono avvolte nella nebbia. La situazione è grave: non ci sono più truppe
che coprano il nostro fronte. Le unità motorizzate nemiche possono arrivare
qui in mezza giornata. Chi deve fermarli? Noi siamo soli. Le ricognizioni
rivelano una forte opposizione da parte della contraerea che i rossi muovono
con loro. I Lag 5 e gli Aircobra sorvolano continuamente la loro avanguardia
corazzata. Il nostro fronte meridionale, in Russia e i giacimenti petroliferi
rumeni, entrambi fattori di vitale importanza, sono minacciati. Sono cieco e
sordo a tutti i consigli sulla mia condizione fisica. I sovietici devono essere
respinti: i loro carri armati, la forza d’urto d’un esercito, vanno distrutti.
Trascorre un’altra settimana prima che i nostri colleghi sul campo possano
costruire una linea di difesa.
Rothmann, il mio fedele camerata, mi porta al mio aereo. Partecipo a sei
delle più difficili sortite in tempo cattivo, sino alle tre del pomeriggio. La
flack è intensa. Devo cambiare aereo dopo quasi ogni incursione, a causa dei
danni causati dalla contraerea. Io stesso sono in pessima forma. Solo la
determinazione di fermare i sovietici dove possibile mi tiene ancora in vita.
Inoltre, queste sono certamente le truppe che hanno cercato di prendermi
prigioniero, e il giorno in cui sono fuggito, radio Mosca aveva diffuso la
notizia che ero stato catturato. Rudel, capo della squadriglia. A quanto pare
non credevano che fosse possibile per me raggiungere le nostre linee. I miei
colleghi che non sono riusciti a fuggire hanno tradito il nome di chi ci è
riuscito?
Attacchiamo dei carri armati, riforniamo convogli con benzina e razioni,
fanteria e cavalleria, con bombe e cannoni. Attacchiamo da 10 a 200 metri di
altezza perché il tempo è buono. Esco con un aereo del mio volo anticarro
equipaggiato con cannoni da 3,7 mm. nella caccia ai carri armati alla quota
più bassa possibile. Presto tutto il resto della squadriglia viene bloccata a
terra, perché quando il mio aereo viene colpito devo utilizzarne un altro, e
così uno dopo l’altro ci si riposa. Se ci vuole troppo tempo per rifornire
l’intera squadriglia ho il mio aereo e un altro rapidamente riforniti e due di
noi usciamo tra una sortita e l’altra. Generalmente non ci sono i nostri
combattenti, i russi si rendono conto della loro enorme superiorità numerica
su di noi. Le manovre sono difficili in queste battaglie aeree, perché non sono
in grado di azionare i comandi del timone e uso solo la cloche. Ma fino ad ora
sono stato colpito solo dalla flak; in ogni incursione, però, questo è spesso
sufficiente. Nell’ultima incursione del giorno volo con un normale Stuka (non
un cannoniere) con bombe e due cannoncini da 2 cm. Con quest’arma non si
può penetrare in un carro armato moderatamente difeso. Presumibilmente i
rossi non si aspettano che noi siamo fuori così tardi, il nostro unico obiettivo
è quello di individuare le loro concentrazioni e di ottenere un quadro
d’insieme della situazione generale, cosa che riveste la massima importanza
per il futuro.
Voliamo lungo le due strade che corrono verso nord, in direzione di Balti. Il
sole si trova davanti, in basso sull’orizzonte; dal villaggio di Falesti
s’innalzano grandi nuvole di fumo, a sinistra. Forse un’unità rumena. Scendo
sotto la squadriglia e volo basso sopra il villaggio, e incontro una forte
opposizione da parte della contraerea. Vedo una massa di carri armati, dietro
di loro un lungo convoglio di camion e fanteria motorizzata. I carri sono,
curiosamente, tutti con due o tre fusti di benzina fissati sopra. In un lampo mi
è venuta in mente un’idea; non s’aspettavano più che noi ritornavamo questa
stasera, nel cuore della Romania, nella regione petrolifera, tagliando così il
fronte meridionale. Sfruttano il crepuscolo e l’oscurità perché di giorno non
possono muoversi con la mia unità di Stuka che li bersaglia. Questo vale
anche per i fusti di benzina a bordo dei carri, che significano, se necessario,
spingere avanti anche senza le loro colonne di alimentazione. Si tratta di
un’operazione importante che è già in corso. Ora lo vedo chiaramente. Siamo
gli unici a possedere questa conoscenza; la responsabilità è nostra. Do i miei
ordini alla radio: attacco di importanza vitale. “Dovete sganciare ogni bomba
singolarmente. Seguite con attacco di bassa quota fino a quando non avrete
sparato ogni caricatore. Anche i mitraglieri devono sparare contro i veicoli.”
Sgancio le bombe e poi parto a caccia di carri armati con il mio cannone da
2 cm. In qualsiasi altro momento sarebbe un vero e proprio spreco di energie
sparare sui carri con munizioni di questo calibro, ma oggi gli Ivan trasportano
fusti di benzina, e dunque vale la pena provarci. Dopo le prime bombe la
colonna russa si blocca, e poi cerca di andare avanti in buon ordine, coperta
dalla flak che ci spara addosso selvaggiamente. Ma ci rifiutiamo di lasciarci
scoraggiare. Ora si rendono conto che siamo estremamente seri. Si spargono
in preda al panico lontano dalla strada, guidando a caso nei campi e girano in
tondo in ogni manovra difensiva immaginabile. Ogni volta che faccio fuoco
colpisco una cassetta con munizioni incendiarie o esplosive. Apparentemente
la benzina fuoriesce attraverso alcuni fusti, provocando l’esplosione di alcuni
carri posta all’ombra buia d’una collina. Esplodono con un lampo accecante.
Se le loro munizioni esplodono in aria, allora il cielo è attraversato da un
perfetto spettacolo pirotecnico, e se il carro porta razzi di segnalazione, questi
partono in una pazzesca fantasmagoria di colori.
Ogni volta che intervengo nell’attacco, mi rendo conto della nostra grande
responsabilità e spero che riusciremo nel nostro intento. Che fortuna abbiamo
avuto oggi nell’aver scoperto questo convoglio! Ho esaurito le munizioni, ho
appena messo fuori uso cinque carri armati, ma ci sono ancora dei mostri
d’acciaio nei campi, alcuni dei quali ancora in movimento. Desidero
sistemare anche loro, in qualche modo. “Hannelore 7,1” - che è il nominativo
del leader del settimo stormo – “lei deve prendere la strada di casa dopo aver
sparato il suo ultimo colpo.”
Io, con il mio n. 2, torno all’aeroporto alla massima velocità. Non
aspettiamo di fare rifornimento, abbiamo benzina a sufficienza, necessitiamo
solo di munizioni. Le tenebre stanno calando velocemente. Tutto qui va
troppo lentamente per i miei gusti, anche se i buoni tiri con le bombe e le
granate ci stanno dando delle soddisfazioni. Ho trasmesso le informazioni e
ora non vogliono deludere i loro camerati nell’aria. Dieci minuti dopo decollo
di nuovo. Incontriamo la squadriglia che ritorna; si sta già avvicinando
all’aeroporto con le luci di posizione accese. Sembra un’era prima che io sia
finalmente tornato sopra al mio obiettivo. Da lontano vedo i carri armati e gli
autocarri in fiamme. Le esplosioni illuminano brevemente il campo di
battaglia con una luce inquietante. La visibilità è ora piuttosto scarsa. Mi
dirigo verso nord, volando a bassa quota lungo la strada e raggiungo due
mostri d’acciaio che viaggiano nella stessa direzione, probabilmente con
l’intenzione di riportare la triste notizia nelle retrovie e mi rivolgo a loro;
posso solo scorgerli all’ultimo istante mentre sfioro il terreno. Non sono un
obiettivo facile, ma dato che, come i loro predecessori, portano dei grandi
bidoni sulle loro groppe, riesco a farli saltare in aria entrambi, anche se devo
usare tutte le munizioni. Con questi due, raggiungo un totale di diciassette
carri distrutti in questo giorno. La mia squadriglia ne ha distrutti circa lo
stesso numero, in modo che oggi gli Ivan hanno perso una trentina di carri
armati. Un giorno piuttosto nero per il nemico.
Stanotte, comunque, possiamo dormire tranquillamente a Jassy, di questo
possiamo starne certi. Domani impareremo a capire fino a che punto è stato
smussato l’impulso generale della loro offensiva. Compiamo il nostro
atterraggio finale nel buio. Ora, gradualmente, mi rendo conto del dolore,
mentre la tensione si rilassa lentamente. Sia l’esercito che il gruppo aereo
vogliono conoscere ogni dettaglio. Per metà notte mi siedo al telefono con il
ricevitore all’orecchio. La missione per domani è ovvia: impegnare le stesse
forze nemiche di oggi.
Decolliamo molto presto per essere sulla zona al sorgere dell’alba, perché
possiamo essere certi che anche Ivan avrà fatto buon uso dell’intervallo. Il
tempo è peggiore di ieri, barriera di nubi a 60-80 metri sopra l’aeroporto.
Ancora una volta San Pietro sta dando una mano all’altra parte. Le colline
circostanti sono oscurate. Possiamo volare solo lungo le valli. Sono curioso di
sapere cosa ci aspetta oggi. Voliamo oltre Falesti, vedo che è tutto un relitto,
proprio come l’abbiamo lasciato ieri. A sud di Balti incontriamo i primi
convogli corazzati e motorizzati. Siamo accolti da un’opposizione feroce, sia
da parte dei caccia che della flak. Abbiamo fatto una buona figura ieri. Non
dovrei preoccuparmi molto di fare un atterraggio forzato oggi.
Attacchiamo senza pause; a ogni incursione siamo impegnati in un
combattimento aereo senza protezione, perché in questo settore non c’è
praticamente nessuno dei nostri caccia a disposizione. Inoltre, abbiamo un
sacco di problemi con il tempo. Dovendo volare sempre bassi non siamo
senza perdite, ma dobbiamo tenerli sotto controllo, perché ci troviamo di
fronte a un’emergenza ed è nel nostro interesse non mollare per un istante. Se
non resteremo in aria, non passerà molto tempo prima che Ivan occupi il
nostro campo d’aviazione. È un peccato che non abbia più Henschel con me
in queste difficili sortite; con la sua esperienza con la mitragliatrice, il
coraggioso collega sarebbe stato in grado di rendermi le cose molto più facili.
Oggi il mio mitragliere è Rothmann. Un bravo ragazzo, ma gli manca
l’esperienza. A tutti piace volare con lui perché diciamo: “Anche se nessun
altro torna indietro, puoi scommettere sul vecchio Rothmann.” Al nostro
ritorno dalla prima incursione sono ancora una volta impaziente per il ritardo
e riparto, in coppia con Fischer. Usciamo trovando dei carri armati alla
periferia di Balti. Abbiamo un appuntamento con alcuni caccia oltre il
bersaglio. Voliamo il più basso possibile, il tempo è peggiore che mai, la
visibilità non più di 700 metri. Cerco i nostri caccia, salendo in quota poco
prima di raggiungere la città. Ci sono caccia lì - ma non i nostri, sono tutti
russi.
“Guardate, Fischer, sono tutti Aircobra. Mi stia attaccato addosso.
S’avvicini”. Ci hanno già avvistati. Sono una ventina. Noi due da soli siamo
solo carne da macello, scendono verso di noi con la fiducia di aver l’inferno
dalla loro parte. Non c’è spazio aereo sopra di noi, stiamo volando a bassa
quota, approfittando d’ogni piccolo burrone nel tentativo di seminarli. Non
posso compiere alcuna azione evasiva violenta perché non posso calciare la
barra del timone con i piedi; posso solo effettuare lenti cambi di direzione
tirando la cloche. Queste tattiche non sono abbastanza buone ma ho dietro di
me un pilota da caccia che conosce i fondamenti del proprio mestiere. E
quello che sta attaccato alla mia coda capisco che sa davvero tutto. Rothmann
mostra segni di nervosismo: “Ci stanno abbattendo.”
Gli urlo di chiudere la bocca e di sparare, invece di sprecare il respiro. Dà
un grido - c’è un rat-a-tat-tat contro la mia fusoliera, colpo su colpo, vanno
tutti a segno. Non posso spostare la barra del timone. Una rabbia cieca
m’assale. Son fuori di me dalla furia. Sento l’impatto delle pallottole di
grosso calibro; l’Aircobra mi sta sparando con un cannone da 3,7 cm. oltre a
quello da 2 cm. Quanto durerà il mio fidato Ju 87? Quanto tempo prima che il
mio velivolo scoppi in fiamme o si sfasci? Sono stato abbattuto trenta volte in
questa guerra, ma sempre a causa della flak, mai a causa di caccia. Ogni volta
che ero in grado di usare la barra del timone e manovrarla riuscivo a
disimpegnarmi. Questa è la prima e ultima volta che un caccia colpisce il mio
aereo. “Rothmann, spari!” Egli non risponde. La sua ultima parola è: “E’
inceppata, accidenti!”
Così ora la mia difesa posteriore è eliminata. Gli Ivan non tardano a capirlo,
diventano ancora più aggressivi di prima, arrivando alle mie spalle, da
sinistra e da destra. Un loro collega mi passa più volte con un passaggio
frontale. Mi rifugio nelle gole più strette, dove c’è poco spazio per infilare le
ali. La loro mira sul bersaglio non è male, centrano un colpo dopo l’altro. Le
possibilità di tornare indietro sono ancora una volta molto ridotte. Ma vicino
al nostro aeroporto di Jassy abbandonano l’inseguimento; presumibilmente
perché hanno esaurito le loro munizioni. Ho perso Fischer. Era
diagonalmente dietro di me per tutto il tempo ma non riuscivo a tenerlo sotto
controllo. Anche Rothmann non sa cosa gli è successo. Ha fatto un
atterraggio forzato o s’è schiantato? Non lo so neppure io. La perdita di quel
giovane e intelligente ufficiale colpisce la squadriglia con particolare durezza.
Il mio aereo è stato crivellato dalle pallottole da 2 cm. e colpito otto volte dal
cannone da 3,7. Rothmann non sarà più una buona assicurazione di ritorno.
Dopo un’esperienza di questo tipo si vien mentalmente disturbati e ci si
sente esausti, ma non si può farne a meno. Salto in un altro aereo ed esco di
nuovo. I sovietici vanno fermati. Quel giorno ho messo fuori combattimento
nove carri. Un giorno pesante. Durante le ultime sortite devo strabuzzare gli
occhi per vedere un carro armato. È un buon segno. Credo che per il
momento l’impeto del nemico sia stato stroncato; la loro fanteria, da sola,
senza la protezione dei corazzati, non potrà fare grandi passi in avanti.
Le ricognizioni dell’alba del mattino successivo confermano la mia
supposizione. Tutto sembra tranquillo, quasi spento. Mentre atterro, dopo la
prima incursione della giornata, un giovane aviere mi salta sull’ala dell’aereo,
gesticolando e si congratula con me per l’assegnazione della Croce di Ferro
con Diamanti. Un messaggio radio dal Q.G. del Führer è stato appena
ricevuto, ma include anche un ordine che mi vieta di volare. Alcune delle sue
parole sono coperte dal rumore del motore acceso, ma intendo il senso di ciò
che mi sta dicendo. Per evitare di vedere questo divieto in bianco e nero non
vado in sala di controllo, ma rimango vicino al mio aereo fino al
completamento dei preparativi per il prossimo decollo. A mezzogiorno il
generale mi convoca telefonicamente a Odessa.
Nel frattempo, da ogni punto della bussola, anche da parte dei membri del
gruppo, arrivano telegrammi di congratulazioni, pure dai membri del governo
del Reich. Sarà una dura lotta ottenere il permesso di continuare a volare. Il
pensiero che i miei camerati si stiano preparando per un’altra incursione e che
io debba andare a Odessa, mi sconvolge. Mi sento un lebbroso. L’annuncio di
quel premio mi scoraggia e uccide il mio piacere per il riconoscimento dei
miei successi. A Odessa non imparo nulla di nuovo, solo quello che già
conosco e non voglio sentire. Ascolto le parole di congratulazioni in modo
assente; il mio pensiero va ai miei camerati che non hanno questa
preoccupazione e che possono volare. Li invidio. Debbo recarmi
immediatamente a Q.G. del Führer, per essere personalmente investito con la
Croce di Diamanti. Dopo una sosta a Tiraspol saliamo su di un Ju 87.
Purtroppo, Henschel non è più con me, ora Rothmann siede alle mie spalle.
Da Foskani - Bucarest - Belgrado - Keskemet - Vienna sino a Salisburgo.
Non è una ricorrenza quotidiana che il Capo dello Stato riceva un ufficiale
che si presenta con stivali da volo in pelliccia morbida, ma sono felice di
potermi muovere con loro ai piedi, sia pur con grande dolore.
Il comandante von Below arriva a Salisburgo per raggiungermi, mentre
Rothmann torna a casa in treno, essendo stato concordato che lo preleverò in
Slesia al mio ritorno.
Per due giorni mi sono crogiolato al sole sulla terrazza dell’Hotel
Berchtesgadener, respirando quella gloriosa aria di montagna che mi ricorda
casa. Ora, gradualmente, mi rilasso. Due giorni dopo mi trovo alla presenza
del Führer nel magnifico Berghof. Egli conosce tutta la storia dell’ultima
quindicina di giorni nei minimi dettagli ed esprime la sua gioia per il fatto che
il destino sia stato così gentile da permettermi di aver fatto così tanto. Sono
impressionato dal suo calore umano e dalla sua cordialità, quasi venata da
tenerezza. Egli dice che ora ho fatto abbastanza, da qui il suo ordine di messa
a terra per me. Spiega che non è necessario che tutti i grandi soldati diano la
vita; il loro esempio e la loro esperienza devono essere salvaguardati per le
nuove generazioni. Rispondo con un rifiuto di accettare la decorazione se
comporta l’accettazione di non poter più guidare la mia squadriglia in azione.
Si ferma, un po’ contrariato, segue una breve pausa, e poi il suo viso si apre
in un sorriso: “Molto bene, dunque, lei potrà volare.”
Ora, finalmente, sono contento e felice, penso al piacere che vedrò nei volti
dei miei camerati quando sarò tornato. Prendiamo un tè insieme e
chiacchieriamo per un’ora o due. Le nuove armi, la situazione strategica e la
storia sono la base della nostra conversazione. Mi spiega in particolare delle
armi V che sono state provate di recente. Per il momento, dice, sarebbe un
errore sopravvalutarne l’efficacia perché la loro accuratezza è ancora molto
ridotta, aggiungendo che non è così importante, in quanto ora spera di
produrre razzi volanti che saranno assolutamente infallibili. Più avanti non
dovremo più affidarci, come oggi, ai normali esplosivi ad alto potenziale, ma
a qualcosa di completamente diverso, di tale potenza che, una volta che
cominceremo a usarli, la guerra si concluderà in modo decisivo. Mi dice che
il loro sviluppo è già a buon punto e che il loro completamento finale è
previsto molto presto. Per me questo è un terreno completamente vergine, e
non riesco ancora a immaginarle. Più tardi imparerò che l’effetto esplosivo di
questi nuovi razzi si basa sull’energia atomica.
L’impressione che si ha dopo ogni visita al Führer è duratura. Da
Salisburgo volo per Görlitz, la mia città natale. Tutti i ricevimenti che ricevo
sono più impegnativi di alcune sortite di guerra. Una volta, quando sono
sdraiato a letto, alle sette del mattino, un coro di ragazze canta sotto al mio
balcone; è necessaria molta persuasione da parte di mia moglie per indurmi
ad affacciarmi e dar loro il buongiorno.
È difficile spiegare alla gente che, pur essendo decorati con la Croce con
Diamanti, non si vogliono festeggiamenti o ricevimenti. Voglio riposare,
questo è tutto. Trascorro qualche giorno in più con i miei genitori, nel mio
villaggio natale, in un’intima riunione di famiglia. Ascolto i notiziari alla
radio sulla situazione a est e penso ai soldati che combattono laggiù. Allora
nulla mi trattiene più. Telefono a Rothmann, a Zittau e con un Ju 87 sorvolo
ancora una volta Vienna - Bucarest e ancora una volta verso sud, sul fronte
orientale.
14
La Fatidica Estate del 1944
Poche ore dopo atterro a Foscani, nella zona del nord della Romania. La
mia squadriglia è ora di stanza a Husi, un po’ più a nord. Il fronte è molto più
saldamente tenuto di quanto non lo fosse due settimane fa. S’estende dalla
Pruth al Dniester lungo il bordo dell’altopiano a nord di Jassy.
La piccola città di Husi s’annida fra le colline. Alcune di queste montagne
hanno ampie terrazze a vigneto. Siamo in tempo per la vendemmia?
L’aeroporto è situato nella parte settentrionale della città, e poiché i nostri
acquartieramenti sono direttamente sul lato opposto, dobbiamo traversare le
strade ogni mattina, per arrivare alla pista di partenza. La popolazione segue
con interesse le nostre attività. Quando si parla con loro si dimostrano sempre
cordiali. Soprattutto i rappresentanti della Chiesa mantengono stretti contatti
con noi, seguendo l’esempio del vescovo, del quale sono spesso ospite. Non
si stanca mai di spiegare che il clero vede nella nostra vittoria l’unica
possibilità per mantenere la libertà religiosa e l’indipendenza, e che desidera
che ciò avvenga con il minor ritardo possibile. Ci sono molti commercianti in
città, questo posto è pieno di negozietti. Qui è molto diverso dalla Russia
sovietica che abbiamo lasciato così di recente, dove la classe media è svanita,
inghiottita da un proletariato Moloch.
Ciò che mi colpisce di più mentre cammino per la città, è l’enorme numero
di cani. Apparentemente questi branchi sono senza padrone. Vagano intorno
e s’incontrano a ogni angolo e in ogni piazza. Mi trovo temporaneamente
acquartierato in una villetta con un vigneto, su un lato del quale scorre un
piccolo ruscello dove si può fare il bagno. Intere torme di cani vagano per
questo vigneto nella notte. Si muovono in fila indiana, in gruppi di venti o
trenta. Una mattina sono ancora a letto quando un enorme bastardo s’affaccia
alla mia finestra con le zampe anteriori sul davanzale. Dietro di lui, anch’essi
in piedi sulle zampe posteriori, ci sono una quindicina di suoi colleghi.
Appoggiano le loro zampe anteriori sul dorso del cane che hanno davanti,
tutti a sbirciare nella mia stanza. Quando li scaccio via, si staccano
tristemente e, senza abbaiare, tornano alla loro inquieta navigazione.
Non c’è carenza di cibo, viviamo bene, perché riceviamo il nostro stipendio
in Leis, e anche se non c’è molto da comprare ci sono sempre le uova. Di
conseguenza, la quasi totalità del nostro stipendio viene convertito in uova.
Staehler detiene il record di consumo di uova tra gli ufficiali, egli ne ingurgita
delle quantità sorprendenti. Nei giorni in cui la scarsità di benzina rende
impossibile volare, questa nuova fonte di energia viene subito messa alla
prova; tutta la squadriglia fa un po’ di esercizio fisico, generalmente una
lunga corsa di fondo, ginnastica e, naturalmente, una partita di calcio.
Trovo ancora queste prove assai dolorose, perché le piante dei miei piedi
non sono ancora completamente guarite e la mia spalla mi fa male, se la
muovo in modo repentino. Ma per la squadriglia, nel suo complesso, questi
sport di routine sono una splendida ricreazione. Alcuni, e io sono il più
entusiasta fra costoro, approfittano di questo tempo libero in più per
passeggiare nei boschi in montagna o per praticare qualche altro sport.
Di solito ci dirigiamo verso l’aeroporto per il decollo, fra le 4 e le 5 del
mattino. Sul lato estremo della città ci imbattiamo sempre in un enorme
gregge di pecore con un asino che gli cammina davanti. Gli occhi dell’asino
sono quasi completamente coperti da una lunga e strabiliante criniera; ci
chiediamo come possa riuscire a vedere. A causa di questa criniera lo
abbiamo soprannominato Eclissi. Una mattina, mentre gli strisciamo accanto,
gli tiriamo la coda per scherzo. Lo shock provoca tutta una serie di reazioni:
prima scalcia con le gambe posteriori, come un cavallo, poi si ricorda della
sua natura asinina, si blocca e infine il suo cuore comincia a tremare e scappa
come il vento. Il gregge di pecore affidato alle sue cure non capisce nulla di
quegli insoliti contrattempi, e tanto meno il motivo per scalciare e poi
fuggire. Quando vedono che l’asino le ha piantate in asso, l’aria si riempie di
un pandemonio di belati, e improvvisamente le pecore partono
all’inseguimento. . .
Anche se incontriamo una forte opposizione alla nostra prima incursione,
non ci interessa, perché vediamo ancora l’immagine di questo animale
comico e il nostro cuore è leggero per la gioia di vivere. Questa allegria
distoglie il pericolo del momento e il suo significato.
Le nostre missioni ci portano ora in un settore relativamente stabilizzato in
cui, tuttavia, l’arrivo graduale di rinforzi indica che i rossi stanno preparando
una spallata al cuore della Romania. La nostra area operativa s’estende dal
villaggio di Targul Frumos a ovest, fino ad alcune teste di ponte sul Dniester,
a sud di Tiraspol nel sud-est. La maggior parte delle nostre sortite ci portano
nella zona a nord di Jassy. Tra questi punti i sovietici stanno cercando di
spingerci fuori dall’alta collina intorno a Carbiti, vicino a Pruth. Gli aspri
combattimenti in questo settore infuriano intorno alle rovine del castello di
Stanca, sulla cosiddetta Collina del Castello. Perdiamo spesso questa
posizione e la riprendiamo sempre.
In questa zona i sovietici concentrano costantemente le loro magnifiche
riserve. Molte volte attacchiamo i ponti fluviali in questa zona, dove il nostro
percorso passa attraverso la Pruth al Dniester, oltre Kischinew e più a est.
Koschnitza, Grigoriopol e la testa di ponte di Butor sono nomi che
ricorderemo a lungo. Per un breve periodo i camerati del 52° stormo da
caccia sono di stanza con noi sul nostro campo d’aviazione. Il loro
comandante è Barkhorn che conosce il proprio lavoro dalla A alla Z. Spesso
ci accompagnano nelle nostre sortite e noi diamo loro un sacco di guai,
perché il nuovo Yak 3 che è apparso dall’altra parte di tanto in tanto si mette
in mostra. Una base avanzata del gruppo sta operando da Jassy, da dove è più
facile pattugliare lo spazio aereo. Il capitano del Gruppo è spesso in prima
linea per osservare la collaborazione delle sue formazioni con le truppe di
terra. Il suo avamposto è dotato di un set di radio che gli permette di prendere
tutte le frequenze in aria e a terra. I piloti di caccia parlano fra loro, e con il
loro ufficiale di controllo; anche gli Stuka fra di loro, con il proprio ufficiale
di collegamento a terra e con altri. Normalmente, però, usiamo tutti delle
lunghezze d’onda diverse.
Un piccolo aneddoto che il capitano del gruppo ci ha raccontato durante la
sua ultima visita alla nostra formazione, dimostra quanto sia grande la sua
preoccupazione per i suoi ragazzi. Stava guardando la nostra squadriglia che
s’avvicinava a Jassy. Ci dirigevamo verso nord, con l’obiettivo di attaccare
bersagli nella zona del castello, che l’esercito voleva neutralizzare dopo aver
preso contatto. Siamo stati accolti su Jassy, non dai nostri stessi combattenti,
ma da una forte formazione di Lag russi. In un secondo, il cielo era pieno di
aerei che viravano follemente. I lenti Stuka sono mal messi contro i
combattenti russi, soprattutto con il nostro carico di bombe che ci rallentava.
Con sentimenti contrastanti, il capitano del gruppo osserva la battaglia e
ascolta questa conversazione. Il capitano del 7° stormo, supponendo che non
avessi visto un Lag 5 che mi veniva da sotto, chiama per un avvertimento:
“Guardate, Hannelore, uno di loro vi abbatterà!” Io avevo individuato quel
poltrone da molto tempo, ma c’era ancora tempo per porre in atto delle
manovre evasive. Non mi piace questo urlare alla radio; sconvolge gli
equipaggi e ha un effetto negativo sulla precisione del tiro. Rispondo quindi:
“Colui che m’abbatterà non è ancora nato.” Non mi stavo vantando. Volevo
solo mostrare una certa nonchalance, per il bene degli altri piloti, perché la
calma in un punto scomodo come questo è contagiosa. Il commodoro
concluse la sua storia che mi riguardava con un ampio sorriso: “Quando ho
sentito quella battuta non ero più preoccupato per lui e per la sua formazione.
Di fatto ho guardato i rottami dei nemici con notevole divertimento.”
Quante volte, quando parlo con i miei equipaggi, dico questo: “Chiunque di
voi non tenga il passo con me sarà abbattuto da un caccia. Chiunque sia in
ritardo è carne da macello e non può contare su alcun aiuto. Quindi: state
strettamente vicino a me. I colpi di flak sono spesso fuori bersaglio. Se siete
sfortunati, avete la stessa probabilità di venir colpiti in testa da una caduta di
una tegola d’ardesia o di cadere da un tram. Inoltre, la guerra non è
esattamente un’assicurazione sulla vita.”
I vecchi piloti conoscono già i miei punti di vista e le mie massime. Quando
i nuovi arrivati vengono iniziati, nascondono un sorriso e pensano: “Forse ha
ragione.” Il fatto che non abbiamo praticamente subito perdite a causa dei
caccia nemici conferma la mia teoria. I novizi devono ovviamente avere una
certa competenza nel momento in cui raggiungono il fronte, altrimenti sono
un pericolo per i loro colleghi.
Qualche giorno dopo, ad esempio, ci troviamo nella stessa area operativa e
stiamo nuovamente attaccando sotto a una forte resistenza fatta dai caccia
nemici. Rehm segue l’aereo di fronte a lui in un tuffo che taglia la coda e il
timone dell’altro con la sua elica. Fortunatamente il vento trasporta i loro
paracadute sulle nostre linee. Li circondiamo scendendo a spirale fino a che
non raggiungono il suolo, perché i combattenti sovietici regolarmente aprono
il fuoco sui nostri equipaggi, quando si paracadutano fuori. Dopo qualche
mese con la squadriglia, Rehm è diventato un aviatore di prim’ordine ed è
presto in grado di condurre una squadriglia e spesso agisce anche come
leader di volo. L’avrete già capito…ho un sentimento di simpatia per tutti
coloro che sono lenti a imparare.
Schwirblat non è così fortunato. Ha già 700 sortite operative a suo credito
ed è stato decorato con la Croce di Ferro. Deve effettuare un atterraggio
forzato, dopo essere stato colpito nell’area di destinazione appena dietro la
prima linea e perde la gamba sinistra, così come alcune dita. Saremo di nuovo
insieme in azione nella fase finale della guerra.
Non ci viene data tregua nell’aria, non solo nella zona a nord di Jassy, ma
anche a est, dove i russi hanno stabilito le proprie teste di ponte sul Dniester.
Tre di noi sono soli un pomeriggio nel giro del Dniester tra Koschnitza e
Grigoriopol, dove un gran numero di T 34 son penetrati nelle nostre difese.
Fickel e un mitragliere mi accompagnano con i bombardieri. Si suppone che i
nostri stessi caccia ci aspettino, e mentre mi avvicino all’ansa del fiume vedo
già i caccia volare a bassa quota nell’area di destinazione. Essendo un
ottimista, arrivo alla conclusione che sono i nostri. Proseguo verso il nostro
obiettivo, alla ricerca di carri armati quando mi rendo conto che i caccia non
sono affatto parte della mia scorta, ma sono tutti Ivan. Stupidamente abbiamo
già rotto la nostra formazione alla ricerca di obiettivi. Gli altri due non si
chiudono immediatamente e sono lenti ad arrivare alle mie spalle. Inoltre, per
nostra sfortuna, questi rossi sono all’altezza della situazione; una cosa che
non succede spesso. Uno viene rapidamente centrato ed è in fiamme, diventa
una torcia che svanisce verso ovest. Anche Fickel dice di essere stato colpito
e di essere stato tagliato fuori. Un pilota del Lag 5 che, evidentemente
conosce bene il proprio lavoro, s’attacca alla mia coda, con molti altri dietro
di lui. Qualunque cosa io faccia non posso scrollarmelo di dosso; ha in parte
abbassato i flap per controllare meglio la propria velocità. Volo in gole
profonde per invogliarlo a scendere abbastanza in basso da far sì che il
pericolo di toccare il suolo comprometta il suo scopo. Ma lui non casca nel
trabocchetto e rimane alzato: i suoi proiettili traccianti strisciano vicino al
mio abitacolo. Il mio mitragliere, Gadermann, grida eccitato che ci abbatterà.
La gola si allarga un po’ a sud-ovest dall’ansa del fiume e, improvvisamente,
mi sposto intorno con il Lag ancora persistentemente appiccicato alla mia
coda. Dietro di me la mitragliatrice di Gadermann s’è inceppata. I traccianti
rasano il lato inferiore della mia ala sinistra. Gadermann grida: “Più in alto!”,
rispondo: “Non si può. Ho già la cloche nello stomaco.”
Mi sconcerta che l’amico russo possa seguire le mie acrobazie con il suo
caccia. Ancora una volta il sudore mi corre sulla fronte. Tiro e tiro la cloche, i
traccianti continuano a sfiorare la mia ala. Girando la testa posso guardare
dritto nel volto teso di questo russo. Gli altri Lag si sono fermati, a quanto
pare aspettando che il loro collega mi finisca. Questo tipo di volo non è
quello che preferiscono: inclinazione verticale a 9-15 metri di livello.
Improvvisamente, sulla cima della scarpata, scorgo dei soldati tedeschi.
Muovono le braccia come pazzi, ma apparentemente non sono riusciti a
comprendere appieno la situazione. Ora arriva una forte esclamazione da
Gadermann: “Il Lag è precipitato!”
Gadermann l’ha abbattuto con la sua mitragliatrice o è caduto perché i
longheroni si sono rotti sotto la pressione di quelle virate ad alta velocità?
Non mi potrebbe interessare di meno. Nelle mie cuffie sento un potente grido
dei russi, una babele di voci. Hanno visto cosa è successo e sembra essere
stato qualcosa di fuori dall’ordinario. Ho perso di vista Fickel e debbo volare
indietro da solo. Sotto di me un Ju 87 in fiamme giace in un campo. Il pilota e
il suo mitragliere sono entrambi in piedi, in posizione sicura vicino al relitto e
i soldati tedeschi stanno arrivando verso di loro. Quindi torneranno domani.
Poco prima di atterrare raggiungo Fickel. Ci saranno ampi motivi per
festeggiare i compleanni del mio Fickel e del mio Gadermann. Anch’essi
insistono per celebrare. La mattina seguente il responsabile del controllo di
volo di questo settore si fa sentire e mi racconta che in molti hanno guardato
con ansia la mia prestazione di ieri e si congratula vivamente con me a nome
della sua divisione. Un messaggio radio raccolto ieri sera ha ricordato che il
pilota del caccia era un asso sovietico abbastanza famoso, più volte nominato
Eroe dell’U.R.S.S. Era un bravo pilota, questo glielo devo riconoscere.
Poco dopo devo far rapporto al Maresciallo Goering, in due occasioni
distinte. La prima volta atterro a Norimberga e procedo verso il suo castello.
Entrando nel cortile sono molto sorpreso di vedere Goering con il suo
assistente medico personale agghindati con un costume da caccia medievale
tedesco, tirano con l’arco e le frecce ad un bersaglio gioiosamente colorato.
All’inizio non mi presta attenzione, fino a quando non ha tirato tutte le sue
frecce. Sono stupito che nessuno di loro manchi il bersaglio. Spero solo che
non sia colto dall’ambizione di sfoggiare la sua abilità sportiva facendomi
competere con lui, in questo caso è destinato a vedere che con la spalla non
riesco a reggere l’arco, figuriamoci a tirarlo. Il fatto che sono a rapporto da
lui con gli stivali di pelliccia, gli dà qualche indicazione delle mie infermità
fisiche. Mi dice che occupa molto del suo tempo libero in questo sport, è il
suo modo di tenersi in forma e il medico, che gli piaccia o meno, deve unirsi
a lui in questo passatempo.
Dopo un semplice pranzo in famiglia, di cui il generale Loerzer è l’unico
altro ospite, apprendo il motivo del mio invito. M’appunta la Medaglia d’Oro
da Pilota con Diamanti e mi chiede di formare una squadriglia equipaggiata
con il nuovo Messerschmitt 410 armato di un cannone da 5 cm. e
d’assumerne il comando. Egli spera, con questo tipo di velivolo di
raggiungere un vantaggio decisivo nei confronti dei quadrimotori da
bombardamento utilizzati dal nemico. Traggo le mie conclusioni, cioè che,
essendo stato recentemente decorato con i Diamanti, il suo obiettivo è quello
di trasformarmi in un pilota da caccia. Sono sicuro che egli stia pensando alla
prima guerra mondiale in cui gli aviatori che avevano ricevuto il Pour le
Merite erano regolarmente dei piloti di caccia come lui. Ha sempre avuto una
forte predilezione per questo ramo della Luftwaffe e per coloro che ne fanno
parte e vorrebbe includermi in questa categoria. Gli dico quanto mi sarebbe
piaciuto diventare un pilota di caccia prima, e quali incidenti me lo hanno
impedito. Ma da quei giorni ho acquisito una preziosa esperienza come pilota
di bombardieri in picchiata e sono contro un cambiamento.
Lo prego pertanto di abbandonare l’idea. Lui mi dice poi che ha
l’approvazione del Führer per questo incarico, anche se ammette di non
essere stato particolarmente soddisfatto dell’idea di farmi rinunciare ai
bombardieri in picchiata. Tuttavia, il Führer ha concordato con lui nel
desiderio che io non dovrei in nessun caso fare un altro atterraggio dietro il
fronte russo per salvare gli equipaggi. Questo è stato un ordine. Se gli
equipaggi debbono essere prelevati, allora in futuro dovrà essere fatto da
qualcun altro. Questo mi preoccupa. Fa parte del nostro codice d’onore che
“chiunque venga abbattuto, sarà raccolto” - sono del parere che sia meglio
che lo faccia io, perché con la mia maggiore esperienza deve essere più facile
per me che per chiunque altro. Se deve essere fatto, allora son io a doverlo
fare. Ma sollevare obiezioni ora sarebbe uno spreco di fiato. Nel momento
critico si agirà come ci impone la necessità. Due giorni torno di nuovo alle
operazioni presso Husi.
Durante una pausa di alcuni giorni, decido di fare un breve viaggio a
Berlino per una conferenza a lungo posticipata. Durante il viaggio di ritorno
arrivo a Görlitz, mi fermo a casa mia e poi proseguo verso est, passando per
Vöslau, vicino a Vienna. La mattina presto mi ritrovo a casa di miei amici:
qualcuno mi ha cercato per tutta la notte. Un messaggio telefonico al quartier
generale del Reichsmarschall Goering è stato passato a Husi, hanno cercato di
contattarmi lungo il mio itinerario, ma non sono riusciti a raggiungermi da
nessuna parte. Subito telefono all’assistente di Goering che mi dice di
procedere verso Berchtesgaden.
Credo che questo sia un altro tentativo di farmi staccare dal mio gruppo per
compiti speciali, gli chiedo: “Questa è una cosa cattiva o buona dal mio punto
di vista”? Lui mi conosce e dice: “Certamente non cattiva.”
Non del tutto senza timori, inizio a volare a bassa quota lungo il Danubio. Il
tempo è il peggiore che si possa immaginare. Nuvole basse a 100 metri; non è
consentito decollare o atterrare in quasi tutti gli aeroporti. I boschi attorno a
Vienna sono continuamente avvolti dalle nuvole più fitte. Da St. Pölten salgo
verso Amstetten in direzione di Salisburgo, dove atterro. Qui sono già atteso
e mi guidano sino alla casa di campagna del Reichsmarschall Goering, non
lontano dal Berghof sull’Obersalzberg. È impegnato in una conferenza con il
Führer e noi siamo a tavola quando torna. Sua figlia Edda è già una ragazza
grande e ben educata, dunque le è permesso di sedersi con noi.
Dopo un breve passaggio in giardino la conversazione prende una piega
ufficiale, e sono in attesa di sapere che cosa c’è nel vento questa volta. Casa e
giardino sono di buon gusto, niente di volgare o ostentato. La famiglia
conduce una vita semplice. Ora mi viene data ufficialmente udienza nel suo
studio luminoso e dalle luminose finestre, con un panorama glorioso sulle
montagne che scintillano al sole della tarda primavera. Egli ha evidentemente
una certa passione per i vecchi costumi e le tradizioni. Non riesco a
descrivere l’abito che indossa: è una specie di tunica o toga come quella
portata dagli antichi romani, di colore rugginoso e tenuta insieme da una
spilla d’oro. Non mi riesce di descriverlo con precisione. Per me, in ogni
caso, si tratta di una cosa completamente nuova. Sta fumando una lunga pipa
che arriva fino al pavimento, con una tazzina di porcellana preziosamente
dipinta. Ricordo che mio padre possedeva uno strumento simile; a quei tempi
la pipa era più alta di me e, dopo avermi osservato in silenzio per un po’,
comincia a parlarmi. Sono di nuovo qui per una nuova medaglia: m’appunta
sul petto una Medaglia d’oro per il servizio al fronte, con diamanti, in
riconoscimento delle duemila sortite da me recentemente effettuate. Si tratta
d’un tipo di medaglia assolutamente nuovo, mai assegnata prima a nessuno,
perché nessuno aveva mai volato in tante azioni di guerra. È realizzata in oro
massiccio con, al centro, una corona di platino con alloro e Spade, sotto la
quale si trova il numero 2000 scritto con piccoli diamanti. Sono lieto che non
siano state poste condizioni sgradevoli su questa nuovo riconoscimento.
Poi discutiamo della situazione, e lui pensa che non dovrei perdere tempo a
tornare alla mia base. Ma io intendo farlo comunque e in ogni caso. Mi dice
che nel mio settore è in preparazione un’offensiva su larga scala e che
inizierà nei prossimi giorni. Egli è appena tornato da una conferenza durante
la quale l’intera situazione bellica è stata discussa nei minimi dettagli con il
Führer. Esprime sorpresa per il fatto che non ho notato questi preparativi sul
posto, poiché in questa operazione saranno impiegati circa trecento carri. Ora
aguzzo le orecchie. Il numero trecento mi sbalordisce. Si tratta di un evento
quotidiano da parte russa, ma da parte nostra non è più credibile. Rispondo
che ho qualche difficoltà a crederlo e gli chiedo se è libero di divulgare i
nomi delle divisioni con il numero di carri che ciascuna di esse ha a
disposizione, perché sono esattamente informato sulla maggior parte delle
unità nel mio settore e del parco di carri disponibili.
Alla vigilia della partenza dal fronte avevo parlato con il generale Unrein,
comandante della 14a divisione corazzata. Quindici giorni fa si era lamentato
amaramente con me del fatto che gli fosse rimasto un solo carro armato, e
anche questo era fuori combattimento perché vi aveva incorporato tutto
l’apparato di controllo dei voli, e questo era per lui essenzialmente più
prezioso di un carro armato utilizzabile, perché con buoni collegamenti con
noi Stuka siamo riusciti a neutralizzare, per conto loro, molti obiettivi che i
suoi carri armati non potevano attaccare. Conosco quindi esattamente la forza
della quattordicesima divisione corazzata. Il Reichsmarschall difficilmente
può credermi, pensa di aver sentito un numero diverso riferito a questa
divisione. Mi dice: fra il serio e il faceto: “Se non la conoscessi, chiederei di
arrestarla per aver detto una cosa del genere. Ma lo scopriremo presto.”
Va al telefono e vien messo in collegamento con il capo di Stato Maggiore.
“Lei ha appena dato al Führer il numero di trecento carri per l’operazione X”.
Parla ad alta voce al telefono, sento ogni parola. “Sì, l’ho fatto.”
“Voglio conoscere i nomi delle divisioni coinvolte con il loro numero di
carri armati. Ho qualcuno con me che conosce bene la situazione.” “Chi è?”
chiede il Capo di Stato Maggiore. “E’ uno dei miei uomini che dovrebbe
saperlo.”
Ora il Capo di Stato Maggiore Generale ha la sfortuna di iniziare con la 14a
divisione corazzata. Dice che ha sessanta carri armati. È difficile che Goering
riesca a trattenersi.
“Il mio uomo riferisce che il 14a ne ha uno!” Segue un lungo silenzio
all’altro capo della linea.
“Quando ha lasciato il fronte?
“Quattro giorni fa”. Di nuovo silenzio. Poi: “Quaranta carri armati sono
ancora in viaggio verso il fronte. Il resto sta nelle officine di riparazione sulle
linee di approvvigionamento, ma certamente raggiungeranno le loro unità per
il giorno zero, in modo che le cifre siano corrette.”
Riceve la stessa risposta per le altre divisioni. Il Reichsmarschall sbatte giù
il ricevitore infuriato.
“È dunque così! Il Führer riceve un’immagine totalmente falsa basata su
dati errati e si sorprende che le operazioni non abbiano il successo sperato.
Oggi, grazie a lei, accidentalmente, capiamo cosa succede ma quante volte
abbiamo potuto costruire le nostre speranze su tali utopie? La zona
sudorientale, con la sua rete di comunicazioni, è continuamente oscurata dalle
formazioni di bombardieri del nemico. Chissà quanti di quei quaranta carri
armati, ad esempio, arriveranno mai al fronte o quando? Chi può dire se le
officine di riparazione riceveranno i pezzi di ricambio in tempo e se saranno
in grado di completare le riparazioni entro il termine stabilito? Riferirò
immediatamente la questione al Führer”. Parla con rabbia, poi tace.
Tornando indietro, la mia mente è molto preoccupata per quello che ho
appena sentito. Qual è lo scopo di queste relazioni fuorvianti e false? È
dovuto a sciatteria o è intenzionale? In entrambi i casi aiuta il nemico. Chi e
quali ambienti stanno commettendo queste enormità?
Interrompo il mio viaggio a Belgrado e, quando arrivo a Semlin, le
formazioni di bombardieri quadrimotori statunitensi sembrano dirigersi verso
l’aeroporto. Mentre rullo sulla pista vedo tutto il personale dell’aeroporto
fuggire. Ci sono alcune colline a ovest della pista in cui i tunnel sono stati
apparentemente scavati per servire da rifugi. Vedo la formazione direttamente
davanti a me, a poca distanza dall’aeroporto. Questo non mi sembra buono.
Faccio uno sprint il più velocemente possibile con i miei stivali di pelliccia.
Entro nel tunnel e subito esplode il primo grappolo di bombe sull’aeroporto,
sollevando un gigantesco fungo di fumo. Non posso credere che qualcosa
possa rimanere intatto. Dopo pochi minuti, la nuvola di fumo si assottiglia un
poco e torno all’aeroporto. Quasi tutto è stato distrutto; accanto ai relitti vedo
il mio fedele Ju 87, crivellato di schegge, ma con il motore integro e lo stesso
vale per le ruote. Le parti essenziali del sistema di controllo continuano a
funzionare. Cerco una striscia di terra fuori pista, adatta per il decollo e sono
contento quando sono di nuovo in volo. Lealmente e gentilmente il mio bel
aquilone ferito mi riporta sopra la zona di sud-est, al mio comando operativo
a Husi.
Durante la mia assenza ci è stato dato un gruppo di Ju 87 romeni. Gli
equipaggi sono composti principalmente da ufficiali; alcuni di loro hanno una
certa esperienza di volo, ma presto scopriamo che è meglio se volano con noi
in formazione ravvicinata. Altrimenti il numero di vittime in ogni incursione
è sempre elevato. I combattenti nemici li disturbano particolarmente, e ci
vuole un po’ di tempo per rendersi conto con l’esperienza diretta che con un
aereo lento che vola in formazione non è assolutamente detto che si venga
abbattuti. Il personale d’ala è passato ai Focke-Wulf 190s. La nostra
squadriglia I è stata temporaneamente ritirata dalle operazioni per un riposo
di otto settimane in un aeroporto nelle retrovie, a Sächsisch-Regen. Qui i
vecchi piloti degli Ju 87 tornano a scuola con il monoposto. A lungo termine
tutte le nostre unità dovranno fare lo stesso, poiché l’ultima serie di
produzione del Ju 87 deve essere completata, dopodiché non saranno più
costruiti aerei di questo tipo. Per questo motivo, mentre sono a Husi, pratico
personalmente il volo tra le sortite in uno dei nuovi Focke Wulf 190 del
personale di bordo, in modo che non ci sia motivo di venir messi a riposo.
Termino il mio corso uscendo subito per una o due sortite nella zona frontale
con il nuovo modello e mi sento abbastanza sicuro per volare con quello.
Continuiamo anche a luglio; le nostre sortite sono molto più frequenti e
l’offensiva locale pianificata nella zona a nord di Jassy è in corso. Ma non
con quel numero inventato di carri armati e in ritardo rispetto alla data del
piano originale, ma comunque con truppe più fresche di quelle a cui siamo
stati abituati di recente. È necessario catturare l’intero altopiano tra la Pruth e
Targul Frumos. È una linea più facile da tenere e la sua cattura priverà il
nemico d’un trampolino di lancio favorevole per un assalto. Tutta la prima
linea in questo settore è in movimento e riusciamo a spingere i sovietici
molto indietro. Con una resistenza ostinata loro riescono ad aggrapparsi a
diversi punti chiave. Sono fortunati, perché gli attacchi locali destinati a
sradicare questi nidi di resistenza non vengono mai effettuati. Alcune delle
nostre unità d’assalto che venivano lanciate nella lotta, come dei vigili del
fuoco, ovunque i combattimenti erano più accesi, ora devono essere ritirate.
Nel corso di questa offensiva, volo per la mia 2100esima incursione
operativa. Il mio obiettivo lo conosco: il ponte di Sculeni, di vitale
importanza per la linea di alimentazione dei sovietici che sono molto in
difficoltà. Ogni volta che entriamo per attaccarlo da nord di Jassy è già
nascosto da una cortina fumogena e non possiamo mai essere sicuri di
lanciare le nostre bombe troppo vicino alla nostra prima linea. Ogni volta che
vedo la cortina fumogena devo ridere, immaginando i volti degli Ivan là
sotto, che ci vedono arrivare. Non è necessario che un linguista distingua la
parola sempre ricorrente: “Stuka - Stuka - Stuka”. I giorni a Husi ormai sono
numerati.
Dopo una festa di compleanno nella mia vigna, alla metà di luglio arrivano
ordini di trasferirci a Zamosc, nel settore centrale del fronte est. Qui i russi
hanno lanciato una nuova offensiva su larga scala.
Arriviamo a questa nuova base operativa sorvolando i Carpazi del nord,
Stryj e bypassando Lemberg. Zamosc è una bella cittadina, fa una buona
impressione. Siamo acquartierati in una vecchia caserma polacca al margine
settentrionale della città. Il nostro stesso aeroporto si trova piuttosto lontano e
consiste di campi di stoppie; la pista di atterraggio è stretta e al tempo stesso
provoca un incidente molto spiacevole. Al suo primissimo atterraggio, un
nostro aereo spancia e il pilota si ferisce piuttosto seriamente. È uno dei miei
migliori tiratori sui carri e ci vorrà molto tempo prima di averlo di nuovo con
noi. Anche qui c’è molto lavoro per i caccia-carri, soprattutto perché le linee
del fronte non sono stabilizzate, ma fluide. Le incursioni dei carri armati sono
all’ordine del giorno. Noi teniamo Kowel, ma i sovietici l’hanno superata e
stanno cercando di attraversare il Bug. Non passa molto tempo prima che le
loro punte avanzate compaiano nella zona a nord di Lemberg, a Rawaruska e
Towaszow, e a Cholm, a nord. Durante questa fase abbiamo un altro
spostamento, questa volta a Mielec, una piccola città polacca, a novanta
chilometri a nord-ovest di Cracovia.
L’obiettivo dell’avanzata sovietica è chiaro: cercare di raggiungere la
Vistola su un fronte relativamente ampio. I nostri obiettivi sono le masse in
arrivo di uomini e materiali che ora cercano di attraversare il San, a nord di
Premysl. L’opposizione dei caccia non è da sottovalutare, con caccia
americani che sempre più spesso fanno da scorta alle formazioni dei
bombardieri quadrimotori. Originariamente provenivano da basi aeree del
Mediterraneo. Come ora abbiamo ragione di supporre, non ritornano alla base
immediatamente dopo il completamento della loro missione, ma atterrano sul
territorio russo per rifornirsi di carburante. Dopo un giorno, s’alzano in
un’altra missione e poi volano verso sud, diretti alla loro base di partenza. In
un’incursione sopra il San m’imbatto in una formazione di Mustang, proprio
quando sto abbassandomi per attaccare. Sono quasi trecento. Io volo in una
formazione di quindici bombardieri senza alcuna protezione; siamo ancora a
35 chilometri da Jaroslaw, il nostro obiettivo per oggi. Per non mettere a
repentaglio la squadriglia e, soprattutto, i suoi numerosi nuovi equipaggi, do
ordine di scaricare le bombe, in modo da poter manovrare meglio
nell’ineguale battaglia aerea. Sono riluttante a dare quest’ordine; finora
abbiamo sempre attaccato il bersaglio che ci era stato assegnato, anche di
fronte a una grande superiorità nemica. È la prima volta e questa sarà anche
l’ultima fino alla fine della guerra. Ma oggi non ho altra scelta. Così riporto a
casa la mia squadriglia senza perdite e siamo in grado di compensare il
giorno dopo il nostro mancato svolgimento della missione in condizioni più
favorevoli. Il successo giustifica la mia azione, perché la sera sento che
un’unità vicina ha subito pesanti perdite a causa di questa enorme formazione
di Mustang. A mezzogiorno, qualche giorno dopo, mentre ci riforniamo,
siamo di nuovo sorpresi da una formazione americana che s’abbatte
immediatamente su di noi per attaccare il nostro aeroporto. La nostra difesa
in aeroporto non è forte e i nostri cannonieri della antiaerea, inizialmente colti
di sorpresa, sono lenti nell’aprire il fuoco sugli attaccanti. Gli americani non
avevano fatto i conti con la contraerea, e siccome non rientra certo nel loro
programma di non tornare a casa oggi, s’allontanano senza alcun successo
materiale alla ricerca di prede più facili.
Una telefonata del Comando Aereo: per la prima volta in questa guerra i
russi hanno messo piede sul suolo tedesco e stanno spingendo in Prussia
orientale, dalla zona di Willkowiscen in direzione di Gumbinnen - Insterburg.
Voglio trasferirmi subito nella Prussia orientale; arriva l’ordine di
trasferimento e il giorno dopo sono già a Insterburg con il mio personale di
volo. Nella pace celeste della Prussia orientale è del tutto impossibile
immaginare che la guerra sia già così vicina e che da questo posto tranquillo
debba subire sortite con bombe e aerei anticarro. Nella stessa città di
Insterburg la popolazione non si è ancora resa conto della gravità della
situazione. L’aeroporto è ancora sovraffollato di installazioni che sono inutili
per tale attività operativa concentrata. Quindi è meglio spostarsi a Lotzen, nel
distretto dei laghi Masuri, dove siamo soli sul piccolo aeroporto.
Mezza estate nel bel paese della Prussia orientale. Questa terra deve
diventare un campo di battaglia? È qui che ci rendiamo conto che stiamo
lottando per le nostre case e per la nostra libertà. Quanto sangue tedesco ha
già bagnato invano questo suolo! Non deve ripetersi! Questi sono i pensieri
che riempiono la nostra mente, mentre voliamo verso l’obiettivo - a nord del
Memel o a Schaulen, a Suwalki o Augustowo - e mentre torniamo a casa ci
tormentano gli stessi pensieri. Siamo tornati da dove siamo partiti nel 1941; è
da qui che è iniziata l’invasione a est. Il monumento a Tannenberg acquisirà
un nuovo e più grande significato? L’emblema della cavalleria tedesca è
dipinto sugli aerei della nostra squadriglia; non ha mai significato così tanto
per noi come oggi.
Lotta dura nella zona intorno a Willkowiscen, la città stessa cambia di
mano più e più volte. Qui si trova una piccola unità corazzata tedesca, da noi
sostenuta dal primo all’ultimo minuto di luce, che resiste per diversi giorni
all’incessante attacco dei russi. Alcuni dei T 34 si nascondono dietro le
cataste di mais che si trovano sui campi coltivati. Abbiamo incendiato le
stoppie con dei razzi, per stanare i carri armati, poi andiamo a cacciarli.
Un’estate bollente, viviamo abbastanza vicino all’acqua e spesso facciamo il
bagno nelle mezz’ore di pausa, fra le sortite: un vero divertimento. Gli effetti
dell’incessante attività a terra e nell’aria sono presto percepibili: la furia
iniziale dell’assalto russo si è notevolmente attenuata. I contrattacchi sono
sempre più frequenti, per cui il fronte può essere stabilizzato. Ma quando i
combattimenti si spengono in un luogo, è certo che arderanno in un altro. Qui
è così. I sovietici sono spinti verso la Lituania, cercando di superare i nostri
eserciti in Estonia e Lettonia. Di conseguenza, per noi nell’aria c’è sempre un
gran lavoro da fare. I sovietici sono relativamente ben informati sulla forza
della nostra difesa a terra e in volo.
Un’incursione fornisce di nuovo a Fickel l’occasione per festeggiare il suo
compleanno. Siamo sulla buona strada per attaccare le concentrazioni
nemiche e i rossi tentano il loro vecchio trucco di utilizzare la nostra
lunghezza d’onda. Personalmente non riesco al momento a capire cosa stiano
blaterando, ma evidentemente si riferiscono a noi perché la parola “Stuka”
continua a ripetersi. Il mio collega linguista ha un posto di ascolto a terra, con
un interprete, mi racconteranno la storia dopo. Questo è più o meno ciò che è
accaduto:
“Stuka si avvicina da ovest - chiamiamo tutti i falchi rossi: si deve attaccare
lo Stuka immediatamente, ce ne sono circa venti - di fronte sta un singolo
Stuka con due lunghe barre - è certamente la squadriglia di Rudel, quello che
distrugge sempre i nostri carri armati. Chiamate tutti i falchi rossi e le batterie
di contraerea: bisogna abbattere lo Stuka con le lunghe barre.”
Markwardt mi dà una traduzione approssimativa mentre siamo in aria.
Fickel dice, con una risata: “Se puntano al No. 1 puoi scommettere che
colpiranno il No. 2.” Generalmente lui vola come mio n. 2 e quindi parla per
esperienza.
Davanti a noi e sotto di noi vediamo gli Ivan con veicoli a motore,
artiglieria e altri aggeggi, sono su una strada tra i boschi. La loro pesante
contraerea sta inscenando un bello spettacolo, i falchi rossi sono già lì, degli
Aircobra ci attaccano, anche io do l’ordine di attaccare. Una parte della
formazione si tuffa su camion e autocarri, una sezione più piccola sulle
batterie antiaeree, il tutto manovrando freneticamente. I combattenti ora
pensano che la loro opportunità sia arrivata. Nuvole a fiocco appaiono vicino
al nostro aereo. Poco prima di tuffarsi, Fickel vien colpito direttamente nella
sua ala, sgancia le bombe e vola nella direzione dalla quale siamo partiti. Il
suo aereo è in fiamme.
Abbiamo sganciato le nostre bombe e usciamo dalla nostra picchiata.
Prendo quota per vedere dove Fickel è arrivato. Atterra nel mezzo di un paese
abbastanza inadatto allo scopo, solcato da fossati e buche, ceppi e altri
ostacoli. Il suo aereo salta due fossi, come una capra rampante; è un miracolo
che non si sia fatto prendere dal panico molto tempo prima. Ora lui e il suo
mitragliere s’arrampicano sulla carlinga. La situazione è pessima: la
cavalleria, seguita dai carri armati, sta già convergendo sul suo aereo dal
bosco, naturalmente intenzionati a catturare l’equipaggio. Gli Aircobra ora ci
attaccano furiosamente dall’alto. Chiedo: “Qualcuno deve atterrare subito.
Sapete che non mi è più permesso.”
Ho una sensazione orribile, perché mi è stato espressamente proibito
d’atterrare e va contro il buon senso disobbedire consapevolmente agli ordini.
Siamo ancora in basso sopra al velivolo caduto; Fickel e Bartsch, laggiù, non
possono certo immaginare che si possa atterrare in sicurezza in queste
circostanze. I sovietici si stanno gradualmente avvicinando e ancora nessuno
manovra per atterrare; schivare i caccia richiede la piena attenzione di ogni
equipaggio. La decisione di atterrare per me, nonostante tutto, è difficile da
prendere ma a mio parere, se non agisco ora i miei camerati saranno perduti.
Se è possibile a qualcuno di salvarli, io ho le migliori possibilità. Disobbedire
a un ordine è, lo so, imperdonabile, ma la determinazione a salvare i miei
camerati è più forte del mio senso del dovere. Ho dimenticato tutto il resto,
incluso le conseguenze della mia azione, tutto. Devo mettere tutto da parte!
Do i miei ordini:
“Aereo 7: si deve attaccare la cavalleria e la fanteria a bassa quota. Aereo 8:
si deve girare a bassa quota per coprire Fickel e me. Aereo 9: deve stare alto e
deviare i caccia da questa manovra. Qualora i caccia dovessero scendere in
picchiata, allora l’aereo 9 deve attaccarli dall’alto.
Scendo molto basso sulla scena dell’atterraggio forzato e scelgo un pezzo di
terreno che possa servire, con un po’ di fortuna, per atterrare. Apro
lentamente l’acceleratore, ora siamo al secondo fosso. Rilascio il motore, uno
scossone fantastico, per un attimo la mia coda è in aria, poi mi fermo.
Fickel e Bartsch corrono per la loro pelle. Mi arrivano rapidamente accanto.
I proiettili di Ivan finora non hanno colpito nulla di importante. Entrambi
sono caricati dietro, ho aperto l’acceleratore e il motore ruggisce. Sono pieno
di entusiasmo. Posso farlo? Il mio aereo s’alzerà in volo prima che colpisca
un ostacolo a terra e si fracassi? Ora arriva un fosso. Tiro su l’aereo, l’ho
passato e di nuovo le mie ruote urtano leggermente il suolo. Poi s’alza
lentamente e la tensione s’allenta. La squadriglia si chiude attorno a noi e
torniamo a casa senza perdite.
Il circo itinerante di Rudel ha piantato le sue tende su di un campo di
stoppie vicino alla città di Wenden, non lontano dal confine tra la Lettonia e
l’Estonia. Il gran maresciallo Schoerner ha cercato per tutto questo tempo di
mettere la mia squadriglia nel suo settore con il risultato che ora siamo qui sul
fronte di Courland. Siamo appena installati sul nostro campo di grano quando
arriva l’inevitabile torta con i complimenti del gran maresciallo; non importa
dove mi presenterò al suo comando una di queste torte favolose appare
sempre, di solito con una T 34 in glassa di zucchero e il numero, qualunque
esso sia al momento, di carri distrutti che mi viene accreditato. La torta è ora
tagliata a cubetti con le cifre 320.
La situazione generale è la seguente: nell’area di Tuckum abbiamo lanciato
un attacco per ristabilire le comunicazioni interrotte con il resto del fronte
orientale. Vien condotto dal gruppo d’assalto sotto al comando dell’illustre
Conte Strachwitz, e ha successo. I sovietici, tuttavia, stanno compiendo uno
sforzo continuo per erodere il nostro fronte nell’est della penisola. Questo
settore è stato a lungo una spina nel fianco. Finora sono stati trattenuti dal
coraggio smisurato dei nostri soldati, nonostante l’immensa superiorità
numerica del nemico. In questo particolare momento il settore è nuovamente
sottoposto a pressioni insolitamente violente; è per alleggerire tali pressioni
che il gran Maresciallo Schoerner ha chiesto il nostro sostegno. Nelle nostre
primissime sortite osserviamo che le prime linee non sono troppo instabili; le
posizioni dei russi sono ovunque ben fortificate, il loro mimetismo è
eccellente, le loro batterie antiaeree ben posizionate vicino alla prima linea e
ovunque forti. L’attività nemica nell’aria è costante e vivace.
Ci sono orde di combattenti nemici e pochissimi dei nostri. Il pane che
mangiamo qui è amaramente guadagnato, non importa in quale direzione
voliamo, sia a est che a sud, fuori dalla sacca, sul fronte di Tuckum o dove la
spinta principale dell’offensiva russa è rivolta, a Reval via Dorpat. In diverse
sortite siamo riusciti a distruggere un grande convoglio motorizzato,
compresi i carri armati di scorta, che era giunto alle porte di Dorpat, in modo
che questo sfondamento fosse controllato e potesse essere finalmente sigillato
dall’esercito. Da dove ottengono queste masse infinite di uomini e di
materiale? È davvero inquietante. I camion che abbiamo inchiodato sono per
lo più di origine americana. Solo occasionalmente tra i carri armati ci siamo
imbattuti in piccoli gruppi di carri Sherman. I russi non hanno nemmeno
bisogno di questi carri armati americani, perché i loro sono più adatti alle
condizioni di combattimento in Russia e la loro produzione e qualità sono
favolosi. Queste enormi quantità di materiale ci disorientano e spesso ci
deprimono.
Spesso incontriamo dei modelli americani di aerei, in particolare Aircobra,
King Cobra e Boston. Gli americani stanno aiutando enormemente i loro
alleati con i veicoli a motore, ma anche e soprattutto in aria. È davvero nel
loro interesse dare tanto aiuto ai russi? Spesso discutiamo su questo punto.
Una mattina, alle due e mezza, Weisbach, il mio ufficiale di collegamento,
mi sveglia. Schoerner desidera parlarmi con urgenza. Per molto tempo ho
avuto il mio telefono scollegato durante la notte, devo decollare presto e
necessito d’un buon riposo notturno. Così il mio ufficiale, che non deve
volare di mattina, riceve tutte le chiamate notturne, ma per Schoerner io ci
sono sempre. Egli va subito al punto.
Potete decollare ora? Quaranta carri armati con fanteria motorizzata hanno
sfondato. Le nostre unità in prima linea si sono lasciate superare e questa sera
vogliono di nuovo colmare il divario. Ma questa forza russa ha spinto un
profondo cuneo nelle nostre posizioni e deve essere attaccata per impedire
loro di espandere l’area di penetrazione; se ci riescono a farlo, potranno
causare grossi danni alle nostre linee di approvvigionamento nelle retrovie. È
la stessa vecchia storia. Sono stato nel settore di Schoerner troppo spesso per
sorprendermi. I nostri fratelli d’armi in prima linea si sdraiano e lasciano che
i carri armati li sorpassino e poi s’aspettano che noi gli togliamo le castagne
dal fuoco. Lasciano passare alle spalle le forze nemiche, sperando di riuscire
a colmare il divario la sera stessa o in un paio di giorni, rendendo così
innocuo il nemico circondato. Qui in Courland questo è particolarmente
importante perché qualsiasi grosso inserimento può portare al collasso
dell’intero fronte.
Dopo averci pensato un attimo, dico al Maresciallo: “E’ ancora buio e
un’incursione ora non avrebbe alcuna possibilità di successo, perché devo
avere la luce del giorno per gli attacchi a bassa quota su carri armati e
camion. Prometto di decollare all’alba con il mio 3a compagnia e la sezione
anticarro per la parte della mappa che m’avete dato. Poi la chiamerò
immediatamente e le farò sapere come stanno le cose.” Secondo quanto mi ha
detto, i rossi si sono infiltrati a ovest in una zona lacustre e si trovano
attualmente, con la loro punta corazzata, su una strada che corre fra due laghi.
Nel frattempo, istruisco Weissbach che deve raccogliere telefonicamente
rapporti sul tempo da ogni fonte possibile in modo che al crepuscolo
possiamo essere sopra all’obiettivo. Una breve telefonata ai comandanti dei
voli e ora tutto procede automaticamente. Le cose che avete praticato cento
volte, si possono fare nel sonno. Il cuoco sa esattamente quando mettere sul
fuoco il caffè. L’ingegnere anziano sa quando convocare il personale di terra
per avere gli aerei pronti al decollo. È sufficiente un breve messaggio ai voli:
“Decollare per la prima incursione alle 05.30.”
La mattina presto una fitta nebbia ristagna sopra l’aeroporto a circa 50
metri. In considerazione dell’urgenza della nostra missione e sperando che
sarà migliore nell’area di destinazione, decolliamo. Puntiamo a sud-est.
volando a bassa quota. Fortunatamente il paese è piatto come una tavola,
altrimenti volare sarebbe impossibile. La visibilità è appena più di
quattrocento metri, soprattutto perché non è ancora completamente sorto il
sole. Abbiamo volato per qualcosa come mezz’ora quando il coperchio di
nebbia scende a circa il livello del suolo perché siamo vicini al distretto dei
laghi. Ora do l’ordine di cambiare formazione a causa della difficoltà di
volare a 50-60 metri. Per sicurezza voliamo in linea. Ma non riesco più a
capire le forme degli altri aerei, che si muovono nei banchi di nebbia più in
alto. Non c’è alcuna possibilità di effettuare un attacco in queste condizioni
meteorologiche. Se dovessimo sganciare le nostre bombe, le schegge
danneggerebbero i nostri aerei a un’altitudine così bassa, con conseguenti
perdite, che non serviranno a nulla, quindi non serve a niente. Semplicemente
essere stati nell’area di destinazione oggi non aiuterà nessuno. Sono lieto che
l’ultimo di noi atterra in sicurezza. Informo Schoerner che mi dice di aver
ricevuto le stesse segnalazioni dalla prima linea.
Finalmente, verso le nove, lo strato di nebbia sopra l’aeroporto s’apre un
po’, sollevandosi sino a 400 metri. Decollo con l’aereo anticarro,
accompagnato dal 7° per affrontare gli obiettivi. Ai margini del banco di
nebbia ci dirigiamo nuovamente verso sud-est, ma più si vola in questa
direzione, più la base nuvolosa s’abbassa di nuovo. Presto siamo scesi ancora
una volta a 50 metri, la visibilità è incredibilmente pessima. Non ci sono
punti di riferimento e quindi volo con la bussola. Il distretto dei laghi inizia e
il tempo rimane orrendo. Non m’avvicino al punto che il Maresciallo mi ha
dato come posizione dell’avanzata rossa passando direttamente da nord-est,
ma facendo una leggera deviazione verso ovest, lo sorvolo, così quando mi
volterò per attaccare mi dirigerò dritto a casa, una precauzione necessaria di
questi tempi. Se il nemico è forte come mi è stato descritto, è probabile che
abbia una corrispondente forza di contraerea. Non si tratta di attaccare sotto
la copertura di colline o alberi, perché il mio approccio è sopra all’acqua, di
conseguenza la difesa del terreno deve essere presa in considerazione nella
scelta delle mie tattiche. Non è consigliabile tenersi fuori dal campo di
visibilità facendo un salto dentro e fuori le nuvole con una formazione intera
a causa del pericolo di collisione, essendo così vicini al suolo, anche se è
possibile farlo per i singoli velivoli. Al di là di queste considerazioni, i piloti
dovrebbero prestare tutta la loro attenzione alle manovre e non sarebbero in
grado di concentrarsi sufficientemente sul proprio obiettivo.
Voliamo bassi, sfiorando l’acqua, entrando da sud, è buio e torbido, non
riesco a distinguere nulla per più di 600 a 700 metri. Ora vedo dritto nella
direzione del mio volo una massa nera in movimento: sulla strada ci sono:
carri armati, veicoli, sono russi. Io urlo subito: “Attacco! Già quasi ad alzo
zero la difesa fa partire un fuoco concentrato davanti a me, flak a due e
quattro canne, mitragliatrici. Il tutto con una luminosità vivida in questa luce
nebbiosa. Sto volando a 20 metri d’altezza e sono finito in un vespaio. Ne
uscirò fuori? Gli altri si sono schierati da una parte e dall’altra attorno a me e
non sono tanto al centro delle attenzioni della difesa. Volo e mi giro
applicando le mie manovre difensive più folli, per evitare di venir colpito;
tiro senza prendere la mira, tento di bilanciare il mio aereo per un secondo e
colpire un bersaglio preciso anche se significa essere abbattuti. Ora salgo un
po’ mentre raggiungo i veicoli e i carri armati, sorgo sopra di loro, sento di
essere seduto sopra a delle uova e di aspettare una rottura. Questa storia è
destinata a finire male, la mia testa è calda come il metallo che sibila attorno
di me. Qualche secondo dopo arriva un’incornata d’ariete. Gadermann grida:
“Motore in fiamme”! Un colpo nel motore. Vedo che il motore sta lavorando
solo a una frazione della sua capacità. Le fiamme lambiscono la carlinga.
“Ernst, ci buttiamo con il paracadute. Prenderò un po’ in altezza e volerò
avanti per uscire dalla strada dei russi. Ho visto alcuni nostri ragazzi non
troppo lontano da qui”. Cerco di guadagnare quota, non ho idea della mia
altitudine. Una macchia scura d’olio si è diffusa all’interno e all’esterno delle
finestre, non riesco più a vedere nulla e devo alzare il tettuccio in modo di
avere una vista parziale, ma questo non è buona cosa, le fiamme fuori
schermano la mia visione. “Ernst, dobbiamo buttarci fuori ora.”
Il motore si spegne e rallenta, s’arresta, si riaccende, s’arresta e si spegne. Il
nostro velivolo sarà il nostro forno crematorio su questo prato. Ora dobbiamo
buttarci!
“Non possiamo”, urla Gadermann, “Voliamo a soli 20 metri!” Lui può
vedere dal retro. Anche lui ha tirato su il tettuccio e il cavo di comunicazione
si strappa in due. Ora non possiamo più parlarci l’un l’altro. Le sue ultime
parole sono: “Siamo sopra una foresta!”
Tiro la cloche per tutto quello che vale la pena di fare, ma l’aereo si rifiuta
di salire. So da Gadermann che stiamo volando troppo in basso per saltare.
Possiamo far atterrare il Ju 87? Forse è ancora possibile, anche se non vedo
nulla. Per questo il motore deve continuare a funzionare, anche se solo
debolmente, allora potrei cavarmela a condizione che il terreno sia adatto.
Chiudo lentamente l’alimentazione di benzina al motore. Quando sento che
l’aereo affonda, guardo di lato. Vedo il terreno scorrere sotto. Possiamo
essere a soli 10 metri. Mi preparo per la botta. Improvvisamente tocchiamo e
chiudo il motore. Ci siamo schiantati. Il motore s’arresta. Questa dev’essere
la fine per noi. Poi arriva un rumore di rami spezzati e un forte grattare e poi
non so più nulla.
Sono consapevole della quiete che mi circonda, quindi sono ancora vivo.
Cerco di ricostruire: sono sdraiato per terra, voglio alzarmi, ma non posso, mi
fanno male la gamba e la testa, sono ferito. Poi mi viene in mente che
Gadermann deve essere da qualche parte. Chiedo: “Dov’è? Non riesco a
uscire.”
“Aspetti un secondo - forse possiamo districarci - fa male?”
Ci vuole un po’ di tempo prima che lui s’arrampichi e cerchi di arrivare a
me attraverso il relitto. Ora capisco cosa mi sta causando tanto dolore: un
lungo pezzo di metallo dalla coda dell’aereo sta inclinando la parte inferiore
della coscia e tutta la coda è sopra di me in modo da non potermi muovere.
Posso ringraziare la mia stella, non brucia nulla vicino a me. Dove sono finite
le parti in fiamme? Prima Gadermann tira fuori il pezzo di metallo dalla mia
gamba, poi mi estrae dalle altre parti dell’aereo che mi stanno schiacciando.
Serve tutta la sua forza per tirarmi fuori. Chiedo: “Pensi che i russi siano già
qui?”
“È difficile da dire.”
Siamo circondati da una macchia di cespugli e una foresta. Una volta in
piedi faccio il punto della situazione: a un centinaio di metri si trova il
motore, che brucia; a cinquanta o sessanta metri, di lato, stanno le ali, una
delle quali è ancore fumante. Direttamente di fronte a me, ad una buona
distanza, si trova una parte della fusoliera con il sedile dell’operatore radio in
cui Gadermann era bloccato. Ecco perché la sua voce proveniva da davanti a
me quando l’ho chiamato, normalmente avrebbe dovuto venire dall’altra
parte, perché siede dietro di me. Ci bendiamo le nostre ferite e cerchiamo
d’accettare la nostra fortuna di essere ancora vivi e relativamente sicuri,
perché senza una medicazione adeguata non posso contemplare la fuga, dato
che sto perdendo un sacco di sangue. La nostra caduta da 10 metri sembra
essere avvenuta nella seguente fase: la forza principale del nostro impatto è
stata assorbita dagli alberi ai margini della foresta, poi il velivolo è stato
gettato su un pezzo di terreno sabbioso, dove si è rotto e le diverse parti son
volate via come già descritto. Avevamo entrambi le cinture di sicurezza
slacciate ed eravamo pronti a ballare. Non riesco ancora a capire perché non
mi sia capitato di colpire la testa contro il cruscotto. Ero steso molto dietro i
resti del mio sedile da pilota, quindi devo essere stato gettato lì con la coda.
Sì, uno deve proprio nascere fortunato.
C’è un improvviso fruscio tra i cespugli; qualcuno si sta facendo largo nel
sottobosco. Guardiamo nella direzione del suono con il fiato sospeso ... poi si
sente un sospiro di sollievo. Riconosciamo dei soldati tedeschi. Hanno
seguito l’incidente dalla strada, dopo il rumore del fuoco in lontananza e poco
dopo avevano visto un aereo tedesco in fiamme. Ci esortano a fare in fretta.
“Non ci sono più altri di noi qui dietro... solo masse di Ivan.”
Uno di loro aggiunge, con un sorriso: “Ma immagino che abbiate notato voi
stessi gli Ivan”, e dà un’occhiata significativa ai relitti fumanti del nostro
aereo. Saliamo sul camion che hanno con loro e partiamo, dopo aver mancato
l’inferno per un soffio, diretti verso nord-ovest.
Siamo tornati con la squadriglia all’inizio del pomeriggio. Nessuno ci aveva
visti cadere, perché all’epoca tutti erano occupati nei propri affari. Le prime
quattro ore della mia assenza non li hanno molto preoccupati, perché spesso
devo far cadere un Ju 87 sulla pancia da qualche parte vicino alla prima linea,
a causa dell’azione nemica, per poi annunciare telefonicamente la mia
posizione. Se però passano più di quattro ore, i volti si scuriscono e la fede
nei miei proverbiali e infallibili angeli custodi sparirà. Telefona il
maresciallo, lui, più di chiunque altro, si rallegra con me che sono tornato e,
inutile dirlo, manda a dire che, ancora una volta, la torta è già per strada e
arriverà stasera.
Il cielo è ora d’un blu brillante, le ultime vestigia della coltre di nebbia si
stanno dissipando. Riferisco al maresciallo che stiamo per decollare di nuovo,
e io stesso sono particolarmente scocciato nei confronti dei nostri amici
sovietici. Loro o io: questa è una regola di guerra. Non ero io questa volta,
logicamente dunque devono essere loro. La divisione ha mandato il proprio
medico in un Fieseler Storch; lui mi benda di nuovo le ferite e dichiara che ho
una commozione cerebrale. Gadermann ha rotto tre costole. Non posso dire
di sentirmi esattamente fresco come una rosa, ma la mia determinazione a
volare supera ogni altra considerazione. Informo gli equipaggi, assegnando
loro gli obiettivi. Attaccheremo la contraerea con tutti i nostri aerei
bombardieri e quando sarà stata neutralizzata distruggeremo i carri armati e i
loro veicoli, con attacchi a bassa quota.
Rapidamente la mia squadriglia è in volo, in direzione sud-est. Il distretto
dei laghi riappare. Stiamo volando a 2000 metri. Ci avviciniamo a sud-ovest,
per avere il sole alle spalle; i mitraglieri della contraerea avranno difficoltà a
distinguerci e noi saremo in grado di individuare meglio i loro pezzi, che
scintilleranno al sole. Ci sono, eccomi ancora nello stesso punto, come prima!
Apparentemente non intendono fare alcun ulteriore passo in avanti fino a
quando non saranno arrivati i rinforzi. Acceleriamo intorno al nostro
obiettivo, esortandoci ad aprirci la strada. I cannoni della contraerea sono in
parte montati su autocarri, il resto sono posizionati in cerchio attorno ai
veicoli. Non appena i fuochi d’artificio iniziano ricapitolo brevemente i
bersagli e poi segue l’ordine di attaccare, a cominciare dalla contraerea. La
trovo una soddisfazione personale perché devo a loro il fatto che qualche ora
fa la mia vita era stata appesa a un filo di seta. Noi aerei anticarro voliamo
attraverso il fumo delle bombe e le nubi di polvere, attacchiamo i T 34s. Si
deve mantenere una forte concentrazione per non volare nelle schegge delle
bombe che esplodono. La contraerea viene presto messa a tacere. Un carro
dopo l’altro esplode, i camion prendono fuoco. Non raggiungeranno mai la
Germania. Questa loro punta avanzata ha certamente perso il suo slancio.
Torniamo a casa con la sensazione di aver fatto tutto ciò che era in nostro
potere fare. Nella notte il Maresciallo chiama di nuovo per dirmi che i nostri
camerati a terra hanno contrattaccato con successo, che la falla è stata
sigillata e che il nemico è stato circondato è neutralizzato. Ci ringrazia a
nome del suo comando per il nostro sostegno. Domani trasmetterò il suo
messaggio alla squadriglia per la prima volta. È sempre la nostra più alta
ricompensa sentire dai nostri fratelli d’armi che la nostra cooperazione è stata
indispensabile e ha reso possibile il loro successo.
In Lettonia ci giungono notizie allarmanti circa i sovietici che si stanno
dirigendo verso la Romania. Siamo trasferiti durante la notte a Buzau, una
città a nord di Bucarest, il nostro percorso è Prussia orientale – Cracovia -
Debrecen: un volo meraviglioso attraverso l’Europa orientale, sotto a un sole
splendente, quasi da estate indiana. Il volo viene effettuato, la 3a squadriglia,
con tutto il personale dello Stormo, la 2a è nella zona di Varsavia e il 1a è già
in Romania. A Debrecen molto tempo è sprecato nel rifornimento di
carburante e così diventa troppo tardi per decollare per la Romania prima del
tramonto. Dobbiamo attraversare i Carpazi e non ho intenzione di perdere un
equipaggio su un volo di trasferimento. Così rimaniamo per la notte a
Debrecen, e su mio suggerimento andiamo per un bagno serale. In città ci
sono delle meravigliose terme, alimentate da sorgenti naturali calde e
medicinali. Troviamo donne di tutte le età sedute fiaccamente nei bagni, con
borse, libri, ricami o cagnolini, per la gioia e lo stupore dei miei camerati;
questo schiacciarsi nei bagni con l’interminabile pettegolezzo femminile che
fa parte della routine è la loro occupazione quotidiana. È uno spettacolo
strano per i veterani di Russia vedere una tale collezione di femminilità in
déshabillé.
La mattina dopo partiamo per Klausenburg, una bella e antica città dove
secoli fa si sono stabiliti i tedeschi transilvanici; ecco perché i nativi qui
parlano tedesco. Facciamo solo una breve sosta per fare rifornimento, perché
abbiamo fretta. Allo stesso tempo un aereo da ricognizione americano appare
a circa 6.000 metri, il che significa che una visita da formazioni di
bombardieri americani può essere messo in programma entro breve tempo. Il
volo sui Carpazi, a Buzau, è stupendo, come ogni volo sopra a un bellissimo
paesaggio montano, con un tempo perfetto. La città ora si affaccia davanti a
noi; un tempo era un insignificante imbarcadero sulla strada fino al fronte,
che correva molto a nord di qui, ora è una base operativa. Che cosa è
successo alla prima linea stabile Jassy - Targul - Frumos, e a Husi?
L’aeroporto si trova in aperta campagna e non offre alcuna possibilità di
camuffamento per i nostri aerei, e Ploesti, il centro petrolifero della Romania,
che è abbastanza vicino, viene attaccato incessantemente dai bombardieri
americani, con una protezione molto forte di caccia; i combattenti possono
poi rivolgere la loro attenzione a noi, in quanto si può pensare che valga la
pena di darci una lezione. Il numero di combattenti americani inviati a
scortare una formazione di bombardieri in ogni incursione, è maggiore della
forza totale dei caccia tedeschi su tutto il fronte.
Quando arrivo a terra vedo che le strade che portano all’aeroporto sono
piene di convogli rumeni che puntano a sud; in alcuni punti i convogli sono
bloccati da ingorghi. L’artiglieria pesante d’ogni calibro è tra queste. Ma non
vi sono unità tedesche. Assisto all’ultimo atto di una tragedia. Interi settori
sono stati detenuti da unità rumene che hanno cessato di opporre qualsiasi
resistenza e che sono ora in totale ritirata. I sovietici sono alle loro calcagna.
Dove la prima linea correva, il soldato tedesco combatte per la sua terra, e
quindi saranno tagliati fuori e fatti prigionieri. Non ritiene possibile che i
nostri alleati rumeni lascino che i russi invadano la Romania senza
combattere ed espongano il loro popolo a questo terribile destino;
semplicemente, non ci possono credere.
Dopo l’atterraggio i nostri velivoli sono immediatamente pronti per le
operazioni, mentre io riferisco alla mia vecchia squadriglia. Sono lieti di
averci di nuovo con loro. Pensano che avremo le mani piene di bersagli. I
carri armati russi sono già fino a Foscari, con l’obiettivo di catturare
rapidamente Bucarest e Ploesti. Più a nord, le unità tedesche stanno ancora
mettendo in atto una lotta nel gruppo dell’esercito meridionale.
Nel frattempo, i nostri velivoli sono stati preparati e decolliamo subito,
volando in alto e seguendo la strada principale che da nord porta a Foscari.
Nove chilometri a sud di questa città s’osservano nubi gigantesche di polvere:
forse son già i carri armati? Sì, lo sono! Attacchiamo, lasciano la strada e si
disperdono nei campi. Ma questo non li salva. Ne centriamo alcuni, poi
torniamo a ricaricare nuove munizioni e proseguiamo il nostro impegno con
la stessa colonna. Ovunque si guardi, si vedono masse di uomini e di
materiale, tutti russi, per lo più mongoli. Le loro riserve di manovalanza sono
così inesauribili? Abbiamo nuove prove pratiche che la capacità produttiva
dell’U.R.S.S. è stata notevolmente sottovalutata da tutti e nessuno conosce la
realtà dei fatti. Le masse di carri armati, sempre inimmaginabili nel loro
numero, ne sono la prova più convincente. Molti veicoli a motore sono di
fabbricazione americana. Un’incursione segue duramente l’altra, dall’alba al
tramonto, come in tutti questi anni.
È uno degli ultimi giorni di agosto. Decollo la mattina presto per volare
nella zona a nord, dove i Rossi hanno sfondato e sono a 50 metri sopra il mio
aeroporto. Improvvisamente la contraerea apre il fuoco; è presidiata da
rumeni che dovrebbero difendere il nostro aeroporto dagli attacchi di aerei
russi e americani. Guardo in direzione dove scoppiano le cariche per cercare
in cielo i bombardieri nemici. Gli americani si sono alzati così presto questa
mattina? Volo sulla pista con la mia formazione per aspettare ulteriori
sviluppi sotto la protezione della nostra difesa aerea. Curiosamente, gli
scoppi della contraerea sono spostati più in basso e alcuni di loro sono
spiacevolmente vicini al mio aereo. Guardo verso il basso le batterie di tiro e
vedo che le armi sono girate per seguire le nostre manovre. Non c’è un aereo
nemico in vista. Ora non c’è più alcun dubbio, la contraerea ci sta colpendo.
Per me è del tutto inspiegabile, ma dev’essere così. Voliamo a nord per la
nostra missione contro l’offensiva sovietica che sta spingendo con vigore
dall’area Husi - Barlad - Foscari.
Al nostro ritorno all’aeroporto sono preparato per ogni ulteriore buffonata
della contraerea rumena; il mio controllo a terra mi ha già detto, mentre
torniamo indietro, che le armi erano rivolte verso di me. D’ora in poi la
Romania sarà in guerra con noi. Subito entriamo a bassa quota, atterrando da
soli. Le armi individuali aprono di nuovo il fuoco su di noi, ma non con più
successo di prima. Vado immediatamente al telefono e chiamo il Commodoro
dell’aria rumeno, Jonescu. Ha il comando delle unità dell’aviazione militare
rumena, tra cui la contraerea, e lo conosco bene personalmente da Husi, porta
sul petto delle decorazioni tedesche. Gli dico che devo presumere che le
attenzioni ostili di questa mattina sono state pensate per me e per la mia
squadriglia, e gli chiedo se è così. Non lo nega; dice che i suoi mitraglieri
della contraerea hanno visto un caccia tedesco abbattere un aereo corriere
rumeno e che, di conseguenza, anche qui, sono molto nervosi e stanno
sparando su tutti gli aerei tedeschi. Non fa ancora alcun riferimento allo stato
di guerra esistente tra la Germania e la Romania. Rispondo alla sua denuncia
che non ho la minima intenzione di difendere questa assurdità e che stavo
andando per un’altra incursione a nord di Ramnicul Sarrat. Ora, però,
propongo prima di bombardare e mitragliare la contraerea sul nostro
aeroporto con la mia squadriglia Stuka per eliminare la possibilità di
interferenze con la nostra partenza. Con l’altra squadriglia attaccheremo la
sua sede centrale; so esattamente dove si trovano.
“Per amore di Dio non lo faccia. Siamo sempre stati dei buoni amici e non
possiamo essere ritenuti responsabili delle azioni dei nostri governi. Le faccio
una proposta: non faremo nulla e, per quanto ci riguarda, la dichiarazione di
guerra non esiste. Le do la mia personale garanzia che non verrà sparato un
altro colpo dal mio comando contro il suo Stuka.”
Riafferma la sua vecchia amicizia per me e i suoi sentimenti amichevoli nei
confronti di noi tedeschi in generale. Con questo entra in vigore una pace
separata per entrambi, e non ho altri motivi per lamentarmi. Una situazione
curiosa: sono qui da solo con il mio personale di volo, su questo aeroporto, in
un paese in guerra con noi. Due divisioni rumene con tutta la loro
attrezzatura, compresa l’artiglieria pesante, circondano il nostro aeroporto.
Chi deve impedirci di liquidarci da un giorno all’altro? Nelle ore d’oscurità
questa è una situazione molto scomoda; alla luce del giorno siamo di nuovo
forti. Anche due divisioni non rischiano di mostrarsi troppo aggressive nei
confronti dei miei Stuka quando sono così concentrati ed esposti in questo
paese aperto.
Il nostro magazzino di bombe e di benzina all’aeroporto sta esaurendosi e le
nuove forniture non arrivano. La Romania non può più essere difesa. La
nostra unica possibilità è quella di trasferirci dall’altra parte dei Carpazi e di
tentare di formare un nuovo fronte con i resti del nostro esercito ancora in
grado di combattere, dopo la ritirata dalla Romania, mettendo insieme altre
truppe che possono essere raccolte ovunque come riserve. È del tutto
evidente che la nostra artiglieria pesante non attraverserà mai i Carpazi, ma
sarà abbandonata in Romania. Se solo una gran parte del nostro coraggioso
esercito potesse districarsi dal calderone di tradimenti, rimestato dalle streghe
di cui è responsabile il governo rumeno! Le armi possono essere sostituite,
per quanto difficile possa essere, gli uomini non lo si può mai!
Il nostro personale di terra si prepara a prendere la strada attraverso il passo
di Bazau, consumiamo l’ultima goccia di benzina per attaccare una colonna
avanzata russa che s’è spinta vicina a Buzau. In parte, le nostre missioni ci
portano molto indietro rispetto alle linee russe, per alleviare i problemi di
quelle unità tedesche che qui sono ancora impegnate in aspri combattimenti.
È uno spettacolo pietoso, abbastanza per portarci alla disperazione, il vedere
questi veterani della campagna russa, circondati dal nemico, ancora si
impegnano contro numeri di gran lunga superiori di soldati russi, fin quando
non hanno più nulla per fermarli, tranne che le loro armi di piccolo calibro.
Le artiglierie hanno da tempo esaurito tutte le munizioni, presto non avranno
nemmeno un fucile o una cartuccia per le pistole. Attaccare e attaccare di
nuovo, questo è l’unico modo per supportarli. Un po’ come a Stalingrado.
Ora i nostri magazzini sull’aeroporto sono esauriti e voliamo verso ovest,
sui Carpazi, per raggiungere la nostra nuova base operativa a Sächsisch-
Regen, in Ungheria. In questa piccola città quasi tutti parlano tedesco, perché
è una cittadella dei tedeschi transilvanici. Qui c’è una chiesa tedesca e delle
scuole tedesche. Camminando per la città non si ha mai la sensazione che non
ci si trovi in Germania. Si trova incastonata pittorescamente fra catene di
colline e piccole montagne, con ampie distese di boschi nelle vicinanze. Il
nostro aeroporto si trova su una sorta di altipiano, con boschi su entrambi i
lati. Siamo acquartierati nella città e nei villaggi vicini puramente tedeschi a
nord e a nord-est. Le nostre operazioni in questo momento sono dirette contro
al nemico, che spinge attraverso i passi dei Carpazi dall’est. Il paese offre
ottime posizioni difensive, ma non abbiamo la forza per mantenerle, avendo
perso l’essenziale artiglieria pesante in Romania. Nemmeno il terreno più
favorevole può essere difeso contro le armi più moderne, contando sul solo
eroismo. Attacchiamo a bassa quota sul passo di Oitoz, al passo Gymnoz e
alle strade di montagna a nord di questi. Ho fatto esperienza di volo in
montagna nel Caucaso, ma le valli qui sono estremamente strette, soprattutto
in fondo, ed è necessario guadagnare altezza considerevolmente prima di
poter girare.
Le strade che attraversano i passi sono tortuose e per lunghi tratti costruite
su rientranze scavate nei pendii scoscesi delle montagne. Gli automezzi e i
carri armati, generalmente, si tengono sotto gli spuntoni delle rocce.
Se un’altra formazione si trova contemporaneamente nella stessa zona,
magari avvicinandosi al suo bersaglio dall’altro lato della valle e non si
riconosce così rapidamente attraverso la foschia, per una frazione di secondo
la Morte mette il proprio osseo dito sulla cloche, quando una formazione
incontra l’altra volando nella direzione opposta. Si tratta di un pericolo
maggiore rispetto alla contraerea e non trascurabile. La flak è in parte situata
sui versanti della montagna, a destra e a sinistra della strada che attraversa i
passi, perché la contraerea nemica si è resa conto della sua relativa inefficacia
se rimane con i convogli sulla strada mentre noi, per esempio, attacchiamo
un’unità più in basso da dietro un altro gruppo di rocce. Per il momento non
c’è molta opposizione da parte dei caccia. I russi sono così lenti nel mettere
in funzione gli aeroporti rumeni? Ne dubito, perché hanno molte linee di
approvvigionamento e di aeroporti disponibili, a Buzau, Roman, Tecuci,
Bakau e Silistea, sono perfettamente situati e ampiamente adattabili a questa
battaglia. Probabilmente gli Ivan non prendono troppo gentilmente il volo in
montagna, e sembrano particolarmente timorosi di volare a bassa quota nelle
valli, a causa della possibilità di imbattersi improvvisamente in un vicolo
cieco bloccato da una montagna in forte ascesa. La stessa impressione l’ho
avuta due anni fa nei passi e nelle valli del Caucaso.
Ricevo l’ordine in quel momento di prendere il comando della divisione
aerea e di abbandonare la mia 3a squadriglia. Come mio successore e
comandante della mia vecchia squadriglia suggerisco il nome il tenente Lau;
aveva servito in Grecia nella battaglia con la flotta inglese e vi si era distinto.
Dopo la prima fase della campagna russa è stato distaccato per mansioni
amministrative ma ora è di nuovo al fronte. Per quanto riguarda i voli
operativi, il cambiamento non mi riguarda molto; ho tutti i tipi di velivoli
utilizzabili a disposizione della mia unità, in modo da poter volare con l’una
o l’altra delle mie unità in qualsiasi momento.
Un giorno, all’inizio di settembre, esco fuori presto con la mia terza
squadriglia, la 2a ci accompagna come scorta; io stesso sono a caccia di carri
sul passo dell’Oitoz. La situazione lassù non sembra troppo bella. Decido,
pertanto, di ripartire con il mio FW 190 non appena rientriamo. Nel
frattempo, gli altri possono rifornire i propri aerei per la prossima incursione.
Hofmeister ne ha uno pronto a decollare e mi accompagna come guida.
Torniamo a Oitoz, eseguiamo attacchi a bassa quota e studiamo la
situazione in tutti i passi dei Carpazi e sulle alture, da cui abbiamo un quadro
generale della situazione nel nostro settore. Ritorno, letteralmente senza una
goccia di benzina o un caricatore di munizioni, arrivati sopra al nostro
aeroporto vedo quaranta brillanti velivoli argentei correre verso di me, alla
mia stessa quota. Corriamo vicini l’uno all’altro. Non è più ammesso alcun
inganno. Sono tutti Mustang americani. Chiamo Hofmeister: “Devi atterrare
subito”. Abbasso il carrello, tiro fuori i flaps e scendo prima che la
formazione del Mustang abbia il tempo di girarsi e attaccare. L’atterraggio è
stato una cosa nervosa, perché questo è il momento in cui l’aereo è
assolutamente indifeso e non c’è altro da fare che aspettare pazientemente
fino a quando non si ferma. Evidentemente Hofmeister non è sceso così in
fretta come me; l’ho perso di vista. Sto ancora rullando in velocità quando,
guardando fuori, vedo i Mustang prepararsi per l’attacco e uno di loro
dirigersi dritto verso il mio aereo. Alzo affrettatamente il tettuccio
dell’abitacolo – mi sto ancora muovendo a circa 50 chilometri all’ora - salgo
sull’ala e salto a terra, e mi butto giù, pochi secondi prima che il cannone del
Mustang cominci a sparare. Il mio aereo, che aveva continuato il rullaggio da
solo per una certa distanza, prende fuoco al primo attacco. Sono contento di
non essere più nella carlinga.
Non abbiamo flak sull’aeroporto, perché nessuno aveva previsto o era
pronto per la nostra ritirata sugli aeroporti ungheresi. Il nostro materiale è
purtroppo così ridotto che “tutti gli aerodromi d’Europa” non possono essere
dotati di difesa antiaerea con uno schiocco di dita. I nostri nemici, che
dispongono di materiale illimitato, possono posizionare le batterie antiaeree
in ogni angolo della strada, purtroppo noi non possiamo farlo. I Mustang si
sono dispersi su tutto l’aeroporto e stanno facendo pratica di tiro al bersaglio.
La mia squadriglia, che avrebbe dovuto rifornirsi e ricaricare durante la mia
assenza, è ancora a terra. Un certo numero di aerei da trasporto che hanno
portato munizioni, benzina e bombe, sono esposti all’aperto. Gli aerei
riparabili si trovano in hangar improvvisati nella foresta e sono difficili da
colpire. Ma gli altri aerei, compresi quella da trasporto con a bordo bombe e
benzina, saltano in aria. I cannoncini di quaranta Mustang mantengono un
rullio ininterrotto e sparano a tutto quello che vedono, incendiandolo. Una
furia impotente si impadronisce di me per dover guardare senza poter colpire;
tutto intorno all’aeroporto vedo funghi di fumo nero dove gli aerei isolati
sono in fiamme. In questo pandemonio si potrebbe pensare che la fine del
mondo sia arrivata. Per quanto possa sembrare assurdo, cerco di strizzare
l’occhio al sonno; quando mi sveglierò sarà tutto finito. Se il tizio che
continua a scendere su di me mi colpisce nel sonno, sarà più facile accettare il
mio fato.
Dopo che il pilota del Mustang ha incendiato il mio aereo nel primo attacco,
deve avermi notato disteso a lato della pista. Forse mi ha visto cadere mentre
scendeva; in ogni caso ritorna di nuovo indietro con il suo cannoncino e con
le sue mitragliatrici. A quanto pare non riesce a vedere chiaramente attraverso
la finestra, dietro la quale m’intravede e attraverso la quale deve puntare;
probabilmente non può credere di non avermi colpito, perché dopo essere
entrato una o due volte in ricognizione mi osserva roteando obliquamente,
scendendo a 4-5 metri, e mi guarda. Me ne sto sdraiato sulla pancia,
abbracciando l’erba; non ho fatto altro che muovere la testa leggermente da
un lato per osservarlo attraverso le palpebre abbassate. Ogni volta che entra
su di me di fronte, la sabbia sollevata dai suoi proiettili si alza a destra e a
sinistra. Mi colpirà la prossima volta? Alzarsi e correre via è fuori
discussione, perché tutto ciò che vedono muovere viene immediatamente
bersagliato. Così va avanti per quella che mi pare un’eternità. Ora sono sicuro
che ha esaurito le munizioni, perché dopo avermi sorvolato ancora una volta
in modo obliquo, vola via. Anche i suoi colleghi hanno esaurito le munizioni;
molto proficuamente, bisogna ammettere. Si ricompattano sopra l’aeroporto e
vanno via.
Il nostro aeroporto sembra un casino terribile, soprattutto al primo colpo
d’occhio. La prima cosa che faccio è cercare Hofmeister. Il suo aereo si è
sdraiato sul perimetro del campo; deve essere stato più lento nell’atterraggio
ed è stato centrato in discesa. È ferito; un piede va amputato. Cinquanta aerei
stanno bruciando ed esplodendo sull’aeroporto, per fortuna alcuni dei miei
aerei di servizio che, in quanto coperti, non erano un obiettivo facile, sono
intatti. Ora, visitando ogni unità della foresta, mi viene detto che durante
l’attacco il personale di terra ha mantenuto un fuoco ininterrotto di armi di
piccolo calibro, come ordinato, con Tommy, fucili, mitragliatrici e rivoltelle.
Quattro Mustang giacciono vicino all’aeroporto. Vedendo che non avevamo
la contraerea, questo è un risultato gratificante. Dopo tutto, i Mustang non
hanno avuto la loro pratica di tiro così gratuitamente. Pochi giorni dopo le
batterie antiaeree arrivano anche per il mio aeroporto e le incursioni come
questa non sono più suscettibili di venir ripetute.
Nella nostra area compaiono spesso tipi di aerei tedeschi usati da rumeni
che noi avevamo equipaggiati. Ora portano il marchio rumeno e volano dalla
parte russa. La base operativa rumena non è molto lontana da noi. Passiamo
quindi due giorni ad attaccare a bassa quota i loro aerodromi nelle zone di
Karlsburg, Kronstadt e Hermannstadt. Lingue maligne tra noi suggeriscono
che stiamo cercando di emulare i Mustang, e che loro lo avrebbero fatto
prima. Distruggiamo più di 150 aerei a terra, alcuni dei quali in volo; in ogni
caso si tratta per lo più di aerei d’addestramento e da corriere, ma anche di
aerei utili per addestrare l’aviazione rumena. Il successo di attacchi di questo
tipo dipende in larga misura dalla forza della flak nemica.
I combattimenti in Romania sono terminati. Il fiume di mezzi sovietici si
riversa in tutto il Paese, per cercare di forzare un passaggio in Ungheria, che
ormai è possibile. In questo momento i convogli sono molto affollati e
attraversano il passo Roter-Turm in direzione di Hermannstadt. Le sortite
contro queste punte avanzate sono particolarmente difficili, perché questo
esercito è fortemente difeso dalla contraerea. Con un volo sopra l’estremità
nord del passo vedo la flak da 4 cm. mi buca il tettuccio del mio FW 190 e
così mi ritrovo improvvisamente seduto all’aperto. Fortunatamente nessuna
delle schegge mi ferisce.
La stessa sera il mio ufficiale dell’intelligence mi dice che ascolta quasi
ogni giorno le trasmissioni di propaganda radiofonica in tedesco, con le storie
di atrocità commesse sui soldati tedeschi e dando incitamento ai partigiani.
L’emittente inizia sempre con un: Kronstadt chiama. Dopo aver comunicato
con il gruppo, il primo attacco a questa stazione radio è fissato per domani;
dovrebbe essere possibile silenziare questi provocatori. Durante le pause
abbiamo preparato il terreno per Kronstadt, un vecchio insediamento dei
sassoni transilvanici. La città brilla davanti a noi, sotto ai primi raggi del sole.
Non c’è bisogno di sorvolarla; la stazione trasmittente con le sue alte antenne
si trova su una strada principale, a circa otto chilometri a nord-est. Fra le
antenne si trova un piccolo edificio, il centro nevralgico di tutto l’organismo
trasmittente. Mentre volo, in preparazione d’un tuffo, vedo un’automobile
uscire dal cortile dell’edificio. Se potessi essere sicuro che i suoi passeggeri
sono gli uomini che istigano i partigiani a pugnalarci alle spalle, varrebbe la
pena di fare uno sforzo in più per catturarli. L’auto scompare in un bosco e
assistono al nostro attacco alla stazione trasmittente da lontano. Bisogna fare
attenzione a non picchiare troppo in basso in questo attacco, perché gli alberi
sono collegati a molti cavi ed è facile restare impigliati. Il piccolo edificio è
centrato nel mio mirino, premo il pulsante, mi rialzo e passo intorno alle
antenne, aspettando di vedere il risultato, mentre la mia squadriglia si
riforma. Per caso una delle mie piccole bombe da 20 chili ha colpito la punta
di una delle antenne; questa è scattata e si è piegata ad angolo retto. Non c’è
più nulla da vedere dell’edificio sottostante, visto che le bombe hanno fatto il
proprio lavoro. Non trasmetteranno più la loro feroce propaganda da qui per
un bel po’ di tempo. Con questo pensiero confortante torniamo alla base.
La crescente pressione sui valichi dei Carpazi dimostra sempre più
chiaramente l’entità dei danni alle nostre forze, causati dalla disfatta rumena.
I sovietici sono avanzati ben oltre Hermannstadt; sono quasi a Thorenburg e
stanno cercando di catturare Klausenburg. La maggior parte delle unità in
questo settore sono ungheresi, principalmente la prima e la seconda divisione
corazzata ungherese. Praticamente non ci sono riserve tedesche disponibili
per formare una spina dorsale di resistenza in questo importante settore.
Questo progresso sovietico metterà a repentaglio le unità tedesche che
tengono i Carpazi, lontano a nord. Dovranno abbandonare le loro posizioni
sui passi con gravi conseguenze perché i Carpazi, essendo una fortezza
naturale, sono la chiave delle pianure ungheresi e sarà estremamente difficile
tenerli con la nostra insufficiente forza. Per la maggior parte i sovietici hanno
avuto la vita facile nelle ultime settimane, perché stanno avanzando
attraverso una Romania “alleata”, dove una coerente resistenza tedesca è stata
impossibile. Il nostro motto era stato: “Uscire dalla Romania; la prossima
fermata saranno i Carpazi.” Ma la Romania ha una frontiera allungata e
questo significa un’estensione del nostro già troppo poco difeso fronte.
Torniamo per qualche giorno su un aeroporto a ovest di Sächsisch Regen,
da dove facciamo sortite quasi quotidiane verso l’area di Thorenburg. Per la
prima volta da chissà quanto tempo vediamo i gustavi di ferro di nuovo
partecipare ai combattimenti sul terreno. In ogni incursione rimaniamo
nell’area di destinazione per tutta la durata della nostra benzina, sperando
sempre di incontrare la nostra concorrenza dall’altra parte. La 3a squadriglia
bombarda, accompagnata dalla 2a con il mio personale e me stesso con i FW
190. Durante questa fase siamo riusciti a abbattere un gran numero di
bombardieri russi e di caccia. Il comandante della mia 2a squadriglia, Kennel,
che ha le fronde di quercia, ha una caccia particolarmente buona. In realtà
non è nostro compito, come bombardieri in picchiata e aerei d’attacco,
abbattere aerei nemici, ma nella crisi attuale mi sembra molto importante per
i nostri camerati sul terreno il contenere l’aviazione del nemico. Così i nostri
esperti tiratori di carri armati ingaggiano anche velivoli, con risultati
eccellenti. Queste operazioni ci mostrano molto chiaramente che i nostri
vecchi Ju 87 sono dei cani che sanno ancora cacciare le lepri: i nostri vecchi
aerei sono ancora validi.
Nel settembre 1944 la battaglia per le pianure ungheresi diventa una realtà.
In questo momento mi giunge la notizia della mia promozione a Comandante
del nostro corpo. Il personale volante con il personale di terra è di stanza per
un breve periodo a Tasnad, a sud di Tokay. La 1a e la 2a squadriglia con i
loro elementi operativi e io a sud-est di Tasnad, la 3a squadriglia si sposta
nella zona di Miskolcz dove sono seriamente ostacolati dalle condizioni
dell’aeroporto: tutto il paese circostante, comprese le strade che portano
all’aeroporto, sono state trasformate in una palude dalla pioggia torrenziale.
Il nostro soggiorno è qui è breve, dove siamo in grado di stabilirci nella
zona Grosswardein - Cegled - Debrecen. Le orde russe si muovono
velocemente, quasi esclusivamente di notte. Rimangono fermi durante il
giorno ben mimetizzati nei boschi in prossimità delle strade o dei campi di
mais, o al coperto nei villaggi. Il bombardamento e l’attacco aereo diventano
di secondaria importanza rispetto alla ricognizione, perché i bersagli devono
essere riconosciuti prima che sia possibile provocare un qualsiasi danno
importante. Attualmente non vi è coesione sul fronte tedesco; vi sono
semplicemente gruppi tattici isolati, frettolosamente improvvisati, che
saldando insieme unità che hanno combattuto, di ritorno dalla Romania o che,
in precedenza, facevano parte delle linee di comunicazione dell’Ungheria.
Queste unità sono un miscuglio di tutte le specialità dell’esercito. In punti
focali speciali appaiono i nomi delle formazioni d’attacco: reggimenti di
fanteria con grandi tradizioni, divisioni corazzate, formazioni delle S.S., tutti
nostri vecchi conoscenti e gli amici con i quali abbiamo condiviso le
difficoltà degli anni difficili in Russia. Amano e apprezzano i loro Stuka e noi
li ricambiamo. Se sappiamo che una di queste unità è sotto di noi, possiamo
essere sicuri che non ci saranno brutte sorprese. Conosciamo personalmente
la maggior parte dei loro ufficiali di controllo al volo, o in ogni caso le loro
voci. Ci indicano ogni nido di resistenza, per quanto piccolo, e noi li
attacchiamo con tutto quello che abbiamo. Le unità di terra seguono il nostro
attacco con una velocità fulminea, spazzando tutto ciò che incontrano davanti
a loro. Ma la superiorità numerica del nemico è così immensa che i più grandi
successi locali sono solo una goccia nel mare. I russi sono a destra e a sinistra
e non abbiamo soldati sufficienti per inchiodarli. Un altro passo avanti segue,
con il risultato che anche quelle unità che difendono il terreno sono costrette
a ritirarsi per non venire tagliate fuori dalla linea di ritirata.
Questo succede di tanto in tanto, fino a quando non siamo di nuovo sul
Theiss, che si terrà come nuova linea di difesa. Questo fiume è stretto, ma in
una guerra con le moderne risorse tecniche non rappresenta un ostacolo. A
Szeged i russi hanno ben presto costruito una forte testa di ponte che non
siamo stati in grado di distruggere, e da cui fanno una rapida spinta verso
nord-ovest, in direzione di Kecskemet. Il mio stormo è tornato indietro e ora
siamo a Farmos, a ovest di Szolnok, sulla linea ferroviaria da Szolnok a
Budapest. Il nostro aeroporto è spesso visitato da bombardieri americani che
finora hanno concentrato le loro attenzioni sul ponte della ferrovia.
Non ci lamentiamo delle nostre razioni, perché Niermann ha ottenuto il
permesso di sparare alla selvaggina, possiamo quasi parlare di una piaga
creata dall’eccesso di lepri. Ogni giorno ritorna con un bel carniere, anche se
Fridolin ormai si sente vomitare quando vede una lepre. A volte c’è un vero e
proprio colpo di freddo, la stagione fa passi giganti verso l’inverno. Quando
faccio la mia corsetta serale nelle vicinanze di Farmos, cedo al fascino della
pianura in un modo che non avrei mai pensato possibile per un convinto
alpinista quale sono.
Siamo fuori, perlopiù nelle vicinanze del Theiss, al di là del fiume, ma
anche sul nostro lato del fiume i sovietici sono riusciti a formare delle teste di
ponte in diversi punti. I nostri obiettivi, come per tutti i precedenti
attraversamenti fluviali, sono le concentrazioni di materiale sulla riva opposta
del fiume e sulle strade di accesso, oltre ai ponti costantemente ricostruiti e al
traffico attraverso al fiume, che in parte viene effettuato con metodi assai
primitivi. Zattere, vecchi velieri, pescherecci e imbarcazioni da diporto
private, che si muovono tutte attraverso lo stretto Theiss.
Ivan non ha perso tempo ad adunare questo eterogeneo servizio di traghetti.
All’inizio è attivo principalmente nella zona compresa tra Szeged e Szolnok,
più tardi anche più a nord. La creazione di molte teste di ponte è sempre un
avvertimento che i sovietici stanno accumulando materiale, in preparazione di
una nuova avanzata. Conduciamo con successo una nostra piccola offensiva
nella zona di Szolnok- Mezotuer - Kisujalas - Turkewe con l’obiettivo di
sconvolgere questi loro preparativi. Noi siamo in volo incessantemente a
sostegno delle truppe di terra. Il nuovo assalto russo al Theiss vien
notevolmente ritardato e indebolito da questa interruzione delle loro linee di
comunicazione, almeno in questo settore settentrionale. Non sono in grado di
continuare a espandere la grande testa di ponte di Szeged e di unirla a un’altra
più piccola a nord.
A fine ottobre viene lanciata l’offensiva in tutta l’area, che inizia con una
spinta a nord-ovest e a nord da est e sud-est contro Kecskemet. Il loro
obiettivo è chiaro: far crollare la nostra linea di difesa sul Theiss e spingersi
oltre la pianura, sino alla capitale ungherese e al Danubio. Ivan è
estremamente attivo nell’aria. Sembra che abbia occupato l’intero lotto di
campi di aviazione intorno a Debrecen, e siamo di nuovo in azione contro un
numero di gran lunga superiore di mezzi. Siamo inoltre ostacolati dalla
perdita di un certo numero di aerei abbattuti dalla flak e le forniture e le
sostituzioni lasciano molto a desiderare. I sovietici non possono rivendicare il
merito della nostra situazione; possono ringraziare i loro alleati occidentali
che hanno seriamente disturbato le nostre comunicazioni con i loro attacchi
fatti con i quadrimotori ai nodi ferroviari e alle città. Il pattugliamento delle
linee ferroviarie e delle strade da parte di Jabos americani6 fa il resto. Non
disponiamo dei mezzi indispensabili per proteggere le nostre vie di
comunicazione a causa della mancanza di forza lavoro e di materiale.
Con i pochi aerei rimasti alla squadriglia, compresa l’unità anticarro,
decollo spesso per incursioni nella zona sud-est di Kecskemet. La forza dei
nostri aerei, per le ragioni sopra esposte, è stata talmente ridotta che un
giorno esco da solo, scortato da quattro FW 190 per attaccare una intera
colonna corazzata del nemico che transita in quest’area. Quando mi avvicino
al mio obiettivo, non riesco a credere ai miei occhi: una lunga colonna di
carri armati da Kecskemet si sta muovendo verso nord lungo la strada. Sono
russi. Sopra di loro, come un grappolo d’uva, pende un fitto ombrello di
caccia sovietici che protegge questa loro punta avanzata. Uno degli ufficiali
che mi accompagnano conosce il russo e traduce prontamente per me tutto
ciò che capisce. I sovietici stanno di nuovo utilizzando la nostra stessa
lunghezza d’onda. Si urlano contro l’un l’altro e fanno un frastuono così
terribile che è meraviglioso il fatto che qualcuno capisca una parola di ciò che
dice all’altro. Il mio interprete nel FW 190 riesce a distingue questo:
“Chiamiamo tutti i falchi rossi - un solo Stuka con due lunghe barre sta
scendendo per attaccare i nostri carri armati - siamo sicuri che è il maiale
nazista che spara sui nostri carri armati - ci sono alcuni FW con lui (la mia
scorta). Attaccate tutti lo Stuka, non i Focke Wulf - deve essere abbattuto
oggi!”
Durante questo pandemonio sono da tempo scesa in campo e ho sferrato un
attacco. Un carro è in fiamme. Due FW 190 stanno volteggiando sopra di me,
cercando di togliere di mezzo qualche Lag 5. Gli altri due mi stanno vicini,
manovrando come me; non hanno alcuna intenzione di lasciarmi solo, una
cosa che accadrebbe per forza se si impegnassero in un combattimento aereo
con qualsiasi Ivan. Venti o trenta Lag 5 e Yak 9 ora rivolgono la loro
attenzione a noi; a quanto pare l’ufficiale di controllo sul campo, che dirige i
combattenti, è vicino ai carri armati, perché urla come un maiale braccato:
“Andare avanti, andare avanti e sparare al maiale nazista verso il basso. Non
vedete che un carro è già in fiamme?” Per me questa è la conferma più sicura
del mio successo. Ogni volta che uno di loro attacca, faccio una curva netta,
proprio mentre mi punta e la sua velocità gli impedisce di seguire la mia
manovra e perde la sua posizione di tiro, andando fuori campo. Poi rimonto e
mi metto dietro di lui, anche se a una certa distanza. Anche se mi dispiace
sprecare le mie munizioni anticarro, gli sparo dietro due granate da 3,7 cm;
naturalmente poi me ne pento perché non le posso più tirare ai carri. Anche se
li manco, non possono fare a meno di vedere la traiettoria delle due palle di
fuoco che gli passano vicine e ne restano chiaramente turbati. Ora, ancora una
volta, uno di quelli a cui ho sparato, grida: “Guarda, attenzione, non hai
visto? Il maiale nazista torna a sparare. Guardate fuori.” Ma lui si comporta
come se fosse già stato abbattuto. Un altro, certamente il comandante della
formazione, dice: “Dobbiamo attaccarlo da diverse angolazioni,
contemporaneamente. Riuniamoci sopra al villaggio verso il quale ora mi
dirigo. Discuteremo di cosa si deve fare.”
Nel frattempo, attacco un altro carro armato. Finora non hanno trovato
copertura, credendo senza dubbio di essere sufficientemente protetti dai loro
caccia. Ancora uno scoppia in fiamme. I falchi rossi girano sopra al villaggio
e danzano il cancan più pazzo; tutti vogliono dare consigli sul modo migliore
per abbattere il mio Ju 87. Il commissario politico di controllo sul campo
sfuria, minaccia, si chiede se non hanno visto che quattro carri armati sono
già in fiamme. Ora tornano di nuovo, da diverse angolazioni, e sono contento
che il mio quinto carro abbia esaurito il mio ultimo caricatore di munizioni,
perché se manteniamo questo gioco molto più a lungo non si potrà contare su
di un lieto fine. Il sudore mi scende addosso come un fiume, anche se fuori fa
molto freddo; l’eccitazione è più calda di qualsiasi giacca di pelliccia. Lo
stesso vale per la mia scorta. Gli ufficiali di volo Biermann e Kinader hanno
meno paura di essere abbattuti che di non riuscire nel loro dovere di
proteggermi, ma è più che probabile che l’uno o l’altro degli Ivan possa dirsi
da sé: se non riesco a buttare giù lo Stuka con le sbarre, come ordinato, posso
almeno tirare addosso ai Focke Wulf.
Facciamo rotta verso casa; gli Ivan non ci accompagnano per molto tempo e
tornano indietro. Per un bel po’ di tempo sentiamo ancora il rimprovero
dell’ufficiale di controllo sul campo e i falchi rossi che cercavano di scusarsi.
Spesso nulla ostacola l’avanzata russa, a parte le unità locali gettate insieme
in qualche emergenza critica e spesso composte da personale dell’aeroporto,
dal campo d’aviazione e da truppe del corpo di servizio militare.
Ci mancano uomini e materiali: la vecchia storia, ancora una volta. Il
coraggio individuale e le azioni isolate possono ritardare ma non bloccare
completamente l’avanzata di quel numero colossale d’uomini e di materiale.
Le poche unità d’assalto che restano a disposizione, non possono essere
presenti ovunque e allo stesso tempo. Tuttavia, i nostri camerati sul campo
stanno conducendo una lotta inconcepibilmente valorosa. Il fronte del Theiss
non è più sostenibile; la prossima linea di difesa deve essere posta sul
Danubio; sono turbato dai segnali di una spinta sovietica nell’estremo sud
attraverso Fünfkirchen in direzione di Kaposvar; se ciò dovesse accadere,
questa nuova posizione sarebbe di nuovo in pericolo. Passa poco tempo e i
miei timori vengono confermati.

6. Jagd-bombers, ossia bombardieri d’attacco). [N.d.T.]


15
La battaglia per l’Ungheria
Questo è uno dei nostri ultimi giorni a Farmos. È stato appena ricevuto il
messaggio che Ivan s’è infiltrato, con una forte colonna corazzata, in
direzione delle montagne Matra e ha raggiunto la periferia di Goengjes. Le
nostre truppe, che sono state messe da parte, sono impazienti di ripristinare la
situazione e di colmare il divario. Il tempo è brutto, e lo troviamo
particolarmente difficile perché questa parte del Paese è molto collinare e la
copertura nuvolosa è ancora più bassa che altrove. Lasciamo Budapest a
destra e presto vediamo i Monti Matra, e poco dopo la città di Goengjes. Gli
incendi stanno ardendo, a qualche chilometro più a sud; è evidente che
qualcosa sta accadendo lì. Certo, i carri armati viaggiano lungo la strada, e
non sono sicuramente tedeschi. Quando faccio un’ampia virata in quella
direzione per ottenere un quadro generale della forza del nemico, m’imbatto
in un intenso fuoco di contraerea. Volteggiamo sulla loro punta avanzata a
bassa quota. Proprio di fronte ai T 34 e gli Stalin c’è un tipo di carro che non
avevo mai visto prima, né l’ho mai visto con gli americani. Prima mi occupo
di questo sconosciuto e poi rivolgo la mia attenzione agli altri. Cinque carri
sono in fiamme e ho esaurito tutte le mie munizioni. Anche oggi sono
sull’aereo anticarro che ha fatto un ottimo lavoro e questa è stata una brutta
mattinata per Ivan. Ci raggruppiamo e poi ci dirigiamo verso casa, essendo
impegnati in parte dai caccia sovietici Yak 9 che sono apparsi sulla scena, ma
che non ci causano danni.
Siamo a dieci minuti dalla nostra base e molto indietro rispetto alle nostre
linee quando, improvvisamente, mi colpisce un pensiero: come potrò
descrivere il primo carro armato che ho centrato quando scriverò la mia
relazione? La mia macchina fotografica automatica avrà scattato una
fotografia abbastanza buona da consentirmi di dire con certezza di che tipo di
carro si tratta? È molto importante che il personale sia informato di quali
novità e tipi di armi appaiono in un qualsivoglia settore del fronte; tali
informazioni indicano che nuove armi vengono messe in produzione o
consegnate da altri paesi. Devo sapere che modello è quel primo carro che ho
colpito. Quindi dico al caposquadriglia del 3° di portare a casa la formazione
mentre mi giro e volo di nuovo verso i carri.
Faccio un piccolo giro indietro e volteggio quattro o cinque volte a 4-8
metri di altitudine in un raggio stretto intorno al misterioso mostro d’acciaio,
per dargli un’occhiata da vicino. Da un lato si trova uno Stalin, che a quanto
pare ha appena manovrato per risalire dalla parte posteriore della colonna, per
vedere che diavolo è successo qui. Lo strano carro è ancora in fiamme.
Mentre giro intorno per l’ultima volta vedo alcuni Ivan accovacciarsi sotto al
parafango sporgente del cingolo del carro Stalin, hanno una mitragliatrice da
13 mm montata su un treppiede. Schiacciati vicino al carro con la testa
guardano in alto e, vedendo fuoriuscire del fumo dalla canna della loro arma,
intuisco che sono occupati a spararmi contro. Sono a circa quaranta metri di
distanza, al massimo cinquanta, ma le variazioni causate dall’ampio arco che
sto descrivendo sono troppo grandi per far sì che mi colpiscano, a meno che
non siano dei tiratori scelti e che abbiano imparato la cosa giusta da fare. Sto
ancora speculando in questo modo quando due battiti, come colpi di un
martelletto, colpiscono il mio aereo e sento un forte dolore alla coscia
sinistra. Faccio fatica a vedere attraverso il velo buio che mi cade davanti agli
occhi e m’accorgo che un flusso di sangue caldo e umido mi sta scendendo
giù, lungo la gamba. Gadermann siede dietro di me; glielo dico, ma non può
fare nulla per me perché è impossibile per lui muoversi davanti. Non ho
fasciature con me. Il paese che stiamo sorvolando è solo scarsamente abitato,
il terreno non è particolarmente adatto per un atterraggio forzato. Se
scendiamo qui, il cielo sa quanto tempo ci vorrà per ottenere assistenza
medica adeguata, e io sanguinerò a morte. Devo quindi cercare di
raggiungere Budapest, a venticinque minuti di distanza.
Noto che le mie forze stanno rapidamente calando. Il sangue scorre ancora
a fiotti, liberamente. Ho una strana sensazione nella mia testa, una sorta di
trance, ma continuo a volare e sento di avere ancora il controllo dei miei
sensi. Accendo il citofono e chiedo a Gadermann.
“Pensa che possa svenire all’improvviso ... o che la mia forza continuerà a
decrescere gradualmente?”
“Non arriverete mai a Budapest, con ogni probabilità ... ma non vi sembrerà
di svenire all’improvviso.”
Le ultime parole sono una rapida aggiunta, presumibilmente fatta per non
turbarmi.
“Allora continuerò a volare ... e a tentare la fortuna.” L’acceleratore è
avanti al massimo per arrivare alla base ... passano minuti di tensione ansiosa.
Ma non m’arrenderò e non lo faccio. Ecco, c’è l’aeroporto con dei caccia,
Budapest ...giù i flap ...acceleratore indietro ... tocchiamo terra... è finita!
Vengo disteso su di un tavolo operatorio in un ospedale privato. Le
infermiere sono riunite intorno a me e mi guardano con un’espressione
curiosa, molto particolare, sui propri volti. Dietro al chirurgo, il professor
Fick, c’è Gadermann, che sta scuotendo la testa. Mi racconta poi che mentre
ero sotto anestesia avevo appena detto alcune cose assai strane e che non
devono aver proprio deliziato le infermiere. Che cosa si può fare in una
situazione del genere? Il professor Fick spiega di aver estratto una pallottola
da 13 mm. di mitragliatrice che era entrata nella mia gamba ad angolo,
un’altra invece aveva attraverso la carne uscendo dalla parte opposta. Mi dice
che ho perso molto sangue, e che non appena mi avrà ingessato la gamba
dovrò andare in una casa di cura sul Lago Balaton, per recuperare al più
presto possibile, in pace e tranquillità, ricevendo le migliori cure mediche
possibili e per dare alle mie ferite il tempo di guarire.
Anche Fridolin, nel frattempo, è arrivato e maledice la mia curiosità che mi
ha messo in questo pasticcio, ma anche se non lo ammette è contento che non
stia peggio di come sto. Egli mi riferisce che torneremo nell’area di
Stuhlweissenburg, e che pianteremo le tende a Boergoend. Ora mi caricano
su di un aereo ambulanza Storch e mi portano a Hevis, sul Lago Balaton dove
vengo ammesso al sanatorio del Dr. Peter. Ho già chiesto al professor Fick
quanto tempo ci vorrà prima che io possa camminare, o almeno volare. La
sua risposta è stata assai ambigua, presumibilmente perché era stato
preavvisato da Gadermann, che ha sufficienti motivi per conoscere la mia
natura impaziente. Insisto sul fatto che il Dr. Peter mi tolga immediatamente
la benda e mi dica per quanto tempo pensa che dovrò restare qui. Si rifiuta di
disturbare la medicazione, poi dopo una buona dose di pressione, accetta di
guardarla e mi dice: “Se non sorgeranno complicazioni, dovrete stare sulla
vostra schiena per sei settimane.”
Fino a questo momento non ero stato depresso a causa della mia ferita, ma
ora sento che sono di nuovo un emarginato, condannato all’inattività in un
momento in cui ogni uomo abile è indispensabile. Vorrei scatenare l’inferno
da tanto sono furioso. Sono fortunati che la mia gamba sia ingessata e non
riesca a muovermi. Ma di una cosa sono sicuro: non resisterò mai così a
lungo. Per quanto buone possano essere le cure e il riposo corporeo, non avrò
pace fino a quando non sarò tornato con il mio Gruppo e non sarò in grado di
volare. Fridolin viene da Boergoend e mi visita ogni due giorni, portando una
valigetta piena di documenti che mi fa firmare e mi tiene informato sulle
operazioni della nostra unità, delle sue preoccupazioni, delle sue esigenze.
Tra Farmos e il nostro attuale aeroporto eravamo stati temporaneamente
basati, ma solo per alcuni giorni, sull’aeroporto di Veces, un sobborgo di
Budapest. Negli ultimi mesi di novembre le condizioni meteorologiche sono
state spesso avverse e, nonostante la situazione critica sul terreno, si son
potute fare solo pochissime sortite.
L’ottavo giorno mi visita di nuovo, portandomi la notizia che i sovietici
stanno attaccando Budapest con ingenti forze, e hanno già stabilito delle teste
di ponte su questa sponda del Danubio; peggio ancora, una nuova offensiva
da sud verso il Lago Balaton sta per spingere un cuneo fra le nostre linee. È
parecchio stupito quando gli dico che ne ho abbastanza di starmene sdraiato a
letto e che mi alzerò e tornerò con lui al corpo.
“Ma ...”. Non termina la sua frase. Conosce bene la mia testardaggine. La
suora parla con Fridolin che mi impacchetta le cose e non può credere ai
propri occhi, quando infila la testa nella camera per vedere cosa sta
succedendo. Il Dr. Peter, una volta raggiunto, mi trova pronto a partire. So
bene che non può assumersi la responsabilità, non glielo chiedo. Scuote la
testa mentre osserva la partenza della nostra auto che ci porterà al nostro
corpo.
Siamo acquartierati nel villaggio, come a Farmos. La popolazione è più che
amichevole, cosa assai prevedibile, visto che si aspettano da noi che
fermeremo i russi e libereremo il loro paese già parzialmente occupato.
Dahlmann, il mio aiutante, ha già preparato e riscaldato una stanza in un
piccolo cottage, credendo senza dubbio che sarà necessaria in un primo
momento come una stanza d’ospedale. Pochi giorni, e poi l’incantesimo del
maltempo finisce. Dal primo giorno sono tornato imbragato, dopo che il mio
gesso ha ricevuto un supporto extra. La locomozione non è esattamente
facile, ma riesco a gestirmi. A metà dicembre il nostro aeroporto diventa
sempre più paludoso a causa delle forti piogge e della neve e ci spostiamo di
nuovo a Varpalota. Questo aeroporto è ben situato in alta quota e siamo in
grado di decollare in qualsiasi momento.
Alla fine, la mia 3° squadriglia sarà equipaggiata con dei Focke Wulf 190;
in considerazione della situazione, non vorrei che io venga ritirato dal
servizio attivo, a causa di questo cambio d’aereo. Perciò uno o due piloti, a
rotazione, stanno a disposizione del personale di bordo, e tra una uscita e
l’altra gli presento il nuovo modello e insegno loro come pilotarlo. Ognuno di
loro vola per un certo numero di uscite, variando a seconda della propria
abilità e poi li porto con me nelle operazioni. Dopo quindici o venti uscite, il
loro addestramento con il nuovo aereo può essere considerato concluso in
modo soddisfacente, e gli altri equipaggi seguono il proprio turno. In questo
modo la 3a squadriglia è in grado di restare operativa senza interruzioni.
Sui loro primi voli operativi, gli equipaggi generalmente devono imparare
che la strada è difficile, perché la difesa contraerea è ovunque forte e, inoltre,
sono ancora un po’ spaventati del nuovo tipo di aereo, soprattutto perché non
hanno un mitragliere posteriore per proteggerli contro l’interferenza dei
caccia nemici da dietro. Con la sua prima incursione in un FW 190 Stähler
viene colpito nel motore dalla flak, per cui deve scendere subito. Egli riesce a
compiere un atterraggio forzato senza intoppi, all’interno delle nostre linee.
Ma tutto va storto quel giorno. Sto per decollare con un pilota che sta anche
lui seguendo un corso di istruzione con me, quando ci vola contro una forte
formazione di caccia Iliuscin. Passano all’orizzonte a 500 metri di altitudine.
È una fredda giornata di dicembre e mi ci vorrebbe un po’ di tempo per
riscaldare il motore e farlo funzionare correttamente, ma nel frattempo Ivan
scompare. Poi mi viene in mente che negli ultimi giorni, molto freddi, i
meccanici hanno fatto nuovamente uso dell’apparato di riscaldamento che ci
permette di decollare subito senza dover far girare il motore più a lungo del
solito. Questo apparecchio dipende da una preparazione speciale del
carburante. Faccio un segno al pilota che è con me di non perdere tempo a
riempire e decollare con me. Il nostro carico di bombe è sotto i nostri aerei
per la missione che è stata pianificata, ma non voglio lasciare alle spalle
quelle bombe, perché abbiamo una missione da portare a termine. Forse
anche con questo carico possiamo superare la formazione di Iliuscin. Ma lui
sta apparentemente volando su un aereo lento ed è in ritardo, gradualmente
guadagno terreno sui “gustavi di ferro” che attraversano le loro linee quando
sono ancora a settecento metri d’altitudine. Ma io sono cocciuto e
determinato ad andargli contro, anche da solo. Con il mio FW 190 non ho
paura dell’abilità dei piloti di caccia che volano con i Lag 5 e gli Yak 9.

C’è un rumore improvviso nel mio motore, uno spruzzo d’olio sulla
carlinga così che non riesco più a vedere fuori, in un batter d’occhio tutti i
finestrini dell’abitacolo sono oscurati. Nel primo istante penso che il mio
motore sia stato colpito dalla contraerea o da un caccia russo, ma poi mi
rendo conto che è un difetto meccanico, che ha provocato un grippaggio d’un
pistone. Il motore tossisce e manda dei rumori orribili, si può fermare del
tutto in qualsiasi momento. Nel secondo in cui avevo udito quel rumore,
avevo messo il naso giù, per una sorta di azione riflessa e mi son girato verso
le nostre linee. Ora devo essere sopra di loro. Gettarmi con il paracadute è
fuori discussione con la mia ingessatura e, inoltre, sto volando troppo basso.
Questo aereo non sarà mai in grado di salire di un altro metro. Mi libero di
parte della carlinga in modo da essere in grado di vedere almeno di lato e
verso il retro. Sto volando a 50 metri di altezza; non c’è ancora un terreno
adatto per un atterraggio forzato sotto di me; inoltre sono impaziente di
avvicinarmi il più possibile all’aeroporto, per non perdere tempo nel tornare
alla mia unità. Un campanile batte le ore molto vicino; fortunatamente non
era sulla mia traiettoria. Obliquamente vedo un terrapieno usato come strada;
in qualsiasi secondo ora posso aspettarmi che l’elica si fermerà. Posso solo
sperare che l’aereo possa superare l’argine. Tiro la cloche e aspetto. Ce la
farà o no? Ce la fa! Ora ho toccato terra. Scivolo e pesto il ghiaccio sul
terreno: l’aereo scivola parallelamente a un ampio fosso e si ferma. Alla mia
gamba non è successo nulla, quella era la mia principale preoccupazione.
M’affaccio su un paesaggio invernale silenzioso e tranquillo, solo il distante
brontolio dell’artiglieria mi ricorda che non c’è ancora pace, anche se il
Natale è alle porte. Mi alzo dal sedile, gettando uno sguardo al motore
fumante e mi siedo sulla fusoliera. Una macchina con due soldati sta
arrivando lungo la strada. Prima mi guardano con attenzione per assicurarsi
che non sia russo, perché scendono più spesso di noi dalla nostra parte della
linea, e per lo più perché’ abbattuti. Gli uomini posano una piccola tavola
attraverso il fossato e mi portano alla loro automobile. Un’ora dopo sono di
nuovo sull’aeroporto e pronto per una nuova incursione.
Le nostre baracche si trovano in una caserma, pochi chilometri sotto
l’aeroporto, alla periferia di Varpalota. Il giorno dopo, tra un’incursione e
l’altra, mi metto a letto per un po’ di riposo, ma sento un ruggito d’aereo: non
sono aerei tedeschi. In un angolo, attraverso la finestra aperta, vedo una
formazione russa di Boston che volano a 500 metri d’altitudine. Stanno
arrivando dritti verso di noi. Stanno già cadendo le bombe. Anche con le
gambe sane non avrei potuto essere più veloce sul pavimento. Una bomba
piuttosto pesante scoppia quindici metri davanti alla mia finestra e distrugge
la mia auto che mi stava aspettando. Dahlmann, che in quel momento entra
dalla porta di fronte alla finestra per avvertirmi dell’allarme,
improvvisamente si trova la cornice della finestra al collo. Se la cava con un
forte shock, ma senza ulteriori danni. Da allora cammina con le spalle piegate
e la faccia gli si è avvizzita, come quella d’un uomo anziano. Evidentemente
non pensa più molto alla guerra e ridiamo ogni volta che vediamo questo
giovane nel suo nuovo ruolo d’anziano.
Attualmente, con il nostro sostegno aereo, c’è una stasi nella zona del Lago
Balaton, ma a est i sovietici hanno scavalcato Budapest e raggiunto il fiume
Gran, a nord del Danubio. A sud di Budapest hanno stabilito delle loro teste
di ponte, e in cooperazione con le forze che spingono dal nord-est e dal sud
sono passate all’offensiva. La punta della loro avanzata è sul fronte orientale,
presso alle montagne di Vecec, a nord di Stuhlweissenburg, in modo che
Budapest si trova circondata. Alcune delle nostre sortite sono state fatte in
questa zona o anche più a est. Cerchiamo d’interrompere le loro
comunicazioni molto dietro al fronte, nella zona di Hadvan, dove i treni
sovietici di approvvigionamento sono già in moto. In questo succedersi di
eventi diventiamo ben presto delle serve buone per fare ogni lavoro: siamo
bombardieri in picchiata, aerei d’attacco, caccia e aerei da ricognizione.
16
Natale 1944
La battaglia per liberare Budapest è cominciata. Ora siamo di stanza a
Kememed San Pietro, nella zona di Papa. Noi, il personale di volo, siamo
appena rientrati dall’aeroporto di Varpalota, e prima ancora di aver avuto il
tempo di ambientarci, Fridolin fa capolino e chiede: “Non sapete che siamo
solo a due giorni dal Natale”? Ha ragione, secondo il calendario dovrebbe
essere così.
Decollo - incursione - terra - decollo - incursione - terra, questo è stato il
nostro ritmo, giorno dopo giorno. Lo è stato per anni. Tutto il resto viene
assorbito da questo ritmo: freddo e caldo, inverno ed estate, giorni feriali e
domeniche. Le nostre vite si condensano in poche idee e poche frasi che
riempiono la nostra mente e si rifiutano d’essere dimenticate, soprattutto ora
che la guerra è diventata una lotta per la sopravvivenza. Un giorno ne segue
un altro, il respiro d’oggi è come quello di ieri. “Incursione! Dove? Contro
chi? Condizioni meteorologiche. Flak”. Queste parole e questi pensieri
preoccupano il pilota più giovane proprio come il comandante del
battaglione. Continuerà così per sempre?
Quindi, dopodomani, sarà Natale. Fridolin, con uno dei membri del
personale amministrativo, si reca alla sede centrale del Gruppo per ritirare la
nostra corrispondenza natalizia. Nel frattempo, saluti al “Circo Immelmann”
gli auguri giungono anche da delle unità dell’esercito. Torniamo dall’ultima
incursione alla vigilia di Natale alle ore 17. Il luogo sembra davvero natalizio,
lieto e festoso, quasi come a casa. Poiché non c’è una grande sala disponibile,
ogni camerata ha le sue celebrazioni nella stanza più grande del proprio
quartier generale. Mi affido a tutti loro. Ogni unità osserva l’occasione a
modo proprio, riflettendo la personalità del suo comandante. L’allegria è
ovunque. Io stesso trascorro la maggior parte della vigilia di Natale in
compagnia del personale di bordo. Anche qui, la stanza è decorata a festa con
vischio e agrifoglio, e illuminata dalla luce di molte candele. Due grandi
alberi di Natale con un tavolo coperto di regali vengono allestiti davanti e ci
ricordano la nostra infanzia. Gli occhi dei miei soldati sono pieni di sogni
nostalgici, i loro pensieri sono con la moglie e i bambini, a casa, con i
genitori e le famiglie, nel passato e nel futuro. Solo inconsciamente
percepiamo tra il verde del pino, la bandiera tedesca di guerra. Quella ci
riporta alla realtà: stiamo celebrando il Natale sul campo. Cantiamo Stille
Nacht, Heilige Nacht e tutte le altre canzoni natalizie. Le voci militari si
fondono in una melodia più morbida. Poi il grande miracolo avviene nei
nostri cuori: i pensieri delle bombe e dei bersagli, delle granate e della flak,
della morte imminente, sono attenuati da uno straordinario senso di pace, di
pace serena e calmante. E siamo in grado di pensare a cose belle e sublimi
con la stessa facilità con cui pensiamo alle noci, al vino caldo e agli
pfefferkuchen. L’eco finale dei bei canti natalizi tedeschi s’è spento. Dico
qualche parola sul Natale tedesco; voglio che i miei uomini mi vedano oggi,
soprattutto, come loro camerata, non come il loro comandante. Ci sediamo
felici di stare insieme per un’altra ora o due, poi la vigilia di Natale passa.
San Pietro è gentile con noi nel primo giorno delle vacanze, c’è una fitta
nebbia. Dalle conversazioni telefoniche di Natale so che Ivan attacca e che
siamo urgentemente necessari, ma volare è assolutamente impossibile. La
mattina dopo gioco una breve partita di hockey su ghiaccio con i miei
uomini, che questa volta significa stare in porta con i miei stivali di pelliccia
come con le mie ferite. Da cinque settimane non posso fare altro che
zoppicare maldestramente. Il pattinaggio è fuori discussione. Nel pomeriggio
sono invitato con alcuni colleghi per una battuta di caccia. Il nostro gruppo è
composto da un gran numero di doppiette, ma da pochi battitori. Le lepri
sanno che le probabilità sono dalla loro parte e sempre scattano attraverso gli
ampi spazi che lasciamo e questo nel giro di poco tempo. Anche il passaggio
attraverso la neve profonda non ammette progressi molto rapidi. Il mio
autista, Böhme, è al mio fianco. Improvvisamente vedo un magnifico
esemplare di lepre scattare fuori dalla sua copertura e correre nella mia
direzione.
Puntando la mia arma, mi giro come un cacciatore nato, chiudo un occhio, e
... botto! Ho tirato il grilletto. Si rovescia un corpo, non la lepre, ma Böhme
che nel mio entusiasmo di novizio ho completamente trascurato. Egli è
ancora diffidente delle mie intenzioni, perché mi guarda fuori dalla neve con
un’espressione di sgomento e mi dice con rimprovero: “Davvero, signore!”
Aveva notato il mio obiettivo in tempo e s’era buttato giù in un lampo. I
pallettoni mancano lui, ma anche la lepre. In seguito, son più spaventato io
della lepre per ciò che è successo. Sarebbe stata una bella sorpresa natalizia.
Un’altra conferma della verità della nostra vecchia massima di pilota di
Stuka: “Niente viene fuori di buono, salvo ciò che s’è praticato.”
La mattina seguente abbiamo finalmente il bel tempo per volare. Ivan esce
per primo; fa irruzione sul nostro campo d’aviazione. Anche in questo caso i
loro bombardamenti sono terribilmente imprecisi, è una vergogna. I loro
attacchi a bassa quota si fermano a 500 metri; noi non subiamo praticamente
alcun danno. Siamo fuori per tutto il secondo giorno di vacanza per aiutare le
forze di terra nel nord-est, sul fiume Gran e sul resto del fronte di Budapest. Il
nostro sereno stato d’animo natalizio si è già dissipato. I rigori della guerra ci
avvolgono di nuovo, la quieta allegria della pace, alla vigilia di Natale, è
passata nel limbo del ieri.
Battaglie feroci infuriano nell’aria e a terra. Da parte nostra sono stati
lanciati nuovi rinforzi, tutte mie vecchie conoscenze, camerati del fronte
orientale, carristi che, come noi, sono i “pompieri” dell’Alto Comando. Il
loro e il nostro compito sarà quello di “trovare una via d’uscita” per quei
reparti delle nostre divisioni che sono intrappolate a Budapest, e aprire loro
una strada per ricongiungersi al resto dell’esercito. Insieme dovremmo essere
in grado di togliere le castagne dal fuoco. Anno dopo anno, quasi giorno dopo
giorno, ho combattuto in tutti i settori del fronte orientale; mi piace pensare di
avere una discreta conoscenza delle tattiche militari. L’esperienza insegna e
la pratica perfeziona; la conoscenza pratica è l’unico criterio di ciò che è
possibile o impossibile, buono o cattivo. Attraverso i nostri voli quotidiani
abbiamo imparato a conoscere ogni fosso, ogni tratto di paese accuratamente
e siamo costantemente sospesi sopra di loro. Ed è assolutamente impossibile,
qui, approvare lo svolgimento della battaglia.
Alcune delle nostre unità corazzate sono state divise e i granatieri che ne
fanno parte vengono lanciati avanti separatamente. I carri armati, che hanno
sempre lavorato con loro come una squadra, senza di loro, si sentono persi in
mare e incerti; le truppe che sono state loro assegnate non hanno alcuna
esperienza pratica di cooperazione con i carri armati, e questo può portare a
pericolose sorprese. Non riesco a capire come si possa dare un ordine del
genere; inoltre, difficilmente, si potrebbe immaginare una scelta peggiore nel
settore scelto per l’offensiva, a causa delle paludi e di altre difficoltà del
terreno, quando c’erano tante altre alternative favorevoli. La fanteria, d’altra
parte, deve avanzare attraverso un paese piatto, aperto, che è ideale per i carri
armati, ma non c’è posto per i soldati. Il nemico sfrutta tutto questo e così la
nostra fanteria s’oppone ai mostri d’acciaio sovietici senza il supporto di carri
armati. Perché queste perdite inutili? Questo è corteggiare la sconfitta. Chi
emette questi ordini? Ci riuniamo per una serata a discutere di tali questioni.
Il 30 dicembre viene ricevuto un segnale radio che mi ordina di andare
subito a Berlino e di presentarmi al Reichsmarschall Goering. Fumo di
rabbia, perché sento che soprattutto ora la mia presenza qui è indispensabile,
durante queste difficili operazioni. Parto per Berlino lo stesso giorno,
passando per Vienna, risoluto a tornare con i miei camerati in due o tre
giorni. Gli ordini sono ordini. L’unico bagaglio che porto con me è una
valigetta con un cambio di biancheria e degli articoli da toeletta. Data la
gravità della situazione al fronte, respingo la possibilità di rimanere a Berlino
più a lungo.
Sulla strada ho già una sensazione negativa che sono stato invitato a una
cosa poco piacevole. Quando sono stato ferito l’ultima volta, a novembre, ho
ricevuto un altro ordine che mi aveva messo a terra, nonostante il quale sono
salito di nuovo, non appena ero uscito dall’ospedale. Finora nessuno s’è
occupato della questione e avevo gradualmente interpretato questo silenzio
come una tacita acquiescenza; ma ora, credo, la questione s’è risolta e io
verrò messo sul tappetino, come un soprammobile. Sto volando a Berlino con
molta riluttanza, sapendo che se lo faranno, non obbedirò mai a quest’ordine.
Non posso sopportare di stare semplicemente a guardare, a dare consigli o a
impartire ordini in un momento in cui il mio paese non ne ha assolutamente
bisogno, tanto più che la mia vasta esperienza pratica mi dà un vantaggio
rispetto agli altri, che non hanno ricevuto questa formazione. Il successo è
frutto dell’esperienza ed è commisurato a essa. Nonostante sia stato ferito
cinque volte, in alcuni casi gravemente, ho sempre avuto la fortuna d’una
rapida guarigione e di poter pilotare subito dopo il mio aereo, di nuovo,
giorno dopo giorno, anno dopo anno, su e giù per il fronte orientale - dal mar
Bianco, a sud di Mosca, dal vicino Astrachan al Caucaso. Conosco a fondo il
fronte russo. Sento quindi l’obbligo incessante di continuare a volare e a
combattere, fin quando le armi non taceranno e la libertà del nostro Paese non
verrà garantita. Fisicamente, posso farlo perché ho una costituzione sana e un
corpo allenato allo sport; la mia forma fisica è una delle fonti più preziose
della mia forza.
Dopo un breve soggiorno con gli amici a Vienna, tre ore più tardi sbarco a
Berlino e faccio rapporto telefonico con la Karinhall. Preferirei guidare dritto
là fuori, in modo da poter tornare indietro senza perdite di tempo. Con mio
grande stupore mi è stato detto di rimanere al Fürstenhof e di chiedere la
mattina al Ministero dell’Aviazione un pass per viaggiare sul treno speciale
del Reichsmarschall in partenza per l’ovest. Il mio viaggio sarà più lungo di
quanto m’aspettassi, ora è chiaro. Non sembra avere nulla a che vedere con
una nota di biasimo.
Partiamo diretti a ovest la sera seguente dalla stazione di Grünewald. Ciò
significa che passerò il Capodanno a bordo di quel treno. Non oso lasciare
che i miei pensieri si soffermino sulla mia unità; se lo faccio, vedrò rosso.
Cosa ci aspetta nell’anno 1945?
Siamo nella zona di Francoforte all’inizio del 1 ° gennaio. Sento il ruggito
degli aerei e guardo la mattina ingrigita. Un’armata di aerei da caccia, che
volano bassi, ruggisce oltre il finestrino della carrozza. Il mio primo pensiero
è: americani! È passata un’epoca da quando ho visto così tanti nostri velivoli
allo stesso tempo in volo. Ma questo è incredibile: sono tutti marcati con la
svastica tedesca e sono Me 109s e FW 190s. Si stanno dirigendo verso ovest.
Più tardi apprenderò la natura della loro missione. Ora il treno si ferma,
sembra che siamo da qualche parte vicino a Nauheim-Friedberg. Mi preleva
un’auto che mi guida attraverso un tratto di foresta sino a un edificio che
assomiglia a un antico castello. Qui sono ricevuto dall’aiutante del
Reichsmarschall. Mi dice che il capo non è ancora arrivato, dovrò aspettare.
Non sa perché sono stato convocato. Non ho altra scelta se non quella di
battere i tacchi, qui al quartier generale occidentale.
Faccio una passeggiata d’un paio d’ore. Che aria meravigliosa in questi
boschi e nelle colline tedesche! Riempio i polmoni con gusto. Perché sono
stato portato qui? Mi vien detto di tornare alle tre, quando il Reichsmarschall
arriverà. Spero di non restare in attesa a lungo, prima che mi riceva. Non c’è
quando torno. Oltre a me, è arrivato un generale, un mio vecchio amico dai
miei giorni di formazione con gli Stuka a Graz. Mi racconta della operazione
di oggi, di cui è in gran parte responsabile per la sua pianificazione e per la
sua condotta. Continuano ad arrivare notizie di attacchi su vasta scala agli
aeroporti in Belgio e nel nord della Francia. “Gli aerei che avete visto questa
mattina facevano parte di una delle formazioni che abbiamo inviato per
attaccare a bassa quota le basi aeree degli Alleati. Contiamo di riuscire a
distruggere così tanti aerei che la superiorità aerea del nemico, rispetto alla
loro offensiva che è stata fermata nelle Ardenne, verrà neutralizzata.”
Dico al generale che una cosa del genere sarebbe impossibile sul fronte
orientale perché le distanze che si dovrebbero percorrere sul territorio nemico
sono troppo grandi, e volare a bassa quota non fa che invitare a pesanti
perdite per la fortissima difesa dal suolo. Sarà diverso in ovest? Mi sembra
improbabile. Se gli americani hanno successo con attacchi simili in
Germania, è solo perché non abbiamo una protezione sufficiente per i nostri
aeroporti, per il semplice motivo che non possiamo destinare abbastanza
uomini e materiale a tale scopo. Mi dice che oggi tutte le formazioni hanno
mappato chiaramente i percorsi di avvicinamento a bassa quota. A est
abbiamo da tempo cessato di sviluppare la pratica partendo dalla teoria:
facciamo esattamente il contrario. Non si può fare altro che dare autonomia al
comandante, perché il modo in cui compie la missione è affar suo, dato che è
lui che lo deve fare. Al momento, la guerra nell’aria è diventata così
mutevole che non si può più fare affidamento sulle teorie; solo i comandanti
hanno l’esperienza necessaria, nel momento critico sono in grado di prendere
le decisioni giuste. È positivo che ce ne siamo resi conto in tempo a est,
altrimenti è certo che nessuno di noi volerebbe più. Inoltre, non hanno ancora
compreso il fatto che siamo impotenti contro le grandi masse di uomini e di
materiale del nemico?
Per il nemico cinquecento aerei più o meno a terra non è decisivo, fino a
quando i loro equipaggi rimarranno pronti all’azione. Sarebbe infinitamente
meglio utilizzare quei caccia, che sono stati risparmiati per così tanto tempo
sul nostro fronte, per liberare lo spazio aereo sopra di esso. Se riuscissimo a
rimuovere per un po’ l’incubo dell’immensa superiorità aerea degli alleati,
potremmo dare ai nostri camerati a terra la possibilità di avere una seconda
chance. E i movimenti di truppe e forniture dietro le linee potrebbero
continuare indisturbati. Qualsiasi aereo nemico che potremo distruggere
sarebbe nella maggior parte dei casi una vera perdita, perché gli equipaggi si
perderebbero con loro.
Tutte queste riflessioni mi passano attraverso la mente. Qualche ora dopo il
risultato dell’operazione conferma i miei dubbi. Cinquecento aerei alleati
sono stati distrutti a terra; ma più di duecentoventi dei nostri equipaggi non
sono tornati. Tra gli equipaggi persi oggi ci sono dei vecchi veterani, dei
vecchi lupi dell’aria, e ormai ce ne restano pochi. Mi rattrista. Stasera
l’operazione sarà segnalata al Reichsmarschall e al comandante supremo
come una grande vittoria. Si tratta d’un inganno intenzionale o di ambizione
personale esagerata?
L’aiutante entra e mi dice: “Il comandante von Below s’è appena alzato.
Vorrebbe che lei andasse a prendere una tazza di caffè.”
“Ma non posso conferire direttamente con il Reichsmarschall?”
“Il Reichsmarschall non è ancora qui, e non c’è motivo per cui non si
dovrebbe fare questa breve visita al comandante.”
Considero se devo cambiarmi, ma decido di non farlo perché vorrei tenere
l’ultima mia camicia pulita per la mia intervista al Reichsmarschall.
Un viaggio piuttosto lungo attraverso la foresta ci porta in una città di
capanne e chalet, il quartier generale occidentale del Führer. Durante il caffè
racconto al comandante von Bulow degli ultimi avvenimenti sul fronte russo;
dopo venti minuti mi lascia, torna subito e mi chiede brevemente di seguirlo.
Inutile dirlo che lo seguo in diverse stanze, poi lui apre una porta e mi sta da
parte per lasciarmi passare e mi trovo a faccia a faccia con il Führer. Tutto
quello che posso pensare è che non ho messo su una camicia pulita, altrimenti
la mia mente è vuota. Riconosco le altre persone che lo circondano: il
Reichsmarschall, raggiante, una cosa molto insolita di recente; l’Ammiraglio
Dönitz; il Maresciallo Keitel; il capo di Stato Maggiore Jodl e una serie di
altre personalità militari, tra cui i generali provenienti dal fronte orientale.
Sono tutti raggruppati attorno a un enorme tavolo che si sviluppa con una
mappa sopra e che mostra la situazione attuale sul campo. Mi guardano e
questo scrutarmi mi rende nervoso. Il Führer ha notato il mio imbarazzo e mi
guarda da un po’ in silenzio. Poi mi offre la mano e loda la mia ultima
operazione. Dice che in riconoscimento di ciò mi sta concedendo la più alta
decorazione per il coraggio, la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro, con
fronde di quercia d’oro, Spade e diamanti alla e mi sta promuovendo al rango
di Comandante di Gruppo aereo. Ho ascoltato le sue parole in una sorta di
stupore onirico, ma quando dice con enfasi marcata: “Ora avete volato
abbastanza. La vostra vita deve essere preservata per il bene della nostra
gioventù tedesca e della vostra esperienza”, qui sono in allerta in un batter
d’occhio. Questo significa che devo restare a terra. Addio ai miei camerati!
“Mio Führer, non posso accettare la decorazione e la promozione se non mi
è permesso di continuare a volare con la mia Squadriglia.” La mia mano
destra è ancora serrata nella sua, mi sta ancora guardando negli occhi. La sua
mano sinistra stringe mi una custodia nera, foderata di velluto, che contiene la
nuova decorazione. Le numerose luci presenti nella stanza rendono i diamanti
un tripudio di colori prismatici. Mi guarda molto seriamente, poi la sua
espressione cambia, e dice: “Va bene, può continuare a volare”, e mi sorride.
In quel momento un’onda calda di gioia trabocca nel mio cuore e io sono
felice. In seguito von Below mi dice che lui e i generali avevano quasi avuto
un colpo quando avevo posto la mia riserva, e mi assicura che il fulmine in
faccia al Führer non sempre si tramuta in sorriso. Tutti si congratulano con il
comandante in capo della Luftwaffe con particolare cordialità; e lui mi dà un
pizzico gioioso al mio braccio. Le congratulazioni dell’ammiraglio Dönitz
sono piuttosto qualificate, perché aggiunge, con un tocco di ironia: “Ritengo
che lei sia convinto che il Führer le permetterà di continuare a volare senza
rispondere a un comando. Ho anche avuto anche io dei buoni capitani di U-
boat, ma prima o poi hanno dovuto rinunciare.” È una buona cosa che lui non
sia il mio comandante in capo!
Il Führer mi porta al tavolo delle carte geografiche e mi dice che la
conferenza che hanno appena tenuto riguardava la situazione a Budapest; io
vengo da questo settore, o no? Ricapitola le ragioni addotte per l’operazione e
per il risultato non proprio soddisfacente attualmente in corso nell’area di
Budapest, che finora non ha influito sul collegamento con la città circondata.
Mi risulta che il tempo, i trasporti e altre difficoltà siano stati offerti come
pretesto, ma non è stato fatto alcun riferimento agli errori che vediamo ogni
giorno compiere grazie alle nostre sortite aeree: la suddivisione delle
divisioni corazzate e la scelta di terreni inadatti sia per gli assalti al carro
armato che per gli assalti di fanteria. Esprimo la mia opinione, sulla base
della lunga esperienza del fronte orientale e del fatto che durante questo
impegno ho volato ben otto ore al giorno su questo settore, per lo più a basse
altitudini. Mi ascoltano tutti in silenzio. Dopo una breve pausa, il Führer
commenta, con uno sguardo diretto alla cerchia dei suoi consiglieri: “Vedete,
questo è il modo in cui sono stato ingannato, chissà per quanto tempo
ancora?”
Egli non rimprovera nessuno, pur conoscendo le vere circostanze, ma è
evidente che risente dell’inganno praticato su di lui. Con riferimento alla
mappa, egli mostra la propria disponibilità a raggruppare le nostre forze per
un nuovo tentativo di liberare Budapest. Mi chiede dove penso sia il terreno
più favorevole all’attacco con le unità corazzate. Esprimo il mio parere. Più
tardi l’operazione avrà successo e il gruppo d’assalto raggiungerà gli
avamposti dei difensori di Budapest che saranno in grado di uscire.
Alla fine del colloquio mi porta nello studio privato, in una stanza attigua,
arredata con gusto e semplicità utilitaristica. Avrei voluto che anche i miei
camerati potessero essere lì e vivere quelle ore con me, perché è per il loro
successo che mi trovo qui. Il Führer mi fa offre da bere e parliamo di molte
cose. Chiede di mia moglie, del nostro ragazzo, dei miei genitori e delle mie
sorelle. Dopo aver fatto le domande più dettagliate sui miei affari personali,
comincia a parlare delle sue idee di riarmo. Non innaturalmente inizia con la
Luftwaffe, soffermandosi in particolare sulle modifiche proposte al velivolo
che stiamo utilizzando. Mi chiede se continuo a pensare che sia fattibile
continuare a volare con il lento Ju 87, ora che i caccia del nemico arrivano a
essere più veloci e a superarci di ben 400 chilometri orari. Facendo
riferimento ad alcuni progetti e disegni costruttivi mi fa notare che un carrello
retrattile potrebbe al massimo aumentare la velocità del Ju 87 di 50 chilometri
orari; d’altra parte, le sue prestazioni in picchiata ne risentirebbero
negativamente. Sollecita la mia opinione su ogni punto. Egli discute i dettagli
più minuti nel campo della balistica, della fisica e della chimica con una
facilità che m’impressiona, io che pure sono un osservatore critico in questo
campo. Mi racconta anche del suo desiderio di fare esperimenti per testare la
fattibilità d’installare quattro cannoni da 3 cm. nelle ali al posto degli attuali
due cannoni da 3,7 cm. Egli pensa che le qualità aerodinamiche dei nostri
aerei anticarro ne sarebbero molto migliorate; le munizioni avrebbero lo
stesso cuore di wolframio con il risultato che l’efficacia totale del velivolo
come arma sarebbe certamente migliorata.
Dopo avermi spiegato i miglioramenti di vasta portata in altri reparti, come
l’artiglieria, le armi di fanteria e i sommergibili - tutto con la stessa
conoscenza sorprendente - mi dice che egli ha personalmente redatto il testo
della citazione per la mia ultima decorazione.
Probabilmente abbiamo chiacchierato per un’ora e mezza quando un
attendente ci dice che “il film è pronto per essere proiettato”. Ogni nuovo
cinegiornale settimanale gli viene mostrato immediatamente ed è lui che
sanziona la loro diffusione. Succede così - abbiamo fatto una sola rampa di
scale e siamo seduti nella sala cinematografica - che le prime immagini
mostrano effettivamente una scena ripresa alla mia preparazione sulla pista a
Stuhlweissenburg, seguita dal decollo dei nostri Stuka e terminata con una
foto dei carri armati che sono stati distrutti da me nella zona a ovest di
Budapest.
Dopo che il film è stato mostrato, prendo congedo dal Comandante
Supremo. Il Comandante von Bulow mi consegna la citazione per la Croce di
Cavaliere con Foglie di Quercia, Spade e Diamanti, che viene depositata nella
Cancelleria dei Reich pesa molto, soprattutto le ultime due che sono
incorniciate in oro e, a parte il loro grande valore sentimentale, deve valere
molti soldi. Io viaggio verso il quartier generale di Goering. Il
Reichsmarschall esprime il proprio piacere, che è tanto più grande in quanto i
recenti eventi hanno reso la sua posizione molto difficile. La superiorità aerea
del nemico ha aggravato quasi tutti i nostri problemi e ha reso le cose
impossibili, ma chi potrebbe impedirlo? È felice e orgoglioso che in questo
momento uno dei suoi uomini ha convinto il Führer a creare una nuova
decorazione tedesca per il coraggio. Tirandomi un po’ da parte mi dice con
un tono malizioso: “Vedete quanto sono invidiosi gli altri di me e la
goffaggine della mia posizione? In una conferenza il Führer ha detto che
stava creando una nuova decorazione unica per voi, perché il vostro successo
è unico. Dopo di che i rappresentanti degli altri servizi hanno obiettato che il
destinatario è un aviatore della Luftwaffe, i cui problemi sono la causa di
tanti mal di testa. Volevano sapere se non fosse possibile, almeno in teoria,
che un soldato appartenente a uno degli altri servizi si guadagnasse questa
distinzione. Così vedete quello che mi trovo a fronteggiare.”
Egli continua, dicendo che non avrebbe mai creduto che sarei stato in grado
d’indurre il Führer a cambiare idea circa il lasciarmi volare. Ora che ho la sua
autorizzazione, non poteva rinnovare il suo divieto. Mi chiede, come ha già
fatto più volte, d’accettare la nomina che mi è stata offerta per comandare le
unità d’attacco. Ma visto che ho aggirato il Führer non crede seriamente di
riuscire a convincermi.
Nel tardo pomeriggio sono a bordo del treno speciale per Berlino, dove il
mio aereo mi aspetta per riportarmi fra i miei camerati al fronte. Resto a
Berlino solo poche ore, ma questo è abbastanza lungo da attirare un’intera
folla di “curiosi della Fronde di Quercia d’Oro”, dato che la storia è già stata
mandata sulla stampa e alla radio. La sera incontro Ritter von Halt, in questo
momento leader dello sport tedesco. Mi dice che dopo lunghi sforzi è riuscito
a convincere Hitler che alla fine della guerra avrei dovuto assumere la guida
del movimento sportivo del Reich. Quando le mie esperienze di guerra
saranno state scritte e avrò già iniziato il mio successore nel mio attuale
campo di attività, mi verrà offerto il posto.
Ritorno in aereo da Görlitz, fermandomi a vedere la mia famiglia e decollo
di nuovo per Budapest lo stesso giorno in cui le notizie che arrivano da
questo settore del fronte sono molto gravi. Il Gruppo è stata allineato in
parata per quando atterro, in modo che il capo squadriglia anziano possa
congratularsi con me, a nome dell’unità, per il mio nuovo onore e per la
promozione. Poi di nuovo in aria per un’incursione nella zona di Budapest.
“Se la contraerea russa sapesse quanto oro e quanti diamanti volano sopra la
testa “, ha detto uno dei membri del personale di terra, con un sorriso” si può
scommettere che cominceranno a sparare meglio.”
Qualche giorno dopo ricevo un messaggio dal leader ungherese, Szalaszy,
che m’invita al suo discorso a sud di Sopron. Mi accompagnano il generale
Fütterer, comandante dell’aviazione ungherese, e Fridolin. In riconoscimento
delle nostre operazioni contro il bolscevismo in Ungheria, mi concede la più
alta decorazione militare ungherese, la loro medaglia al coraggio. Fin qui è
stata concesso solo a sette ungheresi. Io sono l’ottavo a riceverla e l’unico
straniero. La concessione di una proprietà che va di pari passo con il premio
non m’interessa molto. Deve essere presentato dopo la guerra e senza dubbio
diventerà un luogo di villeggiatura per la mia squadriglia.
Poco prima della metà di gennaio ci giungono notizie allarmanti: i sovietici
hanno lanciato un’offensiva dalla testa di ponte di Baranov e hanno già
operato una profonda breccia verso la Slesia. La Slesia è la mia casa. Chiedo
un trasferimento immediato al mio comando operativo in questo settore in
retrovia. Nessun ordine definitivo arriva sino al 15 gennaio, quando mi viene
chiesto di spostare l’unità, ad eccezione della 1a squadriglia, a Udetfeld, in
Alta Slesia. A corto di aerei da trasporto, portiamo con noi il primo turno e il
personale d’arma a bordo dei nostri Ju 87 per essere pronti a entrare in azione
al momento del nostro arrivo, atterrando a Olmütz per fare rifornimento.
Quando siamo a Vienna il pilota del volo anticarro dice alla radio: “Dovrò
atterrare...per problemi al motore.”
Sono molto arrabbiato per questo, non tanto perché posso indovinare che la
sua fidanzata, residente a Vienna, abbia contribuito al cattivo funzionamento
del suo motore, quanto perché il mio ufficiale operativo, il pilota Weissbach,
sta viaggiando a bordo del suo aereo. Ciò significa che Weissbach non sarà
con me quando atterreremo sul nostro nuovo aeroporto e dovrò di nuovo
preoccuparmi!
Ci avviciniamo alla nostra destinazione, sopra alle piste innevate dei Sudeti.
Chi avrebbe mai pensato che un giorno avrei dovuto volare su questa
regione? Quando eravamo al di sopra delle infinite steppe della Russia - a
2000 chilometri da casa - e la prima ritirata era diventata necessaria avevamo
detto, scherzosamente: “Se ciò dovesse accadere, ci baseremo presto su
Cracovia.”
Abbiamo considerato questa città come una tipica base con tutti i servizi
associati a tale città e in possesso di una certa attrazione per alcuni,
perlomeno per alcuni giorni. Ora il nostro scherzo s’è effettivamente
avverato. Anche peggio, Cracovia ora si trova molto indietro rispetto alle
linee russe.
Atterriamo a Udetfeld. Imparo molto poco dalla divisione dell’aria di stanza
qui. La situazione è confusa, le comunicazioni con i nostri interlocutori sono
per lo più interrotte. Mi dicono che i carri armati russi si trovano già a 35
chilometri a est di Tschenstochau, ma nulla è ancora certo, come sempre
accade quando le cose sfuggono di mano. I “vigili del fuoco” in questo
settore, sono i Panzer della 16a e 17a divisione corazzata, ma sono al
momento isolati e lottano disperatamente per la loro esistenza, non potendo
così correre in aiuto alle altre Divisioni.
L’attacco russo sembra essere stato di nuovo lanciato su larga scala; durante
la notte sono penetrate nelle posizioni di difesa della 16a e 17a divisione
Panzer e di conseguenza i nostri attacchi aerei dovranno essere effettuati con
la massima cautela, perché il fatto che un’unità sia molto indietro rispetto
all’apice dell’unità russa non garantisce che sia parte del nemico. Possono
anche essere nostre unità che cercano di combattere per il loro ritorno. Quindi
ordino a tutti i piloti di fare in modo che volino a bassa quota per verificare,
prima d’attaccare, che siano davvero truppe sovietiche.
Ci siamo riforniti di munizioni prima di lasciare l’Ungheria, ma non vi è
ancora traccia delle nostre autocisterne. Guardo il mio indicatore della
benzina: avremo benzina a sufficienza per una breve incursione. Venti minuti
dopo l’atterraggio, a Udetfeld, decolliamo per la nostra prima incursione in
questa zona. Ora siamo in vista di Tschenstochau. Sto cercando le strade che
corrono verso est, dove sono stati segnalati i carri armati russi. Voliamo in
basso sopra alle case della città. Ma cosa succede a terra? C’è un carro che si
muove lungo la strada principale, è seguita da un secondo e poi da un terzo.
Sembrano molto simili ai T 34, ma sicuramente questo non è possibile.
Devono appartenere alla 16a e 17a divisione di Panzer.
Passo ancora una volta. Ora non c’è possibilità d’errore, sono abbastanza
sicuro per via della fanteria appollaiata sopra. Senza dubbio sono Ivan. Non
possono essere carri armati nemici catturati, che stiamo usando per integrare i
nostri, perché se così fosse si identificherebbero sparando razzi o mostrando
la svastica. La mia ultima esitazione è dissipata quando vedo che i cecchini
montati su di loro ci stanno sparando contro. Do l’ordine di attaccare. Non
dobbiamo sganciare bombe all’interno della città; c’è sempre la possibilità
che la popolazione sia ancora lì, che la gente sia stata colta di sorpresa e che
non era stata in grado di evacuare. I cavi e le case alte con antenne della radio
e altre ostruzioni rendono l’attacco a bassa quota con i nostri aerei, forniti di
cannoni un affare estremamente difficile. Una parte dei T 34 si muovono in
tondo attorno ai blocchi di case, così che si è portati a perderli di vista quando
si arriva a fare picchiate. Ne riprendo tre nel centro della città. Questi carri
armati devono essere venuti da qualche parte, il primo di loro certamente non
è entrato nella città da solo.
Voliamo verso est seguendo una linea ferroviaria e una strada. A pochi
chilometri dalla città, il prossimo gruppo di carri armati avanza davanti a un
convoglio di camion con fanteria, rifornimenti e armi da fuoco. Qui in aperta
campagna siamo nel nostro elemento per fare ai carri armati una sorpresa
sgradita. A poco a poco la luce comincia a guastarsi e torniamo alla base.
Otto carri sono in fiamme. Abbiamo esaurito le munizioni.
Non abbiamo mai svolto il nostro compito con leggerezza, ma forse siamo
stati inclini a considerare queste cacce ai carri come una sorta di sport; ora
credo che non sia più un gioco. Se mai vedo un altro carro armato dopo che
ho esaurito tutte le mie munizioni, per due centri mi butterei volentieri contro
con il mio aereo. Sono colto da una furia incontrollata al pensiero che
quest’orda proveniente dalle steppe stia entrando nel cuore dell’Europa.
Qualcuno sarà mai in grado di scacciarli di nuovo? Oggi hanno potenti alleati
che li sostengono con materiali e con la creazione di un secondo fronte. La
giustizia non porterà un giorno a una terribile punizione?
Siamo fuori dall’alba fino al tramonto, indipendentemente dalle perdite,
dall’opposizione e dal maltempo. Siamo parte di una crociata. Siamo
diventati molto taciturni fra una sortita e l’altra e di sera. Ognuno compie il
proprio dovere in un silenzio serrato, pronto, se necessario, a dare la propria
vita. Gli ufficiali e gli uomini sono consapevoli di una corrente vitale che li
unisce nello spirito del cameratismo, senza distinzione di grado e di classe. È
sempre stato così per noi.
In uno di quei giorni un messaggio telegrafico ad alta priorità del
Reichsmarschall mi convoca immediatamente a Karinhall; mi è
assolutamente vietato volare, questo è un ordine del Führer. Sono
febbrilmente agitato. Perdere un giorno di volo e andare a Berlino con la
situazione che c’è! Impossibile. Io non lo farò! In questo momento mi sento
responsabile solo nei miei confronti. Telefono a Berlino fra due sortite con
l’intenzione di chiedere al Reichsmarschall di concedermi una tregua fino a
quando la crisi attuale non verrà superata. Basandomi sull’ultima concessione
del Führer devo ottenere il permesso per continuare a volare; non posso
contemplarlo, è impensabile. Il Reichsmarschall non c’è. Cerco di contattare
il Capo di Stato Maggiore. Sono tutti in conferenza con il Führer e, pertanto,
irraggiungibili. La questione è urgente; sono ansioso di non lasciare nulla
d’intentato prima di disobbedire con leggerezza agli ordini. Come ultima
risorsa chiamo il Führer. L’operatore del centralino della sede centrale del
Führer non sembra capirmi e, presumibilmente, arriva alla conclusione che
desidero essere collegato con un generale o con un altro. Quando ripeto che
voglio che la mia chiamata venga inoltrata al Führer, la voce chiede: “Qual è
il suo grado?” “Caporale” rispondo. Qualcuno all’altro capo della linea ride,
come se avesse capito lo scherzo e mi collega. Il comandante von Bulow
risponde. “So cosa vuole, ma la prego di non esasperare il Führer. Non glielo
ha detto il Reichsmarschall?”
Rispondo che questa è la ragione per cui chiamo e gli descrivo la gravità
della situazione attuale. Non serve a niente. Mi consiglia in ogni caso di
venire a Berlino e parlarne con il Reichsmarschall; crede che abbia un nuovo
incarico per me. Furioso, perché per il momento sono sconcertato,
riaggancio. Un borbottio segue la conversazione nella mensa. Tutti sanno che
quando sto ribollendo è meglio lasciarmi sbollire nel silenzio.
Domani ci sposteremo a Klein-Eiche. Conosco bene il quartiere; il nostro
Conte di Strachwitz gran conoscitore di carri armati, vive nelle vicinanze. Il
modo migliore per dimenticare il mio dolore per questa nuova mossa è di
volare a Berlino per vedere il Reichsmarschall. Mi riceve a Karinhall; mi
colpisce la sua irritabilità e la sua mancanza di calore umano. Parliamo
durante una breve passeggiata nella sua foresta. Lancia subito le sue bombe
più pesanti: “Sono andato a vedere il Führer parlando di lei una settimana fa,
ha detto: “Quando Rudel è qui non ho il cuore di dirgli che deve smettere di
volare, non posso farlo.”
“Ma a che serve il comandante supremo della Luftwaffe? Lei può dirglielo,
io non posso. Per quanto sia contento di vedere Rudel, non voglio vederlo di
nuovo finché non si sarà riconciliato con i miei desideri. Cito le parole di
Führer. E non intendo neppure discutere ulteriormente della questione.
Conosco tutti i suoi argomenti e le sue obiezioni!”
Si tratta d’un colpo straordinario. Mi congedo e ritorno a Klein-Eiche.
Durante il viaggio la mia mente è piena delle ultime ore. Ora so che dovrò
disobbedire quell’ordine. Sento il dovere verso la Germania, verso la mia
terra natale, di mettere in campo la mia esperienza e il mio continuo impegno
personale. Altrimenti mi sentirò un traditore. Continuerò a volare quali che
siano le conseguenze.
Il Gruppo vola un’incursione in mia assenza. Weissbach, che ho messo a
terra perché ho bisogno di lui come ufficiale operativo, va a caccia di carri
armati con Ludwig, un mitragliere di prim’ordine e Croce di Ferro. Non
tornano, una perdita per noi di due insostituibili camerati. Oggi dobbiamo
dare tutto quello che abbiamo, non possiamo risparmiarci. Per me queste
operazioni sono più faticose che mai perché la mia disobbedienza ad un
ordine del Comandante Supremo mi turba la mente. Se mi dovesse succedere
qualcosa, mi si negherebbero gli onori militari e mi vergognerei; questo
pensiero mi preoccupa spesso. Ma non posso farne a meno, sono in aria dalla
mattina alla sera. Tutti i miei ufficiali sono stati informati che, se mi
vogliono, non sto volando, ma “sono appena uscito.”
Le distruzioni giornaliere di carri devono sempre essere registrate sui
rapporti, e inviati ogni sera al Comando Aereo con la nomina in ogni caso
anche del mitragliere. Dal momento che il nuovo ordine di messa a terra è
entrato in vigore, i miei colpi non sono più inclusi, ma vengono accreditati
all’unità nel suo complesso. Finora i successi sono stati inseriti in questa
categoria, solo quando due piloti separati hanno attaccato lo stesso carro, per
evitare duplicazioni, il reclamo è stato segnalato sotto al titolo: “Nome del
mitragliere incerto; successo attribuito all’unità.” Ultimamente riceviamo
richieste costanti dai livelli più alti, sottolineando che in precedenza siamo
sempre stati in grado di dare il nome del mitragliere, perché ora questa
improvvisa serie di attribuzioni all’unità? In un primo momento ce la
caviamo dicendo che ogni volta che uno di noi individua un carro ci tuffiamo
tutti contemporaneamente su di esso perché tutti lo vogliono far saltare. Un
giorno, durante la mia assenza in un’incursione, una spia nella persona di un
ufficiale della Luftwaffe si presenta per indagare e fa pressioni su di un mio
ufficiale operativo che, dopo aver fatto una promessa d’immunità, mette il
gatto fuori dal sacco, spifferando tutto. Inoltre, un generale mi sorprende una
volta all’aeroporto di Grottkau, dove ci siamo recentemente trasferiti al
ritorno da un’incursione. Non crede alle mie assicurazioni che si trattava solo
di “un breve volo di prova, ma non importa, perché mi dice “non ho visto
nulla.” Ben presto, però, scoprii che la verità era filtrata fino all’Alto
Comando. Un giorno, subito dopo la visita del generale mi viene nuovamente
riconosciuto il merito nel comunicato di guerra con undici carri armati
distrutti e contemporaneamente un’altra chiamata a lunga distanza mi
convoca a Karinhall. Ci volo e trovo un’accoglienza molto sgradevole. Le
prime parole del Reichsmarschall sono: “Il Führer sa che state ancora
volando. Suppongo che abbiate capito che la notizia gli è giunta dal
comunicato di ieri. Mi ha detto di avvertirvi di rinunciare una volta per tutte.
Non dovete imbarazzarlo, costringendolo a prendere provvedimenti
disciplinari per disobbedienza a un suo ordine. Inoltre, non è in grado di
conciliare tale comportamento con un uomo che indossa la più alta
decorazione tedesca per il coraggio. Non è necessario che io aggiunga alcun
mio commento.”
Lo ascoltato in silenzio. Dopo avermi brevemente interrogato sulla
situazione in Slesia, mi lascia andare ed io volo indietro lo stesso giorno.
Ovviamente ora sono arrivato alla fine della mia carriera. Ho chiaro nella mia
mente che devo continuare a volare se voglio mantenere il mio equilibrio
mentale circa l’attuale situazione del mio Paese. Indipendentemente dalle
conseguenze, continuo a sentirmi responsabile solo nei miei confronti.
Continuerò a volare.
Cerchiamo carri armati nella regione industriale e boschiva dell’Alta Slesia,
dove è relativamente facile per il nemico mimetizzarsi e difficile per noi
individuarlo. Il nostro attacco con gli Ju 87 ci forza a schivare le ciminiere
delle città industriali della Slesia superiore. Al Kiefernstädtel incontriamo
alcune delle nostre artiglierie d’assalto che non vediamo da molto tempo, e li
aiutiamo a liquidare i sovietici numericamente molto superiori con i loro T
34. Gradualmente si sta creando una nuova linea sull’Oder. Costruire un
nuovo fronte dal nulla, questo è qualcosa che solo il Maresciallo Schoerner
può fare! Lo vediamo spesso ora quando visita la nostra base per conferire
con me sulla situazione del momento e per discutere di possibili operazioni. I
risultati della nostra ricognizione, in particolare, sono di grande valore per lui.
In questo momento Lau viene dato per disperso, colpito dalla flak e tocca
terra nella zona di Gross-Wartenberg e viene catturato dai russi. Scende
proprio nel bel mezzo di una forza sovietica dopo che un tentativo di atterrare
nelle vicinanze s’è rivelato impossibile.
Lentamente il fronte sul Oder è un poco stabilizzato. Ricevo un ordine
telefonico per spostare immediatamente il Gruppo nella Friedlandia di
Märkisch, in Pomerania e la seconda squadriglia a Francoforte, dove la
situazione è più pericolosa di quella della Slesia. La neve fitta impedisce il
nostro volo in formazione stretta, quindi decolliamo a intervalli di tre in
direzione di Märkisch Friedland, attraversando Francoforte. Alcuni dei nostri
aerei scendono negli aeroporti intermedi di Sagan e Sorau. Il tempo è
abominevole. A Francoforte mi stanno già aspettando all’atterraggio: devo
telefonare alla mia vecchia base di Grottkau senza indugi.
Quando la mia chiamata viene inoltrata, vengo a sapere che, subito dopo la
mia partenza, il Maresciallo Schoerner era passato a trovarmi e s’era
trasformato in un Caino rabbioso. Aveva battuto il pugno sul tavolo e aveva
chiesto chi mi aveva dato l’ordine di lasciare il suo settore. Il tenente
Niermann, il mio ufficiale operativo, gli aveva detto che l’ordine proveniva
dal Comando Aereo. “Comando Aereo, davvero! Allora proteggano tutte le
loro finestre dai sassi! Voglio sapere chi ha portato Rudel via di qui.
Chiamatelo a Francoforte e ditegli di aspettare. Sto riportando la questione al
Führer stesso. Insisto sulla sua permanenza qui. Pensano che possa tenere il
fronte solo con dei fucili?”
Apprendo tutto questo al telefono. Se devo raggiungere Märkisch prima del
tramonto non ho tempo da perdere. Chiamo il quartier generale del Führer per
chiedere se devo continuare o tornare in Slesia. Nel primo caso, il maresciallo
Schoerner deve rilasciare il mio personale attualmente detenuto da lui a
Grottkau, in modo che io possa avere tutto il mio personale e il materiale al
mio arrivo. Mi risulta che sia appena stata presa una decisione: il mio Gruppo
è stato trasferito definitivamente a nord, perché la situazione in questo
settore, che è stato recentemente posto sotto il comando del S.S. Reichsführer
Himmler, è più grave. Atterro a Märkisch, Friedland con i primi aerei in una
tempesta di neve fitta e nel buio più totale; il resto dell’unità arriverà domani,
la 2a squadriglia rimarrà a Francoforte e da lì opererà. Quando abbiamo
trovato dei locali di fortuna per la notte, chiamo Himmler a Ordensburg
Krössinsee per segnalare il mio arrivo nel suo settore. È contento che sia qui
e di aver vinto il duello con il Maresciallo Schoerner. Mi chiede cosa vorrei
fare ora. Il tempo stringe e sono le 23.00, rispondo: “Andare a dormire -
perché voglio essere fuori presto per avere un quadro generale della
situazione.” Lui la pensa in modo diverso.
“Non riesco a dormire”, mi dice.
Gli dico che lui non dovrà volare domattina, e che quando si vola senza
interruzione è indispensabile dormire. Dopo molto mercanteggiare mi dice
che sta mandando una macchina a prendermi al più presto possibile. Come in
ogni caso sono a corto di combustibile e munizioni, un’introduzione al nuovo
settore da parte del comandante può almeno semplificare una serie di
problemi organizzativi. Sulla strada per Ordensburg siamo bloccati in una
tempesta di neve. Quando arrivo, finalmente, alle due del mattino, vedo per la
prima volta il suo comandante in capo, con il quale parlo a lungo della
situazione e delle questioni generali. Sono particolarmente curioso di sentire
da lui come Himmler si stia preparando al suo nuovo compito, visto che gli
mancano la formazione e l’esperienza necessarie. Il Capo di Stato Maggiore è
un ufficiale dell’esercito, non un membro di alcuna unità delle S.S. Mi dice
che è un piacere lavorare con Himmler perché non è uno che vuol sempre
aver ragione e non cerca di imporre la propria autorità. Invece di pensare di
conoscere la situazione meglio degli esperti del suo staff, è pronto ad
accogliere i loro suggerimenti e poi a dare tutto il peso della sua autorità per
attuarli in ogni modo. E così tutto fila liscio. “Solo una cosa vi colpirà.
Avrete sempre la sensazione che Himmler non dica mai quello che pensa
veramente.”
Qualche minuto dopo parlerò con Himmler della situazione e del mio
compito in questo settore. Noto subito che è preoccupato. I sovietici hanno
bypassato Schneidemühl su entrambi i lati, spingendosi nella Pomerania
orientale verso l’Oder, in parte lungo la valle di Netze e in parte a nord e a
sud di essa. Sono pochissime le formazioni presenti nella zona che si possono
definire operative. Nei pressi di Märkisch si sta formando un gruppo tattico
per bloccare le forze nemiche che hanno sfondato e impedirne l’ulteriore
avanzata verso l’Oder. Nessuno può ancora prevedere fino a che punto le
nostre unità nell’area di Posen-Graudenz saranno in grado di tornare indietro;
in ogni caso, non riusciranno a recuperare immediatamente la loro piena
operatività di combattimento. La presente ricognizione lascia molto a
desiderare, per cui non è possibile fare un quadro completo della situazione.
Questo sarà quindi uno dei nostri compiti, oltre ad attaccare il nemico nei
punti che notoriamente hanno raggiunto le sue forze meccanizzate e
corazzate.
Dettaglio le mie richieste in bombe, benzina e munizioni. Se non saranno
soddisfatte, è solo una questione di giorni prima che io cessi d’essere in grado
di volare. Nel suo interesse egli promette di fare in modo che la questione
riceva un’attenzione prioritaria. Gli spiego quali possibilità vedo per l’uso
della mia formazione, basandomi sull’immagine che mi ha dato della
situazione qui.
Lascio Ordensburg Krössinsee alle 4.30 sapendo che tra due ore volerò già
al di sopra di questo settore. D’ora in poi gli Stuka sono fuori senza una
pausa per tutto il giorno. I nostri aerei sono dipinti con l’emblema dell’ordine
tedesco della cavalleria, per ora e come sei secoli fa, siamo impegnati in una
battaglia a est. Il tempo è molto freddo e una neve farinosa copre l’aeroporto:
è alta circa quattro centimetri; quando togliamo questa polvere bianca essa
vien soffiata nel meccanismo del cannone dei nostri aerei anticarro,
ghiacciandolo non appena siamo in volo. Dopo aver sparato uno o due colpi i
cannoni s’inceppano quando siamo sul bersaglio. Sento un’agonia di
frustrazione. Ci sono le colonne corazzate russe che avanzano in Germania e
quando si arriva all’attacco al fronte, a volte, superando una difesa molto
forte, che succede? Dal nostro cannone non esce nulla. Viene in mente di
schiantarsi contro il carro in preda alla disperazione. Scendiamo in un nuovo
attacco per un altro tentativo – ma è senza speranza. Questo ci accade a
Scharnikau, a Filehne e in molti luoghi. I T34 corrono verso ovest. A volte un
solo colpo è sufficiente per far esplodere un carro armato, ma più spesso non
lo è. I giorni più preziosi vengono persi, prima che io, finalmente, ottengo
abbastanza personale per avere la pista sgombrata di neve. L’enorme numero
di carri armati fanno rizzare i capelli sulla testa. Voliamo verso tutti i punti
della bussola; se la giornata fosse tre volte più lunga sarebbe troppo breve. La
cooperazione della nostra squadriglia di caccia in questa zona è eccellente;
essi reagiscono ad ogni nuovo rapporto di ricognizione da parte nostra. In
un’operazione congiunta a est di Deutsch Krone siamo in grado di infliggere
notevoli perdite ai sovietici, anche a Schloppe, nelle regioni forestali del sud.
Quando i carri armati sono in un villaggio di solito guidano fra le case e
cercare di nascondersi lì. Li si vede solo da un lungo palo sporgente dalla
parte anteriore della casa; questo palo è la canna del loro cannone. Dietro di
loro la casa è aperta ed essendo improbabile che dei tedeschi sono ancora vivi
in queste case, scendiamo giù da dietro e facciamo fuoco sul motore. Non è
possibile alcun altro metodo di attacco. I carri armati prendono fuoco e
saltano in aria con le rovine delle case. Se l’equipaggio è ancora in vita, a
volte cerca di portare il carro ardente fuori in una nuova copertura, ma in
questo caso è davvero raro perché i carri armati sono poi assaltabili e
vulnerabili. Non sgancio mai bombe sui villaggi, anche se è militarmente
opportuno farlo, perché rabbrividisco al pensiero di colpire gli abitanti
tedeschi con le nostre stesse bombe, mentre si trovano già esposti al terrore
russo.
È terribile volare e combattere sopra le nostre case, tanto più quando si vede
che masse di uomini e di materiali si riversano nel nostro paese come
un’alluvione. Siamo solo un masso, un piccolo ostacolo, ma incapaci di
arginare la marea. Il diavolo sta ora giocando d’azzardo per la Germania, per
l’Europa intera. Le forze inestimabili sanguinano a morte, l’ultimo baluardo
del mondo sta crollando sotto l’assalto dell’Asia rossa. Di sera siamo più
stanchi per questa nostra ineludibile presa di coscienza per le incessanti
operazioni del giorno. Rifiuto ostinatamente d’accettare questo destino e la
determinazione che “questo non deve accadere” ci fa andare avanti. Non
vorrei dovermi rimproverare di non aver fatto tutto quanto in mio potere fino
all’ultima ora per scongiurare lo spaventoso e minaccioso spettro della
sconfitta. So che ogni normale giovane tedesco la pensa come me.
A sud del nostro settore la situazione è molto grama. Francoforte sull’Oder
è minacciata. Da un giorno all’altro riceviamo l’ordine di trasferirci a
Fürstenwalde, il che ci avvicina al settore critico. Qualche ora dopo voliamo
nella zona operativa di Francoforte - Küstrin. Le punte avanzate dell’avanzata
sovietica hanno raggiunto l’Oder, alla periferia di Francoforte. Più a nord,
Küstrin è circondata e il nemico non sta perdendo tempo nei suoi sforzi per
stabilire una testa di ponte a Göritz-Réitwein, sulla riva occidentale del fiume
ghiacciato.
Un giorno, come il generale della cavalleria prussiana Ziethen7 trecento
anni fa, siamo in battaglia a est di Francoforte sopra quel suolo storico. Qui
una piccola forza tedesca è stata circondata da carri armati sovietici. Noi li
attacchiamo e i carri armati che non hanno preso fuoco immediatamente,
cercano di fuggire in aperta campagna. Noi scendiamo su di loro più e più
volte. I nostri camerati a terra, che si erano già arresi saltano di gioia,
lanciando i loro fucili e gli elmetti in aria, incuranti di copertura per seguire i
carri armati in fuga. Il nostro fuoco li ha messi fuori uso. Noi nell’aria
abbiamo per una volta l’euforia di testimoniare il nostro successo. Dopo che
tutti i carri armati sono stati distrutti preparo un contenitore, scrivo un
messaggio di congratulazioni per i nostri camerati da parte nostra.
Giro intorno, molto basso e lascio cadere il contenitore con un po’ di
cioccolata, ai loro piedi. La vista dei loro volti grati e felici ci condurrà alle
difficili operazioni che ci attendono e ci spronerà a nuovi e incessanti sforzi
per alleviare le fatiche dei nostri fratelli d’armi.
Purtroppo, i primi giorni di febbraio sono molto freddi; in molti luoghi
l’Oder è ghiacciato così duramente che i russi sono in grado di attraversare il
fiume. Per la stabilità depongono tavole sul ghiaccio e spesso vedo dei veicoli
che li passano. Ma il ghiaccio non sembra essere abbastanza forte da
sopportare il peso dei carri. Poiché il fronte sul Oder è ancora in movimento e
ci sono lacune nella linea in cui non c’è un soldato tedesco a opporsi, i
sovietici sono riusciti a stabilire diverse teste di ponte, una, per esempio, a
Reitwein. Le nostre forze di Panzer, cresciute troppo tardi, arrivano a trovare
sulla riva occidentale dell’Oder un forte nemico già piazzato, con l’artiglieria
pesante. I suoi luoghi di attraversamento sono potentemente protetti da flak
fin dal primo giorno. Ivan è accuratamente informato della nostra presenza in
questo settore. I miei ordini sono di distruggere tutti i ponti giorno dopo
giorno in modo da ritardare il nemico e di darci il tempo di portare rinforzi e
materiale dalle retrovie. Riferisco che al momento questo è più o meno
inutile, perché è possibile attraversare l’Oder quasi ovunque. Le bombe
sfondano il ghiaccio, lasciando buchi relativamente piccoli, e questa è la
somma totale dei nostri risultati. Sono favorevole ad attaccare solo i bersagli
nemici riconosciuti su entrambe le sponde del fiume o il traffico che lo
attraversa, ma non i cosiddetti ponti, che in realtà non esistono. Quelli che
sembrano ponti su fotografie aeree sono in realtà le tracce di piedi e veicoli
sul ghiaccio, questi e le assi posate tra di loro per simulare ponti. Se
bombardiamo queste tracce, allora Ivan semplicemente attraversa il ghiaccio
spostandosi un po’ più in là. Questo mi è chiaro fin dal primo giorno perché li
ho sorvolati a bassa quota innumerevoli volte e, inoltre, questo trucco non è
niente di nuovo per me, lo so dal Don, dal Donetz, dal Dniester e da altri
fiumi russi.
Quindi, trascurando l’ordine, concentro i miei attacchi su obiettivi genuini
su entrambe le sponde: carri armati, veicoli e artiglieria. Un giorno un
generale inviato da Berlino si presenta e mi racconta che le fotografie di
ricognizione mostrano sempre nuovi ponti. “Ma”, dice, “non si dice che
questi ponti siano stati distrutti. Devi continuare ad attaccarli”. “Generale”,
gli spiego, “non sono affatto ponti e quando lo vedo contorcere il suo volto in
un punto interrogativo mi viene in mente un’idea. Gli dico che sto per
decollare, lo invito a sedersi dietro di me e gli prometto di dargli una prova
pratica. Esita per un momento, poi osservando gli sguardi incuriositi dei miei
giovani ufficiali che hanno udito la mia proposta con un po’ di allegria, si
dice d’accordo. Ho dato all’unità un ordine permanente per attaccare la testa
di ponte, io stesso m’avvicino all’obiettivo alla stessa bassa quota e volo da
Schwedt a Francoforte sul Oder. A un certo punto incontriamo una contraerea
abbastanza rispettabile e il generale ammette ben presto di aver visto che i
ponti sono fatti da assi. Ne ha visti abbastanza. Dopo l’atterraggio è contento
come Punch che è stato in grado di convincersi e può fare il suo rapporto di
conseguenza. Non ci disturbano più con i ponti.
Una notte il Ministro Speer mi annuncia un nuovo incarico dal Führer. Io
dovrei formulare un piano per la sua esecuzione. In breve, mi dice: “Il Führer
sta pianificando attacchi contro le dighe dell’industria degli armamenti negli
Urali. S’aspetta di interrompere la produzione d’armi del nemico, soprattutto
di carri armati, per un anno. Quest’anno avremo quindi la possibilità di
sfruttare con decisione la tregua. Lei deve organizzare l’operazione, ma non
deve volare da solo, lo ha ribadito espressamente il Führer.”
Sottolineo al ministro che ci deve essere sicuramente qualcuno più
qualificato di me per questo compito, vale a dire il Comando bombardieri a
lunga distanza, che avrà molta più dimestichezza con cose come la
navigazione astronomica, eccetera, di me che sono stato addestrato al
bombardamento tattico e quindi ho un tipo di conoscenza ed esperienze molto
diverse. Inoltre, devo avere la possibilità di volare da solo se voglio avere una
mente serena quando informo i miei equipaggi. “Il Führer vi chiede di farlo”,
obietta Speer.
Sollevo alcune questioni tecniche fondamentali riguardanti il tipo di
aeromobile e il tipo di bombe con cui deve essere effettuata l’operazione. Se
deve essere fatta presto, solo un Heinkel 177 va preso in considerazione,
anche se non è assolutamente certo che si rivelerà adatto a questo scopo.
L’unica bomba possibile per tale obiettivo è, a mio parere, una sorta di siluro,
ma anche questo deve ancora essere testato. Mi rifiuto categoricamente di
ascoltare il suo suggerimento di usare bombe da 1000 chili; perché sono
convinto che non si possa ottenere alcun risultato. Gli mostro alcune
fotografie scattate nel settore settentrionale del fronte orientale, dove ho
lasciato cadere delle bombe da mille chili sui pilastri di cemento del ponte di
Newa e non è crollato. Occorre pertanto risolvere questo problema e anche la
questione della mia possibilità di accompagnare la missione. Queste sono le
mie condizioni se il Führer dovesse insistere sul mio impegno. Conosce già le
mie obiezioni sul fatto che la mia esperienza pratica è limitata a un campo
completamente diverso.
Poi riprendo in mano la pratica con le fotografie delle fabbriche in
questione e le studio con interesse. Vedo che un’alta percentuale di queste
costruzioni sono già messe sotto terra e quindi sono in parte inattaccabili
dall’aria. Le fotografie mostrano una diga e la centrale elettrica, con alcuni
degli edifici della fabbrica; sono state scattate durante la guerra. Come si è
potuto fare? Ripenso al mio tempo in Crimea e faccio due più due. Quando
stazionai a Sarabus e mi mantenevo in forma dopo aver lanciato il peso e il
disco ricordo che un aereo dipinto di nero spesso atterrava sull’aeroporto, e vi
scendevano dei misteriosi passeggeri. Un giorno un membro dell’equipaggio
mi disse, sotto giuramento di segretezza, cosa stava succedendo. Quel aereo
portava dei sacerdoti russi originari di certe regioni del Caucaso, che si erano
offerti volontari per importanti missioni a favore del comando tedesco. Con
le barbe al vento e i paramenti religiosi, ognuno di loro portava un piccolo
pacchetto sul petto, una macchina fotografica o degli esplosivi a seconda
della natura della propria missione. Questi sacerdoti consideravano la vittoria
tedesca come l’unica possibilità di riconquistare la propria indipendenza e
con essa la loro libertà religiosa. Erano nemici fanatici del bolscevismo
mondiale e di conseguenza dei nostri alleati. Li vedo ancora: spesso uomini
con i capelli bianchi e i nobili volti che parevano cesellati nel legno.
Dal profondo interno della Russia hanno riportato tutti i tipi di fotografie,
dopo mesi di viaggio e generalmente tornavano indietro a missione compiuta.
Se uno di loro è scomparso, presumibilmente ha dato la propria vita per la
libertà, sia in uno sfortunato salto con il paracadute, sia colto nell’atto di
portare a compimento il suo scopo o sulla via del ritorno attraverso il fronte.
Mi ha profondamente impressionato quando il mio informatore che mi
descrisse il modo in cui questi santi uomini, senza esitazione sono balzati
nella notte, sostenuti dalla loro fede nella loro grande missione. A quel tempo
stavamo combattendo nel Caucaso ed erano stati abbandonati in diverse valli
delle montagne, dove avevano rapporti e hanno poi proceduto a organizzare
resistenza e sabotaggio. Tutto mi ritorna in mente mentre mi interrogo
sull’origine delle fotografie di questi impianti industriali.
Dopo alcune osservazioni generali sullo stato attuale della guerra, con
Speer che esprime la propria piena fiducia nel Führer, parte nelle prime ore
del mattino, promettendo d’inviarmi ulteriori dettagli sul piano degli Urali.
Non siamo andati oltre a quello, qualche giorno dopo, il 9 febbraio rese tutto
impossibile. Pertanto, il compito di elaborare questo piano è stato affidato a
qualcun altro. Ma poi, nella fretta degli eventi sino alla fine della guerra, la
sua esecuzione non sarebbe più stata tentata.
7. Hans Joachim von Zieten (1699 – 1786), generale di cavalleria nell’esercito prussiano di Federico il
Grande. [N.d.T.]
17
La lotta mortale degli ultimi mesi
La mattina presto del 9 febbraio una telefonata dal quartier generale da
Francoforte ha appena comunicato che ieri sera i russi hanno passato l’Oder a
Lebus, leggermente a nord di Francoforte e con alcuni carri armati hanno già
messo piede sulla sponda occidentale. La situazione è più che critica; a
questo punto non vi è alcuna opposizione sul campo e non vi è alcuna
possibilità di piazzare l’artiglieria pesante in tempo per fermarli. Non c’è
nulla che impedisca ai carri armati sovietici di proseguire verso la capitale, o
almeno di transitare tra la ferrovia e l’autostrada da Francoforte a Berlino,
entrambe linee di approvvigionamento vitali per il mantenimento del fronte
dell’Oder.
Ci muoviamo in aereo per scoprire quale sia la verità contenuta nel
rapporto. Da lontano riesco già a scorgere il ponte di barche e incontriamo
un’intensa contraerea molto prima di raggiungerlo. I russi hanno certamente
un manganello pronto per noi! Uno dei miei squadroni attacca il ponte
costruito sul ghiaccio. Non ci facciamo illusioni sui risultati che otterremo,
sapendo che Ivan dispone di una quantità di materiale per la costruzione di
ponti tale da consentirgli di riparare i danni in meno di un batter d’occhio. Io
stesso volo più in basso con l’aereo anticarro, alla ricerca di carri armati sulla
riva occidentale del fiume. Posso discernere le loro tracce, ma non i mostri
stessi. Oppure sono questi i binari dei trattori della contraerea? Scendo più in
basso per assicurarmi e vedere, ben mimetizzato nelle pieghe della valle del
fiume: ecco alcuni carri sulla sponda settentrionale del villaggio di Lebus.
Forse ce ne sono una dozzina o una quindicina. Poi qualcosa mi colpisce
l’ala, un colpo leggero della flak. Mi tengo basso, le armi lampeggiano
dappertutto in quel posto, sei o otto batterie stanno proteggendo il passaggio
del fiume. I mitraglieri paiono molto esperti a tirare agli Stuka. Non usano
traccianti, dunque non si vede alcuna stringa di perline che partono da quelle
armi, ma ci si rende conto della loro esistenza quando l’aereo trema sotto
l’impatto d’un colpo. Smettono di sparare non appena saliamo in quota e
quindi non possiamo attaccarli. Solo quando si vola molto in basso sopra il
nostro obiettivo si può vedere lo spruzzo di fiamma che esce dalle loro canne,
come il flash di una torcia da tasca. Penso a cosa fare; non c’è alcuna
possibilità d’entrare furbescamente tenendomi al riparo, perché la pianura
della valle del fiume non offre alcuna opportunità per simili tattiche. Non ci
sono alberi d’alto fusto o edifici. Una riflessione sobria mi dice che
l’esperienza e l’abilità tattica vanno al diavolo se si rompono tutte le regole
fondamentali che ne derivano. La risposta: un attacco testardo e tanta fiducia
nella fortuna. Se fossi sempre stato così folle, avrei dovuto essere messo nella
mia bara una dozzina di volte.
Non ci sono truppe sul campo e siamo a settantacinque chilometri dalla
capitale del Reich, una distanza pericolosamente breve quando i corazzati del
nemico stanno già spingendo avanti per prenderla. Questo non è il momento
per mature considerazioni. Questa volta ci si dovrà fidare davvero della dea
bendata, mi dico e mi butto in avanti. Dico agli altri piloti di rimanere in alto;
ci sono diversi nuovi equipaggi fra di loro e mentre non ci si può aspettare
che facciano molti danni con questa difesa siamo suscettibili di subire perdite
pesanti, il gioco non vale la candela. Quando arriverò in basso e non appena
vedranno il flash delle armi, dovranno concentrare il loro fuoco con i
cannoncini sulla contraerea. C’è sempre la possibilità che questo disturbi Ivan
scuota, influenzando la sua precisione. Ci sono diversi carri Stalin lì, il resto
sono T 34s. Dopo che quattro sono stati incendiati e ho esaurito le munizioni,
torniamo indietro. Riporto le mie osservazioni e sottolineo che ho attaccato
solo perché stiamo combattendo a settantacinque chilometri da Berlino,
altrimenti sarebbe stato ingiustificabile. Se avessimo tenuto una linea più a
est avrei dovuto attendere una situazione più favorevole, o almeno fino a
quando i carri armati non fossero usciti dalla loro tana di flak intorno al
ponte. Cambio aereo dopo due missioni, perché sono state colpito dalla flak.
Torno indietro una quarta volta e un totale di dodici carri sono in fiamme. Sto
ronzando su un carro Stalin che emette fumo, ma si rifiuta di prendere fuoco.
Ogni volta, prima di partire all’attacco, salgo a 800 metri, perché la
contraerea non può seguirmi a quella altitudine. Da 800 metri mi tuffo giù in
una picchiata, ballando violentemente. Quando sono vicino al carro, mi
raddrizzo per un istante per sparare, e poi mi allontano in diagonale, ponendo
in atto le stesse tattiche evasive fino a raggiungere un punto dove posso
ricominciare a salire - fuori dal raggio di azione della contraerea. Dovrei
davvero entrare lentamente e tenere il mio aereo meglio controllato, ma
questo sarebbe un suicidio. Sono in grado di raddrizzare solo per una frazione
di secondo e di colpire il carro con precisione nelle sue parti vulnerabili
grazie alla mia esperienza, come se fossi un sonnambulo. Tali attacchi sono
ovviamente fuori discussione per i miei colleghi, per il semplice motivo che
non hanno esperienza.
Sento le vene pulsare sulle mie tempie. So che sto giocando al gatto e al
topo con il destino, ma questo carro Stalin deve essere bruciato. Salgo su fino
a 800 metri ancora una volta e martello il leviatano d’acciaio da sessanta
tonnellate. Si rifiuta ancora di bruciare! La rabbia mi coglie, deve prendere
fuoco!
L’indicatore di luce rossa sul mio cannone mi strizza l’occhio. Anche
questo! Da un lato la culatta s’è inceppata, dall’altro il cannone ha un solo
colpo disponibile. Salgo di nuovo. Non è forse una follia rischiare tutto
ancora una volta per un colpo solo? Non discutere: quante volte hai distrutto
un carro armato con un solo colpo?
Ci vuole molto tempo per guadagnare 800 metri con uno Ju 87; troppo
tempo e ora comincio a pesare i pro e i contro. Il mio ego mi dice: se il
tredicesimo carro armato non ha ancora preso fuoco, non devi poter compiere
l’opera con un altro colpo. Vola a casa e ricarica i cannoni, tutto andrà bene.
A questo il mio altro ego risponde con passione: “Forse ci vuole solo questo
colpo per fermare il carro e impedirgli di passare attraverso la Germania.”
“Passare in Germania suona troppo melodrammatico! Molti carri armati
russi passeranno attraverso la Germania se fai un pasticcio ora, e lo farai il
pasticcio, puoi credermi. È folle scendere di nuovo a questo livello per un
solo colpo. Pazzia pura!”
“Dirai poi che il pasticcio lo hai fatto perché è il tredicesimo! Sciocchezze
superstiziose! Hai un solo colpo, smettila di giocherellare e vai a prenderlo!”
Già scendo giù verso il basso da 800 metri. Concentrato sul volo, torsione e
girare, ancora una volta una ventina di armi sputano il fuoco contro di me.
Ora mi raddrizzo . . . fuoco… nel carro scoppia un incendio! Con il tripudio
nel cuore, m’allontano in basso, passando sopra al carro in piena
combustione. Entro in una spirale arrampicata ... un crack nel motore e
qualcosa striscia attraverso la mia gamba, come acciaio incandescente. Tutto
mi si annerisce davanti agli occhi, fatico a respirare. Ma devo continuare a
volare, a volare. Non posso svenire. Digrigno i denti, devo dominare la mia
debolezza. Uno spasimo di dolore mi traversa il corpo.
“Ernst, la mia gamba destra è finita.”
“No, la sua gamba non è finita. Se così fosse, non sareste in grado di
parlare. Ma l’ala sinistra è in fiamme. Dovrete scendere, siamo stati colpiti
due volte dalla flak da 4 centimetri”. Un’oscurità spaventosa mi copre gli
occhi, non riesco più a capire nulla.
“Mi dica dove posso schiantarmi. Poi mi faccia uscire velocemente, per non
bruciarmi vivo.”
Non riesco a vedere nulla più, sto pilotando d’istinto. Ricordo vagamente
d’essere entrato in un attacco da sud a nord e di aver virato a sinistra mentre
uscivo. Devo quindi essere diretto verso ovest e nella giusta direzione. Quindi
volo per diversi minuti. Perché il comando dell’aereo risponde non lo so. In
realtà mi sto muovendo a nord-ovest quasi parallelamente al fronte russo.
“Tirare!” grida Gadermann attraverso il citofono, e ora sento che sto
lentamente scivolando in una sorta di nebbia ... un piacevole coma. “Tirare!”
urla ancora Gadermann: erano alberi o cavi del telegrafo? Ho perso ogni
sensazione nella mia mente e tiro la cloche solo quando Gadermann mi urla.
Se solo questo dolore alla mia gamba si fermasse ... e questo volare ... se
potessi lasciarmi finalmente sprofondare in questa ambigua, grigia pace e
questa lontananza che m’attrae ... “Tirate!”
Ancora una volta, rispondo automaticamente tirando la cloche, ma ora per
un istante Gadermann con il suo urlo mi ha “svegliato”. In un lampo mi rendo
conto che devo fare qualcosa. “Com’è il terreno? Chiedo al microfono.
“Brutto - colline”. Ma devo scendere, altrimenti la pericolosa apatia causata
dal mio corpo ferito mi rapirà di nuovo. Calcio la barra del timone con il
piede sinistro e urlo per il dolore insostenibile. Ma sono sicuro che è stata la
mia gamba destra a essere colpita? Giro verso destra, porto il naso dell’aereo
in su e lo faccio toccare delicatamente sulla pancia, in questo modo forse
l’ingranaggio di sgancio del carrello non funzionerà e dopo tutto posso farlo,
spanceremo. L’aereo è in fiamme, colpisce il suolo e pattina per un secondo.
Ora posso riposare, ora posso tuffarmi via nella distanza grigia ...
meraviglioso! Dolori folgoranti mi ridanno di nuovo coscienza. Qualcuno mi
sta tirando fuori? Stiamo sbattendo su un terreno accidentato? Ora è finita. . .
Finalmente sprofondo completamente nelle braccia del silenzio.
Mi sveglio, tutto intorno a me è bianco. . .volti intenti ... un odore pungente.
Sono sdraiato su un tavolo operatorio. Un colpo di panico improvviso e
violento mi causa convulsioni: dov’è la mia gamba? “È andato tutto bene?”
Il chirurgo annuisce. Una discesa con sci nuovi di zecca ... tuffi ... atletica
…salto con l’asta ... cosa contano queste cose? Quanti camerati sono stati
feriti molto più gravemente? Ricordo uno, in ospedale a Dnjepropetrovsk, cui
tutto il viso ed entrambe le mani era stato strappato da una mina? La perdita
d’una gamba, d’un braccio, d’una testa, sono tutte cose di nessuna
importanza se solo il sacrificio potrà salvare la Patria dal pericolo mortale.
Questa non è una catastrofe, l’unica catastrofe è che non posso volare per
settimane ... e nella crisi attuale! Questi pensieri lampeggiano attraverso il
mio cervello in un secondo, e ora il chirurgo mi dice dolcemente: “Non
potevo fare nient’altro. A parte qualche pezzo di carne e qualche tessuto
fibroso non c’era rimasto nulla, quindi ho dovuto amputare.”
Se non c’era niente, penso fra me stesso con un umorismo ironico, come ha
potuto amputare? Beh, naturalmente, è tutto lavoro di tutti i giorni per lui.
“Ma perché l’altra gamba è ingessata?” chiede con stupore. “Dallo scorso
novembre - dove ci troviamo qui?”
“Presso la stazione medica delle Waffen S.S. a Selow”.
“Oh, a Selow” che è meno di sette chilometri dal fronte. Quindi,
evidentemente, ho volato a nord-nord ovest, non a ovest.
“I soldati della Waffen S.S. vi hanno portato qui, in uno dei nostri centri
medici e ho eseguito l’operazione. Avete un altro uomo ferito sulla
coscienza”, aggiunge con un sorriso “Ho per caso morso il chirurgo?” “Non
siete andato così lontano” dice, scuotendo la testa. “No, non l’ha morso, ma
un ufficiale pilota, Koral ha cercato di atterrare con un Fieseier Storch nel
punto in cui si è schiantato. Ma deve essere stato difficile, perché si è fatto
prendere dal panico... e ora anche lui ha la testa avvolta in bende! Buon
vecchio Koral! Sembra quasi che quando volavo, inconsciamente, avevo più
d’un angelo custode!
Nel frattempo, il Reichsmarschall ha mandato il suo medico personale con
le istruzioni per riportarmi subito in un ospedale a prova di bomba, nel
bunker dello zoo, ma il chirurgo che ha operato non ne ha voluto sentire
parlare, perché avevo perso troppo sangue. Domani andrà tutto meglio.
Il medico del Reichsmarschall mi dice che Goering ha immediatamente
denunciato l’incidente al Führer. Hitler, dice, era molto contento che ne sono
uscito senza troppi guai. “Naturalmente, quando i pulcini vogliono essere più
saggi della gallina”, si dice che abbia detto, fra le altre cose. Sono sollevato
dal fatto che non sia stato fatto alcun riferimento al suo veto sul volo. Ritengo
inoltre che, alla luce della lotta disperata in cui è stata coinvolta l’intera
nazione nelle ultime settimane, il mio proseguimento dell’azione sia stato
accettato d’ufficio.
Il giorno dopo vengo trasferito nel bunker dello zoo, situato sotto i cannoni
più pesanti della flak, che aiutano a difendere la capitale contro agli attacchi
alleati rivolti alla popolazione civile. Nel secondo giorno trovo un telefono
sul mio comodino; devo essere in grado di comunicare con il mio Gruppo
riguardo alle operazioni, alla situazione, ecc. So che non starò steso sulle mie
spalle a lungo e quindi sono interessatissimo a essere tenuto informato di
tutto, in dettaglio e di partecipare a ogni attività della mia unità, anche se
posso solo essere informato e poi partecipare telefonicamente. I medici e gli
infermieri che mi seguono non sono, almeno a questo proposito, molto
soddisfatti del loro nuovo paziente. Continuano a bofonchiare la parola
“riposo”.
Quasi ogni giorno sono visitato da colleghi dell’unità o da altri amici,
alcuni dei quali persone che si dicono miei amici per entrare nella mia stanza
di cura. Quando coloro che sfondano i cancelli della mia stanza sono belle
ragazze, aprono gli occhi e alzano le sopracciglia in modo interrogativo
quando vedono mia moglie seduta al mio capezzale. “Ti è mai capitato…”,
come direbbe un berlinese.
Ho già avuto una discussione professionale su un arto artificiale, se solo
potessi recuperare rapidamente. Sono impaziente e irrequieto, devo alzarmi.
Poco più tardi ho una visita di un produttore di arti artificiali. Gli chiedo di
farmi una gamba artificiale provvisoria con cui poter volare, anche se il
moncherino non è ancora guarito. Diverse imprese di prima classe si rifiutano
di farlo, perché è troppo presto.
Uno accetta l’ordine, anche se solo per fare un esperimento. In ogni caso
me lo mette in modo così energico che mi dà le vertigini. Mi pongono tutta la
coscia sino all’inguine nel gesso, senza prima applicare un cappuccio
protettivo. Dopo averlo lasciato asciugare, osserva laconicamente: “Pensate a
qualcosa di bello!”
Allo stesso tempo stringe con tutta la sua forza il gesso del cappuccio in cui
i peli del mio corpo sono incastrati e lo strappa. Penso che il mondo mi stia
cadendo addosso. Il collega ha perso la sua vocazione, sarebbe stato un
ottimo maniscalco.
La mia terza squadriglia e il personale di bordo si sono trasferiti a Görlitz,
dove erano andati a scuola. La casa dei miei genitori è nelle immediate
vicinanze. I russi in questo momento combattendo per le strade del villaggio,
carri armati sovietici stanno guidando attraverso i campi da gioco della mia
giovinezza Potrei impazzire a pensarci. La mia famiglia, come molti milioni
di persone, devono essere diventati dei rifugiati, tutti in grado di salvare solo
la propria vita. Sono condannato all’inattività. Che cosa ho fatto per
meritarlo? Non ci devo pensare.
Fiori e regali di ogni genere sono la prova dell’affetto del popolo per i suoi
soldati; ogni giorno vengono consegnati nella mia stanza. Oltre al
Reichsmarschall, il ministro Goebbels, che non conoscevo prima, mi visita
due volte. Una conversazione con lui è molto interessante. Chiede il mio
parere sulla situazione puramente strategica dell’est. “Il fronte dell’Oder”, gli
dico, “è la nostra ultima possibilità di contenere i sovietici; oltre a questo non
ne vedo nessuna, perché con quello cade anche la capitale.”
Lui confronta Berlino con Leningrado. Egli sottolinea che non è caduta,
perché tutti i suoi cittadini hanno fatto di ogni casa una fortezza. E ciò che
Leningrado poté fare, la popolazione di Berlino potrebbe sicuramente fare. La
sua idea è quella di ottenere il massimo grado di organizzazione per una
difesa casa per casa, installando apparecchi radio in ogni edificio. Egli è
convinto che i “suoi berlinesi” preferiranno la morte piuttosto che essere
vittime delle orde rosse. Quanto seriamente intendeva questo, la sua fine ne
dà testimonianza.
“Da un punto di vista militare la vedo diversamente” rispondo. “Una volta
che la battaglia per Berlino comincia, successivamente allo sfondamento del
fronte sul Oder, penso sia assolutamente impossibile tenerla. Gli ricordo che
il confronto fra le due città non è possibile. Leningrado aveva il vantaggio
d’essere protetta a ovest dal Golfo di Finlandia e ad est dal Lago Ladoga.
C’era solo un debole e stretto fronte finlandese a nord di quello. L’unica vera
possibilità per catturarla era da sud, ma da quel lato Leningrado era
fortemente fortificata e poteva usufruire d’un ottimo sistema di posizioni
fortificate; inoltre non era mai completamente stata tagliata fuori dalle linee
di rifornimento. I battelli leggeri potevano attraversare il Lago Ladoga in
estate e in inverno posavano le linee ferroviarie sul ghiaccio e così potevano
alimentare la città da nord”. Le mie argomentazioni non lo convincono.
Dopo una quindicina di giorni mi alzo per la prima volta per un po’ e posso
godere di un po’ d’aria fresca. Durante gli attacchi aerei alleati sono sulla
piattaforma con la flak e vedo dal basso ciò che probabilmente è molto
spiacevole là sopra. Non mi annoio mai; Fridolin mi porta documenti che
richiedono la mia firma o altri problemi aggiuntivi, a volte accompagnato
dall’uno o dall’altro dei miei colleghi. Il maresciallo di campo Greim,
Skorzeny, Hanna Reitsch passano per un’ora di chiacchiere; qualcosa sto
facendo sempre, ma solo la mia inquietudine interiore di esser fuori dalla
lotta mi tormenta. Quando sono entrato nel bunker dello zoo ho
“solennemente” dichiarato che avrei camminato di nuovo in sei settimane,
per poter volare. I medici sanno che il loro veto è comunque inutile e non
otterrebbero altro che farmi arrabbiare. All’inizio di marzo esco per una
passeggiata all’aria aperta per la prima volta, sono sulle stampelle.
Durante la convalescenza sono invitato da una delle mie infermiere a casa
sua, e poi sono ospite del Ministro degli Affari Esteri. Un vero soldato
raramente è in grado d’essere un buon diplomatico, e questo incontro con von
Ribbentrop è piuttosto intrigante. È un’occasione per conversazioni che fanno
luce sull’altro lato della guerra che si sta conducendo senza armi. È molto
interessato alla mia opinione sulle forze sul fronte orientale e sul nostro
potenziale militare in questo particolare momento. Gli dico chiaramente che
noi al fronte speriamo che si stia facendo qualcosa attraverso i canali
diplomatici per allentare la stretta in cui siamo serrati da ogni parte: “Non
possono capire le potenze occidentali che il bolscevismo è il loro più grande
nemico e che dopo un’eventuale vittoria sulla Germania questo diverrà per
loro la stessa minaccia che è stato per noi, e che da soli non potranno più
sbarazzarsene?”
Prende le mie osservazioni come un delicato rimbrotto personale; senza
dubbio sto suonando un disco che ha dovuto ascoltare molte volte. Mi spiega
subito che ha già compiuto una serie di tentativi, e che sono falliti, perché
ogni volta la necessità di una nuova ritirata in uno dei settori del fronte, poco
dopo l’apertura dei negoziati, incoraggia il nemico a continuare la guerra in
ogni caso e ad abbandonare il tavolo della conferenza. Cita dei casi e afferma
in modo piuttosto riprovevole che i trattati che aveva promulgato prima della
guerra, tra cui quelli con l’Inghilterra e la Russia, sono stati certo un
successo, se non un trionfo. Ma nessuno ne parla più; oggi vi si sottolineano
solo gli aspetti negativi, la cui responsabilità non è sua. Naturalmente, anche
ora i negoziati sono in corso, ma con la situazione generale, il successo
desiderato è problematico. Questa mia sbirciata dietro le quinte della
diplomazia m’incuriosisce ma non sono interessato a saperne di più.
A metà marzo faccio la mia prima passeggiata al sole primaverile con
un’infermiera allo zoo e durante la mia prima escursione ho un piccolo
incidente. Come molti altri, anche noi siamo affascinati dalla gabbia delle
scimmie. Sono attratto da una scimmia particolarmente grande che siede con
una certa indifferenza e pigrizia su un ramo con la sua lunga coda appesa.
Naturalmente non posso fare a meno di fare ciò che non si dovrebbe fare e
spingo entrambe le stampelle attraverso le sbarre con l’intenzione di
solleticare la sua coda. Non l’ho quasi toccata, quando improvvisamente mi
afferra le stampelle e cerca con tutta la sua forza di scimmia di tirarmi nella
gabbia. Inciampo nella mia unica gamba sino alle sbarre; naturalmente la
bestia non mi farà passare attraverso di quelle. Suor Edelgarde mi prende ed
entrambi ci tiriamo le spalle in una sorta di tiro alla fune con la scimmia.
L’uomo contro la scimmia! Le sue zampe hanno cominciato a scivolare un
po’, lungo la loro fine e incontrano i tappi di gomma nella parte inferiore al
legno, che dovrebbero evitare le stampelle di affondare nel terreno o scivolare
quando si cammina. I tappi di gomma suscitano la sua curiosità, li annusa, li
strappa e li inghiotte con un gran sorriso soddisfatto. Allo stesso tempo sono
in grado di tirar fuori dalla gabbia i bastoni nudi e così strappo almeno una
parte di vittoria alla scimmia. Qualche secondo dopo il suono delle sirene
avverte di un’imminente incursione aerea. Lo sforzo di camminare sui
sentieri sabbiosi dello zoo mi fa sudare, perché ora le stampelle sprofondano
nel terreno e incontrano poca resistenza. Tutti intorno a me hanno fretta e
s’affrettano e quindi difficilmente posso usarle per sostenermi e arranco
goffamente. È un lavoro molto lento. Raggiungiamo il bunker in tempo utile
quando già scendono le prime bombe.
A poco a poco s’avvicina la Pasqua. Voglio tornare con i miei colleghi la
domenica di Pasqua. Ora la mia Squadra è di stanza nella zona di
Grossenhain, in Sassonia, la mia primo squadriglia si è nuovamente spostata
dall’Ungheria alla zona di Vienna e rimane ancora sul fronte sud-orientale.
Gadermann è a Brunswick, per tutto il tempo che sono via, in modo che
durante questo periodo possa esercitare la sua professione di medico. Lo
chiamo per dirgli che ho ordinato a un Ju 87 di raggiungermi a Tempelhof
alla fine della settimana e che ho intenzione di volare verso la nostra unità.
Poco prima ha parlato con il professore incaricato del mio caso, ma non ci
crede veramente. Inoltre, egli stesso si sente malato. Non lo rivedrò in questa
guerra, per le ultime operazioni che seguiranno.
Il suo posto come mio mitragliere è preso da Niermann che non manca di
esperienza operativa e porta la Croce di Ferro. Dopo aver obbedito all’ordine
di segnalazione al Führer prima di partire saluto il bunker. Ribadisce il suo
piacere per il fatto che tutto è andato relativamente bene. Non fa alcuna
allusione al mio volo, perché presumibilmente l’idea di farlo non gli viene in
mente. Sono seduto di nuovo nel mio aereo per la prima volta in sei
settimane, la mia rotta è impostata in direzione dei miei camerati. È la vigilia
di Pasqua e sono felice. Poco prima di partire, Fridolin chiama e mi dice di
volare dritto verso il Sudetenland; è sul punto di spostare l’unità a Kummer-
am-See, vicino a Niemes. Nell’aereo in un primo momento mi sento molto
strano, ma sono presto tornato nel mio elemento. La guida è complicata dal
fatto che posso usare un solo piede sulla barra del timone. Non posso
esercitare alcuna pressione sulla destra perché non ho ancora un arto
artificiale e devo usare il piede sinistro per sollevare la barra del timone
sinistro, premendo così quella destra, il che dà il risultato desiderato. Il mio
moncherino è avvolto nel gesso e sta sotto al cruscotto senza toccare contro
nulla. Così un’ora e mezza dopo atterro sul mio nuovo aeroporto a Kummer.
Il personale di volo della squadriglia è arrivato qui un’ora prima di me. Il
nostro aeroporto si trova in mezzo a un paesaggio magnifico, tra due speroni
delle montagne dei Sudeti, circondato da una foresta con laghi di notevoli
dimensioni nelle vicinanze e a Kummer stessa si trova vicino a una foresta. In
attesa della soluzione del problema dell’acquartieramento abbiamo rinunciato
a una serata nella stanza di una locanda. Qui nel Sudeetenland tutto ancora dà
un’impressione di pace assoluta e tranquillità. Il nemico è dietro le montagne
e questo fronte vien difeso dal Maresciallo Schoerner; di conseguenza questa
calma non è irragionevole.
Verso le undici si sentono le voci alte di un coro di bambini che cantano:
“Gott grüsse dic”. La scuola locale con la sua preside ci accoglie con serenità.
Si tratta di qualcosa di nuovo per noi duri soldati, che ci tocca in un luogo che
ora, in questa fase della guerra, dimenticheremmo presto. Ascoltiamo
meditativamente, ognuno di noi affonda nei propri pensieri; sentiamo che
questi bambini hanno fiducia nel nostro potere di scongiurare l’imminente
pericolo, con tutti gli orrori che lo accompagnano. Qui, alle soglie della loro
casa, non mancheremo per mancanza di determinazione. Al termine della loro
canzone, li ringrazio per la loro accoglienza e li invito a visitare il nostro
campo d’aviazione la prossima mattina per dare uno sguardo ai nostri
“uccelli”. Non vedono l’ora! Arrivano il giorno dopo e io inizio la procedura
prendendo il mio aereo anticarro e sparando contro un bersaglio di tre piedi
quadrati. I bambini stanno a semicerchio e ora possono immaginare un
attacco a un carro armato nemico; è una buona prova per me da gestire con
una sola gamba. L’altra parte dei Monti dei Sudeti è ancora nebbiosa e non
potendo uscire in un’incursione ho un po’ di tempo da perdere, quindi prendo
un FW 190 D9 e faccio una mostra di acrobazie a bassa e alta quota. Quel
genio, il mio ingegnere Klatzschner, ha già riaggiustato i freni a pedale,
indispensabili per questo aereo veloce, in modo che possano essere azionati a
mano.
Quando scendo a terra, tutti gli uomini gesticolano violentemente e puntano
verso il cielo. Guardo in alto e attraverso le aperture nella copertura delle
nuvole, vedo dei caccia americani, Mustangs e Thunderbolts girarci sopra.
Stanno volando a 1.200 – 1.600 metri sopra a uno strato di nebbia. Non mi
hanno ancora visto da solo lassù, altrimenti li avrei dovuti vedere mentre ero
in aria. I Thunderbolts portano bombe e sembrano essere alla ricerca di un
bersaglio, quindi il nostro aeroporto è presumibilmente il loro obiettivo.
Rapidamente, per quanto si possa usare la parola di un uomo con una zampa
di gesso, salto al punto in cui gli altri sono in piedi. Devono essere tutti al
coperto. Ho fretta di mettere i bambini in cantina, dove saranno almeno al
sicuro da schegge, ma non più, perché la casa che usiamo come la nostra sala
operatoria è l’unica sul campo di aviazione. Entro per ultimo per
tranquillizzare i bambini, proprio mentre le prime bombe arrivano a terra, una
di queste cade vicino all’edificio; l’esplosione distrugge i vetri delle finestre e
spazza via il tetto. La nostra difesa aerea è troppo debole per scacciare i
bombardieri, ma sufficiente per prevenire gli attacchi a bassa quota.
Fortunatamente non abbiamo vittime fra i bambini. Mi dispiace che le loro
innocenti e romantiche idee sull’aviazione si siano così brutalmente
trasformate in una triste realtà. Ben presto vengono tranquillizzati, e
l’insegnante della scuola porta il suo gregge verso il villaggio. Il volto di
Niermann è radioso, spera di aver filmato l’intero attacco. Durante tutta la
performance è rimasto in piedi in una buca, filmando le bombe che cadevano
dal momento del loro rilascio al loro impatto al suolo e le colonne di terra che
salgono nell’aria. Per l’esperto fotografo di Spitzbergen questo è un punto di
forza, dove è anche riuscito a scattare foto uniche.
Le notizie provenienti dall’area Görlitz-Bautzen prevedono un graduale
miglioramento del tempo, per cui decolliamo. I sovietici hanno aggirato
Görlitz e spinto oltre Bautzen, circondata dalla sua guarnigione tedesca, nella
speranza di raggiungere Dresda attraverso Bischofswerda. Continui
contrattacchi vengono lanciati contro queste colonne avanzate cercando di
influenzare il crollo del fronte del maresciallo Schoerner e con il nostro
sostegno Bautzen viene liberata e distruggiamo un gran numero di veicoli e
carri armati. Questo volo mi toglie molto, devo aver perso molto sangue e la
mia resistenza apparentemente inesauribile dopo tutto ha i suoi limiti. I nostri
successi sono condivisi da formazioni di combattenti posti sotto il mio
comando e dislocati sul nostro campo di aviazione e nelle vicinanze.
Nella prima quindicina di aprile un segnale radio mi chiama al
Reichskanzlei. Il Führer mi dice che prenderò il comando di tutte le unità
aeree e con esse sgombererà lo spazio aereo al di sopra del nuovo esercito del
generale Wenk, attualmente in fase di formazione nella regione d’Amburgo.
Il primo obiettivo di questo esercito sarà di colpire il quartiere di questa città
nello Harz, al fine di tagliare le linee di alimentazione degli eserciti alleati già
stabiliti più a est. Il successo dell’operazione in questo momento critico
dipende dallo sgombrare lo spazio aereo, al di sopra delle nostre linee,
altrimenti sarà destinato a fallire; il Führer ne è convinto e il Generale Wenk,
che deve condurre l’operazione, è d’accordo con lui. Prego il Führer di
sollevarmi da questo incarico perché ritengo di essere al momento
indispensabile nel settore di Schoerner, il cui esercito è impegnato in una
durissima battaglia difensiva. Gli consiglio di scegliere per il compito
qualcuno dal comando degli aerei a reazione, che non sarà così inesperto
come lo sarei io. Gli faccio notare che la mia esperienza si limita al
bombardamento in picchiata e al combattimento con i carri armati, e che ho
sempre cercato di non dare mai un ordine che non potessi io stesso portare a
compimento. Gli aerei a reazione non li conosco, e quindi non potrei sentirmi
a mio agio con gli istruttori e gli equipaggi. Devo sempre essere in grado di
mostrare ai miei subordinati la strada da seguire.
“Non serve volare, bisogna solo organizzarsi. Se qualcuno mette in dubbio
il suo coraggio perché si trova a terra, lo farò impiccare.”
Soluzione leggermente drastica, rifletto, ma probabilmente vuole solo
vincere i miei scrupoli.
“Ci sono un gran numero di persone con esperienza, ma da sola non è
sufficiente. Devo avere qualcuno che possa organizzare e svolgere
l’operazione con energia.”
Oggi non è ancora stata presa una decisione definitiva. Ritorno alla base e
pochi giorni dopo dal Reichsmarschall mi trasmette l’ordine di intraprendere
questo compito. Nel frattempo, la situazione al fronte s’è deteriorata e la
Germania corre il rischio di essere divisa in due sacche, così che lo
svolgimento dell’operazione sarebbe difficilmente possibile. Per questo
motivo e per quelli già citati, io mi rifiuto. Come il Reichsmarschall mi lascia
indovinare, non è una sorpresa per lui, perché dal mio rifiuto di accettare il
comando di bombardieri da combattimento conosce esattamente il mio
atteggiamento. Questa volta, tuttavia, il motivo principale del mio rifiuto è
che non posso assumermi la responsabilità di qualcosa che a mio avviso non
sono più convinto sia fattibile. Mi rendo ben presto conto della gravità della
situazione del Reichsmarschall. Come stiamo discutendo la posizione nelle
retrovie, piegato su un tavolo coperto di mappe, egli mormora come a sé
stesso: “Mi chiedo quando dovremo dare fuoco a questa baracca” - intende
Karinhall. Mi consiglia di recarmi presso la sede di Führer e d’informarlo
personalmente del mio rifiuto. Tuttavia, non avendo ricevuto alcun ordine in
tal senso, torno immediatamente al mio corpo, dove sono urgentemente
atteso. Ma questo non sarà il mio ultimo volo per Berlino.
Un segnale radio del 19 aprile mi convoca ancora una volta alla
Reichskanzlei. Raggiungere Berlino dalla Cecoslovacchia con un aereo non
accompagnato in questo momento non è più una cosa semplice; in più d’un
posto i fronti russo e americano sono molto vicini l’uno all’altro. Lo spazio
aereo pullula di aerei, ma nessuno di loro è tedesco. Arrivo alla Reichskanzlei
e sono ammesso nell’anticamera del bunker del Führer. C’è un’atmosfera di
calma e fiducia, i presenti sono principalmente ufficiali dell’esercito che
partecipano alle operazioni previste. Dall’esterno proviene il tuono delle
bombe da mille chili che i Mosquito fanno cadere sul centro della città.
Sono quasi le 23 quando mi trovo alla presenza del Comandante Supremo.
Ho previsto l’oggetto di questa intervista: l’accettazione definitiva
dell’incarico precedentemente discusso. È un’idiosincrasia del Führer battere
attorno al cespuglio e non arrivare mai a sparare alla lepre. Così questa sera
inizia con una lezione di mezz’ora che spiega la risolutezza nel corso dei
secoli degli sviluppi tecnici in cui abbiamo sempre guidato il campo, un
vantaggio che ora dobbiamo sfruttare anche al limite e invertire così
positivamente la tendenza alla vittoria a nostro favore. Mi dice che il mondo
intero ha paura della scienza e della tecnologia tedesche, e mi mostra alcuni
rapporti d’intelligence che indicano i passi che gli alleati stanno già facendo,
per derubarci dei nostri successi tecnici e dei nostri scienziati. Ogni volta che
lo ascolto sono stupito dalla sua memoria per i numeri e per la sua
conoscenza specialistica di tutte le cose tecniche. In questo momento ho circa
seimila ore di volo alle spalle e con la mia vasta esperienza è difficile che non
conosca certi tipi di aerei a cui fa riferimento, ma non c’è nulla su cui egli
non possa parlare con facilità e su cui non formuli delle adeguate proposte di
modifica. La sua condizione fisica non è così buona come lo era forse tre o
quattro mesi fa. C’è un luccichio percepibile nei suoi occhi. Von Bulow mi
dice che nelle ultime otto settimane Hitler non ha praticamente dormito,
conducendo una conferenza dopo l’altra. La sua mano trema, un tremore che
risale all’attentato del 20 luglio. Nel corso della lunga discussione di quella
sera ho notato inoltre che egli è disposto a ripetere alcuni pensieri, ai quali
non era mai abituato, sebbene le sue parole siano chiaramente pensate e piene
di determinazione.
Quando il lungo preambolo è finito, il Führer viene al tema principale che
ho ascoltato così spesso. Ricapitolando i motivi che mi sono stati comunicati
qualche giorno fa, conclude dicendo: “È mio desiderio che questo duro
compito sia intrapreso da voi, l’unico uomo che indossa la più alta
decorazione tedesca per il coraggio.”
Con le stesse argomentazioni e argomentazioni dell’ultima volta mi rifiuto
ancora una volta, soprattutto perché la situazione al fronte si è ulteriormente
deteriorata, e sottolineo che si tratta solo di una questione di tempo prima che
i fronti est e ovest si saldno al centro del Reich e quando ciò accadrà le due
sacche dovranno operare separatamente. Solo la tasca settentrionale sarebbe
stata presa in considerazione per l’esecuzione del suo piano, e sarebbe stato
necessario concentrare tutti i nostri aerei a reazione al suo interno. Mi dice
che il numero di aerei a reazione utilizzabili, compresi i bombardieri e i
caccia, al ritorno della giornata è di 180. Al fronte abbiamo sentito a lungo
che il nemico ha una superiorità numerica di quasi venti a uno. Dato che gli
aerei a reazione richiedono aerodromi particolarmente grandi, è ovvio
cominciare dal fatto che solo un numero limitato di aerodromi all’interno
della tasca settentrionale potranno essere utilizzati. Sottolineo che, non
appena avremo assemblato i nostri aerei su queste basi, essi saranno
bombardate giorno e notte dagli incursori nemici e da un punto di vista
puramente tecnico la loro efficacia operativa sarà nulla in un paio di giorni,
nel qual caso non sarà più possibile mantenere lo spazio aereo al di sopra
dell’esercito del generale Wenk libero dal nemico e la catastrofe sarà
inevitabile, perché l’esercito sarà strategicamente immobilizzato. So bene dal
mio contatto personale con il generale Wenk che l’esercito include la mia
garanzia di uno spazio aereo liberato come fattore per tutti i suoi calcoli,
come abbiamo spesso fatto insieme con successo in Russia.
Questa volta non posso assumermi la responsabilità, e rimango fedele al
mio rifiuto. E ancora una volta scopro che chiunque di loro abbia motivo di
credere di voler servire solo gli interessi dell’intero è libero di esprimere la
propria opinione, e che è disposto a rivedere i propri piani, mentre
comprensibilmente ha cessato di avere fiducia in persone che lo hanno
ripetutamente ingannato e deluso.
Egli rifiuta di accettare la mia “teoria delle due tasche” come una previsione
accurata. Egli basa la propria opinione su una promessa ferma e senza riserve
fattagli dai rispettivi comandanti militari d’ogni settore di non ritirarsi dai
fronti attuali che sono, in generale, la linea dell’Elba a occidente e a oriente la
linea dell’Oder, il Neisse e i Sudeti.
Confido che il soldato tedesco si batterà con particolare vigore ora che sta
combattendo sul suolo tedesco, ma se i russi raggruppano le proprie forze per
un colpo concentrato in un punto chiave, sono destinati a trovare un varco
nelle nostre difese e allora i due fronti si collegheranno. Cito esempi dal
fronte orientale negli ultimi anni, quando i russi lanciarono carri armati nella
battaglia e, se tre divisioni corazzate non riuscirono a raggiungere il loro
obiettivo, ne lanciarono dieci, guadagnando terreno sul nostro impoverito
fronte a costo di enormi perdite di uomini e di materiale. Nulla avrebbe
potuto fermarli. La questione allora era se avrebbero esaurito o meno questa
immensa riserva di potere umano prima che la Germania fosse stata messa in
ginocchio. Non l’hanno fatto, perché l’aiuto che hanno ricevuto da Occidente
è stato troppo grande. Da un punto di vista puramente militare ogni volta che
in quel momento abbiamo ceduto terreno in Russia e i sovietici hanno subito
perdite più pesanti in uomini e materiali è stata una vittoria per la difesa.
Anche se il nemico ha ridicolizzato queste vittorie sappiamo che era così. Ma
questa volta una ritirata vittoriosa è inutile, dato che i russi sarebbero solo
pochi chilometri dietro al fronte occidentale. Le potenze occidentali si sono
assunte una grave responsabilità - forse per i secoli a venire - indebolendo la
Germania solo per dare ulteriore forza alla Russia. Al termine del nostro
intervento dico al Führer: “A mio avviso in questo momento la guerra non
può più finire vittoriosamente su entrambi i fronti, ma è possibile su un fronte
se riusciamo a ottenere un armistizio con l’altro fronte.”
Uno stanco sorriso appare sul suo volto mentre risponde: “E’ facile per voi
parlare. Fin dal 1943 ho cercato incessantemente di concludere una pace, ma
gli Alleati non hanno accettato; fin dall’inizio hanno chiesto la resa
incondizionata. Il mio destino personale non ha naturalmente alcuna
conseguenza, ma ogni uomo nella sua mente deve vedere che non potevo
accettare la resa incondizionata per il popolo tedesco. Anche ora i negoziati
sono in corso, ma ho rinunciato a ogni speranza di successo. Dobbiamo
quindi fare di tutto per superare questa crisi, affinché le armi decisive ci
portino ancora alla vittoria.”
Dopo qualche ulteriore discorso sulla posizione dell’esercito di Schoerner
mi dice che intende aspettare qualche giorno per vedere se la situazione
generale si evolve come lui anticipa o se le mie paure sono giustificate. Nel
primo caso mi attenderà a Berlino per l’accettazione definitiva dell’incarico.
Esco dal bunker del Führer verso l’una di mattina. I primi visitatori sono in
attesa in camera, per offrire le loro congratulazioni per il suo compleanno.
Ritorno a Kummer presto, volando basso per evitare gli americani:
Mustang, bombardieri quadrimotore e i Lightning, che presto infestano l’aria
in quota e sono sopra di me per quasi tutta la via del ritorno. Dover volare
così solo sotto questi nemici e costantemente sul chi vive - “ti hanno notato o
no” - è una fatica maggiore di molti voli operativi. Se Niermann ed io di tanto
in tanto ci surriscaldiamo sotto il collo con la suspense non c’è da
meravigliarsi. Siamo lieti di mettere piede di nuovo nella nostra base.
Il leggero allentamento della pressione esercitata dai russi ad ovest di
Görlitz è in parte dovuto alle nostre attività quotidiane che gli hanno causato
gravi perdite. Una sera, dopo l’ultima incursione della giornata, mi dirigo
verso Görlitz, la mia città natale, ora nella zona di battaglia. Qui incontro
molti conoscenti della mia giovinezza. Tutti hanno un lavoro, non ultimo
quello di difendersi a casa con il Volkssturm. È una strana riunione; siamo
timorosi di dire i pensieri che riempiono la nostra mente. Ognuno ha il suo
carico di guai, dolore e lutti, ma in questo momento i nostri occhi sono
focalizzati solo sul pericolo proveniente dall’est. Le donne stanno facendo il
lavoro degli uomini, scavando trappole per carri armati, e depongono le
vanghe solo per una breve pausa per allattare i loro bambini affamati; le
barbe grigie, dimenticate le infermità dell’età, lavorano fin quando le loro
sopracciglia sono umide dl sudore. Una ferma risoluzione è scritta sul volto
delle ragazze, sanno cosa c’è in serbo per loro se le orde rosse sfondano.
Ecco un popolo in lotta per la sopravvivenza! Se le nazioni d’Occidente
potessero vedere con i propri occhi gli avvenimenti di questi giorni fatidici e
rendersi conto del loro significato, molto presto abbandonerebbero il loro
atteggiamento frivolo nei confronti del bolscevismo.
Solo la 2a squadriglia è acquartierata a Kummer; il personale del corpo ha
sede nella scuola di Niemes, alcuni di noi vivono nelle case degli abitanti
locali che sono tedeschi al 95%, e fanno tutto il possibile per soddisfare ogni
nostro desiderio. Il business di arrivare da e per l’aeroporto non è del tutto
semplice, un uomo sta sempre abbassato dietro al parafango di ogni auto,
come alla ricerca di aerei nemici.
Aerei americani e russi a bassa quota percorrono il paese in ogni momento
della giornata, in realtà si incrociano in questa regione. I visitatori più
sgradevoli provengono dall’Occidente, gli altri da Oriente.
Quando decolliamo per un’incursione spesso troviamo “l’Amis” che ci
aspetta in una direzione e il “Ruskis” in un’altra. Il nostro vecchio Ju 87
striscia come una lumaca rispetto all’aereo nemico, e quando ci avviciniamo
all’obiettivo della nostra missione, il continuo combattimento aereo affatica i
nostri nervi fino al punto di rottura. Se si attacca, l’aria si fa immediatamente
viva con nemici brulicanti, se siamo sulla nostra rotta di ritorno dobbiamo di
nuovo forzare un passaggio attraverso un cerchio di aerei ostili, prima di
poter atterrare. La nostra contraerea sul campo di aviazione di solito deve
“spararci un percorso libero” nel quale ci infiliamo.
I combattenti americani non ci attaccano se vedono che siamo diretti al
fronte e già impegnati in un combattimento aereo con gli Ivan. Generalmente
decolliamo dall’aeroporto Kummer di mattina, con quattro o cinque aerei
anticarro, accompagnati da dodici a quattordici FW 190 con bombe e allo
stesso tempo come scorta. Il nemico poi aspetta la nostra apparizione in
superiorità schiacciante. Raramente, se abbiamo benzina a sufficienza, siamo
in grado di compiere un’operazione combinata con tutte le formazioni al mio
comando, e poi il nemico nell’aria ci supera di cinque a uno! Sì, il nostro
pane quotidiano si guadagna con sudore e lacrime.
Il 25 aprile mi arriva un altro segnale radio dal bunker del Führer,
completamente illeggibile. Praticamente nulla è comprensibile, ma suppongo
di essere di nuovo convocato a Berlino. Chiamo il comando aereo e riferisco
che presumibilmente mi è stato ordinato di volare a Berlino e chiedo il
permesso di volarvi. Il commodoro rifiuta, secondo il bollettino dell’esercito,
dei combattimenti stanno procedendo intorno all’aeroporto di Tempelhof e
non sa se c’è qualche aeroporto libero dal nemico. Dice: “Se scende nelle
linee russe, mi taglieranno la testa per averle permesso di partire.”
Dice che cercherà di contattare von Below immediatamente via radio per
chiedere il testo corretto del messaggio e dove posso atterrare, ammesso che
sia possibile farlo. Per qualche giorno non sento nulla, poi alle 23 del 27
aprile mi fa chiamare per informarmi che finalmente è entrato in contatto con
Berlino e che stasera stazionerò in un Heinkel III e atterrerò sulla grande
arteria di Berlino da est a ovest, nel punto in cui sorgono la Porta di
Brandeburgo e i monumenti della Vittoria. Niermann mi accompagnerà.
Il decollo con un Heinkel III di notte non è del tutto facile in quanto il
nostro aeroporto non ha né razzi perimetrali né altre luci; è, inoltre, piccolo e
ha colline di discrete dimensioni su un lato. Per poter decollare dobbiamo
svuotare parzialmente il serbatoio della benzina in modo da ridurre il peso
dell’aereo. Naturalmente questo riduce il tempo in cui possiamo stare in aria,
un grave handicap.
Decolliamo all’una del mattino, in una notte buia. Sorvoliamo i Sudeti nella
zona della battaglia su un percorso nord-nord ovest. Il paese sotto di noi è
illuminato dagli incendi, molti villaggi e città stanno bruciando, la Germania
è in fiamme. Ci rendiamo conto della nostra incapacità di prevenirlo, ma non
dobbiamo pensarci. Alla periferia di Berlino i riflettori sovietici e la
contraerea ci raggiungono; è quasi impossibile scorgere la pianta della città,
avvolta da un fitto fumo e sopra di essa pende una densa cappa di vapore. In
alcuni luoghi l’incandescenza dei fuochi è così accecante che non si possono
individuare i punti di riferimento sul terreno, e devo solo guardare nelle
tenebre per un po’ prima di poter vedere di nuovo, ma anche così non riesco a
distinguere l’est dall’ovest in strada. Una conflagrazione accanto all’altra, il
lampo delle armi, uno spettacolo da incubo. Il mio radiocomando è entrato in
contatto con il suolo; le nostre prime istruzioni sono di aspettare. Questo
chiude la storia, soprattutto perché abbiamo poca benzina. Dopo una
quindicina di minuti, von Below comunica che un atterraggio è impossibile,
perché la strada è sotto un pesante fuoco di granate e i sovietici hanno già
catturato la Potsdamer Platz. Le mie istruzioni sono di volare su Rechlin e di
telefonare a Berlino da lì verranno emessi ulteriori ordini.
Il mio radiocomando ha la lunghezza d’onda di questa stazione;
continuiamo a volare e chiamiamo Rechlin, non un minuto troppo presto,
perché il nostro serbatoio di benzina è quasi vuoto. Sotto di noi un mare di
fiamme, che può solo significare che anche dall’altra parte di Berlino i rossi
hanno sfondato nella zona di Neuruppin e, nella migliore delle ipotesi, solo
uno stretto corridoio di fuga a ovest può ancora essere libero. La mia richiesta
di luci per atterraggio l’aeroporto di Rechlin viene negata, hanno paura
d’attrarre immediatamente un attacco notturno da parte di aerei nemici.
Leggo in chiaro il testo delle mie istruzioni per atterrare, aggiungendo alcune
osservazioni non esattamente cortesi. Sta diventando sempre più scomodo
perché la nostra benzina può finire in qualsiasi momento. Improvvisamente
sotto di noi uno spettacolo di luci delinea malamente un aeroporto.
Atterriamo. Dove siamo? A Wittstock, ventotto chilometri da Rechlin.
Wittstock ha ascoltato la nostra conversazione con Rechlin e ha deciso di
mostrare il proprio aeroporto. Un’ora dopo, decollando verso le 3 del
mattino, arrivo a Rechlin dove il trasmettitore è nella stanza del commodoro.
Con esso sono in grado di entrare in contatto con Berlino per telefono. Il
Comandante von Below mi dice che non arriverò a Berlino perché, a
differenza di me, il Maresciallo Greim è stato raggiunto in tempo via radio e
ha assunto il mio incarico; inoltre, dice, è momentaneamente impossibile fare
un atterraggio a Berlino. Rispondo: “Suggerisco di atterrare stamattina alla
luce del giorno sulla arteria est-ovest con uno Stuka. Penso che si possa
ancora farlo se uso uno Stuka. Inoltre, è essenziale mettere al sicuro il
governo da questo punto di pericolo per non perdere il contatto con la
situazione nel suo insieme.”
Von Below mi chiede di tenere la linea mentre va a porre la domanda.
Ritorna al telefono e dice: “Il Führer si è fatto un’idea. Egli è assolutamente
deciso a restare a Berlino, e non può quindi lasciare la capitale dove la
situazione sembra critica. Egli sostiene che se lasciasse, le truppe che stanno
lottando per tenere a bada il nemico, direbbero che sta abbandonando Berlino
e trarrebbero la conclusione che ogni resistenza sia inutile. Pertanto, il Führer
intende rimanere in città. Non si entra più, ma si torna subito nei Sudeti per
dare il sostegno delle proprie formazioni all’esercito del maresciallo di campo
Schoerner, che lancerà anche una spinta verso Berlino.”
Chiedo a von Below qual è la situazione generale, dato che mi racconta
tutto questo con tanta calma e concretezza. “La nostra posizione non è buona,
ma deve essere possibile che una spinta del generale Wenk o di Schoerner
liberi Berlino.”
Ammiro la sua calma. Per me è tutto chiaro, e volo immediatamente alla
mia unità per effettuare le operazioni.
Lo shock della notizia della morte del Capo di Stato e comandante supremo
delle forze armate del Reich ha un effetto stupefacente sulle truppe. Ma le
orde rosse stanno devastando il nostro paese e quindi dobbiamo lottare.
Getteremo le armi solo quando i nostri leader daranno l’ordine. Questo è il
nostro dovere, secondo il nostro giuramento militare, è il nostro dovere
secondo il terribile destino che ci minaccia se ci arrendessimo
incondizionatamente, come insiste il nemico. È nostro dovere perché è il
destino che ci ha posto geograficamente nel cuore dell’Europa e che abbiamo
combattuto per secoli: essere il baluardo dell’Europa contro l’Oriente. Che
l’Europa comprenda o apprezzi il ruolo che il destino ci ha affidato, o che il
suo atteggiamento sia di fatale indifferenza o addirittura di ostilità, non
cambia di un millimetro il nostro dovere di europei. Siamo determinati a
tenere alta la testa quando si scriverà la storia del nostro continente, e in
particolare dei tempi pericolosi che ci attendono.
I fronti est e ovest si avvicinano sempre di più e le nostre operazioni sono
sempre più difficili. La disciplina dei miei uomini è ammirevole, non diversa
da quella del primo giorno di guerra. Ne sono orgoglioso. La punizione più
severa per i miei ufficiali è, come è sempre stato, di non poter volare con il
resto sulle operazioni. Io stesso ho qualche problema con il mio moncherino.
I miei meccanici hanno costruito per me un ingegnoso artificio come uno
zoccolo da diavolo e con esso volo. Si fissa sotto la giunzione del ginocchio e
con ogni pressione su di essa, cioè quando devo calciare il timone destro, la
pelle sul fondo del moncone che stava facendo del suo meglio per guarire è
strofinata dolorosamente. La ferita viene riaperta con sanguinamento
violento. Specialmente nei combattimenti aerei, quando mi devo riporre
estremamente a destra, sono ostacolato dalla ferita e a volte il mio meccanico
deve pulire le parti del motore che si sono sporcate di sangue.
Sono di nuovo molto fortunato nei primi giorni di maggio. Ho un
appuntamento con il Maresciallo Schoerner, e prima di incontrarlo voglio
vederlo a mio modo, sta in un castello a Hermannstädtel, a circa settanta
chilometri a est di noi. Ci volo in un Fieseler Storch e osservo che il castello è
circondato da alberi ad alto fusto. C’è un parco nel mezzo sul quale penso di
poter atterrare. Il mio fedele Fridolin è dietro di me in aereo. L’atterraggio
parte bene; dopo un breve soggiorno per prendere alcune mappe si riparte
verso gli alberi ad alto fusto su un lieve dislivello. Lo Storch è lento nel
prendere velocità, per aiutarlo ho abbassare i flap poco prima del bordo della
foresta. Ma questo mi porta solo appena sotto le cime degli alberi. Darei una
spinta al bastone, ma non abbiamo sufficiente slancio. Tirare di più è inutile,
il velivolo diventa pesante. Ho già sentito un forte rumore. Ora ho finalmente
distrutto il mio moncherino, se non peggio. Poi tutto è tranquillo. Sono giù
per terra? No, sono seduto nel mio pozzetto, e anche lì c’è il Fridolin. Siamo
inceppati alla biforcazione di un ramo in cima a un alto albero e allegramente
dondolo avanti e indietro. L’intero albero oscilla avanti e indietro con noi più
volte, il nostro impatto è stato evidentemente un po’ troppo violento. Temo
che la Storch ora ci giocherà un altro scherzo e finirà per ribaltare l’abitacolo
all’indietro. Fridolin si è fatto avanti e chiede allarmato: “Cosa sta
succedendo?” Gli dico: “Non si muova, altrimenti si rovescerà ciò che rimane
dello Storch e cadremo giù da dieci metri.”
La coda è spezzata, così come grandi pezzi delle ali, stanno tutti sparsi a
terra. Ho ancora la cloche in mano, il mio moncherino non è ferito, non l’ho
sbattuto contro a nulla. Bisogna avere la fortuna dalla propria parte! Non
possiamo scendere dall’albero, perché è molto alto e ha un tronco spesso e
liscio. Aspettiamo, e dopo un po’ il Generale arriva sulla scena; ha sentito
l’incidente e ora ci vede appollaiati in alto sull’albero. È molto contento che
siamo scesi con tanta leggerezza. Poiché non c’è altro modo possibile per
farci scendere, egli invia i vigili del fuoco locali. Ci aiutano a scendere con
una lunga scala retrattile.
I russi hanno superato Dresda e stanno cercando di attraversare l’Erzgebirge
da nord per raggiungere il protettorato e superare così l’esercito del
Maresciallo Schoerner. Le principali forze sovietiche si trovano nella zona di
Freiberg-Ost. In una delle nostre ultime sortite vediamo a sud di
Diepoldiswalde una lunga colonna di rifugiati con i carri armati sovietici che
la attraversano come rulli compressori, schiacciando tutto sotto di loro.
Attacchiamo immediatamente i carri armati e li distruggiamo; la colonna
continua il suo viaggio verso sud. Apparentemente i rifugiati sperano di
passare dietro lo schermo protettivo delle montagne dei Sudeti dove pensano
di essere al sicuro. Nella stessa zona ci attaccano alcuni carri armati nemici in
un vero e proprio tornado di contraerea. Ho appena sparato su un carro Stalin
e sto salendo a 600 metri quando, guardandomi intorno, noto una pioggia di
pezzettini e pezzi dietro di me. Stanno cadendo dall’alto, mi chiedo:
“Niermann, chi di noi è appena stato abbattuto”? Questa mi sembra l’unica
spiegazione e Niermann la pensa allo stesso modo. Egli conta frettolosamente
i nostri aerei, tutti sono lì. Nessuno di loro è stato abbattuto. Guardo verso il
basso il mio Stalin e vedo solo un punto nero. La spiegazione potrebbe essere
che il carro è esploso e l’esplosione ha fatto salire il relitto a questa altezza?
A operazione conclusa gli equipaggi che volavano dietro di me confermano
che questo carro armato è saltato in aria con una terribile esplosione; i pezzi
che ho visto piovere dall’alto provenivano dallo Stalin. Probabilmente era
pieno di esplosivi, e la sua missione era di eliminare le barriere dei carri
armati e altri ostacoli che si frapponevano agli altri carri armati. Non invidio
Niermann per queste operazioni, per ora volare non è certo un’assicurazione
sulla vita. Se fossi costretto ad atterrare, non c’è più alcuna possibilità di
fuga. Eppure, vola con una serenità incomparabile; il suo controllo dei nervi
mi stupisce.
18
La fine
Il 7 maggio si tiene una conferenza di tutti i comandanti della Luftwaffe
nella zona dell’esercito di Schoerner, presso il Quartier Generale del Gruppo,
per discutere il piano che è stato appena diffuso dal Comando Supremo. Si
propone di ritirare gradualmente l’intero fronte orientale, settore per settore,
fino a farlo coincidere con il fronte occidentale. Ci rendiamo conto che
stanno per essere prese decisioni molto gravi. L’Occidente noterà
l’opportunità di schierarsi contro l’Oriente o non comprenderà la situazione?
I pareri tra di noi sono discordi.
L’8 maggio cerchiamo carri a nord di Bruex e vicino a Oberleutensdorf. Per
la prima volta in guerra non riesco a concentrare la mia mente sulla mia
missione; un’indefinibile sensazione di frustrazione mi soffoca. Non
distruggo un solo carro armato, sono ancora in montagna e inattaccabili.
Avvolto nei miei pensieri mi dirigo verso casa. Atterriamo e andiamo
nell’edificio del controllo di volo. Fridolin non c’è; mi dicono che è stato
convocato a Quartier Generale. Che significa ...? Mi scuoto bruscamente
dalla mia depressione. “Niermann, chiama la squadriglia a Reichenberg e
istruiscili per un nuovo attacco e fissa il prossimo appuntamento con la nostra
scorta di caccia.”
Studio sulla mappa la nostra situazione ... qual è l’utilità? Dov’è Fridolin
tutto questo tempo? Vedo atterrare uno Storch fuori, sarà lui. Devo correre
fuori? No, meglio aspettare qui ... sembra essere molto caldo per questo
periodo dell’anno ... e l’altro ieri due dei miei uomini sono stati aggrediti e
uccisi da dei cechi in abiti civili. Perché Fridolin è così lento? Sento la porta
aprirsi e qualcuno entra; mi costringo a non voltarmi. Qualcuno tossisce
dolcemente. Niermann parla ancora al telefono .... non era Fridolin. Niermann
ha difficoltà con la linea. Noto che oggi il mio cervello sta registrando ogni
dettaglio con estrema nitidezza, cose stupide e insignificanti senza il minimo
significato.
Mi giro, la porta si apre. Fridolin. Il suo volto è strano, ci scambiamo gli
sguardi e improvvisamente la gola è spezzata. Tutto ciò che posso dire è:
“Bene? “È tutto finito ... resa incondizionata!”
La voce del Fridolin è appena più d’un sussurro.
Ecco la fine ... Ho l’impressione di cadere in un abisso senza fondo, e poi
nella confusione sfuocata sfilano tutti sotto i miei occhi: i tanti camerati che
ho perso, i milioni di soldati che sono morti sul mare, nell’aria e sul campo di
battaglia... i milioni di vittime massacrate nelle loro case in Germania... le
orde orientali che ora inonderanno il nostro paese. . . Fridolin si scatena
improvvisamente: “Riaggancia quel maledetto telefono, Niermann. La guerra
è finita!”
“Decideremo quando smettere di combattere”, dice Niermann.
Qualcuno tossisce. La sua risata è troppo forte, non è genuina.
Devo fare qualcosa ... dire qualcosa ... fare una domanda. “Niermann,
racconta alla squadriglia di Reichenberg che tra un’ora atterra uno Storch con
ordini importanti”. Fridolin nota il mio imbarazzo impotente e entra nei
dettagli con una voce agitata.
“Una ritirata a ovest è definitivamente fuori discussione ... gli inglesi e gli
americani hanno insistito su una resa incondizionata entro l’8 maggio ... cioè
oggi. Ci viene ordinato di consegnare tutto ai russi, incondizionatamente,
dalle 23 di questa notte. Ma poiché la Cecoslovacchia deve essere occupata
dai sovietici, si è deciso che tutte le formazioni tedesche si ritirino il più
presto possibile verso Occidente per non cadere nelle mani dei russi. Il
personale di volo deve volare a casa o ovunque ...”.
“Fridolin”, lo interrompo, “prepara tutto il gruppo per avere mie
comunicazioni”. Non posso più stare fermo ad ascoltare. Ma quello che
dovete fare ora non sarà un calvario ancora più grande? Cosa posso
raccontare ai miei uomini?
Non ti hanno mai visto sconfitto, ma ora sei in piena confusione - Fridolin
irrompe nei miei pensieri: “Tutti presenti e pronti.”
Esco fuori. Il mio arto artificiale mi rende impossibile camminare
correttamente. Il sole splende in tutta la sua gloria primaverile ... qua e là una
leggera foschia brilla argentea in lontananza ... Mi fermo davanti ai miei
uomini.
“Camerati!” Non riesco a continuare a parlare. Qui si trova la mia 2 °
squadriglia, la 1 ° è stazionata giù in Austria. ... potrò mai rivederla? E la 3° è
a Praga. . . Dove sono ora, ora quando voglio tanto vederli intorno a me, tutti
... i nostri camerati morti così come i sopravvissuti della nostra squadra.
C’è un misterioso silenzio, gli occhi di tutti i miei uomini sono inchiodati su
di me. Devo dire…qualcosa: “Dopo aver perso tante persone, camerati, dopo
tanto sangue versato, un destino incomprensibile ci ha negato la vittoria, il
coraggio dei nostri soldati, di tutto un popolo, impareggiabile…la guerra è
persa ... Vi ringrazio per la fedeltà con cui in questa unità essi hanno servito il
nostro paese.”
A turno stringo la mano a ogni uomo. Nessuno di loro pronuncia una
parola. La silenziosa stretta di mano mi dice che mi capiscono. Mentre vado
via per l’ultima volta, sento Fridolin far scattare l’ordine: “Presentatarm!”
“Presentatarm!” per i tanti, tanti camerati che hanno sacrificato la loro
giovane vita. “Presentatarm!” per la condotta del nostro popolo, per il suo
eroismo, il più splendido mai mostrato da una popolazione civile.
“Presentatarm!” per la migliore eredità che i morti della Germania abbiano
mai lasciato ai posteri. . . “Presentatarm!” per i paesi dell’Occidente che si
sono sforzati di difendere e che ora sono presi nel fatale abbraccio del
bolscevismo. . .
Che cosa dobbiamo fare ora? È finita la guerra per la squadriglia
“Immelmann”? Non potremmo dare ai giovani della Germania un motivo per
tenere un giorno di nuovo la testa alta con un gesto conclusivo, come ad
esempio lo schianto dell’intera squadriglia contro qualche Quartier Generale
o un altro importante bersaglio nemico e da una tale morte portando il nostro
esempio in un momento culminante significativo? La squadriglia sarebbe con
me, ne sono sicuro. Pongo la domanda. La risposta è no ... forse è quella
giusta ... ci sono stati abbastanza morti ... e forse abbiamo ancora un’altra
missione da compiere.
Ho deciso di guidare la colonna che sta tornando indietro sulla strada. Sarà
una colonna molto lunga perché tutte le formazioni sotto il mio comando,
compresa la contraerea, marceranno con il personale di terra. Tutto sarà
pronto entro le 18 e poi partiremo. Il leader della 2a squadriglia ha le
istruzioni per far volare tutti i propri aerei verso ovest. Quando il commodoro
sente la mia intenzione di guidare la colonna di terra mi ordina, a causa della
mia ferita, di volare, mentre Fridolin sarà colui che guiderà la marcia. C’è una
formazione sotto al mio comando sull’aeroporto di Reichenberg. Non posso
più raggiungerla telefonicamente, quindi volo lì con Niermann per informarla
della nuova situazione. Durante il decollo il tettuccio dell’abitacolo del mio
Storch vola via e la sua capacità di arrampicata è pessima, ma ne ho bisogno
perché il Reichenberg si trova dall’altra parte della montagna.
M’avvicino con cautela all’aeroporto attraverso una valle e già presenta
un’apparenza di desolazione. All’inizio non vedo nessuno e rullo con l’aereo
in un hangar con l’intenzione di utilizzare il telefono nella sala di controllo di
volo. Sono solo nell’atto di uscire dallo Storch quando c’è una terribile
esplosione e un hangar salta in aria sotto i miei occhi. Istintivamente cadiamo
piatti sullo stomaco e aspettiamo la grandine di pietre che strappano alcuni
buchi nel nostro velivolo, ma ne siamo indenni. Accanto alla capanna di
controllo del volo un camion carico di razzi ha preso fuoco e i razzi
esplodono tutt’intorno in una frenesia di colori. Un simbolo della nostra
debacle. Il mio cuore sanguina solo a pensarci. Qui, in ogni caso, nessuno ha
aspettato la mia notizia che la fine è arrivata; sembra che gli sia arrivata
molto prima da qualche altro quartiere.
Risaliamo nello Storch rovinato e con un decollo interminabilmente lungo
si solleva faticosamente sull’aeroporto. Seguendo la stessa strada della valle
da cui siamo arrivati torniamo a Kummer. Ognuno sta facendo le valigie,
l’ordine di marcia è organizzato in modo che sembra tatticamente più
conveniente. La contraerea vien disposta per tutta la lunghezza della colonna
in modo che possa essere in grado di resistere agli attacchi, se necessario, se
qualcuno volesse ostacolare la nostra marcia verso ovest. La nostra
destinazione è la parte meridionale della Germania occupata dagli americani.
Dopo che la colonna ha iniziato a muoversi, tranne coloro che vogliono
attendere fino a quando non decollerò; molti di loro avranno la possibilità di
sfuggire alla cattura se potranno atterrare da qualche parte vicino alle loro
case. Poiché per me questo è fuori discussione, ho intenzione di atterrare su
un aeroporto occupato dagli americani poiché ho bisogno di cure mediche
immediate per la mia gamba; pertanto, non è da considerare l’idea di entrare
in clandestinità. Inoltre, troppe persone mi riconoscerebbero. Non vedo alcun
motivo né perché non dovrei atterrare su un aeroporto normale, credendo che
i soldati alleati mi tratteranno con cavalleria dovuta anche a un nemico
sconfitto. La guerra è finita, e quindi non mi aspetto di essere detenuto o
tenuto prigioniero a lungo; penso che tra pochissimo tempo a tutti sarà
permesso di tornare a casa.
Sono in piedi, a guardare la colonna che si carica quando sento un rombo
sopra; ci sono cinquanta o sessanta bombardieri russi, Boston. Ho appena il
tempo di lanciare un monito, prima che le bombe sibilino sulla pista. Sono in
bilico sulla strada con le stampelle e penso che, se l’obiettivo di quei
mendicanti è buono, ci saranno terribili vittime tra di noi, così vicini. Già
arriva lo schianto delle bombe che toccano terra, un tappeto di bombe nel
centro della città, a mille metri dalla strada dove ci stiamo raccogliendo.
Poveri cittadini di Niemes!
I russi scendono due volte per sganciare le loro bombe. Ma anche al loro
secondo tentativo non danneggiano la nostra colonna. Ora siamo incolonnati
e pronti a partire. Do un ultimo sguardo alla mia unità che è stata per sette
anni tutto il mio mondo e tutto ciò che aveva un qualche significato. Tutto il
sangue sparso per una causa comune cementa la nostra amicizia! Per l’ultima
volta li saluto.
A nord-ovest di Praga, vicino a Kladno, la colonna s’imbatte in carri armati
russi, una forza nemica molto forte. Secondo i termini dell’armistizio, le armi
devono essere consegnate e deposte. Ai soldati disarmati è garantito il libero
passaggio. Ma non molto tempo dopo i cechi armati cadono sui nostri uomini
ormai indifesi. Bestialmente, con oltraggiosa brutalità, massacrano i soldati
tedeschi. Solo pochi sono in grado di aprirsi la strada verso Occidente, tra i
quali il mio giovane ufficiale della intelligence, il pilota Haufe. Il resto è nelle
mani dei cechi e dei russi. Uno di coloro che è vittima del terrorismo ceco è il
mio migliore amico, Fridolin. È infinitamente tragico che si trovi a dover
affrontare una simile fine dopo la fine della guerra. Come i loro camerati che
hanno perduto la vita in questa guerra, anche loro sono dei martiri per la
libertà tedesca.
La colonna è partita e ritorno all’aeroporto di Kummer. Katschner e
Fridolin sono ancora al mio fianco, poi si allontanano con la colonna per
andare incontro al proprio destino. Altri sei piloti hanno insistito con me per
volare verso ovest; tre Ju 87 e quattro FW 190. Tra loro ci sono il 2° leader
della squadra, Schwirblatt che, come me, ha perso una gamba e ha comunque
fatto nelle ultime settimane un grande lavoro distruggendo i carri armati
nemici. Dice sempre: “E’ lo stesso per i carri armati se li facciamo saltare con
una o due gambe!”
Dopo aver dato un difficile addio a Fridolin e a Katschner - un’oscura
premonizione mi dice che non ci rivedremo mai più - decolliamo con il
nostro ultimo volo. Una sensazione unica e indescrivibile. Stiamo dicendo
addio al nostro mondo. Decidiamo di volare a Kitzingen perché sappiamo che
vi sorge un grande aeroporto e quindi supponiamo che ora sarà occupato
dall’aviazione americana. Nella zona di Saaz abbiamo una scaramuccia con i
russi che appaiono improvvisamente fuori dalla foschia e sperano,
nell’ebbrezza della vittoria, di fare carne tritata di noi. Che cosa non sono
riusciti a fare in cinque anni non riescono a fare oggi, durante il nostro ultimo
scontro.
Dopo due ore, ci avviciniamo all’aeroporto, domandandoci se, anche ora, le
armi americane spareranno contro di noi. Il grande aeroporto si trova già di
fronte a noi. Istruisco i miei piloti sulla radio che possono schiantarsi a terra
con i loro aerei, non intendiamo consegnare gli aerei riutilizzabili. I miei
ordini sono di fracassare il carrello, strappandolo dopo essere scesi sulla pista
ad alta velocità. Il modo migliore per raggiungere il nostro obiettivo sarà
quello di frenare violentemente da un lato e di calciare la barra del timone
sullo stesso lato.
Vedo una folla di soldati sull’aeroporto; una sfilata o una sorta di festa con
la bandiera americana. In un primo momento voliamo basso sopra l’aeroporto
al fine di assicurarsi che la contraerea non ci attaccherà mentre atterriamo.
Alcuni di coloro che sfilano ora ci riconoscono e improvvisamente
percepiscono la svastica tedesca sulle ali, sopra alle loro teste. Parte dei
partecipanti al raduno cadono piatti sulla pancia. Atterriamo come ordinato,
solo uno dei nostri aerei fa un atterraggio regolare e s’arresta. Un sergente di
volo del 2° squadriglia porta a bordo una ragazza sdraiata nella coda del suo
aereo e teme che se fa un atterraggio sul ventre il danno si estenda al suo
prezioso clandestino femminile. “Naturalmente” non la conosce; gli era
capitato di averla trovata sul perimetro dell’aeroporto e che non voleva essere
lasciata indietro con i russi. Ma i suoi colleghi conoscono meglio di me
questa storia.
Essendo stato il primo a scendere, ora giaccio in fondo alla pista; un soldato
americano è in piedi accanto alla mia cabina di pilotaggio puntando un
revolver contro di me. Apro il baldacchino e istantaneamente la sua mano si
tende per afferrare la mia Croce d’oro con fronde di Quercia. Lo spingo via e
chiudo di nuovo il tettuccio. Probabilmente questo primo incontro si sarebbe
concluso male se non ci fosse stata una jeep con alcuni ufficiali che gli danno
una girata e lo spediscono via. S’avvicinano e vedono che ho una benda
intrisa di sangue: il risultato della schermaglia sopra Saaz. Mi portano prima
alla loro stazione medica dove vengo ribendato.
Niermann non mi permette di uscire dalla sua vista e mi segue come
un’ombra. Poi sono portato in una grande stanza, divisa in una sala al piano
superiore che è stata allestita come una sorta di casino per gli ufficiali.
Qui incontro gli altri colleghi che mi sono stati portati direttamente: mi
vengono in mente e mi salutano con il saluto prescritto dal Führer. Sul lato
opposto della stanza si trova un piccolo gruppo di ufficiali statunitensi,
questo saluto spontaneo gli dispiace e borbottano fra di loro. Appartengono
evidentemente a un corpo da caccia misto che qui è stazionato, con dei
Thunderbolt e Mustang. Un interprete si rivolge a me e mi chiede se parlo
inglese. Mi dice che il loro comandante s’oppone, soprattutto, a questo saluto.
“Anche se posso parlare inglese”, rispondo, “siamo in Germania e parliamo
solo tedesco. Per quanto riguarda il saluto, ci era stato ordinato di salutarci in
questo modo ed essendo soldati eseguiamo i nostri ordini. Inoltre, non ci
interessa se ci si oppone o meno. Dite al vostro comandante che siamo il
gruppo “Immelmann” e siccome la guerra è finita e nessuno ci ha sconfitti
nell’aria non ci consideriamo prigionieri. “Il soldato tedesco”, sottolineo, non
è stato battuto per i suoi meriti, ma è stato semplicemente schiacciato da
masse di materiale. Siamo atterrati qui perché non volevamo rimanere nella
zona sovietica. Preferiremmo anche non discutere più l’argomento, ma farci
una doccia e ripulirci e poi avere qualcosa da mangiare.”
Alcuni degli ufficiali continuano a mugugnare, ma siamo in grado di
eseguire le nostre abluzioni nella sala da pranzo in modo così abbondante che
creiamo una pozzanghera. Ci sentiamo perfettamente a casa, perché non
dovremmo? Dopo tutto siamo in Germania. Noi dialoghiamo senza
imbarazzo. Poi mangiamo, e un interprete viene a chiederci, a nome del suo
comandante se vogliamo avere un colloquio con lui e con i suoi ufficiali
quando avremo finito il nostro pasto. Questo invito ci interessa come aviatori
e ci obbliga, soprattutto perché ogni accenno ai “perché e ai percome” della
vittoria e della sconfitta della guerra è tabù. Dall’esterno arriva il rumore dei
colpi e della follia; i soldati di colore celebrano la vittoria sotto all’influenza
dell’alcool. Non mi importa di scendere nella sala al piano terra; proiettili di
esultanza fischiano nell’aria da ogni lato. È molto tardi per dormire.
Quasi tutto, tranne quello che abbiamo sulle nostre persone, viene rubato
durante la notte. La cosa più preziosa che mi manca è il mio registro di volo,
in cui viene registrato in dettaglio ogni mio volo operativo, dal primo al
duemilacinquecento trenta. Anche una replica dei “diamanti”, la citazione per
la medaglia di pilota con diamanti, l’alta decorazione ungherese e molto altro
sono perduti, per non parlare di orologi e di altre cose. Anche la mia gamba a
pioli su misura è scoperta da Niermann sotto il letto di qualche collega,
presumibilmente aveva intenzione di tagliarsi un souvenir fuori da quella e
venderlo più tardi come “di un alto ufficiale fra i Jerry”.
La mattina presto ricevo il messaggio che devo andare al Quartier Generale
del 9° gruppo americano a Erlangen. Rifiuto fino a quando tutti i miei effetti
personali non mi saranno stati restituiti. Dopo molte sollecitazioni, nelle quali
mi è stato detto che la questione è molto urgente e che posso contare su un
ritorno non appena il ladro sarà stato catturato, sono partito con Niermann.
Presso il quartier generale veniamo interrogati per la prima volta da tre
ufficiali dello Stato Maggiore. Cominciano mostrandoci alcune fotografie che
mostrano atrocità le quali sostengono essere state scattate nei campi di
concentramento. Poiché abbiamo combattuto per tali abominazioni, essi
sostengono, anche noi dovremo condividerne la colpa. Si rifiutano di
credermi quando dico loro che non ho mai visto un campo di
concentramento. Aggiungo che, se sono stati commessi eccessi, sono
deplorevoli e riprovevoli, e i veri colpevoli dovrebbero essere puniti.
Sottolineo che tali crudeltà sono state perpetrate non solo dal nostro popolo,
ma da tutti i popoli di ogni epoca. Ricordo loro la guerra boera. Pertanto,
questi eccessi devono essere valutati in base allo stesso criterio. Non riesco a
immaginare che i cumuli di cadaveri raffigurati nelle fotografie siano stati
scattati nei campi di concentramento. Dico loro che abbiamo visto queste
immagini, non sulla carta, ma in realtà, dopo gli attacchi aerei a Dresda e
Amburgo e in altre città, quando i bombardieri quadrimotori degli alleati li
hanno sommersi indiscriminatamente di fosforo e di bombe ad alto potenziale
esplosivo e dove innumerevoli donne e bambini erano stati massacrati. E
assicuro a questi signori che se sono particolarmente interessati alle atrocità,
troveranno materiale abbondante - e “vivente” - tra i loro alleati orientali.
Non vediamo più queste fotografie. Con uno sguardo velenoso rivolto a noi,
l’ufficiale che ha redatto il suo rapporto sui commenti dell’interrogatorio
quando ho detto la mia: “Tipico ufficiale nazista”. Non mi è del tutto chiaro
perché io sia un tipico ufficiale nazista, poiché dico semplicemente la verità.
Questi signori sanno che non abbiamo mai lottato per un partito politico, ma
solo per la Germania? In questa convinzione sono morti milioni di nostri
camerati. La mia affermazione che un giorno si dispiacerà del fatto che,
distruggendoci, abbiano demolito il bastione contro il bolscevismo, loro lo
interpretano come propaganda e si rifiutino di crederci. Dicono che con noi il
desiderio di dividere i due alleati mettendoli l’uno contro l’altro è motivo di
quel pensiero. Alcune ore dopo siamo portati al generale che comanda questo
esercito dell’aria, Wigand.
Si dice che il generale sia di origine tedesca, di Brema. M’impressiona
molto; nel corso della nostra intervista gli racconto del furto degli oggetti già
citati, per me preziosi, a Kitzingen. Gli chiedo se questo è il loro standard.
S’infuria non per la mia franchezza, ma per questa vergognosa rapina. Ordina
il suo aiutante di contattare l’unità interessata a Kitzingen e dire che se non
restituiscono le nostre proprietà li manda davanti alla corte marziale. Mi
prega di essere suo ospite a Erlangen, finché non mi sarà stato restituito tutto.
Dopo l’intervista, Niermann e io veniamo condotti in jeep in un sobborgo
della città, dove viene messa a nostra disposizione una villa disabitata. Una
sentinella al cancello ci mostra che non siamo completamente liberi. Una
macchina esce per prenderci a casaccio per i pasti. La notizia del nostro
arrivo si è presto fatta strada tra la gente di Erlangen e la sentinella ha
difficoltà a far fronte ai nostri numerosi visitatori. Quando non ha paura di
essere sorpreso da un superiore ci dice: “Ich nix sehen.”
Così trascorriamo cinque giorni a Erlangen. I nostri colleghi che sono
rimasti indietro a Kitzingen non li vediamo più; non ci sono complicazioni
per trattenerli.
Il 14 maggio il Capitano Ross, interprete per l’aviazione appare nella villa.
Parla bene il tedesco e ci porta un messaggio del generale Wyland con il
quale si rammarica che finora non sia stato fatto alcun progresso verso il
recupero dei nostri averi, ma sono appena arrivati ordini di procedere
immediatamente all’interrogatorio in Inghilterra. Con una breve sosta a
Wiesbaden, veniamo consegnati in un luogo d’interrogatorio vicino a Londra.
I quartieri e il cibo sono austeri, il nostro trattamento da parte di ufficiali
inglesi è corretto. Il vecchio capitano alle cui cure veniamo “affidati” è nella
vita civile un avvocato di brevetti a Londra. Ci fa una visita di controllo
quotidiana e un giorno vede le mie fronde di quercia d’oro sul tavolo. Lo
guarda con attenzione, scuote la testa e mormora, quasi con stupore: “Quante
vite possono essere costate!” Quando gli spiego che l’ho guadagnata in
Russia, ci lascia. notevolmente sollevato.
Nel corso della giornata sono spesso visitato da funzionari dell’intelligence
inglese e americana che sono variamente curiosi. Presto mi rendo conto che
abbiamo idee contrarie. Questo non è sorprendente, visto che ho volato la
maggior parte dei miei voli operativi con aerei di velocità molto inferiore e
quindi la mia esperienza è diversa da quella degli alleati che tendono ad
esagerare l’importanza di ogni extra chilometro per ora, anche solo come
garanzia di sicurezza. Con un aereo così lento non riescono a credere al mio
totale di oltre 2.500 sortite, né sono affatto interessati ad apprendere la
lezione della mia esperienza, perché non vi vedono alcuna assicurazione sulla
vita. Vantano razzi che conosco già e che possono essere lanciati dagli aerei
più veloci; non amano sapere che la loro precisione è poca cosa rispetto al
mio cannone. Non m’importa di questi interrogatori; i miei successi non sono
stati ottenuti grazie ad alcun segreto tecnico. Pertanto, i nostri colloqui sono
poco più di una discussione sull’aviazione e sulla guerra appena conclusa.
Questi britannici non nascondono il loro rispetto per il successo del nemico, il
loro atteggiamento è quello di imparzialità sportiva che apprezziamo. Siamo
all’aria aperta per tre quarti d’ora al giorno e camminiamo su e giù dietro il
filo spinato. Per il resto del tempo leggiamo ed elaboriamo piani per il
dopoguerra.
Dopo circa due settimane veniamo inviati a nord e internati in un normale
campo di prigionieri tenuto dagli americani. Ci sono molte migliaia di
prigionieri in questo campo. Il cibo è al minimo indispensabile e alcuni dei
nostri camerati che sono stati qui per qualche tempo sono deboli di diarrea. Il
mio moncone mi dà fastidio e deve essere operato; il medico del campo si
rifiuta di eseguire l’operazione, ho volato con una gamba e lui non è
interessato a quello che succede al mio moncone. È gonfia e infiammata e
soffro di dolori acuti. Le autorità del campo non potevano fare una migliore
propaganda tra le migliaia di soldati tedeschi per i loro ex ufficiali. Molti dei
nostri guardiani conoscono la Germania; sono emigranti che sono partiti dopo
il 1933 e parlano tedesco come noi. I negri sono di buon carattere e gentili
tranne quando bevono.
Tre settimane dopo sono intrappolato a Southampton con Niermann e la
maggior parte dei casi sono di feriti gravi. Siamo sul ponte di un cargo
Kaiser. Quando passano ventiquattro ore senza che ci venga dato alcun cibo e
sospettiamo che questo andrà avanti fino a raggiungere Cherbourg, perché
l’equipaggio americano intende vendere le nostre razioni al mercato nero
francese, un partito di veterani del fronte russo forza un ingresso nel
magazzino e prende la distribuzione nelle proprie mani. L’equipaggio della
nave ha facce molto lunghe, quando scoprono il raid molto più tardi.
Il viaggio attraverso Cherbourg fino al nostro nuovo campo vicino a
Carentan è tutt’altro che piacevole, poiché la popolazione civile francese
saluta anche i soldati gravemente feriti a colpi di pietre. Non possiamo fare a
meno di ricordare la vita davvero confortevole che i civili francesi spesso
conducevano in Germania. Molti di loro erano abbastanza sensibili da
rendersi conto che mentre vivevano in condizioni di comfort noi stavamo
frenando i sovietici in Oriente. Ci sarà anche un risveglio per coloro che oggi
lanciano pietre.
Le condizioni nel nuovo campo sono molto simili a quelle in Inghilterra.
Anche qui un’operazione in un primo momento viene rifiutata. Non vedo
l’ora d’essere rilasciato, anche solo per il mio grado. Un giorno sono
prelevato all’aeroporto di Cherbourg, e in un primo momento credo che mi
consegneranno a Ivan. Sarebbe una cosa per i sovietici, avere me e il
maresciallo Schoerner come premi della guerra, a terra e in aria! La bussola
punta a 300 gradi, così il nostro corso è impostato per l’Inghilterra. Perché?
Atterriamo una trentina di chilometri verso l’interno sull’aeroporto di
Tangmere, la scuola dei leader di formazione R.A.F. Qui vengo a sapere che
il capitano del gruppo Bader ha spinto per la mia rimozione. Bader è il pilota
più popolare della R.A.F. fu abbattuto durante la guerra e volò con due
gambe artificiali. Aveva sentito che ero stato internato nel campo di
Carentan. Egli stesso era stato prigioniero di guerra in Germania e aveva fatto
diversi tentativi di fuga. Può raccontare una storia diversa da quella degli
agitatori incalliti che cercano con ogni mezzo di bollare noi tedeschi come
barbari.
Questa volta in Inghilterra è una cura di riposo per me, dopo i campi di
prigionia. Qui scopro per la prima volta che c’è ancora rispetto per le
conquiste del nemico, una cavalleria che dovrebbe venire naturalmente a ogni
ufficiale al servizio di ogni paese del mondo.
Bader chiede a Londra all’uomo che ha fatto le sue membra artificiali, con
l’ordine di farne una per me. Rifiuto questa offerta generosa perché non
posso pagarla. Ho perso tutto quello che avevo a est e non so ancora cosa mi
accadrà in futuro. In ogni caso non sarà possibile rimborsarlo in sterline. Il
capitano Bader è quasi offeso quando mi rifiuto di accettare la sua gentilezza
e sono preoccupato per il pagamento. Alza di peso l’uomo e fa fare un gesso.
L’uomo ritorna qualche giorno dopo e mi dice che il moncone deve essere
gonfio internamente perché è più spesso in basso che in alto; è quindi
necessaria un’operazione prima di poter completare la gamba artificiale.
Alcuni giorni dopo, un’inchiesta arriva dagli americani, dicono che “ io sono
stato solo prestato” e ora devo essere restituito. La mia cura di riposo è quasi
finita.
In uno dei miei ultimi giorni a Tangmere ho una discussione illuminante
con i ragazzi R.A.F. che frequentano un corso a scuola. Uno di loro - non un
inglese - sperando senza dubbio di farmi arrabbiare o d’intimidirmi, mi
chiede cosa immagino farebbero con me i russi se dovessi tornare a casa mia,
in Slesia, dove appartengo. “Penso che i russi siano abbastanza intelligenti”,
rispondo, “per fare uso della mia esperienza. Solo nel campo della lotta
contro i carri armati, che svolgeranno un grosso ruolo in una qualsiasi guerra
futura, la mia istruzione potrà rivelarsi svantaggiosa per il nemico. Mi
vengono accreditati più di cinquecento carri armati distrutti, e supponendo
che se nei prossimi anni dovessi addestrare cinque-seicento piloti, ognuno dei
quali distruggesse almeno cento carri armati, può calcolare da sé quanti carri
armati l’industria degli armamenti dovrebbe sostituire a causa mia.”
Questa risposta provoca un generale mormorio di costernazione e mi viene
chiesto con emozione come la concilio con il mio precedente atteggiamento
nei confronti del bolscevismo. Finora non mi è stato permesso di dire nulla di
denigratorio sulla Russia - il loro alleato. Ma ora mi viene rivelato delle
deportazioni di massa verso est e dei racconti di stupri e atrocità, del
terrorismo sanguinoso con cui le orde delle steppe asiatiche stanno
martirizzando i loro popoli sudditi.
Questo è qualcosa di nuovo per me, perché in precedenza sono stati più
attenti a evitare questi argomenti, ma ora le loro opinioni sono un riflesso
esatto delle nostre tesi spesso abbastanza proclamate, ed espresse in un
linguaggio che è spesso copiato da noi. I formatori della R.A.F. che hanno
volato gli uragani sul versante russo, a Murmansk, raccontano le proprie
impressioni: sono scatenati contro di loro. Dei nostri equipaggi che sono stati
abbattuti non ce n’è quasi uno che sia rimasto vivo. “E poi si vuole lavorare
per i russi”, esclama. “Sono molto interessato ad ascoltare la sua opinione sui
vostri alleati”, rispondo. “Naturalmente non ho detto una parola su quello che
penso, ho solo risposto alla domanda che mi avete fatto”. Il tema della Russia
non viene mai più sollevato in mia presenza.
Mi portano indietro in Francia, dove continuo ad essere internato per un
breve periodo. Gli sforzi dei medici tedeschi sono finalmente riusciti a
effettuare un trasferimento in un campo di degenza ospedaliera. Niermann è
stato rilasciato alcuni giorni prima nella zona britannica. L’ha rigettata più
volte per poter stare con me, ma non può più metterla da parte. Entro una
settimana dall’uscita dal campo francese sono su di un treno d’ambulanza che
dovrebbe andare in ospedale sullo Starnbergersee. Ad Augsburg il mezzo gira
ed entra a Fürth. Qui, nell’aprile del 1946, in un ospedale militare riesco a
ottenere il mio rilascio.
Come uno dei milioni di soldati che ha fatto il proprio dovere e per grazia
della Provvidenza ha avuto la grande fortuna di sopravvivere a questa
guerra, ho scritto le mie esperienze di guerra contro l’U.R.S.S. durante la
quale tanti giovani tedeschi e di altre nazioni europee hanno sacrificato la
propria vita. Questo libro non vuol essere una glorificazione della guerra, né
una riabilitazione di un certo gruppo di persone e dei loro ordini. Lasciate
che le mie esperienze da sole parlino con la voce della verità.
Dedico questo libro ai morti di questa guerra e ai giovani. Queste nuove
generazioni vivono ora nel caos spaventoso del dopoguerra. Possano,
tuttavia, mantenere viva la fede nella Patria e la loro speranza nel futuro,
poiché perduto è solo colui che si dà per perduto!