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I Promessi Sposi (/)

IL ROMANZO (/) L'AUTORE (/LAUTORE.HTML) PERSONAGGI (/PERSONAGGI.HTML)

LUOGHI (/LUOGHI.HTML) TEMI (/TEMI.HTML) CRITICA (/CRITICA.HTML)

AUDIOLIBRO (/AUDIOLIBRO.HTML) FORUM (/FORUM.HTML)

Capitolo XVIII

"Il conte zio, togato, e uno degli anziani del consiglio,


vi godeva un certo credito; ma nel farlo valere,
e nel farlo rendere con gli altri, non c'era il suo compagno.
Un parlare ambiguo, un tacere significativo,
un restare a mezzo, uno stringer d'occhi che esprimeva:
non posso parlare; un lusingare senza promettere,
un minacciare in cerimonia; tutto era diretto a quel fine;
e tutto, o pi o meno, tornava in pro..."

F. Gonin, Il conte zio

Personaggi: Lucia (/lucia.html), Agnese (/agnese.html), padre Cristoforo (/padre-cristoforo.html), don Rodrigo (/don-
rodrigo.html), il conte Attilio (/conte-attilio.html), la fattoressa (/fattoressa.html), Gertrude (/gertrude.html), il
Griso (/griso.html), l'innominato (/innominato.html), il podest di Lecco (/podesta-di-lecco.html), il console
Luoghi: (/console.html), il conte zio (/conte-zio.html), fra Galdino (/fra-galdino.html), il pesciaiolo (/pesciaiolo.html)

Tempo: Il paese di Renzo e Lucia (/paese-di-renzo-e-lucia.html), Milano (/milano.html), Monza (/monza.html), il palazzotto
di don Rodrigo (/palazzo-di-don-rodrigo.html), Pescarenico (/pescarenico.html)
Temi:
13 novembre 1628 e settimane successive
Trama:
La giustizia (/giustizia.html), Il tumulto di S. Martino (/tumulto-di-s-martino.html), Nobilt e potere (/nobilta-e-
potere.html), Chiesa e religione (/chiesa-e-religione.html)

Il podest di Lecco riceve un dispaccio da Milano e perquisisce la casa di Renzo (/renzo.html). Lucia e Agnese
apprendono che il giovane fuggito nel Bergamasco (/bergamo.html), quindi Agnese torna al paese. La donna va a
Pescarenico, ma fra Galdino la informa che padre Cristoforo stato inviato a Rimini. Il Griso informa Don Rodrigo
che Lucia nel convento di Monza e il signorotto medita di rivolgersi all'innominato. Il conte Attilio chiede
l'intervento del conte zio per far trasferire padre Cristoforo.

Il podest perquisisce la casa di Renzo

Il 13 novembre il podest (/podesta-di-lecco.html) di Lecco riceve un dispaccio


da Milano (/milano.html), in cui gli si ordina di accertare se Renzo (/renzo.html)
sia tornato al suo paese (/paese-di-renzo-e-lucia.html) e di perquisire la sua
casa, onde riferire al capitano di giustizia (/capitano-di-giustizia.html) ogni
informazione relativa al giovane ricercato. Il magistrato, dopo essersi sincerato
che Renzo non tornato al villaggio, va a perquisire la sua casa insieme al
console (/console.html), a un notaio criminale e ai birri, che mettono a
soqquadro l'abitazione e sottraggono tutto ci che vi trovano, compreso il
denaro lasciato l dal giovane. La cosa arriva all'orecchio di padre Cristoforo
(/padre-cristoforo.html), il quale, in ansia per le sorti del suo protetto, scrive
subito a padre Bonaventura a Milano per avere ragguagli; intanto la giustizia
interroga parenti e amici di Renzo e si diffonde la voce che il giovane sia
sfuggito all'arresto e abbia fatto perdere le proprie tracce, anche se nessuno
crede alle accuse mosse nei suoi confronti. Gli abitanti del paese tendono F. Gonin, L'inchiesta del podest
invece ad attribuire tutto a delle oscure trame di don Rodrigo (/don-
rodrigo.html), che avrebbe ordito tutto questo per liberarsi del suo rivale, anche se il signorotto ovviamente estraneo all'intera
faccenda.

Don Rodrigo decide di rivolgersi all'innominato

Don Rodrigo (/don-rodrigo.html) non intervenuto nelle disavventure di Renzo (/renzo.html), tuttavia se ne compiace parlandone
col conte Attilio (/conte-attilio.html), il quale ha rinunciato a recarsi a Milano (/milano.html) per parlare col conte zio (/conte-
zio.html) in attesa che il tumulto (/tumulto-di-s-martino.html) in citt si plachi (teme infatti di subire le vendette di qualche popolano
da lui offeso in passato). La notizia delle ricerche di Renzo gli fa capire che le cose sono tornate alla normalit, dunque parte subito
dopo alla volta di Milano esortando il cugino a non desistere dall'impresa, tanto pi che ben presto padre Cristoforo (/padre-
cristoforo.html) non sar pi un ostacolo e i guai giudiziari di Renzo saranno un bell'aiuto in questo senso. Poco dopo giunge il Griso
(/griso.html) di ritorno da Monza (/monza.html), il quale informa il padrone di avere scoperto che Lucia (/lucia.html) rifugiata nel
convento di Gertrude (/gertrude.html) e che non ne esce mai, anche se si fa un certo parlare della sua presenza l. Don Rodrigo
irritato, in quanto molte circostanze favoriscono i suoi disegni (il bando contro Renzo, il prossimo allontanamento di padre
Cristoforo...), tuttavia la presenza di Lucia in quel monastero complica terribilmente le cose, dal momento che il nobile non certo in
grado di farla rapire da quel luogo. quasi tentato di abbandonare il suo capriccio e di andare a Milano a spassarsela con gli amici,
ma il pensiero che Attilio abbia informato tutti della scommessa e, per conseguenza, il timore di subire beffe e scorni lo trattiene,
specie ora che tutto sembra a portata di mano per andare fino in fondo all'impresa, mentre teme anche di perdere il suo prestigio e
la sua autorit fra la gente del paese (/paese-di-renzo-e-lucia.html) dovendo ingoiare quell'amaro boccone. Accarezza pertanto l'idea
di chiedere l'aiuto di un famoso e potente bandito (l'innominato (/innominato.html)) che avrebbe i mezzi necessari per sostenerlo nei
suoi progetti, ma incerto pensando ai rischi che comporterebbe il rivolgersi a un uomo tanto famigerato e pericoloso; il signorotto
riflette per qualche giorno, finch non riceve una lettera del cugino che lo informa che la questione di padre Cristoforo ormai risolta
e, a conferma di ci, poco dopo il frate se ne va da Pescarenico (/pescarenico.html). Arriva anche la notizia che Agnese
(/agnese.html) tornata in paese, il che spinge don Rodrigo a risolversi a quel passo tanto azzardato.

Lucia e Agnese apprendono dei guai di Renzo

L'autore fa un passo indietro e spiega che Lucia (/lucia.html) e Agnese


(/agnese.html) sono arrivate da poco al convento di Monza (/monza.html),
quando si sparge in citt la notizia del tumulto (/tumulto-di-s-martino.html)
di Milano (/milano.html): la fattoressa (/fattoressa.html) raccoglie molte voci
e le riferisce alle due donne, aggiungendo che la giustizia ha arrestato alcuni
capi della rivolta e li impiccher presto, e fra questi ne scappato uno
proveniente da Lecco (/lecco.html), anche se la donna non se sa ancora il
nome. Le due donne iniziano a sospettare che possa trattarsi di Renzo
(/renzo.html) e poco dopo la fattoressa conferma che proprio lui, notizia
che lascia la povera Lucia del tutto sgomenta. Agnese riesce a mantenere un
certo contegno con la fattoressa e si limita a dire che conosce Renzo come un
giovane dabbene, mentre l'altra spiega che scappato non si sa dove e
F. Gonin, Lucia e Agnese al convento rischia l'impiccagione come gli altri, il che lascia le due donne in preda ai pi
atroci dubbi circa la sorte del giovane filatore.

Il pesciaiolo porta notizie di padre Cristoforo. Lucia e Gertrude

Finalmente un gioved giunge a Monza (/monza.html) un pesciaiolo (/pesciaiolo.html) di


Pescarenico (/pescarenico.html), che si reca abitualmente a Milano (/milano.html) a
vendere la sua merce ed passato al convento a cercare di Agnese (/agnese.html) su
incarico di padre Cristoforo (/padre-cristoforo.html): l'uomo informa le due donne che
Renzo (/renzo.html) effettivamente ricercato dalla legge, ma scappato ed in salvo
nel Bergamasco (/bergamo.html); il frate lo ha incaricato di esortarle ad avere fede e
da parte sua promette di aiutarle come potr, comunicando con loro attraverso quel
mezzo. La notizia un gran sollievo per Lucia (/lucia.html), la quale nel frattempo
continua i suoi colloqui nel parlatorio con Gertrude (/gertrude.html), che si
affezionata a lei: la monaca le racconta la sua vicenda, omettendo naturalmente i
particolari pi scabrosi, e Lucia diventa pi comprensiva verso le stranezze della
"Signora", specie pensando a quanto la madre le ha detto sui nobili. La giovane non
F. Gonin, Lucia sconsolata
rivela a Gertrude ci che ha appreso sul conto di Renzo, per evitare inutili pettegolezzi,
ed altrettanto imbarazzata quando la monaca la spinge a parlare del suo rapporto col
promesso sposo, dal momento che l'amore per lei ragione di turbamento e rossore. Talvolta Gertrude un po' irritata da tanto
riserbo, ma la monaca capisce l'innocenza e il candore di Lucia e lo paragona alla sua condotta licenziosa, per cui prova conforto al
pensiero di fare del bene a quella giovane perseguitata. Lucia a sua volta trae beneficio da questi colloqui e, per non pensare ai suoi
guai, lavora e cuce di continuo, anche se non pu fare a meno di ripensare al passato.

Agnese torna al paese

Il secondo gioved del mese Agnese (/agnese.html) e Lucia (/lucia.html) ricevono una nuova
visita del pesciaiolo (/pesciaiolo.html), che conferma la fuga felice di Renzo (/renzo.html)
anche se non ci sono notizie pi precise, dal momento che padre Cristoforo (/padre-
cristoforo.html) non ha saputo nulla da padre Bonaventura (gli era stato riferito che un
campagnolo si era presentato al convento e in seguito non si era ripresentato). Il terzo
gioved il pesciaiolo non ritorna e questo crea non poche inquietudini nelle due donne, tanto
che Agnese decide di tornare al paese (/paese-di-renzo-e-lucia.html) a parlare direttamente
con padre Cristoforo, bench Lucia non sia tranquilla all'idea di lasciare la madre. La
protezione offerta dal convento tuttavia la rassicura e cos Agnese attende il pesciaiolo sulla
strada verso casa, chiedendogli di accompagnarla a Pescarenico (/pescarenico.html) col suo
baroccio e domandando se per caso ha notizie del frate. L'uomo risponde di non saper nulla
e accetta di portare la donna a casa, per cui Agnese si congeda da Lucia e da Gertrude
(/gertrude.html) promettendo di fare avere presto notizie e si allontana da Monza
Agnese in viaggio (ediz. 1840)
(/monza.html).

Fra Galdino informa Agnese che padre Cristoforo partito

Agnese (/agnese.html) e il pesciaiolo (/pesciaiolo.html) arrivano il giorno dopo a


Pescarenico (/pescarenico.html) di buon'ora, dopo aver riposato parte della notte in
un'osteria, e la donna si reca subito al convento dei cappuccini per conferire con padre
Cristoforo (/padre-cristoforo.html): suona il campanello e la porta aperta da fra
Galdino (/fra-galdino.html), il laico cercatore delle noci. Agnese chiede subito di padre
Cristoforo, ma l'altro risponde che non c' e non si sa quando torner, poich andato a
Rimini, un paese molto lontano da l: la donna, allibita, chiede perch se ne sia andato e
fra Galdino spiega che stata una decisione del padre provinciale (/padre-
provinciale.html), dettata forse dall'esigenza di inviare in quella citt un predicatore di
talento come Cristoforo. Agnese esprime tutto il suo disappunto essendole venuto a
mancare un importante sostegno e fra Galdino le propone ingenuamente di rivolgersi ad
altri padri del convento, suscitando tuttavia l'impazienza della donna che, ovviamente,
avrebbe bisogno di padre Cristoforo che conosce bene la situazione sua e di Lucia
(/lucia.html). Agnese ringrazia il frate della sua cortesia e si allontana sconsolata,
tornando al suo paese (/paese-di-renzo-e-lucia.html) senza avere risolto nulla e molto
incerta sull'avvenire.

Agnese e fra Galdino (ed. 1840)

Il conte zio

L'autore a questo punto interrompe la narrazione e fa un passo indietro, per


spiegare i veri motivi dell'improvvisa partenza di padre Cristoforo (/padre-
cristoforo.html): il conte Attilio (/conte-attilio.html), appena arrivato a Milano
(/milano.html), si infatti recato da uno zio (/conte-zio.html) suo e del cugino
don Rodrigo (/don-rodrigo.html), membro del Consiglio Segreto dello Stato di
Milano e politico di peso notevole (il Consiglio Segreto formato da tredici
membri tra magistrati e militari, che forniscono pareri al governatore e fra cui
viene scelto il suo successore in caso di morte o rimozione). Il conte zio un
nobile tra i pi influenti di quel Consiglio e tutto nella sua condotta studiato
al fine di alimentare la sua fama di fine politico, che si fonda principalmente
sull'arte sottile della simulazione e dissimulazione. Di recente si recato a
Madrid per una missione alla corte spagnola e, in quell'occasione, ha ricevuto
una straordinaria accoglienza da parte di tutti, specie del conte-duca che gli
ha chiesto se gli piaccia la capitale del regno e gli ha rivelato che, per lui, il
F. Gonin, Il conte zio a Madrid duomo di Milano la chiesa pi imponente dei vasti domini del sovrano Filippo
IV.

Attilio parla di padre Cristoforo al conte zio

Il conte Attilio (/conte-attilio.html) rivolge i soliti complimenti al conte zio (/conte-


zio.html) da parte sua e del cugino Rodrigo (/don-rodrigo.html), quindi inizia a
parlargli con contegno serio di una questione che, a suo dire, delicata e necessita
dell'intervento dell'uomo di Stato. Attilio spiega che al paese (/paese-di-renzo-e-
lucia.html) c' un frate che crea fastidi al cugino, il quale non ha colpa di nulla ed
provocato in tutte le maniere dal cappuccino, il quale, insinua il conte, protegge
per fini non del tutto limpidi una contadina di quelle parti (alla volgare calunnia il
conte zio assume un'espressione di furbesca malignit). Attilio aggiunge che il frate
conosciuto per essere un intrigante e un nemico dei nobili, infatti il religioso
accusa Rodrigo di perseguitare la giovane bench ci non sia vero (il conte
ammette solo che il cugino possa aver rivolto alla ragazza delle lievi molestie) e
parla male di lui cercando di sollevargli contro tutto il paese, mentre gli altri
cappuccini non se ne curano perch lo conoscono come una testa calda. Attilio
afferma che il frate sa benissimo che Rodrigo nipote del conte zio e questo, non
F. Gonin, Attilio e il conte zio
che atterrirlo, lo incaponisce ancor di pi nell'impresa di opporsi al signorotto,
affermando che l'ordine dei cappuccini pu tener testa alla nobilt. Il conte zio, non
poco irritato, chiede il nome del frate e Attilio gli rivela trattarsi di padre Cristoforo (/padre-cristoforo.html), aggiungendo che in
giovent stato un ricco borghese che ha voluto vivere come un nobile e si fatto frate per evitare l'impiccagione, dopo aver ucciso
un gentiluomo in un duello. Il conte zio prende nota del nome di Cristoforo in un libriccino e impreca contro la sua temerariet,
dicendosi intenzionato a punirla.

Attilio suggerisce al conte zio di rivolgersi al padre provinciale

Attilio (/conte-attilio.html) prosegue dicendo che padre Cristoforo (/padre-


cristoforo.html) pi che mai arrabbiato con Rodrigo (/don-rodrigo.html), dal
momento che gli andato a monte il progetto di fare sposare la ragazza con un uomo
manovrato da lui, un pessimo soggetto di cui il conte zio (/conte-zio.html) ha senz'altro
sentito parlare: si tratta di Renzo Tramaglino (/renzo.html), il filatore di seta coinvolto
nel tumulto (/tumulto-di-s-martino.html) di S. Martino e ricercato dalla legge, al che il
conte zio si mostra decisamente indignato. L'uomo rimprovera il nipote per il fatto che
don Rodrigo non si rivolto a lui prima e Attilio spiega che, da un lato, non voleva dare
allo zio un'ulteriore preoccupazione in mezzo agli affari di Stato, dall'altro Rodrigo
intenzionato a farsi giustizia da s contro il frate, motivo che ha spinto lui a riferire la
cosa allo zio per ottenere il suo intervento. Attilio suggerisce all'uomo politico di
esercitare pressioni sul padre provinciale (/padre-provinciale.html) dei cappuccini per
fare trasferire Cristoforo da Pescarenico (/pescarenico.html) e salvare cos l'onore del
casato, al che il conte zio reagisce con stizza dicendo che tocca a lui pensare a queste
F. Gonin, Gli omaggi di Attilio allo zio cose, anche se chiaro che raccoglier il suggerimento del nipote. Attilio si affretta a
precisare che Rodrigo ha la stessa sua fiducia nelle capacit dello zio e non si rivolto
a lui direttamente per non dargli pensieri, quindi lo zio congeda il nipote dopo il consueto scambio di saluti stucchevoli.

Temi principali e collegamenti

Con questo capitolo si chiude la parentesi narrativa dedicata alle disavventure di Renzo (/renzo.html) (XI (/capitolo-xi.html)-
XVII (/capitolo-xvii.html)) e se ne apre un'altra che racconter le tribolazioni di Lucia (/lucia.html), destinata a chiudersi nel
cap. XXVI (/capitolo-xxvi.html): tornano in scena quasi tutti i personaggi principali della vicenda, mentre l'autore usa la
tecnica gi vista del flashback per spiegare fatti avvenuti in precedenza (il ritorno a casa di Agnese (/agnese.html) e la
partenza di padre Cristoforo (/padre-cristoforo.html)). Da questo momento il ritmo narrativo subir un'accelerazione, dal
momento che nei primi diciassette capitoli sono state narrate le vicende di soli cinque giorni e mezzo, dal 7 al 13 novembre
1628, mentre da qui in poi la narrazione diventer pi distesa e la seconda parte del romanzo coprir un arco di tempo di circa
due anni.

Nelle pagine iniziali molto evidente la polemica dell'autore contro la giustizia (/giustizia.html), dal momento che il podest
(/podesta-di-lecco.html), amico e complice del malvagio don Rodrigo (/don-rodrigo.html), invece fin troppo sollecito a dare
corso alle indagini su Renzo e a perquisire la sua casa, che viene sottoposta a un vero saccheggio. Dal canto suo il signorotto
approfitter dei guai giudiziari di Renzo per proseguire nella sua impresa, in ci aiutato anche dal cugino Attilio (/conte-
attilio.html) (la giustizia inerte nei confronti dei nobili prepotenti, ma spietata contro i poveri anche quando sono
innocenti).

Si conferma che il motivo principale che spinge don Rodrigo a perseguitare Lucia soprattutto il puntiglio cavalleresco, il
timore di essere sbeffeggiato e deriso dagli altri amici nobili: stimolo potente a non rinunciare all'impresa il conte Attilio, il
quale, dopo aver vinto la famosa scommessa, prende il capriccio del cugino come oggetto di sciocco e frivolo divertimento, al
punto da coinvolgere addirittura lo zio (/conte-zio.html) membro del governo di Milano (/milano.html) (su questo si veda
oltre). Don Rodrigo si decide alla fine a chiedere l'aiuto dell'innominato (/innominato.html), che comparir nel cap. XX
(/capitolo-xx.html) e diventer uno dei personaggi centrali nello sviluppo della vicenda.

L'autore spiega come Gertrude (/gertrude.html) stia stringendo un rapporto pi che affettuoso con Lucia, la quale a sua volta
trae consolazione dai suoi colloqui con la "Signora": ci anticipa il terribile dilemma cui si trover di fronte la monaca quando il
suo amante Egidio (/egidio.html), nel cap. XX, le chieder di collaborare al rapimento della giovane, richiesta alla quale essa
dovr forzatamente obbedire. L'autore accenna tra l'altro per la prima e unica volta in modo esplicito all'amore tra Lucia e
Renzo, per dire che l'argomento risulta troppo "scabroso" perch la ragazza ne parli in maniera disinvolta (il pudore persino
eccessivo di Lucia risalta per contrasto con la condotta peccaminosa di Gertrude, che anche per questo mostra di apprezzare
la sua protetta).

Ritorna in scena fra Galdino (/fra-galdino.html), il laico cercatore delle noci gi apparso nel cap. III (/capitolo-iii.html) che qui
informa Agnese della partenza di padre Cristoforo per Rimini: l'uomo dimostra ancora una volta la sua estrema semplicit,
anzitutto quando attribuisce l'ordine di trasferimento da parte del padre provinciale (/padre-provinciale.html) alla volont di
mandare a Rimini un valente predicatore, in seguito quando propone ingenuamente ad Agnese di parlare con altri frati del
convento, passandoli in rassegna come se fossero merci da valorizzare (la descrizione di padre Zaccaria, quasi l'opposto di
padre Cristoforo, un felice esempio dell'arte manzoniana di realizzare bozzetti in poche righe). In realt, come si vedr nel
cap. XIX (/capitolo-xix.html), il padre provinciale ha agito su impulso del conte zio e non certo per motivi caritatevoli. Nel
Fermo e Lucia (/fermo-e-lucia.html) (II, 8) padre Cristoforo veniva invece trasferito a Palermo e la notizia veniva a data ad
Agnese da un frate portinaio.

Il conte zio (/conte-zio.html) il protagonista dell'ultima parte del capitolo e rappresenta la quintessenza della politica come
arte della finzione e della simulazione, esecrata in quanto tale dal romanziere: tronfio e vanaglorioso, mostra pi di un'affinit
col gran cancelliere spagnolo Antonio Ferrer (/antonio-ferrer.html) e accetta di intervenire contro padre Cristoforo per la solita
malintesa concezione dell'onore cavalleresco, che la leva abilmente usata dal nipote Attilio per muoverlo a suo piacimento
(cfr. E. Donadoni, Il conte zio (/donadoni.html)).

Il conte Attilio, vero motore degli intrighi del romanzo

Se don Rodrigo (/don-rodrigo.html) il responsabile della persecuzione ai danni di


Lucia (/lucia.html) e, quindi, della macchina narrativa che d avvio al romanzo,
per vero che il signorotto ha una sorta di alter ego nel cugino Attilio (/conte-
attilio.html), che con la sua frivolezza e il suo atteggiamento beffardo in un certo
senso il mandante delle sue malefatte, prodigandosi anche a spianargli la strada
nella realizzazione dei suoi intenti: non va dimenticato che tutto nasce dalla
famosa scommessa fatta con il conte e che proprio Attilio a incitare il cugino ad
andare avanti a dispetto delle difficolt, ogni volta che il nobile tentato all'idea di
rinunciare all'impresa (ci avviene nel cap. XI (/capitolo-xi.html), dopo lo scadere
del termine posto alla scommessa, e poi nel cap. XVIII, quando Attilio provvede a
rimuovere l'ostacolo di padre Cristoforo (/padre-cristoforo.html) grazie
all'intervento del potente conte zio (/conte-zio.html)). Attilio il tipico
rappresentante di quella nobilt oziosa e improduttiva cui appartiene anche
Rodrigo e che fortemente criticata dall'autore, anche perch i suoi membri non
esitano a commettere odiosi soprusi ai danni dei contadini e dei poveri, per
F. Gonin, Attilio e don Rodrigo soddisfare capricciose passioni (come nel caso di don Rodrigo) oppure, che pi
grave, per trovare uno sciocco diversivo alla loro vita inerte e annoiata (ed
proprio il caso dello "spensierato" Attilio, come il narratore lo definisce presentandolo in scena nel cap. V (/capitolo-v.html)). Egli
divertito all'idea che il cugino si sia messo in testa di sedurre una povera popolana e lo incita continuamente nel perseguire questo
obiettivo, dapprima con la scusa della scommessa e poi, dopo S. Martino, col pretesto di non venir meno all'onore che
contraddistingue la condizione dei nobili e a cui il conte si mostra gelosamente attaccato anche pi di don Rodrigo (del resto era lui a
discutere col podest (/podesta-di-lecco.html) di una questione di puntiglio cavalleresco, durante la quale gli aveva ricordato di
sapere bene "ci che conviene a un cavaliere"). Ed chiaro che la persecuzione ai danni di Lucia diventa per lui un turpe oggetto di
beffa e divertimento, forse ai danni dello stesso Rodrigo che, pi o meno consapevolmente, si trasforma in bersaglio delle sue ironie
(lui stesso nel cap. XVIII si mostra preoccupato che Attilio abbia "preso la tromba" e l'abbia deriso agli occhi degli altri amici nobili,
stimolo che lo induce a non desistere dal suo infame proposito), mentre il conte assai meno preoccupato del cugino delle possibili
implicazioni giudiziarie della faccenda, tanto che dopo il fallito rapimento della ragazza canzona il signorotto accusandolo di prendere
"sul serio anche il podest". Per Attilio tutto divertimento perch nulla davvero serio, quindi la sua assoluta mancanza di scrupoli
spinge sempre pi don Rodrigo sulla strada del male, mostrando anche una certa capacit di iniziativa che sconosciuta al suo
complice e grazie alla quale non solo intuisce che la presenza di padre Cristoforo pu costituire un impaccio alla soddisfazione delle
brame del cugino, ma decide di provvedere prima possibile al suo allontanamento da Pescarenico (/pescarenico.html), scopo per il
quale non esita a coinvolgere l'influente e altolocato conte zio.
del resto Attilio a mantenere le "pubbliche relazioni" col potente uomo di Stato, come appare chiaro durante il loro colloquio (XIX
(/capitolo-xix.html)) che anche il compendio di tutte le doti negative del giovane nobile, ovvero la capacit di simulare, di mentire,
di sfruttare i difetti dell'interlocutore per farli tornare a proprio vantaggio: infatti Attilio si mostra untuoso e servile con lo zio,
ricordandogli spesso gli affari di Stato e solleticando in questo modo la sua vanit, mentre la sua richiesta di intervento contro il frate
cappuccino tutta basata sul concetto di "onore" nobiliare, cui lo zio evidentemente assai sensibile. Il nipote del resto abile a
distorcere i fatti manipolando la realt a vantaggio di don Rodrigo, senza dire nulla di realmente falso e, tuttavia, facendo apparire le
cose in maniera lontanissima dal vero: non nega l'interesse del cugino per Lucia, che neppure nomina, ma minimizza la cosa
insinuando anzi il sospetto che il frate sia invaghito di lei; accentua lo scontro tra lui e Rodrigo, che in effetti c' stato ma per
impedire un sopruso che lui si guarda bene dal citare; evidenzia i rapporti tra il cappuccino e Renzo (/renzo.html), presentato come
sovversivo ricercato dalla legge, e, dunque, pericoloso soggetto; sottolinea le origini borghesi di padre Cristoforo e ricorda con
malizia che ha ucciso un nobile in un duello, fatto reale ma che ha provocato una grave lacerazione interiore in Lodovico, che
naturalmente il conte ignora. Alla fine la necessit di prevenire uno scandalo e preservare cos l'onore del casato convince il conte zio
a intervenire, accogliendo il suggerimento di Attilio di fare pressioni sul padre provinciale (/padre-provinciale.html) dei cappuccini,
anche se egli abile a farglielo balenare come se fosse un'idea balzana (il nipote si fa beffe dello zio, specie quando scuote la testa
accusando se stesso di superficialit: "Ah vero!... Son io l'uomo da dar pareri al signore zio!") e sapendo bene che otterr il suo
intento mettendo al proprio servizio lo zio di cui non ha certo una grande stima, come era chiaro gi nel cap. XI ("Caro signor conte
zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro!"). Non dunque casuale che il
personaggio del conte Attilio scompaia dal romanzo dopo questo colloquio, dal momento che in seguito ci sar l'intervento
dell'innominato (/innominato.html) e, dopo la sua conversione e la liberazione di Lucia, tutti i piani di don Rodrigo andranno in fumo,
per cui verr meno qualsiasi necessit di un suo diretto intervento nelle vicende dei protagonisti, non essendoci pi alcuna ragione di
divertimento e di beffa; la presenza sulla scena del personaggio funzionale alle malefatte di don Rodrigo, di cui egli ispiratore e
suggeritore, mentre diventa superflua quando ogni occasione di svago preclusa e quando la vicenda si sposta su fatti pi seri e
drammatici, come la calata in Lombardia dei lanzichenecchi e il propagarsi dell'epidemia di peste (/peste.html), durante la quale il
nobile trova la morte (e giova ricordare che essa citata all'inizio del cap. XXXIII (/capitolo-xxxiii.html) con beffarda ironia, col dire
che il suo bizzarro elogio funebre stato recitato da don Rodrigo a una brigata di amici, n si poteva immaginare un commiato
migliore per il frivolo conte, che ha trascorso un'inutile esistenza tra gli scherzi e le beffe e se ne va accompagnato da un macabro
scherzo del suo compagno di bagordi, nonch, si pu dire, dello stesso romanziere).
Per approfondire: G. Brberi Squarotti, Il conte Attilio, ritratto di un'anima frivola (/barberi-squarotti.html).

Clicca qui per ascoltare l'audio

(http://www.liberliber.it/mediateca/audiolibri/m/manzoni/i_promessi_sposi/mp3/manzoni_i_promes_sil_20_cap18.mp3)del capitolo
dal sito www.liberliber.it (http://www.liberliber.it)
(voce narrante di Silvia Cecchini).

Capitolo XVIII
Quello stesso giorno, 13 di novembre, arriva un espresso al signor podest di Lecco, e gli presenta un dispaccio del signor
capitano di giustizia, contenente un ordine di fare ogni possibile e pi opportuna inquisizione, per iscoprire se un certo giovine
nominato Lorenzo Tramaglino, filatore di seta, scappato dalle forze praedicti egregii domini capitanei, sia tornato, palam vel
clam, al suo paese, ignotum quale per lappunto, verum in territorio Leuci: quod si compertum fuerit sic esse, cerchi il detto
signor podest, quanta maxima diligentia fieri poterit [1], daverlo nelle mani, e, legato a dovere, videlizet [2] con buone 5
manette, attesa lesperimentata insufficienza de manichini per il nominato soggetto, lo faccia condurre nelle carceri, e lo
ritenga l, sotto buona custodia, per farne consegna a chi sar spedito a prenderlo; e tanto nel caso del s, come nel caso del
no, accedatis ad domum praedicti Laurentii Tramaliini; et, facta debita diligentia, quidquid ad rem repertum fuerit auferatis; et
informationes de illius prava qualitate, vita, et complicibus sumatis [3]; e di tutto il detto e il fatto, il trovato e il non trovato, il
preso e il lasciato, diligenter referatis [4]. Il signor podest, dopo essersi umanamente cerziorato che il soggetto non era 10
tornato in paese, fa chiamare il console del villaggio, e si fa condur da lui alla casa indicata, con gran treno di notaio e di birri.
La casa chiusa; chi ha le chiavi non c, o non si lascia trovare. Si sfonda luscio; si fa la debita diligenza, vale a dire che si fa
come in una citt presa dassalto. La voce di quella spedizione si sparge immediatamente per tutto il contorno; viene agli
orecchi del padre Cristoforo; il quale, attonito non meno che afflitto, domanda al terzo e al quarto, per aver qualche lume
intorno alla cagione dun fatto cos inaspettato; ma non raccoglie altro che congetture in aria, e scrive subito al padre 15
Bonaventura [5], dal quale spera di poter ricevere qualche notizia pi precisa. Intanto i parenti e gli amici di Renzo vengono
citati a deporre ci che posson sapere della sua prava qualit: aver nome Tramaglino una disgrazia, una vergogna, un
delitto: il paese sottosopra. A poco a poco, si viene a sapere che Renzo scappato dalla giustizia, nel bel mezzo di Milano, e
poi scomparso; corre voce che abbia fatto qualcosa di grosso; ma la cosa poi non si sa dire, o si racconta in cento maniere.
Quanto pi grossa, tanto meno vien creduta nel paese, dove Renzo conosciuto per un bravo giovine: i pi presumono, e 20
vanno susurrandosi agli orecchi luno con laltro, che una macchina [6] mossa da quel prepotente di don Rodrigo, per
rovinare il suo povero rivale. Tant vero che, a giudicar per induzione, e senza la necessaria cognizione de fatti, si fa alle
volte gran torto anche ai birbanti.
Ma noi, co fatti alla mano, come si suol dire, possiamo affermare che, se colui non aveva avuto parte nella sciagura di Renzo,
se ne compiacque per, come se fosse opera sua, e ne trionf co suoi fidati, e principalmente col conte Attilio. Questo, 25
secondo i suoi primi disegni, avrebbe dovuto a quellora trovarsi gi in Milano; ma, alle prime notizie del tumulto, e della
canaglia che girava per le strade, in tuttaltra attitudine che di ricever bastonate, aveva creduto bene di trattenersi in
campagna, fino a cose quiete. Tanto pi che, avendo offeso molti, aveva qualche ragion di temere che alcuno de tanti, che
solo per impotenza stavano cheti, non prendesse animo dalle circostanze, e giudicasse il momento buono da far le vendette di
tutti. Questa sospensione non fu di lunga durata: lordine venuto da Milano dellesecuzione da farsi contro Renzo era gi un 30
indizio che le cose avevan ripreso il corso ordinario; e, quasi nello stesso tempo, se nebbe la certezza positiva. Il conte Attilio
part immediatamente, animando il cugino a persister nellimpresa, a spuntar limpegno, e promettendogli che, dal canto suo,
metterebbe subito mano a sbrigarlo dal frate; al qual affare, il fortunato accidente dellabietto rivale doveva fare un gioco
mirabile. Appena partito Attilio, arriv il Griso da Monza sano e salvo, e rifer al suo padrone ci che aveva potuto raccogliere:
che Lucia era ricoverata nel tal monastero, sotto la protezione della tal signora; e stava sempre nascosta, come se fosse una 35
monaca anche lei, non mettendo mai piede fuor della porta, e assistendo alle funzioni di chiesa da una finestrina con la grata:
cosa che dispiaceva a molti, i quali avendo sentito motivar non so che di sue avventure, e dir gran cose del suo viso,
avrebbero voluto un poco vedere come fosse fatto.
Questa relazione mise il diavolo addosso a don Rodrigo, o, per dir meglio, rend pi cattivo quello che gi ci stava di casa.
Tante circostanze favorevoli al suo disegno infiammavano sempre pi la sua passione, cio quel misto di puntiglio, di rabbia e 40
dinfame capriccio, di cui la sua passione era composta. Renzo assente, sfrattato, bandito, di maniera che ogni cosa diventava
lecita contro di lui, e anche la sua sposa poteva esser considerata, in certo modo, come roba di rubello [7]: il solo uomo al
mondo che volesse e potesse prender le sue parti, e fare un rumore da esser sentito anche lontano e da persone alte,
larrabbiato frate, tra poco sarebbe probabilmente anche lui fuor del caso di nuocere. Ed ecco che un nuovo impedimento, non
che contrappesare tutti que vantaggi, li rendeva, si pu dire, inutili. Un monastero di Monza, quandanche non ci fosse stata 45
una principessa, era un osso troppo duro per i denti di don Rodrigo; e per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno a quel
ricovero, non sapeva immaginar n via n verso despugnarlo, n con la forza, n per insidie. Fu quasi quasi per abbandonar
limpresa; fu per risolversi dandare a Milano, allungando anche la strada, per non passar neppure da Monza; e a Milano,
gettarsi in mezzo agli amici e ai divertimenti, per discacciar, con pensieri affatto allegri, quel pensiero divenuto ormai tutto
tormentoso. Ma, ma, ma, gli amici; piano un poco con questi amici. In vece duna distrazione, poteva aspettarsi di trovar nella 50
loro compagnia, nuovi dispiaceri: perch Attilio certamente avrebbe gi preso la tromba, e messo tutti in aspettativa. Da ogni
parte gli verrebbero domandate notizie della montanara: bisognava render ragione. Sera voluto, sera tentato; cosa sera
ottenuto? Sera preso un impegno: un impegno un po ignobile [8], a dire il vero: ma, via, uno non pu alle volte regolare i
suoi capricci; il punto di soddisfarli; e come susciva da questimpegno? Dandola vinta a un villano e a un frate! Uh! E quando
una buona sorte inaspettata, senza fatica del buon a nulla, aveva tolto di mezzo luno, e un abile amico laltro, il buon a nulla 55
non aveva saputo valersi della congiuntura, - e si ritirava vilmente dallimpresa. Ce nera pi del bisogno, per non alzar mai pi
il viso tra i galantuomini, o avere ogni momento la spada alle mani. E poi, come tornare, o come rimanere in quella villa, in
quel paese, dove, lasciando da parte i ricordi incessanti e pungenti della passione, si porterebbe lo sfregio dun colpo fallito?
dove, nello stesso tempo, sarebbe cresciuto lodio pubblico, e scemata la riputazion del potere? dove sul viso dogni
mascalzone, anche in mezzo aglinchini, si potrebbe leggere un amaro: lhai ingoiata, ci ho gusto? La strada delliniquit, dice 60
qui il manoscritto, larga; ma questo non vuol dire che sia comoda: ha i suoi buoni intoppi, i suoi passi scabrosi; noiosa la
sua parte, e faticosa, bench vada allingi.
A don Rodrigo, il quale non voleva uscirne, n dare addietro, n fermarsi, e non poteva andare avanti da s, veniva bens in
mente un mezzo con cui potrebbe: ed era di chieder laiuto dun tale [9], le cui mani arrivavano spesso dove non arrivava la
vista degli altri: un uomo o un diavolo, per cui la difficolt dellimprese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di s. Ma 65
questo partito aveva anche i suoi inconvenienti e i suoi rischi, tanto pi gravi quanto meno si potevano calcolar prima; giacch
nessuno avrebbe saputo prevedere fin dove anderebbe, una volta che si fosse imbarcato con quelluomo, potente ausiliario
certamente, ma non meno assoluto e pericoloso condottiere.
Tali pensieri tennero per pi giorni don Rodrigo tra un s e un no, luno e laltro pi che noiosi. Venne intanto una lettera del
cugino, la quale diceva che la trama era ben avviata. Poco dopo il baleno, scoppi il tuono; vale a dire che, una bella mattina, 70
si sent che il padre Cristoforo era partito dal convento di Pescarenico. Questo buon successo cos pronto, la lettera dAttilio che
faceva un gran coraggio, e minacciava di gran canzonature, fecero inclinar sempre pi don Rodrigo al partito rischioso: ci che
gli diede lultima spinta, fu la notizia inaspettata che Agnese era tornata a casa sua: un impedimento di meno vicino a Lucia.
Rendiam conto di questi due avvenimenti, cominciando dallultimo.
Le due povere donne serano appena accomodate nel loro ricovero, che si sparse per Monza, e per conseguenza anche nel 75
monastero, la nuova di quel gran fracasso di Milano; e dietro alla nuova grande, una serie infinita di particolari, che andavano
crescendo e variandosi ogni momento. La fattoressa, che, dalla sua casa, poteva tenere un orecchio alla strada, e uno al
monastero, raccoglieva notizie di qui, notizie di l, e ne faceva parte allospiti.
- Due, sei, otto, quattro, sette ne hanno messi in prigione; glimpiccheranno, parte davanti al forno delle grucce, parte in cima
alla strada dove c la casa del vicario di provvisione... Ehi, ehi, sentite questa! n scappato uno, che di Lecco, o di quelle 80
parti. Il nome non lo so; ma verr qualcheduno che me lo sapr dire; per veder se lo conoscete.
Questannunzio, con la circostanza desser Renzo appunto arrivato in Milano nel giorno fatale, diede qualche inquietudine alle
donne, e principalmente a Lucia; ma pensate cosa fu quando la fattoressa venne a dir loro: - e proprio del vostro paese quello
che se l battuta, per non essere impiccato; un filatore di seta, che si chiama Tramaglino: lo conoscete?
A Lucia, chera a sedere, orlando non so che cosa, cadde il lavoro di mano; impallid, si cambi tutta, di maniera che la 85
fattoressa se ne sarebbe avvista certamente, se le fosse stata pi vicina. Ma era ritta sulla soglia con Agnese; la quale,
conturbata anche lei, per non tanto, pot star forte; e, per risponder qualcosa, disse che, in un piccolo paese, tutti si
conoscono, e che lo conosceva; ma che non sapeva pensare come mai gli fosse potuta seguire una cosa simile; perch era un
giovine posato. Domand poi se era scappato di certo, e dove.
- Scappato, lo dicon tutti; dove, non si sa; pu essere che laccalappino ancora, pu essere che sia in salvo; ma se gli torna 90
sotto lunghie, il vostro giovine posato...
Qui, per buona sorte, la fattoressa fu chiamata, e se nand: figuratevi come rimanessero la madre e la figlia. Pi dun giorno,
dovettero la povera donna e la desolata fanciulla stare in una tale incertezza, a mulinare [10] sul come, sul perch, sulle
conseguenze di quel fatto doloroso, a commentare, ognuna tra s, o sottovoce tra loro, quando potevano, quelle terribili
parole. 95
Un gioved finalmente, capit al monastero un uomo a cercar dAgnese. Era un pesciaiolo [11] di Pescarenico, che andava a
Milano, secondo lordinario, a spacciar la sua mercanzia; e il buon frate Cristoforo laveva pregato che, passando per Monza,
facesse una scappata al monastero, salutasse le donne da parte sua, raccontasse loro quel che si sapeva del tristo caso di
Renzo, raccomandasse loro daver pazienza, e confidare in Dio; e che lui povero frate non si dimenticherebbe certamente di
loro, e spierebbe loccasione di poterle aiutare; e intanto non mancherebbe, ogni settimana, di far loro saper le sue nuove, per 100
quel mezzo, o altrimenti. Intorno a Renzo, il messo non seppe dir altro di nuovo e di certo, se non la visita fattagli in casa, e le
ricerche per averlo nelle mani; ma insieme cherano andate tutte a voto, e si sapeva di certo che sera messo in salvo sul
bergamasco. Una tale certezza, e non fa bisogno di dirlo, fu un gran balsamo per Lucia: dallora in poi le sue lacrime scorsero
pi facili e pi dolci; prov maggior conforto negli sfoghi segreti con la madre; e in tutte le sue preghiere, cera mescolato un
ringraziamento. 105
Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio privato, e la tratteneva talvolta lungamente, compiacendosi dellingenuit
e della dolcezza della poverina, e nel sentirsi ringraziare e benedire ogni momento. Le raccontava anche, in confidenza, una
parte (la parte netta) della sua storia, di ci che aveva patito, per andar l a patire; e quella prima maraviglia sospettosa di
Lucia sandava cambiando in compassione. Trovava in quella storia ragioni pi che sufficienti a spiegar ci che cera dun po
strano nelle maniere della sua benefattrice; tanto pi con laiuto di quella dottrina dAgnese su cervelli de signori. Per quanto 110
per si sentisse portata a contraccambiare la confidenza che Gertrude le dimostrava, non le pass neppur per la testa di
parlarle delle sue nuove inquietudini, della sua nuova disgrazia, di dirle chi fosse quel filatore scappato; per non rischiare di
spargere una voce cos piena di dolore e di scandolo. Si schermiva anche, quanto poteva, dal rispondere alle domande curiose
di quella, sulla storia antecedente alla promessa; ma qui non eran ragioni di prudenza. Era perch alla povera innocente quella
storia pareva pi spinosa, pi difficile da raccontarsi, di tutte quelle che aveva sentite, e che credesse di poter sentire dalla 115
signora. In queste cera tirannia, insidie, patimenti; cose brutte e dolorose, ma che pur si potevan nominare: nella sua cera
mescolato per tutto un sentimento, una parola, che non le pareva possibile di proferire, parlando di s; e alla quale non
avrebbe mai trovato da sostituire una perifrasi che non le paresse sfacciata: lamore!
Qualche volta, Gertrude quasi sindispettiva di quello star cos sulle difese; ma vi traspariva tanta amorevolezza, tanto
rispetto, tanta riconoscenza, e anche tanta fiducia! Qualche volta forse, quel pudore cos delicato, cos ombroso, le dispiaceva 120
ancor pi per un altro verso; ma tutto si perdeva nella soavit dun pensiero che le tornava ogni momento, guardando Lucia:
a questa fo del bene. Ed era vero; perch, oltre il ricovero, que discorsi, quelle carezze famigliari erano di non poco conforto
a Lucia. Un altro ne trovava nel lavorar di continuo; e pregava sempre che le dessero qualcosa da fare: anche nel parlatorio,
portava sempre qualche lavoro da tener le mani in esercizio: ma, come i pensieri dolorosi si caccian per tutto! cucendo,
cucendo, chera un mestiere quasi nuovo per lei, le veniva ogni poco in mente il suo aspo; e dietro allaspo, quante cose! 125
Il secondo gioved, torn quel pesciaiolo o un altro messo, co saluti del padre Cristoforo, e con la conferma della fuga felice di
Renzo. Notizie pi positive intorno a suoi guai, nessuna; perch, come abbiam detto al lettore, il cappuccino aveva sperato
daverle dal suo confratello di Milano, a cui laveva raccomandato; e questo rispose di non aver veduto n la persona, n la
lettera; che uno di campagna era bens venuto al convento, a cercar di lui; ma che, non avendocelo trovato, era andato via, e
non era pi comparso. 130
Il terzo gioved, non si vide nessuno; e, per le povere donne, fu non solo una privazione dun conforto desiderato e sperato,
ma, come accade per ogni piccola cosa a chi afflitto e impicciato, una cagione dinquietudine, di cento sospetti molesti. Gi
prima dallora, Agnese aveva pensato a fare una scappata a casa; questa novit di non vedere lambasciatore promesso, la
fece risolvere. Per Lucia era una faccenda seria il rimanere distaccata dalla gonnella della madre; ma la smania di saper
qualche cosa, e la sicurezza che trovava in quellasilo cos guardato e sacro, vinsero le sue ripugnanze. E fu deciso tra loro che 135
Agnese anderebbe il giorno seguente ad aspettar sulla strada il pesciaiolo che doveva passar di l, tornando da Milano; e gli
chiederebbe in cortesia un posto sul baroccio, per farsi condurre a suoi monti. Lo trov in fatti, gli domand se il padre
Cristoforo non gli aveva data qualche commissione per lei: il pesciaiolo, tutto il giorno avanti la sua partenza era stato a
pescare, e non aveva saputo niente del padre. La donna non ebbe bisogno di pregare, per ottenere il piacere che desiderava:
prese congedo dalla signora e dalla figlia, non senza lacrime, promettendo di mandar subito le sue nuove, e di tornar presto; e 140
part.
Nel viaggio, non accadde nulla di particolare. Riposarono parte della notte in unosteria, secondo il solito; ripartirono innanzi
giorno; e arrivaron di buonora a Pescarenico. Agnese smont sulla piazzetta del convento, lasci andare il suo conduttore con
molti: Dio ve ne renda merito; e giacch era l, volle, prima dandare a casa, vedere il suo buon frate benefattore. Son il
campanello; chi venne a aprire, fu fra Galdino, quel delle noci. 145
- Oh! la mia donna, che vento vha portata?
- Vengo a cercare il padre Cristoforo.
- Il padre Cristoforo? Non c.
- Oh! star molto a tornare?
- Ma...? - disse il frate, alzando le spalle, e ritirando nel cappuccio la testa rasa. 150
- Dov andato?
- A Rimini.
- A?
- A Rimini.
- Dov questo paese? 155
- Eh eh eh! - rispose il frate, trinciando verticalmente laria con la mano distesa, per significare una gran distanza.
- Oh povera me! Ma perch andato via cos allimprovviso?
- Perch ha voluto cos il padre provinciale.
- E perch mandarlo via? che faceva tanto bene qui? Oh Signore!
- Se i superiori dovessero render conto degli ordini che dnno, dove sarebbe lubbidienza, la mia donna? 160
- S; ma questa e la mia rovina.
- Sapete cosa sar? Sar che a Rimini avranno avuto bisogno dun buon predicatore (ce nabbiamo per tutto; ma alle volte ci
vuol quelluomo fatto apposta); il padre provinciale di l avr scritto al padre provinciale di qui, se aveva un soggetto cos e
cos; e il padre provinciale avr detto: qui ci vuole il padre Cristoforo. Devesser proprio cos, vedete.
- Oh poveri noi! Ouand partito? 165
- Ierlaltro.
- Ecco! sio davo retta alla mia ispirazione di venir via qualche giorno prima! E non si sa quando possa tornare? cos a un di
presso?
- Eh la mia donna! lo sa il padre provinciale; se lo sa anche lui. Quando un nostro padre predicatore ha preso il volo, non si
pu prevedere su che ramo potr andarsi a posare. Li cercan di qua, li cercan di l: e abbiamo conventi in tutte le quattro parti 170
del mondo. Supponete che, a Rimini, il padre Cristoforo faccia un gran fracasso col suo quaresimale [12]: perch non predica
sempre a braccio, come faceva qui, per i pescatori e i contadini: per i pulpiti delle citt, ha le sue belle prediche scritte; e fior
di roba. Si sparge la voce, da quelle parti, di questo gran predicatore; e lo possono cercare da... da che so io? E allora, bisogna
mandarlo; perch noi viviamo della carit di tutto il mondo, ed giusto che serviamo tutto il mondo.
Oh Signore! Signore! - esclam di nuovo Agnese, quasi piangendo: - come devo fare, senza quelluomo? Era quello che ci 175
faceva da padre! Per noi una rovina.
- Sentite, buona donna; il padre Cristoforo era veramente un uomo; ma ce nabbiamo degli altri, sapete? pieni di carit e di
talento, e che sanno trattare ugualmente co signori e co poveri. Volete il padre Atanasio? volete il padre Girolamo? volete il
padre Zaccaria? un uomo di vaglia, vedete, il padre Zaccaria. E non istate a badare, come fanno certi ignoranti, che sia cos
mingherlino, con una vocina fessa, e una barbetta misera misera: non dico per predicare, perch ognuno ha i suoi doni; ma 180
per dar pareri, un uomo, sapete?
- Oh per carit! - esclam Agnese, con quel misto di gratitudine e dimpazienza, che si prova a unesibizione in cui si trovi pi
la buona volont altrui, che la propria convenienza: - cosa mimporta a me che uomo sia o non sia un altro, quando quel
poveruomo che non c pi, era quello che sapeva le nostre cose, e aveva preparato tutto per aiutarci?
- Allora, bisogna aver pazienza. 185
- Questo lo so, - rispose Agnese: - scusate dellincomodo.
- Di che cosa, la mia donna? mi dispiace per voi. E se vi risolvete di cercar qualcheduno de nostri padri, il convento qui che
non si move. Ehi, mi lascer poi veder presto, per la cerca dellolio.
- State bene, - disse Agnese; e sincammin verso il suo paesetto, desolata, confusa, sconcertata, come il povero cieco che
avesse perduto il suo bastone. 190
Un po meglio informati che fra Galdino, noi possiamo dire come and veramente la cosa. Attilio, appena arrivato a Milano,
and, come aveva promesso a don Rodrigo, a far visita al loro comune zio del Consiglio segreto. (Era una consulta, composta
allora di tredici personaggi di toga e di spada [13], da cui il governatore prendeva parere, e che, morendo uno di questi, o
venendo mutato, assumeva temporaneamente il governo). Il conte zio, togato, e uno degli anziani del consiglio, vi godeva un
certo credito; ma nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri, non cera il suo compagno. Un parlare ambiguo, un tacere 195
significativo, un restare a mezzo, uno stringer docchi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un
minacciare in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o pi o meno, tornava in pro. A segno che fino a un: io non
posso niente in questo affare: detto talvolta per la pura verit, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad
accrescere il concetto, e quindi la realt del suo potere: come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di
speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega. Quello del conte 200
zio, che, da gran tempo, era sempre andato crescendo a lentissimi gradi, ultimamente aveva fatto in una volta un passo, come
si dice, di gigante, per unoccasione straordinaria, un viaggio a Madrid, con una missione alla corte; dove, che accoglienza gli
fosse fatta, bisognava sentirlo raccontar da lui. Per non dir altro, il conte duca [14] laveva trattato con una degnazione
particolare, e ammesso alla sua confidenza, a segno davergli una volta domandato, in presenza, si pu dire, di mezza la corte
come gli piacesse Madrid, e davergli unaltra volta detto a quattrocchi, nel vano duna finestra, che il duomo di Milano era il 205
tempio pi grande che fosse negli stati del re.
Fatti i suoi complimenti al conte zio, e presentatigli quelli del cugino, Attilio, con un suo contegno serio, che sapeva prendere a
tempo, disse: - credo di fare il mio dovere, senza mancare alla confidenza di Rodrigo, avvertendo il signore zio dun affare che,
se lei non ci mette una mano, pu diventar serio, e portar delle conseguenze...
- Qualcheduna delle sue, mimmagino. 210
- Per giustizia, devo dire che il torto non dalla parte di mio cugino. Ma riscaldato; e, come dico, non c che il signore zio,
che possa...
- Vediamo, vediamo.
- C da quelle parti un frate cappuccino che lha con Rodrigo e la cosa arrivata a un punto che...
- Quante volte vho detto, alluno e allaltro, che i frati bisogna lasciarli cuocere nel loro brodo? Basta il da fare che dnno a chi 215
deve... a chi tocca... - E qui soffi. - Ma voi altri che potete scansarli...
- Signore zio, in questo, mio dovere di dirle che Rodrigo lavrebbe scansato, se avesse potuto. E il frate che lha con lui, che
lha preso a provocarlo in tutte la maniere...
- Che diavolo ha codesto frate con mio nipote?
- Prima di tutto, una testa inquieta, conosciuto per tale, e che fa professione di prendersela coi cavalieri. Costui protegge, 220
dirige, che so io? una contadinotta di l; e ha per questa creatura una carit, una carit... non dico pelosa, ma una carit
molto gelosa, sospettosa, permalosa.
- Intendo, - disse il conte zio; e sur un certo fondo di goffaggine, dipintogli in viso dalla natura, velato poi e ricoperto, a pi
mani, di politica, balen un raggio di malizia, che vi faceva un bellissimo vedere.
- Ora, da qualche tempo, - continu Attilio, - s cacciato in testa questo frate, che Rodrigo avesse non so che disegni sopra 225
questa...
- S cacciato in testa, s cacciato in testa: lo conosco anchio il signor don Rodrigo; e ci vuol altro avvocato che vossignoria,
per giustificarlo in queste materie.
- Signore zio, che Rodrigo possa aver fatto qualche scherzo a quella creatura, incontrandola per la strada, non sarei lontano
dal crederlo: giovine, e finalmente non cappuccino; ma queste son bazzecole da non trattenerne il signore zio; il serio 230
che il frate s messo a parlar di Rodrigo come si farebbe dun mascalzone, cerca daizzargli contro tutto il paese...
- E gli altri frati?
- Non se ne impicciano, perch lo conoscono per una testa calda, e hanno tutto il rispetto per Rodrigo; ma, dallaltra parte,
questo frate ha un gran credito presso i villani, perch fa poi anche il santo, e...
- Mimmagino che non sappia che Rodrigo mio nipote. 235
- Se lo sa! Anzi questo quel che gli mette pi il diavolo addosso.
- Come? Come?
- Perch, e lo va dicendo lui, ci trova pi gusto a farla vedere a Rodrigo, appunto perch questo ha un protettor naturale, di
tanta autorita come vossignoria: e che lui se la ride de grandi e de politici, e che il cordone di san Francesco tien legate anche
le spade [15], e che... 240
- Oh frate temerario! Come si chiama costui?
- Fra Cristoforo da *** - disse Attilio; e il conte zio, preso da una cassetta del suo tavolino, un libriccino di memorie, vi scrisse,
soffiando, soffiando, quel povero nome. Intanto Attilio seguitava: - sempre stato di quellumore, costui: si sa la sua vita. Era
un plebeo che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cavalieri del suo paese; e, per rabbia di non poterla vincer
con tutti, ne ammazz uno; onde, per iscansar la forca, si fece frate. 245
- Ma bravo! ma bene! La vedremo, la vedremo, - diceva il conte zio, seguitando a soffiare.
- Ora poi, - continuava Attilio, - pi arrabbiato che mai, perch gli andato a monte un disegno che gli premeva molto
molto: e da questo il signore zio capir che uomo sia. Voleva costui maritare quella sua creatura: fosse per levarla dai pericoli
del mondo, lei mintende, o per che altro si fosse, la voleva maritare assolutamente; e aveva trovato il... luomo: unaltra sua
creatura, un soggetto, che, forse e senza forse, anche il signore zio lo conoscer di nome; perch tengo per certo che il 250
Consiglio segreto avr dovuto occuparsi di quel degno soggetto.
- Chi costui?
- Un filatore di seta, Lorenzo Tramaglino, quello che...
- Lorenzo Tramaglino! - esclam il conte zio. - Ma bene! ma bravo, padre! Sicuro... infatti..., aveva una lettera per un...
Peccato che... Ma non importa; va bene. E perch il signor don Rodrigo non mi dice nulla di tutto questo? perch lascia andar 255
le cose tantavanti, e non si rivolge a chi lo pu e vuole dirigere e sostenere?
- Dir il vero anche in questo, - proseguiva Attilio. - Da una parte, sapendo quante brighe, quante cose ha per la testa il
signore zio... - (questo, soffiando, vi mise la mano, come per significare la gran fatica chera a farcele star tutte) - s fatto
scrupolo di darle una briga di pi. E poi, dir tutto: da quello che ho potuto capire, cos irritato, cos fuor de gangheri, cos
stucco [16] delle villanie di quel frate, che ha pi voglia di farsi giustizia da s, in qualche maniera sommaria, che dottenerla 260
in una maniera regolare, dalla prudenza e dal braccio del signore zio. Io ho cercato di smorzare; ma vedendo che la cosa
andava per le brutte, ho creduto che fosse mio dovere davvertir di tutto il signore zio, che alla fine il capo e la colonna della
casa...
- Avresti fatto meglio a parlare un poco prima.
- vero; ma io andavo sperando che la cosa svanirebbe da s, o che il frate tornerebbe finalmente in cervello, o che se 265
nanderebbe da quel convento, come accade di questi frati, che ora sono qua, ora sono l; e allora tutto sarebbe finito. Ma...
- Ora toccher a me a raccomodarla.
- Cos ho pensato anchio. Ho detto tra me: il signore zio, con la sua avvedutezza, con la sua autorit, sapr lui prevenire uno
scandolo, e insieme salvar lonore di Rodrigo, che poi anche il suo. Questo frate, dicevo io, lha sempre col cordone di san
Francesco; ma per adoprarlo a proposito, il cordone di san Francesco, non necessario daverlo intorno alla pancia. Il signore 270
zio ha cento mezzi chio non conosco: so che il padre provinciale ha, com giusto, una gran deferenza per lui; e se il signore
zio crede che in questo caso il miglior ripiego sia di far cambiar aria al frate, lui con due parole...
- Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria, - disse un po ruvidamente il conte zio.
- Ah vero! - esclam Attilio, con una tentennatina di testa, e con un sogghigno di compassione per s stesso. - Son io luomo
da dar pareri al signore zio! Ma la passione che ho della riputazione del casato che mi fa parlare. E ho anche paura daver 275
fatto un altro male, - soggiunse con unaria pensierosa: - ho paura daver fatto torto a Rodrigo nel concetto del signore zio.
Non mi darei pace, se fossi cagione di farle pensare che Rodrigo non abbia tutta quella fede in lei, tutta quella sommissione
che deve avere. Creda, signore zio, che in questo caso proprio...
- Via, via; che torto, che torto tra voi altri due? che sarete sempre amici, finch luno non metta giudizio. Scapestrati,
scapestrati, che sempre ne fate una; e a me tocca di rattopparle: che... mi fareste dire uno sproposito, mi date pi da pensare 280
voi altri due, che, - e qui immaginatevi che soffio mise, - tutti questi benedetti affari di stato.
Attilio fece ancora qualche scusa, qualche promessa, qualche complimento; poi si licenzi, e se nand, accompagnato da un -
e abbiamo giudizio, - chera la formola di commiato del conte zio per i suoi nipoti.

285

Note

1. "...scappato dalle forze del suddetto egregio signor capitano, sia tornato, palesemente o di nascosto, al suo paese, del quale non si conosce il nome,
quale per l'appunto, ma comunque nel territorio di Lecco: e se risulter che cos, cerchi il detto signor podest, con la massima diligenza che sar
possibile, d'averlo nelle mani...". Manzoni imita perfettamente il latino cancelleresco dei documenti giudiziari dell'epoca, pieno di complimenti
cerimoniosi e di frasi fatte.

2. "Cio", "vale a dire" (dal latino classico videlicet).

3. "...recatevi alla casa del suddetto Lorenzo Tramaglino; e, con la dovuta diligenza, portate via tutto ci che sar stato trovato di pertinente al caso; e
prendete informazioni sul suo malvagio carattere, sulla sua vita e sui suoi complici".

4. "...riferite diligentemente".

5. il frate cappuccino del convento di Porta Orientale, a Milano, cui Renzo avrebbe dovuto consegnare la lettera di padre Cristoforo.

6. Una macchinazione, un intrigo.

7. Anche la sua promessa sposa poteva esser considerata di un ribelle, quindi alla merc di chiunque.

8. Indegno di un nobile, poich Lucia una contadina.

9. Si tratta dell'innominato.

10. A fantasticare, a lambiccarsi la mente.

11. Un pescivendolo.

12. Serie di prediche che si tengono durante la Quaresima.

13. Magistrati e militari.

14. Il primo ministro spagnolo, l'Olivares.

15. Attilio intende dire che, secondo il frate, l'ordine dei cappuccini pu tener testa all'aristocrazia.

16. Infastidito.

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