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REOLOGIA DEI MATERIALI

POLIMERICI: SCIENZA E INGEGNERIA

Introduzione
Da circa un secolo le materie plastiche vengono impiegate per la fabbricazione di
manufatti con le caratteristiche pi diverse. A seconda delle propriet e del
comportamento dei materiali polimerici sono state sviluppate tecnologie di processo molto
diversificate. Esse, tuttavia, almeno nel caso della trasformazione dei polimeri
termoplastici, prevedono sempre una fase in cui il materiale viene fuso (o rammollito) in
modo da poter subire il necessario processo di formatura. E in questa fase che il polimero,
di fatto un liquido molto viscoso, mostra tutte le sue peculiarit di comportamento rispetto
ai liquidi tradizionali. Ed questo il campo di azione della reologia.
La reologia (dal greco =scorrere) la scienza che studia il flusso e la
deformazione dei materiali sotto lazione di forze esterne. Storicamente la reologia ha
cominciato a muovere i suoi primi passi proprio in concomitanza con lo sviluppo delle
tecnologie di processo per le materie plastiche, ed ha continuato a svilupparsi
parallelamente al progredire di tali tecnologie. Anche se oggi la reologia si interessa del
comportamento di fluidi complessi di ogni tipo (dai cosmetici alle sostanze alimentari, dai
fanghi ai fluidi biologici), quella dei fusi polimerici unarea sempre molto attiva sia dal
punto di vista scientifico che tecnologico. Scopo di questo libro quello di fornire un
quadro di assieme aggiornato delle conoscenze in questo settore.
Per chiarire il ruolo e il campo di azione della reologia dei polimeri bene riferirsi
alle sue due principali applicazioni. La prima, tipicamente ingegneristica e tecnologica e
gi sottesa alle considerazioni precedenti, ruota intorno al concetto di processabilit. Con
questa parola si intende linsieme delle caratteristiche di un materiale polimerico che lo
rendono adatto ad un particolare processo di trasformazione. Uno degli obiettivi
fondamentali della reologia dei polimeri quello di misurare, modellare e prevedere la
processabilit del materiale.
Una seconda, pi avanzata e recente applicazione della reologia legata alla
possibilit di utilizzarla, spesso in sinergia con altre metodologie sperimentali, per lo
studio e la determinazione della microstruttura del materiale polimerico. Tale approccio
basato sul concetto, applicabile ovviamente non solo ai materiali polimerici, che la
microstruttura del materiale si rispecchia nel suo comportamento meccanico, e in
particolare nella risposta del polimero a particolari condizioni di flusso o di deformazione.
In questottica la reologia pu essere utilizzata come strumento indiretto per la
determinazione dellevoluzione microstrutturale dei materiali. In pratica ci si affida spesso
alla misura delle cosiddette propriet viscoelastiche lineari. In questo modo, ad esempio,
possibile stimare le dimensioni delle inclusioni di un blend polimerico, o la bont della
miscelazione di un polimero nano composito, o ancora la cinetica di cristallizzazione
durante il raffreddamento di un polimero semi-cristallino.
Gi in questa breve introduzione sono stati inseriti termini e concetti tipici della
reologia, che possono risultare estranei e poco comprensibili. E ovvio, quindi, che il
primo capitolo di questo libro sia dedicato alla presentazione degli aspetti fondamentali
della scienza reologica, con particolare riferimento a quelli che pi riguardano i materiali
polimerici. Nel secondo capitolo si cercher di chiarire lorigine del comportamento
reologico dei fluidi polmerici, legando la loro peculiare struttura macromolecolare alla

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risposta che essi esibiscono quando sottoposti a flusso o a deformazione. Il terzo capitolo
sar dedicato in maniera pi sistematica alla descrizione del comportamento reologico dei
fusi polimerici evidenziandone, anche in termini quantitativi, la dipendenza dai parametri
del materiale e dalle variabili di processo. Infine, il quarto capitolo sar dedicato
allapprofondimento di alcuni temi ritenuti particolarmente utili ed interessanti per il
reologo che si confronta con il comportamento dei materiali polimerici.
Questo piccolo libro ha il solo scopo di introdurre il lettore agli aspetti
fondamentali del comportamento reologico dei polimeri allo stato fuso. E quindi limitato
e circoscritto per almeno due motivi fondamentali. Il primo che la reologia si basa in
maniera consistente su di un apparato fisico-matematico che in questa sede viene
volutamente mantenuto ad un livello basso. Il secondo motivo che, come gi sottolineato
in precedenza, la reologia ha subito una forte evoluzione negli ultimi decenni, ampliando il
suo campo di azione sia per lo sviluppo di nuove e sempre pi sofisticate tecniche
sperimentali, sia per la possibilit di applicazione ai pi svariati campi della scienza e
dellingegneria. In questa sede, al contrario, ci si concentra volutamente sulla specifica
classe dei materiali a base di polimeri termoplastici. Il lettore che voglia approfondire gli
aspetti pi sofisticati e complessi della reologia, o che voglia ampliare le sue prospettive
reologiche verso sistemi e materiali che esulano dal presente ambito, pu farlo attraverso
la lettura di testi ben pi completi ed esaustivi di questo. Alcuni titoli verranno suggeriti
alla fine di ogni capitolo.

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CAPITOLO I
FONDAMENTI DI REOLOGIA
I.1 Grandezze cinematiche e dinamiche
I.1.1 Flusso, deformazione, forze
Il moto di un fluido, e pi in generale la deformazione di un materiale, sono azioni
che richiedono lapplicazione di forze (o di coppie). Scopo della reologia proprio quello
di individuare e studiare il legame, determinato dalla microstruttura del materiale, tra le
forze applicate e il moto (o la deformazione) che esse determinano.
Uno dei concetti fondamentali della reologia quello di deformazione. Al contrario
dei corpi rigidi, che costituiscono una idealizzazione del comportamento reale, il materiale
polimerico, sottoposto allazione di forze esterne, viene deformato. Il tipo di deformazione
e la sua entit dipendono (oltre che dalle forze applicate) dalla geometria, dalle dimensioni
e dai confini dello spazio occupato dal materiale.
Si consideri il semplice esempio di Figura 1: uno strato di polimero fuso (ad
esempio un film di polietilene) applicato ad una parete verticale. Sul polimero agisce
sicuramente la forza dovuta al peso stesso del materiale, che lo spinge a muoversi verso il
basso. Allo stesso tempo il fluido si trova confinato in una ben precisa geometria. A
sinistra, la presenza della parete fissa impedisce il movimento dello strato di polimero ad
essa immediatamente attaccato (condizione di aderenza). Alla destra, invece, il fluido non
confinato, ed quindi libero di muoversi verso il basso. Il risultato che il moto avviene
per scorrimento di strati successivi, via via pi veloci a mano a mano che ci si sposta dalla
parete al pelo libero del fluido. La conseguenza di questa variazione, o gradiente, di
velocit in direzione perpendicolare al flusso che un volumetto di fluido (A) inizialmente
a forma di parallelepipedo viene progressivamente deformato (B, C). La deformazione
continua del volumetto genera il flusso di polimero che scorre lungo la parete. Una
deformazione come quella di Figura 1viene detta appunto di scorrimento (o di shear). Il
gradiente di velocit in questo caso prende il nome di gradiente di scorrimento o shear
rate.

Figura 1: Il moto di un film cadente


La Figura 2 presenta un altro tipo di deformazione, quella cosiddetta estensionale,
che ad esempio si incontra nel processo di filatura, quando un filamento di polimero fuso
viene estruso da un foro e successivamente tirato in modo da produrre una fibra sottile. Sul
liquido agisce questa volta la forza dovuta al suo stesso peso, oltre alla forza aggiuntiva
legata al processo di stiro. In questo caso, tuttavia, non vi sono pareti a determinare lo

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scorrimento relativo di strati di liquido. Lelementino di fluido (A) questa volta si deforma
allungandosi progressivamente lungo la direzione del flusso e restringendosi lungo quella
perpendicolare (B e C), in modo da conservare il volume. In questo caso la deformazione
continua determina un flusso elongazionale, e il gradiente di velocit, che in questo caso
prende il nome di gradiente di allungamento o stretching rate, si sviluppa lungo la
direzione del flusso.

Figura 2: Flusso estensionale


Una situazione pi complessa presentata in Figura 3, nella quale schematizzata
la sezione di un condotto che presenta una brusca contrazione. In questo caso, che si
incontra ad esempio in corrispondenza del gate attraversato dal polimero fuso nel processo
di stampaggio a iniezione, e nel quale la forza che determina il moto del fluido quella
dovuta alla pressione di iniezione, si genera un moto complesso. Infatti, a causa della
condizione di aderenza, strati di fluido pi vicini alle pareti del tubo si muovono pi
lentamente, determinando cos velocit pi alte al centro e pi basse alla parete
(componente di scorrimento). Allo stesso tempo la diminuzione di sezione provoca un
graduale aumento di velocit e quindi un flusso di tipo estensionale. In questo caso un
volumetto di fluido viene contemporaneamente deformato e allungato, sotto lazione
simultanea delle due componenti di flusso.

Figura 3: Flusso attraverso una brusca contrazione


Si pu dimostrare che in situazioni di flusso complesse come quella di Figura 3, e
come capita quasi sempre in tutte le situazioni di interesse pratico, la deformazione
istantanea si pu sempre ottenere dalla sovrapposizione di una componente di scorrimento
e di una componente estensionale.
Gli esempi su indicati mostrano che per studiare il moto e la deformazione di un
fluido, necessario esaminare due aspetti del problema: da un lato la cinematica del moto,
cio le relazioni che legano la posizione e la velocit del fluido in funzione del tempo;

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dallaltro la dinamica del moto, cio lo studio delle forze che agiscono sul fluido. Questi
due aspetti saranno trattati, separatamente, nei due paragrafi successivi.

I.1.2 Cinematica reologica


La reologia studia il comportamento dei materiali durante il flusso o la
deformazione. Molto spesso i materiali polimerici esibiscono propriet reologiche
complesse. Essi risultano quindi difficili da studiare nelle condizioni di flusso complicate
che si determinano nelle reali applicazioni (vedi lesempio di Figura 3). Proprio per questo
motivo il reologo cerca di ricreare in laboratorio situazioni di flusso cinematicamente
semplici, che possano quindi essere determinate con precisione e che siano facilmente
controllabili. Per quanto detto nel precedente paragrafo, ci si riduce sempre a due
condizioni di flusso fondamentali, quelle di scorrimento e quelle elongazionali.
Il moto di scorrimento quando sia possibile individuare delle superfici di
materiale che si muovono scorrendo le une rispetto alle altre. Queste superfici, dette
appunto di scorrimento, possono essere viste a tutti gli effetti come delle superfici rigide,
nel senso che due punti di una stessa superficie si mantengono a distanza costante. Punti
appartenenti a superfici diverse si allontanano o si avvicinano proprio a causa dello
scorrimento relativo delle superfici.
Lesempio pi semplice di flusso di scorrimento illustrato in Figura 4. In essa un
fluido confinato tra due piatti paralleli, uno fermo, laltro in movimento, posti ad una
distanza h. In questo caso le superfici di scorrimento sono lamine di materiale parallele ai
due piatti. Ovviamente lo scorrimento ottenuto perch, man mano che si passa dal piatto
inferiore fermo a quello superiore in movimento, aumenta la spostamento delle superfici
che quindi scorrono le une rispetto alle altre.

Figura 4: Il flusso di scorrimento tra due piatti paralleli


Una descrizione quantitativa della cinematica dello scorrimento richiede di stabilire
quanto stato deformato il materiale e con quale velocit avvenuta la deformazione.
Con riferimento alla Figura 4, se il piatto superiore stato mosso per una distanza
complessiva s, la deformazione subita dal materiale, generalmente rappresentata dal
simbolo data da:

s
(1)
h

Si noti che tutti i punti del materiale sono sottoposti alla stessa deformazione.
Infatti per uno strato pi vicino al piatto fermo lo spostamento pi piccolo: distanza dal
piatto fermo e spazio percorso variano in maniera proporzionale di modo che il loro
rapporto, dato dalla (1), sempre costante.
Nella definizione di deformazione non contenuta nessuna informazione sul tempo
necessario ad applicarla. Nel moto dei fluidi, tuttavia, la rapidit con cui avviene la

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deformazione un parametro fondamentale. Si definisce appunto velocit di
deformazione, o gradiente di scorrimento (in inglese shear rate), la variazione della
deformazione con il tempo. Se lo spostamento avviene con velocit v la velocit di
deformazione sar data da:

1 ds v
(2)
h dt h

Per comprendere la simbologia si ricordi che il punto su una variabile indica loperazione
di derivata rispetto al tempo. La (2) segue allora dalla (1) considerando che la derivata
dello spostamento proprio la velocit.
Nel caso particolare in cui al flusso sia imposta una velocit di deformazione
costante per un tempo t, tempo, deformazione e velocit di deformazione sono legati tra
loro in maniera semplice:

t (3)

Le (1) e (2) definiscono la cinematica del moto di scorrimento tra due piatti
paralleli in moto traslatorio luno rispetto allaltro. I flussi di scorrimento pi utilizzati
sono quelli nei quali le superfici di scorrimento sono costituite da piani paralleli (Figura 5)
o da cilindri concentrici (Figura 6). Nel caso dei piani paralleli lo scorrimento pu essere
ottenuto per traslazione (Figura 5a), situazione corrispondente ai piatti paralleli appena
descritti. Questo tipo di flusso si incontra in molti processi industriali, ed per esempio
alla base del funzionamento di una delle principali apparecchiature di processo,
lestrusore. Nel secondo caso (Figura 5b), lo scorrimento pu avvenire per rotazione dei
piani, una situazione spesso sfruttata nei reometri rotazionali, che verranno descritti
successivamente.

a) b)

Figura 5: Flusso di scorrimento di: a) piani paralleli traslanti; b) piani paralleli rotanti
Anche nel caso dei cilindri concentrici si pu ottenere scorrimento sia per
traslazione che per rotazione relativa delle superfici. Il primo caso (Figura 6a) quello
caratteristico del moto in condotti, in cui la presenza della parete del condotto frena gli
strati di materiale pi esterni, producendo la caratteristica deformazione a cannocchiale.
Il secondo caso (Figura 6b) rappresenta anchesso una situazione tipica dei reometri
rotazionali, ma si incontra anche (con alcune complessit aggiuntive) nei recipienti di
agitazione e di mescolamento.

6
a) b)

Figura 6: Flusso di scorrimento di: a) cilindri traslanti; b) cilindri rotanti


Nella deformazione estensionale un elemento di fluido sottoposto ad un
allungamento o ad una contrazione. In questo caso generalmente possibile individuare
delle superfici che, anzich scorrere le une rispetto alle altre, si allontanano o si avvicinano
lungo la direzione del moto. La Figura 7 mostra il tipo pi semplice di flusso estensionale:
un cilindro di materiale viene fissato ad unestremit e tirato dallaltra: si produce quindi
un allungamento nella direzione del moto, ed una corrispondente contrazione nella
direzione trasversale. Si noti che lo stesso tipo di deformazione si pu ottenere anche
premendo sulla superficie laterale del cilindro, lasciando libere le estremit di allungarsi
E evidente che le superfici S1 e S2, perpendicolari al flusso, si allontanano
progressivamente (Figura 7). Il flusso estensionale monoassiale appena descritto viene
incontrato in moltissime situazioni pratiche, ad esempio nel processo di filatura, mediante
il quale si producono fibre sintetiche. Una componente di deformazione estensionale si
incontra anche nei flussi in canali nei quali si abbia una brusca contrazione, come gi
illustrato in precedenza.

S1 S2 S1 S2

a) b)
Figura 7: la deformazione estensionale monoassiale
Considerazioni analoghe a quelle del moto di scorrimento si applicano nel caso dei
moti estensionali. In questo caso, tuttavia, la definizione di deformazione non univoca.
Infatti, se L0 la lunghezza iniziale dellelemento di materiale, e L quella dopo la
deformazione, si definisce la deformazione di Cauchy (o ingegneristica) come:

L L0
e 1 (4)
L0

Nella (4) compare il rapporto di stiro (stretching ratio), , e cio il rapporto tra le
lunghezze prima e dopo la deformazione. In realt, la definizione pi rigorosa di
deformazione elongazionale la seguente:

7
L
ln ln ln 1 e (5)
L0

viene detta deformazione di Hencky (Hencky strain). Si noti subito che la deformazione
di Cauchy rappresenta il limite della deformazione di Henky nel caso di piccole
deformazioni.
La velocit di deformazione estensionale, o gradiente di allungamento, (in inglese
stretching rate) rappresenta la variazione di deformazione relativa rispetto al tempo. In
analogia con il flusso di scorrimento, se le due superfici a distanza dx si allontanano con
velocit relativa dv, si ha:

dv
(6)
dx

Siccome un estremo dellelemento di fluido si muove con velocit vL=dL/dt mentre laltro
estremo fermo (v0=0), il gradiente di allungamento assume la forma:

vL v0 1 dL 1 d d d
ln (7)
L L dt dt dt dt

La (7) mostra il legame tra tutte le grandezze cinematiche estensionali fin qui
introdotte e chiarisce anche il motivo per cui la (5) rappresenta la corretta espressione per
la deformazione estensionale. Come per il moto di scorrimento, in condizioni di stretching
rate costante applicata in un tempo t sussiste la seguente relazione:

t (8)

Avendo definito alcune grandezze cinematiche, bene subito discutere delle loro
dimensioni, e delle relative unit di misura. Si noti che le deformazioni rappresentano
sempre il rapporto tra uno spostamento ed una distanza. Trattandosi di due lunghezze, tale
rapporto appunto dimensionale. Di conseguenza non esiste ununit di misura della
deformazione, che un numero puro. Le velocit di deformazione, sia di scorrimento che
estensionale, hanno invece le dimensioni dellinverso di un tempo e sono misurate
generalmente in [s-1].
A conclusione di questo paragrafo va ribadito ancora una volta che sia la
deformazione che la velocit di deformazione rappresentano una misura della variazione
di distanza relativa tra due punti del materiale, e non uno spostamento o una velocit
assoluti. Nel moto di un corpo rigido, ad esempio, non vi sono n gradienti di scorrimento
n gradienti di allungamento. Durante il moto, il corpo mantiene inalterata la sua forma.
Sono invece proprio le deformazioni, e cio i cambiamenti di forma, a caratterizzare il
moto dei fluidi o, pi in generale, dei materiali detti appunto deformabili. Ed proprio per
indurre una deformazione che si rende necessaria lapplicazione di forze di deformazione,
come verr chiarito nel successivo paragrafo.

I.1.3 Dinamica reologica


La deformazione e il flusso dei materiali avvengono a causa dellapplicazione di
forze. Cos come fatto nel precedente paragrafo per le grandezze cinematiche,

8
importante definire le corrispondenti grandezze dinamiche, cio le forze che entrano in
gioco nei processi di deformazione e flusso dei materiali.
Nel caso del flusso di scorrimento (Figura 8), il moto del piatto superiore avviene
se e solo se ad esso viene applicata una forza.
F

Figura 8: Forza tangenziale per il moto di scorrimento


Va notato innanzitutto che, rispetto al fluido contenuto tra i piatti paralleli, la forza
in Figura 8 una forza di superficie, cio applicata ad una delle superfici della sistema.
Ricordiamo che tutte le forze sono rappresentabili da un vettore, cio da una freccia di cui
necessario, oltre allintensit, specificare la direzione e il verso. Come chiarito dalla
Figura 8, la forza F giace nello stesso piano del piatto cui applicata, e ha stessa direzione
e verso del moto. Forze di superficie giacenti sul piano della superficie stessa vengono
dette forze tangenziali. Al contrario, forze di superficie perpendicolari alla superficie
vengono dette forze normali. Si osservi che una qualunque forza di superficie pu sempre
essere decomposta in una componente tangenziale, ed in una normale.
Nella reologia (e pi in generale nella meccanica dei fluidi e nella dinamica dei
corpi) esistono altri tipi di forze, le cosiddette forze di massa. Si tratta di quelle forze che
esistono per il fatto che tutti i corpi possiedono appunto una massa. La pi importante tra
queste certamente la forza peso. Nel caso particolare di Figura 8, tuttavia, la forza peso
del fluido non entra in gioco. Il moto di scorrimento infatti orizzontale, mentre gli effetti
del peso del fluido, la cui direzione verticale, vengono completamente annullati dalla
presenza del piatto inferiore. Si tratta tuttavia di una situazione particolare. Si ricordino gli
esempi di Figure 1 e 2, in cui proprio il peso del fluido a generare la sua deformazione e
moto.
La forza di superficie una grandezza estensiva, dipende cio dalle effettive
dimensioni del sistema. La forza necessaria a mettere in movimento ad una data velocit il
piatto di Figura 8 direttamente proporzionale alle dimensioni del piatto stesso. E ovvio
quindi che, per evitare di dover sempre specificare le dimensioni del sistema, convenga
riferirsi alla corrispondente grandezza specifica, e cio ad una forza per unit di superficie.
Il modulo di tale grandezza viene detto sforzo, e si indica generalmente con il simbolo
greco . Cos, nel nostro esempio di moto di scorrimento, se A larea della superficie del
piatto, lo sforzo tangenziale definito da:

F
(9)
A

Le dimensioni dello sforzo sono quelle di una forza divisa per il quadrato di una
lunghezza. Se si utilizza il sistema di unit di misura internazionale (SI), lunit di misura
degli sforzi il Pascal (Pa), definito come:

N
1 Pa 1 (10)
m2

9
Le stesse considerazioni utilizzate per il moto di scorrimento valgono anche per
quello estensionale. In questo caso ad un estremo del materiale viene applicata (Figura 9)
una forza di trazione T, questa volta normale alla superficie di applicazione. Ancora una
volta, se A larea di questa superficie, lo sforzo normale viene ottenuto come:

T
(11)
A

In questo caso lallungamento del materiale avviene a causa dellapplicazione di una forza
di trazione.

Figura 9: Forza normale per il moto estensionale


Il parallelismo tra sforzi tangenziali in shear e sforzi normali in elongazione, che
risulta nella sostanziale identit tra le loro definizioni (Equazioni (9) e (11)), richiede una
certa dose di cautela. Si noti che lo sforzo tangenziale agisce su di una superficie di area
costante. Nel caso dei moti estensionali, invece, lallungamento del materiale provoca
unovvia riduzione della sezione trasversale. Questo significa che, se nellesperimento di
estensione la forza di trazione viene ad esempio mantenuta costante, lo sforzo aumenta
progressivamente. Per questo motivo, soprattutto nella meccanica dei solidi elastici, si fa
spesso riferimento al cosiddetto sforzo ingegneristico, definito come:

T
I (12)
A0

dove A0 la sezione iniziale del materiale prima della deformazione.


Laltra differenza tra le due situazioni considerate ancor pi rilevante. Per
comprenderlo, si considerino ancora una volta le condizioni elementari di deformazione di
scorrimento e di allungamento. Per ottenere la deformazione di scorrimento, o di taglio,
lunica possibilit quella di applicare uno sforzo tangenziale sulla superficie parallela al
moto stesso di deformazione. Al contrario, per ottenere la deformazione estensionale, in
alternativa alla forza di trazione applicata allestremo dellelemento di materiale, si pu
agire mediante una forza di compressione normale alla superficie laterale del materiale. Si
pensi ad esempio al fatto che, per ottenere il salsicciotto di pasta dal quale ricavare gli
gnocchi, si preferisce agire sulle superfici laterali rotolando e comprimendo la pasta tra le
mani ed il tavolo, piuttosto che tirare il cilindretto dagli estremi. Sempre rimanendo in
cucina, nota labilita dei pizzaioli nello stendere la pasta alternando una trazione dai
bordi ad una compressione della pasta sul tavolo. Tradotto in termini tecnici, quel che
conta nella deformazione estensionale non tanto il valore dello sforzo in una direzione,
quanto la differenza tra lo sforzo nella direzione del moto e quello applicato alle superfici
laterali in direzione perpendicolare al moto stesso:

N L (13)

10
Nella (13) N e L sono appunto gli sforzi normali applicati sulle superfici trasversali e
laterali, rispettivamente, mentre il segno meno si rende necessario in quanto gli sforzi di
trazione sono considerati per convenzione positivi mentre quelli di compressione sono
negativi.
La (13) pu essere anche letta nel seguente modo: per ottenere una deformazione
estensionale c bisogno di uno sbilanciamento di sforzi normali lungo due superfici
perpendicolari del materiale. A questo riguardo va ricordato che esiste sempre una forza
normale che agisce su tutte le superfici di un qualunque sistema: si tratta infatti della forza
di pressione idrostatica. Questa pu essere definita come la componente di sforzo normale
che agisce uniformemente su tutte le superfici di un corpo. Siccome la pressione
idrostatica uguale su tutte le superfici del sistema, essa non pu indurre deformazioni nel
materiale.
Prima di terminare questo paragrafo importante aggiungere che, anche nel caso di
moto e deformazione in condizioni cinematiche di scorrimento, in molti materiali
(certamente i polimeri fusi) sono presenti componenti normali aggiuntive dello sforzo. In
termini pratici, con riferimento alla semplice cinematica di scorrimento di Figura 4, oltre
allo sforzo tangenziale che determina il movimento del piatto, anche necessario applicare
una forza normale di compressione per evitare la separazione tra i piatti stessi. Questo
fenomeno, che come verr precisato pi avanti dipende dalla presenza di una componente
elastica nel materiale, ha ben note conseguenze: presente ad esempio in un solido
elastico quando questo venga sottoposto ad una deformazione di taglio o di torsione; nel
caso dei polimeri fusi, la presenza di tali sforzi normali aggiuntivi responsabile, tra gli
altri, del ben noto fenomeno del die swell nel processo di estrusione.
La necessit di applicare una forza di chiusura per mantenere i piatti in posizione
implica che allinterno del materiale si sviluppa una forza normale verso lesterno, cio di
trazione. Si pu dimostrare che in realt sono presenti due diverse componenti di forza
normale: una, di trazione, perpendicolare al piatto (quindi perpendicolare alla direzione del
flusso), laltra, di compressione, perpendicolare alla direzione del flusso (vedi Figura 10).
Come nel caso del moto estensionale, quel che conta ai fini pratici la differenza tra i
valori di tali forze. Questo porta alla definizione della cosiddetta prima differenza degli
sforzi normali:

N1 n ,1 n ,2 (14)

Questa importante propriet reologica dei fusi polimerici, e le sue implicazioni dal punto
di vista tecnologico, verranno discusse nel seguito.

Fn,1

Fn,2

Figura 10: Gli sforzi normali nel moto di scorrimento

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Sommario Sezione I.1
La reologia studia il comportamento dei fluidi in termini di flusso e deformazione sotto
lazione di forze ad esso applicate.
La reologia si concentra sullo studio di condizioni cinematicamente e dinamicamente
semplici: lo shear (moto o deformazione di taglio) e lestensione. Condizioni di
deformazione pi complesse sono sempre riconducibili a quelle elementari.
Nel caso del moto di scorrimento (o di taglio, o di shear) il parametro cinematico
rilevante la deformazione, pari al rapporto tra lo spostamento nella direzione dello
scorrimento e la dimensione trasversale del materiale. Da esso deriva latro parametro
rilevante, la velocit di deformazione (o shear rate) pari alla velocit di spostamento
divisa per la stessa dimensione trasversale. In termini dinamici, nel materiale
sottoposto a moto di scorrimento insorgono due tipologie di sforzo: sforzo tangenziale,
che agisce in direzione e verso del moto sulle superfici di scorrimento; prima
differenza degli sforzi normali, cio la differenza tra lo sforzo normale perpendicolare
al piano di scorrimento e lo sforzo normale perpendicolare alla direzione del moto.
Tali sforzi normali insorgono solamente quando nel materiale presente una
componente elastica.
Nel caso del moto estensionale (di compressione) il parametro cinematico rilevante
la deformazione di Hencky (Hencky strain) pari al logaritmo naturale del rapporto di
allungamento. La velocit di allungamento (o stretching rate) pari alla deformazione
temporale dellHencky strain. In termini dinamici il parametro rilevante la differenza
tra lo sforzo normale nella direzione del moto e quello nella direzione perpendicolare.

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I.2 La viscosit
I.2.1. Definizione di viscosit
Da un punto di vista intuitivo la viscosit rappresenta la resistenza al moto di un
fluido. La nostra esperienza quotidiana ci insegna ad esempio che il miele pi viscoso
dellacqua: basta rovesciarne un bicchiere per rendersene conto. Da un punto di vista pi
quantitativo si pu dire che la viscosit misura la capacit di scorrimento di un fluido sotto
lazione di forze di taglio. Maggiore la viscosit, a parit di forza applicata, minore il
gradiente di scorrimento che si sviluppa nel fluido. O viceversa, a parit di gradiente, un
fluido di viscosit maggiore richiede una forza di scorrimento maggiore.
Sulla base dei concetti di sforzo e di gradiente introdotti nel paragrafo I.1 la
definizione di viscosit segue di conseguenza. Con riferimento alla geometria a piatti
paralleli descritta in Figura 4, si supponga di mettere in movimento il piatto superiore con
velocit v. In condizioni stazionarie, il moto del materiale richiede lapplicazione di un
certo valore dello sforzo di taglio. Abbiamo quindi (vedi Equazioni (2) e (9)):

v
(15)
h

F
(16)
A

La viscosit del fluido allora definita come il rapporto tra lo sforzo tangenziale e il
gradiente di scorrimento:


(17)

La (17) afferma che la viscosit il coefficiente di proporzionalit tra il gradiente


di scorrimento e lo sforzo applicato in un flusso di taglio stazionario. La viscosit ha
quindi le dimensioni di una forza per unit di superficie moltiplicata per un tempo. Nel
Sistema Internazionale (SI) lunit di misura della viscosit :

Kgm / s 2 N
2
s 2 s Pa s (18)
m m

essendo il Pascal (Pa) l'unit di misura dello sforzo. In queste unit, per esempio, la
viscosit dell'acqua ha il valore di 0.001 Pa s (1 milliPascal secondo). Nel sistema cgs,
invece, la viscosit ha unit di misura:

gcm / s 2 g
2
s poise (19)
cm cm s

Il poise stato per lungo tempo l'unit di misura pi utilizzata per la viscosit. La
viscosit dell'acqua risulta essere pari in questo caso a 0.01 Poise (1 centipoise). Ci
significa che il Pa s numericamente dieci volte pi piccolo del poise. La Tabella 1 riporta
i valori di viscosit tipici di alcuni fluidi. Si noti come la viscosit di un gas sia cento volte

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inferiore di quella dell'acqua, che a sua volta pu risultare anche alcuni milioni di volte pi
bassa di quella di un fuso polimerico

Tabella 1: Valori tipici di viscosit per alcune sostanze a temperatura ambiente


A parit di altre condizioni la viscosit molto sensibile a variazioni di
temperatura. In generale, la viscosit di un liquido decresce allaumentare della
temperatura. La dipendenza della viscosit dei fusi polimerici dalla temperatura verr
trattata estesamente nel capitolo III.

I.2.2 Comportamento Newtoniano.


La rappresentazione grafica della (17), cio il diagramma dello sforzo in funzione
del gradiente di velocit, prende il nome di curva di flusso, e rappresenta in qualche senso
la carta d'identit reologica del fluido.
Nel caso in cui la curva di flusso sia costituita da una retta (Figura 11) il fluido
viene detto Newtoniano. In questo caso la viscosit (ovviamente a fissata temperatura)
una costante, nel senso che non dipende dalle condizioni di flusso applicate ed pari alla
pendenza della retta. Sono liquidi Newtoniani, tra gli altri, l'acqua e la maggior parte dei
solventi organici.
800

600
Stress (Pa)

400

200

0
0.0 0.1 0.2 0.3 0.4 0.5
shear rate (1/s)

Figura 11: La curva di flusso di una soluzione di polipropilene in xilene a 25C


Il comportamento Newtoniano quello reologicamente pi semplice. Ci permette
di descrivere con grande accuratezza il comportamento in flusso di tali liquidi, argomento
questo della meccanica dei fluidi. Con i codici di simulazione numerica disponibili sul
mercato oggi possibile ottenere previsioni quantitative in condizioni di flusso anche

14
molto complesse. Il fluido Newtoniano costituisce anche il punto di riferimento a cui
paragonare tutti i comportamenti reologicamente pi complessi, e proprio per questo detti
non-Newtoniani.

I.2.3 I fluidi viscosi non-Newtoniani


Il fluido Newtoniano dunque descritto dall'equazione costitutiva (17) nel caso in
cui sia una costante che dipende solo dalla temperatura. Quando ci non sia verificato il
fluido viene detto non-Newtoniano. Questo accade quando il legame tra sforzo di taglio e
gradiente di scorrimento non pi lineare, per cui il legame costitutivo per un fluido non-
Newtoniano viene genericamente scritto come:

f (20)

Spesso tuttavia, per mantenere la (20) formalmente analoga alla (17), essa viene scritta
nella forma:

(21)

In altri termini la relazione costituiva per un fluido non-Newtoniano continua ad


essere scritta come quella per un fluido Newtoniano, specificando che la viscosit non
pi costante ma funzione del gradiente di velocit. Tutta la complessit del
comportamento reologico viene tradotta in una viscosit variabile con le condizioni di
flusso.
I comportamenti non-Newtoniani fondamentali possono essere ricondotti a due
tipologie diverse, prendendo sempre come riferimento il comportamento Newtoniano. La
prima categoria quella dei fluidi pseudo-plastici (in inglese shear thinning), nei quali lo
sforzo una funzione crescente in modo meno che lineare con il gradiente di velocit.
Praticamente tutti i fusi polimerici presentano un comportamento viscoso di tipo pseudo-
plastico. La seconda quella dei fluidi dilatanti, nei quali lo sforzo crescente in modo
pi che lineare con il gradiente. La situazione illustrata graficamente in Figura 12.

Newtoniano
Dilatante
Pseudoplastico
Stress (Pa)

shear rate (1/s)

Figura 12: Curve di flusso per diverse tipologie di fluidi viscosi


Piuttosto che dalla curva di flusso, il comportamento viscoso non-Newtoniano
spesso rappresentato in reologia dal grafico della viscosit in funzione del gradiente di
scorrimento. In particolare, vista la (21), un fluido pseudoplastico presenta una viscosit
decrescente con il gradiente di scorrimento. Un esempio dato dalla Figura 13, in cui si
riporta la viscosit di un polistirene alla temperatura di 200C in funzione del gradiente di

15
scorrimento. L'andamento tipico di un fluido pseudoplastico, ma il grafico risulta poco
"leggibile". Infatti la viscosit parte da un valore elevato per gradienti prossimi allo zero,
per poi crollare a valori molto inferiori a shear rate pi elevate.
8x103

6x103

[Pa s]
4x103

2x103

0
0 103 2x103 3x103 4x103 5x103 6x103
shear rate [1/s]

Figura 13: Viscosit in funzione della shear rate per un polistirene fuso a 200
Il fatto che la viscosit possa variare di molti ordini di grandezza in corrispondenza
di variazioni altrettanto ampie di gradiente impone una diversa rappresentazione della
curva di viscosit. Questa data in Figura 14, dove gli stessi dati della Figura 13 sono
diagrammati in doppia scala logaritmica. Ci permette di apprezzare molto meglio i
dettagli del comportamento pseudoplastico: per bassi gradienti la viscosit presenta un
andamento costante e per questo motivo generalmente indicato come plateau Newtoniano.
Al crescere del gradiente la viscosit comincia a decrescere, spesso raggiungendo un
andamento lineare nella rappresentazione logaritmica. Si noti come in questo caso la
viscosit del polistirene possa variare di pi di due ordini di grandezza al crescere del
gradiente di velocit.
104

103
[Pa s]

102

101
10-3 10-2 10-1 100 101 102 103 104 105
shear rate s ]
-1

Figura 14: La curva di Figura 13 in doppia scala logaritmica

I.2.4 Alcune relazioni costitutive


La determinazione quantitativa del comportamento viscoso non-Newtoniano
rappresenta uno degli aspetti fondamentali della reologia applicata. La disponibilit di una
relazione analitica semplice che permetta di determinare a priori la viscosit di un fluido
per un assegnato valore di sforzo o di gradiente di scorrimento infatti di grande utilit
pratica. Proprio per questo motivo possibile trovare nella letteratura reologica
numerosissimi esempi di espressioni matematiche per la viscosit in funzione del

16
gradiente di velocit. Nel seguito verranno elencati e discussi alcuni dei modelli pi
popolari, in particolare molto utilizzati per polimeri fusi.

Fluido Newtoniano
E ovviamente il riferimento per tutti i comportamenti viscosi non-Newtoniani. La
viscosit data semplicemente da:

costante (22)

Fluido a legge di potenza


Questa equazione nasce dallosservazione che la viscosit di molti fluidi
pseudoplastici presenta un andamento lineare ad alti gradienti di velocit quando si usi la
rappresentazione in doppia scala logaritmica, come gi mostrato in Figura 14. Siccome
una retta in scala logaritmica rappresentativa di un legame funzionale di tipo potenza,
questo comportamento reologico viene descritto come:

K n (23)

Nella (23) K detta consistenza ed n indice di flusso. La viscosit del fluido a legge di
potenza ottenuta dividendo la (23) per :

K n 1 (24)

la cui rappresentazione in scala logaritmica per lappunto una retta di pendenza n1. La
(24) descrive i comportamenti pseudoplastici quando 0<n<1.
La rappresentazione a legge di potenza (24) molto utilizzata nelle tecnologie dei
polimeri in svariati settori applicativi, in quanto rappresenta il legame costitutivo pi
semplice possibile per un fuso polimerico. Ci dovuto anche al fatto che, in molte
situazioni di interesse tecnologico, il fluido si muove a gradienti di velocit corrispondenti
appunto alla zona di comportamento a legge di potenza.

Modelli di Ellis, Cross , Yasuda e Carreau


Il modello di Ellis il pi semplice modello che risponde allesigenza di
rappresentare la curva di viscosit in tutte le sue regioni. La sua espressione :

0
(25)
1
1 n

Il modello contiene tre parametri e il suo comportamento di facile comprensione. Per


bassi valori di il denominatore della (25) tende a uno e la viscosit tende al valore di
plateau Newtoniano 0. Al crescere del gradiente la viscosit comincia a decrescere dal
punto in cui il prodotto comincia a diventare non trascurabile rispetto allunit, cio
per 1/ . ha le dimensioni di un tempo e rappresenta quindi un tempo caratteristico
del fluido. Per 1 la (25) diventa:

0
0 1 n 1 n (26)

1 n

17
cio il fluido esibisce un comportamento a legge di potenza con K 0 1 n e indice di
flusso pari a n. Si noti come i tre parametri siano riconducibili ognuno ad un ben preciso
aspetto della curva di viscosit.
Talvolta pu accadere che il tratto a legge di potenza sia seguito da un secondo
plateau di viscosit agli alti gradienti di scorrimento. Tale comportamento (che si incontra
ad esempio in soluzioni polimeriche o in sospensioni), pu essere descritto dalla legge di
Cross:


0 (27)
1
1 n

dove appunto il valore di viscosit agli alti gradienti.


Unulteriore complicazione costitutiva nasce dalla possibilit di descrivere con
migliore precisione la zona di passaggio da comportamento Newtoniano a non-
Newtoniano. Il modello di Ellis, infatti, prevede una transizione piuttosto brusca tra i due
regimi. Per descrivere un passaggio pi graduale uno dei modelli pi popolari quello di
Carreau:


0 (28)
1 n
1
a a

che, nella versione senza plateau terminale (=0) prende il nome di modello di Yasuda.
In questi modelli compare un quinto parametro costitutivo, a, che ha appunto il ruolo di
gestire in maniera pi precisa la transizione tra i due regimi di comportamento.
Un esempio di applicazione di questi modelli proposto in Figura 15, dove i dati
sperimentali del polistirene sono confrontati con le regressioni del modello di Ellis e di
quello di Yasuda.
104

103
[Pa s]

Esperimenti
Ellis
Yasuda
102

101
10-3 10-2 10-1 100 101 102 103 104 105
shear rate s ]
-1

Figura 15: La viscosit di Figura 14 confrontata con i modelli di Ellis e Yasuda


Altre leggi per la viscosit possono essere trovate in letteratura. Alcune sono basate
su considerazioni del tutto empiriche, altre sono ancorate ad una descrizione pi o meno
dettagliata del comportamento fisico del liquido. Va in ogni caso tenuto presente che, ai
fini di unapplicazione tecnologica, laumento di precisione legato allaumento del numero

18
di parametri aggiustabili del modello viene pagato da una corrispondente crescita della
complicazione matematica dellequazione, e da una sua conseguente pesantezza duso.

I.2.5 Fluidi alla Bingham. Viscoplasticit


Il dentifricio con il quale ci laviamo i denti tutti i giorni rappresenta il classico
esempio di materiale viscoplastico. Finch si trova dentro il suo tubetto, anche se aperto e
capovolto, il dentifricio non si muove. Nel momento in cui premiamo il tubetto, il
dentifricio comincia a scorrere come un liquido, salvo poi miracolosamente fermarsi una
volta poggiatosi sullo spazzolino. Siamo di fronte ad un materiale che si deforma solo
quando viene superato un valore di soglia dello sforzo. Materiali di questi tipo vengono
detti plastici. Se poi, al di sopra dello sforzo di soglia la risposta di tipo viscoso, il fluido
viene detto viscoplastico, o alla Bingham.
Si inserisca un fluidi viscoplastico tra i piatti paralleli e si applichi un valore di
sforzo crescente ad uno dei piatti. Fino al valore di soglia il piatto non si muover;
superato tale livello si metter in moto raggiungendo, in condizioni stazionarie, una
velocit costante. Da un punto di vista matematico la relazione costituiva per un fluido alla
Bingham pu essere cos espressa:

0 per 0
(29)
0 b per 0

Nella (29) 0 lo sforzo di soglia (o yield stress). b un parametro che ha le dimensioni


di una viscosit, e che in generale pu essere funzione delle condizioni di flusso. La Figura
15 mostra il diagramma di flusso per un fluido alla Bingham per il quale b costante,
cio il materiale ha un comportamento Newtoniano nella regione in cui si determina
effettivamente il flusso.
Stress (Pa)

shear rate (1/s)

Figura 15: La curva di flusso di un liquido alla Bingham


Va notato che b non rappresenta la viscosit del fluido alla Bingham. Ricordando
infatti la definizione di viscosit (Equazione (17)), questa risulta pari a:

0 b
(30)

19
La (30) rappresentata in Figura 16 nel caso di b costante. E facile verificare che
per alti gradienti, cio per 0 / b , la viscosit tende ad un valore di plateau dato
proprio da b. Al diminuire del gradiente la viscosit aumenta, e per 0 / b tende ad
un comportamento asintotico secondo la relazione:

0
(31)

cio una retta di pendenza 1 in scala log-log.


Viscosity (Pa s)

shear rate (1/s)

Figura 16: La curva di viscosit di un liquido alla Bingham


Siccome il comportamento alla Bingham discriminato dalla presenza di uno
sforzo di soglia, esso viene meglio descritto quando la viscosit viene diagrammata in
funzione dello sforzo piuttosto che del gradiente di velocit. Questa situazione si incontra
molto frequentemente nel caso dei fusi polimerici caricati. Un esempio tecnologico
fornito dalla Figura 17.

Figura 17: La viscosit di un polistirene caricato con nerofumo in funzione dello sforzo di
taglio alla temperatura di 200C. Dal basso verso lalto le curve si riferiscono a percentuali
di carica crescenti da 0 a 25%
Per bassi contenuti di nerofumo si osserva il classico comportamento pseudo
plastico del polistirene fuso con il plateau Newtoniano a bassi valori di sforzo.
Allaumentare della percentuale di carica, oltre ad un aumento complessivo della viscosit,

20
si osserva la graduale scomparsa del plateau, fino a quando la curva presenta un asintoto
verticale in corrispondenza di un ben preciso valore di sforzo. Questa proprio la firma
del comportamento alla Bingham.

I.2.6 Gli sforzi normali in flusso di shear


Come gi accennato nel Paragrafo I.1.3, nei polimeri fusi sottoposti a flusso
stazionario di scorrimento sono presenti anche delle componenti di sforzo normale.
Bench tali componenti siano una diretta conseguenza della presenza in tali fluidi di una
componente elastica, della quale si parler estesamente nel paragrafo I.4, utile anticipare
la loro discussione nel contesto delle propriet di flusso stazionario, che costituiscono
largomento di questo paragrafo.
Un esempio dellandamento della prima differenza degli sforzi normali in funzione
della shear rate riportato in Figura 18. Si noti che per valori crescenti di shear rate gli
sforzi normali possono diventare anche notevolmente maggiori di quelli di taglio.

Figura 18: Prima differenza di sforzi normali (simboli pieni) e sforzo di taglio (simboli
aperti) per due soluzioni di polimetilmetacrilato in toluene
Per fusi polimerici a bassi gradienti di deformazione viene spesso verificato un
andamento degli sforzi normali quadratico con la shear rate. Per questo motivo, in
analogia con la viscosit, viene definito un primo coefficiente di sforzi normali, 1 ,
come:

N1
1 (32)
2

I.2.7 La viscosit elongazionale


In maniera del tutto analoga al flusso di scorrimento, possibile definire la
viscosit elongazionale come il parametro che indica la resistenza del fluido ad un flusso
di tipo estensionale. In questo caso lesperimento ideale, gi discusso nel Paragrafo I.1,
prevede lestensione di un campione di liquido con gradiente di allungamento costante .
In condizioni stazionarie a tale gradiente corrisponde una forza di trazione T applicata
sulla superficie A:

1 dL
(33)
L dt

21
T
el (34)
A

La viscosit elongazionale dunque definita come:

el
el (35)

La viscosit elongazionale ha ovviamente le stesse unit di misura della viscosit, e


tipicamente anche la stessa dipendenza dalla temperatura.
Anche per quanto riguarda il comportamento estensionale il fluido Newtoniano
rappresenta ovviamente il punto di riferimento reologico. In questo caso si pu dimostrare
(sia teoricamente che sperimentalmente) che la viscosit elongazionale non un parametro
reologico indipendente, ma strettamente legata alla viscosit dalla relazione di Trouton:

el 3 (36)

cio la viscosit elongazionale costante e pari a tre volte quella misurata in condizioni di
flusso di scorrimento. Il rapporto tra viscosit elongazionale e viscosit in shear viene
anche detto rapporto di Trouton.
Per fluidi non-Newtoniani, il comportamento viscoso estensionale pu risultare
decisamente complesso, e mostrare uno scostamento anche notevole dalla relazione di
Trouton. Si consideri ad esempio la Figura 19, che si riferisce ad un fuso polimerico: nel
limite di bassi gradienti di allungamento la viscosit estensionale mostra il comportamento
asintotico Newtoniano. Al crescere del gradiente, mentre la viscosit di scorrimento
diminuisce con la shear rate, quella estensionale passa per un massimo per poi decrescere
solo a gradienti elevati. In ogni caso la (36) non rispettata. Va detto che comportamenti
viscosi anomali in flusso estensionale sono spesso associati ad effetti viscoelastici, come
verr meglio specificato in seguito. In ogni caso, in analogia al flusso di scorrimento, si
parler di comportamenti elongazionali pseudoplastici. In tal caso potranno essere
utilizzate relazioni costitutive simili a quelle presentate nelle sezioni I.2.4 e I.2.5.

Figura 19: La viscosit estensionale di un polietilene a bassa densit in funzione della


stretching rate a 150C. Per riferimento riportata anche la curva della viscosit in shear

22
Sommario Sezione I.2
La viscosit in flusso di scorrimento definita come il rapporto tra sforzo tangenziale
e gradiente di scorrimento in condizioni di flusso stazionario
Per un fluido Newtoniano la viscosit una costante (a temperatura costante). I fluidi
non-Newtoniani sono tutti quelli che non rispettano questa regola.
A seconda dei casi si pu distinguere tra comportamento viscoso pseudoplastico (la
viscosit decrescente con la shear rate) e dilatante (la viscosit crescente con la
shear rate). La quasi totalit dei fusi polimerici ha comportamento pseudo plastico.
Il legame quantitativo tra sforzo e gradiente di velocit rappresenta il caso pi
semplice (e spesso pi utilizzato) di equazione costitutiva. Equazioni costitutive usate
nella pratica, in ordine di crescente complessit, sono: legge di potenza, equazione di
Ellis, Cross, Carreau, Yasuda.
Un caso pi particolare di comportamento non-Newtoniano quello dei fluidi
viscoplastici o alla Bingham. Per essi il flusso ha luogo solo al superamento di uno
sforzo di soglia. Al disotto di tale valore il comportamento esibito di tipo solido.
Molti sistemi polimerici caricati esibiscono tale tipo di comportamento.
In condizioni di flusso di shear stazionario i fusi polimerici presentano anche degli
sforzi normali, derivanti dalla presenza di una componente elastica.
In flusso estensionale la viscosit elongazionale di un fluido Newtoniano pari a tre
volte quella in shear (rapporto di Trouton). A parte le difficolt della sua
determinazione, nel caso non-Newtoniano tale regola non rispettata e ci pu dare
origine a comportamenti in flusso estensionale completamente diversi da quelli in
flusso di shear

23
I.3 Reometria
I comportamenti reologici finora discussi sono stati presentati facendo riferimento
allesperimento ideale di flusso tra piatti paralleli rappresentato in Figura 4. Nella pratica,
la misura della viscosit e delle altre propriet reologiche avviene mediante
apparecchiature pi o meno complesse, i reometri. Un esperimento reometrico consiste
generalmente nella misurazione simultanea di due grandezze: una grandezza dinamica
(una forza, una coppia, una pressione) e una grandezza cinematica (ad esempio una
velocit, o uno spostamento, o un tempo). L'equazione del reometro una relazione
matematica che lega queste due grandezze tra loro. In essa, oltre a parametri geometrici
del reometro ed eventualmente altri parametri fisici del fluido, comparir anche la
grandezza reologica che deve essere misurata, e il cui valore viene quindi determinato dai
risultati della misura.
A titolo di esempio si considerino ancora una volta i due piatti paralleli di Figura 4.
Le grandezze misurate sono la forza tangenziale applicata sul piatto, F, e la velocit del
piatto superiore, v. Siccome lo sforzo dato da F/A e il gradiente di scorrimento da v/h,
lequazione di questo semplice reometro :

Fh
(37)
Av

per cui la determinazione della viscosit richiede la misura di F e v e la conoscenza dei


parametri geometrici A e h.

I.3.1 La misura della viscosit con reometri rotazionali


Il motivo principale che rende praticamente inutilizzabile il reometro ideale a
piatti paralleli risiede nelle condizioni cinematiche di funzionamento. I due piatti traslano
uno rispetto allaltro: ci significa che, dopo un certo tempo, i piatti si separeranno
completamente, rendendo impossibile la misura. Inoltre, sempre a causa della traslazione
relativa, la superficie di applicazione della forza diminuisce progressivamente, portando
ad una continua variazione dello sforzo applicato.
Il modo pi semplice di eliminare questi effetti indesiderati quello di permettere
al fluido di muoversi secondo traiettorie chiuse, cio ripetute indefinitamente nel tempo.
Questo principio messo in pratica nei reometri rotazionali, che sono tutti basati sul moto
relativo rotatorio di due superfici. Il principio di funzionamento di questi reometri molto
semplice, ed comprensibile osservando lo spaccato di un reometro rotazionale riportato
in Figura 20. Il reometro costituito da due piatti (o altri elementi, come specificato nel
seguito), uno fisso laltro in movimento, tra i quali interposto il fluido. Un motore
permette di imporre una assegnata velocit di rotazione al piatto, che determina un flusso
di scorrimento allinterno del fluido in esame. Un secondo dispositivo (trasduttore)
provvede a misurare la coppia necessaria a mantenere in movimento il piatto. Dalla misura
della coppia (grandezza dinamica) possibile risalire allo sforzo applicato al fluido,
mentre da quella della velocit di rotazione (grandezza cinematica) al gradiente di
scorrimento. Ci porta alla determinazione della viscosit del fluido.
I reometri rotazionali appartengono a due categorie costruttive concettualmente
diverse. In quelli a sforzo controllato il trasduttore di coppia lo stesso motore che
impone il moto di rotazione del piatto mentre la velocit di rotazione una grandezza
derivata, nel senso che viene determinata attraverso una misura. I reometri a sforzo
controllato sono stati introdotti sul mercato in tempi relativamente recenti. I progressi fatti

24
nel campo dei motori servocontrollati e nei sistemi di encoding ottico per la
determinazione dello spostamento angolare ne hanno tuttavia abbattuto progressivamente i
costi, rendendoli di fatto lo standard attuale nel campo dei reometri rotazionali.

Figura 20: Spaccato di un reometro rotazionale


I reometri a deformazione controllata sono storicamente precedenti rispetto a quelli
a stress controllato. In questo caso il moto viene imposto da un motore indipendente, in
modo da imporre il gradiente di velocit mentre la coppia viene misurata da un trasduttore
posto in corrispondenza del piatto fisso del reometro. Motore e trasduttore di questo
reometro sono gli elementi critici di questo tipo di apparecchiature, e quelli che ne
determinano il costo, generalmente molto pi elevato di un reometro a sforzo imposto.
I due tipi di reometri rotazionali su presentati posseggono ciascuno specifiche
peculiarit. Il reometro a stress controllato particolarmente versatile e di costo pi basso.
Daltra parte solo con un reometro a gradiente di scorrimento controllato possibile
effettuare alcuni tipi di test a deformazione imposta, che risultano particolarmente
importanti nello studio dei sistemi viscoelastici, come si vedr in seguito. Inoltre, i motori
delle macchine a gradiente controllato sono generalmente pi potenti, per motivi
costruttivi, di quelli a stress controllato, permettendo il raggiungimento di coppie pi
elevate e quindi misure su sistemi di viscosit estremamente elevata come i fusi
polimerici.
Quale che sia il tipo di reometro rotazionale impiegato, sono generalmente
disponibili varie geometrie, ognuna delle quali va scelta in funzione delle caratteristiche
del fluido e dellintervallo di gradiente di scorrimento (o di sforzo) di interesse. Qui di
seguito sono illustrate le principali geometri utilizzate per fusi polimerici.

Reometro a cono e piatto


La viscosit dei fusi polimerici a bassi gradienti di velocit viene tipicamente
misurata in reometri rotazionali equipaggiati con una geometria cono-piatto, schematizzata
in Figura 21. Il materiale compreso tra un piatto piano ed un cono, uno dei quali viene
posto in rotazione.
La scelta di questa geometria apparentemente esotica pu esser compresa
calcolando il gradiente di scorrimento. Ad ogni raggio r tale gradiente dato dal rapporto

25
tra la velocit del piatto in movimento e la distanza tra i piatti. Nel caso di angoli piccoli si
pu scrivere:

r r
(38)
h r

dove appunto langolo del cono. La (38) informa che in questa geometria il gradiente
di scorrimento uniforme in tutto il campione. Ci rende possibile la determinazione della
viscosit non-Newtoniana. E infatti possibile mostrare che lo sforzo tangenziale,
anchesso uniforme dato da:

3M
(39)
2 R 3

per cui in definitiva lequazione del reometro cono-piatto diventa:

3M
(40)
2 R 3

La (40) fornisce con ottima approssimazione la viscosit di un fluido purch


langolo del cono sia sufficientemente piccolo (in genere, quando <5).

Figura 21: La geometria cono-piatto

Reometro a piatti paralleli


Il reometro cono-piatto gode della importantissima propriet di generare un
gradiente di scorrimento uniforme. Il fluido viene deformato tutto allo stesso gradiente,
cosa che corrisponde ad un valore di sforzo di taglio uguale in tutti i punti del reometro.
Per questo motivo, una volta assegnate le condizioni di flusso, la viscosit misurata
rappresenta leffettivo valore al particolare gradiente di velocit imposto. Tale geometria
praticamente lunica che permetta di raggiungere tali condizioni per un fuso polimerico.
Tuttavia, per ragioni diverse che vanno dalla convenienza economica alla impossibilit di
utilizzare tale geometria, altre geometrie rotazionali vengono spesso utilizzate. Una di
queste quella a piatti paralleli rotanti (vedi Figura 22). Confrontando quanto gi detto per
il reometro cono-piatto, facile determinare il gradiente di scorrimento:

r
(41)
h

26
che risulta quindi variabile con il raggio. Ci significa che possibile determinare la
viscosit solo nel caso di fluido Newtoniano. Lanalisi Newtoniana infatti fornisce per lo
sforzo la stessa espressione ricavata nel caso cono-piatto, fornendo la seguente equazione
del reometro:

2Mh
(42)
R 4

Nel caso di fluidi non-Newtoniani la (42) viene ancora usata, anche se fornisce un
risultato approssimato. In questo caso la viscosit apparente cos ricavata viene
diagrammata in funzione del gradiente di scorrimento massimo, ottenibile dalla (41) per
r=R:

R
max (43)
h

La geometria piatto-piatto viene utilizzata raramente per misure di viscosit. I suoi


vantaggi rispetto a quella cono-piatto sono una relativamente maggiore facilit nel
caricamento e la possibilit di variare lo spessore di fluido. Invece la geometria piatto-
piatto ideale per misure di viscoelasticit, e pu quindi costituire la scelta di prima
dotazione per un reometro rotazionale quando i costi non permettano lacquisto anche di
un cono-piatto.

Figura 22: La geometria piatto-piatto

I.3.2 Il reometro a capillare


Il reometro a capillare , insieme al reometro cono-piatto, l'apparecchiatura
reologica maggiormente utilizzata per la misura della viscosit. Le traiettorie rettilinee e
lassenza di effetti di bordo, presenti in tutte le geometrie rotazionali, permettono il
raggiungimento di gradienti di scorrimento estremamente elevati (superiori a 100.000 s-1).
Inoltre, la possibilit di imporre forze estremamente alte permette la misura di fluidi con
viscosit molto elevate, cosa che li rende ideali per i fusi polimerici. Il suo schema di
funzionamento illustrato in Figura 23. Il liquido viene spinto (generalmente mediante un
pistone) attraverso un canale di dimensioni trasversali relativamente piccole, appunto un
capillare. Viene misurata la variazione di pressione all'imbocco e all'uscita del condotto
(dove generalmente la pressione atmosferica). Nota la portata passante nel condotto
(determinata dalla velocit di avanzamento del pistone), possibile misurare la viscosit
del fluido.

27
La sezione del condotto capillare generalmente circolare (la geometria pi
utilizzata) o a feritoia rettangolare (detta anche slit die). In questa sede si illustrer
l'equazione del reometro nel caso pi classico di capillare a sezione circolare.

piston

barrel

Capillary die

Figura 23: Schema della geometria a capillare


In un capillare a sezione circolare le superfici di scorrimento sono dei cilindri
concentrici che si muovono "a cannocchiale" uno rispetto all'altro. Lanalisi del moto in
questa geometria parte dal calcolo dello sforzo di taglio, p, alla parete del capillare.
Nellipotesi (che verr successivamente riesaminata) di trascurare gli effetti dovuti al
restringimento della sezione di imbocco, tale analisi fornisce facilmente il legame tra la
differenza di pressione P (detta anche perdita di carico) agli estremi e lo sforzo di taglio
alla parete:

P R
p (44)
L 2

La (44) include il raggio R e la lunghezza L del capillare, ed universale, nel senso


che non dipende dal particolare tipo di fluido che attraversa il capillare. Il passaggio
successivo dellanalisi consiste nella determinazione del gradiente di scorrimento alla
parete del capillare, calcolabile esplicitamente solo per il caso Newtoniano:

4Q
p , N (45)
R3

dove Q la portata volumetrica. Accoppiando (44) e (45) si ottiene lequazione del


reometro a capillare che fornisce la viscosit di un fluido Newtoniano:

R 4 P
N (46)
8L Q

Nel caso di fluidi non-Newtoniani, in cui la viscosit non costante con la shear
rate, il reometro a capillare pu ancora essere utilizzato, ma i dati sperimentali richiedono
una successiva manipolazione, nota come correzione di Mooney-Rabinowitsch. La logica
di tale correzione facilmente spiegabile. Per un fluido a viscosit non costante la (44) per
lo sforzo alla parete continua ad essere valida; non cos per il gradiente di scorrimento
alla parete, che non pi pari a quello Newtoniano ma va corretto per tenere conto degli

28
effetti non-Newtoniani. La correzione di Mooney-Rabinowitsch, i cui dettagli matematici
non vengono qui riportati, risulta essere pari a:

3n 1
p p , N (47)
4n

dove n pari a:

d log p
n (48)
d log p , N

n cio la pendenza del grafico (in doppia scala logaritmica) in cui si riporta lo sforzo alla
parete in funzione del gradiente di scorrimento Newtoniano, detto anche gradiente
apparente. Per meglio comprendere la (48) si consideri che n rappresenta, nel caso di un
fluido a legge di potenza, proprio lindice di flusso del liquido (vedi Equazione (23)). La
procedura di determinazione della viscosit allora la seguente:
si effettuano misure di perdita di carico a diverse portate. Ci permette di ricavare lo
sforzo alla parete (Equazione (44)) e il corrispondente gradiente di scorrimento
apparente (Equazione (45));
si riportano su grafico in scala logaritmica i valori cos calcolati di p in funzione di
p , N . In questo modo, per un certo valore di gradiente apparente si pu determinare
(con metodi grafici o numerici) il valore della pendenza di tale grafico, corrispondente
alla variabile n definita dalla (48);
dal valore di n e del gradiente apparente si pu calcolare il corrispondente gradiente
effettivo alla parete attraverso la (48). Il rapporto p / p fornisce infine il valore della
viscosit:

R 4 P 4n 4n
N (49)
8 L Q 3n 1 3n 1

Ripetendo gli ultimi due passi per diversi valori di p , N possibile ricavare la curva di
viscosit in funzione della velocit di scorrimento.
Nei reometri a capillare in commercio la pressione di sbocco quella atmosferica,
per cui la perdita di carico determinata da una singola misura di pressione a monte del
capillare. Questo fa s che la misura di pressione sia influenzata dal flusso complesso che
ha luogo nella zona di imbocco del capillare, dove sono presenti almeno due fonti di
dissipazione di energia: da un lato quella dovuta alla formazione di vortici in
corrispondenza della sezione di contrazione, dallaltro quella legata alla componente di
flusso estensionale dovuta al brusco restringimento di sezione. Le linee di flusso nella
sezione di imbocco del capillare sono schematizzate in Figura 24a. Come conseguenza, la
pressione misurata prima della contrazione data dalla somma delle perdite di carico
distribuite lungo il capillare e di quelle concentrate nella zona di imbocco. Queste ultime
possono essere molto importanti, e superare addirittura le prime, soprattutto nel caso di
capillari di piccola lunghezza. Un tipico profilo di pressione lungo lasse del reometro a
capillare mostrato in Figura 24b, dove risulta evidente la linearit della caduta di
pressione allinterno del capillare, e la sua brusca caduta in corrispondenza dellimbocco.
Per quanto detto, al fine di determinare il corretto valore di viscosit allora necessario

29
valutare le perdite di imbocco. Ci pu essere effettuato mediante una procedura, detta
correzione di Bagley, che viene illustrata nel seguito.

Figura 24: a) Le linee di flusso nel moto in capillare; b) Il profilo di pressione


La perdita di carico P nel reometro a capillare, pu essere espressa come:

P
Ptot Pimb L (50)
L cap

dove (P/L)cap rappresenta la perdita di carico per unit di lunghezza nel capillare. La (50)
esprime il fatto noto che le perdite di carico aumentano linearmente con la lunghezza del
capillare, ma anche che, al tendere a zero della lunghezza del capillare, sempre
necessario spendere una certa quantit di energia, pari appunto alle perdite di imbocco.
Il metodo di Bagley consiste nell'effettuare, ad ogni assegnata portata, diverse
misure di perdita di carico con capillari di lunghezza diversa. Diagrammando la perdita di
carico in funzione della lunghezza del capillare, i dati dovrebbero essere ben interpolati da
una retta, corrispondente alla (50). Estrapolando a lunghezza zero del capillare, l'ordinata
all'origine fornisce il valore di Pimb. La pendenza della retta fornisce invece direttamente
il valore di (P/L)cap per ogni portata, che va utilizzato per la corretta determinazione della
viscosit.
Riepilogando, l'uso corretto del reometro a capillare per determinare la viscosit di
fusi polimerici richiede i seguenti passi:
effettuazione di misure della portata Q e della corrispondente perdita di carico P con
capillari di diversa lunghezza (possibilmente almeno 3 lunghezze);
elaborazione dei diagrammi di Bagley allo scopo di determinare le perdite di imbocco
e isolare le sole perdite di carico nel capillare;
utilizzo del metodo di Mooney-Rabinowitsch, precedentemente illustrato, per
l'ottenimento della viscosit effettiva in funzione della velocit di scorrimento.
Le Figure 25-27 costituiscono la sintesi grafica del metodo di elaborazione dei dati
sperimentali in capillare. In particolare, la Figura 25 il diagramma di Bagley di un
polistirene alla temperatura di 200C a diversi valori del gradiente di scorrimento
apparente. Per ogni gradiente i punti si allineano su di una retta. La linea continua
appunto una regressione lineare dei dati la cui intercetta per L=0 fornisce la perdita di

30
imbocco, mentre la pendenza permette di ricavare immediatamente la perdita di carico nel
capillare e di conseguenza lo sforzo alla parete utilizzando la (44).
350

300

250

P, bar
200

150

100

50

0
2 4 6 8 10 12
L, mm

Figura 25: Il diagramma di Bagley per un polistirene a 200C. I dati si riferiscono, dal
basso verso lalto, a valori di shear rate apparente compresi tra 100 e 10000 s-1
w, Pa

105

102 103 104


a, s
-1

Figura 26: Il diagramma di Mooney-Rabinowitsch per il polistirene di Figura 25

103

102
[Pa s]

101

100
102 103 104 105
-1
shear rate [s ]

Figura 27: La curva di viscosit del polistirene di Figura 25


La Figura 26 il diagramma di Mooney-Rabinowitsch per lo stesso polimero. I
dati sperimentali sono stati interpolati in questo caso con un polinomio di terzo grado, la
cui derivata prima fornisce direttamente il valore dellindice di flusso, n. Calcolando il

31
gradiente effettivo alla parete mediante la (47) quindi possibile ricavare la viscosit
effettiva, riportata in Figura 27.

I.3.3 Il plastometro. Melt Flow Index


Il plastometro unapparecchiatura molto utilizzata in ambito industriale, che
permette la misurazione del cosiddetto grado di un polimero fuso (Melt Flow Index o
MFI). La misura dell'MFI avviene secondo procedure standardizzate (ASTM o ISO) in
apparecchiature simili al reometro a capillare. Lo schema di un plastometro riportato in
Figura 28. La misura si effettua estrudendo il polimero fuso attraverso un ugello standard
ad una temperatura standard sotto l'azione di un peso standard. Il grado o MFI definito
come la massa in grammi di polimero estruso nel tempo standard di 10 minuti. L'MFI
quindi, con approssimazione pi o meno grande, inversamente proporzionale alla viscosit
del fluido. La misura dell'MFI particolarmente utile per il controllo delle materie
plastiche, per studiare gli effetti della degradazione termo-meccanica dovuti al processo,
per confrontare polimeri dello stesso tipo ma di diverso peso molecolare, per effettuare la
scelta del materiale in funzione del tipo di processo.

Figura 28: Schema del plastometro


Pur non potendo sostituire la curva di viscosit, un dato approssimato di
questultima al singolo gradiente di scorrimento imposto nel plastometro pu comunque
essere ottenuto a partire dalle stesse equazioni che governano il moto nel capillare.
Approssimando il comportamento del polimero a quello di un fluido Newtoniano, e
trascurando le perdite di imbocco, si ottiene:

MFI
app 1.834 [ s 1 ] (51)

m
49.4 [ poise] (52)
MFI

dove la densit del polimero (in g/cm3) e m la massa in grammi del peso applicato. In
genere, la viscosit ottenuta dalla (52) sempre sovrastimata rispetto al valore effettivo.

32
I.3.4 Reometria estensionale
La viscosit elongazionale sicuramente pi difficile da misurare di quella di
scorrimento. Il motivo principale consiste nel fatto che molto difficile (quasi
impossibile) realizzare un flusso elongazionale stazionario. Non esiste, nel caso
elongazionale, l'equivalente del reometro rotazionale in shear, e quindi la possibilit di
applicare allo stesso liquido un flusso elongazionale per un tempo indefinito. In un flusso
estensionale, infatti, il fluido viene generalmente allungato in una direzione, e quindi la
sua sezione viene progressivamente ristretta. Si noti, di passaggio, che dalla definizione di
viscosit elongazionale (Equazione (35)), lo sforzo va misurato rispetto ad una sezione del
fluido che cambia continuamente nel tempo. In ogni caso, il progressivo aumento di
lunghezza e restringimento di sezione provocano ovvi problemi pratici: in particolare la
sezione di fluido non pu restringersi allinfinito, e in generale si pu assistere alla rottura
del materiale prima che vengano raggiunte le condizioni stazionarie di misura. Per questo
motivo molto spesso ci si deve accontentare di una misura transitoria della viscosit
elongazionale. Unaltra difficolt tecnica legata alla possibilit effettiva di realizzare un
flusso a gradiente di elongazione costante. Con riferimento alla estensione del fluido
schematizzata in Figura 7, facile mostrare che, per ottenere un gradiente costante,
necessario muovere il fluido con una velocit data da:

v(t ) Lo exp( t ) (53)

In altri termini, il flusso deve essere realizzato incrementando la velocit nel tempo in
maniera esponenziale, il che comporta seri problemi tecnici di realizzazione. Siccome il
raggiungimento di condizioni stazionarie elongazionali molto difficile, si preferisce
misurare una funzione di viscosit in transitorio, el , data da:

el t
el (54)
t

Nel seguito verranno descritti alcuni viscosimetri elongazionali che, in un modo o


nellaltro, permettono di ricavare almeno una stima della viscosit in queste condizioni di
flusso.

Viscosimetro a filamento
Si tratta del viscosimetro che riproduce proprio la geometria di flusso utilizzata per
la definizione della viscosit elongazionale. Il suo schema di funzionamento illustrato in
Figura 29: un cilindro di polimero fuso viene ancorato a due piatti affacciati, uno dei quali
viene posto in movimento con un profilo di velocit noto, possibilmente del tipo indicato
nella (53). Levoluzione del diametro D del filamento che si produce durante lestensione
viene osservata o misurata (con tecniche foto- o cinematografiche). Il gradiente di
allungamento pu essere cos determinato mediante lespressione:

2 dD
(55)
D dt

In pratica si diagramma il diametro in funzione del tempo e se ne calcola la


pendenza punto per punto. Se sono raggiunte condizioni di gradiente costante il grafico del
secondo membro della (55) in funzione del tempo deve risultare costante e pari allo stesso

33
gradiente di allungamento. Durante lesperimento viene anche misurata la forza di trazione
T necessaria per tirare il filamento. Per ottenere lo sforzo di trazione si applica la (34):

T (t )
EL t (56)
D2 t

4

Il reometro a filamento ha il vantaggio di produrre un flusso estensionale il pi


vicino possibile alle condizioni ideali. I suoi svantaggi sono legati a quanto gi detto
precedentemente. In particolare la misura limitata dallaltezza complessiva del sistema.
Inoltre gli effetti di bordo possono essere importanti: gli estremi del filamento fissati alle
traverse rigide non si deformano, e il flusso non pu considerarsi effettivamente
estensionale, soprattutto nelle prime fasi dellesperimento. Per questo motivo la misura del
diametro viene fatta verso il centro del filamento. Questo, per richiederebbe lutilizzo di
una foto- o telecamera mobile, che si muova ad una velocit pari a quella della traversa.
Una soluzione alternativa per ovviare a questo problema consiste nel muovere entrambe le
traverse rigide in direzione opposta. In questo modo la sezione centrale della fibra rimane
quiescente, e il suo diametro pu essere pi facilmente misurato durante il corso
dellesperimento.

Figura 29: Schema del reometro a filamento

Viscosimetro a pinze rotanti


L'ottenimento di una legge di allungamento nel tempo data dalla (53) la difficolt
principale del viscosimetro a filamento. Il problema pu essere superato utilizzando la
geometria di flusso schematizzata in Figura 30. In questo caso un cilindro o una lastrina di
materiale vengono inserite tra due coppie di pinze rotanti. Nel caso cilindrico si pu
facilmente dimostrare che il gradiente estensionale costante e pari a:

2v
(57)
L

dove v=Rc (con velocit angolare e Rc raggio delle ruote) la velocit lineare di
trazione, ed L la lunghezza costante del campione.

34
A parte le difficolt di controllo di temperatura (comuni a tutti i viscosimetri
estensionali), lapparecchiatura presenta comunque alcuni aspetti problematici. Ad
esempio, il funzionamento delle pinze dentate certamente molto delicato. Il materiale
che fuoriesce dai lati deve essere continuamente rimosso, per evitare che il suo accumulo
in prossimit delle pinze possa causare il blocco dellapparecchiatura. Il sistema di
trazione e taglio particolarmente complicato dal punto di vista meccanico, ed soggetto
a stararsi facilmente.

Figura 30: Schema del viscosimetro a pinze rotanti

Reometro a filatura di fibra


Si tratta di un reometro nel quale viene simulato il processo di filatura, tipico
dellindustria di processo dei materiali polimerici. In alcuni casi viene utilizzata
direttamente lapparecchiatura di processo industriale. Il processo di filatura
schematizzato sommariamente in Figura 31: il fluido viene estruso attraverso un capillare
di raggio R0. Il filamento cos ottenuto viene tirato da una puleggia posta a distanza L dalla
filiera, ad una velocit vL superiore a quella di uscita dal capillare, v0. In queste condizioni
di flusso elongazionale, la fibra viene allungata e (a parte il primo tratto di possibile
aumento della sezione dovuto al die swell) contemporaneamente assottigliata, fino a
raggiungere le dimensioni volute.
Lanalisi del flusso di filatura per un liquido Newtoniano porta a espressioni
analitiche che legano la velocit della puleggia, la forza di trazione applicata e la viscosit
elongazionale del fluido. In particolare il gradiente estensionale risulta variabile lungo
lascissa x della fibra e pari a:

2Q dR
x (58)
R 3 dx

dove Q la portata volumetrica ed R il raggio variabile della fibra. Anche in questo caso,
quindi, una misura visiva del profilo di R lungo z permette di ricavare il gradiente di

35
allungamento. Siccome lo sforzo di trazione anchesso legato al raggio del filamento
dalla relazione:

T
EL x (59)
R2 x

Figura 31: Schema del reometro a filatura di fibra

la misura della forza di trazione (fatta in corrispondenza delle pulegge di traino) permette
di calcolare una viscosit estensionale lungo la linea di filatura:

EL TR
EL (60)
2Q
dR
dx

In teoria la (60) permette di ricavare la viscosit elongazionale in funzione del


gradiente di allungamento che risulta variabile lungo lasse della fibra. In pratica il flusso
estensionale di filatura avviene sempre in condizioni transitorie, e rende lanalisi qui
mostrata quasi sempre inutilizzabile. Per questo motivo, e per il fatto che in ogni caso la
(60) non utilizzabile per fluidi non-Newtoniani, si utilizzano generalmente analisi pi
semplificate sempre basate su comportamento Newtoniano, che portano comunque ad una
stima della viscosit estensionale. La prima analisi consiste nel determinare il gradiente di
velocit elongazionale in corrispondenza del rullo di raccolta. Questo, in base alla (58),
pu essere calcolato come:

Q ln
L (61)
R02

dove:

vL R02
(62)
v0 RL2

36
il rapporto di stiro, e RL il raggio della fibra al rullo di raccolta. Siccome lo sforzo al
rullo di raccolta dato dalla (59) per R=RL, si ottiene per la viscosit estensionale la
seguente espressione:

TL
EL (63)
Q ln

La misura di viscosit elongazionale viene di fatto eseguita registrando la forza di


trazione, aumentando progressivamente la velocit di raccolta del rullo, e applicando per
ogni velocit la (63), fino alla rottura della fibra.
Unanalisi ancor pi cruda dei dati di filatura viene spesso eseguita ipotizzando
che il gradiente di elongazione sia uniforme lungo tutta la linea di filatura. In questo caso
si ha:

vL v0 Q 1 1 Q
2 2 (64)
L L RL R0 LRL2

dove si anche sfruttata la condizione R0>>RL. Accoppiando la (64) con lespressione


dello sforzo elongazionale al rullo di raccolta si ottiene:

TL
EL (65)
Q

Il reometro estensionale di Sentmanat


Il panorama della reometria estensionale per fusi polimerici si arricchito negli
ultimi anni di una nuova apparecchiatura ideata da M.L.Sentmanat. Il principio di
funzionamento, schematizzato in Figura 32, molto semplice e utilizza la meccanica di
base di un qualunque reometro rotazionale.

Figura 32: Schema del reometro estensionale di Sentmanat


Il sistema costituito da due cilindri uno dei quali montato sullasse del reometro
rotazionale. Il secondo cilindro, per mezzo di un sistema di ruote dentate satellite, si

37
muove in controrotazione rispetto al primo. Ne risulta che una strisciolina di polimero i
cui estremi sono attaccati ai due polimeri viene allungata in maniera molto simile a quello
che accade nel viscosimetro a pinze rotanti. La deformazione viene misurata nota la
velocit angolare dei cilindri secondo unespressione simile alla (57). La forza di trazione,
invece, viene ottenuta elaborando la misura di coppia effettuata dal trasduttore del
reometro rotazionale.
Il sistema permette di ricavare levoluzione temporale della viscosit estensionale.
Numerose esperienze condotte nei pochi anni trascorsi dalla sua commercializzazione
hanno permesso di dimostrare la validit dellapparecchiatura, che si associa anche alle
dimensioni estremamente contenute rispetto ad altri reometri estensionali. Rimane la
limitazione, come anche in molte delle altre apparecchiature descritte, di non poter
applicare valori di velocit di deformazione e di Hencky strain troppo elevati.

La viscosit estensionale da perdite di imbocco


Un possibile sottoprodotto delle misure di viscosit in capillare quello di
ricavare una stima della viscosit estensionale. Infatti, come gi mostrato in Figura 24, il
flusso allimbocco del capillare caratterizzato da componenti estensionali. Lidea allora
quella di associare la perdita di carico allimbocco ai soli sforzi elongazionali. Una
corrispondente stima del gradiente di allungamento permette a questo punto di determinare
la viscosit elongazionale.
Da un punto di vista matematico la modellazione del flusso allimbocco pu essere
condotta in maniera pi o meno sofisticata. Viene qui presentata lanalisi pi semplice,
proposta per la prima volta da Cogswell. In questa analisi si suppone che il flusso nella
regione di imbocco al capillare sia completamente dominato dal moto estensionale e che il
fluido sia descritto da un modello a legge di potenza. In queste condizioni si ha:

4 p p , N
(66)
3 n 1 Pimb

3 n 1 Pimb 9 n 1 Pimb
2 2

EL (67)
8 32 p p , N

Nella (67) sono stati utilizzati gli stessi simboli gi introdotti nella descrizione del
reometro capillare.
Dalle (66) e (67) si ricava che la misura della viscosit estensionale richiede in
ogni caso la misura delle propriet di shear allinterno del capillare (e quindi lo sforzo di
shear alla parete p , la shear rate apparente p , N e lindice di flusso n) oltre alla
determinazione della perdita di imbocco, ricavabile dalla procedura di Bagley descritta
nello stesso paragrafo I.3.2.
Va comunque sottolineato che la viscosit elongazionale ricavabile dalla procedura
di Cogswell soffre di notevoli approssimazioni. A parte la crudezza della semplificazioni
che portano alle (66) (67) si deve considerare che il flusso nella sezione di imbocco per
definizione transitorio. Per tutto quanto detto in precedenza ci pu portare e errori anche
molto notevoli quando si voglia utilizzare questa tecnica per la determinazione della
viscosit elongazionale in condizioni stazionarie.

38
Sommario Sezione I.3
La reometria si occupa della apparecchiature e delle metodologie per la misura
sperimentale delle propriet reologiche
Per quel che riguarda le propriet in flusso di shear, queste possono essere determinate
utilizzando reometri rotazionali o reometri a capillare.
Nei reometri rotazionali le traiettorie percorse dal fluido sono chiuse e permettono la
determinazione delle propriet reologiche sia in condizioni stazionarie che transitorie.
In questultimo caso spesso possibile determinare con lo stesso reometro sia le
propriet viscose che quelle viscoelastiche. I reometri rotazionali sono tuttavia limitati
a valori relativamente bassi del gradiente di scorrimento.
Nei reometri a capillare le traiettorie sono rettilinee e sono misurabili solo le propriet
viscose in condizioni stazionarie. La non uniformit del campo di moto (shear rate
variabile) e la presenza delle perdite di imbocco rendono la procedura della
determinazione quantitativa della viscosit piuttosto laboriosa, e affetta da errori di
approssimazione. Il reometro a capillare tuttavia lunica apparecchiatura in grado di
misurare la viscosit di polimeri fusi ad alti gradienti di velocit.
La reometria estensionale molto pi complessa di quella in shear, per problemi legati
alla natura strutturalmente diversa del flusso e quindi al reale raggiungimento di
condizioni di flusso estensionale stazionarie. I reometri in commercio posseggono forti
limitazioni e spesso non sono in grado di portare alla determinazione della curva di
viscosit stazionaria. In alcuni casi la reometria estensionale viene implementata in
apparecchiature reali di processo, come nel caso della filatura.

39
I.4 Viscoelasticit e sua misura
Si consideri il seguente semplice esperimento su di un polimero fuso confinato tra
due piati paralleli (Figura 33). Si applichi una forza tangenziale ad uno dei piatti, in modo
da metterlo in movimento. Ad esempio questo pu essere realizzato applicando un peso in
modo tale che la forza verticale (costante) venga trasferita al piatto (Figura 33a). Il
polimero tra i piatti viene quindi sottoposto ad un flusso di scorrimento e si determina una
progressiva deformazione (Figura 33b). Ad un certo istante, si elimini istantaneamente la
forza, determinando cos una situazione di sforzo nullo sul piatto (Figura 33c). Si
osserver, in misura maggiore o minore a seconda del tipo di materiale e delle condizioni
sperimentali, un parziale recupero della deformazione imposta, che si manifesta con il
fatto che il piatto precedentemente in movimento ritorna parzialmente indietro (Figura
33d). Questo recupero elastico della deformazione del tutto assente in un materiale
puramente viscoso, e costituisce un esempio del comportamento viscoelastico del fuso
polimerico.

a) b)

c) d)

Figura 33: Lesperimento di creep-recovery

Un fluido si dice viscoelastico se in grado di immagazzinare, per azione del


flusso, una certa quantit di energia elastica. Il materiale, quindi, presenta allo stesso
tempo caratteristiche di comportamento viscoso ed elastico. La descrizione del
comportamento viscoelastico dei polimeri fusi e lorigine micro strutturale di tale
comportamento verranno discusse in dettaglio in capitoli successivi. In questa sezione ci si
propone di illustrare gli aspetti generali di tale comportamento e i metodi sperimentali con
i quali esso pu essere evidenziato e misurato.
Va sottolineato che molte delle apparecchiature reologiche illustrate nei paragrafi
precedenti per la misura delle propriet in flusso continuo vengono utilizzate anche per la
determinazione delle propriet viscoelastiche. Per quanto riguarda la configurazione di
scorrimento in particolare, ci vero sostanzialmente per tutti i reometri rotazionali. Si
ritiene superfluo in questa sede rivisitare le basi teoriche di tali metodologie di misura,
anche perche i reometri commerciali presenti oggi sul mercato sono tutti dotati di software
di gestione che permettono di imporre le condizioni di flusso adatte alla misura delle
propriet viscoelastiche.

40
I.4.1 Elasticit delle gomme
Prima di analizzare in maggior dettaglio il comportamento viscoelastico dei liquidi
utile introdurre gli aspetti fondamentali dellelasticit riferendosi ad una particolare
categoria di solidi elastici, molto affine ai fusi polimerici, e cio quella delle gomme.
Supponiamo di inserire tra i piatti paralleli di Figura 33 un pezzo di gomma (ad esempio
un polibutadiene vulcanizzato). Al contrario dei liquidi, per i quali lapplicazione di una
forza determina un flusso che, a regime, si traduce in un movimento del piatto a velocit
costante, in questo caso la gomma viene istantaneamente deformata, nel senso che si
produce un rapido spostamento del piatto seguito dal suo arresto. La deformazione della
gomma una funzione crescente dello sforzo applicato. Per deformazioni non troppo
elevate, ovvero per sforzi inferiori ad una soglia critica, viene verificata una dipendenza di
proporzionalit diretta tra sforzo e deformazione:

G (68)

La (68) descrive il comportamento elastico lineare del solido. La costante di


proporzionalit tra sforzo e deformazione G detta modulo elastico di taglio (o shear
modulus). G ha ovviamente le stesse dimensioni dello sforzo (la deformazione
adimensionale) e quindi nelle unit del Sistema Internazionale viene misurata in Pascal.
Per deformazioni molto piccole lo sforzo tangenziale lunica conseguenza della
deformazione a taglio del materiale elastico. Quando la deformazione diventa pi elevata,
come facilmente accade nel caso delle gomme, i due piatti tendono a separarsi a meno di
applicare una forza normale di chiusura. Del fenomeno dei cosiddetti sforzi normali nella
deformazione di shear si gi parlato in precedenza (vedi paragrafo I.2.6). Nel caso del
solido elastico, la deformazione di shear determina linsorgenza di una prima differenza di
sforzi normali data da:

N1 G 2 (69)

La (69) conferma che gli sforzi normali diventano significativi solo a deformazioni
sufficientemente elevate, a causa della dipendenza quadratica dalla deformazione.
Il comportamento meccanico delle gomme completato dallanalisi della
deformazione estensionale. Anche in questo caso, in analogia con quanto introdotto nei
paragrafi precedenti, si suppone di fissare un pezzo di gomma ad un estremo e di tirarlo
dallaltro. Il solido risponde alla deformazione con una forza di trazione crescente con la
deformazione stessa. In particolare, la risposta della gomma ben descritta dalla
espressione:

3e 3e2 e3 3 1
el N L G G (70)
1 e

Nella (70) e la deformazione di Cauchy (vedi Equazione (4)) e lo sforzo viene


scritto come differenza tra lo sforzo normale longitudinale e quello trasversale.
Nel limite di piccole deformazioni ( e 0 ) la (70) assume la forma:

el 3Ge He (71)

41
cio lo sforzo estensionale direttamente proporzionale alla deformazione. La costante
H=3G il ben noto modulo di Young, che risulta quindi pari a tre volte il modulo di taglio
(almeno nellipotesi, generalmente ben rispettata, che la deformazione non produca
variazioni di volume della gomma).
Le (68)-(70) definiscono il cosiddetto comportamento neo-Hookiano delle gomme.
Esso descrive in maniera soddisfacente le misure sperimentali, come dimostrato ad
esempio in Figura 34 che riporta la risposta a trazione di una gomma siliconica. In Figura
34 T11 lo sforzo di trazione e =1+e il rapporto di stiro (vedi Equazione (4)). Si noti
che <1 corrisponde a esperimenti di compressione, mentre >1 si riferisce a prove di
trazione. Si noti anche che, per deformazioni sempre pi elevate, anche il modello neo-
Hookiano si dimostra inadeguato e altri modelli pi sofisticati devono essere utilizzati.
Questo tema va ben al di l delle finalit di questo libro.

Figura 34: La risposta di una gomma siliconica a deformazione estensionale

I.4.2 Fluidi viscoelastici: liquidi viscosi o solidi elastici?


Il comportamento neo-Hookiano delle gomme in qualche modo la controparte
solida dei comportamenti viscosi non-Newtoniani, in particolare dei fluidi polimerici. Nei
fluidi si parla di comportamento lineare quando la velocit di deformazione piccola, nel
qual caso la viscosit raggiunge un valore costante e quindi un comportamento
Newtoniano. Nel caso delle gomme il comportamento lineare corrisponde ad una
proporzionalit diretta tra sforzo e deformazione. Si noti di passaggio come, al fattore 3 tra
viscosit elongazionale e viscosit in shear tipico del comportamento viscoso lineare,
corrisponda un identico fattore 3 tra il modulo di taglio e quello di trazione nel caso del
comportamento elastico lineare.
Nel caso dei fluidi viscoelastici la distinzione tra comportamento elastico e
comportamento viscoso viene ovviamente a mancare. I comportamenti in flusso continuo
di un fluido viscoelastico risentono in maniera forte della componente elastica presente nel
materiale. Come esempio, si consideri il flusso di shear stazionario di un fuso polimerico.
In questo caso, sia la riduzione di viscosit all'aumentare della shear rate che la presenza di
sforzi normali sono indicatori della viscoelasticit del fluido. Analogamente, la risposta ad
una deformazione istantanea del materiale, che nel caso del solido elastico porterebbe
allinsorgere di uno sforzo che rimane costante nel tempo fino a quando la deformazione
non viene rimossa, nel fluido viscoelastico si manifesta con un progressivo rilassamento
dello sforzo, che si annulla solo dopo un certo tempo che dipende dalle caratteristiche
viscoelastiche del materiale stesso. In questo libro ci si occuper soprattutto delle propriet

42
viscoelastiche lineari, quelle cio ottenute quando il materiale sia sollecitato con piccole
deformazioni.

I.4.3 Creep. Cedevolezza


Lesperimento di creep gi stato citato nellintroduzione come un classico test per
la determinazione del comportamento viscoelastico di un fluido. Si supponga quindi di
applicare uno sforzo di taglio di intensit costante ad uno dei due piatti paralleli tra i
quali contenuto il fluido. Dopo un certo tempo, lo sforzo venga rimosso altrettanto
istantaneamente. La grandezza misurata in questo esperimento di creep la deformazione
del materiale in funzione del tempo. Per quanto detto, il tipo di risposta del materiale
ricade in una delle tre categorie presentate in Figura 35:
Per un liquido puramente viscoso (Figura 35a) la deformazione lineare nel tempo, in
quanto il materiale risponde istantaneamente con una velocit di deformazione
costante allapplicazione di uno sforzo costante. Quando lo sforzo rimosso, si ha
altrettanto istantaneamente 0 e la deformazione rimane ferma allultimo valore
raggiunto (il piatto cessa di muoversi). In questo caso tutta lenergia fornita al
materiale dissipata per metterlo in flusso.
Un solido puramente elastico (Figura 35b) viene deformato istantaneamente e la
deformazione rimane poi costante per tutta la durata di applicazione dello sforzo.
Quando questultimo viene rimosso, il materiale torna indietro istantaneamente allo
stato iniziale non deformato (il piatto ritorna alla sua posizione iniziale). In questo caso
lenergia fornita al materiale restituita completamente dopo il rilascio dello sforzo.
Per un fluido viscoelastico (Figura 35c) la risposta cade in qualche modo a met strada
tra i due estremi precedenti. La deformazione prima cresce rapidamente (quasi come il
solido elastico) per poi rallentare e raggiungere un regime lineare nel tempo (come il
liquido viscoso). Quando lo stress viene rimosso, il piatto torna solo parzialmente
indietro: il recupero della deformazione solo parziale e ha luogo in un tempo finito.

time time time


a) b) c)

Figura 35: Esperimento di creep-recovery: a) fluido viscoso; b) solido elastico; c) liquido


viscoelastico
E chiaro che il comportamento del liquido viscoelastico intermedio tra quello
elastico e viscoso. Il materiale di fatto fluisce (e in condizioni stazionarie effettivamente
liquido). Nei transitori iniziale e finale, tuttavia, esso risponde almeno parzialmente come
un solido elastico.

43
Da un punto di vista quantitativo lesperimento di creep permette di definire alcune
quantit rilevanti del comportamento viscoelastico. In primo luogo, invece di diagrammare
la risposta in termini di deformazione, si preferisce utilizzare la cedevolezza:

t
J t (72)

La cedevolezza (detta anche compliance) rappresenta il rapporto tra la


deformazione (variabile nel tempo) e lo sforzo (costante) applicato. Ha ovviamente le
dimensioni dellinverso di un modulo, e proprio questo ne determina il nome. Inoltre, la
divisione della deformazione per lo sforzo rappresenta in qualche modo una
normalizzazione. Infatti, nel caso di piccoli valori dello sforzo applicato (regime lineare)
la cedevolezza risulta essere indipendente dallo sforzo stesso.
Lanalisi della curva di compliance in funzione del tempo (vedi Figura 36) indica
che, dopo il transitorio iniziale, i dati si dispongono in condizioni stazionarie su una retta,
la cui equazione pu essere scritta come:

t t t
J staz t J eo J eo J eo (73)
0

Nello scrivere la (73) si sfruttato il fatto che, in condizioni, stazionarie, la


deformazione pu essere scritta come prodotto della shear rate per il tempo (vedi
Equazione (3)) e che il rapporto tra sforzo e shear rate proprio la viscosit del fluido. E
siccome siamo nel limite di bassi sforzi 0 rappresenta proprio la viscosit stazionaria
Newtoniana del fluido, cio quella corrispondente al plateau di bassi gradienti. Allo stesso
tempo nella (73) rappresenta la shear rate raggiunta dal fluido a tempi lunghi, cio nel
tratto lineare della compliance. Anchessa quindi, pu essere ricavata dalla pendenza della
curva di compliance in quella zona.

Figura 36: Andamento della cedevolezza nel tempo in un esperimento di creep-recovery


Laltro parametro presente nella (73), J e0 , determinato dallintercetta della retta
stazionaria, e viene detto cedevolezza stazionaria (o meglio, in inglese, steady state creep
compliance). J eo in qualche modo una misura della componente elastica del sistema, nel
senso che un materiale pi elastico presenta una cedevolezza pi bassa (e quindi un
modulo elastico pi alto). Il ruolo e limportanza di J eo diverranno pi chiari nel seguito.
Un ultimo importante parametro, indicato in Figura 36 la cedevolezza recuperata (o
recovered compliance), indicata in figura con il simbolo J r . Questa il rapporto tra la
deformazione recuperata dopo la rimozione dello sforzo e lo sforzo stesso e quindi

44
rappresenta una misura dellenergia elastica immagazzinata nel fluido e restituita quando
lo sforzo viene rimosso. Va notato che la deformazione non viene recuperata
istantaneamente, come avverrebbe nel caso di una molla perfettamente elastica, ma che
richiesto un certo tempo per tale recupero. Questo anchesso diretta conseguenza della
natura viscoelastica del sistema: si ricordi che in un fluido puramente viscoso il recupero
sarebbe nullo (cio non avverrebbe nemmeno in tempi infiniti), mentre nel solido elastico
il recupero sarebbe totale e istantaneo. Ci significa che il tempo caratteristico necessario
al recupero della deformazione dipende dal carattere viscoleastico del fluido.
Riassumendo, lesperimento di creep effettuato per piccoli valori dello sforzo
restituisce la funzione cedevolezza J t . Da essa possibile ricavare la viscosit a shear
rate tendente a zero (plateau Newtoniano) e informazioni sul comportamento viscoelastico
date dalla cedevolezza stazionaria, dalla cedevolezza recuperata e dal corrispondente
tempo caratteristico.

I.4.4 Step strain. Modulo di rilassamento


Lesperimento di deformazione a gradino (step strain) pu considerarsi in qualche
modo il simmetrico di quello di creep. In questo caso, infatti, il fluido viene sottoposto ad
una deformazione istantanea. Essa viene mantenuta e contestualmente viene misurata la
variazione dello sforzo nel tempo. Ovviamente nella realt il tempo necessario alla
deformazione non potr essere nullo, ma sar il pi piccolo possibile. Anche in questo
caso possibile analizzare i risultati dellesperimento con riferimento ai due casi limite,
quello di fluido viscoso e quello di solido elastico, come illustrato in Figura 37:
Per un liquido puramente viscoso (Figura 37a) lapplicazione di una deformazione sia
pur piccola in un tempo teoricamente zero produce una shear rate teoricamente infinita
(nella realt molto elevata). Di conseguenza il materiale risponde istantaneamente con
uno sforzo molto alto (in teoria infinito) che altrettanto rapidamente decade a zero non
appena la deformazione raggiunge il suo valore costante (in quanto la shear rate va
istantaneamente a zero e quindi il flusso cessa).
Un solido puramente elastico (Figura 37b) deformato istantaneamente risponde
altrettanto istantaneamente con un certo valore di sforzo, tanto pi grande quanto pi
grande la deformazione, e che rimane costante per tutta la durata della deformazione,
in teoria allinfinito, proprio come una molla.
Per un fluido viscoelastico (Figura 37c) la risposta anche questa volta intermedia. Lo
sforzo si porta istantaneamente ad un valore finito, tanto pi grande quanto pi grande
la deformazione, ma successivamente decade con un andamento sostanzialmente
esponenziale decrescente, fino a ritornare zero dopo un certo tempo finito. Alla fine,
quindi, il fluido viscoelastico vede andare a zero il valore di sforzo come nel caso del
liquido puramente viscoso.
Anche in questo caso il comportamento del liquido viscoelastico intermedio tra
quello del solido elastico e quello del liquido viscoso. Da un punto di vista quantitativo
utile analizzare la risposta attraverso il cosiddetto modulo di rilassamento:

t
G t (74)

Analogamente alla compliance la divisione della funzione sforzo (variabile nel tempo) per
la deformazione (costante) rappresenta una normalizzazione, e nel caso di piccoli valori

45
della deformazione applicata (regime lineare) il modulo di rilassamento risulta essere
indipendente dallo sforzo stesso.

time time time


time time time


a) b) c)

Figura 37: Esperimento di step-strain: a) fluido viscoso; b) solido elastico; c) liquido


viscoelastico
Gli aspetti quantitativi della curva di modulo di rilassamento in funzione del tempo
diventano pi chiari quando i dati vengano rappresentati in doppia scala logaritmica, come
riportato in Figura 38.

Figura 38: Modulo di rilassamento di un polietilene a bassa densit a 150C.


In questa scala sono ben evidenti le caratteristiche fondamentali della risposta del
fluido viscoelastico:
A tempi brevi il modulo parte da un valore di plateau sostanzialmente costante. Esso
valore, generalmente indicato con G0, rappresenta quantitativamente la componente
elastica del fluido. Infatti, come gi specificato sopra, un valore costante di modulo per
tutto il tempo della deformazione il tratto caratteristico della risposta puramente
elastica
Successivamente il modulo comincia a decrescere col tempo, fino a diventare
praticamente nullo a tempi lunghi. Il materiale rilassa lo sforzo evidenziando la sua

46
natura di fluido viscoso. In prima approssimazione, il modulo di rilassamento ben
descritto da un decadimento di tipo esponenziale:

t
G t G0 exp (75)

Il parametro , che ha le dimensioni di un tempo, caratterizza il modo di rilassamento


del fluido viscoelastico. E questo il ben noto tempo di rilassamento del materiale, che
pu essere ricavato interpolando i dati sperimentali con la (75). Il tempo di
rilassamento, legato alla stretta interazione tra componente elastica e componente
viscosa del fluido, uno dei parametri fondamentali della reologia viscoelastica. Esso
coincide sostanzialmente con il tempo caratteristico di recupero della deformazione gi
evidenziato nellesperimento di creep.
Le misure a diversi valori di deformazione confermano che, purch si rimanga in
regime lineare, il modulo di rilassamento una funzione universale, indipendente
cio dalla deformazione applicata.

I.4.5 Deformazione oscillatoria. Risposta in frequenza


Gli esperimenti di creep e di step strain in regime lineare costituiscono certamente
due importanti test per la determinazione anche quantitativa del comportamento
viscoelastico di un materiale. Pi frequentemente, tuttavia, la viscoelasticit di un fluido
viene misurata attraverso test meccanico-dinamici, comunemente indicati come risposta in
frequenza. Si supponga di sottoporre il fluido ad un moto di scorrimento oscillatorio,
applicando uno spostamento di tipo sinusoidale ad uno dei piatti di un reometro a piatti
paralleli. Il fluido viene cio deformato con una legge sinusoidale del tipo:

0 sin t (76)

dove 0 la deformazione massima e la frequenza dell'oscillazione. In ogni istante di


tempo, quindi, la velocit di scorrimento sar data da:

d
t 0 cos t (77)
dt

Sotto l'azione della deformazione periodica (76) il fluido risponder con uno sforzo
tangenziale che, se sono raggiunte condizioni stazionarie e nell'ipotesi di risposta lineare
del sistema (quindi per piccole deformazioni), sar del tipo:

(t ) 0 sin t (78)

In generale, cio, lo sforzo osciller alla stessa frequenza della deformazione forzante, ma
sfasato di un certo angolo . In maniera analoga a quanto riportato per gli esperimenti di
creep e di step-strain, le possibili risposte di vari materiali a questo tipo di flusso sono
schematizzate in Figura 39.

47

a) b) c)

Figura 39: Esperimento di flusso oscillatorio. Le curve superiori rappresentano la


deformazione imposta, quelle inferiori lo sforzo misurato per: a) fluido viscoso; b) solido
elastico; c) liquido viscoelastico
Nel caso di un liquido puramente viscoso, (Figura 39a) lo sforzo unicamente
legato alla velocit di deformazione. In questo caso esso quindi in fase con la shear rate,
e di conseguenza si avr =/2. Allaltro estremo di comportamento (Figura 39b) si trova
il solido elastico, per il quale lo sforzo dipende unicamente dalla deformazione applicata.
Lo sforzo varier quindi in fase con la deformazione, cio si avr =0. Nel caso di fluido
viscoelastico (Figura 39c), la risposta dello sforzo sar intermedia tra i due casi precedenti.
In altri termini l'angolo di fase della (78) sar compreso nell'intervallo [0, /2].
La reazione viscoelastica del fluido ad una deformazione oscillante suggerisce di
rappresentare lo sforzo tangenziale come somma di due componenti, una elastica e l'altra
viscosa. A tale scopo la (78) si pu riscrivere come:

0 cos sin t 0 sin cos t (79)

o anche, dividendo per la deformazione massima:


G sin t G cos t (80)
0

dove G' e G'' hanno le dimensioni di un modulo e sono detti modulo elastico (o
conservativo) e modulo dissipativo (o viscoso) rispettivamente:

0
G cos
0
(81)

G 0 sin
0

Il nome dato a G' e G'' dipende dal fatto che il primo rappresenta il contributo in
fase con la deformazione elastica o conservativa, il secondo quello relativo alla

48
componente viscosa, cio dissipativa. Si noti anche che, siccome i fenomeni oscillatori
lineari possono essere facilmente espressi da una matematica di numeri complessi (si
ricordi loscillatore armonico dei corsi elementari di fisica), i moduli viscoelastici possono
essere espressi attraverso un unico modulo complesso, G*, definito come:

G* G iG (82)

Come alternativa alla espressione in termini dei moduli, le propriet meccanico


dinamiche lineari possono essere riformulate in termini di una viscosit complessa, *,
data da:

G*
* i (83)
i

In base allalgebra dei numeri complessi facile mostrare i seguenti legami tra le varie
grandezze viscoelastiche oscillatorie:

G G
,
(84)
1
G G G ,
* 2 2

* 2 2
G G
2 2

Fin quando la risposta del materiale lineare, nel senso che l'ampiezza dello sforzo
generato varia in maniera direttamente proporzionale allampiezza della deformazione, G'
e G'' non dipendono dall'ampiezza stessa ma sono solo funzione della frequenza. Il caso da
manuale proprio quello relativo alla risposta viscoelastica lineare di un polimero fuso, un
cui esempio riportato in Figura 40.
106
105
104
103
G', G" [Pa]

102
G'
101 G"

100
10-1
10-2
10-3 10-2 10-1 100 101 102 103 104
T [rad/s]

Figura 40: La risposta oscillatoria lineare di un polistirene a 200C


A basse frequenze il fluido si comporta essenzialmente come un liquido viscoso, in
quanto si ha G''>>G'. In tale zona si osserva il cosiddetto comportamento terminale,
caratterizzato dal fatto che G'' varia con la prima potenza della frequenza, mentre G' va

49
con il quadrato di . Ci significa che, in scala log-log, il modulo dissipativo
rappresentato da una retta di pendenza 1, quello elastico da una retta di pendenza 2.
Al crescere della frequenza G' tende a diventare relativamente costante,
raggiungendo un valore pari allincirca proprio al valore assunto dal modulo di
rilassamento negli istanti iniziali successivi allo step di deformazione (modulo di plateau).
G'', al contrario passa per un massimo pi o meno marcato per poi posizionarsi al di sotto
del modulo elastico. In questa zona la risposta del materiale, dominata da G', molto pi
simile a quella di un solido elastico. Si noti anche che la frequenza alla quale i moduli si
intersecano, detta frequenza di crossover, co, determina un altro parametro quantitativo.
Il suo inverso, infatti, che ha le dimensioni del tempo, risulta essere sostanzialmente pari
(almeno in ordine di grandezza) sia al tempo di rilassamento dellesperimento di step
strain che al tempo caratteristico del recupero della deformazione dellesperimento di
creep.
La risposta in frequenza rappresenta a tutti gli effetti una vera e propria carta di
identit del fluido viscoelastico. Come gli altri test descritti in precedenza, permette di
ricavare informazioni quantitative sulle due componenti (elastica e viscosa) che
caratterizzano il materiale. In un successivo paragrafo verr mostrato che esiste un legame
quantitativo tra le grandezze viscoelastiche lineari ottenibili con i vari tipi di esperimenti.

I.4.6 Il modello di Maxwell


I test reologici mostrati nei paragrafi precedenti costituiscono gli strumenti
sperimentali fondamentali utilizzati per la determinazione delle propriet viscoelastiche di
un fluido. Come gi ripetuto pi volte in tali sistemi presente una componente di tipo
elastico ed una componente di tipo viscoso. La strada pi semplice per tentare di
descrivere matematicamente tale comportamento quella di modellare il materiale come
un "continuum" meccanico, nel quale si tenga conto delle due nature (quella elastica e
quella viscosa) messe in luce dagli esperimenti. Le relazioni quantitative che legano tra
loro lo stato tensionale e la cinematica della deformazione vengono dette equazioni
costitutive.
Supponiamo allora di idealizzare il materiale pensandolo composto da una molla e
da uno smorzatore collegati in serie (Figura 41). A questo tipo di configurazione si d il
nome di unit di Maxwell.

Figura 41: Lunit di Maxwell


La presenza della molla tiene conto del comportamento elastico, per cui, in una
deformazione di taglio (come quella che si verifica in un flusso di scorrimento) lo sforzo
elastico E sar legato alla deformazione E della molla dall'equazione (ipotesi di elasticit
lineare):

E G E (85)

dove G un modulo elastico di taglio. Per lo smorzatore lo sforzo viscoso V sar legato
alla velocit di scorrimento dall'equazione (ipotesi di viscosit Newtoniana):

50
d V
V (86)
dt

dove una viscosit.


Se molla e smorzatore sono collegati in serie come in Figura 41 lo sforzo nei due
elementi sar lo stesso, mentre la deformazione complessiva sar data dalla somma della
deformazione della molla e di quella dello smorzatore:

E V (87)

Un'equazione costituiva pu ora essere ottenuta differenziando la (85) e la (87)


rispetto al tempo:

d d E d V
(88)
dt dt dt

d E d
G E (89)
dt dt

Sostituendo la (86) e la (89) nella (88), e ricordando che lo sforzo lo stesso sia nella
molla che nello smorzatore, si ottiene infine:

d 1 d 1
(90)
dt G dt

La (90) l'equazione costituiva del modello di Maxwell, ricavata nel caso


particolare di un flusso di scorrimento. Essa si pu riscrivere come:

d
(91)
dt

dove =/G ha le dimensioni di un tempo e viene detto tempo di rilassamento del modello
di Maxwell. Il suo legame con il tempo di rilassamento che scaturisce dalla fenomenologia
sperimentale descritta nei paragrafi precedenti diverr chiaro tra breve.
La capacit del modello di Maxwell di descrivere i comportamenti viscoelastici
sperimentali pu essere messa alla prova nel caso della cinematica di scorrimento. Si
tenga presente in ogni caso che la (91) rappresenta una equazione scalare per il solo sforzo
tangenziale. Ad esempio, niente si pu dire sugli sforzi normali in shear.
Nel caso di flusso di scorrimento stazionario, cio quando lo sforzo imposto non
varia nel tempo, dalla (91) si ottiene:

(92)

cio il fluido di Maxwell esibisce un comportamento Newtoniano, fatto non sorprendente


visto che la sua componente viscosa viene modellata con una viscosit costante. Se invece
si considera l'esperimento di creep, cio lapplicazione istantanea di uno sforzo che viene
mantenuto nel tempo, si pu dimostrare che la risposta del modello di Maxwell data da:

51

per t 0
G
(93)


t per t 0
G

In altri termini, sotto lapplicazione dello sforzo costante si assiste prima alla
deformazione istantanea della molla, seguita poi dal moto a velocit (e quindi shear rate)
costante dello smorzatore, che produce landamento lineare della deformazione.
Il confronto tra la previsione del modello di Maxwell in creep e il tipico
comportamento esibito nella realt dai fluidi viscoelaestici qualitativamente
rappresentato in Figura 42. La risposta del modello di Maxwell pi spigolosa rispetto
al comportamento reale. In particolare non viene ben prevista la transizione tra il
comportamento a tempi brevi, controllato dalla componente elastica, e quello a tempi
lunghi dominato dalla risposta viscosa. In generale, si pu dire che il modello di Maxwell
pi limitato nel descrivere le situazioni in cui viene imposto uno sforzo.

time

Figura 42: La risposta del fluido di Maxwell (linea tratteggiata) in un esperimento di


creep, confrontata con il tipico andamento sperimentale (linea continua)
Passando al caso dellesperimento di step strain dove ad essere imposto un
gradino di deformazione, la (91) fornisce in questo caso:

G per t 0
t (94)
t G exp per t 0

che corrisponde, almeno qualitativamente, al comportamento sperimentale gi riportato in


Figura 38. La (94) ci dice che durante il transitorio successivo alla deformazione lo sforzo
rilassa in maniera esponenziale con tempo caratteristico , giustificando cos il nome di
tempo di rilassamento dato al parametro .
Nel caso di flusso oscillatorio, la (91) va risolta sostituendo al gradiente di velocit
la corrispondente espressione, Equazione (77):

d
0 cos t (95)
dt

52
La soluzione della (95), gi messa in termini di modulo, fornisce:


G sin t G cos t (96)
0

con

G G
1
2

(97)

G =G
1
2

Le previsioni delle (97) sono in ottimo accordo qualitativo con il comportamento


viscoelastico lineare di risposta in frequenza, come descritto ad esempio in Figura 43.

Figura 43: Risposta in frequenza di un polibutadiene alla temperatura di 27C. Le linee


tratteggiate rappresentano la risposta del modello di Maxwell.
Il modello di Maxwell rappresenta con discreta approssimazione il comportamento
di un fluido viscoelastico. Esso, tuttavia, soffre di due fondamentali limitazioni. La prima,
pi importante da un punto di vista pratico, che fornisce previsioni inattendibili per
molte propriet reologiche, soprattutto in condizioni stazionarie. La seconda, relativa alla
versione utilizzata a solo scopo illustrativo in questo paragrafo, che il modello di
Maxwell con un singolo tempo di rilassamento permette un accordo solo qualitativo con i
risultati sperimentali di viscoelasticit lineare. Anticipando quanto verr discusso in
dettaglio quando si analizzer il comportamento viscoelastico dei fusi polimerici, questi
non possono essere descritti da un modello a singolo tempo di rilassamento, vuoi per la
presenza di catene di lunghezza diversa (distribuzione dei pesi molecolari) vuoi per il fatto
che una singola catena polimerica dotata di una molteplicit di tempi caratteristici, legati
ai diversi modi di rilassamento presenti nel network polimerico. Laccordo quantitativo
con le misure sperimentali di viscoelasticit lineare pu essere tuttavia raggiunto usando
una sovrapposizione lineare di elementi di Maxwell, ognuno caratterizzato da un suo
modulo, Gi, e da un suo tempo di rilassamento, i. Nel caso ad esempio della risposta in

53
frequenza questo tipo di approccio porta alle seguenti espressioni per i moduli
viscoelastici:

i
2
N
G Gi
1 i
2
i 1
(98)
N
i
G Gi
1 i
2
i 1

Analogamente il modulo di rilassamento successivo alla deformazione a gradino assume la


forma:

N
t
G t Gi exp (99)
i 1 i

In questultimo caso la bont dellaccordo quantitativo tra modello ed esperimenti


fornita dalla Figura 38 dove la linea continua rappresenta proprio la previsione teorica data
dalla (99), in questo caso particolare utilizzando un modello con quattro tempi di
rilassamento (i=4).

I.4.7 Relazioni tra le grandezze viscoelastiche lineari


I vari metodi utilizzati per la determinazione del comportamento viscoelastico
lineare costituiscono facce diverse di una stessa medaglia. In generale, si pu dire che il
comportamento viscoelastico si manifesta chiaramente durante il transitorio di esperimenti
durante i quali il fluido viene sottoposto a diversi tipi di condizioni cinematiche o
dinamiche. Durante questi transitori il fluido esibisce in maniera pi marcata la sua
componente elastica negli istanti iniziali del moto, mentre la componente viscosa domina a
tempi pi lunghi. Tale osservazione generale pu anche essere estesa al caso della
deformazione oscillatoria, se al concetto di tempi brevi e tempi lunghi si sostituisce in
corrispondenza quello di frequenze alte e frequenze basse.
Le osservazioni qualitative appena fatte trovano conferma quantitativa nei legami
matematici che possibile determinare tra le varie grandezze reologiche ottenute nei
diversi tipi di esperimenti descritti in precedenza. In questo paragrafo verranno illustrate
tali relazioni, molto utili da un punto di vista pratico, senza tuttavia entrare nei dettagli
matematici della loro derivazione. Si consideri che oggi i software di gestione ed analisi
dei reometri in commercio permettono di elaborare in maniera generalmente abbastanza
accurata i dati sperimentali di viscoelasticit lineare in modo da generare automaticamente
tali relazioni. Limportanza di tali relazioni (e di altre che qui per brevit non vengono
riportate) sta proprio nella possibilit di poter determinare, attraverso esperimenti diversi,
grandezze reologiche che altrimenti non sarebbero accessibili sperimentalmente.

Viscosit Newtoniana (zero shear rate)


A valori bassi della shear rate, a rigore per 0 , la viscosit raggiunge un
valore limite costante, la viscosit Newtoniana o di plateau, 0, che pu essere ricavata,
oltre che da una misura diretta in condizioni di flusso stazionario, anche indirettamente da
misure di viscoelasticit lineare. Si pu ad esempio dimostrare che:

54

0 G t dt tG t d ln t (100)
0

dove G(t) il modulo di rilassamento misurato nellesperimento di step strain. E ovvio


che, per poter determinare in maniera quantitativa 0 attraverso la (100) G(t) deve essere
misurato in maniera precisa. Questo pu essere particolarmente difficile soprattutto nei
limiti estremi dellintegrale, cio a tempi molto brevi e a tempi molto lunghi. Inoltre, va
sempre tenuto presente che la (100) implica la esecuzione di un integrale numerico, con
tutti gli errori di approssimazione connessi. Queste osservazioni, che non saranno pi
ripetute, valgono anche per le relazioni successive.
La viscosit di plateau pu essere anche ricavata dagli altri esperimenti di
viscoelasticit lineare. Si pu ad esempio dimostrare che da misure di risposta in
frequenza si ha:

G
0 lim (101)
0
Unaltra espressione per la viscosit di plateau, ricavabile dalla misura di creep,
gi stata proposta in precedenza (vedi Equazione (73)). Si ha:

t
0 (102)
J staz t J eo

dove J(t)staz un qualunque valore della cedevolezza nel tratto lineare della risposta di
creep e t il corrispondente tempo di misura. Le relazioni precedenti confermano che la
viscosit di plateau pu essere ricavata, in linea di principio, da qualunque test
viscoelastico lineare.

Relazioni tra creep e stress strain. Il tempo di rilassamento


Altre relazioni utili sono quelle che permettono di legare tra loro gli esperimenti di
creep e quelli di step strain. Come gi sottolineato questi due tipi di test si possono
considerare complementari luno rispetto allaltro. Una prima relazione riguarda la
cedevolezza stazionaria, J eo , che pu essere espressa come:

tG t dt tG t dt
J eo 0
0
(103)
G t dt
2
02
0

La (103), oltre a individuare un legame tra creep e step strain, indica anche una ulteriore
strada per la determinazione della viscosit di plateau, accoppiando i risultati dei due
diversi test.
I risultati degli esperimenti di creep e di step strain possono essere utilizzati anche
(e soprattutto) per la determinazione del tempo di rilassamento del fluido viscoelastico.
Infatti, se la deformazione applicata nel creep e la shear rate raggiunta nella parte
stazionaria del test, il tempo di rilassamento ricavabile come:

55

(104)

Il tempo di rilassamento anche ricavabile dallesperimento di step strain come:



tG t dt
0
(105)

G t dt
0

Il confronto tra (103) e (105) fornisce immediatamente unaltra importante relazione:


0 (106)
J eo

Va detto che tutte le relazioni che coinvolgono vanno sempre intese come riferite
al pi lungo tempo di rilassamento del fluido viscoelastico. La presenza di una
molteplicit di tempi di rilassamento, gi introdotta nel paragrafo I.4.6, verr ulteriormente
approfondita nel seguito.

Relazioni con le propriet dinamico-meccaniche


Come gi detto, la misura della risposta in frequenza rappresenta spesso il test pi
utilizzato per la determinazione della viscoelasticit lineare. E quindi importante ricavare
le relazioni tra i moduli viscoelastici e tutte le altre propriet fin qui definite. A parte il
legame tra modulo dissipativo e viscosit di plateau ottenibile a basse frequenze, analoga
espressione pu essere ricavata per il tempo di rilassamento:

G
lim (107)
0 G

E importante sottolineare che, come nel caso della viscosit di plateau, la (107)
valida solo se la frequenza delloscillazione sufficientemente bassa da poter considerare
il materiale nella cosiddetta zona terminale. Ci significa che G e G presentano
rispettivamente dipendenza quadratica e lineare con la frequenza, assicurando quindi che il
rapporto nella (107) sia effettivamente costante.
Una importante relazione alternativa alla (101) tra viscosit di plateau e modulo
dissipativo data da:

2
G d

0 (108)
0

Anche il modulo di plateau dellesperimento di step strain pu essere espresso in


termini di risposta in frequenza:

2 G

G0 d (109)
0

56
La (109), accoppiata alla (100) e alla (108) mostra immediatamente uno dei legami tra la
risposta in frequenza e quella di step strain:

2
G d G t dt

(110)
0 0

I.4.8 Lo spettro dei tempi di rilassamento


Nel discutere del modello di Maxwell si messo laccento sul fatto che un fluido
viscoelastico reale (e in particolare un fuso polimerico) non pu essere descritto da un
singolo tempo di rilassamento. Nel caso di tali sistemi, un possibile modo di procedere
quello di definire un insieme discreto di tempi di rilassamento, proprio come stato fatto
nel par. I.4.6. In questo caso si dice che il comportamento viscoelastico descritto da uno
spettro discreto dei tempi di rilassamento. Una alternativa a questo approccio, utile sia per
la sua struttura matematica che per le sue possibilit pratiche, quella di definire lo spettro
continuo dei tempi di rilassamento, o pi semplicemente spettro di rilassamento.
Consideriamo lesperimento di step strain e la corrispondente espressione del
modulo di rilassamento ottenuta dal modello di Maxwell a pi modi:

N
t
G t Gi exp (111)
i 1 i

Supponiamo ora che il sistema non sia costituito da N coppie molle-smorzatore ma


da una distribuzione continua di elementi di Maxwell, tale che lelemento che abbia tempo
di rilassamento compreso tra e +d contribuisca in ogni istante di tempo al modulo di
rilassamento di una quantit data da:

H t
dG , t exp d (112)

La funzione H() nella (112) rappresenta lo spettro dei tempi di rilassamento, e


lespressione complessiva del modulo di rilassamento viene allora data da:

H t t
G t exp d H exp d ln (113)
0 0

H() rappresenta quindi in qualche modo il contributo al modulo elastico proveniente da


ciascun modo di rilassamento.
La comprensione e luso dello spettro di rilassamento richiedono un po di
dimestichezza con la matematica statistica, quella che cio descrive le funzioni di
distribuzione. Per meglio comprendere il significato e la forma dello spettro di
rilassamento, consideriamo il caso pi semplice, quello cio di un fluido alla Maxwell
caratterizzato da un solo tempo di rilassamento 1 e quindi da un corrispondente valore G1
del modulo elastico. In questo caso si ha:

H G1 1 1 (114)

57
dove (x) la funzione impulso di Dirac. La funzione impulso, come dice la parola stessa,
descrive unimpennata (in teoria di altezza infinita e durata nulla) di una grandezza. Per
rendere questo concetto si utilizza la rappresentazione grafica di Figura 44.

Figura 44: Rappresentazione grafica della funzione impulso di Dirac


La propriet fondamentale della funzione impulso la seguente:

x x f x dx f x
0 0 0 (115)

cio lintegrale su tutto il dominio del prodotto della funzione impulso per una qualunque
altra funzione pari al valore che questultima assume in corrispondenza dellargomento
della funzione di Dirac pari a zero.
Inserendo la (114) nella (113) e utilizzando la (115) si ottiene:

G0 0 0 t t
G t exp d G0 exp (116)
0 0

che proprio lespressione richiesta per il modulo di rilassamento.


Nel caso in cui il fluido viscoelastico sia descritto da uno spettro discreto di tempi
di rilassamento, lo spettro rappresentato dalla somma di termini come quelli
dellEquazione (114):
N
H Gi i i (117)
i 1

La rappresentazione continua pu assumere varia forme (polinomiale, legge di


potenza, distribuzione gaussiana, ecc). Un esempio di spettro di rilassamento continuo
mostrato in Figura 45.
Ovviamente possibile esprimere tutte le relazioni tra le propriet viscoelastiche
gi esaminate in precedenza anche in funzione dello spettro di rilassamento. A titolo di
esempio, il modulo dissipativo pu essere ricavato come:

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H
G d (118)
1
0 2

105

104

103

102
H() [Pa]

101

100

10-1

10-2

10-3

10-4
10-3 10-2 10-1 100 101 102 103

[s]

Figura 45: Lo spettro di rilassamento di un Poli(iso-butene) alla temperatura di 140C


Lo spettro di rilassamento viene tipicamente derivato da opportune manipolazioni
dei dati di viscoelasticit lineare. Ad esempio, se si hanno a disposizione dati di risposta in
frequenza, in particolare di modulo elastico, lo spettro di rilassamento pu essere ricavato
in maniera approssimata come:

dG 1 d 2G
H 2
(119)
d ln 2 d ln 1 2

Sommario Sezione I.4


Un fluido viscoelastico quando in grado di immagazzinare sotto forma di energia
elastica una parte dellenergia ad esso fornita per il flusso o la deformazione. Si parla
di viscoelasticit lineare quando le forze applicate al sistema sono tali da generare
piccole deformazioni o, nel caso di flusso continuo, piccoli gradienti di velocit.
La viscoelasticit pu essere studiata con diverse metodologie sperimentali. Tra i test
utilizzati vi sono il creep-recovery (applicazione di un piccolo sforzo costante seguito
dalla sua rimozione, lo step strain (applicazione di una piccola deformazione
istantanea a valle della quale viene monitorato il rilassamento degli sforzi),
lapplicazione di un flusso oscillatorio con ampiezza piccola di deformazione.
Da ognuno dei test su elencati possibile ricavare quantitativamente alcuni parametri
reologici fondamentali, legati sia alla componente elastica che a quella viscosa del
fluido.
Il comportamento viscoelastico lineare qualitativamente ben descritto dal modello di
Maxwell, che accoppia la risposta di una molla elastica e di uno smorzatore viscoso.
Per il modello di Maxwell possibile ricavare previsioni analitiche per tutti i test
viscoelastici su riportati.

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Le propriet viscoelastiche lineari ottenibili dai vari test sono tutte collegate tra loro.
Le corrispondenti relazioni quantitative permettono di ottenere le varie propriet
reologiche (componente elastica, componente viscosa, tempo di rilassamento) in
maniera intercambiabile.
Alla rappresentazione discreta del comportamento viscoelastico possibile sostituire
una rappresentazione continua basata sul cosiddetto spettro di rilassamento. Anche in
questo caso possibile definire le relazioni quantitative che legano lo spettro di
rilassamento ai vari parametri macroscopici che caratterizzano il comportamento
viscoelastico.

Bibliografia essenziale per il Capitolo I


C.W. Macosko, Rheology. Principles, Measurements and Applications, VCH
Publishers, New York 1994
K. Walters, Rheometry, Chapman and Hall, London 1975
J.D. Ferry, Viscoelastic properties of polymers, 3rd Edition, Wiley, New York 1980

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