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CAPITOLO II

SEPARAZIONI MEDIANTE MEMBRANE

Il rene artificiale riproduce essenzialmente le seguenti funzioni dell’organo naturale:


- rimozione dell’eccesso d’acqua dalla corrente sanguigna;
- rimozione dal sangue dei composti azotati che derivano dal metabolismo delle proteine
Queste funzioni ed altre più sofisticate, quali il mantenimento dell’equilibrio acido-base ed il
bilancio degli elettroliti nei tessuti e nei fluidi fisiologici, vengono svolte mediante operazioni
che fanno uso di membrane semipermeabili. Queste membrane, disposte in varie
configurazioni, come si vedrà in dettaglio nella II Parte di queste dispense, separano
sostanzialmente la corrente del sangue da quella contenente il così detto dializzato o fluido di
dialisi. Attraverso la membrana avviene il trasporto di materia delle sostanze che devono
essere rimosse dal sangue (essenzialmente urea e ioni potassio) e di quelle che, invece,
devono essere addizionate alla corrente sanguigna (glucosio, bicarbonato ecc.)1.
In questo Capitolo si forniranno, quindi, i principi chimico-fisici ed altre informazioni
generali sulle operazioni di separazione che utilizzano membrane semipermeabili, mentre
nella II Parte sarà trattato il funzionamento e la struttura di un emodializzatore o rene
artificiale.

2.1 Aspetti fenomenologici e definizioni

Una membrana semipermeabile è un materiale, generalmente un polimero sintetico o naturale


o un materiale ceramico, che lascia passare il solvente (acqua, nelle applicazioni trattate in
questa sede) mentre risulta impermeabile almeno ad alcune delle sostanze presenti in
soluzione.
Le membrane possono essere classificate in relazione alle caratteristiche microstrutturali.
Sotto questo aspetto si possono avere:
- Membrane non-porose o dense: non presentano pori di dimensioni microscopiche ma sono
piuttosto simili a liquidi molto densi. I componenti che passano attraverso la membrana si
sciolgono in questo materiale denso e diffondono attraverso di esso secondo un trasporto
di tipo fickiano (meccanismo soluzione-diffusione). Sono molto selettive ma non
consentono alti flussi di materia a meno di ridurne lo spessore ed aumentare la differenza
di pressione di transmembrana. In questo caso occorre prevedere un supporto solido che
garantisca la resistenza meccanica e la rigidità.
- Membrane porose: la struttura è caratterizzata da pori, relativamente più grandi delle
dimensioni molecolari, attraverso i quali si ha il passaggio delle specie che vengono
trasportate. La selettività è conferita dalle dimensioni relative della specie che diffonde
rispetto al diametro dei pori.
- Membrane asimmetriche o composite: sono strutture miste in cui una membrana densa è
supportata da una membrana porosa.
Quando una membrana semipermeabile viene utilizzata come barriera per separare due
soluzioni acquose contenenti sostanze di diverso peso molecolare ed elettroliti a
concentrazioni diverse nei due compartimenti, possono verificarsi vari fenomeni che
dipendono:

1
Le membrane sono utilizzate anche in altri organi artificiali (polmone artificiale, fegato artificiale). In
particolare, negli ossigenatori a membrana questi elementi separano il sangue dalla fase gassosa contenente
ossigeno che viene trasportato attraverso la membrana per solubilizzarsi nel sangue.
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- dalle caratteristiche della membrana;


- dalle dimensioni molecolari e dalle proprietà chimico-fisiche dei soluti;
- dalla composizione dei due compartimenti;
- dalle condizioni (variabili operative) imposte alle due soluzioni.

P2, C2, P1, C1,


V2 V1

Fig. 2.1 – Flussi attraverso le membrane semipermeabili

Con riferimento allo schema riportato nella Fig.2.1, ci può essere un flusso del solvente dal
compartimento 1 al 2 o viceversa, e possono manifestarsi flussi dei soluti in un verso o in
quello opposto. In ogni caso, perché ci sia flusso di materia di un componente (solvente o
soluti) è necessario che sia presente una forza motrice. Questa può essere la differenza di
pressione P2 – P1 fra i due compartimenti, la differenza di concentrazione C2,i – C1,i del
componente i o la differenza di potenziale elettrico V2 –V1 nel caso di particelle cariche
(ioni).
Per quanto riguarda il solvente ed i soluti non ionici, il flusso avviene nel verso che va dal
compartimento a pressione maggiore o a concentrazione maggiore verso quello che ha valori
inferiori di P e di C. Tuttavia, la combinazione di ∆P di un segno e ∆C di segno opposto può
dar luogo a flussi apparentemente contrari al gradiente di pressione o di concentrazione. Ad
esempio, un valore sufficientemente più alto della concentrazione di i nel compartimento 1
può causare un flusso di i da 1 verso 2, anche se è P2 > P1. In ogni caso, il trasporto avviene
sempre nel verso del potenziale chimico decrescente. Nel caso di ioni in soluzione, oltre il ∆P
ed il ∆C, anche la differenza di potenziale elettrico interviene nel determinare il verso del
flusso delle particelle elettricamente cariche.

Fig. 2.2 – Polarizzazione della membrana

E’ evidente, comunque, che il passaggio diffusivo dei soluti attraverso i pori della membrana
è condizionato dalle dimensioni relative delle molecole rispetto al diametro dei pori. Non tutti
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i soluti riusciranno a permeare attraverso la membrana, ma solo quelli che hanno ingombro
molecolare sufficientemente ridotto. Per le molecole e le particelle più grandi, la forza motrice
determinerà un trasporto di materia che darà luogo all’accumulo del componente in questione
su un lato della membrana.
Questo fenomeno, tuttavia, non è caratteristico soltanto dei soluti che non riescono a
diffondere attraverso la membrana, ma si manifesta tutte le volte che la somma della velocità
di diffusione di un soluto i attraverso la membrana e della velocità con cui il soluto è rimosso
dalla superficie della membrana per diffusione contraria verso la massa del fluido, è inferiore
alla velocità con cui il soluto è trasportato verso la superficie della membrana dal flusso
convettivo del solvente.
In altri termini, se il solvente passa, ad esempio, dal compartimento 2 nel compartimento 1, a
questo moto è associato un trasporto convettivo del soluto disciolto nel solvente nel
compartimento 2.

Gel
Membrana

Flusso
Diffusivo
contrario Flusso
diffusivo
Cs2 nella
membrana
Flusso
convettivo Cs1

Fig. 2.3 – Flussi nella polarizzazione della membrana e formazione di gel

La portata con cui il soluto viene trasportato verso la superficie della membrana è,
evidentemente:

wi = v⁄ Ci (2.1)

dove v indica la portata volumetrica (lt/s, per esempio), Ci la concentrazione del soluto i
(moli/lt, per esempio) nella soluzione e wi la portata convettiva del soluto i.
Se la stessa portata non riesce a passare per diffusione attraverso la membrana, si manifesterà
un accumulo di i in prossimità della superficie della membrana stessa che, se per un verso fa
aumentare la velocità di diffusione attraverso la membrana, genera al contempo un flusso
diffusivo opposto del soluto dalla zona prossima alla membrana verso la massa del fluido per
gradiente di concentrazione. Il fenomeno prosegue finchè non si raggiunge l’uguaglianza fra
la portata convettiva del soluto e la somma delle due portate diffusive, attraverso la membrana
e nella fase fluida in verso opposto a quello del flusso convettivo.
Questo fenomeno, che prende il nome di polarizzazione per concentrazione della membrana,
può portare alla precipitazione del soluto (se la concentrazione di questo supera il valore di
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saturazione) ed alla formazione di un vero e proprio gel aderente alla superficie della
membrana che si comporta come una membrana addizionale (v. Fig. 2.3).

In relazione al tipo di forza motrice che determina il flusso di materia ed alle dimensioni delle
molecole o particelle che permeano attraverso la membrana è possibile effettuare una
classificazione dei processi di separazione a membrana.
Nella Tabella 2.I è riportata una sintesi dei processi principali.
Le operazioni che in modo specifico interessano nel caso del rene artificiale sono la dialisi e
l’ultrafiltrazione.

Tabella 2.I – Principali processi di separazione a membrana


PROCESSO FORZA MOTRICE PERMEATO RITENUTO
Microfiltrazione Differenza di pressione Acqua + soluti disciolti Microparticelle: 0.1-10
(0.5-2 bar) (proteine, amminoacidi, µm (cellule, batteri,
zuccheri, sali) colloidi, emulsioni)
Ultrafiltrazione Differenza di pressione Solvente + molecole Macromolecole
(1-10 bar) piccole (sali, zuccheri, 5-50 nm (virus, proteine)
amminoacidi)
Nanofiltrazione Differenza di pressione Solvente + molecole Molecole: 0.5-5 nm
(20-40 bar) piccole (sali) (proteine,vitamine,zuccheri,
amminoacidi)
Osmosi inversa Differenza di pressione Solvente Sali e soluti a basso PM
(30-60 bar) < 1 nm
Dialisi Differenza di Solvente + molecole Molecole grandi
concentrazione piccole
Elettrodialisi ∆V: diff. di potenziale Acqua + soluti ionici Soluti non ionici

Il termine dialisi fu coniato nel 1861 da Thomas Graham per descrivere la separazione e
filtrazione selettiva mediante membrane semipermeabili. In campo biomedico, la dialisi
consiste nella modifica della composizione del sangue mediante contatto attraverso una
membrana con il fluido di dialisi. La membrana utilizzata è caratterizzata da pori che
consentono il passaggio dell’acqua e di piccole molecole (urea, creatinina, glucosio) mentre
impediscono il passaggio di particelle più grosse (globuli rossi e bianchi, piastrine e la
maggior parte delle proteine del sangue)
L’ultrafiltrazione (UF) è un processo nel quale, sotto l’azione di una moderata pressione di
transmembrana, viene rimossa acqua e soluti a basso peso molecolare mentre vengono ritenuti
solidi sospesi, particelle colloidali e macromolecole. Viene utilizzata, ad esempio, nella
preparazione di acqua ultrapura.
L’osmosi inversa (RO), detta anche iperfiltrazione, utilizza una differenza di pressione fra i
due lati della membrana per ottenere il flusso del solvente dal compartimento più concentrato
in soluti verso quello a più bassa concentrazione (v. par.2.1.2). Le membrane per RO sono in
grado di bloccare batteri, proteine, sali, zuccheri ed altre sostanze con peso molecolare
maggiore di 150-250 dalton. Viene utilizzata per purificare il solvente: un esempio tipico di
applicazione è la dissalazione di acqua di mare
La nanofiltrazione è sostanzialmente un processo di osmosi inversa utilizzato per la rimozione
dell’acqua e di piccoli ioni monovalenti (Na+, K+, Cl-).
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2.2 Osmosi, pressione osmotica ed osmosi inversa

Come accennato nel paragrafo precedente, se due soluzioni contenenti un soluto a due
diverse concentrazioni sono separate da una membrana, permeabile al solvente ma
impermeabile al soluto, il solvente diffonderà attraverso la membrana nel verso che va dal
compartimento dove la propria concentrazione è maggiore (soluzione più diluita) al
compartimento nel quale il solvente è a concentrazione inferiore (soluzione più concentrata).
Questo fenomeno viene chiamato osmosi ed assume una notevole importanza in molti
processi biologici nei quali il solvente è acqua e la membrana è di natura biologica come la
membrana cellulare. Se, ad esempio, all’esterno delle cellule c’è una bassa concentrazione di
sali, l’acqua dell’ambiente circostante diffonderà attraverso la membrana cellulare verso
l’interno delle cellule che pertanto si rigonfieranno. Viceversa, un eccessivo contenuto salino
nei fluidi extracellulari (per esempio nel sangue) determinerà una fuoriuscita di acqua dalle
cellule. Questi fenomeni, che nelle cellule vegetali sono ben sopportati per l’esistenza della
parete cellulare rigida, possono costituire un problema molto serio nel caso delle cellule
animali che sono prive di parete cellulare. La funzione dei reni è proprio quella di regolare le
quantità di acqua e di sali minerali nel sangue (osmoregolazione)2.
Il fenomeno di osmosi è contrastato dall’aumento di pressione nel compartimento verso il
quale si ha la diffusione del solvente. Tale aumento può essere determinato dal trasporto
stesso del solvente. Quando la pressione a valle della membrana raggiunge un valore
sufficientemente elevato, si arresta il processo di osmosi ed i due compartimenti sono fra loro
in equilibrio termodinamico.

P
P P P

∆π

Fig. 2.4 – Osmosi: ∆π, differenza di pressione osmotica fra i due compartimenti

Il concetto appena espresso si può considerare una definizione operativa di pressione


osmotica, ovvero un metodo per misurare π. La pressione osmotica è la pressione che occorre
applicare ad uno dei compartimenti per annullare il flusso di solvente verso quel
compartimento, quando nel compartimento a monte della membrana è presente solvente puro.

2
L’esatta quantità d’acqua e di sali che devono essere rimossi dal sangue nei reni è sotto il controllo
dell’ipotalamo.
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Il valore della pressione osmotica dipende dalla composizione della soluzione, dalla
temperatura ed, in misura trascurabile, anche dalla P della soluzione.
La definizione rigorosa ed il calcolo della pressione osmotica si basa sul concetto di equilibrio
termodinamico. Quando non c’è più flusso di solvente attraverso la membrana si è raggiunto
l’equilibrio che, come è noto, è caratterizzato dall’uguaglianza del potenziale chimico µw del
solvente (acqua) nei due compartimenti. Questa grandezza termodinamica, per sistemi
omogenei come sono le due fasi a monte ed a valle della membrana, dipende dalla
composizione, dalla temperatura e dalla pressione di ciascuna fase. La composizione può
essere assegnata, per esempio, tramite le frazioni molari x.
Pertanto, considerando che in uno dei due compartimenti è presente il solvente puro alla
temperatura T ed alla pressione P, mentre nell’altro c’è una soluzione alla stessa temperatura
T (equilibrio termico) ma alla pressione (P+π), la condizione di equilibrio è la seguente:

µ°(T,P) = µ(T,P+π,xw) (2.2)

dove µ° indica il potenziale chimico del solvente puro ed xw la frazione molare dell’acqua. Da
questa relazione (v. Dim.2.I) si ricava la seguente espressione della pressione osmotica:

R ⋅T
π =− ⋅ ln a w (2.3)
vw

dove vw e aw indicano, rispettivamente, il volume molare e l’attività dell’acqua nella


soluzione.
Per soluzioni diluite, l’eq.(2.3) assume la forma semplificata (legge di van’t Hoff)3:

π = RT Cs (2.4)

nella quale Cs indica la concentrazione molare dei soluti (moli/volume).


Quest’ultima relazione indica che la pressione osmotica cresce linearmente con la
concentrazione dei soluti (almeno entro il campo delle soluzioni diluite) e con la temperatura.
Inoltre, per soluzioni diluite, π non dipende dalle caratteristiche dei soluti disciolti.
La pressione osmotica è una proprietà colligativa nel senso che essa dipende dal numero di
particelle in soluzione. In altri termini, se il soluto presente è un sale che si dissocia
totalmente per dare due ioni (es: NaCl → Na+ + Cl-), il valore della concentrazione molare da
inserire nell’eq.(2.4) non è quello del sale ma quello degli ioni in soluzione più il contributo
che deriva dall’eventuale forma indissociata del sale. Nell’esempio di NaCl, se la
concentrazione del sale è 0.1 M, la concentrazione Cs è pari a 2x0.1.
Nello studio delle soluzioni si usa talvolta una particolare misura della concentrazione del
soluto detta osmolarità (Osm). Tale grandezza rappresenta la molarità di una soluzione
acquosa di un soluto indissociato che fornisce la stessa pressione osmotica della soluzione
considerata. Quindi, ad esempio, l’osmolarità di una soluzione 1M di glucosio (composto che
non si dissocia in acqua) è 1, mentre quella di una soluzione 1M di NaCl (completamente
dissociato) è 2 Osm.
Fino al raggiungimento dell’equilibrio, il solvente passa spontaneamente attraverso la
membrana nel verso che corrisponde ad una riduzione dell’energia libera di Gibbs del sistema
(dG). Si può dimostrare (v. Dim.2.II) che per il passaggio di un numero infinitesimo di moli

3
Si noti l’analogia con la legge dei gas perfetti
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di solvente, dnw, dal compartimento 1 al 2, l’energia libera di Gibbs varia della seguente
quantità infinitesima3:

dG = - vw [∆P - ∆π] dnw (2.5)

Pertanto, il segno di ΑG e quindi il verso del passaggio di solvente, nel caso che entrambi i
compartimenti contengano soluzioni, dipende dal valore della differenza di pressione
osmotica fra le due soluzioni e dalla differenza di pressione. I casi possibili sono i seguenti:

[∆P - ∆π] > 0 dG < 0 Il solvente passa da 1 a 2 (osmosi)


[∆P - ∆π] < 0 dG > 0 Il passaggio di solvente da 1 a 2 non può
avvenire; il solvente passa da 2 ad 1 (dG < 0)
(osmosi inversa)
[∆P - ∆π] = 0 dG = 0 Equilibrio termodinamico: non c’è passaggio di
solvente

Nell’esempio illustrato nella Fig.2.4, ciascuna delle soluzioni è caratterizzata da una propria
pressione osmotica; in particolare, risulta π2 > π1 4 (∆π < 0). Inoltre, le pressioni P sono uguali
nei due compartimenti (∆P = 0) così che [∆P - ∆π] > 0. In tali condizioni, il solvente passa
spontaneamente dalla soluzione 1 (più diluita) alla soluzione 2 più concentrata. Questo
fenomeno (osmosi) si verifica più generalmente tutte le volte che è ∆P > ∆π.
Se, viceversa, si hanno condizioni di pressione sulle due soluzioni tali che risulti ∆P < ∆π, il
passaggio del solvente avviene nel verso che va dalla soluzione più concentrata in sali verso
quella più diluita. Questo fenomeno viene detto osmosi inversa. In altri termini, l’osmosi è un
processo termodinamico reversibile nel senso che il verso del flusso di acqua può essere
invertito mediante un adeguato controllo della pressione esterna.
Un altro termine che viene frequentemente utilizzato con particolare riferimento alle
membrane cellulari è quello di tonicità di una soluzione. Questa proprietà caratterizza la
capacità di una soluzione di causare per osmosi il rigonfiamento o la contrazione delle cellule.
Una soluzione, pertanto, può essere:
- isotonica: se la soluzione ha la stessa pressione osmotica del citoplasma cellulare;
- ipertonica: se la pressione osmotica della soluzione è maggiore di quella del citoplasma
così che l’acqua passa dall’interno verso l’esterno della cellula che, pertanto, si contrae;
- ipotonica: se la soluzione ha una pressione osmotica inferiore a quella del citoplasma in
modo che si attiva il passaggio dell’acqua verso l’interno della membrana cellulare e la
cellula si rigonfia.

2.3 Meccanismi di trasporto attraverso le membrane cellulari

Il rene artificiale utilizza un modulo a membrana con lo scopo di simulare il funzionamento


delle membrane cellulari del rene naturale. Questo paragrafo è dedicato, pertanto, ad
analizzare in maniera molto sintetica e schematica i meccanismi principali con i quali
nutrienti, ioni e sostanze che devono essere eliminate attraversano le membrane cellulari.

4
Il compartimento 1 è quello di sinistra, più diluito, ed il 2 quello di destra, più concentrato. Inoltre, si è assunto
ΑP = P1 – P2 e Α⊥ = ⊥1 - ⊥2
21

Com’è noto, la membrana plasmatica (Fig.2.5), che è la membrana che avvolge la cellula e
separa il citoplasma dall’ambiente esterno, è costituita da un doppio strato lipidico di 4-5 nm
di spessore nel quale sono incluse numerose proteine (modello di Singer e Nicholson)5.
La membrana plasmatica, oltre a caratterizzare ogni cellula come singolo individuo biologico,
svolge la funzione essenziale di filtro altamente selettivo, consentendo l’ingresso nella cellula
delle sostanze nutritive e degli altri componenti necessari al metabolismo e l’uscita dei
prodotti del metabolismo che devono essere rimossi.

Fig. 2.5 – Membrana plasmatica e proteine di membrana

Fig. 2.6 – Struttura anfipatica dei fosfolipidi

5
Vescicole costituite da doppi strati fosfolipidici (liposomi) sono prodotte anche artificialmente e trovano
sempre più diffusamente applicazioni in campo biomedico, per esempio per veicolare farmaci.
22

La prima caratteristica della membrana plasmatica è che essa è una struttura dinamica, cioè la
maggior parte delle molecole lipidiche e delle proteine possono muoversi rapidamente nel
piano della membrana.
I lipidi della membrana cellulare sono di tre tipi: fosfolipidi, colesterolo e glicolipidi. I
fosfolipidi sono i più abbondanti, ma tutte e tre le classi di lipidi hanno carattere anfipatico,
ossia possiedono una testa polare idrofila ed una o due code apolari idrofobe (Fig.2.5). In
presenza di acqua, i fosfolipidi ed i glicolipidi:

- si aggregano per formare doppi strati con le code idrofobe contrapposte e le teste polari
esposte all’ambiente acquoso;
- si richiudono in vescicole per sottrarre al contatto con l’acqua anche le code idrofobe
terminali

Nella maggioranza delle membrane plasmatiche, la componente lipidica rappresenta circa il


50% in massa6 e svolge il ruolo di “solvente” per le proteine di membrana .
Alcune di queste proteine si estendono da una parte all’altra della membrana (proteine
transmembrana) e sono pertanto esposte all’ambiente acquoso ad entrambe le estremità.
Altre sono esposte all’acqua su una sola faccia del doppio strato.

Fig. 2.5a – Proteina canale

Le proteine di membrana svolgono varie funzioni: alcune di esse contribuiscono all’integrità


strutturale della membrana, altre possono agire come enzimi o possono funzionare come
recettori e trasduttori di segnali, altre ancora, infine, svolgono ruoli connessi con il trasporto
di piccole molecole. Sono proprio queste ultime che interessano in questa sede. La zona
interna della membrana, costituita dalle code alifatiche delle molecole lipidiche, è
incompatibile con tutte le piccole molecole idrosolubili (come zuccheri, amminoacidi, ioni
metallici) e rappresenta, pertanto, una barriera insormontabile per queste molecole. Misure
del flusso di glucosio attraverso le membrane dei liposomi (che non contengono proteine
6
Tale percentuale varia molto con il tipo di membrana essendo compresa fra il 20% e l’80% . Tenendo conto che
il peso molecolare medio delle proteine è di 100 kDalton mentre quello dei lipidi si aggira intorno a 0.65
kDalton, il rapporto fra proteine e molecole lipidiche nella membrana plasmatica è di circa 1/150.
23

Fig. 2.5b – Proteina vettrice

Fig. 2.5c – Trasporto attivo: pompa Na-K

nella struttura fosfolipidica) mostrano valori decisamente inferiori a quelli che si osservano
nel caso di membrane cellulari (contenenti proteine). Queste osservazioni hanno condotto ad
individuare il ruolo chiave che le proteine di membrana svolgono, con meccanismi diversi,
nel trasporto di molte molecole idrosolubili e degli ioni. Alcune proteine danno luogo a
24

canali o pori acquosi (Fig.2.5a) i quali permettono a piccole molecole di dimensione


appropriata di attraversare il doppio strato lipidico per semplice diffusione (proteine canale)7.
Altre proteine (proteine vettrici) (Fig.2.5b) legano la molecola da trasferire e la fanno passare
attraverso la membrana mediante un meccanismo che coinvolge reazioni chimiche reversibili
(diffusione facilitata). Nel trasporto facilitato, il flusso di soluto non è proporzionale alla
differenza di concentrazione come avviene nel meccanismo per semplice diffusione, ma
cresce tendendo asintoticamente ad un valore limite che corrisponde alla saturazione di tutte
le proteine vettrici.
Il trasporto per semplice diffusione e quello facilitato avvengono nel verso del potenziale
chimico (o elettrochimico) decrescente. Una terza categoria di trasportatori utilizza una fonte
di energia metabolica (per es. idrolisi di ATP ad ADP) per ottenere il trasporto di determinati
soluti contro i rispettivi gradienti elettrochimici8 (trasporto attivo). Un esempio tipico di
trasporto attivo è la così detta pompa sodio-potassio che dà luogo al trasporto di Na+
all’esterno della cellula e dello ione K+ verso l’interno.
Molecole e particelle relativamente grandi (per es. virus) sono trasportate dentro la cellula o
secrete all’esterno mediante meccanismi diversi detti endocitosi ed esocitosi, rispettivamente.
Intorno alla particella da trasportare si formano minuscole vescicole che consentono
l’attraversamento della membrana plasmatica mediante un meccanismo di fusione con questa
struttura. Questi fenomeni non sono oggetto della presente trattazione.

7
Alcuni canali sono sempre aperti, altri si aprono solo temporaneamente mediante sistemi di controllo chimici
ed elettrici molto selettivi o trasferiscono la molecola mediante una rotazione su un asse ortogonale allo spessore
della membrana con un meccanismo simile a quello di una porta girevole.
8
Gradiente di concentrazione, di pressione e di potenziale elettrico di membrana
25

Dimostrazione 2.I

Il potenziale chimico del solvente alla pressione (P+⊥) ed alla concentrazione xw che appare
al secondo membro della condizione di equilibrio (2.2), può essere espresso a partire dalla
seguente relazione differenziale, valida in condizioni isoterme:

dΩW = RT dlnfw (2.I.1)

dove fw indica la fugacità dell’acqua.


Questa equazione differenziale può essere integrata fra un qualsiasi stato di riferimento e lo
stato del sistema considerato, con l'unico vincolo che i due stati si trovino alla stessa
temperatura.
Assumendo come stato di riferimento quello dell’acqua pura alla temperatura T ed alla
pressione P+⊥ si ha:

 f w (T , P + π , x w ) 
µ w (T , P + π , x w ) = µ ° w (T , P + π ) + R ⋅ T ⋅ ln   (2.I.2)
 f ° w (T , P + π ) 

Il rapporto di fugacità che appare al secondo membro è l’attività dell’acqua rispetto allo stato
di riferimento prescelto. Pertanto, l’eq.(2.I.2) assume la forma seguente:

µ w (T , P + π , x w ) = µ ° w (T , P + π ) + R ⋅ T ⋅ ln(a w ) (2.I.3)

Sostituendo questa relazione nella condizione di equilibrio (2.2) si ottiene:

µ ° w (T , P) = µ ° w (T , P + π ) + R ⋅ T ⋅ ln(a w ) (2.I.4)

µ ° w (T , P + π ) − µ ° w (T , P) = − R ⋅ T ⋅ ln(a w ) (2.I.5)

La differenza fra i potenziali chimici dell’acqua pura a due pressioni diverse si può ricavare
dalla relazione termodinamica che fornisce la dipendenza del potenziale chimico a
temperatura costante:

 ∂µ ° w 
  = v° w (2.I.6)
 ∂P  T

Dall’integrazione di questa equazione differenziale, nell’ipotesi che il volume molare v°w


dell’acqua liquida si assuma indipendente dalla pressione si ricava:

µ °(T , P + π ) − µ °(T , P) = v° w ⋅ π (2.I.7)

Sostituendo, infine, questo risultato nell’eq.(2.I.5), si ricava:


26

v° w ⋅ π = − R ⋅ T ⋅ ln(a w ) (2.I.8)

che fornisce il risultato indicato nell’eq.(2.3).


Si osservi che l’attività fa riferimento ad uno stato alla pressione P+⊥. Tuttavia, poiché
l’effetto della pressione sulle proprietà dello stato liquido è trascurabile, si può considerare
l’attività come riferita ad uno stato a pressione P.

Dall’eq.(2.I.8) si ricava la legge di van’t Hoff (eq.2.4) in base alle seguenti considerazioni.
Per soluzioni diluite, si può approssimare l’attività dell’acqua con la sua frazione molare
(questa assunzione equivale a considerare unitario il coefficiente di attività di Raoult):
Pertanto, si può scrivere:

ln (aw) ≈ ln (xw) = ln (1-xs) (2.I.9)

dove xs è la frazione molare del soluto.


Sviluppando in serie il logaritmo intorno al punto xs = 0, al primo termine (soluzioni diluite)
si ottiene:

1
ln(1 − x s ) = 0 − ( ) xs =0 ⋅ x s = − x s (2.I.10)
1 − xs

Quindi:

ln (aw) ≈ -xs (2.I.11)

Inoltre, si può considerare:

xs
= Cs
vw

dal momento che per soluzioni diluite è vw ≈ vsoluzione.


Da queste considerazioni si ricava facilmente la relazione (2.4)
27

Dimostrazione 2.II

Poiché l’energia libera di Gibbs è una grandezza additiva, la variazione dG del sistema è data
dalla somma delle variazioni di G nelle due porzioni α e β in cui è diviso il sistema per la
presenza della membrana.

dG = dGα + dGβ (2.II.1)

Le variazioni dG per un sistema a più componenti sono date da:

dG = -SdT + VdP + Σµidni (2.II.2)

dove S, V sono l’entropia ed il volume del sistema e la sommatoria è estesa a tutti i


componenti.
Se la variazione di G si riferisce al solo passaggio di una quantità infinitesima dnw di acqua, a
temperatura e pressione costanti, dal compartimento α a quello β, l’eq.(2.II.1) tenendo conto
della (2.II.2) diventa:

dG = µwαdnwα + µwβdnwβ (2.II.3)

Le variazioni dnwα e dnwβ non sono però indipendenti. Se l’acqua passa da α a β, la variazione
infinitesima dnw è da considerare positiva nel compartimento β mentre è uguale ma di segno
contrario nel compartimento α:

dnwβ = - dnwα (2.II.4)

Pertanto, l’eq.(2.II.3) diventa:

dG = (µwβ - µwα) dnw (2.II.5)

I due compartimenti, e quindi i due potenziali chimici dell’acqua, differiscono perché si


trovano a due pressioni diverse (Pα e Pβ) e due diverse frazioni molari dell’acqua (xwα e xwβ)
rispettivamente. Ricordando la relazione (2.I.3) si può scrivere, per ciascuno dei potenziali
chimici che appaiono nella (2.II.5):

µ wβ (T , Pβ , x wβ ) = µ ° β (T , Pβ ) + R ⋅ T ⋅ ln(a wβ ) (2.II.6)

µ wα (T , Pα , x αw ) = µ °α (T , Pα ) + R ⋅ T ⋅ ln(a αw ) (2.II.7)

L’eq.(2.II.5) diventa quindi:

{ }
dG = [ µ ° β (T , Pβ ) − µ °α (T .Pα )] + R ⋅ T ⋅ [ln(a wβ ) − ln(a αw )] ⋅ dn w (2.II.8)

Le attività dell’acqua si riferiscono a condizioni caratterizzate da pressioni e composizioni


diverse. Trattandosi, però, di fasi liquide si può trascurare l’effetto della pressione e quindi
considerare le due attività diverse solo per effetto della diversa composizione.
28

La prima differenza in parentesi quadre al secondo membro della (2.II.8) rappresenta la


variazione con la pressione del potenziale chimico dell’acqua pura. Essa si può calcolare dalla
relazione termodinamica che esprime l’effetto della pressione sul potenziale chimico a T e
composizione costanti (v. eqs. 2.I.6 e 2.I.7):

µ ° β (T , Pβ ) − µ °α (T .Pα ) = v° w ( Pβ − Pα ) (2.II.9)

Inoltre, per la (2.3), risulta:

R ⋅ T ⋅ [ln(a wβ ) − ln(a αw )] = −v° w ⋅ (π β − π α ) (2.II.10)

Sostituendo la (2.II.9) e la (2.II.10) nella (2.II.8) si ottiene:

[v° w ]
( Pβ − Pα ) − v° w ⋅ (π β − π α ) ⋅ dn w = dG (2.II.11)

o anche:

[ ]
dG = −v° w ⋅ ( Pα − Pβ ) − (π α − π β ) ⋅ dn w (2.II.12)

che è l’eq.(2.5)
29

2.4 Trasporto passivo

Nella realizzazione di un sistema artificiale non è ancora possibile riprodurre tutti i meccanismi che
caratterizzano il trasporto nelle membrane plasmatiche. Il meccanismo di trasporto che più
facilmente si riesce a realizzare è quello passivo per semplice diffusione. Recenti tentativi di
sviluppare membrane in grado di supportare un meccanismo di diffusione facilitata cominciano a
dare buoni risultati.
In questo paragrafo saranno forniti gli elementi per descrivere il flusso del solvente e dei soluti.
Lo schema che segue rappresenta un modulo a membrana con flusso tangenziale della soluzione da
trattare. Sono indicati con gli indici w, i, j, il solvente acqua ed i soluti i e j rispettivamente, con f
l’alimentazione, p il permeato ed r il ritenuto.
Alcuni parametri fondamentali che si usano per caratterizzare il comportamento del sistema a
membrana sono i seguenti:

Fattore di arricchimento:

Ci, p
βi = (2.7)
C i, f
Fattore di separazione di due componenti:

Ci, p / C j, p βi
α i, j = = (2.8)
Ci, f / C j, f βj

Reiezione apparente del soluto i:

Ci, f − Ci, p Ci, p


Ri = =1− =1 − βi (2.6)
Ci, f C i, f

Cut-off della membrana (MWCO: Molecular Weight Cut-Off)

E’ il peso molecolare in corrispondenza al quale almeno il 90% di un soluto globulare con quel peso
molecolare è ritenuto dalla membrana (R ≥ 0.9)

Alimentazione Ritenuto

Ci,f Cj,f Ci,r Cj,r


Membrana

Ci,p Cj,p Permeato

Fig. 2.7 – Modulo a membrana a flusso tangenziale


30

Evidentemente, una membrana permeabile solo al solvente e perfettamente impermeabile al soluto,


è caratterizzata da una reiezione apparente R = 1 (v.eq.2.6 con Ci,p = 0)
Nella definizione di reiezione apparente si fa riferimento alle concentrazioni C nella massa della
soluzione (alimentazione e permeato) senza considerare ciò che accade sulla superficie della
membrana. Come si è visto in precedenza, infatti, per effetto dei fenomeni di polarizzazione, sulla
superficie della membrana a monte del flusso di trasporto si può manifestare una concentrazione di
soluto maggiore di quella che caratterizza la massa di alimentazione. Se si fa riferimento alla
concentrazione Ci,m sulla superficie della membrana anziché a Ci,f nell’eq.(2.6), si ottiene la
reiezione intrinseca della membrana.

Sotto l’azione di differenze di pressione e di pressione osmotica fra i compartimenti a monte ed a


valle di una membrana si possono osservare flussi di materia del solvente e dei soluti. Le
espressioni che consentono di rappresentare questi flussi costituiscono uno strumento indispensabile
per il dimensionamento di un sistema di separazione a membrane.
Forme molto generali dei flussi di materia in funzione delle forze motrici che li generano possono
essere ricavate facendo uso della Termodinamica dei Processi Irreversibili (TPI)1. Modelli fisici
meno generali, come il modello “Soluzione-Diffusione”, sono spesso soddisfacenti e di maggiore
utilità.

2.4.1 Flussi
Un primo tipo di flusso da definire è il flusso di volume, Jv , che scalarmente rappresenta la portata
volumetrica che attraversa l’unità di area di membrana. Trattandosi del rapporto fra una portata
volumetrica ed un’area, le dimensioni di Jv sono quelle di una lunghezza diviso un tempo (L3/tτL-2
= L/t). Un altro tipo di flusso che talvolta può essere definito è quello di massa Jm, che rappresenta
la portata in massa che attraversa l’unità d’area di membrana (M/tτL-2). Evidentemente è Jm = Jvτ_,
dove _ è la densità della soluzione.
La portata volumetrica che attraversa la membrana e che dà luogo al flusso di volume Jv è costituita
dal solvente (acquoso) e dal soluto. Pertanto, se con Jw e Js si indicano i flussi molari
([moli]/([tempo].[area])) dell’acqua e del soluto, rispettivamente, e con vw e vs si rappresentano i
volumi molari ([volume]/ [mole]) dei due componenti, il flusso di volume è dato da:

J v = vw J w + vs J s (2.9)

I flussi molari dei componenti sono composti, generalmente, da un contributo convettivo e da uno
diffusivo. Il significato fisico di questi due termini può essere compreso in base alle considerazioni
seguenti2.
Presa una qualunque superficie, fisica o virtuale, attraverso di essa può osservarsi un flusso molare
(moli/tτL-2) Jw di acqua ed un flusso molare Js del soluto. A prescindere dal meccanismo di
trasporto (diffusivo o convettivo), il flusso molare totale che attraversa la superficie è:

J = Jw + Js (2.10)

Se si indica con CT la concentrazione molare totale (densità molare) della soluzione (moli/L3), si
può definire una velocità media u del fluido che attraversa la superficie:

1
v. per esempio: M.C.Annesini – Appunti di Termodinamica Chimica, Ed.Siderea, Cap.VIII
2
Per approfondimenti e generalizzazioni si veda:
Bird, Stewart, Lightfoot – Fenomeni di Trasporto, Ed. Ambrosiana;
M.C. Annesini – Fenomeni di Trasporto, Ed. Ingegneria 2000
31

J
u= = Jv [L/t] (2.11)
CT

In maniera del tutto analoga si possono definire le velocità di attraversamento della superficie da
parte dell’acqua e del soluto:

Jw
uw = [L/t] (2.12)
Cw

Js
us = [L/t] (2.13)
Cs

dove Cw e Cs indicano le concentrazioni molari dell’acqua e del soluto rispettivamente.


Generalmente uw ed us saranno diverse da u. Le velocità relative di ciascun componente rispetto alla
velocità con cui si muove la massa di fluido rappresentano i contributi della diffusione:

u wD = u w − u (2.14)

u sD = u s − u (2.15)

Corrispondentemente, si possono definire i flussi diffusivi:

J wD = C w ⋅ u wD (2.16)

J sD = C s ⋅ u sD (2.17)
D D
Le differenze (Jw – Jw ) e (Js – Js ) sono i flussi convettivi.
In altri termini, tenendo conto delle relazioni precedenti, si può scrivere:

J w = C w ⋅ u w = C w ⋅ (u w − u ) + C w ⋅ u = C w ⋅ u wD + C w ⋅ u = J wD + J wC (2.18)

J s = C s ⋅ u s = C s ⋅ (u s − u ) + C s ⋅ u = C s ⋅ u sD + C s ⋅ u = J sD + J sC (2.19)

I contributi convettivi al flusso sono, quindi:

Cw
J wC = C w ⋅ u = ⋅ J = Cw J v (2.20)
CT

Cs
J sC = C s ⋅ u = ⋅ J = Cs J v (2.21)
CT

Per la presenza della velocità u della massa di fluido, i flussi convettivi sono quindi quelli associati
al moto d’insieme del fluido.
32

2.4.2 Schemi di flusso e resistenze al trasferimento di materia

Nel moto del fluido primario a monte della membrana e di quello secondario a valle della
membrana si possono avere le seguenti possibilità:
a. sia il fluido primario che il permeato sono fermi o si muovono in direzione ortogonale alla
superficie della membrana;
b. il fluido primario si muove in direzione parallela alla membrana mentre il permeato si muove in
direzione ortogonale (cross-flow);
c. il fluido primario e quello di dialisi si muovono entrambi in direzione parallela alla superficie
della membrana (flusso tangenziale) in equicorrente o in controcorrente.

a) Flusso ortogonale b) Cross-flow

c1) Flusso tangenziale equicorrente c2) Flusso tangenziale controcorrente

Nel primo caso, la presenza di soluti nel fluido può provocare il fenomeno della polarizzazione per
concentrazione e l’eventuale deposizione di gel (v. fig.2.3). In queste condizioni le resistenze che il
solvente incontra nel flusso verso la zona a valle della membrana sono:
- resistenza dell’eventuale strato di gel;
- resistenza della membrana;
Si tratta di resistenze in serie che, in analogia a quanto avviene per le resistenze elettriche, danno
luogo ad una resistenza totale pari alla somma delle resistenze. E’ altresì evidente che non sempre
tutte le resistenze elencate sopra sono presenti. Se, ad esempio, la concentrazione del soluto a monte
della membrana non supera il valore di saturazione, non ci sarà precipitazione e quindi non si
formerà lo strato di gel.
Nel caso di cross-flow è presente una resistenza addizionale per il trasporto di soluto a monte della
membrana . Questa resistenza può essere localizzata in un film nel fluido a monte della membrana.
Nello schema di flusso tangenziale, invece, può non essere presente la zona di polarizzazione in
quanto il soluto che non riesce a passare attraverso la membrana, rimane nel fluido primario e
continua a muoversi tangenzialmente alla superficie della membrana. E’ presente, tuttavia, un film
aderente alla superficie a monte della membrana ed uno in quella a valle.
Pertanto le resistenze in serie incontrate nel trasporto di materia del soluto sono quella del film a
monte, quella della membrana e quella del film a valle.
33

2.4.3 Espressioni dei flussi


I flussi di materia che più direttamente interessano il caso dell’emodialisi sono quello dell’acqua in
eccesso e quello dei soluti che devono essere rimossi dal sangue.
Il trasporto di materia avviene, a seconda dello schema di flusso adottato, attraverso resistenze
esterne alla membrana ed, ovviamente, attraverso la membrana stessa. Per quanto riguarda i
fenomeni che si possono manifestare all’esterno della membrana esistono vari livelli di complessità
che vanno dalla possibilità di descrizione tramite la teoria del film alla presenza di zone
caratterizzate dalla polarizzazione per concentrazione e dalla formazione di gel. Alcuni di questi
casi saranno trattati più avanti.

Flussi attraverso la membrana


La scelta del modello più idoneo per rappresentare il flusso attraverso la membrana dipende dal tipo
di membrana utilizzato. Nel caso di membrane dense, non porose, il trasporto di materia avviene
secondo un meccanismo di soluzione e diffusione; ovvero, i composti che vengono trasportati
devono essere solubili nel materiale di cui è fatta la membrana e diffondono attraverso questa per
effetto della forza motrice rappresentata dal gradiente di potenziale chimico. La separazione dei
componenti, ovvero l’arricchimento (o impoverimento) relativo del generico componente nel
permeato rispetto al ritenuto è determinato dalla solubilità del componente nella membrana e dalla
velocità di diffusione dei vari componenti: il permeato sarà più ricco, rispetto all’alimentazione, dei
componenti più solubili e che diffondono più rapidamente nella membrana.
Per le membrane caratterizzate da microporosità, i componenti con dimensioni molecolari inferiori
a quelle dei pori, possono attraversare la membrana mediante un meccanismo convettivo connesso
con il trasporto di materia attraverso i pori. Anche in questo caso la forza motrice è il gradiente di
potenziale chimico che, tuttavia, si formalizza sostanzialmente in un gradiente di pressione nella
membrana. Al trasporto convettivo nei pori si può sovrapporre, in alcuni casi, un trasporto diffusivo
determinato da una differenza di pressione osmotica (o di concentrazione dei soluti).
Infine, per membrane porose, ma caratterizzate da materiali nei quali qualche componente
dell’alimentazione è solubile, possono verificarsi simultaneamente i meccanismi di trasporto per
soluzione-diffusione (attraverso il materiale denso della membrana) e di flusso nei pori.

Il punto di partenza di tutte le espressioni dei flussi è che la forza motrice è sempre data dal
gradiente di potenziale chimico della specie che diffonde. Con riferimento al trasporto
unidirezionale lungo l’asse z si ha quindi:

dµ i
J i = −L (2.22)
dz
dove Li è un coefficiente di proporzionalità (non necessariamente costante).
Il gradiente di potenziale chimico può essere determinato da gradienti di concentrazione, di
pressione, di potenziale elettrico e, quindi, l’eq.(2.22) potrà essere scritta in termini di questi
gradienti. Nel seguito della trattazione si assume che gli unici gradienti presenti possano essere
quello di pressione e quello della concentrazione del componente i.

A. Modello soluzione-diffusione
In questo modello il trasporto del componente i avviene attraverso i seguenti fenomeni:

- solubilizzazione del componente nel materiale della membrana. Si assume che, all’interfaccia
fluido-membrana sussistano le condizioni di equilibrio termodinamico (uguaglianza del
potenziale chimico di ciascun componente).
- i composti solubilizzati nella membrana diffondono in essa secondo la prima legge di Fick
34

- desorbimento dei componenti in corrispondenza all’interfaccia a valle della membrana secondo


il verso del flusso. Anche in corrispondenza a questa posizione si assumono le condizioni di
equilibrio.

L’ipotesi di equilibrio corrisponde alla continuità del potenziale chimico fra il fluido all’interfaccia
a monte della membrana (alimentazione: F) e quello a valle (permeato:P). L’assunzione di
equilibrio corrisponde, anche, ad assumere le velocità di adsorbimento e desorbimento del
componente i alle interfacce della membrana molto più elevate della velocità di diffusione
attraverso la membrana stessa3.
Per quanto riguarda la pressione, invece, si assume che l’intera membrana sia alla pressione del lato
dove P è più alta (generalmente il lato dell’alimentazione) e subisce una discontinuità all’interfaccia
del lato a P più bassa. In altri termini, la membrana trasmette la pressione come un liquido.

ciFM

ciPM

CiF
CiP

PF

PP

Un primo caso che interessa le applicazioni biomediche è quello in cui i due fluidi a contatto con la
membrana siano a composizione e pressioni diverse (v. Fig. ). In particolare, nell’alimentazione la
pressione è maggiore che nel permeato. In queste condizioni l’acqua, anziché passare dal
compartimento a valle in quello a monte (più concentrato in soluti) come avviene nell’osmosi, può
passare (se la differenza di pressione è sufficiente) dall’alimentazione nel permeato (osmosi
inversa). Questa operazione ha particolare interesse nel rene artificiale perché consente di eliminare
dal sangue non solo le sostanze che vanno rimosse, ma anche l’eventuale eccesso d’acqua.
In queste condizioni, l’ipotesi di equilibrio all’interfaccia alimentazione/membrana è la seguente:

µ iF = µ iFM (2.23)

dove l’apice FM indica il lato della membrana a contatto con l’alimentazione (F).
Sia il liquido dell’alimentazione che la membrana a contatto con esso si trovano alla pressione PF.

3
Questa condizione, quasi sempre verificata, può cadere in difetto in alcuni casi di trasporto con reazione, come nel
caso di trasporto facilitato.
35

I potenziali chimici si possono esprimere, rispetto ad uno stato di riferimento, in termini di attività.
Se come stato di riferimento si assume quello di componente liquido puro, alla temperatura T del
sistema ed alla pressione P° (per es. 1 atm) sia per µiF che per µiFM, si ha:

µ ioF + RT ln (γ iF x iF ) + v i ( PF − P°) = µ ioM + RT ln (γ iFcM c iFM ) + v i ( PF − P°)


F M
(2.24)

I termini µi°F e µi°M sono i potenziali chimici del componente puro nell’alimentazione e nella
membrana, rispettivamente, alla pressione P° di riferimento. Le attività sono scritte come prodotto
del coefficiente di attività γ per la frazione molare x (nel caso della soluzione liquida di
alimentazione) o per la concentrazione molare c (nel caso della membrana).
F M
I termini v i ( PF − P°) e v i ( PF − P°) sono dovuti all’effetto della pressione sul potenziale chimico e
derivano dal fatto che la pressione nello stato di riferimento è P° mentre il sistema si trova alla
pressione PF. I volumi v i sono i volumi parziali molari del componente i nel fluido di
alimentazione e nella membrana, rispettivamente. Nella trattazione che segue, si assume:
F M
vi = vi = vi (2.25)

Inoltre, lo stato di riferimento prescelto è lo stesso sia per la fase F che per la M. Pertanto,
nell’eq.(2.24), si possono eliminare, al I e II membro, i termini di pressione ed i potenziali chimici
µ° e si ottiene:

γ iF F
c M
iF = cM x i = K iF ⋅ x iF (2.26)
γ iF

Questa è la relazione di equilibrio che lega la frazione molare4 del componente i nell’alimentazione
alla concentrazione dello stesso componente nella membrana, sul lato a contatto con F. KiF è il
rapporto di equilibrio o coefficiente di solubilità sul lato alimentazione5.
In corrispondenza all’interfaccia membrana/permeato, la condizione di equilibrio da scrivere è
diversa per il fatto che il permeato non si trova alla stessa pressione della membrana. Pertanto, le
eqs.(2.23, 2.24 e 2.26) diventano:

µ iP = µ iMP (2.23 a)

µ ioP + RT ln (γ iP x iP ) + v i ( PP − P°) = µ ioM + RT ln (γ iPcM c iPM ) + v i ( PF − P°)


P M
(2.24 a)

γ iP x iP v i ( PF − PP ) v i ( PF − PP )
c M
iP = cM ⋅ exp( − ) = K iP ⋅ x iP ⋅ exp( − ) (2.26 a)
γ iP RT RT

dove la (2.26 a) è stata ottenuta tenendo conto dell’ipotesi (2.26) e KiP rappresenta il coefficiente di
solubilità sul lato permeato..

4
Si osservi che, qualora si voglia usare anche per l’alimentazione la concentrazione molare, la relazione fra x e c è la
seguente: xi = ci/cT , dove cT indica la concentrazione molare totale (o densità molare) della soluzione.
5
Poichè i coefficienti di solubilità Ki possono essere maggiori o minori di 1, le concentrazioni nella membrana possono
essere corrispondentemente maggiori o minori di quelle nel liquido all’interfaccia. Nel caso della figura, evidentemente,
risulta Ki > 1.
36

Note le concentrazioni nella membrana in equilibrio con il fluido a contatto, il flusso


(monodimensionale) all’interno della membrana può essere descritto mediante la prima legge di
Fick:

dciM
J i = − DiM
dz

che, integrata fra z=0 e z=δM, in assenza di reazioni, diventa:

DiM
Ji = (c iFM − c iPM ) (2.27)
δM

dove le c indicano le concentrazioni del componente i disciolto nella membrana in corrispondenza


al lato alimentazione (ciF) ed al lato permeato (ciP), δM è lo spessore della membrana e DiM è la
diffusività del componente i nella membrana.

Sostituendo nella (2.27) le espressioni delle concentrazioni (2.26) e (2.26 a) ed assumendo:

K iF = K iP (2.28)

si ottiene:

DiM K i  F  − v i ( PF − PP )  
Ji =  x i − x i exp 
P
 (2.29)
δ M   RT  

o anche:

DiM K i ⋅ x iF  x iP  − v i ( PF − PP )  
Ji = 1 − F exp   (2.30)
δM  x i  RT  

Dalla (2.29) risulta che il flusso nella membrana, a parità di salto motore, è tanto più grande quanto
maggiore è la solubilità Ki nella membrana, quanto più elevata è la diffusività Dim e quanto più
sottile è la membrana stessa. I termini Ki e DiM dipendono dalle proprietà chimico-fisiche del soluto
e del materiale della membrana.
Il termine: (DiM Ki) viene spesso chiamato permeabilità Pi della membrana al componente i. Questa
grandezza può generare confusioni nella terminologia tecnica per vari motivi fra i quali:
- il tipo di flusso al quale la permeabilità si riferisce6
- il modo di esprimere la forza motrice7

6
Come si vedrà più avanti, oltre al flusso molare del componente i al quale si è fatto finora riferimento, coefficienti
definiti come permeabilità appaiono anche nel flusso di volume
7
Con riferimento a questo secondo aspetto, ad esempio, se le membrane sono usate per la separazione di gas, è
consuetudine esprimere la differenza di concentrazione molare in termini di pressioni parziali. A basse pressioni, per la
legge dei gas perfetti, si ha:

Pi
Ci =
R ⋅T
37

Nelle applicazioni che interessano l’ingegneria biomedica, le soluzioni si possono considerare


spesso diluite. Ciò comporta che si può porre il volume parziale molare dell’acqua pari a quello
dell’acqua pura:

v w = v° w

e confondere l’attività dell’acqua con la sua frazione molare (γ = 1).


In queste condizioni, l’eq. (2.4) che fornisce la pressione osmotica di una soluzione si può scrivere
nella forma seguente:

RT  v° 
π =− ⋅ ln( x w ) x w = exp − w ⋅ π  (2.31)
v° w  R ⋅T 
Da questa relazione si ricava facilmente:

x wP v 
F
= exp  w ⋅ ∆π  (2.32)
xw  RT 

dove si è posto:

∆π = π F − π P (2.33)

Se il componente i di cui si vuole scrivere il flusso è l’acqua (w), la sostituzione dell’eq.(2.32) nella
(2.30) conduce, con semplici passaggi, all’espressione seguente:

Jw =
D wM K w  
⋅ x wF ⋅ 1 − exp − v w
(∆P − ∆π )  (2.34)
δM RT 
  

dove: ∆P = PF – PP.
Esprimendo la frazione molare dell’acqua come rapporto fra la concentrazione molare e la densità
molare della soluzione (xw = Cw/CT) ed inglobando CT nel coefficiente di solubilità Ki, l’eq.(2.34)
assume la forma equivalente seguente:

Jw =
D wM K w  
⋅ C wF ⋅ 1 − exp − v w
(∆P − ∆π )  (2.35)
δM RT 
  

dove CwF indica la concentrazione molare dell’acqua nella soluzione di alimentazione all’interfaccia
con la membrana.

e la relazione (2.37) assume la forma seguente:

DiM ⋅ K i
Ji = ( Pi F − Pi P )
δM ⋅ R ⋅T

In questo caso, si definisce permeabilità il coefficiente (DimKi)/(δMRT). Evidentemente le dimensioni ed unità di misura
della permeabilità cambiano in relazione al modo con cui questa grandezza viene definita.
38

Una semplificazione della (2.35) si può ottenere se si osserva che, nelle normali condizioni di
osmosi inversa, il termine sotto segno di exp è piccolo. Ad esempio, assumendo ∆P = 100 atm (non
è il caso del rene artificiale), ∆π = 10 atm, T = (37+273) K e vw = 18 cm3/mole, si ottiene:

vw
(∆P − ∆π ) = 0.063
RT

In queste condizioni si può assumere: 1-exp(y) → y per y→0 e quindi l’eq.(2.35) diventa:

DwM K w
Jw = ⋅ C wF ⋅ v w ⋅ (∆P − ∆π ) = A ⋅ (∆P − ∆π ) (2.36)
δ M ⋅ RT

dove si è posto:

DwM K w
A= ⋅ C wF ⋅ v w
δ M ⋅ RT

In modo del tutto simile, per il soluto generico i ≠ w, nell’eq.(2.29) si può porre:

 − v i ( PF − PP ) 
exp   ≅1
 RT 

v i ( PF − PP )
dal momento che è << 1
RT
Pertanto, la forma semplificata dell’eq.(2.29), in termini di concentrazioni molari, è la seguente8:

DiM K i
Ji = ⋅ (C iF − C iP ) = ω ⋅ (π F − π P ) (2.37)
δM

dove si è tenuto conto dell’eq. di van’t Hoff per soluzioni diluite (Cs = π/(RT)) e si è posto:

DiM K i
ω=
δM ⋅ R ⋅T

che è un’altra definizione di permeabilità del componente i.


Infine, dall’eq.(2.36), si può ricavare facilmente il flusso di volume tenendo conto che, per soluzioni
ideali, Jw = CwF Jv., dove CwF rappresenta la concentrazione molare di acqua (moli/lt)
nell’alimentazione:

DwM K w A
Jv = ⋅ v w ⋅ (∆P − ∆π ) = F ⋅ (∆P − ∆π ) = L P ⋅ (∆P − ∆π ) (2.38)
δ M ⋅ RT Cw

8
La seconda uguaglianza dell’eq.(2.37) è valida unicamente nell’eventualità che in soluzione sia presente soltanto il
soluto i. Nel caso di soluzioni a più componenti, il flusso di i si deve esprimere in termini di differenza di
concentrazione di i.
39

Il coefficiente LP è il così detto coefficiente di permeabilità idraulica della membrana definito come
segue:

J 
LP =  v 
 ∆P  ∆π = 0

Nella dialisi propriamente detta, l’alimentazione ed il permeato si trovano alla stessa pressione. In
 − v i ( PF − PP ) 
queste condizioni, nell’eq.(2.29) è strettamente valida la condizione exp   =1 e
 RT 
quindi il flusso del soluto si può scrivere esattamente nella forma dell’eq.(2.37).
Per quanto riguarda, invece, il flusso molare di acqua si può semplicemente far riferimento
all’eq.(2.36) con ∆P = 0:

DwM K w
Jw = − ⋅ C wF ⋅ v w ⋅ ∆π = − A ⋅ ∆π (2.39)
δ M ⋅ RT

B. Modello di flusso nei pori


Nel caso di membrane porose, il flusso di volume può essere descritto seguendo una strada diversa
basata sul moto convettivo del fluido nei pori, considerati come piccoli tubi di diametro d e
lunghezza δ. A causa della ridotta larghezza dei pori il moto del fluido entro questi canali si può
considerare laminare e, quindi, la velocità si può rappresentare mediante la legge di Hagen-
Poiseuille:

∆P ⋅ d 2
u =ε (2.40)
32 ⋅ µ ⋅ δ

dove ε indica la porosità della membrana (area dei pori/area della membrana) e µ la viscosità della
soluzione.
Com’è noto, alla (2.40) si perviene scrivendo l’equazione che dà le perdite di carico di un un fluido
incomprimibile di densità ρ in un condotto cilindrico di diametro d e di lunghezza δ nel quale il
fluido si muove con velocità uP:

ρ ⋅ u P2
∆P = 2 ⋅ f ⋅ ⋅δ (2.41)
d

Il coefficiente f è il fattore d’attrito che, in moto laminare, è pari a 16/Re. Sostituendo questa
relazione nell’eq. (2.41) si ottiene:

µ ρ ⋅ u P2 µ ⋅ uP
∆P = 2 ⋅ 16 ⋅ ⋅ ⋅ δ = 32 ⋅ ⋅δ (2.42)
ρ ⋅ uP ⋅ d d d2

dalla quale si ricava:

∆P ⋅ d 2
uP = (2.43)
32 ⋅ µ ⋅ δ
40

Se questa velocità viene moltiplicata per la superficie trasversale di tutti i pori si ha evidentemente
la portata volumetrica che attraversa la membrana. Poiché l’area complessiva dei pori non è nota a
priori, la stessa portata si può scrivere come prodotto di una velocità u fittizia (velocità superficiale)
per l’area della superficie della membrana:

u P ⋅ S pori = u ⋅ S menbrana (2.44)

Definita la porosità della membrana come:

S pori
ε=
S membrana

dalla (2.43) e (2.44) si ricava immediatamente l’eq.(2.40).


Tale velocità rappresenta proprio il flusso di volume, come si può facilmente verificare dalla
definizione di Jv:

volumedifluido / tempo
Jv =
areadellamembrana
41

Sintesi dei risultati

Tabella 2.2 – Trasporto nella membrana: espressioni dei flussi


Ipotesi: soluzioni diluite
Osmosi inversa Dialisi
Jv LP (∆P – ∆π) - LP ∆π
Jw A (∆P – ∆π) - A ∆π
Js ω ∆π ω ∆π
Ps C sF − C sP Pis C sF − C sP
(C s − C s ) =
F P
(C s − C s ) =
F P

δM RM δM RM

Ps
A, LP, : coefficienti empirici; vanno determinati da prove sperimentali
δM
∆P = (PF – PP); ∆π = (πF – πP)
RM = δM/Pi è la resistenza offerta dalla membrana

Trasporto all’esterno della membrana


La trattazione precedente consente di ricavare i flussi nella membrana in funzione del salto motore
espresso in termini di grandezze (concentrazioni, pressioni osmotiche) relative al fluido in contatto
con la membrana stessa. Ad esempio, nelle espressioni della tabella precedente, πF, CiF, πP, CiP si
riferiscono alla pressione osmotica ed alla concentrazione del soluto i nel fluido all’interfaccia
alimentazione/membrana e permeato/membrana, rispettivamente.
Le caratteristiche della massa dei fluidi possono, però, essere abbastanza diverse da quelle
all’interfaccia con la membrana. Poiché le variabili che caratterizzano la massa di fluido (bulk) sono
le variabili che possono essere misurate e che vengono prese in considerazione nel
dimensionamento delle apparecchiature e nella conduzione dei trattamenti biomedici, è importante
tener conto dei fenomeni esterni allo scopo di esprimere i flussi in termini di variabili operative.
Le possibili situazioni che si possono presentare dipendono dallo schema di flusso adottato
(v,Fig.2.8), dalle condizioni fluidodinamiche del moto e dalle proprietà fisiche dei fluidi, ma non
tutte queste situazioni sono di rilievo per le applicazioni biomediche.
Nel rene artificiale lo schema di flusso più frequente è quello tangenziale in controcorrente (Fig. 2.8
c2). Le membrane sono configurate sotto forma di un fascio di tubi capillari all’interno dei quali
passa, generalmente, il sangue, mentre il permeato viene trasportato nel così detto fluido di dialisi
che si muove in controcorrente all’esterno dei capillari in un contenitore (mantello) cilindrico. In
queste condizioni può manifestarsi il fenomeno della polarizzazione per concentrazione (v. par. 2.1)
dipendentemente dal flusso di soluto che può essere smaltito dalla membrana e dalle condizioni
fluidodinamiche dell’alimentazione (sangue). Queste considerazioni saranno approfondite più
avanti. Procedendo per gradi crescenti di complessità, il primo caso che si può esaminare è quello in
cui è assente la polarizzazione. Il profilo di concentrazione del soluto si presenta come quello della
Fig.2.9. I salti motori localizzati nel film liquido dell’alimentazione ed in quello del permeato
determinano il trasporto di materia dalla massa di alimentazione verso la membrana e da questa
verso la massa di fluido di dialisi. I flussi di soluto all’esterno della membrana sono dati dal
prodotto del coefficiente di trasporto di materia kc per il salto di concentrazione nel film liquido. In
condizioni stazionarie, in assenza di reazioni chimiche e per superfici piane9, i flussi attraverso il

9
Se la forma della superficie attraverso cui passa il flusso di materia è di forma diversa (per es. cilindrica), occorre
uguagliare le portate di materia (in assenza di reazione chimica). Nel caso dei moduli a membrane capillari tubolari, pur
42

film liquido dell’alimentazione, attraverso la membrana ed attraverso il film liquido del fluido di
dialisi sono uguali. Dalle due equazioni algebriche che si ottengono è possibile esprimere le
concentrazioni all’interfaccia in termini di concentrazioni nel bulk e si perviene alla seguente
espressione del flusso di soluto:

(C sbF − C sbP )
Js = (2.45)
1 δ 1
+ M +
k cF Ps k cP

Nell’eq.(2.45), al numeratore appaiono le concentrazioni CsbF e CsbP nel bulk, lato alimentazione e
lato permeato, rispettivamente. I tre termini al denominatore rappresentano le resistenze offerte al
trasporto di materia dal film di alimentazione, dalla membrana e dal film di permeato, nell’ordine.
La loro somma è la resistenza totale.
Le resistenze esterne sono espresse come inversi del coefficiente di trasporto kc. Evidentemente, se
le resistenze esterne sono trascurabili, l’eq.(2.45) si riduce alla (2.37) e, naturalmente, risulta Ci ≈
Cib.
La valutazione dei coefficienti di trasporto può effettuarsi tramite correlazioni fra numeri
adimensionali. Per quanto riguarda il kcF, nel caso di sangue che passa all’interno dei capillari in
moto laminare, si può far uso della seguente relazione, valida nell’ipotesi che la concentrazione del
soluto sulla parete sia indipendente dalla posizione assiale z10:

Sh = 1.62 ⋅ Gz 1 / 3 Gz ≥ 10 (2.46)
Sh = 3.656 Gz < 4

dove il numero di Sherwood è definito come segue:

kc ⋅ di
Sh =
D sB
e Gz indica il numero di Graez:

di d di ⋅ uB ⋅ ρ B µB
Gz = Re⋅ Sc ⋅ = Pé ⋅ i Re = Sc = Pé = Re Sc
L L µB ρ B ⋅ D sB

DsB è la diffusività del soluto nel sangue, ρB e µB sono la densità e la viscosità del sangue ed uB la
sua velocità media nei capillari. L indica la lunghezza dei capillari. Dalla (2.46) si osserva che il
coefficiente di trasporto aumenta con la potenza 1/3 della velocità del fluido (almeno per valori di
Gz sufficientemente elevati).
La valutazione del coefficiente di trasporto sul lato dializzato è più difficile perché il fluido di
dialisi scorre generalmente nel mantello che ha una geometria notevolmente complessa per il non
perfetto allineamento dei capillari e per la presenza di diaframmi.
Una trattazione soddisfacente è stata proposta da C.Gostoli e A.Gatta11 e consente di ricavare il
numero di Sh medio sul lato dializzato in funzione di due parametri:

essendo le superfici di passaggio di forma cilindrica, si può assumere valida la schematizzazione di membrana piana a
causa dello spessore molto sottile della membrana e dei film liquidi.
10
In realtà la concentrazione del soluto, in assenza di fenomeni di polarizzazione, diminuisce lungo la coordinata z. Una
trattazione di questo problema si può trovare in L.Mi, S.-T. Hwang, J. Membr.Sci. 159 (1999), 143-165
11
C.Gostoli, A.Gatta “Mass Trasfer in a Hollow Fiber Dialyzer”, J.Membr.Sci 6(1980), 133-148
43

N
α = de ⋅
d mant
4 ⋅ D sD ⋅ L
ζD =
u D ⋅ d e2

dove N indica il numero di capillari nel dializzatore, DsD è la diffusività del soluto nel fluido di
dialisi, uD la velocità media del fluido di dialisi nel mantello, de il diametro esterno dei capillari.
Il numero di Sh è definito come segue:

k cD ⋅ d e
Sh D =
D sD

e la correlazione è fornita in forma grafica. I coefficienti di trasporto che si ricavano sul lato
dializzato sono confrontabili con quelli del lato sangue. Pertanto sarebbe sbagliato, in generale,
trascurare la resistenza al trasporto di materia sul lato dializzato.

Se, invece, si manifesta il fenomeno della polarizzazione per concentrazione (Figs.2.2 e 2.3), il
flusso di soluto va determinato sulla base delle considerazioni seguenti.
La polarizzazione si manifesta quando il flusso di soluto associato al flusso di volume che arriva
sulla membrana dal lato alimentazione non riesce ad essere smaltito completamente attraverso la
membrana. Mentre il flusso di soluto che arriva è Jv CsbF, quello che passa attraverso la membrana e
finisce nel permeato è, evidentemente, Jv CsP .12 Per effetto di questo fenomeno, la concentrazione
di soluto a ridosso della membrana sul lato alimentazione è maggiore di quella nella massa del
fluido e ciò determina una controdiffusione del soluto verso il bulk dell’alimentazione. Quando si
raggiungono le condizioni stazionarie, il flusso di soluto che arriva sulla membrana è esattamente
uguale alla somma di quello che passa attraverso la membrana e di quello che diffonde in verso
opposto verso il bulk dell’alimentazione. Il fenomeno si può schematizzare immaginando che il
gradiente di concentrazione sia localizzato in un film liquido di spessore l contiguo alla membrana
sul lato dell’alimentazione (Fig. 2.3). Orientata la coordinata z nel verso che va dalla superficie
ideale che separa il film dalla massa dell’alimentazione verso la superficie della membrana, il flusso
di s che attraversa una generica superficie, posizionata in (0 ≤ z ≥ l) è dato evidentemente dalla
somma del flusso convettivo CsJv e del flusso diffusivo in verso opposto:

dC s
J s = C s ⋅ J v − Ds (2.47)
dz

dove Ds è la diffusività del soluto nel fluido a monte della membrana13.


L’eq.(2.47), con le condizioni:

z=0 Cs = CsbF

z=l Cs = CsF

può essere facilmente integrata per separazione di variabili, assumendo Js e Jv costanti lungo z.
L’integrazione fra z = 0 e la posizione generica z fornisce il profilo di concentrazione di soluto

12
Si noti che, in generale, la concentrazione del soluto che emerge dalla membrana, lato permeato, non è CsbP. Questo
valore si osserva solo se la resistenza del film liquido sul lato permeato è trascurabile o non esiste (come nel caso di
cross-flow, Fig. 2.8b)
13
da non confondere con DsM che è la diffusività del soluto nel materiale della membrana.
44

all’interno dello strato di polarizzazione. Se invece si integra fra z = 0 e z = l, si ottiene


un’espressione del flusso di volume:

C sF l
dC s
− Ds ∫
J − C s J v ∫0
= dz
CF s sb

D s  J s − C sF J v 
ln  =l
J v  J s − C sbF J v 

Ds  J s − C sF J v 
Jv = ln  
 J s − C sb J v 
F
l

Dividendo per Jv numeratore e denominatore dell’argomento del logaritmo e tenendo conto che
Js=CsPJv si ottiene:

 C F − C sP 
J v = k c ln  sF P 
(2.48)
 C sb − C s 

Il coefficiente kc = Ds/l si può considerare un coefficiente di trasporto di materia. Esso può essere
determinato da prove sperimentali o valutato in base a correlazioni empiriche fra numeri
adimensionali. Una correlazione che si può utilizzare nell’ipotesi di aumento lineare con z della
concentrazione sulla parete e nel caso di membrane tubolari di diametro d è la seguente14:

kc ⋅ d
Sh = = 2.43 ⋅ Gz 1 / 3 Gz ≥ 10 (2.49)
Ds

Sh = 4.364 Gz < 4

Tutte le correlazioni precedenti si riferiscono a moto laminare dei fluidi. In condizioni di moto
turbolento, per altro difficilmente presente nel caso dei dializzatori, le correlazioni da usare
sarebbero diverse. E’ importante notare che kc ∝ u0.33 in moto laminare.

Dall’eq.(2.48) si ricava:

C sF − C sP Jv
= exp( ) (2.50)
C sbF − C sP kc

Questa relazione mostra che la concentrazione sulla superficie della membrana CsF è tanto maggiore
rispetto a quella nella massa dell’alimentazione CsbF quanto maggiore è il flusso di volume Jv che
passa o, a parità di Jv, quanto più piccolo è il coefficiente di trasporto kc. In altri termini, bassi valori
del coefficiente di trasporto esaltano il fenomeno della polarizzazione. Pertanto, se si vuole ridurre
questo effetto, è necessario aumentare la velocità u con cui l’alimentazione scorre nel capillare.

14
V. Rif. Nota 9.
45

Questa soluzione non è sempre possibile nel caso del rene artificiale nel quale il fluido è il sangue
che contiene biomolecole e corpuscoli particolarmente sensibili alle sollecitazioni meccaniche.
Il fenomeno della polarizzazione ha, in generale, effetti negativi sull’efficienza del processo.
Un primo effetto è la riduzione del flusso di volume Jv nell’osmosi inversa. Questo effetto è dovuto
all’aumento del salto di pressione osmotica πF - πP (v.eq. 2.38) causato dai valori elevati di πF che si
manifestano a contatto con la membrana per il concentrarsi del soluto.
Un secondo effetto indesiderato è connesso con la possibilità di precipitazione e di formazione di un
gel sulla superficie della membrana (lato alimentazione) se la concentrazione di soluto CsF dovesse
superare il valore di saturazione (v. Fig. 2.3). L’eventuale presenza di gel rappresenta una resistenza
aggiuntiva al trasporto di materia.
46

2.5 Modelli di operazioni con membrane


In questo paragrafo si forniranno alcuni esempi di applicazioni dei risultati ottenuti. Gli esempi
presentati sono, generalmente, basati su molte assunzioni e semplificazioni, ma la loro utilità risiede
nella presentazione e discussione della procedura di modellizzazione con lo scopo di fornire gli
strumenti concettuali indispensabili per affrontare casi più complessi. L’ordine seguito è quello di
modelli a complessità crescente. I calcoli sono stati effettuati con l’uso di Mathcad.

2.5.1. Dialisi cross-flow


Il primo modello riguarda un’apparecchiatura per dialisi costituita da un fascio di capillari nei quali
scorre l’alimentazione. Il fluido di dialisi si muove ortogonalmente al fascio di membrane (cross-flow).

Caratteristiche geometriche e fisiche del dispositivo:


Lunghezza delle fibre: L = 25 cm
Diametro interno della fibra di = 200 µm
Numero di fibre nel mantello N = 17000
Spessore della fibra δM = 20 µm
Permeabilità del soluto (urea) nella membrana PU = 2x10-6 cm2/s
Diametro interno del mantello dmant = 4.65 cm

Condizioni operative:
Portata di alimentazione (sangue) QB = 200 ml/min
Portata di fluido di dialisi QD = 5000 ml/min
Concentrazione soluto nel sangue in ingresso C°UB = 25 mmoli/lt
Concentrazione soluto nel fluido di dialisi C°UD = 0 mmoli/lt
Differenza di pressione idrostatica ∆P = 0

Ipotesi semplificative ed assunzioni


Resistenze esterne trascurabili
Assenza di fenomeni di polarizzazione
Concentrazione di soluto nel fluido di dialisi trascurabile ovunque
Si assumono costanti nel tempo le condizioni operative (stato stazionario)
47

Il modello deve essere in grado di fornire l’andamento della concentrazione di soluto nel sangue lungo
la direzione assiale z delle fibre ed in particolare deve consentire di determinare la concentrazione di
urea all’uscita del modulo. Si osservi che l’ipotesi di funzionamento stazionario non è perfettamente
adeguata al funzionamento di un rene artificiale nel quale, nel corso del trattamento, cambia almeno nel
tempo la concentrazione di urea nel sangue in ingresso nel modulo. Tuttavia, essendo questa variazione
relativamente lenta rispetto al tempo di permanenza del fluido nel modulo, l’ipotesi di stazionarietà è,
in prima approssimazione, accettabile.
Il modello può essere costruito sulla base del bilancio di materia dell’urea per un elemento di volume
infinitesimo del fluido di alimentazione. La variazione di portata molare del soluto in questo fluido è
dovuta al flusso di soluto attraverso le pareti dei capillari:

− Q B ⋅ dCUB = J U ⋅ dS (2.51)

dove dS = Nπdidz è la superficie del tratto di fibre contenute nell’elemento di volume considerato.
Nelle condizioni descritte e con le ipotesi ammesse, il flusso di soluto attraverso la membrana è dato
dall’eq. (2.37). Pertanto, l’eq.(2.51) si può scrivere nella forma seguente:

− Q B ⋅ dCUB =
PU
δM
(C B
U )
− CUD ⋅ N ⋅ π ⋅ d i ⋅ dz (2.52)

Per la terza assunzione (CUD << CUB) si ha:

PU
− Q B ⋅ dCUB = ⋅ CUB ⋅ N ⋅ π ⋅ d i ⋅ dz (2.53)
δM

Questa equazione differenziale si può integrare facilmente per separazione di variabili con la
condizione al contorno:

z=0 CUB = C°UB

N ⋅ π ⋅ di z
CUB
dCUB PU

C °°UB CUB
=−
δM

QB
⋅ ∫ dz
0

 C  P N ⋅ π ⋅ di
ln UB  = − U ⋅ ⋅z
 C °UB  δM QB

PU N ⋅ π ⋅ di
CUB ( z ) = C °UB ⋅ exp(− ⋅ ⋅ z) (2.54)
δM QB

Questa equazione fornisce il profilo di concentrazione di urea lungo le fibre. Imponendo z = L si


ottiene la concentrazione in uscita dal modulo CsF(25) = 8.3x10-3 mmoli/lt.
48

30
25

20

C UB( z)

10

−3
8.294 ×10 0
0 10 20 30
0 z 25

Evidentemente, l’eq.(2.54), come gli altri modelli illustrati nei punti seguenti, può essere utilizzata per
studiare l’effetto delle variabili di progetto (N, di, QB) sulle prestazioni del dispositivo oppure per
progettare il dializzatore in grado di fornire le prestazioni richieste. In questo caso la grandezza da
determinare è la superficie di scambio, cioè (N di π L).

2.5.2 Dialisi controcorrente


In questo tipo di apparecchiatura, il fluido di dialisi che raccoglie il permeato si muove in
controcorrente con il sangue. Si assume che il sangue passi all’interno delle membrane capillari mentre
il fluido di dialisi si muove nel mantello del dializzatore. Nella figura è schematizzato il sistema con
riferimento ad un unico tubo capillare.
Le caratteristiche geometriche e fisiche del dispositivo, le condizioni operative e le ipotesi
semplificative sono ancora quelle illustrate nel caso precedente con l’unica eccezione che QD viene
posta pari a 500 ml/min. La concentrazione di urea nel fluido di dialisi è zero solo nella sezione
d’ingresso di tale fluido mentre va man mano crescendo verso l’uscita per effetto del trasferimento di
materia dal sangue attraverso le membrane. Poiché, rispetto al caso trattato prima, il salto motore è
mediamente più basso, la rimozione di urea sarà inferiore a parità di altre condizioni.
Anche in questo caso il punto di partenza è il bilancio di materia di urea in un elemento di volume di
lunghezza dz costituito dai capillari nei quali circola il sangue:

PU
− QB dCUB = JU dS = ⋅ (CUB − CUD ) ⋅ N ⋅ π ⋅ d i ⋅ dz (2.55)
δM

dove dS = N π di dz e CUB, CUD sono le concentrazioni locali di urea nel sangue e nel fluido di dialisi,
rispettivamente. Per poter effettuare l’integrazione dell’eq.(2.55) occorre esprimere la concentrazione
nel fluido di dialisi in termini di concentrazione nel sangue. Questo operazione si può effettuare
tenendo conto che tutta l’urea rimossa dal sangue nell’attraversamento del tratto dz si ritrova nel fluido
di dialisi:

Q B dCUB = Q D dCUD (2.56)


49

C°UD CUDL = 0

C°UB CUBL

dz

L’eq.(2.56) può essere integrata fra la sezione di ingresso del fluido di dialisi ( z = L) e la sezione
generica:

QB
CUD = CUD
L
+ (CUB − CUB
L
) (2.57)
QD

Questa relazione fornisce il valore della concentrazione CUD nel dializzato alla posizione z in funzione
della stessa concentrazione nel sangue CUB. Per l’ipotesi che il fluido di dialisi non contenga urea in
ingresso (CLUD = 0), la relazione (2.57) diventa:

QB
CUD = (CUB − CUB
L
) (2.58)
QD

In questa relazione, CLUB rappresenta la concentrazione di urea nel sangue uscente dal modulo. Questo
valore potrà essere ottenuto una volta determinato il profilo di concentrazione nel sangue dei capillari.
Sostituendo, comunque, l’eq.(2.58) nella (2.55) si ottiene:

PU  Q L 
− Q B dCUB = ⋅ N ⋅ π ⋅ d i ⋅ CUB − B (CUB − CUB ) ⋅ dz
δM  QD 
50

PU  Q Q L 
− Q B dCUB = ⋅ ⋅N ⋅ π ⋅ d i ⋅ (1 − B ) ⋅ CUB + B ⋅ CUB  ⋅ dz (2.59)
δM  QD QD 

[
− Q B dCUB = E ⋅ α ⋅ CUB − β ⋅ dz ] (2.60)

dove si è posto:

PU
E= ⋅ ⋅N ⋅ π ⋅ d i
δM

QB
α = 1−
QD

QB
β= ⋅ CUB
L
= (1 − α ) ⋅ CUB
L

QD

L’eq.(2.60) può essere integrata facilmente per separazione di variabili:


CUB z
dCUB
− QB ⋅ ∫
C °UB [
E ⋅ α ⋅ CUB − β ] = ∫ dz
0

QB  α ⋅ CUB − β 
− ⋅ ln  =z
α ⋅ E α ⋅ C °UB − β 

Pertanto:

β β α ⋅E
CUB ( z ) = + (C °UB − ) ⋅ exp(− ⋅ z) (2.61)
α α QB

Questa equazione fornisce il profilo di concentrazione cercato, ma contiene il parametro β che non è
noto “a priori” poiché è espresso in termini della concentrazione CLUB nel sangue in uscita dai capillari.
Imponendo, allora, z = L nell’eq.(2.61) si ricava CLUB che, sostituito nella definizione di β, permette di
determinarne il valore. Si ottiene, con alcuni passaggi:

α⋅E⋅L
α ⋅ (1 − α ) ⋅ exp(− )
QB
β= ⋅ C °UB
α⋅E⋅L
2 ⋅ α − 1 + (1 − α ) ⋅ exp(− )
QB
51

Una volta determinato il profilo di concentrazione dell’urea nel sangue si può facilmente calcolare
anche l’andamento della concentrazione di urea nel fluido di dialisi. A tale scopo è sufficiente sostituire
l’eq.(2.61) nella (2.58):

QB  β β α⋅E  
CUD ( z ) =  + (C °UB − ) ⋅ exp(− ⋅ z ) − CUB
L

QD  α α QB  

Sostituendo, ancora a CLUB l’eq.(2.61) calcolata per z = L, con alcune semplificazioni si ottiene:

β  α⋅E α⋅E 
CUD ( z ) = (1 − α ) ⋅ (C °UB − ) exp(− ⋅ z ) − exp(− ⋅ L)  (2.62)
α  QB QB 

Nella Figura che segue sono riportati gli andamenti delle concentrazioni di urea nel sangue (curva a
tratto continuo) e nel fluido di dialisi (curva a punti) e, per confronto, il risultato ottenuto nel caso
cross-flow (curva tratteggiata). La concentrazione di urea nel sangue uscente dal modulo è CLUB =
0.603 mmoli/lt

30
25

C F ( z) 20

C D( z)

C ( z)
10

0 0
0 5 10 15 20 25
0 z 25

Come si può osservare, lo schema cross-flow fornisce, in questo caso, risultati più favorevoli a causa
del salto motore maggiore che si è assunto nello schema cross-flow ponendo ad un valore 10 volte più
alto la portata di fluido di dialisi ed assumendo, corrispondentemente, circa zero CUD in qualunque
sezione dell’apparecchiatura.
52

2.5.3 Dialisi controcorrente: effetto delle resistenze esterne


Nel par. 2.4.3 si è descritto il modo di tener conto delle resistenze al trasporto di materia offerte dal
film sul lato sangue e da quello sul lato dializzato.
Il modello descritto al punto 2.5.2 può essere facilmente adattato per tener conto di queste resistenze.
Tutte le caratteristiche geometriche e fisiche del dispositivo, le condizioni operative e le ipotesi
semplificative (ad eccezione ovviamente di quella relativa alle resistenze esterne) illustrate al punto
2.5.1 rimangono inalterate (QD = 500 ml/min)
L’unica variazione da apportare al modello consiste nel sostituire, nell’eq.(2.55), al coefficiente PU/δM,
il coefficiente globale di scambio dato dall’inverso della somma delle tre resistenze in serie (v.
eq.2.45):

1
Kc = (2.63)
1 δ 1
+ M +
k cB PU k cD

Occorre, pertanto, valutare preliminarmente, nelle condizioni fluidodinamiche del dializzatore i valori
dei coefficienti di scambio kcB e kcD.
A tale scopo si farà uso delle correlazioni presentate nelle eqs.(2.46) e seguenti.

Coefficiente di scambio lato sangue

Per le proprietà fisiche del sangue si sono fissati i seguenti valori15:

Densità del sangue: ρB = 1.02 g/cm3


Viscosità del sangue µB = 0.012 g/(s.cm) Poise
Diffusività dell’urea DUB = 0.4 DUW

dove DUW = 1.8 10-5 cm2/s è la diffusività dell’urea in acqua a 37°C

Dai calcoli risulta inoltre:


Sezione dei capillari: Sc = Nτπτdi2/4 = 5.34 cm2
Velocità media del sangue nei capillari: uB = QB/Sc = 0.624 cm/s
Numero di Reynolds: ReB = (ρB uB di/µB) = 1.12
Numero di Schmidt: ScB = µB/(ρB DUB) = 1543
Numero di Graez: GzB = ReB.ScB di/L = 1.387

Essendo Gz < 4, in base alla correlazione (2.46) si ha ShB = 3.656. Dalla definizione di ShB si ricava:
kcB = (ShB DUB)/di = 1.316 10-3 cm/s

Coefficiente di scambio lato dializzato

15
In realtà le proprietà fisiche del sangue, in particolare le proprietà reologiche, dipendono dalle condizioni patologiche del
paziente. Inoltre il sangue è un fluido non-newtoniano che, tuttavia, ha comportamento quasi newtoniano per basse velocità
di scorrimento.
53

Le proprietà fisiche del fluido di dialisi si assumono, per semplicità, pari a quelle dell’acqua16.
Il procedimento suggerito a pag.43 consiste nel valutare i parametri:

N
α = de = 0.673
d mant

4 ⋅ DUW ⋅ L
ζ= = 3.484
u D ⋅ d e2

dove uD è la velocità del fluido di dialisi nel mantello che può essere valutata come rapporto fra la
portata volumetrica di fluido di dialisi e l’area della sezione libera del mantello. Quest’ultima è data,
evidentemente, dalla differenza fra l’area del mantello e l’area complessiva delle sezioni dei capillari.

Con i valori dei parametri sopra riportati, attraverso il grafico della Fig.3 (v. nota 11) si ricava un
valore di ShD pari a 10 circa. Dalla definizione di ShD = (kcD de/ DUW) si ottiene kcD = 7.5 10-3 cm/s.

Un procedimento alternativo consiste nell’usare, anche sul lato dializzato, le stesse correlazioni del lato
sangue, nelle quali dove occorre ( Re e Gz) si utilizza il diametro equivalente deq. Questa grandezza è
definita come 4 volte il rapporto fra l’area della sezione libera del mantello ed il così detto perimetro
bagnato17. Questa definizione corrisponde a considerare la superficie libera del mantello come quella di
un cerchio fittizio la cui area è considerata pari ad 1/4 dal prodotto del diametro equivalente per il
perimetro bagnato. Agli effetti del coefficiente di scambio di materia, il perimetro bagnato è assunto
pari alla lungnezza della circonferenza esterna delle fibre.
Pertanto:

Alib = Amant - Afibre

π ⋅ d e2
Amant = π d2mant/4 = 17 cm2 A fibre = N ⋅ = 7.7 cm2
4

con de = di + 2 δM = 0.024 cm

Alib = 9.29 cm2

Perimetro bagnato: Per = N π de = 1282 cm

Alib
Diametro equivalente: d eq = 4 ⋅ = 0.029 cm
Per
La velocità media del fluido di dialisi è: uD = QD/Alib = 0.9 cm/s
Con le proprietà fisiche dell’acqua per il fluido di dialisi (ρD = 1 g/cc; µD = 0.01 Poise) e facendo uso
del deq nel numero di Re ed in Gz, si ricava:

16
In realtà il fluido di dialisi è una soluzione di sali ed altre sostanze.
17
Si fa presente che, in base al fenomeno che si vuole descrivere, la definizione di perimetro bagnato può assumere forme
diverse. Si veda ad esempio il calcolo delle perdite di carico al p.to 2.5.5
54

ReD = 2.6 ScD = 555.5 GzD = 1.68


e, quindi, ShD = 3.656. Pertanto risulta: kcD = 2.27 10-3 cm/s

Coefficiente globale di scambio


Dall’eq.(2.63) si ricava:

Kc = 5.28 10-4 cm/s

Si può facilmente osservare che le tre resistenze in serie sono dello stesso ordine di grandezza.

Questo coefficiente di scambio va sostituito al termine δM/PU dell’eq.(2.55) e seguenti.


I risultati della simulazione sono mostrati nella figura seguente, per la concentrazione di urea sia nel
sangue (curva a tratto continuo) sia nel fluido di dialisi (curva a tratti) e messi a confronto con i
risultati ottenuti in precedenza nell’ipotesi di resistenze esterne trascurabili (curva a punti):

30
25

C F ( z) 20

C B ( z)

C DT ( z)
10

0 0
0 5 10 15 20 25
0 z 25

Come si può verificare, la presenza delle resistenze esterne riduce l’efficacia della rimozione. In uscita
dal modulo, in questo caso, la concentrazione di urea è solo CUB = 2 mmoli/lt contro 0.42 mmoli/lt del
caso precedente.

2.5.4. Clearance
Questo parametro, largamente usato nelle applicazioni biomediche delle operazioni di separazione
mediante membrane, dà un’indicazione delle capacità di depurazione (clearance) del dispositivo.
Per un’apparecchiatura a funzionamento continuo ed in condizioni stazionarie (come i dializzatori
modellizzati ai punti precedenti), la “clearance” CL del soluto i viene definita come segue:
55

Q B ⋅ (C ° iB − C iBL ) Q D ⋅ (C ° iD − C iDL )
CLi = = (2.64)
C ° iB − C iDL C ° iB − C iDL

Al numeratore dell’espressione precedente appare la quantità del componente i rimossa dal sangue o
acquisita dal fluido di dialisi nell’unità di tempo (v. eq. 2.57) nell’ipotesi che le portate QB e QD non
varino lungo il dializzatore17. Il denominatore rappresenta, invece, il salto motore ipotetico massimo
che si avrebbe considerando le concentrazioni di i nel sangue e nel dializzato corrispondenti alle
correnti di ingresso nel dializzatore (z=0 per il sangue e z=L per il dializzato, nella schematizzazione
fatta nei casi precedenti).
L’eq. (2.64) può essere semplificata tenendo conto che, generalmente, il fluido di dialisi in ingresso
nell’apparecchiatura non contiene il soluto i che si vuole rimuovere dal sangue (CLiD = 0):

Q B ⋅ (C ° iB − C iBL )
CLi = (2.65)
C ° iB

Un’interpretazione che spesso ricorre nella letteratura tecnica sull’argomento si può ricavare
dall’eq.(2.65) immaginando un dispositivo in grado di eliminare totalmente dal sangue il soluto i. In tali
condizioni CLiB = 0 e quindi CLi = QB. Pertanto la clearance si può considerare il volume di sangue che
si riuscirebbe a depurare completamente della sostanza considerata nell’unità di tempo.
Le dimensioni di CL sono, evidentemente, quelle di una portata volumetrica (vol/tempo). Talvolta si
usa normalizzare la grandezza CL dividendola per QB (o per QD). Si ottiene, in tal modo una grandezza
adimensionale che rappresenta un indice dell’efficienza del dializzatore:

CLi C ° iB − C iBL CL
E= = = 1 − iB (2.66)
QB C ° iB C ° iB

La misura di CL o di E consente di stabilire l’entità del trattamento al quale deve essere sottoposto il
paziente.
Nella tabella che segue vengono riportati i valori della clearance dell’urea e di E per i tre casi
modellizzati ai punti precedenti.

Modello di dializzatore Clearance, ml/min Efficienza (eq. 2.66)


Cross-flow 3.332 π1
Controcorrente, resistenze esterne trascurabili 3.253 0.976
Controcorrente con effetto resistenze esterne 3.021 0.906

2.5.5 Modello di emodiafiltrazione


I casi trattati nei p.ti 2.5.1-2.5.3 riguardavano operazioni per la rimozione di sostanze indesiderate
(urea, creatinina ecc.) basate sulla sola differenza di concentrazione come forza motrice del processo
(emodialisi).

17
Nel caso che il trattamento comporti anche trasporto del solvente dal sangue verso il dializzato (emodiafiltrazione) e che,
quindi, si possa verificare una variazione delle portate volumetriche, le relazioni (2.64)-(2.66) devono essere modificate.
56

Nei trattamenti clinici, tuttavia, il sangue si trova ad una pressione superiore a quella del fluido di
dialisi. Questa forza motrice ulteriore comporta il trasporto dell’acqua dal sangue al dializzato ed il
flusso aggiuntivo per convezione dei soluti disciolti (emodiafiltrazione). Come risultato si ha una
clearance di soluti ad alto peso molecolare (per es.β2-microglobulina) senza che si manifesti una
riduzione significativa dei soluti a più basso peso molecolare.
In questo paragrafo vengono mostrate le equazioni di un modello matematico in grado di descrivere il
comportamento dell’operazione di emodiafiltrazione18. La soluzione del modello non risulta banale.
Pertanto saranno forniti soltanto alcuni risultati, rinviando al lavoro citato per i dettagli tecnici della
soluzione matematica.

Assunzioni del modello

- schema di flusso in controcorrente ed in condizioni stazionarie


- grandezze fisiche (P, concentrazioni ecc.) uniformi nelle sezioni trasversali del modulo e variabili
solo lungo l’asse z
- coefficienti di solubilità dei soluti Ki = 1 sia all’interfaccia sangue/membrana che a quella
membrana/dializzato (i profili di concentrazione sono continui alle interfacce, v.fig. a pag.34)
- reiezione completa delle proteine del sangue

Equazioni di continuità lato sangue e lato dializzato

dQ B
= − N ⋅ π ⋅ d i ⋅ J v (z ) (2.67)
dz

dQ D
= − N ⋅ π ⋅ d i ⋅ J v (z ) (2.68)
dz

Queste equazioni indicano la variazione di portata volumetrica del sangue (QB) e del fluido di dialisi
(QD) per effetto del flusso di volume che passa dal sangue al fluido esterno. Il segno meno
nell’eq.(2.67) indica che la portata di sangue diminuisce lungo l’asse z , mentre nell’eq.(2.68) il segno
deriva dallo schema di flusso in controcorrente, ovvero il fluido di dialisi, che entra all’estremità z=L,
in corrispondenza alla coordinata (z+dz) ha una portata volumetrica inferiore a quello in
corrispondenza alla posizione z.

Flusso di volume (eq.2.38)

J v ( z ) = L P ⋅ [∆P( z ) − ∆π ( z )] (2.69)

La differenza di pressione fra sangue e dializzato varia lungo l’asse del dispositivo per effetto delle
perdite di carico non lineari con z a causa delle variazioni delle portate volumetriche.
La differenza di pressione osmotica dipende a sua volta dalla posizione assiale poiché il flusso dei
soluti attraverso la membrana determina una variazione delle concentrazioni.

18
C.Legallais, G.Catapano, B.von Harten, U.Baurmeister, A theoretical model to predict the in vitro performance of
hemodiafilters, J. Membr.Sci., 168(2000), 3-15
57

Condizioni al contorno

z=0 QB(0) = Q°B


z=L QD(L) = QLD (2.70)

Bilanci di materia dei p soluti s che permeano (s=1…p)

d (Q B C sB )
= − N ⋅ π ⋅ d i ⋅ J s ( z) compartimento del sangue (2.71)
dz

d (Q D C sD )
= − N ⋅ π ⋅ d i ⋅ J s ( z) compartimento del dializzato (2.72)
dz

Condizioni al contorno

Per s = 1…p

z=0 CsB(0) = C°sB


z=L CsD(L) = 0 (2.73)

Una prima osservazione sul sistema di 2p equazioni differenziali (2.71) e (2.72) riguarda la presenza,
sotto segno di derivata, dell’intero prodotto (Q.C) dal momento che lungo l’asse z variano sia la
concentrazione delle specie che permeano sia le portate volumetriche. Si osservi, per confronto,
l’eq.(2.55) analoga alla (2.71) ma relativa al caso di QB = cost.
Una seconda osservazione riguarda il flusso Js. In questo caso il trasporto di s avviene mediante due
meccanismi in parallelo. E’ presente un trasporto diffusivo dovuto alla differenza di concentrazione di s
fra il sangue ed il fluido di dialisi, ma a questo meccanismo si aggiunge il contributo convettivo dovuto
al passaggio del solvente che trasporta le specie in soluzione.

Flusso delle specie che permeano

J s ( z ) = K c ⋅ [C sB ( z ) − C sD ( z )] + C s ⋅ (1 − σ ) ⋅ J v (2.74)

Kc è il coefficiente globale di scambio che tiene conto delle resistenze esterne sul lato sangue e sul lato
dializzato e della resistenza della membrana. La concentrazione C s è una media pesata delle
concentrazioni CsB(z) e CsD(z) (v. articolo nota 18).

Bilanci di materia delle specie che non permeano (proteine del sangue)

d (Q B ⋅ C PB )
=0 (2.75)
dz

con le condizioni al contorno:


58

z=0 CPB(0) = C°PB (2.76)

Perdite di carico

Nelle condizioni di bassi Re che si realizzano nelle applicazioni cliniche, la perdita di pressione nei
capillari si può valutare mediante l’equazione di Hagen-Poiseuille:

dPB 2 ⋅ f ⋅ ρB ⋅u 2 128 ⋅ µ B
=− =− QB (2.77)
dz di N ⋅ π ⋅ d i4

che si ricava tenendo conto della relazione f = 16/Re valida in moto laminare e sostituendo alla velocità
media del sangue nei capillari il rapporto fra la portata volumetrica QB e l’area della sezione
complessiva di tutti i capillari.
Nel compartimento del dializzato si può far uso di una forma modificata dell’eq.(2.77) assimilando
questo compartimento ad un tubo cilindrico equivalente:

dPD 32 ⋅ µ D
=− QD (2.78)
dz S eq ⋅ d eq2

dove Seq e deq indicano rispettivamente la sezione trasversale libera ed il diametro equivalente e sono
definiti come segue:

π ⋅ d mant
2
N ⋅ π ⋅ d e2
S eq = − (2.79)
4 4

S eq
d eq = 4 (2.80)
Per

dove Per indica il perimetro bagnato che, nel caso di perdite di carico, si può calcolare come segue:

Per = N π de + π dmant

Il set di equazioni che costituiscono il modello può essere risolto per simulare varie condizioni
operative o per dimensionare il dispositivo di emodiafiltrazione.
I risultati presentati dagli autori si dimostrano in ottimo accordo con dati raccolti su dispositivi
commerciali.
Nella Tabella che segue (da Legallais et al., 2000) sono riportati alcuni dati costruttivi relativi a due
dializzatori.

Modulo L, cm N di, µm δM, µm Membrana LP, ml/(h.m2.mmHg) dmant, Area


cm membrana, m2
Fresenius 22 9000 200 40 Polisulfone 121 30 4 1.25
F60
Hospal 20 8500 220 45 AN69HF 27 - 3.9 1.15
59

Filtral 12
I due valori di LP si riferiscono, all’acqua (il primo) ed al plasma sanguigno (il secondo)

Un fenomeno che si osserva sperimentalmente nel caso dell’emodiafiltrazione e che è evidenziato dal
modello è l’inversione della differenza di pressione in corrispondenza ad un valore della coordinata z.
In altri termini, la pressione sul lato sangue scende al di sotto della pressione nel dializzato. Inoltre, può
verificarsi anche che PB(z) scenda al di sotto della somma PP(z) = PD(z)+∆π(z). Al di là di questo
punto critico si ha l’inversione del flusso che passa dal dializzato al sangue (backfiltration). In queste
condizioni le portate di sangue e di dializzato presentano un minimo nei rispettivi compartimenti.

60
500

40
400
PB(z)
QB( z)
PP(z) QD( z)
20 300

0 200
0 5 10 15 20 0 5 10 15 20
z z

Il modello prevede correttamente il comportamento dell’emodializzatore al variare delle condizioni


operative.
In particolare, è possibile analizzare l’effetto che la portata di sangue ha sulla clearance di tre sostanze
chiave di differente peso molecolare: creatinina (MW=113), vitamina B12 (MW=1355) e mioglobina
(MW=15000). Le simulazioni si riferiscono ad un emodiafiltro Hospal Filtral 12 in condizioni di flusso
convettivo nullo. Si osserva che per QB nel range 100-500 ml/min, la CL della creatinina aumenta da
91 a 180 ml/min tendendo ad un asintoto orizzontale per portate maggiori. Quella della vitamina B12
aumenta anch’essa asintoticamente del 45% mentre, nel caso della mioglobina, non si osserva alcuna
variazione apprezzabile. Questo comportamento è da attribuire all’effetto della resistenza esterna lato
sangue che si riduce al crescere della velocità del sangue nei capillari consentendo, quindi, un maggior
flusso attraverso la membrana dei soluti a più basso peso molecolare. Per la mioglobina la resistenza
60

200
190

CLmio

CLb12 100

CLc

19 0
0 200 400 600
100 QB 500

controllante è rappresentata dalla membrana già nel range delle portate QB esplorate. Pertanto una
riduzione della resistenza esterna non ha alcun effetto sul flusso diffusivo di questo soluto.
Un’altra osservazione importante che si deduce dal modello ed è confermata sperimentalmente riguarda
l’effetto sulla clearance della portata volumetrica netta Qf attraverso la membrana. Con riferimento al
filtro Hospal e per portate di sangue e di dializzato entranti pari, rispettivamente, a Q°B = 200 ml/min e
Q°D=500 ml/min si osservano incrementi percentuali di CL rispetto al caso di flusso convettivo nullo19
fino al 170% per la mioglobina per Qf = 60 ml/min. Per gli altri componenti a più basso peso
molecolare l’incremento percentuale è più contenuto (circa 40% per la vitamina B12 e 20% per la
creatinina per lo stesso valore di Qf). Questo comportamento è in accordo con il contributo prevalente
del trasporto convettivo per le sostanze più pesanti.
Una precisazione va fatta circa la definizione di clearance nel caso che lungo il dispositivo vari la
portata volumetrica del sangue ( e del dializzato) come nel caso dell’emodiafiltrazione (v.nota 17).
In questo caso la quantità di sostanza rimossa dal sangue è data dalla differenza (Q°iBC°iB – QLiBCLiB).
Pertanto, l’eq.(2.65) diventa:

Q° iB ⋅ C ° iB − QiBL ⋅ C iBL
CLi = (2.81)
C ° iB

2.5.6. Modello paziente-rene artificiale


Un cenno particolare meritano i modelli che si propongono di rappresentare il comportamento del
sistema paziente-dispositivo e che possono essere utili per simulare il trattamento dialitico.
Questi modelli possono essere anche notevolmente complessi. In questi appunti, a titolo
esemplificativo, si forniranno gli elementi per costruire un modello relativamente semplice in cui il
paziente viene considerato, per quanto riguarda il sangue, come un serbatoio a mescolamento perfetto,
cioè la concentrazione delle varie specie in soluzione viene considerata uniforme all’inetrno del corpo.
Il modello, evidentemente, deve tener conto del comportamento non stazionario del sistema nel senso
che durante il trattamento dialitico deve cambiare nel tempo la concentrazione delle specie da
rimuovere mediante il dispositivo a membrana.
Nella figura che segue è illustrato uno schema del sistema.

19
Incremento percentuale: (CL – CL°)/CL°
61

L’ovale indica il sangue del paziente con un volume VBP a concentrazione CsP(t) del soluto s, variabile
nel tempo se il soluto viene rimosso dal dispositivo di dialisi. Il rene artificiale è schematizzato con tre
rettangoli che indicano rispettivamente il compartimento del sangue, le membrane ed il compartimento
del dializzato. Questo dispositivo è collegato con due tubi al corpo del paziente. Quello di mandata
verso il dializzatore è attraversato dalla portata Q°B di sangue contenente il soluto s alla stessa
concentrazione CsP del sangue del paziente per l’ipotesi di mescolamento perfetto. Il tubo di ritorno è
attraversato dalla portata QLB di sangue contenente il soluto alla concentrazione CLsB di uscita dal
dializzatore.
In controcorrente, nello schema riportato, fluisce il dializzato.
Il bilancio totale del sangue del paziente consente di scrivere:

dV BP
− = Q° B − Q BL (2.82)
dt

che rappresenta la variazione nel tempo del volume di fluido presente nel corpo del paziente per effetto
sostanzialmente del trasporto convettivo di acqua dal sangue al dializzato. La portata QLB può essere
determinata, per esempio, dal modello presentato al punto precedente.
Bilanci di materia non stazionari possono essere scritti per tutti i componenti che interessano. Per il
componente generico s si ha:

d (V BP C sP )
− = Q° B C sP − Q BL C sBL s=1…c (2.83)
dt

Anche in questo caso un modello del dispositivo consente di esprimere CLsB . I modelli dei dializzatori
analizzati in precedenza erano basati sull’assunzione di funzionamento stazionario e, quindi, non
sarebbero a rigore utilizzabili per rappresentare il comportamento di un sistema che, complessivamente,
si trova in stato transitorio. Tuttavia, poiché il tempo caratteristico della variazione di concentrazione
delle sostanze nel sangue è relativamente grande confrontato con il tempo di permanenza del sangue
nel dispositivo si può assumere valida l’ipotesi di quasi-stazionarietà per quanto riguarda il
funzionamento del dializzatore ed utilizzare i modelli stazionari sviluppati in precedenza.
La soluzione del sistema di equazioni differenziali (2.82)-(2.83) consente di determinare il tempo del
trattamento necessario al conseguimento dei valori di specifica o, viceversa, a stabilire “a priori” se un
dato dispositivo è adeguato per l’abbattimento delle sostanze da eliminare nel tempo fissato per il
trattamento.

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