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Finito di stampare nel mese di luglio 2007


presso il centro stampa della Scuola Sarda Editrice
Via delle Coccinelle, 3 - Cagliari

MINISTERO PER I BENI E LE ATTMT

CULTURALI

SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA
PER LE PROVINCIE DI CAGLIARI E ORISTANO

2 2 -Il
2005-2006

QUADERNI

Direttore
Giovanni Azzena
Redazione
Paolo Bernardini
In copertina:
Statuina litica femminile della tomba n. 386
di Cuccuru S' Arriu di Cabras (IV millennio a.C.)
da un disegno di Ginetto Bacco

INDICE
ADELE IBBA

rilievi greci del Museo di Cagliari

pago

La ceramica da fuoco proveniente da


Sant'Eulalia a Cagliari. Analisi dei coperchi
con decorazione

pago

19

Ricerche geoarcheologiche sui centri feniciopunici e poi romani della Sardegna centromeridionale. Nora: nota 1

pago

47

pago

87

Topografia e urbanistica del Castellum


Castri de Kallaro

pago

131

La Civilt Nuragica di Giovanni Lilliu.


Considerazioni sugli effetti interpretativi del
discorso archeologico

pago 17 5

STEFANO CARA
SILVIA SANGIORGI

FELICE DI GREGORIO
CLAUDIO FLORIS
PIETRO MATTA
CARLO TRONCHETTI

MARIA ROSARIA MANUNZA

Recenti scavi nella lottizzazione

"Salux"

presso S. Lussorio (Selargius) - Campagne


di scavo 2001-2003. Relazione preliminare.
CARLA DEPLANO

ROBERTO SIRIGU

LA CIVILT NURAGICA DI GIOVANNI LILLIU.


CONSIDERAZIONI SUGLI EFFETTI INTERPRETATIVI
DEL DISCORSO ARCHEOLOGICO
ROBERTO SIRIGU

1. Lo sguardo dell'archeologo
Nel suo scavo l'archeologo rinviene utensili di cui ignora la destinazione, cocci di
ceramica che non combaciano, giacimenti di altre ere da quella che s'aspettava di trovare l: suo compito descrivere pezzo per pezzo anche e soprattutto ci che non
riesce a finalizzare in una storia o in un uso, a ricostruire in una continuit o in un tutto. A questo si arriver in seguito, forse; oppure si capir che non una motivazione
esterna a quegli oggetti, ma il solo fatto che oggetti cos e cos si ritrovino in quel
punto gi dice tutto quel che c'era da dire(1).

L'autore di questa descrizione dell'attivit e delle finalit dell'attivit di


ricerca dell'archeologo, non un archeologo ma uno scrittore, Italo Calvino.
Calvino inser tale descrizione all'interno di una proposta di testo programmatico - intitolato significativamente Lo sguardo del! 'archeologo per una rivista mai nata che avrebbe dovuto vedere impegnati, oltre allo
stesso Calvino, altri intellettuali come Gianni Celati, Carlo Ginzburg,
Enzo Melandri, Guido Neri(2).
Nel tentativo di mettere a fuoco gli obbiettivi e le modalit procedurali che dovevano caratterizzare i contributi che avrebbero dovuto alimentare la nascente rivista, mi pare che Calvino riesca in realt ad inquadrare
con efficacia e lucidit i problemi e le aspirazioni che investono l'attivit
dell'archeologo ..
Le aspirazioni sono condensate nella frase: descrivere [... } ci che
non riesce a finalizzare in una storia o in un uso, a ricostruire in una continuit o in un tutto. Ci che infatti l'archeologo cerca di cogliere nella
realt "archeologica" (ammesso che una realt cos definibile esista) un
filo conduttore, il bandolo di una matassa, insomma un senso o significato attribuibile a ci che egli "riporta alla luce"(3).
Ma esiste un "senso" (un "ordine"?) nelle cose la cui comprensione
possa essere concepita come peculiare finalit dell'attivit d'indagine dell'archeologo? E, se s, come possibile "cogliere" tale "senso" e "spogliarlo" da ogni ambiguit? Queste domande sembrano trovare, almeno in
apparenza, una semplice ed immediata risposta: l'archeologo infatti studia
i prodotti dell'attivit umana che, in quanto tali, dovrebbero essere dotati
perlomeno del "senso" che ha loro attribuito sia l'artefice di quei medesimi prodotti sia il/i loro fruitore/i.
Inoltre, pu essere che abbia ragione Calvino. Forse la ricerca ci porter a comprendere che non una motivazione esterna a quegli oggetti, ma
175

il solo fatto che oggetti cos e cos si ritrovino in quel punto gi dice tutto
quel che c'era da dire.
Mi pare evidente per che il soggetto collettivo(4) che risponde al nome
di "archeologo" non assume come valida questa prospettiva (anche se
ritengo che non possa n debba escluderla a priori). Egli, evidentemente, si
dimostra convinto che esista una qualche motivazione esterna agli oggetti
efine della sua ricerca sar proprio giungere alla comprensione del significato e/o del senso di cui la realt materiale dotata. Ma come pu l'archeologo giungere alla comprensione di quel senso senza "contaminarlo"?
Il pericolo di "contaminazione"(5) tra la realt in cui l'archeologo vive e
quella che oggetto della sua ricerca forte e non va mai sottovalutato.
Occorre anzi interrogarsi costantemente sulla natura di questo pericolo: occorre cio chiarire perch un tale pericolo esista, da dove tragga origine e quindi
tentare, se possibile, di eliminarlo o di ridume al minimo gli effetti negativi.
Perch ci avvenga, occorre, a mio avviso, che l'archeologia prenda
coscienza delle peculiarit che connotano il proprio approccio cognitivo
alla conoscenza della realt materiale.
Occorre cio che l'archeologo assuma coscienza della reale peculiarit
del proprio sguardo disciplinare. Con il termine "disciplina" intendo fare
esplicitamente riferimento al pensiero di Michel Foucault, il quale ci
ricorda che
una disciplina viene definita da un campo d'oggetti, da un insieme di metodi, da un
corpus di proposizioni considerate vere, da un gioco di regole e di definizioni, di tecniche e di strumenti: tutto questo costituisce una sorta di sistema anonimo a disposizione di chi voglia e possa servirsene, senza che il suo senso o la sua validit siano
legati a colui che ne stato il possibile inventore(6).

Usando come punto di riferimento questa lucida definizione, possiamo


formulare esplicitamente un' altra domanda: l'archeologia moderna
risponde ai parametri in base ai quali possibile (anzi necessario, secondo Foucault) determinare l'identit di una disciplina?
Credo non si possa dare una risposta decisa e univoca a questa domanda. Da un certo punto di vista infatti l'archeologia moderna mostra certamente tutti i tratti essenziali indicati da Foucault nella sua definizione:
l) un' attivit rivolta all'analisi di uno specifico campo di oggetti: la
realt materiale che presenti tracce di antropizzazione;
2) un corpus di proposizioni considerate vere: l'indagine archeologica
si concretizzata in un insieme di testi scientifici prodotti, in varia forma, dalla comunit scientifica sulla realt materiale antropizzata e sulle societ umane che hanno prodotto tale processo di antropizzazione;
3) un gioco di regole e di definizioni, di tecniche e di strumenti: gli archeologi hanno elaborato un proprio specifico vocabolario e hanno definito
una serie di pratiche di ricerca, che esercitano soprattutto "sul campo",
per condurre le quali necessario l'utilizzo di strumenti specifici.
176

Ma, se ci limitassimo a queste constatazioni, non saremmo del tutto


sinceri con noi stessi. Credo infatti che, ancora oggi, si debba riconoscere, con David L. Clarke, che
l'archeologia moderna [] una disciplina immatura che lotta per trovare la sua dimensione e per affermare la sua esistenza separata da altre discipline vicine di maggiore
maturit (7).

Ricorrendo all' ausilio degli strumenti concettuali elaborati dalla riflessione del filosofo della scienza Thomas Kuhn, ritengo infatti si possa
affermare che l'archeologia moderna attraversa una di quelle fasi che
Kuhn ha definito di scienza straordinaria, ossia una di quelle fasi preparadigmatiche in cui diversi paradigmi si confrontano nel tentativo di
mostrare la propria capacit di risolvere le anomalie che si sono rivelate
insolubili per il "vecchio" paradigma(8).
Qualunque sia la nostra opinione in merito a tale questione, evidente che,
affinch una data comunit scientifica possa riconoscersi come tale, occorre
innanzi tutto che si giunga alla definizione di un linguaggio condiviso da tutti
i suoi membri. L'acquisizione e il conseguente concreto utilizzo di un tale linguaggio nel discorso scientifico rappresentano passaggi, se non sufficienti, certamente necessari per ogni ricercatore che aspiri ad essere considerato membro
di una data comunit scientifica. Infatti, come ci segnala ancora Foucault,
la disciplina un principio di controllo della produzione del discorso. Essa gli fissa
dei limiti col gioco di una identit che ha la forma di una permanente ritualizzazione
delle regole(9).

Partendo dunque da questo presupposto, evidente che le scelte linguistiche compiute in ambito scientifico sono da ritenersi sempre dotate,
in qualche misura, di valore paradigmatico e devono perci essere assunte come vincolanti sia da coloro che le compiono, ossia i membri di una
data comunit scientifica, sia da chiunque voglia dialogare con tale comunit, entrando in gioco nello specifico universo di discorso creato da tale
comunit e in cui tale comunit si riconosce(IO).
2. Linguaggio e metalinguaggio in archeologia
Una delle manifestazioni pi evidenti della distanza che separa l'archeologo dal passato che egli indaga ci viene offerta proprio dal linguaggio che l'archeologo utilizza per tradurre la realt materiale. Infatti, dal momento che il
linguaggio con cui indichiamo un dato gi lo stesso linguaggio con cui pi
tardi lo interpreteremo(ll), evidente che le scelte linguistiche finalizzate
anche solo a descrivere una data realt rappresentano gi di per s un atto
interpretativo estremamente impegnativo. Come afferma Roland Barthes,
oggetti, immagInI, comportamenti possono, in effetti, significare, e significano
ampiamente, ma mai in modo autonomo: ogni sistema semiologico ha a che fare col
linguaggio(12).

177

Barthes ancora pi esplicito, quando dice che


per percepire ci che una sostanza significa, si deve necessariamente ricorrere al lavoro di articolazione svolto dalla lingua: non c' senso che non sia nominato, e il mondo dei significati non altro che quello dellinguaggio(l3).

dunque possibile affermare che il linguaggio l'istituzione sociale


sovraindividuale(14)per mezzo della quale l'uomo attribuisce un senso alla
realt. La definizione di homo nominans(l5)sintetizza efficacemente l'esigenza umana di "dare senso" alla realt attraverso la sua "nominazione".
Anche in archeologia, come nell'ambito di qualunque disciplina scientifica, esiste dunque un "problema linguistico". Alessandro Guidi ha sottolineato la necessit di una riformulazione del problema del linguaggio
archeologico(16J,sia per superare l'ingannevole, o quanto meno eccessivo,
carattere di "oggettivit" che gli archeologi troppo spesso gli attribuiscono, sia per giungere ad un linguaggio pi comunicativo e "leggibile" di
quello impiegato in molte pubblicazioni.
Ma in generale sembra mancare tra gli archeologi la consapevolezza
della portata del problema linguistico in archeologia, come dimostra l'esiguit di scritti che affrontino, anche solo marginalmente, questo problema.
Da ci consegue la necessit di affrontare tale problema esplicitamente, non solo come questione marginale o legata semplicemente alla questione pi generale della chiarezza degli scritti divulgativi, ma come tema
specifico e cruciale nell'ambito dell'azione interpretativa che caratterizza
l'attivit scientifica dell' archeologo.
Emerge cos in tutta la sua drammaticit teorica e operativa la rilevanza di problemi come quello dell'adeguatezza del linguaggio impiegato
abitualmente dagli archeologi rispetto all'esigenza di "esprimere" la realt di cui essi si occupano nel corso delle proprie ricerche. La stratificazione semantica che struttura ogni termine concretamente impiegato pu
rappresentare un problema tutt'altro che secondario ai fini di una corretta
descrizione e/o interpretazione della realt archeologica.
Significativo in questo senso quanto sostenuto da Moses Finley a proposito dell'impiego delle generalizzazioni nel quadro della storia antica(17).
Finley sottolinea un uso spesso assiomatico delle generalizzazioni da parte degli storici e una troppo frequente mancanza di rigore terminologico.
L'assenza di tale rigore causa in particolare dell'eccessiva facilit con
cui certi termini, nati per esprimere concetti ben precisi in ambiti storici e
cronologici determinati, vengono invece impiegati in altri ambiti e in riferimento ad altri concetti. il caso del termine "schiavo", impiegato comunemente per designare sia i douloi greci sia i servi romani, ignorando pericolosamente le profonde differenze esistenti tra le figure storiche e sociali a cui questi tre termini fanno riferimento.
Un altro autorevole storico che ha sottolineato l'importanza metodologica di un uso consapevole e accorto del linguaggio nell'ambito della ricerca storica Marc Bloch. In particolare Bloch affronta, tra le altre questio178

ni, il problema della nomenclatura(IS). Dopo aver ribadito il concetto che


ogni analisi [...] esige anzitutto, come strumento, un linguaggio appropriato, Bloch cita le parole di Valry a proposito del linguaggio storico:
Questo momento essenziale delle definizioni e delle convenzioni nette e speciali che
vengono a sostituire i significati di origine confusa e statistica, per la storia non
ancora giunto(19).

Queste stesse parole potrebbero essere rivolte oggi altrettanto correttamente al linguaggio archeologico. Infatti, come la storia, anche l'archeologia:
riceve la maggior parte del suo vocabolario dalla materia stessa del suo studio. Lo
accetta, gi consunto e deformato da un prolungato uso; peraltro ambiguo, sovente sin
dalle origini, come ogni sistema di espressioni che non sia nato dallo sforzo severamente concertato dei tecnici(20).

Bloch avverte inoltre che i documenti tendono ad imporci la loro


nomenclatura(21).Ora, mi pare evidente in che misura questo aspetto del
problema risulti ancora pi drammatico per gli archeologi, sin dal momento in cui, utilizzando come "documenti" manufatti prodotti in un passato che
essi aspirano a comprendere, si imbattono nel problema prioritario di ricreare una nomenclatura che si dimostri adeguata alla manipolazione concettuale a cui gli "oggetti" che essi studiano dovranno essere sottoposti.
La soluzione pi frequentemente adottata dagli storici per risolvere
questo genere di problema il ricorso alla terminologia del passato, in
quanto impossibilitati all'impiego, come la matematica o la chimica, di
un sistema di simboli staccato dalle diverse lingue nazionali(22).
Questa soluzione comporta per molteplici difficolt. Innanzi tutto i
cambiamenti delle cose [...] quasi mai portano con s cambiamenti paralleli dei loro nomi(23);in secondo luogo, altre volte avviene che i nomi
mutino, nel tempo e nello spazio, indipendentemente da una qualsiasi
variazione delle cose(24);infine, altre volte, sono le condizioni sociali a
opporsi all'istituzione o alla conservazione di un vocabolario uniforme(25).
Dobbiamo dunque ammettere che il fatto che un dato linguaggio "provenga" dallo stesso passato che ha prodotto e/o utilizzato gli oggetti che l'archeologo a sua volta utilizza come fonte storica non impedisce che tale linguaggio, se utilizzato in forma acritica e passiva, possa risultare altrettanto
inadeguato a classificare tali oggetti di qualunque altro linguaggio "moderno".
Occorre dunque affrontare il problema del linguaggio archeologico da
un punto di vista differente. Dal momento che, come ricorda Roland Barthes, la semiologia [...] un metalinguaggio(26J, nella misura in cui l'archeologia pu essere definita una semiotica della cultura materiale(27J,
anch'essa svolge la funzione di metalinguaggio rispetto al linguaggio o,
pi propriamente, al codice degli oggetti.
Tale funzione si manifesta come traduzione dei testi archeologicfC2S)in
discorso archeologico, elaborato con l'impiego dei codici verbale, grafico,
179

fotografico, iformatico. Partendo quindi dal presupposto che ogni traduzione comporta un grado pi o meno elevato di indeterminatezzd29) e che se
tutto cambia non c' traduzione e nemmeno se nulla cambia(301,appare
necessmio stabilire criteri di traduzione a cui gli archeologi possano fare riferimento per giungere ad una quanto pi possibile corretta descrizione/interpretazione del passato alla cui comprensione(31)essi aspirano.
Se analizzato sotto questo profilo, appare in tutta la sua evidenza anche
l'importanza dello stile nelle pubblicazioni archeologiche. Schematizzando al massimo, si pu affermare che esse oscillano tra uno stile fortemente tecnico-scientifico, a volte criptico e piuttosto ostico alla lettura anche
per gli specialisti, e uno stile narrativo, dove prevale un linguaggio meno
tecnico e pi attento alla piacevolezza della lettura.
Ora, mi pare lecito affermare anche per le pubblicazioni archeologiche
ci che vale pi in generale per molte pubblicazioni scientifiche, e cio che
spesso l'uso dello "stile narrativo" viene interpretato come sintomo di scarsa scientificit e quindi rifiutato, per preferire uno stile pi tecnico anche se
meno piacevole. In realt, come ha acutamente osservato Peter Brooks,
la nanativa una delle grandi categorie o sistemi di comprensione a cui riconiamo nei
nostri negoziati con il reale, e in particolare con i problemi della temporalit: i condizionamenti che l'uomo subisce da parte del tempo, la sua coscienza di esistere solo entro i
limiti precisi fissati dalla morte. E le trame sono le principali forze ordinatrici di quei
significati che cerchiamo, attraverso una vera e propria battaglia, di strappare al tempo(32).

Vista in quest' ottica, la scelta di tradurre la realt materiale in "narrazione" appare dunque come una precisa scelta a finalit interpretati va, nella misura in cui il tipo di trama secondo cui l'archeologo strutturer la sua
narrazione sar il riflesso pi esplicito dell' immagine del passato che egli
intende comunicare ai propri lettori(33).
Tutto ci mi pare renda evidente quanto sia complesso il problema della definizione di un linguaggio archeologico e quanto sia necessaria una
riflessione ampia e approfondita che coinvolga quanto pi possibile tutti
coloro che si occupano di archeologia, al fine di giungere all'elaborazione di un linguaggio finalmente adeguato al rigore scientifico del paradigma che l'archeologia moderna sta tentando di definire.
Questo discorso ritengo sia valido anche in quei casi in cui, tornando
alla definizione foucaultiana di "disciplina scientifica" intesa anche e
soprattutto come gioco di regole e di definizioni, si assiste al manifestarsi
di una pi o meno fOlie concordanza termino logico-concettuale sia tra
discorsi scientifici pertinenti ad uno specifico ambito di ricerca, elaborati
dai membri della comunit che operano in tale ambito, sia a maggior
ragione, nello scambio linguistico intercorrente tra ambiti differenti.
anzi proprio in questi casi, in cui possiamo certamente affermare che
il principio di controllo della produzione del discorso su cui si basa il funzionamento di ogni "disciplina scientifica" ha agito con particolare forza
ed efficacia, che l'attenzione critica di ogni ricercatore deve essere parti180

colarmente vigile per evitare il rischio che scelte linguistiche ormai consolidate ma non adeguatamente sottoposte al vaglio critico della comunit scientifica possano interferire negativamente nella corretta comprensione del "passato" che aspirano a "tradurre".
Per rendere pi concreto il mio discorso, credo possa essere utile prendere brevemente in esame un esempio specifico di costruzione del discorso archeologico sufficientemente noto. Concentrer quindi la mia attenzione sul caso della "civilt nuragica", letta attraverso la "lente" interpretativa propostaci da Giovanni Lilliu nel suo volume La civilt nuragica.
Come ogni scelta in ambito scientifico, anche questa mia scelta richiede qualche esplicita giustificazione, che ora mi accingo a proporre.
3. La civilt nuragica di Giovanni Lilliu: dialogo con un classico
Ci che intendo tentare in questa sede non una lettura critica de La
civilt nuragica(34J,n, sia chiaro, mi prefiggo di giungere ad esprimere un
qualunque genere di giudizio su questa specifica opera di Giovanni Lilliu
n, tanto meno, in generale sulla sua produzione scientifica.
Perseguire un simile intento sarebbe, oltre che segno di ridicola immodestia, assolutamente superfluo. La storia ha infatti gi espresso un giudizio, a mio parere insindacabile, sul valore scientifico e culturale dell'attivit intellettuale di Lilliu, conferendo alle sue opere il valore culturale che
si riconosce ai "classici".
Tale attribuzione di valore porta per con s alcune importanti conseguenze, che opportuno rendere esplicite.
Secondo una felice definizione elaborata da Italo Calvino, i classici
sono quei libri che ci arrivano portando su di s la traccia delle letture
che hanno preceduto la nostra e dietro di s la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o pi semplicemente nel linguaggio o nel costume)>>(35).
Ebbene, credo che si possa convenire sul fatto che pochi altri archeologi e poche altre opere siano riusciti a permeare di s in maniera cos efficace la cultura del proprio tempo. L'uso pressoch generalizzato della terminologia e della nomenclatura creati da Lilliu per poter "parlare" della
"civilt nuragica" rappresenta una efficace testimonianza della "traccia"
lasciata "dietro di s" dalle opere di Lilliu.
inoltre innegabile che l'intera opera di Lilliu abbia lasciato "traccia di
s" ben al di l delle barriere della sfera scientifico-accademica, giungendo
ad attraversare lo spazio assai pi ampio dell'intera societ civile isolana.
In particolare, l'azione culturale di due testi: La civilt dei sardi e La
civilt nuragica, stata cos efficace da rendere, a mio avviso, legittima
l'attribuzione ad essi del valore di veri e propri testi fondativi del modello
identitario-culturale oggi imperante in Sardegna. In questo senso queste
opere mi paiono collocabili al confine tra due peculiari forme di ricerca
storica: l'indagine storico-archeologica e la mnemostoria.
181

Con questo tennine, coniato dall'egittologo tedesco Jan Assmann, dobbiamo intendere un'indagine storica interessata non a conoscere
il passato in quanto tale, ma soltanto il passato cos come lo si ricorda. Essa studia i
percorsi e i sentieri della tradizione, le reti dell'intertestualit, le continuit e discontinuit diacroniche nella lettura del passato. La mnemostoria non si contrappone alla
disciplina storica, costituisce anzi una delle sue branche, come lo sono la storia delle
idee, la storia sociale, la storia della mentalit o la storia della vita quotidiana. Il suo,
tuttavia, un approccio autonomo che consiste nel mettere di proposito in secondo piano gli aspetti dell' oggetto della sua ricerca, per focalizzare invece la propria attenzione sulle linee diacroniche o verticali del ricordo. Esso si concentra su quegli aspetti del
significato o della rilevanza che sono il prodotto del ricordo nel senso di un richiamarsi
al passato, e che emergono soltanto alla luce di riferimenti e letture successivi(36).

La civilt nuragica si presenta quindi (assieme a La civilt dei sardi)


come esempio particolannente eclatante dell'efficacia di quel "principio
di controllo della produzione del discorso". Per tale motivo quest'opera si
mostra particolannente adatta ad essere sottoposta ad un'analisi finalizzata alla individuazione e comprensione delle strategie retoriche messe in
atto per far s che tale principio agisca concretamente ed efficacemente.
In secondo luogo, seguendo ancora Calvino, dobbiamo ricordare che
un classico un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da
dire(37),perch un 'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di
discorsi critici su di s, ma continuamente se li scrolla di dosso(38).Tale
capacit di "scrollarsi di dosso" il "pulviscolo di discorsi critici" che esse
stesse hanno saputo suscitare, per ripresentarsi ogni volta alla lettura con
immutata freschezza, va certamente riconosciuta alle opere di Lilliu.
Da tutto ci consegue dunque la necessit di instaurare un rapporto di
costante e serrato confronto critico con qualunque testo a cui venga riconosciuto il valore di "classico", nella misura in cui il "tuo" classico
quello che non pu esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso
in rapporto e magari in contrasto con !ui(39).
con questo spirito che mi addentro ora nella lettura del testo di Lilliu.
4. La civilt nuragica di Giovanni LilIiu: un esempio di traduzione del
testo archeologico
Come ci ricorda Grard Genette, un
testo [...] si presenta raramente nella sua nudit, senza il rinforzo di un certo numero
di produzioni, [...] verbali o non verbali, [...] delle quali non sempre chiaro se debbano essere considerate o meno appartenenti ad esso, ma che comunque lo contornano e lo prolungano, per presentar/o, appunto, nel senso corrente del termine, ma
anche nel suo senso pi forte: per render/o presente, per assicurare la sua presenza nel
mondo, la sua ricezione e il suo consumo(40).

Esiste cio tutta una serie di elementi: un nome d'autore, un titolo, una
prefazione, delle illustrazioni>>(41),
che svolgono, rispetto al testo, una fun182

zione di soglia, o - nelle parole di Borges a proposito di una prefazione di "vestibolo" che offre a tutti la possibilit di entrare o di tornare sui propri passi(42).L'insieme di questi elementi crea quello 'spazio' che Genette ha denominato paratesto. Proviamo dunque a domandarci che cosa ci
comunichi l' attraversamento della "soglia" rappresentata dal titolo del
testo di Lilliu, La civilt nuragica, ovvero, pi propriamente, dal sintagma "civilt nuragica" con cui Lilliu designa una specifica fase culturale e
cronologica della protostoria sarda.
Il primo messaggio che questo sintagma comunica al lettore con efficace forza comunicativa mi pare evidente: "la civilt nuragica" ci viene
presentata come un insieme culturalmente unitario (43).
Anche l'utilizzo del
termine "civilt" al posto dell'abituale termine "cultura" con cui si designano tutte le altre fasi culturali della preistoria sarda che precedono cronologicamente il momento nuragico mi pare coerente con questa volont
interpretativa dell' Autore.
Nell 'ambito degli studi di archeologia preistorica con il termine "cultura", ricordiamo lo, si designa
l'associazione di un certo numero di elementi della cultura materiale di unapopolazione, scelti tra quelli che si sono conservati e che sono suscettibili di essere riconosciuti(44).

Il termine "civilt" designa invece


solo alcuni grandi insiemi organizzati e urbanizzati (Vicino Oriente, Indo, ecc.), o per
lo meno quelli di cui si conosce un insieme ricco e diversificato di caratteri che vanno
oltre la semplice cultura materiale (come ad esempio il Magdaleniano). Tuttavia, il
termine ancora spesso utilizzato, occasionalmente, per designare unit culturali che
non escono dall'ordinario se non I?er l'estensione o la durata (Campaniforme, Artenaciano, Seine-Oise-Mame, ecc.). E evidente come sia legittimo considerare tratti di
civilt alcune pratiche attestate in interi continenti, durante periodi talvolta molto lunghi e che sono chiaramente condivise, talvolta, da culture di numerose diverse etnie(45).

Bench non del tutto netto, comunque evidente il differente valore


semantico attribuito ai due termini nell 'uso tecnico. lndiscutibile dunque
il valore non semplicemente descrittivo, ma fortemente interpretativo del
termine. Il fatto di imbattersi in una "soglia paratestuale" (o, ancora pi
propriamente, peritestuale)<46)del titolo del libro nel termine "civilt" crea
nel lettore una immediata "sensazione" di novit e di eccezionalit del
dato archeologico "nuragico" rispetto a qualunque altro dato relativo alla
precedente preistoria sarda.
Come apprendiamo dalla lettura delle prime pagine del libro di Lilliu,
la seconda parte del sintagma, l'aggetivo "nuragica", deriva dal nome,
presente in maniera ec1atante nella lingua e nella toponomastica isolana,
utilizzato per designare i monumenti riconosciuti come pi rappresentativi di questa civilt: i nuraghi, appunto.
Col nome non si identifica un preciso soggetto etnico n una grande corrente ideale.
Fa da supporto, invece, al termine nuragico, il vistoso e singolare fenomeno architet183

tonico del megalitismo a torre, definito, in lingua locale di antico sustrato mediterraneo, nuraghe (anche nurake, nuraki, nuraci, nuraxi, naracu, ecc.). una denominazione ovviamente limitata, ma non riduttiva, perch dietro l'aspetto esteriore e formale del monumento stanno capacit tecnica, impegno economico e forte organizzazione
e aggregazione sociale. Il numero dei nuraghi (oltre settemila), la diffusione in tutto il
territorio isolano (densit 0,27 per kmq.), la continuit nel lungo tempo, la loro emergente qualit costruttiva, rivelano una grande tradizione culturale collegata con uno
spiccato movimento storico e un assetto civile pluristratificato. Il fatto architettonico e
ingegneristico del nuraghe , per cosi dire, la visualizzazione e la cristallizzazione d'uno stato generale di civilt, ricca di contenuti spirituali e materiali, identificabile in un
soggetto nazionale uscito da una amalgama di trib e popoli, che si venuto costituendo nell'isola a cominciare del Bronzo antico, per continuare e definirsi, con progetti e comportamenti di vita sempre pi autonomamente elaborati, sino ai tempi pienamente storici del primo imperialismo. Per tutto ci, a parte l'uso ormai invalso nella letteratura archeologica, il termine di civilt nuragica resta valido e caratterizzante.
Il nuraghe, infatti, tra i tanti altri aspetti che la compongono e la articolano nel susseguirsi dei secoli, rimane di tale civilt la costante specifica ed essenziale significante, l'unico termine esplicito e fisso, per la continuit, di riferimento e di definizione(47)

Questo brano, di straordinaria efficacia comunicativa, sintetizza, sin


dalla prima pagina del testo, l'intero messaggio che l'opera intende ve icolare. Dalla lettura di queste parole infatti il lettore ricava una serie fondamentale di informazioni:
l) il nuraghe viene presentato come archeologicamente significativo
grazie alla sua "visibilit" e "singolarit" rispetto ad altre tipologie
di monumenti sardi ed extrainsulari;
2) si dichiara che dall'analisi architettonica del monumento possibile
desumere alcune importanti propriet, pertinenti alla sfera squisitamente culturale, di cui gli artefici di questa tipologia monumentale
sarebbero stati portatori: "capacit tecnica, impegno economico e
forte organizzazione e aggregazione sociale";
3) dal "fatto architettonico e ingegneristico del nuraghe" si inferisce
l'esistenza non solo di una "civilt", ma addirittura di un "soggetto
nazionale" risultato dalla "amalgama di trib e popoli" che storicamente hanno preceduto la "fase nuragica"
4) di tale civilt il nuraghe sarebbe il "significante", "l'unico termine
esplicito e fisso" che sia possibile attribuire a tale civilt.
Fermiamoci a riflettere un momento su queste asserzioni, partendo proprio dall'ultima.
Lilliu dichiara esplicitamente che il nuraghe deve essere considerato
l'unico termine esplicito e fisso, per la continuit, di riferimento e di
definizione della "civilt nuragica". Ora, se ci vero, come lo stesso
Autore ci invita a credere, dobbiamo chiederci se sia legittimo inferire dal
solo "significante" del nuraghe l'esistenza di una entit culturale - quella che ha prodotto tale "significante" - a cui sia possibile attribuire i connotati di un "soggetto nazionale". Lo stesso termine - "significante" 184

i'

J'

-----------~~--------------~~,-----.__

..

con cui Lilliu designa la funzione semantica attribuibile, a suo avviso, al


nuraghe indicativo di una "apertura" interpretativa che non pu essere
ignorata.
Il termine significante appartiene esplicitamente all'universo di discorso semiotico, all'interno del quale risulta strutturalmente connesso con altri
due termini: significato e segno. Secondo la definizione che di tale concetto ha proposto Ferdinand de Saussure, il segno "il totale risultante dall'associazione di un significante a un significato"(48J Il significante esprime
la dimensione materiale del segno, il significato la dimensione immateriale. Entrambe le dimensioni possono essere a loro volta scomposte su due
piani: il piano dell'espressione e il piano del contenuto(49J.Il processo della significazione viene innescato dall'unione tra un "significante" e un
"significato", il cui risultato il manifestarsi di quella funzione segnica (50)
che genera la produzione di un "segno"(51).Caratteristica fondamentale del
segno l'arbitrariet, nel senso che non un rapporto di necessit o motivazione "naturale" (nel senso di non socialmente, e quindi culturalmente,
determinata) a legare un dato "significante" ad un dato "significato"(52).
Ora, l'attribuzione al nuraghe della funzione di "significante", opportunamente inquadrata all'interno dell'orizzonte teorico a cui il termine
"significante" strutturalmente appartiene, acquista, necessariamente, un
inequivocabile valore interpretativo: essa appare la chiara manifestazione
dell'impossibilit di attribuire un chiaro e soprattutto univoco "significato" al "significante-nuraghe".
Da ci deriva, a mio avviso, una conseguenza logica di non poco conto. Se
infatti si assume come valida l'idea che al "fatto architettonico e ingegneristico del nuraghe" dotato della sola funzione di "significante" possa o debba
essere riconosciuto il valore di "unico termine esplicito e fisso, per la continuit, di riferimento e di definizione" capace di connotare ci che chiamiamo
"civilt nuragica", diventa logicamente possibile pensare che ad ogni epoca in
cui il "significante-nuraghe" abbia storicamente svolto una concreta funzione
di "segno" culturalmente attivo (anche se assumendo valori semantico-funzionali differenti, come ci ricorda lo stesso Lilliu)'53Jpossa essere associato
legittimamente, in qualche misura, l'appellativo di "nuragica".
Il che appunto ci che Lilliu stesso esplicitamente ipotizza, quando
parla ancora di "civilt nuragica" riferendosi alla "Fase V", inquadrabile
cronologicamente tra il 500 e il 238 a.C.(54J, un periodo in cui, come noto,
ebbe luogo una serie di mutamenti nel quadro culturale isolano, le cui prime e gi ec1atanti manifestazioni si colgono peraltro nella precedente
"Fase IV" (900-500 a.c.).
Ora, la natura dei mutamenti manifestati si durante la "Fase IV" ed
ancor pi durante la "Fase V" tale, sia da un punto di vista quantitativo
sia dal punto qualitativo, da rendere doverosa una domanda: fino a che
punto ancora possibile considerare pertinenti alla "civilt nuragica" le
manifestazioni di cultura materiale relative al periodo che va dalla prima
Et del ferro in poi?
185

La questione, di indubbia rilevanza interpretati va, rientra in un pi


generale problema di natura logica: il problema dell'effettiva persistenza
dell 'identit originaria di una data entit le cui parti costitutive siano
progressivamente mutate nel corso del tempo.
E il problema intorno a cui ruota, come noto, il famoso paradosso
della nave di Teseo. Il paradosso, ricordiamolo, si interroga sulla identit
concettuale della nave sulla quale viaggi il mitico eroe greco Teseo, della quale erano state sostituite, nel corso degli anni, tutte le parti che via via
si deterioravano, fino a giungere al momento in cui tutte le parti originali
erano state sostituite, bench la nave stessa conservasse esattamente la sua
forma originaria. AI termine di un simile processo di mutamento, questo
l'intelTogativo "paradossale", ancora possibile ritenere di essere in presenza della stessa nave originaria?
Ora, tornando al nostro caso specifico, se al concetto di "nave" sostituiamo quello di "civilt", appare altrettanto legittimo chiedersi:
l) ancora possibile sostenere, qualora tutti i tratti identitari che
caratterizzavano originariamente una data "civilt" siano mutati nel
corso del tempo, di essere in presenza della stessa "civilt"?
2) Nel caso che non tutti i tratti identitari siano mutati, quanti e quali
tratti tra quelli che consideriamo necessari e sufficienti per identificare un determinato "ciclo" storico-culturale devono mutare perch
tale ciclo possa essere considerato "concluso"?
3) sufficiente il persistere di uno solo di tali tratti (nel nostro caso, il
"significante-nuraghe") per affermare ancora di essere in presenza
della medesima entit culturale originaria?
4) Ed infine logicamente corretto, dobbiamo chiederci, attribuire ad
una pura entit "significante" (il "significante-nuraghe") il valore di
unico tratto identitario necessario e sufficiente ("unico termine
esplicito e fisso, per la continuit, di riferimento e di definizione")
ad individuare una data entit culturale (la "civilt nuragica")?
Tali intelTogativi potrebbero sembrare frutto di un puro e semplice
esercizio retorico. La loro assoluta rilevanza teorica e concretezza operativa ci viene per confermata dalla difficolt con cui gli archeologi riescono a fare i conti con il problema che nasce proprio dalla difficolt di fornire una chiara e rigorosa risposta agli intelTogativi che abbiamo riassunto: il problema dell' individuazione degli specifici momenti cronologici in
cui collocare, da un lato, l'inizio di una nuova fase storico-culturale e, dall'altro, la chiusura di quella stessa fase storico-culturale.
Particolarmente eclatante in proposito appare proprio l'esempio dell'entit culturale chiamata "civilt nuragica": sappiamo bene infatti quanto, col progredire degli studi, si stia rivelando sempre pi problematica
l'individuazione delle "soglie" iniziali e finali all'interno delle quali
inquadrare tale entit culturale.
186

1.

Si tratta dunque di interrogativi che non possono essere elusi, se non a


rischio di rimanere poi invischiati, sul piano operativo, in aporie logiche
da cui difficile uscire del tutto indenni(55).
Ma andiamo avanti nella nostra analisi. Giovanni Lilliu riconduce l'etimologia del termine "nuraghe" alla radice "nur", che significherebbe
"cavit" e risalirebbe, come abbiamo ricordato, ad un antico sustrato
mediterraneo(56). Il significato di "cavit" sarebbe un esplicito riferimento all' elemento architettonico riconosciuto come pi tipico del nuraghe,
ossia la tholos ofalsa cupola. Non a caso gli appellativi di "protonuraghi"
e "pseudonuraghi" sono attribuiti proprio a quei monumenti che, bench
simili al nuraghe canonico nell'impianto generale, risultano privi dello
specifico elemento architettonico della tholos (anche se, dobbiamo notare,
non privi di "cavit" interne).
L'aggettivo "nuragica" riferito alla "civilt" che produsse questi monumenti sembra dunque essere stato scelto perch era in grado di offrire per
lo meno due vantaggi:
a) la sua origine molto antica, che potrebbe risalire addirittura alla fase
cronologica che ha visto la nascita e la fioritura dei nuraghi: il termine 'nuraghe' potrebbe cio essere l'appellativo originario di questi monumenti;
b) l'etimologia, che sembra mostrare un legame diretto tra il significato del termine e l'elemento che meglio caratterizza il monumento: la
falsa cupola.
Nella lingua sarda non troviamo per molti altri termini che presentino
caratteristiche simili, a causa dell'intensa stratificazione culturale che ha
caratterizzato la storia della Sardegna, contribuendo a cancellare buona
parte del retaggio linguistico del sustrato mediterraneo. In particolare la
presenza fenicio-punica prima e romana poi ha prodotto questo, parziale
ma intenso, fenomeno di obliterazione.
Gli studiosi - e Giovanni Lilliu in particolare, essendo stato il primo ad
intraprendere un vero e proprio studio sistematico della civilt nuragica - si
sono trovati dinnanzi al problema di definire lafunzione originaria di questi
monumenti. Lilliu, compiendo un lavoro da considerare ancora oggi fondamentale per qualunque studio in materia, attinge ancora dalla sfera linguistica informazioni che possano rivelarsi utili in questo senso. Egli ci segnala
cos una serie di termini presenti nelle fonti antiche che mostrano come nell'antichit venissero "percepiti" i nuraghi dalle culture che si sono "sovrapposte" a quella nuragica. Ecco quindi i termini tholoi, daidaleia, castra:
Crastru, crastu, crastros, sono denominazioni di lingua sarda applicate ancor
oggi ai nuraghi, per cui l'equazione semantica, non etimologica, castru (m) - nuraghe possibile, se non certa(57).

Tholoi, daidaleia, castra sono per appunto espressioni di culture successive e sono in realt degli appellativi di natura metaforica utilizzati nel187

l'antichit per denominare i nuraghi. Essi sono espressione del modo in cui
i greci e i romani interpretavano la funzione di quei monumenti: questa
testimonianza quindi utile, ma anch'essa da sottoporre ad attente verifiche.
Queste brevi annotazioni linguistiche ci mostrano chiaramente il genere di difficolt che dovette affrontare Giovanni Lilliu, il quale si trov
davanti alla necessit di creare una terminologia nuova, adeguata alla realt che gli scavi di quello che poi divent il pi famoso nuraghe sardo, "Su
Nuraxi" di Barumini (intrapresi da Lilliu a partire dal 1940 e portati a
compimento dallo stesso Lilliu nel 1956) gli avevano restituito. Occorreva cio trovare una terminologia che avesse il pregio di far comprendere
immediatamente la natura dei monumenti e della civilt a cui tale terminologia doveva essere riferita e che fosse rispettosa, allo stesso tempo, di
questa stessa natura.
Lilliu risolse il problema facendo uso di una terminologia gi ben codificata, che sembrava rispondere efficacemente alle necessit del caso. Si tratta
della terminologia utilizzata per descrivere i castelli medievali e, in particolare, le loro caratteristiche militari. Questa scelta sembrava offrire molti vantaggi. Le "analogie"(58)formali (almeno apparenti) tra i "nuraghi" e i "castelli" parevano allora (e paiono ancora oggi a molti studiosi) indiscutibili; inoltre la terminologia scelta offriva anche il vantaggio di essere gi codificata e
conosciuta non solo dagli studiosi, ma anche dai non addetti ai lavori.
Termini come "torre", "castello" , "mastio"( o "maschio"), "garitta" (o
"garetta"), "ballatoio", ecc., sono entrati dunque nel vocabolario comune
per descrivere i nuraghi e i vari elementi che li compongono. Ancora oggi
l'uso di questi termini pressoch canonico nei testi di archeologia che si
occupano della civilt nuragica. Insomma, potremmo affermare che l'operazione scientifica compiuta allora da Lilliu fu ci che oggi definiremmo una modellizzazione del "nuraghe" utilizzando il "castello" come
modello di riferimento(59).
Ora, non possiamo dimenticare che, come mi pare evidente, l'uso di un
dato linguaggio produce sempre, a livello semantico, delle implicazioni
connotative(60).Il termine "castello" fa evidentemente riferimento ad uno
specifico tipo di monumento:
Si traduce con castello il latino castrum, che nelle fonti medievali non indica pi l'accampamento militare, come nel latino classico, ma una fortificazione permanente.
Fino all'et di Carlo Magno i castelli sono poco numerosi e il diritto di edificarli spetta soltanto al re; ma con il crescere dell'insicurezza nei secoli IX e X, dovuta soprattutto alle incursioni arabe, ungare e normanne, e con la contemporanea disgregazione dell'impero carolingio, lacerato dalle lotte fra i successori di Carlo, chiunque possegga terre, schiavi e coloni e disponga dei mezzi per farlo comincia ad edificare fortezze a protezione dei propri possedimenti(61),

Gi da questa breve descrizione della funzione e della storia del monumento-castello appaiono evidenti quali implicazioni interpretative possano derivare (e in effetti siano derivate) dall' adozione della nomenclatura
188

proposta da Lilliu per "descrivere", apparentemente solo dal punto di vista


architettonico, il nuraghe.
Era quindi forse inevitabile (se non addirittura auspicato dall' Autore di
questa scelta) che, come conseguenza dell'uso del modello termino logico
mutuato dal "castello" per descrivere (in realt interpretare) il nuraghe, si
innescasse un processo di osmosi tra concetti pertinenti all 'universo di
discorso che siamo soliti chiamare "civilt feudale" (a cui appartiene
appunto il concetto di "castello") e la "civilt nuragica". Tutta una serie di
concetti peculiari di quel sistema culturale (nel senso pi ampio del termine) che risponde al nome di "feudalesimo" sono cos diventati "peculiari"
anche della civilt nuragica. In sintesi, possiamo affermare che l'effetto
"modellizzante" si esteso dal "monumento" all'intera "civilt nuragica".
Uno degli effetti pi macroscopici determinato da questa prassi l'attribuzione all'ambito culturale nuragico di una specifica struttura sociopolitica desunta dal modello ipotetico-interpretativo. Tale struttura risulta
cos incentrata sulla figura del "capo-trib" o "signore" del "castello-nuraghe", attorniato da "guerrieri" che avrebbero esercitato per suo conto il
controllo del "potere" sulla popolazione residente nel "villaggio" dislocato all'esterno del nuraghe. L'analogia strutturale con il modello politicosociale feudale appare evidente.
Questo passaggio logico mi pare per problematico per almeno due
motivi. Innanzi tutto non vengono sufficientemente esplicitate le ragioni
documentarie che dovrebbero essere poste a fondamento dell'ipotesi scientifica che immagina la societ nuragica organizzata per "trib", in cima alla
cui scala gerarchica andrebbe appunto collocata una figura dotata della funzione politico-sociale di "capo-trib". In secondo luogo, appare problematica l'assimilazione stessa della figura del "capo-trib" a quella del "signore"
di et feudale e, ancor pi, quella dei sistemi politico-sociali a cui questi due
termini appartengono e inevitabilmente rinviano: la "trib" e il "feudo"(62).
Un altro elemento pertinente all'ipotesi interpretativa proposta da Lilliu
che mi pare debba essere affrontato in termini problematici, riguarda il sistema organizzativo all'interno del quale, secondo Lilliu, dovevano agire le
maestranze utilizzate per l'edificazione dei nuraghi. Ecco le parole di Lilliu:
Scontato [corsivo mio] l'impiego di ingenti materiali lapidei tratti da vicine cave o
di trasporto e l'impiego di una grande massa servile [corsivo mio], guidata da abili
maestranze(63).

L'accettazione di questa affermazione di Lilliu mi pare problematica


per diversi motivi. Innanzi tutto, ricordando il monito metodo logico formulato da Moses Finley citato in precedenza, mi pare evidente che l'uso
del termine "servile" dovrebbe essere accompagnato da una riflessione sul
valore semantico che ad esso si intende attribuire nello specifico contesto
storico della "civilt nuragica".
In secondo luogo, non appare chiaro per quale ragione debba essere
considerato "scontato" l'impiego di "grandi masse servili" per la costru189

zione dei nuraghi. Se infatti pu apparire legittimo considerare "probabile" (in verit in ambito scientifico ben poche affermazioni - forse nessuna
- possono essere definite "scontate") l'affermazione riguardante la provenienza dei materiali da costruzione "da vicine cave", non pare possibile
dire altrettanto riguardo alla seconda affermazione, che sembra sottintendere un sillogismo di questo tipo:
l) tutti i monumenti (dell'antichit) di dimensioni imponenti sono stati edificati utilizzando "masse servili";
2) i nuraghi sono monumenti (dell'antichit) di dimensioni imponenti;
3) i nuraghi sono stati edificati impiegando "masse servili".
Esplicitando in tal modo l'inferenza, appare evidente quanto la validit
della premessa maggiore sia tutta da dimostrare: quali sono infatti le prove
(archeologiche e storiche) del fatto che tutti i monumenti (dell 'antichit) di
dimensioni imponenti siano stati edificati utilizzando "masse servili"?
D'altro canto, se sottoponiamo la realt nuragica ad un confronto comparativo con altre realt monumentali dell' antichit, l' attendibilit di tale
affermazione appare ancora pi incerta. ormai noto, ad esempio, che
anche per l'edificazione delle piramidi egizie (monumenti dell' antichit di
dimensioni ancora pi imponenti rispetto a quelle raggiunte dai nuraghi)
non venivano impiegati "schiavi", ma si ricorreva all'utilizzo di manodopera costituita da uomini liberi.
Nell' Antico Regno, doveva certamente esistere una numerosa manodopera addetta alla
costruzione delle piramidi, ma non ci restano particolari sul modo in cui questi uomini erano controllati e diretti, n sui luoghi dove erano alloggiati. La maggior parte della forza di
lavoro era formata da contadini reclutati. In teoria, ogni egiziano era tenuto a svolgere un
servizio di corve, e aveva l'obbligo di lavorare per lo stato un certo numero di giorni
all'anno. I pi ricchi evitavano questo servizio procurando dei sostituti o pagando per
essere esonerati, e cos erano i contadini che in pratica fornivano il lavoro. [... ] Bench i
contadini reclutati formassero la maggioranza della manodopera, anche nell'Antico
Regno vi sarebbero stati artigiani di professione e architetti responsabili del lavoro pi dettagliato sul complesso funerario, e questi sarebbero stati alloggiati vicino alle piramidi(64).

5. Conclusioni
Non spingo oltre, per ovvi motivi di spazio, l'analisi del testo di Giovanni Lilliu.
L'intento di queste brevi riflessioni, lo ribadisco, non era quello di esprimere giudizi di alcun genere sull' opera di Lilliu. Ci che ho tentato di fare
stato utilizzare un opera come La civilt nuragica, dotata di un innegabile carattere di "esemplarit", per mostrare che nessuna delle premesse,
anche linguistiche, parimenti alle ipotesi che, in qualunque fase della ricerca, vengono formulate dal ricercatore pu essere ritenuta (e conseguentemente trattata come) "scontata". anzi assai spesso proprio ci che ci appare "scontato" a richiedere da parte nostra una pi attenta verifica scientifica.
190

-.

necessario acquisire una maggiore e collettiva consapevolezza in


merito alla forte carica interpretativa implicita in ogni singola scelta linguistica compiuta dall'archeologo quando traduce la realt materiale in
discorso archeologico.
Come ci ricorda infatti molto opportunamente Umberto Eco in un suo
recente lavoro dedicato al tema della traduzione:
Che cosa vuole dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la
stessa cosa in un'altra lingua. Se non fosse che, in ogni luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi "dire la stessa cosa", e non lo sappiamo bene per
tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche. In secondo luogo perch, davanti ad un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa. Infine, in certi
casi, perfino dubbio che cosa voglia dire dire. [... ] Ecco il senso dei capitoli che
seguono: cercare di capire come, pur sapendo che non si dicemailastessacosa.si
possa dire quasi la stessa cosa. A questo punto ci che fa problema non pi tanto
l'idea della stessa cosa, n quella della stessa cosa, bens l'idea di quel quasi. Quanto deve essere elastico quel quasi? [... ] Stabilire la flessibilit, l'estensione del quasi
dipende da alcuni criteri che vanno negoziati preliminarmente. Dire quasi la stessa
cosa un procedimento che si pone [... ] all'insegna della negoziazione(65).

Perch dunque la traduzione dei testi archeologici in discorso archeologico acquisisca un maggiore rigore termino logico e quindi teoricometodologico, occorre, a mio avviso, che la preliminare negoziazione dei
criteri traduttivi assuma anche in ambito archeologico il valore di abituale prassi operativa.
In tal modo non arriveremo certo ad annullare la presenza di quel quasi che ci separa dalla cosa che, traducendo, aspiriamo a comprendere, ma
per lo meno potremo tentare di quantificare e qualificare scientificamente i tratti distintivi della cosa che aspiriamo a tradurre.

191

NOTE
(1)
(2)

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(4)

(5)

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(7)
(8)

(9)
(10)

192

CALVINO1995, p. 325-326.
Il concetto di archeologia su cui incentrato l'articolo di Calvi no da intendersi nella peculiare accezione foucaultiana. Per un approfondimento in merito a tale concetto, si vedano, in
particolare: FOUCAULT1966; FOUCAULT1969; GINZBURG1979; CELATI2001; MELANDRI2004.
Gi l'uso di questa e di altre espressioni semanticamente affini, ricorrenti nella letteratura
archeologica, meriterebbe un'analisi specifica ed approfondita che in questa sede non mi
possibile affrontare.
Come ci ricorda Umberto Eco, sorge il sospetto che [il soggetto] sia pur sempre una collettivit di soggetti (Eco 1984, pp. 53-54). In questa sede il termine "archeologo" dovr
quindi essere sempre inteso come riferito alla collettivit di soggetti costituita dall'insieme
degli interessi che accomunano gli archeologi nelle loro ricerche, in questo senso designante un preciso "soggetto cognitivo" mosso da un proprio specifico interesse scientifico.
Al termine "contaminazione" si tende ad attribuire, pi o meno esplicitamente, una valenza
semantica negativa, tanto pi se impiegato per designare l'esito dei rapporti tra individui appartenenti ad entit culturalmente eterogenee. In realt per, che la "contaminazione" o il "contagio" tra entit culturalmente eterogenee debba sempre e necessariamente generare esiti negativi una convinzione la cui validit appare niente affatto scontata. Sul tema, a cui qui non posso che accennare di sfuggita, esiste una vastissima e assai stimolante letteratura, soprattutto
pertinente all'ambito della riflessione antropologica. Tra le tante segnalazioni possibili, d'obbligo il rimando a SPERBER1996, in cui viene proposta in forma esplicita e articolata una teoria epidemiologica degli scambi culturali. Di grande interesse anche il dibattito seguito alla
pubblicazione di tale proposta, di cui segnalo alcuni esempi significativi: CHEYRONNAUD,
ROUSSIN,VIGARELLO1998; MANETTI,BARCELLONA,
RAMPOLDI2003; MANETTI2004.
FOUCAULT1971, trad. it. 2001, p. 21. Troviamo una esplicita indicazione in merito ali "utilit di affrontare un'analisi critica del discorso archeologico nella prospettiva indicataci da
Foucault in MALINA,VASICEK1990, trad. it. 1997, p. 199. In ADAM,BOREL,CALAME,KILANI 1995, ci viene offerta una acuta riflessione critica sul discorso antropologico che, prendendo le mosse proprio dal concetto foucaultiano di "discorso", pu offrire molti spunti
applicativi anche in ambito archeologico. Per un approccio semiotico all'analisi dei discorsi scientifici, si veda, in particolare: BASTIDE2001. Per un approccio all'analisi semiotica di
un certo modo, molto diffuso, di impostare gli articoli di divulgazione scientifica, si veda, da
ultimo: POZZATO2004. Per un'analisi dei discorsi scientifici in ambito archeologico, si vedano, in particolare: GARDIN1974; GARDIN1995. Tra i vari meriti attribuibili alla definizione
foucaultiana di "discorso", mi pare debba essere segnalato quello di rendere esplicita la
valenza di inquadramento metacomunicativo che ogni codice discorsivo assume inevitabilmente per chiunque si trovi ad operare al suo interno. Troviamo una esplicita definizione del
concetto di "inquadramento metacomunicativo", accompagnata da una vasta ed illuminante
riflessione critica su tale concetto, nel fondamentale BATESON1972.
CLARKE1968, trad. it. 1998, p. 27.
KUHN 1970, trad. it. 1978, p. 70. La legittimit dell 'utilizzo, anche in ambito archeologico,
dello "strumentario concettuale" elaborato da Kuhn suffragata dal fatto che la stessa
comunit scientifica degli archeologi ad aver adottato da tempo il concetto kuhniano di
"paradigma" per descrivere le proprie procedure di ricerca e per ragionare criticamente su di
esse, anche se da questa scelta, come ho cercato di dimostrare in altra sede (SIRIGU2004a),
non sono state tratte tutte le dovute conseguenze logiche.
FOUCAULT1971, trad. it. 2001, p. 23.
anzi proprio nel momento in cui si instaura una dinamica dialogica con il "mondo esterno" ad uno specifico "universo" disciplinare che si percepisce con maggior evidenza la forza strutturante del principio di controllo della produzione del discorso. La forza e la pervasivit di tale principio si manifestano infatti non solo all 'interno di ogni specifico ambito
scientifico, regolandone anche le dinamiche di accesso, ma anche all'esterno, giungendo a
determinare la nascita e i connotati di quel genere di discorso che potremmo definire parascientifico, strutturato per sempre secondo specifici vincoli linguistico-argomentativi
non
meno forti di quelli che connotano il discorso propriamente scientifico.

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STAROBINSKI
1974, trad. it. 1981, p. 193.
BARTHES1964, trad. it. 1992, pp. 13-14.
BARTHES1964, trad. it. 1992, p. 14.
HJELMSLEV1943, trad. it. 1961, p. 6.
BECCARIA1996.
GUIDI 1994,p. 100.
FINLEY1971, 1975, trad. it. 1981, pp. 84-106.
BLOCH1959, trad. it. 1969, pp. ]36-160.
BLOCH1959, trad. it. 1969, p. 137.
BLOCH1959, trad. it. 1969, p. 137.
BLOCH1959, trad. it. 1969, p. 137.
BLOCH1959, trad. it. 1969, p. 140.
BLOCH1959, trad. it. 1969, p. 138.
BLOCH1959, trad. it. 1969, p. 139.
BLOCH1959, trad. it. 1969, p. 140.
BARTHES1964, trad. it. 1992, p. 81.
quanto propongo, in forma pi esplicita e articolata di quanto non mi sia possibile fare in
questa sede, in SIRIGU2002.
Ne] parlare di "testo archeo]ogico" faccio riferimento ad un concetto pienamente assimi]abile a quello di testo semiotico. Per un esame specifico del concetto rinvio a due miei precedenti lavori: SIRIGU2002 e SIRIGU2006a.
QUINE 1960.
PRIETO] 995, p. 9.
Uso vo]utamente i] termine "comprensione" in luogo del termine "conoscenza". Ritengo
infatti che i] fine della ricerca archeo]ogica possa (e debba) essere non so]o]a conoscenza del
passato ma anche ]a comprensione dei fenomeni storici. Per un sintetico quanto illuminante
approfondimento critico delle propriet logiche che legano - e perci stesso separano - questi due concetti, rinvio a: PETRILLI2004.
BROOKS1984, trad. it. 1995, p. VII.
Per un approfondimento critico su questo tema, anche se rivolto all'ana]isi della funzione
narrativa come strumento storiografico, mi limito a tre segna]azioni bibliografiche: WHITE
1973; TOPOLSKI]997; SCARANO2004.
Che pure meriterebbe (e, a mio avviso, necessiterebbe di) ben altro spazio a disposizione per
una specifica ed estesa trattazione analitica.
CALVINO1995, pp. 18]8-]819.
ASSMANN1997, trad. it. 2000, pp. 25-26. Esu]a dagli obbiettivi di questo lavoro un'analisi
approfondita del testo di Lilliu finalizzata a mettere in luce eventuali implicazioni mnemostoriche. Sono convinto per che tale analisi meriterebbe di essere condotta. Spero in futuro
di avere occasione di assumere questo impegno.
CALVINO1995, p. 1818.
CALVINO1995, p. 1819.
CALVINO1995, p. 1821. Per una approfondita e stimolante riflessione sul concetto di "classico", segnalo anche il recente SETTIS2004.
GENETTE1987, trad. it. 1989, p. 3.
GENETTE]987, trad. it. 1989, p. 3.
GENETTE1987, trad. it. 1989, p. 4.
Di estremo interesse, anche se non percorribile in questa sede, appare una prospettiva di analisi
finalizzata all'individuazione degli attributi culturali abitualmente riconosciuti dagli studiosi
come peculiari della "civilt nuragica" utilizzando gli strumenti concettuali elaborati da] semiologo russo Jury M. Lotman. Per una presentazione di sintesi dei fondamenti teorici che guidano
lo studio della tipologia della cultura, rinvio alla lettura di LOTMAN,USPENKIJ]995.
LEROI-GOURHAN]988, trad. it. 1991, p. ]80.
LEROI-GOURHAN]988, trad. it. 1991, p. 157.
Lo spazio del "paratesto" pu essere ulteriormente articolato in un peritesto e in un epitesto. Col
termine peritesto Genette designa tutti quegli elementi paratestuali che trovano una collocazione fisica nei pressi immediati (quando non addirittura "neg]i interstizi") del testo: titolo, prefa-

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zione, titoli dei capitoli, certe note (GENETTE1987, trad. it. 1989, p. 6); col termine epitesto si
designa invece l'insieme di tutti i messaggi che si trovano, almeno originariamente, all'estemo
del libro: generalmente in ambito mediatico (interviste, conversazioni), o in forma di comunicazione privata (corrispondenze, giomali intimi, e altro)>>(GENETTE1987, trad. it. 1989, p. 7).
LILLIU1984, p. 9.
SAUSSURE1922, trad. it. 1991, pp. 85-86.
HJELMSLEV1943, trad. it. 1968, pp. 52-65; BARTHES1964, trad. it. 1992, pp. 34-44; Eco
1975, pp. 76-81.
HJELMSLEv1943.
BARTHES1964, trad. it. 1992, p. 45.
Secondo Saussure, l'arbitrariet totale nel caso del segno linguistico, mentre per quanto
riguarda gli altri generi di segni pu essere parziale, pu cio esistere (come nel caso dei simboli) un qualche legame naturale tra il significante e il significato che concorrono a formare
un dato segno (SAUSSURE1922, trad. it. 1991, pp. 85-88). Peirce attribuisce agli indici e alle
icone (che, insieme ai simboli, rappresentano, nella sua codificazione, i tre principali tipi di
segni) una qualche motivazione che giustifichi il loro 'essere segno' rispetto al proprio referente (PEIRCE 1931-1935, trad. it. 1980, pp. 139-141). Eco ha sostenuto che in realt il problema dell' arbitrari et del segno pi complesso di quanto Saussure e Peirce non avessero
supposto, e che il carattere di convenzionalit presente, in qualche misura, in tutti i tipi di
segni (Eco 1975, pp. 256-284). Qualunque sia l'importanza data al carattere di arbitrari et dei
segni, esso non va mai confuso con la possibilit di un uso arbitrario dei segni stessi da parte dei singoli soggetti, i quali sono sempre sottoposti ai vincoli stabiliti dalle convenzioni
sociali. Proprio l'arbitrariet del segno spinge quindi il sistema a rafforzare i vincoli entro cui
un segno pu essere correttamente impiegato (SAUSSURE1922, trad. it. 1991, p. 87).
LILLIU1984, p. 9. Il fenomeno del reimpiego rappresenta uno dei problemi interpretativi pi
seri tra quelli con cui l'archeologo deve fare i conti nella sua pratica operativa. Di grande utilit potrebbe dunque rivelarsi un sistema tassonomico capace di inquadrare all'intemo di una
organica struttura logica i differenti tipi di reimpiego in cui l'archeologo pu concretamente
imbattersi. Di grande interesse, anche per la potenziale utilit applicativa in campo archeologico, mi pare in questo senso la classificazione delle modalit di reimpiego proposta in
Eco 1998. Desidero ringraziare sentitamente il Professor Eco per avermi inviato, con un atto
di grande cortesia, questo suo contributo.
LILLIUI984,pp.217-219.
Senza una chiara presa di posizione rispetto a tali problemi di natura logica, si pu giungere (e di fatto c' chi giunto) ad affermare, con evidente forzatura ideologica, che esista una
sostanziale identit culturale tra i sardi nuragici e i sardi di oggi, utilizzando i dati archeologici (o, pi propriamente, una loro lettura interpretativa) come fondamento giustificativo
di tale affermazione. Ho affrontato il problema in SIRIGU2004a e in SIRIGU2006.
LILLIU1984, p. 9.
LILLIU1984, p. 9.
Per un approfondimento critico delle innumerevoli implicazioni logiche e filosofiche inerenti all'uso del concetto di analogia, rinvio al (gi citato) fondamentale: MELANDRI2004.
Troviamo una riflessione particolarmente lucida sull'uso del concetto di 'modelli' in ambito
archeologico in CLARKE1968, trad. it. 1998, pp. 43-72. Per una riflessione pi generale sull'uso di tale concetto in ambito scientifico, d'obbligo rinviare al fondamentale BLACK1962.
Per un chiarimento tecnico del concetto di "connotazione", rinvio alla lettura di BARTHES
1964, trad. it. 1992, p. 79; VOLLI2000, p. lO.
BARBERO,FRUGONI1998, p. 63.
Per un'introduzione critica al problema della definizione del concetto di "trib" rinvio, oltre
che al fondamentale BENVENISTE1969, trad. it. 1976, pp. 197-198 e 244-245, alla sintesi proposta in BONTE 1991; per un'introduzione di sintesi al concetto di "feudalesimo", si veda
GUERREAU1999.
LILLIU1984, p. 68.
DAVID1986, trad. it, 1989, p. 54.
Eco 2003, pp. 9-10.

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zione, titoli dei capitoli, certe note (GENETTE1987, trad. it. 1989, p. 6); col termine epitesto si
designa invece l'insieme di tutti i messaggi che si trovano, almeno originariamente, all'esterno
del libro: generalmente in ambito mediatico (interviste, conversazioni), o in forma di comunicazione privata (corrispondenze, giornali intimi, e altro)>>(GENETTE1987, trad. it. 1989, p. 7).
LILLIU1984, p. 9.
SAUSSURE1922, trad. it. 1991, pp. 85-86.
HJELMSLEV1943, trad. it. 1968, pp. 52-65; BARTHES1964, trad. it. 1992, pp. 34-44; Eco
1975, pp. 76-81.
HJELMSLEV1943.
BARTHES1964, trad. it. 1992, p. 45.
Secondo Saussure, l'arbitrariet totale nel caso del segno linguistico, mentre per quanto
riguarda gli altri generi di segni pu essere parziale, pu cio esistere (come nel caso dei simboli) un qualche legame naturale tra il significante e il significato che concorrono a formare
un dato segno (SAUSSURE1922, trad. it. 1991, pp. 85-88). Peirce attribuisce agli indici e alle
icone (che, insieme ai simboli, rappresentano, nella sua codificazione, i tre principali tipi di
segni) una qualche motivazione che giustifichi il loro 'essere segno' rispetto al proprio referente (PEIRCE1931-1935, trad. it. 1980, pp. 139-141). Eco ha sostenuto che in realt il problema dell'arbitrariet del segno pi complesso di quanto Saussure e Peirce non avessero
supposto, e che il carattere di convenzionalit presente, in qualche misura, in tutti i tipi di
segni (Eco 1975, pp. 256-284). Qualunque sia l'importanza data al carattere di arbitrari et dei
segni, esso non va mai confuso con la possibilit di un uso arbitrario dei segni stessi da parte dei singoli soggetti, i quali sono sempre sottoposti ai vincoli stabiliti dalle convenzioni
sociali. Proprio l'arbitrariet del segno spinge quindi il sistema a rafforzare i vincoli entro cui
un segno pu essere correttamente impiegato (SAUSSURE1922, trad. it. 1991, p. 87).
LILLIU1984, p. 9. Il fenomeno del reimpiego rappresenta uno dei problemi interpretativi pi
seri tra quelli con cui l'archeologo deve fare i conti nella sua pratica operativa. Di grande utilit potrebbe dunque rivelarsi un sistema tassonomico capace di inquadrare all'interno di una
organica struttura logica i differenti tipi di reimpiego in cui l'archeologo pu concretamente
imbattersi. Di grande interesse, anche per la potenziale utilit applicativa in campo archeologico, mi pare in questo senso la classificazione delle modalit di reimpiego proposta in
Eco 1998. Desidero ringraziare sentitamente il Professor Eco per avermi inviato, con un atto
di grande cortesia, questo suo contributo.
LILLluI984,pp.217-219.
Senza una chiara presa di posizione rispetto a tali problemi di natura logica, si pu giungere (e di fatto c' chi giunto) ad affermare, con evidente forzatura ideologica, che esista una
sostanziale identit culturale tra i sardi nuragici e i sardi di oggi, utilizzando i dati archeologici (o, pi propriamente, una loro lettura interpretativa) come fondamento giustificativo
di tale affermazione. Ho affrontato il problema in SIRIGU2004a e in SIRIGU2006.
LILLIU1984, p. 9.
LILLlU 1984, p. 9.
Per un approfondimento critico delle innumerevoli implicazioni logiche e filosofiche inerenti all'uso del concetto di analogia, rinvio al (gi citato) fondamentale: MELANDRI2004.
Troviamo una riflessione particolarmente lucida sull'uso del concetto di 'modelli' in ambito
archeologico in CLARKE1968, trad. it. 1998, pp. 43-72. Per una riflessione pi generale sull'uso di tale concetto in ambito scientifico, d'obbligo rinviare al fondamentale BLACK1962.
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1964, trad. it. 1992, p. 79; VOLLI2000, p. IO.
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che al fondamentale BENVENISTE1969, trad. it. 1976, pp. 197-198 e 244-245, alla sintesi proposta in BONTE 1991; per un'introduzione di sintesi al concetto di "feudalesimo", si veda
GUERREAU1999.
LILLIU1984, p. 68.
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