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IFOLD

2007
Corso K3

Archeologia e storia della Sardegna antica

Materiale didattico elaborato dal docente:


Dott. Roberto Sirigu

1
Che cos’è la memoria culturale?

2
L’espressione memoria culturale è stata creata dagli studiosi
Aleida e Ian Assmann.

Essi definiscono memoria culturale la trasmissione del senso del


passato, ossia il «patrimonio di sapere fondativo
dell’identità di un gruppo, che viene oggettivato in
dispositivi di memoria o in forme o pratiche
simboliche».

(Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria e del ricordo, Milano,
2002, p. 316)
3
Questo concetto è fondamentale e merita quindi di essere
spiegato ulteriormente.
L’uomo è un animale sociale. Egli vive organizzato in gruppi,
ciascuno dei quali si è dato una specifica organizzazione sociale,
fatta di regole di comportamento.
Alcune di queste regole hanno il valore e la forza normativa
di legge: è il caso dell’insieme di norme fondamentali che
chiamiamo costituzione, fondamentali perché a loro volta
rappresentano il fondamento dell’insieme di norme che
costituiscono il nostro ordinamento legislativo.
4
Altri tipi di regole comportamentali non raggiungono la
forza e la forma di vere e proprie “leggi”, ma
rappresentano ugualmente un sistema di norme che
regolano i comportamenti di una data comunità, di un
dato gruppo sociale: è il caso delle mode, che
determinano le nostre scelte nel modo di vestirci, di
muoverci, di trascorrere il nostro tempo libero, ecc.

5
Questo insieme di regole comportamentali rappresenta
un elemento fondamentale di quella che possiamo
definire l’identità sociale di un determinato gruppo umano.
Ma tutto ciò non basta per poter definire pienamente
l’identità sociale di un determinato gruppo umano.
Occorre infatti che gli individui che si riconoscono
reciprocamente come membri legittimi di una data
comunità condividano anche una comune memoria
collettiva.
6
Con l’espressione memoria collettiva si intende l’insieme di
eventi che tutti i membri di un dato gruppo sociale
devono e vogliono ricordare appunto perché essenziali per il
costituirsi della propria identità di membri di quella data
comunità.
Gli eventi che possono entrare a far parte della memoria
collettiva possono essere di natura molto diversa.
7
Esemplifichiamo.
Prendiamo come “gruppo sociale” di riferimento l’intera
umanità, e chiediamoci: quali potranno essere gli eventi che
possono essere inseriti a pieno titolo tra i ricordi che
compongono la memoria collettiva dell’intera “umanità”?
Eventi/ricordi di questo genere sono certamente un evento
positivo come lo sbarco del primo uomo sulla luna, oppure un
evento terribilmente negativo come la Shoah, il tentativo di
sterminio totale degli ebrei perpetuato dalla Germania
nazista durante la seconda guerra mondiale. 8
Se prendiamo invece come gruppo sociale di riferimento
gli italiani, esempi di eventi/ricordi che possono
rappresentare momenti importanti della memoria
collettiva possono essere il passaggio dalla monarchia alla
repubblica avvenuta grazie al referendum del 2 giugno
1946 (il primo, ricordiamolo, a suffragio universale); oppure
un avvenimento - certamente frivolo se paragonato al
precedente, ma carico di forza emotiva - come la vittoria
della nazionale di calcio ai mondiali del 1982. 9
Gli esempi appena proposti ci spingono a formulare una
domanda: quali e quanti ricordi possono entrare nella memoria
collettiva?
Dobbiamo forse immaginare la memoria collettiva come un grande
“contenitore” nel quale confluiscano tutti i possibili ricordi dei
membri di una data comunità?
Le ricerche scientifiche in questo campo ci dicono di no. Così
come la memoria individuale, anche la memoria collettiva è, per sua
natura, selettiva.
La memoria collettiva “seleziona” solo quei ricordi che
appartengono in qualche misura e in qualche forma all’identità
culturale di un dato gruppo. È in questo senso che la memoria
collettiva assume il valore e la funzione di memoria culturale. 10
Data l’importanza attribuita socialmente ai
ricordi che concorrono a formare la memoria
culturale di una determinata comunità, è
naturale che essi debbano essere salvaguardati,
cioè protetti dal rischio di essere dimenticati,
scivolando nell’oblio.
11
Una delle principali strategie di salvaguardia della

memoria culturale è la trasmissione in forma di

conoscenza dei ricordi che la compongono ai

membri del gruppo sociale che in essa si

riconosce.

12
Tra le principali forme che può assumere
la conoscenza degli elementi che
compongono la memoria culturale,
dobbiamo certamente segnalare il mito e
la storia.
13
Secondo Aleida Assmann, il mito racconta avvenimenti
pertinenti alla memoria funzionale, mentre la storia racconta
avvenimenti pertinenti alla memoria-archivio.
Detto altrimenti, nel mito confluirebbero ricordi che
appartengono alla “memoria vivente” o “funzionale”, le
cui caratteristiche sono: «l’essere inerente al gruppo, la
selettività, l’eticità e l’orientamento verso il futuro»; la
storia assumerebbe invece la funzione di “memoria-
archivio”, ossia «una sorta di memoria delle memorie,
che include tutto quanto abbia già perduto una relazione
vitale con il presente». 14
Che cosa indica l’espressione cultura materiale?
Per cultura materiale si può intendere quella particolare
dimensione della sfera culturale umana costituita da tutto
ciò che l’essere umano produce e/o utilizza per condurre
la propria esistenza. Molto ampia dunque è la serie di
elementi che concorrono a definire la cultura materiale:
oggetti di uso quotidiano, produzioni artistiche, edifici,
monumenti, ecc.
L’archeologia è la disciplina scientifica che studia in maniera
specifica gli elementi della cultura materiale.
A che scopo e in che modo l’archeologia studia la cultura
materiale? 15
CHE COS’È UNA
DISCIPLINA SCIENTIFICA?

“Una disciplina viene definita da un campo d’oggetti, da un


insieme di metodi, da un corpus di proposizioni considerate
vere, da un gioco di regole e di definizioni, di tecniche e di
strumenti: tutto questo costituisce una sorta di sistema anonimo
a disposizione di chi voglia e possa servirsene, senza che il suo
senso o la sua validità siano legati a colui che ne è stato il
possibile inventore. [… Una disciplina è quindi] un principio di
controllo della produzione del discorso”.

(M. Foucault, “L’ordine del discorso”, in Il discorso, la storia, la


verità. Interventi 1969-1984, Einaudi, Torino, 2001, pp. 21-2316 )
MICHEL FOUCAULT
L’ordine del discorso

«La disciplina è un principio di controllo della


produzione del discorso. Essa gli fissa dei limiti col
gioco di una identità che ha la forma di una permanente
ritualizzazione delle regole»

17
Definizione di disciplina archeologica
«L’assunto da cui parte […] la ricerca scientifica in campo archeologico è
[questo]: il territorio in cui viviamo e il terreno che ci apprestiamo a scavare
non sono che il prodotto di un continuo divenire, di una continua
trasformazione in cui si intrecciano fenomeni naturali e attività umane.
Ogni attività umana (come del resto ogni fenomeno naturale) lascia infatti
una traccia nel terreno; si tratta di tracce più o meno evidenti, talvolta quasi
invisibili, che costituiscono la testimonianza dell’evoluzione naturale e
storica di un sito. Lo scopo della ricerca archeologica sarà dunque quello di
ricostruire la storia della presenza umana su un territorio partendo proprio
dall’analisi dei segni che questa vi ha lasciato».

(D. Manacorda, E. Zanini, Lo scavo archeologico, Dossier della rivista


“Archeo”, n. 35 del Gennaio 1988, Novara, p. 26.)
18
Definizione di storia
«Che cosa […] è la storia? “Storia” è […] parola polisemica [cioè dotata di
più di un significato] che ha conservato fino ai giorni nostri la sua ricchezza.
In senso proprio, colui che viene di solito indicato come l’inventore della
storia, almeno per quanto concerne il mondo occidentale, è Erodoto di
Alicarnasso, che non a torto Cicerone definì “pater historiae”. Egli, che vive
nel V secolo a.C., usa la parola istoríe (forma ionica di istoría, da una radice
indeuropea che significa “vedere”), fin dalle righe iniziali delle sue Storie, nel
senso di “ricerca”, ma anche “esito” della stessa. “Storia” indicherebbe
perciò tanto l’indagine dello studioso che l’acclaramento dei fatti che ne
consegue: esso si esprime propriamente in un racconto, cioè nella
narrazione di quei fatti che la ricerca ha portato alla luce».

(A. D’Orsi, Alla ricerca della storia. Teoria, metodo e storiografia, Paravia, Torino,
1999, p. XI) 19
L’archeologia dunque ricostruisce la storia della presenza
umana su un territorio partendo dall’analisi dei segni
materiali che questa vi ha lasciato.
La storia invece è l’indagine delle fonti scritte che mira a
scoprire ciò che è successo un tempo, a cui lo studioso
dà forma di racconto per cercare di stabilire il senso della
serie di eventi inseriti nel racconto.
Storia e archeologia sono dunque due discipline distinte, che
collaborano nel tentativo di ricostruire e di dare un
senso al passato dell’uomo.
20
Concentriamoci ora sull’archeologia.
Abbiamo detto che scopo dell’archeologia è ricostruire
la storia della presenza umana su un territorio partendo
dall’analisi dei segni materiali che questa vi ha lasciato.
A questi “segni” l’archeologo attribuisce valore di
testimonianza storica: essi diventano dunque le fonti a cui
l’archeologo si rivolge per attingere informazioni sul
passato che li ha prodotti.
Abbiamo usato i termini segno, fonte, testimonianza.
Proviamo ora a chiarirne il significato. 21
SEGNO
1. Oggetto, fatto o fenomeno che costituisca indizio o prova, o che si possa
ricondurre a un significato […]

FONTE
1. Vena d’acqua a getto continuo, sorgente; […] 2. fig. Principio (da cui
qualcosa emana o proviene direttamente) […] 3. Chiunque sia in grado di
offrire informazioni attendibili e di prima mano […] 4. Nelle discipline
storiche e filologiche, elemento utilizzabile ai fini della documentazione o
rilevabile come derivazione […]

TESTIMONIANZA
1. Dichiarazione fatta da un testimone (persona che può dar fede di un
fatto per averne diretta conoscenza) […] 2. Quanto costituisce una prova,
con un’idea implicita di manifestazione e di dimostrazione […]

(G. Devoto, G. C. Oli, Il dizionario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze, 2000) 22
Riepiloghiamo.
La realtà materiale è, per l’archeologo, segno del passato, cioè
fonte storica.
Essa infatti è, vista nella sua totalità, il prodotto di ciò che in
passato è accaduto - i fenomeni naturali - e delle azioni compiute
da chi in passato è vissuto - gli agenti umani.
La realtà materiale è dunque qualcosa che sta a qualcuno
(l’archeologo) per qualcosa (il ‘passato’ che l’ha prodotta) sotto
qualche rispetto o capacità (le singole informazioni che
l’archeologo desume dalla realtà materiale sul “passato” che
l’ha prodotta).
In questo senso possiamo dire che i segni che l’archeologo
coglie e interpreta sono per lui testimonianza degli avvenimenti
che li hanno prodotti. 23
Le fonti da cui l’archeologo può tentare di attingere
informazioni possono essere osservate, e quindi
organizzate, in varia maniera.
È cioè possibile proporre differenti forme di classificazione
delle fonti, ed è ciò che è avvenuto sia in ambito
archeologico sia in ambito storico.
Vediamo alcune delle principali classificazioni sinora
elaborate.
24
CLASSIFICAZIONE DELLE FONTI

Avanzi o Resti - quel che ci rimane del passato, lasciatoci


dagli uomini e dagli eventi privo di una percepibile
intenzione umana di passare alla posterità.

Fonti - ciò che è stato creato allo scopo deliberato di


lasciare un ricordo, una testimonianza per i posteri.

(Johann Gustav Droysen, 1808-1884)


25
CLASSIFICAZIONE DELLE FONTI

Resti - comprendono sia resti veri e propri, cioè gli atti o


fatti umani spogli dell’intenzione del ricordo, sia i
monumenti, vale a dire tutto ciò in cui è implicito l’intento
di conservare e tramandare la memoria.

Tradizione - trasmissione volontaria e consapevole di


conoscenze attraverso la narrazione (che può essere
figurata, orale, scritta).

(E. Bernheim, 1850-1942)


26
CLASSIFICAZIONE DELLE FONTI

Fonte Diretta: ciò che parla direttamente, ma


inintenzionalmente, del passato, cioè i suoi resti, e che
dunque non pongono problemi di credibilità , ma solo di
autenticità.

Fonte Indiretta: ciò che lascia una deliberata testimonianza


del passato, come le cronache e simili, e che pongono,
oltre a quello dell’autenticità, anche il problema della
credibilità dell’informatore.

(Jerzy Topolski, 1928) 27


CLASSIFICAZIONE DELLE FONTI

Fonte Primaria: fonti in senso proprio, documenti di


qualsivoglia genere coevi del periodo che stiamo
studiando: qualunque reperto, qualunque oggetto,
qualunque testo rimastoci del passato che è oggetto della
nostra indagine.

Fonte Secondaria: studi, interpretazioni, ricerche, in breve


ricostruzioni effettuate in epoca successiva, anche di
poco, e, quindi, ovviamente, non necessariamente
contemporanea allo studioso che fa la ricerca.
(Angelo D’Orsi, Alla ricerca della storia. Teoria, metodo e storiografia, Paravia,
Torino, 19992, p. 89) 28
Per riassumere, possiamo affermare che per l’archeologo
assume il valore di fonte primaria ogni elemento della
realtà materiale, pertinente alla fase storica di cui
l’archeologo si sta occupando in un dato momento, che
conservi traccia di contatto con un essere umano.
Tutto ciò che non rientra direttamente in questa
categoria, ma che offre comunque un qualche genere di
informazione utile all’archeologo per le proprie ricerche,
verrà classificato come fonte secondaria. 29
L’archeologo, cercando di districarsi tra questa serie di
possibili fonti, comincia la propria indagine sul passato.
Ma, a ben vedere, non solo nel giungere ad una
classificazione delle “fonti”, ma già con la decisione di
attribuire ad un dato “frammento” di realtà materiale (un
vaso, un mattone, un muro, ecc.) il valore documentario
di “fonte”, l’archeologo dimostra di agire seguendo una
serie di criteri logici che lo guidano nel corso delle proprie
ricerche. 30
È necessario quindi chiedersi esplicitamente: quali sono i
presupposti dell’indagine archeologica?
Il primo presupposto va ricercato in un principio, tanto
fondamentale da rimanere spesso nell’ombra, che il
filosofo Martin Heidegger ha chiamato principio di ragione.
Ecco la spiegazione di tale principio, nelle parole dello
stesso Heidegger:
31
«Che lo sappiamo oppure no, che vi prestiamo particolare
attenzione oppure no, il nostro soggiorno nel mondo e il nostro
andare sulla terra, sono ovunque in cammino verso delle ragioni,
verso il fondamento. Ciò che ci capita di incontrare viene
sondato: spesso ci limitiamo ad un sondaggio superficiale,
talvolta osiamo spingerci anche a ciò che sta più in profondità e
assai raramente giungiamo sino all’orlo degli abissi del pensiero.
Tuttavia pretendiamo che si dia fondamento alle asserzioni che
formuliamo su tutto ciò che ci circonda e ci riguarda. Sondare il
fondo e fondare determinano tutto il nostro fare e il nostro
lasciar stare».

(Martin Heidegger, Il principio di ragione, Adelphi, Milano, 1991 [1957])32


La parola archeologia, analizzata nella sua radice
etimologica, esprime pienamente questa aspirazione
umana alla ricerca dell’origine, del fondamento della realtà nel
quale viviamo.
Essa infatti è composta da due parole di origine greca:
archaios (άρχαîος), che significa antico, vecchio, primitivo,
originario, e a sua volta deriva da arché (άρχή), che
significa principio, cominciamento, ; e logos (λόγος), che
significa discorso.
L’archeologia può dunque essere definita come un
“discorso sull’antico”, ma anche “sull’origine in antico
del presente”) 33
L’archeologo avvia le proprie ricerche sul passato (il
proprio “discorso sull’antico”, ma anche “sull’origine in
antico del presente”) utilizzando come “fonte” la realtà
materiale, certo che la conformazione fisica assunta da tale
realtà sia (anche) frutto del passaggio dell’uomo sulla
terra.
È in questo senso che l’archeologo può affermare, come
abbiamo già ricordato, che
«lo scopo della ricerca archeologica [è] quello di ricostruire la
storia della presenza umana su un territorio partendo proprio
dall’analisi dei segni che questa vi ha lasciato. L’archeologo […]
interroga il terreno, esamina la stratificazione, vi individua e legge
i segni dell’uomo». 34
Una cosa però sono i principi e altra cosa è la messa in pratica dei
principi.
Dichiarare che la ricerca archeologica è fondata sul “principio di
ragione” dunque non basta: occorre vedere come l’archeologo
mette in pratica tale principio.
Passiamo allora ad esaminare più nello specifico come opera
l’archeologo.
Una spiegazione particolarmente esauriente (quanto involontaria)
del modo di procedere dell’archeologo ci viene offerta non da un
archeologo, ma da un famoso detective immaginario: Sherlock
Holmes.
Ecco come egli descrive assai efficacemente il proprio modo di
operare nel corso delle indagini che lo vedono protagonista.35
«Nel risolvere un problema di questo genere, l’essenziale
è saper ragionare a ritroso.
È una tattica utile è saggia, ma pochi se ne servono,
forse perché, nella vita d’ogni giorno, è più pratico far
seguire al ragionamento la direzione del tempo.
Ci sono cinquanta persone che sanno ragionare
sinteticamente contro una che sa ragionare
analiticamente».
(Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, Mondadori, Milano, 1996 [1887],
p. 140) 36
«Se lei descrive una certa sequela di eventi, gli ascoltatori,
per la maggior parte, le diranno quali potranno essere le
conseguenze degli stessi eventi. Sono capaci di mettere
assieme mentalmente le circostanze e di arguire quello
che accadrà in seguito. Ben poche, viceversa, sono le
persone che, venendo a conoscenza di un fatto, riescono
a dedurne le circostanze che l’hanno provocato. A
questa facoltà alludo, quando parlo di ragionamento a
ritroso o analitico».
(Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, Mondadori, Milano, 1996 [1887],
p. 140) 37
Anche l’archeologo, come il detective, ragiona a ritroso.
Parte dall’osservazione dello stato attuale della
“porzione” di realtà materiale - un’area geografica; un sito
archeologico; un oggetto - che ha isolato allo scopo di
sottoporla ad indagine e, procedendo a ritroso (sia
mentalmente, sia fisicamente), cerca di risalire alle cause
che, nel corso del tempo, hanno portato quella
determinata “porzione di realtà materiale” ad assumere
quella specifica conformazione fisica. 38
Questa capacità di “ragionare a ritroso” non ha nulla di
straordinario, anche se, come ci ha ricordato Sherlock
Holmes, si tratta di un modo di ragionare che non si è
soliti praticare.
Ciò significa che chiunque, sollecitato in modo
opportuno ad esercitare questo tipo di ragionamento,
può ragionare come un archeologo o come un detective.
39
Giunti a questo punto del nostro percorso, sorge una
questione di una certa rilevanza.
Infatti, assimilando il modo di ragionare dell’archeologo
a quello del detective, abbiamo certamente compiuto un
passo avanti importante nel tentativo di inquadramento
generale dell’attività d’indagine archeologica, ma non
abbiamo risolto tutti i nostri problemi.
Resta, ad esempio, da chiarire una differenza essenziale
che intercorre tra l’attività indagatrice del detective e quella
dell’archeologo, riguardante l’oggetto delle rispettive
indagini. 40
Chiediamoci allora: in base a quali criteri l’archeologo decide
verso quale “porzione di realtà materiale” rivolgere la propria
attenzione?
Detto in forma ancora più esplicita: perché si decide di
intervenire con una campagna di scavi in un determinato
sito e non in un altro? Perché si decide di prendere in
esame un determinato insieme di materiali, ad esempio
un insieme di vasi in ceramica provenienti da un
determinato sito, e non altri? 41
Nel caso del detective, il problema sembra non porsi (per
lo meno, non in forma così radicale).
Il detective infatti interviene con la propria azione
indagatrice lì dove ha avuto luogo un reato, spinto da una
sollecitazione espressamente regolata dalla legge: egli
insomma non solo può, ma deve intervenire in quel dato
momento e in quel dato luogo.
Per l’archeologo la situazione è più complessa.
42
Anche all’archeologo può succedere di dover intervenire
con la propria indagine in un dato sito per assolvere ad
un obbligo di legge.
È la situazione in cui molto spesso si trovano ad agire gli
archeologi che operano all’interno delle soprintendenze (gli
organi preposti dallo Stato alla tutela del patrimonio
archeologico e storico-artistico italiano), quando lavori
di varia natura (edilizi, agricoli, ecc.) hanno luogo sia in
siti archeologici già noti sia in siti sconosciuti e possono
produrre (o hanno, purtroppo, già prodotto) danni al
patrimonio archeologico. 43
In altri casi, ad esempio quando ad agire è un archeologo
che opera all’interno delle università (le istituzioni
espressamente create dallo Stato al fine di svolgere
attività di ricerca e didattica), la libertà d’azione è
maggiore perché svincolata dalle impellenze della tutela.
In questi casi l’archeologo può, in linea di principio,
decidere con maggiore libertà verso quale luogo o verso
quale categoria di oggetti rivolgere la propria attenzione
scientifica. Ma proprio qui sorge il problema.
44
Infatti, anche noi, come Jean Starobinski:

«ammettiamo che la scelta dell’argomento di studio non è


innocua, che implica già un’interpretazione preliminare ed è
ispirata dal nostro presente interesse. Riconosciamo che non è
un semplice dato, ma un frammento di universo che è circoscritto
dal nostro scopo. Riconosciamo anche che il linguaggio con cui
indichiamo un dato è già lo stesso linguaggio con cui più tardi lo
interpreteremo».

(Jean Starobinski, La letteratura: il testo e l’interprete, in: Fare storia, Einaudi,


Torino, 1981 [1974], p. 193) 45
Ciò significa che l’archeologo, come d’altronde qualunque
altro studioso di qualunque altra disciplina, deve (o per lo
meno dovrebbe) rendere conto non solo dei risultati delle
proprie ricerche, ma anche delle ragioni che lo hanno spinto a
scegliere un determinato argomento di studio anziché un
altro.
Torniamo dunque alla domanda: quale criterio guida
l’archeologo nello scegliere il proprio argomento di studio?
Ebbene, tale criterio non può che essere quello che il
semiologo Luis Prieto ha definito criterio di pertinenza.
46
Ecco come lo stesso Luis Prieto ci spiega questo concetto.

«Accanto alla distinzione tra conoscenza vera e conoscenza falsa


[è necessario introdurre] la distinzione tra conoscenza “totale” e
conoscenza “parziale”. Delle conoscenze “totali” di un dato
oggetto materiale, ce n’è soltanto una vera, mentre di conoscenze
“parziali” ce ne possono essere un’infinità. […] È indubbio che il
carattere storico-sociale delle conoscenze presuppone la
possibilità di costruire, di uno stesso oggetto, conoscenze diverse
e che siano ciononostante tutte vere. Per spiegare però tale
carattere bisogna ancora stabilire, da una parte, perché si
costruiscono conoscenze “parziali” e, d’altra parte”, perché,
costruendole, si prende in considerazione una data parte
dell’oggetto anziché un’altra. »

(Luis Prieto, Saggi di semiotica. I. Sulla conoscenza, Pratiche Editrice, Parma,


1989, pp. 10-11) 47
È nel momento della scelta tra le infinite conoscenze parziali di un
oggetto che entra in gioco il concetto di pertinenza:

«La validità di una […] conoscenza dipende non soltanto, come


viene solitamente ammesso, dalla sua verità, ma anche dalla sua
pertinenza. La sua pertinenza appare persino come un criterio di
validità logicamente anteriore a quello costituito dalla verità
poiché la questione della verità di una conoscenza si pone
soltanto per una conoscenza già considerata come pertinente.
Ora, se la verità è un rapporto tra la conoscenza e l’oggetto, la
pertinenza è invece un rapporto tra la conoscenza e il soggetto,
per definizione storico sociale, che la costruisce e se ne serve».

(Luis Prieto, Saggi di semiotica. I. Sulla conoscenza, Pratiche Editrice, Parma,


1989, p. 9) 48
«Una conoscenza è storico-sociale perché, così come essa è
necessariamente vera o falsa, essa è pure - e, in senso logico,
prioritariamente - necessariamente pertinente o non pertinente e
la sua pertinenza dipende dagli interessi del soggetto,
storicamente e socialmente condizionati. Il fatto di essere
“parziale” non costituisce per nulla, per una conoscenza, una
specie di tara conseguente alla limitatezza dell’intelligenza che
l’ha costruita: anzi, il considerare nell’oggetto solo quello che
conta per i propri interessi, ossia solo ciò che fa sì che l’oggetto
realizzi o meno il concetto pertinente per tali interessi, costituisce
il fondamento stesso della conoscenza».
(Luis Prieto, Saggi di semiotica. I. Sulla conoscenza, Pratiche Editrice, Parma,
49
1989, pp. 11-12)
Proviamo ora ad esemplificare.
Mettiamo il caso che in un dato territorio siano presenti
differenti monumenti archeologici, tutti dotati di un certo
indiscusso valore culturale.
Come agirà concretamente l’archeologo, posto dinnanzi alla
necessità di scegliere verso quale di questi monumenti
concentrare la propria attenzione scientifica?
Come ci ha efficacemente mostrato Luis Prieto, il criterio di
oggettività in questa prima fase non ci è di nessun aiuto: quei
monumenti sono tutti oggettivamente antichi e tutti
oggettivamente interessanti. Come scegliere?
Qui entra in gioco il criterio di pertinenza. 50
Il criterio di pertinenza può manifestarsi in vario modo spingendo
l’archeologo a compiere differenti generi di scelte. Egli potrà così
scegliere:
1) in base alle proprie specifiche competenze: se, ad esempio, l’archeologo è
un esperto di archeologia classica, potrebbe legittimamente tendere a
privilegiare lo scavo di una villa di età romana anziché quello di un
nuraghe;
2) in base alle concrete condizioni d’intervento: se, mettiamo il caso, il
finanziamento a disposizione dovesse essere sufficiente per un
intervento di piccola entità, l’archeologo potrebbe optare per il
monumento il cui scavo richiederà l’impiego di minori risorse
economiche e umane;
3) in base alle prospettive di tutela: se le risorse economiche dovessero
rivelarsi sufficienti per l’intervento di scavo ma non per il successivo e
necessario restauro e consolidamento del monumento riportato alla luce,
l’archeologo potrebbe convogliare il finanziamento verso una campagna
di ricognizione di superficie, che consenta di acquisire una migliore
conoscenza delle risorse archeologiche presenti nel territorio;
4) ecc. 51
Sottolineare l’importanza del criterio di pertinenza non significa in
alcun modo abbandonarsi all’idea che le scelte di carattere
scientifico debbano essere governate dall’arbitrio.
È vero semmai il contrario.
Riconoscere infatti la priorità del criterio di pertinenza rispetto al
criterio di oggettività consente una verifica più agevole della bontà
delle ragioni che possono essere addotte per giustificare
determinati interventi.
Sarà così più semplice individuare e respingere quelle
giustificazioni che, ad esempio, possono essere di carattere
eccessivamente personale (ad esempio l’antipatia che un
determinato ricercatore può provare nei confronti di un certo
territorio o di una determinata fase storica) o comunque non
scientificamente fondate. 52
Il riconoscimento del ruolo fondamentale svolto dal criterio di
pertinenza nel corso dell’indagine archeologica ci consente anche
di comprendere quale atteggiamento debba adottare l’archeologo
nei confronti dell’insieme dei dati che egli si trova a dover
“fronteggiare” nel corso dell’indagine.
Non dobbiamo infatti dimenticare che la realtà materiale, vista
nel suo insieme, rappresenta un problema interpretativo non da
poco: come fare a “disarticolarla” in parti più piccole e perciò
gestibili?
Il sistema più corretto è attribuire ad ogni “porzione di materia”
preso in esame nel corso dell’indagine il valore di un testo.
53
«L’atto semiotico fondamentale non consiste […] nella
produzione di segni, ma nella comprensione di un senso.
Questo non significa innanzitutto ricondurre un oggetto
significante (o representamen) a una legge generale di tipo
ipotetico (se c’è questo allora quello) ma semmai porlo come un
testo e cioè interrogarsi sul perché di quell’oggetto, dunque
innanzitutto sulla sua differenza rispetto al contesto
(differenza sintagmatica), sulla sua differenza rispetto a quel
che potrebbe essere al suo posto (differenza paradigmatica) e
sulla ragione di queste differenze – che sono sempre ragioni,
reti di ipotesi principali e accessorie che costituiscono la
testualità dell’oggetto».

(Ugo Volli, Manuale di semiotica, Laterza, Roma-Bari, 2000, pp. 13-14) 54


Cerchiamo dunque di comprendere cosa ciò significhi
concretamente, partendo ancora una volta dalla etimologia del
termine “testo”.
Il termine “testo” deriva dal latino textus, participio passato
del verbo texere, che significa ‘tessere’, ‘intrecciare’.
Come un “tessuto” è la combinazione di elementi più
elementari (i fili della trama), così un “testo” è un “intreccio”
di elementi che concorrono insieme a formare una realtà
nuova e diversa da quella di ciascuno degli elementi che,
associati tra loro, concorrono a comporre il testo.
55
Più precisamente, con il termine “testo” vogliamo intendere:
1) qualunque concreto insieme di segni;
2) delimitato da precisi confini extratestuali;
3) strutturalmente organizzato.
(Jurij M.Lotman, La struttura del testo poetico, Mursia, Milano, 1972 [1970], pp. 67-
69).
Facendo riferimento a questa definizione di “testo”, chiediamoci
ora: quali possono essere le “porzioni di realtà materiale” che
l’archeologo può legittimamente considerare “testi archeologici”?
Una regione può certamente essere considerata un testo.
Un sito può certamente essere considerato un testo.
Un monumento può certamente essere considerato un testo.
Un oggetto può certamente essere considerato un testo. 56
L’archeologo, anche quando non ne è pienamente
consapevole, segue abitualmente questi principi
concettuali e operativi.
Egli innanzi tutto delimita specifiche “porzioni di realtà
materiale” verso cui volge la propria attenzione
indagatrice.
Identifica così una regione geografica, un sito, un monumento,
un oggetto, ecc. e in tal modo pone come testi ciascuna di tali
“porzioni di realtà materiale”. 57
Successivamente si interrogherà sul perché di ciascuna di tali
“porzioni”, cercando di cogliere le differenze che separano
ciascuna “porzione” dal proprio contesto.
Il “contesto” di una specifica regione come la Sardegna
potrà essere la penisola italiana oppure l’intero continente
europeo; il “contesto” di un sito come Seruci potrà essere lo
specifico distretto geografico in cui il sito è inserito, come il
territorio del comune di Gonnesa, oppure l’area più ampia
dell’intero Sulcis-Iglesiente; un monumento come il nuraghe
di Seruci potrà essere posto “in contesto” rispetto al sito; gli
oggetti rinvenuti all’interno del nuraghe di Seruci potranno
essere contestualizzati rispetto alle specifiche aree di
provenienza all’interno del monumento. 58
Ciascuna “porzione di realtà materiale” potrà poi essere
posta in relazione con quel che potrebbe “essere al suo
posto”.
Saranno così indagate le differenze tra:
una regione come la Sardegna e altre regioni più o meno
simili; un sito come Barumini e altri siti più o meno simili;
un nuraghe come quello di Su Nuraxi e altri nuraghi; un
olla rinvenuta a Su Nuraxi e altre olle tipologicamente
più o meno affini; e così via.
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È ora giunto il momento di rispondere ad una nuova,
ineludibile domanda: quali sono gli strumenti impiegati
comunemente nell’indagine archeologica?
Da quanto abbiamo detto sinora appare chiaro che il
principale strumento, di cui nessun archeologo può fare
a meno, non può che essere la mente.
Cosa dobbiamo intendere con questo termine?
Marvin Minsky, uno dei massimi studiosi di Intelligenza
Artificiale, ci aiuta a rispondere a questa domanda. Ecco
la sua risposta:
«la mente è semplicemente ciò che fa il cervello».
(Marvin Minsky, La società della mente, Adelphi, Milano, 1989, p. 20) 60
Ci avviciniamo dunque sempre più a comprendere
come l’archeologo possa giungere ad interpretare i dati
materiali.
Ma possiamo e dobbiamo essere ancora più precisi.
Ripartiamo da una frase che abbiamo già citato:

«L’archeologo […] interroga il terreno, esamina la stratificazione,


vi individua e legge i segni dell’uomo».

Questa frase sintetizza chiaramente un aspetto


importante dell’attività di ricerca dell’archeologo: il fatto
che egli interagisca non solo concettualmente
(“interrogando” il terreno), ma anche fisicamente con61la
porzione di spazio che aspira a comprendere.
L’archeologo infatti agisce sul terreno che intende
scavare, sottoponendolo all’azione indagatrice della
ricognizione di superficie e/o dello scavo.
I suoi sensi diventano così veri e propri canali di
acquisizione-dati: egli osserva i colori del terreno; tocca la
consistenza degli strati; ne annusa il profumo; percuote la
superficie delle ceramiche per ascoltarne il rumore;
percepisce emotivamente l’azione combinata delle
sollecitazioni offerte dal paesaggio di cui i vari siti da lui
presi in esame sono parte integrante.
In breve, egli vive l’esperienza interpretativa con tutto il
proprio corpo. 62
Ciò significa che l’attività documentaria e interpretativa
dell’archeologo deve fare necessariamente i conti con la
decodifica delle percezioni sensoriali ed emotive.
Questa decodifica, se vuol essere scientificamente
fondata, deve avvenire, è evidente, seguendo delle regole
ben precise.
È qui che entrano prepotentemente in azione le
cosiddette inferenze logiche, cioè i differenti tipi di ragionamento
che l’archeologo può (anzi, deve) utilizzare non solo per
interpretare, ma anche per individuare e raccogliere i dati
selezionati nel corso delle proprie indagini “sul campo”. 63
Quali inferenze, cioè tipi di ragionamento, può utilizzare
l’archeologo?
Le stesse che sono a disposizione di qualunque studioso
in qualunque settore scientifico, anzi, a voler essere
precisi, le stesse che sono a disposizione di chiunque si
trovi di fronte alla necessità di ragionare: infatti
«ragionare dobbiamo, e spesso»*, come ci invita a
ricordare un importante manuale di logica.
*(Marco Mondadori, Marcello D’Agostino, Logica, Bruno Mondadori,
Milano, 1997, p. 1) 64
I tipi di inferenza logica di cui l’archeologo può fare uso
sono tre:
a) la deduzione;
b) l’induzione;
c) l’abduzione.
Come funzionano e come si distinguono l’uno dall’altro
questi tre tipi di ragionamento?
65
Per rendere più chiaro il nostro discorso, ricorreremo ad
un esempio molto famoso, formulato da uno dei
massimi filosofi e logici americani:
Charles Sanders Peirce (1839-1914).
Nel nostro esempio faremo ricorso ad un immaginario
sacco pieno di fagioli, e proveremo ad immaginare tre
possibili situazioni in cui potremmo venirci a trovare.
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DEDUZIONE
Regola: Tutti i fagioli di questo sacco sono bianchi [Legge esplicativa].
Caso: Questi fagioli sono di questo sacco [Fatto compiuto].
Risultato: Questi fagioli sono bianchi [Fatto previsto].

INDUZIONE
Caso: Questi fagioli sono di questo sacco [Previsione del fatto].
Risultato: Questi fagioli sono bianchi [Constatazione del fatto].
Regola: Tutti i fagioli di questo sacco sono bianchi [Connessione
confermativa].

IPOTESI
Regola: Tutti i fagioli di questo sacco sono bianchi [Fatto
sorprendente].
Risultato: Questi fagioli sono bianchi [Connessione implicativa].
Caso: Questi fagioli sono di questo sacco [Legge esplicativa].
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(Charles Sanders Peirce, Opere, Bompiani, Milano, 2003, p. 465)
I vantaggi che l’archeologo ricava nell’utilizzare questi tre
tipi di ragionamento sono per lo meno due.
Il primo: mettendo in azione il tipo di ragionamento
adeguato alla situazione specifica in cui, di volta in volta,
viene a trovarsi, l’archeologo riesce a districarsi tra le
molteplici difficoltà interpretative che le specifiche
situazioni di scavo portano alla luce.
Il secondo: rendendo esplicito il proprio modo di
ragionare, l’archeologo consente ai suoi colleghi e, più in
generale, a tutti coloro che sono interessati a conoscere i
risultati del suo lavoro, di verificare (o, meglio ancora, di
falsificare) l’attendibilità delle proprie conclusioni. 68
Per poter considerare realmente compiuto il proprio
lavoro interpretativo, l’archeologo deve effettuare un
vero e proprio lavoro di traduzione.
Infatti la presentazione “nuda e cruda” dei dati materiali
non è di per sé sufficiente per poter giungere alla
comprensione dei dati stessi.
Per mettere a fuoco l’importanza di questo passaggio
cruciale del nostro percorso è sufficiente immaginare un
museo (questo museo, ad esempio) in cui gli oggetti
venissero esposti in assenza totale di commenti di
qualunque genere: certamente dovremmo ammettere che
la comprensione del senso documentario di tali oggetti
sarebbe assai difficile anche per gli specialisti. 69
L’archeologo traduce dunque il testo archeologico in altre
forme testuali.
Tra queste spicca certamente la forma verbale, ossia, detto
in altri termini, la traduzione della documentazione materiale
in parole.
Questa operazione viene non di rado considerata tanto
dagli specialisti quanto dai “non addetti ai lavori” come
un’operazione pressoché automatica, priva di reali
implicazioni interpretative.
In realtà, si tratta di un’operazione estremamente
delicata. 70
La traduzione di un testo da una lingua ad un’altra lingua non è
mai un’operazione scontata o “indolore”: ogni
traduzione infatti porta con sé una qualche modifica del
testo originario.
Ciò vale a maggior ragione per la traduzione del “testo
archeologico” (un testo fatto di “oggetti”) in testo
verbale.
Per poter condurre a termine questa operazione
l’archeologo deve infatti compiere una serie di
operazioni molto delicate, prima tra tutte, la costruzione
di un universo di discorso per mezzo di parole, cioè di concetti.
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È così che nascono parole come “archeologia”, “indagine
archeologica”, “sito”, “scavo”, “unità stratigrafica”, “diario
di scavo”, “schede di unità stratigrafica”, “mettere in luce”,
“mettere in evidenza”, “rilevare”, “fotografare”, “quotare”,
ecc.
Si tratta di quell’insieme di parole che costituisce il
cosiddetto linguaggio tecnico di quella particolare disciplina che
chiamiamo “archeologia”.
Ogni disciplina scientifica ne ha elaborato uno proprio.
Ogni ricercatore attribuisce a pieno titolo alle parole che
costituiscono tale linguaggio il valore di strumentario, utile,
anzi necessario per poter condurre le proprie ricerche.
È grazie anche all’utilizzo di questo linguaggio che ogni
ricercatore identifica se stesso e i propri colleghi. 72
Il linguaggio verbale non è però l’unico tipo di codice
utilizzato dall’archeologo per tradurre la realtà materiale.
Accanto (e oltre) al linguaggio verbale, l’archeologo fa
uso di codici grafici e fotografici per mezzo dei quali tenta di
restituire in forma documentaria la realtà materiale
sottoposta ad indagine.
In tal modo egli trasforma

«[…] un ‘oggetto’ in ‘dato’ attraverso convenzioni


scientificamente condivise, o scientificamente valutabili in
quanto esplicitamente espresse».
(G. Leonardi [a cura di], Il disegno archeologico della ceramica e altri problemi,
Padova, 1991, p. 5).
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Quanto abbiamo avuto modo di vedere sinora ci
consente infine di rispondere ad un’ultima domanda:
a quale grado di oggettività può aspirare l’interpretazione
archeologica?
La domanda risulta oggigiorno quanto mai attuale ed
impellente.
Sempre più di frequente appaiono infatti riferimenti di
vario tipo all’archeologia in tv, in radio, nei giornali, per
non parlare poi degli innumerevoli prodotti editoriali che
si interessano a vario titolo e in vario modo di problemi
o tematiche che vengono poste in relazione (anche se
non sempre a proposito) con la ricerca archeologica.
Troppo spesso però l’indagine archeologica viene
accostata a temi e procedimenti che con il discorso
scientifico hanno poco o niente a che fare. 74
Occorre dunque fare un po’ di ordine, ricordando innanzi
tutto che, perché si possa parlare a pieno titolo di ricerca
archeologica condotta in maniera scientifica è necessario che
l’archeologo segua scrupolosamente l’intero processo
d’indagine che abbiamo descritto sinora, così come si è
venuto definendo nel divenire storico della disciplina
archeologica.
Qualunque sia il significato che si intende attribuire al
termine “oggettività”, fondamentali in questo senso
risulteranno le operazioni di traduzione che abbiamo
brevemente delineato nei pannelli precedenti:
è infatti soprattutto grazie ad esse che l’archeologo può rendere
scientificamente conto del proprio operato. 75
Ciascun archeologo è impegnato nel tentativo di giungere ad una
qualche comprensione dei significati e/o dei sensi attribuiti alla realtà
materiale all’interno dei vari sistemi culturali generati dalla (e
generanti la) storia dell’uomo.
Ogni archeologo dunque può (e quindi deve) concretamente
agevolare la possibilità di comprensione della propria pratica
d’indagine rendendo sempre espliciti i percorsi inferenziali (cioè i
vari tipi di ragionamento) seguiti nel corso delle proprie ricerche.

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Ciò dovrà avvenire non solo durante il dispiegarsi
operativo delle proprie ricerche (cioè nel corso delle
attività di ricerca che si volgono direttamente “sul
campo”), ma anche nel momento, scientificamente
cruciale, in cui il risultato di ogni singola ricerca dovrà
essere sottoposto al giudizio critico della comunità
scientifica e, ancor più, dell’intera comunità.

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