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L e opere e i gior n i.

Lavoro, produzione e commercio tra passato e presente

lavora, Perse, stirpe divina, perch Fame


ti od e t'ami l'augusta Demetra dalla bella corona,
e di ci che occorre per vivere t'empia il granaio
(Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 299-301, trad. it. Ettore Romagnoli.)

Soprintendenza BB.CC.AA. Agrigento

Le opere e i giorni
Lavoro, produzione e commercio tra passato e presente
a cura di

Valentina Caminneci
Atti e Contributi del Corso di Formazione per Docenti
Progetto Scuola Museo 2012-2013

Regione Siciliana
Assesssorato Beni Culturali e Identit Siciliana
Dipartimento Beni Culturali e Identit Siciliana

Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Agrigento. Via U. La Malfa, 5,


Agrigento. sopriag@regione.sicilia.it. R.P. Salvatore Donato. Progetto Valentina Caminneci.
URP Adriana Cascino.urpsopriag@regione.sicilia.it tel.0922-552516 fax 0922401587

Progetto Scuola Museo Es. Fin. 2012 Cap.376525.


Coordinamento Assessorato BB.CC. e I.S. Dipartimento BB.CC. e I.S.
Servizio Valorizzazione. U.O. 24.
Copyright Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento 2014
E fatto divieto di riproduzione e utilizzazione senza autorizzazione della Soprintendenza
BB.CC.AA. di Agrigento. Copia omaggio. Vietata la vendita

In copertina, Ade e Persefone in trono, pinax in terracotta da Locri Epizefiri, inizi V sec. a.C. Museo Nazionale della
Magna Grecia di Reggio Calabria
(da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Locri_Pinax_Of_Persephone_And_Hades.jpg).
Sul frontespizio, Telemaco Signorini, Lalzaia, 1864
(da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Signorini,_Telemaco_-_L'alzaia_-_1864.jpg).

Le opere e i giorni: lavoro, produzione e commercio tra passato e presente : atti e


contributi del corso di formazione per docenti / a cura di Valentina Caminneci.
Palermo : Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e dellidentit siciliana,
Dipartimento dei beni culturali e dellidentit siciliana, 2014. - e-book
ISBN 978-88-6164-225-6
1. Lavoro Storia.
I. Caminneci, Valentina.
331.0945822 CDD-22
SBN Pal0260796
CIP Biblioteca centrale della Regione siciliana Alberto Bombace

Indice
Presentazione
Assunta Lupo, Assessorato Beni Culturali ed Identit Siciliana, Servizio Valorizzazione
Caterina Greco, Soprintendente per i Beni Culturali e Ambientali di Agrigento

Introduzione
I colori della terra
Valentina Caminneci, Soprintendenza BB.CC.AA. Agrigento

Scienza e tecnica prima della storia


Cultura materiale, modi di produzione e organizzazione sociale della pi antica metallurgia nella Sicilia preistorica
Enrico Giannitrapani, Coop. Arkeos, Enna

Il lavoro e le risorse del territorio: zolfo, sale e metalli nel territorio agrigentino nella preistoria
Domenica Gull, Soprintendenza BB.CC.AA. Agrigento

37

La dimensione metaforica del lavoro


Le opere di Atena: identit femminile e philergia nella Sicilia greca
Elisa Chiara Portale, Universit di Palermo

63

Il mito di Trittolemo in Sicilia: immagini e contesti


Monica De Cesare, Universit di Palermo

105

Il ruolo della religione nelle complesse dinamiche del commercio antico: alcune note sulle Gorgoni di Himera
Chiara Terranova, Universit di Messina

129

Archeologia della produzione del commercio nellantica Agrigento


Alla foce dell'Akragas. Storia e archeologia dell'antico Emporion di Agrigento
Valentina Caminneci

151

Gli ergasteria di Akragas: nuove piste di ricerca


Maria Concetta Parello, Parco Archeologico e Paesaggistico Valle dei Templi

181

Produzioni agricole ed officine ceramiche ad Agrigentum in et tardoromana


Maria Serena Rizzo, Parco Archeologico e Paesaggistico Valle dei Templi

203

Produzione e commercio dello zolfo ad Agrigentum e nel suo territorio


Luca Zambito, Dottore di Ricerca Universit di Messina

227

Artigianato, commercio e impresa tra Medioevo ed Et Moderna


Loperosit umana dalla terra al mare: il caricatore di Sciacca tra XIV e XV secolo
Maria Antonietta Russo, Universit di Palermo

249

Lavoratori agrigentini a Palermo nel Quattrocento


Patrizia Sardina, Universit di Palermo

283

Sulle tracce degli antichi vasai nisseni. Le produzioni ceramiche di Caltanissetta.


Salvina Fiorilla, Soprintendenza BB.CC.AA. di Ragusa

311

La tipografia ad Agrigento nei secoli XIX e XX dai documenti rinvenuti presso lArchivio della Camera
di Commercio
Paola Giarratana, Maria Carmelina Mecca, Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento

331

Percorsi didattici: la parola al passato


Valentina Caminneci

355

Arii mellis caelestia dona (Verg. georg. IV,1)


Lavoro e paesaggio nella pittura italiana dellOttocento

Conclusioni
Per una valorizzazione dei paesaggi storici della produzione: listituzione degli ecomusei in Sicilia
Valentina Caminneci

373

Appendice. La Scuola e la memoria


Un Museo nella Scuola. Il Museo della Civilt Contadina di Montallegro
Domenico Tuttolomondo, Rosanna Fileccia, Caterina Orlando, Istituto Comprensivo Ezio Contino di Cattolica
Eraclea e Montallegro
393

L'encomiabile costanza con la quale la Soprintendenza di Agrigento prosegue l'attivit di


educazione al patrimonio testimoniata dagli atti dei seminari sul tema Le opere e i

giorni, tenuti duranti l'anno scolastico 2012/ 2013, ora offerti in forma di e-book alla
pubblica lettura.
La scelta dell'argomento fa seguito, con rigore logico, ai percorsi : A scuola di antico, I
luoghi della tutela, Parce sepulto, sviluppati nel corso degli ultimi anni.
L'assidua attivit didattica ha consentito e permette tuttora ad un gran numero di

insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado del territorio agrigentino, di ampliare la
conoscenza del proprio patrimonio culturale e di educare, di conseguenza, gli alunni alla
consapevolezza del valore di tali beni.
La risposta positiva del mondo della scuola, verificabile dal numero elevato di docenti che
hanno preso parte alliniziativa, dallincremento delle visite ai luoghi e dalla richiesta di

partecipazione ad attivit di laboratorio, un incoraggiamento a proseguire nella proposta


ormai conosciuta, a livello regionale come Progetto Scuola Museo, che ha, fra le proprie
finalit, quella di considerare l'educazione ai Beni culturali come uno degli elementi
centrali del curriculum scolastico.
A tale riguardo va detto che i materiali con proposito prevalentemente educativo prodotti

dai Musei, Soprintendenze, Parchi della Regione Siciliana colmano il vuoto dei libri di

testo in uso, in quanto approfondiscono aspetti della storia e della cultura siciliana, sia
materiale che immateriale, non altrimenti agevolmente reperibili e consultabili.
Non c' dubbio che lo sforzo compiuto dall'Amministrazione nel proporre i percorsi
didattici soprattutto ai docenti, mediatori dell'offerta formativa, stato ed veramente
notevole ed importante. Lo ancora di pi se si considera che ci avvenuto ed avviene in
un momento in cui nel mondo della scuola sono notevoli le polemiche per la riduzione
delle ore di insegnamento di storia dellarte e delle materie artistiche e di conseguenza alle
manifestazioni connesse, trasversalmente, alleducazione al patrimonio.
L'autonomia scolastica, infatti, accolta come un vantaggio, fra l'altro, per
l'autodeterminazione del POF dei singoli Istituti, prevede che una quota del curricolo,
riservata alle Regioni, sia relativa agli aspetti di interesse specifico delle stesse, anche
collegate alle realt locali.
Il Dipartimento Beni culturali, gi Beni culturali ed ambientali ed educazione
permanente, ora dei beni culturali e dell'identit siciliana, cosciente del fatto che la
conoscenza del patrimonio culturale a determinare la maggiore incidenza nella quota
parte del curricolo, ha offerto i mezzi per consentirne lo studio e l'approfondimento e si
sempre adoperato affinch le iniziative proposte alle scuole o dalle stesse realizzate
facciano parte integrante del Piano di offerta formativa e non vengano quindi considerate
come momenti episodici del percorso educativo.

In pratica si verificato che, senza alcuna codifica legislativa, come invece successo con
la l.r. n.9 del 2011, Promozione, valorizzazione e insegnamento della storia, della
letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole, l'educazione al patrimonio,
nella sua trasversalit di discipline, sia gi assunta all'interno del progetto curricolare
locale di tantissimi istituti siciliani.
Pertanto la sua completa integrazione all'interno del sistema formativo globale pi che
mai indispensabile. Ci pu essere realizzato con strategie operative assidue e mirate
continuando a favorire l'incontro fra le due realt, Scuola, Universit, Istituti dei beni
culturali con gli strumenti propri di ciascuna. Se, quindi i luoghi della cultura, malgrado
la crisi attuale ne determini difficolt di gestione, debbono svolgere la propria essenziale
funzione educativa, che si affianca alla tutela, conservazione e valorizzazione, il mondo
della scuola deve evitare la deriva verso ilradicale analfabetismo artistico, provocato
dalle scelte sconsiderate operate sui programmi ministeriali.
Diventa pertanto paradigmatica lopera della Soprintendenza di Agrigento che riuscita a
fornire, per mezzo della propria sezione educativa, qualificati strumenti di conoscenza
tenendo conto della contestualizzazione storico ambientale dei beni e che ha saputo, in tal
modo mettere in luce uno dei propri compiti fondamentali , quello che Tomaso Montanari
definisce : Il nesso intimo fra patrimonio culturale e ricerca, rinnovamento della
conoscenza, capacit di diffondere il sapere.

Che tali strumenti siano disponibili a tutti sul web e permettano tante chiavi di lettura e
suggeriscano ulteriori ambiti di approfondimento ne aumenta chiaramente il valore
intrinseco.
Il dibattito fra la scelta del libro a stampa e le-book, con una scelta in atto a favore di
quest'ultimo da parte del mondo della scuola, non deve infatti essere condotta in termini di
antagonismo, quanto piuttosto di qualit dei contenuti, della possibilit di fare ricerca
partendo dalle fonti, della condivisione dei dati.
Quello che importa, insomma, la circolazione dei saperi.
Come s'inganna il pensiero degli uomini che passano senza sapere... gi scriveva
Pindaro, il cantore di Akragas, la pi bella citt dei mortali.
Assunta Lupo
Dirigente UO24 Dipartimento
Beni Culturali e Identit Siciliana.

Ancora una volta, lattivit didattica svolta per lanno 2012-2013 dalla Soprintendenza
BB.CC.AA. di Agrigento grazie alliniziativa e alloperoso impegno scientifico profusi da
Valentina Caminneci coglie un risultato prezioso e significativo, in questo caso di portata
assai vasta ed incisiva.
Frutto di un lavoro corale svolto sotto un coordinamento tanto attento quanto discreto, il
corposo volume che costituisce lesito di una lunga e intensa esperienza didattica restituisce
infatti, nello snodarsi dei suoi numerosi e pregevoli saggi, unidea aggiornata e completa
del ruolo che oggi pu svolgere larcheologia nella ricostruzione dei processi storici
dellantichit e del mondo medievale e moderno, anchesso ormai accreditato campo di
indagine e di ricerca. C voluto infatti un lungo percorso pi di un secolo e mezzo, dalla
fine del 700 alla met degli anni 50 del novecento- perch larcheologia guadagnasse la
sua attuale dimensione a tutto tondo di scienza storica, liberandosi di ogni
approssimazione polverosa e di ogni tentazione antiquaria, e in questa rinnovata
prospettiva ermeneutica -fondata con metodo autonomo ed autonoma consapevolezza sul
recupero e linterpretazione del dato materiale- lanalisi dei meccanismi della produzione
costituisce la trama concreta nella quale possono ricomprendersi vari aspetti della
nostra conoscenza del mondo antico, anche quelli pi compiutamente ideologici da cui
derivano linvenzione e il linguaggio delle immagini, attraverso le quali societ ormai

molto lontane da noi ci parlano ancora oggi, simbolicamente, delle credenze e delle
aspettative di cui era intessuta la loro vicenda terrena.
Di questa realt complessa e articolata gli studiosi che hanno collaborato alla
realizzazione del corso offrono in questo testo un contributo prezioso e innovativo, che
dalle dinamiche del lavoro e della produzione nel territorio agrigentino si apre a delineare
scenari diacronici che coinvolgono la Sicilia tutta e il Mediterraneo, in quel continuo
movimento di uomini e di idee che segna il continuum della storia isolana. E per questa
ragione che il volume curato da Valentina Caminneci, che presentiamo con soddisfazione
e legittimo compiacimento, rappresenta uno valido compendio e una sintesi storiografica
utile agli appassionati e ai cultori della materia non meno che agli studiosi specialisti, ed il
quadro delle informazioni fornite tanto variegato, aggiornato, approfondito da restituire
una visione globale e plurale del lavoro che segna il ritmo della storia umana: Le opere e
i giorni del titolo, appunto.
Nella prospettiva di ricerca prescelta il rapporto con il territorio, in cui morfologia fisica
dei luoghi e risorse locali dettano le modalit e i tempi nelle scelte insediamentali e
demografiche, costituisce ovviamente una chiave di lettura obbligata. Ed importante
avere seguito passo passo, nel libro, levolversi delle dinamiche della presenza e del lavoro
umano, dalle prime testimonianze preistoriche sino quasi ai nostri giorni, con
unattenzione mirata a quel paesaggio storico di volta in volta sempre uguale a se stesso

e sempre diverso- entro cui si collocano lesperienza e la vita delle comunit.


Un tema oggi di grande attualit, poich la riappropriazione, dal basso, delle peculiarit
identitarie dei territori spinge a nuove forme di valorizzazione partecipata, estesa a interi
ambiti macrotopografici e gestita in proprio dalle stesse comunit locali, che si fanno
protagoniste di processi di interazione dialettica e di sviluppo economico e sociale. E

perci significativo osservare come proprio questa tematica degli ecomusei, analizzata
ancora nel volume sotto profili squisitamente teorici di approccio culturale e di confronto
con le altre pi avanzate realt europee, si sia tradotta oggi, alluscita del libro,
nellentrata in vigore della Legge Regionale n. 16 del 2 luglio 2014, istitutiva anche in
Sicilia del sistema degli ecomusei: un ulteriore passo verso quellidea di patrimonio

culturale diffuso che ha nel paesaggio storicizzato il suo naturale perimetro, palinsesto
pluristratificato e visibile delle tracce e dei segni materiali accumulatisi nel tempo ad opera
degli uomini.
Caterina Greco
Soprintendente per i beni culturali ed ambientali di Agrigento

Introduzione

Roma. Ara Pacis Augustae, la Tellus, 9 a.C. (da MANSUELLI 1981)

Da tempo ti devo parole d'amore:


o sono forse quelle che ogni giorno
sfuggono rapide appena percosse
e la memoria le teme, che muta
i segni inevitabili in dialogo
nemico a picco con l'anima. Forse
il tonfo nella mente non fa udire
le mie parole d'amore o la paura
dell'eco arbitraria che sfoca
l'immagine pi debole d'un suono
affettuoso: o toccano l'invisibile
ironia, la sua natura di scure
o la mia vita gi accerchiata, amore.
O forse il colore che le abbaglia
se urtano con la luce
del tempo che verr a te quando il mio
non potr pi chiamare amore oscuro
amore gi piangendo
la bellezza, la rottura impetuosa
con la terra impareggiabile, amore.
(Salvatore Quasimodo, La terra impareggiabile,
da La terra impareggiabile, 1958).

I colori della terra


VALENTINA CAMINNECI
Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.
(G. Pascoli, Lavandare, vv. 1-3, da Myricae, 1891-1911)

Se si dovesse scegliere un colore per indicare il lavoro delluomo, non potrebbe non essere
quello della terra. Grassa e fertile, secca e riarsa, la terra conserva, in una variegata scala
cromatica, le tracce dellopera umana. Sotto le sembianze di una divinit madre accompagna

questa lunga storia di fatica e di progresso: nutrice in vita, sepolcro in morte.


Nella Teogonia di Esiodo Gaia la prima entit ad emergere dopo il Chaos, Gaia dallampio
seno, sede perenne e sicura degli immortali che abitano la cima nevosa delOlimpo (Hes.
Theog. 116-118), da cui nascer Urano, il Cielo stellato.
E alla terra che larcheologo rivolge le sue domande, studiandone colore e consistenza, segnali
delle azioni prodotte dalluomo ed impresse nella memoria del suolo. Sfogliare le pagine di
questa storia, per riprendere la felice metafora di Carandini, esperienza unica e irripetibile.
La memoria del lavoro accomuna popoli e culture diverse in un unico sistema valoriale di
riferimento, che oggi si riflette, grazie alla nuova sensibilit di approccio ai beni culturali, in
una concezione di patrimonio culturale esteso, nihil humani a se alienum, e in una prospettiva
integrale e diacronica.

Territorio e paesaggio storico narrano saperi locali e consuetudini condivise, punto di


osservazione privilegiato per le dinamiche produttive e culturali in senso lato e di grande
interesse anche ai fini delle applicazioni nella didattica.
Da qui nasce lidea di questo libro destinato ai docenti dedicato al lavoro delluomo, nello
spirito di quellopera di Esiodo di cui ripete il titolo: il tempo delluomo, le opere e i giorni, si
sovrascrive sul tempo della storia.
La prima sezione del volume illustra lo sfruttamento delle materie prime e le prime
tecnologie durante il periodo preistorico in Sicilia: lhomo faber sperimenta le potenzialit del
paesaggio naturale, che impara a piegare alle sue esigenze.
Lo splendido mosaico della Demetra di Gregoretti, insegna di un panificio storico della
Palermo della Belle poque, introduce la parte dedicata alla dimensione metaforica del lavoro:
forme e valori del pensiero antico si celano dietro liconografia dei miti di Atena, di

Trittolemo e delle Gorgoni.


Unampia sezione del volume dedicata alle testimonianze sulla storia di Agrigento, a partire
dallEmporion, attivo dal momento della fondazione della colonia greca fino al periodo
bizantino, meta per secoli dei traffici transmarini e conferma della centralit mediterranea
dellantica citt.
Nuove e stimolanti piste di ricerca apre lindagine rivolta allindividuazione degli ergasteria di

Akragas, i luoghi, cio, della produzione della coroplastica, che rivestirono certamente un
ruolo chiave nella formazione di una cultura figurativa originale della polis.
Quanto al periodo romano e tardo antico, la lettura delle testimonianze archeologiche consente
di ricostruire alcuni aspetti delle dinamiche socioeconomiche che interessarono Agrigentum

Ara di Pergamo, Gigantomachia, Gaia emerge a difendere i suoi figli, inizi II sec. a.C. Pergamonmuseum, Berlino (da MARTIN 1984).

Agrigentum, dallestrazione e commercio dello zolfo, documentata dalle tegulae sulphuris, alla
produzione di vino, cui pu essere riferita una classe di anforette, realizzate localmente.
Il volume dedica lultima sezione ad attivit produttive e commerciali presenti in Sicilia tra
Medio Evo ed et moderna. Dalle fonti di archivio riemergono le realt imprenditoriali di
Sciacca e di Agrigento nel basso Medio Evo, lesperienza artigianale dei vasai nisseni e la storia
inedita delle tipografie agrigentine nel XIX secolo.
Infine, vengono suggeriti due percorsi didattici, con proposte di lavoro per la classe,
sullapicoltura e su lavoro e paesaggio nella pittura italiana dell800.
Le conclusioni auspicano listituzione di ecomusei in Sicilia, realt importante, gi presente in
molte regioni italiane, per la valorizzazione e la salvaguardia dei paesaggi storici della
produzione.
Dedichiamo, poi, unappendice al Museo della Civilt contadina di Montallegro, eccezionale

esempio di raccolta etnoantropologica dellagrigentino, che ha il pregio, che lo rende un


unicum, di essere stato concepito in seno ad una scuola, lIstituto Comprensivo del paese, e
che, per questo, rappresenta, al contempo, una preziosa e stimolante risorsa educativa ed il
presidio della memoria nel territorio.

Scienza e tecnologia prima della storia

Il fiume Platani con il sale affiorante (foto Domenica Gull)

Si dice che i pi antichi (abitatori della Sicilia) siano stati i Ciclopi e i Lestrigoni che abitarono
una parte dellisola, io non potrei dire di che razza fossero, ci si deve accontentare di quello che
scrivono i poeti e di quello che si sa di quei popoli (Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI,2).

Cultura materiale, modi di produzione e organizzazione sociale


della pi antica metallurgia nella Sicilia preistorica
ENRICO GIANNITRAPANI

La 'rivoluzione metallurgica' nel Mediterraneo e in Italia


L'invenzione della metallurgia e l'inizio della produzione di oggetti in metallo rappresenta,
senza dubbio, uno dei passaggi fondamentali dell'ingegno umano, contribuendo in maniera
decisiva alla nascita e allo sviluppo delle pi antiche civilt. Gordon V. Childe ha definito tale
avanzamento tecnologico come una vera e propria 'rivoluzione' (CHILDE 1957), al pari di quella
pi antica del Neolitico, con l'avvio della produzione agricola e dell'allevamento degli animali,
e della successiva 'rivoluzione urbana' e la nascita delle prime citt. Tutte queste tappe
dell'evoluzione delle societ umane avrebbero avuto origine nel Vicino Oriente, la cosiddetta
Mezzaluna Fertile, per diffondersi poi, con tempi e modi differenti, sia nel Mediterraneo e in
Europa che in tutta l'Asia. Oggi, dopo oltre 60 anni di approfondite indagini e ricerche
archeologiche, il concetto di 'rivoluzione' stato ampiamente rivisto, per cui l'inizio
dell'agricoltura, della produzione metallurgica e la comparsa delle citt non sono pi
considerati

come

fenomeni

che

compaiono

sulla

scena

dell'evoluzione

umana

improvvisamente, ma sono preceduti da lunghi periodi, spesso della durata di alcuni millenni,
in cui le varie innovazioni tecnologiche e culturali vengono sperimentate, acquisite e arricchite
attraverso il lavoro quotidiano delle diverse comunit umane.
La metallurgia, intesa come l'insieme di tecniche attraverso cui diversi tipi di minerali, a partire dal rame,

vengono trasformati e utilizzati per la produzione di oggetti in metallo, ha inizio a partire


almeno dal VI millennio a.C., anche se strumenti litici prodotti secondo tipologie tipicamente
neolitiche, utilizzando per come materia prima il rame nativo, molto pi malleabile e di pi
facile lavorazione rispetto le pietre dure comunemente utilizzate, quali la selce e l'ossidiana,
sono noti in Mesopotamia ed in Anatolia a partire dal IX-VIII millennio a.C. Le pi recenti
indagini archeometriche e radiometriche indicano chiaramente come gi a partire dal VI-V
millennio a.C. la metallurgia si diffonde ampiamente dal Vicino Oriente nell'Egeo (cultura di
Rachmani) e nei Balcani (culture di Karanovo e Vinca) (fig. 1), una delle aree pi ricche di
materie prime metallifere dell'Europa, insieme con le pianure centrali della Germania e la
penisola Iberica, per arrivare quindi in Italia e nel Mediterraneo centrale nel corso del V
millennio a.C., in corrispondenza dei momenti finali del Neolitico peninsulare, rappresentato
dalla cultura di Chassey-Lagozza (DOLFINI 2013). Come nel Vicino Oriente, anche in Italia i
primi oggetti metallici sono rappresentati da diversi oggetti di foggia chiaramente neolitica,
prodotti tuttavia in rame non fuso, ma martellato e lisciato, come nel caso di una serie di asce
(fig. 2) provenienti dall'Italia centrale e settentrionale (DOLFINI 2014, 476). Tuttavia, il
rinvenimento di alcuni frammenti di crogiolo nel sito tardo-neolitico di Botteghino, in Emilia
Romagna (MAZZIERI, DAL SANTO 2007), e nei livelli con ceramiche della facies di Spatarella
dellAcropoli di Lipari (BERNAB BREA 1988, 471), consentono oggi di datare l'inizio della
produzione metallurgica in Italia gi alla fine del V millennio a.C., per poi svilupparsi
diffusamente in tutta la penisola e in Sardegna durante le varie fasi dell'et del rame,
rappresentate dalle facies di Remedello (Italia settentrionale), Rinaldone (Italia centrale),
Gaudo e Laterza (Italia meridionale), Ozieri e Monte Claro (Sardegna) (COCCHI GENICK 1996),

10

1. La diffusione della metallurgia nel Mediterraneo e in Europa (da DOLFINI 2013).

11

mentre in Sicilia, come vedremo pi avanti, tale produzione avr inizio solo nel corso del III
millennio a.C.

Modi di produzione della metallurgia del rame


L'archeologia per sua natura una disciplina che pone al centro del proprio studio gli oggetti
prodotti dall'uomo, realizzati cio grazie ad una serie di operazioni necessarie a trasformare un
bene in un altro bene differente dal primo (MANNONI, GIANNICHEDDA 2003, 3). Tali sequenze
operative implicano necessariamente il 'saper fare', una conoscenza tecnologica e una capacit
organizzativa che solo in pochi casi consentiva ad un singolo artigiano di compiere da solo ogni
singola fase: data la complessit dei vari cicli produttivi, era invece essenziale una certa
specializzazione per la realizzazione delle diverse fasi (IBID., 13), spesso organizzate secondo una
logica sequenziale per cui, per potere procedere ad una fase di lavorazione, era necessario che il
materiale fosse 'modificato' durante una fase precedente (IBID., 61). Pertanto, prendendo ad
esempio proprio la produzione metallurgica, mentre alcuni si occupavano della ricerca,
estrazione e preparazione dei minerali metatalliferi, anche producendo gli strumenti necessari
a tali attivit (fase 1), altri ancora si occupavano di trasportare e scambiare la materia prima
cos ottenuta (fase 2), in particolare se il deposito era lontano dal luogo di lavorazione; altri
artigiani erano quindi impegnati nella lavorazione vera e propria, passando attraverso diverse
fasi, quali l'arricchimento dei minerali, la riduzione per l'estrazione del metallo, la rifinitura dei
diversi oggetti (fase 3); infine, se la produzione non era destinata al consumo locale, era
necessario trasportare, distribuire e scambiare i prodotti finiti (fase 4).
I diversi cicli produttivi, qui semplicemente schematizzati, in realt spesso non rappresentano

12

2. Asce in rame rinvenute in insediamenti italiani di et neolitica: 1) Valle Fontega; 2) dalla provincia di Bergamo;
3) Campegine; 4) Boschetti di Chiozza; 5) Sgurgola (1 a 4 da DOLFINI 2013; 5 da DOLFINI 2014).

13

sviluppi lineari di processi razionali: stato invece possibile riscontrare periodi di pausa e
attesa, variazioni stagionali, sostituzioni tra persone, alterazioni varie. La catena operativa
poteva anche non essere neppure percepita come tale, ma i singoli artigiani potevano

conoscere soltanto quanto facevano praticamente durante le loro attivit quotidiane (IBID.). La
complessit tecnologica di tali cicli produttivi presuppone anche l'esistenza di una ben
strutturata organizzazione socio-economica dei modi di produzione, con l'attivazione e il
mantenimento di rapporti gerarchici e di distribuzione del lavoro differenziati. Nel caso
specifico della produzione metallurgica, bisognava per esempio contare su una riserva di cibo
in grado di consentire non solo di nutrire gli addetti, ma anche di indurli a dedicarvisi

(GIARDINO 1998, 7). L'insieme delle conoscenze necessarie alla produzione del metallo resero
infatti necessaria la presenza di specialisti che venivano liberati dalle necessit di procacciarsi
quotidianamente il cibo necessario al sostentamento: il nutrimento era fornito loro dalla
comunit che gli ospitavano e a cui offrivano in cambio i prodotti della loro arte; quando
questa non era sufficientemente grande e ricca da disporre del surplus necessario al loro
mantenimento, questi dovevano spostarsi da un villaggio all'altro (IBID., 10).
D'altra parte, il modo di produzione della metallurgia, cos come di qualunque altro processo
produttivo, comporta l'esistenza di una realt determinata storicamente da una certa quantit
di lavoro accumulato nel passato, condizionando in questo modo lo sviluppo degli aspetti
materiali delle forze sociali implicate nella sua stessa produzione. In questo senso possibile
considerare le fornaci a lungo utilizzate per la produzione della ceramica e le acquisite
capacit tecnologiche nella gestione del fuoco come elemento di trasformazione della materia
prima, quali necessari precursori per i forni fusori. Allo stesso modo, la ricerca dei metalli

14

3. I principali depositi di rame e le pi antiche miniere dell'et del rame in Italia (da DOLFINI 2014).

15

da considerarsi a tutti gli effetti come un'attivit mineraria inquadrabile nell'ampio bagaglio di
conoscenze proprie di quegli stessi prospettori che, nelle fasi precedenti, avevano sviluppato
per lo sfruttamento delle fonti di materie prime dure utilizzate nella produzione di strumenti
litici.
Passando ad analizzare in dettaglio le varie fasi operative della produzione metallurgica, si
vuole qui fare particolare riferimento al rame, il primo e il pi abbondante materiale utilizzato
in et preistorica, spesso anche in lega con altri minerali, quali l'arsenico e lo stagno. Come gi
detto, i principali depositi di rame in Europa sono concentrati nei Balcani, nell'Europa centrosettentrionale e nella penisola Iberica. In Italia le principali fonti sono localizzate nelle Alpi
orientali, tra la Liguria e la Toscana e in Sardegna (DOLFINI 2014, 478-479), anche se
concentrazioni minori di tale minerale sono presenti anche nell'Italia meridionale e in Sicilia
(fig. 3). Il rame un minerale che quando puro ha un punto di fusione, cio la temperatura
necessaria per cui si verifica il passaggio dallo stato solido a quello liquido, di circa 1100,
anche se tale temperatura per i minerali cupriferi pi bassa e si aggira intorno agli 800
(GIARDINO 1998, 56), temperatura di norma raggiunta anche nei processi produttivi della
ceramica preistorica (FRAGNOLI ET ALII 2012).
Nella sua forma nativa un minerale di colore rosso, malleabile e duttile, facilmente lavorabile
tramite la martellatura, senza bisogno quindi di processi fusori, pure mantenendo le
caratteristiche proprie dei metalli; in natura si presenta anche sotto forma di minerali cupriferi,
distinti in ossidi (cuprite), carbonati (malachite e azzurrite) e sulfuri (calcocite, calcopirite,
covellite, enargite, tetraedrite) (GIARDINO 1998, 112-114).
Le pi antiche tecniche per lo sfruttamento (coltivazione) dei depositi metalliferi, come quelle

16

4. 1) la miniera di Grotta della Monaca (Cosenza); 2) asce-picconi litici rinvenuti in diversi siti minerari della
Calabria; 3) manico di piccone in legno di quercia dalla miniera di Libiola (Genova); 4) ingresso della miniera
di Monte Loreto (Genova) (1-2 da LAROCCA, BREGLIA 2012; 3 da MAGGI, CAMPANA 2008; 4 da
beniculturalialtaviadeimontiliguri.it).

17

evidenziate nelle miniere databili all'et del rame di Libiola e Monte Loreto in Liguria e Grotta

della Monaca in Calabria (fig. 4, 1-4), si rifanno direttamente alle esperienze neolitiche per
l'estrazione della selce, i cui depositi venivano raggiunti mediante pozzi e gallerie, scavati con
picconi e mazze litiche: gli antichi prospettori dovevano disporre di un variegato bagaglio di
nozioni empiriche utilizzate per riconoscere la presenza dei filoni metalliferi, quali i colori
alterati dei terreni e della vegetazione, o la presenza di piante tolleranti ai metalli. Una volta
individuato il deposito di minerale si procedeva alla coltivazione del giacimento, sia con scavi a

cielo aperto, se il filone era sufficientemente superficiale, che in galleria. Per facilitare lo scavo
si utilizzava spesso la tecnica del fire-setting, accendendo fuochi e scaldando ad alte temperature
le pareti rocciose (IBID., 43-46), producendo l'indebolimento e la fratturazione della roccia, per
rimuoverla poi con picconi e mazze in pietra (fig. 4, 2), questi ultimi tra i migliori indicatori
archeologici per individuare la presenza di attivit estrattive di et preistorica, che utilizzavano
immanicature in osso e legno, come nel caso del manico di piccone in legno di quercia

rinvenuto all'interno della miniera di Libiola (fig. 4, 3). Il minerale cos estratto veniva
frantumato e triturato, per essere quindi trasportato verso i villaggi dove avveniva la successiva
fase di lavorazione.
Prima di procedere alla riduzione e all'estrazione del metallo, i minerali cupriferi dovevano
essere preventivamente separati dai minerali non metallici (quarzo, calcite, barite, fluorite),
attraverso una serie di ulteriori fasi preparatorie, quali la frantumazione, l'arricchimento e il

lavaggio dei minerali stessi, in modo da separare il metallo, pi pesante, dai residui di roccia.
La fase di estrazione, a volte preceduta da una fase di arrostimento su cataste di legna se il
minerale di partenza era costituito da solfuri, per eliminare cos i residui di zolfo e gli elementi

18

5. Ricostruzione dei procedimenti dell'attivit metallurgica: il materiale trasportato nell'officina, viene prima
frantumato e versato nella fornace, alimentata da mantici a fiato; quindi il metallo fuso viene versato in matrici in cui si
solidifica, ottenendo oggetti che vengono rifiniti e rifilati (da COCCHI GENICK 2009).

19

volatili, come l'arsenico o l'antimonio, prevedeva la messa in opera di fornaci. Tali strutture
sono spesso di difficile individuazione nel record archeologico, in quanto soggette ad essere
smantellate, almeno in parte, appena cessavano di svolgere la loro funzione; nelle fasi pi

antiche sono costituiti da semplici forni con pozzetto centrale circondati da una bassa spalletta
in argilla. Il processo di riduzione avveniva in assenza di ossigeno, con la fornace e i minerali
coperti completamente da cataste di carbone: l'ossigeno legato al metallo nel minerale si
combinava al monossido di carbonio contenuto nel carbone, formando cos anidride
carbonica, che si disperdeva nell'aria, mentre il metallo allo stato liquido si depositava sul
fondo della fornace. Per ottenere le temperature richieste per la fusione bisognava ravvivare la

combustione mediante l'immissione forzata d'aria, spesso utilizzando mantici che terminavano
in un ugello di argilla (tuyre) per convogliare e dirigere il getto d'aria sulla fiamma. Nel caso di
minerali contenenti grandi quantit di materiali non metallici ancora non perfettamente
depurati dopo i diversi processi preparatori, era necessario aggiungere delle sostanze
scorificanti, quali gli ossidi di ferro (IBID., 55-58). In tutte queste diverse fasi di lavorazione
dovevano quindi essere utilizzati diversi tipi di strutture produttive, con una complessa
organizzazione e gestione dello spazio nell'officina metallurgica, di norma realizzata all'aperto
per permettere la fuoriuscita dei gas e dei fumi, oltre che sfruttare l'azione dei venti dominanti
per alimentare le fornaci (fig. 5).
Tutte le fasi di lavorazione (arricchimento, arrostimento, scorificazione, riduzione)
producevano una certa quantit di scorie, spesso individuabili solo grazie ad accurate analisi
archeometriche, in particolare in presenza di solfuri, mentre i processi di riduzione dei
minerali composti da ossidi non producevano scorie, se non in minime quantit (ANGELINI ET

20

6 Oggetti in metallo databili alla tarda et del rame in Sicilia (1 da CALVI REZIA 1967; 2 da
ALBANESE PROCELLI 1993; 3 da GUILAINE ET ALII (2009).

21

ALII

2013, 102). Terminata la fase di riduzione e prelevato il metallo liquido, anche rompendo

e frantumando la fornace, con l'ausilio di crogioli fittili realizzati con argille refrattarie, anche
se potevano essere utilizzati vasi d'uso comune, come nella penisola Iberica, dove i cosiddetti
vasijas-hornos erano spesso impiegati per la riduzione del minerale direttamente sul fuoco
(GIARDINO 1998, 58-59), questo veniva poi colato nell'incavo di una matrice, realizzata in
argilla o, pi spesso, in pietra, per riprodurne in positivo la forma; una volta che il metallo si
raffreddava e si solidificava, il manufatto veniva estratto dalla matrice per passare alle

operazioni di finitura, come la ribattitura, eseguite per incrudire il metallo e dare all'oggetto la
sua forma definitiva (IBID., 65-66).

La metallurgia nella Sicilia del III millennio a.C.


L'Eneolitico rappresentato in Sicilia da un lungo periodo databile tra la fine del V e gli
ultimi secoli del III millennio a.C. (GULL, TERRASI 2013 e i contributi in appendice ivi

contenuti), definito nei suoi aspetti principali dalle fondamentali sintesi di L. Bernab Brea
(1988) e S. Tin (1960-61, 1965), ora aggiornate dalle recenti ricerche condotte in tutta l'isola
(AA.VV. 2011, 2012). Un dato significativo per avviare una revisione critica di questo periodo
rappresentato, tuttavia, dall'assoluta mancanza, almeno per tutta la fase pi antica, di
evidenze relative proprio la metallurgia: paradossalmente in Sicilia l'antica et del rame manca
proprio dell'elemento caratterizzante, appunto il rame.

Una prima definizione tipologica della pi antica produzione siciliana risale alla fine degli anni
'60 del secolo scorso (CALVI REZIA 1967), quando viene compilato un primo repertorio
comprendente sia pugnali triangolari a base semplice che del tipo Montebrandoni, unascia

22

7. 1) Monte Belvedere a Fiumedinisi; 2) Fiumedinisi e il suo contesto paesaggistico visto da Monte Belvedere; 3) foto
d'epoca della miniera di San Carlo a Fiumedinisi; 4) Mineralizzazione metallica nella miniera di San Carlo (1 da
antikitera.net; 2 da medioevosicilia.eu; 3 da zancleweb.wordpress.com; 4 da gruppogrottecatania.blogspot.com).

23

piatta proveniente da Pietrarossa, oltre a vari utensili, elementi di ornamento e resti informi di
metallo (fig. 6, 1). A tale breve elenco oggi possibile aggiungere un anello proveniente dalla
necropoli di Malpasso (ALBANESE PROCELLI 1988-89), una punta di lancia da Monte Venera

(ALBANESE PROCELLI 1989), una serie di asce piatte conservate nel Museo 'P. Orsi' di Siracusa
(tipo R1A, nn. 3 e 9, R1B, nn. 1 e 2, R1B.1, n. 15, ALBANESE PROCELLI 1993, 72-74, fig. 1 e 3)
(fig. 6, 2), un pugnale a forma triangolare con due fori posti sulla base rinvenuto
probabilmente nell'area del Belice (GUILAINE

ET ALII

2009) (fig. 6,3), ed alcuni utensili

rinvenuti nel villaggio di Monte Belvedere (VILLARI 1980), posto al centro del distretto
minerario di Fiumedinisi (fig. 7), l'unico di una certa consistenza in Sicilia con depositi

contenenti mineralizzazioni di rame, piombo, zinco, antimonio e argento. Tutti gli oggetti fino
a qui menzionati provengono da contesti databili alle fasi finali dell'et del rame (2700-2300
a.C.) (fig. 8): da un punto di vista tipologico i pugnali triangolari, quelli tipo Montebrandoni e
il gruppo di asce piatte, rientrano pienamente nell'ambito della produzione peninsulare della
fine dell'et del rame (CARANCINI 1996, 38, fig. 3); per alcuni degli utensili e per la punta di
lancia da Monte Venera sono stati indicati confronti con tipi noti nell'Egeo e in Anatolia nel

III millennio a.C. (IBID., 90-91). Per quanto riguarda invece il pugnale proveniente dalla valle
del Belice, questo trova puntuale confronto con la produzione che caratterizza il complesso
Campaniforme nel Mediterraneo occidentale (GUILAINE ET ALII 2009, 134).
Il piccolo ma significativo repertorio di oggetti metallici databili al Rame Finale stato fino ad
oggi interpretato come il frutto di importazioni, in particolare dall'area egea. Grazie alle recenti
ricerche possibile da un lato allargare oggi il quadro dei confronti anche con l'Italia

peninsulare e il Mediterraneo occidentale, mentre d'altro il rinvenimento a Case Bastione e in

24

8. Carta di distribuzione dei siti del rame finale siciliano con evidenze relative la metallurgia (archivio Arkeos).

25

altri siti di strutture probabilmente utilizzate nei processi fusori, consente di porre l'inizio di

tale produzione in Sicilia a partire almeno dalla met del III millennio a.C., anticipandone
l'inizio di oltre un millennio rispetto a quanto fino ad ora ipotizzato, dato che la pi antica
testimonianza nell'isola di forni fusori era fino ad oggi quella messa in luce nel villaggio dei
Faraglioni ad Ustica, contesto databile al Bronzo Medio (ALBANESE PROCELLI 2004, 194).
Il sito di Case Bastione situato nel territorio di Villarosa (Enna), lungo la valle del fiume
Morello, affluente dell'Imera meridionale. Si tratta di un vasto insediamento che si apre ai

piedi di un ripido costone roccioso delimitante a Sud l'area del lago Stelo, bonificato negli
anni '30 del secolo scorso, lungo le cui pareti si conservano i resti di una necropoli con tombe
a grotticella. L'insediamento databile dai materiali ceramici raccolti in superficie tra il
Neolitico Finale e il Bronzo Antico (met V-met II mill. a.C.), per essere poi nuovamente
occupato in et tardoantica e bizantina (VI-IX sec. d.C.). In uno dei settori di scavo aperti nel
corso delle recenti indagini condotte nel sito (GIANNITRAPANI

ET ALII

c.d.s.), stato possibile

indagare alcune strutture (fig. 9, 1) databili al Rame Finale, tra cui una capanna di cui si
conserva parte del muro perimetrale costituito da un doppio filare di grandi blocchi calcarei
(fig. 9, 2), confrontabile con le capanne del coevo villaggio di Tornamb (GIANNITRAPANI
2012a), posto pi a Sud lungo la valle dell'Imera meridionale.
Sono state esplorate inoltre una seconda struttura a pianta circolare dal diametro di circa 4 m,
delimitata da pietre e da una serie di buche di palo (fig. 9, 3) e, infine, una capanna a pianta

ovale segnata sul perimetro da un tratto di muro conservato su due filari, al cui interno si trova
il battuto pavimentale dove si conservano due buche di palo. Il repertorio ceramico
attribuibile alla facies di Malpasso-S. Ippolito (fig. 10, 1a), e comprende i classici bicchieri con

26

9 Strutture del Rame


Finale a Case Bastione:

1)

veduta generale dell'Area


Alfa;

2) tratto di muro di
capanna con grossi
blocchi disposti a
doppio paramento;

3)

veduta della struttura


circolare delimitata
sul perimetro da
pietre e buche di
palo;

4) la fossa contenente
cenere, argilla cotta e
materiale organico;
5) le piastre in concotto
con pozzetto circolare

(da archivio Arkeos,


1 campagna 2007,
da 2 a 5 campagna 2013).

27

ansa a piastra sopraelevata, ciotole ingubbiate su basso piede, frammenti del vaso globulare
con beccuccio tipo Pietrarossa, boccali semi-ovoidi con colletto distinto e coppe su basso piede
cilindrico decorate da motivi dipinti in nero (GIANNITRAPANI, IANN 2011). Associati a tali
materiali sono stati rinvenuti inoltre diversi frammenti incisi pertinenti vasi del Bicchiere
Campaniforme (fig. 10, 1b) (GIANNITRAPANI 2009), e alcuni frammenti attribuibili alle fasi
antiche della facies eoliana di Capo Graziano (fig. 10, 1c).
Gli spazi esterni queste strutture domestiche sono caratterizzati dalla presenza di piani di vita e
da una serie di strutture produttive, tra cui due larghe fosse, una a pianta circolare delimitata
da un circolo di pietre, rinvenuta ricolma di cenere, concotto e materiale organico carbonizzato
(fig. 9, 4), l'altra a pianta ovale, contenente pietre, resti di fauna e frammenti ceramici. Inoltre,
sono state indagate una serie di piastre in concotto di forma irregolare al cui centro si aprono
pozzetti circolari intonacati, poste su un piano in argilla compatta ben lisciata (fig. 9,5). Allo

stato attuale delle ricerche non sono ancora chiare le funzioni svolte da queste piastre e dei
relativi pozzetti: le prime analisi archeometriche non hanno ancora permesso di ottenere
risultati significativi in tal senso, anche se stato possibile verificare la presenza sulle pareti dei
pozzetti di abbondanti tracce di ossido di ferro e di ferro metallico, quest'ultimo non presente
in natura, per cui la sua presenza deve essere collegata a processi avvenuti ad alta temperatura,
di cui per non ancora chiara la natura.

Le diverse strutture abitative e produttive di questa fase ad un certo momento, sempre databile
al Rame Finale, vengono dismesse e in parte riutilizzate sempre a scopo artigianale. Uno dei
pozzetti circolari prima ricordati viene volontariamente chiuso e sigillato con la deposizione di
alcuni vasi, tra cui una coppa su basso piede dipinta nello stile di S. Ippolito (fig.10, 1 a), rotti

28

10. 1) ceramiche del Rame Finale rinvenute a Case Bastione (non in scala): a, frammenti degli stili di
Malpasso e S. Ippolito (in basso la coppa su piede rinvenuta all'interno di uno dei pozzetti intonacati);
b, frammenti del Bicchiere Campaniforme (in basso piede di vaso polipode); c, frammenti della facies
di Capo Graziano; 2) la probabile fornace rinvenuta in Area Alfa. Nella foto in alto si pu notare il
compatto strato di argilla vetrificata che la circonda, mentre nella foto in basso si vede come il pozzetto
pi recente copre la piastra e il pozzetto pi antico; 3) la forma di fusione fittile; 4) frammento del
probabile crogiolo ad immanicatura quadrangolare (foto archivio Arkeos, disegni di 1 e 4 di F. Iann, la
coppa su piede S. Ippolito di E. Salerno, 3 di A. Dolfini).

29

intenzionalmente. Il muro della capanna ovale viene in parte tagliato e utilizzato come base
d'appoggio per la messa in opera di una larga piastra circolare, delimitata lungo il perimetro da
una bassa spalletta in argilla, con al centro un pozzetto intonacato (fig. 10, 2). La superficie

della piastra e del pozzetto si presentano con ampie tracce di bruciato, mentre il pozzetto
colmo di terreno scuro fortemente carbonizzato: tutta la struttura quindi circondata da uno
spesso strato di argilla vetrificata a causa di alte temperature. Tali caratteristiche, insieme al
ritrovamento negli strati di abbandono di un frammento di una forma di fusione fittile
monovalva (fig.10,3), utilizzata forse per produrre asce simili a quelle di Pietrarossa e del Museo
di Siracusa prima ricordate, oltre ad un frammento di un crogiolo fittile del tipo ad

immanicatura quadrangolare (fig.10,4), simile ad esemplari rinvenuti nel Mediterraneo


centrale (CAMPS 1988), consentono di ipotizzare come tale fornace possa essere stata impiegata
nel campo della produzione metallurgica, anche se le analisi archeometriche non hanno
consentito fino a questo momento di rilevare la presenza di scorie, ma solo abbondanti tracce
di ossido di ferro. Tale fornace, dopo un certo periodo d'utilizzo, stata ristrutturata con la
costruzione di una nuova piastra con la stessa forma, dimensioni e orientamento, impostata

direttamente su quella pi antica. A questa fase d'uso dell'area sono inoltre attribuibili due
probabili silos, delimitati da allineamenti circolari di pietre di piccole-medie dimensioni, e da
un piano d'uso dove sono state messe in luce alcune buche di palo e un focolare costituito da
una piastra circolare in concotto. La complessa struttura messa in luce a Case Bastione non
trova al momento confronti n in Sicilia n nell'Italia centro-meridionale: fornaci simili sono
invece note a La Capitelle du Broum nella Francia meridionale (fig.11,1) (AMBERT

ET ALII

2005), a Los Millares (CAPEL ET ALII 2009) e Cabezo Jur (NOCETE 2006) nella Spagna

30

11. 1) pianta del sito metallurgico di La Capitelle du Broum (Francia); 2) pianta della fornace
metallurgica rinvenuta a Zambujal (Portogallo); 3) il crogiolo rinvenuto a Villafrati (PA); 4) pianta del
forno L rinvenuto a Manfria (Gela, CL) (1 da AMBERT ET ALII 2005, 2 da KUNST 1995, 3 da
LEIGHTON 1999, 4 da ORLANDINI 1962).

31

meridionale e a Zambujal (KUNST 1995) in Portogallo (fig.11,2).


L'inizio della produzione metallurgica in Sicilia a partire dalle fasi finali dell'et del rame
quindi confermata anche dal recente rinvenimento di alcune scorie di rame a Grangiara, lungo
la costa tirrenica del Messinese, in un contesto caratterizzato da ceramiche dello stile di
Malpasso (CANNIZZARO, MARTINELLI 2011), oltre che da un crogiolo proveniente da Villafrati
(fig.11,3), rinvenuto in associazione con materiali campaniformi (LEIGHTON 1999, 103).
Durante la successiva fase del Bronzo Antico, tale attivit dovette proseguire, probabilmente
con la stessa organizzazione della produzione: continuano, infatti, ad essere prodotte le stesse
tipologie di manufatti della fase precedente, pugnali, asce, oggetti d'ornamento e utensili
(BERNAB BREA 1976-77). Alla luce di quanto rinvenuto nel sito ennese, inoltre possibile
attribuire ad attivit metallurgiche il cosiddetto 'forno L' messo in luce nel villaggio
castellucciano di Manfria (ORLANDINI 1962), posto lungo la costa meridionale dell'isola,

immediatamente ad Est della foce dell'Imera meridionale: tale fornace (fig.11,4) del tutto
simile a quella rinvenuta a Case Bastione, solo di dimensioni maggiori, ed affiancata da un
doppio pozzetto collegato da un cordone d'argilla. All'interno sono stati rinvenuti una serie di
pestelli, macinelli e alcune asce litiche, tra cui una in basalto, oltre ad un tozzo manico, con foro
quadrangolare, di una grossa padella acroma (IBID., 55), simile al possibile crogiolo di Case
Bastione, oltre ad altri crogioli recentemente individuati nel corso di nuove analisi condotte

sui materiali gi scavati dall'Orlandini (PROCELLI c.d.s.).

Complessit sociale e modi di produzione nella Sicilia tra il IV e il III millennio a.C.
Le ricerche recentemente condotte a Case Bastione e nell'area degli Erei (GIANNITRAPANI

32

2012b) hanno permesso di ottenere nuove evidenze, relative sia alla cultura materiale che agli
aspetti di tipo socio-economico, utili a rivedere criticamente il quadro delle conoscenze in
Sicilia del periodo compreso tra il IV e il II millennio a.C. Allo stesso tempo, grazie ai nuovi

dati possibile ora avviare un'ampia e approfondita discussione sul tema della complessit
sociale della societ siciliana di et preistorica, tema peraltro fino ad oggi quasi del tutto
assente dal dibattito corrente. In particolare, a partire almeno dalla met del III millennio
a.C., e per la prima parte del millennio successivo, possibile assistere ad una radicale
trasformazione della formazione sociale che ha caratterizzato la Sicilia nelle fasi precedenti, con
l'avvio di nuovi modi di produzione, appunto la metallurgia, ma anche lo sfruttamento di altre

risorse minerarie, come il salgemma e lo zolfo, la tessitura, la produzione casearia, tutte attivit
che sono sostenute da un'intensificazione della produzione agricola e da una pi avanzata
tecnologia nella produzione ceramica, accompagnata da una maggiore variabilit tipologica
(IANN c.d.s.), e da un diverso uso dello spazio domestico (GIANNITRAPANI 2012 a; c.d.s.).
Tale trasformazione non riguarda tuttavia solo l'economia o la cultura materiale, ma
rappresenta piuttosto un cambiamento di tipo sociale e politico: l'inizio della produzione
metallurgica e delle altre attivit produttive e artigianali, sono la materializzazione di
un'intensificazione della complessit della societ siciliana, caratterizzata al tempo stesso da una
crescente gerarchizzazione delle strutture sociali e delle forze produttive. La nuova struttura
economica attiva a partire almeno dal III millennio a.C., infatti, ha probabilmente creato le
condizioni per una produzione pi intensiva, finalizzata ad un maggiore accumulo di
ricchezze e di surplus legati ai prodotti della terra, costituendo la base sociale ed
economica da cui emergono diversi gruppi d'interesse e nuove elites, gi testimoniate

33

dalladozione dell'architettura funeraria ipogeica (GIANNITRAPANI 2012c), un modello di


sviluppo sociale in cui possibile leggere una maggiore diseguaglianza fondata su un accesso
differenziato alle risorse naturali, alla terra e ai mezzi di produzione. Tale intensificazione
implica anche un pi alto livello di differenziazione nell'accesso alle nuove conoscenze tecniche
e, di conseguenza, alle risorse prodotte, oltre che una differente e pi complessa organizzazione

del lavoro, sostenuta proprio dall'introduzione delle nuove attivit artigianali prima ricordate.
grazie alla costituzione e al consolidamento di questo nuovo modello politico e socioeconomico che le comunit siciliane tra il IV e il III millennio a.C. mostrano quindi la
capacit di trasformarsi verso un pi complesso modello di societ, permettendo cos alla
Sicilia, durante il II millennio a.C., cio durante la successiva et del bronzo, di svolgere un
ruolo centrale nello sviluppo culturale, sociale ed economico del bacino del Mediterraneo.
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36

Il lavoro e le risorse del territorio: zolfo, sale e metalli nel


territorio agrigentino nella preistoria
DOMENICA GULL

La storia del lavoro e la storia dellumanit coincidono. I primi strumenti furono realizzati circa
tre milioni di anni fa nel territorio intorno al lago Vittoria (Africa) da ominidi ancora non
fisicamente simili agli umani attuali: si tratta di semplici ciottoli scheggiati, con un margine
tagliente, utile a tagliare e raschiare (chopper) (fig. 1). Questo semplice strumento da lavoro fu
lunico utilizzato fino a circa 1,8 milione di anni fa, quando venne realizzato per la prima volta
uno strumento pi complesso, una sorta di lancia, dal contorno a mandorla (amigdala),
scheggiato su entrambi i lati, con una estremit appuntita e una pi tozza; questo prototipo di
una punta di lancia fu utilizzata per la caccia e come arma da offesa (fig. 2). Il chopper e
lamigdala sono gli unici strumenti di cui si abbia notizia per un periodo lunghissimo, fino
quasi a 200.000 anni fa. Lo sviluppo della tecnica determin il sempre maggiore controllo
delluomo sulla natura che si trasform, lentamente, da preda a predatore.
Una vera e propria svolta si ebbe nel Paleolitico medio quando si raffinarono tecniche per
cacciare animali di grossa taglia; questo processo fondamentale perch stimol progressi
tecnici nella costruzione di utensili nuovi come i percussori e, soprattutto, sollecit unazione
di gruppo programmata che rese necessaria la comunicazione e lo sviluppo del linguaggio
(PFEIFFER 1969).
Importante progresso tecnologico rappresent la scheggia, un manufatto molto pi sottile e

37

piccolo, ma anche pi tagliente, ottenuto attraverso il ritocco dei margini. Intorno a


40.000/35.000 anni fa venne perfezionata una tecnica di scheggiatura che consentiva
di ottenere schegge sottili dai margini rettilinei molto taglienti, strumenti pi piccoli
e versatili utilizzati per una molteplicit di attrezzi (fig. 3). Luomo pertanto si
sempre confrontato con la natura, mezzo della sua sopravvivenza:

caccia, pesca,

raccolta, approvvigionamento dellacqua, ricerca di un riparo significa gi trasformare


gli elementi naturali in risorsa.
Leconomia di sussistenza che ha caratterizzato un lunghissimo periodo della storia
delluomo, fondata sulla caccia, pesca e raccolta, fu superata solo nel periodo che
convenzionalmente chiamiamo Neolitico (VI-V millennio a.C.), quando si determin
il controllo diretto delluomo sulla riproduzione vegetale e animale, con la
conseguente creazione degli insediamenti stabili (fig. 4).
Il ciclo di lavorazione dei cereali porta alla creazione di strumenti nuovi come i
falcetti in selce, le macine in pietra (fig. 5) e strumenti come accette, zappe, picconi.
Inizi la sistematica ricerca di fonti di approvvigionamento. Durante il Paleolitico la
raccolta avveniva prevalentemente lungo i corsi d'acqua, dove era possibile trovare i

ciottoli trasportati dalla corrente; a partire dal Neolitico, i metodi di ricerca della
selce subirono un cambiamento radicale, quando si scopri la possibilit di estrarre i
noduli di qualit migliore dagli strati in profondit, scavando gallerie sotterranee (fig.
6), servendosi di picconi e mazzuoli litici

(fig. 7) che sono stati rinvenuti in

abbondanza all'interno delle gallerie. Nasce cos la miniera, che richiede una
strutturazione organizzata e una specializzazione del lavoro.

38

1. Ciottolo scheggiato.

39

2. Strumento in pietra bifacciale (amigdala).

3. Stacco di una lama da un nucleo di selce (disegno Manola Cotroneo).

40

Nel Neolitico la sedentariet produce una sempre pi accentuata specializzazione del lavoro: il
pastore, lagricoltore, il ceramista (fig. 4).
La trasformazione dei cereali, probabilmente affidata alle donne, testimoniata da numerose

macine e pestelli, cos come la produzione dei prodotti caseari testimoniata da vasi con
piccoli fori su tutto il corpo del vaso: alcuni esemplari sono stati sottoposti ad analisi
gascromatografiche che hanno accertato la presenza di tracce di caseina (fig. 8).
Unattivit specializzata divenne quella del vasaio: luomo scopr che largilla impastata con
acqua diventa plastica, modellabile, e che con la cottura, la forma attribuita diventa
irreversibile. Questa, che senzaltro una delle invenzioni pi importanti del Neolitico,

diviene unattivit altamente specializzata, sia per la realizzazione del vaso, che richiede il
reperimento e la scelta della materia prima, le tecniche di cottura e soprattutto le tecniche di
decorazione (fig. 9).
Ovviamente le caratteristiche fisiche e le potenzialit del territorio hanno sempre determinato
le scelte per limpianto degli insediamenti: la natura dei suoli innanzitutto, e la loro
conseguente potenzialit produttiva, la presenza di acqua, sono fra le risorse naturali quelle
certamente fondamentali all'impianto di comunit stabili.
Alcune tra le risorse naturali importanti e utilizzate sin dalla preistoria sono certamente il sale,
il bitume, lo zolfo. La primaria importanza del sale nellantichit risulta naturalmente ovvia,
quando si pensa che la conservazione di carni, pesce e altri alimenti deperibili, un momento
di fondamentale importanza nella gestione delle risorse alimentari. Limportanza della presenza
del sale in relazione alla distribuzione degli insediamenti stata evidenziata in diversi studi
(STIGLITZ ET ALII, 847-874) e la concentrazione di insediamenti vicino a saline sembra un dato

41

4. Ricostruzione delle attivit principali di un villaggio neolitico (disegno di Manola Cotroneo).

42

5. Macina e pestello litici. Ricostruzione della macinatura del grano (disegno Manola Cotroneo).

43

Importanti giacimenti di zolfo e salgemma sono notoriamente presenti nel territorio


agrigentino: la Sicilia centro meridionale ha delle caratteristiche geomorfologiche peculiari,
caratterizzata da

affioramenti di rocce evaporitiche della serie gessoso-solfifera, che

contengono depositi di zolfo e salgemma. Nellarea della valle del Platani, tali elementi si
ritrovano facilmente in superficie perch le acque superficiali penetrano allinterno della roccia
granulare, variamente fessurata, inabissandosi nei meandri sotterranei derivanti dalla
dissoluzione dei gessi. Le acque raggiungono le formazioni saline e solfifere sottostanti
sciogliendole; arricchitesi di questi minerali, riemergono in numerose sorgenti appunto salate e
sulfuree (cosiddette acqua amara, o acqua mintina).

Alcune acque salate, che riemergono nel greto del fiume Platani, hanno un contenuto salino
altissimo, che talora raggiunge i 200 gr per litro (figg. 10-11). I ricchi depositi di sale presenti
praticamente lungo tutta la valle del Platani, consentono la facile raccolta del minerale che si
deposita in superficie in spesse incrostazioni (fig. 12): depositi di spessore notevole si trovano
in contrada Borangio, variamente ricordata nella storiografia naturalistica, a Raffadali,
Cattolica Eraclea, contrada Salina, in contrada S. Barnaba, a Sud di S. Angelo Muxaro,
Cianciana, dove il sale in molti filoni affiorante e di facile raccolta in superficie; pi a Nord
importanti depositi salini si trovano nell' areale fra Cammarata e S. Giovanni Gemini.
A SO di Cianciana, nei pressi del vallone Intronata, affiora un corpo salino con uno spessore
di oltre 40 metri e una lunghezza di 700 metri. Sulla destra idrografica i corpi in affioramento
sono due ed hanno una lunghezza singola di m 250 con uno spessore in affioramento di 30-40
metri.
Il vallone Intronata, nei periodi poco piovosi, rideposita lungo lalveo patine di sale per effetto

44

6. Planimetria delle miniere di selce di Calaforno.


7. Accetta piccone in pietra da Licata.

45

8. Vaso forato per la produzione di caseari da Palma di Montechiaro.

46

della evaporazione delle acque di dissoluzione del sale.


Tale caratterizzazione geofisica definisce un paesaggio unico, dominato dal corso del fiume e
dalle continue incrostazioni e accumuli di sale, sia sul fiume, le cui acque superficiali appaiono
spesso ricoperte da una crosta di sale, ma anche nei numerosi accumuli che crescono intorno
alle innumerevoli sorgenti di acqua salata.
Anche se lutilizzo del sale durante la preistoria naturalmente ovvio, solo per let
medievale disponiamo di documentazione sulla sua produzione e commercializzazione
in vari siti della valle fluviale come a Raffadali, Cammarata, Platanella.
Il paesaggio definito anche dalla presenza diffusa dello zolfo. Filoni solfiferi si
riscontrano sia nell'ambito di ammassi gessosi che in quelli calcarei. Ai noti depositi di
Cozzo Disi e di contrada Rossi, coltivati fino a qualche decennio fa, fanno riscontro
estese incrostazioni di zolfo presenti praticamente su tutto il territorio, da contrada

Roveto, alle pendici meridionali di Rocca Ficarazze, al vallone Mandravecchia.


Lo zolfo, la cui utilizzazione e commercializzazione sin dallantica et del Bronzo
ormai provata dagli scavi di Monte Grande, ha un largo utilizzo, in ambito terapeutico
e sacro.
La prima conferma archeologica allipotesi della ricerca e del commercio dello zolfo
nella regione agrigentina prima del periodo romano, costituita dalle scoperte di

Monte Grande di Palma di Montechiaro (fig. 13), dove stato portato in luce un
complesso di recinti interpretato come un grande santuario consacrato al culto della fertilit e
della prosperit, datato, in base ai materiali rinvenuti, indigeni ed egei, al XVI sec. a.C.
Connesse ai recinti, erano fornaci per la fusione dello zolfo (fig. 14), rinvenimento

47

9. Vaso con decorazione a roker realizzata con conchiglia da Licata (disegno di Lucia Alongi); vaso con decorazione a
stampo stile Stentinello (da MANISCALCO 2004).

48

10. Fiume Platani con incrostazioni di sale in superficie (foto Domenica Gull).

49

davvero straordinario che conferma la pratica della fusione dello zolfo gi nellantica et del
Bronzo. Questa scoperta costituisce la prima conferma archeologica allipotesi della ricerca e del
commercio dello zolfo nella regione agrigentina sin dalla preistoria. I numerosi ed eccezionali
materiali votivi rinvenuti in un area vastissima, hanno fatto supporre che il grande santuario
fosse il luogo di culto non di una singola comunit ma un santuario federale di tanti villaggi.
Monte Grande con il grande santuario e le officine annesse finalizzate alla fusione dello zolfo,
nellambito della cultura di Castelluccio, rappresent un centro di fondamentale importanza per
gli intensi rapporti mercantili a livello panmediterraneo nel XVI e XV sec. a.C., come dimostrato
dalla ceramica egea rinvenuta (CASTELLANA 1998; 1999).
Poco distante da una fornace, in un contesto datato al Bronzo antico, si rinvenuto, oltre a
ceramica dipinta dello stile di Castelluccio e frammenti egei, un panetto di zolfo fuso di forma
tronco piramidale con base piana e pareti oblique, costituito da zolfo puro al 100% (fig. 15). Le

indagini archeometriche indicano che la tecnica della fusione dello zolfo nel forno denominato
calcarone non sia una tecnica moderna ma utilizzata almeno dallantica et del Bronzo
(GIARDINO 1998).
Lassociazione dei materiali egei con le tracce delle strutture destinate alla fusione dello zolfo a
Monte Grande, indicano che lo zolfo, di cui si conoscono i molteplici usi nel mondo antico,
dallambito farmacologico a quello cultuale, fu oggetto di traffici transmarini per la sua ricerca e

approvvigionamento, e

quindi elemento importante nelleconomia della Sicilia centro-

meridionale gi in questa fase della preistoria.


Un frammento di un panetto simile si rinvenuto recentemente su Monte Roveto a
Casteltermini, confermando la pratica del confezionamento dello zolfo fuso in panetti sin dalla

50

11. Fiume Platani con incrostazioni di sale in superficie (foto Domenica Gull).

51

12. S.Angelo Muxaro. Sale che si accumula attorno ad una sorgente.

52

Un altro aspetto molto importante dellutilizzo e trasformazione delle risorse naturali la


metallurgia. Le uniche, modeste risorse metallifere dellisola sono costituite dai giacimenti
della regione dei Monti Peloritani, dove si trovano filoni contenenti mineralizzazioni in ferro,
piombo, rame, argento, ferro, arsenico, antimonio, conosciute e sfruttate in antico fino al XIX
secolo (GIARDINO 1999).
Oggi lestrazione e la lavorazione dei minerali ferrosi documentata nella media valle del
Platani, nel territorio di Casteltermini. I minerali ferrosi sono particolarmente concentrati
lungo un punto di faglia da Rocca Ficarazze a Monte Roveto, ma presenti, in mineralizzazioni
superficiali, su una vastissima area. La presenza diffusissima di minerali di ferro, anche di
notevole spessore, rimanda al toponimo locale, appunto Rocca Ferro, di origine relativamente
recente e determinato evidentemente da questa particolare caratteristica naturale che doveva
essere di una certa portata se stata registrata e fissata in un toponimo (GULL 2003; 2005).
Negli anni Novanta del secolo scorso si rinvenne, sulla sommit di Monte Roveto,

un

ripostiglio di oggetti di bronzo e ferro (fig. 17). Molto significativa, tra gli oggetti del ripostiglio,
la presenza di semilavorato siderurgico: si tratta del cosiddetto blumo o spugna di ferro,
prodotto di scarto del processo metallurgico che utilizzava allorigine minerali ferrosi presenti
sul luogo, come lematite (fig. 18). (GULL c.d.s.).
Le scorie hanno una struttura molto spugnosa con grossi vacuoli e tracce di carbone e zolfo,
visibili anche ad occhio nudo. Il carbone era indispensabile per loperazione di riduzione dei
minerali, che era di tipo diretto, cio riscaldando il minerale ad alte temperature insieme al
carbone di legna e allo zolfo probabilmente per la sua azione infiammabile.
Il blumo viene poi battuto a caldo per espellere le scorie e ottenere la massa di ferro.

53

13. Palma di Montechiaro. Monte Grande. Veduta generale (da CASTELLANA 1998).

54

14. Palma di Montechiaro. Monte Grande. Ricostruzione di un calcarone per la fusione dello zolfo e panetto di zolfo
(da CASTELLANA 1998).

15. Panetto di zolfo da Casteltermini.

55

La conservazione deliberata dei semilavorati siderurgici indice del valore che ad essi veniva
attribuito.

La presenza di attivit di fonderia certamente uno degli aspetti pi interessanti che la ricerca
archeologica nel territorio di Casteltermini ha evidenziato;

documentata la presenza

massiccia di frammenti metallici, aes rude, scorie di fusione, piccoli lingotti, e soprattutto di
una grande quantit di ferro, sia allo stato naturale che lavorato, allo stato di blumo o piccoli
masselli di ferro dolce (fig. 19).
La presenza diffusa di metallo informe, segnalata da Vincenzo La Rosa alla fine degli anni
Settanta del secolo scorso, si configur da subito come un palese indicatore archeologico della
ricchezza del centro, in quanto rimanda chiaramente ad operazioni di fonderia e quindi, alla
lavorazione del metallo in loco. Da allora, le ricognizioni effettuate sullintero territorio di
Casteltermini, scoperte fortuite e in seguito a scavo regolare, hanno accresciuto in maniera
davvero straordinaria le attestazioni della presenza di manufatti in metallo, bronzo e ferro, e di
una ingente quantit di metallo informe, tipo aes rude, lingotti, del tipo a barra o discoidali
piano-convessi, che rimanda senza dubbio ad operazioni di fonderia.
Appare evidente come non si possa prescindere dalle analisi metallurgiche dei lingotti, in
modo da stabilire se siano prodotti di rifusione o lingotti da estrazione, questione di non poco
conto che pu fornire indicazioni preziose sulle fonti di approvvigionamento del metallo
grezzo. I lingotti in ferro, la presenza delle scorie e delle gocce di fusione, suggeriscono pertanto
la presenza di officine siderurgiche attive, che si approvvigionavano, forse anche solo in parte,
del ferro locale. in programma la mappatura e campionatura di tutti gli affioramenti dei
minerali di ferro, presenti nellintero territorio: questo consentir di verificare la composizione

56

17. Ripostiglio da Monte Roveto di Casteltermini (da GULL 2003).

57

18. Aes rude, frammenti di lingotti e semilavorato siderurgico dal ripostiglio di Monte Roveto.

58

19. Aes rude, scorie di fusione e semilavorato siderurgico rinvenuti in superficie a Monte Roveto.

59

radioisotopica dei minerali locali e poterla cos confrontare con quella delle scorie e dei lingotti.
Sin dalla pi antica attestazione di realizzazione di strumenti, quindi di applicazione di una
tecnica che viene condivisa e trasmessa, la natura mezzo di sussistenza, teatro di continue
sperimentazioni per dominare gli elementi e ricavarne sempre nuovi e maggiori benefici. Le
specializzazioni del lavoro sono pertanto strettamente collegate alle risorse di ciascun territorio,
frutto della capacit delluomo preistorico a capire e sfruttare le potenzialit del suo habitat naturale.

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60

La dimensione metaforica del lavoro

Salvatore Gregoretti, Demetra, mosaico a larghe tessere, insegna del panificio Morello,
Via Cappuccinelle, Piazza S. Anna al Capo di Palermo, 1908 (da SIRCHIA, RIZZO 2001).

Demetra che produci molti frutti


e molte spighe, fa' che questo campo
sia lavorato bene e sia fruttuoso
d'abbondante raccolto. Mietitori,
ben saldi stringete i mannelli,
perch nessuno dica passando:
Oh , i miei soldi!
che mietitori oziosi!
(Teocrito, Id. X, vv.33-40).

Le opere di Atena: identit femminile e philergia nella Sicilia greca


ELISA CHIARA PORTALE

Un celebre passo degli Erga esiodei pu introdurre il tema che, muovendo dal ricchissimo
dossier di Atene (la polis che da Atena prendeva addirittura il nome), vorrei qui declinare
in ottica siceliota puntando lattenzione su un filone della documentazione votiva e
funeraria di et classica: la dimensione metaforica del lavoro femminile, a partire dal
patronato esercitato da Atena sulle technai e loperosit muliebre sin dalla comparsa al
mondo della prima donna mortale. Adirato per linganno di Prometeo, Zeus infliggeva
infatti come punizione agli uomini () un male di cui tutti godano nellanimo, circondando
daffetto la loro stessa sciagura (). Ordin allillustre Efesto che assai presto mescolasse acqua e
terra, di essere umano vi infondesse voce e forza, nel volto simile alle dee immortali figurasse bel
sembiante amabile di vergine (partheniks kaln eidos); poi Atena i lavori insegnasse, a tessere

trama variata (erga didasksai, polydaidalon histn hyphainein), e grazia sul capo spargesse
laurea Afrodite, e volutt tormentosa e pene che divorano le membra. () [Subito con la terra
plasm lillustre Ambidestro unimmagine simile a vereconda vergine, secondo i voleri del Cronide;

la cinse e ladorn la dea glaucopide Atena; le divine Charites e signora Peith collane doro le
posero al corpo, la coronarono di fiori primaverili le Horai dalle belle chiome; al corpo le adatt

ogni ornamento Pallade Atena](Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 57-76, trad. di A. Ercolani,
Roma 2010).

63

Ulteriori dettagli aggiunge il poeta nella Teogonia:


() la dea Atena dagli occhi lucenti le dette il suo cinto e la orn di una candida veste, e dal

capo fece scendere con larte delle sue mani un velo riccamente lavorato, meraviglia a
vedersi; quindi attorno alla testa Pallade Atena le pose amabili corone fatte di freschi fiori
di prato, e intorno al capo le cinse una corona doro, che lo stesso inclito Ambidestro aveva fatto...
(Esiodo, Opere. Teogonia, vv. 572-579, trad. di A. Colonna, Torino 1983)
Le opere di Atena che tanto risalto assumono nella presentazione di Pandora, qualificandone
labilit nella tessitura di stoffe variegate insegnatale dalla dea e il vestiario di straordinaria
bellezza che ella le elargisce, sono cos collegate ab origine alla natura femminile, in una con la
grazia infusa da Afrodite e le splendide parures di gioielli e corone floreali con cui gli dei
Atena, le Charites (Grazie), le Horai (Stagioni) e Peith (Persuasione), e il divino artigiano Efesto
omaggiano laffascinante fanciulla (con lambiguo tocco finale di Hermes). Costei, la

capostipite della stirpe delle donne delicate, epitoma nel suo stesso nome la molteplicit dei
doni ricevuti, e il carattere (ambiguo) di dono, al contempo malanno e fonte di godimento e
meraviglia, intrinseco al genere femminile.
Al di l della coloritura misogina, il carattere serio e il sottofondo religioso della storia della
prima donna sono stati da tempo evidenziati dalla critica, che ne ha colto uneclatante
convalida nella sua riproposizione in uno dei complessi figurativi pi celebri dellantichit: la

colossale statua di culto di Athena Parthenos eretta da Fidia nel Partenone sullacropoli di
Atene, la cui base (PAUSANIA I 24,7; PLINIO, Naturalis Historia XXXVI,18) recava appunto una
rappresentazione del mito di Pandora a grandezza naturale (HURWIT 1999, 235-245;
ROBERTSON 2004; LEE 2005, 59-62). La pregnanza della vestizione di Pandora per mano di

64

1. Statuetta frammentaria di Atena con la rocca da Scornavacche (Ragusa, Museo Archeologico Regionale, inv. 629), prima
met del IV secolo a.C. (da DI VITA 1952-54).

65

Atena si coglie appieno considerando che in quel santuario, al culmine delle feste Panatenee,
la dea era omaggiata dalla citt con lofferta di un peplo istoriato alla cui realizzazione, con i
riti collegati, erano destinate due ragazzine alloggiate sullacropoli (fig. 2) , quasi a

riattualizzare ogni volta nellomaggio collettivo la meraviglia delle opere di Atena: i tessuti
variegati creati con la techne che ella aveva trasmesso al genere femminile agli albori della storia,
strumento e simbolo di civilt e coesione civile (REEDER 1995, 200-202; BLUNDELL 1998, 4955; HURWIT 1999, 184-186, 227ss.; PALAGIA 2000, 58-60; PALAGIA 2008; BUNDRICK 2008, 325s.).
Per di pi, Atena era venerata sullacropoli come Ergane, ovvero lavoratrice (CONSOLI 2004;
CONSOLI 2010), un epiteto cultuale che talvolta troviamo abbinato con quello di Zosteria (che

cinge: cos in un cippo dal santuario di Athena Pronaia a Delfi) parimenti sotteso al ruolo della
dea nel racconto esiodeo, allorch Atena a vestire la prima donna, persino donandole la
propria cintura (ROBERTSON 2005). Proprio lepiclesi Ergane, legata alle competenze tecniche
della dea e alle opere di Atena che ne derivano (DIODORO V 73, 7-8), ci riporta alla Sicilia
e ad un gruppo di figurine fittili cos interpretate, provenienti da siti della parte meridionale
dellisola (Camarina, Gela?, Agrigento, Scornavacche, Monte Saraceno?, Butera?) e da

Himera sulla costa tirrenica (figg. 2, 6a, 8-9): Atena, riconoscibile per il copricapo (elmo o
polos, talvolta con cimiero applicato), vi caratterizzata come filatrice tramite la conocchia e
il fuso che regge nelle mani e/o il kalathos per la lana ai suoi piedi (PISANI 2008, 50-56;
CONSOLI 2010, 19-23).
Il primo pezzo del dossier, e il pi notevole, la statuetta frammentaria dallabitato-ceramico di
Scornavacche nella valle del Dirillo (DI VITA 1952-54) (fig. 1), il cui soggetto e stile atticizzante

indussero lo scopritore A. Di Vita a supporre la dipendenza da una scultura effigiante Athena

66

2. Rilievo votivo frammentario dallacropoli di Atene: visibili unarrephoros al lavoro del telaio e i busti di due delle
Charites, che tutelano lopera delle fanciulle scelte per la tessitura del peplo per Atena (Atene, Museo dellacropoli, inv.
2554), IV secolo a.C. (da PALAGIA 2008).
3. Statua di Atena seduta su uno sgabello, identificata con lAtena opera di Endoios (Atene, Museo dellacropoli, inv. 625),
525 a.C. ca. (da CONSOLI 2010).
4a-b. Rilievo fittile votivo dallacropoli di Atene con raffigurazione di una donna che fila (Atene, Museo dellacropoli, inv.
13055) e relativa ricostruzione grafica, fine VI-inizi V secolo a.C. (da CONSOLI 2010).

67

Ergane situata sullacropoli di Atene. Poco dopo, S. Stucchi (1956) ampliava la discussione
chiamando in causa una statua seduta rinvenuta sulle pendici nord della rocca (fig. 3), riferita
allo scultore Endoios sulla scorta di un cenno di Pausania (I 26,4) e riconosciuta come
simulacro arcaico di Athena Ergane (lidentificazione del monumento resta, tuttavia,
controversa), e proponendo di integrarne gli attributi con un fuso e una rocca per analogia con
la figurina siciliana, appartenente per ad un filone diverso. Sarebbe stato lartista arcaico,
invece, a escogitare lo schema iconografico della dea-filatrice, stando anche ad unaltra notizia
di Pausania (VII 5,9) che ne ricorda la statua lignea di Athena Polias a Eritre, resa seduta in
trono, col polos sul capo e una rocca in ciascuna mano. Le testimonianze del Periegeta e la
questione dellAtena di Endoios sono state ridiscusse da V. Consoli (2004 e 2010) in
relazione al contesto ateniese e alle matrici ionico-attiche del tema, ricollocato nel quadro
dellet pisistratea caratterizzato dalla forte ascesa e consapevolezza delle classi artigianali devote
alla dea lavoratrice. Per supportare la ricostruzione proposta della statua dellacropoli sono
stati inoltre addotti alcuni pinakes fittili dallacropoli (fig. 4a-b) reputati raffigurare la dea
nellattitudine codificata dallagalma di Endoios, nonostante una lettura alternativa vindividui
piuttosto le stesse devote, che offrono alla dea unimmagine idealizzata di s, allopera con fuso
e conocchia (DI VITA 1952-54, 147; DEMARGNE, CASSIMATIS 1984, 962, 1019; HEINRICH
2006, 50-54): in verit, la caratterizzazione del seggio a mo di kline si adatta meglio ad un
soggetto mortale, sulla scorta del tenace legame simbolico fra il letto e il vincolo matrimoniale
e la vita della donna nelloikos (ibidem, 106s.). Daltro lato, va ricordato che nellAtene arcaicoclassica il ruolo di Atena patrona e protettrice degli artigiani viene espresso raffigurando la dea
in persona presenziare alle attivit dellergasterion: in tale imagerie, pervenuta anche in Sicilia

68

5. Cratere a figure rosse con scena di ergasterion da Caltagirone (Museo di Caltagirone, inv. 961), 450-425 a.C. ca. (da
MARTIN, PELAGATTI, VALLET 1980).

69

grazie allimportazione dei vasi attici dipinti come testimonia un bel cratere rinvenuto a
Caltagirone (fig. 5) , la figura divina riflette per il modello canonico della peplophoros elmata,
senza attributi distintivi rispetto alliconografia corrente negli altri suoi contesti di intervento
(DEMARGNE, CASSIMATIS 1984, 961; WILLIAMS 2009; HASAKI 2012, 256-258).
Nonostante il gap tra il supposto archetipo arcaico delliconografia di Athena Ergane giunta in
Sicilia e la documentazione isolana superstite (emergente solo a un secolo di distanza), il peso
del precedente ionico-attico resta tale da ipotecare lesegesi dei manufatti sicelioti, ancorch
lunico legato ad un filone ateniese (almeno per ispirazione stilistica) sia la terracotta di
Scornavacche (fig. 1), che riflette per, come accennato, unelaborazione indipendente rispetto
alla statua di Endoios e da inserire piuttosto nel contesto artistico della Sicilia dionigiana,
recettivo dei modelli formali attici dellavanzato V secolo, ma ben caratterizzato per
predilezioni tematiche, iconografie e stilemi sul solco di unimportante tradizione locale
siceliota (PORTALE 2000; PAUTASSO 2009).
Unaltra versione stilisticamente prossima, ma tipologicamente distinta, presente tra le
terrecotte del cd. Quartiere punico di Porta II ad Agrigento (DEORSOLA 1990, 28ss.;
FIORENTINI 2002, 167, fig. 20): dapprima etichettata Atena/Demetra per il fraintendimento
della rocca come fiamma di una fiaccola, la figura connotata da un uccello poggiato sulla
spalla e dalla gestualit del braccio sinistro (fig. 6a). Larto, reggendo lo strumento per la
filatura, discosta infatti il mantello posto a velo sul capo, secondo un motivo familiare nel
linguaggio visivo greco come gesto di aids (pudore), ricorrente nelliconografia di sfondo
nuziale (FERRARI 2002, 54-56).
Le testimonianze pi precoci della raffigurazione di unAtena Ergane (intendendo la qualifica

70

6a-c. Statuetta di Atena con conocchia e volatile sulla


spalla dal Quartiere di Porta II ad Agrigento e
terrecotte associate, fine V secolo a.C. (Agrigento,
Museo Archeologico Regionale Pietro Griffo) (da
FIORENTINI 2002; fig. 6b-c da DEORSOLA 1990).

71

come esplicativa delle prerogative della dea nelle technai, non in riferimento allo specifico culto
ateniese che rischioso proiettare tout court sulla realt siceliota, in assenza di forti indizi di
filiazione) risolvono invece lesigenza di qualificare la dea come protettrice delle attivit tessili
attraverso laggiunta di uno o pi strumenti per la filatura ad uno schema del tutto in linea
con la tradizione della coroplastica arcaico-classica locale. Basta il kalathos, ad esempio, a
connotare in tal senso una terracotta di grande formato dal Quartiere Est di Himera (fig. 8)
(ALLEGRO 1976, 539ss., tav. LXXXIX,5; ALBERTOCCHI 2004, 63, 134, cat. 1054, tipo A LI, tav.
XIXc), per il resto (salvo il cimiero aggiunto al polos) interamente conforme al tipo della cd.
Athana Lindia, o per meglio dire dea con pettorali, adottato sin dal VI secolo a.C. per
effigiare diverse divinit (e non tanto Atena, come si ritenuto a lungo). Non chiaro, in
carenza degli attributi originari, se tale fosse il caso anche delle statuette analoghe provenienti
dai livelli dionigiani dellacropoli di Gela (FIORENTINI 2002, 159, fig. 13; ALBERTOCCHI 2004,
45, tipo AXXVII, cat. 644s.); mentre la versione documentata pi volte nello scarico di una
fornace di vasai alla periferia nord-orientale di Camarina (fig. 9) (PELAGATTI, VOZA 1973, 136,
cat. 407, tav. XLVIII; PISANI 2008, 50-56, cat. 87-103) rinuncia ai distintivi ornamenti plastici
sul petto e assume forme pi naturalistiche con le braccia applicate e aperte, reggenti fuso e
conocchia (ancorch spesso lattributo non si conservi, rendendo incerta lidentificazione:
SPAGNOLO 2000, 185s., tav. LV,2; PORTALE 2008, 19s.). Laddove la statuetta atticizzante di
Scornavacche (fig. 1) introduce legida a mantellina e un vistoso elmo con paragnatidi sollevate
per conferire unidentit pi marcata alla figura, le altre statuette (figg. 6a, 8-9) si limitano

quindi a pochi attributi essenziali che permettono di sottrarre la rappresentazione


allindeterminatezza della dea con pettorali o della dea su diphros/ trono, senza per discostarsi

72

7a-b. Statuette dal Quartiere di Porta II ad Agrigento, cd. Casa A (Agrigento, Museo Archeologico Regionale Pietro
Griffo), IV-III secolo a.C. (da FIORENTINI 2002).

73

da quella fortunata e tradizionale iconografia. Tale circostanza, del resto comprensibile


nellottica del procedimento di lavorazione e dei condizionamenti della tecnica seriale a
matrice,

ma

anche

nellottica

funzionale

dellartigianato

di

destinazione

votiva

(tendenzialmente polivalente ed adattabile, magari con limitate modifiche, a diversi referenti


cultuali), fa comunque reputare verosimile una certa congruenza fra lo schema iconografico

tradizionale, in linea di massima mantenuto, e la sfera di competenza della divinit Ergane,


cui esso risultava compatibile sia per lartigiano antico sia per il devoto. Tale sfera da ricercare
nellambito degli erga patrocinati da Atena, vista linserzione degli strumenti per filare e la
ricorrente aggiunta di qualche dettaglio distintivo della dea (elmo o pennacchio) non entrer,
per cos dire, in conflitto con le sfere di competenza generali delle divinit femminili che
condividono lo schema della dea seduta su diphros o trono n con loriginario modello della

dea con pettorali (riprodotto nelle versioni pi antiche di Himera e forse Gela), la cui valenza
concerne primariamente la protezione della fertilit pur senza escludere un concetto pi
generico di potenza divina (ALBERTOCCHI 2004).
Solo unaccurata analisi contestuale pu, tuttavia, focalizzare il significato delle opere di
Atena e lo spettro di azione della dea filatrice, che ne giustificano la parziale sovrapposizione
con la tradizionale dea con pettorali e lassociazione con altri votivi. In proposito, si

sottolineato il ricorrere dellAtena Ergane allinterno di aree artigianali, come accade per gli
esemplari di Scornavacche privo purtroppo di associazioni contestuali precise e
Camarina. Una situazione analoga stata prospettata per il Quartiere di Porta II di
Agrigento, ritenuto a carattere misto residenziale- manifatturiero e commerciale (DEORSOLA
1990, 28ss.; DE ORSOLA 1991, 74ss.; FIORENTINI 2002, 163-167) per labbondanza di oggetti

74

8. Statuetta di Atena con kalathos dal santuarietto urbano del Quartiere Est di Himera (Antiquarium di Himera),
seconda met V secolo a.C. (da ALLEGRO 1976).

9. Statuetta di Atena con fuso e conocchia(?) dallo scarico della Fornace Provide di Camarina (Museo Archeologico
Regionale di Ragusa), tardo V secolo a.C. (da PISANI 2012).

75

di tipo votivo- rituale rinvenuti, seppur in assenza di indizi probanti per unattivit figulina:
non sono stati infatti individuati n forni n aree e strutture idonee per la lavorazione
dellargilla, mentre la ricognizione in corso dei reperti ad opera di C. Parello (infra, 190, fig. 17)
ha riscontrato una singola matrice di figurina fittile a fronte di un numero davvero ingente di
pesi da telaio, che indirizzerebbero semmai verso un altro ambito delle technai protette da
Atena. Fatte salve le ovvie differenze, analogie sono state inoltre segnalate con Himera, dove lo
schema documentato nel santuarietto compreso nellabitato del Quartiere Est, sicch se ne
arguita una connessione con le attivit manifatturiere svolte nel lembo residenziale di
riferimento, confermata da alcune offerte riferibili alla sfera produttiva: pesi da telaio, nonch
distanziatori di fornace, anelli fittili ed uno stampino in osso, e ancora pesi da rete in piombo
e ami di bronzo, relativi rispettivamente a tessitura, produzione ceramica, pesca (ALLEGRO
1976, 539-553; CONSOLI 2010, 20). Di qui, linserimento da parte di M. Pisani di tutti i
contesti in questione (Scornavacche, Himera, Agrigento, nonch Gela- vecchia stazione dove la
presenza dellErgane pi dubbia), oltre a quello di Camarina di pi immediata lettura,
allinterno dei quartieri a vocazione artigianale che presenterebbero piccoli sacelli ad esclusivo uso
dei residenti. Da alcuni di questi (Imera, Agrigento, Gela) provengono delle terrecotte di Athena Ergane,
espressione della devozione di una classe, quella di vasai, coroplasti, fornacia e ceramisti, che alla dea si
raccomandava particolarmente perch garantisse il buon esito della cottura dei manufatti, e che
documentano la diffusione peculiare di una iconografia attestata in Sicilia anche a Camarina e a
Scornavacche prevalentemente e significativamente negli ergasteria (PISANI 2012, 319ss., part. 323).
Pesa su questinterpretazione, influenzata dalla ricostruzione su richiamata del culto ateniese di
Athena Ergane, la circostanza che il primo riconoscimento del tema in Sicilia sia avvenuto in

76

10. Epinetra frammentari di produzione attica dal santuario della Malophoros a Selinunte (Palermo, Museo
Archeologico Regionale Antonino Salinas), vicino al Golonos Group, fine VI-inizi V secolo a.C. (da GABRICI 1927).
11a. Framento di epinetron di produzione attica dal santuario sul poggetto Sud-Est di Monte Saraceno (Museo di Monte
Saraceno), fine VI secolo a.C. (da SPAGNOLO 2008).

77

due siti sedi di ateliers coroplastici, Scornavacche e Camarina. Tuttavia, la chiave di lettura
devozione di classe viene adottata per il solo schema in questione, mentre rimangono fuori
dal discorso tutta la restante e ben pi copiosa documentazione di tipi fittili di
destinazione votiva prodotti e/o utilizzati nei medesimi contesti, e i materiali associati
(ALLEGRO 1976; PORTALE 2000; DEORSOLA 1990; DE ORSOLA 1991; SPAGNOLO 2000;
FIORENTINI 2002; PISANI 2008; PORTALE 2008), per cui ci si in genere limitati a sottolineare
una valenza demetriaco-ctonia che ne denoterebbe la destinazione per santuari di Demetra e
Kore, situati nelle vicinanze e non individuati (Camarina, Agrigento) o inseriti nello stesso
tessuto abitativo interessato dalle case-botteghe (Gela, Scornavacche?); oppure nel caso di
Himera, dove titolare del santuario di quartiere sarebbe la stessa Atena (presente tra i votivi
anche con iconografie pi canoniche, e particolarmente venerata nella colonia calcidese), si
ipotizzata unassociazione nel culto fra Atena e le divinit ctonie.
La questione delleventuale associazione cultuale tra pi divinit femminili verrebbe del resto
posta, come accennato, dalla riutilizzazione dello schema tradizionale della dea con pettorali
per caratterizzare Atena come Ergane, mentre la vicinanza a schemi demetriaci allorigine
del fraintendimento della statuetta di Agrigento come Demetra con fiaccola e uccello (fig. 6a).
Allesemplare acragantino erano abbinate figurine (figg. 6b-c) di offerenti del porcellino e
busti femminili, appartenenti ai tipi di V secolo ritenuti peculiari dei culti ctoni (cfr.
PORTALE 2012a), insieme a statuette di Artemide sicula pure ricorrenti con insistenza nel
Ceramico di Scornavacche e nella Fornace Provide di Camarina (PORTALE 2000; PISANI 2008),
tanto da far sfumare lattribuzione meccanica delloutput di queste officine a santuari
demetriaci tout court (PORTALE 2008 e 2012a). Ci a maggior ragione in quanto altre presenze,

78

11b. Frammento di oinochoe attica a testa


femminile con sakkos a reticella dal
santuario sul poggetto Sud-Est di Monte
Saraceno (Museo di Monte Saraceno),
inizi V secolo a.C. (da SPAGNOLO 2008).
12a-b. Vaso plastico da Vulci firmato dal
ceramista
Charinos,
consimile
allesemplare
da
Monte
Saraceno
(Berlino, Staatliche Museen, inv. 2103),
500-490 a.C. (da REEDER 1995).

79

sia a Himera (ancorch nelle forme meno caratterizzate prevalenti nel V secolo) sia ad
Agrigento per la fase di IV-III secolo del quartiere artigianale (figg. 7a-b), suggeriscono
unesegesi diversa attinente piuttosto alla sfera della ritualit nuziale e della maturazione
sessuale/sociale dei giovani (PORTALE 2012a; PORTALE c.d.s.), entro cui Atena Atena pacifica
e filatrice e, a Himera, anche la tradizionale dea guerriera assume un ruolo ben pi chiaro, e
riacquista senso la gestualit della statuetta agrigentina, filatrice (rocca) e sposa (gesto di aidos
e uccello sulla spalla, polos) (fig. 6a).
Prima di definire meglio tale lettura, che ci riporter di nuovo a Pandora e ai racconti atavici
nei quali codificata la duplice valenza di Athena Ergane/Zosteria che gi si scorge in filigrana,
opportuno verificare il significato annesso alla figura della filatrice, al di fuori del peculiare
motivo della Atena lavoratrice su cui ci si sinora soffermati.
Anche qui dobbiamo ricorrere a documenti di matrice ateniese: limmaginario dei lavori
tessili infatti ampiamente elaborato nella ceramica attica, ed su questo medium che lo
troviamo diffuso anche in Sicilia tramite limportazione dei vasi a figure rosse o a fondo
bianco, con la notevole eccezione di tre epinetra a figure nere (figg. 10-11a) deposti come ex voto
in santuari di Selinunte (GABRICI 1927, 337, tav. XC,4-5) e Monte Saraceno (ADAMESTEANU
1956, 129, tav. XXX,3; SPAGNOLO 2008, 42s.). Questi ultimi costituiscono la riproduzione di
un oggetto in cuoio o stoffa usato a protezione della gamba durante la cardatura; la versione
fittile, non funzionale, ha una marcata valenza simbolica in relazione allambito prenuziale,
come mostra sia luso votivo specifico di tali epinetra circoscritti ai santuari attici di Artemide,
e dedicati anche ad Atena e pi raramente a Pan e le Ninfe o a Demetra, ovvero deposti in
contesto funerario (HEINRICH 2006, 42-70) sia lo spettro semantico delle figurazioni. Tra le

80

13a-b. Skyphos attico a figure rosse attribuito al Pittore della Phiale, provenienza ignota (Palermo, Collezione Mormino
inv. 818), 450-425 a.C. (da CARUSO 1993).

81

iconografie pi fortunate (ibidem, 79ss. e 96-101; BADINOU 2003, 4ss., 14ss., part. 25ss.)
quella leggibile anche in uno dei frammenti selinuntini (fig. 10) (ibidem, 35s., cat. E10, tav. 6;
HEINRICH 2006, 64s., tav. 12,4), che d un esempio precoce del nesso, di cui si cercher di
esplorare il significato pi avanti, tra la filatura (tema di per s inerente al supporto) e il
corteggiamento, qui forse declinato con accenti ludici: si vede infatti il corteggiatore rivolgere
uno specchio verso la fanciulla di fronte, che cerca forse di sottrarglielo, mentre la filatrice
stante sulla destra e un kalathos sospeso ricreano latmosfera del gineceo. Il nostro e laltro
frammento da Selinunte (conservante solo le figure di una kore e di un cavaliere) provengono,
tuttavia, da un nucleo votivo troppo ricco perch tali offerte singole assumano una valenza pi
pregnante dellovvio riferimento alla sfera femminile, confacente alle competenze di (Demetra)
Malophoros (HEINRICH 2006, 64s.).
Pi notevole la presenza di un esemplare, seppur lacunoso (fig. 11a), in un piccolo deposito

recuperato a pi riprese in corrispondenza del sacello a Est dellabitato del terrazzo superiore di
Monte Saraceno (ADAMESTEANU 1956; MINGAZZINI 1938). Lindividuazione anche di
terrecotte demetriache dei tipi correnti ripropone qui il nesso gi riscontrato fra opere di
Atena e divinit ctonie; dei restanti materiali, il frammento di un vaso plastico (fig. 11b) a
testa muliebre ornata da sakkos e reticella (MINGAZZINI 1938, 668s., fig. 28) si segnala, oltre alla
ricercatezza del manufatto (cfr. figg. 12a-b), per lallusione in esso insita a questioni di identit

femminile, per la metafora che collega le donne a contenitori che non sempre sanno gestire
con accortezza, vedi il vaso di Pandora (LISSARRAGUE 1995, 94s.; REEDER 1995, 195-199, 212215; FERRARI 2002, 68).
In tutti gli altri casi, liconografia tessile riservata a vasi per contenere acqua (hydriai e talvolta

82

14. Kalathos fittile dal corredo di una tomba


della necropoli di Megara Iblea (Siracusa,
Museo Archeologico Regionale Paolo
Orsi), VI-V secolo a.C. (da MARTIN,
PELAGATTI, VALLET 1980).
15. Edicola dipinta da Lilibeo dedicata ad
una defunta eroizzata (Marsala, Museo del
Baglio Anselmi), seconda met del II secolo
a.C., veduta del lato destro con kalathos
dipinto (da PORTALE 2012b).

83

pelikai) e soprattutto oli profumati (lekythoi), utilizzati come elementi del corredo funerario
nelle necropoli delle citt greche (Agrigento, Gela, Camarina, Selinunte, Lipari...) e di centri
indigeni ellenizzati come Vassallaggi. Resta invece isolato uno skyphos della Collezione
Mormino, decontestualizzato (ancorch non sia da escludere una provenienza selinuntina),
raffigurante una donna intenta a cardare la lana (figg. 13a-b): una fase della manifattura tessile
solo di rado contemplata nel repertorio delle scene di genere (BUNDRICK 2008, 296s., 304,
321) che si limita piuttosto a mostrare, tuttal pi, la filatura, e preferibilmente ad alludervi
con la semplice inserzione del cestino per la lana (kalathos) nel campo. La rappresentazione pi
articolata dello skyphos Mormino sar richiamata a corollario dei reperti con dati contestuali
validi, sui quali va invece puntata lattenzione perch solo da essi pu emergere la
connotazione delle opere di Atena e il suo legame con la definizione dellidentit di genere
nellambiente di destinazione finale di questi oggetti. Limagerie tessile (FERRARI 2002, 35ss., 214ss.;
BUNDRICK 2008) difatti un ingrediente di base delliconografia del gineceo elaborata dai
ceramografi di Atene nel V secolo, in sintonia con le trasformazioni sociali connesse
allaffermazione della democrazia e allideologia della coesione interna (anche in forma di
endogamia), che conferiva alla componente femminile un ruolo essenziale nella costruzione del

tessuto politico (si ricorder la legge di Pericle che prescriveva il requisito della discendenza da
padre e madre cittadini per lammissione nella cittadinanza). Lungi da tali dinamiche specifiche
della sede di origine, limmaginario femminile pu essere entrato nel repertorio dei vasi
acquistati dai clienti della Sicilia (come di altre destinazioni commerciali dellindustria
ceramica attica) in quanto parte di rilievo della moda dellepoca; ci nonostante,
dallanalisi dei contesti sicelioti duso si evince necessariamente la ricezione e linclusione nel

84

16. Lekythos attica a figure rosse dalla sep. 6 del Predio Salerno a Gela
(Siracusa, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 21864),
vicina al Pittore di Londra E342/Painter of Slight Nolans lekythoi, 475450 a.C. (da MARTIN, PELAGATTI, VALLET 1980).
17. Lekythos attica a figure rosse dalla sep. 1 del Predio Russo-Rosso a
Gela (Siracusa, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 21162),
Pittore della lekythos di Yale, 475-450 a.C. (da PANVINI, GIUDICE 2003).

85

codice culturale locale di questo immaginario, attraverso la selezione di schemi, forme e


associazioni che devono aver veicolato un messaggio a chi ha partecipato al rituale funerario e
devono aver rivestito un significato preciso e pregnante per la costruzione dellidentit
sociale del defunto nel contesto socio-culturale di appartenenza. Perci persino la frequenza e
lapparente banalit della cifra figurativa costituita dagli attrezzi per la filatura per lo pi il

solo kalathos, talvolta anche il fuso e la conocchia anzich denotare una debolezza di
significato pu mostrare la penetrazione profonda di tale segno allinterno di un sistema
codificato. Peraltro, un sistema codificato assai tenace e capillarmente diffuso, come mostrano
esempi distanti quali un modellino fittile da contesto coloniale, deposto nel corredo di una
tomba di Megara Iblea (MARTIN, PELAGATTI, VALLET 1980, tav. XCIII,104) (fig. 14); e al polo
opposto, nellambiente etnicamente misto della Lilibeo di II-I secolo a.C., le peculiari edicole

dipinte che integrano il cestino per la lana in un canone fisso di oggetti simbolici di bellezza ed
educazione, a mo di segno antonomastico della virt femminile, con speciale enfasi nei naiskoi
commemoranti una defunta eroizzata (PORTALE 2012b, 50, figg. 9b, 10b) (fig. 15).
Ma veniamo ai contesti funerari di et classica, selezionandone qualcuno utile al

nostro

discorso. Il corredo della tomba 6 del Predio Salerno a Gela (ORSI 1906, 362-364, tav. XV,2), ad
esempio, era contrassegnato da una lekythos a figure rosse (fig. 16) raffigurante una donna che

ripone dei fusi estraendoli da una cesta: la scena, relativamente rara (PANVINI, GIUDICE 2003,
362, cat. I133), si presta a visualizzare un ideale di philergia muliebre di cui lago di bronzo
deposto presso il cranio della defunta costituiva, a sua volta, una sorta di reificazione. Al
contempo, la morfologia del supporto un contenitore di unguenti rinvia implicitamente ai
concetti di bellezza e seduzione erotica connessi alluso dei profumi (BADINOU 2003, 51ss., part. 58),

86

18. Hydria attica a figure rosse dalla tomba 592 della necropoli di contrada Pezzino ad Agrigento. Agrigento, Museo Archeologico
Regionale Pietro Griffo,inv. AG22769,attribuita al Pittore di Efesto , 450-425 a.C. (da GIUDICE 2007).

87

cui potrebbe riferirsi anche lalabastron di alabastro deposto presso il braccio destro del
cadavere (a meno che la sua presenza non sia semplicemente da correlare allimpiego degli ol
nel rituale funerario e/o al pregio intrinseco del materiale). La logica sottesa alla rigorosa
selezione degli oggetti riflette, invero, una stabile associazione semantica che lega strumenti
della tessitura e filatura, profumi e relativi contenitori (BADINOU 2003, 76-81), e che qui andr
intesa nel senso di una caratterizzazione positiva della defunta (forse una giovane donna, a giudicare
dalle proporzioni relativamente ridotte del sarcofago fittile a baule, notate da Orsi), insieme
qualificata come partecipe delle opere di Atena e delle grazie di Afrodite (come Pandora).
Un nesso simile, seppur in forma pi allusiva, si riconosce nel corredo della tomba a baule 1
del Predio Russo-Rosso, sempre a Gela (ORSI 1906, 425), di nuovo con labbinamento fra un
alabastron e una lekythos dipinta (PANVINI, GIUDICE 2003, 358, cat. I117). La rappresentazione
(fig. 17) sincentra, secondo un fortunato clich (CARUSO 1993, 298-304), su unelegante donna

stante davanti ad una seggiola, che definisce lo spazio interno delloikos entro cui ella
naturalmente immaginata, in atto di brandire un kalathos e uno specchio: strumento,
questultimo, atto a certificare la charis, consentendo alla sposina la presa di coscienza di s alle
soglie della metamorfosi che la trasformer in donna (ibidem); per finire, una fascia appesa e un
airone, volatile connesso ad Afrodite, generalmente accostato alle figure muliebri (BADINOU
2003, 66). La combinazione, ricorrente, tra il cesto per la lana e segni iconici connotati in

senso erotico-nuziale (anche corona, fascia, cassettine: cfr. LISSARRAGUE 1995) lascia trapelare
la valenza del kalathos come segno pittorico privilegiato per indicare la giovane donna pronta per le
nozze (CARUSO 1993, loc. cit.) ovvero come cifra connotante la donna nel suo ruolo di sposa
(cfr., inter alia, SENOFONTE, Economico VII,5).

88

Pi articolata, ma in realt costruita secondo consimili procedimenti retorici (FERRARI 2002;


SCHMIDT 2005), la scena che decora la spalla dellhydria pertinente al corredo della tomba
592 della necropoli di contrada Pezzino ad Agrigento (fig. 18), associata ad un gruppo di vasi
per libagione (unoinochoe, uno skyphos di tipo corinzio e una coppetta a vernice nera, unolpe
acroma) (DE MIRO 1989, 73-75). Nel fregio dipinto una donna, seduta presso un grande
kalathos, regge un telaio portatile intenta alla tessitura; la fronteggia un personaggio maschile
panneggiato e appoggiato ad un bastone da passeggio, cos come altri due personaggi nella
met sinistra del fregio uno con un sacchettino in mano che paiono conversare, osservati
da una figura femminile (la stessa della scena di destra?) in disparte, interamente ammantata,
al margine della scena. Labbinamento tra una figura femminile intenta alle opere di Atena
seppure di solito caratterizzata come filatrice e un personaggio maschile fornito di
sacchettino riproduce un nesso ricorrente nella ceramografia ateniese, sul cui significato sono
stati versati fiumi dinchiostro (FERRARI 2002, 12-17; BADINOU 2003, 4ss., 92s.; SCHMIDT
2005, 261s.; BUNDRICK 2008, 299ss.). Si tratta del motivo della cd. etera filatrice, cos intesa
per via di due presupposti, in realt, controversi: da un lato linterpretazione del sacchetto in
mano alluomo come con borsellino contenente il denaro per pagare le prestazioni
mercenarie della donna; dallaltro, pi influente nel vincolare la lettura di queste immagini,
lidea che le presenze maschili nel gineceo non potessero conciliarsi con la realt delloikos
in cui, si ritenuto a lungo, le donne svolgevano le loro attivit domestiche segregate dagli
uomini. Per spiegare tali scene, si arguito che le etere passassero la giornata a filare e
tessere, interpretando in tal senso levidenza di un complesso ateniese che ha restituito un
gran numero di pesi da telaio, reputato un ostello di donne di dubbia fama (Edificio Z del

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Ceramico). Sfatato per, o almeno riportato entro limiti pi ragionevoli, il mito della
reclusione delle donne greche (cfr. JAMES, DILLON 2012, 79-203; per la tessitura, BUNDRICK
2008, 309-315), e sfatato soprattutto il pregiudizio secondo cui le rappresentazioni sui vasi
offrirebbero uno spaccato fedele della realt della vita quotidiana (SCHMIDT 2005, 260 e
passim; TOPPER 2012), si attenuano le difficolt poste dalla relazione figurativa tra lelemento
maschile e una donna collocata nel suo spazio, loikos, col telaio o il fuso (cfr. OMERO, Iliade
VI, 490-493; Odissea I, 356-359 e XXI, 350-352; STHLI 2005, 84, 90ss.). Limmagine della
donna corteggiata, infatti, non costituirebbe una rappresentazione realistica, bens una
proiezione delle aspettative (maschili) sulle qualit di una fanciulla degna di corteggiamento,
ovvero le qualit di una futura sposa, affascinante e industriosa (STHLI 2005, 96). Una
recente rilettura capovolge la prospettiva tradizionale, individuando nel personaggio con il
borsellino luomo di casa, connotato nella sua qualit di cittadino attivo nella vita sociale
esterna (il bastone da passeggio e lhimation) e nella sua capacit di svolgere attivit economiche
a vantaggio della famiglia (il borsellino), mentre la moglie d il suo apporto alleconomia
domestica con la tessitura (BUNDRICK 2008, 299-309); altri hanno evidenziato come il
sacchetto non sia tout court identificabile come un borsellino per danaro, in alcuni casi

contenendo piuttosto astragali per scopi ludici (FERRARI 2002, 14-16). forse preferibile
ammettere che vi fossero diverse possibilit di lettura dello schema, a seconda dei contesti di
fruizione ma anche della forma e funzione del supporto e della logica complessiva delle
figurazioni. Ad ogni modo, resta indubbio che sul piano retorico lo schema delletera
filatrice (o tessitrice, come nel nostro caso) veicoli un concetto di fascino, attrattivit del
personaggio, evidenziando il corteggiamento da parte maschile per rimarcare le qualit della

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19a. Lekythos attica a figure rosse dalla sep. 20 del Predio Di Bartolo a Gela
(Siracusa, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 21972), vicina al
Pittore di Alkimachos, 475-450 a.C. (su gentile concessione del Museo
Archeologico Regionale Paolo Orsi).
19b. Lekythos attica a figure rosse dalla sep. 20 del Predio Di Bartolo a Gela
(Siracusa, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 21971), Pittore
di Providence, 475-425 a.C. (su gentile concessione del Museo Archeologico
Regionale Paolo Orsi).

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protagonista desiderabile, affascinante, oggetto di ammirazione e promanante charis , senza


implicare una relazione definita rigidamente (legame familiare o al contrario rapporto
mercenario, come nelle due opposte ipotesi riportate).
La nostra hydria pu corroborare ci, in primo luogo, per la pertinenza ad una sepoltura che,
stando alle dimensioni della cassa scavata nella roccia (m 0,70x0,67x0,66) e alla scelta
dellhydria (SCHMIDT 2005, 222ss., part. 249ss.), potrebbe riferirsi ad un individuo di sesso

femminile morto in giovane et, per cui non avrebbe gran senso levocazione di unetera fra i
clienti. La met sinistra della raffigurazione, daltronde, ribadisce il modello delluomocittadino attivo allesterno con la coppia maschile a colloquio, rappresentante laltro polo del
discorso: un discorso, quindi, articolato su due livelli spaziali e di attivit (interno/oikos e
esterno/polis) corrispondenti a due modelli di genere, femminile e maschile, e incentrato sulla
relazione fra essi. Quanto al personaggio femminile a margine, la sua separatezza pudica,
intensificata dallo schermo del mantello che lavvolge interamente (una foggia adottata per i
giovincelli, e in generale per chi oggetto del desiderio, sia efebo che fanciulla, per
sottolinearne la passivit: FERRARI 2002, 54), sembra preludere ad un passaggio che si rivela
essere une initiation la sduction (BADINOU 2003, 83s.) grazie alla scena di destra ove la
donna compare, inquadrata da fascia appesa, corona, kalathos, nella pienezza della sua charis e
della sua philergia, cos come luomo-corteggiatore veste i panni del cittadino membro della polis
e capo di un oikos. Tenendo in conto la probabile tenera et della defunta, si pu cogliere la
valenza di questimmaginario, compensativo di un passaggio fatalmente interrotto dalla morte
prematura, che poteva essere proiettato sul piano funerario attraverso la metafora che equipara
la morte alle nozze (FERRARI 2002, 190-194).

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Un passaggio, in cui ha un ruolo pregnante latto di svestirsi-vestirsi, suggerisce la coppia di


lekythoi gemelle rinvenute nella tomba 20 del Predio Di Bartolo a Gela (ORSI 1906, 337s., tavv.
XI-XII) (figg. 19a-b), di nuovo abbinate ad un alabastron di alabastro posto sotto il cranio della
defunta, allinterno di un sarcofago a baule di fine fattura (PANVINI, GIUDICE 1993, 150,
figg. 3A-B, e 330, 349, cat. I20, I85). Il dettaglio che consente di collegare questi oggetti alla
semantica delle opere di Atena , ancora, un kalathos, qui deposto a terra presso la figura

vestita; al cestino per la lana, che richiama la philergia e loikos, si contrappone nellaltra lekythos
il podanipter (bacile tripodato), referente simbolico dellabluzione, alludente alla cosmesi e al sex
appeal della fanciulla in nudit (sottolineato dalla formula di acclamazione e pais kal). Che
con le due scene si voglia evocare una sequenza lo denota la ripetizione anaforica della sedia
sulla destra, verso cui la figura si china reggendo una veste ripiegata sul braccio in atto di
deporla (o di riprendere il solo mantello, nel caso della figura vestita?), mentre a sinistra uno

specchio sospeso nel campo ribadisce la sua charis. Linsolita fanciulla nuda esempio precoce
di tale tema destinato a maggiore fortuna nellavanzato V secolo (FERRARI 2002, 47-52, 163;
STHLI 2005, 97s.; SUTTON 2009) stata intesa come unetera (seppure in forma dubitativa,
dallo stesso Orsi) quali spesso le figure femminili in nudit, specie se rappresentate su vasi di
destinazione simposiale. Tuttavia, nel nostro caso la relazione tra le due scene suggerisce che
esse concorrano a pendant a costruire, in elogio della defunta, una retorica della fresca bellezza

e delle virt di fascino e capacit tessile della fanciulla, segno entrambe del suo essere pronta
alle nozze: se la toletta prelude allincontro sessuale, come larchetipica toletta di Afrodite (Inno
omerico ad Afrodite, 53ss.), la preparazione si abbina al contempo ad un ideale di operosit
domestica sintetizzato dal cestino per la lana, prefigurante la posizione della donna nelloikos

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(cfr. SCHMIDT 2005, 273-277, figg. 136s.).


Che questa rete di associazioni rifletta un modello conclamato di femminilit e un ideale
condiviso e nodale per la sfera delloikos lo mostra bene il corredo dalla tomba 1222 della
necropoli di Passo Marinaro a Camarina (ORSI 1990, 120s., tavv. LXXVIII-LXXXIII), composto
da ben tre hydriai (figg. 20a-c) (GIUDICE 2010, 16s., 136, 168s., cat. nn. I.27, I.103-104) e una
piccola lekythos ariballica con figurina muliebre, oltre a vasetti minori non figurati per versare
liquidi e unguenti (unolpe acroma e due lekythoi corinzie, pi un boccaletto allesterno della
tomba), una lucerna a vernice nera e una lametta o spatoletta di bronzo senza taglio, rotta al
manico (uno strigile?), deposti intorno al cadavere in un grandioso baule fittile con un uccello
palustre graffito sul timpano, eccezionalmente contenuto allinterno di una struttura in
blocchi (con ancora qualche resto del letto funebre ligneo). Il riferimento alla competenza
tessile della protagonista (fig. 20a), evidenziata dallacclamazione kal, si limita al solito
kalathos, poggiato al suolo tra costei raffigurata stante davanti ad una sedia e interamente
avvolta nel mantello che le lascia scoperte solo la testa e la mano sinistra con un ramoscello a
girale e un personaggio maschile semipanneggiato, in appoggio su un bastone, che le si rivolge
secondo il clich del corteggiamento, mentre una compagna a fianco tiene uno specchio; sul
fondo si scorgono due bende e una reticella, allusive allornato nuziale. Il sistema semantico si
completa e si precisa negli altri due vasi figurati: nel primo (fig. 20b) un giovane seduto suona
una lira eptacorde tra due fanciulle, di cui una accenna ad incoronarlo (ribadendo il messaggio
insito nella ghirlanda soprastante), mentre laltra (anchessa con coroncina in mano?) regge in
braccio un Erote che la bacia infondendole il trasporto amoroso verso il suonatore; laura
erotico- amorosa della scena, visualizzata dallintervento del piccolo dio, rimarcata dallairone

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20a. Hydria attica a figure rosse dalla sep. 1222 della necropoli di Passo Marinaro a Camarina (Siracusa, Museo
Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 26562), attribuita al Pittore di Christie, 450-425 a.C. (su gentile concessione del
Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi).

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frapposto tra i due protagonisti. Nellultima hydria (fig. 20c) di nuovo linteresse sul
personaggio femminile, omaggiato da due ancelle di cui la pi vicina gli offre un monile tratto
da una cassettina, laltra solleva uno specchio, appoggiandosi ad una seggiola. Il nesso
figurativo fra la protagonista, diademata e signorilmente panneggiata, e la porta alle sue spalle
d il senso del percorso evocato dalle immagini: la porta esprime per sineddoche loikos
(STHLI 2005, 88s.; HEINRICH 2006, 106s.), e specificamente il nuovo oikos che la donna viene
a presiedere con le nozze, il reale magnete del flusso di charis/corteggiamento e
musica/persuasione amorosa che avvolge i due sposi mettendo in campo fascino, operosit e
philergia, peith e charis, ovvero i fondamenti di una felice unione matrimoniale (figg. 20a-c).
Non stupisce, allora, che sullo skyphos Mormino citato allinizio (CARUSO 1993, 310-317, figg.
202-205, cat. E75) alla donna che carda la lana, velata e inghirlandata come una sposa
(nymphe), corrisponda sullaltro lato lo sposo coronato (nymphios) e appoggiato al bastone da

passeggio, davanti alla porta simbolo delloikos che della loro unione sede ed esito (figg. 13ab): non a caso, del resto, il termine oikos definisce sia la famiglia basata su un legame
matrimoniale sia la residenza della famiglia, e il nesso locativo parte integrante del concetto
di nucleo familiare.
Torniamo, infine, alle figurine fittili. Lintreccio semantico operante, come si visto, nei vasi e
nelle loro modalit di uso e associazione nella pratica funeraria delle necropoli siciliane (ma

anche nel pi limitato novero degli epinetra votivi) tra tessitura/filatura, toletta e
corteggiamento, eros e matrimonio, conseguimento del ruolo adulto, sfera delloikos, pu
aiutarci a decrittare la statuetta dal quartiere di Porta II ad Agrigento (fig. 6a), unAtena
philergos, ma anche una divinit ninfale, legata, cio, alla sfera della maturazione sessuale e

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20b. Hydria attica a figure rosse dalla sep. 1222 della necropoli di Passo Marinaro a Camarina (Siracusa, Museo
Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 26561), attribuita al Pittore del Louvre G443, 450-425 a.C. (su gentile
concessione del Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi).

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delle nozze. Daltronde, la trama delle associazioni riporta alle stesse intersezioni tra lavoro
femminile- philergia, ninfalit, acquisizione della capacit seduttiva e riproduttiva,
maturazione sessuale e sociale, matrimonio, stabilit delloikos e discendenza (figg. 6b-c, 7a-b):
su questo sfondo riprendono senso gli oggetti votivi che resterebbero inerti in un culto
dellAtena degli artigiani (a meno di non assegnarli ad altre entit divine venerate insieme),
nei centri di cui si trattato; e trovano altres giustificazione gli indizi dello svolgimento di
pratiche rituali specifiche presenti sia nel santuarietto del Quartiere Est di Himera sia in
forme pi esplicite, seppure su scala pi ridotta, nel contesto pi tardo (cd. casa A) del
Quartiere di Porta II ad Agrigento. Oltre alle dediche di offerte incruente e di figurine ed ex
voto intesi propiziare lacquisizione e la tutela della fertilit (offerenti del porcellino, cd.
Athana lindia, Artemide sicula, figure curotrofe, poi neonati fasciati) e la corretta
crescita sessuale e sociale dei giovani (pupa nuda, figurina di cervo, grotteschi, astragali,

scudetti miniaturistici dal santuarietto di Himera; oggetti per il gioco, figurine seminude di
nymphai recumbenti, kline miniaturistica dal complesso agrigentino), tali pratiche dovevano
comprendere abluzioni e bagni (suggeriti da apprestamenti quali pozzi e cisterne e
instrumentum come louteria, bacili, vaschette, nonch crateri, brocche, idrie), aspersioni e
cosmesi con oli profumati e belletti (vasi per profumi), incensazioni (thymiateria, nel contesto
pi tardo anche a testa femminile o in forma di fiore), al cospetto di divinit ninfali

sovente rappresentate in forma di busto (figg. 6c, 7a) (PORTALE 2012a, 179ss., part. 181-184;
PORTALE c.d.s.). Riconosciamo qui, attivato nella pratica rituale, il nesso tra il bagno e la
cosmesi, la charis e la capacit di procreare costruendo, insieme allo sposo, una nuova cellula
sociale (oikos) nella quale si definisce lidentit stessa della donna, che soggetto socialmente

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20c. Hydria attica a figure rosse dalla sep. 1222 della necropoli di Passo Marinaro a Camarina (Siracusa, Museo
Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 26563), vicina al Pittore di Christie/ Pittore del Louvre G443, 450-425 a.C. (su
gentile concessione del Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi).

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inesistente finch lo sposo non la presenti ai suoi parenti e compagni e finch non divenga
madre di figli legittimi, dando cos il suo contributo determinante alla tessitura della
comunit civile.
Non a caso, limmaginario greco impersona nelle amene divinit che ornano e accompagnano
le spose divine, le Charites, quel concetto di grazia, compiacimento reciproco, flusso positivo
che favorisce lunione e la concordia in ambito domestico e sociale pi ampio, e non a caso si
tratta di leggiadre divinit tessitrici (fig. 2) (WAGNER-HASEL 2002). proprio larte della
tessitura, trasmessa da Atena agli uomini ma condivisa da dee giovinette ed eroine da Atena,
Artemide e Kore inviate a tessere il peplo per Zeus in Sicilia (DIODORO V 3,4) a Cariti, Ninfe,
Nereidi, Miniadi (HEINRICH 2006, 101s.) come attivit principe della parthenia, a costituire
la quintessenza della charis: capacit di legare insieme e di creare diletto, techne atta a costruire
un tessuto che metaforicamente rappresenta il mondo civile, ovvero la societ unita da vincoli
che nascono dalla charis e creano charis (BUNDRICK 2008, 309, 320ss.). Nella Cosmogonia di
Ferecide di Siro (frr. 68 e 14 Schibli) in principio Zas a vestire Chthonie (colei che sta sotto
terra) di un mirabile manto, in cui egli stesso ha intessuto la terra e Oceano (i contorni del
mondo civile) e le case di Oceano, ed in tal modo la onora come sua sposa rendendola Ge,
Terra produttiva capace di procreare entro il vincolo matrimoniale (il mito costituisce infatti
laition del rituale nuziale degli anakalypteria, il disvelamento della sposa nelle nozze)
(FERRARI 2002, 188-190). Labito, il velo sul capo e la cintura simbolo della verginit che
presto sar sciolta nella nuzialit e nel parto sono insieme allarte tessile il dono che Atena (al
contempo Zosteria ed Ergane) conferisce a Pandora, la prima sposa e la progenitrice del genere
umano, colei che riceve doni e dono ella stessa, secondo il meccanismo reciprocativo della

100

charis (meccanismo peraltro rischioso, se la natura femminile non viene incanalata entro i
limiti civili delloikos). La capacit tessile e la pratica del fuso e del telaio sono, perci, una parte
costitutiva del fascino della parthenos dando a questo termine laccezione, differente dalla
nostra, che non attiene tanto alla verginit fisica quanto allo stadio di massima attrattivit e
fulgore, e insieme fragilit, in cui la fanciulla si appressa allet adulta. Lapprendistato tessile
connota, dandole una direzione e un senso, quella fase di preparazione alle nozze che segna
la condizione femminile: cos, se la conocchia diviene metafora poetica della giovinezza e delle
sue aspettative, la vita stessa della donna a identificarsi nelle opere che ella ha tessuto
(HEINRICH 2006, 134ss.).
La rilevanza nodale di queste nozioni, comuni allintera Grecit, anche nella Sicilia di V-IV
secolo traspare dal ricorrere nei corredi funerari, persino in forme minimali, della cifra della
donna philergos come segno distintivo del ruolo sociale rivestito o, nei casi di defunti di et

pre-adulta, evocato in forma compensativa della defunta; ma soprattutto si evince dalla


distribuzione delle testimonianze votive correlate alle opere di Atena (tra cui vanno considerati
i pesi da telaio, particolarmente numerosi nei contesti succitati!) allinterno di settori di abitato.
Questa contiguit non si spiega con la devozione di unipotetica classe degli artigiani
residenti allintorno, bens con il ruolo sociale delle opere di Atena e di ci che ad esse
indissolubilmente sintreccia: cio a dire, con il ruolo dellistituto matrimoniale e delloikos

come fondamento di ogni socialit e come base del tessuto civile, anche in senso fisico, nella
dimensione concreta che i nuclei familiari assumono nella trama urbana delle case (PORTALE
c.d.s). Culti, perci, e pratiche intessute nella trama della citt, che attraverso le figlie di
Pandora continua a perpetuarsi.

101

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104

Il mito di Trittolemo in Sicilia: immagini e contesti


MONICA DE CESARE

In una delle famose orazioni contro Verre (II, 4, 110), Cicerone ci parla di due signa pulcherrima
ac perampla (tanto da essere inamovibili), posti dinanzi al tempio di Cerere ad Enna: la statua
della dea e una statua di Trittolemo, il famoso eroe eleusinio, al quale Demetra, per lospitalit
ricevuta dal padre di lui Celeo, re di Eleusi, dapprima cerc invano di elargire limmortalit e
poi don un carro alato con cui percorrere il mondo e diffondere la cerealicoltura.
Della poliedrica figura di Trittolemo, le fonti letterarie sottolineano variamente il nesso con le
divinit eleusinie e dunque con le dottrine iniziatiche e misteriche delle due dee e con il
mondo ultraterreno, il forte legame con Atene, il carattere regale e il potere civilizzatore
derivante dal suo ruolo di detentore del principale frutto della terra e di dispensatore della
cerealicoltura, fonte di vita, ricchezza e prosperit (riferimenti in SFAMENI GASPARRO 1986,
144-169; SCHWARZ 1987; 1997, 56-57).
Le testimonianze archeologiche e iconografiche forniscono uno spettro di significati altrettanto
articolato e complesso e un quadro ricco di sfumature, che proveremo qui a delineare
attraverso lanalisi della documentazione siciliana, tra la quale si inserisce la citata
testimonianza ciceroniana1.
Il caso siciliano sembra degno di attenzione perch, a dispetto del carattere eminentemente
eleusinio del mito e della figura di Trittolemo, enfatizzato dalle fonti e della rilevata scarsa

105

diffusione del soggetto nella Sicilia dei riti tesmoforici (CALDERONE 1992), leroe sembra
rivelarsi legato allisola (o almeno ad una frangia di essa) pi di quanto sinora ritenuto,
sempre in associazione stretta con la dea della fertilit e dei misteri, una Demetra non eleusinia

o tesmoforica, quanto piuttosto potremmo dire siceliota, polivalente e presente con diversi
volti nel tessuto socio-culturale dellIsola (SFAMENI GASPARRO 2008; GRECO 2013)2. La
casistica non ampia, ma ci consente comunque di sondare il valore assunto da tale mito nei
diversi contesti duso della Sicilia del V secolo a.C.: da quelli funerari (in cui la dimensione
agraria della figura offuscata o affiancata dallaspetto misterico e soteriologico), a quello sacro
allinterno di unarea di abitato (a Himera), sino ad arrivare al caso del santuario ennese,

documentato dal passo di Cicerone.


Limportanza dei culti demetriaci in Sicilia sin troppo banale da richiamare ed stata spesso
evocata in relazione soprattutto allet delle tirannidi Dinomenidi (da ultimo, SFAMENI
GASPARRO 2008; GRECO 2013, 58); altrettanto indagata stata lampia diffusione delle
ceramiche attiche con il tema di Trittolemo in area etrusco-campana, generalmente
interpretata in letteratura come frutto delle istanze propagandistiche e della politica

espansionistica ateniese e/o come espressione della volont dei ceti aristocratici di esprimere il
proprio rango attraverso ladesione agli esclusivi riti iniziatici della dea eleusinia (da ultimo
TANTILLO 2012, 196) 3. Si inoltre ricercato un possibile collegamento tra la marcata presenza
delleroe in tale area e le poche attestazioni del tema iconografico nella Sicilia del V secolo,
richiamando la mobilit tirrenica dellet delle tirannidi siceliote (DE CESARE 2006, 433-434) 4.
Daltra parte, la diffusione del soggetto nellisola segue una precisa geografia che comprende,

come in un triangolo ideale, Agrigento, Gela ed Himera. DallAgrigento della tirannide o

106

1. Cratere a campana attico a figure rosse del Pittore di Orizia (470-460 a.C.). Da Agrigento. Palermo, Museo Archeologico
Regionale inv. 2124 (da Veder greco).

107

piuttosto post tirannide emmenide, provengono due significative testimonianze vascolari da


contesti funerari. La prima costituita dal famoso cratere a campana di Palermo, del Pittore
di Orizia (470-460 a.C.; Veder greco, 208-209, n. 66) (fig. 1), rinvenuto nel 1841 insieme ad
altri quattro crateri, tutti utilizzati come urne cinerarie riunite in un sepolcro, una sola al di
fuori (POLITI 1841, 107): un cratere a campana, del Pittore di Pan (470-460 a.C.), con
Dioniso e Menade (lato A) e scena di komos (lato B) e tre crateri a colonnette coevi,
raffiguranti rispettivamente una divinit che insegue una fanciulla (lato A; Ade e Persefone?)
e una donna con fiaccola (Demetra (?), lato B; Vicino al Pittore di Borea), Caineo e i
Centauri (sul lato B, tre efebi ammantati; Pittore di Kaineus), e una figura femminile seduta
intenta a intrecciare o a porgere una corona dinanzi ad un personaggio barbato e ad un efebo
(Pittore di Harrow; Veder greco, 204-211, nn. 64-65 e 67-68) (fig. 2). Si pu ipotizzare, stando
alla descrizione del Politi, che i cinque vasi appartenessero a un nucleo familiare o piuttosto,
data la presunta contemporaneit dei cinerari e la comunanza del rituale impiegato per le
sepolture, a un gruppo elitario accomunato da credenze escatologiche di matrice dionisiaca
(DE CESARE c.d.s.a). stato ipotizzato, infatti, che i crateri-cinerari figurati rinvenuti in Sicilia
fossero funzionali a una ritualit connessa ad un dionisismo colto ed elitario e a credenze

salvifiche (DE CESARE 2007).

Due o forse tre dei nostri vasi, inoltre, si pu pensare

verosimilmente che appartenessero a sepolture femminili: il cratere con la raffigurazione di


Ade e Persefone, metafora delle nozze negate dalla morte della nymphe prima dellunione
coniugale, quello con la donna con ghirlanda, per le valenze erotiche della scena, ed infine,
forse, il cratere con Trittolemo, dato labbinamento con la scena del lato B del vaso,
incentrata, come vedremo, sul tema della maternit, oltre che dellimmortalit (TORELLI 1996, 197) 5.

108

2. Crateri attici a figure rosse rinvenuti ad Agrigento nel 1841 insieme al cratere del Pittore di Orizia. Palermo, Museo
Archeologico Regionale inv. 2111, 2103, 2081, 2047 (da Veder greco).

109

Alla semplicit narrativa dei quattro vasi appena descritti, si oppone la complessit figurativa
del cratere con Trittolemo, il pi prezioso del gruppo; una complessit che si esplica non solo
nella costruzione della scena del lato principale, arricchita da personaggi della regale cerchia
eleusinia (Celeo e Ippotonte) che affiancano Demetra (a destra, con oinochoe) e Persefone (a
sinistra, con phiale), entrambe con mazzo di spighe, ma anche nellassociazione figurativa e
semantica del soggetto demetriaco con quello del lato B del vaso, che mette in campo il mito di
Achille e Memnone, e in particolare lepisodio della richiesta di immortalit per i due eroi a
Zeus, da parte delle madri Eos e Teti (tutti i personaggi sono identificati dal nome iscritto).
Alla figura di Trittolemo su carro fa da pendant sullaltro lato del vaso quella di Zeus, che,
secondo Diodoro Siculo (V, 68,1-2), il dio con cui Demetra si riconcili dopo aver ritrovato la
figlia Persefone (di qui il dono del grano a tutti gli uomini attraverso Trittolemo). Il lato B,
inoltre, con le sue chiare allusioni soteriologiche, riporta anche il mito eleusinio, ricco di

valenze iniziatiche, nella prospettiva oltremondana, esplicitando credenze di tipo salvifico,


documentate soprattutto in ambiente etrusco-tirrenico, dove il mito di Trittolemo, peraltro,
come gi ricordato, sembra maggiormente essersi diffuso. Il rito delliniziazione, come ben
notato da A. Calderone (1992, 41), evocato in particolare dalla phiale6, tenuta dal nostro
Trittolemo come da quello del cratere-cinerario della Tomba 842 della necropoli agrigentina di
Contrada Pezzino (secondo quarto del V sec. a.C.; Veder greco, 360-361) (fig. 3)7; in

questultimo caso per lepisodio mitico ridotto alla sola figura di Trittolemo con scettro su
carro alato con serpente (come il Trittolemo del cratere di Palermo), mentre il lato B del vaso
mostra una figura femminile, interpretata, nonostante la mancanza di attributi, come la dea
Demetra (nellatto di porgere la mano alleroe?).

110

3. Cratere cinerario (lato A e lato B) e corredo della Tomba 842 della necropoli di Contrada Pezzino ad Agrigento (secondo
quarto del V sec. a.C.). Agrigento, Museo Archeologico Regionale, inv. 22788, 222789, 22790, 22791 (da Veder greco).

111

Regalit (si veda lo scettro tenuto da Trittolemo) e prospettiva ultramondana, Dioniso (evocato
dalla forma del vaso funzionale al consumo del vino) e Demetra, dimensione urania (richiamata
dal carro alato delleroe e dalla scena olimpica del lato B del cratere di Palermo) e ctonia (si veda
in particolare il serpente del carro oltre, naturalmente, lambito demetriaco) si fondono in
questi due contesti, facendo di Trittolemo, viaggiatore-civilizzatore, annunciatore di pace e
mediatore fra mondi (come lomologo Icario), il simbolo di valori aristocratici, politici e religiosi
(da ultimo, su tali aspetti delleroe, PIERRE 2008, 113; JUNKER, STROHWALD 2012, 19 e 51) 8.
Ad una semantica affine, seppur ricca di sfumature diverse, rimandano anche i casi geloi,
ancora appartenenti allambito funerario. Si tratta di unanfora nolana dellUniversit del
Mississippi (Schwarz 1997, 62, n. 90, con bibl.) e di una lekythos a Siracusa, entrambe del Pittore
di Berlino (490-470 a.C.; PANVINI, GIUDICE 2003, 303, n. G12, con bibl.) (figg. 4-5), di una
lekythos a Oxford del Pittore di Eucharides (490-470 a.C.; PANVINI, GIUDICE 2003, 306, n. G23,

con bibl.) (fig. 6) e di una lekythos di Londra del Pittore della Phiale (440-430 a.C.; PANVINI,
GIUDICE 2003, 389, n. L31, con bibl.) (fig. 7), tutti verosimilmente oggetti di corredi tombali
(dati di contesto solo per la lekythos a Siracusa: ORSI 1906, 391-395, tav. XIX) 9.
Per le dimensioni e il soggetto mitico sembrano prodotti destinati a un pubblico selezionato,
come anche il tipo di sepoltura entro sarcofago a cui si legava la lekythos del Pittore di Berlino
sembra confermare10. In particolare tale vaso proviene da una tomba (T. 6 della necropoli di

Predio Leopardi), che comprendeva nel suo corredo interno altre due lekythoi (una a vernice
nera e una a figure rosse con figura femminile con patera e thymiaterion, che si appresta a
compiere una pratica rituale) ed stata riferita ad un giovane individuo di 25-30 anni
(ORSI 1906, 394; sepoltura femminile?). La lekythos (fig. 4), che mostra leroe su carro con

112

4. Lekythos attica a figure rosse del Pittore di Berlino (490-470 a.C.). Da Gela, necropoli di Predio Leopardi, Tomba 6.
Siracusa, Museo Archeologico Regionale, inv. 20354. (da Sicilia 2008).

113

doppio mazzo di spighe, enfatizza laspetto agrario e della fertilit, recuperando forse le valenze
femminili del mito.
Diversamente, lanfora nolana dello stesso pittore (fig. 5) ritrae Trittolemo ancora su carro
alato ma con scettro, abbinando la figura ad una Demetra coronata con fiaccole sul lato B ed
evocando lo status regale delleroe eleusinio, senza tralasciare le valenze misteriche e
ultraterrene, richiamate qui come sulla lekythos del Pittore della Phiale dalle torce tenute dalla
dea. Anche su questultima (fig. 7), infatti, il pittore rappresenta Demetra (coronata e velata)
munita di fiaccola e posta di fronte al giovane; questi ritratto su carro alato e con il braccio
proteso verso la dea, dalla quale forse sta ricevendo le spighe (originariamente sovraddipinte e
ora evanide (?); si veda la mano sinistra della dea serrata come in una presa), richiamando, in
tal modo, il suo ruolo di eroe civilizzatore.
Con uno schema variato, la grossa lekythos del Pittore di Eucharides (fig. 6) raffigura invece

Trittolemo come un giovane stante appoggiato al suo scettro presso il carro alato, che presenta
braccioli maculati; tale particolare potrebbe rinviare allambito dionisiaco, in una sorta di
contaminazione e contiguit tra i due temi, cos come troviamo su unanfora a figure nere
della fine del VI secolo a.C., in cui Dioniso su carro con kantharos e tralcio di vite sul lato A
del vaso abbinato a Trittolemo su carro con scettro e spighe sul lato B (JUNKER, STROHWALD
2012, 49, fig. 35) 11.

La presenza del tema a Gela, come ad Agrigento, si spiega, dunque, con il valore funerario del
soggetto, rientrando limmagine di Trittolemo fra le cosiddette Unterwelt-Darstellungen, oltre che
con il ruolo svolto dalle divinit ctonie e dunque dalleroe eleusinio nel contesto sociale
coloniale, figura di riferimento per le elites locali, come per quelle di area tirrenica. Ma proprio

114

5. Anfora nolana attica a figure rosse del Pittore di Berlino (490-470 a.C.). Da Gela. Mississippi,
Universit, inv. P 86. (da Corpus Vasorum Antiquorum, Baltimora, Robinson Coll. 2).

115

il tema come il tipo dellanfora adottata, cosiddetta nolana per la sua diffusione in ambiente
campano (a Nola e a Capua in particolare), potrebbero connettere in maniera diretta la
colonia siceliota allambiente tirrenico, pensando ad una qualche presenza in loco o a pratiche

elitarie di dono o infine ad una contaminazione culturale dei due comprensori forse derivante
da quella mobilit mediterranea di cui si detto (DE CESARE 2006, 431-434; si veda anche DE
LA GENIRE 1996; 1999; 2003).
Di contro, la scelta del soggetto potrebbe derivare anche dal riconosciuto filoatticismo o meglio
dalle relazioni di ordine intellettuale (si pensi solo alla presenza di Eschilo a Gela) e
dallorientamento verso la cultura ateniese (si ricordi anche lelaborazione sofoclea del mito:

infra) delle elites geloe (come ben delineato per lambiente tirrenico da GIANGIULIO 1997); ma
si potrebbe pensare, in alcuni casi, anche ad un processo di appropriazione di una marca
mitica a fini politici da parte degli acquirenti dei vasi figurati (cfr. SFAMENI GASPARRO 2008,
29), quelle aristocrazie geloe dellet della tirannide e post-tirannide, che scelsero anche le
ceramiche attiche con tematiche teseiche (MUGIONE 1997; 2000, tabella 2b; TORELLI 2003,
107). In tutti e due i casi, infatti, Teseo e Trittolemo, si tratta di eroi nazionali attici, modelli
civici e di civilizzazione, talvolta persino assimilati e associati tra loro dai vasai ateniesi come
modelli omologhi su uno stesso vaso, come nel caso della pelike da Orvieto di Copenhagen con
Trittolemo tra Demetra e Persefone su un lato e Teseo tra Poseidone e Teti sullaltro (480-470
a.C.) o nel pi tardo cratere del Pittore di Marlay, da Napoli, con i due eroi compresi
allinterno di una stessa scena (FRIIS JOHANSEN 1969; SCHWARZ 1987, 143-144; CALDERONE,
SERRA 2004, 234; SCHWARZ 2013).
Al contatto con lambiente geloo forse da ricondurre anche la presenza a Camarina del

116

6. Lekythos attica a figure rosse del Pittore di Eucharides (490-470 a.C.). Da Gela. Oxford, Ashmolean Museum,
inv. 1981.683 (da Corpus Vasorum Antiquorum, Oxford 1).

117

cratere a calice attico frammentario della Maniera del Pittore di Peleo, databile tra il 450 e il
440 a.C., ovvero dopo la rifondazione geloa della citt del 461 a.C. (GIUDICE, SANFILIPPO
CHIARELLO 2010, 131-132, n. L18, con bibl.) (fig. 8). Il cratere, proveniente dalla necropoli di

Passo Marinaro ma purtroppo privo di contesto in quanto oggetto sporadico, associa la figura
di Trittolemo su carro alato, con scettro e spighe, a figure di Satiri danzanti (uno dei quali
chiamato Komos)12, richiamando cos, di nuovo, quella contiguit tra spiga e vite
(CALDERONE, SERRA 2004, 232), da connettere forse qui, come negli altri casi esaminati, ad
una prospettiva soteriologica.
La popolarit acquisita dal mito in seguito al suo ingresso nel teatro tragico attico, con il

famoso dramma di Sofocle, Trittolemo, con il quale il tragediografo vinse su Eschilo allesordio
della sua carriera, nel 468 a.C., e in cui si congiungeva il viaggio delleroe allOccidente (TrGF
IV F 596-617a; PIERRE 2008, 116-117), e la diffusione del soggetto in ambito tirrenico (etruscocampano e calcidese) ed in quello geloo-akragantino potrebbero invece essere variamente alla
base della presenza del tema ad Himera, dove il mito documentato da due testimonianze
databili nel secondo quarto del V sec. a.C.13
La prima rappresentata ancora da un vaso in contesto funerario, un cratere a calice, per la
precisione, singolare elemento di corredo, insieme ad altri diversi oggetti, di una sepoltura
della necropoli occidentale imerese, di recente scoperta e ancora in fase di studio. Si tratta
verosimilmente di una sepoltura di rilievo, come sembrerebbe indicare lanomala scelta, come
parte del corredo, del cratere (e per di pi della preziosa tipologia a calice), che di rado svolge
tale funzione nelle necropoli siceliote (DE CESARE 2007); qui di Trittolemo sembrano essere
sottolineati laspetto della fertilit e il ruolo regale delleroe (su carro alato, con scettro) e la sua

118

7. Lekythos attica a figure rosse del Pittore della Phiale (440-430 a.C.). Da Gela. Londra, British Museum, inv. E595 (daOAKLEY 1990).

119

associazione con Demetra (entrambi con mazzo di spighe)14. La seconda testimonianza imerese
costituita da un frammento di arula fittile che conserva una testa femminile con sakkos
(Demetra o Persefone?) dinanzi a due serpenti e un mazzo di spighe (BELVEDERE, EPIFANIO

1976, 336-337 e 338, n. 7, tav. LI,2; BELVEDERE 1982, 100-101, tav. XXII,1) (fig. 9) 15. Larula
proviene da unarea di abitato della citt alta sul Piano di Himera, in particolare dallIsolato
III, blocco VI,4, Ambiente 25; tale ambiente limitrofo ad un cortile con grossa cisterna
(Ambiente 26), di recente interpretato come funzionale a ritualit di tipo familiare o
sovrafamiliare legate allacqua (cos lAmbiente 25 con telaio: PORTALE c.d.s.; si veda anche, su
tale contesto, ANZALONE 2009, 14 nota 3; HARMS 2010, 79-82). Indizi circa la tipologia del

culto derivano, oltre che dalla nostra arula, da alcuni oggetti restituiti dal riempimento della
cisterna: busti fittili, uno dei quali provvisto di collana con pendagli a maschera gorgonica e
stauette fittili femminili (tra cui due del tipo della cosiddetta Athena Lindia: BELVEDERE,
EPIFANIO 1976, 341-342, 345, n. 14, 346, nn. 32-34, tav. LIV,1-2 e 8-9, 347, nn. 38 e 40, 48-49,
348, n. 57, tav. LV,3). Chiara la connotazione del contesto, che potrebbe rimandare a ritualit
ninfali e nuziali, connesse in particolare con il tema della fertilit (e dunque collateralmente
delle nozze e delle nascite), come la presenza di statuette con pettorali tipo Athena Lindia,
che enfatizzano nelliconografia proprio tale tema, sembra indicare e pure la nostra arula
potrebbe confermare data la natura del soggetto ivi raffigurato (si ricordi che Demetra
nutrice di Trittolemo e dunque kourotrophos). Emergerebbe in tal caso una certa sensibilit
degli artigiani imeresi verso soggetti resi popolari dal teatro attico contemporaneo quello
sofocleo in particolare - e una interconnessione del tema con la sfera femminile e con gli statuti
umani (quello della fertilit nello specifico, non pi o non solo agraria, quanto piuttosto

120

8. Frammenti di cratere a calice attico a figure rosse del Pittore di Peleo (450-440 a.C.). Da Camarina, necropoli di Passo
Marinaro. Ragusa, Museo Archeologico Regionale (da SCHWARZ 1997).

121

umana), sanciti attraverso la pratica rituale ed evocati mediante limmagine mitica in piccoli
santuari di quartiere. Tale aspetto stato gi riscontrato anche per altre arule e pitture
vascolari imeresi a soggetto mitico (seppure di pi tarda cronologia;

DE

CESARE c.d.s.b), che

mettono in campo saghe sfruttate nei loro diversi elementi in contesti sacri, in una cornice
tirrenica, entro cui si colloca almeno una parte della tradizione mitografica e cultuale della
colonia calcidese.
E da Himera approdiamo di nuovo ad Enna, nel cuore della vicenda mitica siceliota di
Demetra e Kore narrata da Diodoro (V, 2-5; cfr. anche CICERONE, Verrine, II, 4, 106-108;
OVIDIO, Metamorfosi, V, 385 ss.), e ai due signa menzionati da Cicerone, posti nel principale
santuario dedicato a Demetra in Sicilia, dinanzi al tempio della dea (in aperto ac propatulo loco),
come la statua di Trittolemo vista da Pausania (I, 14, 4) dinanzi allEleusinion di Atene
(LAZZERETTI 2006, 311; SCHIPPOREIT 2008, con discussione su un possibile nesso del
Trittolemo ciceroniano con il Trittolemo stante con scettro su coni in bronzo ennesi
variamente datati al 350-344 o post 258 a.C.). Tale dato stato letto come espressione
delladesione al paradigma misterico eleusinio del culto demetriaco in Sicilia e in relazione ad
un fenomeno di atticizzazione della Demetra siceliota (GRECO 2013, 59 e 63) ovvero come
frutto di una volont di rivendicare un primato su Atene della Sicilia (e di Siracusa in
particolare) nellistituzione della cerealicoltura e del culto alle dee, di cui il racconto diodoreo
(derivante forse da Timeo) sarebbe la piena espressione (SFAMENI GASPARRO 2008, 35-36;
SCHIPPOREIT 2008). Da parte nostra riteniamo che sia da rilevare lindissolubile connubio tra
Trittolemo e la dea della fertilit Demetra, gi riscontrato su alcuni vasi rinvenuti in ambiente

siceliota, e il carattere votivo delle due statue, che lega ancora una volta il nostro soggetto

122

mitico ad unalta committenza, considerando anche lamplitudo delle due sculture16.


proprio nel V secolo, dunque, che la figura di Trittolemo, con la sua storia, entra a far parte
in Sicilia dei grandi modelli mitici, a fianco di eroi ben pi popolari e radicati nella tradizione
iconografica dellisola, quali Eracle e Teseo, e di figure pi marginali come ad esempio Filottete
(DE CESARE 2013, 72-73), concorrendo in varie forme con le sue immagini, qui, come in
Etruria e ad Atene (si pensi solo alle pitture su vasi dedicati sullAcropoli o anche allimmagine
delleroe su anfore panatenaiche di IV sec. a.C.), alla costruzione di identit sociali e religiose e
alla rivendicazione del primato culturale e politico di membri al vertice della comunit,
dapprima nelle ritualit private e poi anche nei culti poleici.

9. Frammento di arula fittile.


Da Himera, Isolato III, blocco
VI,4, Ambiente 25. Himera,
Antiquarium, inv. H 7265 (foto
Parco Archeologico Regionale di
Himera).

123

1Sul

mito di Trittolemo nella tradizione iconografica greca ed in particolare nella pittura vascolare attica, e sui suoi significati,
DUGAS 1950; PESCHLOW-BINDOKAT 1972, 78-89; RAUBUTSCHEK, RAUBITSCHEK 1982; SCHWARZ 1987; BESCHI 1988, 872875 e 890-891; SHAPIRO 1989, 76-77; HAYASHI 1992; SIMON 1992; CLINTON 1994; MATHESON 1994; SCHWARZ 1997;
MUGIONE 2000, 58, 126-128, 155-157; SCHIPPOREIT 2008; JUNKER, STROHWALD 2012, 17 SS.; unanalisi ed esegesi delle
singole occorrenze del tema nelle diverse aree geografico-culturali dellItalia antica in CALDERONE, SERRA 2004; PIERRE 2008;
per lEtruria si veda anche, DE LA GENIRE 1988; PIZZIRANI 2010, 31-34; TANTILLO 2012; per la Sicilia, CALDERONE 1992.
2 Si consideri daltra parte la complementariet dei culti tesmoforici e misterici anche nellambito liturgico eleusinio, ed
inoltre la tradizione che riferiva a Trittolemo listituzione dei riti tesmoforici in Grecia: LIPPOLIS 2006, 19 e 25 ss.
3Si veda anche lacuta analisi di GIANGIULIO 1997; inoltre, DE LA GENIRE 1988; BOTTINI 1992, 116-117; MUGIONE 2000,
126; CALDERONE, SERRA 2004, passim; PIERRE 2008, 123; analogamente, per la Sicilia, CALDERONE 1992.
4Per un profilo socio-economico dei mercenari in Sicilia e per un inquadramento della fenomenologia, seppur per il pi noto
e tardo periodo della fine del V-IV sec. a.C., TAGLIAMONTE 2006.
5Per lassociazione dellimmagine di Trittolemo allambito muliebre si veda anche luso del tema su vasi di stretta pertinenza
femminile quali le hydriai; inoltre cfr. infra il caso imerese.
6Sul significato della phiale e della libagione, variamente collegate allambito misterico o alla partenza per la missione
civilizzatrice delleroe e al suo mandato di pace, DUGAS 1950, 126 ss.; SCHWARZ 1987, 243-245; BESCHI 1988, 890; HAYASHI
1992, 73 ss. e 86; SIMON 1992 99; SCHWARZ 1997, 67; CALDERONE, SERRA 2004, 218, 223; JUNKER, STROHWALD 2012, 21
7La tomba comprendeva, come elementi di corredo, una kylix e una choe attiche a vernice nera e unolpe acroma.
8Per lambientazione sacra della scena del cratere di Palermo, data dalla colonna posta a destra della scena, MATHESON 1994,
354, che pensa a un riferimento al contesto eleusinio.
9Sulla ricorrente presenza del Pittore di Berlino e della sua scuola a Gela, TORELLI 2003, 103; sullampia attestazione del mito
di Trittolemo tra i suoi prodotti, da ultimo, JUNKER, STROHWALD 2012, 23
10Per lanfora si consideri anche il tipo di vaso, riconosciuto come un oggetto a destinazione prevalente per gli usi funerari
dello strato pi alto della societ geloa: TORELLI 2003, 104.
11Si veda anche lanfora di Compigne, con il dio su un carro alato simile a quello del nostro eroe: JUNKER, STROHWALD
2012, 49 ss., figg. 35-36; inoltre RAUBUTSCHEK, RAUBITSCHEK 1982 , 110; CLINTON 1994, 166-167.
12Sulla proposta esegetica di Brommer che ha visto nella pittura uneco di un dramma satiresco, forse il Trittolemo di Sofocle,
in sintesi, MATHESON 1994, 348.
13Ringrazio Monica Chiovaro per i proficui scambi di opinione al riguardo e gli utili stimoli di riflessione, degni di
approfondimento, che mi ha fornito.
14Una prima presentazione del cratere e del contesto in VASSALLO, VALENTINO, CHIOVARO c.d.s.
15Per il particolare dei serpenti nel carro di Trittolemo, cfr. SOFOCLE TrGF IV F 596; si veda inoltre BOTTINI 1992, 118 ss., in
cui si menziona, per lassociazione del tema allambito eleusinio, anche la significativa testimonianza del tipo monetale
selinuntino del tardo V sec. a.C., con una ninfa di fronte ad un serpente, forse Persefone e Zeus. Da rifiutare, a nostro avviso,
(soprattutto per la presenza delle spighe) laltra proposta di identificazione del mito rappresentato sullarula con lepisodio di
Eracle in lotta contro lIdra di Lerna, avanzata in alternativa, ma gi con molti dubbi, dagli editori delloggetto.
16Sullaccostamento del simulacro di Cerere allAfrodite da Morgantina, GIULIANO 1993; una discussione in PORTALE 2005;
LAZZERETTI 2006, 312-314; GRECO 2007; 2013, 59; SCHIPPOREIT 2008, con ipotesi di una committenza dionigiana dei due
signa ciceroniani; MARCONI 2011, 10.

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128

Il ruolo della religione nelle complesse dinamiche del


commercio antico: alcune note sulle Gorgoni di Himera
CHIARA TERRANOVA
Atena, la figlia di Zeus portatore dellegida
() indoss legida ornata di nastri
tremenda, tutto intorno alla quale fanno corona
la Fuga, la Furia, la Difesa e lAttacco agghiacciante
e la testa gorgonica del mostro pauroso,
tremenda ed orribile, prodigio di Zeus portatore dellegida.
HOM. Il. V, 733-742 (trad. it. di CERRI-GOSTOLI 1996, 361)
1. Le coordinate del problema: le valenze simboliche del Gorgoneion nel Mediterraneo antico
Trattare una problematica complessa quale quella dei significati politici, sociali e religiosi
cui rimandano i Gorgoneia, rinvenuti a Himera a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso,
significa confrontarsi con una parte estremamente significativa della storia politica e cultuale
della colonia. Se, infatti, il nome , da un punto di vista semantico, fa esplicito
riferimento sia alla figura mitica della Gorgone che allo straordinario potere esercitato dal suo
terribile sguardo (fig. 1; HOM. Il. VIII, 345-349; Od. XI, 630-635) - che, secondo la
tradizione mitica, mutava in pietra (PIND. Pyth. X; XII; Ol. XIII; OV. Met. IV, 1513-1517; LUC.
Phars. IX) chiunque lo incontrasse - , in pari tempo, noto come la tradizione letteraria, nel
corso dei secoli, abbia voluto descrivere solo i connotati della testa e del volto della Gorgone,
sepolta, secondo il resoconto pausaniano (PAUS. II, 21, 5), ad Argo, mentre a Tegea sarebbe
stato conservato uno dei suoi capelli, tanto sapientemente descritti dalle mani di coloro che

129

ne incisero e ne tramandarono il volto nel corso dei secoli. Il Gorgoneion (PETTAZZONI 1922,
491-512; BESIG 1937; HOWE 1954, 209-221; KARNEZIS1978, 245-259; KERNYI K. 1979, 340358; VERNANT 1981, 141-156; 1987), simbolo di morte, rappresentava un pericolo sempre
imminente per tutti coloro che, come Odysseus (HOM. Od. XI, 630-635), si accingevano a
penetrare negli Inferi: esso - che fu associato, in Grecia, ad importanti figure divine quali
Atena (HOM. Il. V, 729-742; PIND. Ol. XIII, 63-69) e Zeus (HOM. Il. V, 741-742; PS. HYG. Astr.
II, 13) - giunse qui, intorno ai primi anni del VII sec. a.C. dalla Siria settentrionale, passando
attraverso lAsia Minore: una Gorgone dotata anche di un corpo - seppure goffo e deforme - si
trova attestata, invece, soltanto nel repertorio iconografico ad essa relativo, e risulta anteriore o
coeva alle raffigurazioni del Gorgoneion, perlopi impiegato sia con finalit puramente
decorative che con finalit pi propriamente apotropaiche gi dallet arcaica (figg. 2-4). Noto
il significativo rapporto - cui abbiamo precedentemente accennato - che, gi dagli anni di

Omero (Od. XI, 630-635), leg intimamente la Gorgone alla sfera della morte ed alluniverso
infero, dato attestato da tutte le fonti documentarie che hanno contribuito a costituirne
gradualmente la storia. In pari tempo, risulta essenziale il rapporto della Gorgone con
Poseidone (fig. 5; HES. Theog. 178; 270; OV. Met. IV, 770; VI, 119; Her. XIX, 129) e, pi in
generale, con la sfera di afferenza marina: le Gorgoni, assimilate - nelle credenze religiose della
Grecia moderna - alle Nereidi, erano, infatti, gi secondo la tradizione mitica arcaica, figlie di

antiche divinit del mare (HES. Theog. 270-283). Si pensi, in proposito, ad alcune monete
corinzie sulle quali sono raffigurati il volto di Atena con il cavallo Pegaso, generato dalla
Gorgone dopo la sua morte e legato alle acque ed alle sorgenti, e ad altre, provenienti da
Motya, che, viceversa, associano il volto della Gorgone alla civetta, animale sacro ad Atena

130

1. Gorgoneion. Particolare da mosaico su pavimento, et imperiale, Roma, Museo Nazionale Romano, senza inv.
(da Theoi.com, s.v. Medusa).
2. Gorgone in corsa. Particolare da dinos attico a figure nere attribuito al Pittore della Gorgone, 600-550 a.C. ca.
Parigi, Muse du Louvre, inv. Louvre F874 (da Theoi.com, s.v. Medusa).
3. Gorgone in corsa. Particolare da kylix attica a figure nere, datazione sconosciuta (periodo arcaico). Oxford,
Ashmolean Museum, inv. Oxford 1965.120 (da Theoi.com, s.v. Medusa).

4. Gorgone in corsa. Particolare da anfora attica a figure nere, 550-500 a.C. ca. Parigi, Muse du Louvre, Paris
N1020/F230 (da Theoi.com, s.v. Medusa).
5. Gorgone, Poseidone e Gorgone decapitata con nascita di Pegaso. Particolare da coppa beotica a figure nere, tardo V
sec. a.C. Boston, Museum of Fine Arts, inv. Boston 01.8070 (da Theoi.com, s.v. Medusa).

131

(figg. 6-7): e gi in questo peculiare aspetto del mito appare evidente la straordinaria funzione
assolta dalla Gorgone, dalla cui morte rinasce una nuova vita ed il cui sangue uccide o guarisce
(EUR. Ion. 1003 ss.). Lultima tra le pi recenti scoperte (fig. 8), rinvenuta nei magazzini del
Museo Provinciale Campano di Capua, stata recentemente resa nota da Maria Bonghi Jovino
(www.archeomedia.net: 29 ottobre 2012): del reperto in questione, ad ogni modo, intendiamo
occuparci prossimamente. Tuttavia, importante ricordare che, com stato recentemente
rilevato, la Gorgone non lunica ad essere stata associata alla dea Atena (BAGLIONI 2011,
149), ma certamente la pi arcaica ed emblematica. Quanto evidenziato dalle fonti letterarie
trova, infine, ulteriori ed importanti conferme nel ricco ed articolato repertorio numismatico,
allinterno del quale il Gorgoneion alexikakon risulta fortemente attestato lungo tutto il bacino
del Mediterraneo antico (fig. 9): si pensi alla ricchissima messe di monete sulle quali il volto
della Gorgone - di volta in volta terrifico o bonario - appare associato al simbolo dellncora,

emblema di salvezza (dioboli di Apollonia Pontica: fig.10): a riguardo, vanno osservate le


notevoli difficolt di carattere tecnico che gli incisori avranno, di certo, riscontrato nel loro
tentativo di rappresentare un simbolo quale era il volto della Gorgone, dotato di occhi dalla
forma singolare, di un naso sporgente, e di una lingua volutamente rappresentata in rilievo,
nel chiaro intento di sottolineare le specifiche valenze simboliche, cui tale attributo rimandava.
La Gorgone fece la sua comparsa molto presto nella storia della moneta antica: infatti, pochi

decenni dopo la sua prima diffusione dalle coste della Lidia, risult attestata soprattutto tra il
VI ed il V sec. a.C.
Il Gorgoneion impiegato come simbolo apotropaico fece

la

sua prima apparizione nel

mondo ellenico solo al volgere dellVIII sec. a.C., stagliandosi su frontoni, metope ed antefisse

132

6. Particolare da pittura vascolare (da Falerii Veteres), 400-375 a.C. ca. Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, inv.
1599, (IconicLimc, s.v. Menerva).
7. Atena con Gorgoneion. Particolare del rilievo frontonale dal Tempio A di Pyrgi, 470-460 a.C., Roma, Museo Nazionale
Etrusco di Villa Giulia (IconicLimc, s.v. Menerva).

133

( VAN BUREN 1923, tav. XIV; R ICCIONI 1960, 127-206; BELSAN 1981; M ARCONI 2007),
vasi e coppe (figg. 11-12; S TAT. Theb. I, 539-555), scudi e navi (Gorgoneia bronzei delle
navi di Nemi). Il Gorgoneion appare pi volte associato agli heroes, il cui sguardo - si
ricordi il caso di Ettore (H OM . Il. VIII, 345-349) - appare simile a quello di Medusa, e sul
cui scudo (si pensi ad Agamennone, in H OM . Il. XI, 29-41, o ad Achille, in E UR. El. I)
scolpito il suo volto. Laspetto terrifico della Gorgone fu, poi, ulteriormente accentuato
in ambiente etrusco-italico (antefisse di Veio): nel V secolo, tuttavia, fino ai primi secoli
successivi alla nascita di Cristo (figg. 13-14) anche le sue mostruose fattezze furono
mitigate, facendosi sempre pi simili a quelle umane. I due tipi- arcaico (che,
muovendosi rapidamente verso destra, mostra il volto esteso in larghezza e caratterizzato
da grandi occhi, fronte bassa - spesso segnata da rughe - naso schiacciato, e bocca
allungata, con denti ferini agli angoli e lingua penzolante: fig. 15) e classico (dove i
connotati del volto sono stati gradualmente mitigati ed umanizzati: fig. 16) - di Gorgone
convissero, infine, in et ellenistico-romana, quando il volto, finalmente bonario, del
mostro costitu uno degli emblemi pi rappresentativi del potere dei re nel Mediterraneo
del tempo, utilizzato, in questa chiave di lettura, anche da Alessandro il Grande e dai
suoi diadochi: legida con Gorgoneion rappresent uno dei pi significativi topoi della
ritrattistica lagide (si veda, in proposito, il cd. Cammeo Gonzaga, III sec. a.C., San
Pietroburgo, Ermitage Museum). Tuttavia, a questi anni appartiene anche il tipo
patetico della Medusa dolente, che commuove chi la osserva per lossimorica presenza
della divina bellezza del volto e la tragica espressione - su di esso - di un atroce ed innato
tormento.

134

8. Busto di Minerva con Gorgoneia ai seni, Capua, Museo Provinciale Campano (da BONGHI JOVINO 2011, 22, fig.1).
9. Hemilitron in bronzo da Himera (da VASSALLO 2005, 87, fig.146)
10. Gorgoneion (recto) ed ncora (verso). Diobolo da Apollonia Pontica, IV sec.a.C.
(da http://www.roth37.it/COINS/Gorgon/monetazione.html).

135

2. La Gorgone e la Sicilia
La facies della Gorgone, di origine orientale, and sempre pi definendosi in area corinzia tra
il VII ed il VI sec. a.C. ca., connotata da caratteristiche fisiognomiche assolutamente peculiari,
quali come abbiamo precedentemente sottolineato - i grandi occhi e la bocca ricurva ed

aperta da cui pende la caratteristica lingua, delimitata da denti ferini: il volto appare, inoltre,
sempre definito da riccioli scomposti, talvolta accompagnati (o sostituiti) dai tanto celebrati
serpenti (fig. 2: cfr., inoltre, la bella riproduzione della Gorgone in corsa su unanfora attica a
figure rosse di V sec. a.C., Munich, Antikensammlungen). Infine, grandi ali compaiono sulle
sue spalle e sui suoi piedi (figg. 2-4 e 12). La ricezione in Sicilia delliconografia corinzia della
Gorgone emblematicamente testimoniata dalla lastra fittile policroma proveniente

dallAthenaion di Siracusa (fig. 17), datata alla met del VII sec. a.C. ca., che documenta per la
prima volta, in forma completa, la derivazione dalliconografia corinzia attestata su una
ricchissima messe di testimonianze, di epoca arcaica, della rappresentazione del mito. In et
arcaica (BAGLIONI 2009, 65-72) la Gorgone fu spesso raffigurata nel momento della
decapitazione compiuta dalleroe Perseo (HOPKINS 1934, 341-358; CROON 1955, 9-16; OGDEN
2008; cfr., in particolare, la metopa del Tempio C di Selinunte: figg. 18-21; GABRICI 1919), e

nel noto schema della corsa in ginocchio, presente - oltre che su numerose suppellettili,
nella produzione vascolare e sulla lastra fittile precedentemente menzionata- anche sul
frontone del tempio di Artemide a Corf. La Gorgone fu uccisa da Perseo nel sonno (fig. 22)
mentre egli stesso, per non essere a sua volta pietrificato dallo sguardo del mostro, rivolgeva
altrove il volto, osservando il riflesso del Gorgoneion sul suo scudo. Secondo una tradizione mitica
ormai estremamente nota, un tempo le tre Gorgones, figlie dei mostri marini Phorkys e Keto

136

11. Gorgoneion. Particolare da anfora attica a


figure nere, 525-475 a.C. ca. Parigi, Muse du
Louvre, inv. Louvre F99
(da Theoi.com, s.v. Medusa).
12. Gorgone in corsa. Kylix attica a figure nere,
periodo arcaico (da Theoi.com, s.v. Medusa).

137

(cfr. mosaico greco-romano da Antiochia, IV sec. d.C., Antakya Museum), erano bellissime, ma,
dopo che Medusa, una notte, si un a Poseidone in un tempio consacrato ad Atena, la dea,
vendicandosi, la tramut in unorrida creatura (PS. APOLLOD. II, 46; OV. Met. IV, 770; 798;
Myth. Vat. II, 131). Soltanto Perseo, figlio di Zeus e di Danae, ingannando le Graie, decapit
Medusa (HES. Th. 280; LUCIAN. D. M. 14; APOLLOD. II, 4, 2; SERV. VA VI, 289, VII, 732; OV.
Met. IV, 776-784; LUC. IX, 669-677) guidato dalla stessa mano di Atena: dal collo della Gorgone
fuoriuscirono Crisaore e Pegaso (fig. 23; HES. Th. 280-283; Sc. 220; PIND. Pyth. XII, 12; Ol. XIII,
64; AESCH. Phorcides (perduta); Aesch., fr. 145 (Phorcides); EUR. Alc. 511; PS. APOLLOD. II, 38-46;
LYCOPHR. Alex. 840; Q.S. X, 190; STRABO VIII, 6, 21; PAUS. I, 23. 7; II, 20, 7; II, 21, 5-6; II, 27,
2; III, 17, 3; III, 18, 10-16; V, 18, 5; DIOD. III, 52, 4; BAGLIONI 2010, 207-220). Infine, Perseo
don la testa ad Atena (fig. 24) che la fiss sulla sua egida (APOLLOD. II, 4, 4; HARTSWICK 1993,
269-292). La consegna del Gorgoneion ad Atena da parte delleroe costitu un tema

particolarmente adatto ad una utilizzazione in chiave politica (HARTSWICK 1993, 269-292), e,


proprio in tale veste, fu adeguatamente sfruttato lungo tutto il bacino del Mediterraneo antico.
Le prime rappresentazioni del mito di Perseo e della Gorgone risalgono allinizio del VII sec. a.C.
e si sviluppano, nei secoli successivi, su materiali di splendida fattura: si visioni, in proposito, la
hydria sulla quale leroe, dopo aver decapitato Medusa, fugge seguito da Atena (fig. 21).
2.1 La Gorgone nella vita e nella religiosit di Himera tra VII e V sec. a.C.: dai santuari alle

necropoli ed alle abitazioni


In particolare, per quanto riguarda la Sicilia, le attestazioni della vitalit dellartigianato imerese
sono estremamente numerose, e, pur non avendo questa colonia rivestito un ruolo di primo

138

13. Gorgoneion. Particolare da mosaico su


pavimento, et imperiale. Alexandria (Egitto),
Greco-Roman Museum, senza inv.
(da Theoi.com, s.v. Medusa).

14. Gorgoneion. Particolare da mosaico su


pavimento, et imperiale, Atene, National
Archaeological Museum, senza inv.
(da Theoi.com, s.v. Medusa).
15.
Gorgoneion,
Heidelberg,
Istituto
Archeologico dell'Universit di Heidelberg,
senza inv., 550-500 a.C. ca.
(da http://www02.unibg.it/~medusa/index.php)

139

piano in ambito artistico, alcuni prodotti evidenziano una eccezionale fioritura nella
produzione, sia per la straordinaria qualit dellesecuzione sia per la notevole ricchezza di temi
e decorazioni presenti. Tale creativit fu, senza dubbio, alimentata dallimportante circolazione
di prodotti dimportazione, qui attestati fin dai primi decenni di vita della colonia: appaiono
emblematici, in proposito, alcuni dei materiali rinvenuti allinterno del tempio A, tra i quali la
splendida lamina aurea con Gorgone in corsa (fig. 25), ed i due bronzetti di Atena armata
(fig. 26) e di offerente.
Nel VII secolo Himera si svilupp, estendendosi sia in pianura che sui rilievi collinari. Fu in
questi anni che vi giunse il culto di Atena al quale ci siamo precedentemente riferiti, cui gli
abitanti votarono larcaico santuario e lintera area sacra successivamente edificata: e, sempre
in questi primi anni di vita, la colonia inizi a produrre materiale ceramico, dando avvio ad
una vera e propria arte locale, ben documentata da tutti i reperti finora rinvenuti ed
attualmente conservati presso lAntiquarium. in questi anni che ad Himera, importante porto
sulle principali rotte tirreniche, circolarono ceramiche ed anfore commerciali provenienti da
varie zone del Mediterraneo. Probabilmente, fin dai primi cinquanta anni di vita della colonia,
si avviarono contatti con i centri indigeni sicani dellentroterra, con reciproco scambio di
merci.
Pertanto, ad Himera - tra quanto restava dellarcaico Tempio A, consacrato alla devozione di
Atena - riferibile, in particolare, la nota lamina datata al VII sec. a.C. ca.: questi anni
rappresentano, dunque, il terminus ante quem per la comparsa della figura della Gorgone nella
colonia calcidese e, in pari tempo, per la comparsa del culto locale di Atena (fig. 27), alla quale
gli Imeresi - fin dalla prima fase di vita della citt votarono la loro devozione, chiedendo

140

16. Gorgoneion. Antefissa policroma dal santuario


di Atena, ultimo quarto VI-inizi V sec. a.C.
Termini Imerese, Antiquarium di Himera
(da VASSALLO 2005, p. 85, fig. 142).
17. Gorgone in corsa. Lastra fittile policroma
dallAthenaion di Siracusa, 570 a.C., Siracusa,
Museo Archeologico Regionale P. Orsi
(da http://www.parodos.it/mitologia/gorgoni.htm)
18. Decapitazione della Gorgone. Metopa del
Tempio C di Selinunte, 520-510 a.C. ca., Palermo,
Museo Archeologico Regionale "Antonio Salinas
(da http://www.iconos.it/)

141

alla dea la protezione del loro territorio (DIOD. V, 3, 4): nella simbolica figura dellAtena
imerese possibile leggere, pertanto, lemblema stesso della potenza della colonia e della
fioritura che Himera visse fino alla sua definitiva distruzione, avvenuta nel 409 a.C. In questa
direzione va, certamente, interpretata anche la presenza di Herakles, eroe caro alla dea Atena:
altre tradizioni mitiche (PS. APOLLOD. II, 7,3) indicano Herakles - il quale avrebbe ricevuto il
ricciolo sempre dalla dea - come colui che avrebbe donato il ricciolo a Kepheus. Nel corso del
VI secolo si attivarono, invece, importanti rapporti politici con il tiranno agrigentino Falaride,
ed in pari tempo si intensific larrivo di merci e di prodotti che in citt giunsero dai pi
importanti centri politici ellenici, fenicio-punici ed etruschi: indizio della straordinaria vitalit
di cui leconomia imerese godette la nascita - avvenuta intorno alla seconda met del secolo della zecca locale (KRAAY 1983), con importanti emissioni in argento: la presenza della
Gorgone sulle monete imeresi si data a partire dagli anni successivi al 430 a.C. fino al 409.

dalla prima met del VI sec. a.C. ca. che dovettero fiorire officine di artisti imeresi attivi fino
agli ultimi anni del V, realizzando prodotti spesso originali e di ottima fattura. Riguardo al
peculiare schema iconografico attestato sulla lamina aurea imerese con Gorgone in corsa,
dono votivo ad Atena, vogliamo ricordare, inoltre, un Gorgoneion fittile - datato alla prima met
del VII sec. a.C. e rinvenuto, in numerosi copie, nella Stipe del Tempio dellAcropoli di
Gortina - che evidentemente deriva da uno schema gi documentato, intorno alla fine del III

mill. a.C. ca., dallambiguo volto della sumerica Khumbaba, la cui iconografia testimoniata
da una terracotta - proveniente da Sippar ed attualmente conservata al British Museum - che
riproduce un volto mostruoso, costruito su un inestricabile groviglio di linee continue, le quali
rappresenterebbero le viscere in cui si soleva leggere il volere degli di. Inoltre, su un rilievo

142

19. Gorgone e Perseo. Particolare da kyathos, attribuito ad un allievo del Pittore di Teseo, 510 a.C. Malibu, The J
Paul Getty Museum, inv. Malibu 86.AE.146 (da Theoi.com, s.v. Medusa).
20. Decapitazione della Gorgone. Particolare da hydria attica a figure rosse, 500-450 a.C. Londra, British Museum, inv.
London E181 (da Theoi.com, s.v. Medusa).
21. Perseo con Gorgoneion. Particolare da mosaico, et imperiale, Gaziantep (Turchia), Gaziantep Museum, senza inv.
(da Theoi.com, s.v. Medusa).
22. Gorgone addormentata. Particolare da pyxis attica a figure rosse su fondo bianco, attribuita al Sotheby Painter,
475 - 425. Parigi, Muse du Louvre, inv. Louvre L83 (da Theoi.com, s.v. Medusa).

143

fittile conservato a Berlino e raffigurante la scena delluccisione di Khumbaba compiuta da


Gilgamesh - nella quale stata rintracciata una evidente eco della successiva tradizione relativa
alla decapitazione di Medusa - la dea appare rivestita di una solida corazza, rappresentata di
profilo con le gambe piegate, in uno schema analogo a quello della corsa in ginocchio della
Gorgone. Il tipo della Gorgone in ginocchio , infine, attestato, tra V e III sec. a.C., su una
moneta proveniente da Populonia (http://www.roth37.it/COINS/Gorgon/monetazione.html),
che riporta lo stesso tipo attestato sulla lamina imerese, e che documenta ancor pi i rapporti
tra questa area della Magna Grecia e lEtruria di questi anni.
La peculiare collocazione della lamina aurea allinterno del Tempio A testimonia, in maniera
inconfutabile, linestricabile rapporto che, com noto, leg, anche nella tradizione letteraria, la
Gorgone ad Atena, attestando, in particolar modo, che essa giunse ad Himera insieme al culto
di Atena, e caratterizzando, pertanto, la storia cultuale locale fin dai suoi primordi. Il

passaggio dalliniziale utilizzazione del Gorgoneion quale esclusivo attributo di Atena al suo
successivo impiego in ambito funerario attestato - sulla base dei dati documentari riportati alla
luce nella colonia - da un piatto corinzio (fig. 28) proveniente dalla necropoli orientale e
databile alla prima met del VI sec. a.C.: sempre a questi anni viene fatto risalire un aryballos in
forma di melograno (fig. 29b), il cui coperchio riporta i tratti terrifici di una Gorgone dagli
occhi globulari (fig. 29a), simbolo di morte ed, in pari tempo, emblema di vita (si veda anche

HOPKINS 1961).
Nellanalisi finora compiuta dei casi pi significativi nella ricca documentazione archeologica
di Himera, abbiamo potuto osservare che la presenza della Gorgone, attestata in diversi contesti
che comprendono i santuari, labitato e le necropoli, assolse mansioni altrettanto differenti,

144

23. Nascita di Pegaso. Particolare da lekythos a figure nere su fondo bianco,


attribuita al Diosphos Painter, 500-450 a.C. ca. New York, Metropolitan
Museum, inv. New York 06.1070 (da Theoi.com, s.v. Medusa).
24. Perseo consegna ad Atena la testa della Gorgone. Particolare da cratere a
campana apulo a figure rosse attribuito al Tarporley Painter, 400-385 a.C. ca.
Boston, Museum of Fine Arts, inv. Boston 1970.237 (da Theoi.com, s.v.
Medusa).
25. Gorgone in ginocchio che serra un serpente tra i denti. Lamina aurea
rinvenuta nella cella del Tempio A del santuario di Atena a Himera, sigillata nel
pavimento sotto una lastra di pietra, VII sec. a.C. ca. Termini Imerese,
Antiquarium di Himera (da VASSALLO 2005).
26. Atena armata. Particolare del bronzetto proveniente dal deposito votivo del
Tempio A di Himera, inizi VI sec. a.C. ca. Termini Imerese, Antiquarium di
Himera (da VASSALLO 2005).

145

giustificate dalla percezione che del simbolo del Gorgoneion si ebbe nelle concezioni religiose
elleniche e magnogreche. Le sue finalit, pertanto, furono essenzialmente tre: rappresentando
il riflesso stesso della morte, arma che - secondo Omero (Od. XI, 630-635) - Persefone poteva
addirittura scagliare contro chi cercava di penetrare negli Inferi, la sua collocazione allinterno
delle necropoli appare ovvia. Tuttavia, la sua funzione non si esaurisce semplicemente nella
sua associazione alla simbologia della morte, divenendo uno dei pi significativi indicatori
della natura funeraria del luogo in cui esso si trovava: nel volto terrifico della Gorgone si
cela una promessa di rinascita, incarnando in s quella perenne alternanza di vita e morte
nella quale la religiosit ellenica, per tutto il corso della sua esistenza, in vari modi
fermamente credette. Non a caso, Euripide (Ion. 1003 sgg.) ricorda come Antea abbia donato
al giovane Erittonio due gocce del sangue della Gorgone, delle quali luna era capace di
guarire (PS. APOLLOD. III, 10, 3), laltra di uccidere, e - secondo una tradizione posteriore
nota fino agli anni di Apollonio Rodio (IV, 1513-1517) - il sangue della Gorgone, toccando il
suolo, generava serpenti. Pertanto, il Gorgoneion la cui eccezionale forza e sovrumana
potenza fu sempre nota alle fonti letterarie allontanava, con il timore della morte
immediata, chi si accingeva ad entrare nelle aree sulle quali esso esercitava la sua protezione:

in queste rientrano anche le abitazioni, allinterno delle quali possibile spiegare, sempre in
questa direzione, limpiego del Gorgoneion sulla soglia di casa o sulle fornaci, a garanzia della
sempiterna protezione della casa e di coloro che la abitavano. In particolare, le case pi ricche
potevano essere dotate di antefisse, che, lungo il lato esterno, presentavano perlopi
decorazioni plastiche o dipinte con palmette, sileni e Gorgoneia.
Ringrazio di cuore Valentina Caminneci per avermi invitato a contribuire alla pubblicazione di questo suo bel volume.

146

27. Gorgoneia. Frammento con pendagli da un grande busto di tipo agrigentino, senza
datazione. Termini Imerese, Antiquarium di Himera (da VASSALLO 2005).
28. Gorgone in corsa. Frammento di piatto corinzio dalla necropoli orientale, prima met
del VI sec. a.C. ca. Termini Imerese, Antiquarium di Himera (da VASSALLO 2005).
29 (a e b). Aryballos con bocca figurata e corpo a forma di melograno da una tomba dello
scavo Gabrici (1926-1927) nella necropoli orientale, met del VI sec. a.C. Termini
Imerese, Antiquarium di Himera (da VASSALLO 2005). Cfr. con la maschera fittile da
Taranto, che - pur essendo caratterizzata da grandi orecchi aperti, occhi a globo e bocca
dotata di zanne - se ne differenzia per lenfatizzazione di altri caratteri somatici.

147

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148

Archeologia della produzione e del commercio nellantica Agrigento

Agrigento. La Collina dei Templi (da VON MATT 1950)

Infatti i vigneti degli Akragantini costituiscono un' eccezione tanto per la loro estensione quanto
per la loro bellezza; inoltre la maggior parte del territorio ricco di alberi di ulivo, da cui
traggono abbondanti raccolti che vendono a Cartagine (Diodoro, Biblioteca Storica, XIII, 81,4)

Alla foce dellAkragas.


Storia ed archeologia dellantico Emporion di Agrigento
VALENTINA CAMINNECI

Su una costa caratterizzata da una duna sabbiosa, oggi solo parzialmente conservata, alla foce
del fiume Akragas, nacque lantico emporion della polis, divenuto poi il porto della citt
romana e bizantina (figg.1-2). Ricordato da Diodoro da Polibio e da Livio, segnalato da
Strabone, come entit a parte accanto ad Akragas, tra le sopravvivenze sulla costa occidentale
della Sicilia nel I secolo a.C. LEmporion uno dei luoghi chiave della vita del Vescovo
Gregorio, narrata da Leonzio in un testo agiografico, ricco di dettagli anche topografici, oggi
illuminanti grazie alle recenti scoperte archeologiche, seppure episodiche e limitate alle
esigenze di tutela.
Le testimonianze rinvenute nel corso degli scavi, condotti a partire dagli anni Venti, si
concentrano sul lato sinistro della foce (fig.3), mentre lipotesi che, un tempo, la linea di costa
piegasse verso linterno, consentendo lingresso del mare in una sorta di insenatura o porto
interno (SCHMIEDT, GRIFFO 1958, 291-292), sembrerebbe confermata da sondaggi di tipo
geologico, eseguiti recentemente, che rivelano anche fenomeni di esondazione ed
insabbiamento che copre gli strati archeologici (fig.4).
Fa eccezione la necropoli di et arcaica, individuata sulla sponda destra, coeva al primo
stanziamento dei coloni, di cui, talvolta, complici le mareggiate che sferzano le dune, affiorano
le tombe in anfora sepolte nella sabbia (fig.5) (CAMINNECI 2012, 117-119).

151

I corredi delle tombe a fossa rivestita da lastre di pietra, indagate sulla collinetta di Montelusa,
alle spalle della foce, comprendono ceramica di produzione rodia e corinzia, mentre, sempre da
questarea, proviene un sarcofago in marmo decorato da un fregio di metope e triglifi (fig.7).
Ancora riferibili alla fase di vita del porto di et greca i frammenti dai saggi effettuati
recentemente sulla sponda sinistra (fig.6).
Degli antichi apprestamenti portuali, nel XVI secolo, Fazello vide sulla costa i resti, saxa quadrata,
oggi non pi visibili e probabilmente distrutti da quella fitta urbanizzazione che ha
profondamente alterato lassetto originario dellarea della foce. La prima campagna di scavi
nellarea si deve al Gabrici, che port alla luce alcune strutture murarie, interpretate come
magazzini, un pozzo, sarcofagi litici e cocciame genericamente definito tardo (figg.8-10)
(GABRICI 1925). Tra gli anni Quaranta e Cinquanta gli scavi vengono ripresi nella stessa area
da Griffo, che mette in luce un edificio articolato in ambienti quadrangolari, con conci

isodomi, su cui si impostano muri realizzati con ciottoli e blocchi di reimpiego (figg.11-12).
Unico elemento datante ricordato nella relazione di scavo, insieme alla generica menzione
della sigillata chiara, una moneta di Costanzo II. Sulla cresta di uno di questi muri una
sepoltura in anfora Keay LXI, con una pietra posta a chiudere limboccatura (fig.13).
Accanto a queste strutture, quattro tombe, di cui tre polisome ancora inviolate, a cassa di lastre
litiche, con blocchi di copertura probabilmente di reimpiego (fig.14), e fornite di corredo

costituito da brocchette acrome, attestate frequentemente nei contesti funerari siciliani di et


tardo antica e bizantina, e da due fibule del tipo Siracusa e Balgota, databili alla met del VII
secolo d.C. (GRIFFO, DE MIRO 1955).
Nel 1974 fu rinvenuta su Viale Viareggio una struttura absidata, durante uno scavo di cui ho

152

1-2. Agrigento. La costa


e la foce del fiume Akragas
(fotoValentina Caminneci).

153

reperito in archivio solo le fotografie, attraverso le quali sono riuscita ad identificare il sito, ma
nessuna relazione sullintervento (fig.15).
Nel 1997 sono state messe in luce due sepolture a fossa rivestite da lastre: la tomba 1 conteneva
almeno sedici individui, mentre la tomba 2 era monosoma. Accanto alle tombe due lembi di
muri, costruiti a sacco con ciottoli fluviali e terra, di cui riesce difficile chiarire la relazione
stratigrafica con le sepolture e la destinazione (fig.16). La ceramica rinvenuta sopra le tombe
indica una cronologia compresa tra il IV ed il V secolo d.C.: di produzione africana, anfore,
sigillata D, ceramica comune e da cucina a patina cinerognola, di produzione locale, anfore e
ceramica comune, pantellerian ware, vetro, insieme a oggetti in terracotta simili a ciottoli lisciati,
forse strumenti, un amo e un peso da rete (CAMINNECI c.d.s. a). Il range cronologico
documentato dalle ceramiche conferma la frequentazione nel tempo della necropoli, dato
deducibile anche dalle diverse deposizioni della tomba 1, certamente, sebbene manchino
notizie precise del rinvenimento, non contemporanee.
Nel 2009 stato portato alla luce un piccolo lembo di necropoli ad enchytrismos, con cinque
sepolture in anfore di produzione africana, rinvenute sotto uno spesso strato di accumulo
sabbioso di origine alluvionale (fig.17). Le tombe, che, seguono, grosso modo, un orientamento
est-ovest, ad eccezione della tomba III, posta nel senso inverso, sulla base dei contenitori
utilizzati- tra le forme riconoscibili, la Keay LXII R, la Keay LXII var. e la Keay LXI- possono
essere datate tra la fine del V ed il VII secolo d.C. (CAMINNECI 2012 a, b).
Un secondo settore di necropoli ad enchytrismos, rinvenuto lo scorso aprile ancora,
ovviamente, in corso di studio (fig.18)*. Si presenta, quindi, solo la descrizione del contesto,
insieme alla documentazione fotografica delle sepolture, in giacitura primaria, orientate in

154

3. Agrigento. Area dellantico Emporion.

4. Agrigento. Ipotesi sulla linea di costa


(da GRIFFO, SCHMIEDT 1958).

155

senso nord-nordovest, relative a quattro individui adulti, due maschi e due femmine, e un
infante. Le tombe poggiavano su un allettamento di argilla, con qualche ciottolo di fiume,
rinzeppato per regolarizzare il piano di posa. La Tomba 1/2, che accoglieva lo scheletro di un
adulto di sesso maschile, era composta da almeno due anfore, segate nella parte inferiore e
prive del puntale, assemblate ed incastrate e disposte in senso opposto. Allaltezza del bacino
del defunto, cocci di anfora erano disposti di taglio e di piatto, come a dividere la parte
superiore da quella inferiore del corpo (figg.19-20). La Tomba 3 riutilizzava parti e cocci di pi
contenitori disposti a ricoprire lo scheletro di un individuo femminile, deposto supino con le
gambe flesse, mentre ad unestremit, ma esterna alla deposizione, era infissa limboccatura di
unanfora, come segnacolo (fig.21). Diverse anfore, segate, assemblate ed incastrate una dentro
laltra, contenevano lo scheletro, in perfetto stato di conservazione, della Tomba 4/8 (figg.2224). Due grossi frammenti di anfora erano adagiati sotto il mento e sul cuore, mentre un fondo
con relativo puntale era posizionato tra i femori sotto il coccige, evidentemente a proteggere i
genitali, con la stessa funzione, probabilmente, dei cocci posti di taglio allaltezza del bacino
nella sepoltura 1/2. Un individuo di sesso femminile era sepolto nella Tomba 9, scavata solo
in parte, con la testa adagiata dal lato del puntale di unanfora, che conteneva la parte
superiore del corpo fino alla vita (fig.25-26), mentre lo scheletro di un lattante era stato
deposto di fianco e con gli arti ripiegati, in unanfora; sopra limboccatura era stato
posizionato il fondo di unaltra anfora, forse come segnacolo (fig.27-29).
Come dimostrano gli esempi di Agrigento, questi sepolcri di terracotta rivelano, in questa
preoccupazione di proteggere il defunto anche con particolari accorgimenti, come nel caso
della Tomba 4/8, un unicum a nostra conoscenza, riservati agli organi vitali pi importanti,

156

5. Agrigento. Emporion. Duna sabbiosa a


destra della foce del fiume Akragas (foto
Valentina Caminneci).

6. Ceramica corinzia e attica da un saggio


sulla sponda sinistra del fiume. VI-V sec.
a.C-. (foto Manlio Nocito, Angelo Pitrone.
Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di
Agrigento).

7. Agrigento. Museo Archeologico Regionale.


Sarcofago decorato con fregio di metope e
triglifi dalla necropoli di Montelusa, Inv.
C1858. IV sec. a.C. (da BONANNO 1998).

157

unaccuratezza che non pu non essere rituale: le spoglie mortali vengono ricoperte da una
coltre di frammenti adagiati anche su pi strati, segando le parti in eccesso, rappezzando con
schegge le falle, chiudendo le imboccature, quasi a creare un guscio.
La pratica della inumazione in anfora si trova spesso attestata in contesti tardoromani e,
significativamente, in prossimit di strutture portuali, dove era facile reperire i contenitori per
lultimo, pietoso, reimpiego. Necropoli ad enchytrimos sono ben note in Italia, a partire dal III
fino al VI secolo d.C: si tratta di contesti funerari compositi dove le sepolture in anfora si
affiancano alle tombe a cassa, in coppi o a cappuccina. Notevole la documentazione offerta
dalla Calabria (PAPPARELLA 2009), dalla Sardegna, da Puteoli, Classe e Roma, mentre, in zona
subcostiera, si segnalano le tombe liguri e pisane. Sono state censite anche le sepolture presenti
in Gallia, in Africa, in Spagna ed in Gran Bretagna (CAMINNECI 2012a, ivi bibliografia).
Anche i pochi esempi siciliani noti di questa tipologia tombale si trovano in aree costiere o,
comunque, poco lontane dal mare, il che conferma limpressione di una scelta dettata
principalmente dallopportunit offerta dalla disponibilit dei contenitori da reimpiegare. Dai
flussi commerciali dipende, dunque, la reperibilit in loco delle anfore, che nel contesto
agrigentino in esame possono essere ricondotte alle fabbriche sul golfo di Hammamet, i cui
prodotti, partendo dal porto-caricatore di Nabeul, raggiungevano i mercati mediterranei.
Dallosservazione macroscopica degli impasti, le anfore del primo settore di necropoli
sembrano prodotte dallatelier di Sidi Zahruni, mentre lanfora tipo Keay LXII var.
riconducibile alla produzione di Henchir ek Chekaf. Dubbia invece lattribuzione dellanfora
della Tomba II, che, come abbiamo detto, simile ad una Keay VIII b, contenitore oleario
prodotto negli ateliers di Iunca e di Majoura, nel Sud della Byzacena (BONIFAY 2004, 132).

158

8-10. Agrigento, Emporion. Scavi 1916-1925. Foce del fiume Akragas. Pozzo e resti di strutture (da GABRICI 1925).

159

La lunga storia dellEmporion agrigentino, dallet arcaica allet bizantina, emerge dalla
stratigrafia archeologica, rinvenuta nel 2011 in seguito ad uno sbancamento effettuato in un
lotto sulla riva sinistra del fiume, (figg.30-31). Larea non sbancata ancora in corso di studio e
lindagine , speriamo solo temporaneamente, sospesa. Lo scavo ha messo in luce un
acciottolato e dei tratti di muri di VI-VII secolo d.C. che coprono un crollo di tegole
riferibile ad una fase precedente di pieno V secolo d.C. Se ancora presto avanzare ipotesi per
linterpretazione di queste strutture, dallesame preliminare della notevole quantit di
materiale rinvenuto, emerge, anche in questo contesto, la prevalenza della ceramica africana,
prodotta negli ateliers individuati nellarea del Golfo di Hammamet, fatto che conferma lo
stretto collegamento tra la Sicilia occidentale e lAfrica settentrionale, distanti solo due giorni
di navigazione, lungo una rotta nota ancora ai tempi di Edrisi (figg.32, 34-35).
Ben documentata anche la pantellerian ware, a differenza di quanto avviene in altre aree della

Sicilia, dove il trend delle importazioni pantesche subisce un arresto nella seconda met del V
secolo (CACCIAGUERRA 2010). La continuit delle relazioni commerciali con Pantelleria fu
probabilmente determinata dalla posizione dellisola, antistante la costa centromeridionale
siciliana, tappa intermedia ed equidistante, appena un giorno di navigazione, lungo la rotta da
Nabeul alla Sicilia.
La ceramica di produzione locale attestata in discreta percentuale: si tratta di catini, di forma

troncoconica con orlo ingrossato o inclinato, a volte scanalato, presenti anche nella necropoli
sub divo di Agrigento (CARRA 2013) e di un tipo di anfora vinaria, piccola, a fondo piano e con
le anse a maniglia, attestata in altri contesti coevi del territorio agrigentino (fig.33) (RIZZO,
infra, 205 ss., fig.4; RIZZO ET ALII 2014).

160

11-12. Agrigento. Emporion. Scavi sulla sponda sinistra


del fiume e planimetria dei magazzini. Anni 1945-1950.
13. Agrigento. Emporion. Sepoltura ad enchytrismos
in anfora Keay 61. VII sec.d.C.
14. Agrigento, Emporion. Tomba a cassa della necropoli
bizantina. VII sec.d.C.
15. Agrigento, Emporion. Struttura absidata.

(fotoArchivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

161

Le anfore di produzione orientale, LR 1, LR 2, LR 3, sono ben documentate nellultima fase


di frequentazione dellarea, forse, giunte attraverso la mediazione dei porti africani, come
proverebbe il carico misto, di anfore africane ed orientali, de La Palud, di provenienza
neapolitana (C AMINNECI 2010, 7). Lincremento delle importazioni orientali in
Occidente potrebbe essere messo in relazione con la politica filobizantina di Hilderico
(523-530), mentre proprio linversione di tendenza imposta dal successore Gelimero, con
le sue inevitabili ripercussioni sui rapporti economici tra lAfrica e lImpero, provocher
lo scoppio del Bellum Vandalicum. Un altro oggetto sicuramente orientale, proveniente
dallEgitto o dalla regione siro-palestinese, lamuleto in bronzo bivalve, di forma ellittica,
recante una complessa raffigurazione a sbalzo ottenuta con pressione su matrice, entro un
medaglione granulato. Su una faccia, la figura di santo cavaliere nimbato, con veste militare e
lancia con la croce, sul cavallo che galoppa verso destra e calpesta una donna supina. Sul
campo una stella e una conchiglia e, in basso, leone corrente. Sullaltra faccia, locchio del
male, trafitto da due spade e un tridente, contro cui si scagliano un leone rampante, un ibis,
uno scorpione, due serpenti, un leopardo. In alto linvocazione KURIE BOHQI (fig.36). Il
cavaliere rappresenta la vittoria sul male e viene identificato con il re Salomone o con San
Sisinnio che trafigge il demone chiamato Abyzou, Alavasdria o Gylou, responsabile della morte
dei neonati, rappresentato come una donna, a volte anche con il corpo anguiforme
(CAMINNECI 2014). Lamuleto appartiene ad una tipologia di oggetti con indubbia funzione
apotropaica, rinvenuti in ambiti vari, domestici, religiosi, come i battisteri, o funerari.
Il contesto di rinvenimento potrebbe essere un edificio religioso da qui proviene anche il
piatto in terra sigillata D con figura maschile con la croce in mano e le lucerne africane con

162

16. Agrigento. Emporion. Tombe a fossa rivestite da lastre. IV-V sec. d.C.
17. Agrigento. Emporion. Sepolture ad enchytrismos. VI-VII sec. d.C.
(foto Manlio Nocito, Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

163

simboli cristiani (figg.37-41), ma i dati in nostro possesso non ci consentono di dire di pi.
Vari indizi recuperati nellarea segnalano la presenza di attivit produttive, come la pesca e
forse la concia delle pelli, se questo era limpiego dei numerosi oggetti di terracotta, rinvenuti
negli strati superficiali. Anche i gusci di murici, rinvenuti in discreta quantit, potrebbero
essere resti dellestrazione della porpora (fig.42).
Le ricerche archeologiche possono essere lette alla luce di un testo agiografico, la vita del
Vescovo Gregorio, probabilmente, ambientata nello stesso momento storico. Sebbene alcune
contraddizioni inficino la coerenza cronologica del bios, sembra verisimile, infatti, riferire il
contesto narrato al VII secolo, quando il Mediterraneo ancora luogo privilegiato di scambi e
contatti di uomini e di merci. Il bios scritto dal monaco Leonzio, abate del monastero romano
di S.Saba, sembra nellVIII secolo, come tutti i testi agiografici, un palinsesto di eventi e
personaggi storici non sempre cronologicamente coerente (MOTTA 2004, 268-296; CARRA
2013). Pi volte, durante la narrazione, la Vita nomina lEmporion di Agrigento, utilizzando
sempre la stessa perifrasi, quasi una definizione da tecnica formulare, fornendo una vivace
descrizione del quartiere sorto attorno al porto, distinto, ma strettamente collegato alla citt,
alla quale fanno in qualche modo riferimento anche kmai, villaggi, siti nel territorio
circostante, probabilmente esito della frammentazione dellantico centro urbano.
Dal bios emerge, comunque, la vitalit della struttura cittadina agrigentina, socialmente
articolata e animata dal dibattito religioso (CALIRI 2005, 944). Apprendiamo da Leonzio che
presso lEmporion sorgeva un monastero dedicato alla Theotokos, segno inequivocabile del
dominio bizantino, che, attraverso gli edifici con dedica alla Madre di Dio, restaurava
lortodossia, contro la religione ariana dei goti sconfitti. E un monastero maschile, guidato da

164

18. Agrigento. Emporion. Necropoli ad enchytrismos.

165

18. Agrigento. Emporion. Necropoli ad enchytrismos. Tombe 1/2 e 3.

166

20.-21 Agrigento. Emporion.


Necropoli ad enchytrismos.
Tombe 1/2 e 3.

167

un hegoumenos, quindi di rito greco, e, verosimilmente, considerata lubicazione presso il porto,


svolgeva anche i compiti di accoglienza e di assistenza assicurati da una diaconia. Qui, infatti,
trovano riparo Gregorio e i suoi compagni. E il popolo presente allEmporion che accompagna
il Vescovo in citt con una solenne e festosa Lit, anche questa tipica della liturgia bizantina.
Il bios, che si presenta come un racconto odeporico, narra con grande precisione i viaggi

compiuti dal Santo (CALIRI 2006, 1168), che attraversa in lungo e in largo il Mediterraneo.
Il giovane Gregorio, recatosi alla foce dellAkragas, avrebbe trovato una nave, diretta a
Cartagine, in sosta nel porto agrigentino per rifornirsi di acqua potabile. La nave, su cui si
imbarcher Gregorio, giunger a destinazione dopo tre giorni, seguendo quella rotta, attraverso
cui giungevano le merci africane, documentate dai contesti test esaminati.
I monaci compagni del santo, partiti da Gerusalemme, dopo una tappa a Tripoli,

sbarcheranno a Passararias, presso Plinthias, probabilmente lodierna Licata, per poi proseguire,
dopo qualche giorno, verso Agrigento, dove approderanno allEmporion, come allEmporion
giunger il Vescovo su una nave partita da Palermo.
Il porto di Agrigento , quindi, coinvolto certamente nelle rotte che partono da Roma o dallAfrica,
ma anche la tappa di un cabotaggio che tocca le coste della Sicilia e che assicura i collegamenti
anche a breve distanza, forse in modo pi agevole rispetto alla viabilit terrestre.

Partendo dallosservazione del fenomeno insediativo sulla costa occidentale della Sicilia in et tardo
romana, larcheologia registra la presenza di numerosi insediamenti posti alla foce dei fiumi, con
presumibile funzione emporica, terminale dei prodotti provenienti dallinterno e tramite della
circolazione delle merci di importazione nei centri dellentroterra. Questi scali minori erano,
presumibilmente, collegati da una navigazione di cabotaggio e parte di un sistema di distribuzione

168

22-24. Agrigento. Emporion.


Necropoli ad enchytrismos.
Tomba 4/8.

169

25-26. Agrigento. Emporion. Necropoli ad enchytrismos. Tomba 9.

170

27-29. Agrigento. Emporion.


Necropoli ad enchytrismos. Tomba 5.

171

30-31. Agrigento. Emporion. Veduta generale del saggio e dettaglio del crollo (foto
Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

172

delle merci che faceva capo ai caricatori pi importanti, Agrigentum e Lilybaeum, che gestivano i
traffici transmarini (CAMINNECI c.d.s. b).
Quanto alle considerazioni sulla topografia dellEmporion, in particolare, relativamente al
fenomeno comune nei contesti tardoantichi delloccupazione dello spazio dei vivi da parte
delle necropoli, si pu, in modo generale, osservare la contiguit delle sepolture con i lacerti di
vani messi i luce nel corso di saggi recenti, sebbene limpossibilit di procedere con uno scavo
in estensione e, quindi, la discontinuit dellindagine rendano difficile appurare con certezza
le relazioni stratigrafiche tra i diversi rinvenimenti. Nellarea scavata dal Griffo siamo, per, in
grado di riconoscere lingresso delle tombe nelle aree destinate ad attivit commerciali, in quanto
lanfora Keay LXI, databile nel VII secolo d.C., riutilizzata come sepoltura, viene deposta sulla
cresta rasata di un muro costruito di ciottoli e terra, di un vano delledificio da stoccaggio,
probabilmente risalente al IV secolo d.C., e, in seguito, evidentemente, distrutto. Ad Agrigento
il fenomeno delle sepolture intramuranee si manifesta gi alla fine del III secolo d.C., quando
la necropoli sub divo si impianta nellarea urbana, mentre, tra IV e V secolo d.C., vasti e
articolati ipogei occupano la collina dei Templi entro le mura greche, ormai defunzionalizzate e
scavate da tombe ad arcosolio. I templi greci vengono circondati dalle sepolture, formae scavate
nel banco di roccia e fosse antropomorfe ricoperte da spezzoni di arenaria legati da malta.
Il fenomeno testimonia, evidentemente, un restringimento della citt, ma allo stato attuale,
per, dal momento che non si conosce con precisione il limite meridionale dellabitato antico,
non siamo in grado di affermare con certezza se lampia fascia occupata dalla necropoli dallet
tardo antica fosse in qualche modo contigua alle aree abitate. Il caso di Agrigento, comunque,
sembra avvalorare lipotesi, avanzata gi per Roma e per Herdonia, che linurbamento delle

173

sepolture, altrove casuale e disordinato, possa essere stato talora regolamentato da centri
decisionali di tipo politico o religioso, ai quali spettava la facolt di assegnare aree, un tempo
urbane, alle necropoli (VOLPE 2007, 93-94; BONACASA CARRA 2013, 230-235).
Daltro canto, il complesso episcopale con la basilica della citt non doveva essere lontano
dalle necropoli e, verosimilmente, anche dalla tomba venerata del Protovescovo, probabile
centro di attrazione per le altre sepolture, che le fonti agiografiche dicono in foro agrigentinorum.

Infine, stante al racconto del bios, anche la scelta del Vescovo Gregorio del luogo per la nuova
cattedrale appare strettamente connessa alla costa.
La chiara ingerenza dellautorit episcopale nella pianificazione urbana rimarcata da gesti
simbolici e magico-sacrali: il Vescovo volta le spalle e, distogliendo lo sguardo dalla vecchia
basilica, indica nellantico tempio pagano, -verosimilmente il tempio della Concordia- liberato
dai demoni, la nuova Chiesa degli agrigentini. Lekklesia di Gregorio, posta in unarea ormai

probabilmente eccentrica rispetto alla citt, testimonia la volont di creare un punto di


attrazione rispetto al circondario e rispetto allEmporion e a quei contatti con il Mediterraneo
da questo garantiti.

174

32. Agrigento. Emporion. Spatheion.


33. Agrigento. Emporion. Anforetta di produzione locale.
34. Agrigento. Emporion. Anfora Keay 62 di produzione africana.
35. Agrigento. Emporion. Anfora globulare con iscrizione sulla spalla.
VI-VII sec. d.C. (foto Manlio Nocito, Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

175

Bibliografia
*E in corso lo studio antropologico dei resti scheletrici delle necropoli a cura di Valentina Giuliana.
Il progetto Skeletoi prevede lanalisi comparativa tra i contesti funerari dellEmporion e quelli coevi del
territorio di Menfi al fine di indagare le caratteristiche fisiche ed etniche degli individui.
Le fotografie del secondo settore di enchytrismoi sono di Vincenzo Cucchiara, Fabio Santamaria,
Manlio Nocito, Angelo Pitrone.
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176

36. Agrigento, Emporion. Amuleto bronzeo, VI-VII sec. d.C.


37. Agrigento, Emporion. Piatto in terra sigillata africana, VI sec. d.C.
(foto Manlio Nocito, Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

177

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Seminario sul Tardo Antico e lalto Medioevo, Padova, 29 Settembre - 1 Ottobre 2005, Mantova, 85-106.

178

38. Agrigento. Emporion. Lucerna africana. Forma VIII con chrismon sul disco. IV-V sec. d.C.

39. Agrigento. Emporion. Lucerna africana. Forma X. Lepre sul disco. V-VI sec. d.C.
40. Agrigento. Emporion. Lucerna africana. Forma X. Croce sul disco. V-VI sec. d.C.
41. Agrigento. Emporion. Lucerna africana. Forma X. Chrismon sul disco. V-VI sec. d.C.
(foto Manlio Nocito, Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA di Agrigento).

179

42. Agrigento, Emporion. Pesi e ago da rete, amo, strumenti in terracotta, reperti malacologici. VI-VII sec.d.C.
(foto Manlio Nocito, Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

180

Gli ergasteria di Akragas: nuove piste di ricerca


MARIA CONCETTA PARELLO

Ricostruire il quadro delle produzioni artigianali di et greca ad Akragas risulta abbastanza


complicato, sia per la quantit e per la variet dei reperti che si possono attribuire a officine
locali sia per la frammentariet e la diversit dei dati che si rintracciano nelle pubblicazioni
relative alla citt antica.
Non esistono infatti studi sistematici aggiornati sulla cultura materiale della polis, n di tipo

archeometrico, n di tipo morfologico, tenteremo pertanto di ricostruire un quadro, molto


parziale, di alcune delle produzioni akragantine, in particolare delle terrecotte figurate,
attraverso una rapida rassegna sia delle matrici pubblicate sia delle aree di fornaci note.
Gi a partire dalla fine dell'800 infatti sono state diffuse notizie di ritrovamenti di alcune
matrici, provenienti dallarea della citt antica, che documentano unimportante attivit
produttiva. In uno scritto del 1898 Giulio Emanuele Rizzo pubblica una serie di reperti che,
dalle notizie che lui riporta, erano state trovate nel 1894 da uno di quei pericolosi frugatori di
oggetti antichi (RIZZO 1898, 263) in una campagna un po al sud del cos detto Tempio di Castore e
Polluce . Le matrici erano state trovate insieme forse a rifiuti di fabbrica in unarea dove
doveva esistere unofficina vasaria (RIZZO 1898, 264). Lautore insiste sulleccezionalit della
scoperta, ritenendo le matrici, per i suoi tempi, un unicum in Sicilia. Alcune di queste,
collocate in un orizzonte cronologico posteriore al IV sec. a.C., presentano scene a rilievo

181

complesse, con un vasto repertorio iconografico che comprende una scena di Gigantomachia
(RIZZO 1898, 268) una fatica di Eracle, una generica scena di caccia, una di suonatore di
doppia tibia, figure di Nike e Menade (RIZZO 1898, 275), una scena dionisiaca, una scena di
combattimento (RIZZO 1898, 278) con Ulisse. Altre matrici presentano solo motivi
ornamentali quali il Gorgoneion, rosoni, teste di cavallo, leone , grifo, maschera di Sileno (RIZZO
1898, 281-9). Le matrici furono messe in relazione da Rizzo con una supposta produzione di
vasi fittili a rilievo, la stessa ipotesi venne ripresa dalla Marconi Bovio e dallo stesso Marconi.
In realt, di vasi di questo genere, che dovrebbero essere stati prodotti ad Akragas, non si
conoscono esemplari. Sembrerebbe forse pi plausibile una relazione delle nostre matrici con
una tradizione di prodotti di tipo metallurgico di cui si possono cogliere echi gi a partire
dallet tardoarcaica, fase in cui si data una curiosa placchetta fittile proveniente dallarea
compresa tra il tempio di Zeus e il santuario delle Divinit Ctonie pubblicata dalla Calderone

(CALDERONE 1991). Per la placchetta (fig.1), che presenta una decorazione su quattro registri
con due pantere affrontate, Europa sul toro, Eracle in lotta con il leone nemeo, Pegaso e
Bellerofonte, la studiosa ha evidenziato una commistione di tecniche e di matrici tra
produzioni in terracotta e produzioni in metallo; lo schema compositivo, i motivi decorativi
accessori e le imprecisioni nella resa delle figure infatti lascerebbero infatti pensare ad unopera
derivante da modelli metallurgici, precisamente dagli Schildbander, le imbracciature di scudo

ampiamente conosciute in Grecia, di cui, secondo la studiosa, dovette esserci anche una
produzione locale. Non abbiamo idea di come e dove furono utilizzate le matrici pubblicate dal
Rizzo, ci che in questa sede vogliamo proporre, a partire dallo studio della Calderone, l
esistenza documentata ad Akragas di uno scambio, che, probabilmente ,dura a lungo poich le

182

1. Agrigento. Dallarea compresa tra il tempio di Zeus e il santuario


delle Divinit Ctonie. Placchetta fittile (da ADORNATO 2011).

183

nostre matrici sono sicuramente pi tarde, tra matrici per terracotta e matrici per metallo che
vengono adattate in relazione al loro utilizzo.
Insieme al gruppo di matrici di cui abbiamo parlato lautore ne presenta un secondo,
sicuramente pi antico, che comprende una matrice di grande maschera trovata proprio sotto le
mura, insieme ad altri frammenti di matrici di piccole maschere e di una statuetta con
pettorali.
Dopo le scoperte di G. E. Rizzo, il Gabrici, in un articolo sul rialzamento delle colonne del
tempio di Eracle del 1925 segnala il ritrovamento di una matrice di sileno (GABRICI 1925, 446,
fig. 18) .
Si deve comunque a Iole Marconi Bovio il primo e lunico lavoro sistematico sulle produzioni
akragantine. In un articolo degli anni 30 del secolo scorso, infatti, presenta altri importanti
dati su ritrovamenti avvenuti nelle vicinanze del portico ellenistico-romano, e precisamente lungo

lesterno delle mura greche, circa cinquanta metri ad ovest di detto edificio (MARCONI BOVIO 1930,
73). La studiosa descrive larea di provenienza delle matrici come un vero e proprio scarico di
fornaci, ricchissimo di frammenti di statuette, di vasi e di frammenti di matrici delle quali,
prima di passare in rassegna le tipologie, si sofferma a descrivere le caratteristiche tecniche.
Nello scarico trova matrici di mascherette, statuette, rilievi e pinakes, che colloca
cronologicamente dallet arcaica all et ellenistica, sottolineando sia la lunga vita delle fornaci

sia la diversificazione delle loro produzioni (MARCONI BOVIO 1930, 75). Tra le matrici
presentate, oltre le consuete mascherine (fig.2), ci sono una matrice di statuetta seduta su gallo
(MARCONI BOVIO 1930, 81, fig. 11) (fig.3), una di kourotrophos (MARCONI BOVIO 1930, 84, fig.
17) , una di una Nike, realizzata attraverso la giustapposizione di un paio dali alliconografia

184

2-3-4. Agrigento. Dallarea delle fornaci a


Sud-Ovest di Porta V. Matrici di piccola
maschera , di figura femminile su gallo e di
Nike (da MARCONI BOVIO 1930).

185

corrente dellofferente. (fig.4). Alla produzione sicuramente di V secolo doveva appartenere


una matrice di Nike vestita di peplo (MARCONI BOVIO 1930, 88, fig. 22). Dallo stesso scarico
provengono inoltre diverse statuette, tra cui una di kouros, probabilmente di et arcaica
(MARCONI BOVIO 1930, 92, fig. 27). Altri soggetti maschili, di un giovane semisdraiato su kline
(MARCONI BOVIO 1930, 93, fig. 28) e di una figura maschile stante (MARCONI BOVIO 1930,
95, fig. 29) sono stati recuperati da matrici.
Ad et ellenistica vengono assegnate inoltre due matrici di telamone e cariatide (MARCONI
BOVIO 1930, 96, fig. 30) una matrice di Sileno (MARCONI BOVIO 1930, 99, fig 34) una di
scimmia kourotrophos (MARCONI BOVIO 1930, 100, fig. 37), una di cavallino e una di rilievo con
scena di caccia (MARCONI BOVIO 1930, 101, fig. 39)
Vengono infine presentati tre eccezionali matrici per pinakes di et arcaica, una con Erakle ed
Euristeo e due con Medusa nella corsa in ginocchio ((MARCONI BOVIO 1930, 101, fig. 40),

oggetti unici per bellezza e rarit (figg.5-6).


Anche il Marconi, in diverse pubblicazioni, riporta notizie di forme, ritrovate in diversi punti
della citt antica pubblicando numerose foto, si tratta per degli stessi reperti che pubblica la
Marconi Bovio e che dallo studioso vengono ripresi allinterno dei suoi lavori di carattere
generale sulla plastica agrigentina.
Nella pubblicazione dei risultati dello scavo nel complesso santuariale a Sud-Est dellOlympieion

degli anni 60 del secolo scorso, De Miro riporta diverse notizie di ritrovamenti connessi con la
produzione ceramica. Dalla grande vasca infatti provengono numerose valvole di fornace (DE
MIRO 1963, 156-159, figg. 71-73), una matrice di offerente datata alla fine del VI secolo (DE
MIRO 1963, 161, figg. 77-78) (fig.7), un frammento di matrice di piccola protome (DE MIRO

186

5. Agrigento. Dallarea delle fornaci a Sud-Ovest di Porta V. Matrice di placchetta con


Medusa nella corsa in ginocchio (da ADORNATO 2011).

187

1963, 162-163, fig. 79) (fig. 8), un frammento di matrice di statuetta di Atena (DE MIRO 1963,
166-167, fig. 80) (fig. 9), una matrice di testina e ed una di testa leonina (DE MIRO 1963, 163).
Rimanendo nel settore occidentale della collina dei Templi, dallarea sacra tra il tempio di Zeus
e Porta V, scavata a partire dagli anni 70 e pubblicata da De Miro in una monografia degli
anni 2000 DE MIRO 2000) proviene un considerevole numero di frammenti di matrice
appartenenti a numerosi modelli iconografici che documentano unimportante produzione
locale concentrata tra la fine del VI secolo ed il pieno V secolo (DE MIRO 2000, 104-105).
Sono state pubblicate infatti numerose matrici frammentarie di statuette con pettorali (DE
MIRO 2000, 104, tavv. CVIII; CIX; CX) , offerenti con porcellino, di protomi femminili (DE
MIRO 2000, 106, Tavv. CX, CXIII, CXIV) , una matrice di kourotrophos, due di sileno, una di
hydrophoros (figg.10-15). Sarebbe questo il momento in cui avviene uno straordinario sviluppo
della produzione coroplastica agrigentina che vede, tra laltro, la creazione del modello della
cosiddetta Athana lindia (fig.16), rielaborazione di motivi iconografici di origine diversa , argivi
e corinzi soprattutto, che conosce un immediato successo a Selinunte e a Gela (ALBERTOCCHI
2004, 170-171).
La produzione akragantina si distingue per per una particolare ricchezza e variet nei tipi, per
loriginalit e lautonomia della produzione

a testimonianza della fiorente attivit dei

coroplasti locali (ALBERTOCCHI 2004, 127).


Tra le produzioni pi tarde rientrano una testa ed un rilievo con Eracle, due matrici di
offerente con porcellino ne confermano la produzione per buona parte del V secolo (DE MIRO
2000, 108).
Notizie sparse di ritrovamenti di matrici si ritrovano sia in pubblicazioni che riguardano altre

188

6. Agrigento. Dallarea delle fornaci a Sud-Ovest di Porta V. Matrice di


placchetta con Eracle e Euristeo ed i Cercopi (da ADORNATO 2011).

189

aree di scavo all'interno della citt antica sia dando un veloce sguardo ad alcuni materiali
conservati nei magazzini del Parco.
Dal cosiddetto Quartiere Punico, situato in prossimit di Porta II, interpretato dagli scavatori
come quartiere artigianale, proviene un'unica matrice di galletto (fig. 17). La destinazione d'uso
dell'area per stata di recente messa in discussione poich oltre a quest'unica matrice non
sono state trovate strutture per la produzione.
Da un'area vicino a Porta I infine provengono una matrice di testa di ariete (fig. 18) ed una
brocchetta piriforme ipercotta (fig. 19), indizio di una piccola produzione databile tra la fine
del IV e gli inizi del III sec. a.C . direttamente legata al consumo degli oggetti in loco
(FIORENTINI 2009, 69,74).
A questi dati raccolti dalle pubblicazioni si aggiungono quelli che si possono ricavare da una
visita al Museo Archeologico Regionale Pietro Griffo di Agrigento nelle cui vetrine sono
esposte innumerevoli matrici provenienti dai santuari urbani ed extraurbani della citt non
pubblicate. I ritrovamenti confermano il quadro di grande vivacit delle produzioni di
coroplastica akragantina per tutta let greca.
Ovviamente non si pu pensare che le produzioni delle officine locali fossero legate solo alla
domanda specifica di oggetti funzionali alle pratiche cultuali; sembra invece assolutamente
ovvio che il ceramico di Akragas soddisfacesse anche altri ambiti di domanda, quali quello
degli utensili domestici, per esempio, e dei contenitori da trasporto. Su queste classi di
materiali per, ad oggi, non abbiamo dati sufficienti per ricostruire un panorama attendibile,
cos come moltissimo resta ancora da sapere sulla produzione delle terrecotte architettoniche di
cui si conosce una grande quantit di frammenti di et arcaica e classica.

190

7-8-9. Agrigento. Complesso


a Sud-Est dell Olympieion .
Matrice di offerente, di piccola
protome e di statuetta di
Athena (da DE MIRO 1963).

191

Altro importante settore di produzione quello del cosiddetto artigianato artistico a cui di
recente stato dedicato un lavoro da G. Adornato. L'autore, dopo averne rintracciato le
matrici culturali, ricostruisce il quadro delle produzioni artistiche akragantine di et arcaica,
sottolineandone gli aspetti di originalit e maestria, tracciando i caratteri di una vera e propria
scuola di artisti che manipolano con grande permeabilit influssi artistici e culturali vicini e
lontani proponendo soluzioni innovative ed eccentriche i cui echi sono passati anche nelle
produzioni seriali di cui stiamo parlando (ADORNATO 2011, 89-102).
Insieme alle matrici, la cui provenienza in alcuni casi stata messa in relazione con aree
produttive (MARCONI BOVIO 1930), altri indizi sulla localizzazione di aree di fornaci nel
territorio della polis provengono dal recente progetto di survey che ha interessato tutta larea del
Parco e che confluito nella pubblicazione della Carta Archeologica del Parco (BELVEDERE,
BURGIO 2012). Nel volume infatti sono state pubblicate alcune aree nelle quali la presenza di
scarti di fornace stata ovviamente interpretata come indizio della presenza di impianti
produttivi. La prima quella posta ad Ovest di Porta V, immediatamente a Sud delle mura ed
in prossimit dellantico fiume Akragas, oggi SantAnna, che doveva estendersi molto verso
Sud, costeggiando a sinistra il fiume, cos come rivelerebbe la recentissima scoperta di una
fornace a circa cinquecento metri a Sud di Porta V (LENTINI 2012, 149) (figg.20-21). Nota,
come sappiamo, gi dalla fine dell800 ed individuata come area produttiva nellinteressante
articolo della Marconi Bovio, segnalata ancora dal Griffo negli anni 50 del secolo scorso,
stata parzialmente indagata negli anni '90, ma, purtroppo non stata ancora pubblicata.
Tutti gli indizi ricavati dall'area, dalla posizione ai ritrovamenti, lasciano supporre che si tratta
di un'area destinata alla produzione di coroplastica per potenziali clienti frequentatori dei

192

10-11. Agrigento. Area sacra tra il tempio di Zeus e Porta V. Frammenti di matrice
di piccole protomi e di statuette con pettorali e di offerenti (da DE MIRO 2000).

193

santuari del settore occidentale della Collina dei Templi. Altre importanti aree sono quelle
individuate dalle ricerche di superficie a Sud-Est della citt, immediatamente al di fuori della
cinta muraria antica ed in prossimit del vallone San Biagio (fig.22). Si tratterebbe in questo
caso di vaste aree artigianali di et arcaico-classica per la produzione di materiale da
costruzione, louteria e grandi contenitori per derrate. Lanalisi delle tracce osservate sulle foto
aeree (fig.23), inoltre, ha permesso di ipotizzare la presenza di strutture funzionali alle varie fasi
di lavorazione (LENTINI 2012, 146-147), dalle vasche per la decantazione dell'argilla, ai piani di
lavorazione, a vaste aree sgombre per l'essiccazione e lo stoccaggio dei prodotti finiti, oltre ad
una serie di ambienti rettangolari. Una terza area, pi circoscritta, stata riconosciuta nella
Piana di San Gregorio, a Nord del santuario di Asclepio, ed ha restituito reperti che lasciano
ipotizzare unattivit produttiva databile in et classica ed ellenistica. Tutte le aree artigianali
finora note dunque, relative al periodo dellAkragas di et arcaica e classica si dispongono a

Sud della citt, immediatamente al di fuori della cinta muraria e vicine a fonti dacqua e, in
alcuni casi, a cave dargilla: le strutture artigianali localizzate a Sud-Est della citt si trovano
infatti nelle immediate vicinanze dei calanchi di argilla ai piedi del tempio di Giunone.
Rispondono inoltre ad una pianificazione industriale extraurbana, definita a partire dall'et
arcaica, con attenzione particolare alla vicinanza alle aree di culto, destinazione finale di
moltissimi dei manufatti prodotti. Le aree di cui abbiamo parlato infine si trovano nei pressi di

due Porte, in relazione dunque con la viabilit in entrata ed uscita dalla citt antica, lungo la
quale scorrevano i flussi delle merci finite e delle materie prime, dirette sia verso la citt, sia
verso il suo territorio, la cosiddetta Chora, sia verso regioni pi distanti. In et ellenistica il
panorama sembra cambiare.

194

12-13. Agrigento. Area sacra tra il tempio di Zeus e Porta V. Frammenti di matrice di Sileno, di protomi e di statuette con pettorali (da DE MIRO 1963).

195

Non si conoscono grandi aree produttive esterne alla citt ma sembrerebbe che la produzione
avvenisse in piccoli ateliers che servivano forse solo a soddisfare il fabbisogno dei singoli
quartieri. Tracce sparse di fornaci sono state infine segnalate dentro lo spazio della citt antica
ma ad oggi non abbiamo indizi per riferirle al periodo di cui ci siamo occupati.
Vorremmo fare infine un ultimo cenno alle matrici ritrovate in contesti santuariali. Molte delle
matrici che abbiamo presentato infatti provengono dalle aree sacre in prossimit di Porta V ed
una sola matrice stata ricordata tra i ritrovamenti avvenuti nell'area del tempio di Eracle.
Difficile pensare ad una presenza causale di tali reperti, magari dovuta semplicemente alla
vicinanza delle officine. Si potrebbe invece pensare ad una funzione votiva delle stesse,
potrebbero essere delle offerte magari da parte degli artigiani che operavano nelle botteghe
vicine.
Costruire il quadro complessivo delle produzioni della citt antica lavoro complesso e

lunghissimo, forse non proponibile per un unico lavoro di sintesi tanto varia e diversificata si
pu immaginare la produzione di una citt grande, ricca e vivace come certamente fu Akragas,
dovr prevedere l'uso incrociato di dati di natura diversa, non solo morfologici ma anche
archeometrici, topografici, statistici, affinch l'idea della citt ricordata dalle fonti e intuibile
dal piccolo percorso che abbiamo tracciato riceva piena conferma dai dati materiali.

196

14-15. Agrigento. Area sacra tra il tempio di Zeus e Porta V. Frammenti di matrice di statuette con pettorali, di figure animali e di offerenti (da DE MIRO 1963; 2000).

197

Bibliografia
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ALBERTOCCHI M. 2004, Athana Lindia. Le statuette siceliote con pettorali di et arcaica e classica. Roma.
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FIORENTINI G., 2009, Agrigento. V. Le Fortificazioni, Roma
MARCONI BOVIO I. 1930, Agrigento, scoperta di matrici fittili e di terrecotte figurate negli anni 1926-27,
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RIZZO G.E. 1910, Busti fittili dAgrigento, Jahreschefte XIII, 65-66.

198

16. Agrigento. Statuetta con pettorali c.d. di Athana Lindia (da ADORNATO 2011).
17. Agrigento. Quartiere Punico.
Matrice di galletto (Archivio
Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).
18. Agrigento. Area di Porta I. Matrice di testa di ariete (da FIORENTINI 2009).

19. Agrigento. Area di Porta I. Brocchetta ipercotta (da FIORENTINI 2009).

199

20-21. Agrigento. Fornaci a


Sud-Ovest di Porta V (Archivio
Parco Archeologico Valle dei
Templi di Agrigento).

200

22- Agrigento. Area artigianale in prossimit del vallone San Biagio (da BELVEDERE, BURGIO 2012).

201

23. Agrigento. Area artigianale in prossimit del vallone San Biagio (da BELVEDERE, BURGIO 2012).

202

Produzioni agricole ed officine ceramiche ad Agrigentum


in et tardo romana
MARIA SERENA RIZZO

Il territorio di Agrigento conosce in et tardo romana, ed in particolare tra la fine del IV ed il


V secolo, quello che, stando ai dati archeologici disponibili, sembra di poter definire un vero e
proprio boom agricolo, segnalato da numerosi indicatori. In primo luogo, si assiste in
questa fase ad una riorganizzazione della rete degli insediamenti rurali, che in molti casi si
sovrappongono a ville o fattorie della prima e media et imperiale (Saraceno (CASTELLANA,
MCCONNEL 1990; 1998), Cignana (FIORENTINI 1993-94; RIZZO 2010; RIZZO, ZAMBITO 2007;
RIZZO, ZAMBITO 2010; 2012), Campanaio (WILSON 2000 ), ma in altri si sviluppano in siti
precedentemente non abitati o abbandonati da tempo (Canalicchio di Calamonaci: PARELLO,
AMICO c.d.s), diversi siti individuati da ricognizioni); secondo una tendenza che si manifesta in
molte zone dellItalia meridionale, inoltre, il popolamento rurale appare nel V secolo
organizzato prevalentemente in agglomerati piuttosto estesi (Cignana, forse Campanaio), anche
se non mancano gli insediamenti di minore estensione, da interpretare probabilmente come
semplici fattorie (Canalicchio, ad esempio). Tutti gli abitati finora indagati hanno in modo
evidente i caratteri dellinsediamento a carattere rurale; utilizzano infatti tecniche edilizie
estremamente semplici, in genere murature in pietrame legato con terra (fig. 1), che potevano
anche essere limitate agli zoccoli, mentre almeno in alcuni casi gli alzati potevano essere in
argilla, come stato ipotizzato per Campanaio, Verdura (PARELLO, AMICO, DANGELO 2010,

203

2012) e Cignana. I piani pavimentali sono sempre in semplice terra battuta, mentre le
coperture sono realizzate con tegole. Non sono state in nessun caso individuate finora unit
edilizie o vani che si distinguano per la maggiore cura della realizzazione o per il pregio delle
rifiniture: esse sono in genere costituite da pochi ambienti accostati luno allaltro, in diversi
casi probabilmente a carattere polifunzionale (preparazione e consumo dei cibi, conservazione
delle derrate), e comprendenti fianco a fianco sia gli ambienti destinati alle attivit domestiche,
sia quelli funzionali allo svolgimento di piccole attivit artigianali (scorie di ferro nel vano
1/2006 di Cignana, una calcara ed un apprestamento per la trasformazione di prodotti
agricoli, forse per la produzione del vino (fig. 2), a Saraceno); a Verdura dellunit edilizia
messa in luce faceva forse parte anche una stalla. A Saraceno, inoltre, sono stati rinvenuti
numerosi grandi dolii (fig. 3), sparsi in tutta larea, destinati con ogni probabilit alla
conservazione dei cereali prodotti nel territorio agricolo che doveva far riferimento
allinsediamento. Come si visto, in diversi siti sono attestate attivit artigianali, alcune delle
quali legate alla trasformazione dei prodotti agricoli: alla struttura probabilmente destinata alla
produzione del vino presente a Saraceno, cui si gi accennato, si pu aggiungere il frantoio
per lolio identificato a Campanaio.
E forse connessa proprio con lattivit di trasformazione dei prodotti agricoli la produzione di
un tipo di contenitori da trasporto, la cui diffusione nel territorio agrigentino stata messa in
evidenza proprio dalle ricerche archeologiche pi recenti (RIZZO

ET ALII.

2014): si tratta di un

gruppo di anfore di piccole dimensioni, con corpo ovoidale allungato segnato da cordonature,
base convessa, talvolta con una sorta di rozzo piede ad anello, caratteristiche piccole anse
a maniglia impostate sulla spalla e sotto lorlo, spesso con evidenti segni di ditate in

204

1. Naro. Villaggio di contrada Cignana (foto Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

205

corrispondenza dellattaccatura, collo pi o meno allungato e semplice orlo, o appena

inspessito allesterno e talvolta sottolineato da una solcatura alla base, o a sezione triangolare
(fig.4). Gli esemplari recuperati nel territorio agrigentino hanno, nei casi in cui essa pu essere
determinata, unaltezza media di 40/43 cm ca., diametro dellorlo tra gli 8 e i 9 cm, diam.
massimo compreso tra i 23 e i 26 cm e capacit intorno agli 8 litri. Queste anfore furono
identificate per la prima volta e riconosciute come produzione locale tra i materiali provenienti
dagli scavi urbani condotti a Termini Imerese (RIZZO 1993, 223-225), e da allora indicati

spesso come pertinenti al tipo Termini Imerese 151/354. Successivamente si constatata la


diffusione di anfore simili anche nella Sicilia nord-orientale, a Caronia Marina (BONANNO,
SUDANO 2007, 356) e a Terme Vigliatore-S. Biagio (BORRELLO, LIONETTI 2008, 77) e si sono
individuati alcuni siti di produzione a Capo dOrlando (SPIGO, OLL, CAPELLI 2006) e
Caronia, in contrada Chiappe (WILSON 1990, 263; BONANNO, SUDANO 2007), mentre scarti
di fornace sono stati rinvenuti a Furnari, in localit Tonnarella (BONANNO, SUDANO 2006,

356; BONANNO 2007). Ci sembra probabile, inoltre, che siano attribuibili a questo gruppo
almeno alcune delle anfore prodotte dalle fornaci di Santa Venera al Pozzo (AMARI 2006;
MALFITANA 2008, 135-137).
Gli scavi condotti in anni recenti in diversi siti di et tardo romana e protobizantina nel territorio di
Agrigento ne hanno infine accertato la presenza anche in questarea; le indagini archeometriche
condotte su campioni rinvenuti a Verdura, Canalicchio di Calamonaci, Saraceno, Cignana e Vito

Soldano hanno mostrato come i reperti rinvenuti in ciascun sito siano stati prodotti in maggioranza
con argille provenienti con ogni probabilit dallarea immediatamente circostante. Lindividuazione
di produzioni locali di contenitori di questo tipo particolarmente interessante per il fatto che

206

2. Agrigento. Villaggio di contrada Saraceno (foto Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

207

recentemente ne stata riconosciuta la diffusione al di fuori della Sicilia, prevalentemente, a


quanto sembra sinora, in area tirrenica e soprattutto a Roma. Sono state identificate anfore di
questo tipo, ad esempio, in un contesto della seconda met del V secolo presso il tempio della
Magna Mater (PANELLA, SAGU, COLETTI 2010, 66), mentre alcuni esemplari, provenienti da
altri siti ed interpretati diversamente, potrebbero in effetti essere pertinenti al nostro tipo.
La diffusione a Roma e in area tirrenica di anfore provenienti con ogni probabilit dalla
Sicilia, accanto ad altri tipi ben noti, come la cd. Keay LII, testimonia larrivo di merci, vino
soprattutto, prodotte in aree diverse dellisola, accanto alle pi famose produzioni della
cuspide nord-orientale, note dalle fonti e il cui ampio commercio ben attestato
archeologicamente dalla distribuzione in quasi tutto il Mediterraneo di contenitori come,
appunto, la Keay LII (PACETTI 1998). Poich le anforette tipo Termini Imerese erano certamente
prodotte in varie zone, non possiamo essere certi che, tra gli esemplari pubblicati, dei quali in

genere peraltro non viene descritto laspetto del corpo ceramico, ve ne siano anche di
agrigentini; possiamo per quanto meno ritenerlo probabile e supporre che esse viaggiassero
insieme a prodotti, come i cereali, che dovevano rappresentare loggetto principale delle
esportazioni del nostro territorio. Diodoro Siculo riporta che nel V secolo a.C. il territorio
agrigentino era ricco e fertile e che produceva, oltre ai cereali, vino ed olio, questultimo
esportato anche verso Cartagine (Diod. XIII, 81, 4); per let tardo antica non abbiamo fonti al

riguardo, ma gli indicatori di cui abbiamo brevemente parlato suggeriscono che la produzione
di vino ed olio fosse ancora significativa e che una parte potesse ancora essere destinata ai
mercati transmarini.
Contemporaneamente, specialmente nei secoli IV/V, le anfore importate, soprattutto

208

3. Agrigento. Villaggio di contrada Saraceno. Dolio.


4. Anfora di produzione locale.
(foto Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

209

dallAfrica, documentano lesistenza di una domanda di derrate alimentari provenienti da


oltremare che dovevano aggiungersi, nei consumi, ai prodotti locali, o perch questi ultimi non
erano sufficienti quantitativamente a soddisfare la domanda interna, o per il maggior pregio
dei beni importati.
Che il boom agricolo delle campagne agrigentine fosse connesso con lesportazione potrebbe
essere indirettamente confermato dallo sviluppo, tra la fine del IV e il V secolo, di una rete di
insediamenti costieri che, per il territorio agrigentino, conosciamo meglio nella parte
occidentale della provincia, nella zona di Sciacca, ma che probabilmente esistevano lungo tutta
la costa. I due siti di Verdura (fig. 5) (PARELLO, AMICO, DANGELO 2010) e Carabollace (fig. 6)
(CAMINNECI 2010 a; CAMINNECI, FRANCO, GALIOTO 2010; CAMINNECI, FRANCO 2012) sono
tra loro molto simili per collocazione topografica, posti come sono alle foci dei torrenti
omonimi, corsi dacqua le cui vallate rappresentano importanti vie di penetrazione verso

linterno collinare. Essi si sviluppano in una fase in cui, stando ai risultati di recentissime
ricerche archeologiche, anche il sobborgo portuale di Agrigento, lantico Emporion,
certamente attivo. Scavi recenti hanno messo in luce riempimenti e residui di strutture
databili tra il V ed il VI secolo nellarea pi vicina alla foce fluviale ed un piccolo gruppo di
tombe ad enchytrisms in anfore africane (CAMINNECI 2010 b; CAMINNECI 2012). Strutture,
interpretate come magazzini connessi con lattivit portuale, erano state invece scoperte agli

inizi del 900 (GABRICI 1925; GRIFFO, DE MIRO 1955).


Anche sulla costa ad Est di Agrigento dovevano scaglionarsi gli emporia, che conosciamo per
molto meno. La Vita del vescovo Gregorio menziona un approdo nei pressi di Plinthias, che
verosimile conservi in forma corrotta il toponimo dellantica citt di Finziade, identificata sul

210

5. Sciacca. Villaggio di contrada Verdura (foto Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

211

Monte SantAngelo, altura che si innalza a brevissima distanza dal mare presso lattuale centro
urbano di Licata (LA TORRE 2005). Nei pressi di Plinthias, nel luogo chiamato Passararias,
sbarcano i monaci che avevano accompagnato il giovane Gregorio in Terrasanta, e l si fermano
per alcuni giorni, prima di riprendere la navigazione verso il porto di Agrigento (S. Gregorii
Agrigentini Vita, col. 581), il che induce a ritenere che vi fossero strutture in grado di ospitare i
monaci e di consentirne il rifornimento di viveri ed acqua.
E possibile che lo sviluppo di questi insediamenti sia da collegare allespansione del libero
commercio che sarebbe alla base dellintenso sfruttamento delle campagne isolane in
questepoca (per i mercati sulla spiaggia sulle coste africane, MCCORMICK 2004, 100-103). Il
boom agricolo che sembra di poter percepire nelle campagne agrigentine si inserisce infatti
in un contesto di sviluppo che riguarda tutta lisola e che viene messo in relazione dagli
studiosi con la fondazione di Costantinopoli, che avrebbe assorbito lintera produzione di
grano egiziano, e con il conseguente rafforzato ruolo della Sicilia nel commercio cerealicolo
con Roma (CRACCO RUGGINI 1980, 9-12; VERA 1997-98, 37-60). Mancano per, ad oggi, nel
nostro territorio, manifestazioni di ricchezza privata e di lusso eclatanti come le grandi ville
note nella Sicilia orientale; n, daltra parte, evidente, per il pieno IV secolo, una significativa

espansione del popolamento rurale, che sembra invece verificarsi essenzialmente a partire dalla
fine del secolo e dagli inizi del V.
Alla rete di approdi che si sviluppava lungo la costa era probabilmente affidata una funzione
di cerniera tra mare ed entroterra: per il loro tramite le produzioni dellhinterland agricolo
venivano immesse nel commercio transmarino, e le merci provenienti doltremare (vino, olio,
conserve di pesce conservate in anfore, vasellame da mensa, ceramiche da fuoco, per citare

212

6. Sciacca. Villaggio di contrada Carabollace (foto Angelo Pitrone. Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento).

213

soltanto i beni in grado di lasciare una traccia archeologicamente percepibile), seguendo le vie
di comunicazione verso linterno rappresentate dalle valli fluviali, raggiungevano le fattorie ed
i villaggi (fig.7), fin nel pi lontano entroterra. Levidenza archeologica del sito di Verdura,
che appare improvvisamente distrutto nella seconda met del V secolo e che restituisce quindi
una interessantissima immagine della cultura materiale dellinsediamento

in questo

momento, attesta gli strettissimi legami con la costa africana, soprattutto con gli ateliers della
zona di Nabeul, da cui provengono non soltanto ceramiche fini da mensa ed anfore, ma
anche una parte consistente delle ceramiche comuni (PARELLO, AMICO, DANGELO 2010).
Lungo la rotta dalle coste africane si trovava lisola di Pantelleria, dove avevano sede officine
specializzate nella produzione di caratteristiche ceramiche da cucina (SANTORO BIANCHI
ALII

ET

2003; SAMI 2005), che, fino almeno al V secolo, rappresentano il tipo pressoch

esclusivo di vasellame da fuoco utilizzato in tutto il territorio agrigentino (FIERTLER 2003;


RIZZO, ZAMBITO 2012; RIZZO, ZAMBITO c.d.s.). Gli insediamenti rurali dellentroterra sono
infatti pienamente coinvolti nella rete di distribuzione di anfore e ceramiche importate,
provenienti

prevalentemente

dallAfrica,

ma

anche

dal

Mediterraneo

orientale,

abbondantemente attestate da scavi e ricerche di superficie. E stato anzi osservato come, allo

stato attuale delle ricerche, nei siti delle campagne agrigentine la documentazione relativa alle
sigillate africane dopo il IV secolo superi, per quantit e variet dei tipi, quella del centro
urbano (POLITO 2000, 56).
E difficile, infatti, allo stato attuale delle ricerche, mettere in relazione lo sviluppo agricolo
che sembra caratterizzare le campagne con i fenomeni che, nello stesso lasso di tempo,
interessano il centro urbano di Agrigentum. E difficile in primo luogo perch quanto al

214

7. Naro. Villaggio di contrada Cignana. Anfore (da RIZZO, ZAMBITO 2012)

215

momento noto sulla citt di et romana e, ancor di pi, tardo-romana, poco e


frammentario e non si riesce ancora a ricomporlo in un quadro unitario e coerente. Il settore
di cui conosciamo meglio levoluzione in et tardo-romana il margine meridionale della citt

antica, lungo il quale in et greca si erano sviluppati i principali santuari. A partire, a quanto
sembra, dal IV secolo, tutta larea viene occupata da una grande necropoli, costituita da ampi
settori di sepolture sub-divo, da ipogei e da arcosoli (fig. 8), che perforano le mura (BONACASA
CARRA 1995; BONACASA CARRA, ARDIZZONE 2007; ARDIZZONE 2012). Si tratta di una
necropoli assai vasta, che si estende dalle pendici occidentali della collina su cui sorge il tempio
di Giunone allarea ad Ovest del tempio di Ercole, dove il cimitero stato tagliato dalla strada

attuale che conduce a San Leone, e che include il tempio della Concordia, il cui stilobate
perforato fittamente da formae (fig. 9). Questo tempio, come noto, fu trasformato in chiesa
cristiana, con un processo di rifunzionalizzazione che la tradizione attribuisce al vescovo
Gregorio, ma che rimane ancora da comprendere appieno e da collocare cronologicamente
con precisione (ARDIZZONE 2012). Lo sviluppo della necropoli allinterno delle mura urbiche,
se da una parte attesta la riduzione dellarea dellabitato, gi evidente peraltro in et romana
(BELVEDERE, BURGIO 2012, fig. 41), dallaltro, con la sua notevole estensione, sembra da
riferire ad una citt ancora vasta e popolosa. Il materiale ceramico proveniente dal cimitero,
che stato in gran parte riferito a resti di pasti rituali sopra le tombe, documenta, ancora
almeno per tutto il V secolo, la ricchezza di importazioni, in grandissima maggioranza
dallAfrica, mentre appaiono quantitativamente marginali le merci provenienti dal
Mediterraneo orientale.
Tra i reperti recuperati nellarea della necropoli paleocristiana sono abbondanti anche le

216

8. Agrigento. Arcosoli lungo le


mura
meridionali
(Archivio
Fotografico Parco Archeologico
della Valle dei Templi).

9. Agrigento. Tempio della


Concordia. Arcate lungo la parete
della cella create al tempo della
trasformazione in chiesa (Archivio
Fotografico Parco Archeologico
della Valle dei Templi).

217

ceramiche che, alla luce delle analisi archeometriche effettuate, appaiono certamente prodotte
ad Agrigento. Si tratta di forme varie di ceramica comune, ma anche di anforette di tipo
siciliano, del tutto simili a quelle che, come gi si detto, sono fabbricate anche
nellhinterland agrigentino. Scarti di fornace, relativi anchessi a recipienti di uso comune e ad
anforette, sono stati evidenziati anche allinterno di un grosso strato che ricopre larea del
tempio romano e del triportico in et tardo antica, lasciando immaginare lesistenza di unarea

produttiva nel settore della citt che si estende a monte del Foro. Questa possibilit, che andr
verificata con ricerche future, di grande interesse, perch documenterebbe la presenza di
attivit produttive dentro la citt, o almeno dentro quella che fino ad et romana era stata la
citt, e che in et tardo antica si era con ogni probabilit notevolmente ristretta, seppure entro
confini che rimangono da chiarire. Allinterno dellarea urbana, probabilmente, cominciano
ad essere praticate anche attivit agricole, che per non lasciano tracce che possano facilmente

essere rilevate archeologicamente, se non realizzando analisi di tipo paleobotanico che ad


Agrigento non sono state finora effettuate. Rimangono per tracce certe delle attrezzature
finalizzate alla trasformazione dei prodotti agricoli, ed in particolare di torchi per il vino, anche
se di cronologia in alcuni casi imprecisabile. Un esempio documentato nellarea che in et
romana era stata occupata dal Ginnasio e successivamente da altri edifici a carattere
certamente pubblico (FIORENTINI 2009; DE MIRO, FIORENTINI 2011, 71-1001); esso sembra

databile al VII secolo, dopo una fase di abbandono e dopo che una potente alluvione aveva
ricoperto gli edifici pi antichi. Altre strutture simili sono per visibili anche in altri punti
della valle: un esemplare ben conservato, ad esempio, si trova nei pressi del Tempio di
Giunone. Pi a Nord, nel cosiddetto quartiere ellenistico-romano (fig. 10), strati riferibili

218

10. Agrigento. Quartiere Ellenistico Romano. Panoramica dellarea scavata (Archivio Fotografico Parco Archeologico della Valle dei Templi).

219

forse ad una distruzione, ma, comunque, probabilmente saccheggiati e rimescolati


successivamente, si rinvengono in diverse case. Chi ha eseguito e pubblicato gli scavi tende a
datarli alla met circa del V secolo ed a metterli in relazione con il sacco vandalico (DE MIRO
2009, 100-103). Uno spesso strato di terra e pietre, apparentemente un riempimento, volto
forse ad innalzare il piano di calpestio, sembra databile al pieno VI secolo. E su questo strato
che sono costruite diverse tombe a cassone litico (fig. 11), alcune delle quali sono state scavate
recentemente, parte di una necropoli organizzata in piccoli gruppi di due o tre tombe, sparse
senza un ordine apparente nellarea gi occupata dallabitato. Ma probabilmente sullo stesso
riempimento poggiano anche strutture connesse con attivit produttive: sono evidenti in
diversi punti aree con tracce di bruciatura e piani di combustione, resti probabilmente, almeno
in alcuni casi, di fornaci per calce; su questo stesso riempimento poggiano, in alcune case,
anche muri (fig. 12), che suddividono vani, occupano i peristili, che, insomma, nel modificare

radicalmente laspetto delle domus di et romana, potrebbero per denunciarne la continuit


duso a fini abitativi.
Limpressione, insomma, quella di una citt che, forse piuttosto bruscamente, ha perso gran
parte dei suoi connotati urbani in senso classico, cominciando a somigliare, almeno in alcuni
suoi ampi settori, a quegli insediamenti rurali che, come abbiamo visto, negli stessi anni si
espandono nelle campagne. I fenomeni che conducono ad una sorta di ruralizzazione della

citt, lingresso delle terre coltivabili e delle attivit produttive con esse connesse allinterno
dellarea urbana, la perdita di compattezza dellabitato e la frammentazione in nuclei sparsi,
lindefinitezza dei confini tra citt e suburbio, sono molto diffusi nel Mediterraneo postromano, rappresentando alcuni degli aspetti pi significativi della trasformazione della citt

220

10-12. Agrigento. Quartiere Ellenistico Romano. Strati di distruzione e di riempimento relativi alle fasi tarde di
frequentazione; tomba a cassone litico (foto Maria Serena Rizzo, Zelia Di Giuseppe. Archivio Fotografico Parco
Archeologico della Valle dei Templi).

221

tardo antica. Gli studiosi hanno avanzato diverse proposte di interpretazione di quello che
un fenomeno globale, anche se si manifesta con tempi diversi nelle diverse aree dellimpero e
nelle singole citt (BROGIOLO 2011, 133-134). Nel caso agrigentino, potrebbero essere proprio
alcuni dei fenomeni di cui si brevemente discusso, tra cui lo sviluppo degli agglomerati e la
nascita degli emporia costieri, a testimoniare la tendenza del sistema degli abitati ad organizzarsi
in modo policentrico, (ARTHUR 2000, 182-185), con lo sviluppo di una pluralit di luoghi in
cui avviene lo scambio, a livello locale ed a livello interregionale (BELVEDERE 2004) in cui si
produce e si consuma, e in cui possono anche scegliere di vivere i ceti privilegiati. Nel centro
urbano, a sua volta, sembrano essersi sviluppate attivit agricole ed artigianali che la citt di et
classica escludeva dal suo perimetro, ma che possono invece trovare un proprio spazio nella
citt tardo antica ed altomedievale.

222

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226

Produzione e commercio dello zolfo ad Agrigentum e nel


suo territorio
LUCA ZAMBITO

1. Introduzione
Agrigento e il suo territorio sono stati oggetto di numerose descrizioni riguardanti la feracit
dei campi, la ricchezza delle risorse naturali, addirittura la buona qualit dei cavalli da corsa,
talmente validi da essere oggetto di una specifica richiesta da parte di Gordiano (MANGANARO
1988). Accanto a fonti descrittive che prediligono cio laspetto oggettivo dei dati riportati, in
un certo numero di citazioni, relative sempre alla ricchezza del territorio di Akragas, prevale
laspetto iperbolico: mi riferisco in particolare allaforisma messo in bocca ad Empedocle
(sulla ricchezza proverbiale degli Agrigentini si vedano anche Timeo fr. 149, Diodoro XIII,
90.3), sugli agrigentini che vivono come se dovessero morire lindomani e costruiscono come se
non dovessero morire mai, alle fonti sui sepolcri dedicati ai cavalli, alle descrizioni estasiate
degli edifici di culto sulla cresta collinare meridionale. Tuttavia i documenti in nostro possesso
sono uniformi sul silenzio relativo ad una fonte di primaria importanza per leconomia del
centro siciliano: lo zolfo. In questo caso larcheologia riesce a supplire alla carenza di altre fonti
documentarie. Se non ci fosse, infatti, pervenuta una gran mole di documenti epigrafici su
terracotta, noti come tegulae sulphuris (su questi documenti: CIL X, 2, 8044, 1-9; GRIFFO 1963;
DE MIRO 1982-3; MANGANARO 1988; RIZZO 1989; SALMERI 1992), noi non conosceremmo
nulla della realt produttiva mineraria agrigentina nellantichit e continueremmo a spiegare

227

la ricchezza e magnificenza delle domus del quartiere ellenistico romano (DE MIRO 2009),
documentate con continuit almeno fino al VII secolo d.C., con labbondanza delle produzioni
agricole osannate dalle iperboli di Cicerone e certificate, di riflesso, anche dalla topografia delle
rivolte di Euno di cui Diodoro Siculo testimone (CANFORA 2000). Un silenzio delle fonti,
relativo al paesaggio minerario, che diversamente interpretabile: chiaramente influisce sul
nostro giudizio il naturale naufragio dei documenti e delle attestazioni, nondimeno, per,
devono aver contribuito a questo silenzio la scarsa attenzione sul mondo infimo delle miniere e
la scarsa considerazione riguardo allo zolfo.
Non un caso se lagirita Diodoro, originario di una citt e di una provincia in cui era attiva
lindustria mineraria citi soltanto le lontane miniere aurifere egiziane per condannare i vizi
derivanti dalleccesso di ricchezza (LANA 1990, 482-484). Daltro canto se analizziamo le fonti
moderne sulla produzione solfifera si pu osservare come si concentrino, con veri e propri
picchi di attestazioni, nei periodi in cui lindustria mineraria era particolarmente in crisi
(SONNINO, FRANCHETTI 1974 e BAGLO 1935 con un taglio antropologico; Rosso di San
Secondo, Pirandello, Carlo Levi per opere letterarie e teatrali e, pi di recente, Zolfo 1961 e
ZAMBITO 2010), mentre generalmente tacciono le opere descrittive dellisola, quelle dei
viaggiatori (PAOLETTI 2009) e, in generale, le rappresentazioni di paesaggi e cultura siciliani in
periodi di normale attivit delle miniere.

2.Ruolo e funzioni dello zolfo


Lo zolfo ha e ha avuto nellantichit un ruolo centrale in molteplici campi: dalle applicazioni
militari alla medicina, dalla veterinaria al trattamento delle lane alla confezione di lucerne

228

1. Rosticci e due coppie di forni Gill da Grotte.

229

(ZAMBITO 2010). Ma fu probabilmente lagricoltura il settore che ne richiedeva le quantit


maggiori. Catone e altri autori successivi ne raccomandano luso per combattere un insetto
nocivo, il convolvolus, applicando a ciascuna vite un impiastro di zolfo e bitume. Catone viene
ripreso da Plinio Naturalis Historia, XVII, 264 (MARCONE 2005 e gli ormai classici: KOLENDO
1980, CAPOGROSSI COLOGNESI 1982 e SERENI 1984, 40-43 sulla diffusione degli impianti
viticoli): Affinch la vigna non sia infestata dal convolvolus cuoci due congi di morchia in
abbondanza di miele e con una terza parte di bitume e una quarta di zolfo, cuocili allaria aperta, poich
al coperto potrebbe incendiarsi. Con questo composto ungi le viti attorno al colletto. In tale maniera non
attecchir il convolvolus, alcuni ritengono di affumicare con il soffio di tale mistura le viti per tre giorni
di seguito. E evidente come tale modo di applicare il minerale generasse un enorme
fabbisogno e che questa richiesta fosse maggiore nelle principali aree in cui si sviluppava la
viticoltura. Le fonti letterarie pi antiche sono riconducibili ai poemi omerici. Odisseo,

compiuta la strage dei Proci, ordina ad Euriclea di purificare la sala della sua abitazione: E
finalmente, lavate le braccia e le gambe da Odisseo, ritornarono in sala; loperazione era compiuta.
Allora egli disse alla cara nutrice Euriclea: portami zolfo, balia, rimedio dei mali, portami fuoco, perch
questa sala purifichi; e tu intanto Penelope fa venir qui, e insieme le ancelle; tutte falle venire nella sala
le ancelle (Od. XXII,478-484 trad. CALZECCHI ONESTI 2005).
La nutrice prontamente esegue e con fumi ottenuti dalla bruciatura di zolfo gira intorno alla

stanza e cancella simbolicamente le tracce della mattanza. La scena sembra essere un calco di
quella di Il. XVI, 225-230: Qui aveva una coppa ben fatta, e nessun altro eroe beveva da quella il
vino colore di fiamma, e lui stesso a nessuno dei numi libava, tranne Zeus padre; questa allora prendendo
dal cofano, prima con zolfo purific, poi la lav nelle belle correnti dellacqua, lav le sue mani e attinse

230

2. Necropoli (a destra) e Miniera Lucia (a sinistra), segnata in blu la direttrice viaria moderna che ricalca quella antica.

231

il vino colore di fiamma (CALZECCHI ONESTI 1991) in cui, per, Achille a dare lordine per
garantire purezza in occasione dei funerali di Patroclo. Sul ruolo del minerale nel processo di
disinfezione delle lane e dei tessuti testimone un sapido racconto di Apuleio (ARIAS 1956).
Un gruppo di fonti satiriche, inoltre, ci trasmette la notizia di una diffusione capillare di zolfo
nei principali centri urbani per il tramite di alcuni mediatori che lo scambiavano con
rottami di vetro da riciclare.

3. Agrigento in et romana e il bacino solfifero


I filoni solfiferi marcano il territorio agrigentino. Il minerale agglutinato in una matrice
gessoso-calcarea che delinea rilievi e valli. Segna spartiacque e determina ambiti territoriali pi
ristretti. Per le sue caratteristiche, il minerale si trova in percentuali relativamente basse assieme
alla ganga determinando una debolezza strutturale dellindustria estrattiva. In altri termini, e
fino ad et contemporanea, i grandi costi estrattivi hanno fatto in modo che, non appena la
domanda calava di poco, oppure si scopriva un filone leggermente pi redditizio o, ancora, si
perfezionavano processi produttivi economicamente pi vantaggiosi, lindustria estrattiva
immediatamente ne risentiva o, nel caso della scoperta dei filoni americani e dellutilizzo di
minerale derivante dai processi di raffinazione petrolifera, accus un colpo mortale da cui non
si sarebbe pi ripresa (PISTOLESI 2011, 108-114). Le attivit minerarie moderne hanno
radicalmente mutato lassetto topografico del territorio in cui avvenivano dopo averne
pesantemente influenzata la natura. Grandi cumuli di rosticcio e profonde fenditure
caratterizzano il paesaggio nella dorsale gessosa che dalle immediate propaggini nord-orientali
di Agrigento giunge alle porte di Caltanissetta. Il rosticcio, ormai esausto, stato, poi, in un

232

3. Carta di attestazione delle officine.

233

secondo momento, oggetto di nuove concessioni estrattive e utilizzato come inerte per malte e
calcestruzzi e come sottofondo stradale. Spesso, in molti siti oggetto di indagine, si sono
documentate queste attivit secondarie di cava che, a loro volta, hanno provocato ulteriori
mutamenti nella topografia dei luoghi (fig. 1).
Il tessuto insediativo in et romana risente della vicinanza ai filoni solfiferi, infatti sono
numerose ville e, in seguito, grandi villaggi individuate sul terreno che mostrano uno stretto
legame con il bacino gessoso-solfifero. In questi siti sono state rinvenute tegulae sulphuris,
evidentemente stoccate in attesa di un loro utilizzo nei pressi delle miniere. In molti casi stato
possibile ricostruire oltre alla dislocazione dei centri produttivi tutte le infrastrutture che
dovevano servirli: oltre, appunto, alle villae, le direttrici viarie secondarie che connettevano i vari
centri produttivi e residenziali, le aree di necropoli e gli assi viari principali funzionali
allesportazione del minerale puro. In questo contesto presentiamo il caso di studio di Miniera
Lucia: un sito a poca distanza da Agrigento e in prossimit del corso terminale del fiume Naro e
di una ampia area paralitoranea dove molto verosimile dovesse passare la grande arteria di
collegamento tra Siracusa e Lilibeo. A meno di 500 metri a sud del sito estrattivo si sviluppa
una grande area fittamente insediata, ampia almeno due ettari. Una necropoli ad arcosoli,
individuata sulla cresta calcarea che divide i due siti, completa il quadro insediativo di questa

porzione di territorio (fig. 2). Il dato epigrafico consente di individuare nel sito di Miniera Lucia
la sede della Officina Cassiana. Il corso del fiume Naro, del resto, era interessato anche da altri
distretti produttivi ed anzi probabile che proprio le incisioni fluviali dei versanti collinari
abbiano agevolato lindividuazione delle aree in cui intraprendere le attivit estrattive. Un
secondo distretto minerario si sviluppava attorno al moderno centro urbano di Racalmuto.

234

4. Tegulae sulphuris
5. Gruppo di tegole di c.da Casalvecchio (Racalmuto)

235

A Nord di esso corre il vallone di Racalmuto lungo il quale numerosi ritrovamenti di tegulae
sulphuris garantiscono la presenza della Officina Porciana. A Sud Ovest del moderno centro
urbano, invece, possibile ubicare lOfficina Ra- (qui infatti sono state rinvenute tegole con
questo toponimo che purtroppo non stato possibile integrare meglio). Poco a Nord-Est,
infine, fra i centri di Racalmuto e Milena sono da ricercare i possedimenti di un M. Aurelio
Commodiano mentre a Nord di Grotte si sono rinvenute le tegole con lindicazione di una
Officina Gelli Pelori (fig. 3). Agrigentum assume un duplice ruolo nellorganizzazione produttiva
legata alle miniere di zolfo: ad essa arrivano le richieste per le licenze estrattive e partono le
autorizzazioni ad intraprendere lestrazione, qui vengono prodotte le tegulae sulphuris
documento tangibile della ufficialit e liceit dellestrazione, oltre che strumento fondamentale
della tassazione e di garanzia sul prodotto; ad Agrigentum, infine, giungono i lotti di minerale
raffinato per lesportazione e viene esatta la tassa del Portorium (DE LAET 1959). A questi

aspetti bisogna aggiungere la concreta possibilit che proprio ad Agrigentum risiedessero gli
attori principali dellestrazione concessionari delle licenze e proprietari dei fundi.
4.Le tegulae sulphuris e le gavite moderne
Inizialmente il ruolo di questi documenti su tegola fu frainteso da Mommsenn il quale
riteneva le iscrizioni analoghe a quelle dei bolli laterizi (PACE 1958; SALMERI 1992, 35). Un

impulso decisivo nella interpretazione delle tegulae sulphuris invece fu dato da una lettera di A.
Salinas allo studioso tedesco, che segnalava la possibile analogia fra le iscrizioni speculari delle
tegulae sulphuris e i grafemi e le abbreviazioni che si trovavano nelle cosiddette gavite, casseforme
moderne in cui i minatori convogliavano lo zolfo allo stato liquido per fargli assumere la forma

236

6. Tegola di Aulus Annius Eros.

237

di lingotti, appunto, con le indicazioni della propriet e del distretto produttivo (fig. 4). Le
tegulae sulphuris sono tegole piane con due alette laterali di vario spessore e a sezione
triangolare, alcuni esemplari racalmutesi, tuttavia hanno forma ellittica, sono senza alette e
forse sono databili nella prima fase di produzione (fig. 5); sulla faccia posteriore si osservano
tracce dellincannucciata su cui erano state stese le tegole nellofficina in attesa della cottura e,
molto verosimilmente, nella fase di impressione delliscrizione (WILSON 1990). Sulla faccia
anteriore si conservano le iscrizioni, ottenute a stampo, in rilievo e con il caratteristico
andamento speculare. Se le dimensioni di questi manufatti sono standard allinterno di ogni
singola serie, esse variano molto con il passare del tempo, cos come sono notevoli le differenze
tipologiche dei caratteri delle iscrizioni. Se si analizza il primo gruppo di tegole (fig. 6), che
sembrerebbe il pi antico (ZAMBITO 2010), si pu osservare come queste abbiano le
dimensioni di un piede e mezzo di lunghezza per unaltezza di tre quarti di piede e una forma

che richiama da vicino quella delle tegole normalmente usate per le coperture. Ritengo che il
tipo della tegula sulphuris derivi direttamente dalle tegole usate in edilizia per la copertura dei
tetti e che solo in un secondo momento si sia specializzato. Negli esemplari pi antichi, infatti,
non si hanno grosse differenze con le tegole piane a doppia aletta, escluso il fatto che sulla
faccia posteriore manca lincasso che doveva consentire il montaggio in serie. Sono presenti
signa e liscrizione al genitivo su una sola linea. Su esemplari pertinenti a tre tipi diversi di

tegole compare uno stesso personaggio interessato anche alla commercializzazione del minerale
sui mercati urbani (fig. 7). Si tratta di un certo Aulus Annius Eros di cui non si hanno altre
notizie ma che, senza dubbio alcuno, in stretta relazione con gli Annii, che dedicano una
stele o una statua posta su una base di marmo con iscrizione su entrambi i lati principali,

238

7. Evoluzione della tegula sulphuris dal tipo pi semplice a quello specializzato.


8. Tegulae sulphuris di IV-V secolo d.C.

239

rinvenuta fuori contesto, ma in unarea in cui sorge un tempio su alto podio, databile ad et
augustea che potrebbe essere stato dedicato, appunto, alla gens imperiale (DE MIRO,FIORENTINI
2011 che pensano ad un Isaeum) (fig. 8). E probabile, dunque, che la nascita del tipo di
tegula sulphuris vada collocata nellambito del I secolo d.C. e nel corso della vita di Annius Eros
(ZAMBITO 2010, 133) quando, a partire da un prototipo usato nelledilizia, liscrizione viene
apposta su un supporto che si specializza e si definisce con alcuni caratteri tipici (la fascia
con zigrinatura superiore, la doppia aletta a sezione triangolare e la presenza costante di un
sistema di signa che, purtroppo, sono per noi poco perspicui). Lo stesso personaggio era poi
responsabile della spedizione di minerale dalla Sicilia verso i mercati urbani. Questo dato , del
resto, coerente con quanto testimoniato dalle fonti letterarie (Marziale, Epigrammi, I, 41 e X, 3,
Giovenale, Satire, 5, 46-48; Stazio, Silvae, 1.6, 73-4). Nel 1963 il Griffo pubblica numerose
tegulae sulphuris da lui rinvenute ad Agrigento e ritorna su un intervento di emergenza

effettuato durante la costruzione della casa cantoniera sulla S.S. 118, in localit Bonamorone
(Agrigento), in occasione del quale rinvenne un complesso accumulo stratigrafico interpretato
come lo scarico di unofficina ceramica con pozzi e cisterne (fig. 9). Il contributo di Griffo
quello pi completo e in cui viene pubblicato il maggior numero di dati, prima delle sintesi e
degli aggiornamenti recenti (GRIFFO 1948 e 1963).
In via preliminare le tegulae sulphuris fino ad oggi edite si possono dividere in 5 macro gruppi:

un primo, quello che conta un numero maggiore (35) di esemplari databile ad et augustea
ed riconducibile alla produzione controllata e gestita dalla famiglia agrigentina degli Annii e
degli Atinii. Il secondo gruppo (18 esemplari) sembra databile fra epoca flavia e la met del II
secolo d.C. Il terzo (circa 15 esemplari), cui appartengono anche le tegole racalmutesi che si

240

9. Area di Bonamorone (in giallo la collocazione delle officine ceramiche) e scarto


di tegula sulphuris.

241

riferiscono a due Augusti (IMP AVGG NN) dei primi anni del III secolo d.C. Un quarto
gruppo (30 esemplari) presenta delle novit relative allimpaginazione delle iscrizioni e al
formato del supporto e potrebbe rimandare al IV-V secolo d.C. Infine un solo esemplare
racalmutese per le caratteristiche paleografiche e per il contesto di rinvenimento potrebbe
rimontare al VI secolo d.C. (ZAMBITO 2014). Gran parte degli esemplari di tegulae sulphuris
sono stati rinvenuti ad Agrigentum dove erano prodotte. Un piccolo numero di esse, per,
proviene dal territorio (fig. 10) e consente di ricostruire la rete produttiva con notevole
precisione. A partire da questi esemplari, ho condotto una indagine topografica per
identificare gli altri elementi del paesaggio minerario: accanto alla villa in cui era conservata la
tegula sulphuris, anche i bacini di riferimento, la rete viaria e, in alcuni casi fortunati, le aree di
necropoli di ciascun sito. Lindagine sul territorio ha consentito di ottenere alcune indicazioni
sulle dinamiche insediative in rapporto, anche, allo sfruttamento dei filoni solfiferi. Pare di

cogliere un accentramento dellinsediamento attorno a villae costruite nel raggio di circa 4 km


dai pi vicini bacini solfiferi. Non si trovata, invece, nessuna traccia di insediamenti minori
che possano essere ricondotti alla presenza degli addetti allestrazione e alla raffinazione del
minerale e che, probabilmente, usufruivano, per il riposo, degli stessi spazi in cui esercitavano
la loro professione.

5.Conclusioni
La ricognizione topografica dei siti interessati dalla produzione solfifera ha prodotto risultati
notevoli sia per quanto riguarda una ridefinizione delle griglie cronologiche sia, daltro canto,
anche per lindividuazione di nuovi siti produttivi e residenziali. Ovviamente, future indagini

242

10. Distribuzione delle tegulae sulphuris sul territorio agrigentino.

243

archeologiche e con metodologie non invasive potranno implementare ulteriormente il


bagaglio di informazioni che possediamo. In particolare lindagine nei tre siti estrattivi
(Miniera Lucia ad Agrigento, Contrada Piano della Corsa/Chirisi a Racalmuto e Monte
Grande, Palma di Montechiaro) potrebbe fornire importanti novit sulla comprensione delle
dinamiche con cui avveniva lestrazione e la raffinazione e sui rapporti con gli altri siti del
territorio e con il porto da cui partivano i carichi di zolfo (MILLAR 1984). La potenzialit
mineraria dellimmediato entroterra agrigentino ha fortemente condizionato le modalit
insediative focalizzandole su Agrigento e sul suo porto: da qui partivano le direttive per lo
sfruttamento e le relative autorizzazioni e qui arrivava il minerale raffinato per essere poi
imbarcato e raggiungere il porto di destinazione. Frammenti di rete viaria si sono conservati
nelle Regie Trazzere che servivano anche i siti produttivi moderni, mentre una pi fitta maglia
connettiva si legge controluce sulla base dellindividuazione delle ville e dei villaggi funzionali

allestrazione mineraria. Sostanzialmente pare di poter individuare due grossi distretti che si
affiancarono nelle attivit minerarie: uno, pi settentrionale che dal medio corso del Platani si
estende al comprensorio attorno ai moderni centri di Grotte, Comitini e Racalmuto; un altro
invece, pi meridionale, si estende nella vallata del fiume Naro fino alle pendici di Monte
Grande (comune di Palma di Montechiaro). Infine, la novit apportata dallesemplare
bizantino di tegula sulphuris induce a nuove riflessioni sulle dinamiche con cui si esercit il

controllo della produzione solfifera dopo il dissolvimento dellImpero Romano (ZAMBITO


2014). Limpasto di quella tegola, infatti, sicuramente racalmutese e lascia intendere, oltre al
fatto che la produzione di zolfo non abbia conosciuto soluzioni di continuit almeno fino alle
porte dellAlto Medioevo, che il centro fiscale e di controllo delle attivit di miniera si sia

244

spostato da Agrigentum ai centri periferici pur mantenendo, anche nella struttura del lemma delle
tegole, le strutture e le dinamiche ereditate dal sistema fiscale romano.
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Le immagini sono tratte da ZAMBITO 2010.

246

Artigianato, commercio e impresa tra Medioevo ed et moderna

Beato Angelico, San Nicola di Bari scarica il grano e salva un naviglio dal naufragio, 1437
Storie di San Nicola di Bari, Roma, Pinacoteca Vaticana
(da Storia del commercio italiano)

la mercantevol sorte, / che ne le vie torte, / fuor di porti / e di porte, /


va errando/ mercando / e barattando, / navicando / prestando / e comperando
(Franco Sacchetti, Rime, 1363 ca.).

L o p e r o s i t u m a n a d a l l a t e r r a a l m a r e :
il caricatore di Sciacca tra XIV e XV secolo
MARIA ANTONIETTA RUSSO

Il caricatore di Sciacca fu uno dei principali porti frumentari siciliani per la considerevole
capacit di immissione di salme di frumento sul mercato: nei primi del Quattrocento era il
terzo dopo Licata e Agrigento1 e ancora in et moderna si manteneva nel primo gruppo di
caricatori siciliani, cio fra quelli che commercializzavano pi di un milione di salme2.
Nonostante ci, poco stato scritto sullattivit del caricatore di Sciacca3, sul suo
funzionamento nel periodo medievale, sulla catena umana che rendeva possibile le varie fasi
connesse al commercio del grano.
In seguito alla costruzione delle mura ad opera di Federico III nel 1335-36, il vecchio
caricatore di Sciacca, rimasto allinterno della citt, fu soppresso e ne venne creato uno nuovo
vicino alla spiaggia, sotto Porta di Mare, difeso da una parte dalla cinta muraria, dallaltra dal
fortino chiamato, dalla rupe sulla quale si ergeva, Propugnacolo di S. Paolo; la rupe proseguiva
con una scogliera che formava una sorta di piccolo porto utilizzato per caricare le merci;
accanto si levava la Rocca di SantElmo che permetteva alla guardia di sorvegliare le acque. Se
il vecchio caricatore aveva una capacit di 80.000 salme di frumento, il nuovo poteva
contenerne 38.000 ma sorgeva in un luogo pi adatto per la sua destinazione; si estendeva per
circa quattrocento metri. Nel pendio vennero realizzati diversi piani, intervallati da vie, con
recinti o cortili, alcuni dei quali coperti da tettoie chiamate pinnate.

249

I granai erano collegati tra loro con canali che permettevano il trasferimento dei cereali
conservati in fosse di varia dimensione. Nellarea del caricatore si trovavano i diversi uffici del
personale preposto al caricatore, primo fra tutti il maestro portulano4.

In Sicilia il sistema di stoccaggio del grano era ben funzionante e consentiva la conservazione
di riserve di cereali per mesi o anni, di solito massimo tre. Lutilizzo delle fosse granarie
attestato gi in epoca normanna quando nei documenti si trova traccia della fovea, cio la
fossa. Le fosse si moltiplicarono nella prima met del Trecento per lelevata domanda
internazionale e lo sviluppo del commercio cerealicolo. Nei documenti relativi a locazioni di
feudi si precisa che le fosse erano incluse nel contratto; lo scavo delle fosse e la costruzione di

magazzini nei feudi permetteva al produttore di scegliere liberamente il caricatore. A Sciacca


numerose erano le fosse in plano, cio su una piazza pubblica, probabilmente per consentire
scambi e vendite in una borsa del grano. Alla fine del Trecento, per esempio, il nobile
palermitano Guerrerio da Acterio possedeva a Sciacca un magazzino per lo stoccaggio e una
fossa in plano. Nel 1416 unordinanza municipale viet che il frumento si passasse da una fossa
ad unaltra, salvo il caso in cui la fossa si fosse riempita dacqua. Nei documenti del
Quattrocento sono sempre pi numerosi i riferimenti a fosse nei feudi e nei caricatori; si fa,
infatti, menzione del luogo di consegna del grano, sia che si tratti delle navi, dei magazzini o
delle stesse fosse, a bucca di fossa. Di solito viene anche specificato lanno della partita di
frumento, che per lo pi era del raccolto dellanno precedente o di due anni; sono rari i casi in
cui si acquistava grano conservato per pi di tre anni5. Del raccolto dellanno precedente erano,
per esempio, le 400 salme di frumento vendute, il 29 settembre 1343, dal mercante Nicol
Nacono di Savona al suo concittadino Edoardo Iacca, patrono della galea SantAntonio, con la

250

condizione che il frumento fosse consegnato nel porto di Sciacca e caricato nella galea entro
quattro giorni dallattracco dellimbarcazione. Nella stessa data il mercante noleggiava la galea
ormeggiata nel porto di Palermo per il trasporto di 300 salme di frumento da Sciacca a
Savona6. Solitamente il costo del nolo era alto e determinato anche dalla distanza; nel 1299
Matteo Oliverdar noleggiava la nave San Francesco ad un agente dei Peruzzi di Firenze per
trasportare 2500 salme di frumento e pattuiva per il trasporto del grano a Pisa o a Genova il
pagamento di 3 tar a salma se caricato da Sciacca, Girgenti o Licata, 3 tar e 10 grani se
imbarcato a Eraclea; il costo sarebbe arrivato a 2 onze e 10 o 15 tar se la nave fosse arrivata in
Africa. Il mercante che noleggiava lintera nave aveva maggiore possibilit di scegliere il luogo
di scarico sulla base delle condizioni del mercato, piuttosto che il mercante che prendeva a
nolo solo una parte, o locus, della nave con un itinerario fissato7. Talvolta non specificato
lanno del raccolto, come nel caso del mercante di Narbona, Bernardo Cuduletti, che, nel

1343, anticipava al mercante genovese Pere Bulcano 253 fiorini per i quali si obbligava a dare
in pegno 150 salme di frumento da caricarsi nel porto di Sciacca con destinazione nei porti di
Collioure o di Aigues Mortes8.
I riferimenti ai magazzini in cui il frumento veniva conservato consentono di avere unidea
dellesistenza, accanto ai depositi del caricatore, di magazzini di privati; si pensi, ad esempio, ai
magazzini del mercante palermitano Francesco Abatellis che dovevano avere una capacit di

stoccaggio superiore alle 600 salme se si considera che nel 1343 il mercante vendette ad
Antonio Ladono, mercante di Narbona, 600 salme di frumento dellultimo raccolto al prezzo
di 175 onze da consegnarsi nei suoi magazzini9.
Se nei feudi lo scavo delle fosse avveniva nei picchi rocciosi, nel caricatore di Sciacca le fosse e i

251

magazzini si confondevano con le grotte sulla strada del caricatore, a fianco della scogliera10.
Scavate nella roccia, a forma di imbuto rovesciato, le fosse di Sciacca erano collegate tra loro
da cunicoli chiamati cannoli realizzando un tragitto dallalto verso il basso.
La gestione e il controllo dellattivit commerciale del caricatore faceva capo ad un ufficio
centrale, il maestro portulano, e ad uffici periferici che lo affiancavano nei diversi caricatori, il
viceportulano e i portulanotti.
A garanzia dei vantaggi economici che ne derivavano alla Curia, lorganizzazione della
redditizia macchina dellesportazione dei cereali siciliana venne deliberata gi da Federico II
con lOrdinatio novorum portuum per regnum ad extrahenda victualia del 1239 con la quale il
sovrano stabiliva che per cinque anni vi fosse libert di vendita ed esportazione di victualia e
animali vivi; che le estrazioni avvenissero solo dai porti stabiliti, sotto il controllo e la licenza
dei custodi dei porti ai quali andavano denunciate le merci da estrarre con il relativo prezzo,

pagato il diritto alla Curia, dietro annotazione delloperazione nel debito registro e secondo
determinati passaggi che regolamentavano, cos, il mercato del grano. I singoli uffici locali
dipendevano dal maestro portulano la cui istituzione si fa, quindi, risalire allimperatore svevo,
cos come limposizione dello ius exiturae, una tassa che in origine equivaleva alla terza parte del
valore del prodotto e che con lOrdinatio veniva ridotta per il grano alla quinta parte in Sicilia e
in Puglia e alla settima parte in Abruzzo, Terra di Lavoro, Principato e Calabria. Il maestro

portulano controllava i caricatori, un sistema di porti demaniali atti allo stoccaggio e


allesportazione del grano, e, dopo aver raccolto i dati forniti dai custodi dei singoli porti,
compilava i registri in cui venivano annotati tutti gli elementi relativi ai traffici dei porti
siciliani. Al termine dei cinque anni per i quali era stata permessa la libert di commercio,

252

Tiburzio Spannocchi, Sciacca, 1578 (da DUFOUR 1992)

253

questultimo poteva avvenire dietro acquisto di unapposita licenza, la tratta11. La tratta era una
licenza per lesportazione di una salma di frumento, o in alternativa due di orzo, ceci o legumi,
concessa dalla Corte dietro pagamento dello ius exiture, oppure gratuitamente come sussidio o
come rimborso di crediti nei confronti del re12. Teoricamente la tratta avrebbe dovuto essere
concessa due volte lanno, a gennaio, quando era nota la quantit di grano seminato, e a
maggio, quando era possibile effettuare delle previsioni sul raccolto, e ci a garanzia della
copertura del fabbisogno interno dellisola; ma la realt era lontana dalla teoria13. La tratta era
negoziabile e cedibile, era un titolo al portatore, era valida per lintero anno di concessione
ed era trasmissibile; era un buono valido tante onze quante dovrebbe pagarne lesportatore
per ottenere la licenza desportazione. Per divenire esecutoria doveva essere sottoposta al
maestro portulano che, dopo avere reso esecutiva la lettera regia, la assegnava su un caricatore e
la metteva a turno; poteva anche sospenderla per garantire prima lapprovvigionamento

dellisola. Dopo lavvento dei Martino, in particolar modo, la necessit di pagare i nobili che
avevano sostenuto limpresa, fece s che molte tratte venissero assegnate gratuitamente dallo
stesso sovrano come ricompensa per laiuto prestato. Le tratte divennero una forma di premio
e di gratifica assai ambita perch utilizzabili subito o convertibili in denaro ovunque. Lutilit
della tratta per la monarchia si espresse anche in occasione delle spedizioni del sovrano che per
fare moneta vendeva le tratte ai mercanti. La tratta poteva sostituire i salari, essere usata per

pagamenti, per assegnare provvigioni, era uno strumento per garantire la fedelt dei membri
dellentourage del sovrano; diveniva la valvola di salvezza quando si doveva recuperare denaro;
era, insomma, moneta contante 14. Nel 1397, per esempio, re Martino concesse a Galcerando
Peralta e ai suoi eredi in perpetuo 300 tratte sul caricatore di Sciacca in cambio del feudo di

254

Misirindino15.
La parte maggiore dei diritti di tratta era destinata al fisco16, ma una parte, denominata grani
dei porti, era assegnata ai privati. Probabilmente intorno al 1421 Alfonso V impose il tar del
barone o grana baronum17 che permise al privato di percepire utili o cointeressenze sulla tratta.
Altre cointeressenze erano destinate allinterno di ogni singolo caricatore al pagamento degli
ufficiali del porto, venivano pagate dallesportatore al momento dellarrivo al porto e non
incidevano sul costo della tratta; per esempio al viceportulano spettavano per ogni salma 1
grano, ai portulanotti 3 denari, al notaro del porto denaro18. Altre concessioni legate al
caricatore erano quella del ponte, la gabella dei canali della regia Curia con i magazzini del
caricatore di Sciacca, peculiare del porto di Sciacca, e il diritto del tomolo (tummino) e della
misura del tomolo della citt di Sciacca19.
Lufficio di maestro portulano si evolvette tra la fine del Duecento e il Quattrocento

assumendo un crescente peso politico e divenendo, durante il periodo aragonese, il centro


finanziario del regno; nel Quattrocento il maestro portulano divent un ufficiale dotato di
poteri politici, giurisdizionali e amministrativi, legato al mondo mercantile e feudale per ben
interagire nelle fasi di funzionamento del sistema20. Dal maestro portulano dipendevano un
luogotenente che, per lo pi, di fatto svolgeva i compiti dello stesso portulano, un maestro
notaio e un numero vario di notai21. In assenza del luogotentente, il maestro notaio ricopriva

anche tale ufficio22. Al maestro portulano erano soggetti tutti i caricatori regi e baronali e senza
la sua autorizzazione non era possibile estrarre il grano depositato dietro certificazione di
consegna e attestazione della garanzia della qualit. Questultima era una condizione
imprescindibile per laccettazione del grano al fine di mantenere solido il rapporto di fiducia

255

dei mercanti. Superato lesame si puliva il grano per essere conservato nelle fosse o in
magazzini e si compilavano accuratamente i registri23; questo compito veniva spesso delegato al
maestro notaio, per le sue cognizioni matematiche24.
Nei caricatori del Regno il maestro portulano nominava i singoli sub-portulani con diversi
compiti: esigere lo ius exiture sive tracta e i diritti aggiunti alla tratta; garantire che i cereali e i
legumi ammassati nei depositi o fosse e nei magazzini fossero ben conservati; assicurare la
manutenzione dei pontes oneratorii; sorvegliare le operazioni di pesatura e imbarco; svolgere,
oltre a limitate competenze giurisdizionali, mansioni di polizia nei confronti di coloro che
operavano nel caricatore; redigere degli elenchi delle merci imbarcate e destinate al commercio
infra regnum dopo averle controllate; esigere dai patroni delle navi e dagli esportatori una
pleggeria o fideiussione in cui questi garantivano, tra le altre cose, di non trasportare armi, di
non portare victualia clandestinamente e merci senza licenza, di non trasportare le merci in
luoghi proibiti.
Nei singoli caricatori vi erano, ancora, alcuni ufficiali di nomina regia, i portulanotti che
avrebbero dovuto sorvegliare loperato del viceportulano e denunciare eventuali imbrogli; il
guardiano che doveva sorvegliare il caricatore, ispezionare i magazzini annotando la qualit e
quantit dei prodotti, predisporre la difesa in caso di attacco25; un numero variabile di
impiegati, tra i quali massari, magazzinieri, sensali e credenzieri26. Un negotium inviato, nel
1715, ai caricatori del Regno relativo a ci che dovevano percepire gli ufficiali e i travaglianti
del caricatore, aiuta a ricostruire questo operoso mondo di lavoratori, che con modifiche non
sostanziali era stato ereditato dal periodo medievale, dando loro unidentit pi precisa:
alzatori di sacchi, aggiustanti seu bastasi per il trasporto del frumento dai magazzini al ponte;

256

Tiburzio Spannocchi, Ciudad de Xaca, 1578 (da DUFOUR 1992).

257

barcalori per il trasporto con barchette del frumento o altro dal ponte ai vascelli; coffiatori per
lo scarico delle coffe piene di frumento dalle barche ai vascelli; pontiggieri per la sorveglianza
al ponte per evitare furti o danni; tendigieri per montare la tenda che casca dal ponte sopra le
barche per non buttarsi frumento a mare; [...] sollecitatori per istradare li padroni che
vengono a caricare ed avvisare lofficiali e mercanti che hanno ad intervenire al carico;
misuratori; detentori di libri; guardiani di spiaggia per non buttarsi frumento a mare, mastro
magazziniere; tumminiero; conservatore di sacchi27. Tra il personale ausiliario vanno ancora
annoverati mandatori, che immettevano i frumenti nei magazzini, [...] sfossatori, cui era affidata
la pulizia delle fosse, [...] paliadori o ventilatori, che con la pala muovevano il grano per
consentire lareazione, piomberi o sigillatori della dogana, che chiudevano i sacchi28.
Purtroppo le serie che compongono il fondo del Maestro Portulano dellArchivio di Stato di
Palermo, iniziano dalla met del XVI secolo, quindi per conoscere lattivit del portulano e

quella dei diversi caricatori del Regno per il Medioevo ci si deve basare principalmente sulla
sottoserie Maestro Portulano presente nella serie della Miscellanea del Tribunal del Real Patrimonio.
La sottoserie costituita dai conti dei maestri portulani frammentaria e comprende solo venti
unit risalenti al XV secolo; queste risultano utilissime per la ricostruzione delle notizie relative
alle esportazioni siciliane, agli assegnatari delle tratte, ai mercanti interessati, ai titolari degli
uffici, alla quantit e tipologia delle merci e alle destinazioni29. In questa sede sono stati

utilizzati i volumi relativi al regno di Alfonso V30. I dati e le notizie presenti in questo fondo
possono essere integrati con quelli forniti dai registri notarili dello stesso Archivio, dai
registri dellArchivo de la Corona de Aragn e dalla documentazione degli Archivi delle citt
che con la Sicilia commerciavano. Interessanti appaiono, ad esempio, i documenti conservati

258

Sciacca. Grotte del Caricatore


(da http://www.vivisciacca.com/antichegrotte-del-caricatore-di-sciacca.html).

259

nellArchivio Datini dellArchivio di Stato di Prato che permettono di ricostruire lattivit dei
caricatori, landamento dei prezzi, i prodotti commerciati31.
A dirigere i traffici dei caricatori, gestendone gli affari e ricavandone lauti guadagni, erano i
viceportulani, di solito membri del patriziato urbano32. A Sciacca la carica venne rivestita dalle
famiglie pi in vista del luogo come i Monteliana o i Perollo; nella met del Trecento a detenere
una parte del subportulanato di Sciacca fu Nicola Monteliana33; nel 1397 viceportulano fu il
conte Nicola Peralta34; nella prima met del Quattrocento e almeno fino agli anni Settanta la
carica era in mano alla famiglia Perollo che sovraintendeva le esportazioni35. Il potere esercitato
dal viceportulano portava inevitabilmente a conflitti con i signori di Sciacca che, in virt del loro
ruolo, cercavano di controllare il caricatore e trarne maggiori guadagni possibili; oltre a trattare
personalmente le vendite di frumento36, incameravano i proventi spettanti alla Curia suscitando
la riprovazione regia. Guglielmo Peralta, ad esempio, fu, pi volte, richiamato da Federico IV che
lamentava il fatto che il conte avesse riscosso i diritti del caricatore, lo ius exiture e il diritto di tar
della dogana del mare di Sciacca37. Il controllo del conte sul caricatore si evince anche
indirettamente dai documenti in cui il sovrano si rivolge a lui quando si tratta di far divenire
operative concessioni sul porto di Sciacca38.
I conti di Caltabellotta, i Peralta e i Luna, beneficiarono, inoltre, di numerose concessioni sul
caricatore: Guglielmo Peralta ottenne, nel 1392, come pagamento del salario annuo di 2000
onze per lufficio di capitano della terra di Sciacca, lestrazione di 1200 salme di frumento dal
porto di Agrigento e di 1000 dal porto di Sciacca39; suo figlio Nicola, nel 1397, come salario
della capitania e castellania di Sciacca, la concessione di 1700 onze sulla met dei proventi delle
tratte di Sciacca, Mazara e Castellammare e 300 onze sui redditi della Secrezia di Sciacca40.

260

La tratta veniva spesso venduta o ceduta dai nobili ai mercanti; allo stesso Nicola fu concesso
di locare et dislocare, vendere et distrahere, a terzi i diritti sulle tratte41. La moglie di Guglielmo,

linfanta Eleonora, che gi nel 1374 aveva ottenuto lassegnazione di 2000 onze come
provvigione42, acquisiva, nel marzo del 1397, quella, a titolo vitalizio, di 200 onze sulla met
degli introiti del caricatore destinati alla Curia43. Le cattive annate condizionavano le
assegnazioni, cos il re si preoccupava, a distanza di sei mesi, per paucitatem victualium ex male
recollecionibus di sospendere le esportazioni extra regnum dal porto di Sciacca ma si premurava di
accordare alla consanguinea 100 onze sui diritti provenienti alla Curia dalle estrazioni infra
regnum via terra44 e aggiungeva a dicembre le altre 100 onze, oltre a 300 onze per il figlio Nicola
dallufficio della vicesecrezia45. Lordine per lestrazione dal caricatore ad opera della contessa
di tratte libere da ogni diritto spettante alla Curia per la somma di 100 onze veniva ripetuto
nel 139946. Gli eredi dei Peralta, i Luna, continuano a godere di dotazioni sul caricatore.
Antonio Luna con la moglie Beatrice Cardona erano titolari di unassegnazione annuale di
200 onze sui caricatori del Regno, in particolare Sciacca e Castellammare47; delle 200 onze,
100 erano state donate dalla madre al secondogenito Pietro48. I conti, in virt
dellassegnazione, estraevano dal porto di Sciacca, nel 1451-1452, 541 salme di frumento, nel
1455-56, 2731.15 salme di frumento e, nel 1456-57, altre 1644 salme di frumento49, nel 14601461, 2350 salme di frumento50; nel 1469-70, Beatrice Cardona 401.8 salme di frumento51; nel
1477, Pietro Luna 400 salme di frumento52. Anche gli altri due figli di Antonio godevano di
assegnazioni sul caricatore di Sciacca: nel 1469-70 Sigismondo estraeva 900 salme di frumento
per 60 onze e Carlo 746 salme per 49.22 onze53.
La posizione di Sciacca faceva s che sul suo caricatore gravitasse una vasta area, comprendente

261

grosso modo i bacini del Platani e del Belice meridionale; il porto di Sciacca, dunque, divenne
naturale sbocco per molti centri dellhinterland. Tra i forestieri che gestivano il commercio
estero vanno ricordati in primo luogo i Genovesi che godevano quasi del monopolio del
commercio a Sciacca e vi crearono un loro consolato allinizio del Quattrocento. Erano,
soprattutto, acquirenti di frumento ma collocavano sulla piazza di Sciacca anche i loro
prodotti, come le sedie alla genovese. I Liguri esportavano a Sciacca, oltre a pezzi
darredamento, anche il panno inglese. Pochi i Veneti, ma in numero tale da avere un
consolato; piazzavano a Sciacca il legname, si pensi alle tavole venete. Attivi anche gli Iberici
che gi nel Trecento avevano a Sciacca un viceconsolato catalano54. E, in ultimo, vi erano i
Pisani. Il grano veniva richiesto da Catalani come da Toscani e Liguri, Napoletani e Veneti e
veniva inviato anche in Levante55. Nei caricatori i mercanti exteri avevano propri consoli e logge
ed erano in rapporto con procuratori dei produttori locali, degli importatori ed esportatori di

merci56. I Saccensi, dal canto loro, rifornivano il mercato estero di frumento e formaggio e
rivendevano nel mercato interno i prodotti importati. A Sciacca, nel piano del Salvatore si
teneva una fiera della durata di 15 giorni, le cui modalit e caratteristiche sono ricostruibili
grazie ai capitoli del 1420 approvati da Alfonso V; era frequentata non solo da tutti gli abitanti
dellhinterland saccense, ma anche dai mercanti stranieri tanto attivi nel caricatore. Vi erano
logge di mercanti, artisti, putigari, bucheri, tavirnari che potevano vendere e comprare panni,

spezie, lana, cotone, lino, frumento, orzo, latticini, bestiame, carne, pesce, legna, paglia, manufatti,
insomma merce di ogni tipo57.

Se il grano era il prodotto pi esportato, non bisogna

dimenticare che notevole era la produzione di formaggio; si commerciavano anche i pellami


grezzi e conciati, oltre agli stessi animali, tra cui molto richiesti perch particolarmente pregiati

262

Piantagione di grano, Tacuinum sanitatis (XIV secolo) - Biblioteca Casanatense (Roma)


(da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:3-piantagione,Taccuino_Sanitatis,_Casanatense_4182..jpg).

263

i cavalli58. Relativamente ai panni i mercanti si recavano nei centri maggiori per rifornirsi del
prodotto e rivenderlo; un esempio il mercante Giuliano di Burgio residente a Sciacca che, nel
1455, vendette 1000 cantri di formaggio al genovese residente a Trapani Aloisio de
Castiglione, accettando come parte del pagamento velluto, oro filato, cordella di vari colori,
panno genovese, panno di Londra e zendado celeste e nero59.
Gli abitanti di Sciacca, secondo le Consuetudini della citt, avrebbero potuto comprare pro usu
domus suae le merci trasportate via mare entro tre giorni dallo sbarco, cos come quelle giunte
via terra, allo stesso prezzo a cui le aveva comprate dai mercanti il primo acquirente che,
tuttavia, avrebbe potuto tenere per s 1/3 delle merci60; ci era stato deliberato nel 1420 a
evidente tutela dei cittadini che, in tal modo, non avrebbero dovuto subire il rincaro delle
merci operato dai mercanti.
Lesame dei registri del maestro portulano, nonostante la frammentariet della fonte che
impedisce di ricostruire in modo completo i traffici del caricatore di Sciacca per il Medioevo,
permette, tuttavia, di delineare per il periodo alfonsino un quadro indicativo dellattivit del
caricatore, dei titolari delle tratte, nonch della nazionalit dei mercanti coinvolti nelle
esportazioni. Questi elementi, integrati per il periodo precedente con i dati forniti da H.
Bresc e C. Trasselli, seppur relativi in particolare ad alcuni anni o decenni, consentono
di confermare il ruolo di Sciacca come uno dei principali porti frumentari siciliani. Nel
1345 in soli due mesi vennero registrate nel caricatore di Sciacca ben 8395 tratte61; nel
1407-1408 partirono dal caricatore 16044.06 salme di frumento, 140 salme di orzo e
1214.50 cantri di formaggio. Il frumento era diretto per lo pi in Liguria; erano i

Genovesi, infatti, i principali acquirenti dei prodotti siciliani62; nel 1407-08 di contro alle

264

13571.08 salme di frumento e 4 di orzo acquistate dai Genovesi a Sciacca, i Catalani ne


esportarono 1015.10 di frumento63. Nel 1416-17 operarono nel caricatore, insieme con alcuni
catalani come Peri Salvaturi e Iohan Dolmas, i genovesi Andaro di Li Franki, che trasport
756.08 salme di frumento, 5 cantri di formaggio, 3.08 salme di farina, 10 tomoli di semola e
1.04 salme di ceci, Giuliano Capruni, Bartolomeo Reccu, Tommaso di Pioni, Giovanni
Novellu, Giovanni Burdiuni, Blasi Piruni e Giovani di Accardu64. Nel 1451-1452, se si
escludono 7.04 cantri di formaggio estratti il 28 febbraio da Nicola de Vinchio con la nave di
Raimondo Liparoto, lintero ammontare delle esportazioni extra regnum vennero effettuate sulla
nave del mercante genovese Lazaro de Gireu che trasport frumento, formaggio, caciocavallo,
cuoio e sesamo per il conte di Caltabellotta, per i giurati della terra di Sciacca, per Nicola de
Vinchio e per il mercante genovese Bartolomeo Gemella65. Nel 1455-1456 e 1456-1457 furono
attivi nel caricatore di Sciacca altri genovesi Gerardo Lumellino, noto come importatore di

panni inglesi66, e la famiglia Spinola. La concentrazione nelle mani di pochi mercanti del
grosso delle esportazioni ricorre in diversi periodi e si riscontra anche in altri porti della costa
meridionale della Sicilia67. Tra gli assegnatari delle tratte non mancano esponenti di spicco
della nobilt iberica trapiantati in Sicilia e divenuti principali protagonisti della politica del
tempo come Joan Vilaragut, maggiordomo di Alfonso, Bernat Centelles, consigliere di
Ferdinando, lo stesso vicer, Antoni Cardona, Augerot Larc, consigliere di Martino, o,

ancora, membri dellaristocrazia isolana come Giovanni Del Carretto, barone di Racalmuto, o
Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci68.
Il 1431-32, il 1451-52 e il 1468-69 furono anni di carestia e da Sciacca partirono nel 1431-32
820 salme di frumento, nel 1451-52 870.04 salme di frumento e 4 di orzo69 e nel 1468-69 non

265

venne fatta alcuna estrazione di frumento, orzo o legumi per extra regnum e partirono solo
817.01 salme di frumento e nessuna salma di orzo per infra regnum70, di contro alle 12413.08
salme di frumento e 2 di orzo del 1416-17, alle 4539.10 di frumento e 64.14 di orzo del 14565771, alle 5785 di frumento e 50 di orzo del 1460-146172 e alle 8540 di frumento del 1465-66 e
alle 6815 di frumento e 48 di orzo del 1469-7073.
Le esportazioni erano subordinate al soddisfacimento del fabbisogno interno dellisola74 a
garanzia del quale il re vietava nei periodi di minore produzione le estrazioni75. I luoghi di
destinazione del commercio infra Regnum citati nei registri esaminati sono le isole di Pantelleria
e Lipari. Le imbarcazioni pi usate per il commercio infra regnum erano la fusta, la barca e il
brigantino, mentre per il commercio extra regnum la nave e il naviglio, seguite dalla saettia, dalla
caravella e da un solo esempio di trireme e di baleniere76.
I dati emersi permettono di collocare il caricatore di Sciacca tra i maggiori porti frumentari
siciliani nel XV secolo con unalta percentuale di grano esportato rispetto alla media isolana:
nel 1407-08 Sciacca risultava al secondo posto insieme ad Agrigento con il 13% preceduto solo
da Licata (15%); negli anni successivi la percentuale, pur mantenendosi elevata, si riduce
oscillando tra il 4% del 1428-29 e del 1431-32, il 9% del 1451-52 e il 7% del 1455-6, per risalire
al 15% solo nel 1456-7 quando Sciacca ritorna al secondo posto dopo Licata77.
Lesame dei conti dei maestri portulani, assieme ai numerosi documenti relativi alle
concessioni di tratte, oltre a fornire una riprova della funzione della tratta come strumento di
potere e di scambio, consente di delineare le scelte operate dallingegnosit umana nello
sfruttamento della terra e del mare in un connubio determinante per dare vita alla ricchezza di
Sciacca e alla sua affermazione nel commercio isolano.

266

Beato Angelico, San Nicola di Bari scarica il grano e salva un naviglio dal naufragio, 1437. Roma, Pinacoteca Vaticana
(da La storia del commercio italiano).

267

Tabella
Esportazioni dal caricatore di Sciacca
(1416-1458)
Anno
indizionale

Frumento

1416-1417

26 salme

1416-1417

316 salme

1416-1417

Formaggio

Altri
prodotti

22 cantri

Esportatore

Imbarcazione

Fonte

Antonio
Cardona

Nave di Giuliano Capruni


e Bartolomeo Reccu
genovesi

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
114r

Antonio
Cardona

Nave di Tommaso di
Pioni genovese

Il patrono
della nave

Nave di Tommaso di
Pioni genovese

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
114v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
114v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
115r
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
115v

1416-1417

4 salme

Battista di
Chavari

Nave di Lazarino
Pikinectu

1416-1417

267 salme
e 8 tomoli

Antonio
Cardona e per
lui Aloisio
Tallarita
Il patrono
della nave

Nave di Antonio di La
Turri di Chauri

1416-1417

3 cantri

Nave di Antonio di La
Turri di Chauri

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
115v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
116r

1416-1417

904 salme
e 8 tomoli

Antonio
Cardona
per mano di
Aloisio
Tallarita

Nave di Arnau Tavulari

1416-1417

97 salme e
8 tomoli

Nave di Arnau Tavulari

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
116r

1416-1417

702 salme
e 8 tomoli

Antonio
Cardona
per mano di
Aloisio
Tallarita
Aloisio
Tallarita

Nave di Peri Salvaturi


catalano

Il patrono
della nave

Nave di Peri Salvaturi


catalano

Augeri de
Larca per lui
Aloisio
Tallarita

Nave di Giovanni Novellu


genovese

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
116v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
116v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
117r

1416-1417

1416-1417

268

Orzo

10 cantri di
biscotto
320 salme

1416-1417

470 salme

1416-1417

1 salma e 4
tomoli di
sesamo

1416-1417

15 salme e
8 tomoli

1416-1417

190 salme

1416-1417

449 salme
e 13
tomoli

1416-1417

116 salme
e 11
tomoli

1416-1417

1416-1417

5 cantri

10 tomoli di
semola e 1
salma e 4
tomoli di
ceci
3 salme e 8
tomoli di
farina

Garau de
Chirviglu e
per lui Aloisio
Tallarita
Notaio Matteo
de Inglis

Nave di Iohan Peri di San


Mundiu

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
117v

Nave di Iohan Peri di San


Mundiu

Matteo
Sanchu de
Sancta Fimia
castellano di
Pantelleria
Augeri de
Larca e per lui
Antoniotto de
Larca per
mano di
Aloisio
Tallarita
Michele
Intorrelles e
per lui
Thomau
Spinola
Bernardo
Centelles e per
lui Thomeo di
Calatavulturi

Brigantino di Antonio de
Gayta

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
117v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
118r

Nave di
Andaro di Li Franki
genovese

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
118v

Nave di
Andaro di Li Franki

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
118v

Nave di
Andaro di Li Franki

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, cc.
118v-119r

Notaio Matteo
de Anglis

Nave di
Andaro di Li Franki

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
119r

Il patrono
della nave

Nave di
Andaro di Li Franki

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
119r

1416-1417

515 salme

Bernardo
Centelles e per
lui Bernardo
Frigola

Nave di Iohan Dolmas


catalano

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.119v

1416-1417

841 salme
e 8 tomoli

Bernardo
Centelles e per
lui Thomeo di
Calatavulturi

Nave di Antonio Graffuni

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.120r

269

1416-1417

522 salme

1416-1417

270

2 salme

12 cantri di
formaggio e
burro

Alberto
Cusmeri

Nave di Antonio Graffuni

Il patrono
della nave

Nave di Antonio Graffuni

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.120r
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
120r
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
120v

1416-1417

140 salme

Bernardo
Centelles e per
lui Thomeo di
Calatavulturi

Nave di Blasi Piruni

1416-1417

237 salme

Nave di Blasi Piruni

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.120v

1416-1417

100 salme

Nave di Blasi Piruni

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.120v

1416-1417

200 salme

Augeri de
Larca e per lui
Sergio di
messer Petru
Giovanni de
Villaragut e
per lui Polu
Gentili
Augeri de
Larca

Nave di Giovanni
Burdiuni genovese

1416-1417

164 salme

Nave di Giovanni
Burdiuni

1416-1417

400 salme

Giovanni de
Villaragut per
mano di Polu
Gentili
Nicola de
Militanu

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.121r
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031,
c.121r

Nave di Giovanni
Burdiuni

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.121r

1416-1417

132 salme

Augeri de
Larca

Nave di Berardo lu
medicu

1416-1417

25 salme

Nave di Berardo lu
medicu

1416-1417

354 salme

Bernardo
Centelles per
mano di
Thomeo di
Calatavulturi
Giovanni di
Nasu

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.121v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031,
c.121v

1416-1417

104 salme

Nave di Berardo lu
medicu

1416-1417

630 salme

Pietro Sigheri,
erede di
Riccardo
Guglielmo
Infinoglet e
per lui Aloisio
Tallarita

Nave di Berardo lu
medicu

Nave di Peri Salvaturi


catalano

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
cc.121v-122r
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
122r
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031,
c.122v

1416-1417

500 salme

1416-1417

300 salme

1416-1417

30 cantri

Bernardo
Centelles e per
lui
Bartolomeo
Cabanes
Guglielmo
Infinoglet e
per lui Aloisio
Tallarita
Il patrono
della nave

Nave di Giovanni de
Avignuni de Maiorca

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
123r

Nave di Nardo de Assay di


Trapani

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.123v

Nave di Nardo de Assay di


Trapani

Guglielmo
Infinoglet e
per lui Aloisio
Tallarita
Bernardo
Centelles e per
lui Bernardo
Frigola e
Aloisio
Tallarita

Nave di Iohan Martino de


Buscaya

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.123v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
124r

Nave di Iohan Martino de


Buscaya

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.124r

Guglielmo
Finoglet e per
lui Aloisio
Tallarita
Bernardo
Centelles e per
lui Bernardo
Frigola

Nave di Rudiricu
Consalves

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
124v

Nave di Rudiricu
Consalves

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
124v

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
cc.124v-125r
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
125r
Asp, Trp, Num.
Provv.., 1031,
c.125v

1416-1417

420 salme
e 8 tomoli

1416-1417

567 salme
e 8 tomoli

1416-1417

375 salme

1416-1417

82 salme e
8 tomoli

1416-1417

475 salme
e 8 tomoli

Giaimo
Fugazottu

Nave di Rudiricu
Consalves

1416-1417

179 salme

Augeri de
Larca

Nave di Rudiricu
Consalves

1416-1417

500 salme

Giaimo
Fugazottu per
lui Bernardo
Frigola
Il patrono
della nave

Nave di Blasio Piruni


genovese

Nave di Blasio Piruni


genovese

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.125v

Giovanni Del
Carretto per
lui Antonio
Feravanti

Nave di Giuliano
Ramizanu

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.126r

1416-1417

1416-1417

17 cantri

310 salme

271

1416-1417

357 cantri

1416-1417

98 salme

1416-1417

9 salme

1416-1417

66 cantri

1416-1417

210 salme

1416-1417

142 salme

1428- 1429

896 salme

1428- 1429

1431-1432

936 salme

820 salme

Il patrono
della nave

Nave di Giuliano
Ramizanu

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.126r
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031, c.
126v

Matteo
Sanchu
castellano di
Pantelleria
Augeri de
Larca per
mano di
Domenico
Perollo
Il patrono
della nave

Nave di Giovanni di
Accardu genovese

Bernardo
Centelles e per
lui
Bartolomeo
Cabanes
La regina
Margherita e
per lei
Bartolomeo
Cabanes

Nave di Giovanni
Carpinteri de Castella

Nave di Giovanni
Carpinteri de Castella

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.127r

Bernardo
Centelles

Nave di Opizini de
Rimazanu (680 salme)

Asp, Trp, Num.


Provv., 886, c.
15r

Peri Lorac a
nome del re

Nave di Matteo Ardizuni


(216 salme)
Nave di Raimondo Serra
(602 salme)

Bernardo
Centelles

Nave de Incuchellu
(334 salme)
Nave di Mirandi
Munturussu (125 salme)

Nave di Giovanni di
Accardu genovese

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031, c.
126v

Nave di Giovanni di
Accardu genovese

Asp, Trp, Num.


Provv., 1031,
c.126v
Asp, Trp, Num.
Provv., 1031,
c.127r

Nave di Francesco Furnari


(103 salme)

Asp, Trp, Num.


Provv., 886, c.
16r
Asp, Trp, Num.
Provv., 94, c.
13r

Nave di Luysi Passanu


(250 salme)

1431-1432

1451-1452

272

Nave di Pellegrino
Gilbardo (342 salme)
Nave di Francesco
Furnari

800 cantri
di biscotto
541 salme

Antonio Luna
conte di
Caltabellotta

Nave di Lazaro de Gireu


mercante genovese

Asp, Trp, Num.


Provv., 94, c.
13v
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
22r

1451-1452

300 salme

Giurati di
Sciacca

Navilio di Lazaro de Gireu

1451-1452

20 salme

Nicola de
Vinchio

Nave di Lazaro de Gireu

Nave di Lazaro de Gireu

1451-1452

4 cantri e
70 rotoli di
cuoio

1451-1452

2 cantri e
99 rotoli

Bartolomeo
Gemella
mercante
genovese
Il patrono
della nave

1451-1452

49 cantri e
88 rotoli

Il patrono
della nave

Nave di Lazaro de Gireu

1451-1452

3 cantri e
20 rotoli di
caciocavallo
4 cantri e
50 rotoli

Ambrogio
genovese

Nave di Lazaro de Gireu

Bartolomeo
Gemella

Nave di Lazaro de Gireu

1451-1452

2 cantri di
caciocavallo

Bartolomeo
Gemella

Nave di Lazaro de Gireu

1451-1452

1 cantro e
23 rotoli di
caciocavallo

Nave di Lazaro de Gireu

1451-1452

7 cantri e 4
rotoli

Bartolomeo
Gemella e
Anibaldo
Franco
Nicola de
Vinchio
Salvatore
Sitarolu

Fusta di Salvatore Sitarolu

Barca di Federico Chavari

Naviglio di Giacomo de
Paganetto

1451-1452

1451-1452

1 cantro e
78 rotoli di
sesamo

9 salme e
4 tomoli

1451-1452

4 salme e 15
tomoli
sesamo

1455-1456

26 salme e
4 tomoli

Xibiten
Sadotio per
Tommaso
Taglacarni
Paolo Pendula
per Salvo
Pendula
Pietro Lu
Burgio

1455-1456

8 salme e
8 tomoli

Nicola de
Binachio

1451-1452

4
salme

Nave di Lazaro de Gireu

Nave di Raimondo
Liparoto

Barca di Simone de
Damiano
Saettia di
Giovanni deli Faxi

Asp, Trp, Num.


Provv., 91, c.
22v
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
23r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
24r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
24r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
24r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
24r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
24r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
24r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
24r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
24r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
25r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
25r
Asp, Trp, Num.
Provv., 91, c.
25r
Asp, Trp, Num.
Provv., 90, c.
30r
Asp, Trp, Num.
Provv., 90, c.
30r

273

1455-1456

22 salme e
8 tomoli

1455-1456

1455-1456

108
salme e
14
tomoli
2731
salme e
15 tomoli

Berengario de
Castellgali a
nome di
Giacomo de
Serguillermo
per Giovanni
Ferrandiz de
Armendura
Bartolomeo
Texidor a
nome di
Francesco
Malleiu
A nome di
Antonio Luna
conte di
Caltabellotta

Naviglio di Giacomo de
Paganetto

Asp, Trp, Num.


Provv., 90, c.
30v

Caravella di Lorenzo
Alamany

Asp, Trp, Num.


Provv., 90, c.
30v

1001 salme e
15 tomoli da
Gerardo
Lumellino

Nave di Giovanni
Dorionda de Alamanna

380 salme da
Pietro Lu
Burgio

1455-1456

600 salme

1455-1456

1026
salme e 8
tomoli

1455-1456

274

8 tomoli di
legumi

Asp, Trp, Num.


Provv., 90, c.
31r

Nave di Nicola de Caro

350 salme da
Pietro Lu
Burgio

Nave di Giordano de
Facio

1000 salme da
Pietro Lu
Burgio
Gerardo
Lumellino a
nome di
Giovanni
Ventimiglia
marchese di
Geraci
da Damiano
Spinola a
nome di
Lukesio
Spinola

Nave di Stefano Casserua


Nave di Giovanni de
Rionda

Asp, Trp, Num.


Provv., 90, c.
31v

Nave di Nicola Miniu

Asp, Trp, Num.


Provv., 90, c.
31v

Nave di Battista Salvagio

Asp, Trp, Num.


Provv., 90, c.
32r

1455-1456

978 salme

1455-1456

17 salme

1455-1456

6 salme

1456-1457

830 salme

A nome di
Giovanni
Ventimiglia
marchese di
Geraci

Asp, Trp, Num.


Provv., 90, c.
32r

473 salme da
Paolo Pendula

Nave di Nicola de Caro

350 salme da
Giacomo Lu
aurifichi

Nave di Giovanni
Molinellu

5 salme
Guglielmo de
Montalbano

Nave di Giovanni
Molinellu

150 salme da
Guglielmo
Montalbano
Giovanni de
Sanuto alias
Luconu
Salvatore
Sitaloru

Nave di Simone de Pomo

Nave di Battista Lu tuctu

Fusta Salvatore Sitaloru

Per
lassegnazione
del marchese
di Geraci
da Ambrosio
Baroso
a nome di
Galeazzo
Doria 430
salme
a nome di
Gerardo
Lumellino e
Battista di
Bartolomeo
400 salme

Asp, Trp, Num.


Provv., 90, c.
32v
Asp, Trp, Num.
Provv., 90, c.
33r
Asp, Trp, Num.
Provv., 715, c.
25r

Naviglio di Stefano de
Chavari

Nave di Stefano Suhigo,


veneto

275

1456-1457

1632
salme

1456-1457

1456-1457

276

Per
lassegnazione
del conte di
Caltabellotta
da Ambrosio
Baroso

25 salme

349 salme
e 2 tomoli

39 salme
e 12
tomoli

Asp, Trp, Num.


Provv., 715, c.
25v

a nome di
Galeazzo
Doria 600
salme

Nave di Stefano Suhigo

A nome di
Gerardo
Lumellino 50
salme

Nave di Stefano Suhigo

da Ferrando de
Lukesio 802
salme

Nave di Domenico
Falquer

Pietro Lu
Burgio 180
salme
da Bernardo
Ortuvegiu
mercante
genovese
a nome di
Damiano
Spinola come
procuratore di
Lukesio
Spinola

Nave di Pietro Guglielmo


de Ivia

da Ambrosio
Baroso a
nome di
Damiano 276
salme di
frumento e 2
tomoli

Naviglio di Didaco
Rodriguez

da Ambrosio
Baroso 39
salme di orzo
e 12 tomoli

Naviglio di Didaco
Rodriguez

da Paolo
Pendula
73 salme di
frumento

Navigio di Martino
Ribaldu

Naviglio di Didaco
Rodriguez

Asp, Trp, Num.


Provv., 715,
c.26r
Asp, Trp, Num.
Provv., 715, c.
26

1456-1457

1600
salme

Per
lassegnazione
di Pietro
Mercader
da Pietro Lu
Burgio a nome
di Mariano
Agliata

Nave di Pietro Guglielmo


de Ivia

Asp, Trp, Num.


Provv., 715, c.
26v

1456-1457

12 salme

Antonio Luna
conte di
Caltabellotta
frate Angelo,
nunzio
apostolico

Trireme del conte

Asp, Trp, Num.


Provv., 715, c.
27r
Asp, Trp, Num.
Provv., 715, c.
28r

1456-1457

95 cantri di
biscotto e 2
salme di ceci
e fave

Baleniere
patrono

di

cui

era

1456-1457

100 salme

Nicola de
Carnilivari

Barca di Nicola de
Carnilivari

1456-1457

15 salme

Mazullo de
Nino

Fusta di Mazullo de Nino

1456-1457

1 salma e
8 tomoli

Mursello

Fusta di Mursello

Asp, Trp, Num.


Provv., 715,
c.30r
Asp, Trp, Num.
Provv., 715, c.
30r
Asp, Trp, Num.
Provv., 715, c.
30r

277

*Abbreviazioni: Aca= Archivo de la Corona de Aragn; C = Cancillera Real; Asp= Archivio di Stato di Palermo; Rc= Real
Cancelleria; P= Protonotaro del Regno; Trp, Num. Provv.= Tribunale del Real Patrimonio, Numerazione Provvisoria; Sn= Spezzoni
Notarili, Catena.
1Trasselli

lo pone al terzo posto con un totale di 16044.06 salme di frumento esportate nel 1407-1408; se si considerano
anche le 140 di orzo, risulta il secondo porto dopo Licata, insieme ad Agrigento (TRASSELLI 1977a, 252; TRASSELLI 1954-55,
385, tav. II; DENTICI BUCCELLATO 2003, 339, grafico di F. Barna).
2BLANDO 2008, 527.
3Utile riferimento e punto di partenza sullargomento rimangono gli studi generali sui caricatori del Regno e sullesportazione
del grano di I. Peri, di C. Trasselli e H. Bresc (PERI 1958, 422- 469; PERI 1962, 529-617; TRASSELLI 1954-55, 335-389;
TRASSELLI 1977a, 229-288; TRASSELLI 1977b 289-329; TRASSELLI 1977c, 331-370; BRESC 1986). Per let moderna, cfr. in
particolare gli studi di BLANDO 2003; 2008, 521-540; 2007, 111-131.
4CIACCIO 1900, I, 33-38; SCATURRO 1983, I, 401-409.
5BRESC 2010, II, 581-589.
6Asp, Sn, 81, cc. 20r-23r.
7ABULAFIA 1983, 12-13.
8Asp, Sn, 129, cc. 3v-5v.
9Asp, Sn, 129, cc. 2v-3v.
10BRESC 2010, II, 585.
11HUILLARD BRHOLLES 1857, 418-422; BAVIERA ALBANESE 1992, 48-51.
12TRASSELLI 1977c, 334-335; CORRAO 1983, 419.
13CANCILA 1969, 409.
14TRASSELLI 1977c, 335-336, 348-351.
15I capibrevi di Giovanni Luca Barberi, 543. Per alcuni esempi relativi a concessioni a membri dellentourage del re, come
falconieri regi o consiglieri e camerlenghi, cfr. Asp, Trp, Num. Prov., 715, c. 104v; Aca, C, 2104, c. 147v; Aca, C, 2324, cc. 74r, 78r.
16Nel Quattrocento il diritto di tratta era fissato nella misura di 3 tar per il Val di Mazara e 4 tar per il Val di Noto; re
Giovanni disponeva che si aggiungessero 10 grani in entrambi i Valli e che lestrazione infra regnum fosse libera per sei anni
(Capitula regni Sicilie, cap. XXVII, 446-447).
17CANCILA 1969, 411.
18Per le altre cointeressenze dovute a chi operava nel caricatore, cfr. la tabella di F. Barna in DENTICI BUCCELLATO 2003, 338.
Per alcuni esempi relativi a Sciacca, cfr. I capibrevi di Giovanni Luca Barberi, 512-513; 578-579; 581-585; 591-592.
19I capibrevi di Giovanni Luca Barberi, 470-471, 507-511; SCATURRO 1983, I, 560-561.
20CORRAO 1983, 420-424; sullevoluzione dellufficio e le sue funzioni, cfr. anche BAVIERA ALBANESE 1992, 52-56.
21BAVIERA ALBANESE 1992, 56.
22BARNA 2011, 44-45.
23BLANDO 2008, 522, 524-526.
24BARNA 2011, 44. Ringrazio Francesco Barna e Antonino Blando per lutile confronto.
25DENTICI BUCCELLATO 2003, 335.
26BAVIERA ALBANESE 1992, 57-59.
27SALAMONE 1993, 79-80 in nota.
28DENTICI BUCCELLATO 2003, 335.
29SALAMONE 1993, 76, 123; BARNA 2011, 43.
30 Asp, Trp, Num. Provv., 1031; 886; 94; 732; 91; 90; 715. Cfr. tabella.

278

31Nel periodo compreso tra il 1382 e il 1390 a Sciacca la Compagnia si avvaleva dei collaboratori Giovanni di Jacopo e Pietro
Castiglioni ( GIUNTA 1983, 399-400).
32DENTICI BUCCELLATO 2003, 334.
33Asp, P, 1, cc.7v-8r.
34Cfr. Asp, Rc, 32, c. 45r. trascritto in RUSSO 2003, 399-400.
35La carica veniva trasmessa nellambito della famiglia. Dai registri della serie dei Conti del maestro portulano risulta che almeno
dal 1428-29 e fino al 1431-32 la carica era in mano a Domenico Perollo; dal 1451-52 e almeno fino al 1469-1470 a Pietro
Perollo (Asp, Trp, Num. Provv., 886, c. 15r; 94, c. 13r; 91, c. 22r; 90, c. 30r; 715, c. 25r; 717, c. 40r; 560, c. 25r).
36Nel 1385 e nel 1386 lo stesso signore di Sciacca, Guglielmo Peralta, trattava la vendita di frumento con la Compagnia
Datini (MOTTA 1983, 105).
37Asp, P, 1, cc. 69v, 276.
38Cfr., per alcuni esempi, Asp, Rc, 7, c. 321; 12, cc. 33v-34r, 250r; 16, cc. 24v-25r.
39Aca, C, 2104, cc. 13v-14r.
40Asp, Rc, 29, c. 70v.
41Asp, Rc, 34, c. 116r.
42Asp, Rc, 6, c. 59v.
43Asp, Rc, 31, c. 42, trascritto in RUSSO 2003, 395-396.
44Asp, Rc, 32, c. 45r, trascritto in RUSSO 2003, 399-400.
45Asp, Rc, 32, cc. 74v-75r.
46Asp, Rc, 35, cc. 140v, 225v-226r.
47Asp, P, 47, cc. 39v-40r.
48Asp, Trp, Num. Provv., 45, c. 149.
49Asp, Trp, Num. Provv., 91, c. 22r; 90, c. 31r; 715, cc. 25v e 102v. Cfr. tabella.
50Asp, Trp, Num. Provv., 717, cc. 40r-41v.
51TRASSELLI 1977a, 253.
52Asp, P, 77, c. 155.
53TRASSELLI 1977a, 253.
54TRASSELLI 1977a, 235-245.
55TRASSELLI 1977b, 294-298.
56DALESSANDRO, CORRAO 1994, 395-444, distribuito in formato digitale da Reti Medievali, 20.
57GROHMANN 1969, 29-37 dellestratto. Lo sviluppo dellindustria laniera in Sicilia port ad un crescente interesse per
lallume che si estraeva in terreni vulcanici; a Sciacca lestrazione dellallume attestata nei primi del Quattrocento (EPSTEIN
1996, 223, 184-185).
58TRASSELLI 1977a, 246-249.
59TRASSELLI 1977b, 308.
60Il libro rosso della citt di Sciacca, 82-83.
61BRESC 1986, I, 526.
62TRASSELLI 1969, 160.
63TRASSELLI 1954-55, tavole II, III. A riprova della frequentazione del caricatore di Sciacca da mercanti e patroni di navi di
diversa nazionalit, in particolar modo liguri e catalani, si vedano come esempi le concessioni operate da re Martino negli
anni 1399-1401 (Aca, C, 2104, cc. 124r-125r, 145v).
64Asp, Trp, Num. Provv., 1031, cc. 114r-126v.
65Asp, Trp, Num. Provv., 91, cc. 22r-25r. Non vengono prese in considerazione le altre esportazioni infra regnum riportate nella

279

tabella e cio quelle operate da Salvatore Citarolo, Xibiten Sadotio e Paolo Pendula dirette a Trapani.
66TRASSELLI 1969, 166.
67Nel 1500-1 l84 % delle esportazioni a Sciacca fu gestita da cinque mercanti: Alessandro Negrone, Battista Giustiniano,
Piero de Podio, Christofaro di Puteo, Gieronimo La Rocca (AYMARD 1983, 87, 92-97).
68Asp, Trp, Num. Provv., 1031, cc. 114r-126v; 715, c. 25r.
69Asp, Trp, Num. Provv., 94, cc. 13r-14r; 91, cc. 22r-25r. Cfr. tabella.
70Asp, Trp, Num. Provv., 700, cc.19r-21v.
71Asp, Trp, Num. Provv., 1031, cc. 114r-126v; 715, cc. 25r-30r. Cfr. tabella.
72Asp, Trp, Num. Provv., 717, cc. 40r-44r.
73TRASSELLI 1977a, 252.
74Sulla normativa dei sovrani Martino, Alfonso e Giovanni, cfr. Capitula regni Sicilie, capp. XIII e XV, 145-146; XLI, 155;
XXVI, 215; XXVII, 446-447).
75Il 28 luglio 1397, ad esempio, Nicola Peralta, aveva ricevuto lordine di non permettere estrazioni dal caricatore di Sciacca a
causa dello scarso raccolto (Asp, P, 9, cc. 97v-98r).
76Asp, Trp, Num. Provv., 1031, c. 118r; 91, c. 25r; 90, c. 33r; 715, c. 30r. Cfr. tabella. Si deve, comunque, tenere presente che
nei registri si trova una certa confusione nelluso della terminologia (BRESC 1975, 16).
77DENTICI BUCCELLATO 2003, 339-342.

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282

L avo r a t o r i a g r i g e n t i n i a Pa l e r m o n e l Q u a t t ro c e n t o
PATRIZIA SARDINA

Le relazioni economiche tra Palermo e Agrigento erano gi molto intense e complementari nel
Trecento, quando le due citt erano controllate dai Chiaromonte, che avevano instaurato in
entrambe una signoria urbana e gestivano lamministrazione e le finanze: i fertili campi del
territorio agrigentino fornivano il frumento utile al confezionamento del pane, alimento base
del popolo palermitano; i mercanti di Palermo vendevano ad Agrigento costose stoffe
importate dallestero1. Per raggiungere la piena integrazione gli Agrigentini

trasferitisi a

Palermo dovevano ottenere la cittadinanza che, da un lato, attribuiva il privilegio del foro, in
virt del quale tutti i Palermitani indipendentemente dal ceto sociale (cavalieri, artigiani,
zappatori e servi) potevano essere giudicati soltanto dalla Corte Pretoriana in sede civile, dal
giustiziere in sede penale, dallaltro, garantiva speciali esenzioni fiscali a mercanti, proprietari
terrieri e pescatori2. La cittadinanza si conseguiva dopo avere risieduto a Palermo un anno, un
mese e un giorno o sposando una palermitana, ma veniva revocata se si abbandonava la citt3.
A volte la citt dorigine si opponeva al cambio di cittadinanza, poich la perdita di un
contribuente pesava sul bilancio comunale. Nel 1335 il pretore e i giudici di Palermo
concessero la cittadinanza a Pachino de Vanni, perch vi si era trasferito con la moglie e la
famiglia da Agrigento al Cassaro di Palermo, ma i funzionari di Agrigento volevano
costringerlo a sottostare alla loro giurisdizione. Cos, il pretore e i giudici intervennero per

283

fare rispettare il decreto di cittadinanza al giustiziere del Val di Agrigento, al secreto, al baiulo,
ai giudici, ai giurati, ai cassieri, ai doganieri e ai gabelloti4. Nel XIV secolo gli Agrigentini
andavano a Palermo per lavorare sia in citt come artigiani sia nella vicina campagna come
agricoltori. Basti ricordare Giovanni de Gabriele, un tempo abitante di Agrigento, che nel
1309 si pose un anno al servizio del mastro barbiere Angelo, per unonza e il vitto5, e
lagrigentino Muchio de Donadeo che nel settembre del 1386 simpegn a lavorare fino a

maggio nelle vigne di Pietro di Vanni Bellachera per 3 onze6. Oltre che nelle vigne e nei
giardini che circondavano Palermo, gli oriundi agrigentini lavoravano nelle masserie, come fece
nel 1388 Enrico de Panormo che promise di arare ut quinterius nella masseria di Marco de
Palaya durante il raccolto insieme con un abitante di Butera, per unonza e 15 tar, la quinta
parte del raccolto, pane e companatico7.
Dopo leliminazione dei Chiaromonte dalla scena politica isolana Palermo mantenne per gli

Agrigentini un forte richiamo e i ceti pi umili continuarono a dimorarvi per cercare


opportunit pi favorevoli soprattutto nel settore agricolo8. Come ha osservato Bresc, nella
Sicilia del Quattrocento la mobilit dei lavoratori era determinata in primo luogo da fattori
strutturali, quali le migliori prospettive di guadagno e la valorizzazione delle competenze9.
Tuttavia, potevano incidere anche motivazioni contingenti, come i rapimenti di boni homini
massari di lavuri et vigni da parte di fuste provenienti da Trapani, Mazara o Marsala, che nel

1423 costrinsero i coltivatori ad abbandonare campi e vigne della contrada Marina di


Agrigento; o la sterilitati et anxietati dacqua che nel 1429 danneggi in maniera irrimediabile la
semina nel territorio di Agrigento (fig. 1)10. Per arrestare lo spopolamento delle campagne,
causato dal decremento demografico che colp la Sicilia nel Quattrocento, ad Agrigento i

284

1. Tiburzio Spannocchi, Girgenti, 1578 (da DUFOUR 1992).

285

salari dei lavoratori agricoli crebbero tanto che i cittadini chiesero di limitarli11; cos nelle

ordinanze del 1443 gli ufficiali cittadini stabilirono che i potatori percepissero al massimo un
tar al giorno, gli zappatori 15 grani e il vino se dormivano in citt, anche il vitto se
pernottavano fuori12.
A partire dal Quattrocento le fonti notarili forniscono maggiori informazioni sulle attivit
lavorative svolte dagli Agrigentini che vivevano a Palermo, tuttavia, la frammentariet della
documentazione impedisce di quantificare con metodi statistici la consistenza numerica dei

forestieri di origine agrigentina presenti nella felix urbs. Fra laltro, sebbene la stipula e la
conservazione dei contratti di prestazione dopera fornissero ai datori di lavoro uno strumento
indispensabile in caso di contenziosi e liti giudiziarie, non sappiamo quale fosse la percentuale
di salariati stranieri reclutati con regolari contratti e quanti fossero assunti in nero. Il
lavoratore manteneva la qualifica di cives di Agrigento e nei registri i notai evidenziavano con
lusuale formula ceterata consenciens primo in nos etc. che, pur essendo forestiero, aveva scelto per

primo e spontaneamente un notaio palermitano. A volte il lavoratore stipulava il contratto con


i datori (come Pietro de Maretta, priore di Santa Maria del Carmine), altre volte con un
intermediario (come Raymo de Randano, curatolo del monastero di San Martino)13.
Gli agricoltori agrigentini erano impiegati in campi di grano, vigne, orti e masserie
appartenenti sia a istituzioni ecclesiastiche sia a laici. Il lavoro era scandito dal ritmo delle
stagioni e le attivit distribuite durante il corso dellanno: in autunno si procedeva alla semina

che doveva terminare prima di Natale (fig. 2); in primavera si effettuava la sarchiatura, si
mettevano a maggese le terre e si preparavano i novalia (nuovi terreni) con tre passaggi di aratro
(fig. 3); lestate era dedicata alla mietitura, alla pisatura (battitura con calpestio) e alla raccolta

286

2. Bartolomeo Anglico, La semina, De proprietatibus rerum, Paris, Bibliothque Nationale, ms. Fr. 135, f. 327, 1445-1450
(da FRUGONI 1997).

287

(fig. 4). La stagionalit delle attivit agricole legate alla coltura del grano consentiva ai
lavoratori di potersi dedicare anche ad altri lavori come la vendemmia a settembre, la
raffinazione dello zucchero in inverno, il pascolo dei bovini a giugno14. La qualifica generica di
laborator implicava una vasta gamma di attivit connesse alla coltura del grano (aratura, semina,
maggese, sarchiatura, mietitura, trebbiatura), invece, i termini ligonizator e zappator si
applicavano ai lavoratori impiegati a zappare negli orti e nelle vigne15. Nei capitoli di Agrigento
del 1445 si utilizzano i termini siciliani ligonizaturi e affannaturi, mentre in quelli del 1443 si
distinguono tre tipi di zappatori: i ruptores effettuavano la prima zappatura, i rocaldatores la
seconda, i reterciatores la terza16. Lo zappatore generalmente veniva assunto da ottobre a maggio,
ma poteva essere reclutato anche per un anno continuativo e completo o per un solo giorno17.
Oltre al salario e al vitto, il lavoratore riceveva spesso anche le scarpe che si consumavano
rapidamente nello svolgimento dei lavori agricoli. Ad esempio, nel 1416 lagrigentino Simone

di Li Brichi simpegn a lavorare due mesi e mezzo nella masseria di Giacomo Drago per 12
tar e una solatura al mese18.
Nel 1407 dimoravano a Palermo i salariati agrigentini Antonio Scursuni, assunto come
laborator per seminare e svolgere altre attivit nella masseria del convento di Santa Maria del
Carmine da settembre ad aprile per 2 onze, il vitto consueto e mezza forma di formaggio al
mese19, e Nicol de Blanco che simpegn a lavorare nellorto di Lemno de Bisugnano da

dicembre a marzo ut ligonizator ad ligonizandum et zappuliandum20 per 3 augustali, comesione et


potu, solis et antepedibus (cibo, bevande, suole e tomaie)21. Manteneva la cittadinanza agrigentina
anche Pietro di La Scalia che si era trasferito a Corleone e nel settembre del 1409 simpegn a
lavorare per un anno come seminatore per il monastero di San Martino delle Scale per 4

288

3. Laratura , Trento, Torre Aquila, XV sec. (da EBESTA 1996).

289

onze, companatico e furnimentis22. Nel 1414 lagrigentino Giovanni Carnigrassa si pose al


servizio di Manfredi Garretta per un anno nella doppia veste di laborator e carrozerius per
svolgere molteplici funzioni, inclusa la conduzione di un carro (ad laborandum, magisiandum,
seminandum, zappuliandum, ducendum carrociam et faciendum omnia et quecumque servicia), per 3

onze, 18 tar, vitto et omnibus furnimentis debitis et consuetis23.


La durata massima della prestazione dopera dei salariati era generalmente un anno e nel
ventennio 1418-1438 gli agricoltori agrigentini che si trasferivano a Palermo potevano contare
su un salario annuo minimo di 4 onze. Nicol de La Iustra simpegn con Cosma de Corbo a
zappare, coltivare le vigne e vendemmiare (fig. 5) a partire dal 20 ottobre 1417 per 4 onze 24
tar, cibo e tutte le forniture necessarie, con la fideiussione del fratello Angelo24. Furono

assunti dal monastero di San Martino delle Scale nellagosto del 1419 Andrea Puglalertu come
contadino, per effettuare la semina, la zappatura, fare novalia, la pisatura e il raccolto per 4 onze
e 6 tar, cibo e ogni fornitura25; nel settembre 1426 Luca di Litrudi come laborator per 4 onze e
una fornitura completa26. Avrebbe ricevuto un salario di 4 onze e 12 tar Antonio de Maurichi
che nel settembre 1438 simpegn con il providus Pietro Paolo a zappare27. Filippo Pagono
promise di lavorare nella masseria del magnificus Antonio Valguarnera a partire dall8
settembre 1445 per 4 onze, 12 tar e il vitto consueto28. In altri casi, il compenso veniva
calcolato mensilmente. Ad esempio, Enrico de Sanctoro fu reclutato da Antonio de Roberto
dal 26 agosto al Natale del 1419 come laborator per seminare, zappare e fare novalia con una
paga di 11 tar al mese, cibo e due solature29. Mentre nel 1437 Valente de Spirverio assunse
Giuliano de Andrea per lavorare nelle sue vigne da gennaio a fine maggio soprattutto ad
ligonizandum, xarmintandum, spurgandum, ma anche per custodire le vigne e portare con una sua

290

4. La mietitura, Trento, Torre Aquila, XV sec. (da EBESTA 1996).

291

bestia la legna dalle vigne a casa del conduttore, per 13 tar al mese cibo e bevande30.
Sebbene i laboratores agrigentini reclutati per un anno (i cosiddetti annaroli) svolgessero
unattivit plurifunzionale31, che non presupponeva il possesso di ununica specializzazione
tecnica, poich i compiti loro assegnati variavano nel corso dellanno a seconda delle diverse
fasi della coltivazione, possedevano pur sempre unesperienza lavorativa nel settore agricolo e
potevano aspirare a ricevere un salario superiore rispetto a quelli assunti per svolgere servizi di
natura generica in campagna e in citt. Appartenevano a questultima categoria Nicol de
Butera, che nel 1421 simpegn a lavorare per mastro Giovanni de Bono da febbraio ad agosto
per unonza e 15 tar e i viveri32, e Benedetto de Carella assunto per un anno nellagosto del
1421 da mastro Giovanni de Gantili per 2 onze, una cappa, una gonnella bianca di orbace33, le
scarpe necessarie e i viveri34.
Accanto ai salariati, figuravano anche lavoratori retribuiti a cottimo. Ad esempio, nellottobre

1413 Salvatore Mancusio di Agrigento e Ponzo Mazarino di Mazara simpegnarono con Matteo
Columba a scavare entro febbraio bene et sine fraude 4000 fosse ad unam testam altitudinis
palmorum duorum et ad sextum palmorum quinque per piantare viti in un pezzo di terra nel
territorio di Palermo, in contrada Gabriele, per 18 tar e 10 grani a migliaio35.
Inoltre, non mancavano lavoratori agrigentini autonomi, come Giacomo de Alfano che nel
1415 ebbe in enfiteusi perpetua dal cavaliere Giovanni de Bandino un vigneto con alcuni

alberi domestici vasto circa 7 tomoli in contrada Falsomiele, per il censo annuo di 11 tar e 5
grani36 .
Si segnalano contratti di prestazione dopera annullati prima della scadenza. Fu rescisso
dieci giorni dopo la stipula, su accordo comune delle parti, latto stipulato dal magister

292

5. La vendemmia, Trento, Torre Aquila, XV sec. (da EBESTA 1996).

293

agrigentino Antonio de Manussio per zappare nella vigna di Giovanni de Lu Durillo dal 15
ottobre 1427 alla met di maggio del 1428 fino alle ore 22, dormendo fuori, per 15 tar al mese
e cinque giorni di festivit pagate37. Inoltre, il 18 febbraio 1428 i contraenti fecero cassare il

contratto redatto sei mesi prima, che impegnava lagrigentino Matteo Rinchuni a lavorare
come zappatore e coltivatore per Nicol de Castroiohanne e, soprattutto, a fare propagines
(talee) sino alla fine di maggio per 18 tar al mese, perch le parti si accordarono diversamente
e preferirono stipulare un altro atto38. In seguito, il rapporto di lavoro prosegu e nel 1431
Matteo promise a Nicol di zappare da novembre a gennaio, rifundere sino a marzo e reterciare
sino a maggio nella vigna di contrada San Lorenzo dei Colli, per 5 onze e 15 tar39.

Tra il 1407 e il 1431 alcuni cittadini di Agrigento dimoranti a Palermo colsero le favorevoli
opportunit lavorative offerte dal boom della canna da zucchero coltivata nella Conca dOro,
dove abbondavano i corsi dacqua indispensabili per lirrigazione. Le canne migliori erano
quelle del secondo anno, dette cannamele, le gidide40 erano quelle del primo anno, ancora
troppo giovani, gli stirponi le canne del terzo anno, sconsigliate dagli agronomi del XVIII secolo
perch ormai troppo deboli. La redditizia attivit era gestita da noti produttori e imprenditori
palermitani, richiedeva un discreto capitale di partenza destinato, fra laltro, allacquisto delle
ingenti quantit di legname utilizzate per cuocere lo zucchero e allo stipendio dei numerosi
lavoratori impiegati nelle piantagioni e nei trappeti, e attirava manodopera salariata
proveniente da ogni parte della Sicilia e anche dalla Calabria (fig. 6). In alcuni casi si
trattava di giovani aiutanti, qualificati come famuli o infanti41. Lo stipendio andava dai 18
ai 27 tar al mese, a seconda delle mansioni svolte, e i contratti venivano stipulati tra
ottobre e dicembre. Nel 1407 Giacomo de Montaperto simpegn con mastro Thomeo de

294

6. Jan van der Straet, La produzione dello zucchero in Sicilia , Nova reperta, 1570, Greenwich, National Maritime Museum
(da http://www.museogalileo.it/istituto/mostre-virtuali/vespucci/iconografia/nova_reperta.html).

295

Iorlando, amministratore del notaio Giovanni de Iampixi, a lavorare come famulo focarolus
(addetto ai forni per la cottura dello zucchero), a trasportare legna, accedere ad palum42 et lavare
furmas per 18 tar al mese43. Nel 1413 i fratelli Pietruccio e Giacomo Baroni stipularono un
contratto di lavoro con Antonio e Matteo Mule ad mundandum eorum canamellas et gididas, ossia
privare delle foglie e tagliare le canne da zucchero. Nellatto notarile non si precisa quale
somma sarebbe stata erogata mensilmente ai due fratelli, ma si dice che avrebbero avuto un
anticipo di 40 tar e il loro salario sarebbe equivalso a quello corrisposto usualmente da
Andrea Bonavoglia e Nicol de Roberto, noti produttori di zucchero di Palermo44. Nel 1417
Giovanni de Michaele promise al nobile Bartolomeo de Carbono di dimorare nel suo trappeto
giorno e notte durante lintera stagione della cottura cannamelarum, gididarum et stirponum per
24 tar al mese ad scarsam (ossia senza viveri n abiti), con i seguenti compiti: eundo ad
stringendum omnes saccos et inde strictis saccis adminando richipituri dicti trappeti45. Nel 1418

simpegnarono a lavorare nel trappeto del nobile Andreotta de Lombardo per tutta la stagione
delle cannamele Blasio di Genti ut infanti de planca vel ut machinaturi (operaio che azionava le
macchine per la raffinazione dello zucchero) per unonza al mese, e Matteo Chasarunaru ut
infanti de insaccaturi pro quatuor machinis (addetto a porre le canne in grandi sacchi)46 per 27 tar
al mese. Nellatto di prestazione dopera si precisa che, oltre ai lavori chiaramente indicati, i
due avrebbero potuto svolgere anche altri non meglio precisati servizi del mestiere, per evitare

che potessero sorgere contenziosi nel caso in cui il proprietario del trappeto avesse imposto
fattispecie di attivit lavorative non esplicitate nel contratto47. Nel 1431 Matteo di La Delia
avrebbe percepito 18 tar al mese per lavorare tutta la stagione nel trappeto di Nicol de
Roberto ut admanuchator (addetto alle macchine di livello inferiore) con quattro macchine,

296

7. Insegna dei sarti, (XV sec.), Agrigento, Museo di Santo Spirito (foto Patrizia Sardina).

297

accedere a lu palu e fare molare i coltelli48. Nel 1431 Matteo de Purtu Corinu simpegn a
lavorare per 24 tar al mese nel trappeto del providus Nicol de Roberto per tutto il tempo della
cottura dello zucchero ut receptor cannamelium, ossia con il compito di ricevere e consegnare
tutte le canne da zucchero da cuocere e accedendum ad palum49. Nel 1428 Giovanni Lu Vechu
promise di svolgere tutti i servizi commissionatigli dal nobile Antonio Iacobi durante lintera

stagione del trappeto, per 20 tar al mese50.


Altri Agrigentini residenti a Palermo gestivano il personale per conto del proprietario del
trappeto, come Tommaso Satariano che assunse il famulo plantarum Giovanni de La Monti di
Siragusa per tutta la stagione della cottura del trappeto di Manfredi de Serafinis, con la
fideiussione di mastro Angelo de Filippello. Si trattava di unattivit di natura totalmente
diversa che comportava responsabilit dirette e la necessit di seguire in tribunale eventuali

cause di lavoro. Cos, quando Giovanni si allontan arbitrariamente dal posto di lavoro,
Tommaso si rivolse alla Corte Pretoriana che fece mettere in prigione il fideiussore, finch il 28
marzo 1417 Tommaso e Angelo raggiunsero un compromesso51.
Alla coltivazione della canna da zucchero era connessa la vendita del letame, utilizzato nelle
piantagioni come fertilizzante. In autunno lagrigentino Giuliano de Columba dimorava a
Palermo per fornire ai produttori di zucchero grosse partite di stallatico, consegnate in

primavera al di fuori di Porta SantAgata che immetteva nel quartiere Albergheria. Nel 1414
Giuliano permut con Vitale de Maurichio mezzo migliaio di concime privo di paglia con un
somaro dal pelo coniglino senza marchio52; nel 1417 vendette mezzo migliaio di stallatico a
Pino di Lu Monaco per unonza53, nel 1418 cinquanta carrozzate a Rinaldo Cardinale, per 24
tar, e simpegn a consegnarle entro il tempo prestabilito con la fideiussione dellagrigentino

298

8. La bottega della lana, Tacuinum sanitatis, XIV sec., (Roma, Biblioteca Casanatense, ms. 4182) (da http://trama-eordito.blogspot.it/2010/09/tacuinum-sanitatis-la-bottega-di-un.html).
9. La bottega della seta, Tacuinum sanitatis, XIV sec., (Roma, Biblioteca Casanatense, ms. 4182) (da http://www.esacademic.
com/ pictures/eswiki/53/56-aspetti_di_vita_quotidiana%2Cabbigliamento_in_seta%2CTaccuino.jpg).

299

Raimondo de Bando54. La produzione del letame da stalla era, a sua volta, legata
allallevamento di bestie da traino che lo stesso Giuliano vendeva ai cittadini di Palermo, come
Matteo de Dimitrio, che nel 1417 compr un somaro bruno senza marchio per 27 tar55.
Del resto, per gli Agrigentini Palermo era unottima piazza per la vendita di somari, muli e
ronzini, molti dei quali erano adibiti al trasporto di canna da zucchero dalle piantagioni ai
trappeti56. Anche in questultimo settore riscontriamo la presenza di Agrigentini dimoranti a
Palermo, provenienti a volte dalla medesima famiglia di bordonarii (ossia mulattieri), che
lavoravano come salariati o a cottimo. Il 15 febbraio 1417 il mulattiere Masio Savetta, con il
consenso del padre Luca, simpegn con Pino de Guidda a portare quattro animali alla
piantagione di canna da zucchero, sei animali a prendere la legna, tagliandola egli stesso, sino a
fine maggio per 14 tar, il vitto e una solatura al mese57. L8 novembre Mazcullo Savecta
promise a Pietro Chica di condurre cinque animali alle canne da zucchero e quattro alla legna
fino a Pasqua per 15 tar, il vitto e le suole necessarie58. Il 15 novembre i bordonarii agrigentini
Giuliano de Costa, Guglielmo Lombardo e Giovanni de Birnillo simpegnarono con il nobile
Andreotta de Lombardo a trasportare con dodici animali tutte le cannamellas, gididas et stirpones
da qualsiasi luogo al trappeto posto dentro la citt di Palermo, al costo di 8 tar per ogni

centenara di salme59. Il 10 dicembre Gerlando de Girardo promise a Nicol de Meliorato di


portare con una posta di quattro animali cannamele e gidide al trappeto dalle Terre de Strictis
per 10 tar a centenara, da Falsomiele per 9 tar, da Sabuchia per 6 tar60. Un anno dopo
Gerlando viveva ancora a Palermo, dove stipul una societ con Simone de Noto per coltivare
frumento sino al tempo del raccolto, nella quale ciascuno mise quattro buoi da lavoro e un
aratro61.

300

10. La bottega dello zucchero, Tacuinum sanitatis, XIV sec., (Roma, Biblioteca Casanatense, ms.
4182) (da http://it.wikipedia.org/wiki/Saccarosio).

301

I mulattieri di Agrigento trasportavano anche merci di genere diverso, come calce e


carbone: nel 1426 Masio de Guarrachi promise a Luca de Ligocti, dottore in medicina, di
portare dalla sua fornace di contrada Falsomiele a Palermo 50 salme di calce vergine, per 7
grani a salma62; nel 1427 Giovanni Sardo simpegno con il medico ebreo Ysdraele a trasportare
con quattro bestie dal bosco di Partinico al magazzino del magister, posto a Palermo, cento
bisacce di carbone di sughero, per un tar a bisaccia se si fosse fermato al di qua fiume, un tar
e 5 grani se lavesse guadato63. Ben pi limitata era la libert decisionale dei burdunari che
lavoravano ad Agrigento poich, secondo i capitoli del 1453, al tempo della vendemmia e del
raccolto potevano essere costretti dai giurati a trasportare esclusivamente vino e frumento, per
evitare che rimanendo troppo a lungo nel palmento e nellaia andassero a male64.
Insieme al salario, al vitto e alle scarpe, a volte i mulattieri agrigentini ricevevano anche stoffa:
nel 1409 Rainerio di La Balli ebbe da Giovanni Longu 3 onze e 24 tar, companatico, scarpe e

tre canne di orbace per un anno di lavoro65; Nardo de Alba avrebbe lavorato per Giovanni de
Flascuna dal 16 agosto 1419 al maggio del 1420 conducendo quattro muli ad carriki, tre ad ligna
per 2 onze e 18 tar, cibo, bevande, le scarpe necessarie e tre canne di orbace66. Negli anni 40
del Quattrocento il salario dei mulattieri era ormai standardizzato: nel 1445 Antonio Genco
promise di lavorare un anno con quattro muli per il nobile Francesco Ventimiglia, in cambio
della consueta paga corrisposta agli altri bordonarii67; nel 1449 Calogero Drago simpegn a

trasportare con otto muli nel trappeto di Gerardo Alliata, sito nella valle di Palermo, le canne
da zucchero e gli attrezzi utilizzati per cuocere durante la stagione della cottura dello zucchero
per lusuale stipendio68.
Oltre che nelle attivit connesse alla cospicua e redditizia produzione e raffinazione di canna

302

da zucchero e nel trasporto delle merci, i lavoratori agrigentini erano impiegati nel settore
dellallevamento bovino e suino come guardiani di bestiame, per un salario annuo che
oscillava fra due e tre onze, il vitto e il vestiario. Simpegnarono a lavorare come bovari per
undici mesi a partire da ottobre, nel 1407 Filippo de Rosa con Cosimano de Corio per 3 onze,
il vitto, una cappa, una gonnella di orbace e tutte le scarpe necessarie69; nel 1420 Paolo de
Pocorobba con Thommeo Cappa, abitante di Gibellina residente a Palermo, per 3 onze, il vitto
e un fornimentum rusticano70. Il notaio palermitano Nicol de Alberto assunse due oriundi
agrigentini per occuparsi dei suoi animali: nel luglio 1427 Giovanni di Lu Boy che promise di
custodire vacche e vitelli, condurre al pascolo la mandria e mungere fino allagosto del 1428
per 2 onze annue71; nel 1430 Pietro de Chora che si sarebbe dovuto occupare un anno dei
maiali, per 3 onze, due camicie di orbace e il vitto72.
Spostandosi allinterno di Palermo, emerge la presenza di forestieri agrigentini ben radicati nel
quartiere Albergheria, come Altadonna, figlia del defunto Nicol Bessi, che nel testamento del
1419 fece legati alla parrocchia di San Nicol dellAlbergheria e ai Carmelitani e affid il figlio
minore Antonello al fratello Pietro, nominato erede universale. La figlia Gianna aveva sposato
il palermitano Andrea de Michaele con una dote di 30 onze in corredo, 3 in denaro e tre case
e, per ottemperare la promessa, la testatrice aveva impegnato una vigna posta in contrada
Ciaculli73. Non mancavano, poi, Agrigentini che possedevano immobili in altri quartieri.
Cristoforo Succurto gest per un trentennio le gabelle del salsume, della stadera, dei pesi, dei
marchi e dei supplementi di Agrigento74, acquis la cittadinanza sposando la palermitana
Gianna, vedova di Giovanni Cucuzoni, con la quale nel 1418 vendette per 9 onze al mercante
Giacomo de Bononia un pezzo di terra con olivi e ogliastri fuori dalle mura in contrada Tre

303

Olivi75, e nel 1420 concesse in enfiteusi per 18 tar annui, a nome della moglie, al magister
Guglielmo Bruskino una casa solerata e una terranea con cortile e pozzo nel Cassaro, in
contrada Scutino76. Nel 1451 Antonio Lu Scavu affitt per un anno dal nobile trapanese
Andrea de Mararanga un fondaco alla Conceria in contrada Lattarini, per 15 onze77.
In citt i forestieri di origine agrigentina lavoravano in vari settori artigianali, con differenti
qualifiche e una retribuzione che cresceva con il maturare dellesperienza: nel 1432 Luca
Picarella simpegn a lavorare due anni nella bottega del carpentiere Giovanni Blundo per 3
onze e 6 tar il primo, 3 onze e 14 tar il secondo78; era un semplice apprendista Francesco de
Oliveri che fu assoldato un anno come famulo nella bottega del magister Antonio Levati
Alalirta, a partire dal 1 dicembre 1438, per il salario di unonza e 18 tar, cibo, bevande e
letto79. I campi che offrivano migliori prospettive di guadagno erano labbigliamento e
lalimentazione, nei quali i ceti privilegiati spendevano notevoli somme di denaro per

rimarcare il loro status sociale, soprattutto nelle occasioni fondamentali della vita, fossero esse
liete, come battesimi e matrimoni, o tragiche, come i funerali80. Nonostante le leggi suntuarie
che punivano coloro i quali indossavano o realizzavano abiti eccessivamente elaborati e le
reprimende contro il lusso dei Predicatori, nel Quattrocento i sarti palermitani continuarono a
confezionare abiti alla moda e la citt rimase un importante punto di riferimento in fatto di
taglio, cucito e per la vendita delle stoffe (fig. 7) 81. Possedeva la qualifica di magister Giovanni

di Gigla che nel 1434 fu assunto come sarto da mastro Sabatino Spina, per 5 onze annue a la
scarsa82; era ancora un giovane apprendista Nicol de Michaele, maggiore di 16 anni, che nel
1445 si pose un anno al servizio di un sarto di Palermo per 2 onze e 6 tar, cibo, bevande, con
lobiettivo dimparare larte del cucito83 (figg. 8 e 9). Nel 1444, quando i dolci siciliani a base di

304

spezie, zucchero, frutta secca erano talmente rinomati da essere esportati a Venezia, Roma,
Barcellona, Tunisi, Londra e nei Paesi Bassi84, laromataro Andrea de Linora reclut per un
anno nella sua bottega Costantino de Campo che simpegn a lavorare tre giorni alla
settimana, preparando otto rotoli di confetti al giorno e facendo tutti gli altri servizi necessari
per 2 onze e 24 tar, cibo, bevande e il letto per dormire85 (fig. 10). Ricordiamo, infine, gli
Agrigentini assunti da nobili e facoltose famiglie residenti a Palermo per svolgere mansioni di
svariata natura. A volte si trattava di ragazzi molto giovani, privi di specifiche competenze
lavorative, come Paolo Pocurobba, maggiore di 15 anni, che nel 1416 simpegn a servire due
anni il nobile Bertino Abbatellis e la sua famiglia, occupandosi dei cavalli, del giardino,
portando vettovaglie, legna e altro per unonza, 6 tar e 5 grani, vitto, scarpe, una cappa di
orbace e un giubbetto86. Ben diverso era lo stipendio di Alarico de Tuberio, che nel 1436 fu
assunto un anno come scudiero dalla magnifica signora Andreva, moglie di Calcerando de
Sanctapau, per lavorare a Palermo e altrove con un salario di 4 onze, il vitto, un letto e il
rimborso delle spese nel caso in cui si fosse spostato in un altro luogo della Sicilia87.
In conclusione, nella prima met del Quattrocento il flusso migratorio era alimentato
soprattutto dalle opportunit lavorative offerte nel settore agricolo, dove gli Agrigentini erano
apprezzati come esperti zappatori e reclutati nei campi di grano, negli orti e nelle vigne,
generalmente un intero anno con un salario di 4 onze, vitto, bevande, abiti e scarpe. La
manodopera salariata trovava, poi, largo impiego nel settore della canna da zucchero, in cui gli
Agrigentini svolgevano tutte le attivit connesse alla produzione e alla raffinazione (dal taglio
alla cottura), con stipendi che oscillavano tra i 18 e i 27 tar al mese, a seconda del tipo di
lavoro svolto. Un discreto numero affluiva, poi, a Palermo per vendere animali da soma o per

305

trasportare merci. Giunti in citt, i pi disagiati erano disposti a svolgere qualsiasi tipo di
lavoro per sbarcare il lunario, senza reali prospettive di promozione sociale. Emblematico il
caso di Paolo Pocurobba, che nel 1416, quandera ancora un ragazzo, simpegn a servire per
due anni il nobile Bertino Abbatellis e la sua famiglia, occupandosi dei cavalli, del giardino e
svolgendo lavori di fatica, nel 1420 fu assunto come bovaro da Thommeo Cappa, ma non
divenne mai cittadino di Palermo e nel 1432 era talmente indebitato con il suo secondo datore
di lavoro che simpegn a mietere per due mesi nella sua masseria per scomputare il suo debito.
TABELLA I.
COMPRAVENDITE DI ANIMALI EFFETTUATE DA AGRIGENTINI RESIDENTI A PALERMO
Data
29 marzo 1417
8 giugno 1417

30 ottobre 1417
12 novembre 1417
14 maggio 1418

13 agosto 1419

Giuliano de Columba, cittadino


di Agrigento
Antonio de Amono, cittadino di
Agrigento
Giacomo Cuchata, cittadino di
Agrigento

1 ottobre 1422
28 agosto 1426

Giacomo de Augustino di
Agrigento
Giacomo de Augustino di
Agrigento
Giacomo de Augustino di
Agrigento
Aloisio de Falco di Agrigento
Calogero de Rosa di Agrigento

9 maggio 1432

Antonio La Matina di Agrigento

25 maggio 1439

Giuliano Lu Mastru di
Agrigento
Lemno de Gigla di Agrigento

13 agosto 1419
13 agosto 1419

30 novembre 1436

16 maggio 1449

306

Venditore
Gerlando de Girardo di
Agrigento, dimorante a Palermo
Cristoforo de Abruno

Lupo Cusintino e Bartolomeo


Castellu

Compratore
Nicol de Budachio
Rinaldo di Lu
Lianti di Agrigento,
dimorante a
Palermo
Matteo de Dimitrio
di Palermo
Enrico de Ricca di
Palermo
Antonio de
Messana
Gerlando Caruso di
Agrigento
Gerlando Caruso di
Agrigento
Gerlando Caruso di
Agrigento
Giovanni Sardo
Bartolomeo de
Renda, abitante di
Palermo
Robino Gibra e
Muxiato Binna,
ebrei di Palermo
Michele di Randisi
di Cammarata
Matteo Albanense
di Palermo
Ferrando Tenazona

Animale
Somara bianca con
diversi marchi
Somaro bruno senza
marchio

Prezzo
27 tar

Fonte
Asp, Sn, Catena, 154, c. 29v

1 onza e 9 tar

Asp, N, reg. 553, c. 378r-v

Somaro bruno senza


marchio
Somaro rosso con
marchio
Ronzino leardo
scuro senza marchi,
con sella e freno
Ronzino baio bruno

27 tar

Asp, N, reg. 554, c. 151r-v

1 onza e 18 tar

Asp, N, reg. 554, c. 174v

2 onze e 3 tar

Asp, N, 606, c. 394v

1 onza e 12 tar

Asp, N, reg. 554, cc. 49v-50r

Ronzino baio chiaro

1 onza e 12 tar

Asp, N, reg. 554, cc. 49v-50r

Mula rossa senza


marchio
Mulo
Mula saura
marchiata nel collo

2 onze

Asp, N, reg. 554, cc. 49v-50r

1 onza e 12 tar
2 onze e 15 tar

Asp, N, reg. 770, c. 3v


Asp, N, reg. 605, c. 267r

Mulo guchardo
(grigio) marchiato,
con capestro
Mula morella

4 onze e 4 tar

Asp, N, reg. 826, cc. 249v250r

2 onze e 28 tar in
frumento
1 onza e 24 tar

Asp, N, reg. 780, c. 379v

Due buoi marchiati,


uno color frumento,
laltro bianco
Ronzino sauro

7 fiorini e mezzo

Asp, N, reg. 778, cc. 180v181r


Asp, N, 805, c. 554v

* Sigle e abbreviazioni utilizzate: Asp= Archivio di Stato di Palermo; Ma= Miscellanea archivistica; Msn= Miscellanea di
Spezzoni Notarili; N= Notai; Sn= Spezzoni Notarili, Catena;
1SARDINA

2003; 2011 a.
SARDINA 2011 b, 219-233.
3 DE VIO 1706, 140-141 e 176-178.
4 SCIASCIA 1987, doc. 80 (15 dicembre 1335); doc. 97 (12 gennaio 1336).
5 Asp, Ma, II, 127 BC, c. 230r. Sullargomento cfr. CORRAO 1980, 105-123.
6 Asp, Sn, 116, c. 17r.
7 Asp, Sn, 112, cc. 108v-109r.
8 Sul richiamo della citt per i ceti contadini, cfr. PINTO 1989, 23-32.
9 Les comptences sont hautement valorises et les bonnes payes favorisent lerrance, les dplacements longue distance
(BRESC 2007, 55).
10 GIAMBRUNO, GENUARDI 1918, 264-265 e 282.
11 DALESSANDRO 1980, 254-255.
12GIAMBRUNO , GENUARDI 1918, 305.
13 Asp, Sn, 163, c. 31v; Ivi, N, 420, cc. 157v-158r.
14 BRESC 2007, 45-47.
15 BRESC, BRESC 2010, II, 521. Il sostantivo ligonizator e il verbo ligonizare derivano da ligo (zappa), vocabolo presente nel
latino classico (DU CANGE 1845, voce ligonisare).
16 GIAMBRUNO, GENUARDI 1918, 305 e 307.
17 BRESC 1972, 115.
18 Asp, N, 782, c. 52v.
19 Asp, Sn, 163, c. 31v.
20 Zappuliare significava sarchiare (BRESC, BRESC 2010, 478).
21 Asp, Sn, 165, cc. 24v-25r.
22 Asp, Msn, 509.
23 Asp, N, 553, c. 110r-v.
24 Asp, N, 554, c. 256r-v.
25 Asp, N, 554, cc. 51v-52r.
26 Asp, N, 420, cc. 157v-158r.
27 Asp, N, 840, c. 54v.
28 Asp, Sn, 58, c. 14v.
29 Asp, N, 554, c. 73r.
30 Asp, Sn, 76, c. 6r-v. L8 giugno latto fu cassato perch Valente dichiar che Giuliano aveva lavorato bene, questultimo
che era stato pagato.
31 BRESC 2007, 485-485.
32 Asp, N, 768, c. 150r.
33 Si trattava di una veste da lavoro aderente e con maniche (MUZZARELLI 1999, 357).
34 Asp, N, 768, c. 324v.
35 Asp, Sn, 166, c. 28r.
36 Asp, N, 553, c. 75r-v.
37 Asp, N, 554, c. 68v.
2

307

38

Asp, N, 554, c. 72r.


Asp, N, 554, cc. 54v-55r.
40 Dallarabo adda, ossia nuova (CARACAUSI 1983, 242-243).
41 BRESC 1986, 229-252.
42 Il palum era una grande trave fissata orizzontalmente al muro sulla quale si poneva il sacco di canne da zucchero da
spremere (BRESC 1986, 239).
43 Asp, Sn, 164, c. 11r-v.
44 Asp, Sn, 52, c. 43v. Su Andrea Bonavoglia cfr. SARDINA 2003, 304-306; su Nicol de Roberto, cfr. SARDINA 2008, 162.
45 Asp, N, 606, c. 15v.
46 BRESC 1986, I, 239.
47 Asp, N, 604, cc. 124r-v e 133v-134r.
48 Asp, N, 554, cc. 39v-40r.
49 Asp, N, 554, c. 67r-v.
50 Asp, N, 342, cc. 192v-193r.
51 Asp, Sn, 154, cc. 24v-25r.
52 Asp, Sn, 153, c. 43v.
53 Asp, N, 554, c. 146r.
54 Asp, Sn, 161, cc. 28v-29r
55 Asp, N, 554, c. 151r-v.
56 Cfr. Tab. I.
57 Asp, Sn, 65, c. 40v.
58 Asp, N, 606, cc. 47v-48r.
59 Asp, N, 606, c. 65v.
60 Asp, N, 554, cc. 222v-223r.
61 Asp, Sn, 161, c. 16r-v.
62 Asp, N, 772, c. 4r.
63 Asp, N, 828, c. 9r.
64 GIAMBRUNO, GENUARDI 1918 , 320-321.
65 Asp, Msn, 509.
66 Asp, N, 554, c. 50r-v.
67 Asp, N, 784, c. 233v.
68 Asp, N, 805, c. 276v.
69 Asp, N, 420, c. 24r-v.
70 Asp, N, 422, c. 258r-v.
71 Asp, Sn, 7, c. 1r-v.
72 Asp, N, 605, c. 196v.
73 Asp, Sn, 162, cc. 6v-8v.
74 SARDINA 2011 b, 136, 143, 451, 455, 456.
75 Asp, N, 606, cc. 324v-325r.
76 Asp, N, 797, c. 53v.
77 Asp, N, 830, c. 76r-v.
78 Asp, N, 776, c. 640v.
79 Asp, Sn, 46, c. 15r-v Sullapprendistato e il lavoro minorile, cfr. CORRAO 1983, 137-151; LO FORTE SCIRPO 1983, 127-142.
39

308

80

Sullargomento cfr. MUZZARELLI 1996.


SARDINA 2011 b,163-164.
82 Asp, N, 844, c. 170v.
83 Asp, N, 801, c. 98v.
84 BRESC 1972, 79-80.
85 Asp, N, 339, c. 7v. Nel Quattrocento per sovrani, papi e nobil consumare de confiseries ou des confitures est avant tout un
plaisir que lon peut partager avec des convives (OUERFELLI 2008, 592).
86 Asp, N, I, 553, c. 265r-v.
87 Asp, N, 426, c. 123v.
81

Fonti
Archivio di Stato di Palermo :
Miscellanea archivistica, serie II, reg. 127 B e C
Miscellanea di spezzoni notarili, reg. 509.
Notai, regg. 339, 342, 420, 422, 426, 553, 554, 604, 605, 606, 768, 770, 772, 776, 778, 780, 782, 784,
797, 801, 805, 826, 828, 830, 840, 844
Spezzoni notarili, Catena, 7, 46, 52, 58, 65, 112, 116, 143, 153, 154, 161, 162, 163, 164, 165, 166
Testi a stampa
BRESC G. e H. 2010, Lavoro agricolo e lavoro artigianale nella Sicilia medievale, in BRESC H., Una stagione
in Sicilia, a cura di M. PACIFICO, Palermo, vol. II, 475-523.
BRESC H. 2007, La masseria sicilienne au XVe sicle: le compte de Benedetto Bonaguida, Bullettino
dellIstituto Storico Italiano per il Medio Evo, 109/2, 35-64.
BRESC H. 1972, Les jardins de Palerme (1200-1460), Mlanges de lcole Franaise de Rome, 84, 55127.
BRESC H. 1986, Un monde mditerranen. conomie et socit en Sicile 1300-1450, Palermo, 2 voll.
CARACAUSI G. 1983, Arabismi medievali di Sicilia, Palermo.
CORRAO P. 1983, Lapprendista nella bottega palermitana (secc. XIV-XVII), in I Mestieri, Atti del II
Congresso Internazionale di Studi Antropologici Siciliani (Palermo, 26-29 maggio 1980), Palermo, 137151.
CORRAO P. 1980, Note sul lavoro salariato a Palermo nella prima met del Trecento, Medioevo. Saggi e
Rassegne 5, 105-123.
DALESSANDRO V. 1980, In Sicilia: dalla massa alla masseria, in FUMAGALLI V., ROSSETTI G. (a cura
di), Medioevo rurale, Bologna.

309

DE VIO M. 1706, Felicis et fidelissimae Urbis Panormitanae, Palermo.


DU CANGE 1845., Glossarium mediae et infimae latinitatis, vol. IV, Parigi.
DUFOUR L. 1992, Atlante storico della Sicilia, Palermo-Siracusa-Venezia.
FRUGONI A.,C. 1997, Storia di un giorno in una citt medievale, Roma-Bari.
GIAMBRUNO S., GENUARDI L. 1918 (a cura di), Capitoli inediti delle citt demaniali di Sicilia, vol. I,
Palermo.
LO FORTE SCIRPO 1983, Sul lavoro minorile del Quattrocento siciliano, in Atti dellAccademia di Scienze
Lettere e Arti di Palermo, ser. IV, vol. XL, parte II, Palermo, 127-142.
MUZZARELLI M. G. 1999, Guardaroba medievale, Bologna.
MUZZARELLI M. G. 1996, Gli inganni delle apparenze, Torino.
OUERFELLI M. 2008, Le sucre, Leiden-Boston.
PINTO G. 1989, Gli stranieri nelle realt locali dellItalia basso-medievale: alcuni percorsi tematici, in Dentro la
citt. Stranieri e realt urbane nellEuropa dei secoli XII-XVI, in ROSSETTI G. (a cura di), (Europa
Mediterranea-Quaderni, 2), Napoli, 23-32.
SARDINA P. 2003, Palermo e i Chiaromonte: splendore e tramonto di una signoria, Caltanissetta-Roma.
SARDINA P. 2008, Il ruolo della Cattedrale di Palermo e la gestione della maramma dal Vespro alla morte di
Alfonso V (1282-1458), in Storia & Arte nella scrittura, a cura di G. TRAVAGLIATO, Atti del Convegno
Internazionale di Studi (Palermo, 9 e 10 novembre 2007), Palermo,141-200.
SARDINA P. 2011 a, Acta Curie Felicis Urbis Panormi (1311- 1410): la ricostruzione del volto di una citt
attraverso il processo selettivo della memoria. Primo ciclo (1311-1336), Schede Medievali, 48 (gennaiodicembre 2010), Palermo, 219-233.
SARDINA P. 2011 b, Il labirinto della memoria, Caltanissetta-Roma.
SCIASCIA L. 1987 (a cura di), Registri di lettere (1321-22 e 1335-36) (Acta Curie Felicis Urbis Panormi,
6), Palermo.
EBESTA G. 1996, Il lavoro delluomo nel ciclo dei mesi di Torre Aquila, Trento.

310

Sulle tracce degli antichi vasai nisseni.


Le produzioni ceramiche di Caltanissetta.
SALVINA FIORILLA

Le trasformazioni sempre pi rapide degli ultimi secoli hanno portato non solo alla scomparsa
di alcune attivit produttive ma anche al loro oblio. E un dato accertato che nellarco di due o
tre generazioni si perda, in molti casi, la memoria della destinazione duso di alcuni luoghi e
perfino dellubicazione di alcuni edifici. A maggior ragione questo accade quando si tratta di
strutture fragili come pu essere una fornace per ceramiche e quando con il trascorrere dei
secoli mutano intere classi sociali, fenomeno assai diffuso in molti centri siciliani.
A Caltanissetta, grandi trasformazioni dovettero verificarsi tra Cinquecento e Seicento, tali da
cancellare la memoria di alcune attivit come quella delle produzioni ceramiche e oggi,
mancando documenti darchivio anteriori alla fine del 400 (ZAFFUTO ROVELLO, VITELLARO,
CUMBO 1995, 18-19), veramente difficile senza lausilio della ricerca archeologica ritrovare la
memoria dei siti pi antichi e delle loro funzioni.
Nel centro storico sono mancate finora ricerche sistematiche sullabitato medievale e si discute
ancora sullubicazione dei quartieri pi antichi. Tuttavia due grandi opportunit per la ricerca
sono venute dalla costruzione del nuovo museo archeologico in contrada S. Spirito in
prossimit dellomonima abbazia, che sembra essere il sito dellabitato bizantino, e dai lavori
di consolidamento e restauro al Castello di Pietrarossa (fig. 1).

I lavori, eseguiti in

entrambi i siti dalla Soprintendenza BB. CC. AA. di Agrigento prima e di Caltanissetta poi

311

negli ultimi decenni del secolo scorso, hanno permesso ritrovamenti importanti non solo per
la storia dellabitato e del castello ma anche per la conoscenza delle attivit produttive presenti
nel territorio in epoca medievale.
Gli studi, avviati nellultimo venticinquennio, non sono ancora conclusi tuttavia ripercorrendo
lo svolgersi delle diverse fasi ed esaminando la sequenza dei rinvenimenti possibile
comprendere come si giunti ad individuare Caltanissetta come un centro di produzione
ceramica attivo per lo meno fino al XV secolo.

Le ricerche e i rinvenimenti
Le prime testimonianze di epoca medievale furono individuate, nel 1989, quando nel corso di
una ricognizione nei magazzini del museo archeologico di Caltanissetta, furono trovate e
selezionate ceramiche medievali provenienti da lavori nellarea del castello e in quella limitrofa

allabbazia di S. Spirito, da esporre nella mostra dal titolo Fornaci castelli & pozzi nellet di
mezzo1. Si trattava di invetriate piombifere riferibili ai secoli XI e XII e di invetriate stannifere
dei secoli XIII e XIV, che in alcuni casi presentavano problemi di cottura o erano forse
manufatti di seconda scelta (Catalogo Gela 1990, 78, nn. 12-15, 80, nn. 22-23; 88, n. 73; 89,
nn. 74-79) (fig. 2).
Pi tardi, nel 1994, nellambito di uno studio sulle protomaioliche (le prime invetriate

stannifere) si pose il problema di eventuali produzioni locali a Caltanissetta e le indagini


condotte su alcuni frammenti, provenienti da S. Spirito, evidenziarono delle differenze con
altri campioni provenienti da Gela, da Caltagirone o da Camarina, suggerendo lipotesi che i
manufatti esaminati fossero stati realizzati quanto meno in officine diverse rispetto a quelle

312

1. Caltanissetta. Il castello di Pietrarossa.

313

degli altri campioni (CUOMO DI CAPRIO, FIORILLA 1994, 7-21).


Lanno seguente, nel corso dei lavori eseguiti al castello, sulla sommit della torre centrale a
circa 25 m dal piano terra delledificio, fu effettuato un rinvenimento che resta ancora oggi un
unicum. Fu ritrovata infatti una cisterna rettangolare a cielo aperto nella quale confluiva acqua
piovana da convogliare negli ambienti del castello mediante una serie di tubature in
terracotta2. La cisterna era rivestita da due strati di intonaco sovrapposti e nello strato di
intonaco aderente alle murature, costituito da malta molto resistente, furono individuati
numerosi frammenti ceramici (fig. 3) utilizzati per impermeabilizzare la struttura (CUOMO

DI

CAPRIO, FIORILLA 1997).


Rimosso lintonaco, i frammenti ceramici recuperati furono liberati dai residui di malta3 e fu
possibile allora riconoscere ceramiche duso da dispensa e da mensa, esemplari in corso di
lavorazione, scorie e scarti di prima e di seconda cottura. Furono eseguite analisi mineralogico-

petrografiche e analisi al microscopio da mineralogia su sezione sottile di alcuni campioni e si


cerc di definire peculiarit ed elementi distintivi dei manufatti (CUOMO DI CAPRIO, FIORILLA
1997, 463-466). Furono cos evidenziate le affinit mineralogico-petrografiche tra i campioni
esaminati e le protomaioliche della stessa citt analizzate in precedenza (supra CUOMO

DI

CAPRIO, FIORILLA 1994) per cui si giunse alla conclusione che si trattasse di produzioni simili.
Inoltre le prove di cottura eseguite su altri campioni permisero di dimostrare che alcuni tra i

manufatti non erano stati ancora sottoposti alla seconda cottura ed alla vetrificazione del
rivestimento. Fu confermata quindi lipotesi avanzata al momento del ritrovamento che i
manufatti provenissero dalla discarica di una fornace locale.
Successivamente, con lo studio sistematico dei frammenti, stato possibile identificare tipi,

314

2. Frammento di ciotola con difetti di cottura nella


invetriatura, sec. XI.
3. Parti di intonaco con i frammenti ceramici.

315

morfologie e motivi decorativi. Tra le ceramiche prive di rivestimento le anfore rappresentano


il maggior numero di esemplari e possono essere distinte in due gruppi. Nel primo gruppo
rientrano anfore con anse a bastoncello, orlo arrotondato a fascia pi o meno pronunciata (
da cm 11 a cm 20), collo cilindrico e parete cordonata su ampio fondo ombelicato, riferibili al
XII secolo. Del secondo gruppo fanno parte anfore con larghe anse a nastro, orlo pendente a
sezione triangolare, parete liscia e fondo piano, decorate alla spalla con fasci di linee ondulate
impresse a pettine, riconducibili al XIII secolo per confronto con il tipo noto dai pozzi di
piazza S. Giacomo a Gela (FIORILLA 1996, 50-51; nn. 190, 192-193, 224-229, 200-201, 230).
Rari frammenti appartengono a giare dalla parete molto spessa con orlo a fascia pronunciata
su breve collo e decorazione a motivi ondulati fortemente incisi. Pochi frammenti di filtri
traforati appartengono ad anforette a filtro, forme ben note da molti centri siciliani. Un solo
frammento di grondaia del tipo gi noto dal Castelluccio ed ancor prima da Segesta (SCUTO,

FIORILLA 2001, 231, 244; MOLINARI 1997, 149-150); potrebbe appartenere allimpianto di
canalizzazione dellacqua della cisterna.
Le ceramiche rivestite sono costituite da forme aperte e chiuse destinate alla mensa, ricoperte
da invetriatura piombifera monocroma verde o incolore e decorate con motivi solcati o dipinti.
Le invetriate verdi monocrome sono le pi numerose e comprendono essenzialmente ciotole e
lucerne. Le ciotole nella maggior parte dei casi hanno orlo estroflesso e appiattito a breve tesa

su parete emisferica. Non mancano ciotole con orlo arrotondato su parete emisferica e piede
ad anello ( orlo cm 20-26).
E testimoniata anche la forma del piatto coperchio ( orlo cm 12) caratterizzato da un
cilindretto superiore che pu fungere da presa o da appoggio se si capovolge il manufatto e

316

4. Frammenti di ciotole invetriate solcate, sec. XII.

317

da un bordo cilindrico inferiore che costituiva il punto di incastro con il recipiente qualora
fosse adoperato come coperchio. Si tratta di una forma generalmente invetriata in verde o in
verde chiaro che nella parte inferiore sfuma nel giallo e che trova confronti puntuali con
esemplari delle fornaci di contrada S. Lucia ad Agrigento (Catalogo Gela 1990, nn. 55-57, 36).
Le lucerne, del tipo a vaschetta aperta con orlo arrotondato e beccuccio versatore laterale, su
piede appena pronunciato, sono monoansate ( orlo cm 10/12).
Tra le invetriate decorate, le solcate comprendono prevalentemente forme aperte ma
includono anche qualche forma chiusa. Le forme aperte possono essere decorate con motivi
geometrici, vegetali stilizzati o vagamente orientali simili a quelli attestati anche tra i manufatti
delle fornaci di Agrigento (Catalogo Gela 1990, 32-33; CILIA PLATAMONE, FIORILLA 2003, 163164); le forme chiuse sono decorate con serie di tratti trasversali o semplici linee. La pi
attestata la ciotola ( orlo cm 24/28 ) con orlo appiattito, parete emisferica e piede ad anello;

invetriata in verde olivastro e decorata sulla parete interna con serie di tratti solcati trasversali
a nastro, ben incisi (fig. 4).
Pur con qualche variante formale, questo tipo di ciotola trova confronti con esemplari
rinvenuti non solo ad Agrigento ma anche a Palermo e a Siracusa, a Piazza Armerina e a
Delia (MOLINARI 1995, 194-195; CAVALLARO 2007, 250-251, 258; FIORILLA 2010, 86) e
pare avere fortuna anche al di fuori dellisola essendo testimoniato a Pisa

(BERTI,

TONGIORGI 1981, 226 ).


Seguono per numero di attestazioni le scodelle con larga tesa piana e cavo emisferico, decorate
con serie di tratti trasversali a nastro sulla tesa e ricoperte da invetriatura di colore verde
intenso brillante ( orlo cm 18/24). Anche in questo caso si tratta di una forma testimoniata

318

5. Frammenti di ciotole e brocchetta in corso di lavorazione, sec. XII.


6. Frammenti di ciotole invetriate dipinte, sec. XII.

319

a Palermo, a Segesta, ad Entella, ad Agrigento e a Delia che si ritiene appartenere ad un


periodo pi tardo rispetto a quelle gi esaminate e viene attribuita alla seconda met del XII
secolo (BERTI, TONGIORGI 1981, 229-230; MOLINARI 1997, 137-139; FIORILLA 2010, 86-87).

Alcune ciotole sono decorate con motivi geometrici o vegetali stilizzati estesi a tutto il cavo. E
stato ritrovato anche un frammento di brocchetta con lungo collo cilindrico e parete globulare
su fondo piano; decorata con due linee verticali solcate a formare una sorta di ovale e
sembra trattarsi di un esemplare non ancora sottoposto a seconda cottura (fig. 5). Solo due
frammenti documentano la produzione di albarelli con orlo assottigliato e svasato e parete
cilindrica; sono invetriati in verde chiaro e decorati con serie di tratti trasversali a tutto campo

anche sulla fascia dellorlo. Gli albarelli sono attestati tra i materiali delle fornaci di Agrigento
e tra i manufatti della villa del casale di Piazza Armerina; si pu ritenere che venissero usati
oltre che nelle farmacie anche nelle abitazioni per conservare spezie (sale, pepe, cannella etc.)
(Catalogo Gela 1990, 29, n. 15; FIORILLA 2008, 215).
Un terzo gruppo di invetriate presenta decorazione dipinta. Alcuni esemplari si distinguono
per linvetriatura incolore o tendente al giallo su una decorazione dipinta in bruno e verde o in

bruno giallo e verde, altri sono invetriati in verde su decorazione in bruno/nero (fig. 5).
Le forme sono frammentarie e talora mancano dellinvetriatura sulla decorazione, talaltra
mostrano motivi con colature di colore. Le ciotole decorate in bruno e verde sono le pi
numerose e presentano motivi geometrici o vegetali stilizzati.
Potrebbe essere residuale il piccolo gruppo, di invetriate incolori decorate in bruno, verde e giallo con
motivi vegetali stilizzati. Pi consistente appare il gruppo delle ciotole invetriate in verde intenso,

decorate con motivi a larghe onde o mano di fatima in bruno/nero; un solo esemplare

320

7. Labitato storico di Caltanissetta con il castello (sulla destra) e via Stazzone (sulla sinistra).

321

presenta un quadrupede tracciato in bruno/nero del quale conservata la parte inferiore (fig. 6).
Le ceramiche ritrovate nella cisterna pur nella loro frammentariet rimandano al periodo
normanno ed allepoca in cui grandi ciotole comunitarie venivano poste sulla mensa ed i

commensali si servivano attingendo da un piatto comune.


E probabile che i manufatti ritrovati non documentino nella sua completezza la variet dei
prodotti della fornace che alimentava la discarica dalla quale furono prelevati i frammenti
utilizzati per rinforzare lintonaco della cisterna.
Tuttavia pare evidente che le invetriate solcate rappresentano la parte pi consistente della
produzione da mensa decorata e che tale produzione possa essere riferita al XII secolo

mentre i frammenti di anfore prive di cordonature e con fondo piano fanno pensare che la
discarica fosse ancora in uso quanto meno alla fine del XII o agli inizi del XIII secolo.
Questo induce a ritenere che il rivestimento della cisterna sia avvenuto in epoca federiciana
come indica anche il frammento di grondaia ritrovato. Quanto alla localizzazione della
discarica essa potrebbe essere ricercata sullaltro versante del vallone del castello, dove si
sviluppata la citt e si trova una via denominata Stazzone, finora correlata alla produzione di

tegole e anfore ma forse da considerare come unarea di produzione ceramica fin dal
medioevo (fig. 7).
Con la prosecuzione dei lavori di restauro del castello, tra la fine del 1995 ed il 1996,
nellarea in cui dovevano trovarsi gli ambienti abitativi, a seguito di altre indagini, sono stati
ritrovati manufatti ceramici di varie epoche (FIORILLA 2013). Tra i rinvenimenti, oltre ad
alcune protomaioliche decorate in bruno e verde, che per la buona qualit dello smalto ed il

corpo ceramico ricordano quelle di S. Spirito e documentano la vita al castello nel 200 (fig. 8),

322

8. Scodella in protomaiolica, sec. XIII.

323

sono da segnalare due gruppi di forme aperte e chiuse destinate alla mensa, riferibili al XV o
agli inizi del XVI secolo.
Il primo caratterizzato da smalto abbondante e coprente, il secondo da invetriatura
piombifera incolore su ingobbio. Il primo gruppo di manufatti costituito prevalentemente da
boccali smaltati e decorati in bruno e verde (fig. 9). Per le peculiarit dello smalto e le tonalit
scure dei colori della decorazione, questi boccali possono essere inclusi tra le protomaioliche
tarde o le prime maioliche tipiche del XV secolo.
Alcuni esemplari sono di seconda scelta ed uno in particolare un ipercotto privo di
rivestimento (fig.9), il che induce ad ipotizzare che siano stati prodotti in loco.
Il secondo gruppo costituito prevalentemente da boccali invetriati su ingobbio e decorati in
bruno e verde anche se non mancano le ciotole e i piatti (fig. 10).
In passato si era ritenuto che le invetriate su ingobbio rappresentassero produzioni
caratteristiche della Calabria o di altre regioni italiane, il rinvenimento delle invetriate su
ingobbio di Caltanissetta, che seguiva quello di esemplari dello stesso tipo allo Steri di
Palermo, al castello di Castelbuono e nellarea del castello di Milazzo (FIORILLA 2010-2011), per
le caratteristiche del corpo ceramico, induceva a porre per la prima volta il problema di una

produzione siciliana di ingobbiate (FIORILLA 2005, 381-388).


Recentemente ulteriori rinvenimenti hanno permesso di individuare Polizzi (PA) come un
centro di produzione di invetriate su ingobbio (DANGELO, GIOIA, REGINELLA 2011) ma
probabile che in Sicilia esistessero anche altri centri produttori di ingobbiate, anche perch
questo tipo di ceramiche pare avere ampia diffusione tra 300 e 400 nellarea settentrionale e
centrale dellIsola (FIORILLA 2005; PEZZINI 2000, 154-158; FIORILLA 2010- 2011, 92-96).

324

9. Boccale ipercotto e boccale in maiolica, sec. XV.

325

Considerazioni
Nel complesso dallo studio delle ceramiche ritrovate negli ultimi decenni a Caltanissetta non
emergono solo tradizioni e costumi degli abitanti del castello ma emerge anche uninteressante
attivit produttiva di vasellame ceramico duso. Tale produzione ceramica che non
conoscevamo dalla documentazione darchivio, purtroppo limitata e tarda, pare documentata
dai dati archeologici gi nellXI e nel XII secolo ad opera di vasai che probabilmente sono
islamici, prosegue nel XIII e nel XIV secolo con le protomaioliche (ossia le prime smaltate) e
pi tardi forse con le invetriate su ingobbio e le prime maioliche tra XV e XVI secolo ad opera
di maestranze probabilmente locali.
Certamente non essendo ancora note le aree di produzione non possibile avere certezza della
continuit delle produzioni a Caltanissetta, per auspicabile che in un prossimo futuro le
ricerche possano essere estese alla via Stazzone, nota dalla tradizione come area produttiva, per

verificare se larea artigianale della citt medievale si trovasse l o in altre aree urbane.
Considerato che i documenti finora noti testimoniano la produzione di tegole4 ma tacciono
sullesistenza di altre produzioni ceramiche, al momento i dati archeologici pongono degli
interrogativi ed aprono nuovi percorsi di ricerca. E possibile che lesistenza di produzioni
ceramiche a Caltanissetta possa essere confermata e meglio documentata in futuro; in ogni
caso allo stato attuale tale produzione

sembrerebbe cessare o comunque

ridursi

esclusivamente a ceramiche da dispensa o da acqua tra la fine del XV ed gli inizi del XVI
secolo, come accade in altri centri siciliani in concomitanza con laffermarsi dei grandi centri
di produzione come Caltagirone o Sciacca.
Alle origini della chiusura delle fornaci potrebbe esserci proprio laffermarsi in alcuni centri

326

10. Ciotola invetriata su ingobbio, sec. XV.

327

come Sciacca o Caltagirone di una produzione di tipo proto-industriale e forse nel caso
specifico di Caltagirone, il fatto che nel 1432 re Alfonso avesse concesso ai vasai di esportare
in franchigia, potrebbe aver favorito lampliamento della produzione rendendola
concorrenziale rispetto a quella dei centri circostanti, causando in tal modo un grave danno
alle piccole produzioni degli altri centri. Una conferma in tal senso potrebbe essere data dal
fatto che le ceramiche dellultimo periodo del castello, che verr abbandonato nel 1567 a
seguito di alcuni crolli, siano costituite da maioliche di Caltagirone (FIORILLA 2013). Il venir
meno di unattivit redditizia potrebbe aver causato una defezione tra i vasai pi giovani il che
avrebbe portato lentamente allesaurirsi della produzione di ceramiche da mensa mentre
sarebbe sopravvissuta la produzione di laterizi e ceramiche da dispensa che poi giunta fino al 900.

1Le

ceramiche del castello erano state recuperate dalla associazione archeologica nissena negli anni 60, al momento
dellampliamento del cimitero ubicato sotto il versante orientale del castello; quelle di S. Spirito provenivano dai saggi di
scavo eseguiti agli inizi degli anni 80 prima della costruzione del nuovo Museo archeologico. La mostra tenutasi a Gela presso
il Museo archeologico regionale, tra giugno e dicembre 1990, fu organizzata dalla Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento
che aveva allora giurisdizione sul territorio di Caltanissetta.
2Questo ha permesso di verificare per la prima volta lesistenza di un sistema di raccolta delle acque creato a grande altezza
contrariamente a quanto era noto da altri siti dove le tubature raccoglievano le acque pluviali dai tetti per convogliarle in
cisterne ubicate ai piani inferiori dei castelli. Il caso di Caltanissetta poneva il problema della decantazione delle acque che
avveniva in momenti separati prima dellutilizzo.
3La prima individuazione dei frammenti ceramici si deve allarch. Salvatore Scuto allora dirigente della sezione ai monumenti;
la rimozione dellintonaco ed il successivo recupero dei manufatti furono affidati a Salvatore Burgio, allora restauratore del
Museo archeologico di Gela, che aveva gi lavorato in occasione della mostra del 1990 sui materiali delle fornaci di Agrigento
ed aveva acquisito familiarit con gli scarti di fornace, in collaborazione con Andrea Biccini che operava periodicamente nel
laboratorio di restauro del Museo. Lo studio dei rinvenimenti e la supervisione del lavoro fu di chi scrive.
4Nel XIII secolo, tra le gabelle vecchie della citt, riferibili forse allet normanna, sulle quali si fa la detrazione della terziaria
in favore della chiesa parrocchiale di Caltanissetta, compare la gabella celamidarum (cfr. ZAFFUTO ROVELLO 1991, 62-63).

328

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PEZZINI E. 2000, Ceramiche dal butto di una struttura privata nel quartiere della Kalsa a Palermo, in Atti del
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ZAFFUTO ROVELLO R., VITELLARO A., CUMBO G. 1995, Signorie e corti nel cuore della Sicilia,
Caltanissetta.

330

La tipografia ad Agrigento nel XIX e XX secolo dai documenti


rinvenuti presso lArchivio della Camera di Commercio di Agrigento.
PAOLA GIARRATANA, MARIA CARMELINA MECCA

Gli studi sulleditoria e sulla tipografia ad Agrigento nel XIX e XX secolo necessitano, come
per qualsiasi altro settore economico-produttivo, di adeguati strumenti conoscitivi.
La ricerca qui anticipata, vuole rappresentare soltanto un parziale contributo sul versante della
realizzazione di strumenti conoscitivi e di lavoro di indagine sulluniverso rappresentato
dallindustria editoriale e tipografica della societ agrigentina. Lo studio intende offrire una
rappresentazione del fenomeno in particolare, per quanto attiene a denominazione, numero,
tipologie e articolazione nel tempo e nel territorio delle imprese editoriali e tipografiche
agrigentine, nel contempo intende porsi come riferimento per ulteriori analisi sulla
societ del periodo.
Le fonti che sono state utilizzate per questa indagine sono : Il Bollettino ufficiale delle societ
per azioni, Le Denunzie di Esercizio/Cessazione/Modifiche/ Individuale delle industrie
tipografiche di Agrigento , presso lArchivio della Camera di Commercio (non ordinato) di
Agrigento, i Periodici in stampa ad Agrigento, presso la Biblioteca Comunale e la
Biblioteca Lucchesiana di Agrigento, I Giornali dellIntendenza della Provincia di Agrigento
presso la Biblioteca dell Archivio di Stato di Agrigento, Le Raccolte dei settimanali
cattolici presso la Redazione dellAmico del Popolo di Agrigento.
Percorrendo gli indici annuali del Bollettino e recuperando, di volta in volta, i singoli dati, si

331

tentato di ricostruire la storia amministrativa di ogni singola impresa, con un risultato finale
che sembra soddisfare le finalit che ci si era proposti.
E cos la scheda di ogni singola societ contiene sempre campi informativi che forniscono
comunque i seguenti elementi: denominazione ufficiale, settore dattivit, sede di residenza,
forma sociale (anonima per azioni o cooperativa), sintetica storia societaria (con segnalazioni
rigorosamente limitate a pochi, fondamentali elementi: nascita, cessazione, trasferimenti di
sedi, cambiamenti di denominazione, variazione di natura societaria, fusioni, incorporazioni,
ecc.). E con delibera camerale del 1867, che prende avvio la costituzione di quella che sar la
pi prestigiosa casa tipografica agrigentina: la Montes, nella quale troveranno modo di
essere stampate le prime opere di tutti i grandi agrigentini dell800: da Pirandello a Nicol
Gallo a Gubernatis, alle pubblicazioni di Giuseppe Picone, ai Bollettini camerali.
La Tipografia Montes diviene in tal modo la sede di costruzione lenta e paziente della storia

umana e culturale della citt di Agrigento. Per i loro tipi, vennero alle stampe le riviste e le
altre pubblicazioni camerali quali il Giornale Ebdomedario, il Bollettino diario, e il
Bollettino camerale, ma anche Il Giornale dellIntendenza della Provincia di Agrigento, e
varie testate di giornali cattolici agrigentini quali

La Verit Cattolica, Il Cittadino

Cattolico, Vita Nova, Sentinella Agrigentina.

Attraverso lEbdomadario , Girgenti

diventa un punto di riferimento della stessa vicenda storica nazionale, confrontando

avvenimenti di livello nazionale e internazionale ai tanti casi della vita agrigentina. Veniva
pubblicato settimanalmente e si avvaleva delle informazioni dellAgenzia Stefani.
Il primo numero usc il 20 Aprile 1864; le pubblicazioni, specie dei primi decenni, oltre a
svolgere la loro funzione naturale di osservatorio economico, assolvevano il compito di veri e

332

propri giornali di informazione, dando spazio anche a fatti di costume e di cronaca.


ELENCO DELLE TIPOGRAFIE operanti ad Agrigento nei secoli XIX e XX dai documenti
rinvenuti presso lArchivio della Camera di Commercio di Agrigento
Tipografia Salvatore Montes 1867 (fondatore)
Tipografia Montes Francesco fu Salvatore 1887
Tipografia Puccio Alberto fu Salvatore 01/04/1922
Tipografia Formica di Francesco Capraro fu Calogero 09/07/1922
Tipografia Dima, Di Caro e compagni (Di Caro Cav. Francesco fu Calogero, Gallo Gregorio fu Nicol, Dima
Alessandrina di Alfonso maritata Termini e Ciaravello Giacomo fu Giuseppe) 13 maggio 1925
Tipografia Moderna di Coppola Salvatore 10 novembre 1930

Tipografia Montes dei Combattenti di Stumpo Cesare fu Francesco 06/07/1931


Tipografia Montes di Angelo Sardone & A. Gallo 01/11/1932
Tipografia Vescovile (Mons. Alaimo Francesco fu Onofrio) 7 gennaio 1935
Tipografia La Commerciale di Gaetano Cuffaro di Antonino 09/02/1935
Tipografia Formica gestori Salvatore Macaluso e Leopoldo Graffeo (sia unitamente che separatamente)
26/10/1938

Tipografia Vescovile (Pranio Tommaso fu Carmelo) 1 ottobre 1941


Tipografia Dimora & C. di Di Rosa Francesco di Giovanni 01/08/1948
Tipografia Concordia di Gaetano Taibi fu Gioacchino 18 marzo 1957
Tipografia Vescovile di Orsini Michelangelo fu Vittorio 13 luglio 1957
Tipografia Vocazionista di Sac. Nicola M. De Filippis fu Giuseppe 9 dicembre 1957

333

334

DITTA:
Tipografia Montes Francesco fu
Salvatore

SEDE OPERATIVA:
Via Atenea n. 159

SEDE LEGALE:

DATA INIZIO ATTIVITA:


1866

DATA CESSAZIONE ATTIVITA:


07/07/1931

SEGNATURA:
Archivio Camera di Commercio di
Agrigento Reg. n. 199, dal 751 al
1150, fasc. n. 1887

ANNOTAZIONI:
La tipografia viene venduta alla
Federazione
Provinciale
dei
Combattenti di Agrigento il cui
Presidente il Sig. Don Professore
Cavaliere Cesare Stumpo e viene
quindi denominata Tipografia
Montes dei Combattenti.

335

336

DITTA: Tipografia Formica di


Francesco Capraro fu Calogero

SEDE OPERATIVA:
Via Atenea, n. 88 - 90

SEDE LEGALE:

DATA INIZIO
28/10/1871

ATTIVITA:

DATA CESSAZIONE
ATTIVITA: 26/10/1938

SEGNATURA:
Archivio Camera di Commercio
di Agrigento Reg. n. 189, dal
4001 al 4550 fasc. n. 4041

ANNOTAZIONI:
Francesco
Capraro denuncia di esercitare
dal 9 luglio 1922 per proprio
conto e sotto la Ditta Stamperia
Formica. Successivamente in
data 15 agosto 1937, come si
evince dal testamento olografo
allegato, il signor Francesco
Capraro lascia tutte le carte
esistenti in tipografia Formica
alle sorelle Giuseppina e
Virginia perch tutte di sua
propriet.

337

DITTA: Tipografia Montes Francesco fu Salvatore


SEDE OPERATIVA: Via Atenea n. 159
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 1866
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 07/07/1931
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n.199, dal 751 al 1150, fasc. n. 1887
ANNOTAZIONI: La tipografia viene venduta alla Federazione Provinciale dei Combattenti di Agrigento il cui Presidente
il Sig. Don Professore Cavaliere Cesare Stumpo e viene quindi denominata Tipografia Montes dei Combattenti.
DITTA: Tipografia Formica di Francesco Capraro fu Calogero
SEDE OPERATIVA: Via Atenea n. 88 - 90
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 28/10/1871
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 26/10/1938
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 189, dal 4001 al 4550 fasc. n. 4041
ANNOTAZIONI: Francesco Capraro denuncia di esercitare dal 9 luglio 1922 per proprio conto e sotto la Ditta Stamperia
Formica. Successivamente in data 15 agosto 1937, come si evince dal testamento olografo allegato, il signor Francesco
Capraro lascia tutte le carte esistenti in tipografia Formica alle sorelle Giuseppina e Virginia perch tutte di sua
propriet.
DITTA: Tipografia Dima, Di Caro e compagni (Di Caro Cav. Francesco fu Calogero, Gallo Gregorio fu Nicol, Dima
Alessandrina di Alfonso maritata Termini e Ciaravello Giacomo fu Giuseppe)
SEDE OPERATIVA: Via Atenea n. 154
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 13 maggio 1925
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: (non rilevata)
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n.199, dal 751 al 1150 fasc. n. 1080
ANNOTAZIONI: Con atto in not. Ferdinando Fiandaca di Agrigento del 12 marzo1932 recesso dalla societ il sign.
Comm. Francesco Di Caro per cui comproprietari della ditta rimangono il sign. Cav. Giacomo Ciaravello per una met e
per un quarto ciascuno i signori Gregorio Gallo e Alessandro Dima in Termini, direttore tecnico amministrativo il sign.
Cav. Giacomo Ciaravello.
La societ succeduta a quella costituita dagli stessi soci Ciaravello, Di Caro e Gallo e prof. Alfonso Dima con atto 16 aprile
1912 Rogato Diana.
DITTA: Tipografia Montes dei Combattenti di Stumpo Cesare fu Francesco
SEDE OPERATIVA: Via Atenea, n. 159
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 06/07/1931
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: (non rilevata)
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 160, dal 18751 al 19160, fasc. n. 18846
ANNOTAZIONI: In qualit di presidente della Federazione dei Combattenti della prov. di Agrigento, il Prof. Cav. Stumpo
Cesare dal 15/07/1931 esercita per conto della Federazione. Dal 15/10/1932 al dimissionario Stumpo (in qualit di
presidente) subentra lIng. Donato Mendolia.

338

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DITTA: Tipografia Dima, Di Caro e compagni (Di Caro Cav. Francesco fu Calogero, Gallo Gregorio fu Nicol, Dima
Alessandrina di Alfonso maritata Termini e Ciaravello Giacomo fu Giuseppe)
SEDE OPERATIVA: Via Atenea n. 154
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 13 maggio 1925
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: (non rilevata)
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n.199, dal 751 al 1150 fasc. n. 1080
ANNOTAZIONI: Con atto in not. Ferdinando Fiandaca di Agrigento del 12 marzo1932 recesso dalla societ il sign.
Comm. Francesco Di Caro per cui comproprietari della ditta rimangono il sign. Cav. Giacomo Ciaravello per una met e per
un quarto ciascuno i signori Gregorio Gallo e Alessandro Dima in Termini, direttore tecnico amministrativo il sign. Cav.
Giacomo Ciaravello.
La societ succeduta a quella costituita dagli stessi soci Ciaravello, Di Caro e Gallo e prof. Alfonso Dima con atto 16 aprile
1912 Rogato Diana.
DITTA: Tipografia Montes dei Combattenti di Stumpo Cesare fu Francesco
SEDE OPERATIVA: Via Atenea, n. 159
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 06/07/1931
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: (non rilevata)
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 160, dal 18751 al 19160, fasc. n. 18846
ANNOTAZIONI: In qualit di presidente della Federazione dei Combattenti della prov. di Agrigento, il Prof. Cav. Stumpo
Cesare dal 15/07/1931 esercita per conto della Federazione. Dal 15/10/1932 al dimissionario Stumpo (in qualit di
presidente) subentra. lIng. Donato Mendolia
DITTA: Tipografia Montes di Angelo Sardone & A. Gallo
SEDE OPERATIVA: Via Roma, n. 158
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 01/11/1932
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 14/12/1956
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 158, dal 19551 al 20000, fasc. n. 19771
ANNOTAZIONI: La societ suddetta succeduta alla tip. Montes dei Combattenti il 15/11/1932.
DITTA: Tipografia Puccio Alberto fu Salvatore
SEDE OPERATIVA: via Vullo n. 5
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 01/04/1922
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 201/12/1963
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n.1, dal 203 al 280 fasc. n. 73.1
DITTA: Tipografia Puccio Alberto fu Salvatore
SEDE OPERATIVA: via Vullo n. 5
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 01/04/1922

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341

DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 201/12/1963


SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n..1, dal 203 al 280 fasc. n 73.1
DITTA: Tipografia Moderna di Coppola Salvatore
SEDE OPERATIVA: Via Atenea, n. 164
SEDE LEGALE: Salita S. Maria dei Greci n. 1
DATA INIZIO ATTIVITA: 10 novembre 1930
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 30/06/1967
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 162, dal 17901 al 18300, fasc. n. 18276
DITTA: Tipografia La Commerciale di Gaetano Cuffaro di Antonino
SEDE OPERATIVA: Via Bentivegna
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 09/02/1935
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: (non rilevata)
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n.153, dal 21501 al 21850 fasc. n. 21408
ANNOTAZIONI: Cessata per trasferimento del titolare
DITTA: Tipografia vescovile (Mons. Alaimo Francesco fu Onofrio)
SEDE OPERATIVA: Via Duomo n. 102
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 7 gennaio 1935
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: Vedi registro n. 140
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 154, dal 21151 al 21500 fasc. n. 21376
ANNOTAZIONI: Esercizio dellindustria tipografica ed editoriale con annessa scuola tipografica orfani gioeni
DITTA: Tipografia Formica gestori Salvatore Macaluso e Leopoldo Graffeo (sia unitamente che separatamente)
SEDE OPERATIVA: Via Roma n. 92 - 94
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 26/10/1938
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 26/07/1954
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 146, dal 23831 al 24150 fasc. n. 23919
ANNOTAZIONI: per la data di cessazione si gia trasferita in via Atenea n. 94 e subentra un caff.
DITTA: Tipografia Vescovile (Pranio Tommaso fu Carmelo)
SEDE OPERATIVA: Via Duomo n. 8
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 1 ottobre 1941
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 30 ottobre 1950
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 140, dal 25601 al 25920 fasc. n. 25648
ANNOTAZIONI: Fallita per scarso rendimento

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DITTA: Tipografia Dimora & C. di Di Rosa Francesco di Giovanni

SEDE OPERATIVA: Cortile Barba n. 7


SEDE LEGALE: Via Porta di Mare
DATA INIZIO ATTIVITA: 01/08/1948
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 01/08/1960
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 123, dal 31451 al 31800 fasc. n. 31656
ANNOTAZIONI: Il 27/11/1950 viene trasformata in industria individuale per cessione di una quota al sig.
Francesco Di Rosa.
DITTA: Tipografia Concordia di Gaetano Taibi fu Gioacchino
SEDE OPERATIVA: Via Porcello n. 15
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 18 marzo 1957
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 1 agosto 1968
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 75, dal 44601 al 44800 fasc. n. 44709
DITTA: Tipografia Vescovile di Orsini Michelangelo fu Vittorio
SEDE OPERATIVA: Via Duomo n. 86
SEDE LEGALE
DATA INIZIO ATTIVITA: 13 luglio 1957
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 1 marzo 1965
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 73, dal 45051 al 45300 fasc. n. 45100
ANNOTAZIONI: Cessazione perch subentra la ditta tipografia vescovile dei Padri Vcazionisti del Sac. Bajano M.
Contrese.
DITTA: Tipografia Vocazionista di Sac. Nicola M. De Filippis fu Giuseppe
SEDE OPERATIVA: Via Garibaldi n. 195
SEDE LEGALE:
DATA INIZIO ATTIVITA: 9 dicembre 1957
DATA CESSAZIONE ATTIVITA: 28 febbraio 1965
SEGNATURA: Archivio Camera di Commercio di Agrigento Reg. n. 71, dal 45501 al 45750 fasc. n. 45567

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TIPOGRAFIE DI CUI SI AVVALSE LA CURIA (da raccolte di settimanali conservate presso


la redazione dellAmico del Popolo)
1)Tipografia Montes anno 1891
Nel 1891 la Montes stampava Il Cittadino Cattolicodi cui si conservavano pochi
numeri a partire dal 1 marzo 1892.
2)Tipografia Montes anno dal 1932 al 1937
La tipografia stamp l8/12/1932 il I numero della rivista Vita Nova.
3)Tipografia Montes anno dal 1947 al 1953
Stamp la rivista Sentinella Agrigentina.
4)Tipografia Vescovile via Duomo, 86: 11 gennaio 1935
La curia acquista la tipografia Montes Vita Nova(vedi trascrizione allegata)
5)Tipografia Vescovile via Duomo 84: 08/12/1955
La tipografia stamp il I numero dell Amico del Popolo.
6)Tipografia Vescovile di Enzo Gallo: 25/12/1955
La tipografia stamp il II numero dell Amico del Popolo.
7)Tipografia Vescovile 20 gennaio 1957
Nella rivista Amico del Popolo non si rileva pi la tipografia Gallo.
8)Tipografia Vescovile 20 gennaio 1957
La tipografia viene ceduta allamministrazione dell Amico del Popolo
9)Tipografia Vescovile Ed. LAmico del Popolo 10 marzo 1957
Rivista n. 10
10)Tipografia Enzo Gallo
Dalla rivista anno X n. 7 del 16/02/1964 a quella n. 12 dellanno 21/03/1965.
11)Tipografia Vescovile
Rivista dellanno XI 02/04/1965
12)Tipografia Gallo 28/12/1969
Fino alla rivista Amico del Popolo n. 52
13)Tipografia Sarcuto 4 gennaio 1970
Dal n. 1 del 4 gennaio 1970 lAmico del Popolo viene stampato con i tipi di T.
Sarcuto successori F.lli Sarcuto

344

VITA NOVA. Settimanale agrigentino. Organo dellAzione Cattolica


responsabile, Antonio Giudice

diocesana. Dirigente

11gennaio 1935 a. XIII anno III, n. 2 Via Duomo (Segnatura: Raccolta del Settimanale Vita Nova, vol.
anno 1935)
TIPOGRAFIA VESCOVILE
Con grande letizia annun/ziamo che dallufficio IV della / Curia stata acquistata, in / questi giorni,
la tipografia Mon/tes. Ora si chiama Tipogra/fia Vescovile e sar adibita / a scuola tipografica per / gli
orfani. E in grado di / eseguire qualunque lavoro, di/sponendo di macchinario mo/derno ed abili
operai. /
Lufficio della curia ha in/viato una circolare annunzian/do lavvenimento e pregando / tutti gli
Ecclesiastici di fare / eseguire dalla nostra Scuola / tutti i loro lavori tipografici. /
E siamo sicuri che il clero / e le organizzazioni cattoliche / della Diocesi risponderanno co/me sempre
al desiderio di S.E. Rev.ma il nostro Vescovo, / di servirsi cio della Tipo/grafia Vescovile./

I GIORNALI DELLINTENDENZA DELLA PROVINCIA DI AGRIGENTO


Accuratamente raccolti in un faldone presso la Biblioteca dellArchivio di Stato di Agrigento,
ma in numero oltremodo esiguo ed in forma frammentaria, si conservano alcuni Giornali
dellIntendenza della Provincia di Agrigento. Senzaltro anchessi interessanti al fine di una
ricostruzione della storia e delle condizioni socio-economico-culturali di Girgenti e della
provincia; trattasi di mensili tecnico amministrativi di informazione che si rivolgono ai
Comuni, agli uomini che rivestono cariche pubbliche, alle Compagnie darmi, nonch a
tutta la cittadinanza. Gli argomenti trattati sono di natura commerciale, culturale, sanitaria,
molti i Real Decreti, i Manifesti, le Disposizioni dellIntendente, gli Annunzi e le Circolari. E
lIntendente il Direttore Responsabile; le tipografie a cui si rivolge per la stampa: la Lipomi,
poi la Lipomi e Blandaleone e ancora la Blandaleone.

345

Cronologicamente compresi tra il1837 e il 1859 e precisamente:

anno 1837 (mese di

dicembre), anno 1838 (mesi di gennaio, febbraio,marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto,
settembre,ottobre, novembre e dicembre), anno 1839 (mesi da gennaio a dicembre), anno
1852(mesi di novembre e dicembre), anno 1853 (mese di marzo), anno 1854, anno 1855, anno
1856 (mesi da gennaio a luglio), anno 1857 (mesi di gennaio, aprile, maggio e dicembre), anno
1858 (mese di giugno), anno 1859 (mesi di novembre e agosto).

I PERIODICI LOCALI
Una particolare attenzione merita il complesso dei periodici antichi di interesse locale, del
periodo compreso tra la met dell800 e gli anni 50, che costituiscono il nucleo storico
dellemeroteca della Biblioteca comunale di Agrigento.
Tra le Testate della seconda met dellOttocento, vanno sicuramente citate: La Nuova Rupe
Atenea, Il Cittadino Cattolico, LOperaio, La Pietra, LEmpedocle, Il Vespro, La
Fenice; LEguaglianza, La Settimana, La Scopa, tra quelle, numerosissime, del primo
trentennio del Novecento. Di notevole interesse storico, letterario, scientifico, artistico alcune,
di modesto rilievo culturale altre, tutte, comunque, sono da considerarsi e costituiscono uno
strumento fondamentale di informazione per le possibilit di riflessione capillare che
forniscono, per la contemporaneit ai fatti descritti, che caratterizza propriamente il periodico,
oltrech per il dibattito scientifico e culturale che pu venirne stimolato.

346

347

ELENCO PERIODICI AGRIGENTINI CONSERVATI PRESSO LA BIBLIOTECA COMUNALE


F. LA ROCCA (1866-1951) in stampa presso le tipografie di Agrigento
L'OPERAIO - Girgenti 1866 - Editore: Tipografia E. Romito;
LA PIETRA - Girgenti 1866 - Editore: Tipografia Luigi Carini;
LA VERITA' - Girgenti 1866 - Editore: Stampera Provinciale Commerciale Salvatore Montes;
IL ROMPICOLLO - Girgenti 1866 - Editore: Tipografia Romito;
IL VESPRO - Girgenti 1867 - Editore: Tipografia L. Carini;
LA RUPE ATENEA - Girgenti 1869 - Editore: Tipografia Luigi Carini;
LA GAZZETTA DI GIRGENTI - (Girgentina) 1870-1894 - Editore: Stampera Provinciale
Commerciale Salvatore Montes;
L'EMPEDOCLE - Girgenti 1870 - Editore: Tipografia E. Romito;
LA FACE - Girgenti 1872 - Editore: Tipografia Luigi Carini;
IL GIORNALE DI GIRGENTI - Girgenti 1877 - Editore: Tipografia Luigi Carini;
L'ECO DEL POPOLO - Girgenti 1878-1886 - Editore: Tipografia Luigi Carini;
L'INDIPENDENZA - Girgenti 1880 - Editore: Tipografia Alessandro Celso;
GARIBALDI - Girgenti 1882 Editore: Alessandro Celso Tipografia e Editore;
LA SIGARETTA - Girgenti 1884 - Editore: Tipografia Romito;
IL CORRIERE AGRIGENTINO - Girgenti 1886;
LA NUOVA RUPE ATENEA - Girgenti 1886 - Editore: Tipografia L. Carini Gerente L. Modica;
CORRIERE DI GIRGENTI - Girgenti 1887;
LA CONCORDIA CORRIERE DI GIRGENTI - Girgenti 1887 - Editore: Tipografia L. Carini;
LA CONCORDIA EBDOMEDARIO POLITICO -AMMINISTRATIVO Girgenti 1887 Editore: Tipografia E. Romito;
LA TROMBA - Girgenti 1887 - Editore: Stamperia Formica e Gaglio;
LA STAMPA - Girgenti 1887-1904 - Editore: Tipografia L. Carini (1887), Tipografia Sirchia
(1903-1904);
IL DOVERE politico amministrativo - Girgenti 1888 - Editore: Tipografia Formica e Gaglio;
LA RUPE TARPEA - Girgenti 1890 - Editore: Stampera Montes;
LA RUPE TARPEA - Girgenti - Porto Empedocle 1890 - Editore: Tipografia Formica e Gaglio;
TEMI GIRGENTINA - Girgenti 1890 - Editore: Ufficio Tipografico Formica e Gaglio;
L'AMICO DELLA GIOVENTU' - Girgenti 1891 - Editore: Premiata Stamperia Montes;
IL CITTADINO - Girgenti 1891 - Editore: Stampera Salvatore Montes;
LA RISCOSSA - Girgenti 1891 - Editore: Stampera Montes, Via Atenea n. 98-100;
LA RIFORMA SOCIALE - Girgenti 1892 - Editore: Tipografia Formica e Gaglio, C.le Contarini, 9;

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Bollettino dell'informazione della federazione prov.le. Agrigento (quello del 1892) (associazione
medica) - Editore: Tipografia Formica e Gaglio;
LA PROVINCIA di Girgenti 1893-1929;
LA FENICE - Girgenti 1897 - Editore: Tipografia S. Sirchia & C.;
LO SPIGOLATORE - Girgenti 1897 - Editore: Tipografia L. Carini;
BOX - Girgenti 1900 - Editore: Tipografia L. Carini e figli;
LA GUERRIGLIA - Girgenti 1901 - Editore: Tipografia S. Sirchia & C.;
LA VITA E ARTE - Girgenti 1902 - Editore: Propr. P.D. Sciarratta;
IL FUOCO - Agrigento 1903-1922 - Editore: Tipografia Sirchia;
IL MINIMO - Girgenti 1904 - Editore: Tipografia Sirchia;
LA CAMPANA DEI SOLARIATI - Girgenti 1905-1912 - Editore: Stamperia Sirchia;
IL GAZZETTINO - Girgenti 1906 - Editore: Tipografia Formica e Gaglio;
LA SCOPA Arigento 1906-1976 - Editore: Tipografia Sirchia (1906), Tipografia Di Carlo e C.
(1917), Tipografia Dima, Di Carlo e C. (1918-1919), Tipografia Sirchia (1920-1925), Tipografia
Vescovile (1946), Tipografia Alberto Puccio (1947-1948), Tipografia A. Conti (1951-1953),
Tipografia Proprietari Grillo e Malogioglio (1954-1955), Tipografia Agrigentina (1956),
Tipografia Alfredo Conto (1957-1962), Tipografia Proprietari Malogioglio e Grillo (1963),
Tipografia Fratelli Ciaravello (1964), Tipografia Proprietari Malogioglio e Grillo (1965-1976);
IL MOSCONE - Girgenti 1906-1913 - Editore: Tipografia V. Sirchia (1906-1908), Stamperia
Formica e Gaglio (1911), Stamperia Formica (1913);
IL RINNOVAMENTO Porto Empedocle - Girgenti 1906-1914 - Editore: Tipografia Formica e
Gaglio (1906), Tipografia V. Sirchia (1913-1914)
LA GIUSTIZIA SOCIALE - Girgenti 1907;
LA COOPERAZIONE - Girgenti 1911-1916 - Editore: Stampera Salvatore Montes;
L'ALBA - Girgenti 1911 - Editore: Tipografia Stamperia Formica e Gaglio;
MANCU TI VIU - Girgenti 1911 - Editore: Scuola Tipografica Colonia S. Martino, Via Atenea;
LA SETTIMANA - Girgenti 1911 - Editore: Premiata Stamperia Montes;
IL MOMENTO - Girgenti 1912 - Editore: Tipografia V. Sirchia;
AKRAGAS - Girgenti 1912 - Editore: Tipografia Popolare Acireale, Dirigente Redazione
Salvatore Raccuglia;
LA DIFESA MAGISTRALE - Girgenti 1913 - Editore: Tipografia V. Sirchia;
NUMERO UNICO - Girgenti 1913 - Editore: Tipografia V. Sirchia;
L'UNIONE - Girgenti 1913 - Editore: Tipografia Premiata Stamperia Montes;
MASTRO GIORGIO - Porto Empedocle 1914 - Editore: Tipografia V. Sirchia;
LA LOTTA - Girgenti 1914-1919 - Editore: Tipografia Stamperia Formica Calogero (1914);

349

Tipografia Dima, Di Carlo e C. I.(1919);


AGRICOLTORE AGRIGENTINO - Agrigento 1915-1936 - Editore: Tipografia Stamperia
Montes;
LA VOCE DEL CUORE - Girgenti 1917 - Editore: Tipografia Dima, Di Carlo e C. I.;
IL PRIMO CHIODO - Girgenti 1918 - Editore: Tipografia Formica Calogero;
IL CHIODO - Girgenti 1919 - Editore: Tipografia V. Sirchia;
IL REDUCE - Girgenti 1919 - Editore: Tipografia Dima, Di Carlo e Comp.;LA DEMOCRAZIA Girgenti 1919 - Editore: Tipografia Dima, Di Carlo e C.;
IL SILURO - Girgenti 1919-1921 - Editore: Tipografia V. Sirchia (1919), Tipografia Formica
(1920), Tipografia V. Sirchia (1921);
IL VESPRO ROSSO - Agrigento 1920 - Editore: Tipografia Dima, Di Carlo e C. I.;
IL LAVORO - Girgenti 1920-1924 - Editore: Tipografia Montes (1920), Dima, Di Carlo e C. I.
(1924);
BOLLETTINO DEL LAVORO E ASSISTENZA SOSIALE - Girgenti 1921 - Editore:
Premiata Stamperia Tipografia F. Montes;
L'ANSIA - Girgenti 1921 - Editore: Tipografia Formica;
L'AVANGUARDIA - Girgenti 1921 - Editore: Premiata Stamperia Tipografia F. Montes;
IL GRIDO DEGLI OPPRESSI - Girgenti 1921 - Editore: Tipografia Dima, Di Carlo e C.;
IL POPOLO - Girgenti 1922 - Editore: Tipografia Dima, Di Carlo e C. I.
LE SPICHE - Girgenti 1922-1923 - Editore: Tipografia A. Puccio c/o Sezione Socialista
Unitaria;
LA GABBIA - Agrigento 1923 - Editore: Tipografia Dima, Di Carlo e C.;
BANDIERA NERA - Girgenti 1923 - Editore: Tipografia A. Puccio;
BOCCONE DEL POVERO - Agrigento 1923 - Editore: Tipografia Leonardo Dimora;
L'IDEA FASCISTA - Girgenti 1924 - Editore: Stamperia Formica;
IL SANTO manganello - Girgenti 1923 - Editore: Premiata Tipografia Formica;
L'ARA VOTIVA - Girgenti 1923 - Editore: Tipografia Dima, Di Carlo e C.;
A NOI organo della federazione provinciale fascista - Girgenti 1923-1935 - Editore: Tipografia
Dima, Di Carlo e C. I.;
L'AQUILA - Girgenti 1926 - Editore: Tipografia formica;
LIDO DI AGRIGENTO - Agrigento Agosto 1929 - Editore: Tipografia Dimora;
BOLLETTINO D'INFORMAZIONE DELLA FEDERAZIONE PROVINCIALE AGRICOLTORI
DI AGRIGENTO Agrigento 1929 Editore: Premiata Stamperia Formica, Via Atenea, Palazzo
Borsellino;
VITA NOVA - Agrigento 1932-1942 - Editore: Tipografia Vescovile Scuola tipografica Orfani

350

Gioeni (1936) Via Atenea, Tipografia Vescovile (1938-1942), Tipografia Montes (1934), A. C.
Diocesana (1932);
IL RURALE - Agrigento 1940 - Editore: Tipografia S. Bulone, Porto Empedocle;
VINCEREMO - Agrigento 1941;
VERSO LA META - Agrigento 1940-1942 - Editore: Tipografia Vescovile c/o Seminario Vescovile;
LA FOLLA - Agrigento 1946 - Editore: Tipografia La Commeciale;
LA SENTINELLA AGRIGENTINA - Agrigento 1949-1951 - Editore: Tipografia Vescovile.

ARCHIVI CONSULTATI: Archivio Camera di Commercio di Agrigento, Archivio di Stato di Agrigento, Archivio
Redazione dellAmico del Popolo di Agrigento. BIBLIOTECHE CONSULTATE: Biblioteca Comunale F. La Rocca
di Agrigento, Biblioteca Lucchesiana, Biblioteca della Camera di Commercio di Agrigento.

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GIORNALE DI
GIRGENTI
Periodico settimanale
amministrativo politico
letterario
Domenica 23 Giugno 1878
Girgenti

IL MOSCONE
Giornale settimanale della
provincia
1 Febbraio 1906
Tipografia V. Sirchia
Girgenti

352

LA CONCORDIA
Ebdomedario politico amministrativo
Girgenti, 24 Luglio 1887
Stamperia di Salvatore Montes

IL CITTADINO CATTOLICO
Organo del comitato dioecesano
Girgenti, 1 Ottobre 1898
Stamperia Salvatore Montes

353

LA FENICE
Giornale politico amministrativo letterario
Girgenti 1 Ottobre 1899
Tipografia Atenea di Paolo Sirchia Via Atenea, Piazzetta
del Purgatorio.

L'INDIPENDENTE
Corriere della Provincia di Girgenti
Giovedi, 4 Novenbre 1880
Tipografia Soc. Ed. Girg. Ammin. e diretta da Alessandro
Celso.

354

Percorsi didattici: la parola al passato


Valentina Caminneci

Rilievo Grimani, I sec. d.C. Palestrina, Museo Archeologico Nazionale


(da MANSUELLI 1981).

Per i primi quindici anni della mia vita m capitato di vivere in seno ad una societ
fondata sullabilit manuale e linnocenza del cuore. Una societ dove il rispetto del lavoro
vigeva con la maest e lenergia di un sacramento inviolabile. Ne erano membri sarti e
calzolai, carradori e pastai, falegnami e barbieri, tutto un esercito di mastri che al chiuso e
allaperto, meno per bramosia di guadagno che per rovello di perfezione manovravano
dallalba al tramonto con aghi, trincetti, martelli, spatole, rasoi, cazzuole, o con qualunque
altro arnese di legno e di ferro servisse ad assottigliare, farcire, ammorbidire, inasprire, in
una parola a lavorare, una consenziente o recalcitrante materia: Figli del lavoro, appunto,
era il nome del sodalizio dartigiani dove fui a lungo di casa, a seguito di mio padre chera
fabbro-ferraio (Gesualdo Bufalino, in Cento Sicilie, Testimonianze per un ritratto, 1994).

Arii mellis caelestia dona (Verg. georg. IV,1)

Phiale aurea. Particolare delle api stilizzate, seconda met IV-III sec. a.C.
Caltavuturo, Antiquarium (da SPATAFORA, VASSALLO 2007)
Fame sempre compagna dell'uomo pigro;
e uomini e di hanno in odio chi, inoperoso,
vive ai fuchi senz'arma somigliante nell'indole,
i quali la fatica dell'api consumano in ozio, mangiando
(Esiodo, Le opere e i giorni, vv. 302-305, trad. it. Ettore Romagnoli).

Archeologia del miele


Percorso didattico su produzione, consumo e commercio del miele nellantichit
Destinatari: alunni di I liceo classico e III liceo scientifico
Testi: Varrone, Virgilio, Columella, Plinio il Vecchio, Palladio

Si tratta di una nuova pista di ricerca che mira a studiare le evidenze legate alla produzione, al
consumo e al commercio del celeste dono delle api, avvalendosi del metodo etnoarcheologico,
attraverso lindagine comparativa, diacronica e interculturale. Le fonti storico-letterarie ci
consentono di ricostruire il paesaggio apistico dellantichit, insieme al contributo delle analisi
palinologiche; le epigrafi sono utili indicatori del commercio, mentre dati preziosi sul consumo
si recuperano dallesame dei residui organici presenti nei reperti.
Lapicoltura si svilupp quando luomo, che alle origini si limitava a raccogliere il miele
selvatico, come dimostrano le pitture rupestri, inizi a collocare le famiglie delle api in arnie
concentrate, per convenienza e sicurezza, in apiari.
Gi presso gli Egizi lape, il miele e la cera occupavano un posto di notevole importanza, come
ci dimostrano le testimonianze figurative delle scene apistiche, a partire dal 2400 a.C.
Nella mitologia greca Zeus, allontanato dalla madre per non essere divorato dal feroce padre
Chronos, venne nutrito con latte caprino e miele, dalle ninfe Amantea e Melissa. Divenuto
adulto, Zeus premi le sue nutrici divinizzandole e trasformandole luna in capra e
laltra in ape. Miele e api sono legati alla rigenerazione dei corpi: secondo il mito dal

359

corpo dilaniato di Melissa, smembrata per non aver voluto svelare i misteri eleusini della dea

Demetra, nascono le api, cos come nel celebre passo della bugonia nella fabula virgiliana di
Aristeo, nuovi sciami prendono vita dalle carcasse delle vacche sacrificate agli dei dal pastore. A
Zeus, benevolo verso gli uomini, tocca lepiteto di Meilichios. I corpi di Patroclo e di Achille
furono cosparsi di miele, rito riservato anche ai re di Sparta, mentre pare che Alessandro
Magno e Giustiniano furono immersi nel miele ibleo. Nel VII secolo a.C., il legislatore
ateniese Solone, con una legge, stabil che nessuna arnia nuova dovesse essere posta ad una

distanza minore di trecento metri da quelle gi esistenti. Pericle, nel 461 a.C., rifer che la sola
Attica, in Grecia, aveva oltre 20.000 alveari che costituivano la ricchezza dei loro proprietari,
poich questa era proprio la regione che vantava il miele di timo pi pregiato del mondo
antico, quello dellImetto. Oltre al miele dellAttica, rinomato quello delle api iblee, prodotto
in Sicilia. Dai testi di Varrone e di Columella deduciamo che lapicoltura era una pratica
commerciale gi consolidata in molti paesi del bacino mediterraneo. I trattatisti romani

riportano con precisione le fasi propedeutiche alla formazione di un allevamento, a cominciare


dalla scelta dellhabitat naturale dove impiantare gli alveari, con le raccomandazioni agli
apicoltori riguardo alla necessit di ambienti freschi e ventilati, con disponibilit di acqua
limpida. Poi seguono i consigli sulla cattura degli sciami, per riempire le arnie, la raccolta del
miele, prevista in tre momenti, in primavera, estate e autunno, la decantazione e la
conservazione nei contenitori. Si sa che i Romani usarono diversi tipi di arnie, costruite con

materiali come il vimini, il sughero, il legno e la corteccia, mentre poco apprezzata era la
terracotta, in quanto esposta alle variazioni di temperatura. Secondo Plinio e Columella,
migliore larnia, a forma di parallelepipedo, di legno di ferula intrecciata, tipica della Sicilia e

360

Rotolo exultet con Elogio delle api, XI secolo, Benevento. Estrazione dei favi
da arnie di legno (da BORTOLIN 2008).

361

utilizzata ancora a Ragusa e Siracusa. Tra le evidenze archeologiche della produzione le arnie
orizzontali di terracotta, a corpo ovale lungo e larga imboccatura con orlo estroflesso.
Allinterno presentano delle linee solcate a crudo per favorire laderenza dei favi. In Spagna
sono stati individuati gli apiari, per contenere le arnie, abbastanza distanti da una villa rustica,
cos come prescrive Columella, e recintati da muretti. Rimane anche la documentazione
archeologica degli strumenti di raccolta, come laffumicatore descritto da Columella che
serviva a bruciare la malva selvatica e produrre il fumo necessario ad allontanare le api per
consentire la rescissione dei favi. Questa operazione attestata da coltelli in ferro, anche con
punta ricurva, descritti ancora da Columella.
Imbuti e colini rinvenuti in Spagna e a Pompei sono pertinenti alla colatura del miele dai favi,
che, riposto nei contenitori veniva lasciato decantare. Difficile riconoscere i vasi da miele e i
nomi citati dalle fonti sono piuttosto generici. Il commercio avveniva in orci o anfore in
ceramica, riconoscibili dalle iscrizioni graffite allesterno. Immerse nel miele, venivano
trasportate mele cotogne, ciliegie e prugne, come documentano le fonti sulle anfore da frutta,
dette cadi (Plinio, Nat.Hist. XV, 12,42; XVI, 21,82).

Proposte di lavoro
Considerare i progressi della moderna apicoltura rispetto al passato
Testi in PICCHI 2013 e http://digilander.libero.it/certamenromanum/apicoltura09/h_apicolt09.htm
(Varrone, Rerum rusticarum de agri cultura, III; Virgilio, Georgiche, IV; Plinio, Naturalis Historia,
XI; Columella, De re rustica, IX; Palladio, Opus agriculturae, I, 37-39; IV, 15).

362

Miniatura dei Cynegetica diOppiano diApamea raffigurante lafumigazione. Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia (da BORTOLIN 2008).

363

Ercolano. Casa dei Cervi. I


secolo d.C. Miele o vino
misto a miele in un
kantharos di vetro.
Graffiti su anfore italiche
che segnalano il trasporto
del miele.

Spagna. Sombrero de
copas. Usati come vasi da
miele (II-I secolo a.C.)
(da BORTOLIN 2008).
Frammento di Sombrero
de copas da Eraclea Minoa
(Archivio Soprintendenza
BB.CC.AA. di Agrigento).

364

Lavoro e paesaggio nella pittura italiana dellOttocento

Giovanni Fattori, Riposo in Maremma, 1875, collezione privata


(da Giovanni Fattori. Capolavori da Collezioni private, Catalogo della Mostra, dicembre 2013 ).

. mentre il villano pone dalle spalle


gobbe la ronca e afferra la scodella,
e 'l bue rumina nelle opache stalle
la sua laboriosa lupinella.
(Giovanni Pascoli, Romagna, vv. 17-20, da Myricae, 1891-1911).

Giovanni Fattori, Bovi al carro, 1867, Firenze,


Galleria dArte moderna
(da CRICCO, DI TEODORO 2000 b, 3).

Giovanni Segantini, La raccolta del fieno,


1890-1898, St.Moritz, Segantini Museum
(http://it.wikipedia.org/wiki/File:Giovanni_Se
gantini-Die_Heuernte_1890-1898.jpg).

367

Angiolo Tommasi, Le ultime vangate,


1892, Cassa di Risparmio di Firenze
(da http://foto.ilsole24ore.com/
SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e
%20Cultura/2009/gallery_mostra_se
rravezza/gallery_mostra_serravezza.p
hp?id=10)-

Telemaco Signorini, Lalzaia, 1864,


collezione privata.
(da http://commons.
wikimedia.org/wiki/File:Signorini,_
Telemaco_-_L'alzaia_-_1864.jpg).

368

Antonino Leto, Studio di


pescatore. La sciabica, 1887,
Napoli, collezione Casciara
(da BARBERA 2001).

Ettore Maria Bergler, Tonnara


Bordonaro allArenella, 1884,
collezione privata
(da BARBERA 2007).

369

Antonino Leto, La mattanza di Favignanaa, 1887, Palermo, Palazzo Branciforte (da Un secolo, ma non si vede ).

370

Francesco Lojacono, La raccolta delle telline, 1880-1890, Palermo, Palazzo Branciforte (da DI NATALE 2005).

Proposte di lavoro
Il paesaggio agricolo nellopera dei Macchiaioli
Lavori campestri ed echi pittorici nella poesia pascoliana

Pescatori e marine nella pittura siciliana dellOttocento


Umili e lavoro nella pittura di Francesco Lojacono

371

Bibliografia e referenze fotografiche


BARBERA G. 2001 (a cura di), Ottocento siciliano. Dipinti di collezioni private agrigentine, Napoli.
BERGOGLIO J.M. 2014, La bellezza educher il mondo, ed. EMI Bologna.
BARBERA G. 2007 (a cura di), Poliorama pittoresco, Cinisello Balsamo.
BORTOLIN R. 2008, Archeologia del miele, Mantova.
BUFALINO G., ZAGO N., Cento Sicilie, Testimonianze per un ritratto, ed. Bompiani, Milano1994.
CRICCO G., DI TEODORO F.P. 2000, Itinerario nellarte. DallEt dei Lumi ai nostri giorni, vol.3, Bologna.
DIODORO SICULO, Biblioteca Storica (Libri IX-XIII). Introduzione, traduzioni e note di Calogero
Miccich, Rusconi editore, Milano 1992..
DI NATALE 2005 (a cura di), La pittura dellOttocento in Sicilia tra committenza, critica darte e collezionismo,
Palermo..
MANSUELLI G.A. 1981, Roma e il mondo romano, I-II, ed. UTET, Torino.
MARTIN R. 1984, La Grecia e il mondo greco, I-II, ed. UTET, Torino.
PASCOLI G., Poesie, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974, III edizione
PICCHI L. (a cura di) 2013, Il libro delle api. Varrone, Virgilio, Columella, Plinio il Vecchio.
QUASIMODO S., La terra impareggiabile, da La terra impareggiabile, ed. Mondadori, Milano 1958.
SACCHETTI F., Opere, a cura di A. Borlenghi, ed. Rizzoli Milano 1957.
SIRCHIA M.C., RIZZO E. 20012, Il Liberty a Palermo, Palermo.
SPATAFORA F., VASSALLO S. 2007, Memorie della terra. Insediamenti ellenistici nelle vallate della Sicilia
centro-settentrionale, Palermo.
Storia del commercio italiano, Milano 1978.
Veder greco. Le necropoli greche di Agrigento, Catalogo Mostra Internazionale, Agrigento, 2 maggio-31
luglio 1988, Roma 1988.
Un secolo ma non si vede. Antonino Leto nelle collezioni del Banco di Sicilia, Attivit didattica 28 maggio-29
settembre 2013.
VON MATT L. 1950, La Sicilia antica, Stringa.

372

Conclusioni

Palma di Montechiaro. Il Calvario (Archivio Soprintendenza BB.CC.AA. di Agrigento)

Quando il mondo classico sar esaurito, quando saranno morti tutti i contadini
e tutti gli artigiani, quando lindustria avr reso inarrestabile
il ciclo della produzione e del consumo, allora la nostra storia sar finita.
(Pier Paolo Pasolini, recensione al film La rabbia, 1963).

Per una valorizzazione dei paesaggi storici della produzione:


listituzione degli ecomusei in Sicilia.
VALENTINA C AMINNECI

Il problema Museo in Sicilia


Nel 2009 un report pubblicato da Legambiente denunciava le

annose difficolt che

condizionano pesantemente i musei siciliani, pregiudicandone in termini qualitativi lofferta


culturale. Mancanza di autonomia di bilancio, scarsezza di risorse economiche, carenze di
personale, assenza di coordinamento e di azioni di rete, reperti non catalogati nei magazzini
stracolmi, sono tra le criticit evidenziate dal dossier.
Cos, come in altre regioni di Italia, la nascita dei musei avvenuta in modo spesso
incontrollato, senza che vi fosse, a monte, una riflessione sullopportunit e sulle modalit di
creazione di un nuovo museo. Questa proliferazione, pi che da un bisogno di cultura o da
sentite motivazioni identitarie, nasce da una malintesa idea del ritorno economico del bene
culturale, che allorigine anche di numerosi interventi delle amministrazioni comunali di
recupero di immobili storici da destinare a museo, senza una precisa programmazione.
Con il D.A. 213 del 2012, la Regione Sicilia ha richiamato la necessit di un intervento
radicale nel settore dei musei non regionali, cio, non di propriet della Regione, allo
scopo di potenziare lazione di tutela, attraverso il controllo di quei requisiti minimi
prescritti dallICOM e dall Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di

funzionamento e sviluppo dei musei adottato con D.M. del 10 maggio 2001, indispensabili per

375

aspirare al riconoscimento giuridico di Museo. Tale monitoraggio avrebbe dovuto essere


assicurato da un Comitato di valutazione delle strutture museali, di cui il decreto
preannunciava listituzione, ma che, di fatto non ancora operativo. Comunque, prima di
intraprendere qualunque riorganizzazione del settore, che riqualifichi lesistente secondo i
moderni criteri della conservazione e della fruizione, risulterebbe prioritaria unindagine
conoscitiva ed un censimento dei musei in Sicilia, un report preliminare ad una ricomposizione
unitaria, di salvaguardia e di comunicazione, di una frammentariet fuori controllo, che dia
contezza dello status giuridico, dei contenitori e della sicurezza, del personale e dei servizi resi al
pubblico. La mappa aggiornata dei musei siciliani pu costituire, pertanto, un valido punto di
partenza su cui impostare una riforma, ogni giorno pi urgente, che detti indirizzi e prescriva
criteri standard qualitativi di riferimento, per la realizzazione di un unico sistema museale
regionale, articolato in strutture pubbliche o private, gestite secondo condivisi ed efficienti

meccanismi di governance.

Lecomuseo: una scelta per il territorio


Il museo pi attestato in Sicilia certamente quello etnoantropologico, sebbene, nella maggior
parte dei casi, non si possa parlare di vero e proprio museo, bens di raccolte, soventemente
eterogenee e disorganiche, esposte al pubblico, pertinenti a quella cosiddetta civilt

contadina, che compare talora nella titolazione della struttura. Spesso di propriet comunale,
queste realt, esempio calzante di quella frammentazione dellofferta culturale di cui
parlavamo in premessa, nascono dalle donazioni da parte di privati cittadini di oggetti della
vita quotidiana o di attrezzi agricoli, che solo in pochi casi sono stati oggetto di un allestimento

376

Buscemi, Casa del Massaro (da http://www.museobuscemi.org/).

377

organico dal punto di vista concettuale e cronologico.


Ma, sebbene manchi un approccio scientifico, queste esposizioni della cultura materiale e del
lavoro manuale hanno in s la grande opportunit di essere cellule potenziali di un grande
museo diffuso: la frammentazione, se correttamente rivista dal punto di vista didattico, pu
divenire, infatti capillarit, mentre queste piccole monadi statiche, potrebbero essere ravvivate
da progetti in rete e percorsi interrelati.
Inoltre, altro aspetto notevole che tali raccolte non siano composte da pezzi da museo, n
siano esito di ricerche scientifiche ovvero di un collezionismo erudito, ma, in quanto dono di
semplici cittadini, siano pezzi di storia familiare, spesso poveri oggetti, di cui la tecnologia
imperante sta cancellando man mano il ricordo.
E, per riprendere la felice metafora di Marco Milanese, in questi musei possiamo
ascoltare la voce delle cose (M ILANESE 2005), mentre, attraverso lapplicazione del

metodo rigoroso dellarcheologia postmedievale e delletnoarcheologia, lumile racconto


del lavoro manuale pu divenire storia, pu rivivere il paesaggio della produzione,
insieme alle dinamiche insediative, alla cultura abitativa e materiale (BUONOPANE 2000;
M ARTINI 2011; C ANDELA 2012) . Come stato osservato, infatti, larcheologia svolge una
funzione centrale nel recupero della memoria sociale, in quanto strumento indispensabile
per lo studio stratigrafico di un territorio e per la costruzione della consapevolezza della

comunit locale (VOLPE, DE FELICE 2014, 412).


Modelli istituzionali e percorsi normativi dei musei etnoantropologici in Sicilia sono stati al
centro del dibattito in occasione del Convegno Museologica a Palazzolo Acreide, organizzato nel
2007 dallAssessorato Beni Culturali. In realt, esistono gi nellIsola esperienze di rete, come,

378

Buscemi, Casa del Massaro

Buscemi. Bottega del fabbro

Buscemi. Casa del Conciabrocche

(da http://www.museobuscemi.org/).

379

ad esempio, nellarea iblea, madonita e nellennese, mentre di grande qualit, sul piano
scientifico, della comunicazione e delle soluzioni espositive, lofferta culturale del Museo
Regionale delle tradizioni silvo-pastorali Giuseppe Cocchiara di Mistretta. Tra i
Musei Regionali espongono raccolte etnoantropologiche anche la Casa Museo
Antonino Uccello di Palazzolo Acreide e il Museo di Palazzo DAumale di Terrasini.
Grazie ai fondi della Comunit europea, inoltre, si dato avvio al PEM (Partnership Ethnographic
Museums), un progetto di partenariato tra musei etnografici europei e istituzioni culturali del
Mediterraneo, volto a favorire lo scambio di esperienze maturate in contesti diversi.
A noi sembra, per, che la svolta per la riqualificazione di queste raccolte sparse nella nostra
Regione possa essere la soluzione dellecomuseo, il museo del territorio per eccellenza, museo
della comunit e per la comunit, che, secondo la definizione di Henri Rivire e Hugues de
Varine, nasce come istituzione finalizzata al recupero, alla comunicazione e alla valorizzazione

della memoria storica di un territorio, del paesaggio naturale ed antropico, delle testimonianze
materiali (ambienti di vita, tecniche, attivit produttive) e immateriali (oralit, canti, riti e
festivit) appartenute a societ rurali, preindustriali o protoindustriali.
Alla triade del museo tradizionale, immobile- collezione- pubblico, si contrappone quella
dellecomuseo, territorio- patrimonio- comunit, realt orientata a favorire sviluppo, attraverso
la valorizzazione e la messa in rete delle dinamiche culturali locali, la creazione di sinergie con

il comparto turistico ed economico, lattenzione allambiente e la promozione delle logiche


della sostenibilit.
Il patrimonio che compone una collezione ecomuseale dunque rappresentato dagli
utensili della vita e del lavoro quotidiani, nonch dai luoghi in cui si svolgevano le attivit di

380

una comunit, ma anche dagli ambienti, dallarchitettura, dal saper fare e dallinsieme delle
testimonianze orali, immateriali e iconografiche che ci raccontano tutto ci attraverso
immagini e storie. Il paesaggio , allora, un vero e proprio documento storico, che narra di
saperi locali e consuetudini condivise, allinterno del quale ogni singola collettivit ha
sviluppato un proprio modello di organizzazione sociale nellintreccio con i vincoli imposti
dallambiente geografico. Lecomuseo , inoltre, un progetto sociale, poich nasce dal
coinvolgimento attivo di

una comunit; mira alla conservazione e tutela del suo

patrimonio storico e culturale e, nel contempo, guarda al suo sviluppo futuro, incentivando
il recupero di mestieri, pratiche, saperi e prodotti locali con cui poter sostenere uneconomia
del territorio, sebbene modesta (CANDELA, ARENA 2013, 9-10).
Oggi, peraltro, la tutela del paesaggio costituisce tra le emergenze pi serie, considerate le
alterazioni profonde inferte in modo dissennato su questo meraviglioso palinsesto del passato,
segno di identit e nutrimento della memoria storica, un formidabile capitale sociale, che ci
radica nellappartenenza e ci salva dallalienazione (SETTIS 2010, 301-302).
La riflessione giuridica sul museo in molte realt regionali italiane ha condotto anche
allintroduzione di questa nuova tipologia che oggi sembra rispondere in modo efficace al
ruolo richiesto ai musei, non pi statici contenitori, ma attori dinamici in grado di comunicare
e di gestire i beni culturali. La prima regione a dotarsi di una normativa di riferimento il
Piemonte, con la legge 31/95, che negli obiettivi richiama un concetto di patrimonio in senso
olistico, che comprende aspetti culturali, ambientali e sociali del territorio, nella dimensione
materiale e immateriale. Tra le finalit prioritarie e specifiche che ogni ecomuseo dovrebbe
perseguire la legge contempla la conservazione ed il restauro di ambienti di vita tradizionali,

381

delle testimonianze della cultura materiale, del lavoro delle popolazioni locali e delle tradizioni
religiose. Dalla tutela discendono percorsi di fruizione nel paesaggio storico ed interventi di
valorizzazione di abitazioni o fabbricati caratteristici, anche al fine di creare ambienti idonei ad
offrire servizi ai visitatori o alla vendita di prodotti tipici. Il coinvolgimento della comunit
locale avviene a vari livelli, a cominciare dalla scuola, con la realizzazione di attivit didattiche,
mentre workshops periodici animano il dibattito culturale (TESTA 2006 a, b).
Per garantire il necessario sostegno tecnico - scientifico alla politica regionale sugli ecomusei, il
Piemonte ha istituito nel 1998 il Laboratorio Ecomusei, impegnato ad analizzare la realt e
l'evoluzione dell'ecomuseologia italiana e straniera, e a svolgere attivit di consulenza e di
verifica. Nel 1998 ad Argentara si tenuto il primo incontro nazionale sugli ecomusei, seguito,
nel 2003, dallIncontro di Biella, il cui Documento conclusivo fornisce le indicazioni per il
futuro in territorio nazionale, mentre gli appuntamenti successivi, tra il 2006 ed il 2009, si

sono svolti a Maniago, Catania, Bienno, Monteroduni e Torino.


Lo stesso spirito della legge piemontese permea le leggi della Provincia autonoma di Trento del
2000 e quella della Regione Friuli Venezia Giulia, del 2006, che ha il merito di avere
introdotto il concetto di sostenibilit ambientale e di partecipazione della comunit locale.
Importanti esperienze sono state realizzate, coinvolgendo i comuni della bassa pianura
friulana, del Carso e dellIstria slovena, in un progetto di valorizzazione delle realt rurali e

degli spazi del fare (CAJAZZA 2006), mentre, nello stesso anno, a Maniago, in occasione degli
Incontri nazionali sullEcomuseo, si tenuto il Tavolo di lavoro nazionale sulle politiche
regionali in materia di ecomusei e valorizzazione del territorio.
Laspetto della sostenibilit, per nulla secondario e dalle determinanti implicanze sotto il

382

Esempio di mappa di comunit. Ecomuseo del paesaggio orvietano. Mappa di comunit di Montegabbione (Umbria).
(http://www.provincia.terni.it/ecomuseo/documenti/mappe_ecomuseo/Mappa-Montegabbione.jpg).

383

profilo gestionale, posto in particolare rilievo dalla legge della Regione Sardegna, dello stesso
anno, che individua nella partecipazione attiva dei residenti e nellampio coinvolgimento delle
realt economiche locali il criterio indispensabile per il riconoscimento giuridico del museo.
Nel 2007 la Regione Lombardia, istituendo la Consulta regionale degli ecomusei, al fine di
favorire la costituzione e lo sviluppo della rete culturale degli ecomusei, stabilisce che la
Regione possa concorrere alla gestione e al finanziamento degli ecomusei massimo per il 50%.
della spesa sostenuta dallente proprietario o gestore.
Tra il 2007 ed il 2008 anche la Regione Umbria e la Regione Molise si sono dotate di leggi ad
hoc, mentre la recente normativa della Regione Puglia (L.15/2011) ha dato il via a numerose
iniziative locali (BARATTI 2012; IMPERIALE, TERLIZZI 2013; BARATTI 2014). I Workshop delle
Giornate del Paesaggio hanno animato il dibattito e sollecitato il confronto, mentre un portale
internet illustra in modo accattivante lesperienza pugliese, che stata oggetto di un recente

convegno (VOLPE 2014). Viene introdotta la figura del facilitatore ecomuseale, che ha il
compito di guidare la comunit di riferimento nella costruzione del progetto, che si esplicita in
una mappa di comunit, una sorta di cartografia del patrimonio locale, elaborato e
riconosciuto dalla collettivit (CLIFFORD, MAGGI, MARTUS 2006; MICOLI, NEGRO 2010).
Un esempio virtuoso costituisce, poi, la Regione Toscana con lEcomuseo della Montagna
Pistoiese, il primo ecomuseo di Italia, nato nel 1990, a cura della Provincia di Pistoia, della

Comunit Montana Appennino Pistoiese, dei Comuni di Abetone, Cutigliano, Pistoia,


Piteglio, Sambuca Pistoiese, San Marcello Pistoiese e della Diocesi di Pistoia; con il Contributo
della Regione Toscana, dellUnione Europea e in collaborazione con la Sovrintendenza per i
Beni Archeologici della Toscana, le Universit Toscane ed il Corpo Forestale dello Stato. Con

384

Montallegro. Il paese antico su Monte Suso (Foto Valentina Caminneci).

385

efficace metodologia didattica, si offrono sei itinerari che corrispondono a sei temi della vita
delleconomia della zona, come la produzione del ghiaccio naturale, la lavorazione del ferro e
della pietra, la vita quotidiana, la natura, l arte sacra.
Molti ecomusei italiani oggi sono organizzati in reti come, ad esempio, Mondi locali, che
promuove la propria attivit mediante limpegno di gruppi di lavoro tematici, che si
incontrano per discutere, confrontarsi ed elaborare proposte, scambi ed iniziative inerenti alle
necessit e alle aspirazioni individuate dalla rete.
La rapida carrellata offerta sulla normativa vigente in alcune regioni italiane conferma
lesigenza di rivisitare la finalit dei musei nel segno di una nuova fisionomia relazionale che,
da un lato, si apra al rapporto con lutenza attraverso innovative strategie di comunicazione e,
dallaltro, sia lespressione, nei contenuti, nella gestione e nelle potenzialit di sviluppo, della
comunit locale. Lesperienza ecomuseale, cio, oltre a favorire la salvaguardia del patrimonio

culturale integrato nellambiente e nel paesaggio, incoraggia anche il contributo attivo della
imprenditoria privata, per intercettare i flussi turistici.
Non pi rinviabile colmare il gap che separa la Sicilia dalle altre regioni italiane nel processo
di sviluppo e di innovazione del settore, fondato su un modello organizzativo volto a migliorare
lefficienza nella gestione e lefficacia nellofferta culturale.
Peraltro, anche la pianificazione paesistica territoriale della Regione, elaborata secondo i

principi della Convenzione Europea del Paesaggio, prevede il coinvolgimento della comunit
locale nellazione di salvaguardia e di riqualificazione paesaggistica.
In realt, anche la Sicilia ha vissuto un momento di riflessione sulla tematica degli ecomusei
nel 2007, a Catania, in occasione delle Giornate dellEcomuseo, organizzate dallUniversit e dal

386

Montallegro. Ruderi del paese antico su Monte Suso (Foto Valentina Caminneci).

387

CeDoc, in collaborazione con lAssessorato Beni Culturali, lICOM e il Laboratorio Ecomusei


della Regione Piemonte. In questa occasione stato presentato il Coordinamento Nazionale
degli Ecomusei, insieme ad una mostra delle mappe di comunit, mentre, durante il workshop,
si discusso sullopportunit di un disegno di legge sulla istituzione degli ecomusei nellIsola.
Nel portale internet della Regione Piemonte dedicato agli ecomusei, comunque, vengono
individuate in Sicilia, pure in assenza di uno status giuridico riconosciuto, tre istituzioni
ecomuseali, la casa Museo Antonino Uccello di Palazzolo Acreide, il Museo del Sale, nella
laguna dello Stagnone presso Marsala e I Luoghi del lavoro contadino, tra Buscemi e
Palazzolo Acreide. Per questi ultimi, lo scorso 24 febbraio, stato emanato il decreto di
vincolo, al fine di garantire lintegrit degli immobili e delle collezioni che costituiscono
pregevole espressione e documentazione di mestieri e attivit artigianali relative alla civilt
contadina del territorio ibleo.

Ma, come abbiamo detto, la realt isolana avrebbe molte altre realt meritevoli da valorizzare.
Pensiamo, nellagrigentino, al paese su Monte Suso, collina che sovrasta la Montallegro
moderna, sito straordinario e raro esempio di conservazione dellimpianto urbanistico
originario. Sorto per timore delle invasioni barbaresche, grazie alla licentia populandi concessa
da Re Filippo I di Spagna, nella seconda met del 700, fu abbandonato dalla popolazione che
si spost a valle. Il sito, che conserva interessanti testimonianze di edilizia domestica, relative

alle diverse classi sociali, e di impianti di produzione della calce, le calcare, presenti anche sulle
pendici delle colline circostanti, rappresenta un unicum nellagrigentino, assimilabile ai villaggi
abbandonati della Sardegna di et medievale, recentemente oggetto di consistenti interventi di
valorizzazione.

388

Montallegro. Monte del


Lupo visto da Monte Suso.
La calcara.
(Foto Valentina Caminneci).

389

Levidenza monumentale acquisterebbe maggiore valore se fosse collegata in un unico sistema


di fruizione al ricchissimo museo etnoantropologico, allestito nella Scuola Media del paese
grazie allimpegno dei docenti ed al contributo della comunit (infra, Appendice, 393).

Lecomuseo in Sicilia: il percorso normativo


Si concluso, finalmente, lo scorso 18 giugno allARS liter di approvazione del disegno di legge
sullistituzione degli ecomusei in Sicilia, presentato gi nel 2010.
La legge, che tiene conto nel dettato della legislazione italiana, definisce lecomuseo un patto
con il quale una comunit si impegna a prendersi cura di un territorio

attraverso

un progetto condiviso e integrato di tutela, valorizzazione, manutenzione e produzione di


cultura di un territorio
connotato

da

geograficamente, socialmente ed economicamente omogeneo,

peculiarit

storiche,

culturali, materiali ed immateriali, paesistiche ed

ambientali (art.2).
Alla Regione, comunque, spetta ancora lonere di creare le condizioni per la realizzazione di
questa nuova tipologia museale, attraverso lindicazione dei requisiti minimi e la definizione di
un regolamento ai fini del riconoscimento.
LAssessorato Beni Culturali assumer la direzione scientifica, incluse, naturalmente, le
competenze in materia di tutela, e, tramite un Comitato designato allo scopo, saranno stabiliti

i criteri per la valutazione della fattibilit dei progetti, presentati dagli enti gestori.
Lattenzione della Regione dovrebbe essere posta, anche sulla definizione di linee guida
di indirizzo generale, per pervenire allindividuazione condivisa di criteri comuni e
di indicatori utili alla valutazione di efficacia e di efficienza, insieme agli strumenti di

390

monitoraggio delle attivit svolte.


A nostro avviso, per, la previsione di spesa per il finanziamento delle nuove istituzioni che
graverebbe nella misura del 50% sulle casse gi malridotte della Regione, costituisce il punto
debole del testo. Lecomuseo in Sicilia non pu non autofinanziarsi e questo aspetto dovrebbe
essere chiaro sin dallatto istitutivo.
Auspicabili, invece, tutti gli interventi pensabili di agevolazione, come misure speciali di
semplificazione amministrativa, sgravi fiscali a vantaggio dellimprenditoria locale ed incentivi
a progetti che prevedano l'utilizzo sostenibile delle risorse naturali e culturali (turismo,
artigianato e prodotti locali) e la tutela dei beni comuni (acqua, aria, suolo, biodiversit,
paesaggio, risorse agroalimentari, beni culturali).
Ma tutto questo non pu non essere il frutto di una concertazione tra la parte politica e la
comunit, che insieme studino e progettino il futuro di un territorio, il cui passato costituisce

la pi valida ragione di sopravvivenza.

391

Bibliografia
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Bollettino del Gruppo Archeologico Aquileiese, 125-134.
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di gestione, Atti del Seminario, Ecomuseo delle Miniere e della Val Germanasca 10-11 Giugno 2005,
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VOLPE G. , DE FELICE G. 2014, Comunicazione e progetto culturale, archeologia e societ, PCA, European
Journal of Post-Classical Archaeologies 4, 401-420.

392

Appendice. La Scuola e la memoria

Montallegro. Museo della Civilt contadina. Particolare del carretto siciliano.

Educare alla speranza significa tre cose: memoria del patrimonio ricevuto; lavoro su quel
patrimonio affinch non sia il talento sepolto; proiezione, attraverso le utopie e i sogni ,
verso il futuro (Jorge Mario Bergoglio, La bellezza educher il mondo, 2014).

Un museo nella scuola.


Il Museo della civilt contadina di Montallegro.
Domenico Tuttolomondo, Rosanna Fileccia, Caterina Orlando

Storia delle collezioni


Nella Scuola Media Statale G. Palumbo di Montallegro allestito il Museo della Civilt
Contadina, inaugurato il 28 Maggio 1991. La sua realizzazione si deve allinteresse e
allimpegno di coloro che in quel periodo operavano nella scuola. I principali artefici furono
la preside Bianchetta, il Professore Sacerdote Antonio Nuara, il Signor Ciliberto Leonardo e il
Professore Salvatore Rizzuto, al quale il Museo stato recentemente intitolato. Gli oggetti
esposti, pi di 1000, sono stati donati in buona parte dalle famiglie degli alunni di
Montallegro, in parte invece, provengono dai paesi limitrofi. La fase operativa
dellallestimento, preceduta dallo studio approfondito dei testi pi significativi sulla vita nelle
campagne nel passato, stata sostenuta dalla collaborazione dei pi anziani del paese, che
hanno contribuito con i loro ricordi. Ogni oggetto denominato sia in italiano che in dialetto
per recuperare anche la memoria linguistica.

Una risorsa didattica


La realizzazione del Museo scaturita dalla programmazione didattica, che aveva come finalit
la valorizzazione e la conservazione della memoria del territorio.
Sin dalla sua istituzione, il Museo ha rappresentato, quindi, un mezzo, per insegnanti e alunni,

395

di conoscenza del passato, fondamentale per dare un significato al presente e costruire


un futuro migliore.
Non perdere la memoria e la consapevolezza di valori e di sentimenti e, al contempo,
far emergere le radici del patrimonio fatto di tradizioni, usi e costumi: questa la lezione
del Museo di Montallegro.

Le collezioni
Lesposizione si sviluppa in tre sale contigue al pianterreno dellIstituto. La ricca
collezione del Museo racconta, attraverso significative testimonianze della cultura
materiale, la vita nei campi tra la fine dell800 e la prima met del 900.
Il percorso espositivo suddiviso in tre macrosettori: lagricoltura, lartigianato ed il
commercio, la vita domestica e familiare.
Alla prima sezione

appartengono la maggior parte degli oggetti, esposti nella sala

centrale, la pi grande, la pi ricca e significativa.


In particolare, il ciclo del grano documentato da una serie di attrezzi agricoli,
riferibili alle varie fasi della coltivazione: semina, erpicatura, trebbiatura, setacciatura e
conservazione. Finimenti per i bovini, i cavalli e i somari testimoniano l'importanza
del bestiame, soprattutto come forza lavoro, mentre gli strumenti degli artigiani aprono

interessanti squarci di vita quotidiana.


Gli oggetti riflettono la storia della propriet, delle tradizioni e delle tecnologie rurali,
insieme alla storia linguistica locale, che rivive nella nomenclatura in dialetto e nei
modi di dire.

396

1. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Carretto siciliano e particolare della chiave posteriore.

397

Sala I
Uno dei pezzi pi pregevoli il carretto siciliano, di propriet della famiglia Briuccia,
acquistato dai docenti della scuola. Il carretto, di tipo palermitano, opera del carradore
Domenico Monteleone, reca la targa di circolazione e la data del 1933. Le scene, dipinte sulle
sponde (masciddari) da Leonardo e Tommaso Rosselli, sono tratte, come indicano le didascalie,
da Lassedio di Firenze, romanzo risorgimentale di Francesco Domenico Guerrazzi, ispirato
allassalto delle truppe di Carlo V contro la repubblica fiorentina, difesa dal valoroso Francesco
Ferrucci. Sulla chiavi posteriore, raffigurato ad intaglio, il miracolo dellapparizione di Santa
Rosalia, che distoglie dal suicidio il saponaro Vincenzo Bonelli. (fig.1).
Allingresso, sulla destra, uno spazio dedicato allapicoltura: un bellesemplare di torchio
(torchiu) per la spremitura del miele completo di panieri, una caldaia di rame per sciogliere la
cera e due arnie (fig.2).
Segue un ampio settore dedicato allagricoltura. In alto, si trovano i finimenti per aggiogare il
cavallo ed il mulo al carretto e, in basso, le cassette per il trasporto del concime o di altro
materiale. Accanto, due aratri in legno, al primo veniva aggiogato un solo animale, al secondo

due per mezzo di un giogo (iuvu) e del varduneddu (fig.3).


Poi un marchio in ferro con la lettera M utilizzato per la marchiatura degli animali e una
variet di basti (capizzeddi), che servivano per aggiogare il cavallo allaratro.
Di notevole interesse,

la frasca, utilizzata per compattare il terreno e prepararlo alla

coltivazione del cotone, vari tipi di falci (faci) e ancini per la mietitura e due raschiatori per
pulire il vomere dellaratro dalla terra. Particolare il ditale di canna, che serviva come

protezione delle dita dal taglio della falce (figg.4-5).

398

2. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Torchio per il miele,


calderone scioglicera, lemmo ad invetriatura monocroma e gavita per le api.

399

3. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Finimenti, selle aratri in legno e, in fondo, la frasca.

400

4. Montallegro. Museo della Civilt contadina.


Sala I. Falci, uncini, aratri in ferro.
5. Montallegro. Museo della Civilt contadina.
Sala I. Ancineddu, falce, ancini, ditale per la
mietitura.

401

Lesposizione prosegue con due aratri in ferro e un erpice (erpici) in ferro, che serviva per
frantumare le zolle e spianare il terreno.
Seguono le selle (sidduna), le sacche da appendere alle selle (vertuli), la bisaccia (sacchina), due
museruole (ritunneddi), una cavezza (capizzuni) e le staffe. Al centro della sala si possono
osservare, una serie di contenitori, realizzati con canne e arbusti, che secondo la grandezza e la
forma prendono nomi diversi: cufina, cartedde e panara (fig.6).
Seguono la treggia (stragula), usata per trasportare i barilotti di legno in groppa agli animali e i
porta brocche (canceddi) (fig.7). Le brocche (quartare), insieme a giare e bummuli in maiolica e
terracotta, sono disposte in unisola ricavata al centro della sala. (fig.8).
Sempre al centro, un esemplare di torchio per la spremitura delluva. (fig.9).
Il mosto ricavato veniva trasportato con lotre (utri), un contenitore di pelle essiccata, e poi
veniva messo nelle botti (vutti).

Un pezzo pregevole il cardatore meccanico per la lana (fig.10).


Alla parete sono appese le bilance (valanzi), due realizzate con la giummarra, una di rame
a un piatto con lago e il romano (rumano) e unaltra in rame con un piatto grande per la
pesatura e quello piccolo per i pesi (fig.11).
Sulle vetrine, lungo il muro, gli oggetti per lilluminazione, alcuni fornelli (primus) e lumi
(lumere) a petrolio, la lampada ad acetilene (acitalena) e due fornelli ad alcool (spiritere) (fig.12);

accanto, alcuni ferri da stiro (fig.13) e i contenitori (biduna) in alluminio, che servivano per
trasportare il latte e venderlo a domicilio. Di particolare interesse la ferla che veniva usata nel
commercio: un pezzo di legno, diviso in due parti, recava incisi dei segni corrispondenti ai
debiti contratti (fig.14).

402

6. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Cufina, cartedde e panara.


7. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Canceddi.

403

8. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Isola centrale con giare, quartare , cantari e bummuli di ceramica.
9. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Torchio e botti.

404

10. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Cardatore meccanico.

405

Allinterno della vetrinetta sono esposti i ferri del cavallo e del mulo, le cavezze

(capizzuna), i raschiatori (raschiatura), una pastoia in ferro (pastura) e il pennato (rinciglio)


con la roncola (runca), che servivano per potare le vigne. (fig.15) .
Accanto, una scure (mannaia), usata dal macellaio, un metro per la misurazione degli
animali, le forbici per tosare le pecore, una bilancia a due piatti in rame con i pesi ed
alcuni attrezzi di lavoro.
Sempre allinterno della vetrina, sono esposte delle figurine di terracotta, che

rappresentano i vari mestieri, realizzate recentemente.


Allangolo, un crivello (crivu), poggiato su tre piedi, che serviva per la pulitura del grano,
accanto a pale, tridenti, setacci e mazze (fig.16).
Vicino, appesi, contenitori di giummarra (zimmila), sporte (coffe), seghe (serri), coppi per
raccogliere i fichi dindia e due reti (rituna), utilizzate per il trasporto della paglia.
Al centro della sala si trovano una tinozza (tina) in legno, i decalitri (dacalitru) per

misurare il mosto, alcuni imbuti (muti) in metallo, un contenitore (cafiso) per la


misurazione dellolio, i secchi (cati) in zinco, una bacinella (bagnera), una gabbia (nassa)
di vimini per la custodia dei pulcini, scaldini (tancini) in rame, un nebulizzatore
(soffiaturi), un catino (lemmu) (fig.17).
Seguono tre calderoni (pignati) in rame, di diverse dimensioni per la preparazione della
ricotta e dei formaggi, il braciere (bascieri) e linnaffiatoio (innaffiaturi).
Accanto, una campionatura completa dei misuratori delle granaglie, tipici della
zona: il quarto (lu quartu), il mondello
(fig.18).

406

(lu munneddu), e i tumuli (li tummina)

11. Montallegro. Museo della Civilt contadina.


Sala I. Bilance, campanacci e contenitori per il
latte.
12. Montallegro. Museo della Civilt contadina.
Sala I. Oggetti per lilluminazione.
13. Montallegro. Museo della Civilt contadina.
Sala I. Ferri da stiro, lampione e seghe.
14. Montallegro. Museo della Civilt contadina.
Sala I. Ferla.
15. Montallegro. Museo della Civilt
contadina.Sala I. Raschiatura e pastura.

407

16. Montallegro. Museo della Civilt contadina.


Sala I. Crivi, coffe, pale e tridenti di legno.

408

17. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Tina, decalitri e imbuti.

18. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala I. Quartu, munneddu, tummina.

409

Sala II
Nella seconda sala sono stati ricostruiti gli ambienti domestici: nella camera da letto (fig.19) si
trova il letto, realizzato con cavalletti in ferro (trispa), tavole in legno e materasso imbottito di
fibra vegetale. Accanto, il vaso da notte (cantaro o silletta), uno scaldaletto, la culla in ferro
battuto, il girello di legno, la bacinella di zinco per il bagno del neonato.
Le valigie (valigi) e il baule (baulli) ricordano il triste periodo dellemigrazione verso i paesi
oltreoceano.
Appese alla parete, le immagini sacre, le foto di famiglia, lacquasantiera, la corona del rosario
(cruna) e un attaccapanni (appizza robbi). Ai piedi del letto si trova la cassapanca (cascia)
genovese utilizzata per la conservazione della biancheria (robbi).
Allangolo, la pila, una giara per lacqua e le bacinelle (bagneri) di zinco smaltato poste su
treppiedi, uno in legno e due in ferro.
Lambiente cucina stato ricreato attraverso un forno di gesso e un focolare a legna, con
suppellettili e utensili: pentole, piatti, caffettiere, graticole, tegami di creta e vari contenitori
(figg.20-21). Sulle mensole cannate, uglialori e bummuli in maiolica policroma con decorazione
floreale, prodotti a Burgio intorno alla met del XX secolo e i contenitori (vasceddi) per scolare
la ricotta e il formaggio.

Accanto al forno, la gramola (sbriga) e la madia (maidda) per impastare la farina (fig.22).
Di fronte alla cucina (fig.23) si trova una credenza con tazze di porcellana, posate,
bicchieri,vassoi e rosoliere e un tavolino con loccorrente per ricamare.
In un angolo della sala stato riprodotto il banchetto con gli attrezzi del calzolaio, mentre in
uno scaffale si trovano le varie forme di legno per le scarpe. (fig.24).

410

19. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala II. Camera da letto.

411

20. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala II. Ambiente cucina e suppellettili.

412

21. Montallegro. Museo della Civilt contadina.


Sala II. Pentole, tegami e vasi da dispensa.

22. Montallegro. Museo della Civilt contadina.


Sala II. Maidda e sbriga.

413

23. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala II. Credenza, tavolino con occorrente per ricamo, macchina da cucire.

414

Da pavimenti della prima met del secolo scorso provengono gli esemplari di mattoni di
maiolica (maduna pinti), mentre i puttini di gesso (angiledda) adornavano le pareti delle case.
Tra gli oggetti esposti, anche alcune macchine da cucire, mentre un pezzo originale la
macchina da proiezione per il cinematografo. (fig.25).

Sala III
Nella terza sala, esposti in una vetrina, una sveglia del 1900, i misurini dellolio in lamiera
zincata, un sigillo del pane con le iniziali di famiglia, una veste di battesimo.
Sulle mensole, un cardatore per palma nana, le scope di giummarra, le coffe, un attrezzo per
fare le maniche dei maglioni, un fuso a manovella (fig.26) e le sassole, che servivano per
prendere dai sacchi la farina, lo zucchero o i legumi (fig.27). Seguono una carriola in legno, un
torchio per fare la pasta, un filatoio, una sgranatrice per il cotone, alcuni fusi e i macinini del
pepe e del caff (fig.28). Sulla parete dirimpetto, gli attrezzi del falegname: la mola con un

supporto in legno, le pialle, la raspa, i martelli per limpellicciatura e un trapano a mano.


Infine, alcuni tipi di chiavi, serrature e lucchetti (catinazza) (figg.28-29), una forma per tegola in
legno (canali) (fig.30), una pressa per rilegare i libri e un diploma di una maestra elementare
montallegrese del 1896.

415

24. Montallegro. Museo della Civilt


contadina. Sala II.
Banchetto dl
calzolaio, maduna pinti, angiledda di
gesso.

25. Montallegro. Museo della Civilt


contadina. Sala II. Macchina da
proiezione per cinematografo.

416

26. Montallegro. Museo della Civilt


contadina. Sala III. Cardatore, scope
di giummarra, attrezzo per le maniche
dei maglioni, fusi.

27. Montallegro. Museo della Civilt


contadina. Sala III. Coffe, imbuti e sassole.

417

25. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala III. Sgranatrice per il cotone e filatoio.

418

28. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala III. Chiavi.

29. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala III.


Catenacci e lucchetti.

30. Montallegro. Museo della Civilt contadina. Sala III. Forma di


canali in legno.

419

Claude Monet, Covoni alla fine dellestate, 1890-1891, Louvre, Parigi


(da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Claude_Monet._Haystack._End_
of_the_Summer._Morning._1891._Oil_on_canvas._Louvre,_Paris,_France.jpg)

Finito di stampare nel Giugno 2014

Progetto grafico e redazione


Valentina Caminneci

Dunque, se lanimo tuo nel cuore vagheggia ricchezze,


fa come io ti dico, fa che lavoro saggiunga a lavoro
(Esiodo, Le opere e i giorni, vv.. 381-382, trad. it. Ettore Romagnoli).

Regione Siciliana
Assessorato Beni Culturali e Identit Siciliana
Dipartimento Beni Culturali e Identit Siciliana
Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali
Agrigento

Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali.


Via U.La Malfa,5. Agrigento. sopriag@regione.sicilia.it
R.P.Salvatore Donato. Progetto Valentina Caminneci
URP Adriana Cascino. urpsopriag@regione.sicilia.it
tel.0922-552516 fax 0922401587