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Gli indecisi

C un segreto nella mia famiglia. Lo rivelo solo a voi, perch me ne vergogno parecchio. Nemmeno alla mia maestra o ai miei compagni di scuola ho detto mai niente, perch so che non capirebbero. Vedete, mia madre ha una piccola mania. Infatti, lei quella che si definisce nel linguaggio colloquiale una gattara. Sanno tutti che le gattare sono quelle donne che per svariati motivi, pi o meno animalistici, portano cibo ai gatti randagi. Lodevole impegno, beninteso, anchio amo i gatti, come qualunque persona che abbia un minimo di cuore. E fanno certamente pena queste povere bestie costrette a vivere in strada, fra mille pericoli, in balia delle malattie e delle persone malvage. Ma sapete anche voi che spesso questo impegno di solidariet verso gli animali sfocia in unautentica fissazione. La persona diviene una specie di buona azion-dipendente, e trascura gli impegni di ogni giorno. Cos accadde infatti con mia madre, che inizi a dissociarsi sempre pi dalla realt per immergersi nel suo impegno per lei sempre pi pressante. Si alzava la notte in vestaglia ed usciva per verificare lorigine di certi miagolii nel giardino vicino, oppure trascurava di preparare il pranzo perch doveva andare a portare le medicine ai suoi gattini malati. Aveva anche trovato un lavoro abbastanza decoroso, ma si licenzi dopo pochi anni per potersi dedicare anima e corpo alla sua causa. A scuola dovevo inventarmi un sacco di fesserie, per nascondere la realt della mia famiglia. Come spiegare che vivevamo con venti gatti in casa, e con lunico sostegno di una misera rendita ereditata da uno zio? In pratica io e mia madre vivevamo ai limiti del barbonaggio, ma cercavo in tutti i modi di nasconderlo, ingegnandomi come pu ingegnarsi un povero ragazzino di scuola elementare: portavo la spesa a qualche persona anziana, consegnavo fiori per un fioraio l vicino, o altre piccole incombenze del genere. And avanti un bel po di tempo cos, finch accadde il fatto che rappresent allo stesso tempo la mia fortuna e la mia sfortuna. Un giorno, andavo in seconda media, era lora di ginnastica, ed eseguivo assieme ai miei compagni alcuni esercizi alla spalliera. Allimprovviso, per un brusco movimento, fuoriusc dai miei pantaloncini la coda che tenevo gelosamente nascosta.

La palestra, che fino ad un attimo prima era allegra e chiassosa ammutol. Professoressa, guardi, Giulio ha la coda!, strill la secchiona della classe. Finii in direzione. Immediatamente fu chiamata mia madre. Mia cara signora, disse in tono gentile ma duro la direttrice, La nostra una scuola aperta a ragazzi di tutte le razze, ragazzi handicappati, ragazzi difficili. - Ma capisce, e cos dicendo allarg le braccia, suo figlio un caso davvero anomalo. I suoi compagni cominciano ad avere paura di lui. Quella peluria rossa che gli sta crescendo su tutto il corpo ogni giorno pi fitta, perfino sul viso, le orecchie appuntite Con lultimo episodio ha davvero oltrepassato il limite: la coda, si rende conto signora? La coda! Capisco, disse mia madre. Mi dispiace, disse la direttrice, stringendo la mano a mia madre, ed accomiatandosi da lei. Ci dirigemmo verso casa, in totale silenzio. Io tenevo lo sguardo a terra, sentendomi quasi colpevole, calciando ogni tanto gli oggetti abbandonati sul marciapiede. Mamma? Dimmi, Giulio. Chi era mio padre? Fuffo. A casa accarezzai la schiena al vecchio Fuffo. Ciao, pap. Il gatto rosso drizz un orecchio, poi riprese a sonnecchiare. Due giorni dopo bussarono alla porta. Era un giornalista. La notizia era trapelata. Non feci in tempo a richiudergli la porta in faccia, che mi aveva gi fotografato. Finii su tutti i giornali. La mia casa era assediata da curiosi e rompiscatole di ogni risma. Passai del tempo asserragliato nella mia stanza, senza sapere cosa fare. Non potevo pi andare a scuola, n nessuno mi avrebbe preso a lavorare, e man mano che la mia trasformazione si attuava ero sempre pi impresentabile. Poi venne la mia grande occasione. Fui scritturato da un circo famoso, e facevo il numero della belva umana, accanto ai nani e ai pagliacci. Fu un vero successo. Gli spettacoli facevano sempre il tutto esaurito, ed il mio numero, in mezzo a musiche orientaleggianti e ad altri animali, strappava gli applausi della gente, nonch brividi di paura.

Un guadagno supplementare era costituito dalle fotografie che le persone si facevano fare accanto a me nellintervallo dello spettacolo. And tutto bene, finch, passata ladolescenza, non cominciarono a cadermi tutti quei lunghi peli rossicci che mi ricoprivano il corpo, viso compreso. In capo a pochi mesi mi ritrovai con la pelle rosea e nuda, come qualsiasi essere umano. Beninteso, avevo sempre un aspetto particolare, con la lunga coda, le orecchie appuntite e i lineamenti felineggianti, ma non ero pi lo stesso. Un brutto giorno il padrone del circo mi chiam nel suo ufficio. Sospir. Giulio, mi disse. Sei stato un ottimo collaboratore. Hai dato unimpronta speciale ai nostri spettacoli. La gente ha ripreso ad amare il circo, anche grazie a persone valide e volonterose come te. Grazie, dissi. Per ora, continu, inghiottendo la saliva, ora che sei cambiato, non sei pi unattrazione. E cos dicendo fece un cenno verso lo specchio alla mia destra. Osservai la mia immagine, che non guardavo attentamente da tanto tempo. Effettivamente avevo un aspetto umano, o almeno quasi. Sei una persona eccezionale, prosegu il direttore. Ma capisci, il tuo posto non pi il circo. Mi venne da piangere. Purtroppo aveva ragione. Avevo un aspetto mostruoso per la societ normale, ma troppo normale per quella vetrina di mostruosit che il circo. Cosa faccio adesso?, dissi disperato. Non so, rispose il direttore, visibilmente commosso. Poi mi porse una busta. Eccoti, la tua ultima paga. Vi ho messo di tasca mia anche una consistente buonuscita. Grazie, dissi, Addio. Addio, e buona fortuna, disse il direttore, stringendomi la mano. Andai mestamente verso il mio carrozzone, a prendere la mia roba. Giulio, te ne vai anche tu? Mi girai. Era Gisella, la donna cannone. S, sono appena stato licenziato, risposi. E tu? La donna mi fece entrare, offrendomi un caff. Linterno del carrozzone era tempestato di vecchi manifesti del circo.

la donna cannone, diceva uno di essi, un numero che vi far rabbrividire, ed un altro: accorrete a vedere la donna pi grassa del mondo, dove lei era ritratta con un costume di lustrini in groppa ad un elefante. E quella chi ?, dissi, indicando i manifesti sullaltra parete. Una locandina, un po spiegazzata, diceva: dalle tombe dei faraoni, ecco risorgere lo scheletro umano, e vi era ritratta una donna filiforme con del bistro attorno agli occhi incavati, con un costume che imitava le bende delle mummie. Quella sono sempre io, quando ero magra. La guardai incredulo. Vedi, da ragazza disprezzavo il mio aspetto fisico ero tonda e grassottella. A scuola mi prendevano in giro, ed anche a casa avevo problemi analoghi cos mi chiusi in casa e decisi che non sarei uscita finch non fossi diventata magra. Il problema fu che riuscii cos bene nellintento che divenni anoressica. Naturalmente altri problemi, altre prese in giro e discriminazioni. Cos bussai la porta a questo circo, e come vedi mi scritturarono come scheletro umano. Ebbi successo, cos dopo qualche tempo tirai un sospiro di sollievo e mi rilassai un po. Ripresi a mangiare e mi sentivo sempre meglio. In compenso, due mesi dopo mi mandarono via, perch ero diventata normale. Mi arrabattai per mesi con i lavori pi umilianti e pesanti. A causa dellansia, il mio unico passatempo divenne mangiare. Facevo sempre pi difficolt a muovermi e a lavorare per mantenermi. Per fortuna il circo mi riprese con s, questa volta come donna cannone. La ascoltavo con un senso di empatia, sentendomi molto vicino alla sua storia. Venendo a oggi, mi disse, slacciando la cintura della vestaglia, e mostrandomi il suo corpo seminudo, come vedi sono calata di nuovo. La guardai. Era ancora piuttosto robusta, ma la pelle cominciava a cadere afflosciandosi, a causa del continuo dimagrire ed ingrassare. Capirai, continu, ormai certo non potr diventare pi la donna scheletro. Daltronde non voglio di certo tornare come donna cannone. Ho anche una certa et, e la salute ne risentirebbe. Aggiunse poi, con tono tra lamaro e lo scherzoso, del resto, conciata come sono, nessuno stilista mi assumerebbe come fotomodella. Forse no, dissi, sperando che non si offendesse. Per a me piaci lo stesso, aggiunsi, accarezzandole il viso. Lo so, tesoro, sussurr, abbracciandomi. Forse, dissi, stretto fra le sue braccia, nella vita siamo entrambi degli indecisi. Il mattino dopo ci dirigemmo verso la stazione, e aiutati dai pagliacci e da altra gente del circo, caricammo tutte le masserizie sul primo treno che capit a tiro, e partimmo, in cerca di un luogo che accettasse, oltre ai mostri e le persone normali, anche quelli che sono soltanto indecisi.

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