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La mia panchina preferita

Il parco era tiepido e accogliente. Cielo azzurro, nuvole soffici e una bella primavera sparsa un po dappertutto, fra le siepi, in mezzo ai prati e addosso agli alberi. Come da copione gli uccelli cinguettavano. I pochi e piacevoli impegni di quella giornata erano tutti spostati nel pomeriggio, cos che mi aspettava una tranquilla mattina di dolce far niente. Armato di giornale mi intrufolai nel verde, guardandomi alle spalle per accertarmi di non essere inseguito, e mi diressi risoluto a conquistare la mia panchina preferita. La tenevo sempre pulita, scacciandovi i piccioni e passandovi di tanto in tanto un panno che inumidivo alla fontanella. Si trovava in un vialetto di scarso passaggio, cos che di norma era tutta per me. Mi sedetti sullamato legno laccato di rosso, ed aprii con solennit il giornale che tenevo religiosamente piegato in quattro. Non avevo nemmeno finito la prima pagina, quando una signora di mezza et piuttosto grassoccia si sedette accanto a me. Si pu?, domand. Naturalmente, risposi, sfoggiando il miglior sorriso che potevo, anche se dentro di me digrignavo i denti. Disdetta! Questa non ci voleva! Speriamo che se ne vada via al pi presto!, pensavo, imprecando contro la malasorte. Odiavo dover dividere quel mio angolino di paradiso con altre persone. Proprio l doveva venire quella donna, ad invadere quei miei pochi metri quadrati di pace e di silenzio? Non cerano un sacco di altri posti dove trastullarsi? Girai attorno lo sguardo, sbirciando oltre i cespugli che ci circondavano. La signora era parzialmente scusata, visto che le altre panchine erano tutte occupate. Si vedeva che la tiepida giornata aveva fatto uscire le persone come marmotte dopo il lungo letargo. Ma io avevo pi diritto di qualunque altro ad occupare quella panchina, io che lavevo frequentata tutto lautunno, e anche dinverno, persino nelle giornate pi fredde, incurante delle intemperie. La signora tir fuori un lungo sfilatino e una bella carta di salame, olive e cetrioli. Gradisce?, chiese gentilmente. Feci un cenno di diniego con la testa, senza staccare gli occhi dal quotidiano. Volevo gustarmelo tutto, fino allultima riga. Dopo un po ritrovai la pace perduta, assuefattomi ormai al rumore di mandibole della mia bulimica vicina. Ma ahim, una vecchia grinzosa munita di bastone e di unincipiente gobba si sedette alla mia destra. Salutai appena, ma nonostante mi fossi diligentemente applicato per apparire

il pi scorbutico possibile, per mia disgrazia risultai simpatico alla vegliarda, la quale ritenette opportuno tenermi al corrente della storia della sua vita, dai tempi duri ma indimenticabili della guerra e della sua infanzia, fino a parlarmi del suo compianto marito, della lunga vedovanza e degli acciacchi che a sentire lei sarebbero bastati per un intero condominio. Come un equilibrista mi aggrappavo alle parole scritte, cercando di non perdere il filo, ma il pasteggiare delluna e il parlottare dellaltra mettevano a dura prova il mio talento circense. Ma dovevo resistere. La pazienza la virt dei forti, mi dicevo per infondermi coraggio. Doveva ancora nascere la persona che mi facesse sloggiare dalla mia panchina preferita. Passarono forse una quindicina di minuti, ed avevo ritrovato la mia concentrazione, quando sentii avvicinarsi il fastidioso sfrigolare di una radiolina mal sintonizzata. Accanto alla signora mangiona and a sedersi un altro anziano, di quelli con la mania dei bollettini, delle notizie calcistiche e delle operette. Cos, con mia somma gioia, la mia colonna sonora da monofonica divenne stereofonica, senza nemmeno il bisogno di pagare alcun canone e spendere soldi in batterie. Infine, ciliegina sulla torta, di l a poco un nugolo di marmocchi atterr nelle vicinanze, malamente tenuto a bada da una giovane ed inesperta maestrina. Memore delle eroiche gesta di Fort Alamo, resistetti eroicamente ai colpi, agli aerei di carta e alle urla sguaiate di quelle piccole pesti. Due ore dopo, finito il giornale e riempito diligentemente lo schema delle parole crociate, potei finalmente alzarmi ed andarmene da l. La vecchia si spost lestamente a sinistra, per continuare la sua arringa con la signora mangiona, che ora era passata al dolce. Volevate la mia panchina? Tenetevela!, dissi tra me e me allontanandomi. Rimasi per malissimo quando tornai il giorno dopo, e trovai il posto gi occupato. Vigliacchi! Attentare in modo cos spudorato alla mia leggendaria pazienza! Cos, mandando invettive verso la primavera e lumanit intera, me ne tornai verso casa scornato. Ero furioso per essere stato spodestato dal mio regno. Cos stracciai il giornale e lo gettai con sdegno nel cestino della spazzatura. Rimuginai tutto il giorno sul da farsi. Dovevo trovare una soluzione. Ormai notte, scavalcai il basso recinto che delimitava il parco. Alla chetichella, badando bene che nessuno mi vedesse, mi diressi alla mia beneamata panchina. La accarezzai, come per tranquillizzarla, poi estrassi il seghetto

che tenevo nascosto sotto la giacca, ed iniziai a segare le zampe di ferro che reggevano il sedile. Dopo circa tre quarti dora di lavoro, mi detersi il sudore, e con la chiave inglese svitai i dadi che fissavano le doghe. Riposi i pezzi in un grande sacco di iuta, e caricato il tutto sulle spalle ritornai alla mia abitazione, dove crollai esausto. Il mattino dopo limai le zampe di ferro battuto, e vi applicai dei cappuccetti di gomma che avevo appositamente comprato, dopodich rimontai quellelemento di arredo urbano nello stretto corridoio davanti allingresso, lunico posto dove poteva stare. Sulla parete di fronte, a un metro e mezzo di distanza, appesi un paio di stampe che raffiguravano degli ameni paesaggi campestri. E cos da quel giorno ho sempre il posto assicurato, senza nemmeno il bisogno di scendere al parco. La lotta senza quartiere con i piccioni, con la gente e con i capricci del tempo ormai solo un ricordo, ed ora posso finalmente sedermi sulla mia panchina preferita ogniqualvolta lo desidero.

Professor Bizzarro (b)bizzarryght Professor Bizzarro bizzarro@bazardelbizzarro.net www.bazardelbizzarro.net

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