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D E G L I

SCRITTORI

LATINI

CON TRADUZIONE E NOTE

C. PLINIUS SECUNDUS

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HI S T ORI AE MUNDI
LIBRI XXXVII

VOLUMEN SECUNDUM

VKNETIIS
EXCUDIT JOSEPH
■.OCCC.XLIT

ANTONELLt

AUREIS DORATVS NUMISMATI!OS

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C.

PLI NI O SECONDO
LIBRI XX.XVII
TRADUZIONE

DI M. L O D O V I C O D O M E N I C H I
EMENDATA P E R LA PRIMA TOLTA

•KCOIfOO IL TESTO LATINO

CON L’AGGIUNTA D[ UN NUOVO INDICE GENERALE

VOLUME SECONDO

VENEZIA
DALLA TIP. DI G IU SEPPE ANTONELL1 ED
FRBMIATO DI M ED AG LII » ' ORO

l844

C. PLINIO SECONDO

C. PLINII SECUNDI

HISTORIARUM MUNDI
LIBER XX
MEDICINAE EX HIS QUAE SERUNTUR IN HORTIS

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CCCUMERE SILVESTRI, XXVI.

DiL

COCOMERO SELVATICO, 2 6 .

I. IjT rande opera di natura al presente noi comincieremo, e racconteremo atl* uomo i suoi ci­ bi ; e lo faremo confessare, eh* egli non conosco le cose, delle quali ei vive. Niuno, benché i nomi sieno vili, stimi esser questa piccola cosa, consi­ derato che in questi si ragiona la pace e la guerra che la natura ha con esso lui, e gli odii e le ami­ cizie delle cose inanimate e mancanti di senso, le quali, eh* è cosa mirabile, vengono naturalmente in servigio dell’uomo : il che i Greci appellaronosimpatia. Da questi due principii di odio e di amicizia si compone l ’ università delle cose : così T acqua spegne il fuoco, e il sole divora I’ acqua, mentre la luna la produce, in modo che questi duo pianeti soffrono sempre ingiuria l’uno dall' altro. E per lasciar le cose alte, e ragionare delle basse, la calamita tira a sè il ferro, mentre il teamede de sè lo scaccia ; e il diamante, gioia delle ricchezze, il quale da nessuna altra forza può esser vinto, spezzasi col sangue del becco ; e altre maraviglie pari a queste, o maggiori, le quali racconteremo a suo luogo. Siaoi solamente perdonalo, se comincieremo dalle cose minime, perciocch’elle sono le più utili ; e prima parerlemo degli erbaggi. i. Abbiamo già dello che il cocomero salII. t. Cucumim silvestrem esse diximus, mul­ II. to infra magnitudinem sativi. Ex eo fit inedic*- valice è minore che il dimestico. Di questo si fa f u i i o i. N., \ ol. 11.

T JJla lim om hinc opus naturae ordiemur, et . cibos «nos homini narrabimus, faleriqae coge­ mus ignota esse, per quae vivat. Nemo id par­ vum ac modicum existimaverit, nominum vilitato deceptus. Pax secum in his aut bellum na­ turae dicetur, odia, amicitiaeque rerum surdarum ac sensa carentium : et, quo magis miremur, omnia ea hominum causa, quod Graeci sympa­ thiam appellavere; quibus cuncta constant, ignes aquis restinguentibus, aquas sole devorante, luna pariente, altero alterius injuria deficiente sidere. Atque ut a sublimioribus recedamus, ferrum ad se trahente magnete lapide, et alio rursus abigente a sese : adamantem opum gaudium, infra­ gilem omni celera vi et invictum, sanguine hir­ cino rumpente, quaeque alia in suis dicemus lo­ cis, paria, vel majora, mira. Tantum venia sit, • minimis, sed a salutaribus ordienti, primumque ab hortensiis.

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C. PLINII SECUNDI

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mentum, quod voctlur elaterium, sueoo expresso e semine. Cuju* causa nisi maliirius incidatur, semen exsilit, oculorum etiam periculo. Servatur autem decerptus una nocte: postero die incidi­ tur arundine. Semen quoque cinere conspergi­ tur, ad coercendam sqcci abundantiam : quii ex­ pressus suscipitor aqua ooelesti, atque subsidit :. deinde sole cogitur in pastillos, ad magnos mor­ talium usus. Obscuritates et vitia oculorum sa­ nai, geoarumque ulcera. Tradunt hoc succo tactis radicibus vitium, non attingi uvas ab avibus. Radix aulem ex aceto cocta podagris illinitur, succoque dentium dolori medelar. Arida cura resina impetiginem et scabiem, quae psoram et liebenas vocant, parotidas et panos sanat, et ci­ catricibus colorem reddit. Et foliorum succos au­ ribus surdis cum aceto instillatur.

vna medicina chjamata elaterio, cavando il sugo dels£me. Se a ciò (are non s'incide molto per tem­ po, il seme schizza fuori con pericolo degli oc­ chi. Levato dalla pianta si serba una nolle, e I' al­ tro giorno s'incide con canrfa. Il seme si sparge con 1 cenere, per scemare l ' abbondanza del su­ « go, il quale si preme in acqua piovana, e va al fondo : di poi si rappiglia al sole, « fassene pa­ stelli per grandissimo uso degli uomini. Guari­ sce 1 oscurità e il difetto de gli occhi, e le crepa­ ' ture che sono intorno a essi. Dicesi che toccan­ dosi le radici delle vili con questo sugo, gli uc­ celli non beccano di quelle uve. La radice sua cotta con l ' aceto si mette sulle gotte, e col sugo si medica il dolore de' denti. Secca con la ragia guarisce le impetigini e la scabbia, che si chia­ mano tigna e volatiche, le posteme, che nascono dietro a gli orecchi, e gli enfiali nella gola, e ren­ de il colore alle margini delle piaghe. Distillasi ancora H sugo deHe foglie sue con l’ aceto negli orecchi de sordi.
D e l l * b l a t b b i o , 2 <J.

E

l a t e r io , x x v ii.

111. Elaterio tempestivos est autumno : nec 111.11 tempo delPelaterio è l'autunno; nè ultum ex medicamentis longiore aevo durat. lu­ c' è cosa medicinale, che duri più di questa. Co­ ci pi t a trimatu. Si quis recentiore uti velit, pa­ mincia osarsi il terzo anno. Se alcuno lo vuole stillos in novo fidili igne lento io aceto domet. usare piò fresco, dorai i pastelli eoo 1*aceto ia Melius, quo vetuslios : fuitque jam ducentis an­ vaso nuovo di terra, a fuoco lento. Quanto è più nis servatum, ul auctor est Tliophrastus. Et us­ vecchio, tanto è migliore ; e già ve ne fa serbalo que ad quinquagesimum lucernarum lumina ex- dugento anni, come scrive Teofrasto. Infioo a cin­ tinguit. Hoc enim veri experimentum est, si quanta spegne i lumi delle lucerne. II vero espe­ admotura prius quam extinguat, scintillare sur­ rimento di questo è, se appressandolo al lume sum ac deorsum cogat. Pallidum ac laeve herba­ prima che lo spenga, lo faccia sfavillare di sopra ceo ac scabro melius, ac leniter amarum. Putant e di sotto. Quello eh1è pallido e polito è mi­ conceptus adalligato semine adjuvari, si terram gliore dell' erbaceo e rozzo, ed è un poco amaro. non attigerit. Partus vero, si in arietis lana alli­ Tengono che il seme legalo alla donna aiuti la gatum inscientis lumbis fuerit, ita ut protinus gravidanza, se non ha tocco terra ; e ch'egli aiuti ab enixu rapiatur extra domum. il parto, s’egli è legato io lana di montone alle reui della donna, eh' essa non lo sappia ; ma bi­ sogna che sobito dopo il parto si levi via, e por­ tisi fuor di casa. Coloro che magnificano il cocomero, dicono Ipsum cucumin qui magnificant, nasci prae­ cipuum io Arabia, mox in Arcadia» Cyrenis alii che nasce a perfezione in Arabia, di poi in Arca­ tradunt, similem heliotropio, cujiu inter folia et dia : altri dicono che in Cirene, do v'ei nasce simile ramos provenire magnitudine nucis juglandis. all* eliotropio, e vien grande tra le foglie e i rami Seioen aulem esse ad speciem scorpionum cauda quanto una noce, ed ha il seme simile a uno scorpione con la coda ritorta, ma bianca. Laonde replexa, sed candida. Aliqui etiam ab eo scor­ pioni um cucumitn vocant, efficacissimutn contra alcuni lo chiamano cocomero scorpionio, ed ha scorpionum ictus «t semine et elaterio, et ad grandissima virtù contra il morso de gli scorpio­ purgandum uterum alvosque. Modus portione ni, così il seme, come l 'elaterio, e purga il ventre virium ab dimidio obolo ad solidum. Copiosius e la matrice. La misura da prenderne, è secondo la proporzione delle forze dell' uomo, dalla metà necat. d 'u n obolo fino a un obolo intiero. Se mai se ne piglia più quantità, ammazza. Così si bee ancora contra il male de'pidocchi, Sic ct contra phthiriasiu bibitur ; et hjdro-

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HISTORIARUM MUNDI MB. XX.

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pises. Illitum anginas et arterias eam meile el oleo teiere sanat.
AvGirmo coccbebb, sit* erbatico, t .

e il ritrnopico. Mescolalo con mele e olio vec­ chio guarisce la scheraoxia e le arterie. Dar, cocombbo sebpbotibo, o em atico, 5.

IV. a. Molli credono che questo sia quello, IV. a. Malli hanc esse apud nos qui anguinas ehe noi chiamiamo serpentino, ovvero erràtico, rocetar, -ab aliis erratica», arbitrantur. Quo de­ cocto sparsa mares non attingant. Iidem poda­ del quale colto bagnandone alcuna cosa, i topi gris cum articuli morbis decoclum in aceto illi- non ne toccano. Contro a’ gottosi e a’ morbi ar­ niont, praesentaneo remedio. Laraborura vero ticolari collo nell* aceto è aimedio di subito ef­ dolori semine sole siccato, dein trito, xxx dena- fetto. Al dolore delle reni giova il seme secco al rionom pondere in hemina dato aqaae. Sanat et sole, dipoi trito, pigliandone trenta debari in una tumores subitos illitam cum laete mulieram. Por­ emina d'acqua. Mescolato con latte di donna gua­ gat eas elalerium ; sed gravidis abortum facit. risce le subite enfiagioni. Lo eleterio porga le Suspiriosis prodest ; morbo vero regio in nares donne, ma fa sconciare le gravide. Giova a sospi­ coojecium. Lentigines ao maculas e facie tollit in rosi, e a quegli che hanno sparso il fiele, metteo* dolo nelle narici. Leva le lentigini, e le macchia sole illitam. del tiso, bagnandole al sole.
CoCUBEEB SATIVO, IX.

Dai. C O M B SEM A , 9. OO BO IN TO

V. Malti eadem omnia sativis adtribuont. Ma­ V. Molti attribuiscono le medesime virtù al gnam etiam in eis momentum. Namque et eorum dimestico, perciocch' esso aocora è di gran valo­ seraen, quantam tres digili adprehenderint, eam re. Perciocché pigliando del seme suo quanto ne cumino tritum , polumque in Tino, tussientibus può stare sa tre dita, e trita col cornino, e bevuto auxiliatur. Sed et phreniticis in laete molieris ; col vino, giova 8lla tosse. Giova ancora al farne­ et djsentericis acetabuli mensura. Paruleota aa- tico mesciuto col latte di donna, e a' pondi, pi­ tem exspaeatibas cam camino pari pondere, et gliandone la quarta parte di una mina a misura ; )ocinent vitiis in aqaa malsa. Urinam movet ex e a chi sputa marcia, preso con altrettanta corni­ vino dulci, «t in renum dolore djsteribas simul no a peso; e al fegato, mesciuto con acqua melata. cam camino infanditar. Fa orinare dandolo col vin dolce. Al mal della reni si me Ite nel cristeo col cornino. P bpobe, XI.
D u F i n n , 11.

VI. Pepones qai vocantur, refrigerant ma­ VI. Quei che si chiamano peponi, rinfrescano xime ia cibo, e t emolliunt alvum. Garo eorum grandemente nel cibo, e mollificano il corpo. La epiphoris oealoram aat doloribus imponitur. carne loro si mette sugli ocehi, che patiscono la* Radix sanat ulcera concreta in modam fovi, quae griraaùone, o sopra a dove duole. La radioe guari­ eeria vocant. Eadem contrahit vomitiones : sic­ sce le stianxe, incrostate a modo di fiatoni, le quali catur, et io farinam tosa datar quataor obolis chiamano cerie. La medesima resta il vomito : ai in aqaa m alsa, ita a t qai biberit, qaiogentos secca, e dassene in farina pesta quattro oboli in acqoa melata ; ma eolai che bee, dee caminar poi postea passas ambulet. Haec farina et in smegma­ ta adjicitor. Cortex qaoqae vomitiones movet, cinquecento passi. Questa farina s*adopera ancora faciem porga t. Hoc et folia cujuscumque sativi negli empiastri astersiti. La corteccia sua muova illita. Eadem cum meile et epioyctidas sauant : il vomito, e porga la faccia. Ciò fanno ancora le cam vino, canis morsus. Item millepedae : sepa foglie di qualunque pepone domestico. Le mede* Graeci vocant, oblongam, pilosis pedibus, peco­ sime tolte col mele guariscono i mali repentini ri praecipue nocivam. Morsam tamor insequitor, degli occhi, e col vino il morso del cane, e del et putrescit locas. Ipse cacumis odore defectam millepiedi, che i Greci chiamano sepa, ed è luogo, animi. Coctos deraso cortice, ex oleo et meile, co1piedi pilosi, e molto nocivo al bestiame. Dove morde subito viene enfiatole il luogo infracida. jucundiores esse certam e it L’ odore dei cocomeri ri li chi fosse svenato. Sono buoni cotti, letando loro la boccia, oon olio, aceto e mele.

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COCOBBITA, XTU.

C. PLINII SECUNDI
D
e l l a zocca,

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17.

VII. 3. Cacnrbita qaoqae silvestris invenitur, VH. 3. Truovasi ancora Ia zaeea salvalica, spongos a Graecis appellata, ioapis (unde el no­ chiamala da1Greci spongo, Ia quale è vana (onde men), digitali crassitudine, non nist io saxosis eli* prese il nome ), grossa un dito, e non nasce nascens. Hujus commaodacatae soccos stomacho se non in luoghi sassosi. Il sugo d’essa masticata giova molto allo stomaco. 'admodum prodest.
COLOCYBTHIDK, X. D ella
c o l o q u in t id a ,

10.

VIIL Colocynthis vocatur alia, ipsa plena, sed minor qoam sativa. Utilior pallida, quando «jus sont medicinae. Herbacea arefacta per se inanit alvum. Infosa quoque clysteribus, inte­ stinorum omnibus vitiis medetur, et renum, et lumborum, et paralysi : ejecto semine, aqua mul­ sa in ea decoquitur ad dimidias: sic tussieoti infunditor obolis quatoor. Prodest et stoma­ cho, farioae aridae pilolis cum decocto meile somptis. In morbo regio utiliter semina ejus sumuntur, et protinus aqua mulsa. Carnes ejus com absinthio et sale dentium dolorem tollunt. Succus vero cum aceto calefactas mobiles sistit. Item spinae, et lumborom, ac coxendicum dolo­ res, cum oleo si infricetur. Praeterea, mirum dictu, semina ejus si fuerint pari numero adalli­ gata febribus, sanare dicuntur, quas Graeci periodicas vocant. Sativae quoque rasae saccos tepefactas auribus medetur. Caro ejus interior sine semioe, clavis pedum, et suppurationibus, quae Graeci vocant apostemata. Decoctae aotem universae soccos, dentiam motus stabilit, et do­ lores inhibet. Vinum cum ea fervefactam, ocu­ lorum etiam impetus. Folia ejus cum recentibus cupressi contusa, et imposita : ipsa quoqoe tosta in argilla, ac trita cum adipe anseris, vulneribos medetur. Nec non ramentis corticis recentes podragas refrigerat, et ardores capitis, infantium maxime. Et ignes sacros, de strigmentis, vel his impositis, vel semioibos. Succus ex strigmentis, illitus cum rosaceo et aceto, febrium ardores re­ frigerat. Aridae cinis impositus mire combusta sanat. Chrysippus medicus damnabat eas in cibis. Sed omnium consensa stomacho uLilissimse ju­ dicantur, et interaneorum vesicarum que exulce­ rationibus.

Vili. Éccene un'altra, che si chiama coloquintida, la quale è piena, ma minore della domestica. Più utile i la pallida, perchè d'essa si fanno le medicine. La erbacea secca per sè medesima vota il ventre. Messa ne’cristei, medica i difetti di tutti gP intestini, e delle reni, e de1lombi, e del par­ ietico. Cavandone il seme, caocesi con l’ acqua melata, fin che torna a metà, e dassene a chi ha la tosse quattro oboli. Giova ancora allo stomaco pigliandone pillole di farina secca con mele cotto. 1 semi suoi giovano al mal caduco, e subito P ac­ qua melata. La carne sua con P assenzio e col sale leva il dolore de denti ; e il sugo riscaldato con P aceto ferma quegli che si muovono. Giova ai dolori della schiena, delle reni e delle coscie, se si frega con olio. Oltra di ciò, maravigliosa cosa è a dire, ehe se i semi suoi sono di novero pari, e legati ai febbricosi, saoan quella febbre che i Gre­ ci chiamano periodica. 11 succo che si trae radendo la domestica, riscaldato che sia medica gli orec­ chi. La carne sua di dentro senza seme, giova a calli de* piedi, o a' figooli, che i Greci chiama­ no apostemi. Il sugo di tutta cotta rassoda i dea li che si dimenano, e ne leva il dolore. 11 vino ri­ scaldato con essa guarisce ancora i repentini amo­ ri de gli occhi. Le foglie sue peste con le foglio fresche del cipresso, e ancora essa arrostita in ar­ gilla, e trita col grasso dell' oca, medica le ferite. Anche i pezzi della sua corteccia rinfresca le gotte recenti, e gli ardori del capo, massimamente dei fanciulli. Riufresca ancora il fuoco sacro, ponen­ dovi sa o di questi pezzi, o pure dei semi. 11 sugo che n’ esce raschiandola, se vi s’ infonde olio ro­ sato e aceto, rinfresca gli ardori della febbre. La cenere della zucca secca maravigliossmente risana le incotture, postavi sopra. Crisippo medico la biasimava ne' cibi ; ma noodimeoo per comune opioione sono tenute utilissime allo stomaco, e alle piaghe delle interiora e della vescica.
D
elle

R a p is ,

ix .

a ape, 9 .

La rapa anch' ella è medicinale. Guarisce IX. Est et rapo vis medica. Perniones fervens IX. impositum sanat. Item frigus pellit e pedibus. i pedignoni essendovi messa su calda, e caccia il Aqua decocti ejus fervens podagris eliam frigidis freddo de' piedi. L 'acqua bollente, do?’ essa fu

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HISTORIARUM MUNDI L1B. XX.

.a

medetor: e! eradam (oram cum sale,cuicomque vitio pedam . Semen illilom et potam ia vino, contra serpentes et toxica salutare esse proditur. A multis Tero antidoti vim babere in vino et oleo. Democritus in totum ea abdicavit in cibis* propter inflationes. Diocles maguis laudibus tu­ lit, etiam Venerem stimulari ab eis professas : item Dionysius : magisque, si eruca <g>ndirentur. Tosta quoque articulorum dolori cum adipe prodesse.

cotta, giova aucora alle gotta fredde ; e pestala crada col sale giova a ogni difetto de* piedi. Dicesi che il seme suo bevuto col vino è utile contra i serpenti e i tossici. Molti tengono eh* egli abbia forta d'antidoto nel vino e nell'olio. Democrito le biasimò affatto ne’ cibi per rispetto che produ­ cono enfiagione. All’ incontro Diode diede loro grandissime lodi, dicendo infino ch'elle risve­ gliano la lussuria. 11 medesimo dice Dionisio, massimamente s'elle si condiscono con la ru­ chetta ; e che arrostile col grasso giovano a' dolori delle giunture.
D ella
bapa salvatica , i

B iro

silvestri ,

i.

.

X. Silvestre rapam in arvis maxime nascitur, X. La rapa salvatica nasce principalmente nei firaticosam, semine candido, duplo majore, quam campi: è-germogliosa, di seme bianco, maggiora papaveris. Hoc ad laevigandam cutem in facie, il doppio ehe quello del papavero. Questa s 'asa totoque corpore, ntantur, mixta farina, pari a fare delicata la pelle dèi viso, e di tutto il corpo, mensura, ervi, hordei, tritici, et lupipi. Radix mescolandovi con pari misura farina di rubiglia, d’ orzo, di grano e di lupino. La radice non è ad omnia ioutilis. buona a nalla.
N a p is ,
siv e bcbio , sive bouiade , v .

D el

savore , ovvebo borio , ovvero bohiada ,

5*

XI» 4- Naporum duas differentias et in medi­ cina Graeci servant Angulosis foliorum caulibus florentis, quod bunion T ocant, purgationibus Seminaram, et vesicae et urinae alile decoctam, potam ex a q a a nralsa, vel succi drachma. Semen djsenlericis, tritumqae in aqua calida, e cyathis qoatnor. Sed urinam inhibet, si non lini semen ana bibatur. Alteram genus buniada appellant, et raphano et rapo simile: seminis praeclari con­ tra venena : ob id et ia antidotis utuntur illo.

XI. 4« I Greci fanno due differente di navoni nella medicina. Quello che ha i gambi delle foglia accantonati, cui chiamano bunio, è utile alle purgagioni delle donne, alla vescica, e alla orina, cotto e bevuto con 1’ acqua melata, o con una dramma del sugo. Il seme suo trito nell’ acqua calda giova a quegli che hanno male di pondi, a dassene quattro bicchieri di dieci dramme 1 li­ * no. Però ristrigne l ' orina, se non si bee insieme con esso il seme del lino. L 'altra sorte chiamano buniada,ed i simile al rafano a alla rapa: il suo seme è ottimo contra i veleni, e perciò s ' usa ne­ gli antidoti.
D el b ap aito s a lv a t ic o b a rm o ra c ia , i .

R aPBABO SILVESTRI ET AbMOBACU, I.

XII. Raphanum et silvestrem esse diximus. Laudatissimus ia Arcadia: quamquam et alibi nascitur, utilior urinae dumtaxat ciendae. Celero aestivo usus in Italia, et armoraciam vocant.

XII. Abbiamo detto che ci'sono ancora rafani salvalichi. I più lodati son quelli di Arcadia, ben­ ché altrove pure ne nascono, più utili solamenta a far orinare. In Italia fanno uso del rafano slatcreccio, che si domanda armoracia.
D el bap ab o se m in a to , 43.

R aphabo

sativo , x l u i .

X III. E t sativi vero, praeter ea quae circa eos dicta sint, stomachum purgant, pituitam cxtenaaat, urinam concitant, bilem detrahunt. Praeterea cortices in vino decocti, mane poli ad ternos cyathos, comminuunt et ejiciunt calculos. Udem in posca decocti contra serpentium mor*» illinuntor. Ad tussim etiam mane jejunii ra-

XIII. I rafaui domeslichi, oltre a quello che abbiamo detto, porganolo stomaco, assottigliano la flemma, provocan 1’ orina e frenano la bile. Di più, le scorte col le nel vino, beeodone la mat­ tina tre bicchieri, rompono e fanno gillare la pie­ tra. Colle con posca, il che è bevanda fatta d'ac­ qua e d 'aceto, si pongono su' morsi delle serpi.

C. PUNII SECONDI phsnus prodest cum meile: semen eorum tostam, ipsarnque commanducatum, ad lagonoponon : aqaara foliis ejus decoctis bibere, vel succum ipsius cyathis binis contra phthiriases: phlegraoni ipsos illinere tosos, livori Tero recenti corti­ cem cora mette: veternosis autem quam acerri­ mos mandere : semenque tosturo, dein contritura cum meile suspiriosis, lidem et contra vene­ na prosunt. Cerastis et scorpionibus adversatur : Tei ipso, vel semine infectis mauibus impune tractabis : imposiloque raphano scorpiones mo­ riuntur.

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Salutares et contra fungorara aot hyoscyami
Tenena aeqne, at Nicander tradii : et contra vi­

scum quoque dari Apollodori duo jubent: sed Citieussemen ex aqua tritum, Tarentinus succum. Lienem item extenuant : jocineri prosunt, et Iamborum doloribus. Hydropicis quoque ex aceto aat sinapi sumpti, et lethargicis. Praxagoras et iliosis dandos censet: Plistonicus et coelia­ cis. Intestinorum ulcera sanant: ac purulenta prae­ cordiorum, si cum meile edantur. Qoidara ad haec coquere eos in luto illitos malunt : sic et feminas purgari. Gx aceto et meile sumpti, inte­ stinorum animalia detrahunt. Itera ad tertias decocto eorum poto cum vino. Gnterocelis pro­ sunt : sanguinem quoque inutilem sic extrahunt. Medias ad haec et sanguinem exscreantibus co­ ctos dari jubet: et puerperis ad lactis copiam angendam. Hippocrates capitis mulieram deflu­ via fricari raphanis : et super arabilicum imponi contra tormenta vulvae. Reducunt et cicatricem ad colorem. Semen quoque ex aqaa impositum, sistit ulcera, quae phagedaenas vocant. Democritns Venerem hoc cibo stimulari putat: ob id fortassis voci nocere aliqui tradiderunt. Folia quae in oblongis dumtaxat nascuntur, excitare oculorum aciem dicuntur. Ubi vero acrior rapha­ ni medicina admota sit, hyssopum dari protinus imperant : haec antipathia est. Et aurium gravi­ tati succam raphani instillant. Nam vomituris summo cibo esse eos, utilissimum est.

Se si mangiano la mattina a digiuno col mele, giovado alla tosse. Il seme loro arrostito e masti­ cato giova a* sospirosi, e al male che si chiama lagonopono; o cocendo in acqua le foglie, e beeli­ do tale cocitura, o H suo sago a misura di due bicchieri, Tale coatra la malattia de* pidocchi, quaodo il corpo ne genera. Pongoosi peste sopra l ' infiammagioue, e nel lividore fresco si pone la corteccia col mele. Giova a' letargici mangiarne de' più aspri e più pangenti. A sospirosi è atilè .’ mangiare il seme arrostilo e pesto col mele. Gio­ vano ancora contra i veleni. Col suo seme, o chi ne avesse imbrattale le mani, può senza danno toccare i cerasti e gli scorpioni. Se rafano si metto sullo scorpione, muore. Sono parimente olili contra i veleoi de' fan­ ghi, e dell'erba detta giusquiamo, come scrive Nicandro. Dannosi ancora conira il visco, secon­ do i due Apollodori ; ma Citieo vnole che si dia il seme pesto con l’ acqua, e Tarentino 1 sugo. As­ 1 sottigliano la milza, giovaao al fegato, e a1dolori de' lombi. Giovano eziaodio a rilruopichi e a’ le­ targici, presi eoo l’aceto, o con la senape. Prassa* gora vuole che si dieno a quegli che hanno do­ lore di fianco ; e Plistonico ancora a quelli che han flusso di venire. Guariscono le piaghe de­ gl’intestini, e le puzze delle precordia, mangian­ dosi col mele. Certi olirà a queste cose voglion che ci caocano intrisi nel loto, e cosi dicono che le donne si porgano con essi. Presi con Paceto e col mete scacciano i vermini del corpo ; come ancora la loro decozione fatta fino alla terza par­ te, e bevuta col vino. Giovano alle crepature, e così ancora cavano fuora il sangue cattivo. Medio vuole anco che Si dieno cotti a chi spula sangue, e alle donne che hanno partorito, per far crescere loro il latte. Ippocrate contra i dolori della ma­ trice insegna che si freghino co' rafani i capelli che cadono del capo alle donne, e che si ponganp sopra il bellico contro te sofferenze della matrice. Levano ancora le margini delle ferite. Il seme suo posto con P acqua, ristagna quelle piaghe, che si chiamano fagedene. cioè fistole molli, che giltano marcia. Democrito è di parere, che a mangiare questo cibo la lussuria si risvegli, e perciò alcuni forse dissero che e' nuoce alla voce. Dicono che le foglie, che crescono solo ne' rafanilunghi, aguz­ zano la T i s t a . Però quando s’ è data medicina di rafano troppo agra, vogliono che subito si dia l'issopo, perchè esso opera come ^ contrario. Tnstillano ancora il sugo del rafano negli orecchi, dov'essi hanno gravezza. È utilissimo che que­ sto cibo sia l ' ultimo a coloro che hanno a vomi­ tare.

.3
P astihaca , v . H ibisco ,

BISTOttlARUM MUNDI L1B. XX.
sive moloche agria , sive

*4

PISTOLOCHIA, XI.

DELLA PASTINACA, 5. DELL1 IBISCO, OWEBO MOLOCHE a g b ia , O PISTOLOCHIA, I I .

XIV. Paatinacae simile hibiscum, quod molo­ XIV. Alla pastinaca è simile l’ ibisco, il quale chen agriam vocant, ei aliqui pistolochiam, ul­ si chiama moloche agria, e da alcuni pistolochia: ceribus cartilaginis et ossibus fractis medelur. medica le piaghe della carlilagiofc, e l’ ossa rotte. Folia ejaa ex aqua pola alvum solvunt, serpen­ Le foglie sue bevute con l ' acqua muovono U tes abigunt. Apum, vesparum, crabrouum icti­ corpo, e scacciano le serpi. Fregale sopra il luo­ bus illita m edentur. Radicem ejus ante solis or­ go offeso guariscono i morsi delle pecchie, delle tum erutam involvunt lana coloris, quem nati­ vespe, e de* calabroni. La radice sua, cavala in­ vum vocant, praeterea ovis quae feminam pepe- nanti che si levi il sole, si rinvolge in lana di co­ rit, strumisque vel suppuratis alligant. Quidam lore, detto nativo, oauche in laoa di pecora che ad hunc usum auro effodiendam censent: caven- abbia partorito femmina, e si appicca alle gavine, domque ne terram attingat. Celsus et podagris o dove la postema ha fallo capo. Alcuni per que­ sto effetto vogliouo eh' ella si svelga con oro, ma quae sine tumore sint, radicem ejosex vino de­ che non tocchi terra. Celso insegna che si appli­ coctam imponi jubet. chi la radioe sua cotta nel vino alle gotte, che non sono enfiate.
St a p h y u s o , s iv e
f a s t ir a c a b b b a t ic a , x x i i .

D ello

st a fil m o , o pastinaca bbbatica ,

aa.

XV. 5. Ecci un'altra sorte,ehe si chiama sta­ XV. 5. Alterum genus est staphylinos, quod ffino, ovvero pastinaca erratica. Il suo seme pe­ pastinacam erraticam vocant. Ejus semen con­ tritum et in vino polum, tumentem alvum, et sto, e bevuto ool vino, mitiga il corpo gon6ato, gl' isterismi e le doglie delle femmine, tanto che suffocationes mulierum, doloresque lenit in tan­ tum, ut vulvas corrigat : illitum quoque e passo ne corregge la matrice; e ungendo con esso quan­ do è appassito, giova alle doglie del corpo. Agli vestri earum prosit. Viris vero prodest,cum pa­ uomini, pesto con altrettanto paue e bevuto col nis portione aequa trituro, ex vino polum con­ vino, giova contra i dolori del corpo. Fa orinare, tra ventris dolores. Pellit et urinam : et phage­ daenas olcerum sistit recens cum raelle imposi­ e posto fresco col mele, ristagna le fìstole che tam, vel aridum farina inspersum. Radicem ejus gettano marcia, il che anche fa la polvere secca della sua radice. Dieuche vuole che la radice sua Dieuches contra jocineris, ac lienis, ilium, lum­ borum, et renum vilia ex aqua mulsa dari jubet. si dia con acqua melata contra i difetti del fega­ Cleophautus et dysentericis veteribus. Philistion to, della milza, de' lombi, e delle reni. Cleofanlo in lacte coquit, et ad stranguriam dat radicis dice che giova ancora al male de' pondi. Filistiouncia» quatuor : ex aqua hydropicis, similiter et ne la cuoce nel latte, e contra gli stranguglioni, opisthotonias, et pleuriticis, et comitialibus. eioè serratura di gola, dà oncie quattro della ra­ Habentes eam feriri a serpentibus negantur: aul dice ; e nell* acqua a' ritruopichi, e a qaegli che qai ante gustaverint, non laedi. Percussis impo­ non possono piegare o voltare il capo, per la nitur cum axuugia. Folia contra cruditates man­ pelle o nervi del capo di dietro che son ritirali ; duntur. Orpheus amatorium ioesse staphylino non che a quegli che hanno dolore di fianco, o dixit, fortassis quoniam Venerem stimulari hoc che patiscono male caduco. Chi ha questa addos­ cibo certum est : ideo conceptus adjuvari aliqui so, dicono ehe non è morso delle serpi, o chi pri­ prodiderant. Ad reliqua et sativa pollet. Effica- ma n'avrà gustato, non sarà offeso da esse. A'pereior tamen silvestris, magisque in petrosis nata. cossi si mette su con la sogna. Le foglie sue son Semen sativae quoque conlra scorpionum iclus, buone a mangiarle conira la indigestione. Orfeo ex vino aut posca, salutare esi. Radice ejus cir­ disse che lo slafilino ha virtù di far amare altrui, forse perchè tal cibo aiuta e desta la lussuria ; e cumscalpti dentea, dolore liberanlur. per ciò alcuni dissero eh' egli aiuta il parto. Il domestico è utile ancora ad altre cose. Nondime­ no il sai valico ha più forza, e quello maggiormen­ te eh' è nato fra le pietre. Il seme del domestico vale ancora contra il morso degli scorpioni, me­ sciuto con vino, o eoo posca. Leva il dolora dei denti, stuzzicandogli con la sua radice.

C. PLINII SECUNDI
G iugidmk D el
g irg id io .

16

XVI. Syria in horiis operosissima est : indeque proverbium Graecis: u Mulla Syrorum ole­ ra ». Simillimam staphylino herbam «erit, qoam alii gingidion vdeant, tenuius lautum at amarius, ejusdem que effectus. Estur coctum crudumque stomachi magna utilitate. Siccat enim ex alto omnes ejus humorea. «

XVI. La Siria è molto industriosa negli orti, e di qui è nato il proverbio de* Greci : u Molti sono gli erbaggi di Siria. » Quivi si semina un'er­ ba simile allo slafiliao, la quale alcuni chiamano gingidio, solamente più sottile, e più amara, ma del medesimo effetto. Mangiasi cotta e cruda con grande olitili dello stomaco, perchè purga tutti i suoi umori.
D el
s is e ro , 11.

Sisama, xi. XVII. Siser erraticum sativo simila est, et affectu : stomachum excitat, fastidium abstergat, ex aceto laserpitiato sumptura, aut ex pipare et mulso, vel ex garo. Urinam ciet, utOpion credit, et Venerem. In eadem sententia est et Diodes. Prae­ terea cordi convenire convalescentium, aut post multas vomitiones perquam utile. Heraclides con­ tra argentum vivum dedit, et Veoeri subinde offensanti, aegrisque se recolligentibus. Hioesius ideo stomacho utile videri dixit, quoniam nemo tres siseres edendo continuaret : esse tamen utile convalescentibus ad vinum transeuntibus. Sativi privalim saccos cum lacte caprino potui sistit alvum.

XVII. Il siserò erratico i simile al domestico, aucora nell* effetto. Risveglia lo stomaco, e leva il fastidio, quando si prende con l'aceto laserpiziato, o col pepe e vino melato, o col garo. Muo­ ve l ' orina, secondo che crede Opione, e ancora la lussuria. Del medesimo parere è Diocle, il qua­ le di più dice, che giova al cuore de'convalescenti, o è utilissimo dopo molti vomili. Eruclide lo diede conira 1 argento vivo, e il male dello sfila­ * to, e agli ammalati, quando incominciano a ria­ versi. Icesio disse, che pare eh* egli sia utile allo stomaco, perchè nessuno continua a mangiare tre siseri ; nondimeno è alile a coloro, che risanano, e vengono al vino. Il sago del domestico, bevuto con latte di capra, ferma il corpo.
D el
s e s e le , ia .

S il e , x ti.

XVU1. Et quoniam plerosque similitodo nominam Graecorum confuodit, conteximus et de sili: sed hoc est vulgatae notitiae. Optimam Massiliense : lato enim grano et fulvo esi. Secun* dum Aethiopicum, nigrius. Creticum odoralissimum omuium. lladix jucundi odoris est. Semen esse et vultures dicuntur. Prodest homini ad tussim velerem, rupta, convulsa, in vino albo potum, liem opisthotonicis, et jooiuerum vitiis, et lorminibas, et straogariae, daarum aut trium ligularum mensura. Sunt et folia utilia, at quae parius adjuvent etiam quadrupedum.

Hoc maxime pasci dicuntur cervae pariturae. Illinuntur et igni sacro. Multumque in summo cibo concoctionibus confert, vel folio, vel semi­ ne. Quadrupedam quoque alvum sistit, sive tri­ tum potai infusum, sive mandendo commandu­ catum e sale. Boum morbis tritum infunditur.

XVIII. E perchè la somiglianza de* nomi Gre­ ci confonde molti, soggiagneremo del sesele, ben­ ché questo è conosciuto da ognuno. Ottimo è il Marsigliese, perchè egli ha il granello largo,e gial­ lo. 11 secondo è l ' Etiopico, eh’è più nero. Il Candiotto ha maggior odore di talli. La radice sua ha odore soave. Dicono che anche gli avoltoi ne man­ giano il seme. Giova all* nomo per la tosse vec­ chia, e dove fosse crepatura, o alcuoa cosa uscita del suo luogo, si bee in vin bianco. Giova ancora a quegli che non possono piegare, o volgere il capo per la pelle o nervi ritirati, e al male del fe­ gato, e agli stranguglioni, dandone la misura di due o tre cucchiai. Sono eziandio utili le sue fo­ glie, perchè aiutano il parlo ancora degli animali quadrupedi. Dicesi che le cerve, quando hanno a partorire, si pascono di questo. Ugnesene eziaudio il fuoco sacro ; e conferisce mollo allo smaltirei mangian­ done per ultimo cibo o la foglia, o il seme. Fer­ ma similmente il ventre alle bestie, se pesto si mescola con 1*acqua che beono, o se è dato lor mangiare col sale. lofondesi tri lo nelle malattie de'buoi.

'7
I u c l a , 11.

HISTORIARUM MUNDI L1B. XX.
D e l l 's h u l a , 1 1 .

XIX. In u la quoque a jejonis commanducata, dentes co n firm at, si ut eruta est, terram non adlìopt: co n d ita Iassim emendat. Radicis vero de* coctae succus lineas pellit: siccatae autem in ambra farina tussi, et convulsis, et inflationibus, et arteriis medetur. Veoenatoram morsus abigit. Folia ex vino lumborum dolori illinuntur.

XIX. L'enula ancora masticata a digiuno fer­ ma i denti, se, come ella è cavata, non tocca ter­ ra ; e condita leva la tosse. 11 sugo della sua radice cotta caccia le tigouole. Secca al rezzo, e fattone farina, giova alla tosse, e medica gli scon­ volti, le eofiagioai e le arterie. Leva le morsica»' ture velenose. Le foglie sue col vino s' adoperano a1dolori de* lombi.
D b l l a c i p o l l a , %•).

C aepis ,

x x t ii .

XX. Caepae silvestres uoo sunt Sativae olfa­ XX. CipoUe salvatiche non ci sono. Le dome­ ctu ipso et delacrymatione caligini medentur, stiche con l'odorato e con trar le lagrime rimedia* r magis vero succi inunctione. Semnara etiam fa* no i bagliori, e molto più con la unzione del sago. cere traduntur, et ulcera oris sanare, comman­ Dicesi ancora eh' elle fanno venir sonno, e guari­ ducatae cum pane. E t canis morsus, virides ex scono le fessure, o piaghe della boccs, mangiate aceto illitae, aut siccae cam meile et vino, ita ut col pane. Guariscono anco i morsi de' cani, ba­ post diem tertium solvantur. Sic et attrita sanaat. gnate verdi nell’ aceto, o secche col mele e col Coctam in cinere, et epiphoris malti iiuposuere vino, io modo che si sciolgano dopo il terzo gior­ cum farina hordeacea, et genitalium ulceribus. no. Così sanano ancora le fratture. Roslita nella cenere, e mescolata còn farina d'orzo, molli l’han­ Sacco et cicatrices oculornm, et albugines, et ar­ pem a inunxere: et serpentium morsas, et omnia no adoperala a guarire le lagrimazioni degli occhi, vulnera cum meile. Itera aoricalaruia cum lacte e i taruoli che vengono nelle parti geoitali. Col mulierum : et in iisdem sonitum ac gravitatem sago ungono le cicatrici, e le maglie de gli occhi, emendantes, cura adipe‘anseriao, aut cum meile e quando sono sanguinosi attorno attorno ; e mestillavere. E t ex aqua bibendum dedere repente «colatolo col mele ne oagono i morsi delle serpi, a obmutescentibus. In dolore quoque ad dentes tutte le piaghe. Guariscono ancora gli orecchi in­ sieme col latte delle donne, e per guarire i me­ colluendos instillavere, et plagis bestiarum om­ desimi orecchi, quando i 1è suono, o gravità, si nium, privatim scorpionum. Alopecias fricuere, mescolano col grasso d'oca, o col mele. Dassi a bere et psoras, tasis caepis. Coctas dysenterias vescen­ das dedere et contra lumborum dolores : purga- con Pacqua a chi in uo subito tosse ammutolito. Insidiasi per bagnare i denti, quaudo dolgouo, menta quoque earum cremata io cinerem illinen­ e alle piaghe falle dalle bestie, e particolarmente tes ex aceto serpentium morsibus, sepisqne mul­ dagli scorpioni. Stropicciansi con le cipolle pe­ tipedae ex aceto. Reliqua inter medicos mira di­ ste le malattie nella cotenna del capo, e la rogna. versitas. Proximi utiles esse praecordiis et conco­ ctioni, ioflalionemque et sitim facere dixerunt. Dannosi a mangiare colle a chi ha il male dei Asclepiadis schola, ad colorem quoque validum pondi, e il dolore delle reni ; e le loro monda­ ture arse, e fattone cenere con l'aceto, si pongo­ profici hoc cibo. Et si jejuni quotidie edant, fir­ mitatem valetudinis custodiri : stomacho utiles no su'morsi delle serpi, e con l'aceto giovano al esse, spiritus agitatione : venirem mollire, hae* morso del millepiedi. Quanto ad altri us) gran morrboidas pellere, subditas pro balauis : succum diversità è fra i medici. 1 moderni hanno avuto coro succo feniculi contra incipientes hydropises a dire, eh' elle souo inutili alle precordia e allo mire proficere. Item contra anginas, cum rata et smaltire, e che f»nno rigonfiare, e aver sete. La meile. Excitari eisdem lethargicos. Varro, quae scuola d' Asclepiade dice che il mangiare delle ci­ sale et aceto pista est arefaclaque , vermiculis polle aiuta a far buon colore ; che se si man­ giano ogni dì a digiuno, mantengono altrui sano; non infestari auctor est. eh' ella sono utili allo stomaco e alla agitazione dello spirito ; che mollificano il ventre, e guari­ scono le morici, e che il sugo loro insieme col sugo del fioocchio i'a mirabile effetto per coloro che cominciano a essere ritruopichi ; che con la rula e col mele giovano al male della spriinansia, e che le medesime fanno desiare i luUr^tci. Dice

>9

C. PUNII SECUNDI

20

Varrone che Ia cipolla pesta col sale e eoo l'aceto, e risecca, non è tocca da' vermini.
P
o m o se c t iv o , x x x i i .

D el

p o rro s rttiv o ,

3a.

XXI. 6. Porrum sectivum profluvia sangui* XXI. 6.11 porro setlivo ristagna il sangue del ni» sistit in naribus contrito eo obturatis, vel naso, avendolo trito, e taratone il naso, o mesco­ gallae mixto, aut mentae: item ex abortu proflu­ lato con la galla, o con la menta. Ristagna ancora via, polo succo cura lacte mulierum. Tussi etiam il sangue nella sconciatura, beeodo il sugo suo veteri, ac pectori et pulmonis vitiis medetur. Illi­ con latte di donna. Giova similmente alla tosse tis foliis sanantur et ambusta, et epinyctidea: ita vecchia, e a' difetti del petto e del polmone. Con vocatur ulcus, quae et syce, in angulo oculi per­ le sue foglie si guariscono le incotture e la epipetuo humore manans. Quidam eodem nomine niltide, detta anche sice, e son qoe' fignoli che appellaut pusulas liventes, ac noctibus inquietan­ di continuo versano umore dall'angolo degli tes. Et alia ulcera cum meile trito : ve) bestiarum occhi. Alcuni con questo medesimo nome chia­ morsus ex aceto: item serpentium. Aurium vero mano certe vesciche livide, le quali la notte dan- ■ vilia cum felle caprioo, vel pari mensura mulsi : no passione. E buono pare ad altre nascente trito stridores cum lacte mulieris : capitis dolores, si col mele ; e con 1' aceto ai morsi delle bestie e delle serpi. Guarisce i difetti degli orecchi col in nares fundatur: dorraiturisve, in aurem duo­ fiele di capra, o con eguale misura di vino mela­ bus succi cochlearibus, uno mellis. Succus et ad lo ; e gli stridori con latte di donna. Guarisce an­ serpentium scorpionuraqoe ictus bibitor cum mero, et ad lumborum dolores cum vini hemina cora il dolore del capo, mettendolo nelle nari ; e a chi ha a dormire, mettendolo nell'orecchio con potus. Sanguinem vero exscreantibus et phthisi­ 1 cis, distillationibus longis, vel succus, vel ex ipso due cucchiai di sugo, e uno di mele. 1 sugo suo si bee col vino contra il morso delle serpi e degli cibus prodest. Item morbo regio, vel hydropi­ cis. Et ad renum dolores, cum ptisanae succo scorpioni, e con una emina di vino contra i dolori delle reni. Il sugo, o il cibo d 'esso giova a coloro acetabuli mensura. Idem modus cum meile, vul­ vas purgat. Estur vero et contra fungorum vene­ che sputano sangue, a' tisici, alle lunghe distilla— na: imponitur et vulneribus. Venerem stimulat: xioni, a coloro che hanno sparso il fiele, e a' risitim sedat: ebrietates discutit; sed oculorum truopichi: similmente a'dolori delle reni, piglian­ dolo con sugo d’ orzata alla misura d’un bicchie­ aciem hebetare traditur: inflationem quoque fa­ cere, quae tamen stomacho non noceat, ventrem- re. La misura medesima col mele purga le ma­ que molliat. Voci splendorem adfert. trici. Arrostito si mangia conira il veleno dei funghi, e meltesi sopra le ferite. Risveglia la lus­ suria, lieva la sete, 9 guarisce l’ubbriachezza ; ma dicesi eh' egli ingrossa la vista de gli occhi, e che fa enfiagione, la quale però noo uuoce allo sto­ maco, e mollifica il corpo. Rischiara similmente la voce.
P
o r r o c a p it a t o , x x x ix .

D sl

p o rro c a p ita to ,

3g.

1 XXII. Capitato major est ad eadem effectus. XXII. 1 porro capitalo fa maggiore effetto Sanguinem rejicientibus succus ejoscom gallae ne’ bisogni medesimi. Il sugo suo con farina di aut thuris farina, vel acacia dator. Hippocrates galla o d ' incenso, o con sugo cavato di acazia si dà a coloro, che rigettano il sangue. Ippocrate et sine alia mixtura dari jubet; vulvasqoe con­ vuole ch' e' si dia senza altra mistura ; ed è anco tractas aperire putat : fecunditatem etiam femi­ di parere ch* egli allarghi le matrici riserrate, e narum hoc cibo augeri. Contritum ex meile ul­ cera purgat. Tussim et dislillaliones thoracis, che il porro in cibo faccia le donne feconde. Trito col mele purga le nascenze crepate. Guarisce la pulmonis et arteriae vitia sanat, datum in sorbi­ tione ptisanae : vel crudum praeter capita, sine tosse, le distillazioni del petto, i difetti del pol­ pane, ita ut alternis diebus sumatur : vel si pura mone e dell' arteria, dato in bevanda d 'orzata, exscreentur. Sic et voci, vel Veoeri, somnoque o crudo, fuor che i capi, senza pane, in modo mullum confert. Capita bis aqua mutata cocta, che si pigli dei due dì l'u n o ; ovvero se si sputa­ no cose puzzolenti. Così mollo aiuta ancora la alvum sistunt, et fluxiones veteres. Cortex deco­ voce, la lussuria, e il sonno. 1 capi colti mutando ctus illitusque inficit canos.

ai

HISTORIARUM MUNDI LIB. XX. due volte 1 acqua, fermano il corpo, e le flossioni * vecchie. La corteccia cotta, e stropicciata sui ca­ pelli canuti, gli tigne.
A llio,
lxi.

D e l l ’ a g li o , 6 i,

L 'aglio ha gran forza, e grande uti­ X XIII. Allio magna vis, magnae utilitates XXIII. contra aquarum et locorum mn taliones. Serpen­ lità conira la mutazione dell'acque e de1luoghi. tes abigit, et scorpiones odore : atque ut aliqui Con l’odore scaccia le serpi e gli scorpioni, e, tradidere, et bestiarum omnium ictibus medetur, come dicono alcuni, guarisce i morsi d’ ogni be­ potu, vel cibo, vel illinitur : privatim contra hae- stia, beendosi, o mangiandosi, o ugnendosene ; e morrhoidas prodest, cura vino redditam vomi­ particolarmente giova alle morici, dato col vino ta. Ac ne contra araneorum mariam venenatam per vomito. E acciocché non ci maravigliamo che morsam valere miremur, aconitum, quod alio no­ giovi contra i morsi velenosi del sorcio, eh'è nel genere delle donnole, vale ancora contra l ' aconi­ mine pardalianches vocatur, debellat : item hyo­ scyamum: eanum morsos, in quae vulnera cum to, il quale con altro nome si chiama pardalianmeile imponitor. Ad serpentium quidem ictos che ; non che contro il giusquiamo, e i morsi de’ potum cum restibus suis efficacissime ex oleo cani, nelle quali ferite si mette insieme col mele. illinitur, adtritisqne corporum partibus, vel si Bevuto contra il morso delle serpi, è cosa effica­ in vesicas intumuerint. Qoin et suffitu eo se­ cissima T empiastro d 'esso e delle sue reste con candas partas evocari existimavit Hippocrates: l’ olio, applicato alle parli che ricevettero contu­ cinere eorum cara oleo, capitis ulcera mananlia sione, o che si enfiarono in vesciche. Dice Ipposanitati restituens. Suspiriosis coctam, aliqui era- crate che il suo profumo fa venire le secondine dura id tritam dedere. Diocles hydropicis cam alle donne di parto, e che la cenere sua con l'olio goarisce il lattime che mette spurgo. Dannolo al­ centanno, aut in fico duplici ad evacuandam al­ cuni cotto, e alcuni crudo e pesto a'sospirosi. Diovum : quod efficaeius praestat viride eam corian­ dro io mero potam. Suspiriosis aliqui et tritum cle lo dà ai ritruopichi con la ccntaurea, o in fico io lacte dederant. Praxagoras et contra morbum doppio per purgare il corpo ; ma è più possente a regiam vino miscuit : et contra ileum in oleo et ridurlo liquido quando è accora verde e berlo col p n lte: sic illinens slrnuiis quoque. Antiqui et in* vino insieme con coriandolo. Alcuni lo danno pe­ n n ieo tib u s dabant crudum. Diocles phreneticis sto col latte s1sospirosi. Prassagora lo mescola col vino a coloro, a coi s 'è sparso il fiele. Contra il elixom. Contra anginas tritum imponi, et garga­ rizare prodest. Dentium dolorem tribus capiti- dolore dell* intestino ileo ne fa pnltiglia con l ' obns in aceto tritis imminuit, vel si decocti aqua lio, e questo empiastro guarisce ancora le gavine. colluantur, addaturque ipsum in cava dentiam. Gli antichi osavano darlo crudo a’ furiosi. Diode Auribus etiam instillatur succus cum adipe anse­ lo dava lesso a’ farneticanti. Giova contra la spriroanzia ponendolo su pesto, e ancora gargariz­ rino: phthiriases et porrigines potum, tosoni item euro aceto et nitro compescit : distillationes zandosene. Leva il dolore de1denti, tritandone cora lacte, vel tritam , perraixturave caseo molli : tre capi nello aceto, o lavandoli con l ' acqua del quo genere et raucitatem extenuat: vel phthisin, collo, e ponendone nelle concavità del dente. in fabae sorbitione. In totem antera coctam nti- Stillasi ancora il sugo negli orecchi con grasso lius est erado,elixnmqae tosto: sic et voci con­ d*oca. Bevuto, o applicatolo peslo con l ' aceto fert. Tineas et reliqua animalia interaneorum e col nitro, spegne il male de1pidocchi e i piz­ pellit, in aceto mulso coctum. Tenesmo in pulte zicori : ferma le distillazioni collo col latte, o medetor. Temporum doloribus illitura elixum : trito, o mescolato col caccio tenero; col qual et pusulis coctam nam meile, deinde tritam. Tussi modo rischiara ancora la voce fioca. In bevanda cam adipe vetusto decoctum, vel cum lacte : aut di fava guarisce il tisico. Generalmente c più utile si sangais etiam exscreetur, vel pura,-sob pruna cotto che crudo, e lesso che rostito; e così giova coctam, et caro mellis pari modo sumptum: con­ alla voce. Scaccia le tignuole, e gli all ri animali vulsis, raptis, cam sale et oleo. Naro cnm adipe degl' interiori, cotto nell’ aceto melato. In polti­ tumores suspectos sanat. Extrahit fistulis vitia glia guarisce il male de1pondi. Alesso impiastrato medica i dolori delle tempie, e cotto col. mele e eam sulphure et resina, eliara arundines cum pi­ ce. Lepras, licbenas, lentigines exulcerat, sanat- dipoi trito sana le vesciche, o slianze. Guarisce la qoe com origano : vel cinis ejus ex oleo et garo tosse cotto con grasso vecchio, o con latte; o illitas. Sic et sacros ignes. Sugillata aut liventia collo sotto le brage, e preso con pari quantità di eoiorem r e d o c it, combustum ex meile. Cre- mele risana chi sputasse sangue o marcia. Preso

C. PLINII SECUNDI dunt et comitialem morbum sanari, si quis eo in cibo utatur ac potione. Quartanas quoque excu­ tere potum caput unum cum laserpitii obolo in vino austero. Tussim et alio modo, ac pectorum suppurationes quanlaslibet sanat, fractae inco­ ctum fabae, alque ita in cibo sumptum, donec sanitatem restituat. Facit et somnos, atque in to­ tum rubicundiora corpora. Venerem quoque sti­ mulat cum coriandro viridi tritum, potumque e mero. Vitia ejus sunt, quod oculos hebetat, infla­ tiones facit,stomachum laedit copiosius sumptum, sitim gignit. Cetero contra pituitam, et gallinis et gallinaceis prodest mixtum Carre in cibo. Ju­ menta urinam reddere, atqoe non torqueri tra­ dunt, si trito natura tangatur.

»4

con Mie e olio guarisce gli sconvolti e rotti, cbè preso con grasso sana gli enfiati sospetti. Cava la marcia alle fìstole con zolfo e ragia, e le canne con la pece. Guarisce la lebbra, le lichene e le lentigini con l ' origano, o se torrai la sua cenere con olio e garo mescolata. Così guarisce ancora il fuoco «acro. Arrostito col mele riduce le carni sigillate o livide al loro colore. £ se egli è usalo in cibo e in bevanda, tengono alcuni che guarisca il mal caduco. Se ne bevi un capo con un obolo di laserpizio io vin brusco, caccia la quartana. Sana la tosse per altro modo ancora, e le marcie che menasse il petto, per quantunque sieno co­ piose, cotto in fava infranta, e così mangiato, in­ fino a che restituisce la sanità. Produce eziandio sonno, e generalmente fa i corpi più rubicondi. Trito col coriandolo verde, e bevuto col vino desta la lussuria. I vizii suoi sono, ch'egli ingrossa la vista, fa enfiagioni, offende lo stomaco, quando però se ne mangi assai, e genera sete. Del resto mescolato con farro giova anche a1 polli contra la pipita. Dicono che fa orinare i giumenti, e che non sentono dolore, se si tocca loro la natura con l’ aglio pesto.
D ella
la ttug a ,

L actuca,

il ii.

C apbiha,

it .

4». D ella

lattuga caprina ,

XXIV. Lactucae sponte nascentis primum esi XXIV. La prima sorte della lattuga, che nasce genus ejus, quam caprinam vocant, q«a pisces in da sè stessa, è quella che si chiama caprina, la mare dejecta protinus necantur, qui sunt in pro­ quale coro’è gettata in mare, fa subito morire i ximo. Hujus lac spissatum, mox in aceto pondere pesci, che sono qui presso. Il latte suo rassodato obolorum duum, adjecto aquae uno cyatho, hy­ e messo nell' aceto, a peso di due oboli, aggiun­ dropicis datur. Caule et foliis contusis, adsperso tovi un bicchier d’ acqua, si dà a' rilruopichi. Le sale, nervi incisi sanantur. Eadem trita ex aceto, foglie e i gambi pesti, col sale sparsovi sopra, colluta matutinis bis mense, dentium dolorem guariscono i nervi tagliati. La medesima lattuga prohibent. pesta con faceto leva il dolore de' denti.
C aesapo , i . I sati, i. L actoca
silvatica , v ii .

D el

cesapo , i

. D ell * isati , i . D ella SELVATICA, 7 .

l a t tu g a

XXV. 7. Alterum est genas quod Graeci caesapon vocant. Hujus folia trita et cum polenta illita ulceribus medentur. Haec in arvis nascitur. Terlium genus est in silvis nascens, isatin vocant. Hujus folia trita cum polenta vulneribus prosunt. Quarto infectores lanarum utuntur, quod glaston vocant: simile erat lapatho silvestri foliis, uisi plura haberet, et uigriora. Sanguioem sistit. Pha­ gedaenas et putrescentia ulcera, quae serpuni, sanat: item tumores aule suppurationem. Contra iguem sacrum radice vel foliis prodest : vel ari lieues pota. Haec propria singulis.

XXV. 7. L'altra sorte è quella,che i Greci chia­ mano cesapo, le cui foglie trite e impiastrale con la polenta, guariscono le nascenze, o rotture. Questa nasce ne* campi. Écci la terza sorte, ch e nasce ne*boschi, e chiamasi isati. Le foglie di questa peste con la polenta, giovano alle ferite. La quarta sorte si domanda glasto : usasi dai tin to ri delle lane, ed è simile nelle foglie al lapato se l­ vatico, se non che le ha più nere, e in più num ero. Ferma il sangue, guarisce le nascenze che rodono, e le piaghe putride che serpeggiano, e così gli enfiali innanzi che facciano marcia. Giova con la radice, o cou le foglie conira il fuoco sacro, e bevuta è buona al male della milza. Queste sona cose proprie a ciascuua.

HISTORIARUM MUNDI LIB. XX. H im c u ,
xvh.

D ella

i h a c ia ,

17.

XXVI. C oram onia au lem sponte nascentibus XXVL Le proprietà comuni a tutte quelle che candor, ca u lis interdum cubitali longitudine, et nascono da loro stesse sono la bianchezza, il ipsi, et folii* scabritia. E r his rotunda Mia el gambo lungo talora nn braccio, e la Scabrosità brevia h a b e n te m sont qui hieraciam vocent, qq>>- ne* gambi e nelle foglie. Quella che ha le foglie niara accipitres scalpendo earo sucooque oculos tonde e corte, è chiamata da alcuni ieracia, per­ linguendo, obscuritatem , qaum sensere, discu­ ciocché gli sparvieri, i quali in Greco si chiamano tiant Soccos om nibus candidas, viribus quoque ieraci, graffiandola, e col sugo d 'essa tinnendosi papaveri sim ilis : carpitur per messes inciso cait- gli occhi, si rischiarano la vista, quando se la le : conditur ia fictili d o t o , ad multa praeclarus. sentono oscurata. Il sugo di tolte è bianco, e si­ Sanat omnia oculorum vitia curo lacte mulierum-: mile al papavero di virtù: ricogliesi per mieti­ argenta, nubeculas, cicatrice*, adustionesqne tore, intaccandone il gambo : riponsi in un vaso omnes: p n e c ip u e caligines. Imponitor etiam nnovo di terra, ed è buonissimo a molti usi. Col ocolis in lana c o a tra epiphoras. ldera snecos al- lntle di donna guarisce lotti i difetti degli occhi. vam porgat, i a posca polus ad duos obolos. Ser* Leva le maglie, i panni, le margini, tolte le ar­ pealiom ictibus medetur in vino polus. E t folia, sioni, e massimamente le caligini. Ponsi ancora Ihjrsique triti, ex aceto bibuntur. Vulneri illi­ sugli occhi in lana con Ira le lagrimaziooi. Ancora nantur maxime contra scorpionum ictus. Verum il suo sago purga il corpo, bevalo con la posca alla eoolra phalangi a commixto vino ex aceto. Alii» misura di due oboli. Bevuto col vino guarisce il quoque venenis resistunt, exceptis quae strangu­ morso delle serpi. Beonsi ancora le sne foglie ar­ lando necant, a u t iis qoae vesicae nocent : item rostite, e i torsi pesti nell’aceto. Fassene impiastri psiramythio excepto. Imponantur et ventri ex alle ferite, e massimamente conira la morsicatura meile atque aceto, ad detrahenda vitia alvi. Uri­ degli scorpioni; ma contra i ragni velenosi si me­ nae difficultates succus emendat. Cralevas eum scola in vino con l’ aceto. Resistono ancora agli et hydropicis obolis duobus in aceto et eyatho altri veleni, in fuor che a quegli che ammazzano per soffocazione, o a quegli, che nuocono alla ve­ vini dari jubet. scica, eccello quello che si chiama psimmitio. Pongonsi ancora sul corpo col mele e con l'aceto, a medicare i difetti del ventre. Il sugo leva la difficoltà della orina. Crateva vuole eh* ella si dia a’ rilruopichi con dae oboli di aceto, e un bicchier di vino. Alcuni raccolgono ancora il sugo delle dome­ Quidam et e sativis colligont succum minus efficacem. Peculiares earum vires par tiro jam di­ stiche, il quale però non è tanto possente. Le loro peculiari forze si sono già dette, le qoali sono, di ctae suat, somaum faciendi, Venereroqne inhi­ far sonno, di raffredare la (assona, di rinfrescare, bendi, aestum refrigerandi, stomachum purgan­ di, saoguineiu augendi. Non paucae restant : quo- di porgar Io stomaco, e d 'acrescere il sangue. Ma a i a u et inflationes discutiunt, ructosque leues fa­ ce ne restano ancora di molle altre, perciocch'elle ciunt. Nec olla res in cibis avidiUlem incitat, in- levano le enfiagioni, e fanno i rutti leggeri. Ne ci Jtibelqae eadem : in causa alleruiraque modus est. è alcuna altra cosa, che desti l 'appetito ne' cib», e S ic e t alvum copiosiores solvant, modicae sistunl. che insieme poscia lo raffreni ; però essa hi l'una L e o tiliam piluitae digerunt, atque, at aliqui tra­ e l ' altra cosa con moderazione. Così mangiando­ ne abbondevolmente muovono il corpo, e prese d id e ru n t, sensus purgant. Stomachi dissoluti uti­ lissim e a d j u T a n t u r : in eo usu et oxyporopolae in poca copia lo ristagnano. Smaltiscono la visco­ asp erita tem addito dulci ad intinctam aceti tem­ sità della flemma, e come slcnni dissero, purgano p e r a n te s : si crassior pituita sit, scillite aut vino i sensi. Aintano ntilissimamente gli stomachi dis­ a b s in th it e : et ai tnssis sentiator, hyasopite ad­ soluti: e per tale effetto i venditori1di cose acetose m i x t o . Dantur coeliacis cum Intubo erratico, et temperan l'amarezza di codeste lattughe con me­ a d d u ritia m praecordiorum. Dantur ct melancho­ scere all* aceto qualche dolciore. Se la flemma è lic is candidae copiosiores, et ad vesicae vitis. Pra- molto grossa, si dà con l ' aceto, dove è stata infusa x a g o r a s et djsenlericis dedit. Ambustis quoque la cipolla, o con vino di assenzio. E se la tosse si p r o s u n t recentibus, priusquam pusiolae fiant,cum sente, mescolisi con vino, fallo dell' issopo. Dasseaade illitae. Ulcera etiam, quae serpant, coercenlt ne a’deboli di stomaco col radicchio erratico, e a initio cum aphronitro, mox in vino. Tritae igni quelli che patiscono dorezze delle precordia. Dan-

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C. PUNII SECONDI

a8

sacro illinuntur. Convulsa et laxata caulibus tri­ tis curo polenta ex aqua frigida leniunt. Eruptio­ nes papularum, ex vino et poleota. In cholera quoque coctas patinis dederant : ad qaod utilis­ simae quam maximi caulis et amarae. Quidam lacte infundunt. Defervefacti hi caules ct stoma­ cho utilissimi traduntur: sicut somno aestiva maxime lactuca» et amara lactenique, quam me* conidem vocavimus. Hoc lac et oculorum claritati cum muliebri lacte utilissimum esse praecipitur, dum tempestive capiti inunguntur. Oculorum quoque vitiis, quae frigore in iis facta sunt. Mi­ ras et alias invenio laudes : thoracis etiam vitiis prodesse, non secus quam abrotonum, cum meile Attico. Purgari et feminas hoc cibo. Semen sati­ varum contra scorpiones dari. Semine trito ex vino poto et libidinum imaginationes in somno compesci, lentantes aquas non nocere lactucam «dentibus. Quidam tamen frequentiores in cibo officere claritati «culorum tradiderant.

non le bianche pià copiosamente a'mantnconici, e a'difetti della vescica. Prassagora usava darle an­ cora a quegli che hanno il male de'pondi. Giovano anco alle cotture fresche, prima che sieno levate le vesciche, mettendo vele sa peste col sale. Raf­ frenano ancora i taruoli che impigliano, da prin­ cipio con la schiuma di nitro, dipoi col vino. Peste si mettono sol fuoco sacro. 1 gambi triti con polenta in acqna fredda giovano alle membra peste e convulse. Con polenta e vino mitigano il vainolo, quando ei rompe. Dannosi ancora cotte nella padella contra la collera : alla qaal cosa sono utilissime quelle che hanno gambo molto grande, e sono amare. Certi vi infondono latte. Questi gambi bolliti si dicono esser utilissimi allo sto­ maco, come al sonno è utilissima la lattuga estiva che sia amara, ed abbia di molto latte, la quale chiamammo meconide. Questo latte col latte di donna dicesi eh' è utilissimo ancora a rischiarare la vista, quando se n’ ugne il capo a tempo debito. Guarisce ancora i difetti degli occhi,venuti loro per freddo. Io truovo por dell' altre loro maravigliose qualità, e fra queste, ch'esse son molto utili al costolame del petto, non meno che l ' abruotino, col mele Ateniese ; che le donne si purgano con que­ sto cibo ; che il seme delle dimestiche si dà contra gli scorpioni ; che il seme loro pesto e bevuto col vino leva le imaginazioni notturne della lus­ suria ; e che le acque tentanti non nuocono a chi mangia la lattuga. Alcuni però tengono che il mangiare spesso della lattuga faccia danno alla vista.
D e lla b ie to la , 2 4 .

8 m , xxiv. XXVII. 8. Nec beta sine remediis est utraque. Sive candidae, sive nigrae radix recens, et made­ facta, suspensa funiculo, contra serpentium mor­ sus effieax esse dicitur. Candida beta cocta, et cum allio crudo sumpta contra tineas: nigrae radices ita in aqua coctae, porriginem tollunt : atque in totum efficacior esse traditur nigra. Suc­ cus ejus capitis dolores veteres,et vertigioes : item -sonitum aurium sedat, infusus iis : ciet urinam. Medetur dysentericis injecta, et morbo regio. Dolores quoque dentium sedat illitus succus. Et •contra serpentiom ictus vilet, sed hujus radici dumtaxat expressus. Ipsa vero decocta, pernioni­ bus occurrit. Albae succus epiphoras sedat, fronte illita : aluminis pauco admixto, ignem sacrum. Sine oleo trita licet, adustis medetur. Et contra eruptiones papularum, coctaque eadem contra nlcera quae serpunt, illinitur : et alopeciis cruda, et ulceribus quae in capite manant. Succus ejus cura meile naribus inditus capnt purgat. Coqui­ tur et cum lenticula addito aceto, ut ventretp

XXVII. 8. L* una e 1*altra bietola ancora ha il suo rimedio. La radice così della nera, come della bianca, fresca e bagnata, e appiccata con un filo dicesi che ha virtà contra il morso delle serpi. La bietola bianca cotta, e mangiata con I'agli» crudo, è contra le tignuole. Le radici della nera cotte nell’ acqua levano il pizzicore: in generale dicono che la nera ha più forza. Il sugo suo gua­ risce i dolori vecchi del capo, e le vertigini ; e infuso negli orecchi, leva il suono d’ essi. Muove l ' orina : medica il male de1pondi, e coloro che hanno sparso il fiele. 11 sugo suo impiastrato sui denti, mitiga il dolore. Vale ancora contra il morso delle serpi ; ma e' vuole essere solo cavato della radice. La bietola cotta è utile a' pedignoni. Il sugo della bietola bianca fregata sulla fronte sana le lagrimazioni degli occhi, e mescolandovi un poco d'allume, guarisce il fuoco sacro. Pesta senza olio sana le cotture, e ancora è buona con-' tro il rompere del vainolo: colta s'impiastra, m . medicare le rotture che impigliano. Cruda è buo-

HISTORIARUM MONDI L1B. XX. molliat. V a lid iu s cocta fluxiones stomachi sistit ct ventris.

3o

na alla pelarella, e alle rotture che docciano mar­ cia del capo. Se il sugo suo si mette col mele sulle narici purga il capo. Cuocesi anche con la lente, ‘ grugnendovi dell' aceto, per mollificar il corpo. Cotta più gagliardamente ferma i ribollimenti dello stomaco e del ventre.
D el lim o n o , o bb u k o id e, 3.

L u a o a i o , s i t i n b u o id e , u i.

XXYI1I. E s t e t beta silvestris, quam limonion vocant, alii n e u ro id e s, multum minoribus tenuioribusque ac d ensioribus foliis, undecim saepe, caule V n. H ujus folia ambustis utilia, gustantium iY os adstringunt. Semen acetabuli mensura dysen­ terias prodest. A qua et e radice coctae maculas vestium elui d ic a n t, ilemqae membranarum.

XXVIII. Écci ancora una bietola salvatica, la quale si chiama limonio, e da alcuni neuroide, che ha le foglie molto minori, più sottili, e più lolle, e spesso undici a novero, con gambo simile al giglio. Le foglie sue giovano alle cotture, e ri­ stringono la bocca di chi le gusta. 11 seme suo preso a misura d* un bicchiere giova al mal dei pondi. Dicono che l’ acqua della radice della bie­ tola cotta leva le macchie delle vesti «delle carte.
D ell*in d iv ia , 4*

I btdbo , IV.

XXIX. Intubi quoque non extra remedia XXIX. La indivia ancb* ella ha i suoi rimedii. sunt. Succus eorum cum rosaceo et aceto capitis 11 sugo suo con olio rosato e aceto mitiga i dolori dolores lenit. Idem que cum vino potus, jocineris, del capo. Bevuto col vino giova al fegato, e alla vescica, e ponsi sulle lagrimatoie de gli occhi. La ct Tesicae : e t epiphoris imponitur. Erraticam apud nos quidam ambulam appellavere. In iEgy- erratica da alcuni de* nostri è chiamata ambula. pto cichorium vocant, quod silvestre sit. Sativum In Egitto la chiamano cicoria, per essere salvati­ ca, e la domestica seri, la quale è minore, ed ha aulem serin, quod est minas et venosius. più vene.
C jCBOUO, ST B CHBESTO, SIVB PABCBAT1Q, V QUAE AMBUBAJA, XII. D ella acoxu, o c b b s to , o pancbazio, CHE PUB SI DICE AMBtIBAGlA, 13.

XXX. Cichorium refrigerat. In cibo sumptum X.XX. La cicoria rinfresca. Presa nel cibo, e et Blitum collectiones, succusque decocti ventrem posta dove si fa raccolta di puzza, la risolve ; e solvit. Jocineri, et renibus, et stomacho prodest. il sugo della colla muove il corpo. Giova al fe­ gato, alle reni e allo stomaco. Se si cuoce nell* aItem s* in aceto decoquatur, urinae tormina di­ ceto, leva i dolori dell' orina ; e il mal caduco, scutit. Item morbum regium e mulso, si sine fe­ bre tii feneam adjuvat. Mulierum quidem pur- presa col vino melato, se chi l ' ha è senza febbre. gztionibas decoctum in aqua adeo prodest, ut Aiuta la vescica, e cotta nell' acqua giova talmente emortuos partus Irahat. Adjiciunt Magi, succo alle purgagioni delle donne, che tira fuori anoora totius cum oleo perunctos favorabiliores fieri, et i parti morti. Dicono i Magi, che quegli che sono nuli col sugo di tutta una pianta, hanno assai quae velint, facilius impetrare. Quod quidem favore, e più facilmente impetrano ciò che vo­ propter singularem salubritatem aliqui chreston gliono. Alcuni per la singolare salubrità sua la appellant, alii pancration. chiamano eresio, alcuni altri paocrazio.
H
e d t p h o id e

,

iv .

D ell1 ediphoida, 4*

XXXI. E t silv e stre genus, alii hedypnoida roeut, Uliores fo lii. Stamachum dissolutum adtiriogit cocta : c r u d a q u e sistit alvum. Et dysenttridsprodest, m a g i» c u m lenle. Rupta et convul* utroque g e a e re ju v a n tu r . l lem quibus g«ni'sa rziclad inis m o r b o « uat.

XXXI. La salvatica è chiamata da alcuni edipnoida, che ha la foglia più larga. Cotta rislrigne lo stomaco dissoluto, e cruda ferma il corpo. Giova a coloro, che hanno il male de’ pondi, e massimamente con la lente. La cruda e la colta aiuta le parti rotle e mosse dal suo luogo ; e similmente gioia a quegli che sono sfilali.

C. PUNII SECONDI
Sull* G l l i l i ,
111.

MeDICWAJ, VII.

S pecie d e l s e r i, 3. m e d ic i» , 7.

XXXU. Seris el ipsa lactucae simiHima, duorum generum etl : silvestris melior. Nigra ista, et aestiva. Deterior hiberna, et candidior. Utra­ que amara, stomacho utilissima, praecipue quem humor vexal. Cum aceto ia cibo refrigerant vel illitae: discutiuutque et alios, quam stomachi. Cura poleula silvestrium radices stomachi causa sorbeatur : et cardiacis illiuuutur super sinistram mammam ex aceto. Omoes hae et podagricis uti­ les, et saoguioem rejicientibus : item quibus geuitura fluat, alterco dierum potu. Petronius Dio­ dotus, qui aotilegomena scripsit, ia totum damoavil seria multis modis argueo». Sed aliorum omnium opinio resistit

XXXII. La seri ancora è similissima alla lat­ tuga, ed è di due sorti ; ma la selvatica è miglio­ re. Questa è nera e statereccia ; quella è vende­ reccia, e più bianca. L’ una e l ' altra è amara, e utilissima allo stomaco, massimamente quando l'umore lo travaglia. Mangiate con l'aceto lo rinfrescano, o ancora impiastrandovele ; e dissol­ vono gli umori anco altrove che nello stomaco. Beonsi le radici della salvatica con la polenta a bene dello stomaco. A' cardiaci ne fanno impia­ stro con l'aceto sopra la poppa manca. Tutte queste medicine sono utili a' cottosi, e a chi ri­ getta sangue, e a chi fosse sfilalo, beendone di due dì I* uno. Petronio Diodoto, il quale scrisse le contraddizioni, biasimò affatto la seri, ripren­ dendola in molti modi. Ma l'opinione di tutti gli altri gli è contraria.
D e l c a v o lo , 87. O rm o n i d i c a to h e .

B rassica,

lx xx vu .

C atomis

placita .

XXX11I. 9. Brassicae laudes longum est exse­ XXXIII. 9. Lungo sarebbe a volere raccontare qui, quum et Chrysippus medicus privatim volu­ le lodi del cavolo; perciocché Crisippo medico ne men ei dicaverit, per singula membra hominis scrisse nn volume, distinto secondo tutti i mem­ digestum, et Dieuches : aule omnes autem Pytha­ bri dell' uomo, e ancora Dieuche ; ma Pitagora goras et Cato non paroius celebrarint. Cujus sen­ e Catone le celebrarono più che gli altri. Io rac­ tentiam vel eo diligentius persequi par est, ut conterò più diligentemente la opinione di Cato­ noscatur qua medicina usus sit annis dc Romanus ne acciocché si conosca qual fosse l'uso della me­ populus. Ia tres species divisere eam Graeci, an­ dicina fra i Romani già sei cento anni. Gli anti­ tiquissimi. Crispam, quam selinoidea vocaverunt, chissimi Greci Io divisero in tre specie. 11 crespo, a similitudine apii foliorum, stomacho utilem, il quale chiamarono selinoidea dalla similitudine alvum modice mollientem. Alteram leam, latis delle foglie dell’ appio: esso è utile allo stomaco, e follis e caule exeuntibus. Unde caulodera quidam lieve mollificante al corpo. La seconda lea, di lar­ vocavere, nullius in medicina momenti. Tertia ghe foglie, le quali escono del gambo; oode alcuni est proprie appellala crambe, tenuioribusque fo­ la chiamarono caulode, che non é di veruua im­ liis, et simplioibus, densissiraisque : amarior, sed portanza nella medicina. La terza è propriamente efficacissima. Cato crispam maxime probat, dein chiamata crambe, che ha le foglie molto solfili, laevem grandibus foliis, caule magno. Prodesse e semplici, e spessissime: è.più amara, ma molto tradit capitis doloribus, oculorum caligiui sciu- possente. Catone loda molto il cavolo crespo, di­ tillationique, lieni, stomacho, praecordiis, crudam poi il pulito di foglie grandi, e di gran gambo. ex aceto et meile, coriandro, rula, menla, laseris • Dice che giova a' dolori del capo, a' bagliori e radicula, sumptam acetabulis duobus matutino : alle distillazioni de gli occhi, alla milza e allo tantamque esse vim, ut qui terat, validiorem fieri stomaco, e alle precordia. Pigliasi la mattioa cru­ •e sentiat. Ergo vel cum his tritam, sorbendam, do a misura di due bicchieri, poi che fu mescolato vel ex hoc intinctu sumendam. Podagrae autem con aceto, mele, coriandolo, ruta, menta, e una morbisque articulariis illini cum rutae, coriandri, piccola radice di lasero ; ed è di tanta virtù, che et salis mica, hordei farina. Aqna quoque ejus chi pesta queste cose, si sente più gagliardo. Beeai decocta, nervos articulosque mire juvari. Si fo­ dunque pesto con queste cose, o si piglia solamente veantur vulnera, et recentia et vetera, etiam car­ intinto con esse. A' gottosi se ue fa empiastro cinomata, qnae nullis aliis medicamentis sanari con ruta, coriandoli, un granello di sale, e farina possint. Foveri prius aqna calida jubet, ac bis die d'orzo. La decozione sua mirabilmente aiuta i tritam imponi. Sic etiam fistulas, et luxala, et nervi c le giunture. E ottima fomentazione ancora humores evocari, quaeque discuti opus sit In­ alle ferite fresche e vecchie, e a' cancheri, i quali somnia etiam, vigiliasque tollere dccoclaui, «i con uessuua altra medicina si possouo medicare.

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HISTORIARUM MUNDI LIB. XX.

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jtjiioi edant quamplutimam ex oleo et sale. Tormina, ai decocta iterum decoquatur, addito oleo, tale, cumino, polenta. Si ita sumatur sine pane, magis profuturam. Inter reliqua bilem de* trahi per vinum nigrum pota. Qain et nrinam ejus qui bra«5Ìcam esitaverit, adservari, calefactamque nervis remedio esse. Verba ipsios sub­ jiciam, ad exprimendam sententiam : u Paeros pasillos si laves ea urina, nnmquam debiles fieri n. Auribus qaoque ex vino saccum brassicae tepi­ dam instillari suadet. Idque etiam tarditati audieolom prodesse adsererat. El impetigines eadea sanari sine ulcere.

Catone vuole che si faccia prima fomentazione con acqua calda, e dipoi vi si ponga due volte il dì il cavolo pesto. Così anco curano le fistole, le slogature, e gli enfiati, i quali sia bisogno far ve­ nire a capo. Se a digiuno se ne mangia assai cotto con olio e sale, leva le vigilie e i sogni. Sa­ na i tormini, cioè dolori di corpo, se cotto un'al­ tra volta si cuoce, aggiugnendovi olio, sale, cu­ mino e polenta. Se si piglia così senza pane, giova più. Fra 1 altre cose, bevuto col vin nero * purga I’ umore maninconico. Vuole ancora che si serbi l ' orina di colui, che avrà mangiato il ca­ volo, chè scaldata giova i nervi. Porrò le sue pa­ role, per cavarne la sentenza : u Se tu laverai con quella orina i bambini, non saranno mai deboli ». Vuole ancora che il sugo lepido col vino ti metta negli orecchi, affermando che giova a chi ha l’u­ dir grosso. Guarisce le volatiche, senza eh1elle vengano a capo. Opinioni d e ’ Gbbci.

G l l B C O I O a PLACITA.

XXXIV. Graecorum qnoqne opiniones jim XXXIV. Bisogna ancora mettere le opinioni et Catonis causa poni convenit, in iis dumtaxat, de’ Greci, per sopperire a quelle cose che Catone qnae il le praetermiserit. Biles detrahere non per­ ha lasciate addietro. Essi tengono che quando il coctam potant. Item alvum solvere, eamdemqne cavolo non è ootto affatto, purghi la collera ; che bis eoetam sistere. Vino adversari, ut inimicam ei così muova ancora il corpo, e due volte cotto vitibus. Antecedente in cibis caveri ebrietatem, lo ristringa ; che sia contrario al vino, come ni­ postea sumpta crapulam discuti. Hunc cibum et mico alle viti ; e che chi lo piglia innanzi man­ oculorum claritati conferre mallum : succum ve­ giare non possa ubbriacarsi, e preso dopo man­ ro eradae vel angulis tantum tactis cnm Attico giare levi la crapula. Vogliono ancora che questo nelle, plorimum. Facillime concoqni, ciboque eo cibo giovi molto a rischiarar la vista, e che il sugo seosus purgari. Erasistrati schola clamat, nihil suo crudo col mele Ateniese faccia maggiore ef­ esse otilins stomacho nervisque, ideo et paralyti­ fe! lo, con toccare solamente gli angoli degli occhi; cis et tremulis dari jubes, et sanguinem exscrean­ e che facilmente si smaltisca, e mangiatolo giovi a tibus. Hippocrates coeliacis et dysentericis bis purgare il senso. La scuola d’Erasistrato grida,che coctam cum sale. Item ad tenesmum, et renum non c’ è cosa più utile allo stomaco, e a'nervi ; e causa: laciis quoque nbertatem puerperis hoc perciò lo dannoal parietico, e a chi trema, e a chi cibo 6eri judicans, et purgationem feminis. Cru­ sputa sangue. Ippocrate vuole che si dia a’ deboli dos qoidem ea olis si mandatur, partus quoque di stomaco, e al male de’ pondi colto due volle emortuos pellit. Apollodorus adversus fungorum col sale ; e ancora a chi ha gran voglia d’ andar ▼enena semen aut soccum bibendum censet. Phi­ del corpo con premiti senza andar cosa alcuna, e listion opistholonicis succum ex lacte caprino a* dolori delle reni ; e tiene ancora che questo cum sale et raelle. Invenio et a podsgra liberatos cibo faccia venire dovizia di latte a quelle donne edendo eam, decoctaeque jus bibendo. Hoc et che hanno partorito, e la purgazione femminile. cardiacis datum , el comitialibus morbis, addito Se il suo torso si mangia crudo, caccia fuora an­ sale, liem splenicis in vino albo per dies x l . cora il parto che sia morto in corpo. Apollodoro Ictericis, nec n o n et phreneticis radicis crudae vuole che si bea il seme o il sugo suo contra il soccum gargarizandum bibendumque demon* veleno de’ funghi. Filistione dà allo spasimo, che strat. Contra v ero singultus cum coriandro et per ritrarre i nervi tira la testa all’indietro verso aoetho, meile ac pipere, ex acelo. le spalle, il sugo mescolalo col latte caprino, col sale e col mele.Truovo ancora che si sono liberali dalle gotte coloro che l’ hanno mangiato, o che hanno bevuto il brodo di esso collo. Questo brodo si è dato ancora a’cardiaci,e al mal caduco, aggiun­ tovi sale ; come auche a quegli che hanno il male

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C. PUNII SLCUA'DI

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Illitam quoque prodesse inflationibus stoma­ chi. Itera serpentium ictibus, et sordidis ulceri­ bus, ac vetustis, vel ipsam aquam cum hordeacea farina : succum ex aceto, vel cum feno graeco. Sic aliqui et articulis, podagrisque imponunt. Epinyclidas, ac quidquid alind serpit in corpore, imposita levat. Item repentioas caligines: has et si maoditur ex aceto. Sugillata vero et alios li­ vores pura illita. Lepras et psoras cum alumine rotundo ex aceto. Sic et fluentes capillos relinet. Epicharmus testium et genitalium malis hanc utilissime imponi asserit. Efficacius eam dem cuna faba trita. Item convulsis cum ruta. Contra ardo­ rem febrium et stomachi vilia cura rutae semine: et ad secundas. Et muris aranei morsus, foliorum aridorum farina alterutra parte exinanit.

della milza, in vin bianco per quaranta giorni. A quegli, che hanno sparso il fiele,e a' frenetichi an­ cora è utile a bere, e gargarizzare, il sugo della radice cruda ; e contra i singhiozzi preso col co­ riandolo, con 1 aneto, con mele e pepe ed aceto. * Impiastrato ancora giova all* enfiagioni dello stomaco. A' morsi delle serpi e a piaghe sordide e vecchie è buona l’acqua sua con farina d’orzo t e il sugo suo misto con l’aceto, o col fieno greoo. Così alcuni lo pongono sulle giunture, e sulle gotte. Leva ancora l’epinittide, ciò sono alcune macchie rosse rilevate, che vengono più la notte che il giorno con ardore e prurito, e ogni malore eh* serpeggia pel corpo, se vi è posto sopra ; come anche le caligini repentine; il che si ottiene anche mangiandolo con lo aceto. Postovi su puro gua­ risce i suggellati, e altri lividori: guarisce la lebbra, e la rogna, con allume tondo tuffato nell ' aceto. Così ritiene ancora i capelli che cascano. Epicarmo dice che il cavolo è utilissimo al male de1testicoli e del membro genitale; ma molto maggior virtù ha con le fave peste. Agli sconvolti giova con la ruta. Giova contra l’ ardore delle febbri e i difetti dello stomaco, col seme della ruta ; e a purgare le seconde alle donne. Ai morsi del lopo aragno è utile la polvere delle sue foglie secche dall' una e l’ altra parte.
D el
b ro c c o lo .

Cyma.

XXXV. Ex omnibus brassicae generibus sua­ XXXV. Fra tutte le sorti di cavoli soavissimo vissima est cyma, etsi inutilis habelur, difficilis è il broccolo, ancora che sia tenuto disutile, diffi­ in coquendo, et renibus contraria. Illud quoque cile nel cuocersi, e contrario alle reni. Questo non est oroillenilura, aquam decoctae, ad lot non è anco da tacersi, che P acqua di esso colto, usus laudatam, foelere humi effusam. Stirpium lodata a U nti bisogni, puzza se si versa per terra. brassicae aridorum cinis, inter caustica intelligi- La cenere delle sue radici secche si mette fra i tur. Ad coxendicum dolores cum adipe vetusto. medicamenti adustivi. Giova alle doglie delle coAt cum lasere et aceto in vicem psilothri evulsis scie con sugna vecchia. Ma con lasere e aceto, io illitus pilis, nasci alios prohibet. Bibitur et cura cambio dell1unguento da levare i peli, fregato oleo subfervefactus, vel per se elixus, ad convulsa a* peli svelti, non ve ne lascia nascere più altri. Beesi con olio alquanto bollito, o lesso per sè et rupta intus, lapsumque ex alio. stesso, perchè sia buono a' membri scommessi, e rolli, e a chi fosse caduto da alto. Dirai adunque : or non hanno anco i cavoli Nulla ergo sunt crimina brassicae? immo vero apud eosdem animae gravitatem facere, dentibus alcuu difetto ? anzi sì ; e fra gli altri fanno cattivo alito, nuocono a’ denti, e alle gengive, e in E gitto et gingivis nocere : et in Aegypto propter ama­ non se ne mangia per rispetto deli’ amaritudine ritudinem non estur. loro.
BaASSfCA SILVBSTH1S, XXVII. D
e l c a v o l o s a l v a t ic o ,

27.

XXXVI. Silvestris, sive erraticae immenso XXXVI. Catone loda assai più gli effetti d el plus effectus laudat Calo, adeo ut aridae quoque salvatico, o erratico, di maniera che la farina d’esso secco, solamente per l’odore preso co' b u ­ farinam in olfactorio collectam, vel odore tan­ tum naribus rapto, vilia earum graveolentiamque chi del uaso, afferma che guarisce i difetti, e il puzzo loro. Questa sorte di cavolo alcuni lo c h ia sanare adfirmet. Uauc alii pelraeain vocaut, iui-

3?

HISTORIARUM MUNDI L1B. XX.

35

■ùcÌMÌflufin Vino, qùaro praecipue vitis fugiat: ani ii ooo poMit fugere, moriatur. Folia habet ana, parva, rotanda, laevia, plantis oleria similior, candidior aativa, et hirsutior. Hanc inflationibaa nederi, melancholicis quoque, ac vulneri bos re* cealibas, cum meile, ita ne solvantur ante diem teptimnm : strumis, fistulis, in aqua contritam, Chrysippus auctor est. Et alii vero compescere a»ia corporis quae serpant : nomas vocant. Item «icresoeolia absumere. Cicatrices ad planum rediftre. Oris ulcera et tonsillas, manducatam et coctam,aoeco gargarizato cura meile tollere. Item psoras, et lepras veteres, ipsius tribus cum parti* bos eomduabas aluminis in aceto acri illitis. Epichtraos satis eaae eam contra canis rabiosi mor­ so» impooi. Melius si cum lasere, et acato acri. JV qooqoe canes ea, si detur ex carne. Semen eeari ejaa tostum auxiliatur contra serpentes, fungos, tauri sanguinem. Folia cocta splenicis in cibo data, et cruda illita cum sulphure et nitro pro* «uat Item mammarum duritiae. Radicum cinis ■vae in faucibus tumenti tactu medetur : et pa­ rotidas cum mella illitus reprimit: serpentium morsos sanat. Virium brassicae uoum et magnum argumentum addemus, et mirabile. Crustae si occupent intus vasa omnia, in quibus aquae fer­ vent in tantum, ut non sit eas avellere, ai bras«ca in iis decoquatur, abscedunt.

mano petreo, molto nimico al vino, percliè la ▼ite soprattutto lo sfugge ; o se noi può fuggire, si muore. Ha foglie separale, piccole, tonde,dilieale, simili a foglie di erbaggio,ed è più bianco e piè aspro del domestico. Questo guarisce le enfia gioc­ ai, la maninconia e le ferite fresche, col mele, pur che non ai sciolgano innanzi il settimo giorno ; • pesto nell'acqua guarisce le gavioe, e le fistole, sic­ come scrive Chrisippo. Altri dicono che raffrena i mali del corpo,che scorrono per le membra,i quali si chiamano nome, e leva via le crescenze. Riduoe le margini al piano. Leva le bolle della bocca e le tonsille masticandolo cotto, e gargarizzando il sugo col mele. Guariace ancora la rogna e la leb* bra vecchia, facendone empiastro con aceto forte, e togliendo le tre parti d' esso, e due d* allume. Epicarìno dice che basta solo apporlo alla parte offesa, per guarire dal morso del cane arrabbiato. Ma molto meglio è, se si mette cou lasèro e aceto forte. Dicono ancora eh' egli uccide i cani, se si dà loro con la carne. 11 seme suo arrostito giova contra le serpi, i veleni de' funghi e il sangue di toro. Le foglie sue date a mangiare giovano a chi ha il male della milza, e giovano ancora crude, fattone empiastro con zolfo e nitro : così ancora alla durezza delle poppe. La cenere delle sue ra­ dici, col toccare, medica nella carne della gola lo enfiato della ugula ; e le postreme dopo l ' orec­ chie, impiastratovi col mele ; e sana i morsi delle serpi. Aggiugneremo ancora un grande e maraviglioso esempio della virtù del cavolo. Se i vasi, ne' quali bollono l 'acque, fanno dentro crosta, di maniera che non si possa spiccare, sa vi si cuoce il cavolo, ai spieoa.
D il l a
lapsaha , i

L a t u i i , i.

.

XXXVII. I n te r silvestres brassicas et lapsana XXXVII. Fra i cavoli salvatichi C è quello ’ « *1pedalis altitudinis, hirsutis foliis, sinapi simi- ancora, che si chiama lapsana, alto un piede, con » nisi candidior esset flore. Coquitur in cibo. foglie ruvide, simigliente alla senapa, con la sola Alvum lenit et m ollit. differenza eh' è più bianco di fiore. Caocesi per mangiare, e leggermente mollifica il corpo.
M a a is a
sbassici,

i.

D il c a v o lo i u i i o , I.

XXXVI II. M arina brassica vehementissime ex omnibus alv o m det. Coquitur propter acri* moniam cum p in g u i carne, stomacho inimicuti ma. S cilla, xxiii. XXXIX. S c illa r u m ia medicina alba est quae femina n ig ra. Quae caodidissima fuerit, erit. H u ic aridis tunicis direptis, quod Miquuai e v iv o eat, consectum suspenditur lino,

XXXVIII. Il cavolo marino molto più che tutti gli altri cavoli muove il corpo. Caocesi per lo soo agro con la carne grassa, ed è inimicissimo allo stomaco.
D blla SCILLA, a3.

XXXIX. Delle cipolle chiamate sciite la bianca in medicina è il maschio, e la nera è femmina. La più bianca è migliore. A questa si levano le scorze secche, e l ' altre che aon verdi ai ritagliano

39

C. PLINII SECONDI a pongonsi sopra un panno, io aodo che non si tocchino. Poi quando aon secche si tuffano in aceto fortissimo, così pendenti, che da nessun lato toc­ chino il vaso. Questo si fi quarantotto giorni in* nanzi il solstizio. Poi il vaso turato col gesto si mette sotto i tegoli, che ricevano il sole di tutto il giorno. Dopo quel numero di giorni si lieva via il vaso, e cavasene la cipolla, e l ' aceto si cola. Que­ sto rischiara mollo la vista. E sano allo stomaco, e al dolore del fianco, pigliandone doe di poco per volta. Ma egli è di tanta forza, che pigliandolo con troppa avidità, per uo momento di tempo 1 nomo pare che sia morto. Giova ancora masti­ ’ candola alle gengie, ed a* denti. Presa con l’aceto e col mele ammazza le tignuole e altri vermini del corpo ; e mettendola fresca sotto la lingua, fa in modo, che i ritruopichi non sentono sete. Cao* cesi in più modi nella pentola, la quale si mette nel forno impiastrata o col grasso, o eoi loto, o se ne fan pezzi e si pongono in tegami. Anche cruda si secca, si taglia a briccioli e diocesi uell’ aceto, e allora si mette sui morsi delle serpi. Quando è arrostila, si purga, e il mezzo d’essa si torna a cuocer nell’ acqua. Còsi cotta è utile a’ rilruopichi, e a provocar l’ orina, beendone tre oboli col mele e con l’aceto. Così anche a quegli che hanno male di milza, o a chi per male di stomaco nuota il cibo, se però non si sente piagale le interiora. Giova a’ lormini, a chi si sparge il fiele, e alla tosse vecchia eoa sospiro. Le sue foglie guariscono le gavine, tenu­ tola quattro giorni in soluzione. Colla, e fattone empiastro con olio, leva la forfora del capo, e il lattime che getti. Cuocesi ancora nel mele per mangiare, e massimamente acciocché faccia smal­ tire ; e così anche porga gl’ interiori. Cotta nel­ l’olio, e mescolata con la ragia, guaritee le crepa­ ture de’ piedi. Il seme tuo si mette col mele al dolore de’ lombi. Dice Pitagora che teoeudo la scilla appiccata sopra la porla, noa lascia entrar» in casa nè malie, nè incantesimi.
D b*b u l b i , 3o.

modicis intervallis. Postea arida frusta in cadum aceti quam asperrimi pendentia immerguntur, ita ne ulla parte vas contingant. Hoc fit ante sol­ stitium, diebos x l v i i i . Gypso deinde oblitus ca­ dus ponitor sob tegulis, totius diei solem acci­ pientibus. Post eum numerum dierum tollitur ▼as, scilla eximitur, acetum transfunditur. Hoc clariorem oculorum aciem facit. Salutare est sto­ machi laterumque doloribus, parum sumptum binis diebus. Sed tanta vis est, ut avidius hau­ stum extinctae animae momento aliquo speciem praebeat. Prodest et gingivis, et dentibus, vel per se commanducata. Tineas et reliqua ventris ani­ malia pellit ex aceto et meile sumpta. Linguae quoque recèns subjecta praestat, ne hydropici siliant. Coquitur pluribus modis: in olla, qnae conjiciatur in clibanum aut furnnm, vel adipe aut luto illita, aut frustatim in patinis. Et cruda siccatur, deinde conciditur, coquiturqne in aceto, tum serpentium ictibns imponitur. Tosta quoque purgatur, et medium ejus iterum in aqua co­ quitor.

Usos sic coctae ad hydropieos, ad urinam cien­ dam trihus obolis cum meile et aceto potae. Item ad splenicos, et stomachicos (si non sentiant ulcus), quibus innatet cibus. Ad tormina, regios morbos, tussim veterem cum suspirio. Discutit et foliis strumas, quadrinis diebus soluta. Furfures capi­ tis, et ulcera manantia illita, ex oleo cocla. Co­ quitur et in meile cibi gratia, maxime uti coctio­ nem facias. Sic el interiora purgat. Rimas pedum sanat in oleo cocta, et mixta resinae. Semen ejus lumborum dolori ex meile imponitur. Pytha­ goras scillam in limine quoque januae suspen­ sam malorum medicamentoram introitum pel Iere tradit.

Db

b u lb is ,

xxx.

XL. Ceterum bulbi ex aceto et sulphure vul­ neribus in facie medentur. Per se vero triti ner­ vorum contractioni, et ex vino porrigini : cum meile, canum morsibus : Erasistrato placet cum pice. Sanguinem idem eos sislere tradit illitos cum meile. Alii, si e naribus fluat, coriandrum et farinam adjiciunt. Theodorus et lichenas ex aceto bulbis curat : et erumpentia in capite, cura viuo austero ant ovo. Et bulbos epiphoris idem illinit, et sic lippitudini medetur. Aeque vilia quae sunt in facie, eorum rubentes maxime, in •ole illiti cum meile et nitro emendant ; lentigi-

XL. 1 bulbi, che sono una sorte di cipolle, con l’aceto e col zolfo medicano le ferite nel viso. Triti da per sè medicano i nervi ritirati, e col vino, il pizzicore : col mele, i morsi de’ cani. Erasistrato vuole accompagnarvi la pece. 1 me­ 1 desimo dice, che impiastrali col mele, fermano il sangue. Altri, s’ egli esce del naso, v’ aggiungono coriandoli e farina. Teodoro guarisce ancora le volatiche del volto con le cipolle e con l’aceto ; e i mali che rompono nel capo, col vino brusco, o con l ' uovo. Fanne accora empiastro alla lagrima, che viene dagli occhi, e a chi ha gli occhi cispi.

H1ST0RIARDM MONDI L1B. XX. 1 bolbi vi vestri che fao róssa Ia radice medicano ancora i difetti della faccia, stropicciandoli al sole con mele e nitro; e le leotigioi col viao, o col co­ comero cotto. Giovano molto per sè medesimi alla ferite, ovvero, secondo Damione, col vin melalo, se si lasciano in soluzione per cinque giorni. Co­ stui medica ancora con essi gli orecchi rotti, e la flemma de1testicoli. Nel dolore delle giunture mescolano la farioa. Cotti uel vino, e fattone empiastro sai corpo, mollificano la dorezza de­ gl’ ioteriori. Daonosi al male de’ pondi nel vino temperato con l’ acqua piovana. Per le convul­ sioni interne si pigliano col silfio, in pillole grossi qoaoto una fava. Pel sadore si pestano, e fassene empiastro. Sono olili a’ nervi, e per qoesto si danoo aoche al parlelico. Quegli che son rossi, col mele e col sale sanano prestissimo l ' ossa scommesse ne* piedi. Quelli di Megara destano grandemente la lussuria : quegli degli orti presi con sapa, o con vin colto, aiutano il parto : i saivalichi presi con laserpizio, e fattone pillole, mitigano le piaghe e i difetti degl' ioteriori. An­ che il seme de* domestichi si bee nel vino conira i ragni velenosi. Impiastrami eoo l’ aceto contra il morso delle serpi. Gli antichi osavano dare a bere il seme a* furiosi. 11 fiore de’bulbi trito leva le macchie delle gambe, che si son fatte col fuoco. Diocle è di parere che i bulbi ingrossino la vista ; e aggiugne, che i lessi sono manco utili, che gli arrosti, e che difficilmente si smaltiscono, *più o meno, secondo la forza che ha la nalura di cia­ scuno. 1
D el b u lb ib e , i . D el b u lb o vom itobio.

nem cum vino, «al cacami cocio. Vulneribus quoque mire prosunt per se, ani, at Damion, ex mulso, si qninto die solvantur. Iisdem et auri­ culas fractas carat, et testium pituitas. Ia articalorum doloribus misceat farinam. Ia vino co­ cti illiti ventri, duritiam praecordiorum emol­ liunt. Dyseniericis in vino ex aqua coelesti tem­ perato dantur. Ad convolsa inlus» cam silphio pilulis fabae magnitudine. Ad sudorem Iasi illi­ nantur. Nervis utiles: ideo et paralyticis dantur. Laxata in pedibus, qni sont rufi ex his, citissime sanant cum meile et Mie. Veoerem maxime Me­ garici stimulant : hortensii, partum cum sapa aat passo sumpti : silvestres, interaneorum plagas et vitia, eam silphio pilulis devoratis sedant. Et aitirorom sem en contra phalangia bibitor io vi­ no. Jpa ex aceto illinuntor contra serpentiom ìctus. Semen a n tiq u i bibendum insanientibus daJmoL Flos b a lb o ro m tritus crurum maculas va­ riet*tesque ig n e factas emendat. Diocles ocalos hebetari ab iis p u ta t. Elixos assis minus uliles esie adjicit, e t «Ufficile concoqui ex vi uniuscu­ jusque n a tu ra e .

D e BOE.niii b , i. D b b o lb o vo m ito aio.

XLl. B olbinem Graeci vocant herbam portatti» (oltis, rubicundo bolbo. Uaec traditur vul­ neribus mire utilis, dumtaxat recentibus. Bulbus qacm vomitorium vocant ab effectu, folia habet nigra, ceteris longiora.

XLl. 1 Greci chiamano bulbine un’ erba, che ha le foglie di porro, e bulbo rossigno. Questa si dice maravigliosamente giovare alle ferite, sol­ tanto fresche. Il bulbo, che dall’effetto si chiama vomitorio, ha le foglie nere, e piò lunghe che tutti gli altri.
D boli asp a b a g i.

D e a sp a b a g is.

XL11.10. Utilissimus stomacho cibus aspara­ g i tradaotur. Cumino qoidem addito inflationes sto m ac h i colique discutiunt : iidem oculis clari­ ta te m adferunt. Yeotrem leniter molliuot. Pe­ d o r i s ct spinae doloribus, intestiuorumque vitiis p r o s a n t , vino quom coquuntur addito. Ad lumb o r a m et renum dolores, semen trium obolorum p o n d e r e , pari cumini bibitur. Veoerem stimu­ la n t. U rinam cient utilissime, praeterquam vesi­ cam exulcerant. Radix qooque, plurimorum prae­ dicatio n e, trita, et ex vino albo pota, calculos exturbat» lumborum et renum dolores

XLII. io. II cibo dello asparago, secoodoche si dice, è otilissinoo allo stomaco, e aggiontovi il cornino caccia le infìammagioni dallo stomaco e dell’intestino colon ; e rischiara anco la vista. Gli asparagi mollificano leggermente il corpo: giovaoo a’dolori del pettoedella schiena, e a’difetti degl’in­ teriori, quando son cotti col vino ; non che addo­ lori de’ looibi e delle reni, beendo il seme loro a peso di tre oboli con altrettanto cornino. Destano la lussuria, e muovono utilissimamente 1’ orina, ma rodono la vescica. La Ior radice ancora, se­ condo che molti dicono, pesla e bevala in vin

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C. PLINII SECUNDI

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sedat. Quidam et ad vulvae dolorem, radicem cuoi vino dulci propinant. Eadem in aceto deco­ cta contra elephantiasin proficit. Asparago trito ex oleo perunctam pangi ab apibus negant.

bianco rompe la pietra, e mitiga i dolori-decom­ bi, e delle reni. Alcuni danno la radioe con vin dolce al dolore della matrice. La medesima cotta nell1aceto giova contra I*elefantiasi, eh 'è specie di lebbra. Dicono che chi è unto con gli asparagi pesti con l’ olio non è punto dalle pecchie.
D ella
cobbdda , o libico , ovvero obmirio ,

Db cobbuda,

s i t e li iy c o , s i t e h o b b ik o , m y .

a f.

XL1II. Silvestrem aspa ragam aliqai corru­ dam, aliqui Libycum vocant, Allici hormenuro. Hujus ad supra dicta omnia efficacior vis, et can­ didiori major. Regium morbara extenuat. Vene­ ris causa aquam eorum decoctam bibi jnbent ad heminam. Ad idem et semen valet cum anelbo, ternis utrinsqne obolis. Datur et ad serpentium ictus soccus decoclus. Radix miscetur radiot ma­ rathri inter efficacissima auxilia. Si sanguis per urinam reddatur, semen asparagi, et apii, et cu­ mini ternis obolis in vini cyathis duobus, quinis diebus, Chrysippus dari jubet. Sic et hydropicis contrariam esse, quamvis urinam moveat, docet: item Veneri. Vesicae quoque, nisi decoctum: quae aqua si canibus detur, occidi eos. In vino decoctae radicis succum, si ore contineatur, den­ tibus mederi.

XLUI. Lo asparago selvatico alcuni lo chia­ mano corruda, alcuni Libico, e gli Ateniesi ormeno. La forta di questo è più possente a tutte le cose sopraddette,e maggiore ancora l'h a il più bianco. Minuisce il male di coloro che han­ no sparso il fiele. Alcuni beono la sua cocitura per desiare la lussuria, a misura d’ una emina. A questo medesimo vale ancora il seme con l’ ane­ to, l ' uno e I1altro a misura di tre oboli. 11 sugo suo cotto si dì pur contra il morso delle serpi. La radice ancora si mescola con la radice del mara­ tro,e va fra i più efficaci rimedii. S’esce sangue con l’ orina, Crisippo vuole che si dia il seme del1 asparago e dell’ appio con tre oboli di cornino, ’ in due bicchieri di vino, per cinque giorni. Ma così dice eh’ è contrario a’ ritruopichi, ancora eh’è provochi l’orina; e contra la lussuria anco­ ra. Alla vescica eziandio giova, ma vuole essere cotto : l’acqua della cocitura se si dà a’cani, gli ammazza. Il sugo della sna radice cotta nel vino, tenendolo in bocca, sana i denti.
D e l l ’ appio, 1 7 .

De

a v io , x v i i .

XL1V. 11. Apio gratia in vulgo est. Namque rami largis portionibus per jiira innatant, et io Condimentis peculiarem gratiam habent. Praete­ rea oculis illitura cura meile, ita ut subinde fo­ veantur ferventi succo decocti, aliisque membro­ rum epiphoris : per se tritum, aut cum pane, vel polenta impositum, mire auxiliatur. Pisces quo­ que si aegrotent in piscinis, apio viridi recrean­ tur. Verum apud eruditos non aliud erutura ter­ ra in raajore sententiarum varietate est. Distin­ guitur sexu. Chrysippus feminam e»se dicit cris­ pioribus foliis et duris, crasso caule, sapore acri et fervido. Dionysius nigriorem, brevioris radieis, vermiculos gignentem: arabo neutrum ad eibos admittendum, immo omnino nefas: nara id defunctorum epulis feralibus dicatum esse: visus quoque claritati inimicum. Caule feminae ver­ miculos gigni. Ideoque eos qui ederint, sterile­ scere, mares femitiasque. In puerperiis vero ab eo cibo comitiales fieri qui ubera hauriunt. Innoeentiorem tamen esse marem. Eaqtfe causa est, ne inter nefastos frutices damnetur. Mammarum duritiam impositis foliis emollit. Suaviores aquas

XL1V. t t . L’ appio ha riputazione nel vulgo, perciocché i rami suoi abbondantemente nuota­ no nel brodo, e hanno peculiar grazia adope­ randoli per conditura. Oltra di ciò mirabilmente giova agli occhi impiastratovi sopra col mele, ma così eh’ essi si bagnino col sugo cotto e mol­ to caldo; e parimente alle flussioni degli altri membri ; o pesto semplicemente, o postovi su con pane e polenta. Anche i pesci ammalali nei vivai si ricreano con l’ appio verde. Ma fra gli uomini dotti non c’è alcuna altra cosa cavala dalla terra che produca maggior varietà di pa­ reri. Distinguesi per sesso. Dice Crisippo che la femmina ha le foglie più crespe, il gambo grosso, e sapore forte e pungente. Dionisio dice che il maschio è più nero, ha più corta radice, e genera verminnzzi. Araendue però dicono che n i l’ uno nè l’ altro si dee mangiare, e eh' egli è cosa abbominevole affatto ; perchè egli è dedicato alle vivande de’ morti, ed è nimico ancora alla vista. 11 gambo della femmina fa verminuzzi ; e per questo ciascuno che ne mangia, o maschio o femmioa, diventa sterile. Que* bambini, che pop*

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HlSTOfilAKOM MONDI UB. .XX.

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potai incoctam praestat Sacco maxime radicis eam vino Ium bora m dolores mitigat. Eodem jore instillato gravila lem auriom. Semine urinam ciet, menstrua, ac secuodas partus. Et, si foveantar semine decocto, sugillata reddit colori. Cum ovi albo illitam, a a t ex aqaa coctam potamque re­ nibus medetur ; io frigida tritam oris alceribus. Semen cam vino, vel radix cum veteri vino, vesicae calculos frangant. Semen datar et arquatis ex fino albo.

pando ne mangiassero, pigliano il male caduco. Meno noeevole è il maschio, e per questa cagione egli non è posto fra gli sterpi nefasti. Le foglie sue poste sulle poppe indurite mollificano la duressa loro. Colto nell'acqua, la fa pià soave a bere. 11 sugo suo, e massimamente della radice, col vino mitiga la doglia de* lombi. Quaodo è colto mitiga la gravezza degli orecchi, se vengavi stillato deotro il suo brodo. Il seme provoca l'ori­ na, le purgagioni delle donne, e le secondine. E se col seme cotto farai fomeoto a'suggellati, ne ritor­ na il oolore. Mescolato col bianco dell' uovo, o cotto con l’ acqua, e bevuto, medica le reni. Pesto iu acqua fredda guarisce gli ulceri della bocca. 1 seme sao, o la radice, col vin vecchio rompe 1« 1 pietre nella vescica. Il seme si dà por a quegli che vanno chinali, col vin bianco.
D b LL1APP1ASTBO, O MBLIS5OFILL0.

Db ANASTIO, S1VB HELISSOPHYLLO.

XLV. Apiastrara Hyginus quidem melissophjllen appellat. Sed et in confessa damnatione est veoeuatam in Sardinia. Contexenda enim sant omnia, ex eodem nomine apad Graecos pendeolia.
Os
olusatro ,

XLV. Igino chiama 1 appiastro mdissofillo. * In Sardigna per testimonio d* ogni nomo è vele­ noso. 11dico, perchè voglio raccontare tulle quel­ le cose, le quali appresso i Greci hanno somiglia u* za con questo nome.
D bll' olusatbo, o ipposblino, i i . D ell'obboskLiaro, a. D sll' bliosblibo, i .

ss vb aipposBLiwo, x i. O bbosblivo ,

ii.

B blbosbliho, i .

XLVI. Olusatrum, quod hipposelinnm »ocaot, adversatur scorpionibus. Poto semine tor­ minibus, et interaneis medetur. Itemque difficul­ tatibus arioae semen ejus decoctum ex mulso potam. Radix ejus in vino decocta calculos pellit, et Iamborum ac laleris dolores. Caois rabiosi morsibus potum e t illitura medelur. Succos ejas algente* calefacit potus. Quartum geoas ex eodem bciaat aliqui oreoselinon, palmum alto frutice ac recto ; semine cumino simili, urinae et men­ s/rui* efficax. Heleoselino vis privata contra ara* ocos. Sed et orcoaelino feminae porgantur e vino.

XLVI. L 'erba olosatro, chiamata da alcuni ipposelino, è rimedio a* morsi dello scorpione. Il seme suo bevuto rimedia alla diseoleria e ai dolori degl' intestini. 1 seme suo cotto nel vin 1 melalo,e bevuto, è buono alla difficultà dell’orina. La radice sua colta nel vino spigne fuora la pie­ tra, e guarisce i dolori de' lombi e del fianco. Bevuto o impiastratovi sopra, medica il morso del cane arrabbialo. Il sugo sao bevuto riscalda coloro, che hanno freddo. Alcuoi fanno del me­ désimo un quarto genere, eh’è l'oreoselino. Que­ sto ha il suo gambo alto un palmo, e dritto, si­ mile nel seme al cornino, possente ili1orina e alle purgagioni delle donne. L 'elioselino ba parlicolar virtù conira i ragni ; e le donne ancora si purgano con esso preso col vino.
D sl
fetboselino, i

D b FETiosEUiio, i. Busblmo, i .

;

b del buselino, i .

XLVli. 13. A lio genere petroselcium quidam appellant in saxis natam, praecipuum ad vomieu, cochlearibus binis succi additis in cyathum marrubii succi, atque ita aquae calidae tribus ejathis. Addidere quidam buselinom, differens brevitate caulis a sativo et radicis colore rufo, 'iasdem effectos. P ra e valere contra serpentes pota u linita.

XLV1I. ia. Alcuni chiamano d 'u n altro ge­ nere il petroselino nato ne' sassi, ollimo alle po­ steme che gettano, mettendo due cucchiai del suo sugo io un bicchiere di sugo di marrobio con Ire bicchieri d 'acqua calda. Alcuni altri v' hanno aggiunto il buselino, differente dal domestico nella brevità del gambo, e nel color rossigno della radice, ma del medesimo effetto. Dicono che bevuto o postovi sopra vale contra le serpi.

4?
D » OCIMO, XXXV.

C. PLIMI SECONDI DftL BASILICO, 35.

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XLVIII. Ocimum quoqae Chrysippus gravi­ ter iucrepuit, inutile stomacho, oriuae, oculorum quoque claritati. Praeterea insaniam facere, et lethargos, et jocineris vilia ; ideoque capras id aspernari : hominibus quoque fugiendum censet. Addunt quidam Irilum si operiatur lapide, scor­ pionem gignere : commanducatum et in sole po­ situm, vermes afferre. Airi vero, si eo die feriatur quispiam a scorpione, quo ederit ocimum, servari non posse. Quin immo tradunt aliqui manipulo ocimi cum cancris decem marinis vel fluviatilibus trito, convenire ad id scorpiones ex proximo. Diodotus in empiricis etiam pediculos facere oci­ mi cibum.

Secuta aetas acriter defendit : nam id esse ca­ pras. Nec minas quam mentham et rutam jcorpionum terrestrium ictibns, marinornmque veneois mederi ex vino, addito aceto exiguo. Usu quoque compertura deficientibus ex aceto odoratum sa­ lutare esse. Item lethargicis, et inflammatis refri­ gerationi. Illitum capitis doloribus cum rosaceo, aut myrteo, aut aceto : item oculorum epiphoris impositura ex vino. Stomacho quoque utile,infla­ tiones et raclum ex aceto dissolvere sumptum. Alvum sistere impositum, urinam ciere. Sic et morbo regio et hydropicis prodesse. Choleras eo et distillationes stomachi inhiberi. Ergo etiam coeliacis Philistion dedit: et coctam dysentericis, •t colicis Plistonicus. Aliqui et in tenesmo, et sanguinem exscreantibus, in vino: duritia quoque praecordiorum. Illinitur mammis, extinguilque lactis proventum. Auribus utilissimum infantium, praecipue cum adipe anserino. Semeu tritum et haustum naribus sternutamenta movet, et distil­ lationes quoque capiti illitum : vulvas purgat in cibo, ex aceto. Verrucas mixto atramento sutorio tollit. Venerem stimulat. Ideo etiam equis asinis* que, admissurae tempore ingeritur.

i 3. Silvestri ocimo vis efficacior ad eadem omnia: peculiaris ad vitia, quae vomitionibus crebris contrahuntur. Vomicisque vulvae, contraque bestiarum morsus e vino radice effica­ cissima.

XLVIII. Crisippo biasima molto il basilico, come dannoso allo stomaco, alla orina e alla rista degli occhi. Oltra di ciò dice che fa impazzare, fa venire il letargo, e nuoce grandemente al fe­ gato, e che per questo le capre lo rifiutano ; e cosi consiglia ancora gli uomini che lo debbano fuggire. Aggiungono alcuni, che il basilico pesto e coperto d' una pietra produce scorpioni ; e ma­ sticato e messo al sole proJuce vermini. Dicono gli Africani, che se alcuno fia morso dalfo scor­ pione in quel giorno eh' egli avrà mangiato del basilico, non potrà guarire. E di più dicono al­ cuni, che pestando un mazzo di basilico con dieci granchi marini, o di fiume, tutti gli scorpioni vicini quivi si radunano. Dice Diodoto negli em­ pirici, che osandolo per cibo genera pidocchi. L'età che seguitò l’ha gagliardamente difeso, e dice che fino alle capre ne mangiano. Nè manco che la ruta e la menta medica il morso degli scor­ pioni terrestri, e il veleno de’ marini col vino, aggiuntovi un poco d 'aceto. Essi truovato ancora per esperienza, ch'egli è salutifero a fiutarlo con l ' aceto a chi fosse venuto in angoscia. Rinfresca similmente i letargici, e gl’ infiammati. Impia­ strato con olio rosato, o con olio di mortine, o aceto, è buono a1dolori del capo ; non che alja lagrimazione degli occhi,postovi su col vino.Dicono ancora, eh' egli è utile allo stomaco, e che risolve le infiammagioni e il rutto ; che ferma il corpo postovi sopra, e che provoca l'orina ; che così gio­ va pure a coloro che hanno sparso il fiele, e a’ ritrnopichi ; e che egli ristagna le collere e le distil­ lazioni dello stomaco. Però Filistione lo dà anco­ ra a* deboli di stomaco, e Plistonico lo dà cotto al male de' pondi e a'colici. Alcuni lo danno nel vino a chi non può andare del corpo, avendone gran voglia, a quegli che sputano sangue, e per la durezza degl'interiori. Impiastrasi sulle poppe, e fa seccare il latte. E utilissimo, massimamente con grasso d 'oca, agli orecchi de' fanciulli. Il se­ me suo pesto, e messo nel naso, moove gli star­ nuti ; e ancora le distallazioni, impiastrato sul ca­ po. Purga le matrici mangiato con 1' aceto. Me­ scolato con cera da calzolai leva i porri. Risveglia la lussuria ; e perciò si dà a' cavalli e agli asini, quando hanno da montare. i 3. Il basilico salvatico ha più forza a tu tte le cose già dette ; però la sua propria virtù e coa­ tra i difetti, che nascono dagli spessi vomiti. L a sua radice nel vino è potentissima alle piaghe del­ la matrice, e conira il morso delle bestie.

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HISTORIARUM MONDI LIB. XX.
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XL1X. Erucae semen scorpionum venenis el muris aranei medelar. Bestiolas omnes innascentes corpori arcet : vitia cutis io facie cum meile illiiiun. Lentigines ex aceto. Cicatrices nigra» re­ ducit ad candorem cum felle bubulo, Ajuul ver­ bera subituris polum ex vino duritiam quamdam contra seoaum inducere. In coudieadis obsoniis taota est suavitas, nt Graeci euzoroon appellave­ rint. Putant subtrita eruca si foveantur oculi, claritatem reatilui : tassim infantium sedari. Ra­ dix e\us io aqna decocta fracta ossa extrahit. Naro de Venere stimulanda diximus : tria foiia silvestriserucae sinistra manu decerpta, et trita, in agna mulsa si bibantur.

XL1X. Il seme della ruchetta medica il ve­ leno degli scorpioni e del topo ragno : spegna tulle le bestiole, che nascono nel corpo, e impia­ strato col mele leva i difetti della pelle nel viso, e eon l ' aceto le lentigini. Col fiele di bue fa che le margini nere tornano bianche. Dicono alcuni, che .chi ha da essere battuto, se prima lo bee nel vino, non sente le battiture. In condir le vivande tanto è la soavità sua, che i Greci lo chiamarono euzomo. Tengono alcuni, che il fomentare gK occhi con la ruchetta pesta torni il vedere, e che guarisca la tosse a1bambini. La saa radice coita nell’ acqua tira fuori le ossa rotte. Già abbiamo detto che a risvegliar la lussuria voglionsi corre tre foglie di ruchetta salvatica con la man man­ ca, e berle peste in acqua melata.
N a s t o u i i o , 4 *-

Njjtubtio , xui. L. E contrario nasturtium Venerem iobibet, aninmrn exacnit, ut dixirou». Duo ejus fenera : alvum porgat, detrahit bilem polum x pondere in aqua. Cum lomento strania illitam, opertam* que brassica, praeclare medetur. Alterum «st ni­ grius, quod capitis vitia porgat. Visam compur­ gat. Commotas raeoles sedat ex aceto sumptam. Lienem ex vino potam, vel cum fico. Tussim «x focile, si quotidie jejuni sumant. Semen ex vino o arnia inleslioorum animalia pellit : efficacius ad­ dito mentastro. Prodest et contra suspiria et tus­ sim, rum origano et vioo dulci. Pectoris dolori­ bus decoctum in lacte caprino. Panos discutit e o a pice,extrahitque corpori acoLeos. Et maculas iilitom ex aceto. Cootra carcinomata adjeitor ovorum albam. Et lienibus illioitar ex aceto. In­ fantibus vero e meile utilissime. Sextius adjicit, uatum serpentes fugare, scorpionibus resistere. Capitis dolores contrito, et alopecias emendari addito sinapi : gravitatem aurium trito imposito auribns cum fico. Dentium dolores infuso in aures M i c c o . Porriginem et ulcera capitis cum adipe anserino. Furunculos concoquit cum fermento. Carbnncnlos ad suppurationem perducit, et rum­ pit. Phagedaenas ulcerum expurgat cam meile. Coxendicibus et lumbis cam polenta ex aceto illi­ n itu r : item licheni: item ungnibus scabris : quip­ pe satu ra ejus caustica est. Optimum aulem Ba­ bylonium. Silvestri vero ad omnia ea effectos maior.

L. Per lo contrario, il nastnraio raffrena la lussuria, e aguzza l’animo, come dicemmo. Egli è di due sorti : il bianco purga, e bevuto nell'ac­ qua a peso di un denaro spegne la collera. Se al­ tri ne farà empiastro con farina di fave, e il por­ rà sulle gavine, e coprirallo eoi cavolo, le guari­ rà benissimo. I / altro è più nero, e porga i difetti del capo, rischiara la vista, e preso con l ' aceto acqueta la mente travagliata. Bevuto eoi vino, o col fico, guariace la milza. Leva ancora la tome, pigliandone ogni mattina a digiuno ool mele. H seme suo preso col vino caccia ogni animale degli interiori, ed ha maggior virtù aggiugnendovi il mentastro. Giova ancora con l'origano, e col vin dolce, a' sospiri e alla tosse ; e cotto in latte di capra, a' dolori del petto. Mescolalo con la pece leva gli enfiati che sono sotto le ascelle e nell' anguinaglia, e trae fuora gli stecchi infitti. Facen­ done empiastro con l’aceto, leva le macchie. Con­ tra le cancrene vi s 'aggiugpe albume d 'novo. Alla milza farai empiastro oon l'aceto; ma ai bambini meglio col mele. Seslio dice, che ano caccia le serpi, e resiste agli scorpioni. Pesto gua­ risca le doflie del capo ; e aggiugnendovi senape medica, le alopecie, che sono stianse brutte nel capo, e mettendovelo su petto oo' fichi, leva la gravezza degli orecchi. Spegne il dolore de’den­ ti , infondendo il suo sugo negli orecchi. Gol grasso dell’oca leva via la forforagginee il laUima del capo. Impiastralo con maria malora i fignoli. Conduce i cerboncdli a far capo, e gli rompe. Col mele purga le nascerne. Con polenta e oon aceto fessene empiastro alle coscie e a1lombi, non che alk milza, e alle ugae aspre, perciocché la na-

C. PLINII SECUNDI

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tura sua ha forza di cauterio. Ottimo è il nastur­ zio Babilouio ; ma il selvatico a ogni cosa già delta è più possente.
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L l.ln praecipuis «alem medicaminibus rula «st. Laliora satirae folia, rami fruticosiore*. Sil­ vestris horrida ad effectum est, et ad omnia acrior. Succos exprimitur, tusa el aspersa modice, et in pyxide Cypria adservatur. Hic copiosior datus ve­ neni noxiam oblinet, io Macedonia maxime juxta flumen Aliacmooem. Mirumqoe, cicutae succo extinguitur: adeo etiam venenorum venena sunt, quando cicutae succus prodesl manibus colligen­ tiam ratam. Cetero inter prima miscetur antido­ tis, praecipueque Galatica. Quaecumque autem ruta et per se pro antidoto valet, foliis tritis, et ex vino sumptis. Contra aconitum maxime, et vi­ scum. Item fungos, sive in potu detur, sive in cibo. Simili modo contra serpentium ictus, utpote quum mustelae dimicaturae cum his, rutam prius edendo se muniant. Valent et contra scorpionum, el contra araneorum, apium, crabronum, vespa­ rum aculeos, et cantharidas, ac salamandras, canisve rabiosi morsus: acetabuli mensura succus e vino bibitur, et folia trita vel commanducata im­ ponuntur cura meile et sale, vel cum aceto et pice decocta. Socco vero perunctos aut eam habentes, negant feriri ab his maleficiis: serpeutesque, si uratur ruta, nidorem fugere. Efficacissima tamen est silvestris radix cum vino sumpta. Earadem adjiciunt efficaciorera esse sub dio potam.

Pythagoras et in hac marem minoribus ber* baoeique coloris foliis a femina discrevit: eam laetioribus foliis et colore. Idem oculis noxiam putavit : falsum, quoniam scalptores et pictores hoe cibo utuntur ocolorum causa, cum pane vel nasturtio : caprae quoque silvestres propter vi­ sum, ot ajunt. Multi succo ejus cum meile Attico inuncti discusserunt caligines, vel cum lacte mu­ lieris puerum enixae, vel puro succo angulis ocu­ lorum lactis. Epiphoras cum polenla imposita lenit. Item capitis dolores pota cum vino, aut cum aceto «t rosaceo illita. Si vero sit cephalaea, cum Carina hordeacea et aceto. Eadem crudita* tes discutit, mox inflationes, dolores stomachi veteres. Vulvas aperit, corcìgilqua conversatili!'

LI. Fra le ottime medicine è la ruta. La dome­ stica ha le foglie più larghe e i rami più germo­ glianti. La salvatica è troppo violenta ne' suoi effetti, e troppo acre, qualunque s’è l’ uso che se ne faccia. Trasseneil sugo bagnandola un poco con acqua, e poi pestandola, il quale sugo si ripo­ ne in bossolo, o alberello di rame di Cipro. Que­ sto, dandone assai, fa effetto di veleno; e massimamente di quella ruta di Macedonia, la quale nasce appresso il fiume Aliacmone. Ed è maraviglia, che il sugo della cicuta la spegne ; tanto è vero che i veleni hanno i contravveleni loro; perocché il sugo della cicuta giova alle mani di chi coglie la ruta.Tra le prime cose si mescola negli antidoti; e massima­ mente quella di Galizia. Qualunque ruta anche da sè stessa vale per antidoto, eoo le foglie trite e pre­ se col vino, e massimamente contra l'aconito e il visco. Vale contra i funghi ancora, se si dà in be­ vanda, o in cibo. Similmente conira i morsi delle serpi ; talché le donnole, avendo a combatter con esse, si fortificano prima col mangiare della ruta. Vale ancora con ira i morsi degli scorpioni, con­ ira gli aghi de' ragni, delle pecchie, de'calabro­ ni, e delle vespe, contra le canterelle, le salaman­ dre, e le morsicature de'cani arrabbiati : beesi col vino alla misura d 'bn bicchiere, e le sue foglie peste o masticale vi si pongono sopra con mete e con sale, ovvero colte con aceto e con pece. Quegli che sono unii col suo sugo, o l ' hanno addosso, dicesi che nou possono essere offesi da simili maleficii. Se la ruta s'arde, le serpi fuggooo dal suo odore. Nondimeno la radice selva­ tica presa col viuo è potentissima, e dicono ch'ella ha ancora maggior virtù beendosi allo scoperto dell' aria. Pitagora discerne in questa il maschio dalle Co­ glie minori, e di color d'erba, e dice esser la fem­ mina di colore più bello. Ei però s'ingannò molto a credere eh' ella sia nociva agli occhi, chè i pit­ tori e gli scultori usano di mangiarla per conto de­ gli occhi col psue o col nasturtio; come ancora, secondo che si dice, la mangiano le capre salvatiche per migliorare la vista. Molti unti col sago suo e col mele Ateniese levarono i bagliori, o col puro sugo, toccando gli angoli degli occhi. Leva ancora le lagrimazioni d'essi, messavi su con 1* polenta. Bevuta col vino, o con l’ aceto, mitiga i dolori del capo, ovvero ugneadosi cou olio rosa­ to. E se fosse cefalea, cioè dolore cronico e pes­ simo di capo, si mescola con Zarina d ' orzo •

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HISTORIARUM MONDI UB. XX.

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U ia nelle, toto venire et pectore. Hydropici* cam fico, et decocta ad dimidias partes, potaque es vino.

Sic bibitor et ad pectoris dolores, laterdmet Iamborum, t asses, suspiria : pulmonum, jocinerom, renum vitia, horrores frigidos. Ad crapulae gravedioes decoquuulur folia poturis. Et in cibo Tei eroda, vel decocta oondilave prò* desi liem torminibus in bissopo decocta, et cura vino. Sic et sanguinem sistit interiorem, et 6a< riora indita : sic et collutis dentibus prodest. An» ribes quoque in dolore saccus infunditur : custo­ dito, ot diximus, modo, in silvestri. Contra tar­ dilalem vero sonituotque, cum rosaceo, vel cura boreo oleo, aut cumino et meile. Succus et phreneticis ex aceto trilae instillatur in tempora et cerebrum. Adjecerout aliqui et serpyllum, et laorum, illinentes capita et colla. Dederant et lethargicis ex acelo olfaciendum. Dederunt ei comitialibus bibendum decoctae succum in cya­ this qnatuor ante accessiones, quarum frigus in­ tolerabile est : alsiosisque eradam iu cibo. Urinam quoqoe vel craentam pellit. Feminarum etiam purgationes, secondasque, etiam emortuos par» Uu, ut Hippocrati videtur, ex vino dulci nigro pota. Itaque illitam et vulvarum causa etiam suf­ fire jubet.

Diocles et cardiacis imponit ex aceto et meile cam ferina hordeacea. Et contra ileom decocta brina io oleo, e t velleribus collecta. Mulli vero et contra parolentas exscreationes siccae dra­ chmas duas, solpbaria unam et dimidiam sumi censent:et co n tra cruentas, ramos Ires io vino decoctos. Dator e t dysenlericis cum caseo in vino contri u. D ederunt ct cum butumine infriatam potioni propter anhelitum. Ex alto lapsis seminis ires uncias. O lei libra vinique sextario illinitur cara oleo coctis foliis, partibus quas frigas sdasseriL Si urinam movet (at Hippocrati videtnr) mirum est quosdam dare velut inhibentem potui, contra incontinentiam urinae. Psoras et lepras eum meile et alom ine illita emendat. Item vitili­ gines, verrucas, strumas, et similia, cum strycbno et adipa suillo ac taurino sevo. Item ignem sacrum ex acelb et oleo, vel psimmythio : carbunculum ex aceto. N onnulli laserpitium una illini jubent, sine quo ep injetidaa pustulas ourant. Imponunt et Ttntmrf turgentibus decoctam, et pituitae ernftionibas cam cera. Testium vero epiphoris con n«ii («areae teneris, adeo peculiari in visceri-

con acato. Fa smaltire il cibo non digeritole seda gli enfiati e i vecchi dolori di stomaco. Apre la matrice e corregge le sue inversioni, impiastrata con mele e posta per tutto il ventre ed il petto. Giova a' ritruopiebi, beendola cotta nel vino eoi fichi infin che torni per metà. Nel medesimo modo si bee per le doglie del petto, de1 fianchi e de1lombi, per la tosse, per li sospiri, i difetti del polmone, del fegato, e delle reni : guarisce ancora i capricci freddi. Alla gra­ vezza, che procedesse per essersi troppo pieno di cibi, cuoconsi le foglie e dannosi a bere ; e giova ancora in cibo eroda, o cotta, o condita. Gotta nell' issopo, o col vino, giova a* termini. Cosi ri­ stagna il sangue interiore, e del naso. Giova ai denti, bagnandoli con essa. Tale alla doglia degli orecchi, mettendovi deotro il suo sugo, osservan­ do già il modo che s*è detto, rapporto alla salvati* ea. Gontra la tarditi e lo strepito degli oreeehi si mesce con olio rosato, o con olio laurino, o cornino e mele. Il sago d 'essa pesta nell* aceto si pone sulle tempie a chi avesse il farnetieo..Alcnni v’ag­ giungono il sermollino e l'alloro, ugnendo il capo e il collo. Dassi con l ' aceto a fiatarla a’ letargici. Dannosi a bere quattro bicchieri di sugo di rota cotta a chi patisce di mal caduco, innanzi eh’ ei lor venga, il cui freddo i insopportabile. Dassi cruda a mangiare contra i singhiozzi. Caccia fuora l ' orina ancora che sanguinósa. E, come dice Ippocrate, bevuta nel vin dolce nero caccia fuor le purgagioni delle donne, e le seconde, e i parti morti ancora. E cosi impiastrata vuole che ai fac­ cia fumare per cagione della matrice. Diode la dà a’ cardiaci con aceto, mele e fari­ na d 'orzo ; e contra il male degl' interiori cotta con farina nell’ olio, e raccolta in -fili di lana. Molti danno a coloro, che sputano marcia, due dramme di rata secca, e ooa e mezza di solfo; e a chi sputano sangue tre rami cotti nel vino. Dassi ancora al male de’ pondi trita col cado nel vino. Diederla anco pesta col bitume a bere per fare buon alito. A qoegti che sono caduti da alto, si d i treoncie del seme. Con una libbra d’ olio, dove si sien cotte le sue foglie, e con un sestario di vino, s 'impiastrano quelle parti, le quali son riarse dal freddo. Se muove l’ orina, come Ippocrate dice, i maraviglia che alcuni la dieno a chi non può ritener T orina. Impiastrata col mele e con l’ al*lame guarisce la rogna e la lebbra ; e quelle maccbie che vengono per tutto il corpo, i porri, le scro* fe, e simili mali, impiastrata con istricno e grasse di porco e sevo di toro. Pel fuoco sacro s’ impia­ stra con aceto e olio, o psimmizio ; e pel carbon­ chio con l’ aceto. Alenai Vogliono che si ponga iosieme con essa laserpizio, senta il quale curano certe bolloline, le quali vengono la notte. Poh-

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C. PUNII SECUNW

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bos his effecto, al silvestri rota cuoi axungia Te­ leri illitos ramioes sanari prodant. Fracla quoque membra semine trito cum cera imposito. Radix ratae sanguinem oculis suffusum, et toto corpore cicatrices aut maculas illita emendat.

Ex reliquis quae traduntor, mirum est, quora ferventem rotae naturam este conveniat, fascico­ limi ejos ia rosaceo decoctum addita oncia aloes, perunctis sudorem reprimere. Ile noque genera­ tiones impediri hoc cibo 5 ideo in proflavi» ge­ nitali dator, et Venerem crebro per somoia ima­ ginantibus. Praecavendam est gravidis abstineant hoc cibo : necari enim partas invenio. Eadem ex onmibos salis qoadropedom quoque morbis in ■Mximo usu est* sive difficile spirantibus, sive co ntn maleficorum animaliam ictos, infusa per nares ex vino : aut si sanguisugam exhauserint, ex aeeto : et quocomqoe in simili morborum ge­ nere, ut in homine, temperata.

gonla ancora cotta sulle poppe, eh* enfiano, e con la cera vale contro la flemma. Agli umori che co­ lano dei testicoli, mescolata con rami teneri rf al­ loro, tanto è peculiare la rata per I*effetto che fa in que’ visceri, che dicono come la selvatica con sugna vecchia guarisce i mali de’ testicoli sol che sieao tocchi da essa. Guarisconsi membra rotte anoora col seme trito, e postovi su coi» la cera. La radice della rota guarisce il sangue sparso per gli occhi; e in tulio il corpo le margini e altre mac­ chie, fregatovi sopra. Fra le altre cose che si dicono, è maraviglia eh’ essendo la natura della m ia calda, se se nè cuoce un fasoetto nell' olio rosato, con a 1’ oncia 1 d’aloe, reprime il sodore a coloro che se ne un ­ gono. Dicono ancora, che a mangiare la ruta s’ impedisce la generazione, e per ciò si dà a co­ loro che sono sfilati, o che in sogno hanno im­ maginazioni veneree. Da questo eibo s’ hanno a guardar molto le donne gravide, perchè io troovo eh* egli uccide la creatura. Ella fra tulle V altre erbe è mollo utile alle iufirmità de’quadropedi, o quando easi con difficultà alitano, o quando ei sono punii da cose veleuose, mettendola loro per le nari col vino ; o con l’ aceto, se avessero in­ ghiottito mignatte ; e in ciascuna altra sorte di si­ mili malattie, anche per 1' uomo, ma temperata.

Mbbtastro, xx. LU. 1 4 Mentastrum silvestris menta est, dif­ ferens specie foliorum, quae sunt figura ocimi, pulegii colore. Propter quod quidam silvestre palegiom vocant, lis commanducatis et impositis tanari elephantiasin, Msgni Pompeji aetate, fortoito cojosdam experimento propter pudorem M e illita compertum est. Eadem illinantur bib an torque adversas scolopendras, et serpentium fotus, drachmis duabus in vini cyathis duobus. Adversus scorpionum ictas cum sale, oleo, et aoeto. Item adversos scolopendras jus decocti : adversas omnia venena servantor folia arida, ad farinae modum. Substratum vel accensum fagat etiam scorpiones.

Dai. m e n t a s t r o ,

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Potam feminas purgat a porto : sed partus necat. Ruptis, convulsis* sed parcius: orlhopnoi* cis, torminibus, choleris, efficacissimnm i item lumbia, podagris impositum. Suocus auribus ver­ minosis instillatur. In regio morbo bibitor. Stra­ nie illinitor. Somoia Veneris inhibet. Tineas pellit ex aceto potam. Contra porriginem ex aeeto infaaditur capiti in sole.

Lll. 14. Mentastro è menta selvatica, diffe­ rente nella forma delle foglie, le quali sono quasi come quelle del basilico, di colore di puleggio ; e per ciò alcuui lo chiamano puleggio selvatico. Queste foglie masticate guariscono la elefanzfa ; il che si vide per pruova al tempo di Pompeo Magno, perchè un certo uomo per coprire il ma­ lore se le pose a caso sul viso, e guarinne. Fassene empiastro ancora contra i morsi delle scolopen­ dre e delle serpi, beendone due dramme in due bicchieri di vino. Pigliasene a* morsi degli scor­ pioni con sale, olio ed aceto. Lmsua cocitura è buona contra le scolopendre, e le sue foglie sec­ che a modo di farina s* adoperano contra tutti ) veleni. Spargendosene la terra, ó beendone pro­ fumo, si cacciano gli scorpioni. Il suo sugo bevuto purga le donne, quando hanno partorito, ma uccide la creatura. A quegli che non possono mandar fuora l’ afito, e a* te r­ mini, e a* collerici è potentissimo ; c cosi posto sa*lombi e solle gotte. Il sugo soo si mette negli orecchi verminosi. Beesi per coloro, che hanno sparso il fiele. Fassene empialtro alle gavine. Raffrena i sogni amorosi. Bevuto con l’aceto caccia i vermini. Con P aceto ancora giova al pizzicore, ungendone il capo al sole.

HISTORIARUM MUNDI LJB XX.
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LI IL U entie ipsius odor animum excitat, et «•por ariditatem in cibis* ideo embammatum mixlurae familiaris. Ipsa acesccre, rat coire, denserìqoe lac non patitur. Qusre laetis potionibus additar, ae kujui coagulati potu strangulantur. Datar io aqua aa t mulso : eadern ri resistere ge> ■erationi ereditar, cohibendo genitalia denseri. Aeqae maribus ae feminis sistit sanguinei» : et pnrgatione» feminairom inhibet : cum amylo ex aqaa pota, coeljaeontan impetas. Syriation et vomicas vulvae curavit illa. Jociaernm vilia ternis obolis ex molto datis. Item sanguinem exscreanti* busiasorbitionem.Ukera in capi te infantium mire sanai. Arterias h a mi das siccat, siccas adstringitw Pituitas corruptas purgat in malso et aqaa.

Voei saccus sub certamine ulilb dam luxat, qai et gargarixatar ara tornente, adjecta ruta et coriandro ex Jacte. Utilis et contra tonsillas cum alumine : linguae asperae eam meile. Ad convulsa intus per se, viliisque pulmonis. Singultas et t o * roiiiones sistit cum succo granati, ut Democrilos aaonslr«i. Eeeenlis succus narium vitia spiritu subii aci os emeodat. Ipsa trita choleras, in aceto quidem pota. Sanguinis fluxiones intus. Ileum etiam imposita cum polenta : et si mimmae ten­ dantur. Illinitur et temporibus in eapilis dolore. Soanitnr et contra soolopendrss, et scorpiones marino», et ad serpentes. Epiphoris illinitur, et omoibos in capite eruptionibus : itera aedis vitiis. Intertrigines quoque, vel si teaeatar tantum, prohibet Auribus cum mulso instillatur. Ajuut et lieni mederi eam in horto gustatam, ila ne vellatur, si is qui mordeat, dicat se lieni mederi, per dies ix. Aridae quoque farinam tribas digilis adpreheosam, et stomschi dolorem sedare in aqna : el similiter aspersam in potionem, ventris animalia expellere.

L lll. I / odore della menta desta I' animo, e II sapor suo risveglia I’ appetito ne' cibi ; e perciò s’ usa molto negl*intingoli, ovvero manicaretti. Ella non lascia rinforzare, nè rappigliarsi il latte» e perciò si mette nelle bevaude di latte, acciocché per lo beverlo rappreso non porti soffocazione. Per la medesima virtà impedisce la generatione, pigliandola eon I*acqua e col vin melato, perchè rappiglia il seme. Rislagna il sangue egualmente a1maschi e alle femmiue, e impedisce le purgazio­ ni delle donne. Se si bee con nna mistura di grano e di latte, che si chiama àmilo, nell’acqua, raffrena i flussi di ventre impetuosi. Siriazione medicò già con essa le fistole della matrice, e anco i difetti del fegato, dandone tre oboli col vin melato. Così si dà a sorseggiare ancora a quegli, che spulano saugne. Guarisce mirabilmente i malori nel capo de’ bambini. Secca l’ arterie umide, e ristrigne le secche. Col vino melato e con l’ acqua purga le flemme corrotte. 11 sugo suo è utile alla voce solamente nel tempo, che altri ha a cantare. Gargarizzasi, quan­ do t’ogoia è ingrossata, aggiugnendovi ruta e co­ riandoli con latte. E utile conira gli enfiati della gola con allume, e alla lingua aspra col mele. Per sè sola giova alle convulsioni interne, e a’ difetti del polmooe. Democrito dice che eon sugo di melagrana leva i singhiozzi e i vomiti. 11 sugo della menta fresca guarisce i difetti del naso ; e pesta e bevuta con l’aceto purga la collera, e » flassi del sangue dentro al eoapo. Guarisce ancora il male del fianco, postavi su con la polenta, e se le poppe si distendono, o sono enfiate. Fregaisi anco alle tempie, quando duole il capo. Pigliasi similmente contra le scolopendre, gli scorpioni marini, e le serpi. Ungonsene le lagrimaloie degli occhi, e tutte le rotture del capo, e i difetti del sedere. Rimedia ancora a certe scorticature dei membri che si toccano insieme e stropicciansi, onde n* esce a modo di sudore, pur solamente a tenervela sopra. Infondasi negli orecchi col vin melalo. Dicono che guarisce la milza gustata nelI* orlo senza averla, se oolai òhe la mangia dice per nove giorni ebe medica la milza. Cosi atoohe la polvere detta secca presa cou tre dita ; la quale infusa nell’ acqua sana il dolore dello stomaoo; e similmente sparsa nella bevanda caccia i ver­ mini del corpo.
D el p o u m i o , a $ .

B t M u n io , i i t .

L1T. Maga* societas eum hae ad reereaOdos fcfectos animo pnlegio, emm surculis snis in am-

L1V. Ha gran conveniènte col paleggio a ri­ creare la stanchezza dall’ animo, mettendo i suoi

C, P IJN lt SECONDI

60

pallas vitreas aceti ulrisqae dejectis. Qua de cau­ sa dignior e pulegio corona vertigini, qoam e rosi», cubiculis nostris pronuntiata est. Nam et capiti» dolores imposita dicitur levare. Q uid et olfactu capita tueri contra frigorum aeatusque injuriam, et ab siti traditur ; neque aestuarereos, qui duos e pulegio surculos impositos auribus in aole habeant. Illinitur etiam in dolorihus oum polenta et aceto. Femina efficacior. Est autem haec flore purpureo. Mas candidum habet. Nau­ seas cum sale et polenta in frigida aqua pota inhibet. Sic et pectoris ac ventris dolorem. Sto* machi autem ex aqua item rosiones sistit, et vo­ mitiones cum aceto et polenta. Intestinorum vitia meile decocta et nitro sanat. Urinam pellit ex yino ; et si ammineum sil, et calculos, et interio­ res omnes dolores. Ex meile et aceto sedat men­ strua, et secundas. Vulvas conversas corrigit. De­ functos partus ejicit. Semen obmutescentibus olfactu admovetur. Comitialibus io aceto cyalbi meutura datur. Si aquae insalubres bibendae sint, tritum aspergitur. Lassitudines corporis, si cum ▼ino tradatur, minuit.

Nervorum causa, et in contractione, cum sale et aceto et meile confricatur in opisthotono. Bibitur-ad serpentium ictus decoctum : ad scorpio* num et in vino tritum, maxime quod iu siccis nascitur. Ad oris exulcerationes,ad lusiira efficax habetur. Flo» recentis incensus, pulices necat odore. Xenocrates pulegii ramum lana involutum, iu tertianis- ante accessionem olfactandum dari, aut stragulis subjici, et ita collocari aegrum, inter remedia tradit.

sprochetli in ampolle di vetro che abbiano dell'ace­ to. Per la qual cagione s 'i da(jt sentenza nelle no­ stre camere, che la corona del paleggio sia migliore alla vertigine, che quella delle rose; perchè messa sul capo dicest che leva il dolore. Truovasi anco, che col fiutarlo solo conserva il capo contra la violeosa del freddo, e del caldo, e della sete. Di­ cono ancora, che quegli che stanno al sole non sentono troppo caldo, se hanno due massetti di puleggio posti negli orecchi. Impiastrasi ancora ne1dolori con polenta e con aoeto. La femmina è più possente : questa ha il fior rosso, meulre il maschio l'h a bianco. Bevuta corsale e eoo I» polenta nell' acqua fredda, non lascia venire i fastidii di stomaco ; e cosi ancora leva i dolori del petto e del corpo. Con acqua ferma le rosionidelto stomaco, e le vomitasioni con aceto e po­ lenta. Cotta con mele e oon nitro guarisce i di­ fetti degl' interiori. Col vino muove 1 orina ; e * se il vino è ammineo, leva i mali della pietra, e tulli i dolori di dentro. Col mele e con l ' aceto ristagna le purgagioni delle donne, e le seconde : fa tornare la matrice al suo luogo, e manda fnora i parti. Il seme soo si dà a fiutare a quegli, che ammutoliscono. A quegli che hanno il male ca­ duco, si dà nell' aceto a misura d 'nn bicchiere. Se fosse bisogno bere acqua malsana, vi si sparge deotro trito ; e se si dà con vino, mitiga le lassez­ ze del oorpo. Per cagione de' nervi e rallrappatione si frega con sale, aceto e mele a chi ha ritirati i nervi da I collo al capo, che lo fanno stare come rattoppa­ to. Beesi cotto contra i morsi delle serpi : contro quegli degli scorpioni, Irilo ancora nel vino,massi­ mamente quello che oasce in luoghi secchi. Tienst eh' egli abbia virtù per le fessure, e nasoeoze della bocca, e per la tosse. Il fiore del fresco abbruciato ammazza le pulci pur con l ' odore. Senocrate dà a fiutare un ramo di puleggio, rinvolto con la lana, a chi ha la terzana, innanzi l ' accesso, o lo mette sotto i panni del letto, e così vi pone sa l'ammalato ; e questo mette fra i rimedii. Dtb
POLBCOIO

p B VULBOIO SILYBSTBI, X f l l l .

8AL VATI CO, l8.

LV. Silvestri ad eadem vis efficacior est, quod simile est origano, minoribus foliis, quam sali­ vam : et a quibusdam dictamnos vocatur. Gusta» tum a pecore eaprisque, balatum concitat. Unde qnidam Graeci littera mutata blechona voca­ verunt. Natura tam fervens est, ut illitas paries exul­ ceret. Tussi in perfrictione fricari ante balnea convenit: et aute accessionum horrorem, convul­ sis^ et torminibus. Podagris mire prodest.

LV. Il selvatico ha maggior forza agli stessi efTetli, ed è simile all' origano : ha foglie mioori che il domestico, e da alcuni è chiamato dittamo. Mangiato dalle pecore e dalle capre, le fa belare ; onde alcuni Greci mutando le lettere lo chiama* rouo blecone. È di natura sì caldo, che dove si stropiccia, fa venire le coeciuole. Nella tosse conviene far le fregagioni innanzi al bagni i e per le convulsioni e i tormini, si dà iouaasi il capriccio dell' accesso loro. Giova mirabilmente alle gotte.

6.

HISTORIARUM MUNDI LlB. XX. Dassi a bere con mele é ssle a’ fegatosi, e fp che le marcia del polmone si possono spolare. Ì£ utile alla milza col sale ; non che alla vescica, e a' Sospirosi e all* enfiagioni : cotto egualmente eoi sago corregge la matrice, e giova contra la scolopendra terresti e o marina, e contra gli scor­ pioni, e particolarmente contra il morso dell* uo­ mo. La sua radice fresca è potentissima contra le piaghe che crescono. La secca fa levare le margini.
DELLA NEPITELLA, Q.

Hepaticis cam meile el sale bibendam datar : pulraooam vitia exscrea bilia facit. Ad lienem cam sale utile est, et vescicae, et suspiriis, et inflatio­ nibus : decoctum succo aequaliter, et volvas cor­ rigit : et contra scolopendra»! terrestrem vel ma­ rinam: ilem scorpiones ; privatimqoe valet contra hominis morsum. Radix contra incresoentia ul­ cera recens potentissima. Arida vero cicatricibus decorem ad fert.

Da aapBTA, ix. LV1. Itera pulegio est nepelaeqae societas. Decoefa enim in aqua ad tertias discutiant fri­ gora, molieram que menstruis prosont. Et aestate tedaol calores. N epeta quoque vires contra ser­ pentes habet. F u m aro ex ea nidoremque fagiani, qaam et su b ste rn e re in raetu obdormitaris alile esi. Tusa ae g ilo p iis imponitor, el capitis dolori­ bus recens c a r a te rtia parte panis temperata aceto illinitor. S u c c u s e ju s instillatus naribos supinis, profluvium s a n g u in is sistit. Item radix, quae cum mjrti semine in passo lepido gargarizata auginis taedelur.

LV1. II puleggio e la nepitella hanno compa­ gnia insieme ; perciocché cotti nell* acqua fino alla terza parie levano il freddo, e giovano alle pnrgagioni delle donne. La state temperano il caldo. La nepitella ancora ha virtù contra le serpi, perch* esse fuggono il profumo e I* odor suo. È buono anco porla sotto a chi ha a dormire, »' egli avesse paura. Pesta si mette sopra una spe­ cie di mal d 'occhi, che viene ne' peli delle palpe­ bre, e fresca si pone alla doglia del capo con la lerza parte d’ un pane temperato con l ' aceto. Stando supino, e ricevendo il sugo nella nari, fa ristagnare il sangue del naso : così anche la sua radice, la qnale, gargarizzandosene insieme con vin colto tiepido e con seme di mortine, guarisce i serramenti della gola.
D e l co n in o , 4 8 . D e l
conino sacvatico ,

Ds CON1BO,

T L V Ill.

Ds

CtMIHO SILVESTBI, XXVI.

26.

LY1I. C am inum silvestre est praeteoae, qua­ terni» aut q u in is foliis velati serratis. Sed el sa­ tivo magnus usas, in stornaci» praecipue remeDiscutit pitaitas, et inflationes, tritum et «ara pane sumptum, vel potam ex aqua vinoque: tormina quoque et intestinorum dolores. Verumtameaomne pallorem bibentibus gignit. Ita certe ferunt Porcii Latronis, clari inter magistros di­ cendi, adsectatores, similitudinem coloris stndiis contracti imitatos ; et panilo ante Jaliam Vindilem adsertorem illum a Nerone libertatis, capta­ tione testamenti sic lenocinatura. Nariaro sangui­ nem pastillis inditam vel ex aceto recens sistit. E t oculorum epiphoris per se impositum, turoenfib as cum meile prodest. Iafaatibas imponi in v e n tre satis est. Morbo regio in vino albo a bali* n eis datur.

s 5. Aethiopicum maxime io posca, et in ecli­ gm ate eam meile. Africano paullatim urinae in­ continentiam cohiberi putant. Sativam datar ad

LVIl.il cornino sai valico è sottile, ed ha quat­ tro o cinque foglie per posta, le qaali souo a modo di sega. Il domestico ì molto utile, mas­ simamente allo stomaco. Leva la flemma e la ven­ tosità, pesto e mangiato col pane, o bevuto nelI* acqna e nel vino : così leva anche i tormini e le doglie delle badelle, ma fa pallido chi lo bee. Certo è che dicono, come i discepoli di Porcio Latrone, uomo molto eccellente fra i maestri del dire, imitarono la somiglianza del colore acquistato dagli studii ; e poco avanti Giulio Vindice, che fa il primo a ribellar da Nerone e porsi io liber­ ti, usò questo colore per allettare il principe a conferirgli onori sulla speranza della sua vicina morte, e quindi della sua eredità. Ristagna il san­ gue del naso, messovi sa ia pastelli, o mescolato fresco con 1*aceto. Guarisce le lagrimasioni degli occhi postovi per sé, e agli enfiali giova eoi mete. Basta a* bambloi porlo sul corpo. A quegli die hanno sparso il fiele ri dà a bere nel vin bianoo dopo i bagni. i 5. Il cornino Etiopico s’ impiastra col mele nella posca e in certo elettnario lambitivo dette eoligma. Aleaot tengono che l 'Africano abbia

6?

C. PLINII SECUMDJ

64

jocineris vilia tostum, Iriluro in aceto, lie n ad vertiginem. Iit vero quos acrior urina mordeat, in dulci Iriluro vino. Ad vulvarum vilia in vino: praeterque, impositis vellere foliis : testium tu­ moribus, tostum trilumque cum meile, aul cum rosaceo et cera.

Silvestre ad omnia eadem efficacius. Praeterea ad serpentes curo oleo, ad scorpiones, ad scolo­ pendras. Sistit et vomitionem nauseasque ex vino, quanlum adprehenderint tres digiti. Propter co­ lum quoque bibitur illiniturque, vel peoicillis fervens adprimitur fasciis. Slrangulaliones vulvae potum in viuo aperit, tribus drachmis in tribns cyathis vini. Auribus instillatur ad sonitus atque tinnitus cum sebo vitulino, vel meile. Sugillatis illinitur cum raelle, et uva passa, et aceto. Lenti­ gini nigrae ex aceto.

gran virtù di ristagnare il flusso dell'orina. 11 domestico s' adopera arrostito a* difetti del fega­ to, e trito nell' aceto ; e così ancora oonlra il capogirlo. A quegli che souo gravemente trava­ gliati dall' orina si dà pesto con vin dolce. A' di* folti delle matrici si dà nel vino ; a' quali in oltre s’applicano le toglie in velli di lana : a' gonfia­ menti de' testicoli si poue arrostilo, e trito non mele, olio rosalo e cera. Il salvalico ha maggior virtù a tulle le mede­ sime cose. Olirà di ciò si dà con olio conira il morso delle serpi, de#li scorpioni e delle scolo­ pendre. Col vino ferma il vomito e i fastidii dello stomaco, dato quanto se ne può pigliare con tre dita. Beesi ancora per li dolori coliche impiastra­ si, o fattone come pennelli, si comprime eoo fa* scie. Bevuto nel vino apre le strangolazioni della matrice, pigliandone tre dramme in tre bicchieri di tino. Insellasi negli orecchi a coloro, a coi risaonano, con sevo di vitello, o con mele. Im­ piastrasi a' suggellali con mele, uva passa e aceto : e con l ' aceto pure alle lenligiui nere.
D ell'
am bi , i o .

Db aumi, x. LVUI. Est cumino simillimnm, quod Graeci vocant amrai. Quidam vero Aethiopicnna cumi­ num id esse existimant. Hippocrates regium ap­ pellat, videlicet quia efficacius Aegyptio judica­ vit. Plerique alterius naturae in lotura putant, quoniam sit exilius el candidius. Similis autem et huic usus : namque et panibus Alexandrinis subjicitur, et condimentis interponitur. Inflatio­ nes et tormina discutit. Urinas el menstrua ciet. Sugillata et oculorum epiphoras railigat. Cum lini semine scorpionum ictus in vino potum drachmis duabus, privatimque ceraslarum, oim pari portione myrrhae. Colorem quoque bibentium similiter mutat in pallorem. Suffitum cum uva passa et resina, volvam pnrgat. Tradunt facilius concipere eas, quae odorentur id per coitum.

LV111. Somiglia molto al cornino, quello che i Greci chiamano aromi. Alcuni tengooo ch 'ei sia il cornino Etiopico. Ippocrale lo chiama regio, perchè lo giudicò di maggior virtù che l ' Egizio. Altri del tulio lo slimano d'allra natura, perché egli è più sottile e più bianco. Però nell' uso è simile ad esso ; perocché ili Alessandria si matte nel pane, e adoperasi ne’condimenti. Scaccia gli enfiati e i torni ini. Provoca l'orina, e le purgagio­ ni delle doune.iVliligu i suggella ti, e le lagrimazioni degli occhi. Bevulone due dramme nel vino eoo seme di lino medica il morso degli scorpioni ; e particolarmente quello delle ceraste, con eguale porzione di mirra, t'a similmente veuire pallidi coloro che lo beono. Fattone profumo con avo passa, o con ragia, purga le matrici. Dicono che quelle donne, le quali usando il coito lo fiutano, facilmente ingravidano.
D el
cappero,

De a r m i , xviu.
LIX. De cappari satis digimos inter peregri­ nos frutices. Non ulendum transmarino : inno* f.enlius Italicam est. Ferant, eos qui qaotidie id edunt, paralysi non periclitari, nec lienis dolo­ ribus. Radix efus vitiligines albas tollit, si trita in sole firicenlur. Splenicis prodeat in vino potas radicis cortex duabus drachmis, dempto balinea­ rum «au. Ferontque xxxv diebus per orinavi et •ivom totum lienem emitti. Bihilar ia lamboram doloribus, ac paraijrti. Dentiam dolorea aedat

»8.

LIX. De1capperi abbiamo ragionato abbastan­ za fra gli sterpi forestieri. Non è da usare l ' o ltre ­ marino : l ' Italiano è manco pericoloso. Dicono che chi gli asa ogui di non senle il parietico, n è dolore di milza.La sua radice leva le vitiligiui bian­ che, cioè la morféa, se pesta vi si stropiccia su a l sole. La corteccia della radice a peso di due dram ­ me bevuta nel vino giova a quegli che hanno il male della milza, levato l ' uso de’ bagni. Dicono che in trenta cinque giorni per V orina e per ae-

63

HISTORIARUM MUNDI UB. XX.

G 6

trilum ex aceto semen decoctam, vel manducata radix. Infunditur et aurium dolori decoctam oleo. Ulcera quae phagedaenas vocant, folia et radix recens cura meile sanant. Sic et strumas discntit radix : parotidas, vermicolosque cocta iu aqua. Joci neris quoque malis medetur. Dant et ad taenias in aceto et meile. Oris exulcerationes io aceto decocta tollit : stomacho inutile esse inter anciores convenit.

cesso si getta tutta la milta. Beesi per la doglia de* lombi, e per lo parietico. Il seme suo pesto, e cotto nell' aceto, mitiga il dolore de* denti, ovve­ ro masticando la radice. Metlesi negli orecchi, quando dolgono, cotto nell* olio. Le soe foglie, « la radice fresca eoi mele guarisoe quelle piaghe*’ che si chiamane fagedene. Così la radice manda ancora via le gavine, e cotta nell1acqua le poste­ me intorno agli orecchi, e i vermini. Medica pa­ rimente i mali del fegato. Dassi con I* aeeto e col mele contra le tignuole e i vermini. Cotta nell’aceto sana le vesciche della bocca, ma s'ac­ cordano gli autori eh' ella è inutile allo stomaco.
D el
ligustico o farace ,

De

lig u s tic o ,

sivr.

fa ra c e ,

iv.

4>

LX. Ligusticum (aliqui panacem vocant) sto­ macho utile est. Item convulsionibus et inflatio* ■ibus. S ont et qui cunilam bubulam appellave­ rint, ut diximus, falso.
D b CUVILA BOBULA, V.

LX. Il ligustico (chiamata da aleoni panace)è utile allo stomaco, alle convulsioni, e alle ven­ tosità. Alcuni ancora, come abbiamo detto, l’han­ no chiamata conila bubnb, ma a torto.
D ella
curila bubcla ,

5.

LXI. 16. Conilae praeter sativam plura sunt in medicina frenerà. Quae bnbnla appellatur, semen pulegii habet, utile ad vulnera comman­ ducatum impositumqne, ut quinto post die solvatnr. E t contra serpentes in vino bibitur, ac tritum plagae imponitur. Vulnera ab iis facta perfricantur. Item testudines cum serpentibus pugnaturae hac se muniunt : quidamque in hoc oso panaceam vocant. Sedat et tumores, et viri­ liora mala, sicca, vel foliis tritis, in omni nsu mire congruens ex vino.

LXI. 16. Della conila, oltra la domestica, sono piò sorti in medicina. Quella che si chiama bubu­ la, ha seme come il paleggio, che i alile alle ferita masticato, e postovi so, ma si lascia sciogliere fino al quarto giorno. Beesi ancora in vino contra le serpi, e pesto si mette sulla piaga, e le ferite da quelle latte si stropicciano. Le testuggini quando hanno a combattere con le serpi, si mu­ niscono con questa erba, e alcuni per questo toso la chiamano panace. Mitiga anche gli enfiati, a i mali del membro virile, seeea, o con le foglie peste ; ed i ottima in ogni uso mesoolata col vino.
D ella
curila gallinacea , ovvero obigaro ,

Db c u r i l a

g a l l i n a c e a , s iv e o b ig a r o , v .

5.

LXII. Est alia cunila, gallinacea appellata no­ stris, Graecis origanum Heracleoticam. 'Prodest oeolis trita addito sale. Tussim quoque emendat, et jocinerttm vilia. Laterum dolores cum farina, oleo et aceto in sorbitionem temperata. Praeci­ pue vero serpentium morsos.
D e ccrilagire, viti.

LXII. Écci on*altra cunila, chiamata da* no­ stri gallinacea, da* Greei origano Eradeotico. Questa col sale pesta giova agli occhi, scaccia la tosse e i difetti dd fegato. Caccia la doglia del fianco con farina, olio e aceto stemperata in be­ vanda. Ma soprattutto guarisce i morsi delle serpi.
D ella
corilagirb ,

8.

LXIII. Tertium genus est ejus, quae a Graeci* mascula, # nostris cunilago vocatur, odoris foedi, radicis lignosae, folio aspero. Vires ejus vehementissimas in omnibus generibus earum (radunt. Manipulo quoque ejus abjecto, omnes a tota domo blattas convenire ad eain. Privatilo Aversus scorpiones ex posca pollere. Tribus fofai ex oleo peruncto homine, fugari serpentes.

LXIII. La teria sorte è chiamata da* Greci maschia, e da* nostri cunilagine, di brutto odore, di radice legnosa, e di foglie aspre. Dicono che in tuiti i generi suoi ha grandissima forza, e ancora, che gittatone un mazzo per terra, tutte le piattole della casa si raunano ad essa ; ma particolarmente con la posca vale conira gli scorpioni. L'uom * • unto con tre foglie bagnate nell' olio fa fuggire
le serpi.

g7 Di
curila , iio l l i ,

C. PLINII SECUNDI i». Di
cubila libarotide , i u .

D ella

curila m olle ,

S. D ella 3.

curila liba-

otidb ,

LXIV. E contrario qaae mollia voealar, pilo­ siori bas foliis se ramis acalealij, tril* mellis odo* rem habet, digitis tacta ejus cohaerescentibus. Altera thuris, quam libanotidem appellamus. Me­ detur utraque contra serpentes ex vino vel aceto. Pulices etiam contritae cum aqua sparsae necant.

LXIV. Per Io contrario quella che si chiama molle, ha le foglie più pilose, e i rami appuntati : pesta ha odore di rode, e le dita si appiccano insieme a toccarla. L'altra che si chiama liba­ notide, ha odore d 'incenso. L’una e l ' altra con vino, o aceto, vale contra le serpi. Peste e sparse con l’ acqua ammazzano le pulci.
D b l l a c u r i l a s a tiv a , 3. D e l l a c u r i l a m o r ta s a , 7 .

D b c u r i l a s a tiv a , h i. C o n ila m o k ta r a , vii.

LXV. Sativa quoque suos usus habet. Succus ejus cum rosaceo auriculas juvat. Ipsa ad ictus bibitur. - F it ex ea montana, serpyllo similis, efficax contra serpentes. Urinam movet: purgat et a partu mulieres. Concoctionem mire adjuvat, et ad cibos aviditatem. Utraque vel in cruditate je­ junis in potione aspersa. Luxatis quoque utilis. Contra vesparum et similes ictus, ex farina hor­ deacea et posca, utilissima. Libanotidis alia genera suis dicentur locis.

LXV. La domestica ancora ha le sue virtà. Il sugo suo con olio rosato giova agli orecchi. Beesi a guarir delle percosse. Fassi di questa la montana, simile al aermollino, possente contra le serpi. Muove 1 orina, e * purga le doune dopo il parto. Aiuta mirabilmente la digestione, e fa venire appetito di mangiare. L’ una e l ' altra si dà nel bere a digiuno a chi non ismaltisce. È utile ancora a quegli che hanno i membri usciti del luogo loro. Con farina d’ orzo e posca è utilissima contra le vespe e simili pun­ ture. Dell’altre sorti della libanotide si ragionerà al suo luogo.
D el tlFEKlTBy o SILIQUASTRO, 5.

D b V1PBR1TIDB, SIVB SILIQUASTRO, V.

LXVI. 17. Piperitis, quam et siliquastrum appellavimus, contra morbos comitiales bibitur. Castor et aliter demonstrabat, caule rubro et longo, densis geniculis, foliis lauri, semine albo, tenui, gustu piperis, utilem gengivis, dentibus, oris suavitate, et ructibus.

LXVI. 17. 11 piperite, il quale chiamammo ancora siliquastro, si bee contra il opale caduco. Castore lo dimostrava altrimenti, dicendo ch'egli ha il gambo rosso e lungo, con nodi spessi, e fo­ glia d'alloro, con seme bianco e sottile, con gusto di pepe, utile alle gengie, a' denti, alla soavità della bocca, e a’ rutti.
D e l l ' o r io a v o o r i t i , o p x asio , 6 .

D b ORIOARO OBITI, SIVB FRASIO, VI.

LXVII. Origanum quod in sapore cunilam aemulatur, ut diximus, plura genera in medicina habet: onitin vel prasion appellant, non dissimile hyssopo. Privalim ejus usus contra rosiones sto­ machi in tepida aqua, et contra cruditates : con­ tra araneos scorpionesque in vino albo : luxata et incussa in aceto, et oleo, et lana.

LXVII. L 'origano, il quale nel sapore è sl­ mile alla cunila, come dicemmo, ha più specie in medicina, e chiamasi oniti, ovvero prasio, ed è poco differente dall'issopo. Questo è buono parti­ colarmente alle rosure dello stomaoo e alla crudità con l ' acqua tiepida, e contra i ragui e gli scor­ pioni col vin bianco. Pei membri sconci, o am­ maccati, è utile in aceto, olio e lana.
D e l tr a g o rig a r o , 9 .

D b t r a g o r i g a r o , ix .

LXVIII. Tragoriganum similius est serpyllo silvestri. Urinam ciet, tumores discutit, contra viscum potum, viperaeque ictum efficacissimum, slomachoque acida ructanti, et praecordiis. Tui»

LXVUI. Il tragòrigano è sìmile al sermollino salvalico. Muove l'orina,leva gli enBali, è poten­ tissimo a berlo contra il viseo, al morso della vipera, c allo stomaco che fa rutti acetosi, e agli

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HISTORIARUM MUNDI L1B. XX.

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sientibus qaoqae eam meile dalur,et pleuriticis, el peripneumonicis.

interiori viziati. Dassi alla tosse, e a quegli che haono il male del fianco, e a quegli che hanno male al polmone. D iu .’ origavo rra cu o : m e » 3. Midichw , 3o. LX1X. L’ eraclio aneora è di tre ragioni. U piò nero ha le foglie più larghe, ed è glutinoso. 11 secondo ha foglie minori, e morbide, e no» è differente dsl sansuco, il quale alcuni vogliono piuttosto chiamare prasio. La terza speeie è in mezzo di queste due, ma è meno possente. 11 Candiotto è ottimo, perch’ egli ha eziandio mi­ gliore odore. Dopo questo è lo Smirneo, più odo­ roso, e dipoi 1 Eracleotico, il quale chiamano * oniti ; e questo è più alile a bere. Comunemente è buon per cacciar le serpi, per darlo cotto a mangiare a* percossi, per muover P orina a chi lo bee, per medicare le rotture e le convulsioni, mescolato con radice di panace.Colto infino alla sesta parte con fichi e con issopo, a misura d1un bicchiere medica i rilruopichi. Gua­ risce scabbia, rogna e pizzicore ; ma vuoisi pren­ dere in sulP ire al bagno. Il sugo suo eon latte A mette negli orecchi. Medica gli enfiati della gola e della ugola, e ancora le ulcere del capo. Colto e bevuto con cenere in vino spegne il veleno deir oppio e del gesso. Bevuto a misura d' un bicchiere mollifica il corpo. Fassene empiastro ai suggellati, non che al dolore de1denti, coi con mele e con nitro fa bianchi. Ristagna il sangue del naso. È buono con farina d’ orzo alle posteme degli orecchi. All’ asprezza delle arterie si pesta cou galla e mele. Alla milza giovano le sue foglie eoi mele e col sale. Colto con l1aceto e col sale, e preso a poco a poco, assottiglia la flemma grossa e nera. Trito con P olio si mette ne' bachi del naso a coloro che hanno sparso il fiele. Gli stan­ chi s'ungono con esso, ma però in modo che il ventre non si tocchi. Sana le Goccinole,o bolloline rosse che vengono sul dosso, mescolato con pece. Trito col fico apre S ciccioni, e con olio, aceto e farina d'orzo sana le scrofe. Impiastrato col fico guarisce i dolori del fianco. Pesto e impiastrato eon aceto sana il flusso del sangue nelle parti genitali, e le reliquie delle purgagioni del parto.
D el
lrp id io ,

Da origavo hm acuo : g e rirà ui. Mrdicirab m . LX1X. Heraeliom qaoqae tria genera habet, nigrius, latiorìbas foliis, glaiinosam. Alleram exifioribas, mollias, sampsucho non dissimile, qood aliqai prasion vocare malnnt. Tertiam est ioter haee medium, minas qaam cetera efficax. Optimum aatem Creticam; oam et jocande olet. Proximam Smyrnaeum, odorius. Heracleoticam, ad potam a tilias, qaod onitin vocant.

Communis autem usos serpentes fugare, per* cossis esui dare decoctum, potu urinam ciere, ra­ ptis, convulsis mederi cum panacis radice, hydropicis oam fico, aut cum hyssopo, acetabuli men­ suris deooetnm ad sextam. Item ad scabiem, pruriginem, psoras, in descensione balinearum. Sue* cus auribus infunditor cum lacte. Tonsillis quo­ que et avis medetar, et capitis ulceribus. Venena opii et gypsi extinguit decoctnm, si eum cinere in vino bibatur. Aivam mollit acetabuli mensura. Sugillatis illinitur. Item dentium dolori, quibus etiam et candorem facit, cum meile et nitro. San­ guinem narium sistit. Ad parotidas deeoqoilur cum hordeacea farina. Ad arterias asperas cum galla et meile teritor : ad lienem folia cum meile et sale. Crassiores pituitas et nigras extenuat co­ ctam cam aceto et sale, sumptum paullatim. Re* gio morbo tritam cam oleo in nares infunditur. Lassi peranguntur ex eo, ita ut ne venter attin­ gatur. Epioyctidas cam pice sanat Furanoulos aperit cum fico trita : strumas cum oleo et aceto et brina hordeacea. Lateris dolores cum fico illi­ tum. Fluitone* sanguinis in genitalibus tusum, et acelo illitum. Reliquias purgationum a partu.

l e p id io ,

n i.

3.

LXX. Lepidium inter urentia intelligitur. Sie et in lacie entem emendat exulcerando, ut tamen cera et rosaceo facile sanetur. Sic et lepras, et psoras tollit s e m p e r facile, et cicatricum ulcera. Tradunt in dolore dentium adalligatum brachio <{u doleat, convertere dolorem.

LXX. Il lepidio va fra le cose che riardono. Esso emenda la pelle pur nella faccia, così impia­ gandola. che nondimeno con la cera e con 1 olio * rosato facilmente si sani. Così sempre e facilmente leva via la lebbra, e la rogna, e le rotture delle cicatrici. Dicono che leva il dolore de1denti le­ galo al braccio da quella parte, dalla quale duole.

7'

C. PLINII SECONDI

7*

De

gith , site velabtbio , xxiii .

D el

git ,

o h e l a h t i o , a3.

LXX1. Gilh ex Graecia, alii melanthium, alii
melanaperraoD vocant. Optimum, quam excita-

tissimi odori*, et quam nigerrimum. Medetur aerpeotiom plagia et scorpionum. Illini ex aceto ac malle repe rio, incenaoque aerpeolea fugari. Bi­ bitor drachma una et contra araneos. Distillationem narium discutit tusum in linteolo olfa­ ctam. Capitis dolores illitum ex aceto et iufusum naribus. Cam irino oculoram epiphoras et tumo­ re*. Dentiam dolores coctum cum aceto. Ulcera oris tritam aut commanducatum. Item lepras et lentigines ex aceto. Diffiealtates spirandi addito nitro potam. Doritias, tumoresque veteres, et suppurationes, illitam. Lacte mulierum auget continuis diebus sumptum. Colligitur succusejus, « t hyoscyami. Similiterque largior, venenum est, quod miremor: quum semen gratissime panes etiam condiat. Oculos quoque purgat: urinam et menses cieL Quinimmo linteolo deligatis lantom granis xxx secondas It ahi reperio. Ajunt et clavis io pedibus mederi tritum in urina : calices suffilu necare: item muscas.

LXXJ. II git alcuni Greci Io chiamaoo melati* lio, altri melaspermo. Ottimo è quello che ha grandissimo odore, ed è nerissimo. Medica le fe­ rite delle serpi e degli scorpioni, lo truovo che egli a' impiastra col mele e con I1aceto, e arden­ dolo fa fuggire le serpi. Beesene una dramma par contra i ragni. Pasto in un lenzuolo e fintato ristagna le distillazioni del naso. Impiastrato oon 1 aceto, e iofoso nel naso, leva il dolore del capo. * Con lo irino guarisce le lagrime degli occhi e gli enfiati j e cotto nell* aceto, il dolore de* denti. Pesto o masticalo guarisce le crepature della bocca ; e con 1 aceto, la lebbra e le lentigini. * Beesi col vino contra la difficoltà del respirare» Impiastrato guarisoe le durezze, gli enfiati vecchi, e le suppurazioni. Presone ogni giorno accresce il latte delle donne. Raoeogliesi il sago «oo, eome quello del giusqaiaoto. Similmente preso in trop­ pa abbondanza è veleno, di che mi maraviglio molto, perciocché il seme suo si mette per ooaa delicatissima nel pane. Purga gli occhi ancora, provoca Porina, e le purgagioni delle donne. Di più, truovo che legatone in una pezzolina solo trenta granella, cava le seconde. Dieono ancora, che pesto nell’ orina guarisce i chiodi, ovvero dccioni ne’ piedi. Il suo profumo ammazza le cantare e le mosche.
D ell * a b i c e ,
o a m c b to , 6 i .

De

a k b s o , s iv e a m c b t o , l x i .

LXX11. E t aoesom adversus scorpiones ex bibitor, Pythagorae inter pauca laudatum, sive crudum, sive decoctum. Item viride aridumve, omnibus quae condiuntur, quaeque intingan­ tur, desideratum. Panis etiam cruslis inferioribus subditum. Saccis qooqoe additur: cum amaris nucibus vina commendat. Qoin ipsum oris hali­ tum jucundiorem facit, foetoremque tollit man­ ducatum matutinis eum smyrnio,et meile exiguo, mox vino collatum. Vullum juniorem praestat. Insomnia, levat suspensam in pulvino, ut dor­ mientes olfaciant. Appetentiam ciborum p raestat, qoando id quoqqe ioter artificia deliciae fecere, ex quo labor desiit cibos poscere. Ob has causas qvidam anicetum id vocavere.
Vino

LXXII. Gli anid si beono col vino contra gli scorpioni. Pitagora gli loda molto o crudi, o cotti.Sieno verdi, o secchi, son motto desiderati in tutte le cose che si condiscono, e che s* intingono. Mettonsi sotto la crosta inferiore del pane. Ag* giungonsi ancora a*sacchi da colare il vino, e con le noci amare fanno i vini migliori.Di più fanno anco migliore Palilo della bocca, e lievano il puzxore, masticati la mattina con lo smirneo e nn poco di mele, dipoi bagnati col vino; ed anche fanno parere il volto più giovane. Se s* appiccano aopra il piuraacdo, in modo che quegli che dormono gli fintino, levano i sogni. Fanno venire appetito di mangiare, poiché le delizie posero questo an­ cora tra gli artificii, di destar Tappetilo auche in altro tempo, che quando è desto dalla fatica e dal­ l'esercizio. Per questa cagione alcuni chiamarono queslo erbaggio anicelo.

niSTOfilARUH MONDI LIB. XX.
Ubi o m w n i ,
e t b b l iq u a b m b d ic ib a b b x b o .

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DOVB SI TftOVf IL MIGMOBB, B DELLE ALTEE MEDICIKB CBB SI PABBO DI ESSO.

LXXUI. Laudatissimam est Creticum, proxi* ■tura A tfyptiom . Hoc ligostici vicem praestat in eoadimentis. Dolores capitis levat suffitum nari» bus. Epiphoris oculorum £ renor radicem ejus tassm im ponit: lolla* ipsum cum croco pari modo et vino, e t per se tritum eum polenta ad magnas finzione*, extrahendisque, si qua in oculos inci­ derint. Narium quoque cardnodes consumit illitom ex aqua. Sedat anginas cum meile et hyssopo ex aceto gargarizalum. Auribus infunditur cum rosaceo. Thoracis pituitas purgat tostura : eum roelle sumptam, melius. Cura acetabulo anesi nu­ ces amaras i. purgatas tere i» meile ad tossina. Facillime vero anesi drachmae tres, papaveris duae miscentur meile ad fabae magnitudinem, et ternis diebus sumuntur. Praecipuum antera est «d ructus: ideo inflationibus, et coeliacis mede­ tur. Singultus et olfactum decoctum potumque inhibet. Foliis decoctis digerit cruditates. Suc­ cus decocti cum apio olfactus sternutamenta inhi­ bet Potum somnum concitat: calculos pellit: vomitiones cohibet, et praecordiorum tumores, fct pectorum vitiis, nervis quoque, quibus succin­ ctum est corpus, utilissimum. Prodest el capitis doloribus instillari succum cum oleo decocti. Non aliud utilius veniri et intestinis putant : ideo dysenlericis et in tenesmo datur toslum. Aliqui addunt et opium, pilulis in die lernis lupini ma* gnitudine in vini cyatho dilutis. Dieuches el ad lumborum dolores succo usus est. Seroen hydro­ picis, et coeliacis dedit trilum cum menta : Evenor radicem ad renes. Dalion herbarius partu­ rientibus ex eo cataplasma imposuit cum apio : item vulvarum dolori ; dedilque bibendum cum anelho parturientibus. Phreneticis quoque illinivit recens cura polenta. Sic el infantibus comi­ tiale vitium,aut contracliones sentientibus. Pytha­ goras quidem negat corripi vilio comitiali io manu habentes: ideoque quaropluriroum domi sereodum. Parere quoque facilius olfactantes. Et slatini a partu dandum polui polenta aspersa. Sosimenes conira omnes durilias ex aceto usus est eo, et contra lassitudines, in oleo decoquens ad­ dilo nitro. Semine ejus poto, lassitudinis auxilium viatoribus spopondit. Heraclides ad inflationes stomachi semen tribus digitis cum castorei obolis duobus ex mulso dedit. Similiter ad veniris aut intestinorum inllationes. Et orlhopnoicis, quod Urnis digitis prehenderit seminis, tanluradera hyoscyami cum lacte asinino. Multi vomituris acetabula ejus et folia lauri decem trita in aqua, Sbenda inter coenam suadent. Strangulatus vul-

LXX1II. Eccellentissimo è il Candiotlo, poi l1Egizio. Questo serve n e'condimenti in luogo del ligustico. Fattone profumo al naso leva i do­ lori del capo. Evenore pone la sua radice pesta sulle lagrimatoie degli occhi, lolla lo adopera con eguale misura di gruogo e vino, e pesto di per sè con polenta contro le gran flussioni, e per cavare dò che fosse caduto negli occhi. Bagnalo con I1acqua consuma le putrefazioni del naso, che sono come specie di cancheri. Stato nell' aceto, e gargarizzato con mele e issopo, leva gli strangu­ glioni. Mettesi negli orecchi con I' olio rosato. Arrostilo porga la flemma del petto, e meglio pigliandolo eoi mele. Pesterai nel mele cinquanta nod amare purgale con un bicchiere d 'anici con. tra la tosse» Facilisaimameole tre dramme d'anici e due di papaveri si mescolano col mele alla gran­ detta di una fava, e pigliausi in tre giorni. So­ prattutto però i utile a'rutti, e perdò medica 1« enfiagioni dello stomaco, i tormini delle budelle, e i flussi di ventre. Fintalo cotto e bevuto leva il singhiozzo.Con le foglie co Ite fa smal li re le indige* siioni. Ifsugo suo cotto con l'appio e fiutato leva 10 starnulo.Bevuto fa dormire, fa gillare la pietra, ritiene il vomito, e le enfiagioni degl'interiori. È utilissimo ancora «'difetti del petto, e a' nervi, dai qoali il corpo è attorniato. Il sugo degli anici cotti nell'olio giova a instillarlo alla doglia dd capo.Non c' è cosa più utile al corpo e agl' interiori, e per­ ciò si danno arrostili al male de' pondi, e a quel male che patisce il corpo, quando non può man­ dar fuori il cibo smallilo. Alcuni v1aggiungono tre pillole d'oppio per giorno, grandi quanto un lupino, stemperale in un bicchier di vino. Dieuche ne qsò il sugo alle doglie de'lombi ; e il seme diede a' ritruopichi, e a quegli che hanno lo sto­ maco debole, trito con la menta. Evenore ne usò la radice pel male delie reni. Oalione erbario n* fece empiastro con appio alle donne che partori­ scono, e a' dolori delle matrici, e diedelo anche bere con lo aneto alle donne di parlo. Ancora fresco lo impiastrò con la polenta ai frenetichi ; e ai bucinili, che abbiano il male caduco, o rat­ toppino. Pitagora afferma che quegli che lo ten­ gono in mano non souo assaliti dal male caduco) e per questo è da seminarne assai uegli orti do­ mestici. Dice egli ancora, che più agevolmente partoriscono le donne che lo (lutano. Subito dopo 1 parto si debbe dare a bere, sparsavi sopra la 1 polenta. Sosimene 1 usò con l'aceto conira tulle ' le durezze, e contra le tassazioni, cocendolo nell'olio, aggiuntovi il nitro. Il sogo suo bevuto

C. PLINII SECONDI vae, si manducetur et linatur calidam, vel si bi­ batur cum cailoreo io aceto et meile, sedat. Ver­ tigines a partu cura semine cucumeris et lini pari mensura ternum digitorum, vini albi tribus cya­ this discutit.

7C

Tlepolemns ad quartanas ternis digitis semi­ nis anesi et feniculi usos est in aceto et mellis cyatho uno. Lenit articulares morbos, cum ama­ ris nucibus illitum. Sunt qui et aspidum venenis adversari naturam ejus putent. Urinam ciet. Si­ tim cohibet. Venerem stimulat. Cum vino sudo­ rem leuiter praestat. Vestes quoque a tineis de­ fendit. Efficacius semper recens, et quo nigrius. Stomacho tamen inutile est, praeterqoam in­ flato.

aiuta molto coloro che camminano. Eraclide lo diede contra le enfiagioni dello stomaco, quanto si piglia con tre dita, con due oboli di castoreo stato nel vin melato ; e similmente contra le en­ fiagioni del corpo e degl'interiori; non ch ea quegli che hanno l’asima, quel tanto di seme che si piglia con tre dita, e altrettanto di giusquiamo con latte asinino. Molti consigliano che se ne din a bere fra la cena a quegli che hanno a vomitare, con dieci foglie d'alloro trite nell'acqua. Se si ma­ stica, e fregasi caldo, leva le soffocazioni della matrice; o se si bee col castoreo nell'aceto e mele. Leva i capogirli che vengono dopo il parlo, pi­ gliandone quanto se ne toglie con tre dita, con seme di cooomero e di lino ad eguai misura, e con tre bicchieri di vin bianco. Tlepolemo usò il seme degli anici e del finoe­ chio alle quartane, quanto se ne può pigliare eoo tre dita, pesto nell'aceto con un bicehier di mele. Impiastrato con noci amare mitiga i morbi arti­ colari. Sono alcuni che credono che la natura sua sia contra il veleno dell' aspido. Muove l’ orina ; spegna la sete ; stimola la lussuria. Preso eoi vino fa leggermente sodare. Difende eziandio le vesti dalle tignuole. 11 fresco è sempre più possente, e quanto egli è piò nero. Nondimeno è inutile allo stomaco, fuor che al ventoso.
D e l l ' a h b to , 9 .

Db

ahbtbo , ix .

LXXIV. 18. Anethum quoque ructus movet, et tormina sedat. Alvum sistit. Epiphoris radices illinuntur ex aqua vel vino. Singultus cohibet iemen fervens, olfactum. Sumptum ez aqna, sedat cruditates. Cinis ejus uvam in faucibus levat: oculos et genituram hebetat.

LXXIV. 18. L'anelo anch'egli muove il rutto, e mitiga i lormini. Ferma il corpo. Delle sue radici si fa impiastro alle lagrime degli occhi con ac­ qua e con vino. Fiotando il seme suo caldo ritie­ ne i singhiozzi. Preso con l ' acqua fa smaltire. La sua cenere leva l ' ugola nella gola, ingrossa la vista e indobolisce la genitura.
D e l S1C0PB5I0, o sagapeho , i 3.

D e sacopkhio , s iv b sagapeuo , x iii .

LXXV.Sacopeninm, quod apud nos gignitur, in totum transmarino alienatur. Illud enim ham­ moniaci lacrymae simile, sagapenon vocatur. Pro­ dest laterum et pectoris doloribus, convulsis, tussibus vetustis, exscreationibusque, praecordio* fora tumoribus. Sanat et vertigines, tremulos, opisthotonicos, lienes, lumbos, perfrictiones. Da­ tur et olfactandum ex aceto in strangulatu vul­ vae. Ceteris et potui datur, el cum oleo infrica­ tur. Prodest et contra mala medicamenta*

LXXV. II sacopenio nostrale è differente af­ fatto dall'oltramarino . Perciocché quello e h 'è simile alla lagrima dell'ammoniaco, si chiama sagapeno. Giova a' dolori del fianco e del petto, agli sconvolti, alla tosse vecchia, e agli enfiati delle interiora. Guarisce i capogtri, i tremiti, gli spasimi, che per ritirare i nervi tirano la testa in­ dietro verso le spalle, le milze, i lombi e i bri­ vidi. Dassi a fiutare ancora con l’ aceto nella sof­ focazione della matrice. Agli altri mali si d ì « bere, e si stropiccia con olio. Giova ancora con­ tra le malie.

77

HISTOHIAROM MUNDI L1B. XX. DsL PAPAVERO
B1ABC0 ,

De r m v i u a l b o , u t . D b m p a t e u n i g e o , v i n . Db s o p o r e : d b o m o , i . C o h t r a p o t i o r e s q d a s mtrfuvooft b t Xntynrufirovi-, e t < r e - r r / x d j , e t xotXtaxàs v o c a n t . Db m b c o m o , i . Q o o m o d o
SCCCCS HERBAEGM COLL1GBBDUS.

3. Del

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8. DbL SAPO­
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RE : d e l l ’ o p p i o , i . C o b t e o l i b C1L1ACHE.

APPELLANO AHODIlfl, E LBSS1P1ERTI, B PEPTICHE

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m b c o b io , i . C o m e s ' a b b i a a

E ACCORRE IL SUGO DBLL' ERBE.

LXXVI. Noi abbiamo raccontato tre specie de'papaveri che si seminano, e abbiamo promesso altre cose di quegli che nascono da sè stessi. Il calice de' bianchi domestichi si pesta, e beeai per dormire. 11 seme medica una specie di lebbra, che si chiama elefanz/a. Del papavero nero si ge­ nera sopore, intaccandone il fusto quando in­ grossa, come consiglia Diagora. lolla però vuole che ciò si faccia quando esso è fiorilo, in an'ora di dì sereno, cioè quando la rugiada è rasciulta. Vogliono che si intacchi solto il capo e il calice. Nè in altra specie s 'intacca il capo stesso. Questo sugo, come d'ogni altra erba, si riceve Succos et hic, el herbae cufoscomqne lana excipitur : aut si exiguus est, angue pollicis, ot uella lana; o s'è poco, nell'ugna del dito grosso, come quel della lattuga; e il giorno seguente quello lsclads,et postero die magis quod inaruit. Papa­ veris vero largus densatur, et in pastillos tritus eh'è risecco. Il sugo del papavero ch'è abbondan­ io umbra siccator, non vi soporifera modo, ve­ te, si rappiglia, e in pastelli si secca all’ombra, e rum si copiosior haoriator, etiam mortifera per chiamasi oppio, il quale non solamente fa dor­ mire, ma ancora pigliandone troppo f« morire. somnos : opium vocant. Sic scimus interemptam Così sappiamo che morì il padre di Postumio Li­ Postumii Licinii Caecinae praetorii viri patrem ia Hispania bavili, quum valetudo impatibilis cinio Cecina, stalo pretore in Ispagna, essendogli «diam vitae fecisset : item plerosqoe alios. Qua per la sua mala disposizione venuta in odio la de causa magna concertatio exstitit. Diagoras el vita ; e così molti altri. Per la qual cosa questo Erasistratus in totum damnavere, ut mortiferum, sugo suscitò tra i medici gran differenza d'opi­ nioni. Diagora ed Erasistrato lo vietarono affatto, iofondi vetantes. Praeterea, quoniam visui noce­ ret. Addidit Andreas, ideo non protinos excaecari come cosa mortifera; e di picche nuoce alla vista. Scrive Andrea che non accieca subito,.. perchè eo, quooiam adulteraretur Alexandriae. Sed po­ ' stes usus ejus non improbatus est medicamento egli è falsificato in Alessandria. Ma dipoi 1 uso nobili, qood diacodion vocant. Semine qooque d'esso non tennesi così biasimevole, per un nobile ejos trito in pastillos, e lacte utantur ad somnum: medicamento che se ne fa, il quale si chiama diaitem ad capitia dolores cum rosaoeo : cum hoc et codio. Usasi ancora per far dormire il seme suo aurium dolori instillatur. Podagris illinitur cum pesto con latte in pastelli ; e anco per la doglia hete mulieratn~ Sic et foliis ipsis otootnr. Item del capo con olio rosalo. Questo anche si stilla •d sacros ignes e t vulnera ex aceto. Ego tamen negli orecchi, quando dolgono. Ponsi sulle gotte damnaverim collyriis addi : multoque magis quas con latte di donna. Così ancora usano le sue vocaot lexipyretos, qnasque pepticas et coeliacas. foglie. Al fuoco sacro, e alle ferile lo usano con Nigrum tamen coeliacis in vino dator. Sativam I*aceto. Io però biasimerei chi ne mettesse nelle omne majus: rotanda ei capita; at silvestri longa medicine da occhi, e molto più chi in quelle, che ac pusilla, et ad omnes effectas valentior a. Deco­ son medicine da febbri, e da smaltire, e al flusso quitur et b ib itu r contra vigilias: eademqae aqua del corpo per debolezza di stomaco. Nondimeno fovent ora. O ptim am in siccis, et abi raro pluat. il papavero nero si dà col vino al detto flusso di Quum capita ipsa et folia decoquuntur, saccus ventre. Quegli che si seminano, tutti fanno i capi più tondi. I salvatichi lo fanno lungo e sottile, ma mecooium vocator, multum opio ignavior. più possente ad ogni suo uso. Cuocesi, e beesi contra le vigilie ; e con quella acqua si bagna la bocca. Sono ottimi in luoghi secchi, e dove piove di rado. Quando essi capi e foglie si cuocono, il sugo si chiama meconio, che è molto più de­ bole che l ' oppio.

LXXVI. Papaveris sativi tria diximus genera: et sponte nascentis alia promisimus. E sativis, albi calyx ipse teritor, et e vino bibitor somni cansa. Semen elephantiasi medetur. E nigro papavere sopor gignitor scapo inciso, nt Diagoras suadet, quum turgescit: ul Iollas,quum deflorescit,hora sereni diei, hoc est, quum ros in eo exaruerit. In­ cidi jubent sub capite et calyce. Nec in alio genere ipsam inciditur caput.

79

C PUNII .

SECONDI

1

Bo

Experimentum opii est primum io odore : sincerum enim perpeli non est: raoi in lucerai*, ut pura luceat flamma, et at ei Linctum demam oleat : quae in fucato non eveniunt. Accenditur quoque difficilius, et crebro eztinguitur. Est «in­ ceri experimeutum et in aqua, quoniam in nu­ bila innatat : fictum in pustulas coit.

Sed maxime miniai, aestivo sole deprehendi. Sincerum enira sudat, et se diluit, donee auoco recenti simile fiat. Mnesides optime servari putat hyoscyami semine adjecto: alii in faba.

II primo esperimento dell' oppio è nell' odo­ re. perchè il sincero e schietto non si può patire : dipoi nelle lucerne, che la fiamma riluca pura, o finalmente spento getti odore ; le quali cose non avvengono nel falsificato. In oltre piò difficil­ mente s 'accende, e spesso si spegne. Fassi ancora l’ esperimento dello schietto nell' acqua, perchè il vero galleggia sopra l* acqua a guisa di nugola, dove il falsificato ri raccoglie in bolle. Ma è gran maraviglia, eh* e' si conosca al sole di state. Perciocché lo schietto suda, e si scioglie fin che *i fa simile al sugo fresco. Mneside dice che si conserva benissimo aggiugnendovi seme di giusquiamo : altri lo conservano nella fava.
D el
pa pav ero r ba,

Db

p a p a v b r b r h o e a , ii .

a.

LXXV1I . 19. Inter saliva et silvestria medium ^enus, quoniam in arvis, sed sp«nte nasceretur, rhoeam vocavimus et erraticum. Quidam id de­ cerptum protinus cum loto calyce mandunt. Al­ vum exinaniunt capita quinque decocta in vini tribus heminis pota, et somnum faciunt.

LXXVII. 19. Tra i domestichi e i salvatichi c* è una specie di mezzo, e perchè nascerebbe nei campi, ma da si stesso!, lo chiamammo rea ed er­ ratico. Certi sabito che-1 hanno colto, lo man-» * piano con tutto il calice. Cinque capi cotti bevuti in tre emine di vino muovono il oorpo, e fanno dormire.
D bl
p ap av ero s a lv a tic o c e r a ti ti, o g la u c io , o p a r a lio , 6.

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s il v e s t r i c b r a t it i,

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g l a u c io ,

SIVB PAkALlO, VI.

LXXVIIl. Silvestrium unum genus, ceratitin vocant, nigrum, cubitali altitudine, radice crassa et corticosa, calyculo inflexo, ut cornicula. Folia minora et tenuiora, quam ceteris silvestribus. Semen exile, tempestivum est messibus: alvum purgat dimidio acetabulo in mulso. Folia trita cum oleo, argenta jumentorum sanant. Radix acetabuli mensura coeta in duobus sextariis a d dimidias, datur ad himborum T i tia et jocineris. Carbunculis medentur ex meile folia.

Quidam hoe genus glaucion vocant, alii pa­ ralion. Nascitur enim iu adflalu maris, aut nitroso loco.
Db
p a p a v e r b s i l v e s t r i h b r a c l i o , s i v e a p h r o , iv . D
i a c o d io n .

LXXVIII. Éccene una specie di saWatioo,ehe si chiama ceratiti, nero e alto un braccio, con la radice grossa e corteccioss, col calice! to ripiegato, come cornicino. Questo ha le foglie minori, ed è più sottile che gli altri salvatichi. Il seme suo è minuto,e utile a’raenrtroi : purgrf il corpo alla misura d* un bicchiere nel vin mela­ to. Le sue foglie trite con olio guariscono le na­ scente de* giumenti. La radice cotta alla misuri d'uno acetabolo, cioè di diciotto dramme, in due sestarii d* acqua, fin che venga alla metà, sr dà a’ difetti dé* lombi e del fegato. Le foglie cof mele guariscono i earboncdli. Alcuni chiamano questa specie glaucio, al Ir? paralio. Perciocché nasce dove spira 1 aere mari* * no, o in luogo nitroso.
D b l s a l v a t i c o b r a c l i o , o a p r o , 4-

D bl nuconio.

LXXIX. Alterum e silvestribus genus heraclion vocatur, ab aliis aphron, foliis ( si procul intuearis) speciem passerum praebentibus, radice in summa terrae cute, semine spumeo. Ex hoc lina splendorem trahunt aestate. Tunditur in pila comitialibus morbis, acetabuli mensura in vino albo: vomitionem enim facit. Medicamento, quod diacodion cl arteriace vocatur, jitilùsiaium.

LXX1X. Un' altra sorte di salvatico si chiama eraelio, e da alcuni afro, le cui foglie a vederle di lontano paion passere: la sua radice è nella superficie della terra, ed ba il seme spumoso. Da questo i lini la state pigliano splendore. Il seme si pesta nel mortaio, e dassi a bere a misura di diciotlo dramme col vin bianco al male caduco, clic f* vomitare, cd è utilissimo al medicamento,

»i

HISTORIARUM MUND1 LIB. XX.

8a

Fit autem hujus papaveris aut cujuscuroque sil* vestris capitibus cxx iu aquae coelestis sextariis tribas biduo maceratis, in eademque discoctis : deinde saccatis, iteruraque cum meile decoctis ad dimidias partes vapore tenui. Addidere postea drachmas senas croci, hypocisthidis, thuris, aca­ ciae, et passi Cretici sextarium. Haec ostentatio­ ne; simplex quidem et antiqua illa salubritas papavere el meile constat.

il quale chiamano diacodio e arteriace. Fassi di questo papavero e degli altri salvatichi con cento venti capi tenuti due giorni in maceco in tre se­ starii d’ acqua piovana, dipoi secchi, e colti a fuoco lento col mele, infiuchè tornino per metà. Hanno* i aggiunto poi sei dramme di gruogo, d1ipocislide, d 'incenso, e d 'acacia, e un sestario di vin collo di Candia. Questa però è una vanità { ma quella semplice e tanto salubre medicina an­ tica i composta di papavero e mele.
D el
papavbbo titix a l o , o pabalio ,

P a t a v i » T iT H T is A L ttir,

siv b p a r a l i u m ,

n i.

3.

LXXX. Tertium genus est tithymalon : me­ cona vocant, alii paralion, folio lini, albo, capite ■Mfuiladinis fabae. Colligitur uva fiorente. Sic­ catur in umbra. Semen potum purgat alvum, di* midio acetabulo in mnlso. Cujuscumque autem papaveris caput viride, vel siccum, illitum epi­ phoras oculorum lenit. Opium ex vino meraculo si protinus detur, scorpionum ictibus resistit. Aliqui hoc tantum nigro tribuunt, si capita ejus vd folia terantur.

LXXX. La terza specie è il tirimalo, che si chiama mecotie, e da alcuni paralio, che ha foglie come il lino e bianche, e il capo grande quanto una fava. Ricogliesi quando P uva fiorisce. Sec­ casi al rezzo. Il seme suo bevuto a misura di mezzo bicchiere in vin melato purga il corpo. Il capo verde, o secco di qual si voglia papavero leva le lagrime dagli occhi. L'oppio con vin puro, se si da subito, medica il morso degli scorpioni. Alcuni attribuiscono questo solamente al nero, se il capo o le foglie si pestano.
D ella p o r c e l l a n a , o v v b r p b p l i o , 43.

D s PORCILACA, QUAS ET PEPLIS, XLV.

LXXXI. ao. Est et porcilaca, quam peplin vocant, non mullum sativa efficacior : cujus me­ morabiles usus traduntur. Sagittarum venena, et serpent ioro haemorrhoidum, et presterum restiosui; pro cibo sumpta, et plagis imposita, ex* trahi. Item hyoscyami, pota e passo expresso socco. Quam ipsa non est, semen ejus simili effe­ cto prodest. Besistit et aquarum vitiis, capitis dolori, olcrribusqne in vino tosa et imposita. Reliqaa ulcera commanducata cum meile sanat. Sic et infamium cerebro imponitur, umbilicoque prociduo. In epiphoris vero omnium, fronti tempoributqoe cum polents. Sed ipsis oculis, et lacte et meile. Eadem, si procidant oculi, foliis tritis cum cortidbus fabae. Pustulis cum polenta et sale et aceto. Ulcera oris tumoremque gingivarum commanducata cruda sedat : itero dentium dolo­ res* Tonsillarum ulcera, succus decoctae. Quidam adjecere paullum myrrhae. Nam et mobiles den­ tes stabilit commanducata. Cruditates sedat, vocemque firmat, e t sitim arcet. Cervicis dolores, cum galla, et lini semine, et meile, pari mensura »«lat. Mammarum vilia, cum meile, aut Cimolia treta. Salutaris est suspiriosis, semine cura meile W to. Stomachum in acetariis sumpta corrobo­ ri. Ardentibus febribus imponitur cura polenta. alias manducata refrigerat etiam intestina, ^mitiones sistit. Dyseuleriac ct vomicis eslur ^«eto, vel b ib itn r cum cumino. Tenesmis au-

LXXXI. b o . Écci anco la porcellana, la quale si chiama peplio, non molto più possente che quella che si semina ; della quale si contano no­ tabili virtù. Ella estingue i veleni delle saette, e delle serpi emorroide dell1India, c dei presteri ; e mangiata, e posta solle piaghe gli cava fuori ; il che opera bevuta ancora col sugo del giusquiamo premuto con vin cotto. Quando essa non si Iruovasse, il seme suo giova per simile effetto. Giova a* difetti dell'acque, al dolore del capo, e alle crepature, pesta nel vino e postavi sopra. Gua­ risce ancora le altre piaghe masticala col mele. Così si mette sul cervello de* fanciulli, e al bellico che cade. Per le lagrime degli occhi di chicchesaia si mette sul fronte e sulle lempie con polenta ; ma sopra gli occhi si mette con latte e mele. La me* desima, se essi caggionn, giova con le foglie peste con le cortecce della fava. Alle bolle, o vesciche, giova con polenta, e sale e aceto. Masticala cruda mitiga le crepature della bocca, e gli enfiati delie gengie, e il dolore de' denti. 1 sugo della colla 1 leva il dolore delle gangole. Certi v'aggiunsero un poco di mirra. Perciocché masticala ferma anco i denti, che si dimenano. Mitiga le indige­ stioni, ferma la voce, e leva la sete. Con galla e seme di lino e mele per egual misura ripara ai dolori del collo. Con mele, o con creta Cimolia, la quale usano i tintori, leva*i difetti delle pop­ pe. È utile ancora a'sospirosi, bevuto il seme suo

C. PLINII SECUNDI tem cocta, et comitialibus cibo vel potu prodest. Purgationibus mulierum, acetabuli mensura in sapa. Podagris calidis, cum sale illita, et sacro igni. Succus ejus polus renes juvat, ac vesicas. Ventris animalia pellit. Ad vulnerum dolores ex oleo curo polenta imponitur. Nervorum duritias emollit. Metrodorus, qui 'Enrtrofitiv rvr $i%orofioufjtivuf scripsit, purgationibus a partu dandam censuit. Venerem inhibet, Venerisque somnia. Praetorii viri pater est, Hispaniae princeps, quem scio propter impatibiles uvae morbos, radicem ejus filo suspensam c collo gerere, praeterquam in balineis: ita liberatum incommodo omni. Quin etiam inveni apud auctores, caput illitum ea dislillalionem anno toto non sentire. Oculos tamen hebetare putatur.

H

con mele. Presa nell* insalata conforta lo stoma­ co. Ponsi con la polenta alle febbri ardenti. Ma­ sticata rinfresca ancora gl* interiori. Ferma il vo­ mito. Conira la dissenteria e le posteme si mangia con 1 aceto, o si bee col cornino. Cotta giova al * tenesmo; e a quegli che hanno il mal caduco giova a mangiarla, o berla. Alle purgagioni delle donne è utile nella sapa, alla misura d*un bic­ chiere. Giova alle gotte calde impiastrata col sale, e al fuoco sacro. 1 sugo suo bevuto giova 1 alle reni e alla vescica. Scaccia i vermini del cor­ po. Ponsi •* dolori delle ferite, con polenta ba­ gnata nell* olio. Mollifica la durezza de* nervi. Metrodoro, il qtiale scrisse uu ristretto delle me­ dicine tratte delle radici dell'erbe, vuole che si dia alle purgagioni dopo il parlo. Raffrena la lus­ suria, e i sogni amorosi, lo so che uno de' primi uomini della Spagna, padre di un giù stato pretore, per una insopportabile malattia dell* ugola, porta la sua radice attaccata con un filo al collo, eccetto che ne'bsgni; e così è liberato da ogni iocomodo. Di più bo trovalo appresso autori, che il capo eh' è impiastralo con essa, non sente per lutto 1' anno catarro : nondimeno si pensa che egli in­ grossi la vista.
D el
c o r i a n d o l o , 21.

De

c o b t a r d a o , x x i.

LXXXI1. Coriandrum inter silvestria non in­ venitur. Praecipuum tamen esse constat Aegy­ ptium. Valet contra serpentium genus unam, quod amphisbaenas vocant, potum impositumque. Sanat et alia vuloera. Epinyctidas, pustulas tritum. Sic et omnes tumores colleclionesque cum meile, aut uva passa. Panos vero ex aceto tritum. Seminis grana tria in tertianis devorari jubent aliqut ante accessionem : vel plura illini fronti. Sunt qui et ante solis ortum cervicalibus subjici efficaciter putent. Vis magna ad refrige­ randos ardores viridi. Ulcera quoque, quae ser­ punt, sanat cura raelle vel uva passa : item testes, ambusta, carbunculos, aures : cum lacte mulieris epiphoras oculorum : veniris et intestinorum flu. xiones semen ex aqua potum. Bibitur et in fcholeris cura ruta. Pellit animalia interaneorum, cum mali Punici succo et oleo semen polum.

Xenocrates tradit rem miram, si vera est: menstrua contineri uno dic, si unum granum biberint feminae: biduo, si duo: ct totidem die­ bus quot grana sumpserint. Marcus Varro, co-

LXXX11. Il coriandolo non si truova fra le cose salvatiche. Tuttavia quello d' Egitto è il più stimato. Vale contra una sorte di serpi, che si chiamano anfesibene, bevuto e postovi sopra. Sa­ na ancora l ' altre ferite. Guarisce le epinittide, le quali sono alcune macchie rosse rilevate, che vengono più la notte che il giorno con ardore e prurito; guarisce le vesciche e lutti gli e n ­ fiali, e ogni male che fa raccolta d 'umori, con mele, o uva passa ; non che i tumori delti p ani, pesto con l’aceto. Vogliono alcuni che si m angino tre granella del suo seme nelle terzane, innanzi 1 accesso, o più impiastrarne alla fronte. Sono a l­ * cuni che innanzi il nascere del sole stimano c h e sia cosa possente metterne sotto i guanciali. Il verde ha gran forza a rinfrescare gli ardori. C o n mele o uva passa risana le rotture che v an n o impigliando, e i testicoli, e i membri in co tti, i carboncelli, gli orecchi ; e col latte di donna le lagrimazioni degli occhi. 1 flussi del corpo e d e ­ gl’ intestini son guariti dal seme bevuto con t'a c ­ qua. Beesi ancora conira la collera con la r u t a . Il seme bevuto col sago di mela grana e c o n l ' olio scaccia i vermini del corpo. Senocrale dice una cosa maravigliosa, 9* « I la è ver» ; cioè, che il menstruo si ritiene un g i o r ­ no, se le donne ne beono un granello ; e d u e giorni, se due ; e tanti giorni, quanti g r a n i u e

85

HISTORIARUM MUNDI LIB. XX.

80

riandrò subtrito cum acelo, carnem incorruptam aes la te servari pulat.

hanno pigliato. Marco Varrone tiene che il co­ riandolo pesto oon 1 aceto conservi la stale la * carne incorrotta.
D ell 1a tb iplic s , i 3 .

D b a t r i p l i c e , x iii.

LXXXII1. Atriplex el silvestre et salivam esi. Pythagoras tamquam faceret hydropicos, morbosqoe regios, et pallorem, concoqueretur difficillime : ac ne in horiis quidem juxta id na­ sci quidquazn, nisi languidam,culpavit. Addidere Dionysias e t Diocles, plurimos gigni ex eo mor­ bos. Nec nisi mutala saepe aqua coquendum : stomacho contrarium esse, lentigines et papulas gigoere. Miror, quare difficulter in Italia id nasci tradiderit Solon Smyrnaeas. Hippocrates vulva­ rum vitiis id in fan d it cum bela. Lycus Neapolilanas contra cantharidas bibendum dedit. Panos, furoacitlos incipientes, duritias omnes, vel cocio vel erodo u tilite r illini putavit. Ilem ignem sa­ cram, cam m ella, aceto nitroque: similiter poda­ gras. Vagaes sc a b ro s detrahere dicitur sine ulce­ re. Sani qui e t m o rb o regio dent semen ejus cum m arterias e t tonsillas nitro addito perfricent, eile, alrura m oveant, co c to vel per se, vel cum malva aut lenticula, co n c ita n te s vomitiones. Silvestri capillos lin g a n t, e t «d supra scripta utuniur.

LXXXllI. L’atriplice è salvatico e domestico. È biasimalo da Pitagora, come se facesse altrui diventar rilruopico, e traboccare il fiele, e palli­ dezza, e difficoltà di smaltire il cibo. Biasiraollo ancora dicendo che negli orti non gli nasce ap­ presso cosa alcuna, se non languida. Aggiunsero Dionisio e Diocle,ch'egli fa nascere assaissime in fer­ mili, che non si dee cuocere» se non si mula spesso I' acqua, e eh1egli è coutrario allo stomaco, e ge­ nera lentiggini e bolle. Maravigliomi come Solone Smirneo abbia dello eh* ei nasce difficilmente ia Italia. Ippocrate lo infonde con la bietola a' di» felli della matrice. Lieo Napoletano lo diede a bere conira le cantarelle, e tenue che utilmeute s'impiastri o sugli enfiati della gola,e sui Agnoli o ciccioni, quando incominciano,e sopra tulle le du­ rezze, tanto colto che crudo; e che con mele, aceto e nitro guarisca il fuoco sacro, e similmente le got­ te. Dicesi che cava le ugna aspre senza ferita. Al­ cuni danno il seme suo col mele eziandio a colo­ ro che hanno traboccalo il fiele, e aggiugnendovi il nitro ne stropicciano le arterie, e i mali della gola che non lasciano inghiottire: muovono il corpo, coucitando il vomito, col seme cotto pec sè stesso, o cotto con la malva o con la lenticchia. Col salvatico tingono i capegli, e l'adoperano an­ cora alle cose detle di sopra.
D e l l a m alv a m alopb, i 3 . D i l l a m a lv a m a la ­ ch e, i . D e l l a m a lv a a l t e a , o p l i s t o l o c i a , 5 9 .

Malva h a u o p b , x i i i . M a lv a m a la c h e , i . M a lv a a l t h a i a , s i v a p l i s t o lo c i a , l i x .

LWX1V. a i . E contrario in magnis laudiboi malva est u traq u e, et sativa et silvestris. Duo genera earum amplitudine folii discernuntur. Majorem Graeci malopen vocant in sativis. Alte­ ram ab emolliendo ventre diclam putant mala­ chen. E silvestribus, cui grande folium et radices albae, althaea vocatur, ab excellentia effectus : a quibusdam plistolocia. Orane solum, in quo se­ ranto r, pinguius faciunt. Huic contra omnes acuiealos ictus efficax vis, praecipue scorpionum, ▼esp aro m , similiumque, el muris aranei. Quin et frsta eam oleo qualibet earum peruncti ante, vel h a b e n te s eas non feriuntur. Folium impositam sc o rp io n ib u s torporem adfert. Valent et contra v e n e n a . Aculeos omnes extrahunt illitae crudae c a m n itro : potae vero decoctae cum radice sua, le p o ris marini venena restinguunt: et ut quidam d ic a n t, si vomatur.

LXXX1V. ai. Per lo contrario mollo lodala è la malva, sia la domestica, o sia la salvatica. Dna sooo le sorti di essa, che si conoscono alle fo­ glie. I Greci mettono la malope nelle domesti­ che. L 'altra, perchè mollifica il corpo, vogliono che si chiami malache. Fra le salvalicbe, quella che ha le foglie grandi e le radici bianche si chia­ ma altea, dalla eccellenza dell' effetto : da alcuni è delta plistolocia. Ingrassano ogni terreno, dove elle son seminate. Questa ultima ba grandissima forza conira tutti i colpi di punture, e massima­ mente degli scorpioni, delle vespe, e di simili, e del topo ragno. Di piò, quegli che sono unti di qnale si voglia d 'esse, pesta con l ' olio, o che l’ hanno addosso, non souo mai feriti. La foglia posta sogli scorpioni gli la stordire, e rimanere senza forze. Valgono pur conira i veleni. Cavano ogni acnleo,impiastrandovelesu crudecolnitro;e bevute colte con la loro radice spengono i veleni

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C. PLINII SECONDI

88

De eisdem mira et alii traduntur. Sed maxi­ me, si quotidie quis succi ex qualibet earum sorbeat cyathum dimidium, omnibus morbis cariturum. Cicera manantia in capite sanant in urina putrefactae, licheuas et ulcera oris cum meile. Radix decocta, furfures capi lis et dentium mobilitates. Ejus, quae unum caulem habet, ra­ dice circa dentem qui doleat pungunt, donec desinat dolor. Eadem strumas et parotidas panosque, addita bominis saliva, purgat citra vul­ nus. Semen in vino nigro polum a pituita et nauseis liberat. Radix mammarum vitiis occurrit, adalligata in lana nigra. Tussim in lacte cocla, et sorbitionis modo sumpta, quinis diebus emen* dat. Stomacho inutiles Sextius Niger dicit. Olym­ pias Thebana, abortivas esse cum adipe anseris : aliqui purgari feminas, foliis earum manus plenae mensura in oleo et vino sumptis. Utique conslat parturientes foliis substratis celerius solvi: pro­ tinus a partu revocandum, ne vulva sequatur.

Dant et succum bibendum parturientibus je­ junis, in vino decoctae hemina. Quin et semen adalligant brachio, genitale non continentium. Adeoque eae Veneri nascuntur, ut semen unicau­ lis aspersum genitali,feminarum aviditates augere ad infinitum Xenocrates tradal : itemque tres fadices juxta adalligatas: tenesmo el dysentericis utilissime infundi : item sedis vitiis, vel si foveatur. Melancholicis quoque succus datur eyathis ternis tepidus : et iusanienlibus, quater­ nis. Decoctae comitialibus heminae succi. Dis et calculosis, et inflatione, et torminibus, aut opisthotonico laborantibus, tepidus illinitur. El sa­ cris ignibus, et ambustis, decocta in oleum folia imponuntur: et ad vulnerum impetua cruda cura pane. Succus decoctae nervis prodest, et vesicae, et intestinorum rosionibus. Vulvas et cibo et in­ fusione emojlit in oleo: succus decoctae potus halitus suaves facit.

Althaeae in omnibus supra dictis efficacior radix : praecipue convulsis ruplisque. Cocta in aqua alvum sistit. Ex vino albo strumas, et paro*

della lepre marina ; e come dicono alcuni, se si vomita. Racconlansi ancora altre cose raaravigliose di esse. E massimamente, che chi bee ogni giorno un bicchiere e mezzo del sugo di qual si voglia d'esse, mai non sentirà malattia alcuna. Putrefalle nelP orina guariscono le rotture che colano nel capo; e adoperale col mele medicano le volatiche e le crepature della bocca. La radice cotta leva le forfore del capo, e ferma i denti che si dimenano. Coo la radice di quella che ha un gambo solo, si stuzzica intorno al dente che duole, infino a che cessa il dolore. Questa insieme con la scili va purga senza ferita le scrofe, le posteme dietro agli orec­ chi, e i pani. 1 seme bevuto in vin nero guarisce 1 la flemma e i fastidii dello stomaco. La radice legala in lana nera medica i difetti delle poppe. Colla nel latte, e presa a modo di bere per cinque giorni, guarisce la tosse. Sestio Nigro dice che sono inutili allo stomaco. Olimpia Tebana dice che la malva presa col grasso d* oca fa sconciare. Alcuni dicono chele donne si purgaoo con le fo­ glie loro prese alla misura d'ima piena menala in olio e vino. E ' non è dubbio alcuno, che le donne che partoriscono, essendo messe sotto di loro le foglie, partoriscon più tosto ; ma subito dopò il parto si debbono levare, acciocché la ma­ trice non veuga fuora. 11 sugo nel vino a misura d' una emina si dà a bere a digiuno a quelle donne che partoriscono. Di più, legasi il seme pesto al braccio a coloro,che non ritengono lo sperma. E sono tanto appro­ priale alla lussuria,che il seme di quella che ha un gambo solo, sparso sul membro genitale, secondo che dice Senocrate, accresce in infinito l'appetito delle donne: cosi anche tre radici legate insieme. Con grande utilità s'adoperano al tenesmo, che è specie di mal di pondi ; e giovano anco a1 difelli del sedere, eziandio se gliene vien fatto fomento. Dassi il sugo a' maninconici tiepido in tre bic­ chieri di vino, e in quattro a quei che impazzano. A quegli che hanno il mal caduco si dà una emina di sugo della colta. Impiastrasi tiepido al dello male, a quel della pietra, alla ventosità, a' lo rmini, e allo spasimo, che per ritirare i nervi, tira la testa all1indietro verso le spalle. Al fuoco sacro, e agl' incotti si pongono le foglie cotte nell' olio ; e crude col pane valgono conira gli empiti delle ferite. II sugo della cotta giova ai nervi, alla v e ­ scica, e a'rosicamenti delle budella. Mollifica le matrici con Polio in cibo o in infusione: il su o sugo bevuto, quaud'essa è cotta, dà all'alito buo­ nissimo odore. In tulle le cose dette di sopra ha più forza la radice dell1allea ; massimamente a1rolli e scon­ volti. Cotta nell'acqua ferma il corpo. Col \ i u

«o

HISTORIARUM MUNDI UB. XX. bianco guarisce le scrofe, le posteme dietro agli orecchi, e le poppe enfiale: le foglie cotte nel vino, e poste sui pani, gli levan via. Le foglie secche cotte nel latte guariscono prestissimo qual si voglia gran tosse. Ippocrale dava a bere il sugo della radice dell' altea colla a' feriti, e a quei che avevano seie per difetto di sangue, e metlevala sulle ferite con mele e ragia. L'adoperava anco alle contusioni, alle slogature, agli enfiati, a’mu­ scoli, a*nervi e alle giunture; e la dava a bere in vino contro all* asma, e al mal de' pondi. Cosa maravigliosa è, che mettendo all'aria l'acqua con entrovi essa radice, si rappiglia a guisa di latte. Quanto è più fresca, tanlo è più possente.
D bl l a v a t o
s a lv a tic o , o v v e ro o s s a lid e , o l a p a t o

tidas., et mammarum inflammationes, et panos ih vino folia decocla et illi la lolluni. Eadero arida io lacle decocla, quamlibet perniciosae tusai citi»•ime m edentur. Hippocrates vulneratis, siiienlibusque defeetu u a ;u m ii, radie» decoctae succum bibendum d e d it: et ipsam vulneribus cum meile el resina : item contusis, luxatis, tumentibus, et musculis, nervis, articulis imposuit : et asthmati­ cis ac dyseo te ricis in vino bibendum dedit. Mi­ rum, aquam radice ea addita addensari sub dio, atque lactescere. Efficacior autem, quo recentior.

De

l a pa th o s i l v u t m

,

s iv b o x a m d b , s iv b l a p a -

TfiO C A H T lK a ia o , SIVE BUJSICB, I . PATBU, I I . PATBO, IV .

Db

U1PPOLAPATHO,

Db HYDROLAVi. D b OXYLA-

CAUTERI SO, O ROMICE, I .

D bll' i p p o l a p a t o ,

6.

DELL1 1DROLAPATO, Dell' o s s i l a p a t o , 4 *

a.

LXXXV. Nec lapathum dissimiles effectus ha­ bet. Est autem et silvestre, quod alii oxalidem appellant, sapore proximum, foliis acutis, colore belae candidae, radice minima : nostri rumicem, alii lapatho i d cantherinum, ad slrumas curo axun­ gia efScacissimom. Est et alterum genus fere, oijLpathoo vocant, salivo idem similius, el acu­ tiora habet folia ac rubriora, non nisi in palu­ stribus nascens. Sunt qui hydrolapalkon tradunt in aqua n a t u m . Est et aliud hippolapathon, rnajus salivo, candidiosqae, ac spissius. Silvestria Morpiooum ictibus medenlur, et ferire prohi­ beat habentes. Radix acelo decocla, si colluatur sudcus, dentibos auxiliatur: si vero bibatur, mor­ bo regio. Semen stomachi inextricabilia vitia saoaL

Hippolapathi radices privatim ungues scabros detrabuol. Djsenlericos semen duabus drachmis io riao potum liberat. Oxylapathi semeu lotum inaqua coelesti, sanguinem rejicientibus adjecta acacia lentis magnitudine prodest. Praestanlissimos pastillos faciunt ex foliis et radice, addito ni­ tro ct thure exiguo. Jn usu aceto diluunt.

LXXXV. Il lapato anch' egli fa simili effetti. V 'è anche il salvalico, il quale alcuni chiamano ossalide, vicino a quello per sapore, con foglie acute di colore di bietola bianca, e con piccola radice. 1 nostri lo chiamano romice, alcuni lapato canterino, potentissimo con la sugna alle gavine. Écci on' altra specie chiamata ossilapato, più si­ mile al domestico, se non che ha le foglie piò aguzze e più rosse, e non nasce sì non in luoghi pantanosi. Alcuni pongono fra questi l ' idrolapato, il quale nasce nell'acqua. Écci anco l'ippolapalo, maggiore che il domestico, e più bianco, e più folto. Il salvatico medica le ponture dello scorpione, e chi ne porta non è punto. Il sugot della sua radice cotta nell' aceto giova ai denti che ne sienn sciacquati ; e se si bee, giova a chi ha sparso il fiele. Il seme guarisce i difetti dello stomaco, da'quali 1' uomo non si può strigare. 11 seme dell' ippolapalo beendone due dram­ me nel vino, guarisce il male de' pondi. 11 seme dell' ossilapalo lavato in acqua piovapa, giova a quegli che sputano sangue, aggiuntavi dell'aca­ cia, alla grandezza di una lente. Fannosi ottimi pastelli delle foglie e della radice, aggiunto il ni­ tro e un poco d ' incenso, le quali cose stempera­ no eon l'aceto, quando ne lo vogliono adoperare.
D el
l a p a t o s a tiv o ,

De

l a p a t h o s a t i v o , x x i.

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b d l a p a t h o , i.

a i. D el

b o la p a to , i.

LXXXV1. Sed sativam io epiphoris oculorum illimat fironlibus. Radice licheaas et lepras cu­ rant. In vino vero decocla, strumas, et parotidas, et calculos: pota vino et lienes illita, coelicos acque, et dysentericos, et tenesmos. Ad eadem* <t*eomnia efficacius jus lapathi: et ructus facit, vinam ciet, e l caliginem oculorum discutit;

LXXXVI. Ma il domestico s’ impiastra alla fronte per le lagrimaiioni degli occhi. La radiee guarisce le volatiche della faccia, e la lebbra. Colta nel vino medica le scrofe, le posteme die­ tro agli orecchi, e il male della pietra. Bevuta nel vino giova al male della milza, e a* deboli di sto­ maco, e al male de' pondi, e al tenesmo. A tolte

C. PLINII SECONDI

9*

itera pruritum corporis, in solia belinearum ad­ ditum, aut prius ipsum illitum sine oleo. Firmat et commanducata radix dentes. Eadem decocta cum vino, sistit alvum : folia solvunt. Adjecit Solon (ne quid omittamus) bolapatbon, radicis tantum altitudine differens» et erga dysenlericos effectu, potae ex vino.

le medesime cose è più possente il brodo del lapalo : esso fa ratti, e provoca l’ orina, e leva la caligine degli occhi j così ancora leva il pizzicore del corpo messo ne' sedili de' bagni, o bagnan­ done prima il corpo stesso senza olio. La radice masticata ferma i denli. Cotta col vino ristagna il corpo ; ma le foglie lo muovono. Aggiunse So­ lone ( perchè non rimanga addietro nulla) il bu­ iapato, il quale è differente soltanto nell' altez­ za della radice, e nell' effetto che fa essa al male de*pondi sciolta e bevala col vino. ' Di tb b
soetb d i sbkafe .

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sihapi

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gbubba

iuM .

bdicivab xliv .

M edicine , 44*

LXXXYII. 22. Sinapi, cujus in salivis tria genera diximus, Pythagoras principatum habere ex his, quorum sublime vis feratur, judicavit, quoniam non aliud, magis in nares et cerebrum penetret. Ad serpentium ictus et scorpionum tritum cum aceto illinitur. Fungorum venena di­ scutit. Contra pituitam tenetur in ore, donec Ii* qnescat, aut gargarizatur cum aqua mulsa. Ad dentium dolorem manditur: ad uvam gargariza­ tur cum aceto et meile. Stomacho utilissimum contra omnia vilia, pulmontbusque. Exscreatio­ nes faciles facit in cibo sumptum : datur el suspi­ riosis. Item comitialibus taediis cum succo cucu­ merum. Sensus, atque sternutamentis caput pur­ gat, alvum mollit, menstrua et urinam ciet. Hy­ dropicis imponitor, cum fico et cumino tusum ternis partibus. Comitiali morbo, et vulvarum conversione •offocalus excitat odore, aceto mixto : item le­ thargicos. Adjicitur lordylion. Est autem id se­ men ex seseli. Et si vehementior somnus lethar­ gicos premat, cruribus aut etiam capiti illinitur cum fico ex aceto. Veteres dolores thoracis, lum­ borum, coxendicum, humerorum, et in quacumqna parte corporis ex alto vitia extrahenda sunt, illitum caustica vi emendat, pustulas faciendo. At in magna duritia sine fico impositum : vel si vehementior ustio timeatur, per duplices pannos. Uluntur ad alopecias cora rubrica, psoras, lepras, phthiriases, lichenas, opislhotonicos. Inungunt quoque scabras genas, aut caligantes oculos cura meile. Succusque tribus modis exprimitur in fictili, calescitque in eo sole modice. Exit et e caoliculo succus lacteus, qui ita quum induruit, dentium dolori medetur. Semen ac radix quum immaduere musto, conterantur, manusqae plenae mensura sorbentur ad firmandas fauces, stoma­ chum, oculos, caput, sensusque omnes : mulierum etiam lassitudines,saluberrimae genere medicinae. Calculos quoque discutit potum in aceto. Illini­ tur et livoribus sugillatisque cum meile et adipe

LXXXV1I. 22. La senape, della quale noi po­ nemmo tre specie fra l'erbe domestiche, secondo Pitagora tiene il primo luogo tra quelle, la cui forza sale in alto ; perchè non è cosa che più pe­ netri nel naso e al cervello. Pesta con l ' aceto si adopera a'morsi delle serpi e degli scorpioni. Caccia il veleno de' funghi. Conira la flemma si tiene in bocca, finché si liquefaccia, o si gargariz­ za cou acqua melata. Masticasi al dolore de*denli. Gargarizzasi con aceto e mele per bene dell' ugo­ la. È utilissima a tutti i difetti dello stomaco e de* polmoni. Presa col cibo fa spurgare facilmen­ te, e dassi ancora ai sospirosi ; e tiepida col sugo di cocomeri si dà contra il mal caduco. Purga i sensi, e cogli starnuti porga il capo, mollifica il corpo, e provoca i mesi delle donne e 1 orina. * Ponsi a' rilruopichi pesta oon fico e cornino alla terza parte. Giova a! mal caduco, e mescolata con aceto fa profumo, che torna la matrice al suo luogo : giova ancora a'letargici. Aggiugnevisi il tordilio; che è il seme del sesili. E se un gran sonno desse pur noia a' letargici, si frega alle gambe, o al capo ancora, con fico nell'aceto. Ha virtù causti­ ca, e imbiutata la parte lesa la guarisce con levarvi delle vesciche. I mali che vogliono esser così g ua­ riti sono, le doglie vecchie del costolame, dei lombi, delle coscie, degli omeri, e qualunque di­ fetto dei membri che voglia essere estirpato dal fondo. Dove fosse gran durezza s’ adopera senza fico; e se si temesse maggior riardimento, si ap­ plica sopra a doppii panni. Usasi con la robrica contrala pelatina, contra la rogna, la lebbra, il male de* pidocchi, le volatiche, e lo spasimo con ri ti ramento de* nervi del collo. Ungonsi ancora le guance ruvide, o gli occhi caliginosi, col mele. Il sugo si preme in vaso di terra per tre modi, e riscaldasi in esso al sole temperatamente. Esce ancora del piccolo gambo sugo di latte, il quale quando è così indorilo, leva il dolore de* den ti. Il seme e la radice, quando son bagnati di m osto, si pestano, e beonsi alla misura d ' una piena m e-

93

HISTORIARUM MUNDI L1B. XX.

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anserino, aut cera Cypria. Fit et oleom ex eo se­ mine madefacto in oleo expressoque, quo utuntur ad nervorum rigores, iumborumque et coxendi­ cum perfrictiones.

\

nata, a confermare le canne della gola, Io stoma­ co, gli occhi, il capo, e tutti i sentimenti; e per le stanchezze delle donne sono utilissima medicina. Bevuto con l'aceto, rompe la pietra. Fassene im­ piastro a’ lividori e a suggellali con mele e grasso d* oca, o cera Cipriana. ('assi olio ancora del seme macerato nell* olio, e premuto, il quale s 'usa ai nervi rattrappati, e alla frigidità de' lombi e delle coscie.
D b l l ’ adabca, 48.

De

adabca,

xr.vm .

LXXXVIII. Sinapis naturam effectuaque eos­ dem habere tra d itu r adarca, inter silvas tacta, ia cortice calamorum sub ipsa coma uascens.

LXXXVIII. Dicono che 1 adarca ba la mede­ ’ sima natura, e produce gli stessi effetti che la se­ nape. Questa è uua salsuggiue che nasce fra le selve nella corteccia delle canne soltesso la chio­ ma loro.
D bl m a b b o b io , o p b a s i o , o
liro s tb o fo ,

De h a b b c s io

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p b a s i o , s iv b l i r o s t b o p b o ,

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o filo p b d e ,

PBILOPABDB, SIVB PH 1L0 C&ABE, XXIX.

O F1LOCABE, 2 9 .

LXXXIX. Marrubium plerique inter primas herbas commendavere, quod Graeci prasion vo­ cant, alii linostrophon, nonnulli philopaeda, aut pbilochares, noti us quam ut indicandum sit. Hu­ jus folia seraenque contrita prosunt contra ser­ pentes, pectorum et lateris dolores, tussim Telerem. E t iis qui sanguinem rejecerint, eximie uti­ le, scopis ejus cum panico aqua decoctis, ut aspe­ ritas succi mitigetur. Imponitur strumis cum adipe. Sunt qui viridis semen, quantum duobus digitis capiant, cum farris pugillo decocturo, ad­ dito exiguo olei e t salis, sorberi jejunis ad tussim jubeant. Alii nihil comparant in eadem eausa marrubii et feniculi succis ad sextarios ternos expressis, decocti sque ad sextarios duos, tum ad­ dilo mellis sextario*- rursus decocto ad sexUrios duos, si eochlearii mensura in die sorbeatur in •quae cyatho. E t virilium vitiis tusum cum meile mire prodest. Lichenas purgat ex aceto. Ruptis, convolsis, spasticis nervis salutare. Potam alvum solvit cum sale et aceto. Item menstrua et secun­ das mulierum. Arida farina cum meile ad tussim siccam efficacissima est. Item gangraenas, et plerygia.

Saccos Tero auriculis, et naribus, et morbo regio, miouendaeqoe bili cum meile prodest. Item contra venena inter pauca potens. Ipsa her­ ba stomachum e t exscreationes pectoris purgat, cum iride et meile. Urinam ciet : cavenda tamen (aulceratae vesicae, et renum vitiis. Dicitur suc­ cos et claritatem oculorum adjuvare. Castor martahii duo g en era tradii : nigrum, et quod magis

LXXXIX. Molti commendano il raarrobio tra le prime erbe, il quale i Greci chiamano prasio, altri linostrofo, alcuni filopede, o filocare, eh’ è assai più noto di quello che si può dimostrare. Il seme e le foglie sue peste giovano contra le serpi, e alle doglie del petto e delle costole, e alla tosse vecchia. È utilissimo a quegli, che getta­ no il sangue, cocendo i pennacchi suoi col panico nell’acqua, per mitigare l'asprezza del sugo. Ado­ perasi con grasso alle scrofe. Alcuni a digiuno danno> a bere contra la tosse tanto seme del ver­ de, quando si può pigliare con due dila, colto con un pugno di farro e un poco d'olio e di sale. Per lo medesimo effetto tolgono tre sesiarii di sugo di marrobio e di finocchio, e fannolo bollire fio «he scemi il terzo, dipoi v'aggiungono on sesta­ rio di mele ; e di nuovo fanno bollire, fin che tornino due sesiarii, e daonone nu cucchiaio il giorno con un bicchier d 'acqua. Pesto con mele giova mollo a1difetti del membro virile. Con l ' aceto purga le volatiche. È salutare alle frat­ ture, alle convulsioni e allo spasimo de' nervi. Bevalo con sale e aceto muove il corpo ; e così i mesi e le seconde della donne. La sua fariua, cioè quando egli è spolverizzato, col mele ha gran virtù conira la tosse secca ; e così alle can­ crene, e alle pellicole che cuoprono l'occhio. Il sugo suo preso cou mele giova alle orec­ chie, al naso, a quegli che hanno traboccato il fiele, e a scemare la collera. Fra le altre cose che hanno virtù contra i veleni, questo sugo in poten­ za n’ha poche eguali. L’ erba stessa per sè pur­ ga lo stomaco e 1' escreazioni del petto con ireo e mele. Muove P orina, ma non si vuol dare, se la vescica è scorticata, e se le reni hanno

&

C. PLINI! SECONDI difetto. Dicono che il tao sugo rischiara la vista. Castore mette due sorti di marrobio, il nero, e il bianco, che più gli piace. Egli mette il sugo in un uovo vólo, e infonde tiepido l'uovo stesao nel mele con eguale porzione ; e afferma che rompe, purga e guarisce le posteme. L'adopera ancora pesto con sugna vecchia a' morsi del cane.
D e l s b rm o llin o , 18.

probat, caiidiJuiu. In uvuto inane soccum addii i», ipsumque ovura infundit meile aequis porlio ni bus, t«pe faci uro : vomicas rumpere, purgare, persanare promi Ileus : illitis etiam vulneribus • cane factis luso cum axungia veteri.

D

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SBRPYLLO, XVIII.

XC. Serpyllum a serpendo putant dictam: quod io silvestri evenit, in pelris maxime. Sati­ vum non serpit, sed ad palmae altitudinem ioeressi t. Pinguius voluntarium, et candidioribus foliis ramisque, adversus serpentes efficax, maxi­ me cenchrin, et scolopendras terrestres ac mari­ nas, et scorpiones, decoctis ex vino ramis foliisque. Fugat et odore omnes, si uratur. Et contra marinorum venena praecipue valet. Capitis dolo­ ribus decoctum io aceto illinitur temporibus ac fronti cum rosaceo. Item phreneticis, lethargicis: contra tormina, et urinae difficultates, anginas, vomitiones, drachmis quatuor datur. Ex aqua bibitur et ad jocinerum desideria. Folia obolis quatuor dantur ad lienem ex acelo. Ad cruentas exscreationes teritur in cyathis duobus aceti el luellis.

XC. Il sermollino chiamasi serpillo, perchè serpe, cioì si distende, • va impigliando ; ma questo interviene nel salvalico, e massimamente tra i sassi. Il dimestico non impiglia, ma cresce all'altezza d’ un palmo. Più grasso è quello che nasce da sè, e ha le foglie e i rami più bianchi : questo è utile contra le serpi, e massimamente quello, che si chiama cencre, e contra le scolopen­ dre terrestri e marine, e gli scorpioni, cocendo i rami e le foglie sue nel vino. S'egli s'arde, con l'odor suo scaccia tulle le serpi. Giova molto con­ tra il veleno degli animali marini. Cotto nell'aceto si mette alle tempie e alla fronte con olio rotalo contra la doglia del capo. Da'sene quattro dramme al farnetico, a' letargici, al male de' lormini, alla •liffìcultà delPorina, agli stranguglioni e al vomi­ to. Beesi con acqua per le infermità del fegato. Dannosi quattro oboli delle sue foglie con l'aceto alla milza. Da«»i a chi spula sangue pesto in due bicchieri d'aceto e di mele.
D el
s is im rrio ,

De

s is y m b r io , s iv b t h y m r r a b o , x x i i i .

o t i m b r e o , a3.

XCI. Sisymbrium silvestre a quibusdam thym­ raeum appellatum, pedati non amplius altitudi­ ne. Quod in riguis nascitur, simile nasturtio est. Utrumque efficax adversus aculeata animalia, ut crabrones et similia. Quod in sicco ortnm, odo­ ratura est, et inseritur coronis, angustiore folio. Sedant ulraque capitis dolorem : item epiphoras, ut Philinns tradit. Alii panem addunt : alii per se decoquunt io vino. Sanat et epinyctidas, cutisque vitia in facie mulierum intra quartum «liem noctibus impositam, diebusque detractura. Vomitiones, singultus, tormina, stomachi disso* liilioues cohibet, sive in cibo sumptum, sive suct» potum. Non edendum gravidis, nisi inorino conceptu. Quippe etiam impositum ejicit. Movet urinam cum vino potura : silvestre et calculos. Quos vigilare opus sit, excitat infusura capiti cura aceto.
ii

XCI. Il sisimbrio salvatico, chiamato da alcuni limbreo, non vien più alto d' un braccio. Quello che nasce negli acquitrini, è simile al nasturzio. L'uno e l'altro giova conira le punture de'cala­ broni, e simili. Quello che nasce in secco, ha buono odore, e meltcsi nelle ghirlande, e h* più piccole foglie. L' uno e Paltro, secondo che inse­ gna Filino, mitiga la doglia del capo, e le lagrimazioni degli occhi. Alcuni v'aggiungono pane ; altri Io cuocono per sè nel vino. Guarisce ancora certe macchie rosse, le quali vengono più la not­ te che il giorno non senza pizzicore, e 1 difetti della pelle nel viso delle donne, in quattro dì, messovi la notte e cavato il giorno. Preso in cibo, o bevuto, ferma il vomito, il singhiozzo, i lor­ mini e le dissolutioni dello stomaco. Nou è da darlo a mangiare alle donne gravide, salvo se non è morta la creatura ; perche ancora a porlo sul corpo la maoda fuora. Bevuto col vino, muo­ ve l'orina : il salvalico fa gittare le pietre. Infuso sul capo con aceto, risveglia coloro che bisogna che veglino.

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HISTORIARUM MUNDI UB. XX. Ds u n iM iu , xzx.
D el
sen e d e l l i t o , 3o.

XCU. Lioi semen cum aliis quidem in usu esi : et per se mulierum colis vitia emendat io facie. Oculorum aciem sacco adjavat. Epiphoras cam ihore et aqua, aut eum myrrha ac vino se­ dat: parotidas cura meile, aut adipe, aat cera: stomachi solutiones inspersam polentae modo : •ngioas in aqua et oleo decoctam, et cam aoeso illitam. Torretur, u t alvam sistat. Coeliacis, et dysentericis im ponitur ex aeeto. Ad jocineris do­ lores estur cum uv a passa. Ad phlhisin utilissime e semine fiunt ecligmata. Masculorum, nervorum, articulorum, cervicum duritias, cerebri mem­ branas mitigat farina seminis, nitro aut sale, aat cioen additis. Eadem cam fico idem concoquit sc maturat. Cam radice vero cucumeris silvestris ei trahit quaecumque corpori inhaereant. Sic et fracta osia. Serpere ulcus in vino decocta prohi­ bet, eruptiones pituitae cum meile. Emendat un­ gues scabros cum pari modo nastartii: testium vilia et ramices cum retina et myrrha : et fan* graenas ex aqua. Stomachi dolores cum feno grae* ro sextariis ulritisqu$ decoctis in aqua multa. In­ testinorum et thoracis perniciosa vilia, clystere io oleo, aat meile.

XCII. U seme del lino è in oso con altre cose : da sè stesso emenda i difetti della pelle nel viso delle donoe. Col sago sao aiuta la vista degli oc­ chi. Con iocenso e acqua, ovvero con mira e con vino, ferma le lagrimazioni degli occhi: con mele, sugna, o cera, guarisce le posteme dietro agli orecchi; e messo a modo di polenta, le solu­ zioni dello stomaco. Colto nell'acqoa e nell’olio, e impiastrato con anici, guarisce gli stranguglioni. Arrostiscesi per fermare il corpo. Ponsi con l’ aceto a coloro che hanno debolezza di stomaco, e al male de* pondi. Mangiasi con uva passa per le doglie del fegato. Del seme sno si fa ottimo lattovaro al tisico. La farina del sno seme eoo nitro, o sale, o cenere, mitiga le durezze de'moscoli, dei oervi, delle giunture, del collo, e i pannicoli del cervello. Col fico cnoce e matara le medesime cose. Con la radice del cocomero salvatico tira fuora tutte quelle cose che stanno attaccate al corpo ; a «od le ossa rotte. Cotta nel vioo non lascia ampliare la piaga ; e col mele impedisce le rotture delta flemma.Coo pari misura di nasturzio cura le ugne aspre t e i difetti de1testicoli e le rosicature della vescica oon ragia e mirra ; e le gangrenecon P acqua. Guarisce le doglie dello stomaco col fien greco, cuocendosene un sestario dell' uno e P altro in acqua melala. Emenda i di­ fetti delle interiora e del torace in argomento con olio, o mele.
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b lito , 6.

D s b l it o , v i .

XC1I1. Blilura iners videtur ac sine sapore, *ul acrimonia ulla. Unde convicium feminis apud Menandrum faciunt mariti. Stomacho inutile est. Venirem adeo to rb a t, ut choleram faciat aliquiIm Dia tur tam en adversas scorpiooes polam e u. vino prodesse, e t clavis pedam illioi : item lieni­ bus, et temporum dolori, ex oleo. Hippocrates meostroa sisti eo cibo putat

XCI1I. Il blilo pare pigro, e senza sapore, o alcuna acrimonia; onde i mariti appresso Menaodro poeta ne fanno villania alle donne. E iou­ tile allo stomaco. Travaglia in modo il corpo, che ad alcuni fa collera. Dicesi nondimeno che bevuto con vino giova contra gli scorpioni ; e a farne empiastro, a1calli de' piedi ; e con olio, alla milza e alla doglia delle tempie. Ippocrate tiene che questo cibo ristagni le purgagioni delle donne.
D e l meu : d e l l ’ a t a v i s t i c o , 7.

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A T u im t c o , v ii.

XC1V. a3. M eam in Italia noo nisi a medicis ieritur, et iis admodum paucis. Duo geoera ejus. Nobilius atbanaaoticnm vocant, illi tamquam ab Athamante inventam , bi quoniam laudatissimum u Athamante reperiatur ; foliis aoeso simile, et naie aliquando bicubitali, radicibus multis, obli1«s, nigris, quibusdam allissimis: minas rufum, illud alteram . Ciet urinam io aqua potum, trita Tei decocta. Inflationes stomachi mire

XCIV. :*3. II meu non si semina in Italia se non da' medici, e ben pochi. Egli è di dae sorti. Il piò nobile essi lo chiamano ataraantico, quasi che fosse trovato da Atamante ; o, secondo alcuni al tri, perch'egli si truovi ottimo nel monte Atamante. Nelle foglie è simile agli anici, e talora ha il gambo luogo dae cubiti, con molte radici oblique e nere, e alcune d 'esse fondissime, ed è mauco rossigno che l ' altra specie.. Bevuto nel-

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C. PLINII SECUNDI

IOO

discutit. Item tormina, «t vesicae vitia : vulva* ruroque articulis cum meile, iofantibus cum apio illitum imo veniri oriaas movet.

l'acqua con Ia radice pesta, o cotta, muove l'o ri­ na. Caccia mirabilmente le ventosità dello sto­ maco ; e così i tormini, e i difetti della vescica ; e impiastrato con l ' appio agli articoli della ma­ trice, e a* faociullini con l ' appio nella inferiora parte del corpo, muove l'orina.
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p e ric o lo , x x k .

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XGV. Fenicolom nobilitavere serpente! gu­ statu, ut diximus, senectam exuendo, oculorumqoe aciem succo ejus reficiendo : onde intelle­ ctum est, homiaum quoque caliginem praecipue eo levari. Colligitur hic caule turgescente, et in sole siccator, inungiturque ex meile. Ubique hoc est. Laudatissimus in Iberia e lacryrais fit, et e semine recenti. Fit et e radicibus prima germi­ natione incisis.
De
h ip p o m A r a th r o , s iv b m t r s m b o , v .

XCV. 11 finocchio è stato nobilitato dalle serpi, perchè esse gustandolo ringiovaniscono, e rischiarano la vista loro col sogo. Però s'è inteso che esso rimuove ancora la caligine dagli ooehi degli uomini. Questo si coglie quando il gambo gonfia : seccasi al sole, e ugnesi di mele. Ne nasce per tutto. Eccellentissimo si fa in Ispagna delle sue lagrime, e del seme fresco. Fassene ancora delle radici tagliate nella prima germinaxiooe.
D ell ’ i p p o m a r a t r o ,
o m irsih b o ,

5.

XCVI. Est et in hoc genere silvestre, qood alii hipporoarathron, alii myrsineom vocant, fo­ liis majoribus, gustu acriore, procerius, brachiali crassitudine, radice candida. Nascitur in calidis, sed saxosis. Diocles et aliud hippomarathri genus tradit, longo et angusto folio, semine coriandri. Medicinae in sativo, ad scorpionum ictus et ser­ pentium, semine in vino poto. Succus el auribus instillatur, verraiculosque in bis necat. Ipsum condimentis prope omnibus inseritur : oxyporis etiam aptissime. Quin et panis crustis subditur. Semen stomachum dissolutum adslringit, vel in febribus sumptura. Nauseam ex aqua tritam sedat. Pulmonibus et jocineribus laudatissimum. Ven­ trem sistit, quum modice sumitur, urinam ciet, et tormina mitigat decoctam, lactisque defectu potam mammas replet. Radix cum ptisana sum­ pta renes purgat, sive decocto socco, sive semine sumpto. Prodest et hydropicis radix ex vino co­ ci». Item convulsis. Illinuntur folia tumoribus ardentibus ex aceto. Calculos vesicae pellunt. Ge­ niturae abundantiam quoquo modo haustura facit. Verendis amicissimum, sive ad fovendum radice cum vino cocta, sive contrita in oleo illitum. Multi tumoribus et sugillatis cum cera illinunt. Et radice in succo vel cum raelle contra canis morsum utantur, et contra multipedam ex vino.

Hipporaarathron ad omnia vehementius. Calcolos praecipue pellit. Prodest vesicae cum vino leui,et feminarum menstruis haerentibus. Effica­ cius in eo semeo, quam radix. Modus ia ulroqae,

XCVI. In questo genere c'è anco il salvatico, il quale alcuni chiamano ipporoaratro, altri rairsineo, che ha le foglie più grandi, e più acri, ed è più alto, grosso nn braccio, e di radice bianca. Nasce in luoghi caldi, ma sassosi. Diocle mette un'altra sorte d’ippomaralro,che ha la foglia Ion­ ica e stretta, e il seme di coriandolo. 11 domestico, beendosi il suo seme oel vino, medica i morsi de­ gli scorpioni e delle serpi. Il sogo si stilla negli orecchi, e ammazza in essi i vermini. Esso si mette quasi in tutti i condimenti, e specialmente in quelli di sapor acido ; ed anche si pone sotto le cortecce del pane. Il seme ristrigoe lo stomaco dissoloto, preso ancora nella febbre. Trito nell ' acqua leva il fastidio dello stomaco. È ottimo al polmone e al fegato. Quando se ne piglia poco ferma il corpo, provoca l'orina, e cotto mitiga i tormini, e bevuto ‘riempie le poppe di latte. La sua radice presa con l'acqua d'orzo porga le reni, sia che se ne pigli il sugo cotto, sia che il seme. Anco la radice cotta nel vino giova a' rilruopichi e alle convulsioni. Le foglie sue eoo l'aceto si mettono sopra gli enfiati ardenti. Cacciano le pietre della vescica. Bevuto in qualunque modo si voglia fa abbondanza di sperma. È amicissimo alle parti ge­ nitali, e la radice colta col vino vale a fare fomen­ tazioni, o essendosi pesta, a farne empiastro con olio. Molli l ' adoperano con cera agli enfiati e suggellati. Usano ancora la radice nel sogo col mele contra il morso del cane, e col vino contra il molti piedi. L 'ippomaratro è molto più possente a latto le cose ; e soprattutto fa gettare la pietra. Giova alla vescica con vino leggero, e alle purgagioni delle donne, che non escon fuori, la ciò ha più

101

MSTORIARGN MUNDI L1B. XX.

IO»

quod duobos digitis^rilarn additar in polionem. Peiriehus, qui Ophiaca scripsit, et Micton, qui Rhiiotomumena, advertas serpentes nibil hippomarathro efficacias patavere. Sane et Nicander non In novissimis posuit.

virtà il seme che la radice. La misura nell'ano e l’altro è berne quanto si piglia con due dila, pe­ sto e ridotto a bevanda. Petrico, il quale scrisse delle serpi e de’ veleni, e Milione, che scrisse delle medicine che si ricavano dalle radici dell’erbe, tengono che non ci sia cosa migliore con­ tra le serpi, che l’ ippomaratro. E Nicandro anch’esso gli diede per ciò grandissima lode. Dbl CAtrAPB,g. XCVII. 11 canape nacque prima nelle selve, con la foglia molto nera e aspra. Dicono che il seme suo spegne lo sperma degli uomini. II sugo d'esso caccia i vermini degli orecchi, e ogni altro animale che vi fosse entrato ; ma fa dolere il capo. Ed ha tanta forxa, che messo nell- acqua si dice che la fa rappigliare. Imperò bevuto nell’ acqua giova al corpo de’ giumeati. La radice cotta nell'acqua mollifica le congiunture ratto p ­ pate, e così le gotte, e simili empiti. Del crudo si fa empiastro alle incotture; ma spesso si mula prima che secchi.
\

D b cin u k i, ix. XCVII. Cannabis in silvis primam nata est, nigrior foliis, et asperior. Semen ejus exlinguere genit aram virorum dicitur. Succus ex eo vermi­ culos sariam, e t qaodeamque animal intraverit, ejicit, sed cam dolore capitis. Tantaque vis ei esi, ot, aquae infusa, coagulare eam dicatur. Et ideo janeo torum «Ito succurrit pota ia aqua. Radix coolractos articulos emollit in aqua cocta : item podagras, et similes impetas. Ambustis cruda illinitor, sed saepias mutator prinsquam arescat.

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viii.

D blla rucLA , 8.

XCV1II. Ferola semen anetho simile habet. Qeae ab uno caale dividitur in cacumine, femina palatur. Caules eduntur decocti* commendantorqoe inusto ac meile, stomacho utiles. Sin plures suropli, capitis dolorem faciunt. Radix denarii pondere iu vini cyathis duobus, bibitur adversus serpentes. Et ipsa radix imponilur. Sic et tormi­ nibus medetur. Ex oleo aulem et aceto, contra «dores immodicos, vel in febribus proficit. Suc­ cos ferulae alvum solvit fabae magnitudine devo­ ratos. E viridi medulla vulvis utilis, et ad omnia ea vitia, àd sanguinerà sistendum decem grana Kmioù b ib a a ta r , ia vino trita, vel medulla. Soot qui comitialibus morbis dandum putant loos qoarta, sexta, septima, lingula» mensura. Nalora ferularum mnraenis infestissima est : ta­ ctae siquidem ea moriootur. Castor radicis sucemn et oculorum claritati conferre multum pu­ tavit Db c a b d o o ,

XCVI1I. La ferula ha il seroe simile all’anelo. Qoella che da on gambo si divide nella cima, si tiene che sia la femmina. Mangiansi i suoi gambi cotti, e son mollo lodati col mosto e col mele, per essere utili allo stomaco. Ma se se ne mangia molli, fanno dolere il capo. La radice a peso di un denaio si bee io due bicchieri di vino conira le serpi, e mettevisi sulla ferita la radice ; e così medica ancora i tormini. Con l’olio e con l’aceto giova ne’ gran sudori della febbre. Il sugo della ferula, mangiandone quanto è grossa una fava, scioglie il corpo. On ramoscello di ferula verde è utile a tulli questi difetti. A fermare il sangue si beonfc dieci granelli di seme pesti nel vino, o la midolla. Alcuni la danno a chi ha il male ca­ duco, il quarto, sesto e settimo giorno della luna, a misura d’ un cucchiaio. La natura della ferula è inimicissima alle lamprede, perciocché tocche con essa si muoiono. Castore tiene che il sugo della sua radice giovi mollo a rischiarar la vista.
D bl
c a b d o , o s c o lin o , 6.

s iv b s c o ly m o , v i.

XC1X. E t de carduorum sala inter hortensia diiimus: quapropter et medicinam ex iis uon differamus. Silvestrium geners sunt duo, uputn fruticosius a terra statim: alterum unicaule cras­ sius. Utrique folia pauca, spinosa, muricatis cacu­ minibus. Sed alter florem purpureum mittit inler •cdios «culeos, c eleriter canescentem, e t abeun-

XCIX. Del seminare de*cardi abbiamo ragio­ nato, quando trattammo degli erbaggi, e per ciò ragioneremo ancora delle lor medicine. I salva­ tichi sono di doe sorti : uno, che germoglia su­ bito da terra; l’ allro, che fa un gambo solo e più grosso. L’ uno e 1 altro ha poche foglie, spi­ * nose, e con le cime a foggia di murice. Però

C. PLINII SECUNDI H1ST0R. MUNDI UB. XX. lem cam aara : scolymon Graeci vocant. Hic an­ tequam floreat contusus atque expressus, illito succo alopecias replet. Radix cujuscumque ex aqua decocta potoribus sitim facere narratur. Stomachum corroborat : et vulvis ( si credimns ) etiam conferre aliquid traditur, ut mares gignantur. Ita enim Chaereas Atheniensis scripsit, et Glaucias, qui circa carduos diligentissimus vide* tur. Mastiche cardui odorem commendat oris. I' uno C fiore rosso in mezzo a piccoli spini, il s quale imbianca tosto, e vassene con l'aria: i Greci lo chiamano scolimo. Questo pestato innanzi che fiorisca, e posto col.sngo sopra le alopecie, le rag­ guaglia e riempie. Dicono che la radice d'amen* due cotta nell1acqua fa sete a chi la bee. Forti­ fica lo stomaco, e dicono (se lo vogliamo credere) che giova ancora qualche cosa alla matrice, per far ingravidare di maschio. Così scrisse Cherea Ateniese, e Glaucia, il quale pare diligentissimo circa i cardi. 11 mastice del cardo fa buon alilo.
COHPOSIZIOBB DELLA TBUCA.

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h e b ia c a e c o m p o s it io .

C. a4« Ante discessam ab hortensiis, unam compositionem ex his clarissimam sabtexemus, adversos venenata animalia, incisam lapide versi­ bus in limine aedis Aesculapii. Serpylli doum denarioratn pondus : opopanaci), et mei, tantamdem siogaloram, trifolii pondas denarii : anesi, et feniculi seminis, et ammii, et apii, denariorum senum singalis generibus, ervi farinae duodecim. Haec tusa cribrataqae vino quam possit excellen­ ti, digeruntor in pastillos, victoriati pondere. Ex his singuli dantur ex vini mixti cyathis ternis. Hac theriaca magnas Antiochus rex adversos omnia venena usos traditur.

C. a4« Innanzi che noi d partiamo dall' erbe degli orti, fia bene che mettiamo una composi­ zione d 'esse nobilissima contra gli animali vele­ nosi, scolpita in versi in pietra nella soglia del tempio d1Escala pio. Di aermollino due denari a peso, di opopanace e di meo altrettanto per cia­ scuno, di trifoglio on denaio di peso, d1aaeto, d’anice, di seme di finocchio, d’ammio, e d’appio denari sei per ciascuno, e di farina di rabiglie denari dodici. Tulle queste cose peste e stacciate con vino quanto si possa dire eccellente, si com­ partiscono in pastelli a peso d’ una moneta detta vittoriato, che saria quanto uno scudo. Ciascun bicchiere di questi si d i mescolato con tra bic­ chieri di vino. Dicesi che il gran re Antiooo nsò qaesta triaca contra tatti i veleni.

C. PUNII SECUNDI

HISTORIARUM MUNDI
LIBER XXI
NATOR A FLORUM ET CORONAMENTORUM
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I T A O P H lO U t : S U T A .

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s t e o f i o l s : de1 s e r t i .

I. i. preeetto di Catone, che negli orti si dovessero seminare i fiori da fare le ghirlande, la cui finezza massimamente è iodescrivibile, per­ ché niuoo piò facilmente ne può favellare, di quello che la natura gli sa dipingere ; massima­ mente quando ella scherza e si trastulla nell* al­ legrezza di sì gran dovizia. Perciocché ella ha fatte P altre cose per bisogno e per alimento ; e perciò ha voluto che vivano i secoli e gli anni. Ma i fiori e gli odori genera ella dì per dì, con grande, come si può vedere, ammonizione degli uomioi, ehe le cose, le quali leggiadrissimamente fioriscono, prestissimamente marciscono ancora. Ma nè anco la pittura è sufficiente a rappre­ S e d ne pictura quidem sufficiente imagioi c o l o r a n s reddendae, mixturarumque varietati, sentare la imagine de* colori, e la varietà delle i v e a l t e r n i atqne multiplices inter se nectantur, misture, o quando scambievolmente e di diverse sive p r iv a t is generam funiculis ia orbem, in obii» sorti insieme »’ intreeciano, o quando alcune co» q u u m , i n ambitum, quaedam coronae per coronas rone o ghirlande fatte d1una ragion sola, corro­ c a r m iB t. no per altre ghirlande in tondo, o iu obliquo, o in cerchio. II. p . Tenuioribus utebantur antiqni, stroppos JI. a. Gli antichi usavano ghirlande molto « p p d la n te s : unde nata strophiola. Quin et voca* sottili, cui chiamavano stroppi ; onde si son poi W lnm ip sn m tarde communicatum est, ioter sa- dette strofiole. Anzi lo stesso vocabolo di corona «*» M n ln m et bellicos honores coronis suum no- penò assai a divulgarsi, e solamente ne1sacrificii v in dicantibus. Quum vero e floribus Aerent e negli onori della guerra s'usavano chiamare •« fla , a serendo serviae appellabantur ; quod corone. Quando poi si facevano di fiori, perehq

1 .1. JLn horti* ieri et coronamenta jusi it Cato, ioenarrabili florom maxime subtilitate; quando nulli potest facilius esse loqui, quam rerum na­ turae pio gere, lascivienti praesertim, et iu maguo fftudio fertilitatis tam variae ludenti. Quippe reJiqoa osos alimentiqne gratia genuit; ideoque Secala annosque tribuit iis. Flpres vero odoresq o e in dieaa gignit : magoa, ut palam est, admo­ n itio n e hominum, quae spectatissime floreant, ceIc rrim e marcescere.

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C. PU N II SECUNDI •p ad Graeco» quoque non adeo antiquitas pla­ cuit.

108

essi erano serti, cioè intrecciati, le chiamavano servie; il die presso gli stessi Greci non è molto antico.

Qui isvbbibbibt miscebb flobbs, et qoabdo phimum COBOLLAB APPELLATAS, ET QCABE.

D a CHI V O BIPETBBE l’ U FBE LA FBIM VO O LSl SO A L­ TA DI V ESCEBB FIOBI, E Q A D B B B BOXE LE UNO BB C BORE, B PEBCHÈ. O

III. Arborom enim ramis coronari in aacris III. 1 Greci osarono prima fare ghirlande di certaminibus, mos erat primum. Postea variari rami d 'alberi ne' giuochi sacri. Poscia comincia­ coeptum mixtura versicolori florum, quae invi­ rono a variarle con mistura di fiori, che alternas­ cem odores coloresque accenderet, Sicyone, ex sero i colori e le fragranze ; il che avvenne pri­ ingenio Pausiae pictoris atque Glycerae corona­ mamente nella città di Sicione per ingegno di riae, dilectae admodum illi, quum opera ejus Paasia pittore e di Glicera facitrice di ghirlande, pictura imitaretur, et illa provocans variaret, es- a lui sommamente cara ; perciocché egli oeU'opesetque certamen artis ac naturae. ra e componimento delle sue ghirlande con la pittura la imitava, ed ella provocandolo »’ inge­ gnava di variare. Così veniva ad essere un con­ trasto dell1arte e della natura. Oggidì ancora ci sono tavole di tali sue pittu­ Quale* etiam nunc exstant artificis illius ta­ re, e massimamente quella eh 1è chiamata Stefabellae, atque in primis appellata Stephaneplocos, noploco, nella quale egli ritrasse Glicera. Ciò fu qua pinxit ipsam. Idque factum est post olympiadopo la centesima olimpia. Di questo modo essen­ dem centesimam. Sic coronis e floribus receptis, paullo roox subiere, quae vocantur Aegyptiae, ac dosi cominciale le ghirlande de' fiori, poco dopo vennero in uso quelle che si chiamarono Egizie, e deinde hibernae, quum terra flores uegat, ramen­ dipoi le vernerecciè, le quali si facevano di bructo e cornibus tincto. Paullatimque et Romae sub­ cioli di corna colorati, perchè di quella stagione la repsit appellatio, corollis inter initia propter gra­ terra oon fa fiori. A poco a poco si attribuì loro un cilitatem nomioatis : mox et corollariis, postquam nome anche in Roma,e chiamaronsi da principio, e lamina aerea tenui inaurata aut inargentata per rispetto della sottigliezza loro, corolle, e poi dabantur. corollarii, quando si davano fatte di foglia di rame indorato o inargentato. Qois FEIMUS CO H S FOLIIS ABGEKTB1 ET ACEBIS BO A S dbdebit. Q oaeb cobollabia dicta. Db lemviscis. Qois fbimuii caelavbbit bos.
C hi fu il fbiko che mspebsasse ghiblabde coi»

FOGLIE DI A BH E D OBO. P eBCHÌ COBOLLAElt BG TO * FO B DETTE. Db’ L M lSC CHI FO IL PBU A BO B W I. TO FABLI SG OLPIBB.

IV. 3. Crassus dives, primus argento auroque IV. 3. Crasso, quel gran riccone, fu il prim o folia imitatus, ludis suis coronas dedit. Accesse- che ne* suoi giuochi diede ghirlande con foglio d ' oro e d 'argento. V' aggiunsero poi i lemnisci runtque et lemnisci, quos adjici ipsarnm corona­ ( queste erano cintole e legature d ' esse ghirlan­ rum honos erat propter Etroscas, quibus jungi nisi aurei noo debebant. Puri diu fuere ii. Caelare d e), i quali era d 'o u o re che s’ aggiugnessero loro per rispetto delle ghirlande Toscane, alle eos primus instituit P. Claudius Pulcher, braquali non si dovevano aggiugnere se non d 'o ro . cteasque etiam philyrae dediL Questi lungo tempo furono pori. 11 primo che gli facesse scolpire fu P. Claudio Pulcro, il quale o rn ò quelle, che si chiamano filire, di piastre o foghe di metallo. QlJABTUS HOBOB COBOBABCV APTD AftTIQOOS FUBB1 T.

I b quabto obobb fossebo le cobobb FB SSO GLI ANTICHI. B

V. Semper tamen auctoritas vel ladicro quae­ V. Nondimeno sempre ebbero autorità quelle* che s'acquistavano ne'giuochi. Perocché scen­ sitarum fuit. Namque ad certamina in circum per ludos et ipsi descendebant, et servos suos devano a lottare nel circo i padroni stessi, e vi

HISTORIARUM MUNDI L 1 B. XXI. quique m ittebant. Inde illa xii*tabularum lex: u Qui coronam parit ipse, pecuniave ejos virtutis ergo duitor ei. » Quam servi equive meruissent, pecunia partam lege dici, nemo dubitavit. Quis ergo bonos ? u t ipai mortuo, parentibusque ejus, dom io Ius positus esset, forisve ferretu r, sine fnude esset imposita. Alias in usu promiscuo ne ludicrae quidem erant.

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mandavano ciascuno i suoi servi. Di qui fu quella legge delle dodici tavole : a Qualunque acquista ! oorona o da sè o col cavallo o servo da lui prez­ zolato, si giudica degno d 'onore. » Nè ha dubbio alcuno, che quella corona che i servi o i cavalli si hanno acquistata, per legge si dee dire acquistata per pecunia. Ora in che consisteva egli questo onore? permetteva la legge che quando era morto o egli, o il padre, potesse tenere detta ghirlanda e mentre ch'era in casa, e meutre ch'era portato alla sepoltura. Però nè anco le ghirlande da giuoco si potevano lasciar osare ad alta persona.
S b v b b it ì
d e g l i a r t ic h i b a p p o b t o a q u e s t e .

SSVEAITAS ABTIQUOHUM IR COBORIS.

VI. Jngeosque et hinc severitas. L. Fulvius VI. Di qui nacque gran severità. L. Fulvio srgeutarius, bello Puoico secundo, cum corona argentario nel tempo della seconda guerra Car­ nucea in terdia e pergula sua in (oram prospe- taginese, essendosi inteso come egli di giorno xisse dictus, e x auctoritate senatus in carcerem avea guardato dalla sua pergola net foro con una abductus, n o n ante finem belli emissus est. P. ghirlanda di rose, per ordine del senato fu messo Bfuoatius, q u u m demptam Marsyae coronam e in prigione, dove egli stette sino al fine della Boribas capiti auo imposuisset, atque ob id duci guerra. P. Munazio avendosi messa in capo una eum io vincula trium viri jussissent, appellavit ghirlanda di fiori, la quale era stata tolta a lVlartribaaot plebis. Nec intercessere illi : aliter quam sia, i triumviri comandarono che per ciò fosse Athenis,ubi comesaabundi juvenes ante meridiem menato in prigione, ed esso s'appellò a1tribuni eoa ventos sapientiam quoque doctrinae frequen­ della plebe. Ma essi non si opposero a quella tabant. Apud nos exemplum licentiae hujus non condanna ; ben piò severi che gli Ateniesi, fra i est aliud quam filia divi Augusti, cajas luxuria quali i giovinastri stavano in gozzoviglia innanzi noctibus coronatam Marsyam, litterae illius dei il mezzodì, ed entravano licenziosamente anche gemunt. nelle scuole de* savii ad apprendere le dottrine loro. Appresso di noi non v* ha esempio di que­ sta licenza, altro che la figliuola dell* imperadore Augusto, per la cui lussuria le lettere sue si dolgouo che Marsia stesse coronato la notte.
Q c il FLOBJSCS COBOBAVEB1 POFBLUS ROMARCI. T V II.Florum q o id e m populus Romanus hono-’ rem Scipioni U a l o m habuit. Serapio cognominabaiar, p ro p ter sim ilitudinem suarii cujusdam negotiatoris. O b id erat io tribunatu plebi ad­ modum gratu s, d ig n u sq u e Africanorum familia. Nee erat in b o n is funeris impensa. Asses ergo contolit p o p o lu s, a c funus elocavit, quaque prae­ ferebatur, flo re s e prospectu omni sparsit Chi fu coborato di fiobi dal popolo R omaro. VII. 11 popolo Romano attribuì 1 onore dei * fiori solamente a Scipione. Egli era cognominato Serapione, perchè somigliava mollo no certo mer­ catante da porci così chiamalo. Perciò nel tribu­ nato era egli molto caro alla plebe, e degno della famiglia degli Africani. E siccome non ebbe tanto patrimonio, che se gli potesse pagare la spesa del mortorio, il popolo diede del suo e ne appaltò le esequie, e per tutlo dovunque passava il morto , erano gettati fiori.
GhIBLARDB DI PIÒ FIOBI. DBLLB GH 1 BLARDE CUCI­ TE : DI QOBLLE DI FOGLIE DI HAEDO : DBLLB FOEBITB DI SBTA.

P actiles c o b o b a i . D b sutilibus coeoris : DE HAKVIHIS ; DB SEB1 CIS.

V ili. E gii fino allora le ghirlande si faceva­ VIII. E t ja m tn n e coronae deorum honos ersnt, et la r iu m poblicorum privatorumqoe, ac no io ooore degli dei, e de* lari pobblici e privati, fcpolcrorom, e t m a o iu m ; summaque auctoritas e delle sepolture, e dell* ombre ; ed erano in gran ripalaiione le ghirlande falle di varie froodi e putili coronae. S u li le s Saliorum sacris invenimus,

Ili

C. PLINII SECUNDI fiori. Troviamo ancora che ne* sacrificii d e'sa ­ cerdoti di Marte s ' usavano ghirlande cucite, e specialmente n e 'conviti sacri. Passarono poi alle ghirlande di sole rose, e crebbe tanto la pompa, che nessuna ghirlanda avea grazia, se non era tutta di foglia : furono portale poi le ghirlande cucite d’ India o di là dall' India. E tenuta cosa delicatissima darle di foglie di nardo, o intorniate di seta a più colori e imbiu­ tale di unguenti. A tal termine giunse finora la lussuria delle donne.
QoALI AUTORI SCRIVESSERO SOPRA

el solerai)» coenis. 1'rsnsiere deinde ad rosaria ; «oque luxuria processit, ni non esset graiia nisi mero folio : sulilibus mox petilis ab India, aut olirà Indos.

Lautissimam qaippe habetor e nardi folio c«s dari, aut veste serica versicolores unguentis ma­ didas. Hunc babet novissime exilum luxuria fe« miuarum.
D * FLORIBUS QUI SCRIPSERINT. CtBOPATRAB REGINAE FACTO» 1B CORONIS.

1 FIORI. FATTO

DELLA REGINA CLEOPATRA RISPETTO AI FIORI.

IX, Et apud Graecos quidem de coronis priIX. Appresso i Greci hanno scritto libri par­ va lira scripsere Mnesilheus alque Callimachus ticolari delle ghirlande Mnesteo e Callimaco me­ medici, quae nocerent capili : quoniam et in hoc dici, dando a conoscere quelle che nuocono al esi aliqua valetudinis portio, ia potu atque hila­ capo, perciocché ancora da qoesto canto può es­ ritate praecipue odorom vi subrepente fallaciter, sere alterata la nostra salute, dacché nel bere e scelerata Cleopatrae solerlia. Namque in apparatu nell'allegrezza soprattutto,intanto che si va spar­ belli Actiaci gratificationem ipsius reginae An­ gendo l ' odore ci può essere nascosta trama, come tonio timente, nec nisi praegustatos cibos sumenlo prova la scellerata astuzia di Geopalra. Peroc­ te, fertur pavore ejus lusisse, extremis coronae ché temendo M. Antonio, nell'apparato della guer­ floribus veneno illitis, ipsaque capili imposita, ra Azziaoa, le cortesie di quella reina,e oon toccan­ mox procedente hilaritate invitavit Antouium, do di cibo alcuno, se prima non se ne faceva far u t coronas bibereut. Quis ita timeret insidias? la credenza, dicesi ch'ella per pigliarsi gioco Ergo concerpta in scyphum incipienti haurire della paura di lui si mise io capo una ghirlanda, opposita manu : u En ego sum, inquil, illa, Marce i cui fiori di fuora erano avvelenati : dipoi cre­ Antoni, quam tu nova praegustantium diligentia scendo l ' allegrezza e la festa, invitò Antonio a caves : adeo mihi, si possim sine te vivere, occasio bere in compagnia sua le ghirlande. E chi avreb­ au t ratio deest. » Inde eductum custodia bibere be allora temuto di tradimento e d ' inganno ? jussit, illico exspirantem. De floribus supra diclos Essendo adunque stritolale le ghirlande nel bic­ scripsit Theophrastus apud Graecos. Ex noslris chiere, e cominciando M. Antonio a voler bere, autem inscripsere aliqui libros Anlhologicon : Cleopatra gliele tolse di roano, e disse : « Ecco flores vefo persecutus est nemo, quod equidem ohe io sono quella, Antonio mio caro, da coi tu inveniam. Nec nos nunc scilicet coronas necte­ con tanta diligenza li guardi dal pigliar i cibi : mus: id enim frivolum est: sed de floribus, quae vedi, s ' io potessi vivere senza te, se mi manche­ videbuntur digna, memorabimus. rebbe l'occasione o il modo di nuocerli, n Fece poi trarre un di prigione, il quale bevuto di quel vino morì subito. De* fiori, olirà gli autori citati sopra, scrisse Teofrasto appresso i Greci. Dei nostri alconi hanno intitolato i lor libri Antologicon ; ma però ninno, eh* io sappia, ha trattato de' fiori. Nè anco noi ora insegneremo a compor ghirlande, perchè ciò è cosa ride fole, ma conte­ remo de* fiori quelle cose, che ci parranno degne.

Db r o s a

: g e r i r à b jd * x ii.

D e l l a r o s a : do d ici sp e c ie d i « sa .

X. 4. Paucissima nostri genera coronamento­ X. 4- I nostri hanno conosciuto pochissimi fiori negli orli da fare ghirlande, e quasi sola­ rum inler hortensia novere, ac paene violas ro­ mente viole e rose. Nasce la rosa piuttosto da spi­ sa sque tantam. Rosa nascitor spina verius, qoam no che da frutice} anzi essa viene ancora dal ro ­ frutice, in rubo quoque proveniens, illic eliam ipcundi odoris, quamvis angusti. Germinat omnis vo, ma d ' un odore che molto non si dilata, q u an ­ tunque giocondo sia. Prima germoglia tutta in primo iudusa granoso cortice. Quo mox intume-

iis

HISTORIARUM MUNDI L 1B. XXI. Chiosa ia corteccia scabra e qua*» di granelli, Ia qual dipoi rigonfia, e a guisa di verde vaso d'ala­ bastro se ne viene appuntata, e a poca a poco s'apre rosseggiando, e distende», e nel mezzo della sua boccia contiene piccoli spilletti gialli.Ndle ghirlan­ de ella si adopera poco, o quasi nulla. Macerasi con l ' olio, il che s ' osò gii fino si tempo de'T roiani, secondo il testimonio d'Omero. Passò poi negli un­ guenti, come abbiamo detto, ed è per sè medesi­ ma medicinale. Metlesi negli impiastri e medicine degli occhi, per la sua mordace sottigliezza, e non è nociva a spargere del sugo le mense e le squisite vivande. 1 nostri n'hann o due sorti celebratissime, la Prenestina e la Campana. Alcuni altri v' hanno aggiunta la Milesia, la quale è d* un colore molto acceso, e non passa dodici foglie. Dopo questa è la Trachinis, eh' è manco rossa. Dipoi l ' Alabandica, assai piò vile, le cui foglie biancheggiano. Vilissima è la spineola, che ha mollissime, ma minutissime foglie. Le rose son differenti anche per moltitudine di foglie, per asprezza, per mor­ bidezza, per colore e per odore. Pochissime sono di cinque foglie, l'altresono di più, essendovene d ' una sorte, che si chisma cenlofoglie, che è in Campagna d'Italia, e in Grecia intorno a' campi Filippici ; ma quivi non nascono nella terra del paese. Il monte Pangeo qui vicino le produce di numerose e piccole foglie; onde gli uomini del paese trasferendole, le seminano, ed elle in questo modo si fanno grandi. Ma questa non è la più odorata, come nè anche quella che ha larga e gran foglia. 1 segno dell' odore è la ruvidezza della 1 corteccia. Cepione al tempo di Tiberio imp. non volle che la cenlofoglie si meltesse nelle ghiron­ de, fuor che nelle parti estreme. Non è vaga nè per odore, nè per bellezza, quella che i nostri chia­ mano Greca, e i Greci licni, la qual non nasce se non ne' luoghi umidi, nè mai passa cinque foglie, ed ha la grandezza della viola, ed è senza odore veruno. Éccene u n 'a ltra chiamata Grecula, la quale ha i pannicoli delle foglie avviluppati, e mai non si apre, se non costretta dalla mano ; e pare sempre che spunti allora, con foglie larghe. U n'altra esce fuori da gambo simile alla malva, e ba foglie d* ulivo, e chiamasi raosceuto. Fra queste di mediocre grandezza è l'autunnale, che si chiarita co roncola. Tulle sono senza odore, fuor che la coroneola, e la nata nel rovo : per tanti modi si adulterano. La vera slessa prevale soprattutto a seconda del suo terreno. In Cirene è odoratissima ; e per questo n' è quivi bellissimo unguento. In Cartagine di Spagna per lutto il verno è primaticcia. Importa ancora molto la temperie dell’ aere. Perciocché sono certi anni, eh' ella ha manco odore. Olirà di ciò ciascuna i

«ente, et io virides alabaslros fastigato, paallatim rubescens dehiscit, ac sete pandit, ia calycis medio sui stantis complexa luteos apices. Usas ejus in coronis prope minimos est. Oleo macera* lar, iilqne jam • Trojanis temporibus, Homero teste. Praeterea in unguenta tram i t, n t diximui. Per se medicas artes praebet. Emplastris atque collyriis in se ritu r mordaci subtilitate. Mensarum etiam deliciis perungendis minime noxia.

Gener* ejas n o stri fecere celeberrima, Prae­ nestinam et Campanam. Addidere alii Milesiam, coi sit ardentissima* colos, non excedenti duo* dena folia. P roxim am ei Trachiniam minus ru­ bentem. Mox Alabandicam viliorem, al|>icantibns foliis. Vilissimam vero plurimis, sed minutis­ simis, spineolam. Differunt enim moltitudine fo­ lioraro, asperitate, laevore, colore, odore. Pau­ cissima quina folia, ac deiode numerosiora : quara sit genus ejas, quam centifoliam vocant : quae est in Campania Italiae, Graeciae vero circa Phi­ lippos : sed ib i non suae terrae proventu. Pan­ gaeas mons in vicino fert, numerosis foliis ac parvis: unde accolae transferentes conserunt, ipsaque plantatione proficiunt. Non autem talis odoratissima est, nec cui latissimum maximuraqne folinm. Bre viterqae indicium est odoris, sca­ britia cori icis. Caepio Tiberii Caesaris principatu, negsvit centifoliam in coronas addi, praeterquam extremo* velat sad cardines. Nec odore, nec spe­ cie probabilis e s t, quae Graeca appellator a no­ stris, a Graecis lychnis, non nisi in humidis locis proveniens, nee nm quam excedens quinque folia, violaeqae m agnitudine, odore nullo. Est et alia Graecula appellata, convoluta foliorum paniculis, nee dehiscens n isi m anu coacta, semperque na­ scenti similis, latissim i) foliis.

Alia fu n d itu r e caule malvaceo, folia oleae babente, m osceuion vocant. Atque inter has me­ dia magnitudine aatumnalis, quam coroneolam vocant. Omnea sin e odore, praeter coroneolam et in rabo n a ta m : tot modis adulterantur. E t alias vera q u o q u e plarimum solo praevalet. Cy­ renis odoratissim a est : ideoque ibi angnentnm pulcherrimam. C arthagine Hispaniae, bieme tota praecox. R efert e t coeli temperies. Quibusdam «nim annis m in u s odorata provenit. Praeterea •m ii siods q u a m hnmidis odoralior. Seri nec pitfcnibus v o lt, n ec argillosis locis, nec riguis,

G. P U N II SECUNDI «ontenta rari*, proprieque ruderatum agrum amat. più odorosa ne' luoghi sécchi, che negli umidi. Non vuole terra grassa, nè argillosa, nè vuole es­ sere inaffiata, ma si contenta di terreno leggeri, e propriamente ama la terra piena di calci naoci. Primaticcia è la Campana, serotina la Milesia. L' ultima ebe rimane è la Prenestina. Zappansi più sotto che le biade, e più leggermente ebe le vili. Penano assai a venire del seme, che si ritro ­ va entro la scorsa di quel calicetto ooperto di la­ nugine, il quale serve di base al fiore : per questo si piantano per magliuoli tolti dal gambo. Pian­ tasi per occhi delle radici, come le canne, quella specie di pallida e spinosa, che ha lunghissime verghe e non più che cinque foglie, la quale è di specie Greca. Ogni rosa ama d’ essere potata e arsa: traspiantandola ancora, come li vite, viene tosto e bene. Ponsi co' gambi lunghi quattro dita, o più, dopo il tramontare delle Vergilie; e dipoi quando regna il vento Favonio si traspianta, eon ispazio d' nn piede una dall' altra, e spesso si la» vora d ' attorno. Coloro che vogliono fare le rose primaticcie, fanno fossa d 1nn piede intorno la radice, e méltonvi acqua calda, quando la boccia comincia a germogliare.
Q
u a t t r o s p b c ib d i g i g l i .

Praecox Campana est, sera Milesia. Novissime laroeo desinit Praenestina. Fodiuntur aliius quam fruges, levius quam vites. Tardissime proveniunt semine, quod in ipso cortice est, sub ipso flore, opertum lanugine: ob id potius caule conciso inseruntur : et ocellis radicis, ut arundo, unum geuus inseritur pallidae, spinosae, longissimis virgis, quinquefoliae, quae e Graecis altera est. Omuis aulem recisione atque ustione proficit : translatione quoque, u t vilis, optima ocissimeque provenit, surculis quaternum digitorum lon­ gitudine, aut ampliore, post Vergiliarum occa­ sum sala : dein per Favonium translata, pedali­ bus intervallis crebroqae circumfossa.

- Qui praecocem faciunt, pedali circa radicem scrobe aquam calidam infundunt, germinare in­ cipiente calyce.

L il ii

gbubra iv .

XI. 5. Il giglio va dopo la rosa per nobiltà, e XI. 5. Lilium rosae nobilitate proximnm est, per certa somiglianza d'olio e d’unguento, che si quadam cognatione unguenti oleique, quod chiama lirino. Unito con le rose, molto si eonfa, lirinon appellatur. Gt impositum etiam maxime e comincia a mezzo il tempo d ' esse. Nè alcuno rosas decet, medio provenlu earum incipiens. altro fiore cresce a maggiore altezza, essendo egli Nec ulli florum «•xcelsitas major, interdum cubi­ talora lungo tre braccia, però sempre col collo torum trium, languido semper collo, et non suf­ languido, e poco sufficiente a sostenere il peso ficiente capitis oneri. Candor ejus eximius, foris del capo. Egli è bianco oltra modo, con le foglie striali, et ab an?ustiis in latitudinem panllalim vergate di fuori, le quali dal basso allargandosi a .sose laxantis effigie calathi, resupinis per ambifura labris, tenuiqne filo et semine, stantibus ift poco a poco, fanoo la forma d’ un piccolo paviere, con i vivagni all'intorno resupini, e dal cuore medio crocis. Ita odor, colorqne duplex, et alius di lai sopra a sottili fila s'alzano come semi che calycis, alius staminis, differentia angusta. In un* tirano al colore del zafferano. Così ha egli o dore guenti vero oleique usa, et folia non spernuntur. e colore di dae sorti ; che altro è quello del cali­ Est flos non dissimilis illi in herba, quam con­ ce, altro quello delle vergole, benché non se ne volvulum vocant, nascens per frutecta, nullo possa rilevar chiaro la differenza. Le foglie sue si ndore, nec crocis intus: candorem tantum refe­ adoperano ancora per uso d' unguento e d ' olio. rens, ac veluti naturae rudimentum lilia facere Écci nn fiore poco differente da questo in rondisceniis. Alba lilia iisdem omnibus modis u n ’ erba, che si chiama vilucchio, il quale nasce seruntur, quibas rosa : et hoc amplius lacryma per le siepi, e non ba alcun odore, nè zafferano sua, ul hipposelinum : nihilque est fecundius, dentro; nè ha niente altro che la bianchezza ; tt l nna radice quinquagenos saepe emittente balbos. è quasi un principio della natura, che impari a Est et rubens lilium, quod Graeci crinon vocant. fare i gigli. 1 bianchi si seminano per tutti i m odi Alii florem ejns cynorrhodon. Laudatissimam in ehe le rose, e di più con la lagrima lor propria, Antiochia, et Laodicea Syriae, mox in Phaselide. come I* ipposelino. Non e 'è cosa più feconda d i Quartam locam oblinet in Italia nascens. esso, chè spesse volte una radice mette cinquanta capi. Écci anco il giglio rosso, il quale i G reci chiamano crino. Alcuni chiamano il suo flore c i-

w7

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXI.

tiS

norrodo. Nasce eccellentissimo in Antiochia, in Laodicea di Siria, poi m Faselide. Il quarto luo­ go ottiene quello che nasce in Italia.
N a ECISSI 6 I K I Ì III.

T re

s p e c ie d e l harciso .

XII. Sant e t p urpurea lilia, aliquando gemi­ XII. Sonci ancora i gigli purpurei, i quali no caule, carnosiore tantum radice, aaajorisque hanno talora due gambi, con radice solameale balbi, sed u o iu s: narcissum vocant. Hujus alle­ più carnosa, e di maggior capo, ma d ’ nn solo, e ram genus flore candido, calyce purpureo. Dif­ chiamasi narciso. Di questo c1è u n 'a ltra sorte, ferentia a liliis est e t haec, quod narcissis folia in che ha il fiore bianco e il calice rosso. È diffe­ radice sun t, probatissimis ia Lyciae montibus. rente da 1gigli in questo, che le foglie del narciso Tertio generi cetersi eadem, calyx herbaceus. sono nella radice, ed esso nasce bellissimo nei Omnes serotini. Poat Aratorum enim florent, ac monti di Licia. Écci uoa terza specie della mede* per aequinoctium autum num . sima forma, eccetto che ha la buccia verde. T utti fioriscono tardi, cioè dopo l ' Arturo, e per 1 <• ' quinozio dell' autunno.
Q u A J T C M SBUBK TINGOATOK* OT INFECTA ■▲S C A R T O * .

CoMBSI TINGA IL 3BUE, PERCHÈ IL GIGLIO BASCA DI QUEL COLORE.

XIII. Hanno anco trovalo i prodigiosi inge­ XIII. In v e n ta est et in his ratio inserendi, monstrificis h o m in u m ingeniis. Colligantur nam* gni degli uomini modo «l1innestare i gigli. Col­ gono dunque i gambi, che si seccauo del mese di. qua mense J u l io scapi arasceoles, liliaque stupeoLuglio, e appiccano i gigli al fumo. Dipoi rim asi duotur in fu m o . Dein nudantibus se nodulis, in spogliati i nodegti si mettono del mese di Marza fcece nigri v in i, vel graeci, mense Martio mace­ in macero in feccia di via itero, perchè piglino il rantor, ut co lo rem percipiant, atque ita in scro­ biculis s e ru n to r, heminis faecis circumfusis. Sic colore ; e così si poogouo in fossicelle, e intorno a ciascun d ' essi si sparge un’ emina di feccia. In fiunt purpurea lilia : mirumque, lingui aliquid, questo modo i gigli nascono porporini ; e certo ut nascatur infectum . è gran maraviglia, che alcuna cosa che ai tiaga abbia a nascere intinta*
Q u U iD lO O O V
colajttitb ,

QOASQHS HISCANTUR , SBEANTUR ,
sub

CoMB OGNI FJOBB, SECONDO LA SOA SPECIE, SI SEMINI, BASCA E SI COLTIVI.

sino olis g e n er ib u s . V iola* COLOBBS I I I . LUTEAE GKIUA. V.

T&B COLOBI DELLE VIOLE.'

C in q u e s p e c ie d e l l e g ia l l e .

XIV. 6. Violis bonos proximus. Earumque XIV. 6 . Dopo i gigli le viole hanno il primo, plura genera. P u rp u reae, luteae, albae : plantis luogo d ' onore. Ve ne sono di molle sorti, pur-, •«■aes, ut olus» satae. Ex iis vero, quae sponte puree, gialle, bianche, che tutte si pongono con apricis et m acris locis proveniuot, purpureae, la­ le piante, come il cavolo. Fra queste, quelle che tiore folio, stalim a b radice carnoso, exeunti vengono da sè in luoghi solatii e magri sono pur­ soiaeque graeco n o m in e a celeris discernuntur, puree, le quali hanno più larghe foglie e carnose appellatae ia, e t ab b is ianthina vestis. E salivis subilo sopra la radice. Queste sole si discernono dalle altra per greco vocabolo, e dico»si ia, dalle maxima a u cto ritas Iuleis. Genera iis Tusculana, quali presero poi il nome le vesli iantine. Fra le. et quae m a n n a appellatur, folio aliquando latiodomestiche in più riputazione sono le gialle. Le, ve, sed m inus o do rato. In totum vero sine odore, specie di queste sono la Tusculana, e quella che, tninutoque folio calalbiana, munus autumni, ce­ si chiama marina, con la foglia un poco più larga* terae veris. ma manco odorata. La calaziana non ha ponto, d ' odore, e ha le foglie minute : questa viene in, autunno, le altre in primavera.

>*9
D b CALTHA : BBGICS FLOS.

C. PLINII SECUNDI
D blla c a l t a : f i o * r b g i o .

190

XV. Proxima ei caltha est concolori amplitu­ dine. Vincit numero foliorum marinam, quinque non excedentem. Eadem odore superatur : est enim gravis calthae. Non levior ei, quam scopam regiam appellant: quamquam folia ejaa olent, non flores. D b b a o c h a b b . D b c om b& bto. D b a s a b o . XVI. Bacchar quoque radicis tantam odoratae est, a qnibusdam nardum rnsticum appellatam. Ungaenta ex ea radice fieri solita apud antiquos, Aristophanes priscae comoediae poeta testis est. Uode quidam errore falso barbaricam eam appella­ bant. Odor est ei cinnamomo proximus. Gracili solo nec hamido provenit. Simillimum ei, com­ bretum appellator, foliorum exilitate usqae in fila attenuata, et procerius quam bacchar. Nec haec sunt tantam, sed eornm qaoqae error cor­ rigendos est, qui bacchar rusticam nardom appellavere. Est enim alia herba sic cognominata, qoam Graeci asaron vocant, cujos speciem figoraraqoe diximus in nardi generibns. Quin immo asaron invenio vocitari, quoniam in corona* non addatur.

XV. Prossima a questa i la calta di somigliaote grandezza e colore. Avanza di nomero di foglie Ia marina, che non ne ha (Jlù di cinqoe ; ma da eis* è vinta d ' odore, perché la calta lo ha grave. Nò più lieve odore ha quella, che si chiama scopa regia, beochè lo gettino le foglie, e non il fiore.
D bl baccabo : d e l com bbkto : d b l l ’ a sa b o .

XVI. Il baccaro ancora ba solo la radice odo­ rìfera, chiamalo da alcuni nardo rustico. Scriva Aristofaoe antico poeta comico, che gli antichi usavano fare ongoenti di quella radice. Onde al­ cuni pigliando errore falsamente la chiamavano barbarica. L ’ odore suo é simile al cinnamomo. Viene in terreno sottile, ma non amido. Molto simile a questo è quella che si chiama combreto, che ha le foglie sottili quasi come filo, e più lun­ ghe che il baccaro. Né basta aver ciò detto : noi dobbiamo correggere anco T errore di coloro, che chiamano il baccaro nardo rustico. Perch’ ella è u n 'altra erba così cognominata, la quale i Greci chiamano asaro, la coi speeie e fi gora raccontam­ mo ragiooando del nardo. Anzi troovo io eh* egli si chiama asaro, perchè non si mette nelle ghir­ lande.
D e l za F fbb a r o : dovb m e g l io fio b isc a : q u a l i
FIORI EBANO IR PBBGIO AI TEMPI DI TBOIA.

Db c b o co : u b i o m n i f l o b b t : q u i flo h k s
TROJANIS TBMPOBIBUS.

XVII. Il zafferano salvalico è ottimo, ma non è XVII. Crocom silvestre optimam : serere in bene seminarlo in Italia, perchè di ogni dram m a Italia minime expedit, ad scripola osqoe singola di esso il terreno ne annoila uno screpolo, come areis decoquentibus. Seritur radicis bolbo. Sati­ a dire che se ne ritrae un terzo meno della spesa. vam latius,majosqoe,ct nitidius,sed multo lenias, Si pianta per radice a balbo. 11 domestico è p iù degenerans abiqae, nec fecundam etiam Cyrenis, largo, e maggiore e più chiaro ; ma facilmente obi semper flores laudatissimi. Prima nobilitas traligna in ogni loogo, non fecondo nè anco a Cilicio, et ibi in Coryco monte : dein Lyciae monte Olympo: mox Centuripino Siciliae. Ali— Cirene, dove i fiorì sempre sono eccellentissimi. La prima nobiltà è data a quello di Cilicia, che qai Phlegraeo secandam locam dedere. Adulte­ è nel monte Corico : dipoi a quello di Licia, nel rator nihil aeqoe. Probatio sinceri, si imposita monta Olimpo; e poscia al Centoripioo di Sicilia. manu crepat, veloti fragile. Humidum enim, qood evenit adulteratione,cedit. Altera probatio : Alcani hanno dato il secondo loogo al Flegreo. Non è cosa che si falsifichi quanto qoesta. La si manu prolata ad ora leniter faciem ocolosque prova del sincero e schietto è, se postovi su la mordeat. Est per se genas saliti blandissimam mano scoppia, come fragile. Perciocché l ' am ido , valgo, qoam sit medio candidam, dialeucon vo­ che si fa per falsificaziooe, scoppia veram ente. cant. Contra Cyrenaico vitium, qood omni croco L’ altra proova è, se toccando il zafferano, e p o r­ nicrios est, et celerrime marcescit. Optimam tando la mano al viso, morde leggermente la ubicamqoe qaod pinguissimam, et brevis capilli: faccia e gli occhi. Il domestico è per sè piacevo­ pessimam vero, qaod sitam redolet. Muciaans lissimo tatto, e quando sia bianco nel mezzo, lo auctor est, in Lycia anno septimo aut octavo chiamano dialeoco. Il Cirenaico ba qoesto difetto, transferri in locum subactum, atqoe ita degene­ eh' egli è più nero che gli altri, e tosto marcisce. rans renovari. Usos ejas io coronis nusquam. 11 migliore in ogni luogo è quello eh* è p iù graaHerba enim est folio angusto paene in capilla-

ISI

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXI. so, e ba i capegli corti ; il peggiore è quello che fiutandolo sa di muffa. Scrive Mudano che in Licia il settimo o l ' ottavo anno si traspone in luogo ben coltivato; e ritiene che così il dege­ nere ripigli la sua natura. Non si mette mai nelle ghirlande, perchè egli ha le foglie strette, e quasi come capegli. Ma si confa maravigliosamente col vin dolce, e così pesto riempie d' odore tutti i teatri. Fiorisce nel tramontar delle Vergilie per po­ chi giorni, e mette il fiore dalle foglie » Verdeg­ gia e raccogliesi nella bruma. Seccasi all’ ombra, ancora che sia di verno. Ha radice carnosa, e più vivace che gli altri. Giovagli esser premuto e calpestato dal piede, e così fa migliore pruova. Perciò appresso alle vie e fonti è bellissimo. Fino a’ tempi di Troia era in pregio. Certo è che Omero loda questi tre fiori, cioè il loto, il zaffe** rano e il giacinto»
DftLLA HATU&i DEGLI ODOlf.

acati m odum . Sed tioo mire coogruit, praeci­ pue dolci : trita m ad theatra replenda.

Floret Vergilionkm occasa paucis diebus, foKoqne florem expellit. V iret brume, et colligi* tur; siecator u m bra, melius etiam hiberna. Car­ nosa e t illi rad ix, vivaciorqne quam ceteris. Gaudet calcari e t atteri pede, quo melius prove­ nit. Ideo juxla semitas ac fontes laetissimum. Trojanis temporibus jam erat honos ei. Hos certe flores Homertu tre* landat, loton, crocon, hyacialhum.

O s l i m i ODOHCH.

XVIII. 7. Omnium autem odoramentorum, XVIII. 7 . 1 fiori ed erbe da odore sono diffe­ atque herbarum differentia est in colore, et odo-*- renti tra loro nel colore, nell'odore, e nel sugo. re, et succo. O dorato sapor raro ulli non amarus : Rade volte è, ohe la cosa che ha odore, non sia e contrario dulcia raro odorata. Itaque et vina amara di sapore ; e per contrario le dolci rade volte hanno odore. Per questo i vini hanno più arastis odoratiora, et silvestria magis omnia sati­ vis. Quorumdam odor suavior e longinquo, pro­ odore che i mosti, e tutte le cose selvatiche più che le domestiche. Alcuno odore è più soave di prius admotus hebetatur, u t violae. Rosa recens lontano, e d ' appresso scema, come quel delle a longinquo olet, sicca propius. Omnis autem viole. La rosa fresca getta odore di lontano, e la verno tem pore acrior, e t matutinis: quidquid ad secca d ’ appresso ; ma Tresca o no, di primavera e meridianas horas diei vergit, hebetator. Novella la mattina ha miglior odore. Ogni cosa volta • qooqoe vetustis minus odorata. Acerrimus tamen mezzo giorno ha manco odore. Le cose novelle •dor omnium aestate media. Rosa et crocum odo­ hanno meno odore che le antiche; ma di mezza ratiora, quatn serenis diebus leguntur: et omnia state ogni odore è potentissimo. Le rose e il zaf­ in calidis, quam in frigidis. In Aegypto tamen ferano hanno maggior odore, quando son m iti minime odorati flores, quia nebulosus e t rosci­ per sereno, e ogni cosa più ne' luoghi caldi ché das aér est a Nilo flumine. Quorumdam suavitati ne4 freddi. In Egitto però i fiori hanno poco gravitas inest. Quaedam, dum virent, non olent, odore, perchè il Nilo vi fa l ' aria nebbiosa e ru ­ propter homorem nimium : u t buceros, quod est giadosa. Con la soavità d ' alcuni fiori è accorafenom graecum. Acutas odor non omnium sine pagoata ancora la graviti. Alcone cose, quando saeeo est, u t violae, rosae, croco. Q uae vero ex acatis socco carent, eorAm omnium odor gravis, soA verdi, non oliscono per rispettò del troppo ot io lilio utriusque generis. Abrotonum et ama­ «more, come il bacerò, cioè il fien greco. L’ odoré acuto proviene in molli ancora dal sugo, racos aere* habent odores. Quorumdam flos tan­ come della viola, della rosa e del zafferano. Ma tam jucundas, reliquae partes ignavae, u t violaè, le cose che hanno odore scoto, e non sugo, son ae rosae. Hortensiorum odoratissima qnae sicca, at rota, meata, a piam , et quae in siccis nascan­ tutte di odor grave, come il giglio dell'una e l'al­ tur. Quaedam vetustate odoratiora, ut cotonea : tra sorte. L ' abrotino e la persa hanno grande eademque decerpta, qnam in suis radicibus. Qaae* odore. Alcone cose hanno solo il fiore odorifero, e l ' altre parti senza odore, come la viola e la fan non nisi defraeta, aut ex attritu olent : alia rosa. Tra l ' erbe degli orti maggior odore hanno & nisi detracto cortice: quaedam vero non nisi on le secche, come la ruta, la menta, l ' appio, e quel­ Ma: sicut th o ra myrrhaeque. le che nascono in loogo secco. Alcuoe quando sono più vecchie hanno maggior odore, come ion le mele cotogne} e più quandosop colte, cbe

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C. P U N II SECUNDI

>94

Flores triti orane* anurioret, qqam intacti. Aliqua arida diutius odorem continent, ut melilo* tos. Quaedam locum ipsum odo ratiorem faciunt, u t iria : quin et arborem totam, cujutcumque radices attingit. Hesperis noctu magis olet, inde nomine invenio. Animalium nullum odoratum, nisi si de pantheris, quod dictum est, credimus.

sull’ albero. Alcune non banrio odoré se non n rompono, o stropicciano. Alcune non l ' hanno, su non si leva loro la corteccia. Alcune altre se non s’ abbruciano, come l’ incenso e la mirra. Tutti i fiori sono più amari pesti, che quando non sono tocchi. Alcune cose secche mantengono lungamente l1 odore, come il meliloto. Alcune fanno il luogo loro più odorifero, come l1 iride ; anzi tutto un albero, solo a toccare le radici. L 'erb a esperi ha maggior odore la notte ; e di qui ha preso il nome. Non c1 è ninno animale odorifero, se non vogliamo credere quello che si dice delle pantere.
D ell '
a id s .

Iu s .

XIX. Illa quoque non omittenda differentia XIX. Mi pare di non dover omettere u n'altra est, odoramentorum molta nihil pertinere ad differenza, ed è, che molti odori sono, che non si coronamenta, u t irin, atque saliuncam, quam­ appartengono a corone e ghirlande, come quel dell* iri e della saliunca, benché Io abbiano maraquam nobilissimi odoris utramque. Sed iris ra­ viglioso. Ma l'iride è lodato solo per la sua radice, dice tantum commendatur, unguentis et medici­ e nasce per fare unguenti e medicine. Viene eccel­ nae nascens. Laudatissima in Illyrico, et ibi quo­ que non in maritimis, sed in silvestribus Drilo- lentissimo in )schiavonia,e quivi pure non ne'luo­ ghi marittimi, ma ne’salvatichi di Drilone « di nis, et Naronae. Proxima in Macedonia, longis­ Narona. Dopo c1è quello di Macedonia : questo sima haec et candicans, et exilis. Tertium locum habet Africana, amplissima inter omnes, gusLu- è lunghissimo, bianco e sottile. 11 terzo luogo ha l ' Africano, maggiore che tutti gli altri, e amaris­ que amarissima. Illyrica quoque duorum gene­ simo al gusto. Lo Schiavone anch' egli è di due rum est : raphanitis a similitudine : e t quae me­ sorti ; il rafanito, cosi nomato dalla somiglianza lior, rhixolomos subrufa. Optima, quae sternu­ eh' egli ha col rafano | e il rizotomo, che è mi­ tamenta tactu movet. Caulem habet oubitalem, erectum. Floret diversi coloris specie, sicut arcus gliore e rosseggia. Ottimo è quello, che toccan­ dolo fa starnutire. Ha il gambo lungo un braccio, coelestis, unde et nomen. Non im probatur et Pi­ sidica. E t fossuri tribus ante mensibus mulsa e dritto. Fiorisce io diversi colori, come l ' are» celeste, onde ha preso il nome. Non è biasimato aqua circumfusa, hoc velati placamento terrae ancora il Pisidico. Quegli che 1 hanno a avegliere* * blandiuntur, circumscripta mucrone gladii orbe per tre mesi innanzi lo bagnano intorno con acqua triplici : et quum legerint eam, protinus in coe­ melata, e in un certo modo con questi veiai ac­ lum adtollunt. Natura est fervens, traetataque carezzano il terreno ; così anche segnanlo all' in­ pusulas ambusti modo facit. torno con la panta d* un coltello in tre giri ; e eome poi l ' hanno colto, subito l ' alzano al cielo. È di natura calda, ed essendo tocco £1 vesciche ai modo di chi sia incotto; Si vuole sopra ogni altra cosa, che le persone Praecipitnr ante omnia, ut casti legant Te­ caste, e non altri, P abbiano a corre. Srate tosto redines oon sicca modo, verum et in terra celer­ i tarli, non solamente secco, ma ancora esseodo rime sentit. Optimum antea irinum Leucade et Elide ferebatur: jarapridem enim et serita r: io terra. Già veniva ottimo iride di Leucade e d ’E lide, perchè ha già gran tempo die vi si semina : nunc e Pamphylia : sed Cilicium maxime lauda­ ora vien di Panfilia ; ma sommsmente lodato è tur, atque e septemtrionalibus. quello di Cilicia e d ' alcune posture del setten­ trione.
D . SALIOKCA. D ella
salicrca .

XX. Saliunca folio quidem subbrevi, et quod XX. La saliunca è fogliosa, ma corta, e n o n si può annodare. Sta appiccata a numerosa radice, necti non possit, radici numerosae cohaeret, her­ ba verius quam flos, densa velqti manu pressa, e veramente si può piuttosto chiamare erba, ch e

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UISTOMA RUM MUNDI L1B. XXI.

12G

brerilerque cespes sui generis. Pannonia hanc gigoit et Norici, Alpiumque aprica : urbium, Eporedia: tantae suavitatis, ut metallum esse coe­ perit. Vestibus interponi eam gratissimum.

fiore, ed è ristretta come se fosse stata'premuta con mano: a dir corto, è cespuglio di specie pro­ pria. Nasce in Ungheria e in Baviera, e ne’luoghi a solatio dell* Alpi, e nel paese d ' Ivrea ; ed è «li sì preziosa soavità, che ha cominciato a essere posto tra le rendite dello stato, come le cave de1metalli. Usasi per gentilezza a metterla fra le vesti.
D bl
po l io ,

P o l i u m , s iv b t b o t h b io h .

o te d t& io .

XXI. Sic e i apud Graecos polion herbam, XXI. Così fanno i Greci dell’ erba polio, illu­ iudytam Musaei et Hesiodi laudibus, ad omnia stre per le lodi che le danno Moseo ed Esiodo, I utilem praedicantium, superque cetera ad famam quali dicono ch'ella è utile a tutte le cose, e fra etiam ae dignitates, prorsosque miram, si modo I ' altre ad acquistare ancora fama e dignità, e (uttradunt) folia ejus mane candida, meridie certo è cosa maravigliosa ( s ' egli è vero quel che purpurea, sole occidente caerulea aspiciuntur. dicono) che le sue foglie la mattina sien bianche, a mezzo giorno rosse, e la sera verdi. Duo genera ejus : campestre, majus: silvestre, E di due sorti : il domestico è maggiore, il quod minus est. Quidam teuthrion vocant Folia salvatico minore. Alcuni lo chiamano teutrio. «inis hominis similia, a radice protinus, nam quam Le foglie sue somigliano I capei canuti dell' uomo, palmo alliora. « cominciano sulla radice ; nè mai sono più alti d* un palmo. Vbstidm
a b m u l a t io com fl o b ib d s .

DBLLB VBJTI, CBE S il R O IMITATO IL COLOBR d b ' FI 0B1 .

XXII. 8. E t d e odoratis floribus satis dictam : io qnibus unguento -vicisse naturam gaudens lu­ xuria, vestibus quoque provocavit eos flores qui colore commendantur. Hos animadverto tres esse principales. Rubentem, in cocco, qui a rosis mi­ grante gratia, idem trahitur suspectu et in pur­ puras Tyrias, dibapbasque, ac Laconicas. Alium in amethysto, qua a viola, et ipse in purpureum, quemque ia n th in u m appellavimus. Geoera enim tractamas, in species multas sese spargentia. Tertius u t, q u i p ro p rie conchylii intelligitur, multis modis : o n u s in heliotropio, et in aliquo e* his plerumque satu ratio r: alius in malva, ad porporaminclinans: alius in viola serotina,con­ chyliorum vegetissim us. Paria nunc componunlar, et natura a tq u e luxuria depugnant.

Lutei video h o n o re m antiquissimum, in nu­ ptialibus flam m eis totam feminis concessam : et fortassis ideo n o n numerari inter principale*» hoc est, co m m u n es maribus ac feminis, quoniam ncieta» p rin c ip a tu m dedit..

XXII. 8. Ora basti il fin qui dello de' fiori odoriferi; ne'cui unguenti gode la lussuria di aver vinto la natura ; ma non fu contenta abbastanza : essa volle anche competere, nell'ornar le sue ve­ sti, con que fiori, i quali hanno color più bello. Io trovo che questi oolori sono tre principali : l'u n o è rosseggiante, vale a dire la grana, che acquista grazia dalla rosa, e fa bellissima vista nel* le porpore Tirie, nelle ritinte, e nelle Laconiche. L 'altro è l ' ametisto, che ritrae dalla viola, e tira anch' esso al purpureo, da noi già detto iantino. E qui si osservi che noi tocchiamo i generi dei co­ lori, cbe in molte specie si suddividono. Il terzo è quello che propriamente •’ intende per conchi* Jio, il quale ha molte modificazioni : nna è nel girasole, .che talora è assai carico e pieno : un'al* tra nella malva che pende in porpora: u n ' altra nella viola serotina, che è il più vivo e nitido colore che derivi dal conchilio. AI presente s 'è introdotta la gara, e contendono insieme la na­ tura e la lussuria. Truovo l’onore del giallo essere antichissimo, conceduto alle sole vesti nuziali delle donne. E forse per ciò non si mette fra i principali, cioè comuni a' maschi e alle femmine, essendo stato l’uso promiscuo che diede il principato agli altri.

C. PLINII SECUNDI D eLL’ AMAKAaXO.

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AuAIiAKTHOS.

XXUI. Amarantho non dubie vincimur. Est autem spica purpurea verius, quam flos aliquis, et ipse sine odore. Mirum in eo, gaudere decerpi et laetius renasci. Provenit Augnilo mense : du­ rat in autumnum. Alexandrino palma, qui de­ cerptus adservatur. Mireque, postquam defecere cuncti flores, madefactus aqua revivescit, et hibernas coronas facit. Summa e}u> natura in nomine est, appellato, quoniam non marcescat.

XX II I. Ma senta dubbio noi sismo vinti dall’ amaranto, il quale è veramente più tosto spiga porporina, che fiore, e non ba odore alcu­ no. È cosa maravigliosa in esso, eh' egli am i d’esser collo, e più abbondevolmente poi rinasca. Viene del mese d* Agosto, e dura fino all’ au tu n ­ no. L’Alessandrino tiene il principato, il quale oolto si conserva. Ed è maraviglia, che poi che lutti gli altri fiori mancarono, questo bagnato con l’ acqua rinviene, e serve a far ghirlande d i verno. Tutta la sua natura è divisata nel nome, essendo egli così chiamato perchè non marcisce. Dbl c ia n o b d e l l ’ o lo c b is o .

C tA N O S : HOLOCHBTSOS.

XXIV. Nel nome ancora è significata la n a ­ XXIV. In nomine et cyani colos: item holotura del ciano, che è un colore, e dell* olocriso. chrysi. Omnes autem hi flores non fuere in nsu Però (ulti questi fiori non furono in uso al tem ­ Alexandri Magni aetate, quoniam proximi a po d’ Alessandro Magno, perchè gli autori, che morie ejus auctores siluere de illis: quo mani­ furono poco dopo la morte sua, non n 'h a n n o festum est postea placuisse. A Graecis tamen re­ parlato 1 onde si vede come eglino sono piaciuti perto* quis dubitet ; non aliter Italia usurpante dipoi. Ma però chi dubita eh’ essi non sieno stati nomina illorum ? trovati da' Greci, poiché l’ Italia gli chiama se­ condo i nomi loro ?
P
e t il iu m

:

b e l l io .

D el v b t i l i o : d b l b b l l i o h b . XXV. La Grecia similmente pose 1 nom e al 1 petilio, il quale nasce l'autunno intorno a’prn ni, e piace solo per rispetto del colore, il quale è di rosa salvatica. Ha cinque foglie, ma piccole. E maraviglia che questo fiore pieghi la cima, e che non nasca se non con la foglia torta, e con piocola boccia, di vario colore, la quale ha in sè il seme glsllo. Giallo similmente è il fiore chiamato beltione, il quale è coronato di cinquantacinque barboline. Questi sono fiori di prato, ma i più non eono io uso, e perciò non hanno nome, o l’hanno diverso, secondo la diversità de* luoghi. Del crisocome, o crisiti. XXVI. Il crisocome, ovvero crisiti, non h a nome latino. È alto un palmo, e fa grappoli fo lli d i coccoline d’aureo colore : ha radice nera, e sa­ pore di dolce brusco, e nasce in luoghi p etro si « ombrosi.
D i q u il l e p i a n t e c h e d a b f i o b i p bb l b

XXV. At Hercules petilio ipsa nomen impo­ suit, autumnali, circaque vepres nascenti, et tan­ tum colore commendato, qui est rosae silvestris. Folia parva, quina. Mirumque in eo flore, infle­ cti cacumen, et non nisi retorto folia nasci, parvo calyce, ac versicolori, luteum semen includente.

Luteus et bellio pastillicantibus quinquag enis rquinis barbulis coronatur. Pratenses hi flores, ae sine usu plerique, et ideo sine nominibas. Quin e t his ipsis alia alii vocabula imponunt.
C h &y s o c o m b ,
s iv b c h r y s i t i s ,

XXVI. Cbrysoeome, sive chrysitis, non habet latinam appellationem. Palmi altitudine est, co­ mantibus fulgore auri corymbis, radice nigra, ex austero dulci, in petrosis opacisque nascens.

Q lJ l VBUTlCBS

v l o b b cokonbh t.

coaom .

XXVII. 9. E t fere peractis colorum quoque ce­ leberrimis, transeat ralio ad eas coronas, quae varietale sola placent. Duo earum genera, quan-

XXVII. g. Avendo noi trattato quasi d i t u t t i i più nobili colori, ragioneremo di quelle g h ir ­ lande, le quali piacciono solo per la varietà l o r o .

■» i

HISTORIARUM MONDI L1B. XXI.

i3o

do afiae flore constant. aliae folio. Florem esse dixerim geuistas(nam que et iis decerpitur luteus): item rh o d o d e n d ro n : item zisipha, quae et Cap­ padocia v o c a n tu r: his odoratus, similis olearum floribus. Io v e p rib u s nascitur cyclaminum, de quo plura alias. F lo s ejus Colossicus in coronas admittitor.

Esse sono di due sorti ; perciocché alcuoe sono di fiori, e alcuue di Iroodi. Fiore dirò io che sieno le ginestre { perchè anche da esse si coglie il giallo), e così il rododendro, e le zizife ancora, chiamate pur Cappadocie, il cui odore è simile t quello de' fiori dell* olivo ; e finalmente il cicla­ mino, che nasce tra1 p ru n i, del quale un1altra volta ragioneremo più a lungo. Il fior suo pur­ pureo, somigliante al belletto della città di Colussi in Troade, si mette nelle ghirlande. D i quelle cbb solb foglie.

Q o i FOLIO.

XXVIII. Le foglio della amilace, dell'ellera e XXVIII. F o l i a in coronamentis smilacis et ederae, c o ry m b ic ju e earum oblinent principa­ del corimbo vanno nelle ghirlande, e tali ghir­ lande banuo il primo luogo. Di easi abbiamo già tum, de q u ib u s in fruticum loco abutide diximus. ragionato iu copia parlando dei frutici. Sonci Sunt et alta penerà» homi ni hos graecis indicanda, altre ragioni di piante da ghirlande, le quali ap­ quia ooslris m a j o r e ex parte hujus nomenclatupelleremo co' nomi greci, perchè i Latini ntm si ne defuit c u r a , k it pleraquè eorum In exteris souo curali di porre lor nome. La maggior parte terris nSseuntut*, n o b is tamen consectanda, quo* d'essi nascono in paesi lontani ; ma da noi tono niam de n a t u r a se rm o , non de llaKa est. stali ricerchi, essendo inlenzion nostra trattare della naturi di tutte le cose, non pure d 'ila* lia sola.
Me l o t h b o s , s p i b a b a ,
uttabha.

o b ig a h o m : cmBohom sivb

D el

mulotbo,

s p ib b a ,

o b ig a k o ,

creobo

q

c a s ia

CASIA, GSSEK A DCO! MELISSOPHYttOM SIVE MB* M e l i l o t o s , quae s b s t o l a C am pan a .

di dub specib
D el C a m p a » a.

: dbl mblissofii.lo o melittewa.
,
che arche d ic e s i

m buloto

s ta n i

la

X XIX . Ergo in coronamenta folio venere raelo th ro o , spirae», origanon, cneoron, quod casiam Hy«rinns vocat : et quod cunilaginem, quae co­ nyza : metissophyllon, quod apiastrum : melilo­ to n , quod sertulam Campanaro vocamus. Est eoim in Campania Italiae laudatissima, Graecis in S un io : mox Chalcidica elCreliea: ubicumque ■vero asperis e< silvestribus nata. Coronas ex ea auliquilus factitatas, indicio e st nomen sertulae, quod occupavit. Odor ejus croco ricinus est, et flos; ipsa cana. Placet ma­ xim e foliis brevissimis atque pinguissimis.

XXIX. Vengono adunque nelle ghirlande di foglie il melotro, la spirea, 1' origano, il cneoro, che Igino chiama cassia ; e la cooiza, «letta già cu­ nilagine ; e il roelissofillo, che si chiama appia^ slro ; e il meliloto, che noi chiamiamo serlula Campana, perch' è eccellentissima in Campagna d'Italia, e in Sunio di Grecia; poi in Calcide e in Creta ; nascente solo in luoghi aspri e salvatichi. Di questa anticamente si facevano ghirlande, come ce ne dà segno il nome di serlula, eh' ella ha preso. L'odore e il fior suo è vicino a quello del zafferano, ma essa è bianca. Piace mollo quella che ha le foglie tortissime e grassissime.
Di

T siro t.ii GsifBBA in. H y e id o m i. X X X . Folto c o ro n i! et trifolium. Tria ejus fenera. M irtyanthes vocant Graeci, alii asphaltion, majore folio, q u o nlrintur coronarii. Alterum acuto, o ry trip h y llo n . Tertium e l omùibus mi­ nutissimum. I n t e r b aec nervosi cauliculi quibusb, u t r o a r a tb rd , hippomaralhro, myophono. Clunlor e f e r u lis e t corymbis; et ederae flore purpureo. E s t e t i n alio genere earum silvestriku rosis simili»* E l in »•* quoque colos lanium «Iclcctat, o > o r a u l e ” 1 abest. 1

tb e sagiori di tb ifo g lio. D e l mioforo.

XXX. Con le foglie del trifoglio sneora si fanno ghirlande. Éccenedi tre sorli; l'uno è chia­ mato dai Greci miniante, da altri asfaltio, che ha le foglie maggiori che gli altri, usate in prefe­ renza da quegli che fanno le ghirlande. 11 secon­ do, che ha le foglie acute, è chiamato ossitrifillo. Il terzo è il più minuto di lutti. Fra questi sono alcuni che haono il gambo nervoso, come il maralro, l ' ippomaralro e il miofono. Usano la fe­ rula, le coccole e il fior rosso dell' ellcra. Kcui

C. PLINII SECUNDI un' altra sorte simile alle rose salvatiche, cbe si appella cistro. Di questi diletta solamenta il co­ lore, perchè non hanno fragranza veruna. 10. El cneori duo genera, nigri atqoe can­ io. Il cneoro è di doe sorti ; cioè nero e bian­ didi. Hoc et odoratum : ramosa arabo. Florent co : questo è odoroso, e l’ uno e l’ altro è fornito post aequinoctium autumnum. Totidem et ori­ di rami. Fioriscono dopo l'equinozio dell’auton­ gani in coronamentis species. Alterius enim nalno. Altrettante sono le specie dell' origano nelle Jum semen. Id, cui odor est, Creticum vocatur. ghirlande, perchè l'altro, che è detto tragorigauo, non ha seme veruno. Quello che ha odore, si chiama Cretico,
T
h y m i gbm bba h i .

F

lore

(U s c b r t ia ,

Di

tre

r a o io r i d i t i n o . N ascb d a l f i o r e s b h ib a to ,
BOB DAL I B M .

KOH SEMIR8.

XXXI. Altrettante cono le specie del timo, XXXI. Totidem et thymi : candidum, ac ni­ cioè bianeo e nero. Fiorisce intorno a* so Isti zìi, gricans. Florei autem circa solstitia, quum et allorché le pecchie lo colgono, e si fa l'angario apes deccrpunt, et augurium mellis est. Proven­ del mele ; perchè qaando esso abbondevolmenle tum enim sperant apiarii large florescente eo. fiorisce, coloro cha attendono alle pecchie spe­ Laeditur imbribus, aroittitque florem. Semen rano dovizia di mele. Dalle piogge è offeso, e thymi non potest deprehendi, quum origani perde il fiore. Il ano aeme non ai può corre ; perquam minutum, non tamen fallat. Sed quid mentre quello dell' origano, benché sia minutis­ interest occultasse id natorara ? In flore ipso insimo, si può. Ma che rileva che la natura l ' abbia telligitur, satoque eo nascitur. Quid non tentanascoso ? Si sa che è nello stesso fiore, perchè se­ vere homines? Mellis Attici in toto orbe summa minatolo nasce. E che non hanno tentato gli laus existimatur. Ergo translatum est ex Attica uomini? Il mele Ateniese è tenuto in gran ripu­ thymum, et vix flore (uti docemus) satum. Sed tazione per tutto il mondo. Si conduoe adunque alia ratio naturae obstitit, non durante Attico il timo dal territorio di Atene, e (come diciamo) thymo, nisi in addata maris. E rat quidem haec si poò appena seminare col suo fiore. Alla diffi­ opinio antiqua in omni thymo, ideoque non na­ coltà di cogliere il seme u n 'altra n' ha aggiunto sci in Arcadia. Tunc oleam non putabant gigni, la natura, poiché il timo Attico non darà se noa nisi intra ccc stadia a mari. Thymis quidem nnnc dove senta l'alito del mare. Era questa l'opinione etiam lapideos campos in provincia Narbonensi degli aolichi in ogni sorte di timo, e perciò tene­ reiertos scimus : hoc paene solo reditu, e longin­ vano che non nascesse in Arcadia. Allora non qui* regionibus pecudum millibus convenien­ credevano neppure che l ' ulivo nascesse più lon­ tibus, u t tbymo vescantur. tano dal mare che trentasette miglia e mezzo. In Provenza sono campi sassosi pieni di timo, i quali quasi non rendono altro; se non che di paese lontano vengono a pascere il timo le bestie.
Go
it ia

.

D blla

c o b iz a .

XXXII. Et conyzae duo genera in corona­ mentis, mas ac femina. Differentia in folio. Te­ nuius feminae, et constrictius, angustiusqne : imbricatum maris, et ramosius. Flos quoque magis splendet ejus, serotinos utrique post Ar­ cturum. Mas odore gravior, femina acutior : et ideo contra bestiarum morsus aptior. Folia femi­ nae mellis odorem habent. Masculae radix a quibusdam libanotis appellatur, de qua dixi­ mus.

XXXII. Usansi due sorti di coniza nelle gh ir­ lande, cioè il maschio e la femmina. La differenza è nelle foglie.. L# femmina le ha più sottili, p iù strette e più corte : il maschio le ha in foggia d’ embrice, e più ramose. II sao fiore anohe p iù riluce : 1' uno e l'altro lo fa serotino dopo l’A r­ turo. 11 maschio ha odore più grave, e la fem m i­ na più acuto, e perciò è migliore contra i m orsi delle bestie. Le faglie della femmina hanno o d o re di mele. La radice del maschio è da alcuni ch ia­ mata libanoti, di che già abbiamo parlala.

i33

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXI.

134

JoflS PLOS! HRM8 ROCALLK5 . H i LEVI DM. PlLO l. Q o i l u m BT FOLIO ODORAVA.

D e l p io r d i Giovb : D e l l ' e m e r o c a l l e . D e l l ' r l e h io .

D e l p l o x . P ia n t e odorose b e l l e ram e

r b e l l e v o g l ie .

XXX1U. E t tantom folio coronant, Jovis flos, amaracus, hemerocalles, abrotonum, heleniam, sisym brium , serpyllum, omnia surculosa, roue m odo. Colore tantum placet Jovis flos, odor abest : sicut et illi, qui graece phlox voca­ tor. Et ram is autem et folio odorata sunt, exce­ pto serpyllo. Helenium e laerymis Helenae dici­ tor natum, e t ideo in Helene insula laudatissimum. Est aotem frutex hum i se spargens dodrantali* bos ramulis, folio simili serpyllo.

XXXIII. Il fior di Giove, la persa, Temeròcalle, l ' abrotino, l’elenio, il sisimbrio, ilsermollino, solo con le foglie fanno ghirlanda. Questi son pieni di germogli, come la rosa. 11 fior di Giove piace solo per rispetto del colore, perchè non ha olezzo, siccome qoello che i Greci chiamano flex. Gli altri s o n o odorati ne' rami e nelle foglie, fuor che il sermolliuo. L'elenio si dice che nacque delle lagrime d ' Elena, e che perciò è eccellentissimo nell1isola Elene. Questo è uno sterpo, il quale va per terra con piccoli vami, e ha le foglie aimiti • quelle del sermollino.
D e l l ' a r r o tin o . D b l l ' a d o b io d i o d e m a n ie r e . P ia n t e c h e si pr o pa g a n o da s è . D e l lbocan -

AtaoTomm. A dobitjm, genera ii . I psa se proPAOABTIA. L eDCARTHBM . DM

TEM O. XXXIV. L 'abrotino ha odore giocondo e XXXIV. Abrotonum odore jucunde gravi floret; est autem flos aurei eoioris. Vacuum sponte grave, e il fiore è di color d'oro. Nasce da sè me­ provenit. Cacomiue suo se propagat. Seritur desimo, e con la pania sua da sè si propagina. autem semine melius, quam radice aut sarculo : Ponsi meglio col seme, che con radice, o con semine quoque non sine negotio: plantaria trans* piante : quello eh' è nato di seme è di più van­ feruntur. Sic et adonium. Utrumque aestate. taggio, poiché le pianticelle si possono trasporre. Alsiosa enim admodum sunt, et sole tamen nimio Così fa 1 adonto ; ma l’ uno e l’ altro di state, * laedantur. Sed ubi convaluere, rutae vice fruti­ perché temono il freddo, quantunque anco il can t Abrotono simile odore leacanlhemum est, troppo sole gli offende. Però quando sono appre­ flore «Ibo foliosam. si, crescono e germogliano come la ruta. All* abrotino è simile il leucanlemo, che ha il fior bian­ co e foglioso.
A m araci
o b se r a doo.

D i DDE SPECIE DELL* AMARACO.

XXXV. i i . Amaracum Diodes medieus et XXXV. 11. Diocle medico e i Siciliani chia­ marono amaraco quello che l ' Egitto e la Siria Sicula gess appellavere, quod Aegyptus et Syria chiaman sansuco. Seminasi all'uno e l'altro modo, sampsocham. S eritur utroque genere, et semine cioè col seme, e col ramo, ed è più vivace che i et ramo, vivacius sopradictis, et odore melius. sopraddetti, e di miglior odore. L' amaraco fa Copiosam amaraco aeque,quam abrotono, semen. Sed abrotono radix ana et alte descendens: cele­ mollo seme, come l ' abrotino. Ma l ' abrotino ha una radice sola, e che va molto sotto, la quale ris in somma te rra leviter haerens. Reliquorum satio autum no fiere incipiente, nec non et vere negli altri legger mente *' appiglia alla superficie della terra. Gli altri si seminano nel principio qoiboadam locis, qnae umbra gaudent, et aqua, dell' autunno, e anche nella primavera in certi ac fimo. luoghi che amano l ' ombra e l ' acqua e il gras­ sume.
N tctbgrktdm ,
s iv b c h en o m y c bo s , s iv b

D e l n it t r g r e t o ,

o

c b b n o m o o , o n t t t il o p a .

NYCTALOPS.

X X X V I. Nyclegreton inter pauca miratus est tfcaaoeritus, colori* bysgini, folio spinae, nec a terta se adtollenlem , praecipuam in Gedrosia

XXXVI. Tra le cose rare Democrito ammira il niltegreto, che ha color di porpora e foglie di spina, e che non cresce molto alto, ed è eccellente

C. PLINII SECUNDI narrai. Erui posi aequinoctium vernum radici­ bus.- Magos Parthorumque rege» uti hac h erta ad vola suscipienda. Eamdem vocari chenomychon, quoniam anseres a priroo oonspectu ejus expavescant: ab aliis nyclalopa, quoniam e lon­ ginquo noctibus fulgeat.
M e l il o t o s .

in Gedrosia. Dice che ai cava con le radici dopo l'equinozio della primavera; che i Magi e i re dei Parti usaop questa erba, quando fan-voti ; ch'el­ la si chiama ancora chenomieo, perchè le oche co­ me la veggooo subito si spaveotano ; e che da al­ cuni è domandata oitlilopi, pereti' ella riluce di lontano la notte. D el
m e l il o t o .

XXXVII. Melilotos ubique nascitur : lauda* tissima tamen in Attica : ubicumque vero recens nec candicans, et croco quam simillima : quam­ quam in Italia odoralior candida.

XXX VII. II meliloto nasce per (otto; ma però è eccellentissimo nel paese d 'Alene. In ogni luogo è fresco, e non biancheggia, ed è molto simile al zafferano, benché in Italia aia molto odorifero • bianco. Con q u a l
o r d i n e d i te m p i n a s c o n o i f i o r i . F i o r i
m e l a n t io : l ' e l io c r is o : il

QOO ORDIRE TEMPORUM FLORES HISCANTUR. VERNI FLORES : VIOLA : ANEMONS CORONARIA : OENAN­ THE HERRA : MELIANTBUM : HELIOCHRYSOS ‘ GLA­ . DIOLUS : HYACINTHOS.

DI PRIMAVERA : LA VIOLA : L'ANEMONE CORONARIO:
l ’ erra e n a n t e : il

g l a d i o l o : i l g ia c i n t o .

XXXVIII. Florum prima ver nuntiantium * viola alba. Tepidioribus vero locin cliam hieme emicat. Postea quae ion appellatur, el purpurea. Proxime flammea, quae et phlox vocatur, silve­ stris dumlaxal. Cyclaminum bis anno, vere et aulnrano: aestales hieraesque fugit. Seriores su­ pra dictis aliquando narcissus et lilium trans maria: in Italia quidem, u t diximus,post rosam. Nam in Graecia tardius etiamnum anemone. Est autem haec silvestrium bolborum flos, aliaque quam quae dicetur in medicinis. Sequitur oenan­ the, melianthum : ex silvestribus heliochrysos. Deinde alterum genas anemones, quae limonia vocatur. Post hanc gladiolus comitatas hyacin­ this. Novissima rosa : eademque prima deficit, excepta sativa: e celeris hyacinthus maxime du­ rat, et viola alba, et oenanlhe : sed haec ila, si divolsa crebro prohibeatur io semen abire. Naaciiur locis tepidis. Odor idem ei, qui germinan­ tibus ovis, alque inde nomen.

Hyacinthum comitator fabula doplex,luctum praeferens ejus quem Apollo dilexerat, aut ex Ajacis cruore editi, ita discurrentibus venis, ut gr aeca rum litterarum figura AI legatur inscripta.

Heliochrysos florem babet auro similem, fo­ lium tenne, cauliculum quoque gracilem, sed durum. Hoc coronare se Magi, si et unguenta sumantur ex auro, quod apyron vocant, ad gra­ tiam quoque vitae gloriamque pertinere arbi­ trantur. E t verni quidem fleres hi sunt.

XXXVIII. La viola bianca è il primo Bore, che annunzi! la primavera; e ne’ luoghi caldi viene- anco fuori il verno. Poi è quella, che si chiama io, ed è purpurea. Dopo la flammea, che si chiama anco flox, solamente salvatica. Il cicla­ mino fa due volte l ' anno, cioè la primavera e l ' autunno : fugge la stale e il verno. Piò serotini che i sopraddetti alcuna volta sono il narciso e il giglio olirà mare; ma in Italia,come dicemmo, vengono dopo le rose. Perciocché in Grecia sono ancora piò serotini che l'anemone. Questo è il fiore delle cipolle salvaliche, e diverso da quello, di cui si parlerà nelle medicine. Segue Penante e il melianto, e de'salvatichi l ’eliocriso. Dipoi un'altra sorte d’ anemone, che si chiama limo­ nio. Dopo questo, il gladiolo accompagnalo coi giacinti. L* ultima è la rosa. Essa è ancora il pri­ mo fiore che manca, fuor che la domestica : fra gli altri il giacinto dura molto, e la viola bianoa, e l ' enante ; ma questo solamente se svelto spesso non si lascia semenzire. Nasce in luoghi caldi, e ha il medesimo odore che hanno l ' uve, quando elle germogliano, d ' onde s 'ha preso il nome. Il giacinto è accompagnato da due favole, cioè, eh' egli ritenga colore luttuoso in m em ori» di quel fanciullo, che Apolline amò, o perchè nacque del sangue d' Aiace, perocché egli ha in sé alcune vene, le quali paiono lettere greche, le quali dicono AI. L' eliocriso ha il fiore simile all’oro, le foglie minute, il gambo sottile e duro. Credono che d i questo si facciano i Magi le ghirlande, se pigliano anche 1' unguento del vaso d 'o ro , il quale chia­ mano apiron, e che giovi a procacciarsi b en iv o lenza e gloria. Tulli questi sono i fiori di p rim a ­ vera.

i37

HISTORIARUM MLINDI L1B. XXI.

«3»

àesttvi

flores:

l y c h r is

: t ip b t o x : amaracus SIVB CBAMARDAPHRK.

F io r i d i s t a t b ; i l lic b i : i l t i f i o : l ' a m araco f r i ­ g i o : DCB SORTI m POTO, DDE D* ORSINA: r>A VIRc a p e r v i MCA, o c a m e d a p n b . D e m .* k r b a s e m p r e VERDE.

PBRYGICS. P o T H l GERVBA DUO. ORSIRAR GENERA DUO. VlNCAPBBVlRCA , Q o AR SEMPRE VIREAT DEBBA.

XXXIX. S u c ce d an t illis «estivi, lychnis, el Jovis flos, e t a lteru m genus lilii. Item tiphyon, et amaracus, q o e m Phrygiam cognominant. Sed maxime spectabilis pothos. Duo genera hujos : imam, coi flos hyacinthi est : alterum candidius, qai fere n a sc ila r in tumulis, qaoaiam fortius darai. E t iris aestate (lorei. Abeunt et hi, mareescuolqoe, Alii ra r s a s subeunt autumno : ter­ tiam genas lilii : $t crocum in utroque genere : ■nam hebes» a lte ru m odoratum : primis omnia imbribus em ican tia. Coronarii qnidem et spinae fiore utantur : q u ip p e quum spiane albae cauli­ coli inter o b lectam en ta gulae quoque condiantur. Bic est trans m a ria o rdo florum. In Italia violis saccedil rosa : h u ic intervenit lilium: rosam cya­ nos excipit, cy an u m aroaranthus. Nam vincapervioea semper v ire t, in modum lineae foliis genieulathn circu m d a ta , topiaria herba. Inopiam Uroen florum aliq u a n d o supplet. Haec a Graecis cfcamaedaphne v o catu r.

XXXIX. Vengono dopo questi i fiori dell» stil­ le, cioè il licini, il fior di Giove, e un* altra sorte di giglio; non che il tifio, e Pamuraco cognomina­ to Frigio. Viene inoltre il poto, il quale è molto vago da vedere, ed è di due sorti ; l ' uno che ha il fior di giacinto, I*altro ch’è piè bianco, e nasce per lo più ne* poggi, il perchè dura molto. L* iri fiorisce anch* egli la stale. Questi se ne vanno, e marciscono ; e di nuovo ne vengono degli altri l'autunno, cioè, una terza »orte di giglio, e il gruogo dell' uno e l'a ltro genere, 1' uno senza odore,' e l ' altro odorifero, i quali escono lutti fuori per le prime piogge. Quegli che fanno le ghirlande usano ancora il fiore della spina ; dacché le messe tenere della spina bianca si mettono fra le vivan­ de delicate. Questo è P ordine de* fiori d* olirà mare. In Italia dopo le viole vien la rosa, e in­ nanzi che la rosa manchi, viene il giglio : dopo la rosa viene il ciano, e dopo il ciano l’amaranto. Perciocché la vincapervinca è sempre verde, cir­ condata di nodelli e di foglie in modo di linee. Questa è erba topiaria, di cui si fanno diverse fi­ gure; ma talora supplisce alla carestia de* fiori. 1 Greci la chiamano caraedafne.
Q
u a r t o d u b i l a v it a a c ia s c u n f i o r e .

Ql7AM L O R G i CUIQUE FLORUM VITA.

XL. Vita lo n gissim a violae albae Irimaln. Ab eo tempore d e g e n e ra t. Rosa et quinquennium perfel, nec re c is a , nec adusta. Illo enim modo joveaesait. D ix im u s et terram referre plurimum. Nam et io Aegy p i o sine odore haec omnia : lantaroque myri is o d o r praecipuus. Alicubi etiam biois messibus an te ce d it germinatio omnium. Rosaria a F a v o n io fossa oportet esse, iterumque toblitio. E t id a g e n d a m , ut intra id tempus pur­ gata ac para a io t.

XL. La viola bianca ba lunghissima vita, per­ chè dura tre anni. Da quel tempo in là traligna. La rosa non potala, nè ars», dura ancora cinque anni, perchè in quel modo ringiovanisca. Dicem­ mo già che ancora la terra importa assai. Percioc­ ché tulle queste cose in Egitto non hanno odor veruno, e solo le moriine hanno quivi grandissimo odore. In qualche luogo ancora tulli questi fiori vengono due mesi prima. 1 rosai si lavorano quan­ do comincia a soffiare Favonio, e un 'altra volta da mezza state. E ciò si fa, perchè fra questo tem­ po sieno purgali e netti.
Q
u a l i f i o r i v o g l io x s i p i a n t a r e p e r l e p b c c h ir .

Q bab

r& opTsa i r u

srbrkd *

m m

flores.

C b rirth e .

D el c b r i r t b .

XLI. ia. V eru m borlis coronamentisqoe maiime alvearia e t apes conveniunt, res praecipui qoaestus cosupendiiqoe, qoum Cavit. Haram ergo tw u oportet serere thymum, apiastrum, rosam, violas, lilium , cy tisum, fabam, erviliam, cunilam, tyaver, conyzam , casiam, raelilolam, melissol^jllam, ce rin th e n . £*t autem cerialhe folia

XLI. i a. Agli orti e alle piante da ghirlande si confanno benissimo le pecchie, e le casse loro; cose di guadagno grandissimo, quando elle passan bene. Per cagioo d'esse adunque bisogna seminare il li­ mo, l'appiastro, la resa, le viole, il giglio, il citiso, la fava, la rubigli?, la cunila, il papa vero, laconica, la cassia, il melilolo, il melissofillo, e il cerinle.

C. PLINII SECONDI candido, incnrro, cubitalis, capite concavo, mel­ lis succum habente. Horom floris avidissimae suot, atque etiam sinapis, quod miremur, quum olivae florem ab his non attingi constet, ldeoque hanc arborem procul esse melius sit: quorn ali­ quas quam proxime seri conveuiat, quae et evo­ lantium examina invitent, nec longias abire pa­ tiantur. li cerinle ha Ia foglia bianca, ritorta, lunga nn braccio, e il capo concavo, ehe ha sugo di mele. Alle pecchie piacciono molto questi fiori, e quel della senape ancora; di che mi maraviglio molto, veggendo eh1elle uon toccano il fior dell* ulivo. E perciò saria bene che questo albero fosse loro discosto ; dove all' inconiro bisogna pianlarvenC appresso alcuni altri, acciocché gli sciami loro possano volarvi sopra, e non abbiano a ire lon­ tano. D elle mfb & mità di bssb, b db*i m e n i . XLI 1. Risogna ancora tener loro discosto l'al­ bero del corniolo, perciocché quando elle assag­ giano de' suoi fiori, si muove loro il corpo, e si muoio- no. 11 rimedio è dare loro sorbe peste eoo mele, orina d ' uomini, o di buoi, o graoella di melagrana spruzzate di vino ammineo. E loro gratissima ancora la ginestra. D ella pastosa d b lu pecchie. XL 111. E maraviglioso e degoo di conside­ razione ciò eh'io ho trovato de'cibi delle pecchie. E un villaggio sul Po, che si chiama Ostiglia. Gli uomini di questo luogo, mancando la pastora alle pecchie, pongon le casse sulle navi, e la notte vanno cinque miglia contra acqua. Le pecchie uscite fuori al far del giorno, e pasciute, ritornano tutto il dì alle navi, mutando luogo, infino a che dal peso aggravale le navi, conoscono quegli no­ mini che le casse son piene, e ritornando cavano il mele. In Ispagna fanno portar le casse dai muli per eguale cagione. D bl mele awblbsato, b db' simbdu costao ESSO. XLIV. i 3. La pastura è di tanta im portansa, che alcuna volta per causa loro i meli si fa n n o ve* leu osi. In Eraclea di Ponto a certi anni sono peri­ colosissimi, benché fatti dalle medesime pecchie. Né gli autori hanno delto di quai 6ori si facciano questi meli. Io dirò quello ohe n 'h o trovato. Écci una erba, la quale perch' ella uccide le bestie, a massimamente le capre, èchiamata egolelro. I fiori d ' essa infradiciando, quando la primavera è piovosa, diventano velenosi. Però questa sciagura non avviene ogni anno. I segni del mele avvele­ nato son questi, che egli non si rassoda bene, ebe il colore è più rosso, l’odore strano, e subito muove lo starnato, e eh’ egli 4 più pesante d e l buono. Quei che ne mangiano, si gettano in te rra , cercando il fresco, perchè sudano molto. I rim e dii a ciò sono assai, ma gli diremo al suo luo g o .

D b IOMII BAECM BT BEMBDlIS. , XLI1. Cornum qaoqae arborem caveri opor­ te t: flore ejus degustato, alvo cita moriantur. Remedium, sorba contusa e meile praebere his, vel urinam hominum, vel boum, aut grana punici mali, ammineo vino conspersa. At genistas cir­ cumseri alveariis gratissimum.

D b pabulo apium. XLIII. Miram est dignamqae memoratu, de alimentis quod comperi. Hostilia vicos adloitur Pado. Hujus inquilini pabulo circa deficiente im­ ponant navibus alvos, noctibusque quina millia passuum contrario amne naves subvehunt. Egres­ sae luce apes pastaeqne, ad naves quotidie remeant, mutantes locum, donec pondere ipso pressis navibas plenae alvi inlelliganlur, revectisqpe eximantur mella. E t ia Hispania mulis provehunt, simili de causa.

Db vbvemato mbllb, bt remediis ejcs.

XLIV. i 3. Tanturaqne pabulum refert, ut mella qaoqae venenata fiaot. Heracleae in Ponto, quibusdam annis perniciosissima exsistunt, ab iisdem apibus facta. Nec dixere anciores, e qui­ bus floribus ea fierent. Nos trademus, quae comperimas. Herba est ab exilio et juraentornra quidem, sed praecipue caprarum, appellata aegolethron. Hujus flores concipiunt noxium virus, aquoso vere marcescentes. Ita fit, a t non omni­ bus annis sentiatur hoc malum. Venenati si^na sunt, quod omnino non densator, quod color magis rulilns est, odor alienas, sternutamenta protinus movens, quod ponderosius innoxio. Qui edere, abjiciant se ham i, refrigerationem quaerentes; nam et sudore diffluunt. Remedia sunt multa, quae suis locis dicemus. Sed quoniam statino repraesentari aliquam laniis insidiis o por­

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXI. lei, mulsum vetus e meile opHmo et ruta : salsa­ menta etiam , si rejiciantur sumpla crebro. Cerlumque est id malum per excrementa ad canes etiam pervenire, aimiliterque torqueri eos. Mul­ sam tamen ex eo iuveleralura, innocuum esse canstat: ek feminarum cutem nullo melius ememlari cuna costo, sugillata cum aloè. Ma perchè pur bisogna metterne innanti alcuno in tanto pericolo, ottima cosa è il via raulso vecchio, con buonissimo mele e con ruta; e i sala­ mi ancora,se l'uomo gli ributta spesso fuora o per isputo o per vomito o per di sotto. Ed è certo, che questo male per lo sterco s ' appicca a’ cani, e eh’ essi ancora ne sentono travaglio. Nondimeno il vin mulso, fatto di questo mele invecchiato, non fa mal verono. La pelle delle donne con nin­ na altra cosa meglio si pulisce, che con questo unito col costo ; però stropicciata prima eoa aloe. D el
m blb pa sso .

D b i m i IM ABO. 5 XLV. A lio d genus in eodem Ponti situ, geale Sannorum , mellis, quod ab insania, quam gigoit, maenomenon vocant. Id existimatur con­ trahi flore rhododendri, quo scatent silvae. Genaqoe ea, quum ceram in tributa Romania praestet, mei (quoniam exitiale esL) non vendit. E t in Perside, e t in Mauretaniae Caesariensis Gaetulia, contermina Massaesylis, venenati favi gignuntur : quidaioque a parte, quo nihil esse £al)acius po­ test, nisi quod livore deprehenduntur. Quid sibi voluisse naturam iis arbitrem ur insidiis, u t ab iisdem apibus, nec omnibus annis fierent, aut non totis favis? Parum erat genuisse rem, ia qua venenum facillime darelur: etiamne hoc ipsa in m eile to t animalibus dedit ? Quid sibi voluit, n isi o t cautiorem minusque avidum faceret homi­ n e m ? Non enim et ipsis )ara apibus cuspides d e d e ra t, et quidem venenatas? Remedio adver­ sus b a s u lique non differendo. Ergo malvae suc­ co, a u t foliorum ederae perungi salutare est, vel percussos ea bibere. Mirum tamen est, venena p o rtan tes ore, figentesque ipsas non mori : nisi quod illa dom ina rerum omnium hanc dedit repugnantiam apibus : sicut contra serpentes Psyllis Marsisqoe in ter homines.

XLV. Nel medesimo paese di Ponto è un1al­ tra sorte di mele, il quale in certi anni fa impaz­ zare, e per questo si chiama menomeno. Credesi che ciò proceda da* fiori del rododendro, di cui sono pieoi i boschi. Quei popoli danno a* Romani la cera per tributo, ma oon vendono altrimenti il mele, perch* egli è pericoloso. In Persia, e in Getulia, eh' è oella Mauritania Cesariense, e che con­ fina co* Massesili, nascono fialoni velenosi, e certi da una parte sola, di che non può essere cosa più fallace ; se non che si conoscono per certo livi­ dore. O r che cosa crediamo noi che la natura abbia voluto fare con tanti tradimenti, voleudo che le medesime pecchie non facessero ogni anno il mele velenoso, nè anco in tutti i fialoni ? Poco le pareva aver generata una cosa, nella quale il veleno facilmente si potesse dare, eh* essa ancora 1 ha dato nel mele a tanti animali. Che ha voluto ' ella per ciò, se non far 1 uomo più accorto, e * meno ingordo ? Perocché non aveva dato ella alle pecchie medesime I* ago, e gii avvelenato ? Ma il rimedio contra esse non è da differire. Molto utile dunque è ugnere col sugo della malva, o delle fo­ glie d*ellera, il luogo da essse leso, ovvero che i feriti se ne beano. Nondimeno è da maravigliarsi coni* esse, che portano il veleno io bocca, e che pungono, fra sé non se ne muoiano ; se non che la natura, signora di tutte le cose, ha dato questa repugnanza alle pecchie, siccome fra gli uomini ha dato virtù a* popoli Psilli e Marsi contra le serpi.
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b l m b l b , c h e l b m o sch e ho* t o c c a r o .

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e m il l e

,

q u o d m u sc a s hon a t t is g u b t .

X LV I. 14. A liu d in Creta miraculum mellis. Mons est C arin a ix m passuum ambitu : intra quod spatium m uscae non reperiuntur, natumque ibi mei n u sq u a m altioguDl. Hoc experimento ùogulare m edicam entis eligitur.

XLV1. 14. In Candia è nn altro mele maraviglioso. Quivi è il monte Carina, il quale gira nove miglia. Dentro a questo spazio non istanno mo­ sche, e il mele nato quivi non è mai tocco da esse iu qualsivoglia luogo. Questo è singolare in me­ dicina, e si conosce con questa pruova.

C. r u M I SECUNDI
D * AI.VfcARItS, DK ALVIS, ET CURA fcORLM. Dfcl.Lb CASSE, DEGLI ALVI, B LOBO GOVBBNO.

XLV 1I. Alvearia orientem aequinoctialem spedare convenit. Aquilonem evitent: nec Favo­ nium minus. Alvos optimas e cortice, secundas fero)», tertias viroiue. Mulli eas et speculari lapi­ de fecere, ut operantes intus spectarent. Circum­ lini alvos 6mo bubulo utilissimum, operculum a tergo esse ambulatorium, ut proferatur intus, si magna sil alvus, aut sterili* operatio, ne despe­ ratione curam abjiciant : id paullatim reduci, fallente operis incremento. Alvoihieme stramento operiri, crebro suffiri, maxime lìmo bubulo. Cognatum hoc iis, innascentes bestiolas necat, araneos, papiliones, teredines : apesque ipsas cxcitat. Et araneorum quidem exilium facilius est : papilio pestis anajor. Tollitur vere, quum «nuturescit malva, noctu, interlunio, cocio sere­ no, accensis lucernis ante alvos. In eam flammam >cse inferunt.

XLVII. Bisogna che le casae stieao volte a le­ vante equinoziale, e schivino Aquilone, e cosi Fa­ vonio. Le casse sono ottime di scorza, poi le fatte di ferula, e indi quelle di vimini. Sfolti le hanno fatte di pietra trasparente, per veder lavorare dentro le pecchie. Utilissimo è stuccarle con islerco di bue, e che il coperchio di dietro sia fatto in modo che vi si possa mettere e levare, acciocché si spinga iu deutro, se la cassa sia troppo più grande che non bisogni a povero lavoro, acciò che per disperazione uon lascino le pecchie la cura ; e che a poco a poco si tiri indietro, se l'opera cresce, senza che se neav visino. Le casse il verno debbono essere coperte con lo «trame, e spesso profumarsi, ma*«imamente con isterco di bue. Questo è assai con­ facente alla loro natura, e ammazza le bestie eh® vi nascono, cioè ragnaieli, farfalle, tignuole ; e fis più vivaci le stesse pecchie. I regnateli, a dir ve­ ro, si estinguono senza gran pena ; m i le ferfallb tono una peste molto ria. Si estirpano nottetem­ po, quahdo la malva si matura, a luna fra vec­ chia e nuova e per cielo sereno, ponendo lacerne At*ce*e innanzi alle casse, alla cui flamma elle in­ d e tta n d o si, ne vanno abbruciate.
Se
l b p e c c h ie se n t o n o f a m i .

Si

fa m em a p e s s e n t ia n t .

XLV 11I. Si cibus deesse censeatur apibus, uvas passas siccas ve,ficosque tusas, ad fores earum posuisse conveniet : i lem lanas tractas madentes passo, aut defruto, aut aqua mulsa : gallinarum etiam crudas carnes. Quibnsdsm etiam aestati­ bus iidem cibi praestandi, quum siccitas continua florum alimentum abstulit. Alvorum, quum rad eximitur, illini oportet exitus, raelissophyllo aut genista tritis: aut medias alba vite praecingere, « e apes difTugianl. Vasa mellaria aut favos lavari aqu» praecipiunt : hac decocla, fieri saluberri­ mum acetum.

XLVIH. Se il cibo manca alle pecchie, biso­ gna porre uve passe e fichi secchi dinanzi alle entrate degli alveari, o lana distesa bagnata m vi­ no passo, cotto, o in acqua melata ; e parte carne cruda di gallina. Alcune stati ancora s'hanno a dar loro questi medesimi cibi, quando il seccoha spen­ to i fiori, eh*è il loro alimento. Quando si cava il mele tirile casse, bisogna impiastrare i loro buchi con melissofillo'o ginestre trite, ovvéro cignere le casse con la vitalba, acciocché le pecchie non fug«ano. I vasi del mele, o i fiatoni, vogliono esser lavati con l ' acqua, e dicono che se quest’ acqua dipoi si cuoce, diventa nn aceto assai salubre.
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s i f a la c e r a .

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c e k a f a c ie n d a .

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da e o p t im a b ju s g e n e r a .

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u a l i n b so n o l b q u a l i t à

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u n ic a .

MIGLIORI. D e l l a CERA PUNICA.

XL 1X. Cera fit expressis favis, sed ante pu­ rificatis aqua, et triduo in tenebris siccat is, quarto die liquatis igni in novo fictili, aqua favos tegenle, tunc sporta colatis. Rursus in eadem olla co­ quitur cera cum eadem aqua, excipilurque alia frigida, vasis meile circumlitis. Optima, quae Punica vocatur. Proxima quam maxime fulva, odorisque mellei, pura, natione autem Poutica, quam constare equidem miror iuter venenata

XL1X. La cera si fa premendo i favi, già innanzi purificati nell* acqua, e per tre giorni asciutti al buio. Il quarto d) si fan liquefare al fuoco in vaso di terra nuovo, con tanl’acqna cheli copra, e poi si mettono in una sporta a colare. Di nuovo nella stesso vaso si cuoce la cera con fa medesima acqua, e pigliasene d rira ltra fredda, impiastrando i vasi col mele. Ottima è quella che si chiama P u n ica. Fui è quella, ch’è mollo gialla, e d'odore di ineie,

M5

HISTORIARUM MUNDI U B. XXI.

>46

n e lla : deisd« C re tio , plnri muro enim ex pro­ poli habet, de qua diximus io nalura «puro. Posi has Corsica, quoniam ex buxo 6t, habere quam* dam v i a medicaminis pulalar. Panica fit hoe modo. V entilator aub divo saepius cera fulva. Deiode fervet io aqoa raarioa, ex allo pelila, ad* diio nitro. In d e lingulis hauriunt florem, id est, candidissima quaeque, transfanduntque io vas, quod exiguum frigidae habet. E t rursus marioa decoqount sep aratim : deio vas ipsum refrigerant. Et quum h aec te r fecere, juocea crate sob dio occant aole, lu n a q u e : haec enim eaodorem facit. Sol siccat : e t n e liq u e ferò L protegant tenui lin* > teo. C u d id isiim a vero fit, post insolatio nem elismaom r e c o c ta . Panica medicinis utilissima. Nigreidt cero a d d ito chartaram cinere, sieat aacbais a d m ix ta rab e t. Variosqae ia colores pifaeolis t r a d i t u r , ad edaodas similitudines, et ifiDomeros m o r ta liu m usus, parietumque etiam et armorum la te l a m . Cetera de meile apibusqae ioDitara e a ru m d ic ta suat. E t hortorum quidem «mais fere r a t i o p e ra c ta est.

e para, nativa dei Ponto, Ia qoal* o i b i n t h glio come si froda di meli avvelenati. Dipoi vito quella di Candia, la quale ha molla propoli, di cui ragiooammo nella nalura delle pecchie. Do­ po queste vien la Corsica, la quale perchè si fa di bossolo, si tiene che abbia una certa Io n a di medicina. La Punica si fa in questo modo. La cera ancora gialla ai ventila spesso all’ aria, dipoi si fa bollire in acqoa marioa attinta d'alto mare, aggiugnendovi nitro. Indi eoo cuochiai pigliaoo il fiore, cioè quella eh' è più biaaca, e verssnla in un vaso, dote ne sia un poco di fredda ; e di nuovo la cuocono a parte con la marina, dipoi rinfrescano il vaso stesso, e quando hanno fatto tra volte queste cose, la seccano allo scoperto in sa graticci al sole, e alla luca, perchè questa fa bian­ chezza. E aoolocehè le care oon ti struggano per troppo sole, le euoprono eoa nn lenzuolo sottile. Bianchissima si fa, se dopo ohe ha avuto il sole, di nuovo « rionoce. La Panica è utilissima alle medicine. La cera diventa negra, aggiogoeudoviai cenere di carte» siccome ella rosseggia, mescolan­ dovi l ' ancuaa. Tirasi in diversi colori eoa diverse tinte, per rendere le simiglianxe, e per diversi bisogni delle persone, e per difesa anoora delle mura e dell’ armi. L’ altre cose del mele e delle pecchie sono già state dette, ragionando della na­ tura loro. Così s’ è detto quasi tatto quello, che si può dire degli orti.
U s o , HATUBA B OABAV1QL1B DBLL'BaBB CHS BASGOBO SPOBTANBB PBBSSO CIASCUB POPOLO. L b FBAGOLB, IL TAURO, IL BUSCO. L cib .
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Sfotte « ia c n T i c M « «m B A S cii ih q u ib b iq u b g m t i bcs u sb s , h a t u ìa e bdscus.

«u b a c u l à . F e a o a , t a u b u s ,

B a t u : obbbbl A d u o . P astin a c a n i *

BATI DI DUB SPB-

TM SIS: LU PUS SALICTARIUS.

La p a s t i r a c a

p b a tb sb : i l lu p o s a l i t t a h i o .

L. i 5. S e q a a o tu r herbse sponte nascentes, qaibo» (»leraequ« genlium alu o la r in cibis, rnaxiraeqne Aegyptus, frugum quidem fertilissima, sed at prope sola iis carere possit : tanta est cibo* n a ex herbis abundantia. In Italia paucissimas aevimos, fraga, tam num , roseam, balia marinam, balio hortensiam, quam aliqui asparagum Galli* eum vocant. P rae te r haa pastinacam praleosem, lo p a m salictarium, eaque verius oblectamenta, quam cibos.

L. i 5. Seguono l ' erbe nascenti da loro slesse, le quali da molli popoli sono osate ne* cibi, e mas­ simamente in Egitto, il quale cornechè è abboo* dantusimo di biade, è nondimeno il solo paese che beo potrebbe far senza esse ; tanta è la dovizia dell' erbe, che vi si mangiaao. lo Italia poche oe conosciamo, le fragole, il tanno, il rusco, la bali marina, la ball ortolana, la quale alcuni chiamano asparago Gallico. Oltra di queste, la pastinaca pra­ tese, il lupo talittario, ma questi sono piuttosto trattenimenti di gola, che cibi.
D SLLA COLOCASIA.

C olocasia. L I . I a A egypto nobilissima est colocasia, quam e j a m o o aliqui vocant. Hanc e Nilo metuat, caale, q a a m coctas eat, araneoso in mandendo : thyrso a u te m , qui in te r folia emicat, spectabili : foliis b lis n m is , si arboreis comparentur, ad simililuW m eorum q a a e personata in nostris amnibus f a r n o s . Adeoqne Nili sni dolibus gaudent, ut P mhio 1. N., V ol. II.

LI. In Egitto nobilissima è la colocasia, la quale alcuni chiamano oiamo. La mietono appres­ so il Nilo : ha il gambo arenoso a masticarlo, e il torso eh* esce tra le foglie è bello : le foglie sono larghissime, se si paragonano con quelle degli al­ beri, ed han somiglianza di quelle, che ooi nei nostri fiumi chiamiamo personali. E tanto gli 10

,47

C. PLINII SECUNDI

14«

implexi* colocasiae foliis io variam speciem vasortim, potare gratissimam habeant. Seritur jam haec in Italia.

Egizii godono delle doli del tao Nilo, che delle foglie dolia colocasia intrecciate fanno diverse sorti di vasi, e piace molto lor bere con easi. Que­ sta erba si semina oggidì anche in Italia. Del c i c o b i o ,
a h ta lio , b to , a ra c b id h a , a b a c o , ca b -

ClCHOBlUM : ARTHALIUX, OETUM, ARACHIDI!A, ABA­ COS, CAUDBYALA, HYPOCHOBBIS, CAUCAL1S, AWTHBJ5CUM, SCANDII, PABTBENIUK, STRYCHBUM, CORCHOBCS; Q
uab

DB1ALA, IPOCHEBI, CAUGALI, A1TTBISCO, SCAHDICB, PABTEB10, STBICRO, COBCOBO, AFACE, AC1KOp o , BPIPBTBO. Q QUALI SEMFBZ.
u a l i p i a s t e b o b m a i f io r is c o n o ,

APBACB,

ACTHOPOS,

BPIPETBOH.

NUMQtJAM FLOBEAHT, QUAB SSMPEB.

L1I. In Aegypto proxima auctoritas cichorio est, quam diximus intubum erraticum. Nascitur post Vergilias. Floret particolalim. Radix ei lenta, quare etiam ad T i n e o la utuntur illa. Anthalium longius a flumine nascitur, mespili ma­ gnitudine et rotunditate, sine nucleo, sine cor­ tice, folio cyperi. Mandunt igni paratnm : man­ dunt et oetum, cni pauca folia minimaque, verum radix magna. Arachidna quidem et aracos, quum habent radices ramosas ac multiplices, nec folium, nec herbam ullam, aut quidquam aliud supra terram habent. Reliqua vulgarium in cibis apud eos herbaram nomina, candryala, hypochoeris, et caucalis, anthriscum, scandi x, quae ab aliis tragopogon vocatur, foliis crooo simillimis : partheniam, strychnum, corchorus, et aequinoctio nascens aphace, acinos : epipetron vocant, quae numqnam floret. At e contrario aphace subinde marcescente flore emittit alium, tota hieme, toto* que vere, osqae in aestatem.

LU. In Egitto dopo Ia colocasia è in riputazio­ ne il cieorio, il quale chiamammo intubo erratico. Nasce dopo le Vergilie, e fiorisce a parti. Ha la ra­ dice pieghevole, e perciò l ' usano ancora per le­ gami. L’ antalio nasee discosto dal fiume, grande e tondo come nespola, senza guscio, senza cor­ teccia, e con foglia sembiante a quella del cipero. Mangiasi colto. Mangiasi quello ancora, che si chiama eto, che ha poche e piccolissime foglie, ma gran radice. L* arachidna e l’araco, ancora che abbiano radice ramosa e molteplice, non hanno però sopra la terra nè foglia, nè erba, nè veruna altra cosa. Gli Egizii si cibano pure d 'a ltre erbe volgari, siccome è la candriala, l ' ipocheri, il caucali, Tantrisco, lo scandice, il quale da alcuni è detto tragopogo, ed ha le foglie molto simili a quelle del zafferano ; il partenio, lo stricno, il corcoro, e l’ aEace che nasce per l'equinozio, • l'acinopo, che si chiama epipelro, e non fiorisce mai; mentre per contrariol’aface continuamente marcendo il fiore, ne mette fuora a n 'altro, tutto il veroo e latta la primaverara fino alla state.
Q
u a t t r o s p e c ib d b l

C mici g e h e b a IV.

etneo.

LIII. Multas praeterea ignobiles habent : sed maxime celebrant cnicon Italiae ignotam, ipsis autem oleo, non cibo gratam. Hoc faciant e semine ejus. Differentia prima, silvestris et sativae. Sil­ vestrium duae species: ana mitior est, simili cau­ le, tamen rigido : itaque et cola antiquae mulie­ res utebantur ex illia : quare quidam atractylida vocant. Semen ejus candidum et grande, ama­ ram . Altera hirsutior, torosiore caule, et q ai paene humi serpat, minuto semine. Acaleataram generis haec est : qaoniam distinguenda sunt et genera.

LUI. Oltre di ciò hanno molle altre erbe igno­ bili, e fra l ' altre celebrano il cnico, sconosciuto in Italia, e a loro grato non in cibo, ma in farne olio. L’ olio si fi» del suo seme. La prima diffe­ renza è del salvatico e del domestico. Di salvatichi ce ne sono di due ragioni, uno pià mansueto, e di simil gambo, ma ruvido ; e perciò le donne anticamente 1’ usavano per rocca, onde alcuni lo chiamano alratlilide. Il seme suo è bianco, gran­ de e amaro. L 'altro è più aspro : ha il gam bo piò grasso, cbe va quasi per terra, e il seme m i­ nuto. Questo è degli spinosi; perchè s ' hanno a distinguere ancora i generi.
D e l l ’ e r b e s p in o s i : e r i n g i o , g l i c i b r i z o , t b j b o l o , ow onb, f b o

Ac c l *a t i

o b r k iis

hbbbab:

b b y n g io b ,

glycyb-

BHIZA, TlIBU LU S, OKOBIS, PHEOS SIVB STOBBB, HIPPOPBAfcS.

o rm o

s te b b , if p o f a b .

LI V. Ergo quaedam herbarum spinosae sunt, quaedam ùae spinis» Spinosarum mullae speciei.

L1V. Alcune erbe dunque sono spinose, alcu­ ne senza spine. Le spinose sono di mòlle rag io n i.

'4 9

HISTORIARUM MUNDI L1B. XXI.

■iS o

Ia totam spina est asparagos, seorpio : nullum enim foliam habet. Quaedam spinosa, foliata suot, a t cnrdaus, eryngion, glycyrrhiza, nrlica. lis enim om aibas foliis ioest aculeata mordaci­ tas. Aliqua e t secandum spinam habent foliam, a t tribolus, e t onoois. Qaaedam ia folio habent e t io cade, u t pbeos, quod aliqui stoeben appel­ lavere. Hippophae* spiois genieulatom: tribolo proprietas, quod e t fruetom spinosam habet.

Spina affatto è lo asparago, e lo scorpione, perché non ha foglia alenna. Certe erbe hanno spinose le foglie, come il cardo, lo eringio, il glicirrizo e l'or­ tica; perocché tatte le lor foglie son mordaci per essere rivestite di aculei. Alcune hanno la foglia lango la spina, come il tribolo e I1onone. Alcuoe hanno la spina nella foglia e net gambo, come il feo, chiamato da alcuni stebe. I / ippofae ha le spine sui nodelli ; e il tribolo ha la proprietà di avere spinoso anche il fratto.
Q oattso
s p b c ib d i ostiche .

D i t i a i o s m i rv. L amium,

s c o b p io .

D bl

LAMIO, DELLO SCOBPIOBB.

LV. Ex om nibus his generibus artica maxime nosciter,acetaboli» in flore purpuream lanuginem fondentibus, saepe allior binis cubitis. PJures eju»differentiae: silvestris,quam ef feminam vo­ cant: m iliorque. E t in silvestri, quae dicilnr canina, acrior, caule quoque mordaci, fimbriatis foliis. Q uae vero etiam odorem fandit, Hercula­ nea vocatur. Semen omnihos copiosum, nigrum. Mirasa sine nilis spinaram aealeis lanuginem ipsaai esse noxiam, et tacta tantum leni p raritnai, putolasqae confestim adusto similes exsi­ stere. Notam est e t remedium olei. Sed morda­ cità* non p ro tin u s oum ipsa herba gignitur, neo ■in solibus roborata. Incipiens quidem ipsa nasci vere, non ingrato, mnltis etiam religioso ia cibo est, ad pellendos totius anni morbos. Silvestrium quoque radix om nem carnem teneriorem faeit, nmulque cocta ionoxia est. Morsa carens, lamium vocatar. De scorpione dicemus inter medicas.

LV. Di tutti questi generi l ' ortica mollo si conosce, perchè ha i fiori che spargono una la­ nugine purpurea : la pianta è spesso piò alta di due braccia. Questa è. di pi à specie. La salvatica, la qaale chiamano anche femmina, è più man­ sueta. Nella specie salvatica ancora è quella che h chiama canina, più aspra, con gambo mordace, e le foglie stratagliate. Quella che ha odore è chiamata Ercolsnea. T atte baano il seme copioso e nero. E d è maraviglia, che ancora la lana loro senza alcuna spina è nociva, e dove tocca fa piz­ zicore,^ leva subito gallozzole sembianti a quelle di scottatura. 11 rimedio è Polio» La mordacità però non nasce subito insieme eon l ' erba, perocché il sole è quel che le dà fona. Quando la primavera ella comincia a nascere, è cibo non ispiacevole, e a q u e 'molli ancora religioso, che credono eoa quella cacciare le infermità di tutto l ' anno. La radice delle selvatiche fa ogni carne più tenera, e cocendola insieme con essa è innocente. Quella ebe non pagne si chiama lamio. Dello soorpione ragioneremo tra le medicinali.
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ca rd o , aco rra o fo ro , lb c ca ca rto , calcbo,

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p h o r o »,

l bd ca ca h th o s.

ClALCSOS,

CBIGOS, POLYACARTHOS, OHOPTXOS,

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POLIACARTO, OROP SSO, SLS1RS, SCOLINO.

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C hamaeleoh,

TSTRALIX,

c a m b lb o h b , t b t r a l i c b , a c a r t i c e m a s tic h e .

ACASTHICB MASTICHE.

LVI. 16. C arduus et folia et caules spinosàe lsonginis hab et. Item acorna, leucacanthos, chal­ ceos, cnicos, polyacanthos, onopyxos, helline, scolymos. Cham aeleon in foliis non habet aculeos. Est et illa differentia, quod quaedam in iis* mul­ ticaulia ram osaque sunt, u t carduus. Uno autem caule, nec ram osam , cnicos. Quaedam cacumine tsolum spinosa sunt, ut eryngium. Quaedam aestate florent, u t tetralix, et helxine. Scotymns quoque flo re t aero et din. Acorna colore tantum tofo d istin g u ito r, et pinguiore succo. Idem erat ttractylis q u o q u e , nisi candidior esset, et nisi ■aguineom saccu m fonderei. Qua de causa pho*» vocatu* a quibusdam, odore etiam grati»,

LVI. 16. II cardo e nelle foglie e nel gambo ha lanugine spinosa; e cos) l ' acorna, U leucacanto, il calceo, il cnico, il poliacanto, l’onopisso, P elsine e lo scolimo. Il cameleone non ha spine nelle foglie. Écci anco nn1altra differenza, perchè alcuni d ' essi hanno più gambi, e sono ramosi, come il cardo. II cnico non ha più che un gambo, e non è ramoso. Alconi sono spinosi solamente nella cima, come 1*eringio. Alcuni fioriscono la state, come il tetralice e 1 *elsine. Lo scolimo an­ cora fiorisce tardi, e lungamente. L’ acorna si di­ stingue solo pel color rosso, e per essere più grassa di sugo. Tale sarebbe P etrattile ancora, se non fosse più biancone non avesse sugo san-

C PLINII SECONDI sero matureicente semine, nee ante autumnum : quamquam id de omnibus spinosis dici potest. Verum omoia baeo et semine et radice nasci possunt. Scolymus carduorum generis ab iis distat, quod radix ejus vescendo eat decocla. Mirum, qnod sine intervallo tota aestate aliud floret iu eo genere, aliud concipit, aliud parturit. Aculei arescente folio desinunt pungere. Hclxine rara visa est, neque in omnibus terris : est • ra­ dice foliosa, ez qua media velati malum extube­ rat, contectum sua fronde. Hujus vertex summus lacrymam continet jocandi saporis, acanthicen mastichen appellatam.

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guigno. Per la qual cosa alcuni lo chiamano fono: ha odor grave, e matura il seme tardi, nò mai innanzi T autunno, benché il medesimo si può d iredi tutteTerbespinose. Però tullequeateerbe possono nascere e di seme, e di radice. Lo scolimo, eh' è della specie de* cardi, è differente da essi, perchè la radice sua mangiasi colla. E d è maraviglia che senza intervallo per tutta la state, altro in quel genere fiorisce, altro concepe, altro partorisce le ponte. Le spine, seccando la foglia, lasciano di pungere. L’ elsine si vede di rado, perchè non ne nasce per tutto: è fogliosa fin dalla radice, del cui mezzo esce tuora rigonfiandosi a a bozzolo che pare una mela, coperta dalla soa fronde. Nella saa cima ha ana lagrima di dolcis­ simo sapore, la quale si chiama acantice mastiche. Dell* ettaco, ovvero catto, PTBBJNCA, PAPPO, ASCALIA. LVII. 11 catto ancora nasce solo in Sieilia, ed i d’una specie sua propria: i suoi gambi vanno per terra, uscendo della radice, con la foglia larga « spinosa. 1 gambi si chiamano catti, e si mangiano volentieri, ancora quando sono invecchiali. Han­ no un gambo solo, diritto, che si chiama pternica, e che ha la stessa soavità, ma non invecchia. Il seme sao è di lanugine, la quale chiamaoo pappon ; e levala essa e la corleceia, trnovasi una tenerezza simile al cervello della palma, la qual tenerezza si chiama ascalia. V D el tribolo : dell' osose» LVIII. Il tribolo non nasce se non uè* luoghi paludosi, e altrove è cosa crodele. Appresso il Nilo e lo Strimone si saole mangiare : inchinasi verso il fiume ed ha la foglia simile a quella del­ l’olmo, e il picciuolo lungo. Nell* altre parti del mondo ce n* è di due ragioni ; l’ une ha le foglie come la cicerchia, 1*altro apponiate. Questo fio­ risce tardi, e rinforza le siepi che fannosi alle ville. Il seme suo è iu baccelli, tondo e nero. L* altro l ' ha come rena. Écci po’ altra erba spi­ nosa, che si chiama onone. Questa ha le spine nei rami, e la foglia all’ incontro, la qaale è simile alla ruta, con gambo tutto fogliato a modo di ghirlanda : viene dopo le biade, ed è nimica all'a­ ratro, e molto vivace. DlPPBBBNZA DELL* EBBE RISPETTO Al GAM I l COBI. BOBOPO, L1ASCOSA, L* ASTEMI, IL PILLASTE, U. CBEPI, IL LOTO. LIX. I gambi d ' alcune erbe spinose vanno per terra, come di quella che si Uu^ma co ro n o -

ECTACOS, SITE CACTO», PTBBS1X, PAPPUS, ASCALIA. LV11. E t cactos qaoqae in Sicilia taotum na­ scitur, suae proprietatis et ipse: in terra serpunt caales, a radice emissi, lato folio et apinoso. Cau­ les vocant cactos : nec fastidiant ia cibis, invete­ ratos qnoqae. Unam caalem rectam habent,quem vocant pternica, ejusdem suavitatis, sed vetusta­ tis impatientem. Semen ei lanaginis, qaam pappon vocant : qoo detracto et cortice, teneritas eimilis cerebro palmae est : vocant ascalian.

T e ib u l u s : o s o r is .

LVII1. Tribulus non nisi in palustribus na­ scitor, dira res alibi, juxla Nilum et Strymooem amnes excipitur in cibis, inclinatus in vadum, folio ad effigiem almi, pediculo longo. At in reliqao orbe genera duo: ani cicerculae folia, alteri aculeata. Hic et serias floret, magisque septa obsidet villarum. Semen ei rotundius, nigrum, in siliqua : alteri arenaceam. Spinosorum eliamoom aliad genas ononis. In ramis enim spinas habet, adposito folio rutae ùmili, toto caule fo­ liata in modum coronae : sequitor a frngibus, aratro inimica, vivaxqae praecipue.

HlKAIVNàElllA FU CAULES. COBOBOPSS t ABCHUSA, ABTHEM PHYLLABTHES, CBBPIS, LOTOS. IS,

LIX. Aculeatarum caales aliquarum per ter­ ram serpunt, at ejus quam coronopum vocant.

i5J

HISTORIARUM MUCIDI L1B. XXI.

154

£ diverso stant, anchusa inficiendo ligno ceri*fK radice api», e t e mitioribus authemis, et pbyllaothes, e t anemone, et aphace. Gaule foliato a t et crepis, e t loto*.

po. Per contrario stanno 1 anchusa, la cui radice ' i buona a tignere-il legno e la cera, e 1' antemi una delle più delicate fra queste, « il fillante, e 1 anemone, e l'aface. 11 crepi e il loto hanno il * gambo fogliato.
D iv p e b b b z b d e ll* eb b e r is p è tto a llb fo g lie .

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f io r is c o n o a p a & te a p a r t e : q u a l i b o b

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p e rd o b o l e f o g lie : g ira s o le , a d ia b to .

LX. Diflerentia folioram e t hic qaae in arbo* ribu, brevitate pediculi ac longitudine, angu­ stiis ipsius folii, amplitudine, angulis, incisuris, odore, flore. D iu tu rn io r hic quibusdam per par­ tes florentibos, a t ocimo, beliotvopio, aphacae, onoehili. Multis inter haec aeterna folia, sicut quibusdam a rb o r o m ,in primisque heliotropio, aditolo, polio.

LX. In queste erbe la differenza delle foglie consiste in ciò stesso che uegli alberi, cioè nella bre­ vità e lunghezza de' picciuoli, nella larghezza o strettezza delle foglie, negli àngoli, intagliature, odore e fiore. Questo dura più lungamente iu alcu­ ne, che fioriscono per parti, come fa il basilico, il girasole, l’ a face, e l'onochilo. Molte tra questo erbe hanno la foglia perpetua, come alcuni albe­ ri, e massimamente il girasole, l'adianto e il polio.
D ell'
erbe s p ig a t r

S n a t u D i L f i u n u . S tabtopo s,
u p b o r o s , s iv b o r t y x

a lopecuros,

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:

l o s t a k io p o , l ' a l o p e c c r o ,

,

s iv b f l a b t a g o . T h r x a l l i *

LO STELEFURO, OVVERO OBTIGB, O PIAHTAGGIBB. D ella
t r ia l l i.

LXI. 17. A lia d ru n a s spicatarum genas, ex quo est cyuops, alopecuros, stelephuros ( qaam quidam orlygem vocant, alii plantaginem, de qua plura dicemus iu ter medicas), thryallis. Ex iis Mopeeuros spicam habet mollem, et lanugi* □em deusam, n o n dissimilem vulpium oaudia, aude ei et oomen. Proxim a esi ei et stelephuroa, nisi quod illa particulatim floret. Gieborion, et Milia, circa te rra m folia habent, germinantibus ab radice post Vergilias.
P n m c i r a . O rbitbogalb .

LXI. 17. Un* altra specie è quella delle spiga­ te, come il cinope, 1 alopecuro, lo slelefuro ( che * alcuni chiamano ortige, alcuni piantaggine, di cui ragioneremo a lungo fra l’ erbe medicirfali ), e la trialli. Fra queste 1 alopecuro ha spiga molle, * e lanugine folta, simile alle code delle volpi, ond* ella ha preso il nome. Simile a questa è lo sto­ le furo, se uon che questo non fiorisce a un tratto. 11 cicorio e simili hanno le foglie intorno a terra, le quali germogliano dalla radice dopo le Vergilie. Del
p e rd ic io : d e ll* o e r i t o g a l e .

LXU. Perdicium et aliae gentes, qoam Aegy­ ptii, edant: n o m e n dedit avis, id maxime eruens. C n a u plurim asqae habet radiees. Item ornitbogale, caule te n e ro , candido, semipedali radice, bolbosa, molli, trib a s aut qualnor agnatis. Co­ n t a r in pulte.

LX 11.11 perdicio è un'erb a, che altri popoli ancora oltre gli Egizii asano maogiare, e che*pre­ se questo nome da ua uccello, che massimamente la schianta di terra. Ba di molte e grosse radici. Écci l’ornitogale, che ba il gambo tenero e bian­ co, la radice di mezzo braccio, cipollosa, tenera, con tre o quattro messe. Caocesi nella poltigia.
E
r r e c b e bascobo d o p o db a b b o f i o r i s c o b o ir so m m o

P ost a b i t o i a i c s r t u : a sommo fl o b b k t b s : ITEM AB IMO.

:

di qubllb cbe

:

d i q u e l l e c h e a b ba sso.

boo

LX11I. M iraro , loton herbam, et aegilopa, nisi post a n n u m e semine sao nasci,^Hira et aathemidis na ta r a , qaod a summo florere inci­ pit, qaam ceterae omnes, quae particalatim flo> tot, ab ima sui p a r te incipiant.

LX 1I 1. È maraviglia, come l'erba loto e l*e* gilopa non nascono del lor seme, se non dopo l'an­ no. Maravigliosa anco è la natura dell* antemide, che comincia a fiorire dalla cima, ancor che tutte 1 altre, le quali partitamente fioriscono, comin­ * cino dalla loro più bassa parte.

155

C. PLINII SECONDI

>56

L appa, hbbba qoae I i n * u VASIT. OpUHTIA, B VOUO BAD1CBH FACIEBS. LX 1V. Notabile et in lappa, quae adhaere­ scit, quoniam in ipsa flos nascitur, non evidens, aed intus occultus, et intra seminat, velat anima­ lia, quae in se pariant. Circa Opuntem opnntia est herba, etiam homini dulcis. Mirumque e folio ejus radicem fieri, ac sic eam nasci.

L' 8BBA LAPPA GBBMOGUA BUTEO DI S Ì DkLL’ Opubcia, chb si va m u sim foolib. LXIV. È similmente cosa notabile nella lappa, eh1 ella stia attaccata e chiusa, producendo il fio­ re invisibilmente e solo ri poeto dentro di aè* p e r lo spargersi che fa del seme uel seno come gli animali che partoriscono fra sè stessi. Appresso a Opunte nasce un' erba, che si chiama opunzia, la quale è dolce ancora all' uomo. Ed è maraviglia delle sue foglie farsi radice, e cosi nascere. Dell' iasione, della cokd& illa, della picei , CHE PIOBISCB TUTTO l 'ABBO. LXV. Lo iasione ha ana foglia sola, m a così implicala, che paion molte. La eondrilla è am ara, e nella radice ha sugo agro. Amara è ancora 1 a* face, e quella che si chiama picri, la qaale fiorisce anch’ essa tatto l’ anno, ed ebbe noma dalla soa amaritudine. Di quali ebbb esce il fiobe pbika che il gambo : DI QUALI 11. gambo vbiha che il fiobe : DI quel­ le CHE FIOBISCOBO TEE VOLTE. LXVI. Notabile è la natura della scilla e del zafferano, perchè ancora che tolte l’erbe mandino prima foora la foglia, dipoi si rifondino nel gam­ bo, in queste si vede prima il gambo ohe le foglie. Nel zafferano il fiore è spinto dal gambo, ma nella scilla il gambo esce da quello. Essa fiorisce tre volte, come abbiamo detto, dimostrando Ire tem­ pi di sementa. D el ap iao , hedicibe, 8. D el tesio. LXVII. Alcuni pongono tra le cipolle la rad i­ ce del cipiro, cioè del gladiolo. Qoesta è dolce, e cotta fa ancora il pane piò grazioso, e impiastrata con esso Io fa di piò peso. Simile a questa è quella che si chiama tesio, aspra al gusto.

I asiohb, cohdbtlla, piceis, quae toto axho FLORET. LXV. Iasione unnm feliam habet, sed ita im­ plicatum, a t plora videantur. Condrylla amara est, et acris in radice sacci. Amara et aphace, et quae picris nominatur, et ipsa toto anno florens: nomen ei am aritado im posait

Q uibus flos, ahtiquaj* caulbs bxeast: quibus CAULIS, ABTEQUAM FLOS BXEAT: QDAB TBB FLOBBAHT. LXVI. Notabilis et scillae croeiqne natura, quod qaura omnes herbae foliam primam emit­ tant, mox in caalem rotundentur, in iis caulis prior intelligitar, qaam foliam. E t in croco qui­ dem flos impellitor caule: in scilla vero caolis exit, deinde flos ex eo emergit. Eademque ter floret, a t diximas, tria tempora arationnm osten­ dens. Ctpibos, medicihab viii. T bbsior. LXVII. Bolborum generi quidam adnomerant et cypiri, hoc est, gladioli, radieem. Dulcis ea est, et quae decocta panem etiam gratiorem -faciat, ponderosioremqae simul subacta. Non .dissimilis est et qaae thesion vocator, gusta aspera. AsraqDKLus, sivb hastula bboia. Abthbbicoh. LXVIII. Ceterae ejusdem generis folio diffe­ ran t. Asphodelus oblongum et angustam habet, aeilla latam et tractabile, gladiolus simile nomini. Asphodelus maoditur, et semine tosto, et bnlbo : sed hoe in cinere tosto, deio sale et oleo addito : -praeterea taso cam ficis, praecipua voluptate, ut videtur Hesiodo. T raditur et ante portas villa­ rum satum, remedio esse contra veneficiorum noxiam. Asphodeli mentionem et Homeras fecit.

Asfodelo, ovvebo astula begia. Artebico. LXVIII. L’ altre della medesima specie sono differenti nelle foglie. L'asfodelo ha la foglia lu n ­ ga e stretta, Ia scilla larga e trattabile, il gladiolo l ' ha simile al nome. L ' asfodelo si mangia, e p e r ^eme arrostito, e per cipolla ; ma questa vuoisi arrostire nella cenere, poscia porvi sale ed olio ; in oltre pesta co' fichi si mangia con grandissim o piacere, come dice Esiodo. Tiensi che sem inato innanzi alla porta delle ville sia rimedio contra lo

H1ST0B1ARUM MONDI MB. XXI. Radix ejus napis modicis similis est : neque alia nam erosior, l x x x a iro n i acervatis saepe bulbi». Theophrastus, et fere Graeci, priocepsque Pytha­ goras, caulem ejus cubitalem, et saepe duum cu­ bitorum, folii* porri silvestris anlhericon voca­ vere : radicem vero, id est, bolbos, asphodeloo. Nostri illud albucum vocant, et asphodelum ba­ stala» regiam , caulis acioosi : ae duo genera la­ ciunt. Albuco est scapos cubitalis, amplos, purus, laevis. De q u o Mago praecipit, exitu mensis Martii, ei initio A prilis, quum floruerit, nondum semine ejus intumescente, demetendam : findeodosque •capos, et q u a rto die in solem proferendos : ita meatis manipulo* faciendos. Idem pistanam dieit a Graecis yocari, qaam inter olvas sagittam ap­ pellano*. H anc ab idibus Maji usque ad finem Octobris menai* decorticari, atqoa leni sole sic­ cari jobet. Id e m e t gladiolom alteram , quem eypiroa vocant, a t ipsam palustrem, Jolio mense toto seeari ju b e t a d radicem, tertioqae die «ole acari, donec c a n d id o * fiat. Quotidie autem ante solcai ocddeutem i a tectum referri, q ao n ia* pdutribu* deaectia nocturni rores noceant. malie e gl'incanti. Dell'asfodelo fece mentione an­ che Omero. La sua radice è simile a' navoni piocoli. Nè ve n 'è alcun1altra sì numerosa, avendo spesso raccolti insieme piò d'ottanta capi.Teofrasto, e quasi tutti e i Greci, e Pitagora innanti agl) altri, chiamarono il suo gambo enterico, il quale è d ' un braccio, e spesso di due, con foglie di por­ ro salvatico ; e la radice, cioè i bulbi, o capi, chia­ marono asfodelo. 1 nostri chiaman lo enterico aibuco, e chiaman 1' asfodelo astula regia, la quale ha gambo acinoso, e fannola di due ragioni. L 'aibuco ha lo stipite d’uo braccio, grande, puro, pu­ lito. Magone vuole che si colga all' uscita di Mar­ zo, e al principio d 'Aprile, quando egli i fiorito, ma non ha il seme ancora rigonfio, e che gli stipi­ ti si fendano, e il quarto dì si mettano al sole; e così quando son secchi se ne facciano m atti. Diceaocora che i Greci ohiamano pistana quella che tra le ulve noi chiamiamo saetta. Vuole che que­ sta si scortichi dai quindici di Maggio sino alla fine d ' Ottobre, e che si secchi a sol lento ; che l ' altro gladiolo, il quale si chiama eipiro, anch'esso palustre, per tutto il mese di Loglio si seghi fino alla radice, e il terzo dì si secchi al sole, fin­ ché diventi bianco ; e finalmente che ogui giorno si riporti io casa, innanzi che il sole tramonti, perchè le rugiade della notte fan danno all* erbe pai astri segate. Di sai sn c ix di Giunco. M kdicih 4 » LX 1X. 18. Lo stesso Magone vuole che le me. desime cose si facciano del giunco, il quale ei chia-> ma marisco, ed è buono a coprir capanne, ordi­ nando che si cavi del mese di Giugno fino a m et­ to Luglio. L 'altre cose, quanto al seccare, sono le medesime .che noi dicemmo della ulva al suo luo­ go. Egli fa nn'altra sorte di giunco, il quale trovo che si chiama marino, e da' Greci ossischeno.Esso è di tre ragioni, aouto, sterile ( che noi chiamia­ mo maschio, e i Greci ossi ), e femmina, che ha il seme nero, e si domanda melancrani, ed è più grosso e più germoglioso. Ma più ancora lo è quel­ lo della terza fra le sei specie, che si chiama 0I0scheno. Di qoesti nasce il melaocraoe senta altri generi : Possi e l ' olosebeno nascon del medesimo oespo. L 'olosebeno è utilissimo ai bisogni delle viti, perch'egli è tenero e carnoso. Produce frutto a modo di uova, che stieno attaccate insieme. Quel­ lo che noi chiamiamo maschio, nasce di sé slesso, con la cima piantala in terra; e il melancrane del suo seme. D 'altronde le radici di tutti muoiono ogni anno. L 'oso loro è a far reli da pescatori, ai bisogni delle vili, e a'lam i di lucerne, e massima­ mente quegli che hanno assai midolla; e ve n 'è di così grandi appresso 1 Alpi marittime, che la'

3caci o a m a a vi. Mbdicihab it .
LX1X. 18. Sim ilia praecipit et de jnnco, qnem mariscon appellat, ad texendas tegetes: et ipsam Jonio mense eximi ad Joliom medium praeripiens. Cetera de siccando, eadem qoae de alva suo loco diximus. Alterum genus j ancoram fadt, qnod m arinum , et a Graecis oxyseboenon vocari invenio. T ria genera ejus : acuti, sferilis, quem marni, et oxyn Graeci vocant: reliqua feminini, ferentis semen nigram , quem melaucranin vocant. Crassior hic et fraticosior : magisque etiamnum tertios, qui vocatur holoschoenos. E x his melaneranis sine aliis generibus nascitur. O xys aetem et holoschoenos eodem cespite. Uti* ìmsùdms ad vitilia holoschoenos, qnia mollis et c arn o sa s est. F e rt fructum ovorum cohaerentiam ■ o d o . N ascitur autem is, quem marem appellar i a to s , ex semetipso, cacumine in terram defixo: a d a n c n n i i autem sao semine. Alioqoi omnium ra d ice s omnibus annis interm oriuntur. Osos ad — u s m arinas, vitilium elegantiam, lacernarum I n a i a a , praecipua m edulla, amplitudine juxta ■• r its r o a s Alpes tanta, u t inciso venire impleant faeoe unciarum latitudinem : in Aegyplo vero (n b ro riu n longitudinem , non aliis utiliorem.

C. PLINII SECUNDI

160

Quidam eliamnum unam genas faciunt {unci trianguli : cyperon vocant. Multi vero non discer­ nunt a cypiro vicinitate nominis. Nos distingue* mas atrum qae. Cypiras est gladiolos, a t dixirans, radice bulbosa, laudatissimas in Insulis Creta, dein Naxo, et pustea in Phoenice. Cr«tico candor odorque vicinus nardo, Naxio acrior, Phoenicio exiguum spirans, nallos Aegyptio. Nam et ibi nascitur. Discutit duritias corporum. Jam «nim remedia dicemus ; quoniam et florum odoram* que generi est magnas usu» in medicina.

Qaod ad cypiron attinet, Apollodorum qui­ dem sequar, qui negabat bibendum : quamquam professus efficacissimam esse adversas calculos, os eo fovet. Feminis quidem abortos facere non dubitat. Mirumqoe tra d it{ barbaros suffitum hojus herbae excipientes ore, lienes consumere : et non egredi domibus, nisi ab hoc suffita : vege­ tiores enim firmioresque sic etiam in dies fieri. Intertriginum et alarum vitiis, perfrictionibusque cnm oleo illitum, non dubie mederi.

filato il ventre sono larghi quasi un' oncia, e in Egitto ne fanno vagli. Alcuni ne mettono un* altrp sorte di gianeo triangolare, ohe chiamano cipero. Molti però non 10 distinguono dal cipiro, per la somigliànzà del nome. Noi distingueremo l’ uno e l’altro. Il cipi­ ro è il gladiolo, come abbiamo detto, che ha la radice cipollosa, e nasce eccellentissimo nell* isole di Candia e di Nasso, e poi in Fenicia. 11 Caodiotlo è bianco e d'odore vicino al nardo, quello di Nasso è più agro, il Fenicio getta poco odore, e l ' Egizio niuno ; percioochè nasce ancora quivi. Leva la durezza del corpo. Tocco le medicine un'altra volta, perchè i fiori e gli odori sono osati molto in medicatore. Quanto appartiene al cipiro, io seguirò Apol­ lodoro, il quale diceva che non si dovea bere, an­ cora che confessi eh’ egli è potentissimo a rom­ pere la pietra. Secondo lui, ei fa sconciare le don­ ne. Egli ancora mette una maraviglia, che i bar­ bari ricevendo il profumo di questa erba per becca, consumano la milza, e non escono di easa, se non hanno fatto questo profumo ; perciocché a questo modo diventano ogni giorno più ga­ gliardi e più forti. Guarisce anco i difetti delle intertrigini, e di sotto le braccia, e le infredda­ ture impiastrato con olio. D el cipero, medicine i 4> C iperi, cipira. LXX. 11 cipero ì giunco, come abbiamo detto, anguioso, bianco appresso terra, nella cima nero, e grasso. Le foglie da basso sono più sottili che quelle del porro, e in cima minute, fra le quali è 1 seme. La sor radice i simile all' ulivo nero, I r 1 quale quando è lunga si chiama ciperide, di gran­ de utilità nella medicina. 11 miglior cipero è l’Am­ moniaco, poi il Rodioilo, il terzo il Tereo, l 'o t ­ timo l ' Egizio, il quale subito non si discerne, perchè quivi anco nasce il cipiro, il quale però è durissimo, e a fatica getta odore. Gli altri h an n o odore -simile a quello del nardo. Écci anco di p e r sè un' erba Indiana, la quale si chiama cipira, di forma di gengiovo, e masticata ha forza di zaffe­ rano. 11 cipero in medicina fa forza di psilotro. Fassene empiastro a quelle ptllicine, che si sfo­ gliano intorno all'unghie delle dila, e a ll'u lc e re de’ membri genitali, e a tutte 1 ulcere, che sono * in luoghi umidi, come • quelle della bocca. La sua radice giova contra il morso delle serpi, e massimamente degli scorpioni. Bevuta ap re le matrici, e quando se ne bee in abbondanza, h a tanta forza, che le caccia fuori. Muove l ' o rin a , e la pietra, e per questo è utile a' ritruopichi. Im ­ piastrasi sull* ulcere che vanno im pigliando, e massimamente su qnelle che sono nello sto m aco , insieme col vino o con l ' aceto.

C t PERUS, MEDICINAE XIV. CtPERIS, CTP1 RA.

LXX. Cyperos jancus est, qualiter diximus, angulosus, juxta terram candidus, cacumine ni­ ger, pinguisque. Folia ima porraceis exiliora, in cacumine minuta, inter quae est semen. Radix olivae nigrae similis, quam, quum oblonga est, eyperida vocant, magni in medieina usus. Laus cypero prima Ammoniaco, secnnda Rhodio, ter­ tia Theraeo, novissima Aegyptio : qaod et confnndit intellectam, quoniam et cypiros ibi nasci­ tor. Sed cypiros durissima, vixqoe spirans. Cete­ ris odor et ipsis nardam imitans. Est et per se Indica herba, quae cypira vocatur, tingiberis effigie : commanducata croci vim reddit. Cypero vis in medicina psilothri. Illinitor pterygiis, ulceribusque genitalium, et quae in humore sunt •ronibas, sicat oris ulceribus. Radix adversus serpentium ictos, et scorpionum, praesenti reme­ dio est. Valvas aperit pota. Largiori tanta vis, ut expellat eas. Urinam ciet, et calculos, ob id uti­ lissima hydropicis. Illinitur et ulceribus, quae serpunt, sed his praecipue, quae in stomacho sunt, ex vino vel aceto illita.

,6 ,

HISTORIARUM MUNDI L1B. XXI. HoLOJCHOtSOS. D bll' oloccbeko.

162

LXXi. Junci radix in Iribus heminis a q a a e decocta ad tertiat, tussi medetur. Semen tostum et in aqua potum , sislit alvum, e t feminarum m ense*. C upitis dolores facit, qui vocatur holotchoenos : ejus q u a e proxima sunt radicis, commamlucanlur adversus araneorum morsus. Inve­ nio etiamnum unum junci genus, quod euripiceo vocant. Hujus semine somnum allici, sed modum servandum , ne sopor fiat.

LXXI. La radice del giunco cotta in tre emine d ' acqua infino olla terza parte, medica la tosse. Il seme arrostito e bevuto nell'acqua, ferma il corpo e i mesi delle donne. Il giuoco chiamato oloscheno fa dolere il capo : la parte vicina alla radice si mangia contra il morso de'ragoi. lo truovo un' altra sorte di giunco, che si chiama euripice, il cui seme fa dormire ; ma bisogna aver cura di prenderne moderatamente, perchè il sonno non sia troppo.
M e d ic in e c h e si fanno dee . cionco
o d o r if e r o , o t e d c h it b ,

Medicinae ex jm co odorato, sivb tbochite, x. LXX11. O b id et odorati junci medicinae di* ceotor, qnoniam et in Syria Coele ( ot suo loco retulimus) nascitur. Laudatissimus ex Nabataea, cognomine teuchites, proximus Babylonias., pes­ simus ex Africa, ac sine odore. Est aulem rotun­ das, vinosae mordacitatis od linguam. Sinceras io confricando odorem rosae emittit, rabentibus fragmentis. D iscutit inflationes, ob id stomacho olilij, bilemque e t sanguinem rejicientibus. Sin­ gultas sedat, ructus movet, urinam ciet, vesicae medelur. Ad muliebres usas decoquitur. Opisthotonicis cura resino arid a imponitur cxcalfactoria.

10.

LXX 1I. Per questo porremo le medicine anche del giunco odorifero, perciocché e' nasce ancora nella Celesiria, come abbiamo detto al suo luogo. Eccellentissimo viene di Nabalea, cognominato tenchite : prossimo a questo è il Babilonio ; pes­ simo l’ Africano, e senza odore. Esso è tondo, e di forza mordace alla lingua con sapore di vino. Lo schietto stropicciandolo getta odore di rosa, e i,suoi frammenti traggono in rosso. Caccia le ventosità, e perciò giova allo stomaco, e a coloro che ributtano la collera e il sangue. Ferma i sin­ ghiozzi, muove i rutti, provoca l'orina, e medica la vescica. Cuocesi a' bisogni delle donne. Ado­ perasi a coloro che hanno ritirati i nervi del collo, con ragia secca, che ha virtù riscaldativa.
M e d ic in e

BflDICINAB BX SCPRADICWS FLOBIBLS : EX ROSA, MED. XXXII.

cbb si f a n n o d e i s u d d e t t i f i o r i : DELLA ROSA, 3 a .

1.XXIII. Roso adslringit, refrigerat. Usus ejns«iÌTÌtor in folia, et flores, el capila. Foliorum paries quae can d id ae, ungues vacantur : in flore aliud est semen, a liu d capillus: in capite, aliud corier, aliod caly x . Folium siccatur, aut tribus modis exprim itur. P e r se, quum ungues non detrahunlur: ibi e n im humoris plurimum. Ant cotn detractis u n g u ib u s , reliqua pars aut oleo aut vino m a c e ra tu r in sole vasis vitreis. Quidam el salem adm iscent, et anchusam nonnulli, ant Hpalalhum, a n t ju n c u m odoratum : quia talis naxime prodest v u lv a e ac dysentericis. Expri­ muntur eadem folia detractis unguibus, trita per lioleom spissum in aerenm vas, lenique igni iorcos co q u itu r, d o n e c fiat crassitudo mellis, ii hoc eligi o p o r t e t odoratissima quaeque folia.

LXXIII. La rosa ristringe e rinfresca i corpi. L ' oso suo è differente, secondo che ae ne adope­ rano le foglie, i fiori, e i capi. Le parti bianche delle foglie si domandano ugne. Nel fiore altro è il seme, allro il capello : nel capo altra la cortec­ cia, altra la boccia. La foglia si secca, o in tre modi si preme ; cioè, o per sè, quando le ugne non si levano, perciocché quivi è molto umore. O quando levate le ugne, l ' altra parte si macera ovvero in elio, o in vino al sole in vasi di vetro. Alcuni vi mettono anco il sale, e alcuni l'ancusa, o l ' aspalato, o il giunco odorato, perciocché tale mistura giova molto alla matrice, e a) male dei pondi. Premonsi le medesime foglie, già levate via le ugne, peste per pannolino fitto in un Taso di rame, e il sugo si cuoce a fuoco lento, finché si rassodi come il mele. A qoesto effetto si scel­ gono tolte le foglie più odorifere.

C. P U N I I SECUMDI

19. Vinum quomodo fieret e rosa, diximus inter geuera vini. Usus succi ad aures, oris ulcera, gingivas, tonsillas, gargarizatus, stomachum, vulvas, sedis vilia, capitis dolores. In febre per te, vel curo aceto ad somnos, nauseas. Folia urun­ tu r in calliblepharum. E l siccis femina adsperjiuntur. Epiphoras quoqne arida leniunt. Flos somnum facit. Inhibet fluxiones mulierum, ma­ xime albas, in posca potus: et sanguinis exscrea­ tiones. Stomachi quoque dolores, quantum ia vini cyathis tribus. Semeu his optimum crocinum, nec anniculo vetustius, et in umbra siccator. Ni­ grum inutile. Dentium dolori illinitur. Urinam ciet. Stomacho imponitur. Itera igni sacro non veteri. Naribus subductum caput purgat. Capita pota venirem cl sanguinem sistunt. Ungues rosae epiphoris salubres. Ulcera enim oculorum rosa sordescunt, praeterquam initiis epiphorae, ita pl arida cum pane imponatur. Folia quidem vi­ tiis stomachi, rosionibus el vitiis ventris, et itile* stinorum, et praecordiis utilissima, vel illita. Cibo quoque lapathi modo condiuulur. Caven­ dus in his silus celeriter insidens.

El aridis et expressis aliquis usos. Diapasmata inde fiunt ad sudore* coercendo*, ita ut a bali­ neis inarescant corpori, dein frigida abluantur. Silvestris pilulae cum adipe ursino alopecias mirifice emendant.

19. In che modo si faccia il vino della rosa, già 1’ abbiamo detto ragionando de'vini. Usasi il sugo agli orecchi, alle crepature della bocca, alle gengie, alle enfiature della gola : gargarizzando­ sene giova allo slomaco, alle matrici, a'difetti del fondamento, e alle doglie del capo. Nella febbre giova da sè solo, e cou l ' aceto al sonno e al fa­ stidio dello stomaco. Le foglie a' abbruciano per medicina J ’ occhi : eoa le secche si medicano i peltignoni. Le aride guariscono ancora le lagrimazioni dagli occhi. 11 fiore fa sonno, ristagna i flussi delle donne, e massimamente i bianchi, be­ vuto con la posca ; e lo sputare del sangue. Leva auco i dolori dello slomaco, quanto basta in tre bicchieri di vino. Di questi il miglior seme è il giallo, nè più vecchio d ' un anno : seccasi al rez­ zo. Il nero è disutile. Mettesi sul dolore de’deuti, muove l ' orina, ponsi sullo stomaco, e guarisce il fuoco sacro, non vecchio. Posto sotto il naso p u r­ ga il capo. I capi suoi bevuti fermano il corpo e il sangue. Le ugne della rosa sono utili alle lagrimazioni degli occhi ; perciocché 1' ulcere di essi diventano sordide dell’ umor che stillano pel sugo delle foglie, fuorché nel principio della lagriraazione, pure che esso vi si metta su secco col pane. Le foglie a' difetti dello stomaco, a' rosicamenti e difetti del ventre e delle kudelle e alle precordia sono utilissime, ancora impiastrale. Condiscono ancora per mangiare a modo di sp i­ naci, ma voglionsi in ciò guardar dalla muffa, che tosto vi s1attacca sopra. Le secche e premute son buone a qualche co­ sa. Fannosene certe polveri odorose per frenare i sudori, in modo che dopo i bagni si secchino sul corpo, dipoi fredde si lavino. La rosa salvatica col grasso di orso giova maravigliosamente alle alopecie.
D el
g ig lio , a i.

Ex LILIO, XXI. LXX 1V. Lilii radices multis modis florem suum nobilitavere, contra serpentium ictas ex vino potae, et contra fungorum venena. Propter clavos pedum in vino decoquuntur, tridnoque non solvuntur. Cum adipe aut oleo decoctae, jtilos quoque adustis reddunt. E mulso polae inutilem sanguinem cum alvo trahunt. Lienique, rl ruplis, vulsis prosunt, et mensibus feminarum, in vino vero decoctae, impositaeque cum meile nervi» praecisi» medentur. Lichenas, et lepras, «*l furfures in facie emendant. Erugant corpora. Folia io aceto cocla vulneribus imponuntur : epiphoris testium, melius cum hyoscyamo el farina tritici. Semeu illinitur igni sacro: flos et folia ulcerum vetustati. Succus qui flore expres­ sus est, ab aliii mei vocatur, ab alii» synuui, ad

LXX1V. Le radici del giglio per molti m oda nobilitarono il fior loro, bevute col vino c o n ira i morsi delle serpi e contra il veleno de* fuoghi. Pei. calli de' piedi si cuocono nel vino, dove non b a ­ stano a sciorle tre giorni. Colte cou grasso, o c o n olio, fanno rimettere il pelo agl’ incolli. B e v u te col vin melalo mandano il saugue disutile p e r i l i solto, e giovano alta milza, a' rotti, agli s c o n v o lti e alle purgagioni delle donne. Colte col v in o , e postevi su col mele, guariscono i nervi ta g lia li, 1 « volatiche, la lebbra, e le forfore nella faccia. L e ­ vano le crespe a' corpi. Le foglie colte n e l l 'a c e l u si mettono sulle ferite. Con giusquiamo e fa ri o s i di grano giovano al male de' testicoli. 11 s e m e j , i impiastra al fuoco sacro : il fiore e le foglie a l l * , piaghe vecdiic. 11 augo premuto del suo f l o r e ,

.65

HISTORIARUM MONDI LIB. XXI.

tC6

emolliendas vulvas, sudoresque faciendos, et supporationes concoquendas.

chiamato <Ia alcuni mele, da alcuni sirio, ed c buono a mollificare la matrice, a provocare i su­ dori e maturar le suppurazioni.
D e l r a h c is o , 1 6 .

E x BAftCUSO, xvi. LXXV. Narcissi duo genera in usa medici recipiant. U nam purpureo flore, et alterum her­ baceam. H unc stomacho inutilem, et ideo vomi­ torium, alvosque solventem, nervis inimicum, capat gravantem, et a narce narcissum dictum, noa a fabuloso puero. Otriusque radix ma Isei saporitesi. A m bustis prodest cum exiguo meile. Sic et vulneribus, et luxatis. Panis vero cum meile et avenae farina. Sic et infixa corpori ex­ trahit. Io polenta tritas oleoque, contusis mede­ tur, el lapide percussis. Purgat vulnera permi­ xtas farinae. N igras vitiligines emaculat. Ex hoc flore fit narcissinum oleum ad emolliendas duri­ tias, calfacienda quae alserint. Auribus utilissi­ mam : sed et capitis dolores facit.

LXXV. Due specie di narciso pongono t me. dici : uno di fior porporino, e I' altro di color di erba. Questo è inutile allo stomaco, e però fa vo­ mitare, risolve il corpo, è nimico a’ nervi e ag­ grava il capo. Il narciso è così chiamato da naroe, non da quel fanciullo, di cui favoleggiano i poeti. La radice dell’ uno e 1' altro ha sapore di vin melato. Con un poco di mele giova alle cotture, e così alle ferite, e a chi ha mosso qualche mem­ bro di luogo; e agli enfiali delle ascelle o dell’anguinaglia con mele e farina di vena. Così anche estrae del corpo ciò che vi si fosse infitto. Pesto in polenta ed olio medica le contusioni e i colpi di pietra. Mescolato con farina purga le ferite. Leva i lividori neri. Di questo fiore si fa l ' olio narcisino, buono a mollificar le durezze, e a ri­ scaldare le cose infrigidate. È utilissimo agli orecchi, ma fa dolere il capo.
D e lle v io le , 2 8 .

£ v io l is ,

xxviii.

LXXVL Violae silvestres, et sativae. Purpu­ reae refrigerant. Contra inflammationes illinun­ tur stomacho ard enti. Imponuntur et capiti in fronte. Ocoloramn privatim epiphoris, et sede procidente, v u lv a e : et contra suppurationes. Crapulam, et gravedines capitis impositis coronis olfactoque d iscu tiu nt. Anginas ex aqua potae. Id qood purpureum e x iis, comitialibus medetur, maxime pueris, in aqua potum. Semen violae Korpiooibus a d v ersa tu r. Contra flos albae suppu­ rata aperit: ipsa d iscu tit. E t alba aulem et lutea extenuant n e n s tr u a , urinam cieut.

Miubr vis e s t recentibus: ideoque aridis post annum u teu du m . L u te a dimidio cyatho in aquae Iribus, menses tr a h it. Radices ejus eum aceto illitae sedant lie n e m : item podagram : oculorum salem inflam m ationes cum myrrha et croco. Fo­ ia cum meile p o r g a n t capitis ulcera : cura cera­ to rimas-sed is, e t q a a e ia homidis sunt. Ex aceto vero collectiones s a n a n t.

LXXVI. Le viole sono salvatiche, e domesti­ che. Le rosse rinfrescano la iufiarnmagioue, impia­ strate sullo slomaco ardente. Poogonsi ancora sul­ la fronte al dolore del capo; e particolarmente si adoperano alle lagrimazioni degli occhi, e alle co­ se che caggiono del fondamento, o della vulva, e dove è raccolta marcia. Mettendone ghirlande in testa, o fiutandole levano la crapula, e la gravezza del capo. Bevute con I* acqua giovano alle stret­ ture della gola. Quel rosso eh’ è in esse medica il mal caduco, e massimamente a’ fanciolli, bevuto con 1 acqua. Il seme della viola è conira gli scor­ ’ pioni. AI contrario il fiore della bianca apre le suppurazioni, e le scioglie. La bianca e la gialla scemano i menstrui, e muovono I1orina. Le fresche hanno minor forza; e perciò s'usano le secche dopò Panno. La gialla, messone un mez­ zo bicchiere in tre d'acqua, provoca le purgagio­ ni delle donne. Le sue radici intrise con l ' acelo mitigano la milza e le gotte ; e con mirra e zaf­ ferano le infiammagioni degli occhi. Le foglie col mele purgano le ulcere del capo ; e con la cera le fessure del sesso, e quelle che sono in parti umide. Con l ' aceto guariscono dove è raccolta marcia.

1G7

C. PLINII SECUNDI Ex BACCHARI, XVII. h COMBRETO* I.
DfeLLA BACCARA, 17. DEL COMBRETO, I.

1G8

LXXVII. Bacchar in medicinae usu aliqui ex noslris perpressam vocant. Auxiliatur contra ser> pentes, capitis dolores fervoresque: item epipho­ ras. Imponitor mammis tumentibus a partu, el aegilopis incipientibus, et ignibus sacris. Odor somnum gignit. Radicem decoctam bibere spa­ sticis, eversis, convulsis, suspiriosis, salutare est. In tussi vetere radices ejus tres qualuorve deco­ quuntur ad terlias paries. Haec potio mulieres ex abortu purgat. Laterum punctiones tollit, et vesicae calculos. Tnndilur et in diapasmata. Ve­ stibus odoris gratia insetitur. Combretum, quod simile ei diximus, tritum cum axungia, vulnera mire sanat.

LXXVII. La baccara nell1 uso della medicina è chiamala da alcuoi de'nostri perpressa. È buona contra le serpi, i dolori e ribollimenti del capo, e le distillazioni degli occhi. Ponsi sulle poppe che enfiano dopo il parto, e agli egilopi quando co­ minciano, e al fuoco sacro. Il suo odore fa sonno. La sua radice colla è utile a bere agli spastici, ai membri strarolti, a’ membri smossi, e a’ sospiro­ si. Per la tosse vecchia le sue radici tre o quadro volte si coocono fino alla terza parte. Questa be­ vanda purga le donne della sconciatura. Leva le punture del fianco e la pietra. Pestasi in polvere odorosa. Mettesi fra le vesti per l'odore. Il com­ breto, che noi dicemmo essergli simile, trito eoa la sngna sana maravigliosamente le ferite.
D ell '
asaro,

Ex ASARO, VIII. LXXV 1II. Asarum jocinerum vitiis salutare traditur, uncia sumptum in hemina mulsi mixti. Alvum purgat ellebori modo. Hydropicis prodest, et praecordiis, vulvisque, ac morbo regio. In mustum si addatur, facit vinum urinis ciendis. Effoditur quum folia emittit. Siccatur in umbra. Situm celerrime sentit.

8.

LXXVIII. Dicesi che l'asaro è molto utile ai difetti del fegato, pigliandone un' oncia in u n 'e ­ mina di vin di mele annacquato. Purga il corpo, come fa l ' elleboro. Giova a' rilruopichi, alle precordia, alla matrice e a chi ha traboccato il fiele. Se si mette nel mosto, fa il vino alto a provocar l ' orina. Cavasi quando comincia a mettere le fo­ glie. Seccasi all' ombra. Sente loslo la muffa.
D e l { ardo G allico , 8 . T

E

bardo

G allico ,

vih .

LXXIX. 20. E t quoniam quidam, u t diximus, nardum rusticum nominavere radicem baccharis, contexemus et Gallici nardi rimedia in hunc lo­ cum dilata io peregrinis arboribus. Ergo adver­ sus serpentes duabus drachmis in vino succurrit. Inflammationibus coli, vel ex aqua, vel ex vino. Itera jocineris, et ren u m , suffusisque felle. Et hydropicis per se, vel cum absinthio. Sistit pur­ gationum mulierum impetus.

LXXIX. so. E perchè alcuni, siccome abbiamo dello, chiamano la radice della baccara nardo rustico, noi ragioneremo del nardo Gallico e dei suoi rimedii,i quali furono lasciali addietro, quan­ do trattammo degli alberi forestieri. Due dramme d ' esso bevuto nel vino sono utili contra le serpi : alla imfiammagione colica è utile con acqua, o con vino. E ancora utile al fegato, alle reni, e a chi ha sparso il fiele. A' rilruopichi giova per sè solo, o con l'assenzio. Ferma l ' impeto delle p u r ­ gagioni delle donne.
D ell ' erba
che s' appella fu ,

Ex

HERBA, QUAM PHD VOCAHT, IV.

LXXX. Ejus T ero quod phu eodem loco ap­ pellavimus, radix datur potoi trita, vel decocta ad strangulatus, vel pectoris dolores, vel laterum. Menses quoque ciet. Bibitur cum vino.

LXXX. La radice di quell' erba, che noi n e l luogo stesso chiamammo fu, si d ì a bere p e s t a ovvero cotta oontro le soffocazioni, e le doglie <li petto o di fianco. Provoca eziandio i mesi. B e e s i col vino.
D el
croco,

E

croco ,

xx.

ao.

LXXXI. Crocum meile non solvitur, nulloqne dulci : facillime autem vino, ant aqua. Uti-

LXXXI. 11 croco o zafferano non si disfa n e l mele, nè ia »ltra cosa dolce, ma facilmente n d t ì q o 7

’fy

U1ST 0 U1ARUM MUNDI MB. XXI. o nell' acqua. È utilissimo in medicina. Conservasi in bossolo d 'osso. Leva tutte le arsioni ; e massi­ mamente quelle degli occhi, mescolato con novo; non che la soffocazione della matrice, le esulcera­ zioni dello stomaco, del petto, delle reni, del pol­ mone e della vescica ; ed è molto utile alla infiammagione d'essa : similmente alla tosse, e al male di petto. Leva il pizzicore, e provoca l'o ri­ na. Chi prima bee il zafferano, non sente poi la crapula ; e con esso ancora si resiste alla ubbria-* chezza. Le ghirlande fatte d' esio giovano a non lasciar obbriacare. Fa sonno:leggermente muove il capo, e provoca la lussuria. 11 fior suo con creta Cimolia s ' impiastra sol fuoco sacro. Del crocomagma sibio, a. LXXX 1I. Mescolasi in molte medicine, e fu esso che diede il nome a quella che si chiama colli­ rio. La sua fece, poi che se n 'è tratto l 'unguento, chiamato crocomagma, ha le sue utilità contra le oscurazioni degli occhi e l'orina. Riscalda più che esso zafferano. Ottimo è quello, che gustato tigne la sciliva e i denti. Medicirb chb si fanno deli.' mine, 4 « * D e lla salionca, 3 LXXXIII. La iride rossa è migliore che la bianca. E cosa mollo utile legarla intorno a' bam­ bini, massimamente quando fanno i denti, e han­ no la tosse ; e instillarla a quegli che hanno ver­ mini. Gli altri effetti suoi sono poco differenti da quelli del mele. Purgale ulcere del capo,e massimamente le marce vecchie. Pigliandone due dramme col mele purga il corpo. Beendola guarisce la tos­ se, i tormini, e le ventosità. Con l ' aceto sana la milza. Con la posca giova coutra il morso delle serpi e de' ragni. Pigliasi a peso di due dramme in pane o acqua conira gli scorpioni. Conira & morsi de1cani e le infreddature si pone con l'olio. Così ancora al dolor de' nervi ; e impiastrasi eoa la ragia a’ lombi e alle coicie. La sua virtù è di riscaldare. Messa sotto il naso, muove gli starnu­ ti, e purga il capo. Impiastrasi alla doglia del capo con le mele cotogne o strutlee. Rimuove la cra­ pula, e la difficolta dell'alito. Pigliandone due oboli, muove il vomito. Postavi su col mele, tira fuora l ' Ofs* rotte. La sua farina s'usa a' panerecci che vengono sulle radici delle unghie; e col vino s'adopera a' chiovi, ovver ciccioni, e a' porri ; e non si scioglie per tre giorni. Masticala fa buono alito, e leva il puzzo di sotto le braccia. 11 sogo suo mollifica tutte le.durezze. Fa dormire, ina scema lo sperma. Guarisce le fessure del sedere, e i fichi, e tulle le cose che crescono nel corpo.

lis»iroura in medicina. Adservatur cornea pyxide. Discutit inflam m ationes omnes quidem, sed ocu­ lorum m a x im e ex ovo illitum: vulvarum quoque strangulatus, stomachi exulcerationes, pedoris, et renum , jo c in e ra m , pulmonum, vesicaruroque; peculiariter inflam m ationi earum vehementer utile. Item tu s s i et pleuriticis. Tollit et pruritus. Urinas ciet. Q u i crocum prius biberint, crapu­ lam non s e n tie n t, ebrietati resistent. Coronae quoque ex eo m ulcen t ebrietatem. Soranum facil. Caput le n ite r m ovet. Venerem stimulat. Flos ejus igni sa c ro illin itu r cum creta Cimolia.

S ybic » crocomagxa: ubdicinab ii . LXXXU. Ipsum plurimis medicaminibus mi­ scetor. C o lly rio uni etiam nomen dedit. Faex quoque expressi unguento crocino, quod croco­ magma ap p ellan t, habet suas utilitates contra suffusiones oculorum , urinas. Magis excalfacit, quam crocum ipsum. Optimum, quod gustatu salivam denlesque inficit. MbDICIBAB EX 1RIDB, XLI. E SALIUNCA, III.

LXXX 111. Iris rufa melior quam candida. Infantibus eam circumligari salutare est, den­ tientibus praecipue, et tussientibus, tinearum ve viiio laborantibus instillari. Ceteri effectus ejus non m ultam a meile differunt. Ulcera purgat capitis, praecipue suppurationes veteres. Alvum solvit duabus drachmis cum meile. Tussim, tor­ mina, inflationes, pota : lienes ex aceto. Contra serpentium et araneorum morsus, ex posca valet. Contra scorpiones, duarum drachmarum pondere in pane vel aqua sumitur. Contra canum morsus, ex oleo im ponitur: et contra perfrictiones. Sic et nervoram doloribus. Lumbis vero et coxen­ dicibus cum resina illinitur. Vis ei concalfacto­ ria. Naribus subducta, sternutamenta movet, capulqne purgat. Dolori capitis cum cotoneis malis aut strutheis illinitor. Crapulas quoque et ortho­ pnoeas discutit. Vomitiones ciet, duobus obolis sampta. Ossa fracta extrahit, imposita cum meile. Ad paronychias farina ejus utuntur: cum viuo, ad clavos, vel verrucas, triduoque non solvitur. Halitus oris com manducata abolet, alarumque vilia. Succo d u ritia s omnes emollit. Somnum conciliat, sed g e n itu ra m consumit. Sedis rimas, et condylomata, o m niaque iu corpore excrescen­ tia sanat.

1 7I

C. PL1N1

SECONDI

172

Sunt qui silvestrem, xyrin vorent. Strumas baec, vel p«nos, vel inguina disculil. Praecipitur, ut sinistra manu ad hos osus eruatur, colligentesque dicant, cujus homiois utique causa exi­ mant. Scelus herbariorum aperietur in hac ineutione. Partem ejus servant, et quarumdam alia­ rum herbarum, sicut plantaginis: et si parum mercedis lulisse se arbitrantur, rursusque opus quaerunt, pariem eam quam servavere, eodem loco infodiunt : credo, ul vitia, quae sanaverint, laciant rebellare. Saliuncae radix in vino decocla sistit vomi­ tiones, corroborat stomachum. E z POLIO, XIX. LXXXIV. Polio Musaeus et Hesiodus perungi jubent dignationis gloriaeque avidos: polium tractari, coli: polium contra serpentes substerni, ori, potari : in vino decoqui recens, vel aridum, illinique. Splenicis propinant ex aceto : morbo regio in vino: et hydropicis incipientibus in vino decoctum. Vulneribus quoque sic illinunt. Se­ cundas mulierum , partusque emortuos pellit : ilem dolores corporis. Vesicas inanit: et epipho­ ris illinitur.

Alcuni chiamano siri la iride salvaiica. Questa guarisce le scrofe, i pani, e le anguinaglie. Dico­ no che quella che s'ha da adoperare a queste cose, si dee corre con la man manca, e chi coglie dee dire per chi, e perchè la coglie. Manifesteremo in questa parte la ribalderia degli erbolai, i quali si riserbano una parie di questa e d ' alcune altre erbe, come è la piantaggine.se non pare loro aver­ ne avuto conveniente prezzo ; e per aver piò a fare, quella parie che hanno riserbata, sotterrano in quel medesimo luogo ; e credo che ciò facciano per far ritornare i mali, eh’ essi hanno guariti. La radice delta saliunca colla nel vino ferma il vomito, e fortifica lo stomaco.
D e l p o lio , 19.

Nec magis alia herba convenit medicamento, quod alexipharmacqn vocant. Stomacho tamen inutile esse, caputque eo im pleri, et abortum fieri poto, aliqui negant. Ad religionem addunt, ubi inventum sit, protinus adalligandum contra oculorum suffusiones, cavendumquc ne terram atlingat. Hi et folia ejus thymo similia tradunt, nisi qood molliora sunt, et lanatiore canitie. Cum ruta silvestri, et si teralur ex aqua coelesti, aspi­ das mitigare dicitur : et non secus atque cylinus adstringit et cohibet vulnera, prohibetque serpere.

LXXXIV. Museo ed Esiodo dicono che s' ha da ugnere col polio, chi vuole essere stimato assai, ed è bramoso di gloria. Il polio si tratta e si col­ tiva : si soppone alla persona, si arde, si bee conIra le serpi. 1 medici lo cuocono fresco o secco nel vino, e Cannone empiastro. Lo danno bere nell' aceto a coloro che hanno male di milza, e nel vino a chi ha sparso il fiele, e cotto nel vino a chi comincia esser ritruopico. Così lo pongono ancora sulle ferite. Egli manda fuori le seconde delle donne, e i parti morti ; e calma il dolore del corpo. Sgombera la vescica, e meltesi sulle lagrimazioni degli occhi. Non c'è alcuna erba, la quale piò si confaccia con quella composizione, che si chiama alessifarroaco. Nondimeno, eh' egli sia nemico allo sto­ maco, che empia il capo, e che beendolo faccia sconciare, alcuni hanno per falso, alcuoi no. A ltri aggiungono che a motivo di religione, dove egli è trovato, subito si dee legare contra le cateratte degli occhi, e aver cura che non tocchi lerra. Q ue­ sti dicono ancora che le sue foglie sono simili a quelle del timo, se non che sono più morbide e più lanose. Se con rula salvatica si pesta con acqua piovana, dicono che mitiga gli aspidi ; e non al­ trimenti che il citino rislrigne le ferite, e non le lascia impigliare.
D e l l ' o lo c e is o , 3. D e l l a c riso c o m b , 6 .

Ex HOLOCHftYSO, III. E CU SOCO E, VI. BY M LXXXV. Bolochrysos medetur stranguriae in vino pota, et oculorum epiphoris illita. Cum faece vero vini cremata et polenta, lichenas emen­ dat. Chrysocomes radix calfacit, et stringit. Da­ tur potni ad jocinerum vilia : item pulmonum : vulvae dolores in aqua mulsa decocta. Ciet men­ strua: et si cruda detur, hydropicorum aquam.

LXXXV. L'olocriso bevuto nel vino gnarisce gli stranguglioni ; non che le lagrimatoie degli oc­ chi, impiastratovi sopra. Arso con feccia di vino e polenta guarisce il male, o enfiatura di mento. La radice delle crisocome riscalda e rislrigne. Dassi a bere «'difetti del fegato e del polmone; e cotta in acqua melata, a' dolori della matrice. Caccia fuori i menstrui, e, se si dà cruda, l ' acqua de* ritruopichi.

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HISTOKURUM MONDI L 1B. XXL Ex M ELISSOPHYLLO, XIII.
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e l m k l is s o f il l o ,

•74
i3 .

LXXXV 1. Melissophyllo sive raeliltaena si perungantur alvearia, non fugient apes. Nullo eoim magis gaudent flore. Copia istius exaniiua facillime continentur. Idem praesenlissinium est cootra ictus earum vesparuraque, et siroilium, sicut araneorum : item scorpionum. Item contra t ulvarum strangulationes, addito nitro. Contra lormioa. e Tino. Folia ejus strumis illinuntur, et sedis tiliis, cam sale. Decoctae succus feminas porgat, el inflammationes discutit, et ulcera sa­ nat. Articularios morbos sedat, canisque morsus. Prodest djsenlericit veteribus, et coeliacis, et orlhopooicis, lienibus, ulceribus thoracis. Caligi­ nes ocolorum succo cum meile inungi eximium habetor.

LXXXV 1. Se le casse delle pecchie s1ungono col melissofìllo o melitlena, elle non se ne fuggi­ ranno mai, perciocché non c'è fiore alcuno, che più le rallegri di questo. Dall’ abbondanza di questo facilmente si ritengono gli sciami. Il me­ desimo è prontissimo rimedio conira le punture loro, delle vespe, degli aragui, e degli scorpioni; non che contra le soffocazioni della matrice, aggiugnendovi il nitro. Contra i lormiui t'u s a col vi.no. Le foglie sue s’ impiastrano alle scrofe e ai difetti del sesso colte col sale. 11 sugo suo porga le donne, caccia le infummagioui, e guarisce le rotture. Mitiga i malori articolari e i morsi del cane. Giova al male de' pondi vecchi, a' deboli di stomaco, alla mancanza di respiro, alla milza e alle ulcere del cosiolame. È tenuto per cosa mollo buona a 1bagliori ugnere gli occhi col sugo suo e col mele. D el m eliloto, i 3. LXXXVIL 11 meliloto mescolato col tuorlo delP uovo, o con seme di lino, medica gli occhi. Mitiga ancora il dolore delle mascelle; e del capo con I’ olio rosato ; e degli orecchi col vino passo, e lulle le gonfiezze o crepature delle mani. Calma i dolori dello stomaco collo nel vino, o crudo e Ifilo. Questo effetto medesimo fa alla matrice. Fresco e cotto nell' acqua, o nel vin passo, medica i testicoli, e il sesso ricaduto, e i mali che sono quivi ; e aggiuntovi olio rotato si mette sulle can­ crene. Bolle nel vio dolce ; e particolarmente ha gran virtù contra gli enfiati delti fignoli, o cic­ cioni.
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E x MILILOTO, XIII. LXXXVII. Melilotos quoque oculis medetor curo luteo ovi, a u t lini semine. Maxillarum quo­ que dolores leu it ; et capitis cum rosaceo : item aurium e passo, quaeque in manibus intumescant, vel erumpant. Stomachi dolores iu vioo decocla, vel cruda tritaque. Idem eficctus et ad vulvas. Tesles vero, et sedem prociduam, quaeque ibi sint vitia, receos ex aqua decocta, vel ex passo. Adjeclo rosaceo illinitur ad carcinomata. Defer­ vescit in vino dulci. Peculiariter et contra meliceridas efficax.

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TRIFOLIO, IV.

trifo g lio , 4*

LXXXV 11I. a i. Io soessereopinionecheil tri­ LXXXYltl. 21. Trifolium scio credi praeva­ foglio valga contra il morso delle serpi e degli lere con ira serpentium ictus et scorpionum, ex vioo aut posca, seminis granis viginti polis : vel scorpioni, beendo venli granella del suo seme in foliis, et lota h erb a dccocta : serpentesque num- vino, o in posca, ovvero cocendo le foglie e tolta 1' erba ; e che le serpi non si veggano mai nel tri­ quam in trifolio aspici. Praeterea celebratis aucto­ foglio. Olirà di ciò essere alcuni autori famosi, ribus, coDlra o m nia venena pro antidoto suf­ ficere xxv gran a ejus, quod minyanlhes ex eo che dicono, come con tra ogni veleno sono suffi­ ciente rimedio venticinque granella del suo seme, appellavimus, tra d i. Mulla alia praeterea in re­ il quale per ciò abbiamo chiamalo miniente; e cbe mediis ejus adscribi. Sed me contra senlentias di esso si compongono molti altri rimedii. Ma la forum gravissimi viri auctoritas movet. Sopho­ cles enim poeta venenatum id dicil.Situus quoque autorità d' un gravissimo uomo mi muove conira le opinioni di costoro. Perciocché Sofocle poeta c medicis, decocti, aut contriti succum infusum dice eh* egli é velenoso. Simo medico anch’ egli corpori, easdem uredines facere, quas si percussis afferma, che se il sugo d'esso o colto, o pesto, >serpente im ponatur. Ergo non aliter utendum ijuain con tra venena, ceu»uerim. Fortassis s’ infonde a'corpi, fa quei medesimi ardori, come ttùo et bis venenis iulcr se coulraria sil ualura, ; se si me tiesse a' percossi dalle serpi. Laonde io

C. PLINII SECUNDI sicut rauJtis aliis. Ilem animadverto, semen ejus, cujus minima sint folia, utile esse ad custodien­ dam mulierarii catis gratiam, in facie illitam. sono di parere, ch' e* non si debba usare se n o n contra i veleni. Perciocché forse questi veleni sono di contraria natura tra loro, come molti al­ tri. Io truovo ancora che il seme di quello che ha le foglie molto piccole è utile a conservare la pelle molto pulita sol viso delle donne.
D el tih o , 99.

Ex thyuo, xxix. LXXX 1X. Thymum colligi oportet in flore, et in umbra siccari. Dao autem sunt genera ejus: candidum, radice lignosa, in collibus nascens, quod et praefertur : alterum nigrius, florisque nigri. Ulraque oculorum claritati inultum con­ ferre existimantur, et in cibo, et in medicamentis, liem diutinae tussi: in ecligmate faciles exscrea­ tiones facere cum aceto et sale. Sanguinera con­ crescere non pati e meile : longas fauciam dislillaliones extra illita cam sinapi, extenuare : item stomachi et ventris vilia. Modice bis lamen uten­ dum est, quoniam excalfaciunt, quamvis sistunt alvum: quae si exulcerata sit, denarii pondus in sextarium aceti et mellis addi oportet. Item si lateris dolor sit, aat inter scapulas, a at in thorace. Praecordiis medenlur ex acelo cum meile : quae potio dalur et in alienatione menlis, ac melancholicis. Dalur el comitialibus, qaos cor­ reptos olfactus excitat Ihymi. Ajunt et dormire eos oportere in molli thymo. Prodest et orlhopnoicia, et anhelatoribus, mulierumque mensibus retardatis. Vel si emorlul sint in atero parias, decoctum in aqua ad tertias. Et viris vero contra inflationes cum meile et aceto. Et si venter tur­ geat, lestesve, aut si vesicae dolor exigat. E vin» tumores et impetus tollit impositum. Ilem curo aceto callum et verrucas. Coxendicibus imponi­ tur, cura vino : articulariis morbis, et luxatis, tritum ac lanae inspersum ex oleo. Dant et polio­ nem articulariis morbis trium obolorum pondere in tribus aceti et mellis. E t in fastidio, tritum cum sale.

LXXXIX. Il timo bisogna che si colga in fio­ re, e si secchi all1ombra. Egli è di due ragioni : uno é bianco, con la radice legnosa, che nasce ne 1poggi, e questo è tenuto il migliore: un altro più nero, che ha il fiore scaro. L 'an o e l'a ltro preso in cibo, o in medicina, si tiene che giovi a rischiarare la visla, e alla tosse vecchia. Con l'a ­ ceto e col sale fa lo spurgo facile. Col mele non lascia rappigliare il sangue. Scema le lunghe di­ stillazioni della gola, impiastrando di fuori con la senape ; e così i difetti dello stomaco e del corpo. Nondimeno è da usarlo temperatamente, perchè riscalda, benché fermi il corpo ; e se il cor­ po fosse piagato, se ne mette un denaio a peso in un sestario d ’ aceto, o di mele. 11 medesimo si fa, se v' è dolor di fianco, o fra le spalle, o nel coslolame. Medica i precordi! con l'aceto, o col mele ; la qaal bevanda si dà ancora nella aliena­ zione di mente a'maninconici. Dassi ancora a chi ha il male caduco, i quali quando da esso sono assalili, si destano, se vien loro dato a fiu­ tare. Dicono eziandio che questi tali malati deb­ bono dormire sopra limo tenero. Giova anco a coloro, che se non istanno con la testa alta, non possono alitare ; all1anelazione, e a* mesi delle donne ritardali. Se i parli fossero morii in corpo, è utile cotto nell1acqua finché scemi la terza parie. Agli nomini giova conira la ventosità, col mele e con l ' acelo, o anche se il corpo ringonfìa, o se i testicoli, o il dolore della vescica lo richie­ de. Po'stovi sa col vino leva via gli enfiati e gli empiii. Con l ' aceto leva i calli e i porri. Sulle coscie maiale si pone insieme col vino, e pei m a ­ lori delle giunture e perle parti dislogale si a d o ­ pera pesto con olio e applicato in lana. Ai detti morbi delle giunture dassi ancora a bere a peso di tre oboli in altrettanto d 1acelo e di mele; e a chi avesse perdalo il gusto, si dà pesto col sale.
D elL 1 BHBBOCALLE, 4*

H emebocallbs ; vedici rue iv. XC. Hemerocalles pallidum e viridi et molle folium habet, radice odorata atque bulbosa : quae cum meile imposita ventri, aqaas petiit, et san­ guinem eliam inutilem. Folia epiphoris oculo­ rum, mamraaroroquepost partam doloribus illi-

n aalar.

XC. L’emerocalle ha la foglia verde, che pende al pallido: è morbida e ha la radice odorata e cipollosa, la quale posta sai corpo col mele, cac­ cia l'acqua e ancora il sangue inutile. Le foglie sue s1 impiastrano alle lagrimazioni degli occhi, e alla doglia delle poppe dopo il parlo.

'77

HISTORIARUM MUNDI L1B. XXI. U i u h d m ; u u £ » a v. D sll ’ blbmo, S.

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XC1. Helenium ab Bektia, u u l ix imus, oa lum, favere cred itu r formae ; calem mulierum in faeie rdiquoque corpore nutrire inoorruptam. Prae­ terea palant usu ejus quamdam gratiam iis veaeremque conciliari. A dlribuunt et hilaritatis effe­ ctum eidem potae in vino, eumque quem habue­ rit oepenlhes illud praedicatura ab Homero, quo instili* omnis aboleatur. Est autem sueo» prae­ dulcis. Prodest e t ortbopnoicis radix ejus in aqua jejaois pota. E st autem candida intus el dulcis. Bibitur et contra serpentium ictus ex vino. Mures qaoqae co n trita dicitur necare.

XC1. L'elenio, nato, eoaae dicemmo, dalle la­ grime di Elena, si tiene ohe faccia bella la perso­ na, e che mettendolo sul viso alle donne e nel resto del corpo, cbnservi la pelle da corruzione. Credesi olirà di ciò, che con 1 usarlo vengano * essi ad aoqaiataie una certa grazia e leggiadria. Beendolo nel vino gli attribuiscono un certo ef­ fetto 4 ’ allegrezza, quale soleva produrre quel nepente tanto celebralo da Omero, ohe leva ogni maninoonia. Ha dolcissimo sago. Giova a coloro, che se non istanno eoi capo allo, oon possooo alitare, beando la soa radice a digiuno nell' ae­ qua. Essu è bianca e dolca dentro. Beesi ancora con vino conira il morso delle serpi. Pesta dicesi che ammazza i topi.
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XC11. Abrotonum do orum traditor generum, campestre ac montanum : hoc feminam, illud marem inletligi volumus. Amaritado absinthii i* utroque. Siculum laudatissimam, dein Gai ali­ tam. Usas e t foliis, sed major semini ad excalfaneadum : ideo nervis alile, tassi, orthopnoeae, m r a l m , ruptis, lumbis, urinae angustiis. Datur bibendam menualibas fasciculis decoctis ad ter» lias partes. Ex his quaternis cyathis bibitur. Da­ tar e t semen tusum in aqoa drachmae pondere. Prodest e t valvae. Coneoqoit panos cam farina hordeacea, e t oculorum inflammationibus illinilor, eam eotooeo malo eocto. Serpentes fogat. Cantra ictas earum bibitur eum vino, illiniturqoe. Eflcaciashnum contra ea, quorum veneno tremore» et frigus accidunt, ut seorpionum et phalaagtonm» : e t contra venena alia pota pro­ dest, «t quoquo modo algeotibns, et ad extra* benda ea, q o ae inhaereat corporibus. Pellit et interaneorum mala. Ramo ejus, si subjiciatur P®Moe, V e n e ra » stimulari a ju a t: effieaeissia u ^ u e eme herbam contra omnia veneficia, quibas coitus inbibeatar.

XCII. L ’ abrotino è di doe ragioni, cioè ili piano e di poggio : oen quello indichiamo il ma­ schio, eoo questo la femmiua. L* uno e l'altro ì amaro come l ’assenzio. Il Siciliano ò eccellentis­ simo, « poi quello di Galazia. Usansi ancora le foglie, ma più virtù ha il seme per riscaldare : perciò è utile a' nervi, alla tosse, a quegli che non possono alitare, se non istanno eon la testa alta, agli sconvolti, a' rotti, a' lombi, e alla difficoltà dell' orina. Dassi a bere eocendone una menata, tanto che torni il te n o . Reeieae quattro bicchie­ ri. Dassi anco il seme sno pesto nell'acqua a peso d ' una dramma. Giova ancora alla matrice. Con farina d ' orzo cuoce 1 pani ; e colto con mela co­ togna fessene empiastro agli occhi. Caccia le ser. pi ; e conira i morsi loro si bee col vino, e s'im ­ piastra. Ha grandissima virtù eonlra quegli ani­ mali, il coi veleno fa triemilo e freddo, come sono gli scorpioni e i falangi ) e bevuto giova ancora contra gli altri veleni, e agl' infreddati, e a tirar fuora le cose fitte nel corpo. Caccia eziandio i mali delle budelle. Dicono che tenendosi un ramo d ' esso sotto il piumaccio, s 'infiamma la lussuriai e eh' è erba potentissima cantra tutte le malie che impediscono usare il coito.

L n c u n m r a , 1. à i m c t i * , ix. XCII 1. a a . Leuoanthemum suspiriosis mede•«, doabos p a rtib u s aceti permixtam. Sampwiàma sive aaouracum , in Cypro laudatissimum et lo ratissim u m , scorpionibus adversatur, ex aceto ttiale illitum . Menstruis quoque mullum confert iaporitom. M in o r est eidem polo vis. Cohibet et ottioram ep iph o ras cum polenta. Saccus decocti

Dai. ueearraaso, 1. Dsll* ìm m m o, 9.
XCIII. 99. Il leaeantemo mescolato oon dae parti d ' aoeto, guarisce i sospirosi. Il sansaco, ov­ vero amaraco, che è eccellentissimo e odoratissi­ mo in Cipri, impiastrato con aceto e con sale, è contra gli scorpioni. Giova molto ancora a' mesi delle donne, postovi sopra. Ha minor forza be­ vuto. Con la polenta ristagna le lagrime degli

i 79

G. PLINII SECONDI

»8 o

tormioa discuti!. El uriuis el hydropicis utile. Movet et aridum sternutamenta. Fit ex eo et oleum, quod sampsuchinum vocalur aut amara­ cinum, ad excalfaciendos mollieudosque nervos: et vulvas calfacit. Folia sugillatis cum nelle, et luxatis cum cera prosunt.

occhi. Il sugo del colto leva i tormini. È utile alie orine, e a* rilruopichi. Secco muove lo starnuto. Fassene olio, che si chiama sansuchino, o amara­ cino, buono pe» riscaldare e mollificare i nervi ; e riscalda auco le matrici. Le foglie sue con mele giovano a* suggellati, e con cera a coloro che hanno le membra scommesse. Dell* ambmorb, o rasino, io. XC1V. Nelle ghirlande accennammo l'e r­ ba anemone : parleremo ora delle sue medicine. Alcuni la chiamano frenio. È di doe ragioni ; la prima salvatica, l ' altra nasce ne 1luoghi domesti­ chi ; ma l’ una e l ' altra vuole il terreno sabbionoso. Questa ancora è di più sorti. Perciocché o ha il color rosso, e questa è copiosissima, o por­ porino, o lattato. Le foglie di queste tre specie sono simili all’ appio, e rada volle sono più alte che un mezzo piede. Hanno le ponte come lo asparago. 1 fior non s* apre mai se uon quando 1 lira vento, e di qui han preso il nome. La salva­ li ca è maggiore, ha le foglie più larghe, e il fiore scavallino. Molti s ' ingannano, credendo che questa sia l’ argentone ; e altri credendola quel papavero che noi chiamammo rea. Ma c' è gran differenza, perchè amendue questi horiscoo poi, nè hanno sugo d ' anemone, nè le bocce, nè altro, se non cima di asparago. Le anemone giovano •Uè dqglie del capo, alle infiammagioni, alle ma­ trici e al latte. Prese con l ' orzala, o postevi eoa lana muovouo le purgagioni delle donne. La ra ­ dice masticala tira la flemma e sana i denti, e colta ristagna le lagrime degli occhi e le cicatrici. 1 Magi hanno attribuito mollo a queste erbe, e ordinato che si colgano ogni auno subilo che si vedono, c che si dica come elle si oolgono per rimedio delle terzane e delle quartane : dipoi che se ne leghi il fiore in panno rosato, e ohe si con­ servi all' ombra, per servirsene poi quando biso­ gna. La radice di quella, ehe ha il fior rosso, p e­ sta e messa sopra qualunque animale, fa putrefa­ zione ; e per questo s 'adopera a purgar le piaghe.
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m e d i cim a e z

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XC 1V. a 3. Aoeraonas coronarias lanium di­ ximus: nunc reddemus et medicas. Sunt qui phrenion vocent. Duo ejus genera : silvestris prima, altera in callis nascens ; utraque sabulo­ sis. Hujus plures species. Aut enim Phoenioeom florem habet, quae el copiosissima est : aut pur­ pureum, aut lacteum. Harum trium folia apio similia sunt. Nec temere semipedem altitudine excedunt, cacumine asparagi. Flos numquam se aperit, nisi vento spirante: unde et nomen acce­ pere. Silvestri ampliludo major, latioribusque foliis, flore Phoeniceo. Hanc, errore ducti, argemonem putant mulli : alii rursus papaver, quod rhoean appellavimus. Sed distinctio magna, quod ulraque haec postea floret. Nec autem succum illarum anemonae reddunt, aut calyces habent, nec nisi asparagi cacumen. Prosunt anemonae capitis doloribus el inflammationibus, vulvis mulierum, lacti quoque. E t menstrua cient cum ptisana sumptae, ant vellere adposilae. Radix commanducata pituitam trahit, dentes sanat: decocta oculorum epiphoras, et cicalrioes. Magi multum quidem iis tribuere, quamprimum aspicialur co anno tolli jubentes: dicique, colligi eam tertianis el quartanis remedio. Postea alli­ gari florem panno roseo, et in umbra adservari, ita quum opus sit adalligari. Quae ex his Phoeniceum florem habet, radice contrita, cuicumque animalium imposita, ulcus facit septica vi. Et ideo expurgandis ulceribus adhibetor.

OEBABTHE ; MEDICINAE VI.

6.

XCV. a4 <Oenanthe herba nascitur in petris, folio pastinacae, radice magua, numerosa. Caulis ejas et folia cum meile ac vino nigro pota, facili­ tatem pariendi praestant, secundasque purgant. Tussim e meile lolluut : urinam cient. Madix et vesicae viliis medetur.

X C?. 24. L 'erba enanle nasce fra le pietre, con foglia di pastinaca, con gran radice e num e­ rosa. Il gambo suo e le foglie bevute col mele e col vin nero fanno agevolezza di partorire, e p u r­ gano le secondine. Col mele levano la toste, e pro­ voca» l ' orina. La tua radice medica i difetti della vescica.

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HISTORIARUM MUNDI L1B. XXf.
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XCVI. a 5. Heliochrysum, qaod alii chrysan­ themon vocant, ramalo» habet candidos, folia subalbida, abrolono similia : ad solis repercus­ sam, aareae loci* in orbem velati corymbis de­ pendentibus, q ai namqnam marcescunt : qua de c a m deos coronant illo, qaod diligentissime servavit Ptolemaeus rex Aegypti. Nascitur in frutetis. Ciet urinas e vino poti, et menses. Du­ ritias et inflammationes discutit. Ambustis cura meile im ponitur. Contra serpentium ielus, et Iamborum vitia bibitur. Sanguinem concretum ventris aot vesicae absumit cum mulso. Folia ejas trita trioni obolorum pondere sistunt pro­ fluvia mulierum in vino albo. Vestes tnetur odore «oa ioeleganti.

XCVI. #5. L1eliocriso, che alcuni chiamano crisantemo, ha ramicelli bianchi, e le foglie al­ quanto bianchicce, simili all1abrotino, le quali ribattendovi dentro il sole, rilocono corno oro in giro a guisa di coccole che pendono, e non marciscono mai. Per questa legione gli dei si co­ ronano con esso, il che diligentissimamente os­ servò Tolomeo re d’ Egitto. Nasce fra gli sterpi. Bevuto col vino provoca I1orina e le purgagioni delle donne. Caccia le durezze e le infiammagioni. Poosi col mele sopra le incotture. Beesi conira il morso delle serpi e i difetti de’ lombi. Col vino melato consuma il sangue rappreso del corpo e della vescica. Le foglie sue a peso di tre oboli nel vin bianco fermano i flussi delle donue. Conserva le vesti con buonissimo odore.
D bl
g ia c iu t o ,

H yacm thos ;

m b d i c th a e t u i .

8.

XCVII. a6. Hyacinthus in Gallia maxime provenit. Hoc ibi faco hysginam tingunt. Radix est bulbacea, mangonicis venalitiis pulchre nota: quae e vino dulci illita, pubertatem coercet, et non patito r erum pere. Torm inibus et araneorum raornbas resistit. Urinam impellit. Contra ser­ pentes et scorpiones, morbumqae regium, semen ejus cam abrolono datur.
L ychsjs ;
m e d ic h i a e v ii.

XCVII. *6. U giacinto nasce benissimo in Francia. Con esso si tigne lo isgino in luogo di grana. La sua radice è cipollosa, ben conosciuta da quegli che vendono i servi, perchè ponendola col vin dolce, non lascia mettere i peli. Resiste ai tormini, e a* morsi de* ragni. Muove I1 orina. 11 suo seme si dà con 1 abrotino contro le serpi e * gli scorpioni, e a chi ha sparso il fiele.
D e l l a l i c i t i , <. j

sas

XCV1II. Lychnis qnoque flammea illa adverserpentes, scorpiones, crabrones, similisqne bibitor e vino semine trito. Silvestris eadem stoaacho inalilis. Alvam solvit. Ad detrahendam bttem efficacissima duabus drachmis. Scorpioni­ bus adeo eoa traria, ut omnino visa ea torpescant. Hadicem ejas Asiani boliten vocant : qua alligata oculo, albugines tolli dicuntur.

XCV11I. L’ erba licni, che ha colore di fiam­ ma, è possente contra le serpi, gli scorpioni, i ca­ labroni, e simili, beendone il seme pesto in vino. La selvatica è del pari inutile allo stomaco. Muo­ ve il corpo. A peso di due dramme è potentissima a purgare la collera, ed è di tanta fo n a conira gli scorpioni, che quando essi soltanto veggono questa erba, perdono i sentimenti. Gli Asiatici chiamano la sua radice bolite, la quale legata agli occhi leva I’ albugine.
D ella
v ih c a p b r v iv c a ,

ViMCATBavtHCA ; m b d ic in a b iv .

4-

XC1X. v ). E t vincapervinca, sive chamaedaphae, arida tosa hydropicis datnr in aqaa, co­ chlearis mensura, celerrimeque reddunt aqoam. Eadem decocla in cinere sparsa vino, tnmores necat. Auribus succo medetor. Alvinis imposita nullam prodesse dicitur.

XC1X. La vincapervinca, ovvero carne* dafne, secca e pesta si dà a1rilruopichi nell1acqua a misura d 'u a cucchiaio, e tosto gettano Pacqaa. Cotta nella cenere e bagnata col vino secca gli enfiati. Il sago suo medica gli orecchi. Dicesi an­ cora che giova a quegli che hanuo dolore di corpo.

C. PLIN II SECUNDI

R osam ;

m e d ic in a e i i i .

D el

busco,

3.

C. Rosci radix decocta bibitor alternis diebus in calculorum valetudine, et tortuosiore orioa, vel cruenta. Radicem pridie eroi oportet, postero mane decoqui : ex eo sextarium vini cyathis duo­ bus misceri. Sunt qui et crudam radicem tritam ex aqua bibant: et in totum ad virilia, cauliculis ejus ex aceto tritis* nihil utilius putant.

C. La radice del rusco coita si bee di due dì l’ uno al male della pietra, c all' orina sanguino­ sa o che esce con deviatione. Bisogna cavar la radice un dì innanzi, e cuocerla poi l ' altra mat­ tina e con un sestario d 'essa mescolare due bic­ chieri di vino. Alcuni beono la radice eruda pesta cou l ' acqua. Al membro virile liensi che non si* cosa più utils che i suoi gambi teneri petti ia vino e aceto.
D el
b a t i,

B a TIS ; MEDICINAE II.

a.

Cl. Bati* quoque alvuan mollit. Illinitur po­ dagricis cruda e t contusa. Acioon et coronarum causa et ciborum Aegyptii S e r u n t . Eademque erat, quae ocimum, nisi hirsutior r a m i s ac foliis esset,et admodum odorata.C iet menses et urinas.

Cl. L 'erb a bati mollifica il corpo. Arrostita e pesta s ' impiastra sopra le gotte. In Egitto si semina l’erba acino per farne ghirlande, e per mangiare. Sarebbe basilico, •' ella non avesse le foglie e i rami più ruvidi, e troppo odore. Muove le purgationi delle donne e P orina*
D ella
c o l o c a s ia ,

C o l o c a s ia ;

m e d ic in a e i i .

a.

CII. a8. Colocasia Glaucias acria corporis leniri putavit, et stomachum juvari.

CII. a8. Glaucia tiene che le o o t e agre nel cor­ po si possano mitigare oon la colooasM* e «1»' ella giovi allo stomaco.
D ell' o
a n t il l o ,

A n t h t l l io m ,

s iv b a h t h y l l u m ; m b d ic in a b v i .

a n t il l io

6.

CUI. 09. Anthalii, qood Aegyptii edunt, nul­ lum altura reperì usam. Sed est herba anthyllion, quam alit anthyllum vocant, duorum generum, loliis e t ramis lenticulae similis, palmi altitudine, sabulosis apricis nascens, subsalsa gustanti. Altera chamaepityi similis, brevior et hirsutior, purpu­ rei floris, odore gravis, in saxosis nascens. Prior vnlvi» aptissima, ex rosaceo ac lacte impositat et vulneribus. Bibitur in stranguria, reniumque do­ loribus, tribus drachmis. Altera bibitur in duritia vulvarum, et in torminibus, et in comitiali mor­ bo, cura meile et aceto, quatuor drachmis.

CUI. 29. lo non truovo che l ' aatsli*, che io Egitto si mangia, sia buono a niuna altra eoe*. L 'erb a antillio, che alcuni chiamano aaliUe, è di due ragioni : l ' una ha le foglie e é rasai simili alla lenticchia, ed è alta un palmo : nasce iu luo­ ghi sabbionosi e volti al sole, ed ha sapore al­ quanto salso. L 'altra è simile al cauicpizio, ras più breve e più ruvida, di fiore p o rp o riu o , di grave odore, e nasce in luoghi sassosi. La prima è atta alla mstrice e alle ferite, ponendola sopra con olio rosato e latte. Beesi nella stranguria, e nel dolore delle reni, a peso di tre dramme. L 'altra si bee per la durezza della matrioe, p er li toemioi e pel mal caduco, quattro dramme ool m ele « non l'aceto.

P a b t b e n id m ,

s iv e l e u c a n t h b s , s iv b a m n a c u m

;

D el

p a b t e n io

o

leccante

o

annaco,

8.

■EDICINAB VIII.

C 1V. 3o. Parthenium, alii leucanthes, alii amnacum vocant. Celsus apod nos, perdicium,

C 1V. 3 o . Il partenio alcuni lo chiamano leucante, e altri annaco. Celso in latino lo chiama

HISTORIARUM MUNSI LIB. XXI.

«86

et m a n i e » , N aaritar in horte r— sepibus, flave albo, o i o v t m ali, n p t r a «mar». Ad n à i e n d i o , decocèauo in d aritia vnliarMA, el inflaaauatio* aibes. S io n casa aarile et eoete im porta, bilem detrahit a t r a » . O h hoc contea vertigines utilia, et calcat—ia. M in ita re t aaero igni: item sire mi*» eum axungia iovcM nte. Magi eonira tertianae sinistra n a o n evelli eam jubent, dioique cnjus eeem veU atar, aec respioere. Dein ejus foliotn aagri lin g a ae «objicere, n i m os in cyatho aqnae d u o n ta r.

perdicia 0 murale. Neaoe nelle siepi degli orti; eoa fior bianco, odore d i mela, e sapore —aero. Gooeesi per sedervi sn per la dnrecsa della matri­ ce, e per le ioftamraagioni. Posto secco con mele e aeeto lira fc o n l ' amor meaineonico ; e per qaesto è olile contra i capogirli, e il male della pietra. Impiastrasi pure al fuoco sacro, e alle • e r o f o le con sugna vecchie. I Magi vogliono che d ia si svelga con la man manca eonira le terzane, e che s i dica per ehe cagione s i svelga, e A on si guardi in essa : dipoi c h e si metta la foglia sotto la lingua d e l l 1 ammalato, acciocchì la inghiottisca poscia io un bicchier d ' acque. Del
tb ic iio , o s te ic n o , o a lic a c a b o , o c a l u o , o

TbTCDO K , SIVB STBYCHHOJI, S1TB HALICACABOM, «TB CALLI AD A, SIVB DOBYCSIOV, SIVB MAHICOH, SIVB PEBJTTOK, SIVB HEUBAS, SIVB MOBlOlf, SIVH
MOLYj M D1CIHAB V ili.

DORICRIO, O VARICO, O PEHITTO, O REUBIDA, O MOBIO, O MOLI, 8 .

CV. 3 f . T r a i n o , qoaro qaidam atrychnoa scripsere, iHieam nee coronarii in Aegypto ole* rentnr, quos invitat ederae (oliorem similitudo, in doobus ejus generibos. Qoeruca alterum, cui ad ni coccinei, granosi io folliculis, halics cata ra vocent, alii callion. Nostri aotem vesicariam, quo­ niam vesicae et calcolis prosit. Frotex est surculosus verius, qoam herba : folliculis magnis, latisq u e et turbinatis, grandi intus acino, qoi matu­ r e r à t Novembri menae. Tertio folia sunt odm i, miaime diligenter densoastranda, remedia eoa v e a e m tractantibus : quippe insaniam faoit, pervo qooq a e succo. Quamquam et Graeci eudores in jocam vertere. Drachmae eoim pondere lusam podoris gigni dixerunt, species venas iasagioesqae conspicuae obversari demonstrantes. Duplicatum hunc modum, legitimam insaniam facere. Quid­ quid vero adjiciatur ponderi, repraesentari mor­ tem. Hoc est venenum, quod innocentissimi austo lti simpliciter dorycnion appellavere, ah eo, qood cuspide* ia proeliis lingerentur illo passim nesaeole, Q a i p s n ia i iaseotahantur, asanioaa (S fnooiosvare: q a i nequiter occultabant, eryIk o o , aol B sa ra d a t a t nonnulli, perisson t ca­ vendi cansa c u rio sin e dicendum.

Q uin e t a lte ru m «enas, qaed halicacabon vo­ cant, so p o ri (er uaa eat, atque etiam cyno velocius «d u r t c a i : a b alwe raorioa,ab aliis aaoly appel­ lai*». L audatam vera iD io d e e t EteaoM , Tistarislo quidem etiam carmiae, mira oblivione innocentiae: quippe praesentaneum remedium, d dentiam mobiles firmandos, si coUoerentur

CV. Si. Il tricno che alcuni chiamarono slricno, volesse iddio che in Egitto non l’ usassero coloro che fanno le ghirlande, invitati a ciò dalla somiglianza eh* esso ha co’ fiori della ellera in ambedoe le soe specie. De’quali l’uno ha le coc­ cole rosse e le boccie granellose, e qaesto chia­ mano alicacabo, e alcuni callio. 1 nostri lo chia­ mano vescicaria, perchè giova alla vescica e alla pietra. È piuttosto sterpo che germoglia, che non erbe 1 ha boccie grandi, e in foggia di palèo ; e dentro v’ è naa coccola grossa, la quale si ma tara del mese di Novembre. 11 terzo he foglieeoraedi basilico, le quali non sono da dimostrare oon molta tliiig©oza,perchèoai oerchiamo medici ae,e non ve­ leni. Questo pur con poeo sugo fa iaapMtare, tanto è vero che gli scrittori Greci l'hanno volto in mot­ teggio. Essi dicono che una dramma di qaesto sugo fa che la vergogna sia giocata, e che vane imagini vengono per la fantasia. Se si raddop­ piasse il. peso, fa diventar pazzo affatto, e ogni poco piè è mortale. Qoeste è il velen» ehe inno­ centissimi autori hanno chiamato semplioemente domento, perché nelle battaglie •’ oravano tignere i farri dalle lanca eoa esso, che per tutto nasce. Quegli che più parcamente lo cercavano, ehiamaronlo manico : quegli che maliziosamente lo nascondevano, chiamaronlo eritro o neurida, e al­ cuni perisso ; il che io tocco con queste distin­ zioni, acciocché se ne possa l’ uomo guardare. Di p i i 1 altra speeie, che ai chiama alicacabo, * fa doripire, e condaee elle aaoete pià tosto «he P oppio : da alenai è domandato moria, da altri moli. Vero è eh* egli è lodato da Diode, da Ève» nore, e da Titoaristo ancora ne1suoi versi, perchè ha la maravigliosa proprietà di far perdere altrui la memorie senza alterargli punto la salute. Di-

C. P U N II SECONDI M icacabo '» tin o : exeepliouem addidere, ne diutio* id fieret : delirationem enira gigni. En demonstranda remedia, quorum medicina mijo* ris mali periculum adferat. Commendator ergo in cibi* tertium genua, licet praeferatur horten­ siam saporibus. E t nihil esse corporis malorum, coi non salutare sit slrychuos, Xenocrates prae* dicat. Non tamen auxilia eorum tanti sunt, ut vel profutura de iis commemorare fes putem, prae­ sertim tanta copia innoxiorum medicaminum. Halicacabi radicem bibunt, qui sunt vaticinandi callentes, qood furere ad confirmandas supersti­ tiones aspici se volunt. Remedio est (id enira libentius retulerim ) aqua copiosa raolsa calida potui data. Nec illml praeteribo, aspidum nalurae halicacabum in tantum adversam, u t radice ejus propius admota soporetur illa sopore enecans vis earum. Ergo trita ex oleo percussis auxiliatur.

■B8

cono questi autoci ch’ egli è subito rimedio a fer­ mare i denti quando e’ si dimenano, se bagnassi con esso ; eccetto che ciò non stiaccia troppo alla lunga, perchè farebbe rimbambire. Ma ora si vo­ gliono dimostrare i rinwdii, che han seco quelle medicine, le quali possono portar pericolo di mag­ gior male. La terza specie adunque dell' alicaoabo è lodala per mangiare, benché 1*ortense sia messo innanzi ne' sapori. Dice Seoocrate che non è male alcuno nel corpo, a cui lo striato non sia utile. Nondimeno gli aiuti loro non sono di tanta importanza, che io non abbia per cosa superflua ragionare d ' essi quelle cose che giovano, massimente in tanta abbondanza d ' utili medicamenti. Quegli che sono astuti nel mestiere di vaticinare, beouo la radice dell' alicacabo, perchè per con­ fermare la superstizione vogliono parere furiosi. Dirò volentieri il rimedio a ciò, il quale è di molta acqua melata calda data a bere. Nè tacerò questo pure, essere tauto contrario l ' alicacabo alla natura dell' aspido, che appressandogli la sua radice ad esso, ne rimane assopita quella potenza che ha 1 !aspido di ammazzare altrui con sopore. Pesta dunque con olio giova a chi è morso dall ' aspido.
D el
corcobo,

COECHOBUS; MEDICIBAB VI.

6.

CVI. 3a. Corchorum Alexandrini cibi herba est, convolutis foliis ad similitudinem mori, prae­ cordiis (ut ferunt) utilis, alopeciisque et lentigi­ ni. Boum quoque scabiem celerrime sanari ea in­ venio: apud Nicandrum quidem et serpentium morsus, antequam floreat. Caicos ;
.

CVI. 3 s; 1 corcoro è un' erba cibala dagli 1 Alessandrini : ha le foglie involute come il moro, e dicono eh' è ntile agl' interiori, alle alopecie, e alle lentiggini. Trovo ancora appresso Nicandro che guarisce la rogna de' buoi, e i morsi delle serpi, inoanzi che fiorisca.
D e l cnico, 3.

m e d ic ih a b i u

CVU. Nec de cnico sive alraclylide verbosius dici par esset, Aegyptia herba, ni magnum con­ tra venenata animalia praeberet auxilium : item adversus fungos* Constant a scorpione percotsos, quamdin teneant eam herbam, non sentire cru­ ciatali).
P eesolota j
medici a a

CVII. Non saria cosa onesta dir molte parole del cnico, ovvero a trattilide, erba d'Egitto, a’egli non fosse di grande aiuto oon tra gli animali vele­ nosi, e contra i funghi. Trovasi che chi è m orso dallo scorpione, fin eh' egli ha questa erba in mano, noo sente la passione.
D ella
pbbsoluta, i

i.

.

CV1II. 33. E t persolutam Aegyptus iu hortis serit, coronaram gratia. Doo genera ejus, femina ae mas. Ulraque subdita Venerem inhiberi, virorom maxime, tradnnt.

CV 11I. 3 S. Seminasi la persoluta negli orti di Egitto, per farne ghirlanda. Ella è di due ragioni, cioè maschio e femmina. Dicono che l'una e l'a l­ tra, tenendola sotto, raffrena la lussuria, e massi­ mamente quella degli uomini.

*®9

HISTORIARUM MUNDI L1B. XXI.
DlCHlABAZIONB
de’

G lilC O K D M MOMinDM IR FO ID U IIU S ET MESSDRIS MTEBPRETATIO.

HOMI GRECI QUARTO A

PESI B MISURE.

G IX. 3 4 . E t qoooiam in mensuris quoque ac ponderi b u s c r e b r o Graecis nominibus u lendum u t , in te rp r e ta tio n e m eorum semel in hoe loco ponemus. D r a c h m a Attica (fere enim Attica obser­ vatione m e d ic i u tu n to r ) denarii argentei babet pondus. E s d e m q u c sex obolos pondere efficit. Obolus x c b a l c o i. Cyathus pendet drachmas x. Quom a c e ta b o li mensura dicitur, significat hemi­ nae qu artam p a r te m , id est, drachmas i t . Mna, quam nostri m in a m vocant, pendet drachmas Allicas ce n tu m .

C 1X. 34- E perchè ancora nelle misure e net pesi si usano spesso i nomi Greci, porremo in questo luogo per una volta la dichiaraxion loro. La dramma Aleniese (perchè i medici usano quasi sempre il computo Aleniese ) pesa un denaio di argento. La medesima è sei oboli a peso. L'obolo è dieci calchi. 11 ciato contiene io sè dieci dram ­ me. Quando si dice la misura d ' uno acetabolo, significa la quarta parte d ' un' emina, cioè quin­ dici dramme. La mna, la quale i nostri chiamano mina, pesa cento dramme Ateuiesi.

C. PLINII SECUNDI

HISTORIARUM MUNDI
U B E R XXII
AUCTORITAS HERBARUM ET FRUGUM

---------------------------------

G in »

1 I U U F 01 MAB GBATIA BTI.

Di

p o p o l i c h i s i v a lgono db i l

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CBBSCBB BBLLBZZA.

I. JTotevano aver oompito le meraviglie loro la natura e la terra, se solamente si volessero con­ siderare le doti del passato libro, e tante sorti d ' erbe nate per utilità, o diletto degli uomini. Ma quante piò non ne rimangono, e quanto piò maravigliose a trovarsi? Perciocché P adoperarsi esse in maggior parte o per cibo, o per odore, o per ornamento, ci ha condotti a farne innumera­ bili esperimenti ; dove la potenza dell* altre cose prova che la natura non fa nulla senza alcuna più occulta cagione. i. Io trovo che sono alcuni popoli stranie­ II. i. Eqaidera et formae gratia ritosqueper* II. ri, i quali per esser più begli, osano ne* corpi p e tu i, ia corporibus suis aliquas exterarum gen­ loro alcane erbe. Certo le donne ne'paesi barbari tiu m uti herbis quibusdam, adverto animum. si lisciano il rito, chi con un'erba, chi con un'al~ Illin a n t certe alii* aliae faciem in populis barbatra, • gli ootpini ancora appresso de' Daci e dei ro ru m feminae, maresque etiam apud Daco* et Sarmali ne segnano i corpi loro. V'ha un’erba, che Sarm atas corpora sna inscribant. Simile plantain Francia si chiama glaslo, simile alla piantaggine, fini glastum in Gallia vocatur, quo Britannorum della quale le donne Inglesi s’ ungono tutto il *°®]ugei nurusque toto corpore oblitae, quibusiQ «acri* et nadae incedunt, Aethiopum cb- corpo, e vanno in ^srti sacrifizii ignude, imitando il colora degli Etiopi. lorem imitante*. I. * oapletae poterant miracoloni sui nator* atque •ella*, reputantium vel priori* tantnra volumini* d o le s, totque genera herbarum, nlilitalibu* ho­ m i o a m , *at voIupUtibui genita. Sed quanto p l a r a restant ? qoantoqae mirabiliora iuventa ? lU a enim majore in parte cibi aut odoris decoc is v e commendatio ad numerosa experimenta d a x i t . Reliquarum poleotia adprobat, nihil a r e n n a natura sine «liqua occultiore causa gigni.

C. PLINII SECUNDI
H e r b is
ib f ic i t e s t e s .

>1)6

Item

d b s a o m ib I b u s ,

Cone con l ’ e r b b

si t w o o k o l e v e s t i.

Db* s a g h ih i ,

DB VEBBBRIS, DB CLABIGATIOHE.

DBLLB VBBBBBB IR OCCASIORB DI RAPPRESAGLIA.

111. a. Jam T e r o infici vestes scimus admira­ III. a. Sappiamo ancora come le vesti si tin­ bili foco. Atque ut sileamus Galatiae, Africae, gono con un mirabil sugo; e per non ragionare Lusitaniae granis, coccum imperatoriis dicatum della grana di Galazia, d ' Africa e di Portogallo, paludamentis, transalpina Gallia herbis Tyria dedicala alle vesti imperiali, la Francia transai* atque conchylia tingit, omnesque alios colores. pina ottiene con erbe il colore della porpora e Nec quaerit in profundis murices, aeque obji­ dello scarlatti», e tutti gli altri colori. Nè cerca nel ciendo escam, dum praeripit belluis marinis, in­ fondo del mare il pesce murice, nè mettendosi a tacta etiam ancoris scrutatur vada, u t inTeniat risico di farsi esca a quelle bestie marine, alle quali brama anzi rapirne,va ricercando guadi non ancor per quod facilius matrona adultero placeat, cor­ tocchi dall’ancora per trovar cosa, onde la matro­ ruptor insidie!ur nuptae. Stans et in sicco carpit, na piaccia piò fi suo adultero, e il corruttore me­ quo fruges modo: sed culpa non ablni usu: alioglio lusinghi le donne d’altri. Standosi io piedi e qui fulgentius instrui poterat luxuria, certe inno­ centius. Non est nunc propositum ista consectari : nel secco, l’ uomo raccoglie l’ erbe da tingere, al modo stesso che raccoglie le biade : ma la colpa nec omittemus, ut subjiciendo utiliora luxuriam non vien meno per l’ uso. Beo potevasi trovare vilitate circumscribamus, dicturi et alias herbis altrimenti tanta pompa, e certo con maggiore in­ tingi lapides, parielesque pingi. Nec tingendi ta­ nocenza. Al presente io non intendo i n T e s t i g a r e men rationem omisissemos, si umquam ea libe­ ralium artium fuisset. Interim fortius agetur : queste cose, ma trattandone altre più utili, inse­ auctoritasque quanta debeatur etiam surdis, hoc gnerò al lusso e alla sontuosità a limitarsi a cose lievi, e toccherò a suo tempo come con l’ erbe est, ignobilibus herbis, perhibebitur. Siquidem si tingon le pietre e si dipingono le pareli. Nè auctores imperii Romani gpnditoresque immen­ lascerei addietro la forma e il modo del tinge­ sum quiddam et hinc sumpsere, quoniam non re e dipingere, se quest’ arte fosse mai* stala aliunde sagmina in remediis publicis fuere, et in a n n o T e r a t a fra le liberali. Frattanto diremo cose sacris legationibusque Terbenae. Certe utroque ben più importanti, e mostreremo quanta ripu­ nomine idem significatur, hoc est, gramen ex tazione si debba anche alle erbe più ignobili ; arce cum sua terra evulsum : ac semper e legalis perocché gli autori e fondatori dell’ impero Ro­ quum ad hostes clarigatumque mitterentur, id mano le ebbero in sommo conto, faceodo pnr di est, res raptas clare repetitum, unus utique ver­ e s s e un oso importantissimo : per qaesto si ado­ benarius Tocabatur. perarono i sagmini o a placare gli dei o a purgare le case,', e le verbene a rimondar la mensa di Giove, oppure nelle ambascerie. Nondimeno per l ' unoj'e l’ altro nome vien significato il medesi­ mo, cioè gramigna svelta da luogo paro con la sua terra ; e sempre ancora, quaudo gli arnbasciadori si mandavano a* nimici a ridomandare le cose tolte, eravene uno che si chiamava verbe­ nario.
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b

COKOHA GRAVIHEA : DB BARITATE EJUS.

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b l l a co r o n a d i g r a m ig r a

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d e l l a su a r a r i t à

.

IV. 3. Corona quidem nulla fait graminea IV. 3. Nessuna corona è stata più nobile che quella di gramigna, in tanta maestà del popolo nobilior, in majestate populi terrarum principis, primario del inondo, e ne’ premii che reodeaoo {iraemiisque gloriae. Gemmatae et aureae, valla­ res, murales, rostratae, civicae, triumphales, post glorioso altrui. Le corone gemmale, le aoree, le vallari, le m orali, le rostrate, le civiche e le hanc fuere, santque cunctae magno' intervallo, trionfali furono dopo queste, e tutte introdotte magnaque differentia. Ceteras omnes singuli, et dopo grande intervallo, e con gran differenza. duces ipsi, iraperatoresqne militibus, aut aliquan­ L’ altre tolte gli oomioi privati, o i capitani d a do collegiis dedere : decrevit in triomphis sena­ vanle a’ soldati, e talora anche a’ loro collegii : tus, cura belli solatus, et populus oliosus. decretolle il senato a’ trionfatori, quando si tr o v ò scevro di pensieri di guerra, e il popolo viveva fuor di pericolo.

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HISTORIARUM MONDI LIB. XXII.

4. Graminea namquara nisi in desperatione
soprema contingit, nulli nisi ab universo exercitu servato decreta. Ceteras imperatores dedere, hanc solam miles im peratori. Eadem vocatur obsidio­ nalis, liberalis obsidione abominandoque exitio totis castris. Q uod si civicae honos, uno aliquo ac vel hum illim o cive servato, praeclarus sacer* que habetur, q uid tandem existimari debet, unius viriate servatas universus exercitui? Dabatur haec viridi e gram ine, decerpto inde ubi obses­ sos servasse! aliquis. Namqae summam apad an* tiqoos signum victoriae erat, herbam porrigere victos, hoc est, te rra et altrice ipsa humo, et hu­ matione etiam cedere : quem morem etiam nunc dorare apod G ermanos scio.

4. La corona di gramigna si concedeva quan­ do le cose erano in estrema disperazione, e non ad altri, che a chi avesse salvato un esercito inte­ ro. L* altre corone erano date dai capitani, e que­ sta sola la davano i soldati al capitano. Questa medesima si chiamava ancora ossidionale, quando tutto l'esercito era liberato dall'assedio, e da ogni pericolo. Se dunqae 1 onore della corona civica, * la qual si dava a chi aveva salvato un solo citta­ dino, aucor eh 1 e1 foste di bassa condizione, è riputato sacro e onorato ; che dobbiamo noi dire, quaudo il valore d’an solo libera tutto l'esercito? Usa vasi farje questa corona di gramigna verde, colta nel luogo, dove l’esercito assediato era stato libero dall' assedio. Perciocché appresso gli anti­ chi era stimato gran segno di vittoria quando il vinto porgeva l ' erba al vincitore, perchè signi­ ficava eh' ei gli cedesse la terra nostra nutrice, e quella che i morti riceve e ricuopre. La quale usanza so che ancora oggi dora in Alemagna. A
QUALI SOLI FU DOSATA QUESTA COEOBA.

Qoi

SOLI COXOBA U DOSATI.

5. L. Siccio Dentato ebbe nna volta questa V. 5. Donato* est ea L. Siccius Dentatus semel, V. quam civicas quatuordecim meruisset, depugnas* corona, benché n ' avesse avuto quattordici civi­ che, e combattuto in cento venti battaglie sempre setqoc cxx proeliis semper victor. Tanto rarius vittorioso. Tanto più rara cosa è, ohe un solo est servatorem u n u m a servatis donari. Quidam salvatore abbia dono da'salvati. Alcuni capitani imperatores et saepius donati sunt, veluti P. De­ das Mus, tribunos militum, ab exercitu: altera hanno ricevuto tal dono dall’ esercito più d' una ab his, qui iu praesidio obsessi faerant, quanta volta, come fu P. Decio Mure, tribuno de'soldati, esset ejus honoris auctoritas, confessus religione : a cui diede tal corona 1 esercito : poi n' ebbe ’ siquidem donatus bovem album Marti immolavit, un* altra da qnegli eh' essendo in presidio erano et centum fulvos* qui ei virtutis causa dati fue­ assediati. E quanto facesse egli conto di qnel rant simul ab obsessis. Hic Decius postea se con­ onore, lo confessò con un atto di religione; dac­ sci, Imperioso collega, pro victoria devovit. Data ché sacrificò per questo a Marte un bue bianco e est et a senato populogue Romano, qua claritate cento rossi, i quali per quella virtù gli erano nihil equidem in rebos humanis sublimius duco, stati offerti dagli assediati. Questo Decio poi es­ Fabio illi, q o i re m omnem Romanam restituit sendo consolo fece voto della propria vita per non pagnando. Nec data, quum magistrum equi­ aver vittoria. Fu donata anco questa corona dal tum et exercitam ejus servasset ; tuijc satius fuit senato e popolo Romano, la qual cosa tengo che nomine aovo c o ro n ari, appellatum patrem ab his sia uno de' maggiori onori che si possano avere qaos servaverat : sed quo dicium est consensu al mondo, a quel Fabio, il quale senza combat­ honoratus est H annibale ex Italia pulso. Quae co­ tere, ma temporeggiando, rimise in piedi tolto rona adhuc sola ipsius imperii manibus imposita l ' imperio di Roma. Nè gli fu già data quanda c*t, et qaod p ecu liare ei est, sola a tota Italia egli salvò il maestro de'cavalieri e l'esercito suo; data. perchè allora fu meglio coronarlo di nuovo no­ me, essendo chiamato padre da quelli eh* egli salvò ; ma fugli data del comune consentim ene che s 'è detto, quando Annibaie fu cacciato d 'Ita ­ lia. La qual corona in fino a qui è sola che sia posta per le mani di esso imperio, e, quel che g{i è peculiare, la sola data da tutta l'Italia insieme*

C. PLINII SECONDI
Q ui
s o l o * c e n t o r io .

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QOAL SOLO CENTUBIONE «E FU COBOWATO.

TI. 6. Praeter hos contigit ejas coronae ho­ nos M. Calpurnio Flammae, Iribuno mililnm ia Sicilia : centurioni Tero uni ad hoc tempus Cn. Petreio Atinati, Cimbrico bello. Primum pilum is capessens sub Catulo, exclusam ab hoste legio­ nem suam hortatus, tribunum suum dubitantem per castra hostium erumpere interfecit, legionemque eduxit. Invenio apud auctores eumdem praeter hunc honorem, adstantibus Mario et Ca­ tulo cois., praetextatum immolasse ad tibicinem focalo posito. Scripsit et Sulla dictator, ab exer­ cita se quoque donatam apad Nolam, legatum bello Marsico. Idque etiam in villa sua Tuscula­ na, qaae fuit postea Ciceronis, pinxit. Quod si verum est, hoc exsecrabiliorem eam dixerim, quandoquidem eam capiti sao proscriptione sua ipse detraxit, tanto paucioribus civinm servatis, qaam postea occisis. Addat eliamnum huic gloriae superbum cognomen Felicem, ipse tamen ob­ sessis in toto orbe proscriptis, hac corona Sertorio cessit. Aemilianum quoque Scipioaem Varro au­ ctor est doaatum obsidionali ia Africa, Manilio consule, trib. cohortibus servatis, tolideraque ad servandas eas edoctis : quod et statuae ejus in foro sao divus Aogustus subscripsit. Ipsam Au­ gustam M. Cicerone filio consule idibas Septem­ bris senatus obsidionali donavit. Adeo civica non satis videbatar. Nec praeterea quemqaam hac invenimus doaatum.

VI. 6. Oltra qoesti toccò l’onore di tal corona M. Calpurnio Fiamma tribuno de’ soldati in Sicilia; e infino a qaesto tempo a un centurione, il qoale fa Gn. Petreo Atinate nella guerra dei Cimbri. Costui sotto Calalo pigliando il primo pilo, e confortando la saa legione esclusa da qoesto, ammazzò il sao tribuno, il quale non ardiva di farsi la via pel campo de’ nimici, e guidandola per tal via salvò la detta legione1 Trovo negli . scrittori che costui medesimo, oltra qaesto onore, potè sacrificare dinanzi al fuoco vestito di prete­ sta, e col snoao de’pi fieri, essendovi alla presenza Mario e Catnlo consoli. Scrive Siila dittatore di avere ancor egli avuto tal dono dall’esercito a No­ la, essendo legato nella guerra de’ Marsi ; il che anche dipinse nella saa villa Tasculana, la quale fa poi di Cicerone. Che se ciò è vero, ei merita piò d’ essere biasimato, perchè egli medesimo poi si tolse tal corona nella sua crudelissima proscrizio­ ne, perocché tanto meno rimasero i salvati, quan­ to fa maggiore il numero de’ cittadini che fece morire. Aggiugnesse pure egli a questa gloria il superbo soprannome di Felice, che assediando in tutto il mondo i proscritti, cedè questa corona a Sertorio. Scrive Varrone che Scipione Emiliano ebbe questa corona ossidionale in Africa, perchè sotto Manlio consolo salvò tre coorti, e altrettante ne menò foora a salvar quelle ; il che l’imperatore Augusto fece scrivere sotto la statua di lui nel suo foro. Questa corona stessa fu dal senato con­ ferita ad Augusto ai tredici di Settembre l’ anno che egli fa consolo insieme con Cicerone figliuolo di Cicerone oratore, perchè la corona civica non parve abbastanza. Nè oltra a questi troviamo n iu no, a cai sia stata donata la corona ossidionale.
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M e d ic in e
c b e si fa n n o d e l l e a l t r e e b b e ,

M e DIOSHAB EX HXLIQUIS OOBOHASrXSYIS.

ONDE SI FACEAN LE COBONE.

VII. Nullae ergo herbae faere certae in hoc honore : sed qaaecumqne fuerant in periculi sede, quamvis ignobiles ignotacqne, honorem no­ bilem faciebant: qaod latere apad nos minas qaidem miror, cerneas negligi ea quoqae, quae ad valetudinem conservandam, cruciatusque cor­ poris propulsandos, et mortem arcendam perti­ neat. Sed quis non mores jure castiget? Addidere vivendi pretia deliciae luxasque. Numquam fuit cupido vitae n iajo r, neo minor cara. Alioram hanc operae esse credimus : ne mandato quidem nostro alios id agere, medicisqae provisum esse pro nobis. Ipsi fruim ar voluptatibus, et (qao nihil eqaidem probrosius duoo ) vivimas «lien»

VII. Nè più un’ erba che un’ altra era quella di che si facevano tali corone, ma toglievano quella qualunque che trovavano nel luogo, d o rè erano stati assediali; il che non ira maraviglio che non si sappia appresso di noi, veggendo che non si tiene conto ancora di quelle cose, le quali sono alili a conservar la sanità, e levare le malattie e i tormenti del corpo, e allontanar* la morte. E chi non riprenderà ragionevolmente i nostri co­ stami f Perciocché le delicatezze hanno accresciu­ ti i prezzi delle cose al vivere aecessarie. Ma non ci fu mai maggior desiderio della vita* nè minor cura di essa. Noi lasciamo questa cura all’ opera degli altri, e pensiamo eh' essi 1 abbiano ad avere *

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HISTORIARUM MtJNDI U B , XXII.

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fiducia. Itomo reto plerlsqne altro ellam irrita i w n u ista commentantes, atqae frivoli operis arguimur : magno, quamquam immensi labori*, •alai», sperni cam rerum n atari : quam certe Doo defuisse nobis docebimus, et invisis quoque herbis inseruisse remedia : quippe quum medici* nas dederit etiam aculeatis. Haec eoim proxime reslsat «x his, q u a s priore libro nominavimus, io quibas ipsii providentiam naturae salis mirari, amplectique non est. D ederat, quas diximus, molle* dbisque gratas. Pinxerat remedia in flo­ ribus, visuque ip so animos invitaverat, etiam deliciis auxilia permiscens. Excogitavit aliquas upecta hispidas, ta ctu truces, ut tantum non vo­ cem ipsius fingenti* illas, ratiouemque reddentis exaudire videamur, n e se depascat avida quadru­ pes, ne procaces m anus rapiint, ne neglecta ve­ stigia obterant, n e insidens ales infringat : his muoieudo aculeis telisque armando, remediis n t lota ac salva sint. Ita hoc quoque, quod in iis odimus, hominum causa excogitatam est.

senza ebe neppnr noi la offeriamo loro, persuasi di aver provveduto, nell* aver dei medici, ad ogni nostro bene. Noi ci inebriamo de* diletti, e ( che è ia maggior vergogna del mondo) viviamo nella fiducia altrui. Molti ridono ancora di me, che io scriva qneste cose, e che io sia messo a un’ im­ presa di poca utilità. Ma io ho questo conforto della grandissima mia fatica, che io sono sprez­ zalo insieme con la nalura, la quale mostrerò che non ci manca, e che nell* erbe ancora odiose ha messi i rimedii, non avendo lasciato di metterle neppure in quelle che si armano di spini. Queste in fatti sono le cote che ci rimangono a trattare di quelle che noi dicemmo nel libro di sopra, nelle quali la providenza della natura non può essere abbastanza ammirata e compresa. Ella ci ha date l'erbe, che noi abbiamo detto, tenere e grate per mangiare. Ci ha dipinti i rimedii ne’fiori, e invitali gli animi con la vista, mescolando ancora gli aiuti con le delizie. Dipoi n ' ha fatte alcune orride a vedere, e aspre a toccare, acciocché gl'ingordi be­ stiami non le pascano, nè le ardite mani le colgano, e i piedi non le stimando non le calpestino, e ac­ ciocché P uccello posandovi su, non le rompa ; fortificandole con punte, e armandole di tali dar­ di, che sieno sicure e salve per li rimedii. E così quello ancora che in esse ci dispiace, fu trovato per cagione degli nomini.
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k b ih g e , o v v b b o e b i b g i o .

Ebtig*, n v t iiYiaioir.

VIII. y. Clara in primis aculeatarum erynge V ili. 7. Fra P altre erbe spinose è illustre l'eringe, ovvero eringio, la quale nasce contra le *t, sive eryngion, contra serpentes et venena omoia nascens. Adversus ictus morsusque radix serpi, e tutte le cose velenose. Conira le percosse «jus bibitor drachm ae pondere in vino : aul si e morsi loro si bee la sua radice nel vino a peso plerumque tale* in jurias comitatur et febris, ex d ' una dramma. E se, come accade il piò delle aqua. Illinitur plagis, peculiariter efficax contra volte, dopo lai morsi vi fosse la febbre, si bee con ctasydros ac ra n as. Omnibus vero contra toxica dell* acqua. Fregasi sulle piaghe, e ha parlicolar et acooita efficaciorem Heraclides medicus, ia virtù conira i chersidri e le botte. Eraclide me­ jure anseris decoctam , arbitrator. Apollodorus dico afferma, che cotla in brodo d ' oca ha mag­ adversus toxica c u m rana decoquit, ceteri in aqua. gior virtù che qualsivoglia altra cosa contra i Ipn dura, fruticosa, spinosis foliis, caule genicu- veleni e gli aconiti. Apollodoro la cuoce co' ra­ hto' cubitali, e l m ajore aliqaando, alia albicans, nocchi cootra i veleni ; gli altri nell’ acqua. Essa •Ii* nigra, radice odorata, et saliva quidem est. è dura, ramosa, con foglie spinose, gambo noc­ Sed et sponte n ascitur in asperis et saxosis : et in chiuto, alto un braccio, e alcuna volta maggiore. Alcuna biancheggia, alcuna è nera, con radice Utoribo* maris, d u rio r, nigriorque, folio apii. odorosa ; ed è di ragione sativa. Pur nasce anche da sè stessa in luoghi aspri e sassosi : ne' liti del mare è più dura e più nera, ed ha la foglia simile all' appio.
C x H T U * CAPITA, XXX.

D e l l ’ ebba

c b h t o c a p i,

3o.

IX. 8. Fra queste la bianca è chiamata dai IX. S. E x b is candidam nostri ceni u mea pHa '•eant Omnes ejusdem effectus, caule et radice nostri centocapi. Di tutte quelle che fanno lo >a cibos G raeco ru m receptis utroque modo, sive •tesso effetto i gambi e le radici son prese per

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C. PU N II SECONDI

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coquere libeat, tire cruda vésci. Portentosum csl, quoti de ea traditur : radicem ejus alteru­ trius sexui similitudinem referre, raram inventu : sed si viris contigerit mas, amabiles*fieri. Ob hoc et Phaonem Lesbium dilectum a Sappbo. Multae circa hoc non Magorum solum vanitates, sed etiam Pythagoricorum. Sed in medico usu praeter supra dicta auxiliatur inflationibus, torminibus, cordis vitiis, stomacho, jocineri; praecordiis in aqua mulsa, lieni in posca. Item ex mulsa reni­ bus, stranguriae, opistholonicis, spasmis, lumbis, hydropicis, comitialibus, mulierum mensibus, sive subsidant, sive abundent, vulvarumque omni­ bus vitiis. Extrahit infixa corpori cum meile. Strumas, parotidas, panos, recedentes ab ossibus carnes sanat cum axungia salsa, et cerato ; item fracturas. Crapulam praesumpta arcet, alvum sistit. Aliqui e nostris sub solstitio colligi eam jussere. Ex aqua coelesti impoui omuibus cervi­ cis vitiis. Oculorum quoque albugine* sanare adalligatam tradiderunt.

cibo dai Greci, tanto cotte che crude. È cosa mostruosa ciò che si dice d'essa, cbe la radice sua somiglia all' uno e 4' altro sesso. Truotasi di rado, e se gii uomini s 'abbattono a quella che ha il sesso mascolino, diventano amabili. Per questo dicono che Faone Lesbio fu amato da Saffo. Molte altre vanità circa ciò afe dissero non solo i Magi, ina i Pitagorici ancora. Ma quanto a servigio di medicina, oltra alle cose sopraddette, è utile alte ventosità, a' tormini, a difetti del cuore, alto stomaco, al fegato e agl' interiori nell1 acqua me­ lata, e alla milza in posea. Similmente eon l’acqua melala è utile alle reni, alle straogurie, a quegli che hanpo ritirati i nervi del collo, allo spasimo, a1lombi, a’rilruopichi, al mal caduco, al menstruo, o che non tenga, o che sia troppo, e a ogni male di matrice. Col mele cava fuori le cose fitte nel corpo. Con la sogna salsa e col cerotto guarisce le gangole, le parotide, i pani, la carne spiccata dall' osso, e anco le rotture. Pigliandola innanzi pasto, non lascia che il mangiare aggravi troppo. Ristagna il corpo. Alcuni de' nostri vogliono che ella si colga nel solstizio, e con l ' acqua piovana si ponga a tutti i mali del collo. Dicono ancori, che legandovela leva le macchie bianche degli occhi.
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X. 9. Dicono alcuni, che Pacano è quel me­ X. 9. Snnt qui et acanon eryngio adscribant, spinosam brevemque, ac latam herbam, spioisque desimo che l'eringio. E erba spinosa, corta e latioribus. Hanc impositam, sanguinem mire larga, ed ha molto larghi gli spini. Questa postavi sopra, dicono che maravigliosamente ristagna H sistere. sangue. Db
g l t c y b e h iz a , s iv b a d if s o , x v .

D bLLA GLICIBBIZA, OVVBBO ADIt>SO, l 6 .

XI. Alii eryngen falso eamdem putaverunt XI. Altri, benché falsamente, stimarono che esse et glycyrrhizam, quare subjungi eam proti­ ancora la glicirriza sia l ' eriogio ; però bisogna nus refert. Et ipsa sine dubio inter acateatas est, che subito ragioniamo d ' essa. Senza dubbio aa* foliis echinatis, pinguibus, tactuque gummino- cora ella è spinosa, ha le foglie nociate, grane, sis, fruticosa, bioura cubitorum altitudine, flore gommose a toccare : è germogliosa, alta du e cu­ hyaciothi, fructu pilularum platani magnitudinis. biti con fiore di giacinto, e il frntto ano grande Praestantissime in Cilicia, secunda Ponto, radice come coccole di platano. La ottima è io Cilicia, dulci ; et haec tantum in usu. Capitur ea Vergi­ dopo quella in Ponto che ha la radice dolce ; e liarum occasu, longa ceu vitium : coloris buxei questa sola e in uso. Ricogliesi nel tramontare melior, quam nigra : quaeque lenta, quam quae delle Vergili* : è lunga siccome quella delle viti. Migliore è quella che ha colore di bosso, che non fragilis. Usus in subditis decoctae ad tertias, ce­ tero ad mellis crassitudinem, aliquando et lusae : la nera ; e la pieghevole, che quella che si frange. quo genere et vulneribus imponitur, et fancium Si usa in quei medicamenti che soppongonsi alta vitiis omnibus. Item voci utilissimo succo : sio ut lingua, cuocendosi fin che ne resti la terza parte, spissatus est, linguae subdito. Item thoraci, joci- e sia spessa come mele: Alcona volta si pesta, e neri. Hac diximus sitim famemque sedari. Ob id così si mette alle ferite, e a tutti i mali della gola. qnidam adipson appellavere eam, et hydropicis Il sugo suo diventato spesso è utile alla voce, mettendolo sotto la lingua : i utile ancora alle dedere, ne sitirent. Ideo et commanducata sto­ matice esty et ulceribus oris inspersa saepe, et costole del petto e al fegato. Con questa abbiamo

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HISTORIARUM MUNDI LIB. XXII.

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pterygiis. S n a l e t TeticM scabiem, renum dolo­ res, condylomata, ulcera geni tali aro. Dedere eam quidam potui in quartanis, drachmarnm duarum pondere, et pipere, hemina aquae. Commandu­ cata sanguinem ex vnloere sialit. Sunt et qui calculos ea pelli tradiderunt.

già detto che si mitiga la seie e la fame. Perciò alcuni la chiamarono adipsoo, cioè senza sete, e diederla a' ritruopichi, acciocché non sentissero la sete. Laonde masticata è medicamento alla bocca, e spesso sparsa alle sue crepature le gua­ risce : è utile ancora contro le pellicole che impe­ discono la vista. Guarisce inoltre ta scabbia della vescica, i dolori delle reni, i fichi e i laruoli delle parli genitali. Alcuni 1 hanno data a bere nelle ' quartane a peso di due dramme, col pepe e un'em ina d'acqua. Masticata ferma il sangue della ferita. Alcuni dissero che con essa si fa gellare la pietra.
D u e s p e c ie

Tubuli geeeea , i i ; aisDiciait, xu.

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t b i b o l o , m e d ic i n e 1 2 .

XII. io. T rib u li unum genus in horiis nasci­ XII. 10. Una specie di trìbolo nasce negli orti, tur, alterum ia fluminibus lanlom. Succus ex nn' altra solamente ne' fiumi. Il sugo di queste si his colligitur ad oculorum medicinas. Est enim raccoglie per medicina degli occhi, perchè è di natura refrigerante ; e per questo è utile contra refrigerantis na lurae, et ideo ulilis contra inflam­ mationes collectionesque. Ulcera per se erum­ le iofiammazioni, e raccolte d 'umore. Col mele pentia, et praecipue in ore, cum meile sanat: guarisce le piaghe che rompono per sè stesse, e item tonsillas. P o tu s calculos frangit. Thra&s, massimamente nella bocca, e le serrature della qui «d Strymona habitant, foliis tribuli equos gola. Bevalo rompe le pietre. I Traci, che abitano aagiaaot: ipsi nucleo vivunt, panem facientes sol fiume Slrimone, ingrassano i cavalli con le praedulcem, et q u i contrahat ventrem. Radix foglie del tribolo, ed essi vivono del frutto, facen­ caste pureque collecta, discutit strumas. Semen done pan dolce,il quale ristrigne il ventre. La sua adalligatum, varicam dolores sedat : tritam vero, radice puramente e castamente colta leva le scrofe. Il seme suo mitiga i dolori delle varici, legandolo et in aquam sparsam , pulices necat. do?’ elle sono ; e pesto e sparso nell’ acqua uccide le pulci. S tobbs. XIII. i i . Stoebe, quam aliqui pheon vocant, decocta in vino, praecipue auribus purulenti* medetor: item oculis ictu cruentatis: haemorrhagiae quoque e t dysenteriae infusa.
D ella
stebe.

XIII. 11. La stebe, che alcuni chiamano feou, cotta pel vino guarisce principalmente gli orec­ chi, che hanno colio marcia, e gli occhi, che per percossa sono sanguinosi ; e ancora le morici e i pondi, infondendovela sopra.
. D e l l ' ip p o p i e , s p e c i e

H lFPO TH Taa CEBEBA, I I ; MEDICIEAE, I I .

a;

h b d ic ik e 2 .

XIV. 12. Hippophyes in sabulosis maritimisqoe nascitur, sp inis albis. Ederae modo racemosa est, candidis, e t ex parte rubentibus acinis. Radix succo madet, q o i a u t per se conditur, aut pastil­ lis farinae. H aec bilem detrabit obolo ponderis, saluberrime cu m mulso. Est altera hippophyes, •ine caule, sine flore, foliis lanium minatis. Hu­ jus quoque succos hydropicis mire prodest. De­ bent ac como d a ta e esse et equorum naturae, nc­ que ex alia causa nomen accepisse. Quippe quae­ dam anim alium remediis nascuntur, locupleti divinitate ad generanda praesidia : ut non sit mirari satis in g en iu m ejus, disponentis auxilia in puera, ia causas, iu lempora, ut aliis prosit aliud

XIV. 12. L'ippofie nasce in luoghi sabbionosi e maritiimi, con bianche spine. Fa racemoli come l ' ellera, e acini bianchi e da una parte rossi. La radice fa sogo, la quale si condisce o per sè mede­ sima, o con pastegli di farina. Questa purga la collera a peso d ' un obolo, e pigliasi benissimo col vin melato. L 'altra è senza gambo, e senza fiore, e ha foglie minute. 11 sugo di questa mara­ vigliosamente giova a' ritruopichi. P ar che sieno accommodate alla natura de' cavalli, e per questa cagione hanno preso tal nome. E certo che alcune cose nascono per rimedii d'anim ali, perchè la divinità è ricca a somministrare aiuti. Onde non è da maravigliarsi, i ella distingue e ordina gli

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C. PU N II SECUNDI

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bori», diesque anllus prope «ina praesidiis re pe­ ri a tur.

aiuti secondo Ia diversità degli animali, la cagioni e i tempi, acciocché una cosa giovi a varii in varia ore, e quasi nessun dì »1 truovi senta rimedii.
D a l l ' o k x ic a , 6 1 .

U b TTCA ; MEDICHI AB, t x i .

XV. 13. Urlica quid esse invisius potest? At XV. i 3. Che cosa ne può essere in odio più illa praeter oleum, quod in Aegypto ex ea fieri che l’ ortica? Nondimeno oltra l ' olio, il quale dixiuius, te i plurimis scatet remediis. Semen dimostrammo che si fa io Egitto d’essa, molti altri ejus ciculae contrarium esse Nicander adfirm at: rimedii ci porge. Dice Nicandro che il seme suo ilem fungis et argento vivo. Appolodorus et sa- è contrario alla cicuta, e a’ funghi, e all’ argento laroandris cum jure decoctae testudinis. Item vivo. Apollodoro scrive cbe cotta in brodo di adversari hyoscyamo, et serpentibus, et scorpio­ testuggine è contra la salamandra, il giusquiamo, nibus. Quin illa ipsa amaritudo mordax, uvas in le serpi e gli scorpioni. La sua amaritudine mor­ ore, procidentesque vulvas, et infantium sedes, dace ancora toccando ristrigne I* avola, e la ma­ tactu resilire cogit: lethargicos expergisci, tactis trice eh* cade, e il sedere de’ bambini. Desta i cruribus, magisque fronte. Eadem canis morsi* letargici pugnendosi loro con essa le gambe, e bus addito sale medetur. Sanguinem trita naribus mollo più la fronte. Guarisce, aggiogoendovi il indita sistit, et magis radice. Carcinomata et sor­ sale, il morso de’ cani. Pesta e messa nel naso ri­ dida ulcera, sale admixto ; ilem luxata sanat, et stagna il sangue ; ma più possente è la sua radice. panos, parotidas, earnesque ab ossibus receden­ Col sale guarisce le cancrene, le brutte nascenze, tes. Semen potum cum sapa, vulvas strangulan­ e le membra uscite de’ loro luoghi, 1 enfiature * tes aperit, et profluvia narium sistit impositum. della gola, gli orecchioni e le carni che si staccano Vomitiones in aqua mulsa sumptura a cena faci­ dagli ossi. Il seme sao bevuto con la sapa apre la les praestat, duobus obolis : uno aulem in vino matrice soffocala, e posto nelle nari ristagna il poto lassitudines recreat. Vulvae vitiis tostum, flusso del naso. Pigliandolo con acqua melata a acetabuli mensura: potura in sapa resistit stoma­ peso di due oboli fa il vomito facile dopo cena, a chi inflationibus. Orthopnoicis prodest eum mei­ beendone un obolo col vino ricrea la stanchezza. le: et thoracem purgat eodem ecligmate. E t lateri È utile ai mali della matrioe, arrostito a misura medetur cum semine lini. Addunt hyssopum et d’ un acetabolo ; e bevuto con la sapa non lascia piperis aliquid. Illinitur lieni. Difficilem ventrem fare vento nello stomaco. Giova col mele a quegli tostum cibo emollit. Hippocrates vulvam purgari che non possono mandare Aiora l’ alito, e purga poto eo pronuntiat. Dolore levari tosto acetabuli il petto. E rimedio al fianco col seme di lino.Agmensura, dulci poto, et imposito cum sncco mal­ giungonvi issopo, e un poco di pepe. Impiastrasi vae. Intestinorum animalia pelli cum hydrome- sulla milza. Mollifica il corpo, ma vnole essere lite et sale. Defluvia capitjs semine illito cohone­ arrostilo. Ippocrate scrive che beendolo porga la stari. Articulariis morbis et podagricis plurimi matrice ; cbe leva il dolore, arrostilo a misura cum oleo vetere, aut folia cum ursino adipe trita d* un acetabolo, o bevuto col dolce, o postovi col imponunt. At eadem radix tusa cum aceto non sugo della malva; che preso con idroraelite e minus utilis: item lieni. Et coda in vino discutit sale uccide i vermini ; che fregandovi il seme fa panos, cum axungia' vetere salsa. Eadem psilo­ che i capegli non cadano. Assaissimo l’ adoperano thrum est sicca. alle gotte con olio vecchio, ovvero le foglie peste eoo grasso d* orso. A ciò non è manco utile la radice pesta con l ' aceto. Giova ancora così posta alla milza. Mescolata eon sugna vecchia insalata leva le posteme larghe e piatte. Questa medesima secca è unguento depilatorio. Condidit laudes ejus Phanias physicos, utilis­ Fania Risico racconta le sue lodi dicendo, che simam cibis coctam condilamve professus arteriae, usandola ne’ cibi colta o condita è utilissima al­ tussi, ventris destillationi, stomacho, panis, paro­ l’arteria, alla tosse, alla stillazione del corpo, allo tidibus, pernionibus: cum oleo sudorem,coctam stomaco, alle posteme larghe e piatte, alle posteme cum conchyliis ciere alvum : cum ptisana pectus dopo gli orecchi e a'pedigooui; che con olio pro­ purgare, mulierumque menses : cum sale, ulcera voca il sudore, e cotta eoo l’ ostriche muove il quae serpant cohibere. Succo quoque in usu est. corpo; che con orzala purga il petlo e i mesi delle Expressus illi (usque fronti, sanguinem narium duone, e col sale ferma l’ ulcere che vanno im­ sisti l : potus uriuam ciet, calculos rumpit : uvam pigliando. 11 sugo suo a’ usa aucora ; e bagnai*»

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HISTORIARUM MUNDI LiB. XXII.

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p r f ir i u lu s reprim it. Seraeo colligi messibas oportet. A lexandrinum maxime laudator. Ad omnia baec e t m itiores quidem teneraeqae effi­ cace*, sed praecipue silvestri» illa, et amplius le­ pras e facie tollit, in vino pota. Si quadrupes fetam oon ad m ittat, urtica naturam fricandam monstrant

done Ia fronte, ristagna il sangue del naso. Be­ vendo muove P orina, e rompe la pietra. Garga­ rizzandolo ristrigne 1*uvola. Il seme suo si vuol cogliere per mietitura. Il più lodato è l'Alessan­ drino. A tutti i predetti effetti ha molta virtè ancora l ' ortica che non punge, ed è tenera, e massimamente la salvatica, la quale bevuta nel vino leva ancora la lebbra dal viso. Se le bestie non vengono in amore, fregherai loro la natura con T ortica. D el l a m io , 7.

L ia n ti,

vii.

XVI. 14. Quello che in genere di ortiche noi XVI. 14. E a quoque, quam lamium inter genera earum appellavimus, mitissima, et foliis appellammo lamio, è mitissimo, ed ha foglie che punto noo pungono. Con un granello di sale noo mordentibus, medetur cum mica salis con­ guarisce le colture, gli ammaccati, le gangole, gir tusis, incussisqae, inustis, et strumis, tumoribus, enfiati, le gotte e le ferite. Ha le foglie bianche podagris, vulneribus. Album habet in medio fo­ nel mezzo, utili al fuoco sacro. Alcuni de' nostri lio, quod ignibus sacris medetur. Quidam e no­ stris tempore discrevere genera. Autumnalis distinguono le specie loro secondo i tempi. NelP autunno dicono che la sua radice appiccata a nrticae radicem alligatam in terlianis, ila at aegri quegli che hanno la terzana, li guarisce: ma nuncupentur, q u u m eruitur ea radix, dicalurque Cui, et quorum filio eximatur, liberare morbo bisogna che quando essa si svelle, si noraioi Vam­ malato, e dicasi a cui, e al figliuolo di chi si vo­ tradiderant. Hoc idem et contra quartanas pol­ glia adoperare. Il medesimo fanno con tra le lere. lidem urticae radice addito sale, infixa cor­ quartane. Dicono ancora, che la radice delPorti­ pori extrahi. Foliis cum axungia strumas discuti: ca col sale cava fuori le cose fitte nel corpo. Le vel si suppuraverint, erodi complerique. foglie con la sugna levano le scrofe; e s'hanno collo marcia, le rodono e risaldano.
ScOBPIOVlS GRBEEA, I I ; MEDICINA, I .

Due

s p e c i e d i s c o e p io n e , m e d io ,

i

.

XVII. i 5. Èvvi un* erba, che si chiama scor­ XVII. i 5. E x argumento nomen accepit scor­ pio herba. Semen enim habet ad similitudinem pione, perchè ella ha il seme che somiglia la co­ da di esso. Ha poche foglie, e vale contro l ' ani­ candae scorpionis, folia pauca. Valet et adversus male del suo nome. V' ha un1 altra erba del me­ aaimal nominis sui. Est et alia ejusdem nominis efieetusque sine foliis, asparagi caule, in cacumine desimo nome ed effetto, la quale è senza foglie, ha gambo di aspargo e la cima appuntata ; e di aculeum habens, e t inde nomen. qui ha preso il nome.
I^nrCACABTOA, SIVB PHYLLOS, SIVB ISCHIAS, SIVB P O L VGONATOS, IV.

D e lla

lb o c a c a b t a o p i l l o , o is c h ia d a , o p o lig o n a to , 4.

XVIU. 16. Leucacantham alii phyllon, alii ischiada, alii polygonaton appellant, radice cy­ peri, quae commanducata dentium dolores sedat, item laterum, e t lumborum, ut Hicesius tradit, •emine poto drachm is octo, aut succo. Eadem raptis, convulsu medetur.

XV II I. 16. La leucacanta alcuni la chiamano (ilio, alcuni ischiada, altri poligonato. Ha radice di cipresso, la quale masticata leva il dolore dei denti. Così anche il dolore de* fianchi e de* lom­ bi, come dice Icesio, bevendo del suo seme otto dramme, o del sugo. La medesima guarisce i rot­ ti e gli sconvolti. D e ll1blsibe,
13.

H e l x ib e , XII.

XIX. 17. L* erba chiamata elsine, da alcuni ò XIX. 17. Helxinen aliqui perdicium vocant, qoouiam perdices ea praecipue vescantur. Alii detta perdicio, poiché le pernici la mangiano vo­ ihkriUn, nonnulli parthenium. Folia habet mixta lentieri. Altri la chiamano siderite, ed alcuni

21 I

C. PLINII SECONDI

212

similitudinis plantagini et marrubio, cauliculos dento», leviter rubentes, semina in capilibus lap­ paceis adhaerentia vestibus: unde et helxinem diclam volunt. Sed nos qualis vera esset helxine, diximus priore libro. Haec autem inficit lanas, sanat ignes sacros, et tumores, collectionesque omnes, et adusta. Panos succus cum psimmylhio, et guttura incipientia turgescere. Item veterem tussim cyatho hausto, et omnia in humido, sicut tonsillas, et varices, cura rosaceo. Imponitur et podagris cum caprino sevo, ceraque Cypria.

partenio. Ha foglie mescolate, altre simili alla piantaggine, altre al marrobbio, gambi piccoli e folti che rosseggiano un poco. 11 seme è lappoloso, cbe s ' appicca alle vesti, onde vogliono cbe per ciò sia chiamata elsine. Ma noi nel libro da­ vanti abbiamo detto quale sia la vera elsine. Questa tigne le lane, guarisce il faoco sacro, gli enfiati, ogni raccolta di marcia e le iucotture. Il sugo suo col psiraraizio guarisce ancora i gorgoz­ zuli, quando cominciano a ingrossare ; non che la tosse vecchia, bevendone un bicchiere, e tutti i malori umorosi, come sono gavigne e varici, eoa olio rosato. Ponsi ancora con sevo di capra e cera Cipria sopra le gotte. D el perdicio, o pabtesio, detto aschs URCEOLARE O A5TBBICO, 11.

P e BDICIIIH, SIVB PARTHERIUH, QOAB CECBOLABIS, SIVB ASTBRICUM, XI.

XX. Il perdicio o partenio (poiché la siderite XX. Perdieiom sive parthenium ( nam sideri* ì un' altra cosa ) da1 nostri è chiamata erba ur­ tis alia est) a nostris herba urceolaris vocatur, ceolare, da altri asterico : ha foglie simili al basi­ •b aliis astericum, folio similis ocimo, nigrior lico, solamente più nere, e nasce ne'legoli e celle tantum, nascens in tegulis, parietinisque. Mede­ mura. Pesto eoa an grano di sale medica le me­ tu r cum mica salis trita iisdem omnibus, quibus desime malattie che il lamio, e nell* istesso modo. lamium, et eodem modo : item vomicae, calfacto Bevuto col sugo scaldalo sana le vomiche. È di succo potu. Sed contra ulcera, rupta lapsusque, •ingoiare virtù contro le ulcere, le fratture, le ca­ et praecipitia, aot vehiculorum eversiones, singu­ dute, e a preservar dai precipizi! e dal rovesciarsi laris. Verna caras Pericli Atheniensium principi, de’ veicoli. Un servo molto caro a Pericle princi­ quam is in arce templum aedificaret, repsissetque pe d* Atene, edificando egli un tempio nella roc­ super altitudinem fastigii, et inde cecidisset, hac ca, ed essendovi salito in cima, e dipoi cadalo, herba dicitur sanatas, monstrata Pericli somnio a Minerva. Quare parthenium vocari coepta est, ad* fu guarito con questa erba, la quale Miaerva mo­ signaturque ei deae.Hic est vernula, cojus effigies strò in sogno a Pericle. Però fa cominciata poi a chiamarsi erba partenio, ed è dedicata a questa ex aere fusa est, et nobilis ille Splanohnoptes. dea. Questo è il servo, la cui statua fu fatta di bronzo ; questo è quel nobile Splancnotte.
C h AMARLEOW,
s iv b

IXIAS, SIVB ULOPHYTOR, SIVB CY;
m e d ic in a e , x i i .

h o z o l o i i : g b k b &a e j u s , i i

D el cameleokb, o issia, o ulofito, o cinozolo: VE h 'H A DDE SPECIE, MEDIC. 12. XXL 18. Il chameleone è chiamato da alcuni issia. Egli è di due sorli. 11 più bianco ha le fo­ glie più aspre : va per terra e ha le spine cone quelle del riccio, e la radice dolce, e gravissimo odore. Io alcuoi luoghi genera visco bianco sotto le foglie, e massimamente intorno al nascere del­ la Canicola, al modo che si dice nascere lo incen­ so ; e perciò si chiama issia. Di qaesto, come della mastice, osano le donne. Quanto al nome di caraeleone, esso gli viene dalla varietà delle foglie, perchè secondo il luogo mula il colore, dove nero, dove verde, dove azzurro, dove cro­ ceo, e dove d'altra ragione. Di questo il bianco col sugo della radice colla guarisce i ritruopichi. Beesene una dramma col vin colto. Uccide i vermini beendone uq aceta­ bolo ia vin brusco con iscvpe di origano. Giova

XXL 18. Chamaeleonem aliqui ixiam vocant. Duo genera ejus. Candidior asperiora folia habet: serpit in terra, echini modo spinas erigens, radi­ ce dulci, odore gravissimo. Quibusdam in locis viscum gignit album sub alis foliorum, maxime circa Canis ortum, quo modo thura nasci dicun­ tur: unde et ixia appellatur. Hoc, ut mastiche, utuntur mulieres. Quare et chamaeleon vocetnr, varietate foliorum evenit. Mutat enim cum terra colores, hic niger, illic viridis, aliubi cyaneus, aliubi croceas, atqae aliis coloribus.

Ex his candidus hydropicos sanat succo radi­ cis decoctae. Bibitur drachma in passo. Pellit et iuteraneorura animalia acclabuli mensura succi ejusdem, ia vino austero, cum origani scopis.

HISTORIARUM MUNDI L 1B. XXII. Facit ad difficultatem urinae. Hle soccus occidit el canes suesqae in polenta. Addila aqoa et oleo eoalrabit in se mares ac necat, nisi protinus aquam sorbeant. Radieem ejus aliqui concisam serrari jub ent funiculis pendentem, decoqountque io cibo contra fluxiones, quas Graeci rheu­ matismos vocant. E i nigris aliqui marem disere, cui flos purpareus esset : et feminam, cui violaceus. Uno na­ scantur caule cobitali, crassitudine digitali. Radi­ cibus earum lichenes carantur, cam sulphure et bitumine ana coctis: commanduca lis vero dentes mobiles, aut in aceto decoctis. Succo scabiem etiam quadrupedam sanant. E t ricinos canum necant : juvencos qaoqae anginae modo. Quare a quibusdam u lo p b jto u vocatur, et cynozolon, propter gravitatem odoris. F erant et haec viscum olceribas utilissimum. Omnium aulem generum coram radices scorpionibus adversantor.

**4

alla difficoltà dell* orina. Questo sago con la pò* leu la uccide i cani e i porci. Aggiugnendovi acqua e olio raggrinza in si i topi, e uccidegli, se di su* bito non beono acqua. Alcuni serbano la radice sua concisa, appiccandola per un filo, e cuooonla nel cibo con Ira quel flusso, che i Greci chiamano reumatismo. Dei neri chiamano maschi quegli che hanno il fior rosso, e femmina quella che l ' ha di colore violaceo. Nascono con un gambo alto un cubito, e grosso un dito. Con le radici loro si guariscono le lichene, cotte insieme con zolfo e bitume: esse masticate, o cotte nell* aceto, fermano i denti mo­ bili. 11 sugo guarisce ancora la scabbia delle be­ stie, uccide le zecche dei cani, e sana le serrature della gola de'buoi giovani. Imperò alcuni lo chia­ mano alofito e cinozolo, per la gravità dell* odo­ re. Queste ancora producono visco utilissimo alle rotture. Le radici di tutte sono contrarie agli scorpioni. Dbl cobobopo.

C obobopos .

XXII. 19. Coronopus oblonga herba est cam XXII. 19. 11 coronopo è un* erba lunga eoa fissuris. S eritu r interim, qaoniam radix coeliacis fessure. Seminasi perchè la sua radice giova gran­ praeclare facit in cinere tosta. demente cotta nella ceuere ai deboli di stomaco.
A bchosa,
xiv .

D b ll'ab cosa,

14.

X X U I. 20. Et anchasae radix in asa est, di­ gitali crassiiudine. Finditur papjri modo : manosque inficit sanguineo colore: praeparat lanas pretiosis coloribus. Sanat ulcera in cerato, prae­ cipue senum : ilem adusta. Liquari non potest in aqua : oleo dissolvitur : idque sincerae experimentom est. Datur et ad r*num dolores drachma ejos potui in vino : aut si febris sit, in decocto balani. Item ia jociiyerum vitiis, et lienis, et bile suffusis. Lepris et lénligini illinitur ex aceto. Fo­ lia trita cum m elleet farina, luxatis imponuntur : et pota drachmis duabus in mulso alvum sistunt. Pulices necare radix in aqua decpcta tradilur.

XXIII. 20. Usasi ancora la radice dell* ancusa, la quale è grossa un dito. Feodesi a modo di pa­ piro : macchia le mani di color sanguigno, e pre­ para le lane a finissimi colori. Guarisce le rotture col cerotto, massimameute quelle dei vecchi, e le incotture. Non si può struggere nell* acqua, però si disfa nell* olio ; e questo è lo esperimento a conoscere la schietta. Dassi una dramma di questa bevanda col vino pei dolori delle reoi ; o se v* è febbre, con decozione di balano. Questa è utile ancora ai mali del fegato, della milza, e a chi ha sparso la bile. Fregasi alla lebbra e alla lentig­ gine con 1 aceto. Le foglie trite col mele e fa­ * rina si pongono sopra quegli che hanno le mem­ bra uscite de* luoghi loro; e bevutene due dram­ me nel vin melalo fermano il corpo. Dicesi che la radice colla nell* acqua ammazza le pulci.
D blla psecdasccsa, ovvbbo bchi, o dori, 3.

P ssudoabcbosa ,

sivb echis , sivb dokis ,

lu .

XXIV. Eocene uu* altra simile, chiamala per XXIV. E st et alia similis, pseudoanchasa ob questo pseudancasa, e da certi echi o dori, e con appellata, a quibusdam vero echis, aat doris, et multis aliis nominibus : lanuginosior, et minus molti altri nomi. Questa è più lanosa e manco grassa, e di foglie più languide. La radice nell* opinguis, tenuioribus loliis et languidioribus. Ra­ dix io oleo non fundit rubentem succum : et hoc lio non manda fuori sugo rosso ; nel che si di­ ab aochasa discernitur. Contra serpentes effica- stingue dalla vera ancusa. Bcendo le foglie o il cù w u p o ta foliorum, vel seminis. Folia ictibus seme ba grandissima virtù contra le serpi. Le

2l5

C. PLINII SECUNDI

a i6

itu ponuntor. Virus serpenti ani fugat. Bibitor et propter spinam. Folium ejas sinistra decerpi ju­ bent Magi, et cojos causa sumatur dici, tertianisque febribus adalligari.

foglie si pongono tui morto loro. Caccia il veleno delle terpi. Beesi ancora per la spina. Vogliono i Magi che le sue foglie ti colgano con la man manca, e dicasi per chi si colgono, e appicchimi a chi ha le terzana.
D e l l ’ o r o c h ilo ,

OrOCHILOR, SIVE ABCBEBIOR, SIVB OROCHBLIS, SITE BHBX 1 SIVB BRCBBYSA, XXX. A,

o

a bc h eb io ,

o

orocxelt ,

O BBSSIA, EHCBISA,

3o.

XXV. a i. Est et alia herba proprio nomine XXV. . Écci un'altra erba, il cui proprio no­ onocbiles, quam aliqui anchnsam vocant, alii me è onochilo, che alcuni chiamaoo ancata, altri archebioo, alii onochelim, aliqui rhexiara, multi archebio, altri onocheli, altri ressia, e molti encrienchrysam, parvo frutice, flore purpureo, asperis sa. Questa fa piccolo cespuglio, il fior porporino, le foliis et ramis, radice messibus sanguinea, cetero foglie e i rami aspri : la radice quando si coglie i nigra, in sabulosis nascens, efficax contra serpen­ sanguigna, negli altri tempi nera: proviene in luoghi sabbionosi : ha virtù contra le serpi, e tes, maximeque viperas, et radice et foliis, aeque massimamente le vipere, tanto la radice, come la cibo ac poto. Vires habet messibus. Folia trita foglia, e in bere e in mangiare. Ha le sue forze odorem cucumeris reddant. Datur in cyalhis tri­ nella mietitura. Le foglie peste gettano odore di bus vulva procidente. Pellit et tineas cum hysso­ cocomero. Dassi in tre bicchieri, quando la ma­ po. E t in dolore renum aut jocineris ex aqua trice esce fuora alle donne. Con l1 issopo uccide mnlsa, si febris sit : sin aliler, ex vino bibitur. Lentigini ac lepris radix illinitur. Habentes eam, le tignuole. A doglia di reni, o di fegato, si piglia con acqua melata, essendovi febbre ; non v' es­ a serpentibus feriri negantur. Est et alia huic si­ sendo, si bee col vino. La sua radice s ' impiastra milis flore rubro, minor, et ipsa ad eosdem usus. alle lentiggini e alla lebbra. Dicono che chi la Traduntque commanducata ea, si inspuatur, mori porla non può essere morso dalle serpi. Éccene serpentem. un' altra simile a questa, che ha il fior rosso e minore, e la medesima virtù. Dicono che se uno, il quale 1' avesse masticata, sputasse addosso alla serpe, l ' ammazzerebbe. Db
a rt h bm id b , siv b lboca h tiiem jd b , siv e cha m ae ­

ai

D ell' a r te m id b , o le u c a ic tb m id e , o c am em b lo ,
O MELAHTIO, SPECIE THE } MKDIC. I I .

m elo ,

StVK VELARTHIO: OEREBA, IU J MEDICINAE, XI.

XXVI. Anthemis magnis laudibus celebratur XXVI. Asclepiade loda molto Taotetnide. Alcuni la chiamano leucantemide, altri leucanteab Asclepiade. Aliqui leucantheraida vocant, alii leucanthemum, alii eranthemon, quoniam vere mo, e altri erantemo, perche fiorisce nella pri­ floreat : alii chamaemelon, quoniam odorem mali mavera : altri camemelo, perchè ha odore di mehabeat. Nonnulli raelanthemon vocant. Genera 1^. Alcuni anche la domandano melantemo. Eo­ ejus tria flore tantum distant, palmum non excecene di Ire sorti, solamente differenti nel fiore, deutia, parvisque floribus, ut rutae, candidis, aut nè più lunghi di nn palmo, con piccoli fiori bian­ melinis, aut purpureis. In macro solo, ant juxta chi come di rula, o di colore del mele, o p u rp u­ ■emitas colligitur vere, et in coronamenta repo­ rei. Nel terren magro, o presso alle vie si racco­ nitur. Eodem tempore et medici folia tusa in pa­ glie nella primavera, e riponsi per farne ghirlande. stillos digerunt : ilem florem et radicem. Dantur Nel medesimo tempo i medici pestano le foglie in pastelli, non che il fiore e la radice. Dannosi tu t­ omnia mixta drachmae unius pondere, contra te qneste cose mescolale al peso di una dramma serpentium omnium ictus. Pellit mortuos partus: item menstrua in potu, et urinam, calculosque. contra il morso di tutte le terpi. Beendola fa Inflationes, jocinerum vitia, bilem suffusam, aegi- uscire i parli morti, e il menstruo, e l'orina, e le lopia commanducata, ulcerum eruptiones manan­ pietre. Mangiandola guarisce le enfiagioni, i mali tes sanat. Ex omnibus his generibus ad calculos del fegato, la bile sparsa, le fistole e le rottu re efficacissima est, quae florem purpureum habet : che gettano. Di tutte queste sorti è potentissima cujus et foliorum et fruticis amplitudo majuscula al male della pietra quella cbe ha il fiore purpu­ est. Hanc proprie quidam eranthemoa vocant. reo, la quale ha le foglie e il cespuglio un poco maggiore. Questa propriamente da certi è chia­ mata erantemo.

HISTORIARUM MUNDI Life. XXII. L otos a n u ,
it .

Dell* beba lo to , 4 . XXVII. Quegli che tengono che il loto sola­ mente sia albero, si possono riprendere con P au­ torità ancora di Omero. Perchè egli fra P erbe che nascono per piacere degli dei, nomioa per prima il loto. Le foglie sue col mele levano le margini, > rossori e le macchie degli occhi. D e lla lotom etba, 3 . XXVIII. Ècci ancora un'erba chiamata foto­ metra, la qual nasce del loto seminato ; del cui seme, simile al miglio, fansene pane i pastori delI* Egitto, impastandolo con P acqua e col latte. Dicono che non v 'è cosa piò salutifera di quel pane, o più leggieri, mentre che è caldo ; ma che affreddato più difficilmente si smaltisce, e pesa molto. Truovasi che coloro che ne mangiano non sentono mai male di pondi, nè tenesmo, nè altri mali di corpo ; e però è tenuto fra i rimedii loro. Dell* eliotropio, specie 2 . Dell* elioscopio, o VEEXUCAEIA, l3. DeL TE1COCCO, O SCOEPIUEO, l4>

X X V II. Lolon qui arborem palant tantum *«*» »el H om ero auctore coargui possuot. Is enim inter b e r b u subnascentes deorum voluptati, loton primam nominavit. Folia ejus cum meile, oculo­ rum cicatrices, argenta, nubeculas discutiunt. L otometba, II. X X V III. E st et fotometra, quae fit ex loto sala, ex cujus semine, simillimo porri, fiunt panes io Aegypto a pastoribus, maxime aqua vel lacie subacto. N egatur quidquam illo pane salubrius esse, aut levius, dom caleat: refrigeratus diffici­ lius concoquitur, fitque ponderosus. Constat eos qui illo vivant, nec dysenteria, nec tenesmo, ueque aliis m orb is ventris infestari. Itaque inter remedia e o ru m habetur.

H euoteopios : gerbea, ii . Helioscopium, site vebevcaeie, x iii . T eicoccob, sivb scobpiueck, XIV.

XXIX. Abbiamo detto più volte la maravi­ XXIX. Heliotropii miraculum saepius dixi­ glia dell1eliotropio, il quale ancora che sia nu­ mus, cum sole se circumagentis, etiam nubilo golo, si gira insieme con il sole; tanto ama egli die : tantus sideris amor est : noctu velat desi­ quel pianeta. Di notte come per desiderio rin­ derio contrahi caeruleum florem. Genera ejus chiude il suo ceruleo fiore. Egli è di due sorti, du o : tricoccum, et helioscopium. cioè tricocco, ed elioscopio. Questo è più alto ( benché nè l ' uno nè l'altro Hoc altius ( quamquam utrumque semipeda­ non sia più alto che un mezzo piede ), e ramoso lem altitudinem non excedit ), ab ima radice ra­ fino in terra. Il seme si raccoglie per mieti tura. mosum. Semen in folliculo messibus colligitur. Non nasce se non in terren grasso, e ben lavora­ Nascitor non nisi in pingui solo, cultoqae maxi­ to : il tricocco nasce per tutto. Cotto piace nei me : tricoccum ubique. Si decoquatur, invenio cibi : è più dilettevole nel latte, e mollifica il cibis placere : et in lacte jucandius alvum molliri : corpo ; e beendo il sugo del collo, lo fa di molto et si decocti succus bibatur, afficacissime exina­ niri. Majoris succus excipitur aestate, hora sexta : evacuare. Il sugo del maggiore si coglie la stale nell* ora sesta, e mescolasi col vino perchè sia più miscelar cum vino, sic firmior. Capitis dolores sedat, rosaceo admixto. Verrucas cum sale tollit durevole. Con elio rosalo mitiga la doglia del capo. 11 sugo delle foglie col sale leva via le ver­ succus e folio : unde nostri verrucariam herbam ruche, e però i nostri la chiamano erba verruca­ appellavere, aliis cognominari effectibus dignio­ ria, benché ella meriti di pigliar nome da più rem. Namque et serpentibus, et scorpionibus reimporlanti effetti; perciocché col vino e con sistit, ex vino aut aqua mulsa, ut Apollophanes, et Apollodorus tradunt. Folia infantium destilla-* l'acqua melata resiste alle serpi e agli scorpioni, secondo che dicono Apollofane e Apollodoro. tionibus, quod siriasin vocant, illita medentur. Ilem eoo tractionibus, etiam si id comitialiter ac­ Le foglie sue impiastrale guariscono la dislillaziooe dei bambini, la quale si chiama siriasi, e i cidat. Decocto quoque foveri os saluberrimum rannicchiamenti, ancora che venissero col male esL Potum id pellit tineas, et renum areoas. Si caminum adjiciatur, calculos frangit. Decoqui caduco. Cocendolo è molto salutare a farne fo­ menti alla bocca. Bevuto caccia le tignuole e la eam radice oportet, quae cum foliis et hircino kvo podagris illinitur. renella delle reai. Se vi s'aggiunge il cornino, rompe la pietra. Vuoisi cuocere con la radice, la quale con le foglie e con sevo di becco im­ piastrasi alle gotte.

2lf>

C. P U N II SECUNDI

330

Alteram genas, qaod trieoocam appellavimus, et alio nomine scorpiuron toc» tur, folii* non »olum minoribus, sed etiam io terram vergentibus. Semen ei est effigie scorpionis caadae: quare ei nomen. Vis ad omnia venenata el phalangia : sed contra scorpiones praecipue illita. Non feriuntur bibentes. Et si terram sarculo heliotropii cir­ cumscribat aliquis, negant scorpionem egredi. Imposita vero herba, aut oda omnino respersum, protinus mori. Seminis grana quatuor pota, quar­ tanis prodesse dicuntur ; tria vero tertianis : vel si berba ipsa ler circumlata subjiciatur capiti. Se­ men et Venerem stimulat Cum meile panos di­ scutit. E t verrucas hoc ntiqae beliotropiam ra ­ dicitus extrahit, et excrescentia in sedibus. Spi­ nae quoque ac lumborum sanguinem corruptum trahit illitam semen, et potam, in jnre gallinacei decoctum, ant cam beta et lente. Cortex seminis liventibus colorem reddit. Magi heliotropium quartanis qaater, in tertianis ter alligari jubent ab ipso aegro, precarique eam, solntnram se no­ dos liberatum, et ita facere non exempta herba.

Quello che noi chiamammo tricoceo, e peral­ tro nome è dello scorpiaro, ha le foglie non solo minori, ma rivolte a terra. Il seme suo ha forma di coda di scorpione, donde ha preso il nome. Ha virlù contra le tarantole e tutti gli animali velenosi, ma specialmente contra gli scorpioni. Chi ne porta non è morso da essi. E chi fa* cesse un cerchio in terra con l'eliotropio, dicono che lo scorpione non uscirebbe. Mettendogli l'er* ba a d d o s s o , o con essa bagnata aspergendolo, sa­ bito muore. Quattro granella del suo seme bevute giovano alla quartana, e tre alla terzana ; ovveramente circondando tre T o l te l’ ammalato eoa T erba, e poi mettendola sotto il capo. 11 seme desta par la lussuria. Col mele leva gli enfiali. Questo eliotropio cava ancora i porri infin dalle radici, e ogni cosa cbe cresce nel sedere. 11 sema suo, facendone empiastro sal laogo, o beendolo cotto in brodo di pollo, o in bietole e lenii, cava il sangue corrotto della schiena e dei lembi. La scorza di esso seme rende il colore a i lividi. I Magi T o g l i o n o cbe 1 ammalato stesso leghi intor­ ’ no a sè l'eliotropio t r e T o lte p e r guarire delle ter­ zane, e quattro p e r le quartane, e prieghi di tro­ varsene liberato qnando sciorrà quel legame,* così faccia non levata V erba.
D e i . c a l l i t & i c o , o a d i a h t o , o t b i c o m a v e , o ro>
L TR CO, O SASSIFBAGO, SPECIE

D b CALL1 TBICH0, SIVB ADUSTO, SIVB TBICHOMAHB, SIVB POLYTBICHO, SIVB SAXIFRAGA : GElfBRA II ;
■ EDICIRAE, XXVIII.

1 1

2,

KBDIC. 2 8 .

I/ad ian to ha un'altra maraviglia, per­ XXX. Aliad adianto miraculam : aestate vi­ XXX. ret, bruma non marcescit: aqaas respuit, perfn- ciocché la state sta verde, e il verno non marcisce: sum mersura te sicco simile est : tanta dissociatio e benché se gli getti l ' acqua, o vi si tuffi, non ti deprehenditor : unde et nomen a Graecis : alio- bagna,ma rimane asciutto; tanta è la disuguaglian­ qai frutici topiario. Quidam callitrichon vocant, za tra loro. Di qui ha preso il nome dai Greci. È molto germoglioso, e ricopre le pareti. Alcuni lo alii polytrichon, utrnmque ab effecta. Tingit chiamano callitrico, ed altri politrico, l’uno e l'al­ enim capillum : et ad hoc decoquitor in vino cum tro per cagione del suo effetto, cbe è di tingere i semine apii, adjecto oleo copiose, ut crispum capegli ; al che fare si caoce nel vino con seme di densnmqae faciat: defluere autem prohibet. Dno ejus genera : candidius, et nigrum bevius- appio e mollo olio : fa i capei folti e biondi, t non gli lascia cadere. Egli è di due ragioni ; bianco, e que. Id qnod majns est, polytrichon : aliqui trinero, ma più corto. Quello e h 'è maggiore si chomanes vocant. Utrtque ramnli nigro colore nitent, foliis filicis : ex quibus inferiora asperga chiama politrico, e da alcuni tricomane. L 'uno* P altro ba rami di color nero, e foglie di felce, I* ac fusca sunt : omnia autem contrariis pediculis cui parti di sotto son aspre e nericce : esse hanno densa inter se ex adverso : radix nulla. Umbro­ i picciuoli volti l'u n contra l’ altro, e si addensano sas petras, parieturaque aspergines, ac footium maxime specus sequitnr: et saxa manantia, quod incontrandosi oppostamente. Di radici fa senza. miremur, quum aqnas nòn sentiat. Calculos e Nasce in rupi ombrose, in pareti che gemano, • corpore mire pellit, frangitque, utique nigrum. massimamente in ispelonche derivanti acqua; Q aa de cansa potias qaam quod in saxis nascere* non che in sassi che grondeggino, il che è da ma­ ta r, a nostris saxifragam appellatam crediderim. ravigliare, perchè non sente l’ amido. H nero Bibitur e vino, quantum terni decerpsere digiti. leva e frange la pietra. Il perchè io credo che i noatri lo chiamino sassifrago piuttosto p e r questo, Urinam cient. Serpentium et araneorum vene­ che perch*e' nasca in luoghi sassosi. Beesi col vino nis resistunt. In vino deoocti alvum sistunt. Ca­ pitis dolores corona ex his sedat. Contra scolo* quanto se ne può pigliare con ir* dita. Muovono

HISTORIARUM MUNDI U B. XXII. pendrac morsas illinuntur, crebro auferendi, ne perurant : hoc et in alopeciis. Strumas discu­ tiant, farfuresque io facie, et capitis mananlia ulcera. Decoctum ex his prodest suspiriosis, et joctneri, et lieni, et felle suflusis, et hydropicis. Stranguriae illinuntur, et renibus cam absinthio. Secunda» cient, e l mensUrna.

au

Sanguinem sistunt ex aceto, aut rubi succo poti. Infantes q uo qu e exulcerati perunguntur ex iis cum rosaceo et vino prius. Folium inurina pueri impubis, tritum quidem cum «phronitro, et illitum ventri mulierum, ne rugosus fiat prae­ clare dicitur. Perdices et gallinaceos pugnaciores lien putant, in cibum eorum additis: pecorique mk utilissimos.

P orina. Resistono al veleno delle serpi e dei ra- I gni. Cotti nel vino ristagnano il corpo. Facendo­ ne ghirlanda miligan la doglia del capo. Fassene empiastro al morso della scolopendra, e spesso si levano, acciocché non abbrucino ; il che si osser­ va anco nelle alopecie. Levano le scrofe, e la for­ fora nel viso, e l ' ulcere del capo che colano. La lor cocitura giova a* sospirosi, al fegato, alla mil­ za, a chi ha sparso il fiele, e ai ritruopichi. Pongonsi con assenzio alle slrengurie e alle reni. Pro- 1 vocan le seconde e i mesi delle donne. Beeudoli cou aceto, o con sugo di pruno, ri­ stagnano il sangue. I bambini che hanno rogna, 0 lattiate, s' ungono con questi, ma prima con olio rosalo e con vino. Le foglie loro peste in orina di fanciullo con salnitro Africano, impia­ strate sul ventre delle donne fanno che non di­ venta grinzo. Le starne e i galli mangiando di essi divengono più fieri a combattere, e dicono che sono utilissimi ai bestiami. D e lla
p ic b id b ,

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f ic h id b ,

i.

Thesiuk,

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i. D e l

t e s io ,

i.

XXXI. aa. P icris ab insigni amaritudine co­ gnomina lur, ut diximus : rotundo folio. Tollit exiiuie verrucas. Thesium quoque non dissimili amaritudine est: sed purgat alvum ; in qnem usum teritur ex aqua.
A
sphod elum , l i.

XXXI. aa. La pieride è così chiamala, come dicemmo, per la sua grade amaritudine. Ha foglia tonda. Leva maravigliosamente i porri. 11 tesio non è puuto meno amaro, ma purga il corpo, trito nell'acqua. D ell*
asfo d elo ,

5 i.

XXXII. Asphodelum de clarissimisberbatum, quam heroneon aliqui appellaverunt, Hesiodus et in sil*is nasci d ix it. Dionysius, marem ac fe­ minam esse. Defectis corporibus et phthisicis conslat bulbos eju s cum piisana decoctos, aptis­ sime dari: panem que ex his cum farina subactis, saluberrimum este. Nicander et contra serpentes •c scorpiones, vel caulem, quem anlhericon vo­ cavimus, vel sem en, vel bulbos dedit in vino tri* bus Jr^cbmis: substravilque somno contra hos melos. Dator e t contra venenata marina, et con­ ira scolopemlras terrestres. Cochleae mire in Campania caulem euro persequuntur, et sugendo arefaciunt. Folia quoque illinuntur venenatorum «uloeribus ex vino. Bulbi nervis arliculisque eum polenta tosi illinuntur. Prodest et concisis ex aceto lichenas fricare : item ulceribus putreKeatibns ex a q u a im ponere: mammaram quo­ que et testium inflammationibus. Decocti in Lo­ ce vini, o culorum opipboris supposito linteolo cedentur. F e re in quocumque morbo magis de­ coctis medici u tu n tu r. Item ad tibiarum tetra obera, rim asque corporum quacumque in parte, fana arefactorum . Autumno aulem colliguntur, quum plu rim u m valcul. Succus quoque lusis

XXXII. L’ asfodelo è Ira P erbe più nobili, il quale alcuni chiamano eroneo. Esiodo dice che nasce nelle selve; e Dionisio, che v 'è il maschio e la femmina. Le sue cipolle, cioè i capi delle ra­ dici che mettono, cotte con l'orzata si danno con grandissimo vantaggio ai corpi estenuati e tisichi, e il pane d' esse impastate con la farina è utilissimo. Nicandro ne diede nel vino a peso di tre dramme, contro le serpi e gli scorpioni, o il gambo suo, il quale chiamammo anterico, o il se­ me, o i bulbi : e li pose sotto a chi dorme contra queste paure. Dassi ancor* con tra i veleni di ma­ re, e conira le scolopendre terrestri. Le chioc­ ciole in Terra di lavoro vanno maravigliosamente dietro a questo gambo, e succiando lo seccano. Le foglie ancora si pongono col vino sulle ferite vele* nose. Le sue cipolle s ' impiastrano a* nervi e alle congiunture, peste con polenta. Giova fregarle, poi che trite furono nell'aceto, sopra le volatiche: similmente con acqua giovano alle piaghe pu­ trefatte, e alle infiammagioni delle poppe e dei testicoli. Cotte nella feccia del vino guariscono le lagrimazioni degli occhi, postovi sotto pezzolina. 1 medici le usauo piuttosto eolie quasi in ogni ma­ lattia} e così ancora alle piaghe brulle delle gam-

C. P U M I SECUNDI expressus aot decoctis utilis fit corporis dolori. ' cum raelle : idem odorem carporis jucundum af­ fectantibus, coi iri arida et salis exiguo. Folia eliaiu supra dictis medentur, et slrurais, panis, ulceribus in facie, decorta in Tino. Cinis e radice alopecias emendat, et rimas pedum. Decoctae ra­ dicis in oleo succus, perniones et ambusta. Et ad gravitatem aurium infuodilur: a contraria aure in dolore dentium. Prodest et urinae pota modi­ co radix, et menstruis, et lateris doloribus : item ruptis, convulsis, tussibus, drachmae poudere in vino pota. Eadem ct Vomitiones adjuvat com* mauducata. Semine sumpto turbatur venter. be, e alle fessure dei corpi, in qualunque membro ci siano, asciugando prima ben bene con farina. Colgonsi nell'autunno, nel qual tempo possono as­ sai. Il s u g o ancora delle peste o delle cotte g i o T a col melle alla doglia del corpo, e con iride e un po­ co di sale a coloro che affettano di aver giocondo odore nel corpo. Le foglie ancora medicano le cose sopraddette, le scrofe, le enfiature e le cre­ pature del viso, cotte col T i n o . La cenere della radice guarisce le alopecie e le crepature dei pie­ di. 11 sugo della radice cotta guarisce i pedignoni e le incotlure. S1infonde negli orecchi a chi ha l’ udir grosso; e al dolor dei denti s'infonde nell'orecchio della contraria parte. La radice b e T u t a moderatamente giova ancora all' orina, ai menslrui, e ai dolori di fianco ; e bevuta nel t ì o o a peso d’ una dramma g i o T a ai rotti, agli sconvolti e alla tosse. La medesima masticata fa­ cilita il vomito. Pigliando il seme si turba i l ventre. Chrysermus et parotidas in vino decocta ra­ Crisernio con la radice colla nel vino curò le dice curavit : item strumas, admixta cacbry ex posteme dietro agli orecchi e le scrofe, mescolan­ vino. Quidam ajonl, si imposila radice pars ejus dovi la cacri col vino. Dicono alcuni che se, in fumo suspendatur, quartoque die solvatur, mettendovi su questa radice, una parte d ' essa si una curo radice arescere strumam. Sophocles ad appicca al fumo, e il quarto dì si scioglie, la scro­ podagras utroque modo, coeta crudaque, usus fola si secca insieme con la radice. Sofocle l ' usò est. Ad perniones decocla ex oleo dedit, et suf­ nell' uno e l'altro modo, cotta e cruda, alle gotte. fusis felle in t ì i i o , et hydropicis. Venerem quo­ La diede cotta con l'olio ai pedignoni, e nel que concitari cum vino et meile porunctis, ant vino a chi ha sparlo il fiele, e ai rilruopichi. D i­ bibentibus tradidere. Xenocrates et lichenas, cono ancora che s ' accende la lussuria a coloro psoras, lepras, radice in aceto decocta, tolli dicit. che se n' ungono, o che la beono col vino e col Ilem si cocta sit cum hyoscyamo et pice liquida mele. Dice Senocrate che con la radice cotta nelalarum quoque et feminum vitia : et capillum l ' acelo T a n n o T ia le T o l a li c h e , le rogne e la le b ­ crispiorem fieri, raso prius capite, si radice ea bra ; e se è cotta con giusquìamo e pece liquida fi icetur. Simus lapides renum in vino decocta guarisce ancora i mali, che Tengono sotto le atque pola eximit. Hippocrates semen ejus ad braccia e nelle coscie ; e se avendo prima raso il impetus lienis dari censel. Jumentorum quoque capo, vi si frega sn questa radice, i capegli si ulcera ac scabiem, radix illita, aut decoctae suc­ fanno più crespi. Sirao dice che cotta nel vino e cus ad pilum reducit. Mures eliam eadem fugan­ bevuta leva le pietre delle reni. Ippocrate dà il tur, caverna praeclusa moriuntur. seme di essa agl' impeti della milza. La radice impiastrata guarisce le scorticatore e lai' scabbia delle bestie, e il sogo della cotta vi fa rim ettere il pelo. Questa medesima fa fuggire i topi, i quali rinchiusi nelle buche loro si muoiono. Alimok, xit. XXX1U. Asphodelum ab Hesiodo qoidam aliraon appellari existimavere, quod falsura arbi­ tror. Est euim suo nomine alimon, non parvi et ipsum erroris inter auctores. Alii enim frnlicem esse dicunt densum, candidum, sine spina, foliis oleae, sed mollioribus : coqui autem haec cibo­ rum gratia. Radix tormina discutit, drachmae pondere in aqua mulsa pota : item conTulsa, el rupta. Alii olus maritimum esse dixere salsum, el
D e l l * a l i n o , * 4-

XXXHI; Alconi tengono eh'Esiodo chiama alimo l ' asfodelo, il che non è vero. Perchè c ' è 1 alimo propriamente detto, cagione anch'esso * di non piccolo errore fra gli autori. Perciocché alcuni dicono eh’ egli è nn cespuglio folto, bian­ co, senza spina, con foglie di ulivo, ma più tene­ re, e che questo si cooce per mangiare. La radice bevuta in acqua melata a peso d' una dramma caccia i tormiui, e le cose sconvolte e le rolte.

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXII. in rotunditatem longis, U u d a i M iu c i b i s . Duorum praeiere* generum, silT«lre, et m itiu s : ulruraqae prodesse dysenlerids etiam exulceretis cum pane, stomacho vero ex «ceto. U lceribus vetustis illini crudum, et vulnerum recen tiu m ir a pe l u s leniri, et luxato* rvm pedum ac vesicae dolores. Silvestri tenuiora folia, led iu eisdem remediis effectus majores, et in sananda ho m in um ac pecorum scabie. Praeie­ re* oilorero co rp o ri fieri; dcnlibusque cando­ rem, si frice n lu r radice ea. Semine linguae sub­ dito si lira o o n sentiri. Hoc quoque mandi et utraque etiam condiri. Cratevas terlium quoque genas tradidit, longioribus foliis et hirsutioribus, odore cupressi : u a s c i sub edera maxime : pro­ desse o p isth o to n is, contractionibus nervorum, tribas obolis i o sextarium aquae.
io d e
m m c d

, fo liis

Altri dissero eh’ i cavolo marino salso, e ehe di qui ha preso il notne, con le foglie rifondate in lungo, tenuto per cosa eccellente da mangiare: che è di due ragioni, cioè salvatico e domestico, e T nno e I1altro giova al male dei pondi ed a chi è scorticalo col pane, e allo stomaco con l’a­ ceto : che impiastrasi crudo alle piaghe vecchie, e mitiga l ' empito delle ferite fresche, e i dolori dei piedi uscili dei loro luoghi, e della vescica: che il salvatico ha le foglie più sottili, ma nei medesimi rimedii fa gli effetti maggiori, e nel guarire la scabbie degli uomini e delle bestie : che inoltre fa la pelle rilucente, e i denti bianchi, se si fregano con quella radice : che il seme posto sotto la lingua non lascia sentire la sete ; e che questo ancora si mangia, e l ' uno e 1 altro si con­ * disce. Crateva ne mette una terza specie, che ha foglie più lunghe e più aspre, odore di cipres­ so, e nasce massimamente sotto l'ellera. Dice che questo giova allo spasimo, che per ritirare i nervi tira la testa all’ indietro verso le spalle, e ai nervi rattrappati, preso alla misura di tre oboli in un sesiario d'acqua.
D e l l ’ a c a s t o , o p e d e b o t e , o m e l a h f i l l o , 5.

A c a s td o s ,

s iv b

f a e d x h o s , s iv b m r l a m p h y l l o s ,

v.

XXXIV. L'acanto è erba topiaria e di citlà, XXXIV. A canthi, topiariae et urbanae herbae, con foglia larga e lunga, la quale ricuopre le elalo longoque folio, crepidines marginum, adsurripe dove corre l’ acqua, e i vivagni delle aiuole feolium que pulvinorum loros vestientis, duo rilevate. È di due ragioni, appuntalo, e crespo, genera sunt : acnlealam el crispum, quod bre­ il quale è più corto. L'altro è delicato, da alcuni vias : alleram laeve, quod aliqui paederota vo­ dello pederote, da altri melanfillo. Le radici di cant, alii melarophylluin. Hujus radices ustis luxaquesto giovano mirabilmente agl'incotti, ed a tisquc mire p ro au n t : ilem ruptis, convulsis, et phibisio m e tu en tib u s incoctae cibo, maxime pti— chi ha i membri sconci, a chi ha la carne rotta, o crepala, a chi teme il tisico, mangiandola colta, sana. Podagris q a o q a e illiounlur tritae et cale, specialmente eoa la orzata. Fessene ancora em­ factae calidis. piastro alle gotte, tritandola e scaldandola.
B cplroboh , v. D el b o p l e u b o , 5.

XXXV. B a p le u ro n in sponte nascentium ole* XXXV. 1 Greci mettono nel numero dell' er­ rum nam ero G raec i habent, caute cubitali, foliis be, che dascooo da loro stesse, il bupleuro, ebe ba il gambo luogo un braccio, e molte foglie e multis lo ng isq ue, capite anethi, laudatum in cibis lunghe, il capo d1aneto, lodato nei cibi da Ippoab H ippocrate : ia medicina a Glaucone, et Ni­ era te, e nelle medicine da Glaucone e da Nican­ candro. S em e n contra serpentes valet. Folia ad dro. 11 seme suo vale conira le serpi. Le sue fo­ secundas fe m in a ru m , vel succum ex vino illinunt: glie s ' impiastrano alle donne per le secondine, et strumis folia cum sale et vino. Radix contra ovvero il sugo col vino. Le foglie col sale e col serpente* d a t a r in vino, et urinae oieadae. vina s’adoperano alle scrofe. La radice si dà nel vino contra le serpi, e a muover l ' orina.
B o fe b stii , i .

D bl

b o p m s ti, i.

XXXVI. I Greci con gran leggerezza lodano X X X V I. B u p r e s ti» magna inconstantia Graeci molto il bupresti nei cibi, e vogliono ancora che ia laudibus c ib o ru m etiam habuere : iidemque ei sia rimedio conira il veleno. 11 nome suo direnedia ta m q u a m contra venenum prodiderunt. i5 P l w io 1. N., Vol. 1).

227

C. P U N II S&CUND1

22%

E l ipsum nomen indicio est boom certe venenum esse,quos dissilire degustata fa tentar. Quapropter nec de hac plura dicemus. Est vero causa, quare venena monstremus inter gramineas corona*, nisi libidinis causa expetenda alicui videtur, quam non aliter magis accendi palant, quam pota ea.

mostra come egli è veleno ai buoi, i quali gastaadolo $000 forzati saltare. Epperò non ne diremo più cose. Nondimeno è di ragione essere da noi dimostri i veleni ch'entrano nelle corone di gra­ migna, acciò cbe altri ne sia avvertito; se pare non è quest’erba da taluno ricerca per cagion di lussuria,stimando che non si possa essa infiammar più, che col bere del sugo di lei.
D e l l * ela fo b o sc o , 9 .

E lapb obosc oh , IX.

XXXVII. L’ elafobosco è come ferula, e ha il XXXVII. Elaphoboscon ferulaceum est, geni­ gambo a boccinoli grosso quanto un dito, e il culatum digiti crassitudine, semine corymbis dependentibus, silis effigie, sed non amaris, foliis seme simile a quello del seseli in grappoli penzigliauti, ma non amari : le foglie sono come di olasairi : et boc laudatam in cibis. Quippe etiam conditum prorogator ad arioam ciendam, lateris olusatro, e lodasi fra i cibi. Tiensi ancora in con­ serva per provocar 1’ oriua, per guarire la doglia dolores sedandos, rapta, convulsa sananda, infla­ del fianco, le parli rotte, o spiccate, e per levare tiones discutiendas, colique tormenta. C ontri le ventosità e la passione dell’ iuleslino colon; serpentium omniamque aculeatorum ictus. Quip­ pe (ama est, hoc pabalo cervos resistere serpen­ non che contra le serpi, e ogni pu ntu ra degli ani­ mali che hanno l’ ago. Dicono che i cervi con tibus. Fistulas quoque radix nitro addito illita sanat. Siccanda autem in eos usus prius est, ne questo cibo resistono alle serpi. La sua radice col succo suo madeat, qui contra serpentium ictus nitro guarisce le fittole. Ma prim a ai secca, che non facit eam deteriorem. s ' adoperi alle già dette cose, acciocché non sis molle del suo sugo, il quale la fa manco vakre contra i morsi delle serpi.
S c a h d ix , x . A h t h &iscus , i i .

D e l l a scan dicb, 1 0 . D e l l ’ a h tb is c o , a.

XXXVIU. Scandix quoque in olere silvestri a Graecis pooitur, ut Opion et Erasistratas tra­ dunt. Item decocta alvum sistit. Semine singul* tus confeslim ex aceto sedat, lllioitur ambustis, urinas ciet. Decoctae succus prodest stomacho, jocineri, renibus, vesicae. Haec est, quam Aristo­ phanes Euripidi poetae objicit joculariter, ma­ trem ejus ne olus quidem legitimum venditasse, sed scandicem. Eadem erat anthriscus, si tenuiora folia et odoraliora haberet. Peculiaris laus ejus, quod fatigato Venere corpori succurrit, marceutesque senio jam coitus excitat. Sistit profluvia alba feminarum.
I a s i o k b, IV .

XXXVIII. 1 Greci pongono ancora la scandice fra gli erbaggi salvalichi, siccome dicono Opione ed Erasistrato. Cotta rislagoa il corpo. Il seme suo stato nell’ aceto ferma il singhiozzo. Poasi io su’ cotti, e muove l’ orina. 11 sugo della cotta gio­ va allo stomaco, al fegato, alle reni e alla vescica. Questa è quell’ erba, che Aristofane im provera per gioco ad Euripide poeta, dicendo che la sua madre neppur cavolo vero avea vend uto , m a scan­ dice iti quella vece. Lo antrisco sarebbe eguale, a1 e g l i avesse le foglie più sottili « p iù odorifere. L a aua pecdliar virtù è, eh’ egli soccorre al corpo a f f a t i c a t o nella battaglia amorosa, e desta il coito g i à stracco per vecchiaia. Ristagna il flusso bianco d e l l e d o n n e .
D e ll’ ia s io h e 4 . ,

XXXIX. Et iasione olus silvestre habetur, in XXXIX. Lo iasione anch’ egli è e r b a a a l v a li terra repens, cum lacte multo : florem fert can­ ca. Va per terra, ed ha di molto la tte : fa il fior didum : concilium vocaut. E t bujus eadem com­ bianco, che chiamasi concilio. A ncb'esso è lodato mendatio ad stimulandos coitus. Cruda ex aceto al medesimo effetto di destare la lu san ria. Cibato in cibo sumpta, mulieribus lactis ubertatem prae­ crudo con l’ aceto dalle femmine, c re sc e lo ro il stat. Salutaris est phthisin sentientibus, lufanlatte. E utile a chi sente di tisico. P o s t o sul capo tium capiti illita, nutrit capillum tenacioremque ai bambini, nutrisce i capegli, e fa l a c o t e n n t più ejus culem efficiL , tenace.

HISTORIÀROM MUNDI LIB. XXII.

CiDUlM, Zìi.
XL. E slu r e t eaocalis, fenieulo similis, brevi caale, flore candido, cordi utilis. Saccos quoque ejus bibitur, stomacho perqnam commendatus, el ariose, calcalisque et arenis pelleodis, et vesi­ cae pruritibus. Exlenoat et lienis, jocineris, reniomque pituitas. Seroen menses feminarum adju­ tat, bileaique a p arta siceat. D atar et contra profluvia geniturae viris. Chrysippus et conceptioaibas eam putat conferre multum : bibitur io vino jejunis. Illinitur et eonira venena roarinoram, sicul Petriehas in carmine suo significat.

D el

caucalb, i

a.

XL. Mangiasi ancora il caucale, il quale i si­ mile ai finocchio : ha it gambo corto, il fior bian­ co, ed è utile al cuore. Beesi ancora il suo sugo, il quale è molto accomodato allo stomaco, all* orina, a cacciare la pietra, la renella e il pizzicore della vescica. Assottiglia la flemma della milza, del fegato e delle reoi. 1 seme suo aiuta i mesi 1 delle donne, e rasciuga la collera dopo il parto. Dassi inoltre agli uomini sfilati. Crisippo tiene che essa aiuti molto lo ingravidare. Beesi col vino a digiuno. Fassene ancora empiastro coatra il veleno degli animali marini, come scrive Petrico ne* suoi versi. D b l sto, 6 . XL 1. A questi aggiungono il sio, il qaale na­ sce bell' acqua, ed è più largo che 1 appio, più * grasso e più nero, copioso di seme, e di sapore del nasturzio. Giova alla orina, alle reni, alla milza e ai me«i delle donne, sia mangiandolo, sia beendo la sua cocitura, o il seme col vino a peso di doe dramme. Rompe la pietra, e resiste alle acque che la fanno. Al male de'pondi giova infuso. Impiastrasi alle lentiggini : ai difetti nel viso delle donne s'impiastra la notte, e subito fa bella cute : mitiga l ' ernie, e leva la rogna de* cavalli.
D el
s il ib o .

S

iu m , v i .

XLI. His ad n u m en n i et sium, latius apio, in aqoa nascens, pinguius, nigriusque, copiosum semine, sapore nasturtii. Prodest urinis, renibus, lienibus, raulicrumque mensibus, sive ipsum in cibo sumptum, sive jus deeocti, sive semen e vino drachmis duabus. Calculos rumpit, aquisque quae gignant eos, resistit. Diseutericis prodest infusum. Item iHilum lentigini, et mulierum vi­ tiis in facie noctu illitum, momentoque cutem emendat, et ramices lenii, eqaoram etiam sca­ biem.
Sar.YBCM.

XL 1I. Silybum, chamaeleoui albo similem, aeque spinosam, ne iu Cilicia quidem, aul Syria, aut Phoenice, ubi uascitur, coquere tanti est: ita operosa ejus culina traditur. In medicina nul­ lum usum habet.
ScOLYMOH, SIT* MMOHIOV, V.

XL 1I. Il silibo è simile al cameleone bianco, e spinoso cora'esso : in Cilioia, o in Soria, o in Fenicia, dove nasce, non franca la spesa a cuo­ cerlo ; tanto è difficile la sua cucitura. In medi­ cina nou è buono a nulla.
D e l l o s c o l i m o , o li m o b i o ,

5.

XLUI. Scolymon quoque in eibos recipit Oriens, et alio nomine limoniam appellat. Frutex est numquam cubitali altior, cristisqUe foliorum ac radice nigra, sed dulci : Eratostbeni quoque laudata in pauperis coena. Urinam ciere praeci­ pue tra d itu r : sanare lichenas e) lepras ex acelo. Tenerem stimulare in vino, Hesiodo et Alcaeo testibus : qui fiorente ea cicadas acerrimi cantus esae, et mulieres libidinis avidissimas, virosque ia coitum pigerrimos scripsere, velut providentia naturae hoc adjum ento tuoc valentissimo. Item graveolentiam alarum emendat radicis emedulla­ tae uncia, io vini Falerni heminis tribus decocta ai tertia*, e t a balineo jejuno, itemque posteih ttc ja th if slogati* pota. Miram est* qaod Xe>

XLI 1I. Lo scolimo eziandio s ' usa per ciho in Levante, e per altro nome si chiama limonio. Non cresce mai più che un braccio. Ha crestate le foglie, e la radice nera, ma dolce. Eratostene lo loda per la cena di un povero. Dicesi sopra tutto che egli muove l ' orina, e che con l ' aceto guari­ sce le volatiche e la lebbra. Col vino risveglia la lussuria, secondo Esiodoe Alceo, i qnali dicono che quando ei fiorisoe, le cicale cantano a più potere, e che gli uomini sono pigrissimi al coito, dove al­ l'incontro le donne ne sono desiderosissime, co­ me se la natura avesse proveduto questo per otti­ mo aiuto. Leva 1 odore cattivo di sotto le braccia, * togliendo un' oncia della sua radice senza midolla cotta in tre emine di vino Falerno fin che scemi

a3 i

C. PLINII SECUNDI per terzo, e beendola a digiuno dopo il bagno o dopo il cibo in Ire bicchieri, presi uno per volta. Maraviglia è ciò che dice Senocrale, aver conosciuto per prova, che quel cattivo putto se ne va per l’ orina.
D e l s o h c o , s p e c i e 2 , v b d i c . i 5.

nocrales promittit experimento, vilium id ex «lis per urinam efflaere.

SOSCHOS : O U I U l i , MBDICI1 B XV. U

XL 1V. Estur et sonchos (ut qaem Theseo •pud Callimachum adpooat Hecale), uterque, albus et niger: lactucae similes ambo, nisi spioosi essent : caule cabi la Ii, anguloso, intus cavo, sed qui fractas copioso lacte manet. Albus, qui e lacte nitor, utilis orlhopnoicis lactucarum modo, ex embammate. Erasistratus calculos per urinam pelli eo monstrat, et oris graveolentiam comman­ ducato corrigi. Succus trium cyathorum memura, in vino albo et oleo calefactus, adjuvat parius, ita u t a partu ambulent gravidae. Dalur el in sorbitione. Ipse cauli* decoctus facit laciis abun­ dantiam nutricibus, coloremque meliorem infan­ tiam : utilissimas his, quae lac sibi coire sentiant. Instillatur auribus succus, calidusque in strangu­ ria bibitur cyathi mensura, el in stomachi rosio­ nibus cum semine cucumeris, nndeisque pineis. Illinitur et sedis collectionibus. Bibitur contra serpentes scorpionesque ; radix vero illinitur. Eadem decocta in oleo, punici mali calyce, aurium morbis praesidium e»t. Haec omnia ex albo. Cleemporus nigro prohibet vesci, ut morbos faciente, de albo consentiens. Agathocles etiam con­ tra sanguinem tauri demonstrat succum ejus. Refrigeratoriam tamen vim esse convenit nigro, et hac caasa imponendum cura polenta. Zenon radice albi stranguriam docet sanari.

X L 1V. Mangiasi aucora il soneo (poichéCal­ limaco dice eh' Ecale lo diede a Teseo ), tanlo il bianco che il nero : amendae son simili alla lat­ tuga, se non fossero spinosi : hanno il gambo lungo un braccio, a canti e vólo dentro, il qnale rompendosi manda fuori di molto latte. Il bianco, il quale riceve quel colore dal suo latte, é utile nel modo che le lattughe metterlo per condimento ne'cibi a chi non paò alitare, te non con difficoltà. Erasistrato dice che con esso si mandano fuora le pietre per I' orina, e masticato fa buono alilo. Il sugo alla misura di tre bicchieri in vin bianco e riscaldato cou Polio aiuta i p arti, in modo che le gravide cammiuino dopo il parto. Dassi ancora a bere. II gambo cotto fa dovizia di lalte alle balie, e miglior colore ai bambini : è utilissimo a quelle che si sentono rappigliare il latte. Il sugo si »liM * negli orecchi, e beesi caldo nella stranguria alla misura di un bicchiere, e nei rosicamenli dello stomaco col seme del cocomero e con pinocohi. Fessene empiastro ancora alle raccolte d 'amore nel fondamento. Beesi conira le serpi e gli scor­ pioni, e la radice s'impiastra. Essa colla nell'olio in ana buccia di melagrana, giova al male degli orecchi. Tutte queste cose sien dette del bianco. Cleemporo non vuole che il nero si mangi, perchè fa male : del bianco acconsente. Agatocle ancora dice che il sugo di esso vale contra il sangue del toro. Nondimeno pare che il nero abbia forza di rinfrescare, e perciò è da porlo con la polentaZenone insegna che la radice del bianco guarisce gli stranguglioni.
D el
c o r d b il l o , o c o h o b i l l b ,

CORDBILLOR, SIVB COHDEILLE, III.

3.

XLV. Condrillon, sive condrille, folia babet intubi, circumrosis similia, caulem minus peda­ lem, sacco madentem amaro, radice fabae simili, aliquando numerosa. Habet proximam terrae mastichen tubercolo fabae, quae ad posita femina­ rum menses trahere dicitar. Tusa cum radicibus tota dividitur in pastillos, contra serpentes, ar­ gumento probabili: si quidem mures agrestes laesi ab his, hanc esse dicantar. Succus ex viao oocUe, alvum sistit. Eadem palpebrarum pilos inordinatissimos, pro gummi efficacissime regit. Dorotheus stomacho et concoctionibus utilem carminibus suis pronuntiavit. Aliqai feminis, et

XLV. Il condrillo, ovver condrille, ha le fo­ glie simili alla indivia, che paiono corrose all' in­ torno ; il gambo manco di nn piè, che gocciola sugo amaro,e la radice simile alla fava, alcuna vol­ ta numerosa. Ha presso alla terra mastice grande quanto una fava, la quale posta sulle donne diccsi che cavalor fuori i menstrui. Il condrillo pesto in­ tero con le radici si di divide in paslegli. e vale con­ tra le serpi con probabile argomento, perocché si dice che i topi salvatichi offesi dalle serpi mangia­ no di questa erba. Il sugo del cotto nel vino rista­ gna il corpo. 11 medesimo, come la gom m a, efficacissimamente ritiene i disordinali peli delle pai-

Hi

HISTORIARUM MUNDI L1B. XXII.

23*

ocolts, g en eralio n iq ae virorum contrariam pu­ tavere.

pebre. Doroteo ne' suoi versi disse che esso giova allo stomaco e alla digestione. Alcuni hanno te­ nuto che ei sia contrario a* pedignoni, agli oc­ chi e allo ingenerare de' maschi.
BoLBTl : LOBO PBOPBIETÀ NASCENDO.

D b BOLETIS : PaoPBIETATBS BOBOBf IN NASCBHDO.

XLVI. ln le r ea quae temere m anduutur, et boletos m erito potuerim , optimi quidem hot cibi, sed immenso esem plo in crimen adductos, vene­ no Tiberio Claudio principi per hanc oceasionem a conjuge Agrippina dato: quo facto illa lerris venenum alteram , sibique ante omoes, Neronem tuum dedit. Quorum dam ez bis tacile noscuntur venena, diluto rubore, rancido aspectu, livido intus eoiore, rimosa stria, pallido per ambitum labro. Non sunt haec in quibusdam : siccique, et nitri similes, veluti guttas io vertice albas ex tanica sua gerunt. Volvam enim terra ob hoc prius gignit, ipsum postea in volva, ceu in ovo est luteum. Nec tunicae mitior gratia in cibo in­ fantis boleti. Rumpitur haec primo nascente : n o x increscenle, in pediculi corpus absumitur, raroque umquara geminis ex uno pede. Origo prima causaque e limo, et ncescente succo ma­ deatis terrae, au t radicis fere glandiferae : ioitioque spnm a lentior, dein corpus membranae simi­ le, rnox partus. Ut diximus, illa pernicialia, pror­ sos im probanda. Si enim caligaris clavus, ferrive aliq u a robigo, aut panni marcor adfuit nascenti, om nem illico succum alienum saporemque in venenum concoquit: deprehendisse qui, nisi agre­ stes, possunt, atqne qui colligunt ? Ducunt ipsi alia v itia : et quidem si serpentis caverna juxta fuerit, si patescentem primo adhalaverit, capaci venenorum cognatione aJ virus accipiendum. Itaque caveri conveniet, pritta quam se condant serpentes.

Signa e r a n t t o t berbae, tot arbores frnticetqoe, ab em ersu e a ru m ad latebram usque ver­ santes: et vel frax io » tantum folia, nec postea nascentia, nec a n t e decidentia. E t boletis quidem ortus occatusqae o m n is intra dies septem est.

XLVI. Fra quelle cose che inconsideratamen­ te si mangiano, a me pare cbe meritamente si debbano porre i funghi boleti, che certo sono molto dilettevoli al gusto, ma per un notabile esempio dannati, rispetto al veleno che in essi fu dato a Tiberio Claudio imperadore da saa mo­ glie Arippina ; onde essa poi avvelenò tutto il mondo, e molto più sè stessa per mezzo di Ne­ rone suo figlioolo. Di alcuni di essi facilmente si conosce il veleno, quando hanno un certo rossore sparso, con aspetto rancido, e dentro il color li­ vido con fessure striate, e pallido Porlo d'intorno. Alcuni non hanno queste cose, e secchi sono si­ mili al nitro, e portano come gocciole bianche nella cima della tonaca. E per questo la terra genera prima la volva, dipoi nella volva, come nell' uovo, il giallo Nè piace punto meno per mangiare la tonaca del boleto giovanetto. Questa si rompe quando nasce, poi nel crescere se ne va tutta nel gambo,e rade volte accade che ne sieno due in un piede. L 'origine prima e la causa vien dal limo e dal sugo della terra umida che comincia ad acidire, o dalla radice di pianta ghiandiferai da principio è una sostanza più tenace che non la schiuma, dipoi si fa corpo simile a pellicola, e finalmente ne viene il parlo. Queste, come ab­ biamo detto, son cose peruiziose, e però da fug­ gire ; poiché te il boleto, quaodo si genera, ba vicino o bottone da calzari, o ferro ruginoso, o panoo marcio, subito riceve quel sugo e quel sa­ pore e lo ricuoce in veleno ; e chi lo può ricono­ scere, se non i contadini e chi li coglie? Contrag­ gono i funghi eziandio altri difetti ; se la buca di qualche serpe vi foste pretso, o se quando n a ­ scono ei vi t ' abbatte ad alitarvi aopra ; perchè la natura di essi è capacissima a ricevere ogni qua­ lità di veleuo. Però bisogoa molto guardarsene, prima che le serpi t ’ ascondano. 1 segni del loro sparire saranno l'erb e, tanti alberi e tanti sterpi, i quali da che le serpi esoon fuori Hoo a che si ripongono stanno verdi ; e bastano anche a dare tal segno le foglie del fras­ sino, le quali nè poi nascono, nè avanti caggiono. I boleti cominciano e finiscono in selle giorni.

a35

G. PLINII SECONDI
F ur gr i : s b g h i d e g l i a w b l e h a t i .
M e d ic in e c h e s b r b p a r r ò , 9 .

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D b n « g h : f o n i t b r b m a t o i u v . M e d ic i m i e e x

is ,

i» .

XI^VII. aS. Fungorum lentior nalura, et nu­ merosa penerà, sed origo non nisi ex pituita ar­ borum. Tutissimi, qui rubent callo, rninas dilato rubore, quara boleti. Mox candidi, velut apice flaminis insignibus pediculis. Tertium genus suil­ li, venenis accommodatissimi. Familias nuper in­ teremere, et tota convivia, Annaeum Serenum praefectum Neronis vigilum, et tribunos, centurionesque. Quae voluptas tanta ancipiti* cibi ? Quidam discrevere arborum geueribus, fico, fe­ rula, et guramim ferentibus : nos item fago, aut robore, aut cupresso, u t diximus. Sed ìsIm quis spondet in venalibus? Omnium colos lividus. Hic habebit veneni argumentum, quo similior fuerit arborum fici. Adversus haec diximus remedia, dicemusque : interim sunt aliqua et in his.

Glaucras stomacho utiles putat boletos. Sic­ cantur pendeutes suilli, junco transfixi, quales e Bithynia veniunt. Hi fluxionibus alvi, quas rheu­ matismos vocant, medentur, excresceniibusque in sede carnibus : minuunt enim eas, et tempore absumunt. Item lentiginem, el mulierum vitia in facie. Lavantur etiam, u t plumbum, oculurnm medicamento. Sordidis ulceribus et capitis eru> ptionibus, canum morsibns ex aqua illinuntor.

Libet et coqnendi dare aliquas communes in omni eo genere observationes, quando ipsae suis tuanibus deliciae praeparant bunc cibum solum, et cogitatione ante pascuntur, succineis novacu­ lis, aut argenteo apparatu comitante. Noxii erunt fungi, qui in coquendo duriores fient : ionocenliores, qui nitro addito coquenlur, si utique per­ coquantur. Tutiores fiunt cum carne cocti, aut cura pediculo piri. Prosunt et pira confestim sumpta. Debellat eos et aceti natura, contraria iis.

XLV 1I. a 3 . Più lenta è la natura de* fanghi, i quali sono d'infinite ragioni : por l'origine loro non è altro se non flemma di alberi. Sicurissimi tono quegli che rosseggiano, e hanuo il callo eoa meno dilavato rossore che il boleto. Dipoi i bian­ chi, i quali hanno il gambo bello, e appuntato in foggia di un cappello di sacerdote flamine. La terza specie sono i porcini, accomodatissimi per veleno. Non ha molto, che hanno morto le fami­ glie intere, e quanti si trovarono a convito, e fra gli altri Annio Sereno capitan della guardia di Nerone, e tribuni e centurioni. Perchè adunque tanto piacere si piglia di un cibo cosi pericoloso? Alcuni gli distinguono secondo le maniere degli alberi presso cui nascono, al fico, alla ferula, e a quegli che fanno gomma : noi li distinguiamo se­ condo che nascooo presso al faggio, al rovero, o al cipresso, come abbiamo detto. Ma ehi ci può assicurare in quegli che si comprano ? Essi sono tutti lividi. Quanto saranno pitk simili al colore del fico, tanto manco saranno pericolosi di veleno. I rimedii da usar contro essi gli abbiamo gii inse­ gnali, e ne diremo ancora : fra tanto dimostriamo quelli che si traggono da essi. Glaucia tiene che i boleti, o rv er novoli, sieno utili allo stomaco. I porcini si seccano infilzati in un vinco, e appiccati, come sono quegli che vengono di Bilinia. Questi guariscono i flussi del corpo, che si chiamano reumatismi, e le carni che crescono nel sedere, perchè le consumano col tempo. Così le lentiggini, e i difetti del *i*o delle donne. Levansi ancora, come il piombo, per farne medicina da occhi. Fassene empiastro con l'acqua alle ulcere che fanno puzsa, e si morso del cane. lo voglio insegnare alcune osservazioni co­ muni nel cuocergli, poiché non v' ha altro cibo, che i ghiotti delle più gran delica Iure preparino in cibo con le proprie roani: si pregustano col pen* siero, e s 'imbandiscono in vasi di ambra, o con apparato di argento. 1 funghi che nel cuocere di' ventan duri sono malefichi e nocivi: meno nocivi saranno, cuocendogli insieme eoi nitro, pur che si cuocano bene. Più sicuri saranno cotti con la carne,o con picèiuuti di pera. Giova ancora mangiare subito dopo essi deUe pere. Anche l'aceto vieta loro di nuocere, perchè ha nalura ad essi contraria.
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s il f io ,

S i l p h i u m , v ii .

7.

XLVIII. Imbribus proveniunt omuia haec. Imbre et silphion. Venit primo e Cyrenis, ut

XLVIII. Tutti questi nascono per le piogge, come per esse nasce ancora il silfio, il quale, come

HISTORIARUM MUNDI U B . XXII. dietim e»l. Ex Syria nunc maxime im portatur, deterius Parlhico, sed Medico melius, extineto omni Cyreoaico, ut diximus. Usus silphii in me* dieina: foliorum, ad purgandas vulvas pellendos» que emortuos partas : decoquuntur in viuo «Ibo et odorato, ut bibatur mensura acetaboli a bali* usis.Radix prodest arteriis exasperatis: et colle­ ctioribus sanguinis illinitur. Sed ia cibis conco­ quitur segre Inflationes facit et raclus. Urinae quoque aoxia. Sugillatis cara vino et oleo amicis* sima, et cum cera strumis. Verracae sedis ere* briore ejus suffitu cadunt.

aSS

corae s* i detto, venne Ia prima volta da Cirene. Ora vien di Soria, peggiore del Parlico, ma mi* gliore di quel di Media, essendosi spento, come dicemmo, tutto il Cirenaico. Il silfio s' usa nelle medicine: le sue foglie si cuocono in vili bianco odorifero, a misura di uno acetabolo, e dassi nell'uscire del bagno a chi bisogna purgar la matrice, e mandar fuori la creatura morta. La sua radioe giova alle arterie esasperate, • impiastrasi alle raccolte del sangue. Ma nei cibi malamente si smaltisce. Fa ventosità e rutti, e nuoce ancora all' orina. Con vino e olio è amicissima ai suggel­ lati, e con cera alle scrofe. Mandansi via i porri del sedere, profumandogli spesso cou essa. Dbi. L A ssao, 39. XLIX. Il lasero, che viene del silfio nel modo che abbiamo detto, è annoverato fra i singolari doni della natora, e adoperasi in molle composi* xioni. Per si riscalda i freddori, e bevuto scema i difetti dei nervi. Dassi alle donne nel vino, e con lana morbida s'accosta alla matrice per tirar fuora le purgagioni. Mescolato con la cera, cava i chiodi dei piedi, scalzati prima col ferro. Muove l ' orina stemperandone quaoto è un cece. Audrea dice che pigliandone in maggior co­ pia non produce ventosità ; che giova mollo allo smaltire dei vecchi e delle donne ; e che egli è più utile il verno che la stale, ma a chi bee acqua; però è da guardarsi beue di non aver dentro alcu­ na piaga. E buono a mangiare per riaver chi esce di malattia, perciocché dato a tempo debito ha forza di cauterio, e giova più a chi è avvezzo a pigliarlo, che non agli altri. E utile e sicuro alle cose esteriori del corpo. Bevuto spegne i veleni delle serpi e dell' armi. Fassene empiastro intorno a tali ferite, ma che sia stalo nell' acqua : solo per gli scorpioni vuole essere stato nell* olio. Alle nascenze che non ma­ turano, s ' adopera con farioa di orzo, e fico sec­ co. A' carboncelli si fa con ruta o con mele, o senza altro con un poco di visco sopra, perchè s'appicchi ; e cosi al morso dei cani. Alle malat­ tie che crescono intorno al sesso, giova cotto nell' aceto con buccia di melagrana. È utile an­ cora a' chiovi dei piedi, i quali si chiamano vol­ garmente morticiui, mescolato con nitro. Riem­ pie le cavità che l'alopezia lolla via col mezzo del nitro ha già lasciate, mescolandolo con vino e zafferano, o pepe o sterco di topi e aceto. Col vino fomenta i pedignoni, e cotto con l'o lio vi si pone sopra : cosi si fa ancora al callo. È di grandissima utilità ai chiovi de' piedi rasi di so­ pra ; n o n che contra I* acque cattive, o paesi pe­ stilenti, o giorni tali.

L a s s i, x x x i x .

XLIX. Laser e silphio profluens, quo dixi* mu modo, inter eximia oaturae doua numera­ tum, plarimis compositionibus inseritor. Per ae antem algores excalfacit, polum nervorum vitia eiteouat. Feminis datur in vino. Et lanis mollib«sadmovetur vulvae ad menses ciendos. Pedum clavos drcumsca ri Beatos ferro, mixtum cerae extrahit Orinam ciet ciceris magnitudine dilu*
lOB.

Aodreas spondet, copiosius sumptum nec in* flstiooes facete,et concoctioni plurimum conferre seoibus et feminia : item hieme, quam aestate, olilins, et tora aquam bibentibus: cavendumque ne qua iotns sil exulceratio. Ab aegritudine re­ creationi efficax in cibo. Tempestive enim datum, cauterii vim obtinet: adsuelis etiam utilius,quam expertibus. Ad extera corporum , indubitatas confessio­ nes habet. Venena telorum et serpentium extingait potum : ex aq u a vulneribus his circumlini­ tur: scorpionum ta n tu m plagis ex oleo: ulceribus vero ooo maturescentibus cum farina hordeacea, vd fico sicca. C arbunculis cum ruta, vel cum Bete, vel per se visco superlitum, ut haereat : *c et ad canis m orsus. Excrescentibus circa se­ * dem, cum tegmine punici mali ex aceto decoctum. Clavis, qui vulgo m orticini appellantur, nitro °ùxto. Alopecias n it r o ante subactas replet cum 1|Qo, et croco, a u t pipere, aut murium fimo, et ttelo. Perniones ex vino fovet, et ex oleo coctum '•ponitur : sic e t callo. Clavis pedum superrasis pwcipaae utilitatis. Contra aquas malas, pesti* t a o tractos, vel d ie s.

C. PLINII SECONDI la tasti, ava, fellis velcri suffusione, hydropisi, raucitatibus : con festini enim purgat fauces vocemque reddit. Podagras io spongia dilutam posca lenit. Pleuriticis in sorbitione vinum poiuris dalur : contractionibus, opislhotonicis, ciceris magnitudine cera circumlitum. In angina garga> rizalur. Anhelatoribus, et in tussi vetusta curo porro ex aceto dalur : aeque ex aceto his qui coagulum laciis sorbuerint. Praecordiorum vitiis synlecticis, comitialibus in vino, io aqua mulsa linguae paralysi. Coxendicibus, et lumborum do* loribus cum decocto meile illinitur. Giova alla tosse, alla ugola, a 6hi ba da molto tempo sparto il fiele, ai ritruopichi, e a quei che sono fiochi, perchè subito porga te canne «Iella gola, e rende la voce. Stemperato con la posca e applicato con ispugna m itigate gotte. Dassi sor­ seggiare ai plruretici che hanno a ber vino : dassi ai raltrappamenli, allo spasimo, ebe per ritirare i nervi tira la testa all' indietro verso le spalle, della grandezza di un cece con cera impiastrata intorno. Nella squinanzia si gargarizza. A quegli che ansano, o hanno tosse vecchia, si dà col por­ ro nell' aceto, e con I' aceto ancora a quegli che hanno inghiottito presame di latte. Dassi in vino con acqua melala ai mali degl’iuleriori, ai (in­ iettici, a quegli che hanno il mal caduco, in vino, e nell' acqua melata al parlctico della lingua. A i dolori delle coscie e dei lombi s ' impiastra col mele cotto. lo non approvo quello che dicono g li autori, che uel dolore dei denti si mette con la cera nei buchi di essi, per essersi trovalo uno, il quale per questa cagione si gettò da allo a terra, li cer­ io esso infiamma i tori, fregandolo al naso loro, e mescolandosi col vino fa scoppiare le serpi, in­ gordissime di quello. Perciò io non consiglierei ancora ungersi col mele Ateniese, ancora eh'essi lo comandino. Lungo sarebbe il voler rac co ala re quante utilità egli abbia, a c c o m p a g n a l o con altre cose ; ma noi trattiamo dei semplici ; perciocché iu questi t i manifesta la nalura, e in quegli la congettura spesse volle iuganoa, e niuuo ha os­ servato tanto che basti I' accordo e la discordia della natura nelle misture. Della qual cosa poco più oltra copiosamente ragioneremo.
M e le . D e l p i o p o l i ,

Non censuerim, quod auctores suadent, ca­ vernis dentium in dolore inditum cera includi : magno experimento hominis, qoi se ea de causa praecipitavit ex alto. Quippe lauros inflammat naribus illitis : serpentes avidissimas vini adraixtuni rumpit. Ideo nec iuungi suaserim cum At­ tico meile, licei praecipiant. Quas habeat utilitàtes admixtum aliis, immensum est referre : et nos simplicia tractamus : quoniam in his natu­ ram esse apparet, io illis conjecturam saepius fallacem, nulli salis custodita in mixturis concor­ dia naturae ac repugnantia. Qua de re mox plura.

D s M ILLE. P lO P O L IS , V. M b LLIS, XVI.

5.

D s l m e le , 16.

L, »4- Non esset mellis auctoritas in pretio minor, quam laseris, ni ubique nasceretur. Illud ipsa fabricata sil nalura : sed huic gignendo auimal, ul diximus : innumeros ad usus, si qoolies misceatur, aestimemus. Prima propolis alvorum (de qua diximus) aculeos el omnia infixa corpori extrahit, tubera discutit, dura concoquit, dolores nervorum mul­ cet, ulceraque jam desperantia in cicatricem eludit. Mellis quidem ipsius natura talis est, a t pu­ trescere corpora non sinat, jucundo sapore atque non aspero, alia quam salis na tara. Faucibus, ton­ sillis, anginae, omnibusque oris desideriis alilissimnm, arescenti bus in febribus linguae. Jam vero peripneumonicis, pleuriticis decoctam. Item vul* neri bos, a serpente percussis. Gt contra venena fungorum.Paralyticis io mulso: quamquam suae

L. 24. Non sarebbe in minore riputazione il mele che il lasero, s’ egli non nascesse in ogni luogo. Quello lo fabbricò la oalura stessa, mai far questo, come dicemmo, produsse le pecchie. Nondimeno egli ha infinite utilità, se vorremo considerare in quante cose egli si mescola. Quello che nelle casse delle pecchie si chiama propoli, di cui già dicemmo, cava le punte e ogni cosa fitta nel corpo, leva gli enfiali, mollifica I* durezze, mitiga le doglie dei nervi, e riscalda le ulcere a cui non potè altro medicamento. E di vero, la natura del mele-è di non lasciar putrefare i corpi, con giocondo sapore, e non aspro, con altra nalura che il sale. Egli è utHi**1’ mo alle canne della gola, al male della ugola, alla suffocazione della gola, e a tutti i bisogni della bocca, e alla lingua risecca per la febbre. Col10 giova a quegli che hanno male al polmone con tosse, a chi ba dolore di fianco, e alle ferii* delle

HISTORIARUM MUNDI L1B. XXII. mulso doles constant. Mei auribus instillator cum rosaceo : lendes e t foeda capitis animalia necat. Usos despumati semper aptior : slomacbum ta­ men ioflat, bilem auget, fastidium creat, et oculis per se inutile aliqui arbitrantur. Rursus quidam angulos exulceratos meile tangi suadent. Mellis causas, atque differentias» nationesque, et indica­ tionem, in apium , ac deinde florum natura dixi­ mus, qoam ratio operis dividi cogeret miscenda rursos, ualuram rerum pernoscere volentibus. serpi. Valeoontra i veleni dei funghi. Ai parletid ai dà in vin melato, benché il vin melato abbia anch'egli le sue virtù. II mele s'infonde negli orecchi con olio rosato: ammazza i lendini, e ogni altro animale brutto del capo. Il mele schiomato è sempre migliore : nondimeno gonfia lo stoma­ co, accresce la collera, crea il fastidio ; e alcuni tengono che per sì sia inutile agli occhi. Alcuni invece vogtiono che col mele si tocchino i lagrimaloi che gettano. Delle cagioni del mele, delle differenze, nascimenti e dimostrazioni sue abbia­ mo ragionato nella natura delle pecchie, e poi in quella dei fiori, perchè la qualità dell* opera ci cosi riuse a dividere ciò che poi si dovea ricon­ giungere per chi volesse conoscere la natura delse cose.
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u u i c ib o r u m m o ee s q u o q u e m u t b b t u r .

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n o t i n o a n c h e i c o s t u m i.

LI. In roellia operibus et aqua mulsa tractari debet Duo genera ejus: subitae ac recentis, alte­ ram inveteratae. Repentina despumato meile praeclaram utilitatem habet in cibo aegrotantium leti, hoc est, alicae elutae: viribus recrean­ dis, ore stomachoque mulcendo, ardore refrige­ rando. Frigidam eulm utilius dari ventri mol­ liendo, invenio apud auctores. Hunc potum bibendum alsiosis : item animi humilis et prae­ parci, quos illi dixere raicropsycbos. E t est ratio subtilitatis immensae a Platone descendens: cor­ pusculis rerum laevibus, scabris, angulosis, ro­ tandis, magis a a t minus ad aliorum naturam accedentibus i id e o non eadem omnibus amara aat dulcia esse. S ic et in lassitudine proniores eae ad iracundiam , et in sili. Ergo et haec animi asperitas, seu p o tia s animae, dulciore succo miti­ gator. Lenit tranaitum spiritus, et molliores facit meatos, ne scin d a n t euntem redeuntem que.

Experimenta in se cuique: nullius non ira belosque, tristitia et omnis animi impetus cibo uellitur. Id e o q u e observanda sunt, quae non solum corporum medicinam, sed et morum ha­ bent. D b a q u a m u ls a , xvm . L1I. A qua m ulsa et tussientibus Qtilis tradilar, calefacta in v ita t vomitiones. Contra venenum pimmythii salu taris, addito oleo. Item contra ^oscyamum, c a m lacte maxime asinino, et con­ tra balicacabum, u t diximus. Infonditnr et auri­ g e t g en italiu m fistulis. Vulvis imponitur cum pue molli, s u b itis tumoribus, luxatis, leniendis-

LI. Poiché s 'è parlalo degli usi del mele, vuoi­ si ora parlare dell’ acqua melata. Due sono le ra­ gioni di essa; la fresca, e P invecchiata. La fresca, toltane la schiuma, è di grandissima utilità nel cibo leggeri degli infermi, cioè d' alica stemperata, a riavere le forze, a mitigare lo stomaco e la bocca, e a rinfrescar l ' ardore. Perciocché io truovo ap­ presso gli autori, eh' egli è più utile darla fredda per mollificare il corpo, e che questa bevanda si dee dare agl' infreddali, e a quegli che son d 'ani­ mo debole, i quali essi chiamarono micropsichi. Écci anco una ragione molto sottile, la quale viene da Platone, ed è questa, che i lievi corpi delle cose sono aspri, anguiosi, tondi, più o manco acco­ standosi alla natura degli altri, ond' è che le me­ desime cose a tulli non sono dolci o amare. Cosi nella stanchezza e nella sete chi più e chi meno è inclinalo alla collera. Epperò questa asprezza d’animo, o piuttosto dell' anima, si mitiga con sugo più dolce, il quale rammorbida i meati don­ de passa lo spirito, e mollifica, acciocché non lo rompano quando va o ritorna. Ciò prnova ognuno in sè «tesso, perchè l ' ira, il pianto, la tristezza ed ogni commozione dell ' animo si mitiga col cibo. Per questo sono da osservarsi quelle cose, le quali medicano non pure i corpi, ma i costumi ancora.
D e l l ' acqua m ela ta , 1 8 .

L 1I. Dicono che l ' acqua melala è utile a co­ loro che tossono, e riscaldata invita il vomito. Con l ' olio giova contra il veleno del psimmizio, e anco contra il giusquiamo, massimamente col latte asinino, e contra l ' alicacabo, come dicemmo, tnfondesi ancora negli orecchi, e nelle fistole delle membra genitali. Ponsi sulle matrici eoa

C. P U N II SECUNDI que omnibus. Inveteratae u*um damnavere po­ steri, minus innocentem aqua minosque vino firmum. Longa tamen vetnstate I r a n sit in vinum, ut constat inter omnes, stomacho inutilissimum, nervisqae contrarium. pan molle, alle subite enfiagioni, a quegli che hanno i membri usciti dei loro luoghi, e a tutte le cose che hanno bisogno d ' essere mollificale. L' uso della invecchiata è stato biasimato dagli uomini dei nostri tempi, come quella ch'è manco innocente che l'acqua, e manco ferma che il viuo. Ma però a lungo andare passa in vino, come si sa per ognuno, inutilissimo allo stomaco, e con* trario ai nervi.
D e l v is o m e l a to , 6 .

M ulsum, vi.

LIII. Semper molsam e* vetere vtno utilissi­ mum, facillimeque cum meile concorporatur, et quod in dulci numquam evenit. Ex austero fa­ ctum non implet stomachum, neque ex decocto meile, minusque inflat, quod (ere evenit. Adpetendi quoque revocat aviditatem cibi. Alvum mollit frigido potu, pluribus calido sistit. Cor­ pora auget. Multi senectam longam mulsi tan­ tum nutritu toleravere, neque alio ullo cibo, ce­ lebri Pollionis Romilii exemplo. Centesimum annum excedentem eum divus Augustus hospes interrogavit, u quanam maxime ratione vigorem illum animi corporisque custodisset. » At ille respondit : u Intus mulso, foris oleo, » Varro re­ gium cognominatum morbum arquatum tradit, quoniam mulso curetur.

LII 1. Il mulso di vin vecchio è sempre ulilis* sinao, e mollo facilmente s ' incorpora col mele ; il che non avviene mai del dolce. Fatto di vin brusco, o di mel cotto non empie lo stomaco, e manco enfia ; il che quasi sempre avviene. Fa venire anco altrui voglia di maogiare. Bevuto freddo mollifica il corpo, ed essendo bevuto in più modi caldo, lo ferma. Accresce i corpi. Molti sono invecchiali assai, usando solo il vio melato senza alcun altro cibo; del che i celebre Pesem ­ pio di Romilio Pollione ; il quale avendo passato cento anni, fu domandato dall’ imperadore Au­ gusto, u come egli aveva fatto a conservare tanto tempo il corpo e P animo nel suo vigore. » Ed egli rispose : «. Dentro col vin melato, e di fuori con l’olio, n Varròne dice che il morbo regio si chiama arcuato, perchè si medica con questo vino.
D e l m e l it it e , 3 .

M e l it i t e s , m .

LIV. Melitites quo fleret modo ex musto et ntelle, docuimus in ratione vini. Seculis jam fieri non arbitror hoc genus, inflationibus obnoxium. Solebat tamen inveteratum alvi causa dari in fe­ bre : item articulario mbrbo, et nervorum infir­ mitate laborantibus, et mulieribus vini abstemiis.

LIV. Come si faccia il melitite di mosto e di mele, l’ abbiamo mostro, quando trattamm o del vino. Credo che sieno passati di molti anni che non se n*è fallo, perchè e* fa gonfiare. N ondi­ meno quando egli era invecchiato soleva darsi per cagione del ventre nelle febbri, e a coloro che avevano infermità di nervi, e alle donue cbe non beessero vino.
D e ll a c e ea , 8 .

C eha ,

v h i.

LV. Mellis naturae adnexa cera est: de cujus origine, bonitate, nationibus, suis diximus locis. Omnis autem mollit, calefacit, explet corpora : recens melior. Oatur in sorbitione dysentericis, faviqae ipsi, in pulle alicae prius tostae. Adver­ satur laciis naturae: ac milii magnitudine decem grana cerae hausta non patiuntur coagulari lac in alomacho. Si inguen tumeat, albam ceram io pube fixisse remedio est.

LV. Alla natura del mele è congiunta la c e ra , della cui origine, bontà e qualità s’ è rag io n ato al suo luogo. Ogni cera mollifica, riscalda o r ie m ­ pie il corpo; e la fresca è migliore cbe P a t i r e . D.issi a bere a chi ha il male dei pondi, ed a n c h e i favi slessi in pultiglia d’ alica prima arrostila. LI contraria alla natura del latte ; e beendo d ie c i granella di cera grandi quanto è un granello d i panico, non lasciano rappigliare il latte nello s t o ­ maco. Se P anguinaglia s’ enfia, il rimedio è m e t ­ tervi su cera bianca.

HISTOBIAROM MUNDI LIB. XXII.
COBT&A COMPOSITIORES MEDICOSUM. CuflTSO LE COMPOnilOBl DEI MEDICI.

LVL Nec bujus usus, q ao i mixla aliis prsestai, enumerare medicina possi l : siculi nec cete­ rorum, quae cura aliis prosunt. Ista, ut diximus, ingeniis constant. Non fecit cerotum, malagmata, emplastra, collyria, antidota, parens illa ac divi­ na rerum artifex : officinarum haec, immo verius avaritiae com m enta su n t Naturae quidem opera absoluta atq u e perfecta gignuntur : paucis ex esus», non ex conjectura, rebus adsumpUs, u t succo aliquo sicca temperentur ad meatus : aut corpore alio humentia, ad nexus. Scrupulatim quidem colligere ac miscere vires, non conjectu­ rae hamanae opus, sed impudentiae est.

Nos nec Indicarum Arabicarumque mercium, aut externi o rb is adtingimus medicinas. Non pla­ cent remediis tam longe nasoentia : non nobis gignuntur: im m o ne illis quidem, alloqui non Tenderent O dorum causa, ungueatorumque, et deliciarum, si placet, etiam superstitionis gralia emantur, quoniam thure supplicamus et costo. Salutem quidem sine istis posse coostare, vel ob id probabimus, n t tanto magis sui delicias pudeat.

LVI. La medicina aon può contare le utilità della cera accompagnata con altro ; anzi non pur di essa, ma nè anche delle altre eose che per giovare vogliono essere accompagnate. Queste, come s’ è detto, derivano da' nostri ingegni. Non fece quella madre e divina artefice di tulle le cose ce­ rotti, fomentazioni, empiastri, collirii e antidoti: queste sono invenzioni di botteghe, anzi trovati della nostra avarizia. Le opere della natura na­ scono assolute e perfette : e sol poche cose si prendono secondo la virtù loro nativa e non per congettura, acciocché con qualche sugo si tem­ perino le cose secche, perchè meglio scorrano per li meati del corpo, e acciocché le cose umide si mescolino con le secche per dar loro consistenza. Ma raccòrrò minutamente e mescolar le forze, non è opera di congettura umana, ma impudenza. Noi uon ragioniamo delle medicine che si traggon delle merci Indiane o Arabiche, nè di quelle del mondo straniero. Non ci piacciono per rimedii le cose che vengono taoto discosto, per­ chè non nascono per noi; apii n i anco per loro, chè non le venderebbono. Compriamole sì per cagio­ ne d ' odori, d 1unguenti e di delizie, e ss piace, compriosi ancora per superstizione, da che fio­ riamo sacrificio agli dei con lo incenso e col co­ sto. Ma la salute nostra può bene slare senza questi, il che noi proveremo ancora per ciò, che tanto più si vergognino delle delizie loro.
M b DICIICE CHE SI FARRO DALLE BIADE : DELLA SEGA­ LA, i . D e l g k a r o , i . D e l l a p a g l ia , a . D e l
fa & o, i . b ca ,

Msdicutas kx f r u g ib u s . S il ig in e , i . T s it ic o , i . P alea,
ii.

F a a n ,

i.

F o v u u b u s , i . O ltba

a iik a , u .

D e l l a cbusca , a . D e l l ' o l ib a a r n i ­

a.

LVU. 25. Sed medicinas e floribus coronamentisque et h o rte n siis, quaeque manduntur fcerbù, prosecuti, quonam modo frugum omittiausf Nimirum e t has indicare conveniat. In primis sapientissima animalium esse constat, quae fruge veseantur. Siliginis grana combusta, et trita in vino araineo, oculis illita epiphoras sedant: trilici vero (erro com busta iis, quae frigus usse­ rit, praesentaneo s u n t remedio. Farina tritici ex Melo cocta, n erv o ru m contractionibus : cum rouceo vero et fico si oca, myxisque decoctis, furfares tonsillis fauóbusque gargarizatione prosunt. Sextus Pomponius praetorii viri paler, Hispaniae tilaiorii princeps, quum horreis suis ventilandis faenderet, co rrep tu s dolore podagrae, mersit '* irilicum sesa su p e r genua : levatusque siccatis pdibas mirabilem in modum, hoc postea remedi®usus e s t Vis U n ta est, u t oados planos siccet

LV 1I. a 5. Ms poi che abbiamo trattato delle medicine, che vengono dai fiori e dall* erbe che si mangiano e si mettono nelle ghirlande, in che modo lascieremo noi addietro quelle delle biade? Certo eh 1egli è bene insegnare ancora queste. Quegli animali-sono tenuti più sa vii, che si pa­ scono di biade. Le granella della segala arrostite e peste nel vino amineo e impiastrate agli occhi mitigano le lagrimazioni, e quelle del grano ar­ rostile col ferro giovano snbilo a quelle cose che sono incotte dal freddo. La farina del grano cotta con l 1aceto medica i raltrappamenti dei nervi, e la crusca con olio rosato, fico secco e meliaci eotli giova, gargarizzandola, agli enfiati della gola e alle canne d* essa. Sesto Pomponio padre d’ uno stalo pretore, principe della Spagna citeriore, essendo sopra i suoi granai per fargli sventolare, fu preso dal dolore dtile gotte, e si ficcò nel gra-

C. P U N II SECUNDI Pateam quoque tritici, vel hordei, calidam imponi ramicum inoommodis esperii ju b e n t, quaque decoctae sunt aqua foveri. Est et in farre vermi­ culus teredini similis: quo cavis dentium cera incluso, cadere vitiati dicuntur, etiam si Tricen­ tur. Olyram, ariocam diximus vocari. Hac deco­ cta fit medicamentum, quod Aegyptii alheram vo­ cant, infantibus utilissimum : sed et adultos illi­ n u n t «o.

248

no fino al ginocchio ; e uscitone coi piedi mara­ vigliosamente risecchi, dipoi sempre usò questo rimedio. Ha il grano tanta forza, che secca i^ba­ rili pieni. Chi l ' ha provato dice che la paglia del grano e dell' orzo calda giova a ogni incomodo di ernia, ed è similmente buona a fare ogni fo­ mentazione con l’ acqua dov' è colta. Nel farro è un vermine simile al tarlo, il quale, rinchiuden­ dolo con la cera nella concavità dei denti, fa ca­ dere i guasti ; e ancora fa il medesimo effetto, se si fregano con esso. L 'olirà, eh' è una specie di spelds, dicemmo che si chiama arinca. Con questa cotta lassi nn medicamento, che gli Egizii chia­ mano antera, utilissimo a 'b a m b in i, benché i grandi ancora s ' ungono con esso.
F a r i n e p e r is p e c ie : m ed ic. 2 8 .

E FABISA PBX GENEBA : MEDICINAE XXVIII. LV11I. Farina ex hordeo et cruda et decocta collectiones, impetnsque discutit, lenit, concoquitque. Decoquitur alias in mulsa aqua aut fico sicca. Jocineris doloribus cum posca concoqui opus est, aut cum vino. Quum vero inter coquen­ dum discutiendum que cura est, tunc in aceto melius, aut in faece aceti, aut in cotoneis, pirisve decoctis. Ad multipedarum morsus cum meile : ad serpentium, in aceto : et contra suppurantia, ad extrahendas suppurationes, ex posca, addita resina et galla. Ad concoctione* vero, et ulcera vetera, cum resina. Ad duritias cum fimo colum­ barum , aut fico sicca, aut cinere. Ad nervorum inflammationes, aut intestinorum, vel laterum, vel virilium dolores, cum papavere aut meliloto, et quoties ab ossibus caro recedit. Ad strumas cum pice et impubis pueri urina, cum oleo. Cum graeco feno contra tumores praecordiorum, vel in febribus cum meile vel adipe vetusto. Suppuratis triticea farina multo lenior. Ner­ vis cum hyoscyami succo illinitur: ex acelo et meile, lentigini. Zeae, ex qua alicam fieri dixi­ mus, efficacior etiam hordeacea videtur : trim e­ stris, mollior. Ex vino rubro ad scorpionum ictus tepida,et sanguinem exscreantibus: item arteriae. Tussi cum caprino sebo, aut butyro. Ex feno graeco mollissima omnium. Ulcera manantia sa­ nat, et furfures corporis, stomachi dolores, pedes et mammas cum vino et nitro cocta. Aerina ma­ gis ceteris purgat ulcera vetera, et gangraenas : cum raphano et sale et aceto, lichenas : lepras cum sulphure vivo : et capi lis dolores cum adipe anserino imposita fronti. Strumas et panos coquit, tu m fimo columbino et lini semine decocta in vino.

LVII1. La farina dell1orzo e cruda e cotta ri­ solve, mollifica e matura gli umori raccolti, e gli empiti loro. Cuocesi ancora con l'acqua melata, o coi fichi secchi. A' dolori del fegato si cuoce con la posca, o col vino ; ma quando la cura è fra il maturare e il risolvere, allora è meglio cuo­ cerlo nell' aceto, o nella feccia dell' aceto, o in mele cotogne, o pere cotte. Giova al morso del centogambe col mele, e con l ' aceto a quello delle serpi : con la posca, aggiunta ragia e galla, vale cootra le marcie, e ad estrarle fuori : giova a maturare i malori e alle piaghe vecchie, eoo ragia ; alle durezze, con isterco di colombo, o fico secco, o cenere ; alle infiammagioni dei nervi, o ai do­ lori delle interiora, o dei fianchi, o dei membri genitali, e quante volte si parte la carne dalPos»a« con papavero o meliloto ; alle scrofole, con pece e orina di fanciulletto e olio ; con fien greco eontra gli enfiati degl' interiori, o nella febbre col mele o grasso vecchio. Dove è puzza, la farina del grano è molto più mite. Impiastrasi ai nervi con sugo di giusquia­ mo, e con aceto e mele alle leatiggioi. La farina della spelda, di cui dicemmo che si fa l'alica, è di maggior virtù che quella dell'orzo. La trim estre, eioé la marzolina, è più molle. Pigliasi tiepida in vin vermiglio al morso dello scorpione, a chi sputa sangue, e all'arteria: con sevo caprino, o con b a r­ ro, è utile alla tosse. Quella del fien greco è morbi­ dissima più che l ' altre. Sana le ulcere che oolaoo, e la forfora del corpo, i dolori dello stomaco, e piedi e poppe, cotta con vino e nitro. Quella delle rubiglie più ehe l ' altre purga le nascerne vec­ chie e le cancrene ; e con rafano, sale e aceto, le volatiche, e con zolfo vivo la lebbra. Con grasso d’ oca posta sulla fronte leva la doglia della testa. Cotta nel vino oon isteroo di colombo e con sem e di lino matara le scrofe e le pannocchie.

HISTORIARUM MONDI LIB. XXII.
£ VOLUTA, TUI.

25 o

D ella po lb bta , 8 .

M iis

LIX. D e polentae generibus in frugum looo dixim us, locorum ralione. A farina hordei disiai eo q u o d torreto r, ob id stomacho ulilis. Alvum sistit, impelusque rubicundi tumoris. E t •colis illinitor, et capitis dolori cam menta, aut alia refrigerante herba. Item pernionibus et ser­ pentium plagis : item ambustis ez vino. Inhibet qaoqae pusulas.

LIX. Delie specie di polenta abbiamo ragio­ nato a bastanza trattando delle biade. Essa è dif­ ferente dalla farina dell'orzo, perch'ella s'arro ­ stisce, e per ciò è utile allo stomaco. Ferma il corpo e gli empiti de* tumori rossi. Impiastrasi agli occhi e al dolore del capo con la menta, o alcuna altra erba che rifreschi, non che ai pedignoni, e ai morsi delle serpi ; e alle incotture ancora, ma vuole esser mescolata con vino. Leva inoltre le bollicole della cute. D bl
f io x d i p a h is a ,

E P O L U M , Ì . PCLTE, I . F i U U CHAXTAXIA, L.

5. D e l l a p o l t ig l ia , i .

D e l l a fa a ik a da ih co l la .e e , i .

LX. F arin a in pollinem subacta, vim extra­ hendi hum oris habet : ideo et cruores suffusis io fascias usque sanguinem perducit : efficacius io sapa. Im ponitur et pedum callo, davisque. Nam cum oleo vetere ac pice decocto polline, condylomata, et alia omni* sedis vilia, quam maxime calido mirabilem in modum carantur. Pulte corpus augetur. Farina, qaa chartae gluti­ nantur, sanguinem exscreantibus dalur tepida sorbenda efficaciter.

LX. Il fiore della farina impastata ha virtù di cavar fuora l ' amore, e per questo a quegli che son soffusi di sangue lo tira fin nelle fascie ; e con maggior virtù se è nella sapa. Ponsi sopra i calli • chiovi dei piedi. Con olio vecchio e fior di farina cotta con pece mirabilmente guarisce i di­ lombati, e tutti gli altri mali del sesso, postovi su molto caldo. La sua pulliglia ristora e ingrassa il corpo. La farina, con cui s ' incollano le carte, si dà a sorseggiare tiepida a chi sputa sangue.
Dell' auca, 6 .

Ex

ALICA, VI.

L X I. Alica res Romana est, et non pridem e x o o g iu ta: alioqui non ptisanae potius laudes scripsissent Graeci. Nondum arbitror Pompeji Magni aetate in usu fuisse, et ideo vix quidqaam de ea scriptam ab Asclepiadis schola. Esse qui­ dem exim ie utilem nemo dubitat, sive elata de­ tur ex aq u a mulsa, sive ia sorbitiones decocta, sive in pultem . Eadem in alvo sistenda torretur : dein Cavorum cera coquitur, ut sapra diximus. Peculiariter tamen longo morbo ad tabitudinem redactis su bvenit, ternis ejus cyathis in sextarium aquae sensim decoctis, donec omnis aqua consu­ matur. P o stea s e x t a r i o lactis o v illi aut caprini addito p e r c o n t i n u o s dies, mox adjecto meile. Tali sorbitionis genere emendantur syntexes.

LXI. L ' alica è cosa Romana, e non usata per l'avauti; altrimenti i Greci non avrebbono più tosto scritte le lodi della orzata. Credo che anco* ra ella non s’ usasse al tempo di Pompeo Maguo; e perciò la scuola d ' Asclepiade appena ha scritto alcuna cosa d ' essa. Già non v' è dubbio alcuno che ella non sia utilissima, o diasi stemperata con 1 acqua mulsa, o a bere colta, o in pulliglia. ’ La medesima s'arrostisce per fermare il corpo, poi si cuoce con cera di favi, come dicemmo di sopra. Nondimeno la sua peculiar virtù è di ria­ ver coloro che per lunga malattia sono ridotti a consunzione, mettendosi a cuocer tre bicchieri di essa a poco a poco in un sestario di acqua, fioche tutta l'acqua si consumi. Agginngevisi poi un sestario di latte di pecora o di capra per più giorni continui, poi si mette il mele. Con tal sorte di bevanda si guariscono l'eslrem e estenuazioni.
D e l m ig l io , 6 .

E aiLio, vi» L X D . M ilio sistitur alvus, disculiuntar tor■m « | jn q u e m usum torretur ante. Nervorum faloribos, e t aliis, fervens in sacco im ponitur: — y a liu d u tiliu s : quoniam levissimum raollis-

•iaamqac e*L> et caloris capacissimum. Itaque

LX 11.11 miglio ferma il corpo e leva i tormini, e a questo effetto s ' arrostisce prima. A doglie di nervi e altri dolori si mette caldo in un sac­ chetto, nè v 'è alcuna altra cosa più utile,perchè egli è leggerissimo, e capacissimo di calore. Laon-

C. PLINII SECUNDI talis usos ejns est a<l omnia, qnibas calor profu­ turos est. Farina ejus cum pice liquida, serpen­ tium et multipedae plagis imponitur. de a questo modo ì utile a tutte quelle cose, alle quali può giovare il caldo. La sua farina con pece liquida a*adopera al morso del centogajnbe e del­ le serpi. D ii
fa sic o ,

E PANICO, IV. LXI1I. Panicum Diocles medicus mei fragum appellavit. Effectus habet, quos milium. In vino polum prodest dyseulericis. Similiter his quae vaporanda «ant, excalfactum imponitur. Sistit alvum in lacte caprino decoctum, et bis die bauslum : sic prodest et ad tormina.
E SESAMA, VII. S m AMOIDB, III. AlTlCTftlGO, IV.

4-

LXIII. Diocle chiama il panico mele delle biade. Egli fa i medesimi effetti, cbe il miglio. Bevuto nel vino giova al male de’ pondi. Ponsi caldo nella cose che hanno a svaporare. Cotto nel latte di capra ferma il corpo, beendosi due volte il giorno ; e cosi giova ancora a* tormini.
D i l l a sesa m a, 7 . D b l sb sam o id b , 3 . D e l l 1 A r t ic ir ic o ,

4.

LXIV. Sesama trita io vino sumpta, inhibet vomitiones. Aurium inflammationi illinitur, et ambustis. Eadem efficit, et dum in herba est. Hoc amplios, oculis imponitur decocta in vino. Stomacho inutilis cibus, et animae gravitatem facit. Stellionum morsibus resistit. Item ulceribus, quae cacoethe vocant, et anribus, oleam, quod ex ea fit, prodesse diximus. Sesamoidea a similitudine nomen accepit, grano amaro, folio minore. Nascitur in glareosis. Detrahit bilem in aqua potum. Semen illinitur igni sacro : discutit panos. Est etiamnum aliud sesaraoides Anticyrae nascens, quod ideo aliqui Anticyricon vocant: cetera simile erigeronti her­ bae, de qua sao dicemus loco : grano aesamae. D atar in vino dulci ad detractiones, quantum tribus digitis capitur, raiscentqae ellebori albi unum et dimidium obolum, purgationem eam adhibentes, maxime insaniae melancholicae, co­ mitialibus, podagris. Et per se drachmae pondere exinanit.

LXIV. La sesama pesta e presa col vino rista­ gna il vomito. Impiastrasi alla infiammagione degli orecchi, e alle cotture. 11 medesimo effetto fa ancora qaando ella è in erba. Di più colta nel vino si mette sugli occhi. la cibo è inalile allo stomaco, e fa cattivo alito : è eonira il morso del­ le tarantole. Alle ulcere che si chiamano cacoete, e alle orecchie giova, come dicemmo, l’ olio che di essa si trae. 11 sesamoide fu così chiamalo dalla somigliane za che egli ha con la sesama : ha il granello amaro e la foglia minore. Nasce in laoghi ghiaiosi. Be­ vuto nell* acqua purga la collera. Il seme suo giova impiastrato al fuoco sacro, e leva le pan­ nocchie. Écci ancora un altro sesamoide, che na­ sce in Anticira, il quale fu perciò chiamato da alcaui Antici rico : nell* altre cose somiglia I’ erba erigeronte, di cui ragioneremo al suo luogo: nel granello è simile alla sesama. Si dà in viu dolce, quanto se ne può pigliare con tre dila, con tra l’ evacuazioni, e mescolasi insieme con esso un obolo e mezzo di elleboro bianco. Questa purgazione principalmente s’ usa all’ umore maninconico fa­ rioso, al mal caduco e alle gotte. Vola ancora da sè stesso pigliandone una dramma.
D e l l ’ o r z o , 9 . D e l l ’ o r z o d i to p i, 5 .

Ex HORDEO, IX. HORDBO MCRIRO, III. LXV. Hordeum optimum, qood candidissi­ mum. Succus decocti in aqua coelesti digeritur in pastillos, ut infundatur exulceratis interaneis et vulvis. Cinis ejus ambustis illinitur, et carni­ bus qnae recedunt ab ossibns, et eruptionibus pituitae, muris aranei morsibus. Idem adsperso sale ac meile, candorem dentibus, et suavitatem oris facit. Eos qai pane hordeaceo ntuntur, morbo pedum tenlari negant. Novem granis si furuncu­ lum quis circumducat, singulis ter, manu sinistra, e t omnia in ignem abjiciat,confeslim sanari ajunt.

LXV. L’ orzo quanto egli è più bianco, U n t o è migliore. Del sugo dell’ orzo cotto in a cq u a piovana si fanno pastegli per infonderlo agl’ i n ­ teriori esulcerali e alla matrice. La sua c en e re s’ impiastra alle cotture, alla earoe spiccata d a ll’ ossa, alla flemma e ai morsi del topo ragno. I l medesimo, spargendovi mele e sale, fa i d e n ti bianchi e bnono a lito . Dicono che coloro e h e usano pan di orzo, non possono avere male a i piedi. Se con la man manca circonderai ciccion e o 6guo!o con nove granella di orao, cioè o g n u n o

253

UISTOBIÀRUM MUNDI LIB. XXII.

a54

Eil et herba phoenice» appellata Graecis, nostris vero hord eu m m urinum . Haec trita e vino pota praedare c i e t mense*.

tre volte, gettando tulle le granella nel fuoco, aubilo guarisce. Écci ancora u n'erba chiamala dai Greci fenicea, e dai nostri orzo di topi, la qual pesta e bevuta col vino muove benissimo 1« purgagioni delle donne.
D
ell*o

E

p t is a r a ,

iv .

rz a ta ,

4*

LXVI. P tis a n a e , quae ex hordeo fit, laudes ano volum ine condidit Hippocrates, quae nunc omnes in a lic a m transeunt. Contra quanto innocentior alica ? Hippocrates tamen sorbitionis gra­ tia laudavit, quoniam lubrica ex facili haurire­ tur, quoniam sitim arceret, quoniam in alvo non io tumesceret, quoniam facile redderetur, et adsoetb hie so lu s cibus in febri bis die possit dari : tantum re m o lu s ab istis, qui medicinam fame exerceat. Sorbitionem tamen dari totam vetuit, afculve quam succum ptisanae. Ilem quamdiu pedes frigidi essent, lune quidem nec potionem daodaia.Fit e t ex tritico glutinosior, arteriaeque exulceratae u tilio r.

LXVI. Ippocrate scrisse un libro delle lodi della ptisana, che si fa con l'orzo, le quali tutte al presente si danno all1 alica, perocché quanto non è più innocente 1' alica ? Ippocrate per altro la lodò soltanto per bere,perchè essendo morbida, facilmente va giù, perchè lieva la sete e non rigon­ fia il corpo, perchè agevolmente si manda fuori, e iu cibo è la sola che a chi v' è avvezzo si possa dar nella febbre due volle il giorno ; tanto egli è remoto da questi, che esercitano la medicina per la fame. Non volle però che si dia tutta a bere, ovvero non altro che il sugo. Nè volle anco che la bevanda si dia mentre che i piedi son fred­ di. Fissi eziandio di grano piò viscosa, e più utile all'arterie piagate.
D b l l ' a m ilo , 8. D e l l ’
av esa,

E x AVTLO, v a i. Aveva,

i.

i.

L X V II. Amylon hehetat oculos, gulae inutile, c o n tra quam creditur. Item sistit alvum, epipho­ r a s oculorum inhibet, et ulcera sanat : item pu« o la s , et fluxiones sanguinis. Genas duras emollit. D a la r cum ovo his qui sanguinem rejecerint. In v e s ic a e vero dolore, semuncia amyli cum ovo, et p a ss i trib o s ovis suffervefacta, a balineo. Quin et a v e n a c e a ferina decocta in aceto naevoj tollit.

LXVI1. L'amilo ingrossa la vista, ma non è utile alla gola, benché si creda il contrario. Ferma il corpo; stagna le lagrime degli occhi, guarisce le ulcere, le bolle, le effusioni di sangue, e mollifica le guancie indurale. Dassi con uovo a quegli che buttano fuora il sangue. Nel dolore della vescica si dà dopo il bagno mezza oncia di amilo bollita con uovo in tanto vin passo, quanto capisce il guscio di tre uova. La farina dell'avena nell' aceto leva via i nei.
D
e l pa re,

E

PARE, XXI.

a i.

t XVIII. P anis hic ipse, quo vivitur, innume­ r a s p a e n e continet medicinas. Ex aqua et oleo a a t rosaceo mollit collectiones, ex aqua mulsa d a r i t i a * valde mitigat. Datur et ex vino ad discu* ti e n d a quae praestringi opus sit,et si magis etiamm b , e x aceto, adversas acutas pituitae fluxiones, q u a s G raeci rheumatismos vocant: item ad per­ c u s s a , luxata. Ad omnia autem haeo fermentatus, q u i v o c a tu r antopyros, utilior. Illinitur et paro­ n y c h i is , e t callo pedum in aceto. Vetus aut naoti« s p a n is tusus, atque iterum coctus, sistit alvum. Vocis studiosis, el contra distillationes, siccum «Me p r im o cibo, utilissimum est. Sitanius (hoc **t, e trim e stri ) incussa in facie, aut desquamala, « n a «aene aptissime curat. Candidus aegris, aqua **Wa firigidavs madefactus, levissimum cibum P ^ eb ct. O culorum tumori ex t u o imponitur.

LXVIII. Questo pane stesso, di che si vive, ò buono a infinite medicine. Stato nell'acqua e con olio, od olio rosato, mollifica il luogo che ha rac­ colta di umore, e con acqua melata mitiga mollo le durezze. Dassi col vino a dissolvere quelle cose che bisogna ristrignere, ancora che più operi con l’ aceto contra i flussi di flemma acuta, che i Gre­ ci chiamano reumatismi, e ai membri percossi e usciti dei luoghi loro. È più utile a tutte queste cose darlo lievito, nel qual modo si chiama auto­ pi ro. Impiastrasi ancora a un male che viene fra carne e ugna, e chiamasi patereccio, e al callo dei piedi nell' aoeto. Il pane vecchio dei navigan­ ti, pesto e di nuovo cotto, ferma il corpo. A que­ gli ehe si dilettano di aver buona voce, e contra le distillazioni, è utilissimo che sia secco e si man­ gi per primo cibo. 11 sitanio, cioè il marzuolo,

s 5ù

C. PLINII SECDNDI

256

Sic et pusulis capitii, aut adjecta arida myrto. Tremulis panem ex aqua esse jejunis stalim a balineis demonstrant. Quin et gravitatem odorum in cubiculis ustus emendat: et vini, in saocos ad­ ditus.

col mele guarisce benissimo il viso pesto, o scor­ ticato. Il pan bianco bagnato nell’ aoqua ealda o fredda è cibo leggerissimo per gli ammalati. Ado­ perasi col vino agli enfiati degli occhi, come an­ che alle puslule del capo, o con aggiuntavi pol­ vere di mortine secca. I medici consigliano che quegli che hanno il parietico mangino a digiu­ no, quaudo escono dai bagni, pane stato nell'ac­ qua. Ano nelle earaere leva il cattivo odore di esse, e del vino, oiettendolo in sacchetti.
D ella
fava ,

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TABA, XVI.

16.

LX 1X. Auxiliatur et faba. Namque solida fri­ cta, fervensque in acre acetum conjecta, tormi­ nibus medetur. In cibo fressa, et cum allio cocta, coutra deploratas tusses, suppurationesque pe­ ctorum, quotidiano cibo sumitur : et comman» ducala jejuno ore, etiam ad furunculos m aturan­ dos disculiendosvc im ponitur: et in vino decocta, ad testium tumores, et genitalium. Lomento quo­ que ex aceto decocto, tumores maturat atque aperit : item livoribus, combustis medetur. Voci eam prodesse, auctor est M. Varro. Fabalium etiam siliquarumque cinis, ad coxendices, et ad nervorum veteres dolores cura adipis suilli vetu­ state prodest. Et per se cortiees deoocti ad tertias sisluut alvum.

LX 1X. Giova ancora la fava, perehè fritta so­ da, e bollente messa in aceto forte medica i tor­ nimi. Infranta in cibo, e cotta con l’ aglio, si pi­ glia ogni giorno contra le tossi disperate, e le marcie raccolte nel petto ; e masticata a bocca digiuna è adoperata ancora a m aturare i figneli, ed a levargli via ; e cotta nel vino, a torre gli en­ fiati dei testicoli e delle parli genitali. La farina di fava ancora, cotta con lo aoeto, m a tarae apre gli enfiati, e medica i lividori e le incotture. M . Varrone scrive eh’ ella giova alla voce. La cenere de' gambi suoi e de* baccegli giova alle coscie, e a' dolori vecchi de' nervi giova con grasso vec­ chio di porco. Le corteccie per sò cotte fino alla terza parte fermano il ccrpo.
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E x LBRTB, x v n .

LXX. Lens optima, quae facillime coquitor, et ea q u a e maxime aquam absorbet. Aciem qui­ dem oculorum obluudit, et stomachum inflat, sed alvum aistil iu cibo, magisque discocta coele­ sti aqua : eadem solvit, minus percocta. Pusulas ulcerum rumpit, eaque quae intra os sunt, pur­ gat et adstringit. Collectiones omnes imposita sedat, maximeque exulceratas el rimosas. Oculo­ rum autem epiphoras cum meliloto, aut cotoneo. Contra suppurantia cum polenta imponitur. De­ coctae succus ad oris cxulceraliones et genitalium adhibetur : ad sedem, cum rosaceo aut cotoneo. In his, quae acrius remedium exigant, cum palamine punici, meile modico adjecto. Ad id demum, ne celeriler inarescat, adjiciunt et betae folia. Impooilur et strumis pauisque, vel maturis vel maturesceulibus, ex aceto discocta. Rimis ex aqua mulsa: et gangraenis cum punici tegmine. Ilem podagris cum polenta, et vulvis, et renibus, per­ nionibus, ulceribus difficile cicatricem trahenti­ bus. Propter dissolutionem stomachi triginta grana lentis devorantur. In choleris quoque et dysenteria efficacior est in iribus aquis cocta: in quo usu melius sernper eam torrere ante, el tuu-

LXX. Ottima è quella lente ebe è facilissima a cuocere, e quella che succia più acqua. Ella ingrossa la vista degli occhi e gonfia Io stomaco, ma ferma il corpo presa per cibo, e massima­ mente colta in acqua piovana ; però cotta meno, Io risolve. Rompe le bolle e purga e rìstrigoe i malori che son dentro alla bocca. Postavi sopra mitiga tutte le raccolte d'umore, e massimamente le scorticate e crepate ; e con meliloto o meU cotogua le lagrime degli occhi. Ponsi con polenta sulle parli cha han fallo puzza. Il sugo delle cotte s ' adopera allo scorticato della bocca e de' geni­ tali, e al fondamento con olio rosato e cotogne; e dove si ricerca più gagliardo rimedio, s’aggingne boccia di melagrane, e un poco di mele ; e acciocché non si seechi s ' aggiungono foglie di bietola. Goasóolta con l'aceto si mette sulle scrofe e pannocchie mature, o che cominciauo a matu­ rare. Alle fessure meitesi eoa acqua melata, e alle caacrene con buccia di melagrana ; e simi!* mente con polenta alle matrici, alle reni, a'pedignoni, e all' ulcere che difficilmente saldano. Per la dissoluzione dello stomaoo s* inghiottiscono trenta granella di lenti. Alle collare e al male dei

H1ST0RIARC9I MONDI LIB. XXII. dere, at quam tenuissima detur, vel per >e, vel cuoi eotoiMo malo, aut piris, aut m y r to , aut in­ tubo erra t ico, aul beta nigra, aot plantagine. Pol» mooi est m utilis, el capitis dolori, nervosisqae omnibus, el felli : neo somno facilis : ad pusulas utilis, ignique sacro, et mammis in aqua marini decocta: in aceto antem duritias et strumas discu­ tit Stomachi qoidem causa, polentae modo po­ tionibus inspergitur. Quae sunt ambusta, aqua semicocta curat, postea trita, et per cribrum ef­ fato furfure, mox procedente curatione addito meile. £x posea coquitur ad guttura. Est et pa­ lustris lens per se nascens in aqua non profluente» refrigeratoriae naturae : propter quod collectio* nibus illinitur, et maxime podagris, et per se, et cum polenta : glutinat et interanea procidentia.

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pondi sono migliori colle in tre aequa; e in q«e* sto bisogno sempre è meglio arrostirle, o pestar* le, acciocché si dieno più sottili, o di per sé, o con mele cotogne, o con pere, o con mortine, o con endivia salvatica, o con bietola nera, o con piantaggine. La lente è inutile al polmone, al dolore del capo, a tutti i nervosi e al fiele; nè giova per dormire. E utile alle pus tuie e al fuooo sacro ; e alle poppe cotta in acqua marina. Cotta con l ' aceto leva le duretae e le scrofole ; e per lo alomaco se ne sparge in su quello che si bee, come ^i fa la polenta. Guarisce le cotture, mezza colla con 1 acqua, dipoi macinala e stacciata ; * poi in processo della cura vi s’aggiugne il ma­ le. Poich'è stata nella posca si cuoce per la gola. Écci ancora una sorte di lente palustre, che na­ sce per sè in acqua nou corrente, di nalura riofrescaliva: per questo se ne fa empiastro alle raccolte degli umori, e massimamente alle gotte, e per sè, e con polenta, e rappicca le ialeriora, che caggiouo.
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s p h a c o , q u a e s a l v ia , x i u .

LXXI. Est e t silvestri elelispbacos dicta a Graecis, ab aliis spacos. Ea est sativa lente le­ vior, et folio m inore, atque sicciore, et odoratiore. Est et alteru m genus ejus silvestrius, odore gravi: baecm itior. Folia habet colonei mali effi­ gie, sed minora e t candida, quae cam ramis decoquuntur. Menses ciet, et urinas : et pastinacae marinae ictus sanat. Torporem autem obducit percusso loco. B ib itu r eum absinthio ad dysente­ riam. Cum viuo eadem commorantes menses tra­ hit: abundantes aislit decocto ejus polo. Per se imposita herba vulnerum sanguinem cohibet. Sa­ nat et serpentium morsus. E t si in vino decoqua­ tur, prurito» testium sedat. Nostri, qui nnnc sunt, herbarii elelisphacon graece, Ialine salviam voeant, mentae similem, canam, odoratam. Par­ tus emortuos ea adposita extrahunt : ilem ver­ mes aurium ulccrum que.

LXXI. Écci anco la salvatica, chiamata dai Greci elelisfaco, e da altri sfaco. Questa è assai più leggeri che la lente domestica. Ha le foglie minori, più secche e più odorifere. Éccene un' al Ira sorte di più salvatica, che ha grave odore; e que­ sta è più mite. Ha le foglie simili al melo cologno, ma minori c bianche, che si cuocono co* rami. Provoca i mesi delle donne, e P orina, e guarisca i morsi della pastinaca marina. Però fa intormen­ tire il luogo che ha rilevato percosse. Bessi con assenzio al male de’pondi. La medesima bevuta con vino tira fuori il menstruo cbesoprasla; e bevendo la sua decozione ferma il superfluo. L’ erba po­ stavi su per sè stessa ristagna il sangue delle ferite. Guarisce anco il morso delle serpi. E se si cuoca nel vino, mitiga il pizzicore de1 testicoli. Gli eri bolsi de' nostri tempi la chiamano ia greco eleli­ sfaco, e in latino salvia, simile alla menta, bianca, odorosa ; e metlendovela sopra cavano fuori la creatura morta, e i vermini degli orecchi e delle rotture.
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LXX 1I. C ic e r et silveslre est, foliis salivo limile, o d o re g ra v i. Si largius sumatur, alvus wlvitur, e t in fla tio contrahitur, et tormina. To­ rtam salubrius h a b e tu r. Cicercula etiamnum ma­ lis io alvo p ro f ic it. Farina ulriusque ulcera ma­ nantia capitis s a n a t, efficacius ùlvcslris. Ilem co■itiales, e t jo c in e ru ro tumores, et serpentium

LXX 1I. Écci anco il ceoe salvatico, simile nelle foglie al domestico, di grave odore. Piglian­ done quantità muove il corpo, e genera vontosità e tormini. Tiensi che l ' arrostito sia più salutife­ ro. La cicerchia ancora giova molto al corpo. La farina dell* una e 1' altra guarisce le rotture del capo che gocciolano, ma assai meglio quella del

C. PLINII 9KCUND1 ictus. Ciel mense* et orinai, grano maxime. Emendai et licbenas, et testium inflammationes, regiam morbum, hydropicos. Laedunt omnia haec genera exulceratam vesicam, et renes. Gan­ graenis utiliora cum meile, at his quae cacoethe vocantur. Verrucarum in omni genere prima lu­ na singulis granis singulas tangunt, eaqoe grana in linleolo deligata post se abjicinut, ita fugari vitium arbitrante*. Nostri praecipiunt arietinum ha aqua cum «ale discoquere, ex eo bibere cya­ thos bino* in difficultatibus urinae. Sic et calcu­ los pellit, morbumque regium. Ejusdem foliis sarmenlisque decoctis, aqua quam maxime calida morbos pedum mollit, et ipsum calidum trilum que illitum. Columbini decocti aqua, horrorem tertianae et quartanae minuere creditur. Nigrum autem cum gallae dimidio tritumi oculorum ul­ ceribus ex passo medetor. salvalico. Guarisce pare il mal caduco, il gonfia­ mento del fegato e i morsi delle serpi. Muove i mesi delle donne,e 1 orina, e massimamente ciò * fanno le sue granella. Guarisce le volatiche, le in­ fiamma gioni de1testicoli, il fiele sparto, e i ri. truopichi. Tutte queste civaie offendono la vesci­ ca scorticata e le reni. Col mele sono molto utili alle cancrene e alle cacoete. Tutti i porri e le ver­ ruche li toccano il primo dì della luna, cioè cia­ scuno eoa un granello, e legano poi le granella in petzolina, e gellansele dietro le spalle, creden­ dosi ia quel modo cacciare i porri. I nostri voglio­ no che quello che si chiama arietino* si cuoca col sale n eir acqua, e se ne beano due bicchieri alle difficoltà dell' orina ; e così alla pietra e al fiele sparlo. Cuoconsi le foglie e i rami suoi n ell'ac­ qua, e la cocitura calda quanto si può patire s’ a­ dopera al male de'piedi; ed esso caldo e pesto, impiastrandolo, fa il medesimo effetto. Dicono che la cocitura in acqua del cece colombino scema i tremili della febhre terzana e della quartana. I ceci neri pesti con la metà di galla e stali nel vin collo guariscono l ' ulcere degli occhi.
D ella b c b i g l i a , ao.

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xx.

1 LX XIU. De ervo quaedam in mentione ejus diximus: nee potentiam ei minorem veteres, quam brassicae tribuere. Contra serpentium ictus ex abeto,adcrt>óodilorum hominamque morsam. Si quis ervum quotidie jejuna» edat, lienem ejus absumi certissimi auctores adfirmant. Farina ejus varos, sed et maculat toto corpore emendat. Ser­ pere ulcera non patitur : in m3ramis efficacis'imuin. Carbunculos rumpit ex vino. Urinae diffi­ cultates, inflationem, vitia jocineris, tenesmon, et qnae cibum non sentiont, atropha appellata, to­ stura, et in nucis avellanae magnitudinem meile collectam devoratumque corrigit : item impetigi­ nes, ex aceto coctum et quarto die solutum. Pa­ nos ia meile impositum suppurare prohibet. Aqna decocti perniones et pruritus sanat fovendo. Quia et aniverso C orpori, si quie quotidie jejunus bi­ berit, meliorfem fieri colorem existimant. Cibi* idem hominis alienum. Vomitiones movet, alvum turbat, capiti et stomacho onerosum. Genua quo­ que degravat. Sed madefactum pluribus diebus, mitescit, babo* jumentisquentilissimum. Siliquae ejus virides, prios quam indurescant, cum suo Caule foliisque contritae, capillos nigro co lo re
ittfiriu o t.

LXX 111. Già dicemmo alcuna cosa della ru­ bi jjHa, alla quale gli antichi attribuirono non meno virtù, che al cavolo. Coa aceto vale al mor­ so delle serpi, de'crócodili e degli uomini. Alcuni autori affermano per cosa certa, che ae ai man­ giasse ogni dì a digiuno della rubiglia, la milsa ai consumerebbe. La farina d ' essa leva le piccole durezze della faccia e le macchie di tatto il co r­ po ; e non lascia l ' ulcere impigliare più avanti. La rubiglia è molto ulile alle poppe. Col vino rompe i carboncelli. Arrostita, e mangiata col mele, in pallottole alla grandezza d'una Doccinola, guarisce la difficoltà dell'orina, la enfiagione, i di­ fetti del legalo, il mal de’pondi, e que’mali cbe non sentono il cibo, chiamali atrofi; non che le volati­ che cotta con l’aceto, e sciolta il quarto dì. Po­ sta col mele sulle pannocchie, non laaeia lo ro co­ gliere puzza. La cocitora sua guarisce i pedignoni e i pizzicori, facendovi sopra fomento. A chi ne bee ogni giorno a digiuno, tengono che faccia miglior colore in tutto il corpo. La medesima è nociva per cibo all'uomo. Muove il vomito, tu rb a il corpo, è grave al capo e allo stomaco. Aggrava ancora le ginocchia. Ma tenuta più giorni in m a ­ cero diventa più mite, ed è utilissima a' buoi e all' altre bestie. I suoi bacegli verdi innanti c h e induriacano pesti col suo gambo e foglie fauuo i capegli neri.

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HISTOEIARDM MONDI LIB. XXII.
E * (.OPINO, X IV .

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LXXIV. L upini qaoqae silvestres sant* ornai modo m in o res sativis, praeterquam im irilm lioe. Lx omnibus quae ed u n tu r, sicco ntfUt minus ponderis e st, n ee plus Utilitatis. Mitescunt ci aere sol aqua calidis. Coiorem hominis frequenliores io cibo ex h ila ra n t : amari contra aspidas va leni. Diserà a tra , arid i dacortioatique triti, «opposito lialeolo, o d vivum corpos redigunt. Slromas, parotidas, isa aceto cocti discutiunt. Socous deoo* ciornm c a m ru ta et pipere, vel in febri datar ad ventris anim alia pellenda, minoribus triginta an­ norum : p u e ris vero impositi, in ventrem jejunii promat. E t alio geoore tosti, et in defkruto poti, vel ex m eile sampti. Ii dem aviditatem cibi fc* eiunt, fastid ia m detrabuat. Farina eorum aceto mbacta, p ap u las pruritosque in balintis illita cobibet, et p e r sa siccat ulcera. Livores emendat ; ioQammationcs cam polenta sedat. Silvestrium efieacior via e st contra ooxendicum fet lumborum debilitatem. E s iisdem deoocte. lentigines, et fo­ ventium en tem co rrig u n t: si ver»ad melli* era#»* sitadinem d eco q u an tu r Vel sativi, vitiligines ni* fias et lepras em endant. Sativi quoqne rum puol carbunculos im positi : pinos n w w n t, aot maturant, cocti ex aceto : cicatricibus candi­ dum colorem red d u n t. Si vera coelesti aqua di­ scoquantur, succos ille smegma fit : quo fovere gangraenas, eruptiones pituitae, ulcera manantia, utilissimam. E x p ed it ad bonem bibere, et cura meUe menstruis haerentibus.

Lieni c ru d i eam fico sicca triti ex aceto im* ponuntor. R a d ix quoque io aqua deconta, urinas peffit H e d e n l o r pecori eum abamaekOne hfrba decocti, aqua in potum collata. Sanant et scabiem
qoadropedutn omnium, in afnureè decocti, vel utroque liq u o re postea mixto. Fumus crematontm calice» neoai.

LXXIV. 1 lupini salvatiebi ancora sono per ogni modo minori che i domestichi, fuor eho dell* amaritudine. Di tutte le civaie che si man-* giano, DRt«s ve n' |ia eh« seoca pesi meno, e ch4 sia di maggiore utilità. Addolciscono con la cenerà o P acqua calda. Ubandosi spesso in cibo, visefaia* rano il colore dell'uomo. Gli amari hanuo virtù contra gli aspidi. Secchi, scorticali e pesti, e messi io pezzolina, e posti sopra le piaghe di color sau* guinoso, le ritornano a vivo corpo. Colti nell* acrto levano le scrofe, e le posUftoe dopo gli orec­ chi. La cocitura loro con ruta e con pepe ancora nella febbre ai piglia per cacciare i vermini del corpo a quegli che non passano treni' anni, ma ai fanciulli giovano ponendoli loro sul corpo digiu-i no ; come anche arrostiti, o bevuti nel vin cotto, o preai col mela. Fauno vanire ancora voglia di mangiare, e levano il ftslidio. La farina loro im­ pastala oon l ' accio c impiastrata nei bagui leva le stianxe a il pm ioore, e per sè seooa le rotture. Guarisca i livida ri, e «M itiga le iufiammagioni eoa la polenta. 1 salvatichi banao maggior virtù con* tra la debilità delle coscie e de' lombi. La cocitura loro leva le lentiggini, e rassetta la cotenna ; e se si cuocooo io modo che tornino alla grossexza del mele, ancora i domestichi,' guariscono le mac­ chie nere che vengono pel corpo, e la lebbra. 1 domestici ancora postivi su rompono i carbonselli, e cotti oon 1 aceto maturano, o dissolvono in * pannocchie e le scrofole, a rendono il color biao* co a lle margini. Se si cuocooo con acqua p io sa­ na, quel sugo diventa medicamento che vale a le v a r le macchia del viso ; col quale è u tilis s im o fo m e n ta re le c a n c re n e , la flem m e* « le n a s< eo z * c h e geA taoo. È utile berlo p e r la railsa, e ool m e la pei menstrdi sopratteonli. * Pongonai alla miUa crudi e pesti con fiohi secchi stati nell* aooto. Anche U radi oc lordi coti* nell' acqua provoca l ' orina. Cotti con l ' erba cameleone medicano il bestiame che ne beesse l'ac ­ qua. Guariscono le scabbia’ di lutti i quadrupedi, cotti nella morchia, o l ' uno e l ' altro liquore di­ poi mescolato; M filmo degli arsi ammazza le xaniare.
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Ex iKioHK, siv* anvsiuo,

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5.

LXXV. Irio n em inter fruges sesamae similem esse diximus, e t o Graecis erysidiofe voeari : Galli velam ap p ellan t. E st autem irntiooaam , foliis crocee, au g ustio ribu s panilo, semine nasturtii, ^tilimimuan tussientibus cum msll*,et iu tbaracis

LXXV. Dicemmo nelle biade, che 1 irione è ' simile alla sesamo, e che i Greci lo chiamano eri­ simo, e i Francesi vela. Egli fa cespuglio, e le sue Coglie sono un poco più strette che quelle della ruchetta, ed ha seme di nastufùow Utilissimo è

2 63

G. PLINII SECUNDI col mele a chi ha la tosse, ed a chi ha nel petto spurgo marcio. Dassi ancora a chi ha sparto il fiele, a' difetti de* lombi, al male di petto, a' tor­ mini e a' debili di stomaco. Fassene empiastro alle posteme dietro agli orecchi, e a’ cancri. Al­ l'arsione tlef testicoli l’ empiastro si fa con l'ac ­ qua, all’ altre cose eoi mele. È utilissimo ancora a1 bambini ; e eoa mele e eoo fichi a' difetti del fondamento, ed alle gotte. Bevuto he virtù anco­ ra contra i veleni. Medica i sospirosi, non che le fistole con sugna vecchia, ma in modo che no» vada dentro. D b il' o b h i k o , 6. LXXVI. L' ormino, come abbiamo dello, è nel seme simile al cornino, nel resto al porro, viene all’altezza d'un palmo. È di doe ragioni : l'uno di essi ha il seme nero e lungo. Questo è buono a destar la lussuria, e giova a* fiocchi bianchi e alle albugini degli occhi. L'altro be' il seme più bian­ co e più tondo. Con l'u n o e P eltro pesto e wtpiastrato per sè nelP acqua si cavano le punte infittesi uel corpo. Le foglie stale nelP acelo, e peste sopra le pannocchie per sè, o col mele, le levano via, non ehe i Agnoli, prime cbe facciano capo, e latte le agrimonie.
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pnralentit exscrealìonibu». D atar *t regio morbo, et lumborum vitiis, pleuriticis, torminibus, coe­ liacis. Illinitur vero parotidum et carcinornalum malis. Testium ardoribus ex aqua, alias cum meile. Infantibus quoque utilissimum. Item sedit vitii», et articulariis morbis, cum meile et fico. Contra venena etiam effieii potum. Medetur et suspiriosis, item fistulis, cum axungia veteri, ite ne in tu* addatur.

E x BOBMIBO, VI.

LXXVI. Horminum semine (ut diximus) cu­ mino simile est, celero porro, dodrantali altitu­ dine. Duorum generum : altefi semen nigrius, et oblongum. Hoc ad Venerem stimulandam, et •d oculorum argema et albugines. Alteri candi­ dius semen et rolundios. Utroque tuso extrahun­ to r aculei ex corpore, per te illito ex aqua: folia ex aceto imposita, paoos per ae vel cuin meile diseatnrat: item furunculo», prMsquam capita faciant, omnesque acrimonias.

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l o l io , t .

5.

LXXVII. Quin et ipsae frugum pestes io ali­ quo suol oso. Infelix dictum est a Virgilio lolium. Hoc tameu molitum, ex aceto coctum, imposituroque, sanat impetigines, celerius, quo saepius n atatu m est. Medetur et podagris, aliisque dolo­ ribus, ex oxymelite. Curatio baee a celeris differt. Aceti sextario ano dilui mellis uncias duas ju­ stam est : ita temperatis sextariis tribas, decocta farina lolii sextariis daobat asqae ad crassitudi­ nem, calidumque ipsam imponi dolentibus mem­ bris. Eadem farina extrahit ossa fracta.

LXXVII. Anche Perbe che son peste alle biade hanno qualche utilità in loro. Il loglio da Virgi­ lio è chiamato infelice ; nondimeno mollificato e cotto nelP aceto guarisce le volatiche, postovi so­ pra, e tanto più tosto, quanto più spesso si mula. Medica ancora le gotte e altri dolori con ostimele. Questa cura è differente delP altre. In un sestario di aceto si dissolvono doe oncie di mele, e con questo liquido si steraperan tre settarii di farina di loglio, cocendola iofino a cbe si rappigli; poi maltesi calda questa oompotiaèone a* membri che dolgono. La medesima farina cava P ossa rotte.
D e l l ' u b a m il ia e ia , i .

E MILIARIA BBBBA, 1 .

LXXVIII. Miliaria appellatur herba, qaae ne­ cat miliam. Haec trita, et cornu cum vino infusa, podagras jumentorum dicitar sanare.

LXXV1II. Écci un' erba che si chiama milia­ ria, la quale ammazza il miglio. Questa trita, e messa col vino nelP ugna de' cavalli, asini e buoi, dicesi che gli guarisce delle gotte.
Dbl
bbom o ,

E bbomo, i. LXXIX. Bromos semen est spicam ferentis herbae : nascitur inter vitia segetis, avenae gene­ re : folio et stipala triticum imitator. In cacumi­ nibus dependentes pervolas velut locostas habet.

i.

LXXIX. Il bromo è seme d ' a n ' erba che fa la spiga : nasce fra le biade, ed è specie d ’avena ; e nelle foglie e ne' gambi somiglia il grano. Ha nelle cime siccome piceole locuste che pendono.

HISTORIARUM MUNDI MB. XXII. Sem alile ad cataplasmata, aeque a t hordea rn, en similia. Frodesl tussientibus saccus.
E x OBOEARCHE, SIVE CYBOMOEIO, I .

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Il seme suo è utile a fare brinate, e simili eose, come l’ orzo. 11 sago giova alla tosse.
D e ll’
obobabchb,

o

ciho m obio ,

t.

LXXX. Orobsnchen appellavi mus uecantera ertam et legumina : alit cynoroorion eam appelliat, a similitudine canini genitalis. Cauliculus esi aioe sanguine, loliis rubens. Estur et per sc, «t in |wtiois qoam tenera est deoocta.

LXXX. Chiamammo orobanche un* erba, la quale ammazza le rubiglie e le civaie: altri la chiamano cinomorio, per essere simile al mem­ bro genitale del cane. Ha gambo senza sugo • foglie rosseggiarti. Mangiasi cruda da sè, o in piattelli quando è cotta tenera.
B es TIUOLB CHE BASCOKO FBA 1 LEGUMI.

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l b g u v im u m b b s t io l is .

LXXXI. E t leguminibus innascuntur bestiolae venenatae, quae manus pungunt, et periculum vitae adierant, solipugarum generis. Adversus h*s omnia eadem medentur, quae contra araneos et phalaogia demonstrantur. Et fVugum quidem haec sunt ia usa medico.

LXXXL Tra le civaie nascono alcone bejtino­ ie velenose, le quali pugnendo le mani fanno pe­ ricolo alla vita. Sono della specie delle solipun* ghe. Conira queste valgono quei medesimi rimedii, che insegnammo conira i ragni e i falangi. Queste dunque sono le medicine, che si Unno delle biade.
Z it o
b c e b v o g ia .

Db

zy th o kt c e b v is u .

LXXXI1. Ex iisdem fiant et polus, zythum ia Aegypto, celia et ceria in Hispania, cervisia et plora genera in Gallia, aliisque provinciis, quo­ rum omnium spuma cutem feminarum in facie nutrit. Nam quod «d potum ipsum attinet, prae­ stat ad vini transire mentiouem, atque a vite or­ diri medidoas arborum.

LXXX 1L Delle medesime si fanno pozioni, cioè il zito in Egitto, la celia e la ceria in Ispagna, la cervogia e molle allre in Francia c nel* l ' altre provincie, la schiuma di lolle le quali fa bella pelle nel viso alle donne. Ma avendo a trat­ tare del bere, meglio è venire alla menzione del vino, e cominciare le medicine degli alber dalle vili.

C. PUNII SECUNDI

HISTORIARUM MUNDI
LIBER XXIII
MEDICINAE EX ARBORIBUS CULTIS

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D * v itib u s* xx .

D illi

v it i

mbdic. ao.

I. JTeracia cerealium in medendo quoque natura ert, oauwunque q u a e ciborum, aut florum, odormaqae gratia p ro v e n iu n t supina fallare. Noo taril his Pomona, parte*]ae medicai et pendentibas dedit, non c o n te a ta protegere, arborurnqoe tkre ambra q u ae diiiaM it; immo velat indignata fh i assilit ia e n e h is quae longius a eoelo abea•mt, qaaeqse p o stea eoepisient. Primum enim henioi oibam fuisse inde, et sio indocto coelsm patcique e t n sn c ex ss posse sine fra-

I. t j i à s’ è trattato della medicina eh*è nelle biade, e di tutte le cote che produce la terra dalla superficie o per cibo, o per fiori e odoramenti. A questi non cede Pomona, la quale ha dato ancora virtù medicinale a' tuoi frutti pendenti, non con­ tenta di coprire e nutricare con 1' ombra degli alberi le cose già dette da noi : anzi è come sde­ gnala che sia maggiore aiuto in quelle cose, le quali sono più discoste dal cielo, e che più tardi comiociarono. Perciocché il villo degli uomini pW ▼enne prima dagli alberi, onde anche per ciò essi erano indotti a guardare il cielo ; e ancora a' tem­ pi nostri potrebboo vivere senza le biade. 11. Laonde, come sdegnala, diede està dea vir­ 11. Ergo herow ls artes io primis dedit f itibus, tù medicinale agli alberi, e mautmamenle alle ■oo «ostenta delicia* etiam, et odores, atque m * viti, non contenta averci dato in qaegli tante fMata, ompbacào, e t oenanthe, ao massari (qaae delicatezze, e unguento «l’ onfacio, e di eoante, e «w locis d ix im u s), nobiliter instruxisse. « Più» di massare ( di cui sopra abbiamo latto menzio­ riaam, in q a it, ho m in i voluptatis ex me est. Ego ne ). Epperò disse: «. Grandissimi diletti pigliano ■ceom vini, liq u o rem olei gigno. Ego palmas et gli uomini per me. lo genero il sugo del vino, e P*ma, totqoe v arietates: neque a t tellus, omnia il liquore dell’ olio. Io produco le palme, i pomi p r labores, sra n d a tauris, terenda areis, deinde »xii, ut q u an d o , quantove opere cibi fiant. At e tante sorti di frulli : nè fa bisogno ch’io, come ex me parala om nia, nec curvo laboranda, sed la terra, ogni cosa faccia con fatica, arare co’ buoi, battere sull’ aie, e finalmente macinare co’sassi, vie porrigentia u ltro : et si pigeat attingere, etiam acciocché dopo mollo tempo e fatica i miei pomi «lentia. » C e rta v it ipsa secom, plusque utilita­ diventino cibo. Tutti i miei fruiti sono pronti e ri causa g e n u il eliam , quam voluplalis.

C. P U M I SECUNDI a pparecehiati,e senzadio i) curvo colouolor trava­ gli intorno, se gli offrono da loro stessi : e se gli uomini per pigrizia non gli colgouo, cadendo da sè medesimi a loro si danne. » In questa forma sforzando di vincere sè stessa, ha generato agli uomini molte più cose per cagion d’ utilità, che di piacere. Di
f o l iis

v iT iu ii, * t

f a m p ik o ,

tu .

D i l l e f o g l i e d e l l e v i t i , b d e l p a m p in o , j .

III. Le foglie e i pampani delle vili mitigano III. Fulia vitium el pampini capitis dolores, la doglia del capo e le infiammagioni de* corpi inllammatiunesque corporum mitigant cum po­ lenta. Folia per «e ardore* stomachi ex aqua fri* con la polenta. Le foglie per sè state nell1acqua fredda mitigano gii ardori dello stomaco, e oou fida : cam farina vero hordei* articularios mor­ farina d* orzo medicaoo i morbi articolari. I pam­ bos. Pampini Irili et impositi lumoirem omnem pani pesti seccano, postivi sopra, ogni enfiagione. siccant. Succus eorum dysentericis infusus mede­ tur. Lacryraa vitium, quae veluti guminis est, 11 sugo loro guarisce i pondi, iufusovi sopra. La lagrima delle vili, eh1è come gomma, guarisce b lepras et lichenas, psorat nitro ante praeparatas lebbra, le volatiche, e la rogna, preparate prima san at. Eadem cum oleo saepius pilis illitis, psi­ col nitro. Ungendo spesso i peli eoa la medesima, lothri effectum habet, inaximeque quam virides accensae vites exsudant : qua et verrucae tollun­ e oon olio, si la il medesimo effetto che col psilotur. Pampini sanguinem exscreantibus, et mu­ Iro, e massimamente con quella lagrima che fanno lierum a conceptu defectioni, diluti potu prosunt. le vili verdi quando elle ardooo ; eoa la qaale si Cortex vilium et folia arida, vulnerum sanguinem levano via ancora i porri. I pampani giovano a sistunt, ipsumque vulnus conglutinant. Vilis albae chi spula sangue ; e beendogli stemperati giovano viridis lusae succo impetigines tollantur. Cinis agli sfinimenti delle doone, poi che hanno par­ sarmentorum vitiumque et vinaceorum, condy­ torito. La corteccia e le foglie secche delle vili lomatis et sedis vitiis medetur ex aceto: item fermano il sangue, e risaldano le ferite. 11 sago luxatis et ambustis, et lienis tumori, cum rosaceo della vite bianca verde pesta oon l’ incenso caccia et ruta et aceto. Item igni sacro ex vino citra P impetigine. La cenere de* sarmenti delle viti e oleam adspergilur, et intertrigini: et pilos absudelle vinaccie stata nell’ aceto guarisce i fiehi ed rtil. Dant et bibendum cinerem sarmentorum ad altri difetti del sedere ; e oon olio rosato, rata lienis remedia aceto oonspersara, ita a t bini cya­ e aceto medica qaegli che hanno le membra scoathi in tepida aqua bibantur, utque qui biberit, cie, le incolture e lo enfiato deHa milza. Stata nel io lienem jaceat. vino senza olio e sparsa sol fuoco sacro lo risani, e consuma le scorticatore della pelle per troppa camminare, o per fregarsi 1 un membro eoa P al­ * tro, e leva via i peli. Dassi anco li oenere de’aarmenti spruzzata d’aceto a bere per rimedio dell* milza ; così però, che bevansene dae bicchieri io acqua tiepida, e colui che beve giaccia in salii milza. Gli stessi viticci triti e beali con acqua levano Clavicalae ipsae, qnibus repant vites, tritae, l’usanza del vomitare. La cenere di viti eoo sugai et ex aqna potae, sistant vomitionum consueluvecchia giova contra gli enfiati, purga le fistòls, di nem. Cinis vitiam cum axungia vetere contra e poi le risalda : leva le doglie de’ nervi nate per tumores profieit, fistulas porgat, mox et persa­ freddura, e i rattrappamenli : con olio guarisce W nat : item nervorum dolores frigore ortos, conparli infrante nel corpo ; e con aceto e nitro le tractionesqoe: contusas vero partes cnm oleo, carnes excrescentes in ossibus cum aceto et nitro, carni che orescono nell' ossa ; e oon olio lo piaghe scorpionum et canum plagas cura oleo. Cortic» fatte dagli scorpioni e da’cani. La oenere della scorza della vite fa riuasoere i peli a chi pati ar» per •« oiois combustis pilos reddit. sione.

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIII.
D b OMPHAC 10 V1T1DM, XIV.

D E L I .'OBFACIO DBLLB VITI, l { .

btm

IV. O m p b a d n m qua fie n t ratione incipienti* IV. Abbiamo già insegnalo n d trattalo degli p u b e rta te , in ungaentoram loco docuimus. unguenti, come dell’ uva, quand' essa comincia, Nane ad m edicinam de eo pertinentia indicabi­ si fa 1 unguento chiamato onfacio. Ora ragione­ ’ mus. Sanat ea, quae in humido sunt ulcera, ut remo delle sue medicine. Guarisce dunque le ul­ oris, tonsillarum , genitalium. Oculorum d aritati cere che sono in luogo umido, come della bocca, plurimum co n fert: scabritiae geoarum, ulceridelle gavigne e delle parti genitali. Giova molto busque angulorum , nubeculis, ulceribus quacum­ a rischiarare la vista, alla ruvidexza delle palpe­ que in p a rte manantibus, cicatricibus marddia, bre, alle ulcere che son negli angoli degli occhi, ossibus p u ru lente limosis. Mitigatur vehementia a' panni o maglie, a tutte le ulcere che gettano, in ejus raelle a n t passo. Prodest et dysenlericis, qualunque parte sieno, alle margini marcie e agli sanguinem exscreantibus, anginis. ossi dove sia puzza. La sua veemenza si rompe col mele o col viu collo. Giova al male de'poudi, a chi sputa sangue, s alla sqainanzia. Db
o b h a h th b , x x i. D ell'
ehartb,

21.

V. Ompbacio cohaeret oenanthe, quam viles V. Con Ponfacio s'accompagna Penante, prodotto dalle vili selvatiche, di cui s 'è detto nel silvestres ferunt, dicta a nobis in unguenti ratio­ ne. Laudatissima in Syria, maxime drea Antio­ trattalo degli unguenti. E ottimo in Siria, massi­ mamente circa i monti d ' Antiochia e di Laodi­ chiae et Laodiceae montes : et ex alba vite refri­ gerat, adstringit, vulneribus Inspergitur, stoma­ cea : quello di vile bianca rinfresca, rislrigne, cho illinitur, utilis nrinae, joci aeri, capitis dolo­ spargesi sulle ferite e impiastrasi sullo stomaco : ribus, dysenteriois. Contra fastidia obolo ex aeeto ì olile alP orina, al fegato, a' dolori del capo e al pota. Siccat manantes capitis eruptiones, effica­ mal de' pondi. Conira i fastidii si bee con l’aceto a cissim a ad vitia quae sunt in humidis : ideo et misura d 'un obolo. Secca le rotture del capo, che o ris ulceribus, et verendis, ac sedi cum meile et gettano: è potentissimo a'mali che sono nelle parti ero e» . AJvum sistit. Genarum scabiem emendat, nmide, e per questo è utile alle crepature della ocuJoraraque lacrymaliones ex vino stomachi dis­ bocca, e alle parli genitali, e al «edere, col mele solutionem : ex aqna frigida pota sanguinis e col zafferano. Ferma il corpo. Guarisce la scab­ exscreationes. Cinis ejus ad collyria, et ad ulcera bia delle guance e la lagrimazione degli occhi, e porganda, e t paronychia, et pterygia, probatur. col vino la dissoluzione ddlo stomaco, e con ac­ U ritor in furno, dotiec panis percoquatur. Mas­ qua fredda bevuta lo spotare del sangue. La ce­ saris odoribus tantum g ig n itu r: omniaque ea nere sua è buona a fare medioamenti da occhi, e aviditas h u m sni ingenii nobilitavit, rapere festi­ a purgare le rotture, s 1 paterecci, e quelle pel­ nando. licole, che si sfogliano attorno all' unghie delle dita* Ardesi nel forno, fin cbe si cuoce il pane. Il massare nasce solo per gli odori : però tutte cotali cose sono state nobilitate dall' avidità ddP inge­ gno umano, che le colse prima che il fiore passasse in frutto. Db
u v i s m a t u r is , h b c e n t ib u s .

U vb m a t u r b

e fre sc h e .

V I. i. Matureseentiom autem uvae veheaen- VI. 1. Dell'uve, che maturano, le nere sono più gagliarde, e perdo il vin loro è manco dilet­ tio re s nigrae, ideoque vinum ex his minus jucun­ tevole : più soavi sono le bianche, perchè ricevo­ d u m : suaviores albae, quoniam e translucido fa­ no meglio l ' aria per essere trasparenti. ciliu s accipitur aer. L 'uve fresche gonfiano lo stomaco, e per ven­ R ecentes stomachum, et spiritus inflatione tosità turbano il corpo ; e perciò nella febbre è alvu m tu rb a n ti iiaque in febri damnantur, utique biasimala la troppa copia d ' esse, perciocché ap­ largiores. Gravedinem enim capiti, roorbumque portano gravezza al capo, e fanno il male del le­ lethargicum faciunt, lnnocentiores, quae decer­ targo. Nuocono meno quelle, che colle sono «tale ptae d i a pependere: qus ventilatione etiam utiles

275

C. PLINII SECUNDI

»76

fiunt stomacho, aegrisque. Nara et refrigerant leviter et laalidiam auferunt.

appiccate qualche tempo ; per la quale ventila­ zione sono anco utili allo stomaco e agli amma­ lali ; perchè elle rinfrescano leggermente, e leva­ no il fastidio dello stomaco.
D e l l 1 u v e c o n s e r v a t e , m e d ic . i i .

D e u v i s c o n d i t i s ; m e d ic i n a e , i i .

Le ave che sono state nel vin dolce, of­ VII. Qoae autem in vino dolci conditae fuere, VII. fendono il capo. Prossime 1 qoelle che sono state capot tentaut. Proximae sunt pensilibus in palea appese, son quelle altre che si sono conservate servatae. Nara io vioaceis servatae, et capot, et nella paglia ; perciocché le conservate nelle vivesicam, et stomachum infestant. Sistunt tamen naccie offendono il capo, la vescica e lo stomaco. alvom, sanguinem exscreantibus utilissimae. Quae Nondimeno fermano il corpo, e sono utilissime a vero in musto fuere, pejorem vim eliamnnra ha­ chi spula sangue. Però quelle che sono siate nel bent, qoam quae in vinaceis. Sapa quoque stomosto sono ancora peggiori di quelle che sodo jnacho inutiles facit. Saluberrimas potant medici state nelle viuaccie. Similmente la sapa le fa ino­ in coelesti aqoa servatas, etiamsi minime jucunlili allo stomaco. I medici tengono per utilissime das: sed voluptatem earum in stomachi ardore quelle che si son serbate in acqna piovana, ancor* sentiri, et in amaritudine jecoris, fellisque vomi­ ch’ elle sieno poco dilettevoli al gusto; ma il tione in choleris: hydropicis, cum ardore febrium diletto loro si sente nell'ardore dello stomaco, aegrotantibus. At in ollis servatae, et os, et sto­ nell* amaritudine del fegato, nel vomito del fiele machum, et aviditatem excitant. Paullo tamen per collera, e dai ritruopichi, i quali hanno ar­ graviores existimantur fieri vinaceorum halita. dori di febbre. Quelle che si sono serbate nelle Uvae florem in cibis si edere gallinacei, ovas non attingunt. pentole, destano la bocca, lo stomaco e l’ appe­ tito. Si tien però che riescano alqaanto più gravi con P alito deHe vinaccia. Se si darà a beccare ai polli il fior dell'uve, non toccheranno Pavé stesse.
D e s a i m b i tti s u v a r u m , i .
D e* s a r m e n t i d e l l 1 o v e , i.

VIII. Sarmenta earum, in quibus icini fuere, adstringendi vim habent, efficacior» ex ollis.

V ili. I raspi loro, ne* quali furono gli acini, hanno virtù ristrettiva, ma piò possenti aon que­ gli che sono stali nelle pentole.
D e i g u s c i d e g l i A erar,

D e n u c l e is a c in o ru m ,

v i.

6.

IX. Nuclei leioorom eam dem vim obtinent. Hi sont qoi in vino capitis dolorem faciant. To­ sti tritiqoe stomacho utiles sont. Inspergitor fa­ rina eorom, polentae modo, potioni, dysentericis, et coeliacis, et dissoluto stomacho. Decocto etiam eorum fovere psoras et proritom utile est.

IX. I gusci degli acini hanno la medesima vir­ tù; ma stati nel vino fan dolore di capo. Arrostiti e triti sono utili allo stomaco. La polvere di questi sparsa in pozione al modo che la polenta, è utile ai pondi, a'deboli di stomaco, e a chi ha Io sto­ maco dissolato. La lor cocitura è utile a far fo­ mento alla rogna e al pizzicore.
De'
v in a c c iu o l i ,

D e v in a c e is , v in .

8.

X. Vinacei per se minus capiti aot vesicae no­ cent, quam nuclei : mammarum inflammationi triti cum sale utiles. Decoctam eorum veteres dysentericos et coeliacos jovat, et potione, et fotu.
Uva
t h e r ia c b , i v .

X. I vinacciuoli di per sè nuocono meno al capo e alla vescica, che i gusci. Pesti col sale sono utili all’ enfiato delle poppe. La loro cocitura è boona a1 pondi vecchi e a’ deboli di stomaco, sia per fomentare, sia per bere.
D e l l * uva
t e r ia c a ,

4.

XI. Uva theriace, de qua soo loco diximus, cou tra serpentium ictus estur. Pampino* quoque

XI. L*uva teriaca, di cui abbiamo parlato al suo luogo, si mangia conira il morso delle serpi.

»77

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIII. Dicono che ancora i parapani sono utili a man­ giarli e a porli sul morso, e che it viuo e 1' aceto di queste uve fa il medesimo effetto. D bu'
o v a p a s s a , o a s t a f id a ,

ejus edendos censent, imponendosque, vinumque et «cetum ex his factum auxiliarem contra eadem vim habet.
U
v a p a s s a , s iv b a s t a p h is , x i v .

14.

XII. Uva pasia, quam astaphida vocant, sto­ XII. L’ uva passa, che si chiama astafida, nomachum, ventrem et interanea tentaret, nisi pro cerebbe allo stomaco, al corpo e agl1 interiori, remedio in ipsis acinis naclei essent: iis exem­ se non fossero per rimedio iu essi acini i noccio­ plis, vesicae utilis habetur ; et tussi, alba utilior. li. Levali questi, si tiene eh' ella sia utile alla ve­ Utilis et arteriae, et renibus: sicut ex his passum scica, e che la bianca sia più utile alla tosse. È privalim e serpentibus contra haemorrboida poutile eziandio all' arteria, e alle reni. 11 loro vin lens. Testium inflammationi cum farina cumini, passo giova particolarmente coutro quella specie aul coriandri im ponuntur: itera carbunculis, ar­ di serpi, che si chiamano emorroidi. Poogonsi ticulariis morbis, sine nucleis tritae cum ru ta: alle infiammagioni de' testicoli, con farina di co­ fovere ante vino ulcera oportet. rnino o di coriandolo; non che a’carboncelli e ai mòrbi articolari, trite senza noccioli con la rata. Quanto alle rotture, bisogna fomentarle prima con vino. Sanant epinjctidas et ceria : et dysenteriam Guariscono alcune macchie rosse rilevate, che cam suis nucleis. E t in oleo coctae gangraenis vengono più la notte che il giorno con ardore, illinuntur cum cortice rapbani et meile. Podagris male che in Toscana si chiama porcellana : coi et unguium mobilibus cum panace, et per se ad lor nocciooli guariscono il mal de' pondi ; e cotte purgandum os caput que, cam pipere comman­ nell' olio s ' impiastrano sulle cancrene con cor­ ducantur. teccia di rafano e mele. Alle gotte, e all' ugna mobili s ' impiastrano eoo panace, e a purgare la bocca e il capo si mangiano per aè cou pepe.
A s t a p h is
a g r i a , s iv e s t a p h i s , s iv b p i t u i t a r i a , x ii.

D bll ' a s t a f i s a g b i a ,

o s ta f i, o p itu ita ria ,

ia .

XIII. Astaphis agria, sive staphis, quam uvam XIII. L'astafisagria, ovvero stafi, la quale al­ tamiuiam aliqui vocant falso ( suum enim genus cuni falsamente chiamano ava taminia ( perchè habet, cauliculis nigris, rectis, foliis labruscae ), è d' un suo genere, con gambi neri e dritti, e fo­ glie di labrusca), produce foglietto, piuttosto fert follicalos verius, quam aciuos, virides, simi­ les ciceri : in his nucleum triangulum. Maturescit che acini, verdi, simili al cece ; ne' quali è il noe* eam vindemia, nigrescitque : quum taminiae ru» dolo triangolare. Maturasi e fassi nera per la ven­ beotes norinons acinos, sciamusque illam io apri­ demmia, mentre veggiamo che la taminia ha gli acini rossi, e sappiamo che quella nasce in luoghi cis nasci, h an c non nisi in opacis. His nucleis ad solazii, e questa se non al bacio. Io non crederei porealionem uti non censuerira, propter ancipiche questi noccioli si dovessero osare a purga* tem strangulationem : nec ad pituitam oris sio gione, per rispetto del pericolo dello strangolar­ caodaro. fauces enim laedunt. Phthiriasi caput tt reliquum corpus liberant triti, facilius admixta si ; nè ad asciugare le reme della bocca, perchè offendono le canne della gola. Pesti liberano il sandaracha : item prnritu, et psoris. Ad dentium dolora deco q u u n tu r in aceto, ad aurium vitia, capo e il rimanente del corpo dal male de' pi­ docchi, e più facilmente mescolandovisi la sanda­ rheumatismum cicatricum,'ulcerum manantia. raca, e dalla rogna e dal pizzicore. A dolori dei denti si cuocono nell'aceto, a mali degli orecchi^ a rema di cicatrici, e a piaghe che gettano. Il fiore trito nel vino si bee contra le serpi, FJos trilu a in vino contra serpentes b ib itu r: semen enim abdicaverim, propter nimiam vim ma non oserei già il seme per la troppa forza di ardore. Alcuni domandano pituitaria codesta vite, ardoris. Q u id am eam pituitariam vocant, et piar e la empiastrano sulle piaghe fatte dalie serpi. fu scrpeotiom u tiq u e illinunt.

279
L a b b c k a , x ii .

C. PLINII SECONDI
DBLLA LABBOSCA,

12.

XIV. Labrusca qaoqae oenanthen fert, satis XIV. La labrusca ancora produce renante, di dictam, quae a Graecis ampelos agria appellatur, cui s' c ragionato a bastanza. Ella st chiama apissis et candicantibus foliis, geniculata, rimoso da' Greci ampelossgria: ba le foglie spesse e bian­ cortice : fert ovas rubentes cocci modo, qoae cu­ che, con nodegli e con corteccia piena di fessu­ re : fa uve rosse a modo di grana, le quali pur­ tem in facie mulierum purgant, et varos : coxen­ dicum et lumborum vitiis tusae, cum foliis et gano la pelle nel viso delle donoe, e giovano per diversi mali delle costole e de' lombi, peste con sucoo prosunt. Radix decoela in aqua, pota in vini Coi eyathis duobos, humorem alvi ciet : ideo le foglie e il *ugo. La radice cotta nell* acqua e hydropicis datur. Hanc polias crediderim esse, bevuta in due bicchieri di vin di Coo moove quam vulgus uvam tamioiam vocat. Utontur ea 1'amore del ventre; e per questo si dà a 'ritru o ­ pichi. Questa crederò io piuttosto che sia quella, pro amuleto : et ad exspuitionem sanguinis quo­ che il vulgo chiama uva taminia. Usasi a mo’ d'a­ que adhibent, non nitra gargarizationes* et ne muleto, anche contra Io sputo di sangue, ma so­ qoid devoretur, addito sale, thymo, aceto mulso. lamente per gargarismo, senza che punto se ne Ideo et purgationibus andpitem putant. inghiotta : aggiunge visi sale, timo, e aceto me­ lato. Per questo la tengono dubbiosa nelle pur­ gagioni.
D b SAL1CASTBO, X II.

D el

s a lica st bo ,

13.

XV. Est baio similis, sed in salictis nascens : XV. Éccene un* altra simile a questa, ma na­ ideo distinguitur nomine, quum eosdem usus sce ne’ salcetti, e per questo è distinta per nome, babeat, et «alicastrum vocatur. Scabiem'*et pruri- ancora eh' ella abbia la medesima virtù, e chia­ ginem hominum quadrupeduraqae aoeto mulao masi salicastro. Pesta con P aceto melato ha gran trila haec efficacius tollit. virtù di cacciare la scabbia e il pizzicore degli uomini e de* quadrupedi. D*
VITE ALBA, SIVB AMFELOLROCX, SIVB STAPBYLE, SIVB KBL 0 T i n D
ella v it e a l b a , o v v bbo a m pelo lec c e, o sta-

0 ,SlVB

ABCHEZOST1, SIVB CBDBOSTI,

F1LB, O MELOTBO, O AECBEZOSTI, O CEDEOSTI, O MADO,

SIVB MADO, XXXV.

35.

XVI. Vilis alba est, quam Graeci ampeloleu* XVI. Écci la vile alba, che i Greci chiamano een, alii ophiostaphylon, alii melothron, alii psi­ ampelolence, alcuni ofiostafilo, altri melotro, al­ lothrum, alii archezoslin, alii cedroitin, alii ma­ tri psilotro, alcuni archezosti, alcuni cedrosti, e don appellant. Hnjus sarmenta longis et exilibus alcuni mado. I sarmeoti di questa son nodosi con internodiis geniculata scandunt. Folia pampinosa lunghi e sottili bucciuoli. Le foglie sono pampi­ nose alla grandezza dell' ellera, e dividonsi come ad magnitudinem ederae, dividantur u t vilium. quelle delle viti. La radice è bianca, grande, e si­ Radix alba, grandis, raphano similis inilio: ex ea caules asparagi similitudine exeunt. Hi decocti mile nel principio al rafano : da essa eacono in cibo alvum et urinam cient. Folia et caules gambi simili allo asparago. Questi cotti e m an­ * exulcerant corpus : utique ulcerum phagedaenis giali muovono il corpo e 1 orina. Le foglie e i et gangraenis, tibiarumque taedio cnm sale illi­ gambi rompono i malori del corpo : fassene e m nuntur. Semen in nva raris acinis dependet, succo piastrocon sale alle fagedene, alle cancrene e al fa­ rubente, postea croci. Novere id qui coria perfi* stidio delle gambe. 11 seme nell'uva pende in a c i­ ciont: illo enim utuntur. Psoriset lepris illiuitur. ni rari, e il sngo da principio rosseggia, dipoi è Lactis abundantiam facit coctum cum tritico, po- giallo. Sannoio que* che tingono i cuoi, perch è • tumque. Radix numerosis utilitatibus nobilis, con­ l'adoperano. Fassene empiastro alla rogna e alla tra serpentium ictus trita dracmis duabus bibitur. lebbra. Cotto col grano e bevuto fa dovizia d i Vitia eutis in facie, varosque et lentigines et su­ latte. La radioe è nobile per molte utilità. Pesta gillata emendat, et cicatrice*. Eademque praestat si bee a peso di dne dramme oontra il m orso decocta in oleo. Decoctae datur et comitialibus delle serpi. Vale a levare ogni macchia, tum o re, potus : item mente commotis, et vertigine labo­ lentiggine, sigillato e margine che fosse sul viso. rantibus, drachmae pondere quotidie anno loto. Il medesimo fa ancora cotta nell’ olio. La *ua co -

mSTOtUÀROM MUNDI LIB. XXIlf. Et ip u a u te m la rg io r aliquanto «cosai porgat. llla vis p ra e c la ra , q ao d ossa infracta exlrabit in aqua, im p o sita , u t bryonia : quare quidam hano albam b ry o n ia m vocant. Alia vero nigra effica­ cior ia eodem u su cum meile el ibare.

283

S uppurationes incipientes discutit, veteres mu* tarai et p o rg a t. C ie t menses et urinam. Ecligma ei ea fit su sp irio sis, et contra lateris dolores, vul­ sis, ruptis. S p le n e m ternis obolis pota triginta diebus c o n su m it. lllio ita r eadem cum fico et pterygiu d ig ito ru m . E x vino secundas feminarum adpodta tr a h it : e t pituitam, drachma pota in aqna mulsa, s o c c o s radicis. Colligi debet ante aatsrilstem s e m i o is : qui illitus per se el eum ervo, laetiore « fn o d am colore et cutis teneritate mangonizat c o r p o r s . Tunditur ipss radix cum piogui fico, e r u g a t q u e corpus, si stalim bina sta­ dia a m b u len tu r: alias urit, nisi frigida abluatur. Joesndius h o c id e m praestat nigra vilis, quoniam a lk pruri tu sa « d f e r t.

citura si dà a bere a chi ha il male caduco, a chi avesse Ia mente altersta e a chi avesse capogirli, ogni dì una dramma per un anno. Se si piglia in quantità» purga i sentimenti. Ha similmente altra gran virtà, che posta nell* acqua e messavi su, come la brionia, tira fuori l ' ossa rotte : per ciò alcuni la chiamano brionia bianca. Éccene un' al­ tra nera, che ba maggior virtù nel medesimo uso con mele e incenso. Questa dissolve dove si comincia a far colta ; o se già è fatta la ragunata, matura e purga. P ro ­ voca i mesi delle donne e l ' orina. Di questa si fa pittima a1sospirosi, al dolore del fiauco, agli sconvolti ed a rotli. Beendone treota dì conlioui, ogni dì tre oboli, consuma la milza. Fassene e ca­ pissi ro co1 fichi alle pellicole, che si sfogliano in­ torno all' unghie delle dits. Ponendola sul luogo eoi vino, tira fuori le seconde delle donne. Been­ done una dramma del sogo della radice in acqua melata purga la flemma. Questo sugo si debbe raccorre innanzi che il seme sia maturo ; il qual impiastrato per sè e«on le rubiglie, arruffiana i corpi, facendoli di più lieto colore, e più bella ente. La radice si pesta eon fichi grassi, e cosi leva le grinze di tutto il corpo, se di subito cam­ minerai un quarto di miglio : altrimenti riarde, se non si lava con acqua fredda. Queslo medesimo effetto e molto meglio fa la vile nera, perchè la bianca apporta pizzicore.
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s iv e c h i b o r i a , s iv b

G 1 S A E C 1 R T B B , SIVB ÀPEORIA, XXXV.

O G1RECARTE, O APEORIA, 3 5 .

XVII. E st e r g o e t nigra, quam proprie bryo­ niam vocant, a lii chironiam , alii gynaecanthen, aut aprooiam, sim ilem priori, praelerquam co­ lore. Hujus e n im n ig ru m esse diximus. Asparagos ejas Diodes p r a e t u li t veris asparagis in cibo, ari­ ose eiendse, lie n iq u e minuendo, in frutelis et sraadinetis m a x im e nascitur. Radix fo r is n ig ra , intus buxeo colore, ossa iofiracta vel efficaeiu s extrahit, qoam supra dicta. Ceterum e id e m peculiare est, quod jumentorum cervicibus u n ic e m edetur. Ajunt, si quis villam ea p ra ec in x erit, fu gere accipilres, tutasque fieri villaticas a lite s. Iisd e m in jumento bomineque, flemina, a u t s a n g u in e m , qui se ad talos dejecerit, circumligata s a n a t. E t hactenus de vitium geaeribus»

XVII. Écci dunque anco la nera, la quale pro­ priamente si chiama brionia, da alcuni chironia, da altri ginecante, ovvero apronia, simile alla pri­ ma, fuor che nel colore. Dicemmo che il colore di questa è nero. Diocle loda più gli sparagi! d'essa, che i veri sparagii, per mangiarli a provocar l’o­ rina, e a scemar la milza. Nasce per lo più nei pruneti e ne' canneti. La radice sua di fuora è nera, dentro di co­ lore di bosso, e più gagliardamente tira fuori le ossa rotte, che le sopraddette. Ma la sua priocipal virtù è, cbe ella medica unicamente il collo dei giumenti. Dicono che essa, se si cingerà con lei la casa della villa, fa fuggire gli uccelli di rapina, e assicura gli uccelli della villa. Legandola al tal­ lone guarisce nell’ uomo e nel giumento la flem­ ma, o il sangue che vi si raccoglie. Ma questo basti quanto alle specie delle vili.
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e h o sto,

xv.

5.

XVII I. M u s ta differentias habent naturales W, q a o d s u n t candida, aut nigra, aut inter

XVII I. Fra i mosti è questa naturai differen­ ta , eh' essi sono bianchi, o neri, o fra l ' uno e

*83

C. PLINII SECUNDI l'altro colore ; e d’alcuni si fa vioo, d’alcnni altri si fa passo o vin cotto : dipoi la industria fa tra loro infinite differente. Ma in generale qoeste son le cose che s ' hanno a dire. Ogni mosto nuoce allo stomaco, ma è dilet­ tevole alle vene. Egli uccide, se si bee di fretta e senza pigliar fiato, quando si esce dal bagno. È contrario alla natura delle canterelle e alle serpi, e massimamente alla emorroide e alla sala­ mandra» Fa dolere il capo, ed è inutile alla gola. Gio­ va alle reni, al fegato, e agl’ interiori della vesci­ ca, perchè li ammorbida. Particolarmente vale contra i bupresti, specie di bruchi velenosi. Bevuto con olio, e mandato fuori per vomito, vale contra il meconio, specie d’ oppio, il rappi­ gliar del latte, la cicuta, i veleni e il doricnio. A tutte codeste cose ha manco virtù il bianco. 1 1 mosto del vin colto è più dilettevole, e fa manco dolore al capo.
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utramque : aliaque, ex quibus vinum fiat; alia* ex quibus passum ; cura differentias innumerabi­ les facit. Iu plenum ergo haec dixisso conveniat. Mustum omne stomacho ioutile* venis jucun> dum. A balineis raptim et sine interspiratione potam, necat. Cantharidum natorae adversatur. Item serpentibus, maxime haemorrhoidi, et sala­ m a n d ra . Capitis dolores facit, et gutturi inutile : pro­ dest renibus, jocineri, et interaueis vesicae ; col­ laevat enim ea. Privalim contra buprestim valet. Contra meconium, laciis coagulationem, cicu­ tam, toxica, dorycnium, ex oleo potura, redditumque vomilionibas. Ad omnia infirmius album, jucundius passi mostum,et quod minorem capitis dolorem adferat,

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v ir o .

v iv o .

XIX. Noi abbiamo raccontate assaissime ra­ XIX. Tini genera differentiasque perquam gioni e differenze di vino, e quasi la proprietà di multas exposuimus, et fere cujusque proprietates. ciascuno. Ma n o n v* è alcuna parte più difficile a Neque ulla pars difficilior tractatu, aut numero­ sior : quippe quum sit lardum dictu, pluribus trattarsi, nè più numerosa di questa, essendo prosit an noceat. Praeterea quam ancipili eventu malagevole a dirsi se giova a’ più, o s’ei uuoce; e polu statini auxilium fit, t u t venenum ? Eteoiin oltra ciò con quanto dubbioso successo beendolo de natura ad remedia tantum pertinente nunc ora è aiuto, ora veleno ? Perchè noi parliamo ora loquimur. Unum de dando eo volumen Asclepia­ della natura, solo in quanto essa appartiene a’ri­ des condidit, ab eo cognominatura : qui vero medii. Asclepiade compose un libro, cognominato postea de volumine illo disseruere, innumera. Nos da lui, circa il modo di darlo : molli poi hanno ista Romana gravitate, artiumque liberaliora addisputate molle cose di questo libro. Noi dili­ pelenlia, non ut medici, sed ut judices salutis gentemente distingueremo queste cose con gra­ humanae, diligenter distioguemas. De generibus vità Romana, e secondo che vogliono le orti li­ singulis disserere immensam et inexplicabile est, berali, non come medici, ma come giudici della discordibus medicorum sententiis. salute umana. Il volere particolarmente discor­ rere di tutti i generi è cosa di grandissimo tra­ vaglio e fatica, essendo tanto differenti i medici nelle loro opinioni.
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; F a le b k o ,

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s u b b b b t ik o , m b d ic .

3.

D ell*albaro, a .

D el F alebno, 6 .

XX. Surrentinum veteres maxime probavere : XX. Gli antichi lodarono molto il vin Surren­ tino, e l’età che veone appresso lodò l’Albano o sequens aetas Albanum aut Falernam. Deinde alia il Falerno. Dipoi chi uno e chi un altro, con in­ alii iniquissimo genere decreti, quod cuique gra­ tissimam, celeris omnibus pronuntiando. Quin, giustissimo giudicio, ritenendo ciascuno per mi­ ot constarent sententiae,quota portio lamen mor­ gliore quello che più gli piaceva. Ma poniamo talium his generibns posset uti ? Jam vero nec che lutti s’ accordassero, nondimeno quanti poi proceres usquam sinceris. Eo venere mores, ut sono quegli che possono usar di queste specie ? nomina modo cellarum veneant, stalimque in la- Nè anco gli uomioi grandi in ogni luogo possono cubus vindemiae adulterentur. Ergo hercle, mi­ avergli schietti. A tale son venuti i costumi, che rum dictu, innocentius jam est, qaodcaraqae et •olo i nomi delle celle si vendono, e subito nei lini della vendemmia si con trailan no. Maravjgliosa ignobilius. Haec tamen facere constantissime vi-

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HISTORIARUM MUNDI MB. XXIII.

28G

dentar tic toriati», quorum mentione fecimus. Si quis hoc quoque discrimen exigit, Falernam noe in novitate, nec in oimia vetustate corpori salu­ bre est. Media ejus aetas a quintodecimo anno incipit. Hoc non rigido pota stomacho utile, non item io calido. E t in diutina tussi sorbetur meram utiliter a jejunis : item in quartanis. Nullo aeque venae excitantor. Alvum sistit, corpos alit. Credi­ tum est obscuritatem visas facere: nec prodesse nervis, aut vesicae.

Albana nervis atiliora. Stomacho minas, quae sunt dolcia : austera vel Falerno utiliora. Conco­ ctionem m ious adjuvant : stomachum modiceimplent. At Sorrentina nullo m odo,nec caput lentant: stomachi et intestinorum rheumatismos cohibent. Caecuba jam non gignantur.
D s S e t in o ,
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cosa danqae è a dire, che più sincero sia quello eh’ è più ignobile. Eppure le opinioni che dicem­ mo son esse che danno il pregio e la preferenza nei vini. Ma ancora stando a queste, è certo che il vin Falerno non è salutevole nè nuovo, nè troppo vecchio. La soa mediocre età comincia dal quindicesimo anno. Questo è alile allo stomaco, bevalo non freddo, n è p ar caldo. Utilmente si bee puro da’digiuni, nella tosse continua, e nella quartana. Nessun altro vino risveglia più le v e n e , che questo. Egli ferma il ventre e nutrisce il cor­ po. Alcuni hanno creduto eh* egli oscuri la vista, e che non giovi a' nervi, nè alia vescica. I vini Albani sono molto più utili ai nervi. I vini dolci sono manco utili allo stomaco: i bru­ schi sono più utili che i Falerni. Giovano manco allo sm altire, ed empiono moderatamente lo stomaco. Ma i Surrentini per alcnn modo non tentano il capo : restringono i fiossi dello stomaco e de­ gl' interiori. 1 vini Cecabi non sono più in essere.
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D b l S ig n in o ,

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XXI. At qoae supersunt Setioa, cibos concoqni cogunt. Virium plus Surrentiua, austeritatis Albana, vehementiae minas Falerna habent. Ab his Statana non longo intervallo abfuerint. Alvo citae Signinam maxime condocere indubita­ tum est.
D s EELIQOIS VINIS, U I V .

XXI. I Setini, che oggi s ' usano in cambio loro, fanno smaltire. Più forza ha il vin Surren­ tino, l’ Albano è più brusco, e il Falerno più gen­ tile. Dopo questi, e poco da essi differenti, sono i vini Statasi. Il Signino senza alcan dabbio ha virlù di fermar il corpo mosso.
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e g l i a l t r i v in i ,

64.

XXII. Reliqua in commune diceatar. Vino alantor vires, sanguis, colosqae hominum. Hoc qaoqae distat orbis medias, et mitior plaga a cir­ cumjectis: quantam illis feritas facit roboris, tan­ tam nobb bic succos. Lactis potns ossa alit, fru­ goni nervos, aquae carnes. Ideo minos ruboris est in corporibus illis, et minus roboris, conlraquelabores patientiae.

Vino modico nervi javantur, copiosiore lae­ dantur ; sic et ocnli. Stomachus recreator : adpeteotia c i b o T u m invitatur : tristitia et cara hebeta­ tor: urioa et algor expellitor : somnus conciliator. Praeterea vomitiones sistit: collectiones extra la­ nis horaidis impositis mitigat. Asclepiades utilita­ tem vini aequari vix deorum potentia pronuntia­ vit Vetus copiosiore aqua miscetur, magisque vrioam expellit: minus siti resistit. Dulce minus fcbrut, sed stomacho innatat : austerum facilius taacoquilar. Levissimum esi, quod celerrime in-

XXII. Deir altre cose si parlerà in cornane. II vino mantiene le forze, il sangue e il colore delle persone. Per qoesto ancora son differenti il mezzo della terra e i paesi di mite temperatura, da quelli che occupano le estremità di lei; perchè quanto la ferità tà loro fortezza, tanto fa a noi questo sugo. Il bere del latte nodrisce Tossa, quel delle biade i nervi, quel dell' acqua le carni. li perciò manco colore è in q u e 'corpi da noi ri­ moti, e manco forza, e manco pazienza ancora contra le fatiche. II poco vino aiuta i nervi, il troppo gli offen­ de; così gli occhi. Lo stomacosi ricrea, l'appetito de'cibi si risveglia, la maninconia si va scemando, l’oriua e il freddo si caccia, e acquistasi il sonno. Olirà di ciò il vino ferma il vomito : ponendolo con la lana umida dove si fa raccolta, la miliga. Asclepiade ebbe a dire che la potenza degli dei appena si paò agguagliare con la utilità del vino. Il vin vecchio si mescola con più acqna, e caccia più l ' orina, e manco cava la sete. 11 vin dolce ubbriaca meno, ma nuota nello slomaco. 11 bru-

C. PLINII SECONDI veteratur. Mious infestat nervos, qaod vetusUle dulcescit. Stomacho minus utile est pingue, nigrani, sed corpora magia alit. Tenue et austerum minus alit, magis stomachum nutrit. Celerius per urinam transit, lantoqae magis capita tentat: hoc et io omni alio succo semel dictum sit.
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a88

Vinum si sit fumo inveteratum insaluberri­ mum est. Mangones ista in apothecis excogitare* re. Jam et patresfamilias aetatem ademere his, quae per se cariem traxere. Quo oerte vocabulo salisconsilii dedere prisci: qnoniamet in materiis cariem fumus erodit : at nos e diverso fumi ama* ritudinc vetustatem indui persuasum habemus, Qoae sont admodum exalbida, haec vetustate insalubria fiunt. Quo generosius vinum est, hoc magis vetustate crassescit, et in amaritudinem corpori minime utilem eoit. Condire eo alind minus annosum, insalubre est. Sua cuique vino saliva innocentissima, sua cuique aetas gratissima, hoc est, media.
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b s e k v a t io n k s c ik c a v ir a , l x i .

piò facilmente si smaltisce. Quello è più leg­ geri, che più tosto iovecchia. Manco nuoce ai nervi quello che invecchiando diventa dolce. 1 1 vin nero grasso è meno utile allo stomaco, ma dà pià nutrimento al corpo. 11 vin piccolo e brusco dà meno nutrimento, ma offende meno lo stoma­ co ; più prestamente passa per orina, roa tanto più nuoce al capo ; e basti dir questo una volta di tutti i sughi. Se il vino è fatto vecchio col fumo, è molto nocivo. I mercatanti hanno trovato questo nei ma­ gazzini. E già i padri di famiglia tolgouo Telài quegli, i quali per sè medesimi sanno d’ intarlalo. Col qual vocabolo assai ci hanno consigliato gli antichi, perchè anche uel legname il fumo coniam a i tarli. Noi per contrario ci persuadiamo di dargli vetustà con l ' amarezza del fumo. Qualunque vino è scialbo, invecchiando di­ venta mal sano. Quanto è migliore, tanto piò per vecchiaia ingrossa, e rappigliasi in amaritudine nociva al corpo. Non è cosa utile condire con et* il vino raen vecchio. Ciascun vino ba il suo amo­ re sanissimo, ciascuno ha la sua età gratissima, oioè l1età di mezzo.
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6 i.

XX 111. Corpus augere volentibus, aut mollire XXUI. Chi vuole aeorescere il corpo, o mol­ alvum, conducit inter cibos hibere. Contra mi* lificare il ventre, bea tra il mangiare ; ma chi nuentibus, alvumque cohibentibus, sitire in eden* vuole fermare il ventre e scemare il corpo, non bea quando mangia, e poscia bea poco. E cosa do, postea param bibere. Vinum jejanos bibere, novilio invento, inutilissimum est curis, vigorem* dannosa bere a digiuno, secondo nuova inven­ que animi ad procinctum tendentibus : somno zione, perchè egli impedisce i pensieri e il vigore vero ac securitatibus jamdudum hoc fuit, quod dell1animo a chi s'apparecchia a fare de’ fatti* Homerica illa Helena ante cibum ministravit. Sic m a ciò torna bene a chi ha da dormire, o non ha quoque in proverbium cessit, u sapientiam vino da pensare a nulla, come ben mostrò Eleo* in obumbrari, n Vino damus homines, quod soli Omero, dandolo innanzi il cibo. Onde ancora è animalium non sitientes bibimus. Aqnae potum passato in proverbio, u che la sapienza è oscurata interponere utilissimam i itemque jugi sa perbi­ dal vino. « Esso è bevuto solo dagli uomini, p#’ bere. Ebrietatem quidem frigidae potus extemplo chè siam noi soli che lo beviamo senza pure *Ter discutit. sete. È cosa utile tramezzare il bere dell’ acqo*? è utile ancora berne sopra 1 ubbriachezza, la qn»l * certo beendo subito dell' acqua fresca se ne va via. Consiglia Esiodo che si bea il vin pretto venti Meracis potionibus per viginti dies ante Canis giorni innanzi al nascere della Canicola, e altret­ ortum, tolidemque postea, suadet Hesiodus ati. Merum quidem remedio est contra cicutas, eo* tanti dopo. 11 vin pretto è rimedio contra la ci­ cuta, il coriandolo, l’ aconito, il visco, il meconio, riandrum, aconita, viscum, meconium, argentum l ' argento vivo, le pecchie, le vespe, i calabroni, vivam, apesf vespas, crabrones, phalangia, ser­ i falangi, e contra i morsi delle serpi e degli sc°r* pentium scorpionumque ictus, contraque omnia pioni, e contra tutte quelle cose c h e nuocooo quae refrigerando nocent. Privatim contra haeraffreddando ; e particolarmente contra l’ emor­ morrhoidas, presteras, fungos. Item contra in­ roidi, le prestere, specie di serpi, e i funghi. CoA flationes, rosionesque praecordiorum, et quoram giova pur contra l ' enfiagioni e i rosicamenti de­ stomachus in vomitiones effunditur : et si venter gl’ intcriori, e a quegli, il cui stomaco è inclinato aat interanea rheumatismum sentiant. Dy«enteri­ al vomito, e se il corpo o gl’ interiori hanno il ci*, sudatoribus, in longa tussi, in epiphoris, flusso. È utile eziaudio a chi ha il male de’pondi, meracum. At vero cardiacis, in mamma laeva

HISTORIARUM MUNDI U B . XXIII. ■eram' iri sp o n g ia in)poni [irodèit. Ad omnia aatera n a x i n e a l b u m inveterascens. Ulilitereliam fovetur v ia e calitlo virilitas jumentis : quo etiam infuso c o rn u lastitndioem auferri ajuut. Simias* quadrupedesque* quibus digiti sunt, negant cre­ scere adauctas m eri p o tu . a chi'suda* alla tosse luuga e alie lacrimationi degli occhi. A chi ha passione di cuore giova porre il vin pretto nella poppa ritta con la spugna. Alle quali tutte cose è giovevole massimamente il bian­ co che iuvecchi. Utilmente ancora si fomenta eon vin caldo il membro genitale a’ giumenti, col quale ancora* se vi sia infuso del corno, dicono levarsi la stanchezza. Dicono che le soimie* e i quadrupedi che hanno dita, avvezzandosi a bere vin pretto, non crescono.
A QUALI MALATI V OG LIO SI DA&B* B QUANDO.

Q o iB D S ABG&IS DANDA, BT QOABDO DABDA.

Ora ragioneremo de1 vini intorno alle XXIV. N u a c circa aegritudines sermo de vini* XXIV. crìi. Saluberrim um liberali ter genitis* Campaniae malattie. Utilissimo a quelli che son di buooa na­ quodeumque tenuissimum : volgo vero* quod tura di corpo è qualunque via leggero di Terra di lavoro : al vulgo è più utile qualunque, altro questue m a x im e juverit validum. Utilissimum omoibus sacco viribus fractis. Meminerimus sue* possente, secondo la natura di ciascuno. Utilis­ cam esse* q u i fervendo vires e musto sibi fecerit. simo a tutti è il via colalo per li sacchi. Ricorde­ Misceris p lu ra genera, omnibus inutile. Saluber­ rem o quello esser sugo, che bollendo acquista rimum, cui n ih il in musta addi tum est: meliusque* forze dal mosto. Mescolare insieme più sorti di si nec vasis p ix adfuit. Marmore enim* et gypso* viuo, nou è cosa mollo utile. Quello è sanissimo, al quale essendo mosto non è stato aggiunto nul­ aat calce condila« quis ttou etiam validus expa­ la ; e meglio ancora, se il vaso non è stalo imverit? In peirais igitur vinum marina aqua facium* pecciato. Quegli che sou conci con marmo, gesso, iout le est stomacho* nervis* vesicae. Resiua con­ o calcina fauno paura ancora agli uomini ben gadita* frigidis stomachis utilia existimantur. Non gliardi. 11 vino concio con acqua marina nuoce expedire vomitionibus* sicut ueque mustum* nea’ nervi* allo stomaco e alla vescica. 1 couei con que sapa* n cq u e passutn. Novilium resinatum n ulli conducit. Capitis dolorem et vertigines la ragia sono tenuti utili agli stomachi freddi, ma non a* vomiti ; come oè ancora il mosto* nò la fa c it : ab hoc «licta crapula est. Tussientibus et in sapa* nè il vin cotto. 11 vin nuovo concio con la rheum atism o nom inata prosunt. Item coeliacis et ragia è inutile afflitto : fa doglie e vertigini di ca? d ysentericis, mulierum mensibus. po, e per questo è detto crapula. I vini già detti giovano al flusso del corpo, alla tosse a' debili di slomaco, al mal de* pondi e a* mesi delle donne.. In questo genere il rosso e il nero ristriugon I n h o c geoere robrum nigrumve magis con­ più* e più riscaldano. Manco nocivo è quello eh* è strin g i!, roagisque cal facit. Innocentius pice sola c u o d iiam . Sed e t picem meminisse debemus non concio con la pece sola. Ma dobbiamo anco ricor­ darci, come altro non è la pece che flusso di. ragia a liu d esse, quam combustae resinae fluxura. Hoc g e n u s vini excalfacit* concoquit, purgat : pectori* combusta. Questa specie di viuo riscalda* fa smal­ tire* purga, ed è utile al petto e al corpo; ed anco v e o ir i utile : item vulvarum dolori, si sine febre al dolore delle matrioi* *’ elle sono senza febbre, s io t, v eteri rheumatismo* exulcerationi* ruptis* al flusso vecchio* alla esulcerazione* a1rolli, agli c o a v u lsis, vomicis* nervorum infirmitati* infla­ spiccali, alle fistole, alla dobolezza de’ pervi* alla tionibus* tussi, anhelationibus* luitflis, in succida ventosità, alla tosse, a chi alita cou fatica, e a que­ la a u im p o situm . Ad omnia haec utiUas id, quod gli che hauno i membri usciti de’ loro luoghi, s p o a te natu rae suae picem resipit* pieatumque postovi su con lana succida. Ma a tulle queste cose apyeUatur. Helvenaco quoque tamen nimio caput è più utile quello che di sua natura riceve il sa­ te stari convenit. pore della pece, e chiamasi picato. Nondimeno ancora il troppo vino Elvico fa dolere il capo. Quanto appartiene alle febbri, cerio è chc Quod ad fe b riu m valeludioes attinet, certum otttoo d andum i a febri, nisi veteribus aegris : non fi deer dar vino a chi ha febbre* se nou ai vecchi ammalati* nè anco sempre, se non quando ■cenisi declinan t e mòrbo. Iu acutis vero peri? cafe, aulii* n is i <j**i manifesta* remissiones ho* comincia andarsene il male. Ma ne* pericoli acuti non si dia vino a niuoo, s$ non a chi ba manife­ k a i, et has n o c l u potius: dimidia eniin pars ste remissioni, e piuttosto di notte ; perchè la ^ ^ ,/f ( l | f i o c iu , h o c eri, spe so inni, bibentibus:

C. PLINII SECUNDI nee • partu abortare, nee a libidine aegrotanti­ bus, nec in capitis doloribus, nee quorum acces­ siones com frigore extremitatum fiant, nec in febri tussientibus, nec in tremore nervo rum que doloribus, vai faucium, aut si vis morbi circa illa intelligatur : nec in duritia praecordiorum, vena* rum vehementia : neque in opisthotono, tetano : nec singultientibus, nec si cum febri dyspnoea sit. Minime vero oculis rigentibus, et geuis stantibus, aut defectis gravibusque : nec quoram conniventium perlucebant oculi, p alp e b rile non coeunti­ bus, vel si dormientibus hoc idem eveniet : aut si cruore suffunduntur oculi, vel si lemae in oculis erunt. Minime lingua fungosa, nec gravi, el su­ binde imperfecta loquentibus : n«c si urina diffi­ cile reddetur, neque expavescentibus repente, nec spasticis, aut rursus torpentibus, nec si per somnos genitura effundatur. notte è la m eti del pericolo a quegli cbe beeono, per la speranza del sonno. Non si dia anco a doona di parto, nè a chi si sia scoocia, nè a chi è ammalato per lussuria, nè a chi ha doglia d! capo, nè ad altre doglie che vengono con freddo dell ' estremità, nè a quegli che tossono nella lebbre, nè nel tremito o dolore de' nervi o della gola, o se s* intenda cbe intorno a quelli sia malore al* cuno, nè a chi ha durezza d1interiori o veemenza di vene, nè a chi ha spasimo, che per ritirare i nervi, tira la testa all* indietro verso le spalle, nè a chi ha tetano o singhiozzi, uè a chi nella febbre ha difficultà di respirare. Molto meno dee darsi a chi ba gli occhi aspri, le palpebre immobili, o gravi difetti ; nè a quegli, i cui occhi socchiu» dendosi riluceranno, nè alle palpebre che non si congiungono, o se a color che dormooo questo medesimo avviene, o se gli occhi sono sparsi di sangue, o se negli occhi sarà lagrima congelata e lippitudine. Nè dee darsi a chi ha la lingua fungosa, nè a chi grave, nè a quegli che non pos­ sono perfettamente favellare, nè ancora se diffi­ cilmente si manda fuor l ' orina ; nè a quegli che in un subito si spaventano, nè allo spasimo, o a quegli che di nuovo diventano torpidi, nè a ehi dormendo getta il seme.
C om b s ' a b b ia h o
a d a b b . O | s b b v a z io r i c ie c a

Q

uomodo d a r d a .

O b s b b v a t io h e s

c ie c a b a , x c i .

0 0 ,9 1 .

XXV. Cardiacorum morbo unicam spem io XXV. Bene è vero che alla cardiaca unica vino esse certum est. Sed id dandum quidam non speranza e rimedio è il vino. Ma alcuni vogliono nisi in accessione censent, alii non nisi in remis­ che non si debba dare se non nell' augumenlo, sione. Illi, ut sudorem coerceant : hi, quia tulius altri se non nella remissione. Quegli vogliono dò putant, minuente se morbo : qoam plurium sen­ per rislriguere il sudore, e questi perchè il credo­ tentiam esse video. Dari utique non nisi in cibo no più sicuro uella diminuzione della malattia ; la debet, nec a somno, nec praecedente alio potu, quale opinione veggo essere de* più. 11 vino non hoc est, utique sitienti, nec nisi io desperatione si dee dare se non quando si mangia, e non Uopo suprema, et viro facilius quam feminae: seni, il conno, nè andando innanzi altra bevanda, cioè quam juveni : juveni, quam puero : hieme, quam dee darsi a quello che ha sete, nè anco se non in aestate : adsuetis potius, quam expertibus. Modus estrema disperazione ; bensì più facilmente al* l ' uomo, che alla donna ; al vecchio, che al giova­ dandi pro vehementia vini : item mixtura. Atque vulgo satis putant unum vini cyathum duobus ne ; e al giovane piuttosto che al fanciulla; e di verno piuttosto che di state; e a chi v’ è avvez­ aquae misceri. Sidissolotio sit stomachi, dandum: zo piuttosto che a chi non v* è. Il modo del darlo et si cibus non descendat. è secondo la potenza del vino, e secondo la mi­ stura. Comunemente si tiene che basti un bic­ chier di vino in due d ' acqua. È da darsi se v* è dissoluzione di stomaco, e se il cibo non discende.
D b v iris f i c t i t i i s . Db’ v i r i
f it t iz ii.

XXVI. Quelle sorti di vini fittizii che abbia­ XXVI. Inter vini genera, quae fingi docui­ mo dimostrato, penso ehe oggi più non si facciano, mus, nec fieri jam arbitror, et supervacuum e che il dirue l'uso loro sia superfluo, insegnando eorum usum : quum ipsis rebus, ex quibus fin­ guntur, doceamus uti. E t alias modum excesse* osarsi di quelle cose, con le quali si fanno. E già in queste cose la ostentazione de* medici avea rat medicorum in his ostentatio, velati e napis

*9*

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIII.

394

Tinam utile ette ab armòram eqaitandive lassitodine praecipieoliam : atque a t reliqaa omittamos, etiam e junipero. E t quia satias censeat, absinth ite trino utendum potius, quam absiathio i(MO? Ia reliquis om ittetur et palmeum, capiti noxium, T«atriqoe tantum moliieodo, et sanguinem exeereaotiboc aoo inolile. Fictilium non potest videri, quod bion appeMenmas, quum sit in eo sola pro arte festinatio. Prodest stomacho dissoluto, a u t cibos non perficienti, praegnanti* Imis, defectis, paralyticis, tremulis, vertigini, tor­ minibus, ischiadicis. In pestilentia quoqoe ac pe­ regrinationibus, vim magnam auxiliandi habere dicitor.

passato II modo, corae dire, che de1 navoni si fa­ ceva vino utile alla stanchezza dell’ armi e del cavalcare, e, per non dire dell'altre cose, di gine­ pro ancora. E chi vorrà credere che sia meglio usare il vin d*assenzio, che l ' assenzio istesso ? Ma lasciamo anoora fra gli altri il vino di palma, eh* è nocivo al capo, e non inolile solamente a mollifi­ care il corpo, e a chi spala sangue. Fittizio non può dirsi quello che noi chiamammo bion, perchè io esso tutta l’ arte è farlo venire per tempissimo. Egli giova allo stomaco dissoluto, o che non ismaltisce, alle donne pregne, agli estenuati, al parie­ tico, a'capogirli, a'torraini e alle sciatiche. Dicono ancora, eh* egli ha gran virtù di aiutare contro la pestilenza e gl'incomodi che intraveogono nei tieggi.
D ell'
a c e t o , m b d ic .

D * ACETO, XXVIII.

a#.

XXVII. 11 difetto del vioo passa anch' egli in XXVII. Vini etiam vitium transit in remedia. rimedio. L' aceto ha gran forza in rinfrescare, e Aceto somma vis est in refrigerando, non tamen non minore nel dissolvere. E però quando egli è minor in discutiendo: ita fit u t infusura terrae sparto in terra, fa schiuma. Abbiamo già detto spamet. D iclam est saepius, dieelurque quoties spesso, e diremo anoora, quanto e* giovi accom­ eom aliis p ro sit. P er se haustum fastidia discutit, pagnato con altre cose. Preso di per sè leva il siogoltus cohibet,-sternutamenta olfactu. Vim in fastidio dello stomaco : raffrena col fiotarlo il sin­ baliaeis aestus areet, si contineatur ore. Quin et ghiozzo e lo starnuto. Tenendolo ne' bagni in eom aqaa bib ito r. Multorum stomacho utiliter bocca rimove l ' affanno del caldo. Beesi pur con gargarizatur : cum eadem eon valescentium et a l ' acqua. È utile allo stomaco di molti gargariz­ solis ardoribus. Oculis quoque illo modo saloberzarlo ; e con l ' acqua a chi comincia riaversi dal rimum folu. Medetor potae hirudini. Item lepris, male, e contra gli ardori del sole. Con l ' acqua è farforibas, olceribas manantibus, canis morsibus, ancora utile agli occhi, facendone fomeotazione. seorpionam ictibus, scolopeadrarum, muris ara­ nei, contraque omnium aculeatorum venena et Giova molto a chi avesse ingollato una mignatta, alla lebbra, alla forfora, all* ulcere che colano, ai pruritus. Item contra multipedae morsum. Cali­ morsi del cane, dello scorpione, delle scolopendre dam in spongia, adjecto sulphuris sextante sexta­ e del pipistrello, e contra tutti i veleni degli ani­ riis tribus a ceti, aut hyssopi fasciculo, medetur mali che hanno l ' ago, e contra i pizzicori ; e si­ sedis vitiis. I n sanguinis fluxione post excisos milmente al morso dei moltipiedi. Guarisce i di­ caleolos,et o m n i alia, foris in spongia impositura, fetti del fondamento, postovi caldo eoo la spugna, inlus polum cy athis binis quam acerrimum. Con­ mettendo un sestante di zolfo in tre sestarii d'ace­ globatum u tiq n e sanguinem discutit. Contra to, e una menala d'issopo. S'adopera al flosso lichenas et b ib itu r, et imponitur. Sistit alvum, del sangue, poi eh' è tagliata la pietra, e al flusso et rheumatismos interaneorum infasum: item d* ogni altra maniera, applicandolo di fuori con procidentia sedis, vulvaeque. le spugne, e destro beendone due bicchieri del forte. Dissolve H sangue rappreso. Contra le vola­ tiche e si bee, e si pone sul male. Infondendolo ristagua il corpo e i reumi delle interiora, e ferma le cose che escono fuor del sesso o della matrice. Reprime la tosse vecchia, la rema della gola, Tussim veterem inhibet, et gnlturis rheuroal ' ortopnea, e rafferma i denti che si dimenano. tianos, o rth o p n o eam , dentiam labefactationem. Nuoce alla vescica e alla debolezza de’ nervi. I Vesicae nocet, oervorom que infirmitatibus. Ne­ medici non seppero quanta virtù egli ha contrai viere m e d iò , quantum contra aspidas pollerei. gli aspidi. F u, non è molto, morso dall'acpido Hiper ab asp id e calcala percussus utrem aceti ferens, qu o ties deposuisset, sealiebat ictum, alias un che portava un otro d ' aeeto, e quante volle ■Vaio similis : intellectum ibi remedium e s t,, lo metteva giù, sentiva il dolore del morso, e

C. PLINII SECUNDI potuque succursum. Nequc allero os colluunt venena cuso gente». quando lo ripigliava, era come se non avesse mal veruno. 11 rimedio fu conosciuto quivi, e medi­ cato colui col dargli bere dell'aceto. Nè eoa altro si lavano la bocca coloro che succiano i veleni. In generale la virtù e forza d'esso non solamen­ te doma i cibi, ma assaissime altre cose ancora. Infuso rompe le pietre, che il fuoeo prima rom­ pere non ha potuto. Nessuno altro sugo fa più grati i cibi, e in questo bisogno si mitiga o col pane arrostito, o col vino, o s’ accende col pepe, o col lasere ; ma col sale si raffrena. Non è da passare in esso un grande esempio. M. Agrippa negli ultimi anni suoi essendo gravemente trava­ gliato dalle gotte, e non polendo sopportare qoel dolore, usò la mostruosa scienza d’ un medico, senza che il sapesse l ' iraperadore Angusto, pen­ sando che fosse multo meglio mancare dell' uso e sentimento de' piedi, piuttosto che sentire quella passione ; e così teneva le gambe in aceto fortissi­ mo, quando il dolore più lo travagliava.
D ell'
a c e t o s c il l ia o , i

In totum domitrix vis haec non ciborum modo eat, verum et rerum plurimarum. Saxa rum pit infusum, quae non ruperit ignis antece­ llens. Cibos quidem et sapores non alius succus commendat aut excitat; in qno usu mitigatur usto pane, aut cum vino ; vel accenditur pipere ac lasere: utique sale compescitur. Non est praelereuodum in eo exemplum ingens. Siquidem D . A Agrippa supremis suis annis conflictatus gravi morbo pedum, quum dolorem eum perpeti ne­ quiret, unius medicorum portentosa scientia, ignorante divo Augusto, tanti putavit usu pedum sensuque omni carere, dummodo et dolore illo careret, demersis in accora calidura cruribus in acerrimo irapelu morbi.

Ds

ACETO SCILLIHp, XVII.

7.

XXV II I. a. Quanto l'aceto scillino è più vec­ XXVIII. a. Accium scillinum inveteratum chio, tanto è migliore. Giova, olirà le cose che magis probatur. Prodest, super ea qoae diximus, abbiam dette, quando i cibi riuforzano, perché acescentibus cibis: gustatum enim discutit poe­ gustalo leva via quella pena. Giova a coloro che nam eam. E t his qui jejuui vomunt: callum enim reciooo a digiuno ; perchè fa callo alla gola e allo laudum facit, ac stomachi : odorem oris tollit, stomaco : leva il cattivo odore della bocca, restrigingivas adstringit, dentes firmat, colorem me­ gne le gengie, ferma 1 denti, e fa miglior colore. * liorem praestat. Gargarizzandolo purga la tardità degli orec­ Tarditatem quoque aurium gargarizatione chi, e apre la via dell' udito ; il che fa eziandio purgat, et transitum auditus aperit. Oculorum che la vista diventa acuta. Giova al mal caduco, aciem obiter exacuit. Comitialibus, melancholicis, a’ maninconici, a' capogirli, alla soffocazione della vertiginoais, vulvarum strangulationibus, percus­ matrice, a chi è percosso o caduto, e che per sis, aut praecipitatis, et ob id sanguine conglo­ questo abbia sangue rappallozzalo, a'nervi deboli bato, nervis iufirmis, renum vitiis perquam utile. e a’ difetli delle reni. Ma guardisene chi avesse Cavendum exulceratis. esulcerazione.
D e o x y v e l i t e , v ii . D ell * o i s i m e l b , 7.

XXIX. Gli antichi, secondo Dieuche, tempe­ XXIX. Oxymeli antiqui (u t Dieuches tradii) ravano l ' ossimele iu questo modo : dieci mine d i hoc modo temperabant : mellis minas decem, mele, cinque emine d ' aceto vecchio, una libbra «ceti veleris heminas quinque, salis marini pondo libram ei quadrantem, aquae marinae sextarios e un quadrante di sale marino, e cinque sestarii d'acqua marina. Questo mistio cocevauo dieci quinque pariter coquebant, decies defervescente volle, raffredandosi la caldaia, e così lo mettevano oortina, alque ita diffundebant, invelerabautque. via e lasciavano invecchiare. Tutto questo confu­ Sustulit totum id Asclepiades, coarguitque. Nam tò Asclepiade, perchè lo davano ancora nelle feb­ etiam in febribus dabunt. Profuisse taraen faten­ bri. Dicooo nondimeno eh' egli giovò coulra le tur contra serpentes, quas sepas vocant, et contra serpi, che si chiamano sepe, conira il meconio e meconlum,ac viscum: et augiois calidum garga­ il visco, e gargarizzato caldo alla scheranzia,agli rizatum, et auribus, et oris gulturisque desideviis, quae nuuc omnia oxalrae coalingunl: id sale, orecchi e a’ bisogni della bocca e della gola ; 1« quali tutte cose ora si fanno con Tossalo», che ha et aceto recente efficacius est. più virtù col sale e con l ' aceto fresco.

HISTORIARUM MONDI UB. XXIII. Db s a p a ,
v ii.

D ella s a f a , 7.

XXX. V ino cognata ressapa est, mosto deco­ XXX. La sapa è cognata al vino : fassi di cto, dooec te rtia pars sapersi!. Ex albo hoc me- mosto cotto fin che ne sieno consomali i due ter­ lios. C ius c o n tra cantharidas, buprestim, pinosi. E migliore di vin bianco. L* utilità sua è con­ ru m erucas, quas pityocampas vocant, salaman­ tra le canterelle, il bupreste, e i brachi de' pini, dra*, et e o n ira mordentia venenata. Secandas i quali si chiamano pitiocampe, contra le salaman­ partusque em ortu o s trahit, cum bolbis potam. dre, ed altri animali velenosi che mordano. Be­ Fabianus a n e to r est, venenum esse, si quis jeju­ vala con cipolle tira fuori le secoode e la creatura nus a balineis id bibat. morta. Fabiano scrive che a chi la beesse a di­ giuno, ascendo dal bagno, essa è veleno. De
fa ec e v ir i, x ii .

D e lla

f e c c i a d b l v i r o , 12 .

XXXI. Consequens horora est vini faex, cu- XXXI. Conseguente a queste cose è la feccia josqoe g en eris. Ergo vini faeci tanta vis est, ot del vino in ogni genere ; la quale ha tanta forza, descendentes in cupas enecet. Experimentum che occide chi scende ne* vasi, dov* essa è tenuta. demissa p ra eb et lucerna, quamdiu extingoator, La proova è la lacerna, che mostra essere peri­ periculum denuotians. Illota miscetor medica­ colo lo scendere, mentre che noo vi si può tene­ mentis. C u m iridis vero pari poudere, erupi io- re accesa. Se non è lavata, si mescola con le medi­ nibos p itu ita e illioitur : et sicca vel madida con­ cine. Con egual peso di iride se ne fa empiastro tra p halangia, et tesliora mammaramqoe infla­ all’umore flemmatico. Secca, o bagnata, è utile tiones, vel in qoacomque parte corporis. Item contra i falangi, le poppe o i testicoli enfiati, o in com hordeacea farina, et thuris polline in vino qaal si voglia parte del corpo fosse l’enfiato. Col­ decocta crem ator et siccatur. Experimentum est ta con farina d’ orzo, fior di farina e d’ incenso legitim e coctae, u t refrigerata linguam tacto in vino, si arde e si secca. Lo sperimento della v id e a tu r urere. Celerrime exanimatur, loco non cotta a sufficienza è che toccandola con la lingua, in d o s o condita. Creraalio ei multum virium quando è raffreddata, paia eh* essa la abbruci. a d jic it. Utilissima est ad compescendos lichenas Tosto divien vana, non essendo rinchiusa. L* ar­ fu rfu re sq u e cum fico decocla. Sic et lepris et derla le dà gran forza. Colla col fico è bnona a ulceribus manantibus imponitur. Fungorum na­ cacciare le volatiche e la forfora ; e così s'ado­ turae contraria est pota, sed magis cruda. Ocu­ pera alla lebbra, e alle rotture che gettano; e be­ lorum medicamentis cocta et lota miscetor. Me­ vuta è contraria alla natura de* funghi, ma molto detor illita e t testibus, et genitalibus. In vino più eroda. Mescolasi colta e lavata nelle medicine aolem adversas strangurias bibitur. Quom exspi­ degli occhi. Impiastratavi sopra, medica i testi­ ravit quoque, lavandis corporibus et vestibus coli e il membro genitale. Nel vino si bee contra utitii : tuneqne usura acaciae habet. gli stranguglioni. Q u a n d o è svaporata è utile an­ cora a lavare i corpi e le vesti, e allora serve qaanto l ' acacia. De
fa ece a c e t i, x v ii.

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ella

f e c c ia

d ell’ aceto,

17.

XXXII. La feccia dell' aceto è più gagliarda, X X X II. F aex aeeti pro materia aerior sit neper rispetto della natura d* esso aceto, e molto cesse est, m ultoque magis exulceret. Resistit suppiù rode. Resiste alla puzza, che non cresca : gio­ porationum increm entis : stomachum, interanea, va, impiastrata, allo stomaco, alte parli interiori e venirem illita adjuvat. Sistit earum partiam rheual ventre. Ristagna i flussi di quelle parti, e t «atismos, e t mulierum menses. Panos discutit mesi delle donne. Leva le pannocchie non ancora Boadum exulceratos, et anginas : sacros ignes aperte, e le serrature della gola ; e il fuoco sacro cam cera. Mammas laciis sui impatientes eadem con la cera. La medesima guarisce le poppe enfia­ extiagait. U ngues scabros aufert. E serpentibus te per troppo latte. Leva le ugne ronchiose. Con contra cerasta* validissima cum polenta. Cum ■d a o th io a u te m contra crocodili morsus, et ca- la polenta ha grandissima virtù eoo tra le ceraste; e col melantio vale eonira il morso del crocodilo B - El haec c rem ata ampliat vires. Tunc addito M e del cane. Arsa cresce le forse, e così mescolala kaliteiao oleo illita una nocte rufat capillum.

agg

C. PLINII SECUNDI

3 oo

Eadem ex aqua in linteolo adposita, valvas porgat.

con olio di lentisco, e impiastrata, in nna notte fa arrossare i capegii. Questa medesima stata nell’acqua, e posta in pezzo lina porga le matrici.
D e l l a fb c c ia d e l l a sapa,

Db

fa ec k sa pa k ,

iv .

4-

XXXIII. Sapae faece ambusta sanantor, me­ XXXIII. La feccia della sapa guarisce le inlius addita lanugine arundinis. Eadem faece de­ cotlure, e meglio aggiuntovi la lanuggine delle cocta potaque, tusses veteres. Decoquitor in pa­ canne. La medesima feccia cotta e bevuta gua­ tinis cum sale et adipe ad tumorem quoque ma­ risce le tossi vecchie. Caocesi ancora nel tega­ xillarum et cervicum. me col sale e col grasso, qnando le mascelle, o il collo fosse enfiato. Db
f o l iis olbae,

xxm .

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d e l l ' o l iv a ,

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XXX 1Y. 3. Olearum proxima auctoritas intelligilur. Folia earum vehementissime adstringunt, purgant, sistunt. Itaque commanducata imposita ulceribus medentur, et capitis doloribus illita cura oleo. Decoctum eorum cum meile his quae medici usserint, gingivarum inflammatio­ nibus, paronychiis, sordidisque ulceribus, el pu­ trescentibus . Cum meile profluvium sanguinis e nervosis partibus cohibet. Succus eorum car­ bunculantibus circa oculos ulceribus et pusulis, procidentiqoe pupillae efficax : quapropter in collyria additur. Nam et veteres lacrymaliones sa­ nat, et genarum erosiones. Exprim itur autem succus tusis, adfuso vino et aqua coelesti, sicca­ tus que in pastillos digeritur. Sistit menses in la­ na, admotus vulvae. Utilis et sanie manantibus. Itera condylomatis, ignibus sacris, quaeque ser­ punt ulcera, epinyctidi.

XXXIV. 3. Prossima a quella delle viti è l'au­ torità dell’olive. Le sue foglie ristrìngono molto, porgano e ristagnano. Epperò masticate e poste­ vi sopra, medicano le ulcere, e impiastrate con olio guariscono la doglia del capo. La sua deco­ zione col mele si pone dove i medici hanno dato il fuoco, alle infiammagioni delle gengive, a’panerecci, e alle ulcere raarcie che si putrefanno. Me* ' scolata col mele ristagna il sangue ne'luoghi ner­ vosi. 11 sugo loro s* adopera alle ulcere e pustule che incarbonchiano intorno agli occhi, e giova alla pupilla che casca, e però si mette nelle medi­ cine degli occhi, perchè guarisce le lagrime vec­ chie, e le rosioni delle palpebre. Cavasi il sugo, quando elle sono stale in acqua piovaoa, bagnan­ dole col vino e pestandole : seccato che sia se ne fa pastegli. Posto in lana sulla matrice ferma il menstruo delle donne. È utile ancora a quelle cose che gettano puzza, a ' condiloma!!, al faoco sacro, alle nascenze che impigliano, e ad alcune macchie rosse, che vengono piò la notte che il giorno con pizzicore.
D e l f io r e d e l l ' o liv a ,

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iv.

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e l l ' o l i v a s t e s s a , 6.

XXXV. Eosdem et flos earum habet effectus. XXXV. Il fior dell' oliva fa i medesimi effet­ ti. La cenere delle messe fiorite si adopera in U runtur et cauliculi florescentes, ut spodii vi­ luogo di spodio. Questa dipoi bagnata col vino di cem cinis praestet : vinoque infuso ilerum uri­ nuovo s ' arde, e si mette dove è marcia, e alle tur. Suppurationes et panos illinunt cinere eo, pannocchie, ovvero in quella vece le foglie peste vel foliis tusis cum meile, oculos vero cura po­ col mele : agli occhi s ' adopera con la polenta. lenta. Il sugo del suo sterpo fresco, il quale acceso Suceos fruticis recentis accensi distillans sa­ distilli, guarisce le lagrime, la forfora e le piaghe nat lichenas, furfures, manantià ulcera. Nam et che colano, lo maraviglio sommamente che siensi lacryma quae ex arbore ipsa distillai Aethiopi­ trovati alcuni, i quali consigliano porre sui denti cae maxime oleae, mirari salis non est repertos, che dolgono la ragia che gocciola dell'olivo, mas­ qui dentium dolores illinendos censerent, vene­ num esse praedicantes, atque eliam iu oleastro sime dell' Etiopico, tuttoché affermino esser essa veleno} e vogliono che a questo effetto si colga quaerendum. E radice oleae quam tenerrimae ancora quella dell'olivo salvatico. Idi corteccia cortex derasus, in meile crebro gustatu medetur della radice dell'oliTo tenero rasa e gustata spesso sanguinem rejicientibus, et suppurata extussien-

3oi

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIII.

3 o2

libai. Ipsias oleae cinis cum axungia tumore* sa­ nat: eitrabitque fistulis viltay ^ ’p u s sauat.

nel mele medica quelli che gettano sangue, e chi ba tosse con marcia. La cenere dell’olivo eon sugna guarisce gli eofiati, e leva i malori alle fistole, e le saoa.
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o u v i s a l b is , iv ; h ig e is , m .

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3.

XXXVI. Olivae albae stomacho utiliores ventri minus. Praeclarum habent, ao(equam con­ diantur, usnm recentes, per se cibi modo devo* ratae. Medeatur enim arenosae urinae, item den­ tibus carnem mandeodo attritis, aut convulsis. Nigra oliva slomacbo inutilior, ventri facilior, capili et oculis non couvenit. Ulraque ambustis prodest trita e t illita. Sed nigra commanducatur, et protinus ez ore imposita pusulas gigni prohi­ bet Coljmbades sordida ulcera purgant, Inutiles difficultatibus urinae.

,

XXXVI. Le olive biaoche sono più olili allo stomaco, manco al corpo. Hanno io loro un n o ­ tabile oso, prima ch'elle si mettano in concia, cbe fresche si mangiano per sè sole a modo di cibo. Così guariscono l’orina arenosa, e i denti o spezzati per lo mangiar carni, ovvero divelti. La oliva nera è manco utile allo stomaco, più facile da smaltire al corpo, ma non conviene al capo e agli occhi. L' una e l ' altra posta e impia­ strata giova aUe scottature. Ma la oera si mastica, e subito cavata di bocca, e postavi sopra, non lascia far pustole. Le olive, cbe si chiamano colimbade, porgano le piaghe che gettano marcia, ma nnocono a chi ba difficoltà d’ orina. D blla
m o e c h ia ,

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a m u ic a , x x i.

a i.

XXXVII. Della morchia ci dovea parere di XXXVII. De amurca poteramus videri satis aver già ragionato abbaslaoza, avendo segaitato diiisie, Calonem secati : sed reddenda medicinae quoque est. Gingivis e t oris olceribos, deotiom Catone ; ma abbiamo ancora a ragionare delle stabilitati efficacissime subvenit, liem ignibus medicine d'essa. Ella ha virtù di guarire le gen­ sacris infusa, et his quae serpunt. Pernionibus give e le crepature della bocea ; ed è utilissima a nigrae olivae amurca utilior : item infanlibos fo­ fermare i denti. Infusa medica il fuoco sacro, e que1 malori che vanno impigliando. La morchia vendis. Albae vero, molierom valvae in lana ad­ della oliva nera è molto utile a1pedignoni, e a movetur. Malto autem omnis amurca decocta ef­ ficacior. Coquitur in Cyprio vase ad cr assita di-- fare fomentazioni a’ bambini. La morchia della Beto mellis. Usas ejus cum aceto, aut vino vetere, bianca s’ accosta in lana alla matrice delle donne. ant mulso, ut quaeqne causa exigat in curatione Molto maggior virtù ha ogni morchia cotta. Cuooris, denliom, aorium , ulcerum manantium, ge­ cesi in vaso di Cipro, tanto che venga soda come nitalium, rhagadum . Vulneribus in linteolis imil mele. L’ uso suo è con aceto, o vin vecchio, o ponilar, luxatis in lana : ingens hic usus utique vin melalo, secondo che richiede ciascuoa cora, o della bocca, o de'deoli, o degli orecchi, delle pia* inveteralo medicamento : tale enim fistulas sanat. lafuodiior sedis, genitalium, vulvae exulceratio* ghe cbe colino marcia, de'membri genitali, e dello “ • M ioitur v ero podagris incipientibus: item crepature di sesso. Ponsi alle ferite in pezzoline, o in lana a quegli che hanno i membri fuorde'luoghi articulariis m orbis. Si vero cam omphacio recoqaaliir ad m ellis crassitudinem, casuros dentes loro. È sommamente utile a molle cose, quando extrahit. Item jum entorum scabiem, cum deco­ egli è invecchiato ; perciocché tal medicamento guarisce le fistole. Infondesi alla esulcerazione del cto lupinorum, e t chamaeleone herba, mire sanat. sesso, de’ membri genitali e della matrice. Im ­ Crada am arca podagras foveri otilissimom. piastrasi alle gotte, quando elle cominciano, e ai mali delle giuntare. E se si cuoce con P onfacio fin che si rassodi come il mele, cava i denti che baono a cadere. Con la cocitore de* lupini, e eoa T erba cameleone maravigliosamente guarisce la scabbia degli animali che si mettono al giogo. È atilisiimo fomentare le gotte con la morchia cruda.

C. PLINII SECUNDI De
f o l i i s o l e a s t r i , x v i. D e lle fo g lie
dell’

o l i v o s a l v a t i c o , 16.

XXXV 11I. 4. Oleastri foliorum eadem natu­ XXXVIII. 4* Le foglie dell'olivo salvatico so­ ra. Spodium e cauliculis vehementius inhibet no della medesima natura. Lo spodio fallo delle rheamatismos. Sedat et inflammationes oculo­ messe novelle ristrigue molto gagliardamente i rum, purgat nlcera, alienata explet, excrescentia pondi. Mitiga la infìaromagione degli occhi, pur­ ga le ulcere, rimette dove manca, e lejrgerroenle leniter erodit, sicca tque, et ad cicatricem perdu­ cit: cetera ut in oleis. Peculiare autem, 'quod rode la carne cresciuta, la disecca e la ia sm ­ inar giù «re : nell'altre cose ha le virtù che dicemfolia decoquuntur ex meile, et dantur cochlea­ mo dell’olivo. Nondimeno sua proprietà è, che ribus contra sanguinis exscreationes. Oleum tan­ le foglie si cuocono nel mele, e dassene un cuc­ tum aorius, efficaciusque : et de eo os quoque colluitur ad dentium firmitatem. Imponuntur chiaio a chi spunta sangue. L ' olio suo i più sere ed ha maggior virtù, e con esso si bagna la boc­ folia et paronychiis, et carbunculis, et contra ca a fermare i denti. Le foglie sfte si pongono •moem collectionem cura vioo: iis vero quae a' panerecci, a' carboocelli, e contra ogni raccol­ purganda «unt, cum meile. Misceatur oculorum medicamentis, et decoctam foliornm, et saccus ta, col vino ; e a quelle cose che sì debbono pur­ oleastri. Utiliter etiam auribus instillatur cum’ gare, col mele. La cocitura delle foglie e il sugo dell'olivo salvatico entrano n e l l e medicine da oc­ meile, vel si pus effluat. Flore oleastri condylo­ mata illinuntor, et epinyctides ; item cum farina chi. Infondesi negli orecchi col mele, anche se hordeacea venter, in rheumatismo : cum oleo, gettano puzza. Le morici che non gettano sangoe, e certe macchie rosse che veogono più la notte capitis dolores. Cutem in capite ab ossibus rece­ che il giorno con pizzicore, s’ impiastrano col dentem cauliculi decocti, et cam meile impositi fiore dell' olivo salvatico, e il venire nel mal dei comprimunt. Ex oleastro maturi in cibo sumpti sistunt alvum. Tosti aulem et cum meile triti, pondi, con farina d’ orzo ; e la doglia del ap0 con olio. Le sue messe cotte, e poste col mele, nomas repurgant, carbunculos roropunt. reprimono la pelle che in capo si parte «laM ’osso. Quelle dell' olivo salvatico m ature e mangiate fermano il corpo; ma arrostite e peste col mele purgano le piaghe che vanno sempre impigliando! e rompono i carboocelli. Db
o ii r a A c io , i u . D d lla o liv a a g re s te ,

3.

XXXIX. Olei naturano causasque abunde di­ ximus. Ad medicinam ex olei generibus haec pertinent. Utilissimum esse omphacium, proxime viride. Praeterea quam maxime recens (nisi quum vetustissimum quaeritur), tenue, odoratum, quod­ que oon mordeat, e diverso quam in cibos eligi­ tor. Omphacium prodest gingivis. Si contineatur in ore, colorem dentium custodit magis, quam aliud : sudores cohibet.

XXXIX. Della natura e condizione dell'olio abbiamo ragionato abbastanza. Quanto alla me­ dicina, dico che di tutte le sorti di olio «lilissimo è l ' onfacino, e dopo quello il verde. Inoltre e più utile qualunque che sia fresco (se non quan­ do si adopera il vecchio), sottile, odorifero e cke non morda ; rft contrario di quello che vuole e> * sere per mangiare. L 'onfacino giova alle gengi­ ve. Se si tiene in bocca, conserva il color de’deo* ti mollo più che alcuna altra cosa ; e ristringe 1 sadori.
D ell'
o l io d ' b n a h t b , e d ' o g b i a l t r o o l io ,

D b o n u rm H o ,

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o k h i o le o , x x v iu .

28.

XL. Oenanthino idem est effectus, qui rosa­ ceo. Omni autem oleo mollitor corpus, vigorem et robor accipit 1 stomacho contrarium. Auget ulcerum inorementa. Fauces exasperat, et vene­ na omnia hebetat, praecipae psimmy thii, et gypsi, in aqua mulsa, aut ficorum siccarum decocto po­ lum : contra raeconium, ex aqua : contra cantha­ ridas, bupreslitn, salamandra», pityocampas : per

XL. L* enantino fa il medesimo effetto che il rosato. Generalmente ogni sorle. d 'o l i o mollifica il corpo, e gli dà forza e vigore : il co n trario & allo stomaco. Accresce lo espurgo delle rotture. Inasprisce le canne della gola, e spunta tulli i ve­ leni, massimamente quello del psimmizio e del gesso, nell' acqaa melata, o bevuto con la cocitu­ ra de' ficchi secchi : pigliasi con l ' acqua conira

3o5

HISTORIABUM MORDI LIB. XXIU.

30 6

«e potum, redditumque vomitionibus, contri omnia «opra dieta. E t lassitudinum perfrictionumque refectio est. T onnina calidum potam cyalhis sex, magisque rata simul decocta pellit Item ventris animalia. Solvit alvum heminae rocnwy» cam vino et calida aqna potum, aut ptisanae succo. Vulnerariis emplastris utile. Fa­ ciem purgat. Bubo* infusam per nares, donec m icat, inflationem sedat.

Vetus autem magis excalfacit corpora, ma* gisqoe discutit sudores. Duritias magis diffundit. Lethargicis auxiliare, et ioclinato morbo. Oculo­ rum claritati confert aliquid, cum pari portione ndfii acapni. Capitis doloribus remedium est. Ilem ardoribus in febri cum aqua : et si vetusti noo sit occasio, decoquitor, u t vetustatem reprae­ sentet.

il meconio, contra le canterelle, il boprtsU , le salamandre e le pkiocampe : bevuto per sè, e ri­ buttato fuori per vomito, giova contro le soprad­ dette cose. È lodatissimo per ricreare gli stanchi e gl' infreddati. Leva i tormini, beandone sei bie* chiari di caldo, e maggiormente se vi è insieme cotta la rata ; e caccia i vermini ancora. Risolve il corpo, bevalo a misura d ' un’ emina con vino e acqoa calda, o con sogo d'orzata. È utile agli em­ piasi ri delle ferite. Purga la faccia. Messo pe’ ba­ chi del naso a'buoi, infino a che ruttino, mitiga le ventosità. Il vecchio riscalda più i corpi, e molto più caccia il sudore, e mollifica le durezze. Aiuta grandemente*! letargici, e quando la malattia co­ mincia inclinare. Giova qualche poco a rischia­ rare la vista, preso eon egual porzione di mele purgato dal fumo. E rimedio a' dolori del capo, e eon l ' acqua agli ardori della febbre ; e se del vecohio non si può avere, si cuoce, aceiooehè rappresenti il vecchio.
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kll1 o

D a ciciao

o l eo ,

x v i.

l i o c i o ih o , 1 6 .

XLI. Oleam cicinam bibitor ad purgationes veotris cam pari caldae mensura. Priva tim dici­ tar purgare praecordia. Prodest et artioulorum morbis, d ori t iis omnibus, valvis, auribus, am­ bustis. Cum cinere vero muricum, sedis inllamBMtiooibus, item psorae. Colorem cutis com­ mendat, capillnmqae fertili natura evocat. Semen ex quo fit, noJIa animans attingit. Ellychnia ex ava fiunt, claritatis praecipuae. Ex oleo lumen obscoram propter nimiam piogaitudinem. Folia igni nero illinuntor ex aceto : per se autem re­ centia mammis et epiphoris. Eadem decocta in vino inflammationibus, cum polenta et croco) per se autem trid u o imposita faciem purgant.

XLI. L’ olio eicino si bee per le purgagioni del eorpo con egnal misura d 'acqoa calda. Par* ticolarmente si dice che egli porga gl’ ioteriori. Giova pure alle malattie delle giootare, a tutte le durezze, alle matrici, agli orecchi e alle incotture. Con la cenere del pesce murice giova alle infiammazioni del sedere e alla rogna : fa beilo il colore alla pelle, e fa nascere diviziosamente i capegli. Del seme, onde egli si fa, nessuno ani­ male ne tocca. Dell' uva si fan lucignoli di sin­ goiar chiarezza. Dall' olio viene il lume oscuro per rispetto della troppa grassezza. Le foglie con l’ aceto s'impiastrano al fuoco saoro, e per sè fresche alle poppe e alle lagrime degli cechi. Le medesime cotte nel vino s'adoperano alle infiammagioni con la polenta e col zafferano ; e poste per sè tre giorni purgano il viso.
D
e l l ' o l io delle m a ndo rle,

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AMTGDAU1TO,

xvi.

16.

XL1I. O leum amygdalinum porgat, mollit corpora, cotem erogat, nitorem commendat, varos cam meile to llit e facie. Prodest et auribus, cum rosaceo et meile et mali punici germine decoctum, vermiculosque in his necat, et gravitatem auditus discutit, sonos incertos et tinnitus, obiter capitis dolores, et oculorum . Medetur furunculis, et a sole nslis cum cera. Ulcera manantia et furfures «un vino e x p arg at : oondylomata cum meliloto. Per se vero e ap iti illitam, somnum allicit.

XLI 1. L 'olio delle mandorlo purga, mollifica i corpi, leva le grinse e fa la carne lucente; e col mele leva dalla faccia i segni del vainolo. Gio­ va ancora agli orecchi cotto con olio rosato, me­ le e masse novelle di melagrano : ammazza in essi i vermicelli, leva la gravezza dell* udito, i mormorii e i zuffolamenli ; e facendo ciò ancora leva h doglia del capo e degli occhi. Con la cera guarisca i fignoli, e chi è riarso dal sole. Col vi­ no porga le olcere ehe colano, e la forfora ; e col meliloto le morici che non gettano sangue. Se oon questo sema altra mistura ungi il capo, la venir suono.

C. P U N II SECUNDI Db
, . D bll’
o LIO

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u o b u o

ib

DELL’ ALLOBO, 9 .

XL 11I. Oleum laurinum utilius quo reoentins, quoque viridius colore. Vis ejus excalfactoria ; ei ideo paralyticis, spastici.*, ischiadicis, sugillatis, capitis doloribus, inveterali* distillationihus, au­ ribus, io calyce puoioi calfadum illinitur.

XLI1I. L’ olio dell* alloro è migliore q u a n to egli è piò fresco e più verde di colore. La i n a virtù è di riscaldare, e perciò è utile a'{>arletichi, agli spasimi, alle sciatiche, a'suggellati, a l dolori del capo, alle distillaaioui vecchie e a g li orecchi, impiastrandolo caldo in guscio di m elagrano.
D
e l l ’ o l io della m o r t i ha ,

D b m y b t b o , xx.
XLIV. Similis el myrlei olei ratio : adstringit, indurat: medetur gingivis, dentium dolori, dysen­ teriae, vulvae exulceratae, vesicis, ulceribus ve­ tustis vel manantibus, cum squama aeris et cera. Item eruptionibus, ambustionibus. Attrita sanat, et furfures, et rhagadas, condylomata, articulos luxalos, odorem gravem corporis. A versatur cao<i tharidi, bupresti, aliisque. malis medicamentis, quae exulcerando nocent.

ao.

XL 1V. Della medesima natura è 1 olio d i * moriina, perchè ristrigne e indura : è utile a lla gengive, a’ dolori de’ denti, a’ pondi, alla m a tri­ ce scorticata, alla vescica, e all’ ulcere invecchia** te, o ohe aolino, con verderame e con cera. C osi giova ancora al romper delle pustule e alle inc o t­ ta re. Sana le infrazioni, la forfora, le crepature «lei sesso, le mnrici che non gettan sangue, le g iu n ­ ture schiavate e l’ odore grave del corpo. È r i ­ medio alle canterelle, al bupestre, e agli altri ve­ leni che scorticano.
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l io d b l l a c a m b m ib s ib a o v v b b o o s s im ib s in a

D b CBABAEMYBSIBAS, SIVE OXYHYBSIHAB OLEO*. DB c u ra s s im o ,
c i t b b o , c a &y ih o ,

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C s id io ,

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DI CIPBBSSO, DI CITBO ; OLIO CABIIRO, DI GBANO G r id io ,
d i l b n t is g o

b o , b a l a b ib o .

:

o l i o b a l a r ib o .

XLV. Chamaemyrsinae,sive oxymyrsinae ea­ dem natura. Cupressinum oleum eosdem effectus habet, quos myrteum. Item citreum. E nuce vero >Uglande, quod earyinum appellavimus, alopeciis utile est, et tarditati aurium infusum; item capi* tis dolori illitum. Ceterum Iners et gravi sapore. Enimvero si quid in nucleo potridi fuerit, totus modus deperit. Ex Cnidio grano factum, eamdem vim habet, quam eicioum. E lentisco factum, uti­ lissimum acopo e st Idemque proficeret aeque ut rosaceum, ni durius paullo intelligcrelur. Ut untu r eo et contra .nimios sudores, papulasque su­ dorum. Scabiem jaraentorum efficacissime sanat. Balaninum oleum repurgat varos, furunculos, len* tigiaes, gingivas.

XLV. L’olio della camemirsina, o della ossimi r si oa è della medesima nalura. L’ olio di c i­ presso fa i medesimi effetti, che quello della m o r­ tine, e così quello del citro. L’ olio della noce, il quale noi chiamammo cariino, è utile a m edicar la tigna ; e mettendo velo dentro, alla tardità degC orecchi ; e impiastrato, a’ dolori del capo. Ma è pigro e grave di sapore, perchè se nel di deulro è punto di magagna, tutto si guasta. L* olio fattp di grano Gnidio, ha la medesima virtù che il ci­ cino. Il fatto di lentisco è utilissimo nell’unguen­ to acopo, che si fa per le lassitudini. Giovereb* be ancora come V olio rosato, se non fosse al­ quanto più duro. Usasi contra i troppi sudori, e alle pustule d’ essi. E ottimo a guarire la scabbia de’ giumenti. L’ olio balanino purga il vaiuolo, i fignoli, le lentiggini e le gengive. Dbl c i p b o ,
b d e l l ’ o l i o d i e s s o , m b d . i G.
g l e o c ih o , i

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CYPBO, B * CTPBIBO, XVI. D

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GLBOCtBO, I .

D b l l ’ o l io

.

XLVI. Cypros qualis esaet, et quemadmodum •x ea fieret oleum docuimus. Natura ejus excal­ facit, emoliit nervos. Folia stomacho Ulinuutor: «t vulvae ooacitatae succus quoque eorum adpoaitur. Folia recentia commanduoaia, uloeribus in capite manantibus, ilem oris m edeatur, et coi?

XLVI. Che cosa sia cipro, e come si faccia olio d’ esso, già 1 abbiamo insegnalo. La sua na’ tura è di riscaldare, e di mollificare i nervi. Lt foglie sue s 'impiastrano allo slomaco, e il sugo loro s’ adopera alla matrice alterala. Le foglie

fresche masticale medicano le rotture del ca^o

HISTORIARUM MUNDI L » . XXIII. lectionibus, condyloma lis. Decoctum foliorum ambustis et luxatis .prodest. Ipsa rufant papillum iosa, adjecto struthei mali suocp. Floa capilis do* lores sedat cam aceto illitu*' Idem combustus in cruda olla nomas sanat et putrescentia ulcera per •e, tei cum meile. O dor floris olet, qui somnum facit. Adstringit gleucinum, et refrigerat, eadem ratione qua e t oenanthinum» che colano, e quelle della boeea, e le raccolte di pozza, e le motrici. che non gettano saugoe. La cocitura delle foglie giova agl* incotti, e a quegli che hanno le membra sconcie. Esse foglie peste fanno i capelli rossi, aggiungendovi il sugo della mela cotogna. 1 suoi fiori impiastrati cdn l'aceto levano la doglia del capo. I medesimi arsi in pen­ tola eroda goarisoono la piaghe che vaoou sem­ pre impigliando, e 1 ulcere putrefalle, o col me» ’ le, o di per sè. L 'o d o r è come quello del fiore, e fa veoir sonno. L'olio gleucino ristringe e rinfre» sca come l ' enantino.
D s l b a l s a m i c o , i 3. -

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M U i M I R O , X III.

XLV1I. Balsaminam longe pretiosissimam omniam, a t in angoentis diximus, contra omnes serpentes efficax. Oculorum claritati plurimum confert, caliginem discutit. Item dyspnoeas, col­ lectiones omnes daritiasqoe lenit. Sanguinem den­ sari prohibet, nleera purgat: auribus,capitis do­ loribus, trem ulis, spastici;, ruptis perquam utile. Adversatur aconito ex lacte potum. Febres cum horrore venientes perunctis leviores facit. U ten­ doni tamen m odico, quoniam adorit, augetque vitia non servato temperamento.

XLVI!. 11 balsamino è molto più prezioso che gli altri, come dicemmo negli unguenti, ed ha virtù contra tutte le serpi. Giova assaissimo a rischiarar la vista, e leva i bagliori. Guarisce l ' asma e mollifica tutte le rac&olte di pdzza e le dorezze. Non lasria rappigliare il sangue, e por* ga le nascerne ; ed è molto atile agli occhi, a'dolori del capo, a'parleticbi, agli spasimi e alle rottore. Bevendolo con latte resiste al veleno aco*oito. Ungendone l ' infermo di febbre cbe rimette eoi freddo, fa assai otite. Però è da osarlo oon temperanza, perchè altrimenti riarde, ed accresce i difetti.

D a MALOBATHBO,

VIII.

D ai

MALOBATBO,

‘8.

XLVI1I. M alobathri quoque naturam et gene­ ra exponimus. U rioart ciet. Oculorum epiphoris vino expressam utilissime im ponitor: item fron­ tibus, dormire v olea ti bos : efficacius, si et nares illinantur, a a t s i ex èqua bibatur. Oris et halitus Maritalem com m endat linguae subditum folium, sicut et vestiam odorem interpositam.

XLVIII. Abbiamo ragionilo anoora della na* tura e delle specie del malobatro. Esso commove l ' orina, e premendolo col vino si pone alle lagri­ me degli occhi, e snlla fronte di chi vool dormi­ re : ma più virtù ha, se eoo esso ugoerai le nari, o se lo berai con l'acqua. La foglia saa posta sot­ to la lingua fa boon alito, e mescolata tra' paoni fa boon odore. D ell' o l i o d b l l 'i o s c a m o , a. D b l l ' o l i q M ain­ ilo i . D bl h a b c is s i b o , i . Dbl B A rA B in o , 5 . D*fc s e s a m i no, 3 . D bl ubino , 2 . Dbl «Bt<HTido, x . D ell' i g u v i r o , . i . XLIX. L 'olio del giusquiamo è olile a molli­ ficare, ma nuoce a' nervi. Reendolo fa motto nel cervello. L 'olio termino òhe si fa d’urta specie di lupini, mollifica, e fa quasi i medesimi effetti che il rotato. Del narcissino abbiamo ragionato eoi suo fiore- Il ra fan ino gnarisce il mal de' pi­ docchi acquistato per luoga infermità, e lava la pelle roiida del viso. L 'olio sesamino guarisce 0 dolore degli orecchi, e le nascente che impi­ gliano, e quelle cbe si chiamano oaeoete. Il tirino, -che noi chiamammo Faselino e Siro, i utilissimo

D i iro s c T A M tu o , u .

T bbrmibo,

i.

N ito w K o , i.

R a p h a n in o , v . S is a m m o , i u . L ib in o , i u . S e l GiTIOO, i . I g o v ib o , i .

XL1X. Hyoscyamiiiora eioojlKeitdo alile est, nervis inolile. Polum quidem cerebri motos facit. Th erro inara e lapinuem olllt, proximdm rtolaceo efièclom habeo». Narcissinum dictum est cum suo flore. R apbaoiooqi phthiriases longa valetudine contractas to llit, scabritiasqoe culis in facie emen­ dat Sesam inam aariam dolores sanat, et aloen quae se rp a n t, et qaae cacoethe vocant. Lirinon, qaod et Phaanlinnm et Syriam vacavimus, renibos otilissim am est, sudorihasque evocandis, vuliae m olliendae, conooqueadoqoe intui. Selgiti-

3 it

C. PLINII SECUNDI alle reni, a provocare i sudori e • mollificar Ia matrice. Il selgitico dicemmo cV è alile a'n erv i, come lo erbaceo ancora, il qaale si vende in Gob­ bio sulla via Flaminia.

cum nerri* alile ette diximos, rieut herbaceam qaoqae* quod Iguvini circe Flaminiam viam vendant.

De

b l a s o n il i, i i .

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v issu t o , i i .

Dill 1b l b o m b l o , a. Dbl p i s s i s o , a.
L. L'eleomelo, il quale in Soria gocciola da­ gli ulivi, ha sapor di mele, non senza fastidio : mollifica il corpo, ma specialmeote purga la col­ lera, dandone due bicchieri in un'emina d'acqua : quegli che n'hanno bevuto, impigriscono, e spes­ so si risentono. Quegli che haooo a combattere, ne pigliano prima un bicchiere. L 'olio pissino comunemente s ' usa a cacciare la rogna degli ani­ mali quadrupedi. •
D b llb
p a l m i, m e d ic .

L. Elaeomeli, quod in Syria ex ipsis oleis ina* nare diximus, sapore melleo, non siue nausea, alvum solvit : bilem praecipue delrahit, duobus cyathis in hemina aquae datis : qui bibere, tor* pescunt, excilaoturque crebro. Potores cerlaluri praesumant ex eo cyalhum unum. Pissioo oleo osa* ad tasaim et qaadrapedum scabiem est.

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PALMIS, IX .

9.

£ 1. A v itib u s oleisque proxima nobilitas pal­ mis : inebriant recentes, capitis dolorem adfero n t : minus, siccae; nec, quantum videtor, utiles stomacho : tussim exasperant, corpus alunt. Sac­ caia decoctaram antiqui pro bydromelile dabant aegris ad vires recreandas, sitim sedandam, in f n «an praeferebant Thebaicas. Sanguinem quo­ que exscreantibus utiles, in cibo maxime. Illinun­ to r caryotae stomacho, vesicae, ventri, intestinis, cum cotoneis et cera et croco. Sugillata emen­ dant. Naclei palmaram cremati in fictili novo, cinere loto spodii vicem efficiunt, miscenturque collyriis, el calliblephara laciant addito nardo.

LI. Dopo le viti e gli alivi prossima è la no­ biltà delle palme. Le fresche ubbriacaoo, e fa ano dolere il capo : le secche a ciò hanno men forza ; e per quanto pare non sono alili alto stomaco : inaiperano la tosse, e crescono il corpo. Gli anti­ chi osavano dare il sugo delle cotte in Itfogo di idromele agli ammalati perchè riavessero le forze, e per ispegnere la sete, e a questo bisogno metteva­ no le Tebaiche innanzi a tutte l ' altre. Sono alili ancora a chi spnta sangue, massimamente man­ giandole. Delle cariote, cioè del sugo d ' esse, si fa empiastro allo stomaco, alla vescica, al corpo e agl'interiori, mescolate con mele cotogne, cera, e zafferano. Guariscono le parti suggellate. La cenere, che vien dai noccioli delle palme arsi in pentola nuova, lavala che sia fa l ' effetto dello spodio,e mescolasi nelle medicine degli occhi, ag­ g io gand o v i il nardo.
D b l m ib o b a la h o p a lm a ,

D b PAL 1 KTBOBALAHO, I i t . CA

3.

LII. 5 . Palma quas feri myrobalanam, pro­ batissima in Aegypto, ossa non habet reliquarum modo in balanis. Alvam et menses d e t in vino austero, et vulnera conglutinat
Db
v a lv a b l a t b , x v i.

LII. 5 . La palma che fa il mirobalano, ottima in Egitto, non ha noccioli, come Pai tre, ne'balani. In vin brusco provoca il oorpo e i mesi delle don­ ne, e risalda le ferite.
D ella
pa lm a b la tb ,

16.

LUI. Palma elate, sive spathe, medicinae con­ fert germina, folia, corticem. Folia im ponantur praecordiis, stomacho, jocineri, ulceribus quae serpant, cicatrici repugnantia. Psoras cortex ejas tener cam resina et cera sanat diebo* xz. Deco­ quitur et ad testium T i l i a . Capillum denigrat suf­ fita, partas extrahit. Datur bibendas renam vi­ llis, et vesicae, et praecordiorum : el capiti, et nervis inimicus. Volvae ac ventris fluxiones sistit

LUI. La palma chiamata elafe, ovvero spate, ha baona in medicina la saa P erba, le foglie e la corteccia. Le foglie si pongono agl'interiori, allo slomaco, al fegato e alle piaghe che impigliano ; ma esse non lasciano rainmarginare. La saa cor­ teccia teneca'con ragia e eera guarisce io venti gior­ ni la rogna. Cotta è buona a' malori de* testicoli. Col suo profumo annerisce i capelli e fa uscire i parti. Dassi 1 bere a' B ili delle reni, della vescica

3i$

HISTORIARUM MUNDI MB. XX11I.

3 .4

decodam ejus. Item dnis ad tonnina pota* in lino albo, in vulvarum v iti» efficacissimus.

e degl'interiori; ed è contraria «1 capo e a*nervi, La sua cocitura ferma i flussi della matrice e del corpo, e la cenere bevuta in vino bianco si dà ai tormini, potentissima ne’ mali delle matrici.
M s D ia ilB DI CIASCUNA SORTE DI F IO R I, TRATTE

Midkuu b x s i i H u i m t u m o i f l o u , f o l i i s , nocro, S A IIS , CORTI CB, 5DOCO, U OV O , RADICE, ama». M a i o i d i o i i n u n o n i , t i ; g o t o » ■m a n i, x x u ; stB o n to a im y 1.

DBLLB FOGLIE, Dfc’ FRUTTI, DB1 RAMI, DELLA COR­ TECCIA, DEI. SUGO, DEL LEGSO, DELLA RADICE, DELLA CERERE. OSSER VA1IOM RAPPORTO ALLE
m blb,

6 . R a pporto

a ' c o t o g n i,

22. R

a ppo rto

▲L L B MBLB STBDTIB, I .

L1 6. Proximae varietates generum mediciV. narumque, qaae mala habent. Ex bis verna, acer­ ba, stomacho inutilia suat : alvum, vesicam cir­ cumagant, nervos laedant. Cocta meliora. Coto* osa coda suaviora. Cruda tamen, dumtaxat matu­ la, promat sanguinem exscreantibus ac dysenlericis, cbolericis, coeliacis. Non idem prosunt de­ cocta, quoniam am ittunt constringentem illam vim socci. Im ponuntur et pectori in febris ardoribos: et tamen decoquuntur in aqua coeletti, ad eadem, quae sopra scripta sont. Ad stomachi au­ tem dolores cruda decocta ve cerati modo impo­ nantur. Lanugo eorum carbuncnlos sanat. Cocta >a vino, et illita cam cera, alopeciis capillum red­ dant. Qoae ex his cruda in meile condiuntur, alvum movent. Mellis aotem suavitati multum adjiciunt, stomachoque utilius id faciant.

Qoae vero in meile condiuntur cocta, quidam ad stomachi vitia, trita cum rosae foliis decoctis dsnt pro cibo. Saccus crudorum lienibus, orlhopnoicis, hjdropicis prodest. Item mammis, con­ dylomatis, varicibus. Flos et viridis, et siccus in­ flammationibus oculorum, exscreationibus sangoinis, mensibus muliernm. F it et sjuccus ex his mitis, cam vino dulci tusis, et coeliacis et jocinen. Decocto q ao q a e eoram foventur, si procidant volvae et interanea.

Fit et oleum ex his, quod melina m vocavimus, quoties non fu erin t in homidis nata. Ideo utilis­ sima, quae ex Sicilia veniunt. Minus olilia stru­ thia, quamvis cognata. Radix eoram circumscri­ pta lerra m ana sinistra capitor, ita ut qai id f|ciet, dicat quae cap iat, et cujos causa : sic adalligata, strami* m edetor.

LIV. 6. Seguono le varietà delle specie e delle medicine, che hanno le mele. Fra queste le ver-nerecce e le acerbe sono inutili allo stomaco, sconvolgono il corpo e la vescica, e offendono i nervi. Colte sono migliori. Le cotogne sono più soavi cotte; nondimeno crude, solamente mature, giovano a quegli che sputano sangue, al male dei pondi, a'collerici e a'deboli di stomaco. Non hanno quella medesima virtù cotte, perchè per­ dono la forza del sugo che ristrigne. Pongojisi ancora sol petto negli ardori della febbre, e non­ dimeno si cuocono io acqua piovana alle meJesiroe cose, che si son dette di sopra. A' dolori dello stomaco o crude o cotte si pongono in modo di cerotto. La lanugine loro guarisce i carboocelli. Cotta col vino e impiastrata con la cera fa rimet­ tere i peli alla pelarella. Le crude che s ' accon­ ciano nel mele muovono il corpo, e aggiungono molto alla soavità del mele, e lo fanno più utile allo stomaco. Le cotte, d ie si tengono nel mele, alcuni le danno a mangiare peste con foglie cotte di rosa a'm ali dello stomaco. 11 sugo delle crude giova alla milza, a coloro che non possono respi rsre, se non istanno col capo alto, e a'ritruopichi: così ancora alle poppe, alle morici che non gettano, e alle varici. 11 fiore e verde e secco giova alle infiammagioni degli occhi, a quegli che sputano sangue, e a' mesi delle donne. Fassi ancora pia­ cevole sugo di queste pestate oon vin dolce, il quale è utile a1 deboli di stomaco e al fegato. E se le matrici e gl’ interiori caggiono, si fa uno fomentazione con la loro cocitura. Fassi ancora olio d'esse, il quale noi chiamam­ mo melino,ogni volta che non sieno nate in luoghi umidi. A questo vengono utilissime di Sicilia. Man­ co utili sono le struUe, benché sieno lor parenti. Pigliasi la radice lo ro , circoscrivendo la terra, eon la man manca ; ma chi lo fa, dee dire quello che (a, e per cagione di chi ; e così legata alle scrofole le guarisce.

3 .5

C. P U N II SECONDI

DCLCIUM MALOBCM OBSBBVATIOBSS, VI } AUSTB-

M e DICMB DBLLB R I U DOLCI, 6

D sL L B A C I M I , { .

so&uu, iv. LV. Melimela el reliqua dulcia, stomachum et ventrem solvunt, siticulosa, aestuosa : sed nervos non laedunt. Orbiculata sistunt alvum, et vomi­ tiones, urinas cient. Silvestria mala similia sunt vernis acerbis, alvumque sistunt. Sane in hunc usura immatura opus sunt. LV. Le melimele e l’ altre cose dolci muovono il corpo e lo stomaoo, dauno sete e caldana, ma non offendono i nervi. Le mele tonde fermano il corpo e muovono il vomito e l’ orina. Le mele salvatiche sono simili a quelle acerbe della pri­ mavera : fermano il corpo, ma per qaesto effetto bisogna che sieno immature.
D b llb c itb e b ,

ClTEEOBUM,

v.

5.

LVI. Citrea contra venenum in vino bibun* tur, vel ipsa, vel semen. Faciunt oris suavitatem, decoclo eorum colluti, aut succo expresso. Ho­ rum semen edendum praecipiunt in malacia prae* gnantibus : ipsa vero contra infirmitatem stoma­ chi, sed non nisi ex aceto facile manduntur.

LVI. Le citree si beono nel vino contra il ve* leno, o esse, o il seme. 11 lavarsi oon la cocitura loro, e il sugo premalo fanno soavità di boecs. 11 seme d’esse vogliono che si dia mangiare «He donne pregne, quando elle hanno voglia di tante cose strane, e si mastica ancora contra la infermi-2 tà dello stomaco, ma non facilmente se non eoa Taceto.
D b’ m s la g k a m , a ? .

Pomcoauv, xxvi. LV1I, Punici mali novero genera nono iterare supervacuum. Ex his dolcia, quae apyrina alio nomine appellavimus, stomacho inutilia habentur, inflationes pariunt, dentes gingivasque laedunt. Quae vero ab bis sapore proxima vinosa diximus, parvum nucleum babentia utiliora pauTlo intel* ligunlur. Alvum sistunt, et stomachum, dumtaxat pauca, citraque satietatem. Sed haec minime dan­ da, quamquam omnino nulla, in febri, nec carne acinorna» utili, nee succo. Caventur aeque vomi­ tionibus, ac bilem rejicientibus.

Uvam in his, ac ne mustam quidem, sed pro­ tinus vinum aperuit natura. Utromque asperiore cortice. Hic ex acerbis in magno uso. Vulgus co­ ria maxime perficere illo novit: ob id malicorium appellant medici. Urinam cieri eodem monstrant : mixtaque galla in aeeto decoctum, mobiles den­ tes stabilire. Expetitur gravidarum malaciae, quoniam gustatu moveat infantem . Dividitor m alum , coeleatiqiie aqna madescit ternis fere diebus. Haec bibitur frigida coeliacis, et sangui­ nem exscreantibus.

LV1I. È soverchio riandare nove sorti di me­ lagrane, avendone già parlato. Diremo solo, rap­ portò a medicina, che le dolci, che noi per altro nome chiamammo apirine, si tiene che sieno inu­ tili allo stomaco : partoriscono ventosità, e offen­ dono i denti e le gengive. Quelle che per sapore son dopo queste, e chiamansi vinose, hanno pic­ colo nocciolo, e sono di poco piò utili. Fermano il corpo e lo stomaco, ma sien poche, sicché non {stucchino altrui. Non si vogliono dare nella feb­ bre, ancora che non ve ne sia punto, perchè nè la carne degli acini, nè il sugo non è utile. Guardisi ancora da queste chi ha il vomito, o chi sputa sangue. In queste non apparisce nè uva, nè mosto, m i vino subitamente. L1 una e 1 altra ha corteccia * aspra. Questa fra le acerbe è in uso a molte cose. Il vulgo con essa concia le cuoia, e per questo i m e­ dici la chiamano malicorio. Provoca P orin a, e cotta nell1aceto con galla, ferma i denti che si muovono. Dassi alle donne gravide che han vizio di cose stravsganti, e gustandola muove la crea­ tura nel corpo della madre. Partesi la melagrana, e tiensi in macero in acqua di piova per tre giorni. Questa si bee fredda per coloro che son d e­ boli di stomaco, e per quegli che sputano sangui.
D ella
s t o m a t ic a ,

S t o m a t ic e ,

x x iv .

34.

LVIII. Ex acerbo fit medicamentum, quod stomatice vocatur, utilissimum oris vitiis, narium,

LVI1I. Dell'acerba si fa una medicina, che si chiama stomatica, utilissima a* mali della bocca,

ìli

HISTORIARUM MONDI Llfi. XX 1 1 I.

3x8

aurium, oculorum caligini: pterfgiis, genitalibus, et bis q«M nomas -vocant, et qoae ia ulceribus excrescunt. Contra leporem marinum hoc modo: acinis detracto cortice tusis, succoque decocto ad tertias, cam erodi,, e t aluminis aciasi, m jrrbae, mellis Attid selibris.

Alii et hoc m odo freiant : panica adda multa tuodunlur: s u c c u s in cacabo novo coquitur mel­ lis erassitudiue, ad virilitatis et sedis vitia, et omnia quae lycio curantur, aures purulentas, epiphoras incipientes, rubras raaculas. In mani* bus rami punicorum serpentes fugant. Cortice punici ex vino decocti et impositi, perniores sa­ narli or. Contusura malum ex tribus heminis vini, decoctam ad hem inam , tormina et taenias pellit. Puaicum in olla nova, cooperculo illito, in furno exustum, el contritum , potumqae in vino, sistit tlfun, diaculit term ine.

delle nari e degli orecchi ; a1bagliori degli occhi, a quelle pellicole che si sfogliano intorno all’ un* ghie delle dila, a* malori de* genitali, alle piaghe che vanno sempre impigliando, e a quelle che crescono nelle rotture. Vale contra la lepre ma­ rina in questo modo : pestansi le granella, levando lor prima la corteccia, e caocesi il sugo fino alla terta parte, con mezza libbra di zafferano, d'al­ lume tagliato, di mirra e di mele Ateniese. Altri fanno in questo modo: pestano molte melagrane acetose, e cuocooo il sugo in vaso nuo­ vo, tanto che si rassodi come mele : questa deco­ zione è alile a'mali del membro virile e del sedere, a tutte quelle cose che si enrano con un medica­ mento chiamato liccio, agli orecchi che gettano puzza, alle lagrime degli occhi, che cominciano, e alle macchie rosse. 1 rami del suo albero por­ tati in mano cacciano le serpi. Con la buccia della melagrana colta nel vino, e postavi su, si guari­ scono i pedignoni. La mela stessa pestata con tre emine di vino, e colta fino a un'emina, leva i tor­ mini e le tignuole. Messa in pentola nuova con co|»erchio sopra, e arrostita nel forno, poi pesta e bevala nel vino, ferma il corpo e leva i tormini. D el
c it is o ,

De

c y t is o ,

vm .

8.

LIX. Primas pomi bujus partus florere ind« piealis, cylinus vocatur Graeds, mirae observa­ tionis mullorum experimento. Si quis anum ex bis, solutas vinculo omni cinctus et caleeatus, atque eliam annli, decerpserit duobus digitis, pollice et quarto sinistrae manus, atque ita lustra­ ti* levi tactu oculis, mox in os additam devora* Terit, ne dente co n tin g at, ad firma tur nullam oculocum imbecillitatem passurus eo anno. Ii dem cjtini siccati tritiq u e , carnes excrescentes cohibent : giogivis e t dentibus medenlur : vel si mo­ biles sioi, decocto succo. Ipsa corpuscula trita, ulceribos qoae se rp u n t pulrescunlve, illinantur. Ilem oculorum inflammationi intestinoramque : el fere ad om nia, quae cortices malorum. Ad verMulur scorpiouibus.

LIX. II primo parto di questo frutto comin­ ciando a fiorire, si chiama da’ G red citino, il quale è di grande osservazione per esperienze di molli. Se alcuno, sciolto da ogni legame di farsetto e di calzari, e ancora pure d’ anello, ne eoglie uno con due dita della man manca, col dito grosso e col quarto, e così leggerm ele toc­ cando lo tira intorno agli occhi, e dipoi se lo metle in bocca e inghiottisce, che non tocchi il dente, a1 afferma che q u d tale non patirà quel* l ' anno alcun male agli occhi. 1 medesimi cilini secchi e pesti reprimono le carni che crescono : medicano le gengfe e i denti ; e se questi si di­ menino, molti n'adoperano il sugo collo. Essi granelli triti guariscono gli ulceri che impigliano o che si putrefanno. Sono ancora utili alla infiammagione degli occhi e degl’ interiori, e quasi a tutte quelle cose, dov' è utile la corteccia. Sono contrarii agli scorpioni.
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b a l a u s t io ,

D s BALAUSTIO, X II.

ia .

LX. Non e st sstis mirari cursm diligentiam* que priscorum , q u i, omnia scrutati, nibil inlen* lilam reliquere. In hoc ipso cytino flosculi sunt, antequam sc ilic e t malum ipsum prodeat, erum­ pentes, qnos balaustium vocari diximus. HosquoS**ergo e x p e rti invenerunt scorpionibus ad veruri. Sisiunt p o t u menses lem inanip : sanant o ra

LX. Non possiamo maravigliard tanto che basti della cara e diligenza degli antichi, i quali non lasdarono cosa che non tentassero. In questo citino sono alcuni fiori, i quali escon fuori in­ nanzi che il citino diventi mela, e chiaraansi ba­ laustii. Avendo eglino dunque fattone esperienza, trovarono ebe sono ottimo rimedio contra gli

3«9

C. PLINII SECUNDI

Sao

ulcera, et tonsillas, a vam, sanguinis exscreationes, ventris et stomachi solutiones, genitalia, ulcera quacumque in parte manantia. Siccavere etiam u t sic quoque experirentur, inveneruntque tosorum farina dysentericos a morte revocari, alvum sisti. Quin et nucleos ipsos acinorum experiri non piguit. Tosti tnsique stomachum juvant, cibo aut potioni inspersi. Bibuulur ex aqua coelesti ad sistendam alvum. Radix decocta succum emittit, qui taenias necat, victoriati pondere. Eadem di­ scocta ia aequa, quas lycium, praestat utilitates.

scorpioni. Beendogli firmano i mesi delle donne, guariscono le ulcere della bocca, le gavigne, I* u* vola, lo spalar del sangue, il flusso dello stomaca e del corpo, le parli genitali, e tutte le ulcere che colano. Hanno trovato ancora* che seccandogli e facendone polvere guariscono i pondi morteti, 1 ristagnano il corpo. Nè increbbe loro fare espe­ rienza ancora de1 noccioli, i qnali arrostiti e pesti aiutano lo stomaco, spargendogli nel mangiare o nel bere. Beonsi con l’ acqua piovana a ristagnare il corpo. La sua radice cotta fa un sugo che am­ mazza le tignuole, a peso d ' una moneta ehe si chiama vittoriato. Cotta nell' acqua fa i medesimi effetti che il liccio.
M ela g ra n o s a l v a t i c o .

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e

PUNICO SILVESTRI.

LXI. Est et silvestre punicom a similitudine appellaturo. ‘Ejus radices rubro cortice denarii pondere ex vino potae somnos faciunt. Semine poto, aqna quae subierit cutem, siccatur. Mali punici corticis fumo culices fugantur.
PlBOBUM OBSSEV ATIO BBS, X II,

LXI. Écci anco il melagrano salvatico, cosi chiamato della somiglianza, le coi radici bevale con vtao a peso d'un denaio fanno sonno. Il seme suo beendolo asciuga l 'acqoa de* rilruopichi. 11 fumo delle cortecce caccia le zanzare*
OSSBRV AZIONI SOVRA I P E R I,

13 .

LXII. 7. Pirorum omnium cibus etiam valeo* tilias onerosus, aegris quoque vini modo negator. Decocta eadem mire salubria et grata, praedpue crustumina. Quaeeumqae vero cum melledecoota, stomachnm adjuvant. Fiunt cataplasmata e piris, ad discutienda corporum vitia: et decocto eorum ad duritias utuntur. Ipsa adversantur boletis atque fungis, pelluutque pondere et pugnante succo. Piram silvestre tardissime roatnrescit, Con­ ciditur, suspensuraque sicoatnr ad sistendam al* vum : quod et decoctum ejus potu praestat. De­ coquuntur et folia cum pomo ad eosdem usus. Pirorum ligni cinis contra fungos efficacius profi* cit. Mala piraque portata jaraentis mire gravia sunt vel pauca. Remedio ajunt esse, si prius eden­ da dentur aliqua, aut utique ostendantur.

LX 1I. 7. Il cibo di tatte le pere aacora a'sani è grave, e agli ammalati s’ interdice come il vino. Cotte sono molto sane e grate, massimamente le crustamine. Tutte quelle che son cotte col mele aiutano lo stomaco. Faunosi empiastri delle pere a levare i malori de’corpi, e la lor cocitura s* osa alle durezze. Esse s' oppongono a' boleti, e agli altri fanghi, e scacciangli col peso, e col sago che li contrasta. La pera selvatica tardissimo si malo­ ra. Intaccasi, e appicoata si secoa per fermare il corpo ; il che fa ancora la sua cocitura bevuta. Caoconsi par le foglie col fratto per fare i mede­ simi affetti, e la cenere del legno ha molto mag­ gior virtù contra i fanghi. Le mele e le pere sono maravigliosamente gravi a smaltirsi ancora a'gio* meuli, benché poche. Dicono che il rim edio di dò è, che se ne dia a mangiar prima alcuna, ori mostri almeno.
So pea 1 f ic h i, n i .

Fi c o h u m t

o b s e r v a t io n e s ,

axi.

LXIII. Fici saccas lacteus, aceti nataram ha­ bet. Itaque coaguli modo lac contrahit. Excipitur ante maturitatem pomi, et in nmbra siccatur, ad aperienda ulcera, cienda menstrua adposito cum luteo ovi, aut potu cnm amylo. Podagris illinitar cum farina graeci feni et aceto. Pilos quoque de­ trahit, palpebrarnmqae scabiem emendat 1 item lichenas et psoras. Alvum solvit. Lactis ficulni natura adversatur crabronum , vesparumque et similium venenis, privstim scorpionum. Idem

LXI 11. Il sugo latteo del fico ha qualità d'aceto, e però a modo di presame fa rappigliare il latte. Pigliasi innanzi che il fico maturi,e seccasi al rezzo, per aprir le piaghe e muovere i menstrui, ponen­ dolo col luorto dell'uovo, o beendolo con l'amido. Impiastrasi alle gotte con farina di fien greco e oon aceto. Leva i peli, e guarisce la scabbia delle palpebre, e le volatiche e la rogna. Risolve il cor­ po. La natura del lalle del fico è contraria a'veleni de' oalabroni, delle vespe e simili animali, c parli*

3ai

HISTORIARUH MUNDI LIB. XXIII.

3aa

cam in n g il verrucas tollit. Foli*, et quae noa malaraere fici, strumis illinuntur, omnibutque quae emollienda sint, disculiendave. Praestant boe et per te folia. E t alii usus eorum, tamquam ia fricando lichene, et alopeciis, et quaecumque einlcerari opus sit. E t adversus canis morsus, ramorum teneri cauliculi culi im ponantur. lidem cum meile ulceribus, quae ceria vocantur, illi­ nuntur. E xtrahunt infracta ossa cum papaveris silvestris foliis. Canum rabiosorum morsus folio trito ex aceto restringunt. E nigra ficu candidi caulicoli illinnntur furunculis, muris aranei mor­ tibus cum cera. Cinis earum e foliis, gangraenis, eoosumeodisque quae excrescunt.

Fici matarae urinam cient, alvnm solvunt, nidorem movent, papulasque. Ob id autumoo insalubres, quoniam sudanti* hujus cibi opera corpora perfrigescunt. Nec stomacho utiles, sed ad breve tempus : et voci contrariae inlelligunr tnr. Novissimae salubriores, quara primae: me­ diatae vero numquam. Juvenum vires augent: lenibus meliorem valetudinem faciant, minusque ragarum. Sitim sedant: calorem refrigerant. Ob id non negaudae in febribus constrictis, quas stegnas vocant. Siccae fici stomachum laedunt : gutturi et fancibas magnifice utiles. Natura his excalfacien­ di. Sitim adferunt. Alvum molliant,rheumatismis ejus, et stomacho contrariae. Yescicae semper nliles, et anhelatoribus, ac suspiriosis. Item joci* neram, rennm, lienum vitiis. Corpus et vires adjuvant : ob id ante athletae hoc cibo pascebanlot: Pythagoras exercitator, primus ad carnes eos lramtulit. Recolligenti se a longa valetudine utilissimae. Ite m comitialibus, et hydropicis, omnibusque, q u e e maturanda aut discutienda soni, im ponuntur : efficacius calce aut nitro ad­ mixto. Coctae cum hyssopo pectus purgant, pi­ tuitam, tussim veterem . Cum vino autem ad se­ dem, et tumores maxillarum. Ad furunculos, pa­ nos, parotidas, decoctae iUinunlur. Utile et de­ cocto earum fovere feminas.

Decoctae q uoque eaedem cum feno graeco olile* sunt plenrilicis et peripneumonicis. Cum rota coctae torm inibus prosunt. Tibiarum ulce* ribos curo acris flore. Pterygiis cum punico malo. Ambustis, p ern io n ib us, cum cera. Hydropicis *»ctae in vino, e t cum absinthio el farina hor­ deacea, n itro addito. Manducatae, alvum si-

eolarmeute degli scorpioni. Il medesimo oon la sngna leva i porri. Le foglie e i fichi acerbi s’ im­ piastranoalle scrofe, e a tutte le cose ehe bisogna mollificare e levar via. Questo medesimo effetto fanno anoora le foglie per sè stesse. Oltre a questi, ad altri usi ancora s'adoperano,come a stropicciar le volatiche, le alopecie e tutte quelle cose che bisogna scorticare. Coulra i morsi del cane le messe tenere de* rami si metrono sulla cotenna. Le medesime col mele si pongono sulle rotture, che si chiamano ce rie. Con le foglie del papavero salvalico tirano fuori l ' ossa rotte. La foglia pesta nell'aceto ristringe i morsi de'cani arrabbiati. Le tenere messe bianche del fico nero s ' impia­ strano a ' frignoli, e a'morsi del topo ragno si pongono con la cera. La cenere delle foglie loro s'adopera alle caocrene, e a consumare quelle cose che crescono. I fichi malori muovono l’ orina, risolvono il corpo, muovono il sudore e le pustole. Laonde non sono u n i nell'autunno, perchè i corpi, i quali sudano peropera di questo cibo,vengono a raffred­ darsi. Non sono anco utili allo stomaco, ma per breve tempo, e vedesi che soo contrarii alla voce. Gli ultimi son più sani che i prim i,e gli affatturati non mai. Crescono le forze de' giovani, fanno miglior complessione a' vecchi, e manco grinze. Mitigano la sete, e rinfrescano il calore, e perciò non s' hanno da negare alle febbri ristrette, le quali si chiamano slegne. I fichi secchi offendono lo stomaco, ma però sono molto utili alla gola. La natura loro è di riscaldare. Fanno sete, mollificano il corpo, sono contrarii a’ suoi flussi e allo stomaco. Sono sem­ pre utili alla vescica, a chi ansa, a chi sospira, a' difetti del fegato, della milza e delle reni. Aiu­ tano i corpi e le forze, e per questo gli atleti sole­ vano valersene per cibo. Pitagora usandone fu il primo che gli trasferì alle carni. Sono utilissimi a chi esce di lunga malattia, al mal caduco e ai ritruopichi ; e a lutti que* mali che debbonsi ma­ turare o sciogliere, si mettono su, e più utilmente ^.con la calcina, o col nitro mescolato. Cotti con lo issopo purgano il petto, la flemma e la tosse vec­ chia ; e colti co) vino sono utili al sedere e all'en­ fiato delle mascelle. Cosi si applicano a' fignoli, alle pannocchie, e alle posteme dopo gli orec­ chi. La cocitura loro è utile ancora a fomentar le donne. I medesimi cotti con fien greco sono utili al mal di fianco, e a chi ha difficolti di respirare. Colti con ruta giovano a' tormini ;col verderame alle piaghe delle gambe ; con melagrana, a quelle pellicole che si sfogliano intorno all'unghic delle dita ; agl’ incolti e a' pedignoni, con cera ; a’ ritruo­ pichi colli nel vino, e con l'assenzio, farina d'or-

3a3

C. PLINII SECUNDI

«tnnt. Scorpionum ictibai cum sale tritae illi«outur. Carbancnlos extrahunt in vino coctae et im­ politae. Carcinomati, si «ine ulcere est, quam pinguistimam ficum imponi, paene singulare re­ medium est : ilem phagedaenae. Cinis non ex alia arbore acrior: purgat, con­ glutinat, replet, adstringit. Bibitur et ad discu­ tiendum sanguinem concretum. 1tem percussis, praecipitatis, convnlsis, raptis, cyathis singulis aquae et olei. Datur tetanicis et spasticis : item potus vel infusus coeliacis, et dysentericis. E t si qais eo eum oleo perungatur, excalfacit. Idem cum cera et rosaceo subactas, atnbaslfs cicatri­ cem tenuissimam obducit. Lusciosos ex oleo illi— tns emendat, dentiumqne vitia crebro fricata.

Produnt etiam, si quis, inclinata arbore, su­ pino ore aliquem nodum ejus morsu abstulerit, nullo vidente, atqne cum aluta illigatum licio e collo suspenderit, strumas et parotidas discuti. Cortex trilus cum oleo ventris ulcera sanat. Cru­ dae groi»i verrucas et thymos, nitro farinaque additis tollunt. Spodii vicem exhibet fruticum a radice exeuntium cinis. Bis tostus adjecto psimmythio digeritor in pastillos, ad ulcera oeniorum et scabritiam.

io e nitro. Mangiati ristagnano il corpo. Pesti col sale s'impiastrano a'm orsi degli scorpioni. Cotti nel vino e postivi sa tirano fnora 1eifboncelli. Se il canchero è senza piaga, il piò utile rimedio è porvi on grassissimo Beo, e cosi alle nascenze che rodono. Non v 'è cenere d 'a ltro albero, che sia piò acre : ella porga, rappiglia, riempie e ristrigne. Beesi ancora per levare il sangue rappreso. Dassi a' percossi, a' precipitati, agli sconvolti e a'rotti, con an bicchier d'acqua e nn d'olio. Dassi al parietico e allo spasimo : e bevuto o infuso, a* debili «li stomaco e a'pondi. Questa cenere riscalda, ss alcuno si unge d'essa con olio. Impastata con cera e olio rosato fa sottilissima margine agl' incotti. Impiastrata con olio guarisce coloro che non veg­ gono al lume, e i difetti d e'den ti col fregsre spesso. Dicono ancora, che se inchinando P albero, alcuno stando con la bocca supina leva col morso alcun nodo di quello, senza che sia veduto da altri, e legatolo alla scarpa, con un liccio l'appic­ ca al collo, dissolve le scrofe, e le posteme dietro agli orecchi. La corteccia sua trita con olio gua­ risce le ulcere del corpo. I grossi, cioè quei fichi che non si maturano, crndi cacciano via i porri, con timo, nitro e farina. La cenere de' rampolli, eh' escono dalle radici, vaia in luogo di spodio. Due volte riarsa, e giuntovi il psimmizio, sa ne fa pastelli all' ulcere degli occhi e al ruvidore.
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c a p r if ic h i,

C a p b if ic o b u m

o b s e r v a t io n e s , x l i i .

4*-

LX1V. Caprificus etiamnum multo efficacior fico. Lactis miuus hahet : surculo quoque ejus lac coagulatur in caseum. Exceptum id coactumque in duritiam, suavitatem carnibus adfert. Fricatur diluto ex aceto. Miscetur exulceratoriis medicamentis. Alvum solvit : vulvam cum amylo aperit. Pota menses ciet cum luteo ovi. Podagri­ cis cum farina graeci feni illinitur. Lepras, psoras, licheoas, lentigines expurgat : item venenatorum ictus, et canis morsus. Dentium quoque dolori hic succus adposilus io lana prodest, aut in cava eorum additus. Cauliculi et folia, admixto ervo, contra marinorum venena prosunt. Adjicitur et vinnm. Bubulas carnes additi caules magno ligni compendio percoquunt.

Grossi illitae strumas, et omnem collectionem emolliunt, et discutiunt. Aliquatenus et folia. Quae mollissima sunt ex his, curo aceto ulcera manantia, et epinyctidas, et furfures sanant. Cum meile folii» ceria sanant, et canis morsus. Recentes cum viuo, phagedaenas. Cum papaveri* foliis ossa

LXIV. Il caprifico ha maggior vtrtà che il fico. Ha raen latte, e con nna verga d'esso il lat­ te si rappiglia in cacio. Questo raccolto « fatto duro, dà soavità alle carni. Serve a stropiccia­ re, dilavato nell'aceto, e a mescolarsi agli un­ guenti esulcerativi. Risolve il corpo, e eoo amido apre la matrice. Bevuto con tuorlo d* uovo p ro ­ voca il menstruo. Impiastrasi alle gotte con farina di fien greco. Purga la lebbra, la rogna, le vola­ tiche e le lentiggini, e così i morsi degli anim ali velenosi e de'cani. Questo sugo ancora posto con la lana giova al dolore de' denti, ovvero m esso nel loro buco. Le sue messe tenere, e le foglie insieme con le rnbiglie giovano contra i v e le n i. Aggiungonvi ancora il vino. Mettendo le m esse tenere con la carne del b u e, la fanno c u o c e re con gran risparmio di legne. 1 fichi che non si maturano, impiastrati su lle scrofe le mollificano, e sulle raccolte le levati via. Le foglie in parte fanno il medesimo effetto. L e più tenere con l ' aceto guariscono le ro ttu re c h e gettano, e certe macchie rosse rilevate, le q u a l i vengono più la notte ebe il giorno con p i z z i -

5a5

HISTORIARUM MUNDI LIB. XX11I. core, e le forfore. Le foglie con il mele guari­ scono certi malori, che si chiamano cerie, e i morsi del cane. Le fresche col vino sanano le u l­ cere corrosive. Con le foglie del papavero cavano l ' ossa. I caprifichi che non maturano, col profu­ mo levano le ventosità. Bevuti resistono ancora al sangue del toro bevuto, al psiramizip e al latte rappreso. Cotti nell1acqua e impiastrali guarisco* no le posteme dietro gli orecchi. Le sue messe tenere, o i fichi che non malurauo, piccolissimi, si beono col vino s' morsi delle serpi. Il latte suo ancora s1 instilla alle piaghe, e mettonrisi su le foglie; il che si fa ancora conira il topo raguo. La cenere delle messe tenereUe mitiga Tàvoli. La cenere dell’ albero col rade vale sU i crepature del sedere. La radice boUiia nel vino gioirà al do­ lore da’ deoli. Il caprifico vernereccio colto nell ' aceto, e trito, leva via le volatiche. Im piasi rana* i pezzi del ramo senxa carleceià, minutissimi a modo di segatura. Si fa ancora del caprifico una medicina miraoolosa. Se un fanciullo, che non abbia ancor messo pelo, rompendo il ramo del caprifico ae leva 00' denti la corteccia, dove non è lanugine, la midolla, legata innanzi al levar del sole, leva via le scrofe. Il caprifico circondalo al collo di tori quanto si voglia feróci, gli doma di lai modo, che gli fa rimanere immobili. SoPBA
l ’ BBBA ta ilB O ,

extrahant. GroMÌ caprifici inflationes discutiunt tuffilu. Resistunt cl sanguini laurino polo, et ptiramythio, et lacti coagulato potae. Ilem iu aqua «leeoclae atque illitae parotida» sanant. Cauliculi >ul grossi ejus quam minutissimae ad scorpionum icbu e rino bibuntur. Lac quoqi^e instillatur plagae, el folia im ponuntur. Item adversus mu­ rem araneum. Cauliculorum ciuis uvam iaucium sedai. Arboris ipsius cinis ex meile, rhagadia. Radix defervefacta in vino, dentium dolores. Hiberna caprificas in aceto cocta et trita, impeti­ gines tollit. Illinuntur ramenta rami sine cortice qoam miontissima ad scobis modum. Caprifico quoque medicinae unius miraculum addUur. Corticem ejus impubescentem puer impubis si «le/racio ramo detrahat dentibus, medullam ipsam adalligatam ante solia ortum, prohibere strumas. Caprificas tauros quamlibet feroces, collo eorum circumdata, in lautam mirabili natura compescit, ut immobiles praestet.

D> U M B O

HBKBA, III.

3.

LXV. Herba quoque, qoam Graeci erineon vocant, reddenda in hoc loco propter gentilitatem. Palmum alta est, cauliculis qaiois fere, ocimi similitudine, flos candidus, semen nigrum, par­ vam : tritam cum meile Attico, oculorum epi­ phoris medetor : olcumque aotem decerpta auoat laete multo e t dulci. Herba perquam utilis suriam dolori, n itri exiguo addito. Folia resistunt venenis.

LXV. L’ erba aneora, ohe i Greei chiamano erineo, per rispetto alla soa nobiltà dà occasione di ragionare di sè in qaesto luogo. Ella è alta on palmo, fa cinque gambi e somiglia il basilico : fa il fior biaoco, il seme nero e piccolo, che pesto col mele Ateniese medica le lagrime degli oc­ chi : comunque sia colta, manda foora molto latte dolce. L’ erba è mollo olile alla doglia degli oreoehi, aggiungendovi un poco di nitro* Le foghe resistono al veleno.
So m
a l e p &o g b o l k ,

D s ramus, iv. LXVI. P ro n i folia deceda tonsillis, gingivis : w«e prosunt in vino, decoclo eo subinde ore toltolo. Ipsa p ru n a alvum molliunt, slomacho non utilissima, sed brevi momento.

4-

LXVI. Le foglie del prugnolo cotte medicano le gavine, le gengive e l’ugola, se tu le cuoci in vi­ no, e bagniti la bocca. Esse prugnole o susine muovono il corpo, e non sono del lutto olili allo stomaco ( ma per breve momento.
D b l l b m s c h b , *•

Db

p b &s ic is , i i .

LXVII. U tilio ra persica, Mccujque eorum, 'tiamnum in v in o w l in aceto expraaaus. Kec est ■liat eia pomis initooentior cibos. NcUqaam minus °*wis, suoci P*«* qui tamen aitilo alimulei. ^«Jia ejus trita illita, haemorrhagtam sialunt.

LXV 1I. Piò alili sooo le pesehc, non che il sago loro premalo nell’aceto o nel vino. Non v’è cibo meno nocivo di questi fratti. Nessuno ha meuo odore, nè pià sogo, il quale nondimeno alimola la Mie. Le sue foglie (cito e postevi au ri-

3a 7

C. PLIN11 SECDNDI

3a8

Nuclei persioorom cnm oleo et aceto, cupitis do­ loribus illiuuotur. Db n o n
s ilv b s tb ib u s ,

stagnano le morici. I noccioli delle pesche in aveto e olio fanno impiastro alla doglia del capo.
D elle
f b d g n o l b s a l v a t ic b b ,

n.

2.

LXV 11I. Silvestrium quidem prunorum bac­ che, vel • radice cortex, in viuo austero si deco­ quantur, ita ut triens ex hemina supersit, alvum el tormina sislunt. Satis est singulos cyathos decocti sumi. Db l i m o ,
s iv e l i c h b b b a b b o b u m , u

LXVI 1I. Le prugnole salvatiche, o la cortec­ cia della radice del prugnolo, colle in vin biuseo, di modo che d ' una emina ne rimanga un terzo, ristagnano il corpo e i tormioi. Casta pi­ gliare on bicchier per volta di tale decollo.
D
e l l a b e l l e t t a , o l ic h e n e d e g l i a l b e b i,

.

a.

LX1X. E l in iis, et sativis prunis est limos arborum, quem Graeci lichena appellant, rhaga­ diis el condylomatis mire utilis.

LX 1X. Negli alberi di questi e de'susiui dome­ stichi è una certa belletta, che i Greci chiamano lichene, utilissima alle crepature del sesso, e alle morici che non gettano.
D e ll b m obb,

Db m o b is ,

x x x ix .

30.

LXX. Mora in Aegypto et Cypro sui generis, ut diximus, largo sncoo abundant, summo cortice desquamato: altiore plaga siccantur» mirabili na­ tura. Succus adversatur venenis serpentium, prodest dysentericis, discutit panos, omnesque collectiones: vulnera conglutinat, capitis dolores sedat, ilem aurium : splenicis bibitur, atque illi­ n itur : et contra perfrictiones : celerrime teredi­ nem sentit. Neque apud nos succo osus minor. Adversatur aconito et araneis, in vino potus. Alvum solvit : pituita*, taeniasque et similia ven­ tris animalia extrahit. Hoc idem praestat et cortex tritus.

Folia tingunt capillum cum fici nigrae et vitis corticibus simul coctis in aqua coelesti. Pomi ipsius saccos alvum solvit protinus. Ipsa pom i ad praesens stomacho utilia, refrigerant, sitim faciuut. Si non superveniat alios cibus, intu­ mescunt. Ex immaturis succus sistit alvum : ve* Iuli animalis alicujus, in hac arbore observandis miraculis, qoae in natura ejus diximus.

LXX. Le more in Egitto e in Cipri, che noi dicemmo essere d’una specie propria, son di maravigliosa natura : hanno di molto sugo, se si leva la prima buccia ; ma faceudo la ferita più profonda, si seccano. 11 sugo loro vale contra il veleno delle serpi. Giova a* pondi, dissolve V en­ fiature e ogni raccolta, risalda le ferite, mitiga le doglie del capo e degli orecchi. Beesi da quegli che hanno male di milza, e che patiscono infred­ dature ; oppure impiastrasi. Intarla presto. Non è sugo appresso di noi, che s’ usi manco di que­ sto. Bevuto nel vino è contrario all' aconito e ai ragni. Risolve il corpo, e caccia la flemma, le ti* gnuole e simili animali del corpo. 11 medesimo effetto fa la corteccia trita. Le foglie tingono i capelli cotte in acqua pio­ vana con cortecce di fico nero e di vite. Il sugo di questo frutto subito risolve il corpo. Essi frut­ ti fanno subita utilità allo stomaco, rinfrescano e fanno sete. Se non si mette lor sopra altro cibo, rigonfiano. Il sugo delle more acerbe ferma il corpo : io questo albero, come d’alcuno animale, sono da osservarsi le proprietà maravigliose, che già dicemmo nella natura d 'esso.
D e l l a s to m a tic a , o a b t b b ia c r , o p a n c h e tto ,

S t o m a t ic e ,

s i v b a b t e b i a c e , s iv b p a n c h r e s t o s , iv .

4-

LXXI. F it ex pomo panchrestos stomatice, eadem arteriace appellata, hoe modo : sextarii tres succi e pomo, leni vapore ad crassitudinem mellis rediguntor. Post additur omphacii aridi pondos x duorom, aut myrrhae x unins, croci x unius. Haec simul trita miscentur decocto. Neque est aliud oris, arteriae, uvae, stomachi, jucuodios temedium. F it «l alio modo : succi sextarii duo,

LXX1. Di questo frutto si fa un medicarne chiamato pancreslo stomatica, che pur si chiama arteriace,in questo modo: tre sestarii del sugo leggermente ai coocono, tanto che si r-assodioo come II mele. Vi s'aggiungono poi due danari a peso d* onfacio secco, e ano di mirra e ono «li zafferano. Queste cose insieme peste si mescolano con la lu i cocitura. Non c ' è aloua altro più p ia -

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIII. oitilis Attici sextarius, decoquuntur, ut supra diximus»

33o

Mira sont praeterea quae produntor. Mori germinatione, priusquam folia exeant, sinistra decerpi jubentur fatura poma : ricinos Graeci vocanL Hi terram si noa attigere, saoguinem sistuoi adalligati, sive ex vulnere fluat, sive ore, sire naribus, sire haemorrhoidi* : ad hoc servantar repositi. Idem praestare et ramus dicitur lana plena defractus, incipiens fructum babere, si terram non attigerit, privati™ mulieribus adal­ ligatos lacerto, contra abundantiam roensiom. Hoc el quocumque tempore ab ipsis decerptum, ita ut terram non attingat, adalligatumque exi­ stimant praestare. Folia mori trita, aut arida de­ cocta, serpentinm ictibus imponootur. Ad id e a que pota proficitar. Scorpionibos adversator e ndioe corticis succus, ex vino a a t posca potas.

Reddenda est et antiquoram compositio. Soc­ cum expressam pomi m atari immaturique mix­ tam, coquebant in vase aereo ad mellis crassitu­ dinem. Aliqoi m yrrha adjecta et cupresso prae­ duratam ad solem torrebant, permiscentes spatha ter die. Haec erat stomatice, qua et vulnera ad cicatricem perducebant. Alia ratio: succum sic­ cato exprimebant pomo, molium sapori obsonio­ rum conferente. In medicina vero contra nomas, et pectoris pituitas, et ubicumque opas esset adslringi viscera. Dentes quoque colluebant eo. Tertiam genas sacci : foliis et radice decoctis ad ambusta ex o le o illinenda. Imponuntur et per se lolia.

Radix p e r xnesses incisa snccam dat aptissi­ mam dentium dolori, collectionibusque, et sup­ purationibus. A lvum purgat. Folia mori in urina nadefacla, p ila m coriis detrahant. Ds
c b b a s is ,

cevole rimedio alla bocca, ali' arteria, all* ugola e allo stomaco. Fassi ancora in un altro modo : caoconsi, come abbiamo detto sopra, due sestarii di sugo e un sestario di mele Ateniese. Maravigliose sono oltra ciò le cose che si dico1 no del moro. Quando ei mette, prima ch'escano le foglie, con la man manca si colgono quelle che hanno a esser more, dai Greci domandate ricini. Queste, se non hanno tocco terra, legatevi ferma­ no il sangue, s’ egli esce o della piaga, o della bocca, o del naso, o delle morici, e a questo fine si salvano riposte. Dicesi che il medesimo effetto fa il ramo, rotto a luna piena, quando egli co­ mincia aver frutto, se egli però non ha toeeo ter­ ra ; e vale specialmente legato al braccio delle donne contra I* abbondanza de* menstrui. Anzi in qualunque tempo sia colto da esse donne, fa l’ istesso effetto, pur che non tocchi terra, e sia legato com 'è detto. Le foglie del moro peste, o secche e cotte, si pongono sopra i morsi delle ser­ pi. In bevanda giovano al medesimo. Il sugo della corteccia della radice bevalo con vino, o con po­ sca, è contra gli scorpioni. Diremo ancora la composizione degli antichi. Essi cocevano il sago delle more mature e delle acerbe insieme, in vaso di rame, fin che si rasso­ dasse come il mele. Alcuni aggiungendovi mirra e cipresso, seccavano tulio questo al sole nel vaso ben turato, mescolandolo con la spalola tre volle il giorno. Questa era la stomatica, con la quale anche risaldavano le ferite. Eravi pure altro modo : premevano il sugo delle more secche, e l'usavano nelle vivande, perchè dava buon sa­ pore. In medicina lo davano contra le piaghe che impigliano, la flemma del petto, e dovunque bi­ sognava ristriguere le viscere. Lavavano ancora i denti con esso. Il terzo modo era cuocere le foglie e le radici, e con quel sago e con olio fa­ cevano unguento «Ile cotture. Pongonsi ancora le foglie di per sè. La radice tagliata per mietitura ha sugo ac­ comodatissimo al dolore d e 'd e n ti, e a dove è raccolta puzza. Purga il corpo. Le foglie del mo­ ro bagnale nell* orina cavano i peli del cuoio.
D e l l b c irib g ie ,

v.

5.

LXX II. C erasa alvum molliunt, stomacho no lilia : e a d e m siccata alvum sistunt, urinam « a l . ln v e o io a p u d auctores, si quis matutino roscida cum su is nucleis devoret, io tantum levari •bum, u t p e d e s m orbo liberentur.

LXX 1I. Le ciriegie mollificano il corpo, e sono nocive allo stomaco. Secche fermano il corpo, e provocano l ' orina. Io truovo appresso degli au­ tori, che cogliendole la matlina, quando elle son rugiadose, e inghiottendole intere col nocciolo, alleggeriscono talménte il corpo, che i piedi si liberano dal male.

33. Ob m e s p i l i s , n. D b s o b b is , n .

G. PU N II SECONDI
D
bllb n b s m l b ,

33i
s . D bllb s o m , 2.

LXX 11I. Mespila, exceptis selaniis, quae malo propiorem vim habeat, reliqua adstringunt sto­ machum, «istuntque atrum . Ilem aorba sicca; nara recentia stomacho et alvo citae prosuol.

LXX 1II. Le nespole sono rislrettive, in foor che le setanie, le quali sono più vicine alla natura della mela : esse ristrìngono lo stomaco e fermi­ lo il corpo. Cosi fanno anco le sorbe secche; perciocché le fresche giovano alla stomaco e al corpo mosso.
D b llb io c i p ire , i

Db b d c ib c s

p ih k i s , x i u .

3.

LXX 1V.8 .Nuces piceae, quae resinam habent, contusae leviter, additis in singulas sextariis •quae ad dimidium decoctae, sanguiuis exscrea­ tioni medentur, ita u t cyathi bini bibantar ex eo. Corticis e pinu io vino decoclum con Ira tormiua datur. Nuclei nucis pineae sitim sedani, et acrimoniam stomachi rosionesqoe, et contrarios hu­ mores consistentes ibi: et infirmitatem virium roborant, renibas et visicae utiles. Fauces viden­ tu r exasperare, et tussim. Bilem pellunt poti ex aqua, aut vino, aut passo, ant balanorom decocto. Misoetur his contra vehemeutiores stomachi ro­ siones cucumeris semen, et auccus porcilacae. Item ad vesicae ulcera et renes, quoniam et uri­ nam cient.

LXX 1V. 8. Le pine, che hanno ragia, ammac­ cate leggermente e cotte con un sestario d 'sequa per ciascuna, infino che si consumi la metà, ne* dicano chi sputa sangue, par che se ne beano due bicchieri. La cocitura della corteccia del pino li dà nel vino contra i tormini. 1 pinocchi levano la aete, l’ agrimonia e le rosioni dello stomaco, e i guasti e oorrotli umori che si fermano qaivi : fortificano la debolezza delle parli virili, e ioa ulili alle reni e alla vescica. Pare che inaspriscano le canoe della gola e la tosse. Purgano le collere bevuti con acqua, o vino, o vin c o tto , 6 cocitura di balani. Mescolasi con questi, cootra le veementi rosicazioni di atomaeo, il seme del cocomero e il sugo della porcellana. Giova eziandio alle scorti* calure della vescica e delle reni, perchè anoora muove 1 orina. *
D
b llb m a hdo blb,

Db

a m y g d a l is , x x i x .

ag.

LXXV. Amygdalae amarae radicum decoctam «01 em in facie corrigit, coloremque hilariorem f»cit. Nuces ipsae somnum faciunt, et aviditatem. Urinam et menses cient. Capitis dolori illinantur, tnaximeque in Cabri : si ab ebrietate, ex aeeto et rosaceo, et aquae sextario. E t sanguinem sistunt, M ia amylo et menta. Lethargicis, et comitialibus prosunt. Capite peruncto epinyctidas sanant : e vino vetere ulcera putrescentia. Canum morsus cura meile. E t furfures ex facie, ante fotu prae­ parata. Item jocineris et rennm dolores ex aqua potaé : et saèpe ex ecligmate cam resina terebin­ thina. Calculosis et difficili urinae in passo : et ad purgandam cutèm in aqua mulsa tritae, sunt efficaces.

Prosunt ecligmate joci neri, tussi, et colo, cum elelisphaco modice addito. In meile sumilur nucis avellanae magnitudo. A ju n t, quiois fere praesumptis ebrietatem non sentire polores : vulpesque, si ederint eas, nec contingat e vieino

LXXV. La cocitura delle radici delie man* dorle amare fa bella la pelle àel viso, e il eolore piò lncenle. Le noci fanno sonno e avidità : rooo* vono 1 orina e i menstrui. Impiastranti al dolore * del capo, e massimamente nella febbre ; e se il dolore avviene per ubbriachezza, con aceto, olio rosato e un sestario d’ acqua. Ferm ano ancora il sangue, con amido e menla. Giovano alla letargia e al mal caduco. Ungeudone il capo, gaariscono alcune roacohie rosse rilevate, che vengono pii la notte che il giorno eon pizzicore, e col via vecchio le piaghe ehe marciscono, e eoi mele i morsi de'cani; aon che le forfore del viso, pre­ parate prima con la fomentazione. Bevute con 1 acqua tolgooo i dolori del fegato e delle reni, * e spesso con lattava?» di ragia trem entina. A chi ha la pietra, e difficilmente orina, dannosi in via cotto ; e trite in acqua melata son buone • P°r" gare la pelle. Giovano col lattovaro al fegato, e. alla tosse e al colo, aggiungendovi alquanto delP erba delisfoco. Pigliasi nel mele quanto è una nocciuola. Dicono che pigliandone innanzi cinque, i bevitori non s'ubbriacano ; e se le volpi ue mangiano, e

333

HISTORIARUM 3KJNDI LIB. XXIII.

334

aquam lambera, mori. Minus valent in remediis dulces, et hae tamen porgant, et urinam cient. Recentes stomachum implent.

subito non beono aequa, si muoiono. Le dolci vogliono meno in medicina, e nondimeno ancora esse purgano, e muovono T orina. Le fresche em­ piono lo stomaco. DblU noci
OBBCHB,

D>

VOCIBUS GBASCfS, I.

I.

LXXVI. N udbns graecis eam absinthii semi-* ne ex «ceto sumptis, morbos regius sanari dicitnr: ilem illilis per se Titia sedis, et privatim condylomata. Item tussis et sangoinis rejectio.

LXXVI. Dicono che pigliando le mandorle col seme dell* assensio nell* aceto, cessa il mal ca­ duco. Per sè medesime guariscono i difetti del fondamento e in ispecieltà il male de’ fichi. Gio­ vano ancora alla tosse e a chi sputa sangue.
D b l l b so c i , 9 4 .

D b 1TOLAHD1BCS, XXIY.

LXXVII. Nuces {oglandes Graeci » capitis gravedine appellavere. Elenim arborum ipsarum folioramque vires in cerebrum penetrant : hoc minore torm ento, et in cibis, nuclei faciunt. Sunt aulem recentes jucundiores, siccae unguinosio­ res, et stomacho inutiles, difficiles concoctu, do­ lorem capili* inferentes, tussientibus inimicae, et vomituris jejunis : aptae in teaesaao solo ; trar buot enim pituitam . Eaedem praesumptae ve­ nena hebetant : item anginam curo rota et oleo. Adversantur caepis, leniuntque earum saporem. Aurium inflammationi im ponuntur cura mellis exiguo, et cum ruta mammis, et luxatis : cura caepa autem e t sale, et meile, canis horainisque roorsoi. Putamine sucis juglandis, dens cavus inuritur. Putamen combustum trituroque in oleo aut vioo, infantium capile peruncto, n utrit ca­ pillum : et ad alopecias eo sic utunlur. Quo plures noces q u is ederit, hoc facilius tineas pellit. Qoae perveteres snnt nuces, gangraenis et car­ bunculis m ed en tu r : item suggillalis : cortex ju ­ glandium, lichenum vitio, et dysentericis. Folia trita cum aceto, aurium dolori.

In sanctuariis Mithridatis maximi regis devi­ eti, Cn. P o m p eju s invenit in peculiari commen­ tario ipsius ro a n a compositionem antidoti, e dua­ bus nucibus siccis, ilem ficis totidem, et rutae Miis viginti sim u l tritis, addito salis grano: et qoi hoc je ju n a s sum at, nullum venenum nocitu­ ram illo d ie. C o n tra rabiosi quoque canis raornm, nuclei a je ju n o homine commanducati illilip raesenti rem ed io esse dicuntur.

LXXVII. I Greci hanno chiamate iaglandele noci dalla graviti del capo; perciocché la potenza di questo albero e delle sue foglie passa nel cer­ vello : questo medesimo, ma con minore tormen­ to, fa il frutto loro a mangiarlo. Le fresche sono più dilettevoli : le secche hanno in sè piò dell’antuoso, e sono inutili allo stomaco: smaltisconsi con difficolti, e fanno dolere il capo. Sono contrarie alla tosse, e a chi ha da vomitare a digiuno : utili solamente a chi ha gran voglia d'andare del corpo e non può, perch elle cavano là flemma.Pigliandole innanzi levano la forza a* veleni ; e cosi con ruta • olio guariscono la squinaraia. Resistono alle cipol­ le, e mitigano il sapore d’esse. Adoperansi con un poco di mele alla infiammagione degli orecchi ; e con ruta alte poppe, e a chi ha mosse le mem­ bra del suo luogo ; e con cipolla, sale e mele al morso del cane e deli* uomo. Gol guscio della noce si brucia il foro del dente. Il medesimo gu­ scio arrostito e pesto con olio, o in vino, ugnendone il capo de1bambini, fa mettere loro i capel­ li : è utile ancora alla pelatine. Quanto piè noci mangia alcuno, tanto piò facilmente cacoia le ti* gnuole del corpo. Le noci vecchie guariscono la cancrene, i earboncelli e i suggellati. Il mallo delle noci giova alle volatiche e al male de'pondi. Le foglie peste con l’ aceto giovano alla doglia degli orecchi. Pompeo Magno avendo vinto il gran re Mi­ tridate trovò nel suo gabioetto scritta di mano di lui una composizione d'antidoto che si fa di due noci secche, due fichi secchi e venli foglie di ru ­ ta ; il tutto pestato insieme con un granello di sale : nessun veleno può nuocere in quel giorno a chi a digiuno piglierà questo lattovaro. Al mor­ so del cane arrabbiato è subito rimedio che l ' uo­ mo a digiuno mastichi una noce, e ve la ponga sopra.

3*5 Db
a v b i . l a r is ,

C. PLINII SECUNDI iu
;
p i s t a c i i », t u i

33«
p is ta c c h i, 8 .

:

c a s t a r i i », t .

Dbllb r o c c i u o l b , 3. Db'

D b llb c a sta g h b ,

5.

LXXVIII. Naees avellanae capitis dolorem faciunt, inflationem stomachi : et pinguitudini corporis conferuot, plus quam sit verisimile. To­ stae et destillationi medentur. Tasti quoque ve­ teri iri Ise, et in aqua mulsa polae. Quidam adjiciuut grana piperis, alii e passo bibunt. Pistacia eosdem usus et effectus habent, quos pinei nu­ clei, praeterque ad serpentium ictos, sive edan­ tur, sive bibantur. Castaneae vehementersiitont stomachi et ven­ tris fluxiones, alvum cient, sangoinem exscrean­ tibus prosunt, carnes alunt.

LXXVIII. Le nocciuole fanno dolore di capo e ventosità di stomaco: giovano a ingrassare il corpo più che non è verisimile. A rrostite guari­ scono 1a rema. Peste e bevute in acqua melata giovano alla tosse vecchia. Alcuni v' aggiungono parecchie granella di pepe; altri le heono col «in cotti). 1 pistacchi fanuo i medesimi effetti chei pinocchi, fuor cbe a' morsi delle serpi, o beeudoli 0 mangiandoli. Le castagno fermano gagliardamente i flussi del corpo e dello stomaco : giovauo a chi sputa sangue, e (sono carne.
D e lle c a r ru b e , 5. D el c o b rio lo , i. D el c o r b e z z o l o .

De s i l i q u i s ,

v.

De c o & r o ,

i.

Db u r e d o r b .

LXX1X. Siliquae recentes, stomacho inotiits, alvum solvunt. Eaedem siccatae sistunt, storoachoque utiliores fiunt. Urinam cient. Syriacas in dolore stomachi ternas in aquae sextariis de­ coquunt quidam ad dimidium, eumque succum bibuut. Sudor virgae corni arbori» lamina ferrea candente exceptos, noo contingente ligoo, illitaque inde ferrugo, incipientes lichenas sanat. Ar­ butus sive unedo, fructum fert difBeilem conco­ ctioni, et stomacho inutilem.

LXXIX. Le carrube fresche soao inptili silo stomaco, e smuovono il corpo. Seéche lo fermano, son più utili allo stomaco, e provocano 1 orina. * Alcuni per la doglia dello stomaco coocoo tre delle Soriane io altrettanti sestarii di acqua finche tornino alla metà, e ne beono quel sugo. Rice­ vendo il sudore della verga del corniolo in pia­ stra di ferro rovente, la quale non tocchi il legno, e dipoi con la ruggine che di quivi nasce ugneodo le volatiche, quando cominciano, »i guarisco­ no. 11 corbezzolo è difficile a smaltire, ed è inutile allo stomaco.
D
b g l i a l l o r i,

Da

l a u r is, l x ix .

€9.

LXXX. Laurus excalfactoriam nataram habet, e t foliis, et cortice, et baccis : itaque decoctam ex is, maxime e foliis, prodesse vntvis et vesicis convenit. Illita vero vesparum, crabronnmqne, et apiam, item serpentium venenis resistant, ma­ xime sepis, dipsadis, et viperae. Prosunt et men­ sibus feminarum cum oleo cocta. Cum polenta autem, quae tenera sunt trita, ad inflammationes oculorum : cum ruta, testium : cum rosaceo, ca­ pitis dolores, aut cum irino. Quin et commandu­ cata atque devorata per triduum terna, liberant tussi : eadem prosunt suspiriis trita cum raelle. Cortex radicis cavendus gravidi». !p»a radix cal­ culos rumpit jocineri prodest Iribus obolis in vi­ no odorato pota. Folia pota vomitiones movent. Baccae menses trahant adpositae tritae, vel potae. Tussim veterem et orthopnoeam sanant binae, detracto cortice in vino potae. Si et febris sit, ex aqua, aut ecligmate ex aqua mulsa, aut ex passo decoclae. Prosunt et phthisicis eodem modo, et

LXXX. L’ alloro riscalda, così con la foglia 0 con la scorza, come col frutto, e però la saa deco­ zione, e massimamente delle foglie, c utile alla ma­ trice e alla vescica. F'acendone empiastro resiste molto al veleno delle vespe, de' calabroni, delle pecchie e delle serpi aucora, e massimamente di quelle, che si chiamano sepe, e dipse, e vipere. Cocendole eoo l'olio giovano a'mesi delle donne. Pestando quelle che sono tenere con la polenta, levano l'enfiato degli occhi, e con la ruta quello de'lesticoIUecon l'olio rosato, o con l'irino,la do­ glia del capo. Se ne masticherai, e poi inghiottirai tre per volta tre dì, guariscono dalla tosse. G iova­ no a'sospirosi trite col mele. Guardinsi le donne gravide dalla corteccia della sua radice. Essa ra­ dice bevuta a peso di tre oboli in vino odorifero, rompe la pietra e giova al fegato. Le foglie, beendole, muovono il vomito. Le coccole provocano

1 menstrui, o ponendovele peste, o beemlole. Becudone due senza corteccia nel vino guariscono

33?

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIII.

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omnibus thoracis reumatismi». Nam et coquunt pituitam et extrabuat.

Advenas scorpiones quaternae ex vino bi­ buntur. Epinyclidas ex oleo illitae, et lentigines» et ulcera m anantia, et ulcera oris, et furfures. Cutis pruriginem saccus baccarum emendat, el phtfiiriasin. Aurium dolori et gravitali instilla* tnr,cum vino vetere et rosaceo. Perunctos «o fu­ giunt venenata omnia. Prodest contra ictus et polui, maxime autem ejus laurus, quae tenviora habet folia, Baccae cum vino serpentibus, et scor* pionibos, et araneis resistunt. Ex oleo et aceto illinuntor et lieni, et jocineri : gangraenis cum meile. Et in fatigatione etiam aut perfrictione succo eo perungi, nitro adjecto, prodest. Sont qoi celeritati partus multum conferre patent ra­ dicem, acetabuli mensura in aqua potam ; effica­ cius recentem, quam aridam. Quidam adversus scorpionum ictus, decem baccas dari jubent po­ tai. Item et in remedio uvae jacentis, quadran­ tem pondo baccarum, foliorumve, decoqui in aquae sextariis tribus ad tertias, eamque calidam gargarizare : et in capitis dolore, impari numero baccas cum oleo con lerere, et cal facere.

Laurus Delphicae folia trita olfaotaque subin­ de, pestilentiae contagia prohibent: tanto magis ii et uranlur. O leum ex Delphioa, ad cerata, acopamque, ad g>er frictiones discutiendas, nervo» laxandos, la ter ia dolores, febres frigidas utile est. Item ad auriuna dolorem, in mali punici cortice tepefactum. F o lia decocta ad tertias paries aquae, uram cohibeut gargarizatione : polu alvi dolores, inleslinorumque. Tenerrima ex his trita in vino* papulas, p ru ritu sq n e , illita noctibus.

Proxime v e le n t oelera laurorum genera. Lau­ ros Alexandrina, ai ve Idaea, parius celeres facil, radice pota tr iu m denariorum pondere, in vini dulcis cyalbis irib u s. Secundas aliam pellit, mentetqae. E odem m o d o pota daphnoides (sive his nominibus q u a e diximus), silvestri» laurus pro­ dest: alvum so lv it, vel recenti folio, vel arido, drachmis trib u s cum sale in bydromelite mandu­ cata. P ituitas e x tra b it folium et vomitu*, stoma­ cho inutile. Sic e t baccae quiuaedenae purgatio iit causa su m o n to r. P lib io 1* N., Vol. II.

la tosse vecchia, e la ortopnea. Se vi fotse febbre, cnoconsi con l'acqua, o con Utlovaro d'acqua melata, o di vino passo. Giovano a 'tisichi in quel medesimo modo, e ad ogni rema del petto, perchè oaocono e maturano la flemma, e tiranla fuori. Contra gli scorpioni ne beono quattro eoi vino. Faoeadone empiastro eoo olio levano alenile macchie rosse rilevate, le quali vengono pià 1« notte ebe il giorno con pinicori, e le lentiggini, e le nascente che colano, e le ulcere della bocca, e le forfora. U sugo delle coccole leva il pizzicore, e il m orbo pediculare, lnstillasi negli orecchi con vin vecchio e con rosato, contra la doglia e gra­ vità d ' essi. Chi è unto di questo è guarentito de ogni cosa avvelenata. Giova berle a' morsi vele­ nosi, massimamente tratto delle cocooie di quel­ l’alloro, che ha le foglie più tenere. Le coccole eoi vino resistono alle serpi, agli soorpioni e a' ragui. Con olio e con aocto s'impiastrano alla milza e al fe­ gato : alle cancrene col mele. Giova ancor» nella, stanchezza e nell’ infreddatura ugnerai oon quel sugo, aggiuntovi il nitro. Sono alcuni, che ten­ gono che la radice giovi assai a far partorire tosto, beendola nell' acqpa alla misura d ' un acetabolo» e molto meglio la fresca, che la secca. Certi vo­ gliono che se ne dieno a bere dieci coccole contra i morsi degli scorpioni. Per rimedio della ugola scesa vogliono che si cuoca in tre sestarii d 'acqua fino che resta il terzo la terza parte d 'una libbra di coccole e di foglie, e che quest' acqua diasi calda a gargarizzare. Nel dolore del capo pestauo con olio le coccole in caffo, e le riscaldano. Le foglie dell' alloro Delfico, peste e fiutate poi, levano la contagione della pestilenza, e lauto. più, s ' ella abbrucia. L 'olio dell' alloro Delfico è utile a'cerolti, all'unguento mitigativo, a levare le infreddature, a mollificar i nervi, a' dolori del fianco, e alla febbre fredda. Scaldasi in corteccia di melagrana al dolore degli orecchi. Le foglie colle infino alla terza parte dell'acqua fanno tor­ nare 1' ugola al suo luogo, gargarizzando ; e col bere, i dolori del corpo e degl' iuteriori. Le sue foglie più tenere peste nel vino guariscono le slianze e i pizzicori, impiastrale la notte. Dipoi valgono.l'altre specie dell' alloro. Quel­ lo di Alessandria o dell’ Ida fa partorir tosto, beendo la radice a peso di tre denari in tre bic­ chieri di vin dolce. Spinge fuori anco la seconda e i menstrui. Non meoo giovevole, beendolo allo stesso modo, è l'alloro salvatico, o dafnoide ( per non dira gli altri nomi, onde l ' abbiamo doman­ dato ) : smuove il oorpo, mangiando tre dramme delle sue foglie, o secobe o fresche, col sale e cou l'idrom ele. La foglia d’esso cava fuori la flemma, e la vomito, ma è iuulile allo slomaco. Pigliami ancora piuque o dieci coccole per purgare.
22

33g

G. PUN II SECUNDI

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m y bto , lx .

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e l l a n o e t in e ,

60.

LXXXI. 9. Myrtus saliva candida, mitra* alili» esi medicinae, quam nigra. Semen ejus medetur sanguinem exscreantibus. Ilem contra fango* io vino potum. Odorem oris commendat vel pridie commanducatam. Item apad Menandrnm Synari­ stosae boe edunt. D atare t dysentericis denarii pondere in vino.Uloera difficilia in extremitatibu* corporii sanat, cam vino subfervefectum, Impo­ nitu r lippitudini cum polenta, et cardiaci* in mamma sinistra : et contra scorpioni* ictus in mero : et ad veicicae vitia, capitis dolores, et aegilopaa, antequam suppurent : item tamoribus : exemptisqne nucleis in vino velere trilnm e m ­ ptionibus pituitae. Suecus seminis alvnm sistit, urinam ciet. Ad eruptiones pusularum, pituitae­ que, cum cerato illinitur ; et eonira phalangia. Capillum denigrat. Lenius succo oleum est ex eadem m yrto: lenius et vinum, quo nnmquam inebriator. Inveteratum sistit alvum et stoma­ chum : tormina sanat, fastidium abigit,

Foliorum arentium farina sudores cohibet inspersa, vel in febri. Utilis et ooeliacis, et proci­ dentiae vulvarum, sedis vitiis, ulceribus manan­ tibus, igni sacro fotu, capillis fluentibus, furfuri* bus : item aliis eruptiooibus, ambustis. Additur quoque in medicamento, quod liparas vocant, eadem de causa qua oleum ex his, efficacissimnm ad ea quae in humore s u n t, tanquam in ore et vulva,

Folia ipsa fungis adversantor trita ex vino, cura cera vero articulariis morbis et collectioni­ bus. Eadem in vino decocta dysentericis et hy* dropicis.potui dantur. Siccantur in farinam, quae inspergitur ulceribus, aut haemorrhagiae. P u r­ gant et lentigines, plerygia, et paronychias, et epioyctidas, condylomata, testes, tetra ulcera : item ambusta cum ceralo.

Ad aures purulentas et foliis crematis utun­ tur, et succo, et decocto. Comburuntur et in an­ tidota. Item cauliculi flore decrepli, in novo ficti­ li operto cremati in furno, dein triti ex vino. E t ambuslis foliorum cinis medetur. Inguen ne iutumescat ex ulcere, salis ect surcul tm tantum

LXXXI. 9. La mortine domestica bianca è meno olile alia medicina, che la nera. 11 seme sao medica chi sputa sangue; e beendolo col vioo giova contra i fanghi malefichi. Fa buono alilo ancora essendo stato mangiato il giorno innanzi. Appresso Menandro poeta i Sinarislosi ne man­ giano. Dassi ancora al mal de’ pondi a peso d'ua denaio nel vino. Bollilo alquanto col vino guari* soe le nascenze difficili nella estremità del corpo. Ponsi con polenta alla cispa degli occhi, e a que­ gli che hanno passione di cu o re, sulla poppa manca ; e contra i morsi dello scorpione nel vino, e a* difetti della vescica, a* dolori del capo, all’egilope, innanzi eh* elle facciano puzxa, e agli en­ fiati ; e tritandolo e cavandone i noccioli ferma l ' umore flemmatico. Il sugo del seme ferma il corpo e provoca lf orina. Impiastrasi alle pustole che rompono e alla flemma con cerotto; n o n c h é contra i falangi. Fa cepegli n eri. L'olio della medesima mortine è più gentile che il sago, e così il vino ancora, il quale non ubbriaca mai. Quando egli è invecchiato ferma il corpo e lo stomaco, guarisce i tormini e leva allo stomaco il fastidio. La polvere fatta delle foglie secche leva il sudore, spargendola, ancora nella febbre. È utile pure a* deboli di stomaco, alla matrice, quando ella nscisse fuori, a’Jifetli del sedere, alle nascerne che cofano, al fuoco sacro con fomentazione, a’es­ pelli cbecaggiono, alla forfora, a tutto che rompe nella pelle e agl* incotti. Mettesi ancora in una composizione, la quale si chiama lipara, perla medesima cagione, per la quale l*olio di questi è potentissimo a quelle parti che sono umorose, come alla bocca e alla matrice. Le foglie peste col vino son buone cootra 1 fanghi, e conia cera contra i mali delle giunture, e le raocolte di marcia. Cotte nel vino dannosi bere a chi ha mal di pondi e a* rilruopichi. Sec* cansi in farina, che si sparge sulle rotture e sulle inorici. Purgano le lentiggini, quelle pellicole che si sfogliano attorno all* unghie delle dita, i pan** recci, quelle macchie rosse rilevate che vengono più la notte che il giorno con pizzicore, le inorici che non gettano, i testicoli, e le piaghe brutte ; ® col cerotto gl* incotti. Usansi le foglie arse agli orecchi che gettano puzza, tanto pel sugo loro, che per la cocitura. Afdonsi per metterle negli antidoti ; al che valgono anche le messe tenere colte nel fiorire e arse io vaso di terra nuovo nel forno, dipoi peate col vino. La cenere delie foglie medica gl* incolli. &

3$i

HISTORIARUM MUNDI LIB. XX11L

3/ja

myrti habere sterna, oon ferro, nec terra con* Udam.

acciocché l’ anguinaglia non ingrossi per alcun malore, basta portar seco una vermena di morti­ ne, la quale non abbia tocco ferro nè terra.

Db

m t b t i d a h o , X III.

Del

anB T iD A .no, i 3 .

LXXXII. Myrtidanum diximus qaomodo fie­ ret. Vulvae prodest, adpositn, fo la , et illitu. Mollo efficacias et cortice, et folio et semine. Kiprimitur et foliis saccos mollissimis in pila tosia, adfoso paullatim vino austero, alias aqaa coelesti: atque i t a expresso u ta n ta r ad oris se* disqoe aleera, vulvae, et T e o tr is : capilloram ni­ gritiam, malaram perfusiones, pargationem lenligimun, «t ubi constringendum aliquid est.

LXXXII. Insegnammo gii come si fs il mirtidano, il quale facendone fomentazione e impiastro, giova alla matrice; ma molto più con la corteccia, con le foglie e col seme. Premesi ancora il sugo, pestando in pila le foglie tenerissime, e mettendovi a poco a poco T i n brusco, e altrimenti acqua piovana. Usasi questo sago così premuto alPulcere della bocca, del fondamento, della ma­ trice e del corpo ; a far neri i capegli, a’ malori delle gote, a levar le lentiggini, e quando è da risi rignere alcuna cosa.
D e lla
m o e t ih e s a l t a t ic a , c a m b m ib s ib e , o t t e b o o s iim ib s ih b ,

Di naT O

s i l t b s t b i , s iv b o x y m y m ih b , s i t e c h a -

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M A E M Y lS im , SITE XTJSCO, TI.

O BOSCO, 6 .

LXXX111. M yrtas s i lT e s tr is , si oxymyrsine, sive ebamaemyrsine, baccis rubentibus et brevilai* a sativa distat. Radix ejns in honore est, d e ­ cocta vino, ad re n am dolores pota, et difficili uri­ nae, praedpueque crassae, et g r a T e o l e n t i : morbo regio, et vulvarum purgationi trita cum T in o . Cauliculi qaoqae incipientes asparagorum modo io cibo sampti, « t in cinere cocti. Semen cum vino potum, aat oleo, aat aceto, calculos frangit. Item in aceto et rosaceo tritam , capitis dolores sedat : et potom, m orbara regium. Castor oxy■yrsinen myrti foliis acutis, ex qoa fiant ra ri wopae, roseam T o c a T i t , ad eosdem usos. E t ha­ ctenos habent se medicinae urbanarum arborum. Transeamus ad silvestres.

LXXX 1I 1. La mortine salvatica, ovvero ossimirtine, o camemirsiue, è differente dalla dime­ stica, perchè ba le coccole rosse e le foglie minori. La sua radice cotta in vino e bevala è utile alla doglia delle reni, e alla orina difficile, massima­ mente alla grossa e puzzolente ; nel vino giova a chi ba sparto il fiele, e alla purgazione della ma­ trice ; e così le sue messe tenere mangiale a modo di sparagii, e colte nella cenere. Il seme bevuto in vino, ovver olio, rompe la pietra ; e trito in aceto e olio rosato mitiga la-doglia del capo ; e bevuto guarisce chi ha sparto il fiele. Castore chiama roseo la ossimirsine, che ha foglie aguzze di mir­ to, di cui nelle ville si fanno le scope : essa è alile a’ medesimi efiletti. E questo basti quanto alle medicine degli alberi domestichi. Passiamo ora a

ragionare de* salvatichi.

C. PLENE SECUNDI

HISTORIARUM MUNDI
LIBER XXIV
MEDICINAE EX ARBORIBUS SILVESTRIBUS

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D is c o b d ia e i r r

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b t h b b b is ,

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D is c o rd ie

b

c o n c o r d ie t r a a l b e r i b t r a e r b e .

COBCORDIAB.

1.1. l ì . « I n e qtridem, horridiorque n i t o r n
W tt) medicinis carent, sacra illa pareote rerum omnium nusquam non remedia disponente ho* mini, ot medicina fieret etiam solitudo ipsa : sed r i negala illins discordiae atque concordiae mi­ raculis occursantibus. Quercus et olea tam pertite a odio dissident, a t altera in allerins scrobe Epactae m o riantu r : quercus vero et juxta nucem jflgbodem. Pernicialia et brassicae cum Tite odia: ipton olas, q u o Titi» foga tur, adversam cyclami­ no et origano «rescit Quin et annosas jam, et qwe sternantar arbores, difficilius caedi, ac cele­ rà* inarescere tradunt, si prias mana, quam fer­ ro, attingantur. Pomornm onera a jumentis sta­ tua sentiri : ac nisi prius ostendantur his, quam* tu pauca po rtent, sudare Ulico. Ferulae asini» gratissimo su n t in pabulo, ceteris vero jumentis praesentaneo veneno: qua de cansa id animal Libero patri adsignatar, coi et ferula.Surdis etiam Krnm sua cuique sunt venena, ac minimis quo­ que. Philyra coci et polline nimium salem cibis eximunt. Praedulcium fastidium sal temperat. Nitrosae au t amarae aquae, polenta addita mitipntor, n t intra duas horas bibi possint. Qua de «Bsa ia Meco» vinarios additar polenta. Similis

1.1 . I l anno le selve ancora e i siti di piò orrido
aspetto le ler medicioe ; perchè quella sacra ma­ dre di tutte le cose ha proveduto in ogni luogo i rimedii a ll'u o m o , talché ancora l1 istessa solitudi­ ne si confertisse in medicina ; mostrando però in ogni sua operazione maraviglioso ordine di ac­ cordo e di discordia. La quercia e 1* ulivo eoa tanto odio discordano tra loro, che piantato un di questi alberi nella fossa delP altro, si secca ; il che fa la quercia eziandio presso la noce. Il cavolo ancora egli ha capitai nimistà con la vile ; ed esso che mette in foga le vite, posto alP incontro del ciclamino e dell’ origano, si secca. Dicono ancóra che gli alberi antichi, i quali sono da tagliarsi, più difficilmente si tagliano,e più tosto si seccano, se prima si toccano con la mano, che col ferro. Le bestie da soma sentono subilo il peso delle mele,1e se prima non son mostre loro, incontanente suda­ no, benché ne portino poche. Le ferule sono gra­ tissimo pasto agli asini, dove agli altri animali sono subito veleno ; e perciò questo animale è dedicato a Bacco, a cui è dedicata ancora la ferula. Le stesse cose più vili hanno ciascuna il suo veleno, eie mi­ nime ancora. 1 cuochi levano il sale soverchio fuor delle vivande con pellicole o membrane fresche e

34?

C. PLINII SECUNDI

348

vis Rhodiae cretae, et argillae nostrali. Concordia ▼aleni, quum pix oleo extrahitor, quando utrumque pinguis naturae est. Oleam solum calci mi­ scetur, qnando atrumque aquas odit. Gommi «ceto facilius eluilar, atramentum aqua. Innu­ mera praeterea d ia, §aae suis loois dioenlor assidu*.

Hinc nata medicina. Haec sola natorae plaenerat esse remedia parata valgo, inventa facilia, ac aine impendio, et qaibos vivimus. Poslea fraodes homioum et ingeniorum capturae officinas i n v e ­ nere istas, in quibus saa cuique homini venalis prom ittitor vita. Statini compositiones et mixto* rae inexplicabiles decantantor. Arabia atque In ­ dia in medio aestimantur : ulceriqoe parvo me­ dicina a Rubro mari imputatur, qaum remedia vera quotidie pauperimus quisque coenet. Nam si ex horto petantur, ani herba vel frutex quae­ ratur, onlla artiam vilior fiat. Ita «st profecto, magnitudo populi Romani perdidit ritus, vin* cendoqae victi sumas. Paremus externis, et ana artiam imperatoribus quoque imperaverant. Ve­ ram de his alias plora.

sraioutaolale, e col fiore della farina, mentre per opposito il sale tempera il fastidio delle cose trop­ po dolci. L ’a c q u e nitrose o amare vengono a miti­ garsi, mettendovi dentro la polenta, di maniera che in termine di due ore si posson bere. Per questa cagione la polenta si mette ancora ne'vasi da vino.Sirail virtù è nella terra creta di Rodi, e nell' argilla nostrale. Per I1 opposito la concordia delle cose le fa più possenti : con Polio si leva vi» la pece, perché P uno e Paltro è di natura grassa : P olio solo si appiglia alla calcina, poiché P uno e P altro ha in odio P acqua. La gomma più facil­ mente si stempera con l’aceto, e P inchiostro con P acqua. Così dicasi d ' infinite altre cose, le qaali si conteranno al suo luogo. Di qui è nata la medicina. Questi rimedii soli erano piaciuti alla natura, perchè sono apparec­ chiati e pronti in ogni luogo, facili a trovarsi, e non dispendiosi, perchè si fanno delle cose onde viviamo.Dipoi le frodi degli nomini e degl'ingegni hanno trovato qoeste nostre botteghe, nelle quali a ciascun uomo si promette per denari conservargli la vita.Di subitogli sono perciò messe innanzi com­ posizioni e misture iueslricabili.L*Arabia e Plndia di sabito si ricordano, e ad ana piccola bolla dan­ no medicina, la quale dicono che viene dal mar Rosso ; mentre qualsivoglia povero mangia ogni dì rimedii più veri. Perciocché se cercheremo P erbe e i germogli degli orti, niuna arte diven­ terà più vile della medicina. Certo la grandezza del popolo Romano ha guasti i buoni costami, e noi vincendo siamo siati vinti. Noi ubbidiamo egli slraoi, e questa arte sola comanda agl' im peradori. Ma di ciò parleremo un1 altra, volta.
D e l lo t o d ' I t a l ia s i fa b h o k b d ic iv b 6 .

M e d ic in a e

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I t a l ic a ,

v i.

II. a. Loton herbam, itemque Aegyptiam eo­ II. a. Noi dicemipo di sopra che cosa è loto dem nomine alias et Syrticam arborem, diximos erba, e albero Egitfo, o Sirlico del medesimo sois locis. Haec lotos, quae faba graeca appellatur nome. Qaesto. loto, che i nostri chiamano fava a nostris, alvum baccis sislit. Ramenta ligni deco­ greca, con le coccole sue ferma il corpo. 1 suoi cla in vino prosunt disentericis, menstruis, verti­ piccoli rami colli nel vino giovano a chi ha male gini, comitialibus. Cohi beo t et capillum. Mirum, di pondi, a* menstrui, a’ capogirli s a i mal caduco. his ramentis nihil esse amarius, frpclaque dalRitengono ancora i capegli. È maraviglia, che u o a essendo cosa alcana più amara di qpesti piccoli ciu». F it et e scobe ejas medicamentum, ex aqua myrti decocta, sobacta, et divisa ia pastillos, dypezzi, nulla siavi più dolce che il sao fra tto . sentericis utilissimum, pondere victoriali cum Delle sue rimondature si £a medicina* eolie con •quae cyathis tribus. P acqua di mortine, impastate e divise in pastelli, utilissime a chi ha il male de'pondi, prendendole a peso d ' un' oncia con tre bicchieri d’ acqua.
G l a b m b o s,
x iii.

D bl lb o h ia s d e ,

i 3.

III. 3. Glans intrita daritias, quas cacoethes III . 3. La ghianda pesta con sogna insalata guarisce quelle durezze che si chamano. caeoete. yocaut,cam salsa axungia sanat. Vehementiora Piò possenti 1090 i legni» • in ta tti si toglieJa sani ligna et in omnibus cortex ipse, cortici^oe

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV. ludie» «abjecta. Haec deootla favai coeliacos. Dysentericis eliam (limitar, vel ipsagta». fiidem* qoe m iitil serpentium ictibus, rh ettttk liin ii, suppurationibus. Folia, etbaecae, vel cortex, vel meeai decocti prosunt con Ira toxica. Cortex iftinitar decoctas b e te vaccino, serpentis plagae. Datar «t ex vino djaeatericia. Eftdem et Ù d vif.

35o

corteccia ch*è sotto la corteccia di sopra. Questa cotta giova al male del fianco. La ghianda ancora s'iropiasira al male de 1pondi : essa resiste a' morsi delle sterpi, alla rema, e a* luoghi che hanno rac­ colta marcia. Le foglie e il frutto, o la scorza, o il sugò cotti giovano contra i veleni. La corteccia colta col latte di vacca l’ impiastra al morso delle serpi. Dassi col vino al male de* pondi. La mede­ sima virtù ha il leccio ancora.
D e l g e a h e llo d e l le c c io ,

Cocco

il ic is ,

ni.

3.

IV. 4* Coccum ilicis valnaribus recentibus ex IV. 4 .11 granello del leccio si mette sulle ferite seeto im ponitur. Epiphoris ex aqua, et oculis fresche con Taccio. Ponsi con l'acqua sulle lagri­ •affatis sanguine, instillatur. Est autem genas ex me degli occhi, e sugli occhi macchiali di sangue. eo b Attica fera e t Asia nascens, celerrime in Di questo è una sorte che nasce nel paese d'Ateue venuculam se mutans, quod ideo stoleciou e in Asia, il quale tosto si mata in un vermicello, vocant, im probantque. Principalia ejus genera che per ciò si chiama scolecio, molto biasimato. ditinos. Abbiamo ragionato altrove delle sue specie prin­ cipali. G alla, xxm.
D e l l a g a l l a , a 3.

V. Nec pauciora gallae genera ferìmus, soli* V. Nè ci sono msneo sorti di galla ; chè v* è dam, perforatam : item albam, nigraro, roajorero, la soda, la perforata, la bianca, la nera, la mag­ minorem. Vis omniom similis. Optima Comma* giore, la minore ; e tutte hanno somigliante gena. Excrescentia in corpore tollunt. Prosunt virtù. Ottima i la Comagena. Levano ogni cosa gtngivie, uvae, oris exulcerationi. Crematae et superflua, che cresce nel corpo. Giovano alle genviao ex tinctae, coeliacis, dyseoterieis illinuntur. gie, all'ugola e alle ulcere della bocca. Arse e Paronychiis ex meile, et unguibus scabris* pteryspeole nel vibo giovano a* deboli di stomaco, e giis, ulceribus manantibus, condylomatis, vulne­ impiastrate, al male de' pondi. Col mele valgono ribus q oae pbsgedaeaiea recontur. In vioo autem ai panerecci, alP unghie ruvide, alle pellicole che decoctae auribus instillantur, oculis illinuntur : si sfogliano intorno alP unghie, alP ulcere che adversa» eruptiones e t panos cum aceto. Nudeus colano, e alle piaghe che si chiamano fagedene. commanducatas dentium dolorem sedat: item Cotte nel vino si mettono negli orecchi e negli intertrigines e t arobuita. Immaturae ex bis ex occhi. Coutra le rotture e le pannocchie si usano aceto potae, lienem consumunt. Eaedcmcrematae, con l’aceto. Il nocciolo masticato mitiga il dolore et aceto salso extinctae, menses sistant, vulvasque de1 denti, e le scorticature della pelle nate per procidentes foto. Omnis capillo» denigrat. camminare, o petr fregarsi P u n membro con P altro, e le incotture. Le acerbe bevute con lo aceto consumano la milza ; e le medesime arse e sparse nelP aceto salato fermano i menstrui, e coù la fomentazione le matrici eh' escono. Fanno neri i capegU. Visco,
x i.

D elvuco , 11.

VI. G ii abbiamo detto che il rovero fa ottimo V I. Viscum e robore pràecipuum diximus haberi, e t quo conficeretur modo. Quidam oon- ▼isco, e mostrato in che modo e' si fa. Alcuni lo cuocono pesto dell' acqua in fino a che stia a galla. tusum in aqua decoquunt, donec innatet. Quidam Alcuni masticando gli acini, sputano la buccia. commanducantes acinos, exspuunt cortices. Opti­ mum est, quod sine cortice est, quodque levissi- Ottimo è quello che non ha buccia, che è legge­ rissimo, giallo di faori, e dentro ha qualità di n a m , extra fulvum, iotus porraceum, quo nihil est glutinosius. Emollit, discutit tumores, siccat porro ; di cui non è cosa più viscosa. Mollifica, strumas. Cum resina et cera panos mitigat omnis leva gli enfiali e secca le scrofe. Con ragia e con cera mitiga !e pannocchie d ' ogni sorte. Alcuni gcucrii. Q uidam ct galbanum adjiciunt, pari

35»

G, PU N II SECUNDI

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pondere «ingulorura : eoque modo el ad vuluera ntunlur. Unguium «cabrili»! expolit, si septenis diebus solvantur, nitroqqe colluantur. Quidam id religione efficacius fieri putant, prima lana pollectum e robore sine ferro. St terram non attigit, comitialibus mederi. Conceptam femina­ rum adjuvare, si omnino secuin habeant. Ulcera commanducato impositoque efficacissime sanari.

v'aggiungono il gjdbano 4 ’«goal peso, e a qaesto modo Tosano anche alle £erite.Palisoekra*id*zia delle aoghie, sciogliendole ogni di fino inselle, e lavandole col nitro. Alcuni tengono che ciò »i faccia meglio con la religione, adoperandosi quel­ lo che fu raccolto dal rovero senxa ferro iLprimo dì della luna, Se nou tocca la terra, medica il male caduco. Aiuta le donne a partorire, se l’ hanuo seco addosso. Se si uielle masticalo sulle na­ scenze, maravigliosamente le guarisce.
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8.

VII. Roboris pilulae ex adipe ursino alopecias VII. Le pillole o coccole del rovero mesoolato capillo replent, Cerri folia, et cortex, et glans, con grasso d'orso fanno rimettere icapegli, Jov’à siccat collectiones supparationesque : fluxiones stata la tigna. La foglia del oerro, o la scorna o sistit. Torpentes membrorum partes corroborat la ghianda, rasciuga la raunata degli umori e la decoctum ejus fotu : coi et insidere expedit, sic* puzza, e ristagna i flussi. Conforta i membri in­ caudis adstringendisve partibus. Radix cerri ad­ tormentiti, se con la sua cocitura si fomentano; versatur scorpionibus. ed è ulile tenervi dentro le parti che si vogliooo ristrignere o seccare. La radice del cerro è con­ traria agli scorpioni.
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VIII. Suberis cortex Irilus, ex aqua calida V11L La corleocia del sughero trita e bevala polus, sanguinem fluentem ex utralibet parie hi acqua calda ristagna il sangue in ogni parie. sislit. Ejusdem cinis ex viuo calido, sanguinem La cenere d'esso col vin caldo è molto lodata per exscreantibus magaopere laudatur. chi sputa sangue.
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IX- 5. Fagi folia manducantur in gingivarum labiorumque vitiis. Calculis glandis fagiaeae ciois illinilur : item cum meile alopeciis.

IX. 5. Le foglie del faggio si masticano a' di­ telli delle gengie e delle labbra. La cenere delle ghiande del faggio s 'impiastra alla pietra, • col mele alla tigna.
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C upbxsso, XXUI'

a3.

X. Cupressi folia trita serpentium ictibus im~ X. Le foglie del cipresso trite si pongono ai morsi delle serpi, e al capo con la polenta, se poounlur : et capiti cum polenta, si a sole doleat: duole per essere stato al sole: similmente alla item ramici : qua de causa et bibuutur. Testium quoque tumori cum cera illinuntur. Capillum borsa, e a questo effetto anche si beono. Fassene denigrant ex aceto. Eadem trita cum duabus empiastro con la cera all'enfiato de'testicoli. Con partibus panis mollis, et e vino amineo subacta, l ' aceto fanno neri i capelli. Trite con le due parli pedum ac nervorum dolores sedant. Pilulae di pan molle, e dipoi impiastrate con buon vin adversus serpentium ictus bibuntor, aut si ejicia- bianeo, mitigano i dolori de'piedi e de'nervi. tur sanguis : collectionibus illinuntur. Ramici Le pillole sue si beono eonira al morso delle serpi quoque tenerae lusae cum axungia et lomento, e al recere il sangue; e s 'impiaslrauo alle raccolte prosunt. Bibuntur ex eadem causa. Parotidi et di puzza. Le messe tenere peste con sugoa e fari­ strumae cum farina imponuntur. Exprimitur, na di fave, giovano alla borsa. Beonsi per la me­ desima cagione. Pongonsi con farina alle posteme succus tusis cum semine, qui mixtus oleo caligi­ nem oculorum aufert. Item victoriati pondere in dietro agli orecchi, e alle scrofole. Peslansi col vino potus illitusque cum fico sicca pingui, seme, e il sugo trattone, mescolato con l'olio, leva exemptis grauis, vilia testium sanat, tumore» la caligiue degli occhi. Bevuto a peso d' uu' oucia

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.

discutit : et cum fermento strumas. Radix cora foliis trila potaque, vesicae et stranguriae mede­ tur : et contra phalangia. Ramenta pota menses cieat, scorpionum ictibus adversantor.

col vino, e impiastrato con fico seeoo grasso, ca­ rato le granella, guarisce i mali de' testicoli, lera gli enfiali, e le scrofe col fermento. La radice pesta con le foglie e beruta medica la vescica e gli stranguglioni ; e vale contra i falangi, ragni velenosi. 1 ramioelli bevuti muovono i menstrui, e sodo contro il morso degli scorpioni.

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cedro,

i3.

XI. Cedros magna, qaam eedrelaten vocant, XI. 11 oedro grande, il quale si chiama cedat picem, qoae cedria vocator, dentinm doloribus drdate, fa pece che si domanda cedria, utilissi­ atHisnmam. Frangit enim eos et extrahit: dolores ma a' dolori de' denti} perciocché gli rompe o sedaLCedri soccus ex ea quomodo fieret,diximus, cava, e ne mitiga il dolore. Come si faccia d* esso magni ad lumina usus, ni capiti dolorem inferret. il sugo di cedro, il quale è molto utile alla vista, Defracta corpora incorrupta aeris serrat, viren­ se non facesse dolere il capo, gii lo dicemmo. tis oorrampit: mira differentia, quum vitam aufe­ Esso conserva lunghissimo tempo i corpi morti rat spirantibus, defunctisqne pro rita sit. Vestes incorrotti, mentre oorrompe i vivi ; e ciò con maqaoque corrumpit, et animalia necat. Obfaaecnoa rarigliosa differenza, poiché a' vivi leva la vita, emseam in anginis hoc remedio otendnm : neqae e in un certo modo la d i a' morti. Corrompe an­ io cruditatibus, quod soasere aliqui, gusta. Dentes cora le vesti, e ammassa gli animali. Perciò non queqne colluere ex aceto in dolore timuerim, credo che tal rimedio si debba usare nelle serrd gravitati a u t vermibus aurium instillare. Por­ rature della gola, nè che diasi gustare nelle crutentam est, quod tradunt, abortivum fieri in dezze, il che persuasero alcuni. Io risparmiarci Venere, ante perfusa virilitate. Phthiriases perun­ ancora di bagnare con questo sugo e con l 'scelo gere eo non dobitaverim, item porrigines. Sua­ i denti che dolgono, o instillarlo alla gravili o ai deat et contra venenom leporis marini bibere in vermini degli orecchi. E oosa mostruosa quella passo. Facilius in elephantiasi illinunt. E t ulcera che dicono alcuni, che faccia sconciatura nel coi­ sordida et excrescentia in iis auctores quidam, et to, bagnandone prima il membro virile. Io non oculorum albugines caligiocsque inungere eo : et dubiterei ungere oon esso il male de'pidocchi, contra pulmonis ulcera cyathum ejus sorbere o il pizzicore. Alcuni lo danao a bere contra il veleno della lepre marina in vino cotto. Più fa­ jussoront : ilem adversos taenias. cilmente s'impiastra nella elefanzia, specie di leb­ bra. Aleuni autori hanno unto con esso le piaghe male andate, e le cose che crescono in esse, e i bagliori, e la caligine degli occhi ; e cootra i ma­ lori del polmone vollero che se ne beesse un bic­ chiere, e così contra i vermini. Fassi di esso ancora l ' olio che ai chiama pi*Fit es eo e l oleam, quod pisselaeon rocant, reòenenlioris ad omnia eadem usus. Cedri scobe aeleo, di pià gagliardo uso a tutte le medesime «erpentes fugari cerinm est: item baoeis tritis cose. Che si caccino le serpi con la segatura del cedro, è cosa certa. Questo si ottiene anche un­ cbb oleo, si qoi perungantur. gendosi con le coccole sue peste nell' olio. Canai de, x .
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XII. I cedrali o fruiti del cedro guariscono XII. Cedrides, hoc est fractas cedri, tussim nnaot, urinam cient, alvum sistunt : utiles ruptis, la tosse, muovono l ' orina e fermano il corpo. È convulsis, spasticis, stranguriae, vulvis, admoti : utile apporli alle rotture, alle carni spiccale, agli cootra lepores marinos, eademqae quae supra : spastici, alla stranguria, alla strettezza dell' ori­ na e alla matrice. Valgono contra le lepri marine ttUectionibus, ioflammalionibusqne. e contro a tutte le cose a che s 'oppone il cedro : son utili alle raccolte di marcia ed alle infiamr magioni.

C. PLINII SECUKM
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a3.

XIII. De galbano diximus. Neque hamidum XUI. Abbiamo gii parlato del galbano, il quale neque aridam probator, »ed qaale docuimus. Per non voole essere nè omido, nè secco, ma qoale s'è mostrato. Beesi di per sè alla tosse vecchia, •e bibi lar ad tussim veterem, suspiria, rapta, con­ vulsa. Imponitur ischiadicis, lateris doloribus, pa- a' sospiri, e alla carne crepata e spiccata. Adope­ rasi ancora alle sciatiche, a1dolori del fianco, alle ois, furuncnlis, corpori ab ossibus recedenti, stru­ pannocchie, a' Agnoli, alla carne che si parte dal­ mis, articulorum nodis, dentium quoque dolori­ bus. Illinitur et cum meile capitis ulceribus. l'osso, alle scrofe, a' mali delle giunture e al do­ Purulentis infunditur aoribos cum rosaceo ant lore de’ denti. Fassene empiastro eoi niello «Ile nardo. Odore comitialibus subvenit, et vulva ulcere del capo. Metlesi oegli orecchi che a U r à h no pozza, con rosalo o- nardo. Con 1 odor solo * strangolante, et in stomachi defeci u. medica il mal cadoco, la soffocazione della mairi* ce e la debolezza dello stomaoo. Cava fuora le sconciature, che non esoonoy Abortu» non exeuntes trahit adpositv vel suffito : item ramis ellebori circumlitum atqoe ponendovelo, o facendone profomo ; il medesimo la co' rami dell' elleboro. Abbiamo detto, come subjectem. Serpentes nidore urentium fugari di­ ximus. Fugiunt et peruuotos galbano. Medetor ardendosi il galbano le serpi fuggooo dal ano odo* et a scorpione percussi». Bibitur et in difficili re. Elle fnggono anoora da coloro, cbe im o noti partu fabae magnitudine in vini cyatho : vulvas- di eaeo. Guarisce ancora chi è stato morso dall* que conversas corrigit. Cum myrrha autem et scorpione. Beesi qoanlo è una fava io on bic* in vino mortuos parius extrahit. Adversator et ebier di vino, quando la donna difficilmente par­ torisce. Corregge la matrice storta. Con la mina veneni», maxime toxicis, cum myrrha, et in vino. Serpente» oleo et spondylio mixto tacto necat. e col vino tira fbora i parti morti. Èeontra i ve­ leni, e massimamente il tossioo, posto con mirra Nocere urinae existimator. nel vino. Se mescolato con otio e spondilio tocca la serpe, la occide. Stimasi che nooca allTorina. Amromico, r a v .
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XlV. 6. Similis ammoniaci netor» atqoe la- XIV. 6. Simile è la oetara dell* ammooiao» e erymae probandae* ut diximos : mollit, calfacit, il modo di fare il saggio della lagrima, come ab* discutit, dissolvit. Claritati visos in collyriis con­ biaroo detto : mollifica, riscalda, sommove e dis­ venit. Proritom, cicatrice», albugines oculorum solve. S’ adopera nelle medicine per rischiarar tollit. Dentium dolores sedat, efficacius accensam. la vista. Leva il pizzicore, le margini, e i panni Prodest dyspnoicis, pleuriticis, pulmonibus, ve­ degli occhi. Mitiga il dolore de' denti, ma con sicis, urinae cruentae, lieni, ischiadici* potam. maggior forza essendo acceso. Giova a chi ha Bie et alvam solvit. Arliculis et podagrae cum l 'asima, a quegli cbe hanno male di fianco, ai pari pondere picis aut cerae et rosaceo coctum. polmoni, alle vesciche, all’ orina sanguinosa, alla Maturat panos, extrahit clavos cam meile. Sic et milza, e alla sciatica, beendolo. Così anco risolve daritias emollit. Lieoi cam aceto et oera Cypria, il corpo. Alle gotte *' adopera collo con egoal vel rosaceo, efficacissime imponitor. Lassitudine* peso di pece o di cera con olio rosato. Col mele perungi cum acelo et oleo, exiguoque nitro, utile. malora le pannocchie e cava i ciccioni de' piedi: similmente molli fio» le durezze. Giova maravi­ gliosamente alla milza eoo acelo e cera Cipria, o rosato. È utile ungere di esso i membri stracchi, con aeeto, olio e un poco di nitro.
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XV. Abbiamo ragionato aocora della natura XV. Et styracis naturam in peregrini» arbo­ ribus exposuimus. Placet praeter illa quae dixi­ dello slirace negli alberi forestieri. Piace aaaai, olirà le cose eh' io dissi, il molto grasso, pero, e mus maxime pinguis, purus, albicantibus frag­ menti*. Medetur tussi, fancibus, pectoris vitiis, che ha certi pezzetti che biancheggiano. Medica la tosse, la gola, i mali del petto, e la matrice vulvae praeclusae, doritieve laboranti. Ciet men-

HISTORIARUM MUNfiI LIB. XXIV.

set pota, adporituve, «Iram moHit. Invento potu modico truiitian «nini resolvi, largiore contrahi. Sonitas aurium emendat ia (usum : «tranas illi» iaa, aerroruaque nodos. Adversatur venenis, quae frigom M ceo t: ideo et ckatse.

nne hiusa o dura. Beeudolo provoca i menstrui, e a powelo sopra mollifica il corpo, lo trovo die col berne un poco si viene a risolvere la malin­ conia dell’ animo, e a berne assai fa contrario ef­ fetto. Infusovi dentro leva il rumore degli or cer­ chi ; e impiastratovi, le scrofe e i nodi de* nervi. È contrario a* veleni che nuocono per freddo, e per ciò alla cicuta. Dello
spohdilio,

S v o b d y u o , x v ii.

17.

XVI. Lo spondilio, di eoi ragionammo insie­ XVI. SpondyUon aaa demonstratum, infun­ ditur capii ibus phreneticorum, et lethargicorum : me con esso, si adopera al capo de' farnetichi e item capitis dalw ib ai longis. Cum oleo vetere de’ letargici, e a lunghe doglie di testa. Beesi con bibitur,et ia focinerum vitiis, morbo regio, comi- olio vecchio a' mali del fegato, a ehi ba sparto tiaUbas, octbopnoiris, vulvarum slraagolatione : il fiele, al mal cadoce, a ohi non può respirare, se quibas et suffita prodes». Alvuaa mollit. IHinitar non isti col capo alte, alle soffocazioni delle ma­ «leeribos quae serpunt euro ruta. Flos auribus trici, alle quali giova ancora col profumo. Molli­ pandentis efficaciter infeaditur.Sed succus quum fica il corpo. Impiastrasi alle rotture che impi­ gliano con la ruta. Il fior suo giova mollo a in­ exprimitor, iategendos est, quoniam mire ad pe­ titor a mnaeis e t «anilibus. Radix derasa, et in fonderlo negli orecchi che gettano puzza. Ma fistalas eoojeela, callum earum erodit. Auribus quando si preme il sago, si dee tenerlo coperto, quoque instillatur eom tuoco. Datur et ipsa con­ perchè è grandemente desiderato delle mosche e simili animali. La radice rasa e messa nelle fistole tri morbnm reatum, et ia jocineris vitio, et vairode il callo d’esse. Instillasi ancora eel sugo ne*mimi. Capillo* crispos fecit peruncto capite. gli orecchi. Dassi ancb1essa a chi ha sparto il fie­ le, al male del fegato e alle matrici. Uguendone il capo fa venire i capegli ricciuti. Snuoau,
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« m b«to, v.

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sfaco, o b&xo,

5.

XVIL Spbagnos, sive sphacos, sive bryon, et ia Gallia, ut iodi cavimus, uaseitur, vulvis deeoeto iaàdentium utUis : item genibus et feminum tumanbot, mixtu» nasturtio, et aqua salsa tritus. Cam vino autem ac resina sioca potos, urinam pellit celerrime. Hydropicos inanit, cum vino et juniperis tritus à c petas.

XVII. Lo sfagno, 0 sfaco, 0 brio, nasce, come abbiamo detto, anch’ egli in Francia, ed è utile alle matrici che escono. Mescolato col nasturzio, e pesto nell* acqua salata giova alle ginocchia e al» P enfiato del pettignone. 11 sugo suo bevuto con vino e ragia secca prestissimo spigne P orina. Pesto e bevuto con vino e con ginepro risecca i ritruopichi.
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T a u n i f i o , vi. XVIII. Terebinthi folia et radix eollectionibm iaiponuntur. Decoetam eoram stomachum firmat. Semea in capitis dolore bibitur in vino, et contra difficultatem urinae. Ventrem leniter • ■d li l Venerem excitat.
D b p ic e a b t o b i c e , r m .

tbbbbihto, 6.

XVIII. Le foglie e la radice del terebinto si mette sulle raccolte La cocitura loro ferma Io stomaco. Il seme si bee in vino net dolore d d capo, e contra la difficulti dell* orina. Mollifica dolcemente il corpo e risveglia la lussuria. D ella ficea
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dbl lab i c e ,

8.

XIX. Piceae et laricis folia trita, et in aceto decocta, dentiam dolori prosuol. Cinis corticum, intertrigini et ambustis. Potus alvum sistit, uri■am movet. S a fitu vulvas corrigit. Piceae folia friiatim jo d o e ri utilia sunt, drachmae pondere ■ a^ua aauWa poUU SHvas eas dumtaxat quae pi­

XIX. Le foglie della picea e del larice peste e cotte nell1aceto giovano al dolore de1denti. La cenere della loro corteccia è utile alle scorti* calure della pelle cagionate dal camminare, o dal fregarsi 1 un membro eoa Peltro, e alte incol­ * lare. Bevuta ferma il corpo, e «move P orina. Col

35g

C. P U N II SECONDI

36o

cU resinseqoe gratta radantur, alilitiimas eoe phthisicis, aut qui longa aegritudine non recolli­ gent vires» salis constat : et illum coeli aera plus ite» quam navigationem Aegyptiam» proficere» pina quam laetis herbidos per montium aestiva polus.

profumo corregge b matrice. Le foglie della pi­ cea particolarmente sono otiti al fegato, bevute in acqua melata a peso d’ una dramma. Truovasi per esperienza, che quelle selve sono utilissime a* tisici», le quali si radono per rispetto della pe­ ce e della ragia, o a quegli che per lunga malat­ tia non riacquistano le forze ; e che l’aria di quel luogo giova più loro, ehe navigare in Egitto, e più che il bere di molto latte la alale so per i monti. Dar. a w n n , io.

COAMAIFITY, X.

XX. 11 camepiti si chiama in latino abiga per XX. Chamaepitys latine abiga vocator pro­ pter abortus, ab aliis thus terrae; cubitalibus le sconciature che produce, e da alcooi incenso di ramis, flore pinus et odore. Altera brevior, et terra: ha rami lunghi un braccio, odore e fiordi incurvae similis. Tertia eodem odore, et ideo no* pino. V1ha un'altra specie, pià corta, che par cur­ mine quoque, parvula, cauliculo digitali, foliis va. Ve n' ha una terza del medesimo odore, e simil­ scabris, exilibus, albis, io petris nascens. Omnes mente del medesimo nome: ha gambi piccoli • herbae, sed propter cognationem nominis non grossi un dito, foglie aspre, sottilie bianche, enasee differendae. Prosunt adversus scorpionum ictus. nelle pietre. Tutte qoesteson erbe,leqoali non soao Item jocineri illitae cum palmis, aut cotoneis. da differire per la affinità che hanno del s o m Renibus et veiicae, decoctum earum cum farina Giovano al morso dello scorpione: giovano al hordeacea. Morbo quoque regio, et urinae diffi- fegato, impiastrandole con palme, o eoo cotogne. La cocitura loro è utile eon farina d ' orso alle cui talibus» ex aqua decoctae bibuntur. reni e alla vescica. Beonsi ancora cotte nell* acqua per chi ha sparto il fiele» e difficolti d 'orina. L 'ultima col mele vale contra le serpi ; e po­ Novissima contra serpentes valet cum meile. Sic et adposila vulvas purgat. Sanguinem densa­ stavi su con esso purga la matrice. Bevuta tira tum extrahit pota. Sudores facit perunctis ea, pe­ fuori il sangue rappreso. Fa sodare chi a' ugoe culiariter renibus utilis. Fiunt ex ea et hydropicis con essa, ed è particolarmente utile alle reni. Fansene pillole a' rilruopichi, le quali col fico in­ pilulae, cum fico alvum trahentes. Lumborum dolorem victoriati pondere in fino finit, et tus* citano il ventre ; e pigliandone a peso d 'on’ooda sim recentem. Mortuos partus, ex aceto cocta, et in vino, finisce il dolor de* lombi e la tosse fresos. pota, ejicere protinus dicitur. Dicono che cotta in aceto e bevota sobito maoda fuori i parti morti.
D b fit y o sa » VI.

D e l l a pitiusa, 6 .

XXL Cum honore et pityusa simili de causa dicetur» quam quidam in tithymali genere nu­ merant. Frutex est similis piceae, flore parvo, purpureo. Rilem et pituitam per alvum detrahit ?adix, decocti hemina: aut seminis lingula in balanis. Folia iu aceto decocta, furfures catis emendant : mammas quoque mixto rutae deco­ cto, et tormina, et serpentium ictos» et in lotum collectiones incipientes.

XXL Per simil cagione perlerassi con dnore anco della piliusa* la quale alcnni pongono nel genere del ti limalo. Il cespuglio suo somiglia la picea, ed ha picciolo fiore purpureo. La sua ra­ dice lira fuora pel di sotto la collera e la flem­ ma, e basta a ciò un' emina della sua cocitura, o un cucchiaio del seme in balani. Le foglie «eolie nell' aceto levano le forfore della pelle : sanano le poppe mescolandovi la cocitura della ruta ; e i tormini, e il morso delle serpi, e del tutto le rac­ colte di puzze, quando elle cominciano.
D ella
xaoia » a a .

Rbsuu, x x ii .

XXII. Resinam e supra diclia arboribus gigni XXII. Abbiamo insegnato die la ragia nasce docuimus, et genera ejus et nationes in ratione dagli alberi sopraddetti, e mostrato varie specie vini, ac postea io arboribus. Summae speciei duae: e nascimenti d 'essa nel trattato de’ vini, e dipoi

36r

HIST0E1ARUH MONDI LIB. XXIV. parlando degli elberi. Le prinoipeH sue specie son due ; la seeea e la liquidi. La secca è di pine e di picea ; la liquida ì di teberiuto, di larice, di lentisco e di cipresso. Perciocché qnetti ancore fanno ragia in Asia e in Soria. Ingannanti coloro, che credono eh1ella sia una medesima della picea e del larice. La picea la 61 grassa, e sugosa e mo1 d* incenso : il larice la fa sottile, e liquida come il mele, la quale sa di lezio a fiutarla. 1 medici usano rade volte la liquida, e quasi sempre con T uovo : servoosi di quelle del larice per la tosse, e per le ulcere degl’ interiori. Quella del pinoencora non i molto in uso ; l’ altre non s’ usano se non cotte. Noi abbiamo gii ragionato a bastanza de’diversi modi di cuocerle. Quanto a differenza d'alberi, piace la terebin* lina, la quale è pià leggeri e di piè odore : quan­ to a sito la Cipriotta e le Soriana ; ma si questa che quella ha colore di mele Ateniese : la Cipriot­ ta però è pià carnosa e più secca. Nella specie secca cercano eh' elle sia candida, pura e traspa­ reo te ; e in ogni altra, che sia di monte piutto­ sto cbe di piano, e da tramontana piuttosto che da altro vento. La ragia si risolve con olio al bi­ sogno delle ferite e per impiastro mollitivo ; e per bevanda con mandorle emare. La natura sua i fare minori le ferite, purgare e risolvere le raccolte, e della terebintina guarire 1 difetti del petto. Si mette calda alle doglie de* membri, e allo spesimo si applica al sole. Ognesi per tutto il corpo. Usenle sopra tutto i venditori di schiavi, perchè in quel modo lev* no la gracilità, essendo eh' essa slarga la cale ia tutti i membri, e fa i corpi più capaci del cibo. Il prossimo luogo lieoe quella del lentisco, per­ chè ha virtù di ristriguere, e più che l ' altre maove l'orina. L’altre mollificano il oorpo, smaltiscono le cose crude, mitigano la tosse vec­ chia, e col profumo ancora cavano fuora i pesi della matrice. Particolarmente sono contrarie al visco. Col sevo di toro e col mele guariscono le pannocchie e simili malori. Quella del lentisco ripiega a tutto comodo le palpebre, ed è utilis­ sima ancora alle parti rotte, agli orecchi che gettano marcia, e al pizzicore delle membra ge­ nitali. Quella del pino ottimamente medica le ferite del capo.
D illa vaca, 34*

sices, et liquida. S ten e pitia el picee fit: liquide e terebintho, larice» leu tiaco, copre*ao. Nim et eae ferant io Asie etSyria. Fallootor qai eamdem potant ette, e picea etqae larice. Picea enim pin­ guem, et thuris modo succosatn fandit: larix graeilem, ac mellei liquoris, vira* redolentem. Me­ dici liquida raro utuntur, et in ovo fere: e larice propter tussim ulcereqae viscerum : nec piace magnopere in asu : ceteris non nisi coctis. Et coqacndi genera satis demonstravimus.

In arborato differentia placet terebinthine, odoratissima atque levissima : nationum, Cypria et Syriaca: ntraqoe mellis Attici colore: sed Cy­ pria carnosior, aicciorque. In sieco genere quaeraot ut sit candida, pura, perlucida. In ornai aatem, ut montana potias, quam campestris: item aquilonia potios, quam ah alio vento. Resolvitor resina ad vulnerum usus et malagmata, oleo : in potiones, amygdalis amaris. Natura in medendo contrahere vulnera, purgare, discutere oollectiom>: ilem pectoris vitia, terebinthine, lllioitur eademcalida membrorum doloribus, spasticisque in iole.

illinitur et totis corporibus, mangonum ma* rime cura, ad gracilitatem emendandam, spatiis ita laxantium cutera per singula membra, cepa* cioriqae ciborum facienda corpora. Proximum locum obtinet e lentisco, laesi ei vis et edstrinpodi. Movet et ante ceteras urinam. Reliquae veetrem molliant, cruda concoquant, tussim vetarem sedant» volvae onera extrahont etiam suffitae. Privatim adversantur visco. Panoe et umilia, cum sevo t eurino et meile sauant. Palper brìi lentiscine commodissime replicat. Fractis quoque utilissima, et auribus purulentis : item i» prorito genitalium. Pinea capitis vnlneribus *ptioe medetur.

Pica, xxxiv. XXIII. 7. Pix quoque unde et quibas confietitlor modis, indicavimus : et ejas dao genera, Vittam, liqaidumqae. Spissarum utilissima rnefàeae Brutia, quoniam pinguissima et resinosis* ana alrasque praebet utilitates : ob id magis ^ qaam ceterae. Id enim qaod ia hoc edji*

XXIII. 7. Abbiamo mostro ancora, onde e in che modo si fa la pece. Ella è di due ragioni, spessa e liquida. Delle spesse utilissima alla me­ dicina è l’Abruzzese, la quale perch' è grassissi­ ma e molto piena di ragia, ha 1' una e l ' altra utilità} e mollo più quelle cbe rosseggia, che l'al-

863

C. PLINII SECUNDI

964

cinnt, e macula arbore meliorem ettt, non arbi» tror poste intellig i. Picis natura excalfecit, explet. Adversatur privatim cerastae mortibus cam poleota: ilem anginae cam meile, distillationibus et sternutamentis a pituita. Auribus infunditur cum rosaceo : illinitur com cera. Saoat lichen»», alvum solvit, exscreationes pectoris adjuvat ecli­ gmate, aut illita tonsillis cum meile. Sic et ulcera purgat, explet. Cum uva passa et axungia, car­ bunculos purgat, et putrescentia ulcera : quae wt® serpunt, cam pineo cortice, aut sulphure. Phthisicis cyathi mensura quidam dederunt, et contra veterem tusum. Rhagadas sedis et pedum, panosqae, et ungues scabros emendat: vulvae duritias et courertiones odore : item lethargicos. Stromas item cum farina hordeacea, et pueri im­ pubis urina deeoeta ad suppurationem perducit. E t ad alopecias sicca pice oluntur. A4 mulierum mammas firutia, ex vino subfervefacta eum polli­ ne farraceo, quam calidissimis impositis.

tre. Quello che dicono, ch’eli* è migliore deM *al­ bero maschio, non credo ehe si possa intendere. La natura della pece è di riscaldare e riempiere. Ha particolar virtù oon la polenta contra i morsi della cerasta, e col mele alla serratura della gola che non lasci inghiottire, allo sfilalo e agH starnuti. Infondesi eoa olio rosato alla flemma degli orecchi, e fassene empiastro oon cera. Goa* risce le volatiohe, smuove il corpo, aiuta lo spar* go del petto, e le angine col mele. Cosi anco por­ ga le ulcere e poi le riempie. Con uva passa e con sugna purga i carboocelli, e le ulcere che marciscono ; e quelle che impigliano, con cortec­ cia di pino o col zolfo. Alcuni ancora P hanno data a miiura d* un bicchiere, e contra la lotte veoehia. Goa risce le crepature del sedere e dappie­ di, e le pannocchie e le unghie roochiose ; e eoa I1odore le durezze e le conversioni della matrice; e cosi ancora i letargici. Colta con farina d 'orca e orina di fanciullo impubere ridace lo secolo a mandare fuor la marcia. Usano la pece secca eziaadio alla pelatiaa. L' Abruzzese giova alle poppe delle femmine riscaldata col vino e oon fiore di farioa di farro, e postavi sopra tali cose quanto ti può calda.
O l i P1SSBLBO, O PALIMPISSA, l6 .

PlSSBLABO, SIVB PALIMPISSA, XVI.

La pece liqoida, e l'olio che si chiama XXIV. Liquida pix, oleumque quod pisselaeon XXIV. vocant, quemadmodum fieret, diximus. Quidam pisseleo, abbiamo insegnato come si faccia. Alcu­ Iterum decoquunt, et vocant palimpissam. Liqui­ ni lo ricnocono, e chiamaolo palimpissa. Con la da anginae perunguntur intus, et nva. Ad aurium liquida s 'ungono al di dentro le serrature detti dolores, claritatem oculorum, oris circumlitiones, gola che non lasciano inghiottire, e l'ugola. Giova suspiriosos, valvas, tussim veterem, et crebras a' dolori degli oreochi, a rischiarare la vista, a fare unzioni intorno alla bocca, a' sospirosi, alle exscreationes pectoris, spasmos, tremores, opi­ sthotonos, paralyses, nervorum dolores. Praestan- Beatrici, alla tossa vecchia, alle spesse spurgaziooi di petto, agli spasimi, a’ (riamiti, a'rattrappì' tissimam ad eanum et jumentorum scabiem. menti de' nervi, a'perletiehi e ai dolori della ner­ vatura. Ha grandissimi virtù contro la scabbia de* cani e de' giumenti.
PlSS ASPE ALTO, I I .

D el

p is s a s p a l t o ,

a.

XXV. Est et pissasphaltos, mixta bitumini pice naturaliter ex ApoHoniatarum agro. Qui­ dam ipsi miscent, praecipuum ad scabiem peco­ rum remedium, aut si foetus mammas laeterit. Maturum optimum ex eo, quod, quum fervet, innatat.

XXV. Écci aoco il pissasfalto, che è pece me­ scolala col bitume, la quale naturalmente viene del paese degli Apolloniali. Certi ne fanno il mi* stio artatamente : è ottimo rimedio alla scabbia de' bestiami e alle poppe, quando il parto le ha offese. Ottimo i qpello, che quando bolle va a galla.
D blla
z o p is s a ,

Z o p is s a ,

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.

t.

XXVI. Zoplseam eradi navibus diximus cera marino sale macerata. Optima haec i tirocinio

XXVI. Noi abbiamo dotto ehe la zopissa ai rade dette navi: essa è la cera ebe si dà per into-

365

HISTORIARUM MONDI UB. XXIV.

m

oavbm. Additar «olea in malaga»!* ad discu­ tiendas collectiones.

nico, macerata con quel sale marino. Ottima è quella che si cava de' navili nuovi. Questa s1a d o ­ pera negli ungoenti per bvare gli nmori raccolti.
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ella ted a, i

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.

.

XXVII. Teda deoocta in accio, denliom dolo* XXVII. Le tede cotte nell'aceto guariscono rts efficaciter colluunt. benissimo il dolore de’ denti che ne sieno sciac* quali.
L obtisco , x x u . D bl
lbbtisgo ,

aa.

XXVIII. Lentisci ex arbore, et semen, et XXVIII. L 'albero del lentisco, il suo seme, b oorlex, el la e rjo a , o iiau a cient, alvaa» sistuot. corteccia e la bgrima muovono l ' orina e fermano Decoctam eoram obera quae serpant, folu. Illi- il corpo. La lor cocitura con b fomeptaModb aitar b k u i d i i , et igni sacro : gingivas colinit. guarisce le piaghe che impigliano. Fassene em­ Folia dentibus in dobre alterjuolur; mobiles de­ piasi ro a' luoghi umidi e al fuoco sacro : guarisce cocto colluanlar. Gepillam Ungant. Laeryma m > le gengive, bagnaodole con esso. Le foglie si tri* dis vitiis prodest, qaum quid siccari excalfierive taoo pel dolore de' denti ; e quei che si dimenano, opus sil. Decoctam et e bcryma slomacbo utile, si bagnano con b sua cocitura. Tingono i capegli. metum et arinam movens: qaod et capilis dolo* La lagrima giova a' mali del sedere, qnsndo biribos cum polenta illinitur. Folia tenera oculis sogui seccarvi alcuna cosa, o riscaldarveb. La inflammatis illinantur. Item mastiche lentisci cocitura della lagrima i utile allo slomaco, e replicandis palpebris, et ad extendendam entem muove il rullo e i' orina ; e con la polenta s’ im­ io Cicie, et smegmata adbibetur, et sanguinem piastra al dolore del capo. Le sue foglie tenere rejicientibus, tosai velcri : et ad omnia quae am- s'impiastrano agli occhi infiammati. La mastice mooiaci vis. Medetur et adiritis partibus, sive del lentisco impbstrasi a ripiegare le palpebre, a oleo e semine cjat facto oeracque raixto, siva fo­ distendere b pelle nel viso, agli unguenti detti liis, ax oleo decoctis* ai ve con aqua virilia fovean- smegmati, a quegli che vomitano sangue, alb lar. Scio Democrnlem medicam in valetudine tosse vecchia, e a tutte le cose, alb quali i buona Considiae M. Servilii consobris filiae, omnem b virtù dell' ammoniaco. Medica ancora b parti caratiancm jaslerant recosantis, diu efficaciter infrante, o con olio fatto del suo seme e mesco* «saa bete caprarom, quas lentisco pasoebaU b lo con b cera, o con b foglie colle con 1' olio, o se con l'acqua si fomentano b parti virili, lo so che Democralc medico nella cara di Coostdb figlinola di M. Servilio stato coasolo, b qualf 000 poteva accettare medicina alcuna troppo ga­ gliarda, si valse alla lunga e utilmente del b tle delle capre, b quali pasceva di batiseo.
P iiT M O , XXV. D el
flatabo,

a5.

XXIX. 8.1 platani sono contrarii a'pipistrelli. XXIX. 8. P b la n i adversantor vespertilioni* bai. Pilulae earum in vino potae denariorom Le coccole loro bevute in vino s peso di quattro <p*taor pendere, omnibns serpeuliom et scor- danari, medicano tutti i veleni de'serpenti e degli pionam venenis medentur: item ambastis. scorpioni, e gl'incolti ancora. Peste con l'aceto for­ Tusae aalem cara aceto acri, magisque sciiti li, te, ma molto più con lo scillitico, fermano io ogni aagainem omnem sistunt. Et lentiginem, et car- caso il sangue. Col mele guariscono le lentiggini, cróomata, melaoiasque veteres, addito melle 1 cancheri e le piaghe vecchie. Delle foglie e della mendant. Folia e t cortex illionotur collectioni* corteccia si fa empiastro dove è falla raccolta, e et suppurationibus, et decoctam eoram. Cor­ dov’ è passa ; e la loro cocitura &utile ancora. ticis satem in a c e U » , dentinm remedi am est: fo* La sua scena con l ' aceto è rimedio a' denti. Le knun tenerrima io vino albo decocta, oeniorum, foglie tenerume cotte io via bianoo medicano gli baego folioraro» e t auribus et ocalis inutilis. occhi. La lana, eh' è «alle foglie de'platani, nnooe CttUfélabrao s a n a i amboste igni vel frigore, agli occhi e agli orecchi. La cenere delle, coccob loro guarisce i colli o per fanno, o per freddo. bticx c *io9 scorpionum ictos .reitingoifc

36?

C PLINII SECUflDt

La corteccia od vino resiste a' morsi degli «eorpioni.
F eaxiho , v.

Dar. pr a ssi ho ,

i.

XXX. Fraxinus qoani vim adversus serpentes XXX. Già dicemmo che virtù abbia il frassino haberet, indicavimus. Semen foliis ejus ioest, quo contra gli scorpioni- Egli ha il seme nelle foglie, medentur jocineris el lateris doloribus io vino : le quali col vino sono utili alle doglie del fegato aquam quae subit cutem, extrahunt. Corpus e del fianco. Esse asciugano aocora P acqua dei rilruopichi. Alleggeriscono col tempo il corpo obesum levant onere, sensim ad maciem reducen­ tes, iisdem foliis cum vino tritis ad virium por­ grasso, e lo riducono poco a poco a magrezza, tionem : ita ut puero quinque folia tribus cyathis togliendo le foglie peste nel vino a porporzioa della complessione di chi le piglia ; cioè, scegli è diluantur, robustioribus septem folia, quinis cya­ this vini. Non omittendum, ramenta ejus et sco­ fanciullo, cinque foglie in tre bicchieri di vino, e se egli è d* età robusta, selle foglie in einqoe bem a quibusdam cavenda praedici. bicchieri pur di vino. Non è da tralasciar di dire ciò che molli avvertono, che le tagliatore • le mondiglie si debbono fuggire.
Acbeb, i .
D bll'
acbbo, i

.

XXXI. Aceris radix contusa e viuo jocineris doloribus efficacissime imponitur.

XXXI. La radice dell* acero pesta e stata nel vino si appliea molto utilmente alle doglie dd fegato.
D e l l ’ o p p io , 8 .

P opulo ,

v i» .

XXXII. Popnli albae uvarum in nnguentis usam exposoimus. Cortex potns ischiadicis et atrangnriae prodest. Foliorum saccos calidas auriam dolori. Virgam populi in manu leneotibua intertrigo non metaitur. Populas nigra effi­ cacissima habetor, qoae In Creta nascitur. Comi­ tialibus semen ex aceto utile. Fundit illa et resi­ nam exigoam, qua utuntur ad malagmata. Folia podagris in aceto decocta imponuntur. Humor e cavis populi nigrae efflaens, verruca s, papulasque ex adtritu ortas tollit. Populi fcrnat et in foliis guttam, ex qaa apes propolim faciant. Gatta aeque propoli ex aqua efficax.

XXXII. L’ oso che si fa de*grappoli del* P oppio bianco negli unguenti, lo abbiamo già dimostrato. La saa corteccia bevuta giova alla sciatica a alla stranguria. Il sugo delle foglie eal* do si mette alla doglia degli orecchi. Chi tiene io mano ona verga d* oppio non teme nn certo male, cbe viene da scorticatura per soffregameoto dei membri. L' oppio nero, che nasce in Candia, è tenuto che abbia gran virtù. 11 seme con l’ acelo è utile al mal caduco. Questo ancora fa piccola ragia, la quale s’ usa negli empiastri. Le foglie colte nell* aceto si mettono snlle gotte. L’ amore, il quale esce de1 buchi dell* oppio nero, leva i porri, e le bolle che nascono per P attrito dei membri. Hanno questi alberi alcune gocciole nelle foglie, delle quali le pecchie fanno un cerio come riparo al foro dell’ entrala nella cassa. Le gocciole della propoli state nell* acqua naturale son rimedio possente.
D e l l 1 o u i o , 16.

O lm o,

x v i.

XXXUI. Ulmi et folia, et cortex, et rami, vim habent spissandi, et vulnera contrahendi. Corticis utiqae interior tilia lepras sedat, et folia ex aceto illita. Corticis denarii pondus potum in hemina aqaae frigidae, alvum porgat, pilurtasqae, et aquas privalim trahit. Imponitor et collectionibus

XXXIII. Le foglie, la corteccia e i rami del* P olmo hanno virtù di rassodare e di risaldar le ferite. La membrana interiore tra il legno e b oorteccia mitiga la lebbra : ciò fanno altresì le fo­ glie state nelP aceto. Un denaio a peso di questa corteccia bevalo in un'emina d'acqua fredda

niSTORIARUM MUNDI LIB. XXIV. lacryma, et vulaeribus, et ambustis, quae deoocto fovere prodeat. Uomor io folliculis arboris bujus nuceos, coti nitorem inducit, faciemque gratiorem praestat. Cauliculi foliorum primi, vino decoeli, lumores sanant, exlrabuntqne per fistula*. Idem praestan t el tiliae corticis. Mulli corticem commanducatum vulneribus utilissimum putant: folia trita aqua adspersa pedum tumori. Humor qooqae e medulla, uti diximus, castratae arboris effluens, capillum reddit capiti illitus, defluentes» que continet.

870

purga il corpo, e tira fuora la flemma, e specialmente P aequa. Imponsi la saa lagrima dov’ è fatta raccolta, e alle ferite ; non che a quelle in­ collare, cui giova fomentare con la sua cocitura. L*umore che nasce nelle foglie di questo albero fa rilucere la pelle, e reode più grazioso il viso. I primi piccioli gambi delle foglie, cotti col vino, guariscono gli enfiati, e tirano fuora per fistole. II medesimo effetto (anno le membrane fra legno e scorza. Molli tengono che la corteccia masticata sia utilissima alle ferite. Le foglie trite e asperse d 'acqua sono utili a' piedi enfiati. L’ ornore an­ cora eh' esce deHa midolla delP albero intaccato, come abbiamo detto, fa ritornare i capegli al capo impiastratone, e ferma quegli che stanno per ca­ dere.
D el
t ig l io

T i l i a , ? . O l e a s t e o , 1.

, 5 . D e l l ’ o l iv o s a l v a t ic o , i .

XXXIV. A rbor tilia leniter tusa ad eadem fere n t i l u est, atque oleaster. Folia autem taotum io usa, et ad infantium ulcera M ore commandu­ cata: decocla u r i n a m cient: menses sistunt illita: sauguiùem pota detrahunt.

XXXIV. I / albero tiglio leggermente pesto è utile presso che alle medesime cose che P ulivo salvalico. Però non si adoperano che le foglie, le quali dannosi masticare a' fanciulli per le rotture in bocca : cotte muovono I' orioa, e impiastrate fermano i menstrui, e bevute tirano il sangue.
D e l s a m b u c o , i 5.

Sambuco, xv.

XXXV. Sambucos habet altarum genus magis sil Te» tre, quod Graeci chamaeacten, alii belioo vocant, multo brevius* Utriiuque decoctam in vioo veteri foliorum, T e i semiuis, vel radicis, ad cyathos binos potum, stomacho inutile est, alvo detrahens aquam. Refrigerat etiam inflammationem, maxime receotis ambusti: et canta morsum cum polenta mollissimis foliorum illitis. Succus cerebri collectiones, privatimque membranae, quae circa cerebrum est, lenit infusus. Adni ejus infirmiores, quam reliqua, tiogunt capillum. Poti aceljbuli mensura, urinam movent. Foliorum mollissima ex oleo et 6ale eduntur, ad piluitam bilemque detrahendam. Ad omnia efficacior, quae minor. Badicis ejus in vino decoctae duo cyathi poti, hydropicas exinaniunt : valvas emolliunt, baset foliorum decocta insidentium. Caules teneri mitioris sambuci, in patinis cocti, alvum solvuut. Resistunt lolia et serpentium ictibusin vino pota. Podagricis cum sevo hircino vehementer prosunt cauliculi illiti, lidemque in aqua macerantur, ut ea sparsa pulices necentur. Foliorum decocto si locus spargatur, muscae necantur. Boa appellatur morbos papularum, quum rubent corpora : samW i ramo verberatur. Cortex interior tritus, ex *»0 albo potos, alvum solvit.

XXXV. Il sambuco ha oltre la sua ana specie più selvatica, la quale i Greci chiamano camealte, e altri elio, di pianta molto minore. La cocitura delle foglie, o del seme, o della radice dell’ uno • P altro in vin vecchio, bevotone infino a dne bic­ chieri, è inutile allo stomaco, ma cava P acqoa del corpo. Refrigera eziandio la Infiammagione, e massimamente della fresca cottora ; non che il morso del cane, togliendo le più morbide foglie bagnate con la polenta.il sago, infondendolo, leva le raccolte del cervellone massimamente del panno eh’ è intorno al cervello. Gli acini suoi, che hanno virtù minore che tolto il resto, tingono i capelli, e bevoli a misura d’un acetabolo provocano l’oriua. Le sue foglie più tenere si mangiano con Polio e col sale a purgare la flemma e la collera. A ogni cosa è più potente il sambuco minore. Le radici d* esso colle in vioo, beeodone doe bicchieri vo­ lano i rilruopichi e mollificano la matrioe : il me­ desimo effetto fa la cocitura delle foglie, che stan­ no attaccate. I gambi teneri del sambuco dome­ stico cotti in tegame muovono il corpo. Le foglie bevute col vino sono olili contra il morso delle serpi. I gambi teneri con sevo di becco fanno ottimo empiastro alle gotte. I medesimi si tengo­ n o in macero nell* acqua, la quale poi spargen­ dosi per la casa ammazza le pulci. La cocitura delle foglie versata per casa fa morire le mosche.

S ja

C. PU N II SECONDI

37j

Écci un oerto male, che n chiama boa, quando alcune bolle velenose vengono pel dosso : questo male si balle co' rami del sambuco. La scorta di dentro peata e bevuta col vin bianco muove il oorpo. Jn n ru o , m . D et G iam o, 11.

XXXVI. Juniperus vel ante celera omnia XXXVI. Il ginepro sopra ogni altra cosa ri* excalfacit, extenuat, cedro alias similis. Et ejus scalda e assottiglia, ed è simile in ciò motto al duo genera : altera major, altera minor. Ulraque cedro. Egli è di due ragioni, cioè il maggioree accensa serpentes fugat. Semen stomachi, pecto» il minore. L’ uno e F altro acceso caccia le serpi. iis, lateris doloribus utile, loflaliones algoresque Il suo seme è utile al dolore dello slomaoo, del discutit : tusses concoquit et duritias. Illitum pelto e del fianco. Leva l’ enfiagioni e il fred­ tumores sistit: item atvum4 baccis ex vino nigro do: matura la tosse e la durezza. Impiastrandolo poli*: item ventris tumores illitis. Miscetur et ferma gli enfiati : ferma anche il corpo, beendo antidotis oxyporis. Urinas ciet, llliuitur et oculis nel vino le sue bacche ; e impiastrandolo leva le in epiphoris. Datur convulsis, ruptis, tormini­ gonfiezze del ventre. Mettesi negli antidoti di bus, vulvis, ischiadicis cum vino albo potum brusca e acetosa natura. Provoca Porina. Ungonpilulis quaternis, aut decocti* riginti in vino. sene ancora gli occhi quando lagrimano. Dassi per Sunt qui et perungaol corpus e semina ejus io la carne spicoata, per la franta, a* tormini, alla serpentium metu. matrice, alla sciatica bevuto In quattro pillole col vin bianco, o cocenrione venti net vino. Alcuni che hanno paura delle serpi, si nngono il oorpo col suo seme.
S a lic i,
x iv .

A juxi**,

i

.

Dbc. s a l c io , 14. D u

s a l c io a m b a m o »

i.

XXXVII. 9. Il frutto del salcio, innanzi che XXXVll. 9. Salicis fructus ante maturitatem in araneam abit : sed si prius colligatur, sangui- ai maturi, si eonverte in aragno ; ma te si coglie prima, giova a quegli che rigettaòo «angue. La uem rejicientibus prodest. Corticis e ramis pri­ mis oinis, clavum et callum aqua mixta sanat. cenere della corteccia de* primi rami guarisce il Vitia culis in facie emendat, magis admixto sacco chiodo e 1 catto, mescolandovi l’ acqua. Guarisce 1 sao. Esi autem hio trium generum. Unum arbor i difetti delta pelle del viso, e mollo maggior* ipaa exsudat gummium raodo. Alterum manat in mente mescolandovi il suo sugo. Questo è di tre plaga, quum floret, exciso cortice trium digito­ ragioni. Uno ne gocciola 1 albero da sè stesso a * rum magnitudine. Hio ad expurganda, qoae modo di gomma ; Paltro gocciola nell* intaccato* obstent oculis; item ad fpissanda quae opus sunt, ra, quando fiorisce, intaccandosi la corteacia per cieadamque urinam, et ad omnes collectiones grandezza di tre dita. Qoesto è utile a pnrgsre intus extraheudas. Tertius suoeus est detrunca­ quelle cose che »’ oppongono agli occhi, a con­ tione ramorum a falce distillans. Ex bis ergo densare le cose che bisogna, a muovere l’ orina, aJiquis cum rosaceo in calyce punici calfaclus e a tirar fuora tutte le raccolte che son dentro. auribus infandilur : vel folia cocta, et cum cera Il terzo distilla dalla ronca nella tagliatura dei trita imponuntur: ilem podagricis. Cortice et rami. Alcuno dunque di qnesti con olio rosato, foliis in vino decoctis foveri nervos utilissimum. riscaldato in una scorza di melagrana, s* infonde Flos tritus cum foliis furfures purgat in facie. negli orecchi, e le foglie cotte vi si pongono con Folia contrita et pota intemperanliam libidinis cera trita. Cosi adoperane! ancora atle golte. Uti­ coercent, atque in lotum auferunt usum saepius lissimo è fomentare i nervi con la corteccia, e sumpta. Amerinae nigrae semen cum spuma ar- con le foglie cotte nel vino. Il fiore pesto con le genli pari pondere, a balneo illitum, psilothrum foglie purga le forfore nel viso. Le foglie pesta e bevute spengono Tardore delta lussuria, e spesse est. volte prese la levano affatto. Il seme del salcio nero annerino, eoa isehiuma d'argento a peso eguale, impiastrato qaaado s'esce del bagno, ser­ ve per unguento da far cadere i peti.

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.
Vi t i o , x x x iii.

Dkli.a vince, 33.

XXXVlll. Non maliam a salice vitilium aio XXXVIII. Poco differente da'sald è Ia vitice distet vitex, foliorum quoque «spectu, niÀ odore per servigio di legare, e ancora per l’aspelto delle gratior emet. Graeci lygon vocant, alii agaoa, foglie; se non che l'odore è più grazioso. I Greci quoniam matronae Thesmophoriis Atheniensium la chiamano ligon, altri agnon, perciocché lo castitatem custodientes,. his in foliis cabitus sibi matrone Ateniesi, ne' sacrificii Tesmoforii, osser­ sternant. Dao genera ejas : major in arborem vando castità, si fanno il letto da dormire di que­ salicis modo adfturgit: minor ramosa, foliis can- ste foglie. Essa è di due ragioni: la maggiore didioribas lanuginosis. Prima album florem mit­ cresce in albero a modo di salcio ; la minore è i l i cum purpureo, quae et candida vocatur : ni­ ramosa con foglie piò bianche e lanuginose. La gra, qoae tantam purpuream. Nascantur in palu­ prima fa il fior bianco con un poco di rosso, e stribus campis. chiamasi bianca. La nera è quella che solamente 10 fa rosso. Nascono in luoghi paludosi. Semen potum vini quemdam saporem habet, 11 seme bevuto ba un certo sapor di vino, e e t dicitur febres solvere: et quum unguatur oleo dicesi ohe caocia la febbre. Se si mescolano con admixto, sudorem facere: sio et lassitudines dis­ olio, e con esse aagesi l’ infermo, Io fanno sodare; solvere. Urinam cient, et meoses. Caput teutaut e similmente levane la stracchezza. Provooano viai modo : nam et odor similis est. Inflationes l’orma e il menstruo. Fauno dolere il <capo, coma pellunt in ioferiora. Alvum sistant : hydropicis* 1 vino, perciocché hanno simile odore. Mandano 1 et lieoibas perquam atiles. Laciis ubertatem fo­ gli enfiati nelle parti basse. Ristagnano il corpo: dant. Adversantur venenis serpentium, malime sono molto alili a1rilruopichi e alla milza. Fanno quae frigus inferunt. Minor effieadér.ad serpen­ dovizia di latte, e sono eontra il veleno delle tes : bibitor seminis drachma in vino vel posca» serpi, e massimamente di quelle che inducono aut doabus foliorum tenerrimorum. freddo. La minore ha più virtù contra le serpi i beesi aoa dramma di seme col vino o eoa la po­ sca, ovvero due dramme di foglie delle pià tenere. F.t illinuntur atraque adversos araneorum DeIKunao l'altra si fa empiastro al morso m orsos vel perunctis tantam : suffita quoque aut de* ragni, e basta ancora ugnere. Con profamo, substratu fugant venenata. Ad Venerem impetas o col teoerle per terra cacciano le serpi. Raffre­ inhibent : eoqae maxime phalangiis adversantor, nano gl'impeti della lussuria, e per questo ope­ rano maggiormente contra le tarantole, il cui quorum morsas genitale excitat. Capitis dolorem ex ebrietate sedant cura rosaceo flos teoerique morso desta il membro genitale. I fiori e i gambi eanliculi. Seminis decoctum vehemenliorem capi­ teneri levano la doglia del capo, che procede da tis dolorem dissolvit fotu : et valvam etiam suffi­ ubbriachezza. La cocitura del seme è ottima fo­ tu vel ad posi tu purgat: alvum cum pulegio et mentazione, quando il dolore del capo à mag­ meile potum. Vomicas panosque difficile conco­ giore : giova eziandio alla matrice ponendovela quentes, eam farina hordeacea mollit. Liohenas su, o facendone profamo ; e bevala con paleggio et Jenfrgines cum aphronitro el aceto semen e mele porga il corpo. Con farina d* orzo molli­ ssast : et oris ulcera, et emptiones cum meile : fica le posteme e le pannocchie cbe difficilmente testini», cum butyro et foliis vitium t rhagadas maturano. Il seme sao con afronitro e aceto gua­ sedis, eum a q a a illitum : lufxats, cum sale et ni­ risce le volatiche e le lentiggini, e col mele medica gli ulceri e le nascenze della bocca. Con le foglie tro st cera. e col burro medica il male de* testicoli ; e impiastrsndovelo con l’ acqua guarisce le crepature, le quali vengono né*l* anello del fondamento eoa mollo cociore. Con sale, nitro e cera giova alle membra conquassate. Il seme e le foglie mettonsi negl* impiastri Et semen, é t folium additur in malagmata servorum, e t podagras. Semen instillatur in oleo mollificativi de nervi, e alle gotte. Il seme cotto decoctura c a p i t i •< lethargia,et phrenesi. Virgam nell' olio si distilla nel capo alla letargia e al far­ * yà in m »au habeant, aut in ductu, negantur netico. Chi tiene una verga di qaesto in mano, o a cintola, non sente scorticature della pelle per intertriginem »eotirfe camminare o per fregarsi 1' an membro con I* altro.

C. PLINII SECONDI
Eaice, i.
D el l '
ebice , i .

XXXIX. Ericen Graeci vocant fruticem non molium • myrice differentem, colore rorismarini, et paene iolio. Hoc adversari serpentibus tradant.

XXXIX. Chiamano i Greci erice ano sterpo non molto differente dal tamarigio, di colore di ramerino, e quasi di quella foglia. Questo diooito eh* è contrario alle serpi.
D e l l a g i u s t b a , 5.

G u i n i , y. XL. Genista quoque vinculi usum praestat. Flores apibus gratissimi. Dubito an haec sit, quam Graeci auctores sparton appellavere, quum ex ea lina piscatoria apud eos factitari docuerim : et numquid hanc designaverit Homerus, quum dixit navium sparta dissoluta. Nondum enim fuisse Africanum vel Hispanum spartum in usu, certum est ; et qaum sutiles fierent naves, lino tamen, non sparto, umquam sutas. Semen ejus, quod Graeci eodem nomine appellant, in folliculis, pha­ seolorum modo, nascens, purgat ellebori vice, drachma et dimidia pota in aquae mulsae cyathis quatuor jejunis. Rami similiter cum fronde in aceto macerali pluribus diebus, et lusi, succum dant ischiadicis utilem, cyathi unius potu. Qui­ dem marina aqua macerare malunt et infundere clystere.

Perunguntor eodem succo ischiadici addito oleo. Quidam ad stranguriam utunlur semine. Genista tusa cum axungia, genua dolentia sanat.

XL. La ginestra è ancora utile a legare. I suoi fiori sono gratissimi alle pecchie. Dubito che qua* sto sia quello che gli scrittori Gred chiamano sparlo, avendo io mostro, come essi di que*U usano far lini per reti da pescare, e non so ic Omero intese d 'essa, quando e* disse che si di­ sciolsero gli sparti delle navi ; perchè non è dub­ bio alcuno, che non era ancora in uso lo sparlo Africano nè lo Spagnuolo, e ancorché i navigli si connettessero con lino, non però erano connessi con isparto. Il suo seme, che i Greci chiamano col medesimo nome, nasce in follicoli o gusci al modo de' fagiuoli. Purga come l’ elleboro, pigliandone a digiuno una dramma e-mezza in quattro bic­ chieri di acqua mdata. Similmente i rami con le froode macerati per più di nell1aceto e poi petti dan sugo utilissimo alle sciatiche, che si bee alla misura d’ un bicchiere. Alcuni voglion piuttosto macerarli in acqua marina, e Carne poi eristeo. Col medesimo sugo s1ungono gli sdatici, me­ scolandolo con olio. Alcuni usano il seme alla atrangoria. La ginestra pesta con la sugna guari­ sce il dolore delle ginocchia.
D e lla
m ie ic b ,

M t XICE, SIVE TAVAB1CE, III.

o ta m a b ic e , 3 .

XLI. Myriceo, quam ericen vocat Lenaeus, similem scopis Amerinis dicit. Sanari ea carcino­ mata in vino decocta tritaque cum meile illita. Arbitrantur quidam hsnc esse tamaricen : sed ad lienem praecipua est, si succus ejus expressus in vino bibatur. Adeoque mirabilem ejus antipa­ thiam contra solum hoc viscerum faciunt, ut adfirment, si ex ea alveis factis bibant sues, sine liene inveniri. Et ideo homini quoque splenico cibaro potumque dant in vasis ex ea factis. Gravis auctor in medicina, virgam ex ea defractam, ut neque terram, neque ferrum attingeret, sedare ventris dolores adseveravit impositam, ila ut tu­ nica cinctnque corpori adprimerelur. Vulgus infe­ licem arborem eam appellat, ut diximus, quoniam nihil ferat, nec seratur umquam.

XLI. La mirice, la quale Leneo chiama elice, è simile alle scope d 'Amelia. Di qnesta cotta io vino e trita col mele si fa empiastro, che guarisce le cancrene. Alcuni credono eh’ ella sia la tanerigia : ad ogni modo è ottima alla milza, premen­ done il sugo e beemlolo col vino. E fanno ai mi­ rabile la sua virtù conjra questo membro, che affermano, che se d 'essa si fanno vasi, e i porci vi beono dentro, si truovano essere senza milza. Epperò danno ancora bere e mangiare ne'vasi fatti d1essa all* uomo, che ha il male della milza. On aotor famoso in medicina afferma, che una verga spezzata dalla mirice che non abbia tocco nè ter­ ra, nè ferro, mitiga i dolori d d corpo, ponendovisi sopra in modo che con la dntola, o con la camida, gli si tenga premuta. 11 vulgo la ehiamt albero infelice, come abbiamo detto, perch'ella presso di noi non fa fruito nè teme.

HISTORIARUM MUNDI LÌB. XXIV. B bta, ix it.
D k lla B au, 39 .

3;8

XLU. Corinthus, et qaae circa est regio, bryam vocat, ejusque duo genera facit : silvestrem plane sterilem : alteram mitiorem. Haec fert in Aegypto Syriaque etiam abundanter lignosum fructnm, majorem galla, asperum gustu, quo medid utantur vice gallae, in compositionibus, quas anlheras vocant. Et lignum aatem, et flos, et folia, et cortex in eosdem usus adhibentur, quajm* quam remissiora. Datur sanguinem rejicientibus cortex tritus, et contra profluvia feminarum, coeliacis quoque. Idem tusus iinpositusque colle­ ctiones omnes inhibet. Foliis exprimitur succus ad haec eadem. Et in vino decoquuntur : ipsa vero adjecto raelle gangraenis illinuntur. Deco­ ctam earum in vino potum, vel imposita con rosaceo et cera sedani. Sic et epinyctidas sanant. Ad dentium dolorem auriumque, decoctam eo­ rum salutare est : radix ad eadem similiter. Folia Aoe amplius, ad ea quae serpunt imponuntur 'cum polenta. Semen drachmae pondere adversus phaJangia et araneos bibitur. Cum altilium vero pingui furunculis imponitur, EfAcax et contra serpentium ictos, praeterquam aspidum. Nec non morbo regio, phthiriasi, lendibusque, decoctura infusum prodest, abundantiamqoe mulierum .si­ stit. Cinis arboris ad omnia eadem prodest. Ajunt, si bovis castrati urinae immisceatur, in potu, vel in cibo, Venerem finiri. Carboque ex eo genere urina ea restinctus in umbra cooditur : idem, quum libeat accendere, resolvitur. Magi id et ex spadonis urina fieri tradiderunt.

XLII. In Corinto e nel paese all’ intorno la mirice si chiama bria, ed è di due ragioni. La selvatica è sterile affatto, l’altra più mite. Questa produce in Egitto e in Soria abbondevolmente frullo legnoso, maggiore che la galla, aspro al gosto, il quale i medici usano in luogo di galla nelle composizioni eh’ essi chiamano antere. U legno, il fiore, le foglie e la corteccia s' usano an­ cora essi, benché non abbiano la medesima virtù. Dassi la corleccia trita a chi rigetta sangue, conira il flusso delle donne, e a’ deboli di stomaco. 11 medesimo pesto e postovi sopra mitiga le raccolte degli umori. Premesi il sugo dalle foglie a questi medesimi bisogni ; ed esse cuoconsi nel vino, e s’ impiastrano col mele alle cancrene. La cocitura loro bevuta in vino, o postavi con olio rosalo e con cera, le mitiga. Così guariscono ancora alcune macchie rosse rilevate, che vengono più la notte che il giorno con pizzore. La cocitura loro giova al dolore degli orecchi e de’ denti : giova alle me­ desime cose pur la radice. Le foglie ancora s’ado­ perano con la polenta alle nascenze che ini piglia­ no. Beesi-una dramma di questo seme contrai falaogi e i ragni, e roettesi a’ Agnoli con adipe d’ uccelli ingrassati. Ha virtù ancoro conira il morso delle serpi, fuor che gli aspidi. I<a saa co­ citura infondendola giova a chi ha sparto il fiele, al male de' pidocchi e a’ lendini,' e ristagna il flusso delle donne. La cenere dell' albero giova • tutte le medesime cose. Dicono che s’ ella si me­ scola eon l ' orina del bue castrato, o nel bere, 0 nel mangiare, spegne affatto la lussuria. Il carbone spento con la medesima orinasi ripone all'ombra, e quando si vuole accendere, si scioglie. 1 Magi dissero che ciò si faceva con l’ orina d* uomo castralo.
D ella
y b b g a d e l s a n g u in e ,

V lB G A SARGOIREA, I.

1.

X LIII. io. Nec virga sanguinea felicior habe­ tur. Cortex ejus interior cicatrices, quae praesa­ navere, aperit.
SlLBBE, III.

XLI11. 10. La verga del sanguine non è slimala punto più felice. La sua corleccia di dentro apre le piaghe, cbe sono risaldate innanzi tempo.
Dbl s i l b b o , 3 .

XLIV. Sileris fotia illita fronti capitis dolores sedant. Ejusdem semen tritam, in oleo phthiria­ ses coercet. Serpentes el hunc fruticem refugiunl: hacuiomque rustici ob id ex eo gerunt.

XLIV. Le foglie del siterò poste sulla fronte mitigano la doglia del capo. 11 seme del medesi­ mo pesto con olio reprime il male de' pidocchi. Le serpi fuggono questo sterpo, e perciò i conta­ dini ne portano in mano baccheile.

C PLINII SECUNDI
LlGUSTSO, TU I.

38o D el
l ig o s t s o , 8

.

XLV. Ligustrum «i eadem arbor est* qoae io Oriente cypros, suos io Enropa usas habet. Suo cos ejns nervis, articoli», algoribus ; folia ubique veteri ulceri cam salis mica, et oris exulcerationi prosunt. Acini contra phfhiriasin: item contra intertrigines, follare. Saoant el gallinaceorum pituitas acioi.

XLV. II ligustro è il medesimo albero, che in Oriente il cipro. Egli ba i ssoi osi io Eoropa. 1 1 •ago di esso giova * nervi, alle giuntare e al freddo: le foglie eoo no granello di sale, alle n a s c e n t e vecchie e alla esulcerazione della bocca. Gli a d n i suoi valgono contra il male de'pidocchi, e le scorticature della pelle nate per camminare, o per fregarti l’ oo membro con I1altro : a ciò valgono pur le foglie. Gli acioi guariscono le pipite delle galline.
D ell'
ostavo , i

A lso , i .

.

XLVI. Folia alui ex ferventi aqua certissimo jremedio sani tumori.
E
d e r is , x x x v u i.

XLV1. Le foglie dell'ontano uscite dell'acqa* bollila sono certissimo rimedio all1enfialo.
D e ll' b llib a ,

38.

XLV1I. Ederae genera viginli demonstravi* mus. Natura omnium ia medicina anceps. Mentem turbat, et caput porgat largius pota. Nervis intus nocet. Iisdem nervis adbibita foris prodest, (su­ dem natura, quae aceto, ei est. Omnia genera ejus refrigerant. Urioatn cient potu : capitis dolorem sedant, praecipue cerebro, conlinentiqae cere* brom membranae, utiliter mollibus impositis foliis : cum aneto et rosaceo trilis et decoctis, addito postea rosaceo oleo. Illinuntur - auleta fronti: *t decocto eoram fovetur os, capotque perungitor. Lieni et pota et illita prosont. Deco­ quuntor et contra horrores febrioro, eraptionesque pituitae, satin vino teruntor. Corymbi quo­ que poti vel illiti lienem sanant : joctnera aotem ■Diti. Trahunt et menses adpositi.

Saccusederae taedia narium graveolentiamqne emendat, praecipue albae sativae. Idem infusus toarihus caput purgat, efficacias addito nitro. Infunditur etiam purulentis auribus, aut dolenti­ bus cum oleo. Cicatricibus qaoqae decorem facit. Ad lienes efficacior albae est, ferro calefactus: aatisque est acinos sex in vini cyathis duobus sumi. Acini qaoqae ex eadem alba terni, in aceto mulso poti, tineas pellant, in qua curatione ven­ i r i quoque imposuisse eos utile est. Ederae, quam •ehrysocarpon appellavimus, baccis aurei eoioris ?iginti« in vini sextario trilis, ita ut terni cyathi potentur, aquam quae entem subierit, urina educit Erasistratus. Ejusdem acinos quinque tri­ tos in rosaceo oleo, calfaclosque in cortice punici, instillavit dcnlium dolori a contraria aure. Aciui,

XLV1I. Di sopra abbiamo detto, come ci sono venti sorti d'ellera. La oalara di tatte i dubbiosa nella medicina. Turba la mente, e bevuta in ab­ bondanza porga il capo. Nuoce a’nervi di dentro, e giova loro usandola di foori. Esaa ha la medesi­ ma natura che l'aceto. Qualsivoglia sorte d'ellera è rio frescati va. Muovono l 'orina a berle, levano il dool del capo, e massimamente giovano al cervello e al pannicolo che lo contiene, le tenere lor foglie applicate, peste prima con acelo e olio rosato e messe a cuocere, aggiungendovi poscia olio rosato un'altra volta. Impiastraci però alla fronte, e con la cocitura loro si fomenta la bocca e ugoesi il capo. Giovano e bevute, e impiastrate, alla milsa. Cuoconsi ancora contra il freddo delle febbri, e agli uomori flemmatici ch’escono fuori, o si pesta­ no nel vino. Le coccole tue bevale, o impiastrale guariscono la milza, e impiastrate sanano il fegato. Applicate alla parte tirano fuora i menstrui. Il sugo dell1ellera guarisce il fastidio e il cat­ tivo odore del naso, e massimameote quello della bianca domestica. Il medesimo infuso per lo naso purga il capo, e molto meglio aggiungendovi 3 nitro. Infondesi ancora negli orecchi che gettaoo puzza ; e in qne' che dolgono, con l ' olio. Fa belle le margini. Alla milza ha maggior virtù il sago della bianca riscaldato col ferro, e basta pigliarne sei acini in due bicchieri di vino. Tre acini ancora della medesima bianca bevuti nell' aceto melato cacciano i vermini, e a questo effètto giova an­ cora porgli sai corpo. Venti acini dell'ellera, che noi chiamammo crisocarpo, i quali s o d o di colore d 'oro, pesti in un sestario di vino cavano P ac­ qua del ritruopico per orina, beeodone tre bic­ chieri per volta, secondo che insegna Erasis tra to.

»1

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.

38 *

qai croci iucca m habent, praesumpti pota • crapala tutos praes tau t : item sanguinem exscreanlei rat torminibus laborantes. Ederae nigrae candidiores corymbi poli, steriles etiam viros limai. Illinitur decocla qnaecnmque in vino omnium ulcerum generi, etiamsi cacoethe sint. Lacryiaa ederae psilothrum est, phthiriaiinque tollit. FJoscujnscumque generi* triam digitorum espia, dytenterieos el alvum etiam emendat in vino salterò bis die potus. Et ambustis illinitur otililer eam cera. Denigrant capillum corymbi. Ridici* soccos in aceto potus, contra phalangia prodest. H u j u s quoque ligni vaie splenicosbibentei canari invenio. E t acinos teruut, moxque comburant, e t ita iiiinonl ambusta, prius perfusa aqua calids.

Sunt qai el incidant sneci gratia, eòqne utantar ad dentes erosos : frangique tradunt, proximis cera munitis, ne laedanlur. Gummim etiam in «feraqaaerunt, quam ex aeeto utilissimam denti* h>* promittunt.

Egli tolse inoltre cinque di qneiti acini, e pesta­ tigli con olio rosalo, e scaldatili in bnccia di melagrana, gli usò al dolore de* denti, infondendogli nell* orecchio opposito al dente. Gli acini, i quali hanno sugo di zafferano, bevati innanzi il eibo, fanno che la crapula non può nuocere. Guariscono ancora chi spula sangue, e chi ha i tormini. 1 grappoli più bianchi dell* ellera nera bevuti fanno ancora gli nomini sterili. Que*ta cotta col vino s 'adopera a tutte le nascenze, an* cora eh* «Ile fossero cacoete. La lagrima dell* el­ lera è medicina depilatoria, e leva il male de* pi­ docchi. Togliendo de* fiori di qualunque ellera quanto se ne può pigliare con tre dila, e beendone due volle il giorno in vin brusco si guari­ scono i pondi e il flusso del corpo. È ulile con cera farne empiastro alle cotture. I grappoli fan­ no i capegli neri. Il sugo della radice bevuto con aceto è contra i falangi. Trnovo ancora, che chi ha male di milza, beendo in vaso fatto d* ellera, guarisce. Pestano ancora gli acini, poi gli ardono; dipoi gli pongon sulle eotture, ma prima bagnano con acqua calda. Alcuni gl’intaccano perchè n*e*ca sago, il quale usano a* denti rosi, e dicono che a qaesto modo vengono a rompersi e cadere ; ma bisogna riparare eoo la cera a* denti vicini, acciocché an­ oora essi non si rompano. Nell’ ellera ancora *i raccoglie una gomma, la quale dicono essere ai denti di somma utililà.
D e l c i s t o , 5.

Cirrtfo, r. XLV1U. Graeci vicino vocabulo eisthon ap­ pellant fruticem majorera thymo, foliis ocimi. Boo ejus genera. Flo» mastulo rosaceus, femiuae alba*. Ambo prosontdyaenlericis el solutionibus ventris, io vino ansterd, ternis digitis flore capto, «t similiter bis die polo : ulceribus veteribus et ambustis cum cera : et per se oris ulceribus. Sub hi* maxime nascitor hypocislhis» quam ialer berbas dicemus.

XLVUI. I Greci con vocabolo vicino al nostro chiamano cisto un cespuglio maggiore che il ti­ mo, il quale ha foglie di basilico. Egli è di do» ragioni. 11 maschio ha il fiore di eolor di rosa, la femmina bianco. Amendue questi fiori, piglian­ done due volte il giorno quanto se ne può torre eon tre dita in vin brusco, guariscono il male dei pondi e il fiosso del corpo. Medicano con cera le piaghe vecchie e le iucotture, e di per sè le ere pature della bocca. Sotto questi principalmente nasce 1 ipocisti, di coi ragionammo fra 1 erbe. * *
D e l o s c o e a i t e a s o , a . D bl c a m s a s s o , s . D e l l o s m i l a c b , 3. D e l c l e m a t i d e , 1 8 .

Cuso n n i i A i i o , i i . Chamabcisso, i i t . C lematide, xvui.

ii.

Smilace,

XL1X. Cissos erythranns ab iisdem appellatur «inflis ederae, coxendicibus ulilis e vino potus : item lumbis. Tantam vim acini ajunt, ut sanguiMa urina detrahat. Ilem chamaecisson appellant Heram, non attollentem se a terra. El haec con­ tea io vino acetabuli mensura lieni medetur. Folia a m b u s t i s cam axungia. Smilax quoque, qui nicophoros cuguomiiuilur, similitudinem ede*

XLIX. I Greci chiamano ciiso entrano un’er­ ba simile all* ellera, ulile a* dolori delle ooscie, e a* lombi, beendola col vino. Gli aciui ne hanno tanta forza, che traggono il sangue per l ' orina. Chiamano ancora camecisso 1 ellera, che non si * alza da terra. Anche qnests, pestata nel vino alla misura d* un acetabolo, medica la milza. Le foglie con sugna guariscono le iucotture. Lo smilace an-

383

C. PLINII SECUNDI

58$

rae habet, tenuioribus fpliis. Coronam ex eo laciam impari foliorum numero, ajunt capitis doloribus mederi. Quidam duo genera smilacis dixere. Alterum immortalitati proximum, in con­ vallibus opacis, seaodentem arbores, oomaolibus acinorum corymbis, contra venenata omoia effieacissimis, in lantom ut acinorum succo infantibus saepe instillato, nulla poslea venena nocitura sitii. Alterum genus culta amare, et in his gigni, nullius effectus. Illam esse smilacem priorem Cujus lignum ad aures sonare diximus. Similem huic aliqui clematida appellaverunt, repentem per arbores, geniculatam et ipsam, Folia ejus lepras purgaut. Semeu alvum solvit acetabuli mensura, in aquae hemina aut aqua mulsa. Dalur ex eadem causa ct decoctum ejus.

cora, che pur si ohiama nicoforo, somiglia Pellera, se non che ha le foglie più sottili. Dicono che Gioendone ghirlanda col numero delle foglie io caffo, si guarisce il dolore.del capo. Alcuni dicono che loi smilace è di due ragioni : uno che vide 1 secoli in valli ombrose e avanza 1' altetu degli alberi : è tutto chiomato di coccole, potentissi­ me eoo tra ogni cosa velenata ; talché stillando spesso il sugo degli acini ne' fanciulli, nessun ve­ leno può nuocere loro. Un' altra specie ama i luoghi coltivati, e quivi nasce, ma è di nessano effetto. Il primo di essi è quello smiTace, H coi legno dicemmo ohe risuona agli orecchi. Alcani chiamarono clematide un' erba simile a quesls, che s 'appicca su per gli alberi, avendo ancora essa nodelli. Le foglie sue purgano la lebbra. Il seme preso a misura d 'un acetabolo risolve il corpo, in uu’ emina d'acqua, o in acqua melata. La cocitura sua si dà ancora per la medesima ca­ gione.
D e l l a canna', 19.

A& u r d ik e , XIX.

L. 11. Arundinis genera xxix demonstravimus, non aliter evidentiore illa naturae vi, quam con­ tinuis hi» voluruiuibus tractamus. Siquidem aruo^ dinis radix contrita et imposita, filicis stirpem corpore extrahit : item arundinem filicis radix. Et quoniam plura genera fecimus, illa qoae in Judaea Syriaque nascitur odoram unguentorumque causa, urinam movet cum gramine aut apii semine decocta. Ciet menstrua admola. Medetur convulsis duobus obolis pota, jocineri, renibus, hydropi, tussi eliam suffitu, magisque cum resina. Furfuribus ulcerumque manantibus cum myrrha decocta. Excipitur et suocus ejus, fitque elaterio similis. Efficacissima autem in omni arundine quae proxima radici. Efficacia et genicula. Arun­ do Cypria, quae donax vocatur, corticis cinere alopecias emendat : item putrescentria ulcera. Foliis ejus ad extrahendos aculeos utuntur: effi­ cacibus et cotilra ignes sacros, colleclionesque omnes. Vulgaris arundo extractoriam vim habet, et recens tusa, non in radice tantum. Multum enim et ipsam arundinem valere tradunt. Mede­ tur et luxatis, et spinae doloribus radix in aceto illita. Eadem recens trita in viuo pota, Venerem concitat. Arundinem lanugo illita auribus, obtun­ dit audituro.

L. 11. Noi abbiamo detto altrove esserci reatinove sorti d i canna, nelle quali appare più eviden­ te che in qualunque altra pianta quella forza di natura, che noi trattiamo continuamente in qoeiti libri. La radice della canna trita, e postavi sopra, estrae del corpo i fuscelli della felice che si sodo infitti, e similmente la radice della felice quelli della canna. E perchè noi la facemmo di più ra­ gioni, quella che nasce in Giodea e io Soria per odori ed unguenti, muove l ' orina, cotta con gra­ migna o oon seme d 'appio. Mubve 1 menstrui, ponendosi sopra. Beendone due o b o l i medica gli sconvolti, il fegato, le reni, il ritruopioo, e I* tosse ancora col profumo, e molto più con la ra­ gia : medica le forfore e le rotture che gettano, cotta con mirra. Raccogliesi ancora il sugo suo, e fassi simile allo elaterio. D 'ogni s o r t e di canna maggior virtù ha quella parte, che s'appressa pio alla radice. Hanno virtù ancorai nodi snoi. La can­ na di Cipri, che si chiama donace, con la cenere del­ la sua corteccia guarisce la pelatina e le piaghe pu­ tride. Le foglie sue s* adoperano a cavar fuora gli aghi ; ed hanno egoal forta contra il f«oc0 M " ero, e tutte le raccolte d* umori. La canna volgare e la fresca pestata han virtù di tirar fuora: ne questa virtù e solamente nella radice, poiché di­ cesi che la canna medesima ha di molto valore. La radice impiastrata eoo l ' aceto medica le mem­ bra escite de' loro luoghi, e i dolori della spina. La medesima pestata fresca e bevuta oel v in o de­ sta la lussuria. La laoogine delle canne, messa ne­ gli orecchi, ingrossa l ' udire.

3 t5

HISTORIARUM MONDI LIB. XXIV.

366
casta,

Pirno, a u K

f ^ in .

Dbl papibo,

3.

LI. Cognata in Aegj pio rei est arancini papy­ ra», pratcipaae utilitatis, quum inaruit, ad laxan> das McaaduqM fistulae, et intumescendo ad introitila! medicamentorum aperiendas. Charta qoae fit ex ea, cremata, inter caustica est. Cinis ejus ex tino potus somnum facit : ipsa ex aqua iaipotita Calium sanat. E bcmo, ▼. LU. Ne io Aegyptu quidem nascitur ebeuus, ot docuimus: nec tractamus in mediciua alienos orbes: non om ittetur tamen propter miraculum. Seobea ejus oculis unice mederi dicunt: lignoque •d colem trito cum paaso, caliginem discutit. Ex aqas vero radice, albugines oculorum. Item tus­ sis, pari modo dracuncali radicis adjecto oum nelle. Ebenum medici et inter erodentia adsamaat.

LI. In Egitto è il papiro, che si confà mollo con la canna, quando è secco, a dilatare e seccar le fistole, e gonfiandosi ad aprirle perchè vi ai gossano introdurre le medicine. La carta fatta di papiro bruciandola ha virtù caustica. La sua cenere bevuta col vino fa dormire : essa bagnata nell’ acqua, e posta sul callo, lo guarisce.
D e l l 'e b b b o ,

5.

LU. L’ ebeno non nasce altrimenti in Egitto, come abbiamo detto altrove ; e benché io non tratti in medicina delle stranie parti del mondo, nondimeno io non le vo’passare per rispetto della maraviglia. La segatura sua, secondo che si dice, guarisce unicamente gli occhi. 1 legno pesto sopra 1 la pietra, e messo in vin cotto, leva i bagliori; e con le radici alate in acqua si guariscono le albu­ gini degli occhi ; non che la tossa con le mede­ sime oose, aggiunta altrettanta radice di dragon* colo col mele.1 medici mettono l 'ebeno ancora tra le cose ohe rodono.
Dbl b o d o d b r d b o , i.

B io d o d u h o , i . Llll. Rbododendros ne nomen quidem apud nos invenit latinum : rhododaphnen voca ut, aut neriao. Mirum, folia ejus quadrupedum venenum eise, homini vero contra serpentes praesidium, rate addita e vin o pota. Pecus etiam, et caprae, si « |« a biberint, io qua folia ea maduerint, mori dicantur.
& * v ;« e s e b a n

Llll. 11 rododendro non ha nome latino . chiamasi rododafne, o nerio. Contasi una mara­ viglia d 'esso, che le sue foglie in bevanda sieno veleno alle bestie, e agli uomini rimedio contra le serpi, aggiuntovi ruta e viuo. Le capre ancora eie pecore, beendo Tacqua dove si sieno bagna­ te le foglie sue, si dice che muoiono.
Del
b o b , s p b c ib a : m e d ic i n e 8 . D b l LO STOMATICE, i .

; m b d ic ira b ,

v m ; s to m a tic e , i .

LIF. Nec rhus latinum nomen habet, quum io ojboi pluribus modis veniat. Nam et herba est silvestris, foliis snyrti, cauliculis brevibus, quae lioeaj pellit ; et frutex coriarius appellatur, subrabias, cubitalis, crassitudine digitali : cujus ari* Jis foliis, ut malicorio, coria perficiuntur. Medici wtem rhoicis u ta n tu r ad contusa : item coelia* eoi, et sedis uloera, aut qoae phagedaenas vocant, trita cum meile, illita cum aceto. Decoctum eorum iastillatur auribus purulentis. Fit et stomatice fccoctis ramis, a«l eadem, quae ex moris : sed efficacior adm ixto alumine. Illinitur eadem hy­ dropicorum tum ori.

LlV. Nè anco il rue ha nome Utino, ancora che »' usi a molte cose. Perchè esso ed è erba sal­ va tica, che scaccia i vermi, con le foglie di mor­ tine, e piccoli rami; e chiamasi cespuglio coriario, rossigno, alto un braccio e grosso un dito, delle cui foglie secche, come col malicorio, si conciano le cuoia. 1 medici le usano a1 roici, dove la carne è pesta, a’ deboli di stomaco, alle crepature del sedere, o a que’maturi, che si chiamano fagedene, trite con mele, e impiastrale con aceto. La cocitura loro » instilla negli orecchi che gettano puzta. * Fassene pure stomatice, avendo cotti i rami, ai medesimi effetti che quel delle more; ma n ’è mag­ giore la virtù, mescolandovi allume. La medesima a1Impiastra agli enfiati dei rilruopichi.

387

G. PU N II SECUNDI

388
D bl
b o b b &i t b o ,

RflC EBYTHBO,

IX.

9.

LV. Rhus, qui erythros appellatur, semen est hujus fruticis. Vim habet adstringendi refrigerandique. Adspergitur pro sale obsoniis. Alvos solvit, omaesque carnes cum silphio suaviores facit. Ulceribus medetur manantibus cum meile ; asperitati linguae, percussis, lividis, desquamatis eodem modo. Capitis ulcera ad cicatricem celer­ rime perducit : et feminarum abundantiam sistit cibo.
E
b y th b o d a r o , x j.

LV. 11 rue che si chiama eritro, è un cespu* gl io, il cui seme ha forza di ristrignere e di rin­ frescare. Meltesi nelle vivande in luogo di sale. Muove il corpo, e col silfio fa tutte le carni più soavi. Col mele medica le ulcere che colano: guarisce la ruvidezza della lingua, le percosse, i lividori, e gli scorticali nel medesimo modo. Ri­ salda prestissimo le piaghe del capo, e mangian­ dolo ristagna il flusso delle donne.
D e l l ’ e b ix b o d a b o , a .

LV1. Alia res erythrodanus, quam aliqui ereuthodanura vocant, nos rubiam, qua tinguntur lanae, pellesque perficiuntur : in medicina urinam ciet: morbum regium sanat ex aqua mulsa, et lichenas ex aceto illita : el ischiadicos, et paralyticos, ita ut bibentes laventur quotidie. Radix semenque trahunt menses, alvum sistunt, et collectiones disouliunt. Contra serpentes rami cum foliis imponuntur. Folia et capillum infi­ ciunt. Invenio apud quosdam morbum regium sanari hoc frutice, etiamsi adalligatus spectetur tantum.

LV1. Écci un'altra erba delta eritrodano, e da alcuni chiamata ereulodauo : noi la chiamiamo robbia, con la quale si tingono le lane, e s’a«scon­ ciano le pelli : in medicatura provoca 1' orina : con acqua melala guarisce chi ba traboccato il fiele; e con l1«celo gli enfiali del mento, altri­ menti i gattoni; non che gli sciatici e i parlctid, ma con questo, che beendo si lavino ogni giorno. La radice e il seme tirano fuora i mesi, fermano il corpo, e levano le raccolte. 1 rami suoi con le foglie s'adoperano con tra il morso delle serpi Le foglie tingouo i capegli. io trovo appresso al­ cuni, che questo cespuglio guarisce chi ba sparto il fiele, ancora se legato solamente si guardi.
D e ll'
a l is s o ,

A l y ss o ,

i i

.

a.

LV11. Distat ab eo, qui alysson vocatur, foliis tantum et ramis minoribus: nomen accepit, quod a caue morsos rabiem sentire non paliLur, potus ex aceto adalligatusque. Mirum est quod additur, saniem conspecto omnino frutice eo siccari.

LV1I. Dall'eri irodano è differente quello che si chiama alisso soltanto nelle foglie « ne* rami miuori : prese queslo nome, perchè bevuto nell ' acelo, e legatogli addosso, non lascia sentire la rabbia a chi è morso da’ cani. È maraviglia quel­ lo cbe si aggiugne, che solo a guardarsi questa er­ ba si secchi la marcia.
D b llo
s t b d t io

S t b c t h io ,

s iv b b a d i c e l a , x i i i .

A po cyho,

i i

.

o

r id ic o l a , i

3.

D e l l ’ a p o c in o , a .

LV1I1. Tingentibus et radicula lanas praepa­ rat, quam struthion a Graecis vocari diximus. Medetur morbo regio et ipsa decocto ejus polo, item pecloris vitiis. Urinam ciet, alvum solvit, et vulvas purgat. Quamobrem aureum poculum medici vocant. Ea et ex meile prodest magnifice ad tussim, orthopnoeae, cochlearis mensura. Cum polenta vero et aceto lepras tollit. Eadem cum panace et capparis radice calculos frangit, peli it-que. Panos discutit, cum farioa hordeacea et vino decocta. Miscetur et malagmatis, et collyriis, cla­ ritatis causa : sternutamento utilis inter pauca : lieni quoque ac jocineri. Eadem pota denarii

LV11I. La radicola, che abbiamo detto esser nominala strutio dai Greci, è usata dai tintori a dar la prima preparazione alla lana. Beendo la sua cocitura si guarisce chi ha sparto il fiele, e i difelli del petto. Provoca l'orina, muove il cor­ po, e purga le matrici. Epperò i medici la chia­ mano bevanda aurea. Questa insieme col mele giova magnificamente alla tosse e alla ortopnea, alla misura d’ un cucchiaio. Con la polcata e con l ' aceto caccia via la lebbra. La medesima con la panace e la radice de' capperi rompe la pietra c la manda fuori. Colta con'farina d'orzo e eoa vino risolve le pannocchie. Mescolasi ancora iu

38ft

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.

3no

unius ex malsa aqua, sospiriosos sanai. Sic et pleuriticos, et omnes lateris dolores, semen ex aqua.

eropiastri e medicine d 'occhi, per rischiarar Ia vista. Son poche cose che portino, com’essa, ulile agli starnuti ; e così alla milza e al fegato. Bevuta a peso d’ un denaio con acqua melata guarisce i sospirosi ; e il suo seme con 1' acqua guarisce il mal di petto e tutti i dolori di fianco. L'apocino è uno sterpo, che ha le foglie d’el­ Apocjnum frutex est folio ederae, mollioré tamen, et minus longis viticulis, semine acuto, lera, ma però più tenere, e di più corti viticci, diviso, lanuginoso, gravi odore. Ganes et omnes ■ seme acuto, diviso, lanuginoso e di grave odore. quadrupedes necat in cibo datum. Dandolo a mangiare, ammazza i cani, e tutti gli altri quadrupedi.
R
obe

MABUO, XVIII.

D el b a m b rih o , i 8 .

LIX. E st et rosmarinum. Duo genera ejus. Alterum sterile, alterum cui et canlis, et semen resinaceum, quod cachrjs vocatur. Foliis odor thuris. Radix vulnera sanat viridis imposita, et sedis procidentia, condjlomata, et haemorrhoidas. Succus e t fruticis et radicis morbum reginm, et ea quae repurganda suat. Oculorum aciem exacui L Semen ad vetera pectoris vitia datur poioi. Et ad vulvas cum vino et pipere. Menses adjuvat. Podagris illinitur cum aerina farina. Porgat etiam leotigioes, et quae excalfacienda sont, aut qunm sudor quaerendus, illitum : item convolsis. Auget et lac in vino potam : item ra­ dix. Ipsa herba stromis cura aoelo illiftitur ; ad tossim cum meile prodest.

LIX. Ecci il ramerino, di due ragioni : l'uno è sterile, l ' altro ha gambo, e seme resinoso, il quale si chiama cacri. Le foglie hauno odore d'in­ censo. La radice sua mettendovisi su verde gua­ risce le ferite, e le cose eh' escono del fondamen­ to, e le inorici che non gettano sangue. Il sugo suo 0 della radice guarisce chi ha sparto il fiele, e le cose che hanno a ripurgarsi. Aguzza la vista. Il seme si dà a bere per i difelli vecchi del petto; e alla matrice con vino e pepe. Aiuta i mesi delle femmine. Fassene empiastro alle gotte con farina di rubiglie. Così anche purga le lentiggini, e quel­ le cose che vogliono esse riscaldate, o dove biso­ gna il sudore. Bevuto io vino accresce il latte. Il medesimo effetto fa la radice. Di questa erba fossi empiastro con aceto alle scrofe, e col mele giova alla tosse.
D el c a c b i.

C achet .

LX. Cachrys multa genera habet, ut diximus. Sed haec, quae ex rore supra dicio nascitur, ai fricetur, resinosa est. Adversatur veuenis et venenatis, praeterquam anguibus. Sodores movet, tormina discutit, lactis nbertatem facit.
S abw a
h er b a , v ii.

LX. Il eacri è di più sorti, come dicemmo. Ma questo che nasce del sopraddetto ramerino, se si frega, è ragioso. È contra tutti i veleni, e le cose velenose, salvo que' serpi, che si chiamano angui. Muove il sudore, caccia i tormini, e fa do­ vizia di latte.
D e L l 'e B B A SAVINA, J.

LXI. Herba saj>tna, braihy appellata a Grae­ cis doorum gacierum est: altera tamarici similis folio, altera cupresso. Quare quidam Greticam «■pressura dixerant. A multis in suffitus pro thare adsumitur : in medicamentis vero dupli­ cato pondere eosdem effectas habere, quos cinaamum, traditur. Collectiones minuit, et nomas compescit. Illita tlcera purgat. Partus emortuos adposita extrahit, et soffila. Illinitur igni sacro et carbunculis. Cum ■die et vino pota, regio morbo medetur. Galli­ nacei generis pi Initas ft^rao ejus herbae sanari
ta d v D t.

LXI. H'erba gavina, da'Greci chiamata brati, è di due ragioni : l'noa simile alla foglia della tatnerigia, l ' altra al cipresso. Epperò fu chiamata da alcuni cipresso Candiotto. Pigliasi da molti per incenso nelle suffuraigazioni ; e nelle medici­ ne raddoppiando il peso, dieesi eh' ella fa i me­ desimi effetti che il cinnamomo. Scema le racoolte degli umori, e reprime le piaghe cancherose. Impiastrata purga le ulcere ; e postavi sopra, e col profumo ancora, cava fuora 1 parti morti. Impiastrasi al fuoco sacro, e a' carboncelli. Bevuta con mele e con vino medica chi ha sparto il fiele. Dicono che il fumo solo di que­ sta erba guarisce la pipita de' polli.

G. PU N II SECONDI
D blla s b l a g iu , a .

*>•

S b l a g ih e , I I .

LXI1. Similis herbae huic sabinae est selago appellata. Legitur sine ferro dextra mano per fanicam, qua sinistra exuitur, velut a furante, can­ dida veste vestito, pureque lotis nodi* pedibus, sacro facto prius quam legatur, pane vinoque. Fertur in mappa nova. Hanc contra omnem perniciem habendam prodidere Druidae Gallorum, et cootra omnia oculorum vitia fumum ejus pro­ desse.

LX1I. Simile all* erba savina è quella, che si chiama selagine. Cogliesi seuza ferro, con la man ritta coperta dalla vesta, sì che sembri che I* no­ tano la furi, e la man manca scoperta : ei dee es­ sere vestito di bianco, e con piedi scalzi e ben lavati, avendo fatto sacrificio di pane e di vino, prima che si colga. Portasi in una tovaglia nnova. Dicono i Druidi, sacerdoti della Francia, che qnesta erba si dee tenere appresso contra ogni sommo infortunio, e che col suo fumo giova a tutti i mali degli occhi.
Del s a m o l o , a.

S amolo , i i .

LXIII. lidem saraotum herbam nominavere nasceutem in humidis: et hanc sinistra manu legi a jejunis contra morbos suum boumque, nec respicere legentem : nec alibi, quam in canali* deponere, ibique conterere poturis.

LXIII. I medesimi chiamano samolo un* erba, la quale nasce in luoghi umidi ; e vogliono che attch’essa si colga a digiuno con la man manca contra te infirmila dei porci a de*buoi, e che efci la cogtie non la guardi, n i la ponga altrove che in canale, e quivi la triti, per poi darla a bere.
D blla gomma , t i .

G ommi, s i .

LXIV. Gummium genera diximns. Ex his majores effectus melioris cujusque erunt. Denti* bus inutiles sunt. Sanguinem coagulant, et ideo rejioientibes sanguinem prosunt: ile a ambustis, arteriae vitiis. Inutilem urinam cient, amariludines hebetant adstriclis celeris. Quae ex amygdala amara est, spissandique viribus efficacior, habet excalfactorias vires. Praeponuntur autem pruno­ rum, et cerasorum, ac vilium. Siccant illitae et adstringunt: ex aceto vero infantiom lichenas sanant. Prosunt et tussi veteri, quatuor obolis in mixte potis. Creduntur et colorem gratiorem fa­ cere, ciboramque appetentiam, et calculosis pro­ desse cum passo potae. Oculorum et vulnerum utilitatibus maxime conveniunt.

LXIV. Abbiamo ragionato, di piò sorti di gomma. Di queste le migliori fanho maggiori ef­ fetti. Sono inutili a’ denti. Fanno rappigliare il sangue, e per ciò giovano a chi è solito rigettarlo, alle cotture e a* difetti dell* arteria. Provocano l’ orina inutile, scemano I* amaritudine de* rimedii ed hanno virtù rispettiva. Quella del man­ dorlo è amara, e ha maggior virtù di rassodare, e forza di riscaldare. Ma però è tenuta migliore quella de* susini, de’ ciriegi e delle viti. Impia­ strandole meccano e ristringono ; e poi che so­ no state nell* aceto guariscono il lattine de* bam­ bini. Giovano anoora alla tossa vecchia, beendoue quattro oboli con vino inacquato. Credesi che facciano il colore grazioso, e dieno appetito di mangiare, e che giovino a chi ha pietra, beendole col vin passo. Sono molto utili agli occhi e alle ferite.
D e l l a n n » E g iz ia , o A ba b ic a , 4*

Smwa 4 *o tP T i A , sivs

A r a b ic a ,

iv .

LXV. ia. Spinae Aegyptiae* sive Arabicae laudes in odorum loco diximus : et ipsa spissat stringilque distillationes omues, et sanguinis exscreationes, mensiumque abundantiam, etiamnum radice valentior.

LXV. ia. Abbiamo gii raccontato le lodi della spina Egizia, ovvero Arabica, nel trattato degli odori: anch*essa condensa, rassoda e ristrigne tutte le distillazioni, lo sputo del sangue, e I*ab­ bondanza de*mesi: più possente la sua radice.

39»
SriwA
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HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.
i , i t . A c a it k io ,
i

394
acaktio , i .

.

D ella sn«A aiAvcA, a. D bll '

LXVI. Spinae albae semen cootra scorpiones auxifcator. Corona ex ea impotila, capitii dolores minuit. Huic similis esi spina ilia, qaam Graeci acanlhion vocant, minoribus multo foliis, acu­ leatis per extremitates, et araneosa lanugine obdaclis : qua collecta, etiam vestes quaedam bombycinis similes liant in Oriente. Ipsa folia vel radices ad remedia opisthotoni bibontar.

LXVI. Il seme della spina bianca giova contra gli scorpioni. La ghirlanda d' essa posta sul capo ne leva il dolore. Simile a questa è quella spina, cbe i Greci chiamano acantio, la quale ba le fo­ glie molto minori, appuntate nell’ estremiti e piene di lana come di ragni : di essa raccolta si fanno certe vesti in Levante simili alla bombicine. Le foglie, o le radici, si beooo per lo spasimo, che per ritirare i nervi tira la testa indietro verso le spalle. D lU .' ACACIA, 8. LX VII. Écci ancora la spina dell' acacia. Fassi in Egitto d’albero nero e bianco, e di verde an­ cora, ma migliore de* primi. Fassi anco io Galazia tenerissima d’ un albero mollo spinoso. Il seme di tutte è simile alle lenti, se non eh' egli è minore e di granello e di foglia. Raccogliesi nelI*autunno, e raccolto prima è troppo piò pos­ sente. Rassodasi il sugo delle foglioline bagnate con acqua piovana, dipoi si trae fuori per tubi pestando esse foglie nella pila ; e allora si rassoda al sole ne' mortai, facendosene pastegli. Fassi an­ cora delle foglie, ma manco possente. Per accon­ ciar le cuoia usano il seme in cambio di galla. 11 sago nerissimo delle foglie dell'acacia di Galazia è biasimato, e quello ancora eh' è molto rosso. La purpurea, ovvero leucofea, e quella che age­ volavate si stempera, ha grao forza a rassodare e rinfrescare, e sopra ogni altra cosa è utile allé medicine degli occhi. Alcuni per questo effetto lavano i pastegli, altri gli arrostiscono. Tingono i capegli. Guariscono il fuoco sacro, le rollare che im­ pigliano, i difetti umidi del corpo, le raccolte degli umori, le congiunture percosse, i pedignoni, e quelle pellicole che si sfogliano attorno alle unghie delle dita. Fermano alle donne l’abbon­ danza de'mesi, e la matrice e il sedere che caggiono. Giovano agli occhi, e a' mali della bocca e delle membra genitali.
D ell'
a s p a l a v o , v.

A cacia , viit .

LXVII. E st et aeacia e spina. Fit in Aegypto alba oigraqoe arbore, item viridi, sed longe me­ lior e prioribus. Fit et in Galatia deterrima, spi* nosiorearbore. Semen omnium lenticulae simile: minore est tantum et grano et folliculo. Colligi­ tor autum no: ante collectom nimio validius. Spissatur soccos ez folliculis aqua coelesti perfasis: mox io pila I a s i s exprimitor organis: tunc dentatar in sole mortariis in pastillos. Fit et ex foliis m i n u a efficax. Ad coria perficienda semine pro galla u tuntor. Foliorum succus et Galalicae acaciae nigerrimos improbator : item qai valde rufus. Purpurea aut leucophaea, et quae facilli­ me diluitur, v i summa ad spissandum refrigerandumque est, oculorum medicamentis ante alias utifes. Lavantur io eos usus pastilli ab aliis, tor­ rentor ab ali». Capillom tingunt.

Sanant ignem aacrom, ulcera quae serpunt, et bnmida vilia corporis, collectiones, articulos cooIo m s , perniones, pterygia. Abundantiam mensium in feminis sislunt, vulvarnque, et se­ dem, procidentes. Item oculos, oris vitia, et ge­ nitalium.

A s p a l a t k o , 1.

LXVIII. i 3. Volgaris quoque haec spina, ex qeaeortinae fulloniae implentur, radicis usus ha­ bet. Per Hispaniae quidem multi, et inter odores, et sd unguenta oluntur illa, aspalathum vocan­ tes. Est sioe d u b io hoc nomine spina silvestris in Oriente, o t dixim us, candida, magnitudine arbojustae.

LXVIII. 13. Ancora questa spina volgare, della quale le caldaie de' tintori son piene, ha radice che utilmente s‘adopera. Molli in Ispagna l'usano fra gli odori e fra i profumi, e la chiamano aspa­ lato. È senza dubbio quella spina selvatica che in Levante ha questo nome, bianca e della grandezza d'on albero comune.

C. PLINII SECUNDI
E r VSISCBPTRO,SIVS ADIPSATBBO,IIT* D1ATIROH, TUI. D e l l ' eristscettbo , o a d ip sa t e o , o d ia t ir o , 8 .

LXIX. Sed et fra (ex humilior, aeque spino­ sus, in Nisyro, et Rhodiorum insulis, quem alii erysisceptrum, alii adipsatheon, sive dialiron vo­ cant. Optimus, qui minime ferulaceus, rubens, et In purpuram vergens, detracto corlice. Nascitur pluribus locis, sed non ubique odoratos. Quam vim haberet coelesti arcu io eum inuixo, diximus. Sanat tetra oris ulcera ètozaenas, genitalia exul­ cerata aut carbunculantia : item rhagadia : infla­ tiones pota discutit, et strangurias. Cortex san­ guinera reddentibns medetur. Decoctura ejus alvum sistit. Similia praestare silvestrem quoque putant.

LXIX. Écci un altro sterpo più piccolo, ma egualmente spinoso, oeU'isote di Nisiro e di Rodi, il quale alcuni chiamano erisiscettro, alcuni adipsateo, ovvero diatiro. Ottimo è quello, ch'è manco ferulaceo, e col rosso s 'accosta al colore della porpora, quando è dibucciato. Nasce in molli luoghi, ma non è già odorifero in ogni dove. Abbiamo anche detto quale virtù abbia, se l'arco celeste si appoggiasse in esso. Guarisce l ' ulcere brutte della bocca, e le nascente puzzo­ lenti nel naso,i genitali scorticati e iocarboncellali, e le fessure dell' anello nel sedere, non che le ventosità beendolo, e gli stranguglioni. La cor­ teccia guarisce chi sputa sangue, e la cocitura ferma il corpo. I medesimi effetti credono che faccia il salvatico.
D e l l a spina a p p e n d ic e , 2. D e ll a pissacakta , 1.

A ppb r d ic b spiita , i i . P y b a c a r t b a , i .

LXX. Spina est appendix appellata, quoniam baccae puniceo colore in ea appendices vocantor. Hae crudae per sc, et aridae in vino decoctae, alvum citam, ac tormina compescunt. Pyracanthae baccae contra serpentium ictus bibuntur.

LXX. Écci una spina che si chiama appendice, perchè le coccole rosse, eh' ella fa, si chiamano appendici. Queste crude di per sè, e secche cotte nel vino, muovono il corpo e raffrenano i lormini. Beonsi le coccole del pissacanto cootra il morso delle serpi.
D bl
f a l iu b o , i o

P a l io b o , x .

.

LXXI. Paliurus quoque spinae genus est. Se­ men ejus Afri zuram vocant, contra scorpiones efficacissimum : itera calculosis et tussi. Folia adstrictoriam vim habeut. Radix discutit panos, collectiones, vomicas : urinas trahit pota. Deco­ ctum ejus potum in vino alvum sistit : serpenti­ bus adversatur. Radix praecipue dator in vino.

LXXI. Il paliuro anch' egli è specie di spina. In Africa il seme suo si chiama zura, potentissimo contro agli scorpioni, e alla pietra e alla tosse. Le foglie hanno virtù ristrettiva. La radice dissolve le pannocchie, le raccolte e le posteme, e bevuta provoca l’orina. La sua deoozione in vino ferma il corpo, ed è contraria alle serpi. La radice par­ ticolarmente ai dà nel vino.
D e l l ' AGRIFOGLIO. D b LL1 AQCIFOGLtA, IO. D e l tasso , 1.

A g b if o u o . A q u if o l ia ,

x.

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axo, i

.

LXX1I. Agrifolia contusa addito sale, articulornm morbis prosunt : baccae purgationi femi­ narum, coeliacis, dysentericis, ac cholericis. Io vino potae alvum sistunt. Radix decocta et illita extrahit infixa corpori. Utilissima est et luxatis, tumori busque. Aquifolia arbor in domo aut villa sata, vene­ ficia arcet. Flore ejus aquam glaciari Pythagoras tradit: item baculum ex ea factum, in quodvis animal emissum, etiamsi citra ceciderit defectu mittentis, ipsum per se recubitu propius adlabi :

LXXII. L'agrifoglia pesta col sale giova al male delle congiunture. Le coccole giovano alle purgazioni delle donne, a* deboli di stomaco, ai pondi e a' collerici. Bevute nel vino fermano il corpo. La radice cotta e impiastrata tira fuora le cose fitte nel corpo. È utilissima alle membra uscite de' loro luoghi, e agli enfiati. L'aquifoglia albero, piantata nella casa o nella villa, leva tutte le malie e gl' incanti. Dice Pita­ gora che il suo fiore fa agghiacciar l'acqua, e che ciò prodoce anche il bastone fallo d'essa, il quale, gittato conira qualsivoglia animale, ancora.se cade

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.

tam praecipuam naturam ioeise arbori. Taxi arboris famas marea necat.

di qua da esso per difetto di chi Io trasse, non­ dimeno da si medesimo scorre fino all* animale ; tanto notabile natnra dicono essere in quell* al­ bero. II fumo dell* albero tasso ammazza i topi.
D b*b o t i, a .

R obis , i i .

LXX11I. Nec rabos ad maleficia tantam ge­ nuit natura, ideoque et mora his, hoc est, vel hominibus cibos dedit. Vim babeot siccandi, adstringendique: gingivis, tonsillis, genitalibus accommodatissimi. Adversantor serpentium sce­ leratissimis, baemorrhoidi et presteri, flos, aut mora. Scorpionum vulnera sine collectionum pe­ riculo inuogunt, urinam cient. Caules eorum taodontur teneri, exprimitur saccus, mox sole cogitor in crassiiadinem mellis, singulari reme­ dio contra mala oris, oculornmque, sangainem exscreantes, anginas, vulvas, sedes, coeliacos, po­ tus aut illitas. Oris quidem vitiis etiam folia commandacata prosunt, et ulceribus manantibus, aot quibuscumque in capite illinuntur. Cardiacis vel sic per se imponuntur a mamma sinistra: ilem stomachi doloribus, ocolisqae procidenti­ bus. Instillatur succus eorum et auribus. Saoat condylomata cum rosaceo cerato. Cauliculorum ex vino decoctum uvae praesentaneum remedium est. lidem per se in cibo sampli cymae modo, aut decocti iu vino austero, labantes dentes firmant. Alvum aislunt, et profluvia sanguinis : dyseutericis prosunt. Siccantur io umbra, ut cinis cre­ matorum uvam reprimat. Folia quoque arefacta et contusa, jumentorum ulceribus ulilia tradun­ tur. Mora, quae in his nascuntur, vel efficaciorem stomaticen praebuerint, quam saliva morus. Eadem compositione, vel cum hypocisthide tan­ tum et meile bibuntur in cholera, et a cardiacis, el contra araneos.

LXXUI. La natura generò i pruui non sola­ mente pegi' incantesimi, ma eziandio per cibo ; ond* è eh* essa ha lor dato le more perchè gli uo­ mini le mangiassero. Esse hanno forza di seccare e di ristringere, e sono accomodatissime alle gen­ give, alle gavignee alle membra genitali. 1 fiori, o le more, si oppongono alle emorroide e al preste­ re, crudelissimo più che tutte l’altre serpi. Con esse ungono i morsi degli scorpioni senza pericolo che facciano raccolta, e muovono l'orina. 1 gambi loro si peslano teneri, e se ne preme il sugo ; poi si rassoda al sole a modo di mele, e così è singolare rimedio contra i mali della bocca, degli occhi, chi sputa sangue, le serrature della gola, le ma­ trici, il sedere, e i deboli di stomaco, bevuto ovvero impiastralo. Le foglie masticale giovano ancora a' difetti della bocca, e alle rotture che gocciolano, o a tutte quelle cose che s’ impiastra­ no nel capo. A chi ha passion di cuore si pongono per sè sole sulla poppa manca: si pongono altresì sui dolori dello stomaco, e sagli occhi che ricaggiono. 11 sugo loro s' instilla ancora negli orec­ chi. Guarisce le morici che non gettano sangue, col cerotto rosaceo. La cocilura de'gambi col vino è subito rimedio all' ugola. I medesimi per sè mangiati, ma le cime solo, o cotti nel vin bru­ sco, fermano i denti che si dimenano. Fermano il corpo e il flusso del sangue, e giovano a'pondi. Seccansi al rezzo e s' ardono ; e la cenere loro guarisce l ' ugola. Le foglie secche e peste sono alili alle piaghe degli animali. Le more che na­ scono in essi, fanno migliore stomatica che le more gelse. Con la medesima composizione, ov­ vero con solo ipocistide e mele si beono per la collera, per la passione del caore e conira i ragni. Fra le medicine stitiche non è cosa di maggior Inter medicamenta, quae styptica vocant, ni­ hil efficacius rubi mora ferentis radice decocta in virtù, che la radice del rovo che fa le more, cotta vioo ad tertias partes, ut colluantur eo oris ulce­ in vino fin che tomi alla terza parte, per lavare 1 ulcere della bocca e fomentar quelle del fonda­ ' ra, el sedis foveantur « lantaque vis est, ut spon­ mento; ed ha essa lauta forza, che fa diventare giae ipsae lapidescant. pietra le spugne.
C yhosba to , u t . D b l c im o s b a to ,

3.

LXX1V. Alterum genas rubi esi, in quo rosa ■ascitur. G ignit pilulam castaneae similem, prae­ cipuo remedio calculosis. Alia est cynorrhoda, fiam proximo dicemus volumine.

LXXIV.Écci un'altra specie di rovo che fa le rose, e genera palle simili a* ricci delle casta­ gne, ottimo rimedio alla pielra. Eccene un'altra, che si chiama cinorroda, della quale ragioneremo nel seguente libro.

?99

C. PLINII SECUNDI

4"»

14. Cynosbatoo alit cyuapauxin, alii neuros­ 14.11 cfoosbato, il quale alouni chiamano ctaapaston vocant; foliam habet vestigio hominis paosi, e altri neurospasto, ba le foglie simili alla pianta dell' uomo. Egli fa uva nera, nel cui acino simile. Fert et uvam nigram, iu cujus aoino ner­ vum habet, unde neurospastos dicitur. Alia est a è un nervo, onde acquistò il nome d» neurospasto. cappari, quam medici cynosbalon appellaverunt. E differente dal cappero, ebe i medici chiamarono Hujus thyrsus, ad remedia splenis et inflatioues, cinosbato. Il torso di esso condito con 1' aceto si condilus ex aceto manditur. Nervus ejus cum mangia per rimedio della milza e della ventosità. Il suo nervo, masticalo cou mastice di Scio, pur­ mastiche Chia commanducatus os purgat. ga la bocca. La rosa del rovo con sugna guarisce la put­ Ruborum rota alopecias cum axungia emen­ dat. Mura capillum lingunt cum ompbacino oleo. rella. Le more con olio onfacino tingono i capel­ li. 11 fiore del moro ai coglie per mietitura. 1 1 Flot mori per mettes colligitur. Candidus pleu­ riticis praecipuus ex vioo potus, itera coeliacis. biauco bevuto col vino è ottimo al mal del fian­ Radix ad tertias decocta, alvum sistit, et sangui- co, e a' debili di stomaco. La tua radice colla fio uem: ilem danies collutos decocto. Lodera succo che torni per terzo ferma il oorpo e il sangue, e foventur sedis atque genitalium ulcera. Cinis « i denti ancora, lavandogli oou questa decozioae. Col medesimo sugo si fomentano 1 «Icere del ’ radice deprimit uvam. fondamento e della membra genitali. La cenere della sua radice reprime l ' ugola. Roao id a b o . LXXV. Idaeus rubus appellatus est, quoniam iu Ida nou alius nascitur. Est autem tenerior ac minor, rarioribus calamis innocentioribusque, sub arborum umbra nascens. Hujus flos cum meile epiphoris illinitur, et ignibus sacris : stomachicitque ex aqua bibendus datur. Cetera eadem praestat, quae lupra dicta. Dai. aovo
I dbo.

LXXV. 11 rovo Ideo è oosì chiamato, perchè oon nasce se non nel monte Ida. Questo è minore e più tenero, e ha più rade vermene, le quali pungon meoo ; e nasce sotto l'ombra degli alberi. Il fiore di esso serve col male a far empiastro alla lagrime degli occhi e al fuoco sacro; e dassi a bere oon acqua pei mali dello stomaco. Nel resto fa tutti gli altri effetti che si «o d detti 4i sopra.
D b l b a b b o , s p e c ie

R ham ni genkxa , 1 1. M e d ic in a * v .

a.

M e d ic i!»

5.

LXXVI. Inier genera ruborum rhamoot ap­ pellatur a Graecis, candidior et fruticotior. Is floret, ramos spargens rectis aculeis; non, ut ceteri, aduncis ; foliis majoribus. Alterum genus est silvestre,nigrius, et quadamtenus rubens. Fert veluli folliculos. Hujus radice deeocta in aqua fit medicamentum, quod vocatur lycium. Semen se­ cundas trahit. Alter ille candidior adslringil ma­ gis, refrigerat, collectionibus et vulneribus accom­ modatior. Folia ntriutque et cruda et deoocla illi­ nuntur cum oleo. Db l y c io ,
x v iii.

LXXV1. 11 ranno tra le specie de* rovi è più biaocoe più germoglioso. Questo fiorisce ed empie i rami suoi di spini ritti, non aundnati come gli altri ; e ha foglie maggiori. L 'altra su a speoe è salvatica, più nera, rosseggia un poco, e & quasi bacegli. Con la tua radice cotta in acqua si fa a u a medicina, chiamata licio. II teme suo tira fuora le seconde. Quel altro più bianco, più ristrigne, rinfresca, ed è più accomodalo alle ferite e alle raccolte. Le foglie dell’uno e l'a ltr o sì crude che colle s 'impiastrano eoo olio.
D b l l i c i o , 18.

LXXV11. Lycium praestantius e spina fieri tradunt, quam et pyxacanlhon chirouiam vocant, quales in Indicis arboribus diiimus, quoniam longe praettantissimum existimatur Indicum. Coquuntur in aqua tusi rami, radicesque, summae amaritudinis, aereo vase per triduum, ilerumque exempto ligno, dooec mellis crassitudo fiat. Adul­ teratur amaris succis, etiam amurca, ac felle bu­ bulo. Spuma ejus ac flos quidam oculorum medi-

LXXVII. Dicono che il licio si fa molto eccel­ lente della spina, la quale chiamano pissacauto chironia, di cui dicemmo parlando degli alberi dell' India, perchè tengono l ' Indiano per molto migliore di tutti. Cuocoosi in acqua i r a ttù petti e le radici ohe sono amarissime, in v a ti di rame per tre giorni, cavatone dipoi il legno, inaino a tanto che ne vien la sodezza del mele. Falsificasi con •U g h i amari, e fon morchia, e con fiele di bue.

jo.

HISTORIARUM MUNDI MB. XXIV.

carneolis aJdtlur. Reliquo «occo faciem purgat, ei pioras sanat, erosos angulos oculorum, veteresque fluxiones, aures purulentas, tonsillas, gingivas, tussim, sanguinis exscreationes, fabae magnila* dine devoratum : aut si ex vulneribus* fluat, illi­ tum: rhsgadas, genitalium ulcera, atlrilus, ulcera receotia,et serpentia, ac putrescentia. In naribus clavos, suppurationes. Bibitur et a mulieribus ia Ucte contra profluvia. Indici differentia, glebis extrinsecus nigris,iutus rufis,quum fregeris, cito nigrescentibus. Adstringit vehementer cum amariluiliue. Ad eadem omnia utile est, sed praeci­ pue ad geuitalia.

La ava schioma e il fiore t'adopera nelle medicino da occhi. Il resto del sugo purga la faccia e guarisee la rogna ; e pigliandone quanto i nna fava, medica gli angoli degli occhi rossi, i vecchi cola­ menti, gli orecchi dove sia puzza, le gavigne, le gengive, la tosse e lo sputo del sangue. Se cola dal1 ulcere, vi s* impiastra. Pesto guarisce le crepa­ * ture del sedere, i taruoli o piaghe delle parli geni­ tali, le piaghe nate per lo soffregarsi dell’ an membro con l'altro, le piaghe fresche, quellecha vaono impigliando e le putride. Quanto al naso, guarisce i chiodi che sono ne* buchi di esso, e la raccolte della marcia. Beesi eziandio dalle donne per fermarne i flussi. Quello d* India è differente per rispetto disile zolle, che sono nere di fuori, e dentro rosse; e quando tu le frangi tosto nereg­ giano. Questo rislrigne gagliardamente con ama­ ritudine. Giova a tulle le medesime cose, e massi­ mamente alle parti geoitali.
D
e l l a sa rcocolla,

S a flo o o iu ,

i i

.

a.

LXXVIII. Sunt qui et sarcocollam spinae lacrjmaro putent, pollini thuris similem, cum qaadam acrimonia dulcem, gummioosaro. Cum vino '°m sislit fluxiones: illinitur infantibus. Vetu­ state et baec maxime nigrescit: melior, quo can­ didior.

LXXVIII. Alcuni tengono chela sarcocolla sia lagrima della spina, simile alla farina dello in­ censo, dolce con un poco d’ amarognolo, e gom­ mosa. Pesta col vino ristagna i flussi. Impiastrasi a’bambini. Anche questa diventa molto nera per la vecchiezza : e quanto è pià bianca, tanto è mi­ gliore.
D e ll* o p o ric e ,

O pqbicb ,

u.

a.

LXXIX. Unam etiamnum arborum medicinis debetur nobile medicamentum, qaod oporicen vocant. Fit ad «lyaentericos storoachique vitia, ia *wpo musti albi, lento vapore decoctis malis co­ toneis quinque cum suis semi ii ibus, punicis toti­ dem. sorborum sextario, et pari meosura ejus quod rfaan Syriacon vocant, croci semuncia. Co­ quitur nsqoe ad crassitudinem mellis.

LXXIX. Restaci ancora un nobile medica* mento, tra le medicine che si traggono degli albe­ ri, il quale si chiama oporice. Fassi a* pondi, e ai mali dello stomaco, in un congio di mosto biano o , cocendo a fooco lento cinque mele cotogna c o ’ semi loro, altrettante melagrane, «fi sestario di sorbe, ed egual misura di quello che si chiama rue Siriaco, e mezza oncia di zafferano. Cuocest fino a che rassodi come mele.
D ella
t r is s a o m e ,

Tauueiia, siva

c b a v a e o b y e , s iv b c h a iia b r o p b ,

s iv e t e u c b io ,

xvi.

O TEUCRIA,

o c a m b d r ib , o iC.

cam ebo pe,

LXXX. Bis sub lexemus ea, quae Graaci com« nuaicatione nominum in ambiguo fecere, anne arborum essent. i 5. Chamaedrys barba est, quae latina trixafotliciiur. Aliqui eam chamaeropem, alii leucrion appellavere. Folia habet magnitudine mentae, colore et divisura quercus. Alii serratam, et ab ea «erram iovcntam esse dixere, flore paena purpu­ reo. Carpitur praegnans succo in petrosis, advers e rp e alium venena polu illiluque efficacissi­ m ilem stomacho, tussi vetustae, pituita iu gula a:

LXXX. A questi aggiugneremo quegli, i quali i Greci per la simiglianaa de* nomi lasciarono in dubbio s* erano d* alberi, o no. i 5. La camedrio è an* erba, cbe in latino si chiama trissagioe. Alcuni l’ hanno chiamata ca­ merope, e altri teucria. Ha le foglie qaanto è la menta, ma il colore e il taglio è della quercia. Alcuni la chiamano serrata, e per questa dicoao che fu trovata la sega : ha fiore quasi purpureo. Cogliesi quando è piena di sugo, in luoghi petro­ si, e becudosi, o ponendosi sul luogo offeso, ha

C. PLINII SECUNDI

cohaerescenle, ruptis, convulsis, lateris doloribus. Lienem consumit, urinam et menses ciet. Ob id incipientibus hydropicis efficax, manualibus sco­ pis ejus in iribus heminis aquae decoctae usqua •d ter lias. Faciunt et pastillos, terentes eam ex aqua, ad supra dicta. Sanat et vomicas, et vetera ulcera, vel sordida cum meile. Fit et vinum ex ea pectoris vitiis. Foliorum succus cura oleo cali­ ginem oculorum discutit. Ad splenem ex aceto «uraitur. Excalfacit perunctione.

grandissima virtù oon tra il morso delle serpi'. Giova ancora allo stomaco, aHa tosse vecchia, alla flemma ferma nella gota, alla carne crepata, alla spiccata e al mal del fianco. Consuma la milza, provoca P orina e i mesi delle donne. Perciò ha virtù, quando comincia il ritruoplco, cuocendo manipoli delle sue scope in tre emine d* acqua, infin che scemino le due terze parti. Fassene anco­ ra pastegli, pestandola con l'acqua, buona egual­ mente alle cose sopraddette. Ella guarisce ancora le posteme, e le ulcere vecchie e brutte col mele. Fassi anco vino d'essa pei difetti del pello. Il sugo delle foglie con olio leva i bagliori degli oc* chi. Pigliasi con aceto al male della milza. Tingen­ do riscalda.
D b l o a m b d a fh e ,

C ha m abdavrbb , v .

5.

LXXXI. Charaaedaphne unico ramalo est, cubitali fere: folia tenuiora lauri folio. Semen ru­ beo» adnexum foliis illinitur capitis doloribus recens. Ardotes refrigerat : ad tormina cum vino bibitur. Menses saccus ejus, et urinam ciet potu, pari usque difficiles in lana adpositus.

LXXXI. Il caraedafne ha un ramuscello solo, lungo quasi un braccio, e la foglia sottile che somiglia quella dell'alloro. Il seme suo, che ros­ seggia mescolalo tra le foglie, s'impiastra fresco all<i doglia del capo. Rinfresca gli ardori, e beesi con vino ai tormini. Il sugo suo bevuto provoca i menstrui e l'orina, e postovi su con lana, agevola i parli difficili.
D e l l a cam elea , 6 .

C ham bla ea , v i .

LXXXII. Cbamelaea similitudinem foliorum oleae habet. Sunt autem amara, odorata, in pe­ trosis, palmum altitudine non excedente. Alvum purgat: detrahit pituitam bilemque: foliis in duabus absinthii partibus decoctis, succoque eo cum meile poto. Foliis impositis et ulcera pur­ gantur. Ajunt, si quis ante solis ortum eam capiat, dicatque ad albugines oculorum se capere, adal> ligata discuti id vitium : quoquo modo vero col­ lectam jumentorum pecorumque oculis saluta* rem esse.

LXXXI1. La camelea ha le foglie simili all'o* 1ivo, le quali sono amare, e odorifere : nasce in luoghi sassosi, e non cresce più che on palmo. Purga il corpo, e tira fuori la collera e la flemma, conendo le foglie con le due parti d 'assenzio, e beendo quel sugo col mele. Mettendo le sue foglie sulle nascenze, le purgano. Dicono che se alcune la coglie innanzi che il sole si levi, e dica che la coglie per le maglie degli occhi, e leghisela ad­ dosso, guarisce quel male. Cotta in qual modo si voglia, è salutevole agli ocohi de' giumenti e delle pecore.
D e l cam bsice , 8 .

C hamabsycb , t i i i .

LXXXJI1. Charaaesyce lentis folia habet, ni­ hil se attollentia, in aridis petrosisque nasoeus. Claritati oculorum, et contra suffusiones utilissi­ ma, et cicatrices, caligines, nubeculas in vino cocta, inuncta. Vulvae dolores sedat adposita in linteolo. Tollit et verrucas omnium genenim illi* ta. Prodest et orthopnoicis.

LXXXIII. Il camesice ha foglie di lente, e non si alza da terra, e nasce in luoghi asciutti e sassosi. Cotto nel vino e ungendone è utilissimo a rischiarar la vista, e contra le cateratte, le mar­ gini* le caligini e le maglie degli occhi. Postovi su in pezza lina, mitiga la doglia della matrice. Impiastrato levai porri d'ogni ragione. Giura agli ortopnoici.

HISTORIARUM MUNDI MB. XXIV.
C b a m a e c is s o
hbbba,

I.

D e l l ' b e b a c a m b c is s o , i .

LXXX1V. Chamaeeissos spicata est trilici modo, ramalis quinis fere, foliosa : quom floret, existimari potest alba viola, radice tenui : cujas bibant ischiadici folia tribas obolis, in vini cya­ this duobus, septem diebus, admodam amara potione.
Ch a m a el b u c b , s i n p a b f a b o , siv e f i i f d g i o , i .

LXXXIV, Ucamecisao è spigate come il gra* no, e fa per lo più cinque ramuscelli. È f o g l i a t o , e quando fiorisce pare viola bianca, ed ha la ra­ dice sottile. Gli sciatici beono tre oboli delle foglie in due bicchieri di vino per sette di, eh’ è una bevanda molto amara.
D b l cam bleucb , o fa k p a b o , o f a r f c g io , t .

LXXXV. Chamaeleueen apud nos farfarum, site farfogiam vocant. Nascitur secus fluvios, fo­ lio popoli, sed ampliore. Radix ejus imponitur carbonibus cupressi, atque is nidor per infumibulam im bibitur io veteri tussi.
C h a m a epe u c e , v . C ham a bcy pa b isso , i i . A m p e l o * PBASO, VI. S t a CBVB, I .

LXXXV. II camelence appresso di noi si chia­ ma farfaro, ovvero farfugio. Nasce lungo i fiumi, ha le foglie d’ oppio, ma maggiori. La sua radice si mette sui carboni di cipresso, e il fumo riceva­ lo per fornello si assorbe contro la tosse vecchia.
D b l l a cam b p b u cb , 5 . D e l c a w b c ip a b is so , a . D b LL* AMPBLOPBASO, 6< DELLO STACHI E., I .

LXXXVI. Chamaepeuce laricis folio similis, lumborum et spinae doloribus propria est. Chamaecyparissos berba ex vino pota con­ tra venena serpentium omnium scorpionumque pollet. Ampdoprason in vinelis nascitur, foliis porri, ructu gravis. Contra serpentium ictus eflicax. Urinam et menses ciet : eruptiones sanguinis per genitale inhibet potam imposituraque. Datur et a parta mulieribus, et contra canis morsum. Ea quoqne quae stachys vocatur, porri simi­ litudinem habet, longioribus foliis pluribusque, et odoris jucundi, colorisque in lateum inclinati. Pellit menstrua.
C l is o p o d io , i n .

LXXXV1. La camepeuce ha foglie simili al larice, ed è buona alle doglie della achena e dei lombi. Il cameciparisso bevuto in vino vale contra il veleno di tutte le serpi e degli scorpioni. L 'ampelopraso nasce nelle vigne, con foglie di porro, e fa ruto molto noioso. Ha virtù conira il morso delle serpi. Provoca i menstrui e l’orina, e bevuto, o postovi sopra, ristagna il sangue che esca per li membri genitali. Dassi alle donne dopo che hanno partorito, e contra i morsi dd cane. V’è anche quello che si chiama stachie, «orni­ gliante al porro, con molte più foglie e più lun­ ghe : ha odor giocondo, e colore che pende in giallo. Questo espelle i menstrui delle donne.
D e l c L ih o p o d io ,

3.

LXXXVII. Clinopodion, alii deonicion, alii copiron, alii ocymoides appellant, serpyllo simi­ lem, surculosam, palmi altitudine : nascitur in petrosis, orbiculato loliorum ambitu, speciem lecti pedum praebens. Bibitur ad convulsa, ru­ pta, strangurias, serpentium ictus. Item decoctae saccas.

LXXXVII. Il clinopodio, da alcuni chiamato cleonicio, da altri zopiro, e da altri odmoide, è simile al sermollino: fa di molti germogli, ed è alto un palmo. Nasce in luoghi sassosi, con un giro tondo di fiori, a guisa de* piedi del letto. Beesi per le membra sconvolte, per le rotture, per gli stranguglioni, e pe'morsi delle serpi. Cosi anche il sugo del cotto.
D b l c b h to s c h io , t ,

CenoncoLo, t. LXXXVIU. Nunc subtexemus herbas mirabilei quidem, sed minus claras, nobilibus in seqitDlia volumins dilatis. Centunculum vocant wxtri, ferius ad similitudinem capitis peonia rum, Jacc&tem in arvis ; Graeci clematidem: egregii

LXXXV1II. Ragioneremo ora d’ alcune erbe, maravigliose certo, ma manco illustri, volendosi differire le nobili ne* seguenti libri. Gl1Italiani chiamano centonchio un' erba, che ha le foglia appuntate, la quale g ia c e ne' C am pi a modo di

C. PLINII SECUNDI

effectos ad sitiendam alrnro in vino austero, liera sanguineoi sislil trilus cum oxymelitis aul aquae calidae cyathis quinque, denarii unius pondere : sic et ad secundas mulieram efficax.

una capperttccia, e dai Greci è domandala eterna* tide. Egli fa mirabile effetto in vin brusco a fer­ mare il corpo. Similmente ristagna il sangue, tri­ to con Possimele, o con cinque bicchieri d* acqua calda al peso d 'un deuaio ; e così ba virtù alle seconde delle donné.
D e ll a c l e m a t id e , o eco it e , o scamohea .

C l e m a t id e , s it e b c h it b , s it e scam mobia .

LXXX1X. Sed Graeci clematidas el alias ha­ bent: unam, qvan aliqui echiten vocant, alii laginem, nonnulli lenuem scammoniam : ramos habet bipeditles, foliosos, non dissimiles icammoniae, nisi quod nigriora minoraque sunt folia. Invenilnr in vineis arvisqoe. Estur, ut olus, cura oleo ac sale : alvum ciet. Eadem a dysentericis cum lini semine ex vino austero sorbetur. Folia epiphoris imponuntur cum polenta, supposito udo linteolo. Slrnmas imposila ad suppurationem perdocnnt, deinde axungia adjecta percurant. Item haemorrhoidas cura oleo viridi, phthisicos juvant eum meile. Lactis quoque ubertatem fa­ ciunt in cibis sumpta. Et infantibus illita capil­ lum alunt. Ex aceto edentium Venerem stimulant.

LXXX1X. Ma i Greci hanno «leiPai tre clema­ tide; una che alcuni chiamano echi te, altri lagine, altri sottile scamonea: ha rami lunghi uo piede, fogliosi, non dissimili alla scamonea, se non chele foglie sono piò nere e minori. T ro T a si nelle vigne e ne1campi, e mangiasi come il cavolo con Polio e col sale. Muove il corpo, e si bee per coloro che hanno mal di pondi, con seme di lino in visi bru­ sco. Le foglie con la polenta si mettono sulle la­ grime degli occhi, postovi sotto pannolino bagna­ to. Poste sulle scrofe le fanno venire a capo, poi aggiungendovi sugna le guariscono. Sanano con olio verde le morici, e col mele giovano arrisichi. Mangiandosi ancora fanno dovizia di latte alle donne. Impiastrate fanno cresoere i capegli ai bambini, e con l’ aceto stimolano la lussuria.
D e l l a c lb m a tid b E g iz ia , o d a f r o i d e , o p o lig o h o id b .

C l e i u t i d k A e g y p t ia , s it b d a p h n o id b , sit e p o l y GOltOIDB.

XC.'Est et alia clematis,Aegyptia cognomine, quae ab aliis daphnoides, ab aliis polygonoides vocator: folio lauri, longa tenoisque : adversus serpentes, ac privatim aspidas, ex aceto pota ef­ ficax. Db d b a c o b tio
l is .

XC. Ècci un* altra clematide, cognominata Egizia, la quale alcuni chiamano dafnoide, e al­ cuni altri poligonottle: ha fa foglia dell'alloro, lunga e sottile, e bevnta con P aceto ha virtù conira le serpi, e massimamente contra gli aspidi.
C iec a i l d b a g o b z io .

XCI. 16. Aegyptns hsnc maxime gignit: qnae et aron, de qua inter bulbos diximus, magnae cum dracontio litis. Quidam enim eam dem esse dixerunt.Glauoias satu discrevit, draconlium sil­ vestrem aram pronuntiando. Aliqui radicem aron appellarunt, caulem vero draconlium, in totum alium, st modo hic est, qui apud nos dracunculus vocator. Natoque aros radicem nigrara in latitu­ dinem rotundem habet, raultoque majorem, et 4«« manus implieatur. Dracunculus subrutilam, et draconis convoluti modo : unde et ei nomen.

XCI. 16. ^Questa erba particolarmente naice in Egitto:chiamasi auche aro, di cui ragionammo fra le cipolle, ed ha gran lite col dragonzio; pe­ rocché alcuni hanno detto eh* essa 4 il dragonzio stesso. Glaucia però la fa differente, quanto a pian* tagione, dicendo che il dragonzio è Paro salvatico. Alcnni chiamarono la radice aro, e il gambo dra­ gonzio, tutto altro dal nostro, a*egli è pur quello che noi chiamiamo dragoncolo. Perciocché l ' aro ha la radice nera, tonda e larga, e mollo m ag­ giore, la quale empierebbe la mano. Il dragoncolo l ' ha alquanto rossa, e a modo d’ un d ra g o uè ritorto, onde s* ha preso il nome.
D b l l ’ A ko, i 3.

Db

a o , xm.

XCU. Quin et ipsi Graeci immensam posuere differentiam, semen dracunculi fervens mordax* que tradendo: lantomque ei vlras, ul olfaclum

XCII. Anzi i Greci medesimi vi Canno gran­ dissima differenza, con dire, che il seme del dra­ goncolo è caldo e mordace, e che ha al terribile

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.

gravidi* « H o r t a m inferat. Aron miris laudibus extulere : primum in cibis feminam praeferentes, quoniam mas durior esset, et in coquendo lentior. Pectoris vitia purgare : et aridum in potione in* spersum, aut ecligmate, urinam et menses ciere. Sic el in oxymelile potum stomacho : interaneisque exulceratis ex lacte ovillo bibendum : ad tnssim, in einere coctum ex oleo dedere. Alii coxere io lacte, ut decoctum biberetur. Epiphoris elixum imposuere : item sugillatis, tonsillis. Ex oleo hae» roorrboidom vitio infudere, lentigines ex raelle illinentes. Laudavit Cleophantus et pro antidoto contra venena : pleuriticis, peripneumonicis, quo Inssientibos modo : semen intritum cum oleo aut T o ia c e o infundens aurium dolori. Dieuches tusaientibus, aut suspiriosis, et orlhopnoicis, et pura exscreantibus, farina permixtum in pane c o c t o dedit. Diodotus phthisicis e meile ecligmate, et pulmonis vitiis : ossibus etiam fractis imposuit. Partus omnium animalinm extrahit, nalurae cir­ cumlitum. Succus radicis cum meile Attico, ocu­ lorum caligines, ac stomachi vitia discutit, tussim decocti jus cum mellc. Ulcera omnium generum, sive phagedaenae sint, sive carcinomata, siveserpant, sive polypi in naribus, succus mire sanat. Polia ambustis prosuot e x vino et oleo cocta. Alvum inaniunt ex sale et aceto sumpta. E t la­ xatis cocta cura meile prosunt : ilem articulis podagricis cum sale, recentia vel sicca. Hippo­ crates utralibet ad collectiones cum m e i l e impo­ suit. Ad menses traheodos seminis vel radicis dra­ chmae duae ia vini cyathis duobus sufficiunt. Eadem polio, si a partu non purgantur, et se­ cundas trahit. Hippocrates et radicem ip»am adpouiit. Dicunt et in pestilentia tatuiamo esse in cibis. Ebrietatem discutit. Serpentes nidore, quom crematur, privalimque aspidas fugat, ant inebriai, ita ut torpentes inveniantur. Perunctos quoque aro e laureo oleo fugiuut. Ideo et contra idui dari polu in vino nigro putant ulile. In foliis ari caseus oplirae servari traditur.

odore, che le donne gravide solo a fiutarlo si sconciano Hanno poi maravigliosamente lodato Taro, mettendo però innanzi la femmina per mangiare, perchè il maschio è più duro, e più lento a cuocersi. Dicono che purga i mali del petto, e secco messo in bevanda, o in empiastro, muovei*orina e i mesi delle donne. Bevuto così anche nell1ossimele giova allo stomaco. Hannolo dato ancora a bere con latte di pecora a* malori degl* intestini ; e alla tosse colto nella cenere con P olio. Altri lo cuocono in latte, e dannolo a bere. Pongonlo lesso alle lagriraazioni degli occhi, e così a*suggellali e alle gavine. Con olio P infon­ dono sulle morici, e còl mele lo impiastrano alle lentiggiui. Cleofanto lo lodò per antidoto contra i veleni, al mal di fianco e alla difficoltà di respi­ rare, nel modo che si dà per la tosse : il seme trito con olio rosato s* infonde al duolo degli orecchi. Dieuche lo diede alla tosse, a* sospirosi, agli ortopnoici e a chi spurga marcia, mescolato con fario» in pan colto. Diodolo Io appose a' tisichi in empiastro di mele, a1difetti del polmone e alP ossa rotte. Tira fuora i parli di tutti gli ani­ mali, ugnendo intorno alta natura. Il sugo della sua radice con mele Ateniese leva i bagliori e i difetti dello stomaco ; e la sua decozione col mele guarisce la tosse. Il sugo sno maravigliosamente guarisce tutte le ulcere, o sieno fagedene o fi «Iole, o sien di quelle che impigliano, o sien polipi nel naso. Le foglie sue cotte col vino e con Polio gio­ vano alle incollure. Prese col sale e con P areto alleggeriscono il corpo. Cotte col mele giovano ancora alle membra mosse del luogo loro ; e fre­ sche o secche col sale fanno servigio alle gotte. Ip­ pocrate adoperò l'one e l’altre col mele a tulle le raecoIte.Duedramme del semeo della radice in dne bicchieri di vino bastano a tirar fuora i menstrnì. Questa medesima bevanda, se le donne non si pnrgano dopo il parto, tira fuori le seconde. Ip­ pocrate vi adoperò ancora la radice. Dicono anco eh'è utile a mangiarla nella pestilenza. Leva la ubbriachezza. L’ odore suo, quando ella s'arde, caccia le serpi, e particolarmente gli aspidi ; o gli ubbriaca in modo, che rimangono insensati. Fun­ gono ancora chi è unto d’ aro con olio d 'alloro. Perciò tengono che giovi darlo bere in vin nero ancora a chi è morso. Dicono che il cacio si con­ serva benissimo nelle foglie delP aro.
D bl
draqohcolo,

Ds

DSACCHCULO, 11.

a.

XCUl. Dracunculus, quem dixi, hordeo ma* turescente effoditur, luna crescente. Omuioo ha­ bentem serpentes fugiunt. Ideo percussis prodesse in potu ajunt majorem: ut et menses, si ferro non attiugatur, sistat. Saccus ejus et aurium do­ lori prodest.

XCII1. Il dragoacolo, ch'io ho detto, si eava quando l ' orzo è maturo, a luna crescente. Le serpi fuggono chi l ' ha addosso ; e perciò dicono che il maggiore giova nel bere a' percossi, e se non è tocco col ferro, ferma i menstrui. 11 sugo suo giova al dolore degli orecchi.

4»!

C. PMNII SECUNDI

Id antera qaod Graeai dracontion vocant, triplici effigie demonstratum mihi est : foliis be­ ta e, non sine thyrso, flore purpureo. Hoc est si­ mile aro. Alii radice longa, vel oli tignata articu­ losa que, monstravere : tribas omniao cauliculis : folia ejus es aceto decoqui contra serpentium ictus jubentes. Tertia demonstratio fuit, folio majore, quam cornus, radice arundinea totidem (ut adfirmabant) geniculata nodis, qaot haberet annos, totidemque esse folia. Hi ea es vino vel aqaa contra serpente* dabant.

Quello che i Grdci chiamano dragonzio, m 'è stato mostro d i tre ragioni : uno con foglie come di bietola, non senza torso, e con fior porpore*». Qaesto è simile all* aro. Un altro me ne fa mo­ strato con radice lunga e quasi dipinta, con nodi e eon tre gambi piccoli, e mi s i disse che le foglie sue s i coocooo nell' aceto contra il morso delle serpi. Il terzo mi fo mostro con le foglie maggiori che il corniolo, eon radice di canoa, e tanti nodi (secondo che d i c e T a n o ) , quanti a T e v a anni, e di altrettante foglie. Essi a s a T a n o questo con T in o o acqua contra le serpi.
D e ll' a u ,

Db a ii , iu.

3.

XCIV. Est et aris, quae in eadem Aegypto nascitur, similis aro, minor tantum miooribusque foliis, et utiqoe radice, quae tamen olivae gran­ dis magnitudinero implet: alba geminam caulem, altera unum tantum emittens. Medetur utraque ulceribus manantibus: item combnslis, ac fistulis collyrio immisso. Noraas sistunt decocta earum in aqua, el postea tritarum rosaceo addito. Sed unum miraculum ingens, contacto genitali cujus­ que feminini sexus, aoimal in perniciem agi.

XCIV. Écci ancora l'ari, che nasce nello stesso Egitto, simile alP aro, se non eh* è minore, ed ha le foglie minori, e la radice ancora, la quale è però grande quanto ana grossa o li T a . Il bianco ha dae gambi, l'altro ne mette solamente ano. L 'ano e 1 altro medica le piaghe che colano, e le incotta* re, e le fistole, mescolatovi il collirio. Fermano le piaghe, le quali vanno sempre impigliando, aggingnendo P olio rosato ai cotti nell' acqua c dipoi triti. Ma contasi di loro una gran maravi­ glia, che toccando con essi la natura di ogni ani­ male di sesso femminino, esso ne va in rniaa.
D bl
m ille fo g lio ,

M il l e f o l io ,

s i t e m y b io p h y l l o ,

tii.

o

m ib io fillo ,

7.

XCV. Myriophyllon, quod nostri millefolium caolis est tener, similis feniculo, plurimis foliis : unde et nomen aeeepit. Nascitur in palu­ stribus, magnifici usos ad vulnera. Cum aceto bibitur ad difficultates urioae et T e s ic a e , et su­ spiria, praecipitalisque ex alto. Efficacissima eadem ad dentiam dolores. Etruria hoc nomine appellat herham io pratis tenuem a lateribus capillamenti modo foliosam, eximii usus ad voi* nera : boam nervos abscissos vomere solidari ea, rursosque jungi addita axungia adfirmans.
T o c a n t,

XCV. Il miriofillo, che i nostri chiamano mil­ lefoglio, ha il gambo tenero, simile al finocchio, con assaiisime foglie, ond* egli ha preso il nome. Nasce in luoghi pantanosi, e fa grandissimo be­ neficio alle ferite. Beesi con P aceto alle difficoltà dell' orina e della vescica, e giova a* sospirosi e a* precipitati da alto. Esso ancora ha grandissima virtù al dolore de* denti. La Toscana chiama con questo nome nn'erba sottile de* prati, fogliosa alle bande a modo di capillamento, la quale Ci grande atile alle ferite, e a rassodare i nervi dei buoi tagliati dal vomero ; affermando che di nuo­ vo si rappiccano insieme, con aggiungervi la sogna.
D b l PsBODOBumo,

P s E u D o B u m o , IV.

4*

XCVI. Psendobanion napi folia habet, fruti­ cans palmi altitudine. Laudatissima in Creta. Contra tormina atqne stranguriam, laterum praecordioramque dolores bibantar rami ejas qaini senive.

XCVI. 1 psendobonio ha le foglie di naT one, 1 e fa le messe alte un palmo. In Candia è eccellen­ tissimo. Contra i tormini, la stranguria, i dolori de* fianchi e degl* interiori si beono cinque o sei de* suoi rami.

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.

4*4

t f n ill D I ,

a ? l M T U B 4, SIVB VYBIZA, VII.

D e l l a M IBBIDI, o MIRRA, O M IBltA , J .

XCV11. Myrrhis, qaam alii smyrrhizam, alii myrrham vocant, simillima est cicutae, eanle foliisqoe et flore, minor tantom, et exilior, cibo uon insoavi*. Ciet menstrua et partns cara vino. Ajuot eamdem potam in pestilentia salutarem esse. Sabvenit et phthisicis in sorbitione. Avidi­ tatem cibi facit. Phalangiorora morsos restringit. Ulcera quoque in facie ant capite soccos ejos io aqua triduo maceratae saoat.

XCVII. La mirride, la quale alcuni chiama­ no roirixa, alcuni altri mirra, somiglia molto la oicota, se non che nel gambo, nelle foglie e nel fiore è minore e più sottile, e non è spiacevole a mangiare. Col vino muove i mesi delle donne, e fa uscire i parli. Dicono ancora, ch'ella è mollo utile a berla in pericolo di pestilenza. Aiuta i litichi che la beono. Fa venir voglia di mangiare. Rislrigne il morso de1falangi ; e il sago, d'essa macerata tre giorni nell' acqua guarisce le rotture che vengono nel viso e nel capo.
D e l l ' o b o b b ic h i,

O k o b b y c h i, m .

3.

XCV1II. Onobryehis folia babet lentis, lon­ giora paollo, florem rabentem, radicem exiguam et gracilem. Nascitur circa fontes. Siccata in fari­ nae modano, et inspersa vino albo, strangurias finit. Alvum sistit. Soccos ejos percoctis cam oleo sudores movet. Db m a g ic is
h b b b is .

XCVII1. L 'onobrichi ha foglie di lente, ma un poco più lunghe, e il fiore che rosseggia, ra­ dice piccola e sottile. Nasce intorno a*fonti. Secca in modo di farina, e sparsa col vin bianco, guari­ sce le strangarie, e ferma il corpo. Il sugo suo fa sudare quegli che son unii con olio.
C ibca l ' bb bb m a g ic h e . D e l l a cobacesia , b
d e l l a c a l l ic ia .

C o ba cesia , b v c a l l ic ia .

XC1X. 17. In promisso herbarum mirabilium, occurrit aliqua dicere et de magicis. Quae enim m ira b ilio re s sunt ? P rim i eas in nostro orbe cele­ bravere Pythagoras atque Democritus, coaso­ ciali Maga. Coracesia et callicia Pythagoras aquam glaciari tradit : quarum meotiooem apud alios non reperio, nec apod eom alia de his.

XCIX. 17« Alalia trattazione che attenemmo dell'erbe maravigliose, ci occorre dire aldina cosa ancora delle magiche. £ per verità,quali sono più mirabili d’ esse ? 1 primi che le celebrarono in {Europa furono Pitagora e Democrito, i quali seguirono i Magi. Dice Pitagora che la coracesia e la callicia faa ghiacciare l'acqua; oè trovo altro scrittore che ne favelli ; nè egli altro ne scrive.
D ella m im a d b , o c o b is id ia , i .

M ih t a d b , siv b c o b t sid ia , i .

C. Idem minyada appellat, nomine alio ooryaidiaia, cojus decocto iu aqua succo, protinus sanari ictus serpentium, si foveantur, dicit. Eumdem effusum in berba qui vestigio contigerint, aut forte respersi fuerint, insanabili leto perire, monstrifica prorsus natura veneni, praeterquam «mira venena.

C. Il medesimo chiama miniade, e per altro nome corisidia un’ erba, il cui sugo cotto nell'ac­ qua dice che subito guarisce i morsi delle serpi, fomentandogli. Il medesimo sugo dice che ver­ sandolo sull' erba fa perire senza rimedio chi col piede lo tocca, o a caso n' è bagnato: nalura di veleno veramente mostruosa, se non ch'ella uc­ cide il veleno stesso.
D ell' a p b o s s i, 6 .

Araoxi, vi. CI. Ab eodem Pythagora aproxis appellator herba, cojus radix e longinquo concipiat ignes, «t naphtha, de qua in terrae miraculis diximus. Idem tradit : si qui morbi humano corpori accideriut fiorente aproii, quamvis sanatos admoni­ tionem eorum sentire, quoties florere eam conti­ gerit: et rrumeolum} el cicutam, el violam simi»

CI. 11 medesimo Pitagora chiama aprossi una erba, la coi radice di lontano s 'accende, come la nafta, di cui ragionammo ne’rairacoli della terra. Gi di più dice, che se al corpo amano interviene infermità alcuna, quando questa aprossi fiorisce, benché ne guarisca, nondimeno sempre ogni an­ no, quando torua la stagione eh'essa fiorisce,

4.5

C. PU N II SECUNDI

{16

lem conditionem habere. Nec me fallii, boc volu­ me» ejus a quibusdam Cleemporo medico adscribi : Pythagorae pcrtrliuax fama anliquitasque vindicant. Et idipsum auctoritatem voluminibus adferl, si quis alius curae suae opus ilio viro di» gnum judica vii: quod fecisse Cleemporum,qaura alia suo et nomine ederet, quis credat?

quella tal* infermità si fa sentire. La medesima natura dice essere nel grano, nella cicuta e nell» viola. Già so bene io che questo suo volume è attribuito da alcuni a Cleemporo medico; m a uua perpetua fama insieme con l*antichità affer­ mano ch'egli è di Pitagora. Però questo medesimo arreca autorità a* libri, se alcuno ha giudicato l ' opera sua degna di quell* uomo; il che chi può credete aver fatto Cleemporo, se egli ha latitoIati altri libri del suo proprio nome T

D e m o c r ito f a b u l o s e s c r i p t a . D b a g l a o p h o t i DB, SIVB MABMOBITIDE ; ACHABMBNIDB, StVB SIVB SEMNIO ; HIPPOPHOBADB ; THBOUBBOTIO,

C lB G A L E MEDICINE MAGICHE SCRITTE DA D e MOCIIto

. D e l l * a g l a o f o t i, o m a r m o b it b :

d b l l ' a-

CHEMENlDO O IPPOFOVADA :

DEL

TBOMBBOZIO, 0

ADAMANTIDE, a b i a m i d b , t h e r i o n a b c a , A ethio PIDR, SIVB M eB O ID B ; SI VE OPHIUSA, THALASSEGLB,
p o t a m u c y d e ; t h b % g e l id e , g e l o t o p h t l n h e s t u t o r i d b , siv k p r o t o m e d ia

SKUNIO : DELL* ADAMANTIDA, ARJANIDB, TEI10MARCA, E t i O P I D E , O M e b O I D E : D E L L E OF1USA,

t a l a s s e g l b , o p o t a m d c i d e : d e l l a t e a n g e l id a ,

i.id k ;

;

c a s i-

DELLA G E LO TO FILLID A ,

DELL* BST1AT0BIDB, 0

GNBTB, SIVB DIONYSOBYMPHADE; HELIANTHIDB,
s iv b h e l io c a t .l i d e

PBOTOMEDIA : DELLA C ASSIGNET A, O DIONIS09IIFADA : DELL* ELI ANTK O KLIOCALLIDR : D EU-’ U MESIA, ESCHINOMEBE, CROCLDK, ENOTER IDE, AVA'
cam pserote.

;

h r r m is ia d k ,

a k sc h y n o -

MEBE,

c r o c i d b, o e b o t h e r io k , a h a c a m pse r o t e .

GII. Democriti certe chirocmeta esse constat. Al in his ille post Pythagoram Magorara sludiosinimni, quanto portentosiora trtd itf Aglaophotin herbam, quae admiratione hominum propler eximium colorem acceperit nomen, in marmori­ bus Arabiae nascenlem Pertico latere. Qaa de causa et marmorilin vocari. Magos utique ea uli, qnnm velint deos evocare. Achaemtnida, colore Herlri sine folio, nasci in Taradaslilis Indiae: rnjus radice in pastillos digesta, in dieque pota in vino, noxii per cruciatus nocte confiteantur omnia, pet varias nnrainum imaginationes. Ea ra­ derti hippophobada appellat, quoniam equae praecipue caveant eam.Theombrotion xxx schoe­ nis a Choa<pe nasci, pavoni* picturis similem, odore eximio. Hanc autem a regibn* Persarum comedi aul hibi contra omnia corporum incom­ moda. instabililalemque mentis, eamdem semnion a potentiae majestate appellari. Aliam deinde adamantida, Armeniae Cappadociaeque alumnam. Hac admota leones resupinari cum hiatu laxo. Nominiscausam esse, quod conteri nequeat. Arianidem in Arianis gigni, igneam colore: colligi, qnnm sol in Leone sit. Hujus taclu peruncta oleo ligna accendi.

CU. Tuttavia ognun sa che 1 opera detta chi­ * rocmeta è cosa di Democrito. Costui dopo Pitagora studiosissimo delle cose de’ Magi, racconta cose molto più mostruose di queste. Dice che l'«rba aglaofoti, còsi chiamala dalla maraviglia degli uomini per rispetto del suo bellissimo colore, nasce nei marmi d’ Arabia dalla parte di Persia, e perciò si chiama ancora marmorite ; e che i Magi si servono di questa erba quando vogliono iu vocare gli dei ; e che l'acbemenida è del colore dall'ambra senza foglia, e che nasce in Taradastili d 'India; la radice della quale, fattone paste­ gli, se si dà a bere di giorno a'malfatlori, la nolle confessano tulle le cose, per varie immaginazioni degli dei. La medesima è da lui chiamata ippofovada, perciocché le cavalle sopra tutto si guardano da questa erba. Dice che il teombrozio nasce tren­ ta sceni di«co»lo dal Coaspe,simile alla coda dipinta del pavone, e che ba grandissimo odore. Inoltre, che i re di Persia usano berla o mangiarla conin gl* incomodi del corpo, e I* instabilità di mente, e che la medesima si chiama setnnio dalla maestà della sua potenza. Che v*è poi uu'allra erba, chia­ mata adamantida, la quale nasce iu Armenia e iu Cappadocia, e appressata a’iioni, fa che essi s’ar­ rovesciano ooii la gola aperta ; e che la cagione del suo nome è, pereh’ ella non si può pestare. Nelle campagne Ariane dice nascere un* erba, che si chiama ariauide, di colore di fuoco, la quale si raccoglie quando il sole è in Lione, e dà fuoco alle legne unie d 'olio, solatucnle toccandole.

4'7

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXIV.

418

Tberionarca in Cappadocia ei Mysia nascente, oranes feras torpescere, nec uisi hyaeuae uriuae ailspersu recreari. Aelhiopida in Meroe nasci. Ob iJ et meroida appellari, folio lactucae, hydropicis utilissimam e mulso potam. Ophiusam in Ele­ phantine ejusdem Aethiopiae, lividam, difficilemqueaspectu, qua pota terrorem miuasque serpen­ tium obversari, ita ut mortem sibi eo metu con­ sciscant: ob id cogi sacrilegos itlarn bibere. Ad­ versari autem ei palmeum vinum. Tbalasseglen circa Iodum amnem inveniri, quae ob id nomine alio potamaucis appellatur : hac pota lymphari homines, obversantibus miraculi*. Theangelida in Libano Syriae, Dicte Cretae montibus, et Ba­ bylone, et Susis Persidis nasci, qua pota Magi divinent. Gelotophyllida in Bactris, et circa Borystheaen. Haec si bibatur cura myrrha et vino, variti obversari species, ridendiqne finem non fieri, nisi potis nucleis pineae nucis cum pipere, et meile in vino palmeo. Hestiatorida a convictu ia Perside nominari : quoniam hilarentur illa. Eamdem protomediam, qua primatum apud re­ ges obtineant.

Casignefen, quoniam secum ipsa nascator, aec eum aliis aliis herbis. Eamdem dionysonymphadem, quoniam vino mire conveniat. Heliantbeo vocat in Themiscyrena regione et Ciliciae nontibos maritimis, folio myrti. Hac cnm adipe leonino decocta, addito croco et palmeo vino, perungi Magos et Persarum reges, ut fiat corpus aspectu jucundum. Ideo eamdem heliocallidem nominari.

Hermesias ab eodem vocatur, ad liberos ge­ nerandos pulchros bonosque, non berba, sed (•■(Miitio e nucleis pineae nncis tritis cnm mei­ le, myrrha, croco vino palmeo, postea admixto theombrotio et lacte, bibere generaturos jubet, et a conceptu puerperas partam nutrientes : ita fieri excellentes animo et forma, atque bonos, flaram omnium magica quoque vocabula ponit. Adjecit his Apollodorus adsectator ejus, herbam aeachynomeneo, quoniam adpropinquante mana (olia contraheret. Aliam crocida, cujas tacto phaImgia m orerentur. Cralevas oenotberidem, cu­ jos adspersu e vino feritas omoium animalium niligarclur. Anacampserotem celeber arte gram-

Ancora, secondo lai, in Cappadocia e in Misia nasce P erba chiamata terionarca, Ia quale fa in­ tormentire e perdere il senso a tutte le fiere, che non si possono ricreare se non bagnate con 1*ori­ na della iena. L’erba etiopida nasce in Meroe, e per ciò dice che si chiama meroide : ha foglie di lattuga, e bevuta col vin melalo è utilissima a' rituopichi. In Elefantine della medesima Etio­ pia nasce un'erba chiamata ofiusa, livida e dif­ fìcile a guardarla, la quale bevuta dice egli che sempre rappreseota paure e minacce di serpenti ; di maniera che per quelle paure molti s 'am­ mazzano da loro stessi : per questo si fa bere per forza a' sacrileghi. Dice che il vino delle pal­ me è contrario a questa erba. Truovasi lungo il fiume Indo un'erba, la quale si chiama talassegle, e perciò con altro nome si domanda potamucide ; e quegli che la beono diventano furiosi, e pare loro tuttavia vedere maraviglie. Nasce la teangelida nel Libano monte della Soria, in Dite montagna di Candia, in Babilonia, e in Susa di Persia, la quale beono i Magi nelle loro divinazioni.!* gelolofillida nasce io Baltri, e circa il Borisi eoe. Questa erba a chi la bee eoo mirra e con vioo fa parere di veder cose che lo fanno tuttavia ridere, di che mai non resta, se non bee pinocchi, pepe e mele in vino di palme. In Persia nasce la esliatoride, così chiamala dal convitto, perchè fa allegrare altrui. Dicesi anco protome­ dia, perch’ ella fa ottenere il primo luogo ap­ presso i re. Secondo lai, la cassignela si chiama così, perohè nasce da sè sola, e non con veruna altra erba. Chiamasi ancora dionisoninfada,perch'ella ha gran convenienza col vino. Ei nomina eliaote uu’erba, la quale nasoe nel paese di l'emiscira, e ne1 monti marittimi della Cilicia, ed ba la foglia dello mortine. Di questa cotta con grasso di liooe, ag­ giuntovi zafferano e via di palma, s'ungono i Magi e i re di Persia, per fare i corpi loro più belli a vedergli. Perciò si chiama ancora eliocallide. 11 medesimo Demoerito chiama ermesia, la quale fa generare i figliuoli belli e booni, non uà* erba, ma una composizione di piooccbi pesti, e mele e mirra e vioo di palme, mescolandovi poi teombrozio e latte : dassi a bere a chi vuole inge­ nerare, e alle donne di parto che danno poppa. Di questa maniera dice che il bambino diventa eccellente d’animo e di corpo, e buono. Di tutte queste erbe mette Democrito i vocaboli magici. Apollodoro seguace di lui aggiugne alle detto di sopra on’ altra erba, ehe si chiama eschinome* ne, perchè appressandosi la mano, ella ritira a sè le foglie. Un’ altra ve n’ è, detta croctde, al cui tocco i falangi si muoiono. Crateva fa menzione

C. PLINII SECUNDI

420

malica paullo m ie, cujus omnino tactu redirent amores, vel cum odio deposili. Et abunde sit baclenus adligisse insignia Magorum ia his her.bis, alio de his aptiore dicturis loco.

della enoteride, la quale se si sparge eoi vino, mi liga la terribilità di tatti gli animali. Della anacampserole ragionò, noa ha molto, an eccel­ le1 le grammatico, dicendo che toccandosi fa ri­ 1 tornare gli amori, ancora che posti giù per odio. M» basti in sin qui aver tocche le maraviglie dei Magi rapporto a queste erbe, differendo il dire di esse in altro più comodo luogo.
E b if ia .

E biph u .

CUI. 18. Eriphiam multi prodidere. Scara­ baeum haec in avena habet, sursum deorsum de­ currentem cum sono hoedi, unde et nomen accepiù Hac ad vocem nibil praestantius esse tradunt.

CIII. 18. Molli hanno trattato della erifia. Questa ha ano scarafaggio, che scorre di su in giù per lo gambo con voce come di capretto, oode anco ha preso il nome. Dicono che non c’ è con più alile della erifia per la voce.
C b l l ’ bb ba l a r a e ia , i . D e l l ' bb ba l a t t o ee , i. D e l l * bbba m il it a b b , t .

HBBBA I.ARABIA, 1} LACTOB1 I ; MILITABIS) L S,

C1V. Herba lanaria o v i b u s jejunis data, lactis abundaoliara facit. Aeque nota lactoris vulgo est, plena lactis, quod degustatum vomiliones con­ citat.,Eamdem hanc aliqai esse dicunt, alii simi­ lem illi, qaam militarem vocant, quoniam vulnus ferro factum, nullum noa intra dies quinque sa­ nat, ex oleo imposita.

C1V. L'erba detta lanaria, data alle pecore a digiuno, fa loro doviiia di latte. È similmente nota ad ognuno l’erba chiamala Ultore, piena di latte, il quale gustalo muove il vomito. Alcuoi dicono essere questa medesima, altri simile a essa, quella che si chiama erba militare, perchè postavi su con olio guarisce iu ciuque giorni tutte le fe­ rite fatte col ferro.
D e lla s tb a tio te ,

S t b a t io t s s , * .

5.

CV. Celebratur antem el a Graecis stratiotes, sed ea in Aegypto lanium et inundatione Nili «ascitur, aizoo similis, ni majora haberet folia. Refrigerai mire, et vulnera sanat ex acelo illita. Item ignes sacros, ac suppurationes. Sanguinem «juoque qui defluii a renibus, pota cum thure «nasculo mirifice sistit.

CV. 1 Greci celebrano la stratiote, la qnale nasce solamente in Egitto, e quaudo il Nilo tra­ bocca, simile al semprevivo, s' ella non avesse le foglie maggiori. Impiastratavi con l ' aceto, mara­ vigliosamente rinfresca, e guarisce le ferite, ooo cbe il fuoco sacro e i luoghi che gettano pozza. Bevuta con incenso maschio, ferma beuissimo il sangue ch'esce dalle reni.
D b l l ' ebba ra ta ir capo a q u a l c h e sta t u a , i .

H ebba d b c a p it b s t a t o ab , i .

CVI. ig. Herba in capile statuae nata, collectaque alicujus iu vestis panno, et illigata in lino rufo, capitis dolorem confestim sedare traditur.

CV1. 19. L 'erba nata nel capo d' una statua, colla e messa nel panno della vesta d ' alcuno, e legala eoo filo rosso, dicono che leva subilo il dolore del capo.
D e l l ' b b b a d b ’ fiu m i, i .

H ebba d b flu m in ib u s , i .

CVII. Herba quaecumque a rivis aut flumini­ bus aale solis orlum collecta, ita ut nemo colli­ dentem videat, adalligata laevo brachio, ita ut «e«er quid sit illud ignoret, tertianas arcere lra­ bitur.

CVII. Ogni erba o di rivo, o di fiame, colta innanzi il levar del sole ( ma che persona 000 vegga colui die la coglie) e legata al braccio manco di chi ha la terzana, pur che l ' iu fermo 4ion sappia che cosa si sia, Io guarisce.

HISTORIARUM MONDI MB; XXIV.
H l i n g u a . I.

4 aa

ebba

D e l l ' bb ba l in g u a , t .

CVIII. Liofoa herba nascitor eirca fontes. Radix ejus combosta et trita cam adipe suis (adjiciunt a l nigra sit el sterilis ) , alopecias «aiendal ungentium io sole.
H
e r b a d b c r ib r o , i .

CVIII. L 'erba lingua hasee iatorno alie fonti. La saa radice arsa e pesta con grasso di porco (e vogliono eh* ella sia nera e sterile) leva fa tigna a chi se ne agne al sole.
D e l l ' ebba c o l t a n e l v a g l io , i .

CIX. Cribro in limite adjecto, herbae iolas exstantes decerptae adalligataeqae gravidis, par­ tus accelerant.
H
bbba

CIX. GeMasi vaglio in riviera, e si colgono l ' erbe che vi restano dentro. Queste legate ad­ dosso alle donne gravide, affrettano loro il parto.
D e l l ’ b b b a rata

DB rtM BTlS.

ni

l e t a m i.

CX. Herba qoae gigaitar sapra fimeta roris, contra anginas efficacissime pollet ex acqaa pota.

CX. L'erba che nasce sopra i letami in Vili», bevuta nell’ acqua ha grandissima virlà contra le serrature della gola.
D ell*e b b a , p re s s o c o i i c a s i u r i n a n o , i .

H

e BBA

A CASOSI CRINA, I .

CXI. Herba, jaxta qaam canes ari nam fandont, evulsa ne ferro adtingatur, laxatis celerri­ me medetor.
R hodoba,
u i.

CXI. L 'erba, presso la quale i cani pisciano^ svelta, ma che non sia tocca con ferro, guarisce tosto le membra mosse del loogo loro.
D e lla bodoba,

3.

CXII. Rompo tinam arborem demonstravi mas' inter arbasla. Jaxta hanc vidoam vite nascitur herba, qaam Galli rhodoram voeant: caulem habet virgae ficuloeae modo geniculatam, folia urticae io medio exalbida, eadem procedente tempore tota rabentia, florem argenteam : prae­ cipua contra lamores, fervoresque, et collectio­ nes, cum axungia vetere tusa, ita ut ferro oon adtingatur : qui per ancto* est despait ad suam dextram ter. Effieadus remedium esse ajunt, si tres qooqoe trium natiouum homines perungant dei trono».
I m pia , i i .

CXII. Abbiamo già ragionato di sopra del-*

V arbusto rompo li no. Appresso a questo vedovodi vite nasce un’ erba, la qoale i Francesi chia­ mano rodora : ella ha il gambo a nodi, come anavermena di fico, e le foglie d 'ortica scialbe nel mezzo, che col tempo rosseggiano tatte, e il fiore argentino. E ottima cantra enfiati, riscaldamenti e raccolte, pesta con sugna vecchia, in modo che non sia tocca oon ferro, se quel e h ' è unto, sputa tre volte dalla soa man ritta. Ma dicono eli* è p i* possente rimedio, se tre uomini «U tre diverse nazioni l ' ungono dalla parte ritta.
D ell'
im p ia ,

a.

CX1I1. Herba impia vocator incana, rorisraarini aspeoto, thyrsi modo vestita atque capitato. Inde alii ramali exsurgunt sua capitula gerentes : ob id impiam appella vere,quooiam Uberi super parentem excellant. Alii potius ita appellatam, quod Bullam animal eam adtingat, exstimavere. Haec inter daos lapides trita fervet, praecipuo adver­ tas anginas socco, lacte et vino admixto. Miram tnditnr, n umquam ab eo morbo tentari qui gu•taveriot. Itaque et suibus dari : quaeqoe medi* amentaro id noluerint haurire, eo morbo in te» rimi. Snnt qoi et io aviam nidis interi a liq u id n ea putent, atqae ita non strangulari pullos •ridins devora n leti.

CXIII. Erba impia si chiama oa* erb» oh& biancheggia e che somiglia il ramerino, vestita e capitata a modo di tirso. Di quinci sorgono altri rami co' lor capitelli; e a*è «Mainata empia, per­ chè i figliuoli vogliono alzarsi sopra la madre. Altri piuttosto tengono ch' ella sia cosi chiamata, perohè nessuno animale la tocca. Questa erba pea sta tra due sassi bolle : il sugo suo è ottimo eontra le serrature della gola, mescolatovi latte-e vino? e di cesi ebe chi avrà gustato d’ essa, non patirà mai simile infermità. Perciò' si dà a' porci, e quale di loro non ne vuole mangiare, si muore di quel male. Alcuni dicono che mettendo un poeo di questa erba nel nido, guarda i pulcini, che hi4

/,a3

C. P U N II SECUNDI

42

\

ghiollendo troppo ingordamente alcuna cosa non affogano.
T m u i PBCTB», I. D b l p b ttis b
di

Vbnbeb,

i

.

CX1V. Veneris pectinem appellant a simili* lodine pectinum, cujus radis cam malva tosa, omnia corpori infixa extrahit.

CXIV. Chiamasi pettine di Venere an' erbs, dalla somiglianza ch'ella ha col pettine, la eoi radice pesta con malva cava del corpo ogni con fittavi.
D e ll'
esssdo ,

E x EDOM, SIVB MODIA) IT.

o

r o d ia ,

a.

CXV. Veterno liberat, quae exedam vocator, nodia herba, coriariorum officinis nola : ea mu­ laris est aliis, aliisve nominibus. Nomas curai : efficacissimamque adversus scorpiones esse, po­ tam in vino aut posca, reperio.

CXV. L'erba nodia, che si chiama essedo, guarisce i letargici. Essa è conosciuta dalle bot­ teghe de' coiai : da altri chiamasi molare, o eoa altri nomi. Guarisce i cancheri ; e truovo eziandio che bevuta in vino o posca, ha grandissima virtù conira gli scorpioni.
D b l f il a h t e o p o , i . D b l la l a pp o l a camakia , a.

P h il a m t b e o p o s , i ; l a p p a carabi a, i i .

CXVI. Philanthropon herbam Graeci appel­ lant hirsutam, quoniam vestibus adhaerescat. Ez hae corona imposita capitis dolores sedat. Nam quae canaria appellatur lappa, cum pian* tagine el millefolio trita ex vino carcinomata sa­ nat, ternis diebus solnta. Medetor et suibus effos­ sa sine ferro, et addita in colluviem poturis vel ex lale ac vino. Quidam adjiciant et fodientem dicere oporten : uHaec est herba argemon, qoam Minerva reperì t suibus remedium, qui de illa gustaverint. »

CXVI. Chiamano i Greci filantropo nn' erba pilosa, perchè s* appicca alle vesti. Se si fa ghir* landa d’essa, leva il duolo del capo. Quella che si chiama lappola canaria, pesta nel vino con piantaggine e millefoglio, guarisce le fistole cancherose,sciogliendola ogni terzo gior­ no. Colta senza ferro, e data bere a' porci nelle loro immondezze, o eon latte e vino, dioesi che gli guarisce. Alcuni dicono che bisogna che chi la coglie dica : « Questa è l'erba argentone, la qoale fu trovata da Minerva per rimedio di questi porci che ne gusteranno. »
D el t o b d i l o , o s i e b o ,

T o e d t l o r , i m st e b o h , m .

3.

CXVII. Tordylon alii semen silis esse dixe­ rant : alii herbam per se, quam et syreon voca­ verunt. Neque aliud de ea proditum invenio, quam in montibus nasci t combustam potu ciere menses, el pectoris exscreationes, efficaciore •tiamnnm radice: succo ejus ternis obolis hausto renes sanari : addi radicem ejus et in malagmata.

CXVII. Alcuni hanno dello che il lordilo è il seme del sile ; altri, eh' egli è un* erba di per sè, la quale hanno chiamata ancora sireo. Nè truovo scritto altro d'esso, se non ch'egli nasce ne'raonli. Arso e bevuto provoca i mesi delle donne, e gli spurghi del petto: la sua radice ha maggior virtù. Beendo tre oboli del suo sugo si medicano le reni. La radice sua s 'adopera negli empiasi».
D e l l a g b a m ig r a , 17.

Gbambr, xvn. CXVIII. Gramen ipsum est inter herbas vul­ gatissimam. Geniculatis serpit internodiis, crebroque ab his, et ex cacumine novas radices spargit. Folia ejus in reliquo orbe in exilitatem fastigantor. In Parnasso tantum ederacea specie, deosius quam usquam fruticant, flore odorato candidoque. Jumentis herba non alia gratior, sive viridis, sive in feno siccata, quum detor ad«persa aqua. Succum quoque ejas in Parnasso

CXVIII. La gramigna stessa è an' erba molto conosciuta fra l’altre. Va ampliandosi co'nodegli,e qui e qua da essi, e infino dalla cima, sparge ra­ dici. Le foglie sue sono appuntale e sottili. Sola­ mente sul monte Parnaso le ha simili a foglie d 'ellera, più dense che in alcuno altro laogo, eoo fiore odoroso e bianco. Non c' è erba più grata alle bestie di questa, o sia verde, o sia secca io fieno, ma spruzzata di «equa. Dicono anoora che

4a5

HISTORIARUM MONDI LIB. XXIV.

excipi tradaol propter ubertatem. Dalcis hic est. ]o vicem ejus ia reliqua parie terrarum succedit decoctum ad vulnera conglutinanda, quod etipsa kerba tosa praestat, tuetur que ab ioflammaliooibiu plagas. Decocto adjicitur vinum ac mei: ab aliquibas et thuris, et piperis, myrrhaeque lertiae portiones. Rursusque coquitur iu aereo vase ad dentium dolores el epiphoras. Radix decocta in vino torminibus medetur, et urinae difficulta­ tibus, ulceribusque vesicae. Calculos frangit. Se­ men vehementius urinam impellit. Alvum vomitionesque sistit. Privatim autem draconum mor­ sibus auxiliatur. Sunt qui.genicula novem, vel unios, vel e duabus tribusve herbis, ad huuc ar­ ticulorum numerum involvi lana succida nigra jubeant, ad remedia strumae, panorum ve. Jeju­ num debere esse qui colligat : ita ire ia domum absenti» cui medeatur, supervenientique ter di­ cere, jejuno jejunam medicamentum dare, atque ita adalligare, triduoque id facere. Quod e gra­ minum genere septem internodia babet, effica­ cissime capiti contra dolores adalligatur. Quidam propter vesicae cruciatus decoctum ex vino gra­ nea ad dimidias a balineis bibi jubent.

di quella del monte Parnaso te ne cava sago per Ia sua ubertà, e che esso è dolce. Nell* altre parti del moodo io cambio del sago pigliano la sua cocitura a saldare le ferite ; il che si fa ancora con l'erba pesta, la quale inoltre guarda le pia­ ghe dalla infiammagione. Alla cocitura s'aggiugne vino e mele, e alcuni vi mettono la terza parie d 'incenso, di pepe e di mirra. Poi si caoce di nuovo in vaso di rame, e così è utile al duolo de1denti, e alle lagriraazioni degli occhi. La sua radice colta in vino medica i lormini, le difficoltà dell'orina, e le ulcere della vescica. Rompe le pietre. 11 seme suo molto gagliardamente spiga» l ' orina, ferma il corpo e il vomito; e particolar­ mente risana il morso de’dragoni. Sono alcuni,eh* pigliano nove nodegli d’una, di due o di tre erbe, inaino a quel numero, e gl'involgono io lana nera sucida per rimedio delle scrofe e delle pannocchie. Vogliono che chi la coglie sia digiuno, e così vada a casa di colui eh1e1medica, e giugnendo quivi gli dica tre voile, come egli digiuno dà la medi­ cina a persona digiuna, e dipoi gliene leghi, e cosi faccia per tre giorni.Quella specie di gramigna che fasalle nodi, legala al capo ha grandissima virtù, contro al suo dolore. Alcuni danno a bere per le doglie della vescica la gramigna colta nel vino, fin che ne sia scema la metà, quando il paziento esce del bagno. D il
d a t t il o ,

D

acty lo s, v.

5.

CXIX. Sunt qui et aculeatum gramen vocent triam geaerum : quam in cacumine aculei sunt plurimum quini, dactylon appellant : hos convo­ latos naribus inserunt, exlrahunlque sanguinis ciendi gratia* Allero qaod est aizoo simile, ad paronychia el pterygia unguium, et quum caro anguibus increvit, utuntur cam axungia : ideo dactylon appellantes, quia digitis medeatur. Ter­ tium genus dactyli, sed tenuis, nascitur iu parie­ tinis, aut tegulis. Huic caustica vis est. Sistit ulcera qaae serpunt. Gramen capiti circumdatum, san­ guini» e naribus fluxiones sistit. Camelos necare traditor ia Babylonis regione, id qaod juxta vias naidlar.

CXIX. V’ è anche una gramigna spinosa, che si divide in tre specie. L'una è quella che ha nella cima al più cinque spini, e che si chiama dat­ tilo. Ravviluppata si mette e si cava delle nari, perchè n1esca il sangue. La seconda specie è si­ mile al semprevivo. Questa è buona a guarire certe pellicole che si sfogliano attorno all'unghie delle dHa, e a' panerecci ; e quando la carne cre­ sce sopra V unghie, vi si pone ron la s«igna ; e si chiama dattilo perchè guarisce le dila. La terza specie di dattilo nasce nelle mura e nelle legule: è sottile ed ha forza caustica. Ferma le uleere che impigliano. La gramigna attorniala al capo rista­ gna il sangue del nato. Dicono che in Babilonia la gramigna che nasce lungo le vie uccide i camelli.
D el
f i rito g r e c o , c h e p u r s i d i c e s i l i c i a ,

F e V U M GBAECUN, QUAR SILICIA, XXXI.

3t .

CXX. Nec feno graeco minor auctoritas, quod Ulia vocant, alii carphos: aliqui buceras, alii Mgoceras, quoniam coruiculis semen est simile, nos siliciam : quomodo sereretur, suo loco docuinas. Vis ejus aiccare, mollire, dissolvere. Succus decocti fem inarum pluribus malis subvenit : sive duritia, sive tum or, sive contractio sit vulvae,

CXX. Il fien greco non ha punto minore au­ torità : chiamaolo teli, alcuai carfo, altri bucera, altri egocera, perchè il seme suo somiglia corni­ cine : noi lo chiamiamo silicia, e come egli si se­ mini, l’abbiamo mostro al sao luogo. La forza sua è di seccare, mollificare, dissolvere. Il sugo della ma cocitura rimedia a molti mali delle doune,

4*7

C. PLINII SECONDI B1STOR. MUNDI LIB. XXIV.

foventur, insidant : infusura quoque prodest. Furfures iu facie exteouat. Spleni addito nitro decoctum et impositum medetur. Item ez aceto. Sic et jocineri decoctum. Diocles difficile parientibiu semen ejus dedit acetaboli mensura triiom in uovem cyathis sapae, ut qoam tertias paries biberint, calida lavarentur: et in balneo sudanti­ bus dimidium ex relicto iteram dedit : mox a balneo reliquum, pro summo auxilio. Farinam feni graeci cum hordeo, aut lini semine decoctam aqua mulsa cootra vulvae cruciatus subjecit. Ilem imposuit imo ventri. Lepras, lentigines, sulphuris pari portione mixta farina curavit, nitro ante praeparata cute, saepias die illinent, perungique prohibens.

Theodorot feno miscait quartam partem pur­ gati nasturtii acerrimo aceto ad lepras. Damon semen feni acetabuli dimidii mensura cura sapae et aquae novem cyathi* ad menses ciendos dedit potu. Nec dubitatur, quin decoctum ejus utilissi­ mum sit vulvis, interaneisque exulceratis: sicut» «emen articulis atque praecordiis. Si vero curo malva decoquatur, postea addito- mulso potus anle cetera vulvis iuleraneisque la u d a tu r : quip­ pe quum vapor quoque decocti plurimum pro­ sit :.alarumque etiam graveolentiam decoctum feoi emendat. Farina porrigines capitis furfuresque cum vino et nitro celeriter tollit. In hydromelite autem decocta addita axungia genitalibus caedetur: ilem pano, parotidi, podagrae, chira­ grae, articulis, caroibosque quae recedunt ab os­ sibus: aceto vero subacta luxatis. Illinitur et lie­ ni decocta in aceto et meile tantoro. Carcinomata subacta ex vino porgat: mox addito meile persa­ nat. Sumitur et sorbitio e farina ad pectus exul­ ceratum loncamque tossim. Diu decoquitor, do­ nec amaritudo desinat. Postea mei additor. Nuuc ipsa claritas herbarum dicetur.

se Ia matrice ha durezza, o enfiato, o rallrappazioue. Per guarirne esse deono farseue fomenta­ zioni, o sedervi sopra. Giova ancora infondendovelo. Assottiglia le forfore nel viso. Cuocesi col nitro, o con 1 aceto ancora, e adoperasi al male * della milza. Così cotto giova parimente al fegato. Diocle dava per singoiar rimedio a chi partorisce con difficoltà un acetabolo di seme pesto in nove bicchieri di sapa, volendo che dopo P averne be­ vuto la terza parte, la persona si lavasse in acqua calda ; poi dava loro di nuovo, mentre sudavano nel bagno, la metà del restante, e P avanto poi dopo il bagno. Usò contra le doglie della matrice la farina del fien greco cotta in acqoa melata con orzo, o seme di lino, e posela ancora in fondo del corpo. Con questa farina, mescolata con egaal porzione di zolfo guarì la lebbra e le lentiggini, preparandone per avanti la pelle col nitro: co­ mandava che vi si facesse empiastro piò volte il dì, ma ne vietava la unzione. Teodoro mescolò col fien greco la quarta parte di nasturzio purgato con aceto fortissimo per ri» medio alla lebbra. Damone usò dar a bere il seme del fieo greco a misura d* un mezzo acetabolo eoa nove bicchieri d' acqua e di sapa, per tirar fuora i menstrui. Nè si dubita che la sua cocitura aon sia utilissima alla matrice, e alle parti di dentro scorticate, come il seme alle giunture e agli inte­ riori. Ma se si cuoce con malva e vi s'aggiugne poi il vin melato, è molto proficuo alla matrice e agli interiori : anzi il fumo stesso di questa co­ citura è assai giovevole. Il fien greco, s 'egli è cotto, leva il cattivo odore di sotto le braecia. La farina su» con vino e con nitro leva via prestamente il pizzicore e le forfore del capo. Cotta nelP idro­ mele con la sugna, medica le membra genitali ; e eosì le posteme dopo gli orecchi, le gotte de*pie<li e delle mani, le giunture, eie carni che si spicca­ no dalP ossa ; e impiastrala con l 'aceto, guarisce quegli che hanno i membri usciti de* loro luoghi Cotta nell'aceto, e col mele solamente, s'impiastra alta milza. Purga le fistole cancherose impiastrata col vino, e poi col mele le guarisce. Fassene fari­ na, e beesi per guarire il petto impiagato e la tosse lunga. Cuocesi lungamente, finché lascia P amaro. Poi vi si aggiugne il mele. Bagioneremo ora della eccellenza dell* erbe.

C.

PUNE

SECUNDI

HISTORIARUM MUNDI
U B E R XXV
NATURAE HERBARUM SPONTE NASCENTIUM, ET AUCTORITAS

---------------------------------

D b OBIGIHB USUS BARDV.

O b IGIITE DELL* DIO DI E S » .

I.1. Jpv» quae naoc dicetur herbaram claritas, medidoie tantam gigneute eas tellure, ia admi­ rationem curae priscorum diligentiaeque auimum agit. Nihil ergo intenlatura inexpertumque illis foit: nihil deinde occultaturo, quodque non prodesse posteris vellent. At nos elaborala iis abscon­ dere alqae supprimere cupimus,et fraudare vitam etiam alienis bonis. Ila certe recondunt, qui pau­ ca aliqua novere, invidentes aliis: et neminem docere, ia auctoritatem scientiae est. Tantum ab excogitandis novis, ac juvanda vita mores absunt, iwnmumque opus ingeniorum diu jam hoc fuit, ut intra unumquemque recte facta veterum peri­ rent. At hercules singula quosdam inventa deo­ rum numero addidere : omnium utique vitam clariorem fecere cognominibus herbarum, tam benigne gratiam memoria referente. Non aeque haec cura eorum mira in hi*,qnae satu blandiun­ tur, aut cibo invitant: culmina quoque montium invia et solitudines abditas, oiunisque terrae fibras scrutati inrvenere, quid quaeque radix polleret, ad quos usus bet baruni folia pertinerent, etiam quadrupedum pabulo intacU ad salutis usus vertentes.

I. i. -L ia eòcellenxa dell1erbe, della quale al pre­ sente ragioneremo, perciocché la terra le produce solo per medicina, muove l’ animo mio « gran maraviglia della diligenza e cura degli antichi. E di vero eh'essi non lasciarono cosa alcuna, che non tentassero e provassero ; e così nulla rimase poi ascoso, e che non volessero che giovasse a co­ loro, i quali avevano a venire dopo essi. Noi iavece desideriamo di nascondere e tener coperte le cose, le quali essi con gran fatica e industria scoprirono, e defraqdare la vita ancora de1beai da altri ritrovati. E certo che quegli che hauno cognizione d 'alarne poche cose, s 'ingegnano di nasconderle, per la invidia che portano altrui, e pensaoo di dar riputazione alla scienza col non insegnarla a niuno. Ma tanto sou essi lontani da trovar cose nuove, e da giovare all’ umana vita, che anzi P ingegno da gran tempo fé'sua mag­ giore opera il privarla d1ogni servigio ; onde n' avvenne che i trovati degli antichi andavano di mano in mano a perire cou ciascuu di costoro. Eppure alcuni per aver trovata una sol» cosa fu­ rono posti nel numero degli dei, e conseguirono chela vita propria divenne più chiara p e 'cogno­ mi dell'erbe, facendosi dovere la memoria di render loro beuigua grati*. Ma uon è egualmente

C. PLINII SECONDI

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mirabile la diligenza dì ooloro nelle cose, che semiuale danno diletto, o ne invitano a cibarle: noi reggiamo come essi hanno ricercate le cime dei monti, e i luoghi disabitati e deserti, e cerco fin nelle viscere della terra d’ ogni minima erha, in modo che trovarono a che sieno utfli le radici, a ehe le foglie dell’ erbe, ed hanno rivolte in utilità nostra quelle piante ancora che punto non son tocche dagli animali.
Qui
LATINE USUS EARUM SCBIPSER1NT.

D> COLOBO CHE

HAR!»0 SCRITTO IH LATINO SOPRA
L ' USO LOBO.

li. s. Gli uomini nostri, avidissimi di lotte II. 2. Mious hoc, qaam p*r crai, nostri cele­ le utilità e virtù, hanno ragionato di questa ma­ bravere, omnium utilitatom et virtutum rapacis­ simi. Primusquc et diu solus idem ille M. Calo, teria assai meno che non si sarebbe convenato. omnium bonarum arliura magister, paucis dum- Il primo, e lungo tempo solo cbe trattò di qoesla taxal adtigit, boum etiam medicina non omissa. cognizione, fu quel medesimo Marco Catone, mae­ Post eum unus illtislrium lentavit C. Valgius stro di tutte le buone arti, il quale ragionò sola­ mente alla breve; però senza lasciare addietro eruditione speciatus, imperfecto volumine ad di­ neppur la medicina de' buoi. Dopo lui la tentò vum Augustam, inchoata etiam praefaliooe reli­ quel grande nomo di Caio Valgio, persona molto giosa, at omnibus malis humanis illius potissi­ dotta, il quale lasciò il volume imperfetto dedi­ mum principis semper mederetur majestas. cato all* imperadore Angusto, oon appena comin­ ciata una diligente prefazione, acciocché la mae­ stà di quello amorevolissimo principe avesse il modo da medioare lutti i mali del mondo.
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uando a d

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om anos e a n o t it ia p e r v e n e r it .

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e b b e r o c o g n iz io n e .

Innanzi a lui, solo appresso di noi avea III. Antea condiderat solas apud nos ( qaod 111. scritto, eh* io abbia trovato, Pompeo Leoeo, li­ equidem inveni) Pompejus Lenaeus, Magni li­ bertus : quo primom tempore hanc scientiam ad berto di Pompeo Magno) e allora fu che questa nostros pervenisse animo adverto. Namque Mi* scienza pervenne la prima volta a noi. Peroeohè Mitridate, il maggior re del suo tempo, qoeU'esso thridates, maximus sua aetate regam, quem de­ bellavit Pompejus, omnium ante se genitorum che fu vinto da Pompeo, fu diligentissimo più diligentissima vitae fuisse argumentis, praeter­ che tutti gli altri innanzi a lui nella cura della vita ; il che si sa per manifesti argomenti, oltra quam fama intelligitor. Uni ei excogitatura, quo­ tidie venenum bibere praesumptis remediis, at la fama ancora. Fu invenzione di lui solo bere consuetudine ipsa innoxium tieret. Primo inventa ogni giorno il veleno, avendo presi prime i ri­ medii, per farselo eoo l’ usaoza manco nocivo. genera antidoti, ex quibus jinum etiam nomen Esso fu il primo che trovò -i varii antidoti, uno ejus retinet. Illius inventore! autumant, sangui­ de' quali ancora oggi ritiene il suo nome. Tieosi nera anatum Ponticarum miscere antidotis, quo­ inoltre per ritrovato suo il mescolare negli an­ niam veneno vivereot. Ad illum Asclepiadis, me­ dendi arte clari, volumina composita exstant, tidoti il sangue dell'ànitre di Ponto, pereti'elle quum sollicitatas ex urbe Roma, praecepta pro vivono di veleno. Sonci anoora libri d' Ascle­ piade, uomo dotto nell' arte del medicare, spe­ se mitteret. Illum solum mortalium viginti dua­ bus linguis locatum eertum est, nec de subjectis dili a lui, quando mandato a chiamare gli mandò i precetti in cambio di sè stesso. £gli solo fra gentibus ullum hominem per interpretem ap­ pellatum ab eo annis l v i , quibus regnavit. 1« ergo tulli gli uomini seppe favellare di venlidue lin­ reliqua ingenii magnitudine medicinae peculiari­ guaggi, e de' popoli a lui soggetti, in cinqoanter cariosus, et ab omnibus subjectis, qoi fuere tasei anni ch' e' regnò, non negoziò mai eoo persona per interprete alcuno. Costui adanquo, pars magna terrarum, singula exquirens, scri­ nium commentationum harum et exemplaria, fra 1'allre maraviglie e grandezze del sao inge­ gno, fu particolarmente curioso della medicina, efleclusque in arcauis suis reliquit. Pompejus au­ tem omni regia praeda politus, transferre ea sec­ e da tulli i popoli suoi soggetti, i quali teuevauo

HISTORIARUM MORDI LIB. XXV.

434

mone nostro libertum suum Lenaeum, gramma­ ticae artis, jussit: vitaeque ita profuit non minus, quam reipablicae victoria illa.

gran parte del mondo, ricercando (otte le cose, lasciò tra i suoi segreti infiniti libri c scritture di questa professione. Onde Pompeo essendosi insi­ gnorito di tutto il tasoro reale, fece che Leneo sno liberto e dottissimo grammatico le tradusse nella nostra lingua ; e così quella vittoria non giovò meno alla vita, che a|Ia repubblica Romana.
D agli a v t o b i G a s c i cbb d i p i r u i o l b n u .

Da

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im rro K H D t

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i s a a u ria x s itn rr.

IV. Praeter hos Graeci auctores medicinae IV. Olirà questi scrissero in medicina autori prodidere, quos suis locis diximus. Kx his Crate- Greci, de1quali abbiamo ragionato al suo luogo. m , Dionysius, Metrodorus, ratione blandissima, Tra codetti fu Craleva, Dionisio c Metrodoro, aed qua nihil paene aliud, quam rei difficultas ora piacevolissima maoiera, ma tale, che per essa iotelligatur. Pinxere namque effigies herbarum, quasi non altro s 'intende, che la difficoltà della atque ita subscripsere effectus. Verum et pictura oosa ; perocché dipinsero le figure dell1erbe, e ve fallax esi, et coloribus tam numerosis, praesertim oe descrissero sotto gli effetti. Ma, oltreché la in aeaulaliooe naturae, multum degenerat Iran- pittura è fallace, per colori di coti gran numero, scribeutinni sors varia. Praeterea parum est sin­ massimamente nel volere contraffar la natura, pi­ gulas earum aelates pingi, quum quadripartitis glia di molli errori la diversa maniera di coloro che li ricopiano. Olirà di ciò non basta dipingere le Tarietalibos anni faciem mutent. particolari età di ciascuna erba, perciocché elle secondo le quattro stagioni dell1anno mutano aspetto.
Q u i f x i m i G b a k c o b o m d b b i s c o n r o s o B R ii iT . D b ' v b im i r i i 1 G b b c i c h b scbissbbo s o f e a l b b r b b .

Perciò alcuni le descrissero solamente con V. Quare celeri sermone eas tradidere: aliqui V. oc effigie quidem iudicata, et nundis plerumque le parole : alcuni senza pure mostrare altrimenti ’ nominibus defuncti, quoniam salis videbatur po­ la figura, 1 hanno poste co1nudi nomi, parendo testates vimque demonstrare quaerere voleulibus. loro che bastasse dimostrarne la possania eia forza Nec eit difficile cognitu. Nobis certe, exceptis a coloro che la volessero sapere. Ned è cosa molto admodum paucis, contigit reliquas com templari difficile a conoscerle, lo, in fuor che alcune poche, scientia Antonii Castoris, cui summa auctoritas ho potuto intenderle per scienza d1Antonio Ca­ erat in ea arte nostro aevo,visendo hortulo ejus, in store, il quale fu a1nostri tempi uomo di gran­ quo plurimas alebat, centesimum aetatis annum dissima riputazione in quell’ arie, visitando un excedens, nullam corporis malum expertus, ac suo orto, in oui n' avea moltissime : ei visse pià ne aetate quidem memoria aut vigore concussis. di cento anni senza alcuna malattia ; nè scemò Neque aliud m irata magis antiquitas reperietur. mai per l’ età la memoria o il vigore. Nè si trova Inventa jampridem ratio est praenuntians horas, cosa, di cui T antichità più si sia maravigliata. uoa modo dies ac noctes, solis lunaeque defec­ Già è buon tempo che s1è trovalo il modo di co­ tuum. Durat tamen tradita persuasio in magna noscere I*ore, non pure i giorni e le notti, e I1ec­ parte vulgi, veneficiis et herbis id cogi, eamque cessi del sole e della luna. E nondimeno dura tuttavia una persuasione in gran parte del vulgo Dum feminarum scientiam praevalere. Certe quid boo replevere fabulis Colchis Medea, aliaeque, che questo si faccia con malie ed erbe ; e che la io primis Itala Circe, diis etiam adseripta ? unde scienza d1alcune donne in ciò prevaglia. Certo arbitror natum , ut Aeschylus e vetustissimis in che Medea di Coleo ed altre hanno ripieno il mondo di favole, e massimamente Circe in Italia, poètica, refertam Italiam herbarum potentia pro­ la quale è annoverata fra gli dei. Onde io tengo deret ; m ultique Circeios, ubi habitavit illa, ma* gao argum ento etiamuuiu durante iu Marsis a che per ciò Eschilo poeta antichissimo scriva, che l’Italia è piena d’erbe potentissime. Alla qual filio ejus o rta gente, quos esse domitores serpen­ cosa fa gran pruova, ehe ne' campi da lei chia­ tia» constat. mali Circei durano ancora oggi i popoli Marsi discesi da un figliuolo di Circe, i quali domano ogni maniera di serpi. Omero, primo padre delle doilrine e delle Homerus quidem primus doctrinarum et an-

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C. P U N II SECUNDI

tiquilalis parco») mullus alias in admiratione Circei, gloriam herbarum Aegypto tribuil : quum etiam, quae rigatur, Aegyptus illa non esset, po­ stea fluminis limo invecta. Herbas certe Aegyptias a regis uxore traditas suae Helenae plurimas nar­ rat, ac nobile illud ncpenlhes, oblivionem tristi­ tiae veoiamque adferens, el ab Heleoa utique omnibus mortalibus propinandum.

Primas autem omnium, quos memoria novit, Orpheus de herbis curiosius aliqua prodidit. Post eum Musaeus et Hesiodus polion herbam in quantum aairati sunt, diximus. Orpheus et He­ siodus suffitiones commendavere. Homerus et afias Dominatim herbas celebrat, quas suis locis cboemus. Ab eo Pythagoras clarus sapientia, pri­ mas volamen de earum effectu composuit, Apol­ ita i, Aeseolapioque, et in totum diis immortali­ bus inventione et origine adsignata. Composuit et Democritus, ambo peragratis Persidis, Arabiae, Aethiopiae, Aegyptique Magis. Adeoque ad haec adtonita antiquitas fuit, ut ad firmaverit eliara in­ credibilia diclu.

Xantho* historiarum auetor, iu prima earum tradit, oocitnm d r a c o n i s catulum revocatura a d vitam a parente, herba, quam balin nominat: eademque Thylonem, quem draco occiderat, re* stitntnm saluti. Et Juba in Arabia herha revoca­ tum ad vitam hominem tradit. Dixit Democri­ tus, credidit Theophrastus, esse herbam, cujus contactu illatae ab alite, quam retulimus, exsili­ ret cuneus a pastoribus arbori adactui: quae etiamsi f i d e carent, admirationem tamen implent: coguntque confiteri, mullum esse quod vero su­ persit. Inde et plerosque ita video existimare, nihil non herbarum vi effici posse, sed plurima­ rum vires esse incognitas : quorum in uumero fuit Herophilus clarus medicina, a quo ferunt diclum, qnasdam fortassis etiam calcatas prodetae. Observatum certe est inflammari vulnera ae morbos superventu eorum, qui pedibus iter confecerint.

antichità, benché abbia avuta Circe in gran con­ siderazione, attribuisce nondimeno la gloria dell ' erbe all' Egitto, ancor ehe quell1Egitto, che oggi è innaffiato dal Nilo, non ci fosse allora, es­ sendovi poi formalo dalla belletta del fiume. Egli racconta come la moglie del re diede molle erbe d 'Egitto alla sua Elena, e fra l ' altre quella nobi­ le nepente, la quale ha virtù di cacciare ogni me­ moria di tristezza; e perciò meriterebbe beue che Elena ne potesse far parte a ogni persona del mondo. Ma il primo, di cui sia memoria che con qual­ che diligenza abbia scritto dell’ erbe, è stato O r­ feo. Dopo lui quanto Museo ed Esiodo avessero in considerazione l’erba chiamata polioo, già di sopra l'ho detto. Orfeo ed Esiodo lodarono molto i profumi. Omero particolarmente celebra altre erbe, delle quali si parlerà al suo luogo. Dopo lui Pitagora, famoso per la sua sapienza, fu il primo che compose un volume degli effetti e virtù deil ' erbe, assegnando la invenzione ed origine di questa disciplina ad Apolline ed Esculapio, e in geuerale agli dei. Dopo Pitagora scrisse d 'esse anco Democrito ; ma l ' uno e l ' altro ne ricercò prima i Magi di Persia, d’Arabia, d1Etiopia e di Egitto. E tanto era 1 antichità stupefalla di qne* ste cose, che ne affermò d 'incredibili ancora. Santo, scrittore d’ istorie, uella prima d'esse scrive che un figliuolo d’uu drago, ucciso, fu ritornato in vita con un' erba che si chiama bali ; e che con quella medesima Tilope ucciso dal drago fu risuscitato. Giuba scrive, come un uomo in Arabia fu tornato da morte a vita con un’ erba. Disse Democrito, e Teofrasio lo tenne per vero, come ai Iruova un'erba, la quale arrecata dall’ uc­ cello che abbiamo già detto, col solo s u o tocco fa uscire subito il conio fitlo da' pastori nell' albero. Le quali cose, posto che manchino di fede, danno però altrui grandissima maraviglia, e costringono a confessare che in esie v' ba molto del vero. Di qui nasce che molli tengono che non ci è cosa alcu­ na, la quale non si possa fare per la virtù dell’er­ be ; ma cbe le forze d 'assaissime non sono cono­ sciute. In questa opinione dicono che fu Erofiio, medico eccellente, il quale dicesi avere asserito che forse alcune erbe ci sono, le quali giovauo solo a calpestarle. Certamente »’ è osservato le ferite e le malattie infiammarsi, sopravvenendo alcuno che abbia camminato a piedi.

0 7

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXV.

QtTABB MIROS BXEBCEANTUR BA BEMEDIA. HERBAE MIRABILITER

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VI. Haec erat antiqua mediana, quae tota VI. Questa era la medicioa antica, la quale migrabat in Graedae linguas. Sed qaare oon plu- passava tutta nelle liogue ddla Gtfecia. Ma la ca­ res noscantur, causa est, qaod eas agrestes litte* gione, perchè non se ne conoscono di più, i que­ rarumque ignari experiantur, ut qui «oli inter sta; perchè uomiai agresti e ignoranti di Iettar e illas vivant: praeterea securitas quaerendi, obvia son quegli che le sperimentano, sicoome quegli medicorum turba. Mullis etiam inventis nomina che soli vivono tra esse ; e oltra ciò la non enranza desunt, sicut illi, quam retulimus in frugum di cercarle, sull' appoggio d d numero grande dei cara, scimnsque defossam in angulis segetis prae­ medici. A molte eziandio, che si sono trovate,man­ stare, ne qua ales intret. Turpissima causa rari ta­ cano i nomi, come a quella, di cui ragionammo tis, quod etiam qui sciunt, demonstrare nolunt, nella cura delle biade, e sappiamo ehe sotterrate tamquam ipsis periturum sit, quod tradiderint ne’eanti del campo ddle biade, fa che nessuno noaliis. Aocedit ratio inventionis anceps. Quippe cdlo vi entri. Écci un1altra bruttissima cagione etiam in repertis, alias invenit casus, alias ( ut ddla rarità, che ancora quei cbe sanno non voglio­ vere dixerim ) deus. no insegnare, quasi che sia per maocar loro qaeMo eh1essi insegnassero altrui. Aggiugnesi a d ò il dubbio modo ddla invenzione. Perciocché di qudle ancora che si son trovate, alcuoe ne fan trovate il caso, altre, per dire il vero, l’ ba info­ gnate iddio. Insanabile ad hosce annos fuit rabidi canis Infioo a questi anni non si poteva guarire il nonus, pavorem aquae, potusque omnis adfe- morso del cane arrabbiato, il quale fa che d ir i reos odium. Nuper cujusdam milita otis in prae­ fugga I1acqua, ed abbia in odio ogni bevanda. torio mater vidit in quiete, ut radicem silvestris Però non è molto, che la madre d'un certo soldato rosae, quam cynorrhodon voeanl, blanditam sibi della guardia vide dormendo la radice della rosa aspectu pridie in fruteto, mitteret filio bidensalvatica, la quale si chiama cinorrodo, che il di dam : in Lacetania res gerebatur, Hispaniae pro­ avanti s'era compiaciuta di vedere snlla siepe, e xima parte : casnque accidit, ut milite a morsu sentì «oroe a dirsi che la mandasse al figlinolo ohe canis incipiente aquas^ expavescere, superveniret se la beesse. Ciò fu in Lacetania, parte vidna della epistola orantis ut pareret religioni : servatasque Spagna ; ed avvenne a caso, ch’essendo questo soliest ex insperato, et postea quisquis auxilium si­ dato morso da an cane arrabbiato, cominciò aver mile lentavit. Alias apud anctores cyaorrbodi paura dell'acqua, quando gli sopraggitto se la let­ ana medicina erat: spongiolae, quae in mediis tera della madre, che pregava eh' egli ubbidisse spinis ejus naseitur, cinere curo meile, alopecias alla religione del sogno ; e così fu salvato contra ogni speraoza, e dopo lui ciasonn altro ehe ba tenu­ capitis expleri. talo simile aiuto. Altre volte gli autori non faro vano che una sola medicina del cinorrodo, ed è la cenere della spugaolina, che nasce nel meaao dalle sue spine, la qnale mescolata col mele fa rimettere i capegli nella tigna. Nella medesima provincia io ho veduto n d In eadem provino* cognovi in agro hospitis auper ibi repertum draeunculum appellatam cau­ campo d’ un mio ospite quivi trovato, non ha lem, pollicari crassitudine, versicoloribus vipera­ molto, il dragoncolo chiamato caule,grosso quau* rum maeolis, quem ferebant contra omnium lo è il dito pollice, con macchie di più oolort di morsas esse remedio: aliam, quam quos ia priori vipere, il qude dicevano eh' era rimedio conti* volumine ejasdem nominis diximus: sed huic tutti i morsi. Egli è diverso da quegli, i quali n d alia figura aliudque miraculam exserentis se terra precedente volume dicemmo che hanno il medesi­ ad prim as serpentium vernationes, bipedali fere mo nome, poiché egli ha un'altra figura e un'altra maraviglia ; eh' egli esce della terra, quando la altitudine, rorsosqoe eum iisdem in terram con­ dentis: nee Ottonino occultato eo apparet serpens: primavera escono fuor le serpi, alto quasi due

A3o

C. P U N II SECUNDI

T e l hoc per m sali* officioso naturae munere* ai tantum praemoneret, tempuique formidinis de­ monstraret.

3. Nec bestiarum solum ad nocendum scelera sunt, sed interim aquarum quoque ac locorum. Ia Germania trans Rhenum castris a Germanico Caesare promotis, maritimo tractu fons erat aquae dulcis solus, qua pota intra biennium den­ tes deciderent, compagesque in genibus solveren­ tur. Stomacacela medici vocabant, et aceloturben, ea mala. Reperta auxilio est herba, quae vocatur britannica non nervis modo et oris matis saluta­ ris, sed cootra anginas quoque, el contra ser­ pentes. Folia habet oblonga nigra, radicem ni­ gram. Succus ejus exprimitur el ex radice. Flo­ rem vibonet vocant : qui collectos prius, quam tonitrua audiantur, et devoratos, securos in to­ tam reddit. Frisii, qua castra erant, nostris de­ monstravere illam : mirorque nominis causam : nisi forte confines Oceano Britanniae, velat pro­ pinquae, dicavere. Non enim inde appellatam eam, quoniam ibi plurima nascerctur, certum est, etiamnum Britannia libera.

piedi, e vi si nasconde poi di bel nuovo insieme con esse ; delle quali più non se ne vede alcuna, quando questa erba è ascosa. Nè sarebbe poco amorevole dono della natura, se anche uon facesse altro che mostrare il tempo, nel quale dobbiamo temere le serpi. 3. Nè solamente le bestie sono scellerate e ma­ ligne a nuocere, ma alcuna volta ancora le acque e i luoghi. In Lamagna di là dal Reno, movendo Germanico Cesare il campo per la riviera, trovò una fonte sola d’ acqua dolee, della quale a chi ne bee in termine di due anni cadono tutti i denti, c dissolvonsi le giuntare delle ginooebia. I medici chiamano questi mali stomacace e soeloturbe. Per riparar loro s 'è trovata un' erba, che si chiama britannica, la quale non solamente è utile a* nervi e a’ mali della bocca, ma è buona ancora contra le serrature della gola e conira le serpi. Ha le foglie lunghe e nere, e la radice por nera. Se ne preme il sugo ancora dalla sua radice. Il fior si chiama vibone, il quale raccolto prima che s'odano i tuoni, e mangialo, fa l’ uomo al lutto sicaro. I Frisii, dove era il campo, le insegnarono a'uostri; ma non so onde sia la cagione del suo nome, se già forse non è stata così chiamala da quelli che vivono presso al mare per rispetto della Britaonia vicina. Nè si può dire eh* ella abbia questo no­ me perchè in Britanuia ne sia gran dovizia, per­ ciocché allora la Britannia era Ubera.
I b v b b t o b i d i brbb m o lt o a i p o t a t o .

NOBILIOJB HKRBARUM INVEHTOBBS.

Fu veramente già una certa ambitione VII. Fuit quidem et hie quondam ambitus, VII. nomioibus suis eas adoptandi, ut docebimus fe­ di mettere i proprii nomi all1erbe, siocome mo­ cisse reges: tanta res videbatur, herbam ioveoi- streremo che già fecero i re ancora, parendo loro re, vitam juvare, nunc fortassis aliquibus curam di aver fallo gran beneficio al mondo, nel trovare nostram frivolam quoque existimalaris: adeo do­ un' erba per giovare alia vita ; dove forse oggi lidis sordent etiam quae ad salutem pertinent. alcuni avranno questa nostra diligenza per cosa Auctores tamea quarum inveniuntur, in primis debole; tanto puzzano alle delizie quelle cote celebrare par est, effectu earum digesto in genera ancora, le quali s* appartengono alla salute della «orborum. Qua quidem in reputatione misereri vita. Ma noi siamo tenuti celebrare gli autori di •ortis humanae subit, praeler fortuita casusqne, quelle che si trovano, disponendo le virtù loro et quae nomina omnis hora excogilal, ad millia secondo le qualità de1 mali. Nel quale pensiero viemmi compassione dell' umana sorte, da dover morborum singulis mortalium timenda. Qui gra­ vissimi ex his sint discernere, stultitiae prope dare spavento ognora con le migliaia delle infer­ videri potest, quum suus cuique ad praeseos mità, alle quali di continuo siamo soggetti, oltre quisque atrocissimo» videatur. Et de hoc tamen le disgrazie di fortuna, oltre i casi, e tutti quegli judicavere aevi experimenta, asperrimos crucia­ allri mali che tuttodì han nuovi titoli. Ed è.quaai tas esse calculorum a stillicidio vesicae : proxi­ pazzia, il voler giudicare quali sieno le infermità mum stomachi, tertium eorum quae in capite più gravi, perciocché ad ognuno pare tuttavia più terribile quel male, che al presente lo preme. doleant : pon ob alios fere morte concita. Nondimeno gli antichi hanno dato questo giudicio dietro esperimento, che crudelissimi sono i tormenti della pielra per la docciatura della ve­ scica : dopo questo il dolore dello, stomaco, e ap­ presto il duolo del capo j nè quasi per alcuno

HISTORIARUM MONDI LIB. XXV.

44*

A Groecis ei noxias herbes demonstratas mi­ ror equidem. Neo venenorum tantum : quoniam es vitae coodilio est, ni mori plerumqne eliam optimi portas sii: trsdatqae M. Varrò, Serviam Clodiam eqaitem Romanam magoitadine doloris in podagra coactam, veneno crara perunxisse, et postea caroisse sensa omni, seqae qaam dolore in ea parlo eorporis. Sed quae fuit venia mon­ strandi, qua meotes solverentur, parias elideres­ ti)r, mullaque similia f Ego nec abortiva dico, ac ne amatoria quidem, memor Lacollnm impera­ torem clarissimam amatorio periisse: nec alia magica porlenta, ntai ubi cavenda sant ani coar( u s d a , in primis fide eoram damnala. Sali» operae fiait abondeque praestitam vitae, salutares dixisse, oc postea inventas.

altro male non c' i slato ninno, che si sia ucciso da sè stesso. Maravigliomi ben assai, come i Greci abbiano insegnalo a conoscere anche l’erbe nocive. Si fos­ sero almen contentati di solamente insegnare i veleni ; perciocché la condizione dell* umana vita è tale, che spesse volle la morte è riputala ottimo porto: onde M. Varrone scrive, che Servio Clodio cavalier Romano, costretto dal grandissimo dolore delle gotte, s*unse le gambe di veleno, e si con­ tentò di perdere insieme col dolore ancora il senso di quella parte del corpo. Ma come troveranno eglino mai perdono d 'aver mostrato come si fac­ cia impazzare altrui, come uccidere i parti, e mol­ le altro simili oose ? lo non dico nulla dello scon­ ciare, né delle malie amorose, ricordandomi come Lucullo eccellentissimo capitan di gaerra morì per veleno amoroso ; né d'altre magiche maraviglie e mostruosità, se non dove bisogni guardarsene, o riprenderle, e biasimare chi le crede. Assai servi* gio »’ è latto all’ umana vita, aver ragiooalo delle cose ntili, e di quelle che si son poi ritrovale. D ii
m o l i,

Mo ly ,

iu .

3.

VIII. 4* Laodalissima herba rara est, Homero V ili. 4<Omero sopra tulle l ' altre erbe loda teste, qaam vocari o diis patat moly, et inventio­ quella, eh' egli stima che sia alata chiamata moli nem ejos Mercorio adsignat, contraqoe somma dagli dei medesimi, e dice che Mercurio fu quel che venefteia demonstrat. Nasci eam hodie ei rea la trovò, e eh' ella ha grandissima virtù contra i Pheneam, et in Cyllene Arcadiae tradant, specie veleni. Dicono ch'ella nasce oggi intorno a Fe­ neo, e io Cillene d* Arcadia, di quella figura che illo Homerica, radice rotanda nigraqae, magni­ Omero dice, con la radice tonda e nera, della tudine caepae, folio scillae: effodi aotem difficul­ ter. Graeci auctores florem ejus lateum pinxere, grossezza d 'una cipolla, con foglie di scilla, e qaam Homerus candidam scripserit. Inveni e malagevole a cavarsi. Gli autori Greci dicono peritis herbarum medicis, qui et in Italia nasci eh1ella fa il fior giallo, mentre Omero lo disse eam diceret, odferrique Campania mihi aliquot bianco. Ho inteso, fra i medici pratichi dell1er­ diebus effossam inter difficultates saxeas, radieis be, dire ad uoo come questa nasee ancora io Ita*xxx pedes loogae, ac oe sic qaidem solidae, sed lia, e non sono molli giorni eh' ella mi fu porlata di Terra di lavoro, cavata di fra i sassi, con la abruptae. radice lunga trenta piedi, e non era anco intera, che l ' aveano spezzata. Dodecatubor, i . Dii.
DODRCATBO, 1 .

IX. Ah ea toaxima auctoritas berbaeest, qaam IX. Dopo questa in grandissima riputaaione dodecatheon vocaot,omniam deorum majestatem è un'erba, che si chiamo dodecateo da quegli commendantes. In aqaa potam omnibos morbis che commendano la maestà di tutti gli dei. Dico­ no che bevala con l ' acqua guarisce tutte le in­ mederi tradant. Folia ejus septem, lactucis simil­ fermità. Ella hs sette foglie, molto simili a quelle lima, exeunt a lutea radice. della lattuga, le quali escono della radice eh' é gialla. P abobia,
sivb rbhtobobos, S ivb glvctiims, i .

D e l la p b o b i a o p b h t o b o b o , o g l i c i s i d b , i .

X. L'erba peonia è. di antichissima invenzio­ X. Vetustissima inventu paeonia est, nomenne : ella ritiene il nome del soo autore, ma da que sactoris retinet, qoam quidam penlorubon

443

G. P U N II SECONDI

444

appellant, alii glyeysiden. Haee qaoqoe dUBoaltas est, qaod eadem aliter alibi nuncupantor. Nascitor oparis montibus, caule inter folia digi­ torum qualuor, ferente in cacumine veluti grae« cas nuces qnatuor aut quinque, lnest iis semen copiosum, rubram, nigrumque. Haec medetor et Faunornm in qoiete ludibriis. Praecipiunt ernere noeta, quoniam si picus Martius videat, luendo in oculos impetam faciat.

alcuni è chiamata pantorobo, e da alcuni altri gliciside. Però v' ha difficoltà a conoscerla, poiché molte delle medesime cose hanno diversi nomi secondo i luoghi. Nasce in monti ombrosi, e ha fra le foglie un gambo di quattro dita, che porta in cima quattro o cinque come nocctoole. In essa sta il seme, copioso, rosso e nero. Quest* erba me­ dica le illusioni dei Fauni nel sonno. Vogliooo eh* ella si colga di notte, perchè se l’ uccello pic­ chio la vedesse corre, s* avventerebbe altrui negli occhi.
D ella
faracb ,

P avacb , s i v b a s c l e f i o r , a .

o

uguho

, a.

XI. Panaces ipso nomine omnium morborara XI. La panaoe col nome suo promette rimedio remedia promittit, numerosam el diis inventori- a tulli i mali : è di più ragioni, e dicono cbe gli bus adseriptum. Unum qaippe Asdepion cogno­ dei ne sono stati inventori. Una specie di questa minator, quoniam is filiam Panaceam appellavit. erba si chiama Asclepio, perchè costui chiamò Succus coactas ferulae qoalera diximus, radice Panacea la sua figliuola. Il sugo è denso come di­ malti corticis et salsi. Hac evolsa scrobem repleri cemmo esser quello della ferula, con radice di vario genere fragum religio est, ac terrae pia­ molla corteccia e salsa. Poi che quesl*erba s'è ca­ mentum. Ubi, et quonam fieret modo, et qaale vata, è di religione empire la fossa di biade di più maxime probaretur, inter peregrina docuimus. sorti, e placare in quel modo la terra. Il che dove, Id quod e Macedonia adfcrtor, bucolico» vocant, e come si facesse, e quale principalmente fosse ap­ provato, l’abbiamo mostro ragionando delle cose armentariis sponte erumpentem succum exci­ pientibus: hoc celerrime evanescit. Et in aliis straniere. Quello ehe tiene di Maoedonia si ehiaaulem geoeri bus improbatur maxime nigrum ac ma bucolico, perchè i pastori pigliano il sago eh* esce fuor da sè stesso ; e questo prestissimo molle. Id enim argumento est cera adulterati. vien manco. Nell* altre sorti è biasimato assai il nero e molle, perciocché questo è segno eh* egli è falsificato con la cara. P m ci
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e b a c l io h , i »

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D ella

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XII. Alterum genus heraclion vocant, et «b Hercule inventum tradant : alii origanum heraeleoticnm silvestre, quoniam est origano rimile, radice inalili : de quo origano diximus.

XII. Un* altra sorte si chiama eradia, e dico­ no che fu trovata da Èrcole : altri la chiamano origano eradeotieo salvatico, perchè somiglia l'origano, eoo la radice disutile; del quale origa­ no abbiam parlato altrove.
D e l l a p a n a c b C hi& om ia,

P a h a c b C h ie o h io h , iv .

4*

XIII. Tertium panaces chironion cognomi­ natur ab inventore. Folium ejus lapatho simile, majus tamen et hirsutius. Flos aureus, radix parva. Nascitor pinguibus locis. Hojus flos efficacissitons, eoque amplios, quam supra dida, pro­ d est
PAHACB CElITACRBUO, SIVB PHAENACEON, III.

XIII. La len a sorte di panace si chiama chirouia dall' inventor suo. La sua foglia è simile a quella del lapato, ma è maggiore, e più ruvida. Ha il fior d* oro, e piccola radice. Nasce in luo­ ghi grassi. 11 fior suo ha grandissima virtù, e per questo giova più che le altre dette di sopra.
D e l l a p a h a c e c b h ta o b b a , o f ì m a c b a ,

3.

XIV. Quartum genus panacis ab eodem Chi­ rone repertum, centaurion cognominatur: sed et pharnaceon, in controversiam inventionis, a Pharnace rege deductam. Seritur hoc, longiori­ bus, quam cetera* foliis, el serratis. Radix odo-

XIV. La quarta sorte di panace ritrovala dal medesimo Chirone, si chiama cenlaurio, e e farnaceo ancora ; e per ciò si dubita se fu tro­ vata dal re Faruace. Questa ha le foglie più lun­ ghe ehe le altre» e frastagliate a modo di sega.

445

HISTORIARUM MUNDI LIB. XXV.

rata in ambra siccatur, viaoque gratiam adjicit. Bujus genera duo fecere, illeram Im iu folii, al­ teram tenuius.

44« La sua radice è odorifera, e secca all’ ombra dà grazia al vino. Altri fa questa specie di dae ra­ gioni, l*una di foglie più leggeri, e l'altra di più sonili.
D bll'
b b a c lb o ,

H iia c l io i ,

iiti

ii o n io i , iv.

o sidsaio, 4«

XV. Heradeon siderion et ipsum ab Herculc XV. L 'eradeo siderio fu trovslo a neh' esso inventam est, caule teoui digitorum qua tuor al* da Èrcole : ha il gambo sottile, alto quattro dita, Illudine, flore puniceo, folii» coriandri. Juxla il fior rouo e le foglie di coriandolo. Traovasi lacus et amnes invenitur, omniaqoe vulnera ler* intorno a' laghi e fiumi, e ha grandissima virtù ro illata efficarissime sanai a guarire tutte le ferite fatte con ferro.
A n nuos CamoaiA, i.
D bll'
a m il o

C b ir o m o ,

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.

XVL Est Chironis inventum ampelos, qaae vocatur chironia, de qua diximas iater vite*, aicali de berba, cujus inventio adsignatnr Minervae.

XVI. Ritrovato di Chirone si è l'ampelo, il quale si chiama chironio : di esso abbiamo par­ lato fra le viti, coaie ancora dell' erba, la cui in­ ventione s 'attribuisce a Minerva.
D b ll* i o s a a h o , o A p o llik