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Christine Ott

Il problema del “residuo” semantico

[…] Negli scritti critici Montale ritorna più volte su [quella] che egli considera una
tendenza specifica, ma anche una meta irraggiungibile della lirica moderna. Il
problema fondamentale consiste nel fatto che:

la poesia si serve di parole [...] le arti hanno qualcosa di più oggettivo, sono più resistenti
al tempo [...] in esse il significato non tarda a diventare «pretesto», occasione; in poesia
tale processo è più lento e lascia sempre un fortissimo residuo 1.

Le altre arti (musica, pittura) si servono di materiali asemantici 2, e sono quindi


maggiormente in grado di dare alle loro opere un carattere «oggettivo»,
«resistente] al tempo», dietro al quale il «significato» particolare, soggettivo può
celarsi. Il materiale lirico, invece, è necessariamente semantico, storico e
referenziale. L’oggettivazione verbale si presta meno ad assorbire le intenzioni
individuali, e lascia un inevitabile «residuo» soggettivistico. Ciò che Montale, nel
1923, qualificava come «rottame», è definito ora, nel 1942, un residuo semantico.
E interessante notare che nella teoria poststrutturalista il concetto di residuo
indica la particolare eccedenza di senso del linguaggio poetico 3. All’interno di una
teoria lirica postontologica il termine viene a occupare il posto altrimenti riservato
a un “pensiero” che precedesse la parola. È una conferma della (seppure qui
inconsapevole) modernità della poesia montaliana. Il carattere referenziale del suo
mezzo fa sì che la lirica contenga sempre un elemento soggettivo, imponderabile
(attraverso l’irrimediabile eccedenza di senso), “impuro” 4. Ma proprio questo
costituisce per Montale la vitalità della poesia, e insieme la sua singolare
paradossalità:

Il destino alto e oscuro della poesia parrebbe dunque quello di tendere sempre più alla
condizione di arte, all’assoluta purezza che questa parola postula, restando pur sempre, e
con piena coscienza dell’impossibile assunto, un’arte diversa, un’arte sui generis [.,.] (La
poesia come arte).

La particolarità della lirica consisterebbe dunque proprio nel dissidio tra la


necessità di impiegare parole e la tendenza a dissolvere l’elemento semantico
(riflessivo, razionale) nell’assoluta liricità (o purezza) - oppure a trascenderlo:

[...] nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire. Il
problema è di far capire quel quid al quale le parole da sole non arrivano.

1 La poesia come arte (1942).


2 Naturalmente colori e suoni possono suggerire dei significati emotivi, ma non significano nel senso
proprio del termine.
3 Stefano Agosti definisce il «“residuo” linguistico non simbolizzalo» come «un’eccedenza di linguaggio
impossibilitata ad assidersi (ad assorbirsi) nella trama comunicativa (concettuale) [...] un sovrappiù non
razionalizzabile o non calcolabile di "semanticità”» (Agosti, Discorso, parola analitica, linguaggio
poetico).
4 Cosi nello scritto Parliamo dell’ermetismo del 1940, in cui Montale definisce la «poesia pura» in termini
molti simili a quelli di Intenzioni, per poi concedere: «La poesia lirica, come genere, è una astrazione che
può diventar concreta solo in determinati casi (...) L’obiettivo chiede una giustificazione al subiettivo che
sottintende, all’anima; l’impurità, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra. Per fortuna!».
L’assurdità della lirica è appunto questa: vuole trascendere il linguaggio della
comunicazione, e tuttavia comunicare qualcosa. Impiega parole, ma tenta di
esprimere più di ciò che queste possano dire. Quindi non si tratterà tanto di
armonizzare quest’irriducibile contraddizione quanto piuttosto di sopportarla.
Non a caso Montale ha definito la lirica una «strana convivenza della musica e
della metafisica, del ragionamento e dello sragionamento, del sogno e della
veglia»5. […]

(da: Montale e la parola riflessa, 2003, trad.it. Milano,


Franco Angeli, 2006)

5 «Che cos’è una poesia lirica? Per conto mio non saprei definire quest’araba fenice, questo mostro,
quest’oggetto determinatissimo, concreto, eppure impalpabile perché fatto di parole, questa strana
convivenza della musica e della metafisica, del ragionamento e dello sragionamento, del sogno e
della veglia» (Storia dell’araba fenice, 1951; corsivo mio).