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La nascita della Fotografia Andrea Cocca

La nascita della Fotografia


Andrea Cocca

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La nascita della Fotografia Andrea Cocca

La riproduzione del reale nell'arte figurativa

MIMESI (μίμησις). - È il termine filosofico dei Greci per definire l'origine e


l'essenza dell'arte nelle sue molteplici estrinsecazioni (suoni, parole, figure).
L'arte è, nel loro concetto, imitazione della natura circostante agli uomini. In
sede puramente filosofica Platone svalutò l'arte-mimesi in quanto imita le
cose, gli oggetti, che a loro volta sono imitazioni dell'"idea" assoluta di
ciascun gruppo di cose e di oggetti; onde Aristotele cercò di presentare la
m. come imitazione non delle cose particolari, ma direttamente dell'idea
universale.

Il concetto di Mimesi è dunque strettamente legato a quello di


rappresentazione del reale, processo tramite il quale si è da sempre
attuata la concettualizzazione e la successiva ri-presentazione di ciò che ci
circondava. Già nell'antichità, però, era chiaro che tale rappresentazione
non fosse equiparabile alla realtà rappresentata:

Mimesi ≠ Realtà

Questo perché sia tecnicamente che praticamente, la rappresentazione del


reale che veniva realizzata non era e non poteva essere corrispondente alla
realtà che si proponeva di rappresentare: noi non guardiamo solo con gli
occhi, ma con il cervello, e dunque ricostruiamo i segni presi dal reale
sempre in modo soggettivo, personale, mediato da fattori culturali e legati
alla nostra sfera intellettiva.

Per quanto riguarda l'ambito comunicativo, il processo di rappresentazione


si è sempre suddiviso in una fase decostruttiva iniziale e in una costruttiva
finale: dall'idealizzazione dell'oggetto artistico deriva la sua
rappresentazione finale.

OGGETTO → IDEA → RAPPRESENTAZIONE

Al ricevente, fosse egli lettore, ascoltatore o semplice osservatore di una


rappresentazione visuale, spetta il compito di ricostruire il messaggio
iniziale a partire dalla rappresentazione finale, sia in modo deduttivo che
interpolativo, ossia utilizzando le proprie cognizioni e le proprie esperienze

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per colmare le falle comunicative e le distanze rappresentative fra oggetto


iniziale e oggetto rappresentato.

QUESTA É LA BASE DI OGNI PROCESSO COMUNICATIVO.

In ogni modo, viene confermata la tesi per la quale la mimesi non


corrisponde alla realtà mimata fino in fondo: l'arte va ad inserirsi
appunto in questo scollamento, in questa falla, riempiendola di
significato. Ci interesseremo, però, di questo fenomeno solo per quanto
riguarda l'aspetto visuale nelle arti figurative quali pittura e soprattutto
fotografia.

LA PITTURA
Parlando di rappresentazione pittorica, è obbligatorio fare un appunto sul
concetto di realismo, che ritroveremo anche più avanti per quanto
concerne il cinema.
Con realismo non intendiamo ciò che è reale, ma ciò che è verosimile, ciò
che restituisce un'illusione di realtà, fosse anche solo per le sensazioni che
genera nel fruitore dell'opera.

Molto importante è sottolineare come il concetto di realismo sia


strettamente legato alla cultura dell'epoca in cui si inserisce la
rappresentazione, per cui si tratta di un concetto che cambia nel tempo e
col tempo.

Già dal Rinascimento, la spinta delle arti raffigurative come la pittura


tendeva alla restituzione su tela bidimensionale di uno spazio
tridimensionale capace di "sfondare" la parete pittorica e immergere chi
osservava in uno spazio che replicasse, quantomeno visivamente, quello
reale. Lo svilupparsi di opere nelle quali la prospettiva lineare la facesse da
padrona va inteso in questo senso.

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La pittura continuò la sua ricerca di immediatezza comunicativa fino alla


creazione di una continuità di spazio fra spazio dell'osservatore e spazio
pittorico, con la tecnica del trompe l'oeil, tramite la quale si tentava di
rendere invisibili le cornici dell'opera, il limite fra realtà e rappresentazione,
simulando la tridimensionalità.

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Andrea Pozzo ('600).

Nell'Ottocento, con il Realismo, nasce la tendenza a una rappresentazione


contrapposta a quella idealista e romantica del secolo precedente.
Verosimile da ora non è più solo lo stile, ma anche e soprattutto i temi: un

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ulteriore passo avanti verso la fotografia. Per gli artisti realisti anche il
brutto diventa un elemento in grado di qualificare l'opera d'arte, al contrario
del Romanticismo che tendeva a rappresentare solo il bello e l'armonico.

Si inizia a uscire dagli atelier per lavorare en plein air, e con questo sistema
era naturale che la realtà prevalesse sull'immaginario e che le immagini
fossero legate ad accadimenti storici.

Nel frattempo, però, e già da un bel po', l'invenzione della camera oscura
aveva avviato un processo che ha portato alla nascita della fotografia e al
declassamento (parziale) della pittura come principale arte figurativa...

L'impressionismo, non più incentrato sul realismo quanto sulla trasmissione


delle sensazioni, infatti, nasce proprio in reazione alla crisi della pittura,
dovuta all'invenzione della fotografia, capace di riprodurre il reale con una
precisione e perfezione mai viste prima.

LA FOTOGRAFIA
Fotografia, dal greco φῶς+γραφή, significa "Scrittura di luce" o "Scrittura
con la luce". Nel primo caso, si intende come processo meccanico e chimico

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per mezzo del quale un'immagine lascia una traccia di sè, senza intervento
del fotografo, se non per l'attivazione del meccanismo di scatto. Nel
secondo caso, invece, si attribuisce al fotografo un ruolo attivo, decisionale,
fondamentale perché dà senso e importanza all'immagine prodotta. In
questo caso, dunque, il fotografo è autore dello scatto, non semplice
esecutore, perché lo realizza con intenzione.

Occorre, dunque, distinguere tra "processo" e "fine": il processo è il modo


con cui una immagine viene riprodotta fisicamente su un supporto (ieri la
pellicola, oggi la memory card); il fine è la motivazione per cui si vuole
ritrarre fotograficamente un soggetto.

Il principio della camera oscura, per iniziare a chiamare le cose con il


proprio nome, viene citato anche dal filosofo cinese Mo-Ti (Mo.tzu; Micius;
fine del V sec. a.C.), fondatore della scuola del Mohismo (cin. Mo.chia),
oppositore del confucianesimo e sostenitore dell'amore universale, del
pacifismo e dell'utilitarismo, che nell'opera riassumente i canoni del suo
pensiero, cita il principio della camera oscura, parlando di "luogo di
raccolta" o "stanza del tesoro sotto chiave", a proposito di un'immagine
capovolta formata dai raggi del sole passati attraverso il foro di una stanza
buia. Da Mo-Ti ad Aristotele (384 ጀ 322 a.C.) passano pochi decenni. Il
filosofo e scienziato greco allievo di Platone (428 ጀ 347 a.C.), nel suo famoso
mito della caverna, raccontato all'inizio del libro settimo de "La Repubblica",
narra, in chiave filosofica, della creazione di immagini (ombre) grazie ad una
fonte luminosa (il fuoco) posta alle spalle degli spettatori (l'umanità).
Ma fu il medico, filosofo, matematico e astronomo arabo Alhazen (o Abū
ʿAlī al-Hasan ibn al-Hasan ibn al-Haytham o al-Basrī o al-Misrī o Ptolemaeus
secundus; 965 - 1038) a descrivere dettagliatamente e correttamente nel
suo trattato di ottica (tradotto in latino e in ebraico già dall'XI secolo) la
camera oscura e il fenomeno fisico del rovesciamento dell'immagine: i suoi
studi sono alla base dell'ottica moderna.

Il termine (in latino "camera obscura") è stato coniato da Giovanni Keplero


che lo cita nella sua opera "Paralipomena ad Vitellionem" ("Il seguito del
Vitellione", dove Vitellione sta per Witelo Erazmus Clolek, monaco,
matematico, fisico e filosofo polacco che studiò approfonditamente diversi
fenomeni fisici della diffrazione), intendendo un ambiente buio, di
dimensioni differenti (da una piccola scatola a una stanza), su una parete
del quale sia stato praticato un piccolo foro (chiamato foro stenopeico: dal

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greco stenòs, stretto, e opé, foro).

Passando attraverso esso, i raggi luminosi provenienti da oggetti esterni


illuminati si incrociano e proiettano sulla parete opposta l'immagine
rovesciata e invertita degli oggetti stessi. L'immagine appare tanto più
nitida quanto più piccolo è il foro, ma ciò la rende sempre meno luminosa.
La camera oscura, fino ad ora, come strumento per osservare il mondo
e, soprattutto, per studiare il comportamento della luce.

Leonardo da Vinci (1452 – 1519), poi, utilizza il principio della camera


oscura per spiegare diversi fenomeni ottici di base, come per esempio
l'inversione da destra a sinistra delle immagini del campo visivo (è poi il
cervello che le raddrizza). La camera oscura come simulazione delle funzioni
di base del processo visivo (l'apertura della camera oscura è analoga
all'apertura della pupilla) e non come strumento per l'osservazione
astronomica.

La prima illustrazione della camera oscura, però, è a opera del


matematico e astronomo olandese Rainer Frisius, che la utilizzò per
l'osservazione degli astri e in particolare delle eclissi di sole, come quella del
21 dicembre 1544.

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La rappresentazione prospettica (o prospettiva, femminile del termine latino


prospectivus che significa "che assicura la vista") sviluppata nel 1400 da
Filippo Brunelleschi (1377 – 1446) e arrivata a noi grazie al De Pictura
(1434 – 1436) dell'umanista e architetto Leon Battista Alberti,
unitamente alla conoscenza della camera oscura, permise a quest'ultima di
essere utilizzata per la pittura: grazie a essa, infatti, si potevano copiare
paesaggi fedelmente proiettati (anche se capovolti) su di un foglio
appositamente appeso.

Stabilita questa finalità (che si andava dunque ad aggiungere a quella


scientifica), la camera oscura subì delle importanti modifiche finalizzate a
migliorare l'immagine che veniva proiettata attraverso il foro: nel 1550 il
matematico, medico e astrologo italiano Girolamo (o Gerolamo) Cardano
introdusse una lente convessa per concentrare la luce e aumentare la
luminosità; nel 1568 Daniele Barbaro aggiunse un diaframma per ridurre
le aberrazioni; nel 1591 Giovanni Battista della Porta descrisse, nel suo
"Magiae Naturalis" (un trattato su diversi argomenti tra cui cosmologia,
geologia, ottica, medicina), un apparecchio con lente per rendere le
immagini più nitide e accennò anche alla possibilità di uno specchio
concavo per far sì che fossero diritte: stava nascendo il concetto che sta
tutt'oggi alla base delle più moderne reflex (che è, appunto, il sistema che
consente di proiettare l'immagine dall'obiettivo su un vetro smerigliato,
dove è visibile direttamente o attraverso il mirino). Va precisato che quando
della Porta scrive della camera oscura, intende una stanza oscurata, con
foro stenopeico verso l'esterno, costruita per l'osservazione agevolata di

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paesaggi assolati. Studi recenti, svolti dall'esperta di storia dell'arte e


docente al Studio Arts Centers International di Firenze, Roberta Lapucci,
hanno ipotizzato che anche il famoso pittore Michelangelo Merisi da
Caravaggio (1571 – 1610), maestro del chiaroscuro, utilizzasse la tecnica
della camera oscura per ritrarre i suoi modelli che si suppone venissero
illuminati dalla luce filtrante da un foro praticato nel soffitto del suo studio,
completamente buio. Il fatto che Caravaggio non facesse mai schizzi
preliminari e che i suoi soggetti siano in preponderanza mancini - le
immagini venivano proiettate sulla tela al contrario – confermerebbe questa
tesi. Addirittura, si ipotizza che Caravaggio usasse sostanze chimiche per
fissare l'immagine sulla tela per circa una mezz'ora: è indubbio che la fama
della "camera obscura" si diffuse tra i pittori che, negli anni a venire, la
utilizzarono come strumento per il loro lavoro.

Intanto, essa continuava a essere perfezionata: lo stesso Keplero trasformò


una tenda da campo in camera oscura per i suoi rilievi topografici, inserendo
una lente e uno specchio sulla sommità di essa per ottenere, all'interno,
l'immagine esterna; lo scienziato gesuita Kaspar Schott(1608 – 1666) nel
1657 costruì una camera oscura composta da due cassette scorrevoli, una
dentro l'altra, permettenti la variazione della distanza fra la lente e il piano
su cui si forma l'immagine, e quindi di mettere a fuoco. Siamo di fronte al
primo teleobiettivo.

Nello stesso periodo, si diffonde (grazie al matematico, astronomo e fisico


olandese Christiaan Huygens e al filosofo e storico gesuita Athanasius
Kircher) la lanterna magica, lo strumento nato (probabilmente in Oriente)
per proiettare immagini dipinte (di solito su vetro) su una parete (in una

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stanza buia, tramite una scatola chiusa contenente una candela, la cui luce
è filtrata da un foro sul quale è applicata una lente: praticamente una
camera oscura invertita, come la descrisse Kircher nella seconda edizione
del suo trattato "Ars magna lucis et umbrae").
Siamo agli albori del cinema :)

Nel 1685 l'inventore tedesco Johann Zahn creò la prima (camera oscura)
reflex, ovvero una camera oscura in cui al suo interno uno specchio posto a
45° permetteva di raddrizzare l'immagine proveniente dall'obiettivo e la
proiettava dritta sul vetro smerigliato, sul quale i pittori potevano
appoggiare il loro foglio per riprodurre i paesaggi ripresi. La nostra camera
oscura è ora pronta a riprodurre con una buona qualità le immagini ad essa
esterne ma non è ancora possibile fissarle automaticamente sul foglio sul
quale esse vengono proiettate. Iniziano dunque gli studi sui materiali
fotosensibili. Prima di arrivare alle prime fotografie, urge una citazione
particolare: all'astronomo, matematico e chimico inglese John Frederick
William Herschel(1792 – 1871), che contribuì nettamente al
miglioramento del processo e delle reazioni chimiche nel fissaggio
fotografico, scoprendo che l'iposolfito di sodio scioglie i sali d'argento non
colpiti dalla luce e che usò per la prima volta nella storia il termine
fotografia, in una lettera inviata a Talbot. A lui sono attribuiti anche i termini
– usati in senso fotografico, ovviamente - negativo e positivo.

Ora un po' di primati: la prima fotografia è datata 1826 (o 1827) ed è


stata realizzata da Joseph Nicéphore Niépce: si tratta della ripresa di un
paesaggio (Veduta dalla finestra a Le Gras) che impressionò una lastra dopo

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un'esposizione di otto ore. Per il positivo egli utilizzò cristalli di iodio


precipitati in ioduro d'argento a contatto con la lastra di rame ricoperta
d'argento, che veniva poi lavata per ottenere la trasformazione del negativo
in positivo.

Nel 1829, Niepce entra in contatto con Daguerre: i due iniziano a lavorare al
fissaggio permanente della immagini che apparivano nella camera obscura.
Daguerre introdusse delle migliorie nel procedimento sfruttato da Niepce, in
modo tale che a lasciare traccia fossero solo le zone esposte alla luce. Fu
così realizzata la prima foto della storia di un essere umano, che rimase
ferma per tutti i 12 minuti di esposizione.

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Nel 1831 Daguerre scoprì che lo ioduro d'argento era sensibile alla luce e
riuscì a fissare l'immagine latente, ovvero l'alterazione sulla superficie
esterna delle particelle degli alogenuri d'argento contenuti nella pellicola,
causata dalla luce: l'argento si ossida, riducendosi e rendendo visibile
l'immagine impressa. Tutto ciò avvenne per caso: dopo aver fallito un
esperimento con vapori di sodio, aveva riposto la lastra in un armadio
insieme a parecchi materiali chimici. Dopo qualche giorno, riprendendo la
lastra, si accorse che era comparsa l'immagine che aveva tentato di

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catturare. Furono necessari moltissimi tentativi per capire che il


procedimento era stato reso possibile dai vapori di mercurio fuoriusciti da
un termometro rotto. Questa immagine, però, al sole spariva. Dopo vari
esperimenti, nel 1837 arrivò a perfezionare il procedimento che si chiamò
dagherrotipo, attraverso il quale si sfruttava il cloruro d'argento per fissare
l'immagine, grazie alla sua capacità di annerire la lastra, se esposta alla
luce diretta del Sole. Intanto Niepce era morto, e la società con Daguerre e
l'erede di Niepce, suo figlio, fu risolta a favore di Daguerre, che si può
dunque ritenere legalmente l'inventore della fotografia.

Vediamo quanti passaggi prevedeva la realizzazione di un dagherrotipo, il


tutto realizzato introducendo la lastra all'interno di una camera oscura:

preparazione di una lastra di rame argentata, successivamente pulita


con acqua e un abrasivo molto fine
sensibilizzazione della lastra esponendola a vapori di iodo fino a
ingiallirla (voleva dire che era ricoperta completamente di ioduro
d'argento)
esposizione della lastra per circa 20 minuti
sviluppo dell'immagine tramite esposizione a vapori di mercurio
riscaldato (il mercurio si lega allo ioduro di argento e sbianca la lastra
in corrispondenza delle luci)
stabilizzazione dell'immagine lavando la lastra per togliere lo iodio in
eccesso e bloccare l'esposizione della lastra stessa, che altrimenti
avrebbe continuato ad annerirsi

Si trattava, dunque, di un procedimento lungo e complesso, difficilmente


replicabile senza una sua perfetta conoscenza tecnica e soprattutto chimica.
Con il dagherrotipo, nasce la prima macchina fotografica, dal cui brevetto
Daguerre ottenne fama e moltissimi soldi.

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Il primo negativo della storia, così come lo conosciamo noi, è stato però
realizzato da William Henry Fox Talbot che, dopo aver fatto un
esperimento poco riuscito esponendo alla luce solare una foglia a contatto
con carta imbevuta in una soluzione di sale da cucina e nitrato d'argento,
realizzò il primo negativo della storia della fotografia (agosto 1835, ripresa
della finestra nella galleria sud della sua abitazione, Lacock Abbey) in cui è
possibile, con l'aiuto di una lente (come ci suggerisce lo stesso Talbot)
contare le circa 200 tessere di vetro componenti la vetrata. Talbot spiegò
che è possibile ottenere un'immagine positiva da una negativa: questo
processo, chiamato calotipia (dal greco kalos, bello, e typos, stampa;
conosciuto anche come talbotipia o disegno fotogenico), a differenza della
dagherrotipia, permetteva di produrre più copie di un'immagine

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utilizzando il negativo. In pratica, Talbot fotografava usando carta


fotosensibile come negativo, poi fotografava il negativo per renderlo
positivo. La calotipia consentì, per la prima volta, sia l'ingrandimento
automatico del negativo che l'inestimabile vantaggio della potenziale
tiratura in un numero illimitato di esemplari. Lo stesso negativo originale
poteva infatti essere rifotografato, cioè copiato in positivo con la macchina
fotografica medesima, quante volte si voleva. La calotipia di Talbot rese
finalmente economico il ritratto, mettendo seriamente in crisi i pittori,
moltissimi dei quali abbandonarono i pennelli per imparare la nuova tecnica.

Quello che a noi può sembrare un vantaggio, però, all'epoca era visto come
debolezza: la calotipia di Talbot, infatti, aveva molto meno valore della
dagherrotipia, che invece creava un'immagine unica e non riproducibie. Ciò
è dovuto al concetto di aura di un'opera d'arte, che viene meno con la
riproducibilità meccanica dell'immagine.

La tecnica inventata da Talbot, nonostante questo, proprio per la sua


riproducibilità portò al rapido declino dei dagherrotipi.

Nel 1861 Maxwell inventa la fotografia a colori, effettuando tre diverse


fotografie su tre lastre diverse, attraverso tre filtri di colore rosso, verde e
blu. Le lastre, sviluppate in tre diapositive differenti, se proiettate
sovrapposte, restituivano l'immagine a colori del soggetto fotografato. Da
qui in avanti, si è arrivati alla moderna fotografia, rivoluzionata
ulteriormente dall'avvento del digitale.

Nel 1871 Richard Leach Maddox mise a punto una nuova emulsione,
preparata con bromuro di cadmio, nitrato d'argento e gelatina. Questo
nuovo materiale venne adottato solo sette anni dopo, a seguito dei
miglioramenti introdotti da Richard Kennet e Charles Harper Bennet
. Le lastre così prodotte permisero un trasporto più agevole perché non
necessitavano più della preparazione prima dell'esposizione. L'applicazione
del metodo additivo è la lastra Autochrome dei fratelli Lumière, prodotta nel
1903.
Il 1888 vide la nascita della Kodak N.1

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una fotocamera portatile con 100 pose già precaricate al prezzo di 25


dollari, introdotta da George Eastman con lo slogan: "Voi premete il bottone,
noi faremo il resto"
Inizialmente il materiale fotosensibile era cosparso su carta che, nel 1891,
venne sostituita con una pellicola di celluloide avvolta in rulli, la moderna
pellicola fotografica.
Inizialmente senza mirino, l'evoluzione della fotocamera portò
all'introduzione di un secondo obiettivo per l'inquadratura e
successivamente un sistema a pentaprisma e specchio nella Graflex del
1903, la prima single lens reflex. Le fotografie divennero istantanee della
vita quotidiana e i fotografi si mescolarono alla gente comune.
All'Ermanox si affiancò nel 1932 la Leica I, con obiettivo 50mm f/3.5, che
introdusse il formato che divenne standard, il 35mm.

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Questa macchina fu adottata con profitto grazie alla sua maneggevolezza e


discrezione da importanti fotografi di reportage come Henri Cartier-Bresson
e Walker Evans, oppure artisti come André Kertész.
Edwin Land brevettò nel 1929 una pellicola per lo sviluppo istantaneo, che
permise alla Polaroid di vendere milioni di apparecchi per fotografie
autosviluppanti.
La pellicola fotografica di tipo invertibile è figlia del Kodachrome (1935) e
dell'Ektachrome (1942), che utilizzarono il metodo sottrattivo con tre
differenti strati sensibili, mediante filtri colorati, alle tre frequenze di luci
corrispondenti al blu, al rosso e al verde.
La pellicola per negativi a colori ebbe origine dalla Kodacolor del 1941, dove
è presente l'inversione delle luci e dei colori. La Ektacolor della Kodak,
messa in commercio nel 1947, permise lo sviluppo casalingo della pellicola
negativa a colori.
Con il passare degli anni, il progresso dell'elettronica permise di adottare
alcune delle ultime scoperte anche nell'acquisizione delle immagini. Nel
1957 Russell Kirsch trasformò una fotografia del figlio in un file digitale
attraverso un prototipo di scanner d'immagine. Nel 1972 la Texas
Instruments brevettò un progetto di macchina fotografica senza pellicola,
utilizzando però alcuni componenti analogici. Siamo ai prodromi della
fotografia digitale.

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