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Cui dono lepidum novum libellum FIGURE RETORICHE

V.1-2 omoteleuto (lepidum novum


arida modo pumice expolitum?
libellum, expolitum)
Corneli, tibi: namque tu solebas V.4 iperbato (meas nugas)

meas esse aliquid putare nugas V.6 metonimia (tribus cartis)


iam tum, cum ausus es unus Italorum V.9 lacuna; invocazione alla “musa”
omne aevum tribus explicare cartis
doctis, Iuppiter, et laboriosis.
Quare habe tibi quicquid hoc libelli
qualecumque; quod,<o> patrona virgo,
plus uno maneat perenne saeclo.

CATULLO
Carme 1 - DEDICA A CORNELIO NEPOTE

Traduzione
A chi donò il nuovo libricino appena levigato con la pietra pomice?
A te, Cornelio: infatti tu eri solito considerare le mie nugae per quello che
valgono, e già da allora, unico tra gli italici, osasti raccontare tutta la storia
per mezzo delle tue tre carte dotte e, per Giove, laboriose.
Per la qual cosa accetta questo libricino qualunque sia (il suo valore); ed
esso, o signora vergine, rimanga perenne nei secoli.

Analisi e commento
Il carme 1 si apre con una domanda retorica ad un ipotetico interlocutore,
a cui ci viene data la risposta al v.3; nei primi due versi, inoltre, troviamo
l’allusione al labor lime (arida modo pumice expolitum), ossia al lavoro di
levigatura che Catullo operava sui propri carmi. Successivamente al v.4
abbiamo un iperbato e qui il poeta definisce le sue poesie come delle
nugae, ovvero dei testi di poco valore; invece il v.5 si apre con una
proposizione temporale e al v.6 troviamo una metonimia con la quale
Catullo intendeva riferirsi ai libri contenenti gli scritti del poeta. Infine al
v.9 abbiamo una breve lacuna (<o>), in quanto, probabilmente è andata
persa una parte del verso e abbiamo anche l’invocazione alla musa, alla
quale Catullo chiede che la sua opera sia tramandata nei secoli successivi.

Il metro utilizzato da Catullo in questo carme è l’endecasillabo falecio.


Questo primo carme aveva la funzione di aprire una raccolta di poesie
leggere che Catullo stesso definisce nugae, sciocchezze, in quanto
trattavano argomenti riguardanti la vita privata del poeta.
Il carme 1 è una dedica all’amico Cornelio Nepote: qui Catullo definisce
libellus la sua operetta e indica appunto, le sue poesie come nugae.
Inoltre il libellus è definito da Catullo anche come lepidus, ovvero
piacevole e novus cioè nuovo in quanto le sue poesie sono ispirate alla
concezione di poesia come gioco raffinato ed elegante.

Carme 5 – VIVAMUS, MEA LESBIA, ATQUE AMEMUS


Vivamus, mea Lesbia, atque FIGURE RETORICHE
amemus,
rumoresque senum severiorum V.1 omeoteleuto (vivamus, amemus),
omnes unius aestimemus assis. apostrofe (mea Lesbia)
Soles occidere et redire possunt: V.4-5 metonimia(soles: i giorni),
nobis cum semel occidit brevis lux,
poliptoto(occidere, occidit)
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum, V.5-6 chiasmo antitetico (brevis lux, nox
dein mille altera, dein secunda perpetua), metafora (nox: morte)
centum,
deinde usque altera mille, deinde V.7-10 iterazione, epifora, iperbole
centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus inuidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
Traduzione
Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci e consideriamo un’asse tutte le
chiacchiere degli anziani troppo severi. Le giornate possono nascere e
morire: una volta che sia tramontata la breve luce dovremmo dormire
un’unica notte per sempre. Dai a me mille baci, poi cento, poi altri mille,
poi di nuovo cento, poi ancora altri mille, poi cento. In seguito, quando
avremo fatto la somma scombussoliamo i conti affinché qualcuno di
malvagio non possa vedere male sapendo quanti sono i baci.

Analisi e commento
Il carme 5 è l’invito a vivere le gioie di un amore fatto di sentimento e
passione e ciò si evidenzia fin dall’inizio dall’uso di congiuntivi esortativi
“Vivamus” e “amemus“. Questi verbi rappresentano infatti un invito
energico e fortissimo, che si ripete continuamente in tutto il carme
cinque.
Troviamo poi l’evidente insistenza sulla ripetizione dell’aggettivo “mille” e
dai continui baci che superano il limite per essere contati. Solo
confondendo il numero dei baci, Lesbia e Catullo riusciranno a sottrarsi al
malocchio dei “vecchi troppo severi”, le cui chiacchiere, lanciate per
invidia, saranno da stimare “di un solo asso”, cioè un nulla.

Nel carme 5 del Liber catulliano assistiamo al trionfo dell’amore tra


Catullo e Lesbia; è questo il primo componimento che celebra la forza
delle passioni in maniera spensierata e gioiosa.
La poesia è costituita da due piani principali: la celebrazione dell’ amore e
della passione, che sono talmente forti che in confronto le chiacchiere
degli anziani hanno il valore di un’asse, e la fugacità della vita: infatti essa
viene paragonata alla durata di un solo giorno, per questo, prima che il
sole tramonti non bisogna perdere neanche un momento di felicità.
La parte centrale del carme è occupata dalla quantità enorme dei baci
scambiati con Lesbia, che il poeta descrive sotto forma di elenco.
Infine, negli ultimi due versi troviamo la beffa in quanto Catullo e Lesbia
scombussolano il conto dei loro baci per non far sapere ai loro nemici
quanti essi siano.

Carme 51 – ILLE MI PAR ESSE DEO VIDETUR


Ille mi par esse deo videtur, FIGURE RETORICHE
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te V.1-2 anafora (ille), climax
spectat et audit ascendente
dulce ridentem, misero quod omnis V.3-4 te «in comune» (con adversus
eripit sensus mihi: nam simul te, e spectat et audit)
Lesbia, aspexi, nihil est super mi V.5-6 iperbato (misero, omnis,
<vocis in ore>, sensus mihi), antitesi (mihi / ille),
lingua sed torpet, tenuis sub artus anastrofe (quod misero)
flamma demanat, sonitu suopte V.7 anastrofe (super est), tmesi
tintinant aures, gemina teguntur (super est mi)
lumina nocte. V.8 congettura (<vocis in ore>)
Otium, Catulle, tibi molestum est: V.9-10 anastrofe (sed lingua
otio exsultas nimiumque gestis: torpet), iperbato (tenuis flamma)
otium et reges prius et beatas V.11-12 onomatopea (tintinant),
perdidit urbes.
ipallage (gemina, lumina),
metonimia (nocte: tenebra)
V.9-12 parallelismo + chiasmo
(lingua torpet, flamma demanat,
tintinant aures, teguntur lumina)
V.13-15 anafora (otium), variatio
(otio).
Traduzione
Quello mi sembra essere simile a un dio, quello, se è lecito, mi sembra
superare gli dei, che seduto di fronte ti guarda e ti ascolta continuamente
mentre sorridi dolcemente a me sventurato e toglie tutti i sentimenti:
infatti, come ti vedo, o Lesbia, non mi rimane neanche la voce, ma la
lingua si intorpidisce, una fiamma tenue si diffonde sotto le membra, le
orecchie tintinnano per un suono loro, gli occhi sono offuscati da una
duplice notte. L’ozio, o Catullo, ti tormenta: a causa dell’ozio ti esalti e in
eccesso. L’ozio in passato perse anche il re e le città beate.

Analisi e commento
Il carme 51 si configura come una ripresa da parte di Catullo della
poetessa greca Saffo.
Questa ripresa è particolarmente evidente nelle prime tre strofe del
carme in cui Catullo ricalca i temi della poetessa greca, quali la gelosia, e
la sintomatologia dell’amore. Nella quarta strofa invece, abbiamo una
presa di coscienza da parte di Catullo, in cui egli stesso esamina
l’irregolarità della propria vicenda amorosa.
Proprio in onore di Saffo, Catullo, in questo carme, utilizza come metro la
strofa saffica.
Questo carme ha un ruolo fondamentale nella produzione di Catullo in
quanto segna un momento decisivo nel rapporto con Lesbia, ossia il primo
innamoramento.
La gelosia di Catullo emerge fin dall’inizio del testo, e infatti possiamo
notare da subito l’utilizzo di “ille” che sta ad indicare un rivale in amore
del poeta, e che si contrappone al “mihi” al v.6; al centro, tra i due rivali
troviamo l’immagine della donna sorridente, ovvero di Lesbia.
L’ultima strofa si distacca invece completamente dalla poetessa greca e
Catullo, dopo una presa di coscienza, introduce un riferimento ai costumi
romani e al valore negativo dell’otium.
Carme 2 – PASSER DELICIAE MEAE PUELLAE
Passer, deliciae meae puellae, FIGURE RETORICHE
quicum ludere, quem in sinu
tenere, V.1 omoteleuto (deliciae meae
cui primum digitum dare appetenti puellae)
et acris solet incitare morsus, V.2 quicum (forma arcaica di quocum)
cum desiderio meo nitenti
carum nescio quid libet iocari V.4 allitterazione vibrante (rif. al
et solaciolum sui doloris, passero), allitt. sibilante (rif. a Lesbia),
credo ut tum gravis acquiescat iperbato (acris morsus)
ardor:
tecum ludere sicut ipsa possem V.5 metonimia (desiderio)
et tristis animi levare curas!
V.8 parentetica (credo)

V.9-10 versi dedicati a Catulo, possem


(verbo principale della costruzione)

Traduzione
O passero, delizia della mia amata, con il quale lei è solita giocare, che
suole tenere sul grembo, che è solita offrire la punta del dito a lui che si
avvicina, e incitarne le pungenti beccate, quando alla mia splendida amata
piace giocare con non so che gioco a lei caro, che sia piccolo conforto al
suo dolore, credo, affinché poi l’insopportabile passione d’amore si calmi:
potessi io come lei giocare con te e alleviare i tristi affanni dell’animo!

Analisi e commento