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Recensiones 153

Vanhoye, Albert, Carta a los Hebreos (Comprender la Palabra 34; BAC; Madrid

2014). 203 pp. ISBN: 978-84-220-1752-3· € 17,00

Tradotto dall’inglese (A Commentary on the Letter to the Hebrews), il presente


commentario rappresenta la sintesi di una vita d’insegnamento e di ricerca esegetica,
al Pontificio Istituto Bíblico di Roma, di Albert Vanhoye (1923‫)־‬, esegeta francese di
fama internazionale, da qualche anno create cardinale da papa Benedetto XVI. É suf-
ficiente scorrere i titoli dei números¡ articoli e libri del biblista gesuita per compren-
dere il motivo per cui la prestigiosa Biblioteca de Autores Cristianos di Madrid ha in-
serito il volunte nella collana Comprender la Palabra. Comentarios a la Sagrada
Biblia. Versión oficial de la Conferencia Episcopal Española, il cui piano prevede ben
trentasei opere, che commentano tutti i libri della Bibbia. Ma se dalla considerazione
delle pubblicazioni scientifiche di Vanhoye, oltre che dei suoi vari contributi di taglio
spirituale e pastorale, si passa a focalizzare l’attenzione su questo commentario, si
possono raccogliere i guadagni che il piú grande esperto contemporáneo della Lette-
ra agli Ebrei consegna all’esegesi sull’inquadramento storico-letterario e sulla com-
prensione di questa nteravigliosa opera neotestamentaria.
La cosiddetta “Lettera agli Ebrei” in realtá non é una lettera vera e propria. La
definizione piú adeguata del suo genere letterario é rintracciabile in Eb 13,22, in cui
viene designata come un “discorso di esortazione” (XV). Probabilmente un ignoto mis-
sionario itinerante (XVI), appartenente alia cerchia dellapostolo Paolo (XX-XXVIII),
proclamo questo sermone nelle comunitá cristiane da luí visítate (XV-XVI). In seguí-
to, la predica é stata inviata a un’altra Chiesa, accompagnata da un biglietto d’invio,
verosímilmente steso dallo stesso Paolo (XXV; XXIX) e conservato nei versetti con-
clusivi dello scritto attuale (13,19.22-25: XXIII-XXV). Cosí, l’omelia, composta attorno
agli anni 66-67 (XXVIII-XXIX), vi fu riletta in un contesto comunitario e probabilmente
litúrgico.
Dati testuali alia mano, Vanhoye esclude che il sermone, che in buona sostan-
za contiene un originalissimo trattato di cristologia sacerdotale (XVI-XVII), sia state ri-
volto a una comunitá di religione giudaica, per favorirne la conversione alia fede cri-
stiana. Al contrario, i printi ascoltatori del discorso omiletico erano di sicuro cristiani
(3,14) della seconda generazione, pervenuti giá da tempo alia fede (5,12; 13,7), dopo
essere stati evangelizzati da testimoni oculari della vicenda terrena del Signore Gesú
(2,36,1-2 ;4‫)־‬. Anzi, l’omelia era finalizzata proprio a richiamare i fedeli a una vita cri-
stiana piú coerente (2,34,14 ;3,1 ;4‫ ;־‬ecc.; XXVII-XXVIII).
La stmttura letteraria dello scritto (XXIX-XXXIV), che si sviluppa tra un proe-
mió (1,1-4) e una conclusione (13,20-21) -entrambi dai tratti non epistolar¡-, é cura-
ta nei minimi particolari. Come Vanhoye ha approfonditamente dimostrato fin dalla
sua tesi dottorale -pubblicata nei 1963 nei volunte La structure littéraire de l'Épftre
aitx Hébreitx (Oesciée De Brouwer, Bruges - Paris)-, la singolare cristologia sacerdo-
tale del sermone é scandita in cinque parti, disposte in modo concéntrico: 1,5-2,18
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(A); 3,15,10‫( ־‬B); 5,11-10,39 (C); 11,1-12,13 (B1); 12,14-13,18 (A1). II centro di questa
elegante struttura letteraria coincide con la proclamazione solenne di Cristo come
somrno sacerdote dei beni salvifici definitivi, che é entrato, mediante il sacrificio
cruento della propria vita, nel santo dei santi della comunione celeste con Dio
(9,11-12). Ciascuna delle cinque parti dell’opera é introdotta dall’annuncio del tema
(propositió), che viene sviluppato nella parte successiva (1,4; 2,17-18; 5,9-10; 10,3639‫־‬
e 12,13). Seguendo nel dettaglio la disposizione retorica del ricco sermone, ne rías-
sumiamo sintéticamente il messaggio, attingendo dall’accurata analisi esegetica del
commentario.
Dopo un denso esordio (1,1-4), che spazia sull’intera storia della salvezza (ca-
pitolo I: 38‫)־‬, la prima parte del “discorso di esortazione” va da 1,5 a 2,18 (capitolo II:
9-31)· Introdotta in 1,4 dall’annuncio del tema, questa prima macro-unitá letteraria
presenta una concezione cristologica di stampo messianico-davidico, del tutto fedele
alia predicazione tradizionale della Chiesa primitiva (cf. At 2,30-32; 13,22-23; Rm 1,3)·
Original¡ invece sono i quattro confront¡ istituiti tra il Figlio e gli angelí (Eb 1,5-6;
1,7-12; 1,132,2-4 ;14‫)־‬, attraverso cui l’agiografo tiene a precisare il primato della me-
diazione salvifica portata a termine da Cristo rispetto a quella svolta dalle creature
angeliche. Mediante un florilegio di citazioni anticotestamentarie, viene cosí dimos-
trata la tesi annunciata in 1,4: effettivamente il “nome” del Figlio di Dio -owero la
sua identitá e la sua capacita relazionale- é ben superiore a quello dei pur venerati
mediator¡ angelici. Piú esattamente: essendo il Figlio di Dio (1,5-14) e il fratello degli
uornini (2,5-16), il Cristo glorioso é ben piú capace degli angelí -e di qualunque altro
mediatore salvifico- di espletare in maniera efficace la funzione mediatrice di “sommo
sacerdote” (archiereús, 2,17). Ed é proprio questo il “nome” che Gesú ha “ereditato”
da Dio Padre.
Conclusa in 2,16 la prima parte delfomelia, in 2,17-18 il predicatore annuncia il
tema della seconda parte (3,1-5,10): Gesú é diventa to un sommo sacerdote misericor-
dioso e affidabile (capitolo III: 3358‫)־‬. La sua affidabilita é illustrata in una prima sezio-
ne (3,1-4,14), grazie al confronto tra luí e Mosé, il grande mediatore delfantica allean-
za di Dio con Israele. Ma se Cristo é diventato un sommo sacerdote degno di fede nella
sua relazione con Dio (cf. 3,14,14‫)־‬, i suoi rapporti con gli altri uornini continuano a es-
sere permeati di misericordia. Si tratta del secondo requisito essenziale del suo sommo
sacerdozio, illustrato nella seconda sezione (4,15-5,10) di questa seconda parte.
Inclusa tra due esortazioni rivolte agli ascoltatori (5,11-6,20 e 10,1939‫)־‬, l’espo-
sizione dottrinale piú ampia dell’intero sermone (7,1-10,18) si trova al centro della sua
terza parte (5,11-10,39; capitolo IV 59-131)· A introdurla é lapropositio di Eb 5,9-10, se-
condo cui Cristo, “essendo stato portato al perfezionamento, divenne per tutti coloro
che gli obbediscono causa di salvezza eterna, essendo stato proclama to da Dio sommo
sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek”. Coerentemente con questo terzo annum
cío temático, Fitinerario concettuale procede, a questo punto, in tre tappe: 7,1-28; 8,1-
9,28 e 10,1-18. Anzitutto, il capitolo settimo ¡Ilustra la proclamazione divina di Gesú
come “sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek”, ossia l’ultimo dei tre argo-
mentí enucleati dall’annuncio del tema (cf. 5,10). In Eb 8,1-9,28 é descritta poi la di-
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namica sacrificale che ha portato Cristo al “perfezionamento” sacerdotale (cf. 5,9) e al


suo ingresso nella comunione celeste con Dio. Dopo aver approfondito questo “punto
capitale” (8,1) della sua concezione cristologica, il predicatore giunge ad approfondire
in 10,1-18 l’ultimo núcleo temático annunciato in 5,9, ossia l’efficacia salvifica del sa-
crificio portato a termine da Cristo per redimere gli uomini dai loro peccati.
La quarta parte (11,1-12,13) espone due temí, annunciati in 10,3639‫־‬: la perse-
veranza e la fede (capitolo V 133160‫)־‬. La prima sezione (11,1-40) é una trattazione di
taglio storico-elogiativo della fede dei credent¡ dell’Antico Testamento, mentre la se-
conda (12,1-13) é costituita da un’esortazione alia perseveranza che il predicatore ri-
volge ai suoi ascoltatori.
Posto al termine della quarta parte, l’asserto di Eb 12,13 annuncia il tema della
quinta (12,14-13,18): “Fate sentieri dritti per i vostri piedi” (capitolo 17: 161-195). All’ot-
tica tendenzialmente piú passiva della perseveranza cristiana (12,1-13) fa seguito que-
lia piú attiva che caratterizza le esortazioni conclusive del “discorso di esortazione”,
completamente dedícate al comportamento dei fedeli.
Come si puo costatare dalle osservazioni precedent¡, il commentario di Van-
hoye mette adeguatamente in luce come la Lettera agli Ebrei sia molto interessante
non solo sotto il profilo cristologico, ma anche dal punto di vista ecclesiologico. Senza
dubbio, la sua prospettiva principale é quella cristologica. Tuttavia esiste un nesso
continuo tra il discorso dottrinale su Cristo e i multiform¡ inviti che il predicatore ri-
volge ai cristiani per rinvigorirne l’adesione fiduciosa e perseverante a Cristo, nonos-
tante le persecuzioni in atto contro di loro. A mantenere unite le due prospettive sono
soprattutto le categorie cultual¡. Difatti, per l’agiografo, il vero culto é costituito dal sa-
crificio di sé che Cristo, durante la passione, ha elevato al Padre. Da parte sua, la Chie-
sa é chiamata a prendervi parte, cosí da accedere anch’essa alia comunione trascen-
dente con Dio, cui é giá pervenuto Cristo, risuscitato dal Padre (13,20) proprio grazie
al suo sacrificio esistenziale, personale e spirituale (9,11-14).
In quesfordine d’idee, il commentario mette in luce specialmente la tesi eccle-
siologica secondo cui tutti i membri della Chiesa sono invitati a prendere parte all’uni-
co e intramontabile sacerdozio di Cristo (7,24): “El sacerdocio de Cristo, muy diferente
en esto del antiguo, está abierto a la participación. El único sacrificio de Cristo comu-
nica a los cristianos la capacitad de ofrecer, en unión con él, otros sacrificios, que le
son semejantes; es decir, que no son ritos de santificación, sino por el contrario, ofren-
das vitales, existenciales, todas al servicio de la comunión con Dios y entre las perso-
ñas humanas” (185). In particolare, in Eb 13,15-16, il predicatore lo dichiara in quest¡ ter-
mini: “Per mezzo di luí [= Cristo], [noi cristiani] innalziamo di continuo a Dio un sacrificio
(thysían) di lode, cioé il frutto di labbra che confessano il suo nome. Non dimenticate-
vi della beneficenza e della condivisione. Di tali sacrifici (thysiais), infatti, Dio si com-
piace”. É interessante notare che in questo invito, l’agiografo definisce con il vocabolo
técnico thysía (“sacrificio”) non solo la preghiera dei cristiani - il “frutto di labbra che
confessano il nome” di Dio -, ma anche la loro “beneficenza” e la loro “condivisione”.
Detto altrimenti: l’intera esistenza cristiana, finalizzata ad essere gradita a Dio, é anima-
ta da una dimensione sacrificale di fondo. Questa dimensione si esprime sia a livello cui-
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tuale (e specialniente sacraméntale), sia in ogni altra circostanza della vita animata dalla
carita. In questo “culto totale” consiste - potremmo dire con i termini del Concilio ecu-
menico Vaticano II - il “sacerdozio comune dei fedeli” (Lumen gentium, 10): tutti i bat-
tezzati partecipano aü’unico sacerdozio di Cristo. Come? Cercando di obbedire a Dio e,
conseguentemente, restando solidali con i fratelli, i credent¡ in Cristo elevano, per mezzo
di luí, al Padre sacrifici esistenziali, personal¡ e spiritual¡. Sono cosí “santificati” e “perfe-
zionati” da Cristo stesso, ossia sono consacrati sacerdoti come luí (10,14).
Alia luce di quest¡ rilievi, che giá lasciano affiorare la profonditá dell’esegesi
della Lettera agli Ebrei offerta dal presente commentario, ci sembra di póteme consi-
gliare lo studio specialniente agli student¡ delle discipline bibliche e teologiche. Certo,
non vi troveranno carrellate di posizioni esegetiche altrui, né dotte citazioni di docu-
mentí coevi all’opera neotestamentaria, né complesse disquisizioni filologiche su i suoi
temiini. Le spiegazioni esegetiche sono essenziali; le note a pié di pagina rare; la bi-
bliografia conclusiva (201-203) piuttosto scarna. Tuttavia, i lettori potranno accedere
in modo rápido e diretto al messaggio fondamentale della Lettera agli Ebrei, “cibo so-
lido” (5,12) per alimentare la loro fede e rendere ragione della loro speranza
(1 Pt 3,15). Sotto questo profilo, il volume rientra a pieno titolo nella collana dei Co-
menta ríos a la Sagrada Biblia, che -come ha dichiarato nella Premessa (XI-XIII) il Se-
gretario Generale della Conferenza Episcopale Spagnola, don José María Gil Tamayo
(1957-)- “parten de un serio estudio del texto y sus variantes, de los sentidos de las
palabras, del contexto histórico y religioso, de las concepciones antropológicas y teo-
lógicas de fondo” e mostrano cosí “al fiel cristiano con un lenguaje sencillo el signifi-
cado del texto y su permanente valor para alimentar la vida de fe” (XI).

Franco Manzi - Seminario Arcivescovile di Milano "Pío XI" - Via Papa Pío XI, 32 - 1-21040 Venegono
nferiore (VA)

Cazeaux, Jacques, Les silences de l'Apocalypse. Une église appelée Babel (Lectio

Divina 266; Editions du Cerf, Paris 2014). 252 pp. ISBN: 978-2-204-09686-7. € 29,00

El Apocalipsis, a pesar de su brevedad, es uno de los libros bíblicos que más


interpretaciones ha recibido. La obra de Jacques Cazeaux es un buen ejemplo de
cómo el Apocalipsis sigue suscitando nuevas y sugerentes lecturas dependiendo de la
metodología que se emplee. En este caso, se parte de un estudio literario del texto
teniendo siempre presente tanto al lector al que Juan dirige su obra como al lector
contemporá neo.
La obra se divide en siete capítulos -Le titre, l'adresse, Les sept leftres (ch. 1, 9
- cb. 3), La liturgie du Lime (ch. 4-5), Les sept sceaitx fch. 6-7), Les sept trompettes (ch.
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