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CANTO I

La navicella del mio ingegno, ormai, alza le vele per percorrere acque migliori e lascia dietro di sé il mare
crudele dell'Inferno;
e io canterò di quel secondo regno (Purgatorio) in cui l'anima umana si purifica e diventa degna di salire al
cielo.
Ma qui la poesia morta risorga, o sante Muse, dal momento che sono consacrato a voi; e qui si sollevi
alquanto Calliope, assistendo il mio canto con quel suono di cui le misere gazze (le figlie di Pierio) sentirono
un tale colpo che disperarono di essere perdonate.
Un dolce colore di zaffiro orientale, che si raccoglieva nell'aspetto sereno dell'aria pura fino all'orizzonte,
restituì gioia ai miei occhi non appena io uscii fuori dall'aria morta (dell'Inferno), che mi aveva rattristato gli
occhi e il cuore.
Il bel pianeta (Venere) che spinge ad amare illuminava gioiosamente tutto l'oriente, offuscando con la sua
luce la costellazione dei Pesci che lo seguiva.
Io mi rivolsi alla mia destra e osservai il cielo australe, vedendo quattro stelle che nessuno ha mai visto
eccetto i primi progenitori (Adamo ed Eva).
Il cielo sembrava godere della loro luce: o emisfero boreale, sei davvero desolato non potendo ammirare
quelle stelle!
Non appena ebbi distolto il mio sguardo da esse, volgendomi un poco al cielo boreale da dove ormai l'Orsa
Maggiore era tramontata,
vidi accanto a me un vecchio solitario, che a guardarlo ispirava tanto rispetto quanto è quello che un figlio
deve al proprio padre.
Portava la barba lunga e con peli bianchi e neri, simile ai suoi capelli, dei quali ricadevano sul petto due
lunghe trecce.
La luce delle quattro stelle sante illuminava il suo volto, al punto che io lo vedevo come se avesse avuto il sole
di fronte.
Egli ci disse, muovendo quella barba dignitosa: «Chi siete voi, che risalendo il fiume sotterraneo siete fuggiti
dalla prigione eterna?
Chi vi ha guidati e cosa vi ha indicato la strada, uscendo fuori dalla notte profonda che rende sempre oscura
la voragine infernale?
Le leggi dell'abisso sono così prive di valore? o in Cielo è stata emanata una nuova legge in base alla quale
voi, dannati, venite alle rocce (al Purgatorio) che io custodisco?»
Allora il mio maestro mi afferrò, e con le parole, con le mani e coi gesti mi indusse a inginocchiarmi e
abbassare lo sguardo.
Poi gli rispose: «Non sono venuto qui di mia iniziativa: scese dal Cielo una donna (Beatrice), per le cui
preghiere aiutai costui con la mia assistenza.
Ma poiché il tuo desiderio è che ti spieghiamo con maggiori dettagli la nostra condizione, non è possibile che
il mio desiderio sia difforme dal tuo.
Questi non è mai morto, ma per il suo peccato fu così vicino ad esserlo che non sarebbe passato molto tempo.
Come ti ho detto, fui inviato a soccorrerlo; e non c'era altra strada se non questa per la quale mi sono
inoltrato con lui.
Gli ho mostrato tutti i dannati; ora voglio mostrargli quelle anime (i penitenti) che si purificano sotto la tua
custodia.
Sarebbe lungo spiegarti come l'ho condotto fin qui; dal Cielo scende una virtù che mi aiuta a portarlo qui, per
vederti e udirti.
Ora ti prego di accogliere la sua venuta: va cercando la libertà, che è molto preziosa come sa chi in suo nome
rinuncia alla propria vita.
Tu lo sai bene, poiché per la libertà affrontasti la morte ad Utica, dove lasciasti il corpo che il Giorno del
Giudizio risplenderà.
Gli editti eterni non sono infranti da noi, in quanto Dante è vivo e Minosse non ha potere su di me: infatti
vengo dal Cerchio (Limbo) dove sono gli occhi puri di tua moglie Marzia, che a vederla sembra pregarti di
considerarla ancora tua, o petto santo: in nome del suo amore, dunque, piegati a noi.
Lasciaci andare per le sette Cornici del Purgatorio; io ti ringrazierò di fronte a lei, se tu accetti di essere
menzionato laggiù».
Egli allora disse: «Fin che fui in vita, Marzia fu così diletta ai miei occhi che esaudii ogni suo desiderio.
Ora che risiede al di là del fiume infernale (Acheronte) non può più commuovermi, in forza di quella legge che
fu emanata quando io ne uscii fuori.
Ma se una donna beata, come dici, muove i tuoi passi, non servono lusinghe: è sufficiente pregarmi in suo
nome.
Va' dunque, e fa' in modo di cingere i fianchi di costui con un giunco liscio e lavagli il viso, in modo tale da
eliminare da esso ogni sudiciume;
infatti non sarebbe opportuno presentarsi di fronte al primo ministro di Paradiso (l'angelo guardiano) con
l'occhio velato da una qualche nebbia.
Questa isoletta, nelle sue parti più basse, là dove è battuta dalle onde, è piena di giunchi sul molle fango;
nessun'altra pianta che avesse fronde o un tronco rigido vi può crescere, poiché non si piegherebbe all'impeto
delle onde.
Poi il vostro ritorno non sia da questa parte; il sole, che ormai sorge, vi indicherà la direzione dove trovare un
facile accesso alla montagna».
Così svanì; e io mi alzai senza parlare, e mi trassi verso la mia guida, rivolgendo a lui il mio sguardo.
Egli iniziò: «Figliolo, segui i miei passi: torniamo indietro, poiché di qua la pianura declina dolcemente verso il
punto più basso».
La luce dell'alba vinceva l'ultima ora della notte che fuggiva di fronte a lei, cosicché da lontano vidi il tremolio
della superficie del mare.
Noi andavamo lungo la pianura solitaria, come qualcuno che ritrova la strada perduta e che, fino ad essa, ha
creduto di camminare invano.
Quando fummo là dove la rugiada combatte col sole, poiché è in punto dove c'è ombra ed evapora poco, il
mio maestro pose ambo le mani sull'erbetta, a palme aperte:
allora io, che avevo capito cosa volesse fare, porsi verso di lui le guance ancora sporche di pianto: lui mi
scoprì il colore del viso che l'Inferno aveva nascosto.
Giungemmo poi sul lido deserto, che non vide mai navigare nessuno che poi fosse in grado di tornare indietro.
Qui Virgilio mi cinse come Catone gli aveva detto: che meraviglia! Infatti, dopo che egli ebbe strappato l'umile
pianta che aveva scelto, questa rinacque subito tale quale era nello stesso punto.

CANTO II

Il sole era già arrivato sull'orizzonte il cui meridiano sovrasta Gerusalemme col suo punto più alto;
e la notte, che ruota in posizione opposta a quella del sole, spuntava fuori dal Gange in congiunzione con la
Bilancia, mentre non è così quando la sua durata eccede quella del giorno;
così le guance bianche e rosse della bella Aurora, là dove mi trovavo io, per il passare del tempo diventavano
arancio (era l'alba).
Noi eravamo ancora sul lido, come qualcuno che pensa al cammino che deve fare ed è pronto col desiderio,
ma esita col corpo.
Ed ecco, come quando Marte, offuscato dal mattino, rosseggia temperato da spessi vapori verso ovest sulla
superficie del mare, così mi apparve (possa ancora vederla!) una luce che veniva dal mare, così veloce che
nessun uccello si muove altrettanto rapidamente.
Non appena distolsi un poco lo sguardo da essa per domandare al mio maestro, la rividi più splendente e più
grande.
Poi a ogni lato di essa mi sembrò di vedere un biancore indefinito, e poco a poco al di sotto ne apparve un
altro.
Il mio maestro non disse nulla, finché apparve che il primo biancore erano delle ali; quando conobbe quel
nocchiero, mi gridò: «Su, su, piega le ginocchia. Ecco l'angelo di Dio: unisci le mani (in preghiera); ormai
vedrai ministri di questo tipo.
Vedi come rifiuta gli strumenti umani, così che non vuole remi, né altra vela che non siano le sue ali, pur in
luoghi così lontani.
Vedi come le tiene dritte verso il cielo, fendendo l'aria con le piume eterne che non cadono come penne
mortali».
Poi, non appena l'uccello divino venne più verso di noi, appariva più chiaramente: allora i miei occhi non ne
sostennero lo sguardo da vicino, ma fui costretto a chinarli in basso; e quello venne a riva con una barchetta
stretta e leggiera, al punto che non affondava minimamente nell'acqua.
Il divino timoniere stava a poppa, ed era tale che renderebbe beati al solo descriverlo; e dentro la barca
sedevano più di cento spiriti.
Tutti insieme cantavano a una voce il Salmo  «Nella fuga di Israele dall'Egitto», anche con i versi seguenti.
Poi fece loro il segno della croce ed essi si gettarono tutti sulla spiaggia; ed egli se andò, veloce come era
venuto.
Il gruppo di anime che rimase lì sembrava inesperto del luogo, e si guardava intorno come colui che
sperimenta cose nuove.
Il sole saettava il giorno da ogni parte, avendo già cacciato con le infallibili frecce il Capricorno dal punto
mediano del cielo,
quando i nuovi arrivati si rivolsero a noi, dicendoci: «Se voi la sapete, mostrateci la via per arrivare al monte».
E Virgilio gli rispose: «Voi forse credete che noi siamo esperti di questo luogo; ma noi siamo forestieri proprio
come voi.
Siamo appena arrivati, poco prima di voi, attraverso un'altra strada che fu così ardua che l'ascesa del monte
al confronto ci sembrerà uno scherzo».
Le anime, che si erano accorte che io ero vivo vedendomi respirare, impallidirono per lo stupore.
E come la gente si affolla intorno al messaggero che porta notizie di pace, e nessuno si mostra schivo di
accalcarsi,
così quelle anime fortunate si assieparono tutte quante intorno al mio viso, quasi dimenticando di andare a
purificarsi.
Io vidi una di loro farsi avanti per abbracciarmi, con così grande affetto che mi spinse a fare altrettanto.
Oh, ombre inconsistenti, tranne che nell'aspetto! tre volte tentai di abbracciarla con le mani, e altrettante le
ritrovai vuote al mio petto.
Credo di essermi stupito molto; allora l'ombra sorrise e si tirò in disparte, e io seguendola mi spinsi un po'
lontano.
Dolcemente mi disse di fermarmi; allora lo riconobbi e lo pregai di fermarsi un poco a parlarmi.
Mi rispose: «Come ti ho amato nel corpo mortale, così ti amo ora che sono un'anima: per questo mi fermo,
ma tu perché sei qui?»
Io dissi: «Casella mio, faccio questo viaggio per tornare nuovamente qui dove mi trovo; ma come mai tu arrivi
qui soltanto adesso?» E lui a me: «Non mi è stato fatto nessun torto, se l'angelo, che prende quando e chi
vuole, mi ha negato più volte di portarmi qui;
infatti il suo volere è conforme a quello divino: tuttavia, da tre mesi egli ha accolto sulla barca tutti coloro che
hanno voluto salirci, senza opporsi.
Allora io, che ero rivolto al mare dove sfocia il Tevere, fui benevolmente accolto da lui.
Ora ha drizzato l'ala verso quella foce, dal momento che ogni anima che non è destinata all'Inferno si
raccoglie sempre lì».
E io: «Se una nuova legge non ti toglie la memoria o l'abitudine al canto amoroso che era solito placare tutti i
miei desideri, con esso ti prego di consolare un poco la mia anima, che venendo qui con il corpo fisico è tanto
affaticata!»
Allora egli cominciò a cantare  «Amor che ne la mente mi ragiona»  così dolcemente, che la dolcezza di quel
canto risuona ancora dentro di me.
Il mio maestro e io e quelle anime che erano con lui sembravamo così contenti, come se la nostra mente non
fosse toccata da alcun pensiero.
Noi eravamo tutti intenti alle note, quando ecco che arrivò il vecchio dignitoso (Catone) che gridava: «Che
significa questo, spiriti lenti?
quale negligenza, quale indugio è questo? Correte al monte a levarvi la scorza (del peccato) che non vi
permette di vedere Dio».
Come quando i colombi, beccando biada o loglio, radunati per il pasto, tranquilli e senza mostrare il consueto
orgoglio, se appare qualcosa che li spaventa lasciano subito il cibo perché sono assaliti da una
preoccupazione maggiore;
così io vidi quelle anime appena arrivate lasciare il canto, e correre verso la montagna come qualcuno che va
senza una meta precisa: e la nostra fuga (mia e di Virgilio) non fu meno precipitosa.

CANTO III

Benché la fuga improvvisa avesse disperso le anime lungo la spiaggia, verso il monte dove la giustizia divina
ci tormenta, io mi strinsi alla mia guida fidata: e come sarei andato senza di lui? chi mi avrebbe fatto salire su
per la montagna?
Egli mi sembrava punto dal rimorso: o coscienza dignitosa e pura, quale amaro tormento provoca in te il
minimo errore!
Quando i suoi piedi lasciarono la fretta che sminuisce a ogni atto il decoro, la mia mente, che prima era fissa
su un solo pensiero, si allargò come desiderosa di vedere altro, e così io rivolsi lo sguardo al monte che si erge
al cielo più alto di qualunque altro.
Il sole, che splendeva rosso alle mie spalle, era interrotto davanti a me dal mio corpo che faceva ostacolo ai
suoi raggi (proiettavo sul suolo la mia ombra). Io mi voltai a lato con paura di essere abbandonato, quando
vidi che c'era l'ombra solo davanti a me;
e Virgilio cominciò a dirmi con grande attenzione: «Perché continui a diffidare? non credi che io sia qui con te
a guidarti?
È già sera là dove è sepolto il corpo nel quale io facevo ombra: è a Napoli ed è stato traslato lì da Brindisi.
Ora, se di fronte a me non proietto un'ombra, non stupirti più del fatto che i cieli non impediscono dall'uno
all'altro il passaggio della luce.
La volontà divina fa sì che corpi simili (inconsistenti) soffrano tormenti fisici, il caldo e il gelo, e non vuole che
noi sappiamo come ciò sia possibile.
È folle chi spera che la nostra ragione possa percorrere la via infinita che tiene una sola sostanza in tre
persone (possa comprendere il dogma della Trinità).
Accontentatevi, uomini, di ciò che vi è stato rivelato; infatti, se aveste potuto vedere tutto, non sarebbe stato
necessario che Maria partorisse Gesù;
e avete visto desiderare invano (di sapere tutto) filosofi tanto profondi che, se ciò fosse possibile, avrebbero
appagato il loro desiderio, il quale invece è la loro pena eterna:
io parlo di Aristotele, di Platone e di molti altri»; e a quel punto chinò la fronte, senza aggiungere altro e
restando turbato.
Noi intanto eravamo giunti ai piedi del monte; qui trovammo la parete rocciosa così ripida che invano
avremmo cercato di scalarla con le nostre gambe.
La roccia più scoscesa e impervia in Liguria (tra Lerici e La Turbie) al confronto di quella è una scala di facile
accesso.
Il mio maestro, fermando il passo, disse: «Ora chissà da quale parte la parete è meno ripida, così che possa
salire chi non è dotato di ali?»
E mentre lui, tenendo lo sguardo a terra, rifletteva sul cammino da intraprendere, e io guardavo in alto
intorno alla roccia, vidi da sinistra arrivare un gruppo di anime che camminavano verso di noi, e non
sembrava neppure tanto procedevano lentamente.
Io dissi: «Maestro, alza lo sguardo: ecco chi ci fornirà indicazioni, se tu non le puoi trovare da te stesso».
Lui allora guardò e con aspetto sereno rispose: «Andiamo in là, poiché essi vengono piano verso di noi; e tu
rafforza la tua speranza, dolce figlio».
Dopo che avevamo percorso mille passi, quella schiera distava ancora da noi lo spazio che un buon lanciatore
coprirebbe scagliando un sasso con la mano, quando essi si strinsero tutti alla parete rocciosa del monte e
rimasero fermi lì, proprio come si ferma a guardare chi va ed è in dubbio.
Virgilio iniziò: «O spiriti morti in grazia di Dio e scelti per la salvezza, in nome di quella pace che credo tutti voi
attendiate, diteci dove la montagna è meno ripida, così che sia possibile salire; infatti, quanto più uno sa
tanto più gli spiace attardarsi».
Come le pecorelle escono dall'ovile, a una, a due, a tre, e le altre stanno indietro timorose e tengono il muso e
l'occhio in basso;
e ciò che fa la prima fanno anche le altre, addossandosi a lei se essa si ferma, semplici e mansuete, e non
sanno il motivo;
così io vidi muoversi verso di noi la testa di quella schiera di anime fortunate, pudiche nell'aspetto e dignitose
nei movimenti.
Appena quelli videro che io proiettavo un'ombra alla mia destra, da me alla parete rocciosa, si fermarono e si
tirarono un po' indietro, e tutti gli altri spiriti che venivano dietro, pur senza sapere il motivo, fecero lo stesso.
«Senza che voi lo domandiate, io vi dico subito che questo corpo che vedete è di carne e ossa; per questo la
luce del sole è da lui interrotta, a terra.
Non vi stupite, ma credete che Dante non cerca di scalare questa parete senza l'aiuto di una virtù che viene
dal Cielo».
Così disse il maestro; e quelle anime degne dissero: «Tornate sui vostri passi», facendo segno col dorso delle
mani.
E uno di loro iniziò: «Chiunque tu sia, mentre continui a camminare, voltati verso di me e dimmi se mi hai mai
visto sulla Terra».
Io mi voltai verso di lui e lo guardai attentamente: era biondo, bello e di nobile aspetto, ma uno dei
sopraccigli era diviso da un colpo.
Quando gli ebbi detto umilmente di non averlo mai visto, lui ribatté: «Ora guarda»; e mi mostrò una piaga in
alto sul petto.
Poi sorridendo disse: «Io sono Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza; allora io ti prego, quando tornerai
sulla Terra, di andare dalla mia bella figlia (Costanza), madre dei due eredi della corona di Sicilia e Aragona, e
di dirle la verità su di me, se si racconta altro sulla mia sorte ultraterrena.
Dopo che io ricevetti (a Benevento) due ferite mortali, io mi rivolsi pentito e in lacrime a Colui che perdona
volentieri.
I miei peccati furono orrendi, ma la bontà divina ha delle braccia così ampie che accoglie tutti coloro che si
rivolgono a lei.
Se il vescovo di Cosenza, che allora fu incitato contro di me da papa Clemente IV, avesse letto questo volto del
perdono di Dio, le ossa del mio corpo sarebbero ancora sepolte sotto il mucchio di sassi presso la testa del
ponte, a Benevento.
Ora invece le bagna la pioggia e le disperde il vento fuori dal regno di Napoli, quasi lungo il fiume Liri, dove
egli le fece traslare a lume spento.
Per la maledizione della Chiesa l'eterno amore divino non si perde al punto che non possa tornare, finché c'è
un po' di speranza.
È pur vero che chi muore in contumacia della Santa Chiesa, anche se si pente in punto di morte, deve stare
nell'Antipurgatorio trenta volte il tempo che ha trascorso nella sua ribellione, se questo decreto non viene
abbreviato grazie a delle buone preghiere.
Vedi ormai se puoi farmi felice, rivelando alla mia buona Costanza come mi hai visto (tra le anime salve) e
anche questo divieto; qui, infatti, si traggono grandi benefici grazie alle preghiere dei vivi».

CANTO V

Io mi ero già allontanato da quelle anime e seguivo i passi della mia guida, quando dietro a me, drizzando il
dito, una di esse gridò: «Vedete che il raggio del sole da sinistra non sembra attraversare quello che segue,
che sembra proiettare un'ombra come un vivo!»
Rivolsi lo sguardo al suono di queste parole e vidi quelle anime che meravigliate guardavano me, proprio me,
e la luce del sole interrotta dal mio corpo.
Il maestro mi disse: «Perché il tuo animo si lascia distrarre al punto di rallentare il cammino? che t'importa di
ciò che si mormora qui?
Seguimi e lascia che la gente parli: sta' come una torre salda, che non ondeggia mai la sua cima per quanto i
venti soffino;
infatti, l'uomo in cui un pensiero ne fa nascere un altro allontana da sé la propria meta, perché la forza
dell'uno indebolisce quella dell'altro».
Che potevo dire, se non «Ti seguo»? Lo dissi, alquanto cosparso del rossore che talvolta fa l'uomo degno di
esser perdonato.
E intanto, su un ripiano roccioso che tagliava il monte trasversalmente, venivano verso di noi delle anime
poco lontane, che cantavano il Salmo  'Miserere'  a versetti alternati.
Quando videro che io, col mio corpo, non permettevo ai raggi del sole di passare, mutarono il loro canto in un
«oh!» lungo e fioco;
e due loro, in qualità di messaggeri, corsero verso di noi e ci chiesero: «Informateci della vostra condizione».
E il mio maestro: «Voi potete tornare indietro e riferire a quelli che vi hanno mandati qui che il corpo di costui
è in carne e ossa.
Se essi, come penso, si sono fermati per aver visto la sua ombra, vi ho detto abbastanza: lo accolgano
cortesemente e ciò potrà tornare loro utile».
Io non ho mai visto stelle cadenti fendere il cielo all'inizio della notte, né lampi squarciare le nuvole d'agosto
al calar del sole, tanto rapidamente quanto quelle anime tornarono in alto; e arrivate là, corsero verso di noi
con le altre come una schiera sfrenata.
Virgilio disse: «Questa gente che si accalca intorno a noi è molta, ed essi vengono a pregarti: perciò continua
a camminare e ascolta mentre procedi».
Essi venivano gridando: «O anima che vai per essere felice, con quel corpo col quale sei nato, rallenta un poco
il passo.
Guarda se hai mai visto qualcuno di noi nel mondo, così che tu possa portare sue notizie sulla Terra: suvvia,
perché continui a camminare? Suvvia, perché non ti fermi?
Noi tutti siamo stati uccisi violentemente e siamo stati peccatori fino all'ultima ora; in punto di morte una
luce del cielo ci illuminò la mente, cosicché, pentendoci e perdonando, uscimmo fuori dalla vita in grazia di
Dio, il quale ci strugge nel desiderio di vederlo».
E io: «Per quanto io guardi i vostri volti, non ne riconosco nessuno; ma se voi volete qualcosa che sia in mio
potere, spiriti fortunati, ditelo e io lo farò, in nome di quella pace che io, seguendo i passi di questa guida,
cerco nei regni dell'Oltretomba».
E uno iniziò: «Ciascuno si fida della tua promessa senza bisogno di giuramenti, purché
l'impossibilità  (nonpossa)  non impedisca la tua volontà.
Perciò io, che parlo da solo davanti agli altri, ti prego, se mai andrai in quel paese (la Marca Anconetana) che
sta tra la Romagna e il regno di Carlo d'Angiò, che tu preghi i miei congiunti a Fano, così che essi preghino per
me e mi permettano di espiare le mie colpe.
Io ero originario di Fano, ma le profonde ferite da cui uscì il sangue nel quale risiedeva la mia anima, mi
furono inferte nel territorio di Padova,
là dove credevo di essere al sicuro: artefice di questo fu Azzo VIII d'Este, che mi odiava assai più di quanto
avesse ragione.
Ma se io fossi fuggito verso il borgo della Mira, quando fui raggiunto dai miei sicari ad Oriago, sarei ancora
nel mondo dei vivi.
Invece corsi verso la palude, e le canne e il fango mi impacciarono al punto che caddi; e lì vidi il sangue che mi
usciva dalle vene e formava un lago al suolo».
Poi un altro disse: «Orsù, ti auguro che si realizzi quel desiderio che si spinge su per l'alto monte; tu con buona
pietà aiuta il mio!
Io fui uno di Montefeltro e mi chiamo Bonconte; né la mia vedova Giovanna né gli altri miei congiunti si
curano di me, per cui io mi vergogno fra queste anime».
E io a lui: «Quale forza o caso fortuito ti trascinò fuori da Campaldino, così che il tuo corpo non fu mai
ritrovato?»
Lui rispose: «Oh! Ai piedi del Casentino scorre un torrente chiamato Archiano, che nasce in Appennino presso
l'Eremo di Camaldoli.
Nel punto dove si getta in Arno e perde il suo nome, arrivai io con la gola trafitta, fuggendo a piedi e
insanguinando la pianura.
Qui persi la vista e la parola; morii pronunciando il nome di Maria e caddi, e rimase solo il mio corpo.
Ora ti dirò la verità e tu riferiscila ai vivi: l'angelo di Dio mi prese, e quello d'Inferno gridava: "O tu del cielo,
perché mi togli ciò che mi spetta?
Tu porti via la parte eterna (l'anima) di costui per una lacrimetta che me la toglie; ma io riserverò ben altro
trattamento al corpo!".
Tu sai bene (perché la spiegazione della formazione della nebbia ce la dà Aristotele che Dante aveva
studiato) come nell'atmosfera si raccolga quel vapore umido che ridiventa acqua, non appena sale dove è più
freddo.
Quel diavolo unì la sua volontà malvagia, che cerca solo il male, con l'intelletto, e mosse le nubi e il vento
grazie al potere che la natura gli ha concesso (nel medioevo si credeva che i demoni avessero il potere di
scatenare le tempeste).
Poi, appena calò il sole, coprì di nebbia tutta la valle che va da Pratomagno fino alle alte vette
dell'Appennino; e fece addensare il cielo soprastante in modo tale che si trasformò in pioggia (si scatenò un
nubifragio); essa cadde e ciò che la terra non riuscì ad assorbire riempì i fossati;
e si formarono dei rivoli abbastanza grandi che si riversarono verso l'Arno tanto velocemente che nulla poté
arrestarla.
L'Archiano (fiume) rapinoso trovò il mio corpo morto sulla foce e lo spinse nell'Arno, sciogliendo la croce che
avevo fatto sul mio petto con le braccia quando fui giunto alla fine; mi fece rotolare per le rive e sul fondale,
poi mi avvolse coi detriti che aveva trascinato».
«Orsù, quando sarai tornato sulla Terra e avrai riposato per il lungo cammino», proseguì un terzo spirito dopo
il secondo, «ricordati di me, che sono Pia (de' Tolomei); nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma; lo sa bene
colui che, dopo avermi chiesto in sposa, mi aveva inanellato con la gemma nuziale».

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