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PONTIFICIUM ATHENAEUM S.

ANSELMI DE URBE
PONTIFICIO ISTITUTO LITURGICO
Teologia della liturgia – 95001
La liturgia, momento storico della salvezza
Studente: ANGHEL Gabriel-Cristian
10253
Professore: FLORES ARCAS Juan Javier OSB
Nel suo ampio (124 pagini) e molto bene sistemato articolo, “La liturgia, momento storico
della salvezza” della collana Anamnesis, S. Marsili ci propone un camino di scoprire la teologia
della liturgia lungo la storia, in 5 capitoli:

I. Liturgia
Il primo capitolo ci introduce all’etimologia della parola “liturgia”: laos=popolo,
ergon=opera, lavoro; quindi, la liturgia sarebbe l’azione pubblica, che appartiene al popolo,
oppure che e per il popolo. Infatti, i lavori e i carichi pubblici, siano religiosi che civili, erano
chiamati liturgia.
La liturgia assume anche il contenuto di dovere, specialmente nell’epoca ellenistica di
Tolomei, quando liturgia designava il servizio obbligatorio di lavoro delle certe categorie di
persone nel favore dello stato.
Nell’uso religioso-culturale ellenistico misterico, liturgia, mantenendo sempre il carico di
servizio pubblico, indicava il culto esclusivo che si deve solo a Dio.
Quest’ultimo senso fu esattamente l’intendimento della liturgia che andrà lungo la storia sia
per il culto dell’Antico Testamento, sia per il cristianesimo.
Nell’Antico Testamento, il termine “liturgia” ricorre non meno di 170 volte e traduce i verbi
sheret (servizio gradevole, scaturito dall’amore o dal rispetto da parte di chi serve per colui chi
viene servito) o abhad (servizio imposto, pesante, caratteristico al schiavo). LXX introduce una
netta differenza linguistica tra il culto che i sacerdoti e i leviti prestano a Dio = leitourghein-
leitourghia (che traduce il ebraico sheret, vuol dire che e un culto superiore, intelligente e con
convinzione, anche amore, a differenza del culto che il popolo pro-fera) e il culto che il popolo
presta a Dio = latrein-latreia e doulein-douleia.(che traduce il ebraico abhad = servizio del
schiavo). Quindi, il popolo, portando il suo culto a Dio, non farà mai una leiturghia, però una
latreia o douleia.
Cosi s’enfatizza una distinzione tra il rito (leitourghia), ciò che fa il sacerdote, e il culto
(latreia-douleia), ciò che fa il popolo.
Il Nuovo Testamento conosce 4 accezioni del termine “liturgia”:
a) senso profano, comune, di servizio pubblico o amministrativo – i magistrati sono
leitourgoi (Rom 13,6). Poi, il raccogliere elemosina per i cristiani di Gerusalemme e presentato
ai Corinzi come una leitourghia, cioè servizio oneroso e doveroso (2Cor 9,12).
b) senso rituale-sacerdotale dell’Antico Testamento. Lc 1,23 parla del turno liturgico di
Zaccaria al tempio. Ebr 8,2-6 ci parla di Cristo “liturgo” del vero santuario e quindi esercita una
“liturgia” superiore.
c) senso di culto spirituale. Nei Rom 15,16 Paolo si dichiara chi compie un’azione
sacerdotale, però non con un sacrificio di un animale irrazionale, ma offrendo i pagani come
gradito sacrificio nello Spirito Santo, attraverso il Vangelo annunziato.
d) senso di culto rituale cristiano. Atti 13,2: “Mentre essi facevano Liturgia al Signore e
digiunavano”… e l’unico testo con questa valore.

II. Verso una teologia della liturgia


Nel capitolo precedente, il termine Liturgia ci e rivelato come una parola tacitamente
contestata dal NT, rivolgendosi piuttosto verso un spiritualismo del culto, in cerca di evitare
certi formalismi ritualistici.
a) L’antichità cristiana vive questo spiritualismo del culto in polemica con l’esteriorismo e
materialismo dei certi elementi giudaizzanti o pagani. Perciò, all’inizio, Tertulliano sentiva il
desiderio di chiarificare: “Noi non abbiamo né tempio, né altare, né sacrificio”.
E vero anche che la Chiesa primitiva doveva difendersi dalle accuse di ateismo oppure
empietà pur volendo conservare il suo non-materialismo. Così, sacrificio (tusia-prosfora) non e
più la vittima animale, ma Cristo stesso che si offre per la remissione dei nostri peccati.
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L’altare (tusiasterion) e Cristo stesso, ma questo altare e formato anche da quanti sono uniti
nel sacrificio di lode e di gloria, cioè in una dimensione molto importante per la Chiesa primaria,
la preghiera.
Il nuovo tempio (naos), in virtù delle dichiarazioni di Gesù (Mc 14, 5-8; Ebr 8, 2.9.11-24;
1Pt 2, 5; Gv 2,21), e lo stesso Cristo, il cui corpo e il tempio dove abita la pienezza divina (Col
2, 9), il nuovo tempio della nuova Gerusalemme, appunto il tempio non fatto da mano di uomo,
in quale si rende culto in spirito e verità (Gv 4, 23-24).
In questo modo, il nuovo culto, fondato da Gesù, allontanandosi dal sacrificio e del tempio e
ogni altra forma di ritualismo dell’Antico Testamento, visti come immagini (typos) destinati a
scomparire, per cedere il posto alle nuove realtà cultuali, avrebbe avuto il suo sacrificio, il suo
tempio e il suo altare nel corpo di stesso Cristo.
Però, al secolo IV, con l’editto di Milano, le cose cominciano a prendere un'altra piega. Il
spiritualismo-non materialismo, di fronte alle nuove realtà, inizia a sentire il potere imperativo
dell’luogo e del tempo. A causa del flusso tremendo dei tantissimi convertiti, delle nuove sfide
culturali e dogmatici (siamo nell’epoca di tante eresie), la Chiesa comincia a prendere radici
nelle realtà mondane. Per necessità, si comincia a lasciare il puro spiritualismo e cosi appaiono i
tempi-chiese, i contenuti teologici fissati in formule fisse e a volte anche giuridiche (vedersi il
Canone Romano, formule di preghiera e per la Messa-libelli, Credo, etc.)
b) Il Medioevo solidifica di più questo giuridismo-esteriorismo liturgico. Viene
radicalizzata la distinzione tra clero, che fa la Liturgia, e il popolo, che assiste alla Liturgia, da
lontano e come se fosse un spettacolo. Per la gente, la liturgia afferra un carattere magico o
pieno di superstizioni, pero almeno ritiene il suo aspetto fondamentale di sacralità, anche se una
realtà incomprensibile, arcana, riservata soltanto ai chierici.
Ma neanche per i chierici la Liturgia non era più una realtà cosi chiara e spirituale: vedersi
gli innumerevoli abusi e fraintendimenti, la missa sicca oppure la missa bi-tri-quatrofacciata,
l’allegorismo superstizioso.
c) L’epoca moderna conosce la riforma protestante, stufa di tutti gli abusi mostruosi e tutto
l’allontanamento dal spirito con cui il culto si deve fare. Perciò si propone di ritrovare il valore
della Parola di Dio, per essere una Chiesa genuina, assomigliante a quella dei primi secoli.
La contra-riforma non ritarda, con un rubricismo-ritualismo ancora più rigido e compulsivo,
pero il merito fantastico sarebbe che si sono riscoperti, chiariti e spiegati scrupolosamente molti
aspetti della vita della Chiesa, che furono per molto tempo trascurati a cause della debole
elaborazione teologia e della vita di fede di facili costumi.
La via verso il Concilio Vaticano II non sarebbe stata mai la stessa senza il movimento
liturgico che formalmente ebbe il suo inizio nel 1909 con Lambert Beauduin, però in verità
cominciò con i sforzi e i studi di tantissimi predecessori: card. Tomassi († 1713 lui pubblicò per
la prima volta il sacramentario gelasiano e altri formulari antichi della messa), G. Mabillon (†
1707), G. Bianchini († 1764 pubblica il sacramentario leoniano o veronense), Muratori († 1750
che pubblicò tutti i sacramentari allora conosciuti), papa Benedetto XIV († 1758), P. Gueranger
(1805-1877, che già apriva un nuovo camino con l’affermazione che la Liturgia e la preghiera
della Chiesa).
Piano-piano, con Lambert Beauduin, Odo Casel e papa Pio XIImo (Mediator Dei et
hominum, la riforma della settimana Santa e specialmente quella della veglia pasquale, la
semplificazione delle rubriche, la riforma della musica sacra), s’intravedevano le albe di una
nuova epoca della Chiesa.

III. La teologia della liturgia nel Vaticano II

Giovanni XXIIImo annunciò un concilio sorprendente, non dogmatico, ma pastorale, che


riflettesse sulla natura e missione della Chiesa e ciò che essa fa nel mondo, specialmente la
liturgia.

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a) La storia della salvezza. La prima caratteristica del modo come il Vaticano II introduce il
discorso sulla Liturgia nella Sacrosanctum Concilium – afferma Salvatore Marsili – è data dal
fatto che la Liturgia non compare come conclusione di un discorso sulla natura del culto e sulle
forme di attuazione di esso: interno-esterno, privato-pubblico. Il Vaticano II entra direttamente a
parlare della Rivelazione come storia della salvezza, secondo un discorso già ampiamente usato
dalla teologia biblica e che, portato sul piano liturgico, cominciava a mostrarsi come la chiave di
volta di tutta la Liturgia: „Dio, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla
conoscenza della verità, dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per il
tramite dei profeti, quando venne la pienezza dei tempi mandò il sui Figlio, Verbo fatto carne...“
(SC 5).
b) La liturgia – ultimo momento nella storia della salvezza. La lettura del n. 5 della
Costituzione conciliare, che traccia in sintesi i momenti di attuazione del Mistero di salvezza
individuando in Cristo “l’attuazione completa”, permette al Marsili di affermare: “Il tempo della
Chiesa è continuazione del tempo di Cristo, non per ragione di semplice successione temporale,
ossia perché viene dopo Cristo. La linea di continuazione che legherà il tempo della Chiesa al
tempo di Cristo è costituita dalla liturgia”. Legendo il numero 6, la dimora della Parola in mezzo
agli uomini si realizza su due piani contemporaneamente: come avvenimento della realtà della
salvezza nell’uomo Gesù, e come presentazione sacramentale di essa. Cristo, non è infatti solo
presenza salvifica di Dio, ma è anche il suo sacramento (Col 1, 27; 4, 3; Ef 3, 4) in quanto segno
visibile e immagine (Col 1,15) di una salvezza fino allora restata nascosta e invisibile.
c) La liturgia – presenza di Cristo. Marsili, dinanzi al importantissimo testo del SC 7, spiega
teologicamente il senso della presenza di Cristo nella Liturgia e si domanda: “Di tutti questi
momenti di presenza si può o non si può dire che si tratti di presenza reale di Cristo? Non è
contro l’Eucaristia affermare altre presenze reali al di fuori di essa?” Paolo VI nell’enciclica
Mysterium fidei era già entrato profondamente in questo argomento: “La presenza di Cristo
nell’Eucaristia si dice reale non per esclusione, quasi che le altre presenze non siano reali, ma
per eccellenza”. Con questa affermazione il Papa riconosce altre presenze reali oltre quella
dell’Eucaristia che, unica, è reale con un valore di eccellenza. Quindi le altre presenze reali di
Cristo nella Liturgia sono da giudicare in analogia alla presenza reale eucaristica. Si tratta di un
rapporto di proporzione che mentre stabilisce un elemento comune tra le une e le altre, ne
afferma anche la differenza, a motivo di una ragione o di una origine diversa.
d) La liturgia e sacramentalita. L’unione a Cristo si cerca talvolta lontano da dove Cristo
vive, sfuggendo così l’oggettiva santità sacramentale per renderla personale. La persona
nell’ordine spirituale e soprannaturale invece non sussiste, se non in Cristo oggettivamente
esistente ed operante in noi, e la personalità non la si acquista, se non attraverso una unione
oggettiva, reale più che qualunque realismo sentimentale. Ma Cristo veglia sulla santità vera
della sua Chiesa, che Egli, e non altri, ha fondato su una santità sacramentale, attuatrice della sua
vita nella Chiesa. Per questa ragione con san Paolo possiamo affermare che “non sono più io che
vivo ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20).

IV. La liturgia, culto della Chiesa

a) La Chiesa, comunità cultuale, e un altro dei fondamentali concetti della liturgia secondo
SC. Anche Mediator Dei definisce la liturgia culto della Chiesa in quanto corpo si Cristo e non
in quanto società (perfecta); tuttavia, tale affermazione diventava riduttiva, se non addirittura
vana , quando si affermava poi che la liturgia era culto pubblico in quanto esercitato dai
sacerdoti e dagli altri ministri delegati della Chiesa. La presenza e la partecipazione dei fedeli
alle azioni sacre non era considerata necessaria, ma solo conveniente per il loro profitto
spirituale. Un tale modo di vedere le cose danneggiava non solo la liturgia, ma anche
l’ecclesiologia. L’etimologia stessa della parola “Chiesa” – ekklesia tou Theou, qahal Jhwh –
veniva in questo modo tradita. La Chiesa di Dio nell’AT costituisce la comunità culturale

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convocata: per l’ascolto della parola, per i giorni di digiuno, per l’offerta dei sacrifici, per la
celebrazione della Pasqua, infatti per fare il culto. Nel NT, la Chiesa e il popolo di Dio eletto per
grazia in Gesù Cristo, che e diventato stirpe eletta, sacerdozio regale. SC 14 professa che questo
popolo di Dio ha il diritto e il dovere, in forza del battesimo, di partecipare alle celebrazioni
liturgiche secondo ciò che e richiesto dalla natura stessa della liturgia. Anzi, la principale
manifestazione della Chiesa consiste proprio nella partecipazione piena, attiva e consapevole di
tutti i membri della comunità cristiana alle medesime celebrazioni, soprattutto alla medesima
eucaristia.
b) La Chiesa, comunità sacerdotale. In virtù del battesimo, tutti quelli che sono stati
incorporati nella Chiesa, sono sacerdoti. Però dobbiamo distinguere tra il sacerdozio comune e
quello ministeriale o gerarchico. Questi differiscono tra loro essenzialmente, e non solo di grado
(sacerdozio “maggiore” nei chierici e “minore” nei laici). Si tratta di un unico sacerdozio: unico
in Cristo e unico nella Chiesa; ma nella Chiesa esso esiste in una duplice dimensione, secondo i
diversi modi di essere (differenza essenziale) dell’unico sacerdozio di Cristo nella Chiesa.
Questa diversità nasce: 1. Dal differente rapporto che il fedele e il ministro hanno con Cristo, in
quanto il fedele e membro del Corpo di Cristo, il ministro invece, ha la funzione di capo
(vicario). 2. Dal differente modo di origine del sacerdozio nella Chiesa. Il sacerdozio dei fedeli
proviene sa Cristo mediante il sacramento del Battessimo e quindi e universale, come universale
e il Battessimo. Quello del ministro invece e dato dal sacramento dell’Ordine (elevazione a capo
nel Corpo di Cristo) e di conseguenza, e particolare. Quindi, la differenza tra i due modi del
unico sacerdozio in Cristo sta nel fatto che Gesù stesso e il capo del corpo prima di tutto, pero
forma con esso (corpo) un tutto unitario.

V. Liturgia e non liturgia


E naturale, all’esistenza stessa del culto, la distinzione tra culto interno e culto esterno, tra il
culto privato (preghiera personale, pii esercizi) e il culto pubblico (liturgia).
Oltre alle azioni liturgiche comunitarie (che restano la forma tipica e privilegiata del
pregare: SC 27) vi deve essere anche la preghiera “personale” e privata, che ciascuno è tenuto
a fare entrando nella propria stanza per pregare il Padre in segreto (Mt 6,6). E poiché occorre
pregare sempre senza interruzione (Lc 18,1) è evidente che oltre allo spazio riservato alla liturgia
comunitaria deve esserci necessariamente uno spazio anche per la preghiera personale che
estenda il dovere-necessità del pregare al resto del tempo. Del resto, chi non sa pregare
individualmente in segreto, come potrà pregare comunitariamente nell’assemblea comunitaria?
Questa è stata anche l’esperienza delle primitive comunità cristiane.
Per “liturgia”, come abbiamo visto, s’intende l’azione pubblica, solenne, qualificata di culto
il cui „soggetto“ celebrante è Cristo e la Chiesa ed il cui “oggetto” celebrato è il mistero
pasquale attuato di Cristo e la vita della Chiesa secondo testi, riti, tempi regolati dall’autorità
della Chiesa (SC 22). La liturgia è, perciò, la preghiera del “Cristo totale”: Capo e membra
esercitano il culto pubblico integrale, l’azione sacra per eccellenza, opera del Cristo sacerdote e
del suo Corpo che è la Chiesa (SC 7). Essa, in effetti, forma con il suo Capo la “mistica persona”
del “Cristo totale”. Misticamente unita dallo Spirito al suo Capo, essa partecipa del suo
intercessore servizio celeste “innanzi a Dio” (cf Eb 9,24; 7,25; 1Gv 2,1). I pii esercizi, sono,
invece, azioni di devozione il cui “soggetto” sono le singole persone, ed il cui “oggetto” sono
composizioni e forme di libera iniziativa dei fedeli senza che intervenga la Chiesa con la sua
autorità per regolarle con libri, testi, tempi. Si potrebbe anche dire che mentre la liturgia è azione
compiuta “da” Cristo e “dalla” Chiesa, i pii esercizi sono invece azioni compiute “in” Cristo e
“nella” Chiesa.
Dal momento che la liturgia è azione sacra per eccellenza, nessun’altra azione della Chiesa
allo stesso titolo e allo stesso grado ne uguaglia l’efficacia (SC 7). Pertanto, i rapporti tra liturgia
e pii esercizi devono essere regolati secondo le indicazioni di Sacrosanctum Concilium 13.