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Nuova Umanit

XXII (2000/1) 127, 127-134

II

Grard Ross, Atti degli Apostoli. Commento esegetico e teologico,


Citt Nuova, Roma 1998, pp. 894.

Dopo aver gi ampiamente commentato il primo libro del-


lopera lucana con Il Vangelo di Luca, pubblicato dalla stessa Edi-
trice nel 1992 (con una seconda edizione nel 1995) e recensito dal
sottoscritto in Lateranum LX (1994), pp. 171-172, ora Ross
produce un altro poderoso commento al secondo libro. Resta cos
completata limpresa grandiosa di uninterpretazione insieme ese-
getica e teologica delle due parti di unopera fondamentale dedica-
ta da Luca a uno sconosciuto cristiano di nome Teofilo. Che i
due libri vadano collegati, nonostante che il tradizionale elenco ca-
nonico li distingua inserendo tra di essi il Vangelo secondo Giovan-
ni, cosa accettata sostanzialmente da tutti, anche se tra la compo-
sizione del primo e quella del secondo lagiografo potrebbe aver la-
sciato passare un po di tempo.
Certo gli Atti rivestono unimportanza eccezionale soprattutto
per quanto riguarda la storia del primo cristianesimo. Infatti molte
notizie concernenti la prima chiesa di Gerusalemme, limpianta-
mento del vangelo fuori di Israele specialmente in Siria, e i grandi
viaggi missionari di Paolo, le dobbiamo a Luca. Questi per ha fatto
storiografia non col mero intento di salvare dalloblio le cose avve-
nute tra di noi, ma con la preoccupazione teologica di far vedere
come la testimonianza su Ges Cristo si sia diffusa mediante la forza
dello Spirito Santo e come su queste basi la parola cresceva. Luca
del resto ha narrato la storia cristiana delle origini privilegiando una
128 Un importante commento al secondo libro dellopera di S. Luca

precisa direzione geografica, quella che da Gerusalemme va verso


nord (Antiochia sullOronte) e di qui piega verso ovest per passare
attraverso lAnatolia e la Grecia e poi giungere a Roma. Vengono
cos ignorate le direttrici che vanno sia verso est (la Mesopotamia)
sia verso sud-ovest (Egitto, Cirenaica, ecc.). Ci dimostra appunto
che la preoccupazione di Luca non era la completezza storiografica,
ma era un programma teologico imperniato sulle idee-forza di Spiri-
to-testimonianza e prospettato come valido per tutti i tempi e i luo-
ghi della chiesa successiva. Lo studio degli Atti per, insieme alle
sue dimensioni storica e teologica, non pu ignorare i notevoli pro-
blemi letterari che il libro pone. Bisogna infatti almeno chiedersi
quali possano essere state le fonti a cui Luca pu aver attinto e in
particolare quale valore abbiano le cosiddette sezioni-noi alla pri-
ma persona plurale, che dal capitolo 16 in poi sembrano fare
dellautore un testimone oculare delle cose raccontate, per non dire
della questione posta dalla finale del libro che lascia Paolo prigio-
niero a Roma senza informarci sullesito del suo processo.
Ross dibatte tutti questi problemi sia in generale nellintro-
duzione (una sessantina di pagine) sia specificamente nel commen-
to al testo. E pu essere interessante richiamare qui almeno alcune
delle posizioni sulle quali egli si attesta, che di fatto mi trovano so-
stanzialmente consenziente.
Condivido anzitutto la tesi contraria a G. Schneider (il cui
commento stato pubblicato dalla Paideia), secondo il quale quan-
do Luca scrive il suo vangelo non avrebbe ancora avuto in mente la
composizione del libro degli Atti. Tra i vari esempi contrari infatti,
come anche ha rilevato R. Pesch, si pu ricordare che lomissione
da parte del vangelo lucano di ci che scrive Mc 7, a proposito del-
la discussione sul puro e limpuro, si spiega bene per il fatto che
Luca voleva riservare la questione agli Atti con il racconto del bat-
tesimo del centurione Cornelio da parte di Pietro in At 10. Il Ross
inoltre offre delle buone pagine (cf. pp. 10-16) sulla lingua propria
di Luca, da cui traspare come il Vangelo e gli Atti siano ben con-
nessi luno allaltro. La datazione proposta da Ross per gli Atti,
cio tra gli anni 80 e 90, mi sembra la pi sensata.
Particolarmente ampia, anche se dislocata in paragrafi diversi,
la trattazione del livello letterario del libro. Belle e utilissime le
Un importante commento al secondo libro dellopera di S. Luca 129

pp. 21-26 sullarte lucana di comporre la sua narrazione. Da parte


mia avrei amato uno sviluppo maggiore della questione del genere
letterario del libro con maggior documentazione comparativistica.
In compenso trovo del tutto condivisibile e sottoscrivo apertamen-
te la diffusa trattazione di due importanti questioni tipiche degli
Atti: quella circa i discorsi (pp. 41-47) e quella circa le sezioni-
noi (pp. 50-63). Nel primo caso, Ross raggiunge la conclusione
secondo cui i numerosi discorsi che costellano la narrazione lucana
sono di fatto una composizione redazionale, sia pur poggiante su
dati di tradizione, e quindi espressione della teologia dellautore.
Nel secondo caso, egli giunge a scartare due possibilit estreme (1:
che si tratti di un puro mezzo stilistico; 2: che Luca utilizzi dei pro-
pri ricordi o appunti personali) e lascia invece intravedere una so-
luzione intermedia, secondo cui le narrazioni alla prima persona
plurale testimonierebbero lutilizzazione di appunti o ricordi altrui,
cio di una persona diversa dallautore del libro. Mi paiono conclu-
sioni ben discusse ed equilibrate.
Anche quanto allo scopo del libro (pp. 31-36) Ross adotta
soluzioni sagge. Luca non sembra voler rispondere a una crisi
didentit della chiesa del suo tempo. Egli piuttosto intende far ve-
dere che la chiesa vive uno sviluppo che fa parte del piano di Dio,
e che, passando attraverso Israele, giunge ad annunciare levangelo
ai Gentili fino allestremit della terra. Secondo Ross, confer-
mando lipotesi di G. Schneider, Luca fa questo rivolgendosi a un
cristiano di nome Teofilo che probabilmente aveva fatto parte
dei cosiddetti timorati di Dio, cio di quei Gentili che erano fa-
miliarizzati con la vita religiosa della sinagoga, rivolgendosi attra-
verso di lui a tutta la loro cerchia che storicamente rappresent
lanello mancante tra il puro giudeo e il puro pagano. Anche il ri-
tratto di Paolo che emerge dal libro (cf. pp. 47-50) si inserisce be-
ne su questo sfondo intenzionale. Luca infatti lo presenta come
espressione della continuit nel passaggio da una chiesa giudeo-
cristiana radicata nel Ges terreno e nelle tradizioni dIsraele a
una chiesa che, senza perdere le sue radici storico-salvifiche, or-
mai aperta alla societ pagana dellantico Mediterraneo. Ross
avrebbe forse potuto dedicare pi spazio alla cosiddetta teologia
degli Atti, complessa ma certamente ricca, sulla quale esiste ora
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lutile volume pubblicato da I. H. Marshall e D. Peterson, curato-


ri, Witness to the Gospel. The Theology of Acts, Eerdmans, Grand
Rapids/Cambridge 1998, p. 610. Peraltro, la bibliografia generale
offerta da Ross (pp. 64-72) quanto mai ampia e sostanzialmente
aggiornata fino alla vigilia della pubblicazione del suo commento.
Per quanto riguarda lesegesi vera e propria del lungo testo
degli Atti, certamente difficile darne conto nelle poche pagine ri-
servate a questa recensione. Mi accontento qui di esaminare qual-
che caso a mo di saggio.
Il racconto della cosiddetta Ascensione (meglio si dovrebbe
dire: Assunzione) di Ges al cielo in At 1, 9-11 analizzato sulla
scorta opportuna della critica recente che vi scorge il genere lette-
rario del rapimento al cielo (G. Lohfink), ben attestato nella let-
teratura antica sia israelitica sia greco-romana. Ross per integra
bene questa dimensione critica con quella della funzione teologica
che il racconto assume allinterno dellopera lucana, mettendo in
luce come il racconto intenda chiudere il tempo storico di Ges e
insieme aprire sullavvenire della chiesa e della sua testimonianza
fino alla parusa.
Particolarmente felice lesegesi del racconto della Penteco-
ste in At 2, 1-13, che ha un valore determinante per lintero svilup-
po narrativo-teologico del libro. Ross, tacendo, fa giustizia del
collegamento frequentemente operato a livello omiletico tra que-
sto momento e lepisodio biblico della Torre di Babele, che in ef-
fetti non ha nulla a che fare con la pagina lucana. Egli invece giu-
stamente si rif alle tradizioni israelitiche concernenti la teofania
del Sinai, illuminanti e necessarie per comprendere adeguatamen-
te il nostro testo. Alla luce dellHaggadh giudaica, secondo cui
Yhwh al Sinai divise la sua voce in 70 lingue per farsi intendere da
tutti i popoli della terra, il fenomeno delle lingue parlate dagli
apostoli (altre lingue in 2, 4) viene esattamente spiegato non co-
me glossolala ma come xenolala. Il fenomeno cio non parago-
nabile a quello della chiesa corinzia (cf. 1 Cor 14), cos da far in-
tendere che le lingue parlate, di per s incomprensibili, sarebbero
invece state miracolosamente capite dagli ascoltatori (miracolo di
audizione). Piuttosto si tratta semmai di un miracolo di elocuzio-
ne, per cui gli apostoli parlano in maniera intelligibile a tutti: I di-
Un importante commento al secondo libro dellopera di S. Luca 131

scepoli sono resi capaci di parlare a un assembramento internazio-


nale nelle diverse lingue... con il preciso intento teologico e narra-
tivo di Luca: quello di aprire alluniversalismo fin dallinizio; il
Vangelo destinato ad essere compreso in tutte le lingue e in tutte
le nazioni (p. 133).
Un punto discriminante nel percorso narrativo di Luca il
dissidio tra Ebrei ed Ellenisti allinterno della comunit gero-
solimitana (ai capp. 6-7). La trattazione che ne fa Ross anche con
un apposito Excursus (pp. 273-281) allinterno di una dettagliata
esegesi (pp. 264-330) fa emergere il ruolo decisivo svolto dal grup-
po di Stefano nellimprimere una svolta al corso degli avvenimenti
allinterno della statica chiesa gerosolimitana. Le posizioni critiche
di questi ellenisti (= gruppo di cristiani provenienti da un giu-
daismo di lingua e mentalit greche) nei confronti sia della Torh
sia del Tempio stanno di fatto allinizio della missione ad gentes (e
prima di tutto verso gli eretici Samaritani) prima anche che Paolo
intraprendesse la sua predicazione di Apostolo dei Gentili, il quale
anzi in quanto zelante fariseo non aveva potuto tollerare le censu-
re da loro apportate alla tradizione dei padri.
Anche il cosiddetto concilio apostolico (qui detto in forma
pi neutra assemblea) di Gerusalemme in At 15, 1-35 svolge un
importante ruolo di snodo nello sviluppo del metodo di evangeliz-
zazione e nel passaggio dai Giudei ai Gentili. Come si sa, a Geru-
salemme si decise di non richiedere la circoncisione ai Giudei che
avessero accettato levangelo, ma con una soluzione di compro-
messo si richiesero loro quattro condizioni di tipico stampo giu-
deo-cristiano: astenersi dalle contaminazioni degli idoli e dalla
porneia, dal soffocato e dal sangue (15, 20; ordine diverso e forse
migliore in 15, 29: astenervi dagli idolotiti, dal sangue, dai soffo-
cati e dalla porneia). il cosiddetto Decreto Apostolico che tanti
problemi ha suscitato e tanto ha fatto scrivere di s. Il Ross adot-
ta una interpretazione che credo la migliore: si tratta di proibizio-
ni di tipo rituale, non morale (p. 579, nota 98), desunte da Lev
17-18, tali da rendere possibile la convivenza tra giudeo-cristiani e
pagano-cristiani nelle chiese miste per rispetto nei confronti dei
primi, la cui vita era regolata dalla Legge di Mos (si potrebbe sol-
tanto ulteriormente ribadire insieme a J. Wehnert, Die Reinheit
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des christlichen Gottesvolkes aus Juden und Heiden. Studien zum


historischen und theologischen Hintergrund des sogenannten Apo-
steldekrets, FRLANT 173, Gttingen 1997, che, oltre a rilevare la
mediazione del Targum di Lev 17s, lintenzione del Decreto
quella di costituire il nuovo popolo di Dio costituito insieme di
Giudei e di Gentili ma secondo una teologia di conio giudeo-cri-
stiano). In particolare Ross non traduce il termine greco porneia,
che giustamente egli ritiene riferirsi con ogni probabilit ai matri-
moni incestuosi proibiti da Lev 18, 6-8 e che perci risulta davve-
ro di difficile versione. Il giudeo-cristianesimo del Decreto peral-
tro traspare chiaramente dal fatto che la proibizione di mangiare
gli idolotiti (carni di animali immolati nei tempi pagani) non coin-
cide e anzi contrasta con il permesso che invece Paolo ne dar in
1 Cor 8-10.
Molto buono ho trovato il commento al famoso discorso di
Paolo nellAreopago di Atene dove egli si confront con i rappre-
sentanti della cultura greca. Ross ne fa una buona analisi lettera-
ria e di metodologia missionaria. Egli ritiene giustamente che la
composizione sia redazionale, ma sottolinea il fatto di un interes-
sante intreccio culturale: Se da una parte la predicazione cristiana
offre al mondo il messaggio nuovo del vangelo..., a sua volta la fe-
de cristiana riceve dal mondo ellenistico un linguaggio e concetti
che dovr assumere, pur trasformandoli e innalzandoli al livello
della rivelazione (p. 640).
Uno dei problemi pi discussi degli Atti quello che riguar-
da la cronologia di Paolo. Il punto pi sicuro a questo proposito,
stante lincontro di Paolo con Gallione proconsole di Acaia in At
18, 12-16, la celebre iscrizione di Delfi che ci permette di datare
il proconsolato del fratello Seneca tra il 51 e il 52 oppure alternati-
vamente tra il 52 e il 53. Ross offre i dati essenziali della questio-
ne alle pp. 660-661 ma per prudenza evita di pronunciarsi sul pos-
sibile momento in cui i due si incontrarono. Egli invece si pronun-
cia a proposito di unaltra spinosa questione di cronologia, quella
concernente il passaggio tra i Procuratori Antonio Felice e Porcio
Festo, di cui si parla in At 24, 27: essa avvenuta verso lanno 59,
come tradizionalmente si pensa, o gi nellanno 55? evidente
che la dislocazione degli ultimi anni della vita di Paolo ne risulte-
Un importante commento al secondo libro dellopera di S. Luca 133

rebbe assai condizionata. Poich qui si parla di un biennio con-


cluso (dieta), si pone linterrogativo se Luca si riferisca a un bien-
nio di prigionia di Paolo o a un biennio di magistratura di Antonio
Felice in Palestina. Alla p. 810 Ross opta per la prima possibilit,
che per a mio parere non gode contestualmente di una sicura
probabilit. La conoscenza di un importante articolo di Giancarlo
Rinaldi del Dipartimento di Discipline Storiche allUniversit di
Napoli (Procurator Felix. Note prosopografiche in margine ad una
rilettura di At 24, Rivista Biblica, 39 [1991], pp. 423-466; ma cf.
anche A. Suhl, Der Beginn der selbstndigen Mission des Paulus:
ein Beitrag zur Geschichte des Urchristentums, New Testament Stu-
dies, 38 [1992], pp. 430-447), avrebbe indotto almeno ad una
maggiore cautela. Si tratta certo di una quaestio disputata; infatti,
dei due commenti inglesi usciti contemporaneamente a quello di
Ross nello stesso 1998, cio quello di J.A. Fitzmyer (nella collana
Anchor Bible) e quello di C.K. Barrett (2 volume, nella collana
Intenational Critical Commentary), il primo pensa al biennio
della prigionia di Paolo, mentre il secondo al biennio della Procu-
ra di Felice. A mio parere, questa seconda possibilit degna di
ogni attenzione.
Dunque, in conclusione, possiamo dire che Ross ha steso
davvero un grande commento. Esso si impone non solo per la sua
mole, ma soprattutto per la sua qualit. Questa poi si misura in
base non solo alla minuta analisi esegetica costantemente condotta
sul testo originale, ma anche in base allabbondanza delle informa-
zioni storiche, letterarie, e bibliografiche, a cui si aggiunge la
preoccupazione di tenere sempre presente lintenzione teologica
di Luca. Abbiamo cos tra mano uno strumento di consultazione
di primordine, che spero venga utilizzato non solo dagli addetti ai
lavori ma anche dai pastori danime e dai gruppi biblici. In defini-
tiva, il commento assolve alla stessa funzione che gi Luca in per-
sona si era prefisso allinizio del suo Vangelo: ...perch ti possa
rendere conto, o illustre Teofilo, della solidit degli insegnamenti
su cui fosti catechizzato (Lc 1, 4). Se vero che queste parole val-
gono in primo luogo per il Vangelo, non possiamo pensare che es-
se non siano buone pure per gli Atti, visto che questi sono indiriz-
zati allo stesso personaggio. Allora vale laugurio che tanto un Ori-
134 Un importante commento al secondo libro dellopera di S. Luca

gene quanto un Ambrogio fanno ai lettori di Luca: giocando sul


significato del termine greco Teofilo, che si pu intendere sia co-
me amato da Dio sia come amante di Dio, essi qualificano co-
me tali anche tutti i cristiani per affermare conseguentemente che
Luca si rivolge pure ad essi. Ma certamente ad essi pensa anche
Ross, identificandosi in ci con Luca stesso.

ROMANO PENNA