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Invisibili sapienze

Presentazione
Il lavoro di cura è quello che sostiene il divenire umano, è sapienza esistenziale che si esprime in
visibile e invisibile: nell'intenzionalità di uno sguardo, nella delicatezza di un tocco, nell'intimità di
una vicinanza. Germoglia in segreto e viene coltivata nella quotidianità. Nella nostra società sono
soprattutto le donne ad accudire, alfabetizzare ed educare i bambini. L'opera di cura genera vita,
umanità, ricchezza simbolica e affettiva. Il volume si articola in tre parti, la prima delle quali si apre
sulle recenti trasformazioni sociali e familiari che impongono ai servizi per l'infanzia una rinnovata
attenzione verso i genitori, specie nel periodo immediatamente successivo all'arrivo di un figlio.

Prima parte - Saperi originari


Interrogare i cambiamenti per non subirli

La modernità ha portato una riorganizzazione complessiva delle relazioni, degli scenari di vita, dei
comportamenti, che ha concorso a una profonda trasformazione della famiglia. La
sovrabbondanza di spazi fruiti ogni giorno è continuamente attraversati con i moderni mezzi di
comunicazione e di trasporto, ha determinato una contrazione degli spazi di sosta, di conoscenza e
in aggiunta, l'intensificazione dei ritmi di vita ha reso più drammatica la perdita del senso unitario
dell'esistenza: il nuovo non trova possibilità di elaborazione e integrazione. In questo quadro i
genitori faticano a individuare occasioni di confronto e scambi di esperienze: i nonni vivono
sempre nelle vicinanze, l'attività lavorativa riduce la possibilità di incontri spontanei perciò
aumentano i rischi di depressione, le insicurezze educative, sensi di smarrimento. Quando ci si
trova davanti ad una nuova esperienza ci hanno due possibilità o la negazione o la delega ai
cosiddetti esperti come pediatri, educatrici etc. La relativa solitudine in cui vivono le famiglie
aumenta l'ansia suscitata dai normali problemi della crescita. La nascita di un figlio è un evento
che porta molta gioia ma è anche un'esperienza critica poiché introduce ruoli inediti, sovverte le
posizioni familiari, assegna nuove misure agli spazi di coppia e ai ritmi quotidiani. Spesso i genitori,
totalmente assorbiti dall'impegno che in piccolo richiede, si trovano a loro volta nella condizione di
aver bisogno di conforto, rassicurazione e sostegno poiché prendersi cura di un bambino esaurisce
tutte le forze a tal punto che non c'è più per il dialogo e la tenerezza nella coppia. Molto
importante, in questa situazione, è trovare sostegno perciò le educatrici devono mettersi a
disposizione dei neogenitori. Le educatrici hanno il privilegio di aiutarli a nascere come genitori.
Può essere utile consentire alla coppia di ripercorrere i passaggi cruciali della gravidanza e del
parto, scorgendovi le prime tracce di insegnamenti e apprendimenti da mettere in atto nella

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relazione educativa verso di sé come genitori e verso il figlio. Per esempio la segretezza che
avvolge il concepimento insegna a farsi custodi di quanto non può essere totalmente riversato sul
figlio  sono molte le apprensioni di una famiglia lungo il percorso di crescita di un bambino, di un
adolescente, di un giovane ed è compito dei genitori tenere timori e preoccupazioni per sé,
evitando di trasmettere insicurezza e sfiducia. Un'altra sapienza pedagogica e l'avvertenza che, nel
rapporto col figlio, molta parte di quanto accade sfugge al controllo, si sottrae a ogni pretesa di
prevedibilità e di pianificazione  non vale la correlazione tra la semina e il raccolto. La pazienza
che ha sostenuto l'attesa deve continuare a caratterizzare lo stile educativo genitoriale per
consentire a quest'ultimo scoperte proprie e tollerabili frustrazioni. La pazienza implica la
disponibilità di andare incontro all'altro là dove si trova, concedendogli nuove opportunità di
cambiamento. L'anima nera della responsabilità-genitorialità è la tensione etica del
decentramento che si tratta di una condizione che si sperimenta tante volte nella maternità
ovvero rispondere alla chiamata del pianto, risponde al bisogno, rispondere al desiderio 
rispondere vuol dire decentrarsi, mettersi in cammino. Nel sostenersi reciprocamente in questo
compito, i genitori attuano il momento fondamentale dell'educare, che consiste nel portare
continuamente alla luce così come avviene durante il travaglio e il patto. Mettere al mondo un
figlio significa sostenerlo nei suoi passi incerti, ma anche arrivare a lasciarvi la mano in che posto
sperimentare la propria autonomia. Le energie che l'evento generativo richiede sono talmente
ingenti da indurre in molti casi a riservare una attenzione residuale alla vita di coppia che deve
imparare a salvaguardare i propri spazi di intimità e affettività matura, nonostante i figli. È
importante che la coppia che mette al mondo un figlio si alimenti nella capacità di rinnovarsi
perché solo così il figlio ne ricaverà linfa vitale, se il principale argomento di interesse e
conversazione è l'affetto verso il bambino, il legame di coppia rischia di assottigliarsi fino a
spezzarsi. Ad aiutare i genitori, vi sono i nidi d'infanzia, luoghi sempre più importanti per la
consulenza e il supporto dei compiti educativi verso i figli. Il sostegno educativo si delinea come un
processo di aiuto finalizzato a promuovere e a portare a espressione le potenzialità educative
presenti nella coppia. Il personale educativo aiuta la coppia di genitori a trovare in se la strada per
entrare via via più in profondità nella relazione con i figli. Le educatrici dovranno operare non solo
in funzione dei bambini ma anche della famiglia nella sua globalità, sapendo cogliere con
delicatezza e discrezione i vissuti di una coppia in trasformazione e le fatiche di una complessità
sociale. Le educatrici hanno il compito di affiancare padri e madri con la finalità della promozione
delle abilità genitoriali, la diminuzione dell'esclusione sociale tra le famiglie, la mobilitazione del
potenziale educativo di ogni genitore, un'interazione genitori-bambini più ricca e che possa
facilitare la crescita dei bambini. Conoscere la storia di una famiglia significa offrire possibilità di
incontro e di dialogo e connettere comportamenti, parole, silenzi con la complessità di
un'organizzazione sociale che si riflette nella storia della famiglia  tutto ciò consente di
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comprendere meglio le personalità dei suoi membri e le loro dinamiche interpersonali.
Nell'alleanza nido-famiglia sta la possibilità di un rafforzamento reciproco che si concretizza in
funzioni e responsabilità distinte ma convergenti verso un unico fine. Le famiglie individuano nelle
educatrici dei riferimenti qualificati e autorevoli, mentre queste ultime possono trovare nei
genitori un supporto competente e solidale con cui coltivare comuni investimenti di valore,
scambiarsi impressioni sui percorsi evolutivi dei figli. Il modello operativo che caratterizza i nidi
d'infanzia passa da un approccio centrato sul bambino a uno che sostiene i genitori nella
realizzazione del loro compito educativo. In questa prospettiva l'educazione non si configura come
un processo lineare tra chi esercita la professione e chi la riceve, quanto piuttosto un processo
circolare co-costruito da educatrici e genitori insieme. Assumendo con determinazione il compito
di introdurre e sostenere mamme e papà nella funzione educativa, il personale dei nidi estendere
il proprio operato al di là del perimetro della struttura, divenendo fonte propulsiva di elaborazione
politica finalizzata alla realizzazione di una società educante. A questo scopo i servizi per l'infanzia
potrebbero addirittura intensificare questa loro vocazione raccordandosi con il personale e i luoghi
che si occupano del venire al mondo come consultori o ospedali, proponendosi come luoghi in cui
scambiarsi esperienze e rinforzarsi reciprocamente ma anche luogo di rilievo politico in quanto
capace di riportare in una dimensione comunitaria un tema che diversamente rischia di venire
rimosso. Educatrici e educatori possono proporsi quali interlocutori autorevoli per le famiglie
quando contribuiscono a mettere i genitori nella condizione di essere buoni educatori e questo è
possibile non solo garantendo la cura educativa dei bambini, ma anche qualificandosi come attivi
promotori di comprensione cioè capaci di portare all'attenzione quelle connessioni che
concorrono a rendere i soggetti maggiormente protagonisti del proprio tempo. L'impegno a
rendere permeabili i consigli tra famiglie e istituzioni educative, favorendo la sintonia sui valori e
sugli obiettivi che guidano i percorsi di crescita, è determinante per realizzare una sintonia
progettuale e per contrastare quella separatezza e quell'isolamento che stanno alla base di
atteggiamenti di diffidenza e contrapposizione.

L'apparire custodisce l'essenziale: le radici dell'esperienza educativa

L’esperienza educativa chiama in causa tutti e cinque i sensi infatti l'acquisizione delle prime
competente nasce dalla combinazione di più facoltà sensoriali (tatto, vista, udito…). Lo sviluppo
delle abilità necessarie alla rappresentazione simbolica della realtà passa attraverso il contatto
diretto con le cose; ogni oggetto è per il bambino materialità pura, da conoscere nella sua
consistenza, forma, colore. La funzionalità dell'oggetto non è importante a quest'età. L'incontro
tra bambini e educatrici al nido avviene nel campo del silenzio pieno di sensazioni, di prossimità e
contatti corporei. Nel corpo a corpo con l'esperienza si incontrano sguardi in cerca di ospitalità,
l'educatrice li accoglie in sé e con la memoria di quell'intimità li posa sulle cose. La capienza di quel
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gioco di intese sta nel lasciarsi guidare cercando di guadagnare una prospettiva da cui quegli occhi
stupiti desumono visioni del mondo. Molta di questa sapienza rimane non vista perché si esprime
in quella dimensione precategoriale che sta ai margini della cultura e stesso ne costituisce lo
sfondo o viene addirittura rimosso. La prima facoltà che permette di compiere il mondo intorno a
sé è il sentire e il nido è l’ambito educativo in cui questa facoltà può maggiormente costruire un
punto di incontro fra grandi e piccini. La libertà di sentire la vitalità del proprio corpo il dialogo con
le cose e le altre presente permette al bambino di cogliere il proprio essere-nel-mondo come un
con-essere (co-sentire  con le lessi con lo sguardo inizialmente della madre e poi delle
successive figure affettive che si prendono cura di lui). Sospendere i costrutti di per ricercare una
sintonia di sguardi, carezze, contatti potenziati il sentire nella forma del compartecipare. Nel nido
questo significa coltivare una continuità di contatti che si cercano e si occupano. Il corpo dei piccoli
porta iscritte in sé le parole di chi li ha curati e li cura e queste parole essenziali risulteranno il loro
punto di forza e di libertà con gli altri bambini nel percorso di crescita. I contesti educativi,
specialmente quelli dedicati alla prima infanzia, sono luoghi di cultura, una cultura essenziale-
esistenziale. Una sapienza sottile che caratterizza il lavoro educativo e di cura al nido è quel saper
stare vicino all'inizio che presuppone la capacità di stare accanto ai bambini quando iniziano a
parlare, a camminare, a ragionare e di stare accanto ai genitori che iniziano ad assumere compiti e
responsabilità educative. Una delle prime evidenze che si incontrano riflettendo sull'evento
educativo è la centralità della dimensione fisica, corporea, dell'incontro che tuttavia patisce una
scarsa considerazione. Stare in ascolto della vita particolare che si esprime nel corpo e col corpo,
con un’attenzione vigile agli umori e ai sentimenti che conferiscono specifiche tonalità appetire
alle relazioni, scorta l'insignificanza che da sempre la nostra cultura riserva alla vita incarnata
rispetto a quella pensata, alle facoltà razionali rispetto a quelle emotive. Da parte di chi ha
responsabilità educative iniziare bambini e bambine alla libertà ha origine dalla consapevolezza dei
diversi processi e strutturano identità femminile e quella maschile e delle implicazioni che tali
processi determinano nei modi di rapportarsi agli altri e al mondo. A partire dalla diversa
costruzione della propria identità, il genere maschile e il genere femminile stabiliscono un
rapporto profondamente differente con se stessi, con gli altri e cOn il mondo ( per esempio la
bambina costruisce la propria identità nella relazione con la madre e, in virtù di questa relazione di
continuità col femminile, senza che vengano meno i confini tra il proprio sé e il resto del mondo,
concepisce ogni essere come intimamente connesso agli altri da una serie di relazioni. Ascoltare le
differenze che parlano attraverso il corpo è l'occasione per interrogare un disagio e rendere
evidente una necessità: l'insostenibilità di un sapere che continua a procedere per separazioni e
contrapposizioni, nell'urgenza di creare un diverso modo di abitare il mondo. I fondamenti di
un'etica della cura educativa sono rintracciabili nella esplicitazione dei tratti costitutivi della stessa
idea di cura, da intendersi come premura, devozione e ascolto della vita. Questo si afferma
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primariamente nel corpo, poiché e nel prendersi cura del corpo che si concretizza la prima,
essenziale porta di attenzione all'esistenza. Educare con il corpo significa in sostanza porsi come
mediatori consapevoli tra contenuti didattici, le ansie, le toglie, le agitazioni di bambini e bambine,
attraverso un continuo calibrare avvicinamenti e allontanamenti di sguardi, gesti e parole. Questo
implica da un lato la capacità di accordare spazio di attenzione e legittimità al proprio sentire,
perseguendo una fedeltà alla propria parzialità, dall'altro la capacità di decentrarsi, accogliendo il
punto di vista dell'altro. La relazione con gli altri è ciò che stabilisce chi siamo. Assecondare i
bambini nella costruzione della propria soggettività significa familiarizzarli a un processo di
continua scoperta, che rende accessibile a qualcuno la grandiosità di passi protagonista originale e
creativo di un orizzonte di senso non dato a priori. Il sapere che proviene dall'esperienza è il
sapere del mutamento, della ricerca di una forma mai del tutto compiuta, che si lascia attraversare
da turbamenti, dalla sensibilità, dagli affetti etc. E’ un sapere in costante evoluzione, così come è il
continuo cambiamento chi lo pronuncia. Costruire e rimodellare l'esperienza consente di cogliere
nelle dissonanze possibili aperture. La relazione si presenta autenticamente educativa quando
persegue quel pensare insieme che si realizzano nello stadio dialogico e perché questo accada c'è
bisogno che si coltivi tra gli altri il sentimento della tenerezza  tonalità emotiva che consente alla
mente di protendersi verso l'altro, ammorbidendo ogni asperità discorsività. Nell'altro è possibile
riconoscere un sé perciò è molto importante uscire dal miglio per incontrarsi con il tu. L'attitudine
alla tenerezza è un'esigenza insopprimibile dell'animo, che consente di essere indulgenti con se
stessi, riconciliandosi con i propri limiti senza ingrandirli oltre misura.

Aver cura della vita emotiva: essenza dell'educazione al nido

Quando si parla di emozioni e sentimenti si pensa sempre a qualcosa di intimo, in comunicabile e


segreto, in realtà essi esistono principalmente nella nostra relazione con il mondo o con le nostre
percezioni del mondo e degli altri. Essi sono tra noi e il mondo che ci mettono in comunicazione
con la realtà e i suoi soggetti. Oggi si riconosce che tra la dimensione cognitiva e quella emozionale
esiste un rapporto di reciprocità infatti si è studiato che le emozioni influiscono sulle capacità con
le e viceversa. L'agire intelligente consiste nell'equilibrio armonioso tra ragione ed emozione. Le
emozioni non sempre rappresentano una minaccia dei si possono anche costituire vere e proprie
risorse per far fronte alle situazioni, per seguire la risoluzione dei problemi e la gestione delle
relazioni sociali. Le emozioni hanno funzioni comunicative e avvertite infatti ci dicono qualcosa sul
mondo che possono influenzare le nostre decisioni e orientare il nostro comportamento. Le
professioni educative sono intrise di sentimenti e i vissuti emotivi importanti infatti ci si prende
cura degli altri non solo attraverso il sapere scientifico-tecnologico ma anche attraverso l'umanità
personale e la qualità della relazione che si instaura. Nel lavoro di cura l'affettività è la struttura
portante poiché è molto importante sapere cosa si agita nell'interiorità delle persone di cui ci si
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prende cura poco cui si collabora nella cura educativa di qualcuno. In bambino nasce con un
patrimonio di competenze propositive che gli permette di stabilire relazioni ricche di significato
con le persone che si prendono cura di lui. Ciò che garantisce continuità tra vita uterina e il mondo
esterno è la figura materna poiché quest'ultima stabilisce le prime e fondamentali connessioni tra
le sensazioni interne neonatali e le esperienze ambientali. Nei primi mesi del bambino, la madre
svolge una funzione fondamentale riguardo allo sviluppo della vita emotiva del figlio poiché
integra al suo posto i sentimenti, il dolore, la rabbia, gli stati di eccitazione. E’ la madre a
ripercorrere mentalmente il significato degli eventi vissuti dal miglio e a comprendere ciò che
accade. Se ben preparato, l'ingresso al nido è sostenuto da un passaggio di fiducia: dalla madre
alle educatrici e del bambino verso le stesse figure educative. Nel mito i bambini devono trovare
qualcuno che li sostenga e li contenga, come se fosse qualcuno “ autorizzato” dalla madre a
divenire un nuovo partner. Si è notato come la presenza di altre figure di accudimento, diverse da
quella materna, incidano nell'influenzare lo sviluppo del bambino, infatti le educatrici sono
indispensabili per proseguire il lavoro di integrazione e elaborazione degli studi e motivi iniziato
dalla madre. Prendersi cura degli altri è strettamente correlato con il prendersi cura di sé poiché la
prima condizione per aver cura degli altri è divenire consapevoli della postura anteriore con cui ci
si rapporta alla realtà, postura che contribuisce a suscitare le reazioni degli altri ai nostri stimoli ( è
risaputo che una persona positiva caratterizzata da atteggiamenti aperti e benevoli suscita
apertura e fiducia). Questa postura anteriore può caratterizzare gli stenta per periodi limitati o
protrarsi a lungo tempo e connota affettivamente il modo di percepire se stessi e la propria vita, di
sentirsi nel mondo e con gli altri  si tratta di tonalità emotive ovvero forme affettive del nostro
essere-nel-mondo come vuoto esistenziale, senso di noia, nostalgia, felicità etc. Esse determinano
il modo di percepire e di rappresentarci ciò che ci sta intorno, la situazione che viviamo nella sua
qualità di vita e persino il futuro che ci è dato nelle sue possibilità. Esse condizionano le nostre
relazioni interpersonali, le colorano di una certa tinta affettiva e ci orientano a certi pensieri e
certe azioni, precludendoci magari altri e diversi modi di pensare e di comportarci. Le tonalità
emotive hanno anche un significato relazionale ovvero intuire la qualità emotiva della sua con-
sonanza con il mondo e lasciare che i suoi vissuti abbiano una ri-sonanza in noi.

L'ambiente relazionale in cui il bambino nasce e cresce, dove riceve le prime cure e consegue
quelle che si riveleranno come le acquisizioni più importanti di tutta la sua esistenza, fa da cornice
alle esperienze successive. L'importanza dei primi anni di vita e la loro ricaduta su tutto il tempo
che seguirà è ormai riconosciuta. Nella nostra società si ha un bonbardamento di stimoli esterni e
una grande carenza di comunicazione, un pieno di cose e un vuoto di relazioni: siamo degli
analfabeti rispetto alla comprensione e gestione dei sentimenti. In realtà, proprio la dimensione
affettiva è strumento privilegiato di autoregolazione e conoscenza di sé nonché condizione che

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autorizza, promuove o al contrario inibisce la conoscenza del mondo esterno. I bambini piccoli
necessitano della presenza dell’adulto per riconoscere e contenere le proprie emozioni. Una
relazione empatica tra adulto il bambino può facilitare quest'ultimo ad esprimere le proprie
emozioni, a contenerle. Educare alla vita emotiva, all’esperienza via via sempre più consapevole
dei sentimenti, significa indurre il bambino ad assumersi la responsabilità di un sentire che non è
mai chiuso in se stesso, ma si riflette sugli altri attraverso i gesti, la comunicazione. L’assunzione di
questa consapevolezza fa dell’”individuo sociale” un soggetto morale. Se si insegna infatti fin da
piccoli a restare in contatto con la propria vita corporea e emozionale, i bambini cresceranno più
simpatici e sensibili, capaci di decentramento emotivo, cioè in grado di capire l'esperienza vissuta
dall'altro e sintonizzarsi su di essa e agire di conseguenza. In questo senso i servizi per l'infanzia
svolgono un lavoro prezioso. Una società avanzata e stabile necessità di adulti capaci di
fronteggiare le difficoltà con la cooperazione e organizzazione, capaci di interagire in modo
empatico: perché questo possa accadere è indispensabile che i bambini restano e vivono in
famiglie e istituzioni empatiche che garantiscano opportunità di sviluppare competenze
psicologica su base emotiva. Attivare un'educazione affettiva comporta prima di ogni altra cosa
acquisire consapevolezza e responsabilità delle proprie fragilità emotive e delle proprie risorse,
sapere cosa si può coprire al genitori e bambini e quali vulnerabilità richiedono sostegno. Solo
attraverso una continua auto chiarificazione , l'educatrice acquisisce quella maturità necessaria a
percepire ciò che il bambino e in grado di affrontare e ciò in cui invece ha bisogno di sostegno. Le
competenze educative nascono anche da rielaborazioni collettive che si arricchiscono del
confronto, del lavoro svolto in Comune, della compresenza quotidiana. Parliamo di gruppo di
lavoro ovvero un insieme di operatori che cercano di completarsi. Il gruppo ha l'esclusiva
peculiarità di attivare e moltiplicare il potenziale creativo di ognuno, produrre innovazione e
promuovere i processi di elaborazione del nuovo. Il gruppo è un moltiplicatore di energie e
pensiero, favorisce il raccordo tra teoria e pratica e sostiene il coordinamento delle diverse facoltà
non è. L'efficienza del gruppo di lavoro si misura ed è prodotta: dal clima relazionale, dal livello di
coesione, dal senso di appartenenza e di identità, dal funzionamento in equipes. Prevedere un
tempo per verificare se l'energia emotiva e cognitiva scorre senza impedimenti consente di porre
una distanza tra se stessi e l'esperienza, il coinvolgimento può togliere lucidità e ridurre la libertà
di azione. Aver fatto esperienza di una professione per anni può portare alla routine, all'abitudine
e altre forme standardizzate di risposta. Ma se quell'esperienza è collettivamente pensata produce
1+ acuta capacità di leggere gli eventi, di cogliere i segnali per ciò attraverso la pratica della
condivisione si possono cogliere le condizioni di cambiamento migliorativo. Il gruppo di lavoro è
l'ambito in cui si devono poter risuonare i vissuti emotivi di tutti i soggetti coinvolti. Se
caratterizzate da relazioni fluide e serene, esso rappresenta il luogo fisico e simbolico ideale in cui
l'esplicitazione di rappresentanza e stati d'animo, alimentano la tensione positiva a trovare parole
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che indicano in senso e il valore delle cose. Condividere lo stesso ambito professionale, destinare
risorse al suo funzionamento, orientare le competenze, combinare le diverse specificità
professionali in vista di un medesimo progetto sono tutti accorgimenti che realizzano e verificano
la capacità creativa e operativa di un gruppo ma solo dopo tutto ciò si può elaborare una visione
della realtà condivisa tra i suoi operatori, finalità e orientamenti di valore che stabiliscono le
priorità in base a cui definire piani di lavoro. All'interno del nido aver cura dei vissuti emotivi dei
bambini significa innanzitutto costruire un clima relazionale emotivo tra adulti, un clima
accogliente e affettivo. Avere cura delle relazioni implica un costante lavoro su se stessi ovvero
avere cura del proprio vissuto, del proprio sentire. Da qui deriva il senso di appartenenza contesto
professionale che sancisce quel pensarsi parte di un noi. Sentirsi corresponsabili di un gruppo e
delle dinamiche che lo caratterizzano vuol dire resistere alla tentazione di imputare eventuali
partite e insoddisfazioni significa anche percepire l'importanza del proprio personale contributo.
La vita di gruppo può attraversare momenti molto faticosi e se si lascia che il negativo si radichi e
corrotta, danneggerà irrimediabilmente la vita di relazione per ciò affrontarlo non è solo un
compito professionale ma anche una necessità per l'identità individuale e del gruppo. Accoglie
emozioni e sentimenti tipici di, riconoscere errori permette di guardare il negativo, di
circoscriverlo e di farne motivo di una partecipazione collettiva non colpevolizzante e di
modificarlo in una dimensione simbolica. Le emozioni sono una parte importante della vita perché
ci danno una certa sostanza e profondità. Per essere di valore, significative e fonte di conoscenza,
per noi e per gli altri, le emozioni devono essere collegate a ciò che succede e la loro trascrizione
rappresenta una risposta a fatti e a una valutazione sulle nostre agire e pensare rispetto a quelli
fatti. La riflessione sulle emozioni, sul sentire, educa la vita emotiva. Questa forma di educazione,
consente di rilevare nelle emozioni e dei sentimenti le prime attendibili fonti di giudizio. Attraverso
la capacità di esercitare un ascolta empatico è possibile osservare il reale dal punti di vista
dell’altro, dilatando il punto di osservazione cosicché il giudizio non sia meramente soggettivo. Le
emozioni forniscono informazioni utili alla nostra conoscenza di noi stessi e a quella delle persone
in cui veniamo a contatto. Particolarmente efficace a questo scopo è la scrittura, che trattiene ,
amplifica, potenzia il sentire affinché la mente e il cuore vi si possano avvicinare con quel minimo
di distacco che consente una comprensione lucida. Scrivere delle proprie e altrui emozioni è
andare in profondità a una relazione attingendo a una verità quale potente commissione di
conoscenza ed etica. Se infatti le emozioni sono messaggi su noi/per noi, sugli altri/per gli altri, la
scrittura (inteso come strumento di catalizzazione dei significati, funzionale alla comprensione e
alla crescita del sé) è la strada attraverso la quale quei messaggi trovano la propria destinazione.

I sentimenti che fanno crescere non solo i “buoni” sentimenti, anzi. A bene vedere i “cattivi”
sentimenti impegnano in uno sforzo di comprensione, di accettazione, di trasformazione che
sollecita la volontà, la scelta, la decisione, la fatica da cui scaturisce il merito.
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Quando stiamo bene ci sentiamo in sintonia con noi stessi e col mondo, il nostro io si dilata,
aderisce a quanto vive, sa accogliere, si ritempra, fa esperienza di espansione di sé, di capienza.
Quando invece siamo invasi da sentimenti o sensazioni spiacevoli il rapporto con il mondo si
contrae, la tensione progettuale viene inibita, limitata, gravata da una situazione conflittuale.
Questo accade anche ai bambini, i quali sono attraversati fin da piccoli da sentimenti forti,
totalizzanti, impegnativi.
Uno studioso che si è occupato per tutta la vita del mondo dell’infanzia, lo psichiatra infantile e
psicoanalista Donald W. Winnicott, si domanda espressivamente qual è l’origine dell’aggressività.
La spiega ricorrendo al concetto di “ ISTRUZIONE MAGICA” e “ CREAZIONE MAGICA”.
Nelle prime fasi di sviluppo del bambino si verifica il passaggio da un’ identificazione con il primo
oggetto d’amore (in genere la madre) alla graduale percezione di una presenza esterna a sé.
Il mondo circostante inizia così ad affacciarsi alla percezione del bambino. Il mondo si distrugge e
si ricrea continuamente per magia, letteralmente a ogni batter di ciglia (è noto infatti, anche grazie
agli studi di Piaget, come nei primi anni di vita il bambino sia propenso a identificare la realtà con il
proprio stato di veglia; il mondo è destinato quindi a sparire quando si sottrae allo sguardo, per
esempio nel sonno). L’idea di distruzione magica (quanto esiste può essere annientato per magia
semplicemente chiudendo gli occhi) associata all’idea di creazione magica (riaprendo gli occhi) è
naturale. Ma con il passare del, tempo il bambino si accorge che il mondo esterno non può essere
controllato magicamente. Questo lo porta a comportarsi in modo distruttivo (arrabbiandosi,
ribellandosi, urlando), nell’impossibilità di annullare magicamente il mondo esterno. In
quest’ottica i comportamenti aggressivi devono essere considerati un’acquisizione.

Uno dei più significativi esempi della capacità di fondere aggressività e amore è la comparsa
dell’impulso a MORDERE che emerge a partire dai 5 mesi. In seguito quest’impulso, viene
incorporato nel piacere collegato alla alimentazione, mentre inizialmente il bambino trova
eccitante mordere l’ “oggetto emotivamente buono”, cioè il corpo materno.
Nel corso del suo sviluppo, il bambino scopre un’altra alternativa alla DISTRUZIONE, vale a dire
la possibilità di costruire. In condizioni ambientali favorevoli, la crescente capacità del bambino di
accettare i lati distruttivi della propria personalità si canalizza attraverso l’esperienza in attività
costruttive.
La comparsa di giochi costruttivi è un importante segno di sviluppo e di salute psicofisica, affetti e
relazionale. È perciò importante sostenere il bambino nella realizzazione di esperienze e giochi di
scoperta, accompagnando questa conoscenza con verbalizzazioni che diano nome alle emozioni,
introducendo così nel processo di alfabetizzazione del proprio sentire.
In questo modo è possibile consegnarli gli strumenti di espressione di sé che gli permettano di
convertire gli impulsi distruttivi in impulsi ostruttivi. Non si tratta infatti di punire un bambino
aggressivo fino ad inibirlo (inducendo a trattener l’aggressività all’interno) ma di aiutarlo
trasformarla in qualcosa di buono, di positivo per se e per gli altri.
Concedere espressività al sentire è il primo stadio avanzato dello sviluppo dei suoi sentimenti.

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Consegnarsi alla parola scritta, produrre sapere “ in proprio”
Per tradurre il sentire in una forma comunicabile è indispensabile ricorrere alla
parola scritta.
Scrivere di sé, scrivere della relazione che incornicia la soggettività, implica la fatica di uscire
dall’anonimato e dall’ombra, il coraggio di assumersi la responsabilità.
Dichiarare la posizione che si occupa nello spazio relazionale significa essere certi che la ricerca
produce arricchimento.
Lo scrivere di sé in funzione degli altri (dei bambini, delle colleghe, dei genitori) e di altri che
intervengono nella sfera del sé visibilizza circuiti di rispecchiamento e sostiene la comprensione
empatica, poiché porta a percepire quel sentimento di essere in tanti dentro di noi che permette
di riconoscere analogie e consonanza della storia degli altri con la nostra.

Attraverso la NARRAZIONE:
É possibile tornare nei pressi di quello che accade e dirlo con parole vive, trovare le parole
con cui la realtà vorrebbe essere pronunciata.
È la condizione essenziale affinché l’esperienza possa essere ri-pensata, rielaborata e
trasmessa.
È sostenuta dal desiderio di riattraversare un vissuto mediante l’investimento di altre facoltà
percettive e cognitive per poterne godere nuovamente e appieno, con la totalità del proprio
sentire.
È tuttavia il piacere di ascoltarsi e ascoltare e soprattutto la possibilità di trovare nella
narrazione un’efficace strumento didattico.
Costituisce quel passaggio fondamentale che porta l’esperienza a lasciare traccia di sé nella
scrittura.
La scrittura è quel luogo interiore di benessere e di cura che consente di ritrovarsi, di
ridefinire la propria identità, di “re-inventarsi”, di “ri-progettarsi”.
Dare un nome all’esperienza mantiene un rapporto attivo e vitale con la realtà che ci circonda.
In questo senso scrivere alleggerisce perché intensifica lo sforzo di una messa a fuoco che
consegnandosi al foglio sgrava il pensiero e permette di procedere oltre.
Scrivere in questo senso non è solo fermare ciò che non si vuole vada perduto, ma fare
sprofondare dentro di sé le cose viste, sentite e fatte, sedimentare l’esperienza di oggi, per
essere, domani, nello stesso tempo nuovi e più saggi.
La scrittura può essere specchio delle nostre trasformazioni e consentire quella distanza
necessaria a guadagnare uno sguardo di insieme attraverso la capacità di decentrare il proprio
abituale punto di vista, per rileggersi con altri occhi.
L’esperienza non può essere intesa soltanto come il vissuto immediato e soggettivo delle cose, ma
indica nella sua radice etimologica (ex-per-ire, “attraversare”) il lento sedimentarsi di un sapere
della vita che nasce dalla vita.
Affinché la scrittura possa tradurre l’esperienza in conoscenza da diffondere tra teorici e pratici è
utile perseguire con rigore e sistematicità un lavoro di nominazione- ascolto-confronto-
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decantazione- e-ritorno-nell’esperienza, in un movimento aspirale che a ogni giro mostra i
guadagni individuali e collettivi. Diversamente, anche gli sforzi di documentazione possono ridursi
a pratiche compilate, piatte, senza entusiasmo.
La SCRITTURA:
È desiderio di disvelamento e di significati comprensibili.
È un modo per fermare il fluire delle cose.
Consente di riappropriarsi del senso delle azioni compiute volta per volta.
Stabilisce un rapporto onesto di verifica delle proprie intensioni educative e delle loro
ricadute sugli altri.
Chi scrive non sa cosa incontrerà trasportato dalle parole, chi si avventura nel tentativo di
dare parola alla realtà può al massimo avere “in mano” la partenza, ciò che segue è un
viaggio con tutte le sue incognite.
Amplifica il sentire come fedeltà di connessione al proprio mondo interiore.
La scrittura che accompagna l’esperienza consente di coltivare quel
fare pensoso,riflessivo,che sostiene il passaggio dal fare esperienza all’avereesperienza.
Uno dei motivi per cui si smette di scrivere dopo averlo fatto per anni, a scuola, è una malintesa
idea di scrittura, secondo la quale si scrive per ragioni prevalentemente funzionali alla
dimostrazione di aver appreso un sapere “cumulativo”: si appunta un compito risparmiando la
memoria, si esegue un comando, si scrive a completamento dell’operazione del leggere secondo la
consuetudine di ripete un testo, senza propriamente lasciarsi attraversare (modificare) da quanto
si legge. Scrivere è passione, è passaggio transazionale (al pari dell’oggetto transazionale di
WINNICOTT) tra il sé e il fuori di sé.
La scrittura:
È trasgressione e pro-vocazione: chiama il reale a manifestarsi al sentire e traduce il sentire
in un altro ordine di realtà: quello simbolico delle parole.
Un ordine che muta lo sguardo sulle cose ed è per tanto trasformativo.
Scrivere in questo caso ha una DUPLICE FUNZIONE:
- trasmettere quello che, reso visibile, contribuisce a fondare un sapere educativo specifico
elaborato da chi è concretamente impegnato nella sua verifica nell’azione
- secondariamente produrre un effetto nel soggetto: la scrittura assolve così anche alla
funzione di cambiamento e di evoluzione di chi scrive.
Scrivendo, disponendosi cioè a cambiare nello sguardo sulle cose, non si incide nel vissuto
dell’altro ma nella qualità della relazione che con lui si instaura.
È aver a cuore le proprie possibilità evolutive che non hanno mai né una mappa predefinita
di svolgimento, né un percorso prevedibile e pianificabile, tanto meno un traguardo certo e
verificabile.
Imparare a pensare attraverso la scrittura (e in funzione della scrittura) è utile e necessario
per un professionista dell’educazione che ha il compito di connette le parte con il lutto di
una significatività complessiva, raccordare teorie e d esperienze, facilitare il di-stanziamento
riflessivo e la presa di coscienza meta cognitiva, integrare la dimensione cognitiva con

D’Amore Federica
quella emotivo, etica, estetica, pratica..
Queste operazioni cognitive traggono enorme vantaggi dalla scrittura, che consente di ripercorre
le esperienze, rintracciare errori e punti oscuri, ipotizzare esiti diversi, condividere con altri il
proprio pensiero e svilupparlo più in profondità, a strati, a blocchi come un fiume in piena oppure
come una lenta e sistematica costruzione.
Dare forma al sentire. Piccolo lessico sulla cura educativa
La cura educativa caratterizza le relazioni e la cultura del nido, secondo una progettualità orientata
a portare a espressione il potenziale di capacità che i bambini hanno. In questo senso il concetto
di ROUTINE è destinato ad assumere connotazioni nuove.
Esse costituiscono la trama invisibile e resistente che regge le giornate, il substrato che
sostiene le conoscenze interpersonali via via più intense e profonde, gli apprendimenti, le
scoperte, l’ espressione delle proprie capacità, l’intesa e l’affettività.
Non costituiscono un criterio di riorganizzazione del tempo al nido tantomeno possono
essere assunte come un insieme di azioni meccaniche e ripetitive, anonime e fredde.
Vanno interpretate come un’espressione non secondaria del lavoro di cura, riflesso dello
spessore professionale delle educatrici, che devono esser in grado di cogliere lo straordinario
nel consueto, di rilevare impercettibili conquiste nella ricorsività dei gesti e dei riti
quotidiani, mettendo in atto contemporaneamente più FUNZIONI:
1.OSSERVATORE
 capace di decodificare la realtà infantile.
2.CONTENITORE
 dell’emotività del bambino.
3.ORGANIZZATORE
 dell’ambiente adatto a promuovere il benessere, le capacità
cognitive e relazionali e l’autonomia del bambini.
4.PROGRAMMATORE
 del progetto pedagogico.
5.CONSULENTE
 dell’educazione, in quanto riferimento e possibilità di confronto per i
genitori.
Nel linguaggio comune il termine ROUTINE ha spesso una connotazione negativa: esso
indica quei corsi di azione talmente abituali da essere divenuti meccanici.
La maggior parte di quelle pratiche che fanno parte del necessario e imprescindibile lavoro
di cura del neonato o del bambino tendono ad essere percepite per l’appunto come routine.
In realtà si parla di attività di routine per sottolinearne la valenza pedagogica che acquistano
quelle azioni sia in ordine alle loro funzioni, sia per il fatto di essere trasformate in sequenza
sistematiche, strutturate e prevedibili.
Spesso il ritmo serrato dell’azione educativa preclude la possibilità di riflettere sulle decisioni
prese, sugli stili comunicativi messi in atto, limita il confronto sistematico e non frettoloso con
colleghe/i; perciò è necessario un TEMPO SOSPESO (o meglio una sospensione del ritmo
lavorativo), che consente il distanziamento dalla quotidianità e dal rapporto diretto con il bimbo.
D’Amore Federica
In questi tempi sospesi avvengono riflessioni, analisi critiche e le piccole narrazione che
vengono presentate di seguito in successione alfabetica:

A
ACCOGLIENZA
Il nido è in genere il primo ambito, al di fuori di quello familiare, in cui
viene accolto un bambino che lì trascorre un tempo significativo sia per la durata sia per le
esperienza e scoperta che realizza. Esprimendo accoglienza, insegna ad accogliere. Compito delle
educatrici è fare spazio, nella propria mappa mentale ed emotiva prima ancora che negli ambienti
fisici, affinché ogni bambino/a e ogni genitore possa sentirsi atteso e riconosciuto nella propria
unicità.
ATTACCAMENTO
Al suo ingresso al nido, ogni bambino arriva già con un bagaglio
personale di conoscenze relazionali acquisito dalla sua storia familiare: si tratta di atteggiamenti,
capacità, orientamenti che distinguono ogni persona da un’altra. Questi atteggiamenti vengono
combinati tra loro da un soggetto attivo, interessato a conoscere, a capire, a interagire con gli altri,
propenso a servirsi della mediazione dell’adulto per conoscere e modificare la realtà. Perciò ciò
avvenga è necessario un contesto accogliente.
Esiste un sano ATTACCAMENTO che permette al bambino di crescere, separarsi, esplorare, un
attaccamento che crea dipendenza e insicurezza, qual è quello simbiotico nei confronti della
madre
o della figura di riferimento che può provocare nel bambino solitudine interiore e senso di
abbandono. Il nostro compito è innanzitutto valutare la natura dell’attaccamento e poi aiutare il
bambino a prendere coscienza di sé, delle proprie capacità e ricorse.
Uno degli obiettivi primari che ci prefiggiamo consiste nel sostenere lo sviluppo dei processi
identitari del bambino sotto il profilo corporeo e psicomotorio, cognitivo e affettivo; questo
significa favorire la sua vita di relazione e aiutarlo ad affinare la conoscenza di sé, attraverso
sollecitudini, esperienze, gratificazioni che alimentino la sicurezza e la stima di sé, la fiducia nelle
proprie capacità, la motivazione alla curiosità.
AUTONOMIA
L’educatrice è un punto di riferimento e di rassicurazione per i bambini che
incontrano difficoltà nel distacco dall’ambiente familiare, una guida che li aiuta a superare i
momenti di disagio, che contrasta tendenze all’isolamento o possibilità di rifiuto da parte del
punto
e che lo porta a diventare via via sempre più autonomo.

B
Bambino è unico, particolare, sconosciuto
Dobbiamo portare molto rispetto
D’Amore Federica
a quello che è l’individualità di ogni bambino. A volte vediamo nel gruppo alcuni bambini che
preferiscono stare appartati. Dobbiamo trattenerci dall’intervenire, dobbiamo cercare di capire
prima di tutto perché un bambino preferisce stare in disparte e poi lasciargli il suo spazio. Ma
perché tutti devono socializzare allo steso modo? Negli stessi tempi? Secondo tappe di
avvicinamento che riflettano le nostre aspettative?
Occorre invece saper riconoscere la propria individualità a questi bambini. Che non è escluderli,
ma
stare a osservare fuori campo, presenti ma fuori dal campo da azione, lasciando loro la possibilità
di
scegliere, la libertà di muoversi secondo i primi ritmi, secondo una progressione di piccole
conquiste che a noi possono sfuggire ma a loro servono per conseguire progressivi guadagni di
fiducia.

C
Contatto corporeo
Le relazioni con i bambini passano innanzi tutto attraverso il CONTATTO CORPOREO, attraverso i
gesti di cura delle routine, poi con sguardi per dare al bambino sicurezza della presenza
dell’adulto. Le educatrici che operano con bimbi piccoli affidano a quest’arte raffinata e sottile una
sapienza percettiva che consente loro di trarre significativi dagli atteggiamenti corporei, dalle
posizioni che questi occupano nello spazio, dalla disinvoltura con cui si impossessano degli
ambiente.
Un’eventuale differenza o una richiesta di gradualità nel contatto corporeo si percepisce per
esempio quando ci si propone in un rapporto che va al di là del puro cambio: c’è il bambino che si
irrigidisce, lo si capisce dalla tonicità muscolare e dallo sguardo.
Il linguaggio non verbale è un aspetto preminente della comunicazione con bambini piccoli. Saper
cogliere e rispettare questi piccoli segnali corporei legati all’ambiente fisico ed emotiva permette
l’avvio di una buona comunicazione. La relazione che l’educatrice instaura con il corpo del
bambino veicola quella che il bambino inizierà ad avere autonomamente con se stesso, con la
propria corporeità. I bambini al nido hanno bisogno di giocare con il corpo dell’educatrice, di
sentirlo vicino, lo chiedono espressamente.

D
Decentrarsi: leggersi con gli occhi dei bambini
“È faticoso frequentare i bambini: questo non perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi,
inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ciò che stanca è il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino
all’altezza dei loro sentimenti”.
Presi infatti dalla preoccupazione di cogliere aspettative e messaggi che l’altro ci rivolge, rischiamo
di trascurare la condizione di essere a nostra volta osservati, interpretati, presi a modello, pensati.
I

D’Amore Federica
bambini regolano il loro comportamento sulla base di quanto viene loro espressamente
comunicato,
ma anche in virtù di quello che colgono dai comportamenti, dai silenzi, dalle posture, dai toni di
voce con cui gli adulti si rivolgono loro. SAPERSI GUARDARE CON GLI OCCHI DEI BAMBINI, essere
capace di DECENTRARSI per assumere un altro punto prospettico, offre occasione di
autoconsapevolezza, di valutazione della propria coerenza e induce a cogliere le continuità tra i
nostri comportamenti e quelli di chi ci assume come riferimento autorevole.
Occorre affinare la capacità di leggere i modi che hanno i bambini di comunicare non colo
attraverso la parola. Bisogna, inoltre, non dimenticarci che anche loro ci leggono, osservano e
interpretano continuamente nella nostra espressività non verbale.

E
Emozioni
Fin dalla nascita è stato evidenziato che i neonati sono “equipaggiati” di varie
abilità che li predispongono ad interagire con l’adulto. Superato il primo periodo in cui le emozioni
del bambino sono legati ai processi biologici fondamentali, le emozioni diventano sempre più
articolate. Passando dal “sorriso sociale” non selettivo a quello selettivo (verso la madre),
l’espressione delle emozioni diventa via via più complessa in risposta a nuovi stimoli: il pianto, la
collera, la paura, la rabbia, sono “strumenti” attraverso i quali il bambino esercita un certo potere
sull’ambiente e sulle persone che lo circondano. In particolare, i comportamenti emozionali
hanno,
tra le altre, la funzione di incidere sulla realtà esterno modificando i comportamenti degli adulti in
risposta alle sollecitazioni dei bambini.
Già durante i primi anni di vita, il bambino impara a conoscere se stesso e gli altri come persone
dotate di emozioni, sentimenti e desiderio e si rende conto che questi stati psicologici possono
essere diversi dai propri. La consapevolezza dell’esistenza di più prospettive rendono il bambino in
grado di uscire dal proprio egocentrismo per considerare il punto di vista altrui. L’asilo nido è un
servizio che di emozioni si è sempre occupato, poi più si sale nei diversi ordini e gradi di scuola e
meno ci si interessa e si riserva ascolto alle dinamiche emotive. Leggere i messaggi dei bambini
significa interagire continuamente con i loro e con i nostri sentimenti.Trovare un ambiente che
legittima e tematizza l’espressività emotiva è una risorsa non solo per i bambini ma anche per noi
adulti. L’ambientamento non riguarda solo i bambini e i genitori, ma anche noi educatrici.

Empatia
Già alla nascita, tra i bambino e la sua mamma si stabilisce un rapporto empatico.
Questa sintonia affettiva, attraversata da silenzi, da parole sussurrate, da sforamenti, da carezze,
fa
percepire al neonato che la mamma è la persone che ha cure del suo benessere. Un incontro
empatico fa stare bene e consente una sintonia tra soggettività che si intendono nel profondo
anche
D’Amore Federica
senza parlarsi. Forse l’empatia è:
un dono che si riceve nelle prime cure dei genitori
un patrimonio che non si dissolve più che rimane e sostiene tutto il resto dell’esistenza.

F
Fiducia
Lavorando con i bimbi piccoli occorre essere consapevole che la FIDUCIA dei loro
genitori non si può pretendere, cioè chiedere a priori, né va data per scontata, ma va guadagnata
sul
campo. È un sentimento che per crescere ha bisogno di tempo e procede di pari passo con la
conoscenza specifica che prelude la nascita di una relazione. L’acquisizione di fiducia da parte dei
genitori, della madre in particolare, è proporzionata alla percezione di benessere manifestata dal
proprio bambino.
L’educatrice ha dunque il compito e la responsabilità di avviare positivamente la relazione,
testimoniando per prima un atteggiamento di apertura, di accettazione incondizionata. Il genitore
non va considerato un antagonista, ma un soggetto portatore di conoscenza, un prezioso
collaborato
che se bene accolto facilita il momento delicato dell’ambientamento. Il sentimento di fiducia,
quando viene conquistato, non rimane una condizione stabile, ma si evolve e può modificarsi
consolidando la relazione o al contrario può sgretolarsi per profonde incomprensioni non chiarite
per dimostrazione di scarsa professionalità o per incapacità di gestire situazione problematiche di
emergenze.

Futuro
È utile che nella loro funzione di sostegno educativo alle famiglie, i servizi per
l’infanzia possono aiutare i genitori a leggere le implicazioni nel futuro determinate dalle scelte,
dalle azioni, dai comportamenti di oggi. Il lavoro del personale educativo si esprime nel restituire
una profondità di orizzonti in relazione agli apprendimenti cognitivi, emotivi ed etici con cui i
genitori contribuiscono a dare forma alla vita dei propri bambini.
RIFLESSIONE DI UN’EDUCATRICE sempre più spesso negli ultimi anni facciamo riflettere i
genitori su quanto i loro figli abbiano la capacità di leggere le emozioni e sentimenti degli adulti e
quanto la vita emotiva influisca sui comportamenti che mettono in atto. Non solo la dove
avvertiamo situazioni di disagio, cerchiamo di attivare reti di relazione di supporto, così che questo
patrimonio non solo possa continuare a dare i suoi frutti nel tempo, ma insegni attraverso
l’esperienza il valore di una società solidale.

G
Genitori
Il nostro lavoro ci porta a osservare da vicino la relazione madre-bambino sia
D’Amore Federica
durante l’inserimento che nella quotidianità. Scrutando le ricorsività che si presentano nelle
diverse
relazioni ci siamo fatte l’idea che tra le fatiche legate alla crescita dei figli, i genitori si trovino oggi
a dover affrontare in particolare il problema dell’autorità. Sembra ciò che i figli, anche piccoli, a
decidere cosa fare e come farlo. Addirittura notiamo un ribaltamento dei ruoli.
Questa condizione peggiora quando i due genitori non sono concordi sulle regole educative, quindi
i
figli si trovano in BALIA DI METODI DIVERSI. Tale dinamica non accresce il loro senso di
sicurezza anzi lo indebolisce.
Dal canto loro anche i genitori talvolta manifestano a noi educatrici fatica e disagio nelle gestioni
della quotidianità e nelle routine che scandiscono la vita famigliare come per esempio il sonno e il
pasto.Quando affrontiamo queste situazione, durante i colloqui, emergono ambivalenze e
contraddizioni:
da un lato è evidente il desiderio di risolvere il problema
dall’altro si coglie un certo compiacimento per che l’atteggiamento “oppositivo” del figlio è
vissuto come una manifestazione di intelligenza e autonomia.
Alla fine l’impressione è che i genitori siano smarriti. Noi li possiamo aiutare a riprendere in mano
le redini del loro ruolo: invitandoli a riflettere sul valore e la funzione delle regole, sulle risorse che
certamente hanno nell’interpretare con equilibrio il potere di prendere decisioni per l avita dei
figli.
Gioco
È una delle esperienze fondamentali dell’esistenza umana.
È un esercizio di libertà che crea spazi in cui sperimentare la fantasia, l’invenzione, la
creatività.
Non è da intendersi solo come attività che procura divertimento.
Appartiene all’ordine dell’irrealtà, poiché introduce una distanza (quando si entra in gioco,
appunto) rispetto alla realtà quotidiana e consente di spostarsi in un altro mondo.

H
“hmm..” (sospiri)
Se le porte delle sezioni potessero raccontare i sospiri che accompagni
le loro chiusure e aperture! Per i genitori che accompagnano i figli verso i primi spazi di autonomia,
oltre la porta della sezione, i sospiri condensano un misto di emozioni e sentimenti. Trepidazione e
timore di far soffrire il figlio ma insieme il desiderio di consegnargli i primi passi di libertà e
autonomia, la convinzione di lasciarlo in un ambiente accogliente, pieno di premure.
Dopo i primi giorni, anche per il bambino la porta si associa al distacco e comprensibilmente la sua
vista suscita pianto, ribellione, tristezza che alla fine il calore di un saluto amorevole e di un
abbraccio accogliente acquieta.
I più fortunati possono spostarsi verso una finestra per gli ultimi cenni di congedo; ma poi ci si
deve

D’Amore Federica
fare carico della solitudine. I singhiozzi si placano e restano ancora sospiri, traccia delle lacrime
estinte e si inizia a giocare. In sezione le ore trascorrano operose ma a tratti riemerge il ricordo
della mamma o del papà. Ed ecco i piccini indicare la porta dietro a cui è sparita la mamma.
Arriverà , vieni in braccio che ti faccio una coccola.

In sezione le ore trascorrano operose ma a tratti riemerge il ricordo della mamma o del papà. Ed
ecco i piccini indicare la porta dietro a cui è sparita la mamma.. Arriverà , vieni in braccio che ti
faccio una coccola.

I
Infanzia, la propria
Se è vero che per aver cura degli altri occorre aver cura di sé, per
realizzare relazioni significative, intense, quotidiane con i bambini è necessario mantenersi in
dialogo con la propria infanzia, con la propria parte bambina.
RIFLESSIONE DI UN’EDUCATRICE quando sono andata alla scuola materna ho vissuto in
modo così pesante l’inserimento che quando curo l’ingresso dei bambini la nido mi sento molto
coinvolta. Penso a come possono trovarsi qui, in una situazione diversa da cui provengono. Penso
al
disagio che possono vivere, alla sicurezza che suscita un ambiente sconosciuta e mi sento molto
responsabile nel cercare di seguire questi bambini in modo tale che poi riescano a vivere
serenamente l’inserimento.

L
Limiti
L’espressione “LIMITE” indica un impedimento, una misura che è bene non
oltrepassare ma anche la soglia oltre la quale si accede a un altro ordine di realtà.
Come ogni condizione intrinsecamente ambivalente, il limite può fornire preziose occasioni di
apprendimento a patto che si sappia trovare un equilibrio tra la prudenza e il coraggio.
Se pur vero che una persona dà quello che ha, è altrettanto vero che la nostra condizione di
sapere
non è mai statica ma matura e si evolve anche attraverso la consapevolezza e la presa di coscienza
dei nostri limiti.

M
Memoria affettiva
A differenza di tanti altri contesti in cui si esprimono le professioni di
cura, il nido consente di partecipare al percorso dell’esistenza all’inizio. Condividere il tempo con
chi vede ogni cosa per la prima volta offre continue occasioni di intenerimento, di stupore, di
entusiasmata curiosità. Ci si emoziona insieme per imprese straordinarie, che non avranno eguali

D’Amore Federica
nel corso di tutta l’esistenza, come imparare a camminare, a parlare, iniziare a fare da sé. Ma poi
ai
bambini che memoria rimane in quelle esperienze originarie? Non ci si aspetta riconoscenza e
gratitudine per quelle condivisioni precoci ma almeno il confronto di avere trovato un posto nella
memoria affettiva dei bambini. La speranza di aver reso possibile molte altre felici esperienze
proprio grazie a un buon inizio.

N
Ninna nanna
Sono parole in forma di carezze, parole musicali, a volte fatte per la rima e reticenti al senso. Nella
ninna nanna, come nelle filastrocche ormai fuori moda, è custodita l’arte di una narrazione al
femminile che rappresenta strategie di memoria e di tradizioni specifiche. Pratica quotidiana di
attenzione ala particolare e di rifiuto per l’astrazione, le ninna ninne non portano firme, non
conservano tracce dell’autore o dell’autrice, il loro passaggio da una parte
all’altra le fa testimonio di un PATRIMONIO COLLETTIVO.

o
OralitÁ: l’arte di aver cura delle parole
L’origine della vita non è separabile dall’origine del linguaggio, poiché la vita che un essere umano
vive prima di saper parlare è vita trascorsa a imparare a parlare, vita intrauterina di ascolto delle
voci. Le parole sono estensioni dei pensieri e dei sogni in cui ogni creatura fa esperienza nel
ventre materno. Quando un bimbi ovine al mondo le parole sono dunque il primo ponte tra
mondo intrauterino e mondo esterno. Scegliere con cura le parole con cui andare incontro a un
bambino, per accompagnarlo a conoscere il mondo, per fare esperienza degli altri intorno a lui,
usare con consapevolezza e autenticità il tono di voce che da colore al linguaggio è un’arte: l’arte
che fa della cultura orale un’espressione
originale e essenziale alla cura.

p
piccoli passi
I bambini devono avere del tempo per apprender, sperimentare, per osservare,
per la relazione, gli avvicinamenti, devono avere il tempo lento del fare da soli, del provarci da soli,
dello sbagliare..
imparare a cogliere, decodificare, rispettare le autorizzazioni dei bambini ai nido è un sapere
fondamentale. Restare in “attesa vigile” è un comportamento quotidiano fondamentale per gli
adulti
che operano con i bambini, occorre saper cogliere il momento giusto per dare il rimando giusto,
considerare il bambino soggetto attivo nella relazione educativa. Questa attesa si concretizza nella
capacità di farsi da parte per dare al bambino la possibilità di sperimentarsi, ritrarsi, permettergli
di
D’Amore Federica
avanzare.
pianto
il pianto di un bambino, tanto più se piccolo e incapace di parlare, lascia sgomenti,
impacciati nel ricercare possibili motivazioni, spesso imponenti, a volte persino irritati. Può essere
comunque utile e interessante cercare di capire perché il pianto inquieta tanto. Una serie di
ragioni
riguardano la relazione: se un bambino si è fatto male o non sta bene il pianto è una esplicita
richiesta di aiuto, aiuto che se non risulta efficace e risolutivo ci rimanda alla sensazione di
impotenza. A volte, siamo proprio noi a provocare il pianto.
C’è inoltre il pianto dei piccolissimi, che se non svanisce con la soddisfazione dei bisogni
materiali( fame, sete, freddo), rivelandosi invece legato alla sfera emotiva (tristezza, malinconia) ci
sottrae energie lasciandoci inermi, storditi.

Q
“QUI E ORA”: LA QUOTIDIANITà
Nell’istaurarsi di una relazione va contemplato
il tempo di attesa: è relazione anche lo studio, l’osservazione, l’avvicinarsi, l’allontanarsi e il rifiuto
del rapporto diretto. Saper rispettare il tempo e le distanze significa saper prendere atto di una
situazione senza sentirsi screditati come professionisti, continuando ad avere fiducia
nell’evoluzione del rapporto. Essere presenti nella fiducia al qui e ora, anche quando comporta
fatica, frustrazione, con la fiducia che in ogni momento è possibile un’apertura, una svolta e un
sapere particolare, sottile, al limite della traducibilità in parole. Attendere di entrare nel cerchio
affettivo del bambino, stare in ascolto di piccoli segnali di cambiamento è mettersi in ricerca dei
canali, sintonie, delle consonanze possibili per diventare l’una (educatrice) significativa agli occhi
dell’altro (bambino) e viceversa.

R
RELAZIONE
Nel nido la relazione educativa è centrale, lo attestano l’attenzione riservata al rapporto tra le
persone, gli spazi, le finalità, i contenuti. Ogni apprendimento ha bisogno di un contesto
affettivamente connotato: il benessere rappresenta quindi un obiettivo fondamentale
dell’impegno
educativo. Dare al tempo insieme un valore affettivo capace di suscitare benessere e stimolare gli
apprendimenti. Il nido è un “ecosistema vitale”, luogo delle relazioni profonde e significative tra
operatrici, bambini, famiglie e territorio. Un lavoro, quello dell’educatrice d’infanzia, che vive
quindi di relazioni e nelle relazioni.
L’incontro con l’altro è sempre un’opportunità e un rischio. D’altra parte non si vive senza
incontro.
D’Amore Federica
L’essere umano è un essere sociale, che comunica anche quando non ne ha la piena
consapevolezza.
All’inizio non ci si conosce, non ci si sceglie ma si incontra in un luogo di costruzione della
relazione educativa: con impegno, ascolto e discrezione, entusiasmo e fatica.

S
STUPORE
Sacra e misteriosa è la bellezza dell’infanzia nel bambino, l’espressione ingenua, la grazia di un
corpo e di un volto sempre stupito. L’incontro con un neonato, con un bimbo ai primi approcci
con l’esistenza può suscitare dunque profondo stupore, uno stupore maturo e consapevole che,
dopo l’estasi dei primi momenti, sa tradurre la contemplazione in lavoro riflessivo su di sé, sulla
realtà circostante, sulla relazione che sta nascendo. Stare in modo riflessivo nella relazione
educativa significa coltivare la disponibilità a porsi domande come guida per l’azione e la fedeltà
all’esperienza. Avere cura dell’altro implica per prima cosa avere cura di sé per coltivare il
desiderio dell’incontro, il piacere della scoperta, la condivisione privilegiata di sentirsi in crescita,
di avvertire che si espande la propria capacità cognitiva ed emotiva di comprendere.
SGUARDI
Nella quotidianità si è soliti vedere ciò che ci ricorda con sguardo superficiale, forse addirittura
disponendosi a cogliere solo ciò che ci aspetta. Ma per entrare nelle pieghe della realtà bisogna
soffermarsi sui dettagli, cercare di comprendere il significato. A questo tipo di attenzione in
genere non siamo allenati, perché la società non concede il tempo di guardare le piccole cose.
Si tratta di far notare problemi o difficoltà nei bambini, occorre preparare i genitori a conoscere e
accettare la sofferenza. Nella nostra esperienza, si sono verificati problemi evolutivi che n on
erano
stati presi in considerazione dai genitori. Per esempio ritardi psicomotori, comportamenti
aggressivi
nei bambini che possono suscitare disagi o sensi di colpa nei genitori devono essere affrontati
apertamente.Il nostro compito non è solo quello di comunicare un problema, ma anche di
supportare la
comprensibile difficoltà dei genitori nell’affrontare la situazione.
Lo sguardo che cura, accoglie, integra è “bifocale”: tiene presente del singolo bambino senza
perdere di vista lo sfondo, il gruppo.

T
TEMPO
I bambini di oggi si trovano a oscillare tra il tempo lento del dispiegarsi del loro
gesti e le accelerazioni impresse da adulti a loro volta strozzata nella morsa dei tempi frenetici
sempre gravati da ipoteche. Da un parte l’esigenza di un tempo aperto e senza lancette, dall’altra
il
rischio di una corsa incessante, in relazione alla quali i piccoli finiscono per non poter stare
D’Amore Federica
nemmeno dentro al proprio passo. Il ritmo pacato con cui il bambino scandisce i,l proprio rapporto
con le cose e con gli altri ci può essere di stimolo nel tornare a un ascolto di se più tranquillo e
lento. Li è possibile scorgere risorse insospettate ed energie in grado di rivitalizzare il quotidiano.

u
UNIRE CON UMILTà OSSERVAZIONE E RICERCA
Unire con umiltà OSSERVAZIONE e RICERCA vuol dire allora promuovere l’espressione della
soggettività di ogni bambino in considerazione e nel rispetto di quella altrui finalizzando l’attività
educativa verso un processo di iniziazione a quell’apertura al possibile che costituisce la premessa
per innamorare al desiderio di trovare un significato a ciò che accade e a ciò che si fa, alla
sensazione di percepirsi in espansione. In fondo accanto all’interpretazione assai diffusa al termine
“educazione” che identifica l’educare con il “tirar fuori”, con l’atto, cioè, di riconoscere in qualcuno
delle potenzialità e
svilupparle; e-ducere può voler dire altrettanto bene “condurre fuori” nel senso di “portare oltre”,
accompagnare l’altro alla scoperta di mondi a lui ancora sconosciuti, indicandogli la via attraverso
la quale trascende la situazione in cui si trova a vivere, e insegnargli ad ex-sistere, ossia a
progettarsi attraverso l’esercizio del discernimento, della scelta.

V
VICINANZA: LENTA, GRDUALE, RISPETTOSA
L’inizio di una relazione fa emergere ansie e incertezze. Ogni volta la relazione è differente da
quella precedente ed è necessario capire a quale distanza collocarsi rispetto all’interlocutore
guardando con occhi attenti tutto ciò che l’altro può dirmi in modi diversi.

Z
ZONE D’OMBRA
Anche il lavoro di cura risente di contraddizioni, per esempio quando si avverte simpatie e
preferenze verso alcuni bambini rispetto ad altri, pur sapendo di dover garantire a tutti le stesse
attenzioni, oppure quando si scivola in tnsioni e conflitti tra colleghe per quanto si abbiamo a
disposizione strumenti congnitivi ed emotivi per intraprendere con saggezza le relazioni e
nonostanti si sappia che il lavoro di cura ne risulterà condizionato, forse penalizzato.
Nopn è sufficiente essere consapevoli delle proprie OMBRE per poterle dissolvere. Le
ZONE D’OMBRA:
Non sono sempre chiare
Non si annunciano
Non sono verificabili oggettivamente
Sfuggono alla nostra percezione
Emergono nelle relazioni, vengono sollecitate dagli incontri
D’Amore Federica
Scaturiscono dalle frequentazioni
A volte feriscono intese profonde cresciute in anni di collaborazione persino di amicizia
È segno che nel corso del tempo vi sono stati cambiamenti, quindi c’è bisogno di riconoscersi, di
scegliersi di nuovo per come si è diventati. A volte connotano l’avvio di una relazione, rendendo
l’incontro da subito non proprio felice, capita quando si dice che non si è partito con piede giusto.
In
ogni caso difficilmente dio risolvono da sole. Anzi nel tempo possono ulteriormente togliere luce e
ossigeno a una relazione. L’intervento peggiore è la ricerca del colpevole. Sarebbe come accusare
un soggetto di essere portatore di umanità imperfetta. Altrettanto deleterio è arroccarsi in una
posizione difensiva e autosufficiente. L’importante è non perdere la volontà di realizzarsi, il
desiderio di ampliare gli spazi di comprensione creando luoghi confortevoli per sé in cui anche
all’altro sia concesso di viverli.

Conversazioni con i genitori. Costruire insieme un’educazione riflessiva


I genitori non sono semplici “fruitori” di un servizio, ma soggetti attivi di cura e di sapere specifici,
in grado di cooperare nella costruzione del progetto educativo.
I servizi dovrebbero condividere modalità di cura ed educazione dentro a percorsi lunghi e
articolati
in cui incontrarsi con partner, senza che uno si attribuisca il compito di formare l’altro nel ruolo
educativo, accogliendo e valorizzando le differenze.
L’educazione familiare consiste nel valorizzare le potenzialità dei genitori e nel fornire loro gli
strumenti per essere empatici e incoraggianti nei confronti dei loro figli e degli altri. Le attività di
educazione familiare, infatti, debbono far acquisire ai genitori conoscenze sullo sviluppo dei figli
ma anche metterli in condizioni di maturare consapevolezze riguardo i propri stili educativi e di
valori cui essi si riferiscono.
Il nido e gli altri servizi per l’infanzia si configurano come centri di ascolto, di riflessione e
elaborazione pedagogica per i genitori.
Si tratta di mettere in atto dei modelli di cooperazione in cui ognuno possa imparare dell’altro dal
momento che il personale educativo ha bisogni dei genitori per validare i propri saperi e ricevere
nuovi stimoli con cui rinnovare la pratica e la teoria; dal canto loro i genitori hanno bisogno delle
competenze di professionisti per riconoscere, confrontare, investire adeguatamente le proprie
risorse, le proprie potenzialità in formazione.
L’INGRESSO AL NIDO: RILEGGERE LA NASCIATA IN PROSPETTIVA PEDAGOGICA
Quando un bambino fa il suo ingresso al nido, è tutta la famiglia che muova incerta i primi passi
nel
mondo. COMPITO PRIORITARIO dei genitori è avere a cuore il bene dei figli e, quando
l’accudimento viene esteso ad altri soggetti esterni alla famiglia, occorre che la comunità di cura
sappia “fare nido” attorno ai nuovi piccoli ospiti, cominciando con l’accogliere i vissuti di mamme
e papà.
Non è raro, infatti, che duranti i primi colloqui con il personale educativo madre e padri inizino a
raccontare del figlio proprio a partire dalla gravidanza, dal parto e fino all’allattamento. A volte si
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tratta di passaggi rapidi, di bravi accenni che tuttavia possono fornire spunti di dialogo interessanti
per avviare una relazione di fiducia.
Se è vero infatti che l’ambientamento di un bambino al nido dipende in buona sostanza dalla
serenità e dalla convinzione con cui la famiglia vive l’esperienza, prima ancora di fare spazio alla
conoscenza del nuovo ospite è importante favorire l’ambientamento relazionale dei genitori.
Insieme alle necessarie comunicazioni che caratterizzano il primo colloquio, insieme alla
presentazione della vita del nido da parte delle educatrici e della descrizione del bambino da parte
dei genitori, è utile favorire in mamme e papà la percezione che essi hanno/sono un patrimonio di
risorse educative per sé e per il proprio figlio.
In genere tra genitori ed educatrici è facile constatare un atteggiamento di apertura, fiducia
reciproca e collaborazione.
Il nido ha sempre riservato molta attenzione all’accoglienza, al dialogo con le famiglie, agli incontri
periodici, al confronto. E questo non può che favorire una buona qualità di relazione.
Ma incontrando le une (educatrici) e gli altri (genitori) in occasioni separate è possibile percepire
anche piccole FRUSTAZIONI, ASPETTATIVE DELUSE, LIEVI INCOMPRENSIONI
che proprio per la loro sostanziale irrilevanza rischiano di non arrivare mai a un chiarimento.
Un’eccessiva prudenza nell’esprimere dubbi e perplessità, nel legittimarsi a chiedere, a
raccontare, a mostrarsi nelle proprie fragilità e incertezze.
Da entrambi le parti, il timore di non sentirsi adeguati al ruolo, di deludere, di essere
giudicati negativamente, di non trovare comprensione e apprezzamento.
Commenti delle educatrici:
Ho l’impressione che i genitori di oggi conoscano poco i loro bambini, trascorrono poco
tempo con loro; in particolare le mamme da una parte hanno paura di perde il loro primato
affettivo, si sentono come minacciate dai legami significativi che i loro figli istaurano al
nido; dall’altro canto non si danno il tempo di osservare i propri bambini, di ascoltare le
richieste cercando nella coppia le risorse per affrontarli. I piccoli disagi, i normali problemi
della crescita rappresentano non tanto un’occasione per i nuovi apprendimenti, quanto
difficoltà insormontabili che scoraggiano.
Certo, non nego che il lavoro abbia un ruolo centrale nella vita di ognuno e che alla sera sia
comprensibile il desiderio di silenzio e relax, ma mi chiedo se davvero non ci sono altre
occupazioni inessenziali, ambizioni eccesive o secondarie che tolgono linfa alla famiglia.
Negli ultimi anni stiamo assistendo a un aumento generale dell’
esuberanza dei bambini, una vivacità che sembra aver superato i limiti anche in bambini molti
piccoli.
CHIAVI DI LETTURA EMERSE TRA COLLEGHE:
Innanzitutto ci pare innegabile la fatica e il disagio che caratterizzano uno stile di vita
generale segnato da precarietà lavorativa, progettuale e persino sentimentale. È ovvio che un
contesto di vita così poco sereno e felice produce nei bambini moti di reazione e
insofferenze, da cogliere come segnale e avvertimento che qualcosa non va. In questo senso
i piccoli ci fanno un gran favore, perché ci rimettono sotto gli occhi quando tendiamo a
scansare. I bambini percepiscono tutte le insicurezze dei genitori e li provocano affinché si
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irrobustiscano.
Sempre più coppie con figli molti piccoli attraversano profondi periodi di crisi spesso
determinati proprio dalla venuta di uno o più figli destinati a scombinare equilibri costruiti a
fatica. Non è un caso infatti che negli 20anni si è assistito a una crescente riduzione dei
tempi di tenuta di una famiglia: ci si separa sempre prima, con figli anche molti piccoli.
Un’latra ragione dell’ingestibile vivacità dei figli può essere rintracciata nella profonda
insicurezza dei genitori incapaci di prendere posizioni solide e direttive. Se l’insicurezza dei
genitori è così diffusa ha a che fare con quel fenomeno generale che è stato definito
adolescenza lunga, in cui l’età dei figli si affacciano alla fase adulta non corrispondente a
scelte autonome, mature, consapevoli della conseguenze e in grado di affrontarle.
Commenti delle madri:
Ci guardiamo intorno e pensiamo alle persone che possono aiutarci. Forse le educatrici del
nido, che però vorremo disturbare il meno possibile e alle quali ci riduciamo a chiedere
interventi pratici e risolutivi tralasciando premesse e informazioni di contorno.
Di fronte a una fragilità adulta tutto concorre a indebolire la credibilità educativa. Queste sono
alcune delle ipotesi che abbiamo individuato nell’equipe di lavoro per dare nuovi strumenti
concettuali e operativi con cui intraprender e la complessità del presente. Sicuramente è solo
l’inizio
di una riflessione che va continuamente ripresa, condivisa e verificata.
NEI CAPRACCI DEI BAMBINI UN’OCCASIONE DI CRESCITA PER I GENITORI
Ci sono questioni educative che mantengono la loro rilevanza in ogni epoca, pur registrando
risposte e comportamenti diversi a seconda dei contesti culturali e sociali. È il caso per esempio
del
senso del LIMITEe del valore educativo delle REGOLE, dei NO, in risposta ai capricci e alle
bizze dei bambini. Questa crescente attenzione induce a rileggere il tema secondo un nuovo punto
di vista: come bisogno sociale e forse scarsa competenza dell’età adulta. Imparare a far fronte alle
insistenti richieste dei figli, alle loro provocazioni, alle deliberate trasgressione è una necessità che
viene
posta con forza dai genitori, dopo un’epoca in cui un atteggiamento eccessivamente permissivo
nei
confronti dei figli prendeva il posto di una lunga stagione autoritaria. È come se si stesse cercando
la misura a 2 eccessi opposti.
Evidentemente si tratta di un bisogno sociale, diffuso, reso particolarmente urgente da un
processo
di trasformazioni sociali che vanificano il desiderio e l’effettiva possibilità di stabilire saldi punti di
riferimento educativi. Può essere utile per ciò affrontare il tema dell’autorità e dell’autorevolezza
(posizione più mediata, in cui l’indicazione a seguire un consiglio, a manifestare obbedienza,
avviene in virtù del potere di chi ha più forza, ma per la stima e l’adesione che la sua personalità
suscita).
L’esercizio della norma e dell’autorità è stato tradizionalmente ascritto alla FIGURA PATERNA.
Mentre in modo complementare, la MADRE ha sempre esercitato prevalentemente una funzione
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affettiva. Ora il modello di padre autoritario e distaccato è stato sostituito gradualmente da una
figura paterna più sensibile e attenta alle esigenze emotive dei figli. Questo non significa
abbandonare ciò che lo contraddistingueva. In particolare è importante che ai bambini non venga
a
mancare il contenimento e la guida espressa delle regole, che hanno una funzione di
rassicurazione,
sono motivo di autoverifica e graduale conquista di libertà attraverso la constatazione di
comportamenti sempre più maturi e consapevoli. Le regole sono necessarie per crescere, per dare
al bambino i senso dei limiti senza fargli perdere la fiducia in se stesso, nelle proprie risorse.
Quando si pensa che si arriva a casa alla sera stanchi, che si ha poco tempo per stare con i figli è
difficile rispondere ai capricci dei figli con limitazioni e regole.
È vero. Ma in questo modo si rischia di corrispondere a un proprio bisogno, non a un’esigenza
evolutiva del bambino. stanchezza, sensi di colpa, desiderio di quiete, inducano spesso a
rinunciare
alla propria funzione normativa che comporta fatica e soprattutto implica la capacità di tollerare il
dispiacere inflitto al bambino. è utile imparare a scindere i propri bisogni da quelli dei figli.
CONDIVIDERE EMOZIONI E SENTIMENTI TRA FRATELLI
Barbara: quando ci siamo accorti di attendere un altro figlio, abbiamo iniziato a coinvolgere il
primo (2 anni e mezzo) in questa esperienza chiedendogli se gli sarebbe piaciuto avere un
fratellino
o una sorellina con cui giocare. Speravamo di trasmettere il desiderio e la gioia dell’attesa. Forse è
stata un’ingenuità.. eravamo in vacanza al mare e lui disse che sarebbe stato molto contento di
questa nascita e che al nuovo venuto avrebbe fatto bene un po’ di mare per cui avrebbe fatto
bene
un po’ di mare; per cui avremmo dovuto lasciarlo li in Sardegna per il suo bene e noi tre saremmo
tornati a casa.
Questo bambino ha trovato un modo molto efficace per esternare l’ambivalenza dei propri
sentimenti mostrando una precoce competenza emotiva: ha espresso un moto d’amore
nell’accogliere il fratellino ma al contempo ha contenuto la rabbia, la paura salvaguardando i
propri
spazi affettivi. Non solo: proponendo un’azione benefica (la salubrità del mare), ha mostrato di
saper evitare un conflitto diretto con i genitori.
Winnicott
LA GELOSIA:
È un sentimento sano, normale, persino utile nel rapporto tra fratelli; a condizione che
evolva, che si trasformi, che cambi di intensità fino a sparire con il tempo.
Ha origine dal fatto che i bambini amano.
La nascita di un fratello/sorella fa affiorare nel bambino i ricordi di un sé passato, di quanto
è irrimediabilmente perduto.
Quando insorge, è frequente vedere i bambini che regrediscono, anche se solo
temporaneamente e parzialmente (es:vogliono essere allattati).
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Può anche essere ASSENTE capita quando il bambino ha ricevuto attenzioni e
rassicurazioni a sufficienza per non dover chiedere ulteriori, continue conferme.
Può essere DISSIMULATA il fatto che un sentimento non venga espresso non significa
che non esista, forse chi lo prova avverte come più importante reprimerlo, non darlo a
vedere.
È possibile fare qualcosa per ridurre la gelosia, contenerla, eliminarla?
Testimonia che il bambino reagendo a un cambiamento sostanziale in famiglia.
Rivela la presenza di altri sentimenti, quali l’amore, la rabbia,l’ostilità e l’odio, la
tolleranza.. che pian piano si traducono nella capacità di fare spazio all’altro.
Si ridimensiona lasciando emergere anche sentimenti positivi, espressioni di un trasporto
affettivo in cui sono coinvolti anche moti di ribellione. Questo è ciò che a volte rende triste o
pensieroso un bambino. accorgersi di provare sentimenti positivi e contemporaneamente
coltivare fantasie distruttive.
Si può trasferire sui GIOCHI e sugli SPAZI di vita del bambino che vengono vissuti come
estensione della sua identità, espressione della sua storia, dei suoi ricordi.
Utile riconoscergli il diritto a non essere invaso, ad avere spazi inviolati, pur iniziandolo al
piacere della condivisione e valorizzando il diverso uso che viene fatto degli oggetti ( “a te
piaceva giocare in quel modo, lui/lei si comporta diversamente pur con gli stessi oggetti”), a
garanzia del fatto che il genitore ha chiaro la differenza tra i due bambini, non rischi di
confonderli o dimenticare uno all’arrivo dell’altro.
Come è possibile sostenere un bambino nell’elaborazione di questi sentimenti?
La gelosia in genere tende a scomparire nel tempo: aumenta la capacità del bambino di fare posto
agli altri nel proprio mondo fisico ed emotivo. ma è possibile aiutare i bambini ad elaborare questi
sentimenti complessi dando espressione al loro disagio (“so quello che stai provando, è
normale..”)
offrendo motivi di identificazione, riconoscendo la legittimità del loro sentire, astenendosi dal
giudicare.
I genitori posso aiutare il bambino a prevedere quello che sta per succedere attraverso:
Parole
Spiegazioni
Le storie, i libri illustrati
Anche se i bambini sono molto piccoli e può sembrare che non siano in grado di capire, la
comunicazione, la rassicurazione di un adulto significativo è impregnata di umori e sentimenti che
parlano alle emozioni e ai sentimenti dei bambini. Non basta che un bambino impari a decentrarsi
(assumendosi il punto di vista dell’altro e mostrando di sapere cose lo può ferire), occorre che sia
rassicurato riguardo a spazi emotivi, fisici che sente invasi. Questo è il compito dell’adulto a
condizione però che questi, supporto dal partner, inizi col salvaguardare i propri spazi vitali senza
essere/sentirsi travolto dalle dinamiche dei figli, rispetto alle quali il rischio è di perder lucidità e
presa, facendosi trascinare in un confronto caotico che disorienta.
DIVENTARE PADRI
La FIGURA PATERNA è al centro di un processo di trasformazione. Si è superato il modello rigido
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di autorità paterna per dare spazio all’uomo di riconciliarsi con la propria dimensione emotiva. I
padri stanno vivendo una transizione che determina disorientamento e insicurezza, ma può
costituire anche un’opportunità di riflessione critica, di evoluzione e di crescita.
A favorire questa progettualità aperta al dubbio e alla ricerca sono le occasioni di confronto in
tutte
le loro forme e possibilità tra le giovani famiglie e quelle di origine tra madre e padre all’interno
del
nucleo familiare o direttamente tra padri e figli, in gruppi di confronto maschile. È evidente come a
questo proposito le istituzioni educative svolgono un ruolo peculiare e delicato.
Le giovani generazioni di uomini stanno facendo esperienza di una condizione inedita nella storia
della società occidentale:
Maggior coinvolgimento nel rapporto, anche corporeo, con i figli fin da quando questi sono
molto piccoli.
Una più significativa condivisione della gestione della casa
Una comunicazione più confidenziale ed emotiva nel dialogo con la prole
Prendere atto delle trasformazioni in corso, dei disorientamenti che queste comportano NON è
motivo di debolezza.
Ma può DIVENTARLO se nell’incertezza si cede alla delega (“non sono
capace, pensaci tu”, “non mi sento pronto”, “imparerò con il tempo”), negandosi così al confronto
con se stessi, con la moglie, con il figlio, anche piccolissimo.
Uno dei maggiori apprendimenti tra madre e padre è l’importanza di dirsi anche che ciò che può
sembrare scontato, banale, e chiedersi apertamente aiuto, volendo condividere quelle emozioni e
quei vissuti profondi che fanno la qualità della relazione di coppia, senza restare in attesa che
l’altro
intuisca i bisogni e intercetti aspettative.
LA LEGGE n.53 dell’8 marzo 2000 nasce con l’obiettivo di:
Valorizzare l’etica della cura
Valorizzare la solidarietàtra i genitori
Valorizzare la reciprocità nell’accudimento dei figli.
Essa stabilisce:
1.Nuovi criteri e dispositivi specifici per sostenere la genitorialità concretamente vissuta anche
dal padre
2.La facoltà di astensione dal lavoro, che deve essere riconosciuta autonomamente a ciascuno
dei genitori a prescindere dalle condizioni lavorative dell’altro
3.Induce la possibilità per entrambi di fruire contemporaneamente del congedo, così che il
padre può astenersi dal lavoro nello stesso periodo in cui resta a casa la madre. Ma
l’importanza di questa compresenza
non è riconosciuta all’interno del mondo produttivo
.4.Se le politiche del mercato non si rendono effettivamente più permeabili a quelle che finora
hanno avuto uno spazio marginale (politiche della famiglia) è irresponsabile scaricare il peso
del cambiamento relazionale genitori-figli solo sulle spalle dei diretti interessati.
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COLTIVARE NEL DONO IL SENSO DEGLI ALTRI
Luca: “Natali e compleanni hanno portato in casa nostra una quantità di oggetti che hanno
letteralmente condizionato i pochi spazi del nostro piccolo appartamento. Per i bambini,
soprattutto
per il più grande, sono diventati quasi dei feticci: non ci giocano mai, ma guai a buttarli..
I bambini imparano per imitazione non solo a rapportarsi agli altri, ma anche ad attribuire
significati
agli oggetti che li circondano. Nelle nostra case si accumulano giorno dopo giorno di oggetti. Tanto
più i genitori mostrano un attaccamento alle cose, tanto più i loro figli legheranno i loro oggetti a
un
senso di sicurezza, che finiscono col ricercare quindi non tanto dentro di sé, ma fuori, in ciò che si
mostra e può essere esibito.
Andrea: “io ho la sensazione che il regalo spesso nasconda l’incapacità da parte degli adulti di
condividere con i bambini il tempo per il gioco, nutrito da fantasia, creatività, invenzioni, stupori,
scoperta..
È esperienza comune sorprendersi a pensare che i momenti più cari della nostra infanzia non sono
legati a giocattoli particolari ma alle persone con cui li abbiamo condivisi.
Ma forse a questo punto occorre chiedersi perché i bambini di oggi ricevano così tanti regali, non
solo non richiesti, ma spesso ridondanti, inutili. Il sistema di convenzioni che regola i compleanni,
per esempio, lascia intender che tra invitati non c’è la confidenza di incontrarsi in libertà, portando
“solo” la propria allegria e il proprio affetto o di dirsi che il vero regalo è la festa, la presenza
contemporanea di tante persone care.
Il RISCHIO è che ai regali si affidi tutto quelle che le relazioni non riescono a comunicarsi:
ricerca di attenzione, desiderio di appartenenza a un medesimo circuito di frequentazioni, senso di
colpa nei confronti dei figli quando non si riesce a dedicare loro il tempo e l’attenzione necessaria.
Sono i legami che spingono gli esseri umani a donare, non il contrario, ovvero non si dona per
creare un legame, per rafforzare una relazione.
L’INFLUENZA DELLA FAMIGLIA D’ORIGINE NELL’EDUCAZIONE DEI FIGLI
Il modo in cui i nostri genitori ci hanno cresciuti ha creato uno specie di calco interno, sulla base
del
quale ricaviamo la maggior parte dei comportamenti, delle norme e degli insegnamenti che
rivolgiamo ai figli.
Ma educare significa anzitutto l’unicità di una relazione e di una funzione di quel legame
particolare essere capaci di rivedere il patrimonio di insegnamenti ricevuti.
I GENITORI VISTI DALLE EDUCATRICI
Chi ha la possibilità di incontrare educatrici e genitori in contesti separati, espressamente dedicati
alle une e agli altri si trova spesso a constatare le discrepanze, ovvero le diverse rappresentazioni
che gli uni hanno delle altre e viceversa. Le educatrici svolgono una funzione importante nei
confronti delle mamme e papà quando, legittimandosi a esplicare le proprie sensazioni, chiedono
e
offrono ascolto, accoglienza al vissuto dei genitori e sono in grado di restituire alle famiglie una
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lettura della complessità che spesso sfugge e che tuttavia si riversa nella relazione con un figlio
anche molto piccolo.
Il dialogo educativo tra famiglie e servizi implica la disponibilità a costruire ipotesi interpretative
condivise della realtà circostante per condividere la comune, quotidiana responsabilità educativa.

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