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I GRANDI NEL MONDO DEI PICCOLI

INTRODUZIONE

Quando le educatrici e gli educatori dei servizi per l’infanzia parlano del rapporto con i genitori non è
infrequente ascoltare frasi come “non riesco a coinvolgerli nelle attività della struttura” oppure “con quei
genitori non riesco proprio a parlare”.
Risulta importante quindi interrogarsi sul perché le relazioni con i bambini vengano percepite come meno
problematiche rispetto a quelle con gli adulti. Per poter rispondere a questa domanda si deve attuare una
riflessione, la quale è alla base dell’agire educativo. Le educatrici dovrebbero chiedersi perché si
approcciano in un determinato modo con i genitori o perché risulta più facile intrattenere una
conversazione con una persona piuttosto che con un’altra. Le risposte non sono mai scontate e non vanno
liquidate con semplici “è così” o “è colpa sua”. Capovolgere le aspettative e abbandonare i luoghi comuni
hanno molti vantaggi: ci permettono infatti di comprendere quali schemi fissi attuiamo – seppur in maniera
inconscia – quando entriamo in relazione con gli altri. Ci permettono di vedere la realtà da altri punti di
vista.

CAPITOLO 1: LE MOTIVAZIONI

Non è scontato che un servizio per la prima infanzia cerchi di sviluppare nel concreto il rapporto con i
genitori. Infatti tutti sappiamo, a livello teorico, che si deve essere co-educatori, educatori insieme, ognuno
con i propri ruoli e le proprie competenze.
Se proviamo a riflettere su cosa si fa nel concreto è possibile risalire alle reali motivazioni di ciascun servizio.
Possiamo ad esempio chiederci il perché un nido sceglie di fare due riunioni generali all’anno e un altro
nido, invece, ne organizza una ogni due mesi; oppure il perché una struttura per l’infanzia sceglie di far
partecipare i genitori al giornalino del nido, a recite o a gite; e così via. Certamente ad un livello le risposte
riguarderanno aspetti organizzativi e contestuali, che sono importanti e influenzano il modo di gestire la
relazione con i genitori. Ad un altro livello le risposte andranno a toccare ciò che si pensa dei genitori e del
rapporto con le famiglie. Ad un livello ancora più profondo e personale, nelle risposte si potranno cogliere
gli ideali e le rappresentazioni che ognuno di noi ha dell’essere genitori. Si tratta di differenti livelli di
motivazioni, tutti importanti e di cui è utile prendere consapevolezza.

Interrogarsi sul perché il nido deve entrare in relazione con la famiglia non è scontato. Possiamo partire
però da una provocazione. Ad esempio possiamo sostenere che la relazione tra genitore ed educatrice non
sia necessaria. Cerchiamo ora di sostenere questa ipotesi. Potremmo dire, ad esempio, che famiglia e
educatrici hanno ruoli diversi e agiscono in contesti differenti; oppure che devono lavorare come in
un’azienda dove le varie parti non interferiscono sul lavoro altrui. Queste argomentazioni non sono
convincenti per vari motivi. In primo luogo, è importante ricordare che educatrici e genitori non sono
un’azienda in quanto si lavora su un soggetto comune che è il bambino. Quest’ultimo, inoltre, non deve
essere percepito come un oggetto o come un assemblaggio di parti. Proprio l’unitarietà del bambino rende
necessaria la relazione trai due soggetti.
È importante poi che la struttura per l’infanzia condivida con la famiglia gli obbiettivi educativi che si è
preposta. Questa spesso non avviene in quanto si dà per scontato che la famiglia li condivida.
Le educatrici potrebbero voler sviluppare la relazione con la famiglia anche per motivi economici. In altre
parole necessitano che il bambino venga riscritto nella struttura l’anno successivo.

Le motivazioni possono essere diverse ma tutte dovrebbero essere collegate ad una motivazione principale:
la crescita e lo sviluppo del bambino.
Affinché la relazione con i genitori si sviluppi le educatrici dovrebbero imparare ad accettare la famiglia per
quello che è e non per come vorrebbero che fosse. In altre parole si dovrebbe accettare i pensieri e le
emozioni di chi si ha di fronte. In secondo luogo è fondamentale condividere con la famiglia gli obiettivi
educativi. Si potrebbe chiedere al genitore, ad esempio, cosa vorrebbe che il bambino imparasse oppure
come vorrebbe che crescesse. In questo modo nella struttura è possibile sviluppare attività piene di
significato. È importante poi che sia i genitori che le educatrici conoscano gli atteggiamenti del bambini nei
due contesti educativi. Ad esempio i genitori possono chiedere se il proprio figlio si è divertito nella
struttura oppure se ha mangiato tutto; le educatrici potrebbero chiedere se il bambino ha dormito bene a
casa oppure se è vivace anche nell’ambiente domestico. Tutte queste informazioni permettono ai due
soggetti (genitori ed educatrici) di collaborare efficacemente e di sostenere la crescita e lo sviluppo del
piccolo.

Possiamo chiederci, inoltre, come organizzare le riunioni con i genitori, quante farne nel corso dell’anno. In
primo luogo è fondamentale stabilire con l’equipe quale obiettivo si vuole raggiungere con quell’incontro.
La scelta degli obiettivi, infatti, influenzerà l’organizzazione delle attività. Ad esempio se si vuole far
conoscere le attività del nido si potrebbe far vedere un video su alcune attività svolte; se si vuole dare ai
genitori le informazioni della struttura (orari, norme generali del servizio) la riunione sarà più formale e le
tali informazioni verranno condivise molto probabilmente come “elenco della spesa”; se si vogliono
stabilire gli obiettivi educativi, l’incontro sarà più dialogico e si darà più spazio alle idee dei genitori.

Alla base del rapporto educatrici-genitori vi è la comunicazione. Quest’ultima gioca un ruolo fondamentale
in quanto trasmette molteplici significati. Ad esempio dire un “buongiorno” con il sorriso farà sentire il
genitore accolto; utilizzare, invece, un tono scontroso e schivo farà mettere il genitore sulla difensiva. Si
comunica anche con il linguaggio del corpo. L’educatrice dovrebbe sempre chiedersi “cosa sto
comunicando?”

Possiamo chiederci a questo punto “perché il genitore si comporta così?”

È importante ricordare che il genitore non ha mai l’intenzione di mettere il bastone tra le ruote alle
educatrici, né di sminuire il servizio offerto, anche se alcuni comportamenti possono far pensare il
contrario. Il genitore si relazione con il nido nel miglior modo possibile per lui tenendo in considerazione le
emozioni che prova (rabbia, paura, felicità, senso di colpa nel lasciare il figlio con estranei) e le proprie
esperienze. Appare evidente quindi come i comportamenti della famiglia siano legati soprattutto ai vissuti
personali e non alla singola educatrice. Il genitore si presenta per quello che è e se gli chiudiamo la porta
solo perché ci sentiamo attaccati, non gli diamo la possibilità di essere realmente co-educatori insieme al
nido.

Mando mio figlio al nido, così impara le regole.

Non è infrequente ascoltare questa frase dai genitori. Quest’ultimi infatti credono che nel nido i propri figli
imparino le regole e la convivenza sociale. Il compito del servizio per l’infanzia, però, non è solo questo. Si
sostiene la crescita e lo sviluppo del bambino.
La famiglia, con i suoi importanti legami affettivi, dovrebbe essere in prima fila nell’educazione dei bambini.
Sembra però lasciare questo compito del “dire no” ad altri. Nella vita reale, infatti, ha svolgere questa
funzione sono dapprima le educatrici del nido poi le maestre delle elementari e infine i docenti. I genitori
faticano a dare delle regole, ad imporre dei limiti, perché questo genera contrarietà nel bambino e perché
temono di non essere più genitori amati e amabili.

Limiti, regole e affetto però sono i mattoni della crescita.

Le educatrici dovrebbero far comprendere alle famiglie che si sta giocando insieme in questa relazione e
dovrebbero promuovere nelle seconde un’assunzione di responsabilità educative.
CAPITOLO 2: CHI? I PROTAGONISTI

A questo punto dedichiamoci a due dei soggetti principali della vita del nido: le educatrici e i genitori. Prima
di tutto, è necessario esplicitare da quale punto di vista intendiamo analizzare i due soggetti e le relazioni
che intrattengono. Quest’ultimo, infatti, viene influenzato dalla nostra soggettività e rappresenta solo un
modo di cogliere la realtà.

L’essere umano è per definizione un essere complesso: il suo sviluppo viene influenzato da numerosi fattori
(interni e esterni) che interagiscono continuamente con esiti non prevedibili.
Il nido è il luogo in cui questa complessità risulta facilmente evidente: tante persone (educatrici, genitori,
cuoche, donne delle pulizie etc.) interagiscono in modi differenti a seconda della funzione svolta.
L’educatrice deve sapersi confrontare con ciascuna di esse e spesso deve saper mediare tra tutte le persone
coinvolte.
Avere a che fare con la complessità è una sfida arricchente dove è in gioco la creatività di ciascuno.

I concetti fino a qui illustrati fanno riferimento alla Teoria Generale dei Sistemi elaborata da Bertalanffy.
Quest’ultima può anche essere definita la teoria del cambiamento in quanto pone l’attenzione sulla
dimensione processuale della vita. Tale approccio teorico parte dalla convinzione che non sia possibile
studiare i fenomeni isolatamente ma che questi siano frutto di una relazione tra le parti che lo compongono
e tra le parti e il mondo esterno.

Il sistema umano è:

● Dinamico

● Aperto ovvero istituisce scambi con l’ambiente circostante

● In equilibrio

● In grado di regolarsi autonomamente

Ragionare sui bambini, su sé stessi, sui genitori in termini di “sistema” significa prendere in considerazione
le componenti affettive, cognitive, affettive di ognuno e le dimensioni biologica, storica, tecnologica, sociale
e culturale.

Prima abbiamo detto che la teoria generale dei sistemi poteva anche essere chiamata teoria del
cambiamento. Quando utilizziamo questo termine non indichiamo un passaggio da qualcosa di negativo a
qualcosa di positivo. Infatti quando si cambia, si cresce, si raggiunge un nuovo livello di adattamento del
sistema. I cambiamenti non potrebbero avvenire se i singoli sistemi non partecipassero attivamente al
cambiamento stesso. Secondo questa prospettiva, quindi, il cambiamento non è qualcosa che proviene
dall’esterno. Ognuno è sempre protagonista del suo modo di funzionare.

Concentriamoci ora sul sistema diadico educatrice-genitore, prendendo in considerazione alcuni aspetti:

● La rappresentazione che l’educatrice ha di questo sistema di cui fa parte e del funzionamento dei
singoli soggetti

● Le credenze circa i ruoli educativi dei soggetti coinvolti

● Come il funzionamento del sistema influenza lo sviluppo del bambino e le attività svolte al nido.
È fondamentale che la diade educatrice e genitore si basi sul cambiamento. Solo in questo modo il sistema
potrà continuare ad esistere e a riadattarsi. Ciò non avviene quando interviene la rigidità ovvero quando si
funziona sempre allo stesso modo, indipendentemente dal contesto e dall’altro. Possiamo dire quindi che
la rigidità blocchi l’innovazione, il cambiamento e la creatività. È possibile diventare più flessibili riflettendo
su sé stessi e guardandosi con onestà. In altre parole dobbiamo comprendere il reale motivo per cui ci
comportiamo in una determinata maniera.

Le educatrici si fanno molte idee sui genitori. Possono pensare che sono persone in gamba e collaborative
oppure che stanno rovinando la crescita del bambino. Da un’indagine è emerso che spesso i genitori sono
sentiti più come un ostacolo che come una risorsa per le educatrici. Questa idea è talmente radicata nella
cultura educativa che gli studenti universitari – pensando al loro lavoro come educatori – sono preoccupati
del rapporto con le famiglie! Da un’intervista è emerso che più del 50% delle studentesse intervistate
pensano che il rapporto con i genitori sia problematico in quanto questi non ci sanno fare a livello
educativo, perché sono troppo pretenziosi.

Proponiamo alcune riflessioni in merito. È importante ricordare che nelle relazioni si è coinvolti in più
soggetti per cui se le cose funzionano o non funzionano è anche colpa nostra. Non dobbiamo liquidare la
questione pensando di aver fatto tutto il possibile per raggiungere un miglioramento. In questo modo non
si riuscirebbe a creare una relazione basata sulla fiducia con la famiglia e di conseguenza non si potrebbe
essere co-educatori.

Un altro aspetto emerso dalle interviste è l’alta percentuale delle educatrici che si sente ben attrezzata per
relazionarsi con i bambini. La relazione con i piccoli, infatti, è meno giudicante e più diretta, spontanea di
quella con i genitori.

Il nido è un contesto in cui interagiscono più soggetti, ognuno con proprie caratteristiche e peculiarità.
Bisogna prendere atto e accettare che la singolarità di ciascuna persona coinvolta nel nido non potrà mai
essere conosciuta e compresa fino in fondo. In altre parole non possiamo conoscere esattamente cosa sta
provando o prova l’altro. Possiamo però sviluppare delle rappresentazioni. Queste ultime sono influenzate
dalle nostre esperienze personali, dalle nostre conoscenze e dagli schemi che usualmente utilizziamo.
Nel nido vi sono molti genitori e di conseguenze molte tipologie di relazioni. Bisogna accettare l’altro per
quello che è e non per quello che vorremmo che fosse. La diversità quando non viene percepita come
pericolosa per se stessi e la propria identità spinge a trovare nuovi modi di entrare in relazione, porta ad
essere flessibili ed ampliare le proprie vedute. Inoltre ci permette di scoprire aspetti di noi e dell’altro che
non avevamo ancora considerato.

Bisogna poi ricordare che ogni relazione educativa è unica e nessuno sostituisce l’altro. Bisogna perciò
avere ben chiaro il ruolo che si svolge. Spesso la famiglia non comprende le competenze dell’educatrice.
Riesce, invece, ad individuare quelle degli altri membri familiari quali nonni, zii, baby-sitter. Vediamo ora le
differenze e le somiglianze tra il ruolo dell’educatrice e quello genitoriale.

SOMIGLIANZE DIFFERENZE

Entrambi si prendono cura del bambino da ogni L’educatrice è una professionista con specifiche
punto di vista, soddisfandone i bisogni primari competenze, il genitore non lo è. In altre parole
(fame, sete etc.), quelli affettivi (la vicinanza l’educatrice sa cosa sta facendo, ha ben presente
amorevole) e quelli cognitivi (il bisogno di sia il motivo che l’obiettivo finale delle proprie
imparare) azioni

Sono entrambe relazioni asimmetriche: in altre


parole vi è un responsabile (l’adulto) e un soggetto
che necessita di protezione e accudimento (il
piccolo)

Negli ultimi anni molte leggi regionali hanno promosso il potenziamento dei servizi integrativi rivolti alla
prima infanzia affinché questi ultimi potessero rispondere adeguatamente ai nuovi bisogni delle famiglie, in
continua evoluzione. In quest’ottica quindi la famiglia diventa la vera protagonista. Tra questi progetti
innovativi ricordiamo “Tempo per le famiglie” ovvero uno spazio che accoglie coppie adulto-bambino in
presenza di un’educatrice che è impegnata a facilitare la relazione tra i membri della diade.
Tali servizi condividono una duplice finalità.
In primo luogo permette di far comprendere ai soggetti della diade la bellezza dello stare insieme in uno
spazio protetto e completamente dedicato al rapporto.
Il secondo obiettivo – non meno importante – consiste nella proposta di percorsi che favoriscano
l’acquisizione di maggiore sicurezza da parte del genitore attraverso il confronto con gli altri adulti. Parlare
in modo spontaneo con l’altro dei propri dubbi, delle proprie esperienze ed emozioni permette di
analizzare la realtà e i problemi sotto una luce diversa. Grazie al dialogo, quindi, si può maturare. Inoltre
attraverso l’incontro con altri bambini, mamme e papà possono verificare che le fasi di sviluppo del proprio
bambino procedano in modo adeguato.
In questi gruppi di genitori vengono spesso affrontati in modo informale temi come la cura del neonato, il
pianto, il sonno, lo sviluppo motorio etc.
Inoltre è un’occasione per il bambino per socializzare con altri pari.

In questi progetti risultano fondamentali le competenze pedagogiche, relazionali ed organizzative


dell’educatrice. Quest’ultima infatti deve relazionarsi coni genitori senza risultare invadente o
eccessivamente distaccata. Deve pensare al benessere sia dell’adulto che del bambino. Inoltre, poiché il
servizio ospita più coppie contemporaneamente, l’educatrice deve saper gestire il gruppo, frenando
iniziative troppo invadenti e sollecitando la partecipazione di tutti. Inoltre deve possedere una buona
capacità osservativa. Visti il notevole impegno e le responsabilità è fondamentale che le educatrici lavorino
in gruppo. Solo in questo modo è possibile ottenere riscontri sul proprio operato.

Analizziamo ora un’altra figura che ruota intono al nido: quella del nonno. Quest’ultimo ormai è diventato
un appoggio fondamentale a molti genitori sia per quanto riguarda la gestione della casa sia per il bambino
e la sua educazione. Dobbiamo chiederci a questo punto quale sia il suo ruolo all’interno delle nuove
famiglie. Queste ultime posso, a tal proposito, essere definite multigenerazionali. I nonni grazie alla loro
maggiore disponibilità ed indulgenza si pongono come elemento di equilibrio nella famiglia, laddove i ritmi
frenetici e frettolosi dei genitori non corrispondano a quelli di crescita del bambino. I bambini, dal canto
loro, hanno la capacità di essere aperti al mondo e di costruire legami preferenziali con chi si occupa di loro
con dolcezza. Inoltre riescono a costruire più legami significativi contemporaneamente, traendone un
vantaggio evolutivo: se la figura di riferimento principale (di solito la madre), non può badare più a lui, il
bambino avrà la certezza che ci sarà sempre qualcuno che se ne occupa.

Spesso i nonni si occupano del bambino il pomeriggio oppure lo vanno a prendere al nido. Nell’ambito del
nido quindi possono sorgere perplessità rispetto al comportamento da tenere di fronte a queste figure. È
importante ricordare che i genitori sono i primi responsabili del bambino. Le comunicazioni importanti quali
questioni sul benessere del piccolo, organizzazioni di attività etc. devono essere perciò presentati a questi.
Le educatrici però possono promuovere la figura del nonno attraverso messaggi di valorizzazione del ruolo
diretti ai genitori e ai nonni stessi, confermando il loro prezioso aiuto nella gestione della casa e del piccolo.
Infine potrebbero invitare a turno i nonni a raccontare favole e aneddoti del loro passato oppure
coinvolgerli nei lavoretti attuati nel giardino del nido.
CAPITOLO 3: GLI STRUMENTI

Il percorso fatto fino a questo momento ha portato a riflettere sulla complessità del rapporto nido-famiglia.
Analizziamo adesso ciò che accade quando i genitori e le educatrici si incontrano, soffermandoci in
particolar modo sulla comunicazione.

Il primo incontro con i genitori è sempre un momento importante nella vita del nido: conoscere i genitori
dei bambini, infatti, significa imparare qualcosa su di loro, sulle loro abitudini, su ciò che amano e odiano
etc. Spesso poi l’educatrice si trova a gestire l’emotività del genitore, che vive un momento di cambiamento
nell’equilibrio relazionale familiare, sperimentando la separazione dal piccolo, che fino a quel momento è
stato accudito nel e dal nucleo familiare. Il colloquio diventa, quindi, un momento per imparare qualcosa
sul genitore stesso, su come sa gestire le proprie emozioni, sul suo modo di stare insieme al bambino etc.

Perché è importante sostenere il genitore? La risposta a questa domanda ruota intorno a due questioni
fondamentali.

1. I genitori non sono professionisti dell’educazione e anche per loro il nido è un’esperienza nuova e,
come tale, fonte di preoccupazione. Inoltre possono non avere ben chiaro le competenze
dell’educatrice. Spesso, poi, i genitori non hanno avuto la possibilità di leggere sui libri le basi
teoriche per conoscere lo sviluppo del proprio bambino ed è possibile che non si siano sperimentati
in precedenza nel ruolo di educatori.

2. L’altro aspetto da considerare è legato alle emozioni con le quali un genitore si appresta
all’esperienza del nido, che possono essere sia positive che negative. In altre parole possono essere
felici e sicuri della propria scelta oppure essere tristi per la separazione o agitati nel lasciare il
proprio figlio in mani di estranei.

È importante tenere in considerazioni questi aspetti quando ci si trova a comunicare con i genitori. In
questo modo, infatti, è possibile istaurare un rapporto basato sulla fiducia.

Comunicare con i genitori spesso è una necessità: si devono ricevere informazioni rispetto al bambino,
soprattutto quando non lo si conosce ancora bene. Le comunicazioni si svolgono, quindi, durante diversi
momenti di incontro, più o meno strutturati, nei quali gli adulti che si occupano del bambino cercano di
confrontarsi sulle informazioni relative al bambino stesso. Questo, però, non è che il primo obiettivo da
raggiungere in questi momenti: vera finalità da raggiungere con i genitori, infatti, è quella di stabilire una
collaborazione fondata su un reciproco impegno nell’educazione del bambino.

Parliamo ora della comunicazione.

Quest’ultima riguarda tutti i significati e i contenuti trasmessi attraverso le parole: essi sono il centro
esplicito dell’interazione e costituiscono l’oggetto della conversazione.
Attraverso la comunicazione verbale l’educatrice cerca di reperire informazioni sul bambino e sul genitore,
cerca di farsi conoscere, fa domande e propone affermazioni. Per raggiungere questi obiettivi, però, la
comunicazione deve essere caratterizzata da tre elementi:

● Empatia. Con questo termine si intende la capacità di mettersi nei panni dell’alto ovvero di riuscire
a capire cosa sta provando, le sue emozioni pur mantenendo da lui una certa distanza. Un
atteggiamento empatico verso il genitore permette di capire cosa lo spinge a prendere determinate
decisioni;

● Sospensione di giudizio ossia la capacità di accettare l’altro per quello che è e non per quello che si
vorrebbe che fosse. SI tratta di non criticare le idee, le emozioni, i comportamenti di chi si ha di
fronte. L’educatrice deve ricordare che il genitore cerca di fare il meglio per suo figlio. Deve, perciò,
cogliere i valori che li spingono a fare certe scelte e deve comprendere che hanno dei limiti. Se
l’educatrice riuscirà a sospendere il giudizio, il genitore potrà sentirsi realmente accolto;

● Concretezza. L’educatrice, in altre parole, quando parla con i genitori deve far riferimento ad
episodi concreti, realmente accaduti. È importante, perciò, saper selezionare gli episodi da
raccontare.

Oltre agli aspetti verbali ed espliciti della comunicazione, ogni interazione umana è caratterizzata da altre
modalità comunicative. Queste possono essere:

● Non verbali, riguardanti ad esempio il tono di voce, il ritmo

● Comportamentali riguardanti, la postura, i gesti, i movimenti del volto volontari e involontari. Ad


esempio una persona che ascolta la musica con le cuffie nel treno, che guarda fuori dal finestrino
sta comunicando che non intende iniziare una conversazione.

Tutti questi aspetti concorrono nel costruire il reale significato della comunicazione.

Anche durante una conversazione verbale intenzionale possono essere trasmessi molti messaggi. Ad
esempio se salutiamo una mamma e il suo bimbo con il sorriso e le spalle aperte faremo sentire la coppia
accolta; se, invece, li salutassimo con un tono schivo, gli occhi e le spalle bassi potremmo far sentire il
genitore e il bambino poco accolto.

Dobbiamo sempre ricordare, quindi, che impostare una conversazione con il genitore non significa soltanto
pensare ai contenuti da esporre ma anche imparare a comunicare efficacemente con i gesti. Dobbiamo
essere accoglienti con tutto il corpo e non solo con le parole.

L’ascolto

Anche la capacità di ascolto fa parte della comunicazione non verbale: ascoltare, infatti, non è sempre facile
come sembra, soprattutto in situazione già caotiche di per sé come il momento dell’ingresso dei bambini. È
importante porsi nei confronti del genitori con un ascolto attento e riflessivo. Infatti, se il genitore comunica
con noi è per informarci su qualcosa che ritiene importante. È anche fondamentale sospendere i giudizio.
Una mamma che si sente giudicata per ciò che ha raccontato tenderà a non ripetere l’esperienza.

Per ascolto attivo si intende un metodo che prevede di fornire un feedback (una risposta, un’informazione
di ritorno) su quello che si è appena ascoltato. Lo scopo è cercare di capire esattamente quanto comunicato
da chi parla. Tale atteggiamento, se percepito dal genitore, lo rassicura e lo fa sentire accolto e compreso.
Secondo Gordon, l’ascolto attivo è composto da 5 punti fondamentali:

▪ Ascoltare il contenuto e chiedere chiarimenti dove è necessario

▪ Capire le finalità ossia il significato emotivo di ciò di cui sta parlando l’interlocutore

▪ Valutare la comunicazione non verbale dell’interlocutore quindi il suo linguaggio del corpo, il tono
di voce, il suo ritmo etc.

▪ Ascoltare con partecipazione e senza giudicare

▪ Controllare la propria comunicazione non verbale

CAPITOLO 4: CAMMINANDO INSIEME

Abbiamo parlato spesso dell’importanza della relazione di fiducia tra nido e famiglia che permetta di
costruire una continuità di obiettivi e modalità educative tra i due contesti di crescita del bambino. Come
tutte le relazioni, però, anche questa deve essere coltivata fin dall’inizio e deve assumere significato per
tutti i partner coinvolti.

La collaborazione e la condivisione si pongono come elementi essenziali per il benessere del bambino al
nido ma sono risorse molto importanti anche per le educatrici e per i genitori. Infatti le prime possono
trovare nei genitori degli alleati per istaurare una relazione positiva con il piccolo; o secondi, invece,
trovano un sostegno per riappropriarsi delle loro responsabilità educative.
Affinché questo possa avvenire, è fondamentale che il sistema nido pensi e realizzi delle occasioni di
incontro tra le educatrici e la famiglia volte ad approfondire la conoscenza reciproca. Questo clima
relazionale stimola sia i genitori che le educatrici a esprimere con maggiore tranquillità dubbi e
preoccupazioni.

Possiamo distinguere diversi momenti di incontro:

● Il primo colloquio

● Le riunioni formali

● La documentazione.

Il primo colloquio

Il primo colloquio viene fissato prima dell’inserimento del bambino e ha un carattere formale. Spesso è la
prima occasione per conoscersi in maniera approfondita. L’obiettivo generale è quello di dare avvio ad una
relazione personalizzata tra l’educatrice di riferimento e i genitori. In altre parole con il primo colloquio le
educatrici si fanno conoscere e conoscono aspetti del bambino e dei genitori che prima non conoscevano.
Per acquisire più informazioni possibili sul piccolo, le educatrici potrebbero chiedere al genitore quali sono i
suoi giochi preferiti, quale alimento fa più fatica a mangiare, quali sono le sue abitudini. È fondamentale in
questa fase prestare attenzione sia alla comunicazione verbale (ciò che si dice) che a quella non verbale
(come lo si dice: con quale tono di voce, facendo quali gesti?).

L’educatrice, inoltre, può ricordare ai genitori alcune informazioni di carattere organizzativo come la
routine, i tempi, le attività svolte etc. Può poi prepararli all’ambientamento del bambino spiegandone la
tempistica e le modalità in cui avverrà, soffermandosi sulle possibili dinamiche di separazione.

Spesso le educatrici si domandano quanto tempo debba durare il colloquio. Infatti un incontro troppo lungo
potrebbe stancare o infastidire i genitori mentre incontri troppo brevi darebbero l’impressione di volersi
sbrigare. È fondamentale ricordare che ogni colloquio è unico e perciò si deve valutare come si è speso il
tempo piuttosto che sulla durata vera e propria.

Il primo colloqui può essere condotto anche con l’ausilio di una scaletta in quanto permette di non
dimenticare le cose più importanti da chiedere e da dire. Inoltre permette di non divagare eccessivamente.

Affinché questo incontro raggiunga i propri obiettivi è fondamentale rispettare alcune regole:

● Utilizzare una modalità comunicativa non direttiva. In altre parole è utile lasciare spazio alla
narrazione libera che consente al genitore di sottolineare e domandare ciò che ritiene più
importante;

● Non utilizzare uno stile inquisitorio in modo da non far mettere il genitore sulla difensiva;

● Non cercare di affrontare gli argomenti in cui i genitori sembrano essere più vaghi e restii;

● Non fornire troppe regole ed informazioni che potrebbero disorientare la famiglia.

Le riunioni
Una delle riunioni più importanti è quella di inizio anno, in cui viene ufficialmente presentato il servizio
attraverso – ad esempio – la lettura del progetto educativo o la visita degli spazi. Un momento della
riunione è solitamente dedicato alla presentazione di tutto il personale del servizio: educatrici,
coordinatore, cuoche, le ausiliarie.

Durante l’anno, poi, si succedono altre riunioni e si pongono come occasioni di incontro in cui vengono
presentate novità (ad esempio l’ingresso di una nuova educatrice), e iniziative (gite al parco, recite etc.).
Durante questi incontri è fondamentale mantenere un clima rilassato e disteso dove tutti possono proporre
domande o fare considerazioni personali. Nel corso di ogni riunione dovrebbe essere redatto un verbale
che documenti l’ordine del giorno, le tematiche trattate ed eventuali decisioni prese.

La documentazione

La documentazione non è riconducibile solo a un’attività di carattere amministrativo e burocratico ma


rappresenta una vera e propria esigenza educativa che contribuisce ad incrementare la qualità del servizio
offerto. La documentazione è fondamentale per le educatrici in quanto permettere di svolgere una
riflessione critica sulle attività svolte.

Risulta essere, inoltre, un materiale essenziale anche per i bambini in quanto possono rivivere i ricordi delle
attività svolte (ad esempio attraverso foto o filmati) e consolidare le esperienze vissute, la loro autostima e
la fiducia nelle loro capacità. Come ricordano Ruggerini e Catellani, la documentazione è comunicazione in
quanto rappresenta un’impronta di ciò che si è fatto.

La documentazione, inoltre, si presenta come uno strumento essenziale per favorire il coinvolgimento dei
genitori alla vita del nido. Possono rendersi conto delle attività svolte, dei progressi attuati dal proprio figlio.
Il genitore, in altre parole, percepisce che nonostante il figlio faccia parte di un gruppo, è stata riconosciuta
la sua identità specifica.

Ovviamente affinché la documentazione sia uno strumento efficace è importante che l’educatrice sappia
raccogliere e selezionare i diversi materiali, rendendoli dotati di senso anche a chi non era presente durante
quelle attività. Solo in questo modo è possibile testimoniare la qualità del servizio offerto.

Infine è utile ricordare che i documenti prodotti dovrebbero essere basati sulla spontaneità, la creatività e
la libertà di espressione di bambini ed educatrici.

Tra i prodotti di documentazione ricordiamo: album contenenti lavori manuali del bambino, album di foto,
filmini, cartelloni etc.

La progettazione

Abbiamo parlato spesso dell’importanza della relazione di fiducia tra nido e famiglia. Abbiamo anche visto
come tale sentimento di fiducia reciproco non può essere costruito nell’immediato. Genitori ed educatrici
hanno bisogno di tempo per conoscersi e per imparare a comunicare in modo efficace.

Risulta, quindi, fondamentale progettare gli incontri, senza lasciare nessun aspetto al caso.

Prima di tutto si devono individuare i bisogni dei genitori. Potremmo organizzare eventi bellissimi ma se
questi non rispondono alla necessità delle famiglie, molto probabilmente la loro partecipazione sarà scarsa.
È importante, quindi, cercare di comprendere cosa interessa ai genitori, quali aspetti della vira del nido
vorrebbero approfondire, anche attraverso l’utilizzo di questionari. Questa modalità contribuisce, fin da
subito, a coinvolgere i genitori. Ovviamente non è possibile accontentare tutti in quanto i bisogni emersi
saranno molteplici e variegati. C’è chi, ad esempio, preferisce concentrarsi su corsi di formazione e chi
vorrebbe organizzare una festa di fine anno.
Una volta raccolte le risposte, si passa alla fase dell’ideazione. In altre parole l’équipe pensa a come
soddisfare nel modo migliore possibile le richieste delle famiglie. Lo stesso bisogno, infatti, potrebbe essere
soddisfatto proponendo attività diverse. Quando il gruppo di lavoro ha elaborato una proposta che
risponde a obiettivi generali, passa ad analizzare nel dettaglio tutti gli aspetti organizzativi.

Questa fase prevede i seguenti passaggi.

● La scelta degli obiettivi più specifici (cosa ci prefiggiamo di raggiungere?): Gli obiettivi dovrebbero
essere ben collegati sia ai bisogni che intendiamo soddisfare sia alle attività che poi andremo a
proporre

● L’analisi delle risorse (quali risorse sono a disposizione?): Queste possono essere di tre tipi: umane,
finanziarie e strumentali. Le prime si riferiscono a tutte le persone che partecipano al progetto,
dagli organizzatori al destinatario; le secondo riguardano le spese economiche legate all’attuazione
del progetto; le terze ai materiali, alle attrezzature necessarie.

● Gli spazi e i tempi (dove e quando?): Il progetto, infatti, può essere svolto sia all’aperto (giardino,
campagna, etc.) sia al chiuso (in un cinema, nell’asilo nido, in un museo etc.). Si deve poi decidere si
svolgere le attività in un unico giorno oppure pianificare degli incontri a cadenza fissa o variabile.

● Modalità di comunicazione del progetto: si può scegliere di appendere un manifesto in bacheca,


comunicarlo verbalmente al genitore oppure fare un invito scritto.

Vi è poi la realizzazione vera e propria del progetto.

L’ultima fase della progettazione riguarda l’attività di valutazione condotta sia sul progetto stesso che sui
risultati ottenuti. Valutare questi aspetti significa attuare una riflessione critica per individuare sia i punti di
forza – su cui basare nuovi progetti – sia i punti di debolezza che, invece, andranno rivisti e modificati.

Durante la valutazione è utile prendere in considerazione tre aspetti:

- L’efficienza ovvero il rapporto tra tutte le risorse utilizzate, la qualità e la quantità delle attività
realizzate e i loro risultati

- L’efficacia ovvero come le attività svolte hanno risposto ai bisogni individuati e hanno consentito di
raggiungere gli obiettivi prefissati

- L’impatto cioè se il progetto ha avuto un buon riscontro.

Per procedere alla valutazione del progetto, le educatrici hanno a diposizione diversi strumenti.
Ad esempio, a conclusione del progetto, potrebbe essere somministrato un questionario in cui i genitori
sono tenuti ad esprimere un giudizio tenendo conto dell’organizzazione, delle attività svolte, della
disponibilità dell’educatrice, dei mezzi utilizzati etc.

Un altro modo, meno formale, è quello di chiedere ai genitori di esprimere le loro opinioni circa il progetto,
scrivendole su un foglio di carta successivamente imbucato in una scatola di scarpe colorata.

L’ideale potrebbe essere utilizzare entrambi i metodi, sia quello più strutturato che quello più informale.

Tabella riassuntiva.

FASI SPIEGAZIONI

Raccolta di informazioni Attraverso la somministrazione di questionari volti a


comprendere i bisogni delle famiglie
Ideazione Comprendere come soddisfare nella maniera
migliore possibile i bisogni rilevati
Progettazione - Quali obiettivi specifici voglio raggiungere?
- Quale risorse utilizzo?
- Dove e quando svolgo il progetto?
- Come lo comunico alle famiglie?
Attuazione vera e propria del soggetto

Attività di verifica Attraverso la somministrazione di questionari ai


genitori per comprendere il grado di gradimento
del progetto a cui hanno partecipato. Tengono
conto dell’organizzazione, dei mezzi utilizzati, della
disponibilità delle educatrici

Il processo di coping nelle relazioni nido famiglia

Nei servizi per la prima infanzia il rapporto tra nido e famiglia è una tematica molto delicata. Ogni anno
incontriamo mamme e papà che ci chiedono consigli sui propri bambini e che risultano essere attenti e
disponibili a seguire le nostre direttive. Queste interazioni sono fonte di gratificazione e soddisfazioni
immense. Purtroppo però questo non sempre accade. I questi casi, le dinamiche che si creano tra nido e
famiglia divengono complesse, provocando effetti non solo su di noi ma anche tutti gli altri protagonisti:
infatti le difficoltà relazionali hanno ripercussioni sia sulla famiglia che sui bambini. L’insoddisfazione che
proviamo potremmo riservarla inconsapevolmente nella relazione con questi ultimi. Infine, i problemi
relazionali rappresentano per le educatrici fonte di stress che con il tempo può rendere scarsa la qualità
professionale e può allentare le motivazioni che le ha spinte a questa scelta lavorativa.

Di fronte allo stress che deriva da situazioni relazioni difficili, l’educatrice ha diversi strumenti che può
utilizzare. In ambito psicologico si parla di strategie di coping. Con questo termine intendiamo le modalità
che ciascuno di noi mette in atto sia in termini cognitivi che comportamentali per cercare di affrontare
situazioni che sono percepite dal soggetto come dannose.
Inizialmente gli studi sul coping sono stati rivolti ad eventi traumatici come lutti, violenze e malattie;
successivamente sono stati applicati anche su altri campi come quelli relativi ai contesti educativi.

Applicare il concetto di coping alla relazione nido famiglia può essere molto utile per diversi aspetti: da una
parte permette di comprendere cosa sia il coping e dall’altra permette di capire quali sono strategie più utili
per risolvere il problema relazionale. Fare luce sul tema del coping, inoltre, significa stimolare una
riflessione critica su di sé e sul proprio ruolo al fine di rendere le strategie utilizzate sempre più efficaci.

Lazurus e Folkman considerano il processo di coping dinamico e flessibile. In altre parole le strategie che
vengono messe in atto non dipendono solo dalle caratteristiche del soggetto ma anche dalle relazioni che
quest’ultimo intrattiene con il contesto di riferimento.

Analizziamo ora il processo di coping.

Secondo questo modello, quando ci troviamo di fronte a un evento cerchiamo di capire se questo può
avere degli effetti positivi, negativi o neutrali su di noi. Se lo percepiamo come negativo mettiamo in atto
quella che viene definita “valutazione cognitiva primaria”. L’evento può essere percepito come una sfida o
come una minaccia. Se percepiamo l’evento come una sfida vuol dire che confidiamo nelle nostre
competenze. In altre parole pensiamo di poter risolvere il problema mettendo in pratica le nostre capacità.
Percepire un evento come una minaccia, invece, spinge il soggetto ad avere paura e ad allontanarsi dal
problema.

Una volta conclusa tale stima, mettiamo in atto una “valutazione cognitiva secondaria”. Quest’ultima, ci
permette di capire quali sono le risorse a nostra disposizione e le migliori strategie di coping da attuare. Le
risorse possono essere divise in tre categorie: personali – che fanno riferimento alle abilità di problem
solving e all‘autostima – sociali (che fanno riferimento all’appoggio dei propri colleghi e/o familiari) e
strumentali (come ad esempio libri, corsi di aggiornamento etc.). La disponibilità delle risorse è soggetta a
cambiamenti in quanto sono legate al contesto in cui ci si trova ad agire. Per quanto riguarda le strategie da
mettere in atto, questo sono molto flessibili e vengono influenzate dai vissuti emotivi e cognitivi di ciascun
soggetto. Una strategia può essere definita efficace quando oltre a risolvere il problema, promuove il
benessere dell’individuo a lungo termine.

Infine, mettiamo in atto la “valutazione cognitiva terziaria” che riguarda gli effetti prodotti a breve e lungo
termine.

Proviamo ora ad analizzare alcune tra le più diffuse strategie di coping.

Il problem solving

Nel lavoro educativo con i bambini, la ricerca di soluzioni ai problemi quotidiani, è senza dubbio una
strategia di coping molto utilizzata dalla educatrici. Infatti, la relazione asimmetrica con il bambino,
attribuisce all’adulto un ruolo di responsabilità e di gestione dello stress sia proprio che del piccolo. Con i
genitori la situazione è certamente più complessa: la responsabilità, infatti, è condivisa e ci si aspetta che sia
l’altro a fare il primo passo.

Anche nelle difficoltà relazionali tra adulti, il problem solving appare come una delle strategie più efficaci.

Il problem solving permette dal punto di vista cognitivo di focalizzarsi sul problema e di pensare ad una
soluzione vagliando tra le diverse opzioni disponibili e, dal punto di vista comportamentale, di mettere in
atto la soluzione scelta, pianificando le soluzioni da intraprendere.

Per sviluppare le capacità di problem solving è necessario però sapersi decentrare dal proprio punto di vita.
In questo modo è possibile accogliere prospettive diverse ed elaborare strategie più flessibili.

Inoltre il soggetto deve essere in grado di attuare una ristrutturazione positiva dell’evento stressante. In
altre parole deve essere in grado di cogliere anche gli aspetti positivi della situazione che sta esaminando
oltre che quelli negativi.

Questa strategia è molto importante per le educatrici – e anche per i genitori – in quanto le permette di
prendere in considerazione prospettive diverse e di mettersi in gioco totalmente.

Il supporto sociale

Si dice che l’uomo sia un animale sociale e che, nel corso della vita, tale predisposizione lo porti a istaurare
relazioni significative con i suoi simili. Questi legami assumono una particolare importanza quando
l’individuo è chiamato ad affrontare eventi stressanti.

Non a caso, le risorse sociali sono quelle su cui la ricerca sul coping si è maggiormente concentrata: esse
appaiono fondamentali nel processo di fronteggiamento del problema. Inoltre ricercare supporto sociale
nei momenti di difficoltà è stata riconosciuta come una delle strategie più efficaci in ambito personale e
lavorativo sia nel breve che nel lungo periodo.
Molti studi hanno dimostrato che il supporto sociale funge da fattore di protezione contro i danni provocati
dallo stress, assicura benessere e garantisce un buon livello di qualità della vita. Secondo alcuni ricercatori,
il supporto sociale ha un effetto tamponamento (detto anche buffering effect) nella gestione dello stress, in
quanto le persone che godono di elevato sostegno solitamente valutano un evento meno stressante di chi
ha poco sostegno. I primi, infatti, sanno che in caso di difficoltà possono rivolgersi ad altri per ottenere
supporto.

La ricerca di supporto sociale in casi di difficoltà può avere una duplice finalità:

- Richiedere un aiuto strumentale affinché l’altro collabori attivamente alla risoluzione del problema

- Richiedere consigli su come fronteggiare il problema.

Il supporto sociale si configura come strategia attiva perché l’individuo, ricorrendo ad essa, cerca di
risolvere il problema tenendo in considerazione punti di vista diversi dal proprio.

Tale strategia di coping è molto utile anche all’interno dei servizi per l’infanzia. Infatti l’educatrice
intrattiene molteplici relazioni come ad esempio con la coordinatrice, con i genitori e con le altre colleghe.
Confrontarsi su eventuali problematiche potrebbe far comprendere all’educatrice che il problema che fino
a quel momento percepiva come proprio, è comune all’intero gruppo di lavoro.

Alcuni momenti strutturati, quali le riunioni d’équipe, la formazione e la supervisione si pongono come
spazi privilegiati per offrire alle educatrici la possibilità di condividere dubbi e preoccupazioni, situazioni
stressanti in un ambiente protetto. Tali confronti, inoltre, permettono di ricevere nuovi stimoli e di
sperimentare nuove modalità di approccio al problema.

L’evitamento

I rapporti di incomprensione delle educatrici con le famiglie generano vissuti emotivi difficili da gestire;
l’educazione percepisce la competizione e sente di non essere sufficientemente gratificata. Tale situazione
impedisce di focalizzarsi sulla risoluzione del problema e di ricercare un dialogo con il genitore in quanto si
è troppo occupati a gestire i propri vissuti emotivi. Questo processo prende il nome di focused-emotion
coping.
Questo avviene quando si percepisce il problema in termini di minaccia. In questi casi si generano ansie e
paure che ci spingono ad allontanarci dal problema con la speranza che quest’ultimo si risolva da sé. È la
strategia di genitori che scappano all’entrata e all’uscita, che non fanno domande e delegano ogni scelta
educativa alle educatrici. Spesso si tratta di genitori insicuri. Se l’educatrice non affronta la situazione,
mettendo in pratica le sue competenze, non si avrà nessun tipo di cambiamento. È fondamentale quindi
che l’educatrice sappia dialogare con i genitori, riuscendo a contenere le loro ansie e le loro paure.

La ruminazione

Il lavoro dell’educatrice assorbe molte energie e spesso pensieri, problemi, preparazioni di materiali
tengono compagnia anche nel fine settima, tempo dedicato al riposo. Ciò accade, in particolar modo, in casi
di imprevisti o quando si è eccessivamente coinvolti in una relazione. Questa strategia è detta della
ruminazione e prende il nome proprio dai ruminanti che tengono molto tempo il cibo in bocca senza
deglutirlo così come le educatrici che pensano all’evento negativo senza però trovare una soluzione
concreta. La ruminazione può abbassare i livelli di autostima e far perdere la motivazione e l’entusiasmo
(elementi fondamentali nel lavoro educativo).

Solitamente la ruminazione è un fenomeno intraindividuale ma in alcuni casi può svilupparsi anche a livello
sociale. In queste circostanze si parla di co-ruminazione. Ciò accade quando tutto il gruppo parla
continuamente di un evento negativo senza però proporre un punto di vista alternativo da cui partire per
arrivare ad una soluzione.
Da alcune ricerche è emerso che la strategia della ruminazione è più diffusa tra le donne che tra gli uomini.

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