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Livelli di crescita

Luigi Pati

Introduzione
La vita umana è paragonabile ad un grande fiume, che ha bisogno dell’aiuto esterno,
poiché i suoi argini vanno rafforzati periodicamente. Il bambino con il trascorrere del
tempo, definisce il proprio stile relazionale, consegue la propria autonomia, intraprende
nuovi itinerari di esperienza… ma ci nonostante continua ad avere sempre bisogno,
dell’aiuto di altre persone.

Il percorso di crescita del singolo individuo pu essere lineare o piuttosto irregolare, le


situazioni non sono alternative tra loro, ma entrambe sono presenti nella vita di ognuno di
noi.

Questo volume riflette sul fluire dell’esistenza umana, soffermandosi sulle prime età
della vita, dall’infanzia all’adolescenza. Il fattore che governa i vari capitoli è la
differenziazione.

Sin dal suo venire al mondo il bambino è destinato ad intraprendere un cammino di


costante differenziazione dagli altri. La prima differenziazione riguarda il legame con la
figura materna, poi a mano a mano che procede nella crescita, il soggetto in età evolutiva
sarà chiamato a differenziarsi dalle varie situazioni e occasioni di esperienza.

La differenziazione è resa possibile dall’instaurarsi tra educatore e educando di una


rapporto di comunicazione educativa animato e orientato dal riconoscimento del Tu.
L’ educatore, agirà all’insegna dell’affinamento della propria identità e della costante
attenzione per il benessere dell’interlocutore. L’ educando dovrà riuscire a guadagnare i
propri tratti distintivi e concorrere all’altrui definizione personale.

CAPITOLO PRIMO

Livelli di crescita
La delineazione di una Pedagogia dello sviluppo umano postula il diretto riferimento alle
coordinate del tempo e dello spazio.

Passato-presente-futuro ed interno/esterno sono gli elementi concettuali attraverso cui


accostare in termini pedagogico-educativi il processo di crescita della persona e il suo
inserirsi in molteplici mondi di conoscenza e azione.

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1.1 Il divenire umano fra tempo e spazio
Per il senso comune lo sviluppo individuale si svolge in termini lineari, ossia come
un’evoluzione bio-psichica. Tale concezione è stata adottata per lungo tempo anche dagli
studiosi, fino agli anni ’50, momento in cui fanno notare che le età della vita sono tutte
contraddistinte da un permanente processo di acquisizione e perdita.

Da ci possiamo intendere che la maturità non può essere un semplice esito del
procedere cronologico della persona, ma si conquista grazie al tempo e allo scambio
relazionale (spazio) intrapreso e coltivato con il contesto ambiente.

Anche sotto l’aspetto pedagogico si ritiene che la crescita umana vada oltre la linearità
cronologica. La Pedagogia dello sviluppo umano quanto la Pedagogia degli ambienti
educativi, affermano che la riflessione pedagogica e il procedere educativo si muovono
sempre in direzione diacronica e sincronica (non lineare e lineare).Ed il loro cambiamento
avviene in prospettiva evolutiva (tempo) e in prospettiva relazionale (spazio).

La Pedagogia dello sviluppo umano s’ispira al principio pedagogico della continuità nel
cambiamento. Con l’appellarsi ad esso gli educatori sollecitano gli educandi a variare le
azioni, posizioni, traguardi in forza dell’adesione consapevole e motivata ad una precisa
concezione di sé stessi, degli altri, del mondo.

La continuità e la stabilità nel cambiamento scandiscono i momenti delle crescita


umana. L’una e l’altra qualificano il processo trasformativo che permette al soggetto di
conseguire la propria maturità, quindi il suo grado di equilibrio comportamentale, di
impegno socio-politico-culturale, di responsabilità progettuale.

L’idea appena esposta affonda le radici nella storia del pensiero pedagogico. Uno dei suoi
primi precursori è Rousseau, a suo dire, i vari stadi della crescita, ovvero delle realtà
distinte, collegate tra loro, dalle quali consegue un certo equilibrio o grado di
perfezionamento adeguato all’età vissuta. In tempi più recenti Debesse, ha formulato il
concetto di tappa evolutiva, che necessita dell’attenzione dell’educatore, a lui spetta
guidare il corretto succedersi delle varie tappe.

Con questi due concetti gli studiosi hanno messo in luce vere e proprie scansioni
cronologiche che contrassegnano la crescita individuale in particolari contesti di
esperienza. Il Pati preferisce parlare di livelli di crescita. Ogni livello …

- conduce verso mete, spazi, luoghi, obiettivi


- è contraddistinto dal cammino intrapreso dalla persona, in un certo periodo della propria
vita, per conseguire un traguardo a lui posto o da lui desiderato

Qui subentra il concetto di compito educativo, un compito che il soggetto educando è


chiamato a raggiungere, stante la valutazione effettuata, da parte dell’educatore, dallo
scarto esistente tra ciò che è la persona in quel particolare momento e ciò che, sempre in
quel momento e in forza delle sue caratteristiche genetiche, pu ò diventare.

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Gli educatori devono prestare continua attenzione ai compiti educativi specifici di
ogni età. Sono chiamati ad affinare permanentemente la loro preparazione, non soltanto
quella psico-pedagogica, ma anche e soprattutto quella metodologica e didattica. Inoltre
occorre adeguare i vari interventi educativi alle capacità di comprensione degli educandi,
evitando atteggiamenti idonei a pregiudicare la crescita.

1.2 Verso una modellistica pedagogica dello sviluppo


Nelle prime età della vita, i livelli di sviluppo sono tracciati dagli adulti. Gli educatori
devono essere capaci di progettare il percorso lungo il quale intendono far
incamminare l’educando, ma devono far ci in base alla situazione del soggetto in
crescita. Quest’ultima pu essere agevole e ricca di potenzialità o piena di ostacoli.

Il fatto è che in alcune situazioni la crescita umana ha una tendenza asintotica, lineare
senza particolari sbalzi. In altre invece, possono subentrare contingenze alquanto critiche
come la falsa partenza o di significativa positività come il superamento. Ma tutte le
situazioni posso essere affrontate con interventi educativi intenzionalmente
strutturati. Nel dare le soluzioni alle problematiche rilevate; il tracciato valoriale, le regole
apprese, le persone che s’incontrano, aiutano a capire se la traiettoria intrapresa è quella
giusta.

Le varie età che scandiscono la crescita dell’uomo, risentono fortemente dell’influsso dei
fattori-socio-culturali. Ogni livello si contraddistingue anche in base ai fattori ambientali
presenti.
È compito dell’adulto fare in modo che il contesto agevoli il percorso di crescita, esso ha
una funzione di mediatore tra fattori innati e contestuali.

Attraverso l’intervento dell’adulto l’educando è sospinto sempre più verso un


costante momento di differenziazione. Delineare adeguatamente il proprio Sè è fattore
primario per la conquista della propria identità personale. Con esso l’uomo da uno stato
iniziale di semplicità comportamentale, è sollecitato ad avviarsi gradualmente verso una
condizione di complessità

1.3 Il confine esperienziale


Nel processo di differenziazione, per gli educatori assume molta importanza la capacità di
tutelare i confini della crescita individuale del minore.

Sono necessarie molte cose per la vita dell’uomo:


- Gli elementi materiali e gli strumenti di difesa sono i beni primari che
garantiscono la sopravvivenza fisica
- I fattori protettivi, idonei a sostenere e incentivare il vivere sociale e spirituale
dell’educando

Ha bisogno anche di confini, è innata in lui l’esigenza di situarsi in uno spazio ben
definito nel quale trovare rassicurazione e sicurezza, dal quale trarre sostegni e
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protezione. Ad esempio l’immagine del bambino racchiuso dall’abbraccio della madre, le
braccia segnano i confini di un mondo e lo collegano al mondo. L’abbraccio materno
diventa la via attraverso la quale il bambino è avviato verso nuovi spazi di esperienza e
perci sollecitato a sperimentare nuovi confini : la figura paterna, gli altri familiari, gli
estranei …

Il confine demarca luoghi reali, ambienti fisici, contesti materiali, persone concrete, ma
anche spazi di affettività, donazione e reciprocità. Esso non imprigiona l’uomo ma lo
sostiene nel portare a compimento il proprio essere relazionale. Non è sinonimo di
chiusura, ma all’opposto definisce la propria identità. La costruzione di confini è una
delle finalità primarie della relazione educativa. La mancanza di confini susciterebbe
dispersione e estraneità.

Avere confini significa muoversi in uno spazio ben delimitato e in forza di ci acquisire la
consapevolezza che i propri confini sono anche i confini di altri. La linea di confine ha
una duplice dimensione: personale e sociale, poiché se da una parte giova alla definizione
dell’universo personale, dall’altra arte facilita lo scambio, la comunicazione e la
condivisione. Nasce da qui l’esigenza d’imparare a condividere il proprio e l’altrui
confine.

1.4 Il divenire della persona nella realtà familiare


L’ambiente nel quale trova inizio il divenire personale e nel quale si avviano le prime forme
differenziazione del Sè, degli spazi, dei confini individuali è la famiglia.
Essa è un sistema relazionale che si colloca all’intersezione della linea del tempo e dello
spazio. Il tempo e lo spazio domestico non sono statici, ma si trasformano al pari dei ritmi
di crescita dei soggetti coinvolti.

La pedagogia considera la famiglia come un vero e proprio sistema aperto di relazioni,


teso a perseguire nel tempo traguardi sempre più complessi e articolati. Inoltre è lo
spaio concreto e relazionale di base in cui il soggetti in via di accrescimento apprende i
primi valori, dai quali imparare a modulare, secondo forme, via via più convenienti, stabilità
e continuità nel cambiamento, ciò avviene grazie alla sollecitazione da parte degli adulti,
specialmente dei genitori.

Nella famiglia lo scorrere del tempo può essere lineare o irregolare, nell’ultimo caso la
famiglia è chiamata a formulare interventi di riorganizzazione e riequilibrio.
Ogni famiglia deve avere un ben preciso progetto di vita, ovvero obiettivi, percorsi di
crescita, traguardi esistenziali da portare avanti continuamente nel tempo.
Sotto l’aspetto pedagogico, il ciclo di vita familiare è collegato sempre al tema
dell’educazione. I ricercatori sostengono che il divenire dell’intero sistema domestico
non avviene in modo deterministico e/o spontaneo. Al contrario lo valutano come
espressione diretta del progetto di vita consapevolmente elaborato e assunto dai
coniugi.

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I genitori quindi, non devono solo assistere al succedersi delle varie fasi del divenire della
famiglia, ma hanno l’onere pedagogico di scandire il tempo domestico attraverso la
determinazione di continui compiti educativi.

Ai nostri giorni ci sono non poche difficoltà che mettono a rischio il buon compimento di
essi. Ad esempio i pesanti ritmi di lavoro, lo sviluppo delle nuove tecnologie e altro ancora
hanno reso fragile il modello tradizionale di famiglia.
È stato messo sotto accusa per la sua gerarchia dei rapporti e per la sua rigida
classificazione dei destini individuali e sociali; ma cosi facendo si sono smarriti i valori che
assegnano al tempo del vivere familiare caratteristiche peculiari. Ad esempio il valore della
condivisione/convivialità familiare da costruire nel tempo, ora è avvertita in termini di
convivenza strumentale temporanea.

Si ha bisogno di una forte e profonda inversione culturale, quindi morale, della


famiglia sotto l’aspetto pedagogico-educativo. Occorre procedere al recupero di precisi
valori orientativi di condotta, in modo che la vita familiare possa essere reinterpretata
come spazio relazionale, il cui divenire non è frutto di casualità e condizionamenti esterni
ma di una responsabile progettazione esistenziale.

1.5 Idee-guida per l’educazione


Le seguenti idee guida prendono in considerazione l’azione educativa che i coniugi
possono svolgere in presenza di figli fino all’età dell’adolescenza.

1. Progettualità: i genitori devono ideare un piano educativo da attuare e a cui fare


riferimento nel corso della loro esistenza. Per far ciò occorre delineare un progetto da
realizzare, le cui mete rappresentino per le singole componenti una spinta constante
all’impegno e al progresso.
2. Passaggio: il bambino nel corso dell’età infantile, è chiamato a manifestare le prime
condotte autonome, in modo da rendersi meno dipendente dagli adulti. I genitori,
seppur con tonalità e modi d’intervento differenziati, sono chiamati ad assicurare alla
prole un’infanzia felice. Poiché il bambino è il “padre dell’uomo”, occorre che la
formazione sia il più integrale possibile.
3. Differenziazione: nella fanciullezza, il minore ha bisogno di ristrutturare il proprio
comportamento e le proprie acquisizioni alla luce di precisi principii orientativi. Durante
questo periodo spetta alla famiglia perfezionare la propria azione, un miglior intervento
educativo, in conformità al graduale riorganizzarsi del sistema scolastico e del gruppo
di coetanei in cui il minore è inserito.

4. Preadolescente: in questa fase l’individuo inizia ad affacciarsi al mondo degli adulti


con delle problematiche psicologiche, morali, sociali, preannunciano quelle proprie
dell’adolescenza.

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I genitori devono essere dei modelli educativi animati da una chiara e concezione
dell’uomo, della vita, del mondo. Dato che da essi i figli apprenderanno ad affrontare le
varie e nuove situazioni esistenziali (sessualità, amicizia, politica…)
5. Responsabilità: ha per oggetto l’età della adolescenza, in questo periodo si ha
l’esigenza educativa di chiarire e di iniziare a concretare il progetto di vita elaborato. Il
“piano esistenziale” deve essere avvertito come autonomo e personale, ma comunque
non si deve trascurare l’atteggiamento educativo dei genitori. Essi devono saper
comunicare con loro, mettendosi a disposizione per l’ascolto dei loro problemi, ma
soprattutto non devono avere un imposizione autoritaria.

Le idee-guida presentate poggiano su due piani distinti eppure in costante e reciproca


interazione, il piano della competenza educativa degli adulti e il piano della conquista
della maturità personale da parte dei minori.

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CAPITOLO SECONDO

Costruzione dell’identità personale


e intervento educativo
Negli ultimi decenni la riflessione pedagogica ha sollecitato lo studio degli ambienti in cui
l’uomo è inserito e vive. Sono così aumentate le ricerche riguardanti la famiglia, la scuola
gli “spazi virtuali” (video games, strumenti di nuova comunicazione) e degli ambiti
esperienziali (organizzazioni aziendali, sportive, sanitarie).

È da notare che quest’attenzione per gli ambienti educativi ha comportato una certa
trascuratezza negli confronti dell’elemento che tali ambienti sono tenuti a coltivare: la
crescita e il benessere della singola persona. Si è privilegiato l’esame dell’intero
sistema relazionale, senza fare un’adeguata analisi delle parti costitutive.

2.1 Riflessione pedagogica e crescita personale


Nelle singole istituzioni educative prevalgono tendenze centripete, nel senso che
ciascuna di esse inclina ad esaurire in sé stessa la totalità dell’educazione dell’uomo.
Viene meno la preoccupazione di stabilire tra gli organismi associativi forme di dialogo
intersettoriale e l’impegno a ricercare criteri d’interventi condivisi mediante i quali favorire
la costruzione dell’identità personale.

La società odierna non giova alla costruzione dell’identità personale. Il sentire diffuso, ma i
messaggi trasmessi dai mass media e le riflessioni di vario spessore scientifico-culturale,
trovano accordo nel sostenere che le nuove generazioni abbiano delle personalità deboli.
Specialmente nei giovani si riscontra una certa ambivalenza comportamentale :
• da una parte hanno più destrezza nell’utilizzare gli strumenti ludico/conoscitivi messi a
disposizione dalla tecnologia, ma sono incapaci di assumere precise responsabilità nei
campi del vivere
• dall’altra parte si sottolinea la facilità nell’intraprendere e condurre esperienze sessuali,
alle quali fa eco un’identità di genere alquanto fragile

Dal punto di vista pedagogico le cause della fragile identità giovanile sono da ricercare
nelle molteplici forme di disagio esistenziale che contraddistinguono il tempo presente:

- disagio valoriale; crisi dei sistemi valoriali tradizionali; prende il sopravvento la logica
dell’avere e dell’apparire, a scapito di quella dell’essere e del testimoniare. I giovani
anziché essere aiutati dagli adulti, sono sollecitati all’ipocrisia comportamentale e
all’agire strategico per di ottenere quanto desiderano

- disagio esistenziale suscitato dal tramonto dei sistemi ideologici e dalle


incertezze indotte dalle acquisizioni scientifico-culturali; Il crollo delle grandi
ideologie ha innescato forme di smarrimento delle appartenenze, indifferenza dei
giovani verso ideali da perseguire. In campo scientifico-culturale si ha a che fare con

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ipotesi interpretative che hanno alimentato interrogativi sulle identità generazionali
(Cosa si intende con l’espressione giovinezza? Quando inizia e quando finisce tre fascia
d’età?)

- disagio relazionale; si manifesta soprattutto come crisi dei modelli educativi e dei
rapporti formativi tra le generazioni. I genitori, gli insegnanti, educatori sono incapaci di
offrire ai giovani orientamenti fermi, in virtù dei quali aiutarli a crescere. Inoltre questi
ultimi stentano a riconoscere la validità delle indicazioni date dai primi, a causa della
loro inadeguatezza comportamentale e scarsa credibilità.

2.2 Educazione e divenire dell’identità personale

L’educazione della persona è il processo dialettico attraverso cui si sostiene il divenire


dell’identità personale nel procedere dei legami interpersonali.

L’identità personale affonda le radici in un tessuto relazionale e da esso emerge in modo


continuo. Questo equivale a dire che l’identità è il risultato di un processo di
strutturazione permanente, nel senso che coincide con la ricerca di sé nelle varie reti
relazionali in cui a mano a mano ci si trova a vivere.
Abbiamo a che fare con un divenire dell’identità personale, conforme al modificarsi del
singolo soggetto, in altri termini l’identità è da correlare alle diverse età della vita.
L’elemento atto a garantire continuità è dato esclusivamente dalla proposta valoriale che i
vari ambienti educativi, come ad esempio la famiglia, sono chiamati a fare.

La ricerca della propria identità si collega direttamente alla rilevazione dell’altrui


identità. Il riconoscimento dell’altro è indispensabile per la conquista della propria identità,
poiché l’atto del riconoscere implica il mostrare a se stessi e il ricercare riconoscimento da
parte dell’interlocutore.

La conquista dell’identità personale esige il recupero, presso tutte le generazioni del


valore della differenza contro l’omologazione del pensiero, e la standardizzazione dei
comportamenti.

2.3 Identità personale ed educazione familiare


Tutte le relazioni influiscono sulla crescita della persona. Ma alcuni rapporti incidono più di
altri. I legami più importanti per la conquista della identità sono quelli costruiti all’interno del
contesto familiare.

Riferendoci alla famiglia possiamo dire che l’identità personale poggia su un duplice
sentimento di appartenenza: da una parte troviamo lo spazio di senso, di valori condivisi,

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di comuni idealità; dall’altra abbiamo un tessuto di memorie ricco di significati, che pur
evolvendosi, perseverano nel tempo.

Oggi il sentimento di appartenenza è sottostimato, a vantaggio di rapporti intrecciati sotto il


segno della frammentarietà e della superficialità. A tale tendenza non sfugge neanche la
famiglia.
Nell’età dell’infanzia, il bambino partecipa a specifici rapporti di comunicazione educativa
in circoscritti contesti esperienziali (la famiglia e il nido tra i primi) che nella loro diversità
operativa concorrono a sostenere l’identità dell’educando. Sin dalla prima infanzia il
bambino prende gradualmente coscienza di sé e tale coscienza di sé lo accompagnerà e
si rafforzerà in tutti gli altri livelli evolutivi. Questo processo si svolge in maniera non
lineare.

Il processo educativo è caratterizzato da un continuo movimento di dare e ricevere, di


accompagnamento e dipendenza, sia che gli educatori che gli educandi si aiutano
reciprocamente a delineare le rispettive identità.

La conquista dell’identità personale si mostra come capacità personale di fare


continuamente sintesi del proprio essere molteplice nel mondo. Parliamo di disturbi della
personalità nei casi un cui il soggetto si mostra incapace di stabilità identitaria nel variare
delle situazioni e delle circostanze. Dato che alla base della proposta valoriale fatta al
soggetto in crescita sin dagli inizi della sua vita troviamo, la continuità e stabilità nel
cambiamento.

2.4 Competenze educative e identità personale


L’educazione è la naturale prosecuzione del processo generativo della coppia coniugale, il
loro amore si trasforma in uno strumento generativo di una nuova identità. I genitori si dai
tempi dell’attesa del figlio definiscono il cosiddetto alfabeto relazionale, che poggia su un
sistema di valori che conforma il procedere evolutivo ed esperienziale del piccolo.

Cosa implica per l’adulto investito di responsabilità educative accompagnare il minore


verso la conquista dell’identità personale? Quali competenze pedagogico-educative si
richiedono e al tempo stesso sono indispensabili per la costruzione di un buon rapporto di
comunicazione educativa ?

a) Accoglienza: Accogliere l’altro, nella sua integralità, vuol dire fare spazio alla sua
“speciale” realtà esistenziale, in modo da fargli capire che che vale proprio perchè è
“altro” rispetto a colui che accoglie. (valore della differenziazione)
b) Riconoscimento: Atto in cui si assegna all’altro un posto nello spazio circostante.
Riconoscere l’altro vuol dire fargli il dono dell’essere riconosciuto; al tempo stesso,
significa avere in dono il riconoscimento di sé stessi come persona capace di donare.
(Genitori riconoscono il figlio ☞ donano identità / figlio riconosce genitori ☞ dona identità)

c) Conferma: riguarda l’incoraggiamento a proseguire lungo la via di crescita intrapresa.


Confermare l'altro vuol dire accettare il suo modo di dichiararsi a noi; negarlo vuol dire
non accettare il suo modo di dichiararsi. Accettare, non equivale ad approvare né a

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condividere, significa dare risalto al valore del tu e allo sforzo che questi va compiendo
per definire la propria identità personale

Accoglienza, riconoscimento, conferma costituiscono delle modalità relazionali il cui esito


positivo è dato dallo spessore valoriale che le anima.

2.5 Elementi pedagogici per educare all'identità personale


L’educazione deve basarsi su elementi pedagogici, affinché il soggetto in crescita rinforzi
la propria identità personale. Tra cui troviamo…

a) Appartenenza: il rapporto di comunicazione educativa deve favorire nell'educando la


percezione di sé come parte fondamentale di uno spazio ben definito, di un tempo
dato, di un particolare universo di relazione e di significati. Sentirsi parte di un mondo,
vuol dire essere sollecitati ad assumere consapevolezza del proprio essere e del
proprio valore esistenziale.
b) Radicamento: l’appartenere a qualcuno motiva la nascita di radici, il radicarsi in un
contesto relazionale permette di riconoscersi nel tessuto valoriale che lo anima in
modo da poterlo utilizzare nel proprio divenire e nel vivere con gli altri.
c) Progettualità: coltivare la propria identità significa impegnarsi nella costruzione della
medesima. Il singolo soggetto è tenuto a perseguire obiettivi di crescita e traguardi di
senso duraturi, che giovino al permanente processo di definizione dell'essere persona.

In fase conclusiva possiamo asserire che l'educazione è fondamentale affinché il soggetto


in crescita scriva la propria identità.

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CAPITOLO TERZO

Benessere dell’infanzia
e bisogni educativi
Il sostantivo benessere sta a significare la condizione di salute, di agiatezza, di serenità
conquistata e coltivata da un singolo individuo o gruppo di persone. Tale stato esistenziale
non poggia solo sulle risorse del soggetto interessato, ma anche su un complesso di
elementi materiali e relazionali esterni ad esso.

In campo educativo è possibile dire che il benessere individuale è correlato alle modalità
d’intervento degli adulti chiamati a garantire il corretto sviluppo dei soggetti in età evolutiva
a essi affidati.

Va ricordato che minore è l’età dell’educando, maggiore ha da essere l’attenzione


dell’educatore. Tale considerazione chiama in causa certamente le famiglie, ma anche i
nidi d’infanzia, sia l’una che l’altra devono essere consapevoli dello stretto nesso tra
benessere del bambino e prima strutturazione della personalità.

3.1 La ricchezza dei primi mesi di vita

I primi tre anni di vita rappresentano un periodo eccezionale per la crescita del
bambino, spesso ciò è sottostimato pensando che siano sufficienti cure materiali e
addestramento. Debesse nota che nei primi mesi di vita “s’intrecciano le fila del destino del
bambino”. Ciò ci fa capire l’importanza dell’educazione, non pensata come qualcosa
estranea al bambino, ma come ad una serie di interventi richiesti dalla stessa natura
umana.

L’educazione è espressione della cultura di un popolo, assume modi originali rispetto


alle tradizioni, usi, costumi, valori, ma anche a pregiudizi e stereotipi che
contraddistinguono una certa popolazione. Si pensi a particolari regole di alimentazione e
di comportamento.

In tale contesto si pu pensare che il bambino subisce una serie di interventi educativi, che
prescindono alle sue effettive necessità e richieste, si pu avere l’impressione che prevalga
la prospettiva dell’adulto (la società). Ma quali sono i bisogni del bambino nei primi anni di
vita per promuovere il suo benessere?
Per rispondere questa domanda dobbiamo riferirci a due criteri metodologici:
a) criterio dell’esperienza diretta; derivante dal vissuto di genitore e dal riflettere sulla
propria esperienza
b) natura fenomenica; consiste nel prendere in esame l’essere bambino nei primi anni di
vita, allo scopo di rilevare gli aspetti universali

Il concetto di bisogno in campo pedagogico-educativo è esigenza e necessità, non


mancanza o carenza, perci rientra nei bisogni secondari.

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Inoltre questo concetto va collegato a quello di livello evolutivo, nel senso che i bisogni
educativi se per un verso qualificano tutta la vita dell’uomo, per l’altro verso si specificano
in riferimento alle età attraversate dal medesimo.

3.2 Bisogni infantili e benessere personale


I bisogni infantili pur se presentati separatamente, vanno sempre intrecciati tra loro:

a) Bisogno di accoglienza
I minori hanno l’esigenza di vivere in un ambiente concreto e relazionale coinvolgente.
Ci postula un’efficace organizzazione dello spazio in cui il bambino, fin dal suo
essere al mondo, è inserito e vive; gli spazi devono essere ben strutturati, puliti
conformi ai ritmi quotidiani di vita dei singoli bambini. Non meno importante è la
relazione tra i bambini e gli adulti che deve essere piena di significati.

b) Bisogno di accettazione
Capacità dell’adulto di riconoscere, per poi accettare il bambino nella sua diversità,
rispettando l’altrui realtà esistenziale, in alternativa a qualsiasi forma di annullamento
e/o inglobamento.

c) Bisogno di accudimento
Attiene, con il soddisfacimento dei due bisogni fondamentali (alimentazione e
sonno), alle “prime regolamentazioni educative”. Pasti, sonno, sono attività che
permettono di porre una relazione tra l'adulto e il bambino, organizzandone il
comportamento. Sin dai primi mesi di vita, c'è la necessità di favorire il bambino
nell'acquisizione di buone abitudini che gli permettano di vivere al meglio.

d) Bisogno di amore
È il bisogno centrale. Amare un bambino significa metterlo al centro di attenzioni,
riconoscere il suo bisogno di dipendenza e da questo muovere per incrementare
il suo bisogno di autonomia. Il rapporto d’amore non si struttura spontaneamente,
ma si costruisce nel tempo: ad amare s’impara.
L’adulto deve affinare la propria competenza comunicativa, soprattutto per quanto
riguarda il modulo empatico e non verbale. Il bambino va aiutato a imparare a gestire
la relazione d’amore con gli adulti, mitigando le sue tendenza egocentriche e
facendogli capire che l’amore non implica chiusura ed esclusivismo, ma condivisione
(risulta importante nel caso di nascita di un fratellino).
All’educatore è richiesta l'intelligenza del cuore, deve riuscire a mettersi in sintonia con i
vari adulti con cui il bambino è in contatto, senza pretendere di sostituirsi ad essi, ma
impegnandosi nella ricerca e nell'attuazione di una corretta continuità educativa.

e) Bisogno di esplorazione
Consiste nell'esigenza del bambino ad accostarsi al mondo e di cominciare a
padroneggiarlo secondo le sue possibilità.
M. Montessori parla di mente assorbente, processo in cui il bambino tramite le sue
potenzialità esplorative, intraprende un cammino di conoscenza in cui via via
organizza le proprie conoscenze e si impadronisce di strumenti che lo qualificano
sempre più come uomo.
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Nel soddisfare questo bisogno il bambino si scontra inevitabilmente con divieti, limiti,
regole; elementi che lo incoraggiano a decentrarsi e fargli riconoscere l'esistenza di un
mondo esterno, che va esplorato secondo alcuni criteri comportamentali che
assecondino la tutela della propria e dell'altrui integrità.

f) Bisogno di gioco:
Bisogno fondamentale del bambino per lo sviluppo di tutte le sfere della personalità
(cognitiva, affettiva, sociale, morale). Il gioco è l'attività attraverso la quale il bambino
prende gradualmente consapevolezza delle proprie capacità di intervenire sulla realtà.
Attraverso esso trae godimento per lo scoprirsi capace di stabilire una relazione tra il
proprio comportamento e quanto accade nel mondo circostante.

g) Bisogno di educazione:
Bisogno di corretta comunicazione educativa che aiutino a distaccare il bambino dalla
figura dell'adulto, sospingendolo gradualmente verso la conquista di comportamenti
sempre più autonomi.
Nel bisogno di educazione sono da tener conto due temi:
- cura: importanza nella pratica educativa quotidiana del saper accogliere, tutelare e
avvalorare la personalità del bambino; dato che l'uomo precisa nel tempo il proprio
modo di situarsi e rapportarsi nel mondo in virtù delle modalità di cura ricevute sin dai
primi mesi di vita
- incoraggiamento: l'individuo per crescere in maniera corretta necessita sin dai primi
momenti di vita un continuo sentimento di fiducia, di continua accettazione nei suoi
confronti. Concetto di conferma

Le istituzioni educative devono assumere consapevolezza del fatto che il benessere dei
bambini e degli stessi educatori è dato da una positiva organizzazione di un
rapporto di collaborazione tra educatrici e genitori. Quest'ultimi vanno resi partecipi
della vita dell’istituzione educativa.
Ciò ci fa capire che nei servizi dell’infanzia c’è l’urgenza di procedere alla strutturazione
di contesti dialogici; occasioni di comunicazione nel corso delle quali è permesso sia ai
genitori che alle educatrici, di potenziare o revisionare le modalità educative assunte.

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CAPITOLO QUARTO

L’educazione spirituale del bambino


L’educazione spirituale è uno dei compiti più difficili della riflessione pedagogica. Non
soltanto perchè ci si complica nei primi anni di vita dell’uomo, ma anche perchè essa ci
mette davanti a un grave errore educativo che gli adulti possono commettere, ovvero
interpretare il mondo esperienziale del minore in virtù dei propri criteri percettivi e
valutativi, trascurando le esigenze del bambino.

L’adulto, invece, deve prestare massima attenzione alle modalità percettive dei propri
bambini, in modo da qualificare pedagogicamente la sua proposta educativa, in modo da
renderla importante per il minore.

A quali condizioni è possibile perseguire l’educazione spirituale nell’età dell’infanzia?

4.1 L’accostamento del bambino al mistero della vita


Sotto l’aspetto pedagogico l’educazione spirituale del bambino è da intendere come
accostamento del minore al mistero della vita, ovvero stimolarlo ad imparare a cogliere
i significati nel mondo, bisogna aiutarlo a ricercare e ad identificare i valori.

L’educazione esige sempre il costante riferimento ai valori, senza di questi essa non
sarebbe possibile, soprattutto per quanto riguarda l’educazione spirituale. Nell’infanzia
questo tipo di educazione è certamente possibile, ma bisogna seguire alcune precise
indicazioni. Prima di tutto occorre considerare le caratteristiche evolutive del soggetto, in
quest’età la percezione del mondo è contraddistinta dal prevalere della componente
emotivo-affettiva.

In questa fase il bambino si accosta alla realtà solo se questa gli interessa, se gli provoca
curiosità e proprio da essa occorre far leva in ambito educativo. Spesso in ambito
familiare e scolastico, anziché far leva sul vissuto del bambino, genitori e insegnanti
tendono a far prevalere i propri schemi interpretativi, poco curandosi dell’atteggiamento di
scoperta creativa che governa il processo esplorativo del minore.
Questa proposta educativa è inadeguata, perchè impedisce di cogliere gli elementi
esperienziali che influiscono maggiormente sulla crescita del soggetto. Questi così è
sollecitato a rinunciare a coltivare le proprie originali tensioni conoscitive, a vantaggio
dell’omologazione delle esperienze.

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Non meno importante è l’esigenza pedagogica di garantire al bambino situazioni
esperienziali gratificanti. Il suo accostamento al mondo dei significati, come elementi che
danno senso al mondo, esige di essere accompagnato ad un vissuto di gioia, serenità,
fiducia. Perché avvertire nel clima relazionale la dimensione dell’amore e dell’accettazione
incondizionata, facilitano l’avviamento del minore a ricercare le ripagini ad essi sottese.

4.2 L’interpretazione axiologica dell’esperienza


Per la conduzione dell’educazione spirituale, occorre muovere dal vissuto del bambino,
avviando un processo di ri-significazione delle sue esperienze, all’insegna dei valori che
si vogliono proporre. Ciò diventa possibile soltanto se si ha l’accortezza di stimolare nel
bambino un senso di stupore e meraviglia dinanzi al manifestarsi della vita.

Questo modo di procedere non è proficuo non solo per il bambino, ma anche per
l’adulto, dato che quest’ultimo è sollecitato a recuperare significati spirituali che spesso
trascura o da per scontati. L’educazione spirituale esigue due accortezze pedagogiche:
- capire che essa è prerequisito fondamentale per la futura educazione religiosa dell’
educando e quindi utile per assecondare la scelta di fede
- responsabilità educativa dell’adulto, specialmente dei genitori
Per risultare valida la proposta valoriale da parte dei genitori ai implica i seguenti
accorgimenti:
• capacità di prestare attenzione ai tempi di sviluppo dei figli (regole e valori
comprensibili)
• capacità di selezionare i valori in base ai bisogni evolutivi e ai compiti educativi dei
figli
• capacità di “filtro” o “mediazione” da parte dei genitori circa i valori trasmessi da
altri ambienti (TV, scuola, gruppo di coetanei…)
• capacità di suscitare nei figli atteggiamenti di fiducia nell’altro, di abbandono alle cure
dell’altro

Nel complesso, occorre far sentire al figlio di essere accudito, curato, amato, di modo che i
valori della disponibilità, della cura, dell’amore siano percepiti come elementi all’insegna
dei quali condurre il proprio processo permanente di umanizzazione.
La ricerca psico-pedagogica ha sottolineato il forte nesso tra lo stile educativo dei genitori
e lo sviluppo verso sé stesso e verso il mondo circostante.

4.3 Valori di base per l’educazione spirituale del bambino

• Valore dell’amore
Far capire al figlio di essere amato significa fargli percepire la forza fondamentale della
vita. Questo valore è radice delle relazioni instaurate dal soggetto con le molteplici sfere
di esperienza.

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• Valore della cura
Aver cura del figlio significa avviarlo al senso dell’ordine. Come sostiene la Montessori
l’ordine esteriore favorisce la conquista dell’ordine interiore. Pertanto il valore della cura
sospinge il bambino ad avere cura di sé, senza negare l’attenzione per l’altro.

• Valore del rispetto


Tutelare l’integrità del bambino significa fargli capire che si desidera accettare e
comunicare con qualcuno diverso da noi, ma che ha la nostra stessa importanza.
Poggia su di esso la morale della reciprocità e del riconoscimento del Tu.

Agli adulti spetta il compito di capire che la crescita spirituale dei bambini loro affidati
dipende dalla cura che metteranno in atto per aiutarli a leggere i significati presenti nel
mondo rispettando i loro ritmi evolutivi e le loro conoscenze.

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CAPITOLO QUINTO

Riflessioni pedagogiche può rapporto tra i


bambini e la morte
Il desiderio di proteggere la prole da tutto quanto ci che pu essere causa di turbamento,
ansia, dispiacere è fattore che, in linea generale, sprona l’adulto ad attivare strategie di
tutela e di difesa verso alcuni aspetti problematici dell’esistenza.
Più i figli sono piccoli, più il genitore è scoraggiato ad affrontare il tema della morte e
del dolore, si tratta di una forma d’intervento educativo che confonde il desiderio di
proteggere il minore con l’inclinazione ad evitare che esso si confronti con la dura realtà. È
una sorta di sterilizzazione cognitiva

L’atteggiamento omissivo dell’adulto è causato da una sottovalutazione del bambino,


secondo loro lui non è interessato o non è capace di capire il tema della morte. Inoltre essi
sono convinti che affrontare questa problematica non spetti a loro, ma alla scuola, quando
in realtà è la famiglia lo spazio relazionale più idoneo a riflettere sull’argomento.

Il discorso sul rapporto tra i bambini e la morte si complica ulteriormente nel tempo in cui
c’è un decesso di un parente o anche per una diagnosi infausta per il bambino.
Nel condurre il minore ad accettare il senso della propria o dell’altrui finitudine, quindi
a rielaborare il lutto, intervengono molte variabili: il clima relazione dell’ambiente di vita,
l’età … ma soprattutto l’idoneità adulta a percepire i bisogni di conoscenza del
bambino e a rispondere ad essi con competenza. L’adulto se consapevole della sua
funzione educativa può incidere in misura rilevante affinché un evento negativo si trasformi
per il bambino in fattore di crescita.

5.1 Dall’inadeguatezza alla competenza educativa dell’adulto


Oggi la cognizione del morire come fase conclusiva del ciclo vitale, che indica la
compiutezza esistenziale, si è snaturata. Per gli adulti la morte si correla con ci che la
medicina non è riuscita a debellare, i valori sembrano centrare ben poco con essa. Ne
consegue che l’adulto non riesce a rispondere agli interrogativi del bambino, proprio a
causa di ci , della sua scarsa attenzione verso i significati esistenziali. Fa così ricorso a
risposte evasive, che fanno sentire il bambino ancora più solo e spaventato di fronte
all’ignoto.

Alle domande poste dal minore, l’adulto dovrebbe rispondere avvalendosi di adeguati
criteri pedagogico-educativi, in modo da far maturare al bambino una corretta idea di
morte. Occorre tener conto di alcune precisazioni per migliorare la competenza
pedagogico-educativa dell’adulto:

- I bambini sono incuriositi dal tema della morte; il dolore e la morte possono essere
considerati come stimoli di riflessione soprattutto nei casi in cui occorre promuovere il
processo di elaborazione del lutto

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- La percezione della morte da parte del bambino non implica il ricorso soltanto alla
sfera cognitiva, ma soprattutto a quella emotivo-affettiva; ne consegue che la
proposta educativa deve valutare sia il livello di conoscenze sia le emozioni e i
sentimenti

- Il tema della morte suscita nel bambino paura; specialmente nelle situazioni in cui
essa lo coinvolge direttamente o riguarda soggetti a lui vicini

5.2 La condivisione familiare del dolore


Per acquisire una competenza comunicativa per affrontare sotto l’aspetto educativo
l’aspetto della morte, l’adulto deve fare propria una concezione del morire che non sia
semplicemente negativa, quindi opposta al vivere. Morte e vita devono essere
considerate parte del percorso esistenziale della persona.
Il disequilibrio da essa suscitato, nel soggetto e nel suo sistema di relazioni non è
elemento da esasperare o ignorare, bensì elemento da cui muovere per intraprendere un
processo di riorganizzazione personale e comunitaria.

Non è sufficiente postulare un intervento educativo centrato sul rapporto da persona a


persona, ma è necessità pedagogica incrementare il diretto coinvolgimento educativo di
tutta la famiglia. Perché?

- I figli percepiscono il dolore e la sofferenza che attraversa la famiglia; quindi è


opportuno che i genitori instaurino il più possibile un dialogo franco e sereno. Le
informazioni ovviamente vanno commisurate alla situazione emotivo-affettiva dei minori.
- Vi è la necessità di creare un contesto comunicativo che faciliti la condivisione del
dolore.Dopo la morte di una persona cara, il sentirsi parte integrante di un insieme
relazionale costituisce per il bambino la condizione migliore per elaborare il proprio
dolore. In modo da ridurre la possibilità, da parte del minore, di rinchiudersi in forme di
isolamento.
- Vi è la necessità di assumere consapevolezza che il recupero della relazione
educativa familiare permette di procedere a forme educative di rielaborazione
delle emozioni, soprattutto quelle negative, facilitandone la positiva gestione.

5.3 Criteri pedagogico-educativi


L’educazione al senso della morte va intrapresa dall’adulto avvalendosi di alcuni criteri
pedagogico-educativi:

a) Il criterio pedagogico della verità


Nei casi in cui il minore pone delle domande riguardanti il tema della morte, l’adulto ricerca
un appiglio che lo aiuti a tirarsi fuori da questa situazione ritenuta scomoda. Un
esempio possono essere le mistificazioni, le risposte evasive e/o fantasiose. Si tratta
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comunque di modalità comunicative disarticolate e confuse, frutto di impreparazione
pedagogica. Esse sembrano avere la funzione di rassicurare l’adulto, piuttosto che
rispondere alle esigenze del minore.

b) Il criterio pedagogico della gradualità


Vi è la necessità pedagogica che sia il minore a formulare interrogativi riguardo la morte,
non bisogna fare anticipazioni che potrebbero sembrare pregiudizievoli. Occorre
evitare di suscitare nel minore l’insorgere di domande e problemi che lui stesso non
sarebbe capace di gestire.

Il criterio della gradualità è necessario per ben modulare il criterio della verità, ma la
comunicazione di essa non può essere brutale e svincolata da livello di maturazione
cognitiva e emotiva del bambino.

5.4 L’aiuto alla famiglia


Nell’educare i figli al tema della morte, la famiglia non può essere lasciata da sola. Ci sono
genitori che hanno molta difficoltà a stabilire con i figli un rapporto di sostegno e di aiuto,
soprattutto nei casi in cui è il bambino che si avvia a morire.

L’adulto deve essere elemento di mediazione tra il bambino e la morte; deve filtrare
l’informazione adeguandola alle capacità di comprensione del minore.

L’aiuto alla famiglia in alcune circostanze pu essere dato da istituzioni che come la scuola,
sono formalmente predisposte a coordinare l’intervento formativo con quello educativo. In
altre situazioni può risultare utile la figura di un adulto esterno chiamato ad intrecciare con
il bambino un rapporto che lo aiuti a fargli capire cosa stia accadendo, a recuperare un
rapporto corretto con i propri genitori e dare senso alla propria malattia e alla propria vita.

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CAPITOLO SESTO

La crescita dell’uomo tra


dipendenza e autonomia
Ogni persona con il suo venire al mondo è chiamata deve conquistare l’autonomia, ovvero
assumersi la responsabilità personale verso il mondo dell’esperienza.

6.1 Vita umana e tensione all’autonomia personale


Sin da primi giorni di vita l’uomo sperimenta il valore della dipendenza (in forma positiva)
da qualcuno che ha cura di lui, quindi in forma assistenziale ma anche emotivo-affettiva.
Nelle situazioni in cui al bambino venisse mancare quest’ultima, potrebbe insorgere in lui il
senso di abbandono e di indifferenza verso il mondo.

- Nel corso dell’infanzia, il bambino è chiamato a passare da un comportamento


dipendente dagli adulti alla manifestazione delle prime condotte autonome. Il ruolo della
famiglia è di primaria importanza, essi hanno il compito di soddisfare bisogni, esigenze,
desideri del figlio, ma allo stesso tempo sollecitandolo ad assumere condotte sempre
più regolari e ed autonome.

- Nell’età della fanciullezza, la famiglia deve potenziare il processo di differenziazione in


direzione evolutiva e in prospettiva relazionale. In questa fase il minore riesce a
ragionare non soltanto movendo dal concreto, ora si avvia al padroneggiamento degli
elementi astratti o simbolici.

- Nell’età della preadolescenza, il minore manifesta problematiche psicologiche, sociali e


così via, le quali preannunciano quelle proprie dell’adolescenza. È una tappa
caratterizzata da crisi e trasformazioni. I valori devono ispirare e accompagnare la
crescita dei minori, per guidarla, correggerla e darle un senso. Quindi la proposta
valoriale dei genitori assume un ruolo di enorme importanza, essi devono essere
modelli educativi.

6.2 Caratteristiche della tensione all’autonomia


Autonomia non è rifiuto di ci a cui si è stati uniti, ma è capacità di continuare ad accettarlo,
avendo al tempo stesso la forza di dichiarati ad esso nella propria indipendenza di giudizio
e d’azione. L’autonomia per avere degli effetti positivi, deve essere collegata alle istanze
della:

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• Dialetticità: sta a significare che nelle relazioni interpersonali, sostenute da
preoccupazioni educative, la tensione a separare il proprio Io da Tu si contraddistingue
come un permanente processo in cui l’allontanamento non è mai lineare.
• Gradualità: sottolinea i diversi gradi di distacco, conformemente all’età attraversata dal
soggetto interessato, quindi al suo livello di responsabilità morale, di maturità
comportamentale di capacità decisionale.

6.3 Autonomia e dipendenza nell’età dell’adolescenza


Nell’età dell’adolescenza dei figli i genitori sperimentano il dolore della loro separazione. I
figli cominciano con maggior forza e volontà a effettuare le proprie scelte, a prendere le
proprie decisioni, a valutare con autonomia fatti e persone.

In quest’età i soggetti in crescita devono iniziare a elaborare un progetto di vita, ma è


fondamentale che esso sia avvertito come autonomo e personale. Ai genitori si richiede la
capacità di rispettare l’alterità dei figli, di confrontarsi con loro, ma al tempo stesso di
difendere la validità dei valori.

La famiglia ha il primato educativo in quest’età, molte ricerche segnalano che


nell’adolescenza , mentre il gruppo dei pari influisce sull’assunzione di decisioni marginali
(vestiti, gusti musicali …), il nucleo familiare ha un’incidenza di base circa la scelta dei
valori e le decisioni importanti (come la carriera scolastica). Occorre quindi distinguere in:

- Adesione relazionale: il processo di conquista dell’identità personale indirizza


l’attenzione dell’adolescente verso ci che pu meglio aiutarlo a percepire se stesso. Tali
riferimenti relazionali sono ricercati dall’adolescente perchè gli permettono di verificare i
livelli di maturità conseguiti. gruppo di amici

- Appartenenza relazionale: legati coltivati dagli adolescenti per i contributi da essi offerti
per il rafforzamento dell’identità personale. famiglia

6.4 Contributi alla ricerca empirica per l’educazione all’autonomia


È stata svolta una ricerca dal Centro Studi Pedagogici sulla vita Matrimoniale e Familiare
(U.C.S.C.) con lo scopo principale di rilevare le problematiche e i bisogni evolutivi
principali degli adolescenti.

Dai dati ottenuti si ricava che il desiderio dei soggetti indagati di avere continui rapporti di
dialogo con gli adulti è vivo e forte, pure emergendo sempre più la forza di attrazione del
gruppo dei pari.

Su ciò poggia l’esigenza pedagogico-educativa che gli adulti, specialmente i genitori,


affinino le proprie capacità comunicative in modo da intrecciare rapporti di sostegno , di
comprensione, di cura con gli adolescenti.

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Da questa ricerca inoltre si conferma la generale tendenza degli adolescenti a spostare
la propria attenzione dalla famiglia all gruppo dei pari; si tratta una comprensibile
esigenza di partecipazione alle attività esplorative e conoscitive dettate dal nuovo livello di
autonomia e di responsabilità sociale conseguito. L’adolescente ha bisogno di prendere le
distanze dalla propria famiglia, dal mondo degli adulti per potere attendere alla migliore
definizione di sé.

Esistono tre raggruppamenti di adolescenti, che manifestano differenti modalità di


relazione con l’ambiente familiare e i coetanei:

- adolescenti fortemente orientati verso la famiglia; soggetti che preferiscono


rivolgersi alla famiglia in caso di bisogno. Sotto l’aspetto pedagogico l’esclusività dei
vincoli con l’adulto, quindi rapporti fortemente asimmetrici, non favoriscono la conquista
dell’autonomia.

- adolescenti fortemente orientati verso il gruppo dei pari; ragazzi maggiormente


soggetti a rischio, essendo evidente la loro inclinazione a sperimentare modalità di
comportamento e schemi di relazione alternativa a quelli degli adulti. Sotto l’aspetto
pedagogico tutto ci non pu né deve suscitare negli adulti posizioni di aspra critica nei
confronti del gruppo di adolescenti. Gli adulti dovrebbero dialogare con i ragazzi, in
modo da fargli valutare con criticità la cultura del gruppo di riferimento.

- adolescenti che nel loro desiderio di aggregarsi e di fare esperienze con i


coetanei, mantengono ben saldo il rapporto con la famiglia; dalla quale traggono
suggerimenti per imparare a valutare con maggiore criticità la cultura del gruppo a cui
aderiscono. I soggetti facenti parte di questo settore manifestano un maggiore equilibrio
emotivo. Sotto l’aspetto pedagogico questo gruppo di adolescenti si rivela assai ricco di
suggerimenti educativi, dimostra che la famiglia è uno spazio relazionale abbisognevole
di essere sostenuto da altri ambienti educativi.

Quindi da tutto ci possiamo intendere che esistono due piani pedagogici disti eppure in
costante e reciproca interazione: il piano della competenza educativa degli adulti e il
piano della conquista della maturità personale da parte di minori.

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CAPITOLO SETTIMO

Il conflitto come risorsa educativa per


la crescita personale e familiare
Osservando delle indagini pedagogiche aventi per oggetto l’andamento dei rapporti umani,
si rileva che nel nostro tempo le situazioni di conflitto sono molto diffuse. Si parla più
precisamente di relazioni in crisi, ma anche delle “normali” crisi di coppia.

Amore e conflitto emergono nel complesso come due elementi che, mentre qualificano i
rapporti, al tempo stesso li rendono sempre più fragili e precari. Da questa situazione
emergono degli interrogativi di natura pedagogica: È possibile costruire un ponte tra amore
e conflitto? è permesso imparare a gestire situazioni di crisi, nel mentre si ampliamento i
vincoli da amore? Il tentare di rispondere agli interrogativi posti pu aiutare meglio a dare
maggior consistenza al tema della riconciliazione.

7.1 Amore e conflitto nell’esistenza personale

Per il personalismo pedagogico l’uomo non pu vivere senza amore, non solo in termini
di disponibilità psicologica, ma anche in atti concreti. Tuttavia la sua natura è anche
contrassegnata da tensioni e spinte aggressive, quindi anche il conflitto si mostra
essere una componente fondamentale della vita umana. Molti ricercatori hanno assunto
consapevolezza del fatto che un conflitto sopportabile giova alla differenziazione della
personalità.

Amore e conflitto esigono sin dai primi momenti di vita del singolo individuo di essere per
cosi dire “riconciliate”. L’intervento educativo è tenuto a non privilegiare l’uno rispetto
all’altro, se no questa situazione non gioverebbe al processo di realizzazione personale.
La sapiente articolazione delle due inclinazioni serve per costruire un’unità personale
dinamica, volta all’azione e alla relazione, all’affermazione di se mentre concorre all’altrui
perfezionamento.

7.2 Vita sociale e conflittualità


Sul piano della vita sociale, grazie alle precedenti considerazioni, capiamo che il rapporto
tra individuazione della singola personalità e l’apertura della stessa al contesto
umano, non è lineare. Esso è spesso fonte di scontro, rottura, conflitto, dato che le
esigenze soggettive di frequente non coincidono con quelle delle persone circostanti.

Nei gruppi umani il conflitto è uno stato di tensione (interno o esterno) inevitabile, esso
pu provocare scissioni, ricomposizioni di varia natura ed entità e appare strutturalmente
collegato all’esistere dell’uomo nel mondo delle cose e delle persone, riguardando tutti gli
aspetti della vita: da quelli materiali a quelli morali, affettivi …

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Il conflitto non deve essere considerato come aspetto negativo che porterà sicuramente a
frammentazioni. Ma al contrario è da assumere come uno sprono per ricercare sempre
nuove vie di intesa, di confronto e di dialogo.

La vita umana oltre ad essere contraddistinta dal conflitto, poggia anche sulla ricerca delle
somiglianze, dell’intesa, della collaborazione. La tensione a fare ci , non è un
annullamento delle differenze, ma vanno intese con un confronto o un superamento di
esse.

7.3 La pace come tensione a conciliare le differenze


Gli individui che ricercano forme di sintesi nelle differenze, hanno una tendenza innata a
costruire situazioni di pace.

La definizione di pace esige di essere collegata a precisi valori: dalla giustizia, a quello di
alterità, amore e solidarietà, servizio, tolleranza, pentimento, perdono…
Tali valori ci fanno capire il rapporto tra famiglia e pace, il come gli adulti riescono a dare
giusta soluzione alle situazioni di conflitto e di rottura dell’equilibrio, che caratterizzano i
rapporti coniugali e parentali.

La famiglia viene considerata come un sistema relazionale animato da valori, nel quale i
soggetti devono cercare di riequilibrare quotidianamente l’andamento dei legami
interpersonali.

La possibilità di fare sintesi delle differenze personali, movendosi nella prospettiva della
costruzione di un clima di pace è dato dal valore primario dell’amore.

7.4 Conflitto e legame di coppia


Oggigiorno in tutti settori della vita va radicandosi sempre più l’idea dell’assoluta parità
tra uomo e donna. Tuttavia essa in campo familiare è spesso sorgente di conflitti
permanenti e insanabile tra i coniugi. La coppia spesso non sa come spartirsi determinati
compiti e mansioni; perchè la parità è confusa con la simmetria, con la negazione delle
specifici personali, con l’omologazione delle soggettività.

In campo educativo, non di rado la parità di ruolo è identificata con la parità di funzioni,
facendo emergere una serie di fraintendimenti relazionali che si ripercuotono sui minori.
Da qui nasce l’urgenza di riconsiderare il tema della parità, sottolineando il peso delle
differenze soggettive e l’istanza della reciprocità.

Complementarietà e simmetria tra i sessi, non giovano all’organizzazione di un legame di


coppia all’insegna della reciprocità, anzi al contrario essi possono portare al conflitto. I
coniugi dovrebbero fare delle precise scelte sul piano valoriale in modo da rifondare il
tema della parità interpersonale e del reciproco rispetto.

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L’uomo e la donna sono chiamati a formulare regole di rapporto, divisione di compiti,
attribuzione di competenze, che li aiutino a distinguere atteggiamenti, funzioni e contributi.

Tempo fa, i genitori partecipanti a una esperienza di formazione hanno sottolineato


l’importanza educativa di una corretta gestione del conflitto. Essi prima di tutto hanno
ritenuto opportuno fare la distinzione tra conflitto e litigio :

- il conflitto; poggia sul rispetto dell’interlocutore, con il quale si desidera avviare un


confronti intorno alla diversità delle rispettive posizioni.

- il litigio; consiste in un’evidente contraddizione tra il livello di contenuto e di relazione.

Per risolvere entrambe le situazioni è indispensabile che almeno uno dei due, avvalendosi
della conoscenza che ha dell’altro, sia incline ad aprire il dialogo, non avendo paura di
apparire come “il soggetto più debole”.

7.5 Conflitto e legami familiari

Nel nostro Paese i rapporti tra i genitori e figli tendono a essere meno conflittuali. Con i figli
adolescenti, sembrano prevalere comportamenti adulti di tipo permissivo, con la
conseguente concezione di sempre maggiori spazi di autonomia gestionale e
comportamentale.
Questa tendenza può risultare positiva, ma in realtà non c’è educazione senza conflitto,
l’intervento educativo non pu essere concepito solo in termini di accondiscendenza verso
ci a cui il minore decide di avere la propria attenzione.

Nella famiglia affinché il conflitto possa diventare un fattore di crescita personale,


coniugale e domestica nel complesso, è opportuno che la soluzione cercata non miri a
dare ragione ad uno dei membri ma sia funzionale al benessere di tutto il sistema
relazionale. Affinché il conflitto familiare possa essere risolto, occorre ricercare con i figli i
motivi che hanno suscitato la situazione di disagio , aiutandoli a capire le ragioni delle parti
in causa.

Spesso non è il conflitto la componente negativa, ma è negativa l’incapacità dei genitori a


farlo sentire come elemento di crescita che pu aiutare a rafforzare i rapporti.

Nella famiglia la società fraterna costituisce un sottosistema relazionale significativo,


poiché la dinamica del conflitto interpersonale assume caratteristiche particolari. Questo
“ambiente” creatosi tra loro inizia a far sviluppare la comprensione degli altri.

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7.6 Strategie di soluzione dei conflitti
Il conflitto se ben governato nella vita coniugale e familiare svolge una funzione positiva.
Sotto l’aspetto pedagogico si mostra come una forma di linguaggio interpersonale, che
esprime delle problematiche insite in determinate circostanze di vita.
Secondo alcuni studiosi il conflitto palesa la tensione del soggetto a differenziarsi in modo
costante come Io autonomo nell’unità dei legami di comunicazione indicati. Si parla di
un’educazione al conflitto.

La situazione di conflitto diventa fattore di crescita quando risponde ai seguenti criteri di


validità:

1. Il conflitto è positivo se non offende l’identità dell’interlocutore, in caso contrario


esso potrebbe diventare elemento di separazione, non solo fisica, ma anche
emotivoaffettiva e spirituale
2. Il conflitto è positivo se si riescono a rilevare le cause che lo hanno suscitato. In tal
modo si pu procedere al superamento di esse o quanto meno si è più preparati ad
affrontarli.
3. Il conflitto è positivo se pu giovarsi della volontà delle persone di ricercare punti
d’incontro, di ridiscutere le loro modalità di comunicazione, ampliandole e
all’occorrenza modificandole.

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CAPITOLO OTTAVO

L’educazione nell’età della preadolescenza


In campo scientifico, soltanto da alcuni decenni la preadolescenza (11-14 anni) da età
negata, è diventata un oggetto di studio.
Gli adulti hanno il compito di sostenere il divenire degli adolescenti, imparando a gestire le
situazioni di convivenza quotidiana, dato che in questa fase i ragazzi si mostrano restii al
rispetto delle regole sino ad allora accettate ed inclini a separare le esperienze
extradomestiche dall’andamento quotidiano dei rapporti familiari, limitando le possibilità di
dialogo intergenerazionale.

8.1 Preadolescenza e contesto ambiente


Al tempo d’oggi la preadolescenza è sottovalutata, nonostante gli studiosi evidenzino le
sue caratteristiche specifiche. Il contesto ambiente la considera solo come un periodo
preparatorio all’adolescenza e caratterizzato dallo sviluppo puberale, inoltre data la
scarsità delle conoscenze generale su questa età specifica, scaturiscono due fenomeni:

- Il primo fenomeno riguarda il diffondersi di un’ambivalenza sociale del preadolescente;


esso è sia oggetto di divieti, dato che ha appena superato il confine dell’età della
fanciullezza, ma allo stesso tempo è chiamato a rispondere a precise richieste, poiché
considerato anche già un adulto.

- Il secondo fenomeno concerne il prevalere della sua identità disarmonica; essa è


causata dal fatto che l dimensioni dello sviluppo sono anticipate o posticipate rispetto
all’età cronologica. In tal modo, se lo sviluppo percettivo, psicomotorio, sociale, affettivo,
sessuale risulta precoce, gli sviluppi logici, morali e religiosi appaiono ritardati. ☞
asincronicità tra aspetti dello sviluppo

Questi due fenomeni fanno si che la preadolescenza si delinei come età più difficile, nel
corso della quale le varie problematiche evolutive possono generare nei soggetti
sofferenza personale.
La pedagogia auspica alla costruzione di sostegni educativi per assecondare la
costruzione di identità preadolescenziali nella tutela dei loro tratti distintivi, rinforzando la
nascente autonomia comportamentale e suscitando in essi forme adeguate di
responsabilità sociale.

C’è da dire che la condizione di preadolescente oggigiorno è resa ancor più problematica
dallo stato di insicurezza degli adulti di riferimento sul piano dei ruoli sociali e su quello
delle funzioni educative. Si pu far riferimento a:

- I genitori; anche a causa dei ritmi lavorativi a cui sono sottoposti, tendono a delegare
ad altre istituzioni le loro responsabilità educative. Sono anche limitati nei loro interventi,
data la loro scarsa preparazione pedagogica

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- Gli insegnanti; considerano la scuola come un luogo esclusivamente preposto alla
trasmissione di contenuti disciplinari, prediligendo il tema dell’istruzione, svincolandolo
da quello dell’educazione
- Gli educatori personali; hanno un’identità professionale ancora troppo incerta

Va inoltre rilevato che questi tre modelli di riferimento sono sottoposti ad un massiccio
processo di femminilizzazione, che impoverisce l’offerta formativa delle istituzioni
educative.

8.2 La preadolescenza come ricerca di nuove modalità educative


Come sostengono studi e ricerche, vi è l’urgenza del recupero della progettualità
pedagogico-educativa nei confronti della preadolescenza.

Dinamiche evolutive tipiche della pradolescenza:


- vita mentale; passaggio dalla logica concreta alla quella astratta, con la possibilità di
operare mediante simboli
- sfera sociale; differenziarsi dei legami parentali e il fascino esercitato dal gruppo dei
pari
- divenire personale; le identificazioni con modelli reali
I preadolescenti hanno l’esigenza di riformulare le loro modalità comunicative, per stabilire
più corretti e adeguati rapporti con il mondo delle cose, persone e dei valori.
Gli educatori devono seguire delle indicazioni per sostenere il loro compito educativo verso
i preadolescenti, ovvero:

a) La comunicazione con il mondo delle cose:


I soggetti indagati manifestano il bisogno di conoscenza/esplorazione, che non
consiste nel semplice desiderio di conoscenza, ma si precisa come bisogno di
padroneggiare meglio il loro esistere in un definito spazio esperienziale e
contesto familiare e scolastico. Gli adulti per aiutare il minore nel lavoro di
autodefinzione, devono proprio partire da questo bisogno.

Come deve intervenire la scuola e la famiglia? In genere una famiglia aperta,


contraddistinta dal dialogo, è facilitata nelle modalità di intervento, soprattutto in forza
dei legami intrecciati con il contesto ambiente.

Il bisogno di conoscenza/esplorazione del preadolescente ripropone in un’altra forma


l’esigenza pedagogica della diretta partecipazione della famiglia all’andamento
della comunità locale.

b) La comunicazione con il mondo delle persone:


Nei preadolescenti vi è un chiaro bisogno di relazioni significative sia con gli adulti che
con i pari. I rapporti orizzontali con gli amici sono una vera loro necessità, in modo da
soddisfare il loro bisogno di socialità. I rapporti verticali con gli adulti anche se a volte
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sono oggetto di contestazione, acquistano importanza in forza del loro garantire
l’incontro con modelli d’identificazione e di confronto comportamentale.

c) La comunicazione con il mondo dei valori:


I preadolescenti esprimono un evidente bisogno di valori. Alcuni orientamenti
valoriali sono stati già assunti dai soggetti esaminati e costituiscono base per il loro
futuro.
Per loro il valori fondamentali sono: famiglia, lavoro, amicizia; significati che danno
consistenza alla dimensione relazionale e affettiva, alla sicurezza economica,
all’autorealizzazione, allo star bene con gli altri.

I ragazzi in questa fase hanno comunque bisogno di criteri valoriali più specifici per
accostarsi all’esperienza quotidiana, selezionarla e filtrarla. Ciò va affrontato con
grande serietà da parte degli educatori e dei genitori specialmente.
La cultura del gruppo con le sue suggestioni oppositive e talvolta devianti, sembrano
attrarre i preadolescenti, condizionandoli se la famiglia è assente o non attiva
modalità di selezione critica degli orientamenti valoriali trasmessi dal medesimo
gruppo dei pari.

Nel complesso è evidente che tutti i bisogni presentati postulano un’esigenza di coerenza
educativa tra famiglia e scuola. Inoltre la loro collaborazione risulta necessaria anche
perchè il clima dell’ambiente domestico incide e non poco sull’attività scolastica dei figli.

Nella comunità locale è necessario elaborare una politica educativa del territorio,
attraverso la quale promuovere costruttivi rapporti tra istituzioni educative formali e
informali. La prospettiva verso cui tendere è la costruzione del sistema formativo
integrato, a favore del preadolescente.

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CAPITOLO NONO

L’educazione nell’età dell’adolescenza


Nella società odierna l’età dell’adolescenza suscita spesso ansia a causa degli aspetti
evolutivi che la contraddistinguono.

In questa fase le oggettive trasformazioni della personalità , la tensione a scegliere o a


decidere indipendentemente dal parere degli adulti si correlano con l’emergere degli
impulsi sessuali, gli atteggiamenti di ribellione e di aggressività … Tutto questo fa
prevalere la valutazione dell’adolescenza come periodo negativo, soggetti da tenere sotto
controllo.

In realtà l’adolescenza va ritenuta come un’età normale della vita umana, che si
presenta con caratteristiche proprie, le quali in ambito pedagogico-educativo, vanno
colte e ben interpretate per aiutare i soggetti interessati a padroneggiarle nel modo
migliore.

9.1 Immagini dell’adolescenza


L’adolescenza è caratterizzata da una situazione di disagio esistenziale, che tende ad
essere gestita con il controllo, anziché con l’educazione.
Il disagio esistenziale è utilizzato come sinonimo di disadattamento e devianza sociale,
ma si trascura che è solo un possibile aspetto di un’età contrassegnata dai temi del
cambiamento, della ricerca, della sperimentazione di nuovi percorsi di vita. Come tale il
suo manifestarsi è da valutare in termini di potenziale di crescita.

Anche alcune forme di comportamento che normalmente sarebbero da considerare a


rischio (fumo, alcool, piccoli furti, atti vandalici), in questa fase possono avere una normale
funzione di tipo esplorativo. Esse servono per rendere consapevoli i ragazzi delle proprie
potenzialità e per procedere all’assunzione di stili di comportamento socialmente
riconosciuti e accettati.

Secondo alcuni studiosi, la situazione di disagio esistenziale pu dare luogo a fenomeni di


disadattamento e devianza solo nei casi in cui non è affrontata in maniera adeguata sia dai
soggetti interessati sia dagli educatori (genitori …). Possiamo capire così che sia
l’iniziativa degli adolescenti che l’intervento diretto degli educatori sono reciproci, dato che
il protagonismo del primo esige il sostegno del secondo, quest’ultimo non pu perseguire
obiettivi educativi senza il corretto coinvolgimento di quello. Ci non riguarda solo la
situazione di disagio, ma anche i valori.

L’attuale situazione di complessità sociale non agevola l’adolescente ne processo di


definizione dell’identità; mancano punti fermi, precisi che garantiscono orientamento e
stabilità. A ciò consegue una crescente tendenza all’omologazione dei sessi e dei
comportamenti. Occorrono perciò dei processi educativi specifici per gli adolescenti che
riescano a tutelare le personalità, c’è bisogno di una pedagogia dell’adolescenza, che

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denunci, contrastando, gli atteggiamenti adulti di disimpegno/indifferenza o di controllo/
repressione verso le problematiche adolescenziali.

Sotto l’aspetto pedagogico, quindi, c’è la necessità di circoscrivere l’arco evolutivo


denominato adolescenza, per far ci prima di tutto occorre riferisci ai tentativi di
classificazione pedagogica dell’età della preadolescenza e della giovinezza:

- La preadolescenza (11-14 anni) ha l’esigenza soggettiva di riformulare le modalità


comunicative, per stabilire più corretti e adeguati rapporti con il mondo delle cose, delle
persone, dei significati
- Nella giovinezza (19-28 anni), i soggetti interessati sono chiamati ad elaborare un
progetto di vita verso cui orientare le proprie risorse e attese

L’adolescenza (14-18/19 anni) è l’età caratterizzata dalla definizione/conquista


dell’identità personale e dalla revisione/riappropriazione dei valori.

Durante essa la persona subisce dei cambiamenti dal punto di vista evolutivo (crescita
biofisio-psichica) e relazionale (ampliamento del raggio esponenziale); sotto l’aspetto
pedagogico, sia l’una che l’altra implicano una continuità e stabilità dei valori in modo tale
da tutelare l’individualità della persona e la sua coerenza comportamentale.

In questo periodo c’è l’esigenza di chiarire il proprio Sè, di rispondere all’interrogativo: Chi
sono io? Quali sono i valori che devo assumere? Pertanto si capisce che la conquista
dell’identità personale si mostra anche come ricoperta dei valori.

Nei vari ambienti educativi bisogna liberarsi degli stereotipi riguardo l’adolescenza,
i genitori, gli educatori e gli insegnanti dovrebbero intraprendere un cammino
formativo in modo da chiarire che cosa sia l’adolescenza e di cosa essa abbia
bisogno. Tale affermazione poggia sui risultati conseguiti al termine di un’esperienza di
formazione con un gruppo di genitori e animatori di gruppo.

- Per i genitori indagati, l’adolescenza è un‘età di passaggio, di intenso dinamismo e di


rinascita ➔ quindi essi mettono in luce una dimensione sistemica del problema
adolescenza che esige di strategie complesse idonee a garantire la soggettività
dell’adolescente. La famiglia deve farsi carico della guida degli adolescenti verso gli
obiettivi, soprattutto i formativi e progettuali

- Per gli educatori l’adolescenza è un’età problematica, considerata come una sfida
portata all’adulto. Avviene un processo di rinnovamento del sé ➔ possiamo notare una
certa differenza da parte dei genitori e degli educatori, da quest’ultimi essa è intesa
come una situazione di travaglio esistenziale. ci lascia intendere la possibile
collaborazione tra i genitori e educatori.

- Gli uni e gli altri mettono in luce l’urgenza di padroneggiare specifiche modalità
comportamentali:

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• comportamenti delineati dai genitori; accettazione dell’alterità dell’adolescente e
riformulazione della comunicazione educativa
• comportamenti delineati dagli educatori; saper coltivare la propria identità umana e
professionale e approfondimento della propria competenza educativa
9.2 Adolescenti: dai bisogni ai compiti educativi
Bisogna metter in luce i bisogni educativi di quest’età, ma prima di far ci occorre rilevare
le caratteristiche evolutive e dalle potenzialità degli adolescenti.

Nel corso del periodo adolescenziale i bisogni individuali educativi mutuano, stante il fatto
che le trasformazioni bio-psico-sociali, intellettuali e morali lo differenziano in sotto-fasi,
dato che i ragazzi nel corso del cammino verso l’identità hanno delle vere e proprie
tendenze disarmoniche, ad esempio dall’introversione passano all’estroversione ecc…
Queste tendenze sono tipiche di un certo lasso di tempo, dai 15 ai 17 anni, in cui il
16esimo anno rappresenta il picco del disagio relazionale, perchè sono presenti: -
problematicità concernenti l’identità personale
- inclinazione a ricercare la massima aggregazione con il gruppo dei coetanei
- tendenza a rimarcare la propria autonomia nei confronti della famiglia
(Vedi ricerca)

9.3 Considerazioni conclusive


L’adolescente postula una chiara progettazione di interventi educativi, è necessario inoltre
avvertire in maniera adeguata le modificazioni che avvengono nei soggetti interessati e in
riferimento ad esse riformulare la comunicazione educativa.
Occorre anche mettere in risalto alcuni accorgimenti per una una corretta pedagogia
dell’adolescenza:

1. Il primo accorgimento riguarda l’assumersi consapevolezza riguardo l’importanza del


modello educativo. È un elemento di estrema importanza. In famiglia si ha a che fare
con l’impreparazione dei genitori, che continuano ad assumere atteggiamenti
iperprotettivi, inadatti a promuovere negli adolescenti atteggiamenti di responsabilità.
Quest’ultimi si concentrano di più sulla loro funzione educativa, in cui sono molto “forti”,
in caso di bisogno gli adolescenti preferiscono rivolgersi ai genitori. Di solito ci non
avviene solo in casi in cui l’ambiente domestico è ricco di contrasti, altamente
conflittuale e indifferente verso i loro bisogni, in queste situazioni è preferibile
confrontarsi con il gruppo dei pari o altre persone.

2. Il secondo accorgimento concerne l’esigenza di un clima relazionale adeguato nei


vari ambienti educativi, che sia accogliente e avvalori le risorse personali. Gli educatori
devono possedere una specifica capacità comunicativa. Secondo alcune ricerche
empiriche di natura pedagogica sembra che:

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- famiglia rigida; la sua comunicazione educativa asseconda nei genitori
atteggiamenti di rifiuto verso le problematiche evolutive, di imposizione di regole
comportamentali e di rigore verso l’assolvimento di compiti

- famiglia parcellizzata; la sua comunicazione educativa motiva superficialità


relazionale

- famiglia duttile; la sua comunicazione educativa risulta idonea a ispirare


atteggiamenti di comprensione, di attivo coinvolgimento, di attenzione verso le
esigenze e i contributi adolescenziali

3. Il terzo accorgimento attiene alla necessità di rilevare il primato educativo della


famiglia. Da varie ricerche è emerso che, mentre il gruppo dei pari influisce
sull’assunzione di decisioni marginali (vestiti, gusti musicali, opinioni…), la famiglia ha
un’incidenza di base circa la scelta delle decisioni importanti come la carriera
scolastica. Inoltre vi è la necessità pedagogica di distinguere tra:

- adesione relazionale: grazie ad essa il processo di conquista dell’identità personale


motiva nell’adolescente una maggiore attenzione verso ci che pu aiutarlo meglio a
percepire in modo chiaro sé stesso e, al tempo stesso, gli offre occasioni per dare prova
delle sue permanenti conquiste nel campo dell’agire autonomo ☞ rapporti con gli amici

- appartenenza relazionale: essa riguarda soprattutto i rapporti con i genitori, si tratta di


legami che dagli adolescenti sono coltivati per i contributi da essi offerti per il
rafforzamento o precisazioni dell’identità personale ☞ rapporti con la famiglia

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CAPITOLO DECIMO

Oltre la crisi di autorevolezza e di identità


dell’educazione
Nelle varie età della vita la graduale conquista dell’autonomia postula un processo di
separazione dalle persone, dagli affetti, dagli ambiti relazionali circostanti, che necessita di
essere governato nel tempo e nello spazio.

In tutto ciò la relazione educativa è fondamentale, anche se nel nostro tempo essa sta
subendo delle crisi di autorevolezza e d’identità. Perché ?
- Secondo una prima chiave di lettura esse sono date dal cedimento del significato
esistenziale dell’educazione
- Secondo la seconda chiave di lettura queste crisi sono causate dal deterioramento del
modello educativo adulto

Entrambe le posizioni sono state assunte da molti studiosi. Secondo Pati le due
proposizioni devono essere entrambe prese in considerazione.
Dinanzi alla precarietà del vivere odierno occorre chiarire il significato di educazione.

10.1 L’odierna situazione di entropia sociale


Il fenomeno della globalizzazione è diventato oramai un luogo comune per descrivere la
società moderna.

Secondo Zamaghi essa non è solo un incremento del processo di integrazione economica
tra i paesi o un’internazionalizzazione delle relazioni politico-istituzionali, ma egli sostiene
che con la globalizzazione si verifichi una carenza etica, riguardo soprattutto il valore
della responsabilità, un esempio sono le ripercussioni derivanti da una certa decisione
presa in un determinato sistema operativo sugli altri sistemi con quello interconnessi.

Alla globalizzazione consegue una tendenza entropica, ovvero la ricerca di nuove


modalità auto-organizzative da parte degli elementi di un certo sistema.

Nel nostro tempo si è verificata un’improvvisa spinta al rimescolamento dei comportamenti


di individui, gruppi e istituzioni ➔ il sistema mondo nel suo ampliarsi relazionale è andato
assumendo al tempo stesso un generale movimento centrifugo; le singole parti hanno
intrapreso percorsi di crescita diversi tra loro, manifestando indifferenza per la ricerca di un
comune principio etico di regolazione.

Il mondo globalizzato sembra essere chiuso in sé stesso, ogni sua componente muove
indipendentemente dalle altre. Non ci sono più norme e regole generali su cui poggiare

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«tutto è lecito, possibile e permesso» ➔ ciascun sottosistema di vita pone a se stesso
obiettivi da perseguire non considerando cosa è perseguito dagli altri sottosistemi.

Esplodono in tal modo molti problemi: da quelli politici a quelli economici, lavorativi
scientifici, educativi, ecologici …

10.2 L’entropia nei mondi dell’educazione


La tendenza entropica si rileva con facilità anche nel sottosistema educativo, dato che
anche le istituzioni si muovono sotto il segno di un generale disordine esterno e interno.

Sullo scenario relazionale dei vari sistemi di convivenza troviamo: genitori fragili, resi tali
anche a cause del rifiuto delle modalità educative tradizionali; insegnanti inadeguati, a
causa delle difficoltà a conciliare la loro funzione istruttiva con quella educativa; educatori
inascoltati, perchè non sono capaci di proporsi come modelli significativi.
Le nuove generazioni, quindi, manifestano comportamenti dettati da valutazioni arbitrarie,
e indifferenza nei confronti degli altri.

Questo clima culturale mina alla radice i due elementi che costituiscono il tessuto
fondamentale della proposta educativa:
1. La dimensione relazione che qualifica l’esistenza soggettiva ➔ l’uomo per vivere è
chiamato ad aprirsi all’incontro con l’alterità, dato che da esso scaturiscono le
sollecitazioni per definire sempre più l’identità.
2. La rilevazione delle diverse posizioni occupate dall’uomo in diversi contesti
esperienziali ➔ l’essere consapevoli della responsabilità svolta in un certo ambiente
favorisce la conquista dell’identità e la percezione delle propria posizione rispetto a
quella altrui. Nella situazione generale di entropia sociale tutto ci viene meno.

Occorre avviare una modificazione culturale del contesto di vita che giovi a far risaltare le
esigenze della persona.

10.3 Dalla chiusura all’apertura dei sistemi educativi


Oggi risulta più difficile educare. Nei vari contesti di vita le figure adulte non si uniformano
ad un unico modello di autorità e rispettano principii univoci. Proprio per questa ragione i
sistemi educativi non possono essere concepiti come chiusi in sé stessi, ma per per vivere
e progredire ciascuno di essi ha bisogno di procedere sotto il segno dell’apertura, dello
scambio, del confronto con gli altri.

La vera natura dell’odierna crisi d’autorità si ritrova in una crisi di riconoscimento degli
adulti verso le proprie responsabilità educative e verso le esigenze di crescita delle nuove
generazioni.
Occorre un sistema di reciproco riconoscimento per ridare senso all’azione svolta da
insegnati e genitori e alla capacità di ciascuno di ossidi negoziare le proprie modalità

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d’intervento alla luce di quelle altrui. Il riconoscimento dell’altro è indispensabile per la
conquista della propria identità.

Il riconoscimento dato e ricevuto, è fattore di conferma o negazione di particolari modi di


essere e di fare, ciò aiuta sicuramente la definizione della nostra identità e di quella altrui.
Tutto ciò nella prospettiva della costruzione di una rete educativa ➔ tessuto inter
istituzionale e interumano contraddistinto da cura, sostegno e orientamento dei soggetti a
cui si rivolge o di cui si fa carico.

I sistemi educativi:
1. hanno l’esigenza della progettualità educativa; l’elaborazione dei progetti da parte
delle singole istituzioni devono essere coerenti con il territorio. Infatti le molteplici realtà
educative alle quali partecipa il minore non posso procedere all’insegna
dell’autosufficienza, ignorando la famiglia.
2. devono tutelare la specificità istituzionale in riferimento agli obiettivi educativi
perseguiti; in modo da evitare una standardizzazione degli interventi e contro
l’omologazione delle offerte formative.
3. devono urgentemente definire peculiari modalità comunicative; la specificità
dell’offerta educativa non pu essere contraddittoria nella gestione della relazione
educativa, se si vuole tutelare la crescita della persona.

10.4 L’autorità come principio regolativo dell’educazione


Per uscire dalla crisi di autorevolezza e d’identità nell’educazione bisogna recuperare
complementarietà o asimmetria relazionale, attraverso la quale ridare valore all’autorità
educativa e consistenza pedagogica al modello educativo adulto.

L’autorità ➔ principio regolatore della relazione educativa, attraverso di essa l’educatore


fa percepire all’educando il limite esperienziale, le regole comportamentali a cui attenersi,
il valore del divieto e il differimento dalla gratificazione.

L’autorità educativa si conforma ai traguardi di autonomia conseguiti dall’educando


durante il suo divenire. Il fine dell’educatore , che si costituisce anche come paradosso
relazionale è quello di favorire nell’educando la conquista dell’autonomia attraverso un
rapporto che inizialmente è di assoluta direttività/dipendenza.

L’intervento adulto educativo quindi è anche direttivo, stante l’oggettiva presenza, in


alcune fasi della crescita, di un basso livello di responsabilità e autonomia nell’educando.
È da ricordare che la direttività manifestata da un educatore autorevole è differente da
quella esercitata da un educatore autoritario. Dato che il primo assume quest’
atteggiamento con un fine positivo per l’educando, mentre il secondo non se ne cura di ci ,
ma anzi poggia il suo intervento sul potere posseduto. Essere un educatore autorevole è
una competenza, non un tratto personale dell’educatore.

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Oggi giorno siamo testimoni di una crisi di ubbidienza degli educandi nei confronti degli
educatori ➔ le nuove generazioni privilegiano condotte che contrastano con quella degli
adulti, specialmente dei genitori.

Conclusioni
La pedagogia dello sviluppo umano: assegna alle esperienze della prima infanzia la
funzione di profondo e irreversibile condizionamento, che invalida la capacità di recupero
e di riscatto del soggetto

La pedagogia personalistica: è contraddistinta dalla esaltazione dell’idoneità


all’autocontrollo e al continuo miglioramento della persona -> caratteristica è l’attitudine a
modificare il corso del proprio divenire, pure quando eventuali esperienze traumatiche
subite chiamano in causa i primi e fondamentali modelli educativi.

La nascita della Pedagogia dello sviluppo umano è anche grazie a diversi studiosi come:
Rosseau, Montessori, Galli, Debesse che hanno messo in luce le caratteristiche specifiche
delle diverse età della vita.

È importante anche l’approfondimento della nozione di compito educativo (viene chiamata


in causa la figura dell’adulto che ha le responsabilità di vita. Nei primi mesi di vita il questo
compito lo hanno i genitori).

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