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COME SI FA UNA TESI DI LAUREA DI UMBERO ECO

SCRITTO NEL 1977. Un tempo l’università era di élite. Le lezioni erano prestigiose conferenze. Ancora oggi in molte università americane, un corso non supera mai i dieci o venti
studenti. Il tutor segue uno o due studenti l’anno nella tesi di ricerca. In Italia ciò non accade. L’università italiana è principalmente di massa. Certi corsi hanno migliaia di iscritti. Il
professore ne conosce bene o male una trentina che seguono con maggiore frequenza. Il libro vuole suggerire almeno due cose: Si può fare una tesi dignitosa malgrado ci si trovi in
una difficile situazione, che risente di discriminazioni remote o recenti; Si può usare l’occasione della tesi per ricuperare il senso positivo e progressivo dello studio, non inteso come
raccolta di nozioni ma come elaborazione critica di una esperienza, come acquisizione di una capacità ad individuare i problemi, ad affrontarli con metodo, ad esporli secondo certe
tecniche di comunicazione.

I. COS’E’ UNA TESI DI LAUREA E A COSA SERVE


I.1. PERCHE’ SI DEVE FARE UNA TESI E COS’E’?
Una tesi di laurea è un elaborato dattiloscritto, di una lunghezza variabile tra le cento e le quattrocento cartelle, in cui lo studente tratta un problema che riguarda l’indirizzo di
studi in cui si vuole laureare. Il ruolo della commissione è quello di giudicare l’elaborato di tesi, dalle parole dei rispettivi relatori, alla capacità del candidato a sostenere le proprie
opinioni espresse per iscritto. Calcolando la media complessiva dei voti ottenuti negli esami, la commissione assegna una votazione alla tesi, che può variare dal minimo di
sessantasei al massimo di centodieci, lode e dignità di stampa. La tesi vera e propria è riservata al dottorando, deve essere un lavoro di ricerca del nuovo, nell’ambito delle materie
umanistiche, una scoperta anche modesta, viene considerata risultato scientifico, una ricerca originale, in cui bisogna sapere certo quello che hanno detto sullo stesso argomento
altri studiosi in precedenza. La tesi all’italiana, non può rappresentare la conclusione di un lungo e meditato lavoro, la prova di una maturazione completa. Capita a volte che ci
siano elaborati di tesi che sono delle vere e proprie tesi di dottorato, e altre che non raggiungono tale livello. Lo studente dimostra di aver preso criticamente visione della maggior
parte della letteratura esistente e di essere stato capace di esporla in modo chiaro; si può redigere o una tesi di compilazione o una tesi di ricerca, o una tesi di Licenza o una tesi
da dottorato. La Licenza per essere più chiari avvia all’esercizio di professione mentre la tesi del dottorando avvia all’attività accademica. Una tesi di ricerca è sempre più lunga, una
tesi di compilazione può anche essere lunga e faticosa ma di solito può essere fatta in minor tempo e con minor rischio. In fine la scelta della tesi di compilazione e tesi di ricerca è
legata alla maturità, alla capacità di lavoro del candidato.

I.2. CHI È INTERESSATO A QUESTO LIBRO


Si rivolge a chi con una ragionevole possibilità di dedicare alcune ore della giornata allo studio, vuole preparare una tesi che gli dia anche una certa soddisfazione
intellettuale e che gli serva anche dopo la laurea.
I.3. IN CHE MODO UNA TESI SERVE ANCHE DOPO LA LAUREA
Fare una tesi significa: individuarne un argomento preciso; raccogliere documenti su quell’argomento; mettere in ordine questi documenti; riesaminare di prima mano l’argomento
alla luce dei documenti raccolti; dare una forma organica a tutte le riflessioni precedenti; fare in modo che chi legge capisca cosa si voleva dire e sia in grado, all’occorrenza, di
risalire agli stessi documenti per riprendere l’argomento per conto suo. Fare la tesi significa imparare a mettere ordine alle proprie idee e ordinare dei dati: costruire un qualcosa
che poi possa servire anche ad altri. Non importa tanto l’argomento della tesi quanto l’esperienza di lavoro che essa comporta.

I.4. QUATTRO REGOLE OVVIE


Uno degli errori che commette spesso lo studente è quello di sviluppare una tesi impostagli dal docente. Le regole per la scelta dell’argomento di tesi sono quattro:
1. Che l’argomento risponda agli interessi del candidato (sia collegato al tipo di esami dati, alle sue letture, al suo modo politico, culturale o religioso);
2. Che le fonti a cui ricorrere siano reperibili, vale a dire a portata materiale del candidato;
3. Che le fonti a cui ricorrere siano maneggiabili, vale a dire a portata culturale del candidato;
4. Che il quadro metodologico della ricerca sia alla portata dell’esperienza del candidato.
II. LA SCELTA DELL’ARGOMENTO
II.1. TESI MONOGRAFICA O TESI PANORAMICA?
La prima tentazione dello studente è quella di elaborare una tesi che parli di molte cose. Una delle principali attenzioni è quella di scegliere un argomento
modesto, Se lo studente lavora seriamente su di un tema molto preciso, si trova a controllare un materiale ignoto alla maggior parte dei giudici di commissione e
questo a sua volta significa anche farsi in un certo modo “furbi”.

II.2. TESI STORICA O TESI TEORICA?


Vi sono materie, dove in alcuni casi si possono elaborare delle tesi storiche o tesi teoriche, basti pensare a materie come, Filosofia, Sociologia, Estetica, ecc. Una tesi
teorica è una tesi che si propone di affrontare un problema astratto che può essere già stato o meno oggetto di altre riflessioni.

II.3. ARGOMENTI ANTICHI O ARGOMENTI CONTEMPORANEI?


Gli argomenti possono distinguersi tra antichi e contemporanei. L’autore contemporaneo è sempre più difficile. È vero che esiste di solito una bibliografia più ridotta, che i testi
sono tutti reperibili, che la prima fase della documentazione può essere svolta, anziché nel chiuso di una biblioteca, in riva al mare con un bel romanzo, tra le mani. L’autore antico
impone una lettura più faticosa, una ricerca bibliografica più attenta ma se si intende la tesi come l’occasione per imparare e costruite una ricerca, l’autore antico pone più problemi
di addestramento. Se poi lo studente si sente portato alla critica contemporanea, la tesi può essere l’ultima occasione che ha di confrontarsi con la letteratura del passato, per
esercitare il proprio gusto e le proprie capacità di lettura. Uno dei consigli che si possono dare è: lavorare su un contemporaneo come se fosse un antico e su un antico come se
fosse un contemporaneo.

II.4. QUANTO TEMPO CI VUOLE PER FARE UNA TESI? Le tempistiche per la conclusione dell’elaborato di tesi, sono non più di tre anni e non
meno di sei mesi. Una tesi serve anzitutto per imparare a coordinare le idee, indipendentemente dal suo argomento. Una buona tesi deve essere discussa passo
per passo col relatore, nei limiti del possibile; scrivere una tesi è come scrivere un libro, è un esercizio di comunicazione che presume l’esistenza di un pubblico: il
relatore è l’unico campione di pubblico competente di cui dispone lo studente durante il corso del proprio lavoro. I requisiti per una buona ma breve tesi di laurea
sono: l’argomento deve essere circoscritto: l’argomento deve essere possibilmente contemporaneo.
II.5. È NECESSARIO CONOSCERE LE LINGUE STRANIERE? È auspicabile conoscere la lingua su cui si dà la tesi. Sarebbe anzi auspicabile che, se si dà
una tesi su un autore francese, la stessa tesi fosse scritta in francese. In molte università straniere si fa così. Molte volte una lingua la si impara iniziando a leggere
un libro, di cui la lingua a noi è sconosciuta ma per la nostra tesi è fondamentale leggerlo.
1) Non si può fare una tesi su un autore straniero se questo autore non viene letto in originale. Questo perché non sempre le opere di un autore vengono tradotte e talora
anche l’ignoranza di uno scritto minore può compromettere la comprensione del suo pensiero o della sua formazione intellettuale; le traduzioni non sempre rendono
giustizia al pensiero dell’autore, mentre fare una tesi significa riscoprire proprio il suo pensiero originale; fare una tesi vuol dire andare al di là delle formule diffuse dai
manualetti scolastici;
2) Non si può fare una tesi su un argomento se le opere più importanti di esso sono scritte in una lingua a noi sconosciuta;
3) Non si può fare una tesi su un autore o su un argomento leggendo solo le opere scritte nelle lingue che
conosciamo. Chi ci dice che l’opera decisiva non sia scritta nell’unica lingua che conosciamo?
Prima di stabilire l’argomento di una tesi bisogna avere l’accortezza di dare una prima occhiata alla bibliografia esistente per sincerarsi che non ci siano notevoli difficoltà linguistiche.
la soluzione più ragionevole è la tesi su un argomento specificamente italiano in cui rimandi a letteratura straniera siano eliminabili o risolvibili ricorrendo a pochi testi già stati
tradotti.

II.6. TESI “SCIENTIFICA O TESI POLITICA?


Dopo la contestazione studentesca del 1968 è invalsa l’opinione che non si debbano fare tesi di argomenti “culturali” o “libreschi”, bensì tesi legate a diretti interessati politici e
sociali.

II.6.1. COS’E’ LA SCIENTIFICITA’?


Una ricerca è scientifica quando risponde ai seguenti requisiti:

1) La ricerca verte su di un oggetto riconoscibile e definito in modo tale che sia riconoscibile anche dagli altri, il termine oggetto non ha necessariamente un significato fisico;
2) La ricerca deve dire su questo oggetto cose che non sono già state dette, oppure rivedere con un’ottica diversa
le cose che sono già state dette;
3) La ricerca deve essere utile agli altri. Un lavoro è scientifico se aggiunge qualcosa a quello che la comunità sapeva già e se tutti i lavori futuri sullo stesso argomento
dovranno, almeno in teoria, tenerne conto. Naturalmente l’importanza scientifica è commisurata al grado di indispensabilità che il contributo esibisce;
4) La ricerca deve fornire gli elementi per la verifica e per la falsifica delle ipotesi che presenta, e pertanto deve fornire gli elementi per una sua continuazione pubblica. Questo
è un requisito fondamentale.

II.6.2. ARGOMENTI STORICO-TEORICI O ESPERIENZE “CALDE”? È più utile fare una tesi di erudizione (argomenti storico-teorici) o una tesi legata a
esperienze pratiche, scelta è dettata dall’esperienza dello studente. l’esperienza di ricerca imposta da una tesi serve sempre per la nostra via futura e non tanto per il tema che si
sceglierà quanto per l’addestramento che esso impone, per la scuola di rigore, per la capacità di organizzazione del materiale che esso richiede.
Una tesi politica priva di requisiti scientifici è una “cattiva tesi”. Si potrebbe dire che è un autoinganno per lo studente, che crede di avere acquisito dei dati oggettivi mentre ha solo
confrontato in modo approssimativo le proprie opinioni. Perché in una tesi storica esistono dei metodi tradizionali di indagine a cui il ricercatore non si può sottrarre; perché molta
metodologia della ricerca sociale all’americana ha feticizzato i metodi statistico quantitativi, producendo enormi ricerche che non servono alla comprensione dei fenomeni reali e di
conseguenza molti giovani politicizzati professano un atteggiamento di diffidenza. Bisognerà rendere pubblicamente riconoscibile l’oggetto della ricerca. mettere in chiaro i criteri e
spiegare perché escludono certi fenomeni dal campo di indagine.

II.7 COME EVITARE DI FARSI SFRUTTARE DAL RELATORE


Talora lo studente sceglie un argomento in base ai propri interessi. Talora invece riceve il suggerimento dal professore a cui chiede la tesi. Nel suggerire argomenti i professori
possono seguire due diversi criteri; indicare un argomento che essi conoscono benissimo e su cui potranno facilmente seguire l’allievo, o indicare un argomento che essi non
conoscono abbastanza e su cui vorrebbero sapere di più. Il secondo criterio è il più onesto e generoso. Il docente ritiene che seguendo quella tesi egli stesso sarà portato ad allargare
i propri orizzonti perché se vorrà ben giudicare il candidato, e aiutarlo durante il lavoro, dovrà occuparsi di qualcosa di nuovo. Di solito è perché il docente si fida del candidato. Ci
sono parecchi casi, in cui il docente sta facendo una ricerca di ampio respiro per cui ha bisogno di moltissimi dati e decide di usare i laureandi come membri di un lavoro di équipe,
orienta per un dato numero di anni, le tesi in una direzione specifica. Vi si trovano alcuni inconvenienti possibili:
1. Il docente è tutto preso dal proprio argomento e fa violenza al candidato il quale invece non ha alcun interesse in quella direzione. Lo studente diventa un portatore d’acqua
che raccoglie stancamente materiale che poi altri interpreteranno;
2. Il docente è disonesto, fa lavorare gli studenti, li laurea, e quindi usa spregiudicatamente il loro lavoro come se fosse il suo. Talora si tratta di disonesta quasi in buona fede:
il docente ha seguito la tesi con passione, ha suggerito molte idee, e dopo un certo tempo non distingue più le idee che aveva suggerito lui da quelle apportate dallo
studente.

III. LA RICERCA DEL MATERIALE


III.1. LA REPERIBILITA’ DELLE FONTI
III.1.1. QUALI SONO LE FONTI DI UN LAVORO SCIENTIFICO
Una tesi studia un oggetto avvalendosi di determinati strumenti, molte volte l’oggetto è un libro e gli strumenti sono altri libri. le fonti di un autore possono essere anche stati
degli avvenimenti storici ma questi avvenimenti sono pur sempre accessibili sotto forma di materiale scritto e cioè di altri testi. La distinzione tra le fonti e la letteratura critica
va tenuta ben presente, perché la letteratura critica spesso riporta brani delle vostre fonti, ma queste sono fonti di seconda mano. una ricerca affrettata e disordinata può
portare facilmente a confondere il discorso sulle fonti con quello sulla letteratura critica. È importante definire subito l’oggetto vero della tesi perché dovrete porvi sin
dall’inizio il problema della reperibilità delle fonti. Una volta risolto il problema delle fonti le stesse questioni sorgono per la letteratura critica.

III.1.2. FONTI DI PRIMA E DI SECONDA MANO


Quando si lavora sui libri, una fonte di prima mano è una edizione originale o una edizione critica dell’opera in questione. Una traduzione non è una fonte: è una protesi. Una antologia
non è una fonte: è uno spezzatino di fonte, può essere utile come primo approccio, un’antologia ci dà solo quello che ci ha visto un altro. Se la tesi vuole discutere le edizioni
critiche esistenti, bisogna risalire agli originali. Diciamo che, le fonti devono essere sempre di prima mano. In teoria un lavoro scientifico serio non dovrebbe mai citare da una
citazione, anche se non si tratta dell’autore di cui ci si occupa direttamente. ci sono alcuni casi particolari, per un lavoro di tesi. L’unica cosa che non bisognerebbe fare, è citare da
una fonte di seconda mano, fingendo di aver visto l’originale. Un altro grave problema si pone per le citazioni bibliografiche: dovendo terminare la tesi in fretta qualcuno decide di
mettere in bibliografia anche cose che non ha letto o addirittura di parlare di queste opere in note a piè di pagina (e peggio ancora nel testo) rifacendosi a notizie raccolte altrove.

III.2. LA RICERCA BIBLIOGRAFICA

III.2.1. COME USARE LA BIBLIOTECA


Farsi una bibliografia significa cercare quello di cui non si conosce ancora l’esistenza. Il buon ricercatore è colui che è capace di entrare in una biblioteca senza avere la minima idea
su di un argomento e uscirne sapendone un po' di più. Il catalogo: per cercare quel di cui ancora si ignora l’esistenza, la biblioteca ci offre alcune facilitazioni. La prima è il catalogo
per soggetti. Il catalogo per autori serve a chi sa già cosa vuole. È lì che una buona biblioteca mi dice tutto quello che posso trovare nelle sue sale. In certe biblioteche ci sono due
cataloghi per soggetti e per autori, e cioè quello vecchio che si arresta ad una certa data, e quello nuovo, che magari è in via di completamento e un giorno includerà quello vecchio,
ma per ora no. In certe biblioteche poi ci sono cataloghi separati, che riguardano fondi particolari. In altre può accadere che soggetti e autori siano tutti insieme. In altre ancora ci
sono cataloghi separati per libri e riviste. Bisogna studiare, il funzionamento della biblioteca in cui si lavora e decidere di conseguenza. il catalogo per autori è quello per soggetti
perché la sua compilazione non dipende dall’interpretazione del bibliotecario, che invece gioca nel catalogo per soggetti. Può darsi che il catalogo non dia le informazioni che si
cerca. Bisogna cominciare da una base più elementare, ovvero da una consultazione, che raccoglie le enciclopedie, le storie generali, i reperti bibliografici. I reperti bibliografici: sono
i più sicuri per chi ha già idee chiare sul proprio argomento.
Il bibliotecario: bisogna superare la timidezza, e spesso il bibliotecario vi dà consigli sicuri facendovi guadagnare molto tempo. se da un lato dovete contare molto sull’assistenza
del bibliotecario, dall’altro non dovete fidarvi ciecamente di lui. Consultazione interbiblioteca, cataloghi computerizzati e prestito da altre biblioteche: molte biblioteche pubblicano
dei reperti aggiornati delle loro acquisizioni.

III.2.2. COME AFFRONTARE LA BIBLIOGRAFIA: LO SCHEDARIO


Per farsi una bibliografia di partenza bisogna vedere molti libri. Per questo bisogna che nelle prime sedute, non cerchiate di leggere subito tutti i libri che trovate ma di farvi la
bibliografia di partenza. In questo senso l’ispezione preliminare ai cataloghi vi consente di partire con le vostre richieste sulla base di una lista già pronta.
Originali e traduzioni: a rigore un libro andrebbe sempre consultato e citato in lingua originale, esistono lingue che per comune consenso non è indispensabile conoscere) e
altre che non si è obbligati a conoscere. Indicazione bibliografica potrebbe servire ad altri i quali vorrebbero recuperare l’edizione originale e quindi sarebbe bene dare una
doppia indicazione.

RIASSUNTO DELLE REGOLE PER LA CITAZIONE BIBLIOGRAFICA


Ciò che è segnato con un *(asterisco) costituisce indicazione essenziale che non va mai omessa. Le altre indicazioni sono facoltative.

LIBRI
*1. Cognome e nome dell’autore (o degli autori, o curatore, con eventuali indicazioni su pseudonimi o false attribuzioni);

*2. Titolo e sottotitolo dell’opera (in corsivo);

3. (“Collana”);
4. Numero dell’edizione (se ve ne sono molte);

*5. Luogo di edizione: se nel libro non c’è scrivere: s.l. (senza luogo);

*6. Editore: se nel libro non c’è, ometterlo;

*7. Data di edizione: se nel libro non c’è scrivere: s.d. (senza data);

8. Dati eventuali sull’edizione più recente a cui ci si è rifatti;

9. Numero pagine ed eventuale numero dei volumi di cui l’opera si compone;


10. (Traduzione: se il titolo era in lingua straniera ed esiste una traduzione italiana si specifica nome del traduttore, titolo italiano, luogo di edizione, editore, data di edizione,
eventualmente numero di pagine).

ARTICOLI DI RIVISTE
*1. Cognome e nome dell’autore;

*2. “Titolo dell’articolo o capitolo”;

*3. Titolo della rivista (in corsivo)


*4: Volume e numero del fascicolo (eventuali indicazioni di Nuova Serie);

5. Mese e anno;

6. Pagine in cui appare l’articolo.

CAPITOLI DI LIBRI, ATTI DI CONGRESSI, SAGGI IN OPERE COLLETTIVE


*1. Cognome e nome dell’autore;

*2. “Titolo del capitolo o del saggio”;

*3. “In”;

*4. Eventuale nome del curatore dell’opera collettiva oppure AAVV;

*5. Titolo dell’opera collettiva (in corsivo);

6. (Eventuale nome del curatore se prima si è messo AAVV);

*7. Eventuale numero del volume dell’opera in cui si trova il saggio citato;

*8. Luogo, Editore, data, numero pagine come nel caso di libri di un solo autore.
I. IL PIANO DI LAVORO E LA SCHEDATURA
IV.1. L’INDICE COME IPOTESI DI LAVORO
Una delle prime cose da fare per cominciare a lavorare su una tesi di laurea è scrivere il titolo, l’introduzione e l’indice finale. In certi libri l’indice si trova all’inizio in
modo che il lettore possa farsi un’idea di quel che troverà scritto. piano di lavoro assumerà la forma di un indice provvisorio. Meglio se questo indice sarà un sommario,
dove per ogni capitolo tentare un breve riassunto. In secondo luogo, potrete proporre un progetto comprensibile al relatore. In terzo luogo, vi accorgerete se avete già
le idee chiare. Il piano di lavoro comprende il titolo, l’indice e l’introduzione. Un buon titolo è già un progetto. Si parli del titolo “segreto”, Dopo aver focalizzato l’area
tematica decidete di trattarne solo un punto specifico. La funzione di una introduzione fittizia, perché la rifarete molte volte prima di avere finito la tesi) è che essa vi
consente di fissare le vostre idee lungo una linea direttrice che non sarà cambiata se non a prezzo di una ristrutturazione cosciente dell’indice. si potranno controllare le
deviazioni e gli impulsi. Questa introduzione serve anche al vostro relatore per raccontare cosa vogliamo fare. Se non ce la fate a scrivere la prefazione, significa che non
avete ancora idee chiare su come partire. Se avete un’idea su come partire allora è perché sospettate dove arrivare. È sulla base di ciò, che bisogna scrivere l’introduzione.
È chiaro che introduzione e indice, saranno riscritti di continuo man mano che il lavoro procede. Indice e introduzione finale (quelli che appariranno sul dattiloscritto)
saranno diversi da quelli iniziali. E Se non fosse così, significherebbe che tutta la ricerca non ci ha dato nessuna idea nuova. Il fine dell’introduzione definitiva sarà aiutare
il lettore a penetrare nella tesi. Il fine di una buona introduzione definitiva è che il lettore si accontenti di questa, capisca tutto e non legga più il resto. L’introduzione
serve a definire anche quale sarà il centro e la periferia della tesi. Prima viene l’ispezione bibliografica, poi la costruzione dell’indice ipotesi. La scelta dipende dal tipo di
tesi. In una tesi storica potreste avere un piano cronologico. Ci può essere un piano spaziale oppure comparativo-contrastivo. In una tesi di carattere sperimentale avrete
un piano induttivo, in una tesi di carattere logico- matematico un piano di tipo deduttivo, prima la proposta della teoria, poi le sue possibili applicazioni a esempi concreti…
L’indice stabilisce già quale sarà la suddivisione logica della tesi in capitoli paragrafi e sottoparagrafi. Anche qui una buona suddivisione a disgiunzione binaria vi consente
di fare aggiunte senza alterare troppo l’ordine iniziale. Questa struttura può essere rappresentata da un diagramma ad albero. Una volta disposto l’indice come ipotesi
di lavoro dovrete procedere correlando sempre ai vari punti dell’indice le schede e gli altri tipi di documentazione. Queste correlazioni devono essere chiare sin dall’inizio
e bene esposte. Infatti, vi dovranno servire per organizzare i riferimenti interni. I riferimenti interni servono a non ripetere troppe volte le stesse cose ma servono anche
a mostrare la coesione dell’intera tesi. Una tesi ben organizzata dovrebbe abbondare di riferimenti interni. Un indice ipotesi ben costruito è la maglia numerata che vi
consente di operare i riferimenti interni senza andare ogni volta a controllare tra fogli e foglietti. Per rispecchiare la struttura logica della tesi, l’indice deve essere
articolato in capitoli, paragrafi e sottoparagrafi. Una suddivisione molto analitica serve alla comprensione logica del discorso. L’organizzazione logica deve essere
rispecchiata dall’indice. Ogni capitolo ha la sua suddivisione. Può anche essere che una suddivisione troppo minuta spezzi il filo del discorso. Ma bisogna tenere a mente,
che una suddivisione minuta aiuta a controllare la materia e a seguire il discorso. Un’ultima avvertenza: quando avete un “indice di ferro” allora potete permettervi di non
cominciare dall’inizio. Anzi di solito si comincia a stendere la parte su cui ci si sente più documentati e sicuri.

IV.2. SCHEDE E APPUNTI


Man mano che la bibliografia ingrossa, è opportuno incominciare a leggere del materiale. Man mano che si leggono libri e articoli, i riferimenti si infittiscono, e lo
schedario bibliografico si ingrandisce. La situazione ideale sarebbe quella di avere in casa tutti i libri che servono, ma questa condizione ideale, è assai rara. Mettiamo il
caso di aver potuto trovare e comprare tutti i libri occorrenti. In linea di principio non occorrono altre schede o schedine bibliografiche. Avrete preparato un piano
(indice ipotetico) coi vostri capitoli o capitoletti ben numerati, e leggendo via via i libri sottolineerete e segnerete in margine delle sigle corrispondenti ai capitoli del
piano. Parimenti porrete vicino ai capitoli del piano la sigla corrispondente a un dato libro e il numero di pagina, e così saprete dove andare a cercare al momento della
stesura una data idea o una data citazione. Mettiamo il caso non si possa sottolineare un libro o scriverci ai margini: Facendo per esempio uno schedario delle idee. Ecco
dunque che si profila l’esistenza di un piano schedario, quello delle schede tematiche: che va benissimo per una tesi. Ci potrà essere in base al contenuto della tesi uno
schedario per autori, uno schedario per citazioni, uno schedario per lettura, uno schedario di lavoro, ecc. avere un semplice schedario di lettura e raccogliere invece
tutte le altre idee su dei quadernetti; potete limitarvi alle sole schede delle citazioni perché la vostra tesi parte già da un piano molto preciso. Il numero e la natura degli
schedari sono suggeriti dalla natura della tesi. L’unica cosa che vi si può aggiungere è che uno schedario sia completo e unificato. Almeno si lavorerà su di un materiale
omogeneo, trasportabile, e maneggevole. Ci sono casi in cui è comodo mettere tutto su scheda. Limitiamoci a parlare della schedatura delle fonti primarie e delle schede
di lettura delle fonti secondarie. Le schede di lettura servono per la letteratura critica. L’ideale per le fonti primarie, è averle sottomano.

LA SOTTOLINEATURA PERSONALIZZA IL LIBRO: Segna le tracce del vostro interesse. Vi permette di ritornare a quel libro anche dopo molto tempo ritrovando a colpo
d’occhio quello che vi aveva interessato. Bisogna differenziare le sottolineature in alcuni casi. Assegnate a vari colori un argomento: gli stessi anche per il piano di lavoro
e per le schede. Associate ai colori una sigla. IMP vi dirà che si tratta di un brano molto importante. CIT potrà significare che è un brano da citare per intero. Siglate i
punti su cui tornare. Se il libro è vostro e non ha valore di antiquariato non esitate ad annotarlo. Non credete a coloro che dicono che i libri vanno rispettati. Tra tutti i
tipi di schede le più consuete, sono le schede di lettura: vale a dire le schede in cui annotate con precisione tutti i riferimenti bibliografici concernenti un libro o un
articolo. Potrete usare dei formati standard, ma in genere dovrebbe avere l’ampiezza di un foglio di quaderno in orizzontale o di mezzo foglio di carta da macchina. Le
schede di lettura, servono per la letteratura critica. Il metodo standard è il seguente:
a) Indicazioni bibliografiche precise, possibilmente più complete che quelle della schedina bibliografica; quella vi servirà per cercare il libro, la scheda di lettura vi
servirà per parlarne e per citarlo come si deve nella bibliografia finale;
b) Notizie sull’autore, quando non è autorità notissima;
c) Breve (o lungo) riassunto del libro o dell’articolo;
d) Ampie citazioni, tra virgolette, dei brani che presumete di dover citare, con indicazione precisa delle pagine;
e) Vostri commenti personali, alla fine, all’inizio, a metà del riassunto; per non rischiare poi di ritenerli opera
dell’autore, metterli tra parentesi quadre a colori;
f) Apponete in alto sulla scheda una sigla o un colore che la riferisca alla parte del piano di lavoro giusta; se si riferisce a più parti mettete molte sigle.
Umiltà scientifica: chiunque può insegnarci qualcosa, magari siamo noi che siamo così bravi che riusciamo a farci insegnare qualcosa da chi era meno bravo di noi. Le
ragioni sono tante. Il fatto è che bisogna ascoltare con rispetto chiunque.

I. LA STESURA
V.1. A CHI SI PARLA
A chi si parla scrivendo una tesi? Al relatore? A tutti gli studenti o studiosi che avranno occasione di consultarla in seguito? Al vostro pubblico dei non specializzati? La si
deve pensare come un libro, che andrà nelle mani di migliaia di persone, o come una comunicazione dotta a una accademia scientifica? Sono problemi importanti perché
riguardano la forma espositiva che darete al vostro lavoro ma riguardano anche il livello di chiarezza interna che volete raggiungere. Una tesi è un lavoro che per ragioni
occasionali è diretto solo al relatore o al correlatore, ma che di fatto presume di essere letto e consultato da molti altri, anche da studiosi non direttamente interessati a
quella disciplina.

V.2. COME SI PARLA


Una volta che si è deciso “a chi si scrive” bisogna decidere “come si scrive”. Se ci fossero delle regole tutti saremmo scrittori. Non fate periodi lunghi. Se vi vengono fateli,
ma poi spezzateli. Andate sovente a capo. Quando è necessario, quando il respiro del testo lo esige, ma più spesso potete andare meglio è. Scrivete tutto quello che vi
passa per la testa ma solo in prima stesura. Dopo vi accorgerete che l’enfasi vi ha preso la mano e vi ha allontanato dal centro del vostro argomento. Allora toglierete le
parti parentetiche, le divagazioni, e le metterete in nota o in appendice. Usate il relatore come cavia. Fare in modo che il relatore legga i primi capitoli con molto anticipo
sulla consegna dell’elaborato. Le sue reazioni potranno servirci. Se il relatore è occupato usate un amico. Non giocate al genio solitario. Non ostinatevi ad iniziare con il
primo capitolo. Magari siete più preparati sul capitolo quarto. Cominciate da lì con la scioltezza di chi ha messo già apposto i capitoli precedenti. dovrete aver l’indice
come ipotesi che vi guida fin dall’inizio. Non usate puntini di sospensione, punti esclamativi, non spiegate le ironie. Si può parlare un linguaggio referenziale o un
linguaggio figurato. I puntini di sospensione si usano solo, nel corpo di una citazione per segnare i brani che sono stati omessi. Definite un termine quando lo introducete
per la prima volta. Se non sapete definirlo evitatelo. Si dice “noi” perché si presume che quello che si afferma possa essere condiviso dai lettori. Scrivere è un atto
sociale: io scrivo affinché tu che leggi accetti quello che io ti propongo. Non usate mai l’articolo davanti al nome proprio.

V.3. LE CITAZIONI
V.3.1. QUANDO E COME SI CITA: DIECI REGOLE : Di solito in una tesi si citano molti testi altrui: il testo oggetto del vostro lavoro, ovvero la
fonte primaria. le citazioni sono di due tipi: (a) si cita un testo su cui poi ci si intrattiene interpretativamente e (b) si cita un testo a sostegno della propria
interpretazione. Diamo dieci regole per la citazione:

Regola 1 – I brani oggetto di analisi interpretativa vanno citati con ragionevole ampiezza;

Regola 2 – I testi della letteratura critica vanno citati solo quando con la loro autorità fortificano una nostra affermazione.

Queste due regole implicano alcuni ovvii corollari. Se il testo è importante ma troppo lungo meglio riportarlo per esteso in appendice e citare nel corso dei vostri
capitoli solo brevi periodi.

Regola 4 – Di ogni citazione devono essere chiaramente riconoscibili l’autore e la fonte stampa o manoscritta. Questo riconoscimento può avvenire in vari modi: Con
esponente e rinvio in nota; con nome dell’autore e data di pubblicazione dell’opera, tra parentesi dopo la citazione; con semplice parentesi che riporta il numero della
pagina quanto tutto il capitolo o tutta la tesi vertono sulla stessa opera dello stesso autore.

Regola 5 – Le citazioni di fonti primarie vanno fatte possibilmente riferendosi all’edizione critica o all’edizione più accreditata. Per autori contemporanei citare se vi
sono più edizioni, o dalla prima o dall’ultima riveduta e corretta, secondo i casi;

Regola 6 – Quando si studia un autore straniero le citazioni devono essere nella lingua originale. Questa regola è tassativa se si tratta di opere letterarie. In tali casi può
essere più o meno utile fare seguire tra parentesi o in nota la traduzione. Attenetevi per questo alle indicazioni del relatore;

Regola 7 – Il rimando all’autore e all’opera deve essere chiaro;

Regola 8 – Quando una citazione non supera le due o tre righe si può inserire nel corpo del capoverso tra virgolette doppie, come faccio ora citando da Campbell e
Ballou i quali dicono che “le citazioni dirette che non superano le tre righe dattiloscritte vanno racchiuse tra le doppie virgolette e appaiono nel testo”. Quando la
citazione è più lunga occorre metterla a spazio semplice rientrato. In questo caso non sono necessarie le virgolette perché deve essere chiaro che tutti i brani rientrati a
spazio semplice sono citazioni. Questo metodo è molto comodo perché mette immediatamente sotto gli occhi i testi citati, consente di saltarli se la lettura è trasversale;

Regola 9 – Le citazioni devono essere fedeli. Primo, si deve trascrivere le parole così come sono. Secondo non si devono eliminare parti del testo senza segnarlo: tale
segnalazione di ellissi viene attuata mediante l’inserzione di tre puntini di sospensione in corrispondenza della parte tralasciata. Terzo, non si devono fare interpolazioni
e ogni nostro commento, chiarimento, specificazione, deve apparire in parentesi quadre o ad angolo. Anche le sottolineature che non sono dell’autore non devono
essere segnalate. Se l’autore che citate, incorre in un errore palese, di stile o di informazione, voi dovete rispettare il suo errore ma segnalarlo al lettore almeno tra
parentesi quadra di questo tipo: [sic];
Regola 10 – Citare è come portare testimonianze a un processo. Dovete essere sempre in grado di reperire i testimoni e di dimostrare che sono attendibili. Per questo il
riferimento deve essere esatto e puntuale e deve poter essere controllabile da tutti. E come si farà se un’informazione o un giudizio importanti ci vengono da una
comunicazione personale, da una lettera, da un manoscritto? Si può benissimo citare una frase mettendo in nota una di queste espressioni: Comunicazione personale
dell’autore (data); lettera personale dell’autore (data), ecc.

V.3.2. CITAZIONE, PARAFRASI E PLAGIO


Nel fare la scheda di lettura voi avete riassunto in vari punti l’autore che vi interessa: avete fatto cioè delle parafrasi e avete riportato brani interi tra virgolette.
Quando poi passate alla stesura della tesi non avete sottocchio il testo e magari copiate interi brani dalla vostra scheda. Dovrete allora essere sicuri che i brani che
copiate fossero davvero delle parafrasi e non delle citazioni senza virgolette. Come si può essere sicuri che una parafrasi non è un plagio? Anzitutto se è molto più
breve dell’originale. La prova più rassicurante è riuscire a parafrasare il testo senza averlo sottocchio, ciò significa che non solo non l’avete copiato ma che lo avete
anche capito.

V.4. LE NOTE A PIE’ DI PAGINA


V.4.1. A COSA SERVONO LE NOTE
Le note servono a indicare la fonte delle citazioni. Se la fonte dovesse essere indicata nel testo, la lettura della pagina sarebbe difficoltosa. Quando è nota di riferimento
bibliografico è bene che sia a piè di pagina, perché si può subito controllare con un colpo d’occhio di cosa si sta parlando. servono ad aggiungere su un argomento
discusso nel testo altre indicazioni bibliografiche di rinforzo: “su questo argomento vedi anche il libro tale”. sono più comode a piè di pagina. servono per rinvii esterni e
interni. I rinvii interni possono anche essere fatti nel testo se sono essenziali. servono a introdurre una citazione di rinforzo che nel testo avrebbe solo che disturbato.
servono ad ampliare le affermazioni che avete fatto nel testo: in questo senso sono utili perché permettono di non appesantire il testo con osservazioni che sono
periferiche rispetto al vostro argomento. servono per correggere le affermazioni del testo: voi siete sicuri di quanto affermate ma siete anche coscienti che qualcuno
non è d’accordo. Sarà prova allora di lealtà scientifica ma anche di spirito critico inserire una nota parzialmente riduttiva. Le note possono servire a fornire la traduzione
italiana di una citazione che era essenziale dare in lingua straniera. Le note servono per pagare i debiti. Citare un libro da cui si è tratta una frase è pagare un debito.
Citare un autore di cui si è impiegata una idea o una informazione è pagare un debito. Una nota piè di pagina non dovrebbe mai essere veramente troppo lunga; altrimenti
non è una nota, è una appendice e come tale va inserita e numerata alla fine del lavoro. siate coerenti: o tutte note a piè di pagina o tutte note a fine capitolo, o brevi
note a piè di pagina e appendici alla fine del lavoro.

V.4.2. IL SISTEMA CITAZIONE-NOTA


Consideriamo l’uso della nota come mezzo per il riferimento bibliografico: se nel testo si parla di qualche autore o se ne citano dei passaggi, la nota corrispondente
fornisce il riferimento bibliografico adeguato. Il procedimento impone una duplicazione: perché le stesse opere citate in nota dovranno poi ritrovarsi anche nella
bibliografia finale. Non vale dire che le opere citate appaiono già in nota e non è necessaria la bibliografia finale: infatti la bibliografia finale serve per avere un colpo
d’occhio sul materiale consultato e serve per trarre informazioni globali sulla letteratura in argomento, e sarebbe ineducato nei confronti del lettore costringerlo a
ricercare i testi pagina per pagina nelle note. la bibliografia finale fornisce informazioni più complete. Per esempio, nel citare un autore straniero, si può dare in nota
solo il titolo in lingua originale, mentre la bibliografia citerà anche l’esistenza di una traduzione. Ancora, nella nota si può citare l’autore per nome e cognome, mentre
nella bibliografia lo si ritroverà in ordine alfabetico per cognome e nome. Le note sono più disinvolte della bibliografia. In molte discipline si usa un sistema che permette
di eliminare tutte le note di riferimento bibliografico conservando solo quelle di discussione e di rinvio. Questo sistema presuppone che la bibliografia finale sia costituita
ponendo il nome dell’autore e la data di pubblicazione della prima edizione del libro o dell’articolo. Questo sistema permette di sfrondare il testo e di eliminare l’ottanta
per cento delle note. obbliga, in fase di stesura, a copiare i dati di un libro una sola volta. È un sistema raccomandabile quando si devono citare di continuo molti libri.
questo sistema funziona solo a certe condizioni: che si tratti di una bibliografia molto omogenea e specializzata, di cui i probabili lettori del vostro lavoro siano già al
corrente; che si tratti di una bibliografia moderna, o almeno degli ultimi due secoli; che si tratti di bibliografia scientifico-erudita. C’è un’ultima ragione per cui, è
consigliabile il sistema autore-data. Supponete di avere finito e dattiloscritto una tesi con moltissime note a piè di pagina, in modo che anche numerandole per capitolo,
arrivate alla nota 125. Improvvisamente vi accorgete che avete trascurato di citare un autore importante che non potete permettervi di ignorare: e dovete citarlo proprio
ad inizio capitolo. Bisogna inserire una nuova nota e cambiare tutti i numeri sino al 125! Col sistema autore-data non avete questo problema: inserite nel testo una pura
e semplice parentesi con nome e data, e poi aggiungete l’item alla bibliografia generale.

V.5. AVVERTENZE, TRAPPOLE, USANZE


Innumerevoli sono gli artifici che si usano in un lavoro scientifico e innumerevoli sono le trappole in cui potreste cadere. Non fornire referenze per nozioni di universale
conoscenza. Non attribuite a un autore una idea che egli riporta come idea altrui. Non aggiungete o togliete note solo per fare quadrare la numerazione. Attenzione a
quando si cita un autore antico da fonti straniere. Culture diverse chiamano in nomi diversi lo stesso personaggio. Decidete come comporre gli aggettivi dei nomi propri
stranieri. Attenti quando trovate delle cifre in libri inglesi. Gli stranieri non scrivono mai Cinquecento, Settecento, Novecento, ma XVI, XVIII, XX secolo.

CONCLUSIONI
Fare una tesi significa divertirsi e la tesi è come il maiale, non se ne butta via niente. L’importante è fare la tesi con gusto. E se avrete scelto un argomento che vi interessa,
vi accorgerete allora che la tesi può essere vista come un gioco, come una scommessa, come una caccia al testo, anche breve periodo.

PROBLEMI DI METODO STORICO DI LUCIAN FEBVRE


Civiltà: evoluzione di un termine e di un gruppo di idee (pag. 1-45)
Nelle principali lingue della cultura si possono contare una decina di termini, il passato rientra in quello dello storico nel senso migliore della parola.

I. Due nozioni differenti di “civiltà”. Nel primo caso, civiltà significa l’insieme delle caratteristiche che la vita collettiva di un gruppo umano presenta agli sguardi di un
osservatore, sia sotto l’aspetto materiale sia sotto quello intellettuale. È stato proposto di chiamare “etnografica” questa concezione della civiltà. Nel secondo
caso, quando parliamo dei progressi e delle lacune, abbiamo in mente un giudizio di valore. Pensiamo che la civiltà sia qualcosa di grande e di bello in sé. Il
termine “civilisation” è recente. Andrea Luigi Mazzini, nella rima pagina del suo libro De l’Italie dans ses rapports avec la liberté et la civilisation moderne,
pubblicato nel 1847, scrive: “Questa parola fu creata in Francia, dallo spirito francese dell’ultimo secolo”. L’opera di Gohin menziona, alla parola civilisation, una
data di nascita: verso il 1752, e d’una citazione: Turgot, II, 674. si tratta dell’edizione Schelle, di Daire e Dussard, i cui due volumi, pubblicati in base all’edizione di
Dupont de Nemours, uscirono nel 1844 nella Collection des principaux économistes. la parola non è di Turgot, ma di Dupont de Nemours. Solo nel 1766 abbiamo
trovato stampato il termine che ci interessa. Appare in due formati, L’Antiquité dévoilée par ses usages del defunto Boulanger. L’Antiquité dévoilée è un’opera
postuma: era morto nel 1759. La parola risalirebbe a quella data. Il termine non rimase ignorato e fra il 1765 e il ’75 conquistò il suo diritto di cittadinanza. Nel 1798,
forza le porte del Dictionnaire dell’Académie Francaise che aveva ignorato. fra il 1765 e il 1798 è nato, si è sviluppato, si è imposto in Francia. Boswell racconta
che il 23 marzo del 1772 era andato a trovare il vecchio Johnson, che stava lavorando alla quarta edizione del suo dizionario: “Johnson non vuole ammettervi
civilization, ma soltanto civility”. Nel 1771 usciva ad Amsterdam la traduzione francese della Histroy of Reign of the Empor Charles V di Robertson.

II. tanto l’uso inglese quanto quello francese pongono un nuovo problema. il verbo “civiliser” (“to civilize”) ed il participio “civilisé” (“civilized”) appaiono, molto
prima del sostantivo corrispondente. “Civilité” era una parola molto vecchia: compare in Godefroy, con “civil” e “civilien”, sotto un testo di Nicolas Oresme che
riunisce insieme “police”, “civilité” e “communité”. Mentre, “civil” conserva un significato politico e giuridico accanto a quello umano, “civilité” evoca soltanto
idee di cortesia. La “politesse” aggiunge alla civiltà quello che la devozione aggiunge all’esercizio del pubblico culto. “Police”: la parola introduceva nella sfera del
diritto, dell’amministrazione del governo. Delamare, insisteva sul significato della parola. scrive “Ordinariamente e in senso più limitato, police è preso per
l’ordine pubblico di ogni città è inteso solo in quest’ultimo senso”. “police”, si vedeva attribuire un significato sempre più ristretto e pedestre. Per vincere la
resistenza, per esprimere il concetto nuovo che da quel momento si forma negli spiriti, per dare “civilisé” una forza ed un’ampiezza nuove, per farne qualcosa di
diverso da un surrogato di “civil”, di “poli” e in parte perfino di “policé”, sarà necessaria una parola nuova.

III. “Civilisation” nasce nel momento in cui si compie lo sforzo dell’Encyclopédie cominciato nel 1751. nasce quando comincia a sprigionarsi dall’insieme
dell’Encyclopédie la grande idea della scienza razionale e sperimentale, sia ch’essa conquisti la natura, sia che riduca in categorie le società umane e la loro infinita
varietà, sulle orme di Montesquieu.

IV. Nel 1819 a Lione esce un libro: Le Vieillard et le Jeune Homme, un libro di Ballanche, pieno di cose e di idee. scrive: “La schiavitù più non esiste fuorché nei residui
delle antiche civiltà (civilisations)”. mostra come nel Medioevo le religioni abbiano raccolto “l’eredità di tutte le civiltà precedenti”. si trova all’inizio del tomo V
degli Elémens d’historie naturelle et de chimie, Fourcroy parla delle classificazioni fondate per comodità sulle differenze di forma che presentano fra loro gli
animali, e osserva che questi tipi di classificazioni non esistono in natura. Nell’anno XII (1804) scrive l’introduzione al Dictionaire des scienzes naturelles di
Levrault. dieci anni dopo, scrive: “Celebri naturalisti negano la possibilità di formare questa catena e sostengono che non esiste una serie di questo tipo in natura,
che essa ha creato soltanto gruppi separati gli uni dagli altri. È l’inizio delle scienze naturali, di quel lungo processo di specializzazione, di quella grande messa a
punto relativistica delle idee universali del corso del XVIII secolo che sta avvenendo nel campo della storia, dell’etnografia e della linguistica. Uno storico non può
trascurare di dire quanto gli avvenimenti politici e la Rivoluzione abbiano aiutato quest’evoluzione. il termine “civilisation” trionfò e conquisto il suo posto negli
anni di tormenta e di speranze vissuti dalla Francia, e insieme alla Francia dall’Europa, dal 1789 in poi. Gli uomini che vissero la Rivoluzione e l’Impero impararono
che una civiltà poteva morire.

V. In un’età di costruzione e di ricostituzione, quale fu la Restaurazione, si videro sbocciare teorie sulla civiltà. Nel 1827 escono tradotte e precedute da
un’introduzione di Edgar Quinet le già vecchie Idee sulla filosofia della storia dell’Umanità di Herder. si stampano a Parigi i Principes de la philosophie de
l’histoire, tradotti dalla Scienza Nuova di Giambattista Vico. Nel 1833 Jouffroy riunisce nei suoi Mélanges philosophiques numerosi articoli del 1826 e del ’27, che
trattano della civiltà. Guizot scriveva: “la storia dell’uomo dev’essere considerata soltanto come una collezione di materiali ammassati per la grande storia della
civiltà del genere umano”. nel 1828 riprende possesso della sua Cattedra alla Sorbona, è noto quale fu l’argomento dei suoi corsi: nel ’28 De la civilisation en
Europe e nel ’29 De la civilisation en France. stabiliva che la civiltà è un fatto, “un fatto come un altro”. sceglie come campo delle sue indagini la nazione o il
popolo. parla di civiltà europea. accoglie il punto di vista di Jouffroy: a ogni popolo la sua civiltà. aggiungerà “L’idea di progresso di sviluppo mi pare l’idea
fondamentale contenuta dal termine civilisation”. Esistono più civiltà bisogna studiarle, analizzarle, selezionarle. Guizot asseriva che la civiltà risulta da due
elementi: da un certo sviluppo dello stato sociale e da un certo sviluppo dello stato intellettuale. Da una parte, c’è lo sviluppo delle condizioni esterne e generali;
dall’altra, lo sviluppo della natura interiore e personale dell’uomo. C’era solo un paese la Francia, dove l’uomo non aveva mai mancato di grandezza individuale,
né la sua grandezza intellettuale era rimasta priva di conseguenze e di utilità pubbliche.

VI. Guizot provava inquietudine: nota che in altri tempi, “nelle scienze che si occupano del mondo materiale”, i fatti erano studiati male e poco rispettati; “ci si
abbandonava al fervore delle ipotesi, ci si arricchiva senz’altra guida fuor che il filo delle deduzioni”. Da un secolo è avvenuto un capovolgimento: da una parte, i
fatti non tennero mai tanto posto nella scienza; dall’altra, mai le idee non tennero nella storia un così grande posto. quando scopre le leggi generali che
presiedono allo sviluppo e alla vita del mondo, queste leggi non sono se non fatti che lui constata. Tale è la missione dell’uomo: come spettatore è soggetto ai fatti,
come attore resta padrone di imprimere loro una forma più regolare e più pura.

Lavoro: evoluzione di un termine e di un’idea (pag. 46-54)


Da quando gli uomini esistono, il lavoro ha occupato sempre la vita della maggior parte di loro. È una strana avventura quella della parola che, prese nel vocabolario francese
nel corso del secolo XVI, il posto di vecchie parole precedentemente in uso: “labourer”, di cui si andavano sempre più appropriando i “laboureurs”, e “ouvrer”. L’ottimismo
Settecentesco cercò, di reagire e almeno di giustificarne il lavoro. Il lavoro di cui parlavano in quel secolo è il lavoro del contadino o quello dell’artigiano; il lavoro che
procura il pane quotidiano ed un tutto, ma che non tende a procurare ricchezza.; il lavoro che salva il lavoratore dal maggior vizio, dal vizio che genera tutti gli altri, secondo
la vecchia tradizione cristiana: l’ozio. I lavoratori del Settecento sono i lavoratori di quei mestieri su cui si chinano gli enciclopedisti, facendone rivivere, gli ingegnosi
strumenti e la libera fatica. nell’Ottocento, tutta una letteratura si occuperà di quelli che vengono considerati i “problemi del lavoro”, gli uomini del tempo associavano nei
loro scritti e nelle loro preoccupazioni l’idea del lavoro a quella di povertà, di miseria e sfruttamento. Nulla che abbia a che fare con l’uomo è semplice. Gli uomini del
Cinquecento, gli uomini del Rinascimento, quei precursori, cercavano proprio di riabilitare vigorosamente il lavoro manuale, esaltando l’uomo che guadagna il pane col
sudore della sua fronte.
Come Jules Michelet inventò il Rinascimento (pag. 55-68)
Rinascimento: La parola non compare negli articoli del “Globe”, che Sainte-Beuve raccolse e pubblicò nel 1828 sotto il titolo Tableau historique et critique
de la poésie francaise au XVI siècle. Per Michelet, La nozione rimane estranea al poeta. la parola Rinascimento s’incontra sotto penne diverse anche prima
della metà dell’Ottocento. Ma si tratta sempre, del rinascimento di qualcosa: per lo più delle lettere e delle arti. Non si tratta mai del Rinascimento puro e
semplice. possiamo stendere l’atto di battesimo in Francia nel 1840. Michelet, insegnava storia alla piccola principessa Luisa, figlia della duchessa di Berry; e
per esser libero di recarsi alle otto alle Tuileries aveva fissato a un’ora così insolita le sue lezioni ai futuri professori. Michelet non creò una parola: creò un
concetto storico. Il concetto di una fase della storia umana dell’Occidente da comprendere e definire, creò concetto ancor prima che i suoi contemporanei
fossero pronti a comprenderla davvero. Dotato di un significato ristretto era per esprimere il duplice movimento. il Rinascimento di Michelet: tanto originale
che ci vollero due o tre generazioni per sfruttarne la concezione. nacque, usci dal profondo dell’anima di Michelet il concetto così fecondo, così originale di
Rinascimento. Nel luglio del 1839, Michelet aveva perduto la sua prima moglie: Pauline Rousseau. dandogli i due figli, Adèle e Charles; ed era stata per lui la
compagnia dei giorni difficili. egli conosce la signora Dumesnil, eccolo incantarsi per una comunione di pensiero e di sentimento con quella donna
intelligente. Nascita, morte, rinascita per Michelet: una triade familiare allo storico. Come familiare era per lui l’allitterazione: nato, ri-nato,
ch’egli usa tanto spesso. Per il suo nuovo amore egli ri-nasceva alla vita. Portava in sé un sentimento profondo, esultante di rinascimento.
Michelet aveva appena terminato di scrivere un libro, che è con la sua Jeanne d’Arc, il migliore, della sua storia della Francia medievale. Perché
il Rinascimento nascesse, perché ricevesse il suo stato vile, non bisogna soltanto che Michelet si liberasse dalla galleria oscura del secolo XV
che aveva appena attraversato con lucidità e disgusto. il XIV e il XIII, e quel grande secolo XII, il secolo d’Abelardo, del quale aveva mostrato la
linfa feconda, l’età vera del Rinascimento.

Dal 1892 al 1933: esame di coscienza di una storia e di uno storico (pag. 69-83)

1892: alla morte di Alfred Maury, il Collège de France sopprime, la cattedra di storia generale e di metodo storico applicato.
1933, quarant’anni dopo: il Collège de France ottiene l’istituzione di una cattedra di storia generale e di metodo storico applicato ai tempi moderni. 1892,
1933, due date, un problema.

I.
Nel 1892, la storia, aveva giocato e vinto la sua partita. Era presente nei licei, popolati di laureati in storia, nelle università, fornite di cattedre di
storia. Fiera e potente si mostrava sicura. gli storici fanno di solito la storia senza meditare sui limiti e sulle condizioni della storia. la storia era
la storia…E se ci si dava la briga di definirla, lo si faceva, molto stranamente, per mezzo del suo materiale, non del suo oggetto. Nasceva una
geografia umana, che attirava l’attenzione de giovani, presto conquistati da studi reali e concreti: “La storia si fa con i testi”. La storia sta nello
stabilire i fatti, e poi metterli in opera. Ed era vero, ma solo all’ingrosso, e soprattutto se la storia era intessuta, unicamente o quasi, di
avvenimenti. quando i documenti abbondano, l’uomo abbrevia, semplifica, mette l’accento su questo, passa la spugna su quello. Soprattutto
per il fatto che lo storico crea i suoi materiali, o, se si vuole, li ricrea: lo storico non si muove vagando a caso attraverso il passato, ma parte con
un disegno preciso in testa, con un problema da risolvere, un’ipotesi di lavoro da verificare. L’essenziale del suo lavoro consiste nel creare, per
così dire, i soggetti della sua osservazione, con l’aiuto di tecniche spesso assai complicate. Elaborare un fatto significa costruirlo. La storia, È un
“metodo”: un metodo che sta per diventare, nel campo delle scienze umane, il metodo quasi universale.

II.
Storia, scienza dell’uomo, scienza del passato umano; e non scienza delle cose o dei concetti. Non esiste storia se non dell’uomo, e storia nel senso più lato. Storia,
scienza dell’uomo; e in tal caso, i fatti, sì, ma fatti umani. Compito dello storico: ritrovare gli uomini che li vissero, e coloro che più tardi, in ognuno di loro, si sono installati,
con tutte le loro idee, per interpretarli. I testi, sì: ma si tratta di testi umani. E tutte hanno la loro storia, suonano differenti secondo le diverse età, e, pur quando
designano oggetti materiali, raramente significano realtà identiche, qualità eguali o equivalenti. Anche i documenti, qualunque sia la loro natura; quelli che vengono
utilizzati da lungo tempo; quelli, soprattutto, che sono procuratori dallo sforzo fortunato di nuove discipline: la statistica, la demografia, la linguistica, la psicologia, ecc.
Stringere nuovi legami fra discipline prossime o lontane; concentrare sullo stesso tema il fascio di luce di scienze eterogenee: ecco il compito primo e fondamentale, il
più urgente, senza dubbio, è il più fecondo di tutti quelli che si impongono a una storia insofferente di frontiere e ripartizioni. Da una sezione filologica, la filologia
comparata, si è venuta formando una nuova scienza: la linguistica. si dedicò quasi soltanto a questa. Un’evoluzione che indubbiamente rappresenta l’anticipazione
approssimata e lontana di quella che compirà un giorno la storia. L’uomo non si ricorda del passato, lo ricostruisce sempre. Muove dal presente; e solo attraverso il
presente, sempre, conosce, interpreta il passato. Nel libro che il Collège de France ha pubblicato per il proprio giubileo, in occasione del suo quarto centenario, troviamo
riprodotto a cura di Paul Hazard un documento commovente. Si tratta di una pagina di appunti autografi di Michelet, appunti stesi con la sua fine scrittura sulla carta,
prima di una delle sue ultime lezioni in questa sede. Ecco quel che si legge: “Non appartengo a nessun partito…Perché? Perché nella storia ho visto solo la storia: nulla
più…”; “Non appartengo a nessuna scuola…Perché? Perché non ho esagerato l’importanza delle formule, perché non ho voluto asservire alcuno spirito: al contrario,
liberarli, dar loro la forza viva che permette di giudicare e trovare”.

Due filosofie opportunistiche della storia: da Spengler a Toynbee (pag. 84-107)


A. Toynbee pretende di portare a fondo, in una ventina di volumi, lo studio comparativo delle civiltà che l’umanità ha
successivamente create: lo studio, per così dire, delle esperienze umane in fatto di civiltà.
1. Oswald Spengler: grandezza e decadenza di un profeta
Nel 1922 in Germania veniva pubblicato un libro. Il nome dell’autore era sconosciuto: Spengler. Oswald Spengler era celebre nel mondo germanico ed il suo libro
conosceva il più grande successo che un’opera di filosofia della storia abbia conosciuto in Germania. All’estero l’accoglienza fu meno calorosa. Tre anni si dovette
attendere il libretto di Fauconnet (1925) che catalogava i temi spengleriani, due anni una traduzione in ritardo. L’uomo, è morto nel 1936 in un grande abbandono, era
nato nel 1880 nella Prussia orientale. Protestante, di famiglia modesta, conseguì nel 1904 il dottorato in “scienze naturali” con una dissertazione su Eraclito. Ora, tutto
il tramonto dell’Occidente testimonia l’odio violento contro il rispetto di cui troppi tedeschi circondavano le scienze della natura e contro il liberalismo dei loro adepti.
A quel tempo Spengler e i suoi lettori, i futuri nazisti di stretta osservanza, avevano nemici comuni: la democrazia, il liberalismo borghese e il marxismo. Spengler,
intorno al 1920, teneva bottega delle merci più richieste. Spengler il successo. Non quello di uno storico che analizza e deduce, ma quello di un profeta, di un mago, di
un visionario perfettamente adatto ai bisogni della Germania tormentata degli anni fra il 1922 e il ’29. Se nei suoi ultimi anni egli perdette la stima generale degli
ambienti nazisti, non fu perché erano state riconosciute false le sue teorie storiche; ma perché l’atteggiamento sentimentale che gli aveva assicurato il successo, le sue
tenaci profezie non andavano più d’accordo con l’ideologia del partito trionfante, dacché questo era diventato padrone del potere.

2. L’ascesa di un nuovo profeta: Arnold J. Toynbee


una decina d’anni dopo la pubblicazione del libro di Spengler, ecco cominciare a concretarsi, in lingua inglese un’opera, che si offre anch’essa come una rivelazione. le idee
di Arnold J. Toynbee: le due opere siano diverse, rimane il fatto che in entrambi i casi si è di fronte allo stesso miscuglio di elementi critici, di elementi costruttivi, di sottintesi
politici, coscienti e insieme determinanti. Negli ambienti che erano rimasti chiusi a Spengler A Study of History ha provocato curiosità vivaci. Società e civiltà: i veri oggetti della
storia, egli ci dice. Se ne possono contare cinque, viventi oggi, contemporaneamente: la nostra, nell’Occidente; l’ortodossa, nei Balcani, Nel vicino Oriente e in Russia; più
lontano l’islamica; più lontano ancora l’india, e, finalmente, l’estremo orientale. Se si fa la storia di una società, dice Toynbee, bisogna insediarsi prima di tutto nel suo cuore.
Poi, partendo di là, risalire passo passo fino al punto in cui si urti, senza alcuna possibilità di dubbio, contro un’altra società, che si possa avvertire nettamente ed afferrare.
Queste riflessioni portano Toynbee a formulare quello che chiama il problema dell’applicazione: quello dei rapporti, se si vuole, che possono unire fra loro due società
susseguentisi. La razza, Toynbee la respinge. Non esistono razze pure. Né esistono razze previlegiate: delle ventuno civiltà che egli enumera, le une sono opera di bianchi, le
altre di neri, di gialli, di rossi. Da paesi fisicamente comparabili come la Russia e il Canada si sono viste nascere civiltà completamente diverse. Come del resto quella del Nilo
o quella dello Yan-tse: la minoica, la giapponese, la greca. Toynbee, qui raggiunge Spengler. Si tratta di un problema umano, e la legge che regge questo vasto campo è la
legge della vita. Legge eterna. Tutto il secondo volume di A Study of History ci espone una specie di “fisiologia”, abbastanza intricata, della “sfida”, o delle sfide, perché
l’autore le classifica in cinque categorie. Innanzi tutto, quelle brutali. La sfida dev’essere vigorosa. Spesso la genesi di una civiltà costituisce una vera “prova di forza” umana.
è la lezione dataci dalle rovine dei Maya, testimoni di una tragica lotta dell’uomo contro una foresta vergine. Concludendo: le civiltà nascono dalle difficoltà, e non dalle e nelle
facilità. Più forte è il colpo, più vivace è la risposta; entro certi limiti, però. Toynbee pretende di dirci come nascono le civiltà. bisogna vivere, e durare. La storia è piena di aborti
di civiltà, o di civiltà arrestatesi, che, a un dato momento tralasciano di svilupparsi, si pietrificano, urtano contro difficoltà troppo costanti e troppo forti. Un esempio la civiltà
degli eschimesi, immobile, rachitica, per così dire, a causa dell’eccesso stesso di una prova di forza umana. Un altro esempio: le civiltà nomadi, che così pagano la loro audacia
nell’affrontare la steppa. Infine, quelli forniti a Toynbee dalle civiltà degli Osmanli (Impero Turco) e degli Spartani. Civiltà ferme. Civiltà calcificate. Toynbee enumera i propri
criteri. Innanzi tutto, il progressivo impadronimento dell’ambiente umano. Poi, il progressivo impadronimento dell’ambiente fisico. Poi, la progressiva spiritualizzazione di
tutte le attività umane. ultimo criterio, il passaggio delle sfide e delle risposte, dall’esterno all’interno. Secondo Toynbee la società non crea. Essa è soltanto il campo comune
d’incontro delle attività individuali. Organizza le comunicazioni fra individui. Le società avanzano grazie alle personalità geniali che modificano l’ambiente comune,
rispondendo alla sfida che esso riceve. Ritorno e ritorno: movimento universale. Si manifesta non solo nei confronti degli individui, ma anche dei gruppi, che, si ripiegano su
sé stessi. Si manifesta sulle stesse civiltà; e Toynbee pretende di scoprirlo all’opera nella stessa Russia sovietica, per fedeltà alle sue teorie sull’impotenza delle masse. Di qui
il cammino della civiltà si compie a balzi: perché in una società viva ogni risposta ad una sfida ne provoca immediatamente una nuova. Ogni civiltà è differente dall’altra, perché
le esperienze che si susseguono son differenti fra loro. Il terzo volume di Toynbee si chiude su questa ottimistica conclusione: sviluppata, abortita o paralizzata, ogni civiltà
acquista un suo significato nell’universo, animato dal ritmo espresso da un versetto del Corano: “Voi tutti ritornerete da lui. Questa è la verace promessa di Dio. Egli emana la
creazione, e poi la riassorbe”.

3. La lezione di “A Study of History”


Toynbee insegna ai suoi lettori, che non ci si deve far ipnotizzare dalla sola Inghilterra, ma considerare tutta la società occidentale nel suo complesso. Toynbee insegna un
ottimismo cosmologico. il significato di tante civiltà apparse nel mondo e poi scomparse, si rivelerà in un altro mondo. cerca di salvaguardarla dalla meccanizzazione. Nel suo
libro dedica una quarantina di pagine a far l’apologia ma del su metodo comparativo. Le società non sono comparabili, perché eterogenee. Le ventuno società hanno in
ogni caso un carattere comune: sono “civiltà”. Le società primitive sono 650. Secondo Toynbee, esiste solo una civiltà, la Civiltà. “Le ventuno civiltà non sono
contemporanee, ma si dispongono su uno spazio di seimila anni. Rimane l’ultima obiezione: “ogni fatto storico è un fatto unico, e quindi per natura e per definizione
imparagonabile”. Ogni vita è insieme unica e paragonabile con le altre vite. Solo per mancanza di documenti, le civiltà primitive sono società senza storia.

Storia e psicologia (pag. 108-120)


La sociologia ha assunto un nome fra gli uomini soltanto da un secolo; ha una propria realtà solo da minor tempo ancora. “la psicologia, diceva Baldawin, si occupa
dell’individuo e la sociologia del gruppo”.

I.
Qual è l’oggetto dello studio di uno storico? L’opinione comune risponde: da una parte, i movimenti confusi di masse umane analoghe, destinate in qualche modo ai
grossi lavori della storia; dall’altra emerge su questo grigiore l’azione dirigente di un certo numero di individui qualificati “personaggi storici”. Epoche intere non ci hanno
lasciato di loro alcuna testimonianza diretta e particolareggiata. i rapporti fra psicologia e storia si stabiliscono, agli occhi dell’opinione comune. Gli individui distinti, i
personaggi storici, essi apparterranno naturalmente alla psicologia individuale. Le conclusioni che gli psicologi possono trarre dallo studio dei casi umani che hanno
sotto i loro occhi, permetteranno agli storici d’interpretare meglio, di meglio comprendere la condotta e l’azione dei “dirigenti” della società passate, degli autentici della
storia umana. Che cos’è una grande opera storica? Un insieme di fatti raccolti, raggruppati, organizzati dagli storici, in modo tale da costituire un anello di quelle grandi
catene di fatti omogenei e distinti di cui gettiamo la rete, più o meno fitta, sul passato storico dell’umanità. Il linguaggio: il mezzo d’azione più potente una tecnica
lentamente elaborata dall’umanità. L’individuo non è mai altro che quello che la sua epoca ed il suo ambiente sociale gli consentono di essere. La società per l’uomo è
una necessità, una realtà organica. Per riprendere l’espressione del dottor Henri Wallon, il solo “Linguaggio implica la società, come i polmoni di una specie area
implicano l’esistenza dell’atmosfera”.

II.
lo psicologo dovrà dedicarsi alla ricerca di quello che l’uomo deve al suo ambiente sociale: psicologia collettiva. Poi, domandarsi che cosa l’uomo debba al suo organismo
specifico: psicologia specifica o psico-fisiologica. Infine studiare quello che quest’essere umano deve alle particolarità individuali della sua fisiologia, agli accidenti della
sua vita sociale: psicologia differenziale. né la psicologia dei nostri psicologi contemporanei può aver corso nel passato, né la psicologia dei nostri progenitori può avere
un’applicazione globale per gli uomini d’oggi: sia che si tratti degli eroi della storia, dei personaggi storici, sia che si tratti delle masse anonime di cui non ci si è quasi
curati di analizzare psicologicamente gli elementi, né di caratterizzarne globalmente le reazioni. È impossibile studiare la vita, i costumi, i modi di essere e d’agire degli
uomini del Medioevo, è impossibile leggere nei testi autentici, racconti sui principi, relazioni di feste, di processioni, di esecuzioni giudiziarie, sermoni popolari, ecc.,
senz’essere colpiti dalla singolare mobilità d’umore. Vi è un netto contrasto, delle condizioni di vita, tra oggi e il Medioevo o Cinquecento. Un tempo vivevano una vita
scandita, ritmata quotidianamente dalla successione delle tenebre e della luce; una vita divisa in due parti nette: il giorno e la notte; il bianco e il nero; il silenzio assoluto
e il lavoro rumoroso. È possibile credere che tutto ciò ha potuto suscitare negli uomini abitudini mentali diverse rispetto ad oggi. Non meno evidente è il fatto che una
vera psicologia storica non sarà resa impossibile che dall’accordo, stretto chiaramente, tra lo psicologo e lo storico. Lavoro collettivo per parlare chiaro. Immenso è il
lavoro per gli storici, se essi intendono procurare agli psicologi i materiali di cui questi hanno bisogno per elaborare una valida psicologia storica. Tecniche? È necessario
l’aiuto di un’archeologia che estenda il proprio dominio su età molto più vicine a noi. È necessario, l’aiuto efficace di un’etnologia che non limiti ai soli primitivi i suoi
sforzi d’inventari, ma tratti popolazioni a noi più vicine e assai più ricche di risorse civili. Occorre anche la collaborazione dei filologi, capaci di formare quegl’inventari di
linguaggi che non sono fatti per gli storici. E occorre anche la collaborazione di quei “semantologi” che, restituendoci la storia di parole particolarmente gravide di
significato, scrivono contemporaneamente capitoli esatti di storia delle idee.

Come ricostruire la vita affettiva di un tempo: la sensibilità e la storia (pag. 121-138)


Storia e sensibilità: ecco un argomento nuovo. Sensibilità è una parola abbastanza antica. È attestata nel linguaggio almeno dagli inizi del secolo XIV. Il suo aggettivo
“sensibile” lo aveva preceduto di qualche tempo. Durante la sua esistenza, come anche avviene, “sensibilità” si è caricata di significati diversi. Nel Seicento la parola sembra
designare soprattutto una certa suscettibilità dell’essere umano alle impressioni d’ordine morale. Nel Settecento il termine indica sentimenti umani: sentimenti di pietà, di
tristezza. Gabriel Girard, scrive “La sensibilità attiene maggiormente alla sensazione; la tenerezza, al sentimento.” il Littré aveva cominciato col dire: “Sensibilità: proprietà di
certe parti del sistema nervoso, per cui l’uomo e gli animali percepiscono le impressioni. La vita affettiva è - per usare la formula di Charles Blondel quanto “di più
necessariamente e di più inesorabilmente soggettivo” c’è in noi. Prima di tutto, perché non bisogna confondere: un’emozione è senza dubbio qualcosa di diverso da una
semplice reazione automatica dell’organismo alle sollecitazioni del mondo esterno. le emozioni, hanno un carattere particolare da cui non può fare astrazione, implicano
rapporti fra uomo e uomo, relazioni collettive. L’attività intellettuale presuppone una vita sociale. I suoi strumenti indispensabili, il linguaggio prima di tutto, implicano infatti
l’esistenza di un ambiente umano. È logico pensare che l’organo specializzato del linguaggio sia nato alla base di attività toniche come le emozioni. fra le emozioni e le
rappresentazioni. Si rivela un’incompatibilità. Infatti, da un lato si è rilevato subito che non appena si producono emozioni, esse turbano il funzionamento dell’attività
intellettuale. E, dall’altra parte, ci si è accorti altrettanto presto che il miglior modo di reprimere un’emozione era quello di rappresentarsene con precisione i motivi e
l’oggetto, di procurarsene lo spettacolo. Fare del proprio dolore un romanzo o un poema, fu indubbiamente per molti artisti una forma di anestesia mentale. Pretendere di
ricostruire la vita affettiva di una data età costituisce un’impresa estremamente seducente e, in pari tempo, terribilmente difficile. È possibile “impiegare la psicologia” per
interpretare i fatti forniti da documenti validi sul carattere. Nessuno studio lessicale permette di ricostruire un’evoluzione d’insieme di tutto un sistema di sentimenti in una
data società in una data epoca. Seconda risorsa: l’iconografia artistica. È noto come, Emile Male abbia ricostruito quelle che potremmo chiamare mode successive e spesso
contrastanti della sentimentalità religiosa. Prima di tutto bisogna tenere conto dei prestiti, dell’imitazione delle arti vicine. Se i Francesi s’impadroniscono di temi
sentimentali sviluppati dai vicini d’Italia o dei Paesi Bassi in un’epoca determinata, significa che questi temi sentimentali li toccano E impadronendosene li fanno propri.
Altra risorsa è la letteratura. lo studio del modo stesso con cui essa crea e poi diffonde una certa forma di sentimento fra le masse. Ricapitoliamo: documenti morali, sono
elementi forniti dagli archivi giudiziari e da quella che con un termine assai ampio possiamo chiamare la casuistica; documenti artistici, quelli forniti dall’arte plastica, ma
anche dall’arte musicale se correttamente interrogata; documenti letterari, con le riserve indicate. Si pensi che non abbiamo una storia dell’Amore. Non una storia della
Morte. Non una storia della Pietà, né della Crudeltà. Non una storia della Gioia. Grazie a Henri Berr, abbiamo avuto una storia della Paura.
Vivere la storia (pag. 139-154)
I.
Non esiste, una storia economica e sociale. perché il collegamento non è un privilegio, “politico e sociale”, o “letterario e sociale”, o anche “filosofico e
sociale”. Esiste solo la storia, nella sua unità. La storia che è per intero sociale, Prima di tutto la storia come studio condotto scientificamente, e non come
scienza, parlare di scienza significa innanzi tutto rievocare l’idea di una somma di risultati. Porre un problema significa esattamente cominciare e finire ogni
storia. Senza problemi, niente storia. se non ho parlato di “scienza” della storia, ho parlato di “studio scientificamente condotto”. Queste due parole non erano
state pronunziate per parata. “Scientificamente condotto”: questa formula implica due operazioni, le stesse che si trovano alla base d’ogni lavoro scientifico
moderno: porre problemi e formulare ipotesi. porre problemi e formulare ipotesi significava tradimento. In quel tempo gli storici vivevano nel rispetto puerile
e devoto per il “fatto”. i più umili fatti storici sono chiamati alla vita dallo storico. Sappiamo che tali fatti sono solamente astrazioni, e spetta a noi determinarli,
ricorrendo alle testimonianze più diverse e talvolta contraddittorie, Questa collezione di fatti ha una storia, che è quella del progresso della conoscenza e della
coscienza degli storici.

II.
Michelet, nella sua lezione del 1834, diceva ai suoi allievi: “Nella storia le cose vanno come nel romanzo di Sterne: quel che si faceva nel salotto si faceva
anche nella cucina. Proprio come due orologi simpatetici, l’uno dei quali, a duecento leghe, segni l’ora, mentre l’altro suona”. In quel tempo vivevano, senza
paura e senza grandi sforzi, su nozioni elaborate lentamente e progressivamente nel corso del tempo, si era costituito col nome di “fisica” un blocco di
conoscenze frammentarie, considerate originariamente autonome e distinte. La meccanica era più complessa, in quanto scienza del movimento del corpo
percepito dalla vista e dal senso muscolare, che combinava dati sensori di diversa origine. nel campo della vita si effettuava un’analoga rivoluzione, una
rivoluzione provocata dalla microbiologia: la nozione di organismi composti da un numero immenso di cellule dell’ordine di grandezza di un millimetro
scaturiva a poco a poco dall’osservazione. Quello che accadeva a livello cellulare smentiva continuamente quel che accadeva al livello delle nostre percezioni
sensorie. Occorreva sostituire alle vecchie teorie, teorie nuove. Storia, scienza dell’uomo: non dimentichiamolo mai. Scienza del perpetuo cambiamento
delle società umane, del loro perpetuo e necessario adeguarsi a nuove condizioni d’esistenza materiale, politica, morale, religiosa, intellettuale. In tal modo la
storia ritrova la vita. In tal modo cessa di essere una signora di schiavitù, di perseguire quel sogno mortale, di imporre ai vivi la legge che si pretende sia stata
dettata dai morti di ieri. Agli storici manca il pensiero, La storia è uguale a ogni altra disciplina. Ha bisogno di buoni operai e di buoni capomastri, Ha bisogno
anche di alcuni buoni ingegneri.

Contro la storia diplomatica fine a sé stesa: storia o politica? (pag. 155-162)


I.

La Historie diplomatique de l’Europe (1871-1914), di Henri Hauser non cade direttamente sotto la giurisdizione di una rivista come la nostra. Henri Hauser si è
personalmente guardato dal dimenticare che una nuova diplomazia sostituisce progressivamente “la politica delle Corti e dei gabinetti”, e che essa è spinta
ad accordare un posto sempre maggiore ai movimenti di opinione pubblica come agli interessi dei gruppi. Sulla copertina dei due volumi di storia
diplomatica, si legge questa formula: “manuale di politica europea”. Essa rivela immediatamente un certo orientamento, manifesta una certa concezione,
legittima, se si vuole, ma un po' speciale. Quella stessa che è stata rappresentata in Francia da certi libri ben noti, pubblicati sotto la rubrica “Manuali storici
di politica straniera”, Più ci si addentra nel passato, dei moderni Stati europei, più lo storico si trova spinto ad attribuire importanza ai fattori personali delle
diverse politiche, presentate sempre dai testi come dirette da sovrani più o meno assoluti, o da ministri più assoluti ancora dei loro padroni.

II.
Quindici anni dopo. Nella piccola collezione di Armand Colin esce un libro. La paix armée (1871-1914). si pone agli antipodi di quello che, costituisce un buon
libro di storia contemporanea. La diplomazia non è il soggetto. E i diplomatici non sono gli epiteti del soggetto. Il soggetto è il mondo dal 1871 al 1914. Il
mondo, con le sue scoperte, i suoi successi, le sue passioni. La diplomazia, è soltanto uno dei mezzi, fra tanti altri, adoperati da questo mondo selvaggio,
sgretolato, veemente, appassionato.

A proposito di una forma di storia che non è la nostra (pag. 163-167)


Che cos’è, uno storico storicizzante? Henri Berr poteva servirsi dei termini di una lettera scrittagli dallo stesso Halphen, un uomo che, si propone di collegare
questi fatti fra loro, di coordinarli, e poi “di analizzare i cambiamenti politici, sociali e morali, che i testi in un momento dato ci rivelano”. la storia si deve
definire come una scienza del particolare. Louis Halphen Tre capitoli fondamentali dividono il corpo del libro: 1) la determinazione dei fatti; 2) la
coordinazione dei fatti; 3) l’esposizione dei fatti. Senza una teoria prestabilita, senza una teoria preconcetta, non esiste la possibilità di un lavoro scientifico.
La teoria è l’esperienza stessa della scienza.

Contro la storia diplomatica fine a sé stesa: storia o politica? (pag. 168-187)


Marc Bloch iniziò a scrivere alcune carte sulla riflessione della storia. sulla sua legittimità, sia per quel che riguarda gli stessi storici, sia per qualche riguarda la nostra
civiltà, formuli le lezioni della propria esperienza per comunicarle ai suoi contemporanei. libro di Marc Bloch, è una rassegna critica dei modi sbagliati di pensare e di
praticare la storia; in forma di libera conversazione da uomo a uomo. ogni definizione è una prigione, e le scienze, come gli uomini, hanno innanzi tutto bisogno della
libertà. espone le cose come sono al suo sguardo e sobriamente spiega perché in effetto esse sono tali al suo sguardo. “Storia, scienza del passato”. Scienza degli uomini,
sì, ma degli uomini nel tempo. Il tempo, ininterrotta continuità, ma anche perpetuo cambiamento. “Dall’antitesi di questi due attributi sorgono i grandi problemi della
ricerca storica.
ARCHITETTURA E DEMOCRAZIA Paesaggio, città, diritti
civili DI SALVATORE SETTIS
1.Tre guerre, tre Costituzioni - “Germania, Spagna, Italia” (pag. 1-28)
La prospettiva deve includere storia e filosofia, etica ed estetica, storia dell’arte e architettura, diritto e antropologia, geografia e sociologia, archeologia
e agronomia. vengono messi in opera due approcci opposti, ma convergenti. Da un lato, ogni disciplina finisce con il formarsi un proprio percorso
conoscitivo, finalizzato a specifici interessi professionali. Dall’altro lato, chiunque si impegni in un tentativo di ricompensazione, adotta di norma la
consueta pratica accademica dello studio interdisciplinare. Il discorso del paesaggio parte da due domande preliminari e convergenti. Prima domanda:
che cosa si intende per paesaggio, o per meglio dire, possiamo davvero distinguere il paesaggio da altre nozioni come territorio o ambiente? Seconda
domanda: di chi è il paesaggio di una città, di una valle, di una regione o di un cantone, di un Paese? Definendo il paesaggio come teatro della democrazia:
il paesaggio, è da vivere e non solo da vedere; inoltre, esso incarna valori collettivi, e non può diminuire il proprio valore a mero mosaico di interessi
individuali. La responsabilità dell’Architetto ha molto a che fare con la Democrazia. Esempio italiano: città e campagna intorno a Pienza (Siena), la “città
d’autore” fondata da Pio II nel 1462. Un rapporto città-campagna conservato in modo tanto armonioso, che nel 2004 l’intera Val d’Orcia, fu inserita fra i
siti UNESCO. Ma pochissimi anni dopo ecco che a Monticchiello, quel paesaggio fu profanato da nuove abitazioni, di pessima qualità architettonica.
L’etichetta UNESCO, è stata sfruttata per distruggerne l’armonia. È sempre più diffuso, accoppiamento fra il paesaggio (prevalentemente non urbano) e
i monumenti del patrimonio culturale (prevalentemente urbani): è questo lo scenario nel quale l’architetto dovrà dispiegar la propria immaginazione
progettuale. Si vuole sottolineare un aspetto centrale: la costituzionalizzazione della tutela in alcuni Paesi. Spicca tra questi l’Italia, la cui Costituzione
repubblicana va richiamata in questo contesto come manifesto di cittadinanza e garante di democrazia. La Costituzione italiana è stata la prima al mondo
a dare al paesaggio e al patrimonio storico-artistico e archeologico un ruolo di primo piano nell’orizzonte dei diritti del cittadino. l’art.9: “La Repubblica
promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Tale articolo ha un significativo
precedente tedesco, l’art. 150 della Costituzione della Repubblica di Weimar (1919): “I monumenti dell’arte, della storia e della natura, così come il paesaggio, godono
della protezione e della tutela dello Stato; è compito dello Stato impedire l’esportazione del patrimonio artistico tedesco”. Un terzo esempio la Costituzione della
Repubblica Spagnola del 1931, l’art. 45 dette a tutta la ricchezza artistica e storica del Paese, chiunque ne sia il proprietario il rango di tesoro culturale della Nazione,
ponendolo sotto la salvaguardia dello Stato. Tra il 1919 e il 1947, dunque, tre grandi Paesi europei hanno ritenuto di dovere conferire rango costituzionale alla tutela del
paesaggio e del patrimonio artistico. Questa piccola costellazione di Costituzioni è la più significativa porta d’accesso al tema di questo libro, che può essere
formulato come il rapporto fra paesaggio e diritto del cittadino. La consapevolezza del proprio patrimonio culturale e paesaggistico nasce dal trauma
della guerra e della sconfitta. La consapevolezza del passato può e deve essere lievito per il presente, serbatoio di energie e di idee per costruire il futuro.
Ma come dovremmo fare per salvare la “bellezza” (cioè, fuor di metafora, l’ambiente, il paesaggio, il patrimonio artistico)? Jacques Maritian, nel suo
famoso discorso pronunciato alla seduta inaugurale dell’UNESCO a Città del Messico il 6 novembre 1947, ammoniva a cercare una strada comune al di
là di ogni ideologia: “E’ urgente elaborare un pensiero comune pratico, uno stesso insieme di convenzioni volte all’azione, innescata dai principi del bene comune e
indirizzata alla politica”. Come ha detto Gustavo Zagrebelsky: “Oggi è poco probabile che nell’interesse della politica rientri anche la preoccupazione per le generazioni
future. Laddove si richiederebbe la virtù della presbiopia, prevale invece l’interesse momentaneo”. Le devastazioni di ambiente, paesaggio e patrimonio monumentale
rendono strettamente attuale una prospettiva imperniata sulle generazioni future. Dopo le devastazioni e le paure della Seconda Guerra mondiale, un forte
orientamento al futuro ricorse anche in documenti ufficiali, a cominciare dalla Carta delle Nazioni Unite (1945), mirata a salvare le generazioni successive dal flagello
della guerra. Un’ importante passo avanti si ebbe con la Costituzione di Stoccolma sull’ambiente (1972), convocata dalle Nazioni unite: secondo il “primo principio” della
Dichiarazione che ne seguì, “L’uomo ha il fondamentale diritto alla libertà, all’uguaglianza e a condizioni di vita adeguate, in un ambiente la cui qualità consente una
vita dignitosa e confortevole”. secondo la Carta mondiale della Natura approvata dall’Onu nel 1982, “L’uomo deve acquisire la conoscenza necessaria a mantenere e
accrescere la propria capacità di usare le risorse naturali in modo da garantire la conservazione delle specie e degli ecosistemi a beneficio delle generazioni presenti e
future”. Del 1997, è una specifica dichiarazione UNESCO: sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future. Anche a livello europeo il ruolo delle
responsabilità verso le generazioni future si è affermato con forza, a partire dalla Carta di Nizza dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000). Anche nel Trattato
di Roma per l’adozione di una Costituzione europea (2004), poi arenatosi per la mancata ratifica di Francia e Olanda, sono menzionate le “responsabilità verso le
generazioni future e la Terra”. Francesco Borromini aveva ben capito, l’architetto non opera in un empireo dominato dalla sola ragione estetica né dalle sole “esigenze
del committente”, ma dall’etica e dalla deontologia del proprio mestiere. Un mestiere che ha un forte e capillare impatto sulla vita di tutti perché incide sull’ambiente
urbano e sui paesaggi.

2. Man and Nature - “La lezione dei paesaggi antichi” (pag. 29-60)
il principio della tutela dei paesaggi e del patrimonio storico, artistico e culturale si è venuto insediando in un numero crescente di Costituzioni. è forte in alcuni Paesi,
come gli Stati Uniti d’America, in cui l’occupazione intensiva del territorio, è un fatto recente. il paesaggio assunse il ruolo di elemento identitario della nazione
americana. In Italia, il paesaggio, plasmato dall’uomo nei secoli, è un paesaggio storicizzato, in piena continuità con quello dei quadri e affreschi, e con quello descritto
ed evocato da pittori e poeti non solo italiani, e perciò esso stesso pittorico. Lo stesso accade in tutta Europa, dove i paesaggi naturali (per esempio le Alpi) possono
assumere un ruolo identitario, che tuttavia appare quasi sempre meno insistito di quello dei monumenti storici. Tra l’opposizione natura e cultura, il primo ci appare
comunque dominante, anche nei paesaggi più fortemente forgiati dalla millenaria presenza umana; mentre le architetture emergono come innesti culturali in un
contesto naturale. Le architetture e le città sono la tana dell’animale Homo sapiens, e sono esse stesse un dato di natura prima che di cultura. Incidono sul paesaggio e
sull’ambiente. La riflessione sul rapporto fra l’uomo e la natura è alla base del discorso ecologico, ma anche del conservationism americano. la figura di George Perkins
Marsh, Man and Nature (1864), fa da ponte fra America ed Europa. Scrisse il suo libro in Italia e lo volle tradotto in italiano (L’uomo e la natura, 1870). descrive gli
enormi danni provocati dall’uomo alla natura: la desertificazione prodotta dalle deforestazioni, e indica il paesaggio mediterraneo all’epoca dell’Impero romano come
lo scenario da cui ricavare una lezione per il presente. Al gigantesco movimento di occupazione delle terre in America corrisponde, in Europa, la crescente
industrializzazione, nel Regno Unito e in Germania. In Inghilterra reagì un precoce movimento protezionistico, da cui sorsero nella seconda metà dell’Ottocento una
ventina di associazioni impegnate nella difesa della natura, fino al National Trust fondato nel 1895. John Ruskin elaborò la sua concezione del paesaggio come fonte di
una forte lezione morale per il singolo e la collettività dei cittadini, anzi come luogo-chiave della responsabilità sociale. Secondo Marsh: “La terra è stata data all’uomo in
semplice usufrutto, non per essere consumata, ancor meno per essere devastata; la conservazione è un dovere che dobbiamo a coloro che verranno dopo di noi”. Famosa
conferenza dello storico Lynn White jr, tenuta a Washington nel dicembre 1966. Secondo White, la crisi ecologica risale alle nostre convinzioni sulla natura e sul nostro
destino, cioè dipende dalla religione. Per lui, la concezione europea del rapporto fra uomo e natura fu determinata dalla convergenza di due visioni del mondo: la
concezione antropocentrica del cristianesimo occidentale e la fede baconiana che la conoscenza scientifica significa dominio tecnologico della natura. opposizione
natura/cultura, che condanna ogni intervento umano, è troppo semplicistica per essere presa sul serio, colloca l’uomo al di fuori della natura e non al suo interno. un
forte senso del paesaggio. L’autore è Platone, in un dialogo famoso (il Fedro), il protagonista è Socrate, che si reca sulla riva dell’Ilisso, un fiume vicino ad Atene. Lo spazio
naturale è anche uno spazio sacro, e anche per questo fonte di ispirazione per il filosofo. Socrate dice [230d]: “A me, che amo imparare, la campagna e gli alberi non
vogliono insegnare nulla; è quel che vogliono, invece, gli uomini della città”. Nelle Leggi (III, 677° sgg.), mentre un Ateniese dialoga con il Cretese Clinia sulle forme di
governo, si aggiunge che il mondo degli uomini è stato travolto più volte da numerosi cataclismi, pestilenze e altro ancora, in modo che ogni volta solo pochi fossero i
sopravvissuti, e per giunta inesperti di ogni arte. Il timore di una catastrofe naturale sempre possibile e l’ansia di perdere il proprio patrimonio culturale, dovendolo poi
recuperare con immensa fatica, sono dunque una cosa sola. Se volessimo tentare, seguendo Man and Nature, un breve assaggio nell’età romana, vedremmo che lo
scenario si fa più vasto e più complesso. Conosciamo qualche esempio di pittura di paesaggio, che risale ad una tradizione greco-ellenistica. Come risulta da un passo di
Vitruvio (De architectura, VII, v, 2), i viaggi di Ulisse costituivano un vero e proprio genere, Ulixi errationes per topia: una serie di affreschi con questo tema emerse a
Roma, sull’Esquilino, nel 1848 ed è ora ai Musei Vaticani. coprivano le pareti delle case, portavano la lontana campagna nel cuore della città, riconducendo le due
principali dimensioni del vivere. La tipologia del paesaggio “idillico-sacrale” è diffusissima nella decorazione a fresco delle case romane. L’Architettura è protagonista
della pittura romana di paesaggio. La polarità architetture/paesaggio è una costante della decorazione pittorica delle case romane. La letteratura latina conserva
numerosissime testimonianze della forte opposizione fra il paesaggio incolto (saltus) e il campo coltivato (ager), e la trasformazione in suoli agricoli fu vista come
civilizzatrice, per esempio nel grandioso poema di Lucrezio Sulla natura. Due aspetti della civiltà romana, infine, meritano di essere ricordati. Il primo è il gigante sforzo di
controllo del territorio, anche mediante la creazione di catasti e di piante dettagliate, fra le quali emerge l’enorme e accurata Forma Urbis Romae, realizzata fra il 203 e
il 211 d.C. Si componeva di 150 lastre rettangolari di marmo. Il secondo aspetto della civiltà romana che va qui richiamato è la centralità del diritto nell’organizzazione
della società e nella fissazione di norme di convivenza. Durante l’impero di Adriano (117-138 d.C.), nella parte settentrionale del monte Libano, che apparteneva alla
provincia romana di Siria, l’amministrazione imperiale volle normare l’uso delle foreste, spietatamente sfruttate per il legname da costruzione, e provvide a una definito
silvarum (perimetrazione dei boschi). Queste iscrizioni forestali, che arrivano fino ad un’altitudine di 2000 m, sono un caso finora unico.

3. Confini difficili - “Patrimonio culturale, paesaggio, città” (pag. 61-92)


1. Città e Campagna
Paesaggio è termine del linguaggio poetico, narrativo, descrittivo. Nel paesaggio da una lingua all’altra, il ventaglio dei significati si estende. linee di tensione attraversino
questa parola “paesaggio”. Che differenza c’è fra paesaggio rurale, montano, urbano? Nel sistema giuridico italiano queste tre parole definiscono tre ambiti semantici e
normativi non solo distinti, ma conflittuali. Quando guardiamo un paesaggio ancora ben conservato, il nostro sguardo non dev’essere né vagamente nostalgico né
astrattamente estetico. La storia dell’arte ha i suoi linguaggi e i suoi metodi, ma la storia della cultura (che li ingloba) è molto più importante. E della storia della cultura
fa parte, prima ancora del paesaggio del Lorenzetti, il Costituto del Comune di Siena, scritto in latino ma tradotto in volgare già nel 1309-10. Si parla di bellezza funzionale
alla prosperità della città e alla sua identità culturale. Esistono delle linee di confine, che saldano paesaggio, territorio e ambiente; campagna e città. Vi sono dei fattori
potenti che segmentano la città, secondo linee profonde di frattura; fra questi, le differenze etniche e sociali e la crescita della povertà urbana anche nel mondo avanzato.
Il mirabile Costituto di Siena, non è l’eccezione ma la regola nell’Italia medievale e della prima età moderna. La bellezza della città fu allora un tema ricorrente. In
numerose aree del paese si è sviluppata un’urbanizzazione selvaggia, che intorno alle città grandi e piccole cosparge di costruzioni d’ogni sorta quelle che fino a ieri
erano le campagne italiane. Quello che ad oggi devasta le nostre città, È l’implosione della forma-città.

2. Dai confini della città ai confini nella città


Per descrivere la disordinata crescita di quartieri a bassa densità abitativa che divorano le campagne e i paesaggi si usa la formula inglese urban sprawl (“città
sparpagliata”). Un tale sviluppo urbano non pianificato tende a saturare ogni spazio disponibile, sottraendo all’agricoltura di qualità i terreni più fertili. turbolenta
espansione, le città storiche si svuotano di abitanti, si popolano di seconde case e di luoghi di intrattenimento: cresce l’obesità delle periferie, che condanna gli antichi
centri a un triste bivio. la distinzione fra centro storico e suburbi diventa un confine fra classi o gruppi sociali, fra poveri e benestanti. un tempo il paesaggio fu limite
della città e oggi ne è l’area di espansione. Questi processi di trasformazione, hanno una storia più lunga nei Paesi che anno conosciuto una precoce industrializzazione,
come la Gran Bretagna. urban sprawl della Campania, del Veneto, della Lombardia trova il suo modello implicito in una nuova forma urbana: la megalopoli. Introdotta
dal geografo Jean Gottmann in un libro del 1961, la parola greca megalopoli (grande città) si usa ora convenzionalmente per gli agglomerati urbani con almeno venti
milioni di abitanti. Nel 1950 solo 83 città in tutto il mondo superavano il milione di abitanti. Mentre la città orizzontale cresce su sé stessa e inghiotte la campagna
spargendosi come una colata lavica, si formano tutto intorno una moltitudine di segmenti residuali, che non sono buoni né per l’agricoltura né per abitarvi, una zona
grigia, una terra di nessuno. È quello che Gilles Clément ha chiamato “terzo paesaggio”. Margini urbani in incerta espansione, quartieri abbandonati o degradati, aree
distrutte dalle rivolte urbane cercano una nuova vocazione. Secondo l’analisi di Yiftachel (studioso israeliano,) la nuova geografia politica è caratterizzata dalla
proliferazione di aree grigie popolate da fenomeni informali e non istituzionalizzati. La cultura degli esclusi elabora nuovi comportamenti più o meno consapevolmente
opposti a quelli delle istituzioni statali, sviluppa nuove idee pratiche di cittadinanza. La gerarchizzazione della società e dello spazio sociale genera non solo povertà e
infelicità, ma divisione e ribellione. La città si espande; si frammenta, esprimendo dal suo seno due formazioni opposte e complementari: la favela e la gated community.
Le mura della città diventano mura nella città. Un termine di recente forma, privatopia, segnala il paradosso di questa nuova tendenza urbana. Introdotto da Evan
McKenzie in un libro del 1994 di egual titolo, il termine privatopia si applica a quelle che, vengono chiamate in America Common Interest Housing Developments (CIDS),
che secondo alcuni sarebbero nei soli Stati uniti non meno di centotrentamila. Le gated communities (quartieri benestanti), con la loro tipica privatization for the few,
si stanno diffondendo anche in Europa, e così anche le favelas, che ai margini della città formano il tessuto dei neouniversi suburbani. La transizione da città a paesaggio,
cede il passo a feroci confini intraurbani, caratterizzati dalla mercificazione dello spazio in estensione e in altezza.

4. Diritto alla città, diritto alla natura


diritto alla città, include, riassume e rilancia un orizzonte dei diritti civili che riguarda da vicino, perché interroga la nostra concezione della società. Se città e paesaggio sono le
due facce di una stessa medaglia, non può esservi “diritto alla città” senza diritto al paesaggio. Almeno quattro filoni si mescolano e s’intrecciano su questo terreno: i movimenti
per la rivendicazione dei beni comuni urbani, le associazioni per la difesa del patrimonio culturale, le organizzazioni ambientaliste e i gruppi di pressione per il diritto alla città. Il
diritto alla città e il diritto alla natura si stanno affermando. Diritto alla città è oggi, in misura crescente, una parola d’ordine che incarna la tenenza a ricreare uno spazio
comunitario, una visione del futuro: la politica della polis. Per evocare questo tema possono essere utilizzati tre autori: Nietzshe, Jonas, Scheffler. Nel suo visionario Così parlò
Zarathustra, Nietzsche introduce “l’amore verso gli altri, i più lontani”. Il messaggio di Hans Jonas, nel suo Principio responsabilità (1979). Secondo Jonas la scienza e la tecnica,
consentendo inedite forme di dominio sulla natura, anziché migliorare il destino e la vita degli esseri umani. La terza citazione viene da un libro recente Death and the Afterlife
di Samuel Scheffler: al di là di ogni credo religioso e filosofico, la convivenza umana si fonda sulla presunzione di una collective afterlife, una vita oltre la morte: l’esperimento
interiore di immaginare la fine dell’umanità aiuta a rendercene conto. La più famosa rivolta urbana d’Europa, il maggio 1968 a Parigi, fu preceduta dalla pubblicazione del Diritto
alla città di Henri Lefebvre, grande teorico dello spazio sociale. la città è caratterizzata da formidabili mutazioni interne: l’esplosione delle periferie, le suddivisioni interne, la
segmentazione della società, il controllo delle libertà e la limitazione dei diritti. Alla mercificazione dello spazio, Lefebvre oppone così la piena politicizzazione dello spazio
urbano. Nel 2004 è stata composta una Carta mondiale del diritto alla città, a cui fece seguito il dibattito UNESCO (2005) sulle politiche urbane e il diritto alla città.
riconoscimento si basa sull’art. 5 della Costituzione del 1988, dove si riconosce la funzione sociale della proprietà. In Europa si è affermato molto prima. Tra questi paesi
europei Italia e Germania. Il diritto alla città, esprime l’aspirazione delle comunità a condividere quella ricchezza collettiva che è fatta di edifici, di monumenti, di attività
lavorative, ma anche soprattutto delle conoscenze e delle potenzialità dei cittadini.
4 Eine zweite Natur – “L’architettura fra città e campagna” (pag. 93-128)
La città storica fu concepita per millenni in Europa secondo una forma urbis ricchissima di varianti, ma sempre entro alcuni caratteri ricorrenti: fra questi il perimetro
delle mura che ne segnava i limiti e il graduale, armonico trapasso dallo spazio urbano alla campagna attraverso una fascia periurbana doppiamente orientata (verso la
città e verso la campagna). La riflessione sulla città storica, può servire a rigettare l’idea di una inesorabile omogeneizzazione del mondo secondo un nuovo modello urbano
che avrebbe tre caratteristiche convergenti: la verticalizzazione delle architetture; la megalopoli, intesa come città senza confini esterni (urban sprawl); i nuovi confini
intraurbani (new urban divisions), che riservano i quartieri più “moderni” e più sicuri. Il pensiero unico è incentrato su una megalopoli “orizzontale”, con clusters di
architetture “verticalizzate” e con segregazioni interne basate sul censo. La ricchezza della forma-città è tutta nella sua diversità. Le architetture che popolano la
campagna seguono il suo destino: armonicamente inserite nel paesaggio del Buon Governo, sono invece desolate e degradate dove regna il Cattivo Governo.
l’integrazione città-campagna ingloba pienamente l’architettura nelle sue forme e nelle sue funzioni. l’Italia incarna la civiltà urbana e del suo uso del territorio. Esempio:
il 27 ottobre 1786 in visita a Spoleto, Goethe colse con sguardo d’aquila la doppia identità del paesaggio italiano come sintesi di natura e cultura. “seconda natura” è
stata tematizzata da Jay Crum, in una serie di lavori del 2012. Uno di essi intitolato proprio Second Nature, mostra che per “seconda natura” Crum intende il costruito:
il groviglio di edifici, mura, strade tortuose che si insinuano fra le chiese e le torri. concezione ha una lunga storia concettuale, che comincia con l’Etica di Aristotele.
McDowell sulla filosofia della mente, la seconda natura è (seguendo Aristotele) generata dall’abitudine, e si definisce come una sintonia naturale con l’ordine normativo
della virtù. L’architettura per Aristotele è una techne che si nutre di insegnamenti specifici, ma può e deve essere anche assimilata a una virtù morale, se praticata
secondo un’abitudine forgiata sul (buon) esempio e indirizzata alla piena realizzazione sia dell’individuo-portatore della techne (l’architetto) sia del cittadino, sia infine
della comunità nel suo insieme (polis). Aristotele usa la parola eudaimonia: pieno senso di realizzazione della nostra vita. La desolante devastazione dei nostri paesaggi,
su cui sta insistendo Oliviero Toscani nelle sue campagne fotografiche, sembra invece presupporre una concezione del paesaggio come spazio residuale, opzionale,
ricreativo, marginale, che corrisponde, all’idea di Bestand secondo Heidegger: una risorsa di scorta, una riserva passiva accumulata in attesa di uso produttivo. Difficile
è trovare esempi in cui un’architettura sappia integrarsi nel paesaggio rideterminandolo. Due esempi: la Cantina Petra a Suvereto, nella Maremma pisana, dovuta a Mario
Botta, e un intero villaggio costruito da architetti per architetti, la Ciudad Abierta di Punta de Piedra, poco a nord di Valparaiso sulla costa cilena. La zweite Natur di
Goethe ha le sue radici nell’Etica a Nicomaco di Aristotele, la cui conoscenza fu probabilmente filtrata attraverso Cicerone, che definisce l’abitudine “quasi una seconda
natura”. Il punto decisivo è, fra techne ed ethos. Si diventa architetti, sia imparando come si può costruire, sia acquisendo l’abitudine di costruire: ma si pratica il mestiere
virtuosamente solo se si seguono modelli sociali positivi in quanto orientati al bene comune. Per individuare l’arte e/o la pratica del costruire nel contesto Aristotele usa
il verbo oikodomeo, collegato con oikodomesis o oikodomia. Le preoccupazioni ambientali sono oggi un potente stimolo a una riflessione civile, morale e politica sulle
responsabilità di ciascun cittadino rispetto al danno ambientale. Delle due parole, economia ed ecologia, i greci conobbero solo la prima: l’economia è l’amministrazione,
o meglio la gestione, della propria casa. Ecologia invece in greco antico non esiste: un termine coniato nel 1866, e proprio sul modello di economia, dal biologo tedesco
Ernst Haeckel. Quando sottostimiamo i rischi ambientali e paesaggistici o reagiamo poco e male all’insorgenza di confini intraurbani e delle connesse ingiustizie sociali
spesso riteniamo che questi fenomeni siano, o possano essere, sotto controllo. I Greci antichi avevano una personificazione semidivina, per designare pericolo: la dea
Ate (rovina, inganno, dissennatezza), fa perdere agli umani il senso della misura, li stiga alla tracotanza (hybris) e li conduce a perdizione. un confine può essere una
sutura, un termine di trapasso, una cerniera. Le brutte periferie non sono architettura ma edilizia: un costruire sempre più senza regole precise; architettura al contrario
è una forma di arte, che nel costruire tiene conto di parametri estetici. per i Greci: oikodomia era l’arte del costruire le case e gli edifici, senza connotazioni di qualità.
fino al primo Novecento vi fu, almeno in Italia e in Europa, un “codice dello spazio” condiviso dal contadino e dal principe, dall’impresario e dal notaio, dal cardinale al
prete di campagna. L’alluvione di periferie che è il tristo leitmotiv della produzione architettonica del Novecento in Italia comporta la perdita di quel codice e di quei
valori associati, a cominciare dalla dignità dei cittadini. Come ha scritto Franco La Cecla in un libro, Contro l’urbanistica, l’architetto-costruttore viene spesso trascinato
sul banco degli accusati, ma le principali responsabilità ricadono sull’urbanistica, che non è riuscita a costruirsi come disciplina di osservazione, di ascolto e di
interpretazione delle realtà urbane, e si traduce spesso in una tecnica volta a separare, zonizzare, controllare, chiudere dietro a cancelli i ricchi e le classi medie e dietro
paraventi di lamiere gli slums. Secondo Zygmunt Bauman, i non luoghi sono la formazione più tipica della modernità. La retorica del junkspace, che dai detriti di satelliti
artificiali che circondano la Terra si è trasferita alla riflessione sugli spazi abitati, è in tal senso rivelatrice. Rem Koolhaas intende come junkspace la rete dei neospazi in
cui viviamo: parla di forme, di estetica, di strutture, di materie. Francois Hartog, è vero che tutte le leggi di tutela sono state innescate da un rischio imminente: basti
pensare alle antichità di Roma, a partire dal quattrocento, rischiarono di essere massicciamente trafugate ed esportate. Con la patrimonializzazione, si comincia di solito
con la protezione del patrimonio archeologico, successivamente si protegge il patrimonio storico-artistico e monumentale, si allarga poi al paesaggio, e infine abbraccia
quel che oggi intendiamo per “ambiente”. Mentre immaginiamo nuovi spazi urbani e nuove architetture, proviamo a pensare chenon faremo mai abbastanza bene il
nostro lavoro se nel costruirle non avremo tenuto conto della necessità di preservare e incrementare le risorse dei suoli fertili in esaurimento, di garantire la sanità
dell’ambiente.

5. Teatro della Democrazia – “Responsabilità dell’architetto e generazioni future” (pag. 129-164)


Quattro sono le parole chiave: paesaggio, territorio, ambiente, suoli agricoli. Ciascuno di questi termini ha una propria legittimazione storica, un valore euristico-
descrittivo, un potenziale normativo; fattori, tutti, che contribuiscono a fare del paesaggio la cornice operativa della riflessione e del lavoro dell’architetto. Questi termini
definiscono di fatto uno stesso spazio di vita delle comunità umane. La città si espande, si tramuta di periferie, divora al tempo stesso il suo cuore antico e la circostante
campagna. La continua spola fra spazi urbani e spazi non urbani è necessaria per qualsiasi riflessione sia sulla città, sia sul paesaggio. Le periferie delle città italiane sono
tra le più brutte d’Europa, ma sono di fatto, il maggior contributo architettonico del XX secolo italiano. Oggi un cinquanta per cento della popolazione italiana vive nelle
periferie che divorano idea di città, trasformandola con un drammatico gioco al ribasso in cui lo sprawl urbano, l’assenza di servizi, l’abusivismo, il degrado, l’abbandono
di edifici fatiscenti congiurano creando un paesaggio di assenze e di rovine. Le rovine urbane segnano la sconfitta della civiltà industriale, l’incapacità di gestire i residui.
Stanno prendendo piede, anche in Italia, le pratiche dette di “esplorazione urbana”: per esempio nelle Marche, dove un gruppo di giovani fotografi che ha scelto per sé
l’etichetta di “Urban Intruders” ha censito e fotografato quasi cinquecento siti abbandonati. Il destino dei viventi (non solo degli umani) e la qualità degli spazi sono due
facce della stessa medaglia: fra l’inquinamento ambientale e l’inquinamento antropico prodotto dalle pessime architetture sparse per ogni dove non c’è più una grande
differenza. La formula del “paesaggio” è una nozione politica. Martin Warnke: manipolazione del paesaggio da parte del potere. politica nel senso originario ed
etimologico della parola. Quando Margaret Thatcher diceva che la “società” non esiste, stava di fatto esprimendo una propria idea di società: atomizzata, ridotta a
inordinato pulviscolo di individui, non legittimata a esprimere valori collettivi. L’estetizzazione del paesaggio ricorre tanto perché ha una storia lunghissima nella storia
culturale europea. Tale concezione estetica, ha avuto una funzione essenziale: da essa partirono infatti le più antiche norme di tutela del paesaggio. ma per garantire
la protezione del paesaggio a livello giuridico occorreva assimilarlo a categorie di beni già in qualche modo tutelate. Perciò si ricorse alla nozione storico-artistica di
veduta, facendo riferimento al potere dello sguardo e della storia che circoscrive i paesaggi “belli. Non c’è bellezza, senza responsabilità e senza storia. La frammentazione
dello spazio urbano è conseguenza e sintomo di questo processo che comporta la creazione di due formazioni opposte, la favela e la gated community. Lo spazio in cui
viviamo riflette i meccanismi economici, sociali, politici di ogni cultura e di ogni età. Viene in mente, la “logica dell’economia simbolica” esplorata da Pierre Bordieu nel
suo famoso articolo del 1977 sulla production de la croyance. L’economia simbolica prende a proprio oggetto valori non commerciabili, e li introduce nel circuito delle
merci travestendoli sotto altra specie. In questa mercificazione dello spazio anche la città storica può ridursi a veduta. Un esempio un Palais Lumière, lanciato nel 2012
dallo stilista veneto Pierre Cardin: visibile da tutta Venezia con i suoi 250 metri di altezza (60 piani). il valore estetico delle neoarchitetture e delle neocittà viene esibito
in nome della piena libertà della creazione artistica. Oggi il cittadino del mondo istintivamente sa che tutte le città tendono ad essere identiche, e che questo processo
di appiattimento si consuma in prima istanza nelle periferie. Qualsiasi cosa dicano, il “centro storico” delle nostre città viene concepito sempre più spesso come un
residuo passivo, un luogo di conflitti legato agli sviluppi o al ristagnare della speculazione edilizia. Alcuni architetti europei hanno lanciato nel 2014 un manifesto, How to
Build a Fairer City, che offre alcune utili coordinate. Essi pongono a contrasto due visioni opposte del futuro della città (e dunque anche il mestiere di architetto): la
prima è il roseo economicismo neoliberista, libro di Edward Glaeser, Triumph of the City, e ancor più nel suo sottotitolo: “In che modo la nostra più grande invenzione
ci rende più ricchi, più intelligenti, più ecologici, più sani e felici. Tale modello, che dovrebbe avvenire attraverso l’urbanizzazione e per mezzo della forma-città si traduce
in una accanita competizione fra le città, fatte di grattacieli sempre più alti, skyline in continua trasformazione, iconic architecture, costosi alberghi, ecc. La megalopoli
avrebbe il vantaggio di trasformare la dimensione stessa della città in un motore di creatività. All’opposto estremo, How to Build a Fairer City, propone un mutamento
radicale di prospettiva: incidere culturalmente e politicamente sia sull’immaginario collettivo sia sulle pratiche di governo per abbandonare il tema dominante della
competitività fra città, e puntare piuttosto sulle caratteristiche di ciascuna città e sul potenziale creativo che i cittadini possono trarre dalla coscienza della propria
memoria culturale e dei suoi sviluppi futuri. In un paesaggio, anche urbano, inteso come teatro della democrazia, la forte responsabilità dell’architetto potrà contribuire
al pieno esercizio dei diritti civili.

SEI LEZIONI SULLA STORIA DI Edward H. Carr


LEZIONE PRIMA – “Lo storico e i fatti storici” (pag. 1-35)
Che cos’è la Storia? Si inizia ad analizzare due passi, tratti Cambridge Modern History. Ecco come si esprimeva Acton in una relazione dell’ottobre 1896: “La nostra
generazione non è ancora in grado di dare una storia definitiva; possiamo, tuttavia, fornire una storia tradizionale, e indicare in qual misura ci siamo allontanati da
quest’ultima per avvicinarci alla meta, visto che oggi ogni dato di fatto è a portata di mano e ogni problema è diventato passibile di soluzione”. Quasi sessant’anni dopo
sir George Clark, aggiungeva: “Gli storici della generazione successiva sono alieni da simili prospettive. Essi si aspettano che le loro ricerche vengano di volta in volta
superate, e pensano che la conoscenza del passato si sia accumulata grazie al contributo e all’elaborazione di uno o più individui.” La frattura esistente tra Acton e sir
George Clark riflette il mutamento della visione complessiva della società verificatosi nel periodo che intercorre tra le due affermazioni. Acton proclama la fede positiva,
mentre sir George Clark riflette lo sconcerto e il confuso scetticismo della generazione dei beatniks. L’Ottocento è stato l’età d’oro. Verso il 1830 Ranke, osservò che il
compito dello storico era “semplicemente quello di mostrare come le cose erano andate”. I fatti, come gli stimoli sensoriali, colpiscono l’osservatore dall’esterno, e sono
indipendenti dalla coscienza. Viene in mente la frase prediletta del grande giornalista liberale C. P. Scott: “I fatti sono sacri, i giudizi sono liberi”. Non tutti i fatti del
passato sono storici, o sono trattati come tali dallo storico. Che cos’è un fatto storico? l’osservazione di Housman, “l’accuratezza è un dovere, non una virtù”. Lodare
uno storico per la sua accuratezza equivale a lodare un architetto per il fatto di servirsi, nel costruire gli edifici, di legname ben stagionato o di cemento mescolato. fatti
fondamentali, costituiscono la materia prima dello storico e non la storia vera e propria. La seconda osservazione è che la scelta di questi fatti fondamentali dipende da
una decisione a priori dello storico. I fatti parlano quando lo storico li fa parlare: è lui a decidere quali fatti debbano essere presi in considerazione, in quale ordine e in
quale contesto. Come disse Lytton Strachey, “l’ignoranza è il primo requisito dello storico, l’ignoranza che semplifica e chiarisce, che sceglie e che tralascia”. Lo storico
dell’età moderna non gode di nessuno dei vantaggi si trova costretto a coltivare questa inevitabile ignoranza da solo, e ciò tanto più quanto si avvicina al tempo in cui
vive. Ha il duplice compito di scoprire i pochi fatti veramente importanti e di trasformali in fatti storici. ci troviamo all’opposto dell’eresia ottocentesca secondo cui
consisterebbe nell’elencare il maggior numero di fatti possibili. Il feticismo ottocentesco era integrato e garantito dal feticismo per i documenti. I documenti costituivano
l’Arca del Patto nel tempio dei fatti. Nessun documento è in grado di dirci di più di quello che l’autore pensava. Prima di poter scrivere dei fatti, lo storico deve rielaborarli:
vi si deve compiere l’elaborazione di un’elaborazione. Per gli intellettuali dell’Europa occidentale l’Ottocento fu un’età piacevole, permeata di sicurezza e di ottimismo.
I fatti erano, in complesso, soddisfacenti. Ranke aveva una pia fiducia nel fatto che la divina provvidenza si sarebbe presa cura del senso della storia, se egli si fosse preso
cura dei fatti. I fatti della storia costituivano una dimostrazione del fatto supremo, e cioè dell’esistenza di un’evoluzione benefica e apparentemente illimitata verso
mete sempre più elevate. Era l’età dell’innocenza, e gli storici vagavano per il giardino dell’Eden senza uno straccio di filosofia per coprirsi, ignudi e senza vergogna
dinnanzi al dio della storia. Dopo di allora, abbiamo conosciuto il peccato e abbiamo vissuto l’esperienza della caduta. La prima sfida alla teoria del primato e
dell’autonomia dei fatti nella storia partì, nel periodo 1880-1900, dalla Germania, dal paese cioè che doveva contribuire in misura così notevole a travolgere il pacifico
dominio del liberalismo ottocentesco. In Italia Croce affermò “ogni storia è storia contemporanea”, volendo dire con ciò che la storia consiste nel guardare il passato
con gli occhi del presente e alla luce dei problemi del presente. Nel 1910, lo storico americano Carl Becker sostenne che “i fatti storici non esistono finché lo storico non
li crea”. dopo il 1920 Croce cominciò a diventare di moda in Francia e in Inghilterra: i fatti apparivano dopo la guerra di colori meno rosei il pubblico colto inglese era
disposto ad accogliere una filosofia che cercava di scalzare il prestigio dei fatti. Croce influenzo molto il filosofo e storico Collingwood, l’unico pensatore inglese di questo
secolo che abbia portato un serio contributo alla filosofia della storia. “Il passato che lo storico studia non è un passato morto; fossilizzato, ma un passato che in certo
modo sopravvive ancora nel presente.” Ma un evento passato è morto, cioè privo di significato per lo storico, “ogni storia è storia del pensiero”, e “la storia è il processo
mediante il quale lo storico vive interiormente il pensiero che sottostà alla storia che sta studiando”. “La storia, afferma Oakeshott, è l’esperienza dello storico. Essa non
è fatta da altri se non dallo storico, e scrivere storia è l’unica maniera di farla”. I fatti storici, ci giungono sempre riflessi nella mente di chi li registra. Ciò comporta che
quando stiamo leggendo un libro di storia, bisogna occuparci anzitutto dello storico che l’ha scritto, e solo in secondo luogo, dei fatti che esso prende in esame. Se come
afferma Collingwood, lo storico deve rivivere interiormente ciò che si è svolto nella mente delle sue dramatis personae, il lettore deve a sua volta rivivere ciò che si
svolge nella mente dello storico. Prima di studiare i fatti bisogna studiare lo storico che li espone. lo storico s’impadronisce del tipo di fatti che ha deciso di cercare. La
storia è essenzialmente interpretazione. Il secondo punto: si tratta della capacità che lo storico deve possedere di rappresentarsi e comprendere la mentalità degli uomini
che studia, e i pensieri che i loro atti sottintendano. La storiografia ottocentesca raggiunse una scarsa comprensione del Medioevo, perché provava un disgusto troppo
forte per le superstiziose credenze di quell’età e le barbarie che esse ispirano. Non si può scrivere storia se lo storico non raggiunge una qualche sorta di contatto con
la mentalità di coloro di cui sta scrivendo. Il terzo punto è che non possiamo guardare al passato e comprenderlo soltanto con gli occhi del presente. Lo storico vive nel
suo tempo: non appartiene al passato ma al presente. Il professor Trevor-Roper ci dice che lo storico “dovrebbe amare il passato”. La funzione dello storico non consiste
nell’amare il passato né nel liberarsi del passato, bensì nel rendersene padrone e nel comprenderlo, per giungere così alla comprensione del presente. Il dovere dello
storico cercare di inserire nel proprio quadro tutti i fatti conosciuti o conoscibili che abbiano un certo rilievo. Come lavora lo storico? passa un lungo periodo preliminare
leggendo le fonti e riempiendo quaderni di fatti; poi, finita questa fase, mette da parte le fonti, tira fuori i quaderni di appunti e scrive il libro dal principio alla fine. Lo
storico non è né l’umile schiavo né il tirannico padrone dei fatti. Il rapporto tra lo storico e i fatti si svolge su un piano di parità, di scambio reciproco. Lo storico comincia
col fare una provvisoria scelta di fatti e con l’avanzare una provvisoria interpretazione, alla luce della quale la scelta è stata compiuta, da altri o da lui stesso. Lo storico e
i fatti sono legati da un rapporto di mutua dipendenza. Lo storico senza i fatti è inutile e senza radici: i fatti senza lo storico sono morti e privi di significato. Perciò, la mia
prima risposta alla domanda “Che cos’è la storia?”, è che essa, è un continuo processo di interazione tra lo storico e i fatti storici, un dialogo senza fine tra il presente e
il passato.
LEZIONE SECONDA – “La società e l’individuo” (pag. 36-61)
Società ed individuo sono inseparabili: essi sono termini necessari e integrantisi. Ogni essere umano è nato in una società che l’ha plasmato fin dai primi anni di vita. Il
linguaggio di cui si serve è un elemento acquisito, di carattere sociale, che gli viene dal gruppo in cui cresce. Tanto il linguaggio che l’ambiente circostante contribuiscono
a determinare il carattere della sua attività mentale. L’individuo scisso dalla società sarebbe muto e stupido. Il suicidio è l’unico atto libero concesso all’individuo isolato.
Gli antropologi affermano che l’uomo primitivo è meno individualista e più profondamente modellato dalla società di quanto non sia l’uomo civilizzato. L’individualismo
è un prodotto inevitabile delle società progredite moderne. Il culto dell’individualismo è uno dei miti storici moderni più profondamente radicati e diffusi. Secondo la nota
interpretativa della Civiltà del Rinascimento in Italia di Burckhardt, il culto dell’individuo cominciò nel Rinascimento, allorché l’uomo divenne finalmente “un’entità
spirituale individuale e si riconobbe come tale”. Più tardi il culto dell’individuo si legò al sorgere del capitalismo e del protestantesimo, agli inizi della rivoluzione
industriale e alle dottrine del laissez-faire. L’individualismo fu alla base della grande filosofia utilitaristica ottocentesca. L’individualismo e il liberalismo sono definiti nel
saggio On Compromise di Morley, “la religione del benessere e della felicità umana”. Per l’uomo comune, la storia è scritta da individui e ha per oggetto degli individui.
Lo storico studia le azioni di uomini che non erano individui isolati, agenti nel vuoto: essi agivano nel contesto e sotto l’influsso di una società. Lo storico è dunque un
individuo e come tutti gli individui, egli è anche un fenomeno sociale, il prodotto, e, nello stesso tempo, l’interprete più o meno consapevole della società a cui appartiene:
è in questa veste che egli si accosta ai fatti del passato. Quando prendiamo in mano un libro di storia, non basta guardare il nome dell’autore sul frontespizio: bisogna
guardare la data di pubblicazione, o la data in cui il libro è stato scritto, data che, è ancora più rivelatrice. Nell’Ottocento gli storici inglesi consideravano, quasi senza
eccezione, il corso della storia come la dimostrazione dell’idea di progresso: essi esprimevano così l’ideologia di una società in una fase di progresso notevolmente
rapido. Dopo la prima guerra mondiale Toynbee fece un tentativo di sostituire la visione lineare della storia con una teoria ciclica, la tipica ideologia di una società in
declino. Dopo il fallimento di Toynbee, la maggior parte degli storici inglesi ha preferito abbandonare la partita dichiarando che la storia è priva di qualsiasi significato o
organicità. Lo storico olandese Geyl, mostra come il giudizio dato via via dagli storici francesi dell’Ottocento su Napoleone abbia riflettuto le caratteristiche mutevoli e
contradittorie della vita politica e della cultura francesi nel corso del secolo. Acton, che fu consapevole di questa verità, cercò scampo nella storia stessa: “La storia, deve
liberarci non solo dall’indebito influsso delle età passate, ma dall’indebito influsso della nostra stessa età, dalla tirannia esercitata su di noi dall’ambiente, e dalla
pressione dell’aria che respiriamo”. Lo storico, è anche un prodotto della storia e della società: e lo studioso di storia deve imparare a considerarlo da questo duplice
punto di vista. L’oggetto della ricerca dello storico è costituito dagli individui o dall’azione di forze sociali? L’introduzione a uno dei libri di miss Wedgwood cita: “Il
comportamento degli uomini in quanto individui, mi interessa di più del loro comportamento in quanto gruppi o classi sociali. Si può scrivere la storia da quest’angolo
visuale come da un altro, con la stessa probabilità, né più né meno, di introdurre delle deformazioni.” Tale affermazione consiste in due proposizioni diverse. La prima,
è che il comportamento degli uomini in quanto individui è diverso dal loro comportamento in quanto membri di gruppi e di classi, e che lo storico ha il diritto di soffermarsi
sull’uno anziché sull’altro. La seconda, è che lo studio del comportamento degli uomini in quanto individui consiste nello studio delle motivazioni consapevoli delle loro
azioni. L’individuo è per definizione membro di una società, classe, tribù, nazione o quello che volete. I fatti storici riguardano i rapporti che legano gli uni agli altri gli
individui viventi in società, e le forze sociali che, sviluppano effetti spesso diversi. Ciò che lo storico ha il compito di ricostruire è ciò che si trova al di là dei vari atti. Nessuna
società è assolutamente omogenea. Ogni società è un’arena di conflitti sociali, e gli individui che si contrappongono all’autorità esistente sono un prodotto e un riflesso
della società non meno di coloro che l’appoggiano. Secondo le parole di Burckhardt, la storia è “la registrazione di ciò che un’età trova di notevole in un’altra”.

LEZIONE TERZA – “Storia, scienza e giudizi morali” (pag. 62-93)


Alla fine del Settecento, in un periodo in cui la scienza aveva portato un contributo meraviglioso tanto alla conoscenza del mondo, quanto alla conoscenza degli attributi
fisici dell’uomo, ci si comincia a chiedere se la scienza non fosse in grado di far progredire anche la conoscenza della società. La concezione delle scienze sociali si
sviluppò nel corso dell’Ottocento. Nella prima parte di questo periodo prevalse la tradizione newtoniana. Bertrand Russel, credeva e sperava che un giorno si potesse
giungere a “una matematica del comportamento umano non meno precisa della matematica delle macchine”. Darwin compì un’altra rivoluzione scientifica; gli scienziati
cominciarono a concepire la società in termini organicistici, introdusse nella scienza la dimensione storica. La scienza aveva come oggetto un processo di trasformazione
e di sviluppo. Per tutto il Settecento e l’Ottocento gli scienziati pensarono che le leggi naturali fossero state scoperte e formulate in maniera definitiva, e che il compito
degli scienziati fosse quello di scoprire e formulare altre leggi analoghe, mediante un processo induttivo dall’osservazione dei fatti. Si ammette che gli scienziati fanno
scoperte e ampliano il campo della conoscenza non mediante la formulazione di leggi ampie e precise, ma mediante l’enunciazione di ipotesi che aprono la strada a
ulteriori ricerche. “I principi si provano facendo ricorso ai dati empirici, i cosiddetti fatti: e scegliamo, analizziamo e interpretiamo i dati empirici in base ai principi
assunti”. Lo storico deve abbandonare la ricerca di leggi fondamentali. Prendiamo un’affermazione come quella di Marx: “il mulino a braccia ci dà una società con un
signore feudale; il mulino a vapore ci dà una società con un capitalista industriale”. Secondo la terminologia moderna questa non è una legge, ma piuttosto una feconda
ipotesi che apre la strada ad ulteriori ricerche e a nuovi risultati. La suddivisione della storia in periodi è un’ipotesi necessaria, uno strumento conoscitivo, valido nella
misura in cui aiuta la ricerca, e la cui validità dipende dall’interpretazione adottata. La maggior parte degli storici suppongono che la Russia faccia parte dell’Europa,
tranne alcuni che lo negano vigorosamente. Georges Sorel, sottolineò la necessità di isolare in una data situazione determinati elementi, sia pure a rischio di un eccesso
di semplificazione: “Si dovrebbe procedere a tentoni, saggiando ipotesi parziali, aventi un certo grado di verosimiglianza, e accontentandosi di approssimazioni
provvisorie, in modo da lasciar sempre aperta la possibilità di ulteriori correzioni”. Nascono alcune obiezioni quando si afferma che la storia è una scienza. Tali obiezioni
sono: 1) che la storia ha a che fare esclusivamente con l’individuale, e la scienza con il generale; 2) che dalla storia non si traggono insegnamenti di sorta: 3) che la storia
è incapace di fare previsioni; 4) che la storia è necessariamente soggettiva, dal momento che l’uomo osserva sé stesso; 5) che la storia, a differenza della scienza, implica
problemi religiosi e morali. 1.In primo luogo, questa concezione risale, si può dire, a Aristotele, che affermò che la poesia era più filosofia e più grave della storia, dal
momento che la poesia era connessa a verità di carattere generale e la storia a verità di carattere particolare. La famosa frase di Hobbes ha conservato tutto il suo valore:
“Non c’è nulla al mondo che sia universale tranne i nomi, giacché ognuna delle cose nominate è individuale e singolare.” Non esistono due eventi storici che siano
identici tra loro. La Guerra del Peloponneso e la Seconda Guerra mondiale furono molto diverse tra loro, eppure si parla in entrambi i casi di guerre, e a protestare
saranno soltanto i pedanti. Lo storico non ha a che fare con ciò che è irripetibile, ma con ciò che, nell’irripetibile, ha un carattere generale. La storia studia la relazione
che intercorre tra l’individuale e irripetibile e il generale. 2. Il problema della generalizzazione è strettamente legato al secondo dei problemi che abbiamo posto: le lezioni
della storia. L’aspetto più importante della generalizzazione è che grazie ad essa cerchiamo di imparare dalla storia, applicando lezioni tratte da un gruppo di eventi a
un altro gruppo di eventi. Imparare dalla storia non è mai un processo unilaterale. La funzione della storia è di promuovere una più profonda comprensione del passato
e del presente alla luce delle loro reciproche interrelazioni. 3. Il terzo punto riguarda la funzione della previsione nella storia. La Storia a differenza della scienza non è
in grado di prevedere il futuro. lo storico è portato a generalizzare, e nel far ciò, egli fornisce all’azione futura indicazioni di carattere generale che, sono pur tuttavia
valide e utili. La previsione, può divenire realtà soltanto qualora si verifichino eventi particolari, intrinsecamente imprevedibili. 4. Gli esseri umani, sono destinati ad
essere studiati da altri esseri umani, e non da osservatori neutrali di altre specie. Il sociologo, l’economista e lo storico devono analizzare dei tipi di comportamento
umano in cui la volontà è attivamente presente, e accertare perché gli esseri umani che sono oggetto del loro studio decisero di agire come agirono. Come affermò Karl
Mannheim, “anche le categorie che sussumono, raccolgono e organizzano le varie esperienze, variano a seconda della posizione sociale dell’osservatore”. Gli esseri
umani, possono essere messi in guardia anticipatamente dalla previsione di conseguenze sfavorevoli, ed essere indotti pertanto a modificare adeguatamente il loro
comportamento. I Bolscevichi sapevano che la Rivoluzione francese era sfociata in un Napoleone, e temevano che la loro rivoluzione potesse fare la stessa fine; perciò
diffidarono Trockij, che era quello tra i loro capi che assomigliava di più a Napoleone, e si fidarono di Stalin, che era quello che gli somigliava meno. 5. Last but not least,
devo esaminare la concezione secondo cui la storia, essendo intimamente legata a problemi religiosi o morali, si distingue per questo motivo dalla scienza in generale, e
forse anche dalle altre scienze sociali. “Uno studioso non deve risolvere ogni problema storico ricorrendo al dito di Dio. Soltanto quando avremo cercato di chiarire per
quanto possibile gli eventi mondani e il dramma umano, potremo introdurre considerazioni più ampie”. Il rapporto tra storia e morale è più complicato. Il punto di vista
dello storico non è quello del moralista. Lo storico non deve mettersi a lanciare giudizi morali sulla vita privata degli individui che compaiono nei suoi libri: ha ben altro
da fare. La storia è movimento, e il movimento implica un confronto. È questo il motivo per cui gli storici tendono ad esprimere i loro giudizi morali in termini di carattere
compartivo, come “progressivo” e “reazionario”, anziché in termini rigidamente assoluti come “buono” e “cattivo”: si tratta di tentativi di definire società e fenomeni
storici diversi, non già in rapporto di qualche criterio assoluto, ma nel loro rapporto reciproco. L’emergere di un particolare valore o ideale in un periodo o in luogo dato,
si spiega con le condizioni storiche del tempo e del luogo. Lo storico serio è colui che riconosce il carattere storicamente condizionato di ogni valore, non già colui che
pretende per i propri valori un’oggettività extrastorica. Le nostre credenze e i nostri metodi di giudizio sono parte della storia.
LEZIONE QUARTA – “La casualità storica” (pag. 94-116)
Studiare la storia vuol dire studiarne le cause. Lo storico si pone la domanda: “Perché?”. Il grande storico è un uomo che risponde alla domanda “Perché” in connessione a
problemi e a contesti nuovi. Era riconosciuto che la storia consiste nel dominio degli avvenimenti del passato inquadrati in una connessione coerente di cause ed effetti.
Alcuni parlano di spiegazioni, interpretazioni, logica della situazione, logica interna degli avvenimenti (espressione tratta da Dicey), ovvero sostituiscono l’impostazione
casuale (perché una data cosa accade) con l’impostazione funzionale (come una data cosa accade). Ciò che caratterizza l’atteggiamento dello storico verso il problema
della causa, è il fatto di attribuire più di una causa allo stesso avvenimento. Lo storico ha a che fare con un gran numero di cause. È compito dello storico introdurre un
ordine, porre una gerarchia tra le varie cause stabilendo i rapporti che le legano. uno storico è per le cause a cui si richiama. Lo storico, con l’ampliarsi e l’approfondirsi
della ricerca, accumula continuamente nuove risposte alla domanda “Perché?”. L’affermazione del professor Popper secondo cui “nelle azioni umane tutto è possibile”
è o assurda o falsa. L’assioma che tutto ha una causa è una delle condizioni che ci consentono di comprendere ciò che avviene attorno a noi. La vita d’ogni giorno
sarebbe impossibile se non supponessimo che le azioni umane sono determinate da cause accertabili, almeno in teoria. Lo storico, come l’uomo comune, crede che le
azioni umane siano determinate da cause teoricamente accertabili. La storia sarebbe impossibile, se non partissimo da questo presupposto. Il compito preciso dello
storico è indagare su queste cause. lo storico non si lascia turbare dal problema dell’inevitabilità. Gli storici non suppongono che gli eventi siano inevitabili prima che si
siano verificati. Il problema dell’inevitabilità appare così vuoto e insussistente, e d’altra parte la veemenza con cui esso è stato proposto in questi anni è tale, che mi pare
opportuno cercarne le motivazioni nascoste. la sua origine vada cercata in quell’atteggiamento, più emotivo che razionale, che potremmo definire “fare la storia con i
se”. È un atteggiamento rivolto quasi esclusivamente alla storia contemporanea. L’altro motivo della polemica è rappresentato dal famoso problema del naso di
Cleopatra. Si tratta della teoria secondo cui la storia sarebbe in sostanza un susseguirsi di accidenti, una serie di eventi determinata da coincidenze casuali, e attribuibili
unicamente a cause imprevedibili. Il primo storico che affrontò l’origine di questa insistenza, fu Polibio, individuato da Gibbon. “I Greci– osservò Gibbon – dopo che la
loro patria era stata ridotta al rango di provincia, attribuirono i trionfi di Roma non al merito, ma alla fortuna”. Un altro storico dell’antichità fu Tacito, che scrisse
anch’egli la storia della decadenza della propria patria. il primo storico inglese fu Bury, che in un saggio del 1909 sul Darwinismo nella storia, sottolineò l’elemento di
coincidenza casuale che contribuisce in larga misura a determinare gli eventi dello sviluppo della società, e nel 1916 dedicò a questo problema un intero saggio intitolato
Il naso di Cleopatra. Definire un incidente un fatto è uno dei modi migliori per sottrarsi al fastidioso compito di indagare la causa del fatto stesso. L’elemento incidentale
è dato semplicemente da ciò che non riusciamo a comprendere. Ogni fatto può assurgere, al rango di fatto storico. Le cause determinano l’interpretazione del processo
storico, e l’interpretazione determina la scelta e l’ordinamento delle cause. L’essenza dell’interpretazione è data dalla gerarchia delle cause, dall’importanza relativa
attribuita a una causa o a un gruppo di cause. E ciò ci dà la risposta al problema dell’importanza dell’elemento accidentale nella storia. Il mondo dello storico è un modello,
un’ipotesi di lavoro, che mette lo storico più o meno in grado di comprendere e dominare il mondo stesso. Lo storico distilla dall’esperienza del passato, la parte che gli
sembra riconducibile a una spiegazione e un’interpretazione razionale, e da cui può trae conclusioni che possono servire da guida all’azione. La storia consiste in un
processo di scelte basate sul criterio dell’importanza storica. Per riferirci alla frase di Talcott Parsons, la storia è un sistema selettivo che orienta la realtà da un punto
di vista non soltanto conoscitivo, ma casuale. Vi è una distinzione netta tra cause razionali e cause accidentali. Le prime dal momento che sono potenzialmente applicabili
ad altri paesi, portano a generalizzazioni e conclusioni fruttuose, che possono servire da insegnamento, e ampliano e approfondiscono il quadro delle nostre conoscenze.
Le cause accidentali non possono essere generalizzate, e, dal momento che sono letteralmente irripetibili, non forniscono alcun insegnamento e non potano a nessuna
conclusione. Secondo le parole di Meinecke “la ricerca delle cause della storia è impossibile senza rifarsi ai valori… al di sotto della ricerca delle cause vi è sempre,
direttamente o indirettamente, la ricerca dei valori.” La storia comincia con la trasmissione della tradizione; e tradizione significa trasmissione delle consuetudini e degli
insegnamenti del passato all’età futura. Si cominciano a conservare le memorie del passato a profitto delle generazioni a venire. Oltre alla domanda “Perché?” lo storico
si pone anche l’altra: “Verso dove?”.

LEZIONE QUINTA – “La storia come progresso” (pag. 117-141)


Cominciamo col citare un passo che il professor Powicke pronunciò a Oxford: “Il desiderio di un’interpretazione della storia ha radici profonde che, se non possediamo una
visione costruttiva del passato, finiamo per cadere nel misticismo o nel cinismo”. Esaminiamo il concetto di progresso. Prima di tutto campo della confusione che si fa
solitamente tra progresso ed evoluzione. I pensatori dell’Illuminismo aderirono a due concezioni apparentemente contraddittorie. Essi cercarono di rivendicare il posto
dell’uomo nella natura: le leggi della storia furono assimilate alle leggi naturali. essi credevano nel progresso. La rivoluzione darwiniana sembrò risolvere ogni difficoltà
assimilando evoluzione e progresso. Ciò aprì la strada a un fraintendimento molto più grave, per cui l’eredità biologica, che è la fonte dell’evoluzione, veniva confusa con le
acquisizioni culturali, che sono la fonte del progresso storico. La storia è progresso in quanto le capacità acquisite da una generazione vengono trasmesse ad un’altra. In
secondo luogo, non abbiamo bisogno né dobbiamo concepire questo progresso come avente un inizio e una fine determinanti. Arnold di Rugby, asserì che la storia moderna
costituiva l’ultima fase della storia del genere umano: “A quanto sembra, essa porta su di sé i segni della pienezza dei tempi, come se non dovesse esistere dopo di lei alcuna
storia futura”. L’ipotesi di una fine della storia ha un timbro escatologico più adatto al teologo che allo storico. Acton affermava che la storia non è una mera registrazione dei
progressi avvenuti, ma “una scienza fondata sul progresso”. concepiva la storia, in quanto successione di eventi, come progresso verso la libertà, e la storia in quanto
intendimento di quegli eventi, come un progresso verso la comprensione della libertà: i due processi avanzano parallelamente. In terzo luogo, va detto che nessuna persona
sana di mente ha mai creduto in un tipo di progresso che avanzi in linea retta senza ritorni, deviazioni e soluzioni di continuità. Progresso non significa, e non può significare,
progresso uguale e simultaneo per tutti. passiamo a considerare il problema del contenuto fondamentale del progresso in termini di azione. Coloro che lottano, per estendere
a tutti i diritti civili, o per riformare le istituzioni penali, o per abolire le ineguaglianze razziali o economiche, si propongono di attuare per l’appunto queste cose, e non già di
realizzare un “progresso”, o una determinata “legge” o “ipotesi” storica del progresso. È lo storico che applica alla loro azione la propria ipotesi di progresso, o che interpreta
le loro azioni come progresso. Uno dei presupposti della storia è che l’uomo è in grado di trarre profitto dall’esperienza dei suoi predecessori, e che il progresso storico si
basa sulla trasmissione di proprietà acquisite. Credere nel progresso significa credere allo sviluppo progressivo delle potenzialità umane. Progresso è un termine astratto. Ogni
società civilizzata impone alle generazioni presenti dei sacrifici, a profitto delle generazioni venture. Come disse Burry, “il principio del dovere verso la posterità è un corollario
immediato dell’idea di progresso”. I fatti storici non possono essere oggettivi, dal momento che divengono fatti storici soltanto grazie al significato che lo storico attribuisce
a loro. L’obbiettività storica, può essere soltanto relazionale, riferita cioè alla relazione tra fatti e interpretazione, e tra passato, presente e futuro. Lo storico ha bisogno per la
sua interpretazione di un criterio per valutare l’importanza dei singoli fatti, che equivale ad un canone di obbiettività, per distinguere tra fatti importanti e fatti accidentali.
Per lo storico – afferma Butterfield – l’unico assoluto è il divenire. storico elenca i fatti con esattezza, ma sceglie i fatti giusti, o, in altri termini, che si serve di un giusto criterio
per valutare l’importanza dei fatti stessi. In primo luogo, l’obbiettività totale dello storico è irraggiungibile in quanto egli è condizionato dal presente in cui sta vivendo. In
secondo luogo, lo storico ha la capacità di proiettare la sua visione nel futuro, in modo tale da acquisire una comprensione del passato più profonda e durevole di quella
raggiunta dagli storici la cui visuale è limitata alla loro situazione immediata. alcuni storici scrivono una storia che è più durevole, e ha un carattere più definitivo e obbiettivo.
L’immagine che ci facciamo dei fatti circostanti è plasmata dai nostri valori, cioè dalle categorie attraverso cui ci accostiamo ai fatti: e quest’immagine è uno dei fatti importanti
di cui dobbiamo tenere conto. I valori sono una parte essenziale della nostra facoltà. È attraverso i valori che siamo in grado di adattarci all’ambiente circostante, di adattare
l’ambiente a noi e di imparare a dominare l’ambiente, facoltà che hanno fatto sì che la storia dell’uomo sia un susseguirsi di progressi. Lo storico obbiettivo è lo storico che
riesce a cogliere in profondità questo mutuo processo.

LEZIONE SESTA – “Verso più ampi orizzonti” (pag. 142-166)


A metà del XX secolo il mondo si trova coinvolto in un processo di trasformazioni che probabilmente è il più profondo e sconvolgente tra quanti si sono succeduti dopo
la rovina del mondo medioevale e la nascita del mondo moderno del Quattrocento e Cinquecento. trasformazione è rappresentata da una rivoluzione sociale
paragonabile a quella che, nel Quattrocento e Cinquecento, diede inizio all’ascesa di una nuova classe basata sulla finanza e sul commercio, e più tardi sull’industria. il
primo, trasformazione in profondità, e il secondo, trasformazione dell’orizzonte geografico. La storia dice Burckhardt, è “la rottura con la natura, provocata dal risveglio
della consapevolezza”. La storia è la lunga lotta compiuta dall’uomo, mediante la ragione, per comprendere l’ambiente e agire su di esso. Oggi l’uomo cerca di
comprendere e agire non soltanto sull’ambiente circostante, ma su sé stesso. L’uomo moderno è giunto ha un grado di autocoscienza, e quindi di consapevolezza della
storia, che non ha precedenti nel passato. Nel Seicento e nel Settecento l’uomo era già divenuto perfettamente cosciente del mondo che lo circondava e delle leggi che
lo regolavano. Al posto dei misteriosi decreti di una provvidenza imperscrutabile, vi erano leggi accessibili alla ragione. fu rappresentato in sede filosofica da Hegel e
Marx. Hegel è profondamente legato all’idea delle leggi della provvidenza trasformate in leggi della ragione. Marx, discepolo di Hegel, partì dalla concezione di un mondo
retto da leggi di natura razionali. Come Hegel, ma questa volta in forma pratica e concreta, egli prevenne al concetto di un mondo retto da leggi evolventisi attraverso
un processo razionale scatenato dall’iniziativa rivoluzionaria dell’uomo. Soltanto verso la fine del secolo si compì il trapasso verso l’età contemporanea, in cui la funzione
principale della ragione consiste nel riplasmare mediante un’azione consapevole la società e gli individui che la compongono. L’altro grande pensatore è Freud. Ancor
oggi rimane una figura in qualche modo enigmatica. Per educazione e per ambiente egli era un individualista liberale ottocentesco, e accettava indiscriminatamente la
comune, ma erronea ipotesi di un’antitesi fondamentale tra individuo e società. Dal punto di vista dello storico, la specifica importanza di Freud è duplice. In primo luogo,
Freud ha definitivamente sepolto l’antica illusione secondo cui le motivazioni in base a cui gli uomini credono o sostengono di aver agito, sarebbero davvero adatte a
spiegare le loro azioni. In secondo luogo, consolidando l’insegnamento di Marx, ha introdotto lo storico a esaminare sé stesso e la propria posizione storica, i motivi, più
o meno occulti, che l’hanno guidato nella scelta del tema o del periodo della sua ricerca, nella scelta e nella interpretazione dei fatti, il contesto nazionale e sociale che
ha determinato il suo angolo visuale, e la concezione del futuro che ha plasmato la sua concezione del passato. La nostra è l’età dell’autocoscienza: e lo storico può e
deve sapere ciò che sta facendo. Parlando della “ragione”, possiamo ben dire che in ogni società, i gruppi dominanti si servono di metodi più o meno coercitivi per
organizzare e controllare l’opinione delle masse. Questo metodo appare peggiore di altri in quanto costituisce un abuso della ragione. L’espansione della ragione nel
nostro secolo ha, per lo storico, conseguenze particolarmente notevoli: giacché espansione della ragione significa, in sostanza, l’emergere alla storia di gruppi, classi,
popoli e continenti che finora ne erano esclusi. La Chiesa nel Medioevo era l’unica istituzione razionale del Medioevo. Ma dato che era l’unica istituzione razionale, essa
era anche l’unica istituzione che avesse una storia, e fosse soggetta a uno sviluppo razionale tale da poter essere comprensibile allo storico. Le masse popolari
appartenevano, come le popolazioni preistoriche, più alla natura che alla storia. La storia moderna comincia allorché i popoli acquistano una consapevolezza sociale e
politica sempre maggiore, diventando coscienti dei gruppi che li compongono come entità storiche aventi un passato e un futuro loro propri, ed entrando così
compiutamente nella storia.