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Oscar Brenifier LA CONSULENZA FILOSOFICA: PRINCIPI E DIFFICOLTA

Molto poco conosciuto in Francia, lo studio del filosofo o consultazione filosofica, un'attivit che si esercita pi correntemente per esempio in Olanda, in Germania o negli Stati Uniti. I metodi variano enormemente a discrezione dei praticanti che li concepiscono e li applicano. In questo articolo, Oscar Brenifier indaga le concezioni e i metodi che utilizza nel lavoro che fa da molti anni in questo dominio.

I - PRINCIPI:
Naturalismo filosofico: Da qualche anno, un nuovo vento sembra soffiare sulla filosofia. Sotto diverse forme, c' come la pretesa costante di estirpare la filosofia dal suo contesto esclusivamente universitario e scolastico, dove le prospettive storiche restano il vettore principale. Diversamente recepita e apprezzata, questa tendenza per alcuni incarna un'ossigenazione necessaria e vitale, per altri un volgare e banale tradimento, degno di un'epoca mediocre. Da alcune di queste "novit" filosofiche emerge l'idea che la filosofia non si riduce unicamente all'erudizione e al discorso, ma che anche una pratica. Per intenderci, questa prospettiva non veramente innovatrice, nella misura in cui rappresenta un ritorno alle preoccupazioni originali, a una ricerca di saggezza che articola il termine stesso filosofia; sebbene questa dimensione sia relativamente occultata da pi secoli in favore della sfaccettatura "erudita" della filosofia. Tuttavia, a dispetto del versante "gi visto" della faccenda, i profondi cambiamenti culturali, psicologici, sociologici e altri che allontanano la nostra epoca per esempio dalla Grecia classica, alterano radicalmente i dati del problema. La filosofia perenne si vede dunque obbligata a fare i conti con la storia, la sua immortalit pu difficilmente fare l'economia della finitudine delle societ che formulano le loro problematiche e le loro prospettive. Inoltre la pratica filosofica - come le dottrine filosofiche - deve elaborare le sue articolazioni in correlazione al suo luogo e alla sua epoca, in funzione delle circostanze che generano questa matrice momentanea, anche se in fin dei conti non sembra possibile evitare, uscire o superare il numero ristretto delle grandi problematiche che dall'alba dei tempi costituiscono la radice di tutte le riflessioni di tipo filosofico, qualsiasi sia la forma esteriore presa dalle sue articolazioni. Il naturalismo filosofico che noi evochiamo qui al centro del dibattito, in quanto critica la specificit della filosofia sul piano storico e geografico. Suppone che l'emergenza della filosofia non sia un avvenimento particolare, ma che la sua sostanza viva abiti al cuore dell'uomo e rivesta la sua anima, anche se come ogni scienza o conoscenza, certi momenti e certi luoghi appaiono pi determinanti, pi espliciti, pi favorevoli, pi cruciali di altri. Come esseri umani noi condividiamo un mondo comune (a discapito dell'infinit di rappresentazioni che fa subire a quest'unit un serio arresto) e una condizione - o natura- comune (l ancora a discapito del relativismo culturale e individuale-ambientale), noi dovremmo poter ritrovare, almeno in maniera embrionale, un certo numero di archetipi intellettuali che costituiscono l'armatura del pensiero storico. Dopo tutto, la forza di un'idea riposa sulla sua operativit e universalit, ogni idea fondamentale dovrebbe trovarsi in ciascuno di noi. Non c' qui, espressa in altri termini e percepita sotto un'altra angolatura, l'idea stessa della reminescenza platonica? La pratica filosofica diviene allora quest'attivit che permette 1

di risvegliare ciascuno al cospetto del mondo delle idee che lo abita, cos come la pratica artistica ridesta ciascuno al mondo delle forme che lo abita, ciascuno secondo le sue possibilit, senza per tanto essere tutti dei Kant o dei Rembrandt. La doppia esigenza Due pregiudizi particolari e correnti sono da scartare per comprendere meglio l'itinerario che qui ci investe. Il primo pregiudizio consiste nel credere che la filosofia, e dunque la discussione filosofica, sia riservata a un'lite di sapienti, questo vale anche o per la consultazione filosofica. Il secondo pregiudizio, all'inverso del primo - suo complemento naturale- consiste a pensare che la filosofia sia a tutti gli effetti riservata a un'lite erudita, cosa che comporta peraltro come conclusione che la consultazione filosofica non possa essere filosofica perch aperta a tutti. Questi due pregiudizi esprimono un'unica frattura; ci resta da dimostrare simultaneamente che la pratica filosofica aperta a tutti e che implica una certa esigenza che la distingue dalla semplice discussione. Per giunta bisogner differenziare per quel che si pu la nostra attivit dalla pratica psicologica o psicanalitica con la quale, qui non si mancher di confonderla. I primi passi "Perch voi siete l?'" Questa questione inaugurale si impone come la prima, la pi naturale, quella che si deve porre in permanenza a chiunque se non a se stessi. deplorevole che ogni insegnante impegnato in un corso di introduzione alla filosofia non cominci il suo anno scolastico con questo genere di questioni ingenue. Attraverso questo semplice esercizio, l'allievo, abituato ad anni di routine scolastica, scoprir sin dall'inizio la portata di questa materia strana che interroga sino alle evidenze le pi lampanti; la difficolt di rispondere realmente a una tale interrogazione cos come il largo ventaglio di risposte possibili faranno esplodere in maniera prorompente l'apparente banalit della questione. Ben inteso, si tratta per di non accontentarsi di abbozzi di risposte che si formulano controvoglia per evitare di pensare. Durante la consultazione, la maggior parte delle prime risposte sono del genere: "perch io non conosco a tal punto la filosofia", "perch la filosofia mi interessa e vorrei saperne di pi", o ancora "perch amerei sapere quello che dice il filosofo - o la filosofia - a proposito di". Il questionare deve proseguire senza tardare, al fine di rilevare i presupposti non dichiarati da questi tentativi di risposte e per non soffermarsi su queste nonrisposte. Codesto processo non mancher di far apparire alcune concezioni del soggetto (persona impegnata nella consultazione) a proposito della filosofia o di un qualsiasi altro tema abbordato, implicandolo in una presa di posizione necessaria a questa pratica. Non perch occorra necessariamente conoscere "il fondo" del suo pensiero, contrariamente alla psicanalisi, ma in quanto si tratta di arrischiarsi su un'ipotesi al fine di lavorarla. Quest'ultima distinzione importante, per due ragioni che toccano da vicino le basi del nostro lavoro. La prima che la verit non avanza necessariamente sotto il riparo della sincerit o di un'"autenticit" soggettiva, essa pu essergli radicalmente opposta; opposizione che si calca sul principio secondo cui la voglia spesso contrasta la ragione. Da questo punto di vista, poco importa che il soggetto aderisca all'idea che avanza. "Non sono sicuro di quello che dico (o voglio dire)" si sente sovente. Ma di cosa si vorrebbe essere sicuri? Questa incertezza non essa giustamente quella che ci permetter di mettere alla prova la vostra idea, mentre ogni certezza inibirebbe un tale processo? La seconda ragione, vicina alla prima, che deve istallarsi una distanza, necessaria a un lavoro riflessivo e , condizione indispensabile alla concettualizzazione che noi vogliamo indurre. Due condizioni che non devono per nulla impedire al soggetto di rischiarsi su delle idee precise, lo far al contrario pi liberamente. Lo scienziato discuter con pi facilit delle idee sulle quali non investe in maniera inestricabile il suo ego, senza per questo impedire che un'idea gli piaccia o gli convenga pi di altre. Una volta che l'ipotesi viene espressa e abbastanza sviluppata (direttamente o grazie a delle questioni) l'interrogatore proporr una riformulazione di quanto sentito. Generalmente il soggetto esprimer un certo rifiuto iniziale - o 2

accoglier in maniera mitigata - la formulazione proposta: "Non quello che ho detto". "Non quello che ho voluto dire". Gli sar allora proposto di analizzare ci che non gli piace in questa formulazione o di ratificare il suo proprio discorso. Tuttavia, dovr dapprima precisare se la riformulazione ha tradito il discorso cambiando la natura del suo contenuto (cosa che deve essere posta come possibile, l'interrogatore non perfetto) o se l'ha tradita rivelando alla luce del giorno ci che non osava vedere e ammettere nelle sue proprie parole. Si coglie qui lo spessore enorme che pone sul piano filosofico il dialogo con l'altro: nella misura in cui si accetta il difficile esercizio di "pensare" le parole, l'uditore diviene uno specchio impietoso che ci rinvia duramente a noi stessi. La presenza dell'altro sempre un rischio, di cui ignoriamo troppo la portata. Quando ci che stato espresso inizialmente non pare pi riformulabile, per confusione o mancanza di chiarezza, l'interrogatore potr senza esitazione chiedere al soggetto di ripetere ci che ha gi detto o di esprimerlo altrimenti. Se la spiegazione troppo lunga o diventa pretesto per una parola di sfogo (di tipo associativo o incontrollato), l'interrogatore non esiter a interrompere: "Io non sono sicuro di comprendere dove state andando a parare. Io non colgo esattamente il senso delle vostre parole". Potr allora proporre l'esercizio seguente: "Ditemi in una sola frase ci che vi sembra essenziale nella vostra proposta. Se voi aveste a disposizione una sola frase da dirmi per questo soggetto, quale sarebbe?". Il soggetto non mancher di esprimere la sua difficolt rispetto all'esercizio, soprattutto quando viene a manifestare il suo handicap a formulare una parola chiara e coincisa. Ma nella costatazione di questa difficolt che comincia anche la presa di coscienza legata al filosofare. Anagogia e discriminazione Una volta chiarificata a sufficienza l'ipotesi di partenza, sulla natura del filosofare che porta il soggetto al colloquio, o su un altro tema che lo preoccupa, si tratta di lanciare il processo di risalita anagogica descritto nelle opere di Platone. Gli elementi essenziali sono quelli che noi chiameremo da una parte "l'origine" e dall'altra la "discriminazione". Noi cominceremo per domandare al soggetto di rendere conto della sua ipotesi chiedendogli di giustificare la sua scelta. Sia per mezzo dell'origine "Perch tale formulazione?" "Qual l'interesse di una tale idea?" sia per mezzo della discriminazione "Qual il pi importante tra i diversi elementi espressi?" "Qual la parola chiave del vostro pensiero?" Questa parte del colloquio si effettua combinando a turno entrambi gli elementi. Il soggetto tenter spesso di sfuggire a questa tappa della discussione rifugiandosi nel relativismo della circostanza o nella molteplicit indifferenziata. "Questo dipende[]Ci sono molte ragioni [] Tutte le parole o le idee sono importanti". Il fatto di scegliere, di obbligare a "vettorializzare" il pensiero, permette inizialmente di identificare gli ancoraggi, i "ritornelli", le costanti, i presupposti, per poi metterli alla prova. Dopo molte tappe di risalita (origine e discriminazione), appare una sorta di trama, che rende visibile i fondamenti e le articolazioni centrali del pensiero. Nello stesso tempo, attraverso la gerarchizzazione assunta dal soggetto, si effettua una drammatizzazione dei termini e dei concetti, che fa uscire le parole dalla loro totalit indifferenziata, dall'effetto "massa" che sfuma le singolarit. Separando le idee le une dalle altre, il soggetto diventa cosciente degli operatori concettuali attraverso i quali discrimina. Ben inteso, l'interrogatore ha qui un ruolo chiave, che consiste nel sottolineare ci che sta per essere detto, affinch le scelte e le loro implicazioni vengano percepite. Questo potr anche insistere chiedendo al soggetto se si assume pienamente le scelte che sta esprimendo. Dovr tuttavia evitare di commentare, dovr lasciare a riposo certe questioni complementari se intravede dei problemi o delle inconseguenze in quello che sta venendo articolato. Cosa che l'estirpa lentamente dall'illusione che intrattengono i sentimenti di evidenza e di neutralit, in generale l'illusione dell'opinione e in particolare di quella sua propria, propedeutica necessaria all'elaborazione di una prospettiva critica.

Pensare l'impensabile Una volta identificato un punto fermo particolare, venuto il momento di prendere il contro-piede. Si tratta dell'esercizio che noi chiamiamo "pensare l'impensabile". Qualunque sia l'ancoraggio di riferimento o la tematica particolare che il soggetto avr identificato come centrale alla sua riflessione, noi gli chiederemo di formulare e sviluppare l'ipotesi contraria "Se voi avreste una critica da formulare contro la vostra ipotesi, quale sarebbe?" Quale obiezione, la pi consistente, conoscete o potete immaginare rispetto alla tesi che vi sta a cuore? Quali sono i limiti della vostra idea?" Che sia l'amore, la libert, la felicit, il corpo o altro a costituire il fondamento o il riferimento privilegiato del soggetto, nella maggior parte dei casi ci si sentir incapaci di effettuare un tale capovolgimento intellettuale. Pensare una tale "impossibilit" doner l'effetto di cadere nel precipizio. Alcune volte ci sar il grido del cuore "Ma io non voglio". Questo momento di tensione serve prima di tutto ad effettuare una presa di coscienza su un condizionamento psicologico o concettuale del soggetto. Invitandolo a pensare l'impensabile, lo si invita ad analizzare, a comparare e soprattutto a deliberare, piuttosto che a prendere per acquisito e irrifiutabile tale o tale ipotesi di funzionamento intellettuale ed esistenziale. Coglie allora le rigidit che formano il suo pensiero di cui non si rendeva conto. "Ma allora non si pu pi credere a niente!"si lascer sfuggire. S, ma almeno per la durata di un esercizio, durante un'oretta, domandarsi se l'ipotesi inversa, se la "credenza" inversa non tenga altrettanto bene la strada. Dunque, stranamente, con grande sorpresa del soggetto, una volta che si rischia in quest'ipotesi inversa, comprende che ha pi senso di quanto non credesse a priori e che in ogni caso chiarisce in maniera interessante la propria ipotesi di partenza, di cui riesce ora a comprendere meglio la natura e i limiti. Questa esperienza fa vedere e toccare con mano la dimensione liberatrice del pensiero, nella misura in cui permette di rimettere in questione le idee sulle quali ci si contrae inconsciamente, di distanziarsi da s, di analizzare i propri schemi di pensiero - quanto alla forma e al fondo- e di concettualizzare le proprie prospettive e i propri problemi esistenziali. Passare al "primo piano" Come conclusione, sar proposto al soggetto di ricapitolare i passaggi importanti della discussione, al fine di rivedere e riassumere i momenti forti e significanti. Questo si compie sotto la forma di un ritorno sull'insieme dell'esercizio. "Che cosa accaduto qui?" Questa ultima parte del colloquio si chiama anche "passare al primo piano": analisi concettuale in opposizione al vissuto del "piano terra". Da questa prospettiva sopraelevata, la sfida consiste nel vedersi agire, nell'analizzare lo sviluppo dell'esercizio, nel valutarne i problemi, nell'uscire dal frastuono dell'azione e dal filo della narrazione, per catturare gli elementi essenziali della consultazione, i punti di inflessione del dialogo. Il soggetto si coinvolge in un meta-discorso che riguarda il tentativo compiuto dal suo pensiero. Questo momento cruciale, in quanto il luogo della presa di coscienza del funzionamento doppio (dentro/fuori) dello spirito umano, intrinsecamente legato alla pratica filosofica. Consente l'emergere della prospettiva all'infinito che fa s che il soggetto acceda a una visione dialettica del suo proprio essere, all'autonomia del proprio pensiero. dunque filosofico? Cosa cerchiamo di fare attraverso questi esercizi? In che cosa sono filosofici? Come la consultazione filosofica si distingue dalla consultazione psicanalitica? Come gi stato evocato, tre criteri particolari specificano la pratica in questione: identificazione, critica e concettualizzazione. (Menzioniamo un altro criterio importante: la distanziazione, che tuttavia noi non riteniamo come quarto elemento poich implicitamente contenuto negli altri tre). In una certa maniera, questa tripla esigenza cattura bene ci di cui necessita la redazione di una dissertazione. In quest'ultima, a partire da un soggetto imposto, l'alunno deve esprimere qualche idea, metterla alla prova e 4

formulare una o pi problematiche generali, con o senza l'aiuto degli autori consacrati. La sola differenza importante porta sulla scelta del tema da trattare: qui il soggetto sceglie il suo proprio oggetto di studio, cosa che accresce la portata esistenziale della riflessione, rendendo pu essere pi delicato il trattamento filosofico di questo soggetto. L'obiezione sul versante "psicologizzante" dell'esercizio non da scartare troppo rapidamente. Da un lato perch la tendenza del soggetto - in faccia a un interlocutore unico che si consacra al suo ascolto- di sfogarsi senza ritegno alcuno rispetto al suo risentimento grande, soprattutto se ha gi preso parte a dei colloqui di tipo psicologico. Si sentir dunque frustrato nel sentirsi interrotto, nel dover portare i suoi giudizi critici sulle sue idee, nel dover discriminare tra le sue diverse proposizioni, etc Tante obbligazioni che fanno per parte del "gioco", delle sue esigenze e delle sua messa alla prova. Dall'altro lato poich, per ragioni diverse, la filosofia tende ad ignorare la soggettivit individuale, per consacrarsi soprattutto all'universale astratto, alle nozioni disincarnate. Una sorta di pudore estremo, vedi il puritanismo che conduce il professionista della filosofia a temere l'opinione a tal punto da volerla ignorare, piuttosto che cogliere in questa opinione l'inevitabile punto di partenza di ogni filosofare, che questa opinione sia quella del comune mortale o quella dello specialista, quest'ultimo si trova non meno vittima di questa "malsana" e funesta opinione. Anche il nostro esercizio consiste dapprima ad identificare nel soggetto, attraverso delle opinioni, i presupposti non dichiarati, a partire dai quali funziona. Cosa che permette di definire ed approfondire i punti di partenza. In un secondo momento consente di prendere il contro-piede in faccia a questi presupposti, al fine di trasformare degli indiscutibili postulati in semplici ipotesi. In una terza fase si tratta di articolare le problematiche generate attraverso dei concetti identificati e formulati. In questa ultima tappa - o prima se l'utilit si fa sentire anticipatamente - l'interrogatore potr utilizzare delle problematiche "classiche", attribuibili a un autore, al fine di valorizzare o meglio identificare tale problematica che appare lungo il corso del colloquio. Certo dubbio che l'individuo singolare rifaccia da solo tutta la storia della filosofia, non meno che altrove quella delle matematiche o del linguaggio. Per giunta perch bisognerebbe disdegnare il passato? Noi saremo sempre dei nani appollaiati sulle spalle dei giganti. Ma bisogner allora non rischiarsi nella ginnastica, accontentandosi di guardare e ammirare gli atleti con il pretesto che siamo corti di gamba, cio handicappati? Sar sufficiente accontentarsi di andare al Louvre senza mettere le mani nell'argilla con il pretesto che le nostre membra non hanno l'agilit di quelle degli esseri inspirati? Sar mancare di rispetto ai "grandi" volerli imitare? Non sar piuttosto onorarli, ammirandoli e citandoli nello stesso tempo? In fin dei conti, noi non siamo per la maggior parte spinti a pensare per noi stessi?

II. LE DIFFICOLT:
il nostro metodo si ispira principalmente alla maieutica socratica, dove la filosofia interroga il suo interlocutore, lo invita a identificare le problematiche del suo discorso, a concettualizzare distinguendo dei termini chiave al fine di metterli all' opera, di problematizzarli attraverso una prospettiva critica e di utilizzarne le implicazioni. Precisiamo a titolo comparativo che questa pratica ha come specificit quella di invitare il soggetto ad allontanarsi da un semplice risentimento per consentirgli un'analisi razionale della sua parola e di se stesso, condizione senza la quale non pu deliberare sulle sue problematiche cognitive ed esistenziali che si tratta come prima cosa di spiegare. Lo sradicamento da s che presuppone una tale attivit, poco naturale, ragione per la quale necessita dell'assistenza di uno specialista, pone un certo numero di difficolt che tenteremo qui di analizzare.

Le frustrazioni: Al di l dell'interesse per l'esercizio filosofico, predomina regolarmente nel soggetto, almeno in maniera momentanea, un sentimento negativo, che espresso pi frequentemente - nelle consultazioni filosofiche come durante gli ateliers di riflessione di gruppo - sottoforma di frustrazione. Primo, la frustrazione dell'interruzione: non essendo il colloquio filosofico il luogo dello sfogo o della convivialit, un parlare incompreso e lungo, o ancora un parlare che ignora l'interlocutore, deve essere interrotto; se non nutre direttamente il dialogo, se non serve al colloquio e non ha la sua collocazione nel contesto dell'esercizio. Secondo, la frustrazione legata all'asprezza: si tratta di analizzare la parola piuttosto che pronunciarla, e tutto ci che noi avremo detto potr essere utilizzato "contro noi". Terzo, la frustrazione della lentezza: non questione di provocare un'accumulazione e una calca di parole, non bisogna temere n il silenzio, n il soffermarsi su una parola data per apprenderne pienamente la sostanza, nel doppio senso del termine apprendere: catturare e aver timore. Quarto, la frustrazione del tradimento, l ancora nel duplice significato del termine: tradimento della nostra propria parola che rivela ci che noi non desideriamo dire o sapere e tradimento della nostra parola che non dice ci che vogliamo dire. Quinto, la frustrazione dell'essere: non essere ci che noi vogliamo essere, non essere ci che noi crediamo di essere, vedersi spossessati di verit illusorie che coltiviamo, coscientemente o meno, talvolta da molto tempo, su noi stessi, sulla nostra esistenza e sul nostro intelletto. Questa frustrazione multipla non sempre chiaramente espressa dal soggetto. Se abbastanza emotivo, suscettibile, o poco incline all'analisi, non esiter a denunciare la censura, l'oppressione. "Voi mi impedite di parlare" allorch dei lunghi silenzi inutili, inoccupati dalla parola, punteggiano periodicamente questa stessa parola che trova difficolt a trovarsi. O ancora: "Voi mi fate dire ci che voi volete", allorch ad ogni questione il soggetto pu rispondere ci che gli conviene, con il solo rischio di generare delle nuove questioni. Inizialmente, la frustrazione si esprime come un rimprovero, tuttavia, verbalizzandolo, permette di diventare un oggetto per se stesso, pu consentire al soggetto che l'esprime di diventare oggetto dinnanzi a se medesimo. A partire da questa costatazione, diventa capace di riflettere, di analizzare il suo essere attraverso la messa alla prova, di comprendere meglio il suo funzionamento intellettuale, e pu allora intervenire su di s, tanto sul suo essere quanto sul suo pensiero. Certo il passaggio in questo momento - o in alcuni momenti alla tonalit psicologica difficilmente evitabile, si tratta tuttavia di non soffermarsi troppo, ma di passare rapidamente alla tappa filosofica successiva, per mezzo della prospettiva critica che tenta invece di definire una problematica e dei nodi concettuali. La nostra ipotesi di lavoro consiste precisamente nell' identificare certi elementi della soggettivit, brandelli che possiamo chiamare opinioni, opinioni intellettuali e opinioni emozionali, al fine di prendere il contro-piede e di fare l'esperienza di un pensiero "altro". Senza questo, come apprendere a uscire volontariamente e coscientemente da un condizionamento e dalla predeterminazione? Come riemergere dal patologico e dal puro risentimento? D'altra parte pu anche accadere che il soggetto non abbia in lui la capacit di compiere questo lavoro, o nemmeno la possibilit di intraprenderlo, per mancanza di distanziazione, di autonomia, per insicurezza o a causa di una qualsiasi forte angoscia, in questo caso noi non possiamo lavorare con lui. Cos come la pratica di uno sport esige delle disposizioni fisiche minime, la pratica filosofica, con le sue difficolt e le sue esigenze, necessita di disposizioni psicologiche minime, senza le quali noi non la possiamo praticare. L'esercizio deve effettuarsi con un grado minimo di serenit, con le diverse pre-condizioni necessarie a questa serenit. Una fragilit o una suscettibilit troppo grande impedirebbero al processo di realizzarsi. Circa la maniera in cui il nostro lavoro si definisce, la causalit di una mancanza in questo dominio non di nostra competenza; accantonandosi rispetto alla nostra funzione, noi non sapremmo andare alle radici del problema, noi non potremmo che costatare e tirarne le conseguenze. Se il soggetto non ci sembra praticare l'esercizio sebbene senta il bisogno di riflettere su se medesimo, noi lo dirigeremmo piuttosto verso delle consultazioni di tipo psicologico, 6

o al limite verso altri tipi di pratiche filosofiche. Per concludere, per quello che ci concerne, anche se il passaggio psicologico dimora illimitato, non c' alcuna ragione perch venga evitato, la soggettivit non deve giocare il ruolo di uno spaventapasseri, anche se una certa frangia filosofica, piuttosto scolastica, considera questa realt individuale come un'ostruzione al filosofare. Il filosofo formale e cauto teme che facendo attrito contro questa, la distanziazione necessaria all'attivit filosofica venga perduta. La parola come pretesto Uno degli aspetti della nostra pratica filosofica che pone problema al soggetto, il rapporto alla parola che noi tentiamo di istallare. In effetti, da un lato noi gli proponiamo di sacralizzare la parola, dal momento che gli permettiamo di pesare con attenzione, insieme, il minimo termine utilizzato, poich noi ci autorizziamo a scavare dall'interno, insieme, le espressioni utilizzate e gli argomenti avanzati a tal punto da renderli irriconoscibili per il loro autore, cosa che lo porter di tanto in tanto a gridare allo scandalo vedendo la sua propria parola cos manipolata. Dall'altro noi gli chiediamo di desacralizzare la parola, poich l'insieme di questo esercizio non composto che di parole e poco importa la sincerit o la verit di ci che avanza: si tratta semplicemente di giocare con le idee, senza per aderire necessariamente a quanto si dice. Ci interessa solo la coerenza, gli echi che si rinviano le parole tra di loro, la sagoma mentale che si dipana lentamente e impercettibilmente. Noi chiediamo al soggetto nello stesso tempo sia di giocare a un semplice gioco, cosa che implica una presa di distanza rispetto a ci che viene concepito come reale, sia di giocare con le parole con la pi grande seriet, con la pi grande applicazione, con uno sforzo maggiore rispetto a quello che mette generalmente nella costruzione e nell'analisi del suo discorso. La verit avanza qui mascherata. Non pi verit d'intenzione, non pi sincerit e autenticit, esigenza. Questa esigenza obbliga il soggetto a fare delle scelte, ad assumere le contraddizioni messe in chiaro lavorando la confusione della parola, con il rischio di effettuare dei radicali mutamenti di fronte, di decentrarsi brutalmente, di rifiutare di vedere e di tagliare corto, di restare muti davanti alle molteplici incrinature che lasciano prevedere i pi profondi abissi, le fratture del s, la beanza dell'essere. L'unica qualit qui necessaria all'interrogatore e a poco a poco al soggetto, quella di un poliziotto, di un dtective che va a caccia delle minime incapacit della parola e del comportamento, che chiede di analizzare a fondo ciascun atto, ciascun luogo e ciascun istante. Certo noi ci possiamo sbagliare sulla curvatura data alla discussione, aspetto che per resta la prerogativa dell'interrogatore, il potere indiscutibile che lui detiene e deve assumere, includente anche l'assenza incontestabile di neutralit a dispetto degli sforzi che fa in questo senso. Il soggetto pu anche "forviarsi" nell'analisi e le idee che avanza, influenzato dalle questioni che subisce, mosso ciecamente dalle convinzioni che desidera difendere, guidato da dei partiti presi per i quali ha gi optato e da cui sarebbe pu essere incapace di deliberare. "Sovra-interpretazione", "metainterpretazione" o "sotto-interpretazione" fanno furore. Poco importa questi errori, apparenti errori o pretesi errori. Ci che conta per il soggetto di restare in allerta, osservare, analizzare e prendere coscienza; il suo modo di reagire, il suo modo di trattare il problema, le sue idee che emergono, il suo rapporto con s medesimo e con l'esercizio, tutto deve diventare qui pretesto di analisi e di concettualizzazione. Per dirlo altrimenti, il fatto di sbagliarsi qui non ha pi gran senso. Si tratta soprattutto di giocare il gioco. Contano solo il vedere e il non vedere, la coscienza e l'incoscienza. Non ci sono pi delle buone e delle cattive risposte, ma c' "il vedere delle risposte", e se c' inganno, solamente nella mancanza di fedelt della parola a se medesima, non pi per rapporto a una qualche verit distante e preinscritta sul fondo del cielo stellato o in qualche bassofondo subcosciente. Tuttavia questa fedelt una verit senza dubbio pi terribile dell'altra, pi implacabile: non c' pi alcuna disobbedienza possibile, con tutta la legittimit intrinseca in questa obbedienza. Non pu che esserci della cecit.

Dolore e peridurale Il soggetto diventa rapidamente cosciente della portata dell'affare. Una sorta di panico pu rapidamente installarsi. Per questa ragione, importante mettere in atto diversi tipi di "peridurale" per il parto in corso. Primo, il pi importante, il pi difficile e il pi delicato resta l'indispensabile savoir-faire dell'interrogatore, che deve essere atto a cogliere quando il momento appropriato di insistere su una questione e quando il tempo di passare oltre, di "scivolare", quando tempo di dire o di proporre piuttosto che di interrogare, quando tempo di alternare tra l'aspro e il generoso; giudizio non sempre facile da emettere, poich noi ci lasciamo cos facilmente prendere dal fuoco dell'azione, dalle nostre proprie voglie, quella di andare fino alla fine, quella di arrivare ad una meta determinata, quella legata alla fatica, quella legata alla disperazione, e ad altre inclinazioni personali. Due, l'humour, il riso, legati alla dimensione ludica dell'esercizio. Questi inducono una sorta di "distensione" che permette all'individuo di liberarsi di s medesimo, di fuggire dal suo dramma esistenziale e di osservare senza dolore la derisione di certe posizioni alle quali si ancora talvolta con un tocco di ridicolo quando non nella pi fragrante contraddizione con se medesimo. Il riso libera delle tensioni che senza quello potrebbero inibire il soggetto in questa pratica non poco corrosiva. Tre, il raddoppiamento, che permette al soggetto di uscire da se stesso, di considerarsi come una terza persona. Quando l'analisi del suo proprio discorso attraversa un momento pericoloso, quando il giudizio porta su delle questioni troppo pesanti da sostenere, utile e interessante trasporre il caso studiato su una terza persona, invitando il soggetto a visualizzare un film, ad immaginare una fiction, ad intendere la propria storia sotto forma di una fiaba. "Supponiamo che voi leggiate una storia dove si racconta che", "Supponete di incontrate qualcuno, e che tutto quello che sapete su di lui che" Questo semplice effetto di narrazione permette al soggetto di dimenticare o di relativizzare le sue intenzioni, i suoi desideri, le sue volont, le sue illusioni e disillusioni, al fine di trattare solo la parola, come sorge lungo la discussione, lasciandola effettuare le sue proprie rivelazioni senza cancellarle in permanenza con delle pesanti supposizioni o con delle patenti accuse di insufficienza e tradimento. Quarto, la concettualizzazione, l'astrazione. Universalizzando ci che tende ad essere percepito esclusivamente come un dilemma o una questione puramente personale, problematizzandolo, rendendolo dialettico, il dolore si attenua nella misura in cui l'attivit intellettuale si mobilita. L'attivit filosofica stessa una sofrologia, una "consolazione", cos la pensavano gli antichi come Boezio, Seneca, Epicuro o pi recentemente Montaigne, balsamo che ci permette di considerare meglio la sofferenza intrinsecamente legata all'esistenza umana. Esercizi annessi: Qualche esercizio supplementare si rivela molto utile al processo di riflessione. Per esempio l'esercizio di legame. Questo permette di estrarre il discorso dal suo versante "flusso di coscienza" che funziona puramente per libere associazioni abbandonando all'oscurit dell'inconscio le articolazioni e le giunture del pensiero. Il nesso un concetto alquanto fondamentale che tocca profondamente l'essere, poich collega le differenti sfaccettature, i differenti registri. " Legame sostanziale", ci dice Leibniz. "Qual il legame tra ci che dite qui e ci che avete detto l?" Messe da parte le contraddizioni che saranno evidenziate da questa interrogazione, saranno anche le rotture e i salti a segnalare delle difficolt, dei punti ciechi, su cui la coscienza permette, attraverso il discorso, di lavorare da vicino lo spirito del soggetto. Questo esercizio una delle forme dell'itinerario "anagogico", che permette di risalire all'unit, di cogliere il radicamento, di mettere in luce il punto d'emergenza del pensiero del soggetto, con il rischio di criticare in seguito questa unit e di modificare il punto fermo.

Un altro esercizio: quello del "vero discorso". Esso si pratica quando una contraddizione stata scoperta, nella misura in cui il soggetto accetta il qualitativo di contraddittorio come attributo del suo pensiero, cosa che non si verifica sempre: certi soggetti rifiutano di coglierlo e negano per principio la semplice possibilit di una contraddizione nella loro parola. Chiedendo qual il vero discorso - anche se negli istanti generalmente slittati in cui vengono pronunciati , sono pronunciati con altrettanta sincerit l'uno e l'altro - si invita il soggetto a giustificare le due posizioni differenti che sono le proprie, a valutare il loro valore rispettivo, a comparare i loro meriti relativi, a deliberare al fine di risolvere la questione in favore del primato di una delle due prospettive, decisione che lo porter a prendere coscienza del suo proprio funzionamento. Non assolutamente indispensabile decidere, ma consigliato incoraggiare il soggetto a rischiarsi, poich molto raro, se non pressoch impossibile, incontrare una reale assenza di preferenza tra due visioni distinte, con le conseguenze epistemologiche che ne derivano. Le nozioni di "complementariet" o di "semplice differenza" a cui fa spesso appello il linguaggio corrente, sebbene esse detengano la loro parte di verit, servono spesso a cancellare le problematiche reali, sufficientemente conflittuali e tragiche, di ogni pensiero singolare. Il soggetto potr tentare anche di spiegare il perch del discorso che non "il vero". Spesso questo corrisponder alle attese, morali o intellettuali, che crede di cogliere nella societ, o ancora al desiderio proprio che considera illegittimo; discorso in questo senso molto rivelatore di una percezione del mondo e di un rapporto all'autorit o alla ragione. Altro esercizio, quello dell'"ordine". Quando si domanda al soggetto di donare delle ragioni, delle spiegazioni o degli esempi a proposito di tale o tale sua proposizione, gli si domanda di assumere l'ordine con il quale le enumera. Soprattutto il primo elemento della lista, che si metter poi in rapporto con un elemento susseguente. Utilizzando l'idea che l'elemento primo il pi evidente, il pi chiaro, il pi sicuro e dunque il pi importante nel suo spirito, gli si chieder di assumere la scelta, generalmente incosciente. Spesso il soggetto si ribeller a quest'esercizio, rifiutando di assumere la scelta in questione, rinnegando questo "erede partorito" malgrado lui. Accettando di fare questo esercizio -che vi aderisca in maniera esplicita, implicita o per nulla - lui dovr rendere conto dei presupposti contenuti in tale o tale scelta. Al peggio, come per la maggior parte degli esercizi della consultazione, questo abituer a decodificare ogni preposizione avanzata per coglierne il contenuto epistemologico e intravedere i concetti veicolati, anche quando non sono solidali con l'idea. Universale e singolare Globalmente, cosa chiediamo noi al soggetto che desidera interrogarsi, a quello che desidera filosofare a partire da s e a proposito della sua esistenza e del suo pensiero? Deve apprendere a leggere, a leggersi, cio apprendere a trasporre i propri pensieri ed apprendere a trasporre se stesso attraverso il pensiero; raddoppiamento e alienazione che necessita la perdita di s attraverso un passaggio all'infinito, attraverso un salto nel puro possibile. La difficolt di questo esercizio che si tratter sempre di eliminare qualche cosa, di dimenticare, di oscurare momentaneamente il corpo o lo spirito, la ragione o la volont, il desiderio o la morale, l'orgoglio o la placidit. Per fare ci, occorre mettere a tacere il discorso annesso, il discorso della circostanza, il discorso del riempimento e dell'apparenza: o la parola assume il suo compito, le sue implicazioni, il suo contenuto, o deve apprendere a ritirarsi. Una parola che non pronta ad assumere il suo essere proprio, in tutta la sua ampiezza, una parola che non desiderosa di prendere coscienza di se medesima, non ha pi senso di presentarsi alla luce, in questo gioco dove solo il cosciente permesso, teoricamente o almeno come tentativo. Evidentemente, certi non desiderano partecipare al gioco, considerato troppo penibile, la parola qui troppo carica di portata. Obbligando il soggetto a selezionare il suo discorso, e rinviandolo attraverso il mezzo della riformulazione all'immagine che lui manifesta, si tratta di installare una procedura dove la parola sar la pi rilevatrice possibile. Certo possibile e talvolta utile imboccare dei percorsi gi tracciati, per esempio citando degli autori, ma buona regola assumersene il tenore come se fosse 9

esclusivamente nostro. D'altronde, che cosa tentiamo di fare, se non di ritrovare in ciascun discorso singolare, per quanto malleabile che sia, le grandi problematiche, autenticate e codificate da illustri predecessori? Come si articolano in ciascuno l'assoluto e il relativo, il monismo e il dualismo, il corpo e l'anima, l'analitico e il poetico, il finito e l'infinito, etc Esponendosi al rischio di un sentimento di tradimento, dal momento che si pu difficilmente sopportare il fatto di vedere la propria parola cos tradita, anche se da noi stessi. Un sentimento di dolore e di de-possessione, come quello di colui che vedr il suo corpo operato sebbene tutto il dolore fisico sia stato annichilito. Alcune volte, intuendo le conseguenze di un'interrogazione, il soggetto tenter in tutti i modi di evitare di rispondere. Se l'interrogatore persevera per delle "strade fuori mano", una sorta di risposta finir senza dubbio per emergere, ma unicamente nel momento in cui il cuore del problema sar sparito dietro l'orizzonte, tanto che e sebbene che il soggetto, rassicurato da questa sparizione, non riuscir pi a stabilire un legame con la problematica iniziale. Se l'interrogatore ricapitola le tappe per ristabilire il filo di Arianna della discussione, il soggetto potr allora accettare o non accettare di vedere, a seconda dei casi. Un momento cruciale, sebbene il rifiuto di vedere talvolta non sia che verbale: il cammino non potr non aver tracciato qualche impronta nello spirito del soggetto. Sebbene attraverso un meccanismo di pura difesa, quest'ultimo tenter talvolta di rendere verbalmente impossibile tutto il lavoro. Accettare il patologico: Come conclusione circa le difficolt della consultazione filosofica, diciamo che l'esame principale risiede nell'accettazione dell'idea di patologico, considerata secondo un significato filosofico. In effetti, ogni postura esistenziale singolare, ogni scelta che si effettua pi o meno coscientemente negli anni ,diventa ,per molteplici ragioni, un vicolo cieco rispetto a un certo numero di logiche e di idee. Fondamentalmente, queste patologie non sono infinite, sebbene le loro articolazioni specifiche varino enormemente. Ma per colui che le subisce, difficile concepire che le idee su cui lui orienta la sua esistenza siano ridotte a delle semplici conseguenze, quasi prevedibili, di una fragilit cronica nella capacit di riflessione e di deliberazione. Pertanto, il "pensare per se stessi" che raccomandano un buon numero di filosofi non un arte che si lavora e si acquisisce, piuttosto che un talento innato, dato, che non dovr pi ritornare su se medesimo?

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