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Benito Goya

AIUTO FRATERNO
La pratica della direzione spirituale
MANUALI

A. Brusco - S. Pintor, Sulle orme di Cristo Medico. Manuale di teologia pastorale sanitaria
F. Ruiz, Le vie dello Spirito. Sintesi di teologia spirituale
B. Goya, Psicologia e vita spirituale. Sinfonia a due mani
G. Frosini, La Trinità mistero primordiale
A. Montan, Il diritto nella vita e nella missione della Chiesa. 1. Introduzione.
Norme generali. Il popolo di Dio (Libri I e II del Codice) V. Gatti, Liturgia e
arte. I luoghi della celebrazione M.M. Romanelli, Il fenomeno religioso. Manuale di
sociologia della religione E. Mazza, La celebrazione eucaristica. Genesi del rito e sviluppo
dell'interpretazione
B. Goya, Luce e guida nel cammino. Manuale di direzione spirituale
C. Valenziano, Architetti di chiese
Pontificio Consiglio per la famiglia, Famiglia e questioni etiche. Volume 1 P.
Gamberini, Questo Gesù (At 2,32). Pensare la singolarità di Gesù Cristo C.
Militello, La casa del popolo di Dio. Modelli ecclesiologici modelli architettonici G.
Padoin, «Molti altri segni fece Gesù» (Gv 20,30). Sintesi di teologia dei
sacramenti P.V. Pinto, Diritto amministrativo canonico. La Chiesa: mistero e
istituzione Pontificio Consiglio per la famiglia, Famiglia e questioni etiche.
Volume 2 B. Goya, Aiuto fraterno. La pratica della direzione spirituale
BENITO GOYA

AIUTO FRATERNO
La pratica della direzione spirituale

EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA


® 2006 Centro editoriale dehoniano
via IMosadella, 6 - 40123 Bologna
EDB (marchio depositato)
ISBN 88-10-43012-3
Stampa: Grafiche Dehoniane, Bologna 2006
PRESENTAZIONE

La via è lunga, camminiamo insieme.


La via è difficile, aiutiamoci a vicenda.
La via è piena di gioia, condividiamola.
Le pagine che seguono sono state redatte dopo aver sperimentato, nelle lezioni, nei
seminari e nel contatto personale, l'urgente esigenza pratica di accompagnare le nuove
guide spirituali nella loro delicata missione. Si è così avviata una riflessione pastorale
che, attraverso metodi ed esercitazioni varie, vuole illuminare e orientare i loro primi
passi, aiutarle a perfezionare la supervisione del loro ministero e stimolarne il
miglioramento costante.
Questa iniziazione pratica è un complemento indispensabile della formazione
teorica sui principi generali, esposti nel primo volume sugli elementi fonda mentali
della direzione spirituale, e ne costituisce una derivazione. Il corso fon damentale si
limita al suo scopo centrale di fornire gli orientamenti globali per una maturazione
integrale della persona diretta. L'avviamento effettivo, invece, vuole offrire un
sostegno speciale, più personalizzato: un primo approccio all'e sercizio reale dello
stesso accompagnamento spirituale, proponendo materiali utili per tale lavoro. Ogni
metodo dovrà far crescere e stimolare il desiderio di uno sviluppo umano e cristiano
integrale.
I cristiani di oggi, in un ambiente secolarizzato e pluralista, avvertono un intenso
bisogno di luce e di orientamento e, quindi, si mettono alla ricerca di autentiche guide
spirituali per raggiungere la pienezza del battesimo. Le statisti che ce lo confermano;
nel 1970 in Germania è stato condotto un sondaggio di opinione: ai credenti si
chiedeva «quale servizio si aspettavano dalla Chiesa». Le risposte più significative si
potevano raggruppare in due richieste, con le seguenti proporzioni di frequenza: il 25%
si aspettava che i sacerdoti curassero il culto divino, mentre quasi il 50% desiderava
che essi fossero disponibili per attendere ai singoli, nelle loro necessità spirituali.
Di fronte a queste aspettative, così promettenti per un cristianesimo maturo, non si
può tuttavia sorvolare sulla grave scarsità di guide spirituali e, quindi, sul bisogno
urgente di preparare adeguatamente i nuovi accompagnatori.
Per ribadire tale urgenza spirituale si potrebbe aggiungere un argomento
quantitativo, certamente approssimativo, ma comunque efficace per facilitare la
comprensione del problema: supponendo che un 20% dei cattolici - quelli cioè
che vanno regolarmente a messa la domenica - abbia preso coscienza della chiamata
universale alla santità, sarebbero 200 milioni i cattolici che necessitano di
accompagnamento spirituale per rispondere normalmente a tale chiama ta. Se poi
consideriamo che un direttore spirituale può seguire adeguatamente, e compatibilmente
con i suoi impegni professionali ordinari, circa quattrocento fedeli, stando molto
larghi, si può affermare che mancherebbero mezzo milione di guide spirituali, cifra
superiore al numero complessivo di tutti i sacerdoti attuali nella Chiesa.
La situazione, dunque, è preoccupante, tuttavia esiste una possibile soluzio ne: se si
prendessero in considerazione le religiose, sia di diritto pontificio che di diritto
diocesano, le quali, insieme, sono molto più di un milione e mezzo, e se a loro si
aggiungesse il numero sempre maggiore di laici consacrati o, in ogni caso, impegnati
nella Chiesa, basterebbe che il 15% di costoro sentisse, oltre ai propri doveri
quotidiani, anche questa vocazione a rispondere progressivamente alle1 urgenti
esigenze reali della chiamata a una «misura alta della vita cristiana ordinaria».
Oltre all'iniziazione alla direzione spirituale, si sta pure sviluppando, ai nostri
giorni, un'altra dimensione complementare che, in avvenire, può diventare un'immensa
forma di arricchimento: la supervisione spirituale. Questa offre agli accompagnatori un
rilevante contributo per favorire la loro crescita e la loro for mazione permanente,
poiché consiste in una valutazione critica dell'esperienza spirituale dei direttori, che è
l'oggetto diretto del loro discernimento, e li incita a crescere nell'esperienza di Dio e
nella fedeltà alla propria vita di preghiera e alla propria missione apostolica. Allo
stesso tempo, è molto arricchente e adatta ad agevolare la soluzione dei problemi e
delle difficoltà del cammino e a far progredire, in comunione, verso la pienezza di
padri e madri nello Spirito.
I primi dieci capitoli del presente volume, oltre all'illuminazione teorica, vogliono
offrire materiale pratico per la conoscenza individuale dei diretti, tenendo conto anche
delle loro differenze specifiche dovute al temperamento e al carattere. Si aggiungono
poi degli strumenti utili per la scoperta delle possibi li ferite emozionali e per la loro
progressiva guarigione. Diventa così possibile fornire indicazioni adeguate per un
migliore orientamento nelle difficoltà della preghiera iniziale e nelle purificazioni che
avvicinano alla seconda conversione. L'accompagnamento dei giovani, specialmente
nel momento decisivo del loro stato di vita, è un'altra delle preoccupazioni della
presente riflessione, che si concluderà presentando il senso della supervisione o della
formazione continua delle guide spirituali.
Al termine di questa premessa mi rimane solo da esprimere l'auspicio che i
responsabili delle diocesi, degli istituti religiosi e dei laici impegnati riescano a
sensibilizzare a questo problema urgente le tante persone ormai quasi pronte per
esercitare questo ministero e sappiano promuovere, allo stesso tempo, iniziative di
ogni genere utili per la loro formazione sia iniziale che permanente,

1
GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001. n. 31, in Enchi- ridion
Vaticanum, XX. EDB. Bologna 2004. n. 64.
affinché questi operatori della pastorale individuale, così preziosi per la comu nità,
siano sempre più in grado di assolvere con competenza ed entusiasmo il loro prezioso
compito, nella Chiesa.
E, con la speranza che siano sempre più numerosi, ai tanti credenti impegnati in tal
senso dedico le parole della «preghiera dell'accoglienza»:
Signore, aiutami ad essere per tutti un amico,
che attende senza stancarsi,
che accoglie con bontà,
che dà con amore,
che ascolta senza fatica,
che ringrazia con gioia.
Un amico che si è certi di trovare quando se ne ha bisogno.
Aiutami ad essere una presenza sicura, a cui ci si può rivolgere quando si desidera, ad offrire
un'amicizia riposante, ad irradiare una pace gioiosa, la tua pace, o Signore. Fa' che sia
disponibile e accogliente soprattutto verso i più deboli e indifesi. Così, senza compiere opere
straordinarie, io potrò aiutare gli altri a sentirti più vicino, Signore della tenerezza.
p. Benito Goya, ocd
15 ottobre 2005
festa di santa Teresa di Gesù
Capitolo primo
INIZIAZIONE
ALLA DIREZIONE SPIRITUALE

I tempi in cui la maggioranza dei credenti non sapeva ancora leggere e scri vere
sono ormai ampiamente superati; i nostri battezzati, in genere, hanno una buona
cultura e una certa coscienza della propria dignità e della propria responsabilità nella
Chiesa e nel mondo. Spesso, essi sono attivamente impegnati nelle vie dello Spirito e,
superando una religiosità anonima, nutrita di formule e di riti standardizzati, cercano
un dialogo personale con Dio e un confronto aperto con i fratelli, alla luce della
Parola.
In tale contesto, considerata pure la complessità delle situazioni individuali nelle
quali vengono a trovarsi i credenti in una società pluriculturale, la propo sta cristiana,
fatta a livello comunitario, ha sempre più bisogno di essere tradot ta e concretizzata sul
piano personale. Così l'accompagnamento è da ritenersi, contrariamente a quanto si
potrebbe immaginare, uno strumento fondamentale per il futuro della fede, molto più di
quanto sia stato in passato.
La direzione spirituale è stata, lungo la storia, uno dei mezzi più apprezzati nella
Chiesa per promuovere la crescita spirituale, e perciò, come reazione di fronte ai
cambiamenti culturali, negli ultimi anni si sono moltiplicate le scuole di formazione:
oggi, infatti, esistono più di sessanta «centri di addestramento» per questo ministero.
A partire dagli anni '70 i laici, donne e uomini, hanno incominciato a eserci tare
questo servizio in forma sempre più estesa, specialmente negli ambienti di lingua
inglese. Le donne hanno abbracciato con entusiasmo tale apostolato, che si è così
rinnovato e ha ricevuto nuova vitalità proprio grazie al contributo femminile, tanto che
ora gli apprendisti a guide spirituali sono per lo più donne. Que sto fatto procede
parallelamente a un'altra realtà culturale: la maggioranza degli «operatori nel campo
psicologico» sono infatti donne e la1 loro presenza è asso lutamente maggioritaria fra gli
studenti delle facoltà di psicologia.
Da pochi anni si è costituita un'associazione professionale, quella Interi razionale
dei Direttori Spirituali, che è ormai diffusa in più di trenta paesi, la quale ha elaborato
un suo «codice etico» che ne regolarizza la responsabilità pub blica e giuridica e ne fa
una professione legale.

1
Cf. E. LIEBERT, Changing Life Patterns: Adult Development in Spiritual Direction, Paulist Press, New York
2000,56-59.
Questa radicale trasformazione delle circostanze sta stimolando anche profondi
cambiamenti nello stile, nella preparazione e nella formazione perma nente delle guide
spirituali non più legate a istituzioni religiose o sacerdotali.

1. I NUOVI CENTRI DI PREPARAZIONE


Queste situazioni e urgenze nuove hanno generato il bisogno di sviluppare nuovi
programmi di formazione. Allo stesso tempo, considerato il difficile discer nimento
dell'idoneità umana e dell'esperienza spirituale, è sorto il problema del la scelta e della
formazione iniziale delle nuove guide. Per rispondere a tali esigenze sono stati creati
centri specifici di preparazione teorica e pratica d'iniziazione, improvvisando,
programmando ed esigendo, ciascuno a modo suo, un suo proprio curricolo di
formazione.
Innanzitutto viene sottolineata la necessità di discernere la presenza di una vera
chiamata da parte di Dio. La scoperta della vocazione di guida spirituale appare infatti
come la questione decisiva: esiste veramente una chiamata speciale da parte di Dio a
esercitare questo ministero? Trattandosi di una missione delicata, che ha lo scopo di far
fiorire l'interiorità personale in un mondo dove la gente sembra maggiormente
interessata al perfezionamento dell'esteriorità propria e di ciò che la circonda, si è
cercato di mettere a fuoco dei criteri adeguati per scoprire se i candidati sono
veramente chiamati a intraprendere e a crescere in questo nuovo servizio ecclesiale. 2
La chiamata al nuovo ministero è una vocazione che spesso si scopre indi -
rettamente, per mezzo di coloro che vanno spontaneamente per cercare consi glio. Il
soggetto comincia allora a preoccuparsi e sente la necessità di prepararsi
effettivamente a prestare tale servizio.
I corsi di preparazione sono pertanto il luogo adeguato per riconoscere meglio
questa chiamata e verificare la presenza delle qualità e degli atteggiamenti
corrispondenti alla medesima, e che la confermano. Nel corso del pro gramma
d'iniziazione non si risparmieranno, a questo scopo, tempo e sforzi, riflettendo sugli
impegni e sullo stile dell'azione attuata in passato e constatando la retta intenzione e
l'idoneità dei soggetti.
Nel percorso di formazione si è molto attenti a evitare due posizioni estreme. L'una
è quella di concepire la direzione spirituale in modo troppo professionale, troppo
scientifico, come se fosse una delle tante capacità e competenze umane di aiuto al
prossimo. L'accompagnamento è, invece, una vera arte. In tal senso, nessuna
abilitazione professionale può preparare in modo sufficiente una guida spirituale, ma è
indispensabile l'opera dello Spirito Santo che dà luce, guida e fortezza nel cammino.
All'altro estremo si trova, invece, un concetto di direzione troppo spirituali sta,
come se si trattasse di un'azione o responsabilità esclusiva dello Spirito San to. Questa
idea porta a sottovalutare la necessità di una preparazione adeguata.

2
Cf. W.A. BARRY, «Transference, Resistance and The Drama of The Exercises», in The Way 42(2003)3.66-69.
poiché considera il contributo delle scienze umane come un «pericolo di natura lismo».
E evidente che nulla può sostituire l'esperienza propria della guida, la sua conoscenza
della sacra Scrittura, della storia della spiritualità, dei principi psicologici e dei criteri
della comunicazione umana.
Nelle scuole, perciò, si pone particolare cura nel raggiungere, in via ordina ria, un
delicato equilibrio tra natura e grazia, tra la base umana e l'azione soprannaturale.
L'una non esclude l'altra. L'accompagnamento spirituale, infatti, nasce da un uomo o
da una donna che, illuminati integralmente dallo Spirito Santo, vogliono conoscere e
migliorare le vie che dirigono verso la pienezza della con templazione e della missione
nella Chiesa. E l'esigenza della formazione dei direttori spirituali. 3
Nella storia non sono mancati certamente grandi direttori spirituali che, sen za aver
ricevuto una particolare preparazione per il loro ministero, tuttavia, ancora oggi, sono
oggetto di ammirazione per la Chiesa. Tra loro possiamo ricordare santa Caterina da
Siena, santa Teresa d'Avila e sant'Ignazio di Loyola. Ciò non giustifica, però, una
mancanza generale di formazione. Per via ordinaria, infatti, non è possibile fare a
meno di un addestramento specifico e del possesso di mezzi adeguati per
raggiungerlo.
Qualche autore ritiene che la situazione attuale della formazione dei diret tori
spirituali sia così scarsa da poter essere paragonata a quella comune dei pre ti nel XVI
secolo: prima che esistessero i seminari, essi venivano ordinati senza una
preparazione sistematica adeguata. L'«allenamento» per la direzione spirituale si
troverebbe dunque ancora fermo a quattro secoli fa o, addirittura, in molti ambienti
sarebbe inesistente, almeno a livello di iniziazione pratica.
Tuttavia, in alcune aree geografiche, da circa vent'anni, hanno preso a fun zionare
appositi centri che propongono corsi di formazione. Ogni centro si è arrangiato nel
miglior modo possibile e ha stabilito programmi più o meno com pleti a tale scopo.
Qui è ormai tramontata l'antica immagine del padre spiritua le che, abitando4 isolato in
spoglie dimore, conduceva un'esistenza santa e scriveva a lume di candela.
Dunque come deve essere il direttore spirituale del nuovo millennio? Come deve
prepararsi e quale sarà il suo compito?

2. LA FORMAZIONE DEI SACERDOTI E DEI CREDENTI PREPARATI


I sacerdoti, i laici impegnati e le persone consacrate possiedono già una for -
mazione teologica e spirituale sufficiente; ciò che manca, nel loro caso, è la cono-
scenza teorica e l'iniziazione pratica all'esercizio della direzione spirituale, cose che è
possibile acquisire nell'ambito di corsi di formazione, seminari, incontri brevi nei fine
settimana o prolungati nel periodo estivo.

3
Cf. P. CULBERTON, Caring for God's People. Counseling and Christian Wholeness, Fortress Press, Minneapolis
2000,250-255.
4
Cf. S. WIRTH, «Reflection on Power Issues in the Training of Spiritual Directors», in Presence
3(1997)1,34-36.
È sufficiente, infatti, che essi familiarizzino con il contenuto teorico del cor so di
direzione spirituale, considerato dal punto di vista biblico, storico e meto dologico, al
quale va aggiunta pure la conoscenza dei meccanismi della relazio ne interpersonale tra
direttore e diretto e dei criteri per esercitare l'arte del discernimento.
Sarà pure indispensabile che essi seguano il consiglio della Congregazione per il
clero, che così esorta:
«Per contribuire al miglioramento della loro spiritualità è necessario che ... pratichi no essi stessi
la direzione spirituale. Ponendo nelle mani di un saggio confratello la formazione della loro
anima, matureranno la coscienza, fin dai primi passi del ministero, dell'importanza di non
camminare da soli per le vie della vita spirituale e dell'impegno pastorale». 5
Questa prassi costituirà inoltre la migliore predisposizione per acquistare l'arte
dell'ascolto altrui: chi durante i lunghi anni di formazione ha avuto la cura di usare
l'introspezione per guardare dentro di sé, di ascoltare le voci profonde del proprio
essere e di analizzare i propri stati d'animo, avrà compiuto6 il miglio re allenamento per
ascoltare e capire coloro che chiederanno il suo consiglio.

3. LA FORMAZIONE DEI PRINCIPIANTI IN GENERE


La sollecitudine più diffusa riguardo ai principianti nella guida spirituale è come
rispondere alla loro necessità di essere introdotti nel ministero, per capir ne le frontiere,
gli scopi e i valori. Altra preoccupazione è quella dell'urgenza di accompagnarli per
constatare chiaramente se possiedono l'idoneità sufficiente per entrare nel nuovo
apostolato. Una 7supervisione fatta tra di loro costituisce l'elemento più importante a
questo riguardo.
Prima di ammetterli al corso, poi, conviene informarsi se altri credenti li con -
siderano persone idonee per questo nuovo compito e osservare il loro compor tamento
cristiano più o meno fedele al vangelo e la presenza di disposizioni inte riori pertinenti.
A tale scopo si utilizzano domande come le seguenti:
- C'è qualcuno che viene a parlare con te, cercando consiglio?
- Qual è la natura degli altri tuoi impegni cristiani?
- Ti senti bene come ascoltatore degli altri?
- Perché vuoi intraprendere questo cammino?
- Sei tollerante e aperto di fronte alla varietà delle vie del Signore nei confronti
dei suoi figli?

5
CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 31 marzo 1994, n. 54, in
Enchiridion Vaticanum, XIV, EDB, Bologna 1997, n. 837.
6
Cf. B. GOYA, «La formazione delle nuove guide spirituali», in Mistagogia e accompagnamento spirituale. Atti
e relazioni della 44" Settimana di Spiritualità, Teresianum-Edizioni OCD, Roma 2003, 45ss.
7
Cf. P. GALLI, «The Emergence of a Director», in Presence 6(2000)3,15-18; H. STONE, «Pastoral Counseling
and the Changing Times», in Journal of Pastoral Care 53( 1999), 23-29. Cf. J. STAIRS, Liste- ning for the Soul:
Pastoral Care and Spiritual Direction, Fortress Press, Minneapolis 2000,3-5.
Dopo questo primo contatto positivo, gli aspiranti vengono ammessi al pro -
gramma. Persino in un ambiente liberale come quello americano, dove si evita
rigorosamente ogni controllo, i supervisori si sono sentiti costretti a porre certe
condizioni per l'ammissione come membri nel gruppo di preparazione delle gui de
spirituali. Certamente non si fissano limiti di età, ma i principianti devono sentire
l'urgenza di un'esperienza spirituale e il bisogno di ricevere loro stessi la direzione
spirituale. Devono essere motivati, inoltre, dalla responsabilità e dal l'aspirazione a
conoscere sempre di più il nuovo cammino, partecipando attivamente a ritiri ed
esercizi spirituali in un clima di silenzio e di contemplazione.

4. FORME DI ADDESTRAMENTO
La seconda parte del discernimento, indirizzato a persone che non sono pronte per
esercitare immediatamente la direzione spirituale, prevede dei corsi con programmi da
svolgere a tempo pieno nel corso dell'anno, o per due o tre anni se limitati ai fine
settimana e in estate, sotto il patrocinio della scuola dalla quale sono organizzati.
Questo programma di «allenamento» incoraggia la crescita nel cammino spirituale,
insegna ad ascoltare i problemi e fa entrare in un processo di super visione della
direzione spirituale iniziale che i soggetti hanno preso a impartire agli altri. Essi
possono contare sul sostegno di un direttore «sperimentato», da loro scelto
liberamente tra coloro che seguono lo stesso modello di accompagnamento.
In questi programmi viene dedicato ampio spazio al raccoglimento e alla
condivisione della fede, per far capire che si sta percorrendo un itinerario tra scendente
di crescita alla presenza e sotto l'azione di Dio. Questa condivisione delle esperienze
favorisce inoltre la fiducia reciproca e crea un clima di comu nione fraterna. Coloro
che lo hanno seguito testimoniano con gioia che è stato il periodo più arricchente
della loro esistenza. 8
Di fronte al senso di smarrimento o di scoraggiamento che le nuove guide possono
avvertire, di fronte alle impegnative esigenze che si presentano, sarà indispensabile
incoraggiarle, facendo loro presente la grandezza di questo ministero destinato a
sviluppare sia la personalità umana, fino a raggiungere le sue dimensioni più nobili,9
sia la personalità cristiana, accompagnandola alle vette più elevate dell'unione divina.
Non esiste un metodo universale. L'incremento della richiesta da parte dei fedeli
nei confronti di questo ministero ha fatto sì che non si sia ancora riusci ti a unificare i
criteri di selezione e di preparazione adottati nei vari centri - almeno una sessantina -
tuttora esistenti, cosicché perdura l'utilizzo di una grande varietà di stili educativi,
ciascuno caratterizzato da propri metodi e per

8
Cf. N. VEST (ed.), Stili Listening: New Horizons in Spiritual Direction, Morehouse, Harrisburg (PA) 2000; J.K.
RUFFINO, Spiritual Direction: Beyond the Beginnings, Paulist Press, Mahwah (NJ) 2000.
9
Cf. T.H. GREEN, The Friend of the Bridegroom: Spiritual Direction and the Encounter with Christ, Ave Maria
Press, Notre Dame (IN) 2000; LIEBERT, Changing Life Patterns, 56-59.
corsi di formazione teorica e di allenamento pratico. Ciò dipende, in gran par te, dalla
formazione precedente e dai metodi psicologici utilizzati dai diversi direttori.
In ogni modo, in tutte le scuole si riscontrano alcune costanti comuni. Due
condizioni sono sempre richieste: la pratica del carisma apostolico deve svolger si sotto
la guida personale di un supervisore, che abbia un certo ascendente o autorevolezza in
materia di accompagnamento e che faccia una verifica regolare e seria nel corso del
periodo di addestramento.
Per quanto riguarda la durata del corso, poiché i candidati generalmente sono
persone occupate in una loro professione, bisogna adattare i programmi alla loro reale
disponibilità. Per tale motivo il percorso formativo può prolun garsi anche per due o tre
anni. I più impegnati hanno bisogno di un quarto anno per completare tutto il
programma.

5. FORMAZIONE TEORICO-PRATICA
Il progetto formativo consta in genere di due parti: teorica l'una, pratica l'altra.
Questo piano educativo offre l'opportunità per la crescita spirituale, per la
comprensione stessa dell'accompagnamento e per l'acquisizione delle abilità necessarie
per esercitarlo.
L'impegno pratico viene incoraggiato e valutato attraverso una supervisione
individuale con cadenza mensile da parte di guide esperte; la parte teorica, inve ce, è
distribuita e realizzata a tempo pieno o nei fine settimana. I punti forti di questa
pianificazione sono i seguenti.
- Due volte all'anno il gruppo (18-20 persone) si riunisce in una sessione di due
giorni per riflettere e dialogare sui problemi della formazione e sugli ele menti
costitutivi di una vita spirituale integrale. Lo scambio di esperienze spiri tuali
costituisce il fulcro dell'incontro. Si aggiungono attività complementari come
esercitazioni pratiche, in cui a volte si chiede il contributo di un direttore spirituale
«esperto», che illustri, inoltre, il modo pratico di svolgere le varie fasi dell'incontro. 10
- A queste sessioni si aggiungono altre cinque giornate singole di studio, in parte
teoriche, in parte di iniziazione pratica. Per la teoria è previsto un tema centrale che,
con l'apporto di uno specialista, illumina la riflessione e favorisce la meditazione
personale e il dialogo di gruppo sulle questioni più scottanti che riguardano la
missione di guida spirituale. Esse sono: la persona come immagine di Dio, la visione
dell'uomo come pellegrino, il discernimento spirituale e altri problemi specifici della
direzione. Per Viniziazione pratica, invece, si utilizzano varie tecniche, a seconda delle
scuole e delle abilità dei professori, usando il «role play» o gioco di ruolo, in cui due
candidati simulano un incontro di aiuto, davanti al gruppo che verifica la validità di
tale incontro; è

10
Cf. W. CREED, «Supervision plus Reflection: A Way to form Spiritual Directors», in Presence 4(1998)1.37-
42.
possibile11 anche un lavoro a tre: in questo caso il terzo soggetto diventa l'os servatore
esterno.
- Successivamente ogni principiante registra un dialogo di aiuto con una persona
da lui diretta e lo ripropone per iscritto al supervisore o al gruppo di allenamento. Egli
sarà guidato, prima di tutto, da un supervisore personale, con lo scopo di rivedere e
potenziare il suo rapporto con Dio e con i credenti che a lui ricorrono. I raduni di
supervisione si compiono una volta al mese e sono incentrati sul dialogo scritto. Questa
supervisione individuale viene completata dalla revisione tra uguali: i candidati stessi
discutono sugli incontri registrati e sui loro problemi e difficoltà. 12
- Nel corso di ogni incontro è previsto espressamente un tempo congruo di silenzio
e di preghiera condivisa, preparata da uno dei partecipanti. Ciascuno sceglie un gruppo
di lavoro in base all'argomento che vuole affrontare. Ogni gior nata si conclude poi con
il libero scambio delle esperienze. Nell'incontro conclu sivo del corso i candidati
riferiscono sul risultato della loro esperienza mediante un elaborato scritto.
Fino a quando si è principianti? Più che di tempo, è questione di preparazio ne: la
persona rimane principiante finché viene giudicata capace di agire autonomamente,
senza bisogno di una costante supervisione individuale. Quando sarà capace di
discernere il movimento interiore che lo Spirito sta suscitando negli aiutati e di
scoprire i punti focali della sua azione, potrà essere considerata ormai pronta per
passare alla fase successiva.

6. LA FORMAZIONE PERMANENTE
Dal momento in cui il nuovo accompagnatore comincerà a operare libera mente,
sentirà ancora, dato il complesso ministero che deve compiere, l'oppor tunità di una
formazione continua e di una supervisione individuale permanente. Nella misura in cui
egli diventerà più sicuro nel suo ministero, potrà diminuire la frequenza e la funzione
di entrambe.
Alla supervisione da parte di un direttore spirituale esperto potrà subentrare la
supervisione tra uguali, cioè tra altri direttori della regione, che avrà come fina lità il
perfezionamento del metodo da usare nell'esercizio del proprio ministero e l'illuminare
le difficoltà che si trovano, specialmente nei casi difficili di transfert e nelle notti
oscure. Una rivista professionale e un convegno nazionale annuale di una settimana
saranno utili strumenti di aggiornamento sulle novità 13e sui mag giori problemi comuni
da affrontare riguardo a questo particolare apostolato.
In ogni modo, il diventare direttore spirituale è un impegno costante: un compito
che si estende a tutto l'arco esistenziale. L'esperienza personale mette il

11
Cf. M. HALPIN, Imagine That. Using Fantasv in Spiritual Direction, C. Brown Co., Little 1982, 82-86.
12
Cf. E. KENNEDY - S.C. CHARLES, Oh Becoming a Counselor. A Basic Guide for Nonprofessional Counselors and
Other13Helpers, Crossroad, New York 2001,386-400.
Cf. GOYA, «La formazione delle nuove guide», 4-46.
soggetto davanti a un Dio senza fine, che lo incita a una crescita sempre più ele vata,
nella conoscenza tanto della grandezza divina quanto della povertà della propria realtà
creaturale. Il suo incontro intimo con i diretti, che cercano arden temente una relazione
più intima con Dio, stimolerà la sua preghiera, approfondirà la sua riflessione, gli darà
uno sguardo nuovo su ciò che stanno vivendo coloro che a lui si rivolgono e lo
spingerà ad approfondire di continuo un'avventura che non ha il suo termine in questo
mondo.
La supervisione, a sua volta, lo aiuterà a diventare sempre più competente e
confidente nella sua missione e a compiere il suo ministero alla presenza divina e sotto
l'azione dello Spirito Santo. Infatti, anche se l'orientamento spirituale presuppone varie
abilità naturali, queste non bastano a fare di lui un buon direttore. Il segreto della sua
riuscita si trova in una fede viva e in una speranza fer ma, capaci di mettere bene a
fuoco questo aspetto centrale della supervisione.

CONCLUSIONE
Tentando una valutazione sintetica della situazione, mi pare di poter conclu dere
che continua ancora nel nostro tempo l'evidente accelerazione che si è regi strata
nell'esperienza di accompagnamento spirituale.
Non è possibile dunque accontentarsi di rispolverare semplicemente certe pratiche
tradizionali: troppe cose sono cambiate e vanno ripensate. Ci sono tan ti elementi nuovi
e stimolanti, tanti progetti significativi, dunque tanto da fare, affinché la chiamata alla
santità trovi i sussidi necessari per essere presa sul serio e attuata da una buona parte
dei credenti.
Tracce per la personalizzazione

1. Avverti la responsabilità di quello che fai o basta la tua buona fede? Agisci con scienza e
discrezione? Possiedi una solida preparazione intellettuale?
2. Conosci adeguatamente:
- la presenza delle Tre Persone divine e il rapporto intimo da costruire con loro?
- il senso della Grazia santificante? Il processo graduale che il Signore segue nei fratelli?
- la potenza e l'azione dello Spirito Santo nel cuore dei credenti?
3. Capisci adeguatamente le manifestazioni e le difficoltà tipiche di ogni tappa, i pericoli
comuni da evitare e l'evoluzione lenta nel cammino della purificazione?
4. Intuisci la grandezza delle opere del Signore e la varietà delle sue vie? Comprendi i bisogni
del diretto?
5. Sai discernere qual è il progetto di Dio? Conosci i mezzi più adeguati per realizzarlo? A
volte, ritieni necessario ricorrere all'aiuto di una persona specializzata?
6. Credi nella vocazione universale alla santità? Stimoli la fede nella vocazione alla santità,
vissuta nel quotidiano?
Appendice I
ESERCIZIO DI AUTO-CONOSCENZA: «IO SONO?»

- Fai un elenco di tutte le tue qualità.


- Fra queste, scegli le qualità che ti distinguono.
- Scegli: 1) le 5 che hai in maggior grado;
2) le 5 che preferiresti avere se potessi scegliere;
3) le 5 che più appaiono agli altri;
4) le 5 migliori qualità che hai come professionale;
5) le 5 migliori come membro di un gruppo-comunità;
6) le 5 migliori della tua vita di relazioni sociali libere.
Questa è la lista base delle qualità della persona umana, ti può servire come orienta mento e come
dialogo:
adattabile, affettuoso, affidabile, allegro, ambizioso, ansioso, antipatico, apatico, aperto, attento, attivo,
autoritario, bisognoso d'appoggio, brontolone, calmo, caparbio, comprensivo, comunicativo, coraggioso,
creativo, curioso, depresso, diffidente, dinamico, diplomatico, discreto, disperato, disponibile, energico,
entusiasta, equilibrato, esigente, felice, fiducioso, fiero, flessibile, fortunato, furibondo, impaziente,
impulsivo, incoerente, indipendente, ingegnoso, inibito, innovativo, insicuro, intraprendente, irrequieto,
irritabile, laborioso, leale, loquace, meticoloso, non amato, nostalgico, oppresso, ostile, ottimista, paziente,
perseverante, pessimista, pigro, pratico, prepotente, protettivo, responsabile, riflessivo, riservato, risolu to,
sensibile, sereno, sicuro, simpatico, soddisfatto, socievole, spensierato, spregiudicato, superbo, taciturno,
teso, timido, tranquillo, triste, ubbidiente, vuoto.
Alla fine dell'incontro si fa scrivere al guidato qual è la figura che è venuta fuori, con le sue
qualità dominanti e con quelle meno sviluppate.
Il lavoro può proseguire evidenziando anche quelle caratteristiche che si vorrebbero sviluppare o
attenuare, esaminando insieme che cosa sarebbe necessario per tradurre in pratica il desiderio.
Questo esercizio può essere fatto sull'elenco di aggettivi, per ognuno dei quali si chie de al
guidato di specificare in che misura riconosce ogni singolo aspetto in sé (nulla, poco, abbastanza,
molto).
Appendice II
IL PROFILO DELLA MIA PERSONALITÀ

Niente: 0 Poco: 3 Normale: 5 Abbastanza: 7 Molto: 9 Io Altri


1. Varietà di interessi
- Prescindo dai gusti immediati
2. Mi conosco
- Mi accetto
- Ho stima di me stesso
- Ho fede nelle mie qualità
- Accetto i miei limiti e difetti
3. Stabilità emozionale
- Ho autocontrollo
- Tollero la frustrazione
- Esprimo le mie convinzioni
- Ho capacità di decisione___________________________
4. Ho rapporti cordiali con gli altri?

- Ascolto gli altri


- Accetto gli altri__________________________________
- Ho fede nella comunità___________________________________________________________________________
- Sono servizievole________________________________________________________________________ ___
- Sono autoritario ________________________________________________________________
5. Giudizio oggettivo sul mondo_______________________

- Sono responsabile______________________________________________________________________________
- Ho autonomia di idee
- Ho capacità di lavoro
6. È chiaro il mio ideale?
- Ho contraddizioni con esso_______________________________________________________________________
- Ho progetti a lunga scadenza______________________________________________________________________
- Ho un alto livello d'aspirazione ___________________________________________________________,________
Si può chiedere ad altri di dare la loro opinione; il loro voto si mette accanto a quello dell'Io e si fa
il confronto. Si osserva in quali settori i voti sono più elevati e in quali più bassi e se coincidono
con quelli degli altri.
Capitolo secondo
LA GUIDA E L'INCONTRO DI AIUTO

La psicoterapia, dopo gli insegnamenti e indirizzi nuovi offerti specialmente da


Cari Rogers, ha concentrato la sua attenzione sulla persona stessa, anziché sul
problema, come avveniva precedentemente. 1 L'obiettivo dell'intero ciclo di sedute
psicologiche non è più il superamento di un conflitto o del sintomo del malessere, ma
una maggior maturità, indipendenza e integrazione del soggetto.
Si tratta di creare un ambiente protetto, in cui la qualità della comunicazio ne che
s'instaura tra direttore e diretto sia considerata più importante che le tec niche e i
metodi usati. Si vuole costruire una situazione dove vi sia un clima di fiducia, di
accettazione, di non giudizio e di reciproco rispetto.
L'ascolto viene considerato come una «tecnica» essenziale, in cui un indi spensabile
contributo è dato dalla relazione terapeutica centrata sulla persona. Il direttore è
totalmente a disposizione del diretto, con tutto se stesso, senza interrompere, senza
intervenire con commenti o con giudizi. Egli si offre all'altro in un'attenzione
esclusiva e con la testimonianza della propria esperienza.
L'inizio dell'incontro, il benvenuto nello studio del direttore, il primo quarto d'ora
di colloquio, diventano momenti molto decisivi, in cui due persone si scam biano
svariati messaggi, molti più numerosi e importanti di quanto occhio e orec chio
possano percepire. In fondo, entrambi si stanno chiedendo: «Possiamo lavo rare
insieme?».
Bisogna allora centrare la nostra attenzione, prima di tutto, sulla personalità
dell'accompagnatore.

1. UNA GUIDA CHE CONOSCE SE STESSA


Il direttore spirituale, innanzitutto, deve aver compiuto un profondo lavoro su di sé.
Come la guida alpina, prima di poter guidare altri soggetti verso la cima della
montagna, deve aver percorso già molti sentieri, così da avere una certa dimestichezza
con le vie migliori e con gli ostacoli e le difficoltà che vi si trovano, a maggior
ragione l'esplorazione del mondo interiore richiede lo stesso tipo

1
Cf. C. ROGERS, La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze 1971; C. ROGERS - G.M. KIN- OET,
Psicoterapia e relazioni umane, Boringhieri, Torino 1970.
di allenamento, in modo che la guida spirituale, nel tortuoso viaggio che il diret to
compie verso la conoscenza di sé, sia, a sua volta, esperta nella propria auto -
conoscenza, il cui processo, iniziato già da tempo, ancora prosegue.
Il direttore, prima di tutto, è un individuo attento ai problemi umani, proprio perché
è stato ed è sensibile alla complessità della propria interiorità. Non è necessario che
abbia risolto tutti i suoi problemi, ma è fondamentale che conosca bene le proprie aree
di vulnerabilità, per non mescolare ruolo professionale e questioni personali, per
mettere queste ultime da parte durante la seduta e anche per sapere quali casi,
situazioni o problemi non conviene trattare, almeno per il momento, poiché toccano
ferite non ancora del tutto rimarginate. Generalmen te, chi ha sofferto nella propria
carne può diventare un buon accompagnatore perché sa sviluppare e manifestare
sincera empatia nei confronti degli altri.
Questo percorso di crescita personale del consigliere non cessa in un deter minato
momento dell'esercizio della professione. Ogni singolo caso, ogni nuova situazione,
diventa un'occasione per conoscersi meglio. Ed è proprio in questa autentica
disponibilità a mettersi in gioco, da entrambe le parti,2 che nasce il cli ma adatto al
counselling, in cui quello che conta è l'incontro umano.

2. SINTESI DELLA RELAZIONE DI AIUTO: IL «GUARITORE FERITO»


La relazione di aiuto può essere rappresentata con varie immagini. H.J.M.
Nouwen, descrivendo il ministero nella società attuale, nel3 titolo di un suo libro ha
ripreso quella classica e affascinante del «guaritore ferito».
Altri autori preferiscono parlare del «peccatore amato da Dio», che ha fatto
esperienza forte di tale mistero e ha pure conosciuto la lotta dell'incontro con Gesù, il
Signore:
«Un direttore che disponesse soltanto di un'esperienza confortante della salvezza avrebbe
difficoltà a capire e aiutare chi fa l'esperienza di quei sottili movimenti del lo spirito che hanno
luogo quando la relazione comincia a orientarsi verso un'identificazione più profonda con Gesù e
la sua missione». 4
È necessario che le guide spirituali abbiano fatto esse stesse l'esperienza del le
difficoltà e delle prove e che continuino ancora il combattimento ascetico che
presuppone lo sviluppo e l'approfondimento della loro relazione con il Signore. In tal
modo diventeranno tolleranti nei confronti di esperienze penose sia proprie che altrui.
Consapevoli delle proprie ferite, non si meraviglieranno delle emozioni forti, dei
sentimenti profondi, delle esperienze misteriose che potranno ascoltare e
accoglieranno con serenità i vari momenti di solitudine, angoscia, paura, insicu rezza,
separazione e lutto.

2
Cf. B. GOYA, Luce e guida nel cammino. Manuale di direzione spirituale, EDB, Bologna 2004, 21-123.
3
Cf. H.J.M. NOUWEN, Il guaritore ferito. Il ministero nella società contemporanea, Queriniana, Brescia 1978.
4
W.A. BARRY - W.J. CONNOLLY, La pratica della direzione spirituale, O.R., Milano 1990.157-158.
Esse matureranno atteggiamenti di accoglienza, comprensione e comunione. La
loro conoscenza esperienziale diventerà motivo di speranza per gli altri e vi
coglieranno pure un'occasione per liberarsi dai propri legami distruttivi. Se non
avessero questa consapevolezza delle proprie ferite, potrebbero correre il rischio di
tentare di incoraggiare gli altri, mostrando loro le sofferenze del proprio pas sato, cosa
che, a lungo andare, potrà far sentire agli altri che c'è poca speranza di guarigione.

3. L'ACCOGLIENZA
È stato detto: «Studiate, ma quando siete davanti al cliente dimenticate tut to». La
cosa più rilevante durante la seduta è quella di centrarsi su di lui e cerca re di
comprenderlo empaticamente. In tal modo si crea un ambiente facilitante, in cui può
avvenire un incontro tra due mondi: quello del direttore, che prepara l'a nimo, e quella
del diretto, che si pone in uno spirito di apertura nei suoi confron ti. A tale livello di
comunicazione intervengono vari fattori come il linguaggio non verbale: senza dire
neppure una parola si può capire chiaramente il livello di comunicazione che si
stabilisce e in che misura l'altro lo accetta e vi aderisce. 5
Come divenire accoglienti? Le cose da fare a tale scopo possono essere mol teplici,
per esempio: superare l'egocentrismo, abbattere i pregiudizi, mettere tra parentesi le
proprie abitudini ecc.
Due piste, fra tutte, pare siano da privilegiare in questo senso. Innanzitutto,
liberarsi dalla preoccupazione di dare-offrire qualcosa. Solo chi è disposto a ricevere,
a guardare l'altro come portatore di un dono, diventerà veramente acco gliente. Allora
si libererà da tante preoccupazioni nevrotiche e difensive e diverrà capace di vera
accoglienza e di scambio reciproco. Chi ha tutto, sa tutto, ha in mano tutte le risposte
ai problemi esistenziali... non potrà essere accogliente: un recipiente pieno non può
più ricevere; solo se è vuoto, può accogliere ancora! È una dinamica profondamente
umana. L'assistente non può ridursi al dare, deve anche essere capace di 6ricevere;
d'altronde il termine capacità ha già in sé il significato di attitudine a ricevere.

4. L'ASCOLTO
C'è un immenso bisogno di ascolto, ma si sa che l'ascolto, a volte, non è faci le né
breve e che per ascoltare si impiega forse più tempo che per parlare. In ogni modo,
per poter comunicare, occorre che qualcuno sia disposto ad ascoltare. E qui che si
entra nel merito di tale aspetto della relazione di aiuto: ascoltare è una forma efficace
di aiutare gli altri e certamente ben gradita. G. Colombero parla

5
Cf. B. GIORDANI, II colloquio psicologico nella direzione spirituale, Rogate, Roma 1992; A. GODIN, La
relazione umana nel dialogo pastorale, Boria, Torino 1964.
6
Cf. A. BRUSCO - S. MARINELLI, Iniziazione al dialogo e alla relazione di aiuto, Il Segno, Cariano (VE) 1994,40-
44.
di «regalare ascolto» e sostiene che esso «commisura bene la disponibilità al ser vizio e
il beneficio dell'incontro». 7
Ma, in particolare, cosa significa ascoltare? Ecco alcune considerazioni.
- L'ascolto non va confuso con il sentire, in cui basta una tenue attività di
coscienza. Per l'ascolto è necessaria un'attività interiore di decifrazione dei
contenuti e dei significati delle parole: esige un'intensa attività interiore.
- Per ascoltare è necessario far tacere se stessi, le proprie idee, il proprio modo di
ragionare e di vedere le cose. Bisogna pure sospendere ogni giudizio sulla
persona dell'interlocutore e su quanto egli comunica, evitando di lasciarsi
trascinare da pregiudizi e stereotipi. Qualche autore parla del fenomeno del
terzo orecchio (ascolto di se stessi) che deve rimanere chiuso. Esiste, infatti, il
rischio concreto di perdere il filo del discorso altrui.
- Ascoltare significa, inoltre, riconoscere l'altro, cioè la legittimità e l'importanza
di ciò che sperimenta e comunica. Non ascoltare - o ignorare - è negare l'altro,
comunicargli praticamente che non è importante.
- L'ascolto si realizza con tutta la persona, con tutte le facoltà e, inoltre, con
l'atteggiamento, la mimica del volto, la postura. Un filone della psicologia, tra i
più interessanti, sostiene che ogni atteggiamento è comunicazione: qualcosa,
quindi, si comunica sempre, anche quando si sta zitti. Questo significa pure che
si deve attendere prima di rispondere: alcuni secondi di pausa permettono di
chiarire la risposta.
- L'ascolto è particolarmente interessato alle emozioni e ai sentimenti comunicati o
anche solamente fatti intuire. Il sentimento, in qualche modo espresso, è sempre
un segno della relazione esistente tra chi parla e l'oggetto del suo discorso;
proprio per questo suo essere segno, il sentimento è una fonte importantissima
di informazioni per capire l'interlocutore e il suo mondo interiore. Il fare
attenzione alle emozioni dell'interlocutore deve divenire, pian piano, uno stile di
comunicazione e di rapporto. 8
L'ascolto è, quindi, attivo. Ciò significa che bisogna prestare attenzione a tutti i
segnali emessi da una persona, non solamente i suoni, ma abilitare anche la vista per
cogliere i segnali non verbali che provengono dagli atteggiamenti corporali, dalla
mimica facciale, dal movimento degli occhi, dallo sguardo, dalla stretta di mano, dal
contatto corporeo, dalla gestualità, dal tono di voce, dalla sua inflessio ne, dal suo
ritmo e cadenza, dalla posizione, dalla vicinanza, dalla lontananza.
In realtà si dovrebbe parlare di attenzione attiva perché si tratta di dedicare il più
dettagliato e speciale interesse possibile all'altra persona, utilizzando tutti i sensi.
Scopo di questo ascolto attivo è prestare attenzione e cercare di com prendere i
pensieri, i sentimenti e il comportamento dell'altro.

7
Cf. G. COLOMBERO, Dalle parole al dialogo. Aspetti psicologici della comunicazione interperso nale, San Paolo,
Cinisello Balsamo (MI) 1993,97.
8
Cf. BRUSCO - MARINELLI, Iniziazione al dialogo , 44-45.
In che modo lo facciamo? Ecco alcuni segnali rilevanti di questo linguaggio:
- qualità della voce: sommessa, forte, sicura, timida, robusta, debole ecc.;
- respiro: profondo, leggero, affrettato, rilassato ecc.;
- espressione del viso: rilassata, tesa, impaurita, felice, disgustata ecc.;
- se parla o se sta in silenzio;
- la storia che racconta;
- l'uso dello spazio e la distanza che si frappone fra i due interlocutori. 9
L'osservazione dell'atteggiamento posturale, con tutti i relativi movimenti e
modifiche di posizione del corpo dell'interlocutore, arricchisce il direttore di molte
informazioni e offre una chiave di comunicazione supplementare.
Il corpo, con tutta la sua vasta gamma di atteggiamenti, posture, sguardi,
gestualità, rimane sempre l'attore principale di questo linguaggio, come ha det to R.W.
Emerson:
«Quando gli occhi dicono una cosa e la bocca un'altra, l'uomo avveduto si fida del lin guaggio
dei primi».

5. IL VALORE DEL SILENZIO


Non solo la parola, ma anche l'assenza di parola può essere densa di signifi cati e
di messaggi. I silenzi sono parte integrante di un rapporto basato soprat tutto sullo
scambio verbale. Permettono di prendere fiato, di riposarsi un momento, di ascoltarsi
dentro e di fare il punto della situazione.
Ci sono diversi tipi di silenzio:
- c'è un silenzio di attesa, in cui entrambi aspettano che sia l'altro a dire qualcosa.
Si può aspettare, o venirgli incontro, riprendere uno degli ultimi concetti espressi
per partire di lì e approfondire, fare una sintesi, oppure può essere un messaggio
non verbale di accoglienza e di accettazione, per non far pesare la situazione
all'interlocutore;
- c'è poi un silenzio di tensione, in cui l'ansia dell'uno invade anche l'altro ed
entrambi rimangono incapaci di proseguire. Per uscire da questo stallo, si può
chiedere delicatamente all'interlocutore come si sente al momento;
- c'è infine il silenzio di pienezza, in cui l'incontro avviene su un piano più
profondo, senza bisogno di parole. È un silenzio pieno di significati e di
contenuti, un silenzio prezioso da godere e da assaporare. 10

9
Ct. V. ALBISETTI, Guarire con la meditazione cristiana. Un modo nuovo di pregare, Paoline, Milano 22005, 61-
89; l'autore propone il training autogeno, «metodo di rilassamento» elaborato da Schult: ambiente, abbigliamento,
posizione, calma, esercizio della pesantezza, esercizi complementari: cuore, respiro, plesso solare, fronte.
10
Cf. B. GOYA, «Importanza psicologica dell'ascolto integrale», in Dio parla nel silenzio, Tere- sianum, Roma
1989,93-123.
6. IL METODO NON DIRETTIVO
È quello «centrato sulla persona accompagnata» e non sulle conoscenze del -
l'accompagnatore o sul problema che si vuole risolvere. Alla persona si accede solo a
partire dalla persona, dalla sua esperienza, dai suoi atteggiamenti, motivazioni,
dinamismi... Questo metodo presenta un duplice aspetto: quello di non orientare il
soggetto verso una mèta intesa dal direttore, evitando quindi di portare l'individuo a
pensare, sentire o agire secondo uno schema tracciato da altri; e quello di testi moniare
in modo concreto la fiducia del padre spirituale nelle risorse di11 energia e di
orientamento verso la realizzazione di sé, di cui ogni persona è dotata.
Nei metodi direttivi la guida svolge un ruolo appunto direttivo e autoritario; nei
metodi non direttivi essa si limita, invece, a fare da cassa di risonanza al diret to,
lasciandogli la libertà di impostare e portare avanti il colloquio.
Il metodo direttivo è formulato in modo da proporre alla persona le struttu re
psicologiche - sistemi ideologici, orientamenti affettivi, rapporti sociali, sensi bilità
religiosa e morale - ritenute dall'accompagnatore valide o necessarie. Il metodo non
direttivo, invece, è una modalità di intervento in cui il direttore si concentra sullo
sviluppo della persona, aiutandola a prendere coscienza del proprio mondo percettivo,
a riflettere sui vari aspetti della situazione esposta, a valutare il significato umano e
morale del proprio comportamento e a prendere decisioni assumendosene la
responsabilità.
La relazione di aiuto più efficace è quella detta semi-strutturata, nella quale cioè
esiste un piano (schemi, questionari, dati ecc.) per favorire la comunicazio ne, ma la si
utilizza unicamente come orientamento per l'aiuto o come punto di partenza. Questo
stile d'intervista facilita la riflessione previa e Vintrospezione in modo più cosciente. E
molto adatta a persone che hanno problemi a verbalizzare i propri sentimenti.
In ogni modo, bisogna dire che non esistono ricette prefabbricate, né due casi
uguali, poiché ogni soggetto è originale e irripetibile. La difficoltà maggiore si incontra
nel sapere come incitare la persona che consulta a prendere coscienza dei suoi
sentimenti, a conoscere i suoi problemi e i suoi limiti e ad assumerli, così da poter
intuire quali passaggi deve percorrere per migliorare nei suoi comportamenti.

7. RIFORMULAZIONE
In tale impegno diventa utile la riformulazione, che consiste in un metodo di
chiarimento nel quale si verbalizza con chiarezza ciò che il consulente è riuscito a
cogliere dalla comunicazione verbale e non verbale del cliente. Costituisce un
intervento costante per dare alla persona la sicurezza di essere ascoltata e com presa,
per stimolarla a continuare nell'esplorazione di sé, per verificare pure se il consulente
percepisce correttamente ciò che l'individuo sta dicendo. 12

11
Cf. ROGERS - KINGET, Psicoterapia e relazioni umane. 200-209; C. SCURATI, Non direttività. La Scuola, Brescia
1976.
12
Cf. R. ZAVALLONI, La terapia non-direttiva nell'educazione. Armando, Roma 1971.
«[La riformulazione] ha l'obiettivo di rimandare il messaggio al cliente; è come dirgli: "Sono
con te, ti ascolto, ti seguo, ti capisco". Come suggerisce la parola stessa, la rifor mulazione
riflette il contenuto recepito, rimanda al cliente quanto lui stesso ha detto. "Così, secondo te...",
"Tu vuoi dire che...", "In altre parole...", "A tuo avviso, perciò...", sono alcune delle formule
classiche più utilizzate. Può essere effettuata utilizzando esattamente le stesse parole
dell'interlocutore, oppure attraverso una parafrasi, una sintesi, o semplicemente un'eco di alcune
parole significative, a testimonianza dell'intensità con cui si sta seguendo il discorso». 13
E, questa, una tecnica che non va utilizzata meccanicamente, né in modo indi -
scriminato, ma che, attraverso una certa pratica, permette di consolidare il rap porto
tra due persone. Una buona riformulazione non serve solo a frantumare la sensazione
di solitudine del cliente, ma soprattutto a permettergli di ripristinare la capacità di
riflessione razionale. Esprimendo a voce alta, condividendo pensieri di solito coltivati
nell'intimità del soliloquio, gli si offre la possibilità di verifi care se quanto sta
comunicando corrisponde esattamente a quanto sta sentendo e lo educa a una
formulazione sempre più accurata del proprio sentire. Serve anche al counselor per
verificare la sua comprensione del cliente, permettendogli, in caso contrario, di
correggersi per cogliere meglio il mondo dell'altro.
Applicando questa tecnica alla direzione spirituale si possono ottenere diversi
vantaggi. Anzitutto si dimostra all'interlocutore che il padre spirituale partecipa in
modo continuo e intenso all'esperienza che gli viene esposta e che si impegna non
solo a pensare a lui, ma a pensare assieme a14lui. Inoltre la riformulazione dà al guidato
la certezza di essere compreso più a fondo.
La riformulazione può assumere varie forme: la reiterazione, la delucidazio ne e il
riflesso del sentimento.
La reiterazione rappresenta la forma più elementare della riformulazione e
riguarda il contenuto evidente della comunicazione ricevuta. Essa è general mente
breve, viene usata quando il racconto è chiaro e mira ad assicurare l'in terlocutore che
il padre spirituale sta ascoltando con attenzione e comprende senza difficoltà.
Può bastare un semplice cenno di assenso, qualche monosillabo o ripetere le
ultime parole di una frase. E la «risposta-eco», che si usa quando la persona sta
proponendo fatti oggettivi o descrive situazioni. Quando il racconto si fa più per -
sonale e ricco di circostanze, il padre spirituale riformulerà, riassumendoli bre-
vemente, i fatti salienti, usando termini incisivi e concreti. 15
In quest'ultimo caso, il direttore spirituale cerca di «tradurre» ciò che è sen tito
come essenziale dall'interlocutore. Il breve dialogo che segue può illustrare questo
tipo di reiterazione, grazie alla quale il cliente si sente capito, accolto e più libero.

13
Cf. M. RICHIELLE, «Feedback», in Nuovo Dizionario di Psicologia, Boria, Roma 2001, ad loc.
14
15
Cf. L. CASTRO, La direzione spirituale come parternità, Effatà, Cantalupa (TO) 2003,226-230.
Cf. D.F. MCFARLAND, «Feedback», in Psicologia. Dizionario Enciclopedico. Laterza, Bari 1998, 387-388.
Padre: Allora sei solo tu a non avere la bicicletta?
B. Sì, soltanto io.
P. Di' un po', non ti piace molto questa situazione, vero?
B. No. Non mi piace.
P. Lo capisco, sai, Gianni!
B. E se ne vanno a fare delle scorribande, dopo le lezioni, e si divertono... E
dopo raccontano tutto quello che hanno fatto e come si sono divertiti.
P. E ciò non è molto divertente per te.
B. No (pausa) e mi dicono: «Perché tuo padre non ti compera una bici?».
P. Ah, dicono così?
B. Sì.
P. Ehm (pausa).
B. Non potrei anch'io avere una bicicletta?

8. INTERVENTI INADEGUATI
• Imposizione, proibizione: sono espressioni che indicano autoritarismo e mettono
la persona in stato di soggezione e di dipendenza passiva.
• Esortazione: un'esortazione insistente, rafforzata da un atteggiamento
paternalistico, diventa pressione morale. Lascia poco spazio alla riflessio ne e
assimilazione personale.
• Consiglio e persuasione: con essi si danno spiegazioni sulle probabili cause
e sul significato dei sintomi denunciati dalla persona, con l'intenzione di
attirarla alle proprie idee.
• Rassicurazione: tende a rincuorare le persone timorose o a volte insicure
cercando di minimizzare certi aspetti che l'individuo sente come gravi o
minacciosi.
• Proposta di soluzioni: offre saggi consigli, soluzioni sicure ai problemi.
Tutte queste forme non danno fiducia alla persona e rischiano di favorirne la
passività e la dipendenza.

9. IL PROBLEMA DEL «TRANSFERT» E DEL «CONTRO-TRANSFERT»


Nell'esercizio del dialogo spirituale non è raro avere a che fare con situa-
zioni di transfert nelle quali i due partecipanti sono più o meno coinvolti. Nel
processo della terapia psicanalitica ci sono momenti in cui i pazienti sono soliti
trasferire sull'analista i sentimenti che hanno provato un tempo nei confronti
dei propri genitori: in questo caso si ha l'identificazione dell'analista con un'im-
magine che appartiene alla prima infanzia. Tale identificazione tende ad esten-
dersi a tutte le forme di autorità che si incrociano nel cammino familiare o pro-
fessionale.
I desideri inconsci si attualizzano nell'ambito di una determinata relazione
analitica. I prototipi infantili sono vissuti con un forte senso di attualità: è il con-
tenuto del termine transfert o trasferimento, una forma di spostamento dei desi-
deri inconsci di affetto o di aggressività, di amore o di odio, verso la persona del-
la guida che occupa legittimamente i pensieri del soggetto.
Dal punto di vista della funzione nella cura il transfert diventa, nelle mani del-
l'analista, lo strumento terapeutico più efficace e svolge un ruolo di primo piano
nella dinamica del processo di guarigione. L'analista assume la figura che il suo
paziente gli attribuisce, non per soddisfare i suoi affetti frustrati, ma per aiutarlo
a elaborarli. Si tratta sempre di una reazione poco oggettiva, in quanto il pazien-
te non si relaziona con l'analista, ma con una persona che proietta in lui.
La teoria umanistica del colloquio invita, invece, lo psicologo a seguire nel
transfert lo stesso procedimento che utilizza di fronte alle altre reazioni: si tratta
del metodo della riformulazione che aiuta il paziente a prendere consapevolez-
za, a superare le ambiguità e a pervenire ad atteggiamenti più adulti e maturi.
Anche nell'accompagnamento spirituale, dato che lo scopo è lo sviluppo del-
la relazione tra le persone dirette e il loro Signore, si tenta di illuminare il cre-
dente affinché si apra al Signore superando gli ostacoli e le ferite che trova nel
suo cammino e che possono turbare la relazione divina. L'aiutato può fissarsi sul-
l'aiutante, anziché sul suo Signore; è quindi indispensabile superare la brama di
piacergli in tutto ciò che può assorbire la sua mente e il suo cuore, anziché il com-
pimento della volontà divina.
Ciò che interessa è che la guida prenda coscienza di queste interferenze e
aiuti il guidato a fare lo stesso. La relazione che deve essere privilegiata nell'in-
contro spirituale è quella con Dio; la guarigione affettiva e la realizzazione per sonale
verranno come conseguenza dell'identificazione con il Trascendente.
Per questa chiarezza delle sue motivazioni il verificarsi delle reazioni di tran sfert
può essere meno frequente nella direzione spirituale rispetto all'analisi psi canalitica,
per il fatto che le persone dirette sono invitate a centrarsi, in primo luogo, sulle loro
relazioni con il Signore.
Perciò i direttori spirituali devono stare attenti a non rivestire la figura di padre o
di madre, che soddisfano i bisogni frustrati. Possono scoprire la presen za di reazioni di
transfert proprio per il loro carattere di manifestazioni emotive intense e inadeguate,
perciò dovranno stare in guardia e non rispondere all'in tensità dell'amore o della
collera che il diretto manifesta nei loro confronti. Essi proseguiranno il dialogo con
calma, senza fermarsi troppo su queste manifestazioni e aiutando il guidato a far
scemare collera e passione.
Tuttavia, poiché le guide spirituali sono anche esseri umani, non sono al riparo
dalle proprie manifestazioni di transfert delle ferite del passato, magari non
completamente guarite, in particolare per ciò che riguarda l'infanzia. Anch'essi sono in
cammino verso la liberazione o la guarigione piena e posso no ancora trovarsi di fronte
a conflitti emozionali non risolti o a zone d'ombra della propria personalità, bisognose
di serenità e di pace. Tutto ciò costituisce per loro un invito a sentirsi una guida che
cammina e cresce progressivamente assieme al guidato.
E il caso del contro-transfert che, originariamente, viene descritto come «l'insieme
delle reazioni 16inconsce dell'analista alla persona analizzata e, più partico larmente, al
suo transfert».
Anche qui, come nel caso del transfert, i criteri di discernimento portano a scoprire
gli indizi della manifestazione di un contro-transfert nella reazione sproporzionata,
inopportuna e mortificante dell'accompagnatore. Questi deve prestare attenzione alle
reazioni affettive nuove che va sperimentando e deve domandarsi se la crescita
teologale è stata il centro dell'incontro. L'analisi dei sogni, delle fantasticherie e delle
distrazioni, verificatisi durante la meditazione, può rivelare se qualche diretto ha
toccato troppo nell'intimo il suo direttore.
Sarà conveniente che quest'ultimo si domandi: «Questi sentimenti o deside ri sono
compatibili con il mio atteggiamento personale riguardo a Dio e riguar do alle persone
da me dirette?». Considerato che non si tratta di una tentazione a cui si possa sfuggire,
ma di un dato di fatto, egli accoglierà in pace i propri sen timenti e si sforzerà di
reagire in modo sufficientemente distaccato e oggettivo, avendo cura di gestirli
adeguatamente. Una supervisione seria e completa potrà essere di grandissimo aiuto in
casi simili per riflettere sulle motivazioni che sono presenti in ogni momento e per
maneggiarle con abilità professionale.

16
Cf. «Controtransfert», in J. LAPLANCHE - J.B. PONTALIS, Enciclopedia della psicanalisi, Laterza. Roma
1987,100.
10. STRUMENTI
Si deve trovare un giusto equilibrio tra la comprensione e gli esercizi pratici che si
possono fare. Tra questi possiamo ricordarne alcuni.
• Attenzione al «qui e ora»
Educare all'ascolto interno è una tappa importante in un percorso di direzione
spirituale e in qualunque formazione alla crescita personale. L'attenzione, di solito, è
rivolta all'esterno e, per la coscienza non allenata, il mondo interiore è solo un grande
calderone, in cui si mescolano tra loro pensieri, sensazioni ed emozioni, senza che sia
possibile distinguerli l'uno dall'altro.
In alcuni momenti può essere importante fare l'esercizio del «qui e ora»: invitare a
chiudere gli occhi (facoltativo) e a fare qualche profondo respiro per rilassarsi, poi
guidare l'esplorazione suggerendo diversi punti sui quali focalizzare, di volta in volta,
l'attenzione. Iniziare dall'esterno (suoni, rumori, odori...), per arrivare poi all'interno.
Corpo: il respiro, lo si osserva con spontaneità e lo si accompagna con gli
occhi della mente; le varie sensazioni del corpo, il suo contatto con gli abiti e
con l'aria; contatto con la temperatura corporale e con gli organi interni.
Attenzione globale a tutto l'organismo.
Stato d'animo: emozioni presenti; l'umore attuale e le sue connotazioni;
possibile peso di emozioni represse in qualche parte del corpo.
Mente: momenti di silenzio pieno e di concentrazione totale sul presen te;
pensieri. A quali oggetti si riferiscono, passati o presenti? Comporta no
tensione, ansia o delusione?
«Qui e ora»: sentire di esserci, con tutto se stessi e con tutti i sensi pron ti,
orientati verso l'interno e verso l'esterno.
• Il dialogo con le sedie
Per aiutare nella conoscenza di sé e nella propria liberazione vengono pro posti
diversi strumenti; uno di essi è costituito dal dialogo con qualche parte del proprio
essere.
Questa tecnica gestaltica mette la persona «faccia a faccia» con un interlocu tore
immaginario: qualche esperienza che si vuole comprendere meglio; un sin tomo fisico
di cui si suppone un'origine psicosomatica; un aspetto del proprio carattere; uno dei
propri ruoli; oppure anche un «nemico», con cui si intrattengono difficili rapporti
professionali. L'obiettivo è quello di far dialogare tra loro le diverse polarità del
soggetto cercando di arrivare a una maggiore comprensione e integrazione.
Due sedie vengono disposte una di fronte all'altra; si invita il guidato a seder si su
una di esse e ad immaginare di essere di fronte all'interlocutore prescelto. Dopo
qualche istante di raccoglimento per staccarsi dalla percezione ordinaria
della realtà, lo si invita a calarsi profondamente nel ruolo e a parlare con tutta
spontaneità, presentando le sue domande o osservazioni all'interlocutore. Deve
rivolgersi alla sedia vuota come se l'altro fosse lì fisicamente, dandogli quindi del
«tu» (o del «lei, se conviene) ed entrando quanto più possibile nella parte.
Quando il primo sfogo o il primo discorso si conclude, l'individuo si sposta
sull'altra sedia, si immedesima nella figura che aveva immaginato seduta lì e risponde
a tono a quanto è stato detto. Il dialogo continua per diverse riprese, sino a quando si
esaurisce spontaneamente.
Nel frattempo la guida registra con cura come si modificano, per ognuno dei due
personaggi, il tono della voce, la postura, la comunicazione non verbale. Interviene
soltanto, e con estrema delicatezza, nei momenti di stallo, per sugge rire di verificare
se si vuole dire o rispondere ancora qualcosa.
A conclusione avvenuta, il soggetto viene invitato a spostarsi su una terza sedia,
perpendicolare alle due precedenti: questa è un'aggiunta introdotta dalla psicosintesi,
che lavora molto con il dialogo tra quelle che chiama le «subpersonalità».
Da questo terzo posto la persona contatta l'osservatore interno, quello che può aver
assistito in modo obiettivo e imparziale al dialogo, e commenta, come se facesse una
telecronaca, quanto è avvenuto: con quali modalità e su quali toni è avvenuto lo
scambio; se c'è stato incontro e dialogo; se qualcosa è cambiato nelle posizioni dei due
interlocutori. E il momento in cui il soggetto può diventare consapevole di come
alcune sue modalità di comunicazione possono indurre nell'altro reazioni
corrispondenti, ma è anche un'occasione per far emergere molte informazioni prima
insospettate.
Se viene utilizzato per chiarire relazioni problematiche con persone reali, questo
lavoro permette di mettere in luce le proiezioni in atto, giacché, di fatto, è sempre la
stessa persona che è seduta sulla seconda sedia, e di ritirarle prima di interagire con
lei, riuscendo così a vederla per quello che essa è realmente.
Il dialogo con le sedie è una sorta di drammatizzazione, che può essere ampliata
fino a diventare uno psicodramma qualora sorgesse la necessità di fare rivivere episodi
del passato. Ogni azione simbolica di questo tipo, come anche il semplice dialogo, ha
un effetto suggestivo molto forte che ottiene quasi gli stessi risultati di un evento reale.
Diverse componenti del mondo interiore, che magari si ignorano oppure sono state
ostacolate per anni, potranno aver bisogno di vari dialoghi di questo tipo prima di
ritrovare un linguaggio comune.
• Tecnica delle affermazioni
Parola e pensiero possono condizionare fortemente l'individuo. L'opinione che uno
ha di sé diventa, di fatto, il motore con il quale ci si muove nel mondo. E se, alla base,
c'è un pensiero autosvalutativo e limitante, il risultato sarà sem pre al di sotto delle
reali possibilità del soggetto, qualsiasi cosa egli faccia per migliorarle.
Potenti convinzioni negative, nate magari da frasi sentite più volte nell'in fanzia, si
possono riassumere in pensieri del tipo: «Non sono capace di fare qual cosa di buono»,
«Non valgo niente», oppure: «Devo sempre essere gentile e accondiscendente per
poter essere amato e accettato». Parallelamente alla dire
zione spirituale, che di per sé deve promuovere la stima di sé nei figli di Dio, può
essere proposta un'altra tecnica che si basa sulle teorie cognitiviste e che mira a fare
un'opera di ricondizionamento, utilizzando affermazioni volte a installare nel
subconscio, l'area in cui agisce la suggestione, un pensiero motore più utile ed efficace.
Invertire la carica non è sufficiente: se si vogliono risultati, bisogna potenzia re la
dose, «esagerare», interiorizzando messaggi altamente motivanti e qualificanti, in
alternativa ai precedenti: «Porto avanti con successo ogni mia iniziati va», «Sono un
dono per me stesso e per gli altri», «Ricevo amore in abbondanza ovunque io vada»,
«Sono amato e apprezzato per quello che sono». Naturalmente non si tratta di rimedi
standard, che vanno bene in tutte le circostanze, ma ogni affermazione va costruita ad
hoc per ogni persona, cercando insieme quella giusta, quella che fa sobbalzare
dicendo: «No, questo è troppo!» e che è l'affermazione giusta.
La «posologia» prosegue prescrivendo un lavoro di 21 giorni, durante i qua li
queste affermazioni vanno scritte 30 volte in tutto, ogni giorno, declinandole nella
prima, seconda e terza persona, in modo da dare voce a tutte le possibili fonti
dell'auto-immagine, opinioni su di sé espresse da altri, direttamente o rivol te a una
terza persona: «Io, Pierino, sono amato e apprezzato», «Tu, Pierino, sei amato e
apprezzato», «Pierino è amato e apprezzato», ecc.
Per questo esercizio occorrono due fogli: su uno si scrivono le affermazioni,
sull'altro andranno invece annotati eventuali pensieri negativi relativi all'eserci zio o
all'idea che si ha di sé, lasciando «spurgare». Il termine di 21 giorni è stato
individuato, sperimentalmente, come lasso di tempo ottimale durante il quale il
cervello apprende qualcosa e lo interiorizza stabilmente.
Esercizio pratico 1
VERIFICA LA TUA CAPACITÀ DI ASCOLTO

Metti tra parentesi la tua qualificazione:


quasi sempre = 2
di solito =4
qualche volta = 6
di rado =8
quasi mai =10
1) Giudico le cose che secondo il diretto sono poco interessanti. ( )
2) Critico lo stile e i gesti di chi mi parla. ( )
3) Mi eccito troppo per quello che mi viene detto e che non approvo. ( )
4) Fingo di prestare attenzione. ( )
5) Mi lascio facilmente distrarre. ( )
6) Il mio è un ascolto selettivo. ( )
7) Mi lascio turbare facilmente di fronte a cose descritte
con una forte carica emotiva. ( )
8) Non sopporto le pause di silenzio. ( )
9) Faccio ricorso a frasi fatte, ripetitive. ( )
10) Non lascio spazio all'aiutato per esprimersi fino in fondo,
parlo sempre io. ()
Punteggio totale: _______%

Esercizio pratico 2
VERIFICA DELL'EFFICACIA DELLA RELAZIONE DI AIUTO

L'accompagnato è stato effettivamente aiutato quando:


- è riuscito a comunicare i propri sentimenti e vissuti:
- è giunto a una comprensione più precisa dei suoi meccanismi interni;
- sa analizzare con maggiore realismo il proprio comportamento;
- rivolge un'attenzione più precisa ai propri bisogni, valori, motivazioni;
- riesce a valutare le proprie risorse e i propri limiti con maggior realismo;
- accetta la realtà esterna;
- gode di maggiore autonomia personale;
- si comporta in modo più autentico;
- si relaziona in modo adeguato;
- sa gestire in modo più creativo i conflitti;
- integra il proprio passato e sa programmare il proprio futuro senza particolari preoccupazioni;
- riesce a godere delle gioie della vita;
- ha imparato ad affrontare i propri problemi e sofferenze senza dover sempre chie dere aiuto
all'esterno.
Un'efficace relazione di aiuto dovrebbe portare a un'inutilità della medesima: non c'è più
bisogno di aiuto perché il diretto ha imparato le strategie e cresce in modo sereno. 17

Esercizio pratico 3
ASCOLTO COMPRENSIVO

È importante percepire i significati vissuti dall'altro. Concretamente ciò vuol dire:


- accettare di lasciar parlare (dunque saper tacere);
- stimolare, se necessario («Puoi dire qualcosa di più»);
- rilanciare abbandonando il livello della generalizzazione per quello della persona-
lizzazione, della testimonianza vissuta (dove, quando, come, chi?);
- amplificare (ridondanza, riformulazione) e collegare (avvicinamento dei diversi
elementi di discontinuità);
- essere sensibili ai sentimenti e alle emozioni riattivati in sé da questo ascolto;
- chiarire e ri-analizzare (a che punto sono con il mio interlocutore?).

Le condizioni dell'ascolto comprensivo sono dunque le seguenti:


1) La capacità di un direttore di relativizzare o di tener conto di tutti i significati provenienti
dalla propria persona, in modo da comprenderli pienamente, così come l'intervistato li vive
in riferimento al proprio sistema esistenziale.
2) La vigilanza sugli elementi parassitari costituiti dalle proiezioni, dalle induzioni, dalle
diverse ripercussioni, che variano in funzione del grado di formazione per sonale di chi
conduce il colloquio.

17
Cf. A. BRUSCO, La relazione pastorale d'aiuto, Camilliane, Torino 1993,177.
Capitolo terzo
LE FUNZIONI DELL'INCONTRO DI AIUTO

Chi conosce se stesso conosce ogni cosa.


Il nevrotico è colui che credendo di guidare il suo cavallo, va dove vuole il cavallo.
E evidente l'importanza della conoscenza di noi stessi: ciò che conosciamo
possiamo dominarlo; ciò che ignoriamo ci domina dall'interno. Da ciò possiamo
estrapolare l'importanza del conoscersi per la riuscita di una vita umana e cri stiana
sottomessa alla volontà del soggetto, che è lo scopo di una buona direzione spirituale.
Maestri spirituali di tutti i tempi e di tutte le scuole di spiritualità hanno sot -
tolineato l'importanza di risvegliare la capacità di conoscere integralmente se stessi e
di discernere adeguatamente ogni più piccolo moto della propria inte riorità. La
conoscenza di sé è uno strumento di lavoro efficace, suggerito da tut ti i padri
spirituali, per progredire nelle vie dello spirito e promuovere la coscien za della
propria ricchezza interiore suscitando la lode e la glorificazione del Signore. «Datemi
un punto di appoggio e, con una leva, alzerò il mondo».
Nel focalizzare l'attenzione sul proprio mondo interiore, fissiamo la nostra mente
sull'opera di Dio in noi, sulla nostra dignità umana e cristiana, «sulle ope re grandi»
che il Signore ha compiuto nella nostra esistenza. Si evita, in tal modo, una
preoccupazione ossessiva nell'analizzare le proprie opere, le proprie azioni,
orientando lo sguardo verso colui che è Creatore e Pienezza di tutto.
Una volta entrati nel proprio castello interiore e riconosciuti i messaggi, sia consci
che inconsci, che da esso provengono, si è in condizione di iniziare un lavoro di
liberazione e integrazione per sviluppare i doni e i talenti ricevuti da Dio. In tal modo
si entra in un momento fondamentale del processo di crescita interiore, accompagnato
poi dall'ascolto e dall'illuminazione della guida spirituale, si progredisce in un lavoro
di conoscenza e di accettazione piena di se stessi e si esplorano gli atteggiamenti del
diretto davanti a se stesso e agli altri.
Quando si conoscono e si gestiscono le proprie realtà positive e le proprie
fragilità, si è in grado di regolare il proprio mondo interiore. Nella misura in cui si
prende coscienza dei propri desideri e dei propri impulsi, si perfeziona nel cammino
della libertà interiore e dell'unificazione della vita.
La guida dovrà, innanzitutto, curare il progresso dell'aiutato nella sua cono scenza.
Sarà possibile, in tempi successivi, condurlo a svelare e ad assumere la parte di
responsabilità che egli può avere nella sua situazione attuale per stimo larlo, poi, a
elaborare un nuovo progetto di vita più concorde ai nuovi valori che sta scoprendo e
accompagnarlo nell'impegno assiduo del loro raggiungimento.

1. FACILITARE LAUTO-CONOSCENZA DEL DIRETTO


Una delle funzioni essenziali dell'accompagnatore iniziale è quella di facili tare nel
diretto questo processo di integrale conoscenza interiore, sia nella sua storia passata
sia nella sua realtà attuale. La soddisfacente comprensione del proprio passato è la
radice e la fonte di un'autentica liberazione e, in tanti aspetti, illumina il momento
presente.
La fase iniziale dell'intervento incomincia con l'agevolare un movimento di discesa
e d'interiorizzazione dell'accompagnato che favorisca l'esplorazione del suo mondo
interiore. Egli deve conoscersi pienamente nella sua storia passata e nella sua realtà
attuale. La comprensione soddisfacente del1 passato è la radice e la fonte della
liberazione che illumina il momento presente.
Sostenere il diretto nello studio minuzioso di sé, attraverso l'auto-osserva- zione,
è, invece, il punto di partenza della funzione della guida. Lo scopo di que sta tappa è,
infatti, quello di accompagnarlo nel prendere coscienza della sua situazione, delle sue
esperienze e dei problemi personali vissuti, in modo che possa rispondere alle
domande: «Chi sono io? Quali condizionamenti personali, sociali, culturali hanno
segnato i periodi precedenti della mia esistenza? Dove mi trovo nel mio cammino
verso Dio?».
L'intervento dell'accompagnatore, nella linea della più recente metodologia offerta
dalle scienze psicopedagogiche, invece di essere di rigida non direttività, possiede una
notevole incidenza sull'interlocutore, il quale viene stimolato alla2 comprensione di sé e
all'assunzione delle iniziative creatrici per lo sviluppo personale.
Il padre spirituale, per illuminare il credente a lui affidato nella riflessione
continua su se stesso, si lascia condurre avanti dalle situazioni, dalle aspirazioni e
dalle difficoltà che appaiono di volta in volta. Il giovane è in continuo diveni re; nuove
esperienze determinano disposizioni e orientamenti nuovi nella sua esistenza, la quale
è una continua rivelazione dell'indole personale e delle possibilità che gli vengono
offerte dal di fuori. Per questa ragione, la comprensione del guidato non è mai definita
né perfetta e, perciò, l'osservazione del direttore si prolunga durante tutta la sua
missione. Nelle persone aiutate rimane sempre una zona di mistero, che3 Dio solo
conosce e che rivela più o meno nella misura che le circostanze sollecitano.

1
Cf. L. Rico, Inconscio e personalità... Dopo Freud, Il Fuoco, Roma 1982,70-75.
2
3
Cf. B. GIORDANI, Psicoterapia umanistica. Da Rogers a Carkhuff, Cittadella, Assisi 1988,207-210.
Cf. J. ROWAN, Scoprite le vostre personalità. Il nostro mondo interno e te persone che lo abitano. Astrolabio,
Roma 1995,35-47.
La volontà del Signore, di consueto, non si manifesta tutta in una volta, ma per
gradi successivi e attraverso le diverse circostanze e problematiche dell'esi stenza.
Perciò il padre spirituale non può prevedere, fin dall'inizio, tutto quello che Dio
chiederà al fedele durante l'intero corso4 della sua esistenza, ma può individuare ciò
che vuole da lui nel momento presente.
Quando, con questi e altri sussidi, gli accompagnati avranno acquistato la capacità
di esplorare liberamente se stessi, di dare nome ai loro sentimenti, pulsioni e reazioni,
e di chiarire il contenuto e il significato delle loro esperienze, essi saranno ormai
pronti per lavorare sull'obiettivo successivo, che è quello di accet tare la responsabilità
che hanno avuto, in tutto o in parte, negli eventi vissuti e nei condizionamenti
accumulati.

2. ACCOMPAGNAMENTO NELLA CONSAPEVOLEZZA DELLA


STORA PERSONALE
Ognuno ha una sua storia e questa storia è profondamente radicata nell'esistenza
personale. Questo passato illumina la guida sulla visione che egli ha delle relazioni
dei diretti con se stessi, con Dio e con il prossimo. Il rapporto avuto, ad esempio, con
i genitori e l'aver instaurato con loro una «fiducia di base»; sono cose essenziali per
una crescita graduale dell'accettazione di sé e dell'altro, per credere nelle proprie
capacità e possibilità e per metterle a frutto. 5
Per questo, la riconciliazione con se stessi e con gli eventi della propria storia è
molto importante per un approccio personale sereno, in cui sia possibile sco prire e
realizzare i propri valori e la propria vocazione e missione nel mondo.
Nel momento in cui mancasse una conoscenza approfondita di sé, il sogget to
facilmente sarebbe incline a cercare, in modo ossessivo, l'affetto degli altri e a
impostare i rapporti quasi esclusivamente come ricerca di amore egocentrico. KWo
stesso modo, le situazioni non accettate e, quindi, non integrate, come per esempio
sensi d'inferiorità, rabbie represse, incomprensione degli altri, tendono a riportare
l'individuo, e quasi a fissarlo, in quegli avvenimenti, ostacolando e condizionando il
procedere del suo cammino e della sua maturazione personale, poiché imprigionato in
quel vissuto. Il soggetto percepirà con sfiducia quanto gli è accaduto e avvertirà,
quindi, le proprie fragilità come bloccanti, divenendo restio ad affidarsi alla guida
spirituale.
In tale percorso si potrà anche presentare la percezione di sé come incapace ma,
nello stesso tempo, si potrà procedere in una visione realistica di sé, che com prende
non solo i lati fragili, ma anche i punti di forza da valorizzare. La cono scenza e
l'accettazione piena di se stessi inducono, invece, a prendere le distan ze da tali vissuti
non rimuovendoli, ma prendendoli fra le mani e affrontandoli direttamente.

4
Cf. G.G. MASSA, Conoscere se stessi. Guida all'autocomprensione, Paoline, Milano 1990,39-41.
5
Cf. B. GOYA, Psicologia e vita spirituale. Sinfonia a due mani, EDB, Bologna 2001,100-103.
Le cicatrici di ferite lontane e recenti, manifestate nel corso dell'accompa -
gnamento, condurranno alla riconciliazione con se stessi attraverso l'accettazio ne e
l'integrazione del negativo. «Riconciliarsi» vuol dire allora pacificarsi con la propria
storia personale e dire di sì a ciò che è stato finora il corso della propria vita,
l'influenza dei genitori, il proprio carattere.
Le ferite che si portano dentro, i difetti di carattere, i fallimenti avvenuti o
percepiti come tali, lasciano le loro tracce e tendono a ripresentarsi nel momen to in cui
si ripete un'esperienza simile. Invece, quando essi sono affrontati ade guatamente,
possono diventare punto di6 partenza per un'esistenza sana e per una migliore qualità
dei rapporti interpersonali.

3. UN CAMMINO ESISTENZIALE UNICO


Conviene insistere ancora sull'itinerario unico di conoscenza personale che
percorre ciascun soggetto. Nell'approccio all'auto-conoscenza bisogna tener conto che
ogni persona è originale e irripetibile e si differenzia dalle altre per temperamento,
storia personale e familiare, formazione umana e religiosa; quin di, ogni caso verrà
considerato in maniera individuale. Si suole dire: «C'è più differenza tra le anime che
tra i volti delle persone». Una direzione spirituale inte grale è cosciente che ogni
persona è unica e che, quindi, si deve prestare attenzione particolare alla sua
concretezza e totalità: al suo corpo e al suo spirito, relativamente sia alla sua storia
passata che alla situazione attuale, nella sua condizione di decaduto a causa del
peccato ma, al contempo, reintegrato dalla grazia. 7 Giovanni della Croce ricorda al
riguardo che, anche spiritualmente:
«Dio conduce ciascuna anima per una via diversa e difficilmente si trova uno spirito che nel
modo di procedere convenga solo a metà con il modo di procedere di un altro» (F3,59).
La consapevolezza delle condizioni e delle inclinazioni dell'aiutato tende alla
verifica del grado dei suoi condizionamenti e della sua libertà, alla determinazio ne
della storia di salvezza compiuta nel suo passato e, quindi, alla scoperta della volontà
divina su di lui nel momento presente. Il direttore va sorvegliando quan to accade nel
diretto per scorgervi il disegno divino; lo assiste nella comprensio ne personale di
questo progetto attraverso domande come: «In che cosa Dio vuole che tu cresca? Come
senti che devi conformarti adesso alla sua azione?».
La durata di questo periodo di conoscenza di sé varia molto, poiché dipende
dall'atteggiamento psichico e dalla libertà personale del principiante. Quando

6
Secondo J.J. ALLEN, La via interiore. La direzione spirituale nel cristianesimo orientale, Jaca Book, Milano
1996,46-47, nella letteratura del cristianesimo orientale, «una volta che una simile luce risplende nei più bui
recessi della vita di un diretto, lo rende capace d'intraprendere la lotta che con duce a una più profonda comunione
con Dio». «Il passo più critico nel processo di guarigione era costituito dalla disponibilità del diretto di entrare
liberamente nella via interiore».
7
Cf. M. GOLDSMITH - M. WHARTON, Conoscere me, conoscere te. Scoprire le proprie qualità e migliorarle. San
Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1995,199-201.
egli si trova nelle autentiche condizioni di apertura e di ricerca sincera della san8 tità
personale, allora il lavoro diventa relativamente breve, facile e gratificante. Se,
invece, egli fosse ostacolato o frenato da un certo contegno difensivo incon scio,
prodotto forse da un sentimento di bassa stima di sé, di insicurezza, di incomprensione
verso se stesso e, quindi, di paura per ciò che potrà apprendere nel proprio intimo,
allora il lavoro andrà avanti in maniera piuttosto lenta, indiretta, sofferente.
Affinché il guidato, in tali situazioni, possa proseguire nell'impegno di com -
prensione di sé e delle proprie tendenze e aspirazioni, sarà conveniente che la guida lo
motivi con insistenza a prendere coscienza della loro origine e delle loro conseguenze
nei suoi comportamenti attuali.
E impossibile combattere le tendenze negative e sviluppare quelle positive, se non
le si conosce a fondo nel loro essere, nella loro origine e nei loro effetti. Non basta
ignorarle e reprimerle sperando che ci lascino in pace: esse rimangono molto attive e
inducono a reazioni ad esse corrispondenti. 9
Quando il principiante diventerà cosciente dei propri limiti e possibilità, del le
proprie conquiste e sconfitte, sarà allora in grado di respingere per istinto ciò che non
si adatta alla sua condizione di creatura nuova, mentre cercherà con spontaneità, quasi
con gusto, ciò che corrisponde alle nuove esigenze che stanno sorgendo nel suo
intimo. 10
Perciò, l'aiutarlo nell'auto-conoscenza costituisce il primo e fondamentale compito
della guida che, in tal modo, si formerà un'idea precisa del suo disce polo e potrà
assecondarlo nella guarigione interiore e nella maturazione successiva. Come il
medico non cura prima di aver diagnosticato con sicurezza l'infermità, così il direttore
non interviene in modo efficace se non conosce fino in fondo le condizioni e le
disposizioni del credente che sorregge verso la santità. Con questa conoscenza, egli
potrà fargli prendere coscienza della radice della sua malattia, della sua vera causa, e
incitarlo a guarirla in profondità.
A tale scopo sarà consigliabile che la guida spinga il discepolo ad analizzarsi
riguardo al suo stato attuale alla luce del suo passato che gli può rivelare l'indo le
ereditata, le abitudini acquisite, la formazione umana e religiosa ricevuta. Dovrà
rivolgere l'attenzione a tutti i fattori, naturali e soprannaturali, che hanno influito e
che intervengono ancora e che delimitano l'evoluzione spirituale e la perseveranza del
credente.
Dovrà poi prestare un'attenzione speciale ai seguenti punti:
a) la storia personale e le inclinazioni acquisite;
b) la resistenza fisica e psichica, le inclinazioni psicosomatiche e istintive
radicate nella natura o nell'inconscio e che influiscono sul modo di agire,

8
Cf. R.J. MORAES, AS chaves do incosciente. Agir, Rio de Janeiro 1988,236-299.
9
Cf. ALLEN, La via interiore, 49-50, scrive: «Lo sguardo interiore è libero dai rigidi limiti dello sguardo e
della conoscenza esterni... A sua volta, ciò rende il soggetto capace di crescere nella cono scenza "vera" o ultima,
che equivale alla più profonda conoscenza possibile di se stessi, della realtà e di Dio stesso».
10
Cf. BARRY - CONNOLLY, Pratica della direzione spirituale, 86.
come per esempio i complessi, le passioni, le abitudini. Essi, anche se pos sono
essere comuni a tutti, saranno stati vissuti da lui con modalità ecce zionali o
particolari in rapporto all'ereditarietà e all'ambiente in cui si è svolta l'infanzia;
c) la consapevolezza delle circostanze e degli avvenimenti sperimentati durante il
periodo scolastico e successivamente;
d) il grado di maturità, specialmente affettiva, nel controllo e nella stabilità della
sensibilità; il modo in cui si manifestano concretamente le inclina zioni e
abitudini morali, buone o cattive, nel campo della sessualità e del rapporto con
gli altri, in modo particolare con l'altro sesso. Queste incli nazioni sono
collegate con l'educazione e il vissuto personale, costituiscono una seconda
natura e influiscono di continuo sull'attività di chi le possiede e che non riesce
a superarle; 11
e) la vita di orazione e le disposizioni interiori verso le pratiche spirituali; il
grado di formazione religiosa e di coscienza della propria dignità cristia na e
della vita interiore in genere; il grado di fedeltà ai doveri del suo stato e il
livello di decisione e di entusiasmo nel seguire il Signore.
***

Nella pagina che segue presentiamo un breve schema che può essere utile ai
principianti in questo lavoro di conoscenza di sé e della propria storia.
È conveniente che il periodo di «addestramento» - da uno a sei anni - si svol ga
senza fretta, poiché, anche se le esperienze di questo periodo possono essere relative,
le radici, essendo molto profonde, hanno un peso specifico sull'esistenza successiva. 12

11
Cf. G. ARTAUD, Conhocer-se a si mismo. Crisi de identidade do adulto, Paulinas, Sào Paulo 1982,23-44.
12
Cf. ROWAN, Scoprite le vostre personalità, 35-47: «Scavare in profondità la nostra storia personale».
Analisi storiografica

I. IL PRIMO PERIODO DELLA VITA


Ricordi dell'infanzia (1-6 anni):
- Rapporto con il padre.
- Rapporto con la madre.
- Rapporto dei genitori tra di loro.
- Rapporto con fratelli e sorelle.
- Alcuni rapporti che produssero in me: paura, ansie, timori.
- Quali elementi, del periodo infantile, hanno inciso sul mio modo di essere?
Ricordi del periodo scolastico:
- Incontro con la società extrafamiliare, prime esperienze sociali.
- Come mi sentivo a scuola in rapporto ai maestri, ai compagni: accettato, stimato da
loro?
- Avevo tendenza alla gioia o alla tristezza, allo stare in gruppo o all'isolamento?
- Ricordo qualche esperienza negativa di questo periodo?
- C'è stata qualche altra esperienza, positiva o negativa, di lavoro o di vita, prima del-
l'opzione vocazionale?
Attenzione alla maturità affettiva: Si sentono amati?
Attenzione alla stima di sé: Si sentono apprezzati?

II. LA RISPOSTA VOCAZIONALE


I p r i m i momenti della «vocazione»:
- Come hai scoperto la tua vocazione?
- Qual era la tua situazione religiosa?
- Quali sono stati i motivi della scelta?
- Qual è stata la tua prima reazione?
- Quali sono stati i fatti, i momenti più importanti di questo periodo?
Il postulantato:
- Quale ricordo ne conservi?
- Com'erano i tuoi rapporti con gli altri e con il formatore?
- Come ti sentivi nella vita spirituale?
Il noviziato:
- Quale impressione generale ne conservi?
- Quali sono i ricordi o le esperienze «positivi»?
- Quali le esperienze «negative»?
- Com'erano i tuoi rapporti con i formatori?
- Com'è andata la tua vita spirituale?
Lo iuniorato:
- Quale impressione generale ne conservi?
- In quali aspetti sei rimasto soddisfatto?
- Qual è stata la tua esperienza comunitaria?
- E quella lavorativa?
- Come hai realizzato l'unificazione della vita: preghiera - lavoro - studio?
- Come ti senti di fronte alla professione perpetua?
- Sei deciso a fare questo passo? Hai delle paure? 13

4. STIMOLARE LACCETTAZIONE DELLE PROPRIE RESPONSABILITÀ


Ciò suppone un passo in avanti riguardo all'auto-esplorazione. Dopo l'ini ziale
conoscenza dei fatti, delle esperienze, del vissuto di sofferenza o di gioia, arriva il
momento di insistere, per quanto è possibile, sulla necessità di com prendere e di
assumere oggettivamente la parte di responsabilità che corrisponde al guidato, tanto in
rapporto agli eventi passati in se stessi, quanto in relazio ne al cambiamento che sente
di dover operare in rapporto alle mete future da raggiungere. Egli, come punto di
partenza della sua liberazione, ha bisogno di interiorizzare il suo contributo alla
situazione problematica e le conseguenze che per lui ne derivano.
In questa fase dell'interazione spirituale, mentre continua l'opera di consoli damento
della fiducia e della stima vicendevole, il soggetto si prepara per un'azione che
confermi il suo cambiamento mentale e il raggiungimento della sua libertà interiore. Le
risposte di tipo empatico lo dirigono progressivamente verso la personalizzazione della
partecipazione che egli ha avuto nei suoi eventi e verso la presa di coscienza del come
egli si sente «qui e ora», sia a livello conscio che inconscio. In tal modo, continua a
crescere l'auto-comprensione a gradi sempre più concreti e profondi.
Carkhuff sottolinea la trascendenza di questa responsabilizzazione con le seguenti
parole:
«Personalizzare è la dimensione critica di ogni cambiamento o progresso umano. È
un processo fondamentale perché sottolinea l'importanza d'interiorizzare la respon sabilità che le
persone hanno rispetto alla soluzione dei loro problemi». 14
È riconoscere la capacità degli aiutati a prendere in mano la loro vita e orien tarla
indipendentemente dal passato o dall'ambiente che hanno respirato. Si tratta di un
momento molto delicato. L'evidenziare le loro mancanze o i loro errori può suscitare in
essi la sensazione che il padre spirituale non li stimi più come prima o che rimanga
deluso del loro passato o, almeno, sorpreso di fronte a questa dimensione nuova che
inizia a emergere. Se la guida trovasse difficoltà per cogliere la reazione interiore che
sorge nell'aiutato in seguito al suo intervento di personalizzazione, gli potrà chiedere
come si sente in quel momento; così condividerà con lui la reazione emotiva e gli
porgerà il sostegno necessario per superare le sue impressioni negative e i suoi
malintesi.

13
Cf. GOYA, Luce e guida nel cammino, 129-132.
u
R.R. CARKUFF, L'arte di aiutare. 1: Manuale. Erickson,Trento 1989,110.
Anche se egli agisce in questo modo, rimane sempre il rischio che il guidato tenda
a rifugiarsi nei meccanismi di difesa e che continui ad addebitare al passato, alla
famiglia, alla formazione, all'ambiente sociale o alle circostanze ester ne tutta la
responsabilità o la colpa della situazione in cui si trova coinvolto. Si tratta di
un'autodifesa spontanea e spesso inconscia, che il padre spirituale, in partenza, non
deve recriminare. Egli avrà modo e tempo di promuovere nel guidato la presa di
coscienza di questo meccanismo e di incoraggiarlo ad affrontare in prima persona sia
la responsabilità di quanto è avvenuto, sia lo sforzo necessario per superare le
difficoltà in cui egli si trova e dirigersi verso un atteggiamento nuovo. 15
La guida faciliterà questo processo facendo la formulazione dell'intervento in
seconda persona, impegnando così l'interlocutore a riflettere: «Tu ti senti frustrato
perché ti è mancata l'iniziativa». L'interlocutore si vede forzato a scoprire e ad
accettare la situazione come propria, in prima persona: «/o...». 16
In tal modo, non potendo attribuirle principalmente alle circostanze esterne, il
guidato si trova di fronte alle proprie responsabilità, le assume, intuisce la pos sibilità
di controllare la situazione e di risolvere il problema. La guida gli rivolge le domande
sul piano operativo della condotta, senza toccare le sue intenzioni o le sue
motivazioni.
In qualche soggetto questo voler attirare l'attenzione sulla responsabilità nella
genesi e nel perpetuarsi della situazione, può provocare resistenze e fughe. Sarà quindi
opportuno che il padre spirituale usi molta delicatezza e prudenza per non urtare o per
non offendere il guidato. Si suggerisce di sorreggerlo in questa presa di coscienza
seguendo alcune tappe, in cui l'accompagnatore procede gradualmente nel proporre la
responsabilità, lasciando sempre al guidato la possibilità di difendersi.
Il padre spirituale parte dalla visione che l'individuo ha della situazione e accetta
come valida l'interpretazione che egli propone delle cause che l'hanno provocata. Lo
incita poi ad esprimere il significato che quella situazione ha per lui, ossia l'impatto
che essa ha avuto e ha nel suo modo di comportarsi. Pur rico noscendo eventuali
responsabilità di altre persone, si puntualizza, coinvolgendolo direttamente, la
reazione che egli ha di fronte alle situazioni, il significato che egli vi annette.
Se il diretto ancora non accetta il significato della situazione suggerito dalla
guida, sarà opportuno che quest'ultima non insista nel riproporlo, ma accetti come
valida la spiegazione ricevuta prima del rifiuto. La guida avrà modo di ritornare
sull'argomento dopo aver preparato ulteriormente l'animo del sogget to. Solo quando
questi avrà accettato e riconosciuto come vero il senso e l'effet to che gli eventi passati
hanno avuto nella genesi e nell'evoluzione del17suo modo di reagire e di comportarsi, il
padre spirituale potrà fare un passo in avanti.

15
Cf. CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,115. Si tratta di spostare l'attenzione dal significato esterno a quello
interno, personale dell'aiutato. Esempio: «Sono proprio adirata perché mio marito non capi sce come sia pesante il
mio lavoro» e più personale: «Sono adirata perché il mio lavoro non viene apprezzato» ( BRUSCO - MARINELLI,
Iniziazione al dialogo, 73).
16
17
CARKHUFF, L'arte d'aiutare, 1,118: «ti senti... perché tu...».
Cf. A. GRUN, Come essere in armonia con se stessi, Queriniana, Brescia 1997, 10-20.
5. ATTEGGIAMENTI DELLA GUIDA IN QUESTA STAGIONE
Le riflessioni precedenti non sono altro che strategie per una buona direzione
spirituale che considera come proprio compito specifico il facilitare l'incontro per -
sonale con Dio e l'esperienza del suo amore personale. Perciò la guida dovrà fare
attenzione a non deviare da questo compito centrale della crescita spirituale.
Allo scopo di favorire un simile atteggiamento, il direttore si preoccuperà
soprattutto di creare un clima di fiducia vicendevole e profonda, per far capire al
guidato l'ardente desiderio di Dio di far crescere in lui la mutua comunione affinché
dia «molto frutto». Se la guida ha sperimentato intimamente l'amore personale di Dio
operante nel corso della sua esistenza, la sua bontà e la sua compassione, che lo hanno
accettato sempre per18 quello che è, non gli sarà difficile assumere gli stessi sentimenti
verso i suoi diretti.
Una simile convinzione, fondata sull'esperienza personale, predispone pure la
guida a un atteggiamento di ascolto aperto e desideroso di scoprire le vie che il
Signore dischiude davanti a ogni genere di persone. Cosciente delle tappe che
rimangono loro da percorrere per raggiungere le vette della santità, il padre spi rituale
diventa comprensivo verso i limiti dei diretti e desideroso di imparare anche dalla loro
dinamica spirituale; egli nutre sempre la speranza cristiana, sapendo che, sia in lui che
nei suoi diretti, «la luce trapasserà sempre le tenebre».
Avendo superato le loro stesse paure, egli ha imparato ad amare coloro che si
aprono a lui con serena fiducia. Non tralascerà di porre costantemente doman de ai
diretti per incitarli ad analizzare i propri atteggiamenti. Li stimolerà inces santemente a
rivedere come va il loro impegno personale, che suppone un vero sforzo per mettersi in
atteggiamento paziente di ascolto della loro storia e dell'opera di Dio in loro.
Il diventare un direttore spirituale che ascolta sempre meglio è un lavoro che dura
tutta la vita. W.A. Barry insiste sulla necessità di essere coinvolti personal mente in
detto processo:
«I direttori spirituali non hanno bisogno di aver raggiunto gli stadi avanzati della mistica, ma
dovrebbero aver fatto l'esperienza di essere dei peccatori amati da Dio. Dovrebbero aver
conosciuto anche la lotta dell'incontro con il Signore Gesù, come Salvatore». 19

6. ALTRE STRATEGIE PER LA CONOSCENZA DI SÉ


• Le relazioni scritte
In questo arduo compito, gli autori presentano il tema dell'opportunità di richiedere
relazioni scritte sulla storia personale o su qualche vicenda particolar mente
significativa. Non tutti sostengono la stessa opinione. In ogni modo, tali

18
Cf. GIORDANI, Psicoterapia umanistica, 173-178.
19
BARRY - CONNOLLY, Pratica della direzione spirituale, 147.
relazioni costituiscono, tante volte, un mezzo straordinario e molto utile per conoscere
le persone o le circostanze da illuminare. Alcuni, infatti, non sanno spiegarsi
convenientemente dinanzi al direttore e si lamentano di non ricordare più nulla o
provano una certa soggezione, specialmente quando si tratta di problemi delicati o di
fatti soprannaturali che le parole riescono a esprimere solo imperfettamente.
Questi soggetti, scrivendo con calma la propria storia personale nella tran quillità
della loro stanza, prendono maggiormente coscienza dell'esperienza vissuta, si
spiegano molto più ampiamente, si chiariscono assai meglio che a voce e forniscono
un resoconto più completo di quello orale.
In qualche caso, invece, è il direttore stesso che desidera una relazione scrit ta, per
studiarla con tranquillità e più a lungo e per discernere la questione dinanzi al
Signore. Possiamo ricordare il caso del direttore spirituale di madre Teresa di Calcutta
che volle discernere con cura la sua nuova vocazione. Il suo intuito psicologico, la sua
sensibilità e il suo spirito di osservazione personale verranno completati dall'ascolto e
dalle ispirazioni dello Spirito Santo. In tal caso, il memorandum diventa una
straordinaria fonte di informazioni per lui, che può formarsi un concetto provvisorio
abbastanza preciso sulla reale situazione del suo interlocutore e sulle sue vere
possibilità future. Ciò gli permetterà di intervenire opportunamente
nell'approfondimento dell'esplorazione interiore dei punti deboli e nella comprensione
di ciò che20 potrà diventare un punto forte della sua nuova personalità umana e
spirituale.
• Diario e autobiografia
In questo processo, scrivere un diario personale può avere un'evidente uti lità.
Perciò, quando tale invito viene accolto dal diretto, può produrre uno stru mento
ottimo per completare la sua opera di auto-conoscenza. E un esercizio che sviluppa la
capacità di penetrare nel proprio mondo interiore e di esprime re i propri pensieri,
emozioni ed esperienze con maggior precisione.
Negli scritti affiorano nuovi elementi; infatti molti pazienti si esprimono con
maggior franchezza quando mettono per iscritto, lontani dalla presenza del tera peuta,
informazioni autobiografiche che possono sentire come rilevanti.
Tante volte essi sperimentano pure un senso di liberazione, poiché sono indotti a
relativizzare le sensazioni eccessive prodotte dagli eventi e dai dispia ceri e a
scaricare, in questo modo, la propria ansia e tensione: è come sgonfiare un pallone
pieno d'aria e di passioni. Il diario, attraverso una lenta descrizione dell'evoluzione
dinamica dello stato del paziente, di ciò che esiste e si svolge in lui, favorisce lo
scaricarsi emotivo e il ristabilimento dell'equilibrio. Le situazio ni e le emozioni del
momento, i fallimenti o le offese subite, hanno caricato, infatti, l'emotività del
soggetto e hanno generato in lui una situazione di malessere, d'irritazione e di
aggressività. Lo scrivere il diario e l'affidare alla carta queste situazioni e questi stati
d'animo diventano mezzi atti a ritrovare una certa sere

20
Cf. H.H. HINTERHUBER, Strategia dello sviluppo interiore. Il coraggio di essere se stessi , Mediterranee, Roma
1988,85-102.
nità e ad affrontare in modo normale le situazioni problematiche. Inoltre, imme -
diatamente dopo l'incontro d'aiuto, lo scrivere permetterà di sviluppare il con tenuto
della seduta alla luce delle nuove idee, sensazioni e chiarificazioni emer se in essa e
che, a volte, riescono a illuminare pienamente la situazione. 21 Allo stesso tempo, la
lettura del diario da parte del terapeuta risparmia tempo nelle sedute. A volte, il
principiante può mandarlo al consigliere qualche giorno prima o, almeno, con tempo
sufficiente, fornendogli in tal modo materiale nuovo per la seduta successiva. Altre
volte, il terapeuta può prendere visione rapidamente, nella stessa sessione, delle nuove
circostanze. Se il diario fosse troppo lungo, lo potrà studiare in seguito e usarlo nelle
sedute successive.
• Racconto dei sogni
Altro mezzo utile di conoscenza di sé è l'analisi dei sogni dei principianti. Non
certamente con il metodo dell'interpretazione generale dei sogni secondo i criteri di
Freud, che si fonda su una simbologia 22predefinita, fondata esclusiva mente sulla
dimensione sessuale e che è ormai superato.
Oggi esistono diverse interpretazioni, più o meno ispirate alle teorie più rea listiche
di Jung, e che considerano come principio fondamentale il partire dalla realtà del
soggetto stesso: i sogni sono sogni del soggetto. Sono dei messaggi che la persona
riceve riguardo alle proprie esperienze, insicurezze, paure, incertezze, allo stato
d'animo con cui affronta la situazione attuale. Diventano pure un'oc casione propizia
per perfezionare l'introspezione, per sviluppare la propria «ombra», cioè quelle qualità
non debitamente sviluppate. 23
Questa interpretazione soggettiva della situazione interiore attuale induce il
credente a domandarsi: «Quale significato hanno questi sogni nella mia esisten za?
Quale messaggio mi stanno trasmettendo? Quale parte di me è rimasta tra scurata e
deve essere curata con attenzione?».
Non è indispensabile che la guida sia uno specialista nell'interpretazione dei sogni,
ma certamente potrà essere assai utile una conoscenza generale che aiu terà a trovare in
essi diversi aspetti, come le situazioni interiori che il soggetto sta vivendo, dei quali
non ha una coscienza chiara e che possono costituire argomento per l'incontro. Poiché i
sogni riflettono la vita del sognatore, le sue fantasie, i suoi desideri profondi, le sue
dimensioni e i settori non curati, offrono spunti preziosi di crescita integrale umana e
spirituale.
Quando, con questi e altri sussidi, gli accompagnati avranno acquistato la capacità
di esplorare spontaneamente se stessi, di dare l'autentico nome ai loro sentimenti,
pulsioni e reazioni, e di chiarire il contenuto e il significato delle loro esperienze,
saranno ormai in grado di lavorare sull'obiettivo successivo che è quello di accettare la
responsabilità che hanno avuto, in tutto o in parte, negli eventi vissuti e nei
condizionamenti accumulati lungo la propria storia.

21
Cf. M. DANON, Counseling. Una nuova professione d'aiuto, RED, Como 2000.125-126.
22
23
Cf. G. DELANEY, El mensaje de los suehos, Robinbook, Barcelona 1992,242-252.
Cf. ROWAN, Scoprite le vostre personalità, 81-83: «I personaggi dei sogni. Serviamoci dei nostri sogni».
Tracce per la personalizzazione

1. Della persona da te diretta conosci la famiglia e relativa situazione? Conosci il suo rapporto
con fratelli e sorelle? Conosci le prime esperienze della sua vita?
2. Scoprite insieme il suo grado di maturità, specialmente affettiva, le sue inclinazioni e
abitudini morali e il suo sviluppo spirituale?
3. Cerchi di trovare il significato dell'esistenza e della sofferenza del diretto? Lo aiuti a
coscientizzare le situazioni e i problemi personali? Lo inciti a prendere coscienza
dell'origine delle sue tendenze e delle loro conseguenze?
4. Lo spingi ad assumersi le sue responsabilità verso il passato e il futuro? Presenti il
cammino come rafforzamento progressivo della libertà?
5. Lo prepari alla nuova fase che confermi il suo cambiamento mentale? Lo impegni sempre
in prima persona? Insisti sul piano operativo della condotta?
6. Sviluppi gli atteggiamenti positivi che già possiede? Lo incoraggi a colmare le lacu ne?
Susciti uno slancio capace di sollecitare nuove iniziative creatrici?
7. Gli fai scoprire le sue contraddizioni e incongruenze? Cerchi di animare la perseveranza del
diretto con rinforzi adeguati? Lo aiuti ad affrontare l'avvenire con fiducia nel Signore?
Esercizio pratico 1
LE TUE PAURE, LE TUE DIFESE

La disponibilità messa in gioco nel corso dei colloqui varia molto e dipende da nume rosi fattori:
personalità, situazione, preoccupazione, interessi, paure... In effetti, uno dei freni più rilevanti
all'ascolto è la «paura della relazione». Le sue manifestazioni sono:
- paura di essere giudicato... e di perdere anche la stima dell'altro
- paura del conflitto (dell'aggressione, del rifiuto, della perdita d'amore)
- paura della valorizzazione (paura di perdere la sicurezza)
- paura di essere vulnerabile
- paura di mostrare i propri sentimenti reali
- paura di utilizzare il proprio potere
- paura di non essere compreso, riconosciuto
- paura di «mostrare un'immagine negativa di sé»
- paura di esprimersi di fronte a un uomo, a una donna
- paura anticipata di tutto ciò che può presentarsi
- paura di perdere il controllo e la gestione della relazione
- paura di essere deluso
- paura di deludere
- paura di ferire.
Queste paure sono tante in una relazione in cui ci si sente nella posizione di richie dente. Segna
con una croce quelle che affiorano maggiormente in te.

Esercizio pratico 2
LA TUA IMMAGINE

Il concetto di te stesso
a) Sei soddisfatta/o, in questo momento, del tuo modo di essere e del tuo modo di agire?
b) Che cosa ti piacerebbe cambiare o correggere?
c) Ti senti capace di ottenere ciò che desideri?
d) Come pensi che ti vedano gli altri? Quale opinione hanno di te?
e) Ti preoccupi molto di curare la tua immagine nel tuo operare?
7 tuoi ideali e le tue aspirazioni
a) Quali sono le mete che vorresti raggiungere nel prossimo anno?
b) Quali caratteristiche personali ti piacerebbe acquisire?
c) Quali sono i principali ostacoli o problemi che incontri nella tua realizzazione?
d) Che cosa ti aiuta di più per personalizzare la tua fede: lettura, attività...?
e) Qual è per te l'immagine ideale di un credente?
f) Il tuo stato di vita soddisfa le tue aspirazioni e il tuo desiderio di apostolato?
Esercizio pratico 3
PER L'INTERIORIZZAZIONE DEI VALORI

Per acquistare un valore, l'itinerario da seguire può essere il seguente:


1. Conoscerlo nei suoi vari aspetti: sociali, morali e religiosi.
2. Immaginare le sue conseguenze positive: vantaggi, benefici, soddisfazione.
3. Stimarlo, apprezzarlo come un vero «bene per me».
4. Decidermi: accettarlo e viverlo interamente.
5. Eseguirlo: viverlo realmente e progressivamente.
6. Rivederlo, controllarne il cammino con una revisione costante, aiutato dalla guida.
[Quando si vuole veramente acquistare un valore, anche da un organismo indebolito
scaturiscono energie insospettate].
Capitolo quarto
DIREZIONE SPIRITUALE DIFFERENZIATA

La direzione spirituale deve essere personalizzata, cioè adattata alle caratte ristiche
particolari dei singoli soggetti. Ma, nel processo di avvicinamento a questo ideale
dell'individualizzazione diventa molto utile la conoscenza di alcuni principi generali e
di tratti comuni: in un modo o nell'altro ciò favorisce l'acco stamento personale e porta
a rendersi conto degli elementi che condizionano la singolarità delle persone e la loro
incidenza nel comportamento del momento.
Tali condizionamenti sono, per esempio, le differenze temperamentali e di
carattere che, nel campo dell'accompagnamento spirituale e in riferimento al
raggiungimento della santità, vengono denominate agiotipiche.
L'essere umano costituisce una unità funzionale. Agisce, cioè, non come un insieme
di attività disperse, ma come un tutt'uno, come una totalità funzionale, come unità
psicosomatica orientata verso Dio. Corpo, anima e spirito, il naturale e il
soprannaturale, configurano soltanto degli aspetti diversi e non sono realtà separate.
Questa unità sostanziale dell'essere umano è il fondamento della correlazio ne fra
temperamento e fisionomia spirituale, tra il biotipo e l'agiotipo. Attività biologiche e
attività psichiche, pertanto, debbono essere considerate elementi non a sé stanti, ma
aventi reciproca e continua interdipendenza. L'esistenza di questo legame fra
temperamento e fisionomia spirituale ha quindi il suo fonda mento, da una parte,
nell'unità dell'essere umano e, dall'altra, nel principio teologico che «la grazia rispetta
e perfeziona la natura».
Dio, nel concedere la sua grazia, segue ordinariamente la traccia che egli stes so ha
impresso in ognuna delle sue creature nel momento della loro costituzione, tanto nel
processo dello sviluppo umano come in quello della santificazione per sonale e delle
funzioni soprannaturali da eseguire. Non si vede, infatti, per quale motivo egli
dovrebbe correggere incessantemente l'opera da lui stesso realizzata saggiamente e
con amore nella creazione della natura umana del singolo.
Per ottenere i suoi fini. Dio elegge come norma i soggetti con qualità tempe -
ramentali più adatte, fra le quali il primo posto è occupato dalla santificazione
personale. Sembra quindi logico che esista una corrispondenza reciproca fra le
caratteristiche temperamentali ricevute da Dio e il tipo di santità a cui sono orientate,
cioè fra psicotipo e agiotipo.
Nel caso in cui ci fosse un'identica grazia concessa da Dio a due soggetti con un
temperamento diverso, detta grazia sarebbe adattata a questa diversità psi
cotipica e, allo stesso tempo, tale diversità si rispecchierebbe nella maniera di
comportarsi del soggetto redento. Certamente, questa correlazione non è asso luta e
non mancano eccezioni a questa legge della corrispondenza tra tipologia e fisionomia
spirituale.
Orbene, se questa connessione esiste, le conseguenze per la direzione spiri tuale
sono rilevanti. Bisognerà tenere conto del temperamento come piattafor ma dalla quale
il credente si innalza verso la santità. Se ci sono diversi tipi di san tità conformi alla
diversità degli psicotipi, una direzione appropriata agirà conducendo ciascuno per la
sua strada. Altrimenti, si rischierebbe di prefissarsi del le mete chimeriche scelte
contro il reale.
Se non si tiene conto di questa direzione differenziata, si corre il rischio che il
direttore sia in grado di comprendere solo le persone che hanno una struttura psichica
conforme al suo tipo, mentre le altre resterebbero per lui una sorta di «mistero», e non
riuscirebbe a dare loro che generici consigli di rassegnazione o di pazienza.
Ognuno realizza la perfezione in base alla propria complessità individuale, fatta di
spirito, certo, ma comunque sempre incarnata nella corporeità e nel tem peramento.
Così ognuno coltiverà, consciamente o inconsciamente, la sua inti mità con Dio in
conformità con le componenti del suo agiotipo, che saranno favorevoli in certi aspetti,
mentre in altri potranno costituire degli impedimenti.

1. DIREZIONE SPIRITUALE E TEMPERAMENTO. I TEMPERAMENTI SECONDO


SHELDON
Un primo approccio alla personalità individuale si può fare a partire dalla
comprensione del suo temperamento, il quale dà luogo a una combinazione di caratteri
fisici e funzionali che predispongono il soggetto a una certa reazione psicofisiologica
e a certe disposizioni affettive. La personalità viene così consi derata a partire dallo
stato del suo corpo, dal predominio in esso della parte più istintiva, da certe strutture
ed elementi che lo caratterizzano.
Nella storia della medicina, il temperamento è stato studiato a partire da cri teri
molti differenti. Nell'antichità predominavano le osservazioni di Ippocrate, il padre
della medicina (460-370 a.C.). La sua teoria dei quattro umori servì di base alla
creazione di quattro tipi fondamentali: i sanguigni, i flemmatici, i colle rici e i
melanconici.
Ai nostri tempi, una delle classificazioni più sviluppate nella vita spirituale e
nell'accompagnamento personale è quella messa a punto dallo psicologo e medi co
americano W.H. Sheldon, che all'Università di Harvard diresse un piano di ricerca sulla
costituzione fisica di 4000 studenti. Dopo una lunga serie di misurazioni presentò la
sua sintesi, nella quale le varianti più marcate costituivano tre tipi morfologici, tre tipi
ideali che poi, con 1le loro varie combinazioni, diventavano nove, allo stesso modo che
nell'Enneagramma.

1
Cf. W.H. SHELDON, The varieties of temperament: a psychology for constitutional differences, Harper, New York
1942.
I tre somatotipi, che confermavano la tesi della correlazione esistente fra fisi co e
temperamento, si possono riassumere nel modo seguente:
• Endomorfo. Il soggetto di questo tipo è caratterizzato da un aspetto mor bido e
rotondeggiante. Queste caratteristiche sono accompagnate da uno scarso
sviluppo delle ossa e dei muscoli. Al contrario, il suo apparato dige rente è
estesamente sviluppato e ampliato.
• Mesomorfo. Questo tipo è, invece, di aspetto robusto, con ossa e muscoli molto
sviluppati. La sua costituzione corporale è forte, solida, resistente al dolore e
agli sforzi fisici. È il caso degli atleti e degli uomini di avventura.
• Ectomorfo. Un individuo prevalentemente ectomorfico è longilineo, fragi le,
caratterizzato da torace piatto e corpo delicato. E generalmente sottile e poco
muscoloso. Egli ha la massa cerebrale molto evoluta e il sistema nervoso più
esteso.
A questi tre somatotipi corrispondono tre psicotipi, le cui componenti sono le
seguenti:
• Viscerotonici. Si caratterizzano per il rilassamento nel comportamento e nei
movimenti, per la lentezza delle reazioni, per l'amore verso la como dità fisica,
per il cibo e per la digestione, per il piacere di mangiare in gruppo. Assumono
un atteggiamento di accoglienza verso gli altri, amabilità, avidità di affetto e di
approvazione. Sono tolleranti, hanno sonno profondo e diventano simpatici sotto
l'influenza dell'alcool. Si orientano verso l'infanzia e le relazioni familiari.
• Somatotonici. Hanno movimenti fermi e decisi, energia e amore per l'avventura,
piacere dell'esercizio fisico, desiderio di dominio e di potere, gusto del rischio e
del pericolo, aggressività e coraggio fisico, resistenza al dolore, aggressività
sotto l'influenza dell'alcool, claustrofobia, gusto per il chiasso. Si orientano
verso attività giovanili.
• Cerebrotonici. Manifestano un portamento rigido e movimenti controllati,
eccessiva reattività fisiologica e rapidità di reazioni, tendenza all'isola mento,
all'introversione, e alla sociofobia, tensione mentale eccessiva, ansietà e
reazioni imprevedibili, ipersensibilità al dolore. Sonno leggero 2e fatica cronica.
Poca resistenza all'alcool. Preferiscono lavorare per gli anziani.

2
Cf. M. BESSING - R.J. N OGOSEK - P.H. O'LEARY, L'enneagramma. Un itinerario alla scoperta di sé, Paoline,
Milano 1993; R. ROHR - A. EBERT, Enneagramma. Alla ricerca di nove volti dell'anima, Paoline, Milano 1993. Ennea-
gramma: nove punti, è simile alla scala di Sheldon, solo che molto meno scientifico. Proviene dalla scuola sufi
medievale.
A. Roldàn ha dato una proiezione spirituale a questo sistema tipologico. Secondo
lui, ai tre tipi estremi corrispondevano tre forme concrete di realizzare l'ideale della
santità. Dalle forme temperamentali umane scaturivano certe incli nazioni e virtù
naturali e predisposizione per certi difetti.
I tre componenti agiotipici - di santità - sono stati chiamati: agapetonia: con
inclinazione verso la bontà e la carità; prassotonia: con tendenza all'azione e al
movimento; deontotonia: con inclinazione al dovere. 3
• Agapetonici. La loro virtù caratteristica è l'amore contemplativo, la bontà, la
predisposizione alla carità fraterna e l'amabilità. Da esse derivano ama bilità e
mansuetudine, comprensione e tolleranza, prudenza e naturalezza nella virtù,
pace e gioia spirituale, obbedienza di giudizio e di volontà e forte sentimento di
giustizia. I loro difetti inducono a mancanza di dinamismo apostolico, scarsa
coscienza del dovere e della mortificazione, difficoltà di raccoglimento
interiore, tendenza alla mormorazione, incostanza di volontà.
• Prassotonici. Le loro virtù predominanti sono lo zelo e il dinamismo apostolico.
Esse sono accompagnate da fortezza e resistenza, magnanimità, decisione e
costanza, austerità e mortificazione, inclinazione alla preghiera vocale, tendenza
a «fare» opere di carità e a far osservare la giustizia. I loro difetti sono sulla
linea della scarsa inclinazione all'amore contemplativo e alla coscienza del
dovere, indipendenza nell'agire e dissipazione nell'azione, fretta nell'operare e
brama di dominio, scarsa tolleranza e comprensione.
• Deontotonici. Le loro virtù caratteristiche sono la coscienza del dovere e il senso
di responsabilità. Da esse derivano fedeltà alle piccole cose, pudore, modestia,
ascetismo, silenzio e atteggiamento ritirato, orazione mentale, obbedienza di
esecuzione e di volontà, apprezzamento della giustizia. Hanno tuttavia poca
predisposizione all'amore contemplativo e scarso zelo e poco dinamismo
apostolico, ipersensibilità e durezza di giudizio, tristezza spirituale e strettezza
di cuore, incomprensione e mancanza di tolleranza, egoismo e incostanza
affettiva e volitiva.
II direttore, impegnato a far sviluppare la libertà interiore e l'intimità con Dio dei
credenti che si rivolgono a lui, dovrà tener conto di queste componenti agiotipiche; lo
farà, in se stesso, per purificare il proprio operato; negli altri, per non acconsentire alle
debolezze che, forse, attirerebbero la sua simpatia, ma che lascerebbero fuori strada le
anime dei diretti nell'orientamento verso Dio e verso la propria perfezione. D'altro
canto, bisogna che la guida rispetti la storicità dei singoli diretti, nelle diverse
sfumature della loro personalità.

3
Cf. A. ROLDÀN, Ascetica e psicologia, Paoline. Roma 1962.
Se non si rende conto del loro temperamento, egli corre il rischio di voler
condurre gli altri per la sua strada o di credere che è buono per loro quel che lo è per
lui stesso. Incorre, inoltre, nell'errore di concepire la vita4 spirituale come qualcosa di
aggiunto o, addirittura, di contrastante con la personalità.

1 ACCOMPAGNAMENTO E CARATTEROLOGIA
Il carattere è costituito dagli aspetti comportamentali più usuali di un sog getto:
sentimenti, pensieri, intelligenza, fantasia, memoria, attenzione, volontà. Si
manifesta nel modo peculiare e costante del suo reagire di fronte alla realtà. Permette
di conoscere meglio le sue possibilità e attitudini per favorire il loro pieno sviluppo e
il loro sfruttamento professionale. Allo stesso tempo abilita a una migliore
comprensione degli altri e a relazioni interpersonali più gratificanti.
Tra le diverse caratterologie meritano uno spazio più ampio quelle di Jung e di Le
Senne, data la loro diffusione al servizio dell'accompagnamento e della vita spirituale.
2.1. Caratterologia di Jung: estroverso o introverso?
L'opera di Jung, Tipi psicologici, suppone uno sviluppo importante nelle ricerche di
caratterologia, fondata ormai su una psicologia dinamica. Alla sua base si trovano
due elementi opposti: «estroversione» e «introversione». A questa duplice base si
aggiungono due funzioni psicologiche: il «pensiero» e il «sentimento». Il pensiero
racchiude il mondo del comprendere e del dare senso alle cose. Il sentimento, invece,
abbraccia tutto il mondo del piacevole-spiacevole. È ciò che oggi si va designando
con l'espressione intelligenza emotiva.5
Egli aggiunge ancora due altre funzioni chiamate irrazionali: la sensazione e
l'intuizione. Queste ultime sono meno dipendenti dai dati esterni e colgono il
problema nel suo insieme, con maggiore capacità d'inventiva e di creatività. Tut te e
quattro le funzioni sono presenti in ogni essere umano, ove però, in ciascu no,
predomina una di esse, mentre la contraria è molto irrilevante.
Ogni individuo, in certi momenti o in certe circostanze, può essere estrover so o
introverso: cioè, ciascuno è capace di operare in una di queste due modalità.
L'estroversione e l'introversione sono atteggiamenti complementari nei con fronti del
mondo.
Lo stimolo essenziale di un estroverso proviene dal mondo esterno, fatto di
persone e di cose, le quali sono le realtà che lo caricano di energia, mentre lo sti molo
essenziale di un introverso proviene dal di dentro, dal suo mondo interiore pieno di
pensieri e di riflessioni.

4
Per aiutare ciascuno a scoprire il proprio temperamento, può essere utile l'Esercizio pratico 1, alla fine di
questo capitolo.
5
C.G. JUNG, Tipi psicologici, in I D., Opere, VI, Torino, Boringhieri 1969; I D., L'uomo e i suoi simboli,
Longanesi, Milano 1983.
Tipi estroversi Tipi introversi
Amano la varietà e l'azione. Amano il silenzio per concentrarsi.
Rivolgono la propria attenzione sul mondo esterno, fatto Dirigono l'attenzione principalmente al mondo interiore
di cose e di persone. delle idee.
Hanno la tendenza ad essere più rapidi, sono impazienti Tendono ad essere attenti ai dettagli verso l'io e non
verso i dettagli complicati. amano le affermazioni assolute.
Sono spesso bravi ad accogliere altri. Possono avere difficoltà nel ricordare nome e volti.

Spesso non amano lavori lunghi e lenti. Non sono contrari a svolgere a lungo lo stesso lavoro.

Amano avere gente intorno. Lavorano volentieri da soli.


Si sentono sfiniti o annoiati se devono trascorrere troppo Trovano spossante passare troppo tempo con la gente,
tempo da soli. soprattutto con estranei.
Alle riunioni parlano con facilità e spesso. Nelle riunioni tendono a tirarsi indietro e hanno
difficoltà a entrare nella discussione.
Tendenzialmente non amano scrivere ed evitano di farlo. Spesso hanno buone capacità nello scrivere e
preferiscono esporre così le loro idee.
Sono relativamente facili da conoscere. Occorre più tempo per conoscerli.
Considerano l'azione superiore al pensiero. Possono essere così profondi nel pensiero da non riuscire
ad agire.
Gli estroversi:
- tendono a parlare prima di pensare;
- non sanno cosa stanno per dire fino all'ultimo momento;
- conoscono un sacco di persone e le coinvolgono nelle loro attività;
- non dispiace loro conversare con la radio e il televisore accesi;
- sono facilmente avvicinabili da amici ed estranei;
- considerano le telefonate come una gradita interruzione;
- preferiscono produrre idee all'interno di un gruppo, piuttosto che da soli;
- hanno bisogno di conferme dagli amici su chi sono, cosa fanno e come appaiono.

Gli introversi:
- si esercitano prima di dire le cose e preferiscono che gli altri facciano lo stesso;
- amano la pace, la quiete di quando hanno del tempo per loro stessi;
- sono considerati dei buoni ascoltatori;
- sono considerati timidi o riservati, anche se non si sentono così;
- amano le occasioni speciali in cui stanno con uno o due amici intimi:
- desidererebbero poter esprimere alcune volte le loro idee con maggiore chiarezza;
- a loro piace esporre i pensieri o i sentimenti senza essere interrotti;
- hanno bisogno di appartarsi dopo aver trascorso un certo tempo in un gruppo. 6
• Spiritualità introversa ed estroversa
L'introverso cerca Dio dentro di sé, l'estroverso vede Dio all'opera nel mon-
do. Il primo cerca di analizzare la coscienza in profondità, nella quiete e nel silen-
zio; l'altro vede la fede e la devozione esprimersi in gesti pratici di compassione
e di donazione di sé. È importante ricordare che tutti possiamo agire come estro-
versi o come introversi, ma che preferiamo un tipo di personalità all'altro. 7
Sembra che la spiritualità tradizionale sia stata piuttosto una spiritualità
introversa, eppure molti campioni di spiritualità della storia non erano introver-
si, la qual cosa potrebbe essere indicativa delle difficoltà di costoro ad adattarsi
alla cultura spirituale dominante. Come minimo, potrebbero avere avuto l'im-
pressione che la spiritualità introversa fosse la norma e, perciò, la forma «giusta».
Potrebbe essere questa una delle ragioni per cui tra i credenti si trovavano più
ricercatori di una spiritualità introversa che estroversa.
• La spiritualità degli introversi
Agli introversi piace avere tempo e spazio per il silenzio. Apprezzano la
meditazione e la contemplazione in un mondo nel quale ciò risulta difficile agli
estroversi. Per gli introversi un ritiro eremitico è fonte di preghiera gratificante
e di ristoro spirituale. Ascoltare, guardare, adorare, nella quiete e in un'ampia
disponibilità di tempo, sono gli ingredienti essenziali della loro spiritualità.

6
Sei prevalentemente introverso o estroverso? Metti una croce davanti alle frasi e guarda in qua le orientamento
ci sono più croci.
7
Cf. GOLDSMITH - WHARTON, Conoscere me, conoscere le, 45-68.
Raramente sono necessarie le parole e la preghiera può diventare altrettan to
efficace se si è soli; anzi, la presenza di altre persone è spesso una distrazione
indesiderata. Qualcuno ha riassunto questa esperienza di preghiera davanti al
Crocifisso con le parole: «Io guardo lui e lui guarda me».
• La spiritualità degli estroversi
Gli estroversi, invece, si considerano spesso incapaci di pregare e si sentono a
disagio quando si parla della preghiera silenziosa. Sono molto contenti di poter essere
coinvolti in qualche forma di «azione evangelizzatrice» e vanno aiutati a rendersi
conto che il loro pensare e agire può trasformarsi benissimo in una for ma di preghiera.
Nei ritiri e nei giorni di deserto possono sentirsi come degli estranei e, per quanto
riguarda la spiritualità, quasi di «seconda classe».
Può succedere che, nel corso delle pubbliche funzioni, gli estroversi che le
dirigono invitino il pubblico a osservare qualche istante di silenzio, intendendo proprio
qualche istante, cosa che, per l'introverso, non è quasi mai abbastanza. Per contro,
quando gli introversi invitano al silenzio, il periodo ad esso dedicato appare
interminabile agli estroversi, la cui mente è occupata a cercare di capire quando finirà.
2.2. La caratterologia di Le Senne
Si manifesta come un metodo utile e semplice e perciò è stato usato abbon -
dantemente in campo spirituale. Trova la 8base dinamica nei suoi tre elementi
costitutivi: l'emotività, l'attività e la risonanza.
Primo criterio e componente fondamentale del carattere è l 'emotività. Essa consiste
in una predisposizione generale e permanente a commuoversi e genera la tendenza ad
essere più o meno eccitati o impressionati. Include anche un alto grado di suscettibilità
o d'impressionabilità ed è propria di persone molto sensibili. E. Mounier ha descritto9
l'emotività come la capacità «di prendere a cuore, più degli altri, cose da niente».
Predispone il soggetto a provare con intensità variabile sensazioni, sentimenti ed
emozioni.
L'attività è costituita da un'attitudine congenita del soggetto all'azione. Egli
possiede una carica energetica maggiore che lo induce più facilmente all'opera,
specialmente quando questa diventa ardua e difficile. Di fronte all'ostacolo, invece di
scoraggiarsi, sente un rinnovato vigore. Egli preferisce tutto ciò che conduce al
movimento, non si arrende di fronte alle difficoltà e si compiace del la lotta e del
pericolo. In questa carica bisogna mettere anche la motivazione più o meno forte verso
il raggiungimento dell'obiettivo.
La risonanza si riferisce, invece, alla ripercussione e alla durata della reazio ne
dell'individuo di fronte a fattori che eccitano la sua psiche. Dopo che sono

8
Cf. G.F. ZUANAZZI, Introduzione alta caratterologia, Secop, Verona 1969; K. ARDUIN, Qual è il tuo carattere?,
Gribaudi, Torino 1971; N. GALLI, La diagnosi caratterologica ad uso degli educatori, Pas-Verlag, Ziirich 1964.
9
E. MOUNIER, Trattato de! carattere. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1990,298.
scomparsi dalla coscienza, gli elementi del contenuto psichico continuano ad
esercitare ancora la loro azione. Quando la reazione è rapida e caduca, si parla di
risonanza primaria. Quando la reazione è lenta e prolungata, si ha una riso nanza
secondaria. Ne deriva la divisione fra tipi primari e tipi secondari. I primi agiscono
mossi dalle impressioni attuali, fugaci e transitorie, che s'impongono alla coscienza.
Nei tipi secondari, invece, le esperienze accumulate e persistenti esercitano ancora il
loro influsso sull'atteggiamento del soggetto e garantiscono un suo orientamento
uniforme nell'agire e una percezione precedente influisce in misura considerevole
sulle reazioni attuali.
L'emotività, l'attività e la risonanza non sono proprietà assolute, ma gradua li. Sono
caratteristiche più o meno presenti nei soggetti. Combinando le tre ten denze
fondamentali si ottengono otto tipi caratterologici.
2.2.1. Gli emotivi non-attivi (EnA)
Sono di natura sensibile; la loro eccessiva suscettibilità e intensità emoziona le non
sono compensate da un'attività altrettanto forte. Perciò la loro tensione interna, non
scaricata, si accumula dentro, rendendoli ansiosi, turbati, impressio nabili e irritabili.
Bisogna motivarli intensamente affinché si decidano ad agire. La vecchia
classificazione temperamentale aveva ricondotto tutti i soggetti EnA a una sola
categoria: i melanconici.
Vengono divisi in due gruppi: nervosi e sentimentali.
• Il nervoso (EnAP)
La sua risonanza alle percezioni è immediata. Egli è il soggetto delle prime
impressioni e dell'umore altalenante: oscilla tra la gioia e la tristezza. Perciò la
volubilità ne risulta una costante caratterologica. La presenza dell'emotività e della
primarietà favorisce lo sviluppo di spiccate attitudini artistiche e letterarie.
La spiritualità dell'EnAP. L'individuo emotivo non attivo primario ha come
caratteristica spirituale positiva la sua inclinazione verso l'ideale religioso. Sente il
bisogno di amare e di imitare qualcuno. Perciò conviene presentargli la fede cristiana
come un itinerario attraente che ha come modello da imitare lo stesso Gesù e, come
scopo, il corrispondere al suo amore. Dato il suo interesse per le cose immediate,
bisognerà aiutarlo a sviluppare gli ampi interessi del Regno e l'urgenza dell'impegno
di evangelizzazione.
Il direttore spirituale saprà adattarsi alla sua psicologia, mostrandosi acco gliente,
cordiale, pronto a incoraggiare. Saprà illuminare, con spirito fraterno, i problemi che
gli espone e accompagnarlo con pazienza nel suo lungo cammino spirituale. Facendo
leva sulla sua emotività, costruirà una spiritualità fondata sul l'amore del Padre e sulla
fiducia nella Madonna. Formato adeguatamente alla preghiera liturgica, di gruppo,
continuerà ad approfondire la sua vita interiore. Per potenziare il suo impegno
apostolico rinvigorirà la sua capacità di comprensione e di concretezza, le quali
diventeranno spirito di servizio ai fratelli. Come esempio di questo tipo di carattere si
propone san Francesco d'Assisi, innamorato di Gesù.
• Il sentimentale (EnAS)
Possiede il dinamismo dell'emotività e della secondarietà, dunque è incline
all'interiorità e alla riflessione. Ciò garantisce una difesa contro l'eccessiva
impressionabilità. Egli appare d'indole riservata, con tendenza alla speculazione,
all'inquietudine di fronte alla propria vocazione, al sentimento religioso e al mondo.
L'interiorità costituisce la sua forza.
La guida spirituale, perciò, dovrà far germogliare in lui il gusto dell'attività e del
dono di sé, convinto della sua ricchezza interiore. Se l'ideale spirituale viene proposto
in modo attraente, quale fonte di energia e di pienezza, se egli scopre l'amore
personale di Gesù, allora la stabilità e la fedeltà inonderanno la sua esi stenza e sorgerà
anche in lui il desiderio di corrispondere a questo amore con il servizio ai fratelli. 10
La direzione spirituale, approfittando del suo desiderio di essere aiutato, dovrà
avere il suo fondamento, in modo particolare, nella fiducia e nella comprensione. Il
punto forte della sua interiorità verrà facilmente completato con l'invito alla preghiera
silenziosa e al rapporto di amicizia personale con Gesù, dimenticando se stesso per
concentrarsi in lui e nelle grandi urgenze del Regno. Lo stimolerà a sfruttare le sue
molte attitudini per arricchire gli altri con l'aiuto personale, considerando tale
ministero come un irradiamento della sua vita interiore. L'esempio di san Giovanni M.
Vianey, curato d'Ars, tutto centrato sull'amore del Signore e sullo zelo per diffondere
la sua salvezza, illumina perfettamente il dinamismo di questo carattere.
2.2.2. I non-emotivi attivi (nEA)
Rappresentano l'estremo opposto dei gruppi precedenti. In essi predomina l'attività
e la ripercussione dell'emozione sul loro psichismo è debole. Bastano, perciò, pochi
stimoli ad incitarli all'azione e ad impegnarli coerentemente nel lavoro. La mancanza
di emotività favorisce il loro giudizio oggettivo e la loro tenacia e perseveranza.
• Il sanguigno (nEAP)
La sua attività è flessibile, evita gli ostacoli. Egli, in virtù della sua primarietà, è
aperto al presente, a volte reagisce violentemente, ma si riconcilia subito; non tende,
perciò, verso simpatie e antipatie di lunga durata; cerca gli onori e la sod disfazione
personale. Predomina in lui non il sentimento, ma l'attività di un'in telligenza limpida.
Ha un forte senso pratico e agisce secondo i valori che ven gono presentati dalla sua
ragione.
La spiritualità delVnEAP. E il carattere più estroverso di tutti: essendo attivo non
sente il richiamo dell'interiorità, si rivolge al mondo esteriore per colma re il suo vuoto
e trovare sfogo nella sua inclinazione ad agire. Si adatta facil

10
3
Cf. L.M. ROSSETTI, Pratica di caratterologia. Educazione e direzione spirituale, Elledici, Leumann (TO)
1966,101-104. Il libro offre interessanti applicazioni alla formazione alla vita religiosa e alla direzione spirituale.
mente alle circostanze ed entra agevolmente in contatto con la realtà e con la
vita. Essendo di tipo primario si concentra sul momento presente, col pericolo di
perdersi in esso. Egli deve essere aiutato a partire dal dinamismo della sua intel-
ligenza e del suo ragionamento e non dalla minaccia o dal rimprovero.
Sente una certa curiosità naturale per il fatto religioso: vuole ragionare sulle
realtà soprannaturali. Deve essere stimolato su questa linea, incitandolo alla
riflessione e al ragionamento e mettendo direttamente davanti ai suoi occhi la
dottrina precisa del vangelo e la verità e la fedeltà di Cristo.
Nella direzione spirituale egli cerca chiarezza d'idee, semplici e concrete. Per-
ciò deve essere incitato a trovare il suo centro in Cristo, fonte di luce e di vita. Le
grandi verità insegnate dal Maestro saranno per lui uno stimolo alla coerenza. Il
punto forte della sua preghiera è la liturgia; egli verrà pure incoraggiato a inten-
sificare l'impegno apostolico. Il suo spirito sociale deve essere elevato a sentire la
comunità ecclesiale e ad impegnarsi nel suo ministero, ribadendo sulla presenza
e sul sostegno dello Spirito Santo che è la sua vera forza. Come esempio tipico di
questo carattere spicca la figura del grande apostolo san Bernardino da Siena.
• Il flemmatico (nEAS)
La sua principale caratteristica è l'attività coerente, energica, sistematica,
unita a una debole impressionabilità. Egli è intensamente concentrato sul lavo-
ro che lo assorbe quasi del tutto. Ha un'intelligenza pratica e metodica. La razio-
nalità predomina in lui, perciò si manifesta tollerante, indipendente nel suo giu-
dizio, puntuale, sincero, di larghe vedute.
La spiritualità dell'nEAS. Essendo attivo possiede una potente sorgente di dina-
mismo che lo fa applicare al lavoro con metodo, vigore ed efficacia. Essendo inoltre
di tipo secondario, si adopera con costanza fino al raggiungimento del suo obiettivo.
Partendo dal suo pensiero e dalla sua calma, è possibile impegnarlo in modo costan-
te nelle attività per il Regno. Egli saprà scoprire il disegno di Dio e l'insieme delle
verità evangeliche come un sistema dottrinale coerente e vitale al quale aderire.
La guida lo stimolerà a scoprire un ideale concreto, preciso ed elevato. Pre-
sentandogli i valori evangelici, come luce e come azione, gli faciliterà la scoperta
di direttive precise e sistematiche. Approfittando del suo gusto per la meditazio-
ne e la riflessione seria, lo orienterà progressivamente a crescere nella contem-
plazione personale della storia della salvezza e dell'opera trinitaria nel suo inti-
mo. Allo stesso tempo, lo asseconderà a sviluppare le sue qualità di organizzazio-
ne per un apostolato ben preparato ed efficace. Come modello di questo tipo si
può ricordare san Pietro Canisio, che si consacrò totalmente alla restaurazione
della Chiesa cattolica e fu chiamato «il secondo apostolo della Germania».
2.2.3. Gli emotivi attivi ( E A )
In questi soggetti l'emotività dirige e orienta le emozioni verso l'azione e l'at-
tività e li sospinge ad uscire da sé e a immergersi nel mondo professionale. Aven-
do le due tendenze in positivo, diventano equilibrati, estroversi e dediti al lavo-
ro, più sereni, più costruttivi. Predomina in loro una forte propensione per l'atti-
vità a detrimento della riflessione e dell'interiorità.
• Il collerico (EAP)
Poco riflessivo, nell'azione si lascia facilmente trasportare dall'entusiasmo e da un
senso di ottimismo che tutto pervade. È molto disponibile a eseguire ordi ni in vista di
un fine assegnatogli e a cooperare in gruppo più che a competere. I suoi tratti
predominanti sono: impulsività, impazienza, intolleranza; conciliabi lità; amore per lo
sport, per i piccoli, per gli animali; coraggio di fronte ai pericoli; umore allegro,
vivace, espansivo. Nella sua attività predomina l'aspetto con creto, tangibile,
immediato dell'applicazione pratica.
La spiritualità dell'EAP. Il loro distintivo caratteristico è l'attività: cercano
occupazioni al di fuori di sé. Sono lavoratori servizievoli, generosi, cordiali ed
entusiasti. Dimenticano subito le offese. Il loro punto forte è l'amore; perciò il loro
ideale sarà un grande amore verso Dio e verso il prossimo. L'aiuto che si aspettano dal
direttore spirituale è per diventare coraggiosi nell'attività sopran naturale. Si aprono al
dialogo con sincerità e facilità.
Può darsi però che non sentano bisogno del direttore spirituale o che non vedano la
sua importanza. Perciò hanno necessità di essere allenati all'interiorità e al
raccoglimento, affinché non siano travolti dall'attività. Essendo emotivi, sono portati
all'amore che deve apparire loro come una chiamata al servizio del Signore e alla
collaborazione efficace secondo il vangelo. La generosità sarà il fulcro del loro
apostolato. Ma dovranno scoprire che la missione cristiana ha bisogno dell'esperienza
dell'unione intima con Dio. Come esempio principale si può ricordare la figura di san
Pietro apostolo, pieno di amore e di donazione generosa a Cristo.
• Il passionale (EAS)
La presenza dell'emotività, dell'attività e della secondarietà fa sì che tutti i suoi
tratti siano positivi e che il suo sia il temperamento più completo e ricco. Egli è
focalizzato verso un grande ideale che lo affascina e lo impegna totalmente. Per ciò
risplendono in lui: perseveranza nel lavoro, decisione, larghezza di vedute,
indipendenza di giudizio, bontà verso i sottoposti, senso dell'economia, sentimen to
religioso. Rivela un'intelligenza rapida e intuitiva, metodica e raziocinante, e persegue
l'attuazione dei suoi progetti con costanza, pazienza e precisione.
La spiritualità dell'EAS. Ha tutti gli elementi fondamentali in forma positiva; è
quindi il carattere meglio dotato. Se viene interiorizzato da lui il grande ideale
evangelico, svilupperà un vero senso di responsabilità cristiana. Dio verrà pre sentato
come Persona viva, ardente. La sua predisposizione a sentire la11 grandez za di Dio verrà
completata con il desiderio di una vera collaborazione con lui.
Dato che egli sente il bisogno di una guida, questa dovrà apparire come sti molo a
un serio impegno di santità e di servizio al Regno. Le sue spiccate doti per l'apostolato
verranno orientate verso ministeri in gruppi nei quali si sentirà a suo agio. Quando
sarà a capo di qualche opera, dovrà essere invitato a rispet

11
Cf. H. SIMONEAUX, La direction spirituelle suivant te caractère, Aubier, Paris 1959,59-65.
tare i collaboratori. Di questo tipo abbiamo l'esempio in san Paolo e in tanti grandi
santi come Agostino, Teresa di Gesù, Francesco Saverio, le cui orme sono da seguire
con generosità.
2.2.4. I non-emotivi non-attivi (nEnA)
La nE e la nA combinate assieme e, pertanto, condizionantesi a vicenda, dan no
origine a caratteristiche piuttosto povere: scarso impegno operativo, disinte resse
generale, apatia, facilità di adattamento, freddezza, pigrizia, tutte indicati ve di
debolezza della tensione psicologica. In coloro che hanno queste caratteri stiche
l'emotività e l'attività sono inferiori alla media e quindi cresce in essi la passività.
Mancano dello slancio spirituale e possiedono poco senso pratico e sveltezza.
• L'amorfo (nEnAP)
Le tre proprietà fondamentali appaiono in negativo. Sotto questo profilo è il tipo
meno dotato a livello caratterologico. La sua vita interiore risulta povera, senza
consistenza, senza ideali, senza interessi, senza prospettive. Affettivamen te è calmo,
tranquillo, oggettivo, incapace di impegnarsi a fondo, di gioire e di soffrire.
La spiritualita dell'nEnAP. Possedendo uno scarso potenziale di sentimento e di
attività ha, per natura, la tendenza alla pigrizia e difficilmente vibra per gli ideali
elevati. Essendo di tipo primario, vive del momento presente. Si lascia trascinare
facilmente dall'ambiente e dall'opinione altrui. La sua formazione spiri tuale deve
partire proprio da questo: dall'offrire a lui un ideale di vita e di atti vità adatto alle sue
capacità.
La direzione spirituale dovrà promuovere il suo interesse per Gesù e per il Regno,
aiutandolo a superare il suo egocentrismo. A partire dalla preghiera litur gica e di
gruppo egli deve essere indirizzato ad approfondire la sua vita interiore e la preghiera
personale. Da qui potrà sgorgare il suo dinamismo apostolico, il suo desiderio di
prepararsi per le opere sociali. Il modello di questo carattere è san Benedetto Labre.
• L'apatico (nEnAS)
Predomina in questo tipo la risonanza secondaria. Offre una certa costanza,
tenacia e fedeltà ai principi. I tratti fondamentali della sua coscienza sono: intol -
leranza, opinioni e idee fisse, indifferenza religiosa, calma, amore per la solitudi ne.
Affettivamente è sereno, tranquillo e talvolta depresso.
La spiritualità dell'nEnAS. E un soggetto abitudinario; il suo valore predominante è
la tranquillità. L'educazione si orienterà a fargli scoprire motivi di spe ranza e di
fiducia che possano sviluppare la sua attività e le sue abitudini religiose.
La guida spirituale dovrà studiare il modo di favorire un ideale adatto che lo
solleciti a un impegno convinto e fatto per amore. Non sarà difficile mantenere la sua
prassi di preghiera e la sua facilità di seguire un metodo concreto. Sarà
necessario accompagnarlo nell'iniziazione al lavoro apostolico in modo che cresca il
suo spirito di iniziativa e di collaborazione all'estensione del Regno. Se egli è guidato
verso il bene, può pervenire a imitare santi di questo carattere come san Giuseppe da
Copertino.
***
Possiamo dunque concludere affermando che il carattere perfetto dovrebbe avere
come energia base l'emotività; come forza motrice l'attività; come arma tura la
secondarietà. Il direttore spirituale sfrutterà la profonda sensibilità, l'ac coglienza e la
fiducia dell 'emotivo. Saprà potenziare il dinamismo e l'audacia equilibrata dell'attivo e
dirigere il suo entusiasmo, la sua sicurezza di riuscita. Stimolerà la sua secondarietà
con la capacità di meditazione, di solitudine, di riflessione, di costanza e di
perseveranza.

Tracce per la personalizzazione


1. Sei fedele allo Spirito Santo? E sei fedele pure alla persona concreta che hai davanti?
Avverti la sua unicità e la sua irripetibilità?
2. Conosci il suo temperamento, ereditato nel momento del concepimento? E il suo carattere,
con le sue caratteristiche psicologiche predominanti? Sviluppi gli atteggiamenti positivi che
già possiede? Lo incoraggi a colmare le lacune?
3. Comprendi le sue circostanze storiche nelle quali risponde all'invito? Lo accetti nel suo
momento storico? Cerchi di favorire il suo adattamento alla dimensione storica?
4. Riesci a valutare oggettivamente le difficoltà e i problemi del diretto? Lo accetti con i suoi
pregi e i suoi limiti (specie di fede)?
5. Fai sentire l'invito piuttosto come perfezionamento della sua esistenza, come qualcosa che
completa intimamente la sua personalità?
6. Tendi allo sviluppo integrale della sua personalità? Proponi la personalità di Gesù come
elemento di grande novità? Conduci alla scoperta di Gesù persona? Proponi Gesù come
illuminatore delle verità del diretto?
Esercizio pratico 1
QUESTIONARIO DI SHELDON PER IL TEMPERAMENTO

Valutazione: dal 7. Se è il grado massimo: 7. Se è intensissimo ed evidente: 6. Se è intenso, ma


non eccessivamente: 5. Se è il grado medio, ma al di sopra della media: 4. Se è al di sotto della
media: 3. Se è debole, in modo evidente: 2. Se è carente, cioè man ca del tutto: 1.
Rispondi senza fretta e obiettivamente.
1. Ti senti portato a giudicare con benignità, in modo spontaneo, le azioni degli
altri, cercando sempre le attenuanti al loro operare manchevole? Sei
comprensivo e tollerante? .........................................................................................
........................................................................................................................................(
)
2. Di fronte alle difficoltà cresce la tua fortezza d'animo?......................................... ()
3. Hai tendenza alla tristezza spirituale?........................................................................ ()
4. Sei ipersensibile specialmente di fronte al disprezzo e alla critica che ferisce in modo
particolare?.................................................................................................................. ()
5. Godi nel fare il bene, le opere di carità, anche se richiede sacrificio, impegno? Sei
servizievole nelle cose che esigono faticai............................................................. ()
6. Senti piacere nella preghiera affettiva (cioè con affetti soavi, prolungati e intensi e con poche
idee)?............................................................................................................................. ()
7. Ti senti, spontaneamente, inferiore agli altri nella virtù?...................................... ()
8. Ti senti umile? .............................................................................................................. ()
9. Sei naturalmente austero nel mangiare e nel dormire?.......................................... ()
10. Hai una rigorosa coscienza del dovere?..................................................................... ()
11. Hai fretta di finire le opere esterne, anche lasciandole incomplete, per cominciarne
immediatamente delle altre? ...................................................................................... ()
12. Ti piace apparire davanti agli altri così come sei, cioè procedi nella vita con naturalezza,
senza preoccuparti di apparire migliore?.................................................................. ()
13. Di fronte all'ordine del superiore, senti spontaneamente la tendenza alla sottomissione del
giudizio e della volontà? ............................................................................................ ()
14. Senti l'ansia della salvezza delle anime che ti porta a un apostolato di conquista, anche se
suppone lotta, rischio, difficoltà? ............................................................................. ()
15. Hai un accentuato sentimento di pudore, di modestia corporate? .. ()
16. Ti costa, soprattutto, l'obbedienza di giudizio (ti attacchi con frequenza al tuo
parere) e, allo stesso tempo, hai facilità per l'obbedienza di esecuzione? .........
..........................................................................................................................................
()
17. Hai grandi aspirazioni che sei sicuro di poter realizzare? Miri a vasti
orizzonti nei progetti di apostolato, senza annegare nelle piccole cose o nei
fallimenti?.......................................................................................................................
..........................................................................................................................................
()
18. Cerchi di risolvere situazioni difficili senza ricorrere a metodi violenti? Credi di avere
mansuetudine e soavità nel tratto?.............................................................................. ()
19. Hai un comportamento pigro e goloso? Ti spaventa il sacrificio? .. ()
20. Hai spirito d'indipendenza nell'agire? Credi necessario chiedere un margine di libertà
nell'azione e di fiducia nell'operare? ......................................................................... ()
21. Hai il cuore chiuso? Senti in te tendenza allo scrupolo?........................................ ()
1 2 3
6 5 4
7 8 9
12 11 10
13 14 15
18 17 16
19 20 21
24 23 22
25 26 27
30 29 28

Agapetonico Prassotonico Deontotonico

Risultato. Metti accanto al numero della domanda il rispettivo voto. Fai la somma. Appartieni al
gruppo che ottiene il voto più alto. Avrai pure delle caratteristiche del secondo o del terzo, secondo la
loro vicinanza quantitativa al primo. Vedi sopra l'applica zione di ROLDÀN (pp. 54ss).
Esercizio pratico 2
TEST DI CARATTERE DI LE SENNE

Nei singoli numeri metti una sola croce, sopra la lettera a) o b) o su c).
Attività
Quando hai tempo a disposizione, lo impieghi con alacrità (per es. studi col laterali,
azione sociale, lavori manuali o qualsiasi attività non imposta)? O resti a lungo a far
nulla, a sognare o semplicemente a distrarti (per es. con letture amene, radio, tv ecc.)?
Dubbioso.
Esegui immediatamente e senza difficoltà ciò che hai deciso? O devi compiere uno
sforzo penoso per passare dall'idea all'atto, dalla deci sione all'esecuzione? Dubbioso.
Sei stimolato dalle difficoltà ed eccitato dall'idea dello sforzo da compiere? O ti
scoraggi facilmente? Dubbioso.
Preferisci agire o almeno fare progetti precisi che preparino realmente l'av venire?
O ti piace sognare pensando o al passato che non è più o all'avvenire che potrebbe
essere oppure fantasticare? Dubbioso.
Fai quello che devi fare subito, senza che ti costi molto (per es. una lettera, sistemare
una faccenda)? O sei incline a differire e rimandare? Dubbioso.
Prendi decisioni immediate anche in casi difficili? O sei
indeciso ed esiti a lungo? Dubbioso.
Sei facile a muoverti, sei irrequieto (per es. gesticoli, balzi vivacemente dalla sedia, vai
e vieni nella stanza al di fuori di qualsiasi viva emozione)? O stai generalmente fermo
quando nulla ti turba? Dubbioso.
Non esiti mai a intraprendere un utile cambiamento, pur sapendo che ciò ti costerà un
grave sforzo?
O indietreggi davanti al lavoro da iniziare e preferisci accontentarti della situazione
presente? Dubbioso.
9. a) Quando hai dato ordini per un lavoro, ti disinteressi della sua esecuzione, pensando di
esserti sbarazzato di una preoccupazione?
b) O sorvegli da vicino l'esecuzione del lavoro, assicurandoti che tutto sia fatto bene nelle
condizioni e nel momento voluti?
c) Dubbioso.
10. a) Ti piace di più fare che guardare, perché il semplice stare a guardare ti annoia presto o ti
spinge a passare all'azione?
b) O preferisci stare a guardare piuttosto che fare (ti piace, per es., guardare spesso e a
lungo un gioco a cui non prendi parte)?
c) Dubbioso.
Secondarietà
1. a) Nella tua azione ti lasci guidare dal pensiero di un avvenire lontano (per es.
risparmiare per la vecchiaia, accumulare materiali per un lavoro di ampio respiro o dalle
conseguenze future che i tuoi atti possono avere? b) O ti interessano soprattutto i risultati
immediati? e) Dubbioso.
2. a) Prendi in esame tutto ciò che può accadere e ti ci prepari con cura (per es.
equipaggiamento completo e preciso, studio degli itinerari, valutazione pre ventiva dei
possibili incidenti ecc.)?
b) O ti affidi alle ispirazioni del momento?
c) Dubbioso.
3. a) Hai rigidi principi ai quali cerchi di conformarti?
b) O preferisci adattarti alle circostanze senza irrigidirti?
c) Dubbioso.
4. a) Sei costante nei tuoi propositi? Porti sempre a compimento ciò che hai comin
ciato?
b) O abbandoni spesso un compito prima che sia terminato, incominciando tut to senza
finire nulla?
c) Dubbioso.
5. a) Sei molto costante nelle simpatie (per es. coltivi le tue amicizie d'infanzia, fre
quenti regolarmente le stesse persone, le stesse compagnie)?
b) O cambi spesso amici, smettendo senza ragioni plausibili di visitare persone che
frequentavi?
c) Dubbioso.
6. a) Dopo un impulso di collera o dopo avere subito un affronto, ti riconcili imme
diatamente con chi ti ha offeso?
b) O resti per molto tempo di malumore, persistendo nel rancore?
c) Dubbioso.
7. a) Hai abitudini fisse alle quali tieni molto? Ami il ripetersi regolare di certe
azioni?
b) O rifuggi da tutto ciò che è abituale e previsto in anticipo, essendo per te la sorpresa
l'elemento principale di piacere?
c) Dubbioso.

68
8. a) Ti piace l'ordine, la simmetria, la regolarità?
b) O l'ordine ti sembra monotono e hai bisogno di trovare ovunque un po' di varietà?
c) Dubbioso.
9. a) Quando ti sei formato un'opinione vi aderisci con ostinazione?
b) O ti lasci facilmente convincere e conquistare dalla novità di un'idea?
c) Dubbioso.
10. a) Prevedi in anticipo come devi impiegare il tuo tempo e le tue forze? Ti piace
tracciare piani, stabilire orari, redigere programmi?
b) O ti impegni nell'azione senza una regola precisa e prestabilita?
c) Dubbioso.

Emotività
1. a) Prendi molto a cuore le piccole cose, pur sapendo che non hanno importan
za? Sei talvolta sconvolto per cose da nulla?
b) O sei turbato soltanto da avvenimenti gravi?
c) Dubbioso.
2. a) Ti entusiasmi o ti indigni con facilità?
b) O accetti tranquillamente le cose così come sono?
c) Dubbioso.
3. a) Sei suscettibile? Sei facilmente e profondamente ferito da una critica alquan
to pungente, da un'osservazione scortese e ironica?
b) O sopporti la critica senza esserne urtato?
c) Dubbioso.
4. a) Ti preoccupi facilmente per un avvenimento imprevisto? Sussulti quando sei
chiamato bruscamente? Impallidisci o arrossisci facilmente?
b) O ti turbi difficilmente?
c) Dubbioso.
5. a) Ti accalori mentre parli? Alzi la voce durante la conversazione? Provi il biso
gno di usare termini violenti o parole molte espressive?
b) O parli senza fretta, in modo calmo, posato?
c) Dubbioso.
6. a) Sei agitato di fronte a un compito nuovo e alla prospettiva di un cambiamen
to nella vita? b) O affronti la situazione con calma? e) Dubbioso.
7. a) Passi alternativamente dall'esaltazione all'abbattimento, dalla gioia alla tri
stezza e viceversa, per un nonnulla e persino senza un motivo apparente?
b) O sei sempre dello stesso umore?
c) Dubbioso.
8. a) Sei spesso oppresso da dubbi o da preoccupazioni concernenti azioni prive
d'importanza? Conservi spesso nella mente un pensiero del tutto inutile, che però ti dà
fastidio?
b) O soltanto di rado conosci questo stato penoso di preoccupazione?
c) Dubbioso.
9. a) Ti accade talvolta di essere emozionato a tal segno che ciò che desideri diven
ta per te completamente impossibile? (per es. la paura che t'impedisce di muoverti, la
timidezza che ti toglie totalmente la parola ecc.)? b) O ciò ti è accaduto soltanto di rado? O
non ti è accaduto mai? e) Dubbioso.
10. a) Hai spesso l'impressione di essere infelice?
b) O sei generalmente contento della tua sorte? O, ancora, quando le cose non procedono
così come vorresti, pensi più a ciò che sarebbe necessario mutare che non ai tuoi
sentimenti personali?
c) Dubbioso.

Risultato: a) = 10 punti b) = 0 punti c) = 5 punti


Fai la somma dei punti nelle tre dimensioni: ad es.: 10 + 5 + 10 ecc.
Se la somma è superiore a 50 nelle tre sezioni, la persona è: emotiva; attiva; secondaria.
La somma può essere inferiore a 50 in uno o più settori.
Se la somma è di 50 o di meno, è nowEmotiva = nEmotiva; nAttiva; Primaria.
Per le caratteristiche e per i consigli alla guida spirituale, vedi sopra La caratterologia di
ROSSETTI (pp. 60ss).
Capitolo quinto
SANAZIONE INTERIORE

Una volta compiuta la funzione fondamentale della conoscenza di sé, può apparire
evidente, nella storia personale di alcuni principianti, la presenza di ferite, «buchi
neri», immaturità affettive e condizionamenti, che possono osta colare l'assimilazione
del messaggio evangelico di figliolanza, di amore, di misericordia e di abbandono
totale. Con tali soggetti è necessario compiere un intenso lavoro di liberazione al fine
di renderli capaci di aprirsi all'amore personale di Dio e di identificarsi con i
sentimenti di Cristo, sia nella dimensione verticale, cioè verso Dio, sia in quella
orizzontale, verso il prossimo.
È la dimensione della liberazione interiore da realizzare tanto a livello psicologico,
attraverso metodi adeguati di conoscenza e di gestione matura di detti settori del
comportamento immaturo, quanto a livello soprannaturale, attraverso l'uso dei metodi
evangelici di preghiera e intercessione, del mettersi davanti al Sole divino per essere
illuminati e rinnovati da Dio.
In questo capitolo, ai direttori spirituali che compiono i loro primi passi, vogliamo
offrire alcuni strumenti di conoscenza e di gestione di detti aspetti per sonali feriti,
affinché possano collaborare nel miglior modo possibile al loro superamento.

1. SALVARE L'ESSERE UMANO NELLA SUA TOTALITÀ


È necessario partire dalla considerazione del dinamismo vitale integrale in atto nei
principianti. L'accompagnamento attuale non può ridursi soltanto al loro livello
soprannaturale, come è accaduto in una parte considerevole della direzione spirituale
precedente, anche se agire solo a questo livello può offrire forse più gratificazioni agli
operatori dell'aiuto personale. La fede cristiana non informa soltanto sul regno dei
cieli, ma offre pure un'abilitazione a portare a termine la propria missione sulla terra,
imitando la libertà di Gesù1 nell'obbedire al Padre e nell'annunciare il suo messaggio di
misericordia e di salvezza.

1
Cf. S.J. BÀEZ, «La sanación fisica y espiritual en la Biblia», en Revista de Espiritualidad 64(2005), 183-213.
Una buona parte dei Vangeli è costituita dalla presentazione dell'azione libe ratrice
del Salvatore, attraverso la descrizione costante della sua opera che si va completando
mediante la guarigione e la redenzione interiore, individuale e sociale e in tal modo, e
in maniera sempre più autentica e verificabile, va soppri mendo le profonde radici del
peccato e dell'inimicizia. E ciò avviene in una maniera e in un grado così sublime, che
con nessuna morale e nessuna psicoterapia si può stabilire un paragone.
Il proseguimento di questa azione liberatrice si manifesta oggi particolarmente
urgente nei casi in cui la guida spirituale abbia scoperto la presenza di ferite e di
immaturità affettive in certe persone problematiche e sofferenti. Ciò diventerà
indispensabile, in modo del tutto particolare, quando si tratta di accompagnare giovani
con vocazioni peculiari nella Chiesa. Esiste, infatti, un rapporto stretto fra guarigione
interiore, crescita individuale e santificazione personale. 2
La riflessione dell'esortazione di san Paolo ai tessalonicesi può diventare uti le in
questo senso: «Tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi
irreprensibile» (lTs 5,23-24). L'apostolo vede la persona in una visione tridi -
mensionale, ma le tre dimensioni funzionano come una totalità intimamente col legata:
il corpo, oltre ad essere un insieme ben organizzato, con le sue peculiarità e con le sue
debolezze, è per di più abitato dallo Spirito Santo e destinato alla risurrezione; Vanima
conferisce al corpo energia e orientamento superiore e diri ge verso l'alto le proprie
dimensioni psicologiche e sociali; lo spirito immortale, che costituisce il centro della
persona e della sua coscienza profonda, prende le decisioni, la eleva alla sua
dimensione trascendente e la predispone all'unione trasformante con Dio.
Il Signore Gesù ha assunto questa natura integrale e l'ha avviata alla gua rigione
nella sua totalità: spirito, cuore, mente, memoria, affetti, relazioni con Dio e con il
prossimo, atteggiamenti nei confronti di se stessi, della società e del mondo.

2. LE DIVERSE MALATTIE
Un primo passo, certamente molto importante, verso il raggiungimento del la
guarigione consiste certamente nell'identificazione delle diverse specie di infermità
che affliggono l'essere umano, così come delle loro origini o cause e dei vari rimedi
applicabili nei singoli casi. 3
Nella tradizione spirituale si usava un modo di parlare che faceva riferimen to alle
conseguenze derivanti dal peccato. Tali ferite, secondo la concezione tra dizionale delle
potenze principali, lasciavano la facoltà conoscitiva avvolta in

2
Cf. A. LIPPI, La preghiera per la guarigione e per la liberazione nella Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2003,25.
3
Cf. I. BAUMGARTNER, Psicologia pastorale, Boria, Roma 1993, 7: «Non c'è dubbio che l'attuale "condizione"
dell'uomo è contrassegnata da un livello di disturbi di origine spirituale ormai quasi intollerabile ... parte di queste
sofferenze spirituali - conflitti familiari, solitudine senza sbocco, ango sce diffuse, vuoto interiore, disperazione - è
sopportata in silenzio».
un'oscurità notturna, che rendeva difficile conoscere le verità essenziali dell'esi stenza
umana e trascendente: tale oscurità era chiamata «ignoranza». La facoltà volitiva, a sua
volta nella sua tendenza verso il bene, subiva una deviazione e rimaneva ferita da un
disordine, chiamato «malizia». L'appetito irascibile, orientato di per sé verso un bene
arduo da conseguire, appariva vittima della «debolezza», e l'appetito concupiscibile,
che spinge verso un bene desiderabile, appariva schiavo di un disordine chiamato
«concupiscenza». San Giovanni della Croce e la sanazione interiore sono su questa
linea. 4
Un altro modo di parlare, adoperato specialmente nel settore della pratica della
sanazione spirituale e illuminato da una visione integrale della persona e della sua
salvezza, presenta un diverso panorama della realtà.
• Malattia spirituale
Esiste innanzitutto una malattia, o disordine spirituale, che procede dal pec cato,
dal rifiuto volontario dell'amore e dell'amicizia di Dio o del suo progetto di salvezza.
Essa genera uno stato di disagio e di paralisi interiore. Le sue manifestazioni più
negative sono: l'odio di sé, l'incapacità di fidarsi, il complesso di colpa, l'ansietà, la
paura del futuro e i risentimenti soffocati. Esse diventano ter reno propizio a
comportamenti peccaminosi, quali: aggressività, violenza crimi nale, lussuria, furto,
menzogna, discussioni5 furibonde e anche situazioni di alcolismo, di dipendenza da
droga e manie suicide.
Appare evidente che alcune di queste manifestazioni possono essere classificate
anche fra le patologie psichiche. Il rimedio si trova nella conversione e nel l'uso
frequente dei sacramenti, in modo particolare6 quello della riconciliazione, che
guariscono e fanno ricuperare la salute spirituale.
• Malattia psichica o emozionale
Trae origine dalla mancanza di affetto o di accettazione, dal giudizio negati vo, dal
rifiuto o dall'insuccesso nei rapporti parentali e familiari. La psicoterapia moderna
lavora efficacemente per il superamento di queste lacune, portando le persone ferite
nel loro amore e nella loro stima a una gestione adulta del loro mondo emotivo. Come
rimedio spirituale viene adoperata, dopo un adeguato discernimento, la preghiera per
la guarigione di tali memorie. I sacramenti dell'eucaristia e della riconciliazione,
amministrati in un clima di carità, di fede e di fraternità, contribuiscono in maniera
significativa alla salute psichica. Questi rimedi, nei loro effetti, possono andare tante
volte molto al di là del miglioramento psichiatrico.

4
Cf. D. CHOWNING, «E1 camino de la sanación en San Juan de la Cruz», in Revista de Espiritua- lidad
59(2000), 253-333.
5
6
Cf. P. MADRE, LO scandalo del male, Ancora, Milano 1996,57-71.
Cf. LIPPI, La preghiera per la guarigione, 14; J.C. LARCHET, Thérapeutique des maladies spiri- tuelles. Une
introduction à la tradition ascétique de l'Église orthodoxe, Cerf, Paris 1997,313-728.
• Malattia psicosomatica
È un'indisposizione organica o fisica dovuta principalmente a stati di disagio
mentale ed emozionale e al fatto di sentirsi incatenati a un passato infelice. Come
rimedio naturale si propongono la medicina e l'azione psicoterapeutica, che vanno
migliorando e concretizzando considerevolmente i loro metodi e interventi in questo
settore. Come rimedio spirituale, invece, si propone l'inter cessione, fatta con fede e
amore, e la preghiera per la guarigione dei ricordi, come suo complemento. Senza
dimenticare l'uso dei sacramenti come indicato nel paragrafo precedente.

Radici emozionali di malattia psicosomatica:


Paura, ansietà, dubbi, senso di colpevolezza, risentimento, man canza di
perdono.
Aggressività, irritabilità, negatività, (lamentarsi), incomunicabi lità,
sentimento di rigetto.
Invidia, avvilimento, disperazione, rigetto, timore, rancore, senso di
inferiorità, insensibilità, odio, ira, incapacità di perdonare.
Incapacità di sfogarsi; repressione di angustie, lacrime, timori, senso di
colpa, rancori...
Pornografia, abusi sessuali.
Insicurezza, ansietà, mancanza di basi, incostanza.

Allergie, diabete causati da lavoro o situazioni spiacevoli.


Il dolore o la malattia nella zona del corpo segnalata dalle frecce si possono
riferire con frequenza a uno o più sentimenti elencati nel settore corrispondente. 1

• Malattia fisica
Può essere causata da incidente, infezione, stress, dieta inadeguata e simili. Oltre
al rimedio naturale di tipo medico, si adopera anche il rimedio spirituale, che consiste
principalmente nella preghiera o nell'intercessione, individuale o di gruppo, fatta
sempre con fede e amore, e che contribuisce a una più rapida e completa guarigione.
Anche il sacramento dell'unzione degli infermi, che alle origini era stato introdotto
proprio per raggiungere questo stesso effetto, ha ricuperato oggi la sua attualità e la
sua efficacia. 8
Alcune di queste malattie, o qualche loro sintomo, possono presentarsi come
conseguenza di un attacco demoniaco o dell'influenza di uno spirito maligno. In

7
M. LRAGUI,/EIMS sana hoy, E1 Carmen, Vitoria 1987,32.
8
Cf. MADRE, Lo scandalo del male, 53-57.
tal caso e, dopo appropriato discernimento, è consigliabile pregare per la libera zione
da tale oppressione demoniaca. Nei casi più gravi e rari di vera e propria possessione
da parte del demonio, la Chiesa, attraverso i suoi ministri eletti uffi cialmente, ricorre
alla pratica dell'esorcismo solenne.
L'uso contemporaneo dei rimedi naturali (medicina, psichiatria, psicoterapia ecc.) e
soprannaturali (preghiera d'intercessione, sacramenti) non si esclude a vicenda: essi
infatti, fino a un certo 9punto, si integrano e si completano mutuamente a beneficio di
una salvezza integrale.
In alcuni casi, la preghiera e la potenza dei sacramenti attivano le tendenze
naturali che il Creatore ha posto nell'essere umano ed eliminano gli ostacoli che
impedivano la guarigione dell'infermo. Gli impedimenti più frequenti sono i seguenti:
il peccato, l'odio, il rancore, il rifiuto, il senso di colpa, la mancanza di personalità e
altre fonti di tensione. Ciò spiega perché molte guarigioni fisiche o psicologiche,
senza essere propriamente miracolose, seguono un processo rapido, e a volte perfino
sorprendente, di ricupero della salute.
• Importanza del perdono
Perdonare è vincere il sentimento d'ira o di rancore verso chi ci ha danneg giato od
offeso o verso chi ha commesso una colpa contro di noi. Nessuno è al riparo dalle
ferite provocate da frustrazioni, delusioni, preoccupazioni, pene d'a more, tradimenti
ecc. Perciò tutti, in qualche momento, possono avere bisogno di perdonare per
ristabilire la pace e continuare a vivere insieme. 10
Per scoprire tutta l'importanza del perdono nei rapporti umani, basta rivolge re lo
sguardo sul mondo e vedere gli effetti disastrosi della mancanza di perdono e del
risentimento: tante guerre, vendette, omicidi, tanto rimanere agganciati al passato.
«Perdona per liberare in te le forze dell'amore», scrive Martin Gray. E questo l'effetto
del perdono: perdonare è guarire. Sia nelle famiglie che nelle comu nità, l'amore
«mobilita» il potere salvifico di Dio e la riconciliazione fa sì che que sta corrente
salvifica penetri nelle persone: per questo motivo, tante volte al per dono segue la
guarigione. Perciò l'invito ad avvicinarsi al Medico divino o a uno dei suoi
messaggeri, per esporre il proprio caso e per supplicare la grazia dell'assoluzione.
La riconciliazione sincera concede alle persone responsabili delle ferite, dei
traumi o dei problemi dell'esistenza la vera pace e affranca i loro cuori per ricu perare
la libertà interiore. In questo senso affermava Henry Lacordaire:u «Volete essere felici
un istante? Vendicatevi. Volete essere felici per sempre? Perdonate».

9
Cf. D. LINN - M. LINN, Come guarire le ferite della vita, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1992,110-119.
10
Cf. J. MONBOURQUETTE, L'arte di perdonare. Guida pratica per imparare a perdonare e guarire, Paoline,
Milano11
1994,92-103.
Dal 1994 funziona, con grande successo, l'«Istituto Internazionale del Perdono», a Madison (Wisconsin).
La «terapia del perdono» induce non solo a perdonare, ma anche ad entrare nell'amo re e nella compassione dei
figli di Dio. La «psicologia del perdono» rimane sempre aperta alla con templazione del mistero di Dio e del suo
costante perdono.
3. L'AFFETTIVITÀ E LE SUE FERITE
Un settore che merita un'attenzione tutta particolare in questo impegno di
sanazione è quello dei rapporti con i propri genitori, che sono all'origine di ogni altra
relazione. Un'esperienza positiva nei 12primi anni di vita facilita la compren sione e la
pratica del comandamento dell'amore.
Anche le malattie interiori riguardanti la sessualità devono essere ricondotte alla
storia affettiva del soggetto, soprattutto all'infanzia e, poi, alla pubertà. E da lì che
bisogna partire per comprendere, diagnosticare e instaurare un processo progressivo di
guarigione.
Esperienze negative compiute in questi settori predispongono all'autoeroti- smo,
all'omosessualità, al narcisismo e all'uso incontrollato dell'alcool. Ai nostri giorni l'uso
diffuso delle droghe pesanti induce, in modo compulsivo, a sfogarsi in tali
soddisfazioni immediate, poiché esiste un rapporto intimo tra queste deviazioni.
Bisogna prendere coscienza delle resistenze che si rivelano nei pro cessi scorretti,
troppo facilmente giustificati, poiché, in fondo, risultano comodi. Tutti questi disturbi
guariscono completamente se, successivamente, si raggiunge il dono di poter godere di
una relazione veramente umana.
In ogni modo, bisogna tener conto del fatto che, anche se in un dato soggetto è più
appariscente uno dei mali, per esempio la possessione demoniaca, ciò non esclude che
tale persona possa essere anche vittima di malattie mentali più o meno gravi e che
questi mali si possano manifestare contemporaneamente come13 perdita totale del
controllo umano e come presenza di segni dell'azione del maligno.

4. GUARIGIONE E LIBERAZIONE
Anche se non si ha uniformità nel modo di presentare questi argomenti, si può dire
che, come la guarigione fa riferimento alle malattie, così la liberazione fa riferimento
alle dipendenze o alle soggezioni da loro prodotte. La guarigione opera all'interno
della persona, la liberazione piuttosto all'esterno. La guarigione produce un
cambiamento nel soggetto che viene guarito da un disordine che provoca malessere e
trasformato in creatura nuova; la liberazione toglie, piutto sto, qualcosa che dall'esterno
opprime l'individuo. Essa non riguarda soltanto ossessioni e possessioni demoniache,
bensì si estende ad ogni genere di tentazioni violente, inganni, divisioni e alle varie
forme di superstizione, di magia e di tante altre negatività.
Finalità ultima di un processo di guarigione interiore è la sanazione da quel la
paura della morte che genera orrore verso la sofferenza, verso la croce di ogni giorno e
verso l'umiliazione e impedisce il dono di una perfetta esperienza di figliolanza,
condizione necessaria per aprirsi poi, in spirito di abbandono filiale, a un'integrale
donazione fraterna in atteggiamento di paternità e di maternità.

12
Cf. D. PIÉTRO, La dipendenza affettiva. Come riconoscerla e liberarsene, Paoline, Milano 2005,
9-18.
13
Si suol dire che i demoni più potenti sono quelli più astuti, che sanno nascondersi, non i pos sessi isterici,
manifesti, chiassosi.
La persona è veramente adulta e libera quando è in grado di diventare padre o madre
per altri, cioè di assumere in pieno, sciolta da ogni condizionamento, la responsabilità
della vita, seguendo la via di Gesù che aveva detto: «Io sono venuto per portare Vita e
per portarla in abbondanza» (Gv 10,10). Vita, libertà interiore, equilibrio e sanità, gioia
e pace del cuore, capacità di aprirsi all'altro e di amare, di seminare pace e non
divisione, 14sono qualità positive legate fra loro e che si stimolano nello sviluppo
reciproco.
• Bisogno di sanazione
In Gesù di Nazaret, il regno di Dio si è fatto presente sulla terra, continua ad essere
presente nella persona di Cristo Risorto e ci offre la guarigione, la libera zione,
l'autentica comunione con i fratelli. Egli ha detto: «Mi ha mandato ad annunciare ai
poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e a ciechi la vista, per
mettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore» (Le 4,18).
Le parole di Gesù riflettono la sapienza di Dio; le sue opere, il suo potere. Ogni
conversione, ogni guarigione o liberazione è una nuova conquista per Gesù,
rappresenta un nuovo passo in avanti del Regno e porta un nuovo annuncio della buona
novella. Ogni guarigione, sia di spirito che di psiche o di corpo, è una dimostrazione
della potenza di Dio, che annuncia in modo persuasivo: «Il regno di Dio è vicino».
Guarire è evangelizzare ed evangelizzare è guarire. La missione del credente è
proclamare la Parola e pregare affinché il Signore confermi, per mezzo di conversioni,
guarigioni e altri segni del suo amore e della sua potenza, la veridicità della venuta
nella pienezza dei tempi. 15
• Rimedi naturali
Quando i sentimenti negativi sono particolarmente opprimenti, si tenta, a volte, di
seppellirli nell'inconscio per nasconderli alla stessa coscienza attiva, la quale,
altrimenti, non darebbe pace. In questo modo si va avanti nell'esistenza senza
conoscere i veri sentimenti profondi. Così l'inganno può entrare nell'agire umano,
ingarbugliando, o almeno complicando, la condotta ordinaria e le rela zioni
interpersonali.
Bisogna invece servirsi dei rimedi naturali che esistono ormai per ogni malat tia. Si
possono ricordare le tante nuove risorse che va mettendo in pratica l'at tuale
psicoterapia, usando insieme metodi psicologici e pedagogici. 16
• Rimedi soprannaturali
La preghiera per la guarigione degli infermi è il rimedio più frequentemente
adoperato. Per pregare per tale guarigione è necessario, prima di tutto, un vero

14
Cf. L'ascolto che guarisce. Cittadella, Assisi 1989,103-110.
15
16
Cf. P. MADRE, Beati i misericordiosi. Ancora, Milano 1996,37-46.
Cf. B. RANCOURT, L'ombra del passato. Come guarire dalle ferite dell'infanzia, San Paolo, Cini- sello
Balsamo (MI) 2002,139-162.
amore nei confronti di coloro che soffrono e, inoltre, è indispensabile una gran de
fiducia nella potenza salvifica di Dio, piuttosto che contare sulle proprie virtù o sulla
propria fede. È il Signore che si serve, in certe occasioni, dei suoi stru menti per
alleviare il dolore umano e per rallegrare il cuore del prossimo sofferente. 17
Attraverso il dolore e la malattia bisogna giungere ad esaminare le zone più
nascoste dell'essere, quelle che realmente necessitano di guarigione. Queste zone
possono trovarsi nella mente, dominata dalla negatività, dal pessimismo, dal sospetto e
dal dubbio e impossibilitata a cogliere il messaggio che Dio vuole inviare attraverso di
essi. Possono trovarsi anche nel cuore, pieno di sentimenti di angustia, di colpevolezza
e di altre disposizioni negative. Possono trovarsi nello spirito, soffocato dal peccato,
dal rancore, dall'odio, dalla vendetta, dalla mancanza di perdono e dalla sfiducia. Sono
queste zone non redente che necessitano dell'intervento immediato del Medico divino.
La preghiera per la guarigione dei ricordi e per la liberazione interiore è, in questi
casi, una manifestazione della compassione di Dio per i sofferenti e il pro lungamento
della compassione che Gesù manifestava durante il suo cammino prepasquale in mezzo
ai suoi. E una vicinanza spirituale: l'orante presta il suo cuore e la sua mente al
Signore ed è disposto anche a offrire tutto se stesso.
Un metodo: «l'immersione nella luce»
Il «bagno di luce» è un servizio di fede. Consiste nel porsi alla presenza di Cristo
Risorto e nel lasciare che la sua luce rigeneratrice penetri certe zone del nostro essere
o certe tappe della nostra vita, dominate ancora dall'oscurità o dal la debolezza. Coloro
che puntano il loro sguardo su Cristo, saranno illuminati e liberati. Gesù, infatti, è «la
luce vera del mondo». Egli ha detto: «Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma
avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
Allora bisogna immergersi nella sua luce e sondare il proprio stato interiore,
conoscere i veri sentimenti, il difetto dominante, il perché della tiepidezza, del -
l'allergia o della paralisi spirituale.
Il «bagno di luce» è usato, principalmente, per scoprire la radice o la fonte di un
conflitto personale, di un complesso o di qualcosa che preoccupa seriamente e che si
desidera cambiare. È la fase preparatoria alla preghiera di guarigione delle memorie.
Serve anche per diagnosticare l'origine di un dolore o di una malattia di tipo
psicosomatico. È il caso di un'ulcera o di una gastrite. Il «bagno di luce» rivelerà che
il nervosismo e la malattia si aggravano ogni volta che quella persona deve affrontare
una situazione nuova.
Una volta conosciute la malattia e la radice del problema, arriva il momento della
preghiera per la guarigione dei ricordi, che esige di addentrarsi nel mistero della
redenzione e presenta le zone dell'esistenza e gli aspetti della personalità

17
Cf. A. BISSI, Peccatori amati. Il cammino umano tra fragilità e valore, Paoline, Milano 2004. 140-145.
che non sono ancora redenti. Si tratta di esporli alla grazia sanatrice e liberatri ce del
Signore.
Non si risolve nulla rifiutando se stessi per il modo di essere o giustificando i
propri sbagli. Bisogna presentarsi al Signore in tutta la propria realtà, come si è,18 come
si è visti da lui, e chiedergli di essere trasformati nel modo in cui egli desidera.
La sua luce è capace di penetrare le parti più intime dell'essere umano, compreso il
suo inconscio, dove si nutrono le radici dei problemi più preoccupanti. Gesù si fa
presente là dove c'è più bisogno. Si presentano allora al Medico divi no i conflitti
emozionali e, se è possibile, la radice stessa di questi problemi, e si prega per la
guarigione delle memorie. Si chiede a Gesù di riempirle del suo spirito e allo Spirito
Santo di mostrare le sue doti divine di guarigione e di sollievo.
Sarà importante, a tale scopo, che la guida valorizzi il «carisma delle guari gioni»
(ICor 12), che rivela sia la compassione di Dio verso l'uomo sofferente, sia il valore
redentore della malattia e della sofferenza accettate e incorporate al sacrificio di
Cristo.
Il fatto di identificare, alla presenza del Signore, una zona o un ricordo che ha
bisogno di guarigione, vuol dire esporsi alla luce e all'amore dello Spirito San to e
iniziare un processo di guarigione interiore; e quanto più ci si apre alla luce, tanto più
rapida e profonda è la guarigione. È sentire: «Ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8-14).
Quando ci si mette in atteggiamento di fede, Gesù entra nel cuore fino ad allora
chiuso dalla paura o da amari ricordi. Egli si fa presente in questa umile confessione e
preghiera: è così possibile esporre, con fede viva nella provvidenza di Dio, gli
avvenimenti più oscuri dell'esistenza. L'esperienza profonda del l'amore e della
misericordia19 di Dio e della salvezza del Figlio diventerà pace, guarigione, speranza,
vita nuova.
Dato che ogni ricordo doloroso tende a incidersi profondamente nella nostra
mente, nel cercare la guarigione delle memorie è molto utile visualizzare o immaginare
le persone che ne sono la causa. Se si ricostruiscono nella mente, con la massima
chiarezza possibile, gli avvenimenti e i momenti traumatici del passato, e si visualizza
il Salvatore presente che accoglie con amore il nuovo figlio di Dio, allora si compie la
vera redenzione del soggetto.
Questo «visualizzare» o «vedere» Gesù presente, quando si prega per la gua rigione
delle memorie, non è un semplice atto d'immaginazione. E un modo di esercitare la
propria fede. Gesù era ed è realmente presente in questa situazio ne, così come
rimaneva presso il fuoco sulla riva del lago e, dialogando con Pie tro, compiva la
guarigione della sua memoria.
In ogni caso, questa visualizzazione di Gesù verrà adeguata, nel modo più
conveniente possibile, alla persona concreta, alla sua età, alla sua situazione e ad altre
circostanze individuali.

18
Cf. S. PACOT, L'evangelizzazione del profondo, Queriniana, Brescia 22002,143-146; L.J. G ONZÀ- LEZ. Pregare
per guarire. Modalità semplici avallate dalla medicina, OCD, Roma 2004.
19
Perciò è tanto importante l'interiorizzazione della convinzione «Dio mi ama»: Is 43,1-5; 45,2- 6;49,1-6;
Sof 3,14-18; Os 11,1-4; Sai 102-103; 105-107; 138; Gv 3,16; lGv 4,9-10; Gal 4,4-7; Ef 2,4: «ren dersi conto» di un
amore personale del Padre per me.
Appendice I
INDIVIDUAZIONE DI PROBLEMI PERSONALI

La prima volta leggi tutti i numeri per farti un'idea generale.


Mentre leggi per la seconda volta, segna con una croce tutti i numeri che sono per te
un problema o fonte di preoccupazione.
Rileggi per la terza volta solo i numeri segnati con la croce e rinchiudi in un cerchio
le croci che ti preoccupano in maniera particolare.
Rileggi per la quarta volta solo i numeri col cerchio e metti un secondo cerchio su
quei numeri che ti preoccupano in modo particolarissimo.
1. Ho frequenti mal di testa, influenze o raffreddori.
2. Ho paura di fallire professionalmente, nel mio lavoro.
3. Partecipo poco alle attività comuni.
4. Sono nervoso; mi eccito con troppa facilità.
5. Sono timido.
6. Provo sentimenti di inferiorità.
7. Accuso mancanza di forza di volontà.
8. Ho dispiaceri o preoccupazioni per la mia famiglia.
9. Ho necessità di più tempo libero per la mia vita interiore.
10. Non ho sufficienti qualità per essere superiore o animatore.
11. Non ho un vero interesse per la crescita personale.
12. Penso di non essere simpatico agli altri.
13. Sento la mancanza di un consigliere nei momenti di difficoltà.
14. Temo che gli altri parlino male di me.
15. Facilmente mi sento ferito nei miei sentimenti.
16. Ho dei problemi per superare una cattiva abitudine.
17. Desidero avere un ambiente comunitario di maggiore serenità.
18. Sono troppo dipendente dagli altri.
19. Mi scoraggio facilmente nelle difficoltà.
20. Ho poca facilità ad esprimere o manifestare le mie idee.
21. Ho un aspetto fisico poco attraente.
22. Vorrei cambiare lavoro.
23. Ho scarsa vita sociale; mi sento solo.
24. Ho ricordi di un'infanzia infelice.
25. Vorrei avere una personalità più forte.
26. Ho dei dubbi su certe verità religiose.
27. Lavoro troppo.
28. Nella mia comunità non mi comprendono.
29. Ho troppe distrazioni nel mio lavoro.
30. Mi trattano come un bambino.
31. Sono preoccupato per possibili malattie o per la morte.
32. Sono preoccupato per una responsabilità (ufficio) personale.
33. Non accetto il mio livello di intelligenza.
34. Non ho fiducia negli altri.
35. Dimentico facilmente i miei propositi.
36. Ho paura per il mio futuro.
37. Si esige troppo da me.
38. Mi piacerebbe vivere una vita più regolata.
39. Desidero essere più degli altri.
40. Sono pigro.
41. La disciplina è troppo rigida.
42. Mi è difficile mantenere viva una conversazione.
43. Sento che nessuno mi capisce.
44. Non posso parlare con nessuno di certi problemi.
45. Sono poco sicuro nei miei rapporti con gli altri.
46. La mia coscienza è agitata da sensi di colpa.
47. Sento che nessuno mi apprezza.
48. Non ho buoni rapporti con una persona.
49. Discuto e mi eccito frequentemente.
50. Ho difficoltà a controllare i miei affetti.
51. Perdo spesso il controllo.
52. Ho divergenze di opinioni con altre persone.
53. Mi preoccupa il desiderio di essere più vicino a Dio.
54. Sono invidioso o geloso.
55. Ho poca memoria.
56. Sento antipatia verso una persona.
57. Ho dei dubbi su una possibile malattia.
58. Non so godere delle cose che altri fanno.
59. Sento bisogno di più amore e comprensione.
60. Vivo con la preoccupazione dell'impressione che produco negli altri.
61. Mi vedo obbligato a fare lavori che non accetto.
62. Ho molta difficoltà a parlare dei miei problemi.
63. Provo aridità nelle cose spirituali e ho un forte bisogno di affetto.
64. Ho frequenti crisi affettive.
65. Tendo ad agire basandomi solo sulle mie forze.
66. Ho urgente bisogno di successo comunitario.
67. Ho difficoltà nell'obbedienza.
68. Provo scoraggiamento, fatica dell'anima, abbassamento nelle aspirazioni.
69. Provo un senso di mancanza di serenità o di rilassamento nella mia vita.
70. Ho relazioni interpersonali insoddisfacenti.
71. Ho un eccessivo spirito di dominio.
72. Sono poco tollerante verso gli altri.
73. Provo inquietudine, tensione, irritabilità.
74. La qualità del mio lavoro diminuisce.
75. Manco di iniziativa e creatività.
76. Ho atteggiamenti polemici o aggressivi.
77. Tendo all'isolamento come fuga.
78. Mi manca l'equilibrio emozionale.
79. Non mi sento felice.
80. Sento in me il predominio di idee e sentimenti negativi.
81. Ho tendenza cronica alla tristezza, alla malinconia, alla depressione.
82. Ho un atteggiamento troppo egocentrico.
83. Tendo alla razionalizzazione.
84. Ricerco frequentemente delle compensazioni.
85. Mi accorgo di trasferire la mia aggressività sugli inferiori.
86. Mi rifugio abitualmente nelle fantasticherie.
87. Mi manca la capacità di decidere della mia vita.
88. Non ho assimilato il mio passato in:
89. Riguardo al mio futuro mi preoccupa:
90. Mi preoccupano queste altre cose:

- Qual è il mio atteggiamento? Consapevole e autentico o, invece, preconscio e pas sivo?


_______________________________________________________________________________________
Appendice II
PREGHIERA PER LA GUARIGIONE INTERIORE20

Padre di bontà, Padre di amore, ti benedico, ti lodo e ti ringrazio perché, per amore, ci hai dato
Gesù. Grazie, Padre, perché, alla luce del tuo Spirito, comprendiamo che egli è la luce, la verità, il
buon Pastore, che è venuto perché noi abbiamo la vita e l'abbiamo in abbondanza.
Oggi, Padre, mi voglio presentare davanti a te come tuo figlio. Tu mi conosci per nome. Volgi i
tuoi occhi di Padre amoroso sulla mia vita. Tu conosci il mio cuore e le feri te della mia vita. Tu
conosci tutto quello che avrei voluto fare e che non ho fatto; quello che ho compiuto io e il male che
mi hanno fatto gli altri. Tu conosci i miei limiti, i miei errori e il mio peccato. Conosci i traumi e i
complessi della mia vita.
Oggi, Padre, ti chiedo, per l'amore verso il tuo Figlio Gesù Cristo, di effondere sopra di me il tuo
Santo Spirito, perché il calore del tuo amore salvifico penetri nel più intimo del mio cuore. Tu che
sani i cuori affranti e fasci le ferite, guarisci qui e ora la mia anima, la mia mente, la mia memoria e
tutto il mio spirito.
Entra in me, Signore Gesù, come entrasti in quella casa, dove stavano i tuoi discepo li pieni di
paura. Tu apparisti in mezzo a loro e dicesti: «Pace a voi».
Entra nel mio cuore e donami la pace; riempimi d'amore. Noi sappiamo che l'amore scaccia il
timore. Passa nella mia vita e guarisci il mio cuore. Sappiamo, Signore Gesù, che tu lo fai sempre,
quando te lo chiediamo; e io te lo sto chiedendo con Maria, nostra Madre, che era alle nozze di Cana
quando non c'era più vino, e tu rispondesti al suo desiderio cambiando l'acqua in vino. Cambia il mio
cuore e dammi un cuore generoso, un cuore amabile, pieno di bontà, un cuore nuovo.
Fa' spuntare in me i frutti della tua presenza. Donami i frutti del tuo Spirito che sono amore, pace
e gioia. Che scenda su di me lo spirito delle beatitudini, perché possa gusta re e cercare Dio ogni
giorno, vivendo senza complessi e senza traumi insieme agli altri, alla mia famiglia, ai miei fratelli.
Ti rendo grazie, o Padre, per quello che oggi stai compiendo nella mia vita. Ti ringra zio con tutto
il cuore, perché mi guarisci, perché mi liberi, perché spezzi le mie catene e mi doni la libertà.
Grazie, Signore Gesù, perché sono tempio del tuo Spirito e questo tempio non si può distruggere,
perché è la casa di Dio.Ti ringrazio, Spirito Santo, per la fede, per l'amore che hai messo nel mio
cuore. Come sei grande. Signore, Dio Trino e Uno! Che Tu sia bene detto e lodato, o Signore.
p. Emiliano Tardif

20
In vari libri è possibile trovare altre formule, anche più ampie e più dettagliate: cf. IRAGUI, Guarite gli
infermi, 185-191.
Appendice III
GUARIGIONE DA UN RICORDO

1. Rilassatevi alla presenza di Gesù, che vede il passato e vuole guarirne gli effetti. Chiedete a
Gesù di vedere il passato come lo vede lui e di guarirlo come e quan do vuole lui.
2. Ringraziate Dio per le volte in cui siete stati amati, siete stati perdonati e avete perdonato. 21

21
LINN-LINN, Come guarire le ferite della vita , 326.
Capitolo sesto
GUARIGIONE
DELLE FERITE AFFETTIVE

La piena e perfetta maturità affettiva non esiste in questo mondo. Essa è un


cammino di progresso costante verso un traguardo di compimento e si caratte rizza
come un continuo divenire che punta a raggiungere sempre nuove conquiste personali
ed espressioni sempre più aperte nei rapporti interpersonali.
Tale sviluppo affettivo non può essere rappresentato, perciò, con una linea retta
ascendente, anche se così lo immaginano spesso i giovani. Nel suo ritmo possono
riscontrarsi, infatti, dei rallentamenti, degli arresti, delle crisi e anche delle regressioni
a forme già superate.
Per procedere in questo cammino lento, l'individuo deve assimilare i suoi valori ed
esprimere, nelle singole fasi, gli stati d'animo che lo caratterizzano: ogni lacuna, nelle
singole tappe, rappresenta un vuoto che minaccia la stabilità dell'equilibrio psichico.
Perciò, la formazione alla maturità affettiva esige una duplice condizione: il
rispetto e il giusto soddisfacimento del bisogno affettivo, proprio dei diversi periodi
esistenziali, e la spinta a un ininterrotto superamento dei singoli stadi per evitare di
fossilizzarsi in uno di essi. 1
In ogni modo, le normali difficoltà e sofferenze inerenti alla vita, se ben gesti te,
contribuiscono alla strutturazione di una personalità ferma. Chi è vissuto troppo
protetto, sotto una campana di vetro, rischia di prendersi una polmonite alla prima
corrente d'aria che lo investe. Chi ha lottato e sofferto, invece, acqui sta una specie di
arte di esistere che gli permette di trovare soddisfazione nei rapporti affettivi e
interpersonali, di riuscire bene nell'ambito professionale.

1. MATURAZIONE AFFETTIVA
Alla stabilità affettiva si perviene attraverso due grandi periodi di sviluppo
emozionale:
- fino alla pubertà, il soggetto vive in un amore che si spiega entro la sfera
egocentrica, in un atteggiamento captativo: ama soltanto perché si sente

1
Cf. C. MINA, Psicologia dell'amore, Messaggero, Padova 1996,88-98.
amato. Nel donare affetto, cerca, in modo narcisistico, se stesso. Egli si aprirà
progressivamente ad espressioni superiori nella misura in cui assimila ed esercita
il valore del periodo che va trascorrendo. Si muove nel l'ambito di un amore
immaturo, basicamente egocentrico; sembra dire: «Io ti amo perché ho bisogno
di te»;
- dopo la pubertà, egli acquista progressivamente un atteggiamento allocen- trico o
sociocentrico: si apre all'altro, che inizialmente sarà uno del proprio sesso;
subentra, poi, l'attrattiva verso il prossimo. Scopre la gioia del dare, del fare
felici gli altri; l'adolescente diventa sempre più capace di percepi re
oggettivamente i suoi coetanei e di amarli come sono, anche se non tro va sempre
la giusta corrispondenza. Tale amore maturo diventa oblativo, centrato sugli
altri; egli sembra dire: «Ho bisogno di te per arricchirti, perché ti amo»; ama
anche se non trova una risposta costante, poiché diventa sempre più
disinteressato, come l'amore stesso di Dio verso di lui.
Questa maturità affettiva, questa capacità di dedizione gioiosa al prossimo in una
disposizione ispirata e guidata dall'amore, è segno evidente tanto della matu rità umana
quanto di quella cristiana. In tal modo, l'affettività umana e la carità cristiana sono
chiamate a congiungersi nell'ideale di un amore pieno che 2si iden tifica sempre più
perfettamente con l'immagine di Dio che «è amore» (lGv 4,8).
La presenza dell'amore altruistico è essenziale nel tempo della scelta di qualunque
stato di vita, matrimoniale o celibatario, e non va disgiunta per niente dalla maturità
psichica generale. Se un soggetto, nonostante la sua età cronolo gicamente adulta,
continuasse ad essere affettivamente immaturo, cioè permanesse in uno stato di
carenza, di fame impellente di ricevere affetto e tenerezza, facilmente si sentirebbe
frustrato, poiché la sua sete non verrà mai sufficiente mente gratificata e questa
insoddisfazione lo condurrà alla ricerca insaziabile di compensazioni che, a loro volta,
provocheranno stati di solitudine affettiva e di ansietà. Questa situazione renderebbe
difficile la fedeltà ai doveri del proprio stato di vita che verrà sentito come causa di
isolamento e di incomprensioni, come un peso insopportabile. 3
Da ciò deriva dunque l'urgenza di insistere sull'educazione a un amore matu ro, che
si esprima nella disposizione oblativa, cioè nella comprensione interio rizzata del
motto: «E meglio dare che ricevere» e nella capacità di un dono disinteressato di sé,
della «diffusione di sé», come accade in Dio stesso.
Tale capacità trova il suo complemento umano nella fiducia di essere accettato da
parte degli altri e, specialmente per il credente, nella salda sicurezza di esse re amato
da Dio. Tale maturità affettiva deve essere distinta chiaramente dalla semplice e
parziale maturità sessuale fisiologica, cioè dal raggiungimento della capacità di
procreare. Questa, anche se preannuncia l'età adulta, non include

2
«Tu ci hai amati per primo, o Dio. Noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una vol ta sola.
Invece, continuamente, di giorno in giorno per la vita intera, tu ci ami per primo. Quando al mat tino mi sveglio ed
elevo a te il mio spirito, tu sei il primo, tu mi ami per primo...» (S. Kierkegaard).
3
Cf. A. BISSI, Il colore del grano. Crescere nella capacità di amare, Paoline, Milano 42002, 74-82.
automaticamente la maturità affettiva, che è costituita fondamentalmente dal-
l'oblatività e dall'equilibrio affettivo.
2. LA FERITA DEI «NON AMATI»: L'IMMATURITÀ AFFETTIVA
Il «non amato» è colui che, in periodi fondamentali dell'esistenza, quali l'in fanzia
o l'adolescenza, ha avuto una deludente esperienza di amore. Tale esperienza negativa
va penetrando intimamente nella struttura stessa della sua personalità. 4
Egli è rimasto segnato da un forte vuoto affettivo che ora condiziona la sua visione
dell'esistenza, il suo atteggiamento generale verso di essa e i suoi rap porti affettivi.
Forse, da bambino, ha sofferto le disastrose conseguenze di una famiglia divisa: liti,
freddezze, separazioni; o, forse, si è sentito apprezzato solo in rapporto al suo
successo esterno, dal momento che la stima dei genitori era condizionata all'esito
scolastico o sociale. Egli dunque è rimasto segnato dalla mancanza di amore e di
fiducia, che ha provato in varie sfumature e gradazioni.
Gli atteggiamenti acquisiti nella nostra infanzia hanno creato legami privile giati
tra alcuni dei nostri neuroni. La «corrente» - se così si può dire - passa meglio e più
rapidamente attraverso determinate «piste» neuronali, una sorta di percorso che aiuta a
camminare meglio e facilita lo spostamento. La nostra sto ria personale ha privilegiato
determinati circuiti neuronali, che si riattivano5 facilmente in un contesto attuale che
presenti somiglianze con il contesto di origine.
L'affettivamente immaturo nonostante l'età adulta subisce l'influsso condi zionante
di violente reazioni infantili o adolescenziali, manifesta comportamenti in disarmonia
con la sua età e patisce atteggiamenti di dipendenza esterna dal l'ambiente, dal gruppo
o dalla famiglia.
Se tale soggetto adulto subisce la propria immaturità psicologica tollerando residui
di tipo infantile, evidenzierà reazioni quali: incapacità a rinunciare al piacere
immediato, senso di nostalgia con insoddisfazione generale, bisogno com pulsivo di
ricevere amore, senso di abbandono con conseguente insicurezza, sfi ducia verso se
stesso, complesso d'inferiorità, bisogno di protezione da parte di altri più forti,
improvvise e immotivate reazioni di rivolta e di ostilità, lotta per superare la
dipendenza dalla madre o dall'autorità, sintomi nevrotici di carattere infantile,
inquietudine, squilibri di fronte alle responsabilità che deve affrontare.
Se invece rivela atteggiamenti che esprimono residui adolescenziali, allora si
manifesteranno sintomi come: meccanismi d'identificazione passiva con altre persone,
specialmente maggiori o superiori, e ricerca ossessiva di sé attraverso un amore
egocentrico e interessato e violente reazioni di indipendenza.
Simili caratteristiche dell'immaturità interpersonale, cioè gli atteggiamenti
sorprendenti che tali individui assumeranno «pur di essere amati», saranno
riscontrabili nei vari sintomi d'immaturità che, involontariamente, essi manife steranno.
Possiamo fare una rassegna di alcuni di essi.

4
Cf. P. SCHELLEBAUM, La ferita dei non amati. Il marchio della mancanza d'amore, RED, Como 1992,14.
5
SCHELLEBAUM, La ferita dei non amati, 195: «pensano che tutto il mondo li abbia abbandonati».
• Atteggiamento egocentrico: mancanza di oggettività
La personalità immatura ha una disposizione affettiva come se fosse l'unica ad
avere le esperienze prettamente umane della passione, della paura, della sof ferenza;
importanti sono le sue cose, la sua casa, la sua chiesa e il suo paese, che costituiscono
un'unità che infonde sicurezza al suo agire; tutto il resto le risulta estraneo e
pericoloso per cui lo esclude dalla sua formula di sopravvivenza.
Ciò conduce alla mancanza di oggettività nella percezione e nell'accettazio ne della
realtà, specialmente di quella umana e sociale, e al predominio del mon do affettivo
condizionato dal passato: in tale situazione 6le relazioni sono vissute sul piano
emozionale e soggettivo, in modo predominante.
• Essere di peso e noia per gli altri
Allo stesso tempo, la persona immatura può essere di peso e di noia per gli altri
perché ostacola la loro libertà di azione. Le sue lamentele, le sue continue critiche e il
suo sarcasmo diventano il veleno delle relazioni sociali. Costituisco no un attacco
diretto contro il principio: «Non avvelenate l'aria che gli altri devono respirare».
La sua gelosia, in quanto reazione di paura di fronte alla possibilità di per dere una
persona amica allorché questa si rivolge a un'altra, provoca il timore e l'inquietudine
di restare privo di un bene posseduto e quindi sfocia in reazioni di sospetto, di ricerca
di conferme, di dispetti, d'ira. La sua invidia negativa, in quanto malvagio sentimento
d'animo per cui sente tristezza del bene altrui, come diminutivo del proprio valore
personale, diventerà fonte d'irritazione e di rapporti conflittuali.
• Ricerca dell'essere amati, del ricevere amore
Un altro tratto, che deve essere messo in risalto, è che le persone meno matu re
cercano di essere amate assai più di quanto non abbiano desiderio di donare il loro
amore; quando amano, lo fanno a modo loro, aspettandosi sempre di esse re corrisposte
in modo superiore dagli altri. Se l'amore interessato, possessivo, soffocante, si
trovasse nei genitori, sarà una forte fonte di sofferenze e di malin tesi e non porterà del
bene né a loro né ai figli che lo subiscono. Questi vivranno condizionati dal narcisismo
o dall'egocentrismo, che ha per oggetto il proprio io, e tenderanno sempre a prendere e
a strappare.
Costoro hanno un grande bisogno di essere amati, attirati come sono da un forte
amore di sé o da un narcisismo intenso. La loro energia affettiva ha per oggetto l'io:
vedono solo se stessi. Come conseguenza delle esperienze di man canza di affetto, di
genitori rigidi, divisi o problematici, essi hanno una permanente sete di affetto.
Agiscono al contrario di ciò che raccomanda A. Manzoni: «Volete avere molti in vostro
aiuto? Cercate di non averne bisogno».

6
Cf. BISSI, Il colore del grano, 83-91.
• Troppa dipendenza nel giudicare e nell'agire
Eccessivamente abituati a scaricare la responsabilità sugli altri e a compor tarsi con
una dipendenza tranquilla e un atteggiamento passivo, gli immaturi ten dono a
rinunciare alla gestione del proprio avvenire. L'identificazione eccessiva con altre
persone nella ricerca di sé genera una pigrizia naturale che può arriva re fino all'ozio,
all'indolenza, all'assenza di qualsiasi curiosità intellettuale, di qualsiasi iniziativa
efficace, di qualsiasi preoccupazione sociale. 7
• Instabilità emotiva
Il soggetto immaturo, che di solito non è passato serenamente attraverso i soliti
stadi di sviluppo, manifesta un'evidente mancanza di stabilità: facilmente perde la
testa, fa un chiasso sproporzionato, non è in grado di organizzarsi emo tivamente e
reagisce in maniera apparentemente paradossale, imprevedibile, attuando un
comportamento psichico infantile, dominato dai sentimenti, e rifu giandosi facilmente
nei meccanismi di difesa inconsci e in scatti d'ira, di passio ne violenta o di cattivo
umore.
Avrà, quindi, un'enorme difficoltà a prendere decisioni serene, ad adattarsi alle
circostanze nuove, ad esprimere le proprie opinioni e a comportarsi in modo
equilibrato.
• Squilibrio affettivo
Il soggetto immaturo, di fronte alla frustrazione e al malessere per l'impossi bilità
di appagare un bisogno, non è capace di sopportare l'attesa e il ritardo è da lui vissuto
come la minaccia di una perdita definitiva; egli reagisce alle varie fru strazioni con
rabbia, ira e collera, chiudendosi nell'autocommiserazione.
Di fronte alla paura, all'angoscia e alle preoccupazioni della vita, si sconvol ge
completamente, in modo da perdere totalmente il dominio di sé.
• Inconsistenza
Proviene dal fatto che nell'immaturo il modo di affrontare i suoi bisogni-pro blemi
non è in armonia con i valori umani e cristiani che ha assunto come suoi, oppure
perché i suoi atteggiamenti o il suo modo di comportarsi sono contrari ai valori
vocazionali o perché i suoi desideri non sono d'accordo con le sue moti vazioni
esistenziali.
I bisogni sono egocentrici, mentre i valori vocazionali sono sociocentrici. Nel la
maturità cristiana, la carità perfeziona questa dimensione sociale dell'essere umano e
lo induce ad essere con e per gli altri e a fare comunione con loro. Il valore evangelico
arricchisce tutto ciò, facendo scoprire nel povero, nell'amma lato, nel diseredato, il
vero figlio di Dio o il Cristo sofferente.

7
Cf. PIETRO, La dipendenza affettiva, 35-48.
L'impulso istintivo della volontà di potenza si va elevando e trasformando nello
spirito di servizio e di riconciliazione, perché la vocazione porta a scoprire la vita
nuova che circola nell'intimo di tutti i credenti in Cristo e, quindi, l'unio ne speciale
che esiste nel suo amore. Se i valori profondi occupano il «primo posto» e la
razionalità integra la zona della sensibilità, allora la personalità diventa armonica e
tutto l'agire si fa più gradevole, più piacevole, più accettabi le, e può così maturare
nella stabilità emotiva, nella calma, nella pace, nella serenità, nell'ampiezza di
orizzonte.
Per il cristiano, la «zona profonda», il centro della sua anima, è costituita dal la sua
vita trinitaria. Dio Padre diventa la sua fonte di accettazione, di sicurezza, di fiducia e
di speranza cristiana. La «certezza di essere amato» da un amore infi nito e
onnipotente, e di sapere a chi si è affidato (2Tm 1,12), diviene la maggio re sicurezza
della sua esistenza. 8

3. LA FERITA DEI NON STIMATI: L'IDENTITÀ DEBOLE


Perché tanti soggetti continuano a rimanere egocentrici? Perché si sono fer mati ad
un certo grado di sviluppo o non lo hanno vissuto e continuano con vuo ti, lacune,
carenze e bisogni smisurati? Perché sono schiavi dell'orgoglio, che pro voca una fame
insaziabile di stima di sé? All'origine di questi interrogativi si tro vano esperienze
molto varie. Ma, in fondo, gli individui che le hanno vissute possono essere definiti
come immaturi, infantili o adolescenziali, poiché cercano di soddisfare i bisogni propri
dell'infanzia o dell'adolescenza che non hanno ricevuto un'adeguata gratificazione. 9
L'esperienza di tutti i giorni ci pone a contatto con fin troppa gente domina ta da
un'immagine negativa di sé, turbata dalla paura di non riuscire poiché ha poca fiducia
interiore, poiché si vede soprattutto in negativo. Costoro si concen trano
sull'osservazione prolungata dei propri limiti, difetti e deficienze fisiche, intellettuali
o morali; e, perfino quando vogliono lavorare «sulla propria conoscenza», si sentono
spinti a focalizzare i lati oscuri del proprio passato. E un atteggiamento parziale che
deve essere urgentemente completato con la conoscenza piena degli aspetti positivi
dell'esistenza. L'orgoglio, o amor proprio, è, in fondo, una reazione alla mancanza di
autostima: si può dire che reagiscono con amor proprio, perché non hanno amor
proprio, cioè non amano realmente se stessi e, quindi, hanno bisogno di ricorrere a
questi meccanismi di difesa per proteggere la propria valutazione che sentono
minacciata. Solo amandosi e vivendo in armonia con se stessi possono pervenire alla
felicità. 10
Nella vita spirituale, alle volte, la costruzione della stima di sé è stata identi ficata
con l'amor proprio o con la superbia, in quanto falso amore di sé o rifiuto inconscio
dell'immagine propria; in realtà si tratta di dimensioni differenti, che

8
Cf. M. DUPUIS, La persona unificata. Meditiamo con Edith Stein, Paoline, Milano 2003,47-51.
9
Cf. G. JERVIS, La conquista dell'identità. Essere se stessi, essere diversi, Feltrinelli, Milano 1997, 25ss:
«Identità
10
precarie, minacciate e negate».
Cf. B. Rossi, Identità e differenza, La Scuola, Brescia 1994,20-48: «La costruzione dell'identità. Un
impegno travagliato e permanente».
in qualche modo, si escludono a vicenda: un realistico amore di sé, in quanto creature a
immagine di quel Dio che guardò la sua opera e vide che «era cosa molto buona» (Gen
1,31), è la miglior cura per l'egoismo. La vera umiltà consi ste «nel camminare nella
verità», cioè in un oggettivo concetto di sé. San Pietro ricorda ai credenti: « Voi sapete
che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati... ma con il sangue
prezioso di Cristo» (lPt 1,18). San Giovanni della Croce scrive: «Vederle molto buone
equivale a farle molto buone nel Verbo, suo Figlio»-, e aggiunge: «abbellì le creature, le
lasciò rivestite ... di bellezza e dignità» (C 5,1.4). 11
Molti gravi problemi della psicologia evolutiva e, conseguentemente, della crescita
spirituale possono essere affrontati soltanto attraverso la coscienza di un'identità
positiva. Ogni soggetto ha bisogno di percepire il proprio valore, di essere qualcuno, di
sentirsi, cioè, capace di riuscire, di percepire utile quello che fa; è la fiducia
fondamentale nel proprio essere e costituisce uno dei pilastri indi spensabili della
personalità sana; tali sentimenti e atteggiamenti compongono le fondamenta sulle quali
è possibile elevare una costruzione; sono la base, il sostegno di tutta la struttura, che
così risulta solida e resistente.
Tale valorizzazione positiva del sé è una realtà da scoprire dentro di sé e non
acquisibile fuori. Di solito la si cerca lontano da sé, negli altri, nei ruoli, nei risul tati
professionali.'2 Affermava Eleonora Roosevelt: «Nessuno può farvi sentire inferiore senza
il vostro consenso». Un senso realistico della propria dignità conferisce sicurezza alla
persona e dà senso alla sua esistenza, poiché la fiducia inte riore, in quanto certezza
esistenziale del proprio «valore personale» e del valore delle cose che si fanno, è
un'esperienza così importante che alcuni psicologi imperniano su di essa tutta la loro
concezione della personalità, anche perché essa è un dato di natura a disposizione di
ogni soggetto, non un privilegio riservato a pochi fortunati dell'universo. 13
Eppure è frequente l'atteggiamento opposto, denominato «complesso d'in feriorità».
Esso può svilupparsi a partire da cause diverse: debolezza fisica, aspetto sgradevole,
impotenza relazionale, inadeguatezza sociale, difficoltà di parola, intelligenza
ritardata, oppure un senso d'indegnità, di colpa o di peccato, anche se non oggettivo.
Col moltiplicarsi dei fallimenti, il «complesso» si fa sempre più profondo e si
trasforma in una ferita cronica alla stima di sé e in un forte senso di fallimento in un
determinato settore della vita, accompagnato da una sensazione generale di insicurezza
e di mancanza di speranza. 14

11
San LEONE MAGNO ricorda: «Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non
voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei
membro ... Sei diventato tempio dello Spirito Santo!» (PL 54,190-193).
12
Sant 'AGOSTINO scrive: «tu eri dentro di me e io ero fuori ... tu stavi con me e io non ero con te» ( Conf.
10,27).13
14
Cf. A. MUCCHIELLI, Le motivazioni, Cittadella. Assisi 1982,84.
G.W. ALLPORT, Psicologia della personalità, LAS, Roma 21977,113-114: «Uno studio ha dimostrato che in
un gruppo di studenti di un college, meno del 12 per cento ha detto di non sapere che cosa sia soffrire il tormento
di sentimenti d'inferiorità ... Non occorre dire che i sentimenti d'inferio rità non possono essere presi come indice
di inferiorità reale».
3.1. Fonti dell'identità debole
Riguardo all'origine di questi problemi, le cause, sono molto varie. Alcuni soggetti
si sono fermati a un certo livello di sviluppo o non lo hanno vissuto affat to e si
trascinano dietro vuoti, carenze, bisogni, lacune, blocchi. Altri, invece, han no subito
diverse circostanze negative, come per esempio quella del rifiuto al momento della
nascita, poiché ad esempio i genitori non volevano figli o non ne volevano altri o
perché desideravano un maschio ed è venuta una femmina, e viceversa.
In casi simili, vi sono state nei genitori delle reazioni curiose, come quella del
padre che desiderava un primogenito maschio e, ritrovatosi con una femmina, la
vestiva e la faceva lavorare da maschio, la chiamava con nome maschile. Finché, al
momento di iniziare la scuola, tutta la verità fu scoperta. Il soggetto, poi, veni va
considerato un maschiaccio dalle femmine e una femminuccia dai ragazzi. Ancora
dopo lunghi anni di scuola, ella permaneva nella difficoltà ad identifi carsi con il
proprio sesso.
Altre volte si tratta di esperienze di confronto negativo con i fratelli o con i cugini.
Quando un bambino si sente dire: «Sei un ciccione», «Sei un pigrone», «Non sei buono
a nulla», «Sei cattivo» «Non sarai mai come i tuoi fratelli» e cose simili, queste e altre
frasi si incidono profondamente nella memoria e segnano intensamente la personalità,
generando un'impressione di rifiuto e una reazione di tremore, che si manifesta
specialmente in pubblico; tali sentimenti sono percepiti come veri e causano gravi
difficoltà ad accettarsi e ad essere se stessi.
Altre volte il soggetto è apprezzato solo in base al valore sociale: quando il
giudizio positivo o negativo dei genitori è legato per esempio al rendimento scolastico,
anche da adulto ogni sforzo sarà indebolito dal timore di essere rifiu tato e, «pur di
essere onorato», il soggetto si adatta, si impegna o cade vittima di rapporti immaturi e
dipendenti. Tutto ciò accresce in lui l'insicurezza e il sen timento d'inferiorità, nonché
la mancanza di autostima e, quindi, la ricerca di approvazione sociale ad ogni costo,
che compensi tale vuoto. Anche in questo caso si tratta di una personalità che può
essere definita immatura, infantile o adolescenziale, cioè che cerca di compensare
atteggiamenti o bisogni propri dell'infanzia o dell'adolescenza. 15
Invece Vimmagine positiva, cioè realistica, normale, oggettiva, vera, secondo ciò
che uno è, cioè un essere fatto di ricchezze e di limiti, si costruisce prima di tutto a
partire dai genitori e dagli educatori; nel corso dello sviluppo il bambino riceve da
loro, alle volte inconsciamente, la sensazione di essere desiderato e amato; il loro
linguaggio non verbale e i loro atteggiamenti emozionali e fisici lo rivelano. Egli
perciò va assimilando questa immagine che li riflette. Verso i vent'anni fiorisce pro -
gressivamente una personalità nuova, fondata sulla nuova identità, che deriva dal la
considerazione favorevole di sé, che suscita un senso di apprezzamento e di autostima
derivante dall'accettazione oggettiva del proprio essere, e che genera una fiducia
fondamentale, che sarà costantemente rinnovata e confermata.

15
Cf. L. FIELD, Il manuale deli autostima. Positive Press, Verona 1999: un manuale molto prati co, pieno di
esercizi utili per conoscersi e ricuperare la stima di se stessi.
Come si può osservare, questo processo di formazione degli atteggiamenti si
compie gradualmente sulla base delle esperienze attraverso le quali l'individuo ha
percorso le sue stagioni esistenziali. Il bambino legge l'immagine propria negli occhi
dei genitori. Egli, per poter crescere nell'accettazione di sé, ha biso gno che essi lo
guardino con amore e apprezzamento. 16 Le persone importanti del suo contorno
esistenziale avviano in lui un circolo che potrà essere «vizioso» o «virtuoso».
Le tappe di questo processo della costruzione dell'immagine di sé si susseguono nel
seguente ordine:
1) l'adulto esprime il proprio giudizio positivo o negativo su un tratto della
personalità del bambino;
2) il bambino accetta tale giudizio e comincia a percepire se stesso sotto tale luce;
3) questa immagine di sé e la relativa convinzione lo inducono poi a com portarsi
in modo coerente con essa;
4) questo modo di agire, a sua volta, conferma l'adulto nella sua convinzione
originaria, che viene riversata ulteriormente e in misura ancora maggiore sul
bambino, il quale sarà sempre più coinvolto nel concetto rispettiva mente
positivo o negativo di sé.
Di conseguenza, ciascuno si guarda oggi così com'è stato guardato un tempo. Uno
sguardo parentale significativo lo ha plasmato ed egli ha accettato questa prima
versione della propria storia. Oggi però è necessario tornare a posare uno sguardo
obiettivo sulla qualità e sulla correttezza di questa valutazione origina ria, al fine di
riconoscerne la vera fonte e iniziare a comportarsi in modo nuovo, secondo la realtà
attuale, che spingerà il soggetto a vivere da adulto, maturo e libero, e gli permetterà
d'iniziare una nuova stagione della sua storia.
Per l'intero periodo dell'infanzia si trova sottoposto a una valutazione di quello che
egli è. I genitori hanno posato un certo sguardo sul bambino, che ne è rimasto
condizionato, poiché sotto tale sguardo ha costruito la stima di sé e ha cominciato a
percepire il proprio valore e, da adulto, continua ancora a sentirsi tale quale l'hanno
considerato i suoi genitori.
Ma, indipendentemente dall'infanzia, pure neWetà adulta esistono non poche
situazioni ed esperienze quotidiane che possono essere percepite come frustran ti per
un'immagine positiva di sé. C. Rogers, nella sua terapia centrata sul clien te, ha messo
particolarmente in luce come un soggetto, sentendosi minacciato in maniera prolungata
nel suo valore e nel suo modo di giudicare, possa chiudersi in se stesso e divenire
incapace di reagire realisticamente. In tali casi, l'adulto tende a concentrarsi sui propri
limiti, difetti e deficienze fisiche, intellettuali o morali, e, anche quando lavora «sulla17
propria conoscenza», lo fa per contemplare per lo più i lati oscuri della sua esistenza.
Questa è la reazione istintiva normale che si registra di fronte a una bassa stima di sé;
pur di non subire altre delusioni, si tende a fuggire dalla realtà o a cercare di rivelarsi
ad essa con modi forti, oppure si assume un atteggiamento protettivo di freddezza che,
però, può essere scambiato per apparente superbia.

16
Cf. Bissi, Il colore del grano, 28-46.
17
Cf. ROGERS. La terapia centrata sul cliente, 125-134.
Tali reazioni, solo quando superano determinati limiti, diventano un vero problema
psichico,18altrimenti sono abbastanza controllabili e non impediscono una convivenza
normale. Esse possono emergere con forza durante l'adolescenza e, specialmente
nelle ragazze particolarmente avvenenti o intelligenti, diventano autentiche
personificazioni dell'orgoglio, in quanto il soggetto ammira solo se stesso e ha un
impellente bisogno di essere amato e lodato. Tali reazioni poi possono manifestarsi
pure in qualunque individuo, specie se egli sopravvaluta un singolo aspetto del suo
agire, per esempio il successo professionale, per cui prova un impellente bisogno di
continui successi e riconoscimenti del suo valore.
Di fronte a questi e ad altri casi simili, la tecnica psicoterapeutica di Rogers
consiste, appunto, nell'indurre nel cliente il senso della vera comprensione e del -
l'accettazione incondizionata da parte dell'accompagnatore. In tal modo l'aiuta to
diventa, in maniera progressiva, capace di rivedere le proprie strutture cono scitive e
operative e di riadattarle alla realtà personale, sociale e professionale.
3.2. Possibili reazioni di fronte al sentimento d'inferiorità
a) Complesso d'inferiorità. È una reazione contraria dovuta alla medesima causa;
essa può svilupparsi in un profondo senso d'inefficienza dovuto a cause diverse
(debolezza fisica, aspetto sgradevole, inadeguatezza sociale) oppure in un senso
d'indegnità o in un complesso di colpa. Se continuano a moltiplicarsi i fallimenti, il
«complesso» si fa più profondo e si trasforma in una ferita cronica nella stima di sé.
Ciò che capita in questi casi è che una parte della realtà del soggetto è presa per il
tutto. Per esempio, il rifiuto o il disprezzo per la propria scarsa memoria diventa
inadeguata considerazione per tutto il proprio essere. Ne segue un sentimento di
vergogna e si tenta di nascondere o di coprire l'oggetto della propria vergogna. Quando
si trova in presenza degli altri, il soggetto non è libero, non si sente sicuro e tende a
identificarsi con figure idealizzate, per il timore di essere disprezzato e respinto per la
mancanza di memoria.
b) Troppa dipendenza nel giudizio e nell'agire. La vittima si adatta e si sottomette
passivamente, fa di tutto per piacere agli altri e teme costantemente di essere
dimenticata o abbandonata; scarica la responsabilità sugli altri e assume un
atteggiamento passivo di identificazione eccessiva con altre persone e di rinuncia a
qualsiasi iniziativa o impegno sociale pur di non fare brutta figura. 19
Sono atteggiamenti parziali che devono essere completati con la conoscenza piena
degli aspetti positivi della propria personalità. Un senso realistico della dignità
personale conferisce, a tale scopo, sicurezza all'individuo e lo orienta ver so una
maturità integrale. 20

18
Cf. D. BROOKS - R. DALBY, La conquista dell'autostima, Mondadori, Milano 1998,45-55.
19
20
Cf. JERVIS, La conquista dell'identità , 80-99: «Identità false».
Cf. E. GIUSTI, Autostima, psicologia della sicurezza in sé, Sovera, Roma 1995,135-140.
c) Cocciutaggine: rigidità, incapacità di dialogo. Altra reazione spontanea è la
testardaggine, anche di fronte all'evidenza. Il soggetto emette opinioni e giudizi rigidi,
privi delle adeguate sfumature; manca di un pensiero adulto, capace di oggettività,
reciprocità e relatività; non si lascia illuminare né da Dio, né dagli uomini. Ma, prima
o poi, il Signore fa cadere i suoi idoli e maschere, affinché possa superare i suoi
problemi e pervenire alla certezza profonda che sgorga da lui e dalla sua Parola. Il
soggetto deve rendersi conto della propria cecità e lasciarsi guidare per le intricate
strade della pienezza, lungo le quali è pericoloso voler fare tutto da soli.
Alcuni di questi atteggiamenti immaturi, caratterizzati da un dogmatismo
intransigente e da giudizi inappellabili, si riscontrano, a volte, nelle persone abi tuate al
comando.
d) Illusione di onnipotenza. Si manifesta, nel nostro contesto, attraverso
un'autosufficienza più apparente che reale, in uno spirito di indipendenza che non
lascia spazio alla guida dei formatori.
Tutto ciò induce a un'incapacità di dialogo, di ascolto dell'altro, con l'unico
desiderio di difendere o di imporre le proprie idee.
3.3. Influsso nei rapporti interpersonali
Chi ha di sé un'immagine negativa tende a vedere tutta la realtà sotto tale luce. Il
concetto di sé, il rapporto di apertura e di accettazione propria, diventa no un filtro
attraverso il quale la persona percepisce tutto ciò che sperimenta e che si riflette poi
nelle relazioni interpersonali, nel modo seguente:
- si è capaci di fidarsi degli altri, nella misura in cui si prova verso se stessi un
sentimento di fiducia;
- si è capaci di apprezzare gli altri, se si prova un sentimento di stima verso se
stessi;
- si possono considerare importanti gli altri, se si è scoperta la propria dignità;
- si possono considerare buoni gli altri, nella misura in cui si percepisce che Dio
ha diffuso la bontà nel cuore di ciascuno;
- per avere sane relazioni con gli altri bisogna assolutamente avere un rap porto
aperto con se stessi. Se, invece, uno dubita del proprio valore perso nale, allora
molto facilmente si sentirà rifiutato, disprezzato, trascurato, non valutato nella
maniera giusta e proverà difficoltà nel rallegrarsi del bene altrui e nel
promuovere la propria crescita spirituale. 21
Come si vede, l'immagine di sé è generatrice di atteggiamenti e di comporta menti
che condizionano il soggetto; per esempio, chi si conosce come pigro non si
meraviglierà di comportarsi con indolenza. Ciò fa sì che sottolineare gli aspet ti
negativi per correggerli possa rivelarsi rischioso e controproducente, soprat

21
Cf. L.M. RULLA - F. IMODA - J. RIDICK, Antropologia della vocazione cristiana. II. Conferme esistenziali, EDB,
Bologna 1986,233-300.
tutto se ripetuto spesso. Dire a un bambino: «Sei un bugiardo» o «Sei malde stro»,
potrà creare in lui un'immagine che lo indurrà a dire bugie o a non acqui sire date
competenze. Ma anche nell'adulto, specialmente nei momenti critici, l'accentuazione
del negativo provocherà insicurezze e confusione interiore, generando un effetto
vertigine.
Al contrario, accorgersi di essere percepiti in positivo, specialmente se ciò è
sentito come reale, aumenta la fiducia in se stessi, potenzia la conquista della propria
solidità, diventa una condizione indispensabile per accettare il prossimo e avere
fiducia nel Signore. L'incontro oggettivo con la propria personalità, con le sue luci e
ombre, costituisce quindi una condizione previa per tramutare vanità e orgoglio in un
senso di dignità interiore, l'autoaffermazione individuale in affermazione spirituale, gli
impulsi aggressivi in uno strumento per affrontare i nemici interiori e per estendere
poi, in cerchi successivi e sempre più ampi, l'amore e la compassione verso la famiglia
e verso la Chiesa.

4. LA FERITA DELLE «PERSONE CONDIZIONATE»


Si chiama condizionamento psicologico l'associazione inconscia dell'emozione a
nuovi oggetti e situazioni: è l'apprendimento di risposte condizionate. Illu striamolo
con un breve esempio:
«Un esperimento famoso, in cui un bambino apprese ad aver paura di un topo bian co. può servire
come prototipo del condizionamento emotivo. Il bambino Alberto, quando gli venne mostrato un
topo bianco, cercò di afferrarlo senza mostrare segni di paura. Ma improvvisamente, mentre
osservava con curiosità il topolino, venne spa ventato da un forte rumore; da quel momento
cominciò ad aver paura del topo. Que sto, originariamente neutro, era diventato uno stimolo
condizionato della paura. Alberto a questo punto mostrava di avere paura anche del colletto di
pelliccia della mamma e di altri oggetti soffici e pelosi; mentre non aveva alcun timore di palle
di gomma o di cubetti, che non avevano nessuna somiglianza col topo». 22
Altri esempi tratti dalla vita quotidiana possono essere i seguenti: una per sona
appena conosciuta ci risulta antipatica poiché ci ricorda inconsciamente un'altra non
gradita. Oppure il maestro, per esercitare il novizio nell'umiltà, durante l'anno lo
rimprovera davanti a tutti con frasi come: «Crederai di aver scritto la migliore poesia
del mondo!», ecc., poi, quand'anche agli esami l'interessato si presentasse coi voti più
alti, è incapace di scrivere una sola riga della tesi di laurea, poiché è rimasto libero
nello studio, ma è stato condizionato e bloccato nello scrivere. Infine, una ragazza,
recitando in chiesa una poesia alla Madonna, si commuove, si mette a piangere e non
può continuare: da quel momento non riesce più a recitare in pubblico.
Molte paure, per esempio del buio, dei cani, dei topi ecc., sono semplicemen te
reazioni provocate dal condizionamento. Le fobie - paure nelle loro forme patologiche
che perdurano con intensità sproporzionata rispetto all'oggetto

22
E.R. HILGARD. Psicologia. Corso introduttivo, Barbera, Firenze 1979,386.
(serpenti, malattie, morte) - hanno questa stessa spiegazione. Tipiche sono la paura dei
luoghi chiusi (claustrofobia), dei luoghi alti, del buio, della gente (ago rafobia), che
intralciano le normali attività quotidiane. 11 soggetto può essere consapevole
dell'irrazionalità dei suoi impulsi, ma continua a provare veri attac chi acuti di angoscia
o di panico. Confessava un paziente: «Lo so, è ridicolo, ma è più forte di me!».
Per poter superare tutte queste situazioni, il primo passo consiste nel rag giungere
la conoscenza della vera origine del condizionamento, per scoprirne poi
l'irragionevolezza e abituarsi, in maniera progressiva, a comportarsi serenamen te; si
tratta di guardare in faccia le paure per assumere, di fronte ad esse, atteg giamenti più
coerenti.

5. GUARIGIONE DELLE FERITE


Questo complesso di situazioni e di ferite, anche se non arriva al grado di malattia
psicologica propriamente detta, costituisce un ostacolo per la crescita spirituale poiché
suppone una difficoltà costante a confidare nel Signore, a cre dere nel suo amore
personale convincersi che egli ha fatto «cose grandi» in ciascuno di noi.
Diversi impedimenti disturbano la sana gestione delle emozioni e la loro utiliz -
zazione come strumento di guarigione. Prima di tutto, la nostra società valorizza in
modo quasi esclusivo la ragione a detrimento dell'emozione. L'autentica padro nanza
affettiva appare inaccessibile. Il controllo emozionale si percepisce come censura,
repressione o rimozione. La padronanza dei sentimenti si basa, invece, su una
competenza affettiva che consente al soggetto di incanalare, orientare, modu lare ed
esprimere le proprie emozioni in modo appropriato alle situazioni.
Ciò non è facile poiché si tende a rimanere ancorati a stadi evolutivi corri -
spondenti all'infanzia. 23 Ma, dato che l'immagine negativa di sé o tale condizio -
namento, è una realtà appresa, sarà possibile anche dimenticarla e liberarsi da tutto ciò
che si rivela nocivo al proprio sviluppo. La volontà e la libertà umana possiedono la
capacità di trascendere questi condizionamenti limitativi. È quin di possibile cambiare
il corso della propria storia, invece di ripetere sempre gli stessi errori muovendosi
sugli stessi scenari dolorosi.
Ciascuno è pienamente responsabile delle proprie emozioni e può uscire dal -
l'illusione per aderire alla verità. Per tale motivo, dire a un altro: «Tu mi fai sof frire»
costituisce una volgare menzogna e non è vero che un bambino fa soffrire la madre o
manda fuori di sé il padre, così come non è vero che un uomo diven ta violento a causa
della moglie che ha avuto la disgrazia di dire una parola di troppo. Ciascuno, infatti, è
responsabile dell'atteggiamento che assume.
Se uno riesce a diventare pienamente padrone delle proprie emozioni, ciò gli
consente di eliminare il risentimento inutile contro coloro a cui attribuisce le sue
sofferenze; di abbandonare la sua posizione di vittima, che vive nell'attesa che gli

23
Cf. RANCOURT, L'ombra del passato, 147.
altri lo sollevino dalle sue sventure; di liberarsi da un falso senso di colpa asso ciato
alle sofferenze emozionali degli altri; di abbandonare la sua posizione di salvatore per
accedere a una maturità affettiva e relazionale che gli consenta di essere veramente di
aiuto agli altri.
Il corpo conserva preziosamente nella memoria le cariche emozionali che ha potuto
sperimentare all'epoca del conflitto. Già prima della nascita, la madre, con le sue
sensazioni, le sue sofferenze, i suoi pensieri, i suoi timori, va impre gnando l'essere che
cresce nel suo grembo. Il bambino, anche se è ancora nella «notte uterina», assapora,
sente e risente dell'atmosfera emozionale che lo circonda.
È possibile rimediare e guarire le ferite dell'infanzia, che ci inducono a non fare
ciò che vorremmo e a fare quello che non vorremmo. Una certa insoddisfa zione
costante nell'esistenza, il conflitto continuo con i genitori, la persistenza dei sensi di
vergogna o di colpa, la ripetizione di situazioni conflittuali nelle rela zioni
interpersonali, sono tutti segni della presenza nell'anima di queste ferite che possono
essere guarite.
5.1. Guarire e integrare il livello affettivo
Cosa si può fare per liberarsi dall'influsso negativo di questo mondo affetti vo
immaturo e ferito e per utilizzarlo come dinamismo positivo per il proprio
perfezionamento? Nel presente paragrafo proponiamo qualche tecnica utile a orientare
in tal senso le ricchezze personali e l'eccezionale spinta verso la cre scita che suppone
il mondo affettivo sano.
Se non siamo consapevoli dei nostri sentimenti, questi possono interferire
notevolmente nella relazione, impedendoci un ascolto vero. Un tempo si era troppo
impegnati, nell'ascesi, a tenersi lontani da pensieri e sentimenti negati vi come la
collera e l'ira, che perciò bisognava eliminare dalla coscienza e reprimere.
Ammessa la possibilità di un apprendimento, di un controllo e di una matu razione
della dimensione emotiva, s'intuisce subito la rilevanza dell'autoconsa- pevolezza delle
proprie reazioni e della loro canalizzazione al servizio del proprio ideale. Questa
integrazione affettiva è un elemento essenziale per la matu razione personale, per la
serenità e l'equilibrio emozionale e per la perfezione spirituale: libera, infatti,
un'ingente energia umana e la dirige in funzione della realizzazione del progetto
spirituale.
Tale integrazione si compie mediante l'orientamento graduale dei sentimenti, delle
passioni e delle emozioni verso il proprio ideale, rinviando le gratifica zioni
immediate, superando atteggiamenti unilaterali, incoerenti o contradditto ri (per
esempio l'essere molto gentili fuori e insopportabili a casa propria). Que sto processo
d'integrazione consta di due fasi: la prima tende ad annullare l'in flusso delle emozioni
negative, la seconda a potenziare un modo di sentire, di pensare e di agire positivo. 24

24
Cf. M. ZUNDEL, El Evangelio interior, Sai Terrae, Santander 2002,56 -60.
5.2. Neutralizzare le emozioni negative
Questo primo passo consiste in un lavoro di superamento delle esperienze emotive
dolorose o sconvenienti, mediante la purificazione della mente e del cuore da
immagini, desideri e sentimenti non autentici che stanno alla base del la negatività e
che frenano la crescita.
Come aiutare allora chi ha un'immagine negativa o è ferito e desidera per correre il
cammino della liberazione? Non basta il suo pio desiderio di cambiare; è
indispensabile che egli cerchi di capire il proprio vissuto e lo accetti così com'è: la
sincerità con se stessi mette sulla strada della guarigione. 25
Bisogna, innanzitutto, saper riconoscere quali ferite continuano ancora a
contaminare il presente. Non basta biasimare se stessi o i propri genitori. È indi -
spensabile saper gestire il momento presente in maniera libera, trasformando il passato
in un alleato che concorre a realizzare in pienezza la situazione attuale.
Riguardo al passato, si deve prendere coscienza del fatto che esistono esperienze
represse nell'inconscio: certi ricordi, sentimenti di odio, di vendetta o di ribellione,
sentimenti di inferiorità, di timore, di colpa, e di conseguente man canza di
accettazione propria, della famiglia o delle circostanze, che non sono in sintonia con i
valori che il soggetto vuole vivere; sarà quindi indispensabile eliminare il loro influsso
distruttivo sugli atteggiamenti attuali, anche se inconsci, poiché lo condizionano e lo
fanno reagire negativamente.
Lo sforzo è diretto a far uscire dal campo della «memoria affettiva» incon scia del
soggetto le inibizioni accumulate forse già dall'infanzia, mediante tecni che varie di
rilassamento che, tramite la libera associazione delle immagini o l'a nalisi dei sogni
(meglio ancora se attraverso la diagnostica psicologica o i test proiettivi), inducono la
persona a scoprire le cause di questa situazione sfavore vole e a riconciliarsi con esse.
Con i credenti si ricorre pure alla preghiera di gua rigione di ricordi e agli effetti
liberatori di una vita spirituale sana.
Riguardo al presente, siccome l'ideale di un perfetto controllo emotivo è raramente
raggiungibile, sarà indispensabile, prima di tutto, che ciascuno cono sca le proprie
lacune, blocchi, punti deboli, per mantenersi in guardia e per poter reagire subito
utilizzando i mezzi che gli risultano più efficaci (come la musica, lo sport, il dialogo,
la preghiera), per deviare l'attenzione da ciò che la eccita e dirigerla su qualcos'altro.
In tal modo si riacquista l'iniziativa e si domina il mon do emotivo prima che esso
prenda il sopravvento.
Sarà inoltre necessario evitare di alimentare le emozioni contagiose come la paura,
l'aggressività o l'ansia. È dimostrato, infatti, che le emozioni negative pos siedono
un'energia potente che contagia l'ambiente circostante. Se, per esempio, ogni mattina
sui media si cercano, con sensibilità morbosa, notizie deprimenti (furti, morti, guerre,
suicidi, sequestri, violenze sulle persone), si formeranno allora dei circoli viziosi che
rafforzano la paura.
Il metodo più comune è quello di rivolgere l'attenzione su canali utili, verso mete
migliori, senza rimanere vittime del loro influsso. Giova pure la scoperta

25
Cf. A. SEGANTI, «La memoria affettiva come base di rilettura della metapsicologia freudiana», in G.
HAUTMANN - A. V ERGINE, Gli affetti nella psicoanalisi, Boria, Roma 1991,89-93.
della loro irragionevolezza, come faceva quel discepolo che non riusciva a dor mire,
preoccupato per il domani, e si ricordò le parole del suo maestro: «Il domani non è
reale. L'unica cosa reale è il presente». Così si fermò sul presente e ben presto si
addormentò.
Si dimostra pure molto efficace l'impegnarsi nella scoperta di ciò che è posi tivo
nel proprio essere, poiché «le emozioni sono26 una cosa molto soggettiva: sem bra che si
sciolgano come nebbia sotto un sole caldo».
Quando invece tali emozioni sono inevitabili, bisogna conoscersi, avvertire le loro
cause, gli influssi soggettivi dei fattori fisiologici: ognuno ha i suoi alti e bassi
emotivi, i suoi cicli vitali. E stato dimostrato che le ghiandole endocrine, specie la
tiroide, la pituitaria e il fegato, sono fattori importanti di queste alte razioni cicliche. Il
clima e i cambiamenti di tempo possono pure incidere sugli stati d'animo e produrre
malessere ed emicranie, specialmente nei soggetti reumatici e in malati che hanno
subito interventi chirurgici. Con l'accettazione serena di questi fenomeni si può lasciar
passare la tempesta, ricordando il «canta27 che ti passa» dei soldati in guerra, ed evitare
sbagli, discordie o difficoltà relazionali.
Altro consiglio tradizionale è di non prendere decisioni irreversibili in tali
circostanze: quando lo stato d'animo è perturbato, non è facile perseverare nel
cammino intrapreso, perciò conviene seguire il principio ignaziano «In tempo di
turbamento, non operate alcun cambiamento, anzi perseverate nelle risoluzioni prese».
Per ultimo, la comunicazione liberatoria, attuata dialogando con qualcuno o con il
Signore o scrivendo in un diario ciò che sta succedendo, spoglia gli eventi di buona
parte della loro misteriosità o della loro apparente gravità e riporta il soggetto alla sua
oggettività.
5.3. Coltivare pensieri positivi
Per un equilibrio interiore durevole, ciò che conta è che le emozioni e i pensieri
fruttuosi predominino su quelli negativi. È evidente che in certe circostan ze, per
esempio prima di Natale, a Pasqua o in tempo di esami, tutto sembra con giurare contro
la ragione e contro la serenità e, allora, anche gli individui più maturi possono perdere
il loro controllo. Ma chi nutre abitualmente sentimenti o atteggiamenti «positivi»
fallirà con minor frequenza rispetto a colui che non compie alcuno sforzo per dominare
la propria sensibilità.
Pertanto, migliorare il livello dei sentimenti e dei pensieri e padroneggiare
l'immaginazione possono promuovere il cambiamento delle idee e quindi l'at -
teggiamento personale, poiché una visione efficiente di sé e degli avvenimenti provoca
sentimenti corrispondenti ed emozioni positive. Siccome la qualità del

26
N. IRALA, Il controllo del cervello e delle emozioni, Paoline, Milano 1997,186: «si sgonfia il pallone, aprire
presto».
27
IRALA, Il controllo del cervello, 186; J.E. ROYCE, Personalità e salute mentale, SEI, Torino 1964, 128-129; V.
DEL MAZZA, I sentieri della gioia, Elledici.Torino 1977; W.T. KÌJSTENMACHER, Simplify your life. Semplifica la tua vita
in sette piccoli passi. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004,118-121.
l'affettività e dell'emotività dipende in larga misura dalla visione che ognuno ha
dell'esistenza, conviene andare alla radice del problema e cambiare gli stati d'a nimo e
le idee negative che ne stanno alla base, specialmente28quelle troppo anguste o quelle
che spingono ad aspettative troppo elevate su se stessi.
Questa induzione di pensieri positivi viene completata dalle diverse tecniche di
autosuggestione diretta che, prima di tutto, permettono di rappresentare, con la
maggior chiarezza possibile, l'atteggiamento che si vuole acquisire e, poi, indu cono ad
agire «come se» si possedesse il sentimento o l'abitudine desiderata. Può servire di
esempio la figura del presidente dell'Ecuador Gabriele Garcia More no che, per
superare una sua paura infantile, trascorse notti intere all'aperto e sotto rocce
pericolanti, divenendo così estremamente coraggioso e forte di fron te ai pericoli e ai
nemici politici.
Se non si dominano gli stati affettivi, infatti, essi prenderanno il sopravvento,
perciò è davvero decisivo abituarsi ad esprimere sentimenti e passioni in forme
costruttive, con un chiaro predominio delle emozioni positive su quelle negative, sia a
livello individuale che sociale. Bisogna che tali sentimenti ed emozioni, con tutto ciò
che in essi vi è di bello e di elevato, escano dall'«inconscio spirituale» per
impadronirsi della loro energia. In questo modo costituiranno per il sogget to un «socio
potente» e promuoveranno il dinamismo di crescita e la fedeltà al proprio ideale.
Per tale scopo è necessario uno sforzo per non dipendere eccessivamente dalle
circostanze del momento presente e per condurre un'esistenza attiva e auto noma,
pervasa dalla convinzione che sia possibile avere un atteggiamento pieno di sentimenti
costruttivi, quali l'ottimismo, l'affetto sincero, la speranza. 29
Indipendentemente dal dolore provocato dalle situazioni avverse, si può mantenere
un'intima disposizione di pace e di serenità, come san Paolo in pri gione, da dove
scriveva: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi» (Col 1,24). Sono due livelli
sovrapposti che possono coesistere: quello comandato dalla propria volontà o dalla
grazia divina e quello soggetto agli avvenimenti. Si può ricordare l'esempio
straordinario dei martiri che cantavano con gioia la loro fede in mezzo ai tormenti. 30
In secondo luogo, siccome gli stati d'animo sono «circolari», cioè l'esercizio di
uno di essi ingenera un'abitudine più forte o un cerchio più ampio nella stes sa
direzione, è essenziale il favorire i «circoli virtuosi», approfittando di ogni occasione
propizia per esprimere emozioni proficue in maniera cosciente e libe

28
Cf. L. ARRIETA, Convivir con la afectividad, ESET, Vitoria 1993,53-60; R. TOCQUET, Sviluppate la vostra
volontà, la vostra memoria, la vostra attenzione, Paoline, Roma 1976,173; allo stesso modo degli attori che riescono a
sentire veramente e a identificarsi con la loro parte, se la recitano abbastanza spesso.
29
Cf. N.V. PEALE, Come vivere in positivo, Bompiani, Milano 1998,271-289; D. GOLEMAN, Intelligenza emotiva,
Rizzoli, Milano 1998,113-123.
30
IRALA scrive: «Non appena dubitiamo delle nostre forze, o ci crediamo ammalati, diventiamo
effettivamente più deboli o ci ammaliamo davvero ... La gioia ha sempre virtù terapeutiche, mentre l'avvilimento
non fa che accrescere il male. È l'allegria, piscina di salute; bagniamoci in essa ogni gior no» (Il controllo del
cervello, 125). «I sei medici più valenti sono: sole, acqua, aria, esercizio, regime, buon umore; li hai sempre a tua
disposizione, ti curano e ti guariscono, senza chiederti un soldo!» (ivi, 126).
ra. Se si mostra un affetto sincero nei rapporti interpersonali, se si accettano con
serenità i piccoli dispiaceri di ogni giorno, cogliendone la bellezza o il valore, e,
soprattutto, se il bisogno di amare e di essere amati viene orientato verso un
atteggiamento interiore aperto e fiducioso, allora si è in grado di diffondere luce e
calore umano, di condizionare costruttivamente il proprio comportamento, di far
aumentare la stima per la propria personalità e il tono positivo dei sentimenti e delle
relazioni sociali. Gli effetti di questi cambiamenti sono così descritti da A.H. Maslow:
«Una parte molto importante dello studio della psicoterapia consiste nell'esame dei miracoli che
quotidianamente vengono prodotti dai buoni matrimoni, dalle buone amicizie, dai buoni genitori,
dai buoni posti di lavoro, dai buoni maestri ... ogni esse re umano è un buon terapista ... ogni
volta che uno è cortese, decoroso, psicologica mente democratico, affettuoso, caldo e aiuta gli
altri, costituisce una forza psicotera peutica. per quanto piccola questa possa essere». 31
L'ascetica della prima metà dell'800, per incitare a superare le debolezze e a
progredire nel cammino spirituale, insisteva piuttosto sul superamento degli aspetti
negativi, sulla malizia del peccato, sul senso di colpa, sul bisogno del «rinnega te
stesso», sulla mortificazione degli appetiti disordinati. Esisteva una dichiarata sfiducia
verso le realtà naturali come la sessualità, l'affettività o la32realizzazione personale,
come se fossero solo degli impedimenti per la vita spirituale.
Diventa, invece, molto più positivo ed efficace il mettere l'accento sul setto re
positivo, sul «sii te stesso» attraverso lo sviluppo armonico dei «doni» e dei «talenti»
ricevuti. Ciò include, tante volte, una rinuncia più radicale e, in ogni modo, significa
affermare la dignità e l'amabilità di ogni persona umana, la qua le, forse, non è
responsabile delle proprie debolezze, ma certamente lo è dell'atteggiamento con cui si
pone di fronte ad esse. Ciascuno, perciò, è chiamato ad assumere la realtà affettiva
come un autentico dono e ad integrarla nell'amore teologale.
Si può affermare, in sintesi, che il mondo della ragione e il mondo dell'emo tività,
lungi dal contrapporsi, sono chiamati a convergere nell'armonia dell'essere umano
integrale. Il credente, poi, è interpellato a compiere una realizzazione piena di sé
attraverso la comunione incessante con il suo Redentore. Per raggiungere tale
equilibrio globale, egli deve percorrere,33 alle volte, un processo tera peutico che offra
un'esperienza liberatrice di guarigione.

31
A.H. MASLOW, Motivazione e personalità. Armando, Roma 1973,395-396; M. S ELIGMAN, Imparare l'ottimismo.
Come cambiare la vita cambiando il pensiero, Giunti, Firenze 1996,309-322.
32
Cf. B. GIORDANI, Vita affettiva della religiosa, Antonianum, Roma 1991,227-233: espone i pericoli di un
«atteggiamento di rifiuto» e di una «repressione della natura». Cf. Afectividad y vida religiosa. San Pablo. Bogotà
1993,78-83.
33
Cf. G.G. JAMOLSKY, E! poder curativo del amor, Aguilar, México 2002,235-236.
5.4. Un metodo
L'osservazione del tipo di emozione attuale diventa una porta aperta per risalire
alle esperienze del passato. Il mondo emotivo diventa un ponte, una via di passaggio,
un momento critico da afferrare, che fa della ripetizione del passato un istante di
guarigione.
Si possono proporre tre domande per determinare se il passato continua a
contaminare il presente:
- La reazione emotiva è esagerata in rapporto alla situazione presente?
- Essa è al servizio dei miei bisogni?
- Ha tendenza a riprodursi nelle medesime situazioni?
La sproporzione, l'inadeguatezza e la ripetizione rivelano, quindi, la presen za
dinamica del passato. È necessario, perciò, aprire una porta di 34accesso all'in conscio
affettivo. Il seguente esercizio diventa molto efficace allo scopo.
Il primo passo consiste nel prendere coscienza delle proprie tensioni e reazioni,
sentimenti e ragionamenti che pervadono l'organismo e i rapporti.
In un secondo momento si cerca di capire quali sono i bisogni frustrati e qual è il
loro significato.
In un terzo momento si scopre come questo bisogno sia rimasto insoddisfatto
nell'infanzia e quali siano stati gli atteggiamenti e i comportamenti adottati allora.
In un quarto passo si procura di indovinare il modo adulto di gestire tali bisogni.
Con l'aiuto del dialogo, si risale al presente per trovare un atteggia mento cosciente,
sviluppato e maturo, da assumere adesso, magari con l'aiuto di un partner.
Gli altri, prima, hanno svolto un ruolo rilevante nell'emergenza delle emo zioni;
adesso, l'adulto rimane il solo responsabile del suo modo di gestire le emo zioni, di
controllare la sua reazione. Questo lo spinge a prendere maggiormente sul serio la
gestione del proprio mondo emotivo e a vivere il presente in pienez za, senza ripetere
in maniera meccanica e indefinita la storia dolorosa dell'infanzia. La riconciliazione
con se stessi e il raggiungimento della pace interiore per vivere in armonia con il
proprio ideale costituiscono perciò un elemento importante dell'accompagnamento
spirituale e del suo confronto con i valori evangelici. 35
Un altro modo per scaricare le emozioni consiste nel metterle per iscritto. Se, per
esempio, esiste un forte risentimento, sia esso giustificato o no, contro qual cuno, il
terapeuta inciterà il soggetto a scrivere una lettera a quella persona dan do libera
espressione a tutto il suo risentimento, la sua indignazione, affermando

34
Cf. HINTERHUBER, Strategia dello sviluppo interiore, 117-129.
35
Cf. RANCOURT, L'ombra del passato, 153-157 e 165.
i suoi diritti, senza ritegni. Naturalmente la lettera non va poi spedita; egli la con segna
al terapeuta o la distrugge all'istante.
Questa tecnica è più utile di quanto possa sembrare, poiché procura una sod -
disfazione simbolica. L'inconscio si sente appagato e acquietato con tale atto di rivalsa
mediante l'espressione scritta.
Anche la scarica muscolare funge da liberazione: mediante un'energica atti vità
muscolare come il dar pugni a un sacco di cuoio appeso, lo spaccar legna, lo strappare
carte, è possibile ottenere una soddisfazione simbolica. Ciò può avvenire con un certo
distacco, cioè senza partecipazione completa, osservando e dirigendo l'azione, e anche
con una certa dose di umorismo. In questo modo (come quasi sempre avviene in
pratica) si associano tecniche varie.
Appendice I
RIFLESSIONE SULL'IMMAGINE DI SÉ

Quali sono le tue convinzioni su te stesso?


Osserva l'elenco sottostante. Inserisci le parole «Io sono» davanti a ciascuna defini-
zione e segna il punteggio come segue:

0 = quasi mai 1 = a volte 2 = spesso 3 = quasi sempre

tollerante ........ loquace ........ interessante .......................


depresso ....... buono a nulla ........ amabile ......
avventuriero ....... gentile ........ timido ...................................
prepotente ....... negativo ....... pigro ......
cinico ....... affidabile ....... imperturbabile ..................
intelligente ....... incoraggiante ....... divertente ......
irritabile ....... meritevole ....... allegro ......
impacciato ....... orgoglioso ....... ipercritico ......
libero ....... sollecito ....... prevedibile ......
stupido ....... consapevole ....... sciocco ......
sensibile ....... indeciso ....... felice ......
protettivo ....... passivo ....... ottimista ......
dispotico ....... meschino ....... esigente ......
capace ....... flessibile ....... instabile ......
timoroso ....... debole ....... fiducioso ......
noioso ....... assennato ....... controllato ......
intuitivo ....... imbarazzato ....... riflessivo ......
colpevole ....... spontaneo ....... rigido ......

1. Osserva le voci contrassegnate con 3 punti. Cosa pensi di essere «quasi sempre»? Io sono quasi
sempre:
_______________________________________________________________________________________

2. Considera le voci contrassegnate con 0 punti. Che cosa pensi di essere «quasi mai»?
Quasi mai io sono: ______________________________________________________________________
Appendice II
SEI AFFETTIVAMENTE MATURO?

Vi sono persone che, nonostante abbiano raggiunto l'età matura, agiscono ancora in
modo assolutamente infantile e indisciplinato. Vuoi sapere se tu agisci realmente come un
adulto? Rispondi con coscienza alle seguenti domande.
SÌ NO
1. In generale, sei capace di continuare a sorridere quando le cose ti
vanno male? ____ ________
2. Dici cose di cui poi ti penti? ____ ________
3. Sei capace di prendere decisioni importanti senza eccessiva
apprensione, indecisione, o senza dover dipendere dal parere
altrui? ____ ________
4. Ti accade spesso di sentirti di malumore con la gente, e provi con-
tinui risentimenti? ____ ________
5. Pensi che la vita ti abbia offerto delle giuste opportunità per avan-
zare? ____ ________
6. Ti è difficile vedere le cose dal punto di vista della persona con la
quale stai discutendo? ____ ________
7. Ti organizzi in modo che il lavoro sia completo lavoro e il riposo
completo riposo? ____ ________
8. Vivi spendendo di più di quello che guadagni? ____ ________
9. Se non è in tuo potere mutare il corso degli avvenimenti, soppor-
ti bene il dispiacere che provi nel vedere frustrati i tuoi più vivi
desideri? ____ ________
10. Cerchi plausi per le tue qualità o per le tue azioni? ____
11. Affronti coraggiosamente i problemi che devi risolvere, o cerchi il
modo di evitarli? ____ ________
12. Provi gelosia per i successi altrui? ____
13. Sopporti bene gli scherzi? ____
14. Hai pensato seriamente, qualche volta, a infliggere un castigo fisi-
co a un'altra persona? ____
15. Quando hai divergenze con un'altra persona, sai generalmente
accomodare le cose in modo da giungere a un accordo che ti sod-
disfi senza offendere i sentimenti dell'altro?

16. Hai tendenza a incolpare gli altri di quanto ti riesce male? ____
17. Trai insegnamenti positivi dai tuoi errori o sconfitte o cerchi di
trovare delle scuse di fronte a te stesso? ____ ________
23. Sei capace di dire no, quando una risposta affermativa ti procure rebbe una
soddisfazione immediata, ma, a lungo andare, sarebbe dannosa per i tuoi
veri interessi?
24. Ti offendi facilmente per scortesie o particolari sgradevoli che tu ritieni
tali?
Somma le risposte buone: SÌ nei dispari (1,3,5...) + NO nei pari: per esempio:
SI = 7 + NO = 8 Totale = 15 = notevole

18-24 = Molto alta 14-17 = Notevole 0-5 = Minima


11-13 = Media 6-10 = Bassa
Appendice III
LIBERARSI DAL PASSATO

1. Centrarsi per ben armonizzare la reazione emozionale:


Che cosa avviene in me in questo momento?
Nel mio Nel mio cuore Nella mia mente
corpo (emozioni) (discorso interiore)
(sensazioni)
2. Scoprire il bisogno frustrato:
Quale dei miei bisogni è attualmente frustrato? Per es. essere stimato.
3. Costruire un ponte tra il presente e il passato:
Come veniva soddisfatto o insoddisfatto questo bisogno nella mia infanzia?
4. Trovare gli atteggiamenti e i comportamenti adottati nell'infanzia: Qual era il mio modo di
reagire in una situazione di frustrazione?
5. Uscire dal passato stereotipato reagendo in un modo soddisfacente e adulto: Che cosa posso
fare adesso da adulto maturo e in modo più soddisfacente?
Partiamo (1) dall'emergenza di un'emozione per lasciarci portare da essa fino a (2) la scoperta del
bisogno frustrato nel contesto attuale (3), (4) poi nell'infanzia, e (5) risalia mo, finalmente, nel
presente, per trovare un modo di agire più soddisfacente e adeguato all'età. 36
L'esercizio, «prendere in mano l'esistenza», sembra, a priori, un processo razionale. Tuttavia, esso
concerne il nostro essere nella sua totalità: l'esistenza è ad un tempo cor porale, emozionale e
spirituale.

36
Cf. RANCOURT, L'ombra del passato, 140-141.
Capitolo settimo
ACCOMPAGNAMENTO
NELLA CRESCITA INIZIALE

L'accompagnamento spirituale ha come obiettivo l'elevazione del credente


dall'immaturità di una fede ancora troppo soggetta alle illusioni, all'età adulta e alla
maturità della pienezza spirituale di Cristo.
Il fedele deve crescere nella conoscenza della verità e nella coerenza della sua
risposta alle esigenze dell'amore al Signore e al prossimo. Una volta che egli avrà
raggiunto una mentalità evangelica e sarà entrato pienamente nelle vie del Signore,
dovrà diventare sempre più consapevole di ciò che Dio sta compiendo nella sua
esistenza e tentare di corrispondere ogni giorno più integralmente al suo amore,
contemplato e sperimentato sempre più profondamente. Dovrà sco prire il disegno di
Dio su di lui e aprirsi ad esso, propendendo verso una sotto missione sempre più
completa.
Scopo di una relazione umana semplice, in tutte le sue espressioni, è condur re
l'individuo, sostenendolo nel suo diventare autonomo nella gestione del proprio
avvenire, a farsi più forte nell'affrontare i momenti difficili dell'esistenza e ad
orientare meglio il processo della crescita umana. Quando tale obiettivo sarà
raggiunto, la relazione di aiuto iniziale potrà considerarsi conclusa.
Lo scopo della relazione di aiuto spirituale è, invece, centrato, oltre che su questo
impegno umano e, in modo prioritario, sulla crescita spirituale del credente, anche
sull'illuminazione della sua mente alla luce della Parola e sulla coerenza del suo
comportamento con la nuova realtà soprannaturale, adoperando i mezzi reli giosi
adeguati, come i sacramenti, la preghiera, l'esercizio della presenza di Dio.
Indichiamo, nel seguito, un processo di questo accompagnamento dei principianti.

1. INIZIARE A UN AGIRE NUOVO


Una volta che l'aiutato avrà lavorato sufficientemente alla conoscenza della propria
storia, con tutte le sue problematiche, l'aiutante dovrà compiere un pas so successivo:
quello di accompagnarlo ad essere coerente e perseverante secondo le nuove decisioni
che ha già preso. Il credente, a sua volta, dovrà progredire nel cambiamento del suo
modo di essere e di agire, ancora forse «carnale» o poco redento, per esempio, poiché
vittima di carenze affettive o di bassa autostima, al fine di migliorare in un
atteggiamento autonomo e positivo nel campo dell'affettività umana e spirituale.
Quando il guidato avrà ormai individuato la portata reale della situazione
personale e della propria responsabilità nei confronti di essa, scaturirà in lui con forza
il desiderio di liberarsi dal possibile influsso negativo precedente, per ini ziare un
cammino nuovo e poter progredire nel suo rinnovato modo di comportarsi.
Egli s'impegnerà allora, con ferma risoluzione, nell'identificazione e nella
personalizzazione della nuova meta verso la quale sente di dovere e di poter camminare.
Un progetto di futuro, deliberatamente scelto, orienterà e dinamizzerà il suo presente,
generando una trasformazione progressiva di abitudini, di comportamenti e di impegni.
Dirigerà le sue energie e la sua scelta di valori e li incanalerà verso la realizzazione
del progetto scelto. Se egli non riesce a proiettare nulla davanti a sé - un ideale, il
desiderio di santità ecc. -, allora le forze negative accumulate nel passato, consce e
inconsce, avranno il sopravvento sul suo presente. Più s'impegnerà nell'ascolto della
propria realtà, più egli avrà la possibilità di scoprire la soluzione migliore per lui in
quella determinata circostanza.
Fra le scelte che egli può compiere, si possono distinguere le opzioni fonda mentali
e le opzioni parziali. opzione fondamentale, per esempio quella della sequela di Cristo
come modello di vita, determina l'obiettivo centrale che focalizzerà e guiderà i suoi
comportamenti e atteggiamenti. Le opzioni parziali gravitano, invece, intorno
all'opzione fondamentale e concorrono, in modo progressivo, alla sua realizzazione.
Esse rappresentano aspetti molto concreti da considerare e da realizzare, volta per
volta, per raggiungere l'obiettivo essenziale desiderato.

2. DEFINIRE LE OPZIONI E GLI OBIETTIVI


Questa fase della programmazione, perciò, si articola attorno ad alcuni momenti
prioritari: definire gli obiettivi, programmare i comportamenti da assu mere, rinforzare,
sostenere e verificare.
Gli obiettivi sono mete che il soggetto si prefigge. Devono essere, anzitutto,
significativi per lui, altrimenti, anche se oggettivamente risultassero importanti, non
avrebbero la capacità di mobilitare le sue risorse. In tal senso, conviene che
l'immagine che adopera nei rapporti con Dio non sia una realtà troppo astratta, lontana,
cosmica, bensì concreta, per esempio la persona Gesù di Nazaret, capa ce di
concentrare nel suo amore tangibile tutte le energie della personalità. In secondo
luogo, gli obiettivi devono essere pure realistici; ciò significa che vanno commisurati
secondo le possibilità effettive dell'individuo; in tal modo, si evita no le frustrazioni
provenienti dalle illusioni e dagli ideali troppo elevati che diventano vani e conducono
alla delusione. In terzo luogo, devono presentare la caratteristica della verificabilità:
devono, cioè, permettere la loro revisione con un certo margine di obiettività e di
concretezza.
Per giungere alla definizione di tali obiettivi pedagogici concreti, Carkhuff ricorre
all'utilizzo delle sei variabili situazionali che sono: chi, quale, dove, come, quando,
perché.
Per un lavoro formativo efficace, l'autore invita a precisarle in termini con soni e
ben definiti, ponendo le domande contenenti le variabili tradizionali:
1. Chi sarà colui che metterà alla prova la tua carità fraterna? (i genitori, i figli, i
colleghi...)
2. Quale settore di capacità desideri veramente verificare? (abilità di stu dio, cura
della casa, impegno perseverante...)
3. Dove puoi dimostrare meglio la tua abilità? (a casa, a scuola, sul lavoro, nello
sport...)
4. Come pensi di dimostrare meglio la tua capacità? (ottenendo voti migliori,
risparmiando denaro, realizzando più vendite, diminuendo le
assenze...)
5. Quando pensi di poter dare i frutti di questa prova? (tra una settimana, un
mese, un anno...)
6. Perché desideri metterti alla prova? (per sentirti meglio, per assicurarti il
riconoscimento di qualcuno, per guadagnarti qualche compenso materiale...)
Nel definire l'obiettivo, il traguardo, l'aiutante deve tener conto, ed even tualmente
favorire, la concretizzazione 1delle capacità dell'aiutato e dei possibili influssi
disturbanti la sua realizzazione.

3. PROGRAMMARE I PASSI DA COMPIERE


Per la realizzazione efficace degli obiettivi è utile la precisazione dei vari passi da
seguire in modo progressivo. Se, per esempio, l'obiettivo fosse «assu mere un
atteggiamento caritatevole nei confronti dei fratelli», un primo passo sarebbe il
pregare per loro e, successivamente, quello di prestare attenzione alla loro
problematica esistenziale e di comprendere le loro difficoltà, le loro debolezze ecc.
Sarà pure essenziale il fissare delle scadenze precise e, in particolare, il momento
dell'inizio e quello della conclusione dell'esercizio. Questo rispetto dei tempi prefissati
permette di evitare che i programmi possano fallire, in tutto o in parte, per mancanza
di progettazione.
Questa volontà di raggiungere gli obiettivi, da sola, non basta. E ormai chia ro che
essa deve essere associata al prendere in debita considerazione, senza sot tovalutarli,
gli influssi del passato e la loro forza di inerzia. I circuiti neuronali hanno costituito,
nel corso degli anni, abitudini, atteggiamenti e reazioni che si manifestano sempre allo
stesso modo e nella stessa direzione. Non basta, quindi, una semplice decisione.
A questo punto, all'aiutante spetta un compito veramente rilevante: sostenere
l'aiutato con interventi costanti che ne rinforzino l'impegno assunto e lo man tengano
sveglio e operante, ricordando sempre che le motivazioni e i desideri del principiante,
col passare del tempo, perdono la loro forza trainante, inducendo in

1
Cf. CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,131.
tal modo il soggetto a scoraggiarsi, a sentire il proprio impegno come pesante e il
raggiungimento del suo obiettivo come qualcosa di lontanissimo e che, quindi, esercita
un'attrattiva ogni giorno più scarsa.
Ecco allora che la sapienza dell'aiutante lo orienterà a individuare i rinforzi
opportuni. Questi non sono uguali per tutti, perciò vanno personalizzati. I rinfor zi
possono essere positivi (ricompense) o negativi (castighi, rinunce). Nella relazione di
aiuto i rinforzi negativi (punizioni) generalmente non funzionano: insinuano sfiducia
verso se stessi e aggressività verso gli altri. Per tale motivo, dovrà essere lo stesso
aiutato a premiarsi o punirsi, in modo speciale con la privazione del premio.
L'aiutante si limiterà a osservare la correttezza del metodo e delle decisioni prese.
Il suo compito, in questa fase, è piuttosto quello di incoraggiarlo e di soste nerlo con
discrezione e sicurezza. Dovrà evitare uno dei rischi che maggiormen te si verificano in
questi casi e che consistono nel sostituirsi all'aiutato nel pren dere le decisioni e
scegliere i rinforzi. A volte sono gli stessi principianti, incerti e insicuri, a richiedere
con insistenza questa cooperazione. L'accompagnatore, rimanendo tutto concentrato
sul programma prestabilito da seguire e sull'ordine di successione delle varie fasi,
eviterà con 2 sicurezza di cadere in questa trappola, che impedisce la maturazione
individuale.

4. VERIFICARE
Una volta che si è proceduto sufficientemente nel lavoro di crescita perso nale,
arriva il momento della verifica. Essa è costituita da due fasi fondamentali: la prima
consiste nel comprendere se, e in quale misura, il programma d'azione stabilito è stato
effettivamente realizzato e, in caso negativo, nel constatare le cause responsabili di tale
insuccesso; la seconda fase è finalizzata a riscontrare se il processo compiuto3 ha
prodotto un miglioramento rilevante nel modo di essere e di agire dell'interlocutore.
Questo processo appena illustrato può apparire, a un primo sguardo, troppo arido,
quasi meccanico e oltre misura dettagliato. Ma si tratta di un metodo adottato ormai
comunemente dalle pedagogie più moderne. In ogni modo, spetterà all'aiutante
adattarlo alle esigenze e circostanze personali. Ciò che ci interessa qui è rimarcare il
fatto che l'accompagnatore è chiamato, in questa fase, ad esse re più attivo, mettendo a
frutto le sue abilità di precisione e di concretezza, attraverso domande, messe a punto,
chiarificazioni, comunicazione di nuove informazioni.
L'interlocutore, da parte sua, ha bisogno di essere compreso e rispettato nel le sue
scelte e appoggiato e incoraggiato nel suo ritmo e nel suo impegno, spe cialmente nei
momenti di stanchezza e demotivazione.

2
Cf. CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,139.
3
Cf. P. SANDERS, Counseting consapevole. Manuale introduttivo. La Meridiana, Molfetta (BA) 2003,137-141.
5. LE FUNZIONI DELLA DIREZIONE PER/VANENTE
Nell'accompagnamento spirituale abbiamo riconosciuto due grandi periodi: quello
della direzione spirituale iniziale, costituita dai primi incontri nei quali il discepolo
inizia il suo cammino di conoscenza e di guarigione, e la direzione di perseveranza e di4
crescita, che si svolge lungo tutto l'itinerario di salita verso la montagna della santità.
Il direttore, in sintonia con quanto si è affermato nella riflessione sulla com -
prensione empatica, presterà un'attenzione totale alla personalità del discepolo nelle
sue dimensioni fisiche, affettive e intellettuali e nei suoi messaggi verbali e non
verbali. Egli si porrà domande come: «Qual è la mia funzione per incitarlo a uno
sviluppo integrale della sua personalità? A che cosa deve tendere l'incon tro d'aiuto
lungo le stagioni dell'esistenza?».
Nell'adempimento integrale della sua missione, egli tenderà a stimolare il
discepolo affinché in lui maturi integralmente la personalità umana e cristiana.
Conviene, però, che distingua in essa alcune delle aree alle quali conviene pre stare una
speciale attenzione.
L'accompagnatore, di forma attiva, cerca in tutti i modi di riuscire a motivare il
nuovo ideale di vita e di promuovere l'impegno pratico. Carkhuff considera tale
intervento come lo scopo stesso di ogni incontro di crescita e afferma che, tante volte,
si perde tutto lo sforzo e tutto il lungo lavorio psicologico poiché non si assicura
questa continuità. Essa è completamente indispensabile in uno stile di
accompagnamento che non si accontenta dell'azione terapeutica, ma si orienta
decisamente allo sviluppo integrale della personalità. Questo aspetto, per il suo
«programma di sviluppo umano integrale», diventa dunque centrale:
«Iniziare è la fase culminante del processo di aiuto. Iniziare sottolinea l'importanza di facilitare
gli sforzi che gli helpee [gli aiutati] compiono per agire in modo da riuscire a raggiungere i loro
obiettivi, ovvero darsi da fare per modificare o migliorare le loro capacità di funzionamento.
Questa loro azione si basa sulla comprensione persona lizzata che essi hanno dei loro obiettivi ed
è facilitata dall'iniziativa dell 'helper».5
L'autore insiste sulla necessità di infondere la convinzione: «Io posso», cioè di
motivare intensamente. A tale scopo raccomanda di partire dai punti forti o più chiari e
caratteristici del soggetto, poiché allora il successo sarà più facile. Invita poi ad
accompagnare il discepolo verso il raggiungimento progressivo del suo traguardo,
applicando i mezzi adeguati, incoraggiandolo ad acquistare i nuo vi automatismi
attraverso la ripetizione degli atti. A questo punto la guida sti mola con tutti i mezzi la
crescita del suo aiutato:
«Come aiutanti dobbiamo "allearci" con ciò che nelle persone è sano e dissociarci da ciò che non
lo è. Noi comunichiamo il nostro rispetto per loro come persone, ma non per l'eventuale loro
comportamento inadeguato». 6

4
Cf. DANON, Counseling, 101-102.
5
CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,131.
6
CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,139.
Bisogna osservare tuttavia che, instaurato ormai un valido rapporto comuni cativo a
livello dell'accettazione incondizionata del guidato, la considerazione positiva del suo
agire diventa condizionata: «Ti accetto solo se ti impegni al massimo livello che ti è
possibile». Il messaggio centrale di questa fase riguarda, quindi, la non-accettazione
degli atteggiamenti dell'individuo, qualora non sia disposto ad impegnarsi al massimo
grado delle sue possibilità.
In questa fase ultima e più lunga dell'aiuto, l'accompagnatore prende ormai
l'iniziativa: fa scoprire al discepolo le sue contraddizioni e le sue incongruenze e gli fa
scegliere le alternative più valide per il raggiungimento dello scopo. Si trat ta di
stimolarlo a realizzare tutto ciò di cui è capace per essere pienamente se stesso. Scrive
ancora Carkhuff:
«Possiamo utilizzare noi stessi come delle potenti sorgenti di rinforzo, comportando ci in modo
da porre delle condizioni..., enfatizzando le implicazioni che il comporta mento dell'aiutato ha
per il nostro comportamento di aiutante». 7
Per individuare i rinforzi, ossia eventi o cose dotati della proprietà d'incenti vare il
discepolo a realizzare i passi necessari, dopo aver osservato che essi sono spesso
troppo distanti o freddi, si richiede che siano ritenuti da loro come vera mente
importanti e che 8siano positivi, come le ricompense o cose a cui tengono molto o altri
stimoli autentici.

6. DIREZIONE SPIRITUALE PERMANENTE


Esiste il preoccupante problema della coerenza, della fedeltà, della perseve ranza.
E stato detto che «l'unica cosa costante della vita è l'incostanza». Le moti vazioni e
l'esperienza del fervore iniziale, anche se ottime, con il passare del tem po perdono la
loro chiarezza e la loro energia propulsiva. Si presentano momen ti di difficoltà,
sensazioni di pesantezza e di aridità dolorosa e il guidato incomincia a scoraggiarsi e a
sentire che la sua meta appare sempre più lontana.
L'accompagnatore, in questa fase, svolge ancora una funzione imprescindibile,
forse la più importante, che è quella di sostenere l'aiutato con interventi che ne
rinforzino il desiderio d'identificazione con Cristo e di conquista della santità.Tale
appoggio e incitamento costante diventa indispensabile affinché il guidato possa
mantenere vive e dinamiche le sue motivazioni. Perciò la guida lo incoraggia a tro vare
strategie e rinforzi adeguati e ad alimentarsi con incentivi e sostegni conve nienti,
affinché il suo impegno di crescita non venga mai meno. Il guidato, stimo lato con tale
incitamento esterno, potrà rimanere fedele al cammino intrapreso e mantenere
l'attenzione e la tensione rivolte costantemente verso il suo ideale. 9

7
CARKHUFF, L'arte di aiutare, 1,139.
8
CARKHUFF, L'arte di aiutare, I, 138: «Può decidere che uscirà con i suoi amici venerdì sera e sabato sera,
dopo 9che avrà completato con successo ogni passo del suo programma».
B. GIORDANI, Psicoterapia umanistica. Da Rogers a Carkhuff, Cittadella, Assisi 2003.1 rinforzi possono essere
positivi come ricompense o negativi come castighi; «è importante che questi prov vedimenti siano intonati alla
sensibilità e al mondo percettivo del cliente... Così, se per un cliente il
Una delle motivazioni più efficaci, per assicurare la perseveranza durante il
periodo della guida spirituale permanente, è costituita dall'elaborazione di un progetto
di vita personale, concreto e sottoposto alla supervisione del consigliere. Tale schema
viene elaborato con cura dall'aiutato, che lo adatta, ogni volta, alle sue condizioni e
alle sue esigenze concrete. 10
Egli redige ciò che sente che è il progetto di Dio su di lui, secondo i richiami che
ha ascoltato durante gli esercizi spirituali, in un ritiro speciale o in un momento
particolare di grazia. Si impegna poi a compiere ogni sforzo per met terlo in pratica e
per avanzare sulla strada indicata, con particolare attenzione alle ispirazioni dello
Spirito Santo sul suo itinerario spirituale e sui suoi impegni sociali e pastorali. La
perseveranza nell'orazione e nella pratica alla presenza del Signore, col quale mantiene
e nutre un costante dialogo, sarà oggetto di una considerazione privilegiata per
progredire speditamente verso l'unione divina. A ciò si aggiungerà naturalmente lo
sforzo generoso per progredire verso la coerenza e l'unificazione del proprio agire e
verso un impegno ecclesiale adeguato alla situazione reale.
I vantaggi di tale progetto sono evidenti. Innanzitutto, si tratta di un proget to
personale del diretto e riflette il momento esistenziale che egli sta attraver sando e la
risposta che corrisponde ad esso. Inoltre è uno degli strumenti più effi caci per
garantire la verifica costante dell'andamento personale e la sempre dif ficile
perseveranza.
***

Presentiamo adesso un esempio concreto o uno schema che può servire da modello.
Anche se è risaputo che i progetti variano e si modificano in base alla personalità dei
soggetti e a seconda della loro evoluzione spirituale, questo è un modello generale per
un possibile progetto personale.

premio può consistere nel vedere un programma in TV, il castigo consisterà nel vietarsi di vederlo» (ivi, 204).
10
Cf. J.M. ILARDUIA, Il progetto personale. Ricerca di autenticità, EDB, Bologna 2003 [ 32004], 20-22.
PROGETTO DI DIO SU DI ME

PROGETTO GENERALE: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (lTs


4,3).
«Come ministri di Cristo e amministratori dei miste ri di
Dio» (ICor 4,1).
PROGETTO PARTICOLARE: Dio vuole da me, quest'anno , la crescita riguardo a lui,
al prossimo e agli impegni-missione:

1. Situazione spirituale attuale


riguardo a Dio: il rapporto con lui non è così vivo e personale
come vorrei.
riguardo al prossimo: sono poco sensibile alle diverse esigenze della
riguardo agli impegni: carità fraterna.
non li adempio nel nome e nella fiducia nel Risor-
to e nel suo Spirito.
2. Obiettivi concreti per quest'anno
riguardo a Dio: cercare l'esperienza del suo amore gratuito per me;
abbandonarmi e confidare nella Provvidenza divina;
vivere l'eucaristia: Dio mi ama e si fa cibo per me;
combattere il «difetto predominante», sensibilizzarmi
all'accoglienza e alla tolleranza delle differenze;
riguardo al prossimo: essere strumento di pace e di positività nei rap porti.
iniziare la giornata invocando la presenza e la for za del
Signore;
ciò che avete fatto ai «miei fratelli... l'avete fatto a me»
riguardo agli impegni: (Mt 25,40).

3. Strategie,
mezzi l'eucaristia, la preghiera, l'ascolto della Parola, l'aiuto
riguardo a spirituale.
Dio: attenzione all'ascolto, all'accoglienza, al rispetto, al
dialogo fraterno.
riguardo responsabilità; testimonianza serena; paternità-
al maternità spirituale.
4. Valutazione
ogni giorno: gli aspetti particolari deficitari, il
nel ritiro progetto integrale.
mensile:
7. QUANDO CHIEDERE UN AIUTO SPECIALE ALLO PSICOLOGO
Una relazione di aiuto spirituale efficace non sempre risolve tutti i problemi di
crescita e di adattamento sociale; alcuni di questi trovano soluzione con rela tiva
facilità; altri invece richiedono l'intervento degli specialisti. Il consiglio rivol to
all'interlocutore di consultare anche qualche professionista specializzato può rivelarsi
la soluzione migliore in tutte quelle situazioni in cui l'aiutante capisca che
difficilmente potrà superare il conflitto e offrire un sostegno significativo. È chiaro
che un tale invito non può avvenire in un primo colloquio: se l'aiutato ha deciso di
rivelare le sue sofferenze e le sue croci a un accompagnatore spiritua le, ciò significa
che si aspetta da lui un'assistenza particolare, che non necessa riamente deve risolvere il
problema.
E un segno di competenza da parte dell'aiutante saper individuare il livello della
propria risposta d'intervento, offrirlo concretamente e, successivamente e solo in caso
di necessità, invitare l'aiutato a ricorrere a un professionista. Tale suggerimento di
rivolgersi ad altri maggiormente specializzati deve essere fatto con molto tatto, in
modo da evitare che sia preso dall'individuo come un rifiuto o come una forma
diplomatica di allontanamento.

8. AIUTO NEI CASI DI COINVOLGIMENTO AFFETTIVO


Nel ministero di guida personale bisogna far fronte a parecchi casi di coin -
volgimento affettivo e di innamoramento nei confronti di persone ormai impe gnate nel
matrimonio o nell'amore celibe, le quali vengono a chiedere luce e consigli.
Non è neppure rarissimo trovarsi di fronte a soggetti che da anni soffrono per
problemi e conflitti affettivi, con tutti i relativi scrupoli di coscienza e sensi di colpa
del caso, i quali non hanno avuto il coraggio di parlare11o forse non han no trovato
ministri degni di fiducia con cui condividere la situazione.
Ancora, ci sono casi particolari nei quali determinati soggetti, con la scusa di una
piena realizzazione affettiva, giustificano i loro rapporti emozionali non leciti,
presentandoli come un bisogno naturale indispensabile per il loro equilibrio, per la
loro serenità, per il loro completamento. È questo un atteggiamento abba stanza vicino
a ciò che veniva, e che viene ancora chiamato in certi ambienti, «terza via». Questa
espressione ha vari significati più o meno ampi, ma sostiene, in genere, che si possono
utilizzare tutte le manifestazione affettive, con l'unica eccezione dell'atto matrimoniale
propriamente detto.
D'altra parte, si possono verificare pure cambiamenti di atteggiamento molto
sorprendenti in persone che fino a poco prima, avevano predicato fortemen te contro
tali abusi, e che, quando poi si ritrovano coinvolte in situazioni simili, ricorrono ai
meccanismi di difesa, specialmente aWautogiustificazione, per con

11
FACOLTÀ TEOLOGICA DELL'EMILIA-ROMAGNA, Accompagnamento spirituale, affettività e sessualità, Bologna
2004,77-79.
tinuare apparentemente senza scrupoli. In altri casi di manipolazione affettiva, si cerca
semplicemente di vivere un'esperienza nuova, senza alcun desiderio di coinvolgimento
definitivo serio, almeno da una delle parti.
La problematica è molto differente a seconda che coinvolga soggetti, i quali hanno
entrambi una sicura vocazione matrimoniale o celibataria o, al contrario, quando uno
dei due non dà segni di vocazione o quando tutti e due si trovano in una situazione di
vocazione fragile e piena di ferite, di dubbi, di crisi e di infedeltà.
Il modo di intervenire, a partire da questa molteplice casistica, sarà al tempo stesso
differenziato e unico, e dipenderà non poco dal grado di sicurezza voca zionale e dal
coinvolgimento affettivo di ciascuno.
Di fronte a tali situazioni, si adottano due soluzioni estreme. La prima consi ste nel
rifuggire subito dall'occasione, non vedendosi più; ma la fuga dal rappor to illecito, con
scuse più o meno plausibili, non conduce al vero superamento del conflitto né spinge a
maturare nel proprio cammino approfittando della crisi, considerata come
un'opportunità di crescita. L'altra soluzione consiglia di affrontare la crisi affettivo-
sessuale direttamente, senza fuggirla o aggirarla, ma prendendola di petto. In questo
caso, la guida ha un compito importante e deve esigere chiarezza e coerenza dai due
interlocutori.
Un altro caso, anche se non comunissimo, che può verificarsi durante la for -
mazione iniziale, diventando poi più difficile da scoprire, è costituito dai rappor ti di
tipo omosessuale. Coloro che sono vittime inconsce, patiscono un forte tur bamento
poiché, senza averlo preventivato, si trovano coinvolti in rapporti che sono andati
troppo oltre e diventano per loro fonte di confusione e angoscia. In questo caso l'unica
via di uscita è andarsene, poiché non capiscono più niente e non vogliono fare del
male alla controparte, che è la principale responsabile.
È questo il momento in cui l'accompagnatore, se non è stato informato pri ma, con
domande opportune e chiare tenterà di far venire fuori la verità sui motivi e sui
responsabili per far capire alla vittima di essere stata manipolata. Quest'ultima si
convincerà dell'inganno che ha subito e potrà riprendere il pro prio cammino,
liberandosi da una simile trappola. In tal modo la sofferenza potrà trasformarsi in
opportunità di maturazione e di rinnovato impegno nella chiarezza vocazionale. 12
La vera soluzione sta dunque nel chiamare le cose con il loro nome e nel chiarire
la coerenza fra gli episodi in corso e i propri ideali. Il criterio di discer nimento è ben
chiaro: se le esperienze hanno un orientamento cristocentrico sono autentiche; se,
invece, manifestano una chiara ricerca egocentrica e, quindi, hanno conseguenze
negative per il proprio avvenire, sono pericolose deviazioni dalla propria vocazione e
missione.

12
Cf. M.G. COSTA (ed.), Omosessualità e Vita Consacrata e Presbiterale (Quaderno Edi.S.L. 8), Genova 1998;
L'Educatore di Formazione Permanente accanto alla persona omosessuale in VC o pre sbiterale (Quaderno Edi.S.L. 31),
Genova 2001.
Tracce per l'interiorizzazione
1. Prepari colui che aiuti a una fase nuova che confermi il suo cambiamento mentale? Lo
impegni sempre in prima persona? Insisti sul piano operativo della condotta?
2. Lo spingi verso la personalizzazione della meta? Promuovi l'impegno pratico? Faciliti gli
sforzi per raggiungere gli obiettivi e per modificare o migliorare le capacità di azione?
3. Lo spingi a partire dai suoi punti forti e più chiari? Baratti il tuo aiuto con il suo impe gno?
Usi te stesso come rinforzo?
4. Fai scegliere a lui le alternative più valide per raggiungere il suo scopo? Gli fai pre cisare i
comportamenti concreti che costituiscono gli obiettivi?
5. Gli mostri la sequenza dei passi necessari per raggiungere gli obiettivi? Quantifichi un
tempo preciso per ogni passo?
6. Fai seguire un rinforzo adatto dopo l'esecuzione di ogni passo? Rivedi, provi e cor reggi
l'azione intrapresa, a mano a mano?
7. Cerchi di animare la perseveranza del diretto con rinforzi adeguati? Sei attento a scoprire
segni d'incoraggiamento? Alimenti l'impegno costante di crescita con sti moli e sostegni
convenienti?
Esercizio pratico 1
L'INFLUSSO DEL PASSATO

Le relazioni avute nell'infanzia e nell'adolescenza dal giovane religioso/religiosa/semi narista


con i genitori rivelano, in una percentuale molto alta (90%), la presenza di attra- zioni-repulsioni
inconsce e represse. Si noti che, nonostante siano inconsce, tuttavia esse influenzano il grado di
maturità umana e vocazionale raggiunto da ciascuno di questi gio vani all'inizio della formazione
iniziale (verso i 19-20 anni).
Nelle relazioni con le autorità e con i compagni, il giovane rivive inconsciamente i rapporti avuti
con i propri genitori durante l'infanzia o l'adolescenza, cioè, pur essendo adulto, sente e agisce
condizionato dalle esperienze passate.
La parte affettiva del candidato, la sua situazione personale, può influenzare notevol mente il
modo di vedere gli ideali e i valori vocazionali. Quanto più grande è l'influsso del l'inconscio,
tanto più egli sente i valori vocazionali come opposti alle sue necessità, ai suoi desideri, alle sue
aspirazioni profonde, e in tal modo realizza la sua vocazione con una for te resistenza
all'assimilazione dei valori evangelici e con una minore capacità di realizzarli con gioia.
Le esperienze del passato e le emozioni giocano, quindi, un ruolo importante nel ren dere
selettive la memoria e l'immaginazione, e questa selettività limita e condiziona sia il nostro conoscere
che il nostro decidere e agire circa le informazioni, i valori, le persone, gli eventi ecc. che si
riferiscono alla vita cristiana e al rapporto con Dio. Le nostre rela zioni con determinate persone
possono diventare rigide e più o meno inflessibili o ste reotipate, nel senso di simpatie o di antipatie;
e questo in un modo più o meno esagerato e uni-dimensionale.
- Quali delle mie esperienze passate hanno potuto influire negativamente sulle mie decisioni?
- Come hanno condizionato, tali esperienze, le mie decisioni e opzioni di studio, i miei rapporti
e spostamenti?
Esercizio pratico 2
SEI SICURO DI TE?

Leggi attentamente le seguenti 32 frasi. Scrivi il numero corrispondente al grado di


frequenza con cui ti occupi di quel particolare problema. Rispondi spontaneamente e, nel
far questo, lasciati guidare il più possibile dai tuoi sentimenti.
Mi riguarda: mai = 0 raramente = 1 talvolta = 2 spesso = 3 molto spesso = 4
1. Desidero che il mio prossimo mi faccia più coraggio. ( )
2. Sento che sul lavoro si pretende troppo da me. ( )
3. Quando penso al mio avvenire, ho una sensazione negativa. ( )
4. Molta gente mi trova poco simpatico. ( )
5. Ho meno energia e iniziativa di tanti altri. ( )
6. Mi chiedo se tutti i miei pensieri siano normali. ( )
7. Ho paura di fare una figura ridicola. ( )
8. Gli altri hanno un aspetto migliore del mio. ( )
9. Ho paura di fare un discorso di fronte a persone sconosciute. ( )
10. Molte delle cose che intraprendo vanno storte. ( )
11. Mi piacerebbe sapere come ci si può intrattenere bene con gli altri. ( )
12. Vorrei avere più fiducia in me stesso. ( )
13. Medito su come posso essere più apprezzato dagli altri. ( )
14. Sono troppo modesto. ( )
15. Sono vanitoso. ( )
16. Non sono apprezzato come merito dalla maggioranza della gente. ( )
17. Mi manca qualcuno con cui parlare di cose personali. ( )
18. Ci si aspetta troppo da me. ( )
19. Ci si interessa troppo poco di quello che faccio. ( )
20. Mi sento facilmente imbarazzato. ( )
21. Ho la sensazione che la maggior parte della gente non mi comprenda. ( )
22. Non mi sento sicuro nel mio ambiente. ( )
23. Mi creo spesso delle preoccupazioni infondate. ( )
24. Mi sento a disagio quando entro in una stanza dove si trovano
molte persone. ( )
25. Ho la sensazione che si parli alle mie spalle. ( )
26. Non mi sento proprio bene nella mia pelle. ( )
27. Credo che agli altri tutto riesca più facile che a me. ( )
28. Ho il timore che mi possa capitare qualcosa di spiacevole. ( )
29. Medito su come gli altri si comportano di fronte a me. ( )
30. Vorrei rallegrarmi di più dei contatti con gli altri. ( )
31. Nei dibattiti dico qualcosa solo quando sono convinto della sua
esattezza. ( )
32. Mi chiedo se sarò capace di corrispondere alle aspettative della
società. ( )
Fai la somma dei numeri tra parentesi: ______________________
RISULTATI
14-16 17-21 anni 22-30 anni oltre i 30 anni Grado di sicurezza
anni punti punti punti punti

0-8 0-20 0-12 0-15 Molto forte


9-17 21-36 13-25 16-29 Forte
18-33 37-44 26-40 30-46 Medio con tendenza al forte
34-54 45-69 41-59 47-66 Medio con tendenza al debole
55-128 70-128 60-128 67-128 Piuttosto debole
Capitolo ottavo
ACCOMPAGNARE GLI INIZI
DELLA VITA DI PREGHIERA

La vita di preghiera costituisce, senza dubbio, una parte molto rilevante del la
crescita spirituale; proprio per questa sua trascendenza e centralità, merita di essere
trattata in un capitolo a sé. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra lo sviluppo nella
vita di orazione e la maturazione spirituale integrale, che l'accompagnatore non può
trascurare. Perciò l'ascesa al monte di Dio suppone sem pre una sfida seria per i
credenti e un accurato impegno per le guide spirituali per promuovere il progresso
continuo nell'esperienza del divino.
Contemplando il modo di agire del Salvatore, che frequentemente si ritirava da
solo, a pregare, i cristiani hanno appreso la sua esortazione e l'esempio della sua
preghiera. Adottano pure la norma, da lui consegnata ai suoi discepoli, di pregare in
segreto, rifuggendo ogni ostentazione. Egli giustifica così la preghiera personale
autentica:
«Tu, invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre
tuo nel segreto, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,6).'
La tradizione spirituale ha dato grande rilievo alla meditazione dei misteri di Dio e
del Redentore e alla preghiera intima come strade veloci verso2 la con templazione e il
nutrimento privilegiato del rapporto di amicizia con il Signore.

1. AL CENTRO DELLA VITA SPIRITUALE


La preghiera interiore, così come scaturisce dalle esigenze della grazia che rende
possibile la comunione vivificatrice con Gesù e con la Trinità, spinge a unificare
l'intera personalità dell'orante con tutte le sue risorse, per compiere un'ef fettiva
donazione al Signore e raggiungere l'intimità divina piena. Essa, pertan to, ha il suo
centro nell'attuazione della carità amichevole e filiale, principio ani matore di ogni
altra attività. Intorno a questo polo si dispongono dunque le altre

' Cf. A. GASPARINO, Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera lo otterrete, Elledici, Leumann (TO)
2003,109-120.
2
Cf. L. ROONEY - R. FARICY, Signore Gesù, insegnaci a pregare. Il Segno, Udine 2000,23-46.
molteplici opere, le quali preparano o integrano o dilatano il dinamismo dell'a more,
tenendo conto della concreta condizione, anche psicologica e vocazionale, delle
singole persone.
Deve esistere però una collaborazione responsabile, centrata innanzitutto sulla
conoscenza soprannaturale. Normalmente una comprensione proporzionata precede la
reazione affettiva, così come è richiesto dalla struttura psicologica umana, che ci
mostra una volontà non determinata dall'istinto cieco, ma illumi nata dalla conoscenza,
che le svela ciò che costituisce il bene e il valore delle cose che la spingono ad agire.
Di qui l'importanza - ma anche il limite - dell'attività intellettiva nella preghiera:
l'apprendimento deve sollecitare, sorreggere, servire l'amore. Data la soprannaturalità
della carità tra l'anima e Dio, la contemplazione verterà soprattutto sui misteri divini:
sarà, cioè, comprensione di fede, applicazione impegnativa dell'intelletto, nello
scoprire gli immensi orizzonti delle verità rivelateci da Dio e specialmente «l'amore di
Cristo che sorpassa ogni conoscenza» (Ef 3,19).
Tale conoscenza la si attinge con la lettura meditata, con un'organica rifles sione
mentale, con la recita lenta e devota di una preghiera vocale o con uno sguardo
raccolto e prolungato. Possono pure verificarsi motivi o circostanze per manenti o
occasionali che disturbano e, a volte, sembrano quasi impedire completamente
l'attività riflessiva. 3
Per un altro verso, l'apprendimento della fede accompagna e acquista vita lità nella
pratica dell'amore: non solo perché la carità stimola a possedere in modo più intimo il
mistero e a fissare meglio nella propria mente il volto di Dio, ma anche perché,
essendo una forza unitiva e immergendo l'anima negli abissi dell'amore increato,
genera, per ciò stesso, nell'intelletto un'assimilazione più profonda e vitale.
Allo stesso modo, anche i rapporti tra preghiera e ascesi virtuosa possono essere
giudicati interdipendenti: da una parte, infatti, la preghiera esige la purez za della
mente e del cuore, il dominio sulle passioni e sulle attrattive del settore sensibile, il
silenzio e la solitudine, l'impegno costante e l'umiltà; dall'altra, l'in tensità crescente
dell'amore divino rende l'anima più generosa nel sacrificio e nel dono di sé, più
sottomessa alla volontà di Dio, più desiderosa della sua glo ria, più sensibile al
richiamo della coscienza, più incline al servizio del prossimo. In tal modo preghiera e
vita virtuosa si compenetrano intimamente: l'orazione, per offrire garanzia di solidità e
di progresso, deve generare e alimentare un comportamento veramente integro. 4
Da queste premesse si comprende non solo come la preghiera possa e debba
crescere, ma anche quali sue modalità ne rivelino il progresso.
Abbiamo già detto che tutta la ricchezza di grazia e di virtù deposta da Dio
nell'anima, come tesoro vitale, tende a salire alla coscienza quale esigenza di gra -
titudine e di risposta, di donazione e di trepido timore, di ammirazione e di con -
templazione della bontà divina. Sono tutti sentimenti che si sommano nella pre

3
Cf. P.P. PHILIPPE, La vita di preghiera, LEV, Città del Vaticano 1997,35-39.
4
Cf. V. JORDY, L'arte della preghiera, Messaggero, Padova 2005,155-165.
ghiera, la quale cresce sostanzialmente in quanto, per mezzo suo, l'anima si atti va
nell'amore, più frequentemente e con maggiore intensità, sia come ricordo e richiamo
forte del Signore e della sua presenza, sia come motivo sempre più dominante nelle
proprie azioni.
L'orazione tende così a divenire più continua, più semplice, più affettiva, più pura
e disinteressata, più bisognosa d'intimità, meno sensibile ed esteriore, più profonda;
sicché Dio, gradualmente, va affermandosi come il valore assoluto che penetra l'intera
realtà dell'anima.

2. FORME VARIE DI PREGHIERA


Viniziazione alla preghiera parte dalla comprensione delle varie forme che essa
assume nella vita della Chiesa. L'orazione personale si esprime in due for me
principali: quella vocale e quella mentale.
L'orazione vocale è quella che per esprimersi si serve generalmente di una formula
prestabilita e si manifesta in parole pronunciate in modo sensibile. A volte, questa
preghiera vocale si congiunge naturalmente con quella mentale, aggiungendo
all'espressione sensibile anche la contemplazione divina. Evidente mente il credente
deve essere cosciente di ciò che dice, almeno in modo generale e, più ancora, deve
rendersi conto che sta parlando con Dio. 5 La più bella di tutte le orazioni vocali è il
Padre nostro, poiché scaturita dalla tenerezza del cuore filiale di Gesù. Per santa
Teresa essa consiste in un «rapporto amichevole con il Signore», in quanto ci si sa
amati da lui (V 8,5). È il mezzo idoneo per promuovere l'intimità e la comunione con
Dio.
L'orazione mentale, invece, è quella che si fa spontaneamente, non rinchiudendosi,
cioè, in formule prestabilite. È,6 quindi, più personale ed esprime meglio le
caratteristiche individuali originali.

3. PSICOLOGIA DELLA PREGHIERA: A PERSONA ORANTE


La preghiera cristiana non è solo un fatto soprannaturale: in quanto dialogo divino
impegna l'intera personalità umana. Tutte le facoltà intervengono: l'intel letto, la
memoria, la fantasia, la volontà, il sentimento. Lo stesso corpo vi parte cipa
attivamente. Perciò essa ha delle esigenze concrete che richiedono atten zione alle sue
condizioni, ai suoi metodi, alle sue manifestazioni.
• Condizioni esterne della preghiera
Particolari condizioni esterne di tempo e di luogo, come pure l'adeguamento del
corpo al colloquio che si sta compiendo, facilitano il suo esercizio. In ogni

5
Cf. G. VENTURI, Celebrare il Padre nostro. Meditazione e preghiera, EDB, Bologna 1999,120-125.
6
Cf. C.P. MICHAEL - M.C. NORRISEY, Oración y temperamento. Diversas formas de orar para los diferentes tipos
de personalidad, Mensajero, Bilbao 1998,145-155.
modo, conviene approfittare dei momenti particolari come l'uscita di casa, l'ini zio del
lavoro, il cambio di occupazione, l'attesa del tram, affinché diventino occasioni di
preghiera personale.
• Il tempo della preghiera
Anche se siamo sempre alla presenza di Dio, «in lui viviamo infatti, ci muo viamo
ed esistiamo» (At 17,28), dobbiamo impegnarci a mantenere continua mente questa
coscienza. La preghiera richiede poi dei momenti e dei periodi nei quali intensificare il
suo esercizio, tentando una concentrazione maggiore delle facoltà. L'esercizio della
preghiera è un'arte difficile ed eminentemente pratica. Perciò, oggi più che mai, è
indispensabile l'educazione all'uso adeguato del tempo ad essa dedicato. 7
Quanto tempo bisogna dedicare all'orazione mentale? Sant'Alfonso garantisce la
vita eterna a chi ne fa un quarto d'ora ogni giorno. Ma, normalmente, si richiede
almeno mezz'ora per un'impostazione seria della vita spirituale. Due mezze ore
quotidiane, fedelmente vissute, garantiscono una crescita interiore intensa. L'ideale
sarebbe poter ampliare, in modo progressivo, questi limiti, sentendo l'esigenza di un
tempo più prolungato che genera effetti particolari di concentrazione profonda e di
comunione intima.
Per assicurare la perseveranza nella preghiera personale è necessario stabilire dei
tempi più opportuni per compierla nel corso delle attività quotidiane, anche se ci si
deve sottomettere ad essi con larghezza di spirito, tenendo conto delle circostanze
particolari di lavoro, di vita familiare, di stanchezza, di clima più idoneo per ciascuno.
Ognuno perciò deve chiedersi: «Qual è per me il momento migliore per fare
l'orazione mentale: il primo mattino, il primo pomeriggio o la sera non troppo
avanzata?». Conviene stabilire ritmi ordinari di preghiera: feriale, domenicale,
settimanale, mensile, e organizzare in modo speciale i cicli delle feste e dei tem pi
forti: Avvento, Quaresima, Pasqua.
• Il luogo della preghiera
Dove pregare e, soprattutto, dove meditare, se lo spazio è pieno di cose da vedere
e da sentire ed è saturo di rumore? Il colloquio con Dio ha bisogno di silenzio e di
pace. Bisogna cercare con interesse8 e impegno i luoghi più adegua ti per creare tale
clima di raccoglimento e di serenità.
Oltre al luogo privilegiato della chiesa, con la presenza reale di Gesù eucari stia,
che esercita un influsso particolare sui suoi amici, conviene individuare altri luoghi in
cui il credente possa raccogliersi meglio: un angolo della casa o della camera, arredato
in armonia con la propria fede vissuta, con l'immagine del Cro cifisso o qualche
simbolo sacro e con la parola di Dio. Infine, il luogo aperto, la

7
Cf. G. MERLOTTI, I silenzi di Dio, EDB, Bologna 2005,170-178.
8
Cf. A. GENTILI - A. SCHNOLLER, Dio nel silenzio, Ancora, Milano 1999,275-280; I. GÓMEZ ACE- BO (ed.), Del
cosmos a Dios. Orar con los elementos, Desclée de Brouwer, Bilbao 1999,145-155.
grande natura con la presenza del Creatore: la montagna, il mare, i boschi, che sono
stati luoghi di solitudine scelti da tanti monaci e santi.
L'attivismo moderno non rende facile l'accesso alla propria interiorità, per ciò, per
contrastare tale predominio dell'esteriorità, è indispensabile che ciascu no trovi i
luoghi opportuni per crearsi un clima interiore.
• Il corpo nella preghiera
La persona non solo ha un corpo, ma è anche corpo. Partecipa alla preghiera con
tutta la propria realtà: anima e corpo. Il livello corporale ha un9 suo ruolo
considerevole e vi prende parte in vari modi: con gesti, riti, parole, canto.
L'atteggiamento orante del corpo agevola l'anima nella sua concentrazione e
favorisce un clima di riverenza sacra e un portamento di adorazione. Santa Teresa
consiglia di assumere quella posizione che consente di pregare nel modo migliore, più
facile. Una posizione scomoda o un clima troppo rigido possono essere un'ottima
opportunità per mortificarsi, ma non per raccogliersi in un incontro sereno con Dio. Il
corpo deve essere educato affinché possa favorire un atteggiamento devoto e
riposante: in ginocchio, in piedi, seduti, camminando o perfino coricati, a seconda del
momento che uno sta trascorrendo. È utile anche regolare la respirazione, collocando
la testa, le mani, gli occhi nella posizione più rilassante. 10
• Difficoltà e crisi
I momenti di difficoltà e di crisi si presentano, non poche volte, lungo il ciclo
della meditazione: è necessario, quindi, aspettarseli come una componente nor male
della crescita spirituale. Non esiste un cammino cristiano che non debba attraversare
notti oscure e deserti aridi. Da un periodo iniziale, in cui si è anco ra troppo
preoccupati dell'«io» religioso, il credente deve passare a una progres siva diminuzione
del suo protagonismo e cedere il posto a un aumento della pre senza e del primato di
Dio.
Sia la crescita che le crisi generano una situazione di disorientamento nel cammino
di preghiera, cosicché il fedele non sa più verso quale parte procedere. L'intervento
opportuno del direttore lo illuminerà in modo che egli si aprirà alla fiducia nel Padre il
quale, anche se invisibile, lo conduce verso la pienezza. Lasciarsi guidare dal Signore,
nel nuovo modo di trattare con lui, deve essere la sua speranzosa risposta. Egli vuole
alimentare l'anima e guidarla sulla sua strada. Sarà sempre necessario mantenere la
perseveranza, nel silenzio e11nella fiducia, e conservare aperto l'orizzonte della fede,
oltre ogni apparenza umana.

9
Cf. B. RÉBOLLE, Orar eri cuerpo y alma. Renacerpor el agua y el espiritu, Narcea, Madrid 1999, 65-75.
10
Cf. T. RYAN (ed ), Reclaiming the Body in Cristhian Spirituality, Paulist Press, Mahwah (NJ) 2004, 160-165. V.
ALBISETTI, Guarire con la meditazione cristiana. Un modo nuovo di pregare. Paoli- ne, Milano 22005,61-89, propone il
metodo
11
di rilassamento training autogeno elaborato da Schultz.
Cf. A.B. ULANOV, Primary Speech. A Psychology of Prayer, SCM Press, London 1985,45-50.
Sarà impegno particolare della guida vigilare affinché i principianti non si
scoraggino di fronte a queste inevitabili difficoltà e ricordare loro costantemen te che
un bene così prezioso esige attenzione, costanza, impegno, ascesi crescen te. La fedeltà
del credente uscirà riconfortata da tali prove.
Le difficoltà ambientali occupano oggi un posto decisivo, poiché si è moltiplicato
enormemente il numero di cose da fare e rimane sempre meno spazio per l'essere figli
di Dio. La società dei sensi e della comunicazione sensibile, la mobilità
dell'immaginazione, non favoriscono il silenzio, il raccoglimento e la fecaliz zazione
della mente in Dio, anzi, assecondano le distrazioni che affaticano e ina ridiscono il
cuore. In una società dominata dall'immagine rumorosa sarà indispensabile educare
all'ascolto.
D'altra parte, l'orazione, come dialogo amichevole, avrà bisogno di trovare tempi
adatti affinché possano intervenire entrambi gli interlocutori. Senza il silenzio o le
pause tra le parole dell'uno e dell'altro, non si arriverà a percepire la parola di Dio. Se
il fedele si lascia portare dalle divagazioni e dalle distrazio ni, non potrà possedere la
vigilanza indispensabile per mantenere il contatto dialogico con la Parola e con il
Signore stesso. 12
Sono certamente normali lunghi tempi di aridità o di deserto. Sono i cosid detti
periodi della fedeltà ascetica, attraverso i quali si giunge a superare l'incapacità di
riflettere e si impara a fare buon uso della fantasia. L'anima sentirà di trovarsi in un
campo arido dove non prova alcuna sensazione; si sentirà affatica ta, incapace di
portare a termine una riflessione serena, insensibile alla presenza divina, con la
sensazione di compiere un monologo senza risonanza. Gli argo menti di meditazione
non le diranno nulla, non le suggeriranno alcuna immagi ne suggestiva, non
susciteranno per niente il suo interesse. Nessun sentimento religioso la invoglierà e la
muoverà verso l'alto. L'irritazione, la noia, lo scoraggiamento la inonderanno e
sorgeranno spontanee domande come: «Vale la pena di perdere il tempo in questo
modo?».
Il credente allora si domanderà con sgomento se tutto ciò può chiamarsi ora zione,
se non sperimenta altro che un lungo cammino di purificazione e di vuo to profondo.
Ma la guida lo aiuterà a porre ordine nelle attività esteriori, a uni ficare la personalità
interiore, a purificare i suoi atteggiamenti e lo indurrà a comportamenti più coerenti
con la propria scelta, spingendolo in avanti verso la santità. Avrà bisogno, certamente,
della «decisa determinazione» teresiana per non fermarsi fino alla fine, per giungere là
dove si trovano e «si acquistano tanti tesori» (C 21,1).
Ma l'orazione, superate positivamente queste difficoltà, diventerà sempre più
facile, semplice, continua. La presenza e l'importanza del pensiero discorsivo
tenderanno a diminuire progressivamente, e quindi anche gli esercizi, che nell'o razione
formano il metodo, diventeranno sempre meno necessari.

12
Cf. D. DE PABLO MAROTO, Teresa en oración. IUstoria-Experiencia-Dottrina, Espiritualidad, Madrid, 2004, 390-
402; M. BISSI, Formazione all'interiorità e alla consapevolezza. Itinerario ed esercizi pratici, AdP, Roma 2000.
• Il metodo
L'orazione mentale, attività e iniziativa umana, si serve opportunamente di una
tecnica metodologica appropriata. Un metodo è un sostegno indispensabile alla
preghiera mentale. Maestri di vita interiore, di ogni scuola o movimento spi rituale,
hanno proposto un gran numero di metodi, che esprimono diverse preoc cupazioni e
prospettive spirituali. È necessario che ognuno scelga e segua il metodo più adatto alla
sua sensibilità e al suo genio. In questa scelta è richiesto normalmente il consiglio di
un direttore spirituale, il quale deve poi13 verificare la fedeltà e la libertà nel suo uso e
indicare il tempo del suo superamento.
Questa iniziazione dei credenti alla preghiera diventa uno dei compiti più delicati,
impegnativi e difficili dell' accompagnamento spirituale. Il direttore osserverà se essa è
confacente alla struttura psicologica dell'orante, alla sua capacità intellettiva e alla sua
affettività. Dovrà salvare pure, osservando l'efficacia, la sua flessibilità in modo da
adattarsi allo sviluppo della vita cristiana e del rapporto con il Signore.
L'uso del metodo diminuisce nella misura in cui l'orazione va semplificando si, fino
al punto in cui lo sguardo silenzioso comincia ad essere l'atteggiamento di fondo e un
bisogno impellente dell'orante. Una volta compiuta la sua missione, il metodo deve
lasciare posto a una forma di preghiera che tende ad espri mersi attraverso un semplice
sguardo carico di amore. È il momento nel quale l'orazione mentale viene
progressivamente superata, poiché Dio stesso diventa guida e forza trascinatrice dello
spirito umano. 14
Questa evoluzione della preghiera segue, normalmente, un processo lento,
impercettibile. Il credente stesso non è consapevole del momento in cui deve cessare la
preghiera discorsiva e subentrare l'affettiva. Non esiste un taglio net to. A poco a poco,
nella meditazione affettiva della parola di Dio, si presenteranno le pause che
provengono dall'intendimento e dalla volontà.
Santa Teresa raccomanda di servirsi dell'aiuto vicendevole dei fratelli che
percorrono le vie del Signore: l'incontro con amici spirituali, che pregano abitualmente
in situazioni simili, manifesta in quale modo essi superano le loro difficoltà e la loro
testimonianza di fedeltà diventa perciò un forte stimolo alla perseveranza. La
partecipazione ai gruppi di preghiera ha questo stesso scopo e inci ta a continuare il
cammino nuovo con un impegno crescente.
Ciascuna delle stagioni nel cammino dell'orazione presuppone tempo, mezzi e
disposizioni interne. Dio chiama tutti a condividere la sua vita, ma normal mente
questa si sviluppa solo in coloro che sono disposti ad accoglierla e a col laborare
attivamente con essa. La disposizione corporale dell'orante (seduto, in ginocchio,
prostrato ecc.) indica normalmente il tipo di preghiera che egli realizza e la tappa nella
quale si trova.
Compito dell'accompagnatore è quello di stimolare i giovani a fare della loro
esistenza un cammino crescente di orazione sapendo che questa trasformerà, in modo
graduale, il loro comportamento. Il commentario di santa Teresa al Padre nostro può
essere di grande aiuto in un simile impegno.

13
Cf. G. BRONDINO - M. MARASCA, Psicologia e preghiera, Esperienza, Fossano 2004,26-30.
14
Cf. E. ANCILLI, «Utilità di un metodo», in L'orazione mentale,Teresianum, Roma 1965,13-173.
È facile elaborare una scala teorica di gradi della preghiera: discorsiva, affet tiva,
silenziosa, di unione. Nella realtà le cose non avvengono con la stessa niti dezza. È
difficile controllare lo stadio di preghiera in cui si trova il discepolo e non è neanche
tanto importante saperlo con esattezza.
Il normale processo dell'orante comprende, in primo luogo, un'analisi che soppesa
i diversi elementi che costituiscono l'oggetto contemplato; in seguito si passa a uno
sguardo d'insieme che coglie, con una visione semplice e gioiosa, la bellezza
dell'oggetto nella sua totalità.

4. IL DIFFICILE PASSAGGIO ALLA GRATUITÀ


Il vero momento critico è quello dell'ingresso nella pura fede o nella con-
templazione. Dopo un lungo cammino ascetico, dove il credente si è gradual mente
purificato, egli entra in questo stato d'illuminazione piuttosto interna, secondo le
parole di san Giovanni: «La sua unzione vi insegna ogni cosa» (lGv 2,27) in virtù
dell'azione dello Spirito Santo in lui.
Fino a quel momento la luce interiore gli veniva, fondamentalmente, dalla
riflessione sulle verità che, in un modo o nell'altro, filtravano attraverso i sensi. Era
l'esercizio della meditazione, con cui si alimentava lo spirito. 15
Arriva, però, un momento nel quale l'orante comunica confidenze di questo genere:
«Non so più pregare»; «La preghiera mi è diventata impossibile». Vive perciò una
nuova situazione in cui la preghiera, da principio facile e gioio sa, tutto ad un tratto
diviene arida e laboriosa. Molto spesso è un periodo nel quale lo Spirito Santo lo
invita a passare da una preghiera piuttosto esteriore e immaginativa a una più interiore.
Si tratta qui di un passaggio cruciale, che non è sempre evidente e in cui l'assistenza di
un accompagnatore diventa molto preziosa. 16
Questo passaggio dalle realtà esterne verso l'interiorità è una tappa decisiva del
cammino della preghiera. Normalmente avviene dopo lunghi anni di perse veranza.
L'intelligenza, l'immaginazione, i sentimenti d'un tratto sembrano ina ridire e l'orante
ha la sgradevole impressione di andare a sbattere contro un muro invalicabile. Può
anche sentire che tutto ciò avviene perché qualcosa nel suo agire non è in regola. Ma è
Dio stesso ora che17 diventa protagonista, affretta il passo, affinché egli possa crescere
più speditamente.
Giunto a questo punto, l'esercizio della meditazione perde il suo scopo e lascia
spazio a un'alimentazione diretta dello spirito nella luce indefinita della fede e del suo
oggetto principale, sino ad arrivare a un intendimento diretto di Dio stesso nella fede.
La parola divina viene comunicata in modo infuso. Scrive san Giovanni della Croce:

15
Cf. A. BLOOM, Scuola di preghiera, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1998,67-74.
16
Cf. T. GREEN, Cuando el pozo se seca. La oración mas alla de los comienzos, Sai Terrae. San- tander 1999,125-
130. 17
Cf. SCUOLA DI PREGHIERA OREB, Il gioco più bello: Imparare a pregare, Paoline, Milano 1994, 86-99.
«Quando l'anima dal discorso passa allo stato dei proficienti, ormai è Dio che agisce in lei: per
tale ragione le lega le potenze interiori, non lasciandole appoggio alcuno all'intelletto, né gusto
nella volontà, né ragionamento nella memoria». 18
Può essere descritto come il passaggio dal regime pedagogico della legge al regime
della pura fede e della grazia del Nuovo Testamento che sta già spuntando. E urgente,
però, in questo periodo, che l'accompagnamento illumini e rassi curi il fedele. Questi,
quando entra nella nuova fase, solitamente non ne è consapevole; percepisce soltanto
il periodo di intensa oscurità che lo sommerge. La guida, preparata su queste realtà,
sarà capace di comprenderlo e di sostenerlo nel suo percorso. Tuttavia, gli errori sono
facili e probabilmente fatali in questa tappa critica. Si possono ricordare le parole dure
di san Giovanni della Croce:
«Per questo, molti direttori spirituali arrecano grave danno a numerose anime poiché, non
conoscendo le vie e le proprietà dello spirito, spesso fanno perdere loro l'unzio ne dei divini
unguenti per mezzo dei quali lo Spirito Santo le dispone a sé. Insegnano loro altri modi volgari
letti qua e là, adatti solo ai principianti». 19
Perciò il direttore, preparato adeguatamente, inciterà questo spirituale a libe rarsi
dall'attaccamento all'attività ascetica sua propria, per entrare nell'attività mistica
passiva e crescere nella comunione con Dio. È normale che il discepolo conservi un
certo attaccamento ai risultati ottenuti con i propri sforzi e s'impe gni nel continuare in
tale adesione con tutto il suo essere. Il significato di un tale processo è precisamente
quello di liberarlo da un simile attaccamento, dalla «fiducia nelle proprie opere», per
passare alla fiducia filiale in Dio e aprirsi alla sua voce, alla sua Parola e al
compimento della sua volontà, in modo tale che Dio abiti «in lui come nella propria
casa, comandando e dirigendo tutto». 20
La funzione della guida in questa situazione, non consiste nel descrivere la natura
teologica del mondo soprannaturale in cui il discepolo sta entrando, ben sì nel
sostenerlo affinché possa superare la tentazione di ritirarsi dalle attività normali e
rifugiarsi in un mondo interiore isolato. In realtà, egli è chiamato a crescere alla
presenza di Dio in mezzo all'ambiente sociale, spesso ostile:, in cui si svolge la sua
esistenza.
Il direttore deve discernere, prima di tutto, se il discepolo è già entrato in questo
processo di transizione. Poi lo illuminerà offrendo una formazione progressiva e le
risposte opportune alle sue domande, ai suoi lamenti e alle sue osservazioni. In ogni
modo, sarà bene procedere con calma affinché il tempo contribuisca alla certezza della
diagnosi, che deriverà dalla valutazione del cammino percorso e dai sintomi che sta
manifestando al momento presente.
La guida deve accompagnare il diretto nel suo progressivo superamento della
meditazione iniziale e nella successiva apertura al mondo della grazia, non appena i
suoi effetti inizieranno a manifestarsi. Se ritardasse l'inizio della nuova

18
San GIOVANNI DELLA CROCE, Notte oscura, 9,7; cf. ID., 2 Salita al Monte Carmelo, 12,3,14,12; ID., Fiamma
viva d'amore, 3,32.
19
20
San GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma viva d'amore, 3,31.
San GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma viva d'amore, 4,14,3.
stagione, potrebbe frenarlo, scoraggiarlo e, forse, disorientarlo. Se, invece, voles se
anticipare il momento dell'inizio, sarebbe ancora più grave, poiché potrebbe toglierlo
dalla meditazione attiva e, quindi, dall'orazione stessa e dal cammino di crescita
spirituale. 21
L'accompagnatore dovrà operare il discernimento, considerando il quadro
complessivo della risposta iniziale per pervenire a una visione oggettiva della
situazione. Egli osserverà i diversi sintomi, oltre che la preghiera esplicita, per
scoprire se si tratta di semplici finzioni o di falsificazioni inconsce delle quali
diffidare.
Per esempio, di fronte all'incapacità del guidato di discorrere, bisogna capire se
manifesta, per esempio, una situazione generale di stress che si estende ad ogni attività
umana. In questo caso, sarebbe solo segno di stanchezza nervosa, accompagnata
dall'incapacità di fissare l'attenzione su un argomento qualunque, e non dell'arrivo del
momento di transizione.
Quando, invece, l'incapacità a discorrere proviene ormai dalla chiamata ad entrare
nella contemplazione, essa appare collegata a una lucida capacità generale di
discorrere e la preghiera diventa fonte di una vera distensione personale, di un
effettivo riposo delle potenze che possono agire senza sforzarsi; il sogget to esce dalla
meditazione con un vigore rinnovato e con un naturale desiderio di esercitare le stesse
potenze sui loro oggetti propri.
L'orante, che entra veramente in questo stato, tiene presente il seguente qua dro o
immagine complessiva:
«Perché la dottrina esposta non rimanga oscura, è necessario far intendere allo spiri tuale qual è il
tempo e il momento in cui l'anima debba lasciare l'atto della medita zione discorsiva usando
immagini, forme e figure, perché non l'abbandoni né prima né dopo che lo richieda lo Spirito»
(25 13,1).
Non si può dunque abbandonare senza discernimento l'esercizio della meditazione,
se non è ancora giunto il momento. Tale osservazione vale ai nostri tem pi come valeva
al tempo di santa Teresa d'Avila:
«Se il Signore non ha ancora cominciato a sospenderci, cioè a sospendere le opera zioni
discorsive, non so se si potrà così fermare il pensiero da non averne più danno che vantaggio. Su
questo argomento hanno molto discusso alcune persone spirituali, ma io, confesso la mia poca
umiltà, non ho mai trovato nelle loro ragioni tanta forza da farmi arrendere a quello che
dicevano» (M 4,3,4).
Il vuoto della coscienza, in quanto tale, non è uno stato di orazione, bensì uno
stato psicologico che può aiutare a trovare il raccoglimento profondo, ma che non
costituisce ancora un modo di unione con Dio.

21
Cf. J.M. SÉGANEL, Pregare con Gesù il Padre, LEV, Città del Vaticano 1999,188-195.
5. L'ANALISI DEI SEGNI NELLA «SALITA AL MONTE CARMELO»
I sintomi del passaggio alla contemplazione ormai incipiente e dell'esauri mento
dell'attività discorsiva sono rappresentati, prima di tutto, da un sentimen to di sazietà e
di ripugnanza verso l'esercizio discorsivo.
Tale è il primo segno, per il quale l'anima
«si accorge di non poter più meditare e discorrere con l'immaginazione, né provare gusto in
questo esercizio come per il passato; anzi, ora ella trova aridità in ciò su cui aveva l'abitudine di
fissare il senso e da cui era solita ricavare gusto» (25 13,2).
II primo segno accentua il senso di sazietà o di incapacità nei confronti del -
l'attività discorsiva e meditativa, ma soltanto nel campo della meditazione. Rimane il
gusto intimo della preghiera in genere, nonostante i ripetuti fallimen ti. Con piacere va
a pregare; si sente attratta dall'orazione; ma ogni volta le sem bra di non riuscire e si
annoia, senza tuttavia perdere il desiderio della preghiera. Ciò che le può produrre
disgusto è il persuadersi che la sua preghiera dovrebbe avere avuto un altro contenuto
(2S 14,1-2).
« / / secondo si ha quando l'anima si accorge di non aver alcun desiderio di applicare
l'immaginazione e il senso a nessun altro oggetto particolare esteriore e interiore» (25 13,3).
Decisivo, e finalmente positivo, risulta il terzo segno presentato come il «più
certo» e che può essere considerato come il punto centrale per quanto riguarda il
problema della contemplazione cristiana:
«Il terzo, e più certo, è se l'anima trova soddisfazione a starsene sola con attenzione amorosa a
Dio, senza considerazione particolare, e in pace interiore, quiete e riposo, senza atto né esercizio
delle sue potenze, per lo meno quello discorsivo che consiste nel passare da una cosa all'altra...
Gode invece di rimanere nell'attenzione e cono scenza generale e amorosa... facendo a meno di
ogni conoscenza particolare e rinun ciando a comprendere l'oggetto» (25 13,4).
Questo terzo segno, pur dando ai primi due il loro significato profondo, non
appare sempre con chiarezza alla coscienza; ecco perché i primi due avvertono della
possibilità del terzo e restano utili per il discernimento. La preoccupazione interiore
per il fatto di non pregare e il desiderio e lo sforzo insistente per farlo, costi quel che
costi, vanno uniti al timore di essere caduti nella tiepidezza e di non essere graditi a
Dio.
Esiste una vera continuità fra meditazione e contemplazione. Entrambe, infatti, si
riferiscono all'unico disegno di Dio. San Giovanni della Croce afferma espli citamente
che gli elementi essenziali della meditazione passano nella contempla zione; secondo
lui, la prima ragione per cui l'anima abbandona la meditazione è
«che all'anima è stato concesso tutto il bene spirituale che ella doveva trovare nelle cose di Dio
mediante la meditazione discorsiva» (2S 14,1);
«la seconda ragione è che l'anima, in questo momento, possiede lo spirito della medi tazione come
sostanza e come habitus» ( 2S 14,2).
Quando invece consideriamo non la sostanza spirituale, ma lo stato di coscienza
durante il passaggio dalla meditazione alla contemplazione, vediamo che esso può
rivestire due modalità diverse: o un cambiamento repentino e tota le o un alternarsi di
tempi di contemplazione e di meditazione:
«Riguardo a quanto è stato detto può sorgere il dubbio se i proficienti, cioè coloro che
incominciano ad essere favoriti da Dio di questa notizia soprannaturale di contem plazione, una
volta che abbiano incominciato ad averla, non debbano valersi più del la via della meditazione,
del discorso e delle immagini naturali. La risposta è che, in generale, non è mio intento proibire a
coloro che cominciano ad avere questa notizia amorosa, di servirsi ancora della meditazione, sia
perché, essendo ancora al principio, l'abito di essa non è così perfetto da poter passare all'atto in
qualsiasi momento essi lo vogliano, né d'altra parte essi sono così lontani dalla meditazione da
non poter meditare e discorrere naturalmente come in passato per mezzo di figure e su verità già
note, trovandovi qualcosa di nuovo» ( 2S 15,1).
In questo momento del cammino spirituale, infatti, la contemplazione abi tuale non
è data a molti in modo costante; si tratta piuttosto, come dice il santo, di «bocconi di
contemplazione» (2NO 1,1).
Nella prassi, per trovare il comportamento giusto, che implica di non lascia re la
meditazione prima del tempo e di non indugiarvi quando il tempo è passa to, né di
tornare indietro, è meglio lasciare l'anima nella massima libertà nell'esercizio
dell'orazione: dopo qualche settimana si potrà giudicare con maggior chiarezza se essa
trovi Dio o se, al contrario, perda tempo, volendo incontrare Dio troppo presto
mediante la contemplazione. Fuori dell'orazione, però, biso gnerà insistere
sull'autenticità della vita cristiana nell'adempimento del proprio dovere di stato, senza
dimenticare che l'esercizio dell'orazione contemplativa si accompagna normalmente
all'entrata in un modo mistico di 22vivere, il quale si manifesta attraverso un
comportamento abituale più spirituale.

ó. EFFETTI DELLA NUOVA TAPPA


Una delle conseguenze di questa nuova tappa è la comprensione del senso
dell'azione divina nella propria vita e la forma del suo intervento nelle proprie attività.
L'incapacità di capire - conseguenza anch'essa dell'intervento di Dio - può apparire
orientata a ostacolare queste sue operazioni. L'agire divino, a volte, appare
incomprensibile e sconcerta il credente, almeno in un primo momento.
La guida, esperta nelle vie del Signore, deve illuminarlo e fargli capire che Dio
scrive diritto sulle righe storte del cammino umano e sa trarre il massimo bene anche
dalle sofferenze, dalle debolezze o dagli errori che costellano l'itine rario. Perciò
l'accompagnato dovrebbe imparare concretamente che cosa signi

22
Cf. santa TERESA D'AVILA, Castello interiore, VI, 7,11.
ficano l'ascolto e la collaborazione con la grazia divina, sapendo che le vie del
Signore non sono le sue vie né i ritmi di Dio sono i suoi ritmi. La luce evangeli-
ca deve penetrare sempre più in lui infondendo una mentalità evangelica nel suo
modo di pensare e un modo di agire coerente in mezzo alle tenebre. 23
Questa trasformazione spirituale, dopo un periodo più o meno lungo di
fedeltà abituale alla meditazione semplice, costituisce una buona garanzia di
aver iniziato il cammino contemplativo. In ogni modo, ancora si è lontani dal-
l'unione piena, perciò il direttore non può esigere una maturità perfetta nel suo
agire. 24
Le passioni o la vanità spirituale non sono ancora necessariamente sopite. La
natura umana resiste nel difendere i suoi diritti e cerca compensazioni alle umi-
liazioni che ha dovuto subire. Il direttore incoraggia il guidato a crescere, supe-
rando la divisione interiore, adeguando le sue capacità attuali al nuovo periodo
e corrispondendo alle grazie che sta ricevendo. 25
Il fedele dovrà essere accompagnato nell'accettare le privazioni che prova,
nel sopportare con fortezza il deserto che deve attraversare. Egli deve capire che
tale aridità non proviene dalla tiepidezza, ma dalla distanza insormontabile che
separa la creatura dal Creatore. Il suo compito è di perseverare, sicuro che
«Colui che ha iniziato l'opera, la porterà a compimento fino al giorno finale».
La lettura di qualche brano scelto riguardante lo stato in cui si trova e attin-
to dagli autori spirituali, specialmente da san Giovanni della Croce, potrà ulte-
riormente illuminare e tranquillizzare l'orante, e sarà utile per dissiparne le
angosce e incitarlo a continuare fedelmente nella ricerca del Signore. Il diretto-
re farà il suo discernimento osservando i frutti di preghiera e di impegno cristia-
no che fioriscono nel credente. Continuerà il suo accompagnamento con assi-
duità sapendo che il discepolo è ancora oggetto di redenzione e di liberazione e
che la sua fragilità non è superata, ma è ancora a rischio di errori e di passi falsi.
Il demonio gira intorno a lui cercando di divorarlo e di allontanarlo dal suo cam-
mino, poiché sa che la sua vittoria è tanto più grande, quanto più lo spirituale è
progredito nelle vie del Signore e si allontana dal proprio fervore.

23
San GIOVANNI DELLA CROCE, 2 Notte oscura, 8,1-4,43.
24
25
San GIOVANNI DELLA CROCE, 1 Notte oscura, 8,4.
Cf. P. PEYRON - P. ANGHEBEN, Cammini di armonia, Effatà, Cantalupa (TO) 1997,188-195.
Tracce per la personalizzazione
1. Come guida, hai una chiara coscienza del valore del rapporto di amicizia con il Signore nel
cammino di maturazione cristiana e nella comunione vivificatrice con la Trinità? È da ciò
che parte tutto il dinamismo apostolico del credente?
2. I diretti possiedono una sufficiente formazione intellettuale? Conoscono i misteri divini,
l'importanza della Parola e dei sacramenti, la compenetrazione intima tra l'essere e il
fare?
3. Coltivano le condizioni esterne di tempo e di luogo che facilitano la meditazione in un clima
di silenzio e di pace? Hanno cura di praticare la presenza di Dio e il contatto costante con
lui?
4. Sentono l'esigenza di un tempo più prolungato che genera speciali effetti di concentrazione
profonda e di comunione intima? Dedicano sufficiente tempo all'orazione mentale?
5. Hanno trovato il loro luogo propizio: davanti all'eucaristia, in uno spazio scelto, nell'armonia
del cosmo? Hanno scoperto il migliore atteggiamento orante del corpo per raccogliersi in
un incontro sereno con Dio?
6. Hanno trovato il metodo di meditazione più adatto alla loro struttura psicologica e alla loro
affettività? Cercano amici spirituali con i quali condividere le loro prove e i loro ostacoli alla
perseveranza?
7. Nelle difficoltà e nelle crisi sanno comportarsi con serenità accettandole come par te del
cammino? Si lasciano, con fedeltà costante, guidare da Dio verso la pienezza dei figli?
8. Nell'arduo passaggio alla gratuità della fede, dalla meditazione alla contemplazio ne, come
si lasciano illuminare dal direttore con l'applicazione dei segni e dei criteri che
contraddistinguono tale fase? Si fanno sorreggere nel discernimento dei frutti della nuova
stagione?
Esercizio pratico 7
SCALA DI PERFEZIONE

È utile conoscere il grado del proprio impulso verso la perfezione, verso il raggiungi mento della
santità con i soli sforzi individuali.
Il seguente questionario elenca vari atteggiamenti e convinzioni.
Le risposte, una sola davanti a ciascun numero, devono avere un punteggio che va da:
+ 2 = molto d'accordo + 1 = abbastanza d'accordo 0 = indifferente
- 1 = dissento parzialmente - 2 = dissento totalmente

1. Se non mi propongo le più alte mete, finirò per essere una persona
di seconda classe. (
2. La gente probabilmente mi stimerà di meno se commetto qualche errore. (
3. Se non si fa una cosa veramente bene, non vale neppure la pena iniziarla. (
4. Se commetto un errore, dovrei preoccuparmi. (
5. Se metto tutto il mio impegno, dovrei primeggiare in tutto quello che
intendo compiere. (
6. È vergognoso per me mostrare la mia debolezza o adottare una
condotta stupida. (
7. Non dovrei ripetere lo stesso errore diverse volte. (
8. Un risultato mediocre, per me, può essere insoddisfacente. (
9. Il non avere successo in qualcosa di importante significa che sono
parzialmente inutile. (
10. Il rimproverarmi di non essere all'altezza delle mie attese mi servirà
per agire meglio in futuro. (

Fare la somma dei voti. Se vanno da 0 a +20, indicano un crescente grado di perfe zione: tra +5 e
+10 = notevole; + di 10 = molto alto; tra + 5 e -5 = normale; tra -5 e -10 = scarso; meno di 10 =
scarsissimo.
Circa la metà di chi si sottopone a questa indagine ottiene un voto che va da +2 a +16.
Esercizio pratico 2
INVOCAZIONE DELLO SPIRITO SANTO

I due inni liturgici del giorno di Pentecoste ci presentano l'azione dello Spirito Santo
nella nostra vita di preghiera.
Egli, «Fiamma viva d'amore»:
- visita le nostre menti,
- illumina i nostri sensi e inonda di luce il più profondo del cuore,
- ci fa conoscere il grande Mistero di Dio Padre e del Figlio, uniti in un solo Amore,
- riempie di grazia divina i cuori che ha creato,
- infonde amore nei cuori,
- dona la pace,
- rinvigorisce le nostre infermità con la sua potenza,
- allontana da noi il male,
- lava ciò che è sporco,
- irriga ciò che è arido,
- risana ciò che è ferito,
- piega ciò che è rigido,
- riscalda ciò che è gelido,
- raddrizza ciò che è sviato,
- dona virtù e premio,
- dona morte santa,
- dona gioia eterna,
- dona i suoi santi doni.
«Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!". E chi ascolta ripeta: "Vieni!". Chi ha sete ven-
ga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita» (Ap 22,17).
Capitolo nono
ILLUMINARE I GIOVANI

« Tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo,


si conservi irreprensibile per la venuta del Signore
nostro Gesù Cristo».
(lTs 5,23)
Ci sembra opportuno rivolgere ora lo sguardo ai pregi e ai limiti dei giovani di
oggi e alle circostanze sociali nelle quali trascorrono la loro esistenza, per poter
portare a termine con maggiore efficacia il compito di orientare e di for mare le future
generazioni.
L'età giovanile è stata descritta come «collegamento di due mondi stabili:
l'infanzia e l'età adulta» (Babin); ma la gioventù è ormai più vicina alla forma di vita
degli adulti, nella quale si prepara a inserirsi attivamente o è già parzial mente inserita,
anche se tende a prolungarsi, rimanendo più a lungo in famiglia. Comunque tale età
non partecipa ancora pienamente della stabilità e autonomia del periodo adulto e
perciò è spesso un'epoca inquieta e burrascosa, durante la quale abbondano le crisi
morali e religiose e non mancano le conversioni e le prese di posizione spesso
definitive. 1

1. LA CRESCITA ATTRAVERSO I CICLI VITALI


L'evoluzione integrale della personalità non è qualcosa che si va compiendo secondo
un ritmo costante e un progresso lineare, ma un processo che si realizza attraverso
stadi ben determinati. Lungo tutto l'arco dell'esistenza si danno dei cicli vitali o tappe
che contribuiscono al compimento del ciclo vitale globale. 2 Le singole stagioni hanno
le loro attribuzioni specifiche.

1
Cf. M. GRILLI (ed.), Educarsi per educare. La formazione in un mondo che cambia. Paoline, Milano 2002,67-
78.
2
Cf. B. GOYA, Psicologia e vita spirituale. Sinfonia a due mani, EDB, Bologna 2001,57-62.
«L'individuo cerca e trova ad ogni ciclo vitale un compito diverso da svolgere, un
modo specifico di essere, di servire e di amare». 3
Questo itinerario umano e spirituale spesso è stato paragonato a una fatico sa
«salita sul monte». La tensione dinamica dell'esistenza fa sì che ogni fase del l'ascesa
sia nuova e mai accaduta prima, cosicché la sua impronta rimane per sempre.
La guida spirituale tiene conto di queste circostanze concrete e degli impe gni
personali derivanti dallo stato di vita, scelti dal diretto per collaborare con l'azione
divina, la quale continua la sua opera lungo l'intera esistenza. Ogni sta gione possiede
il suo significato specifico e propone al credente un compito diverso da portare a
termine; essa presenta pure le sue caratteristiche difficoltà. D'altra parte, la fragilità
umana e gli insuccessi professionali sollecitano il fede le a cercare un accompagnatore
che possa illuminarlo, appoggiarlo e incitarlo a proseguire con coraggio il cammino
intrapreso.
La divisione di questo ciclo vitale completo può avere tante modalità diverse;
perciò si suole affermare che «la vita è troppo complessa per essere incasellata».
Riguardo all'accompagnamento permanente, e quindi in riferimento all'età adul ta, si
può seguire, a tale scopo, una classificazione tripartita: il giovane adulto, l'a dulto
maturo e l'adulto anziano. Queste tappe coincidono fondamentalmente con i tempi forti
della crescita spirituale che, ovviamente, devono essere assunti in modo molto elastico
per rispondere in maniera appropriata alle esigenze originali e uniche del progresso
umano e spirituale del singolo soggetto.
Per quanto riguarda la nostra riflessione, in modo particolare, ci interessano due
periodi esistenziali: il giovane, fino al suo inserimento definitivo nella società, e il
giovane adulto, nei primi anni della sua partecipazione attiva al mondo degli adulti e
del suo progredire verso la crisi della mezza età e della seconda conversione. Sono due
tappe realmente differenti e con un contenuto loro proprio e decisivo per condurre la
personalità alla sua maturità stabile.

2. IL GIOVANE DA ACCOMPAGNARE
2.1. La sua situazione sociologica
La realtà ambientale dei giovani di oggi, in occidente e nelle grandi città del
mondo, determina conseguenze sul loro comportamento religioso. Essi crescono
all'interno di una società urbana-postindustriale e in un clima familiare molto fragile.
La disponibilità economica accresce la loro possibilità di soddisfazione immediata dei
bisogni transitori, del «ciò che mi 4va», del «tutto e subito», e oppo ne resistenza alla
progettazione e alle scelte decisive.

3
GIOVANNI PAOLO li, esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 70 (in Enchiridion
Vaticanum, XV, EDB, Bologna 1999, n. 647).
4
CT. G. TONOLO, Adolescenza e identità. Il Mulino, Bologna 1999,87-97; M. POLLO, Animazione culturale. Teoria
e metodo, LAS, Roma 2002,145-155.
La secolarizzazione e l'umanesimo profano li inducono a stimare poco il fatto
religioso e a sviluppare una coscienza morale autonoma, indipendente dallo stes so
Creatore. Tale umanesimo profano li sollecita al godimento istintuale dei nuo vi «miti-
valori» della società consumistica, senza nessuna restrizione morale, e
all'assolutizzazione degli ideali di libertà, autonomia e indipendenza, valori in un
certo modo autentici, ma che agiscono in maniera tale da renderli vittime dell'an -
ticultura imperante, cioè della degradazione dell'umano integrale. Essi 5respirano poi
una cultura ignara di ogni esigenza morale e di ogni norma trascendente.
Questa situazione fa sì che facilmente si ritrovino in una condizione di con flitto
con la propria coscienza, con i genitori, con ogni genere di autorità. In un ambiente
che li sollecita alla libertà assoluta, al possesso e al godimento senza limiti, essi
possono sperimentare il «vuoto esistenziale», poiché la soddisfazione immediata,
l'indipendenza totale dal Creatore e la ricerca ossessiva dell'io non possono riempire il
loro cuore, creato per aspirare all'infinito.
2.2. La situazione psicologica dei giovani
L'ingresso nell'età giovanile, verso i 18-19 anni, e il raggiungimento del diplo ma
di maturità segnano l'inizio della ricerca di una definitiva stabilizzazione e di un
equilibrio dinamico. Anche se ci sono casi nei quali questa età coincide con
l'inserimento nel mondo del lavoro e, quindi, con una partecipazione sociale sta bile,
nelle società postindustriali, in genere, la giovinezza tende a prolungarsi sem pre più,
come conseguenza delle crescenti richieste di preparazione e 6di adde stramento
professionale, nonché della difficoltà di trovare un lavoro adeguato.
Queste esigenze economico-sociali-culturali e la resistenza alle opzioni defi nitive
richiedono la posticipazione del matrimonio e inducono a prolungare questa tappa
vitale, in media, fino verso i trent'anni o più. La casa paterna si tra sforma in una
comoda pensione. Si parla di una nuova sindrome, quella del: «Papà, mi dai un po' di
soldi?», sempre insufficienti per soddisfare l'avidità di consumo e le spese superflue.
Le caratteristiche psicologiche fondamentali di questa fase, più vicine ai nostri
obiettivi, sembrano le seguenti.
- Si sviluppano i processi di selezione e di interiorizzazione dei valori che aiutano i
giovani nella formazione di un organico progetto di sé, che permette loro di godere
della forte sensazione di avere il controllo della propria intelligenza e del proprio
futuro. Essi, affascinati dalle esperienze di una vita autonoma, accele rano e
intensificano il processo di costruzione del loro «io», seguendo, secondo Allport, tre
direttive di marcia: espansione degli interessi, oggettivazione delle nozioni e
integrazione delle emozioni in una coscienza unificata. Il valore assolu to gerarchizza,
in una visione panoramica, le varie esigenze, i vari valori relativi,

5
Cf. ISTITUTO DI TEOLOGIA PASTORALE, Pastorale giovanile. Sfide, prospettive ed esperienze, Elle- dici, Leumann
(TO) 2003,33-46.
6
Cf. COSPES (ed.). L'età incompiuta. Ricerca sulla formazione dell'identità negli adolescenti ita liani, Elledici,
Leumann (TO) 1995, 56-67; G. MILANESI, «Giovani», in ISTITUTO DI TEOLOGIA PASTORALE, Dizionario di Pastorale
giovanile, Elledici, Leumann (TO) 1989,384-410.
come pure il concetto di sé. Naturalmente questo processo è molto differente da
soggetto a soggetto, a seconda che le parziali interiorizzazioni avvengano in un settore
o in un altro e in rapporto all'individualità originale di ciascuno. 7
- Tutto ciò si compie attraverso la ricerca di significato, la ricerca del senso delle
cose e della vita e la ricerca di un valore assoluto come centro del sistema di
valutazione dei sentimenti, dei desideri e dei valori, e come elemento unifi cante di
tutto l'essere e dell'intero agire. Poiché, come afferma E. Fromm, il pro blema non è di
definire se l'individuo è religioso o no, 8 ma a quale religione appartiene: c'è in ogni
caso una ricerca del senso dell'esistenza.
- L'esigenza di rapporti interpersonali autentici, il bisogno di appartenere a un
gruppo, che a volte sostituisce la famiglia stessa, il dialogare, il comunicare, sono
sentiti dai giovani come urgenze dominanti. Essi sentono la necessità di una relazione
interpersonale gratificante come incontro di persone nel rispetto e nel l'accettazione
vicendevole: vivono il processo della socializzazione, dell'inseri mento pieno di sé
nella società, del chiarimento del proprio status o ruolo pro fessionale in essa,
conservando al tempo stesso la propria identità. Essi provano, da una parte, il rifiuto
della massificazione e, dall'altra, la riscoperta di valori umani autentici nei piccoli
gruppi di amici o di classe, che diventano di grande aiuto per la scoperta della propria
identità ed esercitano un notevole influsso nella formazione del loro atteggiamento
religioso.
2.3. La situazione religiosa dei giovani
I giovani sentono la religione, innanzitutto, come un problema di vita. La fede è
valorizzata in rapporto alla capacità di rispondere alle loro profonde aspi razioni:
psicologiche, sociali ed esistenziali. Essi sono inclini a considerarla una risposta o una
soluzione ai loro problemi più urgenti. Con spirito critico rifiuta no tutto ciò che suona
come imposizione, il «si è sempre fatto così», per verifi care di persona, più che
sottomettendosi all'autorità sociale, la validità e fondatezza delle verità e delle risposte
religiose ai loro problemi. Prima veniva loro suggerito di affidarsi alle sante
tradizioni, ora i giovani dicono: «Lasciateci fare a modo nostro»; «Lasciateci
rispondere secondo i nostri interessi». Tutto ciò può esprimersi con le ben note
obiezioni religiose che i giovani fanno: siccome sono cariche di emotività, è
necessario prestare attenzione più al significato che esse hanno per i soggetti, che alla
forma con cui le esprimono. 9
I giovani, per prima cosa, vogliono che la religione soddisfi la loro richiesta
sociale, mediante una fede vissuta in comunione di credo e di comportamenti. Il loro
spirito critico, le loro obiezioni religiose, la loro diffidenza sistematica verso le
istituzioni tradizionali e le forme associative troppo ufficiali, li possono dirige

7
Cf. A. APPADURAI, Modernità in polvere. Meltemi, Roma 2000, 89-95.
8
9
Cf. E. FROMM, Avere o essere. Mondadori, Milano 1988,129-134.
Cf. M. MIDALI, L'esperienza religiosa dei giovani. 3: Proposte per la progettazione pastorale, Elledici, Leumann
(TO) 1997,63-72.
re verso una piacevole scoperta della «Chiesa domestica», fondata e guidata dal -
l'amore, la quale si converte in una manifestazione del loro desiderio inconscio di luce
e dà loro un'opportunità di crescere attraverso di essa in comunione e in impegno
cristiano. Vogliono svelare il contenuto pratico-utilitaristico di tali valo ri come luogo
di accoglienza e di protezione della comunità credente, di conoscenza reciproca e di
maturazione nella propria fede; al posto della massificazio ne tipica delle grandi città,
cercano spazi amichevoli e di autentica fratellanza.
D'altra parte, bisogna constatare i possibili limiti e gli allarmanti effetti della
secolarizzazione; essa induce all'abbandono generalizzato della pratica religiosa, al
fenomeno della scristianizzazione che interessa tutta la società e che fa perce pire la
religione come qualcosa di irrilevante e le difficoltà morali - create dalla corsa alle
compensazioni edonistiche e alle evasioni fuori dei10dettami della coscienza - come
tensioni da superare poiché proprie dei tempi passati.
L'umanesimo profano, il pluralismo culturale predominante, la molteplicità di
strade per raggiungere il successo che si aprono davanti ai giovani e, in modo
particolare, la varietà delle religioni presenti nel tessuto sociale, sono tutte situa zioni
che li interrogano seriamente sulla presa di coscienza di fronte all'atteggiamento
personale verso il fatto religioso, spogliato della sua rilevanza e dei suoi privilegi
sociali. 11
Nel venire loro incontro, bisogna partire dai valori che essi ormai stimano, amano,
cercano. La maturità umana e cristiana è condizionata, nel periodo evo lutivo, dalla
situazione esistenziale e dalle possibilità a loro disposizione. Il com pito
dell'accompagnatore allora sarà quello di12illuminarli e di stimolarli a una progressiva
ascesi e ad una crescita sempre più piena.

3. LO SVILUPPO PURIFICATORE DEL GIOVANE ADULTO


Detto questo, ci occupiamo ora del giovane adulto. Egli vive il periodo delle grandi
decisioni esistenziali e vocazionali come il matrimonio, il sacerdozio o la vita
consacrata, decisioni che si tende a rimandare sempre di più per vari moti vi. Le
energie e gli interessi del giovane si dirigono, con fiducia e determinazio ne, verso la
trascendenza di sé mediante la realizzazione di un progetto che include l'assunzione
della professione e dello stato di vita e le sue responsabilità riguardo ad essi. Tutto ciò
incide radicalmente sui rapporti individuali: il giovane è praticamente costretto a
essere meno egocentrico attraverso la creazione di nuovi vincoli affettivi, familiari e
professionali. Pieno di energie, svolge con entusiasmo e con risolutezza i propri
compiti di creatività e responsabilità sociale nel suo campo di azione. 13

10
Cf. H. CARRIER, Psico-sociologia dell'appartenenza religiosa, Elledici, Leumann (TO) 1988,
184.
11
Cf. M. POLLO, L'esperienza religiosa dei giovani. 2/2:1 dati: Giovani, Elledici, Leumann (TO) 1997,78-90.
12
Cf. J.M. GARCÌA (ed.), Accompagnare i giovani nello Spirito, LAS, Roma 1998,110-120.
13
Cf. G. ABRAHAM, Le età della vita. Saper vivere al meglio ogni stagione dell'esistenza, Mondadori, Milano
1995,95-100.
Tuttavia egli riscontra spesso un divario tra i suoi ideali giovanili e quelli con creti
del campo comunitario o professionale in cui si trova inserito e, quindi, ha la
sensazione di non essere stato preparato ad affrontare la realtà del mondo. Trova pure
numerosi ostacoli al suo desiderio di rinnovare metodi e strumenti pro fessionali e
pastorali; la collaborazione con i colleghi può rivelarsi piena di diffi coltà e
prevenzioni. Il giovane, evitando ogni tentazione di isolarsi e di aggrapparsi a relazioni
stereotipate e formali che mancano di autentica spontaneità e14 profondità, cercherà di
lasciarsi vivificare dalle esigenze della comunità e dell'amore.
Questo impegno solidale potrà provocare in lui le prime tensioni e delusioni e il
rimpianto per periodi precedenti più spensierati. E se a ciò si aggiunge - cosa normale
e propria di questa fase - l'aridità del deserto nella preghiera e l'oscu rità nella fede, la
sua integrazione dell'attività interiore ed esteriore si converte in un lavorio
problematico.
Il giovane percorre, in tal modo, un processo di purificazione e di liberazio ne
dell'io, che gli fa fare un passo in avanti verso la pienezza spirituale; ma egli rischia di
cadere nell'attivismo e nella dispersione, trascinato dalle sue numero se responsabilità:
vita interiore, servizio generoso alla comunità e urgenze apo stoliche. In alcuni
ambienti di benessere e di ansiosa ricerca della felicità terre na, potrà provare con
dolore il senso della «stoltezza della fede» (ICor 1,21) che gli rivelerà sempre più
l'itinerario cristiano come sequela di un «Cristo crocifisso» (Gal 2,20). 15
L'accompagnatore avrà il delicato compito di illuminarlo e di sostenerlo in questo
complicato viaggio. Tenterà di far sì che mente e cuore del giovane si compenetrino
della luce dei valori evangelici e che le sue delusioni si trasformi no in spinte verso
l'assiduità e la fortezza nella via intrapresa. 16 Egli compirà un servizio di
personalizzazione incitandolo a far fronte con decisione alla propria problematica. In
modo speciale, non dovrà sottovalutare le difficoltà giovanili nei rapporti
interpersonali, i quali evidenziano come il suo centro di interesse rimanga ancora il suo
«io».
Un'altra funzione specifica del direttore spirituale consisterà poi nell'incitar- lo a
perfezionarsi costantemente attraverso una riflessione evangelica più con creta sulla sua
convivenza e sui suoi impegni professionali. Lo stimolerà a puri ficare le sue
motivazioni, troppo spesso fondate, in modo predominante, sulle sue forze e sui suoi
progetti e «santi propositi». Lo farà progredire, sia pure faticosamente,
nell'integrazione dei vari livelli della personalità e nella tensione verso atteggiamenti e
comportamenti sempre più impegnati e cristocentrici, nella fedeltà al suo specifico
«progetto di vita».

14
Cf. E.H. ERIKSON, Gioventù e crisi di identità. Armando, Roma 1987,157-164.
15
Cf. R. TONELLI, Per una pastorale giovanile al servizio della vita e della speranza. Educazione alla fede e
animazione.
16
Elledici, Leumann (TO) 2002, 89-98.
Cf. J. GARRIDO, Proceso humano y grada de Dios, Sai Terrae, Santander 1996, 486-507; A. LOUF, Mi vida en
tus manos. El itinerario de la grada, Narcea, Madrid 2004,180-185.
4. LA CRISI DI PASSAGGIO DELLA MEZZA ETÀ
Una quindicina di anni vissuti in queste situazioni conflittuali può essere sufficiente
per suscitare nel credente la «perdita di ogni slancio» e un comporta mento
abitudinario, in cui le illusioni giovanili sono già spente e la crisi di realismo o di
affermazione di sé lo porta verso il disinganno e l'amarezza. Scoprirà allora le
difficoltà di portare a termine il proprio «progetto personale».
Ciò potrà costituire l'inizio della crisi del senso della vita, denominata pure «crisi
della media età» o «crisi della maturità», poiché si presenta, anche se in modo molto
elastico, verso i quarant'anni, quando ormai si riscontra una certa stanchezza provocata
dall'impatto con la dura realtà del lavoro o della convivenza. 17
«Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi
ritrovai per una selva oscura, che la diritta
via era smarrita».
Così Dante all'inizio della Divina Commedia. Lo slancio della giovinezza permette
infatti di sopportare a lungo uno sforzo superiore al normale, ma, col passare degli
anni, le energie giovanili svaniscono e subentra la crisi. Il lavoro diventa un giogo
pesante che genera 18stanchezza e delusione e provoca un diso rientamento generale di
mente e di cuore. L'intera esistenza sembra sprecata e sempre più demotivata,
nonostante i suoi successi; la sensazione di routine, d'irrequietezza e di angoscia
esistenziale cresce considerevolmente.
Le alterazioni organiche e psicologiche possono aggiungere ulteriori compli cazioni
a tale periodo difficile. 19 1 temperamenti più ambiziosi rischiano di cedere all'attivismo,
a tal punto che la loro idolatria20 del lavoro diventa il centro esclu sivo del loro agire e
paralizza la loro vita interiore.
Questo periodo di transizione ha fondamentalmente una dimensione religiosa, in
senso largo: è l'epoca dei grandi interrogativi, dell'assestamento globale e della
ricapitolazione definitiva dell'esistenza secondo verità. L'accettazione, pro gressiva o
definitiva, della morte sarà uno dei compiti urgenti per tutti, credenti e non credenti,
per il raggiungimento della serenità adulta.
L'azione del direttore spirituale, attraverso questi processi, mira a trasforma re in
Cristo l'esistenza del discepolo e a potenziare la fedeltà a lui. Egli ha dun que il
difficile compito di promuovere la perseveranza nell'arduo viaggio spiri tuale, poiché la
piena maturità umana e spirituale del cristiano è sempre in perenne divenire.

17
Cf. M. RUTTER - M. RUTTER, L'arco della vita. Continuità, discontinuità e crisi nello sviluppo. Giunti, Firenze
1995,290ss.
18
«Ecco: ho studiato a fondo, ahimé, Filosofia, Diritto e Medicina; anche, purtroppo, la Teolo gia! Ho faticato
e sudato. E mi trovo qui, povero pazzo, che ne so oggi, quanto ne sapevo ieri» (J.W. GOETHE, Faust, parte I, scena
iniziale).
19
20
Cf. G. SHEEHY, Passaggi. Come prevenire le crisi dell'età adulta, BUR. Milano 1994.233-250.
Cf. S.D. SAMMON, Life after Youth: Making Sense of One Man 's Journey through the Transition at Mid-life,
Alba House, New York 1997, 57-79.
Il fedele, a sua volta, attraverso i dubbi di fede, la sua mancanza di speranza e le
sue difficoltà nella carità, deve capire che è arrivato il momento della sco perta dei
nuovi valori fondamentali e delle motivazioni evangeliche, che gli conferiranno una
rinnovata gioia nella presenza del Signore Risorto e lo riconfer meranno nella speranza
teologale.
È il passaggio, lento ma imprescindibile, dal progetto individuale all'accetta zione
piena del progetto divino o dalla fede immatura alla maturità evangelica. Attraverso le
crisi e gli ostacoli egli si accorgerà di quell'«abbiamo faticato tutta la notte e non
abbiamo preso nulla», ma la guida lo inviterà a scoprire nuovi ideali che lo inducano a
«gettare le reti» sulla sua parola (cf. Le 5,5).
In campo spirituale questo passaggio è una condizione indispensabile affin ché
possa continuare la maturazione spirituale. Esso viene denominato «secon da
conversione», poiché suppone il transito dalla fiducia nelle proprie forze e nei propri
progetti alla speranza nel Signore e nel suo disegno di santità, cioè l'in gresso nella vita
teologale. 21 D'ora in poi, egli continuerà a crescere nella fede e nella fiducia circa
l'esito certo del suo impegno e nella sicurezza che «Dio è fede le e non permetterà» che
sia tentato oltre le sue forze, ma che con la22 tentazione gli «darà anche la via d'uscita e
la forza per sopportarla» (cf. ICor 10,13).
La funzione dell'accompagnatore è quella di orientare nella difficile purificazione e
di sostenere nel tragitto verso la fiducia piena nella buona novella. Si parla pure del
passaggio dall'Antico al Nuovo Testamento, nel senso che non è più la fedeltà alla
legge che giustifica, e nemmeno la sicurezza nei propri meriti, ma la speranza e
l'abbandono nel Dio Salvatore. Altri parlano del passaggio da un certo pelagianesimo,
che consiste in un'eccessiva certezza e in una falsa fidu cia nelle proprie opere e nei
propri esercizi di pietà, alla gratuità dell'opera salvifica divina. Tale sentimento di
autosufficienza è frequente nel fervore iniziale, ma deve purificarsi e trasformarsi in
povertà spirituale con il sostegno di un opportuno orientamento personale. 23
E necessario andare oltre la propria giustizia ed entrare pienamente nel Regno,
accettare in verità il proprio Dio come Signore e guida del futuro, nella coscienza che
«Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30). Il credente s'impegna, in virtù
della forza dall'alto e della libertà di cuore, nella realizzazio ne del «disegno di Dio» su
di lui. Non pone più la fiducia nelle proprie opere, bensì nella luce e nella potenza
dello Spirito Santo che opera in lui.
Il direttore lo deve indirizzare ormai verso Vunità della vita spirituale e dell'attività
professionale o apostolica. Generalmente questa trasformazione avvie ne in modo
graduale. Egli, con interventi appropriati e un tatto squisito, illumi nerà il suo processo
con le parole evangeliche adeguate, in modo da indurlo a guardare le cose alla luce
della fede, a lasciare spazio pieno a Dio nell'intimità del cuore e ad amare il prossimo
con tutto se stesso.

21
Altri parlano del «passaggio al Nuovo Testamento», alla fiducia piena nella salvezza di Cristo e non nella
propria fedeltà e nei propri meriti.
22
Cf. santa TERESA D'AVILA, Vita, cc. 8-9, dove descrive in modo bellissimo questa crisi di tran sizione,
quando aveva 38-40 anni e aveva avuto parecchi fallimenti: «ormai mettevo tutta la fiducia in Dio»; A. GROMOLARD,
La segunda conversión. De la depresión religiosa a la libertad espiritual, Sai Terrae. Santander 1999.
23
Cf. A. GRUN, 40 anni: età di crisi o tempo di grazia?, Messaggero, Padova 1996,13-23.
Chi non risolverà positivamente questa crisi, chi resiste alla seconda conver sione e
chi non ha saputo compiere adeguatamente questo passaggio verso la pienezza in Dio,
non raggiungerà la maturità cristiana. Si tratta, quindi, di uno dei punti chiave, di uno
dei presupposti essenziali per raggiungere la santità cristiana.

5. CRISI DI CRESCITA NELLA VITA APOSTOLICA


Anche nella missione apostolica, condotta con autentico spirito evangelico, si deve
percorrere un processo di purificazione e di elevazione analogo a quello della crescita
e della trasformazione interiore.
L'energia giovanile, fortemente inclinata per se stessa verso la propria rea -
lizzazione nell'attività esteriore, è sostenuta dal suo dinamismo instancabile. Ma
spesso l'apostolo si lascia prendere da un certo attaccamento al proprio io e alla
propria attività e al successo delle proprie azioni, provando una certa gratifica zione per
la propria realizzazione e per il bene che ricevono le persone da lui accompagnate.
Invece di essere padrone della propria attività, egli diventa schia vo, e perfino vittima,
del proprio agire. 24
Egli sopporta lunghe fatiche a favore dell'evangelizzazione del mondo, pre dica con
assiduità, percorre lunghe distanze alla ricerca delle anime, insegna, visi ta i malati ad
ogni ora, subisce persecuzioni, pericoli, oltraggi, false testimonian ze, invidie,
contraddizioni di ogni tipo. Patisce tante e tante croci, anche grandi, e numerose prove
e afflizioni del corpo e dello spirito. Fanno parte di questo quadro purificatore le
fatiche di una vita missionaria con i suoi sudori e le sue sofferenze. Ad esse possono
aggiungersi le difficoltà e le crisi nella vita affettiva e nell'obbedienza verso i
superiori.
Tutto ciò indica che è arrivato, anche in campo apostolico, il momento di pas sare
al Nuovo Testamento, di purificare le proprie motivazioni egocentriche e di agire come
«strumenti», come «inviati» del Signore risorto, e con la fiducia nel la potenza dello
Spirito Santo, e come «cooperatori», come «mediatori», dell'opera della redenzione
(ICor 3).
L'aridità nell'apostolato, la mancanza di entusiasmo, la tentazione di sentirsi
inutili, le difficoltà provenienti dall'ambiente e dall'incomprensione umana, sono, in
fondo, una preparazione alla scoperta di un nuovo e più potente dina mismo che
proviene dal vangelo. 25
Queste e altre sofferenze e prove hanno, infatti, la funzione di «diminuire l'io» e di
far apparire all'apostolo la grandezza di Dio e la ricchezza del suo regno in una luce
nuova, come un'irradiazione della potenza evangelica. Egli sentirà allora la propria
croce come una partecipazione personale all'opera redentrice di Cristo e come una
chiamata a contemplare la sua missione come

24
Cf. G. O'COLLINS, El segundo viaje. Despertar espiritual y crisis en la edad madura , Desclée de Brouwer,
Bilbao 2005,60-65.
25
C. NANNI - P. DEL CORE , «La formazione dell'operatore pastorale», in ISTITUTO DI TEOLOGIA PASTORALE,
Pastorale giovanile, 355-364.
collaborazione redentrice, in quanto 26«apostolo», cioè come inviato dal Risorto a
continuare la sua missione nel mondo.
Una tale situazione esistenziale richiede certamente la presenza del diretto re
spirituale che suggerisce fraternamente che è giunto il momento di celebrare l'«anno
sabbatico», un tempo prolungato di riposo e di riflessione sulla storia di salvezza che
Dio sta compiendo nell'esistenza dell'apostolo chiamato a entrare pienamente nel
Regno, nella vita evangelica, dove il suo apostolato diventerà veramente efficace e
pasquale.
Tracce per la personalizzazione

1. Hai un'idea chiara della crescita umana attraverso i cicli vitali? Conosci bene il «compito
diverso» da svolgere, di servire e amare in ogni stagione?
2. In quale realtà sociale crescono i giovani nel tuo ambiente culturale? Qual è l'influsso
della disponibilità economica sui loro atteggiamenti?
3. Il loro clima familiare è di unione e di comprensione o, piuttosto, di fragilità e di
incoerenza? Hanno fatto l'esperienza di un autentico amore paterno?
4. Hanno raggiunto ormai la sicurezza e l'equilibrio psicologico proprio della fine del -
l'adolescenza o rimangono ancora incerti, senza ideali nella vita? I loro rapporti
interpersonali sono aperti e gratificanti?
5. Qual è il loro atteggiamento e la loro formazione riguardo alla fede? La sentono come
un'autentica risposta alle loro esigenze e alle loro difficoltà? Soffrono gli effet ti negativi
della secolarizzazione?
6. I giovani adulti sono opportunamente sostenuti nel prendere coscienza delle decisioni
vocazionali e professionali che devono compiere? Sono illuminati sul significato
purificatore e liberatore del periodo che stanno vivendo?
7. Nella loro crisi del senso dell'esistenza, nella loro stanchezza e delusione, sono confortati
e accompagnati nel dare risposta ai grandi interrogativi di questa fase? Vengono proposti
loro, in modo idoneo, i nuovi valori fondamentali che devono orientarne l'avvenire?

26
Cf. M. DUPUIS, La persona unificata. Meditiamo con Edith Stein, Paoline, Milano 2003,87-91: «Vita interiore e
azioni esteriori».
Esercizio pratico
TEST DI MATURITÀ PSICOLOGICA (PER GIOVANI)

Leggere con calma le singole sezioni. Mettere una croce entro le parentesi, in corri spondenza di
quell'affermazione che sembra più adeguata per sé. 27
Il test va consegnato piegato
lungo questa linea ▼
- Rimango inquieto dentro, con forte malumore, anche ;
se all'esterno mi domino............................................................... ( ) ]_______________________ l-(5)
- Mi dispero e manifesto all'esterno il malumore con
grida, aggressività, parole dure, gesti inconsulti ecc. ( ) ^_____________________________ 1.(0)
- Anche se mi dispiace, riesco a riflettere sull'inutilità j della disperazione, sul
«sarà per un'altra volta»; cioè
mi tranquillizzo con facilità; ci sono riuscito con l'e sercizio ( ) : _______________________ 1.(10)
- La ribellione è propria della gioventù....................................... ( ) ;___________________ 2.(0)
- E proprio della gioventù imparare gli aspetti positivi dal passato (anche se ciò costa)_____ (
)........................................................................................................! 2.(0)
- È proprio della gioventù il dinamismo...................................... ( ) !___________________ 2.(10)
- Sono poco costante nelle mie decisioni. Un giorno, due, tre... poi cambio progetto o abbandono i
miei
propositi.......................................................................................... ( ) !______________________ 3.(0)
- Non direi «uno, due, tre giorni», ma mi stanco dopo un
certo tempo (per es. un mese). Sono un po' incostante
( ) |
3.(5)
- Sinceramente, forse per testardaggine od ostinazio- j
ne, quando ho un piano poche volte lo abbandono... ( ) j______________________ 3.(10)
Di fronte all'autorità, qualunque essa sia (a casa, a j
scuola, sul lavoro...), il mio atteggiamento abituale è: j
- di sospetto, di diffidenza o di franca ostilità ............................ ( ) j ______________________ 11 .(0)
- di rispetto, di fiducia, conservando la mia dignità .................. ( ) ; ______________________ 11.(10)
- piuttosto di indifferenza, applicando il detto: «Dal
superiore, più lontano si è, meglio è» ........................................ ( ) \______________________ 11 .(5)
- Francamente, per me, tutta la gente è buona, ma non
la si conosce mai abbastanza ....................................................... ( ) ! _______________________ 12.(0)

27
Cf. J. IBÀNEZ GIL, Pastoral juvenil diferenciat. Tipologia y pastoral, Guadalupe, Buenos Aires 1971,201-218.
- Al contrario, per me, anche se qualche persona è buona, bisogna essere realisti: la maggioranza
gode ;
nell'infastidire il prossimo ........................................................... ( ) ; ______________________ 12.(0)
- Credo che nella vita si incontrino persone di tutti i
tipi.................................................................................................... ( ) j 12.(10)
- Non sono santo né eroe, ma le cose che voglio fare le
faccio, anche se mi costano .......................................................... ( ) j______________________ 13.(10)
- Sono un po' restio allo sforzo, a ciò che costa (anche
se penso che ciò non sia giusto) .................................................. ( ) j______________________ 13.(5)
- Un po'? Lo sono tanto. Ciò che costa non è fatto per
me ..................................................................................................... ( ) |______________________ 13.(0)
In relazione ai miei rapporti con gli altri: ;
- sono molto esigente nel fare amicizie. È questione di ; temperamento o di genio,
ma le persone devono ;
possedere varie qualità perché mi vadano bene ........................ ( ) i ______________________ 21.(5)
- detesto avere amicizie. Sono poco socievole. Ciascu no è come è ________________________ ( ) |
21.(0)
- credo che sia una necessità l'avere amicizie, e con maggiore o minore facilità riesco ad adattarmi
ad
esse................................................................................................... ( ) j______________________ 21.(10)
- Sinceramente, credo di avere un po' di senso comu ne. La gente si fida dei miei apprezzamenti
........................................................................................................... ( ) j________________________ 22.
(10)
- Sinceramente credo di possedere molto senso comu ne: purtroppo «è il meno comune dei sensi»
........................................................................................................... ( ) j ________________________ 22.(5)
- In verità, tante volte mi dicono che mi manca il sen so comune. Non so se esagerano, ma me lo
dicono... ( ) i______________________ 22.(0)
- Questa è la mia frase preferita: «Ho sufficiente per sonalità
per prescindere dai consigli altrui». Per for tuna, ormai non
ne ho bisogno
( ) !
23.(0)
- Ho sufficiente personalità per capire che la cosa migliore è seguire i consigli degli altri. Li seguo
sempre,
poiché «nessuno è buon giudice nella propria causa» .. ( ) j ______________________ 23.(0)
- Ho sufficiente personalità per seguire i consigli j altrui, se vedo che sono
buoni. Altrimenti li ringrazio
e non li seguo, ma decido da me ................................................. ( ) j ______________________ 23.(10)
- Rispetto le persone di sesso diverso dal mio: devo
riconoscere che «mi piacciono tutti» e che mi inna moro
frequentemente
( ) ;
31.(0)
- Anch'io sono passato per questa fase di innamora mento
continuo, ma adesso mi piace piuttosto imma ginarmi e
centrare il mio affetto in lui (in lei), per
«Sia le nuove generazioni che le antiche hanno in
mano l'avvenire. Credo che non si debba escludere j
nessuno» .......................................................................................... ( ) j ______ 32.(10)
Mi entusiasmano le cose, i compiti, gli ideali che esi gono grandi sacrifici. Mi ci butto ciecamente
.......................................................................................................... ( ) j _______ 33.(10)
Sono allergico ai grandi ideali. Bisogna vivere la gio ventù... e da me gli altri non debbono esigere
grandi
sacrifici ............................................................................................ ( ) j _______ 33.(0)
Forse mi trovo indeciso tra un atteggiamento e l'ai- j tro. Sono disposto a darmi, ma senza
esagerazioni.
Bisogna saper gestire la vita ........................................................ ( ) j _______ 33.(5)
Ho un carattere difficile e gli altri devono subire la
mia ipersensibilità e la mia forte volubilità .............................. ( ) j _______ 41.(0)
Qualche volta gli altri devono sopportare i miei cam biamenti di umore ________( ) | 41.
(5)
Mi domino affinché gli altri non avvertano i miei
momenti di cattivo umore o di depressione .............................. ( ) j _______ 41.(10)
Ho un carattere abbastanza deciso. Tante volte mi lascio prendere dai «prò» e dai «contro» e mi
costa
arrivare alle conclusioni ............................................................... ( ) !_______ 42.(0)
Non sono indeciso. Decido con una certa rapidità,
anche se ponderando le situazioni .............................................. ( ) ; _______ 42.(10)
Prendo le decisioni senza pensarci due volte ............................ ( ) !_______ 42.(5)
Mi aiuta molto il vedere che gli altri vivono il mio stes- j
so ideale. Senza questo esempio, non sarei costante.... ( ) j_______ 43.(5)
Senza l'esempio altrui, i miei ideali si sfumano ....................... ( ) j _______ 43.(0)
Mi aiuta molto l'esempio altrui, ma se ho un'idea o ................j un ideale, anche se altri falliscono, io
mi sento stimo lato ad attuarli secondo le circostanze ............. ( ) i _______ 43.(10)
Ho molta immaginazione, perciò sono spesso geloso nelle
amicizie e questo mi fa soffrire, perché mi sem bra di venir
lasciato da parte .............................................................................
..........................................................................................................
( ) j....................................................................................................
51.(0)
In qualunque altra persona vedo un competitore (intellettuale, amoroso, sociale) e mi metto sulla
difensiva.......................................................................................... ( ) j _______ 51.(5)
Non ho provato mai gelosia e non mi sono sentito
minacciato per la presenza degli altri ........................................ ( ) ; _______ 51.(10)
Nel progettare «qualcosa» non vedo ostacoli ........................... ( ) j _______ 52.(0)
Tutto mi sembra un «ostacolo», una montagna da
scalare.............................................................................................. ( ) |_______ 52.(0)
Verifico se ci sono delle difficoltà in ciò che voglio
intraprendere e cerco il modo per superarle .............................. ( ) j_______ 52.(10)
Sono un idealista. Mi affascinano quei movimenti e
gruppi che esigono impegni totali e definitivi .......................... ( ) : _______ 53.(10)
Sono un amante della libertà piena: che non mi par lino di impegni «per sempre»! _________ ()i
.......................................................................................................... 53.(0)
- Nei rapporti con gli altri, tendo a dominare: mi piace ; comandare, attirare l'attenzione e, se non la
ottengo, j
mi sento frustrato ........................................................................... ( ) j_______________________ 61.(0)
- Nei rapporti con gli altri mantengo una «sana indi- j pendenza»: che mi lascino in pace e io lascio
in pace j
loro................................................................................................... ( ) ;_______________________ 61.(5)
- Ci tengo che gli altri si sentano a proprio agio; non
mi piace attirare l'attenzione né apparire troppo ...................... ( ) :_______________________ 61.(10)
- Qualche volta sbaglio, parlando quando dovrei tace re e tacendo quando dovrei parlare ____ ( ) !
62.(5)
- Spesso sbaglio, parlando quando dovrei tacere e
tacendo quando dovrei parlare ..................................................... ( ) j _______________________ 62.(0)
- Sto attento a capire se ciò che ho da dire piacerà o
no agli altri ...................................................................................... ( ) j_______________________ 62.(10)
- Non so decidermi senza che un altro «mi spinga» ................... ( ) j _______________________ 63.(0)
- Basta che «un altro mi spinga» e io faccio il contrario ( ) j _____________________________ 63.(0)
- Non ho bisogno né mi preoccupo delle «spinte»: io
decido da solo ................................................................................. ( ) |_______________________ 63.(10)
- Con frequenza provo senso di colpa e rimorso anche
per cose da poco ............................................................................. ( ) ! _______________________ 71 .(0)
- Non mi succede mai di provare sensi di colpa; se mi
pento è in base alla portata di ciò che ho fatto ......................... ( ) j _______________________ 71.(10)
- Credo di essere di manica molto larga, perché quasi
mai mi pento di qualcosa .............................................................. ( ) \ _______________________ 71.(0)
- Mi pare che spesso siamo troppo duri e taglienti nel
giudicare gli altri, non teniamo conto delle attenuan ti nel
distribuire rimproveri o sanzioni
( ) !
72.(10)
- Al contrario, credo che siamo troppo indulgenti: le
regole vanno applicate: chi deve pagare, paghi ........................ ( ) ! _______________________ 72.(0)
- Mi disturba molto dover affrontare le circostanze
spiacevoli legate alle mie decisioni, preferisco fuggi re il
rischio
( ) ;
73.(0)
- Mi piace rischiare se un'impresa è partita da me,
anche se sembrerò testardo .......................................................... ( ) j_______________________ 73.(10)
- Godo nel criticare. È il mio hobby ............................................. ( ) |_______________________ 81.(0)
- Mi disturba criticare ed essere criticato .................................... ( ) | _______________________ 81.(10)
- Non amo criticare, ma quando lo fanno gli altri ten do l'orecchio «per istruirmi» __________ ( ) :
81.(5)
- Così come stanno le cose, credo che il mondo cam mini verso il caos ____________________ ( ) j
82.(0)
- Ho sempre pensato il contrario: è adesso che si apre
una speranza indiscutibile ............................................................ ( ) j_______________________ 82.(0)
1 2 3
11 12 13
21 22 23
31 32 33
41 42 43
51 52 53
61 62 63
71 72 73
81 82 83
91 92 93
Af. Voi. Int.
Descrizione della maturità personale secondo il concilio Vaticano II: 28
Maturità affettiva:
«fermezza d'animo».
Maturità volitiva:
«saper prendere decisioni ponderate».
Maturità intellettiva:
«retto modo di giudicare uomini ed eventi».

28
CONCILIO VATICANO II, decreto Optatam totius, 28 ottobre 1965, n. 11 (in Enchiriclion Vatica-
num, I, EDB. Bologna L82002, n. 795).
Capitolo decimo
L'ACCOMPAGNAMENTO
NELLA SCELTA DELLO STATO DI VITA

L'accompagnamento fraterno, affinché i giovani credenti possano scoprire il


progetto divino sul loro destino e si sentano centrati nella loro esistenza, è un compito
di rilevanza fondamentale, poiché condiziona tutto l'avvenire dell'indi viduo sia sul
piano naturale che su quello soprannaturale. Se essi si trovano inquadrati nelle
condizioni idonee, il rendimento nel loro agire personale e pro fessionale sarà pieno e
gratificante. La consapevolezza, infatti, di essere al proprio posto, e di avanzare per il
cammino giusto di realizzazione dell'identità e della missione individuale, conferirà
loro una forte sicurezza e una spinta inarrestabile verso un comportamento sempre più
generoso e creativo.
Il discernimento affronta, perciò, uno dei periodi più delicati della vocazione e
della missione dei credenti. Quanto si è affermato della guida spirituale, delle sue
qualità e dei suoi atteggiamenti, tutto ciò che costituisce le sue disposizioni positive
per un efficace discernimento cristiano, è ora orientato e trova la sua applicazione
concreta nel raffinato e trascendente1 momento di accompagnare nel chiarimento della
risposta vocazionale e professionale.
I giovani devono essere incoraggiati nella crescita umana, cristiana e voca zionale,
affinché la loro esistenza sia costruita su roccia ferma e possano svilup pare pienamente
i loro doni e talenti nel servizio generoso del Regno. La respon sabilità principale
dell'impegno rimane sempre la loro, ma il direttore esercita un grande influsso tanto
nel favorire un discernimento chiaro del loro essere e del loro agire, quanto nel
promuovere poi una loro donazione magnanima e incrollabile ai fratelli. 2
Grazie alle più recenti acquisizioni della psicologia dinamica, nell'ultimo
trentennio si è verificato un ampio sviluppo nella psicodiagnostica, che è passa ta
dall'entusiasmo per i test sulle attitudini e gli interessi professionali a quelli che
concentrano più intensamente l'attenzione sulle motivazioni e sul grado di libertà
interiore dei giovani nell'affrontare l'avvenire. 3

1
Cf. M. SPREAFICO , «La dimensione vocazionale nella vita del cristiano», in ISTITUTO DI TEOLOGIA PASTORALE,
Pastorale giovanile, 287-300.
2
Cf. Nuove vocazioni per la nuova Europa, LEV, Città del Vaticano 1998, n. 13; L'accompagnamento alla vita
religiosa, Rogate. Roma 1992.
3
A partire dagli studi psicologici, come l'interessante bilancio di A. GODIN sulla psicologia della vocazione,
oggi si è in grado di fare un discernimento molto più specifico sulla vocazione («Psy- chologie de la vocation: un
bilan», in Le Suppl. 113(1975], 151-236).
La guida spirituale deve sempre ascoltare i giovani, conoscerli nelle loro vicende e
incitarli a maturare integralmente le loro potenzialità. Queste circo stanze si presentano
con speciale vivacità e urgenza nel momento della scelta di una vocazione specifica.
Allora la sua opera diventa veramente illuminante e di conforto, poiché i credenti si
trovano a dover discernere sull'autenticità della loro esistenza cristiana, sulla nuova
chiamata e sulle capacità e forze per una risposta apostolica tanto impegnativa.

1. VOCAZIONE COMUNE E VOCAZIONI SPECIFICHE


In questa ultima parte delle riflessioni sulla direzione spirituale iniziale, si vuole
affrontare il tema del discernimento spirituale, cioè 4 dell'aiuto che essa può offrire
tanto nella scelta come nella maturazione vocazionale.
1.1. La vita come vocazione
Normalmente, in campo cristiano, la parola vocazione fa riferimento al solo stato di
vita sacerdotale o religiosa. Oggi, tuttavia, il suo significato non è ristret to a queste
chiamate speciali, ma viene attribuito ad ogni genere di vita: ciascun credente è
oggetto dell'amore personale di Dio che lo sollecita alla santità, sfrut tando i doni
ricevuti nella creazione e nel battesimo.
L'impostazione dell'esistenza umana sotto il segno della vocazione o dell'ap pello
da parte del Creatore fa sì che la sua dimensione si allarghi a ogni esistenza umana,
che viene contemplata sotto il segno della vocazione. In principio si dà un amore
creativo che «chiama all'esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4,17).
L'essere umano non solamente ha una vocazione, ma è essenzialmente vocazione. Essa
rappresenta un elemento costitutivo della sua esistenza. Egli è chiamato ad essere e a
maturare il dono della vita ed è, quindi, invitato a uscire da sé per realizzare l'incontro
con l'altro e partecipare attivamente alla creazione di un mondo nuovo. 5
Entro questo contesto generale della vocazione umana sgorga la vocazione cristiana
come risposta particolare all'iniziativa divina di convocare ciascuno ad essere
pienamente figlio di Dio e a crescere costantemente fino alla «piena maturità di
Cristo». L'esistenza cristiana del credente partecipa di tale allarga mento di significato
e viene spesso presentata come nuova chiamata. Si tratta di una grazia dell'amore
gratuito del Signore, frutto del progetto divino:
«L'identità cristiana non la si inventa, non la si sceglie, ma la si accetta, la si riceve
come un dono». 6

4
Cf. L'accompagnamento alta vita religiosa; Rogate, Roma 1992; Giovani oggi: dalla proposta alla scelta
vocazionale. Rogate, Roma 1985.
5
Cf. A. FAVALE (ed.), Vocazione comune e vocazioni specifiche. Aspetti biblici, teologici e psico- pedagogico-
pastorali, LAS, Roma, 1981,21-56; CEI, Le vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata nella comunità
cristiana, Roma 1999,23-29.
6
J. LORIMIER, Progetto di vita nell'adolescente, Elledici, Leumann (TO) 1968,26.
Tanti sono oggi i modi di realizzare questa vocazione e di corrispondere all'a more
personale del Signore. Egli può essere glorificato nella famiglia, nel mon do del lavoro,
nello studio, nell'esercizio delle opere di misericordia. Sorgono così le vocazioni
particolari, in armonia con quella comune a tutti gli esseri umani, chiamati da Dio alla
partecipazione della sua gloria. Sono la risposta libera della creatura all'invito divino,
una risposta sempre nuova e rinnovata lungo la propria esistenza.
In questa dinamica della chiamata-risposta appaiono coerentemente sia la vocazione
universale alla comunione con Dio nella fede, sia le vocazioni specifiche di
realizzazione cristiana nei diversi stati di vita.
Compare, prima di tutto, la vocazione cristiana al dialogo con il Signore. Si legge
nella Gaudium et spes:
«La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comu nione con
Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio». 7
Il Creatore che lo aveva chiamato all'esistenza lo sollecita adesso alla comu nione
con lui in Cristo. La creatura realizza pienamente se stessa rispondendo, giorno per
giorno, ai diversi appelli fatti dallo Spirito Santo sia direttamente che attraverso le sue
mediazioni. 8
Come afferma ancora il concilio Vaticano II, ciascuno dei fedeli è
«condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria specifica vocazione secondo il
vangelo, a praticare una carità sincera e operativa, ad esercitare quella libertà con cui
Cristo ci ha liberati». 9
Questo orientamento dall'alto raramente viene percepito dal giovane in for ma
distinta, ma solo attraverso i segni interiori come pensieri costanti, attrattive interiori
forti e incancellabili, che vanno interpretati dalla coscienza personale con
l'illuminazione del padre spirituale, il quale deve sentirsi sempre al servizio delle varie
vocazioni, con una mentalità ministeriale, e deve tentare di condurle verso la chiarezza
nelle decisioni che stanno 10maturando, grazie alla luce dello Spirito Santo e
all'approfondimento interiore.
1.2. Vocazioni cristiane specifiche
Nell'ambito della Chiesa fioriscono varie vocazioni specifiche, in armonia con quella
comune a tutti i credenti. Esse non devono apparire come qualcosa di sovrapposto o di
esterno alle due dimensioni precedenti, quella umana e quella cristiana, bensì come la
loro attuazione e pienezza.

7
CONCILIO VATICANO II, costituzione pastorale Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 19 (in Enchiridion
Vaticanum, I, n. 1373).
8
Cf. S. DE PIERI, «Orientamento vocazionale», in Dizionario di Pastorale vocazionale, Rogate, Roma
2002,778-784.
9
CONCILIO VATICANO II, decreto Presbyterorum ordinis, 7 dicembre 1965, n. 6 (in Enchiridion Vaticanum, I, n.
1258).10
Cf. P. FRAGNELLI, Il deserto fiorirà. Rogate, Roma 2005, parte III: «Per chi sono».
La vocazione sacerdotale o religiosa diventa contemporaneamente un appello a
vivere la chiamata comune alla santità e un appello speciale ad assumere una nuova
forma di consacrazione, caratterizzata fondamentalmente dai consigli evangelici e da
una missione ecclesiale. Le situazioni personali variano e si moltiplicano all'infinito,
ma gli stati giuridici della Chiesa si riducono propriamente a tre: lo stato laicale, lo
stato clericale e lo stato di vita consacrata. Tra questi tre stati ogni fedele fa la sua
scelta.
La missione dell'accompagnamento consiste nello sviluppare armonicamente queste
chiamate unitarie e crescenti lungo l'esistenza del ragazzo e del giova ne, affinché egli
sia disponibile all'ascolto e capace di scorgere il progetto con creto di Dio sul suo
avvenire e abilitato per rispondere ad esso compiendo la sua missione nel mondo. La
consapevolezza che la scelta non inizia con l'opzione generosa del fedele, ma che parte
da un dono gratuito del Signore, immerge l'opera della guida in un clima di mistero e
di docilità interiore allo Spirito.

2. ORIGINI E SVILUPPO DELLA VOCAZIONE


La dinamica trasformatrice del dono vocazionale ha una lunga storia: essa si
compie attraverso l'intera esistenza, durante la quale il credente risponde gior no dopo
giorno a un progetto che si rivela progressivamente e che induce a per fezionarsi in
sintonia con esso.
Secondo i principi dell'interazione tra natura umana e grazia divina, la voca zione
s'inserisce nel processo dinamico dello sviluppo integrale della personalità del
soggetto e ne accompagna l'evoluzione: a un11 certo punto penetra nella sua storia,
nasce, cresce e perviene alla sua maturazione.
In tal modo, sulle basi umane della personalità e sulla dinamicità del battesi mo e
della cresima, si sviluppa la risposta personale. Essa appare in una pro spettiva
dinamica, come una realtà che si va gradualmente chiarendo e perfezio nando in
sintonia con la propria identità. Si può narrare la sua storia, il suo nascere, il suo
crescere, le sue crisi e il suo adempimento.
Questo viaggio verso tale meta non è mai concluso né raggiunto quietamen te. Si
riscontrano progressi graduali e costanti. Nella misura in cui il soggetto si avvicina
alla meta finale, raggiunge un'effettiva integrazione della propria per sonalità e degli
scopi esistenziali e professionali.
Il momento della nascita della vocazione è qualcosa di assolutamente unico, come
la persona stessa. Una sua prima idea può scaturire, piuttosto presto, nel contesto di un
ambiente familiare o scolastico imbevuto di interessi e di valori umani e religiosi.
In ogni vocazione vi è un processo evolutivo: all'inizio si tratta, in genere, di
qualche cosa di vago; ma poi, poco a poco, si va sempre più chiarendo e fortifi cando,
anche se non mancano crisi e difficoltà, che lasciano la sensazione che tutto possa
crollare. Superate le difficoltà iniziali, la vocazione si riprende e si fa più sicura e più
stabile.

11
Cf. La proposta vocazionale alla vita religiosa. Rogate, Roma 1990; La preparazione a! noviziato, Rogate,
Roma 1990.
Spesso, comunque, non manca di fragilità e porta con sé le ferite e le abitu dini
negative del passato. Non mancano turbamenti e incertezze sul fatto di continuare
lungo la via intrapresa e le altre forme di vita appaiono allora molto più attraenti e
meno difficoltose: è necessario dunque arrivare - attraverso un perio do transitorio di
adattamento che può produrre momenti di disorientamento, paura, scoraggiamento e
crisi - alla povertà spirituale e alla fiducia totale nella Provvidenza.
Superando tali difficoltà, si raggiunge infine uno stato psichico di profonda
serenità e di dinamismo di crescita. Di qui il grande valore intrinseco allorché si
indovina la scelta dello stato di vita o della professione.

3. SCELTA VOCAZIONALE
I candidati, illuminati dai modelli e dalla conoscenza delle forme di consa crazione
che più si avvicinano al loro ideale, compiono il passo decisivo dell'ac cettazione della
loro vocazione. E ovvio che, per una risposta così impegnativa e libera, si esige un
certo grado di maturità psico-affettiva. La scelta di un proget to segna il coronamento
di un processo di ricerca, il quale comporta pure l'esclusione di altre possibilità di
orientamento e promuove la piena maturità del soggetto. D'altra parte, essa rappresenta
pure un momento delicato, specialmente nell'attuale situazione sociale. In ogni modo,
l'ideale deve12presentarsi come una meta raggiungibile, sempre, con l'aiuto della grazia
vocazionale.
Queste decisioni, che riguardano l'intera esistenza, non si possono conside rare
come fatti isolati e circostanziati nel tempo, ma rappresentano l'epilogo di uno
svolgimento dinamico, che si sviluppa gradualmente lungo un percorso punteggiato di
riuscite e di fallimenti, cadenzato da ritmi sciolti e veloci e da arresti e regressioni
dolorose, ed è caratterizzato tanto da una volontà chiara e costruttiva come da impulsi
inconsci e distruttivi. La decisione segna l'orientamento che un individuo sceglie di
darsi dopo aver superato le perplessità di fronte ad altre prospettive e di aver accettato
le rinunce che ogni scelta comporta.
Da un punto di vista psicologico è necessario tener presente una delle leggi
fondamentali dello sviluppo: quella della canalizzazione. Tale legge specifica una
modalità che caratterizza il processo di sviluppo psichico: la vasta gamma di pos -
sibilità di scelta, che si presenta nella fanciullezza e nell'adolescenza, va concen -
trandosi gradatamente fino a sintetizzarsi in una scelta fondamentale unica.
3.1. La difficoltà della scelta oggi
Ogni genere di opzione, in quanto presuppone l'esclusione e la rinuncia di tante
altre possibilità e potenzialità personali, comporta la sua base di perples sità e di
difficoltà.

12
Cf. S. DE PIERI, Orientamento educativo e accompagnamento vocazionale, Elledici, Leumann (TO) 2000,44-51.
Una di esse proviene dall'immensa varietà di opportunità offerte oggi dal l'ambiente
sociale che ostacola la scelta definitiva di un valore centrale e assolu to, capace di
focalizzare su di esso tutto il proprio avvenire. Queste condizioni culturali,
l'allungamento della scuola e la difficoltà di trovare una conveniente sistemazione
professionale, ritardano non poco il processo di maturazione psi chica, incidono
sull'eventuale decisione vocazionale e rendono arduo l'orienta mento definitivo del
proprio avvenire. 13
3.2. Varie forme di decisione
La decisione non avviene in un momento isolato da tutto il contesto esisten ziale:
essa è frutto di una lenta maturazione psicologica. È l'ultimo atto di un processo
dinamico, le cui radici affondano nell'intera storia del soggetto e del suo cammino
lineare o tortuoso di sviluppo. La configurazione reale che il pro cesso decisionale
assume, varia da persona a persona. Secondo H.Thomae si pos sono distinguere, a
questo riguardo, quattro forme principali di decisione. Le esponiamo brevemente per il
loro interesse vitale e vocazionale.
• Decisione crescente
E la più frequente ed è frutto di una chiarificazione progressiva e continua ta. Essa
si sviluppa mediante una maturazione interiore degli ideali e attraverso l'accumularsi
di esperienze più generali sull'esistenza. Le decisioni, che possono protrarsi per anni
come quelle professionali o vocazionali, hanno un carattere progrediente: si
approfondisce, innanzitutto, la conoscenza delle situazioni fino a raggiungere una certa
maturità di giudizio e una sicurezza nelle proprie idee. Allora il chiamato vede con
sufficiente evidenza qual è il piano di futuro che esprime meglio la sua personalità e il
modo e il luogo adatti per poterlo realizzare pienamente. Ha bisogno, da una parte, di
fede nelle sue potenzialità interiori di crescita, ma, contemporaneamente, dovrà
concedersi il tempo necessario per svilupparle e dirigerle verso l'azione.
• Decisione calcolata, ponderata o razionale
E propria di quei soggetti per i quali l'indecisione viene dall'insicurezza e
dall'incertezza riguardo alla scelta delle migliori possibilità per realizzare il pro getto.
Il soggetto conosce ormai «verso dove andare»; ha già un ideale che vuo le realizzare e
sta cercando di scegliere, tra le diverse possibilità, quella che meglio lo aiuterà a
realizzare, in maniera completa e soddisfacente, il suo progetto di vita. Può servire di
esempio il caso del giovane che ha chiara l'idea di voler vivere una piena donazione al
servizio dell'amore universale. Non sa però ancora quale direzione prendere: la
realizzerà nel sacerdozio, nel matrimonio o nell'opera missionaria?

13
Cf. J. SASTRE GARCIA, El acompanamiento espiritual, San Pablo, Madrid 1993, 127-154.
In questo tipo di decisione ci troviamo di fronte a una condotta pianificata e
razionalmente diretta: il soggetto realizza il suo ideale selezionando i mezzi migliori;
misura e osserva con cura le circostanze. Per decisioni del genere diven ta utile
scrivere, sul lato sinistro di un foglio, tutti i motivi a favore di una delle alternative, e,
sul lato destro, quelli contro; ripetendo la procedura per ambedue le alternative, il
predominio di una di esse diventa più chiaro e percepibile.
• Decisione ardita, intuitiva o improvvisa
In questo caso, la decisione non è presa dopo aver chiarito il valore dei diver si
fattori, ma buttandosi in una delle possibilità, spinti forse da un'intuizione che fa
sentire come la risposta che attira in quel momento, sia il mezzo migliore per
realizzare il progetto di vita. Il soggetto, dunque, non ci pensa due volte. Questa
reazione emozionale, questa precipitazione intuitiva, non costituiscono un atteg -
giamento valido per scelte definitive.
Non si può ignorare l'esistenza di qualche caso di conversione che assomiglia a una
decisione del genere, ma si tratta di un'illuminazione soprannaturale piut tosto che di
un impulso soggettivo. Tale decisione, in seguito, può far sorgere numerosi problemi e
dubbi, nonché un'altra decisione intuitiva, ma opposta, di abbandonare lo stato
abbracciato.
• Decisione ritardata
E propria di individui incerti, insicuri o, forse, poco generosi; essi rivelano una
mancanza di impegno per un'opzione che si presenta come gravosa; conti nuano a
differire il momento della scelta, con la scusa di voler magari ottenere ancora questa o
quell'informazione. L'incertezza viene loro dalla paura di impegnarsi, perciò ritardano
la decisione e prolungano il tempo conveniente per fare il passo definitivo. Essi
finiscono facilmente in uno stato di conflitto stazionario o di disorientamento
paralizzante. 14
A volte capita che, dopo aver procrastinato la decisione per tanto tempo, si
ritrovino nella necessità di prendere una decisione rapida, senza scampo, quan do non
c'è più rimedio, quando quasi tutte le alternative di scelta sono scompar se, quando
ormai non si può fare altro, quasi per forza. È questa la peggiore soluzione di una
decisione ritardata. La mancanza di «volontà» pronta e decisa fa perdere, in tal modo,
tante buone occasioni. D'altra parte, è una pretesa illusoria e assurda aspettarsi che gli
avvenimenti si presentino quali noi li desideriamo e nel momento in cui ci torna
comodo.
***

Al momento di fare una scelta definitiva, la decisione viene presa in base a uno di
questi quattro atteggiamenti, strettamente collegati al tipo di personalità e al grado di
maturazione della motivazione. Gli ultimi due sono i più pericolosi

14
Cf. H.THOMAE, Dinamica della decisione umana. Libreria Ateneo Salesiano, Roma 1964,193-197.
e inadeguati per le scelte a lunga scadenza; la decisione crescente e quella calco lata
sono invece da consigliare e da promuovere.
Conoscere queste diverse modalità di decisione è molto utile per aiutare cia scun
giovane a compiere la sua scelta secondo il ritmo di maturazione della sua
motivazione. In genere, si può affermare che un soggetto è maturo per prendere una
decisione quando ha ormai un «piano di vita» sufficientemente delineato e quando
conosce adeguatamente le circostanze fondamentali nelle quali dovrà portarlo a
compimento.

4. SECONDO IL PROGETTO DI DIO


L'accompagnatore spirituale, rivolgendo lo sguardo ai pregi e ai limiti dei giovani
di oggi, e alle circostanze sociali e ai luoghi dove trascorrono la loro esi stenza, potrà
compiere lucidamente il suo compito di orientarli, di accompa gnarli nella loro scelta
dello stato di vita e di formarli secondo la loro vocazio ne.15 Le situazioni concrete
saranno le realtà che interrogano sulla presa di coscienza di un atteggiamento
personale davanti al fatto religioso, spogliato, nell'ambiente attuale, dalla sua rilevanza
e dai suoi privilegi sociali.
Il discernimento vocazionale assume come prima funzione quella di illuminare il
giovane nel riconoscere il fatto certo di una chiamata speciale, come appare nel
cammino degli apostoli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).
L'iniziativa divina è il fondamento su cui poggia l'intero edificio della vocazione e 16il
primo dato da personalizzare da parte del candidato, nel contesto di una fede vissuta.
La vocazione, da parte di Dio, si evidenzia come una mozione dello Spirito Santo
e come una voce interiore che sollecita il fedele verso nuove avventure nella sequela di
Cristo e che lo abilita con le grazie particolari del suo stato. Il motivo più significativo
per operare una tale scelta, da parte del credente, consiste nell'essere stato chiamato a
realizzare integralmente tale forma di elezione. Essa si ispira pure al desiderio di
corrispondere a un amore immenso rivelato in Cristo Gesù e degno di una risposta
altrettanto radicale e gratuita. Il disegno divino di venire incontro alle molteplici
necessità dei fedeli contribuisce alla diversità delle vocazioni e fa sì che «a ciascuno è
data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune» (ICor 12,7).
Uaccompagnatore personale compie, a nome della Chiesa, un'opera di
discernimento teologico e conferma il candidato circa la certezza morale della
presenza dei segni chiari di questo intervento divino: l'intervento del consigliere
diventa per lui fonte di sicurezza e di entusiasmo nel suo nuovo, e a volte diffi coltoso,
viaggio. 17

15
Cf. GIOVANNI PAOLO II, esortazione apostolica postsinodale Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992. n. 36 (in
Enchiridion Vaticanum, XIII, EDB, Bologna 21996, n. 1329ss); DE PIERI, Orientamento educativo e accompagnamento
vocazionale, 20-28.
16
Cf. H. HERBRETEAU, Come accompagnare i giovani verso l'esperienza spirituale, Elledici, Leumann (TO)
2001,92-96;
17
La donna religiosa in una Chiesa-Comunione, Rogate, Roma 1990.
Cf. PONTIFICIA OPERA DELLE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE, Nuove vocazioni per una nuova Euro-
I segni dell'appello divino, essendo rara la rivelazione diretta della volontà del
Signore, si colgono nel contesto di un'intensa vita spirituale, nutrita di ora zione, di
spirito di servizio, di ansia di identificarsi pienamente con Cristo e di far conoscere la
sua liberazione. Questi segni costituiscono il requisito di base, ma da soli non bastano:
devono essere completati dagli altri criteri di discernimento vocazionale.

5. ACCOMPAGNATORE E ORIENTAMENTO VOCAZIONALE


La scelta dello stato di vita, per la sua stessa trascendenza, richiede una matu ra
riflessione. Una decisione affrettata, suggerita dal capriccio, dalla passione, dalla
ricerca di interessi egocentrici, espone al rischio di una deviazione dal pro prio destino
esistenziale.
Non esiste, però, un profilo psicologico, con tratti ben definiti, per l'identifi -
cazione di una chiamata autentica, né si può diagnosticare con certezza il suo18 successo
o insuccesso. Alcuni segni o criteri possono, però, confermarne la presenza.
Il direttore compie il suo lavoro avendo davanti a sé la realtà esistenziale del
giovane e incitandolo a 19purificarsi e a liberarsi da limiti e deficienze, affinché maturi
nei suoi aspetti positivi. La ricerca di significato, di rapporti interperso nali autentici,
di un centro definitivo di autonomia e di azione, sarà facilmente perfezionata dalla
presentazione di Cristo come «via, verità e vita». I limiti, l'a bitudine alla «cultura
dell'immediato» e la conseguente resistenza ad ogni opzione definitiva, la mancanza di
formazione religiosa e di una coscienza cristiana autentica, verranno opportunamente
illuminati e corretti con uno sforzo paziente e progressivo. Nelle controindicazioni che
appaiono come particolarmente preoccupanti, la guida saprà chiedere l'assistenza degli
specialisti.
Questa scelta dello stato di vita, così decisiva per la riuscita di un soggetto, dovrà
necessariamente diventare un atto personale; sarà il soggetto stesso a prendere la
decisione come propria, con libertà e responsabilità. La guida si limiterà a consigliare e
a illuminare, e mai sostituirà l'atto personale e inalienabile del candidato,
concentrandosi sulle sue principali incombenze, 20quali l'animazio ne, il discernimento
della vocazione e lo stimolo alla sua maturazione.

pa, 8 dicembre 1997, n. 11; A. SATURNO, «Bibliografia ragionata su: la vocazione religiosa nella pasto rale
vocazionale unitaria», in Vocazioni 6/4(1989), 51-53.
18
Cf. R.M. GAY, Vocazione e discernimento degli spiriti, Paoline, 1963, 23-30; R. HOSTIE, Le discernement des
vocations,
19
Desclée de Brouwer, Paris 1964.
Cf. IVMA, «Boletin Bibliogràfico vocacional», in Seminarios 38(1992), 97-143; N. DAL MOLIN, «Quale
proposta e accompagnamento vocazionale delle giovani oggi. Per una pastorale vocaziona le», in La donna religiosa
in una20Chiesa-Comunione, Rogate, Roma 1990,145-160.
Cf. H. CARRIER, Psico-sociologia dell'appartenenza religiosa, Elledici, Leumann (TO) 1988, 194-197: «11
fenomeno della scristianizzazione che interessa tutto l'ambiente fa sentire la religione come irrilevante».
5.1. Animazione vocazionale
Nello sforzo generale di orientamento umano e cristiano, la guida favorisce il
sorgere e il consolidarsi delle vocazioni umane, cristiane e religiose. Lo svilup po del
loro cammino di fede, del desiderio di una vita piena in Cristo, della sete di salvezza e
di fratellanza universale, genera un clima idoneo per una risposta generosa e decisa.
Questa forma di elezione deve risplendere in tutta la sua bel lezza e in tutta la sua
capacità di condurre felicemente gli eletti fino alla loro pienezza in Cristo.
In tanti test di orientamento, applicati anche nelle scuole cattoliche e che
contengono centinaia di scelte professionali, non appare mai l'opzione vocazio nale
della sequela di Cristo. Perciò diventa dovere urgente dell'accompagnatore riempire
tale lacuna e presentare ai giovani, seriamente impegnati nella crescita della fede, la
grandezza della consacrazione al servizio del Signore. Egli coglie, allo scopo, i
momenti di grazia e di ascolto ai quali loro stanno partecipando, come le convivenze e
i ritiri spirituali.
5.2. Discernimento della vocazione
Il direttore, se si tratta di giovani che egli dirige, conosce ormai le loro moti -
vazioni, le loro disposizioni intime e le loro attitudini ed è, quindi, in condizioni di
verificare, insieme con loro, la presenza delle qualità iniziali necessarie e l'as senza di
controindicazioni. Questa verifica vocazionale è progressiva e graduale come l'esistenza
stessa e si compie secondo i criteri che reggono il discernimen to, il miglioramento e la
crescita. Siccome i segni non sono statici né immutabili, all'inizio saranno sufficienti
gli indizi minimi di sicurezza che poi, nelle fasi suc cessive, diventeranno più
rassicuranti ed evidenti. 21
Una risoluzione così rilevante deve essere presa dal candidato chiedendo sempre al
padre spirituale luce e conferma. La decisione finale suppone, a que sto punto, la
certezza morale della chiamata e della capacità di risposta, da parte sia dei responsabili
che del candidato. Se il direttore fosse certo del caso con trario, anche se il candidato è
stato già approvato dai superiori, egli si adopererà con tutta la sua autorità per indurlo
ad abbandonarla. Dovrà pure dissipare eventuali dubbi e incertezze non fondati su
motivi oggettivi e assecondarlo a incontrare motivi di speranza cristiana per affrontare
l'avvenire con fiducia nel Signore, nella sua presenza continua e nella sua assistenza
permanente.
5.3. Formazione della vocazione
La terza funzione dell'accompagnatore comincia con la promozione dello sviluppo
integrale della personalità del candidato come fondamento umano soli do della grazia
della vocazione. Essa si inserisce nella persona umana e segue i suoi ritmi di crescita.
All'inizio appare in condizione germinale, come un seme che, attraverso la sua morte
lenta sotto terra, germoglia progressivamente. L'at

21
Cf. S. RIVA, La direzione spirituale nell'età dello sviluppo, Queriniana, Brescia 1967, 55-60.
trattiva iniziale deve evolversi e trasformarsi in una scelta cosciente;22 a tale sco po,
però, ha bisogno di un terreno adeguato, della luce e del calore fraterno.
L'accompagnatore coltiva, in modo opportuno, tali germi cristiani gettati dal
Signore nel profondo del cuore del candidato, lo accoglie con benevolenza, pren de sul
serio le sue aspirazioni e i suoi ideali e lo sollecita alla meditazione e alla ricerca
spirituale. Egli arricchisce le informazioni che già possiede, presentando gli il maggior
numero possibile di motivazioni valide, sia riguardo al fascino e alla fecondità
personale del nuovo viaggio, sia riguardo alla sua efficacia apostolica.
Il suo sostegno spirituale si orienta, innanzitutto, verso la maturazione glo bale del
candidato nella sua personalità umana, cristiana e vocazionale. Nella misura in cui egli
progredisce, gli propone le finalità e le caratteristiche delle diverse forme di
consacrazione. Ai giorni nostri, poi, è necessario prestare spe ciale attenzione al livello
di formazione cristiana che egli possiede: a causa di cir costanze difficili, di
secolarizzazione o di persecuzione, essa può essere rimasta a un livello molto carente
e superficiale. 23

6. CRITERI COMUNI DI DISCERNIMENTO DELLA SCELTA


L'accompagnatore dovrà favorire, inoltre, una scelta prudente che tenga con to delle
capacità e dei talenti personali, dei fattori psicologici e spirituali, del disegno di Dio e
della ricerca della sua volontà.
6.1. Fattori spirituali
Nella elezione dello stato di vita il giovane cerca, in primo luogo, il progetto del
Signore e, attraverso il suo compimento, la glorificazione del suo nome. Scri veva
sant'Ignazio di Loyola:
«In ogni buona elezione, quanto è da parte nostra, l'occhio dell'intenzione deve esse re semplice,
avendo di mira solamente il perché sono creato, cioè per la lode di Dio, Signore nostro, e per la
salute dell'anima mia. Così, qualunque cosa io elegga, sarà ordinata al fine per cui sono creato,
non subordinando il fine ai mezzi» ( ES 169).
Ogni credente sarà, a tale scopo, animato dal desiderio di abbracciare il pia no
divino su di lui e di impetrare dal Signore la luce per discernere ciò che è più
conforme alla sua volontà. Per fare questa opzione, è indispensabile adottare una
mentalità di fede, poiché si deve discernere una vocazione divina:
«La vocazione a qualsiasi stato si può in qualche modo chiamare divina, in quanto il Signore è
l'autore principale di tutti gli stati e di tutte le disposizioni e inclinazioni sia naturali che
soprannaturali». 24

22
Cf. A. MARTINELLI, Giovani e direzione spirituale, Elledici, Leumann (TO) 1989,93-99.
23
24
Cf. Formazione al discernimento nella vita religiosa. Rogate, Roma 1988,254-255.
Costituzione apostolica Sedes Sapientiae, in Acta Apostolicae Sedis 1956,357.
Quando il soggetto, cosciente di essere oggetto di predilezione, si adegua a tale
disegno divino, immettendosi nell'alveo della volontà di Dio, è sicuro di rice vere
supporto in doni e talenti proporzionati per svilupparlo, poiché il Signore accompagna
i suoi eletti con grazie adeguate alla realizzazione della loro voca zione e della loro
missione nel mondo.
6.2. Fattori psicologici
Per una scelta razionale dello stato di vita è indispensabile tener conto anche del
temperamento e del carattere del giovane, come pure delle sue capacità, del le sue
inclinazioni e delle sue possibilità soggettive. Secondo i principi tradizio nali, «la
grazia perfeziona la natura» o, anche, «Dio non si contraddice nelle sue attuazioni»,
perciò non esiste disarmonia tra la prima chiamata di Dio all'esi stenza e la nuova
chiamata a una sua forma concreta per portarla a compimento.
Se il candidato fa l'opzione in armonia con essa, progredisce nella serenità e nella
pace interiore. Se, invece, devia dalla sua strada, allora ne consegue un tur bamento
interiore e, prima o poi, esplodono conflitti che sfociano nell'insoddi sfazione, nel
senso di smarrimento, nella depressione e, nei casi più gravi, gene rano disturbi psichici
e, quindi, ostacolano il soggetto nel suo adattamento alle esigenze della vocazione e
della missione.
Perciò la scelta deve essere accompagnata da una prudente valutazione che tenga
conto sia dei doni e dei talenti naturali ricevuti che della loro adeguata disposizione
verso la nuova forma di esistenza, poiché conferiscono un'indica zione sul nuovo modo
di essere e di agire da abbracciare. La propensione della volontà25e la presenza delle
qualità necessarie sono i due fattori determinanti di ogni chiamata.
Tale indagine, sui doni ricevuti e sulle disposizioni e tendenze naturali pre senti, va
fatta con accuratezza e spirito soprannaturale, non per cercare la via più comoda o più
redditizia, ma per adeguarsi ulteriormente al piano divino nei riguardi del soggetto e
per impiegare più efficacemente le sue energie e i suoi talenti nel compimento della
missione personale.
Questa valutazione psicologica della personalità dei candidati al sacerdozio e alla
vita consacrata appare complessa e problematica a motivo della carenza di parametri
obiettivi e generalizzati di riferimento, soprattutto per ciò che concer ne il giudizio
sulla maturità personale e sul rapporto di congruenza tra persona lità, impegni da
assumere e quadro di valori da integrare. Non esiste, infatti, un profilo psicologico di
una vocazione autentica, con tratti ben definiti, né se ne può diagnosticare con certezza
il successo o l'insuccesso. Certi segni o criteri possono confermarne la presenza. 26

25
Cf. A. CENCINI, Vocazioni. Dalla nostalgia alla profezia, EDB, Bologna 1989,175-305; O. CANTONI, E brillerà
la tua luce! Strumento di lavoro per i giovani che chiedono la direzione spirituale. Ancora, Milano 1990.
26
Cf. L. CIAN, «Discernimento vocazionale e apporto delle scienze umane», in Direzione spirituale e
orientamento vocazionale, Paoline, Milano 1992,171-206.
Il motivo iniziale della vocazione si presenterà ancora molto imperfetto e,
nonostante questo, potrà essere autentico. Nei primi momenti vi si mescolano molto
spesso motivazioni estranee e naturali, non troppo limpide. La stessa immaturità del
soggetto non permette ancora risposte adeguate. Non possono, quindi, essere esclusi
per tali cause, ma è imprescindibile discernere la condotta imperfetta di colui che è in
cammino di maturazione e l'atteggiamento di colui che, invece, è vittima di un vero
impedimento vocazionale.

7. DISCERNIMENTO DELLA VOCAZIONE SACERDOTALE-RELIGIOSA


Le qualità indispensabili del candidato per una sua soddisfacente elezione sono
fondamentalmente la retta intenzione e Vidoneità, naturalmente con l'assenza di
controindicazioni. Nel decreto conciliare sulla formazione sacerdotale si legge:
«I candidati [...] aspirino a così grande ministero con retta intenzione e piena libertà,
dopo averne riconosciuta e provata l'idoneità». 27
Queste disposizioni non escludono una possibile titubanza iniziale di fronte al
sentimento, che deve essere però controllabile, come nel caso del profeta Geremia.
L'attrattiva per la vita sacerdotale o religiosa può essere un primo segno dell'inizio di
una vera vocazione.
7.1. Retta intenzione
Il criterio positivo di fondo per il discernimento psicologico dell'autenticità della
chiamata è costituito dai seguenti tre fattori: retta intenzione, libertà e idoneità. Saranno
quindi funzioni principali dell'accompagnatore il facilitare la comprensione del grado
di libertà del candidato al momento della sua scelta, così come la direzione delle sue
motivazioni.
7.1.1. La motivazione valida
La guida spirituale cerca di determinare, nel modo più preciso possibile, ciò che
veramente ì candidati cercano, la loro motivazione autentica: essa equivale
essenzialmente alla «retta intenzione», che è stata descritta tradizionalmente come il
desiderio di una dedizione piena alla gloria di Dio o come «la volontà chiara e decisa
di consacrarsi interamente al servizio del Signore» (Paolo VI).
Vale pure anche la seguente descrizione:
«11 motivo vero e profondo del sacro celibato è [...] la scelta di una relazione perso nale più
intima e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa a vantaggio dell'in tera umanità». 28

CONCILIO VATICANO II, Optatam totius, n. 2 (in Enchiridion Vaticanum, I, n. 776).


27
28
PAOLO VI, lettera enciclica Sacerdotalis caelibatus, 24 giugno 1967, n. 54 (in Enchiridion Vaticanum, II,
EDB, Bologna 1992, n. 1468).
Sono legittime tante altre formule come: «Ho sperimentato l'amore del Signore e
gli voglio corrispondere»; «Il Signore ha amato me ed è morto per me, io voglio
riamarlo e dare la vita per lui». Si tratta di motivazioni consapevoli, radicate nella
piena libertà della coscienza, alle quali si perviene seguendo il pro cesso normale di
crescita nelle informazioni e nei chiarimenti delle esigenze a cui si va incontro.
Essendo le motivazioni delle realtà molto complesse e multiformi, all'inizio raramente
saranno puramente soprannaturali, ma abbinate ad altre tendenze o desideri naturali,
più o meno inconsci. Basta però che, con il tempo, si manifestino chiaramente come
dominanti e determinanti. 29
Esistono diversi segni per rendersi conto se il candidato è mosso da valori di
questo genere. Per esempio, se egli vive abitualmente una rassicurante pace e serenità
interiore, nonostante dubbi o perplessità; se possiede la capacità di gustare le gioie
spirituali che provengono dall'armonia e dall'integrazione delle sue funzioni psichiche
nella risposta; se è anche capace di superare i dubbi, le perplessità e le frustrazioni
normali in ogni genere di impegno e di diventare sempre più aperto e sensibile ai
bisogni dei confratelli in una graduale disposizione socio-centrica. La tristezza
duratura e 30la tendenza all'isolamento sono, al contrario, dei segni negativi riguardo alla
vocazione.
7.1.2. Motivazioni insufficienti e inconsce
Le motivazioni insufficienti sono, invece, un elemento distintivo delle vocazioni
immature, le quali non hanno raggiunto ancora né un'ampia libertà inte riore né la retta
intenzione dominante. Queste motivazioni, a volte, sono parzia li, per esempio nel caso
di un vivo desiderio di dedicarsi alle opere sociali o all'apostolato, cose che fanno
anche i laici. Altre volte, si caratterizzano per la dire zione egocentrica dei loro
desideri e per la ricerca di vantaggi individuali, non solo di tipo materiale come la
ricerca di benessere fisico o economico, ma anche di tipo culturale, come la
promozione a classe sociale, o formazione, o livello intellettuale superiori a quelli
della propria famiglia. 31
Le motivazioni inconsce costituiscono, invece, un terreno più oscuro e insicuro,
dominato generalmente da uno spiccato orientamento egocentrico. Esse assumono
principalmente due forme: l'una è la gratificazione vicaria, che si riscontra quando i
candidati presentano dei motivi validi in apparenza, che però, in fondo, sostituiscono
motivi inconsci inaccettabili (per esempio, dicono di essere venuti per servire il
prossimo, ma, in realtà, cercano per sé riconoscimento o ammirazione; affermano che
«bisogna essere in buoni rapporti con tutti», ma, in fondo, cercano la soddisfazione del
loro bisogno di dipendenza); l'altra forma è denominata fuga difensiva: di fronte a
difficoltà o responsabilità nel mondo per loro insopportabili, il soggetto cerca
sicurezza nell'obbedienza passiva; o, per

29
Cf. Giovani oggi: dalla proposta alla scelta vocazionale. Rogate, Roma 1985,45-50.
30
Cf. La proposta vocazionale alla vita religiosa. Rogate, Roma 1990,124-128; La preparazione al noviziato.
Rogate,
31
Roma 1990,203-214.
Cf. DAL MOLIN, «Quale proposta»; A. BISSONI, «Motivazione alla vita religiosa», in Vit. Cons. 21(1985),
315-325.
esempio, di fronte alla paura del sesso, del 32matrimonio o della solitudine negati va, si
rifugia nel celibato o nella vita comunitaria.
Conviene ricordare pure qualche tipo di motivazione, di per se stessa buona,
poiché possiede un carattere religioso, ma non proporzionata alla scelta della vita
consacrata, poiché non corrisponde al fine per il quale è invocata. Essa risulta ina-
deguata per abbracciare un certo stato di vita, ad esempio l'opzione vocazionale fatta
per l'espiazione dei propri peccati o per la conversione di una persona cara; una volta
raggiunto lo scopo, non c'è più motivo per continuare in quella opzione.
In questi casi, gli interessati confessano di essere totalmente sicuri della pro pria
vocazione, nonostante le difficoltà che i superiori e i formatori scoprono in loro;
queste difficoltà - sostengono essi - provengono da cause esterne, per esempio dalla
mancanza di un'autentica vita fraterna, dalla difficoltà di osservanza regolare, di
mortificazione, di spirito di penitenza. In alcune circostanze, si manifesta in loro
l'ansia per un ascetismo troppo ostentatamente austero e molto intransigente verso gli
altri. Da parte loro la vita religiosa viene intrapresa come una forma di evasione o
come una via di uscita di fronte a situazioni nelle quali erano rimasti insoddisfatti.
Tale atteggiamento, più che ricerca del Signore, sembra una fuga dal mondo. Ma
quando si fugge, si sa da dove si viene, ma non dove ci si dirige. Chi adotta questa
soluzione sembra confessare: «Ho fatto diverse esperienze, ho provato diverse
professioni e, in tutte, sono rimasto sempre insoddisfatto, perciò mi faccio religioso».
7.1.3. Il compito del direttore
Il discernimento che deve effettuare la guida, in questi casi tanto ambigui, non è
certamente facile, anche perché i soggetti si mostrano molto sicuri di sé e non
permettono che si dubiti della loro autenticità. Se essi hanno un'urgenza inconscia di
coprire le loro carenze affettive o la loro ricerca di compensazioni con delle ragioni
mascherate, frutto di qualche meccanismo di difesa come la razionalizzazione che si
svelerà in una certa opposizione a rivedere le loro moti vazioni, allora diventerà arduo
rompere tale difesa che li protegge contro un nuovo fallimento personale. 33
Il criterio più adatto sarà l'esame dell'origine indiretta della nascita della loro
vocazione: essa è sbocciata, quasi sempre, dalla fuga difensiva e dall'evasio ne da
situazioni insoddisfacenti. L'animatore vocazionale, se i diretti non si lasciano aiutare,
dovrà decidere con fermezza ed escluderli da questo cammino.
Se, invece, egli si trova di fronte a motivazioni semplicemente insufficienti o
inconsce, che provengono dalla mancanza di un'età sufficiente o da inadeguate
informazioni, allora non vedrà in esse controindicazioni per la scelta vocaziona le: se
esse sono insufficienti, potranno divenire sufficienti e consapevoli con una formazione
paziente. L'accompagnatore orienterà e informerà opportunamente il diretto in modo
che diminuisca progressivamente l'area delle motivazioni inconsce e insufficienti e si
sviluppino opportunamente le motivazioni valide riguardo alla sua consacrazione.

32
Cf. J. ALDAY, Aspectos Psicológicos de la vocación, Vitoria 1995,43-51.
33
Cf. DE PIERI, «Orientamento vocazionale», 778-784.
7.2. Idoneità umana
La presenza di una motivazione valida non è ancora sufficiente per un giu dizio
definitivo sull'esistenza della chiamata: sia la vita consacrata che il mini stero
sacerdotale, come certi altri stati di vita, richiedono doti e disposizioni spe ciali,
adeguate al loro progetto e che il consigliere dovrà verificare. E questa, precisamente,
Vidoneità personale che viene descritta come il complesso di qualità e attitudini che
abilitano il candidato ad abbracciare una determinata vocazione.
Siccome, quando Dio chiama a un determinato genere di consacrazione, dona
anche i mezzi necessari per attuarla, la presenza delle qualità corrispon denti conferma
la possibilità di una vera iniziativa divina. La mancanza delle atti tudini indica, invece,
l'illusorietà dei desideri dell'aspirante.
Le principali attitudini richieste, che in fondo equivalgono alla maturità umana
integrale, sono le seguenti.
• Maturità psicofisica
Presuppone una salute corporale sufficiente e l'integrità psicologica. Richie de le
capacità intellettuali necessarie per compiere gli studi indispensabili per il proprio
stato di vita. Suppone pure il possesso di quelle doti che permettono l'a scolto di Dio e
del suo progetto e la lettura e l'accettazione della propria storia personale, di una
considerazione positiva di se stessi e di una buona capacità di superamento dei
conflitti e delle tensioni tipici dell'esistenza.
• Maturità affettiva
Si manifesta nella capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni e pro duce
una certa stabilità o un equilibrio affettivo ed emotivo. Esige pure l'inte grazione della
sessualità nell'amore, affinché essa sia considerata e accettata come una qualità
positiva della personalità e canalizzata verso la comunione, diventando così una
potenzialità costruttiva al servizio dell'amore fraterno. 34
• Maturità sociale
La crescita di questa dimensione si rivela nella capacità di vivere in comu nione e
di compiere una concreta armonizzazione tra le esigenze affettive personali e quelle
intersoggettive. Essa si esprime poi nell'ascolto del prossimo e delle sue esigenze
uniche e in un amore oblativo, aperto fino a diventare dono totale per gli altri. Lo
sviluppo delle virtù sociali (sincerità, affabilità, solidarietà, riconoscenza...), creerà
persone con un'indole adatta per un'effettiva collaborazione nella dinamica dei gruppi
di riflessione e di azione.

34
Cf. L. GHIZZONI, «Scienze dell'educazione e direzione spirituale per la maturazione vocazio nale», in
Direzione spirituale e orientamento vocazionale, 85-108.
• Maturità morale
Si rivela nella possibilità di integrare i valori naturali con quelli evangelici e di
prendere decisioni ponderate in base ai propri ideali. La comprensione ogget tiva della
realtà permette di accoglierla nel suo giusto valore e di agire con coraggio e con
coerenza, senza cadere vittime dei sentimenti individuali del momento.
7.3. Idoneità cristiana
Costituisce una delle preoccupazioni più attuali, poiché tanti giovani vengo no da
lunghi periodi di abbandono delle pratiche religiose e, normalmente, parlano «del
giorno della mia conversione». È perciò urgente osservare attenta mente il grado della
loro effettiva conversione e maturità cristiana. Queste devono essere proporzionate
all'attitudine di giudicare persone e avvenimenti alla luce della parola di Dio e in
grado di condurre a un'accelerazione del ritmo della preghiera e della pratica
sacramentale e ad un approfondimento35 dell'esperienza cristiana, che induce ad aprirsi
gioiosamente agli impegni apostolici.
7.4. Idoneità specifica per la vita sacerdotale e consacrata
Per coloro che aspirano al sacerdozio o alla vita consacrata è imprescindibi le
tenere conto, fin dall'inizio, dei requisiti di idoneità appropriata per svolgere le
funzioni ministeriali essenziali e i compiti legati al particolare carisma dell'i stituto che
il candidato ha scelto. 36
7.5. Sufficiente libertà
Qualche decennio fa, quando si parlava della libertà di scelta, si rivolgeva
l'attenzione piuttosto verso la libertà esteriore, cioè da pressioni familiari, sociali,
ambientali. Adesso preoccupa di più la mancanza di libertà interiore, causata da
bisogni, desideri e aspettative in contraddizione con la vocazione.
In fondo, tale carenza proviene da motivazioni insufficienti e inadeguate, che
inconsciamente restringono le possibilità del candidato di impegnarsi autentica mente
nella realizzazione dei valori vocazionali. Esse assumono generalmente un
orientamento egocentrico: ricerca di affetto, di sicurezza, di serenità, di rea lizzazione
personale e sociale, di una libertà immaginaria, di dominio sugli altri. Appaiono
quando le motivazioni valide e la loro carica affettiva si attenuano: allora diventano
dominanti e riducono la libertà spirituale e, quindi, l'efficacia personale, comunitaria e
apostolica.
Gli atteggiamenti non liberi si scoprono osservando i meccanismi di difesa,
inconsci, che evidenziano il bisogno soggettivo di mascherare la debolezza o l'in

35
Cf. MARTINELLI, Giovani e direzione spirituale ; RIVA, La direzione spirituale nell'età dello sviluppo', A.
MERCATALI, «La guida spirituale nelle principali tappe della vita religiosa», in La guida spirituale nella vita religiosa.
Rogate, Roma 1986,145-153.
36
Cf. Nuovi giovani, nuove vocazioni, nuova formazione. Rogate, Roma 1994, 247-249.
coerenza intima con autogiustificazioni, proiezioni, transfert, per far salva in tal modo
la stima di sé e della propria dignità di fronte agli altri. Questi fatti rendo no evidente
l'assenza di coerenza dell'individuo, che non agisce secondo il suo essere, ma secondo
la necessità di avere affetto, stima, fiducia, accettazione, comprensione.
Il bisogno inconfessabile di affetto, la mancanza di controllo degli impulsi
sessuali, i sentimenti di inferiorità o di fallimento, hanno bisogno di soddisfazio ne e,
allo stesso tempo, siccome costituiscono delle infedeltà al proprio ideale, il candidato
si difende trovando giustificazioni apparentemente ineccepibili.
I sintomi di tale mancanza di libertà possono essere i seguenti: ripiegamento su se
stesso e rigidità nelle prese di posizione; poca sensibilità verso la situazio ne del
prossimo e del mondo; difficoltà ad assumere nuovi impegni e ad affron tare il futuro,
nonché uno stato di insoddisfazione o di aggressività per la man canza di gratificazione
delle aspirazioni profonde.
7.6. Controindicazioni alla scelta di vita
In questo settore la funzione della psicologia si rivela essenziale e la sua capacità
di previsione riguardo all'insuccesso della vocazione è molto alta.
Non sempre la terminologia su questo argomento è chiara per mancanza di criteri
uniformi per la classificazione delle anomalie. Possiamo però distinguere, prima di
tutto, le controindicazioni assolute e quelle relative.
• Controindicazioni assolute
Si riferiscono a lacune psichiche gravi non compatibili con la vita consacrata.
Sono i casi più facili per il discernimento, anche se in età giovanile alcune di esse non
si manifestano ancora in tutta la loro gravità. La non idoneità, tuttavia, emer ge con
sufficiente chiarezza e, quindi, il discernimento è totalmente negativo. Si possono
enumerare come esempi tipici i diversi casi di psicosi e di schizofrenia.
• Controindicazioni relative
Entro questa definizione si includono diverse forme di anomalie di carattere e di
disturbi psichici non gravi, percepiti come tali dal soggetto e che non ne alte rano
gravemente né la personalità né il comportamento. Vengono denominate relative in
quanto bisogna stabilire, nei singoli casi, l'intensità e l'incidenza del fenomeno sul
carisma verso il quale ci si sente chiamati.
Le loro caratteristiche più comuni sono: la mancanza di controllo di sé o di
adattamento della propria esistenza alla realtà sociale. Il soggetto, inoltre, è pri -
gioniero di conflitti interiori, per esempio tra bisogno di affetto e solidarietà. Il
nevrotico tenta di risolverli attraverso i meccanismi di difesa e non mediante la
risposta autentica matura e cade facilmente vittima di un'angoscia indetermi nata. Le
forme più comuni di nevrosi sono la nevrastenia, la psicoastenia e l'isteria.
Negli ambienti dove esistono scuole in cui cooperano attivamente gli psico logi
professionali che compiono un lavoro preventivo di orientamento e di sele
zione, molto raramente questi casi, 37o almeno i più gravi, si avvicinano alle porte dei
seminari e delle case di formazione.
• Situazioni problematiche
Le maggiori preoccupazioni, dunque, sorgono di fronte alle cosiddette situazioni
psicologiche problematiche per la crescita vocazionale. Sono, queste, forme più o meno
gravi non di patologia, ma di immaturità, che incidono appunto intensamente sulla
maturazione religiosa e vocazionale.
Le situazioni problematiche più salienti, negli aspiranti al sacerdozio o alla vita
religiosa, sono le seguenti.
- La ferita dei non stimati. Essa genera facilmente complessi di inferiorità e mancanza
di autostima con conseguente insicurezza e instabilità. E frequente spesso nei
giovani che hanno vissuto periodi di confronto negativo con i fra telli o con i vicini,
e che sono animati adesso da un'intensa fame di apparire, di fare bella figura e di
ostentare le proprie qualità e conoscenze. Ciò rivela un 'identità interiore debole con
un'inadeguata percezione di sé e con una personalità fragile. La loro esistenza è
costruita sulla sabbia dell'affermazione del proprio io e del successo esteriore, e
suscita complessi di inferiorità o di superiorità, come pure violentissime gelosie.
- La ferita dei non amati. Essa provoca, invece, l'immaturità affettiva. Come hanno
scritto i religiosi francesi nell'instrumentum laboris sulle vocazioni in Europa, i
giovani che si presentano, in generale, sembrano seri, ma hanno problemi
psicologici e affettivi molto profondi. Rivelano una «instabilità psicoaffettiva, da
facile scoraggiamento», perciò «hanno bisogno di aiuto e di accompagna mento
spirituale». 38 Ciò provoca anche un'immaturità affettiva sociale, specialmente nei
candidati che39 «provengono da famiglie disgregate, con conseguente immaturità
emozionale». Hanno poi «notevoli difficoltà ad accettare gli altri come sono» e
possiedono «un eccessivo attaccamento ai gruppi di provenienza» e «un'incapacità
di collaborare con i fratelli per il forte "egocentrismo". 40
• La mancanza di maturità valoriale
Alle annotazioni precedenti si può aggiungere il problema di una scarsa inte -
riorizzazione dei valori. Come si legge nel documento appena citato: «Appare in loro
la diffusa insufficiente preparazione spirituale e culturale, causata sovente

37
Cf. CANTONI, E brillerà la tua luce!', G. CARDAROPOLI, Vocazione e pastorale vocazionale, Anto- nianum, Roma
1983; IVMA, «Boletrn Bibliogràfico vocacional», 97-143; GAY, Vocazione e discernimento degli spiriti; HOSTIE, Le
discernement des vocations.
38
La pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari d'Europa. Documento di lavoro del con gresso, n. 25, in
L'Osservatore Romano (30 ottobre 1996). Cf. P. SCHELLENBAUM, La ferita dei non amati. Il marchio della mancanza
d'amore,
39
RED, Como 1992,13-42.
40
La pastorale delle vocazioni, n. 22.
La pastorale delle vocazioni, n. 27.
da una carenza di elementi basilari della vita cristiana e soprattutto dalla mancanza di
una visione globale della fede». 41
Accanto a personalità saldamente poggiate su valori assimilati e su un'evo luzione
religiosa molto soddisfacente, ci sono infatti casi, non infrequenti, di carenza di valori
di fondo e di predominio del proprio punto di vista, con un culto eccessivo del proprio
io. Si tratta di personalità non integrate ancora che, dif ficilmente, senza un'adeguata
sanazione, potranno portare a maturazione un dinamismo creativo e responsabile.
«La cura delle vocazioni al sacerdozio saprà esprimersi anche in una ferma e persua siva proposta
di direzione spirituale. È necessario riscoprire la grande tradizione del l'accompagnamento
spirituale personale, che ha sempre portato tanti e preziosi frut ti nella vita della Chiesa [...]. 1
ragazzi, gli adolescenti e i giovani siano invitati a sco prire e ad apprezzare il dono della
direzione spirituale, a ricercarlo e a sperimentar lo, a chiederlo con fiduciosa insistenza ai loro
educatori nella fede. I sacerdoti, per parte loro, siano i primi a dedicare tempo ed energie a
quest'opera di educazione e di aiuto spirituale personale: non si pentiranno mai di aver trascurato
o messo in secon do piano tante altre cose, pure belle e utili, se questo era inevitabile per
mantenere fede al loro ministero di collaboratori dello Spirito nell'illuminazione e nella guida
dei chiamati». 42
«Dio Padre, nel dono continuo di Cristo e dello Spirito, è il formatore per eccellenza di chi si
consacra a lui. Ma in quest'opera egli si serve della mediazione umana, ponen do a fianco di colui
che egli chiama alcuni fratelli e sorelle maggiori [...] persone esper te nel cammino della ricerca
di Dio, per essere in grado di accompagnare anche altri in questo itinerario [...] Ai lumi della
sapienza spirituale uniranno quelli offerti dagli stru menti umani, che possano essere d'aiuto sia
nel discernimento vocazionale, sia nella formazione dell'uomo nuovo, perché divenga
autenticamente libero». 43

41
La pastorale delle vocazioni, n. 24.
42
GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, n. 40 (in Enchiridion Vaticanum, XIII, n. 1352).
43
GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, n. 66 (in Enchiridion Vaticanum, XV, n. 638 [corsivo nostro].
Tracce per la personalizzazione

1. Aiuti colui che guidi a scoprire una chiamata speciale? Favorisci la certezza in lui della
presenza di segni chiari di tale chiamata? Lo prepari alle difficoltà di questo nuovo
viaggio?
2. Sei attento a che la motivazione sia dominante e determinante? Presti attenzione alle
motivazioni insufficienti per cause varie?
3. Hai una particolare cura nel discernimento delle motivazioni inconsce quali la «gra -
tificazione vicaria» o la «fuga difensiva»? E di quelle «mascherate? Lo escludi con
fermezza dal cammino se non si lascia aiutare?
4. Incoraggi il sorgere e il consolidarsi della vocazione? Favorisci lo sviluppo del cammino di
fede e del desiderio di una vita piena in Cristo?
5. Presenti la grandezza della consacrazione al servizio del Signore? Consigli momenti di
ascolto e di grazia come ritiri ed esercizi spirituali?
6. Verifichi con lui la presenza di disposizioni necessarie e l'assenza di impedimenti?
Esamini la vocazione secondo progressività e gradualità?
7. Lo aiuti ad affrontare l'avvenire con fiducia nel Signore? Lo inviti alla meditazione e alla
ricerca spirituale? Gli presenti il maggior numero possibile di motivazioni vali de? Gli
presenti il nuovo cammino come fonte di fascino, di fecondità personale e di efficacia
apostolica?
Appendice
REATTIVO DELLE FRASI DA COMPLETARE DI SACKS

In questa scheda sono riportate sessanta frasi incomplete. Leggerle una alla volta e completarle
scrivendovi accanto la prima idea che si presenta alla mente. Lavorare più in fretta possibile. Se non
si riesce a completare una frase, fare un segno accanto al numero corrispondente e ritornarvi sopra
più tardi.
1. Ho l'impressione che mio padre raramente ..........................................
2. Quando ogni cosa è contro di me ..........................................................
3. Ho sempre voluto .....................................................................................
4. Se io avessi autorità .................................................................................
5. L'avvenire mi appare ................................................................................
6. I miei superiori .........................................................................................
7. So che ciò è sciocco, tuttavia ho paura di ............................................
8. Ho l'impressione che un amico sincero ................................................
9. Quando ero bambino ................................................................................
10. La mia idea di donna perfetta
11. Quando io vedo un uomo e una donna assieme
12. Paragonata alla maggior parte delle famiglie, la mia
13. Durante il lavoro, mi trovo meglio con
14. Mia madre
15. Farei qualunque cosa per dimenticare quella volta che io
16. Se mio padre solamente volesse
17. Credo di avere la capacità di
18. Potrei essere perfettamente felice se
19. Se delle persone lavorano per me
20. Aspetto con ansia
21. A scuola i miei insegnanti
22. La maggior parte dei miei amici ignora che ho paura di...
23. Non mi piacciono le persone che
24. Qualche anno fa, io
25. Penso che la maggior parte delle ragazze
26. La mia impressione sulla vita coniugale è
Settore Gruppi di atteggiamenti Items
A) Famiglia 1. Padre 1-6; 31-46
14. Madre 14-29; 44-59
12. Unità familiare 12-27; 42-57
B) Sesso 10. Donne 10-25:40-55
11. Rapporti eterosessuali 41-26; 41-56
C) Relazioni 4. Autorità 4-19:34-49
Interpersonali 6. Superiori 6-21; 36-51
8. Amici 8-13; 38-53
13. Colleghi 13-18:43-58
D) Concetto di sé 2. Risorse personali 2-17; 32-47
3. Ideali di vita 3-18; 33-48
5. Futuro 5-20; 35-50
7. Timori 7-22;37-52
9. Passato 9-24; 39-54
15. Colpe 15-30; 45-60

Per ognuno dei 15 gruppi di atteggiamenti analizzati e sotto riportati, indicare l'im pressione
generale sul contenuto significativo delle risposte date dal soggetto e sul grado del suo eventuale
conflitto secondo la seguente classificazione:
2: molto disturbato, tale da richiedere aiuto terapeutico per problemi emotivi in que sta area;
1: modicamente disturbato, per problemi emotivi che il soggetto può padroneggiare
senza aiuto terapeutico;
0: nessun disturbo significativo in quest'area: soggetto equilibrato, normale;
x: non classificabile, manca una sufficiente evidenza della situazione.
1. Atteggiamento verso il padre:..................................................................................... ( )
2. Atteggiamento verso le proprie risorse:.................................................................... ( )
3. Ideali di vita:.................................................................................................................. ( )
4. Atteggiamento verso gli inferiori:.............................................................................. ( )
5. Atteggiamento verso il futuro:.................................................................................... ( )
6. Atteggiamento verso i superiori:................................................................................ ( )
7. Paure:............................................................................................................................... ( )
8. Atteggiamento verso gli amici:................................................................................... ( )
9. Atteggiamento verso il passato:.................................................................................. ( )
10. Atteggiamento verso le donne:.................................................................................... ( )
11. Atteggiamento verso le relazioni eterosessuali:....................................................... ( )
12. Atteggiamento verso la famiglia:............................................................................... ( )
13. Atteggiamento verso i colleghi di lavoro o di studio:............................................. ( )
14. Atteggiamento verso la madre:................................................................................... ( )
15. Sensi di colpa:................................................................................................................ ( )
Osservazioni:
.............................................................................................................................................................
Tutto questo lavoro offre materiale di prima mano per un successivo colloquio pasto rale
approfondito.
Capitolo undicesimo
LA SUPERVISIONE
NELLA DIREZIONE SPIRITUALE

Il concetto di supervisione è relativamente nuovo nel campo della direzione


spirituale. Questa pratica infatti si diffonderà nella misura in cui la formazione dei
direttori assumerà, in modo generalizzato, l'indirizzo di formazione continua. Anche se
tale supervisione era stata adoperata da qualcuno a livello personale, nel corso della
storia essa non ha dato luogo a una riflessione profonda, né si è sviluppata
sistematicamente tra i direttori spirituali.
Il termine «supervisione» viene usato in diversi ambiti e per vari scopi.
Nel campo del lavoro, per esempio, supervisionare significa ispezionare e
controllare.
Nel campo della psicoterapia, circa trent'anni fa sono apparsi i primi studi
sull'argomento. In parecchi settori non era possibile ottenere il titolo di psicote rapeuta
professionale senza sottomettersi a una lunga pratica di revisione, di 8 o 10 anni, sotto
la guida di un supervisore maturo.
Ormai, nelle aree di lingua inglese, la supervisione costituisce un termine e una
realtà molto diffusi. Tuttavia questa denominazione non è molto gradita, poiché
mantiene risonanze troppo legate alla sua origine manageriale ed econo mica; sa troppo
di controllo e coercizione del lavoratore e, quindi, fa insorgere una certa mancanza di
fiducia nel suo rendimento.
La supervisione comunque ha invaso, in modo progressivo, diversi campi del
lavoro pastorale perché beneficia dello sviluppo della conoscenza della teoria e della
pratica dei suoi metodi, ormai generalizzati, nei settori della psicologia e del servizio
sociale.
Agli inizi, l'osservazione e la revisione si centravano soprattutto sui proble mi o sui
soggetti problematici che si stavano accompagnando, piuttosto che sulla persona stessa
del direttore spirituale. Negli ultimi vent'anni, però, la supervisione si è rivolta,
innanzitutto, alla persona dell'accompagnatore e ai metodi di cui fa uso. In tal modo, la
sua funzione principale è diventata quella di orientare i consulenti o i terapeuti verso
una maggiore conoscenza di sé e dei propri atteggiamenti nell'orientamento personale e
nel loro intervento terapeutico.
Vari sono i modelli d'intervento per la supervisione pastorale. Due sono i
principali: uno è personale, la supervisione individuale; l'altro è 1di gruppo, cioè la
supervisione compiuta sia tra uguali sia sotto la guida di un esperto.

1
Cf. E. L IEBERT, Changing Life Patterns:Adult Development in Spiritual Direction, Paulist Press, New York
2000,56-59.
1. SUPERVISIONE PERSONALE
Consiste in una revisione alla quale si sottomette il direttore spirituale per
migliorare il proprio atteggiamento e il proprio ministero, con il contributo di un
collega esperto, al fine di diventare sempre più idoneo nel promuovere l'intima
relazione con Dio e con il prossimo. Il punto centrale è Vesperienza del direttore stesso
nel suo ministero, non quella dei suoi diretti. Essa lo stimola ad affinare le proprie
capacità di accoglienza, di ascolto, di dialogo, di comprensione. Quindi l'anelito che lo
deve animare è quello di diventare una guida sempre più competente.2
Quando l'accompagnatore, finita la formazione iniziale al suo ministero,
comincerà ad esercitarlo in modo autonomo, sentirà ancora il bisogno di una for-
mazione continua e di un'illuminazione permanente. Nella misura in cui egli diventerà
più sicuro nella sua attività, si accorgerà che può diminuire la fre quenza e la funzione
di entrambe. Ma rimarrà in lui la volontà di percorrere un costante processo di
miglioramento, che ha come obiettivo il perfezionare la sua esperienza di Dio e, di
conseguenza, quella dei suoi accompagnati. Egli dunque si perfezionerà nelle
competenze e nell'efficacia del suo servizio. 3
Certamente ci vorrà del tempo affinché la supervisione diventi qualcosa di abituale
e non una pratica sorprendente. Ciò accadrà una volta che i nuovi accompagnatori,
formati in questo spirito di dialogo, di comunicazione e di rin novamento costante, si
faranno abbastanza numerosi. E un cammino analogo a quello che ha percorso la
formazione permanente generale: con il passare del tempo apparirà come un tirocinio
naturale e indispensabile.
Ci sono ormai diverse associazioni di counselor psicologi professionisti che
obbligano i loro soci a sottoporsi periodicamente alla supervisione, secondo quanto è
stabilito dal loro codice etico. I membri finiscono per stabilire un rapporto frequente
di confronto reciproco. Il modo più comune di praticarlo è quel lo di cercare un
supervisore qualificato, con alcuni anni di esperienza nell'esercizio della professione.
Questo supervisore dovrebbe essere capace di mettere in discussione lo stile di
relazione e il metodo adoperato dai colleghi.
Un altro modo di compiere la supervisione prevede che due counselor s'im pegnino
a supervisionarsi a vicenda; uno di loro assume il ruolo del superviso4 re, mentre l'altro
si sottopone a supervisione e, successivamente, si scambiano i ruoli.
In sintesi, per quanto esperti o qualificati possano essere i direttori, si richie de
loro di proseguire costantemente nel perfezionamento della loro vocazione e della loro
missione. Specialmente all'inizio del cammino di assistenza spirituale, saperne di più
su se stessi e comprendersi meglio è il primo passo di tale pro gresso. Questa relazione
tra il supervisore e il direttore spirituale appare come

2
Cf. P. SANDERS, Counselling consapevole. La Meridiana, Molfetta (BA) 2003,169-177.
3
Cf. M. CONROY, «The Ministry of Supervision: Cali, Competency, Commitment», in Presence 1(1995)3,12-24.
4
Cf. W.J. MUELLER - B.L. KELL, Coping with Conflict: Supervising Counselors and Psychothera- pists, Appleton-
Century-Crofts, New York 1972; C.D. STOLTENBERG - U. DELWORTH, Supervising Counselors and Therapists. A
Developmenlal Approach, Jossey-Bars, San Francisco 1987.
uno dei mezzi più efficienti per promuovere la crescita integrale della guida, 5 poiché,
prima di tutto, fa sì che il direttore desideroso di vivere la supervisione si senta
stimolato a esplorare i movimenti interiori, a riflettere sui problemi perso nali, a
considerare le differenze morali, teologali, spirituali e culturali tra sé e il diretto, e a
esaminare i propri atteggiamenti.

2. IL CONTENUTO DELLA SUPERVISIONE


Conviene aggiungere una parola per precisare anche il contenuto della
supervisione. Se l'esercizio dell'accompagnamento venisse preso nel senso ristretto di
dare un consiglio in un momento delicato, la supervisione consisterebbe unicamente
nell'analisi del modo di dare quel consiglio. Se, invece, la dire zione spirituale consiste
nel porgere un sostegno prolungato al credente che vuole dare un senso ogni volta più
integrale alla propria esperienza, particolarmente riguardo a ciò che attiene alla sua
relazione con Dio, allora la supervisione verrà considerata un tentativo di perfezionare
questa stessa esperienza. Esiste, infatti, una stretta correlazione tra la comprensione
del senso della direzione spirituale e il modo di compiere la supervisione.
Nella supervisione, l'elemento centrale - quello che, tra tutti, richiede più
attenzione e cura - è la capacità di accompagnare i propri diretti a rendere con to in
maniera concreta della loro esperienza di Dio. Il saper rendere conto della propria
esperienza di Dio da parte del direttore è essenziale affinché egli possa sollecitarla poi
nei diretti; perciò viene incoraggiato e fortificato dal supervisore nelle diverse attività
che egli compie. Il desiderio di centrarsi su Dio crea lo spa zio appropriato per la
partecipazione all'incontro nell'Amore e nella Verità. L'atmosfera di mistero,
mantenuta lungo tutta la supervisione, favorisce una buona verifica dei rapporti con
Dio e con le persone.
Inoltre, la supervisione aiuta a prendere coscienza delle reazioni forti e spro -
porzionate dell'accompagnatore, dei suoi conflitti emozionali non risolti, delle sue
zone di resistenza. L'aumento dell'autocoscienza dei direttori porta all'e splorazione del
loro inconscio e a una coscienza più approfondita dei loro atteggiamenti e delle loro
reazioni. In 6tal modo la conoscenza di sé si va liberando e consolidando
gradualmente.

3. LA SUPERVISIONE È UN MINISTERO
La supervisione della direzione spirituale deve essere considerata «un ministero» per
diverse ragioni.
Prima di tutto poiché essa, allo stesso modo che altri ministeri simili, nasce dalla
fede della comunità, sboccia dall'abbondanza dell'ascolto della Parola e

5
Cf. M. CONROY, Looking into the Well: Supervision of Spiritual Directors, Loyola Press, Chicago 1997.
6
Cf. W.J. CONNOLLY, «Spiritual Direction: An Encounter with God», in Human Development 1(1980)4,43-44.
nutre e spande la fraternità. Radicata nella presenza stessa di Dio e fortificata dal dono
dello Spirito Santo, rinvigorisce l'atteggiamento evangelico del diretto re e le sue
abilità di discernimento e lo rende idoneo ad essere un messaggero dell'amore gratuito
di Dio e 7un centro vibrante per la diffusione della fede nei direttori spirituali e nei loro
assistiti.
In secondo luogo, il supervisore compie una missione nella quale, per stimo lare le
guide spirituali a crescere nella coscienza di sé, nella libertà interiore e nel l'abilità di
incitare gli altri a entrare più pienamente nella ricca e viva esperienza dell'amore
personale di Dio, si sforza di assisterli affinché conoscano sempre più profondamente
il loro mondo inconscio, le loro aree di resistenza, di vulnerabilità e di debolezza. Il
supervisore li agevola anche a capire e a muoversi nella coscien za della presenza e
dell'attrazione di Dio, che agisce durante le sessioni di soste gno, e a lasciarsi
illuminare e trascinare da lui in una risposta vibrante.
Ciò che preoccupa veramente i maestri di supervisione, soprattutto nella formazione
iniziale, è il trovare speciali vie o metodi propri, capaci di assicurare la crescita
costante delle nuove guide, che maturano nella loro esperienza di Dio e nella loro
interazione umana.
E un itinerario di supervisione che sgorga dall'esperienza stessa e dalla
preoccupazione di preparare autentici padri spirituali. Essi devono focalizzare
l'interesse nell'opera che stanno compiendo in modo che ciascuno percepisca
chiaramente che, nel momento dell'accompagnamento, deve concentrarsi esclu -
sivamente sull'opera di salvezza che si sta compiendo. Senza aver bisogno di ricorrere
a riti particolari di adeguazione dell'ambiente, si è attenti ad aprirsi al Maestro
interiore e alle mozioni che lo Spirito Santo va suscitando. 8
Questo processo di ascolto assume progressivamente le seguenti caratteristi che:
quiete crescente del corpo, della mente e delle facoltà; coscienza centrata, aperta
all'attesa, a un'attiva comprensione dell'altro, alla sua comunicazione non verbale e
alla sua volontà decisa di cambiare attraverso la relazione. Con il passare del tempo,
gli effetti sulla guida stessa saranno: un'accresciuta conoscenza di sé e amore, gioia,
pace e libertà, che gli permetteranno di muoversi più pienamente entro il processo
suscitato dai frutti dello Spirito Santo.
Questo atteggiamento induce pure ad affinare sempre più il campo del
discernimento: l'abitudine dell'ascolto dello Spirito Santo va generando nel padre
spirituale una sensibilità speciale per scoprire l'opera della grazia di Dio sia in se
stesso che nei diretti. Egli va acquistando una facilità crescente di intui re le vie dello
Spirito Santo, il quale gli fa sentire quanto egli è amato e posse duto da Dio.
Riconosce, inoltre, ciò che sta capitando nel suo intimo e le reazio ni interiori che in lui
si verificano durante la sessione. 9
Ciò si estende pure sul diretto e sul suo modo di rispondere alle chiamate interiori.
Egli deve approfondire tali conoscenze con lo studio della vita dei san

7
Cf. W.A. BARRY - W.J. CONNOLLY, Pratica delta direzione spirituale , O.R.. Milano 1990,160.
8
Cf. CONROY, «The Ministry of Supervision», 12-24; H. STONE, «Pastoral Counseling and the Changing
Times»,
9
in Journal of Pastoral Care 53(1999), 23-29.
Cf. J. STAIRS, Listening for the Soul: Pastoral Care and Spiritual Direction , Fortress Press, Minneapolis
2000,3-5.
ti e dei grandi maestri spirituali, come pure della loro esperienza, che lo arric chisce e
lo aiuta a concentrarsi progressivamente nell'opera che Dio sta com piendo nei
credenti. Un direttore con scarsa cultura teologica e poca esperienza pastorale avrà
difficoltà a concentrarsi sull'azione di Dio e dovrà1 chiedere luce e aiuto ai più esperti
per illuminare gli altri e farli avanzare nella verità. - 0

4. OBIETTIVO DELLA SUPERVISIONE


In questo spirito, il problema della specificazione dell'obiettivo è altrettanto
importante nella supervisione di quanto lo era per la direzione spirituale, per le stesse
ragioni. Un tempo la direzione spirituale si concentrava, in primo luogo, sulle
«pratiche spirituali» del diretto e, successivamente, sulla sua esistenza uma na e
cristiana e sul suo impegno sociale.
Oggi, invece, si punta al progresso dell'esperienza divina nel diretto e al suo
sviluppo umano e cristiano integrale per quanto riguarda sia la vocazione personale
che la missione ecclesiale. Se l'oggetto essenziale della direzione spirituale è costituito
da questo progresso nell'esperienza del Signore sulla persona diretta, come conseguenza
ne deriva la necessità che i direttori stessi abbiano cura di coltivare in sé tale
consapevolezza, e ciò costituirà pure il campo privilegiato della supervisione. Sarà
indispensabile, inoltre, osservare anche come funzionano i rapporti tra direttore e
diretti durante l'incontro di aiuto personale. 11
Come si può osservare, esistono due modi diversi di immaginare ed esercitare la
direzione spirituale: quello del semplice funzionario, che amministra la vita dello
spirito, considerata come una maggiore fedeltà alle leggi e un'osservanza sempre più
precisa delle norme. Ma chi assume questo stile rischia di essere una «guida cieca»
(Mt 23,16), incapace di «guidare un altro cieco» (Le 6,39) e di illuminarlo e guidarlo
nella sua crescita individuale. Se, invece, i sacerdoti e le guide spirituali - ed è questo
il secondo modo - possederanno una visione integrale della loro vocazione e della loro
missione, ispirata da un'esperienza viva della presenza del Risorto ed edificata su
un'identificazione piena con l'esistenza e la missione del buon Pastore, allora
sentiranno la necessità del sostegno del supervisore per maturare costantemente nella
vita teologale, in modo sempre più coinvolgente e unificativo. Se tutti i credenti hanno
ormai sentito parlare e cercano di rispondere alla «chiamata universale alla santità»
come rivolta a ciascuno di loro, tanto più le guide spirituali sperimenteranno il
bisogno di credere in tale chiamata e di progredire, per primi, verso il suo
raggiungimento.
Se i direttori spirituali volessero concentrarsi esclusivamente sul primo
orientamento, allora eviterebbero accuratamente la supervisione del loro mini

10
Cf. MUELLER - KELL, Coping with Conflict, per un approccio di carattere operativo, profondo e completo
della supervisione sul piano dell'aiuto e della psicoterapia.
11
La resistenza del direttore nei confronti di questo resoconto concreto dell'esperienza può essere molto forte
e passare inosservata. Cf. V. WILLIAM - J. CONNOLLY, «Spiritual Direction: An Encounter with God», in Human
Development 1(1980)4,43-44.
stero di fedeltà alle leggi per dedicare tutto il tempo dell'incontro a considerare la
reale fedeltà ai propositi presi e a risolvere le situazioni più problematiche. Perciò, se
la supervisione viene da loro richiesta, si limiterà unicamente a questa concezione del
compito che il direttore ha di se stesso e al perfezionamento del le modalità di
effettuarlo, non solo con i suoi atteggiamenti e insegnamenti, ma, specialmente, con la
sua testimonianza di coerenza.
Per ogni direttore spirituale, dunque, la prima cosa da fare sarà quella di ave re
chiaro su quali dimensioni vuole agire: da semplice «funzionario di Dio», custode ed
esecutore delle leggi, oppure come promotore dei diretti nell'eserci zio dell'esperienza
divina. 12
Nel caso in cui i direttori si trovassero, di fatto, completamente immersi in
problemi urgenti o fossero preoccupati esclusivamente di verificare l'adeguatez za delle
loro risposte, allora l'obiettivo immediato sarebbe solo la conferma del l'autenticità e
giustezza del loro modo di agire. In un secondo momento si potrà passare, comunque,
a una visione più completa dell'intervento di aiuto, il quale richiede il coinvolgimento
di tutta la personalità del direttore, per perfezionare il principale strumento a sua
disposizione: la sua esperienza di Dio. In questi casi il supervisore dovrà lasciare
libero sfogo al suo bisogno di sentirsi coinvolto sempre più pienamente e con tutto se
stesso nel ministero. Se egli invece desiderasse soltanto l'analisi del livello funzionale
della revisione delle sue tecniche psicologiche o bibliche, la supervisione non
raggiungerebbe il suo scopo integrale. Deve, quindi, essere per lui ben chiaro un
concetto di accompagnamento integrale che coinvolge non solo la missione, ma anche
la personalità e lo sviluppo spirituale della guida.

5. CRESCITA NELLA FIDUCIA


Come si può osservare, ci troviamo di fronte a un ministero assai delicato e
profondo, che tocca le radici stesse della personalità umana e cristiana e per il quale
diventa assolutamente necessario creare un clima di fiducia e di stima vicendevole.
Senza di esse non sorgerà il clima di libertà e spontaneità indispensabili per
concentrarsi con facilità nei rispettivi compiti e i direttori finiranno per limitarsi a
soddisfare le attese del supervisore o a concludere quanto prima un incontro poco
gratificante e pieno di nervosismo.
Se, invece, esiste un vero clima di fiducia reciproca, allora la verifica dell'e-
sperienza spirituale e di tutta l'azione pastorale potrà svolgersi con spontaneità e
integrità; i direttori, trovandosi aperti e disponibili a questa supervisione pie na,
faciliteranno il lavoro del supervisore, che diventerà relativamente semplice e veloce.
Se, al contrario, essi manifestassero una certa resistenza a mettersi in revisione, ne
nascerebbe allora un clima di apprensione e l'incontro diventerebbe più complicato e
nervoso. Siccome si tende per lo più a sottolineare il negativo e l'espressione della
personalità non è mai assoluta, può sorgere spontanea

12
Cf. GREEN, The Friend of the Bridegroom, 50ss.
mente il timore che si possano evidenziare solamente i limiti e le carenze perso nali. Se
si trattasse poi di un supervisore di allievi che incominciano il loro cam mino di
formazione iniziale e che dipendono da lui per la loro promozione o per essere
dichiarati adatti, allora la tensione potrebbe diventare ancora maggiore.
La relazione instaurata con il supervisore deve diventare il mezzo efficace
affinché, pure lui, perseveri con costanza nel suo compito, senza cadere nelle trappole
di un lavoro eccessivo o della stanchezza del ministero. Non è una mis sione facile, ma
ne vale la pena, poiché è in gioco la santità del direttore spiri tuale e delle persone che
egli stimola a crescere nel cammino evangelico. Quanto più si svilupperà la fiducia e
la serenità negli incontri di supervisione, tanto più facili e abbondanti saranno i frutti.

6. CRESCITA DELLA RELAZIONE


Bisogna tener conto anche che lo stabilirsi di questa profonda relazione di fiducia
non è un fatto definitivo, realizzato una volta per sempre. E un rapporto vivo e, perciò,
si evolve in funzione dei livelli di apertura o di chiusura a cui man mano si perviene.
Una cosa è certa: per essere veramente benefica, questa rela zione deve essere
autentica e vitale.
I rapporti interpersonali, essendo realmente dinamici, si evolvono e diventa no
sempre più ampi, più ricchi, più vivificanti. Ma possono anche indebolirsi, diventare
opachi, attenuarsi, offuscarsi e perdere ogni ragion d'essere. Queste modificazioni
derivano talvolta da una riflessione cosciente o da scelte delibera te; spesso
sopraggiungono, invece, senza che si abbia coscienza dei fattori responsabili dei
cambiamenti avvenuti. 13
I direttori spirituali sono impegnati a dedicare molta riflessione e molte ener gie
alla promozione di uno sviluppo serio della relazione con le persone dirette. Ogni
relazione di supervisione dovrà essere diversa, poiché ogni persona è unica e, quindi,
anche il modo in cui interagiscono due persone è anch'esso unico.
In una situazione di effettiva fiducia il supervisore potrà comportarsi in maniera
molto riservata, non essendoci alcuna necessità di fornire ripetute sol lecitazioni a un
direttore che ha messo in chiaro la propria esperienza e la condivide con facilità; egli
potrà, piuttosto, dedicare più tempo ad aiutarlo nella comprensione del senso del suo
vissuto.
Con una persona diversa, il supervisore dovrà, invece, lavorare in un altro modo,
moltiplicando gli interventi riguardo ai gesti del supervisionato, alle sue parole, ai
suoi sentimenti, poiché avrà capito che egli è poco consapevole di certi livelli inconsci
della propria esperienza. Potrà anche darsi che alcuni supervi sori (i più intuitivi, per
esempio) siano più idonei a operare la supervisione con determinate categorie di
direttori (i più razionali, per esempio) a causa delle reazioni di complementarità che
entrano in gioco.
Quando il clima di fiducia si diffonde nel gruppo, Valleanza di lavoro della
supervisione rimane fondata sulle sue premesse che sono l'obiettivo stesso della

13
Cf. C. FELTHAM - W. DRYDEN, Developing Counsellor Supervision, SAGE, London 1994,85-88.
supervisione: promuovere il progresso costante di un direttore spirituale. Le due parti
devono accordarsi su questo punto: la crescita, in quanto direttore, costi tuisce lo scopo
proposto, anche se questo progresso, come la conoscenza intima della personalità, può
rivelarsi difficile. Occorre sia chiaro che, chi cerca una supervisione, desidera rendersi
conto se è idoneo a questo servizio pastorale e vuole progredire come direttore. Se il
supervisore vedrà chiara questa volontà del richiedente, sarà più fiducioso nella
relazione e la interpreterà in maniera più incoraggiante. 14
A sua volta, chi riceve la supervisione deve essere sicuro di poter contare
su\Yalleanza di lavoro con il supervisore, che lo obbliga a mantenere il segreto
professionale su quanto si manifesta durante gli incontri, in modo da elimina re la
paura che riveli le problematiche più intime, come le esperienze e le risposte che lo
preoccupano di più. Quando una solida alleanza di lavoro si è stabilita, sia tra un
direttore e un supervisore, sia tra direttori che si riuniscono per una vicendevole
supervisione, è probabile che. chi ha sollecitato la supervisio ne, si senta anche
disposto a presentare in pubblico le sue esperienze più difficili e conflittuali.

7. RESISTENZE ALLA SUPERVISIONE


Nella relazione di supervisione la resistenza all'alleanza di lavoro emerge in
maniera analoga a ciò che accade nella direzione spirituale; la resistenza tende anche
qui a focalizzarsi sulla persona del supervisore. Possono intervenire delle reazioni di
transfert, ma la resistenza può anche far leva su alcune modalità concrete della
struttura stessa di un certo tipo di supervisione. Se, per esempio, il supervisore ha un
compito di valutazione in merito a un corso iniziale di preparazione o in merito a una
qualifica o, ancora, a un certificato di formazione che potrà ottenere, nel caso in cui si
trovi ad esercitare un potere di questo genere, egli dovrà, con cura ancora maggiore,
sforzarsi di stabilire un'alleanza di lavoro. L'alleanza, infatti, poggia su una condizione
essenziale: che, cioè, il soggetto accompagnato non voglia ottenere, ad ogni costo, una
qualificazione o un certificato, se non è in grado di far fronte al suo compito di
accompagnatore.
La resistenza alla supervisione può essere scoperta con domande come le seguenti:
«Come ti senti dinanzi alla prospettiva di guardare te stesso o le tue motivazioni, i tuoi
timori, la tua sessualità ecc.? Qual è la tua reazione? Hai fidu cia o piuttosto nutri dei
timori nei confronti di un autosviluppo del genere, che manifesti in frasi come:
"Lasciamo stare, tutto questo ragionare non fa bene"?».
La resistenza dei direttori, nei confronti di questo resoconto concreto del loro
vissuto, può essere molto forte, e tuttavia passare inosservata. 15 È difficile per loro
liberarsi dall'idea che la conoscenza intima di sé non sia rischiosa: non

14
Cf. J. HEWSON, «Training Supervision to Contract in Supervision», in Training Counselling Supervisors.
Strategies, Methods and Techniques, SAGE, London 1999,67-91.
15
Cf. WILLIAM - CONNOLLY, «Spiritual Direction», 43-44.
si sa mai quello che si può scoprire. C'è anche il pericolo di rinnovare diverse ferite.
Perciò è necessario rintracciare l'ambiente adeguato e le condizioni idonee che
inducano a sentirsi sufficientemente sicuri così da poter rivelare senti menti tenuti
celati con cura in precedenza. Queste condizioni sono simili a quelle ormai comuni in
un ambiente di empatia, di comprensione non giudicante e di genuinità o congruenza.
La vita spirituale del partecipante e la qualità della sua preghiera possono
costituire un terreno difficile nel corso di questo genere di programma e i pro blemi
personali possono assorbire il tempo necessario per acquisire i requisiti personali
indispensabili. Se manca questa coscienza personale della presenza e dell'azione di Dio
nella propria esistenza, il partecipante potrebbe trovare la supervisione come confusa
o, peggio ancora, perturbatrice. Perciò, ha bisogno di essere incoraggiato a ricevere
l'aiuto da uno specialista con mentalità simile a quella di un supervisore.
Ma, per assumere questi atteggiamenti di apertura e di progresso, i direttori
dovranno essere disponibili a correre questi rischi e a rivelare la propria esperienza il
più onestamente possibile. E ovvio che, coloro che si comporteranno in questo modo,
svilupperanno la loro fiducia nel supervisore, in loro stessi e nello Spirito che dà la vita.
Questo genere di supervisione richiede, infatti, la fiducia tra le due parti. I
supervisori devono aver fiducia nella capacità e nel desiderio di coloro che chie dono il
loro aiuto per diventare dei mediatori più illuminati, più competenti e più sicuri nei
confronti delle persone che aiutano nella relazione con Dio. Se essi non sviluppano
questa fiducia, se non nutrono più fiducia che diffidenza potrà acca dere che, nel corso
delle prime tappe della supervisione, manifestino la loro diffidenza almeno
nell'atteggiamento, se non nel comportamento, interrogando le guide che hanno chiesto
aiuto in maniera aggressiva o sottolineando i loro errori con freddezza.
Ciò, naturalmente, sarà avvertito come atteggiamento di non-condivisione, di
opposizione e di giudizio, e, anche se questi sentimenti non si manifesteranno
palesemente o non saranno chiaramente riconosciuti dai due interlocutori, cree ranno
un'atmosfera tesa che danneggerà il clima dell'incontro e la successiva crescita. In un
ambiente di questo genere, ci saranno persone che si sentiranno sem pre meno sicure di
sé, avranno timore della supervisione e dubiteranno, succes sivamente, di poter
esercitare la direzione spirituale. Si potrà pervenire allo sgo mento, alla resistenza, al
desiderio di fuga.
Al contrario, le personalità attive reagiranno in maniera aggressiva, adottando un
atteggiamento di attacco nei confronti del supervisore. In un caso come nell'altro, la
crescita nella funzione di direttore non si realizzerà che a prezzo di molte difficoltà e
la supervisione non avrà adempiuto il suo compito di collaborazione fraterna.
La resistenza alla supervisione, come la resistenza alla direzione spirituale, non è
soltanto un fatto probabile, ma è il dato certo che fornisce la prova dell'u tilità della
supervisione stessa. L'alleanza di lavoro dà al supervisore la possibi lità di accogliere
la resistenza e, a chi viene aiutato, offre la possibilità di confrontarsi con essa.
8. ATTEGGIAMENTO POSITIVO DEL SUPERVISORE
Il supervisore deve, quindi, agire con un atteggiamento positivo nella sua preghiera
e nel suo lavoro di direzione spirituale. Tale atteggiamento costituirà un sostegno
preziosissimo per il suo compito di supervisione. Egli scoprirà che l'at teggiamento di
apertura e di meraviglia di fronte alla sublimità della creazione divina e, specialmente,
di fronte alla dignità e grandezza della persona umana, facilita il suo rapporto
interpersonale. Questo atteggiamento favorevole supera la paura del diretto di trovarsi
di fronte a un giudice o a un inquisitore, propizia un'atmosfera di dialogo e predispone
all'ascolto pieno e all'osservazione serena delle emozioni e dei sentimenti dei direttori
e del loro desiderio di imparare e di crescere.
L'atteggiamento costruttivo e non giudicante non ha bisogno di adoperarsi in
difesa dei propri punti di vista, ma si offre, semplicemente, di accompagnare la
progressione dei direttori nella loro missione unica. Allora i supervisori reagi scono
non in base ai loro principi o ai loro schemi particolari predefiniti, ma lasciandosi
guidare dai sentimenti e dalle emozioni manifestati dai direttori nel momento
dell'incontro. Il loro atteggiamento non sarà di giudizio o di condan na, ma di apertura,
per facilitare l'emergere di tutti i problemi e i conflitti.
Il supervisore che ascolta con un tale atteggiamento sarà portato semplice mente a
riflettere i sentimenti dei direttori, in modo oggettivo; egli risponderà in questo modo:
«Ho l'impressione che tu sia teso quando presenti i sentimenti ero tici dei tuoi diretti».
Egli eviterà ogni giudizio e opinione negativa su di lui; per esempio, non dovrà dire
mai: «Ma tu hai l'ossessione del sesso!». Egli non si sen te né un giudice, né un
ricercatore specializzato, ma un servitore che ascolta e che risponde, con l'unico scopo
di stimolare e di suscitare una tensione particolare ad agire oggettivamente, libero
dalle reazioni e dai giudizi che volessero sorgere nel suo mondo soggettivo.
Lo scopo principale della supervisione consiste, quindi, nell'incitare la guida
spirituale, la quale si affida ad essa con lo scopo di imparare ad essere un direttore più
efficace, a superare le reazioni, gli atteggiamenti, i modi di porsi di fron te al diretto
che possono diminuirne la libertà ed accrescere il pericolo di non sti molarne
sufficientemente la crescita.
In sintonia con il concetto integrale della direzione spirituale, l'accento va dunque
posto suIVesperienza personale di cui il direttore rende conto. Allora egli imparerà
tante cose su se stesso, come sulle persone che dirige, e migliorerà il modo di
esercitare la sua missione.
L'esperienza della persona diretta sarà inevitabilmente presente nell'ora del la
supervisione; questa esperienza, però, sarà studiata e analizzata in termini di
significato per la persona stessa; ma il centro principale d'interesse sarà il modo di
ascoltare e di rispondere del direttore.
Un interrogativo ritornerà di frequente in ogni buona supervisione: «Per ché?».
«Perché ho risposto in quel modo?». Il direttore lo può chiedere a se stes so così come
lo può porre al supervisore. Se si tratta di una risposta che lo turba, come per esempio:
«Perché lo interroghi sulle relazioni con la sua famiglia?», il supervisore potrà
intervenire affermando che non ha capito bene quale vincolo ci sia tra queste relazioni
e la vita di preghiera del soggetto in questione.
In ogni modo, è necessario evitare che questi «perché» possano trasformarsi in
vane speculazioni riguardo alle motivazioni. Devono, invece, condurre a uno sguardo
più attento dell'accompagnatore sul proprio modo di agire nell'incontro stesso, su ciò
che si ricorda: «Che cosa ha attraversato la mia mente?»; «Cosa ho provato?»; «Che
cosa mi è accaduto prima che dicessi questo?».
Come gli interrogativi in vista del discernimento durante l'incontro induco no a
considerare più da vicino la propria esperienza di preghiera e di ascolto del lo Spirito e
tendono a una presa di coscienza più precisa delle proprie reazioni, così nella
supervisione gli interrogativi incitano il direttore a una più grande con sapevolezza di
ciò che accade nei suoi rapporti. 16
Questi interrogativi permettono spesso al direttore di rendersi conto che egli
procede con saggezza e orienta correttamente i rapporti tra il suo diretto e il Signore.
Nel caso accennato sopra, per esempio, il direttore potrà giungere a capire con
certezza come sia fondata la sua intuizione riguardo all'importanza che per il suo
diretto riveste la vita familiare nel suo rapporto con Dio. La rispo sta alla domanda
potrebbe aver rivelato il carattere difficile e chiuso dell'esi stenza del diretto e quanto
questo incida sulla sua preghiera.
Gli interrogativi del supervisore possono dunque aiutare immensamente gli
accompagnatori a consolidare la propria sicurezza e le proprie intuizioni positive,
poiché una buona supervisione consiste non soltanto nel rimettersi in causa, ma anche
nell'apportare forza e sostegno. I direttori, che sono illuminati nel riflettere sul loro
lavoro, scoprono che questo genere di riflessione rivela sia le loro capacità che le loro
debolezze, sia la loro fede viva che le loro incertezze e zone oscure.
La supervisione spinge ancora i direttori a rendersi più attenti alle loro reazioni
personali quando ascoltano le persone dirette. Simili reazioni possono essere rivelatrici
della loro fede o della loro indifferenza, cioè delle aree in cui si fidano della grazia e
della potenza di Dio e di quelle in cui non hanno fiducia in lui o sono, nei suoi
confronti, titubanti. La paura che Dio non possa guarire, per esempio, la loro collera, o
che addirittura non la sopporti, li renderà poco capaci di lasciare che un altro si dibatta
con la propria collera nei confronti di Dio.

9. LA SUPERVISIONE DI GRUPPO
Oltre alla supervisione individuale, va diffondendosi la supervisione fatta in
gruppo, che si è rivelata molto illuminante ed efficace nei vari settori dell'aiuto
pastorale.
I principi sopra indicati per la supervisione individuale sono ovviamente vali di
anche in una supervisione di gruppo. Certo, tra persone diverse non è sempre facile
suscitare quel clima di fiducia necessario in un'adeguata alleanza di lavoro, ma ciò è
tuttavia possibile. Le sessioni di condivisione della fede o quelle del le dinamiche di
gruppo sotto una guida esperta possono suscitarlo in modo suf

16
Cf. B. LAWTON, «"A Very Esposing Affair": Explorations in Counsellors' Supervisory Rela- tionship», in
Taking Supervision Forward. Enquiries and Trends in Counsetling and Psychotherapy, SAGE, London 2000,25-41.
ficiente. Uno dei segni più evidenti dello stabilirsi di questa atmosfera consiste
nell'accordo che si verifica tra i partecipanti di condividere le esperienze più difficili e
più penose.
Il vantaggio che il gruppo presenta è tanto più evidente quanto più il livello di
apertura è elevato. Nel suo lavoro è più difficile che sfuggano i veri problemi; c'è
sempre, infatti, qualcuno che percepisce le esitazioni, gli stati d'imbarazzo o i lapsus che
li tradiscono o che avverte che l'attenzione si è spostata dal direttore al diretto. 17
Per esempio, nel resoconto di un incontro di direzione con un uomo sposato può
apparire che la sua preghiera sia piuttosto arida: il Signore gli sembra ormai molto
lontano, contrariamente a ciò che gli accadeva nei mesi precedenti. Ad un certo punto
il direttore proponente suggerisce al gruppo: «Deve aver avuto delle difficoltà sul
piano coniugale, ma, poiché ha sorvolato rapidamente su ciò, ho pensato che non
valeva la pena di approfondire». Finita la presentazione del caso, i partecipanti al
gruppo incominciano a chiedersi quale sia la vera causa dell'aridità nella preghiera di
quest'uomo. Interrogano il direttore riguardo alla forma nella quale essa si svolgeva
prima dell'ultimo incontro e formulano delle ipotesi circa la possibilità che esistano
delle resistenze nascoste. Con simili interventi si vanno chiarendo i casi e gli
atteggiamenti del direttore.
D'altra parte, si tratta di porre l'accento più sul comportamento del direttore che su
quello dei diretti, poiché è il direttore che deve essere aiutato a divenire più esperto.
Ordinariamente i diretti accettano volentieri l'assistenza della super visione se ne hanno
chiaro lo scopo e se sono rassicurati circa le precauzioni prese per tutelare il segreto. Il
direttore che, per il suo obbligo di discrezione, non si sentisse di presentare a un
gruppo il caso di un soggetto da lui diretto, può e deve evitare questa presentazione e
cercare una supervisione individuale, almeno finché sussiste il suo dubbio.
La supervisione di gruppo pone con particolare acutezza il problema della
discrezione o del segreto. La questione, naturalmente, si presenta ogni volta che un
direttore chiede la supervisione di situazioni problematiche. È indispensabile il
prendere precauzioni idonee per salvaguardare l'anonimato. Su questo piano sono da
incoraggiare le presentazioni fittizie, come abbiamo fatto nel presente capitolo. I
partecipanti sono comunque tenuti alla stessa discrezione richiesta a un supervisore
individuale.

10. SUPERVISIONE TRA UGUALI


Alla supervisione compiuta con la presenza degli esperti, subentra, a volte, la
supervisione tra uguali, effettuata cioè senza un supervisore esterno. Essi stessi
focalizzano la loro attenzione nel migliorare il loro stile di operare, il loro modo di
usare i metodi, di esercitare il proprio ministero e di illuminare le difficoltà che
trovano, specialmente nei casi complessi e incerti, come nelle notti oscure.

17
Cf. W. LAMMERS, «Training in group and team supervision», in Training Counselling Supervi- sors, 106-129.
Prima di tutto, possono mantenersi aggiornati attraverso la rivista profes sionale e
il convegno nazionale annuale di una settimana che li informa sulle novità del loro
apostolato e chiarisce i maggiori problemi comuni che devono affrontare. 18
In ogni caso, il diventare un direttore spirituale maturo è un impegno costante, un
compito che si estende lungo tutto l'arco dell'esistenza. La sua esperienza personale lo
mette davanti a un Dio sempre più grande e misterioso, che lo inci ta a una crescita
costante, tanto nella conoscenza della grandezza divina quanto nella coscienza della
propria povertà creaturale. Il suo incontro con diretti che cercano ardentemente una
relazione più intima con Dio stimolerà la sua preghiera, approfondirà la sua
riflessione, gli fornirà uno sguardo nuovo su ciò che stanno vivendo e lo spingerà ad
approfondire ancora un'avventura che non ha il suo termine in questo pellegrinaggio
terreno.
La supervisione lo inciterà ad essere sempre più competente e confidente nella sua
missione e a 19compiere il suo ministero alla presenza di Dio e sotto l'a zione dello
Spirito Santo. Infatti, anche se l'orientamento spirituale presuppo ne diverse abilità
naturali, queste non bastano per fare di lui un direttore competente. Il segreto della sua
riuscita si trova nella sua fede viva e nella sua speranza ferma, capaci di mettere bene a
fuoco questo aspetto centrale della supervisione. 20

11. SUPERVISIONE REGOLARE DI UN INCONTRO E DI UN CASO


La supervisione confidenziale dei rapporti verbali o di interviste registrate è
diventata un modo molto comune di allenamento. La sessione inizia quando uno dei
partecipanti presenta un dettagliato rapporto su ciò che si verifica in una sua normale
sessione di direzione spirituale.
Subito dopo l'incontro di direzione, il direttore riflette su ciò che è accaduto e ne
traccia una breve nota scritta. La supervisione riprende uno dei momenti dell'incontro e
cerca di ricostruire il dialogo. Il direttore dà al supervisore o ai supervisori copia del
resoconto prima dell'incontro e questo diventa l'oggetto principale della riunione
stessa, a meno che ci siano altri problemi che sembra no al momento più urgenti.
Partire dal dialogo ricostituito rappresenta uno dei mezzi migliori per cogliere la
maniera di procedere del direttore nel corso del suo ministero d'aiuto.
I partecipanti, osservando ciò che accade nell'incontro, sono costretti a riflet tere
sui particolari del loro lavoro e si rendono conto dei punti forti e deboli del loro servizio
in quanto accompagnatori spirituali. Una supervisione pratica, più che offrire strumenti
e tecniche nuovi, facilita la scoperta delle proprie caratteri

18
Rivista Presence, edita da Spiritual Directors International. P.O. BOX 3584. Bellevue, WA 98009.
19
Cf. W. CREED, «Supervision plus Reflection: A Way to form Spiritual Directors», in Presence 4(1998)1,37-
42. 20
Cf. FELTHAM - DRYDEN, Developing Counseltor Supervision, 14-18.
stiche e abilità, avendo come scopo centrale lo sviluppo della personalità del direttore.
Questa pratica favorisce pure il consolidamento di uno stile mentale di discernimento
costante, di un atteggiamento critico positivo e di un sano scetticismo circa il proprio
compito che permette a Dio di essere creativo e protagonista nella vita dei guidati.
Questa analisi si rivela particolarmente utile a far emergere il tipo di reazione
affettiva del direttore nei confronti della persona che dirige.
Un altro vantaggio è quello di permettere a ognuno dei colleghi presenti di
allargare le proprie conoscenze, in una visione globale dell'accompagnamento
spirituale. In tale ottica allargata, i partecipanti possono cogliere meglio come le teorie
riguardo alla crescita spirituale e i principi della teologia speculativa si possano
applicare ai casi concreti. Sessioni di questo tipo, condotte adeguata mente, possono
portare a una fruttuosa interazione tra teologia speculativa e teologia pratica.
Un'altra forma di supervisione di gruppo, più ampia e complessa, e che pure si è
rivelata molto utile per la supervisione, è quella chiamata sessione del caso. In questa
seduta un direttore presenta non il modo di portare a termine un incontro singolo, bensì
la panoramica generale di un caso di direzione spirituale, visto e compiuto attraverso
una serie di incontri. Progressivamente si è messa a fuoco l'importanza che nella
supervisione ha questo resoconto, redatto per iscritto, di un evolversi progressivo
dell'accompagnamento spirituale: il direttore fa la relazione d'insieme del suo modo di
agire ed espone lo sviluppo del caso e i fat tori che hanno condotto il soggetto diretto
fino all'attuale situazione; lo sguardo d'insieme dà al direttore la possibilità di
presentare la propria concezione dell'accompagnamento in maniera che il gruppo dei
colleghi possa illuminarlo a farne una valutazione costruttiva. 21
Ma c'è di più. Questo dialogo incita il direttore a porsi di fronte ai suoi pro pri
angeli o diavoli, alla sua esperienza personale, sia di direzione che di reso conto di
direzione, con uno spirito di servizio. Egli potrà progredire nel sapere teorico e pratico
di esperto accompagnatore e crescere nella conoscenza di se stesso in quanto direttore
spirituale.
La supervisione genera in lui un aumento dell'autocoscienza come direttore.
L'esplorazione del proprio inconscio lo cambia in ministro più efficace nella sua
missione. La sua apertura alla verità su di sé genera in lui una liberazione e, suc -
cessivamente, ciò si ripercuote anche sui suoi diretti, che, a loro volta, sono più liberi
di rendersi conto delle loro proiezioni.
In tal modo la guida va affinando le proprie capacità di accoglienza, di ascol to, di
dialogo, di comprensione. Esplora i meccanismi dei suoi movimenti inte riori e riflette
sulle differenze morali e culturali tra sé e il diretto. L'analisi delle zone erronee, nella
sua relazione con Dio e con la persona diretta, stimola la guida stessa a crescere nella
consapevolezza dell'impatto che le sue mancanze di libertà e le sue aree di resistenza
hanno nei suoi rapporti pastorali.

21
M.L. FRIEDLANDER - S. SIEGEL - K. BRENOCK, «Parallel Processes in counseling and supervi- sion: a case
study», in Journal of Counseling Psychology 36(1989), 149-157.

192
Lo scopo della relazione, in tutte le sue espressioni, è di portare la persona
incontrata a diventare autonoma nella gestione della propria esistenza, più for te
nell'affrontare i momenti difficili e meglio orientata nel processo di crescita umana e
spirituale. Quando tale obiettivo è raggiunto, la relazione di aiuto iniziale può
considerarsi terminata.

Tracce per la personalizzazione

1. Hai sufficiente accettazione e stima di te stesso? Hai un'adeguata visione positiva dei tuoi
talenti e delle tue qualità? Hai fiducia in te stesso?
2. Sei alla ricerca di affetto e stima? Ti accorgi di avere dei secondi fini dietro l'aiuto a un
determinato diretto? Ti senti capace di avere un amore disinteressato per lui?
3. Sei ancora alla ricerca di un approfondimento della tua esperienza dello Spirito e della
preghiera? Sei un «uomo di Dio» per questo diretto?
4. Sei predisposto al discernimento degli eventi e delle attività alla luce della fede? Hai
dubbi sulla tua interpretazione della situazione?
5. Ti fai aiutare dal tuo direttore o da altri direttori nel chiarimento di situazioni difficili o casi
complicati? Hai cura di non camminare da solo in questo ministero così delicato?
6. Stai aiutando il diretto a crescere nell'esperienza di Dio? Lo avverti che Dio cerca una
relazione sempre più amichevole? Gli stai ricordando i mezzi adeguati per rag giungerla?
Dai serenità e speranza?
7. Hai acquistato sapienza cristiana con l'attento e prolungato ascolto della Parola? Sei
animato dal desiderio di fedeltà e di sintonia con l'azione divina? Compi la tua missione in
spirito di amore e di servizio ai fratelli?
Appendice I
GUIDA PER ANALIZZARE L'INTERVISTA DELL'ORIENTANTE

1. Quali atteggiamenti ha mantenuto, specialmente riguardo all'accoglienza, all'ac cettazione


incondizionata, alla coerenza e all'empatia?
2. Quali risposte, sia verbali che non verbali, ha dato? Si osserverà se ha utilizzato
correttamente la «risposta riflesso» come filo conduttore dell'intervista.
3. C'è convergenza tra gli interventi dell'orientante e quelli dell'orientato? Analiz zare in quale
misura l'orientante ha facilitato il processo con le sue risposte.

Appendice II
PER CHI CONDUCE IL COLLOQUIO

Tre domande stanno alla base del tentativo di coerenza di chi conduce il colloquio:
- Come mi pongo sul piano del contenuto? Posso riformularlo con chiarezza? Di che cosa mi
parla? Di chi?
- Come mi pongo sul piano del qui e orai Sono consapevole di ciò che sento? Ci sono elementi
disturbanti esterni?
- Come mi pongo nella relazione con l'altro? Quali sentimenti provo per lui? Mi irri ta? Voglio
rassicurarlo o proteggermi? Mi minaccia?
CONCLUSIONE

Questo libro è nato per stimolare i giovani padri e madri nello Spirito ad
assumersi, con la migliore competenza possibile, le loro responsabilità sulla delicata
soglia dell'incontro tra due misteri: Dio e l'uomo.
L'intento è quello di mettere a disposizione di tutti molto del materiale e dei mezzi
in nostro possesso, per facilitare l'avvio del ministero dell'accom pagnamento
spirituale. Siamo coscienti che, con il veloce perfezionarsi delle psicologie e
pedagogie attuali, questi strumenti e altri più concreti si diffon deranno molto di più e
saranno più facilmente reperibili da parte delle future guide. Ma la loro presentazione
costituirà il compito dei prossimi lavori che dovranno «rivedere e completare»
ampiamente quanto qui abbiamo esposto, partendo specialmente dall'esperienza e dal
materiale raccolto lungo il cammino.
Nel frattempo abbiamo voluto offrire alle nuove guide il lavoro da noi compiuto,
mettendo a loro disposizione senza perdite di tempo le strategie di aiuto spirituale da
noi elaborate. Esse tuttavia non costituiscono un punto di arrivo, ma vogliono essere
un incentivo all'ulteriore ricerca, poiché appariranno sempre insufficienti gli strumenti
utili ad orientare e approfondire la propria esperienza e quella altrui.
Non è facile ordinare tale materiale in modo adeguato e completo. Tutta via,
partendo dal fatto che l'accompagnatore non deve risolvere da sé tutti i problemi
psicologici più complessi e profondi, ma anzi deve cercare l'assisten za degli
specialisti per casi particolari, in queste pagine gli si forniscono stru menti che può
adoperare in modo assai efficace, anche senza una specializzazione psicologica
particolare.
In ogni modo, il suo compito continuerà sempre ad essere difficile e, al tem po
stesso, pieno di meraviglie: alcuni diretti progrediranno secondo le attese, fornendogli
un carico leggero, spedito, pieno di sorprese gradevoli derivanti dal loro
miglioramento e dalla loro apertura fiduciosa all'opera del Signore; altri, invece, lo
costringeranno a interrogarsi costantemente sul perché di certe resistenze, deficienze
nell'avanzamento, ricadute nelle stesse difficoltà nonostante i considerevoli passi in
avanti già compiuti. È il caso delle persone ferite, che non si aprono mai pienamente
all'opera divina e che non finiscono mai di assumere le loro responsabilità né di
guarire i loro complessi, che sono la vera fonte delle costanti cadute e dei periodi di
scarsa generosità verso il
Signore o di decisioni troppo centrate sul proprio io, forse perché ispirate dai propri
bisogni e desideri individuali.
Oggi la direzione spirituale ritorna ad essere un'opera maschile e femminile, come
alle origini, quando numerosi eremiti, sacerdoti e laici, padri e madri spirituali, abbas
e ammas, si offrivano di essere guide di persone che ricorrevano a loro per ricevere
luce e stimoli dalla loro esperienza spirituale e uma na, allo scopo di accelerare il ritmo
della propria crescita cristiana e di raggiungere la mèta più speditamente.
Lungo i secoli e per circostanze molto varie, essa era diventata una missio ne quasi
esclusivamente sacerdotale, ricevuta nel giorno dell'ordinazione. La connessione tra il
sacramento della riconciliazione e la direzione spirituale era infatti quasi totale.
Ma, dopo che il concilio Vaticano II ha esortato ad accogliere con gratitu dine e
riconoscenza quelle grazie speciali che lo Spirito Santo dispensa tra i fedeli e con le
quali li rende «capaci e pronti ad assumersi responsabilità e uffi ci utili al
rinnovamento e al maggior sviluppo della Chiesa, secondo le parole: "A ciascuno la
manifestazione dello Spirito è data per l'utilità comune" (ICor 12,17)»,' numerosi
religiosi non sacerdoti e laici impegnati hanno sentito l'impulso dello Spirito a
compiere questa missione.
Alle donne consacrate è stato rivolto poi un ulteriore appello a trarre «una sempre
maggiore consapevolezza del proprio ruolo e un'accresciuta dedizione alla causa del
regno di Dio. Ciò potrà tradursi in molteplici opere, quali l'im pegno per
l'evangelizzazione, l'attività educativa, la partecipazione nella for mazione dei futuri
sacerdoti e delle persone consacrate, l'animazione della comunità cristiana,
l'accompagnamento spirituale». 2
A questa riscoperta del proprio carisma ecclesiale si sono aggiunti due fattori
importanti: da un lato il moltiplicarsi, tra i credenti, in particolare tra gruppi,
associazioni e movimenti del laicato, di una maggiore richiesta d'aiuto, e, dall'al tro, la
drastica diminuzione numerica del clero disponibile, in tanti luoghi.
In tale situazione si sente l'urgenza di incitare le nuove guide a scoprire itinerari
formativi autentici, a maturare l'arte del discernimento, a ricevere un'autentica
iniziazione, sensibile anche alla dimensione psicologica, affinché il loro ministero sia
competente e fecondo e la loro opera pastorale gratificante. Il loro è un carisma, ma,
allo stesso tempo, un compito sempre da imparare e da arricchire.
I giovani cercano sempre più di essere accompagnati da fratelli o sorelle maggiori
nella fede, che li affiancano nel cammino e che favoriscono un percorso personalizzato
verso la costruzione di un'identità sicura e di un ideale elevato, capace di concentrare
intensamente tutte le loro energie nel suo raggiungimento.
Lo sviluppo della supervisione dei direttori è chiamato ad assumere una funzione
importante nella trasformazione della direzione spirituale in un'ope ra ecclesiale,
accompagnata, in comunione, da altri membri della Chiesa, muni

1
CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, n. 12 (in Enchiridion Vaticanum, I, n. 317).
2
GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, n. 58 (in Enchiridion Vaticanum, XV, n. 605).
ti ormai di abbondante esperienza e sapienza cristiana e capaci di far progre dire i
direttori, senza posa, nella vita spirituale, nell'esercizio della professione e nel miglior
uso delle tecniche e dei mezzi pastorali.
E una risposta adeguata ai tempi attuali. La fedeltà cristiana, in un mondo
secolarizzato e in veloce mutamento, richiede persone esperte e costantemen te
disponibili a compiere l'orientamento spirituale, a risolvere i problemi pre senti e ad
assicurare la perseveranza cristiana in un ambiente avverso. I padri nello Spirito, che
hanno promosso lungo i secoli il desiderio della santità, saranno ancora oggi quei
credenti convinti di essere chiamati alla perfezione cristiana e che diventeranno, a loro
volta, i principali mediatori nella realizzazione effettiva della «vocazione universale
alla santità».
C'è da augurarsi che l'invito, rivolto alle guide, a farsi accompagnare, venga accolto
e pianificato in modo adeguato, sia a livello individuale da un diret tore o supervisore
esperto, sia a livello di gruppo di uguali che si stimolano a vicenda ad un
miglioramento continuo, e sia a livello superiore, da uno o vari supervisori, che con la
loro sapienza e maturità sollecitano la crescita ininterrotta nell'esperienza divina e in
un accompagnamento reciproco sempre più lucido e proficuo. Viene di nuovo alla
mente, a questo riguardo, la speranzosa immagine biblica del fratello che,
accompagnato dal fratello, diventa una fortezza regale, un baluardo inespugnabile.
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INDICE

PRESENTAZIONE ............................................................................................... pag. 5


Capitolo primo
INIZIAZIONE ALLA DIREZIONE SPIRITUALE ......................................... » 9
1. I nuovi centri di preparazione ...................................................................... » 10
2. La formazione dei sacerdoti e dei credenti preparati .............................. » 11
3. La formazione dei principianti in genere.................................................... » 12
4. Forme di addestramento ................................................................................ » 13
5. Formazione teorico-pratica............................................................................ » 14
6. La formazione permanente ........................................................................... » 15
Conclusione........................................................................................................... » 16
T RACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE ............................................................................. » 16
Capitolo secondo
LA GUIDA E L'INCONTRO DI AIUTO .......................................................... » 19
1. Una guida che conosce se stessa................................................................... » 19
2. Sintesi della relazione di aiuto: il «guaritore ferito» ............................... » 20
3. L'accoglienza ................................................................................................... » 21
4. L'ascolto ........................................................................................................... » 21
5. Il valore del silenzio....................................................................................... » 23
6. Il metodo non direttivo .................................................................................. » 24
7. Riformulazione................................................................................................ » 24
8. Interventi inadeguati ...................................................................................... » 26
9. Il problema del «transfert» e del «contro-transfert» ............................... »» 27
10. Strumenti........................................................................................................... » 29
Capitolo terzo
LE FUNZIONI DELL'INCONTRO DI AIUTO................................................ » 35
1. Facilitare l'auto-conoscenza del diretto ..................................................... » 36
2. Accompagnamento nella consapevolezza della storia personale » 37

205
3. Un cammino esistenziale unico..................................................................... » 38
4. Stimolare l'accettazione delle proprie responsabilità .............................. » 42
5. Atteggiamenti della guida in questa stagione ........................................... » 44
6. Altre strategie per la conoscenza di sé........................................................ » 44
T RACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE ............................................................................. » 47
Capitolo quarto
DIREZIONE SPIRITUALE DIFFERENZIATA............................................... » 51
1. Direzione spirituale e temperamento. I temperamenti secondo
Sheldon.............................................................................................................. » 52
2. Accompagnamento e caratterologia............................................................. » 55
2.1. Caratterologia di Jung: estroverso o introverso? ............................ » 55
2.2. La caratterologia di Le Senne ............................................................. » 58
2.2.1. Gli emotivi non-attivi (EnA) ...................................................... » 59
2.2.2. I non-emotivi attivi (nEA) ........................................................... » 60
2.2.3. Gli emotivi attivi (EA) ................................................................ » 61
2.2.4. I non-emotivi non-attivi (nEnA).................................................. » 63
T RACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE ............................................................................. » 64
Capitolo quinto
SANAZIONE INTERIORE .................................................................................. » 71
1. Salvare l'essere umano nella sua totalità..................................................... » 71
2. Le diverse malattie ......................................................................................... » 72
3. L'affettività e le sue ferite ............................................................................. » 76
4. Guarigione e liberazione................................................................................ » 76
Capitolo sesto
GUARIGIONE DELLE FERITE AFFETTIVE ................................................ » 85
1. Maturazione affettiva ..................................................................................... » 85
2. La ferita dei «non amati»: l'immaturità affettiva....................................... » 87
3. La ferita dei non stimati: l'identità debole ................................................. » 90
3.1. Fonti dell'identità debole ..................................................................... » 92
3.2. Possibili reazioni di fronte al sentimento d'inferiorità .................. » 94
3.3. Influsso nei rapporti interpersonali.................................................... » 95
4. La ferita delle «persone condizionate» ....................................................... » 96
5. Guarigione delle ferite ................................................................................... » 97
5.1. Guarire e integrare il livello affettivo................................................ » 98
5.2. Neutralizzare le emozioni negative.................................................... » 99
5.3. Coltivare pensieri positivi.................................................................... » 100
5.4. Un metodo .............................................................................................. » 103
Capitolo settimo
ACCOMPAGNAMENTO NELLA CRESCITA INIZIALE............................ » 109
1. Iniziare a un agire nuovo ............................................................................... » 109
1. Definire le opzioni e gli obiettivi .........................................» 110
2. Programmare i passi da compiere .........................................» 111
3. Verificare .........................................» 112
4. Le funzioni della direzione permanente ........................................» 113
5. Direzione spirituale permanente .........................................» 114
6. Quando chiedere un aiuto speciale allo psicologo ................................... » 117
7. Aiuto nei casi di coinvolgimento affettivo .........................................» 117
T RACCE PER L' INTERIORIZZAZIONE ................................................................................. » 119
Capitolo ottavo
ACCOMPAGNARE GLI INIZI DELLA VITA DI PREGHIERA » 123
1. Al centro della vita spirituale ....................................................................... » 123
2. Forme varie di preghiera................................................................................ » 125
3. Psicologia della preghiera: la persona orante............................................. » 125
4. Il difficile passaggio alla gratuità ............................................................... » 130
5. L'analisi dei segni nella «Salita al Monte Carmelo» ............................... » 133
6. Effetti della nuova tappa ............................................................................... » 134
T RACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE ............................................................................. » 136
Capitolo nono
ILLUMINARE I GIOVANI................................................................................. » 139
1. La crescita attraverso i cicli vitali ............................................................... » 139
2. Il giovane da accompagnare ......................................................................... » 140
2.1. La sua situazione sociologica ............................................................. » 140
2.2. La situazione psicologica dei giovani................................................ » 141
2.3. La situazione religiosa dei giovani .................................................... » 142
3. Lo sviluppo purificatore del giovane adulto ............................................. » 143
4. La crisi di passaggio della mezza età........................................................... » 145
5. Crisi di crescita nella vita apostolica .......................................................... » 147
T RACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE ............................................................................. » 148
Capitolo decimo
L'ACCOMPAGNAMENTO NELLA SCELTA
DELLO STATO DI VITA .................................................................................... » 155
1. Vocazione comune e vocazioni specifiche ................................................ » 156
1.1. La vita come vocazione ....................................................................... » 156
1.2. Vocazioni cristiane specifiche ............................................................ » 157
2. Origini e sviluppo della vocazione............................................................... » 158
3. Scelta vocazionale........................................................................................... » 159
3.1. La difficoltà della scelta oggi ............................................................. » 159
3.2. Varie forme di decisione...................................................................... » 160
4. Secondo il progetto di Dio............................................................................. » 162
5. Accompagnatore e orientamento vocazionale............................................ » 163
5.1. Animazione vocazionale....................................................................... » 164
5.2. Discernimento della vocazione............................................................ » 164
5.3. Formazione della vocazione ................................................................. » 164
6. Criteri comuni di discernimento della scelta.............................................. » 165
6.1. Fattori spirituali .................................................................................... » 165
6.2. Fattori psicologici ................................................................................. » 166
7. Discernimento della vocazione sacerdotale-religiosa ..................»......... » 167
7.1. Retta intenzione .................................................................................... » 167
7.1.1. La motivazione valida.................................................................. » 167
7.1.2. Motivazioni insufficienti e inconsce........................................... » 168
7.1.3. Il compito del direttore................................................................ » 169
7.2. Idoneità umana....................................................................................... » 170
7.3. Idoneità cristiana .................................................................................. » 171
7.4. Idoneità specifica per la vita sacerdotale e consacrata................... » 171
7.5. Sufficiente libertà ................................................................................. » 171
7.6. Controindicazioni alla scelta di vita .................................................. » 172
T RACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE ............................................................................. » 175
Capitolo undicesimo
LA SUPERVISIONE NELLA DIREZIONE SPIRITUALE ........................... » 179
1. Supervisione personale................................................................................... » 180
2. Il contenuto della supervisione .................................................................... » 181
3. La supervisione è un ministero .................................................................... » 181
4. Obiettivo della supervisione.......................................................................... » 183
5. Crescita nella fiducia ..................................................................................... » 184
6. Crescita della relazione ................................................................................. » 185
7. Resistenze alla supervisione ......................................................................... » 186
8. Atteggiamento positivo del supervisore ..................................................... » 188
9. La supervisione di gruppo ............................................................................ » 189
10. Supervisione tra uguali................................................................................... » 190
11. Supervisione regolare di un incontro e di un caso ................................... » 191
T RACCE PER LA PERSONALIZZAZIONE ................................................................................ » 193
CONCLUSIONE..................................................................................................... » 195
BIBLIOGRAFIA GENERALE............................................................................. » 199