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I cardini celesti dell’architettura sacra


di Guglielmo Bilancioni

La stabilità è la proprietà peculiare dell’eternità


Marsilio Ficino

Tà àeì ’ònta, le cose che sempre sono, dice Aristotele, non sono, in quanto tali, nel tempo.
Dalla eternità del moto, della materia e del mondo, si ingenera la Geometria Prima,
primo motore e ordinatore del mondo, “legge eterna” e provvidenza cosmica.
Ogni palo confitto in terra, con religiosa intenzione, come la fune tesa dei rituali di
fondazione egizi, o il filo di lana che cingeva in un piano ideale lo spazio del tèmenos,
sono origine di quel mistico e magico operare umano detto Architettura, pensata su ter-
ra come riflesso, e miniatura, dei fenomeni cosmici.
Architettura, Tempo, Eternità studia i nessi fra l’armonia delle sfere e le più durevoli
fra le opere.
Il titolo di questo libro di Snodgrass, nella semplice tripartizione, ricorda Space, Time
and Architecture di Sigfried Giedion, il quale, in L’Eterno Presente, aveva studiato la no-
zione di tempo in maniera dinamica, nelle continue trasformazioni e nelle percezioni si-
multanee e mutevoli scambiate fra osservatore ed oggetto osservato. Nel fondere Spazio
ed Eternità quest’opera, invece, riconduce lo spazio, e i suoi concetti esprimibili, alla loro
matrice assoluta: Ākāsa, eterea sostanza primordiale ed essenza spirituale dello spazio, e
Gagana, lo Spazio infinito, Om, la vibrazione cosmogonica, e Vac, la voce primordiale,
fino a Bindu, il Punto dell’Origine. Snodgrass dimostra come l’architettura sia espressio-
ne sensibile dell’intreccio, nell’Uno, di spazio e tempo, capace di assorbire ed emettere
Perfezioni, e di risolvere in sé stessa il nesso mobile e perenne di physis ed ousìa.
Materia immateriale, Manifestazione, e ideazione, dell’universo, l’Indifferenziato e l’In-
descrivibile sono il suo campo di indagine, e le molte fonti che lo ispirano sono i maggiori
studiosi della Scienza Sacra, come Guénon, Coomaraswamy, Kramrisch, Corbin, Schuon,
Hautecoeur, Maspero e Massignon: in questi sapienti, classici del pensiero esoterico,
Snodgrass rinviene l’autorità del tradendum: sono autori in cui parla la Tradizione.
Nel Timeo di Platone il tempo è immagine mobile dell’eternità, e hyle, materiale del
costruttore, legno del Carpentiere, è prima materia imbevuta di arché. Platone spiega
che prima del tempo vi è uno spazio, un vuoto accogliente, grembo dei possibili, ed idea
dell’immagine di eternità: Chora.

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Architettura, Tempo, Eternità

Madre nutrice, ricettacolo, porta-impronta, essa è paradigma, coscienza deposito co-


me la Alajaviñjana della tradizione buddhista, sede degli archetipi e inconscio collettivo,
“luogo di ogni sito”. Pre-originaria causa errante, essa rivela pàlin, una ri-origine porta-
trice dell’idea di ciclo, ed arché. “Chora anacronizza l’essere”.
Lingua universalis e ratio di ogni calcolo, invaso vitale del nous sempre in atto, chora ge-
nera chòrismos, la originale partizione tra fenomeno e idea, l’ordine dal caos, recando in sé
l’idea del coro e della danza. Chora rivela la natura ontologica dell’ambiente spaziale.
Poiché l’universo richiede eternità.
Nel Logos, il Verbo che dice eternamente, e in un sol punto, tutte le cose, sta, fermo, il
Principio, l’immutabile permanenza, l’eternità senza principio della parola, che attraver-
sa il vortice di Kalpa ed Eoni, la tonante parola-forma udita in cielo, proferita dai R.si, i
vati dei primordi.
I Veda concepiscono: il Sole è il Poeta dello Spazio, come la danza delle stelle, in Pla-
tone, è il tempo cosmologico.
Il tempo inizia sempre, esso è sempre en arché; il tempo passato è infinito, come il
tempo a venire. È per mezzo dell’ora indivisibile, Àtomos nun, che il tempo è continuo:
è fatto di istanti differenti ma è sempre lo stesso; in questa immane idea ciclica, nel mito,
prende forma il costruire, prima della manifestazione della storia. Simile all’Atomo dei
greci era il dio egizio Atum, “indivisibile unità”, il cui nome significa totalità o comple-
tezza, “colui che pervenne ad esistenza come un circolo”.
L’unità indivisa, divina fonte, matrice di aree e volumi, è il punto da cui germina ogni
costruire.
L’architettura, come il fuoco di Prometeo, separa la cultura dalla natura, il discreto dal
continuo, e unisce il tempo e lo spazio mentre estrae l’oggetto definito dall’indistinto in-
differenziato; essa è universale particolarità, entità separata e limite misurato, ed è sacra
in quanto tale per questo: nei testi più antichi dell’umanità è già scritto che l’esistenza è
tratta dalla non-esistenza attraverso la misurazione. Nell’architettura dei tempi remoti si
cela la matrice matematica dell’essere.
Connettere secondo intenzione è lo stabile prodotto dell’Orientamento, che si allinea
in ordine su stelle emerse dal caos dei primordi.
Dall’ora immobile dell’eternità, là dove la freccia del tempo è ferma, ed il tempo non è
lineare e continuo, ma istantaneo e scandito dal lampo della intuizione, prende forma la
fabrica di pietra, generata dagli dèi e ad essi dedicata, come la più difficile delle offerte.
«Gli dei in origine erano stelle», dice Giorgio de Santillana, nel trattato sul tempo Il
Mulino di Amleto, scritto assieme a Herta von Dechend, che evoca, a proposito del suo
tema, una “complessità circolare”, e fa comprendere come le misure siano sempre una
forma del tempo.
«Tempo e necessità che cingono l’universo: ecco una concezione piuttosto chiara e
fondamentale». Universo è macina e machina, nell’esatto disegno dell’universalità. Sim-
bolico è il linguaggio degli Antichi: «Era una lingua che non si curava delle credenze e
dei culti locali, e si concentrava invece su numeri, moti, misure, architetture generali e

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Prefazione. I cardini celesti dell’architettura sacra

schemi, sulla struttura dei numeri, sulla geometria». È la “forza ascensionale della mente
arcaica”, capace di calcolare i cicli del Grande Ritorno.
Graham Hancock, in un libro mirabile e controverso, Le Impronte degli Dei, ha stu-
diato a lungo le precessioni degli equinozi: alla confluenza di geometria, astronomia e
architettura, tratta di astrofisica, di equilibrio cosmico-elettrico, e del dominio gravita-
zionale del sole, che si estende per più di ventiquattro quintilioni di chilometri nello spa-
zio. «Una sfrenata danza celeste sembra impazzare mentre balziamo, ci lanciamo e
piombiamo attraverso l’eternità, e ci sentiamo in balìa di spinte contraddittorie, che da
una parte ci precipitano contro il sole, e dall’altra ci mettono in corsa verso le tenebre
dello spazio esterno».
Il codice della precessione degli equinozi, un ciclo di 25 920 anni, appare ripetuta-
mente nei miti e nell’architettura sacra dell’antichità. Gli esseri umani sanno che il Co-
smo è Ordine, e allineano le loro opere sulle linee del cielo per scongiurare, con i riti
della religione, la rovina che di certo comporterebbe, ove non sottoposta a rituale caute-
la, una deviazione dell’asse della terra: rovina tellurica, magnetica e spirituale. Innalzano
per questo moli colossali, «vaste sinfonie di pietra», e, raccogliendo in prodigiosi risulta-
ti le risorse del loro tempo, convogliano tagliano e decorano, in una specie di Creazione
umana, potente e feconda – è Victor Hugo che descrive Nôtre-Dame – «come la Crea-
zione divina, della quale sembra aver tratto i caratteri di varietà ed eternità».
«I grandi edifici, come le grandi montagne, sono opera delle Ere».
Ere significa: i tempi, l’inizio, i Cicli simultanei, o tutto ciò che esiste, o l’insieme della
creazione. Ed il tempo è “immutabile e immacolato”, libero dal degrado, come nei Veda.
Non hanno un autore i monumenti dell’umanità, non permettono individualità, sono,
scrive Hugo, «una epitome, una totalizzazione dell’intelligenza umana. Il tempo è l’ar-
chitetto, una nazione il costruttore».
Da una simile concentrazione deriva la grande idea espressa da Borges nella Breve Sto-
ria dell’Eternità: Creare e conservare si congiungono nel costruire. «I teologi affermano
che la conservazione di questo mondo è una perpetua creazione e che i verbi conservare
e creare, così nemici qui, sono sinonimi nel Cielo». Ogni costruzione concorre alla re-in-
stauratio dell’universo.

È spiegato in un testo meraviglioso di Blanqui, L’eternitè par les astres: «L’universo è nel-
lo stesso tempo la vita e la morte, la distruzione e la creazione, il cambiamento e la stabi-
lità, il tumulto e il riposo. Esso si snoda e si riannoda senza fine, sempre lo stesso, con
esseri sempre rinnovati. Malgrado il suo perpetuo divenire, ha un impianto di bronzo e
stampa incessantemente la stessa pagina. Nell’insieme e nei dettagli, l’universo è eterna-
mente trasformazione e immanenza. [...] L’uomo è, come l’universo, l’enigma dell’infini-
to e dell’eternità, ed il granello di sabbia è uguale all’uomo».
Roteano concetti simili, in questo libro, ed immense verità: infinita ripetizione, apo-
catastasi stoica ed eterno ritorno, combinazione e tipo, somiglianza e analogia, centro e
orizzonte, armonici sistemi geometrici regolatori e incalcolabili sistemi galattici; devota

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Architettura, Tempo, Eternità

bellezza e Necessità, Ananke l’inevitabile, l’unica divinità cui, in antico, non si edifica-
no templi.
René Guénon ha mostrato, in tutte le sue opere, come una legge di corrispondenza le-
ghi tutte le cose nell’Esistenza universale, i cicli, i simboli e le analogie; «anche se questo
spesso dovrà essere inteso solo simbolicamente, l’essenza stessa di ogni simbolismo fon-
dandosi appunto sulle corrispondenze e sulle analogie che realmente esistono nella na-
tura delle cose. Alludiamo qui soprattutto alla forma cronologica assunta dalla dottrina
dei cicli: poiché il Kalpa rappresenta lo sviluppo totale di un mondo, vale a dire uno sta-
to o grado dell’esistenza universale, è evidente che si potrà parlare letteralmente della
durata di un Kalpa, valutata in base ad una qualsiasi unità di misura del tempo, soltanto
se si tratterà di un Kalpa che si riferisce ad uno stato in cui il tempo è una della condi-
zioni determinanti, quale è propriamente il nostro mondo. In ogni altro caso, tutte le
considerazioni di durata e di successione non potranno avere che un valore meramente
simbolico e dovranno essere trasposte analogicamente, la successione temporale diven-
tando allora solo una immagine della concatenazione, insieme logica e ontologica, di
una serie extra-temporale di cause ed effetti».
Guénon è definitivo: tutti gli stati dell’essere, nel loro principio, sono simultanei nell’e-
terno presente, e sottrarsi alla dimensione temporale è essenza di ogni metafisica. La tra-
scendenza è il primo gesto etico. Si fondono dunque nel trascendere, cercando il punto
dell’origine, tutte le albe e tutti gli orienti del pensiero, fuori dal tempo e mossi dal tem-
po: Anaditva il senza-inizio, la Natura ciclica e quella lineare del tempo; l’eterno ritorno,
il plèroma come totalità degli eoni, lo Zrvan Akarana, il tempo infinito avestico nei Mi-
steri di Mithra, ed il Padre tempo nell’alto dei cieli della tradizione cristiana.
Corbin spiega la metafisica dell’orientamento e la mistica dell’alba eterna: «Nell’ordi-
ne discendente della processione dell’essere, le Intelligenze “si levano” ad Oriente, l’o-
rizzonte della divinità, Luce delle Luci. [...] L’Oriente designa il mondo spirituale ché
l’Oriente maggiore verso il quale sorge il puro sole intellegibile, ed “Orientali” sono co-
loro la cui dimora interiore riceve i fuochi di questa aurora eterna».
Aurore ed epifanie, catarsi e meditazione, risalita verso l’origine e “tenebra della mate-
ria”, declino dell’occidente per mancanza di luce, ed anelito alla perfezione superiore
delle intelligenze, sono le parti spirituali di un mondo visto, e organizzato come visione,
dal tempo-spazio dell’Aiòn.
Aiòn è respiro, soffio, midollo, forza vitale, ciclo, durata, evo, totalità del tempo della
vita, generazione, soffuso fluido procreante con cui veniva identificata Psyche, midollo
spinale serpentiforme, come la Kundalini, che trasporta energia dal basso verso l’alto.
Forza fecondante che regola il cosmo, Signore delle Età, potenza spirituale, Cuore del
Mondo, generatore e distruttore, Aiòn è figura del cosmo vivente.
Enzo Degani ha studiato l’Aiòn: «Il rapporto che intercorre fra aiòn e kronos è dun-
que fra extratemporale e temporale, non certo fra duraturo e caduco. Aiòn è “fisso nella
puntualità aoristica dell’ “è”».
Paradigma e archetipo del tempo, secondo Filone, aiòn si estende in linea retta illimi-

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Prefazione. I cardini celesti dell’architettura sacra

tato nei due sensi. Prima di Platone Aiòn è contenuto in kronos, e genera la vita, come
la vita genera l’eternità.
Verità eterna, esso fa sì che solo passato e futuro sussitano nel tempo.
Simboli di Aiòn erano il sole e la luna. Su una statua di Aiòn era scritto: «Lui che per
la sua natura divina rimane sempre lo stesso nelle stesse cose [...] lui che è, ed era, e sarà,
senza inizio, centro o fine, libero dal cambiamento, artefice universale della eterna divi-
na natura». Per celebrare la sua nascita, un’immagine di Aiòn, segnata con una croce,
veniva portata da un santuario sotterraneo; e questa era una rinascita rituale.
L’Aiòn è l’infinito, il Tempo del puro divenire. In Aiòn l’azione è sempre appena pas-
sata o ancora da compiersi.

Nello “spazio” plastico fra Kronos e Aiòn è possibile l’erigere Architettura; là essa in-
contra il Fondamento; Architettura, salva dagli arbitrî del divenire, è eterno presente –
monumentale simbolo del nunc stans di Boezio, o del merum hodie di Ireneo; dall’“ora e
sempre, nei secoli dei secoli”, emèras kaì nyktòs eis tous aiònon tòn aiònon, emerge, fon-
dato, costrutto e manufatto, il “tempo appropriato” della bellissima “opportunità”, il
kairòs, il frammento favorevole che è segnatura del volere umano costruito, immagine
ridotta, e sacra, della Fondazione del Mondo. La apocalittica katabolè kosmou, il rove-
sciarsi in terra del cielo, ritualmente preparata nella massima perfezione, etelésthe, si tra-
sforma in misura della salvezza ed invaso della Totalità: Progetto, Mystèrion, divino.
In una sacra riduzione il kairòs ha luogo, diviene, prende spazio, si fa spazio come
opera: la concezione del mondo è concezione dello spazio, scrive Florenskij. Ogni edifi-
cio di culto è un nuovo inizio, rito di fondazione di una coscienza ciclica fondata su teo-
remi astrali, ed è artificiale e simbolica riunificazione di tempo e spazio, poiché, nell’età
dell’oro, tempo e spazio coincidevano.
Zas, che è Zeus, era, per gli Orfici e i Pitagorici, unico dio di Tempo e Spazio.
La figura architettonica è il primo emblema sensibile di quel che Corbin ha definito
“mondo immaginale”. Nella sintesi di Sergio Quinzio, «tra il mondo della percezione
sensibile e il mondo astratto dell’intelletto c’è l’intermondo dell’immagine, luogo dove i
corpi si spiritualizzano e gli spiriti prendono corpo, luogo del realismo visionario della
manifestazione teofanica».
In questo “intermondo” giace l’origine rituale della geometria: sigillo di linea e circolo
nella potente intenzionalità della dimensione, dal centro di vorticanti zodiaci, essa è ar-
tefice universale di quel che rende visibile l’eterna natura divina, come è generatrice del
simbolo, l’ordinatore che permette il continuo scambio immaginale fra Macrocosmo e
Microcosmo.
La forma è espressione simbolica dell’ordine del mondo; la grande arte è mimesi del
Principio, oltre che immagine della natura, e in essa, che è arte e tecnica insieme, il gran-
de e il piccolo, il permanente e il transitorio confluiscono.
Un tempo immisurabile e un tempo diveniente e misurabile si fondono nell’edificio
sacro, la cui stazione cosmica è impressa in una stellare simbolica. Gli Elementi che lo

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Architettura, Tempo, Eternità

costituiscono sono come gli elementi di Empedocle, i quali «da un lato divengono, e per
essi non c’è stabile aiòn, e da un altro non cessano di tramutarsi continuamente, e per
questo sono sempre immobili nel cielo».
È proprio il continuo divenire che permette equilibrio fra l’era e il sarà, che non ha es-
senza eterna perché non è ancora: sempre fra iam e nondum, la Tradizione è per sua na-
tura tradizione del futuro.
In ogni sua opera manifesta, l’architettura tradizionale si situa fra innovazione e arcai-
co; essa è la forma data, e certa, di questa tradizione del futuro.
William Richard Lethaby, in Architettura, Misticismo e Mito, insegna che, sempre, il
mistero è una legge necessaria dell’universo, comprendendo il più grande di essi, il mi-
stero del divenire: «Civiltà è sviluppo e distruzione di una serie di Babilonie». E «la Sto-
ria è una successione di tramonti».
La distruzione, ciclica, delle molte Babilonie simboleggia il riassorbimento della giusta
architettura, custode di equilibrio, nell’eternità da cui è scaturita; benché in rovina o in
polvere, l’architettura custodisce l’archetipo, centrale nello spazio e immutabile nel tem-
po, in tutto quanto è perfetto e compiuto. Fra ecpirosi e palingenesi, che si susseguono in
cicli continui, l’architettura diviene la visione e il sigillo simbolico dell’essere-sempre,
come un punto indiviso, capace di imprimere al divenire il carattere dell’essere, rendendo
così – chiasmo supremo – all’essere la potenza, il possibile, di ogni divenire. Il tempo ap-
partiene al divenire, l’eternità all’essere: Architettura – e in questo è sempre sacra – è la
forma di ciò che è sempre, se intesa nel senso di ciò che è veramente. In essa Urzeit, il
passato mitico, il tempo dell’origine, diventa così Endzeit, tempo della definizione, tempo
definito e definitivo. Carica di storicità e rivolta, come struttura, all’eterno, l’opera archi-
tettonica reca in sé Unità e indivisibilità, una “quiete intellegibile”, che rende ritmico il
tempo del mondo nel suo movimento in esso, e rende visibili, archetipo in stato di quiete,
i prodigi del non-essere e i limiti dell’essere, in una mai attuata eternità del divenire. Carl
Gustav Jung scrive su L’Archetipo con riguardo al concetto di anima, e afferma: «Sembra
verosimile che l’archetipo in stato di quiete, di non proiezione, non abbia alcuna forma
esattamente determinabile, e sia bensì una struttura formalmente indefinibile, capace tut-
tavia di assumere, in virtù della proiezione, forme determinate».
Questo libro di Snodgrass, dunque, studia forme determinate nel vortice roteante di
differenti miti cosmogonici, proiezioni e irraggiamenti, orientamenti verso gli dèi, teore-
mi astrali e rituali ciclici di fondazione. Esso è, in senso proprio, una storia dell’archeti-
po, dei suoi molti nomi e della sua unica Forma. Una forma che è proiettata come sim-
bolo di luce, irradiante, come moto perpetuo, dall’iperuranio al mondo sublunare:
Dhruva, nel mito vedico, è il principe-pilastro; il termine ha la stessa radice di Dharma,
che è Legge, Dottrina e Verità.
È propriamente un simbolo architettonico, fra attrazione ed eccentricità, numeri, ellis-
si e oscillazioni, la consistenza di Skambha, il Pilastro cosmico, armatura dell’Universo.
Questa è l’antichità che incute timore, che si forma in una scienza astronomica ed in una
matematica arcaiche ma di perfetta finezza e immensa precisione; un’antichità che ha

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Prefazione. I cardini celesti dell’architettura sacra

potuto disporre, nel rito e nel culto, in continue ierogamie, il polimorfismo degli ele-
menti psichici in un pattern pre-formato, già-da-sempre-dato.
Come l’Eterno Presente è «casa e principio di ogni vita e di ogni divenire», secondo il
mistico Ruysbroeck, così nella tradizione di questa eternità si trasforma il tratto naturale
dell’ego, che è animale e vegetale, in divino Sé, che è “personalità sovraordinata” nel su-
periore sconosciuto.
La Tradizione è la permanenza stabile, la dimora costante dello Spirito e non solo un
perduto ricordo di antiche parole. La Tradizione non è un principio storico ma carisma-
tico; essa è autorità e autenticità nell’insegnamento, potestas magisterii, e testimonianza
della verità.
Tradizione è Rivelazione: traditio veritatis, la tradizione assicura l’eternità; essa è, se-
condo Ireneo, sicuro chàrisma veritatis.
Uno studio, come questo di Snodgrass, sull’architettura della Tradizione non può che
mirare all’assoluto, alla Verità della verità; la trattazione avanza su certissime asserzioni,
le cui finalità si rinvengono, come nel pensiero dei Veda, là ove l’Uno è al di sopra del-
l’Essere e del Pensiero.
Il piano mentale di questo libro è, quindi, l’Unità perfetta infinita e immutabile, che
vede l’intero nella pluralità e la pluralità nell’intero, il tutto come co-produzione condi-
zionata dall’Uno, e la molteplicità come illusione; a questa unità mirano, quando anela-
no al cielo, prima di porre in ordine delle pietre su terra per costruire, tutti gli umani,
bardi celtici, sciamani siberiani, santi buddhisti e costruttori di cattedrali: all’Intero, inte-
gro e tutto interno a sé, che include in sé tutte le possibilità, perfetto come un Paradiso.
E «la mente è sollevata da uno spirito di eternità a contemplare i divini misteri come at-
traverso delle fessure», come scrisse un vescovo del Medioevo. Un altro uomo di chiesa
disse che l’intelligenza della Scrittura è già quaggiù un “bacio di eternità”.
Nella pianta centrale di un battistero o in una cupola che riproduce la volta del cielo,
in un tabernacolo o in un mihrab, in un’icona e in un mandala, vive, ed è resa visibile, la
gloriosa luminosa eternità, nella quale si confonde – Snodgrass impiega spesso il verbo
to merge – l’anima antica dell’uomo, in cammino verso la luce.
Nel Vāstupurus.aman.d.ala della tradizione hindu – vero homo ad quadratum fisso in
diagonale nella postura dello yoga – sta il piano del tempio fondato sull’uomo cosmico,
che fa quadrato di ritmo e forma e di forma e tempo. Gli edifici sacri che dal mandala
derivano sono emblemi della fissità e della contemplazione, vera meditazione coralmen-
te compiuta da genti che sanno che con il mondo fu creato il tempo.
Le relazioni fra tempo e creazione sono osservate da Agostino che nelle Confessioni
diceva, socratico, di non sapere cosa fosse il tempo quando qualcuno glielo avesse chie-
sto: «Quid ergo est tempus? Si nemo ex me quaerit, scio: si quaerenti explicare velim,
nescio». Agostino, nel suo non-saper-sapendo, spiega nondimeno, una volta per tutte, il
significato di eterno presente: il passato esiste nel presente attraverso la memoria, il futu-
ro esiste nel presente attraverso la profezia; il presente esiste, passato e futuro sono
proiezioni. Le tre dimensioni temporali dell’uomo sono il presente del passato, la me-

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Architettura, Tempo, Eternità

moria, il presente del presente, l’intuizione, e il presente del futuro, l’anticipazione pro-
fetica. Non reversibile e non ripetibile, il tempo scorre lineare, secondo Agostino, dall’i-
nizio, fino alla sua lontanissima fine, il Giudizio Universale, il Tempo supremo.
Cielo e Terra, i divini e i mortali si uniscono e danzano insieme, riconoscendosi, nel sa-
cro tempio. La loro radice è nascosta nell’eterno e il loro esito sensibile sarà nell’operare
definito, benché mutevole, e non durevole, in ogni sua parte.
Di «atto della fecondazione latente nell’eternità» scrive Ananda Kentish Coomara-
swamy, il quale, studiando tempo ed eternità, trascende l’inarrestabile continuum del
panta rei, e perviene en arché, che è origine nel principio primo – libero in assoluto e
fondamento della libertà degli umani – e non nel tempo: «il tempo è la causa delle cose
temporali ma è assente dalle cose eterne».
Per questo «tutti i tempi sono presenti allo sguardo istantaneo di un Buddha, che di-
scerne gli eoni».
È scritto nel Grande Sutra del Nirvana: «Di tutto ciò che è permanente lo spazio vuo-
to è la cosa ultima. Di tutto ciò che vive, Colui che è venuto, il Tathagata, è il fondamen-
to». La vita del corpo spirituale non ha inizio né fine.
Fondamentale, nel buddhismo, è la figura della bolla d’aria sull’acqua, simbolo della
Impermanenza che non nega gli esseri ma la loro durata. Questo bellissimo simbolo ha
dato origine alla forma dello stupa; dato che, è scritto, Dharma è nel mondo ma non del
mondo. Forma anteriore del tempo-fonte, produttore di eventi, è il pensiero-istante del-
l’Illuminazione, che unisce processione recessione e stasi, nella simultaneità conosciuta
di causa ed effetto; il tutto compreso in un punto geometrico, bindu, e in un istante. Poi-
ché le cose, se accadono, accadono nel tempo e nello spazio.
Risveglio, o Illuminazione, Bodhi, dice Coomaraswamy, è «percezione consapevole
della rete di contingenza, Mayajala, nel corpo misurato, Nirmana». Il Kālacakra, la Ruo-
ta del Tempo che significa il Ciclo temporale, trascende «il mondo dell’ignoranza, cioè
dell’opinione». Viśvamata è il Signore del tempo nel Kālacakra.
All’eternità che il buddhismo attribuisce alla realtà empirica corrisponde l’infinità del-
lo spazio.
Maya, la magia misuratrice, incontra, nel tempo-spazio, R.ta, l’ordine differenziante.
Nella Chān.d.ogya Upanis.ad, viene riformulata l’antica dottrina espressa nel R.g Veda se-
condo la quale il non-essere avrebbe preceduto l’essere: «Brahman.aspati soffiò [saldò]
insieme, come un fabbro, questi [esseri]. Nella prima età degli dèi dal Non-essere
[Asat] nacque l’Essere [Sat]. Dopo di esso nacquero gli spazi. Esso [l’Essere] [nacque]
da quello [il Non-essere] che teneva i piedi voltati in su».
La Śvet.āsvatara Upanis.ad contiene l’immagine, topologica al massimo grado, dell’ar-
rotolare lo spazio; un altro simbolismo architettonico, che vede lo spazio come un vuoto
fluido e plasmabile, e che potrà essere persino misurato, ove si comprimano passato e
presente, ed il grande Ora, l’immenso nunc dell’intenzione creatrice, nella dimensione
dell’anima, quanto di più piccolo immaginabile, ottenuta dalla suddivisione in cento

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Prefazione. I cardini celesti dell’architettura sacra

della punta di un capello, e dall’ulteriore suddivisione in cento di ognuno di quei punti.


Piccolissimo e grandissimo, nella natura e nello spirito, hanno la medesima forma.
«Il Tempo si misura con il movimento. In ogni istante il tempo non può essere che
terminato, o da venire. Non può essere altro, non potendo essere passato e avvenire
“nello stesso tempo”. Il momento presente, è, per questo stesso fatto, non situabile: è
fuori dal tempo, perché fuori dal movimento misurabile. Ha le caratteristiche di un As-
soluto. Da questo assoluto attingiamo continuamente le nostre forze». Così ha deciso
René Adolphe Schwaller de Lubicz, nel suo grande studio su Il Tempio dell’Uomo.
L’edificio sacro è la figura eccellente di questo eterno momento presente, la cui sostan-
za è l’assoluto; infatti: «La Luce del Mondo, per diventare visibile, ha bisogno di una so-
stanza che la porti; perciò il Simbolo porta l’invisibile che evoca e che gli dà vita». Nel
«carattere sintetico» del simbolo vive la «volontà assoluta dell’Origine». Così nel «pic-
colo cosmo del Tempio» vibra ferma la «visione suscitata del Grande Cosmo», la «bel-
lezza incarnata dello Spirito».
Se il cosmo è tempio dei templi, l’eventuale comprensione del fenomeno cosmico,
spaziale per sua natura, ha luogo nel tempo, nella Simultaneità di piano e volume, dato
che non vi è altro spazio che il volume: architettura sacra è il Tempio nel tempo. E il
Tempo è orientamento: in architettura la quarta dimensione, quella invisibile e siderale,
è data dall’orientamento.
Nell’edificio orientato possiamo presentire, anche se non perfettamente consapevoli,
l’origine eterna, l’attimo immenso dell’esperienza mistica: in esso riconosciamo imme-
diatamente la bellezza dell’assoluto, la estatica Luce delle Luci.
L’attimo eterno dell’illuminazione ha un luogo qui, hic stans, è istantaneo. Se eternità
è un anello di luce pura e infinita, per chi lavora instancabile all’immagine di questa
eternità occorre mettere in sintonia, e far vibrare insieme, ciò che è rivelato – ciò che,
detto nei testi, fu udito, sruti – con le leggi della natura, natura naturans, quali la gravità
o la durezza della pietra.
Secondo i Śilpaśāstra indiani, lo śilpin, il devoto artigiano, doveva imitare ciò che in
origine fu fatto dagli dèi. Ed anche allora, “c’era una volta” significava: una volta per
tutte, tanto tempo fa. Nella loro opera compiuta, che infatti era bellissima, ed era dive-
nuta archetipo, indifferente all’errore della storia o alla sua verità, il tempo storico veni-
va riassorbito nell’eternità.
Il Cakravartin, colui che fa girare la Ruota, re e reggente spirituale, è il possente sim-
bolo terrestre dell’ineffabile e incomprensibile divinità, che è inizio e fine, che era, è, e
sempre sarà, o, come disse Parmenide, «non era, né sarà, poiché è ora».
Lo stesso Vis.n.u dice: «Sappiate che Io sono il Tempo».
La Sapienza divina, sapienza del tempo dell’essere, agisce come mozione originaria
delle opere umane. Per mezzo della sapienza, compasso aperto sulla profondità degli
abissi, Dio conferisce fondamento alla terra: è nei Proverbi (8, 23-31) della Bibbia, ove
la sapienza parla in prima persona:

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Architettura, Tempo, Eternità

dall’eternità sono stata costruita, fin dal principio, prima che la terra fosse. Fui prodotta quan-
do non c’erano ancora gli abissi, quando non c’erano sorgenti rigurgitanti d’acqua. Fui prodot-
ta prima che le fondamenta dei monti fossero consolidate prima delle colline, quando non ave-
va ancora fatto né la terra né i campi né le prime zolle della terra. Quando egli fissava i cieli, io
ero là; quando tracciava un cerchio sulla superficie dell’abisso, quando rendeva stabili i cieli di
sopra, quando rafforzava le fonti dell’abisso, quando assegnava al mare il suo limite perché le
acque non oltrepassassero il suo comando, quando stabiliva le fondamenta della terra, io ero
presso di lui come un architetto, ero ogni giorno la sua delizia, rallegrandomi ogni momento
davanti a lui mi rallegravo nella parte abitabile del mondo e trovavo il mio diletto con i figli de-
gli uomini.

La sapienza agisce nei cicli cosmici, in milioni e milioni di anni. Nella cosmologia hin-
du, la durata della vita di Brahmā è di 311 040 000 000 000 di anni, e l’intera sua vita,
incalcolabile ciclo, ha il nome di Mahā-Kalpa. Con i Grandi Kalpa gli dèi computano,
scrisse Sir Edwin Arnold, il loro passato e il loro futuro, traguardando le ruote e gli ar-
gani dei destini dell’umanità: tempo dopo tempo, nel rombo di rocce che cozzino l’una
contro l’altra. Ogni Kalpa viene diviso in 14 parti, chiamate Manvantara. E ciascun
Manvantara dura 308 448 000 anni. Al termine di ogni Manvantara, l’universo sarà di
nuovo parzialmente distrutto da un diluvio. Ogni Manvantara viene a sua volta suddi-
viso in 71 parti chiamate Mahā-Yuga. E ogni Mahā-Yuga dura 4 320 000 anni. Nell’e-
spressione “nayuta di kalpa”, frequente nella cosmologia buddhista, sta l’idea della im-
pensabile moltiplicazione – eoni di eoni, e tutte le terre dei 3000 chiliocosmi, un miliar-
do di mondi – dei cicli dei tempi, l’uno dentro l’altro, per sempre: il ciclo hindu degli
yuga, come i sistemi numerici ed astrologici dei Caldei, gemmano dal ciclo solare oc-
culto chiamato il Grande Anno Platonico.
Spazio tempo e numero sono stati il Problema dei pitagorici: tutte le cose che vengo-
no conosciute hanno numero, arithmón échonti: infatti non è possibile che, in assenza di
esso, qualcosa esista, sia pensato o conosciuto.
Infinito ed eternità divengono Uno, in tutto il mondo antico, nelle coincidenze della di-
vina tetraktys 4-3-2-(1), la operante decade che unisce aritmetica e geometria, tempo per-
sonificato e primo principio, e nella figura dell’uroboro, che si divora da solo. Kalamaka-
ra, l’ibrido mostro del tempo, o Kirtimukha, faccia di Gloria, ne sono l’aspetto orientale.
Vi è un nesso stretto fra cicli cosmici e impianti liturgici ove celebrare i riti: preghiera,
prostrazione, circumambulazione, sacrificio. Espressione dell’ineffabile e contatto, an-
che fisico, con la divinità, questi gesti hanno luogo nella assoluta precisione, nell’intento
di sottrarre la vita umana dal caso, immane, e dal caos di quanto resiste nell’inespresso.
Nel rito, e nella struttura ad esso adatta, vive, per trascendere il tempo, una costante ri-
cerca di pace e di ordine interiore. Gli atti compiuti in circolo, nei pressi di una struttura
sacra, sono speciali, sovra-umani.
Rosenzweig lo spiega nella Stella della Redenzione: «Nella ripetizione quotidiana, setti-
manale e annuale dei cicli di preghiera cultuale, la fede rende “ora” l’istante, rende il

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Prefazione. I cardini celesti dell’architettura sacra

tempo pronto ad accogliere l’eternità; e, quest’ultima, da che trova accoglienza nel tem-
po, diviene a sua volta come il tempo».
Il nesso fra eternità e storia, due realtà opposte nel tempo e nella ontologia, conferisce
al tempo una destinazione teologica: tempo compiuto, o fine del tempo. Si dà, allora,
una storia eterna, assoluta, fatta di essenza e di simboli.

Si comprende allora, dopo Snodgrass, che Architettura è immagine agente della storia,
evento materiato che esige, con ybris, a volte, e volontà di potenza su ciò che sarà, di dar
forma all’eterno.
Una aspirazione tecnica all’indistruttibile, un abitare la propria finitezza nell’eterna so-
stanza dell’Indistruttibile, sapendo che Ciò che è all’inizio del costruire trascende la sto-
ria e si colloca già alla fine, oltre la storia e già nell’eternità, nell’eschaton.
Fra Ontologia e Teologia, storia e teodicea, nell’architettura sacra viene messo a dimo-
ra il buon ordine del simbolo: il suo ambito è il “così”, e il suo fine risiede nel fissare
quel che è radiante nella verità della parola divina.
Individuare la natura del mondo e la nostra posizione in esso: questo è lo speculare
sull’eternità.
L’edificio sacro è l’idolo stazionario, portento e ostensione, che simboleggia, stabile, il
nostro abitare la terra. E nel simbolo forma e contenuto sono una cosa sola.
Lo spiega bene Fabrizio Desideri: «L’eidolon è apparenza che coincide assolutamente
con sé: immagine che viene creduta come la cosa stessa e, dunque, come la propria verità».
Questo misterioso apparire permette di comprendere l’origine come intermittenza:
«È un mondo di rigorosa discontinuità, ciò che è sempre nuovo non è il vecchio che
permane, né il già stato che ritorna, ma l’uno e identico, attraversato da innumerevoli in-
termittenze». È Walter Benjamin, per il quale «le idee sono le stelle, in contrasto con il
sole della rivelazione»: eliotropismo spirituale.
L’architettura, come contrazione dell’Uno, è figura agente della Jetz-zeit, il tempo-ora,
l’attimo in cui «il passato carico di futuro transita attraverso il presente cronologico»;
quindi essa è epocale e relativa, tesa, come plenitudine di volumi, dal soffio del tempo,
ma stabile come uno scontro di opposti in stato di quiete.
È ancora Benjamin, nel Trauerspiel: «L’idea è monade – ciò significa in breve: ogni
idea contiene l’immagine del mondo: alla sua rappresentazione è posto il compito, nien-
te di meno, che quello di rappresentare questa immagine del mondo».
Sempre carica di storicità, la monade-tempio transita, compiuta nella luce, come im-
magine della materia dello spirito. Tutti i segreti dei tempi a venire, nella forma di sacri
geroglifici, furono scritti da Mañjusri, il dolcissimo Bodhisattva della sapienza che ha re-
ciso con la spada della Gnosi le corde dell’ignoranza, sulla pancia piatta di una tartaruga
cosmica, il primo tempio celeste è la base stabile, galleggiante sulle acque dell’oceano
primordiale, dell’universo in formazione.
Il memorare che entra nell’inizio e l’interiorità del Sanctum, tutto il pensiero mitico e
la quantificazione ontologica dello spessore, divengono il “Numero Peso e Misura” del

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Architettura, Tempo, Eternità

libro del Genesi, personificazione della divinità, figura visibile del Manas, della Mente
umana, e di un tempo-destino, contrapposto all’umano hic et nunc.
Un tempio è il veicolo relativo di una verità rivelata: un Sufi proferisce «ciò che, visto
come relativo, appare come il mondo visto nella sua essenza è la reale Verità». E questo
corrisponde alla sapienza buddhista ultima: il Samsara e il Nirvana sono la stessa cosa.

Con il libro di Snodgrass, un’autentica Etnologia dell’Invisibile, si apprende come il re-


lativo appaia, come tale, solo nell’assoluto, e come l’assoluto necessiti sempre di un rela-
tivo, costruito e manufatto, come veicolo della sua manifestazione. È la teologia mistica,
e non l’estetica, che determina un simile metodo di studio, poiché la scienza dell’archi-
tettura sacra è onto-teologica.
La Qualità del tempo, viene dimostrato qui, è figura dello statuto ontologico dell’ar-
chitettura.
Lo stile di Snodgrass è asseverativo e ripetitivo, un vero pensiero-mantra, che nella rei-
terazione di asserzioni assolute, a cerchi concentrici, guida nelle profondità dell’inespri-
mibile, e nell’inter-essere della Simultaneità, la quale, come sa Dante nel Paradiso, è «il
punto a cui tutti li tempi son presenti».
Snodgrass guida verso la contemplazione della concentricità, una grande visione che è
soprattutto osservazione: «Observe how system into system runs», geometrizzò, sinteti-
co, Alexander Pope.
Dalla linea, ieratica, del disegno, e dagli oscuri recessi di un tempo immemoriale si sta-
glia, come immagine agente, l’opera sacra, tempo tradotto in pietra, prodotto fermo del-
la perenne attività umana, che fa brillare nell’uragano della storia il baluginio delle sue
realizzazioni.
La storia ha un ritmo intermittente e variabile, la Tradizione esprime l’unico invariabi-
le. E in architettura storia e Tradizione stanno in equilibrio, facendo triangolo con la tec-
nica, che sonda sempre il proprio limite.
Mede celesti, macchine di memoria, custodi della parola parlata e di quella scritta,
porzioni di cielo, gemme dormienti nel tempo, simili tra loro, tratte da innumeri costel-
lazioni, le imprese monumentali dell’umanità sono punti cospicui di un Piano che
mima, sul livello della terra, una configurazione cosmica: sono stelle.
Mito e Visione cosmica, e poesia, sono per questo primo fondamento di ogni tecnica
costruttiva.
Il tempo definisce l’umanità, l’architettura sacra definisce il tempo dell’antico e dà so-
stanza, rendendola possibile, alla storia, nel passaggio dal mito, da sempre sostanza del-
l’architettura, all’antico, ciò che è pensabile, o oggetto di congettura, nel tempo storico.
Per questo gli eventi mitici sono eterni: un mito è vero ora, o non lo è mai stato. L’og-
getto sacro è, dice Snodgrass, “cosmicizzato” dai gesti che lo compongono, e vibra, fer-
mo e sedato, dell’arché di cui è fatto; la statica, quindi, è essa stessa il simbolo di ogni
coincidentia oppositorum.
Il grande circuito celeste incontra nelle linee tracciate sulla terra dagli uomini, e nei vo-

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Prefazione. I cardini celesti dell’architettura sacra

lumi giganteschi che scaturiscono da esse, una figura intellegibile, proprio laddove spazio
e psiche si allacciano nel rito. Nell’intenzione del rito, una ruota di pietra coperta di cene-
re, un bucranio inghirlandato, un solco diritto o un corso di mattoni posato recitando, vi-
brano il volgersi-verso e il volgersi-su, lo slancio del pro-getto, il determinismo del sacrifi-
cio e la mistica trascendente di chi, sublimando, al sacrificio ha saputo rinunciare.
L’architettura, la cui vera sostanza è immateriale, è invaso mitico del rito, che si com-
pie in un luogo appropriato, al centro del triangolo mnestico mito-rito-sito.
Studiare il “cunicolo preciso del rito” significa percorrere, diretti verso la sapienza, la
geografia dell’interiorità, e comprendere che “tutto ciò che esiste è situato”, il tutto e le
sue parti, essenze, sostanze e contingenze, nella lenta danza silenziosa dei prodotti di un
gesto che sappia calcolare e dare forma. Significa anche spiegare che il mondo dell’im-
maginazione è il mondo dell’eternità, e come Architettura sia grandezza, anche se, come
ammonisce Plotino, «la materia non è grandezza».
Questo di Snodgrass è dunque un trattato sulle qualità mitiche dell’architettura, che
giunge a dimostrare come essa non sia soltanto un veicolo narrativo che incapsuli i miti,
ma rechi in sé rituali esoterici, elementi simbolici, e la stessa natura, ed abbia quindi pro-
prietà mitologiche in se stessa. Ciò che può far quadrato del triangolo mistico di tempo-
spazio, eternità e architettura è il Mito, «cose che mai furono e sempre sono».
Ernst Cassirer, nella Filosofia delle Forme Simboliche, spiega come la prima struttura
del mito sia nello spazio, nel tempo e nel numero visti, in senso proprio, come mito. Nel
mito, il modo originario della comprensione del mondo, l’uomo antico poté compren-
dere il senso oscuro ed elevato del suo esistere nel mondo e delle sue relazioni con l’Al-
tro. È con il mito che si assiste ad un tempo reso spazio e immerso, in ontologica irrever-
sibilità, nella filosofia della natura, che è in sé antropomorfica e deve far quadrato attor-
no alla solida consistenza di oggetti e registri riconoscibili.
La Mitologia dell’architettura dispiegata da Snodgrass permette di rinvenire la traccia,
solidamente incorporata nella pietra, di tutte le linee misteriose del sapere umano, por-
tando chi la studi nel luogo immenso ove essere e divenire si confondono in Uno. Essa
custodisce ciò che permane e disvela i modi di ciò che si trasforma, in gioielli geometrici,
che salvano, nella potente e perfetta bellezza di inesprimibili geometrie, dalla colpa ori-
ginaria, dal tormento del caos, e dalla vergogna e dalla menzogna.
La vita delle forme, vita delle forme simboliche, è la vita spirituale dell’umanità.
È inciso sulla Tabula Smaragdina: «Conosco il grande segreto dell’universo / così sot-
to così sopra / Quello che è sotto riflette quello che è sopra».
Questo è il segreto della forma, della vita delle forme e della forma del tempo.
«La forma non è che una veduta dello spirito», scrive Focillon, «una speculazione sul-
l’estensione ridotta dell’intelligibilità geometrica, fino a che non vive nella materia».
Architettura è questa vita della forma nella materia, e il tempo, ove appaiono le costel-
lazioni alla loro alba, ne è fondante parte costitutiva.
Coscienza intuitiva dell’insostanzialità, dell’impermanenza, e dell’assoluto-relativo del
costruire, miraggio, e riflesso del modello ideale, il Tempio-montagna, in forma di man-

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Architettura, Tempo, Eternità

dala, la piramide, la chiesa ipogea, e l’altare del sacrificio, ed ogni opera edificata ovun-
que si agisca in modo rituale, sono gli elementi fondamentali della scienza sacra, con-
densatori e trasmettitori di essa, carichi dell’energia dell’intenzione e capaci di emettere
la geometria della perfezione. Simulacro e cronografo, sfera armillare o cubo mistico, là,
nell’opera, all’incrocio fra sentimento religioso e causa materiale, si manifestano un’epi-
fania della tecnica, che è magia, l’anelato superamento dell’angoscia litica e una consa-
pevole rappresentazione del dramma cosmico.
Mura ciclopiche, divine piramidi, pagode d’oro, thòloi ipogee, frammenti di città inac-
cessibili, recinti di dolmen, immense cupole: tutto ciò che è astronomicamente e simbo-
licamente configurato, tutto quel che ha un centro e dal centro irradia la sua potenza,
reca in sé il mistero dell’Uno, un carattere cosmo-genetico e una traccia mitopoietica,
con una pianta disegnata Altrove e un effetto non resistibile sugli umani.
Meraviglie del mondo e macchine per la manutenzione della memoria, portatori di to-
talità e di infinità, gli edifici studiati da Snodgrass sono Edifici che chiamano la terra a
testimone, viventi mediazioni fra uomo e cosmo, cielo in terra, fuoriusciti, come sondag-
gio del limite umano, dal non-essere-ancora della infinita probabilità. In essi la ridda dei
compossibili giace, ferma e compressa, confitta come arché nella isodomìa del nondum.
Fato e Tèlos, simbolo dell’attività della porzione, ove, come nel sacrificio, la parte vale il
Tutto, danno forma all’Opera costruita, filiazione della magia simpatetica del cerchio e
del quadrato, i quali recano in sé la infinità del finito.
«L’infinito è totalità dei possibili e degli impossibili», scrive Massimo Cacciari, nel suo
trattato sulla Cosa Ultima. Dai compossibili, che consistono come potenze, verrà tratta
fuori la decisa figura del templum. Poiché tutto quanto è misurato trae la sua origine
dall’infinità. «Apeiron è arché di ogni metron».
Arché è “comando”, che guida, ordina, e situa nella sua origine propria la percezione
spaziale e temporale dei prodigiosi fenomeni costruiti.
Volgendosi all’origine, lo spazio è una forma del tempo; così come il tempo è una for-
ma dello spazio: situato sempre all’incrocio di questo chiasmo vorticoso, il manufatto
cerimoniale che transita nel tempo e nello spazio, carico di significato simbolico, sarà
sempre, espressione ricorrente in questo libro, imago mundi.
In uno stupa o in una mastaba, in un palazzo splendido di gioielli e di luce, ove il sim-
bolo ornamentale è codice della concettualizzazione e base ritmica di sviluppo, vivono
la arcaica magia del focolare, il mistero della pianta centrale e il perfetto tracciato del
mandala, il sacro recinto e il percorso iniziatico, il gesto – propriamente astro-mitico –
dell’orientarsi e dell’orientare, ed il Ritmo che, scrisse Archiloco in un frammento, «tie-
ne gli uomini». Nell’architettura monumentale potenza e atto sono Uno.
In questo procedimento di unità, il fondo stabile di quanto è costruito, figura dei cardi-
ni del cielo, è il simbolo proprio dell’azione del tempo, intermedia fra la volontà astratta
dell’intenzione, che può esser detta progetto, e l’atto effettivo che ad essa darà forma.
L’arcano reiterarsi del mistero geometrico, fine e strumento del costruire, fa intuire il
ciclo “spaziale” del tempo e il ritmo di uno spazio in espansione: l’architettura sacra, ge-

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Prefazione. I cardini celesti dell’architettura sacra

nerata dallo spazio e dal tempo, è visibile figura dei primordi, Cura, prodigiosa stazione
del colossale, finitezza dell’infinito ed essere impresso sul divenire; in essa vive l’equidi-
stanza dal centro di tutte le sfere, la distante durata della luna e la caduca brevità della
bolla di sapone. Poiché, nel punto più alto del cielo, come negli ipogei più reconditi, “la
forma è vuoto, il vuoto è forma”.
Dopo aver studiato questo libro, che è contemplativo più che speculativo, si perviene,
come nel Tao, a una semplice verità: eternità e impermanenza sono una cosa sola. «Via e
Virtù producono ma non si appropriano; agiscono, ma non ne traggono alcuna sicurez-
za; fanno crescere, ma non dirigono. Quando un’opera è compiuta, Via e Virtù non si
soffermano su di essa. Poiché non si soffermano su di essa, non scompaiono. Questa è la
Virtù segreta».

Attorno alla pianura della Verità, triangolare, dice Plutarco nel De defectu oraculorum,
dove si trovano i disegni, gli “stampi”, le idee e gli esempi invariabili di tutte le cose che
furono o mai saranno, c’è l’eternità, donde il Tempo, come un fiume, fluì nei mondi.
Rovesciò, il tempo nello spazio, un Oceano rifluente su se stesso, che mescola il perenne
e il caduco, seleziona, trascina, riduce le pietre in polvere e i templi in rovine, ricostruisce
sotto altra forma, mette alla prova, fa emergere a tratti la vanità e la serietà del tutto, e la
capacità e la brevità della creatura umana, che dimora nel Fato e ha bisogno del Mito.
Lo scrive Pindaro, nell’ottava Pitica: «Creature di un giorno! Che significa essere
“qualcuno”? essere “nessuno”? Sogno di un’ombra è l’uomo. Ma allorché il bagliore,
ombra di Zeus, sia giunto, fulgida allora una luce sta sugli uomini: e dolce è l’Aiòn».

XXV