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Ci sono generi letterari all’apparenza

freddi che possono risvegliare nel


lettore un piacere del testo assimilabile
a quello di un romanzo, di una
narrazione ricca di personaggi, trame,
aneddoti e divagazioni. Questo è quello
che succede a chi apre la Bibliografia
dei folli di Charles Nodier (1780-1844),
scrittore romantico importante sebbene
non proprio conosciutissimo, che in
questo veloce testo del 1835 passa in
rassegna una lista di scrittori quasi
dimenticati, tra i quali spuntano i più
famosi Francesco Colonna, autore
dell’Hypnerotomachia Poliphili, e
Cyrano de Bergerac. Nodier chiama per
primo questi scrittori «folli letterari»:
sono autori mattoidi che riempiono libri
e libri di almanaccamenti spesso fuori
luogo e deliranti, e che nonostante la
sicurezza della propria genialità
finiscono in fondo ad archivi e
biblioteche eludendo ogni sogno di
gloria. In questa Bibliografia dei folli si
passa in mezzo a idiomi oscuri creati da
semi-analfabeti, processi
dell’Inquisizione, cataloghi di oggetti
(libri, candelabri, abiti in frisetto
nero...), eresie quantomeno divertenti,
tutta un’accozzaglia di dettagli
biografici, particolarità bibliografiche e
frecciate critiche (per esempio a
Voltaire) che fanno di questa
Bibliografia un racconto sulle stranezze
umane. La fortuna di questo testo, finora
inedito in italiano, è stata soprattutto
postuma: qui guardava Raymond
Queneau mentre lavorava a un libro sui
«folli letterari» francesi del XIX secolo,
e qui guardavano quelli che, come lui e
dopo di lui, come ha scritto, sono andati
a caccia di «fantasmi che resuscitano,
larve che reclamano il loro posto nel
Pantheon delle piccole e grandi glorie,
ipersconosciuti che pretendono la
paramisconoscenza, paramisconosciuti
che sfilano a loro volta sulla scena delle
Follie Celebri, bacucchi e dementi che
mendicano la loro riabilitazione, ingenui
e ignoranti che lasciano le loro
candidature postume alle varie
accademie».
Note azzurre
11
Charles Nodier

Bibliografia dei folli


Introduzione, traduzione e note di Jacopo
Narros

Quodlibet
Note azzurre è una collana digitale a
cura di
Giuseppe Dino Baldi, Elena Frontaloni,
Paolo Maccari
www.noteazzurre.it

© 2015 Quodlibet srl


Macerata, via Santa Maria della Porta,
43
www.quodlibet.it

Progetto grafico della copertina: dg


Prima edizione digitale 2015
Ebook ISBN: 978-88-7462-925-1
Scribomanie di Charles Nodier

di Jacopo Narros
Vi è un genere di pazzia (è stato detto
autorevolmente) che consiste non già nella
perdita della ragione, bensì nella perdita di
tutto tranne proprio la ragione.

Augusto Frassineti, Misteri dei Ministeri

1. Charles Nodier (1780-1844),


autore di narrazioni preromanticamente
oniriche e dai toni byroniani, apprezzate
tra gli altri da Mario Praz e da Tommaso
Landolfi, che di Nodier tradusse due
racconti, è uomo erudito e dedito allo
studio bibliografico. Lavora come
bibliotecario dai diciotto anni, e nel
1824 ricopre la stessa carica presso la
Bibliothèque de l’Arsenal; il suo salotto
è frequentato da Hugo, Dumas, Nerval.
La sua è una vita di libri: «la cosa più
deliziosa al mondo dopo le donne, i
fiori, le farfalle e le marionette»[1]. E i
libri, dalle prime edizioni critiche
allestite in giovinezza alla bibliofilia
collezionistica che si spinge fino all’età
matura, saranno per lui una presenza
costante. Nell’introduzione ai Racconti
fantastici, pubblicati dalla casa editrice
Sonzogno nel 1890, l’autore viene
presentato così:
colto e profondo nella sua bellissima lingua;
[...] il suo stile immaginoso e smagliante
abbellì collo studio indefesso e paziente degli
antichi e della lingua viva del sedicesimo
secolo, pur rimanendo originale. Di lui come
filologo abbiamo il Dictionnaire des
onomatopées, opera di polso che gli dette
fama di eminente teorico. Della sua valentia
come romanziere fan fede: I Vampiri,
Giovanni Sbogarro, Teresa Aubert, Trilbiz, La
fata delle briciole, letti ancor oggi e gustati da
chi ha senso squisito del bello[2].

Charles Nodier è un poligrafo. Scrive


anche una serie ingente di pamphlet dai
temi accattivanti: si va dai trattati
sull’uso delle antenne negli insetti a
quelli sui fenomeni del sonno, da quelli
sul falso letterario a quelli di linguistica.
Oltre a quello sui folli letterari.
2. Nel 1835 con la pubblicazione,
prima su «Le temps, journal des
progrès», e poi sul «Bulletin du
bibliophile», in due puntate, di
Bibliographie des fous: de quelques
livres excentriques, si compie un
progetto le cui tracce risalgono almeno
al 1829, quando Nodier annota: «Oso
dire, del resto, che se c’è ancora al
mondo un libro curioso da fare, per quel
che riguarda la bibliografia, è la
Bibliografia dei folli»[3].
Il testo, finora inedito in italiano, è
importante per molteplici ragioni. In
primo luogo è un documento che attesta
l’interesse per il fenomeno della follia e
dell’alienazione mentale associate alla
produzione letteraria. A tal proposito, è
utile fare subito una distinzione: una
cosa è infatti l’interesse per ciò che
viene prodotto all’interno dei manicomi,
e che spesso viene portato alla luce ad
opera di studiosi ed alienisti come Jean-
Étienne Esquirol (1772-1840) in Francia
e Cesare Lombroso (1835-1909) in
Italia; altra cosa è invece studiare gli
scritti di autori che non sono mai stati
internati negli asiles des fous, ma affetti,
prigionieri della propria testa, dalle più
varie forme di «monomania» (una
traccia figurativa delle quali si ha nei
«ritratti di alienati» dipinti dal 1822 al
1823 da Théodore Géricault, passato in
cura presso l’alienista Etienne-Jean
Georget). L’alienista Giuseppe Amadei,
sulla scia di Lombroso, del quale è
allievo, dedica attenzione al lato geniale
degli autori «mattoidi», antecedenti dei
«folli letterari». Li descrive in questo
modo:
I mattoidi sono mistici. Han ricevuto
rivelazione di un grande vero e lo trasmettono
secondo il dover loro all’umanità. [...] Più
disgraziati dei matti completi, dei paranoici, di
cui rappresentano una forma mite, i quali
almeno riposano soddisfatti sugli allori
gloriosi, essi non hanno consolazione nel
compimento del proprio genio, non hanno pace
nella meta raggiunta, tormentati da triste
destino al tormentoso lavoro di Sisifo[4].

Nodier parla di monomania nel 1836


in Piranesi: racconti psicologici sulla
monomania riflessiva:
Io mi azzarderò ad intrattenervi su una specie
di monomania che […] agisce in maniera
particolare, intima, grave e straziante solo sullo
sventurato che ne è affetto; e mi sono preso la
grande libertà di chiamarla monomania
riflessiva, non avendo nessun filosofo, per
quanto ne sappia, pensato a darle un nome[5].

È questa variante «riflessiva» della


monomania, per la quale Piranesi, nelle
incisioni delle sue Carceri d’invenzione
(1745; 1761), si crea «l’incubo della
solitudine e della costrizione, della
prigione e della bara»[6], che viene a
coincidere con lo stato psicologico dei
«mattoidi» lombrosiani, e che fa da
presupposto alla «scribomania» dei folli
letterari.
La galleria dei folli «scribomani»
della Bibliographie des fous di Nodier
comprende autori dell’epoca successiva
all’invenzione della stampa: scrittori
marginali, illustri sconosciuti che non
hanno formato adepti nel diffondere le
loro teorie, tramandate solo dalle
rarissime, pregiate e costose copie delle
loro opere, stampate a proprie spese:
piccole stelle di una «storia
generalmente occultata della
letteratura»[7]. S’incontrano però, in
queste pagine, anche personaggi famosi
del mondo della cultura, che con
difficoltà riusciremmo a inserire dentro
un quadro clinico di patologia mentale.
I loro nomi sono Francesco Colonna,
Guillaume Postel, Simon Morin, Jean
Demons, Bluet d’Arbères, Antoine
Gaillard; è un ghiotto sottobosco
autoriale: un autore celebre del
Rinascimento letterario non solo
italiano, un sapiente dallo spirito
enciclopedico, uno strambo poeta in
bilico tra misticismo, occultismo e
politica, un eretico bruciato
dall’Inquisizione, un illetterato libertino
e infine un lacchè.
Il piccolo trattato si chiude con la
riabilitazione della figura di Cyrano de
Bergerac: Nodier, in netto anticipo
rispetto all’opera di Edmond Rostand,
leva dai suoi scritti il «marchio
incancellabile di ridicolo e di
disprezzo» impostogli dalle «valutazioni
insolenti» di Voltaire.

3. Dopo Nodier, e dopo i lavori di


Octave Delepierre (1802-1879) e di
Pierre Gustave Brunet (1805-1896),
sarà Raymond Queneau (1903-1976) a
raccogliere l’eredità degli studi sui folli
letterari. Negli anni Trenta, rotti i
rapporti con Breton e uscito dal gruppo
surrealista, Queneau si chiude infatti
nella Bibliothèque Nationale per
scrivere un’opera antologica sugli
«eterocliti» francesi del XIX secolo:
rifiutata da Gallimard e Denoël, entrerà
per vie traverse in frammenti nel
romanzo Figli del limo del 1938, e
finalmente verrà pubblicata postuma
come Aux confins des ténèbres: les fous
littéraires nel 2002, a cura di Madeleine
Velguth.
Nel 1956, su un numero che la rivista
«Bizarre» dedica ai folli letterari,
Queneau scrive:
Ci sono così tanti autori validi da leggere e
così tanti classici da studiare che possiamo
chiederci che bisogno hanno i collaboratori di
questa rivista di consacrare un numero speciale
a individui che potevamo legittimamente
sperare, per l’alleggerimento del peso delle
conoscenze, che fossero definitivamente
dimenticati[8].
Possiamo fare nostro l’interrogativo
di Queneau, pensando anche a quello
che già Nodier scriveva nella sua
Bibliographie:
oggi siamo troppo preoccupati da follie
serie, che sono la vergogna se non il terrore
dell’umanità, per accordare un’attenzione
costante ad aberrazioni senza troppa importanza
e poco pericolose, capaci di suscitare non altro
che riso e pietà.

A cosa servono dunque i libri dei folli


letterari, i «testi al quadrato», come la
Bibliographie des fous, che trattano di
questi libri «senza troppa importanza», e
che sarebbe forse meglio «fossero
definitivamente dimenticati»? Propongo
due risposte complementari.
La prima: questi testi possono servire
a studiare la costruzione e la ricezione
dei canoni nei vari campi del sapere.
Osservare le resistenze che questi
pulviscolari scribomani abitatori di
archivi e biblioteche hanno messo in atto
contro le varie dottrine prevalenti del
loro tempo, consente di mettere in
dubbio la diffusione omogenea delle
idee, e di saggiare la componente
sociale della loro propagazione e
stabilizzazione; i folli letterari hanno
infatti natura culturalmente anarchica.
La seconda risposta che avanzo è
questa: i testi dei folli letterari non
servono a niente, appartengono alla
sfera caratteristicamente letteraria
dell’inutilità. Le parole dei folli
letterari, slegate da ogni autorità e
competenza, sono finalizzate alla pura
presentazione di sé: sono i colori di cui
dispongono per mostrare ai
contemporanei e ai posteri il lusso del
proprio piumaggio, del proprio «vello
di verbi», direbbe Giorgio Manganelli.
Questo lusso verbale (di cui l’abito in
frisetto nero di Bluet d’Arbères è
metafora), perfettamente inutile come la
coda del pavone, emerge con l’oscurarsi
del senso del testo, e acquista terreno
proprio nel campo dell’errare e del
fraintendere: dell’eresia (si legga nel
testo la vicenda di Simon Morin). Una
forma di narcisismo diventa così forza
minoritaria che punzecchia un
paradigma: letterario, religioso,
politico, cosmologico, scientifico.

4. Il contributo di Nodier chiarisce,


soprattutto nella prima parte, la
metodologia di uno spoglio
bibliografico che era ancora da farsi, ma
non presenta se non in nuce una così
ampia apertura prospettica. I folli di
Nodier sono abbastanza lontani da quelli
che saranno poi scovati da Queneau, che
nel già citato Figli del limo (tramite il
protagonista del romanzo Chambernac)
nota che Nodier classifica «tra i pazzi
letterari persone che non hanno nessun
diritto a tale titolo»[9].
I criteri esposti nella Bibliographie
des fous sono comunque un cardine
riconosciuto da tutti gli addetti ai lavori:
precisano l’oggetto di studio dei futuri
ricercatori, tratteggiando l’equilibrio
ossimorico del folle letterario:
quell’autore sconosciuto, e che non ha
allievi, ma che non è fuori dalla società
(l’esclusione totale, successivamente,
sarà rappresentata dall’internamento
manicomiale), in quanto ha pubblicato
le sue opere, sfidando le convenzionali
classificazioni.
Il folle letterario di Nodier dunque
non è il «matto completo», al contrario è
piuttosto il «mattoide» che cavalca,
pagina dopo pagina, il limite tra ragione
e pazzia (questo il suo «tormentoso
lavoro di Sisifo»), tutelato e protetto
dall’«anonima divinità che presiede ai
castelli in aria»[10].

1 C. Nodier, Il bibliomane. L’amante dei libri,


trad. it. P. Di Branco, La Vita Felice, Milano 2013, p.
99.

2 Introduzione a C. Nodier, Racconti fantastici,


Sonzogno, Milano 1890, p. 5.

3 C. Nodier, Des livres qui ont été composés par


des Fous, Mélanges tirés d’une petite bibliothéque,
ou variétés littéraires et philosophiques, Paris,
Crapelet, 1829, pp. 247-248 (traduzione mia). Cfr. T.
Gagné Tremblay, Littérature à lier. La “folie
littéraire” aux XIXe et XXe siècles: histoire d’un
paradigme, Université McGill, Montréal 2012, in
particolare p. 47.

4 G. Amadei, Una scoperta mattoide. La


metallizzazione dei corpi organici di Angelo Motta,
Tipografia Ronzi e Signori, Cremona 1889, p. 22 e pp.
25-26.

5 C. Nodier, Piranesi. Racconti psicologici sulla


monomania riflessiva, trad. it. L. Quatrocchi, Pagine
d’Arte, Milano 2001, p. 47.

6 Ivi, p. 67.

7 Cfr. T. Gagné Tremblay, Littérature à lier…, cit.,


p. 6 (traduzione mia).

8 R. Queneau, Présentation di «Bizarre» (numéro


spécial), IV, aprile 1956, p. 2 (traduzione mia).

9 R. Queneau, Figli del limo, trad. it. B. Pedretti,


Einaudi, Torino 20032, p. 51.
10 C. Nodier, Piranesi…, cit., p. 49.
Nota bibliografica

Su Nodier e la sua fortuna in Italia

Una bibliografia delle opere di


Charles Nodier tradotte in italiano, che
copre gli anni 1827-2010, viene data in
calce al libro Charles Nodier, Crimini
letterari, trad. it. A.L. Carbone,
:duepunti edizioni, Palermo 2010.
Tra i testi più recenti, significativi e
di veloce reperibilità si segnala la
nuova edizione (2002) di I demoni della
notte (tr. it. T. Cavalca, Garzanti,
Milano 2002. La prima ed. della
traduzione è uscita per Sugar, Milano
1968). Questa edizione raccoglie parte
della produzione narrativa dell’autore,
tra cui i racconti Smarra, Trilby, Inés de
Las Sierras.
Cesare Lombroso conosceva la
Bibliographie des fous, e ne ha tradotto
e citato dei passi nei suoi studi (per
esempio in L’uomo di genio, 1888).
Tommaso Landolfi ci ha lasciato una
traduzione di Inés de Las Sierras,
risalente a prima del 1950: Landolfi la
fece uscire a puntate sul «Nuovo
Corriere» nel 1951, poi la propose a
Vallecchi, il suo editore, per unirla in
volume a un altro racconto di Nodier da
lui tradotto, La novena della Candelora.
Vallecchi non pubblicò mai i due testi, e
nemmeno Rizzoli, l’editore successivo
di Landolfi. I dattiloscritti in copia unica
delle due traduzioni sono andati
smarriti. Inés de Las Sierras è stato
pubblicato, seguendo il testo del
«Nuovo Corriere», da Adelphi nel 1993,
con una nota al testo di Idolina Landolfi.
Tra i testi non narrativi di Nodier
tradotti in italiano negli ultimi anni e
attinenti al tema dei folli letterari, ci
sono Piranesi. Racconti psicologici
sulla monomania riflessiva, trad. it. L.
Quatrocchi, Pagine d’Arte, Milano
2001, e Il bibliomane. L’amante dei
libri, trad. it. P. Di Branco, La Vita
Felice, Milano 2013.
Assai utile, per quanto riguarda
critica e traduzioni, è il sito, sempre
aggiornato, dei Cahiers d’Études
Nodiéristes.

Sui folli letterari

Il lettore italiano interessato ai folli


letterari può innanzitutto leggere
Umberto Eco, Varia et curiosa, in Id.,
La memoria vegetale e altri scritti di
bibliofilia, Bompiani, Milano 2011. In
Raymond Queneau, Figli del limo, trad.
it. B. Pedretti, Einaudi, Torino 1991, e
successive ristampe, sono presenti in
traduzione italiana brani dell’opera
queniana Aux confins des ténèbres. Les
fous littéraires (Gallimard, Paris 2002).
Un repertorio affine a quello di
Queneau, ma compilato studiando
materiali italiani (tra i quali il Fondo
Amadei della Biblioteca Classense di
Ravenna), è di Paolo Albani, I mattoidi
italiani, Quodlibet, Macerata 2013 (si
rinvia alla bibliografia fornita in calce a
questo libro per le ulteriori segnalazioni
bibliografiche di ambito italiano).
Gli studi sui folli letterari prendono il
via dalla Francia, e successivamente dal
Belgio. Oltre al già citato Aux confins
des ténèbres di Queneau, tra gli studi
più facilmente reperibili in lingua
francese importante è l’opera di André
Blavier, Les fous littéraires, Éditions
des Cendres, Paris 2001, col
supplemento di Olivier Justafré,
Graines de folie. Supplément aux Fous
littéraires, Anagrammes, Perros-Guirec
2011.
Insieme ai lavori di Marc Décimo (tra
cui l’articolo Charles Nodier: la
bibliographie des “fous littéraires”
comme type de texte, in “Cahiers
d’études Nodiéristes”, vol. 2, pp. 123-
157, e il recente Sciences et
Pataphysique - Tome I, Les presses du
réel, Dijon 2014), segnalo la tesi di
Tanka Gagné Tremblay, Littérature à
lier. La “folie littéraire” aux XIXe et
XXe siècles: histoire d’un paradigme,
Université McGill, Montréal 2012.
Opere precedenti come l’Historie
littéraire des fous (1860) di Octave
Delepierre e Les fous littéraires (1880)
di Philomneste Junior (pseudonimo di
Pierre Gustave Brunet) si possono
trovare on line nel fondo digitalizzato
della Bibliothèque Nationale de France,
Gallica, dove sono disponibili altre
opere di alcuni fous trattati da Nodier,
per esempio Bluet d’Arbères e Louis de
Neufgermain. Ulteriori informazioni si
possono trarre dalla consultazione dei
siti: http://fous-litteraires.over-
blog.com,
http://biblioweb.hypotheses.org/8125.
Paul Collins ha scritto Banvard’s Folly,
Picador, USA 2001, libro curioso che
passa in rassegna varie figure
eccentriche, alcune delle quali
interessano l’ambito di cui ho parlato.
Lo si può trovare in traduzione italiana:
Paul Collins, La follia di Banvard,
Adelphi, Milano 2006.
Bibliografia dei folli
Su qualche libro eccentrico[*]
Intendo qui per libro eccentrico un
libro che viene fatto al di là di tutte le
norme comuni della composizione e
dello stile, e di cui è impossibile o
molto difficile indovinare lo scopo,
ammesso che all’autore sia capitato per
caso di averne uno scrivendolo. Si
traviserebbero in maniera piuttosto
grave Apuleio, Rabelais, Sterne, e
qualcun altro, a definirne le opere libri
eccentrici. Nelle brillanti dissolutezze
della loro immaginazione, la ragione non
è affatto una guida illuminata che li
precede o li accompagna, ma una
schiava sottomessa che li segue
sorridendo. Il Moyen de parvenir così a
sproposito attribuito a Béroalde de
Verville[1], non è neppure esso un libro
eccentrico. È una burlesca immagine dei
saturnali dello spirito sbarazzato da ogni
costrizione, e liberato senza freno alla
foga dei suoi capricci. Certo bisogna
aver tenuto in sommo spregio la falsa
saggezza degli uomini per prendersene
gioco con una tale audacia, ma occorre
conoscere le sue risorse, e aver
possesso dei suoi segreti. Se si
penetrasse più a fondo il mistero di
quest’opera, forse vi si troverebbero più
amarezza e disgusto che cinismo e follia.
I libri eccentrici, di cui discorrerò
molto superficialmente in queste pagine
dalla cornice estremamente circoscritta,
sono i libri che sono stati composti da
folli, per il comune diritto che hanno
tutti gli uomini di scrivere e di stampare;
e non c’è generazione letteraria che non
ne offra qualche esempio. La loro
collezione formerebbe una biblioteca
speciale piuttosto estesa che non
raccomando a nessuno, ma che mi pare
suscettibile di fornire un capitolo
divertente e curioso alla storia critica
delle produzioni dello spirito. Mi
accontenterò, seguendo la mia abitudine,
di sfiorare questa materia, per
segnalarla a studi più liberi, laboriosi
ed estesi. I miei sapienti amici Brunet e
Peignot[2] potrebbero trovarvi il testo
per un’opera molto stimolante che
occuperebbe un posto essenziale e
ancora vuoto negli annali
dell’intelligenza umana.
Ci sarebbe pure modo di dare a
quest’opera un aspetto satirico, facendo
rientrare in questa categoria tutte le
stravaganze pubblicate con ingenua e
seria buona fede dagli innumerevoli
visionari in materia religiosa, scientifica
o politica, di cui i nostri secoli dei lumi
hanno abbondato da Cardano fino a
Swedenborg, e da Swedenborg fino a un
certo scrittore vivente di cui lascio il
nome in bianco per non destare invidie;
ma una simile base sarebbe troppo
larga, e il bibliografo rischierebbe,
misurandola, di smarrirsi. Più sicuro
racchiudere la nostra ricerca dentro un
piccolo giro di compasso che non
supererà di molto la cinta geografica
della Salpêtrière o di Charenton[3]. Noi
ci sistemeremo i nomi più urgenti, in
attesa che il buon senso delle nazioni
abbia fatto giustizia degli altri.
La lista dei folli, così ristretta ai folli
ben accertati che non hanno avuto la
gloria di fare setta[4], non sarà mai molto
lunga, perché la maggior parte dei folli
conserva almeno abbastanza raziocinio
da non scrivere nulla. Essa non
spaventerà certo l’onesta gente che si
diletta della graziosa e frivola scienza
dei libri. Le affiderei tutt’altro compito
proponendole di occuparsi della
Bibliografia degli idioti. Sarebbe come
vuotare il mare con un cucchiaio[5].
La storia letteraria degli antichi non
arricchirebbe di molto la nomenclatura
dei folli che hanno scritto, poiché noi
non vi ammettiamo né i poeti né i
filosofi. La follia stessa era ai loro
tempi una malattia rara o poco
conosciuta, a meno che essa si sia
salvata allora dal discredito in cui è
caduta al giorno d’oggi, sotto qualche
onorevole soprannome. Ora spediremmo
Diogene in manicomio, e gli Abderiti,
più saggi di Ippocrate, per poco non ci
spedirono Democrito[6]. È una cosa
ammirevole essere nati al momento
giusto.
C’era del resto nell’Antichità una
potenza eminentemente sociale che
manteneva di secolo in secolo in un
costante equilibrio l’intelligenza dei
popoli, e che affrancava ogni nuova
generazione dalle aberrazioni più
grossolane della generazione passata.
L’assurdo aveva vita breve. Questa
potenza, caduta in desuetudine, palladio
gotico degli ordinamenti umani[7], si
chiamava senso comune. Ne risultava
che la follia non viveva che l’età di un
folle, e che essa non si diffondeva
affatto alle epoche successive come un
trionfante contagio, poiché la stampa non
era stata inventata. Ai nostri giorni, il
libro prende il posto dell’uomo, e se fa
vibrare per caso una corda eccitabile
dell’immaginazione o del cuore, diviene
taumaturgo e settario come il folle che
l’ha scritto. Dopo Gutenberg e
compagni, l’astrologia giudiziaria ha
regnato due secoli, l’alchimia due
secoli, la filosofia voltairiana un secolo,
e non garantirei di certo che sia morta. A
Roma non ne avrebbero avuto per
venticinque anni. Non ne avrebbero
avuto per cinque anni al tempo di
Cicerone, dove un libro stravagante non
avrebbe trovato né copisti né acquirenti.
La pubblicità[8] metteva in
circolazione presso gli Antichi solo
opere sottoposte ad una censura
preventiva, perché il pensiero era
sottoposto ad una inflessibile censura
nelle loro Repubbliche ideali, ed ho già
nominato il tiranno che l’esercitava con
autorità sovrana. Era il senso comune,
la buona fede, la coscienza, l’unanime
ragione del popolo. Presso i moderni, la
pubblicità rovescia nell’immensa
circolazione dei libri, senza disamina e
senza cernita, il buono e l’utile, il gramo
e il pericoloso, l’inetto e il ridicolo, ciò
che gli uomini possono utilizzare con
profitto per la loro crescita morale e ciò
che li porterà alla perdizione, fino alla
fine dei secoli.
È grazie ad un tale stato di cose che la
follia e i folli possono avere qualcosa
da spartire con l’erudizione
bibliografica e la letteratura. Non ci
saremmo accorti di questo fenomeno
nell’età di Aristotele, di Orazio, di
Quintiliano.
Uno dei più grandi folli che i quattro
secoli di vita della stampa mi
richiamano alla mente si chiamava
Francesco Colonna o Columna[9]. Era un
religioso domenicano di Treviso o di
Padova, che aveva perso la testa per due
passioni in una volta, e non ne occorre
che la metà per turbare un miglior
cervello. La prima era quella che gli
aveva ispirato lo studio dell’Antichità e
dei suoi monumenti; noi viviamo
fortunatamente in un’epoca in cui essa
otterrebbe qualche indulgenza. La
seconda, che a mio parere ne merita di
più, anche in un domenicano, era
l’amore. Una certa Ippolita o Polita
ch’egli ha chiamato Polia per rispetto al
greco, e il cui battesimo scientifico ha
dato luogo a strane congetture, finì per
scombussolargli lo spirito, e siccome
era scritto nel suo destino che non gli
mancasse nulla di quel che può
completare la personalità caratteristica
di un folle, la sua amante era matta
quanto lui, ovvero dotta da legare[10], il
che ha fatto credere, tra parentesi, agli
innamorati delle allegorie, che questa
Polia non fosse altri che l’Antichità
medesima.
L’amante di Polia si prende la briga di
raccontare, con tutta la dabbenaggine di
cui poteva essere capace e con uno stile
inaudito che avrebbe fatto vacillare
l’arguzia di Edipo, che il suo primo
proposito era stato quello di scrivere in
una lingua naturale ed intellegibile, e mi
piacerebbe proprio sapere cosa mai
poteva essere la lingua naturale di frate
Francesco Columna!, ma che fu distolto
da un simile progetto dalle preghiere
della sua beneamata, che l’aveva
invitato a coprire i loro amori con un
velo impenetrabile al volgo.
Ci sono tutti e due splendidamente
riusciti, poiché l’Hypnerotomachia
Poliphili (questo il titolo del libro) è
rimasta un segreto indecifrabile tanto
per il grande Vossius[11] quanto per noi.
Si tratta, per quel che riguarda il
linguaggio, di una maccheronea
poliglotta di termini ebraici, caldaici,
siriaci, latini e greci, ricamata su di un
canovaccio di italiano corrotto, esaltato
da arcaismi dimenticati e da idiotismi
dialettali che hanno dato del filo da
torcere perfino all’imperturbabile
perspicacia di Tiraboschi[12]. Da questo
punto di vista, Francesco Columna
potrebbe proprio essere l’inventore
dell’ibrido e del pedantesco, e così
com’è, questa mostruosa Babele di
un’immaginazione in delirio contiene
degli inestimabili tesori per quei filologi
che sapranno leggerla con cura,
distogliendo lo sguardo dal fondo
inestricabile del pensiero e ponendolo
con attenzione solo sulle forme esteriori
della parola. Non dico niente delle
ammirevoli incisioni monumentali ed
architettoniche che la raccomandano per
contro all’attenzione e quasi al culto
degli artisti.
Da tutto ciò è evidente che il nostro
folle era per lo meno molto erudito nelle
lettere e nelle arti, e Félibien[13] non
esita ad affermare che ha superato di
gran lunga la grandezza e la
magnificenza di Vitruvio. È passato pure
per esperto in archeologia, tanto che i
suoi epitaffi e le sue iscrizioni
fantastiche hanno ingannato persino il
buon senso dei più saggi antiquari, cosa
che per quel che mi riguarda ho qualche
difficoltà a concepire, perché il suo
latino classico non è certo meglio del
suo italiano. Non appartengono di per sé
a nessuna lingua.
Guillaume Postel[14] non era
innamorato, o se fu innamorato della sua
mère Jeanne, era ancora più matto di
quanto si pensi, ma ebbe come frate
Francesco il privilegio di essere folle in
tutti gli idiomi dotti della terra. Costui
era prodigiosamente versato nello studio
di tutte le cose che è buona cosa sapere,
e di una moltitudine di altre che sarebbe
stato molto meglio ignorare. Benché non
dipendesse che da lui comporre come
Columna un linguaggio intraducibile,
con tutti quelli che aveva esplorato nella
sua vita laboriosa, non risulta che si sia
piccato di sconcertare in alcun modo
l’intelligenza del suo lettore con questa
fusione barocca di elementi discordanti,
e bisogna pure dire a sua lode che la sua
frase sarebbe ben netta, se soltanto lo
fossero le sue idee. Due preoccupazioni
che non hanno smesso di dominarlo, e
che fanno per così dire l’anima dei suoi
libri più celebri, sottrassero questo
spirito prodigioso alla cultura delle
lettere utili: la prima era la monarchia
universale sotto lo scettro di un re
francese, sogno ambizioso di un
patriottismo balzano, che tuttavia
abbiamo visto molto vicino al
realizzarsi; la seconda era il
compimento della Redenzione imperfetta
attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo
nella donna, e, misticità a parte, noi
sappiamo che ai nostri giorni questa
chimera non è stata completamente
abbandonata. Nel diciannovesimo
secolo, Postel avrebbe certamente
occupato qualche posto eminente nei
consigli segreti dell’Impero e nel
conclave di Ménilmontant, «il che non
impedisce che ci fosse in lui un folle
fanatico, un folle fantastico, un folle
iperbolico, un folle propriamente,
totalmente e competentemente folle»,
come sostiene Rabelais, il che prova
forse che ce n’erano due.
L’incredibile chimera della Nuova
Redenzione, per il tramite di una
vecchia bigotta veneziana che Postel
chiamò la Mère Jeanne, è l’argomento
di tre delle sue opere, le Très
merveilleuses victoires des femmes du
Nouveau-Monde, Parigi, 1533, in-16,
Le prime nove del Altro Mondo,
Venezia, 1555, in-8°, e Il Libro della
divina ordinatione, Padova, 1555,
stesso formato. Queste ultime due, di cui
non credo esistano altri esemplari, e che
erano state stimate trecento franchi dal
libraio Martin, nel catalogo di Boze,
ottantadue anni fa, sono state vendute
unite in un solo ed esile volume al
prezzo enorme di novecento franchi,
presso Gaignat, e proposte per
cinquecento presso Mac-Carthy. Da lì
sono passate nelle mie mani, e non ho
voluto trarre da queste particolarità
bibliografiche che una induzione di poco
conto: non appena la scribomania ha
ispirato un folle a scrivere simili
sciocchezze, la bibliomania non manca
mai di ispirarne un altro perché le
comperi.
Spero che nessuno mi serbi rancore se
salto un secolo per passare da
Guillaume Postel a Simon Morin[15]; è
una piccola deroga che faccio subire
alla cronologia a beneficio della logica,
sempre che si possano far questioni di
logica nella bibliografia dei folli. Simon
Morin, i cui Pensées uscirono nel 1647,
aveva in effetti qualche parentela con
Postel per il genere delle sue visioni, ma
non può essergli paragonato in alcun
modo quanto a dottrina. Era un povero
diavolo che aveva iniziato col mestiere
di scrivano pubblico e finito con quello
di taverniere, prima di accorgersi che
avrebbe ben potuto essere il Figlio di
Dio. Una volta che ebbe acquisita questa
convinzione, cercò candidamente di
comunicarla agli altri, ma la corte ed il
clero rifiutarono di prenderlo in parola,
e lo Châtelet, che in questi frangenti non
ammetteva troppi scherzi, lo mandò a
bruciare col suo libro sulla Grève,
mentre si frustava attorno al rogo una
qualche libera donna dell’epoca. Questa
disgraziata vittima dell’intolleranza
religiosa, una delle ultime che essa
abbia immolato, era nata in un gramo
secolo. Nel nostro, Simon Morin, più
moderato nelle sue pretese, si sarebbe
accontentato del pontificato supremo.
Avrebbe fondato una chiesa cattolica
nuova rispetto all’antica, e non se ne
parlerebbe più.
Bisogna ora che io faccia un passo
indietro, fino al regno di Enrico IV per
nominare di sfuggita la Quintessence du
quart de rien e la Sextessence
diallactique del signor de Mons[16], alle
quali gli amatori attribuiscono un prezzo
assai elevato, sebbene poi non sappiano
dove metterle. La maggior parte dei
bibliografi ha in effetti sistemato questi
libercoli polimorfi nella Storia di
Francia, l’abate Langlet Dufresnoy li
cataloga nella teologia mistica, e M.
Brunet li consegna alla poesia. È che il
signor de Mons era un folle molto
complesso, e la varietà dei suoi
ghiribizzi l’aveva posto per tutti ai limiti
della stravaganza. Non mi stupirebbe
affatto che l’avessero reclamato anche
gli alchimisti, e se fosse vissuto nel XIX
secolo, non gli sarebbe mancato nulla,
vista la sua meravigliosa propensione a
tingersi di tutte le aberrazioni e i non-
sens che circolavano ai suoi tempi. Non
era un monomane, tutt’altro, ma un
maniaco multisfaccettato, continuamente
predisposto a ripetere tutte le
balordaggini che vedeva fare e tutte
quelle che sentiva dire, un sognante
camaleonte che godeva della
maggioranza delle pretese proprietà
della sua specie, ma che non ne
rifletteva che la follia! La Quintessence
e la Sextessence diallactique di de
Mons sono veramente la quintessenza e
la sestessenza dell’assurdità. Pertanto
hanno figurato a lungo tra i libri cari e
pregiati, quando l’assurdo non brulicava
dappertutto. Comprendo certo facilmente
che oggi abbiano perduto un po’ del
merito eccezionale sul quale la loro
fortuna bislacca si era basata. La
concorrenza è molto aumentata, nella
nostra epoca di perfezionamento: ha
messo l’assurdo a buon mercato.
Sarei stato indegno di abbracciare
anche solo lo schema di questi
argomenti effimeri, chiacchierata senza
conseguenze da abbandonare quando si
vuole, se non avessi trovato posto che
per i quattro nobili folli di cui sopra,
Francesco Columna, Postel, Simon
Morin e de Mons.
Sebbene abbia promesso di
contenermi, e ne sento la necessità in
una materia così vasta, sebbene abbia
lasciato in disparte dei nomi ancora più
oscuri, e la cui celebrità di un momento
non ha tramandato memorie che a una
mezza dozzina di adepti che hanno preso
la ferma risoluzione di non dimenticare
nulla, non posso rifiutarmi di protrarre
questa lista barocca fino ad un’epoca un
po’ più vicina a quella in cui scrivo. Si
farebbe torto ai primi due secoli della
stampa a racchiudere nella loro corta
durata l’eterna dinastia dei folli
letterari, così viva e fiorente nei due
secoli che li hanno seguiti, e mancherei
precisamente in ciò il principale
obbiettivo della mia rassegna, che è tutto
a gloria del progresso della demenza,
del farneticamento e della menzogna,
sotto la sovrana influenza della
tipografia.
Ritornerò dunque in un prossimo
articolo su questa prodigiosa malattia
libresca, per la quale i medici filosofi
non hanno ancora inventato un nome, e
non è, come si sa, la difficoltà di crearne
uno che li imbarazza. Devo solo ribadire
che qui non sarà questione di follie
flagranti con i tempi che corrono. È noto
che il mio carattere mi ha sempre reso
estraneo ad ogni sorta di ostilità, e mi
farei grossi scrupoli ad ostacolare lo
sviluppo anche della vocazione più
stramba che si possa immaginare.
Bisogna riservare questa divertente
sollecitudine alle persone ragionevoli
della generazione a venire, ammesso che
l’avvenire abbia generazioni, e che
siano fatte di persone ragionevoli.
Da quando ho avuto la disgrazia di
farmi nemici inconciliabili due o tre
galantuomini che ho portato alle stelle,
ma che non ho avuto la forza di
sorreggere, e che reputano per questo
che non li abbia abbastanza lodati, ho
giurato, del resto, nella maniera più
solenne, di non parlare più dei
contemporanei. I folli possono starsene
tranquilli.

[Fine della prima rassegna]

Ritorniamo allo Charenton del


Parnaso; o piuttosto per non intimorire i
nostri scrittori con la prospettiva di un
Pantheon ingiurioso, apriamo alle loro
ombre lunatiche un più grazioso Eliseo,
Vanvres che ama Galatea[17],

luoghi incantevoli, freschi paesaggi,


delizioso paradiso dei folli, di cui il
dottor Falret e il dottor Voisin[18]
tengono la chiave, per il privilegio
ereditario che hanno tutti i figli di
Esculapio di comandare nei giardini di
Apollo: asilo pacifico e ridente che fa
desiderare di essere folle anche quando
lo si comincia solo a diventare, e dove
avrò forse un giorno un qualche posto da
reclamare nella mia doppia veste di
etimologista e di bibliomane. Lo
consiglierei volentieri oggi alla folla
sempre crescente dei nostri poeti, se
l’ingresso fosse gratuito, ma non ci sono
più poeti ricchi che poeti assennati, e
quelli ricchi non sono comunque
abbastanza folli per essere poeti. I folli
di Vanvres sono dei fortunati mortali che
avevano abbastanza denaro per uscire di
testa. I nostri folli letterari non hanno né
testa né denaro: troppa disgrazia in un
colpo solo.
Uno dei folli più caratteristici del
XVIIº secolo è un certo Bernard de
Bluet d’Arbères, che si qualificava col
nomignolo di Comte de Permission e di
Chevalier des ligues des treize cantons
suisses. Presumo che il Comte de
Permission usurpasse come molti altri
queste alte onorificenze nobiliari senza
il permesso del re e di Sua Eccellenza il
cancelliere. Ciononostante non gli
furono più contestate che quella di
Principe degli idioti a Nicolas
Joubert[19], detto Engoulevent. In fatto di
titoli di nobiltà, i folli e gli idioti hanno
goduto di una certa libertà di invenzione
in Francia. L’utilizzo di questi privilegi
apparentemente non è nemmeno andato
in malora, da quando le rivoluzioni ci
hanno fatto dono dell’uguaglianza
civica. Gli idioti e i folli a quei tempi
avevano preso l’abitudine di passar
davanti a tutti con pieno diritto, e non
credo l’abbiano perduta. La ragione non
può farci niente. Bisognerebbe allargare
Vanvres, o riformare il mondo.
Bluet d’Arbères aveva un grande
vantaggio sui folli della nostra epoca.
Era mirabilmente ingenuo. Fin
dall’Intitulation et Recueil de toutes
ses oevres, vi avverte «qu’il ne sçait ny
lire ny escrire, et n’y a jamais apprins».
Eccellente Bluet d’Arbères che si fa
autore senza sapere né leggere né
scrivere, e che ne avvisa amabilmente il
pubblico, come fosse cosa
assolutamente naturale! Uomo degno
dell’età dell’oro, e che tutte le età
invidieranno al primo anno del XVII
secolo! Oggi non facciamo più tante
cerimonie.
Il primo pensiero che mi sarebbe
venuto aprendo il libro di un uomo che
non sa né leggere né scrivere, e che lo
ammette con candore, è che ci si potesse
trovare qualcuna delle idee sensate,
delle rivelazioni spontanee, delle
espressioni pittoresche e vigorose che la
lettura e la scrittura ci hanno fatto
perdere. Quando si ha, nel raccogliere in
volume le proprie opere, l’immenso
privilegio di non saper né leggere né
scrivere, si è quasi un maestro nel
pensiero, e immagino che per scuotere
potentemente il mondo non basti che
volerlo. Bluet d’Arbères non ebbe lo
spirito di approfittare della sua
ignoranza. È inetto e stupido come se
avesse passato la vita in collegio.
Le biografie hanno stranamente
trascurato Bluet d’Arbères, i cui tre o
quattro volumi (e mai se ne è trovato un
esemplare completo), si vendono a 5 o
600 franchi[20], cioè due o tre volte di
più dell’Encyclopédie di Diderot e
d’Alembert, che non è un’opera più
assennata, ma dimostra più talento.
Quello che si può inferire dal suo
indefinibile guazzabuglio, è che il
Comte de Permission era nato
nell’ultima classe del popolo, e che
aveva iniziato facendo il pastore come
Sisto Quinto e Janseray-Duval. È nel
1566 che la frazione di Arbères, nella
regione di Gex, a qualche lega da
Ginevra, produsse a sua eterna gloria
questo grande uomo senza lettere, le cui
elucubrazioni eguagliano nella
biblioteca di un amatore il valore
commerciale delle migliori edizioni
della Bibbia, di Omero, di Orazio, di
Platone, di Montaigne, di Molière e di
La Fontaine. Infatuato, sin dall’infanzia,
di visioni apocalittiche, passò prima per
visionario tra i poveri pastori del
villaggio, in attesa che l’adolescenza lo
mettesse al suo posto naturale e lo
riducesse a non essere altro, per il resto
della sua vita, che un eccentrico
imbecille. Il racconto ingenuo fino al
cinismo che ci ha lasciato delle
allucinazioni di quell’età, dà modo di
presumere che alcuni signorotti
savoiardi, assai impacciati dal loro ozio
e dal loro denaro, ne fecero a turno una
sorta di folle a titolo onorario,
abbindolandolo con il lusso degli abiti,
e con le tentazioni più seducenti ancora
dell’amore fisico al quale era molto
incline. Nessun uomo, mai, ebbe più
belle e più nobili amanti di Bluet
d’Arbères, e ne fu accolto con libertà
più pronte a mettere in subbuglio uno
spirito migliore, poiché le donne ben
volentieri si prendono il piacere crudele
di fare avances che non le
compromettono affatto. Da questo punto
di vista, lo stupido orgoglio di un
cretino procura più godimenti che la
sensibilità e il genio, e il Comte de
Permission potrebbe benissimo essere
stato più fortunato in amore del citoyen
de Genève[21]. Del resto, c’è poca
differenza tra le due alternative.
Credersi amati dalle donne, per quanto
esse possano amare, o esserlo
realmente, è quasi la stessa cosa.
Non ho avuto la pazienza di
informarmi sull’età che aveva Bluet
d’Arbères, quando arrivò a Parigi, dove
era stato probabilmente preceduto da
una di quelle reputazioni colossali che
fanno la fortuna degli stupidi e dei folli,
come quella dei sapienti e delle persone
di giudizio. Quel che è certo, è che
quando pubblicò il suo primo libro era
giunto al suo trentaquattresimo anno. Ciò
che aveva perso in illusioni l’aveva
allora guadagnato in triviale buon senso.
Da uomo di mondo ed eroe da romanzo,
si era fatto adulatore ed accattone. Ci si
contendeva Bluet d’Arbères sia in città
che alla corte. I grandi signori se lo
disputavano secondo il capriccio dei
Savoiardi, e la vergognosa prosperità di
questo lazzarone mi fa temere che non
sia stato così folle come si dice.
Questo mucchio di pagine
mortalmente noiose era posto sotto la
protezione di un uomo in vista, o di una
signora che contava, che egli agghindava
con soprannomi iperbolici e con lodi da
far rivoltare lo stomaco: però tutti ne
volevano. Un genio come Tasso che era
appena morto, o come Milton che stava
per nascere, non ha mai trovato un soldo
a Parigi. Bluet d’Arbères, che non
sapeva né leggere né scrivere, «et qui
n’y avait jamais apprins» ne raccoglieva
a piene mani. Perché si rivolgeva alla
vanità. Questo genere di tassazione
beninteso vale tanto quanto un altro;
solamente esige un’abnegazione di
dignità morale e un’arrendevolezza di
carattere che ripugnano alle anime
refrattarie e arretrate per le quali il
talento è ancora una missione e un
sacerdozio. Non so però se non sia da
preferire a chi riscuote ogni giorno da
poveri librai e poveri autori il fisco
usurario di certi giornali. È una
questione che sottopongo alla gente per
bene che abbraccia a suo rischio e
pericolo la carriera delle lettere. Può
scegliere.
È molto interessante passare in
rassegna, con Bluet d’Arbères in
persona, lo sporco bilancio della sua
ignominiosa fortuna. M. de Créqui gli ha
dato in cinque volte quattro scudi e
mezzo; M. de Lesdiguières, che lui ha
chiamato Ledidière, una scatola d’oro
dal valore di sei scudi e mezzo; M. il
duca di Bouillon, sei scudi. Il principe
d’Orange gliene donò solo uno. Un tale
Lorambert di Fiandra, che
probabilmente è M. d’Aremberg, gli
regalò un doppio ducato. Una duchessa
di Fiandra fece lo stesso. Da Jacques le
Roy ricevette due scudi e una risma di
carta, da M.me d’Antragne un anello di
gran valore, da M. de Beauvais-Nangy
delle braghe di seta, da M.me de
Payenne, un’auna di tela bianca per fare
delle patte, da non so chi un paio di
calzini. Il duca di Nemours, che Bluet
d’Arbères chiama «il fiore dei suoi
amici», e la cui generosità meritava
questo insigne onore, arrivò fino a
dodici ducati, con i quali il Comte de
Permission si fece fare un superbo abito
di frisetto nero; già sappiamo che aveva
la mania della vistosità, ed è probabile
che, ancora così giovane, aspirasse
sempre a piacere. Felice Bluet
d’Arbères, quando ebbe il suo abito di
frisetto nero!
Sebbene la corte a quei tempi
risentisse un po’ dell’avarizia di Enrico
IV, essa si mostrò quasi liberale con
Bluet d’Arbères. Il re gli diede una
catena d’oro da cento scudi,
trecentoquaranta scudi in diverse volte,
e cento franchi di onorario. È quel che
oggi definiamo pensione sul tesoro. Se a
Malherbe fosse stata accordata
altrettanta munificenza, avrebbe
occupato una stanza più grande e
comprato una sedia in più.
Un esploratore più determinato di me
ha avuto il coraggio di accertarsi che
indipendentemente da tutte le sue spese
personali, che erano pagate dalla
principessa di Conti, e da una
moltitudine di confortevoli dolcezze che
non gli mancava mai, perché non c’era
solo M. de Cenamy che lo riforniva di
tempo in tempo di una bottiglia d’olio
per la sua insalata, Bluet d’Arbères
doveva aver raccolto, come dice lui
stesso, più di quattromila scudi, che
sono una somma considerevole per
quell’epoca. Le Cid, Cinna e Les
Horaces non hanno fruttato tanto a
Corneille.
Ma il Comte de Permission non fu
sempre ugualmente fortunato nelle sue
speculazioni industriali. Siccome aveva
un suo tipo di fierezza, e quell’istinto di
magnificenza che lo predestinava ad
essere un gran signore, aveva preso
l’accorgimento di accompagnare la
dedica dei suoi libri con qualche regalo
di buon gusto; dispendiosi tributi che
non si accettano da uno zotico senza
contrarre l’obbligazione di pagarglieli
dieci volte tanto. Aveva donato al duca
di Lorena «un bel libro che aveva la
copertina d’argento e l’interno in velina,
con delle piccole immagini assai
graziose, col profeta reale Davide a
sbalzo, raffigurato da pastore, dopo
avere ucciso Golia, e da re»; per
quest’oggetto, aveva rifiutato delle
buone somme dai mercanti e il nobile
duca di Lorena gli donò dieci scudi.
Quando questo volume verrà messo in
vendita a seicento scudi, ci sarà un’asta.
Aveva offerto al conte di Grollay «un
cordone da cappello di perle con un
ricamo largo quattro dita, o poco ci
manca». Il conte di Grollay gli diede una
doppia pistola falsa. Aveva ceduto al
vescovo di Noyon un bel candeliere da
mettere in una sala; era probabilmente
un lampadario, e Bluet d’Arbères ci fa
giudicare la ricchezza di questo prezioso
arredo, aggiungendo che l’aveva lui
stesso fatto fare per casa sua (la casa di
Bluet d’Arbères!). Il vescovo di Noyon
gli diede cinque testoni in due volte,
elemosina indegna di un opulento
prelato, anche nei confronti di un povero
dalle mani vuote, che certamente non gli
avrebbe potuto donare un candeliere. Il
tristo mestiere di Bluet d’Arbères aveva
i suoi azzardi. Per la gloria eterna delle
lettere, hanno prevalso gli azzardi
favorevoli.
Non so fino a che punto si possa dar
credito alla diffusa convinzione secondo
la quale Bluet d’Arbères sarebbe uno
dei prototipi della censura e che
asserisce, appoggiandosi su
informazioni di cui non ho mai verificato
la pur incerta autorevolezza, che costui
esercitò per qualche tempo un assoluto
diritto d’esame sui libri.
L’idea di questa strana sinecura per
un uomo che non sapeva leggere,
avrebbe avuto per lo meno un che di
ingegnoso. Se all’epoca fosse esistita
un’opposizione politica, sarebbe stato
impossibile risponderle concedendo alla
libertà di stampa una garanzia più
buffonesca, il potere è diventato meno
invadente nella misura in cui
l’opposizione si è fatta più ostile. Non si
è più censori, se non si sa leggere.
Capitò al destino di Bluet d’Arbères
quel che capita alle cose più belle del
mondo; si spense prima dei
quarant’anni, alla maniera dei semplici
mortali, senza lasciare altra eredità che
un’obbligazione stilata in bella forma,
per la quale uno di quei piccoli Jans
pill’hommes, di cui si fa menzione in
Rabelais, si impegna a fargli fare un
abito nuovo. Non risulta dalle ricerche
che abbiamo fatto su di lui che questo
onest’uomo abbia pagato la sua bara. Mi
piace pensare che DUBOIS, GAILLARD,
BRAQUEMART e NEUF-GERMAIN[22]
stringessero i quattro angoli del drappo
funebre. Erano folli della sua stessa
razza, e sui quali mi ero proposto di
intrattenervi oggi, se la difficile
biografia di Bluet d’Arbères non avesse
prosciugato il mio inchiostro e fiaccato
il mio coraggio. Vi posso assicurare che
M. Michaud, che ha scordato il suo
articolo, non ne ha fatti di più esaurienti.
Una sola parola su Gaillard, già
domestico, poi cocchiere, ma che non
difettava di letteratura. Aveva ripreso
l’artificio comodo e lucrativo di Bluet
d’Arbères, con più tatto e più spirito, e
le sue lettere adulatrici alle belle
signore del tempo possono senz’altro
passare per le lettere di un cocchiere e
di un domestico. Una cosa che lo
contraddistingue dai folli parassiti, suoi
contemporanei e suoi emuli, è il
profondo disdegno per la venalità delle
muse. Quando si tratta d’indipendenza
letteraria, questo palafreniere muschiato
che campava di lusinghe, non risparmia
nessuno:
CORNEILLE è eccellente, ma vende le sue
opere.
ROTROU[23] fa bei versi, ma è poeta a
cottimo.

Le poesie di Gaillard furono


pubblicate nel 1634, e beato chi le ha,
perché non si trovano più. Solo un anno
dopo il grande Corneille, attraverso
qualche squarcio sublime, fece
presentire il suo genio nella Médée. E
ho citato questo passaggio perché è
forse il primo in cui la letteratura
dell’epoca fa menzione di Corneille, e
poi perché non è inutile approfittare
dell’occasione per far vedere come i
geni al debutto vengono trattati dai
lacchè.
Questa galleria di folli, lo ripeto,
sarebbe divertente da percorrere se se
ne avesse il tempo; ma oggi siamo
troppo preoccupati da follie serie, che
sono la vergogna se non il terrore
dell’umanità, per accordare
un’attenzione costante ad aberrazioni
senza troppa importanza e poco
pericolose, capaci di suscitare non altro
che riso e pietà. Lungi dall’arricchire il
mio catalogo appena aperto, prima di
chiuderlo gli toglierò un esemplare.
Nelle sue valutazioni insolenti su tutto
ciò che la letteratura francese aveva
prodotto fino a lui, Voltaire ha sistemato
Cyrano de Bergerac nel novero dei folli,
con quell’autorità magistrale che si dava
a tutte le sue parole, e la cui influenza è
stata in quanto a risultati così feconda.
«Morì folle, dice, ed era già folle
quando fece il Voyage de la lune».
Voltaire certamente conosceva bene
questo argomento, perché dal Voyage de
la lune aveva tratto Micromégas, come
Fontenelle vi aveva tratto i Mondes, e il
buon decano Swift I viaggi di Gulliver.
Ecco un’eccellente ragione, nella tattica
di Voltaire, per imprimere al libretto di
Cyrano un marchio incancellabile di
ridicolo e di disprezzo, e tutti sanno che
si era armato della stessa precauzione
contro il Cesare e l’Otello inglesi, che
gli avevano fornito il suo César e la sua
Zaïre. Shakespeare è sopravvissuto, a
quanto si assicura, e Cyrano è bello e
morto. Ma non è neppure un gran danno,
perché Micromégas vale di più, a parte
il fatto che non è né così dotto né così
originale. Il passaggio su Cyrano è
curioso, perché segna grossomodo la
data alla quale si sono fermate le
investigazioni di Voltaire sulla
letteratura precedente. E si potrebbe
esser certi che non ne conoscesse nulla
di più, se non è Rabelais che trattò
sempre con profondo spregio, e di cui
qualche riflesso abbagliante brilla qua e
là nel Candide.
Boileau[24] aveva valutato meglio
Cyrano de Bergerac, a cui non guarda
come a un folle, ma del quale
caratterizza la burlesca audacia con la
sua ordinaria nettezza di tatto e di
espressione. È la giusta definizione, o,
come si diceva un tempo, il vero
blasone letterario di questo giovane
poeta, che morì a trentacinque anni per
le ferite, nel giorno e quasi nell’ora in
cui la lingua francese andava fissandosi,
in poesia, sotto la penna di Corneille, e
sotto quella di Pascal nella prosa.
Bergerac era fino ad allora uno degli
uomini, o l’uomo forse che ne aveva
meglio rimestato gli elementi, variato le
forme e ammorbidito le difficoltà.
Quello che possiamo rimproverargli
senza fargli torto, è un’intollerabile
esuberanza d’immaginazione, un
fastidioso abuso di spirito, un miscuglio
ibrido e pesante di pedantismo e cattivo
tono, che denunciano una formazione
incompiuta.
Concedetegli il gusto che gli
avrebbero concesso l’età e la
riflessione, e Bergerac, invecchiato di
quindici anni, sarà uno degli scrittori più
notevoli del suo secolo. Riconoscetegli
almeno quel che ha fatto. Potremmo
definire spregevole un uomo che, come
lui, ha dato Gilles alla farsa in
Pasquier, lo Scapin alla commedia in
Corbinelli, il bifolco in Mathieu
Gareau, delle scene piacevoli a
Molière, dei tipi a La Fontaine, e
qualche volta, in alcune belle scene
dell’Agrippine, un degno rivale a
Corneille? Sapete già quello che gli
devono Fontenelle, Swift e Voltaire.
Quanto a quel libro che scrisse quando
era già folle, non vi sorprenderò forse
un poco dicendovi che vi si trovano più
visioni profonde, più previsioni
ingegnose, più conquiste anticipate
rispetto ad una scienza di cui Descartes
sbrogliava appena gli elementi confusi,
che in un grosso volume di Voltaire,
scritto sotto la dettatura della marchesa
di Châtelet? Cyrano ha fatto del suo
ingegno l’uso che ne farebbe uno
stordito, ma qui non c’è niente che
assomigli a un folle.
* La traduzione è stata condotta sul testo della
Bibliographie des fous edito nel 1835 su due fascicoli
del «Bulletin du bibliophile» di Joseph Léon Techener.
Per quanto riguarda le mie annotazioni al testo, dove
non diversamente indicato (e anche nelle note 16 e 22),
si deve intendere come fonte delle citazioni la versione
accresciuta e tradotta della Biographie Universelle di
Louis-Gabriel Michaud: Biografia Universale Antica
e Moderna, 65 voll., presso Gio. Battista Missiaglia,
Venezia 1822-41. Si consiglia la lettura della voce su
Postel (vol. XLV, pp. 371-379). Non sono citati in nota i
personaggi le cui biografie sono facilmente reperibili in
una qualunque enciclopedia.

1 Così scrive Giovanni Macchia, nell’Introduzione


a François Béroalde de Verville, L’arte di fare
fortuna, Einaudi, Torino 1989, p. IX: «Di educazione
protestante, nutrito di cultura cinquecentesca,
Béroalde, nato nel 1556, morto verso il 1629, porta fino
alle estreme conseguenze un umanesimo farraginoso,
con l’esasperazione baroccheggiante del linguaggio, le
smanie occultiste e l’incontrollata forza satirica. Autore
di ogni sorta di libri, d’araldica e di romanzi, di versi, di
progetti economici per la coltivazione del baco da seta,
di traduzioni, come quelle del De Constantia di Giusto
Lipsio e del Sogno di Polifilo (già tradotto da Jean
Martin e Jacques Gohorry), egli riversò tutto se stesso
(come aveva fatto da noi nella sua Piazza universale
un altro poligrafo del tardo Cinquecento, Tomaso
Garzoni da Bagnacavallo) in questo Moyen de
parvenir, pubblicato tra il 1610 e il 1612». Nodier nega
l’attribuzione di quest’ultima opera, che reputa un
capolavoro, a Béroalde, ritenendolo «il più pesante, il
più prolisso, il più languente, il più noioso dei prosatori
del suo tempo», traduzione mia. Cfr. C. Nodier,
Catalogue des livres rares et précieux composant la
bibliothèque de M. G. de Pixérécourt, J. Crozet,
Paris 1838, p. 193. Si noti, tra l’altro, che Béroalde è
anche traduttore dell’Hypnerotomachia Poliphili.

2 Con ogni probabilità Jacques-Charles Brunet,


autore di un Manuel du libraire et de l’amateur de
livres, stampato presso l’autore a Parigi nel 1820, e
Gabriel Peignot, bibliografo.

3 Noti asiles des fous. Tra gli altri, a Charenton


finisce i suoi giorni De Sade.
4 Questa restrizione è particolarmente significativa:
Queneau si muove sullo stesso terreno quando afferma
che un folle letterario «non ha né maestri né discepoli».

5 C’est la mer à boire, come recita il testo


originale, è una costruzione paremiologica desueta che
si ritrova oggi nella veste Ce n’est pas la mer à boire,
a indicare una cosa non impossibile da compiere. Ho
mantenuto sia l’eco dell’adynaton, sia il riferimento al
mare, aggiungendo un’allusione alla leggenda di
Sant’Agostino e del bambino che vuole mettere il mare
in un buco.

6 Gli abitanti di Abdera avevano anticamente fama


di sciocchi. Traduco con manicomio (prima
attestazione in italiano nel 1834) l’espressione petites-
maisons, nome di un asile des fous parigino. Intendo il
mancato utilizzo delle maiuscole da parte di Nodier
come un’antonomasia.

7 Palladium gothique des polices humaines nel


testo. Il palladio era il simulacro di Pallade posto a
protezione della città. Nella sesta edizione del
Dictionnaire de l’Académie Française (1835) si
legge (ad vocem): «police se dit aussi de l’ordre et du
règlement établi dans quelque assemblée, dans quelque
société que ce soit […] La police d’une
communauté».

8 Publicité nel testo. Nell’Ottocento il termine


aveva anche il significato di pubblicazione, cioè l’atto
di rendere un testo di pubblico dominio. Quest’ultimo
significato apparteneva in questo periodo tanto al
francese quanto all’italiano (pubblicità deriva dal
francese e Carducci utilizza la parola in questa
accezione).

9 Francesco Colonna (1433-1527) è un frate


domenicano identificato, grazie all’acronimo formato
dalle prime lettere dei capitoli del libro (Poliam frater
Franciscus Columna peramavit), con l’artefice
dell’Hypnerotomachia Poliphili, stampato a Venezia
nel 1499 da Aldo Manuzio, senza altra indicazione di
autore. Di lui scrive Giampaolo Dossena: «veneziano,
domenicano nel convento di San Zanipòlo, irrequieto,
libertino […]. La Polia da lui amata sarebbe una
Ippolita Lelli». E riguardo all’Hypnerotomachia
Poliphili e allo stile dell’opera: «chi l’ha scritto ha il
ballo di San Vito, ogni riga, ogni parola, è una
convulsione» (Storia confidenziale della letteratura
italiana, Rizzoli, Milano 1990, vol. III, pp. 287-289).
Nel 1844, anno della sua morte, Nodier pubblica la
«nouvelle bibliographique» Franciscus Columna sul
«Bulletin de l’ami des arts».

10 Savante à lier nel testo, rifatto su fou à lier,


matto da legare.

11 Gerardus Vossius (1577-1649), erudito olandese.


Riguardo all’Hypnerotomachia Poliphili T. Gagné
Tremblay (op. cit.) indica il suo De Historicis latinis,
Libri III, p. 803.

12 Gerolamo Tiraboschi (1731-1794), autore della


Storia della letteratura italiana (9 voll. 1772-82; poi
16 voll. 1787-94), nella quale si legge (Tomo VI, parte
III, p. 1295): «Polifilo è nome finto dell’autore, che vuol
dire Amante di Polia, e Hypnerotomachia significa
pugna di amore in sogno; e ivi infatti descrivesi un
sogno amoroso. Felice, non dirò già chi giunge ad
intenderla, ma solo chi ci sa dire in che lingua essa sia!
Così vedesi in essa un miscuglio di favole, di storie, di
architetture, di antichità, di matematica e di ogni altra
cosa, e uno stranissimo accozzamento di voci greche,
latine, lombarde, ebraiche, arabiche e caldee; e perciò
appunto alcuni che tanto più ammirano i libri, quanto
meno gl’intendono, hanno creduto che fosse racchiuso
in quest’opera quanto si può al mondo sapere».

13 Jean-François Félibien des Avaux; T. Gagné


Tremblay (op. cit.) ricorda Les plans et les
descriptions de deux des plus belles maisons de
campagne de Pline le consul, avec des remarques
sur tous ses bâtimens et une dissertation touchant
l’architecture antique et l’architecture gothique, del
1707, pp. 121-127.

14 Guillaume Postel (1510-1581), «celebre


visionario, ed uno de’ più dotti uomini del suo tempo»,
ha vissuto un’esistenza rocambolesca, fatta di studi,
viaggi esotici a caccia di manoscritti, visioni, processi
dell’Inquisizione, incarcerazioni e fughe notturne. «Fin
dal 1539 fu fatto professore di matematiche e di lingue
orientali nel collegio di Francia […] ma una lettura
troppo profonda delle opere dei rabini, e la vivacità
della sua imaginazione, lo trassero in errori che
seminarono la sua vita di torbidi, e gli cagionarono
cocenti affanni […] Tenne poscia che fosse chiamato
da Dio medesimo ad unire tutti gli uomini nella legge
cristiana, con la parola o col ferro sotto l’autorità del
papa e del re di Francia, a cui la monarchia universale
apparteneva di diritto, come discendente in linea retta
dal figlio primogenito di Noè». Per la questione che lo
lega alla «mère Jeanne» viene «inseguito nelle strade
dalle risa e dai fischi de’ fanciulli». La corretta grafia
dell’opera di Postel citata da Nodier è Le prime nove
del Altro Mondo, il cui anno di stampa è 1555, e non
1535 come riportato nell’edizione della Bibliographie
des fous delle Éditions des cendres. Si veda al
proposito C. Nodier, Bibliographie des fous: de
quelques livres excentriques, Éditions des cendres,
Paris 2001.

15 Simon Morin, «visionario e fanatico del secolo


XVII, nacque verso il 1623 a Richemont». Per le sue
«idee stravaganti» entra ed esce dalla Bastiglia due
volte, e finisce «all’Ospedale dei pazzi, come pazzo
incurabile». Per Morin «i più grandi peccati non fanno
perdere la grazia» ma «per lo contrario sono salutari, in
quanto che abbattono l’orgoglio umano», e «secondo lui
la Chiesa romana era l’Anticristo». Viene arso vivo il
14 marzo 1663. Nel frattempo «una certa damigella
Malherbe», che in una delle frequenti uscite di Morin
dal carcere aveva dato alle stampe una sua
ritrattazione, ma che era in realtà sua «complice»,
«frustata venne et marchiata». «È opinione che
[Morin] abbia avuto molta parte nelle opere di
Francesco Davesne, nelle quali di fatto si ritrovano i
suoi pensieri ed il suo stile». Tra i suoi scritti c’è quello
cui fa riferimento Nodier, Au nom du Pere, du fils, &
du Sainct-Esprit, pubblicato a Parigi nel 1647.

16 Jean Demons «signore d’Hédicourt, fu nel 1587


consigliere alla podesteria e sede presidiale d’Amiens,
sua patria». La sua opera, «non è che una dossologia,
in versi, del nome di Dio» nella quale si coniugano
prospettiva politica ed esoterismo. Riguardo alle varie e
imprecise classificazioni del libro La Sextessence
diallactique et potentielle, Nodier nota che «ci si
sarebbe dovuti decidere a leggerlo, e questo genere di
rassegnazione non è dato a tutti i bibliomani»
(traduzione mia). Si vedano su questi punti anche T.
Gagné Tremblay, Littérature à lier. La “folie
littéraire” aux XIXe et XXe siècles: histoire d’un
paradigme, Université McGill, Montréal 2012, pp. 38-
48 e M. Décimo, Charles Nodier: la bibliographie
des “fous littéraires” comme type de texte, in
Cahiers d’études Nodiéristes, vol. 2, p. 125.

17 Verso di Lebrun Pindare (1729-1807). Si


riferisce ai pastori di Vanvres o Vanves, ora comune
confinante con Parigi.

18 Jean Pierre Falret (1794-1870) e Félix Auguste


Voisin (1794-1872), alienisti allievi di Esquirol, fondano
nel 1822 a Vanves una casa di cura per alienazioni
mentali.

19 Nicolas Joubert è attestato sotto il regno di


Enrico IV (1589-1610) col titolo di «principe degli
sciocchi», ma «non v’ha del rimanente nessuna
indicazione sulla patria e sulla morte di questo
grottesco personaggio». A lui legata è l’opera di Bluet
d’Arbères La surprise et fustigation d’Angoulevent,
del 1603.

20 Un’opera di Bluet d’Arbères nel 2012 valeva 23


000 euro. Notizia tolta da M. Décimo, Charles
Nodier, cit., p. 136.

21 Jean-Jacques Rousseau.

22 Dubois è autore di Les oeuvres de Guillaume


du Bois stampate a Parigi nel 1606. Antoine Gaillard è
autore di La carline, comedie-pastorale stampata a
Parigi, presso Jean Corrozet, nel 1626 e delle OEuvres
du Sr Gaillard, uscite sempre a Parigi, presso Jacques
Dugast, nel 1634. «Nessuna traccia di questo
Braquemart o delle sue opere, all’infuori dell’opera di
Antoine Gaillard», si legge in T. Gagné Tremblay, op.
cit., pp. 51-52. Louis de Neuf-Germain è « poeta
ridicolo, e di cui Bayle sospetta che fosse alquanto
pazzo per non dire di più, visse sotto il regno di Luigi
XIII [1610-1643]. Divenne lo zimbello de’ begli ingegni
di quel tempo, che consigliarono il duca d’Orléans a
divertirsi di lui. Esso principe lo creò suo poeta
eteroclito, e Neufgermain assunse sul serio tale titolo
in fronte alle sue opere. Il cardinale di Richelieu
l’ammetteva nella sua società, e si piaceva di udirlo
declamare triviali buffonerie […] Le Poesie e
Rincontri del signore di Neufgermain formano due
volumi in 4.to, stampati nel 1630 e 1637». Noël Arnaud
ci dice che Louis de Neufgermain nacque nel 1574 e
morì nel 1662, carico d’anni e senza più onori; il suo
tardo silenzio dovuto alla perdita dei mecenati lascia
traccia in un verso di Cyrano de Bergerac (in Le
Ministre d’État flambé, 1649): «Neufgermain ne dit
pas un mot». Le poesie di Neufgermain giocano con
figure di suono ardite, allitterazioni, onomatopee,
omoteleuti costruiti a partire dal nome dei suoi
committenti (Noël Arnaud, Louis de Neufgermain
poète hétéroclite, in «Bizarre» n. 4, 1956, pp. 58-63).

23 Jean Rotrou (1609-1650), «uno de’ creatori del


teatro francese».

24 Nicolas Despréaux Boileau (1636-1711), «le


législateur du Parnasse».
Notizie sugli autori

CHARLES NODIER nasce il 29 aprile


1780 a Besançon. Dopo un primo
periodo di studi, in cui si appassiona ai
classici e all’entomologia, ricopre un
incarico di bibliotecario, fonda una
società segreta, e, in seguito alle
posizioni avverse al giacobinismo e alla
tirannide che gli faranno scrivere l’ode
satirica La Napoléone, finisce in
carcere.
Nodier ha sempre affiancato alla
scrittura di testi narrativi – tra i quali
l’erudito pastiche onirico Smarra
(1821), la novella di ambientazione
fatata Trilby (1822) e La Fée aux
miettes (1832) – quella di opere a
carattere saggistico e filologico (come il
Dictionnaire raisonné des onomatopées
françaises); il genere prediletto dal suo
animo estroso, dotto e onnivoro è quello
del conte fantastique, a cui si ascrivono
i suoi migliori lavori, prova
dell’interesse nutrito per i temi del
sogno e dell’allucinazione. La sua
produzione, come già testimoniava il
romanzo Jean Sbogar, pubblicato nel
1818, fa di Nodier un precursore del
romanticismo, legato alle opere di
Goethe, Schiller, Byron: non a caso nel
1824, diventato bibliotecario presso la
biblioteca dell’Arsenal, Nodier apre un
cenacolo frequentato da amici e colleghi
quali Hugo, Sainte-Beuve, Dumas,
Nerval, Lamartine...
L’erudizione di Nodier era a suo
tempo leggendaria: fine bibliofilo,
autore di centinaia di articoli sugli
argomenti più vari, nel 1820 entra nella
Société des Bibliophiles Français e nel
1833 viene eletto membro
dell’Académie Française. Nel 1834
fonda con l’editore e libraio Techener il
«Bulletin du bibliophile», sul quale
apparirà tra le tante altre cose anche il
testo della Bibliographie des fous.
Alla bibliofilia sono legati il racconto
Le bibliomane e Franciscus Columna,
una nouvelle bibliographique, ultimo
scritto di Nodier, pubblicato lo stesso
anno della sua morte.
Charles Nodier muore a Parigi il 27
gennaio 1844.

JACOPO NARROS (1990) ha scritto Il


Senzaventre (Tapirulan, Cremona 2013)
e testi per le edizioni FUOCOfuochino.
Ha collaborato ad alcune riviste, come
«Tèchne», rivista di bizzarrie letterarie
e non (Quodlibet), e al Repertorio dei
matti della città di Milano (Marcos y
Marcos, Milano 2015), a cura di Paolo
Nori.
Note azzurre

1. David A. Bell,
La biblioteca senza libri,
Con una replica di Riccardo Ridi

2. Giuseppe Fraccaroli,
L’isola dei ciechi,
A cura di Giuseppe Dino Baldi

3. Giuseppe Rensi,
Autobiografia intellettuale,
Con un saggio di Fabrizio Meroi

4. Alberto Cantoni,
Humour classico e moderno,
Con un saggio di Massimo
Rizzante,
e Un critico fantastico di Luigi
Pirandello

5. Luca Baranelli, Francesco


Ciafaloni,
Una stanza all’Einaudi,
A cura di Alberto Saibene

6. Giovanni Papini,
Cento pagine di poesia,
A cura di Raoul Bruni

7. Corrado Govoni,
Fuochi d’artifizio,
A cura di Francesco Targhetta

8. Ivan S. Turgenev,
L’orologio,
Nella traduzione di Giaime Pintor

9. Paolo Albani,
Fenomeni curiosi

10. Anton Čechov,


Nemici,
Nella traduzione e con uno scritto
di Leone Ginzburg,
Introduzione e cura di Giovanni
Maccari

11. Charles Nodier,


Bibliografia dei folli,
Introduzione, traduzione e note di
Jacopo Narros