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BIBLIOTEC.

Fondazione
G. Genti ~ e -'
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2.3. 6.7 o
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l

SCRITTORI D'ITALIA

T. FOLENGO

OPERE ITALIA E

I
TEOFILO FOLENGO

OPERE ITALIANE
A CU RA

DI

UMBERTO RENDA

OL IE PR I MO

BARI
GIUS. LATERZA & FIGL I
T JPOGRAFI- EDITOR l- L l BRA I

1911
PROPRIETÀ LETTER ARI A

MAGGIO MCM XI - 27670


I

ORLANDINO
QUAL TRATTA D'ARME E D'AMOR

PER

LIMERNO PITOCCO
DA MANTUA
'
COMPOSTO

Mensibus istud opus tribus indignatio fecit.


Da medium capili ; notior auctor erit.
Orlandum canimus parvum, parvum inde volumen .
Si quid turpe sonat pagina, vita proba est.
O ETTO DE L'A TORE

Molte malizie copre in sé la volpe,


e perde ch i le crede fin al gallo ;
r agion però non era che 'l cavallo,
l'ossa tenendo , a lei desse le polpe.

I' t'arricordo ch e per l'altrui colpe


nanti la piva entrat' i' son in ballo;
volsi por mano in trasmutar metallo
s nz'arte , ond ' è chi m1 disnervi e spolpe.

Cotesta mercanzia mi vien di Fiandra,


ove lo seme nacque de' pedocchi ,
che musico gentil m'han fatto d' arpa.

Cosi fusse l'autor de la L eand1""a,


acciò che 'l cancar gli mangiasse gl i occhi ,
in un C ndo di torre fatto a scar pa!
A

FEDERICO DI MANTUA
MARCHESE ILLUSTRISSIMO
CAPITOLO PRIMO

Magnanimo signor, se 'n te le stell


spiran cotante grazie largamente,
piovan piu tosto in me calde frittelle,
ché seco i' possa ragionar col dente:
dammi bere e mangiar, se uoi piu belle
le rime mie; eh' io d' Elicon niente
mi curo, in fé di Dio; ché 'l bere d'acque
(b a chi ber ne vuoi !) se m p re m i spiacq ue .
2

Ben trovo eh' un fiasco ne di buon gre<YO


versi cantar mi fa di inti pi di;
tanti dottori disputando allego,
che a me piu che a Tommaso e coto credi ;
né dirti o cotanti « probo >> K uego »
purché qualche argomento mi concedi ;
non parloti cristero né supposta,
ma qualche buon cappon od oca rosta.
3
Ti accerto ben eh ' io canto il nziser er e,
né ad vitulos son anco giunto mai;
Boezio da trent'anni sul tagli re
mi da sempre ristor, si come ai;
però, se uoi eh io canti, o bel missere ,
da del fiato a la piva o poco o assai ,
fiato di ciancie no ; ma (intendi bene !)
mangian e be on anco le Camene.
8 ORLA DI O

4
O tempi grassi, o giorni fortuna~i,
quando e' poeti si trovorno buoni
mercé Gian Bocca d'or de' Mecenati,
che ingrassar fenno gia molti Maroni.
Or non cosi piu , no ; ch'oggi piu grati
son gli ubbriachi, sguattari e buffoni,
de quelli che immortal puon fare altrui;
perché« e t"j, apprezzan piu d'« eram » e «fui ».
s
Ma tu, lettor, chi ei? fermati al varco ,
anti che 'l mio battei entrar comince:
tratti in disparte, se d'in idia carco
guardi cagnesco ed bai vista di lince;
tal mercanzia, t'avviso, non imbarco,
perché talor la collera mi mce
e la senapa montami si al naso
ch'io non sto a dir: - Va' dietro , atanaso;-
6
anzi col pugno ti rispondo a l'occhio,
di ciò che parli in questa e quella orecchia.
Poltron che sei, non vedi eh 'al ginocchio
rotta ho la calza e la O"Onnella vecchia ?
Non odi tu mia voce d'un ranocchio
quando montar la rana si apparecchia?
Però, s'io canto male, sia scusato
ché 'l lupo si penti cantar famato.
7
Ma 'l spirito gentile, qual si sia ,
che mosse amore dirmi l' error mio,
ringrazio molto; eh' altra cortesia
non trovo a questa egual, in fé di Dio.
Pur saper déi eh' io so n di Lombardia
e che 'n mangiar le rape ho del restio;
non però, se non nacqui tòsco, i' piango ;
ché ancora il ciato god nel suo fango.
CAPITOLO FR UIO 9

8
Però Dante , F rancesco e Gian Boccaccio
portato han seco tanto, che sua prole
uscir non sa eli suo proprio ling uaccio ;
ché quando alcuno d ' elli cantar vole,
non odi se non « buio ~ , « arreca » e « caccro »,
né mai dal suo Burchiello si clistole;
e pur lor pare che 'l tempo si perda
da noi, se n ostre rime fusser merda .
9
e merda son le nostre , a dirlo netto ,
né anche le sue mi sanno succo d'ape;
date perdono al mio parlar scorretto,
ché in chiaro lume nebbia mai n on cape ;
e questo voglio ch 'a color ia detto ,
che chiaman « lombarduzzo rnangiarape »:
serbo l 'onor de l' indite persone;
ad altri grido « tosco chiacchiarone ».
IO

Né alcun di quelli tali m ' addimande


di qual autore questo libro i' tolsi;
rispondo lor, ch'u n gran sacco di g iande
e duo di fab e in quell e bande accolsi,
ove trovai eli libri copia grande,
e parte d'es i a er con meco olsi,
acciò le giande sian de ' pari suoi ;
ché assai manco son gli uomini che bu 1.

II

Ma se cortesamente alcun sincero


me 'l chiede, come sempre deve farsi,
ecco la causa, ecco 'l \ olume in6ero
gli arreco, acciò ben p ossa saziarsi
e chiaramente intenda eli leggiero
quai libri falsi e quai sian veri sparsi;
ma non gli faccia mia lunghezza nausa ,
ché lungo dir convien in lunga cau a.
lO R L. \ DI O

!2

Signori nue1, on stato m al Camonica


per consultar le streghe di quel loco,
se mi saprebbon di Turpin la Cronica
mostrar per forza d'incantato foco;
una vecchiarda in volto malenconica
rispose allor con un v cione roco :
- Gnaffe che si, tu la edrai di botto ;
entra qui tosto meco, e non far motto. -
13
I' non me 'l fei ridir, ma su un montone
ratto mi idi al ciel con gran diletto;
poi, volto il freno verso l' Aquilone,
discese in Gozia dentro a quel mar stretto
ed ivi di sua mano un gran petrone
alzando, aperse un buco sotto 'l tetto;
si trasse dentro ed io seguilla appresso .
per maravi lia fuora di me stesso.
14
Cento cinquanta millia e piu volumi
(gia non vi mento !) vidi in quell a tomba,
che goti anticamente, coi costumi
de' porci e col rurnor ch'in ciel ribom ba
trasser per tanti monti, valli e fiumi
d'Italia fuor, la qual par che soccomba
a sirpile canaglia sempre mai :
la ca usa ben direi, ma temo guai.
15
Di Livio qui le D ec/z,e sono tutte
e quelle di allu tio assai piu bone;
qui di Turpin fur anco ricondutte
quaranta D eclze in gallico sermone ;
io tre di quelle pro o esser tradutte
in lingua nostra p r quattro persone ;
solo il principio de la prim a i' tolsi,
né 'l pargoletto Orlando pa sar volsi.
CAPITOLO PRIMO II

16
Sol d ' Orlandin io canto, nondimeno ,
quando Turpino di rtisce altrove,
de l'ordinario suo non m'alieno ;
ché donde in molti luoghi si rimove,
o quattro o cinque stanze v'incateno,
acciocché 'l libro mio non si riprove;
e forse fìa col tempo chi su questo
dira diffusamente tutto ' l resto.
I]

Di quanti scartafacci e scrittarie


oggidi cantar odo in le botteghe,
credete a me, so n tutte cagar ie ,
piu false assai de le menzogne greghe;
fatene, bei signori, forbarie,
ch'ognun il naso no, ma ' l cul si fregh e:
sol tre n' abbi amo vere in sti l toscano;
Boiardo le trascri sse di sua mano .

Come l 'ebbe non so, sassel Morgana;


ché con le strige anch'egli ebbe amistade;
di che mi penso eh entro quella tana
fusse portato a l ultime contrade,
onde togliesse quella piu soprana
parte che voi e a gran celeritade ;
ma non fini tradurle in nostra lingua,
ché morte a ogni opra pia truncar s'impingua .
19
Però lasciò imperfetta la second ,
la qual fini c Ludovico appieno;
né qui Francesco i co iu 'asconda
che gli rubò l s ta, e non imeno
'i giugne assai p r farla t>ili ioconda
onde <Yli vie 1 da noi creduto meno:
l'ultima di de con sua propria mano
al spirito gentil Poliziano.
12 ORLA DINO

20

Polizian fu quello ch'altamente


cantò del gran gigante dal bataio,
ed a Luigi Pulzi suo cliente
l'onor die' senza scritto di notaio ;
pur dopo si penti; ma chi si pente
po 'l fatto, pesta l acqua nel mortaio;
sia pur o non sia pur cotestò vero,
so ben , chi crede troppo ha del leggiero.
2I
.
Queste tre, dunque, cieche sin qua trov
esser dal fonte di Turpin cavate ;
ma Trebisunda, Ancroia, Spagna e B ovo
con l'altro resto al foco sian donate ;
apocrife son tutte, e le riprovo
come nemighe d'ogni veritate;
Boiardo, l'Ariosto , Pulci e 'l Cieco
autenticati sono, ed io con se co.
22

Autentico son io, perché la prima


cieca del gran dottore v'antepone ;
e benché era misterio d'altra lima,
pur basta assai che 'l vero qui ragiono .
E cominciando de la storia in cima,
la corte di re Carlo pria dispono;
poscia diremo come, q uale e quando
e eli qual padre nacque il conte Orlando:
23
dando che non ebbe in terra eguale
né d'arme né d'onor né di forte zza,
Orlando de gli erranti principale,
ch'usava in l' altrui bene sua destrezza,
Orlando, sotto 'l cui brazzo fatale
andò la fede nostra in somma altezza,
Orlando saggio, rlando si gentile,
che n sue lode orrei d 'Ornero il stile.
CAPIT LO PRIMO

24
Prima v1 narro duodeci baroni,
che « paladini » fannosi chiamare;
di Carlo e de la Chiesa campioni,
buoni per terra ed ottimi er mare;
amor, fede, r agion , arme, ronzoni
erano lor diletto e gioie care ;
guerre, duelli, giostre, torniamenti
son proprio pasto di si fatte genti.
25
Milon d' Angrante era di lor primiero,
poscia duo soi fratelli, Amon, Ottone;
Danese Ugieri, e 'l borgognon Rainiero,
poi di Ba iera amo, e Salomone;
Rampallo che fu padre di Ruggiero;
quel di Bardella, il gran sig nor I vone;
Morando, e d' Agrismonte Bovo , e quello
Ginamo di Maganza iniquo e fello.
26
Questi dopo Milon pari d'onore
furon in corte , e ne ' stip ndi soi;
non però tutti eguali eran di cuore,
perché sove nte tra gli franchi eroi
scopresi qualche ingrato traditore,
come leggendo intenderete poi;
di quelli dico dal falcone bianco,
che 'n frod e ma1 non bbero il cor tanco.
27
Saper vorrei, o astrologhi e o-eomètri
che 'l ciel non che la terra misurate,
di qual violenta stella cosi tetri,
cosi maligni influssi a le contrate
piovono di Maganza, o pur quai metri
di negromanti e d 'importune fate
mo eno si cotesta gente ria,
che un sol non è che traditor non sia.
I ORL DI

on sia chi ardisca dirmi ansonetto


di Gano esser figliuolo od altro tale ,
perché non venne mai d'un mal a de tto
falsario ingan nator, uomo leale;
il volto, gli atti ed ocrni l ll'effetto ,
germano il fan d' rla ndo naturale ;
Turpin ciò seri e, e ch i mi nega questo,
aggia il malanno e di ua schiatta il re to .
29
on certi pedantuzzi di m ontagna ,
ch e, poi che han letto Ancroia ed Altobel!o
e dico n tutta in mente a\ er la pagna
e san chi a ncise !monte o Chiariello,
credono l'opre d 'altri sian d' aragna,
le sue non gia, ma d ' un saldo m artello ;
e cosi avvien che l'a ino di lira
crede sonar , quando col cul sospira.
30
Ma poi che furon d' elli parte e tinti ,
parte stracchi rimas r per tropp'anni ,
Carlo si ele se duod ci de' vinti
gioveni , forti ai bellicosi affanni,
e, come era co tume, g li ebbe cinti
di brando, sproni e militari panni,
che oprasser meglio per la fede il brando
che l'~ utrum » d 'es ti frati e il « contra ~ e il « quando>>.
31
orrei pur io veder che i nostri tanti
teologi e solda ti cosi vari ,
appresentati del ran turco innanti,
vellent antiquos patres imitari,
li quali, s'oggi in cielo sono santi,
non l'han gia racquistato con dinari,
ma chi col predicare e chi col brando,
si come fe ce Paolo e 'l conte Ori ndo .
CAPITOL PRIMO

32
rlando fu di quelli capo guida,
pescia l'in vitto suo eu in Rinaldo ,
segue Olivier ove ogni ben s' annida,
Astolfo il bello avventuro o baldo,
Gane, stirpe di Giuda ed omicida ,
falso dei falsi, perfido, rubaldo,
figliuol non d'uomo né da Dio creato,
ma il gran diavol ebbelo cacato.
33
Succede a questo lupo la colomba,
colo mba non di forze, ma di ita:
dico Dudon, che con sonora tromba
ciascun per santo e forte in terra addita .
on manco d' sso il g ran nome ribomba
di Malagigi, pallido eremita;
pur furon differenti i santi loro :
angeli questi, dia oli coloro.
4
Poi 1 1an uo frate, e Ricciardetto
che vol se far i, e non poté, gigante;
segue Gualtier che fu di piu intelletto
ch e di fortezza, onde spesso le piante
mostrò cogli altri al ciel ; poi ansonetto ,
Riccardo poi, d'ingegno assai pre tante;
Angelin manca dirvi, ed Ang !ieri,
A in, Avoglio, ttone e Bellingeri.
35
Fra i duodici non vengon que ti sei ,
ma « sottopaladini » so n chiamati,
perché nel Gran consiglio a quattro, a sei
cntran, se alcun de' pri i on m ncati;
ebber ne l'armi gia molti trofei,
dico col cul in terra sca alcati ;
e fu tra loro tanta cortesia,
che sempre traboccòr di compagnia.

'
16 ORLA DI '0

36
Orlando , sol per sua virtu , di Roma
era confaloni ro e senatore,
e fu sopra di sé la n obil orna
ch'anca port' Milon suo genitore ;
egli tenea la terra umile e doma
sol de' suoi fatti egregi al g ran rumore.
Namo, re Salomone, ano, 21.en
furon di Carlo i quattro consiglieri.
37
Il gentil livier sopra un convito
sempre fu si nisca lco n e la corte :
d'ordir un ballo Astolfo era perito,
e l' sser i buffon toccò per sorte.
Turpin fu 'l cappellano, ed an co ardito
a molti saracin diede la morte;
ma piu del pastorale usò la lanza;
l'una rn agrisce, e l' altro fa la panza.
3
Rinaldo, d'ogni bon compagno padre,
benché pi~ de le volte andas e in bando
era luogotenente ne le squadre
del suo caro cugino conte Orlando ;
commercio ebbe talor de genti ladre;
capo di parte per menar il brando
nel sang ue di Maganza, e Chiaramonte
sua prole èndicare di tant'onte.
39
Tal ordine di quella corte altera
pose re Carl o; e qui Turpin lo scrive,
acciò ch ' abbi, o lettor, la storia vera
e che da sog ni e fa ole ti schi e.
Fatemi dunque , o genti , intorno schiera
ed ascoltate queste rime vi e,
vive cosi , che forse un gardellino
vi parerò di quelli del molino.
CAPITOLO PRIMO 17

40
Ne l'in dita citta, ch'è capo e fonte
de l' alma Franza, clicovi Parigi,
col scettro in mano e la diadema in fronte
regnava Carlo Mano e san Dionigi :
questo di Europa regge piano e monte ;
quello tira nel ciel per suoi v stigi
chiunque in l'alta Trinitade crede,
alzando a son di spada la sua fede.
4!
Eran di Iano ch iuse le gran porte,
e 'l bellico furor posto in catene;
la pace e liberta con bella orte
ivan d'in vidia sciolte e senza pene,
le quali de' tiranni ne le corte
riposto avean lor speme ed ogni bene;
ma dove ambizione e invidia regna,
difficil è che mai pace si tegna.
42
Quanto mai cinge 'l mar e vede il sole ,
tre capi coronati avean diviso:
quinci Mambrino, maladetta prole,
tien tutta l'Asia e brama il paradiso
(ché quanto piu s'acquista piu si vuole
e chi non sa rubare vien deriso );
quindi Agolante l'Africa si gode,
e pur non esser Dio del ciel si rode.
43
Ah maladetta rabbia d' avarizia,
ch 'ogn'ordine sovverte di natura,
che per servar tra' popoli amicizia
interpose de' regni la sgiuntura ,
de' mari, fiumi e monti; e la malizia
tosto ruppe de' termini le mura!
però l'Italia non piu Italia appello,
ma d'ogni strana gente un bel bordello.

T. F LE . GO, op~re italiane. 2


18 ORL DI

44
Sol de l'Europa Carlo si contenta,
e lei difende da que ' crudi cani;
ché, e di guerra alcun di lor il t nta,
mostrali tosto c'ha l'unghiute m ani ;
tanto li batte, tanto li tormenta ,
che i fa morir n ' fossi e ne ' pantani ;
e pur so ente provano lor sorte,
tornando in Franza ad incontrar la mort
45
tavasi dunque Carlo in festa e ' n gioco,
novellamente imperator creato;
papa driano primo in tanto loco
l'avea meritamente solle ato ;
donde per tutta Europa si fa foco ,
ed ode i bombarde d ' og ni lato;
ma Franza piu de li altri regni g de ,
né altro che trombe, corni e canti s'ode .
46
An co di novo l'alta imperatrice
dal regno ispano venne, Galerana,
piu de le belle bella e p iu felice;
era costei d ' ogni irtu fontan a
fra cento dame ver;o-ini pudice;
pare a fra cento stell una Diana.
Pensate che trionfo Carlo fa ce,
che 'l ciel cotante grazie gli compiace .
47
Tutto Parigi sona d' istrumenti
per danze , giochi~ salti e per cor e;
diverse fogge fanno ed ornamenti
giovani arditi e vaghe semidee;
onde g li ardori crescono e i l menti
de li affocati amanti e amate dèe;
ma piu de l' altre Beflta , ch'è sorella
di Carlo, per Milone si fi a ella.
CAP ITOL PRI MO

4
Flagellasi d'ogni ora n el tenace
amor, che ha preso al capitan Milon e;
non mai ritro va po a , non mai ace
non mai gli scopre tanta pas ione;
troppo l'aspetto altier, troppo le piace
l'onor, le forze, o-li atti del bar ne;
egli nol sa, ma sciolto a sicuro;
però da lei fu detto alpestre duro.
49
Piu de le car co e cara tiene
questa donna gentil e b ll a, Carlo;
altra suora n n ha, p r che g ran bene
le uole e falle onor quanto può fa rlo ;
pur, s'egli mai sapesse le catene
ch'av\Ìnta l'hanno e l' amoroso tarl o,
penso contrastar ebbe a ta l amore;
ché piu alto maritarla tiene in core.
so
Dunque una giostra no\ a fu con t nto
per lei, eh ' assai preg o Il o, di bandire:
a ciò la m o ve l' aspro suo torm ento
e 'l frenato desio c'ha di nodrire
l'occhio de fo lli sguardi · ma il talento
d ' un cibo tal non sa e non mentire;
ché quanto mangi piu, piu ·enti fame,
né dramma po' scemar di quell e brame.
SI
Di Franza tutta, pagna, d' Ingleterra ,
d'Italia bella, Grecia e d'Aiemagna
vengon g ia tanti ca allier di guerra,
che l'Alpe ne son car he e la campagna.
La grande piaccia d'un steccato s rra
Milon d' Ano-rante, e nulla vi paragna,
perch 'era il m astro d rditor del tutto ,
in fin ch'a l' e er uo l' bbe construtto.
20 R L A l DJ ·o

52
asi Berta sola e pen iero a
ta
guatando su la piaccia dal balcone;
e mentre s'una m an la guancia posa
ed al peggior de' suoi pensier i spone ,
ecco in un manto d'incarnata rosa
vide l'abbietto del suo c or, Milo ne,
che vien luntano sop r un bel de triero;
fallo boffar tien nullo sentiero.
53
1 iun sentiero quel balzano tien
balzano d ' un sol piede estremo e manco;
stellato in fronte, e con sottili vene;
ha largo petto e rotondetto il fianco;
alza le piante e gioca de le schi ne;
qual nevo , qual carbon, qual corvo è bianco:
bello è il cavallo e bono; ma chi 'l regge
piu bello e bono il fa, mentre 'l corregge .
54
Mo el a un tem po al corso, a un tempo il frena ;
quello, che intende , or alta or corre or gira,
boffa le nari e foco ardente men ,
tutto in un groppo e capo e coda tira.
Ciascun s' allarga, ché un destrier tien piena
la ia capace, e scampavi chi 'l mira :
Berta ciò vede; onde nel cor l'abbraccia,
ché, come neve al ol, convien si sfaccia.
55
Amor eh' è pirto inquieto mai non dorme,
qui l'attendea gia lungamente al arco;
vede natura in lor esser conforme;
onde non gran tirar fu d ' uopo d ' arco;
ché, quando cessa il mondo esser de forme
pel freddo e vien d'erbette e fiori carco,
quando 'l ol entra ne l'aureo Montone,
nacque la dama , nacque il g ran barone .

L n
CAPITOLO PRIMO 2I

56
Leva dunque la fronte a l'improvviso
ed accocciò co' gli occh i a gli occhi d'ella:
scendeli un colpo d ' un modesto riso,
che quasi traboccollo fuor di sella;
concorre il sangue, e spento lascia 'l viso;
e ' n mezzo al petto il freddo cor saltella;
ba sa la vista , e poi mirar vols'anco :
allor ne venne, al doppio colpo, manco .
57
Pallido e smorto , volta il freno altrove ,
ché un strano caso e novo l' addolora ;
i' dico novo, quando che mai prove
non fatto avea d ' amore fin ad ora:
vorrebbe irsene a casa, e non sa dove
prenda ' l sentiero, tan to è di sé fora ;
pur tanto del taffier egue la traccia ,
che trova l'uscio e dentro vi s1 caccia.
5
In quella fretta eh' uomo, pria gagliardo ,
da fredda febre vien ratto assalito,
corre a corcar i, e pargli troppo tardo
ogni presto servir , ta nt'è in il ito ;
perde la forza e cangiasi nel sguardo ,
cresce la nausa e fu gge l' appetito:
cosi è Milon cang iato in un mo mento;
tuttoché corra, il corso g li par lento.
59
alta d 'arzene in gesto , qual non sòle,
ché 'n mill.e parti ha volto lo 'ntelletto;
chiavasi solo, e quanto può si dole ,
tro ando di so iri col mo il letto ;
quivi si cruccia e sfoga tal parole,
che intenerir patria d'azal un petto .
- Amor- dicea, - crude! Amor protervo ,
m'hai còlto pur, qual sempliciotto cervo!
22 ORLA ' DIN

6o
er far una leggiadra tua endetta
punir in un di ben mille off se,
celatamente l'arco e la aetta
ua man pietata in mia ruina pre e .
Ah punto infausto! ah stella maladetta ,
che contra te mi tol e le difese,
allor ch'io vidi quella faccia infusa
di tal beltade, a me sol di M dusa!
61
iisero me, che indarno ess r perai
di si onorevol giostra incitore !
E tu, cieco fanciullo e n udo, m'hai
gettato fuori non del corridore
in terra, ma di gioia in tanti o·uai,
di bella libertade in tant'errore.
Deh! Dio, se de' mortali unqua ti cal
dal c or mi sferri questo ardente strale !
62
Pazzo che sei, Milon ! co me non edi
che non sei pare al o-rado i m peri al e ?
e di tal vischio non ritraggo i piedi,
che poss' io mai sperar altro che male?
E posto che 'l suo amor ella mi credi ,
non l'a erò però ch'io non on tale
cui la fortuna un tanto ben dar voglia;
e pur amor di lei seguir m invoglia !
63
Mentre solingo crucciasi Milon ,
e mille fiate ol e mille svole
quel che consiglia amor, quel eh ragione,
facendo com foglia al ento sòle
ecco nel n ar i pano si ripone
tra le Colonne il gia traccato sole;
sorge la notte da la parte adversa;
ciascun in preda al sonno i rov rsa .
CA P! T LO PRDtO 23

6
Ed io dico, eh ' Amor è un bardassa la
piu che sua madre non fu mai puttana ;
chi 'l chiama « dio» si mente per la gola ,
ché in Dio non cape furia e mente insana:
Amor è un barbagianni che non vola,
benché abbia l'ali ed usi in oo-ni tana;
guardatevi da lui , ché 'l lad ro antico
lascia la porta ed entra nel postico.
6s
Questo ben sa mia d iva Caritunga ,
quando talor col sguardo torto adocchia
qualch 'asinello da la coda lunga,
che falle porre a canto la conocchia .
![a lui convien che poscia si co mpunga
di l'errar suo , perché qualche pannocchia
vi studia sempre, e fassi bon platonico,
e chi non h a dinari è malenconico .
CAPITOLO ECO DO

Dammi perdono, priegoti, Cupidine ,


s'or ti biasmai con la tua ma dr Venere:
so ben che mai, senza vo tra libidine,
possibile non è eh 'uomo s' ing nere.
Tu sei degno d'onor e di formidine·
ché senza te saria gia 'l mondo in cenere;
onde, talor s'io straparlassi, tollera;
la colpa non è mia, ma de la coll ra .
2

Anzi ringrazio te, gentil gargi ne,


che m'hai fatto baro n di gran nomanza:
ho sempre un centinaio di persone,
boni da stacco ed ottimi da lanza;
giammai non mi si parton dal g allone,
e fra lor grido al cielo : « Franza, Franza. ~;
la qual, enza passar tant'alpe o piano,
con un trattato presi a Cunniano.

Godea 'l spagnuolo, che sotto Pa 1a


fatt' ha prigion di Franza si alt roy;
ed io nel grembo a Caritunga mia
ho preso tutta Franza per ma foy.
A che voler Italia in sua balia,
passando or dda or il Te in ed Oy ?
Venite ad me, signores; faciam todos
baron di Franza e ca alier di Rodos.
6 ORLAXDI. O

4
Yra questa corte empre qui n stia,
che giura non andarmi mai luntano.
Per me sol un contento si de ia,
che 'l cancaro mangiasse il taliano,
il quale, o ricco o overo eh sia,
desidra in no tre stanze il tramonta no.
Ora torniamo a l te to di Turpino;
m'avveggio ben ch'i son fu r di cammino .
5
Levavasi gia 'l sole fuor de l acque
con un visao-gio carco di vin còrso ,
uando a Parigi il strepito rinacque
di tante g nti per lo gran concorso.
La giostra ch' anti a Be rta il re compiacque
i m ette in punto; chi 'l staffil, chi ' l morso,
chi concia 'l barbozza! al suo destriero
per non deporre il culo sul senti ro.
6
Di frond , erbette e floride corone
piena è la terra, e pare eh' i vi pasca
Titiro la sua g reggia ; ma Carlene,
acciò che gara alcuna non vi nasca,
ne' patti fa cota l condizione:
« Chi g iu d'arzen e nel bagordo casca,
non fia capace piu del pregio posto ;
ma de la lizza fu or uscisca to to ~.
7
cemano li giostranti con tal gi co,
fin che 'i r esti l'ultimo vittor .
Quivi non giostra so-uattaro né c co,
ma re, duchi, march si ed altr'onore:
lo premio · un scudo d 'or, eh 'n alto loco
pende con un rubin di tal splendore ,
ch'ave non può d e l sol ntrar il lume,
esso del sol, ardendo, fa 'l costume.
CA PIT LO EC DO 27

Sentesi gia 'l rumor al ciel d iverso


di trombe e gridi d ' uomini e cavalli:
era ne 'aere un te mpo ch iaro e terso
n é un picciol fumo sorg e da le valli:
ch i qua , chi la, chi al lungo, chi al t raverso
urta 'l ca a llo , affrena, st ringe e dalli;
chi su, chi gitl, chi va, ch i v ien, chi sede;
ch i si, chi no , per la gran calca v dc.
9
Re Carlo in mezzo a cento capi d'oro
fermato s ' era in Jog o piu eminente ;
ciascun la mira e vede il gran tesoro
che 'ntorno lui splend ea si riccamente :
Min erva non gi a mmai si bel lavoro
trapunse di sua mano a suo pa rente,
quant'era il manto , ch'egli in cotal g iorno
a ver fra tanti reg i volse intorno.
lO

Ma pria che al ver contrasto e ragionevol e


si vegna, odi, Iettar , ché vi è da ridere;
perché una trama occulta e sollacievole
fr a i duodici re Carlo fa dividere .
Ecco improvvisa venne una festevol e
vecc hiarda, che comincia fo r te a stridere
con un suo corno ed a cavai d'un'asina ,
parendo che enisse da la masina.
I I

Tacquer le trombe tutte , la bertuccia


(ché proprio di bertuccia apparv e in atto )
soffia nel corno quanto può la buccia ,
r endendo un sono tutto contraffatto .
Ma Berta a tal n o ella si corruccia,
presaga gia de torto che l ' fatto;
e vede che 'l Dan ese nel teccato
era s un mulo magro e ecc h io entrato.
2 ORLA D I NO

12

'un mulo magro, ecchio e zoppo ancora


entrat'era il Danese ne la lizza;
toccato a' fianchi, quello in men d'un 'ora
si volge ratto al freno , salta e guizza.
L'elmo di zucca, l'armi son di stora,
la opra esta inversa di pellizza;
e per cimier ha in capo una cornacchia ,
eh ivi legata i dim ena e gracchia.
13
Driccia un forcone su la coscia, e uole
eh tal sua lanza il scudo d'or guadao-ne.
Ecco su una ca alla, che si duole
da quattro piedi ed h a cento magagne,
Morando qual limaca pa r che vole
coperto a fin e piastre di lasagne ,
e porta una pignatta per elmetto,
la qual si fa cimier del suo cazzetto.
14
Abbassa una cannuccia, e fassi targa
contra 'l Danese con un calderone;
sprona la bestia , e ien gridando: - Guarda!
Danese olge a lui col suo forcone ·
dannosi un'aspra botta , benché tarda
fusse per spazio di quattr 'ore bone;
fra 'l qual tempo Rampallo vi vien anco ,
di speronar un asinel gia stanco:
15
un asine! poledro che vint' anni
stentato avea de frati in un con ento.
Pensate quante pene, quanti danni
ivi sofferse l'animai scontento!
Al fin ruppe 'l capestro e fuor d'affanni
calzi e corregge trette p i ti di cento ;
e , scampandone, fe ' da buon !adrone:
rubò a gli frati la di erezione.
CAPITOLO ECO DO

J6
Credete a me, ch'un'oncia, ch ' una m1ca
non vi lasciò di quell a il gran dottore!
Rampallo, che g li è addosso, s'affatica
urtar innanzi un tanto corridore.
Egli eh ' in mente avea gia la rubrica
del breviario tutto drento e fore,
si lieto andava in simil esercizio ,
come gli frati in coro a dir I' uffi.zio :
17
abbassa il capo e le asi a la coda
per porre a terra il pe o ineon ueto;
sprona Rampallo, ed egli par ch e goda
andar un passo innanzi e quattro adrieto;
cade il barone su la te rra soda;
scampa, ()"ridando, l' a nimai discr to ;
ride la turba; e il cavall ier, levato ,
corre gli drieto ed a neo l' ha pig liato .
18
S en za toccar la staffa, che non v'era,
salta quel paladino in cima a l basto;
arme non have fuor ch'una pancera
di ferro tutta rugginoso e g uasto,
ma di tal tempra, ma di tal minera,
ch'al becco d ' un moscon faria con tra to:
è l'elmo p oi si di splendor adorno ,
che ' l sol nol vide mai e n on qu l g iorno.
19

Un baston di pollai o è la sua lanza,


di perl e tutta ornata e d i medag li e;
ponela in resta al dritto de la pan za
d'uno ch'incontra ien coperto a maglie.
E ra costui Ginamo di fa anza,
c h'armi no n olse gia di carte o paglie,
ma si di piastre; e per celar i alquanto ,
di canape estette sol un manto;
30 RL DI O

.lO

ed un zanetto ancora, che di foco


e ser parea, lo traditor ca alca.
Contra Ram pallo il stringe, e mancò poco
che, mentre addosso a lui troppo si calca,
quell' indi creto non gua ta se il gioco ,
e con un trave quasi lo sca alca,
perché 'l poltron , per far ben del saggio,
enne a la giostra con quel gr an antaggio.
2J

T al atto spiacque a tutti ; ma re Carlo


tanto piu piacq ue a l'atto ch'or succede:
manda fuor del steccato a con edarlo.
E li, scornato, a la sua t nda ri de :
o-li scherni de l tu rba non i parlo ;
eh 'ognun gl i chiocca dri to e man e piede ;
ol Maganz si rodon la catena,
ma Chiaramonte n ' ha letizia piena.
22

Frattanto Amon e ' l suo frate! Ottone


eran entrati insi me a son di corno;
parean che ducent'ann i col carbone
servito avesser di ulcano al forno;
l'un Satanasso, e l' altro pa r Plutone,
tant'alte corna e fiam me hanno d'intorno;
ed a due vacche han posto briglia e sella ;
questo ha un lavezzo , e quello una padella.
23
Ciascun il suo forcon e mette in resta
e move al corso quell e bestie peo-re .
Ecco Bovo, e Raineri non s 'arr ta
per tema c' haggia de le facce n o-re :
portan due n asse da pe car, in t sta,
ma indosso di astron le pelli int gre:
le lanze son due cope in un ba ton e;
le targhe una barilla ed un cestone .
CA PJT LO SECO DO JI

24
Cavalcan senza s lla due stalloni
rognosi e pron ti a far de le sue zarde,
grassi cosi , che a gli ossi de' galloni
hanno appiccato, come fusser bard ,
duo gran « bottazzi », o v er dirò « fiasco n i »,
acciò le genti tosche e le Jombarde
intendan q uel ch' io parlo; e s'io vanego-1o ,
che maravigl ia? sentirete peggio.
25
Lascio di dirvi e' colpi che si danno
con quelle lanze sue non mai piti usate ;
tal è la gara e 'l gioco lor, che fanno
rum per di risa il petto a le brigate:
dando e togliend o pel steccato van no
e pugni e calzi e bone bastonate ,
non si però, che alcun mai si turbasse
né che indiscretam nte altrui pestasse .
26
Frattanto alomone con g ran fretta
1en con un perticon da filo in resta ;
cavalca di galoppo una muletta ,
ed ha cusito a l 'elmo e sopravvesta
gonfie vesciche, ed una assai mal netta
bragazza da bifolco tiene in testa,
ed una conca p r sua targa porta,
ed al gallon, di legno una g ran storta.

Ma per ervar I on la ecchia usanza ,


s' un carro a o-ra n stride r di rote viene ;
lo stimulo da buoi porta per lanza,
e la corba del fien per scudo tiene;
dritto non ta, ma con la testa a anza
for de le scale appena; e per star bene,
agiatamente siede su la paglia
quel baron forte e ca allier di aglia.
RLA DI

Un bove solo il tira infermo e lento.


e Namo fa l'ufficio de l'auriga:
pensate mò, lettori , quanto stento
era di lui condur quella quadriga !
Or giunti al fin e dentro il torniamento
a torre e dar ad altri la ca tiga,
gia amo di menar non si sparagna
la spada no , ma il capo e le calcagna.
29
Vedestu mai qualche poltron ill ano
( ~ poltron » s' appella di suo proprio nome)
disca lzo cavalcar il suo germano,
« l'asino» dico, a mezzo inverno, come
spesso mena le gambe , come insano,
acciò di bor a il spirito noi dome?
Co i amo facea cazzando il bove,
che ad ogni cento urtate il passo move.
30
r son meschiati insieme que' baroni
su quelli animaluzzi magri e vecchi ;
pignatte e pignattelle e calderoni,
padelle, zucche , barilotti e secchi
fan gran rumore , mentre co' bastoni
si dan buone derrate su gli orecchi,
orecchi di destrieri, intendi ben
scherzo; eh · doglia tra lor non convien
31
tton s'era affrontato col Danese;
quello sul mulo, e questo su la vacca:
getta n lor aste e vengo n a le prese,
ed abbracciati ognun di lor s'attacca:
Morando eh' indi passa, tosto prese
la coda al mulo, e col tirar si stacca;
Danese da le m an d'Otton si snoda,
che for del cul si sente andar la coda;
CAPITOL SECO DO 33

32
volge la briglia per girar l'armento ,
ma tanto fa se quello fusse un muro.
Morando tien tirato, e tal tormento
sente il mulaccio, che, per star sicuro
di non perder la coda, e piog.g ia e vento
spruzzò dal buco, e d'un impiastro puro
unse talmente il volto a chi 'l tenea
ch'egli non uomo, anzi merda parea.
33
Lascia la coda il buon Morando presto
- H eu, quia incolatus swn -gridando forte.
Amon ch'era de li altri 'l piu rube to,
su l' altra vacca giunge qui i a sorte;
a Bovo tolto avea la scopa e 'l cesto,
e quasi al suo stallon diede la morte;
ma n on vede Rainer, che per la coda
tien anco la sua vacca e via la snoda.
34
Spiccolla via di netto in un sol rollo
con la facilita eh' ad un pollastro
smembrar vidi talor dal busto il collo;
onde 'l tapin senza garbin e mastro
andò pur giu da banda, e ri ersollo
con seco il suo destrier come un pilastro:
né anco Rainer per quel tirar con forza
puote star saldo, ma giu cadde ad orza.
35
La coda c'ha e in man saltella e guizza,
come sòl far una luserta monca .
Eccoti Bo o al lungo de la lizza
corre, c' ha tolto a Salomon la conca;
quello il persegue e finge a erne stizza,
e tanto or slunga il pas o or la via tronca,
ch'al fin lo giunse do e I on gran briga
prende sul carro col suo istes o auriga .

T . FoLE. ·co Open italiane. 3


34 ORLA 'DI '

36
Ma amo p r combatter faccia a faccia,
òlto al contrario, fa eli coda briglia:
Ivon di paglia grande copia abbraccia ,
e tutto in capo al buon amo compiglia;
egli, sommerso, non sa che i faccia,
crollasi tutto, ed ha la barba e ciglia,
la bocc , il naso pien eli bu che e po~ve
ed in un fascio a terra si pro ol e.
37
Re alomone, quando Namo vide
epolto in un pagliaio andare a terra
- Non dubitar, baron! - gridando ride,
e con I on co mincia un aspr o-uerra;
q uello sul carro al basso giu si asside,
e pu ni e calzi, e qua e la 1s erra ;
ché Bovo ancor intorno lo lavora ,
stigando questo a poppa e quel a prora.
38
Morando, tton, Danes con Rampallo
• son attaccati tretti in una calca,
e van facendo intorno un strano ballo ,
mentr'uno addosso a l'altro piu si calca;
ciascun p r non tornar giu ca allo ,
col cui al basto, quanto pò, ca alca;
e presi s han per piedi , mani e braccia,
e scavalcarsi insieme ognun procaccia.
39
Rampa! si 'olge del anese al mul
che co' denti g li tiene l a in llo;
fallo la ciar, e l'asinetto, u lo
girar di te ta, fece un atto bello:
urtò del naso e co lse in mezzo al culo
d e la ca alla, e sente od or in quello,
odor grat a' stalloni, e mentre il l mbe
trovasi aver, di quattro, cinque amb .
CAPI T L S EC r DO 5

40
Allor co n la sua oce assai sonora
quel musico gentil cbia rn · mercede,
poi , dritto per gio trar anch' e so, explora
q ue Ila tarrra in vestir eh' an ti si vede,
sta su duo piedi ; ma Rampallo allora,
spietato e duro, tosto gli prov ede,
salta del basto e d'un legnaio in colmo
quanto puot portar carcollo d'olmo.
41
E 'l ma tro di cappell a , ch'avea cura
acco modar la voce a l' istrumento,
non stette saldo a quell a battitura,
come al martello non ta falso argento ;
la chiave di b lungo forte e d ura ,
fatta be molle , i ritrasse drento ,
i come la Jimaca far si sòle
quando s ' inc ntra a hi beccar la vole.
42
La risa no n vi narro le le donne,
che ciò , fingendo non guardar, vedeano,
e chi cercato ben sotto le <TOnne
aiJor a esse, forse che ridea no
con altra bocca fra le due colonne,
o e molte form iche di scorreano
per brama di mangiar non pane o ino,
ma sol di fra Bernardo il scappuccino.
43
Berta sol è colei che mai non ride;
anzi lo ri so d'altri piti l'offende;
tace di for , ma drento smania e tride,
ché l'ira quinci , amor quindi l' inc nde.
Carlo, che di luntano star la vide
cosi o pesa, g ran piacer ne prende·
Jla s 'accorge e via tol e pre ta,
fi ngendo dol di ma re o pur di te ta.
ORL DI"

44
Fugge a la ciambra; e, come da il costume
d'amanti, al letto buttasi con fretta ;
ben si dimostra al g uardo , al torbo lume,
ch'una man fredda al cor l da g ran stretta,;
e se di pianto al fi ne un largo fiume
non 'irrompea , l'ardor de la saetta
l'arebbe incesa come far si sòle
d'un legno che cent'anni cocque il sole.
45
Le asi al fin e , e un paggio di dieci anni
chiama , ch'un cherubin non · piu bello;
tutt'era adorno in strafoggiati panni,
d'un capriolo piu leggiadro e snello;
chiedelo Berta, òlta in grandi affanni,
e comanda dicendo: - Or va', dongello ,
va' ratto ratto in piazza e, tra le squadre
cercando, fa ' che vegna a me tuo padre.
46
on ti pensar che 'l fante l risponda ,
anzi qual pr to gatto giu descende .
Acciò chi sia 'l citello non s'ascenda,
dirollo , poiché 'l senso qui i pende:
quest'angiol tto da la chiom a bionda,
che 'n g rem bo a ener qual Adone splende,
Ruggier da Risa nomasi, eh' è figlio
del pro' Rampallo, bianco quant'un giglio.
47
Qual giglio, qual ligustro è 'l suo candore,
co gli o chi negri ed ha capo romano,
di s o-uardo lieto, d'animoso core,
di ben quadrato petto, gamba mano.
Taccio la sua destrezza, il suo valore;
g rato a ciascun, piu g rato a Carlo iano,
che a Rampa! suo padre il olse in dono
e quel ornò del bran do e d 'aureo sprono.
CAPITOLO SECO 'DO 37

4
Non ces a dunque mai, non mai s'attriga,
in fin che trova il padre al stolo drento.
Esso cogli altri uscito era di briga ,
ch'eran caduti in quel torniamento,
quando vide 'l figliuolo , che s'intriga
nel folto dei ca ai senza spavento ;
pen i qualunque padre se gran pena
cacciò li l san o-ue al c or for d'ogni vena!
49
cridalo forte ed al tornar l'affretta,
come 'l severo padre al figlio sòle;
egli , securo d'arme non sospetta,
taglia del pad re l'ultime parole:
- Venite , padre- dice, -che v'aspetta
madonna Berta che parlar vi vole; -
poscia si volge e scampa ritornando ;
Rampallo il segue a piede , sol col brando.
o
Verso il palazzo ola quel barone ,
e con R ugo-ier fu innanzi a quella diva;
la qual , 'edendol, presta in tal sermone
proruppe , in volto neghittosa e schiva:
belle pro e che vo tre persone ·
san far in (]'io tre. oglio che si seri a
cotesti vostri fatti ne Ii annali
di Franza a quelli de' rom an eguali.
51
Chi v'ha si ben instrutti? dite: quale
fu si bon vostro m astro di brocchero?
Dricciar potra si un carro triunfale
a gli alti capitan del no tro impero!
O fran chi ca allier, che con le scale
su gli asini si balzan di ligiero
che benedetta sia la grazia ostra,
poi che m'ornati d'una simil giostra!
3 ORLA 'DJ.

52
Qual rnaraviglia poscia, se l'ispani
vi di con ~ bottaglion, baghe di i no »!
voi , di bravar sol boni, g li altri strani
chiamate « allé, villen, paglie, cuclzino »;
quand'è poi tempo di menar le mani ,
ète peggior del sesso feminino,
e pe 'l vostro supé ben spesso accade,
eh ' I tali a vi ritien nel fil di spade. -
53
Rampallo ch ' allor vede pe r grand'ira
la donna dir quel ch e non sa che dica ,
sorride alquanto e 'n parte si ritira
ove d' udirla pone ogni fatica,
finché smaltisca quella voglia dira ,
che la memoria ed il parlar intrica;
ma, racquetato poi tal vento e pioggia ,
egli parlando piano a lei s 'appoggia :
54
- Madonna vi ringrazio eh' io sia tale ,
cui dir si poscia ciò che dir vi piace;
v 'accerto ben che, se 'l sia ben o male
quel che 'n g iostra intervien, per me si tace
(anch'io giostrai su quel vil animale
per non esser fra gli altri il contumace ),
quan do che chiar vi faccio e manifesto
l' imperator esser cagion di questo .
55
Ver è, perché ciò faccia, dir non so,
né for che Carlo altra persona il sa ;
quod aute·m lwbeo tmztum hoc libi do,
ch'un vero mio pensier a me anco 'l da ;
vero anzi no, ma dubbio, dirlo vo '
perché la cosa molto queta a:
lo re per voi questo tal scherzo fe ';
per mal non gia, ché v'ama quanto sé .
CAPlTOLO EGO DO 39

-6
Si com avviene, par ch' ognun s 'appaghi
di far l'amico scorocciar i alquanto ;
ma non gridate piu, ché da imbriaghi
cotal gio tra non dé' proceder tanto;
sani chi 'l scotto innanzi sera paghi ,
se non me ' nganno , e poi darassi vanto
(quel che si vanta sempre lo spagnolo),
a er vittori a un tratto senza duolo.
57
e noi K bagh e di vino » e « battaglioni ~
chiam ano , dican questo a quei di Franza
perché di Carlo i dod ci baroni
sono , for che la stirpe di 1aganza,
scesi da Roma, da que' cip ioni ,
Corneli , Fabi, o d'altra nominanza,
ch é Cesare, espugnando in qu esta parte,
lasciovvi assai del popolo di arte;
5
e di cot sto poscio far 1 fede
col testim on del vescovo Turpino ,
che un libro vecchi o e autentico possede,
lo qual ilvestro scrisse a Costantino,
o ve la nostra origine si vede:
Mong rana, Chiaramonte e di Pipino.
Non siamo ispani , franch i né al emani ,
non arabesch i, no ; ma taliani.
9
Italia bella, Italia, fi r del mondo,
patria nostra in monte d in campagna
Italia forte arne e eh , s econdo
i legge , ha pe so i to le calcagna
de l' inimici, quand a tondo a to ndo
ebbe t lor tedeschi, ~ ranza e pagna;
ché se non fu ser le <Tfan parti in quella,
dominare be il mondo, Italia bella. -
r
l

40 ORL ' DI

6o
Berta, ch'ode il germano es er cagione
di quel tal scherzo d'asini da basto,
ma che giostrar si dé' poi con ragione,
non f ce di parole altro contrasto ,
ma chiede sol perché non 'è Milone
armato de villani al ero pasto,
perch ' , se sei villan e òi star bene,
recipe un pezzo d'olmo su le schiene.
6r
Rampallo dis e a lei: - Mi maraviglio,
madonna assai di questo che n on venne ;
or or m'avvento a lui perché consiglio
pigliar volemo insieme del solenne
contrasto ch 'esser deve: or stanne, figlio,
qui con madonna - e detto ciò, le penne
spiegando a' piedi , l' alte scale scende
ed a la stanza di Milo n si stende .
62
Ma ritorniamo al rustic certame
de' paladini fatti mulattieri;
or vòto il carro ave a Ivon di strame,
e d ' altro schermo gli era gia mestieri ,
~
e col suo vecchio bove fea letame.

l E mentre co le spalle i cavallieri


contendon lui col carro traboccare,
s1 corse al cul del bove a nparare .
63
lvi suppose ambo le rnan con fretta:
pensate qual frittada i raccolse,
e fece un, non gia d'acqua benedetta,
asperges me, che o o proprio accolse
del volto in mezzo; e poscia qual saetta
pien anco i puoni di quel puzzo tolse,
e cosi dritt il bon arcier il scocca ,
ch 'a alomon tappò gli occ hi e la bocca .

l
1 I
CAPITOL . ECO 0

64
Elli, abbattuti piu da la vergogna,
fu g on for del steccato immantinente;
Carlo gli fa, per piu scherno e ergogna,
sbatter gli piedi e man drieto la gente.
Lo mulo del Danese, ch'in Bologna,
anzi a Parigi stato era tudente,
ficca la testa in giù da valentuomo,
e col cui alto fecevi un bel tomo.
6s
Fecevi un tomo tale, che 'l Danese
una str tta da mulo ebbe a la panza;
Morando con Otton venne a le prese,
ed ambo di cascar stanno in balanza.
Ivon, ch'era sul carro , qui comprese
ch ' a la vittoria poco tempo avanza:
caccia lo bove e tanto il driccia e punge,
ch'ove son abbracciati al fin si giunge;
66
e qui con quella soga, ch'al gran tra\ e
noda il bifolco e stringe paglie o feno,
acconcia un laccio, e poi ch'acconcio l' have
lor osservando a, né pm né meno
eh altrui lusingha e mo e il piè soa e,
s'un fuggito cavai segue col freno;
fin eh' a l'orecchia o altro e da di mano ,
torna la briglia , e poi gli è duro e strano .
67
Cosi I von mentre a fatica m o ve
il carro, s 'accostava a li baroni,
poi isto il tratto, <TÌtta il groppo , e dove
segnato a ea la corda su' galloni
cadendo tira e quei legati smo e
traendo li sul carro da <Tli arzoni ·
come talor si vede stanco e lasso
lo illanel tirar di leo-na un fasso.
2 ORLA . DL*O

6
Ben vi so dir che gli sudò la braga,
n an ti eh' a esse i l carro su l cale·
e se di lor ognun stretto non caga,
con ien che for co reggie almanc exale.
on mai veduta fu cosa piu aga,
ché gli ha legato si le bra eia e l'aie,
che non si moven piu, se fu s r zocchi,
e se si mo en parte, mo n gli occhi.
69
Or qui de trombe piu di cento intorno
comincia il tararan con gran rumore;
ittoria ciascun g rida d'ogn' intorno·
la ecchia de la turba salta fare,
e nuda come nacque col suo corno
or sona fort , or grida in tal ten r
- I one! Ì\'a I' on! l\ a Bard lla,
ch'empie di roste e \'Oda la carsell a ! -
70
Poi p1cca un salto e balzasi sul bO\ e
quella vacca leggiadra benché vecchia,
e quinci il carro trillnfante smove,
tanto con le calcagna il bu puntecch ia .
E ciascuno di lvon iste le pro e,
buttargli fior e frondi s'apparecchia·
e cosi tando de prigion in m zzo,
usci fo r del steccato a pezzo a pezzo .
7I
unque ti dico, o savio e spud senno
eh esser ti pare un patta modene e,
che qualche fiata le perso n denno,
tutto che nobil sian , far del cortese.
Ecco del uo ig nare che a un sol cenno
han fatto Bovo, Otton, Namo anese;
e tu ti sdeo-ni , ru tico villano,
aver se non il dio de g li orti in mano?
APITOLO TERZO

Bramo la coda aver del rubicondo,


c' heri nel fin del canto dissi a caso;
l 'appiccarei di santa Zita al tondo
acciò eh 'ad ambi e volti avesse il naso.
Quanto so ben che , s'io pescas. i a fondo
di questi santi ipocriti nel vaso,
\i trovarei (che'l ciel tutti li perda !)
non muschio esser il suo, ma pura merda ~
2

Tu mi dirai, lettor , ch 'io sia corretto ,


e che 'n parlar, anzi cagar, mi slargo;
rispondo che se 'l bue co i stretto
stato fus e d'alcun, come era largo,
né Giuvenal né Persio a rebber detto
le sporche mende altrui cogli occhi d' Ar o.
P rch é, come potras i dir la causa
di qualche puzzo e non ti render nausa?
3
òi tu saper qual ia la cosa, che
cercando non ti curi tro ar gia?
quest'è: quando a l'oscuro non si ve '
che un soldo a te caduto è, qua e la
or cerchi con la mano ed or col pè
fin eh la mano in qualch stronzo va:
to to la odori, e tro i quel che no
tro ar \'O e\·i, e il tuo cercar fe' ciò.
44 RLANDL

4
Ch 'io oglia dir su questo, en contare
potrei, ma uscito m'è for di cer ello:
tal atto pes o a iene in predicare
del libro arbitrio a qualche fratic Il ·
tu l'odi su le palle a Dio montare
e cacciar per un ago il suo gam bello,
ma uscita non ha poi né sa trovarla :
chi ascolta poco intende, e men ch i parla.

Torniamo dunque al testo, ché la torta


mi sente piu di stizzo che di lardo;
ma oglio qui pigliar la via piu corta
per non o-i.uno-er Orlando troppo tardo .
Quivi Turpin la storia sua trasporta
in Africa , seri endo del gagliardo
Almonte primo figlio d' Agolante,
d'animo, forza e di belta prestante
6
le gran prove che fece e la soprana
virtu ch'al mondo sparse per a ere
d' Ettorre il nobil brando, Durindana
e come m · nol puotte po sedere,
fin che non descendess·e ne la tana
d'un mago, Atlante, il quale con minere
di piu metalli e col suo Farfarello
fe' in quattro mesi un incantato anello :
7
quell ' incantato anello, cui la figlia
di Galafrone molto tempo dopo
ebbe con seco a grande maraviglia,
celandosi d'altrui quand 'era duopo
e ruppe ogni altro incanto, ché ermiglia
v'era una pietra dal sino etiope.
Poi si ritorna il mio dottor, seo-uendo
di Berta dir, a cui mie rime i' spendo.
CAPITOL O TERZO 45

Ella si per amor e si perch 'era


donna, come son l 'altre, imp ziente,
per una sua fidata messaggiera
a cui scoperto a a la fiamma ardente,
manda pel saggio duca di Ba ra,
e seco ragionando il fe' repente
portar al uo fratello un'amba ciata,
alquanto d'un sdeo-nelto a elenata .
9
Sorrise Carlo senza altra risposta.
Tacendo assai risponde un g ran signore !
Ei quando annebbia gli occhi, senza sosta
scampo nel porto ché 'l mar fa rumore;
ma se 'l guardo ridente miro: - Accosta,
accostati! -mi dico, ché del cuore
l'occhio sempr' è m essaggio o lieto o torbe ;
e questo imprende ognun, fora ch'un orbo.
IO

Adunque, sazio del giostrar m ndace,


bandisce, rinnovando i patti, il vero:
ma per servar tra soi baroni pace,
anco per nova festa e gioco intero
(come signor che 'l popol suo compiace),
fa bando ch'ogni principe e uerriero
non porti a lato spada, stocco o maccia,
ma con le lanz sol guerra si faccia.
li

Questa fu la cagion, che due figliole


avea Namo, Armelina e Beatrice;
s'ambe fu ser al mondo belle sole,
c1ascun le o le e m ritarle dice.
Danese e be la prima; l'altra ole
Amon, se può; rna l'ira emulatrice
dei Maganze i t nta Carlo e ·amo
che l' abbia il conte traditor inamo.
6 OR L ' DI

L editto dunque fu a ciascuno grato,


sol a i signori di Maganza spiacque ·
ad ogni cellerao-gine peccato
que ta canaglia malad tta nacque ;
orria veder Carlo e gente e stato
so mmer o in terra o 'n le marittime acque :
gli ca pi d 'esti cani si mal agi
Manfredon, Ginamo e R . . rt !agi.
13
Buttò Ginamo il brando ia con sdegno,
ch'a elenato avea lo ribaldone ;
fra loro congiurati era disegno
ch'egli ferisca cautament Am ne ,
tenendo i lor certi eh' ad un se o-no
sol di stoccata morirei ' l barone,
che ol d ata sia la col pa a l brando,
pur eh ' abbian poi Beatrice al uo comando .
q
cingesi ognun la spada con gr an fretta ,
per non opporsi al ban o im eriale.
Ecco 'l Danese al sono di trombetta
con l' a ta dritta attende chi l'assale.
ta a una torma de spagnoli stretta,
de' q uali Falsiron è caporale,
ed anca era concorde con Mao-anza
di sca alcar i paladin di Franza .
I5
Elli gia non sapean tal trama ordita,
di che contra Danese alli I one ;
Morando similmente fa partita
dal luogo suo correndo in ver' Bovone;
Bovone contra lui, ch é ognun s'aita
mandar il suo contrario al abbione:
ma stetter fermi que ti quattro in sella,
ed iran l'aste rotte a l mia stella.
CAPIT LO TERZO 7

16
La st !la di Saturno o sm pianeta
è quella che mi fa d'uomo chimera,
lo qual non bbi mai né avr· mai quieta
la mente , in fantas ie mattin e era:
ciò dico, perché officio ' del poeta
giovar e dilettar con tal mani ra
di stile, che 'l lettore non s ' attedia ;
ciò fa Dante ne la sua Comedia.
17
Quel Dante, sai, lo qual ~ Omer tosca »
appellar deggio sempre, come ancora
irgilio è detto « Om ro manto ano » ,
per cui la patria mia tanto s'onora;
chi 'l Petrarca fa di lui soprano,
ne l arte mate matica lavora,
ché Dante vola piu alto, e questo dic
col testim onio di GiO\ anni Pico.

Lo quale disse eh ambi hanno l 'onore ,


que to di senso e quello di parole:
vero · che quant al frutto cede il fiore,
quanto del sol il lume ad esso sole,
cotanto d'ogni stile il bel candore
eone de a quella vasta e orr nda mol
d'un alto in CT gno, d'un concetto tale,
ch'altra l' ottavo cerchio spiega l'aie.
19
Tal dico ancor, ch'un Chirie di Iosquino,
i come assai piu val di tante e tanti
canzone e madrigai del Tamburino
(o K merdagalli ~ gli appellar alquanti),
co i parmi che D n te alto e di vino
i lascia po' le spalle gli altrui canti,
ché quanto piu de l'apre val la fede,
a Beatrice tanto Laura ce e .
ORL D1 O

20

Lettor, sta' queto e tien piu corto il n aso ,


lode di Dante non biasman Francesco :
cr dii a me , se coto san Tomaso
ebber l'onor dinn anzi, ora un tedesco ,
o sia di Franza, Eras mo, aperse il vaso ,
lo qual de' frati il stil barbaresco
a ea rinchiuso si che nullo odore
piu si sentia d'alcun pri mo dottor
21

Molta scienza i' trovo d oo-ni orte,


ma pochi bon scrittori men giudicio ;
però col te mpo s ' aprine le porte
di saper sceo-lier la virtu dal vicio ;
o sante, o be nedette , o degne scorte
a conoscer di Cri to il beneficio !
Ma perché forse i' passo gli confini,
ora torniamo ai quattro paladini.
22

Ma che faranno, che non hanno SJ ate


e sol un breve tronco in ma n gli resta?
Ecco 'l piacer de gli urti e bastonate,
che dannosi co' fusti u la testa;
rideno, ciò v edendo , le brigate ,
riden e quelli che si da n la pesta·
frattanto ancora di piu apprezziati
baro n insieme so n osi tacca ti.
23
Vinti franzesi e tanti altri spagnoli
si vanno incontro con l or aste al segno ;
diece toscani e cinque romagnuoli
sfideno insieme quindeci del Regno :
tutti ad un tempo questi armati steli
pongon i colpi do 'è lor di egno :
grand'è 'l polvino, il sòno, il grido, il trepito
del pazzo 'olgo e de le trombe il crepito .
CAPITOL TERZ) 49

24
A l' investir d l' aste e co tronconi
volan in cielo, e molti sono in terra;
alzan le piante in luogo de ' penn oni,
e gia si vien a la piacevo! guerr ;
quivi a le p ug na giocasi e bastoni ,
e questo quello, e q uello questo atterra:
non hanno spade, brandi, mazze o stecchì ;
qual da col pugno e qual col deto in g li occhi .
2.'i

Mentre si ride a co to di qualcu no ,


trenta Lombardi tre nta 1aganzesi
correndo fan d i polve l ' aer bruno.
Ma di Maganza vinti son diste i
e di quel scorno ride ciascadun o;
sol de' Lom bardi cinque novaresi ,
tre bergamaschi, e da Cremona un paro
non ebbero al cascar alcun riparo .
26
L'aperta s ua vergogna e bbe a di petto
Ginamo di Maganza Bertolagi.
Mo sero trenta conti e li , in con petto
di Carlo Mano e tanti uomini saggi,
contra Lombardi vanno, che 'n obbietto
non han se non le pug na e bo n coraggi .
piacque l'atto illa no al re Carlone ,
ed accennò Ram palio e ' l forte Amone.
27
ampallo abbas a un legno molto g ros o
e erso Bertolagi a rinchiuso;
in mezzo de la faccia l' ha percosso,
e un tomo fagli far col capo in iuso.
Ruppesi d ' una palla il nervo e l' osso ;
pensate se ' l ma tin restò confuso.
imilemente Amone senza scale
smontar fece mamo suo rivale.

T. FOLEKGO , Op~re 1/aliatu. 4


so ORL KDI -o

Ivon , Bovo , D anese con Morando ,


spartiti l 'un da l'altro, quasi fiacchi,
entroron ne la torma ful minando ,
e fanno a que to e quello gli occhi macchi .
Chi vuoi di pugni, n' have al suo co ma ndo ,
se avvien he addosso l' ungie Amon gli attacchi ;
gia vinti n 'ha mandato al sabbione,
empiendo il capo Ior di stordigione .
29
Chiunque for di s lla si ritro a
mistier g li fa eh ' usci ca de la sbarra;
sei paladini gia son a la prova
e con le pugna fa n pugna bizzarra;
ma par che a lor addosso il mondo piova,
ché alsiron è quello che li abbarra ;
abbarrali mandando molti in frotta,
poi eh ebbe oo-nun di loro l 'asta rotta.
30
Qual li per uote adrieto e qual davante ,
chi ne le spalle e eh' in le gambe i piglia:
al povero Morando in un istante
del suo ca allo tratta fu la briglia;
Ivone fatto è, d'u omo d' rm , un fant ,
e come in terra ia si mara iglia ;
Danese n' ha cinquanta he 'l ritiene,
in fin che diede in terra de le rene.
31
Giammai non fu veduto un tal combattere,
per cui i slegua il popolo di ridere :
la vedi Bovo e piedi e mani sbattere,
sol per puoter i dal rumor di videre:
qua su e la giu Ra mpallo tende a batter ,
ma la gran calca puotelo conqu id r :
Bovo , ch ' og nun il tocca, pista e apola ,
in terra n le cing al fin s ' incapola.
C PIT L TERZO SI

32
Morando, il cui cavallo non ha freno,
di trotto al suo di petto corre intorno:
ole attrigarlo ed or la man al creno
or a l'orecchia il pr n de, ma ritorno
non fa la bestia, eh' ad un puoco feno
al fin si resta, e del patron con scorno
prese un boccon la rozza di quel strame,
e insieme masti<Yando fea letame.
33
Cosi mangiando insieme e stercorando
fa che la risa intrica le trombette:
ei eh' è schernito \'enne i turbando
e d'uccider! o tosto si promette;
pone la destra per cavar il brando ,
ma noi ritrova, onde confuso stette.
tringesi ne le palle, e for di lizza
esce pien di ergogna e piu di stizza .
34
Gia sol de' paladini mon è in ella;
tirano li altri a drieto )or ca alli
col capo chino e rossa la massella,
gridando il volgo intorno: « dalli , dal li! ».
Gode Maganza ed il spagnol saltella,
ed anco improverando drieto val li.
Onde re Carlo n'ebbe gran dispetto
e fu per porvi fin senza rispetto.
35
Con ien ch'a molti ancora ciò dispiaccia
vedendo tanti contra tar si pochi.
Amon saletto fassi dar la piaccia
e can<Yia in un momento cento lochi,
spicca le piastre e sol co l'ungie traccia
e fa col pugno i isi negri e fiochi,
e pur fu gia per far de' piedi testa,
s' ra la lanza Rainer men pr sta.
OR LANDI

J6
Però che, in quello corso eh fa un cervo
quand'ha deposto de le corna il peso,
vien ratto col suo fusto di bon nervo
ed un piccardo in terra ebbe disteso;
poi seuui l amo che un pagno! protervo
spinse for di l'arzene a capo peso;
Otton corre ugual a alomone:
quel batte un sa oin, quest ' un ascone.
37
Cotesti quattro in un momento a pied
posero quanti occors ro a cavallo.
Or spera Falsiron che sian er di
del premio i soi spagnoli s nza fallo.
- Io son in porto - disse, - gia mi cedi,
Carlo, l'onore eh· ho ridotto il ballo
al voto nostro in scherno de' franceschi,
ché ognun di lor non sa ciò che si peschi.
3
Pung 'l destriero e driccia l asta al cig lio ,
e contra a alomone si disserra
lo qual senz'ulla in mano die' di piglio
a quattro span ne d'asta eh' ra i n terra.
ta saldo a Falsiron , ma 'l p riglio
de l' inecrual contrasto gi u l'atterra.
Con simile antaggio Balugante
fece ch 'al ciel mostrò Rainer l piante.
39
- O b Ile prove - grida il duca amo -
che fare · anno i vantator spagnoli .
Riportarete il ittorioso ramo
merc · la frode e li tramati doli. -
Risponde Falsirone: - Or pr si a l'amo
averno pur di Marte li figliuoli!
- Secondo il nom tuo fai! - disse Ottone,
poi ruppeli sul C'apo il suo ba tone .
CAPITOLO TERZO 53

40
Ma Balugante, c ' ha lo fusto integro
percotelo n el fianco e ' n te rra il getta;
molt' era il falso Falsiron allegro,
e por di sella ' amo studia e affretta.
Amon che per stracch zza ornai vien pegro
n'avea cinquanta intorno a grand stretta ,
onde qui spiacque l' a tto si villano
a' parigini, e via piu a Carlo Mano.
41
Lo qual, volgendo l'occhio alto e soperbo ,
chiede perch é non vi è Milon d' nglante.
Bovo ch'era icino disse : - lo serbo
in altro tempo qu ste ingiuri tante ,
senza rispetto per lo g iusto verbo ;
c'hanno confuso il g ioco a te davante.
Or lodan o pur te, ch'al tuo comando
non si trovammo al lato mazza o brando. -
54 RLA' DI O

44
- Ben traboccato son- ri pose quello-
n · sollevarmi piu amn1ai i spero.
Deh fato ingiusto di pieta rubello,
che si cangiato m' ha di bian o in nero .
Potea Fortuna piu crude! fta llo
eli questo ritro armi, o ca alliero?
Chi mi consiglia dunque? e che arrammi
s 'alcun contra 'l d sio consigliarammi?
45
Partiti dunque, ché non · curabile
lo mal che 'n le medolle i' ento p ung r
ogni a ltra p ste cr ggio esser sanabile
a mille ie di cibo, taglio d ungere;
amor sol è quel tòsco ine itabile
cui morbo alcun e ual non i può g iung re:
n ' vi si trova al mondo un sol rimedio,
for che morir d'affanno e lungo tedio. -
46
tette Rampallo in quel parlar si fiso
che tutto il olto vannc contraffatto.
- Tu m'hai - disse, - frat Ilo, quasi u ct o,
e posto a tal che for di me son tratto.
Per qual si altero si leggiadro iso
puote smarrire un animo si fatto?
Tu, che eli sa iezza non hai par ,
ti lassi dunque in tant error ca care?
47
E chi è costei? aria forse Costanza
o pur di amo la figliuola b Ila?
Né creder voglio che facci mancanza ,
di Carlo amando Berta l orella.
Tant'alto chi pones e sua sp ranza,
porria p rar dal ciel trar ogni stella. -
Milon non puote contin rsi allora,
ma, senza pensar altro, saltò fora:
CAPI TO L O TERZO 55

4
- Arcana cogit amor cmljiter i,
disse l'Omero nostro mantoano. -
E cosi all or Milone i soi pen ieri
scoperse al fido so zio a m an a mano;
ma ch'eran gli occhi d 'ella tanto alteri,
che porvi speme gia cred 'esse r vano;
e pur, se n on gli vien tal fiamma tolta ,
oma1 dal corpo l 'alma sua fia sciolta;
49
né che sa im agin are modo v1a ,
onde speri sfocarsi il miser core .
Però lo non ave r q uel si d sia,
e l'in usato ed in egual amore,
lo tòsco, lo vel n di zelosia
gia ' l condurranno al simile furore,
che tolse a Filli, Piramo idone
la vita stessa, non che la ragione.
so
Rampallo cotal detto fiso ascolta
ed ascoltando ruppe in larg o pianto .
Trarlo di quella mente iniqua e stolta
con boni avvisi, gia non si dia vanto ;
non mai verragli tanta pena tolta ,
se non allontanando] da lei tanto,
che non la veda; e cosi a poco a poco
spera ritrar! o dal maligno foco.
-r

unque comincia il saggio ad invitarlo


se gire in Barbaria eco gli aO'grada.
1a non si tosto mosse a confortarlo,
ecco improv iso al lungo di la strada
correndo i ne il nunzio di re Carl o,
e dice che Milone senza bada
si tro i arm ato in iazza con la lanza
per rifran ar l' onor pers di Franza.
s6 ORL DI T

Milon, ch'ascolta l'ambasciata, presto


salta di letto e chiede l'armatura.
Con lieta fronte copr il senso mesto
e calca in petto la mordace cura.
- Va' -disse al nunzio, - dilli che mi ve to
l'armi, quantunque manco di natura,
perché una lenta febre al mio di petto
m'avea ridutto alquanto sopra il letto. -
53
Mentre che 'l messaggiero i diparte,
Rampallo torna al suo ragionamento:
- Vòi tu - disse , - fratello, ruinarte?
Vò i tu si pazzo o-ire al torniamento?
veo-lieti di tal furia m n tre l' art
d'amor ragion in te non anco ha spento.
Molti sono i remedi al novo male
ma lo 'nvecchito al tutt vien mortale.
4
on ti scordar la fama tua, barone,
non il splendore non quel savi petto.
e tu non hai di te compassion
ben l arai manco di l'altrui difetto.
Ritorna virilmente a la rao-ione
n oler darti a femina oggetto,
per hé tu perdi , seguitando more,
te te so, Carlo e l'acquistato nore.
55
Tu reggeresti l'uni r o mondo·
ed una fernin ella ti go erna?
In tuo servigio forte mi confondo
edendo quella gloria tua soperna
ilmente sottoporsi a un capo biondo
d'una (non anco so s'ella discerna
il ner dal bianco ) tenera fanciulla ,
tolta testé di fa ce d la culla.
P IT L T F. RZO 57

s6
Tu pur hai mi Ili esempi avanti g li occhi ,
quanto mal ien dal se so muliebre:
nulla di manco, in o-uisa de ' ranocchi,
siamo in tal fa ngo sin a le palpebre,
né co noscemo l 'arti e li ~ nocchi
ch'usano qu Ile in l'a moro a febre ,
fin che proviamo, poi, che queste scroie
bastanti sono d 'arder mill e Troie.
Si
O misero ch i segue la !or traccia!
Ché in sé di ben non han for che le forme,
donde colpita vien l 'umana faccia,
quantunque in luogo putrido e deforme.
O misero chi darsi si procaccia
in preda ad una belva mostro enorme,
cag10ne, da ch'è 'l mondo, d'ogni mal e,
crudele, invidiosa bestiale !
5
Mentre Rampallo tende a onfortarlo,
ecco su viene un altro amba ciator
arra la doglia ed ira de re Carlo,
ch e 'l spagnol esser debba vincitore.
Milon , udendo ciò , p r aiutarlo
e riparar col uo l 'altrui splendore ,
non altro al cavall ier vi ri ponde,
corre a la stalla e tutto si confonde.
59
alta in arzon tosto e l'asta piglia·
urta l corsier , o-aloppa e non dimora.
Berta , ch'attende, fassi mar a iglia
ch'ornai non ien; perché l'amante un 'ora
esser mill 'anni giura, d assottiglia
l' inge no si , che ti e n si talora
eder quel eh non ede, e poi, s 'l 'ede,
tant'è 'l piacer che ciò eder n on crede .
------------- ---------- ------------------

l
5 ORLA DI ,

6o
T ssuto a ea con la sua man arguta
una girlanda d'amarissim'erba,
qual ' l'a senzio e l'incendio a ruta
e la morte di Socrate i acerba ;
ma perché al naso è gra e la cicuta ,
con rose il mal odore di acerba .
Poi cautamente diede! a Ruo- "ero,
che ratto quella porti al ca alliero.
61
Il qual anco non era in piazza giunto,
quando Ruggier, avendo l'aie al piede,
volando a né si dimora punto,
in fin che di luntano il sente e vede.
Chiamagli drieto, e poi che l'ebbe aggiunto,
guardasi prima in cerco, e qui o-li diede
con umil saluto la girlanda,
dicendo la persona che l manda.
62
o n a a m pò mai pol e cosi ratto,
quand rice e la bombarda il foco,
come subitamente il conte tratto
fu di si acerba doo-lia in lieto gioco.
Non più vole col ciel tre ua né patto,
e si d'ogn'altro ben o-Ji cale poco,
che sempre soffrirebbe starn pri o,
pur che sol Berta onori, e morto e vt o.

Imponesi quel dono al bel cimero,


bascia 'l fanciullo e segue la sua via.
Ben col destriero va, ma col p ns ro
vola di questa in quella fantasia;
studia de l rb intender il mistero
né mai si ferma in una allegoria;
e gia qualche indo ino aver delibra ,
che d'un s creto tal gli apra l fibra.
PITOLO TERZO 59

64
Non tanta commelltaria sopra 'l Sesto ,
Decreti, Decretali e Pisanell ,
di Galafron la figl ia, e tutto 'l resto
aedificanmt jratres e sorelle,
quanta facea Milone su quel testo
de le confuse rbette e rose belle;
né mai vi ha fine, come fa 'l scotista
contra l'utnmt e probo del tomi ta.
65
Finge chimere, soa-ni e fantasie,
quali non pos mai Merlin ocaio,
lo qual di Cingar sotto le bugie
cri se, che più mai fece alcun notaio,
d alcuni menchionazzi le pazzi ,
eh intendon rari, ed io on il primaio
che l'ho provate e forse ancora scritte
fra genti negre, macilenti, afflitte.
66
:VIa pervenuto gia dov'è 'l bagordo,
voltasse a lui ciascuno a g rand'onore.
Lo pazzo volgo, di veder ingordo,
enza pensar i su, vien a rumore ;
a l cui oci e gridi fatt' è sordo
co' circostanti l'alto imperatore.
Milon tocca ' l destrier, e quello m alto
ben vinti piedi spicca un doppio salto .
6]
P rcosse l ciel un sono ia mischiato
di varie oci, trombe, plausi e corni,
quand'egli fece il salto smisurato
e re er nzia ai biondi capei adorni
de l dongelle, o e, il suo dono g rato
esser stato mirando, e come adorni
ben l elmo del su dolce amor 1ilone,
Berta sola si tra e ad un balcone.
6 RLANDI O

6
Chiama i accanto la sua camarera,
la quale, de l donne contra l'uso,
c ' hanno la lingua in dir ia piu leggiera
del deto a l 'ago, a la conocchia , al fuso,
de' suoi secreti consapevol era,
tenendo un buco aperto , l'altro chiuso .
- Dimme , rosina mia, che parti d ' ello?
fu mai né 'l p i Li <Yagliardo né 'l p iLi bello?
69
A le sue forze, a la sua pulcritudine
ben mostra nato sia d'un Mart e enere .
Oh s'egli scel,lie ben l'amaritudine
de l'erbe e fi r, c' ha in capo ac rbe e tenere !
erd' · l'amor, ma se icis itudine
non ha, qual · dolor che piu s' ingenere
acerbo e piu mortai in ciascun'anima?
Qual fier destino piu un b l olto xanima? -
70
Cosi , m ntr'ella si rall egra duol e
e mesci e il dolce insieme con l'amaro ,
i n detto al gran Milon , eh la prole
pagnarda e maganzesca sca valcaro
d'accordo i piu gagliardi, perch · ole
inamo, tributando col dinar
e quest'e qu Ilo capitan spagnolo,
restar in lizza vincitore solo.
71
Milon prudent al volgo non risponde
ma, vòlto il freno ad un vecchio palaccio,
entra i dentro e for di certe fronde
trasse un l ungo truncone eh' al suo braccio
grosso, verd , nodoso corrispond ,
per mostrar che 'l diamante come un giaccio
potrebbesi spezzare con quel tecco,
contra 'l senso di Plinio, senza 'l becco .
CA PI TOL T E RZO 6r

Gitta la lanza , e con un stran saluto


vòl salutarne mille, non che un matto.
Quando la turba !unge e bbel veduto
col codici l senza notar contratto ,
ridea dicendo : - Quest'è ben dovuto
che ' n migli or forma il scritto sia ritratto !
Or Balug ante lascia star Arnone,
veduto eh 'ebbe in lizza entrar Milone.
i3
L 'asta ch 'a certamente avea ser ata
in piu opportuno tem po sin allora,
tosto ri pigli a, d in Milon dri cciata ,
spera il menchion di sella trarl o fora.
Milon che 'l v de, leva il cig lio e g uata
prima colei ch e tanto l' innamo ra ,
poi contra l' arroganzia he gl i viene,
abbassa il Jegn on su forz e piene .
74
Tacque ciascuno e ti en la bocca a perta
al s mi urato in contro de' duo tori.
Di Balugante fu la b tt incerta,
perch · la lanza affise troppo fori .
ila ben Mi Ione , che si ti e n a l'erta
per bel principi dei presenti onori,
diede! i un urto tal e col stangone ,
che mezzo il sott rrò nel sabbion .
iS
Poi qu ella turba de li congiurati
rumpe col tronco in re ta e li disperde.
In quattro colpi trenta cavalcati
l'un opra l 'altro a nd ar distesi al erde .
L'altri confusamente ram m se h iati ,
chi l'elmo , chi 'I bracciai , chi l asta perde,
come òl far il can mastino eh apre
un qualche storno di barbute capre.
RLA DI O

76
ia piti di cento urgeno di sabbia
e for di lizza sbalorditi vannosi.
Qui i si prova d l baston la rabbia ,
e molti l'ossa racconciare fan n osi.
Corrono in rota com e gatti in gabbia,
quelli spagnol i ed al scampare dannosi,
perch · non hanno tergo m lto ao- vole,
cui si confaccia unguento . i spiace ole.
77
Bernardo di Maganza e Falsirone
c 'han steso Namo con lanzate a terra,
per contrapporsi al crudo perticone
che i congiurati doma e tutti atterra,
gli anno addosso insieme per gallone,
mentr' egli incauto altrove piglia g uerra ;
dannagli con due lanze un colpo duro,
ma puoteno inclinar piti tosto un muro.
7
Non cred r che Mil one si contamine
del colpo di g ran forza e poca gloria;
volgesi a loro, e quel uo medica mine
di F alsirone impose a la memoria:
stende i al piano ; ma sotto vela mine
di racquistare contra Amon ittoria,
Bernardo torna a lui con l 'asta al cubito ,
ma di Cariddi in cilla cadde subito .
79
L'astuto Amon si sepp lo scan ar
che, mentre il colpo di B rnardo scorre,
con tanta furia un pugno gli ebb a dar
ch'un mont rotto a ria , non ch 'una torre ·
ma atanaso ol elo aiutare,
ché Amon puote d l colpo mal di porre;
cogli il ca allo e fiaccagli la testa,
ed gli, nel ibrar , pallato r ta.
C PITOLO TERZO

o
piacqu tal caso a Carlo, spiacque al popolo,
ch 'Amen si mo tra esser d'un braccio inutile .
Quel pugno avna pezzato un sa so, un scapolo ,
ma v r o un traditor fu vano e futil .
Or opra ciò non piu rime v'ace polo;
mon è in t rra , di giostrar poco util ;
fm·vi raccolto, e chiamasi eh' il medica ;
concialo il mastro ed a le piume il dedica .
81
Milon gia piu non fa di l'olmo lanza,
ma ben da un capo il piglia con du mam :
or qui comincia la piu bella da nza
che mai si \'ide ai ferraresi piani ,
quando , la bi eia entrata ne la stanza
di mill millia rane in que pantani,
chi su, ch i giu , chi al lun go, chi al traverso,
fugge campando co n dirotto ver o.
2

;-Jon fu gia mmai bastone ag vol tanto


in cacciar cani di cocina fora,
o casti o-a r un ostinato, quanto
era qu l di Milon, ch'in men d ' un'ora
sgombrò tutto '1 teccato d'ogni canto ,
non vi re tando un sol saletto allora.
Pensate Carlone e Berta o-ode,
e se Ginamo e Falsiron s1 rode.
83
Amor e forza il tenne m ella fermo ,
qual scoglio in mar da l'onde combattuto !
Or per dar fine al mio gridar infermo,
allenta, o Musa, il canto del laguto ,
ché da Grisoni non facendo schermo,
qui sonar d'arpa oglio in nostro aiuto ;
e se 'l raggio del sol non m'è rubello,
spero di loro farne un gran macello .
CAPITO LO Q ARTO

Quel stridulo cantar ch'una cicada


mo e quando su 'l palo il cul dimena
fa l'arpa mia, ch'as ai poco m'aggrada,
mentre m' ag<Yraffio 'l sang ue d'ogni vena;
e pur convien tornarmi su la strada
e farvi udir un'altra mia sirena;
ché un carro sona, il qual mal onto e tardo
si duole che 'l patron g li mangia il lardo.
2

Ma se talor cantando ella scapuzzal


candido mio lettor 1 qual tu ti sei 1
perché dol erti? anche a' signori muzza
qualche correggia in mezzo a quattro o se1.
S'io mangio male, il fiato poi mi puzza.
- Mangiate quae apponuntur, fratres mei , -
chiama ' l angelo; benché tal precetto
ervato ien da molti al suo dispetto.
3
tette Milone solo nel steccato
come tal olta sòl far il leone,
che, fra lo stolo d'altre bestie entrato,
o fa o fin <Ye far del compagnone;
ma quelle in fu<Ya òlte g li dan lato,
di qua di la cercando alcun macchione ;
ed egli olo r sta in un istante,
quelle mirando a sé can1par da ant .

T. FO L E ' GO , Oper e italiane. 5


66 ORL DI~

4
é piffaro né tromba né cornetto
tac q uer a la vittoria del barone i
grida ciascuno, e g rande e pargoletto ,
intorno a lui: - Milon, iva Milone !
Ed ecco d i luntan con molto affetto
contra gli vien l' imperator Carlone ,
lo quale col gran stolo contra valli,
e l'acquistato dono e premio dalli.
5
Balzato era di sella il ca all iero,
ista la nobil schiera ch'a lui vene,
scio] esi l'elmo e gittalo al sentiero,
e prono in terra l alta gloria ottiene.
Cosi la santa urnilita di Piero
m rtò il papato dopo le catene
e 'l ciel dopo la croce; onde mi vanto
eh' io 'l chiamo in veritade ~ Padre santo » .
6
Passato a ea gia Febo l'orizzonte,
portandone da l'altra parte il giorno;
lo siniscalco entrato era ne l'onte
e fumide coquine, ove d'intorno
sguattari, cuoghi e feminelle pronte
fanno de ari cibi il luogo ado rno ,
ed o e ani, gatte, crudo e cotto
sonano un campo d 'arme quand'è rotto.
7
Chi cuo ce !atesini, e chi figati,
chi volge in speto quaglie , oche, fasani i
qui son capponi a lardo impergotati ,
qui taglian polpe e dan l'osse a li cam;
qual macina sapori delicati,
qual fa pastelli ed altri cibi strani;
eh il foco innanti, e chi drieto lo tira;
t

l' od or d l fumo fino al ci ì s aggira.


t
CAPITOLO Q U RTO 6

Fra questo tanto ce nt pao-o-i belli,


de ' quali è capo il prov ido Rugo-iero ,
ornati di costumi pronti e snelli,
scorren di qua di la col piè liggero,
portando banche , scanne, urne e vaselli,
razi , tappeti, e ciò che fa mistero:
taccio l' argens e d'oro la credenza,
e ciò eh' ogni alto roy non può star senza.
9
Berta che 'l grande onor e pompa vide
fatta per Carlo al suo diletto amante,
piena d'amar dolcezza, e pi ange e ride,
or lieta or triste , or molle or d'adam ante ;
ragion piu nulla può, ché Amor s'asside
vittori oso in lei, sa ldo e costante;
però de libra , vuole e ferma il chiodo
parla re con !l.ilon ad ogni modo .
IO

De tutti gli an imali non è 'l piu


impazi ente d'una amante donna,
che ogni rispetto lascia e manda giu
di Lete al fiume, o e dr nto l a sonna.
Poscia 'l desio le sale tanto in su,
ch'in capo non si vede a ver la gonna;
e tanto il foll e uo pensier la punge,
eh' al fin si tro a da se stessa 1unge.
Il

Chiama Frosina e tosto le comanda


ch'a sé faccia venir il bel Ruggiero:
Frosina l'ubbecli ce e d'ogni banda
cerca e ricerca il nobile scudi ero;
ma nulla fa, eh· 'l siniscalco il manda
co' li altri pao-gi (e ognun ha 'l suo doppiero)
di ciambra in ciambra, e dan l'acque a le mani
a re duchi, marche i e ca tellani.
RLA. DI

12

Berta che rotto ede 'l suo disegno,


la cosa in altro tempo di~ ri ce,
si cruccia fra se stessa n'ha gran degno,
ché Amor piu che mai caldo l'assalisce ;
onde, fatta p r lui pronta d ' ingegno,
trenta belle donaielle a lei s'unisce,
ch'entrar delibr in ala con tal pompa:
che s Milon ha cuor di pietra, il rompa.
13
Gi · mille torze da gli aurati travi
pendono accese e fan di notte orno.
Carlo fra cento capi onesti e gravi
entra ne l'apparato tanto adorno.
Qui i usurari, preti, frati o sch iavi
non panno far un minimo soggiorno:
tutti scacciati sono a la malora,
ché 'n tal luoghi non denno far dimora.
14
Ma Febo e Cinzia e tutte J'altr stelle
ecco, da !unge, in l'ampi sala entrare:
erta e Beatrice son de le piu belle,
che l fiato a milli amanti allor cavaro.
Carlo v nendo incontro, accenna quelle,
al cui comando tutte 'assettare,
ed esso in cima del convito sede,
ove li discumbenti al lungo vede.
15
tanno le donne a petto de' baroni
e sonan gli organetti co ' pedali.
Cinto s'avea Cupido a li alloni
duo gran turcassi colmi di piu strali.
Volan i paggi, cento bandigioni
de cervi, lepri, vituli cina iali
portan di su di giu per lunghe scale,
come con ien d'un rege al carnevale.
CAPITOLO Q ARTO 6g

r6
Sedea Milon rimpetto a la sua Berta:
pensa qual fogo tra quelli occhi nacque !
Egli di lei, ed ella di lui piu certa
si fa , quant'in amarsi ad ambi piacque;
quivi con cenni occulti fann'offerta
de' cuori loro , e questo a quel compiacque ;
Rampallo se n 'avvede, e piu Frosina,
Rampallo a lui , Frosina a lei vicina.

Cosi l'u no per l' altro si distrugge


nei cauti sguardi e 'n q uel sem biante opposto.
Sponga di sang ue che !or vene sugge
son gli occh i lo ro , il cui lume discosto
giammai non a dal suo vol er , né fugge,
ma piu sempre al de io si fa dispo to ;
e tanto !or insti <Ta ed urta Amore ,
eh' ivi non s'ama, anzi pur s'arde e more.

insid ioso aspetto muliebre,


quando che piaccia a gli occhi eli chi 'l mira !
Ma quanto piu bel parti in le tenébre,
o e 'l splendor de li doppier l' aspira .
Vedi le labbra, il collo, le palpebre
d'Elena , di Faustina o Deianira;
e chi contempla quelle, gia non crede
puoter de tal beltade fa rsi erede .
19
E se risponde mai cotal bellezza
che un core l' altro aggrada, e gli occhi, gli occhi
(o pensier dolce piu de la dolcezza ! ) ,
qual ferro' è tato ch' ivi non trabocchi?
Non è i grata e si suave frezza,
che dolcemente in loro Amor non scocchi ;
ma non si parton mai q uesto da quello,
ché non fu mai del suo maggior flagello .
~o ORLAl DI

20

Era la fame gia smarrita e persa,


le mense e le vivande son rimosse;
una sonora musica e di ersa
di tre laugutti e due iole gro se
trasse al concento ogni anima di persa,
ché ognun si sente liqu farsi l'osse .
Qui oci umane giunte a quelle corde
mostrar che 'l ciel di lor men è concorde.
21

E pur trovo ch'alcuni vecchi padri


biasmar di concordanze cotal pratica;
non so, lettor, se chiaramente squadri
esser stata la mente sua lunatica.
Ben so che gargionetti as ai leggiadri
fur grati piu ne la scola socratica
di tante note, che appellaron « buse »,
quasi se 'l buco a loro non s'incuse.
22

Dicean che molle vago ffeminato


l'animo rende questa melodia;
come se 'l pescar m rda (i' so n sboccato ! )
non via piu molle effeminato sia .
edi tu quell'ipocrita elat
di santimonia, come a per via?
on t'accostar, fi gliuolo, p rché porta
nel corno il feno ed ha sotto la storta.
23
hi danna il canto (vòi che chiaro il dica?),
qualunque biasma il canto ha del coione.
e grata e gra e ed utile fatica
fu quella di irgilio e Cicerone,
ia non fia manco, mentre ~'affatica
per noi Iosquin comporre, e Gian Motone:
itene dunque, porchi, al vostro ufficio,
h' è di sterco purgar l'altrui ospicio.
CAPI TOLO Q ARTO 71

24
Poscia ch'ebber sonato la stanghetta,
la mora, il tono biens del tempo vecchio ,
Carlo pose la regal bacchetta,
acciò che a' rispettosi fusse specchio:
il bel giuppone cavasi con fretta ,
dicendo: - Orsu, signori, i' m'apparecchio
voler danzar ; cosi mi segua ognuno;
poi voglio che 'l suo ballo aggia ciascuno.
25
E ciò parlando , viene a la regina,
che gravemente alzò prima le ciglia,
poi si ri leva ed umil e ' inchina
a l 'alto imperator che a man la piglia.
Li altri, che stanno intenti a la rapina,
seg uendo lui , ciascuno s'assottiglia
prender il megl io o quel che meglio pare ;
e cosi allor cominciasi a danzare.
26
Cominciasi a danzare a son de' pifferi
con un cornetto fra lor aggrade ole,
al cui sono que' volti, anzi 1uciferi,
quel cospetto di donne losinghevole,
que' drappi d'oro larghi ed odoriferi ,
que ' passi, quell'incesso convenevole,
gli occhi de' spettatori si teneano,
eh' inanimate statue vi pareano.

Q uivi ben convenia quel si nomato


cornetto padoano, Zan Maria:
non fu , non è, non mai sani lodato
meglior di lui, anzi eh' egual gli sia;
lo qual, come si dice, si ha mangiato
le lingue d'ogni augello e l'armonia.
Sil estro agl i appre so e un suo germano
e quel Trombon venuto di Bas ano .
72 RLA DI O

Ma per sohar « gao-liarde >l e « lodesane ~ ,


pifferi mantovani aggian il vanto !
Tu senti quelle lingue piu che umane
m mille millia rimandar un canto:
tu edi poscia for di quelle tane
su 'l Po altar villane d'o ni canto;
ché per balzar in alto e rotolarsi,
ogni altra stirpe a lor non può eO"uagliarsi.
29
Me ntre qui dunque suonano a misura ,
Rampallo invita Berta e dalle mano .
Parve a Milone strana cosa e dura ,
e chiamalo fra sé crudo, inumano ;
ma enere, per lui ch'anco procura,
gli pose in cor un atto assai soprano :
di Berta prese a man la camarera,
dico Frosina , va co' li altri in schiera.
o
Or nel serrar de mani si comprende ,
danzando, s'in amor sperar si deve:
qui de la donna il cuore l uomo intende ,
la qual è di natura dolce e leve .
e tretta stringer debbia , dubbia pende;
al fin lunga rep ulsa le par g re e,
temendo che l'amante non si sdegni
e piu non se ua O'li amorosi segni.
3I
ui gli occhi ambasciatori al tener cuore
dichiarano lor grazie lor bellezze·
qui cresce piu l 'audacia e piu l'ardore ,
quanto piu mancan l'ira e le durezz
mor inseQ'Ila qui di qual alore,
di qual effetto sono le sue frezze,
pel cui vigore ogni Cimon ales
di rustico divien dolce e cortese
CAPIT LO l ' .\RTO 73

32
Speranza è la nutrice de' pensieri,
tanto eh ' i guardi i de ti gara fanno_
Sotto 'l fallace lume de' d ppier i,
doppie bell ezze in viso l donne hanno.
Però più tira _ mor di cento arcieri ;
qual empie d'allegrezza e qual d'affanno ,
e molte un co tal foco han n' a la coda,
che 'l fiato li esce for, n n eh la broda.
3.3
miser donzelle , o stolte madri ,
eh 'avete si le danze a gran diletto,
s'amor d'onore è in voi, questi leggiadri
giochi di cortigian siavi a disp etto ~
n bel rubar ci fa sovente ladri,
ché, 0\-e è la caus , seguevi l 'effetto ;
e questo in ballo avvien, ché ruffiana
si fa la madre e la figlia puttan a.
34
Frosina avea pieta di sua madonna ;
or esser tempo d' aiutarla \ ede;
tira Milone a drieto una colonna ,
mentre che ' l gioco libero procede.
- Venite mecum - disse - e non ' assonna
vilta di cuor, ché voglio farvi rede
del più ricco tesoro eh aggia 'l mondo,
ché l'occhio di fortuna i è econdo.
35
E o-li non sa, ma ben fa coniettura
opra l'amor di Berta, onde la segu
Un trepidante affetto , una sciagura
lo batte si, ch'ei pare si dileo-ue;
'olgesi drieto spesso, ed ha paura
ch'alcun o servatore nol persegue.
Al fin, giunti a la camera di Berta,
Frosina drento il caccia, pronta, esperta.
7 ORLA I O

36
Benché a Milone un atto temerario
gli paia star di Berta nel cubicolo,
nulla di meno vede necessario
esser a chi ama sponersi a pericolo.
Frosina innante il fa suo secr tario,
e senza troppo lungo di erticolo
gli aperse largamente il g rande ardore
di sua madonna, e come per lui more;
37
e che continuamente 'ange e lania
per lo crudel arciero che la stimula;
e ch'a le volte vienle tal insania,
che a gran fatica in volto la dissimula ;
insognasi di notte, langue e smania,
chiamando lu i signor e dolce animula;
onde, per removérle un tanto assedio,
convien che d'esso lui vegna 'l rimedio.
38
Qui ciò ch'ebbe Milone a lei rispondere,
lasciamlo star, ch'ognuno il può comprendere;
non molto fiato fa mestier effondere
a chi col solfo l'esca vol incendere.
Torno a Rampallo, che non puote ascondere
a Berta il tutto, anzi le fece intendere,
cosi danzando e ragionando insieme,
le fiamme di Milo n per lei si estreme .
39
Berta ch 'a l'esca prende foco e ento,
quivi a Rampallo gia non ol celarlo:
narragli accortamente il suo tormento,
e che per pruova mai non vuol scacciar lo.
Ma non finitte il loro parlamento,
che l sua danza termina re Carlo,
e voi che la seguente ab bia iilone,
e poi di grado in gr ad og ni barone.
CAP JTOLO Q ARTO 75

40
- Mil on? ov' è Iilon?- ciascun dimanda;
ma nulla fan , ch'altrove sta rinchiuso .
Ch'egli si tro vi, Carlo allor comanda
al cui precetto van chi su chi giuso.
Rampallo astuto e sospettoso manda
(poi ch' e bbe posto g iu, siccome è l'uso,
Berta ) Ruggier il figlio a ritrovarlo
e dirli che con fretta il chiama Carlo.
41
Lo accortignolo e pratico dongiello
danzar lo vide dianzi con F rosina:
ratto fece un pensier il giottarell o,
che gito fusse a goder la rapina;
onde correndo va dritto a pennello
dov'erano a la ciambra, e qui 'inc hina
per ascoltar a l'uscio, ma non ode
del basso !or parlar se non le code .
42
Urta la porta ben due fìate o tre;
ode Frosina e pall ida si sta:
torna Ruggiero e scotela col pè:
1ilon temendo sotto il letto a .
Bussa il fanciullo, e chiamavi: - Chi c'è? -
Frosina disse allor: - Chi batte la? -
- Io son Ruggiero ; è qui il sig nor Milone?
- Perché? - Lo chiama il re Carlone.
43
Di su di giu lo cerco in ogni loco,
n ' in ciel né in terra possio ritrO\ arlo:
a la regal famiglia sin al cuoco
imposto fu che debbian dimandarlo.
Di che, se indizio n 'hai, dimm el un poco,
ch é instantemente chiedelo re Carlo .
Io che danzar con teco in ala il vidi ,
mi penso, te aper o el s annidi. -
RLANDI T

44
on men rosina pronta che sagace,
risponde: - a', donzello, e dilli presto
come Milone nel suo letto giace,
che per la giostra d oggi è franto e pesto . -
Allor Ruggier non f, ' del contumace ,
ritorna in sala e con olpino gesto
parla ch'ognun intende , a r tro ato
Milon stracco nel letto suo corcato.
45
Tal scusa accetta Carlo e chi chi ordo
non è a saper il marzial costume,
perché le bastonate del bagordo
caccian sovente a l'oziose piume.
Dunque la festa seo-uesi d'accordo,
la qual non finini che ' l bianco lume
del giorno trovaralli anco a altare ,
come ben spesso m corte suolsi fare.
46
F rosina timidetta, che non ave
come la sorte di Milon succ de,
chiudelo in ciambra e seco tien la chia\·e,
poi su la danza occultam ente riede :
Berta che quinci pera e quindi pa\·e ,
quando tornar a sé Frosina vede,
fatta zelosa , disse in voce piana:
- C'hai fatto con Milon, brutta puttana? -
47
Risponde a lei Frosina sorridendo :
- So ben che zelosia i fa ciò dire:
non, come imaginate, condiscendo
si largament al dolce proferire!
1ai non provai, ma ben pro ar intendo ,
farsi dal nostro medico guarire;
però, se star con lui mi cale e giova
a che portarne invidia di tal prova?
CAPITOLO Q ART 77

4
Non dubitate, o credula patrona,
del vostro m al non è ]unge ' l rim dio.
Pur tutto questo ch'ora si ragi na
potria col tempo fa rci qualche tedio;
ché for e alcuna incognita person a
ci tenderia ne l' ascoltar a sedio.
Meglio sani eh 'anùiamo a riposare,
ché l'alba o-ia comincia a ro igiar .
49
- O ve p arli eh 'aneliamo? -disse Berta:
quella rispose : - A letto , ch 'el n' · l' ora ;
mi fa mistier il vostro ben avverta,
ché l vegliar troppo il viso vi colora . -
Disse la da ma: - Q uesta è cosa erta:
vengan le torz ~ - e quindi senza mora,
facendo al re Carle ne e agl i altri inchino,
verso la stanza prendon lor cammino.
so
Rampallo gia non puotte piu indugiare;
mise ra(Yionando a co mpagnarla.
Fu sempre in F ranza l' uso di parlare
ciascun con qual che dames e bascia rla :
né q ui malizia né p tto appare ,
pur ch e non V 0 0 lia ad altro pro ocarla;
onde tal atto mol to par di strano
in q ueste nostre parti al tal iano.
51
Lo qual , v d ndo in casa sua olere
ba ciar alcun francese la sua mogl ie:
-Che fai- to to gl i parla- o bel missere?
Perché farti ignor de l'altrui spoglie? -
Cosi dicendo, col pugnal il fere,
togliendogli non pur l 'accese vogli e,
anzi la Yita i t ssa; perché mecco
lo talia.n \o l e s r , e non becc .
7 RLA DI O

52
Or dunque edi se di ipria il figlio
onduce ben la trama e non s' intoppa :
quantunque porti un drappo a otto al cigl io,
pur l'arte e la malizia non O'} i è stoppa;
l'arte ch'in navigar og ni p riglio
sprezza de l' onde , quando Amor è in poppa.
Milan , Rampallo e Berta nulla sanno,
ed ecco insieme al fi n si tro aranno,
53
non perché fusse in lor patto veruno ;
upido sol ' il mastro , sol il gu ida.
Fro ina tiensi certa eh ' in n i uno
tal secretezza, for ch'in lei, s'annida.
Credesi anco Rampallo esser quell' uno,
in cui sol Berta e sol Milan si fida.
Vorria Frosina che Rampallo andasse;
egli , che Berta lei licenzia se.
54
Or g iunti a l'uscio, pe r entrarvi drento
apre Frosina , onde tremò Milone.
Berta diede congedo a piu di cento
fra paggi, fra dongielle, fra matrone ;
ma per fogar in parte il suo tormento,
g uida con seco in camera il barone.
Frosina chiude l'uscio , e quivi Berta
fra l 'uno e l'altra sede a ling ua aperta.
55
A ling ua aperta e faccia vereconda ,
un petto di sospiri e pianti scio lse.
Rampa] stupisce ch'ella non s' ascenda,
perché Frosina in terzo luo o volse .
Milon ascolta il tutto sotto sponda
e sue dolci parole ben raccolse.
Or qui Frosina ed or Rampallo parla,
cercando con speranza consolarla.
CAPITO LO QU ARTO 7

s6
Milan compre nde J>amista si rara
del suo Ram p allo e l'animo di Berta,
la qual dicea h'avrebbe morte am ara ,
se non le fia concesso far offerta ,
dovendo maritarsi, di sua cara
virginitade a quello che la merta;
e se colui che gia le ha tolto il cuore ,
anco non tolga il r to, il frutto e ' l fi ore.
57
Né al sono di tal voce né a l'invito
di tal dolcezza puote star Milone ,
ch e ratto di la sotto, bello, ardito
non apparisse in un d'oro giuppone .
- Eccomi - disse : allora scolorito
stette R ampallo in gran confusione .
Berta sol fece un grido, e poi si tenne ,
compreso m parte il bene ch e a lei venne .
5
- O sola - Milan disse - o sol a quella,
c'hai posto il fre no a un cuore si su per bo !
Cosi volse non so ch e buona stella,
che, essendo al sesso vostro iniquo acerbo
e d'una mente a me stesso rubella,
or sol per tuo vigor mi disacerbo,
e tanto in me la tua embianza valse ,
ch'in ghiaccio m' arse il core e in foco m ' alse.
59
Poscia a Rampallo òlto ed a Frosina,
mill e grazie lor rende e poi li abbraccia :
Berta, ch e a morte quasi s'avvicina,
mira lui fisso e par che si disfaccia
qual cera al foco e qual al sole brina:
non puote star, ma, sparse ambe le braccia
(perché in amor non cape alcun rispetto ),
cinsegli 'l collo e strinsesil al petto.
o ORLA ' DJ

6o

r mai - dis e, - b n mio, dispon il cielo


di me come li giova, e la fo rtuna:
sue stelle, in fl ussi , punti, caldo e gelo
non temo piu, quando questa sol una
grazia eh ' or tengo in l amoroso lo
non mai tolta mi sia , perché niuna
altra non chero eccetto eh v derti
ed a mia vita e morte sempr a rti.
61
P rché gia non potrebbe pi u addolcirme
la morte in altro tempo, eh ' io moro
in queste voglie mi stabili e fi rme.
_iorir per te, mio spirto, mio tesoro !
Qual esca dolce pu ò meglio nudri rme
di que to pianto e si g rato martoro ?
lo mi consumo, e ciò mi piace e giova,
pur che 'l mio ben da me non si nmova.
62
Itene , prochi ; ornai mi sète a noia:
d stina il ciel ch'io sia d'un tanto eroo .
Tal nasca d 'ambi noi, ch'unqua no n moia
sua fama da l' c caso al se n o o;
tal fia quel figlio, qual mant nne Troia
mentre che visse o qual vinse Acheloo;
nasca di noi tal Cesare, tal Marte,
che de' suoi fatti s'empian l cart ! -
63
Mil n ai dolci accenti per rispondere
de la sua diva gia movea la bocca ,
quando a la porta enne a lor confo ndere
non so qual voce, e chi repente chiocca .
Milon temendo tornasi nascondere,
Rampallo, che lo ede in fida ròcca,
apre la porta; ed è chi 'l chiama presto,
ché a sorte gli tocca a il ballo sesto .
CAPlT L Q ARTO Sr

64
Partesi d unque tosto il cavalliero
per non fallir di Carlo a l ordinanza.
F rosina vagli dianzi, col doppiero
la semplicetta, fin o e si danza,
accompagnolla insi eme col scudero.
Rampallo se ne ride, ché 'n la stanza
di Berta era Milon restato solo;
pensate se star puote il rosignolo !
6.:;
Or ivi dunqu Amor in un teccato
ha ricondotto quelli glad iatori ;
ma innanti eh ' al duell o insang uinato
si vegna da qu ei du o feroci tori,
assai vi fu che dire ; al fi n ca cato
l'un sopra l'altro, ivi convien che mori ;
e quelle bòtte fUr ùi tal possanza,
che Berta ne portò pi ena la panza.
66
O ciel benig no, assai qui ti conviene
esser gagliardo in fabbricar Orlando,
il qual non sol si cria de' lombi e rene,
ma l'alto genitore vuol che, qu ando
scorre 'l vivace sangue da le vene,
forma nel vaso matrical pigliando,
ogni tua stella di benigna tempre
s'inchini a lui , che in gloria duri sempre ;
67
forz a, bonta , prudenzia e cortesia
scendano in lui su da l'eterne idee ,
che, discacciando l 'orco e l'arte ria
de strige e fate e inn urne re Me dee,
formino il corpo ed aprino la via
ove quell'alma in mezzo a le tre dèe
infonda per ristor di tutto 'l mondo,
alto intelletto e imm aginar profondo.

T. F oLE. 'GO, Opere it aliane. 6


RLANDI

6
Santificato dunque, e non fatato,
fu Orlando ne le viscere materne ,
ché esser non puote da ferro impiao-ato,
come ordinoro in lui le m nti eterne;
quantunque i' poscia dal c !est fato
fatato nominarlo, eh· l'in(! rne
fate non l ffatàr, ché d'affatare
forza non han, ma sol di affattura re.
69
Tu mi dirai, lettor, ch'io son lombardo
e piu sboccato as ai d'un b rgamasco;
grosso nel proferir, nel seri ver tardo,
però dal tosco facilmente i' casco.
Io ti rispondo che se l'antio-uardo
e retroguardo mio, che è ' l sacco e fiasco,
non fusse la fortezza di urazzo,
forse sarei Petrarca e Gian occazzo.
70
Io qui non cerco fama , e men la fame;
quella mi fugge, e qu esta mi vien dietro,
anzi m'entra nel entre e fa letame
duro cosi, ch'io canto un strano metro;
e se mai vien che presto alcu n mi chiame ,
quando quel sasso for del buco i' spetro,
mi levo amaramente con la coda
smaltita in quattro giorni ferm a e soda.

Non cerco fama no, ch'io n'ho pur troppo ,


e tal mi crede questo, eh ' io son quello.
Guardatevi dal SCYUerzo, gobbo e zoppo,
signori mei, che l'è di Dio rubello .
Benché ' l zoppo non corre, a galoppo,
in fin eh' intenda il no m mio novello ;
ben m aladico lui, che se 'l mi scopre,
da oi, signori mei, non mi ricopre.
C PITOL Q ARTO

E se ur noto fia perché scontento


vi ver mi deggia, causa non ritrovo;
anzi di super tizia il guarnimento
ho ri provato e tuttavia riprovo.
E chi m ' addimandasse s'io mi pento
cangiar il basto vecchio per il novo,
io ratto o-Ji ri po ndo: - Domine, ila,
mi doglio esser mai stato a cotal vita .
.,.
/ J

La causa di r non voglio, anzi m' incre cc


che tutti ornai sia m figli di puttana;
e benché mi vi n detto che qual pesce
io son for d'acqua e talpa for di tana,
questo parlar non og idi riesce ,
ma meglio assai, quod scriptum est de 1'ana ,
la qual vive re non sa for del pantano,
come senza robar né anche 'l villano.
CAPITOLO Q INTO

O donna mia, c ' hai erli occhi, c'hai l'orecchie


quelli di pipastrel, queste di bracco,
non vedi come amor per te m'invecchi ,
tal che aturno fatto son di Bacco?
on mi g uardar ch' aggia le scarpe vecchi e,
no 'l boccalone , la schiavina, il sacco ;
eh' io son tal e però qual non fu' mai ,
e , se tu 'l provi , forse piangerai.
2

Ch é s'una· fiata mi concedi un baso


in quell a g uancia , qual persutto, rossa ,
ed anco eh 'un sol tratto i' ficca 'l naso
in cui non dico gia, ma in quella fossa
di tue mammell e sin al bosco raso,
ubi Platonis r equiescunt ossa,
fors e piu con le schiene che col fiato
il mio sonar di pi a ti fi a grato.
3
Tornata era a la stanza gia Frosina ,
ove Milon avea rotta la porta
di sua madonna e fatta t al ruina ,
che di mai racconciarla si conforta .
Sopra un forciero il letto suo destina,
e tutta notte di vegghiar upporta
mentre gli manti giocano a le braccia,
dicendo col suo cuor: - Bo n pro gli faccia ! -
t
6 RLAr DT

4
FuO'ge la bre e notte col sol accio,
e dicono gli augelli ch'el vien giorno.
La provvida Frosina c'ha l'impaccio
'eder ch'i du non abbian qualche s co rno ,
" assine al l tto e trova! i eh' in braccio
dormendo l'un di l'altro fan soggiorno;
destali pianamente e dalli a 1so
che 'l ole trovaralli a l'improvv iso.
5
Con l'émpito e prestezza con cui sòle
Milan saltar a l'arme for di letto,
quand'ha sopra di sé la gra e mole
di copie armate e stanne con sospetto,
sferrasi amaram. nte dal bel sol
de' soi pensieri e lascia ogni diletto ,
prende la spada ed anche un bascio tale,
che fu principio poi d ' un lung o vale.
6
olo saletto mille st nze passa
fin che per enne a l'u cio del suo loco ;
spingelo presto, l'urta, batte e quassa;
non è chi l'apra; onde tutt'arse in foco:
corre col piede, e 'l cardin fracassa,
che risona d'un strepito non poco:
il camari r non trova, ed ei, cercato ,
subitamente si fu addormentato.
7
Turpin quindi si parte ad Agolante,
che passar in Europa i destina ;
chiede Mambrino seco ed arma tante
copie di bella gente saracina,
che spera in tempo breve por le piante
sul collo a Carlo, con sua gran ruina.
Dopo scrhe d'un dio Demogorgone,
eh' era sopra a le fate e fatasone.
CAPIT LO ·I~TO 7

Dipinge il suo giardino su net monti


Rifei , d'oro e d'argento fabbricato :
narra le ripe, i fiumi, l'ombre, i fonti
d un palazzo d'ambra ed ifi ato:
narra di molte capillate fronti,
figliuole di Fortuna e d l gran Fato ,
fra l qual ninfe (o fate, altri l appe lla)
era Mor(Yana e lcina sua sorella .
9
Narra, Demogorgo n aver per moglie
Pandora, de le fate la p iu bella,
donde nascon le pene, affanni e doglie
e di !or empion que ta parte e q uella
di tutto 'l mondo, ed eg li par eh' i1woglie
far al suo modo il t mpo ed ogni tella.
Volge Turpin lo stile poi , narrando
un caso di 1\filone, atro e nefando.
IO

Or che far de e Berta essendo g ravida ,


e ' l ventre di di in di le vien piu tumido?
Si pente mill e volte che tropp'avida
fu di mischiar col dol e caldo l'umido:
teme 'l fratello piu sempre \ ien pavida
col volto scolorito e l'occh io fumido.
olo Frosina è sola fida ancilla,
che con avvisi rendel a tranquilla .
l l

Fidel ancilla non fu gia Diambra


che, mpir la sua la i ia non potendo,
entrò di ua madonna ne la ciambra
di nott , ove l'ancise, lei strin(Yendo
nel collo co' le man, s'una icambra
o mora fusse tata; ché io m' incendo
d 'i ra di rabbia, quando mi rammento
una Tais aver Lucr zia pento .
l
l

ORL NO l

12

Rampallo da Milone sepp il tutto ;


teme a l'amico piu ch'a se medemo ,
vede! esser in faccia smorto e brutto
come in un colmo di dolor edem a;
nulla di manco acciò eh 'egli destrutto
non r esti o morto per affanno e tremo
léval sovente con parl ar salubre,
rendendolo men tristo e men lugubre .
1.3
' udirsi piu la faculta ien tolta
(pro erbio: « Ch'ogni giorno non · festa >> !);
torno al palazzo va Milon tal vol ta,
ché l desio di ederl a lo molesta;
ma nulla fa, ch'ella sen sta s polta
si come donna vergine ed onesta ;
ond' gli piu che mai sospira langue
e piu non ha color, vita né sangue .
14

E cco ' l dolce p1ac r si tosto e breve ,


c'hanno o ente in iem i ci chi a manti
se giustament eqmperar si deve
a' succedenti affanni e lunghi pianti .
Eccoti, amante, si esto Amor è leve
che ca no-ia in un mom nto in lutto i canti ;
e poi che t'ha condutto al teso laccio,
fugg ' l proten o e lasciati 'n impaccio .
15
Mentre celatamente passa il fatto
e ' l grosso entre ancor non da sospetto ,
giunse a Parigi un cardinal difatto ,
che a grande onore fu da Carl o accetto .
Papa • drian il manda molto ratto,
p er tosto o pporse al sto! di Macometto ,
lo qual possede gia Cicilia tutta; ·
mezza Calabria in foco è gia destrutta.
CAPITOLO Q I TO 9

16
Lo capitan di questi turchi e mori
è re Guarnero, frate di Agolante,
quell' Agolante che d'imperatori
del mondo è il piu superbo ed arrogante.
Costui li cristian d'Italia fori
scacciar vorria per vindi car arbante
suo adre, il qual ancise Carlo Mano
per Gall erana nel contato ispano .
17
Or al consi gl io Carlo si ricorre
per contrappor i al foco gia vicino:
qui Io enato in un pensier concorre
che 'l gran . 'li Ione, ommo paladino,
com'è sua cura, vogliasi disporre
fornir la impre a contra il saracino .
Pensate in qual travagl io allor trovossi !
on ha pensier che tutto noi disossi.

Fra que to tanto, mentre il duca Amone


sentesi di la spalla molto male,
Ginamo di tlaganza si dispone
voler per mezzo di quel cardinal e
impetrar Beatrice da Cari ne
per moglie sua né vòl premio dotale ;
anzi per contradote a carte schiette,
maria et rnon/es dar a lei promette.
19
1
Il aggio amo, ch ' è padre di quella
temendo fra Maganza e Chiaramonte
non pullula se costion novella,
al duca non pendend o piu eh 'al cont ,
condus e al re Carlene la dongella,
dicendo eh c gion di cotant' on e
esser gia non volea ma eh' egli stesso
elia lei marito come par ad esso .
ORLA "DJNO

20

Milan, adendo ciò, o-uarda in traverso


inamo se talor lo 'ncontra in via.
Egli che di quei traiti è 'l piu per erso,
guardasi ben la pelle, e tutta ia
va praticando, e con modo diver o
drieto a Milone tien sempre la spia
si per intender chiaro il suo consiglio,
si per saper cavarsi di peri lio.
2I

Ecco la gara in piede, eco 'l travaglio


levato gia per colpa di libidine ;
ma Carlo vòl frenar de' brandi il tao-Jio
ché sempre allogo-ia Marte con Cupidine:
taccò a la coda subito un sonaglio
di maganzesi a molta sua formidine,
perché destina che, ambi duo giostrando,
chi vince abbia la donna al suo comando.
22

Or qui Ginamo perde ogni sper nza,


sapendo ben che 'l pregio fia d' mone:
va innanzi a Carlo, ed ha seco Maganza,
Pontieri e tutta l'atra nazione:
pensa smarrir, bravando , il re di ranza,
e di eegli su 'l volto che cagione
non ha di far a lui cotanto torto
per un mon stroppiato e mezzo morto.
23

Milan eh ' ode il rumore stando in piazza,


ratto su per le scale ien balzando,
e fra la folta turba anti si cazza
con tre famigli, e cinto ha sotto il brando;
sente che 'l traditor forte minazza,
se non avra Beatrice al suo comando.
on l a rai tu gia, se pria non giostri
- di se Milan - e quel che sei non mostri. -
CA PITOLO Q U I TO

24
Ginamo a quel parlar si volse indrieto,
vede Milon e ratto si scolara .
Conte Macario, piu de li altri inqueto,
risponde alteramente : - Alla b n 'o ra !
Non siamo morti, no ; ma starti queto
fare . tu meglio e non desta r chi do rme .
- Anzi pur yeggh i troppo - di se il conte
in far a Chiaramonte ol traggi ed onte.

:\1acari c'ha la lingua for di denti,


tenendo su la spada la man destra,
rispose: - Per la gola tu ne menti ! -
e per ferirlo subito s addestra.
Milon non stette a dir: - Tu ne stram nti.
anzi un roverso con la ma n sinestra
menò si ratto, eh ' un poltrone zaffo
non ebbe mai da un bravo il piu bel schiaffo.

Levasi Carlo tostamente in pi de,


che gia duo millia spade esser cavate
e contra q uattro sol vii rar le ved .
Milon, che ' n mezzo tanti brandi e spate
era con tre famigli, vi provved
ben tosto in quelle genti al mondo nat
per tradir sempre ed ing rassar la terra
di sangue e dov'è pace porvi guerra .

Con q u lla rabbia eh' un leo n tra cani


vidi cacciar i sotto Giulio a Roma,
smembrandovi ma tini, bracchi, alani
con la virtu si altera e mai non doma ;
cosi Milon fra quei lupi inumani
convien ch e ' l brando in lor mal giorno proma,
truncando palle, busti uambe braccia ,
ed o 'è ' l stolo d nso , i caccia.
RLA ' DI

Ma duo de' soi scudieri crudelmente


gia son in mille pezzi a ndati a terra;
lo terzo i ritira vi rilmente
appresso il uo patrone , il qual non erra
ov er spartir la testa in fin al dente
o fin al petto, e tanti gia n 'atterra,
ch' un monte n'ha d'intorno in sangue mer o
chi tronco de la testa e chi a traverso.
29
Re Carlo, di g ridar gia fatto roco
bandendo e minacciando or que to or quello,
adirasi talm nte, eh di foco
parea nel vo lto aver un Mongib llo:
onde ricors del bastone al gioco,
rompendo qua e la piu d'un cervello ;
ma null a o poco fa la sua presenza ,
ove non rispetto e men clemenza.
30
D'ogni altro piu . 1acario di usanna
fer:ir le sch iene di Milon s'affretta,
il qual , s condo il merto, lo condanna
fa del suo mentir aspra v ndetta ;
p rché la lingua e i denti ne la canna
gli caccia d'una punta benedetta,
onde ' l meschin n e cade, ed una palma
di lingua sbocca fora ' nsieme l'alma.
31
Poscia ferir Bernardo non 'arresta
fe ndendolo dal capo fin al petto
e vib ra una stoccata cosi pre ta,
ch'a Dudo passa il ventre e ad Uo-ol ett
a un altro fa due parti de la testa ,
a un altro un braccio, a un altro taglia netto
dal busto il capo, e molti a la cintura
trunca , se pasta fusse l'armatura .


CAPITOL QU J T O 93

32
Piu di mille n ' ha m orto, e g li altri caccia
e taglia e trunca e crudelmente svena;
volano g li elmi con le teste e braccia
mentre punte, fendenti e scarsi m ena .
L'imperatore tu ttavia minaccia
e batte col troncon; ma non raffrena
l'ira però, né rabbia di Milo ne ,
che 'n tal error si manca di rag ione.
33
-Cessa, Mi lon - dicea, - non far, ti dico,
io te! comando , lascia di ferire;
se non , spera d'avermi tal ni mico,
qual studia g iorno e notte altr ui punire!
Milo n co tal parole men d' un fico
allor potea stima r in quel schermire ;
onde, non l'asco ltando, caccia quel li
g iu pe r le scale in guisa de stornelli.
34
Un sopra l'al tro al fo ndo de le scale,
a vinti, a trenta vanno rotolando :
Milon sgombra di lor tutte le sale,
fin s u la piazza i traditor cacciando ;
dil che re Carl o in tanta furia sale ,
pere h ' ei n on ubbidisce al s uo comando,
eh' a Ilor a Ilor gli fa bandir la testa,
s'andar g iu del paese non s'appresta :
35
un termine g li da ol d'una notte,
perché gia Febo scampa con la luce .
Or que' tapini per caverne e g rotte
ove n é sol né luna mai tral uce,
sonsi appi attati e· temen altre botte,
che Chiaramonte e quel i fiero duce ,
che li ha scemati piu di mezza pa rte ,
ivi non li a rda in tutto e li disquarte.
ORLA 10 1
94

36
In quella iste sa nott (o crude! rabbia !)
cadde Milone in tanta bizzaria,
che cento maganzesi, come in gabbia ,
enne a altare dentr' un' taria;
n i si parte mai fin eh non li abbia
mandati tutti a pezzi in beccaria :
era i Manfredon, padre di ano,
cm trasse il core di sua propria mano·
37
e ' n la medesma notte i lo affìse
nel mezzo de la piazza con la testa,
e un breve scritto sopra quel li mise,
che dice: « Ancor il tuo, Carlo, mi resta! » .
Oltra di questo in cotal notte uccise
un capitan chiamato il gran T mpesta,
lo qual con la sbirraglia in men d'un ' ora
cacciò Milon di questo mondo fora.
3
mai di sangue azio in quell'istante
a inti suoi compa<Tni da ombiato,
fra' quali v'è Terigi, quel bon fante,
che ' l giorno in sala sempre al fido lato
stette del suo patron a Carlo avante,
ed or per ubedirlo s'· spiccato.
Costui fu dopo a Orlando sempre caro
e di ue cose fido secretaro.
39
Milon si parte solo gli altri lassa ,
né mai per lor preghier seco i volse;
sotto 'l r gal palazzo intorno passa,
e drieto a quel per un sentier si olse
fin che , di pietre e sassi ad una massa
enuto, di salir i cura tol e;
monta i arditamente a l'alta cima,
e come entri 'n palazzo eco tima.
CAPITOLO Q I T

40
Vede spuntar di fora un certo trave;
levasi in alto, e quel saltando giunge,
e benché d'arme sia carcato e o-rav ,
pur forza con amor la suso il punge.
alito è molto spazio, e gia non pave
ficcar o-l i piedi e de le mani l 'uno-e
per buchi e per fis ure di quel muro ,
tanto che o-iunse ad un balcon sicuro.
41

Trova qui drento un logo bisognoso


a l ' uomo , quando 'l ventre scarca e leva ;
quindi partito, da la notte ascoso,
va queto queto, e mentre un piè solleva,
l' altro tien i che men sia strepitoso
in fin che giunse ove Berta piangeva,
la qu al in ciamb ra g ia non può dormire,
ma , s' e l piaces e a Dio, vorria morire.
42
Milan accenna a l' uscio legg iermente :
Berta entendo trema di sospetto,
chiama Frosina, ma colei non sente;
onde Milan, per esser drento accetto,
d isse qual era, e Berta immantenente,
senza pensarvi, salta for di letto,
corre a la porta aprendola di botto
e qui comincia un lagrimar dirotto.
43
Ma pescia che Mi lan ad in itarla
si mise per condurla seco in bando,
ella, cadendo in terra, piu non parla ,
ché perse ogni vio-or a tal djmando.
òl pur il cavalliero confortarla,
che far non o-lia contra 1 1 suo comando;
ma nulla fa ché in iso impal lidita
lei ede for di ment esser u cita.
RLA N D I '

44
Frosina dorm , né ' l rumor ascolta,
ché 'l pianto di anzi fatto con madonna
in un profondo sonno l'ha sepolta .
Milone d'un lenzolo e d'una o nna
in un fard ello tosto fa ricolta,
poscia, gagliardo, toltasi la donna
sul collo, via la porta con gran fretta ,
gia sazio contra Carlo di v ndetta.
4-
Gia sazio di vendetta contra Carlo,
ché fe dopo l macello tal rapina ;
ma sol amore non può saziarlo,
c ha posto a qu ella ninfa pellegrina .
Portasi 'l dolce peso né }asciarlo
mai volse in fin h 'al logo s avvicina
dond'or ne ' enne per la fin estrella,
e , quivi giunto, in terra pose quella.
46
Ma non si tosto O'iu posata l' ebbe,
ch e riede al seggio lor il spirto e 'l sangue.
perse gli occhi, e l' animo le crebbe :
- Do e sei, ita mia? - dicendo lang ue .
Milon risponde : - Donna, orn ai ti debbe
torn ar il bel colore al volto esangue;
tessi pur tele Carlo, s'ei sa tesser
s'è Amor per noi, chi contra noi òl es ere?
47
Guidarti meco oglio, s'el ti iace ,
e trarti, ch'oggi è tempo , di periglio.
ol Dio m'è testimon quanto mi spiace
doverti condur meco in tal esiglio.
Ma per locarti alfin ove sia pace,
far oglio da leon, non da coniO']j ,
e déi saper eh 'a sai minor è 'l danno
di pover liberta che un fier tiranno . -
l
CAPI T L O Q l ' TO 97

4
Cosi parlando, tuttavia le cinge
la gonna intorno, seco anti recata,
gonna non gia di quelle ch'oro pinge ,
ma da portar sotto bei manti usata.
Poscia le copre il capo e si la finge
ch e in altra donna par es er mutata ;
né Berta in nulla guisa piu parea ,
ma Fillide, Neera o Galatea.
49
Qui poi di terra il gran lenzolo piglia
e quel divide in fascie lun o-he e strette ;
an noda i capi lor , e qu i s ' appiglia
con le man Berta, da Milon ben rette;
cala per quella corda, e s'assottiglia
[l rma t ner i fin ch e in terra stette ;
Mil on dri eto le manda il drappo d 'alto
ed animoso venne giu d ' un salto.
50
Qual timidetta agnella che 'l pastore
del lupo da le zann abbia redent
non anco ce a palpitarle il co re,
né mai l' orribil t· ma si rallenta·
cosi Berta, seguendo il suo rettore,
par sempre ch'a le spalle Carlo enta
che la persegua, e spesso a drieto guarda,
onde di correr forte ma t non tarda .
51
irato a ea gia mezza notte il cielo,
ché passo passo vannosi le stelle:
anco non era caldo né anco gelo,
ma la sta ion quando le viti belle
son carche d'uve, d ogni ramo e stelo
di rosso e giallo par che ' l mondo abbelle ;
Milone finalmente giunge al muro
de la cittade , molto grosso e duro .

T. F o u~: GO, Opere italiane. 7


9 RL 01

Monta i sopra ed ha pur seco il panno,


del quale un capo tiene, l 'altro giuso
a Berta manda, cui pare a un anno
ògni momento uscir di loco chiuso;
ma s elsela Milon di quell'affanno,
ché su la tra se e poi con e a o-iuso
calò del muro fora in su la sabbia;
di bosco uccelli gia, non piu di gabbia.
53
Tutta la notte anno senza posa,
dal timor spinti e da speranza tratti,
pur dov'è qualche poggio o ia petrosa,
per cui Berta convien che giu s'appiatti;
Milon, incontra, gia non si riposa,
ma in collo se la reca, e su per ratti
monti lei porta come fido amante,
se azzaio fusse dal capo a le piante .
54
Scoprendosi poi l'alba for d'un monte
trova un villano addo so a una cavalla,
lo qual s'affretta d 'arrivar a un ponte,
e d 'un serrato trotto al fiume calla.
Milon chiamagli drieto, e ch'ei dismonte
prega e riprega; ma 'l villan non falla
dal suo costume rozzo e discortese:
niente l'ascolta, e la via corta prese.
55
Pre e la via piu corta verso il fiume,
che a guazzo quello trapassar orrebbe:
allor Milon, s'avesse a piedi piume,
av entasi o-li drieto e giunto l 'ebbe,
ove cosi correndo anco ressume
la cura d ' insegnarli come debbe
caritativamente e con ragione
di quella donna a er compassione.
CAPI T L Q I.VfO 99

s6
Mi maraviglio ben del ca alliero
che usar oles e tanta pazienzia ;
percb 'e se r al vili an crudo e e ero
altro non · se non bonta e clemenzia :
anzi dirò eh ' un fusto g ros o intiero
è quell o ch e gli spi ra o-ran p rudenzia ;
dalli pur bastonate sod e strett ,
ché non si h a di g uarirlo al tre ri cette .
57
Passava Giove per un gran vill aggio
con Pa nno, con Priapo ed Im eneo;
trova n eh' un asinello in sul ri va a-gio
molte pallotte de l suo sterco feo.
Disse Priapo: - Qu to è gran dannaggio:
En, Domine, fac lzomines ex eo .
- Su rge , villane, - disse Giove allora;
e 'l vill a n di q ue' stronzi saltò fora,
5
ed in qu el punto istesso , quanti pam
fu di letame o d'a in o di bo,·e,
insurrexerunt !otidem ~·il/ani
per tutto 'l mondo a far de le sue pro e ,
cioè pronte in rubar a er le m ani,
e maladire il ciel quando non piove,
esser fall aci, traditor, mali g ni,
di foco e forca p r soi merti dig ni .
59
-A pettami, ti prego, caro amico,
- dicea Milan - e non a er spavento!
ma quel poltrone , d'ogni ben nemico,
vedendo eh 'egli ' l ti en nel e tim ento,
- Lasciami - di e all or - la eia, ti dico:
non so chi sei : tu n'hai spogliato cento ,
io ti comprendo ben che ladro 1:
ruba ti l 'arma, il brando, ancor colei .
IOO RL Dl~

6o
on men di me comprendesi, villani
esser di oi, oldati, la piu parte,
se vi lasciate calcular le mani
dai chiromanti nostri, che san l'arte
di zappe ed altri libri rusticani
meglio che porta r picca sotto Marte;
e pur, qu antunque bravi in uperbiti,
tutti sète villani stra estiti. -
6r
E ciò parlando, trass una sua dao-a
lucida quanto a ea sotto ' l calcagno;
Milon, eh' è di natura empre aga
piu p r sto dar che tòr l' altrui guadag no ,
or dignamente ad un fur fan te impaga:
volen dolo purga r d' acque di bag no,
afferra ne la coda la cavalla,
ed ambi dr nto un fo so d' acqua a all a .
62
Quel sciag urato in guisa di ranocchio
resta nel fango, e la gium enta uscisce.
- Ecco - dis e Milon, - saggia, pidocchio ,
che avvien ad un villan che insup rbisce:
rubaldo che tu sei . perder un occhio
dovria chi d l tuo mal non ti p unì ce:
or 1 esca ben, c'hai modo di pescare,
ed io frattanto oglio cavalcare. -
63
E detto ciò, riprese la o-iumenta ,
non per la coda piu, ma nel capestro:
B rta, che n'ha fastidio e si tormenta
per lo premier incontro assai sin estro,
salir su la cavalla non fu lenta,
maladicendo quel illano alp stro:
Milon va innanzi e fa de lo staffi ro,
tirandosila drieto pel sentiero .
CAPITOL QUI TO I OI

64
Tutto quel giorno e la notte seguente
non mai di camminar elli cessare.
Berta sempre a le spalle Carlo ente
né crede di scansarlo aver riparo ;
però vanno di trotto con la mente
chimerizzando, in fin eh 'elli arrivare
d'una grossa fiumara in capo, dove
scopreno l'alto mar ch' ivi si mo e.
6
Lungo a la spiaggia olgon il sentiero ,
la ciando in sabbia lor vestigi sculti:
né molto vanno eh 'un simile a Piero,
vecchietto pescator a li am i occulti
vedono trar nel legno suo leggiero
appesi con inganno i pesci stulti.
e in te - gridò filon - avrai bontade,
tu ci darai mangiar per carita de;
66
e Cristo poi ti renda o-uiderdo n ,
dandoti quella destra del na vigio ,
che diede Gianni, G iac mo e imone ,
quando alleluia trasser di litigio. -
Risponde il ecchio: -Quest'è ben ragione ! -
ratto a terra volge lo remigio,
o e arrivato, for di barca scese ,
portando il pesce quanto ma1 ne prese ;
6{
poi scote accortam ente d ' un azzaio
e d'una Ice il foco u le fronde.
Milan che ede ciò, porta un Jegnaio
de pruni e de verg ulti còlti a l'onde;
acceso il foco, Berta a piu d'un paio
i pesci cava l'intestine immonde;
Milan a la ca alla trae la sella,
sede i susa e tiene la patella .
J0 2 ORLANDI ' 0

6
tride sul foco il pesce dr nto l'olio
e Pallade si campa da Mulcibe r .
Berta ti n stimulato otto 'l dolio
frond di tamariso e di o-iurubero ;
in muffo forte pan di faba e }olio
po eia e p disce quel vecchietto libero.
Milon i scotta e gli occhi pes o tan e,
come uom che soi peccati al fumo piange.
69
Onde Berta sen ride e i con ola
edendo quel tant'uomo fatto coco,
a cui pel fumo e gli occhi e il na o cola
e brugiasi l gambe al troppo foc .
Milon che b n l'intende , una pa rola ,
piangendo tutta ia, disse per gioco:
- Tre cos l'uomo cacciano di ca a:
il fumo, il foco la moglie mal asa . -
;o
Berta risponde: E pur non cura l' uom
spiccarsi da le spalle tal urtic ;
cotanto dolce fu l'acerbo pomo
ch' Adam gu tò, por<Yendol E a antica ,
che, benché ol per lei di propria dorno
scacciato fusse parvegli fatica
lasciar la cau a drieto del su male,
p erché dura rao-ion al en ual .
7I
Cosi ti vien, Milon, che per la fame
d'indi non po' le arti questo fumo. -
Egli risponde: - on le belle dame
che ci han po to a la coda questo dumo. -
Berta ne rid , senza oglie gram
sul pese sparge omai di sale un o-rumo,
lo qual gia cotto rende saporito ,
e poi lo mette in tavola ul lito.
CAPITOLO Q I TO 103

72
Quel vecchiarello, a gentilezza d dito,
arrecavi le sue vi\·ande po re ;
egli non ha de' campi o feudi redito,
se non la barca, il mar, il sole, 'l piovere.
Onde di simil sue ricchezze predito,
quel suo vin muffolente e pan di rovere
appone in sua presenzia, e dice: - Inopia
chi mangia di cotesta, mai non se pia.
73
Quanto mi trovo , tanto ne la vostra
presenzia, o miei patroni, ho qui d iffuso.
In me il voler , ma no 'l poter si mostra
di far com' è tra vostri pari l' u o;
ma s aria molto questa ,·oglia no tra:
chi tien ap rto il pugno, chi ' l tien chiuso ;
tal poco n'ha, che altrui quel poco impart
tal molto n'ha , che ruba l 'altrui parte.
74
S'io avessi in a rca l'oro di Tiberio
e li pomi d l drago ch'ancise Ercule,
credetì a me (ciò dico a ituperio
de' ricchi), men sa rian cote te fercule.
Questi avarazzi fanno q uel suo imp rio
col sparagnare in fin a le cesercule,
le scope ed altre cose frali e fri ole,
che per disdegno tutte non descrivole.

E s'io pot ssi, fon darei tal legg ,


cm m lio non fondar li antichi padri,
ché chi è sig nore e <Yli uomini correO'ge,
dricciar faria le forche a pochi ladri ;
e cbi la robb e vita sua ben r gO' ,
verrebbe al sol de loghi oscuri ed adri;
eh oggi vertu sta s rva del dinaro
come 'l pover dottore a l'u uraro. -
104 ORL ' DI. O

76
- Qual legge è questa? - dissegli Milone -
narraci , ti pregamo, padre caro .
- Voglio - risponde - che niun !adrone
abbia d' esser appeso alcun riparo,
se piglia quel d'altrui contra ragione ,
eccettuando sol ciò c'ha l 'a aro ;
anzt orrei che 'l pover s'appicca se
se, potendo, l'avaro non ruba s
77
Tu vederesti l' integri Catoni
piu g rati al mondo e dal predon sicuri ;
tu vederesti l'improbi erom
a povertade men crudeli e duri ;
tu ederesti li empi Licaoni,
pigliata la lor parte, no n piu furi ·
la parte sua, che sta ne l altrui opia,
ché 'l tuo superfl uo causa la mia inopia.
} 7
Che maladetta sia l'ingorda rabbia
di questa lupa, e chi adorar la ole.
Ché se quante son miche in que ta sabbi a
e quanti cascan atomi dal sole,
tanti dinari avvien che ' l miser abbia
a pre, per anche averne , mille gole,
né pur si sazia la sua mente avara;
onde, qual sia un piacer, mai non impara .
79
Tal biasmo non v'adduco senza causa ;
ché ho fatto d ' un a aro mille prove .
E se 'l mio dir non vi facesse nausa,
dir i di lui la miser vita, e do e. -
Rispose allor Milone: - Io faccio pausa;
eccoti da mangiare; ché 'l mi mo e
l 'aspetto tuo t l mente, eh' io star i
digiuno, per udirti, giorni sei. -
API TO LO Q l T

o
Qui narrò il vecch io una faceta isteria
d' un prete fiorentino tanto a aro,
ch 'al fin di doglia perse la memoria,
gi<i divenuto pazzo pel dinaro.
Ma aglio eh 'abbian altri questa g loria
dirlo meglio di me; ché sol m 'è caro
venirne finalmente ad Orlandino,
gia molto al nascimento suo vici no.

Ma Caritunga mia chiedemi a cena;


tenetivi, signori , eh' io vi lasso.
Penso mangiar una cornacchia pi ena
de' sogni , che non scrive il mio Tricasso ;
poscia vo' bere d'una certa vena
d'acque distanti a quelle del Parnasso,
le quali a molti toglion il cervello ,
ma queste li dinari col mantello.
CAPITOLO E TO

O scuri sen i ed affettate nme


qual è chi dica mai compor Lim erno?
Tal volse del Petrarca su le cime
salir, ch'or giace in terra con gran schern
Icaro per montar troppo sublime .
credendosi avanzare il vol paterno ,
perse con l'art l' incerate piume
e venne giu dal ciel in un volume .
2

on tutti annazan ed rio ti,


non tutti son Boiardi ed altri eletti,
li cui sonori accenti fùr composti
de l'alma !io ne gli ederati t tti,
tetti si larghi a !or, a noi si ano-osti;
e rari son pur troppo gli entro accetti .
Però, che maraviglia, se l g ran sòno
di lor sentenzi e in tanto pregio sono?
3
Milon, da poi che 'l ecchio po e fine
a la novella di q uel scarso prete,
dimandagli se porto in quel confine
i era; ché, mentre l aure sono q uete,
vorrebbe oltra passar l'acque marine,
dando al nocchier le olite monete.
on dubitat - di se 'l vecchio allora,
lo porto non luntano qui dimora. -
IO ORLA ror O

4
Disse Milon: - e quel non ' luntano ,
voglia o-uidarci in que to tuo battello;
e per l'atto gentil e piu che umano
che fusti a darn cibo tanto snello,
questa giumenta lasciati, e con mano
proprio la sottoscrivo e ti uggello. -
- Mille mercé - rispond il vecchio ; - senza
tanti notari pre tovi credenza.
5
Entrati pur in barca, ché in un tratto
voglio condurvi al porto qui vicino.
Lasciamo qui la bestia che diffatto
io mandarò levarla un mio cugino·
e penso gia di farn e bon baratto
drento di C or ia in un carro di vino ;
perch ·, vi giuro, mai non pesco bene,
se di bon vin non son l fiasche 1 iene. -
6
Cosi parlando, ace sta i a la barca·
e Berta il ecchiarel prende al traverso :
poi d'esso peso il suo legnetto carca,
che, 1 argoletto , quasi vien sommerso;
e, tolto il rem , navigando inarca
le schiene, com'un serp d'oro terso
lo qual va sdrucciolando per un prato,
s'a ien che 'l pè d'un bue l'aggia calcato .
7
E col soave nòto, ch'un acquatico
mergo tra folghe segue alcun piscicolo
nel lito e primo mar de l'Adriatico,
tal va p er l'onde salse il trave piccolo
sotto il governo di quel vecchio pratico,
che mai di mar non teme alcun pericolo:
e per levar il tedio e farli ridere,
cantar comincia e con gran voce a stridere.
CAPITOLO EST 109

Ma, giunti al porto, tro ano eh 'un grande


legno si parte verso Italia in fretta.
Accosta i Milone, e su i scande
con la compagna e lascia la barchetta.
Non è chi lui conosca o chi 'l dimande,
e pur d'esser compreso ivi sospetta .
ta sempre armato e porta cinto 'l brando,
come sòl far chi a taglia posto è in bando.
9
Gia Febo l' aurea testa in l'onde attuffa
e lascia il freddo lume a la sorella,
quando pel vento che ' n le poppe buffa,
1: issasi 'l elo », ome 'l voi <YO appella.
Quel grave legno, spinto, l'onde acciuffa
e rumpe 'l mar ch e intorno gli saltella,
fa no\e miglia o dieci in men d'un 'ora
e fende ciò che incontra l 'alta prora.
IO

oldati, mercad anti, preti e frati


eran co n altra gente in quel naviglio:
ch i guata il fier 1ilon da gli omer lati;
e chi 'l bel volto candido e vermiglio
di Berta, c'ha d'amor i gesti ornati,
contempla si, eh dalle gia di piglio;
ma la pre enzia di Milon robusto
tiene in cerv Ilo ogni lasci o gu to.
l l

Or un signore v'era di Calabra


con trenta ben armati soi famigli ;
brama di Berta egli basciar le labra
e aguccta, er rapirla, gia gl i artigli .
. 1ilon non a quella sua mente scabra,
bench'egl i co' compagni si consigli
e l' un con l'altro parli ne l'orecchia,
ché ognun nel ben altrui sempre si specchia.
I IO ORL DI '

12

Farebbon gia l'assalto; ma che ' l giorno


sparito venga in tutto, atten den prima.
Berta con altre donne fa sogCYiorno
sotto coperta de la prora in c1ma :
d'ogni altra cosa p nsa che del scorno
lo qual in lei quel tri to far estima;
onde , cercata in grembo d'una schia a,
col sonno le sue membra ristorava.
13
Milon, che di saper olge 'l de io
se di Parigi alcun sapesse nova,
dimanda forte: -Ditemi, per Dio
(s'alcun ch' il sappia dir tra voi si trova),
è vero ch'un Milan malvaCYiO e rio
ha fatto contra arlo un'empia prova? -
Risponde un g rande ecchio: - E' con effett
e dirtelo saprò, se n h ai diletto. -
14
Chi sia cote to cchio in fronte g rave,
c ' ha lu nga barba ed occhi di Saturno ,
niuno sa di quelli entro la na e;
ch é 'l finto ol to ed anco il ciel notturno
lo asconde lor, né senton che 'l g ran trave,
mosso non da Le ante o da ulturno
ma dal suo spirto, vola in tal prestezza,
ch'un veltro n n va piu, anzi una frezza.
15
Volendo, in mille forme cangia 'l volto ,
tant' è ne l'arte magica perito;
scioglie d' a mor il into e inge 'l sciolto,
affrena i fiumi e chiama i pesci al lito;
fa ' l matto sagCYio, e l saCYgio venir matto,
e cava l 'ombre d ' Orco e di Cocito;
la luna, stelle ~ co, piante e marmi
costringe a la violenza di soi carmi .


CAPITOLO ESTO III

I6
Ma ' l nigromante, degno di gran lodo,
oprar non sa , se non in ben, tal arte.
Fauni , foll etti ed incubi, che 'l vodo
cerchio tra 'l fo co e terra e la gran parte
tengon del centro mezzo al nostro sodo ,
tutti scongi ura a sue sacrate carte;
demogorgoni ed arpie, fate e strige,
sepolcri, ombre, sibille, caos e Stige .
17
a quanto alcun mai seppe d 'erbe o piante ,
non d 'aconito pur, tasso e cicute ,
ma mille e mille che furon innante
non mai da nigromante alcun sapute.
Taccio 'l magnete, ferro ed adamante;
sa di metalli e pietre ogni virtute;
onde nascoso tien d ' argento e d 'oro
ne ' monti di Carena un g ran tesoro :

ne ' monti di Carena entro le g rotte


sta 'l seggio suo di malto e sasso fino.
Atlante ha nome, che di mezza notte
d 'una Sibilla nacque e di Merlino.
Or con turbato cor e voglie rotte
la ciato a vea de l 'Africa ' l confino
per un anello , il qual fece ad Almonte,
che poscia gli dovea far danno ed onte .
I9
Or dunque, posto ch'egli sol per arte
saper potesse aver anti Milone,
nol sa però, c hé rado apre le carte
de ' spirti rei, se non per ran cagione.
e r ' è che dianzi Giove opposto a arte
di egl i che di lui nasce un barone,
il qual, « Orlando ~ detto, non avria
egual d'ingegno, fo rza e cortesia.
··~------------~~----~----~----------~~--~--~--~~--------------~----~~

II 2 ORLA

20

Ora per odclisfar al uo dimando ,


ch'è di saper quel che sapendo poscia
ne pianga, odendo l' impeto nefando
(non credo piu nefando esser mai poscia)
di Carlo, anzi Neron, in ciò che '1 brando
cosi vibrò, ch'ancor al ciel l'angoscia
e gli urli an per l'empia occisione
d'uomini fatta m cherno di Milon e :
21

- La causa che m'indusse (poiché attenti,


ostra m rcé, vi veggio, vo' fondar i
assai piu innanzi miei r agionamenti )
enir in Francia e poco tempo starvi,
fu la prolissa guerra, i fier lamenti ,
la trista occision de' grandi e parvi,
che ratto d ·' patir la vo tra Europa
da gente tartaresca d tiopa.
22

Chi fìa di tanto mal cagion? Amore ,


amor che sempre fu la peste lorda
de' miseri mortali. Ah, in quant'errore
ci sping questa fiamma tant'ingorda!
Odo gia l' alte strida , il gran rumore
d'arme, ch 'aggira in fo co e 'l ciel assorda;
eh· dove fischia Amor , cosi fier angue,
subit appare ferro , foco e sangue.
23
Gia si rinnova quel furor vetusto
che l mondo trasse qua i al primo Cao,
quando 'l lascivo Paride ed ingiusto
chiamassi drieto l'empio 1enelao,
il qual tutta l Asia ebbe combusto,
o e Patroclo, Ettòr, Protesilao,
Achille, Troilo ed altri capitani
restar o tra un milion d uccisi ai piani.
CA PlTOL SE TO

24
Quant' ra megl io che 'l conte Milone
lasciato a esse Berta n el suo letto!
Carlo testé gli rende 'l guid rdone,
ché sua fam igl ia tutta per di petto
distrugge in fe rro e foco; ma un leone
è per string er a lui la gola, il petto:
piU non a vni l'ardir di Chiaramonte ,
che 'l scampi da le man d ' un fì er Creante.
25
No o Creante in queste parti v1ene
per spander tutto il cristiano sangue.
Carlo fia 'l primo che volga le schiene
al negro tòsco e al fiscio d ' un tal angu e:
non gli arra gridar: -Chi mi sovviene ? -
Le membra stanno mal, se 'l capo langu e.
Italia, Franza, pagna ed Ingleterra
Cupido e Marte gitteranno a terra.
26
Ahi, maladetta stirpe di Maganza,
ch'or godi e canti per l'altrui dolore!
~on sperar i · (ché faJ a è tal speranza)
gioir troppo luntan di quel fa re,
posto eh' abbi scacciato for di Franza
di Chiaramonte la radice e 'l fiore:
volge la rota, ma 'l destin è ~ rmo,
eh' al fin a tua rum a non fia sche rmo.

O stelle, o punti, o troppo tardi segni


che prom tt ti al mondo un si bel sole,
aprite, eh oggi è tempo , i raggi pregni
a l'au reo seclo, a l'aspettata prole!
ascan li quattro di ertu sostegni,
per cui rumor eterno al mondo vole;
n asca quel forte Orlando, alto coraga io,
Rinaldo, e l mio Ruggier, Guidon el aggio!

T. FoLE "G O op~r~ il lian~.


II4 RLA DI T

D' rlando una colonna nascer deve,


che non pur Roma, anzi sosti e n il mondo;
ma de Rinaldo un orso tanto greve,
che di sue forze il ciel sentir fa il pondo.
Rug iero il sangue d'Este in sé riceve,
d'ingegno saldo e di vertu profondo:
ma 'l mio Guidone infond ni Gonzaga
per cui sol nacque la teban maga.
29
Guidon Sel aggio, di Rinaldo frate,
la sora di Ruggier avra per moglie;
quindi verrei quel!' inclita bontate
Gonzaga, ch'in un punto il mondo accoglie:
Mantoa famosa p r il primo vate,
ma piu famosa pei trofei spoglie
che riportar in l i Gonzaga deve
dal Gan a-e al Nilo ed iperborea ne e. -
30
Parla a lao-rimando il nigromante,
ed era per narrar il gran conquasso,
che Carlo a Chiaramonte il o-io rno a ante
diede, poscia eh' intese quel fracasso
dal fi r Milone fatto in un istante,
che in una notte mandò quasi al basso
tutta la casa di Maganza, e Berta
rapita aver tenea per cosa certa;

quando Raimondo (ché Raimondo detto


era quel duca o conte calabrese)
lascivam nte Berta, nel cosp tto
d'uomini e donne, stretta in braccio prese,
vol n do eh' abbia il suo pensier effetto,
come uom illano, perfid e cortese .
Berta che dorme, destasi o-ridando:
Milon che l'ode, tratto ha fora il brando;
ESTO

32
corre a veder la causa di tal voce;
ma risospinto fu da trenta indrieto:
pensate s ira e sdegn o il cuor gli coce ,
vede ndo farsi un atto si indi cr to:
ma l'arroganza le piu olte nòce.
alta Milan in mezzo eli qu l cet
e vi comincia a dim enarsi intorno,
quantunque fuss e <YÌa sparito il giorno.
33
A cui la testa, a cui la spalla fende,
a cui lo braccio, a cui la gamba tronca:
Berta contra Raimondo si difende
ché a caso in man venuta gli è una ronca ;
ma quel rubaldo in un battello scende,
dietro le poppe, simile a una conca;
quattro fami gli all or prendono in fretta
la donna e g iu la mandan m barchetta.
34
Assai contrasta loro, e pur i vede
al fin Berta d'un ladro e ser prigione.
Chiam a piangendo su daJ ciel mercede,
poiché l'aiuto è ano di tlilon ;
lo qual mentre cervelli rompe e fiede,
ia pre so al fin de l'aspra occi io n ,
la grossa na e per libeccio ola,
ma la piccina driet re ta sola,
35
perché tagliò la fune il fier Raimondo
di quel chifetto, allor che l'ebbe drento ;
e mancò poco non andasse al fondo
la picciol barca gia ingrossando il vento.
r qui seri e r non O<Yliovi, secondo
Turpin, diffu am ente qual evento
fu di Milone o di quel ma<Yo tlante ,
che allor allora spar e in un i tante;
r r6 L ,' DI O

.,6
né di Milan, il qual dopo la morte
sanguinolenta di que' tapinelli,
ebbe fortuna tal, che le ritorte,
arbore, vela, remi, arme, vaselli,
lo stesso l gno al fin andò per sorte
del mar in pred , e con i soi fardelli
li mercadanti al fondo si trovare,
né lor scampò la copia del dinaro.
7
Pur animosamente il ca alliero,
trattosi l 'arme, nudo come nacque,
buttassi di fortuna ne l'impero,
di qua eli la sbalzato per su l'acque.
Al fin giunse in Italia, ma, leggiero
di forze panni, su la rena giacque;
pescia, le ato da non so qual fata,
seco sen stette e l ebbe ingravidata.
3
i cost i nacque il principe . golaccio,
come 'l dottore in la sua Deca seri e;
ma ritorniamo a B rta eh , in impaccio
di quel fellone, non sa om 'l schive:
eo-li gia se l a ea recata in braccio
per adempir le oo-lie su lascive;
la donna che schermirsi piu non puote,
d un suo coltello otto Io percuote.
39
hé, mentre finge aprir le g mbe a quello
ed al giostrar cercarsi agiatamente,
cacciògli ne le iscere il col tello,
raddoppi ando de' c Ipi irilmente .
Quel misero ferirla o lse an eh' ello
d'un uo pugnale, ma il dolor repente
di morte l' impedisce; e Berta in mare
spinselo fora, e s' bb a conservare.
-- ------------------
CAPITOLO E STO II7

40
r sola in qu l Ya ello a sbalzando
la pudica dongella su per l'onde.
- O somm Dio - parla ·a lao-rimando ,
porgimi la tua man, che non s' affonde
l' infermo legno! Non che il mio nefando
viver né l mie colpe lo rd e immonde
merti n pieta ; ma quella creatura
c 'ho in ventr , o Padre Eterno, rassicura!
41
a te ric rr , non a Piero o ndrea,
ch é l'altrui mezzo non mi fa mistero:
ben tengo a mente ch e la Cananea
non upplic' né a Giacomo n é a Piero .
A te, somma bonta , sol i credea;
cosi io sol dj te sol, non d'altro , spero.
Tu sai quel eh '· mmi sano O\'Yer noioso:
fa' tu Signor, eh' altri pregar non oso !
42
'é insi eme vogli o errar c l volo-o sciocco,
di sopersti zia colmo e m mattezza,
che fa soi voti ad un Gotardo e Rocco,
e piu di te non o qual bov appr zza
mercé ch'un fraticello, al dio Molocco
acrificante spe so , con destrezza
fa che tua madr u nel ciel regina
gli copre il sacrificio di rapina.
4:>
Per ciò che di pieta sotto la scorza
fassi grande vendemmi a de dinari;
e co l'altare di Maria si ammorza
l'empia in ordigia de prelati a ari.
Ed anco la lor legge mi urta sforza
eh ' ogni anno ne l'orecchie altrui disch iari
le mende mie, eh' io so n g io rin e bella;
e il fraticello eh ode , si flagella.
rI ' RLA ' DI r

44
Flagellasi patendo le ferute
che mie parole di lasci ia prel:> ne
g li danno, le qual so no tanto acu te
al cor, eh' al fm con ien eh ' egl i s' ingegne
con vari modi e lusinghette astute
eh' io di tacer la fede mia gl' im pegne,
e qui trovo b n spesso un confessore
ess r piu ruffiano che dottore.
45
Però, ig nor, che sai gli cuori umani
vedi la tua chiesa in man de' frati,
a te col cor contrito alzo le mani,
perando es er O'ia spenti e' miei peccati :
e se, io mio, da · que ti flutti in sani
me scampi , che mi eggio intorno irati ,
ti faccio voto non prestar mai fede
a chi indul genze per dinar co ncede!
46
Cotal preghiere carche d eresia
Berta facea, mercé eh 'era t desca,
perch · in quel tempo la teologia
e ra fatta romana e fiandresca;
ma dubito eh' al fin ne la Turchia
si trovara, vive ndo a la moresca ;
perché di Cristo l' inconsutil vesta
squa rciata è si, che piu non ve ne resta.
47
on volse io però <YUardar a quella
perfidia d'una donna d ' Alemagna;
ma fec che con lei la na icell a
per enne o e le ripe l 'onda bagna.
Q ui stanca smorta uscisce la dongella
e tanto a per monte e per cam pagna,
di Lombardia pa sando m la T oscana,
che for di utri giunse ad un a tana.
CAPITOLO ESTO

4
Taccio la fam e sete e il caldo grande
e lo timor d e ' stu pratori e ladri,
che so ffre la meschina in quelle ba nde,
ove son molti boschi orrendi d adri .
Mangia so ente more, cornie e giande ,
come facean gli antiqui nostri padri;
acque , se non di fonti , almen de stagni
convien che orba, e poi ch'altr'acqua piagni.
49
Per che empre fac ndo aspro lamento
miseramente va contra fortuna:
pur fin almente giunse a salvamento
(si come dis i poco avanti) ad una
spelunca, ove trovò che molto a rmento,
enendo notte, un pecoraio aduna .
- Deh, padre caro - di se, - abbi me rcede
di me, eh' o mai non posso sta r in piede ! -
-o
uel vecchio allor di somma cortesia
lascia le capre e lei b nigno accol e;
onde ne Yegna o ada o che si 1a
in quel principi chiederla non volse;
ma dolce, um ano e lieto tuttavia
ch ' ella riposa, un suo scrignolo sciolse;
trassevi pane, cacio molte frutta
e l'umile su a m ensa ebbe costrutta.
51
Berta c'ha fam e , d rento ch i la sugge,
dico lo gia di di ci m e i infante
a quelle rozze fercol e confugge,
eh 'l bon pastor l'arrecò da ante:
qui i la fame g ran dolor en fugge,
eh ' avea del suo perduto caro amante,
e benché stia so pe a e in vol to smorta ,
pur tolta l'esca , molto si confo rta .
120 RLAJ::\DJ~O

52
Ma qui di erte e narra il ran dottore ,
si come di Pavia r Desidéro,
udito d'arme in aere il gran rumor ,
perché golante i n per t6r lo impero
di Europa a Carlo e farsene ignor ,
mandao-li prestamente un messagg ro
per farsegli compagno, e Italia poi
soggiugar tutta a' longobardi oi;
53
e come qui Milone capitando
trovò sotto Appennino entro le grotte
un popol infinito, ch'a pettando
dal ciel aiuto, s'erano ridotte
per tra rsi ornai di sotto a quel ne fando
re Desidéro e darli tant bòtte,
che sia poi specchio a g li altri tramontani ,
che non s' impaccin mai con taliani ;
54
quivi Milon, orando lungam nt
trasseli for di tenebre a la luce:
la qual ben ordinata e bella o-ente
in un vallon de Insubria riconduce:
e come una cittade grossam ente
edificare e di Milon suo due
le diero il nom e; dopo il volgo insano
non piu « Milon », ma l'appellar «M ilano ~ .

55
Quel gran Milan, eh 'a tradimento e forza
vien tolto spe o da li tramontani
al nostro talian signore forza,
onde sempre con lor siamo a le mani ,
facendoli lasciar dri to la scorza,
che poi mangiati son da' lupi e cani ;
e b n criver si pote su le mura:
.Italia barbarorltJn sepulturn.
C P! TO L 'ESTO 121

s6
Ché ve ramente in quell'orribil giorno
eh' in Giosafatto so n ara la tromba ,
facend osi sentire al mondo intorno,
e i morti saltaran for d'ogni tomba ,
non ara pozzo, cacatoio e forno ,
che, mentre il lararan del ciel ribomba,
non g1tt1 fora sguizzeri, franzesi ,
tedeschi , ispani e d'altri assai paesi·
57
e vederassi una mirabil guerra,
fra loro combatt ndo gli ossi soi:
chi un braccio , chi una man, chi un piede afferra;
ma \ ien chi dice: - Questi non son toi . -
-Anzi son mei. -Non sono ; - e su la terra
molti di loro avran gambe de boi ,
teste di muli, e d'asini le sch iene ,
si come a l'opre di ciascun con viene.
5
Cosi col mio cerv Ilo assai lunatico,
fantastico e bizzarro sempre i' masino.
Confesso ben, ch ' io son puro gramatico,
che tant'è dire quanto : son puro asmo » ;
assai meglior d'un puro matematico.
Ma perché i capuzzati non mi annasino,
io credo in tutto il Credo e, se non vale ,
io credo ancor in quel di Dottrinale .
CAPITOLO ETTI MO

La do nn a ch e dal ciel trasse l'origine


mi riconduce a l passo convene ole
a qualunqu e si sferra di caligine
p r acquistarsi un stile piu lodevole;
ma l' a bito malig no e la rubigine
d'un incesso balordo e strabucchcvole ,
difficili mi rende , anzi contrarie,
le vie che mai non seppe la ba rbarie .
2

Ed oggi pur a nostro vituperio


passate son di la le buone letter ,
mercé ch'abbiam commesso un adulterio
tal, che smarrite sono l'arti vetere.
eggio fatto olgar fino al alterio ,
cantando! su pei banchi ne le cetere;
né passo per ta erna o per bottega
che Plinio od altro simil non s1 lega.
3
La fresca aurora piu che ma1 leggi dra
da l 'orizzonte ornai scotea le piume;
urge 'l pastore a be erar la squadra
di sue care caprette al chiaro fiu me;
poi leva gli occhi al cielo e ben lo squadra,
che schietto na cera di Febo il lum e;
eli che, tolto 'l ba tone, s'assicura
e for guida l'armento a la pa tura.
!24 ORL <"DI

4
Berta s la riman a la capanna
ed anco dorme di stracchezza piena ;
pur l'alma entro 'l p n ier tanto s'affanna,
che non s'acqueta la so pesa lena ;
onde nel moto d'una pi cciol anna
ratto si egl ia e sente al cor gran pena
eh· 'l suo Milone a lato non ritrova·
e qui di pianto un fiume si rinno a.
5
Stava i dunque tutta pens rosa ,
la guanza riposando su la destra :
Febo, che vòl, possendo, d'ogni cosa
rendersi certo, v nne a la finestra;
quando la d ngelletta pav ntosa
del parto, su qu l stra to di ginestra,
sentir comincia pene di tal orte ,
che di men doglia crede es er la mo rte .
6
tride con alta ce , rugge e freme,
torcendosi su l'uno e l'altro fianco:
verun non è che in quelle doglie estreme
poscia parlando confortarla almanco :
chiama Fro ina ed altre donne insieme,
chiama Milone, ed il chiamar vien manco,
solamente in quelle stall immonde
un parete di sassi le risponde .
7
Ragion · ben che, d'un tal ventre uscendo
il fior del mondo e I unica possanza,
difficil parto sia, duro ed orrendo
e faticoso as ai piu de l' usanza:
ché e le gran prod zze ue comprendo,
quale fu mai (né mai sani) nomanza
di forza immensa, d'animo prestante,
simile a quella del signor d' Anglante?
APITOLO ETTI~IO 125

Qui nacqu O rlando , l' inclito barone;


U1 nacque Orlando, senator romano:

qui nacque Orlando, forte campione;


q m nacque Orlando, g rande capitano ;
qui nacque Orlando, padre di ragione;
qui nacque Orlando, piti d'ogn i altro umano;
qui nacque il gran spavento e la rum a
de ' maganzesi e gente saracina.
9
Guardati, !monte; guardati , Agolante ;
guardati, Agricane e re Gradasso;
guardatevi Lusbecco e Dura tant ,
Troian, Ancroia, e tu crude! Gurasso;
o-uardisi piu de g li altri ogni gigante,
ché or nasce in sua ruina il gran fracasso :
qual durezza di monte o fin azzale
potra star saldo al suo ferir mortale?
10

Nasce dunque l' infant m quella grotta,


senz'ullo testimonio de commadre.
Yla cosa di stupor apparve allatta:
poscia che spinto for l'ebbe sua madre ,
ecco de lupi arrivavi una frotta,
di quel le s !ve uscendo folte ed adre,
ch'andavano d'intorno forte url ando ,
onde per nome poi fu detto rlando.
I I

enti la terra un tanto nascimento,


sentillo il mare, i fiumi , ri i e fonti ;
sentillo il ciel di opra, fora e drento ;
sentillo pog i, piani, alli e monti ,
grandine, piogge, ne i ed ogni vento ,
citta, castella, porti , ille e ponti;
sentillo pesci, armenti, fiere a ugelli ,
e intorno a lui par sol che 'l sol s'abbellì .
126 ORLA DI O

12

Dricciasi Berta con gran stento in piede:


pen ate a qual pieta mo ea li sassi .
le a 'l figliuol , d' inopia sol erede,
e portato ad un fiume a lenti passi ;
la alo stesa, su la ripa sede,
sciugalo prima e da poi il fascia e stassi
a contemplarlo sempre lao-rimando,
e gia ' l dolor del parto ha posto in bando.
13
Bascialo spesso, e non può sazi arsi
succiar la fronte, gli occhi, bocca e mento ,
sentesi di dolcezza liquefarsi;
o nde le par men aspro ogni tormento .
Poi riede a la capanna per corcarsi,
ché 'n starsen dritta non ha aJimento ,
in fin che 'l ecchio pegoraro torni,
ch'ornai temp' è che ' l caldo Io ritorni.
T4
Eccolo giu nto co' la g reggia innante,
so ente drieto a quella sibi lando.
Va n e la tana con uman embiante
e vagir sente il pargoletto rlando .
La donna con vergog na in un istante
levatasi sul braccio, il come , il qua ndo
nacque ' l fanciullo mentre a lui racconta ,
per debolezza quasi i tramonta .
15
Lo provvido vecchietto non risponde,
ma col piè tosto e con la fronte allegra
le man corre a lavarsi a le fresch 'onde;
poi chiama una capretta bianca e negra,
la qual , pr to lasciando l'erbe e frond e ,
non fu di alzar la gamba al vecchio pegra.
Egli trasse di latte un suo vasetto,
non stom acoso no , ma bianco e netto.
CAPJT L ETTI MO 12

!6
E mentre vi si ammolla un mezzo pane,
corre di tre galline al comun nido ;
un paro d 'uova nate in quella mane
sul cener caldo pose in loco fido.
Poi torna al latte e con sue voglie umane
lo porge a Berta · ed ella: - Io mi confido,
- disse- nel ciel, o padre mio, ch'ancora
verni, che di ciò renda il cambio, l' ora .
17
Non sempre in m e fortuna turbarassi,
non sempre, ispero, mi sani matregna:
ché se a clemenzia i' m o o e fiere e sas 1,
ia piu eh ' ella si piegh i è cosa degna. -
Cosi parlando, di quel latte vassi
nudrendo a poco a poco, e par si spegna
la fame insieme col dolor del parto,
lo qual sopra ogni p ena è acerbo ed arto.
r8
Poi sorbe l'o va ed acqua dolce beve ,
di che ne prende molto di ristoro:
cosi, di giorno in giorno, e l'aspro e g reve
vassi diminuendo suo martora,
e dal pastore tanto ben riceve,
che reputa del mondo tutto l'oro
bastevole non esse r, per il quale
supplir potesse un beneficio tale.

Pigliava l'arco suo mattina e sera,


quel sovra tutti bono pegoraro,
e mentre di sue pecore la schiera
i a pascendo in loco solitaro,
cercava il monte , il bosco e la riviera ,
seguendo gli augelletti; e ben fu raro
quel eh' adocchiato f usse e saetta to,
morto non riportass il trai al prato.
12 RLi\ DINO

20

Con qu sti poi nudriva la dongella ,


e di pastore fatto era gia coca ,
in fin che piu che mai liggiadra e bella
depose il olto macil nte e fioco.
Ma l'Orlandino gia corre e saltella,
gia, qual poledro, nescit sta1"e loco,
scampasi da la madre ornai slattato,
a quel pastor piu d l suo armento g rato.
21

Ca alca una cannuccia e con la spada


di legno ti ra dritti e manroversi ;
empre discorre questa e quella strada
n é sa d'alcun affa nno mai dolersi;
convien che cada, surga e poi ricada,
ché 'n piede fe rmo an co non sa t nersi;
ond' ha sul volto, mentre in terra il smacca ,
chiara di uovo sempre o qualche biacca.
22

i e sett 'anni e dodici ne mostra,


tanto compiuto a di for ze e mem bra :
ga mbe da salti ed omeri da giostra,
donde natura ad Ettore l ' assem bra·
porta gran pesi e ' n qualche m uro giostra ,
urta, fracassa romp , quassa e membra:
rsi , leoni, tigri non paventa,
ma contra loro intrepido s'av enta .
23

Folgori , en ti, piogge, caldo e gelo


non pòn far si, ch'egli di lor si cure;
dorme di notte sotto aperto cielo,
n o n su le frondi, ma su pietre dure;
bruno, n rvoso, e 'n capo ha riccio 'l pelo ,
co' piedi e m ani, ove convien s' indure,
per l'andar scalzo e maneo-giar bastoni ,
la carne in alli , e 'n scarpe de' pedoni.
CAPlTOL SETTIMO 129

24
Due pelli di capretto a vinculate
per piedi , su le spalle ha per vestura.
Cogli altri pastorelli sono-li grate
lotte , bagordi e o-iochi di ventura .
Autunno, primavera , inverno, estate,
non mai di star agiato si procura .
'ha fame, ciò eh' incontra egl i tracanna,
o sia ne' bosch i o sia ne la capanna.
25
Giande, fraghe, castagne, cornie e more,
pomi selvaggi e pere si manuca ,
n on piti vi guarda il meglio che 'l peggiore,
non l'acetosa piti de la lattuca:
beve di fonte, o fermo o corridore ,
n é cessa ber per fango ovver festuca;
ma s , neo con sua madre si ritrova ,
man gia butirro, pane, cacio ed ova.
26
Or Berta in questo tempo intende e spia,
Rain r esser di utri al reggimento;
cade in sospetto grande eh non sia
da lui scoperta e fa comandamento
al figlio che con lei queto sen stia .
Ma ben piti tosto avria tenuto il ento
in un rete, che mai ietar a Orlando,
che non vada o rito rni al suo com ando.
27
anza uni ersale tra' cittelli
era di utri, come far i sòle,
con sassi guerr ggiare, poscia eh' elli
fusser asciolti da l'orribil scole,
quelli con questi e questi contra quelli,
o e s'oscura a tante pietre il sole .
Chi rumpe , chi l'ha rotta, o gamba o testa,
e empre piti an tefano tempesta .

T. F OLE. 'GO, Opere italiane. 9


RL DIN

Quivi so ente il po er Orlandino


mal in arnese tro asi fra loro ;
dinnanzi li altri sempre il parvolino
l pietre fa cantar nel ciel sonoro;
ed · cagion sol es o col polvino
turbar le stelle , mentre di coloro
parte sgomenta , rumpe, caccia dalli ,
part con g ridi arguti drieto va lli.
29
E , come a ien al troppo baldanzoso,
rotta la testa spesso ne riporta;
ma non che p r si poco vien ritroso;
cacciasi avanti a' soi co rnpao-ni scorta ,
e quanto piu sia t · eco, piu sdegnoso
di pietre e sa si un turbine supporta,
i che a la o-rotta torna poi la sera
tutto dirott , Bert a si disp ra.
30
Spesso o-li parl a e dice : - Fio-liuol mio ,
perché ti fai cosi tutto pestare?
Lascia le pietr , p r l'amor di Dio ,
hé' l iso tuo d 'un diavolo mi pare! -
- Volete , madr mia- risponde , - ch' io
mi lasci da ciascuno ingiuriare?
« Figliolo di puttan ~ ognun mi chiama,
ed io supporterò perder la fama?
31
S un tale o ltraggio fare mi perm etto ,
eh' altro nome o-ua a no che bastardo ?
Ed io , madre mi cara, i prometto
voler mostrar eh non pur son gagliardo,
ma ono per ca\ r il cor dal pett
a chi del vo tr onor non ha ri rruardo;
, se mai torna il padre mio Milon ,
dirolli sul b l olto h' è un poltrone,
CAPITOLO ETTIM I3J

32
perché su le taverne consumando
va la sostanzia nostra e non lavora
e , noi per queste selve abbandon ando,
il ch iaro sangue nostro disonora.
Ma se mai grande i' \egno si che 'l brando
cinger mi po eia, oglio cacciar fora
Carl o d 1 mondo, non che d 'Anal ia e F ranza ,
e b ve r tutto 'l sangue di Maganza.
33
i che lascia pur, madre, che n la g uerra
di pugna e a i adoperar mi vaglia;
quanti n 'abbracci , gittcOii per terra ,
non li al ndo né arte né crima lia .
Ciascun mi ch iama Orlando forte-guerra »
perch · non è ch' in g uerreggiar m'agguaglia;
s mpre da anti gli altri salto e schi o
duo milia ·as ·i e pur son anco vi o .
34
Po eia chi mi da pane e chi del mo ,
hi carne cotta e chi bona mine tra;
tal r · ch i mi d· qualche soldino ,
altri eh a far la pugna m ammaestra,
dice n d che p rarmi col mancino
bracci m1 eo- ia , e dar co la ma n destra,
tal ch'a o-nuno vien di me paura:
co a ch' sser mi venso a gran ventura . -

otanto ben a l 'Orlandino dire,


che di dolcezza Berta ride e piagne;
!ascialo dunque a suo dil ett 're,
eh' in far i un \ alentuomo non sparagne.
r qui Turpi n si ien a divertire ,
narrando di Milon le forz e magne
che e id rio inse con grand 'arte.
cacciando longob rdi d'ogni arte.
RLA DJ

36
Poi seri e come in Cipro giunto Arnone
con le reliquie sue di Chiaramonte ,
di Beatrice in mezzo d'un allone
Rinaldo nacque, le cui pro · e conte
che fece nella infanzia, sol espone
allor che 'l figlio suo, d Anglant il conte,
ebbe condutto fin al mar Euxino
a star col suo diletto Rinaldino.
37
Ma nanti che i doi fanti as ai cresciuti
poscian tro ar i insieme in quelle bande,
torna il dottore a cri ere gli arguti
consigli d'Orlandino e il senso grande;
lo qual un giorno , co' capelli ir uti
e con la gonna che d'intorno pande
ben mille strazze, mendica a in utri,
tanto che sé con la sua madre nutri.
3
Ecco s' incontra in un bel o-iovenetto,
figliuolo di Rainer, detto liv ro ,
lo qual turbos i ed ebbe a gran di petto
ch'Orlando l'occupa e in su ' l entiero .
Alzò la mano e di degli un buffetto
su l'occhio, che gli venne tutto nero;
ed in quel tempo ancora il uo ragazzo
piantolli un g rosso pugno sul mostazzo .
39
Allor Orlando quel dongell prese
e sotto i piedi tosto si lo caccia,
ed ancor l'altro afferra e i ti lo stese
l'un sopra l'altro, e macca lor la faccia.
Corre la plebe tutta per difese
d l fi glio del signore in su la piaccia;
prest'Orlandino lascia lor in terra,
corre a la grotta e dentro i si serra.
CAPITOL ETTI[ 133

40
Berta, che d'una lepre m foggia vive,
la qual sempre de' cani sente o pare
sentir le voci e pensa ove !or schive ,
e vede il leporin a sé scampare,
la faccia di pallor tutta si seri e ,
g ridando al figlio: - Chi ti fa trottare
dimmi cavai baJzano? e donde fuggi?
perché, fi gliuol sfrenato mi distruggi?
4I
qual occhio è quello e muso che riporti
livido si, che parmi un saraceno? -
Rispose Orlando: - òi tu che sopporti
le bastonate altrui né piu né meno
s'un mastin fussi? tanti e tanti torti
ognor fatti mi sono, e nondim eno
soffersi lor, se n on testé c' ho franto
lo figlio del signore tutto quanto.
42
Le bòtte mai non son p r comportare ;
de le parole pur men passarei;
trovo distanzia assai dal dir al fare ;
non siamo né anche turchi né giudei :
sol gli asini si ponno bastonare:
se una tal bestia fu i, patirei;
ma son un uomo ed uomo esser intendo;
e chi dieci men da vinti ne rendo.
43
oi ne darete (chiama lo angelo)
cento per uno, e cosi fa r debb' io:
e chi mi rumpe o pur mi terze un pelo ,
il collo to rzo a lui come òl io;
e se de le scritture, anzi del cielo,
si mette a interpretar il senso pio
ogni frate scapocchia ed ignorante,
anch io poterlo far io son ba tante. -
RLA DI

4
Parla la madre: - Deh, figliuol, non sai
che 'l pesce grande mangia il pargoletto?
on gir in Sutri, eh· e v'and arai,
ti pig lieranno i zaffi, ti prometto.
-Mi pigli ranno? - disse Orlando:- guai
a qualunque errammi a far di petto!
ché se d'un papa fusse ben bastardo ,
io gli far parer il fugt>ir tardo.
4
Ma datti pac tu, perché 'l d monio
gia non è brutto come vien dipinto:
non ol d'una prigion i' son idonio
rumper le mura, ma d'un la berinto;
eco su l' cchio i' porto il t stimonio
eh 'l figlio del sig nor mi l'ebbe tinto
.
col ponderoso pugno: ei fu 'l primero
che mi percosse, ed anco il suo scudero. -
46
Cosi l'altra mattina l'animoso
dongello dritto corre a la cittade:
porta il baston duro e groppoloso,
col qual n n fuggirebbe mille spad ·
scorre e tra rsa senza rrir nascoso
di qua di la per tutte le contrad ,
chiama in alta voce: -O g nte bona,
fatimi ben, se Dio non 'abbandona !
47
Io v'addima ndo per l'amor di io ,
un pan s l d un bocca! di vino ;
fficio non fu mai piti santo pio
che se pascete il pov r pellegrino;
se non men date, i prom tto eh' io,
quantunque sia di membra si piccino,
ne prenderò da me enza rig uardo ;
ché salsa non vogl' io di san Bernardo !
CAPIT LO ETTli\10 135

.J
Cancar vi mangia! datemi a mangiare ;
se non, vi butterò le porte o-iuso;
per debolezza sentomi mancare
e le bud Ile a nnomi a rifuso.
Gente de ota , e voi, persone care
che vi leccate di bon resto il muso ,
mandatimi, p r io, qualche minestra,
o mi la trati giti de la fine tra! -
9
Cosi grida a il pover'Orlandino,
ed or li prega ed or piti li minazza :
ecco gli passa innanzi un fra Stoppino,
ch'avea di pane un sacco e con la mazza
chiocca ne l' uscio a questo e qu l icino,
ch'anca ne v'l d l' altro e piti n 'abbrazza
ch'egli portar non può, com' è l'usanza
di chi non san empirsi mai la pa nza.
so
Orlando se gli accosta col ba tone
e dic : - O fra guarnazza, dammi un pane:
questo ti o preo-ar per il cordone,
per le gallozze e le brettine lane :
so che l'aspetto tuo d'un bel poltrone
piti presto lo darebbe a qualche cane ;
pur fa' come ti par, ché in ogni modo
gia di volerlo qui piantato ho il chiodo.
SI
lesti Cristo. - dis e suspiranclo
quel frate allor, via se n a di trotto;
ma , piti di un gatto presto, il zaffa Orlando
per la go nella e fèl mostrar di sotto;
ché del suo generai contra 'l comando,
la acca non a ea del barilotto,
si ben quell a del pane in colmo piena,
talmente ch'egli mo e il passo a pena .
ORLA DJ

52
ta saldo - disse Orlando - perché fuggi?
Mi fa di te pieta, che sei si carco:
ola, fermati, frate, eh· ti strugo-i
peggio d'un asinello sotto 'l carco !
A cui dico, poltron? se non t' induggi,
per Dio , ti mostrarò eh' io non son parco
di bastonate, come tu di pane
lo qual tu sei per dare a le puttane. -
53
E detto ciò, come sboccato alquanto
(ché putti e polli imbrattano la casa),
sco te la poi e col baston del manto ,
ch'ornai poco di quella vi è rimasa:
perse la pazienza il padr santo
che 'l braccio d'Orlandino g usta e annasa
esser non di fanciullo, ma di Ettorre;
le sacche getta in t rra e via sen corre.
54
- Chi cerca l'orbo ? - disse allor Orlando ,
e preso il pane fugge vittorioso;
mai non si uarda in drieto , ma scampando
va piu che può di qua di la nascoso.
Al fin giun e a la g rotta, e Berta, quando
lo vide con quel carco ponderoso,
prima si dolse p el sudor del figlio;
poi, isto il pane, i mutò consiglio.
55
- Or mangia, madre mia, gagliardamente !
Panem doloris qui t'arrec inanti. -
E detto ciò sen le a un grosso al dente
e, dopo quello, cinque n'ebbe franti.
Berta sen ride solacievolmente
dicendo: - Figliuol mio, saran bastanti
cotesti pani per un mese intero .
Voglio mandarne parte al monastero.
CAPITOL ETTI M 137

.s6
Verran si duri e sodi , che spetrarli
mistier fara l' incude col martello .
- Piu tosto:-- parla Orlando- vo' eh' i tarli
lo rodino che darne un bocconcello
a frate alcuno: f ' che non mi parli
di questo, madre, piu ; ch' al bel bordello
ti cacciarei, mi egna la giandussa!
Pasto de' frati è faba con la crussa.
57
nzi farai tu m eglio star luntana,
se non ti curi crescer in famiO'Iia;
e se vengon trovarti ne la tana,
la stanga, che sta drieto a l'uscio, piglia
e su le sch iene assettagli la lana.
F a ciò che 'l tuo figliuolo ti consiglia;
e se ti voglion predicar la fede,
dilli che 'l laico piu del frate crede . -
ss
Cosi parlando, il suo baston resume
e corre a la cittade apertamente:
ecco li zaffi, com'è 'l suo co tu me,
in frotta l'han pigliato immantinente;
tutto legato strett m un volume
portano lui di pe o l gerrnent
lo qual si scote per pezzar l corde,
ed a chi 'l porta spesso il co lo morde.
59
r finalmente l han condotto innanze
al padre d'Oli ier , signor del loco:
- È questo- disse - quel c ha tante sanze
e teme il mio valo re cosi poco?
Or si comprenda che le sue po sapze
son come ne e al sole e cera al foco .
Ponetilo giu in terra. Dimmi, frasca,
non sai ch'al fin la olpe in laccio casca?
13 RLA DI

6o
La ~ rea fugge, e tu l corri drieto,
giotto, ca tro e ladr ne l che sei:
ancora non sei lungo com'ho 'l deto ,
e for del ci l ti cred i trar i d" i?
Presontuoso ed animai inqueto,
che, a far bona giustizia, ti do rei
dar mille taffilat a piu non posso
che ' l cui di sangue a essi negro e ros o! -
6r
Rispose rlando: - Perch ' io son legato,
tu mi chiami cavestro e !adrone llo!
se de le braccia i' fussi lib rato,
ti mo trarei che sei di me piu ~ Ilo.
Io son d'italiano sangue nato,
e la mia casa ~ Chiaramonte appello.
Mio adre vive ancor ed · Milone,
contra ragion bandito da arlone.
62
P rò tu parli come poco saggio;
n · sai, chi parla troppo s ne pente;
tu pen i ad un furfante dir oltraggio ,
e pur lo dici a rlando qui presente :
forse non s mpre a rai questo antaggio ,
se 'l torto che mi fai mio padr sente.
Guardati innanzi e !asciami eh' io vada,
ché fors e a rai barbi r eh al fin ti rada.
63
'ho rotto ad Oli ier tuo figlio il naso,
sso m'ha rotto prim l'occhio e 'l muso.
e icolao elirans e Tommaso
scend sser con soi libri d l ciel <Yiuso
a darmi torto in questo no tro caso,
io gli direi che la conocchia e il fuso
sarebbe meglio stata ne lor mani,
eh diffinir di Dio li en i arca ni.
CAPJTOL ETTI I O 139

64
Levatimi da torno queste corde;
se non , le rumperò sol in un scosso;
né av r al detto mio l'orecchie sorde,
perch é ti veggio la ruina addosso,
dico filon, che ' l deto gia si m rde
per franger il tuo corpo d'osso in osso
e darte a' cani te con la tua schiatta,
fin ch e su la radice sia disfatta. -
65
uando Rainer intende d'un infante
minacce che p rrì an spa vento in cielo,
e che si ede un Miloncin avante,
eh ben lo rassomig ia a l 'occhio, al pelo,
cangiassi tutto quanto nel sembiante,
né poté far che, d'amichevol zelo
compunto , non piangesse il caro amico,
,·edendo il figl io suo fatto mendico.
66
Presto che sia slegato fa comando,
ed ubbedito in un istante enne.
Un capriolo parve allora Orlando.
che, sciolto , gia in quel loco non s1 tenne ,
m per le scale giti corre saltando,
a esse agli alti balzi intorno penne,
mille cittelli vannogli da tergo,
gridando sempre, fin al proprio albergo,
67
o ve 'l cortese damigella, in vece
di bon ministro de la madre Chiesa,
del pane tolto al frate dianzi fece
prudentemente una pieto a impresa,
dando! a que ' cittelli. - Piu mi Ieee ,
- dicea - porger a questi la dife a
contra l' orribil fame, che dar pasto
ai mu ici d'Arcadia otto 'l basto ! -
140 RLA 'D I ·o

6
Or su non piU; ché d' ignoranzia un va o
farmi b andir dal ciel par i prometta;
e, perché di cerv llo non men raso
lo veggio che di testa, in mia vendettcr
voglio tacer , che non mi dia del na o
la do e spe so mi forbi sce e netta,
tiber novarum legum quem de foeno
quidam cornpo uerunt, ventre pieno.
69
Lasciamlo dunque ta r in sua malora,
che non urtasse al coglio d'una gobba ,
gobba che, al aso eguale di Pandora ,
contien di morbi un'infi nita robba.
Meglio sani che l' unica signora
mia Caritunga, zoppa, guerza e gobba ,
si alzi la gonna e mostri a lui l' clip i,
scrivendo per le vie : quod scripsx·, scripsi.
70
cripsi scribenda e scriver anco voglio
fin che Grifalco non verrammi stanco;
ruppi mio legno in fortunato scoglio
che piu di solcar onde omai son franco ;
e se l'inchiostro la lucerna, il foglio
e l' rsattino mio non fiam i manco ,
anzi se mort non mi chiude il pas o,
spero di lui dirci irra e Parnasso.
CAPITOLO OTTA O

L ' 1storia d l beato G riffarosto


che per domenticanza ne la penna
rimasta mi era, or la mia Musa to to
di lui cantando carca su l' antenna;
Mu a che, accortamente dal proposto
cadendo , mentre dir Orl ando accenna,
un vento par che dal culino vaso
minaccia le calcagna e da nel na o.
2

E cosi ad enerammi finalmente


quello che ad un pittor di ' ill a occorre,
che, un santo Gior(Yio armato col serpente
pingendo, òl embrarlo al fort ' Ettorre:
al fi n si scopre un mastro ca adente,
che tutte le citta pel mondo scorre
s'una mulazza cch ia con le cure
da guarir piaghe e mille altre rotture .
3
Io dunque d' rlandino canto poco
e molto piango de l'altar di Cri to;
io fingermi « pitocco » mo o a gioco
e del fallir de' chieri ci m attristo;
di for Cerere e Bacco, dentro invoco
lo mio le u, che faccia ornai ia visto
sott'ombra pes o del nobil vangelo
regnar atan d'un cherubin col pelo.
ORLA Di r

4
Fu in utri un gran prelato molto o-ra so ,
o fu se abbate o qualche altro vicaro:
casca ali la panza fin da basso ,
ch'un porco tal non vide mai Gennaro ;
per non sleguarsi anda a pas o passo
a la taverna spe so, al tempio raro;
e questo gli accascava perché sempre
t.'eizmiwn praedicabat p leno ventre.
5
Ra simigliava pro1 riamente un bove •
che, tolto da l' aratro e in stalla chiuso,
con ien ch'ivi s'ingras e e si rinno e,
per uscir poscia d'uno in l'altro bus o;
tu 'l vedi che a fatica il pas o move ,
cascandGwli 'l m ntozzo in terra giuso ,
quando ien tratto al banco del beccaio ,
venduto a quattro libre per denaio.
6
Ma quel poltrone manco as ai valea
d'un bove, onde uadao-nasi la pelle.
l

Quando a scarcar il vent re i sedea,


entivasi tonar le sue budel!e
con quella tempesta che i.d Enea
portato u da lei fin a le t lle·
e se ambracane e mu hio fus e tato ,
oh d'ambracane e mu chio o-ran mercato!
7
Mille ducati a:vea costui d'entrata
eh' an da an tutti drieto per l'uscita,
dico nel cacatoio, perché grata
fu sempr a lui di crapular la vita .
Carne di porco e caole con l'agliata ,
trippe, pane tte e broda b n condita
di sale e specie , d' int tine e lardo,
erano il suo devoto an Bernardo.
CAPJT L OTTAVO 14

Non co i tosto qualch e bon boccone


in piazza comparea di pesce o carne,
che 'l padre santo, in g uisa di falcone
lo qual a iu a piombo vien viste le starne,
da agli d' o ng ie tal, che le persone
di utri non potean oncia mangiarne ,
mercé che ' l Griffo tutti li rapia
si ratto come il ciel ra pitte Elia.
9
Cingevasi di sotto al capularo
(né senza questo può alvarsi un frate )
una gaioffa e di braghesse un paro,
che sempre fUmo il u fid l Acate .
Né mai gl i c al e d 'altro secreta ro
in cui le cose ue fu ser c rcate,
non dico breviari, non me sali,
nec librum de peccato originali ;
JO

ma sempre o qualche Jonza o cannatura


o lombo o testa o petto di vitello;
po i d 'altr mill e co di mi tura
in quel uo gran tascone fea rastello:
uo a, butirro, lardo e di erdur
lattuche, bi te , c l , petro ell o ;
e c i car o di tal libraria ,
dic a non e ser altra teoloo-ia.
r1

Era bon ma tro in arte coquùzaria


avendo in quest un 'ampi biblioteca,
di varie lingue 1Jlu!la commentaria :
non l arab sca, braica, non la o-r ca
non la tosca na, dico, temeraria
(eh · a grande su uperbi a og · 'arreca
equarsi a la romana, e tanto sa le
che assai France co i ti che Tuili o vale);
144 ORLA DI '

12

ma l' arciprete santo avea di ling ue


sempre di porco e manzo o-rande copia;
e benché il lungo studio, il qual stingue
lo bel color e fa di sangue inopia,
l'a ea condutto a tal ch' un ciacco pingu
parea quando di giande pieno scopia,
pur empre con er o i, ogni mattina
pigliando un buon cappon p r medicina.
13
Or dunque Orlando un g iorno per entura
comprar lo vede in piazza un sturione,
intorno a cui de gente gran strettura
vi era per t6rne ognun qualche boccone;
ma il padre santo a quella criatura
ch 'an cor viveva, ebbe compassione
di non veder smembrarla , e cosi integro
comprandolo si parte molto all egro.
14
Cacciato si l'avea ne la bisacca,
o e mill' altre cose occulte stanno;
agli Orlandino drieto con la sacca
da bono e vigilante saccomanno ;
"
ch é per nudrir sua madre non 1 tracca
far oani giorno a qualche ricco danno;
piglia) ascosamente ne la toga:
è te o i - dice - l Arei inagoga?
IS
La R verenzia ostra non si parta;
statemi alquanto, pr go, ad a colta re.
Nimis sollicita es, o Marta , Marta,
circa substantiam Christi de orare.
Dammi, poltron, quel pesce, ch' io ' l disquarta
per poteri o in comrnuni di pensare ,
na sa d'anguille che tu sei, lurcone !
e ciò dicendo , dalli col ba tone.
CAP ITOLO OTTAVO 145

16
- Non ti vergog ni, sacco di letame,
mang iar o l tu quel eh' ad un p o poi tocca?
on sei tu causa de la nostra fam e,
ché tutto 'l mare va per la tua bocca ?
E pur d'un scappuccin sotto ' l velame
tu cerchi fra la gente vii e sciocca
mostrarti santo e dir quod ù z tonsura
sa!vatur tandem onmis creatura?
17
Ed io t ' annuncio quod tonsura m olti
ha ricondutto al lazzo de la gola ,
perché a tondar dinari son accolti
a tterra de !adroni in qualche scola !
Porcazzo che tu sei, c ' hai q uattr o volti ,
e il lardo giu dal culo si ti scola ,
or come soffri poi di carne il moto ,
tu ch e di castitade h ai fatto voto?

Lascia quel!' infelice creatura,


c' ha i presa per orari a in un boccone!
Dimmi, li santi padri tal pastura
mangiaron fo rse? o fecer con rao-ione
quel i ricerca al manto, a la tonsura,
al fiocco, al scapolare ed al cordone ?
F a lliron elli mai lo esterno manto
col i ·e r parassita e finge r santo ? -
19
otal parole usava un do ng elletto
contra un prelato g ra ve ed attempato ;
e ia s i pel rubor i perché astretto
era di com prar legna a bo n mercato,
la ciag li la ga ioffa e d al co n petto
del volg o eh ' id corre si è celato :
p rende Orlandino quel breviario e scampa,
e h 'altro non fu g ia m mai di meglior stampa .

T. OLE:-;t.o, V Pere italia ~ e. IO


RLA DI

20

ola per l citta la fama, il rido ,


che l'arciprete ha perso l' Instituta
con altri libri posti in loco fido
d'un suo carnera, andando ad un'arguta
disputa fatta in capite : ~ Divido
sanguinem Clzristi », dove si con ruta
l'errar de' stoici, e provasi Epicuro
esser in dorno D ei via piu sicuro.
21

Rainer similemente, che swnore


stava de la cittade al reggimento,
ode che 'l enerabil monsign re
di mal di gola perso a ea l'unguento;
poi de la vita lui tutto 'l tenore
iengli narrato, ed ébbene torm ento;
perché di Cristo il patrimonio vede
sovente m man di chi oncia in io non crede.
22

- I non m1 maraviglio - disse allora -


se scandalo patiscono gli agnelli
e se anno le r gge a la malora
sotto alcun lupi, di pieta rubelli ·
ma vogli provvedervi ad ora ad ora .
Tosto, che quel priore qui s'appelli ! -
al cui fiero precetto il ca alliero
con la sbirraglia corse al monastero.
23
T ranno quel mostro orrendo for di tana
e l'han condutto di Rainer al seggio .
Corresi per mirar la bestia trana,
cui di grassezza un bue non ha pareggio;
ciascun si stoppa il naso a la profana
puzza di vino, di sudore e peggio;
chi 'l ch iama porco, chi ileno e Bacco,
chi bottaglion, chi di letame un sacco .
CAPITO L TTAV I47

24
- Trativi a anti- disse a lui Rainero,
uomo di Dio, santissimo pro feta :
del spirito divino ogni mistero
so che intendeti e di ciascun pianeta,
la libertade anco r, ch'ebbe san Piero,
li berta grande, ma poca moneta;
trativi, dico, innanzi, padr santo ,
ché d'un mio caso ho da parlarvi alquanto .
25
o che sapete anc r(. quanta trìpa
richiede il vo tro annari di brotaglie,
o e pm carne e pese si discipa
che non han fr ndi tutte le boscaglie;
n · tanta rena in lido al mar si stipa,
quanto oi consumate tordi e quaglie:
però vi onoro qui né piu né meno
d 'un animai d 'urina e fezza pi no.
26
Non hai tu, tripponazzo, alcun rubare
scoprirti a gli occhi m i d'uomo vi ente?
parti ch'eletto sei d'e r pa tore
de la greggia eli Cri t er niente?
Peggio di te mai il tr ditore
non fe' endend
né Caifa né Anna né Pilato, Erode;
ché per te Pluto di tant'alme gode.

Parti che i B ned tti, ntoni e Pavoli


dieder cotal' avvisi ai so i soggetti?
Mano-iavan cardi, fabe, lenti e ca oli
per darli a sai piu e empi che precetti,
acciò schivar sapes ero d ' diavoli
le frode tante e riti maladetti:
dormi an su l'arena e freddi marmi,
cantando giorno e notte i anti anm.
14 RLA DI

tavan occ ulti ne' lor chiostri e queti ,


for de le piazze e dal vulgo luntani ;
benig ni a' viandanti e mansueti,
lavando i piedi lor non che le m ani ;
e quando uscir volean de' soi pareti
per gir altro ve per montagne o piani ,
un bastoncello, o sia cavai di legno,
era d la vecchiezza lor sostegno.
29
Ma quelle sue radici e succo d 'erbe
son oggidi can iati in tordi · e starne;
e le !or giande, more e fraghe acerbe
son ora per miracol fatte carne;
e le paglie de' letti gia in super be
coltrine e piume; e quelle facc scarne
pio- iato han volti gra si di tre gol ,
col color ste so quando spunta il sole .
30
Lor ero-he e bast ne lli, per miracoli
di an ti d'oggi , sono be' de trieri ;
le celle di cann uzze e gli cenacoli
pigliato han forma de palazzi alteri;
molt oo- i badi on r cettacoli
di ]or le putt , cani e para ieri.
O tolti, pazzi, sciocchi e fo rsennati,
h e 'l ·ostro er l sciati a' preti o frati!
JI
ual impietade usar si può maggiore
che òr a' oi la faculta per darla
a chi con le campane fa n rumore
di notte, e poscia in chiesa un solo parla?
ico quelli che po erta di fo re
mo tran al ulgo e tendon a lodarla,
per ade car sott'ombra del capuzzo
l scardo ella e guadagnar il luzzo. -
CAPIT LO TTAVO 149

32
Queste parole ed altre colme d'ira
dicea Rainero contra ogni rao-ione ;
perché qualunque nel parlar s'adira,
convien che 'l sentimento l' a bbando n
ma spesso accade eh 'un ignor delira,
parlando de la chie a , a passione,
parendo lor (e pur han torto grande!)
pasto de' frati esser le fabe o giande .
33
Risponde allor l ' abbate: - Alto signore ,
con sopportazion vi parlo schietto ;
ecc!esia D ei non facit mai errore ,
non so se in Tullio oi l'avete letto ;
ed Aristotel , eh' è commentatore
oggi al Vangelo sol, dice in effetto
quod merum laicus non det iudicare
clericam preti et f ·r atris scapulare.
34
Ed una chiosa canta, quod P1"elatum
non est subiectus legi Constantina,
affirmans eo quod nutlum peccatwn
acàdit in persona et re divina.
Et hoc deinceps f uit roboratum
in capite: « Ne agro '> a Clementina .
Et princeps, qui de ecclesia se ùnpazzabit,
scomunicatus cito publicabit.
35
Ed anco Thomas dice a la seconda
distinzion, capito! Quo di sopra,
quod zazde :pirtzts anctus si profonda ,
possibile non est che mal si scopra.
Per me, signor, no n voglio che s'asconda
il viver mio in visu, verbo et opra,
quando che 'l Salvatore ci ammaestra,
parlando a tutti, luceat lux vestra.
I SO RLA DI

J6
Mirate com'io porto la carni a
di lana su la carn e, e non di tel a;
cotal cilicio solamente av isa
s' io ada con mirabile cautela.
Mirate ancor piu sotto ! - Allor la risa
prese Rainer; ché ' l padre gli revela
le cose sue, cribrando la scrittura
meglio del cardinal Bonaventura.
37
Rumpelo al mezzo del sermone, e dice:
- Vos estis doctu piu che non credea ;
però cesso incusarvi; ché n on lice
parl ar de ' santi a chi è de gente rea.
Oh dunque sotto 'l ciel orte feli ce
di voi pr lati, qui sub diva Astrea
jJuniri non potesti d alcun male ;
ché 'l mal e ben in voi è ben eguale!
3
Ma perché ' te un spirito devi no ,
qual piu non ebbe (oh voglio dir! ) Pl atone ,
cerco a p r da voi , quant ' · vicino
lo ciel da terra in ogni regione .
dico l 'empireo sopra 'l cristallin o .
Vostra E cellenzia intenda il mio sermone!
Oltra di questo , dite, giustame nte,
quanto è d a l'oriente a l 'oc idente.
39
Due co e o-iunte a que t int nder anco
desidro, rnonsi nore Griffare to:
dite, piac ndo a oi né piu né manco :
quante son g zze d acqua, c'ha l'angosto
mar driano insin al lido frane ,
pigliando il greco col Tirreno accosto?
Ultimamente, bon servo di io,
vorrei saper qual or è il pensier mio.
C PITOLO OTTAVO

40
E se di queste quattro dubitanze
mi soglierete presto g iustamente,
vinti scodelle di busecche e panze
giuro far vi mangiar incontinente .
Ma se con sillogismi ed altre zanze
sofisticar vorrete la mia mente
né rendermi ragion che sia probabile,
vi trattarò da un asin venerabile .
41
Tornate al manastero; eh' io v'assegno
tutta la notte e il giorno a su pensarvi ;
assottigliate bene il vostro ingegno,
se 'l vi cale di trippe caricarvi
e non urtar le spalle in qualche legno ,
che fac cia la pignata smenticarvi ;
oltra di ciò, se non la indovinate,
voi non sarete piu messer lo abbate. -
42
Trasse un sospiro tale monsig nore,
ch'una correggia si allentò per caso
d'un cotal bombo, d'un cotal odore,
ch'altri l'orecchia, altri s'ottura il naso.
Partesi di vero-o na con dolore,
p ensando pur se in co t o o san T ommaso
lo coco suo tro var sapes e forse
quattro dimande stranamente occorse.
43
Nave non stette mai si sopra porto,
come correa costui ovra pensiero;
e se 'l si vide mai volar un morto ,
vi d esi a Ilor , benché fusse leggiero
ben trenta pesi e men lungo che corto,
fin che per enne al quondam monastero ,
entro del qual par anco si di cerna
fuisse claustrum quod 7WllC est taber na.
I 52 ORL NOI O

44
A eva dunque un coco non men gra so
di sé, che tutto quanto l'assembrava;
trovalo ch'in coquina un gran conquas o
facea, mentre l'agliata vi pestava;
ed un gobbetto ancor sedeva basso
eh' in speto un mezzo porco rivoltava.
Quando 'l coco venir appresso il vede ,
non creder ch'onorario surga in piede ;
45
ma gl i comanda che ' l scolato lardo
tenda a buttar sovente su lo rosto.
Ma quello che nel core porta il dardo ,
al coco audace nulla ebbe risposto ;
ma solamente diede un schivo sguardo
a le pignate , e via si tolse tosto ,
entrando in un suo tu dio e fido loco ,
dove seguillo prestamente il coco.
46
Né Cosmo né Lorenzo fiorentino
de' Medici mai fece libraria
simil a questa , ove 'l spirto devino
tenea libri assai di teologia.
Pendon al lato destro ed al mancino
di greco, còrso e varia malvasia
barili, fiaschi ed altri vasi assai,
ché in cotal libri tudia sempre mai.
47
Lucaniche, salcizze e rnortadelle ,
persutti, lingue e li bri de piu sorte,
bronzi, pignate, speti con padelle,
carneri, sacchi, ceste, conche, sporte,
piatti, catini e m ili' altre novelle,
per ordine qui tengon la sua corte ,
fra' quali empre studia e star gli gio a;
ché altro diletto, eh' imparar, non trova.
CAPITOLO OTTAVO 153

4-
0r quivi giunto, ad un altar secreto
devotamente piega lo ginocchio ;
e con caldi sospiri avanti e dreto
quinci le braghe, quindi exala l'occhio.
Un Bacco grasso, rubicondo e lieto,
che giace sopra un strato di fenocchio
e d'un bottazzo fassi ca vezzale,
era di santi soi lo principale.
49
Né altra Pietade n é altro Cru cifisso
tien su l'altare a far orazione;
Bacco sol è, che ad un parete fisso
doi cherubini arrecasi al gallone,
cioè 'l bocca! dal vi no e quel dal pisso,
ché quando l'uno piglia, l'altro pone;
e cosi tutta notte il padre santo
ne orina un fiasco, e beve un altro tanto.
so
Entrando il coco, a lui disse: -Volete
cenar, o monsignor? che 'l rosto è cotto:
ma \Oi, s'io ben contemplo il volto, sète
sopra oi stesso e d 'animo corrotto .
Forse, patron, vi stimula la sete?
pigliate un poco questo barilotto! -
e ciò parlando, spiccalo dal muro,
ch'era d'un tribiano antiquo e puro .
sr
Prendelo monsi nore, e tienlo fermo
levandolo con ambe mani a Bacco:
- Pater - dicea, -se non si pò far schermo
di porre il santo calice nel sacco ,
ecco la g ola pronta, il spirto infermo ;
se tal è 'l tuo voler, de lui m 'attacco.
E po eia ch ' ebbe orato con tremore,
bevendo si cangiò tutto in sudore.
154 RLA 1 DI O

52
Or egli dunque, confortato alquanto ,
s'asside a ragionar, ché 'l becco è mollo:
- Marcolfo mio- dicea, -non fu mai santo
piu martire di me né piu satollo
di tante pene, affanni e lungo pianto .
Di rumper mi bisogna pur il collo,
se tu, mio bene solo mio so laccio,
non t'a sottigl i a trarmi for d'impaccio.
53
Mi tengo a er gia perso la badia,
p erché la forza incaga a la rag ione;
e sempre usanza fu di ti ra nnia
cercar or quella or que ta occasione
di tanto fa r , che suo quel d' altri sia,
senza eh' abbiasi a noi com passione,
a noi ser i di Dio; però ti prego,
aiutami, che sol a te mi piego! -
54
E qui narrògli angosciosamente
le quattro intricatissime dimande .
Rispondegli Marcolfo: - eramente
dubito, monsignor, che le Yivande
nostre sol per invidia de la gente
al fm retorneranno fabe e o-iande;
o ?nagmtm tibi et du1·um ùifortunium,
qui quidem nzmquam no eris z"e-iunium!
55
- Oimè - disse l priore, - tu m ' uccidi
membrandomi ciò c'ho sempre temuto:
tutti son lazzi, e par eh ti diffidi,
Marcolfo mio, prestanni qualche aiuto·
trammi di man di questi ab aticidi ,
tiranni maladetti, e fammi ·cuto
contra lor farne c ' han de' miei dinari,
che perderemo se non li r pari !
155

56
- Lasciate a me tal cura - disse il coco -
ch'io vogl io far un scorno a quel Rainero;
e condurrò le fraude a cotal gioco,
che lo sturion ne tornara al carnero .
on vogli o dimorar piu in questo loco,
or or mi parto for d l mon a t ro ;
statene allegro, e non vi date pe na ,
Gabrino gobbo v1 dani da cena. -

Parte i dunque mentre che l' a bba te


parecchiasi le bolgi per emptre ;
e mentre si ritrova in libertate,
subitamente corresi g uarnire
le vestimenta da l patron usate;
poi cautamente s' ebbe a di partire;
lo qu al si ben ne' gesti l'imitava,
ch ' ogn un per monsig nore l'appell ava .
58
Fra tanto l' arcipr t non vaneggia ,
anzi pur senza affa nno ede a cena;
allenta i dai fia nch i la correggia ;
ché l' epa vòl entir i colma e piena.
Un grande armento mi urata gr ggia
empiss a l'anno un cotal orco a pena:
e le piu olte , per tar ano, mentre
di vora sin a l' os a, sca rca il \e n tre .
-9
Lo gobbo se gli a rreca un 'ampia upa
di brodo g rasso , !atesini e pan ze;
or quivi tutto il me rcato r si occupa
empir del magazzen tutte le ta nze;
né attende ad altro la discreta lupa
se non che al servitor niente a\ anze .
Omnia tralzam p o t me » , dice ' l angelo :
sempre servollo in qu esto s ino un pelo.
ORL DI O

6o
Era gia il coco giunto al gran palazzo
e di parlare col signor dimanda .
Incontinen te scendegli un ragazzo ,
che l' introduce ratto in quella banda,
ove dovea cavarsi for d'impazzo
de la diversa ed ardua dimanda.
Quivi trova Rainer co n molta gente ,
che a man il prese molto allegramente.
61
- A ete- disse- monsignor mio bono ,
pen ato ben su le richi este nostre?
- Pensai- rispose il coco ; - e quivi sono
venuto, acciò ch'al popolo si mostre
ch'io merto esser ornato d' altro dono,
che trangiotir quelle busecche vostre ,
le quali oggi voi laici giudicate
esser il studio d'ogni prete e frate.
62
E pur, se non in tutto, in parte almanco,
sio-nor mio saggio, v' ingannate certo ;
perché voi sempre il negro dite bianco
e il bianco esser il negro, ab inexperto;
non date orecchia, preo-o, al volgo, manco
d'og ni giudicio, ruinoso , incerto :
or che farebbe, s'intendesse poi
esser in stalla piu a ini che boi?
63
Ma per non vi parer un tem rario ,
volendo qui lodar il stato nostro ,
ché, benché morti sian Paolo e Macario
pur a nco stan depinti intorno il chiostro ,
mi volgo ad altro dir ; ché necessario
mi veggio piu circa l'enigma ostra,
che, se né Sfinge o Edipo torna in terra ,
possia morir, se dramma lo di sserra.
CAPITOLO OTTAVO 157

64
Oggi oi m 1 faceste il primo assalto ,
eh io narri quanto 'l ciel da terra dista:
presto rispondo che g li è sol un salto,
provando l se nza il K probo ~ del scotista:
lo diavolo cascando gia giu d' alto,
quando privollo Dio de l' alma vista,
senza de tanti a trologhi la cura ,
vi tolse giustamente la misura. -
6s
Maravigliossi a l'ottima risi osta
d ' un capo di lasagne il pro' Rainero :
-A la seconda- disse - senza sosta;
ché perder l badia qui fa mistero. -
Risponde il coco: - E questa a nco risposta
tenemo , e risoluta, nel carnera:
perché da l' oriente a l 'occidente
una giornata fa, se ' l sol non mente .
66
Q uanto a la terza ambirrua di ma nda
ch'è di saper quant 'acque sia n in mare,
rispondo eh se ai fiumi si comanda
con lui non de bbian l ond sue m ch iare ,
voglio eh ' in polve il corpo mio i spanda
se, quante gozze on , n on so contare;
perché come potrei tor vi mi ura,
enza levar de' fium i la mi tura? -
67
Or tacito Rain r per maravirrlia
parea co' circonstanti esser di legno:
stringe la bocca e caccia su le ci lia,
gia vagli fallito il suo disegno.
- La Yos ra io-noria e mara iglia,
- parla . larcolfo- un porco a er ingel7no,
e questo accade, p rché ingannate,
pensando que l eh' è coco esser l ' r..bbate .
15 RLA DI '

Ed ecco vi risoglio qui la quarta


richiesta, ch'era a dir lo pensier vostro :
quest'ultima che piu dolosa ed arta
credeste, or la piu facile i mostro :
ciascun de voi, siO'nori, non si parta
fin che chiaro 'appaia il stato nostro :
voi, dico, imm aginate senza gioco
ch'io sia 'l priore, e so ch'io son il coco.
6g
Mirati dunque a quello che pensate:
l'enigm a vostro liquefatto giace . -
Rainer confuso disse: - In veritate
che piu chiumi-pignatte non mi piace;
anzi sarai tu solament abbate,
quell'altro sani il coco, diasi pace! -
E cosi senza indugio al suo precetto
un cambio tal mandato fu ad effetto.
70
eggio or- dicea -che non secondo il merito
vien dispensato il ben ecclesiastico,
per cui or nzo un rude! interito
ebbe col suo, non col corpo fantastico ;
onde de' mali chierci per dem erito
difficilmente il duro fr no mastico
a creder che con l'arte aristotelica
si debbia predicare l 'evanO'elica. -
71
Cotal parole un v scovo presente
avendo a deO'no, e eh' un o ldato ignaro
del stato cclesiastico clemente
fusse cosi mordace e temeraro ,
che lo biasmasse fra cotanta gente
per colpa sol del nuovo coquinaro,
disse: - 1 no r, 'io on peripatetico,
piu vaglio alm n d 'u n borgognon eretico! -
CAPIT L TTA V 15

72
Cosi parlando, il volto , che fu rosso
prima di vino , venne bianco d'ira.
Rainer si volse a lui tutto comm osso
e quasi di vag ina il stocco tira .
Lo vescovo temendo si è rimosso
dal vento che ' n suo danno pronto mira;
volse partirsi: ma Rainer, al core
tornato , disse: - r stati, mon ig nore .
73
Eretico non son, come in presenza
del popol mi chiamate in mia vergogna:
ma forse l'alta o tra Reverenza
mi crede esse r un bravo di ansogna,
lo qual a Roma faccia iolenza;
e pur Ella fallisce, ché Borgogna
men crede ed al tedesco ed a l' i pano,
ed al francese ves co eh' al romano.
74
Ben meglio credo in l'alta Trinitade,
Padre , Figliolo e insi eme Spirto anto;
e credo d i l\ Iari a l integritade ,
poi che d i ca rn e in lei Dio prese il manto ;
credo ne la mirabil potestade
da Dio concessa a l uomo, per cui anto
darsi egli pò, se fusse ben nefario,
non esser Dio ma sol di Dio icario.
75
Credo che 'l bon Iesu facesse p rima
quello che v nne predicar in terra:
credo che 'l uo coltello in ogni clima
venesse porre al mondo pace e gue rra:
credo che d un rubaldo una lagrima
dal cor, lo inferno chiude e iJ ci l di serra:
credo che del angelo il saldo piede
altro non sia, salvo la mera fede .
r6o RLA DI ' 0

76
Credo eh ' Egli perfettamente bello
portassi barba e gran capellatura:
credo che 'l parso sa no-ue de l'Agnello
in croce terminass ogni figura,
1
donde ere d io eh' uguali ad un pennello
sian quei da' crini e quei da la to n ura:
ben credo che sol chierci fu r quelli,
che empre eran a l'apre ue rubelli.
77
Cred'anco che, ad i tanzia d'un malegno
pontifice de l'anno e fari ei,
Pilato l'inchiodasse al crudo leo-no
con tanto scorno fra do i ladri rei.
Io credo eh' i i a noi lasciasse un pegno
ed una tal memoria, che per l i
si cognoscesse a noi placato il cielo,
levando giù da gli occhi a Mòise il velo.
7
Parlo de la sua cruda passione
e del mirabil dono di sua carne;
la qual mangiando, tutte le er n
la cian l'antique coturnici e tarne.
Credo che 'l bon Iesu per guiderdone
non voglia torti colli e facce scarne,
ma ol il cor; e cosi t n o e creggio:
e questo è mal, non arlo, ma aneggw .
79
Credo che sia l'inferno e purgatorio
in altro mondo e in questo il provo ancora;
onde con Paolo apostolo mi glorio
esser d'acerbi casi tratto fora
non gia col mio, ma sol col suo adiutori o,
lo qual g rida con voce alta e sonora
pericoli nei monti e tempesta ti l

pericoli nel rnar, e falsi frati.


CAP ITO L OTT VO r61

o
Cr do veder in carne il alvatore
spero gioir sempre di sua vi ta .
Creder di que to piu non ho valore:
aiutami tu, \ ' C cov alberi ta
col figlio di icomaco , dottor
og i allegato in chiesa dal tomista,
senza la metafisica del quale
que l primu.m ~~erb u·m D ei sta rebbe male.

Cr do che un laico peccator si me n de;


un chierico non mai; tal è, eh l mostra,
dico li rei· ors'è che non m'intende,
in domo Dei gia im·itami a la gio tra .
ian, piano, pr go ; eh· qui non si vende ,
boni er i di Dio, la fama vostra ;
anzi vi onoro come g rati a Dio
e cangiarei col vostro l esser mio.
82
. ' on dico il scapuccino, non la soga,
non le gallozze , la coculla , il fioco:
o ben che superstizia non v'affoga
in creder eh pietade i aggia loco .
Protesto a tutti, che non i deròga
a onor di frate alcu no sin al coco;
ma ol mi volgo ai lupi e mercenari
larghi nel comandar nel far a ari . -
8,3
Ilor il esco, che per bono zelo
m occorso di Griffare to enne,
co l bestemmie sotto ' l bianco pelo
di santa e dritta fe de non sostenne;
sgombra la sala presto, e spiega il elo
di collera nel mar su l' alte antenne.
Rainer sen ride e pesso a drieto il chiama,
dic ndo : - Cosi fugge chi non ama.

FOLE • , Op ~r~ ita/ian~. l l


, .

RLA DI ·o

4
Lo mercenario ede il lupo e scampa ,
perché non gli pertene de l'arm nto . -
Poi , òlto gli altri, disse: - i tal stampa
son tutti, che non stan fermi al cimento,
dovendosi ammortar qualch' empia am pa
d'eretici, perché co ' l'argomento
sol d'Ari totel vogliono provare
qu l che con Paolo deYono s l ar
5
inc ra, pura, monda, senza macch ia
quantunqu esser la fed e nostra deggia,
nulla di manco un sol error a mmacchia
la m nte mia he forse non vaneggia.
o n men credo al garrir d'una cornacchia
che al pred icar d'un frate, il qual dardeggia
da' pulpiti chimere, sogni e folle,
che n· lesti n· Paolo mai p n olle. -
6
Qui narra poi l'autore eh Milone
di m zza notte giuns armato in sella·
narra l' am or e g ran compassione
eh e b a la moCYlie, e come poi s'abbella,
trovando un fi<Tlio in quella vii maCYione,
che scorre, guizza, iubila, saltella,
de ndo il padre che menarlo 1a
quindi promette, e gia pr ndon la via.
8j
a rra lo <Tran viaCYgio al mar Euxino,
o e trovò ch' Amon suo fratello ,
scamp ndo dal figliolo di Pipino,
cond utti avea d'armati un gran drapp llo,
ed ha con seco il forte Rinaldino,
d'un angiol etto piu ivace e bello ,
il q ual con rlandin s'accosta, e 'nsieme
fan prov di ·ua forza molto streme .
Amon quivi Costanza la regina
ingravidò del gran Guidon selvaggio:
quivi narrò poi cena la ruina
di Chiaramonte , il foco e gran dannaggio,
di Beatrice ancora la rapina,
la morte di Rampallo tanto saggio;
e cosi Amon quel caso lor sponea,
come di Troia ~ ce il grand'Enea.
89
Onde e mai ara chi scriver voglia
diffusamente qu sto mio compendio,
lo libro di ira-ilio avanti toglia,
o ·e si narra quel troian incendio.
Ho di mangiar eh di cantar piu oglia:
però , io-nori , date il mio stipendio ,
il qual sarei di laude un sacco pieno;
ed io non mangio laude, quando io ceno !
90
Ben dirvi a ncor potrei come Agolante
prese tutta l' uropa, d in Parigi
di Franza incoro nò lo r Barbante,
drizzando M. m tto in an Dionigi ;
la pr a di r come Atlante
tol e for d l cun Malagigi,
e come lo condu e in certe g rotte ,
e qui l' amm ae trava gio rno e notte;
9'
e come in R ma il o-iovenetto Almonte
entrò col O"ran trionfo di vittoria;
e come né p r piano né per monte
non era 1 iu di cri tian memoria.
Potrei poscia torn re a Chiaramonte ,
che, come di Turpin scrive l' i toria,
dieci anni andò p r l' ia vagabondo
cercando in mar, in terra, tutto ' l mondo.
92
otrei scriver eh' rlando fatto grand
con suo cugm Rinaldo armati insieme
i ritornar o d' sia in q u te bande,
o e c n forze misurate e treme
oprorno si , ch e le genti n fa nde
di Yiacom etto e pag, nes eme
cacciare virilm nte , e come al fonte
questo Mambrin , quell altr ancise Almonte .
93
. f a yogli que ta impre a ia d'altrui ·
c'ho dett irrnori, forse troppo:
date perdon , vi prego, pur fui
di a ndata rruerzo e di v duta zoppo:
uot si mal p r luorrhi negri e bui
correr di lungo senza ualche intoppo;
donde ne prerr Dio ch e mi sovvegna;
d a chi mal mi òl , cancar gli vegna!
RME . EIU DE UT R I

P L M R IN M

Mira ris quod am m puer o placidissim , te! Cur


non te, sis quamvis mem bra pusillu , amem?
Nonne sub exiguis stat virtus plurima gemmis,
fercula que exig uum reddit odora piper?
Cerne bre i q uantum est formicae roboris et quam
mun n in modica multiplicatur ape.
Parvu e et Paulu , Rolandi nomine dignu ,
Rolandi quoniam robur et arma g ris.
APOL GI DE L UT RE

Leggesi, candidissimi lettori miei, fra gli altri faceti gesti del
lepidissimo Gonella che, volendo egli l'opinione sua sostentare
al signor illustrissimo duca di Ferrara , eh 'assai maggior fusse
de' medici lo numero che d'altri professori di qualunque arte
si sia, legatosi un giorno il braccio destro in guisa di stroppiato
al collo, andava quinci e quindi girando per le piazze come se
per doglia di spasmo non ritrovasse loco dove fermar i potesse.
Or av enne che quanti mai cosi angosciosamente quello penare
vedeano, con molta lui compassion addimanda anogli qual fus e
del suo male cagione· ed egli, tuttavia dis imulandosi addolorato ,
ritro va a qualor questa qualor quell'altra infìrmitade, tal che da
tutti loro qualche rimedio riporta a: laonde lo proverbio da lui
stesso pensato fì nalmente con gli altri meritò d'essere per espe-
rienza collocato. Ma veramente, poscia che questa favoletta mia
de l'Or/andino, sincerissimam nte da m composta, uscita mi è
da le mani per complacenzia di chi solo comandar mi puote ,
dirò con baldanza non manco essere lo numero de' commentatori
interpreti che di medici temerari de li quali, se rarissimi sono
(risguardato il numero loro copiosissimo) li periti conoscitori delli
occurrenti morbi, n i uno al tutto commentator de l' Orlandino
mto e ser verace sin qua ho isperimentato. Ma Dio oless
almeno eh lor interpretazioni cosi com r sultano in mio danno
r<Yogna , mi fus ero per contrario ad utilitade insieme con
q ualche onor , come sopra la belJa canzone del Benivieni lo
profundis imo ingegno di Gianni Pico a er fatto edemo. Certa-
mente n · oglio né per niuna gui a possiomi de li evidenti
r6 ORL TDI o

errori a le dotte persone iscusare, dico quanto a l' l ganzia


toscana totalmente di Lombardia (non med iantevi lo studio di
essa) da n atura rimossa ; ma del sogo-et o e materia di es a ope-
retta immeritamente per colpa d'alcuni sospettosi ipocriti son
io d ' infamia non poca svergognato; perché, quantunque alcun
cose vi siano poste le quali in g ravezza de la fede nostra o sia
de la sacra scrittura o de li religiosi appaiono e sere, nulla di
m anco la m era intenzione de l' autore non vien in alquanti acco-
modatamente intesa, la q ual è via piu presto inclinata in biasmar
li mordaci di ssa che mor-der universalmente la ca 1didissima
fede nostra. E in segno manifesto di mia incirìtade quelle po-
chette be temie pongo sempre in bocca ad alcuno tramontano ,
donde li errori il piu de le volte sogliano r pu llulare . ro è
che da me stesso co nfermo poi li re ligio i d' oggi (non dico tutti)
esserne potentissima cagione, la quale non mi curo testé quivi
di scrivere, ove solamente a la escusazione e diffensione mia
io sono intento. 'io pongo la i toria di monsig nor riffarosto,
la int nzion e mia non fu però d'alcuna particolaritade conceputa ;
anzi voglio che otto l' ombra di esso, eccettuata la re\'er nzia
empre e l' integerrimi prelati, stiano utti quanti li imi li so i ,
non a e ndo i un minimo rigu ardo a le minacce d'alcuni, li quali ,
per sua ver o me contra r agione male olienza, di mie calunnie
o n s minatori. Ma di molto piu momento potriami parere la
ciocca sa iezza d'alcuni altri, li quali, di continuo perfumandosi
di muschio ed ambracano cosi a noia e schifo pigliano quella
piacevo! e ri oria giostra mia, ne la quale, si come ancora in
altri pa si di e sa operetta , fassi menzion di st reo e puzzo ,
non att ndendo loro la persona lorda e ieta e stomacosa d'un
furfante, la quale non mi sdegno rappresentar i, acciò eh per
mezzo di poter dire baldanzosamente ogni osa pervegnasi final-
mente a la eritade; ché quando d'altra materia n on cosi vile
io parlassi, lo nome mio appropriato, anzi niuno, vi antiponer i.
Pur questa !or alterigia di mente poco mi offende, e h · tal opera
non composi a simili sputasenni; ma veda chiunque di loro
quello che sanno in mio scorno ed infamia scrivere , ché forse
udiranno l colonne profetizzare insieme con li pareti di lor vita ,
APOL lA DE L'A TORE r6g

ché dove ent si la doglia ivi corre la lingua. Questo imile dico
d le parole uscite talora d la penna men eh onestamente
pubblicat ' perché non molto disconvenevole mi parve in simile
soggetto fingermi « pitocco», ne la qual person a dovendosi reci-
tare una commedia, ragionamenti soluti strabocchevoli acca-
scarebbono. Ben vorro vi, singularissimi amici,miei, e servi allora
odioso e reprobo, quando vita e costumi a le predette immon-
dizie corrisponderanno. Ma s'io vi parrò singularmente tassar
alcuna persona, non ' però ch'uomo qual che i sia poscia quella
immaginare non che sapere, perché non mi reputo lealmen te
ver nemico al mundo tanto da me odiato quanto l'anima mia
da me risguardata: bastami solamente che ambi noi sappiamo
di cui si parla. r dunque la mera veritade via piu satisfacevole
vi sia che la presente apologia, candidissimi lettori miei, la
quale dal eggio uo con ta ntissimo giammai non si parte. Molto
ancora vi si potrebbe dire ; ma lo gia detto a gli animi generosi
e leali so bene che troppo lungo e fastidioso appare; però la
nobiltade d'ogni altro spirito non si dignara, spero, leggere co tal
mia atisfazione in una notte impetuosamente composta , essen-
domi da non so cui potente tiranno minacciato, ed io con ogni
veritade , la quale partorì ce odio, mi son posto a tentar di
sodisfar a lui con gli altri di simile sentenzia.
II

CAOS
DEL

TR IPERUNO
IAL G
DE LE RE •T DI

PAOLA attempata - CoRo "A giovene - LIVIA fanciulla .

PAOLA. T u piagni, figliuola, e che ti senti tu? :\Iater prima,


ecu nda soror ,
CoRONA. Nol sai, madre, senza che me lo chiedi? mi hi te r tia
neptis.
PAOLA . e 'l sapessi o-ia, non tel di mandarei.
LrvrA . Dicerottilo io, dapoi che le molte e a bbo ndevoli la-
o-rime t' interrompeno la voce.
CoRo A. Taci la tu, pazzarella, ché pur troppo è di soperchio
me sola questo cordoglio , senza che tu v ' invol dentro e
lei anco ra.
PAOL . 1on siano parole tra oi . tu, o tu me lo narri
s nza piu indugio .
CoR A. Piango la mala sorte di mio fratello Teofilo, a te
fi gliuolo.
P OL . È forse morto?
CoRo A. Si , d onore e reputazione.
PAOLA . Maladetto sia l'uomo il quale disprezza la fama sua . \ fakdic tu
homo qui n -
CoRor A. Dio pur olesse che la vergogna fusse di lui solo ! gli it hono r m
. uum!
PAOLA . o male che responderti, non t'intendendo an cora:
dimmi, ha commesso qualche adult rio?
CoRONA. Grandissimo .
P OL . È di carne . . . Ma in che modo?
CoRo . Qual travasi maggior adulterio e sere che de lo
ingegn o s uo pellegrino , che de le tante lui grazie dal ciel do -
nate usar ne mal e ?
PAOLA. Grande ingratitudine per certo ! Ma com incio gia
la causa di qu esto tuo rammarico intendere: lo poema da lui
174 CAOS DEL TRIPERUNO

composto sotto il nome di Merlino Cocaglio ancora non ti s1


parte dal cuore?
CoRo A. Anzi ognor piu me lo parte e straccia.
PAOLA. Deh! stolta, tu t'affanni oltra quello che a te non
tocca.
CoRo A. Piu d'ogni altro mi tocca, ché piu d'ogni altro son
certa che l'amo.
PAOLA. Piu di me?
CoRo :rA. Piu di te.
PAOLA. Di me, ch'io gli son madre?
CoRo A. Ed io doppia sorella .
PAOLA. Non l' ami tu gia dunque, se doppia gli sei.
CoRo A. La causa?
PAOLA . Tant'è dir « doppio» quanto « falso».
al animo CoRONA. Or su, non motteo-giamo, prego!
languenti ama-
rae sunt. PAOLA. In che modo gli sei dunque doppia sorocchia?
CoRo A. · Carnale e spirituale.
PAOLA. Carnale si bene, spirituale non piu gia.
CoRO A. La cagion ?
PAOLA. S'ha gittato il basto da dosso l'asinello.
CoRo A. E rottosi 'l capestro.
LrvrA. E tratto di calzi.
PAOLA. Or cangiamo cotesto ragionamento 111 altro. Hai tu
tto l' Orlandù·zo?
CoRo :rA. Letto? trista me! appena veduto.
PA LA. Come? ti vien interdetto forse che da te con l'altr
tue sorelle non si poscia leggere?
Cm o :rA. Si.
PA LA. Chi fu questo pontifice?
CoRON . La ragione.
PAOLA. Perché cosi la ragione?
CoRONA. La quale m'avvisava dover essere peggior Limerno
che M rlino.
PAOLA. Leggerlo almanco oi do evati.
CoRo A. A che perder il tempo?
PAOLA. Taci, ché d'ogni libro qualche cosa s'impara.
DIALOGO DE LE TRE ET DI 175

CoRoNA . Questo è falso.


PAOLA . È sentenzia di Plinio .
CoRONA . Vada con le altre sue menzogne!
PAOLA. Negarai tu che d ' ogni libro non s' impari qualche
cosa?
CoRo A. Anzi, piu de li tristi e disonesti che de li boni.
P OLA. Or basta: non sai che 'n doi mesi, e non piu , sotto
il titolo di Lim erno l'ha composto?
CoRo A. E' viemmi detto che, tutto a un tempo che lo com-
pon va, eragli rubato da gli impressori .
PAOLA . Cotesto è piu che vero; ché ove interviene stimulo
di sdegno, spizziano versi senza alcun ritegno.
CoRo A. Potrebbe fo rse pentirsene, credilo a me .
PAOLA. Di che?
CoRo "A . Dir tanto male.
PAOLA. Anzi solamente si dole che non pur Merlino, ma
Limerno compose cosi precipitosamente che li stampatori non
p o teano su p p lire a l' abbondanzia e copia de' suoi versi ; laonde
pargli un errore grandissimo non a er servato lo precetto ora- Carmen reprc-
hendite q u o d
ziano. non l multa
die et multa
CoRo A. Do ·erebbe via piu tosto il meschino piangere e Jitu ra coercuit
crucciar i aver consumato il tempo circa tanta liggerezza. etc.

AOLA. Non dir liggerezza , figl ia, ché non per cosa liggera
si mulossi gia Ulisse de enuto essere pazzo.
CoRo A. Troppo son certa io de la lui malizia, il quale fin -
gesi «pitocco » furfante per dar bastonate da cieco.
PAOLA. Tu non sai la cagione.
CoRoNA. Cosi non la sapessi! ·
PAOLA. Dimmi, qual è?
CoRo TA. Per farci morir tutti spacciatamente di doglia, acci ò
più oltra non avesse chi g li gridasse in capo .
P OLA. Tu te 'nganni grossamente.
COR01 A. Anzi pur tu te 'nganni.
PAOLA. Come?
CoRo A. In creder alcuno dir male a bon fi ne.
PAoLA. Che male dice?
C AOS DEL T RIPER •

CoR . Non voglio parlarne.


PAOLA. Perché?
CoR A. Temerei di qualche rnaladizione.
< Iu nile vi- PA L r u confortati, figliuola , eh · al poledro fu sempre
tium st, re e-
re non po concesso puoter fin a doi capestri rumpere.
impetum >>.
E· . CoRo on rumpa gia lo terzo.
PA L nzi totalmente nel ternario numero fermatosi, ha
messo a luce il Cao del triperuno.
CoRo . Qual Caos del triperuno?
LI IA. El pare che non ti sov egna.
Co o A. on mi so viene per certo.
LIVIA. Le tr « selve ~ , le quali heri legessimo , , per segno
di ciò , una allegoria belli ima tu di quelle saggiamente cavasti,
quantun que io sia di senso molto dal tuo discosto.
C m~ ON . O smemorata me, eh' ora me lo ricordo l Ma immi:
è di Teofilo ?
LIVI . on sai che solam nte vi i fa menzione di Merlino ,
Limerno e Fulica?
CoRo A. Troppo me l ricordo! Ma eh fusse di tuo fra-
tello Camillo mi pensa a .
LIVIA. Tu non pensasti dritto: è di Teofilo.
PAOLA. o i · ; ma ditemi ambe dua lo argomento vostro
ch e imaginato i a et sopra que to Caos , ché ancora io lo
sentimento mio i narrerò . Comincia tu, Livia.
ARGOMENTO PRIMO

LIVIA.

Questo Caos, in « sei e " tripartito, la vita de l'autore, la quale


m tre fogge sin a quest 'ora presente col tempo veloce se n'è
gita, contiene. acque eg'i (come di me voi sapete meglio) a gli
otto giorni ed ore duodeci di notte, nel mese di novembre, sotto
ca rpione, essendo allora grandissimo freddo: Iaonde in questa
sua prima ~ S ei a » narra l ' orribile freddura in cui egli mise-
ramente nacque , fi ngendo natura essergli stata, piu di madre ,
madre na, e pur ne la puerizia, la quale appella «aurea etade » ,
g ustò alquanto di securo e dolce riposo.
e la seconda «sei a», pervenuto egli ornai ne gli anni di
qualche cognizione, ritrova molti pastori, la cui vita e costumi
quieta pace molto gl i piacquero, volendovi inferire che di se-
deci anni egli co' l'abito cangiò la ita. E veramente si come
a li pastori apparve l'ange lo e mostrò loro do e giacesse il
n asciuto fanciullo lesti Cristo, cosi allora, su quel principio che
egli prese a far ita comune co ' gli altri pastori, trovò Cristo
par olino emro il presepio collocato ; ma col tempo poi, per
cagione di ... (ma non voglio parlarne chiaro, ché ancora egli
a piu riservato che sia possibile) traviato, si mise a seguir
amorosamente una don na bell issim a, la quale sopra un sfrenato
cavallo gli scampa innanzi per tirarsilo drieto al precipizio d ' ogni
perdizione . é chi sia questa dongella né dove finalmente lo
conduces e, vogl io i manifestar se non in l'orecchia dicendolo:
ma, con chi uden do la seconda «selva», dico che 'l laberinto in-
tricatis imo, nel qual e ulti mamente si ritro a, pare a me una so-
perstizione tenacissima significare, de la cui caligine se non per
di vin aiuto si pò essere liberato. Ed in questa tal foggia econda

' • FoLENGO, Open ilalia1te. I2


17 CAOS DEL TRI PER 1

di vivere, essendo egli gia fora del sentiero diritto, compose


lo poema di Merlino con tutte l'altre favole e sogni amorosi,
li quali ne la «selva» seconda si leggono.
Or dunque Cristo si gli scopre in quel centro d' ignoranzia
de la «selva» terza apparendo, e d'indi smos o, lo driccia sul
cammino al terrestre paradiso duttore. Ché per divina inspira-
zione conoscendosi egli perder il tempo supersticiosamente in
quella seconda «selva», ritornasi a la sincera ita da l'evangelio
primamente a lui demonstrata; e fatto del suo core un dono a
Cristo le ti, da lui ne riceve tutto 'l mondo in ricompenso e
guiderdone di esso; e giunto nel paradiso terrestre, gli vien i i
comandato che non mangi de l'arbore de la scienza del bene
e male, ma solamente si pa ca e nudrisca del legno vitale, per
darci sopra ci' un bell'avviso: che, quantunque ogni constitu-
zione o sia tradizione de alcun santo padre bona e fundata su
l'e angeli o sia, nulla di manco assai piu se cura e utile cosa è
non partirsi dal mero evangelio; perché, si come ogni norma
e regula de santi ha in sé figura de l'arbore del saper il ben
e il mal , cosi de l'arbore di vita contiene in sé lo leggier
peso del ervatore nostro. Laonde esso mio zio Teofilo com-
metteria la terza sciocchezza quando mai la ciasse piu lo vec-
chio sentiero per tornar al no o. E questo è il senso mio circa
la dechiarazione di questo Caos .
DIALO O DE LE TR ETADI 179

RGOMENTO ECONDO
CORO A.

Aro-uto ed ino-enioso fu questo da te pen ato soggetto, Livia


cara; ma non tanto a l'intenzione di tuo zio mi par agiata-
mente accascare, quanto quello ch ' heri ti dissi ed ora sono ad
ambe dua per ragionare. Mo e dunque mio fratello più gene-
ralmente il voler scrivere di qualunque altro uomo che del suo
proprio fatto; onde ne la prima «selva » narra la infanzia e pue-
rizia umana, ne la seconda la precipitosa giovenezza, ne la terza
la matura e virile etad e .
Or dunque, n e la prima de crive in quanti affanni e travao-li
qualunque uomo, per fallo del primo nostro padre dam, nasc
in questo mondo, chiamandovi Natura <<crudele matregna »: da
la quale di corze, peli, piume e squame pro veduto viene ad
og ni altro animale quantu nque vili simo; ed eali solo, nudo na-
sc ndo non ha chermo alcu no e difesa contra le in giurie del
tempo. Ma po eia, per beneficio de la indu 'tria ed arte perve-
nuto a la puerizia, dimanda quella «l'aurea etade », perché la
innocenzia del fanciullo sen passa quel poco di tempo senza sa-
pere che sia rigidezza di legge, téma di tiranno ed inquietudine
di avarizia.
cito poi egli dal bel giardino di puerizia, entra ne l' impe-
tuosa o-i venezza, la quale, innanzi che da l 'ardente desio anco
non i n a alita comincia, con la mente tutta s egliata, de
l'e ser non pur uo ma d'ogni altra co a a ripensare. E quiv i,
ne la econda sei a 1, mi o germano, in per ona (come gia
sopra di i) ogni altra razionale creatura, fin si tro ar pastori,
e Crist I u tr quelli na ciuto, per darci questo a \'Ì o: che
l'uomo quanto prima ne gli anni di rag1one ntrar comincia,
I O CAOS D E L TRIP E R Ur O

per fa ore del uo bon genio, incontanente ricorre a la cogni-


zione di veritade, la qual è risto nostro ervatore. Ma, levatasi
poi la consueta tempestade di nostra carn , ecco la voluptade,
ecco 'l d sio sotto il viso di ao-a don ella, sul sboccato ca-
vallo de la delettazione , lo ric nduce al varco de le due strade,
per tirarsilo drieto a la inistra del vizio, la ciando la destra
de la eritade. Quivi dubitoso, ne la prima giunta , stassi ove
gir i debbia: quinci , da belli e boni avvisi a la destra in itato;
quindi, da gli umani piaceri combattuto che egli muovasi a la
mancina. operato dunque e vinto finalmente dal fugace de.sio ,
vagli imp tuoso drieto, do vunque la falsa incantatric , losingando,
a sé in guisa di calamita lo smarrito animo tira, passando tutta
fiata per so ni , chim ere ed amorose favole, quali sono le « fiz-
zioni macaronesche , come gli appellano di Merlino, li sonetti
ed altre as ai vane frascuzze , per ignar il tempo da la gio e-
nezza inutilmente trapas ato, in fi n ch e poi nel laberinto di qual-
che tra aglio i ritrova es re: co a che l piu d le volte dopo
gli piaceri sòle a gli o-ioveni acca ca re.
xatio d::~ l Laonde, come ne la terza K s lva » noi leg emo , l'uom o an-
intell ctum .
gustiato ricorre al di ino uffragio: e Cri to gli appare bello e
pietoso, cavandolo benignamente di quella ignoranzia d'amore,
e talmente li tocca il cor , che 'l giovene, gia enuto irile, si
mette in considerazione di quanto mai fece Iddio per l' uomo.
Dii eh mio fratello sopra qu sto finge che, avendo Cristo
ricevuto il cor da lui, criògli tutto quanto il mondo, e al
paradiso terrestre dricciatolo , gli comanda che, pascendosi
egli d l legno de la vit , il quale ha di sua grazia in sé la
fì.gura, non gu ti per niente di quello del bene e male; il quale
a me par do er ignificare eh l'uomo, facendo le bone opere,
quelle non debbe a soi meriti tribuire, anzi tutte nel di in favore
collocarle. Tal è dunque il concetto mio dal Caos di enuto.
DIAL GO D E LE TR • ET ADI I l

RGOMENT TERZO

P LA .

entenzia divina · che « la lett ra uccid l'anima » . Ferma -


masi , prego, dunq ue sul Caos di questa materia, lascian do in
parte si la vita di mio ficrliuolo in spezialitade, la qual e per
igor e sottiezza de peregrini ing g ni forse col tempo verra in
luce piu secura , si quella ancora di qualunque altro uo mo, in
questa umana gabbia precipitato .
Ne la prima « sel va~ contienesi, ad unque, l'uomo tudioso ed
a ido d'imparare mettersi prima in con iderazione di queste cos
piu basse de l'umana natura, fra le q uali se l 'arte liberale con la
industria insieme non fuss e, oh quanto inferiore a gli altri animal i
arebbe l'uomo, non co i provvisto da natura contra le ingiu -
rie d l tempo, quanto di piume, squame e pel i sono quelli ! Onde
pare che meritamente piu lei chiami K madre » che « madre -
gna », se la nuditade od altra miseria nel na cere ben i com-
prende. Ma contemplando per mezzo di queste divine arti liberali
aver da non curarsi di qual unque onta naturale si move al
studi o simplicemente di umanitade lo quale « aurea etade m -
ritatamente appella q uand che tutta d'oro sia cote ta disciplina
·e d 'ogni scrupulo del nostro intelletto fora.
e la seconda « selva», q ue to medemo studente si delibera
pu r di trovar la veritade di quante cose naturali e oprannatu-
rali ne ' libri si contengono. Partesi da gli umani giardini per
saltar ne la fil osofia ; ma tosto lo genio suo b ono gl i antepon
la umanita di Iesu Cristo e affermali no n essere altra eritad
di que to. Eppur la curiositade di pescar piu sul fondo in guisa
di donna sopra un sfrenato de tri ro , lo tira per vie scabrose in
fin sul passo che divide lo sentiero in due parti: quinci a la
man destra invitalo l' evan elica, quindi a la sinistra la peri-
patetica d'oggidi teologia . Ma, into da la curiositade ancora ,
si avventa senza freno drieto a quella per chimere, sogni e
1 2 CA DEL TRIPER O

fa ole sofisticali, tro andovi drento Merlin Cocaio; per notificarci


la grossa e incorretta retorica ed elocuzione de la maggior parte
de' nostri moderni teologi, ove quelli loro vocaboli « causalitade »,
entitad ~ , 1: intuitiva ~ ed abstracti a l , con l'altra barbaria
tengono corte bandita: per che al fine di mille dubitanze, errori
ed eresie, nel laberinto egli avviluppato si ritrova e seppellito.
r ne la terza « selva», commosso Iesu Cristo da dolce pie-
tade verso quella anima invischiata ed allacciata in quei tanti
K utrum, probo, nego, arguo, pro, contra ~ ecc., tiralo al mero

e puro latte del santissimo · angelo ed al fidel e tutissimo porto


di san Paolo, con tutto il resto de' libri del Testamento no o
e vecchio, nel qual egli studiosamente ruminando a Dio fa un
dono del suo core. Lo quale, in cambio di si legger cosa, fallo
signor de l'universo, criandogli di novo il cielo, il mar e la
terra; e dapoi tanto, al paradiso terrestre mandatolo, qui i gli
comanda che oglia solamente pascersi di contemplar quanta
s ia verso noi la divina misericordia , ma non quale e quanta
sia la maiestade e potenzia sua. E questo · l'arbore de la bona
e mal a scienza, si come quell'altro · legno de la vita. A m
cotesta ali goria pare de le vostre meO'Iio quadrare al Caos di
mio figliuolo. Orsu, leggemolo dunque di compagnia, e prima
li tre nomi di esso.
1ERLINUS .

Tres sumus unius tum anima tum corporis. Iste


nascitur, ille cadit, tertius erigitur.
Is legi paret naturae, schismatis ille
rebu , evangelico posterus imperio.
omine sub ficto ~ triperuni » cogimur idem :
infan et iu enis virque, sed unus inest.

LIMERNO .

Giove, Nettuno, Pluto d'un aturno


ebber a sorte il ciel, il mar, l'inferno;
fulmini , denti, teste in lor governo:
tre trine inse ne per tre cause fUmo.
DIALOGO DE LE TRE ETADI

Tre fonti, oltra le tre del mio Liburno,


nacquer d'un capo santo al sbalzo terno: an Paolo .
cosi Merlino, Ftilica, Limerno
si calci an d'un Teofil il coturno .
Mantoa sen ride e parla con Virgilio:
-Tu sei pastor, agricola, soldato,
perché del nòmer terno Dio s'allegra.
Ridi tu meco ancora, dolce filio ,
quando che sotto un nome triplicato
sortisca una confusa mole e pegra. Caos.

F ÙLICA.

Fermati alquanto, lettore amantissimo. Son certo che lo


exastico e sonetto di mei compagni di sopra ti parono duri e
scabrosi. Non vi slungar, in guisa di rinoceronte , suso il naso ,
ti prego , ché 'l ladro il quale rubasse di giorno saria tantosto
compreso. Quivi ci fa: mistiero di scurezza e caliginosa nebbia :
ma se li capoversi per tutto il nostro Caos provvidamente sce-
gliere saperai, chiaro e limpido fi nalmente ti parni Io intricato
soggetto nostro. Ma solamente un bell'avviso quivi darti in-
tendo: che totalmente sul ternario numero siamosi, per con-
veniente ragione , fundati. Prima tu vedi lo titolo del libro essere
tre parole: Cao del triperuno. Segueno poi le tre folenghe , Tre p arole de
titolo.
ovver fòliche son dette , le quali sono antiquissima insegna di Tre folenghe.
Tre donne.
casa nostra in Mantoa. E sotto specie di loro succedono le tre Tre etadi.
Tre fogge di
donne di tre etadi e di tre fogge di parentela, da le quali de- parentado.
Tre argomenti.
rivano li tre prolissi a rg omenti , ciascuno di loro in tre parti Tre parti d'ogni
diviso. oi siamo poi di tre nomi : MERLINO, LIMERNO, FùLICA. argomento.
Tre nomi .
Li quali, cominciando il nostro Caos, in tre «selve» lo spartimo, Tre sei e.
Tre allegorie.
con li soi tre sentimenti ; ma lo piti autenticato al giudicio de
l' ingenioso lettore dimettemo.
ELVA PRI IA

DISTICHO

Unus adest triplici mih i nomine ultus in orbe·


tres dixere Chao : numero Deus impare gaudet.

FE. G.

HEXA TICHO

Quae nat aqui c eloque interdum attollitur ales ,


vel nat amore aquilae vel v lat icta metu .
Nam quae soli adit, veluti Iovi ales acumen?
est Fulicae ut Minti ludat in amn m.
At, si illa huc humile ad stagnum de cenderit ales,
uae na t a quis, aquilis digna e rit e ca uis.
TRIPERUNO.

Voi, ch' ad un 'alta e faticosa impresa


vedete or me salir audacemente
per via mai forse da null'altro intesa,
piacciavi d' ascoltare q ueste lente
mie corde in oc lagrimosa e mesta , In mo rore
a nima e deici-
ch'altro non s'ha d'un'anim a dolente. tur spiritus.
E, bench' i' veda alzandovi la testa
mia virtu debil al salir tam alto, Pu illanimi-
tati virtu. suc-
di che sovente per ilta s'arresta; cumbit.
pur spiego l'aie, e quanto so m'exalto
la 've m'accenna il lume d 'og ni lume,
per cui non temo alcun spennato salto.
Ché, mentre su con le ' ncerate piume titur meta-
pho rice fabula
tolgomi de le nubi sopra ' l velo, Ica ri t dali .
d'un Dedalo meglior sotto 'l nume,
vedrò eh' im mobil stassi e volge ' l cielo, Jn per petui
n n differt p -
sostien la terra, e l'uni erso a 'n cenno , se t
volendo, pò cangiar o ' n foco o 'n gelo .
Or çlunque, di piu sana audacia e senno
ch'Icaro mai non ebbe, a l'ardua via
am bo gli piedi, ambo le braccia impenno .
E canto i di q uesta nostra ria oecum quid
tmi erum ho-
prigion che « ita » nominar n on oso, min ibus vita .
le frod e di essa, il olgo , la p azzia ;
r88 CAOS DE L TR TPERU O

e di quel Re, che 'n un presepio ascoso


idi fra le duo besti a gran bisogna,
(< PrCJpriu filio er' se tesso crudel , ver noi pietoso,
non pepercit ,
ut nos redime- che svelse il mundo tutto di menzogna
ret ». A L.
con sua dottrina colma di quel foco ,
ch'arde si dolce in alma che non sogna .
Io dico te , lesti , lo qual invoco
mio Febo , mio Elicona, mio Parnasso ,
ov' ogni bel p nsie r a l fin collòco.
So ben eh di te dir via piu t' abbasso,
che tacendo non alzo; e pur m'offersi,
ecco, a dricciar nel tuo bel nome il passo.
« umma Pro- Ché, come edi, son questi miei versi
videntia car r
fuco oluit ea d'amor almanco e caritade m c1ma,
qu ae divina
unt >. L CT . se non toscani, ben sonori e tersi.

TRIPERU

Tangit idea- i quella spera piu capace ed ima


rum opiniones .
del ciel, o ve l'Artefice so perno
fabbrica ognor quanto mai finse prima,
io novamente usci a, fatto eterno
candido spirto leggiadretto e bianco ,
che bianca piu non vien neve d'inverno;
quando 'l mio stesso fabbro un calzo al fianco
vibrommi tal, che giu ne venni a piombo
in lo co basso e d'ogni posa manco.
« N il i ne m a- E come vago e timido colombo
gno l vita la-
bore dedit mo r-
tali bus)).
.. ola quando si parte da la torma,
li ORA T . del ciel tonante al subito ribombo ;
tal io vi errava tanto che, d'un'orma
uscendo in l'altra , mi tro ai sul porto,
dove l'oblio nostro 'ntelletto addorma.
Rationali ani- Guardomi intorno paventoso e smorto,
ma, q u ae a d
corpu accedit, ché teso in ogni pa rte edo un rete,
oblivi nem sui
quam primum onde ch'entrarvi debbia mi sconforto.
incu rrit.
SELVA PRIMA

Quivi spicciando fo ra d'un parete


largo cosi, ch'ampio paese cinge ,
chiara fontana porsem i gran sete.
La qual fra sassi mormorando astringe
al dolce ber qualunque vi s'applica ;
ma tosto se ne pente chi lei tinge,
perch 'ella il senso e Io 'ntelletto intrica.
Però non men a un vischio tal m'accolsi, Dul equ idem
est p o e u l u m
tratto dal bere e da l'usanza antica. per quod prae-
terit orum fi t
Quivi cum brame tanto me ne tolsi, bonorum bli-
vio.
che tutto 'l bene che capisce in noi
non pur lasciai, ma nel contrario avvolsi.
Acque maligne, acque di tòsco, voi
piu del mèle soavi, piu che manna,
scoprite il fele al nostro errar dopai :
ché chi vi g usta pur, non che tracanna, Diffici llimu m
omnium r erum
presto ne gli occhi, anzi nel cor s'annebbia: est mo rtalibus
Dei consi liu m.
dura cagion, che a questo ci condanna!
Cangiasi d'un bel raggio in scura nebbia,
né qual era pur dianzi non ricorda,
né su quel punto sa che far si debbia.
Io dunque, alma di bere troppo ingorda,
le parti mie d'alti pensieri dotte
perdei qual cieca fors ennata e sorda.
Perché non so: a el olui, che notte
far giorno e giorno notte pote solo,
e da sovente a noi d'amare bòtte.
Per fallo d ' uno preme tutto 'l sto lo, De ca co nal
criptum es t:
e vedesi alcun padre umil e domo (< Quid pecca-

vit? H ic aut pa-


irsene giu per colpa del figliuolo. ren t es ius 7>>.
R esponsu m
Or chi l'intenderebbe, che d'un pomo est: « Ut mani-
succeda tanto incomodo, eh 'ognora festentur opera
Dei>> .
ostegna il ceppo uman l'error d ' un uomo?
Ben fu di acerbe tempre, poi ch ' ancora
foggia non è la qual digesto l'abbia,
n é mai (tant'esser deve crudo !) fora,
CAO DEL TRI PER

« icut in - se chi nostr'alme spinO'e in questa O'abbia,


dam mne
moriuntur, ila col raggio di pieta noi dissacerba
et in hri to
mne ivifi ca- e tempra di giu tizia in sé la rabbia·
huntur». P AllL.
n· stomaco di struzio né onto né rba,
mentre da noi per quest'ombre si 1va,
è per smaltir un'esca tanto acerba.
l' non fu' mai di tal cibo conviva,
e pur padirlo, anzi pati rlo, degO'io ,
per cui vien ciascun'alma del ciel priva .
« dam b- La qu l ir non dovria di mal in peggio
lemperan mu-
lieri h abet ti- se, al priego d'una femina, colui
pum rationi
v Juptati suc- morse 'l mal frutto e pèrsevi 'l bel seggio.
umb ntis>>.
AUG .
A che unqua nascer noi, se per altrui
fallir par eh 'anco l'ira non s'estin ua
di in a in noi, per loghi al pestri e bui?
Ahi mis r . taci e morditi la lingua,
eh· malad tt fie ch i in ciò 'adira:
gia Dio mai d'uman sangue non s'impingua;
anzi ama l'opre sue, contempla e mira,
e studia l'uomo a sé fatto simile
scampare dal suo stesso foco ed ira.
« Plalo in li- Ma non pensar, non che cercar, suo stile
bri L egum
quid sit omni- via troppo da l'uman pensier rimoto,
n o Deu inqui-
ri oport re nou eh · alto pen i r non cape in senso ile.
ceuset "· 1 . unque dirò che quanto chiaro e noto
m'era dinanzi al b er de l'acque spar e,
onde fui d'ombra pieno e di sol vòto.
Eccomi sogni intorno, fauni lar e,
che mi fac an per quella notte scorta,
n· mai piti 'l bel ricordo dianzi apparve.
titur p ri- Pur mi raffronto a quella orribil porta
ph ra i circa id
qu d in instan- fiso mirando e qui fermai lo piede
Li agit ur.
com'uom eh entrar i drento si sconforta,
e, fin ch'altri vi passi, dubbio sede.
EL A PRIMA

GE IO .

« Alma , che per altrui difetto al varco


dubbioso arrivi e Dio ti i destina,
or quivi entrando inchina
l'orgoglio, alzando gli occhi al ciel che carco
gira di stelle e mostrasi luntano!
Di la scendesti, e piti non ti rimembra (< um ig itur
tatuis_<;et Deu
qual eri avanti 'l poculo di Lete! ex mnibns a-
nimalihns so-
Ma se tornar i brami, quelle membra, lum hominem
fac er e coe l e-
ove tu déi corcarti a man a mano, stem , cetera u-
n i ve r sa te rre-
fa' che raffreni fin che 'n lor s'acquete na, hunc ad
l'uman desio che le conduce al rete coeli onte m-
plationem ri gi-
si di legger o e ne resti presa. dum erexi t; ihi
pedem co nsti-
Ma strenua contesa tuit, cilicet ut
eadem specta-
non sa fati ca, finalmente, o carco ». ret, uudc illi
origo e t » .
EN.

T RIPER TQ.

Queste parole , in rnan d'un ecchio bianco,


v dendo appese di quell'uscio in fronte,
io tremai forte tremo ne pur an co.
Anzi n'ho, rimembrando, a gli occhi un fonte :
ché allor, mentre per me gia si delibra
non ir piti innanzi volgomi dal ponte ,
donna m 'appa r accanto, che mi i bra Iustitia i
est, ut nullum
un pu no al fianco e drieto mi flagella, m a lu m tran-
eat impuni-
ch'a ea ne l'altra man un 'a urea libra. tum.
Ritornomi a la porta, do e quella
mi piega col temon e di su e pugna,
drieto chiamando se m pre: - Alma rubella,
alma proterva, fa' che non ti giug na
scampar ti da colui che qui ti move
ad una fatico a e trana pugna ,
CAOS D E L TRlP E R O

umma et ch'a rai con esso teco e non altrove ,


oru n i u m diffi-
cillima t vic- e per vincer leoni, tigri ed orsi,
tor ia sui.
vincendo te , minori son le prove ! -
I ' non m il fei ridir, ma ia trasco rsi ,
qual timido ca allo che s'arresta
ne l 'apparir d ' un'ombra e sta su' morsi ;
poi, vòlto in fuga, soffia ad alta testa,
ma chi gli sede addosso presto il torna,
stringe! ai fianchi e fra l'orecchie il pesta;
ond'egli per le bòtte si ritorna
in quella parte onde lo smosse l'ombra,
di passo no, ma corre e non soggiorna.
Hi c ute r um Traggomi drento, al fine, ove me 'ngombra
m a lris intell i-
o-it. notte ch'ancor piu m' ebbe ottenebrato,
in luogo cui la terra intorno adombra.
Ed io ne stetti non d'abisso al lato,
ma in centro d'ombre grosse denso e folto ,
qual talpa preso in gli occhi e smemorato.
« Dee m m u- Cosi piu mesi in quella tomba involto,
s ium temp re
c agulatu s um io, pronto spirto ne la carne inferma,
in angu ine >.
ap. stetti non pur prigione, ma sepolto,
fin eh , o I atura, l'apra tua fu ferma.

ME LPOAENE.

M ntre piangendo l'alte strida ed urli,


sorelle mie, si duramente innalzo
<< ilelp m n (da me sol viene il tra<rico costume),
t ragic pro la-
ma t mo e t a lasciati i crin al vento, ché ridurli
boa u >). Vm.G.
qui non bisogna in trezza né 'l piè scalzo
guidar per vaghi fiori e erdi piume
de ' prati lun o al fiume,
anzi, sdegnando quella piaggia e questo
poggetto ameno, statine qui meco
in solitaro speco,
. ELV A P RIMA 193

fi n che m1 rime udite sian di mesto


e lagrimo o canto, il qual risulte
da quei sassosi monti e alli inculte.
Depon, Urania mia, la tua siringa , Asperitatem
rythmorum ipsa
che settiforme ha in sé del ciel il tipo ; haec materi
d poscit.
e tu, Clio la lira , o ve 'l mantòo
al greco vat fai ch'egual attinga;
e mentre i lau ri e l edere dissipo ,
pargi quei fior del corno, che l eròo
<Yia s lse ad Ach eloo ,
E rat mia : n é tu, Polinnia, il plettro,
né, Calliope , l ' arpa , né la cetra,
T alia (s'unqua s'impetra ,<Non facit ad
lacrimas barbi·
O'fazia da \ i. ), pulsate , eh ora il settr to· ulla meaS>l .
Ovm.
t n go fra n i, cessando ancor l stanz
di Eut rpe , e di T ersic re le da nze .
:\hi! di qual g ioia e quanto bella effi
traboccar vidi l'uom o in tanto scorno!
:Vlirati l ciel come, eli g rado in grado,
l per causarli util piacer, s'affl.i e ummum erga
hominem Dei
volgersi t ra du moti adversi intorno! benefici um .
:vli niti 'l anO' , l' Istro, ilo e Pado,
ogni altr fium e ·ado
tornarsi d onda in onda al ecchio padre!
P i ven l nubi la porosa terra
dal centro si diss rra ,
sorbend o il dato umor, onde gia madr ~
fassi eli questo fior e di q uel pomo,
p r aggradir d aggrandir un uomo :
l'uom che, ingrato a Dio non ch 'a atura , Pec at um ori·
gina le, quod in
per antiporr un fral desire al dolce dam fuit per-
. onale, in alii
u ~ rmo tato, giustamente abiett na turale.
fu alta gloria in infima iattura,
la cu i durabil colpa in ciel si folce ,
eh mai non parte dal divin aspetto.
Per · s ta D rmo stretto

T. FOLEI\G Op~re italiane. 13


I 94 CA DEL TRTPER

d stin , a p nitenzia d 'un tal fall >,


eh l'uom in g remb a m rt quivi nasca:
nima ratio- cosi dal cielo casca
nalis hanc in
miseriam de- l'alma di no fatta m scur vallo
voi itur, ut mox
alti us se ipsam e stessa obl ia ci ca d inferma
r co no cat . o-ia devoluta in sterco, fango e sperma.
Indi a tura, per supplici degno,
men s gli mostra madre eh noverca;
la qual gni animai provvede COt:J.tra
l'ont del tempo, dandogli sostegno .
< Principium as e pur l'uomo ignud , il quale cerca
i ure tribuetu r
bomini, uius chermirsi d'un agnell , olpe lontra,
ausa vide tur
uncta alia ge- dal gel in cui se 'ne ntra,
nuiss natura, ché di scamp megli re non ha copm.
magna aeva
merc dc con- Ma di squam c perti , penne lane
tra tanta s ua
munera; non per fi umi , selve e tan
it ut satis ae-
ti mare, paren van pesci, a ugelli fiere. In somma mopta
melior bomioi
an tristior no- sol nasce l'uomo cu1 adé p r sorte
verca fuerit >l .
P1.1 . pianger nascendo e, nat , gir a morte .
on cosi tosto un augell etto spunta
de l 'uovo fora, quando a t mpo nasce:
ecco s' addriccia , con soppresso g rido ,
del becco l'esca piglia in su la punta,
e s enza documento di chi 'l pasce
u l'orlo estrem tirasi del nido,
d nde giu funde al lido
ciò che smaltisce per servarsi netto .
< h quaro on cosi l'uom , no, eh· d'ora in ora
ontempta res
homo ni i su- con ien di fascie fora
pra humum se
r eri t ! >l. cavarlo, in cui legato stassi str tto,
RIST.
e trarl o di sozzura e puzzo l rdo,
al mis ro suo stato e ciec sordo.
<< Prima robo- O r dite, prego, quand' egli mai s 'erg
ri sp pri-
mumque tem - co' l' asp tto nel ciel ond si parte,
pori munu
quadrup di i- eh ria carpone de le braccia gambe
milem facit >}.
P LI .
n n faccia, mentr in foggia d'ano-ue perge?
EL PRJ!\f I -

Ché s al contrast di natura l'arte ,


l'industria in s uo rit a r n n fuss r ambe ,
m entr' egli sugge e lamb
lo sin matern , peggi de l belv
ne rimarrebbe, tant l'odia e sdegna
fassi g li matr g na
colei h'abbella m nti , valli sei
e d'un si g ntil fi gli non ti n cura «.·o n qui d m
ce rte est ali -
p el torto del primier; dico a tura ! quid miseriu.
ho mine » .
ol la onna artifi e e la industr H O M ER.

parton de le sue m mbre l'officina;


ma quant'è 'l piant e qu ante le p reosst:
anzi eh 'ane ra il misero s' indus~·
saper su piedi starsi ! onde r uina
so ent si, eh m lt fiat moss
di luogo porta l' oss ,
restandone d'un mostro piu deform e .
Cosa n n o-ia , eh n li rmenti caschi :
cercate e' verdi pas hi ,
le nubi, i fiumi, quante sian ~ rm
che, nate app na, chi 'l nòt , chi 'l voi ,
hi prende il c rso· l' u m cas a sol
eh . perch · nas e l 'n(! lice dw1qu
di tanti strali ad r un ve rsaglio?
gm t mp ta in lui s'aggira e s arca ,
g m irgul se gli attacca, ov un que
mo e di qu ta s l a nel travagli .
« O h fa ll a em
' a 'ien eh gli pur o-oda, eco a Parca hominum pero
rum pelo al m zzo, va rca f r ag ilemqu
fo rtun am t i-
la ita al sol qual nebbia fum al nt nane no tras
co ncep ti o n e ·,
stato penoso e mise ra bil tanto . qtJae medioc r i
in patio saep e
h'altr eh affanni e piant fra ngu n l u r et
corru nn l ! ».
tra agli, sdeo-ni, lagrim e, scontent ! C.
attende uom h e nasce ? e lo m ov
~ rtuna a qualche on r, mo rte vi l smove.
Qu ste paro! in capo
l

CAO EL TR ! PE R l O

· o-lio sculpite sian d'og ni tiranno ,


" Pallida l r. qual n on ess r io , m a fum o nebbie
aeq u p u l al
p e d e p aupe- ' intenda, h n n debbia
r u m Laberna s l
r g umq ue tu - far i ad rar al m on do , p r h · ' ann
r > ». lJ OK .
c v ngon t utti uali di fral m ,
m a tal l p ium e, tal l pagli p rem

TRI P ER

apoi li o-iorn i me 1, che n tal nt r


l rd il mi ci sti n cr cer mi ~
nna m' ap pa rs a q uel g irone d ntro,
ch'indi sciolto mi trass l' orb in ve
poi molto altiera d isse: - r tienti in ment
m 11:al, eh p iu to rnar qui n n ti l e! -
E ciò pa rl a ndo, l' mpia d in l m nt
n ucl fa nciul n la stagion piu ac rba
t ice , oria ,spi-
uas, Yillo , se- la iommi s olo e sparv incontan n t .
las, pii , p l u-
n 1an1, p nn as,
parv oste i d 'aspetto alta e s p erba ,
sq ua m a , Yel- d ve allo r passa a m gm can
le ra lri buit; ho-
mi n m ta nl um s ar fa ea on fi r fr ndi l erba,
n u d um in nn
hum n ata l i fin eh d i g lato ma nt
d ie a bi i l a d
Ya!ritus st 1:1111 m1 ricop r intorn e m nti e sei e ;
et pl ral1 m » .
Ex Pu ·. di he tr m avo n li r tto pianto.
1iravami da lat e fie r e belv
n o-m au llo l ' lcun pel o-u arnit
ual sia he 'n r tt a lbero-bi q ual 111 lv
ma s nud sopra il nudo lit
tavami d' Aquil n ott l fiato ,
n· fui p r tanto da p i tade udito .
E rod . Il qual I iangend m ov r qu l p1 tato
a r i potut eh !!Ili fanciullino
cc1se p r mal zel del s u stato .
hi ide mai d'inve rno un cagn lino
t r ma r su l'us h ius hi l ti ne
u a to star i d i macl nn m mo ;
SE L\'!\ PRDlA I 97

co i veder potea me con l ren e:


in terra nude, vòlto in quella parte
del ciel o ve ' l suo moto si convi ne,
ed o e 'l erpe tortuoso parte l'olt1~ quocl
ct: n tru 111 e:-;t
l 'orribil Orse, dove nasce il spirto ci rcul i a1 et ici.
« Arc tos oc an i
del fìer Boote c he n n mai si parte metue ntes ae-
quore tingi».
(qual fìum e ]acro, ch'aspro duro cd irto \'IR< ..
non [i rma il corso) di Callisto in bracciu.
Ma non vidi poi si d 'un lauro e mirto.
anzi con altri assa i di quell'impacci()
l or vidi scio lti , e con bell a verd ura
starsen di neve in mezzo e presso a l g-hiaccio,
mercé le calde gonne, che atura « T runcos ar-
boresq ue co r -
lor died e per scrvarli eterna v ita : t ice interdum
gemino a frigo-
a lor si mite, a noi maligna e J ura! ribus et calore
nawra tu t a t a
Ma un a d ongella , non so cl' nde us it<t, est >) . Ex P u:--;.
presta n e g li atti e d'abito su cinta,
m'accolse in o-remb , di servir sped ita;
poi lunga fascia intorno m'ebbe cinta ,
portatomi g ia dentro una spelonca
ben chiusa intorno e eli fu li gin tinta.
er è che, d'uomo com statoa tronca
eli braccia e gambe, in que ' leo-ami resto
cosi g iacqui stretto in picciol conca.
Onde col cap sol (ch'un'oncia il reso
m over non poscio) òlto a lei parlava
con quell' ist sso d i fanci ull o gesto
qual fece a ltrui con Dio, quando d'ignava «Ah, Domine
Deu , ecce ne-
lingua m ostra ssi e pro fe rir non val e, cio loqui, qui a
puer ego sum>l .
dovendo predicar a gente prava . H IF.REMI AS.

- Chi fu la donna- d issi - ui ca! e


o-ittarmi in t e rra n udo al vento e pi ~ gw.
onde 'l mio corpo di gran gelo n als ? -
. Ella sorri e, lagrimando, in fogo·ia
di chi nel p tto amaro e dolce c p n:;
p i disse: - Eternamente non s' allog m
I CAO DE L TRIPER r O

m qu sta terra, né si cela e s pre


il sol et rnamen te: sol un franco
fermo stato è molt al ciel dissopre.
Di la cadesti e sei per monta rvi ancu.
<< Littera 'n questa umana vita di due strade
P) thagorae di-
crimine ecta dritto sentiero pigli e lasci 'l manco.
hicorni >l.
VrRG . Però ch'al fin de la piu moll e etad
ti trovarai sul passo di Eleuteria,
che per doi rami è guida a dua contrad
Quinci ratto si viene a la miseria ,
quindi al pregio acquistato per lung ' u o
ché s'ha quanto di aver si da materia.
Ovver fia dunque tempo che 'n ciel suso
ritornarai vittor di questa giostra
u cascarai , di quel che sei, piu giuso.
La donna, che si cruda ti si mostra,
fidel ancilla de l'Eterno Padre,
non odiar, perch ' è la madre nostra,
nostra non pur, ma d'ogni pianta madr ,
Almafisa chiamata, he riceve
Pulchrum ua- ua fama in variar cose leggiadre.
tu rae varietas
e. t. E s'or il mondo t'ha cangiato in n ve,
non d'asp ttar t' incresca, perché i lidi
rinnovellar de' fiori ancor ti deve .
Né sia perch'animale alcun invidi
uomo per piume o squame o pel h s'abbia,
né perché sappian tesser antri o nidi ;
e tu sol, nudo, isposto a l'empia rabbia
di Borea, veda ogni vil canna e legn
a rmato contra 'l freddo ed atra scabbia.
Questo fors e ti pare d'odio segno;
pur sta' sicuro e fa' che ti conforte,
ch'odio non è, ma sol un breve sdegno.
(< Teneamu

ut nihil cen· S'odio tal fuss e, ti darebbe m rte,


se a m us esse
malumquod it né avrebbeti produtto Dio giammai
a naturadatum
homin ibus >). né fatto del suo regno al fin consorte .
C1.
ELYA PRIM 199

- O me felice - dissi allor - non ma1


sser nasciuto e, senza altra vittoria
di arne, gioir sempre in gli alti rai .
-Ne' rai- quella rispose -de la gloria,
d cui ragioni, per g ioir non eri,
pria non dato avessi qu i memoria.
Alma non fu né fòra mai che sp n,
innanzi d' esta vita i vari affanni,
•iver del ciel in que ' lunghi piaceri.
Guarda, figliuol, che fors e tu te 'ngan ni ,
' sser for che 'n idea ti pens i eterno ,
nanti la forma de ' corporei panni.
Li quali ebber principio dal sopern
Padre, con l'alma scesa in questi rruai,
ve, de la vertu se col governo «A ua!iter
e in adversis
di questo vento l'onde sost rrai, g r re quid a-
liud t quam
che non ti caccia quinci e quindi a voglia, saevientem for-
tunam in adiu-
oh lode, oh fama, oh pregio che n'avrai. torium ui pu-
Però d 'esser nasciut non ti doglia, dore v i c t a m
converte re?».
n· eli Almafisa il sdegno oltra ti pr ma, V L. MAX .

ché 'n ciel déi riportar felice sporrlia,


salirai opra la cinta estrema,
h le sog ette del suo moto a 1 a
e molto di lor proprio moto scema .
nchinia industre sono, sempre fi a lndu tria.

upplir ai mancamenti con bell'art ,


mancamento è in qu lla d' Almafì a.
é son , quand'ella ce si, per mancart lndu tres bo-
mine , ubi dor-
di pronti avvisi e di sa aci modi, ntitare v idetu r
natu r a, exi -
aprendoti mie prove in ogni part . Jiunt.
Fra tanto cosi stretto in qu sti nod i
Yorrlio tenerti, fin che a t mp ritt
ti sosterrai su piedi fermi sodi .
. fa viene ecco mia sore, che n E itt Ar:. liberali .

uscita, da' caldei l uman dottrina


portò d le scienze a tuo profitto ;
200 CAO DEL T I PE L' N O

T eolo ia . ed anc è a udace si, ch'as ai 1cma


so ente a Dio poggiando si ritrova
e ed lui d 'una person a e trina.
Fis ica Costei l'altezza di natura pro a ,
L ogica distingue, insegna in ar omenti ferm i,
Ietafi ica . ma sopra lei sol contemplar l giova,
ché sa quanto ian d bil ed inermi
gli sensi umani e la divina altura,
non che i ragionamenti ottusi 'nferm i.
Geometria Costei Ja te rra, il mar , il ciel mis ra,
Arit metica nomera le cagion di piogge venti
strologia con l'osservar di stelle ogni mistura.
:\1u ica. Costei qua giti gli armonici concen ti
se p p cavar su dal so a moto,
per levamento de l'afflitte genti.
Magia. Costei, de' spirti con vigor, l'ignoto
cognito fa, li quali sotto l'etra
pendon ne l'aere piti dal ciel rimoto.
Medicina Costei sa 1 virtti d'ogni erba e pietra.
rte oratoria orando persuad il giusto il torto,
Poe ia e canta e' gesti altrui ne l'aur a c tra.
F ilosofia mo- enza costei non è stabil conforto
rale.
di questo mar al travagliato corso:
la lei tu sempre avrai s curo porto.
otto meta fo - E d io con lei ti mostrarò quell'Orso
ra del navigar
otto tramon- con l'Orsatino suo, eh sian tuo g uida
tana parla di
Camillo e suo per ogni spiaggia e p riglioso dorso .
figliuolo Paolo
di casa O rsina. on sani ento mai che ti divida ,
stanne sicuro, dal g ov rno loro,
che la sua luce altéra nol conquida.
Quel di inegia sommo concistoro
muov sotto costei lo gran stendardo
e pose in man de l'Orso il leon d'oro:
Arte mil itare. Orso non m n di senso che di g uardo ,
pronto a le imprese, liberai e schietto ,
veloce al perdonar a l'onte tardo . -
SEL A l RJ:\IA 201

Parla a la dongiella ran di letto


favoleg iar i qu Ilo si pr nd a
quando l 'altra , giungendo a lei rimpetto,
o n voce e viso alti r si dicea:

TEC ILL .

u presto, nchinia, su, eh tar 1am noi? << l'rae ·tan ti -


imum a nimai
E sca d'imp accio ornai né pm s i Jasc e t homo in t er-
ri exi tens >>.
tanto bel spirto avvolto in quell fasce. .\P! ' I.Eil'S.

eh · aver et rni m iel dé' i iorni ·oi ~

A Hl l A.

Far una impre a tostam nl e bene ,


eh d'alto pre io ed eccellent m,
nostra v rtu non è, T cnill a mia ,
ma solo al Re celest ciò conviene.
E gli sol è, che tra 'l pen i r l'atto
non ap tempo, q uanto es er può , br ve;
che producendo un fior non ha men l ve
fatica, ch'ebb a far quanto · mai fatto.
Que t'animai è di maniera tal e , Homo o mnium
animalium
che, qual sia p r venir, non vien si presto· ce!lenti imu
difficiles habet
cosa non gia d'altro anima!, ché quest ortu increm n-
taque a rda.
V1 dapoi, quell è caduco e fra] .
Però an temp , ov l 'art s ' irnpa 1a,
va tanto piu quant'è l'opra piu degna :
tu stessa el sai , n · alcun altro te 'nseg na,
se non la prova le tu stanche braccia.

TECr ILLA .

on l dir tanche, e 'l sudor g radis e, << Genero o


animo lab or
ché un olce incarco mai non fa stracch zza; nutrit ». EN.
onde, quanto lo indugio, la prestezza
perfettamente ogni opra sua compisce;


02 AOS DEL TRIPER '

eh ·, ov inter i n de nostri al ti pen ieri


olunt roso ed avido consenso,
• b alfectu per- si pria l'affetto e p oi l' ffetto imm nso
fici tur ffe tu .
cresc , ch' al fin non ha eh piu alto 1 en .
Io sola in l' uomo tutti e' mi i concetti
lieta riposi, non in altra cosa;
e tu, Almafisa, b nché neghittosa
gli s i, non temo gia che 'l sottom tti .

Hl r IA .

Taci, non dir cosi , g ermana sciocca ,


(( cit vox ch'error di lingua va né mai ritorna ;
mi a r ver ti )) .
H OR . troppo sei baldanzosa; e chi le corna
m ciel vòl porre , al fin giu si trabocca.
atura non pur l'uomo, ma , piti d'uomo
s cosa altéra nasce, p er la chioma
la tien al segno; egli la g rave soma ,
olendo o no , sen porta, umile domo .

TEC ILLA.

at urae hu- i ; quando l' arte mia non vi s' arris a


manae in com-
m da q ui recte opporsi a quante passioni ed onte
p hilo p hantur
no n magni fa- fargli può mai quella soperba fronte ,
iu nt.
ch'ei sotto flagelli s' invilis a .

A CHINIA .

Tu fermam ent , se non tutta, m part


sei fatta tolta e garrula, T ecnilla ,
la qual in foggia d'arrogante ancilla
a tua madonna crediti agguagliarte .
Ars, in quau- o ben eh' ogni pensier hai d imitarla
t um potest, na -
t uram imitatu r. e, vòlta in tal desio, sempre la im idi ;
onde, perch · non mai la giugni , gridi
e latri come chi d'altri mal parla .
SELVA PRIMA

Ma ta' sicura che senz'onda il mare,


senza spl ndor il sol , senza bel ve
e nanti senza aug Ili fian le selve,
ch'un picciol nevo mai lei poscia eq uare .
E ciò saper non m 'è durezza a lcuna ,
quando ch 'io d'ambe oi son l'aiutri e,
ed anco Pirra , donna ferma , altri cc « P~; t \ ,rio;,
u us arte m ex-
di tutt prove, vien m eco in qu st'una p ri e ntia fccit ».
l\f.\:--11..
sentenza : che Natura, in un momento
formando un pie iol vermo, eccede tanto
l'arte operante al sforzo estremo, quanto
ogni vil cosa l' ampio fermam ento.
Di che qui darti intendo un sano aYvi o:
e alcuna è in te virtu, la riconoschi
sol d' Almafis a, eh e i monti e bos hi
Cl nega , l'apre nostre son un riso.

TEC ILLA.

on far , Anchinia, piu di ciò paro l ;


so b n eh' Industria in losingar a tura
fu sempr aga, onde non ha misura Ul IU Cat
" luntat i ua
lo o-iudice che ti n la parte sola. obtemp r r e
non o rtet >t.
A TR .
r CHINIA .

e d'adular son aga nostra madr ,


tu adulterarla piu ; ché ' n l'altrui vista
fai natura! quel eh ' opra è di sofi ta Ar phi ti-
a ap p ar n
né men le mani hai d le vogli Jadr apieutia est,
t non e i ten s.

TEC lLLA.

M' all egro ben che te stessa condanni !


O scema d'intelletto, non t accor i
quanto di scorno, me biasmando , po rgi
a te medema e ' l tuo veder appanni?
20 CA DEL TR IPER

n io n l'apre mie piu da r wn


eh da l'industria mossa , n l'aspra imago
Ragione. d la iril Etia ben piu m appa o,
che 'n la tua, ornata sol di fizzion
Hominum in- eh · quanto a\·anzar puoi de l n st r'op r ,
du tria metal-
lorum conver- t' industli pori in g rembo d'avarizia ,
ionem (quod
est naturae) ob fai c si, ch e l'empia tua malizia
avarit ia m
qn aerit. ol manto mio n gli occhi altrui COJ re .
P rò qual mara v i o-lia e la fra u d
di eri ta sta involta ne la pell
Lib rali. ar e s imputat a l'arte sian le fell e
ulpa manuali
industriae sa - tue a tuzie, nde Almafisa rid e plaucl ?
p e calumniam
patitur, ut p a- n rid plaude in foggia di chi, altrui
tet d a lch im i-
ti s. odiando , il v de scorso in qualch sch rno .
E tu quella pur sei che ne l'inferno
t' ingeo-ni pen t rar ai luog hi bui
e trame la cagion di tante risse ,
furti, micidii, stupri e sacrilegi:
dic 'l metallo , con cui adorni e fregi
l m enti umane si, che 'n quel stan fiss
<< • agnitudo n· più s'innalzano a specchiar il lum ,
pecuniae a bo- 1
no et hon to eh io di atura posi oltra la cima,
in pmvum abs-
trah it >> • m n d'un'arca d'or' si prezza e stima
. ALL T.
un atto genero o e bel costume .
Ma per h · l' ingordigia di quel mostr 1

c'ha ventr e morso d 1 adamante foco


empir non puoi, eh · ogni e ca gli par pu co
va fremendo in quest mortal chio tro ;
tu h l varmi d'Arte il nome rchi
quel che lchimia si dimanda pormi,
altri metalli in or' par eh trasformi :
oro non ono ed esser pur alterchi !
" emper di- Misera eh tu sei, non 'edi chiaro
scente et num-
quam ad scien- ciò che fai enza l'arte sa di froda?
tiam v eritati
pervenientes ». non edi ben che non si rumpe o snoda
PAt:L .
il laccio che a la gola tien lo avaro ?
LYA PRL 'I A

Quanto meglio farai non dipartirti


dal primo no tro rito modi antiqui
e 'n estigar in ciel qua' ian li obliqui ,
e qua ' gli dritti egni, piu alto i spirti
eh causan e ' duo moti tant fiamme
sco p rte a l' uomo nostro, che 'n la culla
qui tieni avvolto come cosa nulla,
cui rump r a ia 'affr tta Cloto il tammt: ~

A CHI NIA .

'io si rubalda qual or m hai depinto


io teco fusse , o maldicente don na ,
rubalda anc sar i con mia madonna, ::-.rulta ;,un
q u ae nat ura in -
c ha fatto l uomo non, com tu finto. d n tr ia no -
strae re liqu it
Tu fingi l'u mo, anzi tu 'l stempri e spezzi, fa cie nda ut do-
mina a ncilla .
tu ' l sn rvi tu 'l di ossi, ua ti spolpi,
e poi, se mal gli ' ien, atura incolpi, ); at ura en im
quae b mini
ch e piu d ' un uomo una formica apprezzi. v itio c rrupt a
e l multa in-
immi , insolente donna, p rché resti c ommoda g -
neri h u m a n o
con quella ~ rza tua , che d' lmafissa p a dl.
p a sa l'altezza (si la ai prolissa. ),
oprar che mal alcun non l'uomo infesti .
e ferr o è il nen·o, se d ' azzale è il braccio,
se tant 'è 'J tuo valor eh' a er ti vanti,
perché non mo i le cagion d ' nti
uman affanni, febr , cal do e ghiaccio?
p rch · non fr ni (se la Grecia tua,
o si plende, parla s mpre il ero )
quell olo, de ' enti c ha l imp ro ,
fa entir altrui la forza sua?
perch'anco in cielo, d'Orion a tergo
latrando , un picciol Cane tanta rabbia
arg d 'ardor , e tant umor e scabbia
iffunde il rao-o dal suo e erno alberg ?
206 C O S DEL T R IPE R O

O l tra dirò: per qual cagion non velli


. 1or omn ium de le sanguign e mani di Tanéta
nat uralium in-
ommoclitatum la falce, che g iamm ai non si racqueta
terribilissima
homini est. truncar gli umani e farne p o lv d' eli i ?
Tanéta i' dico , si, atra ninfa cruda,
che i tuoi Platoni e cerati non scelse ;
anzi , quanto le teste son piu eccelse,
l or p zza e d' elli tu ne resti nuda !

TEC ILL

Q uanto a le dua stagioni a l' uomo infeste ,


non ti rispondo , perché gia la impresa
lndu t ria q uip - ti diedi di ciò deg na: far la spesa ,
pe h umana di -
i mu temp o· contra lor , d 'ombre , tetti , piume e vest
r is iniu r ias
ferre. Ad altri morbi assai per te si occorre
c 'hai imil sercizio , né vergogna
ti paia imprese aver da la cicogna
un entre adusto foggia per diporre.
Duabus sed E com a la mia ninfa Filomusa
diversi ti bi is
utttntur m u i- la tibia per isporre il canto usata
ca et medici -
na . trovasti gia , cosi h a Farmacia grata
la tromba che al purgar un ventre s'usa.
i ta ' re medi al miser uomo e schermi
contra l'offese di atura certo
studio ti i n , e poi la laude e 'l merto ,
perch · soll evi, Anchinia mia , gl ' infermi.
Ma quanto a quel ch e l' invincibil ferr
" 1or e t mu-
nu n ce sa- de l ' improba messora frenar debbia,
ri um natu r ae
iam corrupla , oglio non puoter farlo ch é di nebbia
quae non est per mezzo suo , gli alti intelletti sferro .
fugie nda, sed
potiu amplec- La morte a miei seguaci è un'esca dolce
tend a t iteru m
fiat v l un t a- e di atura for del fango i purga ,
r iUJo quod ftt-
turum est ne- ed è cagio n ch'un' alm a d 'om bra surga
ce arium >).
lo. CHRYS . ne l' alta luce di che ' l mondo fo lce.
ELVA PRH.'IA 20 7

« Qual è chi VI a non vedrà la morte ? i> ,


David cantava lieto ne la cetra,
bramoso il gentil spirto d' esta tetra
prigion uscir a la celeste corte.
Però di' meglio, eh' io puotendo tiri
tanti miei figli tosto d'esta tomba ,
ché un cor non p iti s ' incende al son di tromba ,
d'un 'alma santa a gli ultimi so pi ri
né farle può Natu ra piti o-rand 'onta
ch e 'n questa vita sua menarla in lungo ,
la qual pò in vidiar un fior un fungo ,
eh nasce e mor fra un sol ch 'ascende e smo nta .

A CHI I A .

tolto parlar se non stolta rispo ta


potrebbe aver ; onde chi sempre tacque
a gli insolenti detti, sempre piacque:
dico quanto al clistero o sia sopposta .
Ben si potrebbe un portko, un palagio ,
un vesta! tempio ed un a nfiteatro
addurre in loda mia, l'arm e, l'aratro ,
la naye e tante cose ; ma 'l malvagio
ra ncor t'accieca e légati la lingua,
che non pò dir quel eh ragion la sferza .
Tu non sei prima né seconda e terza,
quando che l' ordin nostro si distingua,
e ti credi esser, non di te son quarta .
Roditi pur, e sai , che non ti cedo;
e s'attendermi vòi mentre ch'io riedo ,
pos i ondu r chi tal dubbio diparta.
20 .\OS DEL TRJ PER ' X

TEC... ILL

tem raria d arrog nte . mira


com si g nfia q uesta fabbra v il e!
Q ual giudice sarei tanto sottile,
Omnium ar- he nostra lite concia? d immi , · Pir ?
tium e perien-
lia inde · Yide- dico quell'altra de l prove mastra,
tur .
che , come tu, vantando i a h' io
cosa h vaglia senza lei non spio,
e d i lmafisa appellami figliastra.

A ~- HL ' IA.

a ntar drittam nte pu ' qualunque


trova i aver s r ito qu alch ' ingrato ;
eh· quanto ben ' in t non l' hai trovato
e non p r il uo mezzo. E pur, ovunqu
esser ti tro i , ch'altri non conosca
l' astuziett t u donde prevali ,
ti fai si o·ra nd che, s a ssi l 'ali
An. ompa- co i d ' og ni altro auo-el com'hai di mo ca,
ratione natu -
rae mns a est egual salir arresti al gran Monarca ;
ad a q ui lam.
lo quale sol òl essere, eh senza
-ian J'opre sue d ' alcuna peri nza,
o e egli pienamente ratto arca .

TEC ILLA.

Di me medema meco mi ergog no,


trovandomi altercar con e sa t co !
Hai forse il capo tepido d i greco,
ubriaca che tu sei? ch'ancor bisogno
farotti a er del tempo , c'hai qui spes
in dirmi ol tra gi m retrice lorda!
E LV P IM A 20

Hl I .

on m1 toccar, Tecnilla , qu esta corda ,


eh · peggio sentirai quel c'ho sospe o
di lingua in cima . r taci e fin tuo meglio !
Dir onte altrui n · udirle ol r poscia, « Quod ab alio
odi s fieri ti bi,
è di p azzo co tum ; ma, d'angoscia vide ne alteri
tu al i quando
mentre sei pregna , \a' mirarti al speglio, facias ». Tou.
se ve rgognarti vòi piti del tuo volto
fatto di mo tro p er soverchi a furia,
che litiO'ar qui m eco e dirmi ingiuria .
le uali di te meglio forte asco lto.

TRIPERU O.

Eran le dua sorell e ornai i d ira, ~< Furor arma


m inistrat ».
p r la puntura di sue lingue, in cima. VIR .

che fu tra lor per es er pugna dira.


:\ia g rave donna di molt'altre prima ,
dolce cantando , fuvvi sopraggiunta
la cui belta non quanta sia s estima.
n 'arpa con ua oce ben congiunta
fece che da le dua gia in arme pron
la gara venne tostamente sgiunta .
Latte di ti gre o sangue di dragone F ritas ad
harmonia on-
ben mostrarebbe a er beuto infante , ·entum fa cil
man ue cit.
chi non saltasse udendo sua canz ne !
o n è di pietra cor, non d' adamante
non di eron, Mezenzio, E rode, illa ,
che non si dii guasse a lei da ante .
Onde non pur , nchinia con Tecnill a
l sciar l' inO'iurie fattesi, ma ono
e uesta e uella piti che mai tranquilla:

T. OLENGO, Opere italiane. 14


[ CAO D E L TR I PER '0

anzi leg iadre, al numerabil sòno


di diece corde, mosser una danza,
Novem d - dando i un bascio ad oo-n i sba lzo nono .
trinae atq u e
scientiae nodo Qui vi Almafisa venne con l 'onranza,
in t ellig ub
no em mu a- fra mille ninfe d'arbori e de fiumi,
rum figu ra.
on s in ché ognun concorr a quella concordanza :
maxima p ro- n · men scherzan in cielo ' chiari lumi ,
portione et har-
monia orbes nel mar e' pesci, e 'n ci lo quei dal volo ,
coele tes invi -
cem locati unl. l fi ere in terra e i serpi ne' lor dumi .
Stavami ne l fascie tretto e solo ,
si come l'augelletto, il qual di tende
l'ale, ma non s'innalza e n'ha ra n dolo .
Chi su, chi g iti quel tutto che s'intende
da l'uom, e non a pieno , a lmen in parte ,
va, ien, trav rsa, corre, monta e scende.
C ncord antia . - Ciascun mai d'Omonia non si diparte .
cosi la cantatrice udi' chiamar ,
che i passi altrui col canto suo comparte.
Io che l' errante macchina danzare ,
D eu n sler per quel olce concento, vidi al moto
g loriosus m -
nia in numero, um rsal e poi particolare ,
pondere t meu -
ura creavit. di uei legami tutto mi riscuoto ,
come colui che lungo indugio annoi,
dovendosi asseguir qualch e suo voto.
velsi di quelle scorz un braccio e poi,
con quella svelta man che i nodi sterpe ,
tanto cercai ch'usciron ambi doi.
E con quel modo ch'un immondo serpe ,
edendo o era 'l ghiaccio , nato il fiore,
si sbuca lieto d'un'angosta sterpe,
dove si spoglia il ' cchio corio for
tutto d'argento, ed or fassi piti cinte
« ihil non
lam p ropr ium del ventr al capo ed or s gue 'l suo amore ;
hu m anitatis esl
quam r mitti tal io , poi che le spoo-lie risospinte
dulcibu modis
astringiq u e m'ebbi d ' ad do so, per danzar su m' ersi ;
coutrari is > • ma furno dal de io mie forz vint .
B o i~T.
EL A PRIMA 2ll

Ché surto in piede star vi non soffersi ,


anzi cascai, donde corse a comporr
Anchinia un carro, il qual m co si ver i.
Su tre rotelle il carriuolo corr ,
ed è, si come io son di lui, mio gu ida
che al passo infermo de bile soccorre.
Di ciò par ch' Almafisa se ne rida ,
che 'l legno arCYuto poCYgia ovunque poggio ,
e che l' industr Anchinia è che m'affida .
Ma con le mani a lui m entre m'appoggio
ed ir con seco quinci e quindi bramo,
ecco me 'ntoppo in qualche adverso poggio ·
di che sossopra il carro ed io n'andiamo:
quel resta intégro ed io n'ho rotto 'l naso,
e che ritto mi torni Anchinia chiamo .
Anchinia mi rileva, e d ' gni caso
per le percosse eh' atterrato piglio
presta ricorre de l'onguento al vaso.
Ed io , ch'oltra 'l dolor esser rmigli
comprendo il lito d l mio sangue, in oco
lei con la mano posta al pesto ciglio.
Ma quella mi risana, ed anco al gio o "utrL itaqu
fideli sima da-
di quel mio tal de triero mi riduce, tur h mini in-
du tria.
in fin che da me stesso, a poco a poco,
ir poscia senza il carro ed altro duce.
--- -- ---~-·------------

2[2 C O DEL T RI PER --0

I APIYER l ELLA E TENZI

«co RDA TIA - DVRA T - CV CT - T RE - FEDERA » .

UR TI •

ome 'l primo loc mobil ci lo,


pposto a quei che volgono le telle ,
~ o n li distem pra e sé tram uta i n foco?
o m 'è sospesa? e chi o ti e n la terra?
nde con lei forma ritonda il mar
R itien e mai posando non ha pace ?
i ordi qua- ' una concord e ragione ol pace
dam c ncordia
oelo elemen - ins l 'alta causa cielo a cielo ,
taque u om-
nipot n a trin- :\ men con pace in maggior cer hio il mar
xi t.
T i n i a la terra, giran ette stelle
n tte sfere, il cui centro è la terra,
n ti da l' aer inta e poi da l foco.

ubbio non è che 'l m nd o m acqua o n foco


\ - rni sommer o, quando la lor pace
< lpse qu que R otta sani, per sfar il mar, la t rra ,
in fatis·r min i-
citur affor~ Ilor che d · ' f rmarsi il n no ielo
tempu l quo
mar , quo td- :\ é piu rotarsi 'l sol con le e1 telle ,
Ius c: r repla-
que regi coeli T rarsi n l centro de la t rra il mare.
l ardeat et m un -
di moles p -
r . a laboret H. rebbe, fu tempo gia, u l' alp il mar
\IO .
V rar il mondo deve an or il fo o ;
o n fia perpetuo il gir d le telle ,
he al fin col cielo a\ ran quiete e pace;
T ratto gia il ceppo uman o u nel cielo
.\ tar i sempre , o 'n centro de la terra.

L
EL\'J\ PR T ! A 2T~

on t'in ag hir dunqu , omo de la terra.


A nzi cont n di (ov di gloria il mar
T u lieto solcarai) salir in cielo ,
'sempra t 'arda l' amoroso fuoco.
iposto d'alma in alma in somma pace,
E sotto i piedi ti ed rai l stelle.

F c l' alto fattor , sopra l st Jle


E giu nel più profundo de la terra ,
ue stanze , l'un a detta eterna pac ,
E l 'altra, di perpetuo foco mare.
R inchiuso entro la terra, a l ' ombre, è il foco;
l'alme , gioia eterna su nel cielo.

Fe' Dio l'uomo di te rra , ch e ' n le t elle


aves pace ; ma chi na que in mare \'enu , quae
maris spuma
trall o dal cielo in sempiterno foco . nata e t, p r
Yol uptate car-
nali accipilur.

TRII'ERU~U.

Po c1a che vide, per Industria ed . rte,


atura finalmente l'uomo in piede
corr r veloce in que ta e 'n quella parte ,
ed esser l' animale il qual po ed
alto saper di ragion dottrina ,
che fora poi d' eterna vita erede ,
con lieto e dolce aspetto a me s inchina,
qual mansueta madre che al figliolo
prima di sdegn fu cruda e ferina .
D innumerabil figli dentro il tolo
da lei fui ricondutto al bel giardino
do e altrui ive lieto e senza dolo.
2I.t AO DEL T R IPE R >'0

UI VI sotto 'l pacifico domino


l nn centia. ed a urea stagion di Akakia ,
is i gran tempo emplice bambino ,
fin eh' indi mo so p i , per lu nga ia ,
V rita et Li- fui ricondutto a ritrovar ltèa
bertas.
]'altra donna eh ' n no tra balia
commette amb trade bona rea.
EL\".\ PRHIIA 21 ~

DE LA P ERlZlA ED A REA TAGIONE

EUTERPE.

Gia rinnovell a intorno la stagione ,


ch'eternamente verdeggiar olea
prima eh' a esse Astrea << Et virgo
c aede maden-
gli uomini a sdegno e sé tornass a1 d ' i, tes l ultima
coelestum ter-
lasciando in !or quell'altra cosi rea ras Astrea re-
liquit » . Ovm.
che li arde, mentre Febo alto 'impone
al tergo di Leone,
o quella eh dai monti iperborèi
riporta il gielo a gli afri nabatei.
Or che l'occhio del ciel aggiorna in Tauro,
or che 'l fior spunta o e 'l ghiaccio dil gua, Bor as.
or che ' l scita co' l' indo vento tr gua Auster.
fatt' hanno e dato è in preda il t mpo al :vlauro
Zefiro torna incolorar i lidi , Zephim .
e i pronti a te ser nidi
vaghi augelletti, per !or macchi errando ,
natura v an lodando,
c'ha ricondutto cosi lieti giorni,
d'aura gentile , d'erbe e fronde adorni.
Férmati, Apollo, pregati, nel grado ,
eh oggi ascendendo poggi elve abbellì
e gli aurei tuoi capell i
empratamente spandi a l'universo ;
onde amorosi, leo-giadretti e snelli Amor .

ne vengon li animali tutti al ado


non d' lstro, Gange o Pado ,
ma del suo natura! abbietto erso
e ha l'un de l'altro , quand'è 'l ciel piti ter o
erde la terra, il mar tranquillo e piano .
Férmati pollo , e 'n si bel trono sedi,
fin che a le mani al collo a l'aie ai piedi
2 !6 CA DEL TRIP E R

« d fugit del Tempo (egli scamparse a man a mano


int rea, fug it
irreparabil e s'asseta, tant' è vano .)
tempus ».
IRG . Piren ed Appennino ian appesi,
che non si parta e i me i
porti con seco e l'aura e 'l dolce umore ,
ch'or monta in ogni foglia, in ogni fiore.
L'aureo , gioioso e mansueto aprile ,
ch'or sparger d ombre i verdi campi eo·gio,
piacciali eterno sego-io
qui prender nosco, ch 'altri non succc a .
Aureae pueri- Partito lui, i a di mal in peggio ;
tiae uccedunl
libidino a iu- mentre vi spira l' ausura a o-entile ,
,·entu , ambi-
tio a virilita , Parca non sia, che file
curio a senec-
tus, sto mach - umana vita, e Morte a Pluto rieda,
s a decrepitas . sol ombr ove posseda ;
rinverdasi da sé ornai la terra;
valet aratri, marre, falci e zappe ~
non piu epri saranno, cardi e lappe.
Quella natia vertu che 'n lei si serra
enza ch 'altri la sferra,
uscendo stessa ci dimostra q uant
ia di natura il manto
Per s fert piu bello enza l'arte e p m era ce,
omn ia t ell u .
eh' opra di voglia piu de l'altre pia c
Ecco di latte corr no gia i fiumi,
sudano mèle i faggi, olio li abeti ,
e u p r que' laureti
celeste manna ricogliendo vann o
le virgin ape; e i rosignoli lieti ,
c'han d'or' le penne, entro purpurei dumi
nidi d'argento e fine perle fanno ,
t< • • • fede e in- securi di rapina o d altro danno.
ooc nza so n re-
perte l olo ne' L' impav ntosa lepre lato al cane ,
pargoletti, poi
eia cuna l pria l'ao-nella presso al lupo queta dorme,
fugge che l e
guanze si an co- ché tutti li animai, gia in lor conform e ,
perte>.
DA ·r E. natura tiene in sue m ed eme tane :
EL\' PRI:\1 217

secun pesci ran ,


questi da lontra, quelle da le biscie;
non è chi strida o fiscie
l' un contra l'altro per stracciar i 'l pelo,
ché l'aurea etade gia scese dal ci clo .
Date quiete , posti li aspri gio\ri ,
a ' vostri armenti omai, duri bifolci ,
ed a que' fonti d olci
!asciateli appressare! né quel ri o
di voi sia alc un che piu 'l sostegna o folci ,
né chi di loco a loco lo rimovi
ché 'n questi giorni novi
non è di liberta chi venga privo .
Cantate anco , pastori, ch é l'estivo
freddo ardore non privar pit.i dt v
di latte od appestar e' vostri gre~-gi!
~on piu clamosi fòri , non pit.i leggi,
ché ciò vita gioiosa non riceve.
O giovo dolce e leve
a l'uomo ancora il qual sprezza fo rtuna , « Vitam bca-
ta m e fficiunt
iagli pur chiara o bruna, tr a nquillita
conscientiae et
ché chi vivendo non fa oltraggio altrui ecurita inno-
ecuro di l'aurea tagion è in lui. centiae >>.
GR Et, ,
E simplicetta e pueril canzone ,
come richiede il suo stesso soggetto ,
fu questa mia, dottissime sorelle ;
d i che a voi chiama: - on son io di quelle
che, Urania, crivi con si bel SOCYCYetto
e n'empi il sino e petto
ai duo novi Franceschi , l un ch ' aCYnelli
canta, lupi e ruscelli ,
l'altro del enator l' alta pazzia !
Ma chi fa il suo poter con gli a ltri stia .

FI l CE LA P RI MA ELVA
DEL TRIPER O.
DIV VATES

OPTIMA QVAEQVE DIES U ERI MORTALIBV AEVI

PRIMA FVGIT BE T MORBI TRI TI QVE E ECTV

ET LABOR ET DIRAE PARlT I CLEME TIA MORTI


ELVA DA

DI TICH

nu ad t tri pli i mihi nom ine vultus in orbe·


tr . dix ere Chao , numer Deu impar gaudet.

H X TI H

Mintiada inter fuli ca mihi ueta phaselu


urrere , nunc tumidi aequore fertur aquis.
uonam tanta animi fiducia? obil idu
ad titit en capiti quae praeit Ur a me .
Ursa poten mundi , firmo quem torquet ab axe
ur a poten pelagi qua duce nauta canit .
PREF ZIO E

Or pervegnuti siamo al centro confu i simo di questo nostro Caos.


aos, lo quale ritrovasi ne la presente seconda ~ sei a» di vari
maniere d'arbori , virgulti, spine e pruni mescolatamente ripiena ,
cio di prose, ver i ·enza rime e con rime, latini , macaronesch i,
dialoghi, e d'altra div rsitade confusa , ma non anco si confusa
e rammeschiata che, dovendosi que to Caos con lo 'ntellett
no tro disciogliere, tutti gli elementi n n subitament sapesser
al proprio !or seggio ritorn arsi.
TR IPERU ro.

D'errori, sogni, favole, chimere , « Tria su nt


difficilia, qua-
fantasme, larve un pieno laberinto, rum pen itus i-
gnoro: viam a-
eh' un popol infinito, a larghe schiere, quilaein coelo,
viam colubri
assorbe ognora , tien pri ·one e vinto , ·up r petram,
voglio sculpir non ne l'antiche cere , viam iri in a-
d l ce ntia
non ne le nove carte; anzi depinto ~Ila''· Ecc/es.
di lagrime, sudor, di sangue schietto
avrollo in fronte sempre o 'n mezzo 'l petto.

In fronte o 'n mezzo 'l petto , o unque io perga,


terrò qual pellegrino mi fortun ;
datimi, o muse, una cannuccia o verga,
ch ' io, scalzo e cinto ai fianchi d'aspra fun
veda come 'l sol esca e poi s'immerga
n l'O ceàno, e come ardendo imbrun e
qua li etiòpi e hi di neve imbi anchi
tartari e citi del bel raggio manchi.

Ma poi che di mia orte il duro e empio


mostrato abbia del mondo in ogni clima ,
fìa cosi noto , appeso in qualche tempio •• • le t. btùa
.· ac<..r l ,·otiva
od in polito marmore s' imprima, paric indicat
U\·ida l - u pen·
che chi mirando 'l cosi acerbo ed empto , d i e potenti l
,·estimenla ma-
considri ben qual sia buon calle pnma ris < eo » .
Hm~ .\'1.
che l' un d ambi sentieri d ' esta vita
i m tta entrare a l'ardua salita.
224 .\ OS DEL TR I PER

h, ben saggio colui che ' l uo dal m1


voler avra di erso ne' prim'anni
di nostra si dubbiosa etade, ch'io
volendo scorsi ne' miei stessi danni ,
tra olto in vie si alpestri dal desio ,
ch'anco ne porto il viso rotto e' panni,
fin che mia sorte, poi che assonto in alt
m'ebbe, giti ba so far mi fece un salto!

TR IPER r O.

lu ritia. D e l'innocente ninfa l'au rea etade,


l l bel giardino. le colline, i fon ti
« lJamnosa V annosi ornai, eh ' 'l tempo invidio o
quod non im-
!llinuit dies l n un istante quelli s' ingiottis e.
est>>. H or..

B andito dunque sol p r l'altrui fallo


E rra a quinci e quindi o e pur l'alma
atura mi torcea con fidel scorta.
Lex 11 tnrae, E ra quella stagion quando Aquilone ,
lJ.Uae omnia in
medium ponit. a l' iperboree cime sibilando,
l n etro i fi umi , in latte cangia i monti ;
acciomi dentro un bosco tutto solo;
T anto vi errai, ch'al fine mi compresi
n le capanne de' pastori giunto.

R iposto s'era Febo drieto un colle,


la sorella con sue fredde corna
ia percotea le sel e ed og ni Iipa .
ago di riposarmi su lor fronde
L a porta chiusa d'una mandra i ' batto :
Puls· nti ave- A l sesto e nono cenno fummi aperto .
l"ittlf, E\ ange-
lio te ·te.
tarsene qui i b n rinchiusi caldi
idi quei p egorari , a l foco intorno
B ere acque dolci e p sce rsi de frutta.
ELVA SECO DA 225

Q ual stato mai per che si sia sublime ,


V' ha pare al pastoral di contentezza?
A Itri di trame rifre car ed altri
M onger idi gli a rmenti, altri purgar li.

I ntenti ancor son altri gli agnelletti


P ortar di luoo-o a luogo e ri tornarli
otto lor madri , ed altri con virg ulti
E gionchi acuti tessono sportelle.

M a parte ancora , di piu verde etade, « Apparet nul-


lam aliam pero
I ntenti sono a g iovenil i gioch i. vitae b o mini
es e proposi-
L atte, salti di ver i e slanzar dardi . taro n i i ut, ab-
iectis vanitati-
I n altra parte s'usan dicer versi , bus et errore
T occar sampogne e contrastar di rim e. mi erabi li ,
Deum cogno-
A Itri , de' piu attem pati, di lor greO'ge scat et D eo er-
viat . LA CT .
T rattano , s'han piu spesa che . o-uadag no .
adon e ri edon a ltri, piu r obu ti,
R icercando le mandr , o e ben spesso
olpe, lupi selvaggi e piu gli um ani
Q!Y]i on discommodar lor santa pace.

I n oo-ni lor impresa vanno li eti ,


mand i l 'un l ' altro con gran fed e ,
M ercé che l capo lor a l'arte a pieno .

I i raccolto fui nel dolce tanto Iam per re-


minisc nliam,
N um ero lor e fatto di sua prole. ingruent e r a-
tionis aetate,
G 1a m mezzo al corso di sua lunga VIa homo suam in
se reco li t natu-
R otavasi la notte, pa so pa. o: ram et digni-
tat m .
E eco, dal sommo d ' una capannella,
ove molti pdstori guarda fan no
I nsieme al gra nde armento con l or cani,
de i, dentro una mirabil luce,
R esonar canti e dolce melodia.

T. FOLE. GO, Opere italiane.


226 CAOS DEL TRl PER 1.

P or go n l'udita e sentono che - Gloria


I n excelsis - dicean i bianchi spirti ;
E d avvisati dove l ah atore
asciuto giace , la, con all grezza
T o t da noi partiti, s'avventare
I n quella banda che fu !or mostrata.
ol io ritratto in parte for de gli altri
edevami pensar tal novitade,
I n fin che, ritornati, cose orrende,
M ai non udite piu, d'un fanciullino
A noi contaron di stupor insani.

<< Tu autem eco, senza far motto alcun ad elli,


quum oraveri
intra in cubicu- T utto sol tto quinci mi diparto,
lum tuum, ubi,
clauso ostio,
pa trem tuum
in ab condito sollevando gli occhi al ciel sereno
ora». Evang. V idi una stella rutilar fra l'altre,
A nti scorgendo sempre il mio sentero ,
J é mai fermo si fin che al santo loco
G iunto non mi vedesse e poi smarritte;
E d una oce ancor dal ciel mi enne,
L a qual dicea : - Felice riatura ,
I o son quella verace e chietta donna
ritas in C he vai cercando m terra e tornmi 'n cielo.
coelo moratur,
quia omnis ho- A ltea mi chiamo: or entra qui sicuro. -
mo mendax.

E poi eh 'ebbè parlato un bel oncento


' udiva d'arpe, cetre, plettri e lire.
T acendo poscia, fu non so chi disse:
SELVA ECO DA 227

T R I CORE

Or tienti fermo non girar altrove, «Turpe est


cede re oneri
o spirto avventuroso di tal <Tuid a; quod sem l re-
cepisti» . EN .
ma cauto va', eh ' un lupo non t'uccida,
lo quale altrui dal dritto calle smove .

é da l'antiche l gg1, per le nove,


sia mai , se non Iesu, che ti divida,
lo qual no n pur è sag<Tia corta e fida,
ma v1a che da vertu non si nmove.

Ben edi a quanta gloria il ciel ti deg na,


ché Dio (qual nome di rsi può maggiore?)
'olse adempir sua legge in tuo conforto . « rn1 ia quae-
cumqu.: voluit
ominus fecit
in coelo et in
Egli farsi uomo sol per te non sdegna, t rra >). DAV.

e g uida tal, che 'n que to um rrore


conduceratti di alute in porto.

TRIPERU

Io ben in t i di tal voce il òno;


ma , las o, che servarla fu i poi tardo!
E so che quanto tuttavia ragiono
non vien in te o; m sotto 'l stendardo
de l' rso grande, O\ e posto mi sono,
spero ir chiaro senza alcun ri guardo.
Or dunque in una o-rotta entrai soletto,
con passo lento e colmo di sospetto.
22 C O DEL TR I PE R O

Omnium mira- Qui la piu bella, one ta , aggia, umile


c ul o ru m prae-
stanti simum donna che mai atura, col sopr mo
est quum irgo
ine floris ir- suo sforzo e col di rado usato stile,
ginei d trunen-
to Deum homi- finger potesse in q ue t ben terreno ,
nem parit, qui a ea sul strame, in loco abbiett e ile
cornplectens u-
ni ersum an- (trova vasi al bisogno troppo stremo )
gu to praese-
pio p atitur in- riposto un suo nasciuto allor infante,
cludi .
nudo, a la rabbia d aquilon tremante.

E se d'un bianco e lio-o-iadretto velo ,


le an dosi 'l di t sta , non fatt' ella
qualche riparo avesse al crudo o-elo ,
pensato avrei che 'l par olino in quella
pa lia mancar do es e, e lui, eh ' n cielo
volge coi giri soi ciascuna stella,
strino-esse la stag ion orribil: tanto
prend r li piacque di miseria il m nto !

Con quel contratto volto ed alto ciglio


ch'alcuno mira cose str n e no e,
stavami prono a contemplar quel fio-l io,
(< Cognovit bo si di m stesso for, che men del bo e,
possessorem
suum et asinu de l' asinello men ebbi consiglio
praesepedomi-
ni sui , lsrael di riconoscer lui che 'l tutto mo e
ante me non ·
cognovit ». essersi carne fatto, non p r boi ,
E AIA .
non altri bruti , no, ma n ervar no t.

n for di stil e d uso uman sembiante,


una celeste angeli ca figura
di quel nasciuto allor allor infante
fu, eh 'al veder mi tolse ogni misura .
Ché s'al visibil sol non è costante,
or che a] divin potea nostra natura?
Bench'era in arne ascoso, pur non pote
di fora non a er de le su e note.
ELV ECONDA 229

Non che ' ntendessi allora la cagione


ch'io fussi in quel fanciullo si conquiso;
ma , vinto da non so qual passione,
piu tosto che ritrarmi dal bel ' iso
lasciato a rei non p ur le belle e bone "l.J nguentum
suave t opti-
cose del mondo, ma a neo il paradiso . mum est amo r
ummi boni,
E finalmente io, sciocco (temo a dirl o!), quo pe te men-
t i anantur et
stetti piu olte in voglia di rapirlo; cordi oculi il-
luminantur >).
BASI L.

rapirlo meco in parte ove sol io,


nutrendo! prima, l' adorassi dopo ,
sperando non mai f6r a eh ' altro Dio
maggior di lui mi soccorresse a l 'uopo;
quando che 'l mundo tant'era in oblio ,
che l'in do , il mauro, il scito e l' etiòpo
cin<Yevan il g ran spazio , ove ch i l sole,
chi 'l mar, chi un sasso, chi ' l suo re e cole.

Ma for e accorta del p nsier mio foll


in far tal preda la pudica donn a,
l vatolo di paglie, i el tolle
in g rembo e 'l ricoperse ne la <YOnna;
ché esser d'uomo veduta 2'ia non volle
mentre li porCY il latte . Poi l as o nn a , ( La la, m -
ter, cibum no-
ed assonnato il bascia e tornai anco trum · !acta
panem de coeli
sul strame, a lato un vecchio <Yra e e bianco. arce enientem
e t pone in p rae-
epium elut
piorum cibaria
Ma non i tosto gi u posato l ave, iumentorum >>.
A G.
ch'un giovenetto a lato, in este bruna,
qui sotto entrando porta un g ros o trave
di ponderosa croce, ed altri d una
colonna carco; e dopo loro <Yra\ e
e longa tratta d' angioli 'aduna
intorno del presepio, lagrimosa ,
ciascun in man avendo una ol co a:
CAOS DEL TRIPER O

questo di spine una corona, quello


sopra la canna una spongia bibace;
chi un chiodo, chi una sf, rza, chi 'l martello,
chi l'asta, c h i la fune, chi la fa ce.
La donna, quando i vide, in atto bello
presto si leva e vereconda tace .
Quelli non men di lei onor le fanno,
poi taciti al fan ciullo intorno stanno

(dorm 'egli ) in atto di basciarlo mille


«O iugum e mille volte, né esserne satollo:
sancti amoris,
quod dulciter par che nettar, ambrosia e manna stili e
capis, gloriose
laqueas, suavi- da gli occhi soi, dal mento, fronte e collo !
ter premis, de-
lectanter one- Eran le cose in modo allor tranquille,
ras , fortiter ch'al mondo non sentivi un picciol crollo ,
stri ngis, pru-
denter erudis! >) . come s con la notte l'universo
BERNARD .
stesse nel sonno, co ' l'infante, merso.

Ma dopo alquanto indugio, ecco 'l piccino


subitamente non so chi disturba.
Egli alza il guardo e vedesi vicino
cinger intorno la celeste turba,
ch'ognun sta penseroso e 'n terra chino ,
con quelle orribil armi ; onde si turba
nel volto il bel sembiante e di spavento
piange, tremando come frond a al vento.

Si come al vento foglia, trema e piange,


né 'l viso piega mai da quella croce;
e mentre qui si dole, cruccia ed ange,
quattro angioletti in lagrimosa voce
Divi Ambro- incomenciar un inno detto il Pange;
sii hymnus.
il qual pensando, ancor m' incende e cuoce
de l'amoroso foco , il cui oggetto
spezza di fiera non che d'uom un petto.
SEL ECO D 231

Non fu gia pietra in quelle mura (pensi


un cor gentil eh' esser dovea la madre !)
che non s'intenerisse ai forti intensi
gemiti del fanciullo, a le leggiadre
rim e di que cantori. Ond' io con densi
sospiri m'avvicino al bianco padre,
col qual piangendo mi proposi allatta
non ma1 distarmi piu di quella grotta.

Grotta gioiosa, che degn assi 'l cielo


partir de le sue cose in mia salute !
g rotta felice in cui di carne il velo
intorno idi aver l'alta virtute !
g rotta salubre, ove servato il stelo
di pudicizia nacque , tra le acute « Veritas de
terra orta est
mondane spine, il fior tant an ni occulto, et i ustitia de
coe l o prospe-
di terra uscito senza umano culto . xit >>. DAYID

Poscia che i quattro spirti bianchi fi ne


po er al Pange tillgua u/oriosi,
q uel da la croce, c'ha l'aurato crine,
d'avolio il viso e CY!i occhi si amaro 1,
l'aie tessut d'oro e perle fine,
dritto i le a in piedi con ritrosi
g uardi er' me, stendendo la man destra,
la eroe sostien con la sinestra.

GE IO

Uomo, animale - di e - fra gli altri solo de la ragione ca-


pace, che de gli eterni p iaceri con meco sei ad essere felicissimo
consorte (non g ia perch ' né tu né di tua natura alcuno giammai
facesse impresa veruna pe r la cui dignitade ciò guadagnar si
potesse, ma l'infinita d'Iddio bontadè cosi a do er avvenire nel
principio dispos ); or odi quale e quanta verso oi uomm1 sia
stata di lui la ben olenzia. Lo quale, da l'antico legame di perdi-
zione p er scatenarvi CYia non sofferse aver a chi o se istesso
232 C.t\OS DEL TR!PER 'O

condennare ad essere un simil e vostro eli carne, una vittima ,


un sacrificio, un miserabilissimo spettacolo , dovendosi egli sotto-
t< Fini legi mettere a la severa legge, di lei non pur conditore ma distretto
Christu ad iu-
titiam omni osservatore, mostrandovi, con esempio prima e con dottrina poi,
credenti ».
PA UL. per quanto piacevole sentiero ciascuno di oi, le sue vestigia se-
guendo, potrebbe al lum di verita pervenire . Da la quale , per
(< Tota vita l' infia ta soperbia de gli ignoranti dottori e saviezza mondana, tutti
Cbristi in ter-
ris per bomi- ornai sète m iserabilmente sotto l'empia potestade d'un tiranno
nem quem ges-
si t, disciplina traboccati, lo quale sepolti, non che imprio-ionati , nel puzzo d'ogni
morti fuit >).
A uG. scelleraggine sin ad ora v'ha ritardati. Vedi tu cotesto bellissimo
fanciullino, questa leg2iadretta sopra ogni altra criatura? questo
uomo di spirto e carne testé nasciuto? Lo quale so che ti pare
soave tanto, che g ia di non voler indi partire tu ti sei ferma-
mente deliberato . Se io, che sol spirito sono, cosi fussi agevole
di ragionar la lui potenzia , la lui maiestade, la lui smisurata be-
nignitade , come tu, uomo carnale, manco ido nio sei ad ascoltare,
< Quo autem potrei quivi acconciatamente dar principio. Ma debili sima è pur
Deus pater ge-
nuerit filium, troppo de noi angioli la natura, e vieppiu la vostra umana,
nolo di cutias
nec te curio iu in comparazione di quella profundissima, incomprensibile e
ingeras in pro-
fundo arcani». impenetrevole divina. Dilché ciocchi e presontuosi furono pur
H IER. troppo alquanti dottori, ch e cosi leggermente a tal cosa isperi-
mentare si sono abbandonati.
Ora dunque saperai prima qualmente la intelli o-enzia del Sem-
piterno Padre, la quale noi similemente K prima sapienza e divino
serm one~ con grandissimo tremore nominamo , tanto di vostra
salute le calse , tanto l' incommutabil sua natu ra si commosse
verso di voi a pietade, che non me, non alcun altro di angelica
stirpe si elesse per ostro redentore e de l'inferno distruggitore,
ma da se medema , volendo oggirnai la divinitade sua con la
umanitade vostra conciliare , discese occultamente da l'empireo
nostro in qu sto vostro passibile stato, constituendosi ad essere
con essi voi fratello, compagno e servitore; quando che non
volse il benignissimo figl iu olo vestirsi la forma d'alcun potente
signore, ma ben gli p iacque con perfetti sima umilitad sotto-
porsi a ile servitude per confutare l' altetigia de' sapienti mon-
dani . E ccolo quivi d'una polcella, medianto i la vertu del Spirito
S EL ECO D A 233

Santo, poverissimamente nasci uto. Dimmi, uomo, dimmi, animai


di ragione , qual umiltad di cotesta maggiore potriasi unqua
imaginare? Paronti fors e quelli d uo animaluzzi vilissimi, fra Ii
q uali sul feno !or e ~li iace convengano a la o mnipotenzia di
sua profundissima maie tade? parti ch'un di versorio immondo ,
un presepio de bovi la diroccata stanza , lo notturno pellegri-
naggio, la freddissima stag ione siano al di vino tro no, a la celeste
beatitudine , a le ierarc hie d'infiniti spiriti convenevoli e corri-
spondenti? parti che questa diminutezza d'un in fante a la gran-
dezza del criatore e fondato re de l'universo s' adegui? Ma quanto
piu di maraviglia prenderai tu , se mai fia tem po che l' instrumenti
orribili , li quali con questa croce into rno a lui mi ri essere portati ,
tu veda crudelm ente ado perati ne la innocenti ssima sua persona !
O gran fo rtezza di pietade, la q uale puote l'al tissima giustizia Pater no ter,
ut liberaret ser-
cosi piega re, che 'l padre, p er riscotere il se rvo, traditte l'unico v u m , t ra did it
fil ium .
figl iuolo , che avesse ad essere tra gli suoi dom estichi un bersaglio
di mille onte, ingiurie, b stemmie, derisi oni , contumelie , scorni ,
g uanci ate battiture, flagelli sputi , lanciate e finalm ente un vitu-
peroso spettacolo , tra li doi scellerati , su la contumeliosa cr oce
inchiavato! O affocato a more , o benivolenzia erso noi uomini
ardentissima ! Iddio fassi orno per te sal ar , o uo mo: offende sé,
difende te ; ancide sé , vivifica te ! mansuetissimo a nello . edi,
vedilo la, uomo, vedi lo tu salvato re , vedi la via, la veritade,
vedi come lagrimoso dal p r sepio ti mira e g uata, vedi come
g estisse d' abbracciarti in fogg ia di caro germano. o-li ben sa
che per te, uomo , sol in questa miseria fu dal Padre mandato,
discese in terra per g uidarti al cielo, s 'ha fatto farnia-li o per
costituirti sig nore! r d unq ue ch i rendera mai g uiderdone a tanto
« Deu no te r
beneficio eguale ? qual g r zie , ual lode a tanto premio ? fia forse pu rgari homi -
nes a peccati
di oro , di gemme, di p rpo ra , di alrri be ni temporali cotesto maxime c upi t,
i d e o q ue agi
p remio ? an zi del preciosissimo suo sang ue . Con q uesto ti !aveni, poe n iten tiam
ti m ondera de le peccata , de le ta nte scelleraggini; con q uesto iubet. Agere au-
tem poeniten-
ti pascera e nud rira , l scian otilo , con la carne sua propria , ad tiam n ihil aliud
est quod pro-
esser u cibo di ·ita eterna. attene dunque , uo mo nel santo fiteri et affir-
mare e ulte-
propo ito in cui testé amorosamente ti r itrovi ; e q uando pur rius non pec-
caturum ».
sotto l g ra issim o peso di ques a tua car ne a yerra che ne LACT.
23 CAOS DEL TRIPERU O

trabocchi, lé ati presto, ch ia ma dal ciel aiuto, non ti addossar


in terra, non i far le radici. L'abito solo è quella peste, quel
morbo se non per g randissima misericordia d'Iddio sanabile,
quell'inferno d ' ignoranzia, quel laberinto d'errori, ove dubito
non sii finalmente per tua ina ertenzia dal sfrenato desio tirato.

TRIPERU O

Finitte appena l'angelo divino questo ermone, che quattro de


gli piu vao-hi angioletti cantando cosi dolce mente incomenciaro:

Un aspro cuor, un'empia e cruda voglia,


una durezza, impresa gia molt'anni,
se a ltrui depor contende, non s'affanni
sperar ch ' altri ch'Iddio mai vi 'l distoglia.

E s'uomo stesso il fa , dite che spogli a


non riportar tirannide tiranni
di questa mai piu bella e che piu appanni
ogn'altra gloria, ch'uomo al mondo invog lia.

« Difficile esl Ma il ciel di stelle e d'acqu e il mar fia manco,


re ist re co n-
uetudini, quae qualor accaschi in uomo tanta forza,
a similatur na-
turae>l. RJST. ch ' i vecchio stile da sé levi unquanco.

P rò convien ch'al bon Iesu si torza ,


mercé attendendo , ed anco il prieghi ed a nco,
fin che qual serpe lascia i la scorza.

TRIPERU

enuti al fine de l' orribil metro


E ran li cantator emp irei, quando
R uppesi un sòno fuor de la capanna,
U n sòno di percosse e battiture
M eschiate con minacce d altri gridi.
SELVA SECO DA 23 5

I n quell' instante (ah mio crude! destino ! )


G iunsevi un altro frettoloso rrenio
N on senza g ran spavento, e di sse: - Or presto
A ffrettati, Iosefo, prendi ' l fi glio:
T u , con la madre sua , scampa in E g itto;
I nsta g ia ' l tempo ch ' un fie r mercenaro
I nsanguin ar si vol di questo agnello . ovum H ero-
d m supprimit.

F ra gli pastori ha ricondotto d 'empii


L upi cotanta rabbia , che rrli agnell i
O morti verran tutti o lacerati.
R isse, discordie , gare, aspri litig i A mbitio e t
d i v it i ae s unt
E s er fra lor no n odi ancor diffora? p rin cip ia et fo n-
tes seditionum.
N on piu dramma d 'amor , non piu di pace
T ra quelli o rnai si trova; di che scampa
I n altre band e ove gi a nacque M6se .
N é quindi fa' ti parti, fin eh a tempo
I o venga darti a v viso del ritorno . -

T aciuto eh 'ebbe il nunzio, vidi g li altr i


A ngioli s u le penne al ciel salire , Pacem et ti tem
conveni re ab-
N é pur un solo a dietro vi rimane: su r dum t.
T anto le liti le contese e zuffe
A la corte d'Iddio so n odiose!

-A rme, arme . -cosi ch iaman tuttavia;


M a sta ami sol io ne l' antro ascoso ,
B attendami g ran téma sem pre il cuore.
I n su quel punto similmente un'atra
T empesta , con gran vento pessi lampi ,
I ncomenciò tonando farsi udire
O e l contrasto cresce orrnor piu acerbo. Fui t.

ins una parte finalmente, e l'altra Ratio corru-


p t ae n a t urae
T ra i ne la rrrotta per su o scampo. uccurnbit.
- - ; - - :- - - - ---- - - ~

CAOS DEL TR IPER NO

I o nu discopro e la cagion di tanta


L ite fra loro cerco di sapere.
- L asso ! - ri pose un v echi o - non m'accorsi
A olto in un ag nello esser un lupo !

LAMENTO DI COR AGIA NI

P iangeti meco, oi fiere el atiche,


oi sa si alpestri, v i monti precipiti,
R ipe, virgulti e stipiti:
l esu da noi si parte, ché le p ratiche
T ro ate fra pastori tanto crebbero,
A imè! eh al fin non ebbero
e non forza di far le reo-ge erratiche .

Imminet er- A hi mercenaro e lupo insaziabile,


ranti furque lu-
pusque gregi. N ato d'inganno e mantellata insidia !
I n cui tanta perfidia
M ai p uote luogo aver? O incommutabile ,
giustissimo Dio, p rché non subito
R isguardi a noi? d~h ! dubito
V ani sian nostri prieghi, ché stoltizia
I aggior non è s'un reo chiede giustizia.

TRJPERU ·o

P arlava il vecchio lag rimando forte,


E poi le labbra cosi chiuse, ch'egli
N on m i piu 'olse aprirle; ma co' o-li occhi
I n un parete fissi, geme e piagne
T anto che fece l'ultimo sospiro.
atti ne al ciel, alma d'ogni ben carca ! -
' udi una voce dir - vanne felice. -
. E LV SEC DA 237

C osi di que' pa tori o--iacque il padr ,


O r bato d'esta vita , ma in ciel suso
R apito a l' altra ; l'empio mercenaro
R imase de gli armenti possessore,
oi O'endo e be ' costum i de ()'li antich i « Omnium Je-
gum est ina uis
P astori audacem nte in fr ode e fu rti, c e n sura n i s i
divinae legis
T anto che le sampo ne dolci rime imag inem ge-
ra t >}. 'G.
A ndati sonsi e d' arme sol si parl a.

D eposto dun q ue fu lo g ran pastore


E ntro d'un cavo sasso ; e a quell o sopra,
C armi leggiadri e rime di g r an sòno
l nscritt fOrno da pastori e ninfe .
D ond io 1 iangendo ancor que ti vi posi :

T UMU L DEL C R. AGI A

K E eco del mo nt co n rega - ciò nella


R uppe - gran pianto pel suo cor Narciso .
I l fior an ti no fu s ua morte fella » .
T al fu 'l mio ver o, ma, p er téma , scuro .

TR I PER "NO

Io da pastori alquanto dilungato,


con quali esser mai giunto ancor mi dole,
d ' un monticello in laro-o e erde prato
mi porto, giu, fra rose , gigli e iole ;
poi dentro ad un antico bosco entrato,
tanto vi errai che sul montar del ole
si m'appre enta un 'ampio e bel palaccio:
cerco l'entrata e presto vi mi caccio.

)
23 CA DEL TR I PE R

òve cose giammai non anti iste


<< Fidelis Deus eggio fra quelle mura in un vallone ,
est q ui non pa-
t iet ur vo ten- di urtiche , vepri , spine e lappe mi te
tari s u pra id
quod pot tis >) . densato si , che mai non vi si pone
PA U L.
piede senza lacciarlo a l' erbe triste ,
e farsi, o voglia o no , di lor prio-ione;
ma si mi preme l ' ira d ' una donna ,
ch'io scampo e lascio a squarzi la mia gonna.

T ot a t io. Perocché, ne I 'entrar, quella operba,


pallida in volto, magra e macilente,
con voce alt· ra minacciante acerba
seg uivami gridando: - Mai vincente
uomo non fia, se l'animo non erba
a ' miei flagelli forte e paziente! -
Io allor m'offersi al suo comando, e presto
scorro di qua di la, né unqua m'arresto .

Do ' ir mi deggia segno n n a ppare


di bestiai non che d'uman ve tigio;
di che sovente fammi traboccare
de panni co' miei pas i g ran litigio,
fin tanto che, sul lido accosto il mare
giunto , m' as isi stanco a g ran ser vigio
di n o tra fragil vita , e poi mi levo ,
e del cammin doppio pensier rice o.

e al dritto o manco v1a o me ne vada


non so, ché nòve m'eran le contrate .
Ma, tra ambi doi mentre' l voler abbada,
ecco a le spalle, co' le labbra infiate
di sdeo-no, m'è la donna tutta fiada
quanto mai fuss e nuda di pietate.
-Tu vòi pur anco -dice- chi t'accolga ,
rubaldo , e ne ' capei le man t'in volo-a ! -
SELV SECO DA 239

Io, dal spavento piu che mai commosso,


lungo la manca spiag<Yia formo e stampo
miei passi , !or frettando quant' i' puos o,
sin che dal suo furor mi fuggo e scampo .
Cosi infelice non p iù aver ri pos o
giammai vi spero; e d'uno in altro campo,
qual timidetta lepre, uscendo , un fosco
antro di spine tro vo e v i me 'mbosco.

Ma ne l'entrar (ah quanta Ima sventura!),


ecco si mi raffronta un uomo strano ,
anzi doi, S<Yiunti fin a la cintura:
piu mostro assai che finto non fu Giano
o Proteo falsator di sua fi g ura;
tal anco · scritto astor e 'l <Yermano,
ché sol due gambe quel corporeo peso
di duo persone tengono so peso.

Ei, quando avanti lui giunto mi vide ,


scosse le membra tutte si li ruppe.
tupido , il guardo eh' ei digri g na e ride
e par che 'n altri olti s'avviluppe.
I' non era né Teseo né an co Alcide
o chi nel entre il o-ran Piton di ruppe , Febo.
che fronte<YO"iar ba ta i un mostro tale ·
onde piegai pu r an co al c or ·o l' ale.

Per un sentier ( ol un sentiero ' era)


sferzo me stes o e gra n téma mi punge.
Ma poi che da l'incerta e 'n tabil fiera
esser m1 idi al trar d'un arco )unge ,
fermo m1 olgo; ed e<Yi i, ua primera Bis fugien t i Ja-
queu inicitu r.
forma cangiando, in doi corpi i 2iunge :
questo di donna, ' <YO, pronto , ameno·
quel <l'un formo o e bianco palafreno.
CAOS DEL TRI PER U O

Oh qual mi feci a l'apparir di loro


si grata ista e dolce leggiadria !
Mill'altre prime facce assai mi foro
moleste in cui cangiato egli s'a ia ,
ché n é or o n· leon né pardo o toro
né cervo né animai chi ch i si sia,
gradir mi puote, anzi mi fe' spavento :
di questi doi sol ne restai contento.

«T mplum Ella, uccinta in abito gentile,


t super cloa-
ca a e di fica- tra fiori a l'aura si rendea più de na.
tum >>.SE .
idi anco intorno lei (si 'l feminile
a petto val ) con !or 'erde insegna,
stesi per l' rbe e fronde, Marzo e Aprile
la terra far d'a sai colori pregna,
e su per folte macchie lieti e snelli
facean cantando errar diversi augelli.

1<Bona domus, Più bello, alt ro , candido e v1 ace


malu ho p ».
OCR. nullo animai di questo idi mai ;
tanto mi piacque allora, che ' l fuo-ace
e timido d io presto frenai
volo-endo! tutto ove spera a pace
in duo begli occhi, anzi potenti rai,
ch'u milemente alzati sol d'un cenno
quanto temea davanti obliar mi fenno.

Tratto dal mio oler gia torn in dietro


e di m i non partirmi da lei bramo.
Ella quel bel de trier c'ha 'l fren di etro
è gia salita, e d'un frondoso ram
di mirto il tocca e contra un folto e tetro
bosco lo caccia. Io che pur tr ppo l'arno,
correndo a tergo, me ne doglio e strazio,
e luntanato s n da lei gran spazio.
SELVA EC DA

Per un sentier, colmo di tòsco e fèl va


battendo sempre il palafren da tergo,
tanto che scorse ne l' oscu ra selva
e mi si tol di vista; ond' io sol m'ergo
« Malorum
de l'orme ai segni (ché si vaga bel va e ca >L PLAT.
perder non voglio), e tutto mi sommergo,
non , pur d'averla, ne le insane voglie,
ma ne' intricati rami, terpi e foglie.

Tanto d urai nel corso a quella traccia,


ch'al fin del bosco , fra tre al te colonne ,
la via par che ' n duo branchi vi si faccia ,
qual oggi e' g reci fingon l' ipsilonn ;
di che dubbio pensier l'andar m' impaccia,
« Voluptates
fin ch'una turba di polite donne blandissima e
mi fùr in cerco , e losingando parte dominae maio-
res part es ani-
di loro a manca man mt tranno ad arte . mae virtute de-
torquent >>.
CIC.

Q uivi d'accorte e Jadre p arolette


fogQÌa non è che non mi circon en()"a;
ma l'altra parte di luntano stette
pensando in quale g uisa mi sovvenga.
Io, che fra tanto ono entro le strette
d'abbracciamenti e garrula lo enga ,
irmene al manco viaggio mi delibro· « Genu ser-
vitutis est coa-
ma donna mi vietò c'ha in man un cribro. cta libertas >>.
ARlST.

n cribro in mano la dongella tiene ,


d 'acqua ri pieno, e goccia n_o n si er a,
che di la turma luntanata iene,
gridando forte: -Non far, a ma persa ,
non far; e 'l fai , tu ol n' avrai le p ne,
ché non sai quella via quant'è perversa .
Ma qui piuttosto ·olge a la man destra ,
che da l errante vol()"o altrui sequestra. -

T. F L E =' o, Opere italiane. !6


CAO DEL TRIPER

<Con ilio, non A la cui oce gia lo entrato piede


impetu opu
est >l. CUR. ritrassi al modo di chi un serpe calca .
- Deh ! saggia ninfa, dimmi per mercede ,
- risposi a lei - dove l mio ben cavalca?
Perché fra oi questo altercar procede?
perch · tanto eli tempo mi diffalca?
Quella sen fugge e tuttavia non cessa ,
onde non sp ro mai piu ved r essa .

{< Tristes vo- - Lascila gir - cliss' Ila, - ché la truce


luptatis xi-
tu ''· BoET. e pestilente donna, tuo malgrado,
de l'improba Fortuna ti conduce
al seggio incerto ed a l' instabil guado.
Ma e tu segui me, ti arò duce
nel destro calle, ove di grado in grado
montando, e non col volo di fortuna,
vedrai quel ben che 'n s · vertu raguna.

r viemrni dopo , ché su l 'alte cune


di sapienza trovarai l'a cesa.
Fuggi costoro, perché al fin de l'ime
valli d'errore mostran la disc sa. -
Ilor io p r costei lascio le prime
seco me ne vo; ma gran contesa
ecco nascer fra l'una e l'al tra turba,
che 'l mar la terra e sin al ci l disturba.

E pnma di parole tanta rabbia


si sulle ò tra quelle don ne e queste,
che n n ba tò m nar con cura !abbia
Mens no tra la lingua e denti, ma l'ornate t te
quae in dubio
peodet, bue il- engon a scapigliarsi, e su la sabbia
luc facile agi-
tatur. gia molte eggio, per l'orrende peste
de' calci e pugna, traboccar a olte.
Ma p r sto ien chi ia l'ebbe distolte.
EL A EC DA 243

Ché a l'apparir di donna antica e o-rave Eleutheria.


tosto la pugna fu da lor divisa:
chi si racconcia il sino e chi le flave
chiome si a nnoda e chi di dar sta m g uisa.
Ma la matrona con parlar soa e
voltassi a me dicendo: - Q ui s'avvisa
per me qual porta entrar de e ch i brama
o quinci o quindi racquistarsi fama.

Q uinci ertu, quindi Fortu na al loggia,


i' ti l ' ho detto : a' , eh 'ambo le porte « Quid autem
est libertas n isi
ti mostro aperte. - E detto ciò , s'appoo-gia pole tas vi ven-
di ut velis7 ».
sul petto il i o di ertute e sorte Ul TIL.

fra le colonne . Ed io ne stava in foggia


di chi non sa de le dua porte apporte
quale si prenda, s ' una prender deve;
e mentre dubbia, gran duolo rice e.

La destra 1a mi elessi finalmente:


co i mo ea di ur ia il saggio spirto.
Ma le sini tre donne, trist e lente,
trasser a l ombra in ieme d'u n suo mirto.
Quivi tra loro un lupo im manten nt
comparse (onde non o) minace d irto ,
del quale una di lor, se ben rim mbro,
s else sdegnando il genitale membro.

Poscia chi per il piè, chi per l'orecchia


lo tranno a t rra giu quelle fanc iulle ,
mentre l'altar l foco una apparecchia.
Ciascuna par che n quello si trastull
s enarlo, e qui s'accoo-lie e si sorbecchia
tanto del sano-ue uo , che n tante mulle Omni mappa
reddit ur ad
idi esser cano-iat me da\·ante, tuppam.
e l fo co st s o le ar e tutte quante.
2 44 CA s D L TR I PERti TO

E 'l mirto imilmente in altra fo rma


mutarse vidi, ch'ogni suo rampollo
ontra se al tronco dentro, e si trasfo rma
in bella donna, e gambe e braccia e collo ;
e 'l lupo il q ual sul lido pa r che d rma,
prende a l'orecchia, dritto ull voli o ,
cangiato ornai di lupo in un destrero :
alta i addos o e sg mbra v ia 'l sentiero.

Io la conobbi , aimè! nel guardo acuto ,


acut i , ch'anco smovermi puote
dal bel propo to e farmi ord e muto
a le preghiere d ogni ffetto òte
Pra cipiti a- de l'altre donne; anzi mi ra cio un scuto
nimo nullum
e t consilium. d ' infamia contra il ben eh m1 rcuote,
e gridami nel apo , mi urta d ange,
ma nulla fa, ché ' l uo oler si frange.

nd le donne in iem neghittose,


poi ch'e' oi prieO'hi gittaron a l'aura,
in un pratel de giO'li , viole ro e,
sott'ombra de la petrarch e ca Laura,
stett r in cerchio contra m sdegno e ;
ed un quadrato ~ altare qui s'i nstaura,
sul qual, m entr' arde un tenero lico rno
ivan quelle pia n eudo intorno into rno.

Io pur, quantunque l'ascoltas i invito


la fin o l i veder del s acrificio,
ch'un nuvol bianco su dal ciel partito
i mi l'a cose, e per divin gi udici o
tal to no seco fu, che tutto 'l lito
tremò d ' intorno, e sparve lo edificio,
l do nne, la matrona e l nuvol anco,
restando pur la ia d l Jato manco .
SELVA SECOND A 245

Stavami, su quel punto che la terra


tutta tremò, non men for di me stesso
che 'l viandante, il quale mentre ch ' rra
cercando un tetto, perché un nimbo p o
li tona in capo, il fulmine si sferra
dal ciel g ridando e piantasigli appres o ,
ché un' alta pioppa in sua presenzia tocca
e tutta in fo co e fumo la di:-occa.

- Non temer d'alcun ciel che ti minaccia,


ché bella botta non mai colse augello ! - Epicuro con -
v e nien s sen-
A cotal voce rivoltai la faccia, tentia.
d ecco un uomo lieto, grasso e bello
mi sovraggiunge e stretto a sé m 'abbraccia.
S'io gli fussi figliol , padre o fratello ,
io l'addimando vergognosamente .
C hi fu se, egli rispose immantenente.
CAO DEL TR JP ER

LA CAR A

MERLINU C C IU

Ille ego qm quondam formaio plenus et ovis


quique, botirivoro stipans ventrone lasagnas ,
arma alenthominis cantavi horrentia Baldi,
quo non H ectorior, quo non Orlandior alter
grandisonam cuius famam nomenque gaiardum
terra tremit baratrumque metu se cagat adossum ,
at nunc Tortelii egressus o- mnasia, postquam
tanta menestrarum smaltita est copia, Baldi
gesta maronisono cantemus digna stivallo.
al m peri- Huc, Zoppin pater, tua si tibi chiachiara curae,
ti imum invo-
cat Zoppinum . si tua calcatim ven ti ad pillastra amarchi
trat lyra menchiones bezzosque ad carmen inescat,
huc mihi cordicinam iuncta cum voce rubebam
flecte soporantem stantes in littore barcas,
ut dorsicurvos olim delphinas rion.
Tuque, Comina, tene guidam temonis, et issa
issa, Pedrala mihi ad ghebbam tuque alta sonantem
ad cighignolam velamina ande levanto,
Berta, grego, postquam salpata est ancora fundo.
Non ad muscipares voltanda est orza canellos ,
non ad fangosas ladrorum daccia Bebbas,
Bebbas , cui nomen tum splenduit, aequore postquam
Cingar anegavit pegoras, saltantibus illis
una post aliam, nullo aiutante Te ino,
dumque trabuccabant, « bè bè » onuere frequenter:
hinc Bebbas dixere patres, quod nomen ad astra
surgitur, et !unge soravanzat honore Popozzas.
on mihi Fornaces per stagna iazus ad udas,
• -

. ELVA SECONDA 247

perque Padi g remium ad Stellatam Figaque rolum


undantem contra et retro cava lig na ferentem,
seu sit Bondeni seu sit mage Francolini
piatta, vel Argentae, vel burchius Sermidos audax.
Brarnat Alixandrae portus mea barca tenere.

ARRATIO

Thebanis fabrefacta viris, antiquior altris


urbi bus Italiae , dum Mantua rege sub uno,
nomine Gaioffo, quasi iarn dispersa gemebat,
viderat in somnis 'enientem a Marte baronem
mozzantemque caput Gaioffo, seque gridantem
libertatem urbi et populo prae tasse vetusto.
Hinc aliquod confortum animi conceperat illa
speranzam que omnem Baldi ficcaverat armis.
Non rat huic toto qui squam affrontandus in orbe
forcibus aut potius destrezza corporis ipsa .
il illum (tanta est hominis baldanza o-aiardi !)
arma spaventabant , nil coelum, nilque diavol.
Vir iuste membrosus rat, mediocriter altus ,
largus in expassis rel vato pectore spallis
at bre is angustos stri ngit centura fia ncos;
n erviger in gam_9is, pede parvus, cruribus acer·
rectus in andatu, le ibus qui passibus ipso
vix sabione suas poterat sig nare pedattas.
Aurea iungebat fac iei barba decorem,
vivacesque oculos huc illuc alta rotabat
frons, quae spa entat quando est turbata diab os,
sed ridens noctemque fugat o-iornumque reducit ;
spadazzam laevo semper gallone cadentem
portabat, guantumque presae mortisque daghettam.
altando legiadru erat, qui pleniter armis
indutu montabat equum sin e tangere taffam .
Ipse g ubernabat erram, quam diximus olim
nomine Cipadam gentemque illius habebat
'-
C O DEL T RIPER O

ad cennum prontamque armis habilemque bataiae .


Praecipuos hinc tres elegerat ille sodales,
quorum Cingar erat strictissimus alter Acates.
Is veterem duxit Margutti a sang uine razzam 1
qui risu , quondam simia cagante, crepa it.
At Cingar trincatus erat truffator in arte
Cingaris , aut vecchium segato dente ca allum
per iuvenem vendens, aut bolsum fraude barattans.
Scamus in aspectu, reliquo sed c01·pore nervis
plenus erat nudusque caput rizzusque capillo .
At sassinandi poltronam exercuit artem
in machiis quandoque latens mala guida viarum ,
namque viandantes ad boscos arte tirabat
spoiabatque illos, sibi nec restante camisa.
Sacchellam semper noctu post terga ferebat,
sgaraboldellis plenam surdisque tenais ;
is mercadantum reserabat saepe botegas
compagnosque ipsos pannis finoque eluto
tornabat caricos ad ladro rum antra Cypadam ,
officioque boni compagni, quisquis aiuttum
porrexisset ei, tolta sibi parte botini
ibat contentus. Precibus sed denique Baldi
destitit, et savius forcam lazzumque soghetti
scansavit, iam iam illorum compresus ab orma.
Huic tanto coniunctus erat Falchettus amor
(Falchettus qui ortum Pulicani ab origine traxit),
quod sine Falchetto poterat nec iver Cingar,
nec Falchettus idem faciens sine Cingare vixit .
on fuit in toto cursor velocior orbe,
namque erat a cerebro ad cinturam corporis usque
semivir, et restum corsi canis inst r habebat.
Hic cervos ag ilesque capras leporesque fugaces
captabat manibus saltuque (stupibile dictu! )
l

saepe grues tardas se ad volum tollere coepit.


Multi illum reges, reginae , papa, papessae
ducere tentabant, donante munera , secum.
EL V.\ • CONDA 249

At ille, incagan papae regumque parolis,


cum Baldo semper dormit m ano-iatque bibitque .
Inde gigantonem Fraca sum Baldus amabat,
progenies cuius Morganto advenit ab ilio ,
qui iam suetus erat campanae ferre bataium.
Huius longa fuit cubitos statura qu aranta,
grossilitate stari aequabat sua testa mi uram,
andassetque trimus per buccam manzus aperte m;
in spatio fronti s potuisses ludere dadi
auriculisque suis fecisses octo sti allos ;
spallazzas habuit largas, schenamque decentem
ferre boves carrumque simul pe osque ducentos;
arripi ens quandoque bovem per cornua grassu m
ad centum pass us balzabat, more quadrelli.
Marmoreos etenim pillastros atque columnas
tergore gest bat, nulla straccante fadiga ;
streppabat dig itis quercus stabilesque cipressos,
ac si fortificam foderet tellure cipollam.
Castronem mediumque bo em denasque mene tra ,
trenta simu l panes coe na mangiabat in una.
Tanto ibat str pitu, libra ter mille pe occus ,
tota sub ipsin pedibus q uod terra tremebat.
A t vilta · homo crudeltat i q ue mini ter Pas arinorum
e farnilia tan-
Gaioffus , Baldum Baldiqu timebat amicos . gi t tirannum .
Imperii zelosus erat, noctesque diesque
masinat in cerebro, lambiccat, fabricat altos
aere castellos , elut est usanza tiranni ,
suspectumque super Baldum pianta erat omnem .
At quia g randilitas animi generosaque virtus
tum gratum patribus tum plebi fecerat illum,
stat regno metuens, ut ulpes vecchia quietus.
Verum mille modos fingit g roppatque casones « Nibll t
t am credibile
ummittitque homines falsos, nugasque silenter quin di c endo
fiat probabile >.
seminat in populo· Baldi bona fama, gradatim CI C .

m menata, ftuit, iam facta infamia crescit


bacchaturque omnem coelo mon ata p r urbem,
CAOS DEL TRIPER ~o

deque viro illustri canto straparlat in omni ,


quod ladronus erat , quod fur, quod mille dia blos
< Sors i ta ti- corpo_re gestabat, quod forcas mille merebat.
ranni s l Con -
venit, invideant Hinc nactus causam patres aioffus adunat ,
clari (ortesque
trucident >}. conseiumque facit, pensans comprendere Baldum ,
CLA U DIA •
mittaturve suo capiti firmissima taia.
Maxima patricii o-eneris convenerat illuc
squadra, repossato disponens cuncta ved ro.
st locus in quadro, « salam » dixere moderni,
bancarum populique capax sibi iura petentis:
illius ad frontem, inter multa sedilia patrum,
aurea Gaioffi solio e t errecta le ato
scrannea, spadiferi semper circumdata bravis.
Hic sedet ille, rninax vultu sitiensque cruoris.
Non delatores unquam longantur ab ilio,
non giottonorum bardas arumque potentum
copia, non ladri, furfantes mille, parati
condonare suam minimo quadrante balottam .
Inter eos garrit centum discordia linguis,
millibus et zanzis populi complentur orecchiae ,
semper ut offendant proni referuntque per urbem
ambassaria , quibus arma repent menantur.
Ero-o ubi nobilium cumulata caterva resedit
claudunturque fo res plebisque canaia recedit,
imperat annutu prius ille silentia dextrae ,
talia dehinc solio parlans commenzat ab alto:

ORATIO

Vos, Domini patriaeque patres circumque sedentes


consiliatores, qui nostrae ad iussa bachettae
praesentati estis, causamque modumque sietis
Quam a rtifi- quare ad campanae bottos huc traximus omnes.
ciose pr cedat
oratio, vide. Quippe (diu no tis) estra non absque saputa
omnia semper eo-o di pono, tracto , ministro,
n on quia me pactus vel lex magis obliget ulla
SELVA SECO DA

verum solus amor vestri et dilectio regis


id quod amicitiae, tamquam sit iuris, adoprat.
Hactenus insimulans tacui, grossumque magonem
pectore nutrivi, saepe ut prudentia reges
expetit; at, vobis veluti experientia monstrat ,
tegn osum fecit mater pietosa fiolum.
Nostis enim pridem quae, quanta et qualia Baldi
sint probra , nec modus est in furtis atque rapin is.
Incoepit postquam aetatem intrare iril em,
incoepit secum mariolos ducere bra\ os ,
quos « mangiaferros i> ocitant « taiaque p i lastro · ~ ,
aut « taiaborsas ~ melius quis dicere posset.
on fuit in mundo giottonior alter et ipsum
rex go ustineam? patiar? fruiturq ue r ibaldus
sic bontate mea? qui d non pro pace meorum
cittadinorum tolero, postquam improbus iste
urbis in excidium, novus ut Catilina, pependit ?
Nostra illum patres patientia longa ribaldum « a m seg nes
na to facit in-
fecit , ut in Jadris non si t !adro ni or alter. dul ge ntia pa-
tri s >>. B.
Quid me vosque simul bertezat, soiat agabbat?
ad quam perveniet sua tandem audacia fine m ?
non illum facies tanta g ra itudine vestrae
maiestasque mei removent, non uardia nocti
non sbirri zaffique sim ul, non mille dia oi
spaventat, tanta est hominis petulantia ladri !
n sentit coelo, terrae baratroque patere
iam caedes gladiosque suos? an contrahit omnem,
quae sassinorum semper fuit a rca, Cipadam
ut ci es populumque meum gens illa tru cidet?
illa, inquam , gens nata urbem pro struggere nostram?
Quis , rogo, scoppatur nostrae sub lege cadreghae,
quis e tenaiatur mediaq ue in fronte bolatur ,
berl inaeque prO\ at scornum fo rcaeque sog hettum ,
ni Baldi comes et ill ae mala chiatta Cipadae ?
doctoratur ibi robbandi vulgus in arte , M a la ut ique
et p es ima doc-
estque cholarorum Baldo data cura magistro. trin a .
CA S DEL TRIPER •r

Hinc docti iu ne sub praeceptore galante


blasphemar eum 'aru didicere loquelis;
mox sibi bo corum ladri domicilia quaerunt ,
expediuntque manu fur tis strada qu tra er ant ,
assaltant h mines, amazzant inque paludes
omnia spoiat buttant pascuntque ranocchios.
Quum simul alber ant , squadraque rantur in una
mille cruentosa ronca teretesque zanettas,
spuntonesque, alebardas, quae sunt anna diabli,
dantque fo cum chioppis, tuf taf resonant balotta.
ernper habent foedas barbazzas pul re , mper
cagnescos oculos nigra sub fronte r vol unt.
Protinus ad cifolum se intendunt es e propinquum
quem faciant robbas pariterque relinq uere vitam.
Praesidet his r o Baldus caporalis, ab ipso
tot mala dependent: Baldo ce sante, quid ultra
mercator timeat? quid gens ·pere rina? q uid urbs haec?
Ad caput, o patres, est ad cap ut ensis habendus,
membra nihil possunt quum spallis lesta le atur:
frange caput s rpae, non ampliu illa menazzat!
Dixi: nunc ero quaenam sententia e tra est
expecto, ut cunctis si t larga licentia fan di.

Dixerat t sdegnum premere alto in pector fingit.


Confremuer omnes aut quae contraria Baldo
pars erat, aut afri quos longa oratio regis
spinserat in coleram, tollentesque ora manusque ,
iustitiam clamant : - uid adhuc mala bestia \'Ìvit ,
quid nisi iacturas, homicidia, furta, rapina ,
o rex, a ladro poteri t sperarier unquam?
picchentur fures, brusetur villa ipadae,
ipseque squartatu reliq uis exempla ribaldis
prae tet, amorbator coeli terraeque mari que! -
Tum ero ingemuit strictis par altera buccis
compescens digit , Gaioffo adstante, lab llum.
At Gonzaga pater, quo non aud ntior alt r
ELV CO D 253

iust1t1ae in partes et linguae et ro bore spadae,


omnium ut aspexit vultus firmarier in se,
stat morulam , dehinc ua ntus erat de sede levatus
apparet, sol vitque ingentem ad dicere ling uam:

SI

Inclyte rex , regisq ue viri, vosque urbis honon


instantes procere , q uamvis Jocu iste sol uta
labra petat laxasque velit sine vi ndice linguas,
attamen, a ut iure hoc a ut q uadam lege rasonis ,
quam natura docet, ne me an <Yat culpa tacendi ,
incipiam. Baldi animum Baldique valorem,
Baldi consilium novi a puerilibus omne.
Ingenium e t homini , quum prima aetate tenell u
luxuriat, facili scelerum se inferre camino,
si incustoditus fuerit nulloq ue magistro:
cursitat huc illuc, ceu fert i nara vo lun tas.
At puer ingenuus, quamvis retinacula brenae
non tul it, illecebra set:> uitans , si forte irum quem
maturum seme! audierit le iterque monentem « Facile nostra
tenera co nci-
principio, ne virga nimi teneri na, potenti liantur ingenia
ad honesti rec-
contrectata manu , meàia spezzetur in opra , tique amorem >).
SEN.
deposita sensim pat itur fe ri tate doceri,
seque hominem mon trat, quem humana modestia tantum
retrahit a itio iurisque in gl utine firmat.
Cernim us in omitos plau tro s uccumbere tauros,
quorum duriciem rem vet destrezza biolchi;
semper idem sae iret equ us cozzo ne carente,
nec venit ad pu<Ynum spara eriu absque polastro.
e, rogo, conscripti patres (id for itan unquam
rex sensit), pigeat miras a udire prodezzas
quum fanciullus erat Baldus bacul umque sbriabat.
allicus, ut fam a e t, e Franzae partibus olim
in Lo mbardiae, gravida cum uxore , paesum
traccus a ri\ a it no tramque hanc ductus ad urb m
alber ·it ao-ro tantum un nocte Cipadae,
254 CAO DEL TRIP ER O

donec ibi gra idata uxor ub fine laboris


ederet infantem, qua Baldus prodiit iste,
qui nascens oculos ( eluti dixere comadres
buie ci rcumstantes) coelo tendebat apertos,
quem nemo, ut mos est infantum, fiere notavit .
Hinc vox e summo fuit ascoltata sol aro:
ascere macte, p uer , cui coelum, terra fretumque
ac elementa dabunt tot afannos totque malhoras;
non terrae sat erit centum superare travaios,
ense viam faciens inter densis ima tela,
erum quam citius pelago tu intrare parabi ,
cinctus ab undosis monta<Ynis nocte dieque
fortun ae ingentis patiere tonitrua, ventos,
fulmina, corsaro ac centum mille diablos.
ed tandem, haud dubit s, gaiarditer omnia vinces.
Vocis ad hunc onitum, mater meschina, v l ipso
supplicio partus el si.c pirlamina fusi
finierant Parcae, puerum pariterque fiatum
sborra it: puerum ul a, pulmone fiatum.
os meditate uo quali tunc doia marito
ingruit, ut mortam uxorem natumque puellum
ante oculos pr pri tractu sibi idit in uno.
Ergo infantill um illano tradidit uni,
mox abiit tacitus nec post appar.uit unquam.
Nescitur, fateor, qui sit, rum alta gaiardi
on plendor forcia si Baldi, si animi prudentia, si frons
nisi plendoris
causa. gentilesca alacr is , si tandem forma notatur,
non nisi fortis erat, prudens, gentilis et acer
formosusque pat r, licet huic ors aspra fuisset,
namque bonum semper fructum bona partu rit arbor.
Int rea villanu (adhuc cum coniuge i it)
infantem ad gesiam cau a baptismatis affert.
Quem dum pretu aqua signat, terque ore g udazzum
compadrumqu rogat quo debet nomen habere,
en q uoque ter facta e t umm o responsio tempio:
- Baldum, vos Baldum C n tino imponite nom en! -
EL . SECONDA 255

Constupuere ornnes: de enit rnurmm ad urbern,


hic testes c nturn tantae novitatis ha bentur .
Lactiferam Baldus tanturn bibit ergo madr gnam,
ut iam carriolum , quo irnprendit du ere gambas,
linqueret ecus is rotuli cantone p fractum,
et pede firmatus nunc huc, nunc cursitat illuc,
quem pater, ignarum veri patris, instruit omni
rusticitate, docen villae poltronus usanzam.
Post merdul entas iubet illum pergere acca ,
sed gentili s eam reprobat natura face ndam :
non it post vaccas; at saepe venibat ad urbem,
atque ad villani despectum praticat illam .
olis in occa um v ill ae tamen ipse red ibat,
atque r portabat testam quandoque cruentam;
magnanimus q uoniam p uer, ut solet esse per urbe ,
semper pu norum g uerris gaudebat inesse,
sive bataiolis baston um si e petrarum.
ec pensetis e um quod certans ultimus esset;
at ferus ante alios squadram exortabat amicam
et centum lapides sa ltu reparabat in uno .
Quum vi llanus eum villam abhorrere nota it ,
experimenturn al iud, puerurn quo exturbet ab armis
in qu ibus immersum cognoverat esse, pro a it :
nam neq ue villanus sese cum milite confat.
Comprat i fortem tabul ettam robori s (illam
rupi set subito), qua sculptum addisceret «a b
ille scholam primo Jaetanter curr re coepit,
inque tribus m· g num profectum fecera t annis,
ut quoscumq ue libros Jegeret sin e fallere iotam.
At mo.· rlandi g randi sima bella nasa\ it,
non acat ultra deponentia discere erba,
non species, numero , non casu atque figuras ,
non Doctrinalis er amina tradere menti.
Regula Donati prunis , alcicia cox.it;
ivit et in centum cartozzos -orma P rotti.
Quid Catholiconis maln tta ocabula d ica m
CAOS D L TRIP R

quae quot habent letras tot habent mench ionica erba ,


et quot habent cartas tot culos illa netarent ?
Orlandi tantum cantataque ge ta inaldi
agradant puero , quamdam in cor dantia bramam ,
ut cuperet iam ir fieri padamq ue gal ono
cingere et a uxilio rationi · quaerere soldum ;
ut legit errant s quondam feci guereros.
Viderat Ancroiam , elut orlandesca necarat
dextra, gigantissam , vel quum d e fune re Ca rlu m
dongellettus adhuc rap uit, traete ue g uainis
ense durindana secat alto te rgere tes a m
ingentem Almontis , Franza mque recuperat omnem .
i der t ut miris Ag ricanem forcibus atq ue
mille alios fortesque viros fortesque gigant
arce sub Albracchae , giorno truncavit in uno.
Viderat ut nimias scoccante Cupidine strala ,
Renaldus. ipse gaiardorum princeps, ipse orbi acumen
du erat ad mortem, rupto gallone , cusinum;
at manus Angelichae, dum coelo brazzus ab alto
m rtalem ferret colpum, succurrit, et ip um
orlandescum animum tenuit pada m ue pependit.
aepius hi lectis puer instigatur ad rma ,
s d gemit exigui quod adhuc sit corporis , annos
praecipites cupiens, ut vir se denique po set
estire ingentemque el mum in<Yent mque corazzam .
Is tamen hi panam semper allone da<Yhettam
dependentem habuit , qua plur s aepe bravettos
terruit inque fugam solettu erterat omne .
O p ueri au entes animos agilemque prodezzam.
At video e vobis hinc plure vol vere testam ,
nasutosque mihi parlanti estendere naso .
Quam ben nunc vestri pen ma nosc magc : is !
n subsannatis quia nostra oratio tandem
finiet , ut mores 'ideatur in hasc favorem
porg re sbriccorum? veluti aldulus in fans
tum bene fecisset quum Lanzalotta vi azzu m
- - -- --~---~--~-:--=.

SEL v SECOI' D 257

traiecit gladio? s1c di i nonne sbi aos


castigare so lent? sic nonne su perbi a nostra
cogitur interdurn vi lem portare cavezzarn?
Quid, rogo, quid? ...

TRIPERU O

olea seguir ancora il ecch io g ras o,


é molto m i spiacea di starlo udire:
I- l do! , nulladimanco, il troppo indu<Yio
C h'era di ricercar la vaga ninfa,
A ndarmi allor da lui luntan mi astrinse.

Q uet mi stagl io , enza dirli «vale»,


olgendomi d' un rio lungo a la ripa,
E pu r egli mi segue passo passo.

F iurn i di latte, laghi di falerno, Incidit in Scyl-


la m cup ien vi-
alli di macaroni lasagnette, t are Cha ryb-
E eco mi veggio intorno, e poggi d alte dim .

R upi di cacio duro e odo lardo,


A eque stillate d ca pponi grassi ,
T orte tortell i, g nocchi e tagl iatelle .

- B eata vita - eli i allor mirando -


È questa, che di tante trippe abbonda!
N on mai quinci partire mi delibro. - « Ebrietas bo-
mines impetuo-
E con questo pen ier, mentre ad un fonte os fa ci t » .
ARIST .
D i moscatella mah ·a ia m'abbasso,
I o tol ene , be endo, in qu ella cop ia
C h'un bo e sitibondo d' acqua orbe.
-T rinch trinch. - con altro vaneg2iar tedesco
I ncom nc1a1 balordo a proferi re.

R ota ·a i gia l m ndo a gli occhi rn1e1,


E sotto o ra il mar, la terra, il cielo

T . FoLEN o, Opere italiane. 17


CA S DEL TRIPER O

G iran intorno e fannomi qual foglia


V olar al ento, e li arbori , le ripe,
L e spiagge mi parean cotanti eltri
A i fianchi de l capre gir correndo.

altano ad alto l'erbe e gli irgulti,


A lpe con monti e 'n ieme con pomJ tti
C or reno in rota e danzano leggiadri.
R apito poi con elli il mio cer ello,
I n un mom ento scorse l 'uni er o
S enza posar i mai, senz'ulla tregua.

lllu ion e- M ntr cosi danzava a la mor se ,


brietati .
do dir: - Triperuno! - eco m m zzo
R atto mi vidi posto d'una turba.
I o contemplai non so che volti g rassi
B ere sov nt p i cantar sonetti
V otando zaine, fiaschi e g ran bott zzi;
altavan poi chi su ch i giu d'intorn o,

(< il mque fa- I n quella foggia che ili fasoli


selum >l . IRG.
G iran , a pe i tomi olte iando ,
l caldaio su fiamme ard nti p to.
«... nec non et A llor con quelli insi me can to in g rga
can:nina, ino l
ingenium fa- T utta tremante: - Bacc oé! -
i nte,canunt >l.
0 IO. I ncomenciando poi cosi dir ver i :

FUR R

urgite trippivora 11 rlini cura, Camoenae:


«T rinch trin h canimus, quid erit? cantate, bocali!
E cc m nestrarum quae copia quantaque ridet
R os izzana uper bra a squaquarar bisognat.
C urrite, gn ccorum smalzo lardoque col antum
O conchae , plenique cadi plenique tinazzi!
R umpite brodiflu e pet. tagna la agni ca fontes,
E rrantesque no o semp r d lacte ruscelli!
SELVA SECONDA 259

F estinate meam per buccam intrare, foiadae


E t os fo rmaio tortae filante sotilum ;
D um canimus trippas, trippae sint g utture di(Ynae
A tque altis cubitum calchetur panza fritadis!

P ande tuae, Merline, fores spinasque catinae,


V ernazzam gr g umque simul corsumque bevandae
T rade todescanae, donec se quisque prophetam
R erum cognoscat veni entum qualis et ips est,
E t quisquis cyatosque le at vodatque caraffas! -
T a lia dum loquimu r , somno demergimur alto .

en it at interea mihi tri ppig r il le Cocaius,


I lle, inquam, cui panza pedes cascabat ad imo
R ump batque uteri multa g ra sedine pell em .
-T une- ait - o Triperune tener, Trip rune tenell ,
eni sti? enisti etiam, T ri perune galante?
T un ades? o mi lac, mi mel, mi marzaque pani ,
E ya a e, zuccarate puer, ne, puppule , dormi ,
S urge oculosque leva! hui, sbadacchia ? s ur(Ye, gaiarde !

A n , mellite, fugi sic me ? me , ingratule, scampas? Concor d i-


cor dia.
B a tardell levis levisque cinedule ic sic
I ndignatu a bi ? ta mecum, argutul e , semper:
E n paradisus ade t, en hortus deliciarum;
R ll ig io q uaenam m elior, quae tam bona !ex, quam
E sse hac in vita, qua Iv1mu absqu travaio?

O vitam sanctam , o ritu moresque beatos!


M ellis molle mare est, illud travogabimu ambo, f are v o l up-
tuo um huius
os a mbo tra\ o abimu , ambo errabimu , ambo vitae.
E t simul ad poggiam imul et veniemus ad orzam.
urge, poeta novelle , cane, heu pu r, accipe pivam!

D ic improviso macaronica ge ta cothu rno,


I ncipe, parve puer: qu i non sux ere fia cos,
I Ili, consumpto lardo sonuere ca rettam.
260 CAO DEL TRI PER • ·o

TRIPER !Q

an o ha il pensier d il d ir inutil e,
Tnclinatio or- E sser chi cr de un cielo a questo simile .
didae menti
ad illicita. R idi, cor mio, ché cosa veri imile
T ornar un'alma a Dio non è, ma futile.
I tene, leggi , oi scritture ambigue ,
T empo ch'eterno sia g li dèi s'appropriano
E p el nostro p rar di ri a coppiano.

]\[ERLI ' U

unt tibi tortifi.cae faciles ad carmina musae,


O mi beli puer, si c si c bene c ncinis? an si c
R cte re eta cani ? iam iam macaronicus sto .
T ale tuum carmen nobis, quale ocha piena
E st aio mensi , quale e t damatina todesco
M a lvasia recens , su caula , m lque fritellis.

TRIPERU

Elata laetitia pe · speranza d'altri beni, né


praeler moòum
piuione prae- ogli p r alcun pr gio for di qui
senti alkuius
bo n i. R eddurmi ad altri piu fe lici di.
S ciocco sperar il ben eh ' anca non · l
I o nacqui solo per gioir qua giu:
o i d unque in terra e Dio n el ciel si sta·
I ndarno altrui sperarvi chi non sa l

MERLI ·u

era a1 cor 1, o adm iranda potentia ·reghi r


T an tula ne in puero doctula lingua meo?
SELVA SECO DA 261

TRIPERU

R iposte cime, poggi ombrosi e colli,


E oi di lardo e di persutto ripe,
D ensi antri d'onto e tripe,
E mpiti noi, che pieni e ben satolli
A vostro onore scoppiaremo ers1,
T a' fo rse, che non mai sonor si tersi l

~IE RLINU

P annadae hin abeant, aqua coctaq ue fe bribus apta l


R adices herbaeque habiles in pascere capras,
I te ad menchiones , ite ad saturare legeros ,
S tant qui per bo cos , p r montes perque cavernas Fome ntum er-
roris.
T essere sportellas, tenuatum battere corpus
I nglutire favas , giandas ac millia quae fert
atura et porcis et aselli atqu e cavallis!
A t nos hic m lius starnae turdoque studemus.

TRIPERU

on sia ca ion che mai da te mi sci oglia,


O mio maestro e guida
R iposo, oggetto mio , mia corta fida.
M angiamo dunque e rall ntamo i fianchi,
A cciò eh' un bo n castro n da noi i fran h i .

:\!ER LI ~

P ersutti accedant primo , bagn entur aceto , « Hi c ridere


potes Epicuri
A pponatur apri lumbus, cui s l a maridet, de gre e por-
curo>>. H oR.
T ripparumque buseccarumque adsit mihi conca,
R ognones ituli lessi apor albus odoret,
I nsurgant speto quaiae, mostarda sequatur!
S 1c ivenda ita haec: veteres migrate fasoli!
CA S D EL TRIP ER

LA MATOTT

TRIPE R U O

Stavami un o-iorno fra li altri col mio mae tro Merl ino su
la ripa d un rapidissimo fiume di latte, lo quale, impetuo amente
le fragil sponde di pane fresco diroccando, un sua i simo talento
di mangiar suppe di cotal mi tura porge aci. Ma io talmente
tro avami sser a !ora di fritt Il co mpiuto e satollo, che (in mia
laude vo' dirlo!) col dito per la gola quelle toccare averei potuto:
laonde mi fu mistero la cintura, se scoppiare non vi oleva , ral-
((. on imme- 1 ntarmi su' fian chi. ro è eh ' l mio precettore, as ai di me non
rito medici fidi
ibo et crapula pur meglior poeta ma be itor mangiatore e dormitore, tutto
di t nsos scae-
va et gravia ch e di qu lle i tess frittelle dov a ripieno essere, niente di meno
somniare autu-
mant >>. PUL. era i pur anco appo t agiatamente a l' impresa di espugnare un
capacissimo aso di lasa ne n on gia di pa ta per zappatori u ata,
ma di pellicole de gras i capp ni, li quali de l' istesso c lore,
c'hanno la testa li giu dei, eran . E men tre io, con seco favo-
leggi ndo mi trastullo in eder un po rco col gri ffo nel caldaia
di broda li o-uazzar , ed egli per non perder il tempo mi ascolta
solo e mai nulla risponde, ecco vi so rao-o-iunse un damigello,
d'asp tto, per quel che mi ne parea, mol to gentile e saputo, lo
quale una sua cetra soavemente ricercando, cosi accomodatosi
con la voce al òno appog iat i ad un laur a lui 'icino,
di se:
SELVA ECONDA

LIMER O

La fama , il g rido e l'onorevol suono


di vostra g ran belta, madonn a, è tale ,
che 'n oi tanto 'l desio gia spiega l'aie,
che non mi val s' addrieto il giro o sprono.
Di che s'al nome ol l 'arme ripono
con cui spuntai d'Amore piu d'un strale,
or che fia poi vedendo l' immortale « Amatoria
contagio facile
aspetto vostro, a noi si raro dono? fi t t gravissi-
ma omnium pe-
Ma, la o! Mentre i ' bramo e 'nsieme tremo sti evadit » .
1ARSII• .
vederlo, piu s'arretra la speranza
qua nto l'ardor piu cresce col desio .
Però di quella omai poco m'avanza;
e pu r s' un riso vostro ave r poss' io ,
re orto fia da voi sul punto estremo.

TRIPERU

Al soa is im canto e suono di quel iovene tacquero si le


selve, racquetatos i ogni vento che le fronde niente si moveano ,
non gia perché nel contado del mio maestro fu sse de fioriti prati
ombrosi boschi , erdi poggetti amenitade eruna (quando che
la aghezza di quel luogo era olamente di lardo, botiro, cagiate,
brode g rasse ed altre imili leccardie ), ma quella fiumara, che
di i esser di latte, era i confi ne di tre molto di ffe renti regioni,
come se fu ssero l Europa, l' fri ca e l'A ia. La prima regione,
o e io col mio maestr abitavamo, !!ia pienamente dessignata
a emo, la qual Caros a fu nom inata . La econda, tutta vaga Crapula.
e ripi ena di i e ontane, fr ondosi lauri, m irti , fa gi, abeti, fras-
sini, oli e, querz e d'altri a sai be lis imi lerrni addombrata
chiamavasi Matotta, o e q ue to Limerno dimora a. La terza, per anitade.
il contrario tutta as osa, rio-ida , secca, terile ed arenosa, Perissa operfluitade.
fu a ppell ata, ne· la quale un eremita de to Fulica, enza eh 'altrui
CAO. D EL T R IPER U O

lo invidiasse, abita a . Or dunque m 'accorsi quel gi ovenetto dover


essere del pae e di Matotta, lo ual e , co i polito de Ye timenta
e perfumato di mu chio, sapeva dolcemente a l' in strumento con-
cordare la voce; onde io tratto in quella parte celatamente, che
n é egli n · Merlino se n ede se, trapassai lo fiume di latte
in quella verdura di hi e, drento uno ce puglio di rose e spine
appiattatomi non troppo da lui remoto, stetti ad ascoltarlo. Lo
quale, dopoi un lunghetto ricercare di q uelle sonore corde, in
queste rime cosi proruppe, dicendo:

L IMER.

o ben che 'l mio lodar 1 , donna altera ,


quando che non i giung , avete a sdegno;
so ben che 'I mio avvezza o in fiumi legno
tro ar porto nel vostro mar di pera .
Excitat inge- Ma de' vo tr'occhi se quell'alma spera
nium mi r is a-
mor artibus mi si coprisse alquanto , forse al egno
atq ue l Exi-
mium vili ug uale mi ved rei, che ' l no tro ingegno
pectore vibra t
opus. a cende amando piu oltra gir non spera .
on è barchetta cosi lenta e frale,
ch'a endo oi, e vosco mor, in poppa
per ogni o n do o mar non pieghi l'al e.
nd la mu a mia va pegra e zoppa,
e schiva udite lei; ma se vi cale
il suo cantarvi, all o r Jiet galoppa.

TRIPERU ro

Tosto che finito ebbe di dire, ecco i sprovvedutamente un


augelletto, o per ca o o tratto dal suo concento, i ripose ap -
presso d'un arbore opra un ramo ecco , o e, taciuto ch' ebbe
Limerno , c n un dirotto g mito face a la elva into rno richia -
mare : di che egli, alzata la fronte a quella, co i a l' improvviso
in com in ciò con se co a ragionar :
SELVA EC • DA 26

LUIER

aga, solinga e dolce tortorella


ch'ivi sul ramo di quell'olmo se cco
ferma t'appoggi ed hai pallido il becco,
pennata, pegra e men de l'altre bell a;
dimmi, che piagni? - Piango mia o rcll a
perduta in q ueste selve, e lei dal tecco
di questo antico legno chiamo, ond' Ecco
miei lai riporta a la piti estrema stella. -
Lasso! ch'ance la mia pennando i' chero
per questi boschi, e ' ndarno quella a bbraccio , « Ludit mor
e nsu , oculos
fingendo lei quell'albero, quel pino. per trin g it et
aufert liberta-
Ma acciò che 'l nostro affanno men sia fie ro, tem animi et
mira nos fasci-
partiamo a l'uno e l' altro il uo de tino , nat c rte ».
ché altrui miseria al mi er è o·Jaccio.

TRIPERU O

Piacquemi sommamente quella foggi di dire, senza ch' aves-


sevi egli, come si òle, faticosamente a anti ripen ato . Ma, le an-
dosi quella un'altra fiata u le pe nn e, giuso in una valle portata,
da gl i occhi di quello si tolse. Ed e so, rallentata la corda del
canto piti de l'altre affaticata mette i a passego-iare accanto il
fium e, tutto sopra di sé, come penseroso, le andosi, non a endo
ancora scorto lo mio maestro di la dal fiume, su la ripa del
pane fresco, agiatamente disteso. Ma edutolo cosi sprov edut ,
ritenne il pa so e , tutto il iso in ri o can iatosi, cominciò ad
interrogarlo in questo modo.
266 CAOS D EL TRIP RU O

IALOGO PRIMO

LIMER O E MERLI O

LI fE RNO. h f: ·, Merlino?
MERLI o. Empiomi lo ma azzeno.
LI IER o . A v antaggiato m ercadante sei tu ! mangi tu for e?
MERLI o . on hai tu gli occhi da vederlo?
LIMER o . Ben eggio con g li occhi , ma non comprendo.
::viE LI o . Per ual cag ione mi domandi tu adonca s'io
m a n g io non lo potendo ch iaramente vede re ?
(( Tractant fa - LIMER o . Io o che i fabbri trattano solamente cose da fabbr i:
brilia fabri » .
H ORA T . laond parrebbemi co a disu ata e nova veder Merlino far altro
che m angiare .
MERLI o . Io o ben far a ltro ancora .
LIMER o . Credolti troppo ; ma che n e fa cci testé la prova,
non molto m i cale .
MERLI o. Perch é cosi?
L I fERro . Vi fares i sentire d'altro che zib tto e acqua nan fa!
MERLINO . È cosa naturale.
LI ERNO . ia piu asinaie.
MERLI o . a quanto te mpo m qua sei tu co i elicato e
schi oso devenuto? non ti f i, se mi rammento bene, chiamar
Lim erno?
Lil\IER o. Limerno son per certo.
MERLINO . Lim rn itocco?
LI 'IER o . Io on pur d sso .
MERLI -o . Dimmi ado ne Limerno Pitocco , p er qual cagione
tu ti mostri ora ta nto schivo e ritro o d'udir n ominare quella
co a con cui lordamente hai sconcacato quel tuo Orlandino?
LIME R o . Da te olo ne tol i lo esem pio, Merlino.
SEL A SECO DA 267

MERLINO . E dove ?
LrMERNO. Ne la quinta fa ntasia del tuo vo lume .
MERLI o. Più que to in un Zambello pote asi tollerare che
in un cavallero e paladino di Franza, e piu col mi stile maca-
ronico che col vostro tanto onore ole toscano.
LIME R JO . donca, se be n co mprendo, appresso di te lo stile
toscano è avuto in river nzia, che « cosi onorevole » lo ch iami?
ME RLINO . Perch. no?
LIME R . Che ne io? mi pare di stranio eh 'un uomo
macaronesco voglia mag nificare l'eloquenza toscana .
ME RLi r o . La cao-ione ?
L n1ERNO . Perch é lo bo,·e si rall egra n el suo puzz Bo gaudet in
slerc re suo .
E RLI o. d a te quanto la lingua toscana viene in grazia?
111 che ope nione l' hai tu?

LE\1ERKO. Sopra tut e le altre quella reputo degna, laudo,


magni fico e contra li detrattori di essa irilmente lei de !fendo;
ché, quando talora per sotto queste ombre mi trovo le belle rime
del mi o Francesco P trarca a er in mano ovvero quell a fontana
eloquenti sima del Boccaccio, uscisco, leggendo, fora di m e
stesso, devengone un sa o , un legno, una fantasma, per sover-
chia maravigli a di cotanta dottrina! Q ual piu eleo-ante rso,
limato, pieno e onoro di qu Ilo del Petrarca si può leggere?
qual prosa orazione s i può egua li are di dottrina, di arte, di
arguzia , di proprietade a quella rl el facondi simo Boccaccio? Dil-
ché io reputo gli uomini litterati, li quali null a delettazione di
questa lin g ua si pigliano, es ere non pur d i lei ma di cortesia,
gentilezza ed um ita pri i.
M ERLI o . E quali ono que ti detrattori di es a ?
LTMER o. !quanti er iani ti pe agogi o pedantuzzi.
M ERLI -o . Che co a dicono ?
LI. fERN O . Cote ta lino-ua e ere cagio ne di lasciar la romana .
1ERLINO. Ed io nel numero di co toro mi rallegro es ere,
ché di te e d 'altri toi imili io-no ranti mara igl iom i, li q uali, non
in tendendo dramma de la tull iana facondia e g ravitade virgil ia na,
i sète totalm ente affi i ed ade cati al « quinci ~, « quin di ~ ,
~ testé » , « altresi » «chiunque», « unq ua nco ~, «a l tronde ~ ,
ed altri dal tosco u itati ocaboli.
CAO EL TRIP • R N

L r mR ·o . h olto di ta olazzo, ubri aco che tu ti sei ! pre-


sumi tu f, rse di tanta suffici nzia e ere che tu po eia la sub i-
mitade de la o cana lin ua diminuire ?
MERLI o. h muso di 2iottone e forca che tu ti sei. ardisci
tu dunque otant lodare lo stile petrarche co e boccacciano,
che la romana loquenzia, non es endo da te nominata, da te
riporti infamia?
LIMER To. T u ne menti molto be ne, ché non biasmo io la
romana lingu .
Saepe ab u- MERLI . Tu ne tramenti molto ptu, ché, mentre innalzi
nius laude a l-
terius vitupe- qu el la troppo, questa abbassi e deonesti molto.
ratio dependet.
LIMER o. eh, vedi cotesto poetuzzo macaronesco in che
modo non pur O"iudice ma ad ocato di Tullio e Virgilio da se
m demo i con titui s !
MERLI . Deh, mira cotesto zaratano lombarduzzo come
si mette al rischi di a per r agionar toscano, o ve egli non men
si affa d'un asino a la lira!
LIMER o . Ch zarat no? che lombarduzzo? Come se un conte
di candiano, un Ludovico Ariosto, un Tebaldeo, un Lelio, un
Molza ed altri molti valentuomini non· fussero in Lombardia
nasciuti!
MERLI o . Non sei tu gia del numero loro?
LIMER . De idro e serne: onde ogni mio studio è di, se
non eguarmi, almanco appressarmi a loro .
MERLI Molto luntano tu li vai!
LIMER . Lo bon animo non VI manc Ma tu come hai
b ato le divine ve tigia di irgilio in quel tuo perdi·
mento di tempo!
MERLIN . Qual ?
LIMER o. uel tuo olume dico, nel cui abbietto le pro-
dezze de non so ch i Baldo cachi e canti.
MERLI o . uant al cantare non ho io giada imitare it·gilio,
quando che d l mio idioma lo qual e sopra tutti li altri appresso
d i me ien reputato nobile, io non mi tegna aver superiore alcuno·
ma quanto al cac re, non voglioti rispondere altrirnente, perché,
se ne l'opera mia on tato io sin a li gallo ni in quella tal materia
EL VA S E C O DA

puzzolente, tu, Limern mio, sin a g li occhi ti vi sei lordam ente


voltato . Però lascia mo , pregati , questo so prabbondevole ragiona-
mento in disparte, ch é tu ed io abbiamo in og ni modo straboc-
chevolment errato .
LI 1ER K . Io tolsi lo nome sola mente di Pitocco per dire un
tratto lo m io co ncetto.
MERLI E al oo-getto , qu al è quell o , no n accascava se
non malage olmente il nom e di Pitocco, ed anco dedi ca rlo a
un igno re non si do e va.
Lr 1ERN . Orsu dunque , lasciamo , Me rlino caro , le dette tra
no1 mgiurie, e iamo amighi come pri ma . Bacchus et
Amor, crapu la
MERLir o. Fa' come ti pa re . et vani tas, o cu-
latae sunt.
LIMERNO. Ma vorrei da te una g razia sola, caro m1o Cocaio,
imp trare; non mi la neo-are, pregati, se ' l bottazzo non mai ti si
parti dal o-allone .
iiERLI o . Tu non pòi falli re d i domandarmi ché a me starei
poi , parendomi, da rti .
LIMER o . Non ti vol e r piu oltra con e so meco turbare se
un mio concetto, a uto g ia m olti m e i , ora sono per scoprirti . ..
MERLI . Con la li no-ua di ' pur ciò che ti pare, ma tacci ano
sopra tutto le ma ni .
LI fER o . Non ' i è pericolo, mediante fra noi lo fi ume , di
confl itto alcuno, !Ierlino caro . Ma taci, prego: non od i? Conosco
la dotta mano , conosc lo novo An.fi ne, cono c lo mio
1arco ntonio, o mirabilis imo mu ico, ché ben quella vi rtude
a la gentilezza d' un tal ani mo degnamente conviene . on odi
tu lo accomodati imo ricercare d un lauto: Costui d iscese da
inegia, di tutta Ital ia n utrice. Egl i per doi giorn i s' dignato Biduo tanturn
in anitati lo-
qui fra noi dimorare. r asc ltamolo, ti rego: egli anco ra non co retentu e t.
ci ha veduto, e men o lio ch e ci lasciamo da lui edere, acciò
lo ri petto suo ver o de noi ce sare noi faccia da i dolce
impre a .
270 CAO DE L TRIP RU r

A l ciel or triunfando s piego l'ale;


N on ho di sorte ch'io piu tem a l'onte,
Proprium hu- a poi ch'anti si altera e degna fronte
ius principi
pruden tia est. R agiono , ed ella udirmi assai le cale ;
E perché del suo nome alto immortale
A !zar piu non potrei le note cònte,
crissile in capo de' miei ersi al monte,
ove salir o rrei con piu alte scale .

loria del mondo non che d ' un so l stato


R egna co tui , ch 'ai fatti egregi e ad essa
I ntegra forma o<:rni mortai eccede .
T urchi, mori , tedesch i, e d'og ni lato
ien ge nte al g rido ; e mentre l'ode e vede,
o ra la fama esser il er confes a.

LIMERN

A l 'ecc ll cnzia e mag nanimitade d'un cotal principe meglior


tuba, che lo sollevi e innalz i, non si potria giamm ai tro are di
questa. E se d ' intend r brami lo nome del lodato signore, li
capo ersi del cantato sonetto chiaramente qu ello ti appresentano.
Ma ecc mo e dirne appre o: ta' qu to.
oi che soa i accenti, a lte parole,
rime leg iadre e pronti sen i ognora
impetrate dal ciel, deh! perch ' un' ra
ei non me'nspira esser di ostra prol e?
irei che d'un tal princip non òle
gi ' '1 mond esser adorno. il qu al onora
ummus locus non pur inegia bell a, ma di fora
bene re g i tu r,
quum i qu i le genti sott l'u no e l'altro sole.
prae e t vitiis
potius q uam antat 'l dunque voi, ché, a me se diede
populo domi-
natur. b nigna udienza (o nde lieto ringrazio
1 inclita sua irtu ), l'atto rren til e
quanto p iu voi di dire a rete pazio!
Ma ben 'annunzio che tolt' è ch i crede
poter tant alto porger uman stile.
SELVA SECONDA 27 1

LIMERNO E MERLINO

LIMER TO. Or ecco, Merlino, che a tempo questo g ntil


musico porsemi bona cagione di dirti lo gia mio promesso a
te concetto. Per qual dunque ragione tu , ornai attempato, di
questo tuo paese di Carossa, pae e dico da ubriachi, paras iti, Crapula.
lurconi, cra puloni, oggi mai non ti svelli? perché pur anco vi
dimori tu? Qual foggia di vita potrai tu for e in questa regio ne
de lupi adoperare , la quale posciati con la utilitade insieme
recarti qualche onorevol fama in questo mond o e removerti
finalmente quel nome di Cocaio; nome, dico, di somma leo-ge-
rezza , si come il nome di Pitocco anco r io spero di lasciare?
MERLI o. De l' onore ol fama tanta io me ne acquisto col
mio botiro e lardo, quanto tu con q uell i toi zibetti e ambracani .
Ma de l ' utilitade io t ' ho saggiamente da rispondere: niu na cosa
ssere piu utile che ' l mangiare e bere . on d icoti le antiche
gian de da tutti lodate e non toccate se no n da ' porci, an zi parlo
di que ti miei del icatissimi liquori, ove la vera e dritta via di
ben vivere gia molti anni passati mi ri condusse .
LIMER. o. Qual immortalitade di animo vi consegui tu per
bere o mano-iare?
MERLINO. Or come potrai tu, gr os olano che tu ti sei, vi ere
senza queste due parti?
LIMER o . nzi tu vivi allora sol per mang iare, e questa è
ita bestiale.
MERLI - . a' al diavolo . ivi tu forse senza mangiare ?
LI 1ER -o. Ben mangio, ma sol per 1 ere.
MERLI .~. 'O . Ed io vi\ o per mano-iare.
LIJ\IER o. G randissima differenzia è cotesta.
MERLL Anzi è una i tess cosa, ma non la comprendi .
LIMER o. Ben io la cono co, ché assai t i ~ - ra meglio man -
giare per vivere che ivere per mangiare.
MERLINO . Ed io quell'i t o t i replico: che meglio sarebbeti
mangiar per smaltire che smaltire per mangiare .
Lnm o. Qual fama, qual gloria, qual immortalitade ne
272 CAO DEL TRIPER

averai poi? non ti re uscirebbe meglio mangiar per vivere e,


1 endo, acqui tarti perpetuitade di loria?
MERLI O . i qual gloria intendi tu?
Lii.\lERNO . i questo mondo.
M RLI O . Aspettava che mi parl assi del cielo.
L IMER o. Mi pen i tu forse cosi pazzo ch'io creda sopra
la luna?
MERLI o . Ed io di te assai manco cr do ; ché, olendo una
fiata salir un arbore di fico ad empirmene de le sue frutt , per
mia sventura venendovi abbasso, ruppimi una spalla, onde
d allora in qua non ho mai oluto piu credere sin a l'altezza
de li arbori. Ma qual è questa g loria del mondo c'hai detto?
LIMERNO . Innamorati, raccendati, aff · cati, impazzisceti di
qualche bella donna !
MERLI ~ o. Con diavolo impazzirmi? dòlti forse d'es ere solo
pazzo che me in compao-nia cerchi di a er ancora? Ben doppia
saria cotesta mattezza, che io ornai vecchio ribambito mi cacciassi
in cotal impresa. E quando pur io lo face si, qual fam a onorevole,
come hai tu detto, ne consegui co poi?
LIMER o. O dolce , o soave mattezza di questo tenero Cupi-
ine, lo quale di tanta virtude si rende ne o-li amanti cagione!
anita in- oglio primeramente che a grande contento siati lo gire non
strui t crapu-
Iam. pur de fini e strafoggiati panni ma de costumi e o-esti lasci i
ornato, perfumarti le mani, lo viso, le labbra, li capelli sovente
di zibetto, muschio ed altri unguenti con acque di grato odore,
sforzarti di sapere ogni arte og ni astuzietta con qualche simulata
invenzione di farti o pur conservarti grato a la tua madonna,
non perdonar a la bor a in fe te , danze, conviti notturne,
mattinate, e qualche dono per truzzim ani a lei celatamente
dricciato. Ma sopra tutto per il sprono e dolce incarco di questo
amoroso affetto tu sempre averai lo componer arguti versi pronto
Delectatio ne e dilette ole; laonde oglio eh totalment a la musica ocaie tu
opus perficitur.
ti abbandoni, cantando le cortesie, gli sdegni, gli atti, le parole,
o in lira o in lauto o in altro oa e strumento, de la tua di a.
1ERLI o. on mi fa mistiero lo gia perfettamente imparato
imparare di no o. Pensi tu forse, o Limerno , ch'io non sappia
EL\ ' A SEC NDA 273

le passioni di quello arciero, per cui gia tanto cantai ch'ora ne


son roco e imbolsito ?
LIMER o. Troppo ti! credo, ché ' l fiasco per so erchio bere « opia vini
et tentat gres-
consuma un corpo. sus debilitat-
que l pede >>.
iERLI o. Anzi lo bere fa bon a ed espedita voce. JRG.

LIMERNO . Ed anco li quattro fa parerti otto. Ma dimmi :


soni tu d'altro instrumento che di fiasco?
MERLI JO . Ecco lo sacco.
LIMER o. Per la croce di Dio ! tu déi essere un boia.
MERLI o . Che voi dir boia?
LrM ER.l~ . n ma tro di giustizia al quale si da per sua
merced e tre libre di piccioli e un sacco.
MERLI o . Ma non gli danno però la piva drento .
LIMERNO. Tu dunque vi tieni drento la piva?
MERLI o . Eccola.
LIMER)lO . Gonfia , ti preo-o!
MERLINO . Lirurn bi lirum. uoi ch'io timo tri s ' io so meglio
di te cantare?
LI m R o . Aspetta , prego, eh' io prim a dirò ne la cetra, e tu
con la p iva mi succederai.
MERLI o . Io ne on molto ben contento. Ma dimmi in lom-
bardo tile , ché non t'intenderei toscano .
LI fER -o. Farollo e ramente . di un endecasillabo del sonno :
Huc, huc, nocti ao-e pater tenebrae;
huc som .....
MERLINO. Taci la! questo mi par latino , e non lombardo.
LIMER o. Anzi e lombardi fanno pessimamente, partendosi
elli da o-J i antiqui oi maestri di ling ua latina , quando che lo ma-
terno parlare tanto rozzo e barbaro gli si a. Onde s io considero
chi di .antoa , chi di erona e altri luoghi di Lombardia nacque, Virgilio, Ca-
tu11o, Plinio.
dirò che 'l proprio parlare de' lombardi saria lo latino.
MERLINO. Or ben conosco che sei uomo vano e smemorato, Proprium Ya-
oitati .
ch'ora contr adici a la openione tua innanzi detta. A nzi lo pro-
prio de' lombardi è lo barbaro , da' longobard i derivato : ma
di' meglio (forsennat o che tu ti ei .) che 'I proprio idioma de <Tli
abitatori di Lombardia sarebbe lo latino, perché Lomba rdia non

T. F O L E. GO, Op e italiane.
274 CA DEL TRIPER

fu Lombardia e non dapoi che i longobardi la barbarie cosi del


parlare come de' costumi portarono in quelle parti. Li costumi
se ne sono in ua malora partiti, e lo rlare vi è restato; e
però con[! rmarotti quello che gia sopra issi : che tu, e sendo
lombardo, piu pre to avvezzarti do eressi a la paterna tua lingua
latina che a la pellegrina a te toscana; h· molto piu di fama
e gloria conseguiranno per lo a enire li crittori latini che li
toscani, quantunque oggidi a molti lo contrario appaia, servando
però sempre la dignitade de la mia macaron esca . r dunque,
mentre io m' apparecch io re ponderti, di' uso quel tuo promesso
endecasillabo: o latino o lombardo che ia, non oglio di
cotesto piu teco di putare.

LIMERNO

Huc , huc, noctivage pater ten brae;


huc , omne; huc, placidae sator quietis
Morph eu; huc , in ili n m is ocellis
amplexu qu e thorum, cuba a ut pererra
totum hoc populeo madens liquore
corpus , tum gelidum bibens pap ver.
Hinc hinc mordicus intimis med ullis
haerentes abeant cadant e curae,
ut grato su perum fru ar sopore,
mox gr te superis feram diurnas.

1ERLir

Po t vernazZl flui ugum botazzi,


post cors i t nerum O'f ghique trinchum,
et roccam cerebri capit fumana
e t SO'u erzae o ten brant caput chima rae .
O dulcis bibulo quies tode co,
seu fen recubat canente naso,
seu terrae iaceat sonante culo!
Mox panzae decu e t tirare pell em,
mos est sic asino bo ique grasso.
SELVA ECONDA 275

LIMERNO E MERLI O

LIMERr o . Ah! ah! ah ! tu mi rumpi de le nsa il petto con


questa t ua gentil Camena. Veridico filosofo ben fu quello che
disse: lo ra nocchio non sapersi comportare del suo fango fora .
MERLI o. on mi dar piglio a la coda, Limerno , ch'io so
meglio mordere che tu pi o-liare .
Lr 1ER o . Non ti adirare , prego, ché d 'adirarti causa non è.
G ia cotal prO\ erbio non di i per bia mo tuo, anzi contra me
solo volsi accennare, che via piu sono manco agevole a dir
latino che toscano.
MERLIXO. Ed io simil emente trovomi essere manco idonio a d
ascoltare toscano che bergamasco, e questo men ao·gradiscemi
del romano o vòi latino. Dilché se hai pu r a dirne piu , ecco
a i n me ri latini mille orecchie ti pala nco e sbaratto.
LIMERNO. Di qual nome fassi degno , Merlino mio, un uomo
-che ing rato ia?
MERLINO. Dilli ragione olmente « bestia» .
LIMER o . Cosi da bestia te ne oglio trattare uno. r odi:

Iam geris huma nos nec quidquam, perfide, vultus,


iam cole cum nemorum stirpe, ferine , nemus,
im memor accepti qui muneris infremis instar
belluae , et in nostram saevi , inique, fidem.
Prodis amicitiae foedu , nec te p udor ullus
arguit. i, pete ( ir non eris inde !) feras.

hiamava i costui per no me rbano; e male con eniva li \era-


mente, ché mai né il piu scortese né il piu rozzo né il piu aspro
si puote vedere di lui fra quante vilJe di Padoa o icenza si
trovano. Del q uale fu gia composto quella similitudine contraria :

Lucus luce car ns nom n de luce recepit;


bellum, quod bellum it minu , inde eni t.
Hinc quoque te r banum merito appellamu , ut to
nomine rusticitas si t tua nota mag i .
CAO DEL TR IP ERl: .

Deh! pregoti , amantis im o 1erlino, !asciam i ch'io canti i Amore


in toscano idioma, ché ve ramente non o io piu che dirti latino.
l ERLI. ·o . on lo far· io giammai: tu canti a me e non a te.
LIMER~· o . on ag lio p r niuna cru i a es erti ritroso; e per-
ché di cote ta materia latina ho molta penuria , e tu vi hai pur
p iantato ostinatamente lo chiodo eh' io non debbia se non
latinamente cantare, non mi ritraggo a dirti alqu anti versi da
me ancor fanciullino composti, trovandomi u quello di Ferrara
in certa Yilla , mandato i da mio padre per imparare lettere
a ppr sso d ' un prete, lo q uale molti c lari teneva oggetti, e
piu li belli eh li brutti; nel qual luogo, per corruttela di grosso
aere , soprabbonda ano tante bi cie , rane, zenzale e pipastrelli,
che uno inferno mi pare a di tormentatori . Laonde, ritrovan-
domi ogni sera in l:>ui a d un Lazzaro mendico tutto da le pun-
ture di quelli 'alatili anim aluzzi impiagato, co i al mio maestro
puerilmente r citai :

LI:VIERNU

O mihi Pieriis liceat dem rgi r undis ,


o veniat votis dexter Apollo meis !
Quidquid ago , fateor, sunt carmina , c rmina sed quae
non sapiunt liquidas B llerophontis aquas .
Hic ni i densa palus iunci et harundine tordet,
hic nisi stagnanti me Padus amne lavat.
Advoco sic mu a : pro mu is ecce caterva
insurgit c ulicum , meque per ora notat!
Dum cantare p ro ftetu mihi Jumen inundat,
factaque p r culice vulnera rore madent.
Hic quoque nocth agae strident ululantque volucres,
ac ve ntura nig rae damna minantur aves.
Quid ret ram pulices , agili qui corpore saltant?
traq ue quos caedens ia m caret ungue manus!
SEL A E CO DA 277

MERLir O

Questi toi versi quantunque mi sappiano di puerizia, pur no n


v1 manca l'arte e, per dir meo-lio, la veritade. Imperocché io
molt piti voluntieri abitarei su lo contado di qualunque a ltra
cittade che su quello di Ferrara, non gia perché ella non abbia
tutt le bone condizioni che si rice rcano in una imi! terra, cosi di
reggimento co me di nodrimento , m a baldamente dirò che cau a
veruna non le occorre perch · de l'aere o sia del cielo ella
debbia lodare, ché quando la indu tria piu de la natura non \'Ì
avesse prov eduto, g uai a le sue gambe! Lao nde , essendovi non
so qual poeta mantoano, per un ecce o non piccolo, destinato
dal ignore a partirne in one to esigl io, o-ia pervenuto su
l'entrata di essa, in queste pa role sospira ndo ruppe:

MERLLT

Insperata meis salve, Ferraria, cun


tale sis exilium ne, rogo, quale daris!
Me non parva reum fecit tibi culpa: reatum
ex te num luerit congrua poena meum?
_Joster, ais, 'eni ; no tros quoque suscipe ritus·
vivitur h umano ang uine trade cibum!
Mantous culici funus iam Iusit Homerus; irgiliu .

mantous culicum tu quoque gesta cane.

Lil\IERNO E MERLI. -o

LDIER o. Che quelle be tiuol iano cau a per cui lo usa r


in F errara non ti aggrada, malamente te lo credo.
MERLI Poco errore è que ta tua mescredenza.
Lrl\IER o. Perché dici tu dunque la menzogna?
MERLI -o . e per mezzo de la menzogna tu intendi la veri-
tade, perché mentitore mi fai?
LIMER JO . Mentitore ei per certo.
278 CAOS DEL TRJPER

MERLI o. Si , ma erace .
LI 1ER o . Qual v ritade ho io gia inteso per la bugia testé
fatta?
MERLINO . Perché F rrara cortesa non per mosche o ta a-
n Ile mi è a noia, m perch i i raccoglionsi lor vini su le
groppe de le rane. Pensa mò tu qual eccidio, qual ruina sarebbe
del mio stomaco !
LIMER o . Ferrara e ilantoa di molte qualitadi si corrispon-
deno. Ma voglio eh , si come ora ti conce si lo mio cantar
latino, cosi non manco tu ti comporti ne l'ascoltarmi un breve
capitolo.
MERLIN h i fu lo autore di esso?
LI 1ER TO . erché ciò mi domandi tu?
MERLII uando he non mi dii ttino molto le cose tue,
e conseque olmente non ti presto udienza e non forzato.
LIMER.. on è mio veramente: io gia fora d un scrigniolo
< omentana quello rubbai dentro di Lem ntana, o Nomentana meglio diremo,
meum tibi dal
vindemia Bac- luntano da Roma diece migliara; ca tello nobile si per la ec-
chum l i t e
quintus amat , chiezza di e so si per la gene rosis ima fami<Ylia de rsini, di
commodiora
bibas >) . MART. quello ed altre as ai te rr poss ditrice e madonna. bench · io
molte olte l 'abbia p r mio recitato, null a di manco (mi co n-
fe so a te) non esser egl i mio on cert , ma d'un Gian Lorenzo
Capodoca ecretario d l signore del loc .
MERLI JO. ra incomincia, ed io frattanto un son tt voCYlioti
comporre.
LIMERN

Ja pur contrario a noi l'aspro furore


d'ogni stella crude!, d'o ni elem ento,
eh· l'ira ua non pie a un tabil cuore :
latri chi vol latrar, io li l consento,
«Oh felix ho- cb · tanto i alza piu la fiamma ace a
minum genus,
si Ye tros ani- quando lei sp er ole un picciol ,. nto.
mo amor, quo
coelum regitur, Qual più lodevol, qual piu ch iara mpresa
regat ! ». BoE:T.
d' una c stante, d'una f< d pu ra,
eh' odio non teme né di orte offesa?
S E LVA SEC O DA 279

n fermo scog lio d'onde non ha cura


né un tabil cuore di qualunque oltrago-io,
ché fed intorno a lui piu allor s' indura .
ol ne gli affanni si conosce il saggio,
lo qual , per ch'un bersaglio sia di sorte ,
non parte mai dal cominciato viaggio .
N· di fe rro minacce né di morte ,
mentre animosamente piega l'al e
di fede , mai pa enta un uomo forte.
Però la forza lor in noi che vale?
Gia chi congiunse il ciel altrui non scioglie
perc hé non s aria mai corso fatale .
Lasciali pur empir lor empie voglie:
livido cuor sol di se stesso è pena,
e ch i semina tòsco, tòsco accoglie .
Pingon in ghiaccio e solcan ne la rena,
e quelli de le pug na al vento danno ,
che rodon la fi de! nostra catena .
Ma tu la lor malizia , il loro inganno
impara di conoscer , !or fra ude,
ché bell o è l'imparar a l 'al tr ui dann o .
e ride 'l tu o nemico, e ' l t 'appl ude ,
tu similmente appl udi e ridi ad e o
eh 'esser falso co' fai i è somma laude .
e ancora ti m inaccia e morde spe o,
contienti d ira, eh· ti fia gran pal ma :
summa vittoria è l incere se ste o .
on dé' turbarsi un ' incolpevo l alma,
s'ognor in lei piu l odio si rin fo rza,
eh 'un ir leal non sa peso né alma .
Ma e considri ben ua debil forza,
tu riderai di lor invid ia ed onte:
ar or di paglie ubito 'ammorza.
ian dun ue lor in idie occulte o còn e, « Fides san -
cti imum bu-
o en·a quelle e que e ridi e sprezza, m a n i pectori
bouum est>).
ché l bo n nocchier, se tie n la fronte a fronte E.
di orte accortamente, mai non spezza.
2 o C OS DEL TRIPER r

IE RLINO E LI 1ERr O

lVl ERLL.·o. h quanto m è o ato questa dolcezza!


LnmR To . r di tu dunque che sin a te la oa\ itade di
rime toscane sono aggradevoli?
MERLL O. Per q ual segno conosci tu in me cotal effetto es ere?
L IMER Come. tu non hai ia detto que ta dolcezza averti
non poco g radito?
MERLI O. i, del nn che ho fatto .
LIMER o . Tu d rm vi dunque mentr io cantava?
MERLI o . Che mara iglia ! non sei tu ia di minor vigore
d'una sirena .
LIMER o. Dormevi tu, caro Merlino?
M ERLI o. Domine ita. Ben ti lo dissi da pnma.
L nmR o. Che cosa?
MERLI ro. Di compon rti un sonnetto.
LIMER o. r baldamente t'intendo : o-randissima è la diffe-
renzia tra lo « o nn etto » e « sonetto ».
MERLI . . . Quanto è tra l 1 ersutto e lo schenale .
LIMER . Io ti vole a domandare lo giudizio tuo si de lo
ver come del recitator ma, per quello che me ne pare , ho
ragionato con le mura.
MERLI :r • nzi, e la campana e lo campanaro nu è pia-
ciuto, ma ...
LI 1ER.~. o . Ma che?
MERLI ggradito m' na piu, se . ..
LI 1ER- e che?
ERLI ' 0 . p iu lung fu e proceduto .
L IMER .c O . La cagione?
MERLir' . P r piu dormire .
LIMER -o . E pur gran t rt me fai non a col armi cosi come
io oluntieri ascolto te , non gia per fa to e ' anagloria, ma per
a ere solamente qua lche a iso da gli uditori, se dicendo nel -
l' instrumento mi sconcio troppo nel olger il capo, nel girar de
gli occhi, nel fing r c Idi aspiri, se g raziosamente o no tengomi
SE LV A • ECONDA 2 t

sul braccio la cetra, e abbas oppur troppo inna lzo la oce , Studium v a-
n itati .
e altri simili particula ri effetti d'u n a mante acciò che per l'altrui
avviso piti ragionevol mente avvezzare mi s apessi, dovendomi egli
poscia essere a molt accre cimento de lo a more di mia donna.
MERLIN . e que te pa rti non hai, ben ti le poscio mostr r
io , se mi ascolti per una pezza · forse lo onno ti starei luntano
per vigor de la mia piva . Or odi una oda in loda d ' una mia
a morosa detta la Mafelina, e impara da me gl i affettuosi gesti.
L IMERNO . Comincia, eh' io mi sento voglia di man giar riso !

1\lERLI U .

Aspra , crudelis , manigolda, ladra,


fezza bordelli , mulier diabli ,
vacca vaccarum , lupaque luparum
porgat o recchiam,
porga t udita m , a feli na, pivae;
L ù ·on o btiron., coleramq ue no tri
dentis ascoltet, crepet atque coppiet,
more ve i h ae!
Illa stendardum facie coperta
fert puttanarum , petit et g uadagnum
illa , marchettis cupien d uo bu
aepe pagari.
emper p o tam gabiazza, ro o « Tu rocul
hi nc ab is, ui
piena bell etto, sedet ante po rtam, for ma m Y n de-
re cura t >> .
chiamat, invitat, pre at atque tirat TI B.

m ille famatos ;
mille descal zos petit ad cadregam ,
perque mantellum facien carezza
intu ag raffat , q uid h abent m onetae
prima d mandat.
Qui mi hi credat quod avara tabit
alda ad uniu pagamenti bezzi?
Quis bagas arum imil e m scoazzam
·idit Arena?
2 2 CAO DEL TRIPER N

Nulla Veronae meretrix Arenae


pe ior Ancroia reperitur i ta ,
h eu ! tapinelli po erique amantes,
i te dabandam,
ite luntani , moneo! Prov tor
ipse cru tarum putridae carognae
(( Pochi pen- ibit in Franzam. Pochi pendit i tum
dit >l pro « par- . . .
qmsqms av1sum .
i pendit n.

LIMER O E MERLI O

LIMER o. Merlino mio , questa tua fo o-gia di cantare non sr


domanda «cantare», ma un abbagliare un muggire, un tonare
su per le ripe del Pado.
MERLI o . Sonano li pifari su per li argini del Pado.
LI mR o. E raggiano, come dice il m antoano, li asini.
MERLI o. Tu vòi d unque dire che in que ta mia chiusura
fra tanti asini io canto?
LIMER -o . Ed anco pego-io ti direi, 'io sapes i.
MERLI Piu rozzo cantore di lui non saperei io ghi mai
trovare.
LIMER o. Si, di canto figurato .
MERLINO . Cantano forse altramente che di fig urato?
LIMER o. Lo uo naturale e nativo .
MERLI O. Qual è?
LIMER o . Canto quadrato , largo, sonoro e molto di gorga,
e piu de le volte fannoli drento un strano contrappunto.
MERLI o. In qual modo?
LIMER o. Con la mu ica i drieto, la quale mantengono con
la eguale battitura e' calzi, n n mai alterandovi la misura.
MERLI o. Dunque l asino ha una parte da natura piu de
gli altri animali .
LI 1ER o. Come o i ?
MERLI o. Che l as ino con due voci m una istessa musica
può cantare.
LI fER Anzi uò c ntar , sonare e battere ms1ern e .
ELVA EC N D A

MERLINO . Annòdavi un altro groppo a que ta virtu .


LIMERNO . Q uale?
MERLI o. Me ser lo asino sa chiudere una bor a senza ser-
raglie .
LI 1ER o. tlaravigliavimi se da gli a ini i potesse g uadagnare
altro che calzi e corregge e da un Merlino altro che sporche
e stomacose paro! . Or tattine, tuo mal rado, in questa tua
lordu ra, por o da brotaglie che tu ei, ché ben di me medemo
non pos io fare che non mi maravigli , tandomi quivi ad altercar
con un devorone di lasa ne , nemico di gentil ezze e cortesie .
MERLI o. anne tu vanissimo ed effeminato cinedo! ch é
gli odori de quelli toi unguenti e impia tri fumentati per altra
cagione non porti tu , se non per ammortare e speO'nere lo fetore
de le sozze bagascie fra le q uali giorno e notte empre tu dimori.

LIMERr O

F orsen nato e pazzo che son io! essermi raffrontato a favo-


leggiare con questa destruzion di rafiòli! O meschino me ! se
la unica mia sig nora e divini ima dea giammai presentisse lo
s uo Limerno a er dimorato una bona pezza con un lordis imo
porco, or che direbbe? or che farebbe ella? Per lo ero , non mai
piu se non con torto sembiante mi guardarebbe. \ oi adunque,
chiari fonti , cristallini ru cell i porporei fiori, amene piagge,
ripo ti antri; i, gai aug lletti, la civetti conigli , guardativi
che alcuno di voi non presumi lo folle mio errore a lei mani-
fe tare; a lei dic , la cui pres nzia tutti on un sol ri o
abbella, che molte volte dég navi de l'angelico suo conspetto,
appoggiando le belle membra or su quel la fiorita ponda del
vi o ruscello or sotto quel sp co inederat di allori , mentre
l'ardente sole a gli animali rende l'ombr aggradevoli. D eh !
prego i , ten etimi da l mio sole coperto; ché dubbio non è, quando
ella non piu si deo-na e di comportar le mie lodi, lo mio ver'
lei amore, io ne morirei, io da me istesso di quell'olmo al
v cchio tronco mi so penderei. a, inanti la mi erabil morte
mia, annunzio i che crude! vendetta di tutti vo i ne pigliarei:
2 4 CAOS DEL TRIPER

non è fiore, non è pianta, non è fonte, che impetuo amente


non straccias i, s ellessi e disturbassi. tatene d unque, o de' miei
secreti consapevoli , statene taciti e quieti, ma non i taciti e
quieti che le rime mie, le quali ora sono cantando per i foga re,
non subito le riportati e recan tati a le sue divine orecch ie. E per-
ché voi a ete ad essere miei fidelissimi compagni, con eque-
volmente voglio che d'og ni mio secreto voi iate particip voli.
Io dun que meritar puotei la entrat di questo santissimo
giardino allora quando la fama sola d'una non pur bellissima
ma prudenti ima madonna mi cocque le medolle, lo cui bel
no me voi ne' capoversi di que to succedente sonetto potreti
conoscere, lo quale g ia lo fido mio Falcone nel scorzo di quel
frassino intagliando scris e :

G loriosa madonna, il cui bel nome


I n capo de ' miei versi porrò sempre,
V orrei pur io saper de quali tempre
S ian que ' vostr 'occhi neri ed a uree chiome!
« Pulchra fa- T rema ciascun in lor, mirando come
cile aroatu r ,
foeda non faci- I vi sia la virtude , che distempre
le concupisci-
tur )}. HIER. N ostra natura e ' n ferro i cuori t mpre,
A cciò piu di leggier lor tiri e dome .

D i calamita d unque e non ète,


I n oi d i cotal pietra è forza almanco
V ivace si, ch' ogni materia liga .
I o tragger vidi de' v o tr ' occh i al rete
atura, Amor e ' l ol di sua quadriga.
A ltra simile a voi chi vide unquanco?

Lll\1ER O

Mirabilissima è per certo di costei la beltade e cortesia, la


cui fam a sola (o r che fa poi la presenzia?) puote di luntane
contrade altrui rico ndurre a edere e contemplare la tanta lei
vaghezza, la tanta lei grazio issima one tad . Laonde chiunque
SELVA SECO DA

al primier assalto la vede, subitamente vien constretto a prorum-


pere in coteste simili parole:

Or non piu fama, or non piu ' l sparso grido


l'unica sua bellezza mi dichiara;
ché, mentre agli occhi nostri non fu avara, « Anceps for-
ma bonum mor-
vidila si, ch e cosi ardendo i' g rido: t alibus . Exigui
donum breve
-Per l ' universo non che 'n questo lido tempor is » .
SEN.
piu bella, accorta, pronta , onesta e rara
donna chi vide mai? qui vi s'impara
nata belta d'Amore ad esser nido. -
Però se questo e quello od altri l'ama ,
maraviglia qual è? ma ben saria,
s'uom è che lei mirando non s' impetra!
Q uel guardo pregno d' alta leggiadria ,
quel dolce riso anco nel cuor mi chiama:
- Costei sola del ciel le g razie impetra!

LIMER O

Ma si come dal ciel ogn i g razia in lei discese, cosi ella in


me non dedignossi la sua im partire contentandosi eh' io eli lei
faccia resonare voi, sollevati colli e ombrosi poggetti. Or dunque
abbassativi, o verdi cime de voi, faggi ed abeti; de voi, lauri
e mirti; de voi, querze ed ilici ; de voi, viti ed olmi : abbassativi,
dico, ad ascol tare questa m ia sonora cetra, ma non bastevol-
mente sonora a l 'al tezza di quella madonna; ad udire queste
mie leggiadre rime, ma non leggiadre al merito di quella dea ;
a sentire lo mio dirotto pianto , ma non si dirotto che poscia
l' ardentissime fa ci spegnere de l' affocato core ! E se troppo
baldanzosamente vi paio di fare mentre io dico di lei d 'ogni
alto stile degna , incolpate sol Amore, lo quale mi fa sovente
dire quello che di tacere assai mi fora meglio, e sognandomi
piu olte, movemi a aneg iare quanto ora ète per udire in
questa mia debil cetra :
2 6 CAO DEL TRIP ER • O

Questa madonna , che si dolce, altiera,


ua i r es un sol di tante stelle in mezzo as ide,
t pulcbritu-
d o, quum viget dimmi, dond' è che a ustera in olto ride
prudentia .
scoprendo in ieme il erno e primavera ?
edi se di vertu donna si intera
fu mai, ch'un cor a un sol ri o conquide!
Ma lui tropp'alta peme non affide,
ché fu gge 'l riso ed egl i piu non spera.
Cosi l' alta guerrera e sferza e fre no
tien di chi l'ama, ed ama chi la vede,
a nzi chi l'ode , anzi chi dir n e sente.
Cosi 'l regno d'amor co tei ossede,
ove tanti b e' pirti, aggiam nt
bell a, nudrisce a l dolce suo eleno.

LI 1ERNO

Quando l 'alma gentile , per cui sola


moro la notte e poi rinasco 'l o-iorno,
venne dal ciel, per farv i anco rito rno,
in questa vita ch'è d 'errori cola,
Amor , che ' nqueto quinci e quindi vola,
si le fe ' contra di sue spoglie ado rno ,
qual fier tiranno eh' suo carro intorno
ha tanti uomini e dèi, ch'al mondo in ola.
Ma, lei di sé maggiore e d'altre frezze
ista luntan alteramente armata,
stette smarrito e dal triunfo ce e.
Quella da sue virtu, da sue bellezze,
di che l'ornò natura e 'l ciel , levata
nel carro stesso , in noi l' arco si tese.
SELVA SECO DA

L I 1ER O

Alluntanato è 'l ole, e noi qui manchi


del suo bel raggio (fan piu giorni) lassa.
Io, pur spiando s'altri quindi passa,
spesso alzo gli occhi, di mirar gia stanchi !
I' dico, s'alcun passa, che rifranchi
noi d'esta all e del suo lume cassa ,
narrando il suo ritorno ; ma trapas a
con speme l'anno e morte abbiamo ai fian chi. « Quid non
lon a dies, quid
le u si 'l tempo n· pur anco a ppare non consumitis
anni?>} MART .
chi dica: -Annuncio a oi grande aJlegrezza:
ecco torna colei che 'l mondo a b bella! -
Lasso! non so ch e piu mi peri , ché ella
per u que ' monti con Diana, pare,
a solacciando noi qui giu non prezza.

LI lERl

In quell parti, o e di poggio m alle,


d i all e in po g10 a cherzando aprile ,
madonna or giace e in atto sig norile
so ente in l'erb 10n u'fior le pali
Zefiro intorno b ldamente ' Ile
pirando in qu ella faccia, in quel gentile «Forma bo-
num frag ile
sino d'avorio sch ietto, chiama ile e t>}. Ovm.
di orea l' rizi a biasmo dalle.
Talor eli si parte al loco, dove
gia di sua Laura si altamente dis e
colui che 'n ri me dir ha 'l piu bel vanto .
Quivi s' inchin umile al sasso e move
a l'os a cb entro stanno un dolce pianto
eh' m or sul marm di sua m an poi cris e.
2 8 CAO S DEL T RIP E R - O

LI IER

Quando 'l tempo madonna a no1 si parco,


dramma di sé concedemi talora
di vo co ragionar, i' g rido allora:
olci fiamme d'amore, olce l 'arco ! -
Ma quando invidia le p iti fiate il varco
mi serra ai lumi, o e con ien ch'io ~mo ra,
o richiamando mille volte l ora:
non è amarezza a l'amoroso incarco!
<< R est sol- Qui poi la fede che di par col sole
lici t i p iena t i-
moris Amor >) . certar solea, s'annebbia di sospetto,
O vJO .
fulgura il sdegno e zelo ia tempe ta.
Però scusar si deve se , d ' un petto
scacciato 'l c or dal ' ermo che l'infesta
non gia d'invidia ma d ' amor i dole.

LIMER O

In ido ciel ch e tante telle e tante


in gre mbo hai sempre e di lor ista g odi ,
<< R ivalem pos- a che per cento vie per cento modi,
s um no n e o
ferre love ro >>. la mia levar contendi a me davante?
PRO!'.
hai mille e mille di splender prestante,
e pien d'invidia pur t affanni e rodi.
Per cui? sol per colei che , acciò mie lodi
sianle piti belle, starmi degna innante.
Bastar ti deve il tuo, la eia 'l sol mio,
che'nfiamme i spirti e sopra sé l'innalzi,
come 'l tuo nutre i corpi, l'erbe, i fonti.
[a ' l mio perché piu bello , in tal desio
rancor ti ferza , che ne trai de' calzi,
e n su le cime tue òi ch'egli monti.
SELVA S ECO DA

LAME T DI BELLEZZ

I o tratt a l'ombra d'un gentil boschetto


V idi , g iacendo su la piaggia erbosa,
tarsi donn a soli ng a e pensero a ,
T urbata in vista, col mento s ul petto.
I n tal ao-hezza tava , eh ' i \i into rno
é fu pianta né augel che n on mo esse
A lei mirar e s eco n e piangesse.

I' m1 le appres o e per veder m 'abbasso .


V idila troppo, aim è! ché, alzando il vi o,
S i mi scoper e in lei tal paradiso ,
T al, dico, che mi fece d'uom un asso .
I n m e si volse e dis e: - Fa' ritorno ,
é star qui m eco ove star sola dego-io
A pianger quel che tarda, in me correggio.

Il dolo amar c he p iu em pre s1 acerba


ien d alteri ia molta e tr ppo oro-ogl io; •<Fastus in est
pul cbris sequi-
on bella , come edi, e mi ra cco o-lio turque supe r-
bia formam >) .
T utta sovente in donn a, ma soperba U ID.
I nalzo lei co i, ch e 'n que to corno
e son rima ta, onde l a lta bontade
A ma suppor l'orgoglio a d umil ade.

I n que te bande su dal primo cielo


ols' egli in cherno mio, ch'u n alma tella
cendesse umile assai di me pit.i bella.
T ant 'ella è pit.i gentil quant'ha piu ' l velo
I n cerco de ligustri e ro e adorno .
acque non pe r mo tra r quant è be llezza,
nzi, benché sia bella, lei disprezza .

T . FOLE. •c.;o, Op~r~ ilalian~. 19


AOS DEL TRIPER

I o son (perché ti miro star ospeso)


(< Fallax gra- ana belta, ch'orno di gigli e ro e
tia et vana est
pul chritudo >). S ol de le donne i volti , ma ritrose
PROP .
T utte le faccio e eli cuore corte o
I n lor amanti , cui eli giorno in giorno
N udrendo van eli peme, e mai non giunge
A lor il patto , ma i fa piu lunge .

I n que to l 'alto padre piu adirato


V er' m eh' ab bello i i i e i cuor ina pro
S culpendo lor di porfido e dia pro,
T olse 'l bel p irto l' ebbe in catenato
I n qu elle belle membra ove ogg~orno.
N on fa operbia mai, non schi o sdegno,
A nzi è d'alte virtudi un aso pregno.

I l nome suo dal ciel in terra stette.


V olendolo saper, fa' che misu re,
S cendendo d'alto, le maggior figure:
T re olte e quattro il trovarai eli s tte
I n sette ersi. - A Ilor indi mi torno ,
N é possio piu eli lei dolermi fina
A tanto che sei no co, alma di ina !
SELVA SEC DA

CENTRO DI QUESTO CAOS, DETTO « LABERINTO »

CLIO

Qual gode in carne perché m carne VIVa


e, in terra stando, l'animo da terra
non leva al ciel (onde si parte ) unquanco,
colui d'umana pezie, in cui si serra
l'alta ragione, ad or ad or si priva ,
si come di candela il lume stanco
vedesi, giunto al verde, venir manco.
Di che, gia sp nto, non che morto, il sole
de la giustizia, resta cieco e palpa
la circonfusa nebbia e, come talpa
sotterra errando , uscir né sa né ole;
tanto che ' l miser sòle
un nuvol d' ignoranzia farsi tale Omnium vi-
tiorum peru i-
che mai del ciel non sa trovar le cale. ciosi imum e t
malus habitus
e mi degO'ia pensar o in terra dentro et igoorantia.
o sotto 'l ciel, fra terra e l' aer puro,
·e sser in pene tabil altro inferno
<l'un core ne' peccati antico e d uro ,
non so, sas el pur Dio! Mi par un centro,
l'abito nel mal far, di foco eterno;
q ua ndo che né d'estade n · di vern o
forza ve runa o sia losinga d ' uomo
(que to sperar dal cielo sol si d ebbe .)
quell infelice misero potrebbe
-indi ritrarlo piu di be tia indo mo.
Però tal vizio nomo
l'orribil ombre del Caos deforme ,
.cui sempre a morte in grembo un'alma dorme.
C OS DEL TRIPERUNO

TRIPER O

t vami ba so nel cespuglio queto,


V ago d'udire piu che mai Limerno,
E gia m era disposto per adri to
V olgermi di Merlin for del go erno.
t cadal in E al fin sbucato da la macchia, lieto
Scyll am cu-
pien itar R ich iamo lui: - Deh! s ellemi d'inferno! -
Charybdim.
A lui dico, che gia, calando il sole ,
T olsesi dal cantar dolci parole.

vago - a lui diceva- giovenetto,


B n mi terrei de gl i altri piu beato,
' io fusse tale che tu avessi grato
T enermi (ecco son presto! ) a te SOO'getto. -
R stossi allora quello, e col bel viso
I l novo Ciparisso ovver ar iso:
-C hi chiama?- disse e, istom i saletto,
T enn si a IunO'O il naso fra le dita:
- O h tu . mi ai - dicea - di lorda ita !

C acci ti p esto m quel fraO'rante n o,


L a a ndati lo puzzo fin ch'io torni.
A Ilor si parte ri trosetto e se h i o,
edendo una carogna in lu ghi adorni.
Hic pudicilia, S pogl iom i nudo in quel fonte lascivo
bic natura a-
dulteratt r. T emprato d'acque nanfe, che da' forni
R ig ndo iene giu d'un monticello,
ve Ciprigna gode Adonio bello.

lava i, ne l 'alpe giunto, ii sole.


eco, fra molte ninfe vacrhe e snelle
L im rno torna solacciando, e quell e
L u1 van fer ndo a bòtte de iole.
I o, ch'era nudo , ambe le mani aduno
ELVA SECO DA 293

u quelle parti oscene che ciascuno,


Q uantunque sia piccino, coprir sòle .
- V edrai- parla Lim erno- quant'è meglio
E sser di miei che di quel sporco veglio!

R ecativi 'l in braccio, o belle ninfe,


E d a la dea portandolo direte:
-M adonna, dentro le muschiate linfe
O fferto s 'è costui nel nostro rete:
T egnamol o q ui no co, se 'l vi pare,
I donio t timon, q uando che v ' abbia
S empre a lodar ne l'amaro a rabbia. -

-O - dissi allor, - o di vaghezza fi ore ,


hi mi porg la stola ond' io mi copra ?
-C uor mio -rispose - quivi non s 'adopra
estir alcuno dove regna Amore, « \ 'anu m cor
vanitatis noti-
L o qual ig nud va co' soi seguaci: t ia m quae rit
corpori » .
T aci la dunque , pazzar Ilo, taci ! :- BERN.

A Ilo r fu i ricon dutto a grand'onore


T ra gioveni leggiadri e damigelle ,
A vanti una piu bella de le belle.

enere fu costei, la q ual nel seggio


R egin a di atotta il settro tiene.
- B enedetto sia 'l cuore d i chi viene
- I ncomenciossi all or cantar intorno -
S otto matonta al dolce lei sogo-iorno . -

L aliti , cetre, lire ed o rganetti


I van toccando parte, parte al sòno
T enean le voci giunte, ahi q uanto aghe.
I n quel medesmo tempo, a inti a trenta,
B asciandosi l un l' altro insieme stretti « Luxuriae ni-
mium libera
anno danzando intorno , e questi sono facta via est >> .
PROP.
S inceri giovenetti e donne maghe.
294 CAOS DEL TRI PER O

E rano mille fiamme intorno acce e


S otto gli aurati tra i de la sala:
S tanno da parte alquanti e fan un' ala
E qua e di la mirando le contese .

P endono da' pareti alte cortine


R icchissime di seta, argento ed oro,
O ro sopr'oro , dico , spesso e rizzo
C on mille groppi, ziffere e beschizzo;
V asi di pietre di g ran pregio e fine
L ungo a le men e fanno un bel teso ro .

A eque rosate , nanfe ed altri odori


T endo n spruzza re i pargoletti Amori.

ascos1 molti a le cortine drieto


V anno non so che far , ed escon dopo
N el volto fatti in g uisa di piropo
C he furon d'alaba tro per adrieto.
-- _____
_-;-"'~

SEL A SECO DA 295

AMORE DI TRIPERUNO E GALANTA

I o dunque nudo fra cotanti nudi


N on piu arrossisco, non piu mi vergogno,
F atto di lor famiglia, ove m'agogno
L assivamente in quei salaci studi.
A lato la regina sta Limerno,
T enendole la occa ne l'orecchia,
O nd' io ne fui chiamato possia al trono.

I n terra umil emente i' m'abbandono,


N anti ch'al primo g rado vi montassi,
C he d'altro che de m armi, petre e sassi
E rano , ma sol oro e cre mme sono.
D ritto poi sullevato gia m'avento
I n fretta nanti a l'alta imperatrice,
T remando per vilta qual foglia al vento.

I ncomenciò l altiera: - O Triperuno,


V assallo mio, de gli altri non men caro ,
S appi che 'l tuo Limerno saggio e raro
T'ha impetrato da me quel che nessuno
I n questa corte mai gi ir non puote.
N o e anni e s i non passa una fanciulla:
A te la dono e faccio la dote.

C ostei, pronta, vivace, accorta e bella,


V oglio ch'ami , desidri prima ed ardi
C he piagna e canti, assorto ne' soi guardi,
V ersi pregni d' mor e sue quadrella.
L imerno fia tuo mastr e fida scorta:
L imerno sa quel si ricerca amando.
O h dolce orte a chi entra cotal porta !
-
CA S DEL T l PER U O

Lascivia. A ffrettati , Lag nilla, e qui Galanta


T ien modo d i condur furti am nte ,
Q uando eh' e lla non esce mai di ciambra. -
V enne la ninfa chiesta fi nalmente,
E tutto di ros ore il viso ammanta .

- G alanta mia- dicea 1' imperatrice-


A lza la fronte e mira il no o amante ! -
L evò la vista, dunque, ove si elice
E eco una fiamma ed ove un cieco infante,
R ace lto l'ar o e la saetta, altrice
A hi! di quanti martiri, lo diamante
T rito mi ruppe al petto e quindi svelse
I l cor gia fatto de' sospiri al ento
S tridente face e d'acque un fi ume lento.

O h quante da quell 'ora incomenciaro


P ene, tormenti, a ffanni, sdegni ed ire ,
T ra agli, doglie, a ngoscie e zelosie!
A rsi, alsi di ghiaccio fiamme dire,
T al che 'l dolce al fin di enne amaro.

I mpe rò ch'una Laura ozza e lorda,


efanda, incantatrice, invidiosa
E ra del nostro amor la lima s rda.
S orda lima costei fu enza posa,
enza quiete mai, de l dolce n do,
Clavu clavo E bra sol di spuntar co l chiodo il chiodo.
extn1ditur.

T ant'ella fece, ch'io nel fin m'accorsi


O rnbrosa e ser cotesta ria cavalla.
G alanta ne ridea, donde piu acer a,
I niqua piu, ne venne ai duri morsi,
S i eh' io le seri si questo in una querza:
SEL\ SECO D 297

TRIPERU O

léguati in polve, fulmina ndo Gio e,


o tu , che, sozza tanto, lorda e vieta,
lo nome hai di colei che 'I gran pianeta
mosse da prima ad altre imprese e n ò
Fo o dal ciel o-iammai non casca dove
natura strinse l'onorata meta
del sempre ve rde lauro, che non vieta
ulla stagion far le sue antiche prove.
Ma Dio tal leo-ge in te servar non de\ e,
ché hai sol il nom e e non di Laura i gesti :
s ei di carbon e credi esser di neve.
Pur meglio , a ciò 'l bel lauro non s 'incesti,
quel «v», eh 'l terzo se go-io \i riceve, J .aura.
tolgasi 'l qua rto, ac iò che « larva» resti. Larva.
29 CAOS DEL TRIPER O

DIALOGO EC DO

LIMER O , TRlPERU O E FÙLICA

LI tfERNO

Io canto sotto l'ombra del bel lauro


che pose il gran Petrarca in tanta altura,
lo qual, mercé d'Amore, mentre du ra
il ciel , terni la chiave del te auro.
el mese quando ' l sole si alza in Tauro
ed empie il monte e 'l p iano de verdura,
nacque una bella e saggia creatura
che riconduce a noi l'eta d l'auro .
Cantar vorrei sue lodi , o fresche linfe :
linfe fre che di Cirra, or dati bere
a chi dicer d'un Febo novo brama!
Girolamo sol dico, in cui non spere
piu di me affatkar altrui le ninfe,
ché piu di me, so bene, altrui non l'ama.

LIMER

H or che per prova, Amor, t'intesi a pieno


I n fiamme ove gia n 'alsi e 'n ghiaccio n ' arsi ,.
E eco mi tieni d'altro dol a fren .
R egnar di e medemo e suo gia far i
O h chi potra giammai otto 'l tuo giovo?
N iun, o se pur gli è, non sa trovar i.
I o quella via, qu st'altra cerco e provo,
M a che mi val? tu m1 tra olvi e giri
A l'a pro tuo voler, né schermo i' trovo.
SELVA SECONDA 299

D iluntanarmi voi i e placar l' iri


(I ri tant'empie !) di te, fier tiranno ,
E nulla feci, ché più in me t'adiri:
D i maggior pene, onde maggior è 'l danno,
A mor, mi sproni e fai il tuo costume.

H aggia ch i più s'allunga piu d'affanno.


I o piansi gia molt ' anni otto 'l nume
E rrando d'una ninfa, onde, per pace
R ecarmi, mi privai del uo bel lume.
O h qual mi crebbe ardente e cruda face
N el petto allor che gl i occhi, anzi due stelle,
I o non più vidi, e 'l raggio lor mi sface!
M i sface il rag io lor; e pur s nz' elle
I' non vivrei giammai, perché non pinse

M ai Zeusi un si bel volto o 'ntagliò Apelle .


E eco, donna , il martir, ch'al cor s'avvinse:
R itrassimi da voi, ma non lo volle
C olui che 'n me sovente ragion vinse.
A dunque per gir !unge non i tolle
T anta mia passion, ch 'ebbi gia inante;
E questo av ien ché ' l mal è in le medolle.
L untan il corpo mi portar le piante ,
L untan il cor non gia, perché vel diede
I n su l'aurata punta il ostro amante.

D iedel a voi , eh' a esse ad esser sede


I mmobile perpetua d e so e oi
i 'l toglie te per cambio, data fede
A l'un e l'altro sempre ser fra doi.
300 CAO DEL TRIPERU

TRIPERU o E LI <[ER_T

TRIPER .1: o. el 'ero, caro mio mae tro, non sono giam-
mai tanto fastidito ed annoi ato che ude ndo oi e l'aurea
vostra lira insieme cantare, non subitamente mi racconsoli.
LI 1:ER Ed i crede ami tanto d la turba e olgo entro
lludit llllic questa selva Juntanato e sere che niuno, se non le querze ed
operi trium
Sylvarum quod olmi, avessero ad ascoltare .
Chaos TnjJI!-
runi vocat. TRIPERUNO. ogliomi essere uomo di turba e vul gare; ma,
la dolcezza di ostre muse ovunque mi olgo sentendo, non
m en di ferro a la tenace calamita son io da quella tirato. Nulla
di manco, e da me voi ète del vostro singular con cento im-
pedito , parendovi, ora mi parto e solo vi lascio.
LI fER o. olo non è chi ama, anzi de pensieri ne la molti-
tudine sommerso! Io opra .ogni altro eggioti volentieri, Tripe-
runo mio . ero è che lo ssermi da la consueta nostra compagnia
distratt potevati accertare che da m dovevasi far cosa la quale
fusse da essere se creta. Io, come tu entisti, cantai testé una
canzone, li cui capoversi non vorrei gia ch' uo mo d l mondo
avesse notato, ché 'l gentilissimo spirito, di cui sono (gia molto
t mpo fa) umile ervitore, non men ha cura de l'onorevole suo
stato che del comun obietto di questo nostro amore . Dimmi
dunque : hai tu lo nome suo co mpreso?
T RIPERU o. on, per il dolce groppo di mia Gal an ta!
LI 1ER o . on senza molta cagione ricondutto mi sono a
l 'ombra di questo lauro, lo quale, tanto ag i ta mente clifeso da
queste duo collat rali querze cosi da Yenti e procelle come
da' rago-i de l ardentissimo sole, al sopranominato giov ne con
le sue sempre chiome erde fa di sé g ratissimo soggiorno.
Ma dimmi, 'l ai, que ti doi ersi latini, li quali nel tenero
scorza di esso lauro tu edi quivi intag liati essere, chi fu lo sottil
interpr tatore di ssi?
TRIPERU . l sidoro.
LI fERNO . Isidoro hiarino?
TRIPERUNO . Esso fu .
SELVA S ECO DA 30 !

LIMER o . Oh di vino spirito d ' un fanciull o! ché veramente


n el sino d i T alia succiò le dotte mamme, né maggior fama ed
onore si arreca lo autore che 'l commentatore loro.
TRIPERU o. Sono assai male insculpiti.
LIMERr o. Scri veli, prego, un' altra volta piti ad al to, e perché
lo argomento loro in quello ... sai? intagl iali col ferro acuto .
TRIPERU -o . Intendo.

DE SOMNO

H ic I aceo, E t R epens O culis N atat Intima M ors , A t


D ivorum I mperio Est D ulcior Ambrosia.

LIMERKO

Tu quelli hai gia scritto ? Oh q uanto bene stanno! Fammi


appresso un p iacere, perché lo ingegno del giovenetto piti ognora
posciasi addestrare : scri vi ancora un altro enigma non men di
questo laborioso, lo quale dopoi la morte di Giulio pontifice,
sotto Leone, fu nel candidissimo tumulo di Catarina, dal suo con-
sorte crudelmente uccisa, sculpito, dove ella cosi parlando dice:

TUMULUS CATHARI A::

CO . fodit SO R ME um ROBoris ERige TU cha


phera, necis causa e t non nisi nulla meae. •

TRIPERU O

Cotesta Catarina se bene mi sovviene, fu gentilissima ed


amo rosa donna; a la quale fu g ia mandato quel sonetto con
un paio de guanti insieme, li capoversi del quale dicono lo
nome suo:
302 CAOS DEL TRIP R

D'una tenera, bianca, leggiadr tta,


I nterrra one ta man elesse 'l cielo
V oi, puri guanti, ad esser dolce velo:
A n dati a lei, eh' ornai lieta •aspetta .

C ortesamente la terrete str tta,


A nzi pur calda contra l' mpio gelo,
T utto, però, ch'io per so rchio zelo
H abbia di oi non a prender ndetta.
A mo l'alta vi rtu che 'n sé diversa
R errna p i u eh' in Aracne od ella istessa
Minerva. I nventrice de l'arra e bel trapunte.
N é man piu dotta né piu dole e tersa
A vvinse guanto mai , né chi promessa

O nestamente piu servasse appunto.

LI 1ERNO E TRIPERU O

LI 1ER o. Dirotti la v ritade, o Triperuno: questi capoversi,


non usati mai da valentuomo veruno, poco a me sono aggra-
devoli e a gli altri sodi facevoli, imperocché altro non vi si trova
se non durezza di senso ed un impazzir di cervello. Ma ragio-
namo d'un'altra cosa di assai piu importanza di questa. Con-
fessati meco, e non i aver un minimo risguardo. Chi fu lo
compositore di que' versi, li quali oggi furono da tutta la corte
in una querza letti biasmati?
TRIPERU o . P rch ' , caro maestro? sa peno forse come gli
altri miei?
LIMERNO . Di che?
TRIPERU o. Di mastro di scola.
Lil\IER o . Perché cosi di': « mastro di scola»?
TRIPERUNO. Li quali, per la arieta de' stili da loro adope-
rati pedantescament , come voglio dir , scrivono e fanno un
Caos non men intricato del mio.
SELVA SECO DA 303

LIMERNO. Io ben e di cotesto tuo ravviluppato Caos mi sono


maravigliato, lo quale potrebbe a gli uomini dotti forse piacere;
ma non lo credo, e spezialmente per cagione di quelle tue
postille latin e suso per le margini del libro sparse.
TRIPERUNO. Io per confonderlo piu , come la materia istessa
richiede, volsivi ancora la prosa latina in aiuto de lo argomento
porre.
LI 1ERNO . Lasciamo in disparte lo stile tuo, o sia pedantesco
o triviale; ma peggio è, che sono quelli versi mordaci de la
fama di tale che leggermente potrebbeti offendere. Tu non cono-
sci ancora, buono uomo, la rabbia d'una adirata ed orgog liosa
donna, la quale tengasi da qua lcuno oltraggiata e sprezzata.
TRIPERU o. Qual bene o mal e posso io sperare o temere
da questa larva o volsi dire Laura ?
LIMER o . Voglia pur Iddio ch e tu non ne faccia veruna
isperienza !
TRIPERUNO . In qual modo un sacco di carcami, una cloaca
di fango, una stomacosa meretrice del dio Sterquilinio è per
vendi carse di me ?
LIMER o . Con mille modi, non che uno.
T RIPERU o. Co me ?
LIMER o. È peritissima vindicatrice .
T RIPERU o . Q ual si terribil e ru ffiano d'una trita bagascia
prenderia giammai la difesa?
LIME R o . No n vi mancano g li affamati al mondo. Ma sei
male, Triper uno, u la via di conoscere, in cui po ciati ella
danneggiare.
T RIPERU O. A v el e n armi ?
LIMERNO . No .
T RIPERU '0. F a rmi co n ferro ucci dere ?
LI 1ERNO. é q ue to ancora.
T RIPER O. T òrmi la fama?
Lil'tffiRNO . on ha credito.
TRI PER o. In qual foggia d unque ?
LnrERNO. Trasform arti m uno asino .
TRIPERUKO . Che dite oi?
CAO DEL TRIPER • ·o

LIMER o. Un asino, si; tu ti maravigli dunque?


TR IPERU o. Ho ben io piu volte inteso queste donne aver
possanza, con non so che unguenti voltar gli uomini in becchi.
LIMER o . Anzi, a sai piu becchi fanno che castroni. Quanti
o gidi conosco io li quali g ia per iolenzia de suffumigi da
que te maghe adoperati furono in bo i, buffali ed elef nti con-
v rsi!
TRIPERU o. Questo aria ben lo diavolo! Se questa Laura
mi trasfigura se in un becco , \ orrebbemi piu oltra b ne Galanta?
LIMER o. Piu che mai.
TRIPERU o. Come? io sarei pur un becco?
LIMER o . Ed ella una capra.
TRIPERU o. Cambiarebbe ancora lei?
LI IER o . Che 'n credi tu?
TRIPERU o . Io gia comincio temere.
LI 1 · R o. Tien stretto.
TRIPERUNO. Forse che non sa el la ancora chi ia lo autore?
LIMER o. Tu ei pazzo persuadendoti una malefica non sapere
quello che a tutta la corte gia divolgato legge i.
TRIPERU o. Las o! ch'io me ne doglio.
« Consi l ium LIMERNO. Tu vi dove i piu per temp considerare e pren-
po s t factum,
imbe r p ost tem- derne da me con ig lio.
ora frugum >>.
TRI ERUKO. on l'h fatto, in mia malora!
LIMER e tu sape si la importanza di questo scrivere e
lo mandar cosi facilmente a luce le cose sue, vi avere si meglio
pensato; ché pagarei un tesoro di Tiberio, non mai ne gli occhi
de tanti valentuomini una mia oper tta scoperta si fu se.
TRIPERU o. Come farò io dunque, misero me? ch'io debbia
un asino devenire?
LIMER o. Or va' piu animo amente.! tu gia sei vòlto in fuga,
e niuno ti caccia: non ti partirai da me e non bene consigliato
e consolato . Ma pregoti, Triperuno mio, non t' incresca sotto
l'ombra di quel platano cercarti, fin che io faccia la prova di
alquanti ersi con la cetra, da essere in questa sera d me recitati
avanti la regina; e veramente assai averò che fare, se li quattro
sonetti da lei richiesti a g radirla potranno.
EL V. SECO D.\

TRIPERUNO. Questo tal compor re a l' altrui petizione difficil-


mente può sodisfare a colo ro li quaJi non vi han no parte alcuna .
Ma ditemi prego, avanti che d a oi mi parta , lo soggetto de'
quattro sonetti .
LIMER o . Dirottilo ispeditamente . Gia la signora non è cagione
propria di que ti : ma heri Giuberto e Focilla , Falcone e Mirtella
mi condussero in una camera secretamente, ove, trovati ch'ebbeno
le carte lu ori e de trionfi, quelli a sorte fra loro si di i ero; e\ òlto
a me, ciascuno di loro la orte p ropri a de li toccati trionfi mi
e pose , pregandomi che sopra q uell i un sonetto g li componessi.
TRIPER ai piu duro soggetto potrebbevi sotto la sorte
che sotto lo benepla ito del poeta accascare.
LIMERNO. E qu ta tua ragione qualche bona iscusazione
appresso o-li uomini intelligenti recarammi , se non co i facili ,
come la natura del ver o richiede, aranno. Ora ve ·namo dun-
que primerament a la entura ovvero sorte di Giuberto; dopoi
la quale, né piu n · meno , vogl ioti lo onetto di quella recitare ,
ove potrai diligentemente considerare tutti li detti trionfi, a eia ca-
duno sonetto sing ul armente sortiti , essere quattro fiate nominati
i come con lo aiu to de le maggio ri figure si co mprend :

GI TIZIA, A1 rGIOLO, DIA OL , FOCO, AMORE

Quando 'l Foco d'Amor, ch e m'arde ognora ,


pen o ripenso, fra me te so i' dico:
ngiol di Dio non è, ma lo nemico
che la iu tizi a spin e del ci l fora.
Ed è pu r chi qual Angiolo l 'adora,
chi a man o le sue fiamme « dolce intrico
Ma nego ciò ché di Giu tizia amico
non mai fu chi in Demonio s' inna mora.
mor di donna è ardor d'un spirto nero , << Dux malo-
rum foemina
lo cui vi o se n o-J i occhi un Angiol pare, et sceler um ar-
tifex ». E .
n on t'in annar, ch'è fraude e non Giu tizia.
Giu tizia e er n on puote, o\·e malizia
ripo e de ue faci il crudo arciero
per cui atan ngiol di luce appare .
. FOLE. ·co, Opt!re itaha~. 20
CAOS DEL TRJP R

TRIPERUN E LIMER

T RIPERU o . Molto arguto parmi q uesto primo, né a nco di


sove rchio di ffici le; ma che eo-li ao- radir debbia la regina con
l'altre do nne, non credo.
Lil\IER o . Dimmi la cau a.
TRIPERU . Lo abbietto non lauda il feminile sesso.
LIMER o . E Giuberto non lo volse d'altra sentenzi di qu Ila
c'hai udito. r vengone al seco ndo , nel q uale la sorte di
.Focilla co ntiene i.

f D TELLA, ROT , F RTEZZA


,
TEMPER rziA, BAGATTELLA

.. ue ta fortuna al mondo è 'n Bagattella,


eh ' or quinci altrui soli v , or quind i abba a .
on è Tempranzia in lei , però fra cassa
la forza di chi nacqu e in pra a tella.
Rari imum ol una tempe rata fort e b Ila
animai bona
mulier. donna , che di sple n lor le telle pa sa,
la in tabil Rota tien umil e ba a;
e n o-ioco lei di galle a l mondo appella.
Co tei tempratam nte ua Fortezza
u ato ha sempre, tal che 'l Mondo e 'n ieme
sorte de le telle a scherz m na.
Ben uò fortuna con u le gerezza
ir ne le telle di 1 ili forze est re me:
c hi a temprar i lei col Mondo affrena.

TRIPERU JO E LI 1ER

TRIPERU O. ue to altro sonetto appre o di me piti d el


primo lodevole mi are: co a che a-ia per l con trario iudicai
da pri ma d over e er , att ndendo i quella sorte del « B gatte!la ~
non potere non li sol i con orti di co nciare. Ma , i come a
me pare, de g li altri a ai m glio i quadra .
ELVA ECO NDA

LIMER o . Og ni cosa che ·ad essere patisce durezza) lo piu


de le volte eccell ente diviene: laonde Focilla) do nna, come si
vede) prudentissima , contristandosi p ri ma di cotal leggerezza a
lei per ventura sortita , or che reuscita la vede in maggior suo
onore) <Tiubila e sal tell a . Ma ven o a l)oscurissimo soggetto de
li disordinati tri onfi di Falcone, al quale, sopra tutti gli altr i
(Tentile , do veva la meg lior fortuna accadere .

L NA, APPI CATO, PAPA) IMPERATORE PAPESSA

E ur pa mia, quando fia mai che l' una


parte di te, c 'ha il turco traditore,
rifrancati lo Papa o Imperatore,
m ntr h an le chi av i in man , per !or fo rtun a?
Aimè! la traditrice ed importuna
n pose in m an . . . . . o nore Fortuna fatta
Papcs a.
di . . . e ti en furore
sol contra il g ig lio non contra la Luna.
Ch é se 'l n on fusse un a .
che per un p iè o speso tiene,
la Luna 111 riffo a !)aquila ed re i ;
m a que ti m1e1
fa n s i che mia Papessa fa r si v iene
la Luna, e o' appiccarmi da me stessa (1 ) .

(1) Ecco il testo c mpleto, quale si le,.ge nella 2 edizione:

LUNA, APPICCATO, PAPA, IMPE TORE, PAPESSA

Europa mia, quando fia mai che l 'una


pane di te, c'ha il turco traditore,
rifrancati lo Papa o Imperatore,
mentre han le chiavi in man, per !or fortuna?
im l la traditrice ed imponuna
ripose in man di donna il ummo onore
di Piero e tiene l'imperia! furore
o! contra il giglio e non contra la Luna.
Che e 'l papa non fu e una Papes a
che per un piè Marcio so. p o tiene,
l Luna in iifo a l'aquila vedrei.
Ma qu li papi o imperatori miei
fan i, be mia Pape a far i viene
la Luna, e vo' appiccarmi da me stessa.
CAOS DEL TRIPERUNO

TRIPERUNO E LD1ERNO

TRIPERU -o . oi rriocate, maestro nuo, sovente al mutolo


m questo sonetto.
LI 1ERr- . Fu sempre lodevole.
TRIPERU he cosa?
LIMERr o. La erit<L ..
TRIPERU o. Confessare?
LIMER Anzi tacere.
TRIPERU . La cagione?
LIMERNO . Per scampar l'odio.
TRIPERU o. Di poco momento è questo odio, se non v1
sussegui se la persecuzione.
LI 1ER o . Però lo freno fu trovato per la bocca.
TRIPE RUI o. Meglio è martire che confessore.
LIMER.L -o . Cotesto è piu che vero. Ma veggiamo finalmente
lo sonetto di Mirtella, la cui sorte fu questa:

OLE, MORTE, TEMPO , CARR , IMPERATRICE, !ATTO

imil pazzia non trovo sotto 'l ole,


di chi a crioir del Tempo tempo aspetta :
forte , su 'l Carro Imperatrice, affretta
mandar in pol e nostra umana prole.
Al o le in bre e te m p o le viole
col strame il villane! sul Carro assetta:
«l't navem Matto chi teme la mortai saetta,
t aedificium i-
dem de truit eh 'anco l'Imperatrici uccider ole.
facillime qui
stru. il, sic ho- Però de' sciocchi avrai ul Carro imperio
min m eadem
optime quae s' indu ·, donna, piu mentre sei bella,
conglutinavit
natura dis ol- ché 'l ol d'ogni bellezza in ecchia e more.
vit ». Cxc. Godi, pazza. che attendi? godi 'l fio re !
fu cr e del ol il Carro, e il cimiterio
l nera Imperatrice empir s 'abbella.
SEL\'A SEC DA

TRIPERUNO, LIMER O E FÙLICA

TR IPERU~o. Or que to de gli altri piu odi farmi pare, mae-


stro mio.
LIMER o. Avrei con men durezza compo to loro , se la divi-
sione di e si trionfi in mia balia stata fusse. Onde pregoti non
t ' incresca udirne un altro, molto (per quello che me ne paia )
de gli giéi recitati me n rozzo e triviale, quando che la libertade
di e so tutta in m solo tata sia, dove li entiuno trionfi ,
a iunrrendo i appres o la Fama ed il 1atto, si contengono:

Amor, otto 'l cui impero molte im prese


an enza T empo sciolte da Fortuna,
ide Morte sul Carro orrenda e bruna
volo-er fra quanta gente al Mondo prese .
- Per qual Giustizia - di se - a te si re e
né Papa mai né, s'·, Papessa alcuna? -
Ri pose: -Chi col ol fece la Luna
tolse contra mie Forze lor difese.
ciocco qual ei! è quel Foco- dis e Amore-
ch'or Ang iol or emonio ap are , come
tem prar sannosi altrui sotto mia Stella . \'en re.

Tu Imperatrice ai corpi ei, ma un cuore


benché so p ndi, non uccidi, e un nom e
sol d'alta Fama tienti un Bagatt Il a.

:via che miracolo è que to eh ora veggio , Triperuno mio?


TRIPERU~ ~o . ove?
LIMER . Quel matto solenne di Fulica veo-o-io a noi venire .
TRIPERlJ_-o . È dunque pas ato di Peri a in Matotta? oper tizia-
\'anitade.
LI mR ~ o. Costui veramente, e non fallo, ha ittato in disparte
le portelle col bre iario e vole de' no tri fars e . vecchio
forsennato, che co i inutilmente da gl i soi primi verdi anni s ha
ricondutto fi n a la impossibilitade di poter piu gioire di questi
nostri piaceri. Oh come ha lunga barba il santo eremita. Oh
310 CAOS DEL TRI PER O

come a sa 10, noverandosi li pas i que to antuzzo del tempo


ecch io !
TRI PERUNO. Tac ' ti , per Dio, eh · , ornai troppo vicino, potreb-
be i sentire.
F' LICA . Di i salvi, amici miei.
LI 1:ER o . Et os, domine pater.
F · LICA. Di che cosa rao-ionate voi ?
Lr 1ER o. 1 amore .

F ùLICA. Amor spirituale?


LI 1ER o . o, animale.
F ùLICA. ta molto bene.
LI rER o . Ma, dite oi qual importante causa vi mena in
q uesta regione amorosa? q ual con venienzia è di que ti nostri
muschi ed ambracani con quelli estri rigidissimi costumi?
F ùLICA . Causa non p ur importante, ma importantissima , mi
driccia a te, Limerno mio, acciò che con gli al tri toi sim ili
ornai d a questo mortal sonno 1 vegliati . Que le tre nostre
regioni, Carossa Matotta e P ri a, eramente sono uno laberin to
di cento migliara di errori ; n · mai se non testé la ig nora nzia,
la sciocchezza, la operstizia di me e mei compao-ni ho cono-
sciuto, li quali a evamo la felicitade nostra riposto ne l'andar
scalci radersi il capo portar cil izio d altre cose as ai, le quali,
quantunque siano bone, fanno però la ciar le megliori. Ma non
v' incresca udirmi ché forse oo-gi la comune nostra salute avera
principio .
L IMER o. i ascoltaremo olunti ri: or incomenciate.
SELVA SECO DA 3II

LA A I NA RI

DIALOGO TERZO

FÙLICA, LIMER E TR I PER NO

F · LICA . In poco frutto r u cirebbe lo mio ragionamento


assai lun go, se primamente non m i mo essi al sommo principio
de tutte le co e, e pregar o eh' egli si degni aprirvi gl i occh i
d il core, gia tanto tempo fa cieco e da la veritade di lun go
intervallo disgiunto.

mnipoten pa er , a thereo qui lumine circum


morta! hoc nostrum aepi ubique genus,
ut queat a rti fìcis tenebrarum evadere fraude ,
utve queat recti tramitis ire via m,
excipias a nimam hanc , usu quae p rdita lon ·o,
iam petit in fc rnas non redi •ura ede !

LI 1ER h. ah . ah. ridi m co, Triperuno mio! vedi questo


m e nsa to come ha pregato n n ~o ch e su dio per me, come
e altro iddio fusse piu di Cupicline da esser emuto pregato.
TRIPERU .~: o. scoltiamo o, caro maestro, eh· gli gia si le a
da la orazione.
F · LICA. Ritrovandomi h eri, p r avventura, non molto luntano
da la spelonca mia col mio fid li simo Li be rato, da me molto
amato e ali o caro, a venne che, Yedendomi gl i tutto nel viso
maninconioso, di me tenero pietoso divenuto, i come colui
che di benigno ingea-no era e non poco mi amava, umilemente
mi domandò la ca2ione per eh si tristo io fussi e enseroso
e quasi tutto in uno freddo ed in ensibile sa o tramutato . Ed
appre so tanto mi regò c 1 ·insieme con e o lui in sin ad
312 CAO DEL T I PERU ..

un boschetto , lo quale assai vicino era a la grotta mia, ne andai.


C amminando dunque noi con lenti e tardi passi verso il delet-
tevole boschetto: - Deh! - dis i allora , - caro mi Liberato
gia fussi io morto in culla! eh · , poi eh' io mi sono dato a gli
vani studi de la naturale filosofia a cercare di co noscere le
proprietadi de le cose a noi occulte e impenetrabili, non ebbi
mai l'animo mio tranquillo né quieto , ed ora più che mai l'ho
tra agliato e de vari e diversi pensieri tutto ripieno e distratto.
Io non veggio ornai quello che per me si debba adoperare o
credere; perché, se ve raci sono gli evangelici dottori e se pari-
mente li sottili e tenebricosi maestri in teologia e nostri sofis i
dicono il vero ; se li po ntificali decreti ovvero umane le gi, che
vogliamo dire, ligano o ligar pos iano le nostre coscienze· ed
oltra di questo se alcuni altri dottori moderni non sono né
capitali nemici de la vera fede né bug iardi, ma hanno la verita
ritro ata; a cui crederò io? a cui prestarò fede? el vero, io
non comprendo come tutti non passino errare si come coloro
che omini sono, né mi può entrare nel capo come a tutti egual-
m ente noi debbiamo o possiamo credere. O miseri cristiani!
o v' è fuggita la ferm a fede e piena di credenza de li venerabili
patriarchi, de gli santi profeti, de' poveri apostoli e de tutti i
nostri maggiori? Oimè! donde sono tante e si diverse openioni?
donde si contrarie sètte e si ripugnanti? onde tante vane qui-
stioni? onde tante liti ed empie contenzioni? Se una è la fede
e uno battesmo, poscia che è uno sol Dio e un signore e fattore
de tutte le cose, cosi invisibili e incorp ree ed eterne come
ancora de le visibili e corporee e mortali, perché dunque siete
oi tra oi tutti divisi? - Non cosi tosto quelle poche parole
ebbi detto, una asinina v oce, subitamente rumpendo lo aere, con
soi pietosi accenti percosse le nostre orecchie.
LnviERNO. Ditemi la verita, Fùlica.
F' LICA . Io son pre to.
Lii\IER o . Donde veniti?
F ùLICA. Da Perissa. Per qual cagione q uesto mi domandi ?
Lil\IER- o. Le parole vostre mi apiono di Carossa: balda-
mente che 1erlino vi ha retenuto ne la catena sua! non gli è
. L\'.\ E C 0 .:\0 .\ 313

m ncat una dramma, che questo asino da b bocc" vostra non


.abbi 1 arlato !
F · LICA. Anzi cosi chiaramente con que te m ·e orecchie 10
l'h sen ito rag ionare , come ora facemo noi.
Lr lER o . Con diavolo! ch'un asin ha parlato?
TRI PE RU~o . Lasciam lo finire , caro maestro .
LmER . Séguiti a sua posta.
F é LICA . -Confortati vi - disse quella oce- o boni uom ini ,
e non a bbiate paura , ma siate di forte animo! - Per la q ual cosa
noi tu tti sbigottiti , dattorno òlti, O'Uardavamo se alcuno vi fus se
.che noi, enza esserne avveduti, ascosamente a coltasse . Ma
n e suno vedendo i se non questo asino, che vecchissimo es ere
pare\ a e mol to attempato, il qual e qui vi nel boschetto pa ceva,
e ndo noi gia al fin e pervenuti del nostro camm ino , vie più
che innanzi, la pi tosa e la mentevole voce udendo, temuto non
avevam o, incomenciammo a stordire e for te teme re, e varie cose
fra noi ste si a ri lg re .
Laonde questo asino, a zata un poco la testa, quasi sorri-
dendo, un'altra volta racconfortandoci di se: - Cacciati da 01
ogni gelata paura. Io sono a 'oi da Dio mandato a mos rarvi
la cristiana e era fede e sciolvervi ogni dubbio ed ogni ostra
questione a finire e terminare .
Le q ual i parole udend noi, qual e e quanto fuss e lo to rdi-
ment , oi da voi ste si puotete pen are: dico che tutti li capelli
se ne arricciarono e, q uasi perdute tutte le sentimenta, piu morti
che i i in terra cademmo. Ma ritornate poscia in noi le perdute
forze ed il natura! vigore e ras ic uratene alquanto, lo com enciamo
a congi urare ed a comandare da parte de io che, se ciò in-
gan no fusse del diavol o, to to indi i dipartisse . 1a O'li, che
veramente da Dio era, tutto immobil si tette; e per levarci ogn i
o petto ed ogni dubbio a mescredenza che ne l'animo nostro
na ciuta fus e o n ascer i otesse, con \'OCe as ai umana ed umile
ri pose cosi: - uanto ia, figliuoli mie i, da fu gO'ire e biasimare
l 'essere ciocco e impru en c e roppo agevolmente e di legO'iero
dare orecchie e a ·er feLle a visio ni e parole , quantunque e buone
e eraci ime quelle ne paiano. io non otre i giammai con parole
CAOS DEL TRIPER '0

spieo-are né con la penna seri er . la colui , il quale vorni piu


sottilmente con l'acume de lo int lletto con iderare la cagione
de tutt l'umane mi eri e non potrei certat 1ente ritrovar alcuna
altra che la sciocchezza e la subita ed mpia credenza auta
da li nostri primi parenti al velenato e mendacissimo erpente .
Onde Cristo che troppo bene conosce il mal agio inge no di
que t fallac n mico: - tate - disse a gli apostoli e a suoi
cari discepoli - sao-gi ed a ed uti a guisa de li serpenti e de
gli aspidi sordi, i q uali , come è critto nel almo si ritur no gli
orecchi acciò che non s ntano la oce né li ersi de l' incan-
tator . - Perch' io r puto gran senno a sapersi guard are
defendere da gli agguati da gl'inganni de l'infernale Lucifero
primo inYentor e padre de la bugia. E oi bene in ci· aggra-
ment avete adoperato; eh' ancora che per a ventura alcuna
volta il creder scioccamente non rechi il cred itore né lo metta
in grande miseria, anzi il tragga da o-ra\ e noia e da grandi 1m1
pericoli e riponaalo in sicuris imo e felice tato, non · perciò
da commendare molto, dove la in stabile fortuna e non l 'umano
ino-eo-no s'interpone. é per il contrario è da biasimar ripren-
dere c lui lo quale, e send CYli la f, rtuna nemica e niente favore-
vole, si ritrova al fine in povero e assai vile stato e in g-randi sima
mi eria, dove ben adoperare gl i si ia ingegnato, pon ndo ogni
sollicitu ine ed g ni arte ed ogni forza per potere a buono e
laude ole fine condurre i fatti suoi. _1a lasciamo ora tare co i
fatti ra::,ionamenti, e si per non ess r troppo lunghi (ed in quella
cosa massimamente ne la quale non è di bisogno ) e ·i ancora
per potere piu pienamente ragionar de la cri tiana fede, la quale
assai larga ed ampia materia di sé ne darci da parlare.
LIMER on mi mara igl io punto se, nel parlare, molto sète
lungo e fastidio o; e piu di noi, che tiamovi qui ·i ad a coltarc.
F ù LICA. Perché son io co i lungo e fa tidio o?
LI 1ER . La pien zza di qu l vo tro bi ancuzzo olto dicemi
vo1 s ere di flemma tutto ripi eno .
TRIPERU o . n flemmatico è dunque molto verbo o?
LIMER i, seco ndo li fisic i n tri. é olamente la ft mma
cau a moltiloquio e nugacitade, ma tutte l 'altre operazioni del
SEL A SEC '0

corpo rend piu tarde e pegre ; al contrari o d ' uno che collerico
sia, lo q uale il piu de le volte le co e come nci a due fiate, non
riesce ndogli bene la prima per I' ingordigia solamente del so per-
chio d siderio .
TRIPERU o . Tu vòi forse in fe rire che egli fl e mmatico ti neca!
LIMER o . Ch e Yòl dir « neca » ?
TRIPERU o . « Ammacci a », « uccide», « ancide » .
LIMER o . nzi gl i sta cotesto vocabolo mo lto bene, ch é
fermamente non tro\o «mo rte» a quella d'una ling ua , quale è
quella d'un Alberto da Carpo di testa rasa .
TRTPERU o. Io molto bene lo ricono co, lo quale, gia d' an ni
carco ed attempato , ha fatto la piu bell a pazzia che fuss e mai,
ch e dirotti poi; ma fra I 'altre sue vertù è mordacissimo, loqua-
ci ' imo e vanissim o : ed a ppresso lui un Sebastiano non men ebast iano di
patria oscuro.
di lui chiacchiarone e puzzol ente di bocca, lo quale m entendo
fas i fiore ntino.
Lil\IER o . Megliore vendetta non si può fare che scrivere
(se non ti lasciano stare) li soi co turni .
TRIPERUNO. Anzi odi questo mio tetrastico de la nugacitade
eli quello da non nominare lberto, fondato sopra questo \ erbo
latino:

IEC T

N on necat uJJa mag1s nos ex, non unda necat, no N


E t necat ig ne modo, ne ca t E t modo Iuppiter imbr E,
c um necor a iing ua, mos c ui ne ei re Ioqu i, ne c
A t tamen obthurat tot hy ntia dentibus or
T e necat ore, necat ges T u, ne ce totus abunda T.

LL\fER.KO, F ÙLICA E TRIPERUNO

LLiER.'O. l\lolto è bello e artificio o, ma, per quello che me


ne paia, oscuro e faticoso.
ÙLICA. Deh per lo amore de la passione di Cristo, n on
iate cosi ritrosi a la alute o tra! Lasciatimi fi nire , non mi
C.\.OS DEL TRI PER • •.

sconcia te dal bono e santo proposito eh' io sono certo delet-


taranno i li miei ragionamenti.
LIMERK . Po ciovi molto bene ascoltare, m a non \·olunti eri,
se non mi parlate di qualche bella donna.
TRIPERu.· r oltra, ché vi porg mo le orecch ie .
LIMER~ ·o . s ai men lunghe di quelle del suo asino.

FÙLICA

tupefatto dunque Liberato, ch' un a ino cosi qual uomo s pu-


tam nte parlasse, gridando di se: - h che cosa è questa ch' io
eg2io e sento? dove on io? or dormo io a ncora o son pur
desto? lo , per quell me ne paia, non so se vedo qu Ilo che
vedo, né so altresi e odo quel che odo. Sarei io mai un altro
di enuto? Dimmi dunque , me er l asino, come p uò egli e sere
che, essendo tu una bestia la quale di grossezza ogn' altra quan-
tunque grossis ima ella si sia, avanzi , ora parli e ragioni non
altrim nti che se uno saggio uomo fu si e molto avveduto?
Que to è contra a la tua natura. N · di ciò è meno da mara-
io-tiare che s il fuogo freddo di enis e e piu non re ca ldasse.
E qual mai fia colui si stolto e d'intelletto si scemo e senza
enno che, raccontandogli noi quello che ora con o-ii occhi de
la fronte ne pare di vedere, non ci repu ti ubbriachi ov er dormi-
glioni? Perch · voluntieri io saper i se vano sogno · quello
he io veggio o no . - ueste ed altre simio·Jianti parole udendo,
m s er l'asino schioppa a tutto de la risa; ma a pettando poi
il fine di quelle poi eh 'egli si tacque, cosi incomenciò:
- Estimava io as ai sofficiente baste ole testimonianza
aver i potuto fare i vo tri scongiuri allora quando per essi non
mi mossi io punto, ma tutto immobile mi vedeste stare . Ma eo-li
' altrimenti avvenuto che io avvisato non mi sono. Per la qual
c a n el rim ent di questo giorno, che fia poco, intendo io
di dimostrarvi con ere ed aperte ragioni quello eh voi edete
e udite non essere né vana spezie o sogno n é favole né alcu no
inganno. E ciò di leo-gero mi potrei enire fatto, do e voi vorrete
con intento animo raccogliere tutte le mie arole . erò, quando
SE LVA SECO DA

a g rado vi sia, vi potrete u la erde erba po rre a sedere, per


ascoltare piu agiatamente le mie ragioni , a le quali, poscia che
il sole con frettolosi passi incomencia gia traboccare da la som-
mita del cielo, tempo mi pare convene ole da dar omai principio.
Dovete adunque sapere che ogni artefice, il quale secondo il
suo arbitrio e vo lunta opera, può fare ed altresì non fa re uno
medesimo eiTetto come e quando il meglio li piace. E cotale
principio è dirittissimamente da l'empio Averai chiamato prin-
cipio di contradizione . È un altro principio naturale, il quale è
determinato ad un sol fine, e solamente uno medesimo effetto
in ogni luogo e in ciascuno tempo sempre necessariamente pro-
duce : il che manifestamente essere yeggiamo nel fuo go , il quale
è, come dicono, formalmente caldo e sempre genera il calore
e sempre scalda e non può altrimenti adoperare dove egli si
ritrove . Jé sono da essere ascoltati quelli filosofi, li quali niega-
vano affatto cotesto natural e principio, dicendo og ni cosa essere
or buona or rea, or dolce or amara, or calda or fred da, e brieve-
mente ogni cosa essere tale, quale a noi ne paia e quale le
varie e diverse openioni de gli uomini essere giudica sino. Nel
vero stoltissimo fora colui , che dicesse le cose gravi ugualmente
e senza alcuna differenza, ma secondo la falsa openione e umano
giudicio , or scendere nel centro ed or sal ire a la circonferenza,
conciosiacosaché qua giu sempre quelle da loro gravezza sospinte
discendano , ma la su mai elevare non si passino se non per
violenza e per altrui forza e contra loro natura; ancora che altri-
menti estimi la nostra openione, la qual e mutare non può le
nature e proprietati de le cose, si come colei che naturalmente
seg uitare dee, e la cui Yeritade pende e nasce da loro verita,
come apertamente si può vedere ne gl i sopradetti esempi. Che
perché noi credi amo la g rave pietra discendere non è perciò
la nostra openione cagione de la verita de lo scendere de la
pietra; ma si bene il di cendere di quella è cagione perché vera
ia la nostra openione e credenza. Ma perché mi di tendo io
in piu parole? Dico che ogni nostra openione o conoscenza, o
vera o fai a che ella si sia iene dietro a le cose, come seri e
Aristotile nel libro De la inte rprela::iolle, ed ogni cosa procede
CAO DEL TRIP E R 1

e va innanzi a la nostra sci nz , si come orrgetto e cag ion d i


q uella. Ma il cont rario avviene de l' terna ed immutabil sapienza
del Padre, la quale è princip io e cagione de tutte le co e , de
la quale ancora ne parlaremo con lo aiuto di Colui eh ogni
cosa col suo intelletto e go erna e r gge e dispone con l s ua
i"nfìnita vertu e provvidenza. Ma da ritornare è (perciò che
troppo dilungati sia mo) la onde ne departimmo.
issi che duo era no gl i principi , l'uno libero e voluntario,
l 'al tro natura! , necessario e de te rminato. Iddio dunque, il quale
(come ca ntando dice il profeta) c riò e produsse tutto ciò che
egli volle e fece i cieli e la t rra con l'intelletto, non ' da dire
che egli ia alcuno naturale p rincipio o d eterm inato, ma del
tutto libero e volun tario, a nzi sa prima ed eterna volunta e
potentissimo rbitrio senza principio e opra ogni principio, come
piu pienament dimostraremo quando ra rrionare ne con erra ù la
creazione d i qu sto mondo sensibile contra a gl i naturali filosofi,
Ari tolilc. e mass imamente contra al principe d li peripatetici e contra
Averroi . al suo ostinato o mmentator , g li quali vogliano que to mo ndo
se mpre es ere stato senza mai come nciare e sempre do e re
durare senza mai finire. on è dunque rrran maraviglia, nonché
impos ·ibile , pu rché a Dio piaccia, che uno a ino parli e ra ioni
cosi come un uomo d 'alto ingegno dotato ragionare bbe . r non
può egli fare ciò che egl i vole? · for ·i egli cosi infe rm o d imp -
tente che adempire e(J"Ii non po sa ogni sua vogl ia sodi fare
a ogni suo appetito e d esiderio? Il che se fare non può, ov' è
la ua onnipotenza? ove è la sua infinita ern1? ove è la sua
perfettis ima beatitudine e fel icita? e l vero, io non so com e e li
pos a co i age olmen te a uno a o, non p ur a uno an imale
com e l'asino è, dare la ita e l' int !letto, come liberali ima-
mente a gl i uomini dare gl i p iace . Né eggio imi liant mente
alcun di ffere nza tra ' l nostro e vostro corpo, e perché piuttosto
il vostro pos a ricevere tanta nobile forma quanto è l' int ll etto,
che non ossa a ncora il no tro. Ma la ciamo ora al quanto le
r agio ni ne' loro te rm ini stare, e produciamo in mezzo le sacre
e veracis ime istorie, e maniC stamente vedremo nessuna cosa
essere a Dio fatico a e im po sibile.
SELVA SECO DA

Leggiamo nel Genesi che la verga la quale teneva Mosé in


mano d uno legno, per divina potenza, diven ne uno serpente e
ritornò po i di serpente ne la sua primiera forma. Ecco chiara -
mente veggiamo che p uote Egli le spezie mutare e le forme
de le nature de le cose, si come colui nel cui arbitrio è dare
e torre ogni essere ed ogni vita ed ogn i intelletto. Leggiamo
ancora che molte statu e o id ol i di metallo o di pietra per diabo-
lica virtti parlavano e rispondevan o a coloro che gl i domanda-
vano. Che direte voi qui? niegarete voi non potere Iddio operare
in uno a ino quello che g-li diavoli banno potuto operare in uno
insensibile marmo o metall ? Questo certamente non niegarete
voi, ché niega re n on si dee il vero né a quello mai contrastare,
ma darg li perfetta e piena fede . Taccio io Lazzaro e molti altri
da Cristo e da' suoi santi risuscitati, taccio altresi mol ti ciech i
alluminati, taccio gli attratti dirizza ti, taccio e' leprosi mondati,
taccio finalmente tutti gl'infermi da lungh e e mortifere in fe rmi-
tati co n la sola parola curati e a perfetta ed intera sanita re nduti,
i quali tutti senza alcun dubbio ne mostrano la di,·ina potenza
e vertu. Ora vengo a piu aperto argomento di quella; e dico
che niuno è il quale no n sappia che l'a ino, o a ina che ella
si fu se, di Ba!aam profeta non solRmente parlò ma, profeta
a ncora d ivenuto profetò e predisse quelle cose le quali da Dio
gli erano state rivelate . Che piu dunqu e m 'affatico di volere ciò
piu ape rtamente dimostrare? Chiarissimo argomento è quella
cosa essere possibile, la quale alcuna volta è o \·ero fu g ia
buono tempo passato. é mi fa qui ora mistieri di produrre
l'A sino d' puleio, a n zi di Luciano, stimolo de tutti i filo. ofi e
m orditore d'ogni laude vole openione, per ciò ch' io non intendo
n é voglio ora dimostrare come passino g li uomini in uno a ino
o in qualunque al tro animale mutarsi; di che io non ho dubbio
alcuno. E olesse Iddio che pochi fussero quelli, li quali sovente
di uomini divengono crudelissime fiere e, ri olgendo i ne la
bruttura de t tti e' izi e peccati, sono ie piti peggiori de le
be tie, le quali buone sono per ciò che vi ono secondo lJ loro
natura, la quale buona fu d l sapie nti simo ed ottimo Maestro
criata. é altro forsi Pitagora, divini imo matematico, volse
320 CAOS DEL TR I PER • 'O

intende re per lo trasmig rare d'uno in un altro animale: il che


ancor mi pare che abbia confermato il princip de tutti e' filosofi,
Platone dico, il quale di gran lunga avanza e trapassa d' inge-
gno ogni altro filo ofo che mai fusse o sani nel mondo, togliendo
dal nuo ·ero quelli solamente Ii quali alluminati furono da la era
fede, o aranno, per opera del pirito anto, il qua le per tutte
le cose a era scienza. Io credo fe rmamente avere sodisfatto
s econdo il mio giudizio a le vostre quistioni: ora intendo piu
dimesticamente con oi ragionare e ricontarvi le piu maravigliose
cose del mondo.

L I:\1E R T ' F' LICA E TRI PE RU -

LI 1ER~- . Fatimi, prego, o padre tunica , un piacere.


TRI PER U T on cui parlate, maestro? ove trovasi questo
tunica ?
F ùLICA. ol e egli dirmi Fulica.
L IMER sia Fulica o Stunica, vorrei da ostra antitade
una grazia.
F ù LICA. E du , pot ndo.
Lr 1E R o. Non mi vogliate piu oltra imbalordire lo debol
cervello con que te vo tre filosofie. A che tanti Pl atoni, Aristotili
e a ini? voi potreste co i con le mura ragionare!
TRIPERU . Anzi orrei, caro mio maestro, che i piacesse
di ascoltarlo. Ma facciamone qualche poco di pausa.
LIMERNO. itemi, prego, santo Fulica: foste giammai di
alcuna bella donna innamorato?
Hic F uli a F · LICA. Io fu i e sono innamorato p r certo.
upprimit di i-
num amor m. LIMER o. h sia lodato il Dio d'amore, eh piu oltra non
errò necato di parole al ' ento gittate! O<Ylio che 'n que ta
mia cetra cantiamo tutti noi tre succes i amente qualche amo-
roso canto, come piu al suo particolar sog<Yetto eia cuno de noi
ag<Yradira. Io dunque arò, piacendovi, lo primiero e cantarovvi
di mia diva la summa cortesia, la quale dignossi mandarmi un
bianchi simo panno di lino, lo quale, dapoi lungo sudore nel
danzare preso, mi a sse a sciugare le membra.
. ELVA SECO DA 32!

« Brugo-ia la terra il lino col suo seme », « Urit enim


lini c ampum
di se cantando il mantoan Om ero . seges ». VIRG.
Percl~é un verso non gionse a dir piu intiero?
Del lin cosa non è eh 'un cor piu creme!
Quel lino, che le man vostre mede me
dopo il grato sudor, donna, mi diero,
tessuto l'ha (chi 'l nega? ) il crudo arc iero:
tanto m'incende l' ossa e 'l cor mi preme!
i lo rimando. Ahi! rimandar non posso
l'ardor però, ch'ogni or sta 'n le medolle,
né umor di pianto v'ha che giu mi l lave!
Ma prego mor, si come incender volle
tutte le mie, che almanco roda un osso
in voi, o di mia vita ferma chiave!

Piacquevi cote to bel soggetto, o padre eremita?


F ùLI CA. Molto ago-radisce l umana generazione questa vocale
musica.
LIMERNO. Or segui, Triperuno.
TRIPERU"\'0 . Dirò io alquante parole d un oroglio di vetro,
con lo quale mediantovi una tritissim a rena si mi ura d'ora in
ora lo tempo.

Pensarsi non sapea piu ao-evolmente


cosa che d'uman stato avesse 1mago
d'un fragil vetro in vista co i vago ,
che libra il tempo a polve giustamente.
Vedi le trite rene come lente
filan e' giorni pel foro d'un ago,
e fan col fiume or q ue llo or questo lago
in doi grembi, 'altrui olge so ente!
Ma cotal opra to. to a in con ua so, •< on est. cre-
de mihi. sa-
e a ien che fra d i etri a la giuntura pienli dicere.
i va m. l era
quel debìl filo e cera si di ·sol e . nimis vita est
crastina : vi e
forsennato, chi d 'a er procura hodie». ::vlART.
in terra st to, sendo un etro al sa o,
al foco molle cera, al yento polve.

T. FOLE GO, Opere italiane. 21

j
322 CA DE L TRIP E R

FùLICA. Assai piu lo discipolo mi piace che lo maestro, e


particolarmente la fine di questo tuo morale sonetto, Triperuno
mio dilettissimo; ed annunziati che in breve cangiarai vita e
costumi in a ai m egli re stato.
TRIPERU~ o. Io non on tale che mai puote i adeguare l'alto
ingegno del mio maestro. Ma tocca i, padre, la volta vostra.

F '·u c A

Nacque di fiera in luogo alpestre ed ermo,


ed ebbe co le man il cor d' incude
(ove di e notte gia molt'anni sude
far a l' inopia il pover fabro schermo),
qualunque al pio lesti gia stanco, infermo
a l'onte, ai scherni, a le percosse crude,
sofferse in croce le sue membra nude
al segno trar per darvi un chiodo fermo.
Quinci un mano, qui ndi affisse l'altra
ed ambo e' piedi al smi urato tra e;
né vinse lui quel mansueto aspetto.
Ma questo av ien , ché in prava mente e scaltra
e che di sangue uman sem pre si lave,
non cape amor né alcun pietoso affetto.

LIMERNO. on altramente sperava io dover avvenire di questo


ipocrita e torto collo , e degno da esser nominato ( e lo capo raso
ien bene considerato) « ca allero de la gatta !>. Mal abbia chi
giammai ti mise quello bardocucullo al dos o, frate del diavolo !
TRIPERU ~ . Deh, caro maestro, non i partite !
ÙLICA. Lascialo andare figliolo. Colui che u nel cielo regna ,
solo può fare di Sa ulo, Paolo; di lupo agnello; di notte, giorno.
Ma tu ne verrai mec e , acciò che la lunghezza del cammino
siati meno a noia, seguirò de lo asino la miracolosa dottrina.
TRIPERUNO. Anzi ve ne volea pr o-are, quando che molto lo
v o tro fa vole rrgiare m ' addolcisca il core a vendo o i parlamenti
di ita.
EL\.A ECO. DA 323

F' LICA

- \ o lio che sap piati- dice a quello- eh gli a ini e gli bo i


a ncora hanno lo 'ntelletto; no n che l po sono avere . Di che ve
ne può far chiari Esaia quando dice: « Conobbe il bove il suo
possessore , e l 'a ino lo pre epio del suo sig nore » e Da id :
« No n ogliate - dice - di enire ca alli muli », e SO<Ygiun gevi
la ragion e : « perché sono - dic - senza senno e senza alcuno
a vedimento ». Per che Cristo, umile e mansuetissimo signore c
obbedientissimo fi.gliuolo al suo adrc , non volse montare suopra
gli cavalli né suopra r.rli muli upe rbi imi animali e oltre a
modo o tinati, m si oluntieri si degnò ascendere suopra il
mansu eto asinello. O beati gli asini e vie piu ch ' ogni altro
animale felici. O beati q uelli che asini divengo no e sono degni
di portare il Re de la ·loria in Gierusalem , citta de li ang iol i e
d e tutti i santi! li quali sempre veggono il sol e d la <Yiu tizia
che rasserena le nostre menti piene d' errori oscuri e folti,
se mpre mirano la divina e vera b llezza , la qual e <Y]i fa in te rno
beati e giulivi. Non posso io qui tacere la soperbia e ' l fa to di co-
loro che « servi di Cristo » e « suoi di cepoli » si fanno chi amare,
e temo forte che siano a guisa di quelli servi t ri dali i quali
è luntano il loro signore. Ma e pur di cosi acro nom e si « unt di ti o-
r es flUOd fue-
og lio no <Yloriare, perché e si con piu pompa e con maggiore ranl aecu la-
res: po ide nt
fasto cavalcano piu ricchi cavalli e piu belli muli che ri t mai ope sub hTi-
s t o pau pere,
non fece? e perché non ca\·alcano essi gl i asini come l loro qua sub l cu-
ple te diabo lo
mae tro e i<Ynore (come dicono) gli h a dato esempi ? 1a in non habue-
ci ò prudentemente hanno fatto e fanno, ancora ca alcando quell i r a nt ».
H l EROI L\fUS.
animali g li quali loro piu a omi <Y!iano .
- Deh! <Yuarda bene- di se allora Liberato a l 'a in o- e con-
sidera quello che tu parli; eh · se per mal a sciagura mai i apra ,
tu ne arai molto male trattato d i ti so bene accertare eh
tutte l o sa con un <YrO so ba tone ro tte ti saranno in do o
in cosi fatta a che mai piu non portarai soma , ma mi e-
ramente di questa ita pa sarai. r · ti iovara mercé per io
chiedere: per te morta sani pi ta, né potrai alcuno aiuto o
CA D L T IPER -'0

conforto ritro re. eh! non sai tu quello che indice Iddi per
bocca d 1 profeta : che dobbiamo la ciare star i Cristi u i ?
P rch é dunque tu gli tocchi, perch · gli mordi, perch é non gli
la ci tar ?
Ri p e l 'a ino con un mal iso e disse: - e tem ssi io il
bastone le busse piu c he Iddio, io mi tac rei , né sarei mai
oso di dire la erit · . Ma perciò che io sono disposto, dove a
Dio non dispiaccia, morire, e mi fi.a di bisogno, non ho paura
di con~ are dire il vero. é perché io dica la erit · , si
debbono ssi reputare e sere offe i da me, e veramente disce -
poli sono e servi o amici di Cristo, il quale, come egli di se
med simo fa era testimonianza, è e sa prima erita e cagione
d'oo-ni nostra verita. Io non mordo loro , io non gli tocco né
pungo; io la cio stare, anzi ri erisco e temo i veri Cristi e sacer-
« Quid facict doti e regi. Io favello di quelli che voglio no e ere creduti buoni
ub t uni a poe-
nit ntis r gim; pastori e vo liono essere commendati e riveriti, li quali nel
. n imus?quia-
ii s vult re - vero sono mercenari prezzolati, che a prezz temporale e
r e, ali iudi-
are et a nemi - ilis imo pascono le pecore di Cristo e ono per avventura
n e re i t a affamati lupi; ché a li buoni e veraci pastori e santi pr lati de la
ne mine iudica-
ri ? >•. Chiesa con enevole cosa è, anzi necessaria, a fargli ogni onore
HI ER01'1 J 11.; •
il piu che n o i gli po siamo. i che giusto sdegn mi sospinge
a biasimare la lorda e malvagia ita de li mali cherici e rettori
de la Chiesa. é può l'animo mio sofferire di vedere quelli
ca alcare con tanta pompa e compagnia, quanta mai non si
vide in Campidoglio ne gli ittoriosi trionfi de li romani , nel
tem po che a evano in mano il freno e 'l overno de tutte le
provincie e d le o-enti barb re , le quali di di in di soggiogano
i no tri dolci pae i, too-liendoci oggi una citta e domani l'altra,
ed r questo ca t Ilo d or quell'altro, e temo che in bri eve
non ci t crJiano le per one. Cristo cavalcò una sol olta sopra
l'asino , ma gli oi di cepoli trionfalm ente a le piti volte si fanno
portare ove a piè andare de rebbono.
-Non hai tu - di e Liberat - di ciò tr ppo da rammari-
arti da dolerti, che dove una fiata portasti sopra gli o meri tuoi
il nostro ignore, leggerissimo e soave peso, ne la s nta itta
di I rus lem , ora ti con err bbe portare i uoi icari e uo1
SEL A EC O D

discepoli per oscun bosch i per le frondute selve, di correndo


.Dr in qua or in hi, a le maggiori fatiche del mondo, senza che \'enati .
oltre al convenevole are ti carico d'una gravissima soma, in
mani ra che staresti male. er che ti déi a sai bene contentare
del t uo quieto tato, né vogli procurare cabbia al tuo co rpo
che anissimo esser veggio. E maravig liomi io forte di cosi
fatte parole quali o no state le tue; ché io ferm issimame nte
creduto avrei, ed anco r cr do, che voi asini sempre fuo-gito
avereste cotali pompe, lfi. dove ora mi pare che procacciate voi
d' averle . Io se mpre ho udito dire che a o-Ji a ini non dilettino
molto l'ornate e no bil i selle n· gl i a urati freni né le fregiate
vestimenta e quelle che d' oro sono o d 'ariento dipinte . Né vidi
io mai alcuno di 'oi e ere troppo vago del sòno de le corna
o d' altri dilettevoli i tromenti , o nde sogliano e' greci dire
d 'alcuno , che sia d'alcuna cosa rozzo e o-rosso, uno cotale pro-
verbio : «Egli è a o-u isa d'un asino a la lira » . D l'u ccellare e
de a ndare a cazza non mi è ora di bisogno che io ne parli ,
perciò che dilettare n n vi posso no quelle cose le quali contra-
stano a la vostra natura, la quale non vi diede l'ali a olare né
veloci piedi e Jeo-gieri a potere forte correre. Per le quali tutte
cose io brie emente conch iudo che ingiu tamente voi e senza
ragione facciate alcuna querela o romore de lo vostro sbandeg-
giamento, recandovi a vergogna l 'essere scacciati da coloro, il
cui maestro , se pur suoi veraci discepoli sono, vi elesse per
suo po rtatore quasi come piu 'i caglia il giudicio de gl i uomini
che quello di Dio. Per che vi dovete voi dare pace di tutto ciò
che a Colui piace, a la cui dir~ttis ima olonta ed eterna disposi-
zione e legge immutabil ogn i co a si creda p r certo es ere soo--
getta. Or dubitate forse voi de la divina ordinazione ed infallibile
prov idenza? redete voi che alcuna cosa senza ordine e enza
alcuno re 2imento qua giu empre rrando vada ? Il che se oi
credete, perch · incolpat oi gl i uomin i e non la in tabile for-
tuna? o n a ete unque voi o-iu ta ca ione da dolervi né da
ri prendere i chierici e prelati de la madre Chie a; a li quali,
benché di scellerata e cattiva ita siano alquanti e a venga che
facciano le concie cose, nondimeno dovete voi fargli o i onore
CAOS DEL TRIPERU O

ed ogni riverenza come a vostri maggiori e come a quelli li


quali sono da Dio ordinati e mandati a no tra utilita, abbiando
ria-uardo al divinissimo precetto di Cristo che ne comanda e
dice: « Facete oi quelle cose le q uali essi vi dicono e predicano
che fare dobbiate; ma le malvagie opere loro, le quali essi
sovente fanno, non voa-liate voi fare ».
-Non piu -rispose l'asino- non piu parole. Io non niego
che non debbia no essere ascoltate ed ubbidite loro leggi oneste e
pie, né vitupero io in tutto loro decreti e canoni o regole del
b en vivere. Non sono io d i coloro che forse v'immaginate, ma
di Cristo e vivo e morto, al quale io servo e servire voglio nel
suo dolce e g razi oso evangelio, né di servirgli sarò mai sazio.
Al quale cosi piangend o son astretto di dire: - benignissimo
Padre, riguarda! riguarda, o bono pastore, con l'occhio de la
p ieta le tue pover debol i pecorelle, le quali tra crude lissimi
lupi sono poste dre nto a cardi, vepri, spine ed altre viziose erbe
a pascere! Ecco, oimè! di quelli uno piu de a-Ji al tri affamato e
fiero, Licaone , a passo a pa so, senza alcuno risp iarmo, tutte
le caccia, le svena, le straccia, le divora. Defendile, potentis-
Imo ignore , defendile da gli soi crudi artigl i. Che . ..

TRIPERUr O

E ra per ;seguir anco il ecchio bono


G ia u l'entrar d'un poggio il qual si monta
N on senza gran sudore, qua ndo un grido
A l tergo iemmi, rotto di dolore .
T orsi la fronte, ed ecco for d'un bo co
I o vidi una dongiella scapigliata
V enir fua-gendo, ed ha chi l'urta ed ange
S empre battendo lei con aspra fune.

S tetti prima qual sasso; ma dapoi,


Q uando comprendo il viso di Galanta,
V olgo le spalle piu d'un strale in fretta
A Fulica per trarla for d 'affanni.
R ompeva la meschina l 'aere intorno
EL CO . DA

C on al te tri.da e suon di petto e mani.


l ntendo l'occhio a chi la f, a gridare:
A hi ! eh' io la riconobbi, ahi. cruda ed empia
L aura mal ig na , incantatrice e maga,
enefica non men di Circe fiera,
P utta sfacciata vecchia, il cui feto re
olgea gli uo mini in bestie, aucrell i e serp1 ,
t rincrendo ai c rm1 soi l'altrui costu mi .

F ulica su pel monte ansa ndo ca mpa,


L o qual n on p ili vedere i ' 1 uoti mai.
O vunque una sen fu gge, e l' altra segue .
R atto m avvento al fondo d'un vallone:
E eco idi Galanta in un instante
N on esser .più Galanta, ma curvar i
T utta ritratta, e capo e braccia e gambe ,
I n una picciol forma di m ust Il a .
N on puoti far allora, che non, ratto
V òlto in gran fuga e Jacrrim ando forte,
campa si per nascondermi da Laura.

D i passo in pa so mi volgeva a dr i to,


E rrando e qua e la come stordito .
tettesi la mal agia su duo pied i
T utta minace in vi ta e necrbittosa.
R esto a ncor io nel folto d'una m cch ia,
edendo lei ma non da lei Yeduto.
C e ò dunque la vecch ia cellcrata
T ener piu via d'avermi allor nel crriff
nde quindi partita, io mi ùiscopro
R itornando a veder ov' è al nta.

R ampar i lungo al fusto d 'un ambuco


E eco la veg io, oh quanto vaga e snella,
L eg ·adra, pronta, sedul a, sa ac
I o la rich iamo come far ol ea:
CAOS DEL TRI P R NO

- G alanta mia, perché mi fuggi, in grata?


I o son il tuo fide le Triperuno:
O ve serpendo vai? vieni a me, vieni ,
on ti le ar da me, ché bon a cura
I o sempre avrò di te, fin che col tempo
i trovi chi ti renda a l'ess er ero. -

D issi queste parole e passo passo


I' m'avvicino, losingando, a lei.
V enne dunqu 'ella, dolce mormorando,
I ntratami nel sino a starvi ad agio.

B asci soavi quella mi porgeva,


E d io basciava lei, non men insano,
N on men caldo di quel che fui davanti.
E ra sul picciol dorso tutta d'oro,
D i latte il corpo e Jeggiadretti piedi,
I ntorno al collo un circolo di perle
C into l'adorna e fammi esser men g rave
T utta la doglia che m' assalse, quando
I o vidi lei cangiarsi a me davante.

L o giorno mai , la notte mai non cesso


A ppagarmi di questo sol piacere .
Soperstizione. V enni a Perissa finalmente, do\ e
R estar non vol e Fulica, ché 'l loco
E ra d' rrori e soper tizia pieno.

tetti qui molti giorni, me i ed anni


I n una o-rotta sol per fiere usata,
B evendo acque de s ag ni torbe im monde,
I onci e palme tessendo e molli vinci.

o n mi leva i dal dosso mai la gon na,


O nde l'immondi vermi di piti sorte
M'erano sempre intorno vigilanti ,
E d un setoso manto folto ed aspro
N on mai giu da le nude carne i' tolsi .
ELVA SE C O ' D

arear un uomo in ciel non io credea,


I l qual fuggi se vivere famato,
N udrir i d' rbe, more, fraghe giande,
D estarsi a mezzanotte e macerarsi
I l corp gia omicida di se stes o,
C crearsi o su le frondi o in terra nuda,
A rrecarsi a gran merto il girn e scalzo,
V ender se ste so ad altri, non a ere
I l proprio arbitrio in sé, che Dio concesse
T enacemente al spirto di ragione.

A l fin, essendo sotto l'altrui voglia,


T alta mi fu la mia dolce Galanta:

L o mio solaccio, il mio contento e spasso,


A imè! da me fu radicato e svelto.
R imasi d'alma privo, ma nel dolo
ivendo sempre tanto piansi ed arsi,
r i d'amore, piansi di dolore,
M orte chiamando ognor, che al fin privato
I o fui de gli occhi e d'oQTii sentimento .
L aura qui ottenne il seggio, e sol de volpi,
L upi, tigri, pantere, draghi e serpi,
V entro ermi empitte boschi e selve,
M onti, alli, spelonche, fiumi e stagni.
A ttonita scampavasi la turba
P er le fantasme, sogni e negre larve,
P er l'ombre infau te che da l empia Erinni
E rana sparse drento al Jaberinto,
L aberinto d'errori colmo e pieno,
L aberinto che gia di Dio fu stanza.
A ugellazzi n otturni d'ogn' intorno
on cessano alar con alte trida;
D el ole ornai non piu v'entran le fiamme,
V alti de pirti neri sempre in gli occhi
M'erano fi i di ignando e' d nti.
330 CAOS DEL TRIPERU O

E la Galanta mia fu in preda d'altri


uso al bel mondo, in o-rembo altrui, rimasa:
uso al bel mondo, ed io nel piu profondo
E ra del Caos, centro e Jaberinto!

C olui che l'ebbe in mano fu l'egregio,


E gregio mio Grifalco, il qual non ebbe,
o n ha, non avni mai di s · piu fido.
trinse Galanta mia fra l'uscio e muro.
E lla mori chiamando : - Triperuno! -
M a 'l giovene magnanimo cortese
olse che d 'alabastro un fino vaso
epolcro fusse a la gentil must Ila.
SEL\A SECO DA 33I

T M LI GAL NTHIDI 1U TELL E

GRIFALCO

Co imur exiguam deftere Galanthida, virtus


quipp sub exiguo corpore multa fuit.
Hanc neque tum poterat limen collidere, vixit
quae pede cerv us, aper fulmine, corde leo.
At magis offc nsas ulta est Saturnia pri cas,
solvit ubi , invita hac, ventre Gala nthis heram.

FÙLI CA

i brevis hic tumulus, breve carmen , me bre e fatum,


quae mustell a fui tam bre is , huc rap uit .

MERLI U

T r mutata, fuit Mulier, Mus, tella , Galanthis:


me Mulier, tumulum Mus pete , Stella polum .

LIMER US

Quae mulie r quondam, quae nunc mustella fui ti,


hic m dium linquis nomen e t a tra tene .

P ULU F.

Lu us eram nunc luctus heri qui fraud e peremptam


Lucin a officio me decorat tumuli .
332 C O D E L TR IP ER O

MARC C.

An mis ra, an ~ lix? dominum damnemv probemve ,


Cum dederit mort m qui modo fert tumulum?
i pius, unde mihi mor t? i non piu , unde
et decus t laudes et lacrym ae et tumulu ?

IDEM

Dum placeo interi. ccidit dum diligit, ing ns


struxit Amor tumulum, sed prius ille necem.

IDEf

Mole bre i brevis ipsa tegor mustella, gementis


<lelitiae nuper, nunc lacrymae domini.

ISIDO R C.

IU O I QU E RELA

O ego quantum egi ! xtinxisse Galanthida dudum


-credideram lethaeisque immer isse sub undis,
dum terris prohibere paro , coelum occup t a udax
et vatum c lebri late iam carmine vivet.

JDE I

Indulge lacrymis inane quiddam


deflens et teneram gemens alumnam,
Grifalco; at nihil huic magis salubre,
magis nobile praestitisse pos es.
Vi ens cog nita vix tibi latebat.
Vitae munere functa, nunc perenni
vi et iam c lebrata laude! per te
haec dum mortem obiit ab oluta morte e t.
SEL\ A ECO r D 333

TRIPER 1 S AD DEU::VI CO F ITETUR

umme opifex rerum, pate r in ta urator et unus,


qui eus exi tens coelo terraque potenter
cuncta regis, certo dum lapsu saecula torqu e ,
en e o, si ante tuum debentur ota tribun a!
assi tique hominum cura trutini que mo ve ndae,
quid fa cia m, tanto qui ab umpto tempore noctes
produxi vigiles ea per figmenta, volumen
nugaru m aedificans? En culpae cognitor omnis,
en quibus ingenium, quo nos decora alta subimus,
turpiter implicui fabelli , quo per in eptos
consenuit lusus viridis squ alore iuventa !
Pars melior consumpta mei , redituraque nunqua m
rapta est, unde animi ratio me conscia torquet.
Heu. heu. quid volvi misero mihi ? sordibus aurum,
perditus, et gemmas immisi fecibu indas.

FI I CE LA ECO DA ELVA .

.
.
_
ELVA TERZ \

Unus ade t triplici mihi nomin e ultu w o rbe:


tres dixere Chao , numero D e us impare gaud e t.

FR. R.

F ortuna, con oi larghi e pronti G iri


R otandosi, nel volto ad altri Ride,
A d altri pur 1 ar empre che ad I ri.
n so, Grifalc mio, che me ne Fide:
C o tei veg io ch 'a molti spenna le A le
E dal ciel tratti in terra li col L ide,
i come B r a fa de le ci C ale.
C h tem r lei, un Dio n l ciel ad ro
ver 'in t rra un 1 cenate o oro?
r sbuco gia qual nottula d i tomba,
ed oltra quella spera, onde la pioggia
descende e per augel rado si poggia,
d ate mi son le penne di colomba.
Tant'alto alirò, c he mi ccomba
ch i ha l giro di trent'anni , e 'n l'aurea Loggia,
• ove ' n se stesso un Trino ol s'appoggia,
fia tempo ch'al convito suo di comba .
Qui i non sotto e nimma, non per velo
ch'abbia su gli occhi M6se , non per mano
posta al forarne di l'eburneo ventre,
non piu a le spalle no, ma in vista piano
l'Altissimo edrò quanto ia, m ntre
si turba entro lo ' nfe rno e ride il cielo.

1AG A I 1V TEMPL VM
HOC 1V I GRIFALCO LOCAV IT
PRE ZIO E

Lo an imale ragionev l , lo quale per vi ere o soperstiZJOSo


o lascivamente ovvero che per fai a dottrina avvezzato e abituato
non p iu sente lo errore suo, ma cieco ed oblivioso nel grembo
de la r egina de' peccati difett i, che è la ignoranzia, sede e
dorme, costui non pur d i be tia peggiore, ma un ombra, anzi
uno niente si pò chiamare, come qu ello che non ode, non sente,
n on vede, non tocca piu di se stesso lo essere. Or dunque
trovasi egli nel Caos, e a lui non è fatto an cora il mondo : dilché
per di ina pietade appareg li una fiammella d'intelletto, e cosi a
poco a poco entra egli in cognizione di que te co e per lui da
Dio criate e talmente i affio-ge il cor , che di ·tinguendo e
scegliendo a lo smisurato beneficio da Dio a lui dato. Ma non
troppo egli vien poi ra sicurato da questa nostra umana e corrotta
natura, che non caschi o po eia egli cadere in a'terig ia, vedendo i
essere di tante belle cose tiranno. Però l'anima, d'ogni macchia
purgata , è nello stato che gia fu Adam (intendendo i que to
allegoricam nte) avanti lo gustato pomo: la natura gli è ancora
incorrotta; non i è lo tempo, non vi è la morte. e ro è che
nel paradiso terre tre de la purgata co n cienzi potr bbe ella
facilmente con lo arbore del libero arbitrio fallire: o ia nel
tornare a la oper tiziosa ita lasciando lo a ngelo, econdo
Livia; o sia per lo tribui re a oi i tes i meriti la acquistata
grazia, second C ron ; o nel vole r com prend re e di ffinire
la incomprensi bil ed infinita potenzia di 10 , dando opera al
studio de li no tri m derni teol gi in fru ttuo amente per noi
affaticati , secondo Paola.

T. F OLE . GO, Op e ilalia~U. 22


t
TRTPERU O

Quel pav ntev l mar, che a' naviganti « ì\f o l le osten-


ta t iter via la-
promette l'Epicuro i so ave, ta, ed ultima
me ta l Pr aeci-
solcai ran temp in feste giOie e canti , pita t captos
volvitque per
fin che la crola, il sonno e l'ozio m'ave ard ua axa » .
VIRG.
tra olto in bande o ve d' ace rbi pianti
nel scog lio si fiaccò mia debol nave,
che aperse a l' acque il fondo ed og ni sponda
e 'n preda mi lasciò de' pesci a l'onda .

E l' ig no ra nzia d'ogni ben n emica,


tosto che ' n gr mbo a morte anelar mi vid e , Mo r peccat i.

corse vi co me do nna h ' im pudica


con vista t' ama e col pen ier t'ancid e .
Quindi s e lto mi tra se ove 'intrica
nostr' intelletto in q ue l ogno, h 'a side
fra le sire ne, e dorme i egl i in gui sa,
che sua spezi da re ta clivi a.

ago mi pane l'aspetto loro, lgnorantia in-


ter d eli ti a .
che frod a in tal sembianza non pensai;
ma ciò che spl nde poi non ·er o ro
tardo con bbi ubito ro\'ai.
n d'ang liche oci letto coro
entrato e r m1 par e, e po i mirai
cangiar i e' bianchi olti in ·ozze lar\'e,
e il lor concento in strilli ed urli sparve .
340 CAOS DEL TRIPERU O

Ed una nebbia orribile, che adombra


la ragion, lo 'ntelletto l' altro lume,
m'a ea offoscato si ch' inutil ombra
io mi tro ai for d 'ogni uman co tume
e in stato di color cui sempre ingombra
la dolce sete a l'oblioso fiume;
ché, come egli son vani e fatti nulla,
tal ien chi in ig noranzia si trastulla.

D'onde s'ardisco dire che 'n niente


m'a a travolto la regina cieca,
taccia chi 'n l'altrui fama sempre ha 'l dente
né dica il mio cantar fa ola greca.
1a io, com'ora fece a me, sua mente
s ella dal stesso nuvol che l'accieca
e scotalo dal sonno (ah troppo interno!)
che puoco fummi ad e er pianto eterno.

Però ti rendo mille grazie, e lodo,


lodar quanto può mai potèsta umana ,
te, dolce mio l esti; te, fermo chiodo
de l'alta fede ch'ogni ubbio spiana;
te, dico, che disciolto m'hai quel nodo
il qual ci lega e fann cosa ana;
te, ommo a utor di tal' e tante cose,
Th sau r u che 'l suo tesor per noi la uso a cose.
coeli quem ne-
que tinea oe-
que eru o de-
molliuntur. · lingua voci né 'ntell tto sensi
muova giammai senza 'l tuo nome sacro,
n ome, che sempre, o canti o seri a e pen 1,
pero pieto o temo giu to ed acro .
Iesu, te dunque invo o per l imm n i
ch iodi amoros i, ch'alto simulacro
t han fatto in terra al popolo cri tiano!
Or rnentr io cnvo corgimi la mano;
EL A TERZA 34I

scoro-i la man non piu cruda, rapace,


non piu del mondo posta in servitute ;
la man che 1 articella, se 'l ti piace,
scriver desia de l' alta tua vertute,
la quale d'oo-ni senso uman capace
mi ricondusse al poggio _di salute,
e nel tuo nome par ggiar vorria
mio basso stile un' Jta fantasia.

TRIPER ro

Il gr a e sonno, in cu i m' ra sepolto Omnium ho-


n es tarum re-
quanto di bono ien dal primo cielo, rum igna a
perditaque ne-
ruppemi orrendo grido, qual in molto glegentia.
scoppio far sòle il fulgurante telo.
Apro le cigli a e , quando ebbi distolto
da' sensi un puoco l'importuno velo ,
dritto m'innalzo, g uato e nu1Ia eggio,
perch'era il mondo ancora d'ombre un seggw.

Anzi n ' ciel né t rra né 'l mar era,


né averli mai eduto mi ovvenne;
non erno, estate autun no, primavera
non animai de' peli , squamme o penne;
non sel e, monti, fi umi, · non minera
d'alcun metallo; non eli né antenne,
mercé ch' era del aos in la ma a
d'ogni ombra pi na e d'ogni lume cassa.

é piu sapea di me tesso, né manco


di chi vaneg ia in forza di g ran febre, « Con uetudo
cui non resi ti-
star o in se n ibil pietra o trar del fianco , tur facta est
neces itas )).
a er maschile o sesso muliebre , UG.

esser o erde o secco o negro o bianco:


si m eran folte intorno le tenèbre .
Pur sempre non vi ste i, ma ecco d'alto
un sol m'appar e, onde ne ·odo e salto.
CAO DEL TRIPER O

Perché, si come il pullo d ntro l'uovo,


bramando indi migrar, si fa fenestra
col becco donde v'entra il racrgio nuovo ,
poscia da l spoglie si sequestra;
tal io mentre me stesso in l' ombre covo ,
luce pontar mi idi a la man de tra,
ch'empi la notte, ond ratto m'a vento
la col desio che 'l corso far sòl lento.

Inusitato e subito conforto


ardir m ' offerse al cuor ed ale al piede .
Lungo un sentier de gl i altri men di torto
affretto i passi ovunque l'occhio il ede .
Oh avventuro fu ga, che a buon porto
g iunger mi fece d'un tal pregio erede.
Ben duolmi che, narrarvi ciò vol ndo
mentre son carne, in van mie rime spend

Di luce un gioven cinto, anzi un' aurora,


ch'appar spesso a l'alma cieca e frale ,
ecco si mi presenta e mi ' ncolora
ol viso piu che 'l sol di luce eguaJe.
nesto e li to sguardo, che ' n mora
ogQ.i aspro e rozzo co re , onde immortale
so ben che a tal belta l'a rei pensato,
se allor io fu si, quel eh 'oggi son, stato!

Q ue' oi begli occh i ch' bbellàr il b Ilo,


quanto su ne risplende e giuso nasce,
raccolsi a la mia ista, d fui da qu li
((El oirn u non men depinto che q uando rinasce
noster i n i
onsumens Proserpina in obietto del fratello
et)l.PA L.
de ' soi r~, benché luntan, i pasce.
é il lume pur , ma un amoroso a n.l re
sentiva entrarmi dole ment al cor .
ELV TERZA 343

Pur come avve nne a Piero, m sua presenz1a


la vista persi , il senno e le ginocchia .
Chi sopra uman alor si fa viol enzia
portar tal peso, vinto s 'inginocchia.
Veggendomi egli a terra, di cl emenzia
pingesi 'l volto e con pianto m'adocchia:
poi , sollevando i lumi al ciel, tal oce
muos e, ch ' anco m'abbruggia e mai non cuoce.

FIGLIO AL PADRE

O tu , che 'ntendi te, te, q ual son io, Deus Pater se


ipsum intelligit
quant' alto sei, quant'eccellente e saggio , et amat; quae
intelligentia Fi-
lo q ual in nulla cosa mai non manc hi , lius est, amor
vero Spiritus
sublime si, che sotto e sopra quello anctus.
che sei pensar non puossi, e qu st' è 'l mio
non mai dal lume tuo smembrato raggio,
io non di te n é tu di me ti stanchi
mirar quanto ti sia e mi sii bello;
né quel spirito snello
e fuogo che fra noi sempre s'avvampa
ed or in dolce lampa
or in colomba formasi , minore
di noi giammai p rocede né mag2iore.
Padre, Figliol e l'almo pirto un Dio
eterno siamo , fuor d'ogni vantaggio.
Tre siam un , ed un tre, secu ri e franchi
che l'un vegna de l' altro mai rube Ilo ;
non cape in noi speranza né de io ,
non spazio tr a ' l comun oler né oltraggio.
Io del tuo lume e tu del mio t imbianchi;
n é dal nodo che tien l ' alto suggello
unqua, Padre , mi s ello.
Però d' ogni bonta nostra è la tampa,
che l' amorosa vampa
344 · DEL TRl PER NO

del Paracleto imprime; onde 'l Motor


del Tutto ~ siamo detti e « reator ».
r di quel nostro incomprensibil rio,
co i soa e a l 'umile coraggio
(s'umile mai erra ne' spirti bianchi
conoscitor di noi ), l'uomo no ello
nasce d'animo e sangue santo e pio,
«Non enim eh' a vr · del mon o in m an tutto 'l ri\ aggio .
pote t rat io-
nem bomin i é voi verrete in suo servio-io stanchi ,
obtinere qu i pa-
r ntem animae
uae Deum ne-
stellati cieli e tu, nostro scabello, .
scit: quae ign o- ritonda terra ; ma ello
rantia facit ut s' indura contra noi l'ungiuta ciampa,
Diis alieni ser-
viat ». e gia si fino-e e stampa
LACTAN .
di ferro e pietra statue, quell'onore
lor dando che a io vien, d l tutto a utore.
ascon insieme l'uomo e l 'alto oblio
del dritto ed anteposto a lui 1agg10:
dico 'l sentier, che al fin porge doi branchi,
l'un stretto , dole ; l'altro piano, fello .
Quinci al gio ioso , quindi al stato rio
s'arriva, onde g iu tizia in lor dannagg io
a' tri ti egn , e tengali ne' fianchi
t · ma per sprono e morte per flagello:
morte che, in un fardello
coglie ndo tutti, ovunque vòl si ram p .
ullo da lei ma1 scampa;
sia pur bel olto, sia pur erde il fiore,
far non può mai che mort noi scolore.
Ma guai, chi 'n mal far sempre ha d l restio,
ché ogni sempre di la tro a ' l paraggio;
que di che mai di colpa non fur manchi
men fian di pena o e gl i rei flagello,
in fin a l'ore estreme, quando 'l fio
pagar verrammi inante ogni linguaggio,
dal ciel i de tri e da l'inferno i manchi.
Pur stando in carne, !or sp sso rappell :
E L\" TERZA 345

on son t ig re né agnello :
chi ' l perso ben per racquistar s'accampa, « emo rena-
scitur in Chri-
chi ' l viver uo rista mpa , sti corpore nisi
priu s nascatur
intenda realmente che 'l Signore in peccati cor-
ruptione » .
del ciel in ci l non sdegna il peccator A UG .
Dunque, Padre, mi ' nvio dare suffragi
a loro, che non san chi sia pur quello
ch'altri da morte scampa, ed esso muore !

TRIPERU ro

A li alti accenti d un tal sò no e roico,


del quale ne tremai com'uom frenetico,
vennemi voce altro nde : - A che esse r stoico,
miser, ti giova n · peripateti co ?
che ti val fra l 'u n ma r e l 'altro uboi co
pigliar oracli e ber fium poetico?
a che spiar la verita da g li uomini, < apientia
carnis inimica
che di menzogna furon m astri e domini ? - est Deo » .
PA U L.

Io , che sculpito in cuor le note aveami


d'un si bel iso , d'un parlar si altiloquo,
a poco a poco li occhi a prir vedeami
al sòno di colui tanto veriloquo .
Pur tal era l' error eh' an co teneami,
che a pena elto fui; perché 'l dottiloquo
g ioven mi sciolse, onde ciò eh anti nu bi lo
mi parve intendo , ed intendendo giubilo.

Giubilo perché intendo (intenda e Plinio ,


ch'o r vive morto.) i er empre l'anima;
non si però, eh' i' stia otto l dom inio
di chi ' l tegume d'uman spirto inanima.
Stetti g ran tempo in tale terquilinio,
n el qual concedo ben che l alma exani ma
la troppo va a ed addolcita !etera, Litera enim oc-
cidit animam.
e molti uccide il canto d'e ta cetera .


CAOS D • L TRIPER O

Qua l è chi 'l creda ch'oo-gi tanta insania


la no tra erita si prema e apoli?
S'io mi diparto a l'umil B tania
per alto mar da Roma i da Napoli,
ecco a man manca dal Parnasso Urania
scopre mi l'Elicona o e mi attrapoli.
retaphorice. Ben a che a lei m'a\ ento, benché 'l T ere
lasciassi per Giordan, quell'acque a be ere.

Acque si dolci ! quanto piu bevémone,


pm a la tantalea sete si rinfrescano!
«Qui addit Quivi l'argute ninfe lac demone
cientiam ad-
dit dolorem >>. a gli ami occu lti nostre voglie adescano;
E cc l.
cosi non mai dal bianco il negro demone
sceglier mi so, non mai l'onde si pescano,
cui trasser a la destra del navio-io
Piero e ioan de' pe ci il gra n prodigio.

Però dal mio Iesu se detto fiami


giammai: - i poca fede, or perché dubiti? -
scusarmi non saprò , qu ndo che siami
conce so por le dita fin ai cubiti
nel suo costato e trar i 'l ben, che diami
fidi pensieri e al ero creder subiti.
Non lece dunque piu d 'Egitto in g remio
starsi, ma gir con M6 e al c rto premio.

poliant e- A sai d'oro forniti e gemme carichi,


gyp tum qui e
libri philoso- di Faraon scampiam ornai la furia;
phorum elo-
quentia tantum né si men gravi paran i rammarichi
eligunt.
e pene che ci dava l empia curia,
che nel deserto alcun de n i pre arichi,
dicendo in faccia a M6se questa ingiuria:
- Mancaron ntro Egitto forse i tumuli ,
ché morir noi per queste valli accumul i? -
SELVA TERZ 347

Ma non cosi l 'alma gentil improvere


a chi oltra 'l mar asciutto mena un popolo;
ché nel primo entier , quantunque povere
sian le centrate, ove sol giande accopolo
per cibo , al fin edrassi manna piovere ,
sorger un largo rio di nudo s capolo,
che cominciando a ber nostri cri tigeni Sermo incu l-
tus divinarum
san quanto noccia us ar co' li alienigeni. c riptur aru m
prin c ipi o elo -
quentibus ho r -
rct.
Deh! non ci chiuda il passo a1 nv1, eh 'o ndano
di latte e mèle, nostra in g ratitudi ne:
ri vi che noi d i lepra e scabbia mondano,
contratta dianzi ne la solitudine.
O di qu al mèl e ' nostri petti abbo nda no,
eh' assaggiar pria di fèl l' a maritucline !
Ma ciò non prima seppi, ch e 'n cuor fissemi
Iesu questi si dolci accenti e dissemi :
34 CAO DEL TR IPER O

DI L GO

CRI TO E TRIPERU O

CRI TO

Pace tra noi, ch'amor ciò òl, o pnvo


d'amor e pace miser animale,
si bello dianzi ed or si lordo e schivo !
Amor sia, prego, e pace teco , ché aie
n é augel mai vola senza, né alma, cui
amor e pace manchi , ad alto sal .
(< Omne no- Ma non m'intendi (si contende i tui
strum pecca-
tum consuetu- sensi la folta nebbi !): u' l'aurea face
dine vilescit et
fit homini qua- del cuor pent' hai, né edi te né altrui.
sì nullum sìt,
obduruit, iam Ahi! misero , che sp ri? ove fugace
d o lorem perdit te sottraendo a l ira vai? ché altrove
t valde p utre
t nec do l et». ben g iugne al varco l'empio contum ace!
HI ER.
Le tue (non selle? ) mal pensate pro e
t 'han sco lorato 'l vi o e spento a' piedi
la scorta luce. Dove vai? di', dove ?
Or vegno liberarti: spera e credi,
« on nostrum poro- la man, né a er, uomo, di téma
accepi tis p ì-
rìtum iterum el spirto sol, d 'amor anco 'l possecli.
in timore >1.
PA L. Ma un dono qui ti cheggio, cui l' strema
vertu del ciel, ch' or tu non sai , si pasce,
né in lui divina fame unqua ien scema.

TRIPERUN O

Il ago vostro a p tto , onde m1 nasce


un trepido sperar (qual che 01 iate
Signor), deh, in questo errore non mi lasce !
EL A TERZ 349

O dolce man ed occhi di pietate,


(eh' or m an i ' strin go , eh' or begli occhi veggio ),
morrò se 'l enir o sco mi negate !
Mentre vi guardo e' nsieme favol eo-gio,
i rasserena e sra quella scabbia
nel cor gia ratta un ma lto e duro eggio .
Qual i fort' ira, qual schiumosa rabbia
non ratto cade al vi o vo tr o n to?
E pace mi chiedete in questa abbia?
in questa d'errar gabbia chiuso mesto,
pri o d 'ogni, se non sia il vostro, aiuto,
dunque, ch'i' v'ami e doni son richi esto ?
Amarvi, a nzi adorar i, non refuto; ummum et
maximum man-
ché, quanto parm i a l bel sembiante altéro, datum est Deum
colere et amare.
amarvi, anzi adorarvi son tenuto.

CRI TO

Oh se co' l 'occhio ave i 'l cor ince ro,


piu che di for me 'ntendere si dentro!
P rò di me non hai giudicio intero.

TRIPERUr O

on pur vo1, ma me stesso, e 'n questo centro


come 'ntra 1 non so. Ben or i dico:
s'uscirne poscio, mai , non mai piu 'entro.
on trovo in lui né porta né po tico
per cercar chi' mi faccia, e brancolando
in guisa d'o rbo piu m1 e1 passi intrico .
Oggimai tempo · trar ·i d'ombra, quando
la luce de ostr'occhi enm corta
non sdegni a l 'u cio per \'Oi fatto entrando.
3 50 CAOS DEL T RIPE R

RI T

Qu sta prigion da tutte parti porta


non ha , for ch 'a l 'entrare ; ma ritorno
(< ed r evo- far indi e so ra girs n, via piu importa.
ca r e gradum
upera que e- Que to è quel lun<YO nel mal far soggiorno:
adere ad bo-
ra l Hoc opu , non speri um an alor, chi uscirei òle;
h ic labor est ».
IRG.
ed io lo guida son ch' altrui distorno.
Di che se ben senti si, o ingrata prole ,
quanto ti diedi e darti anco apparecchio
di questa cieca ed inornata mole,
non f6ra mai che per alcuno pecchio
di verita lasciassi 'l vero l um ,
a endo al falso pronto i l orecchio.
Son io la verita, son io 1'acume
del raggio eh , volendo , sempre avrai :
persona i' son de l' inscrutabil nume.
Io son l'amor divin, che ti criai
uomo simile mio, del ciel con orte ,
« Grruninibu se 'l cor porgi che pria t'addimandai.
p ecudes p a-
sc untur , ro r e A t il mio regno , a me il tuo cor per sorte
c icadae, l Q ua-
d r up dum ti- convien. tolto sarai se darmi '1 nieghi,
g r e san i ne,
o rd us ». ch é noi facendo ti erra la morte !
Morte , fer a crudele, ai lunghi prieghi
c he le slan fatti acciò non ti divore,
immobil sta non ch e punto si pieg hi .
Ma se remetti ne le man mie il core
e per altro e porlo indi noi s elli , ·
non fia perch abbi tu di lei timore .
oi tumuli , epolcri, roghi, avelli
e qua nt ' urne s'affretta empire d'ossa
n on temer, né di forza ch'aggian elli.
Lei , di catene vinta in scura fos a
rinchiusa , freno ; eh · , sci6rse olendo ,
talora si dimena con tal possa,
SEL\A TERZA 3SI

eh 'ella , te il cor ritolto avermi udendo,


subito rotte Jasciaralle a dietro .
E, quant'or ti son bello e ti rispl e ndo ,
questa piu lorda e d'aspro viso e tetro
ti assalini co' l' insaziabil ferro
di nervo tal, ch'ogni altro li è qu al vetro ;
e 'n pe<Yg ior stato, di cui ora ti sferro,
re pinto ancideratti, e para no-one « Prudentia
c arni s mors
farai del gran destin che altrove serro est , prude ntia
autem spi ritu
a te , sol d'intelletto e di ragione ita e t p ax e t».
PA L.
bell' alma. Poi ch'ucciso morte t ' aggia,
in Dio de l 'opre tue sta 'l g uidardo ne!
Pur speme né timor da te ti ca<Ygia,
ma l una e l 'altro in ieme fa' ch e libri ;
ché chi sp ra tem nd o alfin assaggia
di me quale dolcezza la si ibri,
o e sfrenato amor ragion non ste mpre ,
ma sian l due vertu del se nso i cribri.

TRIPERU O

Se per co a, ig nor, di basse tempre


da o i si lar<YO pregio me n'acqui sto,
eco, i dono il cuor ! abbiate! empre !
Ma (dirlo va<Yiia !) non iu be llo acquisto
far si patria d i qu l ch 'or faccio: a \·erve,
o d'o <Yni b n bellezza, in fronte i to,
in quell.a fro nte , onde tal foco fer e «I u mel
in ore , melo
in l'alma mia, ch e ardendo s'addolcì ce , in aure, iubilu
in corde >L
mentre ch e 'l suo de l o tr'occh io rve . BE
o n ho che io t mi morte . e p ri ce
o ni sua forza. pur c he :empre ''ami ;
e il sempre amar i troppo m 'aggrad i ce.
352 CAOS DEL TRIPER O
'

CRI T

Non mancheranno te i lacci ed amr


d ' un adver ario tuo, che 'n idioso
al don, eh or ti darò , sotto elami
di rita cerchi farti ritroso
a l'amistade nostra; ma piu bassi
che puoi g li occhi terrai col piede ombroso.
« H aec est in Muovi tu dunque accortamente i passi
omnibu sola
p rfectio: uae per questo calle che a man destra miri,
imperfectioni
cognitio » . onde al terrestre paradiso assi .
HI ER.
Cosa non e vi per cui unqua sospiri,
anzi gioisci di quel dolce eh' io
t'apporto, acciò che m 'ami e toi d siri
commetta a me che t'ho svelto d'oblio.

TRlP • RU O

Com' s r può ch'un arbore, ch'un fiume


l'un stia verde giammai senza radice,
l'altro piu corra se acq ua non s'elice
di fonte , o neve a l'austro si consume?
Com' sser può che 'ncendasi le piume ,
mancando il sole, l'unica ~ nice,
o eh' ardi al spento foco cera o pice
di natura! non di in costume?
(< Felix con- Com' ser può, dal cor un'alm a sgiunta ,
cientia ili a i n
uiu co rde , che 'n corpo viva, come allor iss ' io
praet e r amo-
rem Cbristi, che 'l cor al car mio dolce Iesu diedi?
nullus alius ver-
a tur amor>). Ma 'n ciò tu sol , amor, natura eccedi,
H! E R.
ch 'un corpo iver fai, benché 'l desio
sen porti altrove il c r su l'aurea punta.

-
EL \ 'A TERZA 353

T ALIA

Piu di voi ~ rtunati sotto 'l · le


fra quant unqu e a ni mai non muove pirto,
ch'al fin d'esta·mortal incerta n ebb ia
migrar ci è d at soua l 'alt t Il !
Bonta di lui, che, a man destra del Padre
regnando, fassi degna nostra guida.
Nostra per ci co labirinto g uida,
ove smarri de lo 'ntell etto il sol ;
nostro fermo dottor, ch e se co l Padre
esser c'in egna un Dio co' l 'almo pirto ,
un Dio , ch e stabil muove il mar, le stelle,
augelli, belve, frondi, \'ento nebbia.
Ma da l'Eg eo mar un 'atra nebbia, Omni doctri-
na et virtus
che a tanti pe rder fa la d o le guida, phil oso ph o rum
si ne cap ite e t,
le ata in alto fin sotto le stell e , quia D e um ne-
sciunt, qui est
ai sao-o-i rranti cela il v ro sole: virtutis ac doc-
che piu credon sal ir di_ Plato il spirto, trin ae caput.

ch e aolo e Mo e, che d'I acco 'l padre;


ne Arche ilao ne de stoici il padre
sin qui gli han tolto ia del cuor la nebbia,
che penetrar non lascia o e ·ia 'l s pino
motor di ciò che muove, ma tro e guida.
Però an ciechi e ba i, e olo a l ole
molti dricciar altari ed a le telle .
O voi dunque, mortali, de le te lle,
de l anime e di noi cercate il so le,
e non del dubbio Socrélte la n bbia.
leglio · mo rendo a\·er le u per guida
che ad E cuJapio offrir d'un gallo il pino! ocrate mo-
r ituru ali u m
I' e o-io tra formato il neg ro pino immolari Escu-
lapio iu ·it.
in ano-elo di luce, per le tel le
olando , a noi mostrarsi e er !o r guida ,

T. F OLENGO, Opa-e r'laiiane. 23


354 CAOS DEL TRIPERU O

se leggo Averai , d'errori padre.


Ma l'aquila Gioanni in bianca nebhia
sublime affise gli occhi al ol del sole;
al o l del sole, onde 'l figliuol, dal padre
mandato in questa nebbia su a le stelle,
si è fatto nostra guida, amor e spirto.
ELVA TERZA 355

DI SOLUZIONE DEL CAOS

TRIPERU O

Fi nito che fu dunque l' alto verbo,


benché infinito empre lo servai,
dispar e 'l mio Si<Ynor in un soperbo
triunfo tolto a mille e mille rai ;
ma nel fu ggir un sòno cosi acerbo
tonò d al neg ro ciel, eh' io ne cascai
come frassino o p ino il qu al per rabbia
di vento stride e stendesi a la sabbia.

Vidi la cieca massa, in quell' ista nte


che 'l capo m' intron ò l' orribil scopio,
smembrarsi in q uattro parti a me davante ,
ed elle sgiunte aver gia loco propio,
due parti in capo e due s otto le piante: « Iudicet qui
potest an ma-
somministrarmi sento effetto dopio, ius sit iu t o
c rear quam
qual puro e caldo, qual sottil e le e , impio iu tifi-
care ''· A G .
qual moll e e freddo, qual densato e gre e .

idi an co le 'n curvate spere intorno


de la terrestre balla fars i cerchio,
che rotan sem pre e mai non fan ritorno:
sol ' una è fatta a noi stabil coperchio .
Ma 'l ciel d' innumerabil lumi adorno
(un solo n on mi parve di soverchio)
m'offerse al fin girando un si bell'occhio,
che lui per adorar fi si ' l ginocch io .
s6 CAOS DE L TR I PE o

Egli , s alzando, tal mi apparse, ch ' io


lasciai pur anco ·,1 fren in abbandono,
drieto a l' rror del credulo desio,
<< Facili de- che 'n tal entier non sferzo mai né prono.
censu ver-
ni >L J RG. Ma strana voce, onde quell'occhio uscio ,
mentre ch'assorto in lui sto fiso e prono,
scridommi come Paolo ai listri fece,
che di Mercurio l'adorar in vece .

OLE

« nima facta Alma felice, c'hai sola quel vanto


e l similis Deo,
quia imm orta- aver di l 'al ta mente simiglianza,
le m l indi ·so-
lubil m fecit onde guardar mi puoi frontoso, altero,
am D eu . I-
mag rga ad qual or ti fa i, eh· 'n me, codarda tanto,
fonnam perti- piu estimi questo raggio che I' erranza
n et , . imilitudo
ad naturam >l . del dato a te sovra ogni st Ila impero?
A G.
Non Dio, ma un messaggero
di lui ti egno da quell una luce,
ove ben tte volte intorn avrai
di me piu bianchi rai ;
da Quel senza cui nulla fiamma luce,
ma come in vetro li per noi traluce.
r dunque piu alto e non i basso adora ,
ché l'e er mio fu solo in tuo ser igio.
Mira come ascendendo passo passo,
senza mai far in lunga ia dimora
di miei cavall i tempro si ' l vestigio,
che l'ampia rota, ove tornando passo,
non unqua vario la so,
fin ir a la prescritta meta deggio.
di come l'estreme parti abbraccio,
quanto puosso faccio
o l er a como darti l' uman eggi ,
ove di quanto ai voler prov eggio.

L
SEL\A TERZA 357

Mira quell'ampia zona come obl iqua Zodiacus .

mi volge a drieto, on de ne ado e ri edo Dupl x e t di-


e rsus motu .
insieme, o tando al mio torn ar si ratto.
é di' che tal ripulsa mi sia iniqua;
ch é risospinto, mentre \i procedo ,
l'un emisfero ao-gio rno , l'altro annotto .
scorrendo quattro ed otto
segni per tanti me i, e passeggiando
causo molta bellezza di natura ,
c'ha, variando, cu ra
fa rti piu ago e lieto il mondo, quando
d 'ambi solstici a l'equ inozio cando.
Quinci l'arista, e 'l gh iaccio qu indi apporto ,
la il fior e 'l frutto a piu tua dolce gi oia.
Ma non u ar del ben con cesso in male, << Quanto m a -
i o ra beneficia
ché sentire si quanto è ratto e corto s unt ho mini-
bu con tit uta,
il mio gir lento, e ti darei gran noia tanto g raviora
p eccan tibu iu-
solcando il ce rchio estivo e glaciale . dicia >>. CHRYS.
Poi ' l tempo c'ha cent 'aie
a gli omeri, a le mani, al capo , ru piedi ,
eh ' ora sotterra giace in le catene ,
verria torti dal bene
eh' oggi si lieto godi e te 'l p o sedi;
e ne faria soi giorni e mesi eredi.
Ben tempo fu, che chi ia ' l tempo e morte
quello pro asti, e questa dir sentisti;
e l'uomo Dio , ch e d'uomo a tempo nacque
(ma sempre di Dio nasce, ed or le porte
del ciel entrar hai vi to ), gia servi ti,
quando per l'uomo fars i uomo li piacque;
ché nel presepio o-iacque
nudo , fra l'asinello e bue nasciuto.
Ma, d ' ignoranzia in grembo, l'hai scordato:
però da io no ato
col mondo sei, che dianzi eri perduto,
e no v o Adamo fatto sei di luto.
C AO DEL TRIPERU O

Luto non sei piu, no, ma novo Adamo


per cui ruppe oggi Dio la m assa, e d 'ella
novellamente noi per tuo ben scelse;
noi, dico, stelle, eh' anzi ti era amo
co' l'altre cose nulla o qu l si appella
«Caos », donde ' l bel seclo Dio ti svelse.
« Laetitia bo- Ma sovra le piu excelse
na e con cien-
tiae paradisu corna de' monti, onde ti porto il giorno ,
est, pollen a f-
fluentia grat ia- piantato t 'è un terrestre paradiso,
rum afflueos-
que d eliciis >>. che di solaccio e riso
TG.
onestamente sendo sempre adorno,
Iesu spesso vi fa teco soggiorno.
Adora lui, se forse quanto sia,
(dandogli 'l cor i come hai fatto ), g usti.
Quel non son io, perché da te adorato
ne vegna, come al mondo errore fia
di Manicheo e soi sequaci ingiusti.
Cristo non son, perch' egli sempre a lato
del Padre sia chiamato
« sol di gi u tizia ~ ; don d 'e i dir i puote
Cristo esser sole, e 'l sol non sser Cristo.
ol son io 'l sole, visto
d'occhio mortai ; ma l'altro sol percuote
In crutabile di cieco error chi vòl mirar sue rote.
D e i numen .
Ora piu non m 'attempo,
ché s nza me vedi ogni errante stella
(per trame frutto, chi test ·, chi a tempo ),
volersi unir indarno a mia sorella,
Luna ornnium che adultera s'appella
planetaru rn
concubina. d'ogni pianeta, e pur senza noi dua
con puoco effetto a la vertu sua.
SELVA TERZA 359

TRIPERU O

A l' increpar umile del mio Apollo,


come uom che cade e su vergogna l'erge,
mi rilevai, mirando quanto armollo
di sua potenzia Dio, che, ovunque asperge
li aurati raggi, il mondo fa satollo Di es et nox .

di caldo lume, e ratto che s'immerge


a l'altro uscito gi:i d'un emispero,
imbianca quello, e questo lascia nero.

Ma non si tosto il <Tiorno fu dal lume


solar causato e nanti mi rifulse,
che !:i una fonte, qua bagnar un fiume
vidi le ripe sue da l'onde impulse :
parte stagnarsi e mitigar lor schiume ,
parte vol gersi al mar e l 'acque insulse
far salse , ove l' orribil Oceano
distende l'ampie braccia di luntano .

In mille parti ruppesi la terra,


donde montagne alpestri al ciel ne usciro.
Quinci una valle, quindi un lago serra
de' colli e piagge qualche aprico giro.
L'alto profundo mar gi:i non pur erra
la sua consorte che rotonda miro,
anzi, fatta la via per calle stretto,
in grembo a lei si fece agiato letto.

Gi:i d'erbe, fiori , piante e de' irgulti


la terra d'ogn' intorno si verdeggia;
quai poggi erbosi, e q uai lor gioghi occulti
han di frondose cime , e qual pareo-gia
monte le nebbie. Ma de' boschi adulti
ecco gia sbuca l'infinita greggia
de gli animali: chi presto, chi pegro,
chi fier, chi mansueto o bianco o negro .
CAOS DEL TR TPER

Anco d'augell i un'alta copia idi


sciolti vagar per l'a ere, ed altri tanti
su per le frondi e macch ie tesser nidi
o rassettar col becco li aurei manti
(n on è poggetto e riva, che non g ridi
!or vari e ben propo rzionati canti ),
altri lasciare il volo e al nuoto darsi
e, in acque scesi, d'augei pesci farsi.

Stavami affiso, e nel mirar un dolce


pensier alto diletto m 'apportava:
gran cosa il mo ndo, e piu chi 'l g uida e molce
troppo mi parve allor, e ch'ei non grava
n é l 'un né l' altro polo che lo folce,
e eh' un si magno artefice l' inchiava !
Né fu mirabil men, che de niente
Subita rerum pender lo vidi ad alto incontanente.
creati o.
« emo quae-
rat ex quibus
ista materiis
tam magna Tra nulla e tutto 'l mondo alcun indu gio ,
tamque mirifi- quantunque pargoletto, in Dio non cape.
ca opera D eus
fecerit. Omnia Or stracco di stupir non piu m'indugio:
enim fecit ex ni-
hilo ». ma, vòlto il passo ad un pratel che d 'ape
LA CTANT .
tutto risona , dando a lor rifugio
si l'aura dolce come i fior le d ape,
mi si presenta ratto in bella gonna ,
ch 'esce d'un bosco, sola e grave donna.

Presta ne ' gesti, e di sguardo matura ,


ma piu d'augello ne l'andar spedita,
ha vesta bian ca , gialla e di verdura,
e ciò ch e 'ncontra tocca e dall e vita.
Che nulla a drieto !asciasi procura;
e sopraggiunta ov' era l'infinita
mandra de l 'ape, tutte le ragun a,
e fece !or non so che, ad un ' ad un a .
SELVA TERZ

Vago di lei aper, n on che la causa


perché si o r questa or quella cosa tocchi,
a lole contra ; e poi, di farle nau a
temendo , mi ritraggo e basso gli occhi.
Ella che accorto m'ebb ~ fece p ausa
con le man giu nte al ciel e li ginocch i
pieO'ati in terra , e tal parole sciols ,
che poi finite, a me li ta si volse:

NATURA

Quell'inclito animale d 'alto pregio,


eh 'ogni altro ava nza e tiensil basso e domo ,
ecco, celeste Padre anto, il no mo,
se da voi porre i nomi ho privilegio!
Ma gia trovai nel nostro sortii gio,
che nominar il debba « fragil uomo » ,
per quel si dolce e pesti lente pomo
cui si nasco e il primo acrilegio.
Ben vedo che per me, « Natura » detta , atura h omi-
ni co rrupta
l'eterno oprar che destemi si perde, procli is et mu-
tabili e t.
e nasce ognor che mi persegua il tempo.
Onde, per ch 'o ra sia sempre sul verde,
altre stagion verranno assai per te mpo ,
che al fi n e mi trasportan qual saetta.
CA OS DEL TRI PER < O

DIALOGO

NATURA E TRIPERU O

NATURA

<<Soli nos ex Spirto immortale, a cui sol alza Dio


animantibus a-
StJ·orum ortus, la fronte in cielo e fattene capace,
obitus cursus-
que cognov i- fa' che a me torni udendo l' esser mio!
mus >) . Crc.

TRIPERU O

Io sospicai di troppo esser audace,


olendo e te sapere e l' opre tue:
però mi volsi adrieto per mia pace.

ATURA

Anzi dal Padre destinato fue


che sol da l'uomo l'esser mio s'intenda
fin a la meta de le fiamme sue;
ma che l'ottavo cer hio non trascenda,
se non quando abbia s co parte in cielo
e l'alto pegno, d 'onde 'l tolse, renda.
Ch'i' sia la tua atu ra non ti celo,
da Lui fatta del mondo servatrice
sempre, se sempre dura l'uman velo.

TRIPERU O

Dunque sei quella mastra , quell 'altrice,


N a tura divi- quell'onoranda madre , quella grande
na t bumana .
di Dio ministra e del mio ben radice?
SEL A TERZA

Ecco se ]u nge tua belta si spand ,


o causa se no n prima, almen seconda,
ecco se chiara sei da tutte bande!
Verd è la te rra, gialla, rossa e bionda,
che 'l tuo p nnello intorno mi la pinse
e mi la rese agli occhi si gioconda.
E 'l ciel ne lodo, e lui che il mondo avvmse
di quel forse non mai solubil groppo,
né men chi a l'opra nobile t'accinse.

A TURA

Saggio animai, pur son colei che 'ngroppo


le fila eh' altri la dis opra ordisce: Donec in car-
ne ahima t,
lieta ne vo, ma non sicura troppo. patitu r inquie-
tudines.
Anzi 'l vivo pensier, che m'addolcisce
pensando al tuo, non pur al mio decore,
sento che passo pas o in me languisce. Diffidentia.

Deh ! non fallir, alma gentil, amore,


che ad esser ti deg nò suo dolce obietto,
dandoli tu, de cui si pa ce, il cuore !

TRIPERUNO

Il cuor a lui gia diedi, ed ogni affe tto


ho di seguir e non ]asciarlo unquanco
per non privarmi del suo bello aspetto.
Non sazio mai , non m ai vedrommi stanco « Solent non
nulli D eum in
mentre mi olo-o a contemplar oo-nora pro peris dili-
gere, in adver-
l'amor per cui di g ioia mai non manco. sis au tem mi-
nu amare>).
E pur se dubbia sei, mad re, né ancora GREG.
ben stabile con idri esser il chiodo,
batti! co i eh mai non esca fora .
CAOS DEL TRI PERU O

AT RA

Figliuol , gia trinsi a l 'altre cose un nodo,


donde sf, rrarsi quelle non potranno ,
se Dio non le ritorna al p rimo odo.
A te con li altri, che aputi v ono ,
diede l'alto motor un liber gio o,
che o ]or in pregio vegna o Ior in danno.
Però mi tier non è eh' io batta 'l chio\ o;
altro braccio del mio sovente il preme;
tu stesso il ai che 'l fatto non t' ' no vo .
Mortali bus Ragion, memoria, e lo ' ntelletto insieme
omn ibus co n -
scientia Deu . sceser in te da le soperne idee,
c'han di tua liberta le parti estreme.
e mai erra che contra 'l ben si c ree
pensier in te, non temer, che non senta
le voglie entrate e sian bone o ree .
Perché la scorta tua ta sempre intenta
del cor al varco e sa chi va chi viene,
« Heu quan- né in darti avviso mai fia pegra lenta.
tum mi ero
poenae mens Però eh' io sol la rabbia in te raffrene!
consc ia do-
nat ! ». L uc. forse tempo verra che da me imp tri
de le stagion di foco e ghiaccio piene.
Ché quando sia che i di brumali e tetri
volgerti il chiaro ciel sos opra miri,
e i monti ne e, e i stagni farse vetri,
nostra in balia sara che 'l mondo gm,
lo qual il tempo adorno riconduca,
e l'erbe e' fio r novellamente aspiri.
Ma non si ch'alcun erpe mai t'induca
de l' arbore vi tato a c· r il frutto,
che ancide altrui se 'l morde o se ' l manuca .
ELVA TERZA

TRIPERU ~o

Piti tosto il sol fermar i e 'l mar asciutto


forse vedrò, che mai contra la voglia
cosa mi faccia di chi move 'l tutto.
Ma scoprimi tu gia (quando che foglia
mai senza tuo v igor non penda in ramo)
quanto sii vaga e bella otto spoo-lia!

~A TURA

Qual pi a nta, q ual auge!, qual fiera piti a mo


di te , sago-io anim a i? P rò mi co e
io p iti m ostrarti, che tu veder, bramo .
oi dunqu e , freschi ri i, piagge erbose,
opachi colli , cavern osi monti,
campi d e g ig li , de lig u tri e rose ;
voi, ril ate ri pe, lag hi e fonti,
riposte a lli , ru cel letti e fi umi ,
eh 'anco mi ei segni no n gl i avete cò nti ;
anzi del ciel 'oi fi a mm eggianti lumi,
quella ertti spandete a l' uo mo nostro,
ch'ornai l' assenni e del mio ben l'all umi !
Nel cui servi g io mosse l 'es er ostro « S unt non-
nulli ex terra
un D io : però ch'ei o l v' intenda Ieee, homine , non
ut incolae et
al qual fa ceste un a ltro piti bel chiostro; ha bi tatores,
sed quasi pec-
chiostro di tante stelle orn a to in ece tatores upe-
rarnm rerum
d ' un bel trapu n ta, ove pecch i e gio i ca atque coele-
le q uattro e sette la, qua l'otto e diece. stium "· Ctc.

E q uanto su contempla e giti , o rti ca


in g razi a tal, che lo ' nte lletto pio-l i
non m e n de l'occhio, e par a lui sali ca.
CA OS DEL TRIP E R O

Orsi, tigri, leon, lepre, conigli,


pantere, olpi, orche, ceti, delfini,
aquile, strucci, nottole, smerigli,
non sia de voi chi umil e n on s'inchini
a l'assennata forma , ovunque scorre
tra voi platani, abeti, fag i e pini.
Di tutte vostre cause in lui concorre
una dal sommo ar tefice criata,
che a l 'uomo suo voi tutti ebbe a comporre.
H omo curo Ma sento gia l'error ! Ahi, scellerata
in bonore es et
non intellexit. soperbia, che pur l'uscio trovi aperto ,
ben cara costa ratti quell'entrata,
ch'io vengo il premio compensarti al merto !

T RIPER NO solo

Se dir volessi a mille e mille lin gue,


se por in carte a mille e mille penne,
col senno ch 'ogni groppo ci distingue,
dramma del sommo ben ch'allor mi enne,
dapoi che l'alta donna con le pingue
di sdeg no gote al ciel spiegò le penne,
direi che tra' mortali l'esser mio
saria non d'uomo anzi terrestre Dio.

Gia mai si bel secreto fu di lei


né in erbe, fonti , pietre, stelle òcculto,
eh' al subito g irar de gli occhi miei
non mi restasse in l'alta mente sculto.
So ben che mille Atlanti e Tolomei
de l' intell etto , eh 'oggi m'è sepulto ,
non sen trarrebber una particella,
perché saliscon d ' una in altra stella.

)
SELVA TERZA

Ma, ]asso ! il chiaro vetro in eh' io solea


specchiar da fronte i secli, e poi le spalle,
per eh' io 'l trovai si fosco? perché Astrea
piu star non volse meco in questa valle ?
perché ridir non so quant'io scorgea
per un angosto ma soave calle?
Lassiamlo dunque; anzi a le cose parve
scendiamo, poscia che l'altezza sparve!

Sparve Natura molto neghittosa ,


mercé che volse a Dio l' orgoglio equarse.
I' mi fermai sott'una macchia ombrosa, Si non vis
intellig i, neque
mirando l'ape , quinci e quindi sparse, intelligaris, le-
ctor.
a sacco porre una campagna erbosa
ed a vicenda in loco poi ritrarse,
ove locar di cera e mèle vidi
per cave querze i tetti lor e' nidi.

Se fu ne' gra ndi corpi molto industre


Natura, ove mirabil officina
corcò, quanto piu parmi saggia e illustre
. fingendo l'apa in forma si piccina!
Né l'apa sol, ma ciò ch'umor palustre
nudrisce , dico, o riscaldata brina ,
donde sbucarse veggio tarli e culci,
vespe, cicade, mosche , ragni e pulci.

Dimmi tu, senso altier che a tutta puossa


intender cerchi Dio né mai lo aggiugni,
perché , s'han elli sangue , nervi ed ossa
sol per sapere, non te stesso impugni?
perché sottra rsi da qualche percossa
lor presti miro, ch e morte no ' i giug ni?
Seg no e idente eh' in tal corpi celio
non men la madre oprò ch'in un gambello.
CAOS DEL TRIPER 'O

h' instru se mai quella solerte vespa


s enar il ragno e trasferirlo al speco,
dove co' piedi e rostro pria l'increspa
e tienlo poi, qual uo o, in grembo seco,
in fin eh 'un figlio in quella tana crespa
gli nasca d'aie pri o, ig nudo e cieco,
ma di troncate mosche tanto 'l pasce,
ch' egli gia espa salta fuo r di fa ce?

Qual mastro dito a l' errabondo fuso


volve di quel del ragno piu bel tame,
ch'or suso va cosi veloce, or giu o,
nodando , per far preda, l'alte trame?
Poi, ne la stanza pendula rinchiuso,
attende al varco, per scemar la fame,
qual anima! vi ca chi ne le stuppe,
che on prolisse gambe rav iluppe.

Né la formica men sagace parm1,


eh' ognor s affanna per schivar il tento.
« Par grandia Di quanta forza veg io che co' l 'armi
trudnnt l Obni-
xae frumenta e schiene a burlando il gran frumento
humeris >) .
VIRG. (cosi nel far teatri grevi marmi
sòlsi condur per gli uomini al cimento),
poi l' inca verna e fìedelo col rostro,
che non s'imbo chi dentro l'ampio chio tro! .

Ecco se n passa d'una in altra forma


quel vermo onde la seta for s'elice.
O bell'in tinto natura! e norma,
ch e sanza le ua fila né te tric
né a urefìce ben soi trapunti form a!
Taccio l'o ra del candido bombice
che dal s elto per piog!ria fior di querza
nasce cangiato in fin la volta terza.
SELVA TERZA

Mille a ltre pezi e de la picciol g reggia


pospongo agevolment or in disparte.
Segue eh' io solamente l'a m pia reggia
de l 'ape conte mplando chiuda in carte;
eh· 'l ma~ i tralo lor forse pareggia,
se non in tutto , il nostro almen in parte,
si come quelle c'han tatuti e JeO'ge ,
né manca il duca lor che l corregge .

Anzi de . la p ili p arte da' suffraggi


lo eletto im perator sostien la verga;
satelliti, littori , servi e paggi
vannogli sempre appresso ovu nque perga.
Esso le pene simili a li oltraggi
librando va : però non è chi s 'erga
soperbamente contra lu i, ché amando «Qui vult a-
mari, languida
temesi un rege piu che minacciando. regnet manu >>.
SEN.

Non come l'altre l'umido mucrone


(armollo a ai sua maie tade) cura.
Mentre la plebe strenua compone
senza tru io tanta arch itettura,
egl i sta sopra e lor case dispone,
servando (o e con ien ) modo e misura.
Non esce mai di corte se non qu ando
del popol manda una gran parte in bando.

E se a tardarla fuss allor men tosta


qualch e armonia di ferro o d'altro sòno,
l'im pulsa torma irebbe a ai disco ta.
Co i dal rege suo guidate sono:
però atura ·òl che senza sosta
lor di concento arresti qualche tono,
e ' n ieme le raguni a nova tomba,
in gui a de' soldati al òn di tromba.

T. FOLENGO, Oj>ere italiane. 24


370 c DEL TR JPER L

Ma 'io non oglio che 'l mio popol n'esca


di sue contrade per migrar altrov e ,
un'ala tronco al capo de la tresca,
la qual non s nza lui mai fuga move.
(< l nexpugna- S'ei langue in~ rmo, dangli b re ed esca;
bile munimen-
turn t amor chi '1 porta, hi 'l ostien, chi 'n grembo il fove;
ivium : quid
pul ch rius quam s'anche smarrito errando va per caso,
vivere optanti-
bu cuncti ? >. vien cònto, qual patron da' cani, a naso.
t,: •

E se di qua di hi trovar nol sanno,


allom per con iglio si delibra
condurse ad altro duca, e for sen anno
a la cittade altrui, né alcun si ibra
de' cittadini contra e fa lor danno ,
anzi n el tetto si compensa e libra
di quanta pl ebe sia capace; dopo
né più né men li accettan che li è uopo.

Tal olta ch'egli morto caschi occorre:


pen i chi ama il suo rege qual supplizio!
Di tutte band e al corpo si concorre,
gittato a terra l util esercizio;
con lagrime non san elle gia sporre
lor ran cordoglio al funeral uffizio;
dirò ben veramente a er udito
stre ito d 'al con vocal rucrgito.

e d'ordinato e regolar co tume


giammai l'u o mortai restasse privo,
puot rio a er da l'api i presume,
né l'uomo for e l averebbe a schivo;
ché, tando Ile di notte ne ' lor pmme
si il tato p r ser ar si il rege ivo ,
" , ' u nq ua m
opo n e l ciwn um la vi :. ril
., cruarda sempre a l 'uscio ascolta,
es;.e si n .: cu-
stode " · .1,. RJS r . ca ·cando a que te e quelle la ua volta .
SELVA TERZA 37I

Ma de l' a uge! cristato non si presto


s' annunzia gia spuntars nova luce,
ecco di tromba un sòno manifesto
fa dar per le contrate il pronto duce.
S' ode di par il sòno: è il volgo uesto,
al solito la or che i riduce,
o lieto eh' in cospetto al rege primo
va fuora e riede carco ol di timo.

La verde g10venezza che sen fugge


a la ricolta in bande assai longinque.
Chi qua la rosa, chi la il giglio sugge;
chi assale que to fior e chi 'l relinque.
Fa i g ran preda, ed Ibla si di trugge
co' l' altre terre che vi on propmque ;
la turba d'ogn ' intorno succia e lambe,
né cessan ri porta r l 'enfiate ga mbe .

Ma de le piu attempate un storno arguto


col suo signor in ròcca stassi a l'ombra,
cui per ufficio \ ien locar in tuto
la roba che , portata, il tetto ino-ombra:
depor fasci a parte dan aiu to ,
parte, gia leve, a la campagna gombra.
Tanto al di in servigio, a l'uman gusto « I u tus ac
hone t u la-
di piacer brama un vermo si robusto ! bor hono ri bu ,
p raemiis, plen-
dor e deco r a -
t ur >. JC.
Talora un vento ubito (q uantunque
del tempo sian presaghe ) di tranquillo
cosi molesto ien, che scos a ovunque
si pa con ell e in fin l' umil rpillo.
E cco la madre le ha p rov iste dunque;
eh ·, toltosi ne' piedi alcun Japillo,
van ell e poco del g ran ven o in fo rza
librando qual nocchier il volo ad orza.
c os DEL TRI p R T

Ed anco se la notte per la loro


molta ingordigia d acquistar le assale,
raccolte insi eme quasi in concistoro
le gambe al ciel e 'n terra po n l'aie;
ché de le stelle il rugiadoso coro
le avvinge si che poco il olo vale,
se non s ' industran starsene so pine
tutta la notte ad aspettar il fine.

Taccio le ultrici guerre, eh' a le volte


tra l'un icino rege e l'altro fansi.
{< Iamque fa- Tu v di tante squadre intorno accolte,
ce et axa o-
Jant, furor ar- che poscia a tòr la ita irate vansi,
ma ministrat. l
Tum pi tate e s ritornan parte in fuga vòlte,
gravem acme- ritrandosi !or duci fiacchi ed ansi,
ritis i forte vi-
rum quem l parte seguendo vittoriosa gode,
on pexere s i-
l n t arrectis- né altro che plausi e oci liete s'ode.
qu auribu
adstant > .
lRG.

Indi iattura tal (se non dissol e


l'agricola prudente lor litigi
co' l'importuno fumo e secco polve)
VI nasce, che la morte ai campi stigi
la parte vinta e la vittrice involve.
O grandi spes o al tato um prodigi !
ché de lor code mandon l'alte spine,
cui per grand'ira seguo n l'intestine!

La vile mandra de' pannosi fuchi


trovan sovente starsen al presepe,
o e cosa non è che non manuchi;
ma poi nel faticarse , p gra , t pe.
Tu di lor scacciati s er da' buchi,
e morti fa r in cerco f, lta s p ;
e il simil fan de l 'apa tarda e pi ra,
che uccisa vien s'occulta non sen migra .

..
SELVA TERZA 37 ~

Tra g li diversi lor nemici e morbi


come espe, crabroni e rondinelle ,
ragnt , lacerte , acqua de stag ni torbi,
puzzo de cancri , culici, mustelle,
par che la rana piu le affanni e storbi ;
perch' ella contra i brandi lor ha pelle
non men sicura e di maggior fidu ccia,
del fer ro al colpo , d'una fral cannuccia .

Ecco mirabil vermo, che disopre


li altri animali (non pur dico insetti,
ma quanti piuma, squame e lana copre )
esse r fatto mirai p er santi effetti,
tra' quai conobbi le lodevol opre
di cera , dentro a i cristiani tetti,
ove non ben di notte Dio si cole,
se manca vi di cere acceso il sole .

D' altri animali , dicovi seguendo ,


tenni le cause d ' infallibil pro a ;
ma quante rimembrar in me contendo
e por le in anzi a voi, n ulla mi giova.
Cosi olse il mio fallo che, s'io spendo,
per risaper ciò eh ' in natura cova, ~
il tempo invan , ne pianga giustamente
e faccia come quel che tardo pente!

Di poggio in piano, di campagna in elva,


gira ami qual spirto che di gioia
pascendo i la su per l' ampio ciel a,
né mai cosa v 'incontra che lo annoia .
Qual orso , qual leon , qual altra belva
restò venirmi (non che desse noia)
scherzar intorno , e dentro le lor sanne
prender mi leggermente ambo le spanne?
37 CAOS DEL TRIPERU '0

Palpava il dorso al tigro, come solsi


far d'un cagnolo o d'altro picciol pollo.
Carnai le sete a li apri e mi ra olsi
le vipere a le braccia, al capo, al collo,
li auge lli al pugno e' pesci al lido accolsi ,
né de mirarli enni unqua satollo .
Poscia mi olsi a la man dritta, come
« omen le u sopra mi disse quel dal dolce nome.
lucet praedka-
tum, pascit re
ogitalum, le-
nil invocatum ,
r oborat virtu-
t es, vegetat
no mores, ca-
st as fovet alfe-
tiones ».
B .R.

l
SEL A TERZA 375

PA RADI O TERRESTRE

TRIPERU O

Dopoi che sopra e sotto 'l ciel usciro


l'opre de! summo artefice si belle,
né mol to pazio andò che l 'empio e diro
l de li mon fu da le stelle
bandito al ce ntro ba so, ove periro
con l'ombre tern amente al ciel rubelle,
su l'uomo Dio fondò stabil disegno,
eh 'empir di novo avesse il vodo regno .

Né più o n p ci in acque né piu fogl ie


in selve, come in ciel pri ate stanze .
Però Miche l , po i ch'ebbe l'a tre spoglie
di Pluto trionfando su le lanze
sospese ai tetti ove l'onor s'acco lie,
di cinto il brando tolte le bilanze,
enne qui criu per far i non piu guerra ,
ma sol un parad iso a l uom in terra.

ui , di soperba fatta in idiosa < on enìm


invidia parit
la gr ggia de ' cornuti negri, quando superbiam, ed
superbia parit
questo anti ede, cruda e neghittosa, invidiam, quia
non in idet ni-
ripiglia contra noi l occulto brando i amor excel-
(i' dico « brando occulto» a piu danno a 1 ntiae >). UG.

nostra ruina ), e sempr va celando


quinci quel ischio, quindi quella pania, Multi sunt
vocati , pauci
tanto che la piu parte a\·vin?""e c lani a . ero electi.
/
C O DEL TRIPER NO

Piantato dunque in terra un paradiso


da l'angiol fu di Dio detto « Fortezza ~;
luoco non pri o mai d'onesto riso ,
de sòni , canti, giochi a g ran dolcezza.
Quivi tro ai pur anco l'aureo viso
di quel Iesu che l' amorosa frezza
nel cor m'immerse prima, e seco poscia
portollo , me lasciando in dolce angoscia .

Su ne le piu levate c1me, donde


Febo riporta il m ttutino giorno,
un monte , c'ha 1' inacces ibil sponde
e cento millia passi volge intorno,
vidi che al ciel lunar il capo asconde
e par che tocchi i piedi a Capricorno.
La fui chiamato d 'una nebbia scura :
-Vieni oggi mai, o santa creatura ! -

Suso mi porto, ed ecco alte muraglie


vidi luntano con quadrata cinta
serra r de poggi e campi e di boscaglie
una provincia in piu parti distinta.
Ma quello muro quasi mi abbarbaglia
la vista, dal suo lume resospinta,
mercé ch'era c ristallo ed oro , intorno
di perle e tutte l'altre gemme adorn o .

r su per quel parete schietto e fino


vidi ch'avean Michel e Raffaele
(non l'urbinate, dico, o 'l fiorentino ,
ch 'or lascian dopo sé g ran lode in tele)
depinto per mio specchio il fier destino
di Lucibello , a se stesso crudele,
che, bello troppo a se medemo, d'alto
prese co' gli altri un smisurato salto.
SELVA TERZA 377

LA PORTA

« Uomo, che vedi a quanto onor ti d gn Natura divina


et humana.
l'altissimo Fattore,
or entra ad obbedirlo, acciò che 'l cuore
da te gia dato in grazia ti 'l mantegna !
Ma ne la gioia tua , eh' avrai si lieta,
fa' che l'affre ni accortamente; cui
non repugnando, provarai col male
qua nt'era il ben, anzi che l'un di dui
pomi gustassi. Ché se Dio ti 'l vieta,
toccar non déi, per non venir mortale .
Dal serpe il piede e dal le no fatale
se non ieti la mano ,
ecco d'un legno more il ceppo umano, Ut qui in li-
gno vincebat,
e un legno per sua croce Dio non sdegna! ». in ligno quo-
que vinceretur.

TRIPERU O

Queste parole, trapuntate in oro,


sopra la porta, in un bel smalto, lessi;
ma i fregi e gli archi ed ornamenti loro
sono di fine gemme carchi e spessi.
Entrovi lieto per si bel tesoro,
e in cerchio con le mani esser rannessi,
d 'angioli pargoletti e nudi un sto lo
idi scherzando olteggiarsi a volo .

E su per merli e for de gli balconi,


quei di diamante e questi di cristallo,
mill'altri con diversi canti e suoni
muo eno 'altri tanti un lieto ballo:
arpe, latiti , citere , lironi,
senza mai far i punto d ' inter allo,
addolciscon le orecchie d 'uditori
al nome c'hanno impresso dentro i cuon:
37 CAO DEL TRIPER NO

al dolce nome sovra ogni altro grato,


nome amoroso, nome aureo e soave,
nome del mio lesti forte, sacrato,
nome di grazie ponderoso e gra e !
Non è macchia si lorda di peccato,
che 'l dolce nom e di lesti non lave;
nome che chi noma in spirto, s nte
mordersi 'l cuore d'un pieto o dente!

Quivi se non in danze e giochi stassi,


danze pudiche, gioch i allegri, on sti:
chi su le penne, chi su li e i pas 1,
que' leggiadretti spiriti modesti
corron il bel giardino, or alti or bassi,
quelli de' boschi per le cime, questi
per le fiorite piagge e verdi prati,
succinti o in bianche stole o nudi alati .

Altri con reti d'oro i pesci nelli


tranne di questo rio, di quello font
altri tendon guazzarsi ne' ru celli
chi piè, chi man chi l' aie, chi la fronte;
altri celan archetti ai 'aghi augelli
per macchie e ripe, o sotto o sopra un monte;
altri scaccian de ' bo chi e folti pri
damme conigli cer i, capr e lepri .

idine molti ancora con bei freni


di seta e d'oro, stringer lioncorni:
ch i li rallenta il morso, chi 'l o tiene
con lie i sbalzi e olgimenti adorni.
Franguelli, piche, merli filom ne
con pappagaJii, rondinelle storni
volan di ramo in ramo, a schiera a schiera,
cantando la sua eterna prima era.
SELVA TERZA 379

Eterna primavera qui verdeggia,


ché 'n le caten e il Tempo giace altrove ;
aprile quivi e marzo signoreggia,
né mai da l 'ombre zefiro si move ,
per cui soavemente se mpre ondeggia
l'altezza de colline e poggi, do ve
pini, cipressi, querze, fao-gi, abeti
adombrano allette e campi lieti .

Quivi onoratamente fui raccolto


da duo barbati e candidi vecchioni.
L'uno fu Enocco, e l'altro che, distolto
di terra , ascese in ciel fra spirti boni, H elias.
quando Eli eo videl o nel molto
foca volar a l'alte regioni.
Questi con liet volto m 'abbracciaro,
mostrando il mio advenir quant'ebber caro.

ado fra loro posc1a , lento lento ,


favol ego-iando erso il gran palaccio.
E cco quegli an2'ioletti, a trenta, a cento
la cian chi l'arpa, chi 'l danzar, chi 'l laccio ,
e engono a salirmi in un mom ento
con un soa e intri co e dolce impaccio,
I erché mi car an gli omeri , la t ta
di sua leggiera salma e fanno fe ta.

Entrato ne l'adorna ed a mpia tanza


non men di quelle del signor mio b Il a,
bella e gioia a far d'umana u anza
(qual oggi a Manniròl i rinno ella,
e qual li ombra i campi so ra za
in Pietole sul chiaro Minzio, e quella
ch 'entro l'antiqua terra di Gonzaga
mostra i al iatorc tanto \ aga),
CAOS DEL TRIPERU . O

trovamo un spacio qua lro d'una liscia


piazza de marmi lustri ed altre pi tre.
Ove n el m zzo la fa tale bi eia,
come sotto acqua fanno le lamp tre,
sdrucciola quinci e qui ndi, ma non fis cia;
ché ' l capo ha di dongiella e par ch ' impetre,
col vaO"o suo embia nte, che chi passa
subitamente a l suo voler s'abbassa.

S'abbassi tostamente a la sua voglia


di por le mani a quel vietato ra mo
e dispiccarne il frutto, onde la doglia
succede pesci a al nostro interno, Adamo;
lo qual non mai si ede senza spoglia,
se non dapoi che l'esca di quell'amo
l' attosca si, che morto n e rimane,
fin che 'l rilevi poi lo empireo pane:

que l pane dolce bianco ed immortale


che pasce in ciel l'angelica famiglia.
Non è morbo n é pe te si mortale,
che questo pan, salubre a chi se ' l piglia
con salda fede, no l risani , quale
fu de ' leprosi gia la maraviglia.
Ma g uardesi chiunque indegnamente
a un si soperbo cibo admove il dente!

Soperbo cibo, che d ' umilitade


profundissima sorse in mia salute;
soperbo cibo, ove l'alta bontade
cercò d'erger a' morti l virtute ;
soperbo cibo , il qual con eritade
convien che 'n corpo e sang ue si trasmute,
in corpo e sano-ue de l'um ano Dio,
che disse: - Or manucate il corpo mio ! -
SEL A TERZ 3 I

Ma come egli togliesse il grave assento


in sé d'ogni mia colpa su la croce,
a rovvi a dir col tempo, s'io m'affronto
a un stil piu grav , e non piu che veloce .
Ché se d'altri concetti al giogo monto
col senso, non sussegue poi la voce
se non debile e inferma; come chiaro
si ede eh' io non so, ma tardo imparo.

Vedrò, se 'l debil filo non si taglia


nel mezzo del cammin di nostra vita,
quel raggio, ch'ora il senso m'abbarbaglia,
con vista piu vivace e piu pedita.
De' bianrhi P n g ri p ' i l ri agl'
ben tengo de le muse al monte ordita;
ma eh 'abbia, se non tutto, almen in parte
di Lodo ico attendo il stile e l 'arte.

· Non piu Merlino, Fulica e Limerno


oltra sarov i, ma ol Triperuno.
Tratto son oggi mai di quell'inferno
ove chi faccia ben non vi è sol uno. t< N on est qui
faciat bonum ,
Per te, lesti, per te edo e discerno non est usque
ad unum >) .
esser del cibo tuo sempre degiuno; DAVID.

ed « inga nnato al fine si ritrova


chi lascia la via echi a per la nova » .

FI ISCE LO CAO DEL TRIPERU ro .


DE A REA RNA
QUA I CLUDITUR E UCHARI TIA

Urnula, quam gemmis auroque nitere videm u


quaeritur angusto quid fe rat illa sinu .
Haud ea, pestifero Pandorae infecta veterno,
intulit omni agas orbe adaperta febr
At pretium, quo non aliud pretiosius, ip a haec
quod rerum amplexus non capi t, urna capit.
C OS DEL TRIPER

MIRA DUORUM AMICITIA

F ortius an pos et domus A r ua calce tener I,


R oboraque an piceum fu M a ratis oblita glute
A rctius, amborum, ut vide O, se es tra catheni
ectere amicitiae tum R arae pectora? et alt
C olle fidem estram stabile E rexiss tribuna L?
I nstat enim quercum dum T a urus ellere com
S axaque spumosis in F luctibus ardua dum su B
C autibus unda quatit, magis I ma e ede mover I
O mnia tunc possent, quam D ivum haec unio, qua ni L
R ectius humanjs iget, E t ferit aethera laud E,
UM braque post cineres con S tat per saecula grandi S.

DE GEORGIO A SELMO

G randi vectus equo ruit E cee Georgius, hast A


E recta in colubri le T hum, cui guttur et ingue N
ra per abrumpit tum in D ignos vi.rginis artu S
R egalis bibitura. Quod E t tibi nomen bono qu E
G loriaque obtingit, iacu L is cum, Phoebe, nio-rum fe L
I ngentes per agros furis I n pytona vomente M
V atem ergo ad tantum facit U num id nomen, ut act V
S it pro eodem hoebu r S u tituloque Georgiu

TUMULUS fARCI

F elicem ingenio, lin Gua, patria, patre, Ma rcu M


I mmatura secat mors E cee, tuumque sub are A
L umen obiisse gemis, stirps O Cornelia, nec eu R
I ngratae possis te R omae credere po tha C
V ideris : ipse quidem dum G rato ad maxima ult V
S ceptra galeratus volat, I tur . . . . . . . (l)

(1) Lacuna in tutte le edizio ni [Ed .].


SELVA TERZA

A L'INTEGER RIMO SIG OR ALBERT O DA CARP O

ignore mio, l 'altissima cui fama


sin oltra 'l ciel ottavo s 'alza e gira,
amor mi sprona e la ragion mi tira
dir quanto in terra ognun v'onora ed ama.
E mentre son per adempir mia brama,
giungendo rime al sòn di bassa lira,
mi resto e dico: -Ah · . en e mia delira,
che gir ti credi ove 'l desio ti chiama!
Chi salirà tant' alto? né la lingua
di Tullio e di Virg ilio l 'aurea tromba
potria montar di sua vertude al giogo!
E pur, come che ' l stile mio soccomba
a quel!' altezza tanta, non si esting ua
di lui cantar un desioso fuogo.

T. FOLENGO, Opf!rf! italiat&.e.


3 6 CAO S DE L T RI PER 'O

AD UN ALTRO ALBERT DA CARPO


DJ TAL NOME INDEGNO

LI 1ER O

Caro germano, potri ati facilm ente pervegnire a le orecchie


che, favoleggiando noi , Fulica e Trip runo insieme, ed io con
loro, de la miracolosa dottrina de uno asino, mi occorse addu-
certi in testimonio o sia esempio di coloro li quali, non sapendo
parlare, si intromettono temerariamente fra gli saputi e sa i
uomini a ragionare de li altrui fatti e co turni , volendosi elli con
lo biasmar altri mostrarsi di qualche onore e reputazione degni.
perché tu da me ti chiamarai forse oltraggiato essere e vitu-
perato, ti ri pon do, nanti tratto, che con l 'altre tue bone condi-
zioni matto ancora ti mostrarai, quando in te non voglia patire
quello che in a ltro giammai non cessi adoperare, io dico ne
l 'altrui fam a e onore. Dimmi, uomo dappocaggine che tu ti sei,
con che ragione, con che giustizia, con qual caritade tu con quel-
l' altro che fiorentino si fa, Sebastiano K puzzabocca », e con altri
t oi simili furfanti, a li quali ben sta quella sentenzia del mio
barbato Girolamo: « Possident opes sub paupere Christo, quas
sub locuplete diabolo non habuerint »; per qual, dico, neces aria
cagione non mai vi straccate di cercare far danno ne la fama
ed onore del giovene innoc n te Triperuno? in che co a egli vi
offende, dia oli che voi siete? Ah maladetta rabbia di questa
invidia ! come se indraca piu, come se in ipera nel sangue inno-
cente, perché sa, perché ede lui aver posseduto di libertade
lo paradi o terrestre, de lo evangelio la luce anti smarrita , d un
Orso m ansuetis imo ]a grazia! Raditi dunque da te istessa, o
conscienzia diabolica, la quale, per tua operbia, lo perduto
seggio a l'uomo esser donato vedi! Lasciatelo stare in ostra
SELVA TERZA 3 7

malora, arrabbiati cani, ché egli non pur non vi offende, ma si


sdegna pensar cosi bassamente de voi, m alvagi e invidiosi spiriti,
non tutti dico, non tutti appello, anzi lodo e reverisco li uomini
quantunque rari conscienzienti. Ma tu, Alberto, al quale un tal
nome di quello non pur accostumato e saputo signore ma profon-
dissimo filosofo cosi conviene come ad uno asino la sella d'un
bel destriero, per mio consiglio studiati avanti di meglio raffrenar
la lingua , che non facevi lo tuo cavallo grosso, al tempo de le
barde, essendo soldato vecchio ; che noi facendo , mostrarotti una
penna di oca pi u eloquente essere che la lingua d'uno baboino.
Guardati !

FJ E DEL VOLUME PRIMO.


l
INDICE

ORL NDINO

Sonetto de l'autore pag. 3


Dedica 5
Capitolo primo
"
)l
7
" secondo )l
25
terzo . 43
" quarto "
" 7> 65
)) quinto
" 8s
sesto . 107
" ,."
")) settimo
ottavo ))
123
141
Carmen eiusdem autoris ad Paulttm Ursinum » r65
Apologia de l'autore » 167

II

C OS DEL TRIPERUNO

Dialogo de le t re etadi pag. 173


SELVA PRIMA •
" l 5
Sestina li cui capiversi dicono quella sentenzia: <e Concordan-
tia- durant - cuncta - n ature -federa 7> 212
De la puerizia ed aurea stagione 215
"
SELVA ECO 'DA 219
Prefazione
" 221
La Carossa .
" 246
"
390 I DICE

La Matotta . pag. 262


Dialo o primo (Lirnerno e Merlino) » 266
Lamento di bellezza . l'l 2 9
Centro di questo Caos, detto « laberinto » , 291
more di Triperuno e Galanta . , 295
Dialogo secondo (Lirnerno, Triperuno e Fulica) . , 29
La Asinaria- Dialoao terzo (Fulica, Limerno e Triperuno) , 3II
Tumuli Galanthidis mustellae , 331
ELVA TERZA l'l 335
Prefazione , 337
Triperuno » 339
Dialo o (Cristo e Triperuno) :& 34
Dissoluzione del Caos . :& 355
Dialo o (Natura e Triperuno) , 362
Paradis terrestre . :& 375

De aurea urna qua includitur Eucharistia :&


3 3
Mira duorum amicitia , 3 4
De Georgio Anselmo :& i i
Tumulu Marci , lVI
A l'integerrimo signor Alberto da Carpo :& 3 5
Ad un altro Alberto da Carpo di tal nome indegno }) 3 6