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Nrv.

c;

TORONTD

BINDDTG LIST

POETI D'OGGI
(19OO-I920)

POETI D'OGGI
(I900-I920)
ANTOLOGIA COMPILATA DA
^<"^

OrPAPINI E

P.

PANCRAZl

CON NOTIZIE BIOGRAFICHE


E BIBLIOGRAFICHE

VALLECCHI EDITORE FIRENZE

DIRITTI RISERVATI

Firenze, 1920

Stabilimenti Grafici A. Vallecchi, Via Ricasoli N.

8.

AVVERTENZA

AVVERTENZA

I.

Mettere insieme un'antologia pu sembrare


e

sembr anche a noi

prima

di avviarla

la

pi comoda corti, a nostre spese, che, tra le fatiche letterarie, difficile trovarne una pi difficile. Specie quando si tratta di scrittori contemporanei, nuovi, quasi tutti in via di sviluppo. che nascondiamo deliQueste difficolt beratamente ai lettori per non rinnovellare la

impresa del

mondo.

Ci siamo

ac-

memoria

di sopportabili

infelicit,

e,

special-

mente, per non aver Taria di accattare sulla sogha del volume quelFassoluzione che pu esser data, in definitiva, soltanto dalla coscienza

della nostra onest

spiegano

il

ritardo della

pubblicazione e spiegheranno, per gli avvertiti che siano in pari tempo disinteressati, certi difetti di scelta e proporzione che si sarebbero potuti sfuggire a patto di cascare in altri

meno

perdonabili.

Noi siamo rassegnati fin d'ora alla scontentezza che accoglier questo lavoro e potremmo

avverten2;a
benissimo, senza ricorrere a nessuna mantica, scrivere per filo e per segno la maggior parte delle critiche, maligne o benevolenti, che ci saranno indirizzate dai Mirmidoni e dagli Esarchi della letteratura italiana. Sappiamo di quasi certa scienza chi redarguir gravemente la larghezza delle nostre maniche e chi ci grider la croce addosso per la nostra tirchiera di nomi
;

e di spazio. Gli esclusi brontoleranno e gli ammessi brontoleranno anche pi forte. Dir qualcuno, tanto per dire una cosa dispiacevole, che quest'antologia non che il quadernone dove abbiamo ricopiato via via i pezzi di nostro gualtri, tanto per non esser d'accordo n coi sto primi n coi poveri compilatori, affermeranno che i nostri scrupoli di giustizia e di storicit hanno fatto di questo libro un asilo di Romolo o addirittura Tossano del Taigete. Noi li lasciamo dire, ora che li sentiamo parlare nelle nostre teste presaghe, e li lasceremo dire quando scriveranno, con nome e cognome, sulla carta che tutto sopporta. Vogliamo soltanto, per semplice debito di onesti compilatori, avvertire gli onesti lettori con idee troppo ambizioso quali idee diciamo intenzioni abbiamo cominciato e finito
;

quest'antologia.

Sui limiti di tempo nei quali abbiamo man-

tenuta quasi sempre

la scelta e'

poco da

spie-

AVVERTENZA
gare. E chiaro che abbiamo voluto fare una presentazione collegiale di quegli scrittori che hanno cominciato a lavorare o sono stati meglio conosciuti nei primi due decenni del secolo XX. La nostra un'antologia di Novecentisti, cio di quelli che son giunti all'esistenza letteraria mentre finiva la celebre Trinit della

seconda met dell'ottocento. Alcuni, come si vedr dalle date, non sono poi molto pi giovani di, per esempio, D'Annunzio di altri D'Annunzio potrebbe essere il nonno, ma fatto sta che gli uni e gli altri hanno avuto quel che i vecchi manuali chiamano la prima fioritura nel ventennio che ora si compie.
;

Far

la

storia

della

letteratura

italiana

di

questo ventennio che va, cos all' ingrosso, da Rime e Ritmi (1898) a Bif^zf +18 (1916), cio dagli ultimi estratti del classicismo carducciano
parole in libert , non affar nostro, alper ora, e non sarebbe questo il luogo propizio per tentare una sintesi che, oggi come oggi, nessuno saprebbe menare a buon fine, anche munito di un gusto sicuro, di una mente limpida e di una disinteressata probit. Potranno dire, diranno, che sarebbe proprio obbhgo nostro tracciare almeno i lineamenti di
alle

meno

questa storia, che dovrebbe essere, insomma, la vera giustificazione di un'antologia che pretende offrire i frutti primaticci di questo fortunoso periodo poetico. Noi rispondiamo candidamente che lasciamo ad altri che si faranno aspettare tentativi di codesto genere. E non rite-

AVVERTENZA
niamo legittima Teventuale pretesa per due
gioni.

ra-

La prima che ognuno di noi ha, nel proprio capitale d'esperienze e di letture, una sua propria idea dello svolgimento di questo periodo
post-carducciano e post-dannunziano un' idea che, per quanto privata e provvisoria, gli ha servito per determinare la direzione generale della scelta. Queste idee, com' naturale e necessario in due uomini abbastanza diversi tra loro bench d'accordo sui punti fondamentali, non sono e non potrebbero essere identiche e l'uno e l'altro si riservano il diritto di esporle, quando a
loro

piacer,

in

altre

occasioni.

Ma insomma

nessun di noi era impreparato, diciamo pure storicamente, al compito che s' assunto e la riprova la vedranno, nella antologia medesima, quelli che hanno qualche cognizione non superficiale dell'epoca

qui rappresentata.

La seconda ragione che noi, invece di volere imporre ai lettori una nostra interpretazione
della letteratura italiana ultima, vogliamo offrire
tivi, scelti col

un campionario di materiali rappresentamassimo d'onest e di giustizia,

che possa servire a chi volesse, al di fuori delle picche e cricche dei gruppi recenti e divisi, farsi un' idea approssimativa delle forme e delle
linee del

movimento poetico

di questi vent'anni.

IO

AVVERTENZA

3-

vuole una prova probante di questa nostra volont storica ? Non tutti gli scrittori qui accolti sono iscritti nel registro delle nostre ammirazioni e non pezzi scelti rappresentano il personale tutti i gusto nostro. Si fosse dato retta alle antipatie certuni non sarebbero qui dentro si fosse dato retta alle simpatie figurerebbero nel volume pagine diverse da quelle che ora ci sono. Di alcuni poeti avremmo dato pi roba; di alSi
; ;

tri

e libert questi sacrifci colla intenzione di offrire un pa-

un po' meno. Abbiamo fatto con piena coscienza

norama completo della poesia italiana modernissima e non soltanto alcune cime o vallette di
nostro gradimento e anche, per esser franchi, colla speranza che i lettori vedano nella nostra frequente indulgenza una sufficiente garanzia contro le possibili ingiustizie delle nostre interne preferenze. Chi non ha mai fatto un lavoro di questa specie non pu aver V idea degli scrupoli che tormentano ogni momento quei compilatori che vogliono, costi quel che costi, esser galantuomini. Perci, alcune volte, per paura di sbagliare, abbiamo preferito spalancare un po' pi la porta invece di socchiuderla come ci
II

AVVERTENZA
avrebbe suggerito la nostra naturale incontentabilit. Tant' vero che qui si troveranno rappresentate almeno tre generazioni di scrittori
;

e di tutte le parti d' Italia


i

e di tutte le

gruppi o movimenti degli morti ultimi ventanni. Vecchi e giovanissimi parnassiani e sensibilisti futuristi e e vivi classicisti.... Son quarantasei a qualche bambinetto sembreranno pochini allo storico futuro troppi piti del necessario. Forse qualche assenza ingmstificata ci sar, di cui ci accorgeremo noi stessi in seguito, e promettiamo fin da ora di rimediare in una prossima ristampa del volume. Oggi come oggi non ne vediamo. Per la scelta dei passi abbiamo accolto spesso i suggerimenti degli stessi scrittori; ai quaH ci siamo anche rivolti per le notizie bibliografiche. Ma dobbiamo confessare che soltanto alcuni hanno capito di che si trattasse abbiamo scoperto, con molta meraviglia, che pochissimi hanno }' idea delF importanza delle date nelle
scuole e di tutti
;
; ;
:

bibliografie

supplito con ricerche nostre quanto ma non sempre saremo riusciti a s' potuto esser completi. Si pensi che per questo periodo
letterario

Abbiamo

nessun dizionario, nessun manuale o


:

repertorio

soccorre siamo, in certo modo, i primi pionieri. Il materiale sparso in centinaia di giornali e di riviste e non era facile averlo tutto sottomano. Ma contiamo sull'aiuto dei letanche sotto tori per migliorare Topera nostra

12

AVVERTENZA
questo aspetto, che pure importante futura edizione.

in una

giovane critico, il quale ha voluto esser cortese verso questa antologia fino al punto di parlarne prima assai che uscisse, ha espresso la speranza assai ordinaria in questi ultimi tempi patriottici che avremo fatto opera di vera italianit . Siamo tutti e due italiani, e buoni italiani

Un

anche intelligenti remmo davvero capaci


e
sista la

italiani

ma non

sa-

di spiegare in che convera italianit in fatto di antologie. Non e' , che si sappia, un archetipo italico, bollato col genio della stirpe , della vera crestomazia. Noi supponiamo che l'egregio giovane voglia intendere che un'antologia dev'esser fatta con giustizia e buon gusto e non dimenticando i suoi amici. Crediamo di averlo contentato sopra questi tre punti ai quali ne abbiamo aggiunto utilmente un altro la

generosit.

vogliamo nascondere, a proposito che abbiamo avuto presente, nel concepire questa antologia, quella dei Potes d'aujourd'hui compilata da Ad. Van Bever e Paul Lautaud e pi volte ristampata dal Merd' italianit,

Ma non

cure

de

Franca.

Quest'antologia fatta assai


13

AVVERTENZA
bene e non conveniva andar cercando novit
accessorie e formali per aver Taria di non averla imitata. Siamo stati pi sobri dei francesi nelle notizie biografiche e bibliografiche, anche perch questo periodo italiano meno importante del

Simbolismo francese, ma per il resto ci siamo proposti di far per V Italia qualcosa di simile a quel che Van Bever e Lautaud hanno fatto per la Francia. Non teniamo, in queste faccende secondarie, a far la parte di geni originali. Ci teniamo, invece, ad aver fatto cosa utile per tutti coloro che hanno un qualche amore per questa ultima e benintenzionata poesia italiana che verranno e, ai critici, agli storici specialmente, ai semplici buongustai di lettera;

tura.

Se poi non avremo contentato nessuno ci consoleremo assai pi facilmente che se ci accadesse, ci guardi il Musagete, di aver soddisfatto

r universale.

Giovanni Papini Pietro Pancrazi.

Firenze,

i6 novembre 1919.

14

POETI D'OGGI

FERNANDO AGNOLETTI
nato a Firenze
il

6 marzo 1875. Si addottor in lettere e

studi anche antropologia.

Fece nel 1897

la

campagna

di

Grecia coi garibaldini.


lettore d'italiano.

And
lass

in Inghilterra e fu, a

Glasgow,

Fond

un giornale italiano: La Riscossa


di

Latina (1909). Nel 1915 and volontario

guerra enei '16 fu no-

minato sottotenente.

COLLABORAZIONI.
Morning Post (Londra), The Studio (Londra), The Art Jouf'
nal
(Londra), Glasgow Herald (Glasgow), Voce (Firenze), Lacerba (Firenze), Brigata (Bologna), Noi (Firenze).

OPERE.
Trento
e Trieste
all'

(Inno). Firenze,

Dal Giardino

Isonzo. Firenze,

La La

Voce, 1915. Voce, 191 8.

CRITICA.
P.

Pancrazi {Nuovo Giornale,

11 die. 191 7).

IL

BAMBINO E
le

IL

GIARDINO.
e

Sopra tutte

cose del

mondo amo un bambino

un

giardino

17
2

Poeti d' oggi.

AGNOLETTI
Il

bambino

mio,
il

il

giardino non mio.


mio.

Ma

il

giardino mio,
Il

bambino non

bambino mi nacque in vita di esiglio. Si chiama col nome che volli


babbo.

esiglio, in terra di

dargli

mi chiama

Io l'amo senza fme perch non serba nulla di me. Mi sfugge come la vita mi sopravanza come la vita. Sono tornato dall'esiglio e vivo in esiglio qui, nel
;

dolce paese natale.

Un

estraneo.

Estraneo anche a

lui.

La sua

vita

mi pare

la vita

del dolce paese che amo. Calda, lieta di risucchi, on-

dante del sangue della pi nobile d'ogni stirpe.

mente

il

paese suo, la stirpe sua. Egli cos spontanea-

in loro, cos luminoso nella luce loro che io posso

soltanto sentirlo

cina e pi lontana.

come le vene sentono la cosa pi viLa fiamma del sole, o mio sole

non mio.
guardo le mani lunghe, agili, plasmatrici. Che parentela con le mie, mozze, inadatte ? Vedo la sua spada mentale. Entra neUe cose come
Gli

un raggio

ne esce per lasciarle intere e vive. La pa-

ragono all'aratro pesante del mio cerveUo-cuorc che


solca lento e confuso, e se trova sassi

quando

passato

non passa, e ha deformato per sempre e fecondato

per poco.

Sono nove anni che


vive con atti limpidi.

nato e quasi nove anni che


agli

Pu immaginare le radici menta alla casa, e riconosce


cento
Io,
fiori

alberi e

le

fonda-

in

un angolo

di

prato

e cento colori, e sente le stelle e la terra

immerse

nell'

immenso.
del

suo padre,

suolo

vedo

il

soprassuolo

i8

AGNOLETTI
tronchi e
le

case

ci

stanno

ritti

senza come. Dimentico

quanto a fondo

bisognato scavare per im muro.

L'opera dell'architetto mi ha dipinto la terra di toni

umani. L'erba di un prato mi nasconde i fiori. Fin dove arriva la natura e il mondo ? Io vedo appena, oggi, questa po' di maschera celeste e terrestre

da Pratomagno a Monteluco, col suo Arno breve


i

framczzo, e

suoi colli brevi e

le

sue stelle piccine di

notte, e le rondini di mattina pi grandi nello spazio


e pi rapide delle stelle.

No, questo bambino che mi chiama babbo e che

non me dolcemente vicino, ma inesorabilmente lontano. Mi elimin nell'alvo prese da lei nobilt di sangue, veemenza di

amo

sopra tutte

le

cose s stesso e

volere, chiaroveggenza e la cattiveria.

cattivo anche, per nostra fortuna.

allora

mi

ai

gioia conoscerlo diverso dal

buon bamberottolo che

suoi tempi fui

io.

Sar dunque pi buono poi, non


tortur osamente,
sotto tristi

far soffrire lentamente,


ferite

di pugnale obliquo,

come

soffre

chi soffre per

via di me.

Poi sar come sar. Io medito sciocco di bont e


cattiveria.

il

solito orizzonte,
le

fermo

fra

Pratomagno
stelle.

Monteluco, con
;

rondini pi grandi delle

Importa essere

e l'aggettivo vano. Egli gi e.

Io

son quasi quarant'anni di gestazione e non sono.


Giardino abbandonato, arido, mal colto, con quattro cipressi
raccina.
alla

cisterna e

muriccili con la

bor-

In fondo, di fianco, tre scalini scendono a una porticina che non e' , soltanto tracciata nel muro.

Quando

ci sar,

il

giardino sar pi grande

scender

19

AGNOLETTI
alla pergola

d'uve nere e al

vialiiio dei

venti cipressi,

dove gira dietro casa il terrapieno campi col rosmarino e gli allori.
di

solatio, alto sui

Quando

ci

sar la porticina
cos,

il

giardino sar pi

ameno. Intanto bello

nella sua aspettazione,

chiuso nei muri, sospeso a mancina sopra l'uliveta a


ripiani che scende al querceto che

rimonta di

l,

so-

speso di faccia sopra la valle di luce che s'apre e azzurreggia via mai, e laggi
dei monti lunghi.
si

vela cinerea dove e' l'Arno,

e poi risale cesellata a distesa fino al profilo spazioso

tr levare.

mio questo giardino. La famiglia me lo poMa non ho nuUa di pi mio. Ci ho piantato quei quattro cipressi soli e tristi ci ho condotto un

Non

disegno timido e scarno di aiuole

spigo, bossolo e rose.

Ho
noso
:

chiuso per sempre


ci far

il

cancello di fondo ruggie

un muro un giorno

una nicchia per

se-

derci al sole. L vicino, accanto ai tassi, ci metter

una meridiana bianca.

La traccia della porticina e la traccia delle mi appagano per ora. Spero un giorno sapere
proporzioni aprirla e di che
Aspetto.
fiori piantarle.

aiuole
di che

D'autunno passeggio
vite che scalza
il

sulle

foglie

sanguigne

della

muro

a diritta.

mi metto a sedere accanto alla cisterna verde e guardo l'aspettazione del


Di primavera,
nelle sere d'estate

giardino chiuso.

le

L'anima aperta ai ricordi come nari al plline. Mi vengono di fondo ai cespugli, mi salgono dal cuore. Il cuore duole ma non stanco. Le speranze e qualche fiore si chiudono accanto a bocci
Aspetto anch'
io.

20

AGNOLETTI
nuovi. L'anima rabbrividisce vicina ai silenzi odorosi.

Quando

la sera scesa

l'ombra del giardino costel-

lata di rose bianche. {Dal Giardino


all'

Isonzo).

LA CASA DI BATTISTI.

Padova davanti

alla
il

casa del santo

la

mano

sospesa prima di toccare


Sulla cantonata ne

campanello.

negozietto e

lei

e la

ho chiesto a una cucitrice in un sua bambina mi hanno indicato

a gara la porta della

povera signora . La cucitrice ha sospirato come se avessero spezzato la vita sua rasciugava una lacrima dagli occhi grandi. la forza d' Italia questo traboccar da ogni cuore lacrime o riso prodighiamo amore dolore e vita senza
: :

esaurirci.

Ricordiamoci, noi che

amiamo

il

paese no-

stro, voi che dite di amarlo, che tutto dev'essere dato,

tutto inteso a che la patria arda sempre in fiamma di


vita e passione.

Non

porgete esempio n consiglio di

saviezza arida, di senso


la bellezza del

comune

volgare.

Proclamate
la santit

sogno e dell'anelito d'amore,


soliti liberti,

dell'odio pei

vili,

e sprezzate e schiacciate le animule


i

pratiche e perfide. Sono

seme

di schiavi,

che serbano agli eroi l'amaro sorso.

Ho

fatto bene a

non suonar
alla

subito.

Diamo tempo
la

agli occhi d'asciugarsi,

voce di sgombrar

sua

via che ora strozzata.

Mi apre il buon Bittanti lo riconosco invecchiato mi riconosce. Chiamo 1' Ernesta dice.
:

21

AGNOLETTI
Nel salottino dove mi ha fatto entrare e' l'ombra di lui che non pi fra i \dvi perch assunto fra gli eterni. Libri, ritratti suoi, i monti di Trento alla parete
;

sulla tavola

telegrammi
ecco
lei in

alla

vedova, una cattiva


capelli

statuetta che lo rappresenta alpino.

S'apre l'uscio
bianchi,

lutto con tutti


fssa

interdetta.

Mi guarda

come a

scrutare

se soffro o se

una
;

visita di vanit.

Non

ci s'era visti

da diciannov'anni

mi

ritrova ora a pieno e


fssa.

ghiozzo soffocato sempre guardandomi


soffro anch' io e che son lacrime vere.

ha un sinVede che
mano,

rimasta col

braccio scarno teso nell'atto di avermi porto la


fa

due passi

rigidi, si siede,

poi quel suo sguardo sbarviso fra le


:

mani mio Cesare il mio Cesare. Oh anime sante che avete dato tutto a
rato

mi

lascia, si
!

mette

il

Oh

il

noi,

al-

l'

Italia

Pensare

che

gli

uomini,
i

io

stesso

tiriam

fuori bilance di precisione per

dolori pi scialbi e

meschini

Come

vero che l'uomo dio redime col

sangue l'uomo che non sa quel che fa e l'uomo che Braccio, Ida, soffre perch non sa che sia dolore siate tornare grandi come non potr bambini miei, se
!

questa donna e questa povera casa italiana. Grandi


nel volgere la
destino.
{Dal Giardino
all'

misura silenziosa del vostro interiore

Isonzo).

22

RICCARDO BACCHELLI
nato a Bologna
il

Dal

luglio del 1915

19 aprile 1891. Ha fatto gli studi classici. f'i soldato ha fatto la guerra come tenente
;

d'artiglieria suU' Isonzo e sul Carso.

COLLABORAZIONI.
Patria (Bologna),
Carlino (Bologna),

Voce (Firenze), Tempo (Roma), Resto del Raccolta (Bologna), Ronda (Roma).

OPERE.
Il

Filo meraviglioso di Lodovico Ci, romanzo. Bologna, T9T1.


(ediz.

privata).

Poemi
Amleto

lirici.

(nella

Bologna, Zanichelli, 19x4. Ronda))] da aprile a settembre 1919).


<i

CRITICA.
E. Cecchi {Tribuna, 3 maggio 1915) G. De Robertis {Voce, dicembre 1914).

N. QuiLici {Resto del Carlino, 12 marzo 1915). A. Spaini {Idea Nazionale, marzo 1915).
G.

BoiNE

Piatisi e Botte, Firenze,

La Voce,

1918.

2J

BACCHELLt

MEMORIE D'ADOLESCENZA.
i tramonti lenti, sonno e la stanchezza medesima, non avrei voluto altro che riposare, se fosse stato possibile. Non reggeva pi neppure la voglia

Un'estate, che d'estate son

pesante

quant'

il

amara

d' inasprire in

me

stesso

il

mio male.

Non

avrei voluto cedere in nulla,

ma

invece

mi toccava assopirmi
stanca.

al sole in materia

dalla stanchezza

un

filo

di melodia.

Supino, ombre e sole, foglie


e cielo, silenzio e cicale.
le

Le mani
si

abbandonavo

sull'erba riarsa,

tuffava

nell'estate l'anima e tornava d'ogni parte

carica d'ogni cosa,

tornava stanca. la mattina che

E
le

non articolava, non distingueva, non pot credere a s stessa


filtr

un'estatica canzoncina.
(Poemi).

FATICHE.
Stasera a Settignano non vuol far notte, tanto che
[l'occhio

non sa pi dove
l'Avemaria,

reggere. C' la luna, sonata

ma

niente cresce,

non scema nulla che

si

[veda.
Si sciolgono sui tetti qualche
Il

fumo

dei paioH.

giorno insostenibile,

ma

questa notte troppo lenta.

24

BACCHELLI
Andiamo
assestati

sotto la pergola del trattore. In questi

campi

qualcosa

insopportabile.

La

pietra

ancora calda, gli ulivi cos aridi.


se di
il

Non

saprei

rimpianto o per refrigerio, un mio amico interruppe


:

silenzio

di

marzo per questi

sentieri

tutto

un picchiettare

di roncole che potano.

{Poemi)

PAESAGGI.

Improvvisa, la fantasia m* ha condotto per


rettilinee del Bolognese,

le

strade

bordate di rami

freddolosi,

toccati

dall'ottobre,

con prospettive

di persiane verdi allineate sulle facciate.


Il

Reno

si

stacca dai monti con incantevoli

indugi e prende spazio in pianura, alberi


e frutteti
si

spogliano con incredibile bellezza,


le ten'e.

riposano al sole

il

tempo

adesso che
e
il

le

cantine odorano di fermentazione

contadino esce senz'arnesi a guardare forse se qualche fosso non scola. Le terre,
uomini,
il

gli

paese fortunato nelle adiacenze


sole breve.

del fiume,

godono questo

Gli uccelli son di passo.

In

fiore, gli oscillanti

canapai ubbriacavano.
la febbre,

Dai

fieni

mzzi che dan

da ondate

di frumenti pesanti, chi passa lungo le siepi

LS

BACCHELLI
ne vede uscire
i

campanili rossi e

pioppi
si

senz'ombra annegati nella canicola, che non a che vento mai trovino il modo di tremare in queste calme di luglio.

sa

Settembre ha rinverdito

le

rive d'Arno,

vien su odor di fango rinvenuto, ai capelli

s'apprende un'aria elettrica privante


di riposo, la forza grigia e azzurra

del temporale

monta

sui tetti in fond'al viale.

Ogni pienezza

e felicit

un
se

po'

stanca,
sensibile

Mondo

sempre magari soltanto per presentimento. in cui immerso apro gli occhi,

d'una in altra espressione s'aprono

sempre pi fondi miraggi e seduzioni


e vincerlo colla parola

non mi

riesce, io voglio

disimparare a nominare e discernere nella sensazione,


per vincerlo se non altro almeno col silenzio.
I silenzi

che ho ascoltato di sera in colUna

impossibile notarli. Vegetali silenzi,


silenzi industriali sotto

lampade

elettriche

d'opifci e della stazione, e la citt

nella sfera della


Silenzi di stelle

immersa sua luce e ammantellata nello e d'orizzonte. Chiudo gli occhi


le

scuro.

per lasciare che corrano e ricorrano

sensazioni

fino agli ultimi rifrangimenti, tanti e cos distanti

da contentarsene senz'esprimerle almeno per

stasera.

Una

mattina, guardingo ed assorto bambino

avanti l'alveare, ignorante

ma

stupefatto

26

BACCHELLI
le cose mi prendessero una tale realt da sentirmene violentato, quella mattina nessuna estate la ricondurr, eppure esistita e trascorsa, calma ed estatica ai miei occhi.

che

Nelle freddolose citt, levati presto per andare

oppure nella pericolosa lucidit dopo donna, mentre le stelle s'allontanano dentro le case sembra che si lascino indurre
alla

stazione,

cielo,

a venire alla luce, come se


stesse ancora nella notte.

il lato in ombra Con quest'alba persuasiva

chiudo

la serie dei

miei paesaggi.
(Poemi).

APPASSIONATA.

10 tocco questo

mio corpo uggioso, percorso

da maree
e salato.

di sensazioni che salgono e discendono;

questi organi attuffati nel sangue tiepido

L'ambiente originario riopera con sensi inediti, la realt carnosa e sanguigna del mio corpo riaffonda in mare. 11 mio essere impazzisce nella luce, come succede
che d'estate
le

piazze

son

terribili

da attraversare.

Occhi glauchi mi spiano colla feroce necessit


della nutrizione. Tutte le carte geografiche

conducono

al deserta, le storie naturali

descrivono morte, quest* implacabile ricchezza

animale precipita pazzamente a morire.


2/

BACCHELLI

Ma dunque
Allora
Io

che questo
la

non vai

vivo di

? Dio questo? pena neppur pi di morire. de profundis, d* immondizia e d'accidia.

(Poemi).

IN CITT.

Un
Non

giorno s'andava sulle banchine avvampate

d'un vecchio porto oleoso in cerca di donne.


c'era

ombra

in disarmo.

di vela n incrocio d'attrezzature Passavano schive donne

di belle caviglie e di spalle sostenute, di sangue Saracino. Il cielo ci


gli

occhi al mare, e
di

il

rimandava mare aUa vista


Dappertutto

insostenibile

queste belle donne.


indolenza,

era

un

caldo,

un dondolio, sangue
una noiosa superfluit i commerci e la storia
{Poewi).

e colore meridionale, e lo scarico polveroso


dei carbonieri diventava
sulla^ faccia della terra.

per mare e per terra perdevano ragion d'essere.

28

ANTONIO BALDINI
nato a

Roma

scana, Laureato, a
ciale dal

da padre romagnolo e madre toRoma, nel 1916 con una tesi sull'Ariosto. Uffimaggio al novembre 191 5, fu ferito sul Carso. Ha scritto
il

io ottobre 1889

talvolta con

pseudonimi

Gatto

Lupesco, Il buon

Selvaggio.

COLLABORAZIONI.
Cultura Contemporanea (Roma),

La Cultura (Roma), La

Voce

(Firenze), Lirica (Roma), Illustrazione Italiana (Milano),


del Giorno (Milano),

Idea Nazionale (Roma), Resto del Carlino (Bologna), Libri Il Tempo (Roma), Rassegna Italiana (Roma), La Ronda (Roma), La Nazione (Firenze).

OPERE.
Maestro Pastoso. Roma, Nalato, 191 4. Nostro Purgatorio. Milano, Treves, 191 8.

Umori
Salti

di

Giovent.

del Gomitolo.

Firenze, Vallecchi, 1920. Firenze, Vallecchi, 1920.

CRITICA.
A.

Gargiulo
gio 1919).

{Resto del Carlino, 21

marzo 191 4).


;

E. Cecchi {Tribuna, io aprile 1914

27 luglio 1914; 26 mag-

29

BALDINI
G. Bellonci {Giornale d' Italia, 1 dicembre 191 4). G. Rabizzani {Marzocco, 29 settembre 191 8). A. Conti (// Mezzogiorno, 22 settembre 1918). G. Lazzeri {Popolo d' Italia, 26 ottobre 191 8).

D'Amico {Gazzetta di Torino, 28 settembre 1918). ScARFOGLio {Nazione e Mattino, 6 e 7 settembre 191 8). E. Camuncoli {Gazzetta di Venezia, 5 settembre 191 8). U. Fracchia {Idea Nazionale, 17 ottobre 1918). A. Frangi {Illustrazione Italiana, 191 8; Libri del giorno, luS.

C.

glio 1919). P. Pancrazi {Nuova Giornata, 16 novembre 1918). A. Benedetti {L'Ordine, 13 ottobre 191 8).

R. Serra Le

lettere,

Roma, Bontempelli,

191

4.

NUMA

POMPILIO.

Andarono come
parere malinconica,
ci

il

vento, quei tredici anni d'amore

e di pace. Cos senza bambini la casa poteva magari

ma Numa

nella

sua malinconia

s'adattava meravigliosamente bene, e anche Tacia

oramai non desiderava di meglio giacch Numa le regalava tutte le ore della giornata. Abitavano un po' fuori
del paese, in
tutti che

compagnia

di

buona gente
:

di quelle terre,

conoscevano Numa da piccino, carino e simpatico sempre a quel modo quello che si pu dire \m buon italiano. Quando Tacia fu chiamata agi' Inferi, Numa, sul principio, fu come morto anche lui. Poi si decise per una casipola di campagna pi verso il monte, all'ingresso di un giovine bosco. I primi mesi h passeg-

30

BALDINI
gi sotto gli alberi, piangendo l'amore della moglie, cominciando intanto a riposare e distrarre il suo dolore tra tutte quelle

reminiscenze patetiche

ma

ogni

tempo, che non procede senza i suoi allegri s' imbatteva in qualche ninfa, di quelle si sapeva bene che gente onesta fosse, che paese, del che era sempre per un po' di strada l'accompagnava

pena cede
motivi.

al

Quando

stato del suo naturale attaccarsi alle creature sagge.

Una mattina d'autunno


antichi,

gli

capitarono lass, a ca-

vallo, col viso rosso dal freddo,

Procolo e Veleso, amici


:

con una missione da Roma nientemeno volevano che Numa accettasse di fare il re.
Il

re a
;

Roma,

una parola

!...

Numa
lui
:

li

trattenne a

colazione

ma

a tavola parl sempre

viveva selvatico, a sentirlo


gli

da tanto che sboccare era una festa, e

ambasciatori non ebbero


;

serio
li

ma

gi tirava aria di no.

modo di ambasciare sul Dopo colazione Numa


:

accompagn a svagarsi pei vigneti, ch'era appunto epoca di vendemmia poi se li volle tenere anche a cena e Numa era un filosofo di grande memoria e fantasia
;

inesauribile

poi

li

condusse a veglia
il

sull'aia, tra

conlani

tadini che sgranavano

granturco

poi accese

un

ternino e
conigli

men
;

gli

amici in punta di piedi a vedere


le

addormentati con
poi
li

orecchie gi, sulle foglie

dei cavoli

port a

letto, rincalz loro le coperte,

rimase a sedere sur una sponda a ciarlare, un po' briUi


tutti e tre, a ciarlare fino all'alba.

Ma

ogni volta che

Procolo e Veleso ritornavano sulla missione di

Roma,
gli

Numa

parlava d'altro, faceva

il
!

sordo, parlava della

povera Tacia, che santa donna

che cucina che

31

BALDINI
faceva
!

che bucato

del suo dolce

passato,

del

pre-

sente dolore, del suo letto raffreddato. Infine, quando

non pot pi voltare

il

discorso, ci entr difilato

Io vi dico, amici cari, che

Numa

verr a

Roma

per adoprarsi in qualche ufficio pubblico, non prima


del giorno che abbia perduto Tultima speranza di di-

da padrone sul suo. gnorn invece di gnors , il giorno che i miei conigli m'avran fatto capire di non aver pi soggezione di me, il giorno, chiss, che la corda del secchio mi vorr scappare dalle mani, chiss allora che non otteniate quanto seppure avessi finito di scoadesso chiedete invano prire tutti i miei tornaconti di non far nulla. si o no, latino, questo ? Amici cari, a governare le volont devertirsi
Il

da solo e

di farla

giorno che un servo m'avr detto

gU

altri ci si
:

deve provare chi


le

s'illude di reggere la proaltri, ci


;

pria

a indirizzare

passioni degli

s'avrebbe

da mettere chi garante almeno delle sue amici cari, il domani d'una gente pu supporre di poterlo aiutare a venir fuori, di avviarlo, solo chi si fidi d'aver imbroccato giusto tutto
il

proprio passato. Invece io


il

mi

sto

a grattare

il

capo tutto

giorno perch mi ricordo a

ogni rigo di qualche vecchia disattenzione o degl' in-

ganni dove sono caduto


vero
:

il

giorno prima.
!

Prudenza,
io

vergogna

la

prudenza
felicit

Ma domando
l'

come
uo-

potrei

azzardare la

infelicit

d'altri

nemmeno conosco uno dietro uno, sulla punta mio tremolante apprezzamento. Va da s che questi discorsi non li starete a ripetere ma il fatto certo in CampidogHo, amici cavaUeri che io ci cascherei, a fare il re di Roma, solo il giorno che non mi riescisse pi di farlo in questa fattoria.
mini che
del
;

32

BALDINI
Il

a quest'et eccellente, non


il

che non vedo come possa accadere. Di riammogliarsi, mi pare sia il caso. Girate

mondo, miei CEiri, e vedrete che non c' uomo che sopporti di non farla da re su qualche propriet terrena, o fantastica
:

somigUanza ma sempre

di Giove, ridotto e imbruttito re


;

l'uomo fatto pei suoi peccati a quanto sia,


porta questa bega dall'alvo

e
:

si

mafarla
ci

terno agli Elisi

e portarsela deve.

Quanto poi a

da deve scendere
ci

re vero, proprio col

nome

di

re,

uomo

accorto

solo nel caso disperato che

da

non

arrivi pi a credere, ai suoi reami diretti, e appunto voglia salvarsene almeno il nome. Ma io, come dico, ho i conigU e la corda del pozzo, di

mio

sole era gi in

mezzo

al cielo

quando

Numa mont

due brocchetti dell'acqua fresca, ad aprire le ch'era una giornata svegUa sveglia fmestre
su, coi

straordinaria. Procolo e Veleso lo capirono, pi che dal


sole

che sguazz per tutta

la stanza, dalla

gran faccia

scintillante di
Si

Numa.
il

provarono subito di rimettere

discorso al punto

della loro missione,

ma Numa

era troppo insuperbito

di

quella

sua

campagna
il

tutt 'apparecchiata di luce.

Allora Procolo e Veleso abbracciarono con


dolce rimprovero
re dei conigli,
g'

un estremo

n l'amico trattenne
i

due

sospiri,

mentre
s'

insellava

cavalli. In conclure.

sione gli

ambasciatori se ne tornarono senza

In pianura

incontrarono, che andava su verso


il

Cure piano piano, in Pomponio,

vecchio padre di

Numa,
Il

al braccio del nipote Marzio. Si


si

fermarono un

po' all'ombra d'un pino e

sfogarono insieme.
il

vecchio padre agitava sconsolato

capo

Guar-

33
3

Poeti d' oggi.

BALDINI
scere proprio a

datemi sciocco fannullone d'un ragazzo doveva naPomponio, che non sa l'ozio cosa sia. In quarant'anni, signori miei, in quarantanni, che

Pompilio
scito a

ha

giusto l'et di
il

Roma,

sapete,

il

giorno
rie-

stesso nacque,

21 aprile, in quarant'anni, fosse

guadagnarsi un quattrino, concluso un nulla,

se di quell'et

un quattrino, quando dico. Pensate voi, signori miei, non sarebbe l'ora di averla smessa di

far la scuola alle farfalle. Si presenta un'occasione ono-

rata

come questa

qui, di collocarsi, e poi

non

volere

ditemi voi, signori miei, farmene cosa d'un bamboccio

con quella barba


il

nera...,

Il

giovine Marzio che

sosteneva

vecchio, cercava di correggere con


risatella

una

preventiva

indulgente,

quello

scandaluccio
I quali
filo

di famiglia nel giudizio dei


si

due messi
i

disillusi.

attentarono di fare al vecchio


del fgho
il

vanti della

sofa

scioperato.

Macch, per
dire

Ercole....

borbottava
volse
il

vecchio imbizzito, levandosi. Marzio

ri-

viso a Procolo

come

compatite. I messi

risalirono a cavallo.

Pomponio
quella notte
carrettella,
l'orto
:

ci s'era

arrabbiato tanto, da non dormire,


il

il

giorno dopo, attaccato

ciuco alla era nel-

and alla fattoria di a tirare acqua dal pozzo.

Numa. Numa

Te, Numa, sangue della Mitologia.... cominciava Pomponio, affacciandosi dal cancello. Ma Numa, che aveva capito subito la faccia infiammata del padre e che libeccio veniva da quella parte, ridusse la voce e preg Babbo, salite in casa, e subito sono da voi .
:

Pomponio
il

rimise la chiassata a pi su, e staccato

ciuco lo portava nella stalla.

34

BALDINI
Nimia invece gir
la casa, e

dilung pei campi.

Camminava adagino, come qualche mora dai rovi.

per fare ora, spiccando

Cos, adagino, adagino, arriv alla porta di


sul
:

Roma

mezzod del giorno dopo tutto mota e polvere, ma con la bella faccia limpida e fiorita sotto un cappello adorno di pastore. Sorti van da Roma al gran sole, proprio in quella che Numa stava per entrarci, Procolo e Veleso, di gran
fretta,

con un viso scuro.


si

Quando
levato

videro di faccia

il

Re, allargaron

le

brac-

cia e gli si buttarono sulla strada.

Nimia

li

rialz. S'era

un vento che veniva

schietto dal mare, e allaril

gava

il

respiro e faceva divino

contento di quell'ora.
fa-

A Roma,
dubitate,
soldati
!

in quei primi decenni di locazione,


;

si

ceva tutto veramente alla buona


per quanto nuovi,
se

ma

di trionfi,

non
quei

n'

intendevano

Fu dunque una festa, non solo da perderne i dettama che nemmeno arrivo a figurarmela in pieno. Non potrei pi garantirne quindi la veridicit e, si
gli,

capisce,

ognuno ha

suoi scrupoli.

{Umori

di Giovent).

MAESTRO PASTOSO.
La
sera stessa di quel

pieno di begli auspici in

memorando giorno per me cui avendo ricevuto un paio di


35

BALDINI
calci

da un pedante vestito

di nero fui sul


le

punto di

venir

meno

per

il

contento e

risa pazze, ricevevo

mi

biglietto di congratulazione
elle si

da parte d'un signor

Pastoso,

diceva desideroso di conoscermi.


gli altri

E
della

siccome tutti

conosciuti che ora incon-

travo mi facevano un viso sdegnato per convincermi

mia

vilt,

il

giorno di poi

questo signore nuovo.

cos

mi decisi d' incontrare mi misi in via.

Come
di

fui

giunto in una contrada molto quieta e

fronte

un

edifcio

conventualmente
di
l

austero,

sentii scoppiare proprio allora

dentro un tumulto

di suoni, che

non mi seppi
girai la

spiegare. Per averne qualche

notizia varcai la soglia della porta mezz'aperta, percorsi

un buio androne,

maniglia di una grande vetrata

una bianca corte porticata, ai piedi d'un'altissima torre campanaria che s' inalzava nel mezzo, un piccolo tavoHno coperto d'mi bel tappeto rosso e sopra una boccia d'acqua rosata e un bicchiere
tintinnante. Vidi allora, in
col cucchiaino dentro
:

ma

l'occhio m'era corso subito,


all'

pel

gran fragore accresciuto,

alto del campanile,

ove da un vano s'affacciavano per ritrarsi in furia due bocche linguacciute di campane, e il campanile tentennava dalla base, e tutti i mattoni impazzivano dietro
le

sbarre di ferro stringenti in ogni altezza

le
il

pareti

della torre pericolante.


in giro

Al riverbero del tuono


le finestre
:

portico

pareva sobbalzare,

chiuse parevano

spasimare di brividi vitrei

l'occhio, perci,

mi

si

ri-

posava meglio dentro le finestre aperte. Con tutto, mi parve di saperne ancora pochino, e
per trovare

un informatore 36

passai sotto

un

altro arco

BALDINI
d'un lato della corte,
fui
salii

per un'ampia scala

e,

quando
volte

su,

m'affacciai

in

un'aula spaziosa,

dalle

altissime, fresche d' intonaco. Ivi, tra molti pentolacci


di colore,

andava un uomo piccino che reggeva una lunga asta terminata da una barba di pennello goccio:

lante

e l'ometto spasseggiava per la

sua parete
alti

stri-

sele di colori vivi

per de'

giri

lunghi ed

come
il

ar-

cobaleni

t'

illustrava cos, e presto presto,

mondo

creato, Porsena re dei

tino Lutero,

Lucumoni, Attila flagello. MarMurat e Pisacane e la parete per un mo:

mento pareva
e sulle

illuminarsi,

ma

l'

intonaco
l'

spugnoso,

a giro finito di peimello, s'era ribevuta

illustrazione,

mura ne

restava a malapena im'ombra di dige-

stione e lcea. L'artista era

un omino
gli

di

gambatura robui

sta, e di faccia assai laboriosa,

perch tutti

capelli della
le

cocuzza e

le

grandi orecchie e

occhi vigilanti e

labbra protese non sapevano con quale industria accerchiare e cuoprire le mascelle eccedenti che con la lu-

cente insistenza dei trentadue denti parevano scappargli

nude. Dalla soglia, gridando, tentai di sapere dalfossi,

l'uomo dall'asta lunga dove mi


delle

ma

il

rimbombo

campane che suonavano quasi finestre fece che non mi udisse.

all'altezza di quelle

Ritornato allora sui miei passi, entrai in un corridoio


al sole

lungo e di bel chiarore, che terminava in contro

con im terrazzino
le

fiorito

il

quale dava sopra un

piccolo orto. Sdraiato pancia a terra, coi gomiti puntati


e le

guance tra

palme, un lungo
le

giovanotto

sorvele

gliava nei vasi di terra,


coccinelle colorate che ci

fogholine dei gerani e


:

andavano a spasso

vi chi-

37

BALDINI
nava
l'orecchio,

come
:

ascoltasse, poi

proferiva
:

strani
:

detti di scontento

ma

che diamine

allora inutile

ma
:

quattro volte voi dovevate pensarci....


L, sul terrazzo,
le

campane quasi non si sentivano pi e quand'ebbi domandato al giovanotto lungo, dov'ero, sorse a ginocchio e, chinato che mi fui, me lo disse piano piano e sorridendo. Poi s'alz in piedi e mi fece
cenno di seguirlo
verso l'orto
;
:

io dietro, gi per altre scale e

a tra-

cos,

per suo invito, montai sopra una

scala a pioli poggiata al ciglio d'un

muro

grigio che
io salivo e

chiudeva l'orto a mezzogiorno. Mentre eh'


l'amico andava girando
cole di metallo, che

una ruota da

basso, dall'alto

m'arrivava un rumore di catene correnti per carru-

quando
chiava
tavolo

fui in
il

non mi riusciva di spiegare. Solo sommo mi avvidi che cos si scopervidi nel fondo

tetto d'un piccolo recinto. Vi lasciai cadere

una occhiata e
:

un lumicino sopra un

al quale tavolo

sedeva tutto chino un

uomo

con un paro di cesoie minute ritagliava pulitamente da un grande scartafaccio figurato, dei disegni strani; cos
di buone spalle che lavorava a cotesto
:

modo

difficih che,

a correrli torno torno senza spuntarne


pupille
altro

ri-

hevi e senza lasciarli un po' marginati doveva essere


proprio

un buttare

le

poi

l'

ingonmiava prerigato, poi


ci
;

ciso sulle pagine di

un

quaderno

tirava dentro

un cazzotto e poi, sopra, un bacino un cazzotto e un bacino, un cazzotto e un bacino e poi richiudeva il quaderno degl' ingommati e riapriva
quello dei ritagliandi.

Quando
e
il

tutto questo
le

mi

fin di piacere,
il

le

catene

richiassarono per

carrucole, e

tetto coi tegoli proni

fumaiolo nuovo ridiscese

38

BALDINI

Al nuovo mattino, tra


rintocco d'un

il

sonno che cedeva a una


il

luce argentea e la sorpresa dello sconosciuto ambiente,

campano

di gregge sotto la finestra,

mi

ventil l'anima cisposa di

freschezza pastorale.
i

Balzai di letto e schiusi all'alba


nella via
:

vetri per guardare


l

il

gregge s'era tutto raccolto

sotto intorno

ad una pastorella seduta sopra una panca a mungere una capretta, ricciuta, ed al Pastoso curvo sa di lei (lo riconobbi alla rosea collottola uscente da un ampio cmice di sacco) il quale, con garbo materno, pettinava i biondi capelli inanellati ch'ella teneva sciolti per le spalle. Ravviata che l'ebbe e data una mano a tirarla in piedi, le fece una carezza amorosa, e subito
coi suoi pettini rientr sotto
il

portone.

Cantando,
e
il

la fanciulla corse

gi per la via scoscesa,

gregge

si di fil

dietro la capra col

campano.

La casa
miganti
e,

del Pastoso era la sola su quel colle, e per

quell'arco d'orizzonte

non

si

scoprivano che terre fu-

tra

fumi, dei monti scuri e bassi.


;

Col pastrano sulle spalle, uscii dalla mia camera


e per varie stanze dalle
tesi

mura disadorne venni dove

in-

una voce
spinsi
Il
:

di richiamo

da una porta soccliiusa.

La

Pastoso se ne stava a bagno in una tinaccia lunga

di vino rosso,
lici

emersi

il

capo grondante e uno dei polmio,

pedagni.
Io
ti

voglio dire quel poco che so, amico

mi

disse subito

con voce

triste

e rattraendo

le

gambe

39

BALDINI
e portando avanti
sul fondo
il
:

torso xdnoso venne cos a sedersi

deDa tina

per

modo che

il

calvo delle due

ginocchia luceva a

fior
:

del vino.

Io
;

guardo

il

mio
al gi-

ginocchio destro e dico

la vita bella

bado poi
;

nocchio sinistro e dico

la vita

brutta

per la verit

una
di

sola

ha da

essere, e

quando
:

io parlo

non

so

mai

bene quello che mi voglia dire

e se voglio avere faccia

buono ai miei parole mie a me


tutto andar sotto.

occhi, occorre eh' io


stesso.

non rivolga pi
.

Addio amico

E
e,

si

lasci a

BolUcine all'altezza del capo tuffato


il

in

fondo,

critico pollice

pedagno

In un bel pomeriggio
salivo

domenicale,

d' inverno,

io

un

colle sopra alla citt

tenendomi stretto

al

braccio di Carolina.

Pel nostro sentiero, c'era qua e l qualche traccia


di neve.

nell'aria illusa di spie


il

Ogni po' un'ombra di vento metteva un brivido ad ogni brivido, noi, si voltava
:

viso alla strada di gi, e

non vedendoci nessimo


:

ci

si

passava un abbraccio frettoloso.

Ad un muro
gli

che svolta

un uomo
E
gi da

sott'a

un

al-

bero nero, che cercava intorno a s qualche cosa, come

dovesse servire d'urgenza.


il

un ramo netto
che quell'uomo

sopra

suo capo restava a pendere una corda lunga.

Carolina cap ancora prima di


perplesso cercava

me
;

un

facsimile di sgabello, senza di che

non
ed

gli

poteva

riescire d' impiccarsi

ed alz un grido,

io corsi

verso l'uomo che al grido s'era rivolto.

40

BALDINI
Riconobbi
Si lev

il
.

il

Pastoso.
ci

cappello con un'aria confusa e

disse

grazie

sapevo cosa farmi. Carolina mi s'era avvolta al braccio e tremava di spavento. La piega del muro L'albero li faceva ombra. La via era piena di neve.
tutto bagnato. L'aria rigida e oscura.

Non

In fondo, colli lontani pieni di sole.


Il

Pastoso
gli

mi

guard

Carolina.

Poi alz Poi

occhi al cielo, in

un modo

distratto.
:

guard le adesso che facciamo


si

mani paonazze mormorando


.

Attacc un suo pensiero a un


smise.

zufolo, che subito

AUora, Carolina per \m braccio ed


lo

io

per l'altro,

scostammo
il

dall'albero
sole.

mal trovato

e lo

menammo
alla
;

gi, dov'era

A un
sua forca
e sorrise.

tratto re.st,
;

come per
lo

rivolgere

gU occhi

invece

mi ferm

sguardo su Carolina

(Prnditela,
la

amico Pastoso)
si

moretta, che sa come

consolano

maUnco-

nici, gli strinse le

braccia al collo e attacc la bocca.

Lasciai

il

braccio dell'amico, per trar di tasca

un
a-

libro, e ritrovai la

pagina dov'ero arrivato quando

vevo incontrato Carolina. Libro istruttivo.

Pagina
fin

via

pagina,

venni

all'ultima,

ch'era
i

gi

notte scura, e

da un po' andavo leggendo sotto


:

fanali,

dentro

il

Corso della citt

e per leggere quest'ul-

tima pi attento m'ero stretto

alle vetrine

molto illumi-

nate d'un negozio di pastallovo.

41

BALDINI
Quand'ecco si fa all'uscio un uomo tarchiato che altra volta avevo travisto, e mi d una busta da parte
di
spalle quadrate, occhi

Maestro Pastoso. Aveva costui una grossa testa sopra appannati dietro due lenti fio;

che, ferrate, a stanga

ritorn dentro col passo d'un

cavallo normanno.

Nella busta c'era

un

biglietto grigio,

dove

il

Pastoso
il

mi pregava

di andare,
!,

dopo

il

tramonto, sotto

primo
funeri,

albero, quello
l'avrei trovato

della salita di Santa Pazienza, che ce

non

in vita

presiedessi ai suoi
i .

testimoniassi a chi voleva saperne

perch, che se ne

andava

annoiato d'annoiarsi cos

Sicuro oramai del fatto suo, seguitai la

strada

di

casa mia.

La

sera di poi

mi tornava Carolina con un


Diceva
il

biglietto,

rosa, del Pastoso.

bighetto

Nel

letto,

con donna, che


si

riso vario.

Quel

fresco,

quel caldo. Quei capezzoli. Grazie amico mio.

Non
i

era

bene morire. Ci

ritrover

un

giorno.

Come

premi e
,

come

gastighi.

Pastoso

*
*

Nella notte Pastoso fece uno di quei sogni pieni di

corpo che non c' dubbio che Dio


gion veduta.
Gli pareva di escire in

li

mandi

dietro ra-

una mattinata

di tempesta

e senza pioggia sopra


ripari

un

terrazzo elevato che aveva sui

grandi vasi di terracotta e dentro c'erano rametti scapigUati. Nuvole vertiginose ruzzolavano senza

rombo

e senza

lampo sopraffacendosi per

l'alto oriz-

42

BALDINI
zonte. Pastoso sentiva
il

morso del vento


:

non

si

fidava

dell'equilibrio delle terrecotte

in ispecie, adesso, d'uil

na
ci

ma

subito che and per raccomandarla,

il

vento

urt dentro e quella spar gi.

Va

bene, va bene
gli

pens Pastoso, un po' stupito che


che pi patisse di capogiro
scelta,

cuore non

avesse

dato una stretta, e gir l'occhio per un'altra terracotta


:

e,

appena

l'occhio l'ebbe

rafforz

il

vento e pure quell'angolo di paraa

petto rest raso,

Va

bene, va bene

j>

e Pastoso ridi-

scese la sua botola.


le

scendendo

si

svegli. Allora

mise

i and alla finestra. monti si stava preparando una chiarissima giornata, ma le stelle potevano stare ancora a splendere un poco.

gambe

fuor del letto e

Sopra

Vestendosi, Pastoso ridacchiava

seco

stesso

ogni

tanto girava

un occhio
:

nella

penombra

di quelle

mura.

Stavolta ho capito.

Porca, se ho capito. Ostia, se

l'andr.

Bravo me

la

mano. Pastoso
il

Poi accese un

fornellino sul tavolo, per

caff,

e intanto s'and

a
di

lavare
l

il

viso. Poi, asciugandoselo, girava di


:

qua e

mormorando

Porca, se

le
:

va, stavolta s che la

va
e
il

e apriva

vetri al rigido

tra

il

buio dei monti


finestra

sonno del
il

cielo l'alba

veniva su agra e impermalita

dagli indugi solenni delle ombre.

Torn

alla

a prendere

caff.

S' infil la

giubba, mise
il

il

cappello, trov

il

suo bam-

b, e allora spense

fornello.
il

Uscendo di casa, accompagn piano ruscio con palmo della mano, per non far chiasso.
{Umori
di Giovent).

43

BALDINI

REMO.
Remo non
l'avrebbe dovuta mai fare quella paril

taccia di saltare a burla

muro

della citt quadrata,

ancora cos bassino. Questo basta per dare a credere che

un ragazzo cos dispettoso non sarebbe nemmeno stato un buon Re. Sono il pi grosso guaio questi burloni, questi

smontatori sistematici.
la creta poca

piccola,

bada che
;

Bada, che la tela bada, che tu sba;

gli la citazione
le

bada, che l'edizione scorretta


difficile
;

bada,

donne, bada, ch'

bada, che non ce lo troci

verai.... e allora si capisce,

non

sono santi che pos-

sano tener la campana,


suona.

le

l'ora del
il

famosissimo cazzotto

una volta

tirato

primo....

Non

merita nesserio

suna simpatia questo Remo che non seppe star in un momento come quello.

Erano
partiti,

partiti

perch, a casa di

da Alba, d'amore e d accordo erano nonno Numitore, ci dove:

vano stare a disagio quei figli di bosco, specie legati a quella banda di birbaccioni della quale s'erano pri-

ma

giovati contro Amulio, ma che, un giorno o l'altro, avrebbero compromesso la pace anche del malandato
:

vecchione. Allora avevano detto


scusate,

ce n'andiamo, scusate,
:

nonno impermahto o che affari Remo aveva dato un'occhiata incerta son questi ? al fratello, il fratello a lui ci sarebbe voluta una ragione plausibile dirgli che andavano in un'altra citt, a quel vecchio campanilista permaloso, non gU si

nonno

il

44

BALDINI
poteva mica
dire.

Allora

Romolo aveva detto


partiti.

ecco,

s'avrebbe intenzione di fondare un'altra citt, noi due.

D'amore

d*

accordo eran
gli altri
?
1'

Marciavano,
:

capitruppa e la banda, divisi, a passo di strada


a sinistra con Remo,

gli

uni

a destra

con
:

Romolo.

Remo pensava
no
?

perch no
di fantasia,

Lavora van
a

Romolo pensava perch uno pensava a Remonium,


fontanili dell'Acqua

l'altro

Roma.
ai

A
I

mezzogiorno erano
file

Santa
d' in-

e riunirono le

per

il

rancio.

due

fratelli

mangiarono poco, ed evitavano


lei

contrarsi.

Se
le

ci fosse

stata la lupa,

avi ebbe subito capito

cose

come andavano a
in

finire.

Ma

fondo,

la

cosa venne naturalmente bene,

come vengono bene molte delle cose che sul primo ci parevano un ripiego disgraziato, '''nemmeno da provarcisi,

potendo.
sfido
1'
:

And benone,
millo,
i

sette

Re,
i

la repubblica,

Ca-

il i

Rubicone,
papi,

Lnpero,
i

Barbari

rassegnati,

papi,

Leone X,

papi fino alla Breccia, e poi


il

il

nuovo piano

regolatore, e in ultimo

monumento a
fuori,

Vittorio, ancora cos

nuovo, cos venuto da

poi tutti noi, eccoci qua, Monticiani, Regolanti, Colonnesi,

Trasteverini e passa.

{Umari di Giovent).

PAUSA DI MARZO.
Certi d,
ieri,

mi lusingava
mia
;

d'essere

un

si

buon

leg-

;itore nel libro della vita

per ogni passo che stac-

45

BALDINI
cavo, sentivo

come

alla rotula de' ginocchi la calibrata

previsione di quanto sarebbe accaduto a passeggiata


finita
;

e questo

tra

il

creatore e

mio prevedere mi pareva che dividesse me la creazione della mia vita. Anche

di questo sento l'amara fallacia. (Oggi che riporto

me

ancora una volta presso


porto
:

te,

non oso

dire ritorno

amato bene fuggente. Riperch mi par troppo che


:

questa parola tocchi pur di qualcuna


io

che attenda, e
linguaggio, tua

non merc !) Ma mi pare assai pi divina la vita mia ora che m' ho in cuore una tanta confusione ora che attendo minuto per minuto l' imprevisto dal mio stesso spirito creato ora che avverto che non mi risponde pi quella meccanica previsione che ad ogni moto di sentimento mi faceva prospettare una voluta immagine di quel che
sono atteso.
difficile
il
: :

Troppo

ne sarebbe seguito, che costituiva


e suggeritore, inascoltato, della

me

improvvisatore
:

mia
:

esistenza

ora che

sento
giare

il

come un muto continuo lampegche non riesco pi disordinatamente gioioso


mio
spirito
illusori

a far convergere luce sugli schermi volontari e


della

mia

astuzia.

Cara confusione dell'anima E il mondo che tragica importanza non assume quest'oggi ch'entra in me, per
!

tutti

suoi aspetti, con

una impetuosa prontezza,


ai sensi

cos
:

refrigerante per lo sguardo, cos dentro


eh' io

non posso tenerlo a quella distanza che vogl' io colorirlo preventivamente del mio egoistico me. Questo

muro imbiancato, questa grande


solleticata
di
sole

quercia, questa

zolla

tra

fili

verdi,

interamente

mi penetrano, m'occupan

tutto.

Par che lascino

me

46

BALDINI
abbandonato da me. Ch'io attenda veramente un me momentaneamente purtroppo. Perch ch' smarrito sarebbe una gioia cosi pacata e cos compiacente queassunta sta fraterna vita con voi, questa funzione zolle, mura, quercia. Senza anche della vita vostra
:

utilizzarvi.

Senza
rabbia.

il

pensiero della morte. Della fretta.

Della

(Umori

di Giovent).

PRUDENZIO.
Il

fedele

amico

di Prudenzio

viaggio
di

telegrafa,

tornando,
:

vieni

dopo anni ed anni di subito. Prudenzio


in s
:

corsa

alla stazione
il

non cape
bello
il

quel po' che

c' d'attendere

treno va di qua e di l sotto la tettoia


rotaie
:

ridendo a tutte
dugio, bello
ta
:

le

mattino, bello queir in;

il

che cielo
si

fino,

fuggenti e

capo stazione. Il treno fila egli rammenche terre liete. Fa l'occhiolino ai pali frega le mani. Com' bello viaggiare
!

All'uscir dall'altra stazione sale in

una vettura a due


;

cavalU che
che bello
:

trottano
traverso
si
il

a sconquasso di sonagliere o mercato fragoroso di colori e di

tutti
lascia in

voltano. Egli rammenta.


silenziosa a pie d'

La vettura

lo

una contrada
si

Ivoci che,
e

una via ripida

a girar su,
gli

giova tratto tratto d'uno scalino.


:

Ancora non
le scale.

par vero

Prudenzio

si

mangia

la via

In
!

sommo

la casa raccolta del pi fedele


:

amico.

Eh

il

vecchio portone cinerino

c' in alto

un

47

BALDINI
buco dal quale dovrebbero scendere la corda e il fiocco per tirare la campana ma, non e' . Bisognerebbe, o alzar la voce, o picchiare forte con la mano. Troppo
:

silenzio c' in questa piazzola.

Senza guardarsi attorno, sui


pisce che si strapazza

pie' leggieri

Prudenzio
:

ridiscende zitto la via. S' fatto cattivo in volto

si

ca-

sua.

Ouand'
sigaraccio

gi, in piazza, entra


si

malamente. Bestemmia l'anima al caff e beve


sceglie nella cassettina
il

quattro grappini, allo spaccio

un

fetido.

Attraversa

mercato fumando.
[Linea).

L' ha fumato intiero. Adesso

ha male.

L'AIUOLA.
Forse sono arrivato a identificare, in una fotografia
presa dall'aeroplano, la posizione dove caddi
all'assalto
:

andando

mi pare d'avere
la

riconosciuto anche la

trincea.

Non

dico

straordinaria
:

malinconia

causatami
di

da quella scoperta come aver avuto notizia


riaddurre

una

crea-

tura che ci appassion pi giorni della vita e sentire quel caso, sulla prima parola,
agi' indiffe-

renti termini delle cose pi

comuni.

Ma

chi sa che pretendevo.

La verit che io avevo fatto delle supposizioni molto fantastiche sulle distanze e gli obbiettivi di quella frettolosa mattina d'azione.
Riesaminata
cenza classica.
cos,

ogni insidia appare d'una inno-

48

BALDINI
Questi sono
i

diagrammi d'mi paese senza cronaca,

senza altezze, senza bassure, senza fango, senza ceneri.

Ogni rovina non pi che un particolare dell' intarsio una bellezza per gli occhi queste sono le variegate
:

arene

del

teatro olimpico.

Una
alle ripe

bellezza per gli occhi la fascia ravvolta e


il

ghiacciata dell' Isonzo tra

seguace intarsio dei clti

scheggiate

ponti che pigliano al vaUco

om;

broso
le

due capi della viva fosforescenza delle strade piccole alture che fanno voltare le strade ed hanno
i

scottato in

una figura misteriosa d'ombra, come d'un nodo amaro un legno dolce i gruppi di case che aiu;

tano

le

strade a piegare, e tutti

leggeri graffiti

dei

sentieri che ci

s'annodano

le

ombre
la

gi dai salti di

roccia che paiono pennellate di prova sur


schiata.

una

tela ra-

La
i

linea dei prati

morde

linea pi fosca
i

delle selve,
li

boschetti nebbieggiano tra


le

muretti che

circondano,

strade girano al largo, e poi vengono

tortuosamente avvicinandosi ad una irregolare toppa


candida, eh ' la cima del monte.

Questa immagine di cera fuggevolmente

marcata

da una tenera mano


i

tutta l'Alpe coi suoi sprofondi e


sole allo zenith.

suoi culmini

quando il Questo mezzo disco

di

luna macchiata vuol dire

l'Alpe vista tra gli squarci delle nubi. Armoniosi adu-

namenti di sfumature e toni mineraU.


l'aiuola che ci fa tanto feroci.

questa

Appunto questo
alla

ricco

materiale

di

immagini, di
serve oggi

decorazioni liberissime e d'ombre chinesi,

guerra
C'

come

il

pane

al soldato.
le

zioni,

un indeprecabile controllo che prepara accompagna le azioni, verifica e corregge

aa-

le

49
4

Poeti

rf'

oggi.

BALDINI
zioni,

dall'altezza d'un piccolo apparecchio

di

volo

che arriva a dar sempre conto


dispensabile e
il

delle novit, oltre

in

desiderato

al

quale non sfuggono


le

quotidiani

mutamenti d'appostazioni,

manovre

della

preparazione avversaria, ogni genere di

fortificazione

campale in via d'esecuzione.


Questo capello teso tra qui e qui sulla neve una
teleferica.

Questa lieve scalfittura in ombra vuol dire V ingresso d'un ricovero sotto
il

ghiaccio.
1'

Questa
mina.

bollicina crepata nel bianco

ha fatta una

Questo sgorbio
teria
falsa
;

il

sentiero che porta

ad ima batalla

quest'altro

segno pi

scuro porta

vera.

Queste dieci ombre bizzarre sul bianco, sono l'ombre gi da uno stesso picco da mezz'ora a mezz' ora
viste dal cielo in

una

stessa giornata. Il

monte non ha

pi segreti. Dietro infinitesimi segni viene messa in evidenza ogni ridotta e ogni tana, la via dei muletti,
la via delle truppe.

Nulla

ci

sfugge di quel che vive e

s'addensa sotto V incolpabile bUndatura delle nevi.

Ed

ecco pi sotto, in una sfera opaca tra golfi di


gli

candore,

ammatassati ghirigori che segnano

campi

di gioco degh skiatori.

Un

drappelletto,

per la luce

tangenziale, mette l'ombre lunghe, in iscala, trecento

metri. Nemici

Le

linee delle nostre e delle loro trincee

appaiono
strade,

sottilissime incrinature, a taglio delle

medesime

dello stesso fossato, a margine d'un boschetto o d'un

mucchio di case scoperchiate.


Vai dietro
alle

crepature oblique dei

camminamen-

50

BALDINI
ti

tra le infinite bucherelle del tarlo, anzi del cannone,

trovi le fosse di scavo pi lavorato

uomini

che

forza

di

vanghetta
il

dove vivono gli portano avanti,

quando non portano

indietro,

confine della patria.

Tutto perde senso, crudelmente, da questa altezza illusoria de' nostri occhi che guardano queste fotografie.

Qui non
porre
il

risultano

confini

tra

le

nazioni.

Sup-

mondo

portato a questa riduzione, mette nel-

l'anima tale estrema esigenza di piet per tutto l'uomo,


per l'uomo d'ogni patria, induce lo spirito in tali tentazioni d' imparzialit che
si
il

cuore geloso del patriota

sente ghiacciare.
legit-

Via, via, torniamo a scendere sulla terra per timamente odiare. Ricordiamoci di quello che abbiamo sofferto priamo il volimie dell' Inferno.

ria-

L'uomo soprattutto ha mento alle sue passioni.

il

dovere di non far tradi-

{Nostro Purgatorio).

51

UGO BERNASCONI
nato a Buenos Ayres (1874) fece
segu per due anni
i

gli

studi classici a ^Milano


all'

corsi di

matematica

Universit di Pa-

via. Andato in Francia, cominci a dipingere. Ha viaggiato molto. Scrisse Uomini e altri Animali a Parigi (1902) e gli rimasero in cassetta per dodici anni. S' ritirato a Cant (Como)

dove scrive e dipinge.

COLLABORAZIONI.
Italia del Popolo

(Milano),

Secolo

(Milano),

Emporium
(Firenze),

(Ber-

gamo), Rassegna d'Arte (Milano), Voce (Firenze), Riviera Ligure (Oneglia).

Vaglio

OPERE.
Racconti, 1900.
Precetti e pensieri ai giovani pittori. Milano,

Arnaldo de Molir,

1910.

Uomini

e Altri

Animali. Milano, Studio Editoriale Lombardo,

1914.

Ha

tradotto Pascal,
bert,

La Rochefoucauld, Vauvenargues, JouBossuet e Montaigne.

CRITICA.
G. BoiNE Plausi e Botte. Firenze, La Voce, 1918. G. Bellonci [Giornale d'Italia, 15 dicembre 191 4). E. Cecchi {Tribuna, 14 luglio 191 4).

52

BERNASCONI

L'ASTUZIA.

Per foggiare l'animale, l'artefice aveva tratto partito di una protuberanza accidentale dello scoglio
;

ma

dove pei dettagli le modalit naturali non lo avevano favorito, egli aveva lasciato in verginit la rudezza della pietra, cos che ne derivavano delle aberrazioni di forma assolutamente incomprensibili. Nel
l

capo, aveva trovato l'opportunit di foggiare


occhio
;

un

solo

il

quale aveva configurato esagerandone enorla struttura globulare


;

memente
terribile,

e cos gonfio, l'occhio

unico pareva essere esorbitato da uno sforzo interno

che adunasse in

lui solo tutta la virt esplo-

ratrice

anche dell'altro occhio schiattato.

Ma

questa

mostruosit, che rendeva la testa equivoca, la adattava

a sigmficare in

modo indubbio

la

quaHt

lercia e

abbo-

minevole dell'Astuzia.
dubitassi,

Esaminando anche col tatto, quasi del mio vedere mi accorsi che in realt l'animale non era
la

raffigurato che per


e

spina

energicamente

segnata

prolungata in una specie di coda topesca, che vaniva nella roccia arrampicandovi, e per il gesto di

una

sola

zampa
il

anteriore, la quale, avanzando,

si

ap-

piattava sotto

muso

proteso,

come per nascondere


mia rappre;

la direzione del passo.


il

Dovetti convincermi che tutto

resto del corpo esisteva piuttosto nella

sentazione mentale che

non

nella figura petrea


si

ma

pi io riguardavo questa, e pi quella

andava con-

53

BERNASCONI
formando nel mio pensiero, completa, esatta e suggestiva

imperiosamente.
{Uomini
e altri

animali).

IMMAGINE DI FRODA.

Cos di perplessit in perplessit giunsi fino


vello dell'acqua
;

al

li-

e qui fui subitamente

meravigliato

da una nuova immaginazione dell'abate. Di tutte la pi cospicua e rappresentava un mostro fantastico, delle dimensioni, e vagamente anche della forma, di un molto grosso coccodrillo senonch ]a testa enorme era di femmina umana, di vecchia
;

sdentata che ride.

La coda
tile

del mostro, corta e bipimte, era


;

lavata

alternamente dal mare

e la coda e tutto

il

corpo ret-

continuavano

il

gesto involuto dell' onda.


si fosse

Come

se

il

caotico elemento marino

organato in quella
la

forma animale, senza tuttavia dimettere natura volubile....


il

sua intima

Vidi che sotto l'ascella d'uno dei membri anteriori, gran mostro teneva stretto un piccolo schema d'uomo, piegato agi' inguini rigidamente quasi a modo il quale, per il suo stesso aspetto schematico di libro
;

scevro di individuaUt,
in

simbolo tutta una


Il

mi parve dover significare Umanit vinta, miserabile e


appa-

sfatta.

corpo sauro-donnesco del mostro aveva


;

renza sciatta

ma una

linea dorsale erta e

crestuta

54

BERNASCONI
lo

percorreva, tutto incurvandolo dalla coda al capo.


collo
:

Non
s'

ma

la

nuca muliebre
floscie spalle

rasa,

immediatamente

inviluppava nelle
le

saurottone

e sbu-

cavano

zampe scempie.
{Uomini
e altri

animali).

UN ORTO.
e poich l'uscio era
a* traverso.

Tuttavia m'accostai
nesso,

mal con-

prima di decidermi guardai


fitti

Un

orto

modesto, e

nella terra gli utensili

de* campi.

Da

un

lato,

una

porticciuola socchiusa su tre gradini


;

dava

accesso alla casa

e tutto in giro la casa, piccola e rozza,

era ricinta

come a schermo, da una vegetazione aspra


;

e certo coltivata d'ortiche

e tra

le

ortiche, quasi a
di rose.

schernevole invito, sboccia van


sentiero che vi
di erbe puntute
:

fiori

Anche

il

conduceva era guarnito strettamente


e la casuccia, di pietra e d'assi, tutta di

ruvida e bizzarra fattura, pareva di


e inesperta.

mano

capricciosa

Per l'uscio socchiuso


becco,

l'

interno

appariva
la

buio. Mentr' io spiavo, sbuc dall'ombra e sulla soglia


stette, levato
il

quasi avesse indovinato al di l della cinta

una gazza nerobianca un


:

quale

percolo
si

ed accorresse ad avvertirne
tern,

il

suo ospite, subito


l'ali

rin-

muta ma Allora io mi

precipite e
ritrassi

con

aperte.

senza bussare.

[Uomini

altri animali).

:)D

BERNASCONI

UN UFFICIALE.

Un

individuo, maschio,

giovane,

compreso in un

immenso soprabito a capanna, si inchinava ripetutamente dinanzi alla pinguedine di una donna matura,
splendida in giro di canizie di

gemme

e di trine.

Nel raddrizzare il terzo o quarto inchino, l' individuo maschile perde dalla faccia una rotella di cristallo, che pendolando luccic. Il soprabito sussult. Una mano, biancoguantata, il pendolo cristallino come

una mosca
alla faccia.

al volo, per l'aria accalappi

lo riport

di gatto per strangolamento

come una met longitudinale l'altra met in cerca di equidella faccia si contrasse librio si distese poi, per una serie rapida di contrazioni e distensioni alterne e decrescenti, una specie di equilibrio apparente si stabil, con tuttavia una
Vidi di quella una sinistra smorfia,
:

forte asimmetria per linee concorrenti intorno alla ca-

vit orbitrale destra, che appar suggellata dal luccichio del cristallo.

Allora r individuo, che nel tempo di questi storcimenti s'era andato trimpellando sulla punta dei piedi, pos sui tacchi e stette pendule le braccia, pavonazzo
in viso

come un pupazzo.
all'

Io girai attorno

immenso
alla

sopi'abito che lo
la curiosit

com-

prendeva, un po' a distanza, con

guardinga

con CUI mi muovo attorno


che, se

non velenoso,

sia

gabbia di un rettile, ribrezze vole. molto per

56

BERNASCONI
Sentii che
l'

individuo parlava una specie

d' intin-

golo di francese equivoco....

Ma

il

senores viajcros al trcn

mi

distolse

dalla

mia attenzione.
Salii nel

treno e vidi ancora

l'

individuo luccicante
parpiedi,

(scarpe guanti solino denti occhialino lucevano)


tirsi

rinculone dalla
il

dama

seduta, strusciando
le

storcendo
floscie le

collo,
!

braccia

sciancandosi tutto

spenzolando

braccia
;

sempre
proprio
indietro

simile

a una marionetta ingingillata che fosse tirata


pei
fili.

{Uomini

e altri animali).

UN MARITO.
dama ha vm
m'
inib,

Perch

la

marito

il

marito ha

l'a-

spetto d'un bue. Credo anzi che fu in parte l'aspetto


di costui che

dal principio, ogni idea di ven-

detta. Grosso, grgio,

mansueto, taciturno, anche piut-

tosto male ne' panni, guarda di rado, con tardi occhi,


vti d'ogni qualsiasi

lume

di desiderio, alla

compagna

che

gli sta
il

polposa e sfolgorante allato. Povero bue da

lavoro,

quale abbia per tutta la vita arato ed erpi-

cato e ancora erpichi ed ari

penso delle piccole

non ha nemmeno il comvolutt con la mucca sua compa;

gna di

stalla, cui
;

pure ha fatto crescere per anni e


delle quali

fo-

raggio e lettiera

non ha tutt'al pi che un vago nostalgico sospetto quando protende il muso,


gli

senza capire, verso

odori di quella.

Cos pareva

il

57

BERNASCONI
marito.

Ed

io

non mi sentivo

di essere

toro contro

ad un bue.
{Uomini
e altri

animali).

UN CAVALLO.
Grane

la

il

vecchio cavallo

se ne stava solo

il

mattino nel suo campo romito. Bianco di mantello,

pareva nel lume del mattino, tutto roseo e viola.

Bench

sua magrezza sembrasse doverlo rendere

esiziale al pascolo
l'alta verzura,
il

pure egli si teneva inattivo tra capo sospeso tra la terra e il cielo.
in nessun luogo
;

Non guardava
Come un
te

ma

si

sperdeva
salivan

il

suo sguardo vitreo nella luce.


invito della terra a s

gli
:

l'al-

a mezzo il petto anch'egli ormai pi prossimo a quella forma pi pacata del vivere,

cime

delle erbe fino

che non

alla dogliosa animalit

la vita

animale era

rivelata in lui

da

altro segno che

il

pulsare

dei fianchi. Si scote va ritmicamente al


spiro,
il

sommesso mutar del reall'

suo corpo in avanti, per rivenire


il

indietro

tutto tremando

macchinoso suo corpo di poderoso,

un

giorno, cavallo

delle

sui sostegni mal fermi normanno gambe, come pile di ponte sconnesse. Puntavano le ossa sotto la pelle, come gi bramose

d'uscirne.

Un

corto fremito corticale rare volte rive;

mosche che a sciami gli ronzavano come impazienti dell'ultimo sfacelo. Non agitava egli mai la coda o il collo o le orecchie, a scacciarle n sollevava membro. Con perfetta palava
il

fastidio delle

intorno alle piaghe,

58

BERNASCONI
zienza pareva sopportare,
trui

come

naturale, anche
il

l'al-

voracit.

Qualche volta, appena,


all'

suo occhio

pareva riguardare

indietro,

come per un vago de:

siderio di volgersi verso

un

fastidio locale

ma

per-

manevano immobili
nava
il

agli estremi del

cato, le orecchie e la
il

gran corpo inarcoda pendule ugualmente. Tor-

suo sguardo a perdersi nell'etere infinito.


rassegnazione
di

riassunto quell'esistenza antica per quale mai esperienze dolorose, giuntavi somma ma non Io avrei voluto accarezzargli Gli indurvi l'ultimo osavo, quasi temendo zucchero ma non porsi invece una pallottola
di
? il

Una

immutabile

sembrava

essere

collo

d'

crollo.

di

la

prese
la

povero cavallo di

fatica, ignaro forse,

per tutta

sua vita, d'altro nutrimento che di misera pagHa e


Invece slargando un poco
le

colpi di staffile.

gambe

posteriori, is-

sando con grave tremolo


chiando a poco a poco

la la

immerso nel cielo un ultimo tributo

coda e le orecchie, rammuccol suo sguardo groppa

dolorosamente, quasi a versare


terra

alla

il

cavallo pisci.

{Uomini

e altri'

animah).

59

GIOVANNI BOINE
nacque a Finalmarina il 2 settembre 1887 mor a Porto Maurizio il 16 maggio 191 7. Laureato a Milano in lettere. Si occup di letteratura spagnola e di storia religiosa. Malato e povero, la sua vita fu triste, bench consolata da fedeli amicizie. Appartenne al gruppo milanese dei modernisti.
;

COLLABORAZIONI.
Rinnovamento (Milano), Voce (Firenze), Riviera Ligure (Oneglia), Anima (Fiienze), Rassegna Covitemporanea (Roma), Nuova Antologia (Roma), Marzocco (Firenze), Resto del Carlino (Bologna), Tribuna (Roma).

OPERE.
Il Peccato e altre
cose.

Firenze,

La

Voce, 1914.

Discorsi militari. Firenze,

La
e

Voce, 1915.
Botte. Firenze,

Frantumi

seguiti

da Plausi

La

Voce, 191 8.

CRITICA.
Valori {Resto del Carlino, novembre 1914). Pancrazi {Gazzetta di Venezia, dicembre 1914). R. Serra. Le Lettere, Roma, Bontempelli, 1914.
A.
P.

60

BOINE
M. NovARO {Riviera Ligure, luglio 191 7). G. Rapini. Testimonianze, Milano Facchi, igi8. G. Bellonci {Giornale d' Italia, maggio 191 8).

FRAMMENTI.

1.

Talvolta quando al tramonto passeggio stanco

pel
il

Corso (ch' vuoto) uno che incontro dice, forte,


e fa
:

mio nome

Allora d'un

tratto,

batto stupito alle


col

Buonasera l sul Corso ch' vuoto, m' imcose d' ieri, e sono pur io una cosa
!

nome,
2.

Quando
ieri,

stringo

la

mano

tu

ripigli

sicuro

il

discorso d'

non

so qual riverbero giallo di


l'atto di

ambigua
:

impostura colori di dentro

me

che t'ascolto.

Fingo d'esser con te e non ho cuore a dirti d'un tratto Amico, in verit, non so chi Non so chi tu sia
!

tu

sia....

E
3.

come tu vuoi
Mi fermi per
d' ieri.

eh' io rinsaldi l'oggi

all' ieri,

lab-

bra d'abisso, ferita divaricata


via

dell' infinito ?

chiamandomi a nome,

col

mio

nome

Ora cos' questo spettro che torna (l' ieri nell'oggi) immobile tomba del nome ? 4. Tepido letto del nome, sicura casa dell' ieri Soffice lana dei sofferti dolori, sosta ombrosa delle lontane gioie nave sul mare, zattera di naufraghi. Ma l'oggi, , via com'una cateratta aperta. Nubi cangianti nell'abissale cavo del cielo.
e questa
! :

5.

Tu

resti

saldo-piantato

nell' ieri,

specula

alta

61

BOINE
ed attento vi spii tutte le cose, ciascuna secondo il suo nome. Che nessuno ti sfugga ecco il tuo officio, e che tutte si seguano secondo l'ordine giusto. Che tutte s* incastrino e facciano insieme un regolato disegno. Che nessuna ti sfugga, n vi sia salto.
dell'oggi,
6.

Constipi
;

tuoi giorni nel calendario dei dodici


le

mesi

le

tue ore

misuri sul picchiettio di una ruota.


redini all'oggi e le

Perci al settembre segue l'ottobre e l'effetto alla


causa. L*
7.
ieri tiene le

Come

faticoso

vivere sul metro dell'


l'

chiama Dovere. ieri Ma,


1

bue

al giogo, prosegui. L'oggi

ieri

e pingue la stalla

s'apre al fine del solco.


8.

Trama
Il

tessuta, conti le

fila

della tua vita e nes-

suna strappata.
9.

mio nome

Giovanni e se

rispondo. Adesso e nell'ora della mia morte.

mattino
gno,

su, faticoso,

mi

issa dalla
:

mi chiami pronto Appena il nube varia del so!

mia madre
;

dice piano

Giovanni

alla

porta

socchiusa
10.

e,

quasi, io sono di nuovo.

il mio nome lo imbraccio come Tra lo sbigottimento dell'oggi e l' ieri vissuto ho messo a ponte il mio nome. 11. Dovere il mio diritto non m' impedirai

Non mi

uno scudo.

torrete

di compierlo.
12.

Difendo
la

il

dovere che

1*

ieri

m'assegna come
fsso

l'assalito

casa. Chi usa gelosia, volutt di


!

dovere nel mareggiare dell'oggi


timoniere alla ruota.

un Ragiono ogni mio

atto,

13. La pi certa ricchezza , eh' io posseggo un numero mio all' Ufficio d'anagrafe. Ho un titolo e delle attribuzioni sapete chi sono. chiaro ad ognuno
:

62

BOINE
eh' io

debbo nel tal caso agire cos. E, dentro, gnavia della mia coscienza comanda a ogni bivio
glia

il
:

se-

Pi-

a diritta

.
:

14. Sapete chi sono e cio cosa ho fatto

sapete che
miliari e

cosa far. Pongo


livello

le

mie azioni come pietre

con scrupolo l'ultima sulla penultima. 15. Giustifico ogni mia mossa secondo la regola. Ho, devoto, esplorato il tempio dell' ieri e, nascosto,
vi

nei dieci

ho scoperto il penate Esperienza . L' ho specchiato comandamenti e paragrafato nei commi del codice. E trovatemi una briccica d'atto di cui non vi
il

sappia spiegare

perch

Faccio ogni cosa secondo

un perch
16.

e sono

un uomo morale.

Tu non mi sorprenderai inaspettato, n il balzo cuore, nuovo. Non esiste l'oggi od il nuovo per mio del me, n la passione ruggisce. Novero la mia sete sulla misura della mia borraccia. E cos non avr rubato alla sete degH altri e sar un uomo morale. 17. Ho studiate le moltepUci commessure del mio ieri con l' ieri di tutti ed ho riconosciuta la Societ.
Ho nettamente
pamondo
io

tracciata la carta della Societ sul


il

mapOra

dell'Universale

quale

1*

ieri d'

Iddio.

consulto ad ogni respiro l'astrolabio dell'Universale,


sole.
il

navigante che piglia l'altezza del


18.

Sono corazzato dell'universale ed

mio nome

Coscienza.
cia,

Nave

all'ormeggio, specula salda su rocle

s'avvicendano intorno

notti coi soli e io resto

immobile nella certa coscienza di me. che l'oggi mi vince e sono un nau19. Ma ahi no frago senza la zattera Ahi che l' ieri rapido vagulo
! !
!

crepita, via, secca foglia nel vento

Son tutto

nell'oggi

ed

il

mio nome

Attimo.

63

BOINE
20.

Quando

la

sera rincaso e

mi seggo
mai
il

all'acceso

camino, fuori
opacit.
21.

la valle

grigiume di nebbia e notturna


ricordo?

Non esiste il Non trovo nel


pietre
oasi.

passato. Che

Codice

il

comma

dell'azione

mia

il

comandamento

della

22.
erratici

Non
ed

miliari

mia morale. di una diiitta via


ho perduti

massi
miei

23.

Ho

scordato

il

mio nome

passaporti in paese nemico.


24. Drizzata ai ghiacci del

nord l'avida prua,

in-

certo ora
25. Il

mi dondolo mio nome

nelle bonaccie liscie del Sud.

Oggi e la

mia

via

si

chiama

Smarrita.
e

Non
s'

ci

sono insegne ai bivi dell'andare mio,

non
26.

so

io

abbia imboccato a
sai

man

dritta.

Vagabondo che non


il

ti

brucer

pagliaio, ciascuno che incontro

donde viene e stanotte mi guata

con occhi nemici. Veggo nella titubanza delle tue pupille eh' io ti sono come acqua che fugga. 27. Ahi eh' io non ho letto, ahi eh' io non ho tomba Ahi eh* io non so chi mi sia e non conosco n casa n uomo. 28. Sedetti al tramonto su d'una soffice proda contro il sole a scaldarmi. Ma si lev improvviso un gelido
!

vento e fu la notte.
29.

Perch

io

gemo ora
?

Ma

perch, con

smemo-

rate risa, io sono gioioso

Non

intendo la ragione della

notte e del giorno.

mia gioia e dico cos ogni mia ora ecco d'un tratto mi si leva dentro l'amarezza del pianto come una nebbia da una nera palude. 31. E vuoi eh' io prometta se non so del domani ?
30. S' io
!

godo

della

Non

intendo che cosa sia

promessa

64

BOINE
32.

Tra
?

dieci anni ci

rivedremo
il

Ma

chi

tu vedrai
!

fra un'ora

Ahi, che bast

che

E perch fingi di tuo vivere sia secondo ragione. Arrangi le prove del tuo mutare secondo l'apparenza dell* immutabilit. Io, per me, ci che volli non 1' ho compiuto.
33.
il

un giorno non aver mutato ? Ti compiaci


giro di

34. Dici,
ieri.

del ricordo, che lega

il

tuo oggi al tuo

Ma

io sul ricordo

ho misurata

la disparit dell'oggi

dall' ieri

l'

impossibilit del legame.

Ho

rinunciato

a insaccare
e

il mio oggi nella bisaccia sdrucita dell' ieri non forzo con infingimenti la mia vita ad apparirti

ordinata.
35. Cieco a cui

caschi

il

bastone, crollate

le spalle,

glia nel vento,

ho via gettate tutte le logiche. Mano che brancica, fobarca nel mareggiare. Ma tra babordo
36.

e tribordo,

non m'allaccio disperato alla sbarra. dico che timone non v'. Son vuote parole vovolont, son tutto nella gioia del-

lont e passioni.
37. Passione e
l'oggi, e

tutto nel presente dolore.

Sono disperatamente gioioso e sono senza speranza triste. Credo con violenza all' Inferno e sono
38.

de facto certo di
39.

Perch

la

pezzo per pezzo,

un Paradiso. mia vita non si fabbrica su progetto come i palazzi di pietra, e non corro a

una meta, cavallo al traguardo. Non ho avvenire perch ho passato. Non avendo ricordo, nemmeno speranza.

Inon40.

Vampa
non

di fornace
il

bisso della notte


gioire, io

so

come Fail mio desiderio mio annichilimento. Io non so che che soffrire. Non ho riparo al dolore,
;

n tempero con

riflessioni la gioia.

Potii d*^gi.

BOINE
41. E come rinuncer alla cosa che amo s* io non ho scampo fuori di essa ? Il mio amore via scattato dalla disperazione cos come l'odio. 42. E come rinuncer alla donna che amo s' io non sono che amore della donna che amo E come tu vuoi eh* io non arda pel corpo della donna che amo s* io non ho altro corpo che il suo
!

43.

Non mi Non

trarrai dalla chiusa prigione dell'attimo


infinit dell'eterno.

con vane chiacchiere suU'


44.

v' altro

etemo che

l'attimo.

45. Dallo
rita
il

scoppio della mia gioia, come


s'

tuo dolore. Con stupefazione,


piangi.

io

una compio

feil

mio desiderio ecco tu


disperazione.

46. Pietosamente mascheri la tua felicit alla

mia

Sei chiuso nella tua gioia


il

com'

io nel

mio

dolore. Il tuo oggi

mio

ieri.

47.

Ma

ciascuno

si

dibatta nel suo oggi, carcerato

nella cella.
48. Scatto le

pugna contro

la

chiusa muraglia

o,

bestia spaurita,

mi

raggriccio nel canto a

guatare.

vano che tu mi consoh.


49.

via

ciato

Oh dolcezza dell'essere a braccio, lenti, per Oh nel sonno volutt del tuo corpo, molle-allaccol mio Ma ahi che gust il giro d'un giorno.
!

50.

Ritmo

del

tuo respiro
della

confuso,

leggero,

nel

mio. Gracilit, delle tue membra, trepida allodola nella


carezzosa
prigione

mia mano

Vederti innanzi

a me, rivo chiacchierino tra scogli.


51. Tremulo, diafano, nella immobile notte, ruppe con taglienti lame il mattino. Sognai, gonfie le vele,

navi al ritorno

come ricolme cornucopie,

bottini di

66

BOINE
gioia
!

Bimbo

alla
?

fiaba,

dove

Ma come

dal buio, ostinati


52.

Nacque occhi mi
la

con dilatata pupilla il sole al tramonto


fissarono
?

Di

quali,

Non fummo
?

corrente di due chiare acque,

confluite
giro

Ma

l'eterno fu
!

d'un giorno

un attimo.

bast

il

breve

Ciascuno nel suo oggi come in

una serrata prigione.


{Frantumi).

67

PAOLO
nato a Milano
segretario
il

BUZZI

della

15 febbraio 1874. F'ece studi di legge, e oggi deputazione provinciale di Milano.

COLLABORAZIONI
Poesia
(Milano), La Voce (Firenze), Lacerba (Firenze), Gli Avvenimenti (Milano), Rivista di Milano (Milano).

OPERE.
Rapsodie Leopardiane. Milano, Galli e Raimondi, 1908.

La
Il

Notte di

Carme

di

Roma. Milano, Societ Editrice Nazionale, Re Umberto. Milano, Treves, 1901.


1906.

1899.

L'Esilio. Milano, Poesia,

Aeroplani. Milano, Poesia, 1909. Versi Liberi. Milano, Treves, 191 1.

L'EHsse

e la Spirale.

Milano, Poesia, 1915.

Bel Canto. Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1916. La Luminaria azzurra. Milano, Facchi, 191 8. Il Poema di Garibaldi. Milano, Istituto Editoriale Italiano, 1919. // Bel Cadavere. Milano, Faxchi, 1919.

CRITICA.
G. A.
G. Papini [Mercure de France, 16 mars 1916). BoRGESE. La Vita e il Libro, Torino,
i serie.

Bocca,

1913,

E. Cecchi {Tribuna, 26 giugno 1913

30 ott. 1919).

68

BUZZI

TABERNACOLI DELLE LUCERTOLE.


me

La mia
al

fede non morta se vive per

il

Tabernacolo

canto rivolto della strada.

Tabernacoli pullulano intorno a

me

che pi non credo.

la

mia eterna

infanzia, fra visi di

Madonne

in goc[cioloni

e cosce, in piaghe, di santi

leccan lingue di cani,

nel rosso del mattone,

le

carni avvinazzate.

L'ombra m' cara tanto


del Tabernacolo sulla ghiaia che scotta.
Io

guardo

le

lucertole ferme a

guardarmi dal capino [sghembo.


loro
il

Parrebbero di muro

se

non battesse

cuore,

sulla muraglia, palpito impercettibile.

Oh
lo

estasi

Pensano, sognano, pregano


?

sgorbio policromo del Tabernacolo


!

Dio

Adoro

le

lucertole ferme sui Tabernacoli

come un

fenicio

ignudo vestito di cattolico.


{Aeroplani).

SERA D'URAGANO.
Il

cielo nero

fumo che
:

voltola,

sfocca,

imperversa

come a un
per r
si

fiato

d' incendio.

Corron ruote di cenere

iiofnito

campo

gorghi d'ocra e di fuliggine

riproducono e ripercuotono.

69

BUZZI
Tutto fugge come a un gran fosco mare. Le case impallidiscono di spasimi sulle montagne,

mostrano i mille occhi dalle palpebre chiuse. I lampi sono rosei

come
Le
la
I

filari

efimeri delle

gambe

alle ballerine

in passo di finale.
folgori

sono come bisce verdi o violette.

Spesso han vene di sangue a capo, a coda. Sparve


scena de' monti lontani. monti attigui sono i lontani. S 'opaca
distanza.

la

Eccoli dispariti.

Una
in

dolomia, sola,

il

chiaro picco mantiene, alto,

un canto

della nerezza, teso.


le

Piovon tutte

acque,

a gocce, a schegge, a frecce, a micce ebbre di fuoco. Gli uccelli fuggono gli occhi accesi dei gatti saliti sulle
(piante
i
;

gatti fuggono le spire di bragia delle folgori

le foglie degli alberi

tremano per

1'

Universo.

Io m'abbandono
a tutti
i

fiumi oscuri di

me

stesso che straripano.


{Aeroplani).

ZINGARI.
Forse
Il
i

la vita vera.

carro dipinto,

cavalli selvatici e dociH, ebbri di vento,

le belle figlie

in cenci,

la

mensa a bivacco

furtiva sotto gli astri.

70

BUZZI
la

strada bianca del mondo.

Io torner nella prigione potente

dove comando e sono comandato

io sfrener di rabbia,

miei puledri ideali

sulla pista del sogno, a cuore

morto, a stanca sera

e per l'amore

mendicante mia a qualche buio di strada. Io pago la carne con mano che sembra chiedere anzi donare elemosina.
la la mia vita una rete di fogne dove altro non luce che

mendicher

l'occhio del sorcio.

O
fra

Zingari, scoiatemi vivo, allo spiedo arrostitemi


!

due tronchi di selva Sono un poverissimo figlio


che adora la barbarie.

di civili

(Aeroplani).

71

DINO CAMPANA
nato a Marradi (Romagna Toscana) il 20 agosto 1889. Figlio d'un maestro elementare. Ha menato vita randagia in Italia, Svizzera, Francia e Argentina. Fu per qualche tempo studente di chimica a Bologna. Ora rinchiuso nel manicomio di
Castelpucci
(Firenze).

COLLABORAZIONI.
Voce
(Firenze),

Lacerba

(Firenze),

Riviera Ligure

(Oneglia),

Brigata (Bologna).

OPERE.
Canti
Orfici.

Marradi, Tipografia F. Ravagli, 191 4.

CRITICA.
E. Cecchi {Tribuna, 21 maggio 1916). B. BiNAZZi {Giornale del Mattino, 191 4). G. De Robertis {Voce, 30 die. 1914).

LA MATRONA.
Non
rividi la

seppi

mai come, costeggiando mia ombra che mi derideva

torpidi canali,
nel

fondo.

Mi

CAMPANA
accompagn per le strade male odoranti dove le femmine cantavano nella caldura. Ai confini della campagna una porta incisa di colpi, guardata da una giovine femmina in veste rosa, pallida e grassa, la attrasse
:

entrai.

filo

di

testa

Una antica e opulente matrona, dal promontone, coi neri capelli agilmente attorti sulla sculturale barbaramente decorata dall'occhio
come da una gemma nera
dagli

liquido
ti

sfaccettamen-

bizzarri sedeva, agitata

da grazie

infantili

che

ri-

nascevano colla speranza traendo essa da un mazzo


di carte lunghe e untuose strane teorie di regine lan-

guenti re fanti armi e cavalieri. Salutai e una voce

conventuale, profonda e melodrammatica


insieme

mi

rispose
Distinsi

ad un grazioso

sorriso

aggrinzito.

nell'ombra l'ancella che dormiva colla bocca semiaperta, rantolante di

un sonno

pesante, seminudo

il

bel

corpo agile e ambrato. Sedetti piano.


[Canti Orfici).

LA PETITE PROMENADE DU POTE.


Me
Vedo
ne vado per
le

strade
:

Strette oscure e misteriose


dietro le vetrate

Affacciarsi

Gemme

e Rose.

Dalle scale misteriose


C' chi scende brancolando
:

Dentro i vetri rilucenti Stan le ciane commentando.


'

73

CAMPANA
La stradina solitaria Non c' un cane qualche
:
:

stella

Nella notte sopra

tetti

E la notte mi par bella. E cammino poveretto


Nella notte fantasiosa.

Pur mi sento

nella

bocca
le

La

saliva disgustosa. Via dal tanfo

Via dal tanfo e per

strade

E
A

cammina

e via

cammina,

Gi le case son pi rade. Trovo Terba mi ci stendo


:

conciarmi come un cane


lontano un ubriaco
alle

Da

Canta amore

persiane.
(Canti Orfici)

SULLA FALTERONA.

La Falterona verde nero


solenne della Falterona che
si

argento

la

tristezza

gonfia

come un enorme

cavallone pietrificato, che lascia dietro a s una cavalleria

di screpolature screpolature e screpolature nella

roccia fino ai ribollimenti arenosi di colline laggi sul

piano di Toscana
sperse a

Castagno, casette di macigno difinestre

mezza costa,

che ho visto accese


vegetali

cos

le

creature del paesaggio cubistico, in luce appena


i

dorata di occhi interni tra


tangolo della testa in linea

fini capelli

il

retfini

occultamente fine dai

74

CAMPx\NA
tratti

traspare

il

sorriso

di

Cerere
i

bionda

limpidi
:

sotto la linea del sopra ciglio nero


la

chiari occhi grigi

dolcezza della linea delle labbra, la serenit del so-

pra ciglio memoria della poesia toscana che fu.


{Canti Orfici).

PRESSO LA VERNA.

Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi

tora

volare
Il

distesa

verso

le

valli

una torimmensamente

aperte.

paesaggio cristiano segnato di croci inclinate

dal vento ne fu vivificato misteriosamente. Volava senza

come una barca sul mare. Addio colomba, addio Le altissime colonne di roccia della Verna si levavano a picco grige nel crepuscolo,
fine sull'ali distese, leggera
!

tutt' intorno rinchiuse dalla foresta

cupa.

Incantevolmente cristiana fu l'ospitalit dei conta-

Sudato mi ofersero acqua. In im'ora arriverete alla Verna, se Dio vuole . Una ragazzina mi guardava cogli occhi neri un po' tristi, attonita
dini l presso.

sotto l'ampio cappello di paglia. In tutti

un

raccogli-

mento
a tutti

inconscio,
i

tratti del volto. Ricorder per


i

una serenit conventuale addolciva molto tempo


suoi occhi
consoli e tranquilli

ancora la ragazzina e
sotto
il

cappellone monacale.

Sulle stoppie

interminabih sempre pi alte

si

al-

zavano
occidui.

le torri

naturali di roccia che reggevano la ca-

setta conventuale rilucente di dardi di luce nei vetri

75

CAMPANA
Si levava la fortezza dello spirito, le

enormi rocce

una legge violenta verso il cielo, aveva coperte pacificate dalla natura prima che le di verdi selve, purificate poi da uno spirito d'amore la meta che aveva pacificato gli urti dell' iinfinito deale che avevano fatto strazio, a cui erano sacre pure supreme commozioni della mia vita.
gettate in cataste da
:

{Canti Orfici).

MARRADI (ANTICA VOLTA. SPECCHIO VELATO).


Il

mattino arride
di

sulle

cime dei monti. In alto


si

sulle

cuspidi

un

triangolo desolato

illumina

il

castello,

pi alto e pi lontano. Venere passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale.


Il

fiume

si

snoda
le

per la valle

rotto e

muggente a
:

tratti

canta e riposa
suo

in larghi specchi d'azzurro

e pi veloce trascorre
il

mura

nere (una cupola rossa ride lontana con


i

leone) e

campanili

si

affollano e nel nereggiare inquie-

to dei tetti al sole

una lunga veranda che ha messo un


!

commento

variopinto di archi

{Canti Orfici).

TOSCANA.

L'Arno qui ancora ha tremiti

freschi

poi lo occupa
colline

un

silenzio dei pi profondi

nel canale delle


le

basse e

monotone

toccando

piccole citt etrusche.

76

CAMPANA
uguale oramai sino alle
di Pisa,
lossale,
soffio
il

foci,

lasciando

bianchi trofei
trave co-

duomo

prezioso traversato dalla

che chiude nella

sua nudit un cosi vasto


silenzio di un'e-

marino.

Signa nel ronzo musicale e asson:

nante ricordo quel profondo silenzio

il
:

poca sepolta, di una civilt sepolta


ciulla etrusca

come una

fan-

possa rattristare

il

paesaggio....

* * *

Nel vico centrale osterie malfamate, botteghe di rigattieri, bislacchi ottoni disparati. Un' osteria sempre deserta di giorno mostra la sera dietro la vetrata

un affaccendarsi
beffardi e brutali

di
si

figure

losche.

Grida e
breve e

richiami

spandono pel vico quando qualche


stretto

avventore entra. In faccia nel vico


c'

una

finestra, imica,

ad

inferriata, nella parete rossa

corrosa di
si

un vecchio
affacciati
il

palazzo, dove dietro le sbarre


visi

vedono

dei

ebeti di prostitute

di-

sfatte a cui

belletto

d un aspetto tragico

di pagliacci.

Quel passaggio deserto, fetido di un orinatoio,


l'osteria.

della

muffa dei muri corrosi, ha per sola prospettiva in fondo


I pagliacci ritinti

sembrano
l'

seguire curiosainvetriata, tra


il

mente fumo

la vita

che

si

svolge dietro

delle pastasciutte acide, le risa dei mantenuti dalle femmine e i silenzii improvvisi che provoca la squadra mobile. Tre minorenni dondolano monoto-

namente

le loro

grazie precoci. Tre tedeschi irsuti spa-

ruti e scalcagnati

seggono compostamente attorno ad


che tiene raccolta
sulle

un

Htro.

Uno

di loro dalla faccia di Cristo rivestito


(!)

da una tunica da prete

77

CAMPANA
ginoccliia.

Fumo
:

acre delle pastasciutte: tinnire di piatti

e di bicchieri

risa dei

maschi dalle dita piene di


le serve nell'aria acre di
:

anelli

che

si

lasciano accarezzare dalle femmine, ora che han-

no mangiato. Passano
a bianco e mostra i denti e

gettando un richiamo musicale

fumo un quadro nero una ragazza bruna con una chitarra


Pastee. In
il

bianco degli occhi

appesa in
soffio

alto.

Serenata sui Lungarni. M' investe un


:

stanco

dalle colline fiorentine

porta un profumo di corolle


di lacche e di vernici di pitture

smorte, misto a

un odor

antiche, percettibile appena (Mereskoswki).


{Canti Orfici).

78

VINCENZO CARDARELLI
nato a Corneto Tarquinia di genitori marchegiani il i mag stato redattore deli' Avanti ! critico teatrale del Tempo, e uno dei fondatori della Ronda.

gio 1887.

COLLABORAZIONI.
Lirica {Roma),

Voce

(Firenze),

^Marzocco

(Firenze), Resto del

Carlino (Bologna), Giornale d'Italia (Roma),


Raccolta (Bologna),

Tempo (Roma),
(Roma).

Ronda (Roma), Avanti

OPERE.
Prologhi. Milano, Studio Editoriale

Lombardo. 191 6.

Viaggi nel Tempo. Firenze, Vallecchi, 1920.

CRITICA.
E. Cecchi [Tribuna, io aprile 1914 18 ottobre 1916). G. Bellonci {Giornale d' Italia, 5 ottobre 1916).
;

S.

P.

Timpanaro. Scritti Liberisti. Napoli, Diana, 1919. Pancrazi {Resto del Carlino, 25 febbraio 1920).

RICORDI DI RIVIERA.
Era
gi
il

tempo
si

di ritrovarsi altrove.

Lper molti segni,


^tagione.
Il

disponeva ad avviarsi verso


in

La natura, la buona
il

cielo,

quelle

mattine, aveva

viola

79

CARDARELLI
tenero e ombreggiato dell'inverno che si riposa le nubi erano calate all'orizzonte come im leggiero auspicio
;

miriadi di pesci, appena generate, .salivano dal fondo


in grande
ficie.

armonia a

riscaldarsi al tepore della super-

Un

inesplicabile e lungo

turbamento, che a giorni

scoppiava in tempeste incredibilmente chiare, aveva


fatto nascere la

primavera
il

sulle acque. I venti soffia-

vano dall'una

all'altra direzione, carichi di pioggia, di

sole, di odori, e

tempo

sul

vole e fluttuante, ostinandosi a

mare era sempre mutenon passare. Allora,

per andare incontro alla primavera che era sulla bocca


dei venti, dovetti dire addio alla Liguria.

L'uomo nato
patria.

sul

Arrivati al

mare non pu dire di avere una mare le favelle si confondono,


litorali
i

sangui fraternizzano dai


segnalazioni dei marinai,

pi lontani.

I fari, le

venti che giungono incesi

santi portando le notizie del di fuori,


pestilenze, che
i

profumi e

le
;

si

respirano con acri voglie di nomadi


le

venti che rimuovono

vele nei porti e le rispingono

gonfie in mare, assegnando ai


la palpitante

commerci

le

direzioni
:

rispondenza del cielo col mare

tutto ci

gettasse

Sembra che se si una voce tutti i popoli sparsi su ogni sponda del mare si risponderebbero con un urrah uguale, e
parla della sua religione solidale.

tutti sarebbero pronti

guerra o in pace. Perci


fetiche, stando
Il

a venire l'uno verso l'altro, in le razze marinare sono pro-

sempre in attesa e in contemplazione. muezzino, quando di sera sale sulla torre a dare il

segnale

della preghiera e vede fluttuare dall'alto i mari larghi e rosei, pensa con nostalgia ai luoghi che s'addormentano e sognano in mare e anela il giorno

80

CARDARELLI
fatidico in cui
dell'arabo.
I

andr a conquistarli. Cos

il

fanatismo

popoli marinari furono mossi a viaggiare dalla

recalcitrante sospensione del

tempo

che, sul mare,

non

passa mai. Credevano, coi loro


zioni, di

traffici e le loro

andare incontro al futuro.


e quel che
si

Ma

si

migrasmarrirono
loro storia

per

il

mondo;

conosce della
essi

non

ci

dice altro se

non che

incanutirono navi-

gando.

che servono
i

le

orgogUose citt costruite paziente-

mente contro
dei loro

venti, sul

mare

Ne sudano
le

le

pietre

duomi

al sole scettico

che

illumina.

Due donne,

in

una notte in Riviera,

prese a discorrere interminabilmente.


nella loro voce circolavano le

le aveva Quantunque gi

la

luna

prime melodie del sonno,

quel tono perduto e fantastico di veglia che avevano


le

loro parole sottointendeva

questa sera non


!

si

ha proprio vogha di andare a dormire E il silenzio estremamente sensibile dell'ora sembrava essere in subbuglio, n mare, sotto il raggio smagliante della luna,

mandava lampi

taciturni,

vento che non esisteva.


niera cos trasognata e

vagamente scosso da un che in una maidillica non s' mai messa in

io vi dico

un

musica una notte di luna pi straordinaria. Quando grillo stravagante si mise anch'esso a cantare.

Dove noi camminavamo,


lonnato dall'acque sorgive.
dalla pietra

il

terreno, sotto, era co-

Come

l'acqua possa nascere

non

si

sa!
si

Chiare effervescenze, d'un acre


di

aspetto minerale,

formano nei calmi occhi

mare

8i
i5

Poeti d' oggi.

CARDARELLI
dove
il

flutto

sembra voltare in liquido

la

polvere dei
ele-

ghiareti asciutti e percossi dal sole. Metamorfosi

mentari.

L'acqua ridiventa pietra attraverso

il

colore.

Non
si

quella dei laghi, alla quale sufficiente la sua fissit


spettrale per farla parere ghiacciata, tanto che ci

domanda
il

chi ha posato quelle

vento sfiora e

immense luci gelide che appanna come un fiato, nella cornice


delle loro

arabescata e

difficile

sponde montane, con

tale esattezza di commettiture. Voglio dire l'acqua del

mare. Mettete su di essa ombre di giorni nuvolosi, riflessi d'arcobaleni. Le isole diverse che sorgono dal fondo bruno del mare, verso sera, soltanto la lastra trasparente d'un finto acquario le potrebbe imitare.
{Viaggi nel tempo).

IMPRESSIONL

Molte cose naturali mi hanno spaventato come degH enigmi calamitosi. Holte gioie evidenti mi sono parse incredibili. Ho visto delle bocche non essere altro che la forma
organica e indifferente
d'

del

riso

bocche di

vergini,

una

ilarit

faunesca e misteriosa.
il

In certi suoni di voce senza canzone ho udito


disposta a giungere alla pazzia e al delitto

cruccio noioso e vendicativo d'una implacabile inferiorit,


piuttosto

che lasciarsi persuadere.

82

CARDARELLI
Vi sono
la

degli

esseri

che

soltanto

permettersi

pi innocente civetteria mi hanno respinto.


Altri
ai

quali

grazia e nessuna leggerezza,


sulla soglia della creazione
e di scherzare.

non ho saputo concedere nessuna come se avessero perduto


il

loro diritto di sorridere

Resistenze assurde e inattese che


riato

m'hanno contra-

come

la

forza massiccia di certe nudit imper-

meabiU

e fredde.
i

Angoscie letargiche che sono state


di morte.

miei

anticipi

Ai miei giorni di abbassamento


inteso circolare nel buio

io stesso

mi sono

come un*

infezione.

sto io sui volti

Quante cose cattive umani


!

abbandoni

di natura

ho

vi-

Ho
dolore.

esplorato tutti

mali.

La

paralisi,

che larva
la
gli

il

Le anemie prolungate, che danno


Il

sorda

ambizione.

sangue ricco e limoso, che fa


al vento.

uomini

oscuri e disgraziati. L* incontinenza, che fa colare

e-

nergia

come un cero
dei
sani.

Le rabbie
liete

e le severit

missionarie

cancherosi.
irritazioni

Le

pederastie

degli
aridi

uomini

Le

cutanee dei cervelli


Il

che simulano lo scatto creatore.


gl* isterici.
Il

lucente

amore deIl

tratto ironico degli astinenti.

funesto

potere d' incanto e di esaltazione ch' nei timidi. Le


insidie

patetiche
Il

degl* infelici

che

non

conoscono

la

rassegnazione.

pericolo latente di certe

malinconie.

pazzi logici, col loro io verticale. I cupidi silenziosi,

col loro sorriso

che scompare.

l'atroce

rifugio

nello

sbadiglio dei viziosi che

non

si

vogliono confessare.

83

CARDARELLI
Tutti
le
i

mali.

rivelazioni.

Sono stato scosso e cacciato da tutte Tutta la realt incomunicabile e sacra


i

che ha una sua furtiva azione dietro


vivenza, ha fatto
il

sipari della con-

mio tremore

e la

mia

folle

fuga

neir impotenza, per anni.


{Prologhi)

ADDIL

ora, in queste mattine

cos stanche

che ho smesso di chiedere e di sperare

il

il

pensiero

si

stacca dagli occhi,

dolore disegna

archi di riflessione nella carne

che cede con dolcezza

come
per
il

la zolla
il

a contatto del seme

e tutto

giardino per

me

mio male sontuosamente, penso agli amici che mai pi rivedr,


alle cose care

che sono state,

alle

amanti

rifiutate,
sole....

ai

miei giorni di

{Prologhi).

ESTIVA.

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini

84

CARDARELLI

dell'albe senza

rumore

ci si risveglia

come

in

un acquario

dei giorni identici, astrali,

stagione la

meno

dolente
crisi,

d'oscuramenti e di
felicit degli spazi,

nessuna promessa terrena pu dare pace al mio cuore

quanto

la certezza di sole

che dal tuo cielo trabocca,


stagione estrema, che cadi

prostrata in riposi enormi,


dai oro ai pi vasti sogni,

stagione che porti la luce

a distendere

il

tempo

di l dai confini del giorno,

sembri mettere a volte

nell'ordine che procede

qualche, cadenza dell' indugio eterno.


{Prologhi).

ADOLESCENTE.
Su
sta

te,

vergine adolescente,
sacra.

come un'ombra

Nulla pi misterioso
e adorabile e proprio

della tua carne spogUata.

Ma

ti

reciudi nell'attenta veste

e abiti lontano

8^

CARDARELLI
con la tua grazia, dove non sai chi ti raggiunger. Certo non io. Se ti veggo passare,
a tanta regale distanza,

con

la

chioma

sciolta

e tutta la persona astata,


la vertigine

mi

si

porta via.
liscia

Sei

r imporosa e

creatura

cui preme, nel suo respiro,


l'oscuro gaudio della carne che

appena

sopporta
di

la

sua pienezza.

Nel sangue, che ha diffusioni

fiamma sulla tua faccia, il cosmo fa le sue risa come nell'occhio nero della rondine. La tua pupilla bruciata
del sole che dentro vi sta.

La tua bocca

serrata.

Non sanno
il

le

mani tue bianche


il

sudore umiliante dei contatti.

penso come

tuo corpo,

difficoltoso e

vago;

fa disperare l'amore

nel cuor dell'uomo

Pure qualcuno

ti disfiorer,

bocca di sorgiva.

Qualcuno che non

lo sapr,

un

pescatore di spugne,

avr questa perla rara.

GH

sar grazia e fortuna

86

CARDARELLI
il

e e

non averti cercata, non sapere chi sei non poterti godere
la sottile
il

con

coscienza
geloso Iddio.

che offende

Oh

s,

l'animale sar

abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti
.

tutto cos.
sai chi sei.

Tu anche non

E prendere ti lascierai ma per vedere come il giuoco


per ridere

fatto,

un poco insieme. Come fiamma si perde nella


al tocco della realt
i

luce

misteri che tu prometti

si

disciolgono in nulla.

Inconsumata passer
tanta gioia
!

Tu
per

ti
il

darai tu

ti

perderai,

capriccio che non indovina

mai,
col

primo che
il

ti

piacer.

Ama
che

tempo

lo scherzo

lo
il

seconda,

non

cauto volere che indugia.

Cos la fanciullezza
fa ruzzolare
il

il

saggio
si

non

mondo, che un

fanciullo

che

duole di essere' cresciuto.


{Prologhi).

87

CARDARELLI

INCONTRO NOTTURNO.
Ah
Con
i

vagabondo,
le

gli esseri

come

te

tue scarpe di tela bianche,

vasti pantaloni di velluto,

un

sigaro spento che pende,

tra le tue labbra,

come un proposito dimenticato,


allocco delle citt,

cane apata e curioso


che circoli tra
sviato
la folla

da

tutti gli odori,

tu

sei

capace d'aver visitato

tutti gli scali del

Hai

fatto

e dieci
tu, per

mondo. non una ma dieci spedizioni di Colombo


Globo.
il

il

Lo conoscevi tu

mare
?

prima di percorrerlo
Sapevi tu l'esistenza

di tante, di tante citt

Su quale atlante hai


g* itinerarii

prescritto,

girando la terra col dito,


de' tuoi viaggi
?

Eppure,
la

di',

davanti ai continenti

tua idiota fermezza


!

di grande esploratore

Appena sbarcato prendevi


la

ruga cieca del bisogno

88

CARDARELLI
che ha in quahinque luogo
un'aria di casa tua.

Neanche domandavi
Ti buttavan
l.

Dove
.

siamo

Tu
i

eri subito

a posto.

non

ti

chieggo
li

mestieri

Probabilmente
sofferti tutti e

hai

non ne hai nessuno.


che hai
senza saluto
'

Come

fratelli

sopra ogni meridiano,


clienti accolsero
ti

conobbero senza stupore


tu facevi altrettanto)
sei cos solo
!

ti
(e

videro partire senza rimpianto,

o tu, che

La vostra
di azioni

vita era piena

combinate insieme.

Nelle assiepate osterie

tiravate al piatto comime.

poi, la sera, comitive in


la gioia delle

ronda

a godere

strade.

Accozzati per pochi d

su provvisori

giacigli,

assieme, nudi, vi coricavate


sotto lo stesso lenzuolo,
vi prestavate gli oggetti

pi aderenti alla carne,


i

vostri idiomi aprivate

forzando spalla con spalla

la dicevate.

ma
e

un! intima parola


la

non ve
la

Perocch

fatica vi cruciava

Tun

nell'altro

odiava
il

sua pena

e ciascvTno

mordeva

suo silenzio,

89

CARDARELLI
Ttiomo era lungi da voi. Rimanevate a contatto come la merce che attende sui moli e non sa il lido dove andr a sboccare. Di questi neutri soggiorni, passaggi alieni della salamandra nel fuoco, a poco a poco, desolatamente, della tua vita tutto il tempo pieno. E adesso ambuli terrorizzato come un fanciullo che non sa che ha fatto. E biascichi male la tua cicca E vai adocchiando per consolazione
e
!

la meretrice

che porta,

sul marciapiede opposto,


la

sua solitudine parallela


te.

con meno rancore di

(Prologhi)

90

EMILIO CECCHI
iato

a Firenze

il

14 luglio 1884. Fece

il

commesso, l'impiegato

l'ospedale ecc.

Ma

compi poi
di

suoi

studi nella Facolt di

.ettere dell' Istituto

Studi Superiori fiorentino. Dal 1910

scrive

Cronache

di letteratura

nella Tribuna di

Roma.

COLLABORAZIONI.

^
Lette-

xonardo (Firenze), Nuovo Giornale (Firenze), Cronache


rarie (Firenze), Riviera

Ligure

(Oneglia),

Voce

(Firenze),

Critica

(Napoli),

Marzocco

(Firenze),

Nuova Antologia

"(Roma), Resto del Carlino (Bologna), Manchester Guardian Tribuna (Manchester), Anglo Italian Review (Londra), (Roma), Corriere della Sera (Milano), Aprtitium (Teramo),

Cronache Letterarie (Firenze).

[OPERE.
unno. Lanciano, Carabba, 1910. Rudyard Ripling. Firenze, Casa Editrice Italiana, iqii. Note d'Arte a Valle Giulia. Roma, Nalato, 191 1.

La

poesia di G. Pascoli, Napoli, Ricciardi, 191 2.

Studi Critici. Ancona, Puccini, 1912.


Storia della Letteratura Inglese nel sec.

XIX.

Voi.

I.

Milano,

Treves, 191 5. Pesci Rossi. Firenze, Vallecchi,

1920.

CRITICA. G. S. Gargano

{Marzocco, 26 febbraio, A. Baldini {Voce, g maggio 191 2).

20

dicembre 191 1).

91

CECCHI
A. Gargiulo
{Cultura,

maggio

1912).

V. Cardarelli {Marzocco, 25 agosto 191 2). R. Serra. Le lettere, Roma, Bontempelli, 1914.
G. BoiNE {Riviera Ligure, marzo 1915).

Athenaeum,

(5

may

191 5).

G. Bastianelli {Nazione, 29 ottobre 1915). A. Gargiulo {Critica, novembre 191 8).

R. Franchi {Raccolta, dicembre 19x8). H. Herford {Manchester Guardian, 4 july 1919). G. a. Borgese. La Vita e il Libro, i e 2 serie. Torino. Bocca.
C.

PRIMAVERA.

L'amore questione

di spazio.

Essere occupati. Occupare.

per tristezza,

infelicit.

Tristezza calma

come

viaggiare

mettendo

in valore le stagioni.

Nell'animo infatti a chi viaggia,


le donne dischiudono emblemi pi puri.
il

paesaggio,

ora l'acquate di primavera


frizzore d'aghi

trapungono con
sopra
a'
le

scritture di celeste e d'oro

arene vaghe

termini della vuota citt.


di

Le bimbe
si

gambe

virili

sedute agli uscioli

cuciono

le vesti

leggere

92

CECCHI
e
il

limpido capriccioso mattino

oscilla e

cade

a' loro piedi.

Per
e
il

gli ariosi

archi rosati
gli

verde spessore sotto


tuoi occhi

alberi

mi segue un pensiero

di te.

porto

come un urto nel cuore, per pena di quando non ti vedevo e eri accanto.

Oh

essere

un paese tuo
dove
la

Nutrizione dei destini inferiori.

E
s*

a* crocevia

materia

ingolfa in
i

me

fresca e polverosa

ritrovo

primi sapori.

Una
si

regione amorosa

crea del

nel
Il

mio transito a mio corpo pi fino.


i

te

gelo dei tuoi bracci carnosi


silenzi

m' invera
a*

delle case attente sui coUi

giochi del viziato mattino.


(Riviera Ligure, 1916).

FRAMMENTI.

Tu

che
sullo

ti

accetti

calmo come im albero

strame

93

CECCHI
delle tue

combinate
il

insufficienze,

tenace covi
della

tubero spugnoso

tua

arte.

Come
Quant

ti sei

presto trovato
di felicit,

olezzi

librato su di te pulitamente

senza cascarti un cino, una buccia.

Un'albero infatti non spreca.

in

me,

in

me

Son cadute le radici dell'azione per un tremito dell'essere violento. Stancamente la coscienza mi si trova
in punti contrastati e lontani.

La mia
neppur

vita

come un
gli

libro

mezzo arso
illesa
:

che una pagina non ha rimasta


io vi

poso su

occhi

fidando in una schietta parola.


Fossi almeno sasso

che in mezzo
sia pioggia

alle foglie del

prato

o bel tempo
si

sta

non

scioglie

Io sono soltanto

un rottame

che naviga.

Nemmeno

la carit dell'erba

mi nasconder.

si

Mi ricordo anni fa un pomeriggio, prese ognuno da lavorare

94

CECCHI
per

non

dirci la nostra tristezza.

Tristezza di tanta felicit

per cui la coscienza

si

svuotava,

come

il

sangue esce mollemente


ferita.

da una mortale

Scrupolosi roditori di tempo,


succhiatori d'oceani con

una paglia
!

quanti anni sono passati

stasera ritorniamo per la strada


libro e
i

con un
davanti

colori,

lo stesso

paesaggio

una luna che non sa sbocciare sopra una campagna


opaca che attende.

3-

A un tocco di febbre sono entrato, camminando nell'afa di luglio, a un tratto sotto un colonnato
di nevi.

Sul verde pavimento lacustre

zampillano fermi

ciuffi di luce.

E un

vento di ghiaccio e un rombo

pi in fondo, pi in fondo mi conduce.

Perch mi sento morire


ti

voglio amare,
ti

qui nascosto

vogHo amare.
95

CECCHI
Il

mio cuore sussulta


se tu

si

desta

nelle aspre sillabe

Che importa

Tu

sei

lontana.

del tuo nome. non vorrai ? non sai,

perch mi sento pi morire


chi voglio amare.

Qui sepolto chi voglio amare.


{Riviera Ligitre).

D'

UN BAMBINO D' UNA VECCHIA E D' UN SOLDATO.


lo

Il

bambino

vidi qualche
tube,

giorno avanti Natale

nel vagone di

un

seduto accanto alla

mamma,

sulla poltroncina coperta di juta.

Aveva un cappello
pelli lisci

di feltro bigio, calcato sui ca-

cappa corta

sottile, e una con una striscia di pelle nera aJ. collo e alle manopole. Le gambe altissime e d'una pelle bionda, mostravano la razza equestre e

che

si

pareggiavano sul collo


violetta,

corta,

gentilesca.

Sulle

ginocchia reggeva una scatola qua-

dra, color arancione

quelle

catenelle

d'oro,
i

Non
raro.

so ritrovare

Ma il suo
la

viso

gh si vedeva una di come ora portano i soldati. Uneamenti del viso, perfetto e non non era che luce una luce vibrante
;

e al polso

e tranquilla, d'orgoglio e di gioia.

E
luce
;

madre, bellissima,

si

tirava addietro
e

da quella
il

come per non

esserci

darle tutto

risalto,

mentre pure era ansiosa d'esser l, con una dolce gelosia di schiava. E a poco a poco, nel tube, tutti gli oc-

96

CECCHI
da quella parte. E tutti guardavano bambino che pareva solo davanti a tutti, guardavano attentamente il bambino ch'era stato a comperarsi il
chi furono attratti
il

regalo di Natale.

Era un bambino che sorrdeva a s stesso, nella gioia di un balocco. Ma nel suo sorriso c'era gi l' inconscio veleno del dominio umano, e come l'astratta
gioia
di

un' ingiustizia

ereditaria,

irraggiungibile

misteriosa.

era

di

builder,

Era un innocente bambino. Ma realmente gi un conquistatore di ricchezza, un empire un mangiatore d'uomini e pareva che tutti
:

sentissero

il

padrone nascosto, e avessero stupore e


a un certo punto,
ravviarli,
si

quasi spavento.

E
serva
pelli,

la
:

mamma,
il

fece

anche pi

gli alz

cappello e gli pass una


in
realt

come
a
lui,

per

mano sui caper rammenIl

tarsi

e unirsi

un momento a
se,

lui.

guardava
si

fisso,

davanti a
la sent

senza veder nulla.

bambino E non

mosse, e non

neppure.

Una

sera che pioveva, la vecchia s'era

messa
:

sullo

scaHno d'una mostra, vicino a Oxford Circus saranno l'ora che la gente torna a casa e i negozi state le sei chiudono la vendita ma restano dentro illuminati,
:

e dalla strada nera

si

veggono dietro

cristalli

ardere

tranquilli di porpora, di diamanti e d'oro.

Una
i

vecchia piccina piccina che

credo

d'aver

vi-

sto anche qualche altra volta, e forse d'averci

comprato

fiammiferi o
i

un

gemello. Era vestita

come a Londra
signori, signori
all'eil

vestono

poveri, che

vanno

vestiti

da

decaduti e che ogni giorno pi decadono, fino

stremo e

alla

morte.

La sua mantellina
97

di seta,

suo

Poe^t d^oggi.

CECCHI
cappellino con
le

rose parevano la vergogna e

il

dolore

di tutte le vedove e di tutte le vecchie madri. Nessuno naturalmente badava a lei, e passavano in fretta sotto gli ombrelli lustri. Sedeva, composta, colle mani sotto la mantella e la testa eretta. Sedeva come uno che rappresenta qualche cosa. Difatti, piangeva.

Ma
ci

piangeva,

direi,

col

minimo

indispensabile

che

vuole per l'atto del piangere. Sotto la scuffia a ro-

sine, nel viso

dove
le

gli

occhi strizzati non

si

vedevano

pi nemmeno,

lacrime pareva uscissero dalle grinze

d'una vecchia e sudicia mela. Piangeva, ferma al suo posto con una copiosit irrefrenabile, ma con una fierezza militare. Perch era chiaro ch'ella sentiva una cosa lucidissima e spaventosa che cio elVera
:

dall'altra parte

di quella vita, di quel

mondo

di noi che

passavamo
Io la

e che

non sarebbe pi ritornata


se fosse

di qua,

dalla nostra parte.

vedevo come

sepolta viva, dietro lo


e fatale,

spessore e la distanza di

un vetro immateriale

che la isolasse in una separazione che sembrava minima

ed era

infinita. Altre volte anche lei aveva cercato di una mano, attraverso questa distanza, e porgere una scatola di cerini o un bottone. S'era illusa di costituire un rapporto ; come gli altri che, qui dove non

ficcare

permesso

l'atto

mistico del chiedere, provano

d'a-

vere una entit sociale, per farne scambio e guadagno,


chi mettendosi due dita in bocca e fischiando
certino, e chi tracciando
il

un con-

ritratto di

Wilson in terra
cieco, e

col gesso

e chi

un
il

cartello
cieco.

non ha d'ottone dove


altra

altro,

attaccandosi al collo
:

c' scritto

facendo
pi

Una

circostanza

qualsiasi

il

freddo

duro,

qualche

disdetta,

l'aveva

violentemente

98

CFXCHI
riportata

a un punto centrale, al suo punto di di-

gnit e di verit.
diritta,

ora stava
incrollabile

l,

senza pi vendere;

sicura,

sola,

pure nel pianto.

Ed

era la cosa pi debole, sulla strada imperiale, e in tutta

Londra.

appunto per questo era

la

cosa pi forte,

pi ferma, pi gloriosa.

Questa coppia venne nella stanza

sotterranea di
tariffa,

un
ji.

Lyons, uno di quei ristoranti economici, a


affollati,

sempre
I

che

costituiscon
:

l'obbiezione

radi-

cale alla leggenda dell'Home inglese

^
^
].

chio quartiere dalle

mura

di di

Lyons d'un vecmattone diventate color

d'ebano

dai colonnati

marmo

diventati pece

"

'

con antiche botteghe di libri polverosi intorno a tutte le religioni del mondo, botteghe di stampe antiche, e di caschi e uniformi delle battaglie con Napoleone
;

e altre botteghe dove

vendono
e

piccoli avori e reginette e


farfalle

egiziane

di

porcellana

turchina,

tropicali

grandi come la

mano

mosche d'oro seccate

accomo-

date fra due lastrine di vetro.


Il

soldato sedette al tavolino accanto al mio, e fece

sedere la compagna.

Era un soldato

dei

dominions
;

con
sulla

la gialla faccia

mongola, vestito in kaki

portava
sua

spallina la scritta d'ottone col

nome

della

(provincia, e parlava un inglese roco e sepolcrale. La compagna era un'inglese di capelli neri, gracile, quasi una bambina, e, a un certo momento, vidi il disegno
dell*

impiantito nel vuoto sotto la sua

ascella, e

rea-

lizzai,
il

con un senso

di pena,
la

come

fine

dovesse essere
pelosa cappa

suo braccio

dentro

manica

della

rosso fuoco.
nito e

Aveva un
rosicato
;

visino

stupido, farinoso, scargrossi occhi neri impol-

come

e due

99

CECCHI
verati di

una polvere nera,

grossi occhi neri di

un

insetto pallido.

sotterra colle pareti

Bisognava aspettare, nella confusione della taverna di smalto bianco. E dall'aspe t;

tare veniva V imbarazzo

e dall' imbarazzo lo

sforzo

della naturalezza e della cordialit.


la testa

La donna girava come una bambola, sorridendo a tutti come la


gli ospiti del

moglie che intrattiene


dalle infinite tasche

marito.

E il

soldato,

dell'uniforme, tirava fuori, acco-

modandole
cilli,

sul

marmo

del tavolino,
lapis,

le

cose pi imbe-

distintivi,

bottoni,

temperino,

taccuino,

scatole di pastigHe, biglietti di buses e


di

un

fascio

enorme

cartoline

illustrate.

Erano

cartoline

in

brandelH,

che avevano abitato nei fondi di quelle tasche per


mesi e mesi.
leggerle,

Ma

ora

si

rimetteva a riguardarle e

ri-

gravemente

rigirandole

da tutte

le

parti,

con un interesse profondo, con un senso


assoluta
;

di

novit

e ogni tanto, toccandola col gomito, faceva

partecipare la

compagna, come un borghese che spodi

glia la sua corrispondenza della mattina.

Si capiva che

queste comunicazioni era costi-

tuita tutta la lora ragionata intimit.


fatto d'

Eppoi veniva immaginare quell'altra intimit la sua bruttezza asiatica e freddamente feroce su quel viso spau:

rito,

su quella carne di carta velina, fra quei braccni

d' infante.

rinasceva nell'anima
il

il

cristiano

orrore

dell'oriente, e
cri.

brivido

come
;

alla lettura dei

massa-

amore

Questo massacro era un'amicizia, un'offerta, un forse un sacramento non meno mostruoso e
;

macabro, tuttavia. Si sentiva di non poter credere alla giovinezza, alla freschezza, alla speranza del mondo,

da testimoniare a questi

incontri, a questi patti.

si

100

CECCHI
distoglievano gli occhi,

come da una malattia

da un

peccato, mentre ora insieme essi abbassavano la testa


sul prosciutto e sul piatto delle uova, e principiavano
la loro refezione coniugale.

(1919).

CAMBRIDGE.

Sar forse perch sono arrivato a Cambridge nella mezza festa del gioved, che le botteghe chiudono al

mettono le maglie con lo stemma vanno ai campi di foot-hall e di hockey. Ma mi parso di arrivare in una di quelle citt dove si va soltanto nei sogni. A un certo momento,
tocco, e gli studenti

del proprio collegio e

e pi volte

ancora nella giornata, mi sono accorto che

camminavo cautamente, in punta di piedi, per non far rumore e non svegliare le piccole strade nerastre
e deserte, e
i

cortili

deserti, e le cappelle deserte, e

non svegliare me stesso. una citt di monasteri


steri. Noialtri

e una societ di monasiamo abituati a pensare i nostri monasteri sopra le cime dei nostri monti, come la testa sopra il corpo e come la corona sopra il capo. Abbiamo

un senso principalmente ascensivo, cudalla punta di un monte, chiama l'altro monastero pi in alto una regola chiama un santo chiama l'altro santo. San Franl'altra regola cesco cliiama San Domenico Santa Scolastica chiama
della soUtudine

spidale.

Un

monastero,

S.

di

M. Maddalena. Fra di loro, loro, estensione dei campi

ma

infinitamente sotto
il

lavorati,

mare

coi

lOI

CEGCHI
pescatori alle loro reti, la citt con
loro case. Qui. la solitudine distesa,
si

gli

uomini

nelle

sviluppa verso

l'oriz-

una pianura coperta di chiostri, e da un chiostro si esce nell'altro, e da questo in un altro chioper riconoscere, dopo averne traversati stro ancora tanti tutti simili e diversi, un punto che sembra ricezonte.
;

vere la sua identit confusa e velata dal nostro passato lontanissimo, mentre
si

tratta di
il

un passato
i

di

poche ore soltanto.

Si realizza

sentimento della sopuri


sotto

litudine e della reclusione dal

mondo, traverso
all'

elementi della geometria

come un uomo che

un

fitto

colonnato non vede intorno e o una decorazione cinese.

infinito

che

fusti di colonne, o

un uomo che guarda fissamente una


Dal quadrilapenetra nel quadrilatero di un nuovo

scacchiera,

tero di

un

cortile si

cortile per

mia battuta magica, che ricombina in modo facile e sorprendente sempre i soliti temi architettonici e ornativi il mattone rosso bruno dei muri e il piombo e il vetro delle finestre l'arco gotico jaco:

bita e

calmi spigoli della rinascenza italiana, la rosa di Lancaster e la saracinesca dei Tudor, la pietra verde
i

e saponosa dei tetti e la malachita dei prati.


si

quando
le

passa dentro

gli edifici,

per successioni intermina-

bili di celle e librerie e refettori e cappelle,

con

pa-

reti e

soffitti di

quercia e

grandi camini di maiolica,


si-

questa simmetrica scomposizione dello spazio, del

lenzio e della luce, diventa anche pi incantata e a

momenti quietamente
sfumatura
di

vertiginosa.

Quel giorno, una


alla

nebbia
senso

sottile

dava l'ultima ptina


e

pittura. 1 cristalli della brina, sul ciglio dei prati, ag-

giungevano

al

di

immobilit

di

astrazione.

102

CECCHI
come
rillon

se

anche

le

erbe tendessero alla geometria. Ogni


i

tanto nel cielo bianco scoccavano

rintocchi d'un ca-

ed estendevano quel paese


nella

di

raccogh mento fino


raccogli-

agli

estremi confini.
Cappella di
King's College
il

Ma

mento diventa di qualit pi misteriosa tempo pi densa. Un verde polare dalle


sottomarina. Le nostre colonne e
pesi degli edifici
i

e nello stesso
finestre delle

navate, d V immaginazione della luce in una foresta


nostri archi, nella

chiarezza asciutta e precisa del nostro cHma, portano


i

con logica economia


di fatica e
le

di risorse,

sincera espressione

resistenza

con umana. In
:

quest'atmosfera pi spessa,
la fatica

cose

si

alleggeriscono

per sorreggerle minore, cresciuta la libert

di

ordinarle e disporle.

La colonna che da

noi

un

elemento

di forza e dovere, qui

do venta un elemento

di eleganza e fantasticheria.

Da

noi un sereno schiavo

di pietra. Nella Cappella di King's College

vegetazione
tiplica in
tro.

imita lo stocco delle foglie, sale e

una svelta si mol-

nervature e cannelli, con leggerezza di veLe nostre volte sono teoremi statici, risoluti in nude linee di energia e di bellezza. Qui il teorema statico motivo a creare un cielo araldico, dico, un padigHone floreale. Ma questo vago immaginoso, questo romantico sognare nella pietra, non hanno luogo, dicevo, che in una realt meno vivace, dove alcune cose hanno perduto peso, perch altre cose che stabiliscono la relazione del loro peso son
pi massicce e pi gravi.
di elementi

pi libert

in

un giuoco
il

pi povero. La nostra architettura

rapporto della pietra e dell'aria. Nella Cappella di King's College io son portato a sentire il rapporto pi

103

CECCHI
corto,
e'

meno dinamico, della pianta e dell'acqua. E meno scrupolo di stile e di bellezza in questo rapporto meno severo. Sulle nostre nobili architetture, le

statue son quasi sempre nobili statue.


bili

Su queste no-

architetture, le statue son quasi sempre grotte.

schi

College sta incerto sulle


sulle

Enrico ottavo sulla preziosa porta di Trinity gambe e porta la corona d'oro

come un re folletto. GU animali rampanti agli stemmi sulle mura hanno il corpo liscio e affusato come quello dei mostri geUdi e senza pelo che
ventitr,

scivolano fra

le alghe del mare. Questa lussuriante monotonia, questa magnificenza plumbea, sono il norde, realmente.

(1919).

I04

BRUNO CICOGNANI
nato a Firenze il io settembre 1879. I.a famiglia paterna era romagnola. Il padre era magistrato la madre era sorella di Enrico Nencioni. Fatto il liceo s' impieg alle Ferrovie e nello stesso tempo si laure in legge a Urbino ora fa l'avvocato.
;
;

COLLABORAZIONI.
Tempo (Roma), Nuovo Giornale
(Firenze),

Nazione (Firenze).

OPERE.
Crittogama. Firenze, Lumachi, 1908.
()

Storielle di novo conio. Firenze, La Voce, 191 7. Gente di conoscenza. Firenze, La Voce, 191 8. // Figurinaio e le Figurine. Firenze, Vallecchi, 1920.

CRITICA.
Basti ANELLI {Nazione, 21 luglio 191 7). Cecchi {Tribuna, 14 agosto 191 7). Bellonci {Giornale d' Italia, 29 agosto 191 7). Pancrazi {Nuovo Giornale, 11 dicembre 1917). Fanciulli {Perseveranza, 26 aprile 191 8). Papini {Mercure de France, i^Nov. 191 7; 1 Nov. 1918) Paolieri {Nazione, 14 agosto 191 8). Tozzi {Messaggero della Domenica, 12 gennaio 191 9).
l'\\NCiuLLi {Perseveranza, i" Febbraio 1919).

105

CICOGNANI
A. Baldini {Libri del giorno, novembre 1918). G. LiPPARiNi {Resto del Carlino, 29 novembre 191 8). F. Chiesa {Bibliothcque ^Universelle, luglio 1919).

GIARDINO.

anche

il

giardino che figura faceva


:

in otto quadrilateri

in

da una parte

la serra,
i

Era diviso mezzo la fontana e, in fondo, da un'altra il bers. Abbarba!

gliavano al sole

vetri della serra e nella vasca canteil

rina di gai scocchi


trafilato

suo bello zampillo di

cristallo

su dal becco del fenicottero americana,

piumato bruno
il

di borraccina grondante. Chiosco verde per ora di


vite

bers
rosso

ma

nell'autunno

diventer

con tanta dolcezza. Nei vialini pettegoli per via della ghiaia nova le siepi di bssolo rasate e ravviate e nelle aile con le spugne torno torno e le bordure fiorite, tutte piante distinte con a mostra il biglietto da
visita

il

cartellino

giallo

scritto

in latino.

Ma

la

cosa bella davvero, ad ogni cantone degli otto quadrilateri,

sopra

panchetti massicci, alte, nelle gran conle

che di terracotta
pi bella di loro.

piante di limoni che

non

c' statua

{Gente di conoscenza)

CASE VECCHIE.
somigUavano tutti. s'era ricevuti nel salotto che dava sulla strada sola stanza un po' ariosa sulle corti e il resto
le scale

Come

cos

quartieri

si

Noi
la

106

CICOGNANI
ciascuna delle stanze era generosa del suo
di luce a

colaticcio

guardava sulla prima da una rosta da cui non poteva neppure respirare. Puzzo di rinchiuso, di panni sporchi, di spazzaun'altra incassata la quale

tura sotto l'acquaio, di fogna o di licet


ribili

licet or-

ma

in qualche casa talvolta

si

sentiva, nel-

cambiata da poco, leggermente un odore di spigo o di giaggiolo. Gli impiantiti, avvallati, consumati; quelle del salotto le mura va a sappine tu il colore a stampini, sempre i soliti stampini il soffitto a tral'aria
:

vicelli

intonacati

la
:

crosta dell' intnaco casca


i

pezzettini sui mobili

tutti invalidi,

mobili

vero
illusione

che

il

canap a una specie

di fodera che

l'

di coprire chi sa che stoffa preziosa,

ma

io,

piccino,

vedo sotto il canap ciondolare biccoli di capecchio. Ai muri i porta giornah lavorati a punt' in croce
calie

il

e figure di calendari vecchi e l'orologio col c-

clo che ad ogni quarto d'ora vien fuori a ripetere

suo verso.

La cosa

la

pi interessante, che

pi

mi

col-

piva, era l'arma di famigha dipinta


in

colori sfacciati

un quadro attaccato

nell' ingresso,

proprio davanti
il

all'uscio di casa,

o se no, nel salotto, sopra

canap

che

penne svolazzanti su quell'elmo di crociato tutto ci che restava alla famiglia della grandezza
!

passata.

Le padrone

di

casa per farmi star bno mentre

parla van dei loro travagli e della loro miseria,

mi metalla fine:

tevano a sedere su di un panchettino vicino


stra e, davanti, su

una

seggiola,

un album

di fotografie
le

omini con delle tube sperticate e donne con


palloni e
nelle
:

sottane

bambine con le mutande pi lunghe delle gonuna cosa che mi faceva tanto schifo. In tutti

107

CICOGNANI
gli

album le stesse persone mi parevano ell'erano ormai le mie conoscenze io andavo a far visita a loro.
:

{Gente

ili

conoscenza).

MERCATO VECCHIO.
Per archi e vlte giuochi fantastici di chiaroscuri muraglie combaciavano e subito tornavano a distac;

le

carsi per ribrezzo,

un metro

l'una dall'altra.

tra l'una

e l'altra

cenci

tesi,

tanti strati quanti piani, suzzavano


i

quella po' d'aria sgrondante bigia di per

tetti e to-

glievano alla piet d'uno spicchio di cielo azzurro, per


la
le

vergogna,
pretesa
le

le

lastre

divorate dal lupus marcioso e


le

muraglie tutte una piaga. Antri di buio


degli
scalini

la

davanti
;

la soglia e

porte con con entro


le

accese

pupille dei gatti

scaccili di

con la beffa dell' inferriata. Un limiino giorno, ma si vede lo sprizzo della fiammolina chiara un lumino a un tabernacolo e nel fondo d'una cortaccia ingombra di miserie rinvoltate nel sudiciiune l'occhio

buio

finestre

di fuoco d'una bottega di fabbro.

Le ciane scapighate
;

e sciamannate con gli occhi cisposi

beceri fan garga-

rismi

di

bestemmie

ogni dieci

passi

uno scheletro

coperto di toppe e tanti, tanti bambini teste cespugli

non un tantin di carne, un vomiticelo della spazzatura e non mnanit sensibile, quella Eppure a qualche finestra in una pentola squarciata un violo o ima pianta d'amocolli frinzelli e

spine ventose

ma croste

tutto

rino o di basiUco metteva

il

capo

fuori dell' inferriata

dunque qualcuno nella stanza sentiva di soffrire. La torre de' Caponsacchi e le altre sorelle eran
lo8

CICOGNANI
tutte

illuminate

dai

riflessi

dell'

incendio
Firenze

acceso dal

tramonto
violacee

autunnale

nell'aria
le

di

ombre

calmavano
tra poco
il il

strade mezz'ora

fa

polverose

d'oro

fredder

cielo

puro della prima stella rafin una monotonia di celeste umido.


brillo
(6 storielle

di

novo conio)

PIAZZA DELLA
Lo
pale
;

SS.

ANNUNZIATA.
?

senti

com' bella
le

la la

piazza

C' quel gran

si-

gnore a cavallo che fa


ci

guardia
:

all'

ingresso princi?

son

fontane gemelle
i

fontane

son due
il

navicelle che aspettano

tuoi sogni, per correre

tuo

mare

le

lgge dov' la chiesa s'alzan

da

terra sfogate

e quelle lateraU guizzano di sulle gradinate.


visto colonne pi giovinette
?

i mai

In faccia, guarda, an-

che nella penombra


nei medaglioni,
i

s*

intravedono tra arco e arco,

bimbi

fasciati

d'Andrea della Robbia

non

giusto che io abbia

all'Ospizio dei trovatelli

Maternit che
perch non

una camera s fatta davanti A quando a quando dalla accanto all'Ospizio, uno strillo di donna
?
il

nel travagHo del parto arriva a trafggere


si

silenzio

corrompa.
(6 storielle di

novo conio)

IL CONCIO.

E
il

s'entra nella stalla a veder

mungere
:

il

latte. C'

caldo delle

mucche

e del concio

la

fabbrica dell'o-

109

CICOGNANI
dor che
l'aria
si

spande per tutta

la

casa e fuori impregna


:

per insin dove c'

un

solco

ne sono imbevuti
i
i

muri

della casa e la mobilia e gli arnesi e


i

carri

Tanno

anche domenica chiusi negli armadi, e non lo per penetrato, l'odore del concio, nella deranno mai carne degli uomini della massaia delle ragazze anche la testa ricciuta di quel bambino che poppa, anche il pelo di Maschero sa di concio. Fuma la barca del concio e per il podere non vedi a fior di terra salire quei tresuzzato
pannolini,
i

lenzuoli,

cenci,

vestiti,

quelli della

moli d'aria

il

concio spanto di fresco che esala la

sua forza.
(6 stcr ielle

di

novo conio)

IN BICICLETTA.

Ci

andavo ora che finch non avessi deciso

se con-

tinuare gli studi di legge o dedicarmi tutto a coltivar


il mio orticello poetico o se accettare provvisoriamente un impiego ero in vacanza della vita eppure, intanto, si affacciavano tumultuosi i problemi dello spirito mi
;

alla coscienza inesperta,. e tutto

il

mondo
il

ideale ghe

era stata la gioia della


fede

mia

fantasia,

riposo della

mia

appari vami o insulso o rovesciato o vuoto.... via,

senza campanello nel via-vai di Piazza del


via di prima mattina in

Duomo

campagna a trenta chilometri


freno

all'ora alla piana, senza scendere alle salite, senza


alle scese

per strade solitarie e sconosciute colla brec-

cia vergine che

non ero tanto a metter toppe alle gomme, via a bevere rugiada come le cicale, e a inzupparmi

HO

CrCOGNANI
dell'odor dei cipressi e dei pini, di sole e di sudore
;

per

le

case dei contadini

il

latte

schiumoso ancora
;

te-

pido e l'ovo che

la gallina
il

scodellato allora

tornare

irriconoscibile per

polverone della strada maestra e


il

sotto

la

doccia accorgermi d'aver risoluto

quesito
il

d'Amleto. Chi avrebbe mai creduto, a vedermi, che


coiTcre a pazzo arcuato a quel
cos leggera, col

modo

su una macchina
all'

manubrio arrovesciato
cui curavo
il

ingi e con
il

quel po' po' di moltiplica e senza mai sonare


nello fosse
il

campa?

modo con

mio

spirito in crisi

{Genie di conoscenza).

STRADA.
S'imbocca la strada del Ponte alle Mosse e via, battendo il passo a vicenda. Sceso il Ponte alle Mosse il terreno fradicio e un senso d'umido non ostante l'arietta che si sentiva ch'aveva strisciato di su' cocuzzoli de' monti fradicio il terreno e un senso d'umidit nella strada fra il parco e i prati della villa di Demidoff tutto lasciato andare e la cancellata mangiata dalla
;

ruggine e

il

ftto
(il

degli alberi inselvatichito, incialtrole

niti gli alberi

parco andato in miseria) e

case mar-

cie

a forza di rimanere inzuppate nell'umido e dov'era


per
si

la pista

le

corse

uno

scialbo lustro d'acquitrinoso

verde che
le

sfa di continuo in nebbia, quasi turchina

passo,

sempre alternandosi a batter il poi lungo i prati dello riposo aperto al respiro della Calvana e Smannoro e attraverso alla mal famosa bordi Monte Morello
belle giornate. Via,

attraverso' Peretola e

gata di Campi

(di

Campi

farei

Prato e di Prato farei

III

CICOGNANI
Campi, diceva Leopoldo granduca e il fiorentino cittadino che ancora del macigno fiesolano come ne sono lastricate le sue piazze e le sue strade e perc in odio
;

e in dispitto la gente del piano


e

San Donnino Brozzi

Campi

la

peggio gena che Cristo stampi)

le

po-

vere case tutte

compagne

coi visi sudici intrisi di


le

mota
fitte

che sgronda quand' dolco,


striminzite di
le le

case a

un

piano,

qua e di l dalla strada, e a mostra tutte loro miserie non c* pericolo che abbian de' segreti
;

povere case spalancate, usci e


si

finestre,

che dalla

vedon le tavole apparecchiate ed i ltti e sugli usci le donne che fanno la treccia e badano ai ragazzi nidiate di ragazzi che non fanno altro che portare nelle case un po' di strada e nella strada un po' di
strada
:

casa....
{Gente di conoscenza).

CORRIDORI.

....

il

locale

era un caff, ch'era

ma

ci

voleva un bello

sforzo per capire


tavolini

n
i

seggiole
i

era

un

caff.

Non

c'erano pi
il

molto se c'erano rimasti

banco,

divani e
i

palchetti

con

le

bottigUe

insi

vaso da tutti
intorno a

fanatici di corse in bicicletta che

davano un gran moto


que'
be'

e s'urtavano
di
figlioli

s'assiepavano
costoloni
le

pezzi

colle

coscie ignude, la maglia

scollata e sbracciata,

tandine a colori

figure gioconde

per
di

mul'appena maper

tura e gi sohda carne guizzante

muscoli

voco beceresco a polmoni pieni ed a cervello vto

il

112

CICOGNANI

ma

nelle gole
:

ancora qualche incertezza, un

cric,

una

stecca

sorprese della pubert ancora fresca. Al banco

son cinque e non riparano a mescere liquori, e l'alcool


si

sente nell'aria, anche l'aria s'impregna di alcool

le fa

male e

che dovrebbe esserci avvezza ai liquori,


;

l'aria del caff

ma

un'altra cosa lo schizzo del

rum,

qualche zzza ogni tanto, qualche cicchetto ogni tanto,

ma

marmo

anche una placidit ferma seduta ai tavolini di e sonno velato di fumo ed ora, tutta quella
;

gente giovane insieme che


ciano e ingollano
fa dei sassolini.
i

il

diavolo in corpo e vo-

bicchierini del cognac

come
;

lo struzzo

ubriaca
si

l'aria del caff

in

modo

che

chi la respira, anche lui

ubriaca

basta che abbia un


io
!

temperamento nervoso. Immaginatevi

{Gente di conoscenza).

IN CORSA.
il mio passo fantastico. Sono colmo d'ebschiuma di tante emozioni. Ed bella larga la strada e liscia come un pallaio. Se butto un'occhiata a destra o a sinistra i filari delle viti congiimti a festoni scappan che sembrano sempre lo stesso filare. O buffa ora provo il medesimo effetto che al finestrino d'un

Io ripiglio
:

brezza

la

direttissimo

fuggon

fermo. Forse perch

pi registrato dalla
tore
lo

ed io movimento delle gambe non coscienza un guasto al contale siepi, gli alberi, le case,
il

proprio
:

sguardo gi
si
:

mi pare come va

d'essere immobile. Raccolgo

via la strada

un nastro che
:

mi

svolge di sotto la rta e fa andare addietro la

rta

che effetto curioso

Alzo

gli

occhi

son io che
la

cammino con

vertiginosa rapidit.

Per

strada

-'oatt

og^i.

CICOGNANI
elastica
:

vibra e sussulta insieme con la macchina.


, :

ora quasi liquida

ad ogni momento diventa pi pastosa la strada io mi e' immergo ed anzich avanti, vo gi, sprofondo con la medesima velocit....
:

{Gente di conoscenza).

MONTEREGGI.
il gelso grande che ima meraviglia e cuopre tutto d'ombra il piccolo traverso la strada gi incanprato domestico

Ed

esco e lascio l'ombra del gelso

tata di bianco

e per la viottola, tra mezzo


;

il

campo,

sotto l'estate aperta, m'avvio.

Presto lascio

il

clto e m'arrampico per la carpi-

neta e poi

allo scoperto

ginestre, ginestre, ginestre


;

la strada letto di sassi rovina le scarpe


si

ma

a un

tratto la strada

spenge in un piano erboso


sfrulla

londi-

tane

le siepi e le

chiuse pe' greggi e qua e l


:

imbottite di piante

una ghiandaia.
duta
:

C' gi

mace improvviso im merlo o

un'altr'aria, c' im'altra ve-

e'

il

vento dello spazio, la luce delle ariose

stanze.

E
;
:

in

me

la calma, di gi

son leggero, disavve;

lenato

ogni veleno uscito col sudore


sguito su

intinto son di

sudore

ma

mi farebbe gola il non mi lascio tentare e


muratura
tra
i

fresco profondo del borro,


;

fossetto in

ora,

lungo un

lo

chiamano acquidoccio

stipato di foglione grasse spruzzolate di ramato, tra


filari delle viti,

pioppi, gli ulivi, gli alberi di frutta


Crisse.

che

gremiscon l'opimo podere di

Crisse
:

Al principio del fossetto la strada ripiglia

sini-

114

CICOGNANI
stra,

in

alto, la

burraia
:

la cella di pietra entro

un

gruppo di cipressi pare una cappellina, ma Tuscio color minio (dentro, la polla che spacca il bicchiere) ; ciliegi famosi a destra la strada conduce in salita sul fianco che guarda l in fondo il Mugnone con-

duce alla casa di Crisse.

La casa

di Crisse

Stazione di felicit
:

di felicit
i

favolosa alla pari del


miti e sono di ieri
i

nome
*1

Crisse

per cui rivivono

travagli ulissi.

Un

noce immenso

davanti alla casa, di sotto


intemperia
e,

balzo, le fa riparo
'1

da ogni
al-

nello spiazzo tra

balzo e la casa,

l'ombra posa lucente l'aratro, posano sparse qua e l e poggiate al muro le zappe, le vanghe, le marre, dai manichi lustri all'impugnatura; e sta
il

ceppo di leccio scheg-

giato

ma etemo

e giaccion le trggie in riposo e il carro

aspetta, che, anch'esso, imparato dai bovi pazienza.

Una
vuoto

frotta di paperi schiamazza battagliera,


le parti

mentre

da tutte
nell'aria,

pulcini pigolano in fuga


:

aperto e

l'ovile,
il

aperte e vuote le stalle


:...

l'odore tutto

caldo odor delle stalle


far sulla porta
?

son fuori di me.

Chi mi

si

Non

Polifemo, no certo.

Menalca ? Chi sa ? Ma forse a quest'ora la casa deserta. Menalca non per anco rientrato col gregge eppure il sole si fa sentire di gi le pecore, in tondo, si sono assiepate coi dorsi vellosi cacciando sotto la
:

ma sdraiato rzzo dei tremuli ontani perso trovando, stupito, che suona e che strani un suo strumento di canna suoni fatto
zione

quegli,
al
s'
!

pancia l'un l'altra

le teste di gi rintontite

dalF insola-

ch'egli

a caso, cos, e

non mai credeva canoro.

Felice

Menalca

!...

I5

CICOGNANI
Oltre la casa di Crisse

non pi
d'avena
:

che

striscia di lupinella o

e non
:

coltivato

s,

qual-

alberi pi

soltanto un gruppo
tutt'un pascolo
il

d' ontani

quelli di

monte

felpato

Menalca soltanto qua e

grandi strappi
(che

e, fuori,

l'ossatura ignuda.
gli steli

Fiorellini gialli

minuti e

prunosi dei cardi


e,

s'apriranno in settembre,

metallici)
;

dove

il

verde pi compatto e
cassato in
ce n*
e per
ci
i

lucido, felci
:

che senso
i

un

anfiteatro

il

e' un piano inpian delle felci da quante


I

di freschezza a attraversarlo

il su' tempo, sono quass, all'orlo dell'anfiteatro, e da attraversare un altro avvallamento ci sono le felci anche qui, ma piccine, e de* ginepri nani sghembi storti il cimitero , lo chiamano, per(monte di re barbach e' seppellito Radagasio rico !) seppellito cost con tutto '1 tesoro lo vada a scavar chi n' ghiotto. Per conto mio m' interessano questi eh' io veggo, facendo l'ultima pettata, tra '1 raso gialliccio quass per l'alido, buchi fatti dal pole mi delizia lice d'un gigante le case dei grilli ? l'odore amaro selvatico odor della tignmica. E guardo basso finch non son proprio in cima per poter tutt'a un tratto goder di tutta la veduta insieme ma appena che il tremolar brividoso dell'erba m'av-

fianchi dell'anfiteatro, quand'


gigli rossi.

fanno

Ma

io

verte, io alzo la testa in contro al sofio dell'aereo spazio.

in questo respiro, l'anima mia, finalmente, re-

spira. Cosi

lontano da ogni parte l'orizzonte che non


:

stringe pi

contiene, appena, perch

smarrire.

Monte

Senario,

Puntoni

Giovi chiazzato, la Falterona e


giogo, e la fociata del

non m'abbia a Monte Pratomagno il gran


selvosi e
:

Valdamo
Il6

e al di l l'Incontro

(il

CICOGNANI
monti del Chianti e gli Albani e il piano di Prato e Monte Morello ignudo che ritoma a verzicare E, quand' limpida l'aria, negli
i
!

cocuzzolo cinto di muro) e

intervalli, in fondo, tra 1

monte Morello e
scorgono, blu,
gli
il

il

Sanarlo
!

e tra questo e

Puntoni,

si

Appennini

in questa cerchia
le

che proprio

tuo cuore, o

Toscana,

cose pi care e pi belle del

i luoghi eh' io conosco ad uno ad uno, mio mondo mia fanciullezza, la mia giovinezza, i miei sogni, i la
:

mondo

del

miei canti, l'amor disperato di libert randagia che voi


soltanto siete riusciti, incantando, a quietare.

O come
;

chiaro a voi

questo fanciullo

antico,
:

non stanco
!

come

chiara a
si

me

ogni vostra voce

la stessa della

prima volta e

rinnova ad ogni Primavera


solo,

Ah
intero,
ci

ecco

non sono pi

quass

son con me.


a essere,
i

Tutti siamo soli a

meno che uno non

giujiga
!

con
li

s.

Ma
:

avviene tanto di rado

pi non
soli-

arrivano mai

cercano affannosamente perch la

tudine lano
gli

spaura, cercano negli altri


!

uomini

e quando
essi

come

si
s'

affol-

poi, negli altri,

imbat-

tono in quella
riconoscono e ad
scolvolge e
Iddio.
li

che

andavan cercando di s, non lo pare nemico da come li turba e li


:

angoscia e lo vorrebbero annientare


:

ed

Ma

ora, quass, io

cristallo alla

mia

stessa

non sono pi solo son fatto luce etemo amore, la tua da


:

per tutto riflessa in giocondit

E mi

distendo,

felice,

sul

giallo caldo

dell'erba

una pecora trasecolata mi guarda; una sopra '1 mio capo, gorgheggia.
{Il

lodola, in cielo,

Figurinaio

le

Figurine).

117

GUELFO
nato
per
il

CIVININI

Livorno

il

agosto 1873, Giornalista.


.

Ha

scritto

teatro {Regina ecc.),

COLLABORAZIONI.
La
Patria (Roma), Avanti della Domenica (Roma), Riforma (Roma), Tribuna (Roma), Travaso delle Idee (Roma), Cor(Milano), Lettura (Milano), Illustrazione riere della Sera
.

Italiana (Milano).

OPERE.
L'Urna. 1901.

La ninna-nanna

del piccolo Alessio.

1904.

I Sentieri e le Nuvole. Milano, Treves, 19 11. Viaggio intorno alla guerra. Milano, Treves, 191 7. La Stella confidente. Milano, Treves, 191 8.

CRITICA.
G. A. BoRGESE.
1913-

La

vita e

il

Libro, 3 serie. Torino, Bocca,

L'

ISTANTANEA.

Voi non vedeste questa mattina, mentre uscivamo per la tranquilla

118

CIVININI
via solitaria dal nido, ed io

guardando

fiori di

mussolina
lilla

che trasparivan su un nastro

dimenticavo di dirvi addio.

(parea quel nastro languido

un segno
titolo,

posto in un roseo libro d amore

che avesse

il

vezzo d'ambra per


lettore

perch in un nuovo dolce convegno


fosse pi facile per
il

il

riaprirlo su quel capitolo).

voi
il

non vedeste poco lontana pocket kodak d'una britanna

dal dolce viso lentigginoso

lunga e sottile come una canna, che sorprende vaci


la

mano

in

mano

nel nostro idillio silenzioso.

Cos la piccola fotografia

entro

le

pagine d'un albumetto

con con
le

i i

ricordi di

Roma

bella,

costumi di Ciociaria,
Foro, la Navicella,

guardie svizzere, l'antico Ghetto,


Pietro,
il

San

andr lontano, lontano


verso la casa
verso

assai,

dell' inglesina,
il

un

salotto sovra

Tamigi

freddo e nebbioso, donde pi mai

119

GIVININI
vedr
il

sol

biondo di stamattina
cieli grigi.

romper ridendo dai

volte forse

alle sue

con Tesil mano magre pallide amiche


ci

l'ospite

bionda
gli
le

mostrer

a volte

occhi ceruH, invano

rievocante

spiagge apriche

su noi nostalgica rivolger,

che fra
tutto
la
le
il

le

cose

rammemoranti

Baedeker del suo viaggio


g'

ricordanza pi seducente

saran forse

ignoti

amanti

che in un giocondo mattin di maggio


ella intravide

fuggevolmente.

Passeran
fra l'alta

gii anni.

Quanti tramonti

entro al Tamigi scoloriranno

nebbia
le

Diverrem vecchi,

scoloriranno
e le
fra

nostre fronti,

memorie scoloriranno i mazzoUni di fiori secchi.

E
un

nella piccola fotografia

po' sbiadita noi resteremo

con una pallida malinconia come persone d'un 'altra et


ancor la

mano

ci

stringeremo,
?

ma

l'amor nostro dove sar

120

CIVININI

Oh

chi sa dove saremo, amica,

chi sa che

avremo nel cuore


!

stanco,

dove saranno quest'ore liete Noi gi saremo la moda antica


il

vezzo d'ambra,

l'abito bianco,
?

cose lontane... Perch piangete

(/ Sentieri e le Nuvole).

I2t

SERGIO CORAZZINI
nel 1887; fu per qualche tempo impiegato d'una societ d'assicurazioni. Fu amico di Marino Moretti, di F. M. Martini, di Alberto Tarchiani, di Giuseppe Vanni cola e di Aldo Palazzeschi. Mori tisico, a Roma, nel giugno del 1907.

nato a

Roma

negli uffici

OPERE.
Le dolcezze,
s.

d.
d.

L'amaro calice, s. Le aureole, s. d.


Elegia,

Piccolo Libro Inutile.

Roma,

1903.

frammento. Roma, 1906. Libro per la sera della Domenica. Roma, 1906.
Liriche, 2* ediz. Napoli, Ricciardi, 1914.

CRITICA.
D. Oliva {Giornale d' Italia, giugno 1907). G. CiviNiNi {Corriere della Sera, giugno 1907). A. Valori {Resto del Carlino, 15-16 giugno 1914).
P.

Pancrazi

{Gazzetta di

Venezia, giugno 1914).

122

CORAZZINI

A CARLO SIMONESCHI.
Carlo, malinconia

m' ha preso
perduto
Carlo,
:

forte,

sono

cos sia.

un giorno

eh' io sia

pi tenero, pi buono,
pi docile al perdono,

che in un lungo abbandono

ancora ignoto io dia,


malinconico dono,
tutta l'anima mia,

quel giorno, amico, prono

mi vedrai nella via morto di nostalgia


e
di malinconia.

Poi che, Carlo, ben sono

perduto

cos sia.

{L'amaro

calice).

LA CHIESA FU RICONSACRATA.
Il

sagrestano pazzo

travers la chiesa oscura,

lentamente, con
delle cliiavi

il

mazzo
alla cintura.

appeso

123

CORAZZINI
I frati nelle

piccole celle,

dicono

le

orazioni

della sera, poi,

quando

le

stelle

prime de l'Ave Maria stanno su le cose terrene,


ogni
al

monaco viene
letto,

suo piccolo

nitido

come un
il

altare,

e accende

limiinetto

la

Vergine Maria,

che non fa che lagrimare


perch ha sette spade, in core

danno acerba doglia, sempre acerba e sempre lenta! Poi ognuno si spoglia, e ognuno s'addormenta
che
le

nella pace del Signore.

L'acqua santiera di bronzo, tonda,

sembra \m occhio lagrimoso


che
a
il

suo pianto silenzioso


sulle

stille

fronti degli

uomini diffonda.

I confessionali,

con

le loro

tendine verdi

un

po' sciupate,

con

le

piccole grate

gialle

che nell'ombra sembrano d'oro, sonnecchiano allineati,


le

ognuno con
spente ai

sue due candele

lati.

Sono

essi,

alveari ove ronzino api,


?

peccati,

e l'assoluzione sia miele

124

CORAZZINI

Un
a
i

rosario di granatine

piedi del Crocifisso morente,

sembra sangue gocciato lentamente


dalla fronte coronata di spine.

Un

piccolo libro delle

Massime Eterne fu dimenticato sopra una sedia, aperto.

logoro. Certo,

d'una delle solite beghine

che vengono

la sera.
:

le pagine c' un Santo San Giovanni decollato dietro il Santo ima preghiera.

Fra

Il

libro dimenticato

aperto, Tunica bocca che parli


nella chiesa silenziosa,

l'unico occhio che veda, nella chiesa oscura,


la
Il

morte della creatura.


sagrestano recise la grossa
la

corda per cui pendeva d'avanti


di Cristo, la

figura

lampada rossa

con

la

sua fiamma quieta e pura.


pietre sepolcrali

La lampada cadde con sorda


percossa su
le
;

l'uomo con tre moti ugoaU


gir intorno al collo la corda e penzol nel vuoto.

Davanti il Crocifisso sembr un macabro voto

125

CORAZZINI
improvvisamente sorto
fra
il

Cielo e l'Abisso.

Poi che la lampada non e era pi

biancheggi davanti Ges

piamente

la cotta del sagrestano

morto.
[L'amavo
calice).

DESOLAZIONE

DEL POVERO POETA SENTIMENTALE.

I.

Perch tu mi
Io Io

dici

poeta

non sono un poeta. non sono che un piccolo fanciullo che piange. Vedi: io non ho che lagrime da offrire al Silenzio.
Perch tu mi dici
:

poeta

II

Le mie Le mie

tristezze sono povere tristezze


gioie furono semplici,

comuni.

semplici, cos, che se io dovessi

confessarle a te
[arrossirei.

Oggi

io

penso a morire.

I2

CORAZZINI

III.

Io voglio morire, solamente perch

sono

stanco;

solamente perch
su
le

grandi angioli
d'angoscia

vetrate delle cattedrali


e
;

mi fanno tremare d'amore

solamente perch, io sono, oramai,


rassegnato come uno specchio, come un povero specchio melanconico Vedi che io non sono un poeta sono un fanciullo triste che ha voglia
:

di

morire.

IV.

Oh, non meravigUarti della mia tristezza

non domandarmi io non saprei dirti che parole cos vane. Dio mio, cos vane, che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire. Le mie lagrime avrebbero l'aria di sgranare un rosaio di tristezza davanti alla mia anima sette volte dolente, ma io non sarei un poeta sarei sempHcemente un dolce e pensoso fanciullo cui avvenisse di pregare, cos, come canta e come
;
;

[dorme.

127

CORAZZINI

V.
Io

mi comunico
i

del silenzio,

cotidianamente, come
[di Ges.

sacerdoti del silenzio sono

romori
Dio.

poi che senza di essi io

non avrei cercato e trovato


[il

VI.

Questa notte ho dormito

con

le

mani

in croce.

Mi sembra

di essere

un
gli

piccolo

e dolce fanciullo

dimenticato da tutti

umani,
;

povera tenera preda del primo venuto


e desiderai di essere venduto, e di essere battuto,
di essere costretto a digitmare

per potermi mettere

a piangere tutto

solo,

disperatamente
in

triste,

un angolo

oscuro.

VII.

Io

amo

la vita

semplice delle cose.


vidi
sfogliarsi,
!

Quante passioni

poco

a poco,

per ogni cosa che se ne andava

Ma

tu non mi comprendi e

sorridi.

pensi eh' io sia malato

128

CORAZZINI

Vili.

Oh,

io

sono

veramente malato
giorno.

E muoio un poco ogni Vedi come le cosj.


:

Non
io

sono, dunque,

un poeta
:

so che per esser detto


!

poeta conviene

viver ben altra vita

non Amen.
Io

so.

Dio mio, che morire.


{Piccolo libro inutile).

PER ORGANO BARBERA


I.

Elemosina

triste

di vecchie arie sperdute,

vanit di un'offerta

che nessuno raccoglie

Primavera
in

di foglie

una via

diserta

Poveri ritornelli

che passano e ripassano


e sono di

come

uccelli
!

un
ci

cielo musicale

Ariette d'ospedale

che

sembra domandino
!

un'eco in elemosina

129
Poaii d^o^s^.

CORAZZINI

IL
Vedi
nessuno ascolta.

Sfogli la tua tristezza

monotona davanti
alla piccola casa

provinciale che

dorme

singhiozzi quel tuo brindisi


folle di

agonizzanti
volta,

una seconda

ritorni su' tuoi pianti

ostinati di povero
fanciullo incontentato,

e nessuno

ti

ascolta.
{Piccolo libro iiiiUile).

SERA DELLA DOMENICA.


Ora che
di
li li

organi

Barbera singhiozzano al crepuscolo


ultimi balli e le ultime canzoni

anche una volta, quasi una paura folle di rimanere


soli

neir imminente

ombra

li

tenga

ora che

poveri

amanti hanno sepolta


nel cuore senza piangere, la piccola

130

CORAZZINI
loro felicit domenicale,

vanno muti
il

per
al

noto viale
tristezza
;

convegno dell'ultima

ora che

il

pianto in maschera

di Sorriso
affetta

ancora un'aria disinvolta prima che scada il facile noleggio


;

dell'abito di gala

ora che nei conventi e ne' collegi

abbassano
asciugano
e
s'

le le

lampade,
lagrime,

imagina che nel Paradiso

ogni giorno sar

Domenica

ora che nei postriboU


le

femine

si

lasciano baciare

cantando il breve elogio funebre


della

verginit

il

Poeta, ebro di morte,


la Disperazione
il

viene a patti

con
le

che gU offre
sue

domani con tutte


ire sorde,

sue piccole
facili

le

rassegnazioni,

mentre gU ride in faccia

131

CORAZZINI
perch non seppe ancora morire di fame
!

{Libro per la sera della Domenica).

ELEMOSINA DEL SONNO.


Piccolo vecchio lebbroso,

tu sogni,

le

mani

sul ventre,

nell'ombra della via suburbana

odorata di gelsomini,
sogni

che

ti

hanno incoronato
la

re dei re

dunque

tua reggia
questa che fiammeggia
logge sul

maravigliosa,

come un rogo ? Sono tue queste

mare

quei vascelli

d oro ? Vengono a te da favolosi reami gli omaggi stupendi

quel buffone gobbo,

vestito di campanelli

d'argento,

narra a te un'originale
storia sentimentale

per farti sghignazzare

a tradimento

132

CORAZZINI
Piccolo vecchio lebbroso,

non

sorridere cos

L'alba grida da un ora per la via.


Destati
!

Non

vedi

che taluno

s'

fermato a guardare

quel tuo soitso

muto

d* idiota,

mentre
tu seguiti a sognare,
le

mani
?

sul ventre,

quella tua grande felicit

ignota

{Libro per la sera della Domenica)

DIALOGO DI MARIONETTE.

mi
Il

Perch, mia piccola regina,


fate morire di freddo
?

dorme potrei, quasi, cantarvi una canzone,


re
:

che non udrebbe

Oh, fatemi
!

il

salire sul balcone

Mio grazioso amico,


balcone di cartapesta,
ci

non

sopporterebbe

Volete farmi
senza testa
?

morke
sciogliete

Oh, piccola regina, lunghi capelli d'oro Poeta Non vedete


i
!
!

che

miei capelli sono


?

di stoppa

CORAZZINI

Oh perdonate Cos
?

Cosi... ?

Non mi

dite

una paxola,

io morir....
?

Come per questa sola ragione Siete Addio Vi sembra Oh, non avete rimpianti
?

ironica....
?

per l'ultimo nostro convegno


nella foresta di cartone
?

Io

non

ricordo,

mio
?...

dolce amore....

Ve ne andate
!

Per sempre
se

Oh, come

vorrei piangere
il

Ma

che posso

farci,

mio piccolo cuore


?

di legno

{Libro per la sera della Domenica).

CASTELLO IN ARIA.
Oh
piangi ancora, mia
!

piccola tenerezza

Piangi, fosse anche per un'ora

che
che

t'

importa

Sar questa

l'ultima grazia....

Non

sai
?

me

ne voglio andare

Ma

se tu

non

piangerai,

come

allora, per

una

134

CORAZZINI
improvvisa tristezza,
per una melanconia

senza causa, mia


piccola tenerezza,

come potr

quella sera,

mentre tu dormi e sogni la mia bocca, fuggire ?

Andarmene a morire
della Nostalgia
?

nel castello

{Libro per la sera della Dcnnenica).

SCENA COMICA FINALE.


L'ultimo Desiderio traballando
nell'ombra della porta

d'im postribolo fa
la

serenata alla Disperazione.


dai tegoli goccia pioggia sul balcone, a quando a

Ma
la

quando

forse la Bella

non apparir.
di

Che

sia

morta

fame

che un amante

le offra

tutte le lagrime
?

con un bel gesto galante

Ma non
per
le

trapela

chiuse imposte lume

di candela.

Converr cercarla altrove


peregrinare

135

CORAZZINI
per tutte
strisciare
le

taverne della
i

via,

lungo
spia

muri

come una

prima che lalba ruffiana torni e conduca alla sua casa li umani
L'ultimo Desiderio

con

la logora

chitarra a bandoliera

cerca per ore e ore


la

Disperazione.

Ma non
che

la trova....

la trover,

gli la Bella, fino dalla sera

nel cuore.
{Libro per la sera della Domenica).

BANDO.
Avanti
Signori
delle

Si

nelle sale della


!

accendano i lumi mia reggia


!

Ha

principio la vendita

mie

idee.
le

Avanti. Chi

vuole

Idee originali

a prezzi normali.
Io

vendo perch voglio


e dormire

raggomitolarmi al sole

come un gatto

fino alla consiunazione

136

il

CORAZZINI
de' secoli
!

Avanti

L'occasione

favorevole.

Non

ve ne andate, non ve ne andate


1

vendo a cos poco prezzo


Diventerete celebri

con pochi denari


Pensate
:

l'occasione

favorevole

Non

si

ripeter.

Oh

Non

abbiate timore di offendermi


!

con un'offerta irrisoria Che m' importa della gloria

E non

badate, Dio mio, non badate

troppo alla mia voce


piangevole
!

[Libro per la sera della Domenico).

137

GUIDO DA VERONA
nato a Saliceto Panaro (Modena)
dre anconitana.
il

7 settembre 1881, di
;

venduto le terre ereditate molto. Ora scrive romanzi e alleva cavalli da

Ha

maha viaggiato

corsa.

OPERE.
I frammenti d'un poema. Milano,, Sa ndron, 1902. Immortaliamo la vita. Milano, Libreria Edit. Nazionale, 1004. L'Amore che torna. Milano, Baldini e Castoldi, 1908.

Con

tutte le vele.

Colei che

non

si

Milano, Baldini e Castoldi, 1910. deve mar^. Milano, Baldini e Castoldi, 1910.

comincia domani. Milano, Baldini e Castoldi, 1912. Santo. Milano, Baldini e Castoldi, 1914. Mimi Bluette. Milano, Baldini e Castoldi, 1916. // libro del mio sogno errante. Milano, Baldini e Castoldi, 19 19.
vita
// Cavaliere dello Spirito

La

Sciogli la treccia,

Maria Maddalena.

Firenze,

Bemporad, 1920.

CRITICA.
P.

Pancrazi {Nuovo

Giornale, nlarzo 1919).

A. Baldini {Tempo, marzo 19 19). G. A. BoRGESE {Libri del Giorno, aprile 1919).

I.

N. MoscARDELLi {Tempo, aprile 1919). Bianchi. G. da V. Milano, Modernissima, 1919.

138

DA VERONA
M.
S.

FoRMONT

{Revue de Paris, 1919)-

Timpanaro. Scritti Liberisti, Napoli, Diana, 1919. S. Benco {Umana, 15 ottobre 1918). R. Serra. Le Lettere, Roma, Bontempelli,' 191 4. E. Cecchi {Tribuna, 28 novembre 1916).

L'AFFRICA.

Rari e spenti villaggi


stanze,

s*

inseguivano a lunghe di-

come

sentinelle dell'uomo verso la terra nofocolari di pietra.


la

made, che non ha pi Unica ed altissima


nella
le

montagna

di Artar si alzava

pianura scintillante, ove incominciavano a correre

cidente,

prime dune. Il deserto invisibile prolungava nell'occon lievi onde che appena si muovevano, le sue maree di sabbia. La notte era piena di uno spasimo fermo, di una
magnetica intensit, quasi di ima polvere azzurra,
che traversando
le

l'aria

diventasse

luce.

Nelle
infinite.

curve,

accese rotaie balenavano

come spade

Al sorgere di un'alba

striata, miracolosa,

come

se

il

mondo

fosse pieno di lapislazzuli e di berilli,


i

Ain Sele

fra pass, fra

suoi prati gonfi d'alfa e di drinn, fra

sue boscaglie d'alberi di pistacchi.

Le donne
nit,
I

del Gubli, scure,

con occhi a mandorla,


la bella Cristiana.

gi crespe di vello sudanese, logore di selvaggia mater-

venivano a guardare da vicino


le si

marmocchi arabi

premevano
139

in giro, nudi, oblun-

DA VERONA
ghi,

lucidi

come ghianda. Qualche negro spaventoso


alle orecchie,

rideva con la bocca sino

tenendo

la

mano

incastrata sotto l'ascella dell'opposto braccio, e cos

facendosi croce al petto, cosparso d'una lanugine ricciuta.

{Mimi

Bluette).

VECCHIE.
Scendono gi dallo scalone,
le vecchie,

un p 'curve,

un

po'

zoppe, contando, ricontando monete. Queste,

nei letti solitari, continuerebbero forse nel sonno a giuo-

care la partita inguadagnabile.

Un

po' di sudore freddo


;

ingrommerebbe
e
le

le loro fronti

calve

dormirebbero senza
i

dentiere, tossendo,

con

le ginocchia rattrappite,
sui
cristalli

ricci

mezze parrucche, sconvolte,


{Sciogli la treccia,

delle

specchiere.

Maria Maddalena)

PASSANTI.
Passa un prete maestoso, che lascia nel fango

le

larghe impronte de' suoi piedi apostolici. Passa una

bambinaia spettinata, con due fanciulli disobbedienti, che si trascina dietro come sacchi. Passa im fabbro, che porta su gli meri un pezzo di ringhiera. curvo e cicca. I suoi calzoni di velluto scuro, larghissimi, sono tenuti
in cintola

da una

fascia rossa.
{Sciogli la treccia.

Maria Maddalena),

140

GRAZIA DELEDDA

nata a Nuoro
eementa.ri.
v^elle.

18 anni

(Sardegna) nel 1875. Frequent io sole scuoio aveva gi scritto e pubblicato le prime

i^ani,

Nel 1900 spos un giovane lombardo, il signor Masi stabil a Roma. Ha due figli Sardus e Franz. suoi romanzi furono quasi tutti pubblicati dalU Nuova
e
:

Antologia, dalla Lettura e dal Corriere della Sera.


dotti
in

Furon

tra-

tutte

le

lingue europee ed ebbero molte edizioni.

OPERE.
Anime
oneste.

// vecchio della

1896 (ediz. Treves, 1900). montagna, igoo (ediz. Trcves, 1912).

Roma, Nuova Antologia, 1903. Roma, Nuova Antologia, 1904. Cenere. Roma, Nuova Antologia, 1904 (ediz. Kostalgie. Roma, Nuova Antologia, 1905 (ediz.
Elias Portolu.

U Edera.
/

TreveF, 1910). Treves, 1910).


(ed.

giochi della Vita. Milano, Treves, 1915.


del male.

La Via
//

Roma, Nuova

Antologia,

1906

Treves,

1914)-

nostro padrone. Milano, Treves, 1900. Sino al confine. Milano, Treves, 19 io. Nel deserto. Milano, Treves, 191 1. Colombi e Sparvieri. Milano, Treves, 1912.

Chiaroscuro. Milano, Treves, 191 2.

141

DELEDDA
Canne
L'edera
al vento.

Le colpe

Milano, Treves, 1913. Milano, Treves, 19 14. (dramma in coUaboraz. con C. Antona-Traversi)
altrui.

Il fanciullo nascosto.

Milano, Treves, 1912. Milano, Treves, 19T5.


Sivca. Milano, Treves, 1915.

Marianna
Il

TJ incendio nelVoliveto. Milano, Treves, 1918.

Ritorno del

figlio.

Milano, Treves, 19 19.

CRITICA.
E. Cecchi {Tribuna, 26 agosto 1911; 23 maggio 1912; 14 ottobre 191 2). G. A. BoRGESE, La Vita e il libro, 2^ serie. Bocca, ed., 1911.

R. Serra. Le

lettere,

Bontempelli

ed.,

Roma,

1914.

A. Baldini {Libri del giorno, nov. 1918). P. Pancrazi {Gazzetta di Venezia, 11 nov. 1914). E. Haguenin {Bevue des deux monies, 15 marzo 1903). M. Helys {Le Correspondant, 25 settembre T910).
C.

Segre

{Deutsche Rundschau, Berlino,

marzo

1909).

E.

RoD

Balla E. LuNDBERG Nyblom,


ckholm, 191 5).
G.

{Revue Bleue, Paris, 6 aot 1904). Ignacytol {Budapesti Szeml, gennaio 191 1).
{Srtryck
tir

Nordisk Fidskrift, Sto-

Bellonci

{Giornale d' Italia,

29 agosto 1914).

N. MoscARDELLi (// Tempo. Roma 2 ottobre 1918). A. Fanzini {L'Italia che scrive. Gennaio 1920).

NOEMI.

Noemi non amava n

l'una n l'altro, eppure, mentre

sedeva all'ombra calda della casa, in quel lungo pomeriggio luminoso, seguiva col pensiero nostalgico
il

viag-

gio delle sorelle.

Rivedeva

la chiesetta grigia e

rotonda

142

DELEDDA
mezzo alleiba del capanne in muratura entro
in e pittoresco
il

simile a

un gran nido capovolto

vasto cortile, la cinta di


cui
si

pigiava tutto

un popolo variopinto

come una

trib di zingari,

rozzo belvedere a colonne,

sopra la capanna destinata al prete; e lo sfondo azzurro, laggi gli alberi mormoranti, il mare che luccicava
fra
le

dune argentee. Pensando a queste


sentiva voglia di piangere,

dolci

cose,
le

Noemi

ma

si

morsicava
sua

labbra, vergognosa davanti a s stessa della


bolezza.

de-

Tutti
d'

gli

anni la primavera
:

le

dava questo senso


lei,

inquietudine

sogni della vita rifiorivano in

come

le rose fra le pietre dell'antico


crisi,

cimitero

ma

ella

capiva che era un periodo di

un

po' di debolezza

destinata a cessare coi primi calori estivi; e lasciava

che la sua fantasia viaggiasse, spinta dalla stessa calma

sonnolenta che stagnava attorno sul cortile

rosso di
di qual-

monte ombreggiato dal passaggio che nuvola, suir intero villaggio met dei cui
papaveri, sul
era alla festa.

abitanti

Eccola dunque col pensiero laggi.

Le par

d'essere ancora fanciulla,

arrampicata sul

belvedere del prete, in una sera di maggio.

luna di rame sorge dal mare, e tutto


d'oro e di perla.

il

Una grande mondo pare


suoi gridi
d' alaterni

lamentosi
il

il

cortile illuminato

La fisarmonica riempie coi da un fuoco


bruna del suonatore,
i

cui chiarore rossastro fa spiccare sul grigio del


visi

muro

la figura svelta e

violacei

donne e dei ragazzi che ballano il ballo sardo. Le ombre si muovono fantastiche sull'erba calpestata e sui muri della chiesa brillano i bottoni d'oro, i galdelle
;

loni argentei dei costumi,

tasti della fisarmonica

il

143

DELEDDA
resto
si

lunare.

perde nella penombra perlacea Noemi ricordava di non aver mai

della

notte

preso parte

diretta alla festa,


e
si

mentre

le

sorelle

maggiori ridevano

divertivano, e Lia accovacciata

come una

lepre in

un angolo erboso
meditava
la fuga.

del cortile forse fin da quel

tempo

durava nove giorni dei quali gli ultimi tre diventavano un ballo tondo continuo accompagnato da suoni e canti Noemi stava sempre sul belvedere, tra

La

festa

gli

avanzi del banchetto


i

intorno a

lei

scintillavano le

bottiglie vuote,

piatti rotti,

qualche mela d'un verde


;

ghiacciato,

un

anche le stelle dal ritmo della ma le bastava vedei la gente a divertirsi perch sperava di poter anche lei prender parte alla festa della vita.

un cucchiaino dimenticati oscillavano sopra il cortile come scosse danza. No, ella non ballava, non rideva,
vassoio e

Ma
svolta

gli

anni erano passati e la festa della vita s'era


paesetto,
e

lontana dal

per poterne

prender

parte sua sorella Lia era fuggita di casa....

Noemi, era rimasta sul balcone cadente della vecchia dimora come un tempo sul belvedere del prete.
Lei,

{Canne

al

Vento).

USIGNUOLO.

La primavera nuorese
seduto sulla porta
gialli,

sorrise allora al

povero Efix
ranuncoli

della

chiesetta.

Grandi

umidi come prime

di rugiada,
stelle

brillarono nei prati ar-

gentei, e le

apparse al cadere della

sera

144

DELEDDA
sorrisero ai fiori
:

il

cielo e la terra

parevano due specchi


sof-

che

si

riflettessero.

Un
monia

usignolo cant sull'albero solitario ancora

fuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta l'ardelle


il

lontananze serene, e

il

sorriso delle

stelle

ai fiori e

sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera

dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle

donne

dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che

vivono aspettando l'avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di l, e il passato, la patria perduta, l'amore,
il

il

delitto,

il

rimorso, la preghiera,

cantico del pellegrino che va e va e

non

sa dove pasla

ser la notte

ma

si

sente guidato

da Dio, e
il

solitudine

verde del poderetto laggi, la voce del fimne e degli ontani laggi, l'odore delle euforbie,
riso e
il
il

il

pianto di
il

Grixenda,

il

riso e
il

il

pianto di Noemi,
il

riso e

pianto

di lui, Efix,

riso e

pianto di tutto

mondo, trema-

vano e vibravano nelle note dell'usignuolo sopra l'albero solitario che pareva pi alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell'ultima foglia ficcata
dentro una
stella.

Ed ma

Efix ricominci a piangere.

Non sapeva

perch,

piangeva. Gli pareva di essere solo nel mondo, con

l'usignuolo per

compagno.
{Canne al Vento).

VITTORIA.
La madre non
rivo
;

apr neppure le labbra, alloro ar-

piccola, curva, seduta sul limitare della porta,


le

sgranava

fave raccolte nel suo diletto orticello, e solo

145
IO

Poeh'

d'o-g-i.

DELEDDA
gobbina scosse la brocca e trovandola vuota se la mise sul capo per andare alla fontana, sollev le palpebre grevi rossastre e guard Vittoria.

quando

la

Vittoria

le

si

aggirava attorno, lieve, pieghevole,


:

osservandola silenziosa

si

tolse

la

gonna,

la

sbatt

davanti
si

alla porta, sal di corsa nella sua

cameretta e
si

affacci alla finestra.


!

si

respirava,

era liberi,

almeno
fino

La brughiera

si

stendeva come un mare, verde


stazzo Zoncheddu, bianco

all'orizzonte, e lo

ma

una barca ferma in Nuvolette scure salivano dai monti mezzo alle onde. come aquile e a Vittoria sembrava di poter anche lei
arrossato dal crepuscolo, pareva
spiccare
il

volo. Libera

Libera

Respir forte e ritorn

una fava dal grembo di lei. Mammaredda, piccola madre, sentite, siamo tornate col frate di Monte Nieddu e V ho incaricato di dire ad Andrea che non lo voglio pi. La madre fissava le pallide fave che uscivano dalla buccia vellutata e scorrevano come perle verdoline fra le sue dita nere. Non sollev il viso, e quando Vittoria le
presso sua madre, curvandosi a prendere

ebbe raccontato ogni cosa disse piano, con voce dolce e rauca Vittoria, tuo padre beato diceva sempre che l'uomo non deve pretendere di guidare il suo simile. Tutti deboli siamo e soggetti all'errore. Ma egli mi diceva quando nostra figlia sar grande lascia che veda da s il suo bene e il suo male. Cos io ti ripeto Vittoria, bada a te
:

S,

credo di fare bene. Io non posso legarmi ad


altro.

Andrea perch ne amo un


accaduto

Ricordatevi ci che

alla loro madre....

146

DELEDDA

tu credi che sarai

felice

con

l'altro

Pensaci

bene, anima mia.


Vittoria alz le spalle,

ma
!

subito l'espressione del

suo viso

si

fece grave.

Non

questo,
!

madre

Non m' importa neppure


sfondo della bru-

della

felicit

guard a lungo

fuori, verso lo

ghiera, corrugando le sopracciglia. Sentiva a

un

tratto

un'angoscia misteriosa,

come

se la sera calasse

anche

dentro di

lei

il

bisogno di fermare la luce sull'orizil

zonte, di riempire
la spinsero

mondo

col grido della sua passione,

a cercare la fisarmonica ed a sedersi sullo

scalino della porta.

Con
il

lo

strumento appoggiato

al ginocchio,

reclin

capo a destra per ascoltare meglio


fini e
le

sue dita

come

le note, mentre le brune correvano sui tasti, dapprima lievi penne di un'ala, poi tenaci come artigli. In

breve tutta la brughiera fino all'orizzonte rosso parve


animarsi e palpitare. Erano gridi di gioia,
in macchia,
nelle

richiami

d'amore, lamenti di desiderio che andavano di macchia


di cespuglio in cespuglio

ombre

del crepuscolo

come cercando un fantasma che rispondesse

sullo stesso

diventavano gemiti,
e poi
si

non trovandolo tornavano indietro, che domandavano aiuto placavano e poi si mutavano in risate folli di
tono
:

singulti, voci

scherno.

Ma

dalla

profondit dello

strumento

saliva

un anelito dapprima lieve, poi rauco come il tremito della zampogna e piano piano cresceva anch'esso, si faceva mormorio di vento, fragore di mare e
ininterrotto
:

di boschi lontani

intorno quando
i

venti di

sembrava la voce di tutta la brughiera marzo la battono volavano


;

fiori, gli

uccelli

passavano stridendo ebbri di turbine

147

DELEDDA
e di

amore

la

passione prorompeva furiosa

poi s'acdi

quetava, tutto ritornava dolce e ardente,

dore desolato

ardore di

un argiugno, ardore di donna che


si

ma

aspetta pure sapendo di aspettare invano, e


della sua volutt di morte.

strugge

Meglio

vano moriva
la soffro,

gridava
in

la disperazione e la

il

turbine che
:

il

desiderio
il

nota acuta di Vittoria

grido

un
ti

sospiro,

mentre

sua cantilena nostalgica.

Io non so
la

la

nota bassa continuava


dirti quello
il

che

gemito dell'usignolo nel bosco. Noi saremo lontani, eppure io sar con te in cima alla montagna al sorgere del sole e
parler per

ma

me

voce del vento,

tu sarai con
Allora
i

me

in riva al

mare

al cadere della luna.

nostri occhi si diranno tutto, e la vita

non avr

pi misteri per noi. Allora sapremo che la nostra lon-

tananza era un sogno e che abbiamo vissuto sempre


assieme, da quando io fanciulla sognavo l'amore, da

quando tu adolescente sognavi

il

piacere.

Siamo

vissuti

assieme nella pena e nella gioia, lungo la strada ove

abbiamo trascinato
la

la

nostra miseria quotidiana. Eccola,


io

lunga strada che tu conosci, che


le

conosco

da una
i

parte

case miserabili degli uomini affaticati, dall'al-

tra le macchie d'alloro e di lentischio, gli asfodeli e

boschi di quercia.

Tu

hai guardato attraverso la siepe

pensando a me, io ho guardato attraverso la siepe pensando a te e desideravamo di entrare e di andare laggi per'ritrovarci, mentre eravamo uniti e il tuo cuore e il mio fiorivano assieme come la rosa doppia sopra il
:

muro

del cancello,...
la

Ma
toria

nota acuta insisteva

vieni, vieni

e Vit-

vedeva avanzarsi il bel giovine amante e l'aspettava vibrando tutta, non sapeva se di desiderio o

148

DELEDDA
di
la

pena

non sapeva
:

ci che

voleva da

lui, se il

bacio,

volutt o l'oblio

voleva qualche cosa che era di l

del bacio, della volutt, dell'oblio.

Che cosa, non sapeva

ma

ne

soffi iva e

ne gioiva, e la voce del piccolo struil

mento spandeva
intorno,
tutte le

suo grido nostalgico per tutte


l'

le terre

per

tutta

isola,

echeggiava
delle

nel cuore
loro

di

donne sedute

sul limitare

porte,

fondendosi col crepuscolo, inafferrabile e struggente co-

me

il

crepuscolo stesso.
{Colpe altrui).

SOLITUDINE.

miei compagni

tasticherie, per la

mia vicina

di

si burlavano di me per le mie fanmia vita casta e ritirata eppure una casa mi domand se era vero che avevo
:

bastonato un prete e un'altra mi diede buoni consigli

anche
Io

Hai venduto
la casa,

la

tua terra

adesso non vendere


!

che

denari portano sempre al vizio


stesso per
la

m'

irritavo contro questa piccola gente, poi

mi
;

irritavo contro
e

me

come da ragazzetto dopo

il mio inutile sdegno caduta da cavallo, me ne

andavo nei
di

d' intorni del paese fino all'altipiano o scendevo gi nella valle spinto da un profondo bisogno

solitudine.
il

Partivo

la

mattina presto e

se incon-

travo

dottore che andava a caccia facevamo assieme

un tratto di strada, ma poi uno tirava a dritta, l'altro a manca, desiderosi entrambi di star soli. Sebbene d'estate, il tempo qualche volta era fresco,

149

DELEDDA
soffiava
il

vento,

il

cielo

sembrava

il

mare, sparso

di

nuvolo immobili simili ad isole e a scogli argentei. Io percorrevo i sentieri pi scoscesi, fra maccliie
d'urbuto e di ginestra, e
viso e sul petto
il

vento che mi batteva sul


di

mi dava V impressione

qualcuno che
improvviso,

cercasse di spingermi indietro,

ma

scherzosamente. Veall'

niva

il

lieto soffio, si ritirava,

ritornava

pareva stesse in agguato aUo svolto del sentiero e mi


assalisse tutto
sulle roccie e di sballottarmi

ad un tratto con la speranza di abbattermi meglio dopo avermi vinto a volte mi pareva che il vento fosse animato e avesse voglia di lottare con me per divertirci assieme come fanno i ragazzi e sentivo anch' io una smania di saltellare, di combattere con gli elementi, di unificarmi con la natura che mi circondava. Quando mi trovavo in quello stato d'animo dimenticavo tutto e tutti Colomba,
:

suoi parenti,

il

paese intero, persino

miei studi.

bimbo in grembo alla madre io mi sentivo cullato e sicuro quando sedevo sulle roccie o posavo la testa sull'erba. Il vento era mio fratello, le nuvole i sogni che non potevan tradirmi l'eco la sola voce che non potesse ingannarmi. Un giorno rifeci la strada fino alle roccie simili a un castello, e andai in cerca di zio le pietre che avevano forma d'un caInnassiu Arras mino naturale conservavano un po' di cenere e di tizzi spenti, ma il vecchio non c'era Gira e rigira a un tratto mi sento chiamare da una voce sonora, alla quale segu tosto un nitrito di cavallo e poi un ragho lamentoso e il canto d'un gallo che stona
il
;

Come

stranamente nella pace armoniosa del luogo. Erano due studenti di Nuoro miei antichi compagni andavano a fare una scampagnata in un ovile l vicino

150

DELEDDA
e m'invitarono. Li seguii e
lass,

passammo anche

la

notte

cantando e ridendo. Quello che imitava la voce degli animali e il canto degli uccelli aveva un flauto e d'un tratto nel silenzio della sera cominci a suonare tranquilla s'ud un lamento d'assiuolo, melanconico e
:

cadenzato, or vicino or lontano


spirito

errante

nella

notte.

come il grido di uno Lo studente suonava il


;

flauto, l'assiuolo

rispondeva col suo lamento

il

pae-

saggio notturno parve animarsi di folletti e di fate, di


ninfe e di fauni, di cervi che
di lepri
si

rincorrevano nel bosco e


Il

che danzavano alla luna.

dolore e la

menzogna
fantastico.

erano scomparsi dalla terra e solo una melanconia piacevole velava la dolcezza di quel

mondo
si

Anche dopo che


mentati sotto
fra le roccie.
le loro

miei compagni

furono addor-

bisaccie io rimasi a fantasticare


la sera in cui

Ricordavo
c'era

avevo ballato
allora
;

con Colomba e mi ritrovavo nel

mondo sognato

ma

ella, ella

non

io

desideravo pi che

ci fosse.
le

Provavo l'ebbrezza della solitudine e ascoltavo


delle cose
:

voci

il

cielo

davanti a
;

me

sopra
le

il

mare mi sem-

brava un orizzonte boreale


il

sentivo

pecore a brucare
;

rumore degli steli spezzati le roccie sotto la luna mi parevano torri tutto era bello e fantastico. Quando vidi una forma strana avanzarsi sul sentiero con una grossa gobba sulle spalle, un corno sul capo e accanto al corno una scintilla, non mi meravigliai. Lo credetti un fauno. Ma egli si ferm, mi fiss bene e mi salut. Che fai tu da queste parti ? Zio Innassiu Ed io oggi v' ho cercato
fieno e

distinguevo

il

{Colombi

Sparvieri).

151

LUCIANO FOLGORE
nato a
rista

Roma

nel giugno i888.

fin

dalla fondazione

Grazia e Giustizia (Culti). vero nome Omero Vecchi.

Appartiene al gruppo futu impiegato al Ministero Ufficiale durante la guerra. Il suo


(1909).

COLLABORAZIONI.
Lacerba (Firenze), Voce (Firenze), Italia Futurista (Roma), Avanscoperta (Roma), Diana (Napoli), Dinamo (Roma), Rivista di Milano (Milano), Tempo (Roma), Sic (Parigi).

OPERE.
Canio dei Motori (versi Ponti sull'Oceano (versi
Poesia, 191 4. Crepapelle (Risate).
liberi).

liberi

Milano, Poesia, 1912. parole in libert). Milano,

Roma,

Ugoietti, 1919.

Citt veloce (lirismo sintetico).

Roma,

Voce, 191 9-

CRITICA.
P. Pancrazi {Adriatico, ottobre 191 2). A. Calza {Giornale d' Italia, luglio 191 2). R. Canudo {Mercure de Franca, ottobre 1912).

152

FOLGORE
{Giornale delV Isola, maggio 1915)Robertis [Voce, gennaio, 1916; Progresso, 27 L. Fiumi {La Diana, gennaio 1916).

F.

Meriano

G.

De

die. 1919)-

CAFF NOTTURNI.

Porta a vetri
fumi,

dentro lumi,

ala di profumi.

Porta di legno contorcimenti di voci


;

traverso

le fessure.
:

Caff notturni

insenature di luce nell'ombra,

macchie di suono
nella opacit della quiete.

Maniglia
tintinno di bottiglia.

Un uomo

nero

che penetra
nel denso mistero,

una donna ebra


che scivola
nella fresca corrente di tenebra.

Urto;
parole, insulti
;

fragore di porta,
passi leggeri, striscia di sciarpa rosa.

Caff notturni

campane

di

un vetro
D

di volutt

FOLGORE
trasparente,
facce pesanti,

mani untuose

acconciature livide.

Perdizione
del sonno, del denaro, della vita
(triangolo infame).

La morte di catrame in un angolo


:

gocciolamento

dell'olio essenziale

dal vaso del cuore,

entro un abisso senza fondo.

Divani di seta
vellichio di
vestiti lisci
;

piume.
pelli diafane,

barlumi di

tepore di trine,
sentore di anelli,
capelli d'aroma, cappelli di vento.

Rotondit carezzevoli che premono,


carne di velluto,
schiene grasse,
ventri flosci
;

gambe
:

basse,

banchieri, cortigiane
aristocrazia delle

dame

flusso e riflusso di molle


Profili

ciarpame.

d'abbandoni
;

sulla seta, a la spalliera

aria indefinita della sera.

154

FOLGORE
Tavolini di

marmo

(Bottiglie sfaccettate,

caraffe di terso cristallo,

chiazze di piattini,
ballo di tazze).

Quanto

peso, quanto calore

Due

gomiti,
:

una testa immensit di pensieri una goccia di pianto tra due bicchieri.
Piedi, piedi sulle

gambe

di ferro.
!

Maledetta

l'

insonnia degU uomini

Pareti

accecamento dei lumi,


luce,

riflessi incrociati

con esiU braccia nervose di


urto di voci cognite,
straniere,

comandi che

strisciano,

conversazioni che rampano,

bestemmie che avvampano. Polvere, molta polvere


:

consumo

infinito

del vecchio piancito.

Sono

le tre. Si

chiude

Lampada

in

mezzo

(occhio multiplo)

luminoso limo della tenebra.

Facce intorno

155

FOLGORE
circolo di

maschere

livide.

Donna con

occhi di nero,
;

bocca di sangue artificiale Unea di naso pugnale di tenacia


:

merletti di nebbia su seni


in sfacelo,

un

velo,

una

sciarpa,

qualche scarpina lucida,

una calza

sottile, sottile.

Teste calve, mani glabre occhi d'assenzio,


scivolamenti di desiderio
dolore noia,

materiati nei gesti nelle dita

che cercano,

sfiorano, tentano.

il

giuoco

lampeggiamento

di carte,

cadere di scudi, marenghi,

onore

sudore d'attesa,
orrore della perdita,
viscida gioia della vincita.

L,

il

doppio padrone
i

spia verso l'uscio,

avidit lungo

tavoli verdi.
:

camerieri muti

automi
....

di fresco, di caldo.

di fuoco, d'eccitamento.

Dieci.... venti.... cento....

Sono

le

quattro,

si

chiude

K.6

FOLGORE
Fuori ronda di guardie,
ostacoli di porte,
i

malviventi lontani, in sonno,

e la giustizia

che rade inerte


la

caduta intermittente
getti costanti nel buio

d'anime, di cervelli, d'affetti,


i

degli

uomini cenci.

Caff notturni pi smorti,


fosforescenze,
barlumi....

L'alba vicina
alle

immense

finestre

ignude

palpitamento
di vele di fresco,

brulicho di rumori....

Si chiude

Si chiude

Si chiude

{Ponti sull'Oceano).

SENSAZIONE DI TURBINE.
Ansia.

Gonfia imminenza di morte.

Le case sagomate i campaniU stagliati


;

le

porte incise.

Bronzee lastre di silenzio. Tra cielo di nubi lanose,


e terra di calma.

FOLGORE
il

cuore,
fili

sospeso ai
dell'

interminabili

ignota paura.
battistrada leggiero
:

Un

fremito di fronde, bricioli di carta,


strepito indistinto nei giardini,
sui selciati....

Un

rapido squadrone

nuvole di polvere,
flutto di

palpito di veli,

qua
Una

tende

e l

misterioso vacillo della citt.

turba balzante in arme

cappelli,

gonne in

aria,

accecanti orde di polvere.

Un

esercito interminabile di ribelli

usci, finestre, porte

schiantati

fragorio di vetri, panni volanti,


spettri balzanti,

braccia spalancate a un davanzale

contro sforzi di persiane.

Un

urlo di

maree popolose

espresse dal grigiastro, cavernoso

estuario degli orizzonti.


Sosta.

Pausa nella musica vertiginosa. Tremola qualcosa


e
si

posa.

Poi di nuovo furibonde,


le le

onde dei venti,


correnti del turbine,
le

trascinano

case tra nebbie di polvere,


'

158

FOLGORE
incalzano
i

giardini scapigliati.

Poi di nuovo
il

suono,

il

rombo,

il

frastuono,

e l'orchestra formidabile,

con trombe di camini, con timpani di vetri, con grancasse di portoni,


e violini, violini di
fili

telegrafici,

Schizza
la

talvolta

dalle

nubi

fulminea bacchetta

del maestro uragano,


sul

poema

sinfonico dei venti.


(Ponti sull'Oceano)

1-/

CORRADO COVONI
nato a Tamara (Ferrara) il 28 ottobre 1884. Cominci prestissimo a scrivere e a pubblicare. Era proprietario di belle e buone terre nel ferrarese che poi ha dovuto vendere. Ha
fatto l'impiegato,
il

soldato, l'allevatore di polli, di maiali, di

cigni e di serpenti a sonagli ecc.


(Ariele e Aladino).

Ha

moglie e due bambini

COLLABORAZIONI.
Poesia (Milano),
(Ferrara),
vista di

Voce

(Firenze),

Lacerba (Firenze), Myricae

Riviera Ligure

(Oneglia),

Diana

(Napoli),

Ri-

Milano (Milano).

OPERE.
Le Fiale. Firenze, Lumachi, 1903,

Armonie in
Fuochi
Poesie

grigio ed in silenzio. Firenze,

Lumachi, 1903.
1907.

d'artifizio.

Palermo, 1905.

Gli Aborti. Ferrara, Tipog. Taddei-Soati.


elettriche.

Milano, Edizioni di Poesia, 191 1. La Neve. Firenze, I^ Voce, 1914. Rarefazioni. Milano, edizioni di Poesia, 1915.

La

caccia all'usignuolo. Milano, Istit. Edit. Ital.,

191 5.
1915.

L* inaugurazione della Primavera. Firenze,

La Voce,

160

GOVONI
Poesie
scelie.

Feirara, Taddei,

1918.

La Santa

Verde. Ferrara, Taddei,

1919.

CRITICA.
A. Baldini (Rassegna ItnL, agosto 1918), G. Papini. Testimonianze, Milano, Pacchi, 1918. E. Cecchi [Angio Italian Revieio, march 1919) L. Fiumi. C. G., Ferrara, Taddei, 1918.
G. Rabizzani {L'Italia che scrive, 191 8). G. BoiNE. Piansi e Botte. Firenze, La Voce, 1918. E. Thoviz [Gazzetta del Popolo, 4 gennaio 1920).

IL PICCHIO.

Chi

laggi, quel dottore

che, nel
ascolta

campo

di

canepa in

fiore,
?

ad uno ad uno

tutti gli alberi

d*

Sembra, quel fitto martellare, un fantastico legnaiuolo


il

che inchiodi tutto

giorno bare

con una furibonda lena, solo, l, tra pezze di canepa e di stoppia. Ogni tanto si ferma e scoppia, fuggendo via all'impazzata,
in un'atroce funebre risata.
{Poesie elettriche)

161
ir

Foeit d'oggi.

COVONI

L'ALBERGO DEL PELLEGRINO.

albergo provinciale,

vecchio albergo del Pellegrino,

dove dolce riposar male dopo un aspro cammino Albergo d'altri tempi, quando viaggiare era uno svago, sotto il sole o tra i nembi, e ogni meta rendeva pago quando non c'era questa smania
!

di correre d'adesso,

che

ci affatica e ci dilania,

e s'arrivava

pur

lo stesso.

Dalle vetrate

si profila

un

giardino,

un po'

tetro,

con un getto che fila la sua malinconia di vetro.


Ci sono corvi imbalsamati
sulla credenza oscura,

e lunghi corni lucidati

contro la iettatura.

In un quadro, c' un viandante, lungo una via infinita

che indica, tra bagnate piante,

una rossa citt turrita. Com' strano quel pellegrino


col suo cappello a larga tesa,
il

bordone e

la

zucca appesa,

162

COVONI
che
gli
?

Chi

grava sul sanrocchino San Rocco, che sopporta,


I

curvo, dei

mah

suoi la

sema

Tannhuser, che vien da con la speranza morta ?


il

Roma

Oh, se potessi anch*io, con quest'anima che non crede, andare fino a Roma, e Dio
supplicare d'un po' di fede
!

Forse Aasvero,

l'

impietoso,

dannato a ramingar pel mondo


senza un minuto di riposo,

senza morir mai, moribondo.

Ma

che strazio, che pena

quel dover sempre andare andare,

come l'acqua nel mare Eppur fa bene e rasserena,


!

qui nella calda quiete,

pensando che

l fuori piove

e nevica e fa freddo altrove,

mirar sulla parete,


i

piedi travagliati

di quel
l,

povero pellegrino,

ch' ancora in

cammino,

mentre noi siamo gi arrivati. Oh, dolce udire, al nostro arrivo,


echeggiar sulle scale
il

c-c intempestivo

del vecchio pendolo murale,


e
il decrepito pappagallo che dalla sua gruccia,

con una voce

di metallo,

163

COVONI
vi chiede l'ora e si cor r uccia
1

Dolcezza, scendere,

un mattino

d'autunno, freddo e lento,


per la pioggia e col vento,
all'albergo del Pellegrino
!

Con un'amante

provinciale,

a cui fanno da ombrello, con due candide ale, le rose smorte del cappello.
(L*

inaugurazione della primavera)

POVERT
Quando non
allora sar
avi; pi niente povero povero,

pi della chiocciola
che gira con
il

suo castello
sole

come

l'arrotino,
il

pi del rospo che prende


sul marciapiede contro

come un lebbroso senza fame


il

muro.

Ma

che cosa ha

la lucciola cerinaia ?

E non povero anche l'usignolo emigrante Penso che cosa far, che ci son tante cose che possono far quelli che non sanno far nulla
che non hanno pi nulla.
Se facessi
il

lustrascarpe

164

GOVONT
Potrei anche tenere

una cassetta
Se facessi
il

di candele rosa....
?

Se imparassi a suonare l'organino


pastore
?

Dev'esser bello mungere


portare in collo
i

le

pecore

belanti agnellini

piantar lo stazzo nel chiaror di luna.

Andrei col gregge per

le

vie maestre,

mi

lascerei crescere la
il

barba

porterei

lunghissimo mantello

di pesante bigello,
farei la calza in

mezzo

ai prati
il

andrei a vender la ricotta ed

formaggio,

un cane che mi vorrebbe bene.


avrei

Non

potrei fare lo spazzino

Andare
di paese in paese

con

la

mia mercanzia

specchi tascabiH,
pettini, spilli, nastri, fazzoletti, saponette,

poveri oggetti di chincaglieria


contrattare con
le

ragazze

bramose intorno
tirare
il

al sacco aperto,

soldo,

fare qualche regalo


ai clienti fedeU.

gettar la

per la

Lo spazzino

mia voce campagna


:

triste

spazzino

!...

Esser fratello dell'arrotino

l6

COVONI
dello spazzacamino del

magnano

dello zingaro del bottaio....

Dormir la notte in un fienile mangiare sopra un paracarro riposare dietro una siepe in fiore.... E salutare con la mano i mendicanti,

come dei vecchi che vanno sotto


delle case

amici,
le finestre

a fare

loro auguri.

Potrei fare lo strillone


in qualche gran citt,

gridare

le

notizie di disgrazie

alle signore

ch*escon dal teatro

con brividi di gemme,


cforrere

anch' io

dietro

una lucida carrozza


il

agitando

fogUo bianco
burattini

come un

fazzoletto per l'addio.


i

se facessi
i

bambini ? Qualche cosa far. Vender qualche cosa anch 'io. Quando non avr pi niente allora sar povero povero....
per
[Inaugurazione della primavera)

i66

COVONI

LE COSE CHE FANNO LA PRIMAVERA.

L'acqua rimbalzante dei passeri sui tetti. La ghirlanda umida di viole che le rondini
sospendono intorno
all'alba.

al cornicione della casa,

L'ombrello verde del mendicante di campagna


che va in elemosina sotto la pioggia.

L'organo di Barberia che suona nel sobborgo


il

valzer triste della

Vedova

Allegra.

Le bianche nuvole di polvere checorron dietro agli automobiH. Le lucciole nel camposanto.
Il

giardiniere che vernicia

sediU di legno del viale.


cortile.

L'innaffiatoio rosso
Il

abbandonato nel

ciuffo d'erba fresca nella gronda,


la

fontana che fa la piscia

dentro
sotto

il suo cerchio, mentre passan le guardie, col bastone il

braccio, senza far contravvenzione.

L'asino del frate cercatore

che

s'

impuntigha
le

in

mezzo

alla strada

a non voler andar pi avanti

malgrado

legnate del padrone,

perch passata l'asina dell'ortolano.

Una

rosa finta nel cappello d'una signora divorabile.

quella nuvola fanciulla


si

che

dondola laggi

167

COVONI
voluttuosamente
rinfrescando tutto
del roseo delle sue
il

cielo

gambe ignude,

sull'altalena della doppia voce

del cuculo.
{Inaugurazione della primavera]

IL

MENDICANTE

DI

CAMPAGNA.

distruzione completa del


che va lentamente
e che
si

Un

grande ombrello rosso

cielo

con due scarpe enormi che odorano nel fango

un cane randagio affamato ferma ad annusare curiosamente.


{Inaugurazione della primavera).

NEL CIMITERO DI CORBETTA.


Povera creatura
Io
ti

inutile

conesco forse.

Eri una delle tante bambine


eh' io vidi nei cortili delle cascine,
scalza, seduta sul limitare

con
e

la

tazza di latte sui ginocchi

un gran pane di frumentone ai denti o con le compagne intenta a giucca re.


i68

COVONI
Eri anche bella e accarezzata

da
ti

tutti

quando

il

male
e pi nessuno

spense in un istante.
t'

Ora

hanno sepolta
si

stasera

ricorder di te.
;

Tranne tua madre che non dormir sospirer guardando il tuo lettino
vuoto accanto
alla finestra

nera

aperta sulla notte di primavera,

pensando ch'eri cos piccola


(s,

ma

il

becchino
la fossa
!

ha sudato scavandoti
profonda come
s,

la

sua vanga

ma non

tanto
!)

che tua madre per te non pianga


e che sei qui sotto sola nella e che forse hai

tomba oscura

paura

tu ch'eri cos piccola


che bastava una lucciola

pendula ad uno stelo a lungo la via


;

farti

lume

cos piccola e leggiera


nella tua culla che bastava a

muoverla

l'onda dell'avemaria

O povera innocente dormi in pace Che anche tu avrai come ogni misero
!

la

tua fresca coroncina che


il

di vetro

ragno

che tesse tesse e non sa nulla


ti

rinnover ogni mattina

169

GOVONI
e invece del lettino bianco

nella
sei

camera nera

adagiata in una culla

d'odori della primavera,


e se

non

senti pi la voce della tua


ti

mamma,

hai l'usignolo che

canta

la

ninna nanna.

{Inaugurazione della primavera).

170

GUIDO GOZZANO
nato
a Torino il 19 dicembre 1883, La sua cattiva salute concesse di laurearsi in legge. Viaggi in India. Mori 9 agosto 191 6.
gli

non
il

COLLABORAZIONI.
Stampa
(Torino), Lettura (Milano),

Nuova Avtologia (Roma),


Ligure
(Torino).
(Oneglia),

Illmtraziont.

Italiana (Milano), Riviera

Resto del Carlino (Bologna), La

Stampa

OPERE.
La Via
del Rifugio. Torino, Streglio, 1906. I Colloqui. Milano, Treves, 191 1.
"^

Verso la cuna del mondo. Milano, Treves, 191 7. L'Altare del Passato. Milano, Treves, 1918.

L'Ultima

traccia.

Milano, Treves, 1919.

CRITICA.
R. ^Serra. Lettere, Roma, Bontempelli, 1914. G. A. BoRGESE {Stampa, 27 febbraio 191 1). F. Pastonchi {Corriere della sera, io giugno 1907). E, Cecchi {Tribuna, 6 marzo 191 1).
G. S.

Gargano {Marzocco, 23 aprile 1911 ; 20 agosto 1916). D. Oliva {Giornalr 'l'TfnJir/ 17 marzo 191 1).

171

GOZZANO
G De
Frenzi
[Resto del Carlino, io giugno 1907).

A. GuGLiELMiNETTi [Lettura, settembre 1916). P. Pancrazi [Gazzetta di Vevezia, agosto 1916).

G. Bellonci [Giornale d'Italia, io agosto 1916).

COCOTTE.

I.

Ho

rivisto

il

giardino,

il

giardinetto

contiguo,

le

palme del

viale,

la cancellata

rozza dalla quale

mi

protese la

mano ed

il

confetto....

II.

Piccolino, che fai solo soletto

?
.

Sto giocando al Diluvio Universale


gli

Accennai cose che scodellavo nella sabbia,


stromenti,
le

bizzarre

ed

chin come chi abbia un bacio e fretta di ritrarre la bocca, e mi baci di tra le sbarre come si bacia un uccellino in gabbia. Sempre eh' io viva rivedr V incanto
ella si

fretta di

di quel suo volto tra le sbarre

quadre
;

La nuca mi
ed
io

serr con

mani

ladre

stupivo di vedermi accanto

al viso, quella

bocca tanto, tanto

diversa dalla bocca di mia

Madre

172

GOZZANO

Piccolino,

ti

piaccio che
?

mi guardi
e
il

Sei qui pei bagni


S....

Ed

affittate l

?
?
>>

vedi la mia

Mamma

mio Pap

Subito mi lasci, con negli sguardi

un vano sogno un vano sogno

(ricordai pi tardi)

di maternit....

Una

cocotte

!...

Che vuol

dire.

Mammina
:

)>

Vuol dire una cattiva signorina non bisogna parlare alla vicina
!

Co-co -t te....

La

strana voce parigina

dava alla mia fantasia bambina un senso buffo d'ovo e di gallina.... Pensavo deit favoleggiate
:

naviganti e

1'

Isole FeUci....

Co-co-tte.... le fate intese

a malefici

con cibi e con bevande affatturate Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici
!

III.

Un

giorno

giorni dopo mi chiam


:

tra le sbarre fiorite di verbene

mi vuoi pi bene vero che tu sei una cocotte ? Perdutamente rise.... E mi baci
piccoHno, non
le

!...

con

pupille di tristezza piene.

^73

GOZZANO

IV.

Fra le gioie defunte e i disinganni, dopo vent anni, oggi si ravviva


il

tuo

sorriso....
?

Dove
?

sei cattiva

Signorina

Sei viva

Come
anni
il

inganni
!)

(meglio per te

non

essere pi viva
?

la discesa terribile degli

Cime
e
il

Da

che non giova

tuo belletto

cosmetico gi fa

mala prova

amante disert l'alcova.... uno il piccolo folletto che donasti d' un bacio e d'un confetto, dopo vent 'anni, oggi, ti ritrova T'amo in sogno, e t'ama, in sogno, e dice
l'ultimo

Uno,

sol

Da

quel mattino

dell' infanzia

pura
!

forse

ho amato

te sola,

o creatura
!

Forse ho amato te sola

ti

richiamo

Se

leggi questi versi di richiamo


ti

ritorna a chi
Vieni.

aspetta, o creatura
se

Che importa

non
?

sei

pi quella

che mi baci quattrenne


!

Oggi t'agogno,

o vestita di tempo Oggi ho bisogno del tuo passato Ti rifar bella


!

come Carlotta, come Graziella, come tutte le donne del mio sogno Il mio sogno nutrito d'abbandono,
!

di rimpianto.

che

Non amo che le rose non colsi. Non amo che le cose
174

GOZZANO
che potevano essere e non sono
state....

Vedo

la casa,

ecco

le

rose
I

del bel giardino di ve nt anni or sono

Oltre le sbarre

il

tuo giardino intatto

fra gli eucalipti liguri si spazia....

Vieni

T'accoglier
il

lanima

sazia.
;

Fa
ti

eh' io riveda

tuo volto disfatto

bader

rifiorir, nell'atto,

sulla tua

Vieni

bocca l'ultima tua grazia. Sar come se a me, per mano,

tu riportasti
Il

me

stesso

d'allora

bimbo parler con la Signora. Risorgeremo dal tempo lontano. Vieni Sar come se a te, per mano,
!

io riportassi te, giovine ancora.


(Colloqui).

175

AMALIA GUGLIELMINETTI
nata a Torino nel i88g. Fece studi disparati
attratta dalla poesia.

ma

presto

fu

COLLABORAZIONE.
Stampa
(Torino),

Giornale di Sicilia (Palermo), Letinva (Mi(Milano), Illustrazione Italiana

lano), Secolo

XX

(Milano),

Tempo (Roma),

Resto del Carlino (Bologna).

OPERE.
Voci di Giovinezza. Torino, Roux e Viarengo, 1904. Le Vergini Folli. Torino, Roux e Viarengo, 1907. Le Seduzioni. Milano, Treves, 1910. Insonne. Milano, Treves, 1913. L'Amante Ignoto. Milano, Treves, igii. / volti dell'amore. Milano, Treves, 19I3. Anime allo specchio. Milano, Treves. Nei cicisbei (commedia), 191 8. Fiabe in versi. Ostiglia, Bibliotechina della Lampada. Le ove inutili. Milano, Treves, 191 9.

CRITICA.
F.

D. Mantovani {Stampa, 14 maggio 1907). Pastonchi {Corriere della Sera, io giugno 1907),

I7

GUGLIELMINETTI
E. Parodi {Marzocco, i8 luglio, 1909). R. SiMONi (Corriere della Sera, 19 settembre 1909)G. A. BoRGESE {Stampa, 17 maggio 1909)G. De Frenzi {Riv, di Roma, 25 luglio 1919)E. Cecchi {Tribuna, 8 giugno 1911; 11 luglio 1913).

G. S.
E.
E.

Gargano {Marzocco, 23 luglio 1911)Thovez {Stampa, 29 maggio 1913).


Janni
1914)-

{Corriere della Sera,

15

novembre

1913);

G.
P.

Beixonci
Pancrazi

{Giornale d' Italia, 28 settembre 191 3


{Resto del Carlino, agosto 1919)Lettere,

3 aprile

R. Serra. Le

Roma, Bontempelli,

1914-

RISPOSTE.

Perch

gli

occhi ho

grandi, cos ombrati di sfumature

viola e cos oscure le palpebre tu

mi domandi.

te

splende fra

cigli

un

riso fanciullesco

un candore tuttora fresco, con cui guardi e ti meravigli.

Possiedi ancora

perci senza

il dono dell'adolescenza che sogna, menzogna ti parlo e con qualche abban-

[dono.
I

miei occhi son larghi perch' io non

li

chiudo, perch* io

godo poco
Forse

l'oblio del

sonno e

suoi gravi letarghi.

me

li

dilata l'ombra vasta delle notturne


essi

insonnie

son urne ricolme di vita vegliata.

Ma guardano

al di

In essi non mai

qua dei sogni e al di l delle forme. dorme la divina curiosit.


{U Insonne).

177
12

Poeti

tfogjip.

GUGLIELMINETTI

MATTINI.

Pensa
del

Fu l'anno in cui
?

lasciai le

monache
?

mio convento

l'anno avanti o appresso

Tu,

aprii, vestivi le
ci

tue rosee tonache.


in

Insieme

destammo

uno

stesso

mattino, tu con l'anima leggera,


io col piccolo

cuore cos oppresso

Tu

inverno, io

bimba

ci cull la sera

io aprii le ciglia fatta giovinetta,

tu apristi
Forse
il

i cieli,

fatto primavera.

succo di qualche violetta


l'

bistr de' miei assorti occhi

incavo....

Ormai ero

colei

che sa ed aspetta

e a qualche avido sguardo sussultavo.


{Le Seduzioni).

ASPREZZE.
Aspra son
di marzo,
il

io

come quel vento vivo

quale par crudo di geli

ma

discioghe la neve su pel clivo.


di

Vento
pigri,

marzo che agita

gli steli

scopre viole in mezzo all'erba,


cieli.

scompiglia erranti nuvole pei

178

GUGLIELMINETTI
Asprigna io sono e rido un poco acerba mordere pi che accarezzar mi piace ed apparir pi che non sia superba.
;

Come

il

vento di marzo

io

non d pace

godo sferzare ogni anima sopita, e trarne V ire a un impeto vivace


per sentirla vibrar fra
le

mie

dita.
{Le Seduzioni).

179

PIERO JAHIER
nato a Genova Tu aprile 1884 di famiglia piemontese. Studi '> nella Facolt Valdese di Teologia di Firenze. Ne usci e fu irapiegato delle Ferrovie fino al 191 1 quando entr, come gerente, nella Libreria della Voce. Si laure in legge e in lettere francesi. Ufficiale volontario degli Alpini dal 1916 al 1919,

dopo

la ritirata

fond e diresse VAsiico giornale delle trincee,

lavoro che ha ripreso da borghese con // nuovo contadino, giornale del popolo agricoltore.

COLLABORAZIONI.
La
Voce (Firenze), Lacevba (Firenze), Riviera Ligure (Oneglia),
Resto
del

Carlino

(Bologna),

France-Italie

(Firenze),

La

Diana

(Napoli),

(Milano),

UAmiti de Francc (Parigi), Popolo Rivista di Milano (Milano).

d'Italia

OPERE.
ResuUanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi. Firenze, La Voce, 191 5. Canti di soldati raccolti da barba Piero. Zona di Guerra, Tipogiafa dell' Astico, 191 8 (fuori commercio). Canti di Soldati raccolti da P. J. armonizzati da Vittorio Gui Trento, 191 9 (fuori commercio). Canti di soldati, Casa Editrice Musicale Sonzogno. Milano, 19 19.

180

JAHIER
me e cmt gli Alpini. Primo Voce, igig. Ragazzo. Roma, La Voce, 1919.
Con
Quaderno,
Firenze,

La

CRITICA.
E. Cecchi [La Tribuna, 19 luglio 1912, 25 febbraio 1916, 23 settembre 1918, 21 agosto 1918, 22 luglio 1919; Mavchester

Guardian, 20 gennaio 1919).


G. A.
A.

BoRGESE [Corriere della Sera, 17 dicembre Valori (// Resto del Carlino, 9 marzo 1912)
;

1912).
12

G. Prezzolini {La Voce, 30 aprile 1915 zo 1919 e 3 agosto 1919).


Ci.

V Epoca,
191 8.

mar-

Boine. Plausi

e Botte.

Firenze,
Italia,

La Voce,

Bellonci {// Giornale d' A. Baldini [U Illustrazione


G,

24 dicembre 1915). Italiana, 29 settembre 1918); La

Ronda, N. i, giugno 1919). A. Fanzini (// Marzocco, 30 marzo 1919). P. Pancrazi (// Nuovo Giornale, maggio 1919). U Fracchia {L'Idea Nazionale, 8 maggio 1919).
A. Momigliano {Rivista di Milano, 5 maggio 19 19). G. Lipparini {Resto del Carlino, 26 maggio 1919). F. Palazzi {Italia che scrive, giugno 1919).

G.

Lombardo-Radice
gio 1919).

(L'

Educazione Nazionale, N.
1914.

i,

mag-

R, Serra. Le Lettere,

Roma, Bontempelli,

CANTO DELLA SPOSA.

Se

pavimenti odorano di ragia

se splende in ordine la sua

povera casa

se

respira
il

nei fiori

se gli salta in collo

pi chiaro

bambino

181

JAHIER
se
la

riposa
la

gota fresca di bagno contro


forse
forse

sua mascella dura

m' incoroner di uno sguardo scioglier in un sorriso la sua cura.

..

Ma
forse

chi conosce

il

suo pensiero

il Sito

desiderio si gi allontanato.

Voltati e ricevi la casa dell* tutta ricordi di


nelle stanze

anima che quando


vuote
si

li

amore abbiamo

portati

sente battere
ci

il

nostro cuore.

Per un'amara parola che


tutt'oggi

hai lasciato stamani


seduta....

non mi sono

Ma
ma

ci

nega uno sguardo la sera


perduta.

anche questa giornata


* * *

Se non

si

dimentica, se non
se

si

consola

non

si

rasserena

se la se

sua carezza
la

mancata

non confida

sua pena

allora questa casa sbagliata


allora la vecchia fede viUpesa.

Sei

un uomo, e forse volevi una donna di non una fedelt, ma una sorpresa. O se non mi avesse sposata
!

gioia

almeno sarebbe durato l'amore un poco per giorno te l'avrei misurato.,..

Ma
il

chi conosce

il

suo pensiero

suo desiderio

si allontanato.

182

JAHIER

* * *

Mi sono aperta troppo, mi sono sfogliata son brutta e non ho pi nulla da dare nessuno mi ha insegnato a vestire perch mi levavano i fiocchi quand'ero piccina Allora la vecchia fede mi ha ingannata allora non gU son pi vicina.
Sei brutta e hai perso
il
il

suo pensiero

suo desiderio

si

allontanato.

Ma

dicevi che bello

il

viso pi usato
:

dolce carezza la

ora

ti
ti

aspetta

mano operosa la mano ruvida


il

ora

aspetta

viso scavato

ora, finita la donna,


ti

aspetta la tua sposa.

* * *

Ritorna, te che sei stato

il

mio
sulle

fidanzato,

quando camminavamo
la

cime
mancare.

strada d'oro che solo insieme possiamo scoprire.


ti

Quel che

manca

in

me, l'amore
ti

te lo fa

Amami

e sono vergine ancora

tanto bene nuovo

debbo ancora

dare....

183

JAHIER

Ma
non

solo cose assenti lo

cose invisibili lo

fanno amare fanno soffrire


vero.

per

me

che sono sempre uguale

io che son tanto noiosa,

Allora se fossi lontana


allora
se

potessi
il

morire....

Ma

chi conosce

suo pensiero...

{Riviera Ligure, 19 febbraio 191 6).

FRATELLO.

mezz ora
e
il

di strada

pometi

rosai ex-padronali

fiammoi, villa-caserma tra


conforta
ritrovare alla

stessa opera

viso amico dell'ultimo fratello minore.

Ora soltanto, all'uniforme, al comando, alla vita propria, riconosciuto uomo. Con sorpresa e pentimento del suo fratello padre. Perch siamo separati ora. Non che non ci amiamo godiamo di' ritrovarci nella somiglianza di impegno e di intenzione ci scambiamo piccoli favori affettuosi con sobriet di parole, ci
;
;

lodano reciprocamente
trove.

nostri soldati
;

ma

c' riserbo
al-

tra noi sulle cose gravi

ma

la

sua confidenza va
tasse e l'appetito

Quando crescevano tanto

le

ho

dimenticato che anche l'anima sarebbe cresciuta.

Ecco la separazione. L' ho ricevuto in casa come un peso, lui che prendeva legge dal suo maggiore, che replicava all'autorit materna sentiremo quando torner Piero.
:

184

JAHIER
Gli

Ho

ho affogato neireconomia la venerazione. di nuovo commesso l'eterno peccato del povero.


povero
cui
la

Dicesi

quislione

SUSSISTENZA
uomo
il

diventata prima.

Sempre
ti

lo stesso discorso

sei

giorno che

separi pagandoti la vita.

Scontalo ora.

Ecco
sabile

la

guerra e mentre

il

destino vi riimisce

alla

stessa fatica

d'amore e l'amore diventato indispenil

come
seguo,

pane, siete separati.


fa

Lo

mentre

manovrare
;

alla

voce
;

bello

il
;

suo affezionato plotone lontano

fatto, ora

20 anni e di tutto

il

capo pi alto di ogni suo alpino.


nella

Pu
i

vivere

solitario

canonica cagliata
;

tra
;

gerani rossi del prete patriotta


;

non

tasta

le

ragazze

non gioca

non

un
:

collega ufficiale.

Basta a s stesso

uomo.
ai

Sar all'armonio o

soldati
il

(Anzi ora malato

perch non prese mantellina


siccome non l'avevano loro).

giorno della

bufera

zione,

mio fratello minore rilevato, sangue buon campione d'uomo. l'orgoglio di genitore s rammarica che
il

di priva-

il

figlio-

fratello sia cos suo, sia cos separato.

L'orgoglio vorrebbe pubblicare r ho fatto anch' io questo il mio primo


:
:

figliolo

uomo.
Esce dalla mia casa.

Era un gracHno che impensieriva r ha lasciato.


Son
io

quando
perch
si

pap
irro-

che l'ho

mandato

alle Valli

bustisse tutte le estati.

185

JAHIER
Con me ha
Graner,
io
:

sceso in cordata

faccia nord

il

bianco di maldimontagna e V ho consolato


il

che avrebbe fatto pi tardi

fermo cuore alpino.


glie-

Son io che ho custodito lo spirito della casa e r ho comunicato. Potevamo esser travolti dovunque dal mare
l'economia.

del-

storia.

l'orgoglio di genitore che vede solo la

propria

Questo separa.
se

Ma

entri nella sua storia invece, ecco l'amore

che lega.
Dice
la

sua storia

Chi dimentica come cresciuto

Diciannove anni, senza spensieratezza mai.

Non
gli

sei

tu che
il

1'

hai fatto

uomo,

ma

la patria

che
di

ha fatto

suo primo vestito.


:

(E ricordati che su questo scherzava


F, cappello di M, giacchetta di Z).

berretto

Chi non guarda indietro, ragazzo cresciuto ?

le

tappe di passione del

La montagna La natura
partito
:

part solo la prima volta,

coU'uomo

che passa, e torn colla febbre,

il

ma

colla visione.

con 5
:

lire

ragazzo che ha telegrafato

lui

perch acchiappato

il

Parnas-

sius Apollo che sta solo sulle cime.

L'armonio

vero che fatto col tuo scritto l'ar-

monio

ma

tu dicevi

quant' noioso

sempre a quel-

l'armonio.

il

suo vizio l'armonio.

E
lui

lui

paziente a indovinar quelle testine nere, e


gli

perseverante a comprar
;

albums Peters coi denari

delle ripetizioni

ma

ora scroscia colle 800 canne del

vecchio organo veneto in

Duomo

(guardano in

su

186

JAHIER
1000 soldati perch un alpino che suona)
rende
rola.
l'aria lui

che

ti

di casa

come non potrebbe nessuna pail

Dunque non commettere anche


nitore.

peccato del ge-

suo Va bene che sia suo Un padre la separazione di

necessario.

una generazione.

Te

la sei dovuta dare. una distanza la disciplina. GU hai reso odioso non essere indipendente.

Per questo

si

Uberato.
la disciplina.
i

anche inimicizia

L' hai obbhgato a adempiere

doveri volgari nel

misero

mondo

quotidiano, invece che sentirsi angelo


cieli

spodestato nei

dell'armonia.

Per questo entrato nell'armonia vera.

Ma
nitore.

ora non commettere

il

peccato eterno del ge-

Ora
tirarsi e di soltanto

suo.

Ora

{finito.
il

Ritirati, fratello-padre,

perch
:

momento
il

di ri-

guardare

questo forte adolescente che sorpassa di tutto


ogni alpino.

capo

Tanto pi

forte del suo fratello padre.

Con meno

fantasia e

meno
il

violenza.

Ma
alpino
:

pi bont vera.
capitano
Giaiero suo avo

Che deve somigUare


lequel estoit fort

comme un

lion et

doux comme un

agneau

Dunque addio, Enrico Dunque va e continua.


187

JAHIER
Profittare

ogni giorno

di questa chiarezza di morihoido che la guerra ha donato.

{Con me

con

gli Alpini).

SILENZIO.

Tutto

il

giorno questo scansarsi reverente,

tutto il
tre

giorno questi lunghi saluti

passi prima la ma^io alla visiera,


fitto

quattro passi durante lo sguardo

in cuore.

chi sono io.


li

superiore ?

Questi saluti chi

ha meritati ?
annerati

Ma

la sera, giornata finita,


i

traversando

cortili

son io che sulVattenti, rigido,


la

mano
e

alla

tesa

tutti e

ciascuno

per questa notte

per questa vita


soldati.

vi saluto, miei

[Con me

con

gli Alpini).

CANTO DI MARCIA.
Prima giornata di primavera. Giornata impegnativa. Ora la stagione non potr pi tornare indietro.

nato sole pulito e sano E cresce sicuro e s' infoca


goscia invernale.

stamani.

a vendicare

la

lunga an-

l88

JAHIER
In

questo suo

giorno,

Solo pi chiazze e lastroni che


gi incavernati e minati.

quanta neve colato suonan vuoto al passo


i

accanto all'ultimo bianco


;

cittini alla cerca del

primo verde per insalata che lo dimenticano per il primo fiore


fiore

che dimenticheranno per tutti che son tanti e tanti


;

fiori,

che

son

tutti nuovi,

che fan correre da

uno

all'altro colore

che non c'entrano pi nelle manine che per una lucertola fiori tanti strappati con ansia
; ;

sola baster

a far dimenticare tutta la manciata finch sgusciano via piano piano e diventan per terra le strisce di Puccettino
;

Onnipotente sole come


I

fai

dimenticare

morti son tutti sepolti.


l'

ha vinto l'anno chi ha vinto Le case son tutte abbandonate.


Inutile casa di rifugio,
sei triste

invernata.

come

e fumicata

Ma

noi
!

Uscite

perch

sgomberiamo nel
le

sole

che

ci

rassicura

frane son tutte colate


felice.

finita la vita scura....


il

Tutto ubbidisce
I

potente sole

bucati arretrati che infestonan di bianco la collina.

rami capovolti che squillano sulle siepi. Fin Tareoplano nemico che non potr farci male
I

ch'

una vespina gialla incantata lass nel E le donne che lavoravano arcigne a lume
:

bagliore.
di lima

per guadagnare

che son questi

visi

accogUenti, che

son queste

mani immerse

nel fosso con soddisfazione,

che son queste voci chiare a salutare.

189

JAHIER
Ciascuno ritrova una sua famiglia in questa umanit rasserenata che ci viene a incontrare.

Alla testa della colonna

anch' io vado incontro alle dorme che sono di tutti,

siccome noi soldati non abbiamo nessuno, e saluto


Sani,

femmene : o il magnifico saluto Nondimeno slam passati attraverso


!

la gioia

con un

pensiero riposto, noi alpini soldati.

Primavera, stagione di offensiva.

venuta.

Non

potr pi tornare indietro.

Salutavamo tutto per l'ultima volta. E mi nato il Canto di marcia mentre salutavamo. {Con me e con gli Alpini).

CANTO DI MARCIA.
L'angelo verderame che benedice la vallata
e nella lui che

nebbia ha tanto aspettato

stamani ha suonato adunata

lui che

ha annunziato

Uscite, perch la terra riferma e sicura

traspare cielo alle crune dei campanili


e le

montagne

livide

accendon rosa di benedizione

Uscite, perch le frane son tutte colate

e sulla
-finita

la

vita

scura
il

panna

di neve si posa

lampo arancione

190

JAHIER
Ingommino
rosseggino
tutti
i

le

gemme,
delV uva
dei
fiori

hroccoletti

gli

occhiolini

riscoppino

nel

seccume

Si schiuda
e la farfalla

il

bozzolo nero alla trave


fiato.

tenera galleggi ancora sul

Scoteie nel vento


e

il

lenzolo malato

risperate

guarigione

scarcerate la bestia e l'aratro


e riprendete affezione.

Uscite! perch la

terra

nera

fuma
il

tranquilla e sicura

ribrilla
e

Verba novellina
riposa

sulla

panna lontana

lampo arancione.

Allora siamo usciti anche noi alpini soldati


la triste fila

nera che serra con rassegnazione


il

ma quando
una
chi

sole ci

ha

toccati

voce ha alzato canzone:

ha chiesto
e la zolla

alla

rama

di fiorire

perch ha sgelato ?

la cornacchia
e il cucii

pu

restare o partire
:

nessuno sa se ha cantato

la terra alla

femmina,

la patria al soldato

questa l'ultima marcia e

andiamo a morire.

191

JAHIER

Ma perch
ma

siamo

soli,

perche partiamo
creature

uscite,

tutte le
tristi,

perch siamo

perch abbandoniamo

salutateci pure.

Siate la nostra donna, siate


scesi

nostri figlioli

per incontrare
:

siate la nostra terra, siate i nostri lavori

uscite perch vi

vogliamo amare.

*
*

Vengano

le

spose

lava, lasciate il

pratino

Verha seccher sola,

ma non
pronta

ripasser Volpino.

Splenda

la falce

al fieno

novo

V ultima nostra lepre sgroppi ancora dal covo


tutti i

Vengano
solo

bambini
i

solo

per vederli sgranare


pare

nel viso tanto sudicio

vetri degli occhietti fini


:
!

per potergli rispondere quando chiamano

Risuoni
e la

il

zufolo fresco di salcio

mondato

vena d'argento risbocchi dal nevato

Vengano

nonni

vecio, fin

stracchi, ma : no st a passar quando no semo tornadi. Scuse e sani v, mare

ani,

Poi, quando saremo passati, non vi allontanate:


fateci

un

ricordo

immenso,

alzate le

mani

192

JAHIER
richiamateci con

perch

siete voi che

un gran grido non potete venire.


V ultima marcia

Allora

questa

ma non

importa se andiamo a morire.

Quota 1016, Aprile.


Vangelo verderame l'angelo trombettiere sulla guglia del campanile di Belluno. padre pare
.

sani scuse a laggi.


e
lavi

commiato veneto.
{Con me
e

con

gli Alpini).

RITRATTO DEL SOLDATO SOMACAL LUIGL

Il

Soldato

SOMACAL
alla

dell'84,

3* categoria
fino

era

Luigi da Castion

recluta

stato cretino dalla nascita

manovale

chiamata.

Cretino vuol dir trascurato da piccolo, denutrito,


inselvatichito.

Manovale vuol
porta
i

dir servo operaio, mestiere sprez-

zato. Il suo lavoro consisteva in nulla essere tutto fare.

Ne
litare.

segni

il

corpo presentato alla visita mialla

Somacal ha

offerto

patria

un

fardello

di

ossa tribolate in posizione di manovale.

Sporge in fuori Tosso dell'anca che aiuta a camminar sciancati


di calcina
:

quando

si

deve equilibrare

la

secchia

193
13

Poeti d'oggi.

JAHIER
gli

ingranaggi

dei

suoi

ginocchi

pesanti
;

gonfi di

nocciolini reumatici
il

suo busto
;

empiono i pantaloni una groppa che aspetta

in

eterno

di ricevere pesi

la testa si rannicchia fra le spalle

come cosa ingomla

brante,

perch un

uomo che

porta,

testa gli

noia

corame chiaro stringono sempre il per non inciampare. badile lo sguardo cerca terra Questa la posizione del manovale in cui Somacal si presentato. Somacal deve star sulla posizione di attenti, invece.
le

sue
;

mani

di

E che cos'

la posizione di attenti

che

dovete

prender subito voi, se siete


le

buon

militare
le

se

non

calcagna unite sulla stessa linea,


e

punte dei piedi

eil

gualmente aperte
petto aperto,
le

distanti fra loro quanto


il

hmgo

piede, le ginocchia tese senza sforzo,


il

busto a piombo,
le

le

spalle

alla

stessa

altezza,

braccia

pendenti,

mani naturalmente
le

aperte

con

le

palme

rivolte verso

coscie,

le

dita unite col pollice lungo la

costura laterale dei pantaloni, la testa alta e diritta, lo

sguardo diretto

avanti ?

La

posizione d'attenti la negazione della sua vita.

vi

Somacal vorrebbe essere buon soldato, perch un mestiere che consiste nel passeggiar col fucile e
passano la minestra,
tale e quale,
(lui
il

pane e
gli

il

vestito

come

agli altri

che non

toccava che
il

resti

quan-

d'era in squadra operaia),

ma
il

suo corpo tutte queste

cose

non le pu fare. Prova l'attenti prova


;

saluto

ma quando

gli

pare di esser riuscito, la


nersi
tesa,
le

mano non

resiste

pi a mante[vieni

ginocchia cominciano a tremare

194

JAHIER
presto, capo vale, a verificare) e

quando

il

caporale arriva

lui,

tutto ha ceduto.

Il

tornata la posizione di manovale.

Somacal in

uniforme un burattino.
caporale lo tira fuori dai ranghi, lo fa marciar
e ridono tanto
i

solo

suoi paesani cottimisti con

lui

per la

anche allora una


Infine

Germania perch Ve qua Somacal che era macia . Ci vuole, in carovana,

per sopportar la fatica.

Somacal interrogato e, parlando, scopre l'ultima qualit di burattino ha anche la lisca Soma:

cai Luigi. Per essere completo.

Somacal gU hanno impedito di imparar l'operaio perch era cosi buon manovale. Ora gli impediranno di imparare il soldato per serbarlo ridicolo.
Ci vuole in camerata
la noia.
;

una macia

per sopportare

la

vero che Somacal

si si

rinfagotta, che

non sa

farsi

cravatta (perch non

deve sforzar

il

collo chi vuol

sibile

mette il cappello torto (perch imposche sul suo cappello ci sia un fregio); ma se c' una giacca macchiata alla vestizione finir certo sulla groppa
portare), che si
di

Somacal Luigi
scappatore
la
il

sar suo

il

fucile

che non ha tempo,

fucile

e la scarpa del gigante che nessuno

ha voluto, e
tutti, invece,

borraccia che

geme

mentre sar di

suo barattolo di grasso che tesorizzava


il

nel
il

buco del tavolato, o

suo stoppaccio per nettare

il

fucile.

Su Somacal
viene ripreso
:

tutti

si

arrangiano
far ridere

una

festa

quando

ora

ci

nostro burattino.

195

JAHIER

* *

soldato

Ma appunto perch si sente ammodo la gloria.


C' speranza di riuscire.
Il

burattino, diventare

un

suo tenente non ha riso quando V ha guardato

anzi ha detto che

un

soldato

non conta per quel che


per quello che sa di-

r han fatto
ventare.

suoi parenti,

ma

un tenente che conosce ; manovale ha detto come la donna di casa che anche se fa tutto non riconosciuta, ma poi quando si soldati e oggi manca il bottone, e domani il fondo della mutanda ghe voleva la femmena partito ah ! si dice

qua via
fcile

C' speranza. Per due, per quattro sar troppo dif-

ancora

Ma

ci

son delle cose, intanto, da poter

imparare.

nessuno fa perch tutti


i
;

Somacal imparer, intanto, a far bene quello che lo sanno fare correr fuori tra primi all'adunata arronciglioler le cignohne ramaz:

zer per levare

non per farlo Poi imparer gh esercizi quando


il

sudicio e

sparlile

li

tutti

fare e
cai,

sbaghano perch tanto


li

sanno fare

che sta attento,

far bene, allora

Soma Non sar


;
.

li

sanno

pili tirato fuori

per marciare di fronte


;

guida destr

Odo

Somacal, vegni fora v


il

no

st

a far confusion

diceva

caporale.

Ora
.

mmiero

uno o numero due

Somacal sa

sparire

196

JAHIER
Forse
Poi
rare
:

il

tenente

che conosce

si

accorger che ha

uigHorato.
la

marcia

ma

per la marcia non ha da impail

si

tratta di andar sotto

peso

una cosa

di

prima.

Poi imparer a tener pulito il fucile nessima canna lustrer come la sua fategli ispezionami : ecco la luminosa spira delle quattro rigatui'e. So macai
;
:

tranquillo
lui

sul fucile

non

ci

sar osservazione.
ci

Lo

sa

che

granellini di polvere

(tappato, in camerata,

ma

non non lo

possono entrare
;

dite

proibito).

Ormai Somacal

sta per riuscire soldato.

Ma

invece, pervenuto a questo punto, ecco che

non

pu pi bastare. Ecco ancora qualcosa di nuovo. Ecco il Tiro. Il fucile non era fatto per crooiatet e ispezionarmi ma per tirare. E Somacal non pu tirare. Somacal ha dovuto tener sempre aperti bene i due
occhi in vita e invece al Tiro di recluta bisogna chiu-

derne uno. Impossibile farlo stare.

Se provi a tapparlo con una mano,

come

farai

sbarare

?
il

se rivolti

cappello e lo tappi colla tesa

non ba-

sta ancora.

Quel cane di occhio seguita a vedere.


Bisogna bendarlo
col
fazzoletto.

Unico rimedio.

Dunque Somacal si avanza verso la stazione di tiro bendato, come a mosca cieca. Ah se il tenente non lo vedesse ah se lo lascias! !

sero

accomodar tranquillo a suo modo E proprio lo hanno lasciato e ha fatto


!

30,

Soma-

cai Luigi.

Ed

successa la cosa meravigliosa.

197


JAHIER
Che
si
il

suo tenente lo ha visto e


per rimproverare
;

si
;

avvicina. Che

non
chialui

avvicinato

che

lo

ha

mato

SOM AC AL LUIGI
ora
.

che viene per parlare a


invece
:

che vorrebbe esser sotterra


la posision d' atenti

odo Somacal,

Che ha chiamato anche


cai,

il

capitano

Odo,

Soma

sguardo diretto avanti

all' infinito.

Ecco
il

-il

mio amico Somacal che ha

fatto trenta

dice

tenente.

Dice proprio amico.

Amico

lo

chiama, anche dopo. Perch anche


di imparare la vita.

lui

ha cercato come Somacal

Gh

dar

il

permesso, scriver alla sua donna di

accogherlo bene perch un buon soldato, suo amico.

* * *

allora che

Somacal ha inaugurato
descriverlo noi che

il

suo nuovo

sguardo di redenzione.

Non possiamo
redenti mai.

non siamo

stati

una cosa nuova

non l'aveva mai

fatta vedere

perch nessuno ne aveva cercato.

Ma doveva

averla pronta sotto quegli occhi d'an-

gelo serafico montati in

un

viso di cretino pellagroso.


di ridere.

che

allora che

Somacal ha smesso
al

Somacal sorride
lo incontra lo

suo tenente, invece


cieli

sempre

porta in alto nei

dell'amore con

quel sorriso di redenzione.

riesce

allora che

Somacal

siccome

si

sente felice-

a non

farsi riformare.

198

JAHIER
I nocciolini

reumatici

lo

mandano due

volte

sotto

rassegna,

ma

Somacal torna alpino.

Gli scoprono
all'Ospitale.

un

fi

de gola grossa (gozzo)

laggi

Ma
Non

Somacal resta alpino.


per la patria.
patria.

Somacal non sapr mai cos'

Ma
fine.

perch

si

sente in un'aria buona.


in
quell'aria

Vorrebbe
Vorrebbe

rimanere

buona

fino

alla

sentirsi ripetere

che
il

il

suo amico.

Purch

lo dica

ancora

sei

mio amico.

Certo,
sei
il

Somacal,

soldato

stronco,

uomo

zimbello,

mio amico.

Ho

trovato vicino a te l'onore d' Italia. Dico che in basso l'onore d' ItaUa, Somacal Luigi.
{Con

me

con gli Alpini).

RITRATTO DI CONTADINO.
Il

luogo di nascita fu quello del nonno di suo padre.

L'anno di nascita fu
Il

negli anni della guerra

giorno di nascita fu Berhngaccio perch tra-

mandato che la mamma volle subito la schiacciata ora che v' ho fatto una vanga e se non ci andavano
a prendergliela al mercato, saltava dal letto
lei.

199

JAHIER
Da
piccolo
il

suo

nome
il

fu Girino perch solo la te-

sta gli cresceva bene e

resto

non venendo a paragone

era tutto testa e coda da impressionare.

Ma

anche

perch girava tutti

cantucci per andar di corpo a

modo

suo, sciolto e verde


glielo

tale quale

il

suo nipotino.

(Dunque
ricavo

lasciatelo sfogare,

dico a queste donne : non nulla, come anch' io che pure a ventanni ca-

un quintale). quando si fu rimesso in pari colla testa, ma mangiava troppo pane, fu mandato a imparare le pecore

a opra.

A buio dava l'andi alle pecore fitte che camminano come la pioggia e hanno paura d'aver paura. E impar l'arte dell'erbe nei prati che non sono
mai
ste

uguali.
il

Parte

pastore da quelli in bassura


soli

erbe pi

le-

a spigrir novelhne ai primi

annacquati,

erbe minute leggere che con due colpi di bazza la

pecora
Sale

le
il

ha

belle brucate.

pastore all'alpe per prati vergini a solatio


fiorire.

che senn ingiallano presto e voglion


:

Posa il pastore sui prati d'alpe erbe brune umorose che il gregge fatica a strappare.
,

Torna

il

pastore ai prati primi che han preso

tempo

di ributtare.

Quando torna

gli

vien di belare.

Impar Tor alla mostra del cielo. Impar il sesso al montone fintolo che quando

arma non intende


e

belo
sulle

studi

creazione

torpide

pregne

sempre

sbrancate a riposare

200

JAHIER
{Per questo a veglia quando gli chiesero V altra sera
dite voi,
:

nonnino, come fu la prima : una bruna o una mora ? disse : una bianca perch era una pecora, era)

ma

badava
;

le

madri che

tutti gli agnelli le voglion

poppare

e nella giacca riponeva

Tumido

agnellino cilestro

ancora allungato dalla trazione, che dopo Taria di

pancia ogni

fiato lo fa tremare.

Che torn in casa fu l'anno quando rifecero il tetto alla chiesa e mor il suo fratello maggiore. Allora impar la terra da guardar sempre basso sconta d'aver tanto guardato in cielo. Dopo questa altro non c' da imparare. E era fatto uomo.

E E

il

il

suo nome d'uomo fu Spalla. suo sangue cominci a farlo tribolare con tanta

piena di seme che vuole sfogo.

non poteva reggere a trovarsela davanti che


le

si

chinava tutta per segar pagHa pi lunga al grano,


intanto
le

ma

polpe

bianche come due alberelle scorzate

lasciava vedere,

ma

intanto al resto faceva pensare

che

proprio

lo

levava dai

pantaloni con

quella

stagione.

L'anno che tirava 40


rono a parlare.
Poi subito fecero
i

i1

gran gentile

si

comincia-

fogli
:

perch dicevano in piazza


scuote
le

al ritorno d'essersi parlati

lei

penne come ima

gallina stata a covare


i

Spalla ha le scarpe pulite

ma

ginocchielli terrosi.

Dunque

fu la sua sposa contenta perch

uno in

201

JAHIER
collo

uno in corpo

non

c'

tempo

di

potersi

scon-

tentare.

Solo gU fa carico di quelle tante scosse V inverno

a letto senza ragione. Ma lui dice che erano


che che
la lo riscalda
il

il

meglio piatto di Cena


le

pietanza del povero V inverno tra

lenzuola;

completo

sonno riposato. E ci proftta anche la creatura che se impostata V inverno viene


che fa
state

al

mondo

l'e-

che

il

mondo almeno

un

bel vedere.

Non

voleva conoscere di essere invecchiato.

Se vecchio lo faranno riposare.

Se vecchio sar a carico dei

fgUoli.

Diceva
diceva
:

mi

invecchiata la

gamba
serbati

ma

se

i denti mi si sono invecchiati, quando cascavano lo sapevo, li avrei

e andavo a Firenze a farmeli rimontare.

Solo quando impar

giorno
pare
:

le

fascine

tre

fascine

il

fu consolato d'essere vecchio e dover

cam-

coster

e no due fascine quel po' di mollica in

salsa di coltello che

un vecchio pu consumare.
morte, di questi giorni prese
il

Quanto
in disparte
quillo
;

alle spese di
il

capoccia,

maggiore
ci

state sicuro e tran-

a quelle voi non

dovete pensare.
la

Lo
e
si

prese in disparte perch ha saputo

guerra

turbato davvero.

La guerra

Non osava

pi consumare che acqua e

sole.

202

JAHTER
Tutto
colla
il

giorno diceva
la grazia

chi colla guerra venuto,

guerra se ne deve andare.

Mi basterebbe

che fosse dopo

l'or di

notte

per essere in pari colle fascine.

Infatti se n'

andato stanotte.

Era in pari

colle fascine.

venuta agevole, venuta bene. Gli ha dato tempo di ficcar la mano nel saccone, di posar accanto agli zoccoli la pezzola annodata colle
trenta Hre del funerale.

Il

luogo della morte stato quello del nonno di

suo padre.

L'anno della morte stato negli anni della guerra.


{La Voce, 191 5).

VISITA AL PAESE.

Com'era il paese, com'era ? Neanche arrivava alle due strade a crocer, paese che chiaman la ville .

il

Un

corridoio acciottolato e cent 'occhi di case spa;

lancati a frugarci

im

corridoio, e

passando vedere lo

scotimento della tovaglia serale all'Albergo dell'Orso,


la coperta

di

buona del sindaco sulla ringhiera, la seminata buse d'una mandra mattiniera, sempre due donne
marioira all'ultima inferriata che in-

alla fontana, e la

203

JAHTER
terroga
il

passeggero che sale


il

Votis
:

interroga

passeggero che scende


il

an amotmt ? che Vous an aval ?


la navial

Ma
la

oltre

corridoio, svegliarsi tra sbadigli nebbiosi


delle

ronda impassibile

montagne, seguir

gazione in riga di nuvole pilotate dal vento


per l'altra valle.

passo

lo sono
solo,

il

ragazzo, dai piedi caprioleggianti, che va,


:

in esplorazione

pei prati,

che sono prati,

ma

possono anche essere savane tremanti come in MayneReid pei boschi, che sono boschi, ma possono anche
;

essere jungle

come

in Jacolliot. Io

sono

il

ragazzo, cuor

men che tutti amarezze dico forse non son neanche figlio di questi genitori che non capiscono, ma di una regina che mi cerca ancora pel mondo. Sar ai Roncs che avverr V incontro vedo il capieno di segreti che nessuno capisce e
genitori. Nelle
:

vallo bianco legato al castagno

Com'era

il

paese, com'era

Le giornate sempre nuove


ripasser
il

sotto

la responsabilit
:

del sole e del vento, e addormentarsi pensando

se

muro

il

papilio del giardino accanto, se pre-

mono

il

vino aspro di mele (bisogna squarciarle col maz-

zolo allora, diventano nere), se battono

da

tante Cle-

mentine.
Meraviglia per quanto
della sua
il

ragazzo cittadino poteva

durare a battere in cadenza unanime coi correggiati


parte,
sull'aia

abbagliante, nel giallo-caldo


:

spolvero

Oh ! il est non ha spiegato il segreto. Ma sopratutto la prima volta che partii, rabbrividendo nel buio, verso le vere alte montagne dei grandi.

soffocante.
!

Finch l'anziano

hien nourri

204

JAHIER
E
tro
il

avendo passato

le

grasse pasture e schiacciato

mirtilleti inchiostrosi senza sostare

(premuto solo con-

palato digiuno un'agretta fragola rugiadosa) e sa-

lutato l'ultima farfalla intirizzita sul vasto talamo dell'arnica

montana, stretto patto


guardar oltre

col

piede saltatore,
d'arrivar
allo

gioiosamente prensile nella scarpa sudata,

primo

alla sella e

mi apparvero

sbocco, in corona, pulite nel contrasto dei venti, le

grandi montagne centovisi.

Stavano sedute terribilmente, nere contro il cielo orientale, ognuna solitaria con a fianco il suo laghetto di colostro, e facevano gridare e piangere.

Com'era

il

paese, com'era

Le Domeniche
apertura, e dentro
simili

giubilari: l'affollamento alla cancel-

lata del tempio, le ondate gravi dell'armonio a ogni


i

vecchi con cinque ordini di rughe,


allineati sulla panca, sfogliando le

ad Abramo,
;

bibbie consunte

poi le loro lunghe schiene dolenti

curve a confessare in preghiera.

sermone era Passa all'altra riva . Proprio vedevo la riva, e vedevo l'altra riva. Una era buia, con nudi roveti limgo i fossi riarsi, e sulla terra rincotta e spaccata imbiancavano ossa crocchianti, come gli scheletri delle mucche precipitate. Ma l'altra riva era tutta verzura e chiare acque tonfanti e festa di
il

testo del

farfalle

e libellule svolazzanti, e
i

bombi

turchini che

stracollano

fiori

e agnellini all'ombra tettanti nel tre-

molo

di piacere della

coda moncherina, e

fanciulli e

fanciulle vestiti a festa, per

mano,

esultanti.

L ognuno

vive secondo
di mentire.

il

suo cuore e capito e non ha bisogno

205

JAHIER
Ma
i

la riva di cui parla

il

pastore non questa


:

la riva di questo

mondo, anzi oggi

Oggi non indurate


pastore di non

cuori vostri

e la forza di cui parla

il

fare la cosa piacevole gradita,

ma

la pi

dura e

diffcile

e l'umiliazione.

Dunque

confessare che la trota portata

a casa in trionfo del vivaio, piluccato io l'uva spina,


io rotto la

branda.
paese, com'era

Com'era
Il

il

cielo

nero filogranato di

stelle,

il

fragore del

Chisone crescente nella notte,


fieni guazzosi, la I pensieri del
il

le folate

aromatiche dai
seppellire

conversazione sulla panca.

ragazzo sono

calzolaio oggi

nella

come possano
;

terra cos oleosa

dove
il

si

stirano beatamente

gonfi lombrichi rosa

che neanbacio

che per tutta la collezione di francobolli dar

chiesto dalla figlia del sindaco. Quand'ecco stridere la

vede palpitare la brace della sua pipa accensioni. Tornato Voncle Barthlemy che vede nelle paesi e avventure, conosce i mestieri degli uomini sulla terra, e quando parla d dei pareri. Beato chi gli siede
:

panca sotto Barthlemy

il

peso del grande corpo


si

tornato Voncle

accanto sul baroccino,


e

il

sabato, per andare alla fiera,

impara

le leggi della

campagna.

gli occhi,

questo, da lanterna magica, il paese sotto dove arrivo nel tremito di sedici anni d'attesa. Sono forse un villeggiante, che la vecchina mi dica,

Ma non

206

JAHIEU
compassionandomi
boutique ?
:

Ah !

si

vous
;

allez
il

chez

Jullc

il

poiirva vous faire de bons dtners

a de iout dans sa

mio cugino germano il barrocciaio che, fermato il mulo e calzato il carro, muove a incontrarmi. Simile a un albero che cammini, mi si accosta, mi saluta come se continuassimo vita comune da ieri. Non di vedermi si stupisce, ma eh' io
Io sono di questi paesi
:

l'accompagni a braccetto, tra lo sferreggiare dei muli.

Andremo insieme
questo

al

mulino a scaricare
ville ?

proprio di

si

stupisce e ride.

Tu

Pas gai're . (Non ho onorato la famiglia come il cugino Davide, non son nessimo nella grande Si guadagna ancora citt anonima). Ma sei col governo?
cendo.

gagnes bien la

domanda, strada

fa-

lui, le

il Governo . Quanto a non van troppo bene il dottore gli ha ammazzato un mulo non saluta pi il dottore anch' io non dovr salutarlo, per solidariet di famiglia. Il me-

qualcosa quando che si lavora per

cose

stiere cattivo

staccare a buio, rifar la lettiera, guaril

nire la greppia, sistemare


e,

carro,

mangiare un boccone
sei

appena gustato lo sprofondamento nel sonno, di nuovo


:

balzar su (dico

'Lziay, se

non scendi ora


fascine, porto
il

un

vi-

gliacco), riattaccare al buio, e cosi via.

Oggi vado a prendere

le

grano, rica-

rico rena, e dove poso la rena, letame.

Ma non

un eroe

il

cugino barrocciaio.
:

Il commercio, va ancora bene qui

e'

molta mi-

seria, sai ; se avessi quattro o

cinquemila

lire,

mi
.

farei

ancora
capisco.

una

buofia

posizione

cinquantanni
io

Non
della

Sopratutto V inverno

allora

vado

l :

c'

207

JAIIIER
paglia, della legna, del fieno, del vino ? ci metto
i

soldi
se

davanti agli occhi e

ci dico

fate

poi presto a prenderli,

no vado
se li

via.

Si pu fare anche una buona giornata,

ma
?

il

mulo
tutta

mangia anche

tutti

in

una

notte

Notte
e

Non

sai che i
.

muli stanno in piedi


;

mangiano

la notte ?

ride

e schiocca la frusta e riride.

Mi ricordo il ragazzo paffuto e timido che usciva dalla


Scuola Domenicale sventolando

TAmico
.

dei fanciulli

non vai
;...

al culto la

Domenica

? ....il

pastore non

lavora

la Bibbia tutta stampata....

Ora scopro la sua mascella implacabile, simile a quella del suo mulo e la stretta fronte di cozzatore. Poi debbo farmi una casa, la Domenica ; non ho pi la casa di mio padre, sai ; V ha presa mio fratello .

Dunque
sono in

accettare tutti
il

lavori a tutte le tariffe

dieci viaggi di grafite

quando gli altri sciopero e vogliono ammazzarlo e l'appalto


giorno, anche
;

della breccia per tanti chilometri di strada provinciale:

mucchi ; guadagna il conducente, lo spaccatore, il sassaio) malgrado i morsi dell'ernia, finch l'ernia inciprignita non lo atterra tra le zampe del mulo. Ma viene su la casa nuova, cresce a stratte, misurata ai guadagni il primo piano gi fatto colla grafite. (E il ragazzo che conosco io, non compr Leopardi con un componimento d'esame ? Non ha una sveglia
(tenere scarsi
i
:

fatta di versioni greche

?)

Quando
mi
tu as connu

gli

dico che lo capisco, per la prima volta


:

ficca in viso gli occhi d'acciaio


le

]e

vois que ioi,

sang des Giaie

208

JAHIER

Soft io e quella la

Ma

mia casa. non sono pi io, ma non pi la mia casa. La casa fu venduta dolce casetta estiva, con una
;

fiancata strapiombante sui tonfani del Rusigliardo guizzati

da lampi d'ombra
lire

di trote

in vestiti e tasse scolastiche per

sei orfani
gli

da lontano cambiata minorenni


;

per cos poche mila


nessi
:

venduta con

annessi e con-

il

pero gigantesco mai scalato fino in vetta che


i

faceva tanti miria,


pergole dai

riquadri a fagioli rampicanti, le


frescheggianti,
i

pampani

perini nani

alli-

neati destr-riga che offrivano, ritta sul


soccio, la

sedere

gras-

pera burrina scaricata nella notte.


la casa inghirlandata di
il

Venduta

doppia veranda a
affet-

ringhiere su cui

padre scamiciato stendeva cos


!

tuose pennellate di vernice

Son

io e quella la

mia

casa.

Ma

non sono pi

io,

ma non
:

pi

la

mia

casa.

La cugina che

fu bella

gote fresche, occhi d'uccello,

vita pieghevole e sempre

una canzone

in gola,

una
e'

massaia quadrata che troneggia nella bottega dove


di tutto
;

si

affretta a vendere ai suoi figlioli caramelle

in

cambio

del soldo che

sare, a discutere,
soldi nel
.

ho loro dato poi toma a pea rimescolare la rumorosa tascata di


:

grembiale.
nella sua bottega fornita
:

Mi piace sedere

respirar

l'aria

drogata, passar in rivista la mercanzia.

da

209
14

Poe^i d'oggi.

JAHIER
accompagnar l'uomo
giorno
:

di

qui

dalla

nascita

all'ultimo

la

camicia nera del minatore alla


il

grafite, la

sua
gli
;

camicia bianca per


fusciacche allegre
celluloide per
trice

il

matrimonio e per la morte, spezzano la smotta pi dura puntuti che scarponi

le

come

bandiere,

il

giorno di ballo

e la stampa ammoni:

boccino rosso di

Ma non

Le quattro et dell'uomo . rimango a lungo a contemplare

vengono

per salutarmi parenti vicini e lontani, visi noti che non oso nominare per

tema

d'errore

mi fanno

festa,

mi im-

bandiscono una merenda, voglion sapere tutte le notizie di casa. Vogliono che vada a trovarli tutti, imo per uno. Anche la parente che dicono tanto ricca e severa, riposto il suo pane di burro, per la Domenica, nel cava-

Eh bien, tu viengnino infilato a braccio, mi invita dras djeuner chez mot, demain, n'est-ce pas ?
:

Inteso.

Mais

tu dois venir de bonne heure, parce qu


ati culle
.

'

il

faut

que faille
S,

presto.
il

Ma
S,

presto com' per

te P

Le

sci, le sette ?

Perch

debbo fare

Una
sei,

bracciata d'erba)).
le

le

sette

.... .

Allora preparo per le otto . No, no, andr presto. Ma appena uscita, scoppiano

rimproveri.

La

pallida cugina quarantenne, che equilibra con


il

faticosa vergogna

tardo ventre gravido sulle magre


:

gambe, m'afferra per il braccio Tu n'est pas venu chez nous


pauvres

Ah

nous somnies trop

Piero, ton pere n'tait pas


afflitto,

siccome mi vede

comme ga . mi rincuora sottovoce,

210

JAHIER
andandosene meni les noix
:

Vicns,

fai

dcs iioix; tu aimais

telle*

Ho
la

varcato la siepe
:

stillante,

busso forte all'usciolo


io a

sotto la loggia

nessuno risponde. Sar

sorprendere
fare,

rigida parente che aveva tante cose da

prima

andar al culto ? Mi siedo sul muretto, tracanno a gran sorsi la brezza glaciale, mi frego le mani con una ciocca di ba^
di
silico
:

solo

un

galletto in ricognizione protesta beccan-

domi

le scarpe.
;

Ma
il

questa la grangia degli scivoloni


corniolo generoso a cappellate, queil

sul fieno

quello

sta la casa di Robert,

miglior

compagno
di nocciolo.
si

nessuno

sapeva piegare come


la finestrella in

lui

un arco

Dunque
spalanca
?

perch non scoppia la voce ridente, non


all'usciolo e

questa casa di vecchi silenziosa

Busso
ecco

stridere

un mugghio sotterraneo risponde. una porta e apparire in fondo alla se ala


stirata, ravviata, ingrembiulata,

Ma

la rigida

magna,

bilanciando la

secchia colma di latte schiumoso.


C'est toi ? Je suis prte entre seulement , e mi introduce nella cucina dove le fiamme vivaci delle
;

schiampe lambiscono
peso
al

il

ramino

filigginoso

dove ap:

sulla

muro il quadro pi chiarolucente la finestra campagna a perdita d'occhio. Svelta come una sorellina colta in fallo, stende
tovaglia, colloca
le

la

ciotole,

estrae

l'alberello

di
;

miele di favi, comincia a partire la rota del pane


poi

abbandona per correre

tastar nel

covo della
suo

gallina.

La cucina

linda

come un

altare, ogni cosa al

posto, fotografie di parenti e lontani appese al

muro,

211

JAHIER
sulla madia,

dovunque ricorrano

gli occhi,

dicono che

manca da casa Robert, il compagno Oh ! il a t un an sans derive :


avions ses affaires
iravaillait
!

migliore.
et

pourtant nous

aprs

il

nous a
:

crit

du

Brsil

il ;

au

hois rouge.

Il dit

je

me
.

suis fait

mal

aprs fai aclit une maisonnette,


sent dj.

et les fieurs

s'panouis-

Nous avons un
;

trs bel hiver

L'interrompe Tarrivo del suo uomo; si salutano fraternamente me d la mano con un gesto si siede a tavola. Tu es prte.... Oui Alors.... Rendons grces . E chinano la fronte sulla ciotola fumante. Una

vacca, proprio sotto la

mia
:

sedia,

muggisce angoscionous ayant

samente. Sento appena


a

Seigneur....

notre

Dieu

et

notre Pre,

conservs pendant cette nuit, tu nous a fait revoir la lu-

mire du

jour..,.

Ne

permets pas que nous en ahusions en

continuant foffenser....
Il

Amen.
B. Jahier en 1697, le prisonnier
1672, B. Jahier.... Est-ce-que

a eu plusieurs Pasteurs de ta famille qui ont


:

desservi cette Paroisse

du Peumian, E. Jahier en

tu ne devais pas tre pasteur,

Non

comme
:

ton pre

? .

rispondo

ho fatto un

cos limgo viaggio,


aprir, render

documenti son dentro suggellati conto al mio giorno.


i

Ma lento e pensieroso salgo la viottola cercando i segni


dei luoghi noti

versola

casa dell'oncle Barthlemy

che mi aprila

le

braccia senza chiedermi spiegazione.

La casa bassa d sulla strada riconosco la groppa immensa del noce difaccia e nel cortile la gora acqua:

corrente dove
azzurrine.

il

sapone scivolato

si

strugge in spine

212

JAHIER
In cima alla scaletta consunta
d' Lin, che tende dei panni.
e' la

nuora Maria

Un

ragazzetto scamiciato

gambelarghe
di polvere,

in

mezzo

alla strada, riempie

un cartoccio

Ricou, viens sahier


il

le

cousin

w.

Alza la testa, mi
ga lui [era plaisir.
.

squadra e seguita

suo lavoro.

Tu

es venti voir
sais, il faut

grand papa
que
sa,

Mais, tu
contro.

je lui rappelle....

Rimango.

Dunque non

non

mi

viene

in-

acoute, monte seulement (passa im barroccio).... i7


ne va

pas

trs bien.... de

sa

tte..,.

depuis la mori de ton


Il

pre....

Il croit qu'on le vole toiijours.

nous en

fait

passer, vois-tu,

Lin

et

moi....

....Et puis, la boisson,

ga fait du mal aux hommes.


?

Dunque

malato,
il

che cos' ha

....Souvent

pleure que personne ne l'aime,

qu*

il'

n*a plus rien.

Le docteur ne veut rien mauvais docteur....


Scompare. Mi ha messo

lui donner.

Tu

sais,

on a

ce

....Tu vas tre sage, n'est-ce pas, Ricou?)).


il

tremito addosso. Sono enoleografie delle quattro

trato nella stanza a pareti cilestrine chiazzate d'umido,

dove sbiadiscono
stagioni.

al

muro
i

le

Vedo
;

il

letto disfatto e la coperta

da

cavalli

penzoloni sull'orinale e

buchi

ai

nocchi del tavolato

sconnesso

Je
je n* ai

crois

stagna in tomo la calda aria malata. quHl a compris Va pouriant !.., Tu

vois,

ce

pas encore nettoy; fai dt alter en qu'il fait Ricou ? Il est si gamin /

ville....

Qu'est-

Mi

lascia solo nel corridoio

mi fermo

sulla soglia.

Un

vecchio

seduto

alla

tavola,

e sciami di

mo-

213

JAHIER
sche
si

dividon

gli

avanzi della sua colazione

midolle

d'una pagnotta sbriciolata, due gusci d'uovo. Si regge una gota nel cavo della mano, come se dormisse dalla camicia pulciosa sbottonata escono i
;

peli del torace giallo. Soffia im sospirone nella gran

barba arruffata,
s'

il

gomito

gli

scivola sulla tavola.

Si

volta e nell'attimo vedo

un

viso terrigno in cui la pelle


i

imborsa, due occhi allucinati trovano


gli

miei.

Ri-

vedo

occhi paterni, la loro tristezza incompresa,


alle

pianto succhiato nella stalla

flaccide

poppe

di

magna Marta, troppo


fare.

presto abbandonata dal suo uomo,

coi troppo piccini, col troppo lungo pellegrinaggio

da Anche lui mi ritrova, vuol parlare, vuol alzarsi, punta il bastone tra le gambe disobbedienti. Onde Barthlemy, onde Barthlrny urlo con

tutte le mie forze.

Ora stringo la sua povera carcassa affannata, lo chiamo mentre singhiozza dirottamente bn Ah ! Du ! bn Du ! Mets, mets-toi l e mi spinge da parte, e mi guarda tutto cogli occhi patemi. Ah ! tu es grand, fu es fori. Pas oubli le vietix....
accarezzo, lo
:

tte....
il

Je savais, vois-tu, que tu devais venir.... mais la la tte.... depuis la mort d'Henry.... e si picchia

palmo aperto contro la fronte. Onde Barthlemy, onde Barthlemy

chiamo,

cercando parole per consolarlo.

tu Ell$ avec Mi prende Tu


Tu....
est

Ma

l'occhio

si

rifa torbido.

es Seul....

e indica

col dito su.

le petit.

la testa,

mi

attira a s nell'angoscia.

sais.... je

n'ai plus rien..,.

si

abbatte sulla

214

JAHIER
spalliera
:

Plus

rien....

Plus

rien...,

negando con

la

mano

scarna a mezz'aria.

Marie

Marie

Nessuno risponde.
comme un chien.... La nuora ricompare
belle visiette....

Tit vois.... pourrais mourir

Si sente lo zoccolo per le scale.

premurosa

Eh

bien,

pap, tu vois la
tirer le vin.

Descends la cave
ne boit pas

Protesto che non bevo.

Mais

Miando....

Descends Tu vas goter

s'il

le

matin....

la cave tirer le vin....

de

celili

de la

insiste la rotta

voce cocciuta.

mon

vin.

Fu bevuto
del ritorno.

il

vinello frizzante nel bicchiere velato

di rosso, ripetute le

vane consolazioni, ripresa la via


il

Nulla, nulla rimasto fermo secondo-

cuore
loro

se

non

forse le

grandi montagne.
alle

Salir

dimque
le

grandi montagne;
vogliono,

il

tempo
al

non

quello degli uomini. forze del cielo ci

Tutte

mill'anni

lavoro, per scarnirle d'un sasso.

Certo stanno ancora, sedute terribilmente, nere contro


il

cielo orientale,

ognuna

solitaria,

con a fianco
le

il

suo laghetto di colostro.

Ma di me non

\oglion sapere, mi respingono


la

grandi

montagne deridendo

suola che sdrucciola agli scalini


21-

JAHIER
delle mulattiere, soffiandomi contro
il

vento nuvoloso

che agghiaccia la debole camicia estiva. Anzi, colate a valle, si squagliano le pregne nuvole

mammellari; gi le miriadi d'aste d'acqua trasversali mi sferzano in viso. Com'era il paese, com'era ?
{Ragazzo)

2l6

CARLO
nato a

LINAtl

nel 1878. Studi legge e pittura a Torino. Ha avvocato a Milano ma esercita poco, occupandosi di letteratura e di musica e delle sue terre nel comasco. Dedicatosi alla letteratura inglese si rec a Londra dove conobbe alcuni scrittori irlandesi di cui tradusse le opere. Fu

Como

studio di

al fronte,

ufficiale di fanteria.

COLLABORAZIONI.
La Voce (Firenze). La La Ronda (Roma).
Raccolta (Bologna), La Diana
(Napoli),

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217

LINATI
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Pancrazi

[Il

Resto del Carlino,

14 Settembre 1919).

RITRATTO DI ORSETTA.
Per aver dodici anni
soli,

era assai

rigogliosa

ci

membra. Il corpicino snello, ma nodoso e campereccio come di maschio, gi prometteva qua e l da curve
precoci,
il

trionfo delle future ubert. I capelli biondis-

il8

LINATI
simi
rioso,
e

crespi

le

incorniciavano

un

visetto

tondo, aansose,

dalla

pelle

macchiettata,
:

dalle
si

narici

spandeva un tno, una frescura, che ti davano impressione d'un primaverile sereno. Ma tratto tratto vi scorgevi pure
dalla fronte ardita
e su quel viso

passare di volo ujaa nube, una mestizia appassionata


ch'era quasi la nostalgia d'un
suo.

mondo

pi dolce, pi

Ed

era bello allora vederlo squagHare e disfumar


volto d'angelo, nella
radiosit di

tutto,

come un
le

ima

passione paradisa.... T'aspettavi gU


tare

avessero

spun-

a fianco

ali,

che

si

spiccasse a volo pel sereno.


sani,

Ora pazza

di

moti lunghi e
la

ora abbattuta gi
cupi e pensosi, che

da improvvisi languori, da

silenzi

anima diseguale era mai


per, colpiva in lei

sua

Pi d'ogni altra cosa,

d'abbandono e d' ironia, d'affetto e d'aridit. Talvolta irradiava da tutto l'essere tanta luce di amore che pareva donarsi in un punto a chi la carezzava ma, di l poco, eccola irrigidita in un astioso motteggio. Nel ceUare, lepida, sottile, come di donna sperimentata e trovava, nel suo belle, candore, parole che saporitamente pungevano
alternarsi
; ;
:

un

senza velo.
{Dticcio

da Bont).

COMINCIAMENTO D'AMORE.
E come
quella
vita

le

assaporava
!

(Duccio)

le

espressioni

di

profonda

quelle

inaspettate

risatine,

quelle rudi e schiette parole, quelle

movenze

rapide,

nervose, quel

camminare

al sole col

busto eretto, quella

219

LIMATI
negligenza
nitor
delle

d'abiti accesi
carni,

onde rompeva pi fresco


e
il

il

quelle riluttanze

svisceratezze

improvvise nelle quali pareva squagliare


fantile

gelo

in-

dellanima

ad una ad una

egli

impar a

sor-

seggiare tutte le maniere di quella natura cos varia,


cos

numerosa, cos concorde col suo paesaggio natale. le stava vicino, pi gli veniva da lei un senso nuovo della sua terra una bramosia di avvincervisi con legami pi saldi e pi nobili. Orsetta, in
Perch, pi
:

una parola,
gli

in

un

atto, nella sua esistenza

medesima,

porgeva
le

allo spirito, quasi

materiate in figure d'astirpe.

more,

indefinibili

emozioni della sua

Ma
tura,

v'era un'altra cagione al suo lento innamorare.


i

Duccio, pur cominciando a gustare


le

piaceri della cul-

sue simpatie volgeva, inconsapevole, ad essprovveduti, a creature grezze, rispecdelle

seri di cultura

chianti in s la vita piena folgoreggiante

cam-

pagne

degli animali.

Per, dal giorno che, resa an-

cor pi adorabile dalla sua fragilit di bambina, aveva

scoperto in Orsetta una di


ci a sfogare quel suo

tali

nature, su di
di

lei

comin-

amore

spontanea

vita, quella

crucciosa cupidigia di devozione e tenerezza.

Lo empiva
suo corpo.

di giubilo infinito la

contemplazione del
salire
le si

Un
madre

dopo pranzo che l'aveva scrta


alla Casina di Mattia,

con

la

celatamente

era mesil

so dietro. Nel sole, che dava in pieno sul pendio,

corpo d'Orsetta, sferzato dalla gonna, appariva e spariva tra


le

frasche, teso, vibrante

come un canto
piacere

d'a-

more.
cino

Ed

ogni mossa delle ignude gambe, del busti-

selvaggio

strappava a Duccio un

cos

nuovo

e cos forte, ch'egli

aveva

finito

per discendere.

220

LINATI
tapparsi in camera sua,
care
e,

sdraiato sul letto, fantasti-

ancora di

lei,

serrandosi

gelosamente al cuore
suo afdi

queir immagine di agreste belt. L, col fuoco del crepuscolo bruciante di l dall'aperta finestra,
fetto
si
il

mutava d'un
gli
le

tratto in alcunch di strano,


lo

convulso, che

faceva nodo alla gola e

invogliava
cociore in-

a piangere. Per
solito
:

membra
gli

gli

volava
il

un

figure

ambigue
e

tentavano
questi

cervello.

Queste

imagini

sedimenti

d'amorosa

mestizia furono appunto

le

gioie pi pure del suo co-

minciamento d'amore. Che sempre in tal modo l'aveva vicina e odorante, e da lei attingeva unit e raccogUmento la sua vita difhisa. Da per tutto erano murmuri, colori, profondit inattese. Rotte finalmente le nebbie che tenevano
avviluppata
la

sua puerizia, ora, come da improvvise


I

fenditure vedeva davanti a s paesaggi favolosi, udiva

musiche vaste, correnti.

sensi

gli

s'eran

fatti

pi
s'av-

alacri per gustare la bellezza delle cose, la

mente
misteri

ventava da s con affanno a penetrare


l'amore
gli

che

porgeva a chiarire.

Andava nel sole, a capo scoperto, leggero, pittoresco come un uom mascherato Talora gh balzava di gola una voglia matta di canto, poi sulle labbra gU moriva la nota, rotta di troppa
!

gioia.

favellava con

le

nubi, dormiva sugH alberi, diale

logava coi fringuelli. Ricche d'assensi e di sorriso,

mappe del suo paese natale gU verdeggiavano intorno come un reame d'amore interminato. A colazion finita, intascava un frusto di pane, e via pe' campi, a cercarvi d'Orsetta. La trovava, pel
221

LINATI
solito, sulla prateria presso la

sua casa, che meriggiava


largo

all'ombra di un rovere.

Un

cappello formava

purpurea gambette ignude uscivano a intrecciarsi in agile disegno sull'erba. Pareva Orsetta un ardente fiore che facesse pi tersa e fonda la state la state che
aureola al bel viso chinato, e di sotto alla
vesticciola le
:

dietro
in

lei

correva piani e pendii, in un diluvio di luce,

una

furia di

ondoso verde.
{Duccio da Bont).

LIMACCIA.

Avanzava lentissimamente
mortorio.

sul

sentiero,

come un

Pareva contenta d'andare cos adagino.


feci

A
ri-

un moto ch'io
al

rimbuc

le

corna,

ma
se

tosto le

mise fuori cauta

cauta,

come comare che

si riaffacci
li

balcone a creditore passato. Chiss


frasche schiccherava a distesa

vedeva
Fatto
:

quei morbidi cieU, chiss se l'udiva quel merlo che tra


le
il

suo latino

che, a
il

un punto, incontr un
si

fuscellino e lo scavalc

suo lungo corpo

disnod come una bella gala.

Ed

con tanta pace tutti gli ostacoli, pensai che quello era davvero il miglior modo di viaggiare, che viaggiando cos, s'arriva dove si vuole.
io,

al vederle superare

Andava
agiati.

innanzi,

guardinga,
:

cercando
al

sentieri

pi

pareva dire

D tempo

tempo .
della Terra).

[Doni

222

LINATI

LA MIA TERRA.
Uno
squarcio di pianura comcina, veduto da un

colle, nella

pausa d'un uragano.

Un

arcobaleno, troncato da

un volo

di nubi,

sta
sci-

sospeso sulla pianura


mitarra.
di sole,

come

il

mozzicone di una

Ma

laggi, a oriente, sfiorato

da un'occhiata

Cant appare, nitido e rosseggiante sul mar la sola macchia di luce nella vasta penombra che occupa tutto il paese. Per che, qua e l, tra
delle colline.

nubi e terra, gi
pioggia, la

si

vede l'obliquo saettamento


s'

della

massa d'acqua che


iridi
il

inoltra, e in

mezzo

a cui altre

sfavillano,

altre

nuvolaglie attraver-

sano, radendo

suolo in corsa.
il

Sul mio capo


il

cielo tumulto.

Ma, ad occidente,
orli
:

sole attuffato nella calura, saetta di l sotto l'estregli

mit della terra e ne lumeggia

frastagliati.

Nubi color rame fuggono verso


e carriaggi di

il

confine

paion armi

\m esercito in disfatta. Guardo la mia terra. Attraverso l'eguale penombra e la limpidezza


che
il

d'a-

ria

vento v* ha recato, tutte le sue forme vi appaiono minuziosamente delineate come su una granI

diosa acquaforte.

macchioni verdescuri che ammantano


assaltano da ogni parte
praterie
il

poggi e

colline,

verde

idilliaco della

campagna aperta a

acquidose,

punteggiata

di gelsi, sfilata, in sui dossi,

a vigneti,

pianori. Questi

querceti che, incavalcando alture sempre pi frequenti,

223

LINATI
si

dilungano laggi verso la dolce regione

dei

laghi

pariniani,

danno alcunch d'antico

al paesaggio, quasi

richiamo all'origine druidica del paese.

quale, tuttavia, raccoglie nella

campagna

la

sua

pi schietta bellezza. L, veramente, la terra forte


e grave che

mi

sorella, la creatura fatta

di grazia

sobria e intenta, chiusa in


di s

medesima. Su

su, fino

una perenne meditazione all'orizzonte, stipati da non

lasciare

uno

spiazzo

di

selvatico,

monta questa

di-

stesa di rettangoli campestri. Vi sono stemperate

tutte

le sftmiature del verde, da quello cupo de' trifoglieti a quello aurato dei pabbi, e i gelsi, che vi stan disposti

filari,

paion simulare
le

la

tudine su queir intavolato immenso.


appaiono,
sine col noce sul fianco, contornate

danza leggera di una moltiIn mezzo ad essi

figure pi originali della

mia terra cada pergolati d'uve


; ;

o raggruppate intorno a un'aia candida


segnati, nel loro corso,

torrentelli di pioppi
;

da una linea sinuosa

bassure paludose dove una pennellata di prato ride


in
le

mezzo

all'opaco delle roveri

fornaci che dirizzano


i

caminiere tra boschine di betule o stendono

lunghi
;

tetti rosseggianti

presso la cava di galestro cretoso

penne argentee
zioni rallegrate
rosi stradoni

di convogli in corsa verso piccole sta;

da aiole di zinnie o balsamine polvedove il canto de' barrocciai intramezdelle

zato

dal crepitare
le

motociclette

che,

udito

quass, pare
te
di
;

sbattito d'un cuore che corra alla


si

da mor-

e, infine,

l'odore che

leva da queste distese, odore

campo

di pietra e

di brughiera,

odore grande di

Lombardia.
Discendo che
m'abbasso,
la

nembo m' sopra.... Ecco, man mano pianura monta verso di me come un
il

224

LINATI
gran palcoscenico illuminato, e mi mostra pi scolpi-

tamente
in

le

sue scene. Discendo in

un mare
in

di frasche,

un'agitazione d'odori, e

queste fratte che


fantasia,

d'ogni
selve

parte

mi accolgono, mi diventano,

fumiganti di funerea luce.

Ma
dato
la

l'emozione di verit e di pienezza che m'

ha

mia

terra rimirata dal colle, ancora


io

non

si

dis-

me quando tumultuosa vita. Da


sipa in
s'

son divenuto elemento di sua

queste masse pi delineate e

mo-

vimenti pi armoniosi, una comunicazione pi pronta

formata tra

me

il

mio suolo

in

un

fantastico

commovimento, mi par

di toccarne la divinit.
(/

doni della

terra).

DEDALO.

Dedalo, tornato dai campi, pos


parl al figliol suo

le

marre e

cos

Bisogna vederla

la natura, all'entrare del

verno,

in

una giornata come questa. Quei

prati su

cui la luce

brilla col

suo sorriso d'angelo lontano, quelle case che paion rovine, quegli stoppiari e quelle mozze querce !...

La morte
l'albero,

ci e sopra, figliolo

la

casa,
lo

il

sole.

Ma

tutto ci diventa inutile, l'uomo pur vive. Ecco,

quando tu
focolare
gli
ti

vedi viaggiare sulla strada soleggiata,


il

racchiuso nella sua forma, che

freddo e

il

desio del
i

davvero

rapprendono addosso le carni e pare una grande statua appena

panni,
gittata.

Ma

vedilo

quando dissoda

suoi campi.

Allora

225
15

Poeti d' vggt

LINATI
egli

ponta sul bruno coltivo con tutta la sua membra-

tura quadrata, da sembrare

un

titano.

questa creatura,
.

figliolo, io vo'

dar

ali

da farne

un

dio

(7

doni della terra).

SULLA GHIACCIA.
Calzati
ciato.
pattini,
ci

avventammo

sul

lago ghiac-

Si

stendeva davanti a noi come una gran spera


il

lucida, ovale, e

sole,

che spuntava allora allora dieoro,

tro al paesello raccolto in sull'altura della landa, vi stem-

perava un suo riverbero di gelido


lavamo. Ci pareva d'andare
palazzi
di
foco,

entro cui vosuoi

ai paesi d'Aurora, ai

mentre,
il

cos

volteggiando, ci trova-

vamo

di fronte ora

paesello addormentato,

ora

il

vitreo padule che gli stava di contro,

ora la campa-

gna imperlata di bruma sulla quale menso come una lamentazione.

il

cielo cadeva,

im-

Ma
gimmo
fida.

ecco che la ghiaccia

mand un bubbolio

una
terra

crepa guizz nel suo vetro. Tramortiti di paura, fugverso la sponda, cercando riparo sulla
l

stavamo, viso contro

viso,

alenanti

finch,

di

a poco, sgruppato l'affanno, balzavamo


cos che, scherzando tutta mattina

in

piedi

tornavamo a volteggiare

sulla ghiaccia avventurosa.

Fu
more

con crepe

e boati,

o rabescando

balli e

svolazzi sul lucido, l'a-

eh' io portava
s*

alla

mia

compagna

dalle

mem-

bra d'anforeta, mi

insapor di non so che paventoso.

22b

LINATI
razzente.

Una

presenza lugubre cal fra

noi.

Ed

ella

non fu pi per me quel diafano mondo


sia e splendore, delizioso origliere alla

di carne, fanta-

mia dura aspesalvatica,

rit

di

maschio,

ma una

creatura acerba,
ostile.

screziata

da

unernegia

Dispogliatasi

d'ogni

attributo di donna,

scabra figura di
Arrivati nel
vita,

non m'aveva lasciato l che una ragazzo da amare. mezzo del lago, ella mi cinse per la
ora
ghiaccioli, fra sterpi

mi

trascin su per le solitudini. Si correva

su una sgi'igiolante granitura di


intanto che

di falasco, su vecchie zolle confitte nella ghiaccia.


ci

Ma

accanivamo contro

il

vento del largo,

raddoppiavano intorno a noi le incrinature del ghiaccio, e quei boati lunghi che ne percorrevano la stesa

come

cavalli che
si

nitrisser

l sotto,

per l'acque cupe,

fangose. Ci

spingeva

ma

sbandava or qua or l, dove la minaccia da per tutto eran bubbohi e scricchio-

lamenti e un ondeggiare di tutta la lastra del lago.


squallore di

quegh

istanti

!...

me,

poi, viaggiava

su pel cervello un odore strinato di morte.


?... Era divenuta l'ombra di s medesima. La paura aveva ormai disorganizzate una ad una lince della sua fertile persona, s che a me, in un va-

E Arcissa

le

neggiar di fantasia, parve scorgere infranti e


gliati

sparpa-

sulla ghiaccia
:

rottami della sua bellezza cos


miseri
di

fervida, serena

avanzi

un melodioso vaso
(/

d'emozione.
doni della
terra).

227

LINATI

FABBRICA D'ANGELI.

Gasperina, avendo nulla da fare


invito

quel

giorno,

la

a visitare una fabbrica d'angeli nei dintorni.

Usciamo,
di

arriviamo Qui descrizione d'una fucina mitologica. Tre omaccioni fuligginosi, nudi fino aUa cintola, sono intenti a picchiare con grossi martelli
percorriamo
alcune
straducole,

buon mattino

alla fabbrica.

sul tasso per foggiarvi

un angelo. Dopo un
le

po' l'angelo

balzava gi, cadeva per terra. Era d'argento,

ma poi

divenne carne. Paffutello, con tutte


carnacciosit.

sue fossette e
:

una vecchia sopraggiunse lo lavava, lo pettinava, gli appiccava l'ali e un nastricino scarlatto ad armacollo. Altri angeli. E tutti insieme si mettono
a carolare, a baciarsi, ruzzare, scavalcarsi.... Alla Gasperina ne prese uno
fuori,
:

fine

lo piglia in braccio, lo

porta
splen-

lo alza nel sole,


il

sgambettante.
foggiato.
:

L'angelo

deva contro
Tossa,
il

sole,

ben

La

luce del mattino


le

traspariva nella carne rosacea

si

scorgevano

vene.

sangue che

fluiva.

Ma

quanti ne fece passare


!

Gasperina prima di sceglierne uno per s

questo

aveva
gli

un'ammaccatura
l'ossa....

sul

deretano,
:

quest'altro

crocchia van
di

All'omaccione

Non

potre-

dargU una martellata qui, aggiustarmelo ? L'omaccione diceva che no. Gasperina si disperava. Ma, a farla finita, se ne piglia imo in collo, e ce
ste,

grazia,

n'andiamo. Era meriggio. Dietro noi

la

Fucina*^ soifiava

come una belva

accaldata.
[Nuvole
e

Paesi).

228

LINATI

BOTTEGHE.

Lungi dal centro dove tutte le case, col loro sfarzo parevano rispecchiare la burbanzosit degli ^arricchiti
che
l'abitavano
grazia

andammo

agli orli della citt a^ricer-

care la

umile e desolata deUe antiche dimore.


si

Talora esse

porgevano allineate su im piazzale tto

erbito o su qualche stradina fuori

mano

ma

ve n'ean-

ran pure che se ne stavano strette strette su certe


chiassaiole

oramai spopolate,
il

su certe

traverse

guste dove l'aria era colata, l'ombra perenne e vi aleg-

giava tutto
deria.

giorno un odorino di soffritto e di scu-

riva in

Qualche volta un vecchio casone gentilesco appamezzo a loro e l, attraverso un portale scol:

pito, scorgevamo quadretti luminosi che ci aeravano


il

cuore

platano, due fanciulH che scote vano nel sole


rello e

una signorina che ricamava all'ombra di un un albe-

parevan faville.. Ma, pi che tutto, ci commoveva l'aria ch'avevan quelle casuccine spiritate, dipinte in verde o in
rosa, tutte fuor di squadra, dalle lunghe

ne cascavano gi foglie che

gronde che

pareva s'avesser

in

capo de' gran cappelli cardinaUzi.


!

quanti terrazzini su quelle facciate

Eravamo arrivati, quel giorno, cos passeggiando, su di un crocicchio dove, per certi angoH sbiechi, si
scontravano
in

due di quelle contradette. Svoltammo una e cominciammo passo passo a risalirla. Sebbene tacita e tranquilla, la via mostrava un'o-

229

LINATI
pelosit
si

non comune per

le

molte botteguccie che vi

susseguivano con frequenza ed assortite. Fatti pochi

passi, ci

imbattemmo

nella bottega di

Era
denti

assai bene fornita e pittoresca.

un cappellaro. Lungo gli sti-

piti della

porta alcuni berrettoni di pel di volpe penbella

in

mostra accoglievano l'avventore, e H

sormontavano alcuni cappelli di feltro a tre acque col cappietto tricolore puntato nella rialzatura, simili a certi spavaldi cappellacci che portavano i grandi di Spagna ai tempi di Francesco Primo. In vetrina, poi, stavano altre forme di felpa grigia o macchiata di verde e rosso, a foggia di coczzoli clowneschi, ed altre recanti infsse nel nastro lunghe penne di fagiano, ed alcune scarlatte papahne col fiocco, alla turchesca. Che comica tenerezza spiravano quelle foggie disusate L davvero era l' imagine pi tipica e verace della provincia, col suo eterno attaccamento a forme di vita tramontate, col suo amore per l'eleganze romantiche. Ed io che sino allora non v'era moda che mi quadrasse, se non londinese o parigina e delle pi raffinate,
1

restavo l in estasi davanti al prodigio di quei ridicoli

vecchiumi
in

scoprendovi

una

che mi dava a meditare.

Certo,

fertilit

di

invenzione

Barbogeria mostra

questo spirito d'esumazione un coraggio

davvero

commovente.
za
alle

Ed

io

sento che in questa sua deferenla forza stessa

forme del passato

che

move

il

mondo.

Man mano procedevamo


cavano intorno a noi.
Sotto

quelle

viste

si

moltipli-

un

portichetto

dove

ci

trovammo a
pattumiere,

passare,

un

lattoniere

esponeva

al pubbli-

co una bella mostra di stregghie, moscaiole, lucenti


e

accanto

era

uno

scarparo, che

spin-

230

LINATI
geva
la
fin

a mezzo

il

lastrico

una

colluvie di zoccoli e
ci attir l'attenzione

stivaloni buUettati.

Ma

pi di tutti

vetrina d'un fotografo dozzinale dove

ammirammo

ritratti di

tracagnotte in ghingheri, o di atleti da bapiacere


si

raccone, o grinte di parrucchieri locali.

Provavamo un
vita

singolare

a raffigurarci la
sotto

mediocre che
;

viveva intorno a noi per quei


lenti
lenti
il

placidi rioni

ed andavamo

cre-

puscolo, assaporando la selvatica novit di quelle sensazioni.

Ora sfilavano
di

ai nostri fianchi de' poveri

caffeucci

sobborgo, delle bacheche d'oriolai, delle botteghe


ferrarreccia.

di

Passavano

le

belle

salumerie, illumi-

nate a gas anche di pien giorno, col garzone che sonnec-

chiava ritto al banco con

le coltella

brandite, passa-

vano le botteghe de' calderai nel mezzo delle quali uomini sbracciati come Cabiri martellavano in cadenza su r incudine le pavonazze lastre di rame. Alcunch di atavico appariva nella purgata precisione di quei gesti, nell'intensit di quei visi. Assai

meglio

che altrove,
la

su

quelle

povere vie provinciali

sentivamo

potenza creatrice della razza che aveva

infuso ritmo e bellezza al gesto cotidiano dell'uomo.


(Barbogeri)
i

AGOSTO.

Il

mio chiaro e
mole
di

snello discendere per quella

costa

tutta semprevivi e mentastri, d'un tratto


dalla

fu ostruito
ti-

un arcigno dosso che sempre pi mi

231

IJNATI
ranneggiava ranima con
ecco,
estate
la

pensai

la

sua crudele ombra.


finisce

Oh,

cos

quest'anno E mi fermai a contemplare breve linea delle mie campagne che, da quell'altezza,

miseramente

l'amabile

ancor m'appariva. Ahim, essa aveva


gi
il

terminato

lag-

suo compito, chiudeva


li

suoi gran registri

di

canto e luce e

consegnava
fiori

allo

sbadigUante autunno.
le

Non

pi distinti fra loro, s'alzavano nell'afosa pace


:

care forme d'alberi e

tutte le cose prendevano


il

uguale colore di noia. Anche


l'aie
le

gridio dei bimbi in sul-

m'arrivava nudo e chioccio, quasi a rammentarmi


frustate
sulle
le

trottole

strade rasciutte dal gelo

gli scialletti di

lana e

castagne ballotte.

Salii

il

dosso.

di colore entro cui

Tramonto era, quella sera, un oceano un nuvolino veleggiava, lentissimo,

perduto nella radiosit opulente e pura.


navicella di Citer, portami con te
!

deliziosa

Ma quando mi
cielo
il

volsi a mezzod, per quella


s

che cadeva

landa di maestosa laggi e aveva ancora


cieli

brunito e la sonorot dei

di Luglio, proprio
dell'

proprio io vidi la figura angehca

Estate che vi

fuggiva piangendo e

si

volgeva a salutare con un mesto

cenno del capo

le

mie campagne.
{Nuvole e Paesi).

L'ACQUA NELLA TERRA LOMBARDA.


Col Manzoni ritrovai pure rne stesso quella mattina.

Da
al

mio cuore

quant'anni quelle campagne non parlavano pi ? Adesso, ripercorrendole, mi pareva ri-

232

LINATI
tumulto de' miei ventanni quando, a maggio, marinando il Liceo, mi gettavo, famelico di moto, per le campagne del Naviglio e vagabondavo
provare
il

foco e

il

il

giorno intero per viottoli e cascinali.


quei conchieri segaligni
i

rivedere le falotiche figure incontrate sul


d'allora
:

mi pareva mio cammino


sui

ritti
i

parapetti

delle chiuse,

rubicondi

fittavoli,

coturnati campari

d'acqua....

paesaggio era dato dall'acqua. Oh profonda delle gore milanesi dov' io mi perdevo a contemplare gli equiseti che, al passar della corlo spirito del
la vita

Ma

rente,

si

flettevano

come

capigliature rovesciate

da una

mano

impaziente.... L'acqua la sapienza, la moralit

della nostra terra.

Per tutta

la

campagna

si

sente l'an-

dare ascoso del suo


della zolla

nume che viaggia apportando fecondit a tutto


manda
su tra
i

le
il

profondit
paese. Gor;

goglia sotto l'erbe, gi pe' tonfani, dentro le tane


i

sorrisi ch'essa

cespi

formano come

lume vitreo

di

una mobilit
si

brillante e fantastica su

quell'ampie distese tutte verdi ed eguali.

ricordavo

come
l

il

mio

spirito allora

esaltava al vedere
alla natura,

come

lo sforzo dell'arte,

mescolandosi

saputo produrre quadri di


dante.

aveva una bellezza cosi abbon-

Quando arrivammo a Vaprio


mante
:

le

cam.pane della par-

rocchiale (su di essa pesa da anni

un proverbio
il

infa-

che quanto dire lavorare e non esser pagati) sonavano mezzod. Attraversammo il paese ed entrati in un'osteria in fondo a quello facemmo colazione in giardinetto, sotto

lavoura per la gesa de Vaver,

233

LINATI
un pergolato d'uva orsina, campagna di Canonica.
Pochi

in

vista dell'Adda e della

punti di meditazione

ricordo pi caratte-

ristici di quello.

Mi venivano
:

in

mente

al

rimirare la
al sole

gran scena sottostante certe terrazze spalancate


sul lago di

Losanna

Roma comtemplata da

Santa

Sabina

lo

spettacolo oceanico di

Ma questo da un'altana del Selfridge.... penquanto pi istruttivo per me, quanto pi prosavo fondo, in vista della terra mia

Londra dominato

Sotto di noi, a un salto d'una cinquantina di metri,

scorreva, punto

cenila

come
il

il

Carducci la cant
al principiare del

l'Adda, balzata gi da
borgo.

una chiusa

sull'altra

riva stava

borgo di Canonica
le vie deserte.

con

le

sue vecchie case stipate e chiuse,

oltre quello

un piano immenso correva tutto

fresco

che in fondo all'orizzonte s'abbatteva contro un ceppo di monti in cima ai quali stava, come aggrappata, una citt bianca
di verde, tutto nuvoloso di pioggia,

e scoscesa, quasi dantesca in quel livido


di Bortolo spadaio.

sere

lume la citt Che con quella figura doveva esapparsa anche al nostro Renzo quando, arrivato
: :

presso al fiume, la scorse l in fondo all'orizzonte

Al-

zando poi

lo

sguardo vide
i colli

il

piano

dell'altra riva sparso

di paesi, al di l

sur uno di quelli

chia biancastra che gli pareva dover essere

una gran macuna citt,


mura-

Bergamo.

Ma
viglio,

gi in basso, tra
il

il

fiume e

le falde del
il

glione che reggeva

paese, scorreva

canale del Na-

derivato pi in su dall'Adda e contenuto entro

solidi paraptti.

Ed

era curioso osserv^are quelle due

acque, la tumultuosa del fiume e la fluente del canale,

534

LINATI
che uscivano insieme dal paese e s'avviavano pari pari, come due buone sorelle, a perdersi nella pianura avventurosa. Quel giro, quell'andare di
al
lei

acque finiva col dare


;

paesaggio non so che figura serpentosa, fuggiasca


corso alle correnti,

quale non discordava punto coi neri volumi dell'aril

ginature che segnavano

ma

vi si
l'

accomunava per modo da rendere pi


peto elastico e sensuale dell'acqua e
il

sensibile

im-

rigore dell'opera

umana.

Si

tura, di energia

spandeva per tutto come un senso di culben disciplinata. Era un alternarsi di

curve molli e di tonalit vigorose, una mescolanza deliziosa di rusticit e di grazia.

Giammai paesaggio m'aveva messo


lo

in

maggior luce

intime qualit del nostro genio. Scorgevo non so

(he occulta parentela tra tura e


e

l'arte

lineamento di quella nanostra tutta lumi e penombre, venust


il

sodezza di forme.

senza

volerlo,

la

mia mente

correva alle strutture dei nostri palazzi, al giro dell'orazione del Cattaneo, alla pittura del Luini, alla leg-

giadria fonda e costruita delle nostre

donne

quei volti

bruni e sanguigni, quell'arie purgate


di
rile

landa, quelle fronti quasi


:

sentivo

mondo di in me

cose e

spiriti

come da un vento aperte a un pensiero vidi cui, in quel momento,


{Sulle

tutta la potenza oscura e complessa.


orme di Renzo).

235

GIUSEPPE LIPPARINI

nato il 2 settembre 1877 a Bologna; s' laureato, in greco, a Bologna nel 1899 Ha fatto il giornalista (alla Patria di Roma e al Resto del Carlino di Bologna) e il professore e come professore ha girato quasi tutta 1' Italia dalle Marche alla Basilicata e alla Sicilia. Ora insegna lettere italiane in un liceo
di

Bologna.

COLLABORAZIONI.
Il

Tesoro

(Bologna),
//

Marzocco

(Firenze),

Resto

del

Carlino

(Bologna),
(Napoli),

Tempo (Roma), Brigata (Bologna), Diana Nuova Antologia (Roma), Illustrazione Italiana
Ora (Palermo), Poesia

(Milano), Giornale d' Italia (Roma),

(Milano),

Annales Politi ques et Litteraires (Parigi), Zeit (Vienna), Novi Revue (Praga), Akropolis (Atene).

OPERE.
I Sogni, poesie. Bologna, ed. del Tesoro, 1898. delle Rose, poesie. Bologna, Zanichelli, 1898. Elogio delle Acque, ed altre prose. Genova, ed. dell' Iride,

Lo Specchio
1899.

L'Ombrosa, romanzo. Bologna, Libreria Universitaria, 1900. Idilli, poesie. Bologna, Zanichelli, 1901. Nuove Poesie. Bologna, Zanichelli, 1903.

230

LTPPARINI
Il

Cercando
1906.

Signore del Tempo, romanzo. Palermo. Sandron, 1904. la Grazia, discorsi letterari. Bologna, Zanichelli,
Elegie. Bologna, Zanichelli. 1908. d'Arianna, novelle. Milano, Treves, 1910.

Poemi ed
// Filo

/ Canti di Melitta, Ancona. Puccini, 1910. L'Osteria dalle Tre Gore, romanzo. Ancona, Puccini, 191 1.

L'Ansia, poesie. Ancona, Puccini, 1913-

La visita pastorale novelle. Bologna, Zanichelli, 191 4. La Donna che simul, romanzo. Milano, Studio editoriale lom^

bardo,
'

191 5.
dell'alloro

i^i

(1898-1913). Bologna, Zanichelli, 1916. d'animo ed altre poesie. Bologna, Zaiiclielli, 1918. fajitasie della giovane Aurora, romanzo. Firenze, Vallecchi,
foglie

1920.

CRITICA.
Lr.

A.

BoRGESE, La

vita e

il

Libro, 3* serie, Torino, F.lli Bocca,

1913.

ZuccARiNi, Schegge e Sprazzi, Ancona, G. Puccini e F., Ancona, 191 2. E. Cecchi, Studi critici, G. Puccini e F., Ancona, 191 2. G. Manzella-Frontini, Contemporanei e Futuristi, i serie,
G.
C.

Catania, V. MugHa, 1910. Di Mino, Dell'opera letteraria


l'Alloro,

di G. L.,

Palermo, Ed.
di

del-

191 3.
Il

G. P.

LuciNi,
1908.

Verso Libero

Edizione

Poesia

Mi-

lano,

R. Serra, Le lettere. C. A. BontempelU, Roma, 1914. D. Angeli {Fanfulla della Domenica, 19 giugno 1898). F. Pas tonchi {La Stampa, 12 luglio 1898).
G. P. LuciNi
(//

Secolo

XX

31 luglio 1898).

Sem Benelli {La Rassegna Internazionale, 15 gennaio 1901). G. Federzoni {Fanfulla della Domestica, io maggio 1903).
F.

Pastomchi
bre 1907).

{Corriere della Sera,

28 luglio 1903

23 otto-

237

LIPPARINT
G. S. 20 aprile 191 3 29 aprile 1906). L. Capuana {Matclda, gennaio 1909). V. Brocchi (// Tempo, 7 gennaio 1908).
;

1
;

Gargano

{Marzocco, 13 settembre 1903

24 luglio 1910

Gargiuvin
gio

(G.
;

De

Robertis)

{Corriere delle Puglie, 16


;

mag-

Resto del Carlino, 13 marzo 1913 1909 13 giugno 1911). G. Rabizzani {Pagine libere, 1 settembre 1910).

Ragione,

E. Cecchi {Resto del Carlino, 24 luglio 1910). E. Cecchi {Tribuna, 11 luglio 1913).

Thovez {La Stampa, 14 giugno 19 13). G. Papini {Mercure de France, 16 marzo 191 7). L. Capuana {Marzocco, 3 giugno 1900).
C.

M. Muret {La Revue, 15 ottobre 1906). G. De Frenzi {Gazzetta di Venezia, 1 luglio A. Orvieto {Marzocco, 21 agosto 1904),
F.

1904).

De Roberto

{Corriere della Sera, 6 luglio 1904)

G. Rabizzani {Marzocco, 9 luglio 191 1). L. Ambrosini {Secolo, 3 novembre 191 1). G. A.

Borgese {La Stampa,

9 giugno 191 1).


letterarie,

M. Bontempelli {Cronache

11 giugno 191

1),

IL

PASTORE.

Pendono

le

nuvolette, pi bianche del nostro pallore,


;

sopra l'abisso d'azzurro

le
i

querce su l'orlo dei prati


per

vogliono farle prigioni fra

tronchi al viluppo dei rami,


l'aere

mentre

s'

innalzano lente

azzurro

laggi.

Io dal pianoro le

vedo

salire.

Ed

il

sole

che vigila
di

fermo nel

cielo,

mi

pare, in.

un pascolo immenso,

[sopra

238

LIPPARINI
una gran rupe turchina,
col vento che zufola e canta,
alto e paterno, sul gregge errante di nubi,

un

pastore.

{L'Ansia).

LE VIOLETTE.

Quando

negli orti paterni ancora abitavo, e


gli

il

mio seno

puro ignorava
spesso passava

affanni e

le

vendette d'amore,

una donna

di l dal

muretto

e tornando

era pi palHda, e aveva gli occhi color di viola.

Cumuli

di violette
:

Onde
Rise

le chiesi

parevano sotto le ciglia. Perch torni ogni sera cos

mi

disse

Un

giorno saprai questo dolce mi[stero.

Sappi ora sol che pi dolce cosa nel


Poi se ne and sorridendo.

mondo non

Ed

io

mi specchiava a

la

[fonte

quasi ogni d, per veder

le

violette spuntar.
[Canti di Melitta).

L'ALBERO E LA PRIMAVERA.

Vedi

quell'esile tronco che trema sul dorso del colle ? Qui nella valle freddo, buio ci opprime Scirocco
:

239

LIPPARINI
;

1
;

umido, greve le cose son piene di fango e di nebbia grondano i rami di brina, i muri hanno odore di muffa.
Pure, lass, non la vedi
s

l dietro
;

quell'albero solo,

apre una striscia di cielo


il

e l'albero gracile oscilla

verso

turchino perch lontano lontano ha veduto

lungo

le

prode dei fiumi sovra.ggiungere la primavera.


{L'Ansia).

240

GIAN PIETRO LUCINI


nato
il

il

'92

30 settembre 1867 a
scriveva
la

Milano.

Mi

laureai

in

legge

col

comprendere
le

inutile

massimo profitto di avermi fatto menzogna delle medesime, che con;

trastano dal Codice alla Vita

si che imparai a maneggiare armi anche fisiche per distruggerle. Mi compiacqui di medicina e di matematica . Nato sano fu, a poco a poco, arto per arto, mangiato da un male inesorabile. Mori nel 191 4.

COLLABORAZIONI.

U Italia

lano),

Popolo (Milano), La Ragione (Roma), Poesia (MiLacerba (Firenze), // Viandante (Roma), La Voce (Firenze), Quartiere Latino (Firenze).
del

OPERE.
// Libro delle

Figurazioni Ideali. Milano, Chiesa e Guindani,

1894.
// Libro delle

Il

Imagini terrene. Milano, Baldini e Castoldi, 1898. Monologo di Florindo. Milano, Tipografia degU Esercenti,
1898.

Il

Monologo di Rosaura. Milano, Tipografia degli Esercenti,


1898.

241
16

Pcett d^oggt

I.UCINI

U Intermezzo
centi,

della Arlecchinata. Milano, Tipografia degli Eser-

1898.

/ Monologhi di Pierrot. Milano, Tipografia degli Esercenti, 1898. Per una vecchia croce di ferro. Milano, Tipografia degli Esercenti,

1899.

La prima Ora
1912.

dell'Accademia. Milano-Palermo,

Remo

Sandron,

Elogio a Varazze. Varazze, 'Giuseppe Botta, 1907. Carme di Angoscia e di Speranza. Milano, Edizioni di Poesia,

1909.

Revolverate. Milano, Edizioni di Poesia, 1909.

La

solita

Canzone del Meliheo. Milano, Edizione Futurista di


della Storia della Evolu-

Poesia.

Gian Pietro da Core. Prima Serie


zione di un' Idea
.

Milano, Chiesa e Guindani 1895. (Se

conda
1910).

ediz.

nelle

Appendici del Giornale

La Ragione

Le Nottole

traduzioni e note precedute da un Dialogo e i vasi Notturno in collaborazione con F. M. d'Arca Santa. An:

cona, C. Puccini,
Il

191 2.

tempio della Gloria, tre ore sceniche della Russia contemporanea in collaborazione con I. Cappa, con v Prefazioni ed

Appendici

L' Epistola apologetica ai


glino, Milano,

Ancona, G. Puccini, 191 3. Modi, Anime e Simboli


Chiesa e Guindani, 1895.
Ballate di

di R. Qua-

L'Allegoria

alle

Amore

e di

Dolore- di L. Donati,

Milano, Chiesa e Guindani, 1897. Elogio a F. D. Guerrazzi, Milano, Edizione


polo, 1904.

dell' Italia del. Po-

Ai mani
1907.
//

gloriosi di Giosu Carducci, Varazze,

Giuseppe Botta,

Verso Libero. Proposta. Milano, Edizione di Poesia, 1908.

Passeggiata Sentimentale per la Milano di L' Altrieri , illustrata da disegni inediti di Cremona, Agazzi, Ripamonti,
Mentessi. Osti glia. Edizione del Viandante, 1909.

L'Ora Topica di Carlo Dossi. Varese, Nicola e C, 191 1. Giosu Carducci, seconda edizione di Ai Mani ecc. con Appendice ed Aggiunte. Varese, Nicola e

C, 191 2.

242

LUCINI
Antidannimziana. Milano, Studio editoriale lombardo, 19 14. prefazione alle poesie complete poeta lirico tradotte nella collezione di G. Carabba, Lanciano, 1914. Filosofi U Itimi Roma, Libreria politica moderna, 191 3.
Enrico Ibsen,
:
.

Antimilitarismo.

Roma,

Libreria politica moderna,

1914.

CRITICA
Giovanni Rabizzani. Pagine
stoia.

di critica letteraria, Pagnini, Pi-

Aldo Valori
C.

{Resto del Carlino,

15

maggio

1912).

LiNATi.

Sulle

orme di

Renzo,

Roma, La Voce,

1919.

Di Gian P. Lucini ha pubblicato presso l'editore Carabba, di Lanciano, un volume di scritti scelti Mario Puccini
(1917)'

AUTUNNO.

Se tale e

il

desiderio e

il

destino, tu partirai. Dalle

)lonne del porto, io vedr l'ancora salire, stridendo,


le

catene, ed, umida, emergere dal


le

mare

come

al-

festremo orizzonte

vele saran ali d'alcioni, bianche


;

jugurio sia

ancora ti saluter ed il mio una difesa al tuo capo anche l dove il mio irdo non ti potr seguire. Io ti portai in me, pi che madre non porti il suo bambino il torneo delle staioni si compiuto e le costellazioni passarono tutte mio capo, nel punto in cui io ristava, durante il
l'azzurri misteriosi,
;

mcepimento.
I
loie

languidi sospiri della primavera, quelle

intense

che sono

tristi e

magre

sui fiori sbocciantisi, quelle

243

LUCINI
nebbie, che sono
il

vaticinio per le fatiche future, pas-

sarono, colla grazia verginale della natura che sapeva


di lagrime, perch

temeva l'avvento, dopo


;

il

bacio, del

dolore.

fu Testate

e la

pompa mi

piacque,

perch

insolente e strana, perch osservai, vicino al germoglio

tentante fra la terra ed

il

raggio di sole,

le

rose sbocle

ciate, le viole reclinate, le viti

troppo verdi,

spighe

troppo

gialle.

L'orgogHo

dei ruscelli

meno

strepitava

alla foce, s

che parevano lagrime scarse, espresse dalli

occhi che troppo avevano pianto e che or mai non po-

tevano darne fuora. Fra tanto, le membra ti si plasmavano. L'autunno fu una febbre di raccogliere e di saccheggiare. Per le vigne, rosse di mosto, satirelli bambini correvano alla
s'

vendemmia

per

chiusi le

poma

imporporavano
arrugginite

zimarre d'oro e d* ostro vestivano

le

piante .La sinfonia splendente dei metalli rideva dalle


;

foglie

l'altre,

alcune stavano tra l'erbe, rosse, pencolavano dai rami e nello strider dei tordi viaggianti lontano, in ctmeo nero sul cielo pallido, strideva pure il vento freddo. Malinconia fra le nebbie, malinconia nei canti bacchici, malinconia nel riso
:

degli occhi

un

cotal poco ebri

di fatto

l'

inverno ur-

tava ai confini e tu gi forte intendevi


sioso,

lo

sguardo de-

fremendo

alla partenza.

{La prima ora

dell'

A cad ernia).

ESPERIENZA DI UN BACIO.
Congiungere
tiepido e
forte
le

labra alle protese, desiderio gemello

tumido anello, rosso di carne, suggello da imprimere,

244

LUCINI

vive ventose a suggere.

Perch cos

le

palpebre s'abbassano,
il

languidamente, sopra
fiore

fiore

dell' iride,
;

che geme lagrime di gioja, lagrime di dolore perch, cos, il capo si inchina riverso,

e trova

appoggio sull'omero tondo e s'adagio


le

perch cosi, tutte

trecce snodansi,

profluiscon pel collo, pel seno, per l'omero,

velo di seta bruna, all'alabastro roseo

e ancora e sempre, stanno le labra unite,

ambo ambo
Tutta

alla sete

non

estinta mai,

a fondersi insieme nell'offerta della passione,


la vita sta in sulle
:

imparadisate dalla dolcezza estrema.


Si sentono
^

e ciascuna

ha per

bocche a fremere. l'altra un abbraccio di


[porpora.

di

Sentono il sapore fiamma, di latte e di assenzio della Hngua che non guizza e rista,
percosso serpentello di volutt
;

sentono

il

sapore bianco della saliva,

salata, densa, tiepida

come

il

sangue

sentono

la gengiva,
lo

che incorolla

smalto d'avorio dei denti dischiusi,


;

premer
sentono

sulla gengiva
il

profumo

delli aliti

amorosi.

Sentono insieme, golosamente, salire da tutto il corpo, da tutto il mondo,


dall'erba su cui posa
il

piede,
all'aria,

scendere dalle frondi verdi che giuocano


dal frinir dell'uccello che canta,

dal cielo, e dal ruscello che scorre alla pendice,

245

LUCINI
e

da tutto,

da

tutti

sentono, sopra la bocca,


il

sapore dell'anima universa

confondersi nel gusto deiramore.

Amor

che suda

il

corpo,

amor che suda il mondo, che la mente subissa e confonde


nel vortice profondo delle cause eterne e sovrane
;

amor che

fa

tremar polsi e ginocchi,


le dita,

e ronzare le orecchie,

ed agghiacciare e impallidir
e

non vedere,

non

parlare, e spasimare la frenesia

amore, amore, amore, che serpe, pervade ed ottenebra


il

gusto dell'amore,

la delirata felicit dell'attimo.

Perci, le faccie esangui stanno congiunte per le labra scarlatte,


e

sembrano che stiano per morire.


{La
solita

canzone del Melibeo).

PASSEGGIATA SENTIMENTALE PER LA MILANO DI L'ALTRIERI


Se
il

biografo del suicida Alberto Pisani abbandona


il

im

istante

a s stesso
guita

ed
si

suo eroe e lo lascia riposare, torna subito


forse la

medesima
:

istoria

compiace di confidarci

che seQuando sono a

Milano, in cilindro, marsina, guantato, con un sentore

246

LUCINI
di muschio, leggo la Perseveranza,

ed esclamo
oh,

S apristi mi vedeste quando


:

{<

! %

fumo di sigarette carta Mi vedeste invece a Pavia,


con tanto
di cap-

f lo studente

pellaccio e mantello

Allora giuro per Cristo e Maria,


e grido
:

d del tu a chiunque
baldi
!

Viva Mazzini e Gari-

il

suo inno

Tutti e due passeggiarono in quella Milano, on


lanin che se sgonfiava, e che
si

Mifuor

permetteva di conser

vare

le

strade

ambigue, ed a met campestri,


le rotaje,
s

di mano, dove, n

mai sovvenuti di entrare,


sicuro e qualche volta
si

n i marciapiedi s'erano bene l'erba cresceva al


fiori
.

coglievano

casa di Elvira, doviziosa di vista, riguardava

Dove la un giar-

dino dall'ombre spesse e profonde, di l di cui verdeg-

giava un'ortaglia,

e....

cos via, per ortaglie e giardini,

l'occhio arrivava agli spalti chiomati d'antichi castani.


Si
la

bevea un'auretta tutta della campagna, e vi faceva


luna
le

sue pi strane e poetiche apparizioni

E
;

Mago, in una straduccia de' Corpo Santi, che immetteva, dopo un guazzabuglio di piante, al di l ima prateria, in un cimitero suburbano e decaduto
vi abit
il

vi si ritrovavano le classiche

portinerie, dove,

due comari, sacerdotesse della


Cirininaglii e

Sporchizia,

madama

madama

Pinciroli, discutevano sulla ga-

bola del loti, convitando il caporal Montagna, perpetuamente incorizzato e la poveretta della giesa, beccamorti femina ed uccello di male augurio dove, era la dimora de' signori Fabiani, di Donna Claudia Salis,
:

nella

suolo ineguale

contrada Moresca, lunga contrada vergine, a la sua che sciorinava, per quasi tutta
la citt

lunghezza de* muriccioli bassi di giardino.

Era

che adolesceva,

ma

che, nella crescita

247

LUCINI
precoce ed eccitata da fomenti estranei troppo caldi ed
eccessivi,
;

conservava

la

sua nativa e genuina fisiono-

mia la Milano fine ed intellettuale, in cui le Arti avevano la preeminenza sopra i trafici e le oficine. Qui, Rovani battagliava giornalmente perch, nel tramutarsi

necessario

della

fisionomia cittadina,

venissero

rispettate le sue sigle speciali e distintive,


turalizzasse
il

tipo de' suoi

monumenti.

non si denaEra la Miagio, assa-

lano che non conosceva Tesigenza nevrastenica della


velocit e

camminava per
che, nelle notti
al

le strette vie,

ad

porando Tarla, riguardando


le

alle

bacheche, pedinando

popole

molli e fresche di maggio

non assisteva

doppio scambio di ombre fantastiche,

in gara, della luna artificiale voltaica, della luna sohtaria e malinconica, in cielo, inquadrata dai tetti a

sfondo di prospettiva.
filo

Non

si

fuggivano ancora

gialli
il

carrozzoni della Edison, ronzanti, cigolanti, seguenti


della energia, rapidi

a svoltare, scampanellando ^ furia, intempestivi, interrompendo conversazioni e fantasticherie non ancora frastornava il rumore sordo
;

delle voci e dei piedi,


rio, sul ripetersi

n infastidiva

arcaico ed atavico di
;

il fumo del polveun grido a richiamo

del venditore

mavano,
trico,

ma

ambulante il fango, la piova si immelnon scintillavano rotaje d'azzurro elet-

n suscita vansi uragani di pillacchere, schizzate

a raggiera, dalle ruote d'accciajo delle biciclette, n


strideva o

mugghiava
i

la sirena
il

automobile, n,
fiati
i

si

su-

bivano

li

urti,

disgusti,

leppo dei

prossimi, la

promiscuit dei frettolosi. Vi erano


le

cittadine
si

fiacres

invece

le

moH
erano

idropiche delli omnibus, che

lentamente
della

facevano sostituire dai


;

Tram
gialle

a cavalli
e
trepi-

Anonima

vi

le

Hnguette

248

LUCINI
danti del gas, riaccese dalla lancia lucifera del lampede
il

quale ricordava quel lampede in sci fa di du bar bis

del povero

Giovannin Bong.
lomcliiarore roseo d'aurora primaverile,
;

E la melanconia meneghina, il sentimentalismo


bardo (come un
e,

circonfuso di nebbie fumigate dalle praterie irrigue


dalla
;

mandra

grassa che pascola,

il

suono del camil

pano

e,

tra le gabbe nane e gibbose capitozzate,


artificiale
il

ca-

naletto

parallelo

scorrere
si

addomestili

cato) trovavano

paesaggio su cui

erano posati

occhi preveggenti di Leonardo da Vinci, donde traeva


la

ricchezza

il

lombardo Sardanapalo. Triste e dolce

tranquillit della Contrada della Costa e di Santa Prassede, gi verso

Porta Tosa, in mezzo

alle quali

finiva

lenta, a rispecchio di antichi alberi

mani, una roggia,

tra rive ineguali e corrose a risciacquare le radici gialle,

tentacoli

vegetali,

lievemente ondeggianti nella corvariopinti ad asciugare.


solatie, le

rente
di

nelle

mattine

lavandaje

le

fasciavano

panni distesi e
il

Ora, na:

scosto
lito
il

Naviglio interno per la maggior parte

demo-

Lazzaretto,

arrugginito nelle muraglie tozze e

sipario alla vista delle Prealpi lariane, Stendhal redi-

vivo

si

lamenterebbe,

se, nelle

giornate ventose e

HmBa-

pide, nell'aria ossigenata e cristallina, dall'alto del


stione

non potesse pi ammirare i denti bianchi ed acuti del Resegon de Lek (cosi scriveva) profilarsi sulla azzurra tenerezza del cielo. E i Corpi Santi facevano da s una citt a cerchio dell'altra, tra l'agricola e l' industriale. Permanevano, come permangono, le cancel late e i pilastri, il primo viale de' Giardini pubblici,
tracciati

dalla

simmetria
;

repubblicana

cisalpina,

lungo Corso Venezia

ma non
249

pi la bella e rettilinea

LUCINI
armonia macchie
fiaccole
classica,

che Piermarini voleva

istituita, sulle

e nei prati e nelle alice, perch vi si decoras-

sero, nelle pubbliche


li

altari

commemorazioni, li Eroi, tra le romani, i profumi e le pire Eroi della


:

guerra e della pace.

Ma, se distrutto il Teatro Diurno, celebre per le sue pantomime e pe' suoi carroselli e La Giostra, ed il Caff, non cos quel Salone, che lasci indi Tarea al Museo
di Storia Naturale, e dentro cui ballarono

L'Orphe aux Enfers,


seurs d'Afrique, la

al

Dama

il can-can de suono della musica dei Chase lo Zuavo nel pocanzi troppo

commemorato
Allora,
il

1859.

dedalo curioso e caratteristico dei vicoli,

delle stradicciuole a gomito,

ad oscurit
l'isolato

rientrate, a

balconcini tondi sporti, ed usciuoli socchiusi, ad invito

pandemio,

che

racchiudevano

delle

case,

Muri, dalla Pescheria Vecchia, a Santa Margherita, andava scomparendo qui, aveva tenuto campo aperto, ad ogni avventura ed a chiunque avventore, e general comando,
dalla contrada di
Raffaele, ai due
;

San

la venale e larga galanteria milanese


....

costumm de sta citt, Rapport ai donn de honmerca, Massimament qui creatur

De San

Raffael

e di

Du Mur

Che, quand Varriva on foreste,

Se fa compagn di hottiglie ; Massimament in temp de stda....


Poi,

corata

La Piazza del Duomo, n ampliata, n ancora dal Monumento del Rosa, n come oggi,

deal-

lietata dal torneo dei tram, propalatori di addomesti-

250

LUCINI
cati fulmini tra le ruote e le rotaje, intorno al

Padre

della Patria, guardato a vista dalle nappine azzurre e

dai pennacchi rosso-azzurri


si

e, se

in Piazza Mercanti,
il

era colmato

il

vecchio pozzo, che, nel 1762,

conte

Nicol Visconti, prefetto della citt, aveva ristaurato,

pur continuava
se,

la

frequenza di avocati, bcrsiroeu, spii,


e

vagabond, mercant de gran

de ris,

fittarol, heolch,

mas-

J attor.
Si che Carlo Dossi

ed Alberto Pisani furono spetsi

tatori della trasformazione. In quel loro Presente, in

questo nostro Altrieri, gi


gi
si

pretendeva luce ed aria


;

incominciava a demolire piazze larghe, strade in rettifilo sovrani, picconi e squadre. Vi hanno camminato, vi camminano i cittadini pi diritti e sicuri ?
;

Ogni cosa consiglia Tortogonia, la politica e V igiene per ci si sopprimono li edifci biscornuti e le idee doppie quelle, cio, che sono sempre vive, e sono le pi
;

sincere,

noi non vogliamo scansare l'ostacolo, ma lo abbattiamo alla critica succede la sintesi ma scordammo molta allegria e molto buon cuore ma l' ironia si fatta sarcasmo e ciascuno teme del suo vicino se la satira interviene, si invoca al chirurgo, che
; ;
; ;
:

Carlo Dossi reputa una delle pi


e,

tristi

necessit
;

umane

chi dice chirurgo, accorge l'ammalato

e Carlo Dossi

molti ne vide, coi quaH, Alberto Pisani. In compenso,


l'aspetto

non potrebbe
:

essere mighore

ma

un' in-

zaffatura di calce lievemente indorata dal giallo-cromo


dell'

imbianchino

niente
i
;

portoni ad ogni ponte del

Naviglio, colmali

vicoli, fontanelle

d'acqua potabile
;

sopra ogni trivio


alla

ciascuno veste pi decentemente


festivo

domenica riposo

incontrate

il

vostro lu-

strascarpe agghindato

come un milord, George Brum^51

LUCINI
mei del
selciato
il

1
si

le

vostre domestiche

rifiutano

di custodirvi

bollito.

pi libera

una domanda

suoi adoratori che la


i

Milano pi sana, pi costumata, e pure, quell'altra ha i vagheggiano di sulle stampe ed


;

se ne

postumo amore tra il curioso e V indiscreto innamorano troppo tardi la scrivono e la descrivono come una paleografia sentimentale.
disegni con
;
;

Vecchie ringhiere, rigonfie e barocche,


tortili viticci e foglie

riccioli
;

d'acanto battute nel ferro

balau-

stre a volute

ed a conchiglie massiccie, a specchiarsi


;

nell'acqua lenta e verde del canale


nite dalla piova e lucidate dal sole

lobbie di legno bru;

pensili giardinetti

di quattro garofani garibaldini,


rosato,

un cespo

di geranio
gatti,

una tegghia odorosa


;

di

maggiorana pei

di salvia per l'arrosto

l'arcata del ponte bituminosa,

concava, nell'acque, convessa, oscura galleria ai comballi, carichi di pietre, di calce, di

fascinate

la

rozza

a guidaleschi, al rimorchio del carro fluviale ; la donnina specchiante d'oro, ultima sull'orizzonte
lanese, simbolo

Mami-

ed

indice,
;

ripostigh

della

citt

come una fiamma l' intimi l'ombra magra e profumata


:

dalle glicine

urbane e stanche, spioventi


di

sulla terraz-

zetta
di

l'umidiccio della piccola ajuola,


orticoltura

un portento
variet
;

giardinaggio e
i

d'ogni

Terraggi,

Bastioni, la Guglia, o bianca, o bigia, o vioil

lacea, o rosata a sfidare


erigersi le alte

cielo, e, dai bassi muricciuoli.

magnolie sfiorendo e cercando azzurro


alla matita,
;

ed aria
nella
gia.
;

motivi

un

d, del

Bossi, del Ca-

oggi, del Mentessi


il

rr.f&gurazioni di

una nostalBalestrini

Ed

Belloni ne
le

paesaggi deU^Alzaja Pavese,

Ferraguti,

prospettive crepuscolari, e

la fanghiglia dei

Fuori porta,
!52-

cavaUi stanchi e profes-

LUCINI
sionali delle carrozze di piazza;

ed

il

Buffa

la

newyor>

kese irruenza dei traini pesanti, la furia modernissima


dei

commerci, che vanno rombando tra


il

le

brume,
le

fanali vegghianti e scarlatti,

rombo

delle ruote e dei


ri-

carrozzoni

l'Agazzi

cantucci

caratteristici,
il

piegature scerete ed addominali dei vicoli,

Duomo

in ogni ora del giorno, in ogni stagione, nevicato, se-

reno,

le

piangenti statue romane di Piazza Fontana,


ineasuste
la

prefiche

davanti all'Arcivescovado.
si

Donde

rammaricata nostalgia

tramuta in arte

ed in letteratura.
{L'ora topica di Carlo Dossi).

253

FILIPPO

TOMMASO MARINETTI
il

nato ad Alessandria d' Egitto

Parigi e cominci presto a scrivere.

22 dicembre 1878. Studi a Fond alcune riviste la


:

pi importante Poesia (Milano, 1904). Nel 1909 lanci i primi manifesti del Futurismo. Ha viaggiato molto ed ha paitecipato alla guerra contro l'Austria. Ha collaborato a moltis-

sime riviste italiane e straniere.

OPERE.
La
La
Conqute des Etoiles, Paris, Editions de la Piume, 1902. 1904. momie sanglante, pome dramatique. Milano, Verde

Destruction, pomes. Paris, Vanier,

Azzurro, 1904.

D'Annunzio intimo, Milano, Edizioni del Verde e Azzurro, 1903. Le Roi Romhance, tragdie satirique, Paris, Mercure de France,

1909-

Charnelle, Paris, E. Sansot, 1908. Les Dieux s'en vovit, d'Annunzio reste, Paris. E. Sansot, 1908, Les Poupes electriques, drame cn trois actes en prose. PaVille
ris, E. Sansot et C. Enqute internationale sur
le vers libre, prcde du premier Manifeste futuriste. Milan, Editions de Poesia.
le

La

Mafarka

Futuriste,

roman

africain. Paris, E. Sansot,

1910.

254

MARINETTI
Maj'arka
il

Futurista, romanzo, tradotto


versi liberi. Milano,

da Decio

Cinti.

Mi-

lano, Poesia, 19 IO.

Distruzione,

Poesia,

191 1. (Milano, Son-

zogno, 1920).

Re Baldoria, Milano, Treves, 1910. Le Futurisme, Thories et Mouvement.

Paris, E. Sansot, igii.

La

Bataille de Tripoli, rcit futuriste de la journe


tobre

du 26

Ot-

1911. Milano, Porsia,

1912.

Le Monoplan du Pape, roman prophtique en vers libres. Paris, E. Sansot, 191 2. parole in libert. Zang-tumb'tumh. (Assedio di Adrianopoli) Milano, Poesia, 19 14. Guerra, sala igiene del mondo. Milano, Poesia, 1915.
;

Il

Teatro

Futurista,

2 volumi

(sintesi

teatrali

di

Marinetti,

Corra, Settimelli, ecc.), Milano, Istituto Editoriale Italiano.

Come

si

seducono

le

donne. Firenze, 191 7.

Cinque anime in una bomba. Milano, Pacchi, 1919. Democrazia Futurista, Milano, Pacchi, 1919.

CRITICA.
Tullio Panteo,
I.

// Poeta

Marinetti,

Milano,

Societ

Edit.

Milano, 1908. Domino. F. T.


liana, 191
1.

Marinetti,

Palermo, Soc. Tip. Edit.

Sici-

R. Jacuzio Ristori, F. T. Marinetti. Milano, Modernissima,


J919.

:55

MARINETTI

EN VOLANI SUR LE CCEUR DE


Horreur de
Horreur de
Ivresse de

L'ITALIE.

ma chambre
la terre
!

six cloisons

comme une
[bire
!

Terre, gluau sinistre


!...

mes pattes d'oiseau

Besoin de m'evader
!

monter 1...

Mon monoplan Mon monoplan

Dans

la

brche des murailles brusquement clates

mon monoplan aux


Devant moi
de
le

grandes

ailes flaire le ciel.

fracas de l'acier

dchire la lumire, et la fivre cerebrale

mon

hlice panouit son ronflement.

Je vibre en dansant sur mes roues raisonneuses gifl par le vent fou des fantaisies,
tandis que les mcaniciens dans
le

noir logique de la

[chambre

me retiennent par la queue comme on tient en laisse un


Allons-y
!

lastiquement
cerf-volant

Lchez tout

!...

J'ai le puissant

bonheur de me
se deracin

sentir enfin

ce

que

je suis

un arbre rvolt qui

d'un coup de volont et s'lance sur son feuillage ouvert et bruissant

i
vent

en poussant
contre
le

droit, tout droit contre le

l'cheveau de ses racines,

vent

256

MARINETTI
Je sens ma poitrine s'ouvrir comme un grand trou o tout Fazur du del, lisse, frais et torrentiel
s'engouffre avec dlices.

Je suis une fentre ouverte, prise de


et qui s'envole vers lui
!

soleil

les fentres

Qui donc peut arrter encore affames de nuages

et les balcons souls

qui s'arrachent ce soir

aux vieux murs des maisons


?

pour bondir dans Tespace

J'ai reconquis

mon
le

courage massif
sue conservateur de la peur
!

depuis que mes deux pieds vgtaux

ne pompent plus

dans

la terre

prudente

Trs haut

Plein ciel

Me

voici
!

appuy
!

sur les lois lastiques de Tair

Ah

Ah

Me
et

voici

suspendu pie sur

la ville

son dsordre intime

de maisons disposes

comme

des meubles serviablesl...

Je

me

balance peine

comme un

lustre

allume

sur la place centrale, table servie,

aux
et

plats fumants,

nombreux, automobiles,

dont

les verres tincelants dfilent


1

lectriquement

La

dernire balle

du

soleil

dcHnant

me

frappe, oseau ensanglant, mais qui ne

tombe

pas.

Je saut de branche en branche

257
fi

Pn/>ii /fn erari

MARINETTI
sur la fort enorme, illusoire des fumes

qui

monte nt des usines


Plus loin Hors des murs une meute de croix qui s'avancent
! !

Plus haut
C'est

entre les rangs rbarbatifs des cyprs policiers.

Les jardins spulcraux crient leurs rouges et leurs verts Les marbres blancs ont l'air de mouchoirs agits. Ce soir les morts voudraient me suivre.... Ce soir les morts sont ivres, les morts sont gais
!

J'tais

mort comme vous,

je suis ressuscit

!...

Une vaste odeur sale ? La mer La mer, innombrables rangs de femmes


!

bleues

qui se dgrafent..,. Voici l'cume de leurs frles


entrelaces, qui se penchent vers la dernire

nu-

[dits

gorge de lumire

dans

le

rond dsert du

ciel

Ah

laissez-moi rire de vous, voiliers tanguant sur place,

insectes culbuts qui ne peuvent

laissez-moi

rire
!

et ne pourront jamais se remettre sur pattes


Ilots

vos pompe uses robes vertes, vous n'tes pour moi que de plates fleurs palustres ronges de mouches grasses Je vous dpasse en tourbillon
prte ntieux sous
!

et je caresse toute vitesse de la

main

r immense globe d'atmosphre,


dos enorme du danger massacrant
qui

me

spar de la mer....

258

MARINETTI
Ah
!

Ah

Sombre vent

africain,

vent balourd aux lenteurs hypocrites,


tu guettes mes distractions
?
?...
!

A A

quoi bon corriger ta derive sournoise

Je veux te laisser faire et profiter de toi Je m'envole en tes bras filandreux et mouills.
mille mtres sous

mes
!

pieds la
Elle a

mer

noircit de rage.
?

Nous regagnons

la terre

dono une odeiu*

Mais quel est ce relent coeurant de caveau ? J'ai peine lire et je me penche, le nez sur ma boussole.
Cette molle puanteur tombale e 'est

Rome,

ma

capitale

!...

Ah bah
!

Taupinire gante,

monceau de paperasses grignotes lentement


par des milliers de rats et de
tarets....

Coupoles

Ventres gonfls de colosses flottants


soir
!

dans

les

vapeurs violettes du

Je poignard droit vibrant encore dans sa blessure sonore,


sur
le

les vois

presque tous percs d*un clocher d'or.

funebre

magonnement des tnbres

!...

Des trains

Je n'y crois gure

dont les anneaux rutilent On et qui nagent soupelment par longs bonds cadencs contre les normes vagues agressives des forts
dirait de vloces serpents

en piquant des plongeons dans le flux des montagnes. De temps en temps les trains s'arrtent pour flairer les villages, charognes blmes dont ils pompent la vermine phosphoreuse en faisant claqueter leurs ventouses rayonnantes.

Ah que
!

je sois

im

jour

un poison foudroyant
=59

MARINETTI
dans vos ventres agiles et cadencs, lorsque vous bondirez vers la frontire

Gioire vous, trains-serpents,

qui profitez de l'ombre pour vous emparer de la terre

La

lune a beau vous caresser en vous narguant

de ses longs persiflages de lumire.... La lune a beau montrer le coude reluisant


de son rayon
la

lascif ,

pour dcouvrir
fleuves..,.

nudit dormante et respirante des

lune triste, somnolente et passiste, que veux-tu que je fasse de ces fiaques du dluge Je te biffe d'un trait, en allumant mon rflecteur dont l'enorme rayon lectrique est plus neuf et plus blanc que le tien Mon rayon se prlasse sur les terrasses, inonde les balcons en amour et furte dans le lit offert des jeunes filles. Le rayon vagabond de mon grand rflecteur
!

brul de gioire et d'hroisme les ruisseaux

murmurants

de leurs veines dormantes....

Mais

j'ai

bien mieux
!

faire,

vent ttu
!

Lche-moi

bas

les

pattes

Je regagne

la

mer

La mer
Tous

et son

grand peuple emprisonn


fer.

qui burle entre ses murs de


ses gardiens sont l.

Tous

les

phares debout

d'autant plus effrayants qu'ils sont silencieux,

immenses

et violents dans les tnbres. Les uns plongent partout leurs regards

de chasseurs ffairs

260

MARINETTI
et d'autres pencheixt leurs tiges d'or sur les flots noirs

comme

des pcheurs

aux

lignes lumineuses.

Phares! Pauvres pcheurs dsenchants

qu*attendez-vous de cette mer videe

Levez

la tte et

regardez

que vous cherchez


J'aime voler
la prunelle

frtillent

Tous le poissons d'or gras en plein ciel


!

ainsi,

comme

wa.

lourd papillon

en aveuglant de gestes et de
sans y brler mes
ailes.

cris

douloureuse d'un phare,

Prenez garde aux cailloux, paquebots somnolents


qui roulez par les coUines et les valles de la mer,
sur les cent reflets-pattes de vos hublots rougetres
I

Oh

je plains

vos fanaux empals sur vos mts

et leur regard souffrant, harass, qui soupire

vers l'eau bourbeuse et courtoise des ports.

Je vous plains d'tre ainsi repousss violemment par la mer et le vent qui fait tourbillonner
sur vos voiles en pleurs
les

votes grima9antes de sa bouche brche

L-bas ce sont des paquebots en droute

On
que

dirait des usines envolces,


le

fumantes, vitres en feu,

cyclone a brusquement

dracines de toutes pices.

EUes filent sur la noirceur vivante de la mer Et ce navire a Tair.... Mais de quoi donc ? J'y ....d'un grand moulin moudre les toiles Ses mts pompent le ciel, et tout autour
!

suis

!...

une farine siderale ruisselle hors des hublots


:6i

MARINETTI
Mais
il

faut resister tous les coups

du vent debout

qui m'arrte, et je tangue, et

je roule, et je tiens

mon monoplan en quilibre en manoeuvrant les deux gouvernails Un coup de pompe suffira pour me donnei encore le ronron velout du moteur assouvi....

bon carburateur, coule donc grand ouvert


blessure de hros
!

comme une

{Le

Monoplan du pape).

IL

VELIERO CONDANNATO.

Gi

il

cielo nero si gonfia


il

del singhiozzo straziante che sta per lanciare allo Zenit....

mio cuor condannato


!...

Alba
Il

sinistra e

macerata d'angoscia

Alba contratta

vento, agonizzando a

un

quadrivio,

aguzza un suo rantolo estenuato....

vento crocifisso dai chiodi delle Stelle !... Riboccano le vie d'un bitume di folla tutto fumante di tenebre, che scuotere sembra penosamente la corpulenza delle facciate.

E
s'

dovunque

il

sof&o selvaggio del

mare

ingolfa con fracasso, sbatacchiando

le

sue mille teste dai capelli

ritti,

le

sue mille braccia, le sue mille voci a


il

trivello....

Terrore dovunque m' insegue da presso


le reni

pungendomi

con

la

spada

!...

262

MARINETTI
Pennacchi crollanti di fumo greve e grasso invischiano orribilmente il tumultuar della
folla,

che svolge intomo a

me

suoi tentacoli

di piovra colossale dalle ventose fetenti....

Maschi e femmine.... tutti mi somigliano Sei sempre tu, Demonio delle Frenesie, che divorasti loro la faccia.... Oh etema lebbra
! !

1...

....Come a

me

?...

Come

me

Nessuno sentiva l'angoscia


e
i

il

crudele rimorso d'aver perduto cosi


il

propri lineamenti, la propria maschera,

proprio viso

fra le

unghie d'un ignoto,


Cielo
?

amor dell' Inferno o del per amor delle nuvole Ecco una donna !... Le mie
per

No

dita

hanno riconosciuta !... Per le poppfe t'afferro.... Gridami dunque, gridami se senti l'orror della mia faccia corrosa E non hai tu la brama angosciosa di sapere
t'
!

il

delitto, la follia, la disperazione

nascosta

dietro la

mia fronte d'avorio


io, il

Poich son
verso

colpevole,

il

condannato a morte
!...

che trascinate senza saperlo


il

nulla delle vostre vendette

Forse lo ignori

?...

Silenzio....

mie dita, affondando nella tua carne ?... Hai tu compreso ?... Ahim Io non sento che un pesante scalpiccio
farsi capire le
!

Sanno

molle di piedi nudi sulla strada fangosa, che sembra fermentar d'odio sotto i miei

passi....

"^j

MARINETTI

destra ed a sinistra, le

mura

delle case

furtivamente fuggono fra l'ondeggiare


dei fumi e delle fiamme.... e la folla
si

spande,

sinistro ventaglio di palpitante velluto,

nell'ombra spaziosa dei moli e delle banchine....


delle

banchine immense di questo porto fatidico

!...

Ecco

Uno dopo

l'altro gli schiaffi colossali

di im'ondata che s'erge, impennacchiata di luna verde,

imprimono

alla folla sussulti e risacche violente


il

in cui rapido piroetta

mio corpo.

Orrore

che mai vedo, in lontananza,

in cerchio intorno a

me

?
!...

Non
vedo
i

tremare, o mio cuore

Digradanti sui declivi dei monti lontani


le

case nere che scendono, sbarrando

loro vetri rossi, con dolce sghignazzare

e col sorriso truce dei loro vecchi balconi sdentati....

intomo la ^olla automatica e bituminosa mesce e si confonde coli 'agitazione del mare. Ma ad ogni parte fiammeggian pupille,
si

A me

pupille vive di case precipitanti


il

loro galoppo fantastico, di gradino in gradino,

dall'alto al basso di questo

gran circo di monti,

per vedermi e seguirmi

con un lungo sguardo

inesplicabile.

Le

finestre

battono

le palpebre, rapide,

poich la bufera raddoppia.

264

MARINETTI
Il

porto cupo altro non

che un vasto scricchiolamento


d'alberature infrante
sotto lo sforzo delle vele dal ventre squarciato,

saccheggiato da artigli feroci

!...

Aiuto
la

Aiuto

Il

vecchio porto contorce

sua immensa carcassa schiacciata

di

capanna masticata dal


!...

fulmine....
!

Aiuto

Questo

La tempesta ?... Ah no !... un assalto di onde dei denti


lupi furibondi per fame,

di lupo

!...

Sembrano

che s'avventino sulla porta d'una casa,


e in torrenti accaniti

penetrino dalle finestre

Un

gran veliero leva alto

il

suo scheletro
simili a budella.

davanti a me, sul molo

Le sue ossa piegan sotto cordami


Accorrete dunque in
Inarcate
e
le
il

folla,

o case scellerate
!...

dalle facce forate di pupille febbrili


le

vostre braccia

vostri tetti coperti di tegole.... Issatevi

une

sull'altre,

per assaporare
!

sublime spettacolo della mia morte

Uragano

Uragano dalla bocca trta


il

come

le

vaste brecce che

fulmine di Dio

scava nella fronte dei templi sacrileghi,


scatena, scatena
delle tue

dunque onde dai denti

la

muta
!...

di lupo

265

MARINETTI
vedo la lucente madreperla zanne che si arrota, intaccando il molo irremovibile, qui sulla soglia di questo gran porto,

Urr

delle lor

le cui

alberature oscillanti sussultano

crollando gi

come

travi carbonizzate

!...

Urr
io

Urr
rizzo

!...

Mentre dunque l'Angoscia

delle Angoscie

mi

serra feroce la gola,

mi

suiraltissimo cassero di questo veliero


Alfine, o

spettrale.

mio cuore, preparati


!...

a goder della festa gloriosa che la Morte, tua padrona, t'appresta nei Regni del Nulla

Fa presto
i

tuoi voti, o

mio
!...

cuore,

tuoi ultimi voti assurdi

Sul

mio capo,

le vele si

gonfiano mostruose,

e cozzan le loro
Il

molo

le lor pance di streghe, Uragano, mi strozzi Luna verde, mistico ragno

mammelle e
!...

superato

che con laboriose zampe intrecci i miei cordami, lascia dunque eh' io vomiti l'anima mia frenetica
sulla
sulla

tua bocca triangolare

!...

Bevi

mia fronte l'ebbrezza e la demenza del mio sogno !... Il sogno un tormento dalle deHzie divine, ma pur sempre un tormento !... Tu mi schiacci, Uragano !... Terrore !... Ecco le onde dai denti di lupo
Io vedo
i

!...

vostri occhi di porpora acuta


vostri artigli.... Li sento
!...

!...

Io sento

!...

I vostri denti

mi

masticali le guance

Oh

il

dolore

266

MARINETTI
di morire

addentato da voi
!

!...

Ahi

Ahi

Sto per morire


!...

Il

mio petto
si

intranto

La mia carena
fiori

scricchiola e
!

lamenta.

Vele impregnate d'azzurro liberatore Vele arricchite dei


dell'orizzonte
il
!

!...

Stridente alberatura, tu sfondi

Ahi

Ahi
io

Pi

forte....

Ancora
io

mio corpo !... Ancora Ancora


!

Tu

godi,

t'

inebbri, a schiacciarmi cos?...


!...

Anch'

ne godo
!...

Anch'

m' inebbrio

!...
!

Baci dei venti


di tutte le

Assolventi carezze

dell' Infinito

Io v'assaporo con tutte le labbra

mie
!...

ferite

!...

Oh

Spazio

Spazio

!...

Il

mio Desiderio,

folle

nuotatore uso

ai tuffi

pi audaci,

con furore t'abbraccia nella schiuma volante e nel vento rapace !... A me il Sogno sommergente e l'estasi ondeggiante delle foreste sottomarine

A me
per
le

il

verginale sbocciar delle perle

!...

Alito assopente, trascinami

immense pianure
dei

di corallo,

sommerse

Aroma

mari notturni
!...

gi spalmati d'aurore profumanti

Malinconia delle piovre che snodano

il

loro sonno

contemplando dal profondo


il

dell'abisso,

attraverso l'elastico cristallo delle acque,

greve sole levante

galleggiar molle e vermiglio sul

mare

come una favolosa ninfea

d'oro!...

207

MARINETTI
Aroma evocatore
tutto
il il

di paradisi perduti,

mio corpo a brandelli


tuo vigore divinizzante
di te senza fine
!...

beve
e

muor
!

!...
!..,

Ahi

Ahi

Mi sento morire

Morire

!..

{Distruzione).

268

FAUSTO MARIA MARTINI


nato a

Roma

il

14 aprile 1886.

Amico

di Sergio Corazzini e

di altri giovani scrittori di quel

tempo. Redattore da molti

anni della Tribuna. Nella guerra contro l'Austria stato gra-

vemente

ferito.

COLLABORAZIONI.
La
Lettura (Milano),

Noi

e il

mondo (Roma), Nuova Antologia


Rassegna
contemporanea

(Roma), La Tribuna (Roma), (Roma). Il Paese (Torino) ecc.

OPERE.
Le piccole morte. Torino, Streglio, 1905. Panem nostrum (coUez. dei Piccoli Libri
S. Corazzini)

Inutili

diretta da

Roma,

1907.

Le Poesie Provinciali. Napoli, Ricciardi, 1910. La porta del paradiso. Roma, Mondadori, 1919. Teatro
:

Il

Ritorno (1908).
attillino

(1909).

La Bisca

(1910).

Il giglio nero

(191 4).

Il fanciullo che

cadde (191 5).


!

Aprile (1917).
Ridi, pagliaccio
(19 19).

269

MARTINI
TRADUZIONI.
G.
P. B.

RoDENBACH, Bniges la Shelley, La difesa


1910.

morte.

Roma, Voghera,

1907.
Visci,

della poesia.

Ortona a mare,

Le Prose, Roma, Voghera, 1912.

CRITICA.
G. DE Frenzi {Giornale d* Italia, aprile 191 1). E. BoDRERO [Nuova Antologia, 3.a serie). G. A. BoRGESE. La vita e il libro, Torino, Bocca

ed., 1913.

R. SiMONi

[Corriere della sera,

191 4).

G. Ferri, [Nuova Antologia, 191 4).


1919). F. Paolieri [La Nazione, 21 febbraio 191 9).
C. GiACHETTi (// Nuovo Giornale, 21 febbraio N. Berrini [La Stampa, 21 marzo 19 19).

M. Corsi [Tribuna, 21 gennaio 19 19). E. Checchi [Giornale d'Italia, 21 gennaio

1919).

Fo (7/ Paese, 21 marzo 191 9). Berta [La Gazzetta del Popolo, 21 marzo 1919). Mario Maria Martini (7/ Casaro, 9 aprile 1919). A. Panseri [Il secolo XIX, g aprile 191 9).
G. E.

R. SiMONi

(7^

Corriere della Sera,

maggio

1919).

E. Cavacchioli (7/ Secolo, maggio 1919). N. D'Aloisio, F. M, Martini. Milano, Modernissima, 1919.

270

MARTINI

INVITO FRANCESCANO.
Ivi perfetta letitia.

(Dai Fioretti di S. Frane.)

Vieni

la

Appena,

forse,

neve non pi sui monti. imbianca Terminillo

ma ma

son

liberi, il

timo ed

il

serpillo,
le fonti.

gonfie d'acqua son tutte

Qualche traccia
tracce di neve
il

lasci,

come

di brina,
:

perfido Gennaio

onde, se guardi, pensi che

un mugnaio
!...

distratto abbia perduta la farina

La nostra vita qui il mio sogno ti Non case adorne come


vieni e

dolce e sincera
sorrider.
alla citt,

ma

vi sorprenderai la

Primavera.

Ch'ella discende con sua lieta corte da queste rupi, e tu non indovini
ov'ella nasca e per quali

cammini
tue porte.

con

mandorli giunga

alle

se

Ora son certo che non ti rincresco, parlando con te, soave amica,
ti

ov' vera letizia anch' io

dica

come a

frate Leone,

San Francesco....

271

MARTINI
Pecorella di Dio, ecco gi sento

che
Il

ti

duole la troppa solitudine....

mio giardino triste, coi suoi nudi cespugli, come l'orto d'un convento....

Ivi letizia

se vi scende
i

il

sole,

dolcemente cos veste

rosai

come come

la lana veste gli arcolai


il

tuo riso veste

le parole....

Se tu sapessi quanto
sia

la

tua seta

vana
il

nella rustica contrada....

per

decoro basta che tu vada

umile nella tua veste discreta.

Sia fatta a molte pieghe la tua gonna,

come

di

moda

cinquant'anni fa

senza merletti, senza falpal,

che non s'addice a

una modesta donna.

Voglio

le

mani tue mettere

in croce

sul petto e vederti, cinta dei panni

antichi, che restarono molt'anni


costretti nella lor cassa di noce,

prostrata

come nonna
il

in orazione,

trepida presso

casaHngo altare, per il nemico che tentava il mare, innamorata del suo re Borbone....

272

MARTINI
Come faremo
per
i

tuo capelli

cos smagliante quella

massa d'oro !... nonna disprezzava un gran tesoro...


belli
!

son troppo biondi e sono troppo

Li copriremo con un velo nero o con lo scialle d'una popolana....


cosi la

chioma non sar profana,

ed

il

tuo riso diverr severo.

Allora penserai

quanta tristezza
far corona

mi ha

vestito cos

come una monaca....


ti
:

Io dei miei baci

pecorella di Dio, ivi dolcezza.


{Poesie provinciali).

273
18

Poeti d'ogst

MARINO MORETTI
nato a Cesenatico (Romagna) il 18 luglio 1885. stato patempo a Firenze e a Roma, Ha collaborato ai princi-

recchio

pali giornali e alle principali riviste d' Italia.

OPERE.
Poesie
:

Fraternit. Palermo, Sandron, 1905-

La

serenata delle zanzare. Torino, Streglio,


scritte col lapis.
tutti i giorni.

Poesie

1907. Napoli, Ricciardi, 1910.

Poesie di

Napoli, Ricciardi, 191 1.


Tip. Ed. Nazionale, 191 3.

Poemetti di Marino.
Poesie.

Roma.

Il giardino dei fruiti. Napoli, Ricciardi,

191 6.

Milano, Treves, 191 9.


:

Novelle e Romanzi
7

Palermo, Sandron, 1907. Palermo, Sandron, 19 io. Ah, ah, ah ! Palermo, Sandron, 1912. I pesci fuor d'acqua. Milano, Treves, 1914. II Sole del Sbato Milano, Treves, 1916.
Il paese degli equivoci.
lestofanti.

La

bandiera alla finestra. Milano, Treves, 1917.

Guenda. Milano, Treves, 1918. Conoscere il mondo. Milano, Treves, 1919. La voce di Dio. Milano, Treves, 1920,

274

MORETTI
Adamo e:l Eva. Milano, Sonzogiio, 1919 L'Isola dell'amore, Milano, Treves, 1920.
CRITICA.
R. Serra. La
G. A.
lettere, Roma, Bontempelli, 1914. BoRGESE {Stampa, 1 settembre 1910). Gargano [Marzocco, 25 settembre 1910).

G. S.

d* Italia, 14 gennaio 191 1). G. Rabizzani [Resto del Carlino, 27 aprile 191 1).

D. Oliva [Giornale

D, Oliva [Giornale d' Italia, 26 luglio 1911). U. Saba [La Voce, 15 maggio 191 1).
A. Valori [Resto del Carlino, 19 agosto 1912
;

22 nov.

191 4,

30 die. 1915)G. Bellonci [Giornale d' Italia, 26 dicembre 1915). V. Lugli [La Romagna, gennaio-dicembre 1917). G. Papini [Il Tempo, 21 aprile 1918).

Pancrazi [Il Nuovo Giornale, 191 8). Cecchi [Tribuna, 19 aprile 1912 20 dicembre 1914; 14 agosto 1917 dicembre 1919). P. Pancrazi [Resto del Carlino, 24 gennaio 1920).
P. E.
;

LA DOMENICA DEI CANI RANDAGI.


Chinar la testa che vale ? che vai nova fermezza
Io sento in

me

la

stanchezza

del giorno domenicale

lentamente camminando
nella citt sconosciuta

dove nessun mi saluta fuorch un cane a quando a quando....

275

MORETTI
Nessun mi accorda uno sguardo

nemmen
fuorch

che so d*
?

ironia,

il

cagnuolo bastardo
via....

che incontro a tratti per

Nessuno pensa che io posso essere il triste mendico che chiede, invece di un tozzo di pane, un palpito amico ;
nessuno sa che io mi lagno
e

vago senza perch,

nessuno forse fuorch


tu,

mio raccolto compagno

Tu

che

liai

sul ciglio

due buone
;

lacrime ancor da seccare


tu, tu che cerchi

un padrone
focolare
;

come

io cerco

un

tu che mi segui sperando


eh' io possa darti

Tavanzo

d'un malinconico pranzo


o una carezza o un comando
;

tu che hai l'aspetto burlone

d'un tale che mi anunon tu, tu che fosti Leone, tu, tu che fosti Joli
;

276

MOREni

tu che avesti per amico Tergano di Barberia che dona al cuore mendico

un soldo

di nostalgia

tu che dimeni la coda


alle

mie lorde calcagna quasi eh' io fossi una cagna, una cagnetta alla moda
;

tu che cerchi di annusare


le

mie scarpe tratto tratto

perch vuoi lor dimandare quanti chilometri han fatto


!

{Poesie scritte col lapis).

LA DOMENICA DELLA SIGNORA LALLA.


Quando Tanima stanca e troppo sola il cuor non basta a farle compagnia
tornerebbe discoli per via,

si si

tornerebbe scolaretti a scuola.

Oh
il
i

prendiamo

la cartella scura,

calamaio in forma di barchetta,


pennini, la

gomma
il

e la cannetta,

la storia

sacra e

libro di lettura....

277

MORETTI

E
o

ripetiamo

S'ode.... s'ode

a destra

uno
il

squillo di tromba....

per la via,
alla maestra....

Cinque Maggio

o l'altra poesia

che dovrem dire tra breve

Andiamo, andiamo Il tema messo in bella Andiamo, andiamo Il tema messo in buona Dio, com' tardi La campana suona.... Fra poco suoner la campanella....
!

Ma
non
c'
soli,

che dico

domenica, vacanza
:

c' scuola, quest'oggi

solamente

da imparare un po'

di storia a

mente

annoiati, nella propria stanza....

mi viene a mente la scuola della festa. Era una scuola alla buona, cos, con ima sola
C'era una volta

ora

maestra, vecchia, senza la patente....

Signora Lalla, dove

sei

T'aggiri

nella tua casa piena di panchetti

o in un quaderno scrivi un 5 e metti un punto sopra un i, con due sospiri

Signora Lalla, hai pi nella tua stanza


quel piccolo Ges di cartapesta
e quei presepi ch'erano la festa

dei bimbi che facean

da

te

vacanza

278

MORETTI
Signora Lalla, hai pi quel mio ritratto
eh' io
ti

donai per Santa Eulalia

quella

treccia, in

un quadro, d'una tua

sorella
?

defunta

l'altarino ancora intatto

Forse

sei

morta.

Ed

tuoi strani oggetti


la

sono scesi con


entro la fossa.

te,

con

tua spoglia
spoglia

La tua casa

dei quadri, dei presepi, dei panchetti.

Che importa
d'ora e
i

? Io t'amo, e tu sei viva, o muta imagine che guardi i miei quaderni

noti caratteri vi scerni


!

con uno sguardo di sopravvissuta

Come son

vani,
i

come son

diversi,
!

signora Lalla,

miei compiti d'ora

Dimmi, vuoi riguardarmeli tu ancora Sembra uno scherzo, ma son tutti in

versi....

{Poesie scritte col lapis).

PICCOLA STORIA SCANDALOSA.


rammento. Ero un bambino

Io

che cresceva senza fretta,


e la

mamma,

poveretta,
fratellino.

dovea darmi un

;79

MORETTI
Non

veniva,

il

bimbo, mai,

e io le stavo

ognor vicino.

Mamma,

questo fratellino

quando, quando

me

lo fai

Sorrideva dolcemente
la

mia

pallida

mammina,
bellina
!

e taceva.

Era

cosi tutta sorridente

E
il

toccava con

le

mani

suo ventre tondo tondo....

Ma
il

tardava a entrar nel mondo,

fratello di

domani

Un

bel giorno ella spar,

e vederla io

non potei

per tre giorni.

chiesi ai miei
? S.

venuto

il

bimbo

Ma non
non non

vidi la sua culla,


il

intesi

suo vagito,
nulla.

l'odore indefinito
:

della sua presenza

Io giravo impermalito

per

la

casa triste e sola

finch colsi

una parola
:

oscurissima

abortito....

280

MORETTI
Volli subito salire

dalla

mamma

sofferente.

e le chiesi dolcemente Abortito..., che vuol dire


<i

Si chin sopra di
la

me

e
<i

manMnina dal suo letto, mi tenne stretto stretto.... Oh vuol dir che lui non c'..
!

Or pensando tristemente
a quel fragile segreto
vedo, vedo
il

piccol feto
:

nel vasetto trasparente

io lo

guardo,

s,

quel pezzo,

quella larva di esistenza,


io lo fisso,

a lungo, senza
!

senza un moto di ribrezzo

mi

par....

mi par che

quella

ranocchina sola sola,


quella povera bestiola
sia

pur essa mia sorella

e le dico

Sorte bella
ire

che non sparge invidie ed


questa, questa di finire
nello spirito, sorella
:

281

MORETTI
pensando al triste d che fu il tuo giorno natio
io
io t'invidio....
fossi

Oh

fossi
!

anch'io,

anch' io nato cos

{Poesie scritte col lapis)

A CESENA.
Piove.

mercoled. Sono a Cesena

ospite della

mia

sorella sposa,

sposa da

sei,

da sette mesi appena.


il

Batte

la

pioggia

grigio borgo, lava

la faccia delle case

senza posa,

schiuma a pie

delle

gronde come bava.


triste.

Tu mi
triste
il

sorridi. Io

sono

forse

per te la pioggia cittadina,


ti

nuovo amore che non


sogno che non
la
ti

soccorse,

il

avvizz, sorella

che guardi

me con

occhio che
:

si

ostina

a dirmi bella
bella

tua vita

bella,'

Oh bambina,

sorelHna, o nuora,

o sposa, io vedo tuo marito, sento

a chi dici ora

mamma,
il

a una signra

so che quell'uomo

suocero dabbene

che dopo
il

il

lauto pasto sonnolento,


ti

babbo che

vuole un po' di bene.

282

MORETTI

Mamma

tu chiami, e

le

sorridi e vuoi

eh' io sia gentile, vuoi eh' io le sorrida,

eh' io le parli dei miei viaggi

e poi,

poi

mi

quando siamo soli (oh come piove dici rauca di non so che sfida
;

!)

corsa tra voi

e dici, dici dove,

quando, come, perch; ripeti ancora quando, come, perch, chiedi consiglio

con un

sorriso

non pi

tuo, di nuora....

Parli d'una cognata quasi avara

che viene spesso per casa col


e

figlio
;

non

sai se

temerla o averla cara


al

parli del
il

nonno ch' quasi

tramonto,
:

nonno

ricco del tuo Dino, e dici

Vedrai, vedrai, se lo terr da conto

parli

deUa

citt, delle

signore
felici,

che gi conosci, di giorni


di libert,

d'amor proprio, d'amore....


mercoled. Sono a Cesena,

Piove.

tutta d'un

sono a Cesena e mia sorella qui, uomo eh' io conosco appena,

tra

nuova gente, nuove cure, nuove

tristezze, e a

me

cos parla, cos

parla, senza dolcezza,

mentre piove

283

MORETTI

La

mamma

nostra t'avr detto che

E
Si,

poi

si vede....

ora

si

vede e come
presto,

sono

incinta....

Troppo

ahim

!...

Sai che

non voglio baHa


da
:

d'allattarlo

me

Ho

fortuna

? che ho speranza Cerchiamo un nome una buona gravidanza....


?....

Ancora
le

parli,

ancora parli e guardi


;

cose intorno. Piove. S'avvicina


l'ora.

l'ombra grigiastra. Suona

tardi

l'anno scorso eri cos

bambina
(//

giardino dei frutti)

284

ERCOLE LUIGI MORSELLI


nato a Pesaro nel febbraio 1882. Dai sette ai ventun'anno visse a Firenze dove fu per due anni studente di medicina e per altri due di lettere ma senza laurearsi. Fece con F. V. Ratti un mezzo giro del mondo. Tornato in patria prese moglie e cominci a scrvere per il teatro. I suoi maggiori trionfi sono
stati Orione (1910) e

Glauco (1919)-

COLLABORAZIONI.
Mercurio (Roma), Rassegna Italiana (Roma), Giornale d'Italia (Milano), Noi e il (Roma), Lettura (Milano), Secolo Mondo (Roma), Poesia (Milano).

XX

OPERE.
Favole per
Orione.
i

re d'oggi.

Roma, Lux, 1909


Stein, 1910.

(2 ediz. Firenze, Val-

lecchi, 1919)-

Roma, Armani,
e e

Orione
Storie
//

Glauco. Milano, Treves, 191 9.

da ridere

da piangere. Milano, Treves, 191 8.

Trio Stefania. Milano, Vitagliano, 1920.

CRITICA.
A.

R. Piccoli {Voce, 11 agosto 1910). TiLGHER [Tempo 30 maggio 1919).


y

285

MORSELLI
P.

Panckazi

{Resto del Carlino, 3


Italie,

novembre

1919).

G. Papini {Vraie G.

agosto 1919). R. Serra. Le Lettere, Roma, Bontempelli, 1914-

De Robertis {Nuovo Giornale, 15 novembre 1919). Lucio D'Ambra {Nuova Antologia, l giugno 1919). M. MuRET {Journal des Dbats, io janvier 1920).
A. Pozzi {Avvenire d' Italia, 14 febbraio 1920). U. Fracchia {Idea Nazionale, 29 febbraio 1920).

LA PARTENZA DI GLAUCO.
FoRCHis
:

scerai

Ragazzo. Ti voglio dire una cosa sola. E poi mi laandare pei fatti miei. Se qualche Dio inferno mi
:

prendesse per la gola e mi dicesse


trecento pezze di lana, o
Scilla.

dammi
,

quelle

dammi

Scilla

io gli darei

Va da
fissa,

destra.

L'aurora arrossa la scena. Glauco


e il petto e tutto il

lo fissa,

lo

mentre s'allontana, gli occhi

corpo scosso

da una tragica tempesta di disperazione e di furore. Finalmente s'accascia come fulminato, e scoppia in un fragoroso pianto dove par d'udire l'eco di un crollo.

SCENA SESTA.
Scilla,
subito uscita dal suo nascondiglio, tremante dimentica del pericolo ancor vicino, corre

come una tenera madre,


:

e serra il

capo

dell'amato contro

il

suo piccolo petto


cos....
!...

Ecco....

ecco....

piccolo

contro

il

mio cuore

No, no, cos

amore mio forte, no

Cos,

!...

Tu

286

MORSELLI
ti

spezzerai

il

petto. Glauco
cos,

Glauco
!...

Ah

!...

non

ti

posso veder piangere

io

Glauco,
rantolando, soffocato dal pianto
:

Voglio morire.

Scilla
Alla tua Scilla
gli occhi....
?

Alla tua Scilla dici cos

Riapr

Glauco
No.

Scilla
Riapri
i

tuoi begli occhi. Glauco

Glauco
No. Lasciami morire.

Non
:

voglio pi veder niente.

Scilla

Nemmeno
a guardarmi mani
!

gli

occhi miei

Prova un momento

solo

Gli alza con forza


le

il

viso gocciolante di lagnme, cacciandogli


neri.
!

ira

folti ricci

Guardami, Glauco

Glauco la guarda.
Se....
tu....

...?

non

puoi....

partire

Glauco
Mi spacco
la testa

con

l'ascia

287

MORSELLI
Scilla,
come trasfigurata da un
soffio

divino di sacrifizio

Chiama qua

la

tua gente
e

Garrendo verso la barca

urlando con tutta la sua forza


!

La tua gente
Si

Qua

Tutti qua

appoggia alla capanna

quasi

mancando.

Primo Pescatore
Che
sulla

e* ?
e scende

Scavalca la poppa

terra.

Gli altri

tutti s'affollano

poppa, tranne

il

Terzo, poi scendono anch'essi.

Scilla

L
sapete

dietro....
?

la

capanna piccola

di

Forchis....

la

Primo Pescatore
Altro che
!

Dove

ci

son trecento pezze di lana

buona

Scilla
levandosi

una

chiave dalla cintola

Questa chiave Tapre. Prendetele tutte,


pezze
!

le

trecento

Primo Pescatore

Non

dubitare. Ci penso io
Prende
la chiave e

va da

sinistra.

Tutti dietro a

me

288

MORSELLI
Scilla
:

Portatele tutte nella barca di Glauco.


sto!

Ma

fate pre-

correte bassi,

che Forchis non vi veda!

non

gridate!

che non

v'oda....
il

Tutti dispaiono dietro

Primo da
:

sinistra.

Glauco
Scilla
!

Si slancia verso di
Scilla
! !

lei

le

si

butta ai piedi baciandoglieli

Il

cuore degli eroi non pi grande del tuo


!

piccolo cuore

Scilla,
si

tien

dritta

come per un miracolo


si

di

volont e

mormora

Io non sapevo.... che

potesse amare un sogno....

pi d'una persona viva!...

Glauco

Ma
Regina

tu
!

sei

dentro al mio sogno, Scilla

Tu

sei la

Scilla
Oh!... sn...

Glauco.

Che

quel sorriso,

Scilla

Perch sorridi

cos....

come

se....

anche

tu....

Scilla,
son sovrumano sforzo
:

No, sorrido

di

gioia.

Glauco

!...

di gran

gioia

I...

289
i<)

Poeti

ei'o^g-z

MORSELLI
perch

Non

t*

ti vedo splendere.... splendere come ho mai visto tanta luce nel viso !...
le

il

sole

!...

Glauco

bacia ancora

piedi e la veste

poi

le

piccole

mani

che pendono senza vita.

Ecco!

Eccoli gi!

Tornano carichi! Vedi? Glauco,

levandosi

un

poco, quasi atterrito

Che non

sia

l'inganno d'un sogno

Scilla

Scilla

No

tu non sogni

la

tua gente che viene, a ca-

ricar la tua barca.... per partire.... per partire....

Con

infinito dolore

tutto

v'ero....
!...

tutto vero..., quel che

poveri nostri

occhi vedono

Scilla e Glauco restano

immoti a guardare. Nulla par vivo


che guardano.

in loro

neppur

gli occhi

Secondo Pescatore,
entrando a corsa
ba,rca
:

rovesciando

una gran
Scilla
il

balla di pezze entro la

Evviva Glauco
Forchis
si

Evviva

Cinquanta

ci sono...
!

metter in padella

suo fegato dalla rabbia


:

Aiutando

Un

Pescatore sopraggiunto a scaricarsi


!...

cinquanta, cento

tu ritoma a caricarti, che

io stivo.
Il Pescatore va. Il Secondo salta sulla barca.

Ne

arriva

Un
!

Altro carico.

centocinquanta

!...

Evviva

Scilla

!...

Evviva Glauco

290

MORSELLI
Anche
mala pena
barca.

quest'Altro torna via. Il Ragazzo arriva reggendo a


le

sue cinquanta pezze. Rovescia la balla dentro la

diigento

!...

Sei forte, ragazzo

Vien qua, aiutami.


dispare.
i

//

Ragazzo salta dentro


;

Glauco

La brezza molla

ma

s'alzano

grecali, senti

Imbarcati.

ora.

Torna

Un
!

Pescatore carico.

dugentocinquanta
!

castrala

Butta Che non guazzino


:

l
!

cosi

Forza, gi

in-

// Secondo Pescatore si affaccia alla


tro che tornato carico

poppa per

aiutare l'Al-

trecento

Cerbero che

si

Evviva Scilla Evviva Glauco Evviva mangi Forchis Butta gi qua


! ! ! !

Dispaiono

tutti

due dentro la barca.

Pausa.

La voce del
Echino

2 Pescatore,
:

fortissima
!

Primo Pescatore,
da fuori, con voce soffocata
:

Eccomi. Che

urli cos,

stupido
sinistra.

Entra da

La voce del
Che
cos' hai portato tu

2
?

Pescatore

Primo Pescatore

La

chiave, per Giove


Scilla
?

Se non ero
!

io,

rimaneva

l,

capisci,

Eri fritta

291

MORSELLI
Vedendo che Scilla
e

Glauco

lo

guardano scusa muover


!

ciglia

Va a

fare piacere a degli innamorati


!...

Nemmeno
poso qua.

se

n'accorgono
Posa
la

Oh

Dico a voialtri
e
s'

la

chiave

sul tronco mozzo


?

imbarca.

Hai stivato a modo, Elettro

La voce del
Che tu possa scoppiare,

Pescatore
com'
io

cos

ho ben stivato

Risate.

Primo Pescatore,
guardandosi
attorno
dall'alto

della

poppa

c'ero io
al

Tacqua Adesso s'andava via senz'acqua, se non dico a te, che tu finisca in bocca !... Ragazzo pesce cane Mi senti ?... Va a cercare quella talpa
!

di

Magheiro....

Terzo Pescatore,
entrando carico di barili
:

Son qua

Primo Pescatore
L' hai

presa comoda,

eh,

Magheiro

?...

Ragazzo,

pronto

Aiutalo.

Qua

Terzo Pescatore,
scaricati
i

barili

sulla
:

barca,

prima

di

saltar

dentro

Ma
so
?...

di'

un

po'

sei

diventato capitano
l

te,

per ca

Perch, allora io resto in terra


Gran
risate nella barca.

^MORSELLI

Primo Pescatore
Ssss
!

Zitti
il

razzacce di cani
?

L'avete dimenticato

cos presto
Il

mestiere di ladri
s'

Terzo Pescatore
lui e

prua da

imbarca. I barili son ruzzolati verso dal Ragazzo. Il Primo li segue. Dispaiono.

Secondo Pescatore,
apparendo sulla poppa
:

Glauco Glauco

Ecco nonno Sole


?...

Vedo
!

gi le otto orec-

chie dei cavalli spuntar dall'acqua


!

Ho

stivato

Oh
?

Sei di sasso

Ho

stivato.

Che s'aspetta

Glauco,
come destato
:

Eh
Il

che hai detto, Elettro


Alla vela
!

Hai stivato
!

?
!

l'ora

Sole

!...

Alla vela

Alla vela

Salta sulla barca, dispare.

Al ritmo

febbrile del suo

Issa

s'alza la povera vela tutta toppe. Subito il grecale la gonfia e il

primo

sole

V arrossa.

La voce del
Vado

i^
?

Pescatore

a mollare, Glauco

Scilla,
ora pare
lei

destata a

un

tratto

da queste parole
:

e si slancia

con

furore di belva sul tronco mozzo

No
mente.

Io

ambe le mani alla fune e la bacia disperataGlauco riappare. Appoggiandosi alla barra del timone guarda Scilla con infinito amore.
S'attacca con

293

MORSELLI
Glauco
Scilla
!

!...

Scilla,
alzando
il

viso senza

pi

colore

Glauco

!...

Lentissimamente disnoda
neggi piombo e

pandole dalle
tre

la fune dal tronco. Par che manon cuoio. Ma il grecale scosta gi la barca strapmani l'ormeggio che cade pesante nel mare. Men-

la vela s'allontana tra gli acuti denti degli scogli, Scilla si

ripiega sulla pietra, parendovi come schiacciata da un'altra pietra invisibile.

[Glauco).

LA GLORIA.

Un

branco di pazzi leopardi correva gi a


il

salti e

captiole lungo la riva d'un torrente sotto

plenilunio.

Videro una iena.

Ehi

Amica

le

gridarono

Passano cento
Li
!

cavalli stanotte per

la strada carovaniera.

manda

il

Sultano alla Mecca. Devono esser carne fine


chi gli uomini di scorta. Pranzo sicuro
!

di quelli

Son poche
la

capitan di rado

Tante iena ma non posso rispose riavviandosi per sua strada. Perch gridaron dietro leopardi. Debbo andare cimitero rispose
grazie,

Vieni con noi

in fretta
?

la

le

al

quella,

sorridendo di lontano.

Una volta, ve ne ricordate ancora amici miei ? eravamo un branco, briachi di giovinezza e di speranze
:

294

MORSELLI
scendevamo anche noi gi per un torrente sotto un
plenilunio sereno.

Incontrammo
noi.

la Gloria.

La invitammo a cena con


1

ci rispose

come

quella iena

{Favole per

re

d'oggi).

IL SOGNO.

fiaccate dalla temeternamente ricacciate ondate via dalla scopesta, le gliera, invidiavano un tranquillo popolo di pini nati e cresciuti tra il monte e il mare. Ma i pini, vedendo le nubi e gli aquilotti e le ondate
aquilotti, caduti dai

Le nubi, incalzate da Borea pe* monti con l'ali

cieli sconfinati, gli

andare andare e andare, fremevano dentro e maledicevano alle loro immense radici. SenE finalmente un giorno dissero a gli uomini dal mare che ci son Abbiam saputo certe terre tite lontane dove le caverne son zeppe di diamanti, dove i fiumi portano oro e argento a chi ne vuole. Liberateci dunque da queste sorde radici che ci tengono fate
:

di noi belle navi veloci, e

andremo insieme per

il

mare

a veder quelle terre miracolose.

Non
ste cose,

a caso

gento e d'oro.

avevan parlato di diamanti, d'arAvevano appena finito di nominar quei

pini

che quelli s'eran gi accinti all'opera.


!

Che
:

gioia sentirsi ferir dall'ascia per tutti quei pini

Si sentivan certi bassetti e storti gridare a pi non Noi Noi vedete ? siam nati per far da posso

costole alle vostre navi

295

MORSELLI

certi alti e sottili dire


!

E noi siam nati per

il

fasciame delle fiancate

Ma quando le carene furon ultimate e coperte e stavano lungo il seno tutto odorante di resine, trattenute
come
quelli

fantastici segugi al guinzaglio

allora

pi

belli,

che

io

amo come

fratelli,

quelli

che avevano

aspettato, sicuri, in silenzio, levarono anch'essi la voce


dalle altissime teste scarmigliate e cantarono
:

Ec:

covi all'ultima fatica, uomini


tateci in terra
tile,
!

Forza con

l'ascia

get-

Mozzateci questa enorme chioma inul,

e piantateci

nel
!

mezzo

dei vostri scafi, che sian


vili

come le nostre non ci vollero


per
le

radici

Non

queste cocciute e
s
!

che

seguire,

ma

quelle che

sognammo

per tanti anni, libere radici

che venivan con noi su

onde verdi verso l' ignoto !... andarono cos, finalmente, come avevan sognato, tese le quadrate vele, al i miei cari fratelli, tenendo buon vento uscirono dal Nostro mare, l nel mar

Grande, e lo corsero tutto per sereni e per burrasche,


sentirono
i

freddi brividi dell'abisso, risuonarono


le terre e
i

come
fiumi

arpe sotto la furia dei venti, videro

sognati, pi belli ancora che nei sogni, videro l'eterno

penare degli uomini incapaci d'amarsi, videro videro.... Ma andate per g' intricati porti dei grandi mercati
del

mondo, e vedrete che mentre gli uomini arcigni innon guardano in alto, gli alberi delle navi ormeggiare non dicon pi nulla. Si son fatti taciturni ma scuotono con gran mestizia le loro teste. Che ripensino alle loro vecchie radici ?
tenti a trafficare
;

[Favole per

re d'oggi).

296

NICOLA MOSCARDELLI
nato
la
Ti
il 9 ottobre 1894 in Aquila degli Abruzzi. Partito per guerra il 21 maggio 1915 fu ferito il 21 ottobre a Selz, Ora il

gioriM lista a

Koma.

COT.LABORAZIONI.
Lacerha (Firenze), Riviera Ligure (Oneglia), Cronache (V Attualit (Roma), La Brigata (Bologna), / Novissimi (Roma),

La Diana
renze),
.

(Napoli),

Le Pagiie (Napoli), La Tempra


Resto
del

(Fi-

7/

Tempo (Roma),

Carlino

(Bologna).

Primato (Milano).

OPERE.
La
Veglia. Aquila,

Unione Arti Grafiche; 1913.

Abbeveratoio. Firenze,

Tatuaggi. Firenze,

La Voce, 191 4. La Vece, 1916.


Lombardo, iqi8.

Gioielleria Notturna. Milano, Studio Editoriale

La Mendica
CRITICA.

muta. Firenze, Vallecchi, 1919.

G. Prezzolini [La Voce, agosto 1913). E. Cecchi [La Tribuna, agosto 1913). G. Bellonci (7/ Giornale d' Italia, agosto 19 13). G. De Robertis [La Voce, novembre 1914).

297

MOSCARDELLI
Firenze, la Voce, 191 8. giugno 1917)F. Meriano [La Brigata, agosto 1917 ; Giornale del Mattino,

G. BoiNE. Plausi

Botte,

P.

Buzzi

[Gli avvenimenti,

aprile 1919).

M. Martini {La Tribuna, agosto 191 8). P. Buzzi {La Rivista di Milano, settembre
F.

1918).

G. LiPPARiNi {Resto del Carlino, ottobre 1918). S. A. Luciani {Il Tempo, ottobre 1918).

O. Giacobbe
G.

(7 diritti della scuola,

Ravegnani {La
lia,

rivista di Ferrara,

M. Puccini

(/ libri del giorno,

novembre 1918). novembre 1918). novembre 1918 Rivista d'Ita;

gennaio 1920).

G. Rabizzani (L' Italia che scrive, novembre 1918). F. Aniante {Giornale d' Italia, gennaio 19 19).
P. Solari
(//

Paese,

marzo 19 19).

A. Levasti {La Nazione, aprile 1919). R. Mazzucconi {La Nazione, 8 agosto 1919).

LA SUORA SPASIMOSA.
Come
sorridi

stamane

e ti prepari contenta

con un'aria francescana di martirio


al sacrifcio.

Novizia delle Suore Spasimose

Come
e
ti

ti stringi

il

tuo mantello candido

nascondi tutta
hai

pudica, troppo, forse, pudica.

Ed

il

marchio rosso di fuoco

sulla fronte bianca,

o Suora Spasimosa,
sulla fronte stanca

tu che

ti ti

prepari al sacrifcio per


doni,
ti

me

Tutta

dai, ti concedi.

298

MOSCARDELLI
e

non chiedi nulla, mi baci anche tu, tu mi e sai, oh se lo sai che per troppo amore io ti
!

baci

brucier,

io ti uccider
ti

riaurr cenere al vento

Quanta fiamma quanto fuoco nascondi

sei cos sottile, cosi

sentimentale

che mi fa male, vedi, mi fa male


succhiarti l'anima ardente
sei cos dolce
;

stamane,

e cos bianca, cos bianca

che sembri una fanciulla


della

prima comunione
sei,

Tutta chiusa
e

tutta per me, per

me
sola

solo

ami una volta


!

e poi ne muori

d'amore

Nel monastero delle Spasimose


dieci tutte voluttuose

in quel candore
di ardore
!

Le tue sorelle e te siete amate di nascosto


dai giovani
;

avete un brutto nome.

Siete state calunniate

diffamate

dicono che facciate del male

299

MOSCARDELLI
che conduciate su una brutta via Voi
! !

Voi che tutte vi consumate


cielo,

e nulla cercate

ed anelate

il

sperdervi nel cielo


farvi azzurre
voi,

come il cielo che l'occhio un poco ci


:

velate

e
ci

con voi

ci

innalzate

trascinate

ci fate

sognare
!

viaggiare, lontano lontano lontano

Talune quasi sfinite magre, scarnite


che al primo fuoco d'amore
finiscono,

muoiono per sempre

Altre robuste, polpute


e

ben confezionate
svengono anch'esse
!

che fngon di resistere all'abbraccio

ma
cos

Tutte, tutto voi date


tutte vi rilasciate

perch volete morire


tutte vi infiammate

perch sapete di morire

Lascia tu, stamane,

le

tue sorelle,

apri la porta al convento


e godi anche tu la tua vita
!

300

MOSCARDELLI
Quanto sole, quanti fiori quanto fuoco Tu, tu lo cerchi il fuoco
!

e sai che

il

fuoco

ti

uccide

a poco a poco

povera novizia di Santa Spasimosa Nulla chiedi e tutto dai


nulla cerchi, nulla,

fuor che

un

po' di fuoco
il

che

ti

arrossi

candido mantello,
il

per darci la gioia e


misteri d'oriente

sogno,

l'azzurro del cielo dentro la nostra stanza,


i
i

sogni fantastici
sogni meravigliosi
sa, chi sa
!

Chi

che parole scrivi

lass per aria

quando quando
e lasci
....

te ne vai

t'allontani

tuo profumo cme.... una cocotte !.... no !... come una bimba malata
il

che sa di convalescenza

tutta per

me
ti

sola ti consumi,

per
per

me me
ti

che che

consumo
sacrifico

ti

che
per

succhio tutta a baci,

me che tutta per me ti tengo stretta. Novizia delle Suore Spasimose,


o Suora Sigaretta
!

(Abbeveratoio).

301

MOSCARDELLI

BCI.

Nell'alito della sera che

passa

col suo dimesso vestito

mentre il cielo s* imbrmia e s'abbassa mi sembra di sentirmi baciare


:

Non

che

un tremore
la

dell'aria

tocca e non tocca dall'oscurit,

ma

pare che sia

tua bocca

abbandonata con soavit.


{Gioielleria

notturna).

SERA DI PAESE.
Quando
telli il sole

il

fabbro che

si

sente

ma

nessuno sa dove

si

trova, ha battuto l'ultimo colpo col quale pare che mar;

canto delle contadine diventa roco, e pare che tornino a monte trascinandosi dietro tutta la valle
il
;

quando

quando sulla collina gli ulivi accesi santamente cominciano ad oscurarsi, e prendono un colore impalpabile come di cenere alzata e trattenuta da un alito sotterraneo
;

quando a una a una dai greppi calano


pecore assetate
;

le

ombre come

302

MOSCARDELLI
le campane cominciano a rabbrividire come dormenti che sognano mastini

quando

quando un singhiozzo d'oro trasvola

sui tetti

allora sbuca sulla piazza


terra,

come

se venisse di sotto-

Malerba, la vecchia slabbrata, cisposa e allam-

panata, cos lunga che se avesse


toccarmi, e cos

ombra arriverebbe a
il

magra che
i

se ci fosse

sole dietro le

sue spalle vedrei le sue ossa color di rosa.

Non ha che
castit
collo, e

capelli tirati dietro la nuca,

selvaggia,

un

fazzoletto

con una marrone intorno al

come

un bastone di leccio che rintocca sul selciato una moneta perduta. Traversa la piazza diagonalmente come per prense cercasse

derne possesso,
poi sale a

uno a uno

gli scalini

bassi della strada.

uno chiama, Malerba Malerba Lo volete un tozzo di pane ? Farina ne avete Mafinestra
: !

Da una
? .

lerba

non risponde segue con gli occhi la del suo bastone, e un poco si curva in avanti, come chi trascina il peso d'un lungo cammino. E quando arrivata in cima alla saHta e trapassa dall'altra parte cos che pi non si vede, la piazza gi ricolma d'ombra nera che sa di fieno e di menta.
essa
si

Ma

non punta

volta e

303

MOSCARDELLI

* * *

Pare che Malerba sia la sera che ritorna al monte, donde scende ogni mattino senza che nessuno la veda, dove risale quando nessuno la pu fermare.
{La Mendica Muta).

304

ADA NEGRI
nata a Lodi
Agnesi

stra nella scuola di


di

di famiglia operaia. Fu maeMotta Visconti, poi in quella Gaetana Milano. La sua prima poesia del 1887. Spos
il

3 febbraio 1870,

un

ricco industriale lombardo, Garlanda, dal quale si divise

alcuni anni dopo.

OPERE.
Fatalit. Milano, Treves,

1892.

Tempeste. Milano, Treves, 1894. Maternit. Milano, Treves, 1906.

Dal Profondo. Milano, Treves, 1910.


Esilio. Milano, Treves,

1914.

Le

191 7. Orazioni. Milano, Treves, 1918.


Il Libro di

Solitarie. Milano, Treves,

Mara. Milano, Treves, 19 19.

CRITICA.
R. Serra. Le
B. Croce.
P.
Lettere,

La

Letteratura della

Roma, BontempeUi, 1914. Nuova Italia, Bari,

Laterza,

1915- II.

Pancrazi {Resto del Carlino, 22 luglio 1919). G. A. Borgese. La Vita e il Libro, Torino, Bocca, 1913, (2*ser.)

305
-.'o

Poe^t d'oggi

NEGRI
A. G. D. R. A. A.

Valori {Resto del Carlino, 6 febbraio 1916). Bellonci {Giornale d' Italia, agosto 1917). Mantovani. Letterat. Contemporanea, Torino, 3* SiMONi {Libri del Giorno, luglio 1919). GusTARELLi (L' Italia che scrive, novembre 1919). Frattini, a. N. Milano, Modernissima, 1919.
des Dhats, 15 fvrier 1920).

ediz.

M. MuRET {Journal

LA FOLLIA.
Una
foglia

cadde dal platano, un fruscio scosse

il

cuore del cipresso,


sei

tu che mi chiami.
invisibili

Occhi

succhiellano

l'ombra,

s'infiggono

in

me come
sei

chiodi in

un muro,

tu che mi guardi.
invisibih le spalle

Mani

mi

toccano, verso Tacque dor-

menti del pozzo mi attirano,


sei

tu che mi vuoi.
dalle vertebre diacce

Su su

con palhdi

taciti brividi

la folla sale al cervello,

sei

tu che mi penetri.
i

Pi non sfiorano

piedi la terra, pi

non pesa

il

corpo

nell'aria, via lo

porta l'oscura vertigine,

sei

tu che

mi

travolgi, sei tu.


{Il

Libro di Mara).

306

NEGRI

IL

MURO.
mia strada,
e la sua

Alto

il

muro che

fiancheggia la
si

nudit rettilinea

prolunga nell'infinito.
lo

Lo accende
la

come un rogo enorme, luna come un sepolcro.


il

sole

imbianca

Di giorno, di notte, pesante, passo di l dal muro. So che


sei
l,

inflessibile,

sento

il

tuo

mi

cerchi e

mi

vuoi, pallido del pallore


ti vidi.

marmoreo che avevi


So che
cia
;

l'ultima volta ch'io

ma porta non trovo da schiudere, brecsei l non posso scavare.


cammino,
senz'altro udire;
:

Parallela al tuo passo io

senz'altro seguire che questo solo richiamo

sperando incontrarti alla fine, guardarti beata nel viso, svenirti beata sul cuore.

Ma

il

termine sempre pi lungi, e in

me non

v'

ha

fibra che

non

sia

stanca

ed

tuo passo di l dal muro sul battito delle mie arterie.


il

si

scande a martello

(7/

Libro di Mara).

307

ARTURO ONOFRI
nato a Roma il 15 settembre 1885. Ha fatto gli studi clasFond, con altri, la rivista Lirica (191 2- 13). S' sposato

sici.

nel 1916.

COLLABORAZIONI.
Nuova Antologia (Roma), Lirica (Roma), Voce (Napoli), Popolo Romano (Roma).
(Firenze),

Diana

OPERE.
Roma, 1907. Roma, 1908. Canti delle oasi. Roma, 1909. Prometeo. Roma, 191 1. Disamore. Roma, 191 2.
Liriche.

Poemi

tragici.

Liriche. Napoli, Ricciardi,

Orchestrine.

Napoli,

191 4. Libreria della

Diana,

1917.

(2^

edi-

zione,

1919).

CRITICA.
G. Papini {Mercure de France, novembre 191 7). M. Cecchi. (La Tribuna, io aprile 1914).

308

ONOFRI
L.

Fiumi {La Diana, maggio

1916).

G.

Marone. Difesa
1919.

di Dulcinea, Napoli, Libreria della Diana,

G, Bellonci {Giornale d' Italia, giugno 1914).

MUSICA.

Dietro
allo

il

macigno diafano d'un


funebre

cristallo,

assisto

spettacolo

d'un 'orche strina


nei

verde

che

sta segando sulle corde e soffiando

tubi, senza

produrre

il

minimo rumore.
{Ofchestrint).

SONNO.
Una fiamma
Attraverso

spenta sul cuscino sono


tue palpebre
lilla

tuoi capelli

sciolti, nel respiro notturno della stanza.


le

indovino V iride
vite.

degli occhi sommersi,

come un ricordo d'altre

{Orchestrine)

CONCERTO.
La
vecchietta fruga ginocchioni fra certi vetusti
graziose viscere di Mozart, credo,

scartafacci di note, e la zitellona di porcellana snodata

strappa col violino

le

309

ONOFRI
accompagnata
al pianoforte dalla fanciulla

che scan-

disce adagino gli accordi col nasetto in aria e la boc-

cuccia schiusa.

C un
e stanca,

gatto che fa
;

le

fusa e poi s'addorme con la

schiena a palla

e'

in

un

angolo, presso la tenda gialla

una palma

fnta che simula di rigogliare per


;

la gioia di star proprio qui

ci

sono anch' io su d'una

poltronciona che sto contando sottovoce fino al numero


mille.
[Orchestrine).

GABBIANI SUL LAGO.

Gabbiani stanchi e assetati, risaliti dal mare. Mentre remavo in battello lungo la costa, ce n'era uno fra l'alghe posato su un masso a fiore del lago,, che stritolava un pesce nel becco. Se n' volato a malincuore, che gi stavo per agguantarlo.

Per mi sono sdraiato in fondo


tela; e allora tornato.
il

alla

barca sotto una


petto candido e

Aveva
perla,

il

becco un po' curvo,


il

piumaggio grigio di

ma

aguzzo. Molleggiava sulle zampine con un'eleganza elastica

da ammirarlo. quando ha finito, ha dato


il

col

piccola stratta sull'ali, saltando sull'orlo del

mio petto una mio bar-

chetto a nettarsi

becco

allo scalmo.

D'un pigHo r ho afferrato, per baciargli sul batticuore il mare che aveva addosso, fra tanta ricchezza d piume. Poi r ho lanciato su, verso i compagni che ro,tavano in alto strillando, e gli hanno fatto gran festa.
,10

ONOFRI

Ma

lui,

come niente

t'osse,

tornava a volarmi ra-

sente e a garrirmi felice.


{Orchesirine).

PARTENZA.

Coi suoi colombi candidi, la casa ha preso


alla volta del

il

volo

mare.
scrollo leggero,

All'alba,

con uno

ha fatto

scricchio-

lare le sue radici di pietra e le

ha

liberate pian piano

dal tenero della collina.


S' svincolata a

un

tratto, tra
i

il

frullo dell'ali, dai


celesti,

bei roseti rampicanti lungo

suoi

muri

che in-

vano hanno provato a


sugli

trattenerla, e son ricaduti gi

umidi incavi
rimasta solo

delle

fondamenta.
verde con
gli

l'aiol

la siepe

olmi a cerchioc-

chio in attesa, e

gli alveari

che sudano di miele presso

turchina dei giaggioli

un merlo che

cola

un

istante sul lapillo fino fino del giardino.


{Orchestrine).

311

ALDO PALAZZESCHI
nato a Firenze
merciali.
il

2 febbraio 1885.
le

Ha

fatto

le

scuole

com-

prime sue opere per proprio conto, ed ebbe per editore Cesare Blanc, nome d'un suo gatto. Aderi nel 1909 al Futurismo e se ne distacc nel 1914.

Stamp

COLLABORAZIONI.
Poesia (Milano),

La Voce

(Firenze), Lacerba (Firenze), Riviera

Ligure (Oneglia).

OPERE.
/ cavalli bianchi. Firenze, 1905. Lanterna. Firenze, Cesare Blanc, 1907. Riflessi. Firenze, Cesare Blanc, 1908.

Poemi. Firenze, Cesare Blanc, 1909. L' Incendiario. Milano, Ediz. di Poesia, 1910 {2^ ediz., 1913). Il codice di Perel. Milano, ediz. di Poesia, 1911.

CRITICA.
R. SerRx\, Le lettere. Roma, Bontempelli, 1914. G. A. BoRGESE, Studii di letterature moderne. Milano, Treves,
1915G. Papini, Stroncature. Firenze,

La Voce,

1916.
1919.

A. Soffici, Staine

Fantocci. Fiienze, Vallecchi,

31^

PALAZZESCHI
A.

Valori

{Resto

del Carlino, 7 ottobre

1912).

G. S.

Gargano

D. Oliva B. BiNAzzi {Giornale del Mattino, 23 aprile 1914). L. Capuana [Cronache Letterarie, 8 maggio 1910).
S.

[Marzocco, 25 maggio 1913). [Giornale cV Italia, 26 ottobre 1907).

Benco

[Piccolo della Sera, 22 giugno 19T3).

MONASTERO

DI

MARIA RIPARATRICE.

Laudate Dominum de Ccelis : laudate eum in excelsis. Laudate eiun, omnes Angeli ejiis : laudale eum, omnes virtutes

ejus.

Gorgogliavate.

Era tanto che mi struggevo d'entrare.


Via della Concezione,

una porticina
e

di noce

piccina piccina,

passando sulla via c'assale

un'ondata
del

mormorio

della vostra voce

nell'ora vespertina

della funzione.
Monastero di Maria Riparatrice Laudate eum, sol, et luna : laudate eum, omnes

stellae, et

lumen.

Col naso dentro un vano


del fitto cancello che vi serra,
ascoltai rapito
il vostro mormorio come un qualunque monello della

terra.

Dentro
nella

le

cancellate, fra le grate,

penombra

v'aggirate,

v' inchinate.... vi prostrate,

di bianco vestite di bianco velate,

o 13

P.ILAZZESCHI
ravvolte nei lunghissimi manti di candore
in
fila

sussurrate....

Le vostre voci unite salgono a Ges,


pallido amante,

che lass,
fra le candele,

sul tripode di

marmi

bianchi dell'altare,

e che adorate.
I vostri

nomi sono Ges e Maria.


fiori

Afferrato, in quell'ombra, dal tepore,

dal profumo dei

e dell' incenso,

d'esser

m'ero dimenticato in quel momento venuto di fuori.

Maria

Oh

sentito tutta la divina poesia

che nel tuo

nome

riposa,
!

madre,
!

sposa

miracolosa

Il

gorgoglio uguale

della vostra voce

legnosa e dura,
purificata d'ogni sentimento
!

Donne
che
il

velate

volto

non scuoprite
I'
!

che al Signore
nell'ora dell'adorazione

Oh

Viver come voi in una finzione


voi,

Come

povere suore,

annientare, schiacciare, soffocare

giorno per giorno con dolore


il

proprio

io,

come

voi fate,

com' io giorno per giorno con dolore lo vado a scavare

314

PALAZZESCHI
per metterlo alla luce.

Parlare sempre con altrui parole,


gestire

come non come si

si

deve,

vuole,
fila,

essere dieci, venti, cento tutti in


e fare al

tempo stesso le medesime cose, dire o tacere le medesime


od abbassare,
e trovarlo naturale
I

parole,
le

alzare tutti nello stesso istante

mani

Essere musica o colore,

non pi povera carne

delle strade

Un
un

monsignore violetto,
forse,

o tutto rosso
cardinale,

sar fra voi una o due volte all'anno,


lui solo
i

romper
della vostra clausura

ferri

e vi sussurrer
dolci parole d' incoraggiamento

con

signorile

premura

per la vostra opera di purificazione.

Mute, in ginocchio,
gli farete
.

corona di candore.
festa
!

Oh Che
!

Che

festa

Maria immacolata
pregate per noi. pregate per noi.

col rosato

nome

di

Maria

fini la

vostra funzione

e io venni via.

315

PALAZZESCHI
Lesto
infilai

su su per

il

viale,

cercavo un po' di verde.... non so che,


qualcosa per riposare
gli

occhi

dilatati nell'oscurit....

mi parevan
tutte
le

girare
;

cose intorno
di verde

un po'

nell'ultima luce del giorno.

sentivo

il

bisogno
sole

di vederlo

davvero quel

di cui vi lodavate col Signore.


Se,

Ges benedetto,

per vedere in citt un po' di sole

bisogna fare un collo

lungo come un pollo.

Ma

lo vidi alla fine,

era per tramontare


dietro
il

tetto d'un 'altura

l difronte.

Sentivo che l'aria era pura


e gioiosa,
e

mi risovvenne

l'atmosfera contagiosa
della vostra clausura.

Pensai al sole bianco

che lass fra

le

candele

del vostro altare langue,

tondo come quello,

si,

ma

quello era pi bello,


!

tutto sangue
Laudate Dominwn....

Gorgogliavate al mio entrare.

316

PALAZZESCHI

venitelo a lodare qui


il

il

Signore

che ve lo fece

sole

Perche non

glie lo venite
?

a gridare

che lo amate

Se non vi sente non vuol dire,

eppoi non lo sapete.

E
e
le

venite qui con


le

me un
I

poco,

cantiamo insieme
al sole

laudi del Signore

Una
ed

una

alla

lima

alle stelle,

al ghiaccio e al fuoco,

mie vere

sorelle

Come

vorrei vedervi sparpaghate

per la citt cos vestite

piano piano passare


fra lo stupore.

Monastero di Maria Riparatrice


Ri.pa.ra.tri.ee....

Ahi! Prima peccaste dunque.... ed ora riparate, o voi che amate il sole
nell'ombra rinserrate
e

con

altrui parole

Ebbene.... avrete peccato

un

po'....

d'amor^

povere donne,
e di che volevate

mai peccare

se

anche

vi foste lasciate possedere

un milione

di volte

da mille diverse persone, che faceste di male ?

317

PALAZZESCHI
Gioiste e faceste gioire,

perch di gioia eravate assetate


e bruciavate,

che faceste di male

?
!

Viveste, perch vive eravate

Che cazzo riparate scimunite ? Non riusciste a mantenervi amanti o spose fedeli ? E venite da noi, che non siam giudici troppo crudeli Ma forse no.... no certamente, no, peccatrici voi non siete,
espiate quei
falli....
;

che commessi non avete


in Maria riparate

perch siete sicure


di poterci stare

e mantenervi pure
chi davvero pecc

sent ch'era bello peccare,

chi

si

pent

aveva peccato a malincuore. Ecco il vostro perch,


ecco la vostra sola ragione.

Donne non

siete pi,

o biancovestite e di bianco velate che strisciate silenziose

con manti da regine


nell'ombra della vostra regale prigione,
ma.... sinfonie....

macchie di

colore....
:

Nasceste con quella vocazione

318

PALAZZESCHI
fasciare, premere, soffocare
il

proprio cuore,

chiudere,
ripiegare,

non

aprire,

e duro forse,

come

lo spiegare.

In fondo....
si si

gira e

si

rigira per
si

il

mondo,

cercano e

tentan mille pose,

s'erra lo

sguardo per tutto l'universo,


:

non si vedon che identiche cose due gomitoli siamo noi, sorelle
velate,

soltanto che tiriamo in senso inverso,


io

mi sdipano, voi v'addipanate.


{La Voce, 21 agosto 1913).

ORE
Dal tetto cadon

SOLE.

gi,

un dopo
le lascia

l'altra l'ore,

gi cadere

l'orologio a martello,

in colpi secchi, uguali,

tutte sul

mio

cervello.

ognimo di quei colpi come una puntura, come se mi strappassero un Ore sole come solo pane per oggi e per dimane
m'
e per tutti
i

capello.

giorni

319

PALAZZESCHI
di tutte le settimane.

Mattutine, vespertine.

popolate da campane
vicine e lontane.

Ore del

sole,

che non ridete

a chi v'aspetta

sole.

Ore

grige, oie nere,

silenzio delle

campane

vicine e lontane.

Vien da qui presso spampanato il coro


dell'antico
delle

convento
le loro

Nazarene,

sfogano in coro

pene

a tutte Tore,

anche per esse Tore son sie. Al Ciel, al Gel, al Ciel La Gloria o Signor Ore della notte,
!

ore del sole,

uguali tutte,

che non ridete


a chi v'aspetta
sole.

Ore

sole

come
i

solo pane,

per oggi e per dimane,


e per tutti
giorni
di tutte le settimane.
{Incendiarif)
.

320

PALAZZESCHI

LA VECCHIA DEL SONNO.


Cent'anni la vecchia.

Di rado Tn vista aggirarsi nel giorno. Sovente la gente la trova a dormire vicino alle

fonti.

Nessuno
e resta

la

desta.
la veccliia

Al lento romore dell'acqua

s'addorme,

dormendo

nel lento

romore
{liccndiario)

dei giorni dei giorni dei giorni.

ARA MARA AMARA.


In fondo alla china,
fra
v'

gh

alti

cipressi,

un

piccolo prato.

Si stanno in quell'ombra
tre vecchie

giocando coi dadi.

Non

alzan la testa

un

istante,

non cambia
si

di posto

un

sol giorno.

Sull'erba in ginocchio,

stanno in quell'ombra giocando.


[Incendiario)
,

ORO DORO ODORO DODORO.


In fondo al viale profondo la nicchia gigante
eh' cinta dagli alti cipressi.

321
21

Poeit

d oggi

PALAZZESCHI
La statua fu tolta nei tempi La luna risplende sul bianco
degli alti cipressi.

lontani.

lucente del

marmo

che sembra poggiarsi sul nero profondo


Ci sono alla base quattr 'uomini avvolti nei neri mantelli,
si

guardan fra loro in non muovono un dito.

silenzio,

(Incendiario).

VEDUTE DEL PARADISO.


Un
prato quadrato,

cento altissimi cipressi per lato,

Nel mezzo (nessuno sa


in quale
e'

anno sia nato) un grandissimo salice bianco

Lunghissimo, profondo,
questo prato, non
solo
la

da un
si

lato,

pu girare in tondo, ad una comodissima balaustrata,


si

gente

pu fermare

finch vuole, per guardare inginocchiata.

Proprio in fondo al prato,

accuratissimamente distesa,

una camicia bianca di bucato. un piato sterminato che nel mezzo tutto vuoto. Lo circondan torno torno
c'

settecentomila beghine
tutte in
fila.

Tutte vestite e velate di nero,

32:

PALAZZESCHI
fanno del prato
in

un anno un

giro intero.

Un

prato in forma di triangolo

rettangolo,

un cipresso per angolo.


Nel mezzo, situate pure in forma di triangolo,
filano
tre vecchie,

immobili

canapa candida. Ogni ora mutano d'angolo.


{Incendiano)

LA FONTANA MALATA.
Clof,

clop,

cloch,

cloifete,

eloppe te,
ciocchete,
chchch....

la

gi nel

cortile

povera

fontana
malata,

che spasimo
sentirla
tossire
!

Tossisce,
tossisce,

323

PALAZZESCHI
un poco
si

tace,

di

nuovo

tossisce.

Mia povera
fontana,
il

male
i

che
il

cuore

mi preme.
Si tace,

non getta
pi nulla,
si

tace,

non s'ode romore


di sorta,

che
sia

forse....

che forse

morta ? Che orrore Ah, no


1

Rieccola,

ancora,
tossisce.
Clof, clop, cloch,
cloffete,

cloppete,
ciocchete,

chchchc...

La

tisi

l'uccide.

324

PALAZZESCHI
Dio santo,
quel suo

eterno
tossire

mi

fa

morire,

un poco
va bene,

ma

tanto

Che lagno Ma Habel


Vittoria
Correte,
!

chiudete
la fonte,

mi uccide
quel suo

eterno
tossire
!

Andate,
mettete
qualcosa
per farla
finire,

magari....

magari
morire
!

Madonna
Ges
!

Non

pi,
I

non pi Mia povera

325

PALAZZESCHI
fontana
col

male
i

che

finisci

vedrai

che uccidi

me

pure.
clop,

Clof,

cloch,

cloffete,

eloppe te,
ciocchete,

chchch
[Incendia fio).

RIO BO.
Tre casettine
dai tetti aguzzi,

un verde praticello, un esiguo ruscello Rio Bo, un vigile cipresso.


:

Microscopico paese, vero,


paese da nulla,
e'

ma

per..,.

una stella, una grande, magnifica stella, che a un dipresso.... occhieggia colla punta del cipresso
sempre
di sopra

di

Rio Bo.
stella

Una
se

innamorata
ce V
citt.

Chi sa

nemmeno

una grande

{Incendia

rio)

326

PALAZZESCHI

L'OROLOGIO.

Ad una parete della mia stanza da letto, e' appeso un orologio vecchio uno di quelli di vecchia usanza,
;

colla catena e

il

peso.

Un tempo

lo caricai

tanto per far qualcosa,


se pi

non sapendo precisare m* irritasse fermo,


il

o pi

suo maledetto andare.

Da

tanto e tanto tempo

rorologio
Io lo

non va pi. guardavo sempre con ghigno, tramandogh una fine,


a quel ciarliero maligno,

una molto

triste fine.

Voi uomini tutti tenete addosso un orologio, e non sapete


quello che lui di voi sa,

tutto esso segner,


e

non ve lo dir mai. Io lo guardavo pensando

orologio, tu sai

tutto di me,
?

dimmi

l'ora eh' io morir.

Le due Le cinque ? Le tre ? Le tre e un minuto, e due minuti

327

PALAZZESCHI
Dio
tutti
?

Mi sentivo morire
i
!

minuti Su quel vile orologio tutte le mie ire infuriai,

tutto quello che


gli tirai.

mi capit

fra le

mani

Insulti, sputi, sozzure,

scarpe, calamai

Ed
Si

egli si ferm.

ferm

sulle sei.

Sul

momento mi parve

d'esserne liberato,

che non battesse pi, che si fosse fermato.

Ma

il

d seguente

giunse quell'ora,
io lo guardai,

da quella immobilit feroce compresi che quella


e

doveva essere
Tutti
i

l'ora
!

inesorabilmente
giorni io

doveva
?

a quell'ora morire

Quell'ora del tramonto,

o dell'ave maria, o prima della notte, o ultima del giorno,


le sei, l'ora terribile

di tutti gli incubi miei

Quell'ora serale,

328

PALAZZESCHI
era divenuta giustamente
la

mia ora

sepolcrale.

Nella disperazione
corsi sull'orologio,
lo sventrai
!

Tutto
il

gettai, le lancette,

suo tagliente
infernale,
!

meccanismo

tutto dispersi

non

si

vede ora

che una mostra bucata, e un pezzo di catena


rimasta ciondoloni

con una ruota attaccata.


Brandelli di quel sozzo ventre

che sbudellai.

Uomini, che da voi non sapete nascere, da voi non sapete neppure morire,
e vi tenete caro sul petto, sul cuore,

quell'ordigno che sa la vostra ora,


e

non ve

la dir, e tutti

giorni

ve la batte sul seno, e


e

non ve

n'accorgete.

Io benedico a chi sa l'ora di morire,

m' inginocchio
:

ai piedi del suicida


?

Io penso

che aspetto

Aspetto che ad uno ad uno cadano


tutti
i i

miei bei capelli,


?

miei bei denti

329

PALAZZESCHI
Aspetto che ima piaga gialla
sbuchi da qualche parte
e

ad insozzare la mia pelle bianca, r invada e la ricuopra ? Oh Com' bello morire con un fiore rosso in fronte La rosa pi vermigUa
! !

che

si

sfogHa, che

si

sfogUa
!

a lato della fronte bianca

dalla torre pi alta

darsi alla volutt del vuoto,


dello spazio
!

E
E
tu,

che sul

mondo rimanga
sai, quell'ora,

una macchia vermiglia solamente.


tu che la
scritta gi sulla

tua fronte,
tuo trotto,

mantenendo

il

tranquillo la segnerai
e passerai.

Ed

io

non potr

dire

era quella, quella che

mi

fece tremare

ogni

d,

quella che pass inosservata,

quella alla quale

No
la

Io

mi
i

faccio

pi alta del

non pensai. una torre sopra un monte, mondo,

su tutti
tutti
i

tuoi minuti

suoi mattoni,
all'ora

vi salgo

mia,
battito

quella scelta da me.

Mi fermo per
cuori inutiH e

sentire bene

il

di tutti gli orologi del


vili.

mondo,

;30

PALAZZESCHI
e ti grido
:

orologio, guarda,

mi getto
!

E
Ah
i

faccio Tatto.
!

O' sentito uno scatto

Sei stato tu, tu che i segnata gi l'ora,

creduto che fosse quella


!

Ahahahahahah No, non era quella,


quella che so io
!

Ora sono
sono
io

io

che comando,
te,

che dar l'ora a

Ora

Trovar nella mia gola, far sahre dal mio ventre,


le
i i

pi
lazzi

folli, le

pi oscene risate,

pi sconci,

gridi di scherno pi acuti,

e farti aspettare
altri

cinque

minuti.
[Incendiario]

33T

ALFREDO FANZINI
nato a Senigallia
collegio
il 31 decembre 1863. Studi a Venezia, nel Marco Foscarini, e quindi a Bologna, alla scuola Carducci, dove si laure. Fu professore a Milano nel gin-

del

nasio inferiore G. Parini per molti anni. Nel 191 7 pass a insegnare neir istituto tecnico in Roma.

COLLABORAZIONE,
Illustrazione Italiana

(Milano),

Lettura (Milano),

Secolo

(Mi-

Tribuna (Roma), Giornale d' Italia (Roma), Nuova Antologia (Roma), Voce (Firenze), Secolo (Milano), // mondo (Milano), Marzocco
lano), Resto del Carlino (Bologna),

XX

(Firenze) ecc.

OPERE.
Saggio
critico sulla

poesia maccheronica, 1887


Carducci.

(tesi di laurea).

// libro dei morti. Milano, 1893. (2 ed.

Roma, La Voce,

1920).

L'evoluzione
ni,

di

Giosu

Milano,

Chiesa e Guinda-

1894.

Gli ingenui. Milano,

Baldini e Castoldi, 1896.

1902. (Strenna dei Rachitici). Dizionario moderno. Milano, Hoepli, 1905 (3 edizione 191 8). Le fiabe della Virt. Milano, Treves, 1905. Piccole storie del Mondo grande. Milano, Treves, 1901.
et

Lepida

tristia.

Milano,

332

FANZINI
Da
^

Phmbires a Villa/ranca. Milano, Treves, 1909. di Diogene. Milano. Treves, 19 9Lanterna La Cos' l'amore. Milano, S)C. Editor. Italiana, 1912. Santippe. Milano, Treves, 1914 Donne, Madonne e Bimbi. Milano, Studio Editoriale Lombardo,
Il

romanzo
1915-

1915 (Milano, Treves, 192 1). della guerra. Milano, Studio Editoriale Lombardo,
di
i

^' La Madonna

Marna. Milano, Treves, 1916.


sessi.

Novelle d'ambo
viaggio di

^ //

un povero
!

Milano, Treves, 191 8. letterato. Milano, Treves, 1919.

Io cerco moglie

Le Elegie di Ovidio,

Milano, Treves, 192 ^ commentate, Milano, Briola 1891. Le ecloghe di Virgilio, commentate, con raffronti e traduzioni originali di Teocrito. Milano, Briola. La patria nostra. Storia, romana, medievale, moderna. Milano,
Trevisini.

Semplici nozioni di Grammatica Italiana. Milano, Trevisini. Antologia latina, tratta da autori della bassa latinit e medievali
(esaurito)
retrica. Firenze,

Manualetto di

Bemporad, 1912

(ed

z.

rinno

vata, 1919).

CRITICA.
E. Cecchi. Studi Critici, Ancona, Puccini, 1912. G, A. BoRGESE. La vita e il libro. Torino, Bocca, 19x3. j^
G. Papini. Stroncature, Firenze, G. Bellonci {Giornale d'Italia,

seiie.

La Voce,

1916.

16 aprile 1915, 28 novem-

bre 1914).
P.

Pancrazi [Gazzetta Nuovo Giornale, 27


Lettere,

di

Venezia, die.

1914-maggio 1916
1918).

febbr, 1918; 21

maggio

R. Serra. Le

G. Prezzolini {Rivista

Roma, Bontempelli, d' Italia, 31 marzo


;

1914.
1919).

A. Valori {Resto del Carlino, 28 maggio 1914, 12 die. 1914)E. Cecchi {Tribuna, 21 sett. 1912 27 maggio 1914 25 febbraio 191 5).
;

333

FANZINI

LA BELLA FONTANA.

E dopo ruccellino venne la bella fontana. Mi rammentai di Tristano. E quando egli trovava alcuna fontana, vi si restava e cominciava a fare meraviglioso pianto
!

fontana a cui giunsi, cadeva con un largo getto dalla roccia e si accoglieva in una gran conca di pietra, viscida per il muschio, entro una specie di grotta dove la frescura metteva un voluttuoso
ribrezzo.

L'acqua di quella

Un
Il

carrettiere solitario, presso alla fontana, abbe-

verava un suo cavallo bianco.


carrettiere

mi ammon

No, non bevo, grazie.


Ma
nella
la

meglio che non beva, cos sudato come


fontana cantava cos dolcemente e
le

la pelle

era cos riarsa che

mani furono

attratte

ad immergersi

vasca

ma

sollevando

quell'acqua che pareva

nera e ricadeva tutta risplendente come un cristallo,


provai cos grande piacere che
quella volutt
resistetti
i

le

polsi, e

polsi le braccia, e infine


il

mani chiamarono a non


carrettiere che

pi alla tentazione e pregai

mi

togliesse

dal dorso la maglia, che era intrisa di

sudore.

gli occhi.

Che cosa vuol fare? chiese Mi voglio buttare dentro Ma sicuro non crepare
li
!

egli

stralunando

di

334

FANZINI

abbia

Lo

spero. Suvvia, datemi

una mano.
pericolosa e

La cosa dovette sembrare molto


al carrettiere,
la

nuova

tanto pi che notorio quanta avversione

nostra gente per l'uso esterno dell'acqua. Egli

obbiett: io insistetti. Vidi che in lui lottavano due sentimenti: cio


il

buon sentimento
il

di salvare

un suo

si-

mile da certa morte, e

cattivo sentimento di vedere


;

un pazzo

ostinato prepararsi alla morte

vinse questo

secondo sentimento di curiosit, tanto pi che io lo domandavo con tanta buona grazia. La sua coscienza
tent con un ultimo
sto
:

Lo vuole proprio?

di liberarsi
S,

dal rimorso di essere complice di un suicidio.


!

pre-

ordinai

io.

allora,

Andiamo
:

disse.

Quel carrettiere fu assai destro

col suo aiuto in

pochi istanti mi liberai dalla maglia e di ogni altro in-

dumento e vasca. Era

cos saltai

con trepidanza

stata l'acqua ad attirarmi

ardimento nella l dentro, ed io

avevo ubbidito alla sua chiamata, e non me ne pentii. L'acqua si impadron subito di me. Mi sentii scivolare lungo
le

pareti viscide della pietra, e

un senso

di

volutt forte e gelida penetr nell' interno e nel cervello,


e
si

manifest con un grido e un riso di gioia.


Il

carrettiere, che
?
>>.

mi vide

impallidire,

domand
:

Com, vaia

Gli risposi naturalmente in greco antico

"ApsTov t

ottima l'acqua

dovrebbe essere

il

motto

dell ' idroterapia)

Ma vedendo
sciotte eseguire

suoi occhi tondi e la sua tozza per-

sona, ebbi la visione di Sancio che

ammira don
:

Chi-

una

delle sue mirabili folle


l

il

cavallac-

cio bianco, che era

presso, divent un'alfana candida

335

FANZINI
e su di essa sedeva

una maga

una maliarda, una


il

delle

tante che evoc o l'Ariosto o


di cui su quei liarda bianca e tenerina, che
la testolina

Boiardo meraviglioso,

monti sentivo Tanima

effusa, una mami dicea sorridendo, con

inchinata

Caro, metti gi anche la testa


!

caro, ubbidisci,

gi la testa

e lo diceva

con tanta buona grazia che


an-

mi venne

la voglia di farle piaoitre e scivolare gi

che con la testa.

Ma

E
?

si muore, cos le risposi infine. dove vuoi sperare di fate una morte pi diver!

tente

Va

l,

caro,

non
la

ti

lasciar scappare questa bella

occasione

pregava

maga
ho

tenerina.
;

Capisco,
l

ma
l,

che

degli affari in corso


il

e, cos

subito,

per

non mi posso permettere


.

lusso di

morire. Sar per un'altra volta


I

muscoli del braccio allora


capii che
il

si

tesero nervosamente,

quando
vole.

sorriso della

maga mi rendeva
le

fie-

Sancio

Pancia mi aiut per


rischio
!

ascelle a venir

fuori dalla vasca.

Un bel Altroch
Ma

mi

disse.

egli alludeva alla idroterapia

io

pensavo, inle

vece, all'invito della

maga, che per poco non

ub

bidiva.
{La lanterna di Diogene).

CASETTA

MIA...! (d'affitto).

Quando apersi la finestrina della stanzetta bergo di Lana Mocogno, la stella del mattino
336

dall'al-

era

le-

FANZINI
vata, sopra
ciiccolo.
Il
il

castello, lontano

ad

oriente, di

Monte-

castello

pareva allungare in silenzio

le fantasti-

che sue torri bianche per arrivare a quella luce, che


precede l'alba. Sentii allora cantare un gallo, che mi

richiam

il

canto del gallo silvestre.

Allora a

me venne ima gran

voglia,

come a

Pietro

il segno della Santa Oh, buon Signore Iddio, che bel mondo armonioso e puro hai tu creato per noi peccatori, ciechi e

apostolo, di piangere e di farmi


:

Croce

ostinati

fosse

mi lavavo intanto e mi pareva che l'acqua non mai assai per pulire tutte le mie colpe di misco{La lanterna di Diogene).

nosce nza e di ingratitudine.

IL

RITORNO.

Una

testa grigia e due altre testoHne bionde, care

per diverso,

ma non meno

vivo amore,
la

si

scossero al

nostro arrivo.
labbra.

La mano tocc

mano,

le

labbra

le

Quando
il

fu piena la notte, giunsero al mio orecchio

respiro del

mare

il

respiro dei bambini, dormenti

e l

notte era azzurra, rotta qua da splendori d'oro le capanne dei pescatori che si ridestano. Le stelle trapuntavano il cielo come un confuso ricamo il mare le rifletteva con un moto invisibile, onde in me ricorse quella illusione che riappare talvolta in chi infermo per estenuazione della mente,
nella stanza vicina.
:
:

La

337
J
:

Poeti d'oggi

FANZINI
ovvero in chi ha quella mattina a
forse
il

cervello ebro di passione

come
le

in
pi:

Lama Mocogno, quando


lasciatoci

vidi

ramidi nere dei monti elevarsi verso

la stella di

Venere

un germe

dall'anima primitiva del

genere

umano
&.

Non

sarebbe improbabile che

Dio

esistesse

Di chi

questa voce che si diffonde pei

campi

l'aria

la

voce del turpe rospo terrestre. Egli suona neldi cristallo.

calma come una pura campana

{La lanterna di Diogene).

VAGABONDI.
r

L'organetto di Cremona, che tutto

il

mattino aveva

percorsa la spiaggia suonando con incredibile fastidio


dei miei nervi, ritrovai che riposava finalmente an-

che

lui.

(Non

improbabile che nei grandissimi

pomeriggi

della cara estate

anche
il

il

sole riposi alquanto nel


il

mezzo

del cielo, giacch

giorno,

cielo, il

canto delle cicale


organino di

paiono fermi. Certo quel

terribile, stridulo

Cremona
Il

allora taceva).
il

ponte di ferro sospeso sopra


glorioso,

piccolo fiume- dal

nome

proiettava dalla parte del mare una


il

fredda ombra. Sotto

ponte, in quell'ombra, l'orgale

netto riposava. Esso era sospeso per

cinghie

ad un

carrettino a quattro piccole ruote, e attaccato v'era


asinelio.

un

aveva declinate le orecchie e dormiva. La donna del vagabondo organista sdraiata sulL'asinelio

338

FANZINI
l'erba,
il

dormiva

disteso supino, l'organista

dormiva e

Una

suo volto riarso era rivolto alla tenue brezza marina. bizzarra linea geometrica, cadendo gi dal ponte

e dallo spaldo, divideva

nettamente l'ombra dalla luce.

In questa luce il gran pittore del mondo infondeva ardenti tinte di croco e d'oro, preparando la tavolozza

dal vespero
scura, che

su quell'ombra sorvol un brivido di fre-

propag per le erbe e per le chiome dei tamarischi, onde parevano svegliarsi. Le lunghe orecchie dell'asino declinavano sempre pi e parevano due indici dell' interminabile tempo. Ma
si

se le erbe si

erano svegliate, nessuno dei tre

si

svegli

nessun rumore umano diede segno all' intorno che tempo sonnolento della siesta fosse per finire.
{La lanterna di Diogene).

il

IL

MENDICANTE.

Ma

pi invidia ebbi di un altro vagabondo.


intravisto dietro la siepe

Avevo

una schiena curva


;

d'uomo, coperta da un mantello grigio e su la schiena un cappellaccio fa forma di petaso d'Ermes;^ posato in modo che parca non vi dovesse essere, tra cappello e
mantello, una testa.

Che roba
il

dissi fra
si

me,

e m'accostai.

Al mio
il

accostarsi

petaso

volt e fece muovere in basso


:

ventaglio d'una gran barba grigia

s,

c'era

una

testa

o almeno c'erano due occhietti e c'era una gran bocca

aperta al sorriso, che disse subito parole che non compresi,

ma

erano ad esuberanza illustrate dai gesti,

339

FANZINI
che dissero
:

Voi volete sapere che cosa faccio

io qui

Ceno, signore. Questo che ho qui nella palma della mano sinistra il companatico che formato di puro sale
;

questo che ho nella


di

puro grano

bevanda che rit io non mi posso accostare senza rendere grazie


al Signore,

pane che formato quella che scorre in fondo al fosso, la pura acqua. A tanta abbondanza e pudestra
il

mano

come

voi vedete

e levatosi
e,

il

petaso,

scopr

un piccolo cranio calvo

deposto

il

pane,

si

frug in sei?o e ne tolse


tone, appeso ad

un pesantissimo
:

crocifsso d'ot-

chio intenso
lo baci,

una grossa catena lo guard con occome i pittori rappresentano i santi

quindi lo ripose nel tabernacolo del seno.


?

Ora

soddisfatta la vostra curiosit

Avete nulla a rimpro.

verarmi

No

seguito la

mia cena

mi sono seduto accanto a lui con senso umile e nuovo di fratellanza nel cuore. Quel sorriso, se non fosse stato im po' ebete, era degno di un verace filosofo. Questo mendicante era una specie di mistico. Veniva dalla Spagna, era andato a Roma, poi a Bari, poi ad Assisi, poi a Loreto, ora andava a Venezia. E come fai a sapere la strada ? Preguntando domandando . Che strano effetto mi fece questo morto verbo latino che fioriva, come voce viva, su le labbra di quel mendicante che
Io allora

Che viaggio aveva fatto anche e poi sorridendo sempre, mi mostr la sua guida. Era una di quelle carte d' Italia che sono conveniva dalla Spagna
!
!

quel verbo

giunte agli orari delle ferrovie. Coli' indice percorse


tutto
il

suo itinerario.
?

Hai moglie, mujer


Morta, se fior.

domandai

340

FANZINI

Hai Muertos, Dove dormi, stasera Aqu,


figliuoli
?

seftor.

seftor.

indic con tutta naturalezza

il

vicino

campo

di

grano turco.

Ed

ebbi invidia della sua sicurezza e della sua

li;

bert. (Questo

ma

baci la

vagabondo non mi chiese elemosina moneta che io gli diedi).

Questo vecchio errante, mi richiama ora alla mente


un'altro suo fratello di vita errante e mistica.

Era pur

esso

un

vecchio, scalzo e cencioso, e lo incontrai su la

via del Santuario di Caravaggio.

Portava sul capo nudo un'enorme ritorta corona di


grosse spine.

A
e

grido lugubre, senza inflessione,

me, che m'accostai per interrogarlo, mand un come fanno i muti,


le

con

mani indicando
?
.

la

sua corona, spieg

Ma

non vedi che cosa faccio


per tutti voi

Io porto la corona delle spine

portava
stato,

La notte mi sono sognato quel vecchio muto che la corona di spine. Ma quando mi sono deavevo
le

goccie del sudor freddo gi per la fronte


!

Signore, signore
;

L'orologio
si

non

si
!

fermato,

non

si

ferma

e la morte

avvicinata

l'orologio sul

comodino faceva e

tic-tac- e tac-tic-, nel buio.

341

FANZINI
Mi butto gi dal letto, spalanco mio Signore, che meravigliose cose
la finestra
!
:

Oh,

&

{La lanterna di Diogene).

L'ORGANETTO.
E, cos andando, mi sono trovato davanti alla bottega di Pirzz,
il

tabaccaio.
il

Li c'era Giacomo Moroni, col suo organetto e

suo asino.

molto

Bravo, galantuomo, suonami Che cosa vuole Quello che pare, basta che
allegro.
?

qualche cosa di

ti

Adatt
lento

la

moto

di

manovella automa.

alla

roba allegra. cassa, e cominci il suo


sia

Dal ventre dell'organo


i

allora sgorgarono
;

suoni
sta

ragazzi accorsero dai loro tuguri

e
il

una bimba
si

con

l'orecchio appoggiato alla cassa, e


la

suo volto esprime

meraviglia per quegli echi grandi che

generavano

dal ventre dell'organo.

campagna mi pareva attenta e gh almostravano desiderio per accostarsi. In fondo, la selvetja scura dei pini formava un colonnato con dentro il cilestrino del mare dietro le colonne, cio dietro i tronchi dei pini, passavano piano piano i barchetti. Oh, l'ebbrezza di quei suoni Essi mi scoprivano il paesaggio di l dal mare vedevo Zara fra le verdi isole e i timidi barchetti diventavano navi da battaglia.
Anche
la
;

beri lontani

342

FANZINI

Avanti Ancora Ma ancora


!

In quel punto Giacomo Moro ni


dissi

si

ferm.

iracondo.

s,

suoni sgorgarono ancora, precipitarono

una

fo-

lata di tuoni che diventarono

una

folata di

popolo

che correva allegramente verso la morte.


invocate
la

guerra, sciagurato

Mio Dio,

Ma voi, s Ma la
! :

colpa tutta dell'organetto di Giacomo Moroni

io

sono un

uomo

pacifista.

Soltanto dovendo scegliere

un genere
mente
il

di morte, questo

mi pare

preferibile.

In quel pimto Giacomo Moroni ferm definitiva-

poi

suo braccio.
avanti, avanti ancora
!

Ma
Si,

ma

lei

sa che ogni suonata sono due soldi

sono stanco.
Boccalone, te ne dava anche tre di soldi
;

gli
:

e a me, col suo sorriso pi intelligente pur sempre bello l' inno di Garibaldi In quel punto venne una mamma, e afferrata la bambinella che stava con 1* orecchio suir organo A far l'erba, brutta vagabonda, che alto il sole
disse Pirzz

aggiunse all'esortazione l'argomento del suo zoccolo duro.


{La lanterna di Diogene).

IL BALLO.

Lungo

la

spiaggia del

lavorata dalle onde

mare

magnifica strada

la passeggiata vespertina, as-

343

FANZINI
sai lieta e pittorica, specie nell'ora in cui
i

approdano

battelli della pesca, dalle vele rance, ornate di segni


il

strani e infantili, fatti per

riconoscimento

ma

quella

sera, a cagione del forte vento,

spiaggia

bragozzi e

le

non c'era alcuno su la tartane avevano cercato rivincendo


la forza

fugio nei piccoli porti vicini.

Per davanti a
bito

me camminavano,

del vento avverso, due giovanette. Io ne conobbi su-

una

era un'adolescente,

quindicenne

pena,

figlia di

onestissima e timorata famiglia, piccoli possi-

dentucci di provincia. Le gonne lline corte erano an-

cora del suo corredo


state e per la

e la

prima volta,

madre e il padre in quell'ema con grandissimi riguardi,


festicciuole

l'avevano condotta

alle semplici

di

ballo

su

la spiaggia.

buona anzi un tempo si ballava sotto un tendone, fatto come quello delle giostre, poi ci fu un imprenditore che pens di costruire un capannone di muratura. Ballonzoli per bambini; anzi
Sono
feste assai alla
:

curioso osservare certe testoline ricciute di maschietti

che dondolano tutti

con gran pena le gambe nei minuscoli calzoncini per voglia di ben ballare ma il tempo di musica non lo trovano pei

loro ricci, agitano

stano e girano come

pigiatori in

un
;

tino, e cos girando


in.

finiscono col trovarsi in

un angolo,

fra

o vanno a dar del capo nel muro


stati

allora,

un crocchio, dopo essere

alquanto attoniti, o riprendono il loro ballo o scoppiano in pianto ma le bambine della stessa et
;

intuiscono
prestezza
cello,
:

il

tempo musicale con una sorprendente


nave, varata, nell'acqua galleggia
;
;

la

l'uc-

staccato dal nido, vola

la

donna, buttata nel

ballo,

danza subilo a ritmo.

344

FANZINI
Quando
lino e
le

mamme

conducono a
i

letto
:

piccini,

quel ballonzolo serale serve per

grandi

im buon
:

vio-

un contrabbasso alternano polche

e valzer

quello

geme, questo fa zum-zum ogni tanto: i per tutta la landa marina, si diffonde
cuori fa palpitare.

grilli tacciono,
il

ma

suono, e molti

chio e forse

Le servette poi non chiudono ocper ci avviene che aprono la finestra a chi
il

vi fa assedio regolare. Qualclie notte poi, finito

bal-

lonzolo, alcuni giovani accordano mandolini e chitarre


e

vanno facendo

la

serenata che

si

prolunga

la notte e s

luminosa l'aurora

sino

breve

a diventar

mattinata.

Oh, mattinate di Bellaria, delizia delle serve e padrone Vanno per le dune i sonatori e fanno giorno, suonando. Quante volte fui desto da quella voce che si staccava nella chiara notte un mandolino
delle
I
:

che batteva
sonatori

il

suo ritmo d'argento, un flauto, un conSpesso ho distinto

trabbasso, una chitarra fors'anche.


i i
:

erano vagheggini, e buontemponi del luogo,


ri-

quaU, se vissuti in altra et, avrebbero lasciato

cordo del loro nome, come giullari e uomini di corte.


la

Questa gente insulsa e gaia come pur faceva palpitare grande severa notte! Adergersi le piante, sostare le
rabbrividire
le

stelle,

rame pareano Non


!

essi

sonatori,

ma

allontanare quei suoni, nel

un'ondata di vento misterioso pareva accostare e modo stesso che un pro-

iettore pu allontanare o accostare una luce. Poco io amo, meno comprendo la musica eppure in una notte quei suoni mi destarono ripetevano un motivo popolare di altri tempi suoni precipitosi, a scrosci, grandinar di suoni cui si alternava un piccolo lamento se bene ricordo im dolce lamento che lo intonava
;
:

345

FANZINI
il

flauto, e

dopo scrosciavano ancora mandolino


allora
:

e chidi
:

tarra.

Sentii

lagrime

come

fossero state
ti

piombo

liquefatto

Ahi, giovinezza che


!

allontani

giovinezza che non sei pi

Ma

per

le servette,
;

ma

per

le

padroncine manife-

stamente altra cosa e voi siete sempre belle e noe voi, vagheggini e giulvelle, o mattinate di Be Ilaria lari, vi apprestate anche quest'anno a ben mattinare.
;

Dicevo dunque che in quei balli io avevo notato questa giovinetta. La sua grazia non era pareggiata
che dalla sua timidezza. Soltanto la grazia dava indizio fisico della sua essenza muliebre.

non ne stava gi uno, che fosse uno


come paurosa
stringere la
fra
il

Finito
si

il

giro

rifugiava

babbo

e la
:

mamma
alle
:

mano

al ballerino

non sapeva domande rispon;

deva a pena con un fl di voce Sissignore, nossignore ma quando ballava era un incanto, cos re:

ligiosamente ella ballava, avvinta

come un'edera

al

petto dell'uomo. Ogni moto del piede e della persora


era compiuto al ritmo
intensit
di

piacere da

come un atto devoto, con una commuovere chi lei riguar-

dasse con occhio profondo.

Oh, quale contrasto allora che la scopersi, in quel vespero, sola con la compagna su la riva del mare Evidentemente per lei in quella stazione estiva si erano per la prima volta accese con nuovo splendore e signi!

ficazione,
le

le

antichissime

stelle
!

del

cielo,

sbocciati

erano
Ella

fiori, come nel maggio dunque andava con la compagna

lungo
le

la

via del deserto mare.


vesti,
il

Il

vento, battendo su

esili
;

disegnava tutto quell'elegante corpo di efebo


le

piede nudo non curava

spume

del

mare

ma come

346

FANZINI
le

splendevano

pille

gi chine
!

gli ocelli

come

e raccolte
le

dilatate erano le pu-

come

le

si

era
il

fatta

turgida e forte la voce e

parole squillanti, che

vento

rapiva

Quale effetto le inturgidiva la voce e quali parole ardite le rapiva il vento ? quale forza maturava questa
adolescente
?

quali segreti ella rivelava alla

compagna

Parole d'amore, di acerbo e nuovo amore, che ella

confidava alla compagna.

Al mio improvviso sopraggiungere tacque conobbe: salut con rispetto.

mi

ri-

Part questa piccina in cairozza.


:

il

seguente.

La carrozza era piena di valigie ella attendeva timida fra il babbo e la mamma Tutta vestita d'un abitino
^

grigio quasi

avea veduta su

S' divertita quest'anno, Sissignore. Torner un'altr'anno Se babbo e mamma


?
il

da educanda, era proprio la riva del mare ?

lei

quella che

signorina

la

lo

vorranno, sissignore,
faccende

e nulla

di

pi

le

usciva di bocca.

Or va, torna

alla casa tua, pudica, alle

domestiche. Attendi l'ora della legge che suoner e


attendi l'amante legale. Ma strano come la natura abbia fretta e sia operosamente precoce. Essa, la gran
forza,

aveva gi ben maturata

quell' adolescente

per

347

FANZINI
queir istante, che fuggito e non
stessa divenuta

torner

pi. Ella
!

donna non

se

ne ricorder pi

La pagina aperta
la pagina sigillata.

della vita bella

ma

pi bella

{La lanterna di Diogene)

BATTISTERO, CHIESA, CIMITERO!


campa-

Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero, e poi


nile che suona
;

il

o suonava una volta. Le alte mura merlate, severe, nere, in questa parte remota di Pisa, si piegano a gmito e sembrano recingere il confine di un mondo.
Battistero, Chiesa, Cimitero e la

campana che
un

chia-

ma

tutto
del

marmo
:

bianco, su cui passata la

mano
un

gialli na

tempo
la

un

color di cera,

color di alaba:

stro,

come

mano

dei vcchi e dei morti


!

tutto

ricamo areo sul verde del prato


festa, e, per

Io vi giunsi sul vspero luminoso di

un giorno di buona ventura, quell'angolo un po' fuori


sul
;

di

mano
Si

di Pisa,

vedevano

era deserto: cio proprio deserto, no. verde del prato gruppi di gente,

seduta o sdraiata ma che cosa facesse, non distinsi da prima per la lontananza. Qui dunque a Pisa lcito calpestare pensai

348

FANZINI
i

tappeti verdi

ed anche sdrairvisi

e cos

mi acco-

stai a quei

monumenti venerandi calpestando , ma ed un po' percorrendo quei sentieri marmorei, tracciati come lnee cabalstiche, sul verde, fra l'uno e l'altro monumento. L'erba del prato non era
senza paura
;
:

gentilina, pettinata, rasata dal giardiniere


sta, scura,

ma

rube-

tenace.
al Battistero, alla Torre, alla

Attorno
col
Il

Chiesa non

trovai, in quell'ora in cui io vi giunsi, alcun tedesco

Bdaeker
Battistero,
;

rosso, nessun visitatore, nessun cicerone.


il

Cimitero, la Chiesa rano chiusi in

quell'ora

parevano vvere ancora nella vita. Quei gruppi di gente, che avevo intra vveduto, rano formati di famglie di artigiani con loro donne e bimbi.

ma

Dove cadeva l'ombra dalle mura o dalle cpole, facevano merenda in crcchio in mezzo, un tegame, un mangiavano placidamente, fra fiasco, pane e frutta
:

il

loro Battistero e

il

loro Cimitero. Poi

bimbi ruzza-

vano, e quei
adontarsi.

monumenti parevano

protggerli e

non

Quel Battistero, quella Chiesa, quella Torre cantante,

quel Cimitero, adorni dei pi bei segni della


?

resurrezione, che cosa rano


del battsimo,
il

Asilo e ptria
il

il

luogo

luogo delle nozze,


!

luogo della pace.

Una

insomma La speranza immensa abitava


religione,

allora dietro queste

porte. Oggi le nostre patrie sono pi grandi, e vi sono

349

FANZINI
tanti asili e tanti

manicomi, con tanta

igiene, che

una
ha

non si conosceva nemmeno. Ma questi moderni non sono belli. Perch ? Perch non
volta
edificati
la

edifici
li

piet

e ne anche la religione.
.

bens

chi dice oggi di credere neWa,

religione dell'umanit.

Ma

ci

possiamo fidare

*
*

Come
Il

fuggirono veloci quelle rsee ore del vspero


di

monte

San Giuliano, dietro


ineffbili

la torre

pendente, piConforto di

gliava certe

tonalit

violcee.

maggior frescura, e profumo di reno la sera imminente.

rsine, recava dal Tir-

Passavano intanto le donne del popolo coi loro bimbi davanti alla chiesa l sollevavano a baciare
:

quelle istoriate porte di bronzo, chiuse

come

il

mistero;

non

so perch, dicevano
:

accento

Bello, bello

ad ogni porta, con accorato con quelle elle che squilladelle

vano come lmine tese fra la dolcezza lamentosa vocali ed i bimbi ripetevano Bello .
;
:

h|J^

Bello

che cosa

S,

bello

e basta.
le

Quanto pi svio baciare

impenetrabili porte del

mistero, e dilungare piamente, in silenzio, a capo cliino

capo,

come facevano quelle donne, piuttosto che urtarvi col come facciamo noi Ed allora anch' io mi posi
!

a riguardare quei riquadri delle porte ad alto rilievo di bronzo, ed una figurazione pi delle altre mi attrasse
:

essa rappresentava

un

cancelletto campestre,

350

FANZINI
dietro
rine
il

quale era
gli

un

orto fiorito,
il

e,

dentro, tante tgu-

con

occhi levati verso

cielo.

Sotto stavano iscritte quelle parole simbliche che


il

D'Annunzio pose a

titolo

delle sue

rime profane:

HorUis Conclusus.
che

tutte quelle figurine di bronzo,

sono

gli

abitanti

del

nostro

mondo, parevano

esttiche a contemplare quello che avviene lass, nel

gran scolo, nella gran ptria di Dio.


divenni esttico io pure.

un
:

po' per volta

Mi accorsi

allora di

non

ssere solo
gli

una vecchia
occhi e col

magra, lunga, passava cercando con


tatto, l'una e l'altra porta.

Che cosa cercate, buona donna E deve era L' ho visto quand* come parlando bimbetta, e non trovo pi a Che cosa pretino, veh rispose.
?

ci

ssere

io

lo

disse

se stessa.

Il

Ella cercava tra quelle figurazioni la storia di


prete di cui era antica
l'abito e la

un

leggenda che avesse

rubato
:

giorno

corona di
diceva la

gemme
vcchia

alla

Madonna
il

un

trovorno
di qua,

pretino
di l
;

stiacciato fra le du' porte,

met
lui.
>>.

met

e allora

si

cap che era stato

E ci dov'esser

qui

il

non lo trovo pi La buona vcchia, da quanto riuscii a capire, credeva nella Madonna e nel miracolo, ma non credeva
pretino, e
nei preti.

mandai.

E Oh,

se

loro

non

vi

danno
>

l'assoluzione

si

do-

senta

rispose ragionando
si

come

fosse

trattato di

un

affare spccio e che

poteva compiere

351

FANZINI
di vita, e in settant'anni
io ho set tant anni e pi non ho fatto male a nissuni. Possa perdere questi occhi e non veder pi i miei Quando sar morta, figliuoli se ho fatto male a nissuni mi buttino dove vogliono. Poi far Dio quello che vuole di me. Oh, buona donna, siate certa che porteranno

anche quella sera stessa

anche voi Oh,


che

l,

nel Cimitero....

non seppelliscono pi

nissuni.

Quant'anni

non seppelliscono pi ? Ma ci hanno diritto. terruppe poi gravemente Gli scienziati soltanto ? -^ domandai

gli scienziati

ed

in-

poeti,

no

Scienziati voleva ella dire, cio i saggi, cio


quelli

che sanno

le

cose che non

si

vedono. Mi diede

la

buona

sera, e si allontan per


il

uno

di quei raggi bianchi

che lineavano
stesso

prato scuro.

Quella donna nobile certamente

dissi

a
;

me
!

seguendo con

lo

sguardo la sua magra figura


:

non sar contessa o marchesa

ma
per

nbile certamente
gli scienziati e

Ammette qualche
sona
:

privilgio

per

poeti. Si rivolge al suo Creatore senza interposta per

Ecco, o Dio, a te

la

mia nima

.
:

Domattina avrei trovato tutto aperto la chiesa e il cimitero. Ma non era il caso di ritornarvi. Il trionfo della morte dell'Orcagna, con qui cavalieii che si arrestano davanti alle bare, lo vedremo quando che sia.
*

Mi avviai
alla luce

io pure.

Non

era cos caduta la sera che

ancora sospesa

nell'aria,

non

distinguessi in

352

FANZINI
una piazzetta, deserta
allora,

un

edifcio di nbile fatle

tura antica, da gmine scalee esterne aggraziato,


quali sul chiuso portone in alto
si

congiungvano.

Una scritta dicea Una sttua marmrea,


:

Scuola superiore di magistero.


guerriera,

dominava

tdine della piazzuola.

Deve

ssere

la

pensai

soli-

la

simblica Minerva, dea della sapienza, perch


la casa della sapienza.
Italia
:

questa
altre in
.

Ve ne sono anche
il

ma

questa una delle case pi pregiate


quale fu
cio fu sapiente e fu guerriero
i

Qui

studi, in fatti, Giosu Carducci, vuoi, o

come tu
:

Minerva
i

e anzi

nuova hanno rivestito di abiti pontied ora con grande irriverenza ficali con gran riverenza lo vanno spogliando anche delle fglie del santo alloro. Minerva, Minerva immortale, non esiste pi la immorvoleva che
Italia.

professori fossero
1'

guerrieri della

Quando mor,

talit

? .

mi

appressai alla sttua marmrea.

Ohim

Non

era la divina
loricata,

ma

armata Pllade Atene. La sttua era bens non era Atena. Era uno dei tanti imbelli

prncipi medcei, agli rdini di casa d* Austria e di Spa-

gna, che pittori e scultori vestivano, nel Seicento, da


guerrieri guerrieri

romani,

che finivano per essere creduti

veramente romani. Minerva, vedete mi

nggio marmreo
la

ha V inconveniente di inoculare sapienza agitante. Qui si fbbrica invece la sapienza


.

disse

il

sedentrio perso-

riposante

Allora per la gmina scalea di quella

scuola

mi
di

parve di vedere salire e scndere una quantit di contributi,

saggi,

ricerche,

congetture

una

spcie

un

altro cimitero.

353
23

Podi d'oggi

FANZINI
Antiquria
sistemi
;
!

Con

tutta la precisione dei moderni

ma

antiquria.
allora, in

Mi venne,

mente Giacomo Leopardi quando


si

giovinetto usc dalla biblioteca paterna e

rec in

Roma per cercarvi la vita, e trovo invece che tutto in Roma era antiquria. Guai a lui se alla gente romana egli
avesse detto
:

Io son poeta, io son colui che sent


.

il
:

suon

dell'ora e le voci dell' infinito

se avesse detto
il

Io

son colui che dallantiquria dedussi


,
:

verso

Io solo combatter, procomber sol io

la

gente anti-

quria di allora avrebbe esclamato


stui
? .

pazzo

co-

Eppure per quel verso noi


io

lo

chiameremo Li-

beratore.

Potr
o,

rinchidermi in una biblioteca, come in un

chiostro dalle spesse

mura

e dilettarmi dell'antiquria,
il

sopra un
per

bel leggo, lggere

De odo

religiosorum

:
:

potr io godere nel non sentire pi Tossigeno della vita

ma

giovani, no

Esiste negli anni givani

vzio militare obbligatorio.

dicendo

Non

sar pi

un sercome si va

il

servzio materiale delle armi,


militare,

ma

veraest

mente,
necesse
!

comunque, pei givani

navigare

{Viaggio di un povero

letterato).

A RENATO SERRA.
Noi
ci

conoscemmo
Lei
chi.

di persona, la

prima volta, a
stavo
sdraiato
ri-

Bellria.

? domandai.

Io

all'ombra di quella mia disgraziata casa, quando,


scosso ai lievi passi sull'erba,

domandai

Lei chi
Io sono

?
.

Renato Serra

354

FANZINI

E
tino
cicale

allora guardai. Diiitto, luminoso,

puro

coi snil

dali ai piedi

nudi come

di peregrino.

Non mai

mat-

d'estate,

vane.

il mare in pace, il canto grande delle mi parvero circondare pi nobile creautura gioTu, o Renato; sorridevi a me di un indefinibile

sorriso,

ove era insieme timidezza e ironia.


ricordo che, nei frequenti colloqui
ti

mi

di poi,

rimproveravo di consumare e tu la giovinezza in quell'oscura tua citt di Cesena pur sorridevi. .. Ora ripenso a quei colloqui lontani, le quali certamente erano singolari alle tue parole
lungo la riva del mare, io
;
;

per un giovane, ma pi che per

s,

erano singolari

perch spaziavano in un'atmosfera meravigliosa di elevazione.

E
le

pi che la tua pEirola, ho in mente la tua figura


il

forte e

tuo passo andante lungo la riva del mare


si

onde azzurre
arene,

venivano umilmente a smorzare su


la via
:

le

come ricamandoti innanzi


gli

grandi

corpi delle
patoi,

donne, distese su la sabbia, entro gli accapocchi indolenti.


?

volgevano verso di noi

Perch andare cos in fretta. Renato


la

Perch non
agli

starcene cos indolenti, anche noi, al sole, e spremere

qualche grappolo che

fresca vite

pur matura

uomini
tu ben
citt,

Oh, tu

eri

ben avviato a pie

scalzo.

Renato Serra

camminavi espedito ben

fuori della tua oscura

gettando via ogni mondano impedimento.

Tu

eri

avviato verso una

immota

verit, tu

camminavi

verso la morte.

Certamente, o Renato, tu, colpito nelle tempie da


palla austriaca sul
sei fra
i

monte Podgora,

il

20 luglio 191 5,
pi specialmente

grandi morti per la Patria,

ma

355

FANZINI
tu a

me

appari morto per non so quale alta predest


quest'agosto,
si

i-

nazione
Ora,

Bellria,

aprivo

la

finestra

prima che

levasse

il

sole.

La
ricamo

finestra

sul

mare verso
;

l'oriente: tutto

il

delle stelle
;

ardeva ancora
lagrime

poi quella luce azsi

zurrina schiariva

poi la palpebra del sole


:

apriva.

Un'ebbrezza sino
vele,

alle

e su le

acque senza pi
che
gi

mi pareva

di vedere la

nave dei
piccolo

liberati dalla ser-

vit

dell'Egitto.

Un mio

fanciullo,

tempo sollazzava su questa spiaggia, era con te, o Renato; la cara madre mia era con te in quella nave. E non sentivo tristezza per i morti, n inerzia. Avevo l'impressione di essere come il fringuello cieco, che
pur disperatamente canta.
In quei mattini d'estate fu proseguito questo ro-

manzo senza
altre volte

pensiero di letteratura, e

fartene lettura di qualche pass,

finch
degli

il

quando tu eri in vita. sole mi investiva tutto sul capezzale,


si

mi pareva di come era intervenuto Cos durava V incanto


e la voce

uomini allora

destava

e spesso si

inquadrava

nella finestra a terreno la pesci Vendola bellariese.

Una bella

ragazza in verit: scalza e pomposa giovinetta, che vestiva


tricolore
!

Bernuss rosso di velo, alitante su le carni, un

velo verde in testa e

un gonnellino bianco
:

Voi

e'

pess ?

Cos
solo e

si

formato questo Hbro. Libro, nato di


di

me

non

donna, nato con dolore


lui
il

porta

il

bel

nome

di lui, e
la

con

nome

degli altri, morti per difendere

umana

Piet, morti per la pi vera Verit, per la

pi para Bellezza della vita, cio per la patria pi


grande, per la conquista di pi giusto impero.
{La

Madonna

di

Marna).

356

FERDINANDO PAOLIERI
nato a Firenze nel 1878. Cacciatore, giornalista e scrittore per grandi e bambini. Da un pezzo f> redattore della Nazione.

COLLABORAZIONI.
Il

Bruscolo (Firenze), Il Secolo (Milano), Diana (Firenze), iVovclla (Milano), San Giorgio (Bologna), La Torre (Siena), Corriere della Sera (Milano), La Donna (Torino), La Lettura
(Milano),

La Nazione

{Firenze),

Giornale (Firenze), Messaggero (Roina), //


Illustrazione

Fieramosca {Firenze), Nuovo Tempo (Roma),

lialiana (Milano).

OPERE.
/'

Venere agreste. Firenze, Nerbini, 1908 (3* ediz. 191 1)' Pateracchio. Roma, Societ Libraria Editrice Nazionale,
1910,
e

Scopino

le

sue bestie. Firenze,

Bemporad, 1912.
1914.-

^Novelle Toscane. Torino, Editrice Internazionale,

Novelle Selvagge. Milano, Treves, 1918.


//
e bestie. Firenze, Battistelli, 1920. Libro dell'Amore. Firenze, Vallecchi, 1920. Ha fatto appresentare, oltre/' Pa/eraccA/o, alcune commedie,

Uomini

ancora non stampate

CAM(iyii), Gli Antidiluviani (1912),


Spostati
\

La Madonna

di

Giotto (19 14),

(19 15).

357

PAOLI ERI
CRITICA.
D. Oliva {Giornale
G.
F.
d'Italia, 15 giugno 1908). Ragione, 19 gennaio 1908).

Meoni (La
Pastonchi

{Corriere della Sera, 2 gennaio 1907).

A.

Mori

{Messaggero, 28 febbraio 1908).

A. Maffii {Marzocco, 20 agosto 1908). R. Canudo {Mercure de France, 16 agosto 1908).

G. BoRsi. {Nuovo Giornale, 13 giugno 1910). R. Mazzucconi {Nazione, 17 febbraio 1920).

LA GIOVENCA.
D'umida bocca, sovra
aguzzi
i i

pie leggera

fianchi, colle corna torte,


striscia alla gorgiera

una rosea

piccola, ardente, generosa e forte,

stacca fra tutte

che

liste

rosse

una giovenca nera ha sulla coda attorte,


e l saltella.
{Venere Agreste)

e dalla fronte svolazzanti s'ella

irrequieta

qua

LA FONTE.
Era
e
i

in vetta la fonte ove tra' bronchi

massi s'apre

il

lapidoso rivo
sol batte sui tronchi
;

e a

pena

all'alba
g'

il

ed a sera

imporpora tardivo pendule roccie, enormi bracci monchi

58

PAOLIERI
d'antichi pini a fior del sasso vivo

vietan T ingresso della cava roccia

d'onde

la

linfa freddissima goccia.

All'alba vi traeva la belante

greggia dal

muto pasco

siderale,

e nel tremulo vespro la


lenta,

mugghiante
;

con suo rumor, torpido, uguale


il

s'ode nell'onde lo sciacquar sonante,


il

lento mugghio,

soffio bestiale,

le

gravi peste, e

il

tocco del

campano
{Venere Agreste).

nella pineta estinguersi, lontano.

VINO VECCHIO.
Vino vecchio,
figlioli, egli

lo lasci intatto e

non

ti

fa

un tesoro mai fallo


!
!

Vino vecchio,

ricolto in sul pianoro,


il

l'udirete cantar dentro

cristallo
al
e'

Lascia la madre in fondo

coppo, d'oro

contro

il

lume, e di giorno
il

par corallo,

e a chi d'un sorso


lascia la

petto ne rinfresca
l'esca.

bocca asciutta come

{Venere Agreste).

LA MANDRA.
Eran
passati, a

uno a uno,

pecorai irsuti e adusti,


pelle
i

coU'ombrello verdone a tracolla, coi gambali di


di capra, coi vincastri lunghi nel

pugno, eran passati

359

PAOLIERI
vergai inchiodati nell'alte
di
selle

bestiaie
i

col

fucile

traverso
le

posato

sulle

cosce,

ciuchi recanti sul

dorso

coppie dei corbelli da cui facevano capolino

belando agnelletti bianchi e neri e guaiolando teneri


cuccioli riccioluti, e infine la

granmandra dal
sul e vello delle

fetore acre,

belando spingendo

tremula,
i

zampettando sorda

polverone,

musi ignudi tra vello


le

compagne,

e in ultimo le pecore ritardatane alzate

sulle

zampe
macchie
di

deretane a mordicchiare
e subito ricacciate in

foglie rimaste alle

mezzo

coi sassi e colle pertiche,


il

feroci e gelosi scuotendo i montoni bronzo schiacciato, e i cani guardinghi

campano

colle folte

code

a punto interrogativo e l'occhio torbo.


{Novelle Selvagge),

IL

FONDO DEL MARE.


il

Sotto la luce penetrante della tieda,


rino di quel seno pescoso
si

fondo ma-

rivelava limpidamente
nitido cristallo
;

l'acqua veduta traverso

un

come un fondo
tentacoli

squamoso ed algoso dove fluttuavano lunghi

d'erbe vive d'una loro vita speciale, d'un verdazzurro

non mai veduto,


d'oro.

colle

cime maculate

di

porpora e

Su quel

fresco tappeto miracoloso passavano, pas-

savano inclinate di fianco colla rotonda testa ineffabile lampeggiante d'argento ciondolando le lunghe cigHa stellate, le palHde Medu?e, i crisantemi del mare
!

{il

Libro

dell'.ornare).

PAOLIERT

LE DUE LEPRI.
Davanti a me, come una macchia incerta, tra '1 fosco delle siepi, si stendeva la stoppia, tagliata da una riga confusa di cipressi, immobili come uno stuolo di guglie

nere

dietro saliva

una confusa opacit nebulosa

campi dietro ancora, pi alti, i monti, i da un bagliore che ne occupava la vetta centrale. Ora tutto il cielo tremolava sulla mia testa in un
;

resi oscuri

tripudio meraviglioso di stelle.

La
;

via Lattea,

le

Gallinelle,

parevano

fiocchi

di

nuvole dispersi dal tramontano nelle profondit senza Giove e Marte scintillavano con prepotenza, limiti
fra tante fiammelle esitanti,

come due

fari

mostruosi.

sorse la luna.

Una

scheggia,

un corno

color d'elettro spunt dalla

cima della montagna, s'arcu, sal, semicerchio di luce gelida terminato da un tenuissimo alone. Come attingeva rapida la gran volta, dalla quale parve poi pendere immobile, lmpana abbandonata nel
buio d'una cattedrale gigantesca
!

Ma, era la luna, che saliva, o non piuttosto la terra si abbassava con un mostruoso movimento di discesa interiore verso gli abissi senza misura ? Di gi la stoppia scintillava qua e l per qualche
pezzo di schisto o di quarzite
;

delle

ombre
;

si

prova-

vano ad allungarsi in quell'incertezza lunare, e il silenzio era alto, come non avevo udito mai e mi pareva, in una simile quieta, che la boscaglia facesse sentire, a

361

PAOLIERI
lunghi tratti,
il

suo respiro ritmico e largo di gran vere,

gine selvatica addormentata.


Il

tempo trascorreva
freddo,
si
il

per la prima volta in vita


;

mia, io ne avevo perduta ogni esatta valutazione


solo
il

freddo sempre pi intenso, mi avverle

tiva che

avvicinavano

belle

formidabiH ore

antelucane.

Un

mille voci ignote

primo brivido della foresta mi turb, come se si fossero messe a sussurrarmi all'o-

recchio chiss quali parole,

un brivido lungo,

deliz;ioso,

come

di volutt.

Sentii alcune foglie staccarsi, dal gran

piacere,

cascare ai miei piedi, nella corrente.

Una

volpe

abbai a lupo, lontana, e


;

le

rispose,

non so bene
fioco, chi sa

se l'eco o un'altra volpe


;

la civetta squitt,
fioco,

rabbiosamente, per tre volte

un

gallo cant,

da dove. Poi parve che il bosco si riavvolgesse pi stretto nel suo gran mantello notturno, e fu di nuovo il silenzio, adamantino, impenetrabile, pauroso.
Allora, dai cipressi,

una specie

di batufolo nero co-

minci a muoversi incontro a


occhi sbarrati

me

che lo fissavo cogli

Scendeva a
palla
di

sbalzi,

senza rumore, come una gran


su
gradini
bassi

seta

rotolata

coperti

di

velluto.

Istintivamente,
sforzo
il

senza muovere il collo, con uno meccanico, e lento, degli avambracci, portai

fucile alla spalla,


il

appoggiai

il

calcio alla gota, imle

berciai

mirino di fosforo, portando


forse,

canne in

dire-

zione dell'oggetto nero.


Sfregai
del gomito,
le

frasche dell' acacia

362

PAOLIERl
percossi,

a pena, del pie ferrato, l'asprezza del ma-

cigno
,

so. La lepre, una femmina enorme, s'era fermata bruscamente a dieci passi da me, cogli occhi vitrei, fosforescenti
i

Non

nell'ombra, strofinando furiosamente

grandi

baffi,

che non vedevo, colle zampine anteriori,

un orecchio basso e l'altro rigido e mobile a cogliere ogni rumor meno intenso. Un nuovo fremito percosse gli alberi alti frusci le canne del bosco tremarono urtandosi il frascame l'una con l'altra con un rumore d'istrumenti accor; ;

dati

un merlo
il

fischi e frull tra

ginepri

il

notto-

lone sbatt

chiato sopra
di

un

gran becco, col suono d'un bastone picsasso il ramarro grid da un ciuffo
;

scope.

La
gevo
i

lepre

mi guardava sempre, mentre io costrinmuscoli, con uno sforzo penoso, all' immobilit
perch non sparavo
?
:

pi assoluta.

Ma
La
fili

luce cresceva con rapidit

potevo numerare
le

d'erba della stoppia, vedevo stupendamente

goc-

ciole della

rugiada brillare come perle su mille tele di

ragno

la

sotto le quali s'affacciava


tissima;

montagna spingeva in alto delle nuvole cupe, una striscia gialla, brillanla luna, a mezzo cielo, pareva d'argento opaco

contro l'azzurro.
Un'altra lepre,
scese gi per

un maschio, giovane, dal

pelo fulvo,

un

viottolo, tra l'avene alte, raggiunse la

compagna, Le due

le salt

addosso, la morsic, l'abbatt.


poi la
si

lepri rotolarono per

fradiciandosi

di

guazza

orecchie sulle spalle grigie e

un pezzo al suolo, infemmina abbass le distese col muso beata-

363

PAGLIE RI
mente proteso, sotto
si

la stretta feroce del

maschio che
lieve-

accaniva, addentandola alla nuca,

belando
le

mente.

Un

raggio di sole tinse di porpora

grandi nubi
gli

che veleggiavano sulle montagne, e tutti

alberi,

con una scossa armoniosa e tutti i rami e tutte V erbe parvero chinarsi a salutare, mentre un concerto enorme,
tintinnar di cristalU,
trilli,

gorgheggi, richiami, cinguettii,


si

gemiti, gridi, sospiri,

alzavano, s'incrociavano,
luce.

si

fondevano nel tripudio della

Un

carro rotol sulla strada maestra,

una frustata
ciel sereno,

scoppi secca, col rumore d'una saetta a


d'estate
;

una superba contadina, bionda,


il

colla falce,

in pugno, le braccia,

collo,

piedi nudi, cantando,

apparve fuor de' cipressi. Guardai 1* inutile arma, ricaduta sulle mie ginocchia. Le lepri erano scomparse, con quella velocit misteriosa degli animali selvaggi che paiono sprofondarsi nel terreno, d'un colpo.

fu cos che

non

uccsi.
(//

Libro dell'Amore).

364

GIOVANNI RAPINI
nato a Firenze
redattore e
rettore,

il

9 gennaio

1881.

Studi soprattutto da
'>

s,

nelle biblioteche.

Fond e diresse il Leonardo (1903-1907) per qualche tempo direttore (1912) della Voce

^^
di-

fici,

con Amendola, dell'Anima (1911) e fondatore, con Sof(1913-1915). Si ammogli nel 1907 e da quel tempo passa molta parte dell'anno nell'alta valle del Tevere
di Lacerba

(Bulciano).

COLLABORAZIONI.
Archivio per l'antropologia (Firenze), Revue Scientifique (Parigi),

The Monist (Chicago), La Critica (Napoli), Leonardo


Il

(Firenze),

(Roma),
zetta dell'

Hermes Regno

(Firenze),

//

Campo

(Torino),

Prose

(Firenze),

L' Idea

Liberale

(Milano),

Critica e Azione (Milano), Revue dtc

Nord (Firenze), GazEmilia (Bologna), Varietas (Milano), Vita d'Arte (Siena), Nuova Antologia (Roma), Lettura (Milano), Illustrazione Italiana (Milano), Giornale d' Italia (Roma), Rivista di Psicologia (Bologna), Rinascimento (Milano), Avanti della Domenica (Roma), La Nuova Parola (Roma), Riviera Ligure (On eglia), Rinnovamento (Milano), Nova et Vetera (Roma), La Cultura contemporanea (Roma), // Resto del
Carlino
(Bologna),

Anima

(Firenze),

La Tempra

(Firenze),

Others

La Voce (New York), The

(Firenze),
Little

Re-

365

PAPINI
view (New York), The Vaniiy Fair (New York), The New Statesman (Londra), Lectura (Madrid), Russkajamysl (Pietrogrado), Fieramosca (Firenze), Novissima (Napoli), La Stampa (Torino), Lacerba (Firenze), Corriere Universitario (Torino),
del

Tavola Rotonda (Napoli), // Commento (Milano), Giornale Mattino (Bologna), Popolo d'Italia (Milano), Nazione (Firenze), Il Tempo (Roma), Ars Nova (Roma), Mercure

France (Parigi), The Popular Science Monthly (NewYork), Revue des Revues (Parigi), Effort (Parigi), De Beweging (L'Aja), Revista de America (Parigi), Viesy (Mosca), Huszadik Szarad (Budapest), Prawda (Varsavia), Vraie Italie (Firenze), Anglo Italian Review (Londra), Ride

vista delle
rigi).

Nazioni Latine (Firenze), Soires de Paris (Pa-

OPERE.
Il Tragico Quotidiano. Firenze, Lumaclii,

1906 (2.* ediz. La 38- Firenze, Vallecchi, 1918). 1913 Il Crepuscolo dei Filosofi. Milano, Libreria Editrice Lombarda, 3 Firenze, Vallecchi, 19T9). 1906 (2 ediz. Lacerba 1914
Voce,
;

Il Pilota Cieco. Napoli,

Firenze,

La

Ricciardi, 1907 (2 ediz. col T. Q., Voce, 1914 3* Firenze, Vallecchi, 1919).
;

Memorie
zione

d' Iddio.

La

Firenze, Casa Editrice Italiana, 191 1 (2* ediVoce, 1913 3' Firenze, Vallecchi, 1919).
;

Vita di Nessuno, Firenze, Baldoni, 1912

{2.^ ediz.,

Vallecchi

1918 ;,3a 1919). Parole e Sangue. Napoli, Perrella, 191 2 (2 ediz. Firenze, Vallecchi,

1919).

24

Cervelli.

Ancona, Puccini, 1912


; ;

(2 ediz.
;

Milano, Studio
3*

Edit. Lomba,rdo, 1915 Un Uomo Finito. Firenze,


; ;

3^ 1917 43 1918 5 1919). La Voce, 191 2 (2 ediz. 19 15

4^' 1918 5^ 1919). 1917 Pragmatismo. Milano, Libreria Edit. Milanese, 1913.

(2 ediz.

Firenze, Vallecchi, 1920). Buffonate. Firenze, La Voce, 1914 (2* ediz. 1918 3* 1919)L'Altra Met. Ancona, Puccini, 1912 {2^ ediz. Milano, Studi
; )

Edit.

Lombardo 1916

3 1918).

366

PAPINI
La Voce, 1915 (2 ediz. 1918). Cento Pagine di Poesia. Firenze, T^ Voce, 1915
Maschilii. Firenze,
1918).
(2 ediz.,

La Paga del
4,

Stroncature. Firenze,

Sbato. Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1915. La Voce, 1916 (2 ediz., 1917 3, 1917
;

1918 ; 5, 1920). Opera Prima. Firenze, La Voce, 1917 (2^ ediz. 1918 ; 3* 1920). Uomo Carducci. Bologna, Zanichelli, 1918 (2 ediz., 1918
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3*, 1919).

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19^8.

367

PAPINI

GIULIANO.

Caro Giuliano

Son ormai

trascorsi

dodici

anni e

pi da queirantunno afoso e piovigginoso in cui le nostre anime sperse s'incontrarono e si ritrovarono.

Possiamo parlare di quei tempi pacatamente, serenamente, come se non si trattasse proprio di noialtri che abbiamo ancora gli stessi nomi e cognomi e tante memorie in comune. Non siamo pi gli stessi. Non sono
pi io
tato,

non

sei

pi

te.

A un

certo punto

abbiamo
discele

preso diverse strade.

Tu

sei

ora un

uomo

serio, rispet-

operoso

hai ammiratori, seguaci,


le

forse

poH. Hai fatto


ferite
;

tue campagne

puoi mostrare

tue

hai saputo creare dal nulla qualcosa che sta,


;

che regge e che rende


sie

hai voluto nascondere

le

traver-

dolorose della tua

anima complicata sotto


p* sempre
l
:

il

grem-

biule del

manovale

e gli occhiali del ragioniere.

Io son rimasto
e senza

un

il

timone di quei tempi

giramondo estroso non ho arte n

non ho la pietra di una certezza su cui posare il capo non ho un pezzo di mondo eh' io possa cinger e mio Ma son mutato anch' io di muro e dire come Possiamo dunque parlar di quegli anni con tutta la verosimiglianza della calma, come se fosse storia e storia d'altri. Ma non posso fare a meno di parlarne frivola, la nostra amicizia non fu come tutte le altre passeggera, sentimentale. Tu devi riconoscere che non fu come tutte le altre.
parte
;
:

368

PAPINI
Io

non

so se tu abbia

mai

sentito profondamente,

in tutta

la

sua pienezza, che avvenimento grave e


la

bello stato la nostra lunga fraternit. Per conto

non so rivedere

mia

vita di qviegli anni che

mio accom-

pagnata dalla tua figura di laborioso ed eccitabile giacobino. Mi vedo con te contro il vento d' inverno e contro il polverone d'estate appoggiato sulle spallette dei Lungarni a contemplare l'inutile furia della pescaia disteso sull'erba, sopra una vetta del Mugello chinato
;

a frugar sui barroccini di

libri usati

o seduto in silen-

zio alla tavola sparecchiata

Per quanti sforzi faccia


all'

d 'un'osteria di campagna. non mi vedo mai solo. Ricordo

giorno per giorno la nostra vita


infuori di quella.

comune

e nient 'altro

Ti rammenti della tua prima casa, in quella strada


pulita e solitaria, fra palazzi e giardini

ben

serrati,

dove non passano verso sera che amanti e portieri ? Era una casa grande e un po' gialla e per quanto non potesse aver neppure cinquant'anni esalava gi qualcosa di vecchio e di triste. Ti rammenti dello stanzone

buio tutto pieno di Hbri


italiane e francesi
;

magazzino di tutte le delizie promessa di tutte le mie curiosit d' ignorante ? Ti rammenti le chiacchierate lunghe in camera tua, davanti al tepido sfavillo della legna asciutta, mentre scendeva rapida la sera e le campane suonavano senza mai smettere per
;

ubertosa terra

qualche" lutto dimenticato

ti

ricordi quel

giardi-

nuccio

muri umidi e finestre sempre chiuse, dove per la prima volta abbiam parlato commossi di Stirner e della divina libert dell'io ? O ti rammenti, piuttosto, quando s'andava ad aspettare il tramonto sui colli e si guardava la citt distesa ^gliaccasterile, infossato tra

369
24

'

Poeti d'oggi

PAPINI
mente
nostra
sulle
?

sponde del fiume lento e

si

diceva

Sarai

volte s'andava pi lontano, sui monti, in cerca

di solitudine, di vento e di severit.

La

strada non pa-

reva mai lunga. Si andava innanzi col nostro passo lesto di camminatori impazienti e invece dei canti ci
allietavano
lite ci
il cammino i pensieri e i paradossi. Le animavano come una battaglia da vincere

sa;

le

scese ci umiliavano e ci

ammutolivano. Si scappava
fil

presto dai muri di cinta, dalle siepi di

di ferro, dai
di scuola.

campi

rigati a solchi diritti

come un quaderno
:

Si cercava l'altezza e la libert

le

strade senza la re;

gola delle fratte


spoglie
:

viottoli e le scorciatoie

le

macchie

l'erte sassose
si

che portano

alle case disabitate.


i

quando

giungeva in cima, sotto

muri

di

un con-

vento povero e chiuso o presso alle pietraie dei castellacci in rovina, si cantava la marsigliese nel gelido
silenzio di febbraio dinanzi alle valli deserte e sconsolate, alle

montagne lontane, nere


il

di povert lungo le
il

coste, bianche di luce e di

neve verso

cielo arruffato

di nuvolaglia e
sito dei

nostro petto s'allargava sotto l'anil

polmoni e

battito del cuore.

Quanto
le

s'era

lontani dalla citt stretta e strepitosa e da tutte


leggi

sante

dell'umiliazione

quotidiana

Ci pareva d'esser
;

soli nel

mondo

padroni del

mondo
il

gU

unici uomini

degni e nobili nel mondo. Soffiava

vento spruzzandoci
;

in viso qualche goccia rimasta sulle foglie ingrinzite

viaggiavano
senza colore
;

le
si

rigide nuvole bianche nel cielo grande

rammaricavano

gli alberi

percossi senza

grazia da un'ondata di tramontana e l'erbe bruciate e


impallidite dal gelo aspettavano pazienti la primavera
e

l'odoroso segreto

delle

mammole.

370

PAPINI
Caro Giuliano
parecchi
:

noi siamo oggi due uomini e non


figliuoli
;

pi due ragazzi. Abbiamo moglie e


doveri
;

abbiamo

abbiamo, in un certo senso,


io.

cma
meno

d'anime. Eppure
ster,

credo che se qualcosa di


;

falso uscito dall'anime nostre

se qualcosa di noi re-

dopo la morte, nelle anime altrui, lo dovemmo e dovremo lo a quelle fredde feste d' inverno, a quelle fughe in due verso la terra ignuda e l'altezza pura. Ricordati delle nostre serate, quand' io venivo a casa tua, nell'altra casa, dove stavi solo a scrivere e ad aspettarmi. Dinanzi alle tue finestre c'era un cipresso, e accanto al cipresso una salita. Si voleva bene a quel cipresso ch'era un po' scompigHato e polveroso ma tutto nero e tutto solo su quella punta di giardino antico. E si guardava spesso la salita. La nostra vita era e voleva essere una salita. Tutti i nostri sogni li abbiamo sognati in alto, coi piedi nell'erba fradicia e il profumo delle ginestre nell'aria. Tutti i nostri progetti di Ubri, i nostri programmi di giornaU, i nostri piani di azione li abbiamo concepiti e sviluppati lass, a qualche centinaio di metri sopra il mare e sopra la gente. E qualunque cosa io pensassi e proponessi c'eri
dentro anche tu e nelle cose proposte da te dovevo aver parte io e l'universo era diviso nettamente, cos
;

noi due da

una parte

e tutto

il

resto dall'altra.

Lass, vicino allo sbocco di via San Leonardo, c'erano due cipressi grossi e maestosi e quasi eguali
d'altezza.

Stavano appiccicati assieme e non avevan


disse

cipressi s'era noi

compagni intorno. Si due


fuso
le

e che

radici sotto terra e

una volta che quei come quelH avevan conle rame nel cielo cos noi

volevamo

esser congiunti nella vita e nell'avvenire.

E si

371

PAPINI
disse pure che la sorte di quei cipressi sarebbe stata la

nostra e che se uno di loro fosse tagliato e fulminato


lo stesso
i

accadrebbe ad uno di
l'accetta

noi....

Ti ricordi
il

Ma

cipressi ci son

ancora tutti e due n

temporale
ci

r ha schiantati n

V ha sbarbati e

vanno

ancor sulla sera i passerotti a pispolar d'amore. E ci siamo anche noi due e siamo vivi tutti e due e sempre
vicini

ma

pazzi orgogli

non
a'

ci

frullan pi per la testa


fratelli
il

quando passo dinanzi non so perch capo e


e

mi
?

due neri
si

abbasso

il

stringe

cuore.

Non
la

senti che fatto grave, che fatto bello stata

nostra amicizia d'allora


io sia

Io

non so pi

se nella

tua
mia.

memoria

vivo e presente

come tu

sei nella
il

Non

so fino a qual punto tu sappia che

meglio della

nostra vita comincia


quegli anni

l e non prima e che proprio in Tanima nostra ha scolpito per sempre i

suoi lineamenti e misurata la lunghezza delle sue aU.

so nulla di te e tu non sai pi niente di

Noi siamo accosto e lontani, amico mio, ed io non me. Ma se ti rivedo seduto dinanzi ai banconi immensi
appassionato,

e scarabocchiati della biblioteca, nelle mattinate e nei

pomeriggi del lavoro

chino

sui

Hbri

aperti, sulla carta apparecchiata, e risento la tua voce

che mi chiedeva o mi rispondeva qualcosa

(e si

guarseci-

dava intorno

coda dell'occhio perch l'uomo vero che gira su e gi non si avvedesse del nostro
colla

caleccio illegale) allora capisco ogni cosa e tu ridiventi

mio, tutto mio, come in quei giorni lontani della nostra impaziente vigilia.

O
del

quando s'andava

al caff, la sera tardi, e ci si

rintanava nell'ultimo tavolino, nel pi lontano cantuccio

capannone

di ferro e di vetri della

gran birreria

372

PAPINI
Ti rammenti come
si

passava muti e sdegnosi, chiusi


ai filistei solitari

e diritti nei mantelli neri, attraverso le tavolate delle

famiglie per bene, accanto

che cre-

pavan
vitori

di noia, ipnotizzati dai bicchieri vuoti, sotto lo

sghignazzo dei giovanotti eleganti e volgari come ser? Con che soddisfazione ci si ficcava l in fondo,

a bere

il

caff caldo e cattivo, a ricapitolare le conquiste

della giornata, a

commentare

il

passato e

il

futuro,
le

il

viso ebete del vicino e le sorti del


della terra e le speranze del cielo
!

mondo,

piaghe

Quanti

libri

abbiamo
quante

stroncato,
glorie

quante

idee

abbiamo

riscoperto,

tato, di

stritolato, quanti sistemi abbiamo smonquante opere abbiamo scritto l' indice e la prefazione, a quanti paradossi abbiamo dato l'aire e a quante saette abbiamo limato la punta Altro che as-

abbiamo

senzio o sciampagna

Era

la nostra,
;

come
Era
il

la

divina

giovinezza, un'ubriachezza senza vino

un'orgia senza
l'esultante

donne

una

festa senza

musica e
del
lo

balli.

disotteiTamento

quotidiano
;

nostro

io,

del

no-

stro pi intimo e vero io

scoprimento,

rifacimento
del con-

perpetuo della nostra intelligenza di


cetto e di scandaglia tori di profondit.

lirici

Noi

ci
il

siamo scoperti assieme e assieme abbiamo


pensiero. Io rivelai a te

scoperto

medesimo l'anima
abbiamo edificato mano, abbiamo
le glorie

tua e tu apristi a
e

me

stesso l'anima mia. Assieme ab;

biamo creduto tutto


diroccato.

e tutto negato
la

Accanto,

mano
i

nella

cercato

le verit,

divorato

libri, e

perquisite
ci

pi incontestabili. Nello stesso istante

siamo

libe-

rati dalle fedi dei padri, dagli idoli della trib, dalle

mordacchie dei timorosi. Abbiamo dormito nello stesso letto e mangiato alla stessa tavola e abbiamo segnato.

373

PAPINI
negli stessi libri, le

stra amicizia

medesime pagine. Eppure la noha avuto niente di molle, di femminon

neo, di patetico e

diciamolo pure

di cordiale.

stata l'amicizia di due cervelli in pena e

non

la cor-

rispondenza

d'amorosi sensi di due cuori confidenti.


;

Non
sieme

siamo baciati mai non abbiamo pianto inneppure una volta e nessuno di noi ha detto
ci
i

all'altro
t'

segreti pi cari delle sue passioni.


lo

Quando

innamorasti

seppi da altri ed ebbi l'annunzio del

tuo matrimonio dal Corriere della Sera.


si

Non
et le

per nulla

leggeva con tanto ardore Le Rouge


!

Noir e

la

Mort du loup
S
:

tu dovrai riconoscerlo. La nostra amicizia non


tutte le altre. Tutta cerebrale, tutta intellet-

fu

come

tuale, tutta filosofica

ebbe

pur nondimeno

gli

ardori

e le tempeste degli attaccamenti del cuore.

nonson

neppur sicuro che

il

cuore non c'entrasse per nulla. Io


cervello.

non sono soltanto un


felicit irrevocabile
?

Non

senti

stalgia in questi richiami, in queste

quanta nomemorie di una


let-

perch questo passato di

ture e di gite e di colloqui

questo semplice e rac-

colto passato di lavoro e di silenzio

mi

commuove

pi del ricordo di un amore


te

Perch sento ancora per

una tenerezza mai detta, non manifestata mai, che non ho mostrato neppure una volta ne' miei atti o espressa nelle mie lettere ? No io non sono affatto sicuro che il cuore non c'entrasse per nullla. Tu solo, forse, potresti dirlo, ma non te lo chieder. Non voglio che tu lo dica sar un altro di quei segreti (l'ultimo !) che rendevan pi pura la nostra
:

virile

fraternit.
V

{Un uomo

finito).

374

PAPINI

MIEI AMICI.

Quass, nell'asciutto mio orto campagnuolo, di-

mora un
i

bel rospo fra

teneri fusti delle vitalbe e tra

pelosi cespi dell'ortiche, e

proprio sotto

la fratta, tra

un noccilo

un

ciliegio.

mattina presto e la sera tardi, chi lo vuole, in una di quelle buchette che si son fatte per piantare i pomodori sempre in quella stessa. E siccome
la

Ma

da parecchi giorni non piove scendo nell'orto ogni mattina e ogni sera con la mezzina di rame e butto un po' d'acqua intorno al suo covo. Il rospo non si muove neppure quando mi accosto e gode chiotto chiotto quella po' di frescura che gli par miracolosa.

rospo grosso e corpulento, scuro di pelle e


chiettato

un appena mac-

qua e l di nero smorto e di giallo sudicio. Qualche volta mi guarda cogli occhi tondi alzati al cielo sereno e mi ringrazia col suo silenzio. Accetta il
mio regalo senz'ombra
cristiani somigliassero

di servilit e

non mi ricompensa

col fiato avvelenato del bene che gli fo. Vorrei che molti

lui.

Pi lontano da casa ho un altro amico. un serpone che viene tutte le mattine, appena levato il sole,
fra gli scogli dello

Spicchio, sotto la croce nera che

piant Valente per l'anno santo.

Non

una vipera e
si

neppure un di que' serpenti di razza indefinita che

375

PAPINI
trovano ne' giardini della Bibbia o tra i piedi di Zaraquass i contadini tustra. Nei libri lo chiaman biscia
;

chiamano frustone perch se qualcuno gli d noia comincia a menar la coda. un bel serpe lungo quasi un metro, coperto sopra di tante squamette nericcie e gialline con dei riflessi azzurri di madreperla e tutto bianco sotto. Ha il capo piccolo, un po' a punta e lo
lo

muove sempre.
Tutte
le

volte che arrivo lass lo trovo disteso a


i

pochi passi sotto la croce, in un sodettino, tra


fra

cardi

color vino che fioriscono ora e l'ultime margherite che

poco non saranno che pippoli di


voglio male.
il

zolfo.

neppiu:

lui si
gli

muove quando mi avvicino perch

sa che

non

tutti

due stiamo

qualche

momento

a goderci

sole che sale in trionfo su dal

Castagnolo

e la brezza salutifera e leggera che ripulisce la pelle.

Ma quando mi muovo
sbatte nei sassi anche
tra
i

per tornar via e


il

il

mio bastone

serpente striscia curveggiando

cespugli dei cerri nani e sparisce gi nella carpi-

naia fra uno sfruscio di frasche smosse per andare


alle

sue faccende. Io vado a casa dall'altra parte, e

cosi

ha termine
1'

il

nostro quotidiano incontro che ci

un dell' altro. Lui non mi tenta e non mi s'avventa io non gli tiro, come fanno su di qui, n sassate n bastonate. La nostra silenziosa amicizia
lascia contenti
;

fondata suj rispetto.

Un altro amico sta proprio in casa con me per quanto non ce l'abbia chiamato. uno scorpione ch' venuto a nascondersi nel muro scortecciato del balco dove sto quasi sempre a leggere. Dev'essere uno

76

PAPINI
scorpione bambino che ha lasciato da poco
il

buco

paterno perch piuttosto piccolo e timido.

Non avevo
un
ben
dise-

mai

visto

uno scorpione

fatto cosi bene

tutto di

bel nero morato, colle sue branche a golfo e

gnate e colla sua coda dispettosa che si rialza repentina appena sente rumore. Sembra disegnato pazien-

temente da un chinese

coli'

inchiostro di china. Dicono


il

che nel solleone questi animali pinzano e hanno

morso cattivo
che
si

ma

con me

s'

portato bene. Credo


forse per-

contenti di acciuffar qualche mosca e di dor-

mire.

uno scorpione modello e mansueto,

ch non cresciuto abbastanza. Si passa insieme parecchie ore e

non mi ha dato mai


dell'

noia.

volte sta

nascosto in un crepo
ristupidito

intonaco o sotto una pietra


giorno
1'

smossa del davanzale.


dentro
le

Un

ho trovato mezzo

pagine del Corriere della Sera


1'

ho scosso dal foglio. avuto un bel da fare a salvarlo dalla paletta delle mie donne che lo volevan morto per forza, per paura che facesse male alle bambine. Eppure una mattina r ho visto, svegHandomi, al muro, tra i ferri del letto,
s'

ma Ho

riavuto subito appena

mi aveva

rispettato per tutta la notte.

Suppongo
male-

volentieri che lo scorpione,

come

certi scrittori

detti, valga assai pi dei suoi detrattori.

fino a

prova

contraria lo stimo e non l'ammazzo.

l'altro

l'amico pi allegro la ghiandaia che ho preso giorno dalle mani poco pietose di Nello della Diomira. Coi^ un ventino ho fatto la felicit di due

Ma

esseri.
le

La mia gaggia
cos

chiaman

in questi posti le ghiandaie

giovanina,

un

po' spennata, e

377

PAPINI
parecchio ingorda

ma

fa

piacere

ad averla intorno.
il

Ogni momento
il

si

sente sulla finestra o su per la scala

suo ere ere prepotente. Vuol mangiare. Apre


la

suo

becco lungo e fa veder


fin

bocca rossa e fonda che par


le

troppo grande per un ammalino cosi minuscolo.

quando

bellezza

s'

imbocca apre

sue

ali

che son la sua

azzurre e nere al

sommo
il

mormora

e gorgoglia rifacendo in sordina


le ciliege

suo verso. Ora che

son finite anche ai poggi diventata carnivora e ingoia creste di galletti e cuori di piccioni ch'

un

piacere a vederla.

Ma

si

contenta, se non c' altro,

anche di ricotta e di pan molle. Quando sazia viene innanzi a salterelli, mi si mette accanto, si pulisce il
becco alla tesa del mio cappello, volta la testa da una
parte eppoi dall'altra e ogni tanto

mi

fa festa

con un

suo breve gorgheggio gutturale e patetico che non


pi
il

grido aspro e bramoso della fame. Poi caccia


si

un

volo e

nere e rotonde,
alle

ferma sul noce ammirando, gli assalti che i galletti danno di gi galHne o le corse delle lucertole su per i muri del
colle sue pupille

capanno.

Ma

la sera,

quando

buio fitto
il

ed

io

non so dove

sian rifugiati n

n lo scorpione, ma la sera, quando comincia a esn la ghiandaia, ser tardi e il vento rinforza e gli ultimi mietitori son ma la sera, quando l'ultimo barlume tornati a cena

il

rospo, n

scrive,

d'occidente s' spento e


finito

grilli

cominciano
il

il

loro in-

canto d'amore da tutti

campi

della valle

ma

la sera,

quando

la fonte

versa inutilmente

suo getto

freddo e sonoro nella vasca stellata, o ogni bambino

378

PAPINI
ha rasciugato
templare
le
il

pianto

nel

sonno

la

sera

mi

ri-

trovo solo un'altra vita e torno verso la croce a con-

montagne tutte rigide e nere e ad ascoltare le invisibili macchie mormoranti dal fiume alle cime. Un amico mi rimane, che non n bestiale n umano e neppur divino. In queste nottate che la luna si leva tardi o non c' il cielo pieno di stelle fino agli estremi dell'orizzonte. Non ne avevo mai viste tante. Sembra che ogni sera ne vengan fuori delle nuove tanto son fitte da tutte le parti, grosse e piccine, placide e tremanti, accostate le une alle altre quasi a toccarsi eppure cos stranamente
e
solitarie. Io

mi stendo

sull'erba

m'

inebrio con loro di spazio, di silenzio e di solitu-

dine.

sento pi che mai d'esser solo e abbandonato

sulla terra

come

la terra sola e

abbandonata in questa

lontana moltitudine dell'universo.


in alto

forza di fissare
le stelle si
il

mi sembra che a poco a poco


si

molti-

plichino e
sia

stringano assieme e che tutto


fremito luminoso
dli

cielo

non
;

pi che un gran velo ardente, pi chiaro del giorno


infinito
;

un

ondeggiante

lampi e di luci

un oceano tranquillo senza confine un dia;

mante unico, calmo nei suoi mille fuochi. Non sento e non vedo la terra in questo meriggio stellare n v' ombra di buio in questa illuminazione celeste. E se il freddo non facesse scuotere e rabbrividire questo mio
corpo forcuto vorrei aspettar
l'alba.
l

quella vera notte ch'

(Cento pagine di Poesia)

379

PAPINI

UN GIORNO SOLTANTO.
Questo giorno presente, che la calma circolare dei monti rinchiude come uno specchio d'alto riposo V ho
scelto stamani, fra tutti
i

miei giorni che furono e saalla notte.

ranno, perch sia

mio

fino

O mia
gioia

vita perduta fin qui senza

senza

propriet

incontestate

pagamenti Ormai, se

di
ti

guardo distesa come una strada gi fatta, il ricordo supera di troppo la speranza e non ho riscosso ancora la mia razione di felicit. Ieri come un'opaca morte dietro le mie spalle
e

domani nascer senza il mio consenso. Ma come un capello dorato che si ritrova la mattina sopra una manica nera ci rammenta tutta una
veglia
di

giuramenti cos questa giornata sar nei


la

miei prossimi sogni come la riga di sole che divide

camera buia

della siesta.
io lo sapessi

tre
tilit.

nata stamani presto senza eh'


il

ancora tuffavo nel sopore

rimorso della

menmia inuch'era

venuta adagio verso di

me sapendo
il

destinata a esser mia

come
il

la

sposa che s'aspetta da


centro
la deli-

troppe notti.

Ed

ora

sole

che s'alza verso

di questo cielo lavato

mi

riscalda le spalle

con

catezza del settembre.


Gli amici son partiti ma l'odore amarognolo sentimento che hanno lasciato nelle mie stanze pi santa la mia solitudine.
di
fa

Tutti

fiori

son rincartocciati

sulle piante

anne-

380

PAPINI
rite

ma
Non

questa terra stremata, senza


si

belletti

della

vegetazione,

conf di pi alla mia serena sconsolatezza.

pi voci d'opre n campi raspati n rotolo

di barrocci nella bianca strada del piano.

Ma

non bariempie

sta

per

oggi

questa romba sommessa che


?

l'aria e

che sento forse io solo

Questo giorno presente fatto di luce tanto fina che sembra venir dalla scorza degli oggetti e non dal
cielo.

In questo lume inverosimile mi riconquisto corpo


riverdeggia

a corpo come se non dovessi abbandonarmi mai pi.

La montagna

calcinata

dal

solleone

dopo le pioggie della Nativit e nelle striature che scendono a valle come scuri torrenti indovino i frutti e le spine dei prgnoli e dei ginepri. Anche l' anima mia
tutta riarsa dagli scontenti dell'esagerato ardore rinviene in quest' immobile purit di terre sollevate verso

un

cielo lieve e

pi sfogato del

solito.

Dietro

il

muraglione
le

puntato

che chiude
fila
i

la

mia

conca a ponente

vigne portano in

grappoli

d'ambra e d'ametista per le bevute invernali. Quali vendemmie far dopo questo giorno soddisfatto di
maturazione
?

{Cento pagine di poesia).

SAN MARTIN LA PALMA.


L
....Ogni tanto

mia madre, sfrenandomi


il

capelli col

pettine ftto o aggiustandoli sotto

berretto marino,

diceva

Un

giorno s'ander a San Martin la Palma.

381

PAPINI

Ma non s'andava mai si rimetteva sempre, codesto gran viaggio, a un altro giorno, a un altro mese, a un'altra stagione. Un paese lontano quanto bello, pare,
:

questo Martin la Palma e io dovevo crescer


di pi per arrivarci.

sempre

Mia madre ne parlava spesso, quasi con devota L, in campagna, una chiesa, una grande prete, e un orto grandissimo un orto con tutte casa di quelle frutta che si dovevan le frutta del mondo comprare giorno per giorno, gi passe, toccate da tutti,
golosit.
:

dall'ortolano, rinvoltate in cartocci gialli.

Lass, in-

vece, nel felice


le

San Martin la Palma, le ciUege lustrine, susine monache e claudie, le pere moscadelle, le
le foglie vere, coi pic-

roggie, le spine, le mele francesche e le razzerole erano

ancora attaccate agli alberi, tra


cioli verdi, tutte fresche,

da potersi

cogliere a volont

senza bisogno di metter quei pochi soldi di bronzo


nella

mano
la
si

sudicia dell'uomo di faccia. Perch a


il

San

Martin
tanto

Palma era padrone

prete e quello di cui

parlava in casa nostra era l'orto del prete e

mia madre era conoscente, forse mezza parente, delle due donne che stavano col cugino prete e che l'avevano invitata tante volte, che andasse in tutte le maniere ma d'estate e col bambino. E ogni volta che
tornava
siane
il

caldo e

mi toccava a

succiare quelle frutta


delle

mosce e comprate dietro l'ombra ardente

per-

mi racconsolavo

tutto al pensiero di quell'orto

lontano, rinserrato tra gli alti muri, dove nessuno po-

teva entrare,
l'orto
ricco,

ma

noi

s,

perch
chiesa,

si

conosceva

padroni
a

attaccato
l'orto
la

alla

l'orto

santo,

l'orto

magnifico.
?

Ma quando andremo
davvero in

Martin

Palma

Esiste

San monquesto

382

PAPINI
do un posto
felice

che

si

cliiama

San

Martin

la

Palma

2.

venne finalmente anche

il

giorno che

s'and

davvero. La

mamma

si

vest col vestito buono, quello

color cappuccino, colle guarnizioni di g e la trina nera

un

vestito che a quel


fosse

tempo
:

la

ringiovaniva per

quanto
ficai fin

sempre giovane
:

capelli neri, occhi neri,

labbri rossi, denti bianchi

tutta bella. Io

mi

sacri-

dalla mattina a farmi lavare, cambiare, petti-

nare, lisciare e accomodare.

ma mi

prese in collo perch


:

chiera del cassettone

sei

Quando fui pronto la mammi guardassi nella specproprio rimesso al mondo,

un pelondino

si

part finalmente, nel bollore del mezzogiorno,


;

senza neppur mangiare

non

ci si

doveva saziare
la

las-

Palma ? s, coi miracoli dell'orto di San Martin Nella piazza ingoiata da una piena di sole si mont nell'omnibus una corriera da strade chiuse, un cata:

falco nero e celeste

coi cavalli incappucciati di tela


i

bianca,

che scalcettavano tutti

voglia di correre

ma

per

il

fastidio delle

momenti, non per mosche. Si

mosse, ?lla

fine,

con un brusco singulto di martinicca,

s'avvi rasente ai marciapiedi, senza furia, al falso

passo trottante degli animali che cercavano, col muso a terra, una scusa a tanta desolazione. S'era soli sul lungo panchetto d'incerato e io, bench snervato da
quella
s'

lentezza,

gonfiavo d'orgoglio ogni volta

che

incrociava una carrozza tirata da

un

cavallo solo e
bestie tutte

noi, invece, si pigliava

mezza strada con due

383

PAPINI
per noi, che avevano, insomma, una specie d'autorit
civica e pubblica.

Come Dio

volle s'arriv alla porta


il

dove bisognava

scendere e cominciare

viaggio a piedi. Per quelle

strade suburbane, nuove, tutte molli di polvere bianca


e rigata, senza persone in vista a quell'ora bruciata,

avviammo, un po' spersi e acciecati, cercando di rubare un' idea d'ombra ai muri bollenti e cenerosi dei
ci

giardini dei piccoli ricchi,


cati chiusi. Poi

delle rimesse,

dei

fabbri-

venne

la

campagna
anche

vera,
file

una

siepe in-

biancata per ogni foglia, con dietro


tutti coperti d'un velo bianco

di pioppi vitati

loro.
si

Non

passava

nessuno, almeno per domandare se


di
l,

andava bene

se proprio in

fondo a quella gran polvere, a quella


la

rabbia di sole c'era San Martin

Palma coU'orto omfiore

broso d'alberi, di spalliere, di pergole, di piante da

e da frutto. Neppure una fonte comunale, da quelle parti, neppure un'aria di vento. Colla bocca pastosa di
sete, gli occhi abbacinati, le ascelle fradicie,
i

piedi dodella

lenti

s'andava innanzi col coraggio disperato


ecco, a

speranza.

Ed

man

dritta, lontano,

tonacato, bassotto, massiccio, coll'arco delle


aperto, con guarniture di verde accanto.

un campanile incampane
agli

Ci siamo

disse

la

mamma. E
come

ultimi

passi ci pareva d'esser tornati forti casa,

all'uscir di

Eccoci davanti al portone nero, colle scarpe bianche, colle gocciole di sudore gi pei sopraccigh e gli

384

PAPINI
occhi, e
le mani bagnate. Accanto a un marmo, ovale, dove si durava fatica a leggere Curato, una gran maniglia pendeva gi tutta ossidata come se non la tirasse mai nessimo. Venne ad aprire il prete in persona, che l per l un prete tanto diverso da quelli tondi e ci sgoment
il

fazzoletto tra

cartello di

ben tenuti ch'ero avvezzo a vedere .Un diavolone lungo lungo e senza carne, con un viso mortaccino pien di crusca, un naso a falco, due occhi sbalestrati di losco, una testa ciuffosa di capellacci rossi, senza tonaca, in maniche di camicia, in calzoncini corti e ciabatte
di cencio.

Appena

ci

vide confusi a quella maniera

si

confuse

anche lui ma poi si tir dentro e dopo aver fatti due complimenti alla mamma, cominci a chiamare Dirce
:

Settimia

Dirce

Settimia
finito

non avrebbe

pi se dal fondo dell'anditone


le

buio dove s'aspettavano


fosse scaturita la

apparizioni salvatrici
il

famosa Dirce. Allora

prete,

non con un

sorriso dei denti sudici, si licenzi alla lesta, e infil

un

altro corridoio pieno

d'armadi neri e di sante famiglie

e crocifissioni nere incorniciate di nero.

La Dirce non
veva tutto

era propriamente una gobba

ma

a-

il

viso finito,

spalle alte, perfn la voce

dei gobbi.

il

collo corto affogato nelle

Bassa e secca

come una ragazzetta portava appoggiata, dentro un giubbino di cambr, la sua testina di pecora con una ciocca di capelli straniti e ingialliti per parte. La sua
accoglienza fu assai pi calorosa di quella del prete e
si

degn

gliavo tutto al
sulla

guardarmi e anche di affermare che somibabbo e perfino di darmi un pizzicottino guancia con due dita d'osso sudato.
di

385
25

Poeti d^oggi

PAPINI
Ci fece passare in

una guardaroba interna che


si

ci

parve, dopo la fornace della strada, una ghiacciaia.

di

un momento

sent scalpicciare in ritm.o di-

spari anche la Settimia che arriv sciancando con


seriet di malaugurio.

una

La

sorella della Dirce era pi

giovane e pi alta

ma

quasi pi ripugnante.

Con

quegli

occhi rossi spauriti, colla bocca raggrinzita delle be-

ghine che pare si consumino i labbri a forza di preghiere, con quella grinta di m^aestra inagrita e quel gonnellone nero da diaconessa decaduta mi fece quasi paura. Dopo che le tre donne ebbero sfogato le prime sorprese e le gentilezze e le scuse e le domande si cominci a ragionare anche dell'orto. Era l'ora Ci avevano fatto bere un po' di vin santo acetoso ma io non avevo fatto davvero quella camminata per tanto poco.
!

Dirce

Venga un po'
si si

nell'orto

disse finalmente la

va sotto

il

vers e

si

respira

megho eppoi

il

bambino

diverte di pi.

E traversato un salotto di parata e una stanzuccia vuota lastricata s'arriv a un usciolino che dava sull'orto,

su quell'orto straordinario da tanti mai anni de-

siderato. Abbarbagliato dal sole,

con un gran battito

di cuore, lo traversai tutto per seguir la

mamma

fino

a una pergola di
il

viti e

convolvoli che prendeva tutto


di chiesa.

fondo, ridosso al

muro

allora,

da quel

riparo

d'ombra,

potei

contemplare cogH occhi veri

que Ila J tanto decantata, aspettata e pregustata riduzione di paradiso terrestre.

386

PAPINI

4-

un orto piuttosto grande, tutto scompartito in quadrilateri precisi da vialini costeggiati da larghe conche di coccio per i Hmoni. E in ognuno di quei
Era,
s,

chiusi quadratini c'eran fiori ordinari, arancioni e rossi

per lo pi, e piante nane colle ramature bistorte, e cespugli senza nome ed onesti erbaggi in fila per quattro.
I

muri, per fortuna, eran coperti di pmpani, di viticci,

di grappoli e di

foghami eleganti di buon augurio. Io


a ciocche, a cop-

cercavo per
pie,

gli alberi ricchi, coi frutti

a penzolo dai gambi, colle tinte variegate della maturazione, pronti per essere spiccati e ingoiati. Ma
per quanto sbirciassi di sottocchio e

mi

fossi
il

azzardato

anche a scandagliare
i

l'aiole

allungando

collo disopra

non riuscivo a far cambiare quel che vedevo con quello che m'ero immaginato dopo tanti sogni a occhiavasi

perti e chiusi, di giorno e di notte.

Non
si

pioveva da tre o quattro settimane e

il

terric-

cio pativa d'arsione, si sfarinava in

disfaceva nell'atrocit

una cenere limosa, dell'asciuttore. Le foglie di


;

Hmone,

bollose, ingrinzivano

tra quelle degli alberi

cominciava a regnare il giallo forzato del solleone ; anche i cavoli e l' insalate pendevano in hvido sola:

mente

pomodori appoggiavano
verde nero,
vigilia

alla terra, tra le fo-

glie ritagliate nel

le palle gonfie,

rosse d'un

rosso spudorato.

Ma

de' frutti tanto assaggiati nell' im-

maginazione della
certi fichi palHdi

non mi riusciva vedere

il

segno, fuor di qualche pesca sbianca sulle spalliere e

che ciondolavano, poco incoraggianti,

387

PAPINI
da una
ficaia

che stirava

suoi bracci in pelle di ele-

fante accanto alla pergola.

ispezione ansiosa e forse del

ma mio disappunto e cominci ad esclamare ch'era una disgrazia, una disdetta, una
Dirce, sempre la pi tenera, s'accorse della

La

disperazione, che s'era arrivati per l'appunto nel peggio

momento
Si figuri

dell'anno.
disse
si

quelle gialle, che

sera

Don Paolo

le

che c'era un po' di susine di chiamano cosce di monache, e ieri colse tutte per mandarle al prete di
:

CandeH. Le ciliege son finite tutte ce n' rimaste sei o sette di numero ma tutte risecchite, proprio in cima
ai rami. La pere, quest'anno, con questo asciutto, non vengon bene: son dure assaettate, ci vuole i denti di ferro per mangiarle. Le pesche ancora non son fatte, non hanno preso neanche il colore non sanno proprio di nulla. E questa po' d'uva per ora agresto, buono
:

per fare
te,

il

savore,

ma guai

a metterlo in bocca.
fichi
:

Ma per

Giovannino, c' rimasto un po' di

ora piglio

la scala e ci

E difatti
ficaia

la

monti da te e ti diverti. and a prendere la scala e l'appoggi alla tast bene prima di lasciarmi montare e
braccio tutta ridente, poveretta, col:

mi tenne per un
l'aria di

volermi dire

Ora

che sarai contento

Apri
!

bocca e mangia, son tutti tuoi, levati la voglia Per la prima volta in vita mia salii sopra un'albero e arrivato tra quelle foghone scure e raspose ficcai gli
occhi addentro, per vedere di che
si

trattava e se alparadiso.
fichi

meno l, finalmente, c'era un principio di Ahim Non erano, come avevo sperato,
!

dotdei

tati,

di quelli diacci e lardosi colla gocciola,

ma

miseri e stenti fichi albi, di queUi che

maturan prima

388

PAPINI
degli altri. Probabilmente quelli pi fatti erano stati
colti la

rimasto che dei


chiti,

mattina stessa perch tra quei rami non c'era ficttoli duri, annebbiati, imbozzac-

che facevano ancora il latte e a mangiarli eran senza polpa, senza sugo, senza dolcezza, e lasciavano in bocca dei grane llini secchi, duri come la rena. Mi provai a masticarne qualcuno per
quelle pallottole tiepide e

ma

vano gi

non passar da sofistico stoppose non mi andabocca arida

la

tremenda

disillusione e la

me H

facevan sembrare anche pi amari. Scesi gi colr inferno nel cuore e alla rabbia del dispetto dovetti aggiungere anche la vergogna della bugia per dichiararmi a quelle donne pienamente contento e
sfatto.

soddi-

andar via da quella maledizione d'orto, da quella calura sterile, da quei riflessi di sole, da quelle piante avare ed inferme. Girellando Itmgo i muri vidi alcune di quelle grosse pesche colla punta in fondo che si chiamano poppe di venere appena appena il verde acerbo dava luogo a una vela-

Ormai non vedevo

l'ora di

tura di giallo sopra la peluria d'una guancia. In

un

rien-

tramento della muraglia, sicuro di non spiccai una bassa ma scelsi male. Era tanto aspra e tigliosa che dovetti nasconderne tra i sassi pi di mezza. Raccattai due o tre ciHege ch'eran cascate, secche e grinzose, dall'albero beccate dagli uccelli mostra van
esser visto, ne
:

l'osso del ncciolo.

Bianco di malumore tornai presso


si

la

mamma

che

alzava per venir via.


si

Ma quando

si

fu per rientrare

in casa la Dirce

ravvis ad un tratto e dichiar che


i

non voleva a

tutti

costi

E difatti,

preso un coltello,

mandarci via a mani vuote. si mise a mietere un quadra-

389

PAPINI
tino di radicchio, ne fece

portasse via rinvoltato in


io

un bel mazzetto e un giornale e

volle che si
fui proprio

condannato a portare quell'umiliante fagotto!


Tutti
i

miei sogni di frutteti magnifici e ospitali


braccio

si

risolvevano in quei due soldi di radicchio che poril

tavo via sotto

come un povero vergognoso,

per tutta la strada e tornati a casa io e la

mamma

non s'ebbe quasi fiato di parlare. Tutti e due d'accordo, abbattuti da quella faticosa umiliazione, non si parl mai pi di San Martin la Palma e delle sue meraviglie. Il

radicchio

si

butt in fresco nell'acqua d'un ca-

tino

ma

nessuno

lo

mangi.

{Giorni di festa).

IL SORDO.

Quando
pens
Il

si

sent la

campana a morto
imo
solo !

stezza sentirla suonare per

gran

trisi

a tutti

men

che a

lui.

l'aveva visto aUa fonte colla mezzina


tutto da s
fascio
le

perch faceva e verso due era tornato a casa con un di vinco, perch era im uomo che ingegnava
s'

mercoled mattina, prima di giorno, Natalone

in tutte

le
il

cose. Il venerd sera

una donna che doveva


e

cuocergli

pane picchia, batte


:

bussa all'uscio senza

aver risposta
iola e scopr

si
i

stese in terra per

guardar dalla gatta-

piedi

enormi

e ignudi del

Sordo in

390

PAPINI
Era diaccio sui lastroni diacmorto da due giorni. Le quattro figliuole Tavevan lasciato una dietro l'ultima la famosa Boba, donna d'avventure. l'altra appena i ricordi scombinati di Campava solo solo tre quarti di secolo di miseria gli facevan compagnia, e due galline. Campava ruscando tutto l'anno, zappando e sementando in quel degli altri un po' di grano e pa-

mezzo

di casa. Aprirono.

ci,

in camicia,

tate,

eppoi industriandosi, secondo


E, quando non

mesi, col vinco,

colle carline, coi funghi, coi fiori di farfaro, colle cc-

cole di ginepro.

gli

bastavano tutti

questi trovati rubava dove c'era.

Non Non

ci

sentiva pi per niente e da

un pezzo non

apriva bocca che per mandare improperi a qualcuno.


per nulla veniva da una famiglia alpestra che il primo del ceppo lo trovarono, dice, dentro un campo di
fave.
la

Ma

era tanto sordo che

non aveva neppur

sentito

morte venire.

solo e che tutti sfuggivano, fu in

appena fu morto, per quest'uomo che stava moto mezzo paese. Vennero dai monti d'oriente e d'occidente le quattro
i

5 allora,

figUole disperse e

quattro mariti delle

figliole;

poi,
il

su dal comune,
pretore
le

sal

a cavallo
il

il

dottore grasso, sal


:

estenuato, sal

maresciallo guardingo

tutte

autorit della legge su questo poggiaccio scomodo, proprio per lui, soltanto per lui
!

Poi venne

il

prete dalla canonica di l dal fosso,

vennero quelli della compagnia, incappati di bianco


colle mantelline nere e vinate
si risuonarono le campane di qua, suon il doppio di l e finalmente il Sordo, dopo aver messo in faccende e discorsi tanti cristiani,
;

se

n'and verso

la

buca

al

suono delle grandi parole

la-

391

PAPINI
line, rinvoltato nel cataletto

nuovo, sotto

la

coperta

crociata d'oro, con


e

un grande stendardo nero innanzi


{Giorni di festa).

mezzo popolo

dietro.

SOGNO RUSSO.
Avanti di aprir gli occhi mi raffermo nella posizione del sonno come chi deve alzarsi di tavola, a fin di pranzo, per qualche pesante daffare, si appoggia

un ultimo istante, in su le gambe e


punto di cacciare

di pi, sulla spalliera. Raggricchio

stringo con pi forza le palpebre,

contento del caldo ritrovato, tentando in un medesimo


le previsioni

del

nuovo corso

di sole

e di riacchiappare gli strascichi velati dell'ultimo sogno.

Viaggiavo con Ardengo. S'era ai cancelli d'una stazione che sentivo straniera. Non s'aveva soldi abbastanza per comprare
trovati.
i

bigUetti.
:

Ad un
un

tratto s'eran

Non

so pi

come

o in tasca o in prestito da
viaggio ch'era
chiusi

uno sconosciuto.
sempre
nello

s'era partiti per

durato mattinate e pomeriggi senza fermarsi,


stesso

vagone

largo,

zitti

intontiti

senza veder nulla del


fatto di vapore

mondo

di fuori che

sembrava

fermo illuminato dal dietro. Finalmente

s'era scesi e ci s'era trovati in

una camera d'albergo

calda, quadra, piuttosto buia, con tende a baldacchino


alla finestra, e un gran letto di noce nel me zJzo. Ardengo mi aveva detto Io ti lascio. Sai perch son venuto quass. Non mi lavo neppure. Star fuori due giorni.
:

Aspettami.

Ed

era sparito di camera.

392

PAPINI
Rimasto solo avevo sentito fuori la citt immensa, dove non avrei capito nessuno e nessuno Non avevo il coraggio d'uscire mi avrebbe capito. e neppur d'affacciarmi. Pioveva adagio sulle strade e le case sconosciute
straniera,

mi pareva

di sapere che quella citt era in Russia.

Passavano i giorni e Ardengo non tornava e nessuno Nell'albergo udivo appena, la sera, pensava a me. su per la scala, qualche passo feltrato di persone che non volevano farsi sentire.

{Giorni di festa).

QUINTA POESIA.

Al freddo sapore di mela renetta


in lingua, per tutta la bocca

che succia ed aspetta,


ritorna negli occhi la ciocca

immobile

al dolco

sospesa alla voglia


di verde cognato a

una frasca Vertunno

d'autunno

distesa nel latte di vasca.

Mela renetta che mordo,


in questo riposo di festa,

adagio,

come un

ricordo

di dolcezza manifesta.

393

PAPINI

Una mi

basta

nel gusto

di quell'istante, di quel

morso
discorso.

rivedo all'ombra obliqua del fusto


passare
il

blu come

un chiaro

Figliuolo di terra

Tutto lasciato in disparte. ed erede

d' incontrastabile parte


il

dio

mai creduto mi vede.

Mia
le

dita

ma pi

la foglia

che strappo odorando


la discesa

che

rifar, tra poco,


l'aria

pensando

a me, sotto

che pesa.

Mia

tutta, la

campagna, in quel sapore


si

che maturamente

strugge e

si disf,

come un labbro poppato d'amore svenuto in un principio di crudelt.

Nessuno godr quel che presi con la docile calma de' minuti, masticando le frutta di tanti paesi
ricchi al sole e

da me conosciuti.

La

pelle tagliata, rosata

del rosa sciapo delle sere,

come una

veste di serpe ciaccata

insopportabile a vedere.

394

PAPINI

'

Al termine d'ogni pi fine dolcezza, nella pi persa dimenticanza,


un'acida puntura d'amarezza,

rompe ogni sacra

alleanza.

Io e me, nati al

medesimo

istante,

consegnati ad una sorte,

ritroviamo in un ritmo andante,


passi e sussurri di morte.

Al largo, nell'ombra dell'acqua pi zitta, ove il colpo del remo l'erba marina risciacqua,
stretti

assieme affonderemo.

Oh non
via per
le

pi scatti d'amore idillico

piatte strade maestre.

Rimettiamo all'armadio tragico


ogni cencio di gioco terrestre.

Ma
la sera,

oggi, nell'ansia tranquilla

di questa giornata che affretta

non

lascio

una

stilla

del sugo di sole di mela renetta.


{Opera Prima)

395

PAPINI

QUINDICESIMA POESIA.

Quando,

al

lume
la

di sole, alla frescura

prima, muglia
rivedo

vacca alla pastora


fosti allora.

che l'accompagni all'ultima verdura,


io ti

come

Frutto di monte
leggera e delicata

Sotto al tuo cappello

nero di maschio, la chioma castagna

come un

vello

s'arricciolava al vento di

montagna.

Al

sommo

delle guancie sode e tonde

tinte col rosso della giovent

chiare bruciavan due pupille fonde

che non hanno ancor perso lor virt.

Oh
al

nel chiarore delle brolle ardenti

disotto a' mazzi del granturco giallo

suono degh ingenui strumenti


!

com'eri bella nel calor del ballo

Al

sole, al

monte,

alla selva ridevi,

alla nuvola, all'acqua

ridevi ed

che viaggia

il

perch non lo sapevi

con

tuoi bianchi denti di selvaggia.

396

PAPINI
Insieme alla Coralla, all'Amorosa
alla Guerriera

ed

alla

Codimozza
all'ombrosa

t'incamminavi

felice,

fonte che nasce alla tua Malacozza.

Avanti giorno, sotto il cielo scuro dove le stelle perdevan bianchezza, partivi con un pezzo di pan duro
in tasca,

ma

nel cuor la contentezza.

Come
le

placide e zitte s'agginavano


le

pecore e

capre

alle

povente

e a te vicine,

rumando, aspettavano
!

che

il

sole trionfasse dall'oriente

in

mezzo

al

branco pallido e giacere,


primavere,

mentre a levante pigliava colore


l'aria pulita delle

forse pensavi,

tremando, all'amore.

Forse sognavi un giovane morato


col suo lustro fucile a bandoliera,

col bel vestito di

che

ti

parlasse

panno spinato con gentil maniera,

che

ti

dicesse di volerti tanto

ma
e
ti

tanto bene, pi che alla sua vita

pareva di vederlo accanto

colla sua nera faccia intenerita.

397

PAPINI

E
ti

quando

al nascer della

prima

stella

stendevi sul rustico saccone

abbracciavi nel sonno la sorella


col tuo corpo innocente di passione.

Ma un
rozzi
il

giorno sotto a' tuoi panni


ti

mio cuore nuovo

scopr

o mia Giacinta, gioia di dieci anni,

amor mio primo che mai non

sfior.

{Opera Prima).

POPOLANI FIORENTINI.

Qualche trentina d'anni fa, e ancora oggi nelle zone d'ombra delle provincie senza strade, si chiamava quell'uomo che i e si chiama artista o maestro

dizionari dell'uso

chiamano artigiano

o,

sbagliando in

pieno, operaio.

muratore che ha qualche idea del disegno lo pu tirar fuori un ornato il fabbro che sa di meccanica l' imbianchino che butta l alla brava una decorazione di nature morte il falegname
Il
;

scalpellino che

che

sa,

a un bisogno, creare una seggiola o un attacca;

panni di sua testa


o maestri.

l'orefice
:

che non sia un bestiale

ri-

copiatore di modelli

questi e altrettaH erano artisti

Di costoro parecchi vivevano nelle citt piccole e grandi della Toscana al tempo della mia fanciullezza, quando la grande industria non aveva dappertutto

398

PAPINI
tramutato
le

mani

in macchine, l'uomo in congegno e

l'anima in numero. Erano, di solito, umane e cordiali persone uomini che tenevano ancor del popolo ma per
;

l'intelligenza e l'abilit e

il

gusto sul popolo comune,

sudicio e bestia, s'eran levati

ma

senza cascare,

come avviene oggi

degli operai arricchiti, nella boriosa

volgarit della borghesia.

Meno

poveri de' plebei erano


vita
;

come
linga

loro

braccianti

di

semplice
il
;

pi

pover

de' borghesi avevan su questi

beneficio d'una casa-

poesia d'arnesi e

lavori
e

lontanissimi dall'ari-

stocrazia degli

stemmi

dei soldi, ci tenevano a


dell*

una

distante

consanguineit coli 'aristocrazia

ingegno

e dell'arte.
I pittori e
il

gH

scultori de'

tempi grandi

Baldinucci potesse

titolarli professori

prima che apparte-

nevano, in fondo, a codesta classe d' ingegnosi e ignoranti popolani


la
;

ogni pittore che sapeva far da s aveva


i

sua bottega e
Io

suoi bardotti e lavorava, col loro aiu-

to,

secondo l'ordinazioni.

rammento ancora
le

certi fabbri di

Siena, certi

scalpellini di Firenze,

certi legnaiuoH d'Oltrarno

che
:

lavoravano

materie antiche coll'antico amore

forza di pazienza e di gusto innato ne

cavavan

fuori,

senza modelli disegni e suggerimenti, opere di grazia


e durata.

Da un

pezzo di ferro qualunque eccoti, dopo


;

da strada o un picchiotto da porta da un blocco di arenaria un bel frontone fiorito da cammino; da un toppo di noce una cassapanca intagliata tutta di massello, a prova di tarli e d'anni. Mi sembra ancor di rivedere qualcuno de' vecchioni che conobbi, con tanto di barba candida e pulita, vebattuto,
fanale
stiti

un

d'un camicione di

tela,

che

si

facevano ogni tanto,

399

PAPINI
per risparmiar lume, sull'uscio di bottega a guardar

meglio l'opera avviata, con

gli occhiali

a cavallo sul
e alla

mezzo del naso. Eran gente

alla

mano

buona,

che vivevano colla sobriet dei toscani in case che pa-

revano ancora quelle dipinte da Masaccio. Si adattavano a trattar quasi alla pari quelli che arte non ave-

van

nelle

mani o campavano
artista che

di mestieri pi bassi

ma

facevan sentir volentieri che non erano della stessa


pasta.

Un

aveva bottega non era uguale


o all'ortolano. Eran
:

n tanto
cos
se

meno

inferiore al fornaio

piuttosto scontri e strafottenti coi signori


;

se la vuole

tevano e
losi

miracolo unico scopo


si

no vada da un

altro.

Per

la dignit ci

rimet-

della vita

non era

l'arricchirsi.
;

Fra di loro erano amici o avversari geritrovavano insieme a bere e a ragionare


l'occa-

spesso

ma, da giovani specialmente, non sfuggivano


o della dama.

sione di fare ai cazzotti coi rivali nell'amore del padrone

Quasi tutti avevano una tinta d' istruzione e qualche lettura


;

tenevan dietro anche

alla politica

ed erano
di Gari-

piuttosto Hberali.
tra gli arnesi e
baldi,
i

Non
fogli,

era

difficile

trovare in bottega,

un

ritratto di

Dante o

un volume
i

del Guerrazzi o del Giusti.

L'artista all'antica, che nelle

memorie comunali

di

quando
anche

suoi pari

comandavano rivedeva

la fioritura

della sua gloria, era piuttosto repubblicano.


lui

Ma, stinto

dal lungo dormigliar granducale, metteva

L'amore paziente all'arte sua; un buon un libro; bicchier di vino vero la sera; uno spuntino fuor di porta quattro o cinque domeniche d'estate coin altro la vita.

stituivano

il

meglio della sva vita onesta e contenta.

Non

era

ambizioso d'avventure

n di

viaggi

vo-

400

PAPINI
leva bene alla moglie senza tradimenti
cose belle fatte prima di lui

ma
:

senza troppa

spesa di tenerezza. Gli piaceva saper del passato e

veder
pittori

le

per

gli artisti,

o scultori, anche se di meno ingegno di lui, aveva gran riverenza con un misto d' invidia e di rammarico.
Il

vizio suo maggiore,

dopo quello
il

di trattar

male

il

prossimo colla schietta e ricca loquela toscana

non
popobot-

ancora guasta dai giornali, era


tega del vinaio
il

vino. Perch
:

il

lano vecchio non andava al caff


:

gli

piaceva

la

non

l'osteria sconcia della feccia

ma
i

vinaio pulito, decente e tranquillo, dove ritrovava

negozianti conoscenti, dove poteva capitare anche


signore, dove,

il

prima
le

di tutto, s'era sicuri di bere

un
i

bicchier di vino d'uva,

non

fatturato. e

non battezzato.

li

passa van

calde serate motteggiando feroci

presenti e gli assenti.

{L'uomo Carducci).

401
26

Poeti (Peggi

ENRICO PEA
nato a Serravezza
29 ottobre 1881. Fu, giovanissimo, main Egitto dove stato

il

rinaro e meccanico.

Emigr presto

molti anni commerciando.

COLLABORAZIONI.
La
Voce (Firenze), Riviera Ligure (Oneglia),

La Diana

(Napoli).

OPERE.
Fole. Pescara, Industrie Grafiche. 1910. (2 ediz. Napoli, Dia-

na, 1917)-

Montignoso, Ancona, Puccini, 1912. Lo Spaventacchio. Firenze, La Voce, 1914. Giuda. Napoli, Libr. della Diana, 1918.

Prime pioggie d'ottobre. Napoli, Libr. della Diana, 1919. Rosa di Sion. Napoli, Libreria della Diana, 1919.

CRITICA.
G. Bellonci {Giornale d'Italia, giugno, 1914).

BoiNE. Fliusi e Botte, Firenze, La Voce, 1918. Emilio Cecchi [Tribuna, 18 giugno 1914).

402

PEA
A
Valori {Resto del Carlino, 27 aprre 191.5)E. Jenco {Crociere Barbare, 1918). G. Marone. Difesa di Dulcinea, Napoli, Diana, 1919. {Rubriques Nouvelles, mars 1913)J. L. Thuile
G. A.

TouRNOux

{La Phalange, janvier 1912).

IL PRETE.

Pare pi lungo, quasi un'ombra parea dentro la tga

Ed

il

prete

si

alz.

coi piccoli bottoni neri in fila

su tutta la lunghezza della veste, monotoni, a distanza come chicchi


di cinapro,

oppur come

le

maglie
fila

delle catene, o

come

giorni in

cos eguali per tutta la sua vita.

Parea che sotto quella toga nera


stessero degli stecchi prigionieri
pigiati

come dentro una


si

sacchetta,
le spalle

e aguzzi e sopra e

scorgean dietro

il petto quando egh affannava, sembrava sentirli scricchiolare quando un gomito alzava, e quando in

fretta

traversava la chiesa e

s'

imbatteva

a passare davanti ad un altare


si

piegava cos come un automa,


si

parea che

fiaccassero gli stecchi

e che fuori sbucassero dal sacco. {Lo Spaventacchio).

403

PEA

IL

FONTE BATTESIMALE.
del fonte con le stelle

La cupola
e
i

con l'Annunciazione con il Giordano, Cristo e San Giovanni e un angelo affacciato a una finestra ed una mano magra ad una brocca
tre sportelli

stavano come cose capovolte,

come

cose incantate da millanni

in fondo a

un mare,

e c'era

un lume adesso
{Lo Spaventacchio).

che oscillava com'occhio che spiasse.

LA GIOSTRA.

Il

sole

meridiano col suo staccio


i

spolvera

verdi monti di Versilia

di violetto.

E riluceano

denti

di quel vecchio
sulla

mur accio arrampicato

montagna come un gran serpente pietrificato a stemma del paese.


Sui poggi di Capriglia c'era
il

sole,

un barbagho

di sole era sugli ori


i

delle baracche e sopra

favolosi

mostri

gialli dipinti sui cartelli,

404

PEA
sulle

corone degli imperatori,


delle

sui

fili

spade sulle frange

sugli elmi e sugli scudi dei guerrieri

e sulle briglie dei loro cavalli, e sugli ottoni delle gradinate,


sulle
sulle

canne degli organi giganti,


gabbie di ferro dei serragli,
;

sui trapezi sospesi ai padiglioni

sui congegni lucenti delle giostre

sui bianchi cigni, sui cavalli alati;


sulle berline e sui mostri

marini

incatenati sotto

un

cielo rosso

da cui dondolan

fili

di corallo

e grosse palle di cristallo blu.


{Lo Spaventacchio).

ROSALBINA.

Rosalbina, parete una madonna.


la

Se

vostra pezzola fosse bianca,

io crederei

che voi fossite quella

che sta seduta sopra un sasso nero e che ha una pecorina per sorella .
{La Spaventacchio).

LA TERRA.
Vipere su, che
il

sol d'aprile tinge.


ritirate

le

acque
il

si

son gi

entro

seno di Lei che custodisce

405

PEA
tutte le cose nelle sue burelle

che palpitano anch'esse e sono


S'allagheran fra poco
scorrer l'acqua per
le
i

vive....

vostri alberghi,

mille vie

abbaruffate

come una matassa,


i

da botro a botro, dentro


per
le

labirinti,

necessit della

Gran Madre

che non riposa, che va a precipizio, Enorme Cieca che non urta mai.
{Lo Spaventacchio).

LA MADONNA.
V

Mammina

mia, un angelo ho veduto

qui al capezzale, mentre tu piangevi...

L'aveva mandato

la

Nostra Signora

a portarmi una goccia d'olio santo....

Ecco r ho ancora
Vattene
per farla

qui, su queste labbra....

mamma,

voglio restar solo

voglio frugare nell'anima

mia

monda da
da tutte
le

ogni peccato...

Metti

le tre

lucerne sul cassone,


le pilette....

piglia l'oHo

Che

la

Madonna
i

benedir

Accendi

becchi delle tre lucerne....


Il

Fai presto, mamma.,.. Poi


e
il

tempo mancher.

la

mamma

sal sulla soffitta,

corpo ripos sulle ginocchia....

dalle fessiture del solaio

406

PEA
passavan
e
linee gialle e tremolanti
i

a rischiarare
i

travicelli obliqui

tegoli nericci e centenari....


la

E
il

mamma

raccolse nelle
si

palme
il

suo grembiule, e

coperse

volto....

Poi strisci
e e vide

come un serpe sul solaio, cerc una fessura un po' pi larga,


moribondo sorridente, con le mani in croce petto nudo mosso dal respko....
il

cogli occhi chiusi e

sul

attese lungamente la

Madonna
il

che andasse a risanare

suo

figliolo....

{Montignoso).

IL

RAGNO.

Sotto

il

trave maestro,

avea tessuto

un ragno bigio un ragnatelo enorme


:

dai contorni bizzarri e paurosi

in centro era rotondo

come un

sole

che avesse naso ed occhi di pagUaccio,


e la

bocca sdentata della morte

e in giro eran tentacoli

ad oncino,
:

come le antiche ruote del martirio, e come la corona del Buon Dio
da levante a ponente, a mezzogiorno, e verso tramontana, sopra un filo, stava teso su quattro aU di falco.... Parea la croce dell'eternit
!

(Montignoso).

407

MARIO PUCCINI
nato a Senigallia (Marche) il 29 luglio 1887. Editore, libraio e giornalista. Ufficiale durante la guerra.

COLLABORAZIONI.
Riviera Ligure
(Oneglia),

Voce

(Firenze),

Nuova Antologia

(Roma), Ragione (Roma), Tribuna (Roma), Perseveranza (Milano), Sera (Milano), Gazzetta del Popolo (Torino), Paese
(Torino), Resto del Carlino

(Bologna),

Tempo (Roma)

ecc.

OPERE.
La canzone
della Foville. Milano,

mia follia. Bologna, Beltrami, 1909. Studio Editoriale Lombardo, 1914.

La

Viottola.

L'ultima
Piccolo

crisi.

Ancona, Puccini, 191 2. Ancona, Puccini, 191 2.


Milano,

mastro spirituale. bardo, 1916.

Studio

Editoriale

Lom-

Dal Carso

al Piave. Firenze,

Bemporad, 191 8.

Davanti a Trieste. Milano, Sonzogno, 1919. Come ho visto il Friuli. Roma, La Voce, 1919, Sentieri nella macchia. Milano, Fratelli Treves, 1919. La vergine e la mondana. Milano, Sonzogno, 1920

CRITICA.
G. P. LuciNi {Ragione, 8 nov. 1909). G. LiPPARiNi {Marzocco, 14 genn. 1912 16 marzo 1913).

4.01

PUCCINI
Chiesa [Biblioihque E. Cecchi {Tribuna, 20
F.
Universelle,
die.

mais 191 3)

1914)-

S. Bb^co {Piccolo, IO giugno 1913)A. Negri {Secolo, 20 gennaio 1915)A. Valori {Resto del Carlino, 28 febbr. 1913)G. Beli.onci {Giornale d' Italia, 23 febbraio 1915)-

G. Prezzolini {Rivista d' Italia, 1 febbr. 1919) G. BoiNE. Plausi e Botte, Firenze, La Voce, 1918.

UNA NOTTE.
Tornai tra uomini.
cinai,

Ma quando

di

nuovo

li

avvi-

intenso

pi robusti sentii quei clangori alle orecchie e pi il brividar dell'onde nei miei movimenti. E pure
dire agli

trombe il ronzio dei loro discorsi, il tumultuar dei loro commerci era un bofonchiare bambinesco, un anfanare vacuo ? Mi tacqui e tuttavia non sapevo dimenticare di essere stato mare e aver vibrato di uno spasimo assai pi alto che tutti gli spasimi umani. Ed essi mi avevano

come

uomini che

il

suono

delle

loro

pe r pazzo,

gli

uomini

"
!

S che io

mi

ritraeva,

e,

tutta nascosta,

si

svolgeva

nel silenzio, la mia vita.

Una
mini
le

sera partii per

un paese lontano

di pochi uoinoltrai per

ma

vario di vita. Giunsi di notte e

m'

rumorose e chiassose in cerca di voci e suoni. passavo dall' una all'altra via, sempre dietro ai romori maggiori, quasi temessi di
vie

Non avendo sonno

restare senza respiro,

mancando a torno a me
!

gli

uo-

mini.

Oh

curiosa ventura

Odiare

gli

uomini e rinfan-

ciullire al

punto

di desiderarli. Precipitando vieppi le

409

PUCCINI
ombre
e le tenebre, io
li

vedevo correre verso

le

case,

chiamati dal sonno; mentre io non potevo dormire e

dovevo muovermi. La notte era su me, gravosa tanto


eh' io sentivo quasi
la

minaccia di un un involucro

che fosse per avvilupparmi. Essa sostava in


sazione
di
;

me

mi

intabarrava ormai nel suo bxivido, dandomi una senpaura. Altra volta mi abbandonavo alle
quella sera non sapevo, lontano dalla

emozioni

mia
cui
gli

casa e dai luoghi, sr c'i mio occhio abitualmente riposava. Cercavo con ansia smarrita
dividere
le

un compagno, con
al

ore

che

mancavano

mattino.

Ma

uomini andavano
che che
si

diritti alla loro

mta. Ogni portone

serrava, io

ne avevo tormento. Sarei restato


i

solo, nella notte.


si

lumi che scomparivano

E le
!

vie

facevano rade, ognora pi rade


il

ai passanti

M'ag-

ganciava

diaccio delle ore notturne.

sentivo inva-

dermi da un torpore mortale, che non era sonno e

non
e la

veglia.

dino.

Mi gettai su una panca, in un pubblico giarRumori non s'udivano. Io era nella notte, solo notte mi predava, s' impossessava di me. Mi parve
il

trasvolare, perdendo a poco a poco


e
il

raziocinio, le forze

senso dei luoghi.

Divenivo qualcosa di sfuggente e di etereo ed andavo pigramente, come forse le tenebre, quando nessun

lume

le

esplora, e, lontano,
ferirle.

il

raggio dell'alba non s'an-

nuncia ancora a
la notte, cui

Non

l'uomo soffriva in me;


del freddo e
i

ma
pri-

mordevano

gli aguglili

mi rumori sorgenti. Sentivo il verzicar dell'alba sui cieli, come fastidio quasi la germinazione faticosa della luce dovesse attraversare il mio corpo e rigarlo di ftte acute
;

quasi

raggi antelucani, sbucando, dovessero sparare

il

velo della

mia epidermide. Ed ecco, dopo aver cercato

410

PUCCINI
fino a quel

momento l'uomo

e desiderato che vegliasse,


la

augurargli

un sonno interminabile,
morenti a
tratti,

morte.

dir pa-

role ai fanali, perch, in quel tremolare


li

ambiguo che

fa parer

o vigorosi, resistessero; in-

vettive agli uccelli, primi ad accettar V invito dell'alba


e destare le loro gole socchiuse.

Ahim, che nessuno


:

mi ascoltava!
a spegnere
alla citt
;

venivan uomini
a rassettar
le

radi,

ma

ciancianti,

fanali,

sopravveniva

strade a ridar calore


!

doloroso strazio

la

sparando l'orizzonte, come a slembare il cielo e vuotarne le luci su me, tutte: e dentro di me. La notte s'era innalveata negli spazi, ma io ne avevo tuttora in
luce,

me
in

l'anima.

forza, al contatto del

Che pareva squarciarsi e perdere ogni rumore e del colore. M'immersi

un

cespuglio, volendo ancora


le foglie

un

po' di tenebra
:

ma

anche tra

essa giunge, la luce

e cos suole
i

incunearvisi, eh' io sentii su

me

ventare

ramuncoli,

quasi a scacciarmi e ripudiarmi.


(Foville).

ARGO.

Il

paese, in cui mettevo piede per la prima volta,

chiamava Argo. Era non dissimile dagli altri che avevo veduti, le casette di pietra screpolate e addossate le une alle altre oh il tarlo caratteristico negli USCI, che rode e scava da anni le redole ciottolate con ghiaia di fiume, e molti orti e piante rampicanti da per tutto. Entrai nella prima osteria, in che m' imbattei. Non so perch, mi pareva di essere Don Chisi

<

411

PUCCINI
da un cimento nient 'affatto comune. Ero solo, e non conoscevo alcuno. Un impulso veemente d'avventura mi animava. Io non avevo armi, ma, dentro di me, una volont forte pi assai delle armi. Sarei sempre restato un piccolo contadino stupido, se non avessi tentato, almeno una volta nella vita, qualche passo traverso. Che m' importava degli altri ? Io dovevo preparare e dissodare il mio terreno. Lo zio, da cui speravo consigli e pratica di vita, in due giorni che ero stato con lui, aveva mantenuto un grande riserbo, ammonendomi come a fanciullo. No, io non vosciotte e di uscire

ribellarmi dovevo, tralicon volont mia propria a raggiungere l'esperienza. Sorsero in me oh improv-

levo pi essere fanciullo.


gnare, muovere
viso ardore

le facolt

molti propositi.

gi posto mente, in passato, ad

Mi pareva una possibilit


gli altri

di aver
siffatta.

Entrare nella vita da solo, poi che

me

lo vietail

vano

guardarvi con occhio attento e discernere


;

meglio se questo fosse


per diventare

studiare la via pi semplice

non un contadino. Perdurava paura di restar contadino, di rinchioccire, non sapendo nulla, mai, degli uomini e delle cose, di cui avevo pure avvertito l'esistenza nei libri. Ed ora mi sembrava riattaccarnii a tutti i miei
e

un uomo
;

in

me

questa ansia

la

sogni passati, e

l'

inconsulto gesto
il

non studiato

di

questa mia fuga, diventava


a lungo e seriamente.

gesto necessario della mia

adolescenza, prendeva la consistenza di un atto meditato

se riflettevo

che esso era erotto

improvvisamente in mezzo a titubanze e paure, mi confortava subito che le cose meno meditate sono quelle che, per avere pi tempo sofferto interiormente, d'un
tratto affiorano, e inattese, alla nostra sensibilit.

412

PUCCINI
Trovatele allo sbocco, noi non ci avvediamo ch'esse erano pronte ad uscire da un tempo incalcolabile e diciamo di aver obbedito all'impulso. Non ricordavo dove avevo letto questi pensieri, ma sentivo che obbe:

divano

al

mio caso.

Pensai, ancora, a

mie
le

letture pi care.
il

Don Chisciotte. Era una delle Anche Don Chisciotte nasce per
;

essere

semplice paesano, che rispetta la sua rendita,


al caff

gambe penzoloni

e pure

il

giorno in che

trova corrispondenza ai suoi sogni interni e intimi (o sia pi proprii) nei romanzi della cavalleria, si ab-

bandona a tal punto al suo sogno, da smarrire il senno. Fumosa, rugginosa e tetra la catapecchia dove sono entrato, la mi richiama una di quella taverne, nelle
quali giusto
lui.

Don

Chisciotte, vede manieri, castel-

lane e cavalieri erranti e giganti inconcepibiU.

E
gli

penso
occhi

che

Don

Chisciotte,

non ha torto a veder con


i

del sogno. Tutti gli incontentabili e

timidi sognatori,
sole

come

come me, vedranno sempre sopravvennero ombre destino.


lui e
:

dove gi

Ha

l'aspetto, questa osteria,

d'una cucina antica,

ridotta a ritrovo di bevitori, con molto sforzo e rozza

volont.

Il

focolare basso,

il

cui

camino altissimo semsotto la fuhggine

bra appoggiare sugli

alari, sostiene,

che rovina,
zionati.

il
!

grosso danzare di certi patti spropor-

Ah

eh' io vorrei qui,

compagna,
cui,

la

credula

e fedele

animula di Sancio Pancia, da

a piccole ed

elementari dosi, attingere la dottrina delli uomini sempHci e senza fantasia.

Non

l'

isola della regina


;

Mico-

micona io gU prometterei, povero Sancio ma, anzi, che una corona, un podere fertile, ricco, prodigioso di
verde; e in quello vorrei vederlo vivere, fremere, gioire.

413

PUCCINI

E
al

poich al mio spirito mancherebbe la contentabilit,

mio

spirito

che giganti vede negli

otri e cavalieri e

guerrieri nelle pecore, quale lietezza mirarla in altrui

questa felicit terrena, che sembra cos

difficile

ad ac-

chiappare

Sancio non sarebbe

uomo da

lamentarsi,
se

anche se il podere non fosse isola, anche potrebbe aver schiavi innumerevoli al suo

egh non

servizio. Io

troverei certo la parola suasiva ed enfaticamente pan-

tomimica di Don Chisciotte, a spiegargli che non uo mini gli schiavi sono, ma buoi, buoi veri, s, e tenaci nella fatica del condurre aratri; e che Toro del suo grano, del grano ch'egli ha seminato e coltivato, , qual si conviene alla corona di re isolano, di zecca. Egli crollerebbe la testa, mi risponderebbe con un proverbio, ma troverebbe, poi, nelle bisaccie colme di
cibo e nel sonno,
il

suo paradiso.
[Fovill).

RINGRAZIAMENTO DEL FANTE

ALLA TERRA FRIULANA.


Da
quando scendevi,

queir inferno,

la

tua testa

usciva rintronata e balorda.

siccome

il

\'ino

uno

svegliarino per

intelli-

genza e uno scaldapensieri, cercavi, oltre Isonzo, una


bella osteria.

Qualcuno voleva anche la donna. Ma, con la donna bisognava intendersi. E se tu devi staccare, con difficolt, una sillaba dall'altra.

414

PUCCINI
per parlare proprio italiano,
il

vapore della passione

lo divori mezzo, a cercare parole d'effetto. Ma, all'osteria, basta un gesto, un segno, un'oc-

chiata
e
si

litri

camminano, dalla cantina


i

ai tavoli,

allineano

come

fanti per l'appello.

Bevevi, bevevi, bevevi.

La gola non
il

si

imbeve
ti

tanto presto, quando

1'

hai tenuta lunghi giorni e lunvino, che


si

ghissime notti quasi all'asciutto. Perch

passava

il

governo, o giungeva annacquato, o

fer-

mava
La

sotto

una cannonata.
ti

passeggiata, che

riconduceva in linea, toglieva

alle facciate delle

case quella

mano

buon nmore dei

giorni tranquilli vi

di lustro, che il aveva spalmato.

Osterie, piccoli caff, venditori ambulanti, tutto e tutti

pareva che volessero vietarti


ti

il

passo.

Le

chiese anche

invitavano,

come quando

eri ragazzo,

per quei lumi,

per quelle raggiere d'argento, per quelle pitture delle


grazie ricevute.

La strada
ritardo,

del Carso, la sapevi a menadito.

Ma

tante

ore avevi perse nei villaggi, che arrivavi sempre con

quando

in tasca

non

c'era pi

spicciolo.

Un

cicchetto

del capitano,

neppure uno un mormorio

d' invidia dei fanti,

e ricominciava la vita di prima.

Ora che abbiamo proprio essere un uomo felice.


di vita

vinto,

anche

il

fante

pu

C'era soldato pi disgraziato

Tre anni e mezzo


gli

da cani

nelle

mani

di gente che, perch ca-

piva di pi, faceva di te quel che

piacesse

anche

r impossibile.

La

polizza alla

mano,

ti

rimandano a

casa. Trie-

415

PUCCINI
ste,

quella citt bianca

che

si

vedeva

in un'arco di
e'

mare

chiaro, ora, proprio nostra.

Non

pi nulla

da tentare, con questi reggimenti di fanteria, che una volta si potevano sprecare per un capriccio. Il diritto
e la giustizia sono ora dalla loro, e bisogna, con tanto

congedo in tasca, mandarli a far la pace in Italia. La pace [!| Se fosse un sogno, non ti sveglieresti mai pi. Ma, poich verit, qualcuno, sulle prime, non sapr prodi
^;

;/

prio adattarvisi.

Non

monta pi di vedetta La maschera, non serve pi ?


si

Durante

la notte,

quante volte
!

ci si s veglier

con

un

urlo

gli

austriaci attaccano

Ma
perch

la

moglie dir ridendo che ora di alzarsi,

le bestie, nella stalla,

devono essere governate.

Ti ritorneranno in mente le case di lass.


raccontare,

vorrai

come

le

vedevi brutte, quando pensavi a


;

quelle del tuo paese

come invece
si

faticasti a stac-

cartene,

il

giorno che, a Caporetto,

commise

quella

tale vigliaccheria o quel solenne errore.

Nelle ore della cena, e dopo, parlerai dell' Isonzo,


del Carso, del Vallone, di

Romans, di Villesse, di Versa La moglie vorr sapere se le donne di lass erano


;

bionde o brune
se

come cucinavano

se erano pulite

avevano biancheria

bella e odorosa.

416

PUCCINI
La tua vecchia

mamma
;

chieder delle chiese


i

se
;

erano bianche e chiare

se

campanili erano

alti

delle case, se avevano, suiruscio, scale o scalini.

Ti mraviglierai di parlare, con nostalgia, di tutto


quel brutto che era lass.

Quanto
Anzi,
ti

al Carso, nulla la

parr che tutti quei razzi e colpi

rimasti a mezz'aria
liere,

tengano ancora

memoria avr scordato. come se

le rocciose spal-

sotto

il

loro

lume azzurrognolo.
massaie insuperabili
gli

Quelle donne, apparse, nei primi tempi, silenziose


e fredde, le ricorderai
;

uomini,

massicci e taciturni, lavoratori di schiena straordina-

riamente dura.

E l'organo delle chiese, che quasi ti infastidiva, avr fermato, nelle tue orecchie, la sua voce indimenticabile che sapeva di cimiteri e di scoppi, e si sfrenava, d'un tratto, a dire che bisognava vivere, e bisognava cantare.
:

{Come ho

visto

il

Friuli),

417
27

Poeiz d'oggi

CLEMENTE REBORA
nato a Milano

il

6 gennaio 1885. Laureato


Letteraria di Milano,

in lettere

all'Ac-

cademia

Scientifico
;

Ha

insegnato nelle

scuole tecniche

stato soldato durante la guerra.

COLLABORAZIONI.
Rivista d'Italia

(Roma), Voce (Firenze), Grande Illustrazione


Ligure (Oneglia), Brigata (Bologna), Raccolta
(Napoli),

(Chieti), Riviera

(Bologna),
(Milano).

Diana

Tempra

(Firenze),

Lettura

OPERE.
Frammenti
lirici.

Firenze,

La Voce,

1913.

TRADUZIONI.
L.
L. ToLSToi,

Andreef, Lazzaro e altre novelle. Firenze, Vallecchi, La felicit domestica. Roma, La Voce,

1919-

1920.

CRITICA.
G. BoiNE, Plausi
e

Botte. Firenze,

La Voce, 1918

A.

MoNTEVERDi

[Voce, aprile 1914).

France-Iialie (novembre 191 3). E. Cecchi [Tribuna, 12 novembre 1913). R. Serra. Le lettere, Roma, Bontempelli, 1914-

418

RBORA

NOTTE A BANDOLIERA.

Alghe di tenebra

Suirumida tena
In

romba

di piena

Scaglie di vetro

Dal rpido cielo Che stelle nel vento


Librato riassorbe
;

Gesto falcato di forme


Uscite a capirsi nell'ombre
Fissa follia dell'aria
;

Su nero abbaglio

di

lampo
:

Sordo scavare tenace In eco di mdida pace


schiacciar la

Balzer, chi ci spia,

lumaca
la via
?

Che nivischia molliccia

Per

la

nerezza sinuosa
tnnuli
urti.

Prmono

A
E

S'incarnano stocchi di gelo. Scuri di brividi rigano


:

Scatter,

l'

insidia feroce,

scovarci nel sangue la vita


s'

Che doviziosa

incrosta
?

imbarbarita zampilla

419

RBORA
Voci osannanti in
soffio di sibilla,

frenesia di muscoli ondanti


la

Per

cupezza emanata

Ossessione d'attesa,

Truce allegria sospesa.


Fischi strisciati in

domanda,

Drappello che annusa

Frusciando carponi
In una raffica chiusa.
Chiostra di denti a lame di luce.
Intenti occhi a dorso di coltello..

giunta la razza assassina


gli eroi

Son giunti i violenti e Che svelan momenti


I

Dell* impossibile eterno

buoni di prima,
i

buoni di poi.

{Almanacco
della Voce, 1915).

FRAMMENTO.

carro vuoto sul binario morto.


te la merce rude d'urti Gravido ora pesi
;

Ecco per

tonfi.

Sui telai tesi

Ma

nei rntoli gonfi

fumida e viene Annusando con fscino orribile La macchina ad aggiogarti.


Si crolla

420

RBORA
Via dal tuo spazio assorto
All'aspro rullare d'acciaio.

Al trabalzante stridere dei


Incatenato nel gregge

freni,

Per r immutabile legge

Del continuo aperto cammino E trascinato tramandi

irrigidito rattieni

Le chiuse forze inespresse Su ruote vicine e rotaie


Incongiungibili e oppresse,
il ciel che balzano Nel labirinto dei giorni Nel bivio delle stagioni

Sotto

Contro

la

noia sguinzaglia l'eterno,


l'esteso,

Verso l'amore pertugia

non muore

e vorrebbe, e
il

non vive e vorrebbe,


suo verbo

Mentre

la terra gli chiede

appassionata nel volere acerbo


col sangue, sola, la sua fede.
(

Paga

Frani menti

lif ici )

IL

RITMO DELLA CAMPAGNA IN CITT.


Pere e mele, e
la bell'uva
:

Moscadella e grignol Tutta la mangia chi n'assaggia un po'

Ehi

Ohi

L'ultime, l'ultime

TripoU, bel suol d'amore....

421

R BORA

La pesca spaccacuore

Che rosolio, che sapore Che colore le angurie di gelo


!

Sul carnoso discinto clamore Del popolo vivo

In lievito festivo.

Tra corbe e spacci


Zampillanti di rosso sui banchi

In scvoH di bucce e mosto

Per r imbrattate predelle, I fruttivendoli berciano


Matricolati

mondando

cestelle

Dai cavalietti impalcati, Rigovernando carretti Che dagli scaltri riquadri

Ambigui

di prezzo e di vista

Invitano al ristoro chi respira

Nel lezzo gli asfalti Di quest'agosto senz'alberi Per la citt che smagrita, in corsetto, Spiccia ritrova il suo dialetto. L'uva dolce, chi la schizza ? Un uomo da vino e da cicca

Con mano cisposa mi froda La scelta sulla stadera Nel grembo riscuote, m' insudicia II resto di un franco e in marea
:

Rigiro,

proteggo,

Garbeggio di fianco, col labbro. Dal cappuccio di carta


Gli
cini penduli.

422

RBORA
Due
occhi neri s'alzano forti
la

A A

succhiarmi
sbirciar

compera,

sul tavolato

Un Ma
(

grappolo sodo, un

pomo

rosato....

a una voce sbrigativa


fila
!

Ohe, ragazzo, un soldo e N' ha un piattino di ficini


In palmo di

mano

Ch'egH lecca nei vano Attento se cada qualcosa.

E
E

io

mi

schccolo

raspi
i

Serbandomi all'ultimo
la gola

sani

beata riceve

Il

frutto che spappola e cola....

Pere spadone

Mele della rosa


la gioia,
il

guardare m' inganno


sapore non trova pi

Il

gusto....

Chi ne mangia tre ne mangia trenta


(e Tre per saccoccia la polpa, palpando
!

trenta nella voglia),


la giacca

E pregusto

Che sforza gonfia sui bottoni storti Fra chi s' impasta e s' imbotta,
dai borbotta agli Salvando a sgembo
scrolli
g' involti,

E E E

chi neir impiccio del calcolo

Stringe canestri sul grembo,


chi torna e riparte in bisticcio
il

Per abbonire
chi,

contratto,

quatto a guardare, smalizia

Fra sputo e sputo, toltosi la pipa. Mentre il fiotto si stipa e s'alterna

423

RBORA
Per
la via

sbarazzina

Che dal battibaleno del corso


Rifluisce fra strie di sole

Con rintronanti parole


In gibigianna di diavolerie.

{Voce, 6

novembre 191 3).

424

ROSSO

DI

SAN SECONDO

in Inghiltena.

nato a Caltanissetta nel 1887. Viaggi in Germania, in Olanda, Cominci col teatro. Pi tardi si dette al roalla novella, alla lirica.

manzo,

COLLABORAZIONI.
Lirica (Roma),
(Milano),

Nuova Antologia (Roma), Illustrazione Italiana La rassegna italiana (Roma), Messaggero della
d'Italia

Domenica (Roma), Giornale

(Roma).

OPERE.
Teatro
:

La sirena La madre.

ricanta. Toiino,

1908.

1908.

V occhio
Per fare

chiuso.

Roma, Sampaolesi,
!

191 1.

Marionette che passione


l'alba.

tre atti.

Milano, Treves, 1918.


L. Bellini 191 9.

1919.

La

Bella Addormentata, tre atti.

Roma,

Novelle e
Elegie a

romanzi

Maryke. Roma, Sampaolesi, 191 4.


1916.

Ponentino. Milano, Treves,

La fuga Milano, Treves, 191 7. La morsa. Milano, Treves, 1918.

^25

ROSSO DI
La mia
Io
esistenza d'acquario.

S.

SECONDO
L. Bellini, 191 91919.

Roma,

commemoro

Loletta. Milano, Trevcs,

CRITICA.
C.

ScAR FOGLIO (Kim)

(//

Mattino, Napoli, 15 febbraio 19 14).

G. A.

BoRGESE

{Corriere della Sera, 4

marzo

1914).

A. Baldini (// Conciliatore, gennaio 1914). E. Cecchi {La Tribuna, api ile 1914 27 luglio 191 7). G. Rabizzani {Marzocco, luglio 191 7). S. D'Amico {L'Idea Nazionale, 28 giugno 1916 3 maggio e 28 novembre 191 8).
;

P.

{Italia che scrive, febbraio,

1919).

Pancrazi {Gazzetta di Venezia, 20 novembre 191 6). L. Pirandello {Tribuna, 7 luglio 1916)
{Illustrazione

Italiana,

1 luglio

1917).

{Messaggero,

Roma,

i^ aprile 191 8).

A. G. R. A.

Momigliano {Giornale d' Italia, 26 maggio 1917). Boine, Plausi e Botte. Firenze, La Voce, 1918. Serra, Le Lettere. Roma, Bontempelii, 1914.
Spaini {Resto del Carlino, i settembre 1916). 12 giugno 191 7). {Giornale del Mattino, 26 maggio 1918).

F. Tozzi {Giornale di Sicilia,

G. Bellonci {Giornale

d' Italia, io luglio 1917). G, Bastianelli {La Nazione, 29 aprile 1918). G. A. Cesareo {Illustrazione Italiana, 28 luglio 1918). V. Cardarelli {Il Tempo, Roma, 27 novembre 191 8).

M. Praga

{Illustraz. Italiana,

27 luglio

1919)..

LA SIGNORA LIESBETH.
Perch
alle
le

tendine sempre abbassate


della

alle

finestre,

vetrate

veranda, al balcone del giardino,

su nello studio, gi nel salotto, in sala da pranzo e


perfino in cucina
?

426

ROSSO DI
La casa non
come
le

S.

SECONDO
:

una tomba

dev'essere aperta al-

l'aria, alla luce, al

vento, al fresco, al caldo. Dev'essere


:

fronde d'un albero la casa


i

gli uccelletti

dor-

mono
casa
!

fra

respirano tutti

rami e si riparano, ma nello stesso tempo i profumi della campagna. Aperta la


Liesbeth,

La signora
veranda,

veramente,

sarebbe giunta
buttato

pi oltre. Avrebbe dormito nel giardino, d'estate, nella


d' inverno,

avrebbe

certamente

via quei tappeti, quelle tende pesanti, quei seggioloni


di

velluto enormi che

ingombravano e toglievano

il

respiro.
la

poi

non

si

nati per spolverare ogni giorno

roba di casa, mentre fuori c' tutto il mondo bello, con i suoi boschi, i suoi prati umidi, il suo mare con
;

tutti quei

gabbiani sulla riva, che ora


si

si

rincorrono,

formicolando sulla sabbia, ora


sbatter

levan a volo, ad imo

pi

impetuoso

dell'onda,

coprendo

il

cielo

d'un

frullio d'ale.
i

Che bellezza
Liesbeth
dietro
i

gabbiani nel

cielo,

Signora
?

gabbiani

Ci

Liesbeth,
si

non vero, signora come si fa per volar


gli

stende sulla sabbia con


il

occhi in su.
pause,
il

Non

si

sente che

fragore del

rider della

schiuma
di

sulla

mare e, nelle ghiaia non si vede


;
:

che

il

cielo e gli
ci

ucceUi che girano, girano, girano....

poco a poco

sembra
?

non

essere pi in terra

una

culla la terra sospesa nell'aria.

passato, Liesbeth

due ore, tre ore.... Tutto un giorno ? E che importa

Quanto tempo Chi lo sa. Chi lo sa. Son passate passato tutto un giorno
!

?...

non era signora, la signora Liesbeth aveva diciott'anni ed era libera di farsi strappare gli abiti dagli spim della landa, di tornare a casa fradicia
allora

Ma

427

ROSSO DI
glio

S.

SECONDO

un canale per veder meuna piccola ranocchia con la testina fuor d'acqua, che pareva volesse mangiar l'aria prima di rituffarsi gi.
di pioggia o di ruzzolare in

O neve, o vento, o gelo,


non

Liesbeth era fuori.

Il

mondo

mica fatto di case

fatto d'alberi, d'erba, d'ac-

qua, di vento, di nuvole.


tire in

La tempesta

la cosa pi

bella, perch'essa agita tutto ci

che esiste e lo fa sen-

una sola volta. Ritti su una duna olandese, fra degh elementi, mentre il freddo penetra nelle ossa, si pu respirare, con il vento salato del mare, l'odore di tutto il mondo. Liesbeth beveva, beveva con la bocca aperta.
l'urlo
.... il signor John, in presenza della moglie, ed anche un po' sempre, recitava, faceva il clown ; un po' volutamente, un po' per istinto. Conosceva le sue debo-

lezze e le copriva

sposato Liesbeth

con l'umorismo. Come mai l'aveva Era cosa diffcile a dire. Ma certaecco tutto. Quelle smorfie e

mente
stibile.

ella si divertiva,

quello spiritar d'occhi eran per

lei d'un fascino irresiPer che silenzio in quella casa Altro che giuochi rumorosi di fanciulli, altro che voci festevoli,
!
!

canti e suoni, com'ella avrebbe desiderato


Si ce n'erano
:

Rumori

l'eterno tic-tac del maledetto pendolo


l'

del vestibolo e

insopportabile cuc dell'orologio del

zampe unghiute del cane su per pavimenti di legno. Quel cane s'annoiava anche lui mortalmente, sbadigliava e s'aggirava su e gi, qua e
pianerottolo
:

e poi le

sempre con quell'aria sorniona ed iroNei momenti di foUia, per, urlava come un demonio, perch spesso Aafke, la fantesca, quando Roy
l per la casa,

nica.

428

ROSSO DI
le

S.

SECONDO
pafft,

veniva a

tiro e

non era veduta,


allora

uno strattone
la signora

alla coda.

Aafke cantava
!

da lontano
e
si

Liesbeth, con tono che voleva esser di

rimprovero,

ma

era invece dolce da innamorare

sedeva subito,

richiamata all'ordine la servente, perch


pi dalle
era
lei

non

si

reggeva

risa.

La

verit che la signora Liesbeth

non

a ridere,

le

rideva tutto Tessere.

U inverno
liesbeth

per certo era pi noioso e

bisognava

contentarsi delle rappresentazioni del notaro.

La signora
dar
di

sapeva

come provocarle

bastava

cozzo con un bicchiere contro Tanfora del latte a tavola, far cadere sulla tovaglia
di pesca
Il

una goccia

di conserva

o porgere al cane un pezzetto di prosciutto.


Il
!

cane doveva essere assolutamente vegetariano.

notaro John van Beuge era fermo nei suoi principii

Che uomo quel notaro


la

Bisognava vederlo scendere


la scala di

mattina dalla sua stanza gi per

legno

che scricchiolava nel silenzio delle prime ore del giorno,


per andare a raggomitolarsi sulla poltrona, nel suo studio,

accanto alla stufa e leggere


fosse udito

il

giornale
si

prima an-

cora che la moglie e la stessa fantesca


e
si
il

fossero levate

passo del lattaio nel giardino e lo strisi

der del cancelletto che


in

richiudeva da

s.

Si cullava

quel silenzio caratteristico della casa che


si

dorme

ancora, e
si

beava nel dolce sopore che rimane quando


buon'ora
il

lasciato di

letto.

vero che, tratto


in violenti ster-

tratto,

Roy, che continuava ad appisolarsi sul tappeto,


le

dava, stirandosi in tutte


nuti,

membra,

ma

gli

sternuti del cane erano divenuti oramai


li

cos necessari alla lettura del notaro, ch'egli

consi-

derava come un compimento del silenzio ch'era in-

429

ROSSO DI
trona, allungava la

S.

SECONDO
da un
lato della poi-

torno. Al massimo, rovesciandosi

mano

per grattar la testa all'amico

e dirgli qualche graziosita.

Est-ce

que vous vous tes enrhum en passant

de votre corbeille ma chambre tudier ? Ma l'altro rispondeva di solito con un formidabile sbadiglio e con un'occhiata di compassione. Pi tardi
poi scendevano tutt'e due in sala da pranzo, dove Lie-

sbeth era gi intenta a tagliare


sporle in

le fette di

pane e a
?

di-

Ebbene,
il

mezzo

alla tavola.

signora,

avete
il

voi

ben dormito

Era

solito

saluto tra

canzonatorio e l'affettuoso
;

che ogni mattina il notaro rivolgeva alla moglie e questa, mentre gli porgeva una mano, con l'altra si tappava la bocca, prevedendo la interminabile risata che non
sarebbe mancata di scoppiare.

tappava sempre la bocca, la povera signora Lo sapeva ch'era troppo grande e le inLiesbeth cresceva pure tanto di quel maledetto corpo enorme,
Oh,
se la
!

enorme, che non lasciava traboccar senza intoppi, fresco e spumoso, il fiume di gioia che le cantava nel cuore. Ma gli occhi Oh, gli occhi le eran rimasti belU,
!

puri e grandi
in cui c'era
il
:

come a
paradiso
gli
?
il

diciott'anni,
!

begli occhi celesti

S,

con

il

fazzoletto, nascosta
cos....

quella bocca
in

occhi soli a ridere,


Il

Ma che c'era
il

quegU occhi

trillo

delle allodole,
?

cinguetto
c'era
?

dei passerotti,

canto degli usignoli

Che

{Ponentino)

430

ROSSO DI

S.

SECONDO

SERENATA.

nere, fra

Siam rimasti cos, dolce Maryke, tu sulle sabbie il rumoroso mare, io fra gli alberi fragorosi. Ho dimenticate tutte le mie pene e mai ho vissuto
calma solitudine.

in

capelli

possibile che tu sia divenuta

pi rosea e
?

tuoi

abbiano un fulgore pi biondo

Ho

appreso a
le

baciare spesso le tue


cia nude.

mani
ci

ti

bacio ora anche

brac;

Vedo che

ti

piace e lo ripeto sovente

cerco ogni volta anzi di farlo in

modo nuovo.
i

T'agitano

piccoU brividi e salterella

il

riso fra

dentini brillanti.

Appoggi i gomiti sulla tavola e, le mani sul mento, premi con le dita di latte le labbra fresche come ciHege poi mi guardi in modo impertinente. Se chino il capo fino a metter la gota sulla tavola, tu non ti muovi, ma sot;

tecchi

il

moto

segui della

mia bocca

alle

tue braccia

quando

le senti, scoppietti di riso

sfuggono dalle tue

labbra, fra le dita, e dagli occhi scintille adamantine

Ma

se,

in piedi,

abbandoni

il

seno sulle braccia diritte,

piantate vigorosamente sulla tavola che sembrano d'avorio


;

posso, allora, dal polso, a fior di labbra, spiluzfin

zicando su su

dove

la fresca

manica

di seta

me

lo

permette, tracciare una viuzza rsea che finisce nella fossetta azziUTna che sta dalla parte opposta del go-

mito
e

mandi un

piccolo grido e la fossetta scompare

nel piegar repentino del braccio.

mi

dai qualche colpetto sulla bocca. Ch'io

Mi guardi scontrosa non rie-

sca a prendere

un

polpastrello d'un tuo ditino fra le

431

ROSSO DI

S.

SECONDO
!

labbra e serrarlo fortemente

io

non avrei piet per


ti

la

tua smania graziosa e invano

vendicheresti, affer-

randomi

riccioli

con

piccoli strappi....
!

Prendi un mantello e usciamo. Che fragore di mare

Che gelo

nelle ossa

braccio ci lanciamo gi per


fra la

il

fianco della

duna e finiremmo

schiuma, se non

ci

lasciassimo cadere concordemente sulla sabbia, al


grido.

tuo

{Poneniino).

NOTTE.

Come
letto,

allora

la

notte

luminosa

Sopra

il

mio

coperto
gli alti

d'un drappo rosso


rami, traverso
il

granato,

la luna,

traverso

vetro dell'ampia finefascio d'argento e so-

stra che ne scintilla, riversa

un

drappo tremolano tratto tratto i nudi rami che un leggero soffio muove appena le ombre dei rami sul letto sembrano una trama rossa ordita su tela d'arpra
il
:

gento.

Fuori,

sotto

il

vastissimo cielo terso, cristal-

lino, tutte le

cose sono

immobiH

nel gelo, divengono

dure, sembra acquistino la tempra del diamante e

man-

dino una luce di ghiaccio.


[Ponentino).

432

UMBERTO SABA
nato
a Trieste,
il

marzo

1883,

fatto studi commerciali, poi fu praticante di

da madre israelita. Ha commercio presso

una Casa
le lettere,

triestina verso i 19 anni lasci gli impieghi per vivendo quasi sempre a s e dando anche al giornalismo una collaborazione solo saltuaria. Il pi del suo tempo lo ha passato a Trieste, dov' ritornato dopo la guerra.
;

COLLABORAZIONE.
La Voce
(Firenze), Riviera Ligure (Oneglia), Il Piccolo (Trieste),
del Carlino
Il Resto

(Bologna),

La Tribuna (Roma), La

Diana

(Napoli),

La

Brigata (Bologna).

OPERE.
Poesie. Firenze,

Casa Editrice Italiana, 191 1,


1920.

Coi mici occhi. Firenze,

La

La Voce, 1912. serena disperazione. Firenze, Vallecchi,

CRITICA.
G. A. BoRGESE.
3 serie.

La

Vita e

il

Libro. Torino,

Bocca,

1913,

R. Serra. Le

lettere,

Roma, Bcntempelli,

1914.

433
28

Poeti d'oggi

SABA
G. BoTNF, Finirsi e Botte, Firenze, La Voce, 1918. GoRi. // Mantello d'Arlecchino, Roma, 1915. A. Valori [Resto del Carlino, 27 agosto 191 2).

E. Cecchi {Tribuna, 27 dicembre 1912). G. Prezzolini. Titfta la Guerra, Firenze, Bemporad, 1919.

CAFF TERGESTE.

Caff Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi


ripete l'ubbriaco
il

suo delirio

ed

io ci scrivo

miei pi allegri canti

Caff di ladri, di baldracche covo,


io soffersi ai tuoi tavoli
lo soffersi
il

martirio

a formarmi im cuore nuovo.

Pensavo
la

il

morte,

nulla che in

Quando bene avr goduto lei mi predico,


?

che mi compenser d'esser vissuto

Dir senza colpa

il

ma

se

il

nascere

mio dolor non oso un fallo - io al mio nemico,


;
!

sarei,

per maggior colpa, pi pietoso

Caff di plebe, dove


la

un

d celavo
ti

mia

faccia,

con gioia oggi

guardo

e tu concili

italo e lo slavo,

a tarda notte, lungo

il

tuo bigliardo.
(Almanacco
della Vece),

434

SABA

A MIA MOGLIE.
Tu
sei

come una giovane,

una bianca pollastra. Le si arruffano al vento


le

piume,

il

collo inclina
:

per bere, e in terra raspa

ma, ne l'andare,
tuo passo di regina

il
;

lento

ed incede su Terba,
pettoruta e superba.

migliore del mascliio. E come sono tutte


le
i

femmine

di tutti

sereni animali

che avvicinano a Dio.


Cos se rocchio, se
il

giudizio

mio

non m' inganna,

fra queste i le tue uguali,

e in nessun'altra donna.

Quando

la sera assonna,

le gallinelle

mettono voci che ricorda n quelle dolcissime, onde a volte dei tuoi mali ti quereli, e non sai
che la tua voce
la

musica dei

pollai.

soave e

triste

Tu

sei

come una gravida

giovenca

Ubera ancora e senza

435

SABA
gravezza, anzi festosa,
che, se la
lisci, il

collo

volge, ove tinge

un rosa

tenero la sua carne.

Se rincontri, e muggire

odi, tanto quel

suono

lamentoso, che l'erba


strappi, per farle

cos che

t'offro

un dono. mio dono quando sei triste.


il

Tu

sei

come ima lunga


gli occhi,

cagna, che sempre tanta


dolcezza ne
e ferocia nel cuore.

Ai tuoi piedi una santa


sembra, che d'un fervore
indomabile arda
e cos
ti
;

come il Quando

riguarda suo Dio e Signore. in casa o per via


denti

segue, a chi solo tenti


d'avvicinarsi
i

candidissimi scopre.

Ed

il

suo amore soffre

di gelosia.

Tu

sei

come

coniglia.

la pavida Entro l'angusta

gabbia, ritta, al vederti,


s'alza
:

(mi ricorda la danza

SABA
del lepre):

e verso te gli orecchi


alti

protende e fermi
il

che la crusca e tu
le porti, di
si

radicchio

cui

priva, in s

rannicchia,

cerca gU angoli bui.

Chi potrebbe quel cibo


ritoglierle
;

chi

il

pelo

che

si

strappa di dosso,

per aggiungerlo al nido,

ove poi partorire ? Chi mai farti soffrire

Tu

sei

come

la rondine,

che torna in primavera.

Ma
Tu
le

in

e tu

autunno riparte non i quest'arte.


:

questo

de la rondine
;

movenze
:

leggere

questo

che a

me

che mi sentiva ed era

vecchio, annunziavi un'altra primavera.

Tu

sei

come

la
lei,

provvida

quando escono a la campagna, parla al bimbo la nonna che lo accompagna.

formica. Di

E
ti

cos ne la pecchia

ritrovo

ed in tutte
di tutti

le

femmine

437

SABA
i

sereni animali

che avvicinano a Dio,


e in nessun'altra donna.

Poesie)

CITT VECCHIA.

Spesso, in torbide sere, esco di casa,

per godermi la mia vecchia Trieste dove ammiccano i lumi alle finestre, e pi affollata ed angusta la strada.
;

Di tra

la

gente che viene che va


detrito

dall'osteria alla casa o al lupanare,

dove son merci ed uomini di un gran porto di mare,


io ritrovo, passando,

il

infinito

nell'umilt.

Qui prostituta e marinaio,


che bestemmia,
il

il

vecchio

la

femmina che bega,


alla

dragone che siede

bottega

del friggitore,
la timiultuante

giovane impazzita

d'amore,

sono tutte creature della vita


e del dolore
:

s'agita in esse,

come

in me,

il

Signore.

438

SABA
Qui sento, pure in strana compagnia, il mio pensiero farsi pi puro dove pi turpe la via.
{Coi miei
ocelli).

TRE

VIE.

C
si

a Trieste una via dove

mi

specchio,
:

nei lunghi giorni di chiusa tristezza

chiama via del Lazzeretto vecchio. Tra case come ospizi antiche uguaH, una nota, una sola, d'allegrezza il mare in fondo alle sue laterali. Odorata di droghe e di catrame,
:

dai magazzini desolati a fronte,


fa

commercio
le

di reti, di

cordame

per

navi

un negozio per insegna


;

una bandiera
contro
il

nell' interno, volte


le

passante, che raro

degna

d'uno sguardo, coi volti stanchi e proni


sui colori di tutte le nazioni,
le

lavoranti scontano la pena


;

della vita

innocenti prigioniere,
le allegre

cuciono tetre

bandiere.

Trieste ove son bellezze molte,

d'orizzonti bellezze e di contrada,


e'

un'erta che

si

chiama Via del Monte.


a mezza strada

Incomincia con una sinagoga,


e termina ad

un

chiostro

439

SABA
una cappella
e
il
;

indi la nera foga

della vita scoprire puoi

da un prato,
il

mare con

le

navi e

promontorio,

e la folla e le tende del mercato.

Pure a fianco dell'erta un camposanto abbandonato, ove nessun mortorio entra, non si sotterra pi, per quanto
io

mi

ricordi

il

vecchio cimitero

degli Ebrei, cos caro al


se vi

mio

pensiero,

penso

miei vecchi, vecchi, dopo tanto


;

penare e mercatare, l sepolti


simili tutti

d'animo e di

volti.

Via del Monte

la via dei santi affetti,

ma

la via della gioia e dell'amore,

sempre via Domenico Rossetti. Questa verde contrada suburbana,


citt,

che perde d per d del suo colore,

che sempre pi
serba
il

meno campagna,

fascino ancora dei suoi belli

anni, delle sue prime ville sperse,


dei suoi radi
filari

d'alberelli.

Chi la passeggia in queste ultime sere


d'estate,
le finestre,

quando tutte sono aperte e ciascuna un belvedere,


si

dove agucchiando o leggendo


rifiorirebbe all'antico piacere

aspetta

pensa che forse qui la sua diletta


di vivere, di

amare

lui, lui
il

solo

e a pi rosea salute

suo

figliolo.

{Coi miei occhi]

440

SABA

LA FANCIULLA.
Chi vede te vede una primavera vede un caro arboscello, che non reca
;

fiori,

ma
:

frutta.

Or ecco

ti
il

tagHavano

capelli.

Stavi, fra

tuo carnefice e la
;

mamma,

stavi ritta e proterva

quasi

un aspro
le

fanciul sotto la verga,

a cui

guancie ira e vergogna infiamma,


i

luccicavano appena
e credo
dalla
ti

tuoi grandi occhi


i

tremassero

ginocchi

pena che avevi.

Poi con quale fierezza raccoglievi


quel tesoro caduto
;

quel magnifico tuo bene perduto,


i

tuoi lunghi capelli

Io

ti

porsi
vi

uno specchio
tondeggiava
il

entro alla bruna

chioma come un polposo

tuo bel volto,


{Coi miei occhi).

frutto.

LA CAPRA.

parlato a

una capra.
;

Era

sola sul prato, era legata

sazia d'erba, bagnata


dalla pioggia, belava.

441

SABA
Quell'uguale belato era fraterno
al

mio dolore

ed

io risposi,
il

prima

per celia, poi perch

dolore eterno,
:

una voce e non varia


questa voce sentiva gemere in una capra

solitaria.

In una capra dal viso semita,


sentiva querelarsi ogni altro male

ogni altra vita.


{Coi miei occhi)

IL MAIALE.

La broda,
stride

fior d'
il

immondezzaio, pura
suo istinto n' affamato
sculacciato,
;

tanto quanto

come

il

bambino
lui la

se allontani

da

sua lordura.

Certo per lui grande ventura quello

che per me, per

il

mio pensiero,

strazio

che non
la

si

chieda perch lo vuol bello


il

di pinguedine, e

pi pasciuto e sazio,
il

massaia che scaccia

poverello

ch'egH,

come ogni vita, poi giover quando sar

ignori a cosa
perfetto.
lui

Ma

io, se

riguardando in
il

mi metto,

io sento nelle sue carni

coltello,

sento quell'urlo, quella spaventosa

442

SABA
querela,

quando

al

gruppo un cane abbaia,

e la massaia ride dalla soglia.

Solo in

me mette una ben

strana voglia

di piangere quel suo beato aspetto.


{Coi miei occhi).

44:'>

CAMILLO SBARBARO
nato a Santa Margherita Ligure
12 gennaio 1888.

il

COLLABORAZIONI.
Pagine
libere

(Lugano),

(Firenze),

La Riviera Ligure (Oneglia), La Voce, Lacerba (Firenze), La Diana, (Napoli), Brigata


La Grande
Illustrazione

(Bologna),

(Pescara), Rivista di

Mi'

lana (Milano).

OPEitE.
Resine, Genova,

Caimmi, 191 1,

Pianissimo. Firenze,

La

Voce, 1914.

Trucioli. Firenze, Vallecchi, 1920.

CRITICA.

Cecchi {Tribuna, 18 giugno 1914). Pancrazi {Gazzetta di Venezia, giugno 1914). BoiNE, Plausi e Botte, Firenze, La Voce, 191 8.
P.

444

. .

SBARBARO

DOPO.

Era in casa e aspettavano lei. Rispose con un risetto. trata ?

Per dove

sei

en-

Si volgeva di l affaccendata.

vide la faccia.

Scost la sorellina

Sua madre non le senza carezze con


di l
?

una specie di fretta. Il lume splendeva in sala. Rispondeva Vengo, Toccava qua e l. Restava
:

Che faceva essa


assorta....

L'aspetto delle cose famigliari, immutato, era


tortura.
la

Trov

una

il

cerchio di cipria dove aveva posato

scatola avanti d'uscire....


;

Toccava qua e l, restava assorta si toccava portando la mano alla nuca, dietro, per sorprendere dei
;

capelli in disordine, un'asola

vuota.
l'as-

Sentiva che qualche cosa doveva vedersi (cos


sassino
si

sente addosso in qualche punto la macchia

di sangue)

ginocchi

le si

incontravano al pensiero di com-

parire di l.
i volti sotto il lume come per un'improvvisa debolezza, sentendosi intrusa fra i suoi. Aveva tradito quella gente che non sapeva, la loro casa dai vecchi mobili. Nulla d'intimo aveva pi la casa se un estraneo poteva parlare del neo che solo sua madre sapeva (e l'aveva battezzato con un ridicolo nomignolo affettuoso)

Invece un'eguale pace avevano

Sedette

445

SBARBARO

E
Il

le

pareva che adesso, nella casa, chiunque po-

tesse entrare e sedersi e ridere.

viso

non guardato

di sua

madre

la feriva di piet

come

di lei ignara fossero stati esposti certi umili inintimi.,..


lei

dumenti

Presto cap che non a

sola

ma

alla

madre buona

donna

alla sorellina

l'uomo aveva fatto violenza.

scosta, nella

Stava non facendo pi rumore d'una persona napaura d'un gesto di cui non potesse sopsi

portare la dolcezza.
Poi, impossibilit
sottrarsi all'acconciatura della

moriva sotto le amorose dita inesperte. Per chi parava ancora cos la sua figlia quella brava donna ?)
notte.
(Il

cuore

le

E, nel
la sorella

letto, repulsa,

pi crudele per

lei

che per

b,

piccola, fati a di

armeggi

di gomiti e ginocchi, contro

che s'appiccicava....
{Almanacco
della

Voce).

SGOMENTO.
Talor, mentre
e

cammino

solo al sole

guardo coi miei occhi chiari il mondo ove tutto m'appar come fraterno,
l'aria la luce
il fl

d'erba

l'

insetto,

un improvviso gelo al cor mi coglie. Un cieco mi par d'essere, seduto sopra la sponda d'un immenso fiume.
Scorrono sotto l'acque vorticose.

Ma non

le

vede

lui

il

poco sole

446

SBARBARO
ei si

prende beato.

se gli

giunge
crede

talora

mormorio d'acque,
illusi.

lo

ronzio d'orecchi

Perch a

me

par, vivendo questa

mia
sia

povera vita, un'altra rasentarne come nel sonno, e che quel sonno
la

mia

vita presente.
allor

Come uno smarrimento


uno sgomento
pueril.

mi cogUe,
Mi seggo

tutto solo sul ciglio della strada,

guardo

il

misero mio angusto

mondo
{Pianissimo)

e carezzo

con man

che trema l'erba.

A MIO PADRE.
Padre, se anche tu non
padre, se
fossi
il

mio

anche fossi un uomo estraneo, per te stesso egualmente t'amerei. Che mi ricordo d'un mattin d'inverno
che
la

prima viola sull'opposto


scopristi dalla tua finestra

muro

e ce ne desti la novella allegro.

Poi la scala di legno tolta in spalla


di casa uscisti e l'appoggiasti al

muro.

Noi

piccoli

stavamo

alla finestra.

di quell'altra volta

mi ricordo

che la sorella mia piccola ancora


per la casa inseguivi minacciando

447

SBARBARO
(la

caparbia avea fatto non so che).


raggiuntala che strillava forte
;

Ma

dalla paura ti mancava il cuore che avevi visto te inseguir la tua piccola figlia, e tutta spaventata

tu vacillante l'attiravi al petto, e con carezze dentro le tue braccia


l'avviluppavi

come per

difenderla

da quel cattivo ch'era il tu di prima. Padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche fossi un uomo estraneo, fra tutti quanti gli uomini gi tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.
(Pianissimo)

L'ACQUAZZONE.
La spazzola dell'acquazzone ha dato
ripulita al paesaggio.
alla lesta

una

Lavato

la faccia alle case,

rimesso

a nuovo

i monti sbiaditi. Anche l'aria netta. Ora si apprezza ogni gradazione

del verde. Villa-

nelle indomenicate, le case

fanno insieme una stoffa a


i

quadratini a rett angolini di tutti


L' ingenuit di quel celeste
!

colori.

Quel

giallo

levante

il

paesaggio lumeggiato da una luce

di magnesio.
I tetti riflettono.

Al luogo d'ogni ruga


filone d'argento.

le

montagne fanno mostra d'un


1919).

{Riviera Ligure, giugno

448

SBARBARO

L'AMICO NATTA.

Quando godo una


l'amico Natta,

tinta tenera

mi viene

in

mente

Testone di

ricci.
si

Faccia sprizzante d'ironia; logora,

dove

la

bocca

apre

come una lunga


un

ferita.

ghiottissimo di dolciumi.
caff all'altro e

L' intera giornata pellegrina da


s'

incanta delle ore a guardare

il

vuoto.
e si ciba

Galleggia sulle apparenze


di sfumature.
Il

come un sughero
tea
:

suo luogo cordiale

il

room

sopratutto se

le

frequentatrici sono straniere

cos

non

capisce le scioc-

chezze che dicono.

Una

volta

mi parl d'un convento che era


;

stato

ammesso a

poche rose, del silenzio e della dolcezza del luogo, delle mani da dama del Superiore, cos bene, che il ricordo di lui ora mescolato
visitare
delle

all'immagine dell'abate. Il suo sogno un veranda su un mare in bonaccia. Una donna soave e devota gli risparmierebbe il contatto del

mondo.
gli

Un

giorno che

parlavo con entusiasn di Leo:

pardi egli m'ascolt con benevolenza

ma

poi finalmente

mi osserv che Leopardi aveva i denti guasti. GH chiesi come faceva a mantenersi in quella libert di spirito. Mi disse che quando sentiva di perdere l'equilibrio
si

metteva a

tirare

campanelli delle porte, a

giocare delle burlette ai passanti, delle faccende cos.

29

449
Poe^i d^oggi

SBARBARO
Ci
gli

dava

un'allegria leggera

come reffervescenza
in questo stato

della

sciampagna.

La sua compagnia induce anche me


d'animo.

Allora dei cristalli una sedia di giunco d'oro peruviano

un tavolino

mi fanno

tacere di felicit.

Soltanto non riesco a mantenermi a galla.

E, dopo, trovo l'amico Natta un po' idiota e riposante

come

in

mezzo

alla citt

il

giardinetto pubblico.

{Riviera Ligure, giugno 1919).

NOTE.
Susanna uscire da Pippo. Aveva im vestito in cima alle gambine lunghe ci che le dava una curiosa aria d'uccello palustre. Camminava con precauzione. Passando mi sbirci cogli occhi tondi di bambola. Stanotte da Monsh c'era Nelly con la compagna dagli occhi di pesce. Sul divano rosso vestita aggraziatamente di blu col collarino di tulle e le scarpe bicolori. Ha le mammelle un po' grosse. Agli uomini che le dicono sconcezze mette la manina in bocca.
visto

Ho

triangolare di caracul caff a losanghe


:

Due ragazze attraversano


sulle scarpine scollate.

via

Roma

bagnata. Spabihco

ventate dal tram s'appoggiano l'una

all'altra, in

Non

e' in tutta la via

che

la

musica di quei quattro piedi ha le calze viola.


(Se tenessi

sul lastrico lustro.

Una

un

diario sarebbe fatto tutto di queste


{Riviera Ligure^ giugno 191 9)

notazioni).

450

RENATO SERRA
nacque a Cesena da Rachele Favini,
figlia di

un patriota delle

5 giornate, e dal dott. Pio Serra medico, che mor tragicamente travolto da un treno alla stazione di Cesena, a Nato in Ro-

madre lombardopadre romagnolo, mi viene da avi celti e inglesi, cosi come italici, non ho niente di romagnolo nel mio tipo etnico, e nel mio carattere morale Compi i primi studii classici a Cesena. Nel luglio del 1900, si iscrisse rtella facolt di lettere e filosofia a Bologna, celebre ancora per maestri famosi: Carducci, Gandino, Severino Ferrari, Acri. Frequent anche alcuni corsi di medicina. Fece la tesi sullo stile dei Trionfi del Petrarca, e si laure il 28 nov. 1904. Nel 1907-08 fece il corso di perfezionamento al R. Istituto di Studi Superiori in Firenze. Il 15 ottobre 1908 fu nominato insegnante d' italiano nella scuola normale fem minile di Cesena. Il 24 settembre 1909 fu nominato, con voti unanimi, bibliotecario alla Malatestiana di Cesena. Da allora comp rari viaggi a Torino, a Firenze, a Milano, a Roma. Fu membro della commissione provinciale dei monumenti, e vicemagna,
di altro sangue, che attraverso la
il

ma

piemontese e

;).

presidente della sezione cesenate della Dante Alighieri . Fu richiamato il 1 aprile 1915 come tenente di fanteria.
Il

ferito. Il
Il

16 maggio, per una caduta d'automobile, rest gravemente 6 di luglio, dopo la convalescenza, tornava in linea 20 dello stesso mese cadde sul Poclgora.

451

SERRA
COLLABORAZIONI
Giornale
storico

della

letteratura

italiana

(Torino),

Romagna

(Forl),

Voce (Firenze), Il Cittadino (Cesena), Il popolano

(Cesena), Rassegna

Contemporanea (Roma).

OPERE.
Scritti

Critici.

Firenze, Casa Ed. Ital., 1910 (2* ediz.

Roma,

La Voce, 1919). Le lettere. Roma, C. A. Bontempelli, ed., 191 4. Esame di coscienza di un letterato. Milano, Treves,

1916,

Parto del suo diario di guerra fu pubblicato in Tutta la guerra La Casa editrice La Voce ant. per Giuseppe Prezzolini. (Roma) annunzia la pubblicazione di tutte le opere di Serra, edite e inedite, in 8 volumi.

CRITICA.
M. Bontempelli {Cronache Letterarie, settembre 191 4). C. Angelini {La Romagna, gennaio 19 13). L. Ambrosini {La Stampa, 17 dicembre 191 4). E Cecchi {La Tribuna, 31 dicembre 1914). G. Bellonci {Giornale d' Italia, 5 marzo 191 5). G. Boine {Riviera Ligure, marzo 1915). P. Pancrazi {Gazzetta di Venezia, 15 ottobre 1914).

Di Renato Serra
glio

19 15

{Il

Popolano,
il

a..

XV,

n. 30, Cesena, 31 lu-

tutto

numero).
{Il Cittadino,
il

di Renato Serra Cesena, jo agosto 1915 Renato Serra - In memoriam

In memoria

Cesena 31
lettera di

luglio

tutto numero). Corriere Cesenate, 1915 un articolo senza


{Il d' Italia,

anno XXVII,
a.

n. 31,

IV, n. 200,

firma e

una

Cesare Angelini).
{Il

G. Bellonci

Giornale

25 luglio 19 15).

M. Massiroli (// Resto del Carlino, 26 luglio 1915). G, Albini {Il Resto del Carlino, 27 luglio 1915). G. Bastianelli {La Nazione, 28 luglio 1915). L. Ambrosini {La Stampa, 26 agosto 1915). G. Rabizzani {Marzocco, 1 agosto 1915).

452

SERRA
G,

De Robertis

{La Voce, 15 agosto 1915).

F. Tozzi {Idea Nazionale, 30 luglio 1915). P. Pancrazi {La Gazzetta di Venezia, 18 agosto 1915). A. Panzini {L* Illustrazione Italiana, 22 agosto 191 5). A. Panzini // romanzo della guerra nell'anno 1914, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 191 5.

G. ZuccARiNi
A.

(//

Mao'o, luglio-agosto 1915).

Anile {La Diana, 30 agosto 1915). V. Lugli {Humanitas, settembre 1915). V. Lugli {La Romagna, settembre-ottobre G. Comandini, Renato Serra Roma, Libreria
1915-

1915).
politica

moderna,

B. Binazzi
C.

G.

A.

R.
L.

A.
L.

(// Giornale del Mattino, 21 novembre 191 5). Angelini (// Cittadino, 7 novembre 1915). Bastianelli {La Nazione, io dicembre 1915). Fanzini {Il Secolo, 28 novembre 19 15). Forster {Illustrazione Italiana, gennaio 1916). Ambrosini (7/ Cittadino, 19 dicembre 1915). {La Stampa, 13 dicembre 1915). Fanzini (// Resto del Carlino, 3 gennaio 191 6). {Il

G. Fapini

Resto del Carlino, 16 febbraio 191 6).

Ambrosini {La Stampa, 23 agosto 191 6). A. Fradeletto {La Lettura, 1 maggio 191 7), Numero Unico doUa Voce, compilato da Giuseppe
:

De Ro-

bertis, 15 ottobre 1915 (con articoli di A. Fanzini, G, Frezzolini. C. Angelini, A. Soffici, G. Fapini, F. AgnoLETTi, A. Grilli, T.

Neal, G.

De

Robertis, contiene
delle opere).

anche una

bibliografia, critica

completa

TERRA
Ma
inquieta

DI
?

ROMAGNA.
qual punto potr fermare

dove mi volger
?

fra tante pagine che mi stanno aperte e fredde dinanzi, avr virt di svel'analisi

quale,

larmi

il

segreto del poeta

vien voglia di uscire da


cosi
infidi, di

quella selva trita di segni cosi minuti e

453

SERRA
gettare
i

libri e aprir la finestra e guardare....

Come

beatamente rocchio si riposa su questa^olce terra di Romagna Ella ancora intorno a. me tutta bruna
!

nuda

in

una chiara

aria

d'

inverno

ma

l'orizzonte

spazzato fino agli ultimi confini dal vento aspro di


e nella pianura

marzo

puhta

le
;

case paiono pi bianche,


la striscia del

gli alberi e le siepi

pi nere

mare

tur-

chino ride al sole nuovo.

nuove parla al mio cuore. Io ne cerco il senso e vago con l'occhio sul gran ventagho aperto del piano guardo i colli magri e puri, le terre lavorate che spiccano nel fulvo crudo dell'omIl

colore di queste cose

bra, e

il
i

dolce vecchio verde delle coste piene di luce

guardo

monti che
e in

s'affollano pi lontani,
sole,

ondeggiando
pare

come vapori
cielo, le tre

fondo alte e

quasi ritagliate sul

punte

celestine. Il

noto profilo

che

renda a tutte le linee dei monti e del piano il senso delle cose domestiche e care. Non questo dunque il
paese del mio poeta.

Il paese ove

andando

ci

accompagna

V azzurra vision di S. Marino ?

Ecco
cili siepi,

l'Emilia, bianca dura e pulita fra le sue graco' suoi ponticelli sotto cui passano
i

rii

del

bel

nome romano,

mormora
le

l'acqua che oggi cos


:

trasparente e lucente tra


la

ripe calve sul fondo terroso


alle ville

vecchia grande strada ci invita

ben cono-

sciute, a

Sa vignano dalle cui

selci

sonanti fino alla Torre


il

e al Cimitero di S.

Mauro

cos breve

cammino,...

Ma

da ogni sasso

da ogni siepe lungo quel cammino

454

SERRA
pare che
frullo
le

canzoni del poeta debbano volar via con

rapido e vario,

come

uccelli dal nido.

Dalle punte di S. Marino fino al


alla pineta di

mar

di Bellaria e

Ravenna, dal Rubicone

alla

Marecchia,

in ogni angolo di questa terra e in ogni aspetto e in o-

gni forma, dove eh' io

mi volga

e riguardi, ivi io
le

vedo

presente
cantare.

il

poeta

in tutte le cose sento

sue memorie

Sar forse quel picchiare in cadenza di un pennato sulle corteccie ? Laggi tra' pioppi del mio viale, che
pare forino
il

cielo cos brulli e rimondi,

un
;

vecchiet;

tino ha poggiato la sua scala a

un tronco

grigio

e cos

ritto a mezz'aria batte e sfronda e rinetta

cadono

intorno a lui e s'ammonticchiano sulla sabbia battuta


del viale

rami

secchi, scheggie, e

lasciano alle sue dita

un

cos

vermene novelle, che buon odore di gemme....


si-

forse

il

grido lungo dei galli che nel vasto

lenzio risponde alla cantilena aspra e strascicata delle

venditrici di insalatina

passeri tra le zolle, che

campagnuola o la festa dei sembrano ancor gocciolare del;

l'ultima neve

questo bianco di tele, che dalla terra


1

screpolata e scolorita rigettano contro


sole

miei occhi

il

con crudezza tagliente, e domani porteranno den;

tro le case odore d'erba nascente e di viole

il

fruscio

degli aquiloni che salgono e brandiscono al vento so-

noro; o forse anche una fanciulla che mi viene incontro


lenta lenta pel viale
,

come abbandonata a questa


i
i

dol-

cezza

risplende la faccia bianca sotto

bruni capelli

pieni di sole e

nuotano

Hmpidi occhi nello splendore

del giorno (liquidi e limpidi occhi che

ridon

cos..,,

con gli angioli. Perch.?

455

SERRA
Tutto intorno a

me

sente del Pascoli

qualcuno
gli

mi

consiglia che baster

volgere

quietamente
la

occhi

intorno sulle cose, per trovare


della sua

via facile

piana

anima
:

poetica.

Bene

io

a questo non credo.


[Scritti critici).

V ETERNO.
Che cosa che cambier su questa terra stanca, dopo che avr bevuto il sangue di tanta strage quando feriti, i torturati e gli abbandonati dormii morti e ranno insieme sotto le zolle, e l'erba sopra sar tenera
:

lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della

primavera che sempre


Io

la stessa ?

non faccio il profeta. Guardo le cose come sono. Guardo questa terra che porta il colore disseccato dell' inverno. Il silenzio fuma in un vapore violetto dagli
avanzi del

mondo dimenticato
;

al freddo degli spazi.


le

Le nuvole dormono senza moto sopra


accavallati e ristretti
e sotto
il

creste dei

monti
sente

cielo

vuoto

si

solo la stanchezza delle vecchie strade bianche e con-

sumate giacere in mezzo alla pianura fosca. Non vedo le traccie degli uomini. Le case sono piccole e disperse come macerie un verde opaco e muto ha uguaghato i solchi e i sentieri nella monotonia del campo e non c' n voce n suono se non di caligine che cresce e di cielo che s'abbassa le lente onde di bruma
;
: ;

sono spente in cenere fredda.

SERRA

la

vita

continua

attaccata a queste

macerie,

incisa in questi solchi, appiattata fra queste rughe, indistruttibile.


il

Non

si
:

vedono

gli

uomini e non

si

sente

loro formicolare
:

sono piccoH perduti nello squallore

della terra

tanto

tempo che

ci

sono, che oramai sono

tutt'una cosa con


secoli
;

sti nelle

sono succeduti ai sempre questi branchi di uomini sono rimaognuno al stesse valH, fra gli stessi monti
la terra. I secoli si
:

suo posto, con una agitazione e un rimescolio interminabile che


poli

sempre agli stessi confini. Porazze nazioni da quasi duemila anni sono accamsi

fermato

pate fra
riflussi,

le

pieghe di questa crosta indurita


a volta

flussi e

sovrapposizioni e allagamenti improvvisi han-

no a volta

sommerso

limiti,

spazzate

le

pla-

ghe, sconvolto, distrutto, cambiato.

Ma

cos poco, cosi

brevemente. Le orme dei movimenti e dei passaggi si sono logorate nel confuso calpestio delle strade
e intorno, nei
.

campi, nei solchi, fra


;

sassi la vita

ha

continuato uguale
ste,

ripullulata dalle
lo stesso

gi e

con con

la stessa
gli stessi

forma, con

semenze nascosuono di linguag-

oscuri vincoli, che fanno di tanti pic-

coli esseri divisi,


ciso,

dentro un cerchio indefinibile e pre;

una cosa sola

la razza,

che rinnova attraverso cento

generazioni diverse la forma dei crani


ignoti

che giacciono
e
l'ac-

sotto gli strati del terreno millenario,

cento, e la legge

non scritta. Che cos' una guerra in mezzo a queste creature innumerevoli e tenaci, che seguitano a scavare ognuna
il

suo solco, a pestare


che
copre
i ?

il

suo sentiero, a far dei


;

figli

sulla
:

zolla

morti

interrotti,

ricominciano

scacciati, ritornano

La guerra

passata devastando e sgominando

457

SERRA
e milioni di uomini

non

se

ne sono accorti.

Son caduti,

fuggiti gli individui,

ma

la vita rimasta, irriducibile

nella sua animalit


la

istintiva e

primordiale, per cui

vicenda del sole e delle stagioni ha pi importanza alla fine che tutte le guerre, romori fugaci, percosse
sorde che
si

confondono con tutto

il

resto del trava-

glio e del dolore fatale nel vivere.

E dopo cento,
pi degli

dopo mille anni

la

guerra tornando
i

si

m'ta alle stesse dighe, riporta agli stessi sbocchi

grup-

uomini cacciati o suscitati dalle stesse, sedi. la stessa marea umana che ha traboccato sul Reno e per le Fiandre, ha allagato i piani germanici e sarmatici e s' rotta ai passi dei monti. Si combatte negli

stessi

campi,

si

cammina

per

le stesse strade.

vero che questa volta un'ondata profonda pare che abbia sollevato irresistibilmente gU strati pi an-

ropa
dici.

umanit che s'accampa nelle regioni d'Eunon un'avventura o un tui'bamento locale, ma un movimento di popoli interi strappati dalle loro ratichi della
:

C era
; ;

stata
se

nei

primi

giorni
il

un' impressione
delle grandi

indicibile

come

fosse tornato

tempo

alluvioni, per cui

un'altra

una razza pu prendere il posto di l'Europa non aveva pi veduto questo da quasi duemila anni erano i barbari d'allora, le masse
;

tornavano a muoversi dai luoghi in cui s'eran trovate ferme alla fine, quando la
della gente nuova, che

marea

si

ritir

e in tutto

l'

sconvolgimenti parziali non

le

intervallo movimenti e avevano pi spostate in

modo

durevole.

di

probabile che non

le

sposteranno neanche que-

sta volta.

Non avremo

forse

neanche sovrapposizioni,
la

quelle

che non valgono tuttavia a distruggere

458

SERRA
vitalit conculcata di

una razza, che

risorge a poco a

poco come l'erba calpestata e circuisce e macera e assorbe in s l'elemento estraneo come accadde all'elemento germanico che aveva traboccato nell'Europa
;

occidentale e meridionale, e che vi rest alla


l'

fine

del-

invasioni e fu ribevuto dalle nostre terre.

Gi

fin

d'ora

si

sentono

le

maree avverse incontrarsi


si

e rifluire

dal frangente che non

cambiato.

alla fine tutto torner press 'a

poco al suo posto.


gi esisteva,

La guerra avr liquidato una situazione che non ne avr creata una nuova.
{Esame
di coscienza di

un

letterato).

LA

TERRA....

Sono Ubero e vuoto, alla fine. Un passo dietro l'altro, su per la rampata di ciottoli vecchi e hsci, con un muro alla fine e ima porta aperta sul cielo; e di l il mondo. A ogni passo la corona del pino, che pareva stampata come un' incisione fredda lass su una pagina d'aria grigia, si sposta; si addensa; affonda i suoi
aghi di un verde fosco e fresco in un cielo pi vasto, che scioglie tanti stracci di nuvole erranti in una

gran trasparenza scolorata. C' una punta d'oro in


quegli aghi che si tuffano nell'aria cos vuota, cosi nuova. Anch' io son vuoto, e nuovo.

Me

n'accorgo, che ho agio di guardar tante

cose.

L'erba, per esempio;

questa vecchia erba stinta, che


brillanti, fra

par che aspetti


e sole:

le

prime acquate

argento

ma non

vecchia;

la luce spenta, senza ri-

459

SERRA
flesso

che la fa parere

c' tante puntine sottili, e

gambi

nuovi, e foglie e lancie di una tenerezza appena dispiegata


;

ma

tutto

chio e senza vernice.

un po' piatto, tisico, senza sucLa polvere che ci soffia sopra


Il

intonata a quella freddezza.


nei miei occhi

vento

la

butta anche

con una puntura

di ironia. Sicuro, c'era

qualche altro fastidio, prima di questo grano di polvere


che non arrivo a stropicciar via dall'angolo della pal-

una lacrima calda sul mio dito. E il fruscio della polvere che m'ha oltrepassato oramai e corre via dietro a me come un piccolo turbine. E poi
pebra,
c'era....

la

nelle

pausa del vento e il ritorno dei colori e delle forme mie pupille libere. Il verde magro della proda, e poi tutto il pendio, attraverso la siepe brulla; grano
sopra, prati e prati, gi, fino in basso
freddi in
;

verde raso a gradi

ombra

quella casa l di fronte improvvisa

come uno

squillo; la facciata

e le fnestrine buie;

crudo cos
dei riflessi

con l'intonaco crepato, una pennellata d'oltre mare, cos fresco. Lo sfondo di aria tinta ne prende caldi, quasi di rosa. Finalmente So che
!

cosa questa.
I colori

che rincrudiscono sulla terra nuda e netta,


si

l'ombra che
lante
il

muove, una zona


nubi gonfie;
il

di tepore diffuso e brilsi

sotto

le

verde che
luce
di

rinfresca e

turchino che s'agghiaccia;

primavera nel

finire del giorno.

Ecco quello che importa. Resto cos sospeso ad asla mia Ubert nelle sensazioni che l'attraversano erranti senza corpo aria lavata e vuota colori
saporare
;

muti. Libert.
{Esame
di coscienza di

un

letterato).

460

SERRA

TUTTI FRATELLI.

Purch si vada Dietro di che vengono, anche se non


!

me son tutti
li

fratelli, quelli
li

vedo o non

conosco

bene.

Mi

pi forte di tutte

contento di quello che abbiamo di comune, le divisiom. Mi contento della strada

che dovremo fare insieme, e che ci porter tutti egualmente: e sar un passo, un respiro, una cadenza, un destino solo, per tutti. Dopo i primi chilometri di marcia, le differenze

saranno cadute come

il

sudore a goc-

cia a goccia dai volti bassi gi sul terreno, fra lo strasci-

care dei piedi pesanti e

il

crescere del respiro grosso


si

e poi ci sar solo della gente stanca che

abbatte, e

riprende lena, e prosegue


tusiasmarsi
;

senza mormorare senza enquello che bisogna.

cos naturale fare

Non
cose

c'

tempo per
si

ricordare

il

passato o per pensare

molto quando

stretti

gomito a gomito, e c' tante


i

da fare; anzi una sola, fra tutti. Andare insieme. Uno dopo l'altro per monti, che odorano di ginestre e di menta
si

sentieri fra
si sfila

come

formiche per la parete, e


sera per

sporge la testa alla fine al

di l dal crinale, cauti, nel silenzio della mattina.


le

la

grandi strade

soffici,

che la pesta dei piedi


e

innumerevole e sorda nel buio,


le

sopra c' un

filo

di

luna verdina lass tra


d'aprile
fio
;

piccole bianche vergini stelle

quando

ci si

ferma,

si

sente sul collo

il

sof-

caldo della colonna che serra sotto.

le notti, di

un sonno

sepolto nella profondit del nero cielo agghiac-

461

SERRA
ciato
;

e poi si sente tra

il

sonno

il

pianto fosco dell'alcristallo


;

ba, sottile
il

come

1*

incrinatura di

un

e su, che

giorno gi pallido. Cosi, marciare e fermarsi, ripo;

sare e sorgere, faticare e tacere, insieme

file

file

di

uomini, che seguono la stessa


la stessa terra
;

traccia,

che

calcano

cara terra, dura, soHda, eterna: ferma

sotto

resto che
si
;

buona per i nostri corpi. E tutto il non si dice, perch bisogna esserci e allora sente in un modo, che le frasi diventano inutili.
i

nostri piedi,

{Esame

di coscienza di

un

letterato).

46;

SCIPIO SLATAPER

nacque a Trieste da famiglia triestina, nel 1888. Fece i suoi primi studi a Trieste. And quindi a Firenze, dove collabor alla Voce, prese contatto con la vita intellettuale italiana, e si laure in lettere all' Istituto di Studi Superiori. Pi tardi si
rec ad

Amburgo come

lettore d' italiano al Kolonialinstitut.

Allo scoppio della guerra europea lasci subito

Amburgo

venne a Trieste, e poi a Roma. In giornali, riviste, opuscoli ecc. scrisse propugnando l'intervento dell'Italia. Appena dichiarata la guerra italiana, entr volontario nei giaratieri. Il 18 Giugno
torn
191 5 fu ferito a Monfalcone. Appena guarito dalla ferita rial fronte e cadde sul Podgora il 3 dicembre del 191 5-

COLLABORAZIONI.
Il

Giornalino della Domenica


viera ligure (Oneglia),

(Firenze),

La

Voce

(Firenze),

// Resto del Carlino (Bologna), // Palvese (Trieste),

La

Ri-

La Tribuna (Roma)

OPERE.
Il

mio Carso. Firenze, La Voce, 1912.

(3a ed. 1916).

/ confini neces sarti all' Italia, un fascicolo di cura de L'ora presente. Torino, 1915.

propaganda a

Le strade d' invasione dall' Italia in Austria, fascicolo di propaganda. Firenze, R. Bemporad e F., 191 5.

463

SLATAPER
con un cenno, su Scipio Slataper, di Arturo Farinelli. Torino, Fratelli Bocca, 191 7. Parte del diario di guerra di Slataper stata pubblicata in Tutta la guerra, antologia del popolo italiano, compilata da
Ihsen, studio critico,

G. Prezzolini. Bemporad, 1918.

CRITICA.
G. Prezzoline Tutta la guerra, Firenze, Bemporad, 1919. G. BoiNE. Plausi e Botte, Firenze, La Voce, igi8.
G. Stuparich

{V Alabarda,

i"

settembre 1919).

G. Papini {Meroure de France, 1 ottobre 19 16). E. Cecchi {Tribuna, 26 ottobre 1912).

VENDEMMIA.
Bella la
e risate;
i

vendemmia. Oltre

vignali

cani sbalzano, accucciandosi sulle

vanno grida zampe


:

davanti, da questo a quel gruppo di


e
i

passeri frullano sbandati.

Il

vendemmiatori, padrone eccita

Dai, dai, daghe,, daghe, forza, prr, prr, prr, dai,

dai

!....

Le labbra
lato, e le

mani,
le

pampani,
stra.

mento sono appiccicose di mele stilil manico della roncola, i brente i carri. Tutto una gomma rossae
il

la maglia,

ci si

lava pigiando a palme aperte

gli scricchio-

lanti grappoli nella brenta.

Buona

l'uva,

addentata a grani dal


il

tralcio,

men-

tre dagli occhi sgocciola

sudore e

la

palma
!

della

mano

stanca della roncola.

Ma

ancora questo

filare,

ancora

questa vite, ancora questo grappolo

Qua con una


il

brenta

AUoo

E, tornati gi sbalzellando,

pane e

464

SLATAPER
il

brodo sono buoni come


sotto
la

mai. Si

gode

della
si

bella
rico-

to valgila bianca

lampada.

Domani
{//

mincia. mio Carso).

CRUCCI.

E un

giorno

ti dissi

Vila,

non

ti

xe pi quela

de una volta.

tutto

fin.

glievano la libert.

Aveva dei gusti strani che mi toQuando assieme ai compagni si dava la caccia con pali e forconi a un cane rinselvatichito, Vila d' improvviso s'arrampicava su un albero, e mi pregava Vien su. Io m'arrampicavo, e guardi
lei.
:

Ero stufo

davo
dai
!

alle

cime

alte, scote ndole stizzoso.


i

Vien qua,
;

m'accarrezzava
le

capelli e

il

collo

poi

mi

baciava, e io sentivo
e
i

urlate dei

compagni in caccia

ringhi sfiniti del cane.

Forse anche Vila non m'amava, non m'aveva mai

amato. Avevo lievissimi sospetti; un colpo di sangue e sparivano. Io non so com'era di me. A volte mi buttavo
sull'erba stanco e scontento.

Ero inquieto
perci,

mi sarebbe
dissi,

piaciuto star qualche volta solo bench avessi biso-

gno

di sentirmela vicina.

quasi senza sapere,

quelle

strane

parole,

quando le non

capii

perch
tro

le

avevo dette,
di rovo.

e per rabbia misi la

mano den-

una siepe

Vila stette zitta. Io fissavo alcune piccole cose sul


terreno;

un ramettino

rotto irregolarmente con due

465
30

Fotti d'oggi

SLATAPER
foglie passe e raggricciate,

ud batufoletto
tutt* intorno

di

seta
lenti

del
fila-

pioppo, che s'estendeva

in

menti argentei per l'opera predace di decine di formiche. Ella alz gli occhi e mi guard a lungo. Io sentivo un silenzio che non finiva pi e che mi seccava assai.
Allora la presi fra
le

braccia con forza e Vila perdon.

Fummo beati e pieni di amore per tutta la giornata. Ma la mattina dopo Vila mi sfugg. Correndo a perdifiato io raccerchiai di lontano e sbucai fuori

da un

cespuglio davanti a

duro
e

Coss'

lei.
?

ti

ga

Ti ga vol

La

presi per

polsi e le dissi

ti.

Si svincol,

and via. Poi, dopo qualche settimana, V incontrai, mi prese le mani e le baci. Io fui subito contento di non esser pi con lei ma avevo confusi desideri, non m'interessava niente,
;

m'annoiavo.

volte disteso per terra con gli occhi


le

semiaperti nel cielo accarezzavo

giovani foglie, e

d'un tratto m'avvoltolavo nell'erba dura dei prati.


{Il

mio Carso).

LA TERRA.
Conoscevo il terieno come la lingua la bocca. Camminando guardavo tutto con affetto fraterno. La terra^ ha mille segreti. Ogni passo era una scoperta. In ogni luogo sapevo l'ombra pi folta e la pi vicina caverna

quando mi coglieva

la piova.
le

Amo

la

piova pesa e violenta. Vien gi staccando

foglie deboli. L'aria e la terra piena di

serrato che pare

una mandra

di

torelli.

un L'uomo

trepestio
si

466

SLATAPER
sente

come dopo
in
piedi,

scosso

un

giogo. Ai primi goccioloni

le narici. Ecco l'acqua, grande libert. la buona acqua, la L'acqua buona e fresca. Invade ogni cosa. La pietra se ne inumidisce bollendo. Se si mette il dito nel-

balzo

allargando

l'umidiccio intorno ai fusti,

si

sente

come

le

radici la

poppano. Tutte
Perch
pesa

le vite

in patimento respirano libere.

la terra

ha mille patimenti. Su ogni creatura


pi il

un

sasso o
il

un ramo stroncato o una fogha


d'una talpa o
sul
il

grande o
rita.
nell'

terriccio
i

passo di qualche

animale. Tutti
Io

tronchi hanno una cicatrice o una feprato,

mi sdraiavo bocccni

guardando
triste.

intorcigliamento dell'erbe, e

a volte ero

Triste delle belle creature della terra. Io le cono-

scevo.

Le mie mani sapevano


lo

le

fonde spaccature estive


le

dove
lar

zinzino occhieggia all'orlo con

sue lunghe

antenne, e basta

un

fuscello

o un

soffio

a farlo tracolil filo

dentro

mmiccioli di sabbia con cui


foglia di

d'acqua

s'argina maestosamente, e seduce vo la formica carica

salir

su una larga
in

platano per deporla cau-

tamente

al di la dell'alpe.

Tutto m'era fraterno.


nella
le

Amavo

le farfalle

amore impigliate

rovo, sbattenti disperatamente


di

trama nerastra del ali in una pioggia

bianco pulviscolo, il bel ragno vellutato dalle secche zampe che sfilava nell'aria tremula il suo filo argentino perch s' incollasse sulla peluria uncinata di

una

foglia,

e tentava

con

la

zampina
colta a
si

il

filo

per slandispe-

ciar visi dritto e tessere l'elastica tela.

Ronzava
volo;

rata nel mio pugno la mosca

accarez-

zavo

il

bruco

liscio e fresco
;

che

raggrinzava come una


le

fogliolina secca

tenevo avvinta per

grandi

ali cile-

467

SLATAPER
strine la libellula;

affondavo
il

il

braccio nell'acqua per

sollevar di colpo in aria

rospicino d?lla pancia gial-

loneia; tentava di ritorcersi l'addome della vespa contro le mie dita e partorirvi
il

pungiglione. Squarciavo

a sassate
gliati dal

le biscia.

Sorridevo agli

sbalzelli

alati

dei

moscerini,

ta-

colpo imperioso d'una

mosca

smeraldina,
si le

al pispillare roteante delle rondini, alle

nuvole che
foglia
alle
si

trastullano nella luce, rabbrividenti pudiche sotto

fredde

dita

curiose
rulli

del

vento,

alla

navistelle

gante

con

beccheggi
tepore

nell' ria,

germoglianti nel cielo quando

col

vespero

diffonpri-

de

sul

mondo un

leggero

come

fiato

maverile.

Scivolando negli arbusti, tenendomi agganciato al masso dirupante con due dita artigliate in una ferita muscosa della pietra, palpeggiando e squazzacchiando con la palma aperta sull'orlo degli stagni, andavo spiando la nascita della primavera. Nel nascondigHo pili benigno del boschetto, in un calduccio umido di seccume, ancora ancora quasi riscaldato dal sonno d'una lepre, io frugando trovavo la prima primola, il primo
raggio di sole
!

l'occhio stupito della piccola prima.

vera svegliata

E seguivo l'ondeggiar lieve del suo passo,


traccia, fra radici

annusando come cane in

gonfie e

germogli diafani, dietro un alioso sbuffo di rugiade erbose, di terra umida, di lombrichi, di succhi

gommosi

un odor
qui
il

mandorle amare eccolo sorriso roseo dei peschi, incerto com'alba inverdi latte vegetale, di
!

nale, cara, cara

e scuoto freneticamente questo

tronco

e quello e questo,

spargendomi di petali e di profumo.


il

Per terra schizzano violacee pozzerelle d'acqua, e

468

SLATAPER
passerotto vi frulla con
!

le ali,

a becco aperto. Dolce anel bosco e alzavo

mata mia, primavera Qualche volta mi fermavo


capo verso
gli alberi

il

alti e

allineati.

Udivo

sgricciar

ima

foglia,

cader una coccola, un pigolio. Poi tutto era

silenzio. Io

non mi movevo.

Avevo

voglia di buttarmi su

uno
lui.

di quei

tronchi

stringerlo fra le braccia, stare


di far strepito.

con

Ma

avevo paura

con gli occhi una farfalla, moveva. Qualche cosa era nascosta nel fogliame, mi guardava e io non la vedevo. Nel bosco rimparai a pregare. Dicevo Dio voglimi bene Dio voglimi bene. Una volta mi buttai
lentamente
si

Cercavo

un' insetto. Niente

per terra e piansi a lungo.


(//

mio Carso).

FRAMMENTI.
Voglio oscura la camera.
scuretti. Io sono sdraiato
e

Non

filtri

il

sole

dagli

boccom'sul

letto,

immobile,
infinita,
gli scaf-

non penso.

Non
fali

soffro.

Nell'oscurit dilaga

una noia

e io sto dimentico intravedendo

con disgusto

dei libri sulla parete di faccia.

Ho

letto,

inutile ritentare.
fredda.

ho guardato dalla finestra, ho fumato Non ho voglia di niente, e la camera

Sento stridere bimbi in strada, e ombre di carrozze,

sfumano rapide

sulla lare te.

Presto sar notte, e

si

spe-

469

SLATAPER
guer
finalmente
il

anche questo raggio denso di sole


di fiori dipinto lass.

che illumina
Intanto
l'un Taltro.

mazzo

gli

uomini tornano dal lavoro e si salutano la terra cammina nella sua via fissa.
(//

mio Carso).

Andiamo
un

per

prati
le

senza sentieri, perch oggi


palpebre.

tiepido sole ci carezza


il

Camminiamo
e
le

lun-

gamente, godendoci

sole

invernale

piccole

viole fra le foglie dell'edera sparsa sul suolo.

un
prio

giorno che l'anima portata in alto dal pro-

fiato.

Se respiriamo, lasciamo bianca vaporosa


poco, dove
sole scalda

traccia di noi nell'aria.

Andiamo ancora avanti un


il

il

tronco del bianco platano, e poggiamoci la

fronte

leggera.

Sotto ai piedi fruscia l'erba nuova, mentre andianio tenendoci stretti per
cigha.
(//

mano

guardando tra
mio Carso).

le

dormire. Ero sotto l' incubo d un'afa uno usciva di casa nella notte e camminava con passi stanchi. Sognavo di una lunga notte di bora, che i pochi viandanti camminavano curvi contro di
grave.

Non potevo

470

SLATAPER
essa, senza pensare.
fissi

Mi sognavo sopratutto

di cedri in-

nel fondo

del mare, che a poco a poco impietra-

vano. Avevo bisogno di sassi e di sterilit. E mi ricordai del carso, e dentro ebbi un piccolo grido di gioia

come

chi

ha ritrovato

la patria.
{Il

mo Carso).

IL

MISTERO.

carbonai che dalla


infossati

maona carrucolano

le

ceste

di carbone sul loro occhi

Baron Gautsch mi guardano con quei


e sanguinosi

meravighandosi del

mio interessamento.

Uno tosse,
mucco

sputa, l'aria gli riporta sul torso seminudo,


i

impastato di carbone e sudore,


passione di
lui.

lunghi filamenti di

e forse egli pensa stizzosamente

che

io

ho cam-

No, no:

io

sono indifferente

Soltanto non capisco.

Vedo che

si

lavora intorno a me.


;

imbarca grosse travi

Un bastimento greco due pescatori issano la grande


un
gelataio grida la sua merce;

vela scura, sgocciolante

uno con occhiali neri nota su un libruccio il numero sacchi cemento; un servo di .piazza si fa avanti con il carretto rosso, s'accosta, spumando, il vapore di grado; un manzo tira un vagone carico di balle di cartone. Sul vagone scritto Troppau. Triest-Rozzol-Assling. Ora un treno sbuffa su per il colle d'Opcina un'altro arriva a Po la, un'altro rintrona sul ponte del Po. L'a:

ria piena di strepito. Il

lavora. Tutta la terra lavora in

movimento s'allarga. La terra una grande frenesia di

471

SLATAPER
dolore che vuol dimenticarsi.

fabbrica case e

si

rin-

chiude tra muri per non vedere reciprocamente i propri corpi avvoltolarsi insonni fra le lenzuola, e si tesse
vestiti per poter pensare

che almeno

il

corpo dell'altro

congegna milioni di orologi perch r insegua perpetuamente frustandola avanti nello spazio, come una dannata che si precipiti senza tregua per non cadere. Non fermarti mai per un mi sano e regolare, e

l'attimo

nuto, o laboriosa terra

Cos sentivo, e stavo fermo,

dome

se fossi nel
i

punto

morto

della terra. Avrei voluto pregare


;

carbonai di

lasciarmi lavorare con loro


e pensavo
il
:

ma

ridevo malignamente
sciogUe.

S, s, lavorate.

C' sempre dentro di voi

mistero

come un

piccolo

grumo che non

si

Lo portate con voi in tutte le vostre faccende, ed esso sta quieto e buono per darvi l'unghiata all' improvviso.

Mangiate

il

vostro pane e bevete


;

il

vostro vino

crescete e moltiphcatevi

perch del pane che mansi


i

giate e del vino che bevete

nutre

il

vostro mistero

ed l'unica verit certa che


loro
figlioli.

vostri 'figlioli

daranno

ai

IncalHte
i

le

vostre

mani

il

vostro spirito

penetri oltre
farsi

tessuti pi stretti e sia cos limpido

da

specchio a s stesso. Torturatevi ogni

membro
e affa-

del vostro corpo con tutti gli istrumenti di lavoro, e

anche, se volete, buttatevi su


ticate
il

un

letto

comodo
?

vostro spirito.

11

mistero non lo estenuate. In


il

che parte di voi rintanato


stritolarvi tutti, e
il

piccolo mistero

Potete

vostro ultimo sguardo non lo vede.


i

Lo

potete anche cercare nelle notti stellate e tra


se volete, potete
le

filoni

di ferro, sotto, nell'oscurit, fra le radici delle foreste.

Anche,

passa oltre

vostre tempie

ammazzarvi ma la palla che non lo brucia, e esso vive in


;

472

SLATAPER
voi anche dopo di voi, eternamente,
il

picelo mistero

che ha fatto questa bella distesa di mare e ha fatto noi

ha fatto costruire i piroscafi rossoneri. Ridevo quasi forte. M'accorsi che mi guardavano. Allora ebbi ribrezzo di me. vStetti duro, fermo. Ero tutto infetto. Mi pareva che una mia parola avrebbe impestato il mondo. Guardai il mare largo, puro, e avrei voluto pregare. Ma no tutto il mio dolore mio, tutto il mio strazio per me solo. E mi rinserrai il petto con le mani, e fui un sussulto di dolore attorto contro s stesso. Mi parve di poter morire perch il mio segreto avidamente bruciava il mio sangue, rosso, come il sole maledetto che tramontava nel mare.
e ci
:

(7/

mio Carso).

VORREI FARMI LEGNAIUOLO DELLA CROAZIA.

Vorrei farmi legnaiuolo della Croazia.


dose querce e la scure. Andrei al lavoro

Amo

le

fron-

vm

po' storto a destra per l'uso del colpo,

camminando e il lungo mala coscia.

nico della scure ficcata in cintola


Il

mi batterebbe

capo mi d una manata sulla spalla, ridendo tra denti bruni. Il capo forte e esperto e noi gli obbediamo con riconoscenza. A noi piace essere comandati. Il

capo beve peteccliio come acqua e non traballa mai,

ma andando
alla notte
il

coi suoi passi

ben

piantati vigila dall'alba


la foresta

lavoro.

e gira per

come una

grossa bestia affamata. Se tu


dietro alle
spalle

non lavori, subito senti uno schianto di rami, una risata di

473

SLATAPER
cornaceliia

infuriata

una pedata in mezzo

della

schiena.

Ma
Ho

il

capo buono e mi dice


te.
!

scoperto una pianta per


la scure ? Alla
!

Come va
dente.
Il

alla

Uh, Pennadoro dura di cent'anni. stavolta mette il primo


:

primo colpo, qua. Sentirai che carne

La mia scure bella; col manico lungo di rovere, un occhio quadrato. Ride freddamente come il ghiac-

cio.

svogliata e pigra, piena di disprezzo.

Ama

star-

sene
cielo.

affondata nell'erba guazzosa e contemplare il Qualche volta si diverte di giocar con le teste dei
i

cespugli e

getti

come una bimba


Ah,

della saliva

spumosi del frassino. Allora sorride amarognola che le sgoc-

ciola sulle guancie.

Ma

pi spesso triste e tetra.


!

tro

ma quando si scalda come d dentro D dencome una bestia infoiata. Piomba, piccola e chiara, senza respiro, e han come un tuono che scoppi,
!

incassata nella carne dell'albero. Tutta l'aria attorno

ne vibra, e
ala per

fringuelli

rompono
bene

la nota.

Si disficca a

stratte e per assaporare

la ferita si libra

a dritta

un

istante, immobile, e

han!

dentro all'ossa.

La

quercia sussulta drittamente, senza piegarsi e acle

carezza con

frondi basse

quercioletti giovani, atse solo


il

torno, per non impaurirli,

come

dolce vento

del mare la movesse. La grande quercia silenziosa come una madre che muore. Ma la scure canta. La scure s'alza, s'abbassa e canta. Ride rutilante, rossa. come pazza. Io n' ho paura. Non vedo che questo lampo davanti che fischia e scroscia. Han han Non sento pi le mani. Il lampo mi sbatte contro l'albero, e mi ribatte via Han
!
!

Piccola

mano

d'acciaio, distruggiamo la foresta

474

SLATAPER
Perch dunque
ci

estrassero dalla terra

Dormivamo

quieti nel tepore umido delle radici. Pi fondi ancora eravamo il buio cuore duro della terra. eravamo Venne qui un'ondata di luce, ci squarciarono, ci ix)r;

tarono al sole.

terra.

Ebbene ora viviamo. Ora vogliamo sole sulla Grande sole di deserto. Sole che spacchi le fronti.
:

Distruggiamo
fra
il

cantano senza respiro, ronzar dello scheggiume. Ah com' buono arrila foresta
!

I colpi

vare al cuore della vecchia quercia

Via

Un

Il

colpo

s*

insorda

crollo

rintronar, gli echi lontani.

Ora gli squartatori e quadra tori hanno lavoro per una settimana. Sono venuti i bimbi a vederla morta per terra, e ne unghiano la corteccia lichenosa con roncolate dal manico rosso. Sono contenti. M' hanno dato fragole e lamponi. Io mi frego con l'indice disteso il- sudore dalle
sopra ciglia e
li

guardo.

Vorrei essere piuttosto sorvegliante d'una piantagione di caff nel Brasile.


(//

mio Carso).

IL

CARSO.

Il

carso un paese di calcari e ginepri.


;

Un

grido
di

terribile, impietrito

Macigni grigi di piova e

H-

cheni, scontorti, fenduti, aguzzi, ginepri aridi.

Lunghe
Bora. Sole.

ore di calcare e di ginepri. L'erba setolosa.

La

terra senza pace, senza congiunture.

Non ha

475

SLATAPER
un campo per
distendersi.

Ogni suo tentativo spac-

cato e inabissato.
Grotte fredde, oscure.
tutto
il

La

goccia, portando

con s

terriccio rubato,

cade regolare, misteriosamente,

d centomila anni, e ancora altri centomila. Ma se una parola deve nascere da te bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso Qui pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad

alzare

il capo e fiorire, raccolto in profondo della primavera.

lei

tutto

il

cielo

Premi

la

bocca contro
;

la terra e
;

non
il

parlare.

La notte

le

stelle

impallidenti
;

sole

caldo

il

tremar vespertino delle frasche la notte. Cammino. Dio disse abbia anche il dolore la sua pace. Dio disse: abbia anche il dolore il suo silenzio. Abbia anche l'uomo la sua soUtudine.
:
.

Carso, mia patria,

sii

benedetto.
(//

mio Carso).

Carso, che sei duro e

nudo
mta;

al ghiaccio e all'Agosto,

noso verso una linea di

buono Non hai riposo e stai mio carso, rotto e affanmontagne per correre a una
!

ma
il

le

montagne
s'

si

frantumano,

la valle si rin-

chiude,

torrente sparisce nel suolo.


inabissa nelle tue spaccature; e
il

Tutta l'acqua

lichene secco ingrigia sulla roccia bianca, gli occhi vacillano nell'inferno d'agosto.
Il

Non

c' tregua.

mio carso
la

ha spaccato

duro e buono. Ogni suo filo d'erba roccia per spuntare, ogni suo fiore ha

476

SLATAPER
bevuto
sano e
glia

l'arsura per aprirsi. Per questo


il

il

suo latte

suo miele odoroso.

Egli senza polpa.

Ma

ogni autunno un'altra fola

bruna

si

dis vegeta nei suoi incassi, e

sua poca

terra rossastra sa ancora di pietra e ferro. Egli nuovo ed eterno. E ogni tanto s*apre in lui una quieta dolina, ed egli riposa infantilmente fra i peschi rossi e le pannocchie canneggianti.

Disteso sul tuo grembo io sento lontanar nel profondo l'acqua raccolta dai tuoi abissi, una sola acqua,
e fresca, che porta la tua giovane salute al
citt.

mare

e alla

L'acqua

delle tue grotte io

amo

che

s*

incanala be-

nefica per le strade dritte.

Amo

queste donne carsoline

che stringendo fra

denti, contro la bora, la cocca del

fazzolettone, scendono a gruppi in citt,


il

con in testa

grande vaso nichellato pieno di latte caldo. E la striscia bianca dell'alba, e il bruciar doloroso dell'aurora
fra la caligine della citt.

Qui ordine e lavoro. In Puntofranco

alle sei di

mattina V infreddito pilota di turno, gli occhi opachi dalla veglia, saluta il custode delle chiavi che apre il

magazzino
lentamente
iersera
;

attrezzi. I grandi bovi bruni e neri trainano

vagoni vuoti vicino


i

ai piroscafi arrivati
alle sei

quando
si

vagoni sono al loro posto,


gli
Il

e dieci

facchini

sparpagliano per

hangars.

Hanno

in tasca la

capo d'una ganga monta su un terrazzo di carico, intorno a lui s'accalcano pi di duecento uomini con i libretti di lavoro
levati in alto, e gridano d'essere ingaggiati. Gli altri

pipa e un pezzo di pane.

stanno

zitti,

e si risparpagliano. Pochi minuti


il

prima

delle sei e

mezzo

meccanico con

la

blusa turchina sale

477

SLATAPER
sulla scaletta della gru, e apre la pressione dell'acqua e infine, ultimi, arrivano
i
;

carri,

lunghi scaloni

sob-

balzanti e fracassanti.
rettifilo grigio dei

Il

sole strabocca aranciato sul


Il

magazzini.

sole chiaro nel

e nella citt. Sulle rive Trieste si sveglia piena di e colori.

mare moto

levan l'ancora

grossi piroscafi nostri verso Sa-

lonicco e

Bombay.

domani

le

locomotive rintrone-

ranno il ponte di ferro sulla Moldava e si cacceranno con l'Elba dentro la Germania. E anche noi obbediremo alla nostra legge. Viaggeremo incerti e nostalgici, spinti da desiderosi ricordi che non troveremo nostri in nessun posto. Di dove venimmo ? Lontana la patria e il nido disfatto. Ma commossi d'amore torneremo alla patria nostra, Trieste, e di qui cominceremo. Noi vogliamo bene a Trieste per l'anima in tormento che ci ha data. Essa ci strappa dai nostri piccoli
dolori, e ci fa suoi, e ci fa fratelli di tutte le patrie

com-

battute. Essa ci ha tirato su per

la lotta e

il

dovere.

se da queste piante d'Africa e Asia che le sue merci seminano fra i magazzini, se dalla sua Borsa dove il telegrafo di Turchia e Portorico batte calmo la nuova

base di ricchezza, se dal suo sforzo di vita, dalla sua a-

nima crucciata

e rotta s'afferma nel

mondo una nuova

volont, Trieste benedetta d'averci fatto vivere senza

pace n gloria. Noi

ti vogliamo bene e ti benediciamo, perch siamo contenti di magari morire nel tuo fuoco.

noi

Noi andremo nel mondo soffrendo con te.. Perch amiamo la vita nuova che ci aspetta. Essa forte

e dolorosa.

Dobbiamo

patire e tacere.

Dobbiamo
quando

es-

sere nella solitudine in citt straniera,

s'in-

478

SLATAPER
bestemmiante nella lingua compresa andando sconsolati di sera fra visi sconosciuti che non si sognano della nostra esistenza, s'alza lo sguardo oltre le case impenetrabili, tremando di pianto e di gloria. Noi dobbiamo spasimare sotto la
vidia
il

carrettiere

da

tutti attorno, e

nostra piccola possibilit umana, incapaci di chetare


il

singhiozzo d'una sorella e di rimettere in via


:

Perch ? pagno che s' buttato in disparte e chiede Ah, fratelH come sarebbe bello poter esser sicuri e
superbi, e godere della propria intelligenza, saccheggiare
i

il

com-

grandi campi rigogliosi con

la

giovane forza,
noi, tesi di or-

e sapere e

comandare
il

e possedere
ci

Ma

gogho, con
la

cuore che

scotta di vergogna, vi tendiamo

preghiamo d'esser giusti con noi, come noi cerchiamo d'esser giusti con voi. Perch noi vi amiamo fratelH, e speriamo che ci amerete. Noi voghamo amare

mano,

e vi

lavorare.
(//

mio Carso).

479

ARDENGO

SOFFICI

nato a Rignano sull'Arno il 7 aprile 1879. Ha lasciato presto le scuole ha fatto lo studente di belle arti, il giovane di studio, il disegnatore di giornali e libri. Nel igoo and a Parigi e non torn fisso in Italia che nel 1907. Dal 1915 al 191 9 ufficiale di fanteria fu due volte ferito. Abita alle Fornaci (Poggio a Cajano, Firenze).
:

COLLABORAZIONI.
La Fiamma
(Parigi),

(Firenze),

La Piume
(Firenze),

(Parigi),

L'Europe

Artiste

Leonardo

Voce

(Firenze),

La Diana

(Napoli),

L' Italia Futurista (Firenze),

La

Raccolta (Bolo-

gna), Resto del Carlino (Bologna). Popolo d'Italia (Milano),

Fieramosca (Firenze), La Nazione (Firenze), Les Soires de Paris (Parigi), Vita d'Arte (Siena), Riviera Ligure (Oneglia), Critique Independante (Paris), L'oeuvre d'art international
(Paris), Rev u Bianche (Paris), L'Assiette au Beurre (Paris), Lacerba {Firenze), L'Ardita (Milano), Secolo (Milano), Prose (Roma), Rassegna Contemporanea (Roma).

XX

OPERE.
Ignoto
Il

Toscano. Firenze, Seeber,

1909.

Caso Rosso e V Impressionismo. Firenze, La Voce, igog. Arthur Rimbaud. Firenze, Casa Editrice Ital,, 1911.

480

SOFFICI
Lemmonio
Cubismo
Boveo. Firenze,
e oltre. Firenze,

La Voce, 1912. La Voce, 1913. 2*

ediz.,

1914.

Arlecchino. Firenze,

Giornale di
Bf%zf-\-i^.

La Voce, 1914. 2* ediz., 1918. Bordo. Firenze, La Voce, 1915. 2* edizione, 1918. Simultaneit. Chimismi lirici. Firenze, La Voce,

1915. (2 ediz., 1919).

Kohilek. Giornale di guerra. Firenze,

La Voce,

1918. 2* ediz.,

1918. 3 ediz., 1919.

La

Giostra dei sensi. Firenze, Vallecchi, 1919.


Ritirata del Friuli. Firenze, Vallecchi,

La

1919.

Scoperte e Massacri. Firenze, Vallecchi, 1919.

Statue e Fantocci. Firenze, Vallecchi, 1919.

CRITICA.
G. Papini. Stroncature, Firenze, La Voce, 1916. A. Baldini (Libri del Giorno, maggio 1918). {Rassegna Italiana, giugno 19 18).
P.

Pancrazi (Nuovo

Giornale, 9 dicembre 1919).

E. Cecchi {Tribuna, 17 febbraio 1912, 27 luglio 1914). E. Cecchi {Angelo Italian Review, february 1919). Bellonci {Giornale d'Italia, dicembre 1914 lugho 1918).
;

BoiNE. Plausi e Botte, Firenze, La Voce, 191 8. Serra. Le Lettere, Roma, Bontempelli, 191 4.
A. Valori {Resto del Carlino, 23 ottobre 1912). G. De RoBERTis (// Progresso, 2 dicembre 1919). G. Papini {La Voce, 18 aprile 1912).

ESTATE.

Bulciano,
L'estate a Bulciano distesa

24 agosto.

All'ombra dei boschi.

481
31

Poe'i d''osgi

SOFFICI
Riposa Tra cuscini

di rocce rosa, bige, nere color del

ferro

temperato. La capigliatura arruffata dell'acqua ghiaccia e chiara, scorre per le pieghe de' macigni, sotto le

cortine gialle delle ginestre fiorite. Tonfani cupi, acquitrini rasparenti


cielo col

occhi

spalancati dove naviga

il

vento e

le

nuvole bianche.

Triangoli verdi de' campi, quadrati giunchiglia di


fiori di

seta

coperte ammassate in subbuglio intorno


neri.

al

pube dei nocciuoh

La carne
amore latente

de'
di

frutti,

turgida di sangue giovane,


vergini, gonfia la

mammelle
e l'altra,
il

musso-

lina dell'aria odorosa.

Tra una coscia

Tevere cola come un me-

struo di lapislazzuli.
{Giornale di Bord).

GIUGNO.
14 giugno.

Giugno.
in tralice da

Un

ciuffo di

canne tenere ombreggiate


i

un boschetto

di noccili verdecupi, in riva

ad un borriciattolo frusciante sotto il paleo e con piccole risa, in uno scintillio infuocato
glie,

giunchi,

fra le fo-

nell'acqua,

come

di pietre preziose o di

mosche

d'oro.
{Giornale di Bordo).

482

SOFFICI

PAESE.

Montalbiolo, 1 marzo.

Come una ruga una


una
fratta solca
i

faccia

terreni,

d'uomo, tortuosamente laggi. Spartimento preciso


e di boschi.

di luce e d'ombra, di

campi

destra, la

scoscenditura galestrosa del suolo avverso al tramonto

ginepri bui nell'uggia desolata sotto


;

la viridit

fredda

de' pini

piaggie rapate da' boscaiuoli, scabrose in-

torno

alle

barche di stipa, avvallanti come a un riposo


fila vagabonda di pioppi nudi. Un'onda calda di sole, trionfalmente
;

verso due pennacchi di salci scarlatti nella rena del

botro asciutto, e una

A
le

destra

il

sole.

negli olivi e le zolle rosse

su su, investendo
le

il

cipresso,

prode,

muriccioli,

le

case quiete, la chiesa bianca,

la

canonica color di rosa con

persiane verdi in un

chiaro diluvio di frutti in fiore,


della collina, e
il

golfo del cielo.

il

cocuzzolo vignoso

Due contadine che stendono


tola paonazza,
il

lenzuoli nella viot-

capoccia che pota accanto al capanno

spalancato al sole nel giallo delle rape, fra


scure e
i

sarmenti.

le

ramaglie

E E

la cincia
i

che canta. che


svolano,
di

tordi

campo

in

campo,

bianchi nell'ombra, neri nel sole.


{Giornale di Bordo).

483

SOFFICI

FEBBRAIO.
Il sole

caldo

come

d'estate,

ma

la salvia selvatica

non odora
Il

cos forte.

ragazzo mio compagno, arrampicato sur un pino,

coglie le pine rosse e dure che gli

bra degli aghi giuoca sulla


il

pungo le mani. L'omsua faccia infiammata entro


la collina solatia.

cielo azzurro e dorato.

Di tra
contadini
giante.

le

rame apparisce
potano

Alcuni
verdeg-

scamiciati

in

un campo

La conca felice del terreno lavorato, giallo, e la vigna grigia punteggiata d'olivi qua e l L'odore di ragia alle mani. Le campagne di mezzogiorno il suono del pennato
!

portato dal vento.

La

ciarpa scarlatta intorno al collo del ragazzo che

ride al sole.

il

mio cuore che

si

desta.
il

Un

uccello fischia tra le scope, e

suo fischio ha

il

suono di un bacio. La primavera vicina, cuore mio.


{Arlecchino).

LE VEDOVE.
Il

vento d' inverno

soffia

fischia

tra

le

canne

della siepe intirizzita.

Due ombre

zoppicanti nel ere-

484

SOFFICI
fermano in mezzo alla strada vedova e mezza sorda, tutta vestita di nero, e la Massina, vecchia anche lei, quasi cieca, vestita di nero, e vedova da qualche giorno. Tutt'e due hanno lo scaldino sotto il grembio, ma tremano. Assunta. Come va ella ? Massima. Come vo' tu che la vada !... Assunta. Siamo come un filo d*erba in mezz'a un campo ora va da una parte ora va dall'altra.... Massima. ....ora va da quell'altra. Eh gU
puscolo
livida,
s'

incontrano e

si

la vecchia Assunta,

vero

!...

Assunta.
ci si

Il
il

peggio gH la notte.

H
!

giorno, la-

sciamo andare

tempo
:

passa.

Ma

la notte,
Il

quando

svegHa, non poter barattar du' parole

mi' omo,
e

bonanima, faceva
stie,

Que' ragazzi non hanno pi bed

bisognerebbe raccomodare quel barroccio....

cosi quella cosa e quell'altra....

Ma

ora sentir batter

tutte quell'ore

!...

{Arlecchino).

ELETTRA.
Quando la sera a lavoro finito spalanco la finestra, ed essa viene da casa sua gi per la strada in cerca
della solita amica,

ammiro il suo corpo trionfante. grembiulone di tibettina a fiorami giallastri pompadour, aderente come una pelle, la fa parer nuda.

Un

Cammina

impettita, e

le

piccole

sembrano quelle

delle vittorie d'oro scolpite sulla

poppe tonde e sode prua

48;

SOFFICI
delle navi.
bile,
il

La sua

vita, libera dalla fascetta, flessi


s'

suo ventre vergine

incurva con dolcezza, e

finisce in

un

delta fatale fra

le

due coscie

lisce e

ferme

come

cilindri di porfido.
il

vero diavolo nella mollezza de' fianchi balche guizzano nel moto e molleggiano come se danzosi
gi conoscessero
il

Ma

piacere.

Per un'occulta simpatia, anche il mio corpo freme, sebbene in riposo. Mi volgo al gran letto solitario, biancheggiante nell'ombra dietro di me, e sospiro.
tristezza la vita senz'amore
:

Gran
il
!

sempre
il

all'erta,

san-

gue caldo,

la testa
:

piena di sogni, e

cuore vuoto

Ma

ecco

essa giunta sotto la

mia
!

finestra e parla
e la

con l'amica. Dice cose insulse roca di maschio orribile.

e volgari

sua voce

Non so chi sia, n di dove venuta. Si chiama Eletma se l' incontro per la tra. Non le ho mai parlato
;

strada ci turbiamo tutt'e due e chiniamo


rossendo.

gli

occhi ar-

compagnia arrossisce meno, ride forte, e appena passata si volta. Anch' io mi volto e mi rivolto finch la via non fa gomito

Quando

sola.

Quando

in

non

le

vedo

pi.

(Di dietro ancora pi bella, col collo

nudo

la

pesante
sopra
la

architettura

de' capelli

castagni

arricciolati

nuca bianca).

Chi ? Mah Suo padre un mercante


!

Ho

chiesto di

lei

a una che la conosce.

fallito....
^

Sono

ar-

rivati qui

da Torino mesi

fa....

486

SOFFICI

Dicerto nata da queste A Calenzano, credo, o a fidanzata con uno che era sergente, e ora condut:

Ma

lei

parla toscano, ho sentito....

parti....

Settiniello....

E....

S,

fa

il

tore del tranvai. Per

un
:

po' di
i

tempo

fece

all'amore

con un altro di Casale


contenti e doveron

ma

genitori di lui

non erano

Ho sentito anche vero vero pare che


?
:

lasciarsi....

dire che poi lo schiaffeggi.

la portasse

per bocca nelle

botteghe. Lei lo seppe; lo chiam in casa e gH dette

due

ceffoni.

(Questa circostanza, col suo pimento di volgarit,


chi sa perch,

Ha veni Diciotto, Hem


!

mi

fa piacere).

'anni....

Non m'

riuscito di saper altro.

L'autunno scorso veniva a

far la trina nel

campo

difaccia a casa mia, insieme all'amica e alle ragazze del

contadino che abbadavano all'uva.


Io
la

guardavo di dentro
le gretole,
;

alla

persiana,

seduta
so se

nell'erba, e per farle saper che c'ero, soffiavo piano pia-

no, di tra

una boccata
gli

di

fumo.

Non

mi vedesse
viarsi
i

ma

spesso e volentieri, con la scusa di rav-

capelli,

levava
al

occhi verso la finestra.


e

Rideva

forte,

soHto,

pareva nervosa. Ogni

tanto s'alzava, s'avvicinava in punta di piedi ad una

487

SOFFICI
vite,
e,

con tutto

il

corpo proteso, coglieva qualche

chicco di canaiolo.

Certo sentiva che la sua fine caviglia calzata di violetto nel rialzamento della sottana
;

la

sua schiena inarle

cata, la sua nuca,


viziose,

il

suo braccio nudo,

sue anche do-

chi le

dovevano esser tremendamente provocanti per tra i pampani celesti, verdi, dorati, vedeva

grappoli maturi, nella calda luce galeotta di quei

languidi pomeriggi.

come era vero

ahim

...

essere poco vedo col suo fidanzato simpatico, naturale Gli si stringe addosso amorosamente, lo segue come il suo signore ma quando pu,

volte la

gira

un momentino

la testa, e

mi d un'occhiata

in tra-

lice di

sopra alla sua spalla.

Egli marcia vittorioso, e non s accorge di nulla.

giovane

Quando sapr come me, che


!....

cos' la donna,

in generale

Una sera mi trovai dietro a loro mentre egli la riconduceva a casa. (Dir che per questi dolci novilunii fo del mio meglio per aiutare il caso). Camminavano in fretta, e io piano. Sentivo che essa mi aveva riconosciuto al passo e che avrebbe voluto voltarsi ma non

si

volt.

Che davvero non sappia trovare un pretesto per


?

voltarsi

dicevo tra
voltava.
il

me

trepidante.

Non

si

era gi in faccia al cancello. Spe-

ravo che mentre


al

fidanzato entrava....

Ma

egU

la fece

passare avanti. Frattanto anch' io ero arrivato dinanzi


cancello.
Irritato

nel

cuore,

buttai

un'occhiata

488

SOFFICI
sprezzante fra

ma

il

le

sbarre di ferro, senza pi speranza

La

vidi che
il

attraversava di corsa

il

piccolo

giardino fra
tare

cancello e la casa.
si

Arrivata sulla porta

gir sorridente per aspetla

fidanzato

e
le

mentre questi
spalle,

raggiungeva, vol-

tandomi perci a me.


Alla

sorrise

un pochino anche

buon

ora

Gi!
Si chiama Elettra (bel nome), fatta come
giolo

un an-

e la

sua voce non mi

piace.

lei, ed ella che cosa significhino questi sfioramenti, queste commedie senza avvenire e non so darmi una risposta

Spesso

mi domando che
:

cosa vogho da

da

me

ragionevole.

Quando vedo le cose pi in serio mi fo delle scene Ouf la vita si corta, s folle.... Quando vedo le cose pi in serio mi fo delle scene in segreto, o mi ripeto agramente una frase che lessi tempo fa in un bel romanzo che amo. C*est tout de mme vrai que je suis un peu pu!

tain

Per aggiungo subito

Ma

anche

lei

I....

{Arlecchino).

489

SOFFICI

1
si

DELL'ENTUSIASMO DI LEMMONIO BOREO.


La mattina
di pei,

Lemmonio Boreo,

lev tardi,

dopo aver dormito come un masso tutta la notte. Si butt addosso un paio di mezzine d'acqua attinta dal pozzo, e scese a pigliare il caff che la mamma gli aveva preparato. Poi usc. Ma appena fuori esit circa la direzione da prendere. Quattro strade che facevan crocicchio a pochi passi dalla sua casa, gli
si

offrivano

egualmente
il

egualmente soleggiate, egualmente bianche di polvere senonch, tre si distendevano per


diritte,
;

una sola montava verso le colHne. Prese quella. Era la prima volta che si trovava in quei luoghi e voleva afferrarne Taspetto dall'alto, tutt'in una volta. Travers dunque un gruppetto di catapecchie sulle cui porte eran donne sedute a far la treccia, ragazzi che lo guardavano passare con gli occhi pieni di maraviglia, e subito dopo si trov in piena campagna.
piano, e

La giornata
la

era superba. Chiusa fra

il

muro

e la siepe

fiorita di biancospini, di rose selvatiche e di vitalbe,

strada

s'arrampicava contorcendosi di altura in

altura, e a

mano

mano

ch'egh saliva,

il

paese

gli

s'allargava dietro
sole,

come una immensa arena piena

di

fra gli
e

A destra
di

Appennini remoti e le alture fiorentine. a sinistra, i campi di grano tenero, di rape e


verzicavano, gialleggiavano,
rosseggia-

trafogliolo,

vano, svariati qua e l dalle ombre degh uHvi e de' loppi.

Un

odore fresco d'erba e di frutti in

fiore si

moveva

col vento di

tramontana

sfrullante per le vette de' rami.

490

SOFFICI

Lemmonio Boreo camminava


pello in

a testa alta, col cap-

mano, respirando quei profumi, empiendosi gli occhi di colori, e ogni volta arrivava a un bivio, sceglieva sempre il ramo di strada che montava di pi. Ogni tanto si fermava e guardava verso il piano. Dietro ai ciuffi verdecupi dei noci e delle ficaie,
i

tetti dei

contadini e

delle fattorie brillavano ver dar nciati di rossi

muschio o

di

tegolini.

Intorno

alle

colombaie

roteavano branchi di piccioni la cui ombra fulminea passava ora sui muri bianchi, ora sulle aie ardenti,

dove i ragazzi, i cani e maggese seccava distesa

maiaU ruzzavano, o Terba


Pi gi,
si

al sole.

le

strade gi-

ravano, biancheggiando, da un paese


slanciavano diritte verso la
citt che

all'altro,

eppoisi

scorgeva ap-

pena in un bagUor lattescente, in fondo alla vasta pianura. I torrenti e i canaH luccicavano a tratti fra i
canneti glauchi e
dente.
le file

dei pioppi, avviandosi silenzioinvisibile.

samente verso l'Arno


Egli
poi ripigliava Terta.

Spettacolo sorpren-

considerava ogni

come sognando, mentre montava sentiva che


cosa

anche

il

suo spirito s'innalzava. Sentiva


lui

come

se ogni

una ripresa di possesso della sua terra, anzi una nuova conquista. Da pi di dieci anni, dal giorno cio, ch'egli, dopo la morte del padre, era partito ventenne da casa per cercare, fra genti straniere, in paesi muti per la sua anima, in citt sterminate e feroci, quello che non aveva ancora trovato s stesso era questa la prima volta che gli pareva di cominciare a vivere in armonia con le cose, quasi che dal suolo montasse in lui, come la linfa per le fibre di una pianta, un sangue pi rosso
colpo d'occhio fosse per

e pi caldo,

il

quale, rifluendogli al cuore glielo empisse

491

SOFFICI
d'entusiasmo e di forza.
trava, e nello stesso

Una fiamma d'amore lo penetempo ombre di pentimento e di


lo

vergogna

gli

traversavano

spirito.

Pensava

con

pena

agli anni perduti, al

suo

esilio volontario,

a tante

energie male spese, e all'abbandono in cui aveva lasciato per tanto


voli fratelli per
i

tempo

il

suo pease con

gli

innumere-

quali avrebbe potuto pur fare qual-

che cosa.

Non ch'egli avesse

dimenticato mai la bellezza

dei luoghi che l'avevan visto crescere e farsi

Nelle ore pi fosche della sua vita randagia,

tutto gli

s stesso e

mancava un raggio
:

uomo. quando
lui

il

pane e l'amore,

la fiducia in

di sole

l'unico

scampo per

era sempre stato lo sprofondarsi tutto nei ricordi dell'

infanzia e della prima giovent. Allora, mentre l'in-

differenza di tutti gli faceva intorno

smisurata, e la miseria,

il

freddo e

del cielo l'opprimevano, egli

una soUtudine nuvolagha vedeva dei campi fioriti,


la tetra

delle vie dorate, delle citt bianche e rosee nella luce

smagliante
tanto
per
ci

degli

autunni,

visi

propensi,

cordiaH,

amorosi. Anzi, avrebbe potuto dire che se ora gustava


la

magnificenza

di

questo

paese

sconosciuto
nato,

lui,

ma

simile in fondo a quello

dov'era

avveniva sopratutto perch nel sogno aveva imrealt. Ma era anche vero che distratto dalle passioni, dalle lotte con gli altri e con
parato a godere della

s,

da mille

piaceri, dolori e disordini, s'era trovato a

neghgere per mesi e mesi e anni, ogni manifestazione


dello spirito dei suoi connazionali, a ignorar tutto di
loro, le gioie e le sciagure,

se

ne avevano avute,
ciottoli

le

glorie

come
gli

le

onte. Ora, coi piedi sui

della

strada e

occhi pregni di luce, pensava salendo, a

questo peccato e se ne pentiva.

492

SOFFICI
Cos,

quando fu
il

sul pi alto poggio,

e la sua

vista

spazi per

prospetto della

immensa vaUe
il

dissemi-

nata di borghi, di villaggi e di case, sommersa nella


trionfante chiarezza del meriggio, tutto
si

suo essere

protese

come

se in quella terra felice avesse ritrovato

la

sua amante fedele e volesse riconcederlesi tutto in


felice
1

un bacio enorme. Terra

abbondante

di frutti

saporosi, di messi, di biade, di bestie gagliarde e di no-

mini sani. Ricca sopratutto, nei secoli, d'anime grandi d' ingegni subhmi. Di lass, Lemmonio Boreo ve-

deva
forza

tre citt
:

famose nella storia della bellezza e della


.

Firenze,

Prato e Pistoia.

non lontano da
dove
il

quelle erano o erano state le umili case

genio

era nato

all'

insaputa di tutti, senza

stella,

senza re
la

magi
altre oltre

e senza pastori, per

cambiare un giorno
Siena....

fac-

cia del

mondo. Dietro
:

alle

sue spalle, non viste, erano


;

citt
il

Pisa,

Livorno,

dinanzi a
le

lui,

suo Valdarno, giganteggiavano


dietro le quali
si

vette del real sole

moto Casentino,
altre

stendevano

terre

copiose

popolate anch'esse di borgate e


il

di castelli illustri.

Tutto
triste e

soave,

ma

anche

paese di Toscana, sereno e duro ed austero, gli si spie-

gava tutt' intorno fino al cerchio dell'orizzonte, ed egU senti per la prima volta l'orgoglio di esser nato in

un

simile

nido.

Ah

gliel'avrebbe

finalmente consa-

crata, a
di avere

una
;

tale terra, quel po' di forza che sapeva

si

sarebbe avvicinato con cordiaUt e simfigli

patia ai suoi
satori

prediletti,

agU

artisti, ai poeti, ai

pen-

giovani, per celebrarla insieme a loro, coltivarla,

e renderla capace di dare nuovi frutti ancora e pi


preziosi.

Bisogna

disse a s stesso, nella pienezza del suo

493

SOFFICI
cuore
posito

por

mano

all'opera e perseverare nel pro-

Rest ancora un po' sulla vetta, appoggiato al pedano di un pino, col petto inondato di entusiasmo a
guardare
all'

ingiro

poi,

quando

la

campana
,

di

una

chiesa spersa fra le vigne

suon mezzogiorno
al

si

stacc

a forza da quello spettacolo e riprese la via del piano.

Andando, continuava a pensare

suo proponimento e
e

gi pregustava la soddisfazione di riaccostarsi all'a-

nima

dei suoi connazionali e di sentirsene riscaldato

rinvigorito,

come or ora

dalle

emanazioni misteriose,
!

quasi s^rituali, del suolo.

Oh

la gioia del lavoro in

comune, quando tu senti vicino e lontano il travaglio accanito del camerata e dello sconosciuto occupati
a incarnare un aspetto della tua stessa idea e tu levi ti accasci sfiduciato di la voce e qualcuno ti risponde
; ;

te e dello scopo stesso della tua esistenza, e subito

una voce
solo
1

allegra ti dice che nulla vanit e che

non

sei

Poter guardare in faccia un uomo, senza dispetto,

e sperare d'averlo

compagno, in un modo o
!

nell'altro,

in un'opera di vita

Tre spaccapietre che trov a una svoltata della gli parvero gi tre di questi colleghi. Due di nuovi essi eran seduti sul paleo polveroso del ciglione, all'ombra di un moro, e mangiavano. L'uno, il pili attempato, con un gran tcco di pan nero
strada e lo salutarono,
sotto l'ascella, e
il

coltello in

una mano,

un

pizzico di sale nell'altra che teneva col

mezza cipolla palmo in

su,

andava masticando lentamente un boccone, le gli occhi abbacinati dal sole, ftti nel vago dei campi davanti a s l'altro, giovane sulla venticinquina, teneva sospeso tra le gambe piegate un fiasco
gote gonfie e
;

494

SOFFICI
d'acquerello a cui stava per attaccarsi, avendo finito
il

pasto.

Il

terzo,

uomo
altri,

di

mezza et

e pi

sgobbone e

pi povero degli

seduto sulla giubba rinfagot-

tata che gli serviva di cuscino, a cavalcioni sul

monte

della breccia e sul naso gli occhiali a visiera che gli

difendevano
il

le

pupille dalle scaglie balzanti di sotto

martello, seguitava a picchiare sui ciottoli di vivo

alberese, senza alzar la testa nera e grondante di su-

dore,

nell'ombra corta di
rese loro

un
il

frascone di quercia, pian-

tato nei sassi dietro alle sue spalle curve.

Lemmonio
cale.

saluto con cordiaUt ami-

Quei

tre uomini,

con

la loro sobriet,

con

la forza

dei bracci nudi, abbronzati dal sole, e la resistenza fe-

roce al lavoro e alla pena, rappresentavano per lui

una

lezione solenne di viriHt dura al compito, fortificai prototipi di una razza, da mighaia e migliaia d'anni, e sulla quale si poteva sempre contare ogni volta si avesse da edificare o da distruggere. Certo, egH non aveva l'idolatria della plebe sapeva benissimo che dove non c' coscienza non c' merito n virt vera, che se costoro, per esempio, sembravano accettare coraggiosamente la rigidit del loro destino, non era per le stesse ragioni per le quaU egli accettava il suo, forse ancora pi' in-

vano

le

sue speranze. Erano

la sua, intatta

clemente, e che, senza dubbio, nella torbida profondit


dei loro animi, boccheggiava loro simili del
tutti
i

il

mondo
i

intero

una
;

viscido ideale di tutti

casetta, la ciccia

giorni e

fgHoli agli studi

ma

intanto lavora-

vano in

bevevano acquerello ed eran sani. Nei paesi dov'era stato non aveva trovato nel popolo
silenzio,

questa vigoria, simile a quella dei terreni incolti.

Mentre stava rimuginando dentro

di s questi e

495

SOFFICI
simili pensieri,

s'abbatt di nuovo in

qualcosa che

venne a corroborare le sue considerazioni. Per accorciare il cammino aveva preso una viottola erbosa fra due filari d'ulivi e che lo condusse sull'aia di un contadino. Un canuccio nero che dormicchiava tra' covoni di un pagliaio marimesso, destato dal rumore dei suoi
passi sullo sterrato, gli
si

precipit incontro
lo arrest
1
:

di corsa

abbaiando ;

To', Puce, qui


Era una voce
di

ma una

voce
!

cuccia

donna e veniva di sotto il portico della casa. Lemmonio si volse da quella parte e vide accoccolata sugli scalini dell'uscio una giovane sposa scalza che dava latte a un bambino. Dal giacchetto a righe rosse e nere sbottonato usciva una mammella bianca che il poppante premeva affondandovi tutto il piccolo pugno chiuso. Quand'ella vide che lo sconosciuto le si avvicinava arrossi un po' e con la mano si copr ma non cos bene che di fra le dita scostate non si potesse vedere, sotto i labbrucci del bimbo, il cerchio del capezzolo largo e bruno come una medagUa
;

di

bronzo. Poi, levando la faccia florida illuminata

da due occhi

Non

neri, profondi e sereni

non ho paura ridendo e si ferm a pochi passi da lei. Unicamente per udire ancora la sua voce che era
!

Oh,
;

c' pericolo

sa

disse non morde rispose Lemmonio sorall'aia co-

bella, e per avere agio di

dare un'occhiata

perta d'erba al sole, al portico ingombro di botti, di


tregge, di stoie, di vecchi gioghi e d'aratri sospesi alle

travi del tetto, le


fosse
se la

domand se quello che allattava un bambino o una bambina, quanti mesi aveva, raccolta prometteva bene, da quanto tempo eran
496

SOFFICI
su quel podere e chi fosse
il

loro padrone.

Essa rispon-

deva garbatamente;
che
si

ma ad un

tratto

d'ascoltarla, subitamente distratto

Lemmonio cess da una commedia


casa dietro
le

svolgeva DelFoscurit della

sue

spalle.
quelli,

Due altri bambini, suoi probabilmente anche un maschiotto di forse qua ttr 'anni, e una fem-

terra in
loro, e

mina che non ne mostrava pi di due, eran seduti per mezzo di cucina, con un tegame di pappa fra
mangiavano.
serio,
il

Serio

pi grandicello andava caricando


di stagno,

del paston del

tegame un cucchiaio enorme


lo

che teneva a due mani, e se


poi, ricolmatolo, lo

arrovesciava fra' denti;

presentava alla pi piccina. Questa,

col culo

verso, apriva la bocca


fin

nudo sull'ammattonato e il bavaglino di tracome un merlotto, pi che poteva,


fratello,

che

il

senza badare n ai suoi occhi strabuz-

zati e pieni di lacrime, n al suo viso paonazzo,

non

vi

avesse cacciato a forza

il

cucchiaio sino al manico.


si

Senonch, l'apertura ne n'allargarsi


e
il

faceva pi bassa,

labbro superiore facendo da rasiera ricacciava incos a colar per

dietro ci che sopravanzava l'orlo del cucchiaio e che

andava
di

il

mento

della disgraziata, sul

suo grembiulino e per terra. Questa pioggia succulenta

zuppa aveva

attirato

un

galletto spelacchiato e un'ail

natra, ai quali s'era aggiunto

cane ritornato a coda

bassa dall'aia. I tre animali, qual pi qual meno impronto e coraggioso, si accalcavano intorno al tegame,
beccandosi, spingendosi, facendo a gara a chi prima
raccattasse ci che traboccava dal cucchiaio, e nell'ac-

canimento della mischia non era raro che le zampe, le ali e anche i becchi e la lingua si trovassero nella pappa.

497
^2

Poeti

d''o-

SOFFICI

La madre,
nio, s'era

la quale,

seguendo

lo

sguardo di

Lemmo-

pure voltata, stette un minuto a guardare


quello

anche
testa;

lei

sbrodolio

sorridendo e scotendo la
i

ma

alla fine si alz per sgridare

figlioli

e scac-

ciar le bestie.

Porcelloni
!

Guarda che bel lavoro


sopraggiunse un

Scio

sci

!..,

Passa via, l
In quel

momento

uomo curvo

sotto

un

fastello di lupinella fiorita.

Travers Taia in fretta,


di

col cappello fra' denti, e spar nella stalla aperta d'un


calcio, e di

dove usci

il

mugghio
il

un bove
fece la

una

tan-

fata calda di concio.

Ora, ora

Ecco

babbo

donna con

un gesto

di finta minaccia,

mostrandolo
si

ai bimbi.

Ma

essi,

invece di aver paura,


gli occhi,

rallegraron tutti

cercandolo con
entr in cucina,
braccia ridendo.

e quand'egli,

dopo aver

ri-

chiuso l'uscio della stalla e salutato lo sconosciuto,


si

rizzarono alla meglio e

gli teser le

Il

contadino, un giovane bruno, tarsi

chiato e sveglio, di forse trentacinque anni,

sed sur

una panca vicino a


di stoppa, se
il

da terra come paUe rec a cavalcioni uno per ginocchio e


loro,
li

sollev

cominci a

farli saltare

per divertirli

Cavallino, arr, arr,

Piglia la biada che Piglia


i ferri

ti

do,

che

ti

metto,
Galletto....

Per andare a San

Lemmonio Boreo consider ancora un


quella festa
e.

istante tutta
e

quella salute fiorenti nel sudiciume

nella miseria, e poi se ne

and portando con s una

498

SOFFICI
nuova ragione di fiducia. Anche costoro, come gli stradini, dovevano aver dicerto i loro bravi difetti dovevano essere un po' ladri, un po' avari, un po' seralmeno per gli estranei vili, molto duri di testa e di cuore; tuttavia, non era quella una specie di fata:

lit

inerente
famiglia,

al
la

loro

stato,

ma

che l'attaccamento
Quella donna

alla

semplicit dei costumi e Tadempi?

mento
bella,

del loro dovere conpensavano

pudica e amorosa, quell'uomo forte e operoso,

e quei
gri,

bambini

dalle carni dure, belli anch'essi e alleagli occhi di

rappresentavano

Lemmonio una

pre-

ziosa materia di cui i geni della sua razza avrebbero sempre potuto servirsi per le loro opere d'arte o di
vita.

Datemi un una buona tela .

tale ordito

pensava e

si

far

{Lemmonio Borea).

LA VACCA.
14 dicembre.
Sulla strada invernale, gelata all'ombra della siepe
pallido sole dimoia dove batte, cammina un vecchio contadino bistorto traendosi dietro per il capestro una vacca nera. Essa lo segue lentamente e come a mahncuore, dondolando il gran corpo ossuto, soffiando fumo dalle narici umide, l'enorme poppa vuota che sbatte dall'una all'altra gamba e nel ventre, e un ferro schiodato che crocchia

nuda,

ma che

il

faticosamente

sui sassi.

Ogni tanto s'arresta insospettita, abbassa

il

499

SOFFICI
collo, fiuta
il

fango, o d'un lancio improvviso

si

pianta

attraverso alla via.

si ferma con una sporta dietro alle rene e un ombrello d'incerato verde

per la un altro
il

monta, galantuomo

contadino che arriva e

sotto

braccio. S'avvicina alla bestia e le scosta per

forza la coda.
fra le

La vulva rosea geme e boccheggia, avida, due coscie magre inzaccherate di buina verdiccia. Eh l' in punto la porcona !... Arrivederci,
1

capoccia.

mente
di

La vacca si scrolla, mugge, e si rimette pesantein cammino. Essa non sa nulla n di pudore n lazzi immondi n di nulla. L' hanno cavata stamani
dove mangiava e digruil

dalla sua stalla afosa e buia

mava da un
come
in

anno, e ora

cammina per

mondo

ignoto

uno stupore luminoso. Quell'uomo gigantesco che la tira con la sua fune per le corna ricurve, potrebbe averla venduta e menarla al macello essa non lo sa. E non sa nemmeno ch'egli la conduce invece
:

verso l'amore, verso

il

caldo,

il

gagliardo,

il

vittorioso

amore che pure oscuramente brama.


{Giornale di Bordo).

TRE PAPERI,
3
g't'^g'^^o.

Tre paperi intorno a una pozzanghera formata un acquaio, tuffano il capo e mezzo il collo nella melma nera, viscida e pestifera; ne prendono un sorso, e levando la testa in aria, schioccando la lindallo scolo di

500

SOFFICI
gua, battendo
il

becco con un suon di nacchere, a occhi


critici artistici e let-

chiusi; beati, la centellinano dehziosamente.

Oh, immagini vive dei nostri


terari
!

Ojetti, Pica,

Domenico Oh va

gh

altri.

{Giornale di Bordo).

DUE

CARCIOFI.
i6 aprile

Non
che
la

vorrei

fare

del

campanilismo,

ma

soltanto

considerare la grande differenza fra questi due carciofi

serva ha portato in casa stamani.


:

Diversissimi
Il

uno napoletano

e l'altro d'

Empoli.
pro-

napoletano chiaro, rotondo, spampanato come


gioviale, e pieno di magnificenza

una

bella rosa;

galantuomo affettuoso, cordiale e carico di ricchezze onde ogni amico potrebbe fruire senza nessuna cerimonia. Un
mettitrice. Si direbbe
di

una cara facciona

carciofo ideale.
L'altro, l'empolese,

gro, ispido, di color livido, pare

un mostro in confronto. Maun cardo selvatico. Le


si

sue foglie lunghe e strette


all'altra

stringono l'una addosso


si

come gente rozza o taccagna che

vergogni

o che abbia paura d'esser defraudata d'un centesimo


e

ognuna porta in cima uno spino che guai a toccarlo. Immagine viva dell'aridezza e dell'intrattabilit. Proviamo per a sfogharli. Strappo le prime squame al meridionale, e ne trovo altre pi bionde, pi tenere ma un po' stoppose,

invero, e senza sapore. Pazienza

le foglie

sono molte.

501

SOFFICI
e
il

buono sar sempre abbastanza. Strappo ancora.


;

Il
il

terzo strato anche pi appariscente del secondo

quinto del quarto,


sipido,

mo
glie

sempre tuttavia. Non nulla strappiamo, strappiaE ecco un poco di sostanza ma


il

settimo del sesto


fa
;

in-

infatti,

le fo-

rimpiccoliscono digi, ammenciscono, rinsciocchi-

scono....

Al decimo strato non son pi che petali di


!

pisciacane tisico. Strappo anche questi, e

trovo un buco scialbo circondato


Del toscano, invece, persino
le
:

di peluria

diavolo vana
!

prime, delle foglie,

hanno Tattaccatura grassa e saporosa. Delle seconde, quasi la met mangiabile il terzo e il quarto strato sono deliziosi, e pi si va verso il centro pi la
gioia del ghiotto completa.
poi,

Del centro, del cuore,


si

che dire

^-

di questo

grumolino compatto, verritrovano


?

gine,
tutti

ambrato, tenero e scricchiolante, dove


i

sapori, gli odori e le freschezze della


:

primavera
;

Ripeto

non intendo
due

fare
;

del campanilismo

allusioni letterarie o filosofiche


voialtri che questi

ma

n non pare anche a

carciofi,

che questo contrasto,


dire

queste apparenze e queste sostanze, suggeriscano alla

mente

analogie....
....

superiore

analogie....

come

?...

d'ordine

{Giornale di Bordo).

PIOGGIA D'APRILE.
Bonistallo,

1 aprile.

Pioggia d'aprile

Scendimi

sulle

palpebre socchiuse,

come un miHone

di bianchi

baci di giovinetta.

La mia

50:

SOFFICI
bruna aperta nello spasimo della gestazione. Con volutt^ come fanno le raganelle in delirio tra il pacciame laggi dei fossati. Le mie labbra ti bevono, pi avide delle foglie nuove un p* sorprese della tua carezza amorosa. E questi profumi vagabondi di fior di fave, di trafogliolo appena nato, di candide corolle erranti per il frutteto Tuffo la mia mano feminea nel grano rigoglioso
carne sana
ti

riceve

come

fa la terra

della proda, e

il

fresco dei

fili

stillanti

mi

fa rabbrivi-

dire deliziosamente.

Dolcezza di vivere, di camminare, di sentirsi ancora giovane !...

Apro
nel

gli occhi. Sulle colline tutt'

intorno, inzuppate

d*umidit,

pende

il

tedio di una bigia

nuvolaglia

mio cuore s'alzano ombre d'antiche tristezze. No, no! Coraggio, cuorq troppo appassionato: imita
:

questo ramoscello di fogliallegra


e apriti per
il

goditi questa frescura

caldo sole di domani che vestir di puro

splendore ogni cosa

e anche

te.

{Giornale di Bordo).

VIA TOLEDO.

Via Toledo, presso


scolo,

il

tramonto, una zona di sogli ori del

gno, un canale di felicit trascinante


il

crepu-

carminio del cielo caldamente appoggiato sulle


verdiure
s'

bionde

passano e

Vomero. L'eleganze, gli amori incrociano fra uno scintillamento infiamdel


i

mato

di cristallerie e di sorrisi, lungo

marciapiedi.

Correre mollemente assisi in questo gurgite allegro di

503

SOFFICI
vita meridionale

una
il

gioia di cui porter

con me

l'a-

moroso

ricordo.

Pu

darsi che

molle tepore del corpo di Lina

strettamente seduta fra Stella e


delle sensazioni.

me

arricchisca la forza

mi

illanguidisce

un fatto che una specie d'ebbrezza tutto come se una speranza sproporzioToledo costellata dei
primi lumi
-

nata mi premesse sul cuore


Risalita la via

notturni, la nostra vettura, dietro ordini e cenni di Lina,

imbocca

vie,

viuzze e viali che

mi sono totalmente

sconosciuti, dove

una vita

varia, alternativamente po-

tente e sfarzosa o indicibilmente miserabile, caotica

ma

sempre gaia, brulica e fluisce come a zone e correnti. Fra casupole infette, lungo fabbricati d'aspetto amministrativo, rasentando palazzi e monumenti d'oscura
eleganza antica, di complicata ricchezza.
Lina, sdraiata sul cuscino accanto a me, a contatto
stretto d'anche e di spalle, la sua piccola

mano inguan-

tata di nero nelle mie che la carezzano e la riscaldano,

va ritrovando a poco a poco l'animazione per un momento perduta, ed il suo giovine viso tutto una festa. Non so se questa giovent che mi comunica sia un suo privilegio costante o l'abbia trovata, almeno in questo grado, al contatto del mio spirito. Comunque, per me un piacere vivissimo osservare i suoi occhi allegri, la

sua bocca ridente, tutta

la

sua persona agile

e piena di fremiti.

Fra motti arguti e risa, abbiamo cosi traversato una gran parte della citt, finch, arrivati a una specie di gran piazzale deserto, il vetturino ha infilato un viale in salita fiancheggiato d'alberi e di ville. La
notte gi scesa frattanto, e noi

montiamo per

gira-

504

SOFFICI
volte

nell'ombra profonda degli

alti

frascami, tra

il

profumo Di fra le

forte delle piante esotiche e dei tigli in fiore.


radvure, dei tronchi e dei rami, per disopra le

siepi di lauri e gelsomini, scorgo

a tratti

chiarori dei

quartieri bassi, la spera lucente del

r immenso abbraccio del


cello
s'

golfo.

mare disteso nelOgni tanto da un can-

intravede

il

mistero di qualche viale in fondo


le

a cui biancheggian

mura

di

un

palazzo, brillano

lumi dalle
la
,

finestre e dalle porte aperte nel fresco buio.

Lina mi dice
Villa reale,
il

nomi Museo
i

delle ville, dei


;

monumenti

ma

tutta la mia sensibilit,

ora, per le grandi cortine di rose che indovino traboc-

canti dai muri e dalle ringhiere, per questo vivo scenario di giardini, di cielo stellato, di

mare

e di luci, im-

moto
vera.

come
!

estasiato nel caldo amplesso della prima-

Oh

viver qui senza pensiero, senza intelligenza,


forza dei sensi nudi, lazzarone

con

la sola

supremo,
filosofie.

prodotto di migliaia d'anni d' ideaUsmi e di

Anche l'amore sarebbe

superfluo, e basterebbe questa

perfetta salute del corpo in armonia con la meravigliosa e inutile splendidezza del tutto.

Siamo

arrivati al culmine dell'altura


lo

donde
il

l'oriz-

zonte pi vasto e
Alle parole di Lina
e dura.

spettacolo pi soggiogante ancora.


alle

come

mie successo

silenzio,

Discendendo per nuovi meandri, ogni scossa della neanche rendercene conto, ravvicina sempre pi le nostre membra vinte siamo
vettura, secondata senza
:

quasi l'uno sull'altro, riuniti in

un bacio che non

so

se sia di passione o d' infinita tristezza.

Ho

ricondotto a casa Lina a tarda notte...


{Giostra dei Sensi),

505

SOFFICI

PISTOIA.

Si rijposa a Pistoia
bile

come

tra le braccia di

una no-

campagnuola. C' un profumo d*erba e di terra

misto a quello di antiche essenze, di bissi toscani, di


nobili segretezze amorose, di panni ecclesiastici e curiali,

L*aristocrazia dei palazzi e delle chiese sta molto

in pace con le ragazze frenetiche del cinematografo,


le

reclute grigioverdi del 96, e Tautomobile che fa

il

servizio per Prunetta.

Pistoia

si

mangia nebbia

e oro.
si

Certe giornate di bigio morto, altrove

potrebbe

spegnersi nello spleen, tramar suicidi e tragedie,


ledire
il

maci si

destino

come

colleghi del Deposito.

Qui

grgiola nella tranquillit delle ore, inzuppati di

umi-

dit lungo

giardini a terrazza, nel fango del Viale

dell'Arcadia, accanto ai caloriferi dell'Accademia degli

Armonici, del caff del Globo.


Si aspetta
sole par di vivere

il sole a pie fermo. Perch quando c' il sereno ed in un diamante incastonato.

il

Aurore fredde e lucide lungo gli Spalti, non vi dimenticher mai. Le case nuove, i tetti rossi, la fila dei
fini

pioppi per la pianura tra

fischi e

il

fumo

dei treni

506

SOFFICI
e la sorpresa della

neve raggiante sull'appennino spo-

sato al cielo di azzurro lumiera.

uomini si mettevano al passo di corsa per riscaldarli si ordinava la ginnastica col fucile e le fanma erano cos ciulle del popolo scoppiavano dalle risa
Gli
:

belle

che tutti perdonavano.

La

sera, la pi

grande

felicit di girellare, di cionle

dolare sui marciapiedi caramellati di sole. Per


centrali, in mercato, per
i

vie

vicoli spopolati.
si sale

Intorno alla
nei sogni
si
;

Piazza del

Duomo
s'

si

scende e

come

a ogni voltata

incappa in un laberinto,

ma

trova

sempre un'uscita fiancheggiata d'archi, d'urne e di marmo, e di fior di camelie. Finch si sbocca nel Corso Umberto I dov' quell'altissima palma a ridosso a una
casa gialla, e

due signorine affacciate alla finestra per respirare un caldo odor di gaggia e di minosa.
le

Ma
zini.
le

l'ora pi deliziosa al crepuscolo in Piazza


stelle liquefatte,

Mazgiran

Intorno aUa vasca piena di

coppie amorose, senza rumore. In mancanza d'aiuole

ci

son

le

panchine di pietra muscosa dove


le

ci si

pu

quasi distendere per un lungo bacio. Gli amici passano

accanto e non riconoscon mai. Tutt' in giro,


siscon di voci e lampeggian di liuni,

case bruil si-

aumentando

lenzio e l'ombra del giardino. Dalle caserme intorno,

arriva l'eco confusa della Ritirata, quella sublime del


Silenzio.

507

SOFFICI
Il

busto bianco di Nicol Forteguerri mira sorpreso

quello di Gino cui

manca
l'

il

naso.

Chi sa gustar Piazza Mazzini


si

ironia delle emozioni semplici, in


il

dimentica

mondo. Chi
il

preferisce

ubriacarsi di malinconia

pu

risalire

piccolo prato in

pendio fra

le

piante folte, vivere bonariamente in


si

un

dipinto di Durer. In cima allo scenario


pio alla greca,

trova un tem-

un frontone

triangolare sorretto da quat-

tro colonne corinti odoriche.

Un cancello

di ferro a

buon

mercato chiude la tenebra degli intercolunni. Ci si appoggia commossi alle sbarre e si scruta il mistero. Non
c' nulla.

Due metri pi in l della muro senza porta o finestra.


Si

facciata c'

un rozzo

pu

pigliar per

A
che
loro
il

Pistoia la notte

un simbolo, se si vuole. muta e casta. Le belle ragazze


respirano con innocenza
la citt

giorno portano in giro l'eleganza ardente delle


nel

membra amorose,

tranquillo sonno.

anche

dorme,

cos, distesa

nella pacifica vastit del piano e del cielo, appoggiata


all'origliere di

neve dell'Abetone.
turba
la

Soltanto la corsa e l'ansimo incessante dei treni


diretti al sud, al nord, al fronte,

grande pace

come un sogno troppo avventuroso.


{Giostra dei Sensi).

GIRO.
L'ultimo verde d'una stagione che sembra non voler

pi esistere che per

l'artificio delle pitture dei lirismi

si allea al

bigio di tutto e del cielo per creare

pana

di silenzio circolare di finis vitae

una camappena iner-

508

SOFFICI
nata da uno del sanguine

zirlo

di pettirosso tremulo sullo stecco

Le cornette
i

di

una speranza guerriera caracollante

di vittoria in vittoria le dovizie le grandezze di tutti

generi le glorie

di una esistenza come ce l'avevano


il

promessa
ciute

libri gli eroi

sangue troppo fervido

ta-

Tra siepe e siepe si tratta invece di un altro festino. Sparire in quanto organismo corpo intelletto e stemperarsi

sensibilit

autonoma

nella

nomeno mera musica


della terra dell'erba

e luce

impassibilit del fe-

Unica saggezza e gioia matura aderire

alla logica

muta

di quest'acqua corrente torta

zebrata d'azzurro. Pi delicato del giglio ricevere


geroglifici della

stimmate del vento i In quanto alla volont non pi che una memoria troppo contenti se le gambe consentono cronica di compiere il giro del panorama il circolo delle meraviglie. La funzione dei sensi come nelle et prime nel bagno dei colori dei suoni dei profumi e l'amore

canzone

le

elementare delle bibbie

La casa
fiore

rossa del contadino

stupisce pi di
colli

geometrico sulla centina dei


il

un

la

ciminiera

sventola

vessillo di

fumo

delle industrie senza di-

sdire alla formula del paesaggio la povera gente sa-

luta
alla

il mistero come se non avesse nulla da chiedere maest del mondo Se non fosse una curiosa mancanza di voce si po-

trebbe cantare

Con
Per

questi
le

pampini d'autunno campagne e* l'oro a staia

509

SOFFICI
oppure

La

contentezza delle piante

Inzuppate di fredda pioggia

Sono inzuppato di

felicit

Come

le

piante bagnate dei giardini

Ma

si

preferisce dissolversi
il

di passeri impres-

Piuttosto

rombo

siona sinistramente

di

un volo

Stagnare con un gusto di cenere e nebbia nell'urna


di pietra muffata dritta sulla colonna del vecchio cancello
Il

padronale
giro

compiuto Pi innanzi

si

troverebbe
(Bflzf^i^)

il

nulla

510

ENRICO THOVEZ
nato a Torino nel 1869 di famiglia savoiarda da duecento anni Ha scritto fin da giovane in giornali critiche let-

in Piemonte.
terarie

ed artistiche. Ora direttore della Galleria Civica

d'Arte Moderna di Torino. Dipinge ed ha esposto a Venezia ed a Torino.

COLLABORAZIONI.
Gazzetta Letteraria (Torino e Milano), Corriere della Sera (Milano),

La Stampa

(Torino), Resto

del Carlino

(Bologna).

Gazzetta del Popolo (Torino).

OPERE.
//

Poema

dell'Adolescenza. Torino, Streglio, 1901.


il

Il Pastore,

Gregge

e
;

la

Zampogna. Napoli, Ricciardi, 19 io

(2* edizione,

Mimi

3* 1919). dei moderni. Napoli, Ricciardi, 1919.


191 1

CRITICA.
D. Mantovani. Letteratura contemporanea, Torino, 1906. G. A. BoRGESE. La vita e il libro. Torino, Bocca, 1913. B. Croce {La Critica, VI. a. Vili, fase, i 2, e 5). A. Graf {Nuova Antologia. lo Marzo 1910),

Pancrazi [Resto del Carlino, 4 luglio 191 9). E. Cecchi {La Voce, 1910, n. 19).
P.

511

THOVEZ

FANTASMA.

La neve
Mi un

scese

si

stende attorno, uguale, infinita.

siedo qui: tutto tace.

tutto gelo, candore

intatto e uguale, silenzio. Laggi dal fondo del piano


fil

di

fumo
;

si

leva in lente spire per l'aria,

vanisce in alto,

si

perde nel vuoto immenso

la pace,

r infinito me pure 1* immensit chiama a s. Sono venuto, son solo, qui, a te, per te son fuggito. La casa chiusa nessuno. Nessuno va tra le aiuole, tra i tronchi neri. La neve pende da gli alberi morti... Tu dove sei ? Chino il capo, tendo l'orecchio, le la:
:

[grime

mivelan

gli

occhi: tormento, sospiro, o amore, ove sei

{Poema

dell'Adolescenza).

GRIDO DI DISPERAZIONE
DI

UN MATTINO

DI PRIMAVERA.

questo canto

di libert:

il mio inno mi divido da tutto

il

resto per sempre.

Voglio esser semplice e grande

come

la stessa natura,

parlarne con voce nuova,


cielo azzurro e la terra

sentendo in tanto orizzonte


d'essere
l'

intimo vincolo tra

il

Voglio che tutto qui esulti

512

THOVEZ
ci che

mi scuote

mi inebria d'una

vertigine

il

lampo

di questo azzurro vibrante,

e questo sole che schiaccia, la bianca strada che abbaglia, e le colline lontane

oh ed

cos cernie e dolci


il

e questo trillo d'uccelli,

fulmineo fruscio

del ramarro entro la siepe, l'acerbo verde stridente e l'allegrezza novella


della

prima ombra

di frondi

voglio

chiudervi un

[mondo,
e la

mia anima e il mio tempo e le nuove speranze ed


il

il

bramoso tiunulto

di nudit sotto

sole,

di sciolte vesti, di busti fiorenti, d'occhi stellanti,

e questo roseo vapore di vaghi peschi fioriti,


il
il

ronzo enorme d' insetti,

brulicar della terra,


il

ed

rumor d'una zappa qui dentro


alle

il

nTuro dell' orto,

e queste risse d'uccelli,

rapidi in
la

mezzo fiamma verde


i

rame bianco
il

fiorite sui

muri,

del grano

di tra

filari, e,

lontano,

grido strano del cclo

ma
il

sopratutto l'odore,
di caprifoglio fiorito,

primo odore struggente filtro d'amore alitante

per l'aria calda^ che inebria di struggimento amoroso

Anima mia,

ti

ritrovo

nel tuo selvaggio vigore in questo


di partoriente natura,
fra questo roseo

immenso tumulto
in fiore agitata

fantasma di terra

in

un confuso

rigoglio.

513
r>^-j.-

THOVEZ
Oh non mi
di penetrare
il

struggo pi

il

cuore
:

segreto di quelle vite


fiori
:
:

mi basta

viver coi prati, coi


trarr da

me solo tutto se un mondo immenso qui


di

Che cosa pi mi sorride i rami nivei sull'erba ?


sul verde
flutto

Natura mi accoglie in me. un melo in fiore che stende


la

dell'erba lucente e

mossa

dall'aria

o di
di

una chioma di rosa un esil pesco fiorito, percossa

e accesa dal sole

o dell'andar cos libero


a giacca aperta pei prati, nel vento caldo, fiutando
l'odore molle dei meli,

mentre che i petali candidi cadono in placidi e merli, upupe, usignuoli,


fischiano,

giri,

tubano, trillano, pazzi di gioia,

infiniti

accoglier questa gran luce


il

negli occhi, e

sole nel sangue, e l'ebbra gioia nel cuore,

dinanzi ai vasti orizzonti,


sotto l'azzurro tramato da nivee reti di rami
e di fiutar con diletto
l'odor del rustico pane presso le case, e sognare
?

un'ampia vita serena, qui dove tutto una festa


di aerei penduli fiori
?

di fiori,

pompa

di fiori,

qui dove

il

prato mi grida di rotolarmi nell'erba,

e la bellezza

scoperta agli occhi, e


e di

mi balza mi assale come un furor di dipingere

plasmare e improntare

tutto dell'ebbra mia mente, della mia ardente visione,


poi eh ' la

mia primavera

{Poema

dell'Adolescenza).

514

THOVEZ

QUANDO ERA
Quando
che gi
e

IN FIORE IL CILIEGIO.

era in fiore
si

il
i

ciliegio, le

allungano

giorni, si

prime sere d'aprile, cena gi senza lume,


io, fanciullo,

conversavano

gli altri

nell'ombra vaga,

la notte chiara.

venivo cauto al balcone. L'aria era tepida e dolce, Nascosta, la luna nuova cadeva
le

a dietro, scema, imbiancando

case a fronte e

il

cortile.

Qua

e l brillavano lumi, finestre stavano aperte,


le

vedevo dentro

stanze.

v'era

un senso

nell'aria

tra dolce e triste,

un languore

indefinito e profondo.

Io stava assorto

guardando muto.
{Poema
dell*

A dolescenza)

SOLE D'OTTOBRE.

Il

sole giallo d'ottobre


!

m'

cos dolce

Non
le

scalda quasi

lo

cerco tremando.
:

cave vlte dei boschi ingiallenti ardono d'oro, divampano violentemente al tramonto. Mi par che l'aria sia anch'essa pi tenue e rara....
Ferisce obliquo

{Poema

dell'Adolescenza).

515

FEDERICO TOZZI
nato
il

IO gennaio 1883, a Siena.

alle Ferrovie, si

occup di agricoltura Messaggero della Domenica.

Autodidatta. Fu impiegato ed stato redattore del


;

COLLABORAZIONI.
Eroica (Spezia), Giornale di Sicilia (Palermo), Il Tempo (Roma), // Giornale d' Italia (Roma), // Giornale del Mattino (Bologna), Noi e il Mondo (Roma), L' Illustrazione Italiana (Milano), Nuova Antologia (Roma), Rivista d' Italia (Roma), Giornale dell' Isola (Catania), Messaggero della Domenica (Roma), Il Resto del Carlino (Bologna), Rassegna Italiana (Roma), La Ruota (Roma), Le Cronache d'attualit (Roma), La Grande Illustrazione (Pescara), L'Italia che scrive (Roma).

OPERE.
La zampogna La Citt della
Con
Le
verde.

Ancona, G. Puccini, 191 1.


191 7.
1919.

Vergine. Genova, F. Formiggini, 191 3.

Bestie. Milano, Treves,

gli occhi chiusi. Milano, Treves,

tre

croci. Milano, Treves,

1920.

CRITICA.
G. ViLLAROEL {Giornale
L. Fiumi [L'Adige,
dell' Isola,

febbraio 1918).

novembre 191 7).

516

TOZZI
G. Papini {Mercure de France, luglio 1918).
P.

Pancrazi

(//

Nuovo

Giornale, aprile, 1918).

G. Bellonci {Il Giornale d* Italia, febbraio 1914 e marzo 1918) A. Baldini (L* Illustrazione Italiana, luglio 1918).
(/ libri del giorno, marzo 1919). Pirandello {Il Messaggero della Domenica, 13 aprile P. Pancrazi {Il Nuovo Giornale, Maggio 1919). S. Gotta (/ libri del giorrio, aprile 1919). M. Puccini {Il Paese, 17 aprile 1919). F. M. Martini {La Tribuna, 20 maggio 1919). A. Negri {U Illustrazione Italiana, 1^ giugno 1919). V. Lugli {Rivista di Milano-, giugno 1919).

D. GiuLioTTi
L.

1919),

F.

Paolieri {La Nazine, 20

luglio

1919).

A. Albertazzi {Giornale di Sicilia, 27 luglio 1919). G. a. Borgese {L* Illustrazione Italiana, 17 agosto 1919).

G. Prezzo LI NI {Rivista

dJ Italia,

settembre 19 19).

LA FARINA.

La
e

farina
le

Masa sapeva bene quel che


;

la farina
alle

quanto

costasse

la farina

che

le si

attaccava

dita, chiusa nella

madia con un rispetto quasi fanatico. pane come un ragazzo di montagna si mette in bocca per la prima volta un pezzo di dolce ed ha paura di finirlo troppo presto. Senza toccarlo con le labbra, tagliandolo a morsi, con un movimento ammodato di tutta la bocca, lo inghiottiva con
Mangiava
le fette di

gli

occhi fermi su quello che stringeva tra

le

dita

con una gamba sopra Taltra.

La

farina era
:

lei

stessa e tutta la sua famiglia.

Ciacco diceva

Non siamo

fatti di

pane anche noi

517

TOZZI

quando

ficcava

il

braccio

di grano, per assicurarsi che

nudo dentro un sacco non fosse riscaldato, pa-

reva che tutti

chicchi volessero andarglici attorno.


:

Masa

gli

Ci sono entrati Sarebbe meglio


arrossiva
;

chiedeva

farfallini

che

si

rompessero

le

costole

te.

Masa

ma

era contenta.
{Con
gli occhi ciiusi).

IL CASTRINO.

Domenico faceva castrare


a' Meli
;

tutte

le

bestie di Poggio

e gli assalariati ci si divertivano

con un'

iro:

nia che Ciacco e

bene

cos

Masa credevano per la loro nipote non si muoyeranno da casa E


!

poi ingrasseranno di pi.

Qualche volta

ci

erano dieci o dodici galletti accap-

ponati, mogi, che beccavano di

mala
i

voglia,
vitelli

con

le

penne insanguinate
dalla castratura,
Il

nella

stalla,
gli

intontiti

afflitti,

con
i

occhi pi oscuri e tetri.

cane disteso su Faia,


sopra
occhi sempre aperti.

gatti silenziosi e immali-

gniti, rincantucciati

il

carro e dietro

le

faste Ila,

con

gli

Ora, ad una gatta, fece scegliere soltanto un


lo

ma-

schio, per tenerlo alla trattoria. Il castrino lo prese e

mise con

la testa all'
;

ingi dentro a

un sacco

stretto

tra le sue ginocchia

con un
l

coltellaccio tagli di

colpo.
poi,

La

bestia fu per restare

dentro, arrembata
si

miagolando, salt a spar non

sa dove.

518

TOZZI

Ecco S' ricordato C' voluto poco da vero


fatto.
!

tardi di miagolare

risero, ammirando. Domenico, tenutosi alquanto discosto, anche per


il

esagerare

Quanto devi avere Una troppo Una Mi dia quello che vuole.
?

ribrezzo, disse

a quell'uomo

lira.

lira

Tanto con

lei

bisogna

fare a

modo
;

suo.

di

dopo un attacco e i suoi occhi cisposi lagrima vano sempre. paralisi - Ti d mezza Hra e verrai a mangiare un piatto
Gli era rimasta la bocca storta
;

di spaghetti alla trattoria.

gli

cont
li

soldi.

L'uomo

tenne un
;

momento

nel

palmo

della

mano,

quasi pesandoH

poi,

facendo una smorfia di scontento

maHzioso, se

li

cacci in tasca dopo aver guardato che

non

fosse rotta.

Almeno che

gli

spaghetti siano abbondanti

girati gli occhi attorno agli assalariati,


riuniti. per far colazione,
;

che

si

erano

tocc

il

ventre di Do-

menico

dicendo

Ecco come ingrassano

ricchi

Ma
si

gli assalariati fecero fnta di

non udire
?

e Carlo

mise una

vedere

Dove sar andato gatto Vuoi che vada a Lascialo quando avr fame torner. Non morir mica domand castrino. impossibile lecca finch non
il

mano

su

le

labbra. Pietro chiese

fare,

al

si

la

ferita

rimarginata.

Per medicarsi sono pi bravi di

noi

519

TOZZI

E
di

parlarono delle altre castrature, specie di quella


;

Toppa che abbassava la coda tra, le gambe e ringhiava quando gli altri cani gli si avvicinavano. Tutti s'erano voltati verso la bestia, che s'allontan come se
avesse capito.
salariati

Ma

torn subito a dietro, perch


dai

gli as-

mangiavano, chiacchierando

loro

usci

aperti l'uno di fronte all'altro sul piazzale; mentre le

donne terminavano le faccende di casa. disse Attingimi una brocca d'acqua, Adele Carlo avanzandosi da dove era. Ella obbed ; e lasci la brocca sul pozzo mentre la

molla della catena oscillava ancora.

Le avevano tenuti
duro.

gli

occhi addosso; e poi, ad uno


le

per volta, bevvero e intinsero

loro

fette

di

pane
opi-

Muovendosi per
il

il

piazzale

si

scambiavano
;

le

nioni relative ai loro lavori campestri

attenti

quando

padrone, andato a vedere

le

vacche, tornasse.
briciole, aril

Pietro stava in mezzo a loro, divertendosi a vederli

masticare: qualcuno, per non sprecare

le

rovesciava indietro la testa, e

si

metteva in bocca

palmo della mano. Carlo era un uomo grasso e robusto, quantunque r inverno soffrisse di doghe alle gambe. La sua camicia di Hno grosso era sempre la pi puHta. Ma puzzava di concio; e il fiato gh sapeva d'agho e di cipolle, di cui era ghiottissimo ad ogni morso, guardava i segni dei
pane con
il
:

denti nel pane.


Il

castrino, stimandolo

da pi degh
i

altri,
:

prima d'an-

darsene, gU mostr tutti

soldi riscossi
:

Li vedi

un modo

e chi in

Son come noi uomini chi fatto in un altro.. Questo stato battuto con

520

TOZZI
il

martello, e a pena

si

conosce com'. Quest'altro


;

come se uno zoppo quest'altro lo volevano bucare, come se tu dai una coltellata a qualcuno o la danno a te e questo consumato tanto che pesa met e me lo bever per il primo, un povero come me perch non mi ci faccia pensare. A rivederci.
piegato,
;

Sput

bestemmi.
Poi disse, quando non po:

Carlo a pena gli rispose.

teva pi essere udito da

lui

Voleva

far colazione

con

il

mio pane. Ma non

gli riuscito.

E
aperta

guard verso

la

casa dov'era la madia ancora

{Con

gli occhi chiusi).

ROSPI.

Il

Migliorini
il

tanto

giorno

un uomo che lavora la cambia padrone quasi tutte

terra a
le

un

stagioni,

bravo a potare le viti. Egli compr da un suo amico rigattiere la Gerusalemme e VOrlando : dieci volumi di quella carta che pare cencio, e con una piccola figura sopra ogni canto.

ed

Quando l'ora di riposo cava dalla sporta, un ramo di qualche pianta, un voliune, e lo
altri.

lasciata a

legge agli

L'anno che

lo

conobbi, se pioveva entrava dentro

una grotta vicina al mio podere, dove ci potevano stare a pena in dieci, seduti sopra pezzi di legno secco e avanzi di potature. L'acqua sgocciolava da per tutto e

521

TOZZI
colando dal tronco di un pesco, nato quasi a traverso

r imbocco, faceva una pozzanghera proprio nel mezzo. Ma il Migliorini, con la zappa, scavando un fossetto e alzando un argine, con la terra smossa, aveva provveduto in modo che le scarpe non se le bagnavano pi. Poi, acceso un poco di fuoco, arrostiva le fette del pane, infilandole ad una frusta che egli girava, tenendo VOrlando aperto sopra una coscia e stando in ginocchio con l'altra gamba. Io mi ci sarei indolenzito subito.

Ad
e poi
:

ogni ottava, faceva

il

commento a modo suo

State a sentire com' bella!


le

Non

pare vera

batteva

lunghe dite terrose sul

libro.

Sapeva
;

poche parole la storia d'ogni personaggio e rispondeva a tutte le domande che gli facevano i comdire in

pagni.

Aveva

gli

orecchi bucati

ma

aspettava che

morisse un suo zio che gH avrebbe lasciato due anelli


d'ottone. Portava
i

capelli lunghi di dietro,

come una
le

ragazza a cui stanno per riscrescere dopo che


stati tagliati.

Teneva
al
;

il

cappello sopra

gli occhi,

sono ed era

molto

alto.

Quando tornava a
fino

casa, infilava la sporta

al braccio

gomito

d' inverno

aveva un pa-

strano turchino

e al cappello,

invece del solito nastro,


uc-

una trina nera, da donna.

Una
cidono
scicava
:

volta,
si
;

veduto un rospo, insegn come

si

prese di bocca, con

un

dito, la cicca

che bia-

e,

messala in cima al
apriva e chiudeva

coltello, gliela cacci

dentro

la gola. Il
:

rospo cominci a tremare do ventando


gli occhi,

quasi giallo

che parevano

pi piccoli e pi lucidi. Quando venne il padrone, per-

ch

l'ora del desinare era passata,

in fondo alla balza la bestia gi morta,

con un calcio tirarono dove facevano

522

TOZZI
le fosse

quando, l'anno passato, ripulirono un gran fontone putrido e verde che pareva un padule, di fianco a un bosco di querci e di castagni, pino di macigni e di radici nere, cavavano fuori dell'acqua i
per
le viti.

rospi con

una

rete fatta

con

il filo

di ferro, per metterli

dentro un secchio. Quando


tro.

il

secchio era colmo, apri;

vano una buca con una vanga


Poi
li

e ve

li

zeppavano den-

ricoprivano di terra, e sopra, dopo averci


i

pigiato con

piedi,

lasciavano uno di quei macigni

pi pesi.
Io

andavo da una pianta

all'altra

senza dir niente,


;

perch sarebbe stato impossibile farH smettere


il

con
la

cuore do ventato mencio.

Ma come mi
!

s'emp

bocca di saliva, che pareva bava, quando vidi una roE poi che ella mi spa che pareva un grande involto guardava con quei suoi occhi di ragazza brutta, forse
pi acuti dei miei,

mi

sentii venir male.

due anni fa, dopo il vespro, per tornare a casa, io dovevo camminare lungo un viottolo fatto sul margine di un torrente, scansando a ogni passo i salci e
i

Ma

pioppi.

La mia scontentezza cresceva come


il
;

e niente c'era di peggiore della sera diaccia.

saHvano lungo
le

gocciole che
;

si
i

le ombre Le nebbie torrente i salci sgoccciolavano, con fermavano, un poco in punta alle fo-

glie air ingi

pioppi erano umidi.

poggi s'oscura-

vano, e
chiese

le

terre

lavorate doventavano pi nere.


il

qualche podere vedevo una finestra con

lume. Le

avevano

gi

suonato, e
cos

loro echi

m'erano

parsi di

un azzurro

taciturni gli usci rossi


serte
.

cupo e taciturno come erano delle capanne chiuse e le aie de-

Siccome

la

strada era lunga,

mi

si

faceva buio pre-

523

TOZZI
sto; e, se nessuno s'accompagnava con me,

camminavo
!

pi piano quantunque mi crescesse la fretta d'arriQualche vare. Che tristezza desolante e silenziosa
volta

un

rovo,

cui tralci erano stesi in terra,


:

taccava ai calzoni

prima

di distrigarmi,

tavo d'esser stato fermato per sfogare la tezza guardando l'ombra dietro a me. Ma tutto

mi s'atmi approfitmia scontenil

tor-

rente era pieno di rospi da dove ero venuto a dove an-

davo, anche cos lontano che gli ultimi a pena s'udivano e la loro voce che mi pareva tranquilla, ed in;

vece tremula,

mi consolava. Tutti

gli altri

che avevo
!

Quello veduto morti o agonizzanti ricordavo allora a cui con una frusta di salcio avevano fatto un nodo quello scorsoio e lasciato li ciondoloni l' avevano la canna infilato, dal ventre, a una canna aguzzata riesciva dalla bocca, e il sangue colava gi grosso e
;
:

scuro; quello a cui

e quattro le

brace

avevano schiacciato con i sassi tutte quello accecato con i tizzi della quello sbudellato con un colpo di falcino quello

zampe

schiacciato dalle ruote del carro, a posta


ciato in aria
in bilico
i
;

quello lan-

dando un colpo sopra una tavoletta messa


ho visto morire,
silenziosi,

quello pestato dai due fidanzati

rospi che

questi sono con quei loro


:

occhi che di notte luccicano.


(Bestie).

UN'APE.
M'era venuto
il tifo, e la febbre cresceva sempre non poteva tenermi compagnia a tutte quanto avrebbe voluto e io dovevo restarmene
;

La

mamma

Tore e

524

TOZZI
a letto solo solo, ad aspettarla. Vedevo, dalla finestra

non pi lavati da quando stavo male, passare le nuvole, e la cima d'un ciliegio che rabbrividiva come me quando sentivo la febbre. Una mattina avevo fame dopo aver preso la solita cucchiaiata di medicina. E non veniva nessuno. Avevo voglia d'alzarmi, ma pi di piangere. Le coperte mi schiacciavano come le montagne e mi pareva che tutte
socchiusa, con
i

vetri

quelle nuvole del letto


il

me

le

facessero pi grevi. C'era a capo


elettrico,

campanello

ma non

lo

suonavo

suo squillo mi faceva peggio. Ero proprio per gridare, spaventato delle coperte alzate dai miei gi-

perch

il

nocchi, con r illusione che

si

alzassero fino al soffitto,

per soffocarmi.

Entr un'ape. Mossi


Sbattendo contro
i

la testa

per guardarla megho.


;

vetri,

cominci a ronzare

ma

con
di
I

un ronzio

cos dolce che

mi

fece subito

un

effetto di

benessere, AUora,

mi

ricordai dei fichi

maturi e

tutte le altre frutta. Chi sa quale odore gi nei

campi

Mi pareva,
finestra

perfino, di sentir sapore in bocca


all'altro, e

L'ape gir da un travicello


!

poi torn alla

Non piangevo

pi, assorto in quel suo

rumore

uguale, che allora

mi pareva una
le

specie di musica, a

cui avrei dovuto trovar

parole.

Quando venne
dispiacque
;

la

mamma,
il

facendola

fuggire,

e ci pensai tutto

giorno, sorpreso di

mi non

pensare ad altro.
{Bestie)
.

525

TOZZI

UNA FORMICA.

Con
di pi
!

la

mia moglie era un

affar serio, ogni giorno

Bastava un pretesto qualunque per leticare parecchie ore. Una volta, la minestra mi parve sciocca
;

anzi, era certamente. Glielo dissi.

Perch non vai a trattoria Se pi furbo Vai, dunque. Me vorresti proibire tu


fossi
!

Mi

rispose

lo

la

guardai con tutto

il

mio odio

ed

ella altret-

non glielo volevo permettere. Allora, feci Tatto di darle uno scapaccione. Si alz, rigida come uno stecco e si mise a guardarmi fsso. Pareva che i suoi occhi si allargassero sempre di pi ma mi sentivo tanto pi forte di lei che non pensavo n meno a offenderla. Mi disse Vuoi scommettere eh' io vado dal procuratore
trettanto.
io
;

Ma

del E perch no
re
?
!

Potevi esserci andata. Cosi mi sa-

rei fatto

fare la minestra pi salata, se

non

c'eri in

casa

Si slanci

io

In questo mentre

mi riparai con un braccio piegato. vedemmo, tutti e due insieme, non

so come, una formica che dall'orlo del fiasco stava per

scendere dentro e cadervi.

526

TOZZI
La rabbia
fin

subito. Ella la prese con


:

le

dita e la

scaravent lontano. Io dissi Per fortuna V hai vista

Avremmo dovuto

but-

tar via tutto


il

il

vino
fin

pranzo

bene, quella volta.


{Bestie).

527

GIUSEPPE UNGARETTI

nato ad Alessandria d' Egitto 1' 8 febbraio 1888 da famiglia lucchese. Fece gli studi classici in Egitto. And a Parigi nel ove ottenne il Diplme d'tudes suprieures e vi 1909 rimase fino al 1914. Soldato italiano dal '15 combatt in Italia e in Francia fino al 191 8.

COLLABORAZIONI.
Messaggero Egiziano (Alessandria), L' Unione della Democra" zia (Alessandria) Lacerha (Firenze) La Voce (Firenze) La Diana (Napoli), La Riviera Ligure (Oneglia), La Raccolta (Bologna), Il Tempo (Roma), Il Popolo d' Italia, (Mi,

lano), Littrature (Parigi).

OPERE.
Il Porto Sepolto.

La Guerre.
CRITICA.

Udine, 191 7 (ediz. di 80 esemplari). Parigi, 1919 (ediz. di 80 esemplari).

Allegria di Naufragi. Firenze, Vallecchi, 1919.

G. Pafini. Testimonianze, Milano, Pacchi, 1918. G. Prezzolini {Popolo d' Italia, Milano, 21 maggio 191 8), G. Marone. Difesa di Dulcinea, Napoli, Diana, 1919.

N, MoscARDELLi {Tempo, 2 dicembre 1919). G. De Robertis (// Progresso, 27 dicembre 1919). A. E. Saffi {La Ronda, novembre 1919).

528

UNGARETTI

PESO.

si affida alla

Quel contadino soldato medaglia


che porta al collo

di Sant'Antonio

e va leggero

ma

ben

sola e

ben nuda

senza miraggio
porto la mia anima.
{Allegria di Naufragi),

SONO UNA CREATURA,


Come
questa pietra

del S. Michele
cos fredda cos dura cos prosciugata
cos refrattaria

cos totalmente

disanimata

come questa

il

pietra

mio pianto che non si vede

529

UNGARETTI
La morte
si

sconta

vivendo
{Allegria di Naufragi).

FIUMI.

Mi tengo a quest'albero mutilato abbandonato in questa dolina che ha il languore


di

un

circo
lo spettacolo

prima o dopo e guardo


il

passaggio quieto

delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso


in un'urna di acqua
e

come una

reliquia
''

ho riposato
L' Isonzo scorrendo

mi levigava come un suo

sasso

Ho
le

tirato su

mie quattr'ossa me ne sono andato


acque

come un acrobata
delle

UNGARETTI
Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra

come un beduino mi sono chinato


a ricevere
il

sole

Questo r Isonzo e qui meglio mi sono riconosciuto una docile fibra


de iruni verso

H mio

supplizio

quando non mi credo in armonia

Ma

quelle occulte

mani
che mi intridono

mi regalano
la

rara

felicit

Ho
le

ripassato

epoche

della

mia vita

Questi sono
i

miei fiumi
il

questo

Serchio

UNGARETTI
al quale hanno attinto duemiranni

forse

mia campagnola e mio padre e mia madre


di gente

e questo

il

Nilo

che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d'inconsapevolezza
nelle estese pianure

protette d'azzurro
e questa la

Senna

e in quel suo torbido

mi sono rimescolato mi sono conosciuto.


i

Questi sono

miei fiumi

contati neir Isonzo


e questa la

mia nostalgia
i

che in ognimo

mi traspare
ora eh ' notte

che la mia vita mi pare

f
/

una

corolla

di tenebre
{Allegria di Naufragi).

532

UNGARETTI

NOSTALGIA.

Quando
la notte

a svanire

poco prima di primavera


e di rado

qualcuno passa
e

ingombra

su Parigi s'addensa
quell'oscuro colore
di pianto

che
e ci

ci disf gli edilzi

lo specchio

di una Senna accidiosa con quel suo

indosso
persistente fastidio
di riflessi di lumi

in

un canto

di ponte

contemplo r illimitato silenzio di una bimba tenue e opaca

533

UNGARETTI
come un
di
fiore d'alpe

nato dal cuore

un mughetto
una tepida salma

e dal sorriso

di

di canerino

in

un meriggio

di deserto

e le nostre

malattie
si

fondono

j
{Allegria di Naufragi).

e
si

come

portati via

rimane.

534

ANNIE VIVANTI

nata a Londra nel 1868 da padre italiano (Anselmo Vi vanti, madre tedesca (Anna Lindau). Annie, l'ultima di sette figli, scrisse le sue prime poesie in inglese a dieci anni. Venuta in Italia studi canto e si dice che abbia figurato nei cartelloni di alcuni caff congaribaldino e amico di Mazzini) e da
quelle certo. Nello stesso tempo scriveva poesie italiane che port a Carducci nel 1890 e che furon pubblicate nel 1891, da Treves. Dopo ha scritto moltissimo seguitando la sua vita randagia in Europa e in America. Spos John Chartres, avvocato irlandese. La figlia, Vivien Chartres, fu enfant prodigo

e violinista celebre a dodici anni.


riviste d' Italia, d' Inghilterra, di

Ha

scritto nelle principali

Germania

e d'America.

OPERE
in italiano
:

Lirica. Milano, Treves,

1890.

Martcrn artista di caff concerto. Milano, 1891. Circe. Milano, Quintieri, 191 2.

Vae

Viciis.

Milano, Quintieri, 191 7.

Zingaresca. Milano, Quintieri, 191 8.


L'Invasore. Milano, Quintieri, 191 7. Le Bocche inutili. Milano, Quintieri, 1918.

535

1
ViVANTt
in inglese
:

The Hunt for Happiness. The Devourers.

Mary

TarnovDska.

Vae Victis. the Blue Rose. The Outrage. Ethel's Luck.

Winning him Back,


That

man

A Woman*s

pari.

Her Ladyship. The Ruby Ring.


Princess Primrose (operetta, musica e libretto).

The Suburbs of Parnassus. The Beatiful Man.


in francese
:

Le Roman de Marie Tarnowska. L'Envahisseur.

CRITICA.
G. Carducci. Studi, saggi
Zanichelli.
e discorsi (opere, voi.

X) Bologna,
II,

B. Croce. Letteratura della


315-334-

Nuova

Italia,

Bari, Laterza,

G. A. BoRGESE,

La

vita e

il

Libro. Torino, Bocca, 1913. Ili, 1913.

R. Serra, Le

lettere.

Roma, Bontempe]li,

1914.

A. Valori {Resto del Carlino, 29 ottobre 1912). E. Ceccht (Tribuna, 27 marzo 191 1).

JJ^

VIVANTI

A NEW

CITY.

E
a

cosi fu che in quella mattinata di

New

City, sola
il

con in tasca una

marzo

io scesi

lettera per Cri-

grande allevatore di pecore, e, nella memoria, la promessa di mio marito di non venirmi a raggiungere colla nostra piccola Vivien -^ che dopo

stopher Ruddy,

due

giorni....

meno che non


;

avessi telefonato

Un

solitario individuo vestito di tela cerata gialla

aveva scaricato i miei bauH ed ora, sulla piattaforma deserta, li contemplava. Dov* la stazione ? gli chiesi. Qui . rispose e continu a guardare le etichette Baur-audegli alberghi attaccate ai miei bagagU
;
:

Lac,

Continental,

Belle vue,

Splendide, Hermitage....

Vidi che quelle piccole immagini in colori, con stemmi


e sfondi di paesaggi, lo divertivano.

Dov' la citt ? domandai un po' impaziente. Che citt ? E il solitario alz su di me due occhi abituati a non vedere che cose lontane.

Ma New

City, dov'

Qui , ripet egh, indicando la piccola baracca legno, nuova e bianca dietro di lui.

di

La

stazione, la citt

New

City

era tutto

Vi prego, di rimettere nel treno i miei bauh , dissi nervosamente, e mi volsi per risaUre in vagone. Non era possibile che mi fermassi l, sola, in mezzo al nulla.... MegHo andare avanti fino a San Antonio, e
di l telefonare a

John che mi venisse a prendere.

537

VIVANTI
? Subdolo e silenme, correndo sempre alla maniera di tutti pi presto, sempre pi presto i treni del West, che si muovono rapidamente e silenziosamente senza avvertire.

Ma mio

Dio

cosa faceva

il

treno

zioso scivolava gi via davanti a

Ed
gialla
!

eccomi.... lasciata qui, a tremila miglia dalla

civilt, sola nel

mondo con quest'uomo

di tela cerata

Egli ora guardava anche

me come

se fossi stata un'e-

tichetta d' Hotel; gravemente, con curiosit calma.

Da-

vanti alla mia disperazione non parl. Certo doveva


passare dei giorni e dei mesi senza parlare
!

Allora gli

domandai Dov'

il il

ranch di pecore del


braccio e addit

Ruddy
;

Egli alz

un punto

dell'orizzonte.

Poteva essere un punto qualmique tanto, per me era tutto lo stesso. Pioveva in quel punto come tutto all' ingiro, leggermente, pioveva come se dolcemente dovesse per sempre dolcemente, leggermente piovere.
;

Io tremai.

Ho un
;

altro

slicker

disse

improvvisamente
altro slicker
?

l'uomo
dissi

e spar. Chiss cos'era

un

An-

cora una volta (come gi tante volte in vita mia) mi


:

Io

non sono svegUa. Dormo. Sono


.

Alice nel

Paese dei Sogni. Quando mi svegUer tutto sar nor-

male e

ali righi

Intanto quell'uomo era riapparso con

un enorme
suo, e

impermeabile di tela cerata


porgeva. Era lo slicker.
Io

gialla,

come

il

me

lo

r infilai
la

e certo disparvi.

Quando

l'ebbi ad-

dosso
tutto

tela

cerata
e

intorno a me,

posava per terra le mie mani erano perdute,

largamente

538

VIVANTI
piccole e lontane nelle maniche,
gallerie.

come

in fondo a due

serio

ero convulsa. Ma l'uomo mi guard sempre calmo certo quell'unico cittadino di New City era avvezzo a non sorridere mai. Del resto, con chi avrebbe sorriso ? Come faccio ad andare a Ruddy's Ranch ? d
Risi
;

chiesi.

In buggy,

mi mostr

col dito

ima minuscola

carrozzella
<i

a due ruote,

appoggiata al

muro

della

citt

Dov' il cavallo ? Ce ne vogliono due. Sono


del braccio verso la

l.

ripet quel largo

gesto
giunse,
a

prateria

ilhmitata. Poi ag:

guardando
il ?

bauli e la cappelliera

Dove avete

vostro letto

Come

chiesi stupefatta.

letto,

dove l'avete

Qui

tutti

.viaggiano col

proprio letto

soggiunse per schiarimento.

Altrimenti dove e

come

volete dormire
Il

?
1

Io ammutolii per la sorpresa.

mio

letto

Mi ve-

devo, io,viaggiare col mio letto che ha un baldacchino rosa e quattro colonne intaghate e una immensa tra-

punta di raso color rubino con bordo di rose

pallide....

Era insensato che


letto.
a

io potessi

portarmelo attorno, quel


dissi.

Dormir
allora,

in qualche altro letto

<j

per la prima ed unica volta, io vidi quelchiesi,

l'uomo sorridere.
Chi mi condurr ? Dovrete andar sola
&

disse lui, e,
:

guardando il buggy. vedendo l'espres-

sione del

mio

viso, soggiunse

Non

c' alcun peri-

539

VIVANTI
colo.

Un buggy non
ce n' di

si

rovescia mai.
i

Con un buggy

potete anche arrampicarvi su per


sto,

muri.

poi del re-

non

muri
sole

Ma come
Vi guider
di

faccio a trovare la strada


il
,

disse costui, parlando del sole

come

un vetturino abituale. Ma come ? ma come ? chiesi

io

che avevo voglia


sole

di piangere.

Ricordatevi di tener sempre davanti a voi


.

il

calante

Io girai gli occhi per le piovose lande, pel neutro

ovatta grigia. Ma non c' n' di sole Tra un'ora ve ne sar. Esce alla due , disse quell'uomo di sogno e and via per la prateria con ima
cielo di
a
!

corda sul braccio a cercare


Io sedetti sul

mio baule

su quello

cavalli.

aveva messo

il

corredo speciale fatto per

dove Frieda il ranch di

pecore; sottane

un

po' brevi, cappelli a nastri

come

li

hanno

le

statuette di porcellana di Sassonia, corsetti

infiorati

la

bergre

di

Watteau, ombrellini che


un'ora piansi e
i

parevano rocchi di
di cui

pastorella.... e per

mangiai, nostalgica e contrita,

fondants di Huyler

John mi aveva riempito

alla stazione di

Chicago

la valigetta.

Ah, avevo voluto venire sola ?Ah, avevo detto che la prima impressione delle grandi soHtudini ? Tutte le mie perorazioni riguardo ai diritti del Poeta mi ritornarono, ghignanti e beffeggianti, nella memoria. Tu Vas voulu, Georges Dandin ! mi dissi, e il mio pianto cadde fitto sui cioccolatini e sui fondants.
volevo godere indisturbata
<t

{Zingaresca).

543

VIVANTI

NEL RANCH.

Alle

quattro erano gi tutti


i

alzati.

Hannah,

le

pecore e

pecorai.

Hannah

rinfagottata d'azzurro, col

cappello di paglia legato sulla testa, era uscita con due


delle solite scatole

da conserva (questi preziosi recipienti,

altri, servivano a moltepUci a cercar l'acqua, ch'era lontana. Dalla porta che essa aveva lasciata aperta io vedevo che di fuori era ancora buio. La notte pareva un drappo nero inchiodato alla volta dalle stelle, enormi

poich non ne esistevano


e svariatissimi usi....)

e lucide.

L'innumerevole voce delle pecore riempiva il mondo. Pecore giovani con voci di soprano pecore
;

agitate con voci di contralto


nali, infinitamente tristi

e vecchie pecore barito:

ed irritanti e comiche tutte belavano chiamavano, gridavano, senza smettere mai. Tutto il giorno ero fuori con le pecore, col ragazzo, con Jim e col pecoraio lungo che pareva uno spettro e

non parlava mai. Jim mi raccontava che le pecore erano come bini e si ammalavano di innumere voU malattie. Ma ci che hanno di peggio , soggiunse,
fanno impazzire
la

bam che

Jim gett uno sguardo sul pecoraio lungo che non parlava. Quello matto , disse.. E sono le pecore che 1' hanno ridotto cos . A me corse un brivido per la schiena Ma perch ?..
gente
.
:

Come

Vedete, quando

si

conducono mille o due mila

541

VIVANTI
pecore a pasture lontane, uno di noi deve restar
solo, per
li,

un anno o due a
le

badarci. Ogni tre mesi

manli,

diamo dal
solo con

rp,nch le provviste.

Ma
di
,

quello che resta

pecore,

dopo un po'

tempo impazzisce.
disse Jim.
:

il

belato che fa quell'effetto

Tutto

il

giorno e tutta la notte quelle bestie vi dicono


me-e-e.... me-e-e....

Me-e-e....

Non

sentite altro

suono

al

mondo.

Me-e-e... me-e-e... me-e-e... 'E ^ei tanti giorni, per tante

settimane, per tanti mesi, tacete, tenete duro, fate fnta


di
si

non

udire....

Ma

viene
si

il

giorno

j>

gli

occhi di

Jim

dilatarono ed egli

pass una

mano

sulla fronte

il giorno in cui cominciate


finita. Si pazzi, e

a rispondere....

allora

Inorridita,

non si guarisce pi. guardai da questo nuovo punto

di vi:

sta la blande pecore e gli innocenti saltellanti agnelli


e

mi parvero terribili, mostruosi, spaventevoli. Perch non lasciano due uomini invece di uno
?
J>

solo

chiesi.

Jim

scroll le spalle

poi impazziscono lo
;

Due uomini costano di pi. stesso.... Hanno poco da dirsi


:

in quelle solitudini

e se

uno comincia a belare


si

l'altro

ha paura, e
cesso
.

c'

il

caso che
il

ammazzino....

le

gi suc-

Jim

volse via

capo aggrottando

soprac-

ciglia.

con

L'anno prossimo tocca a te gli disse il ragazzo voce impudente, E Jim disse Gi, l'anno prossimo tocca a me , Vi fu una lunga pausa. Poi Jim si volse improvvisa

la chiara

mente a diede un ceffone


ceffone, che lo

al ragazzo,

un formidabile
battere
riebbe, ancora
:

mand

urlante e sbalordito a
si

contro

le

lunghe mangiatoie. Appena


egli cacci fuori la lingua

piangendo,

a Jim e disse

542

VIVANTI

-Me-e-c... me-e-e.... mc-e-c...

Allora accadde una cosa terribile.

Il

pecoraio lungo

che non parlava, alz


e rispose
!

il

viso scarno, apr la bocca

{Zingaresca).

543

INDICE

35

Poeti d'oggi

Avvertenza

FERNANDO AGNOLETTI
11

bambino
di

il

giardino

La Casa

Battisti

17 21

RICCARDO BACCHELLI
Memorie d'adolescenza
Fatiche Paesaggi

24 24
25

Appassionata
In citt

27 28

ANTONIO BALDINI
Numa
Remo
Pausa
di

Pompilio Maestro Pastoso

30
35

Marzo

Prudenzio
L'aiuola

44 45 47 48

UGO BERNASCONI
L'Astuzia
53
di

Immagine

froda

54
55

Un

orto

547

INDICE

Un Un Un

ufficiale

56
57
58

marito
cavallo

GIOVANNI BOINE
Frammenti
61

PAOLO BUZZI
I

tabernacoli delle lucertole

ISera

d'uragano

69 69
70

Zingari

DINO CAMPANA
La Matrona La petite promenade du
SuUa Falterona Presso la Verna
Marradi Toscana
72 pote
73

74
75

^6 76

VINCENZO CARDARELLI
Ricordi di Riviera Impressioni Addii Estiva Adolescente Incontro notturno

79 82

84 84
85 88

EMILIO CECCHI
Primavera
92
e

Frammenti D'un bambino, d'una vecchia


Cam-bridge

d'un soldato

...

93

96
loi

548

INDICE

BRUNO CICOGNANI
Giardino Case vecchie Mercato vecchio Piazza della SS. Annunziata Il concio In bicicletta Strada
Corridori

io6 ^oo
io8

109 109

no

^^^
^'3 ^^4

In corsa Montereggi

GUELFO CIVININI
L'istantanea
Il8

SERGIO CORAZZINI

Carlo Simoneschi chiesa fu riconsacrata Desolazione del povero poeta sentimentale

La

123 123
.
.

126
129 130 132
133 134 135

Per organo Barberia


Sera della Domenica

Elemosina del sonno


Dialogo di marionette
Castello in aria

Scena comica

finale

Bando

136

GUIDO DA VERONA
L'Affrica

Vecchie
Passanti

139 140 140

549

INDICE

GRAZIA DELEDDA
Noemi
L'usignuolo
Vittoria

142

I44
14^ i^g

Solitudine

LUCIANO FOLGORE
Caff notturni

Sensazione di turbine

...

153 157

CORRADO COVONI
Il

picchio
del

161
Pellegrino

L'albergo

162

Povert

Le

cose che fanno la primavera

Il mendicante di campagna Nel cimitero di Corbetta

164 167 168 168

GUIDO GOZZANO
Cocotte

172

AMALIA GUGLIELMINETTI
Risposte Mattini

Asprezze

177 178 178

PIERO JAHIER
Canto
della Sposa

181
184.

Fratello

550

INDICE
Silenzio

.188
188

Canto Canto

marcia di marcia
di

190
193

Ritratto del soldato Somacal Luigi Ritratto


Visita al

contadino paese
di

199 203
t-:

CARLO LINATI
Ritratto di Orsetta

Cominciamento Limaccia La mia terra Dedalo


Sulla ghiaccia

di

amore
.

Fabbrica d'angeli Botteghe Agosto

218 219 222 223 225 226 228

229

L'Acqua

nella terra

lombarda

231 232

GIUSEPPE LIPPARINI
Il

Pastore
la

Le Violette
L'Albero e

Primavera

238 239 239

GIAN PIETRO LUCINI


Autunno
Speranza di un bacio Passeggiata sentimentale per
'.

243
.

la

Milano d'Altrieri

244 246

FILIPPO TOMMASO MARINETTI En


Il

volant sur
veliero

le coeur

de

l'Italie

condannato

256 262

551

INDICE

1
271

FAUSTO MARIA MARTINI


Invito Francescano

MARINO MORETTI
signora Lalla Piccola storia scandalosa

La domenica dei La domenica della


Cesena

cani randagi

275

277 279 282

ERCOLE LUIGI MORSELLI


La partenza La gloria
Il

di

Glauco

286

sogno

294 295

NICOLA MOSCARDELLI
La
suora spasimosa Baci Sera di paese

298 302 302

ADA NEGRI
La
Il

Folla

Muro

306 307

ARTURO ONOFRI
Musica
.

Sonno
Concerto Gabbiani sul Jago Partenza

309 309 309 310


311

552

INDICE

ALDO PALAZZESCHI
Monastero Ore sole
di

Maria Riparatrice
sonno

313

319
del

La vecchia

Ara mara amara Oro doro odoro dodoro Vedute del Paradiso

321 321 321 322


323

La fontana malata Rio Bo


L'orologio

326 327

ALFREDO PANZINI
La
bella fontana Casetta mia
!

Ritorno
I
II

Vagabondi Mendicante
Ballo

L'Organetto
Il

Battistero,

Chiesa

Cimitero

Renato Serra

334 336 337 338 339 342 343 348 354

FERDINANDO PAOLIERI
La Giovenca La Fonte
Vino Vecchio
358 358
.
.
.

La Mandra
Il

fondo del mare


lepri

359 359 360


361

Le due

GIOVANNI PAPINI
Giuliano I miei amici

368
375

553

INDICE

Un
Il

giorno soltanto
la

San Martin

Palma

Sordo Sogno Russo Quinta Poesia Quindicesima Poesia


Popolani fiorentini

380 381 3^0 3^2


.

3^3

396 3^8

ENRICO PEA
Il Il

Prete

403

Fonte battesimale
Giostra

La

Rosalbina La Terra

404 404 405


405 406 407

La Madonna Il Ragno

MARIO PUCCINI
Una
notte
del fante alla terra friulana

409
411
.

Argo Ringraziamento

414

CLEMENTE RBORA
Notte a bandoliera

Frammento
Il

419 420
421

ritmo della campagna in citt

ROSSO DI SAN SECONDO


La
signora

Liesbeth

426
431

Serenata

Notte

432

UMBERTO SABA
Caff

Tergeste

mia moglie

434 435

554

f
Citt vecchia

INDICE
Tre vie

438 439
441 441 442

La Fanciulla

La Capra
Il

Maiale

CAMILLO SBARBARO
Dopo
Sgomento A mio padre
L'acquazzone L'amico Natta
445

446 447
448 449 450

Note

RENATO SERRA
Terra di Romagna L' Eterno La Terra Tutti fratelli
453

456 459
461

SCIPIO

SLATAPER
464
465

Vendemmia
Crucci

La Terra Frammenti
Il mistero Vorrei farmi legnaiolo della Croazia II Carso

466 469
471

473 475

ARDENGO

Estate

SOFFICI
481 482

Giugno
Pae5e

Febbraio

'

483 484

555

INDICE
Le Vedove
Elettra

1
4S4
485

DelPentusasmo

di

Lemmonio Boreo

La Vacca
Tre paperi I due carriofi
Pioggia d'aprile

490 499 500


501

502
503 506 508

Via Toledo
Pistoia

Giro

ENTICO THOVEZ
Fantasma
Grido di disperazione di un mattino
di

primavera

512 512
515 515

Quando

era in fiore

il

ciliegio

Sole d'ottobre

FEDERICO TOZZI
La Farina
Il

Castrino

Rospi

517 518 521

Un'Ape

Una Formica

524 526

GIUSEPPE UNGARETTI
Peso Sono una creatura I Fiumi
Nostalgia

529 529 530 533

ANNIE VIVANTI

A New

City
.

537
541

Nel Ranch

556

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