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NOTE PER UNA STORIA DELL'AVERROISMO LATINO

( Continuas z. fase. Il, 1948, pag g. 120-122).

L'AVERROISMO BOLOGNESE NEL SECOLO XIII


E TADDEO ALDEROTTO

Nella raccolta delle Epistole di Pier delle Vigne stampat


nel 1740 (t. I, p. 492), ve n' una che porta questo tito
(Fridericus imperator) magistris et scholaribus Bononiensibu
stotelis de greco et arabico in latinm per eum noviter
Quest'accompagnatoria del dono ai maestri di Bologna
nella Historia diplomatica Friderici secundi (t. IV, pp. 3
Huillard-Brholles, il quale la colloca fra il 1230 e il 123
Sarti e Fattorini, De clas Archigymn. bonon. professoribus
1888-1896, t. II, pp. 239-240). Se non che la stessa letter
alcune modificazioni formali, era indirizzata da re Manfredi
della facolt delle arti di Parigi, per accompagnare ugualme
di libri d'Aristotele e d'altri filosofi da poco fatti tradurre
Denifle e Chatelain, Chartul. univ. paris., t. I, pp. 435^43^)
ha condotto alcuni a dubitare che questa lettera possa attrib
di Manfredi. Ma il P. R. De Vaux O. P., in un acuto studio su La
premire entre Avcrros chez les Latins (nella Rev. des science phi-
los. et thol. , vol. XXII, 1933, pp. 193-243), fermando l'attenzione
sulla presenza a Bologna, nel 1231, di Michele Scoto, che, secondo il
giudizio del Renan, fu il fondatore dell'averroismo latino, e che dopo il
1227 era al servizio di Federico II, alla cui arte, secondo una notizia
tramandata da Egidio Romano (v. questa Rivista , 194 8, p. 25) erano
stati accolti i figli di Averro, morto una trentina d'anni innanzi, d'av-
viso che questo maestro, che in quegli anni doveva aver condotto a
termine la traduzione del commento averroistico a varie opere aristo-
teliche, si trovasse a Bologna appunto per accompagnare il dono di cui
oggetto la lettera imperiale ; e pensa che Manfredi, volendo offrire
ai maestri parigini altre opere aristoteliche, fatte tradurre da lui, si sia
servito, come di modello, dell'accompagnatoria del dono del padre all
studio bolognese, redatta da Pier delle Vigne.
L' ipotesi non inverosimile ; poich pare ormai accertato, che il
centro d'irradiazione della Aufklrung medievale, come il Gentile chia-
ma giustamente l'averroismo, fosse proprio la corte siciliana di quel gran
chierico che fu Federico II, e, dopo di lui, Manfredi. Non fa quindi
meraviglia che l'imperatore abbia cercato di cattivarsi l'animo dei maestri

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12 STUDI E RICERCHE

delle arti dello studio bolognese, col do


greco e dall'arabo, per sua volont, d
primeggia la figura dell'astrologo e filo
Ed ugualmente certo, che a Bolog
commentatore di Cordova eran conosc
poco negli stessi anni nei quali lo er
commenti che il medico fiorentino Tad
Y Isagoge di Ioannitius, della Tegni di
crate, i Pronostica , il Regimen acutoru
Di questo celebre maestro bolognese,
(I, X, io) per la laida traduzione
fatto dell' Etica, hanno scritto Francesc
vol. II, La medicina nel medio evo , Pa
308-333 (Livorno, 1859); Sarti e Fatto
Aldo Mieli, Pagine di storia della chi
Michele G. Nardi, nell'introduzione all
Alderotto (Torino, Edizioni Minerva M
il Dott. Nardi, in una trentina di pagin
ha offerto una visione sintetica del pe
Taddeo in rapporto al sapere del suo
non abbia fatto lo stesso Puccinotti, p
Nato a Firenze dopo il 1215 e non
che Taddeo cominciasse a insegnar m
Bologna nel 1260 o poco dopo. Non s
se a Bologna stessa o altrove. Nel Chart
dato in un atto del 1268, rogato in
p. 22, doc. 40), e in un altro del 1269,
in qua habitat magister Tiadeus me
In altri documenti lo troviamo occupa
206, doc. 350, e pp. 220-21 ? doc. 377) e
case (ib., p. 203-4, doc. 345, e p. 220
arbitro in un compromesso per ingiu
241, doc. 406), mentre un'altra volta e
la malleveria d'un altro maestra per il
lui (voi. 10, p. 147, doc. 321). Tanto
rilevato una quantit di vivaci allusion
ora ironiche, che accade d'incontrare n
rischiarano, come brevi guizzi di luc
svolgeva la sua operosit scientifica que
Gi padre di un figlio naturale, pare s
sessagenario, con una Adela di Guida
una figlia, ricordata nel testamento ch
leggere nell'Appendice all'opera gi
ottantenne nel 1295.
Delle opere di Taddeo, oltre al volga

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del compendio detto anche Summa alexandrinormn ), incorporato nel Te -


soro di Brunetto Latini (cfr. C. Marchesi, Il compendio volgare dell'E-
tica aristotelica e le fonti del VI libro del Trsor , in Giorn. Stor. d.
Letter. Ital., vol. XLII, 1903, pp. 1-74, e il volume dello stesso Marhesi,
L' Etica Nicomachea nella tradizione latina medievale , Messina, 1904,
p. 116), ed oltre al breve trattatello De conservanda sanitate ristampato
di recente dal Puccinotti, furono edite a Venezia nel 1527 le Expositiones
in arduum aphorismorum Ipocratis volumen , in divinum pronosticorum
Ipocratis librum, in preclarum regiminis acutorum Ipocratis opus, in sub -
tUissimarum Ioannitij isagogarum libellum, a cura di G. B, Nicolini da
Sal, e a Napoli nel 1522 vide la luce il commento alla Microtegm di Gal-
ieno. Dei Consilia aveva dato un saggio, insieme alla notizia di alcuni
codici, E. O. von Lippmann, Thaddus Florentinus ( Taddeo Alderotti )
ber den Weingeist (in Archiv fr Gesch. der Medizin,. VII, 1914,
pp. 279-89) ; finch Y intera opera trascritta dal Cod. Vat. lat. 2418 non
stata edita a cura di Michele G. Nardi (v. innanzi). Per la verit, di
questo scritto del Alderotti, oltre alla redazione del codice vaticano ripro-
dotto dal Nardi, che certamente la pi completa, ve ne sono altre ; una
delle quali rappresentata dal Codice Trivulziano di Milano, n. 712 del
sec. XIV, che comincia : Hec autem est cura epilepsie in Punzio camp-
sore de Bononia . Nella stessa Trivulziana di Milano, il cod. 87, del
sec. XV, contiene il volgarizzamento dell'Etica , con questo titolo : In-
comincia letica di Aristotile volgarizzata da mastro Taddeo da Pescia
(sic).
Per ci che riguarda la composizione di questi commenti, giover
ricordare che l'esposizione degli Aforismi fu terminata il 10 settembre
1283, come si legge n elY explicit (fol. i94v). Prima degli Aforismi aveva
scritto il commento Super T egni, quello Super Ioannitium ed altri super
plures alios libros ex arte {Prefat. ad Aphor ., f. ir). Invece il Regimen
acutorum fu commentato da lui pi tardi ; poich nel proemio a que-
st'opera si legge (fol. 247O : Porro quia librum Ioannitii et Tegni et
Pronosticorum et Aphorismos iam exposuisse me recolo, restt autem ex
libris Hippocratis librum Regiminis auctorum exponere etc. L'autore
si compiace di aver redatto questo commento quando ormai era abba-
stanza ricco e non era mosso da speranza di lucro, bens dall'affetto per
Bartolomeo da Verona che aveva aiutato Taddeo nella composizione di
esso: cum... iam de temporalibus bonis sufficienter abundem, et preser-
tim me moveat Charitas dilectissimi et pollentis ingenii Bartholomei Ve-
ronensis, cuius labor ad opus non modicum prestitit auxilium collativum .
Questo Bartolomeo Veronese ritengo sia quel Bartolomeo da Varignana,
scolaro di Taddeo e quindi professore egli pure a Bologna, che ebbe col
maestro una violenta lite, perch aveva preso ad istruire in medicina, per
proprio conto, alcuni alunni di Taddeo, distogliendoli dal frequentare le
lezioni di questo. La contesa ebbe termine con la Compositio del 1292,
riportata nell'appendice dell'opera del Sarti e Fattorini (II, p. 155; cfr.

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anche vol. I, pp. 557-558). Il che dim


gnava ancora.
Appare da ci che abbiamo detto, che il commento all'Isagoge di
Ioannitius, che quello che pi c' interessa, va fatto risalire ad alcuni
anni prima del 1283 e, come vedremo subito, a qualche anno dopo il 1277,
quando anche a Bologna era pervenuta la notizia della condanna dell'aver-
roismo da parte del vescovo di Parigi.
Da un esame anche superficiale del metodo col quale questi commenti
sono condotti, salta agli occhi Y influenza che su di essi ha esercitato l'espo-
sizione Super auctorem sphaerae che Michele Scoto aveva fatta su richie-
sta di Federico II, e che a Bologna doveva esser tenuta in gran conto.
Ci appare evidente fin dal prologo ad ognuno di questi commenti, ove
di ogni opera commentata vengono indicate la causa materiale, la causa
formale, la causa efficiente e quella finale. Dall'esposizione dello Scoto
deriva altres il tecnicismo scolastico, onde alla divisione del testo preso
a interpretare e ad una sobria parafrasi letterale seguono i dubia discussi
nella consueta forma della quaestio. Ma non star a ripetere quello che
gi stato detto da M. G. Nardi (p. XVII), al quale rimando per il rias-
sunto delle dottrine fisico- filosofiche dell'Alderotto.
Come le lezioni di filosofia si tenevano sopra un testo aristotelico
preso a commentare, come le lezioni di teologia si tenevano esponendo
il Liber sententiarum di Pietro Lombardo o un libro della Bibbia, altret-
tanto si faceva per la medicina teorica. I testi che servivano per l'insegna-
mento di questa disciplina erano dapprima quella specie di piccole somme,
nelle quali la scienza medica ricavata dalle opere dei grandi maestri del-
l'antichit classica e dagli scritti degli arabi che di quelli erano stati i con-
tinuatori, veniva esposta in modo sistematico, secondo un rigoroso piano
logico, e nello stesso tempo in forma elementare adatta a dei principianti.
Una delle somme di questo genere era la Pantegni di AH-el-Abbas (l'Ha-
liabbas dei medievali), tradotta in latino da Costantino Africano, fin dalla
seconda met del secolo XI, e talora attribuita al traduttore. Altri conj-
pendii del genere erano la Microtegni, detta pure Articella, e la Macro-
tegni di Galeno. Soltanto quando lo studente di medicina s'era familiariz-
zato con queste opere elementari, era in grado di togliere in mano il Canon
totius medicine di Avicenna, tradotto in latino da Gerardo da Cremona,
e le trattazioni speciali. Ma un altro famoso compendio di tutta l'arte
medica, nel quale eran riassunti in brevissimi capitoletti i concetti fon-
damentali della scienza, aveva servito fin dal secolo XII all' iniziazione
degli studenti in questa disciplina: voglio dire l'Isagoge o, come si diceva
spesso nel medio evo, le Isagoge di Ioannitius. Costui fu il celebre me-
dico e filosofo Honein ibn Isaak, siro, che intorno alla met del secolo IX
tante opere filosofiche e scientifiche tradusse dal siriaco e dal greco in
arabo. Questo suo manualetto d' introduzione allo studio della medicina
dovette avere larga diffusione fra i maomettani, poich allo schema fon-
damentale di questo trattatello si attengono AH-el-Abbas (fine del sec. IX)

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L'AVERROISMO BOLOONESE NEL SEC. XIII E TADDEO ALDEROTTO I5

nella Pantegni e Avicenna nel Canon. Nel secolo XII era gi tradotto in
latino e lo troviamo pi volte ricordato nella scuola di Chartres.
Il commento assai diffuso che Taddeo compose ein subtilissimum
Isagogarum libellum , ha particolare importanza, come dicevamo, poich
in esso, meglio che negli altri suoi scritti, s' incontrano discussioni abba-
stanza estese o importanti accenni riguardanti le basi comuni alla medi,-
cina e alla filosofia del tempo. Anzi, sembra che costante proposito del-
l'espositore sia quello di appianare, per mezzo di accorte distinzioni, le
divergenze tra medici e filosofi. Nel che egli seguiva l' indirizzo di Avi-
cenna e precorreva il Conciliator differ cntiamm philosophorum et prae -
cipue medicorurn, cui un ventennio pi tardi attender il suo celebre col-
lega padovano, Pietro d'Abano. Particolare importanza, per intendere la
posizione filosofica del maestro bolognese, ha la lunga digressione sul
capitolo decimo dell'operetta di Ioannitius, che concerne le virt dell'ani-
ma, e i dubia che ivi Taddeo discute. Si tratta un vero e proprio trat-
tatalo di psicologia medievale ad uso dei medici, desunta da Avicenna
e dagli altri trattatisti pi in voga. Degne di qualche attenzione sono te
cose che egli osserva intorno alla sensazione in generale e alla vista in
particolare. Se non che i problemi sui quali s' intrattiene e la soluzione
che ne prospetta, sono ben lungi da costituire una novit ; che intorno ad
essi v'era ormai una copiosa letteratura, sia tra i medici che tra i filosofi.
Come gli altri maestri suoi contemporanei, anche Taddeo non po-
teva sottrarsi a dir la sua su questioni scottanti quali erano quelle solle-
vate ovunque fosse penetrato il commento averroistico ad Aristotele. Ed
aneli 'egli, dopo aver parlato della virt animale in generale, e quindi
della sensibilit interna, condotto a trattare del intelletto. Ora qui
appunto che accade di trovare un importantissimo documento della dif-
fusione dell'averroismo a Bologna, e un riflesso delle violente controversie,
ch'esso aveva suscitato a Parigi.
Dopo avere dichiarato che cosa s' intenda per intelletto agente ,
intelletto materiale e intelletto acquisito o speculativo , il me-
dico bolognese pone il quesito an intellectus agens et materialis sint
idem vel non . Si noti subito che questa espressione di intellectus ma-
terialis, che S. Tommaso (De imitate intellectus , proemio) ritiene cin-
conveniens , tipicamente averroistica. Fra gli argomenti a favore della
tesi che dei due intelletti fa due sostanze, il primo questo (In Isag . Ioann.,
f. 360):
Dicit Avicenna, in Metkaphysca sua, quod doctrina intellectus agentis et ma-
terialis sunt diverse. Ergo et isti intellectus.

La soluzione del problema tutt'altro che chiara. Dapprima il me-


dico bolognese si dice del parere d'Avicenna e d'Averro, che i due intel-
letti debbano essere due diverse sostanze. Ma ha appena enunciato questo
parere, che egli dichiara di tenere la tesi opposta:
Ad hoc dico quod mihi videtiir, secundum sententiam et Avicenne et Aver-
rois, quod isti duo intellectus sint diverse substantie. Unde, quia eorum senten-

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tim non tenemus, ideo eorum auctoritatcs n


tellectus est potentia quaedam anime, et ist
prietates. Nam intellectus abstrahlt, idest e
nibus corporalibus : et hoc modo dicitur inte
piendi vere formam intelligibilem : et quantu
Unde iste due proprietates, scilicet abstrahe
tentiam que dicitur intellectus.
Ad primum argomentum dico, quod auct
hoc casu, sed sequitur (1. sequimur) ambigui
siastica.

Effettivamente il pensiero d'Aristotele parso ai commentatori s


antichi che moderni piuttosto ambiguo; ma l'ultima frase che non ci sa-
remmo attesa, spiega a sufficienza la contraddizione della soluzione del
problema.
Questa preoccupazione di non mettersi in urto coi teologi appare
anche pi evidente nella discussione del quesito sulla tipica dottrina aver-
roistica dell'unicit dell'intelletto possibile:
Quartum [dubium] est, an intellectus omnium hominum sit unus vel non...
(Fol. 3ovb) De quarto sic procedo: videtur quod anima humana sit una
numero in omnibus hominibus hoc modo: [i] Nulla forma individuatur nisi per
applicationem eiusdem ad materiam. Sed intellectiva est forma, et non applicatur
ad materiam. Ergo omnis anima est una nmero. Maior propositio potest haberi
ex dictis philosophi, in Metaphysicv, libro X, capitulo: dubitabit autem aliquis,
quare femina . Minor autem ponitur a philosopho, IIIo De anima, cap. de parte
autem anime etc. Consequentia vero est per primam figuram. Ergo conclusio vera.
[2] Preterea: individuales homines non differunt nisi in proprietatibus, sicut
dicit Porphyrius. Ergo habent eandem formam completivam. Sed talis est anima
humana. Ergo una in numero est in omnibus.
[3] Preterea : si una anima potest magis distantia, potest animare minus
distantia. Sed una anima numero potest animare magis distantia quam sint homo
et homo. Ergo una anima numero potest animare hominem et hominem, et per
consequens omnes homines. Maior autem patet per Philosophum in primo De
anima, cap. de quiescere autem et movere. Minor autem probatur sic: magis
distat os meum a carne mea, quam os meum ab osse Platonis; et sic de aliis.
[4] Preterea: multiplicatio individuorum non est isi propterea, qui individua
sunt corruiptibilia. Sed anima est incorruptibilis. Ergo non debet habere plura
individua. Maior ponitur in secundo De anima, cap. 1 neeessarium autem et de his
intentionem quaeramus . Minor autem ponitur in secundo De anima, cap. quo-
niam autem de intellectu , et in tertio De anima, cap. quoniam autem in omni
natura... Sed eque aliquando, et in 16 De animaJibus ; et Avicenna in Sexta
[naturalium't et omnis philosophus hoc clamat.
[5] Preterea: quecumque uni et eidem sunt eadem, inter se sunt eadem. Sed
multorum anime hominum sunt uni et eidem eedem. Ergo inter se sunt eedem.
Maior est per se nota in geometria. Minor patet hoc modo: intellectus et quod
intelligitur fiunt unum; et hoc dicitur in tertio De anima, cap. dubitabit... ipse
autem intelligibilis , sed posito quod omnes intelligant unum intelligibile, tunc
intellectus omnium erit idem numero. Ergo inter se sunt idem.

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[6] Preterea: dicit Philosophus expresso sermone, XI Prime philosophie , quod


quecumque sunt preter materiam, sunt indivisibilia, sicut intellectus humnus. Igi-
tur opinio prima vera apud eum restt.
[7] Preterea: dato quod anime sint multe, duco ad impossibile; quia secun-
dum Philosophum mundus non incepit, sicut probatur VIII Physicorum et in XI
Methaphyisice et in Celo et Mundo. Sed homines qui mortui sunt ante hoc tempus
sunt infiniti. Ergo cum anima sit immortalis, iam anime separate essent infinite:
quod est impossibile. Ergo una sola est anima.
[8] Preterea: ab uno simplici, inquantum tale, non procedit nisi unum. Sed
deus est unus et simplex. Ergo ab eo non procedit nisi unum. Quare, si anima hu-
mana facta est a deo, sicut ponit ecclesia, non est nisi una. Maior patet ex octavo
Physicorum , cap. quoniam autem oportet motum esse semper, manifestissimum
autem ex his , et patet ex secundo Generations , cap. quoniam autem suppositum
est ab eodem . Minor autem patet VIII Physicorum, per totum, et in XI Metha-
physice, per totum.
[9] Preterea : di'stinctio non fit nisi per formam, sicut dicitur secundo [1. deci-
mo] Prime Philosophie. Sed forme non est forma; quia, si esset, esset processus
ad infinitum. Ergo, cum anima sit forma, non potest distingui ab alia anima, quia
non per formam, cum forme non sit forma.
[10] Preterea: dicit Aristoteles in IIIo De anima, quod intellectus humnus
materialis semper intelligit. Sed si quilibet homo habet proprium intellectum, tunc
hoc non est verum, qia nullus homo est, qui semper intelligat, quia non quando
dormit, eo quod intellectus non intelligit. Ergo omnis intellectus est unus.
Ad oppositum: [1] ab eodem est esse et esse distinctum. Sed ab anima humana
est alicui homini esse. Ergo ab eadem est ei esse distinctum, per quod ab alio homine
distinguitur. Sed si anima esset una, non posset distingui unum ab alio.
[2] Preterea : si intellectus esset idem in omnibus, ergo omnes essent equaliter
sapientes et insipientes. Et seqilitur quod duo contraria sint simul in eodem, quia in
anima aliqua est ignorantia, et in alia est scientia. Ergo, si anima est una, due con-
traria sunt in eodem. Et hoc argumentum ponit Avicenna et Algazel; sed Averroes
solvit ipsum.
[3] Preterea : prdictum argumentum solvitur a Commentatore, quia diversi,
secundum maiorem et minorem continuationem quam habet imaginario cum intel-
lectu in uno homine quam in alio, dicitur aliquis magi s vel minus scire. Sed contra
hoc : principium de quolibet affirmatio vel negatio vera non cadit in imaginatione,
quia non habet phantasma ; nam talis est dispositio rei incorporee, sicut dicitur III
De anima, cap. c quandocumque autem nulla extra magnitudine . Ergo, cum tale prin-
cipium non cadat in imaginatione, cum non habeat (f. 361 rb) phantasma, tunc simi-
liter erit in anima rustici; ergo conclusiones, que fiunt ex tali principio in anima
rustici, similes erunt illis que fiunt in anima philosophi, et e converso : quod falsum
est.

[4] Preterea : homo intelligit Deum esse, et tamen hoc non habet phantasma.
Ergo similiter intelligit rusticus Deum et philosophus.
[5] Preterea : homo intelligit se esse iustum ; et hoc non habet phantasma. Ergo
si homo iustus intelligit se esse iustum, quilibet intelliget se esse iustum : quod fal-
sum est.

|6] Preterea: intellectus materialis intelligit agentem, sicut dicit Averroes;

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18 STUDI E RICERCHE

hoc autem non potest esse cum phantasm


agentem, sicut unus philosophas; et si ho
[7] Preterea: sicut vult Philosophus in
Ergo, cum anima non possit habere beatit
alicui operari secundum virtutes, quia equa
[8] Preterea: dicit Philosophus in Ethic
ritatem hanc; et hoc idem dicit in Somn
firment, scilicet quod anima cuiuslibet s
bonum in futurum suscipiat, necessario it
[9] Preterea: proprius actus habet fie
actus corporis humni. Ergo sunt multe an
De anima, cap. quoniam autem quo vivi
Minor patet ex diffinitione anime.
Ad istam questionem non est congruum
sophis prioribus discordt, secundum quo
commento. Et ideo tenendum est simplic
quolibet homine, secundum quod obiectum
deam; sed sufficit sola disputatio. Nec pr
solum propter quandam timiditatem, cum
dictum est.

Questo testo che per comodit del lettore ho riferito per intero, av-
vertendo che ho dovuto ritoccarlo qua e l col sussidio del codice vaticano
latino 2366, fol. 62va-6.3ra, ove il senso lo richiedeva (sebbene anche* il
codice sia non meno imperfetto dell'edizione del 1527) merita alcune
osservazioni.
Ed anzitutto, i dieci argomenti allegati a favore della tesi aver mi-
stica e i nove a favore della tesi opposta stanno a dimostrare che l'aver-
roismo doveva avere anche a Bologna, negli anni in cui Taddeo scriveva
il suo commento all'Isagoge di Ioannitius, seguaci e oppositori, come a
Parigi e ormai, pi o meno, dovunque. La controversia aver roi stica nello
studio bolognese era un riflesso di quella scoppiata circa un decennio
prima nella capitale francese, oppure era un prodotto spontaneo della
familiarit col gran commento del filosofo di Cordova agli scritti di
Aristotele? Certo, gli scambi intellettuali fra Parigi e Bologna, come fra
Parigi e Padova, erano frequenti. Cos a Parigi era stato, allievo di Gio-
vanni Vath, maestro Gentile da Cingoli che insegn filosofia a Bologna
sul finire del secolo XIII e a principio del XIV, e v'ebbe per alunno An-
gelo d'Arezzo, anch'esso professore di filosofia a Bologna e averroista
(cfr. Grabmann, Gentile da Cingoli , nei Sitzungsber. d. bayer. Akade-
mie d. Wissenschaften. Philos, histor. Abtl., 1940, Heft 9; e lo studio
Der Bologneser Angelo d'Arezzo dello stesso autore, nel II voi. di Mit -
telalt. Geistesleben , Mnchen, 1936, pp. 261-71). Cos a Bologna trove-
remo maestro Taddeo da Parma, autore d'un commento al De anima,
ricalcato su quello dell'averroista parigino Giovanni di Jandun. Cos a
Parigi, come a suo tempo vedremo, erano stati i padovani Pietro d'Abano
e Marsilio da Padova.

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L'AVERROISMO BOLOGNESE NEL SEC. XIII E TADDEO ALDEROTTO 19

Altra cosa da osservare il rifiuto di Taddeo di rispondere al que-


sito che s'era proposto, motivato colla ragione che questa volta il dissenso
era, non pi tra una corrente filosofica e un'altra corrente ugualmente
filosofica, ma tra i primi filosofi e la Chiesa. Cum philosophis posterio-
ribus legge la stampa del 1527; cum philosophis prioribus legge
invece il codice vaticano; e cos mi pare vada letto, alludendosi eviden-
temente ad Aristotele, a Teof rasto, a Temistio e ad Averro, che gli aver-
roisti citavano a sostegno della loro dottrina. Nel riconoscimento del dis-
senso tra la filosofia e 1' insegnamento della Chiesa consiste, come ho pi
volte mostrato, l'averroismo; perci Taddeo, mentre riconosce questo dis-
senso, aggiunge, come appunto facevano tutti gli averroisti, che simpli-
citer , vale a dire, non secondo la filosofia (cio secondo il pensiero
d'Aristotele), ma secondo la sua propria convinzione di credente deve
ritenersi che le anime umane sono molteplici di numero. E poich questa
certezza non una certezza di ragione, ma di fede, egli pu fare a meno
di risolvere gli argomenti averroistici contro la tesi della molteplicit.
Per risolvere questi argomenti egli avrebbe dovuto scendere sul terreno
della filosofia, mentre era persuaso che la filosofia era per la tesi
dell'unit. Ma Taddeo sapeva pure che la dottrina averroistica era stata
condannata a Parigi dall'autorit ecclesiastica. Ora la condanna pronun-
ziata dal vescovo di Parigi, su parere conforme dei maestri di teologia
,di quella autorevolissima universit, rendeva particolarmente scabrose le
discussioni non soltanto delle dottrine averroistiche, ma altres di tutte
le altre dottrine colpite da quella condanna ; tanto vero che i teologi degli
ultimi decenni del secolo XIII, si mostrano estremamente guardinghi
quando debbono sostenere un'opinione che abbia attinenza con uno degli
articuli censurati a Parigi o a Oxford. Messo sull'avviso dalla con-
danna pronunziata a Parigi, l' inquisitore vigilava, ovunque nascesse qual-
che sospetto d'eresia. E coli' inquisitore conveniva esser cauti. Col pas-
sare degli anni, la condanna parigina fin coll'esser dimenticata, e gli aver-
roisti, come vedremo, riacquistarono piena libert di discussione. Ma
negli anni in cui scriveva Taddeo, la dottrina averroistica puzzava d'ere-
sia per la condanna recente. La timiditas che consigliava al maestro
bolognese di non attardarsi nella discussione d'un argomento scabroso,
si spiega ottimamente in rapporto a questa circostanza; n mi sembra
che abbia ben capito di che natura sia questa timiditas Francesco Puc-
cinotti, il quale vorrebbe farla passare come rispetto alla verit e alla
autorit di nostra fede (op. cit., p. 332).
Il fatto , invece, che malgrado le sue proteste di attaccamento alla
fede, Taddeo Alderotto era, nell'interpretazione del pensiero di Aristo-
tele, averroista. Se non bastasse quanto abbiamo detto, giovi fermare an-
cora l'attenzione su due altri problemi che egli esamina. Il primo concerne
il dubbio an intelleotus semper intelligat vel non. Taddeo, al pari di
Averro, lo risolve in senso affermativo, in quanto intellectus semper
[se] intelligit, sed nos non perpendimus quando ipse intellectus se intel-

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20 STUDI E RICERCHE

ligat, quia non facit hoc cum phant


Ma r intelletto, oltre a questa cont
che sempre intenda, perch, essend
v' un solo momento, in cui non sia
un qualche uomo particolare che, i
< intento a pensare :
Aut dicas quod dictum Aristotelis deb
unus ponitur in quolibet homine. Nam t
rnin, nunquam vacat a philosophia, si
digressions pars V, solutio 2ae quaest.

Come si vede, quest'ultima soluzi


quale a proposito del detto arist
430P 21-22) :
Et quod est in potentia, est prius tempore individuo; universaliter autem non
est neque in tempore, neque est quandoque intelligens et quandoque non intelligens,

cos espone, secondo il proprio modo di vedere:


Secundum autem quod nobis apparut, sermo est iste secundum suum mani-
festum : et erit illud verbum est relatum ad propmquissime dictum, et erit intel-
lectus materialis cum fuerit actu simpliciter, non respectu individui. Intellectus enim
qui dicitur materialis, secundum quod diximus, non accidit ei quod quandoque intel-
ligat, quandoque non, nisi in respectu formarum imaginationis existentium in uno-
quoque individuo, non in respectu speciei ; verbi gratia, quod non accidit ei ut quan-
doque intelligat intelectum equi, et quandoque non, nisi in respectu Socratis et Pla-
tonis ; simpliciter autem et respectu speciei semper intelligit hoc universale, nisi
species humana deficiat omnino, quod est impossibile.

Naturalmente Taddeo si ricorda che, sul presupposto di questa solu-


zione del problema, v' dissidio tra i filosofi e la Chiesa; e perci s'af-
fretta ad aggiungere: Sed hoc est opinio falsa, sicut dictum. Falsa,
si capisce, per la Chiesa ; non per la filosofia.
Ricordo, di passaggio, che la dottrina averroistica alla quale s' ispira
in questo luogo il medico fiorentino, fu assunta da Dante come prin-
cipium inquisitionis directivum per dimostrare l'unit indissolubile del
genere umano, il cui fine ultimo appunto questo, che tutta quanta la
potenza dell' intelletto umano sia in atto ad ogni momento (Moru, I,
III, 8):
Et quia potentia ista per unum hominem tota strnul in actu reduci non potest,
necesse est multitudinem esse in humano genere, per quam quidem tota potentia
hec actuetur: sicut necesse est multitudinem rerum generabilium ut potentia tota
materie prime semper sub actu sit; aliter esset dare potentiam separatami quod est
impossibile. Et huic sententie concordat Averrois in comento super hiis que de Anima.

L'altro problema, nella soluzione del quale torna a far capolino l'aver-
roismo di Taddeo, concerne la memoria. Aristotele aveva detto che la

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L'AVERROISMO BOLOGNESE NEL SEC. XIII E TADDEO ALDEROTTO 21

memoria una facolt della parte sensitiva dell'anima, essenzialmente le-


gata all' immaginativa ; s qhe, quando col corrompersi del corpo l' imma-
ginativa si dissolve, anche gli abiti e le passioni dell'anima, fra i quali il
ricordare, svaniscono, perch propri non dell' intelletto ma del composto
umano (De anima, I, t. c. 66, = c. 4, 4o8b 24-29) :
Qtiare, hoc corrupto, eque memink, eque amat : non enim illius erant, sed
communis, quod quidem destructuni est. Intellectus autem fortassis divinius quid
et impassibile est.

E di nuovo, parlando dell' intelletto passibile vov), da


non confondersi coli' intelletto possibile, dice Aristotele (De anima, III,
t. c. 20, = 430a 24-25) che corruttibile, e per questo appunto dopo la
morte non ricordiamo :

Non retniniscimur autem, quia hoc quidem [cio T intelletto che separato,
immortale ed eterno] impassibile est ; passivus vero intellectus corruptibilis est, et
sine hoc nihil intelligit.

Il qual testo cos commentato da Averro:


Quia rememoratio fit per virtutes comprehensivos passibiles, scilicet materia-
les; et sunt tres virtutes in homine, quarum esse declaratum est in Sensu et sensata,
scilicet imaginativa et cogitativa et rememorativa (istae enim tres virtutes sunt in
homine ad repraesentandam forman rei imaginatae, quando sensus fuerit absens) ; et
ideo dictum fuit illic quod, cum stae tres virtutes adiuverint se invicem, forte re-
praesentabunt individuum rei, secundum quod est in suo esse, licet autem non sen-
tiamus ipsum. Et intendebat hie per intellectum passibilem formas imaginationis,
secundum quod in eas agit virtus cogitativa, propria homini. Ista enim virtus est
aliqua ratio; et actio eiue nihil est aliud quam ponere intentionem formae imagi-
nationis cum suo individuo apud rememorationem, aut distinguere earn ab eo apud
formationem. Et manifestum est quod intellectus, qui dicitur materialis, recipit in-
tentiones imaginatas post hanc distinctionem. Iste igitur intellectus passibilis neces-
sarius est in formatione. Recte igitur dixit : Et non remenioramur, quia iste [cio
l' intellectus materialis >] est non passibilis, et intellectus passibilis est corruptibilis,
et sine hoc nihil intelligit , idest et sine virtute imaginativa et cogitativa nihil
intelligit intellectus qui dicitur materialis.

In siffatta teoria, dopo la distruzione dell'organismo corporeo, si


spezza ogni legame dell' intelletto separato, unico, impassibile ed eterno,
coli' individuo umano. Sopravvive, certo, questo intelletto unico ed eterno,
il quale continua ad essere unito agi' individui della specie umana che
vivono e vivranno ancora sparsi sulla terra; ma il rapporto che questo
intelletto stringe via via con ognuno di essi, cessa per sempre con la
morte. Quindi anche la memoria, che il fondamento della personalit
individuale, si fa muta* per l'eternit.
Ecco ora come risolve il problema che s'era proposto. Taddeo (ib.,
f. 3ivb):
Videtur quod homo post mortem recordetur: [1] quia si anima condemnatur,
tunc iustum est ut sciat se damnatam, quia peccavit. Ergo recordatur.

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22 STUDI E RICERCHE

[2] Preterea: dicitur quarto Topicorum


mortalis, non sumit aliam vitam. Sed hom
Ergo non sumit aliam vitam. Sed vita int
que primo intelligebat.
[3] Preterea: intellectus semper intelli
nativam sibi coniunctam non potest nov
intelligat universalia antiqua.
[4] Preterea : dicitur in divina Scriptu
esset in infernum: Recordare etc.
Ad contrarium, [1] textus est Aristotelis, in primo De anima ; quia dicit, post
mortem non recordamur. In tertio De anima dicit hec idem.

[2] Preterea, patet per rationem. Nam memorialis virtus est de virtutibus
anime sensibilis, sicut dictum est, capitulo de memoria. Sed omnis anima sensibilis
operatur cum corpore. Ergo ipsa non retinet post mortem.
Ad istam questionem dico quod, quantum est per viam nature, anima non remi-
niscitur post mortem; et concedo rationes ad hoc factas. Sed per viam gratie est
possibile; nam contemplando divinam essentiam, pos sunt omnia scire, quia deus est
pura scientia et potest facere scire omnia per modum qui est supra naturam. Et
hoc est.

Ancora una volta il contrasto fra la ragione e la fede, fra la via


naturae e la via gratiae affermato nel tipico gergo averroistico
che non possibile fraintendere. Dichiarando che l'anima intellettiva, se-
condo Aristotele e la ragione, dopo la morte del corpo non ricorda, Tad-
deo riconosce implicitamente non esser possibile una dimostrazione razio-
nale dell' immortalit individuale della persona umana. Sopravvive, s,
l' intelletto ; ma in quanto, unico in s, continua ad essere unito eterna-
mente ad altri individui della specie umana.
Nella celebre canzone di Guido Cavalcanti sulla natura dell'amore,
si dice che questa passione dell'anima prende suo stato e risiede c in quella
parte dove sta memora, cio nell'anima sensitiva, della quale un appe-
tito, come appunto insegnano Aristotele e il suo Commentatore. Il Caval-
canti che, al dire del Boccaccio ( Decam v VI. 9), fu uno de' migliori
loici che avesse il mondo, et ottimo filosofo naturale, era anch'egli im-
peciato d'averroismo, come ormai sappiamo (cfr. Studi danteschi, vol. XXV,
pp. 43-80, e Cultura neolatina, Vjl-VII, 1946-1947, pp. 123-135), checch
vadano arzigogolando taluni critici dotati di molta fantasia ma di scarsa
conoscenza del linguaggio filosofico del medio evo. A Firenze abbiamo
cos trovato due averroisti i quali dovettero pure avere qualche influenza
sulla formazione di Dante, quando questi prese ad appassionarsi per la
filosofia. I motivi e gli spunti averroistici che pi volte m' accaduto di
segnalare nel pensiero filosofico dell'autore del Convivio e della Comme-
dia, s' illuminano del riflesso di una cultura che da Bologna gi s'era irra-
diata sulle rive dell'Arno. Ed a Bologna era un grande maestro fiorentino
che se n'era fatto banditore fra i suoi numerosi alunni.

Bruno Nardi

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