Sei sulla pagina 1di 35

De iure Romano ex ratione civili interpretando La svolta dalla filosofia politica alla filosofia della storia in Vico * Pierpaolo

Ciccarelli

1. Hannah Arendt elogia, in Vita activa, il De nostri temporis studiorum ratione (dora in poi: De ratione). La prolusione accademica pubblicata da Vico nel 1709 sembra a Arendt un testo rivelativo, giacch vi emerge, secondo lei, il motivo in ragione del quale, nella modernit, si compie la scoperta della storia e si forma la coscienza storica. Motivo che consiste nellesigenza di trovare una risposta possibile al dubbio cartesiano, vale a dire, di scoprire un ambito al di fuori dellorizzonte di coscienza della filosofia cartesiana, in cui la conoscenza umana potesse trovare conferma.1 Nel De ratione Vico racconta2 la via che egli stesso ha percorsa allorch ha spostato lattenzione dalle scienze della natura alle scienze storiche.3 Una nota a questo passo di Vita activa chiarisce che Arendt pensa principalmente al celebre assioma vichiano: Geometrica demonstramus, quia facimus: si physica demonstrare possemus, faceremus,4 dimostriamo le cose geometriche perch le facciamo; se potessimo dimostrare le cose fisiche, noi le faremmo. In verit, questo principio serve a Vico, in De ratione IV, a formulare una critica, di ispirazione essenzialmente scettica, della fisica cartesiana. Ad osservarla bene, quindi, la lettura arendtiana risulta alquanto imprecisa. infatti noto che, non nel De ratione, semmai nella Scienza nuova, Vico fonda la scienza storica sul principio del verum-factum.5 In De ratione IV Vico si limita ad escludere la possibilit di una conoscenza dimostrativa, geometricamente esatta della natura. In nessun luogo del De ratione si parla come le osservazioni di
* La prima redazione del presente scritto apparsa in lingua tedesca con il titolo De iure romano ex ratione civili interpretando. Zur Wende der politischen Philosophie zur Geschichtsphilosophie bei Vico, in: Ars iuris. Festschrift fr Okko Behrends zum 70. Geburtstag, hrsg. von M. AVENARIUS, R. MEYER-PRITZL, C. MLLER, Gttingen 2009, pp. 87-118. 1 H. ARENDT, Vita activa. Vom ttigen Leben (1967), Mnchen 2007, p. 380. curioso che, riguardo a questo punto, ci sia difformit tra ledizione americana (The Human Condition, Chicago 1958) e quella tedesca. Nella edizione americana, la scoperta moderna della storia e della coscienza storica dovuta, secondo Arendt, alla disperazione della ragione umana, che sembr adeguata solo se posta di fronte ad oggetti fatti dalluomo (H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, tr. it. dalledizione americana di S. Finzi, Milano 1988, p. 222). 2 Ivi, p. 477, nota 64 (= tr. it. cit., p. 279, nota 63). 3 Ivi, p. 380 (= tr. it. cit., p. 222). 4 G. VICO, De nostri temporis studiorum ratione, in: G. VICO, Opere, a cura di A. BATTISTINI, Milano 20013, vol. I, p. 116 (in seguito: De ratione). Riguardo a questo enunciato vichiano, cfr. infra, n.*.

Arendt nelle pagine di Vita activa lasciano supporre di una scienza della storia che, avendo a che fare solo con i prodotti dellattivit umana, capace di giungere ad una certezza conoscitiva.6 Limprecisione di questo riferimento al De ratione in Vita activa dunque palese: Arendt legge la prolusione del 1709 in modo anacronistico, la interpreta cio retrospettivamente muovendo dalle pi tarde redazioni della Scienza nuova (1725, 1730 e 1744), in riferimento alle quali soltanto pu dirsi che la certezza della scienza storica si fondi sulla capacit degli uomini di essere i produttori o autori della storia. Stranamente, per, in questo anacronismo Arendt non cade in una nota al testo, redatta, forse, dopo una pi attenta lettura dei documenti citati. Nella nota 64 al sesto capitolo di Vita activa, infatti, Arendt mette chiaramente in rilievo che nel De ratione la scienza nuova () non ancora scoperta e la critica delle scienze viene compiuta ancora dal punto di vista della antica scienza morale della politica: solo dopo la stesura dello scritto nota qui Arendt, con precisione deve essere venuto in mente [a Vico] che la storia un prodotto delluomo nel medesimo senso in cui la natura una creazione di Dio.7 Aggiunge subito dopo Arendt:
Nellambito del primo Settecento, questo sviluppo ancora una eccezione e Vico manifestamente un precursore delle pi tarde scienza della storia e filosofia della storia. notevole il fatto che, in origine, egli mirasse ad una nuova filosofia politica. Se si pensa agli sviluppi pi tardi successivi alla rivoluzione francese, si pu bene dire che ogniqualvolta la modernit aspir ad un rinnovamento della filosofia politica, questa si trasform improvvisamente in una filosofia della storia.8

Se, nel testo principale di Vita activa, le osservazioni arendtiane appaiono alquanto sfocate, esteriori rispetto allo specifico ragionamento svolto nel De ratione, quello che si legge in questa nota in calce sicuramente non privo di acume. Arendt fa emergere il
5 Diamo qui per ammessa, senza concederla, la plausibilit della tesi storiografica, divenuta oramai convenzionale, secondo cui, nella Scienza nuova, Vico avrebbe fondato la storia su tale principio. Uno dei tentativi concettualmente pi rigorosi di fondare questa tesi quello di S. OTTO, Die transzendentalphilosophische Relevanz des Axioms verum et factum convertuntur. berlegungen zu Giambattista Vicos Liber metaphysicus, in: Philosophisches Jahrbuch 84 (1977), pp. 32-54 (rist. in: ID., Materialien zur Theorie der Geistesgeschichte, Mnchen 1979, pp. 174-196). Cfr. per, contra, gli argomenti non poco persuasivi di S. VELOTTI, Sapienti e bestioni. Saggio sullignoranza, il sapere e la poesia in Giambattista Vico, Parma 1995, pp. 51 ss. 6 H. ARENDT, Vita activa, cit., p. 380 (= tr. it. cit., p. 222). 7 Ivi, p. 478, nota 64 (= tr. it. cit., p. 279; il passo delledizione americana, su cui stata compiuta la traduzione italiana, difforme, pi breve: non si parla qui di una critica, da parte di Vico, delle scienze vom Standpunkt aus der alten Moralwissenschaft der Politik). 8 Ibidem.

centro intorno al quale ruotata una parte importante degli studi vichiani degli ultimi quaranta anni: si tratta di quella che un attento e raffinato interprete, Pietro Piovani, ha definito la politicit di Vico.9 Il contributo di Arendt a questi studi (di cui, con molta probabilit, ella non aveva alcuna notizia) consiste nel mettere nitidamente in rilievo la problematicit di questo punctum saliens. Osservata alla luce delle osservazioni arendtiane, lopera vichiana appare percorsa da una tensione tra istanze contraddittorie: in questa tensione si produce quella che vorremmo chiamare per sottolineare la radicalit del passaggio una svolta dalla filosofia politica alla filosofia della storia.10 Le ricerche che seguono si propongono di dare un contributo alla comprensione di questo tema storico-filosofico. 2. Le osservazioni arendtiane a proposito della svolta di Vico dalla filosofia politica alla filosofia della storia sollecitano un riscontro filologico pi preciso. A tale scopo, occorrer ora prestare attenzione ad unopera vichiana sicuramente non marginale, bench tra le meno frequentate, il De universi iuris principio et fine uno pubblicato nel 1720 (di seguito: De uno). Sono per noi rilevanti, in particolare, tre passi di questopera, nei quali Vico interpreta retrospettivamente un capitolo del De ratione, lundicesimo, dove egli aveva fornito il primo schizzo di uninterpretazione della storia del diritto romano che rifluir, bench trasformata in modo decisivo, nelle opere successive. Leggiamo il primo passo, tratto dal Proloquium del De uno:

9 P. PIOVANI, Della apoliticit e politicit di Vico (1976), in: P. PIOVANI, La filosofia nuova di Vico, a cura di F. TESSITORE, Napoli 1990, pp. 137-159. Piovani segnala efficacemente lintrinseca problematicit del tema, esortando a guardarsi da affrettate politicizzazioni, giacch la caccia ai sottintesi politici del discorso vichiano pu diventare troppo presto una faticosa maniera: il difficile tema della politicit non va dunque confuso con quello delle dottrine politiche vichiane, che, di per s, sono modesta cosa (ivi, p. 149). La questione della politicit fu originariamente provocata dalla opposta opinione di Benedetto Croce riguardo al carattere essenzialmente impolitico del pensiero vichiano (cfr. B. CROCE, La filosofia di Giambattista Vico (1910), Bari 1947, pp. 288 ss. e F. NICOLINI, Fu il Vico uomo di partito? Ancora dellapoliticit del Vico; Sempre sullapoliticit di Vico, in: Atti dellAccademia Pontaniana (1952-55) pp. 289-317, 402-406). Tra gli studi dedicati al tema, cfr. B. DE GIOVANNI, Il De nostri temporis studiorum ratione nella cultura napoletana del primo Settecento, in: Omaggio a Vico, Napoli 1968, pp. 141-191; ID., Giambattista Vico nella cultura napoletana, V capitolo de La vita intellettuale a Napoli fra la met del 600 e la restaurazione del regno, in: Storia di Napoli, VI, Napoli 1970, pp. 401-534; G. GIARRIZZO, Vico, la politica e la storia, Napoli 1981; R. CAPORALI, Heroes gentium. Sapienza e politica in Vico , Bologna 1992; F. TESSITORE, Vico, la decadenza, il ricorso, in: Archivio di storia della cultura XII (1999) pp. 3-19 (sul quale cfr. infra, n. *). 10 Il tema messo in evidenza con grande chiarezza da A. PONS, Vico: De la prudence la providence, in: De la prudence des Anciens compare celles de Modernes (Annales Littraires de lUniversit de Besanon 1995) pp. 149-167 (= Vico: dalla prudenza alla provvidenza, in: A. PONS, Da Vico a Michelet. Saggi 1968-1995, tr. it. di P. Cattani, Pisa 2004, pp. 69-83).

De iure autem Rom. ano ex ratione civili interpretando, qui doctrinam consignarit, hactenus legi neminem. Nos eo de argumento tredecim ab hinc annis tentamen proposuimus in Lib.[ro] de nostri temporis studiorum ratione.11

De ratione XI dunque per Vico il tentativo unico, mai compiuto in precedenza, di interpretare il diritto romano ex ratione civili. Analogo tenore ha un altro passo in De uno CLXVII. Si parla qui dello argumentum de Jurisprudentia arcana Romanorum, che afferma Vico non senza orgoglio non solum Romanis rebus, Romanaequae Jurisprudentiae, sed Universae Historiae, universaequae Eruditioni affert luculentissimam lucem.12 Anche questo argumentum, analogamente a quello relativo alla ratio civilis come base interpretativa del diritto romano, considerato da Vico una scoperta del tutto originale:
Nos, in nostro lib.[ro] De ratione studiorum nostri temporis cum antiquorum collata, aliqua super hac re disseruimus, sed inchoata, quia nondum Jurisprudentiae Principium, quod tum vestigabamus, invenimus. His de caussis igitur haec res nobis est altius repetenda.13

Lentusiasmo di Vico per il lavoro compiuto dunque moderato dalla consapevolezza che, in De ratione XI, largumentum de Jurisprudentia arcana Romanorum, bench gi trattato, lo sia tuttavia in modo incohatum. Lincompiutezza dellargumentum e la necessit della sua ripetizione sono dovute al fatto che in De ratione XI ammette Vico undici anni dopo la pubblicazione del discorso inaugurale lo Jurisprudentiae Principium non era stato ancora trovato. La ripetizione dell argumentum de Jurisprudentia arcana Romanorum va dunque compiuta muovendo da siffatto pi alto principio. Ma che cos lo Jurisprudentiae Principium che Vico, per sua stessa ammissione, nel
11 G. VICO, De uno universi iuris principio et fine uno (1720), rist. anast. a cura di F. LOMONACO, presentazione di F. TESSITORE, Napoli 2007, p. 11 (= G. VICO, Opere giuridiche, a cura di P. CRISTOFOLINI, Firenze 1974, p. 29); in seguito: De uno (tra parentesi, il numero di pagina corrispondente delled. Cristofolini). Loratio su metodo di studi fu tenuta da Vico nellottobre del 1708 e pubblicata nellanno successivo (su questo si veda M. VENEZIANI, Introduzione, in G. VICO, De nostri temporis studiorum ratione, rist. anast. Firenze 2000, pp. VII ss.). Tra le due pubblicazioni intercorrono, dunque, non gi come qui Vico afferma tredici, bens undici anni. Cfr. anche quello che si legge nellautobiografia: E perch egli il Vico sempre aveva la mira a farsi merito con luniversit nella giurisprudenza per altra via che di leggerla ai giovinetti, vi tratt molto della rcano del l e l eggi degli antichi giurisprudenti romani, e diede un saggio di un s i st em a di gi uri s prudenz a di nt e rpret are l e l e ggi , quant unque pri vat e, con l as pet t o del l a r agi on e del gove rno rom ano (G. VICO, Vita scritta da se medesimo, in: G. VICO, Opere, cit., vol. I, p. 37). 12 Ivi, pp. 130 s. (233). 13 Ivi, p. 131 (233).

1709 non aveva ancora scoperto? Egli lo mette in chiaro sin dal Proloquium del De uno, l dove afferma che lopera tratta de UNO PRINCIPIO, in quo universa divinarum atque humanarum rerum notitia demonstrata constaret.14 Lespressione divinarum atque humanarum rerum notitia, in questo contesto, rinvia ovviamente alla definizione della giurisprudenza di Ulpiano:15 il tema dellopera non altro che il Jurisprudentiae Principium. Lintero trattato, stando a questa definizione del suo tema, altro non che la fondazione epistemica della giurisprudenza: questa cio ricondotta al suo principio unitario (unum Principium). Ancora nel Proloquium del De uno, Vico chiarisce che cosa sia questo fondamento unitario della giurisprudenza: omnis divinae atque humanae eruditionis divinam originem, sive Principia scientiarum a Deo esse demonstremus16, dimostreremo che tutta la dottrina divina e umana di origine divina, vale a dire, che i principi delle scienze scaturiscono da Dio. Lunum et eodem Principium della giurisprudenza, cos come di ogni altra scienza umana, Dio. La fondazione vichiana della giurisprudenza dunque teologica: Principia scientiarum a Deo17. Si tratta per, al contempo, di una fondazione ontologica: a Deo si legge in De uno XXXIII sunt omnia: et quod a Deo non est nihil est.18 Quello che Vico in De ratione XI ancora non aveva ancora trovato appunto siffatto unum Principium ontoteologico, in quo universa divinarum atque humanarum rerum notitia demonstrata constaret. Stando al luogo menzionato sopra di De uno CLXVII, la ricostruzione della storia del diritto romano in De ratione XI da considerarsi insufficiente perch stata condotta in assenza dellunum Principium che unisce il sapere umano e il sapere divino. In altri termini, in quel capitolo del De ratione manca ancora la fondazione ontoteologica della giurisprudenza a cui Vico giunge soltanto nel De uno. Abbiamo per visto che, nel Proloquium del De uno, egli sottolinea con enfasi il significato innovativo della interpretatio juris Romani ex ratione civili compiuta in De ratione XI: se Vico ritiene di doverla menzionare, questa interpretatio ex ratione civili ha evidentemente avuto per lui un significato decisivo. Ma che cosa intende Vico, propriamente, con il
14 Ivi, p. 5 (21). In una nota pagina dellautobiografia, Vico segnala la presenza, seppur ancora embrionale, del tema nel De ratione: Fin dal tempo della prima orazione che si rapportata, e per quella e per tutte laltre seguenti, e pi di tutte per questultima, apertamente si vede che l Vico agitava un qualche argomento e nuovo e grande nellanimo, che i n un pri nci pi o uni s s e egl i t ut t o il s ape re um ano e di vi no (G. VICO, Vita scritta da se medesimo, cit., p. 36). 15 Cfr. ULPIANO 1, Istituzioni, D. I, 10, 2. La definizione deriva in realt dallo stoicismo (cfr. SVF II, p. 15). 16 De uno, p. 19 (41). 17 Ivi, p. 21 (43). 18 Ivi, p. 26 (53).

concetto di ratio civilis? Che cos questo principio politico, sulla base del quale va interpretato il diritto romano? E perch Vico attribuisce proprio a questa nozione un ruolo cos significativo nella maturazione del suo pensiero? Una indicazione significativa per rispondere a queste domande si pu ricavare dal terzo dei passi del De uno in cui Vico rinvia a De ratione XI. Si trova nel capitolo CCXVIII, il cui titolo rende esplicita la filosofia della storia che consegue dallunit ontoteologica di sapere umano e sapere divino: Iuris et iurisprudentiae Romanae vices Divinae Providentiae accepto tribuendae.19: le vicende del diritto e della giurisprudenza romana sono da attribuire alla divina provvidenza. Vico si riferisce nuovamente a De ratione XI nel quadro di questa tesi ontoteologica riguardo alla divina providentia quale fondamento esplicativo della storia del diritto romano:
Nam Divina Providentia, ut cetera omnia, rebus ipsis dictantibus, ita et haec comparavit; ut dum a Tiberio uti Tacitus narrat, veritati consulitur, libertas oppugnatur20; Divinum Consilium praeter omne Tiberii propositum, dum a Principibus Rom. anis Libertas, et Optimatium Ordo arcanis regni artibus oppugnantur21, per has ipsas arcani regni artes consulit veritati; ut ipsi Romani Principes ex ipsa ratione Status, ut lib. De Ratione Studiorum diximus, quae huc translata velim, a Divina Providentia ad aeterni veri cultum imprudentes raperentur.22

Vico allude ovviamente alle vicende che sono al centro della narrazione storica di Tacito in Annales IIV: gli scandalosi intrighi di Tiberio e della sua clique a causa dei quali la vita pubblica romana, rigenerata dallopera politica di Augusto dopo le aspre divisioni civili nellultimo secolo della Repubblica, torn nuovamente a corrompersi. Senonch Vico, riprendendo un classico motivo della teologia della storia cristiana, trasforma sensibilmente il senso del racconto tacitiano: quello che in Tacito processo negativo, di decadenza e corruzione, diventa agli occhi di Vico un corso progressivo, di positiva acquisizione e crescita. Egli scorge infatti nelle arcanae regni artes di Tiberio lopera della provvidenza divina, la quale, contro ogni cosciente proposito di Tiberio, adempie il suo scopo la cristianizzazione dellumanit proprio grazie a questi mezzi scandalosi. Laspetto di questo passo del De uno per noi interessante per un altro. Si tratta dellinterpretazione retrospettiva di De ratione XI: Vico esorta qui a transferre, a trasportare, dunque in certo senso a tradurre quello che l era stato chiamato
19 Ivi, p. 195 (335). 20 Nella glosse autografe di Vico sostituito con corrumpebatur (cfr. ed. CRISTOFOLINI, p. 337). 21 Nella glosse autografe di Vico sostituito con corrumpebatur (cfr. ed. CRISTOFOLINI, p. 337). 22 De uno, p. 195 (337). Riguardo a questo rinvio al concetto di ratio Status in De ratione XI, interessanti osservazioni di G. CRIF, Die Tendenz zur Vereinigung des Getrennten. Jurisprudenz und Politik im Denken Vicos, in: Wissensschaftskolleg (Jahrbuch 1982-83) pp. 67-80. Crif mette opportunamente in rilievo che nel De uno la ragion di Stato non pi caratterizzata come giusta.

ratio Status nella Divina providentia. Mediante questa traduzione, la ratio Status, che nellorazione inaugurale come vedremo era stata intesa in modo senzaltro profano, ossia non metafisico, subisce una torsione ontoteologica. La ragion di stato viene si perdoni lespressione ontoteologizzata. Dai passi del De uno che abbiamo letto risulta, dunque, che Vico pienamente consapevole della trasformazione concettuale che caratterizza il suo itinerario di pensiero: il concetto essenzialmente politico di ratio civilis o ratio Status in De ratione XI sostituito, nel De uno (e poi, naturalmente, nelle diverse redazioni della Scienza nuova23), dalla divina providentia, dunque da una nozione metafisica, costitutiva di una vera e propria filosofia della storia. Il rilievo arendtiano riguardo alla svolta vichiana dalla filosofia politica alla filosofia della storia dunque senzaltro condividibile. Ci per sollecita una domanda. Perch questa svolta? possibile, non soltanto constatarla, ma comprenderla in modo immanente, penetrare cio i motivi teoretici (o sistematico-concettuali) che lhanno determinata? Proveremo a rispondere a questa domanda argomentando la seguente tesi: Vico giunge a formulare una metafisica della storia, o filosofia ontoteologica della storia, spinto dalla necessit di venire a capo di una questione che sta al cuore della sua filosofia politica: la questione dellorigine, ovvero, della ratio civilis della decadenza.24 La svolta, messa in rilievo da Arendt, dalla filosofia politica alla filosofia della storia va dunque considerata quale conseguenza della necessit di rendere razionalmente accessibile il fenomeno della
23 Cfr. il titolo del capoverso 45 della Scienza nuova prima: La provvedenza primo principio delle nazioni (G. VICO, Princpi di una scienza nuova intorno alla natura delle nazioni per la quale si ritruovano i princpi di altro sistema del diritto naturale delle genti (1725), in: ID., Opere, cit., vol. II, p. 1008). Cfr. anche, nella Scienza nuova seconda, il Corollario intitolato: Che la Divina Provvidenza lOrdinatrice delle Repubbliche, e nello stesso tempo del Diritto Natural delle Genti (G. VICO, Cinque libri di Giambattista Vico de Principj duna Scienza Nuova dintorno alla comune natura delle nazioni (1730), in: ID., La scienza nuova 1730 (ed a cura di P. CRISTOFOLINI e M. SANNA, Napoli 2004) p. 237. Cfr. anche il titolo della Conchiusione dellopera nella Scienza nuova terza: Sopra uneterna repubblica naturale, in ciascheduna sua spezie ottima, dalla divina provvidenza ordinata (G. VICO, Principi di Scienza Nuova di Giambattista Vico dintorno alla comune natura delle nazioni (1744), in: ID., Opere, cit., vol. I, p. 961). 24 Sul tema della decadenza nellopera di Vico, cfr. le fini osservazioni di F. TESSITORE, Vico, la decadenza, il ricorso, cit. Secondo Tessitore, il tema della decadenza con la sua riposta politicit (ivi, p. 3) sta al centro del pensiero vichiano. Politicit riposta perch non coincide con lintenzionalit politica di una consapevole partecipazione alle vicende del Regno di Napoli ( ibid.) La riposta politicit del tema della decadenza racchiude, piuttosto, un terribile problema, che Tessitore esprime cos: La decadenza e la caduta diventano forse la condizione di salvezza della storia? () [L]a decadenza (...) la colpa per una aspirazione superiore alla forza dellumanit e alle forme dei suoi governi ed per anche lo strumento che salda la grande conquista di Vico, ovverosia la storicizzazione che il diritto naturale delle genti conquista dinanzi alla possibilit della durata come della conquista (ivi, pp. 15 e 18).

decadenza politica. Tra il De ratione e il De uno, cio, Vico matura la consapevolezza riguardo ad una fondamentale insufficienza dei concetti ereditati da quella che Arendt chiama lantica scienza morale della politica, vale a dire, dalla tradizione che grosso modo pu chiamarsi aristotelica: lincapacit di garantire una comprensione soddisfacente dellorigine della decadenza, ossia di quello che nella sfera dellagire umano si presenta con il carattere della negativit (o della criticit). La ontoteologizzazione della ratio civilis o ratio Status, coscientemente compiuta da Vico nel De uno, non , dunque, conseguenza di una spoliticizzazione del suo pensiero, ovvero di un deluso congedo dalla propria giovanile vocazione civile. Al contrario, essa conseguenza della pi decisa radicalizzazione di una classica domanda politica fondamentale: se e come sia possibile sottrarre le istituzioni umane al destino di morte che incombe su di esse. 3. Losservazione di Arendt, secondo cui nel De ratione le scienze vengono criticate dal punto di vista della antica scienza morale della politica,25 sollecita qualche chiarimento. Da chiarire , in particolare, la natura26 di questo punto di vista della antica scienza morale della politica. Ci ci consentir di afferrare limpostazione di fondo che sorregge la ricostruzione dello sviluppo storico della giurisprudenza romana compiuta da Vico in De ratione XI. Questa ricostruzione si muove in parte ancora entro la prospettiva classica della historia magistra vitae.27 La giurisprudenza romana cio presa in considerazione anzitutto come exemplum per il presente. Presente che, secondo Vico, caratterizzato dalla riprovevole decadenza della doctrina civilis o filosofia
25 Loc. cit. (vedi sopra n. *). 26 Cfr., al riguardo, lampia esposizione introduttiva di A. PONS, Introduction la Vita di Giambattista scritta da lui medesimo e ID., Introduction au De nostri temporis studiorum ratione, in: G. VICO, Vie de Giambattista Vico crite par lui-mme. Lettres. La mthode des tudes de notre temps, ed. a cura di A. PONS, Paris 1981 (= Introduzione alla Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo e Introduzione al De nostri temporis studiorum ratione, entrambi in: A. PONS, Da Vico a Michelet., cit., pp. 15-37 e 39-67). Si veda, inoltre, la chiara e documentata Introduzione di F. LOMONACO a G. VICO, Il metodo degli studi del nostro tempo, anastatica delledizione 1709 con traduzione a fronte, ScriptaWeb, Napoli 2010, pp. 7-34. 27 CICERONE, De oratore II 9, 36 e 12, 51. Sul topos e la sua critica nei secoli XVI-XVII, sono da leggere le pagine di L. STRAUSS, The Political Philosophy of Hobbes, Oxford 1936, ristampa Chicago 1952, pp. 79-107 (= L. STRAUSS, Che cos la filosofia politica? Scritti su Hobbes e altri saggi, tr. it. di P. F. TABONI, con un saggio di A. MOMIGLIANO, Urbino, pp. 235-269). Cfr. anche la ricostruzione storicoconcettuale di R. KOSELLECK, Historia magistra vitae. ber die Auflsung des Topos im Horizont neuzeitlich bewegter Geschichte, in: Natur und Geschichte. Karl Lwith zum 70. Geburtstag, Stuttgart 1967, pp. 196-219. Per una discussione teoretico-sistematica del fenomeno della scientificizzazione della storia nel Rinascimento, cfr. S. OTTO, Die mgliche Wahrheit der Geschichte. Die Dieci dialoghi della Historia des Francesco Patrizi (1529-1597) in ihrer geistesgeschichtlichen Bedeutung, in: S. OTTO, Materialien zur Theorie der Geistesgeschichte, cit., pp. 134-173.

politica. Circostanza, questa, da considerarsi tanto pi preoccupante per via del fatto che la disattenzione nei riguardi della doctrina civilis si accompagna al diffondersi di una ratio studiorum di stampo cartesiano e razionalistico, dunque intrinsecamente impolitica.28 Vico innalza perci ad exemplum da imitare la giurisprudenza romana, o, pi precisamente, la giurisprudenza dei prisci Romani: questa era infatti, non gi una pura e semplice ars, una tecnica specializzata, bens vera e propria saggezza politica. Una sapientia, o iuris philosophia, che gli antichi romani imparavano usu rei publicae, e non gi, come accadeva presso i Greci, soltanto disserendo.29 Non difficile avvertire, in questa raffigurazione vichiana della saggezza dei primi iurisconsulti romani, la reminescenza della nozione aristotelica di frovnhsi.30 Bench, infatti,Vico parli di sapientia (e non solo di prudentia), egli si riferisce evidentemente ad un sapere, non gi teorico-contemplativo, ma pratico-politico, costantemente orientato al commune bonum o interesse comune. La raffigurazione vichiana dei romani in De ratione XI ha dunque una nervatura concettuale facilmente identificabile: si tratta del cosiddetto aristotelismo pratico,31 il quale, nonostante limpetuoso corso delle moderne scienze della natura fondata sul
28 De ratione, p. 130: Sed illud incommodum nostrae studiorum rationis maximum est, quod cum naturalibus doctrinis impensissime studeamus, moralem non tanti facimus, et eam potissimum partem, quae de humani animi ingenio eiusque passionibus ad vitam civilem et ad eloquentiam accomodate, de propriis virtutum ac viciorum notis, de bonis malisque artibus, de morium characteribus pro cuiusque aetate, sexu, conditione, fortuna, gente, republica, et de illa decori arte omnium difficillima disserit: atque adeo amplissima praestantissimaque de republica doctrina nobis deserta ferme et inculta iacet. Cfr. inoltre, ivi, p. 134: Ut haec igitur omnia complectamur, philosophi, qui propter eximiam rerum maximarum scientiam politici olim, universarum rerum publicarum nomine, vocabantur, postea ex parva urbis Athenarum particula, et loco ubi docebant, nomen habuerunt, ac Peripatetici et Academici dicti sunt, tum rationalem tum naturalem moralemque doctrinam ad civilem prudentiam apposite tradebant; hodie res nobis ad antiquos physicos reciderunt . Richiamandosi al celebre topos ciceroniano (Tusc. Disp. V 10), Vico paragone la condizione odierna a quella degli antichi fisici, i fusiolovgoi presocratici. 29 Ivi, p. 160: Cum autem ea sapientia iustitia et civili prudentia tota ferme constet, doctrinam de republica et de iustitia multo rectius, quam Graeci, non disserendo, sed ipso usu reipublicae perdiscebant. Itaque, veram, non simulatam philosophiam sectantes (nam de his temporibus verba iurisconsulti verius dici possunt), in iis virtutibus prius publica persancte obeundo munia, magistratus nempe et imperia se firmabant; senes tandem aetate earundem virtutum compote ad iurisprudentiam animum, tanquam ad honestissimum vitae portum, appellabant. Vico cita qui ULPIANO 1, Istituzioni, D. I.1.1., che definisce i giuristi sacerdotes () veram () philosophiam, non simulatam affectantes. Alla fine del passo possibile individuare, inoltre, CICERONE, De oratore III, 33, 133. F. LOMONACO, Le orationes di G. Gravina: scienza, sapienza e diritto, Napoli 1997, p. 85, sottolinea che la contrapposizione vichiana dei due modi della sapientia, quella spiccatamente pratico-politica dei Romani e quella, invece, meramente teorica dei Greci, si trova gi nel De iurisprudentia (1699) di G. GRAVINA. 30 Cfr. ARIST., Eth. Nic. VI, 8-13.

metodo ipotetico-deduttivo, costituiva ancora, allepoca di Vico, la cornice epistemologica di quelle discipline che oggi chiamiamo scienze umane, Geisteswissenschaften, moral sciences, sciences delhomme. Ne tuttavia nota la profonda diversit: le scienza morale antica non era, infatti, scienza oggettiva e avalutativa, ma soltanto un sapere pratico-orientativo, valutante, dipendente dalla situazione data e, quindi, meramente approssimativo. I capitoli centrali e pi frequentati del De ratione sono consacrati alla difesa di questa tradizione. Vico muove dal rilievo secondo il quale al metodo di studi contemporaneo, ispirato al Discours de la mthode, appartiene un fondamentale instrumentum: la critica, intesa nel senso di arte di giudicare.32 Scopo fondamentale del De ratione la determinazione di commoda e incommoda, dei vantaggi e svantaggi che, riguardo alleducazione, possono provenire dallutilizzo di un simile strumento. A questo scopo, Vico paragona la critica con lo instrumentum preferito degli antichi: la topica, larte di saper congegnare argomenti pubblicamente persuasivi, la quale, essendo medii inveniendi doctrina, deve necessariamente precedere la critica.33 Da questo confronto tra antichi e moderni paragone Vico ricava la conclusione che lodierno strumento del sapere, la critica, pedagogicamente poco appropriato perch orientato esclusivamente alla verit: a critica hodie studia inauguramur: quae, quo suum primum verum ab omni, non solum falso, sed falsi quoque suspicione expurget, vera secunda et verisimilia omnia aeque ac falsa mente exigi iubet,34 noi iniziamo tutti gli studi dalla critica, la quale, per liberare
31 Cfr., al riguardo, la documentata indagine di E. NUZZO, Vico e lAristotele pratico: la meditazione sulle forme civili nelle pratiche della Scienza nuova prima, in: Bollettino del centro studi vichiani XIV-XV (1984-1985), pp. 63-129. Importante chiarimento della cornice culturale e del significato teoretico-sistematico della filosofia civile vichiana, in G. CACCIATORE, Vico e la filosofia pratica, in: Bollettino del centro studi vichiani XXVI-XXVII (1996-1997), pp. 77-84; cfr. anche ID., Filosofia civile e filosofia pratica in Vico, in: G. CACCIATORE / V. GESSA-KUROTSCHKA / H. POSER / M. SANNA (a cura di), La filosofia pratica tra metafisica e antropologia nellet di Wolff e Vico , Napoli 1999, pp. 25-44 e ID., Metaphysik, Poesie und Geschichte. ber die Philosophie von Giambattista Vico, Berlin 2002. 32 Nella Seconda Risposta del Vico (1711-12) alle critiche rivolte al De antiquissima italorum sapientia, critica definita arte del giudicare (in: G. VICO, Le orazioni inaugurali, il De Italorum sapientia e le polemiche, Bari 1914, p. 269). Sul termine critica, sono da leggere le osservazioni, ispirate al metodo della Begriffsgeschichte, di R. KOSELLECK, Kritik und Krise. Eine Studie zur Pathogenese der brgerlichen Welt, Freiburg-Mnchen 1959, Frankfurt a. M. 19978, pp. 86 ss. (per un esplicito rinvio al passo del De ratione citato, cfr. pp. 89 s.) e pp. 196 ss. Cfr. anche la voce Kritik in: J. RITTER / K. GRUNDER / G. GABRIEL (a cura di), Historisches Wrtebuch der Philosophie, Darmstadt 1971 ss. Sul tema si leggano inoltre le interessanti considerazioni di S. GHISU, Storia dellindifferenza. Geometria della distanza dai Presocratici a Musil, Nard 2006, pp. 348 ss. (su Vico, in particolare, pp. 355-359). 33 Cfr. De ratione, p. 106. 34 Ivi, p. 104.

10

il primo vero non solo da ogni errore, ma anche da ci che pu suscitare il minimo sospetto di errore, prescrive che siano allontanati dalla mente tutti i secondi veri, ossia i verisimili, al modo stesso che si allontana la falsit. La critica cartesiana, la quale id nobis dat primum verum, de quo, vel cum dubitas, certus fias 35, nociva alla vita pratica. Una educazione cartesianamente improntata, infatti, non tenendo in alcun conto del verosimile e mirando solo al vero puro, emendato da ogni elemento di verosimiglianza o falsit, finisce con lottundere la sensibilit dei giovani nei riguardi di quello che, nella vita pratica, oltremodo decisivo: il sensus communis, il quale a verisimilis gignitur.36 Proprio il senso comune, grazie allimportanza assegnata alla topica, invece la principale preoccupazione dellantico metodo di studio retorico. 37 Imparando infatti larte di trovare argomenti persuasivi, i giovani diventano capaci, non soltanto di conoscere la verit, ma anche di comprendere quello che, nelle circostanze di volta in volta date, richiesto dalla necessit di comunicare la verit. La difesa vichiana della tradizione dellaristotelismo pratico presuppone evidentemente la differenza di rango ontologico che Aristotele stabilisce tra ejx ajnavgkh ojvnta e ajnrwvpina.38 Vico vi allude in De ratione VII, l dove distingue i summa, o ex genere vera, che sono oggetto di scientia, dagli infima vera, o particularia, di cui si occupa invece la sapientia.39 Per Vico, per, il compito della scientia, ossia la determinazione del genus, non consiste in uninerte contemplatio, bens la produzione del genus stesso: scientia nel senso vero e proprio della parola c soltanto l dove il conoscente produce il conosciuto.40 Sulla base di questa gnoseologia,
35 Ivi, p. 98. In realt, nel De ratione Descartes non mai esplicitamente menzionato: non difficile per avvertirne la presenza, ad esempio in enunciati come questo. 36 Ivi, p. 104. Va menzionata, al riguardo, losservazione di H. ARENDT, Vita activa, cit., p. 476 (= tr. it. cit., p. 278): Il primo che, a quanto ne sappia, abbia notato e criticato la mancanza del sano intelletto umano in Descartes stato, sorprendentemente, Vico nel De nostri temporis studiorum ratione, capitolo 3. Il significato essenzialmente politico del riferimento anticartesiano al sensus communis ben colto da G. GIARRIZZO, La politica di Vico, cit., pp. 75 ss. (di GIARRIZZO si veda anche: Del Senso Comune in Vico, in: ID., Vico, la politica e la storia, cit., pp. 123-141). Sulla centralit del senso comune nel pensiero vichiano cfr. anche G. MODICA, La filosofia del senso comune in Giambattista Vico, Caltanissetta-Roma 1983, nonch F. TESSITORE, Senso comune, teologia della storia e storicismo in Giambattista Vico, in: Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. HERLING e M. REALE, Napoli 1999, pp. 413-436 (sul quale si veda, infra, n. *). 37 Sia qui ricordato il classico studio di E. R. CURTIUS, Europische Literatur und lateinisches Mittelalter, Bern 1948. 38 Cfr., ad esempio, ARIST., Eth. Nic. VI, 5, 1140b 1 e 8, 1141b 8-11. 39 Cfr. De ratione, p. 132 40 Linteressante indagine di H. VIECHTBAUER, Transzendentale Einsicht und Theorie der Geschichte, Mnchen 1977 chiarisce bene linfluenza di Cusano su questo aspetto del pensiero vichiano.

11

in De ratione IV, Vico assume una posizione scettica riguardo alla capacit umana di conoscenza. La conoscenza vera, compiuta, o dimostrativa, riservata a Dio, ossia al creatore del mondo. Luomo non pu andare oltre una conoscenza parziale, limitata e imperfetta. Soltanto in un ambito, egli capace di scientia compiuta: nella geometria. La geometria rende luomo simile a Dio perch il suo procedimento costruttivo, grazie al quale essa produce i propri oggetti e ne conosce di conseguenza la conformit a leggi, analogo alla creazione divina. Ma proprio questo momento divino nelluomo, per Vico, a testimoniare in modo inequivocabile la sua radicale finitezza.41 Infatti, le figure create dalla geometria sono, appunto, mere figure, enti soltanto fittizi. Vico ne trae una conclusione scettica: la pretesa della fisica cartesiana di conoscere, vi methodi geometricae, la natura nella sua verit gli appare del tutto inconsistente. I vera della fisica geometrica non sono altro che meri verisimilia. Infatti, Geometrica demonstramus dice Vico nel celebre passo, gi menzionato quia facimus: si physica demonstrare possemus, faceremus.42 La moderna applicazione alla natura del metodo geometrico non considera che luomo fa esperienza delle cose solo in una prospettiva particolare, limitata, finita. Infatti, alla sillogistica di Port Royal, in De ratione II Vico obietta: natura enim incerta est43 e, di conseguenza, si chiede: qui certi esse possunt vidisse omnia? Ci che una volta si mostra vero, si dimostrer falso in unaltra occasione; ci che ad uno appare in certo modo, allaltro sembra in un altro e cos via, senza che la totalit delle prospettive possibili possa mai essere compiutamente raggiunta. Luomo pu procurarsi una conoscenza soddisfacente della natura, non gi in virt del metodo geometrico, quanto, invece, con lausilio dellingenium, della capacit, quae philosophorum propria est, ut
41 Nel De ratione la finitezza della conoscenza umana giustificata in modo ontoteologico: Dio cio evocato da Vico per mostrare la radicale disparit tra sapere umano e sapere divino. Non si tratta per ancora ancora della vera e propria fondazione ontoteologica, compiuta nel De uno, del sapere umano e di quello divino nella loro unit (cfr. sopra *). Il principio del verum-factum non garantisce cio ancora, nel De ratione, quella transzendentalphilosophische Begrndung von Philosophie und Wissenschaft , che Stephan Otto ha ricostruito sulla base di una penetrante lettura del Liber metaphysicus vichiano: cfr., ad esempio, S. OTTO / H. VIECHTBAUER (a cura di), Sachkommentar zu Giambattista Vicos Liber metaphysicus, Mnchen 1985, pp. 9-45 (altre riferimenti bibliografici, infra, n. *). Critico nei riguardi di questa interpretazione F. FELLMANN, Ist Vicos Neue Wissenschaft Transzendentalphilosophie?, in: Archiv fr Begriffsgeschichte 61 (1979), pp. 68-76. 42 De ratione, p. 116. Cfr. la rielaborazione sistematica di questo enunciato nel De antiquissima italorum sapientia (1710) (in: G. VICO, Le orazioni inaugurali, cit., pp. 150 ss.). Questo il celebre passo che, di norma, letto come una sorta di applicazione alla storia del principio del verum-factum: Ma, in tal densa notte di tenebra ond coverta la prima da noi lontanissima antichit, apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verit, la quale non si pu a patto alcuno chiamare in dubbio; che ques t o m ondo ci vi l e egl i ce rt am ent e s t at o fat t o da gl i uom i ni , onde se ne possono, perch se ne debbono, ritruovare i principi dent ro l e m odi fi caz i oni del l a n ost r a m edes i m a m ent e um an a (G. VICO, Scienza nuova (1744), cit., cpv. 331, pp. 541 s.).

12

in rebus longe dissitis ac diversis similes videant rationes,44 che propria dei filosofi, che consente di scorgere analogie tra cose di gran lunga disparate e differenti. La conoscenza umana della natura non pu mai compiutamente emendarsi, secondo Vico, del carattere apparente, potenzialmente illusorio che connota ogni esperienza umana delle cose. Ma di ci ancor meno capace la prudentia, ossia il sapere morale delle res humanae. Infatti, se gi la natura di per s incerta, la hominum natura afferma Vico in De ratione VII45 ab arbitrio resa addirittura incertissima. A dominare nel campo delle res humanae, sono la occasio e la electio, res incertissimae, nonch la simulatio e la dissimulatio, res fallacissimae. dunque evidente quanto poco possano essere allaltezza della vita politica giovani educati con il metodo cartesiano. Costoro, infatti, spinti a curarsi soltanto del vero, ossia di ci che ha il connotato dellevidenza e dellaccessibilit razionale, ed a trascurare il verisimile, non saranno in grado di affrontare lambivalenza connaturata agli affari politici e, di conseguenza, se ne sentiranno frustrati e saranno costretti a disinteressarsene. Queste considerazioni dal tenore cos scettico non determinano, nel De ratione, un sentimento di sconsolata rassegnazione. Sono bens motivo di un ammonimento entusiastico,46 di sapore umanistico, ad usare ogni mezzo a disposizione delluomo, per avere ragione della radicale pericolosit della natura. Infatti, immediatamente dopo laffermazione menzionata riguardo alla costitutiva incertezza della natura (natura enim incerta est), Vico aggiunge in modo apparentemente paradossale: et praecipuus, immo

43 De ratione, p. 106: Deinde sola hodie critica celebratur; topica nedum non praemissa, sed omnino posthabita. Incommode iterum: nam ut argumentorum inventio prior natura est, quam de eorum veritate diiudicatio, ita topica prior critica debet esse doctrina. At enim eam nostri facessunt, et nullius usus putant: nam sat est, inquiunt, homines modo critici sint, rem doceri, ut quid in ea veri inest inveniant; et quae circumstant verisimilia, eadem ipsa veri regula, nullam topicam docti vident. Sed qui certi esse possunt vidisse omnia? Unde illa summa et rara orationis virtus existit, qua plena dicitur, quae nihil intactum, nihil non in medium adductum, nihil auditoribus desiderandum relinquit. Natura enim incerta est, et praecipuus, immo unus artium finis, ut nos certos reddat, recte fecisse: et critica est ars verae orationis, topica autem copiosae. 44 Ivi, p. 116. 45 Ivi, p. 130: Et, quod ad prudentiam civilis vitae attinet, cum rerum humanarum dominae sint occasio et electio, quae incertissimae sunt, easque, ut plurimum, simulatio et dissimulatio, res fallacissimae ducant, qui unum verum curant, difficile media, difficilius fines earum assequuntur; et suis consiliis frustrati, alienis decepti, quam saepissime abeunt. 46 Lentusiastica apertura alla possibilit di incominciare qualcosa di nuovo anima tutte le orazioni di Vico fino alla tarda De mente heroica, dove egli invita i suoi giovani ascoltatori a guardarsi dal falsus rumor di pusilli animi literatis secondo cui iam omnia absoluta, consummata, perfecta esse, ut in ea nihil ultra desiderandum supersit. Vico, allepoca gi vecchio e malato, ribatte: mundus enim iuvenescit adhuc (G. VICO, De mente heroica (1732) in: ID., Opere, cit., vol. II, p. 396).

13

unus artium finis, ut nos certos reddat, recte fecisse,47 lunico fine delle arti il renderci certi di aver agito rettamente. Ossia: proprio perch dobbiamo confrontarci con una natura fondamentalmente incerta, imprevedibile e, in questo senso, pericolosa, abbiamo bisogno delle artes per accertare, rendere cio certo, il nostro agire. E, come vedremo meglio in seguito, questo accertamento contro lincertezza costitutiva della natura, che le arti sono in grado di procurare, non significa altro che stabilizzare le azioni umane, renderle costanti e sottrarle cos alla minaccia del divenire. Su questo sfondo, scettico e umanistico insieme, va ora collocato il richiamo di Vico allexemplum romano in De ratione XI. Come noto, infatti, secondo la tradizione classica (Polibio, ad esempio),48 Roma rappresenta lesempio della forza e durevolezza delle istituzioni umane. La virtus Romana testimonia la possibilit, realizzatasi in un passato di cui si ha ancora memoria, di spezzare, con lausilio delle istituzioni politiche, il ciclo naturale di nascita, crescita e morte. Roma perci exemplum di una politica saggia, ossia razionale. Nonostante la critica scettica contro la fisica razionalistica di Cartesio, Vico rimane convinto che la sapientia, ossia la filosofia politica, pu aiutare gli uomini a consilia exped[ire], prendere decisioni si legge in De ratione VII che in temporis longitudinem, quantum natura fieri potest, profutura,49 per quanto in natura possibile, siano utili per lungo tempo. Riguardo a questo nesso tra la sapientia e la capacit di durare nel tempo dei suoi consilia, di particolare interesse un passaggio piuttosto ellittico in De ratione VII, su cui dovremo poi nuovamente tornare. Il passaggio introdotto dalla seguente osservazione. Per articolare con maggior precisione la gi menzionata differenza dessere tra i summa vera, o ex genere vera, e gli infima vera, o particularia, Vico ricorre al criterio del tempo. I primi sono infatti aeterna, mentre
particularia autem quoque temporis momento in falsa mutantur; aeterna supra naturam extant; in natura enim nihil, nisi mobile, nisi mutabile continetur,50

47 De ratione, p. 106. La concezione vichiana della hominum natura come essenzialmente incerta ed il conseguente compito pratico di doverla ogni volta rendere certa rappresentano un rilevante punto di contatto con Machiavelli. Il pensiero vichiano della incertissima natura hominum cio affine alla nozione machiavelliana di fortuna formulata nel venticinquesimo capitolo de Il principe. Cfr. la magistrale interpretazione di questo concetto machiavelliano di G. SASSO, Niccol Machiavelli. Storia del suo pensiero politico, Bologna 1980, pp. 399 ss. Laltro punto di contatto tra Machiavelli e Vico naturalmente il tema del conflitto sociale nella storia romana. 48 Cfr. POLYBIUS I, 1 e principalmente il sesto libro, nel quale la mevgisth aijtiva della grandezza romana individuata nella mikthv politeiva. 49 De ratione, p. 132: At sapientes, qui per agendorum obliqua et incerta ad aeternum verum collimant, quia recta non possunt, circumducunt iter; et consilia expediunt in temporis longitudinem, quantum natura fieri potest, profutura.

14

il vero particolare si rovescia in ogni istante nel falso. Leterno superiore alla natura (extare): infatti la natura non contiene nientaltro che il mobile, nientaltro che il mutevole. Sennonch, subito dopo questo ennesimo richiamo allincertezza della natura, che non sembra lasciare alcuno spazio al bisogno umano di certum, Vico aggiunge:
Tum autem bonum cum vero congruit, et eandem cum eo vim habet, easdem dotes51,

fin quando per il bonum congruente (congruit) con il verum, esso ha anche la medesima forza, le medesime doti. La sapientia politica, dunque, in tanto pu garantire la certezza o durevolezza dei consilia umani, in quanto rende congruenti il bene con il vero. Nel momento in cui posto in questa relazione di congruenza, il bonum riceve la dote (dos) del verum: il bene diventa superiore alla mutevolezza della natura, acquisisce cio quella forza (vis) che consente al verum di resistere alla mutatio rerum. Alla radice della sapientia agisce dunque quella vis veri52 che, sola, pu garantire stabilit e durata alle sue risoluzioni (consilia). 4. Siamo ora in grado di comprendere che cosa Vico veda nei romani in De ratione XI. I romani, o meglio la iuris prudentia romana, o iuris philosophia Romanorum rappresenta lexemplum storico della congruenza del bonum con il verum, ossia di un bonum che ha per dote la vis veri. In questo senso, la giurisprudenza romana per Vico vera, non simulata philosophia53. Perci essa rappresenta lexemplum passato della possibilit ideale di un sapere umano capace di consilia duraturi. La storia del diritto romano in De ratione XI quindi una storia idealizzata, o meglio, ideizzata54 per scopi pratici. Ci spiega, a guardare ben, le imprecisioni storiografiche, anzi come un
50 Ibidem. 51 Ibidem. Il verbo congruere usato qui da Vico potrebbe essere una reminescenza dalla geometria antica. Limportanza del concetto geometrico di congruenza nel De antiquissima messa in luce da S. OTTO, Imagination und Geometrie: Die Idee kreativer Synthesis. Giambattista Vico zwischen Leibniz und Kant, in: Archiv fr Geschichte der Philosophie 62 (1981), pp. 305-324.Sulla comprensione vichiana della geometria prealgebrica e sul suo rapporto con la topica, cfr. le fini osservazioni di G. DACUNTO, Topica e geometria nel De ratione di Vico, in: J. KELEMEN / J. PL (a cura di), Vico e Gentile, Soveria Mannelli 1995, pp. 93-103. 52 Nel De uno Vico intitola alla vis veri un apposito capitolo, il XXXIV, individuandovi la capacit di contrastare la naturae corruptio (De uno, p. 26 [53] ). 53 De ratione, p. 160 (cfr. il passo completo citato in precedenza alla n. *). 54 Prendo la parola da V. PSCHL, Rmischer Staat und griechisches Staatsdenken bei Cicero. Untersuchungen zu Ciceros Schrift de re publica, Berlin 1936, p. 103, che usa lespressione Ideisierung per caratterizzare il modo in cui Cicerone comprende il glorioso passato di Roma

15

dotto ed importante interprete le chiama le tesi fantasiose55 contenute in questo capitolo. Senonch, proprio questa fantasia idealizzante, se risulta inaccettabile da un punto di vista strettamente storiografico, perch fonte di una narrazione spesso arbitraria e travisante, costituisce, per altro verso, la chiave per intendere il disegno teorico sotteso alla narrazione stessa. Narrazione che si apre con una domanda:
Nam quid est, quod sane mirum, immensam librorum de iure molem cum nobis esse, tum post Edictum perpetuum Romanis fuisse, de quo Romanis antea admodum pauci, Graecis omnino nulli?56

Perch mai (cosa che desta effettivamente meraviglia) come noi moderni ora, cos i romani dopo lEditto perpetuo, ebbero una quantit sterminata di trattazioni giuridiche, essi che prima ne avevano avute poche e i greci nessuna? Vico vede dunque lintera storia del diritto romano suddivisa in due periodi: il periodo precedente e quello seguente alledictum perpetuum, la pretesa57 codificazione del ius praetorium compiuta dal giurista Giuliano su incarico dellimperatore Adriano, allincirca nel 129 d. C. Si tratta di una periodizzazione che, scrutata con occhio rigorosamente storiografico, pu apparire addirittura stravagante. Ed tuttavia proprio questa periodizzazione a lasciare intendere lintenzione filosofico-politica che guida lintero capitolo undicesimo del De ratione. Vico fa delledictum perpetum lo spartiacque fondamentale della storia del diritto romano al fine di istituire una analogia tra passato e presente: grazie a questa periodizzazione, che sulle prime potrebbe puramente arbitraria, il diritto romano appare, rispetto alla condizione presente, per un verso del tutto diverso, per altro, invece, del tutto simile. Nella prima fase, infatti, prima cio delledictum perpetuum, la giurisprudenza romana si distingue da quella attuale per il
55 Cos si esprime Nicolini in un breve commentario al De ratione (in: G. VICO, Opere, a cura di F. NICOLINI, Milano-Napoli 1953, p. 153 ss.) riguardo a diverse passi della orazione. A margine, ad esempio, dellaffermazione vichiana, secondo cui sapientissimi Romanorum aequo animo dissimulabant larcanum della giurisprudenza (cfr. De ratione, p. 162), Nicolini chiosa: mera congettura fantasiosa (ivi, p. 211). La medesima disposizione, rigidamente ispirata al metodo della critica delle fonti, caratterizza i due volumi del monumentale Commento storico alla seconda scienza nuova, Roma 1978. Pi incline a valorizzare il rilevante contributo dato da Vico alla moderna storiografia romanistica il giudizio di due importanti storici come S. MAZZARINO, Vico, lannalistica e il diritto, Napoli 1971, e A. MOMIGLIANO, La nuova storia romana di G. Vico , in: Rivista Storica Italiana LXXVII (1965), pp. 773-790. 56 De ratione, p. 158. 57 Cfr.. A. GUARINO, Diritto privato romano, Napoli 1997, p. 135: La pretesa codificazione giulianoadrianea delleditto perpetuo , a nostro avviso, una mera (e nemmeno molto diffusa) leggenda postclassica, priva di ogni prova o indizio di et classica, alla quale tuttavia la dottrina dominante tenacemente attaccata.

16

fatto che essa non aveva bisogno di pubblicare libri, consisteva puramente nello usus rei publicae.58 Dopo la codificazione adrianea, invece, la giurisprudenza romana e quella attuale si rivelano simili perch entrambe producono una immensa librorum de iure moles. Laffermazione vichiana di poco successiva, secondo cui, fino alla prima met del primo secolo d. C., pauci admodum de iure libri; nec quis unus, nisi furtim, in publicum editus,59 manifestamente inesatta: il commentario alleditto comincia gi con Servius Sulpicius,60 dunque nel I secolo a. C. Altrettanto manifesto , per, il rapporto di analogia concettuale che motiva questa tesi storiograficamente inaccettabile. A questo proposito, occorre fare attenzione al fatto che Vico considera la immensa librorum de iure moles come una caratteristica significativa della decadenza dei nostra tempora. Infatti, immediatamente prima che prenda avvio il capitolo undicesimo del De ratione, Vico critica il tentativo moderno, caratteristico dei fautori del mos gallicus iuris docendi,61 omnia prudentiae in artem redigere, di ricavare cio dal sapere pratico depositato nelle opere dei classici antichi precetti teorici da raccogliere in manuali. Siffatta letteratura precettistica appare a Vico del tutto sterile, quia prudentia ex rerum circumstantiis, quae infinitae sunt, sua capit consilia; quare omnis earum comprehensio quam amplissima, nunquam est satis,62 perch la prudenza decide in base alle circostanze di fatto che sono infinite e la cui comprensione, per vasta che sia, non mai sufficiente. Le opere dellantichit classica sono superiori a questo genere letterario, secondo Vico, perch cunctae in philosophiae gremio continebantur63 erano raccolte come un complesso nella filosofia. Non si trattava cio per usare unespressione, rispetto a Vico, sicuramente anacronistica di letteratura specializzata. Questa critica della specializzazione del sapere pratico va per intesa nel suo senso politico: non a caso, Vico paragona la fioritura contemporanea della letteratura precettistica alla condizione di una citt sotto un tiranno, il quale tiene i cittadini isolati affinch essi non possano congiurare contro di lui.64 Per Vico, quindi, la specializzazione , nel campo del sapere, quello che, in ambito politico, la pi corrotta delle forme di governo.
58 Ibidem (cfr. il passo completo citato sopra, n. *). 59 Ivi, p. 168. Riguardo a questo testo, si chiede Nicolini, comprensibilmente meravigliato: Dove mai scritto che i giureconsulti del periodo repubblicano tenessero nascosti i loro libri o li pubblicassero soltanto alla macchia? Pomponio, o chi per lui, afferma implicitamente il contrario, e solo passo [sic, P. C.] che in qualche modo potette mettere in moto la fantasia del Vico quello in cui afferma che sino ad Augusto essi usavano dare anonimi i loro pareri (Dig., 1, 2, 2, 47; neque responsa utique signata dabant) (op. cit., p. 241). 60 Sullars iuris di Servio sono da leggere le magistrali indagini di O. BEHRENDS come, ad esempio, Anthropologie juridique de la jurisprudence classique romaine, in Revue historique de droit franais et etrangr 68 (1990), pp. 337-362 (ora in O. BEHRENDS, Scritti italiani, con unappendice francese e una nota di lettura di C. CASCIONE, Napoli 2009, pp. 499-524).

17

Quando Vico, con palese esagerazione storiografica, pone ledictum perpetuum quale punto di svolta dellintera storia del diritto romano, egli non fa altro che rendere tangibile, grazie ad una sorta di sineddoche storico-giuridica, il passaggio dalla grandezza alla decadenza della storia romana. Per Vico come vedremo ledictum perpetuum rappresenta in realt il punto culminante di un lungo processo, la cui ratio civilis, o causa politica da individuare nella commutatio della forma civitatis promossa da Augusto. La periodizzazione della storia del diritto romano incentrata sulla codificazione giulianea, nel ragionamento di Vico, ha una precisa ragion dessere: essa consente di guardare al modello romano, umanisticamente idealizzato, come modello scisso: modello tanto di grandezza, quanto di decadenza. E, a ben vedere, proprio il riconoscimento di una scissione tra grandezza e decadenza nel cuore stesso del modello idealizzato, a consentire di istituire una connessione storica tra il passato e il presente,
61 Cfr., al riguardo, R. ORESTANO, Introduzione allo studio storico del diritto romano, Torino 19632, p. 55: Il proposito di ius civile in artem redigere deve essere considerato anchesso come un dato essenziale della Scuola culta. Orestano menziona (ivi, 56, n. 1) le seguenti opere: JEAN DE CORAS (CORASIUS, 1513-1572), De iure civili in artem redigendo; IOACH. HOPPERS (HOPPERUS, 1523-1576), De iuris arte; LOZS LE CARON (CHARONDAS, 1563-1617), De restituenda et in artem redigenda Jurisprudentia. La critica della precettistica in De ratione X va quindi collegata alla convinzione vichiana circa la superiorit, sotto il profilo strettamente pratico, degli Accursiani e dei glossatores rispetto agli Alciatiani (cos Vico chiama i seguaci di Andrea Alciato in Francia). Cfr. De ratione, pp. 184 ss.: Nam Accursius et qui acutissimi homines, et solertissimi aequitatis indagatores eum secuti sunt, leges Romanas pro nostris temporibus sapientissime sunt quidem interpretati; nam ex minutissimis et omni nostrae rei privatae inutilissimis legibus quaedam iusti genera in respondendo et iudicando apprime necessaria confecerunt; ut eorum, quae dicuntur legum summae, generales de iure privato leges sapientissime conceptae videantur. Quare elogium et verum et grave ab Hugone Grotio meruerunt: ut sape optimi sint condendi iuris authores, etiam tunc, cum mali sunt interpretes [cfr. U. GROZIO, De jure belli ac pacis, Prolegomena, 54, P.C.] (...). At ii [cio gli Alciatiani, P.C.] potius leges Romanis suas reddiderunt, quam ad nos nostris rebuspublicis aptas apportaverunt. Quare in hac ipsa sua de iure privato prudentia, ut de privatis nostri temporis controversiis respondeant vel decidant, Accursianos evolvunt, et ab iis aequi argumenta mutuantur. Riguardo alla precettistica barocca, criticata da Vico, sempre fruttuosa la lettura di B. CROCE, Storia dellet barocca in Italia, Bari 1925, rist. Milano 1993, pp. 79-299. 62 De ratione, p. 154. 63 Ibidem. 64 Ivi, pp. 154 s.: Quapropter qui artes ac disciplinas, quae nedum omnes, sed cunctae in philosophiae gremio continebantur, et ab ea, et inter se ipsas diviserunt, mihi tyrannorum similes fuisse videntur, qui amplissima opulentissimaque ac frequentissima hostium urbe potiti, quo tuti porro ab ea sint, urbem delent, et cives per pagos longe dissitos dissipant: ut ne ultra suae urbis magnificentia et opibus suorumque numero freti spiritus, animosque efferre, neve conspirare, et alii aliis auxilio esse possint.

18

ovvero, tra il modello e la realt. Il tratto comune, che fa apparire paragonabili il passato romano e il presente, laccadimento della decadenza. In De ratione XI, la storia del diritto romano assume un valore paradigmatico per il miglioramento della giurisprudenza presente, non tanto perch Roma rappresenti un modello di grandezza, quanto invece perch paradigma del passaggio dalla grandezza alla decadenza. Lattenzione di Vico si orienta appunto verso questa dinamica storica. E che sia cos , a ben vedere, ovvio: il richiamo di Vico allantichit non n meramente letterario, n puramente storiografico. bens animato da uno scopo politico-pedagogico. In ragione di questa ispirazione di fondo politico-pedagogica, propria del De ratione, il diritto romano non rappresentato da Vico come un paradigma astratto, irraggiungibile, posto al di l dei concreti affari umani. Esso funge, al contrario, come un esempio concreto per il presente. Il paragone tra anciennes e modernes qui inteso a rendere comprensibili i motivi che hanno condotto alla condizione critica presente. Per Vico, si tratta di comprendere le ragioni della crisi al fine di potersene affrancare:65 a questo scopo egli rammemora lesperienza romana della decadenza. 5. Abbiamo visto che nel De uno Vico individua retrospettivamente il principio metodico di De ratione XI nella interpretatio iuris Romani ex ratione civili.66 In realt, sono qui delineate due rationes civiles: Vico distingue cio due forme della giurisprudenza romana essenzialmente diverse quanto alla loro rispettiva ragione politica. La storia romana gli appare, per cos dire, polarizzata in due momenti. Da un lato, c la giurisprudenza patrizia di epoca repubblicana. La sua funzione politica consiste secondo Vico nel preservare intatta la legislazione delle XII Tavole e, per questa via, difendere loriginario ordinamento aristocratico della civitas dalla pretese di riconoscimento dei plebei. I prisci iurisconsulti garantirono la posizione di predominio sociale e politico del patriziato conservando la sapientia heroicorum temporum67 e
65 Si legga, al riguardo, il cpv. 11 della Scienza nuova prima: Tutte le scienze, tutte le discipline e le arti sono state indiritte a perfezionare e regolare le facult delluomo. Per niuna ancora vha che avesse meditato sopra certi princpi dellumanit delle nazioni, dalla quale senza dubbio sono uscite tutte le scienze, tutte le discipline e le arti; e per s fatti princpi ne fosse stabilita una certa ajkmhv, o sia uno stato di perfezione, dal quale se ne potessero misurare i gradi e gli estremi, per li quali e dentro i quali, come ogni altra cosa mortale, deve essa umanit delle nazioni correre e terminare, onde con iscienza si apprendessero le pratiche come lumanit di una nazione, surgendo, possa pervenire a tale stato perfetto, e come ella, quinci decadendo, possa di nuovo ridurvisi (G. VICO, Princpi di una scienza nuova intorno alla natura delle nazioni, cit., p. 984). 66 Cfr. sopra, n. *. 67 De ratione, p. 160. Queste parole e gli scultorei versi di ORAZIO, Ars poetica 396-399, che immediatamente seguono (haec fuit sapientia quondam, / publica privatis secernere, sacra prophanis / concubitu prohibere vago, dare iura maritis, / oppida moliri, et leges incidere ligno ), sembrano anticipare limportantissimo tema della sapienza poetica nella Scienza nuova.

19

lasciando avvolte le leggi da unaura di sacralit.68 Sullaltro polo di questa schematica raffigurazione della storia della giurisprudenza romana si collocano i iurisconsulti del Principato, i quali, stando alla fantasiosa69 convinzione di Vico, fino allet di Costantino sarebbero stati tutti di origine patrizia. Anchessi, insieme allintera nobilitas senatoria svolsero una funzione politica, in un modo, per, indiretto e inconsapevole. Fin dallinizio, infatti, Augusto e i suoi immediati successori ebbero laccortezza di conquistarsene il favore concedendo loro dei potentiae simulacra. Riuscirono cos a manovrarli politicamente indirizzando il loro operato ai fini del consolidamento della costituzione monarchica.70 Simulacra di questo genere sono per Vico lampliamento delle competenze del senato in materia di diritto privato e laccrescimento del prestigio di quei giuristi ai quali era stato conferito lo ius respondendi ex auctoritate principis.71 Vico ne smaschera il carattere di simulacra mostrando come il riconoscimento imperiale del potere dei giuristi e dei senatori patrizi si tradusse, in realt, nella loro definitiva sottomissione politica al princeps. La prerogativa riconosciuta al senato de privatis

68 In De ratione XI Vico sostiene la tesi alquanto bizzarra, poi abbandonata, secondo cui, durante tutta lepoca repubblicana e poi ancora a lungo nel Principato, la professione di giurista fosse riservata soltanto ai patrizi, privilegio che assicur loro una posizione politicamente egemonica. Cfr., ivi, p. 160: Sed et ipsa iurisprudentia patricii, tanquam arcano potentiae, utebantur. Cum enim tres essent Romanorum civium ordines, plebs, eques, senatus, nec patricii ullum in ea ordinem facerent, nulla certa eorum ratio habebatur, nisi arte aliqua ullum sibi in republica potentiae gradum adstruerent. Un contemporaneo, Diego Vincenzo de Vidania (1631-1732), critic questa tesi e comunic a Vico la propria opinione per lettera. La lettera di Vidania e la risposta di Vico sono ora pubblicate in G. VICO, Epistole. Con aggiunte le epistole dei suoi corrispondenti, Napoli 1993, p. 77. Vico volle pubblicare la lettera di Vidania nel De constantia iurisprudentis e vi accenna anche in De uno CLXXI. La tesi, storiograficamente insostenibile, pu forse apparire meno stravagante se si guarda allorizzonte, in senso lato, platonico in cui evidentemente essa si colloca. Vico, infatti, idealizza la prima repubblica romana in analogia con la repubblica utopica di Platone: cos come questa la politeiva dei filosofi, la repubblica romana la respublica iurisconsultorum. In altre parole, la trasfigurazione vichiana della civitas romana poggia sullequivalenza platonica tra sapere e potere (e sulla sostituzione del sapere filosofico con la giurisprudenza). Equivalenza che, nella Scienza nuova, sar sostituita da quella tra religione e potere. Gi in De ratione XI, per, la prima giurisprudenza romana appare connotata da una carattere cultuale. 69 Cfr. sopra, n. *. 70 De ratione, p. 168: Sed, ut iidem Romani principes nobilibus aliquo pacto et senatui satisfacerent, et memores optimatium factionem firmando principatui fuisse adversatam, haec iis potentiae simulacra obiecerunt. 71 Anche detto ius publice respondendi, introdotto da Augusto e perfezionato da Tiberio: una sorta di patente del buon giurista concessa (piuttosto avaramente) dagli imperatori ai giureconsulti da loro maggiormente stimati e maggiormente ritenuti affidanti che conferiva una particolare autorevolezza ai responsa dei giureconsulti che ne fossero insigniti (A. GUARINO, op. cit., p. 133).

20

rebus iura condere fu controllata limitandone lesercizio ad principum orationes.72 Lo ius respondendi, apparentemente, ebbe leffetto di rafforzare lauctoritas di taluni giuristi, in realt, serv a renderne ancor pi saldo l obsequium nei confronti dellimperatore.73 Smascherando i potentiae simulacra concessi alla nobilt senatoria ed ai giuristi di epoca imperiale, Vico fa emergere la tendenza privatistica del loro operato, lorientamento, cio, a tutelare la privata utilitas. Vico ne conclude che la ratio civilis obiettiva di questa giurisprudenza era monarchica e, tuttavia, rimase come tale nascosta alla coscienza politica soggettiva dei giuristi patrizi: Principes, ut id ipsum quoque potentiae simulacrum iis attenuarent, ipsi autem vera potentia, nempe plebis studiis et favore multitudinis firmarentur, praetoribus permiserunt, ut, ubi leges asperiores cum privatis essent, aequitate lenirent; ubi deessent, per benignitatem supplerent,74 Per attenuare ancora nei patrizi questo simulacro di potere e, al tempo medesimo, rendere pi saldo, mediante la benevolenza della plebe e il favore della moltitudine, il proprio potere effettivo, gli imperatori dettero facolt ai pretori di temperare, in senso equitativo, le leggi troppo severe nei riguardi dei privati e, quando mancassero, di supplirle in senso benigno. Lorientamento privatistico ossia, in questo senso, democratico o filopopolare della giurisprudenza fece s che i pretori iniziassero a produrre un diritto di natura completamente nuova rispetto a quello depositato nelle XII Tavole. Lo ius perse la sua caratteristica rigidit, aprendosi alle esigenze della naturalis aequitas. La giurisprudenza divenne perci del tutto laxa, flessibile: i giuristi si preoccupavano oramai soltanto della aequitas, cosicch iurisprudentia, ex

72 Ibidem: Senatui quidem concesserunt, ut de privatis rebus, ad principum tamen orationes, conderent iura. At eae orationes in speciem consulum relationes videbantur; re quidem ipsa, sententiae principum erant cum praerogativa suffragii; ut ne quid senatus de iure privato, nisi quod princeps vellet, et in quam sententiam vellet, consuleret. Vico allude alla circostanza per cui i senatusconsulta, da un lato, acquistarono valore di leges publica, diventando cos fonti di produzione normativa, ma, dallaltro, diventarono pure e semplici ratifiche per acclamazione delle richieste che il princeps avanzava con la cosiddetta oratio principis in senatu habita (cfr. A. GUARINO, op. cit., p. 130). 73 Ibidem: Nobilibus vero non promiscue quibusvis, sed tantum obsequii explorati ius dederunt publice respondendi, multo in speciem maiori, quam antea authoritate; sed ita tamen, ut in ea duntaxat caussa, de qua consulerentur, ius facerent. 74 Ivi, p. 170. Limprecisione storiografica di Vico qui evidente (cfr. al riguardo le giuste osservazioni di Nicolini nel suo breve commentario, cit., p. 212, n. 2 e p. 216, n. 7). La cosa tanto pi sorprendente se si pensa che, nel De uno (cfr. ad es., il cap. CLXXXVII), Vico afferma espressamente che il diritto pretorio, promotore della naturalis aequitas, inizia gi in epoca repubblicana.

21

scientia iuris, ars aequi facta est.75 Questo processo di trasformazione della rigida scientia iusti di epoca repubblicana nella benigna ars aequi del Principato culmin nelledictum perpetuum, il quale oramai era omnis aequitatis plenissimum.76 Ecco dunque la risposta alla domanda posta allinizio di De ratione XI, riguardo a quale sia stata la causa della moltiplicazione dei libri giuridici: i giuristi, dovendo ex instituto soltanto invenire gli aequi momenta in caussis, iniziarono proprio allora a scribere de iure privato innumeros libros.77 Al centro della interpretatio iuris Romani ex ratione civili in De ratione XI sta, dunque, non tanto ledictum perpetuum, quanto, invece, la trasformazione costituzionale della Repubblica in Principato. Argomento che consente a Vico di collegarsi al dibattito dellepoca in merito alla veridicit della tradizione della cosiddetta lex regia, con la quale il popolo romano avrebbe alienato il proprio imperium e la propria potestas al princeps.78 In De ratione XI Vico mette in dubbio la tradizione soltanto in parte. Egli dice, infatti, che la lex regia, non populi Romani voluntas iussit, bens ab eo reipublicae necessitas expressit,79 fu ad esso estorta dalla crisi politica repubblicana. La critica della tradizione giustinianea appare qui strettamente congiunta con una fantasiosa o in questo caso forse meglio dire ingegnosa e originale interpretazione

75 De ratione, p. 172. 76 Ivi, p. 170. Dopo aver risposto alla domanda posta allinizio, Vico fa un parallelo tra la giurisprudenza imperiale e quella odierna, contrapponendo entrambe allantica scientia iusti repubblicana. Gli avverbi temporali nel passo che segnalano bene la contrapposizione: Triplicis iuris una olim prudentia; nunc triplex, sacra, publica et privata. Et haec ipsa privata olim ad genera, hodie ad species magis spectat. Quare leges olim de iis quae ut plurimum accidunt: nunc de minutissimis factis conceptae sunt. Ac proinde olim paucae leges, innumera privilegia; hodie leges ita minutae, ut innumera privilegia esse videantur. Igitur merito prius erat scientia iusti: hodie est ars aequi; hoc est prius universalis et rigida: hodie particularis et flexilis; nam scientiae severae, nec quicquam declinant, artes autem commodae et morigerae sunt (ivi, p. 176 [sott. mia, P.C.]). 77 Ivi, p. 172. 78 ULPIANO 1, Istituzioni, D. I.4.1. pr. Sul dibattito attorno alla lex regia nel XVIIo secolo, cfr. lapprofondita indagine di F. LOMONACO, Lex regia. Diritto, filologia e fides historica nella cultura politico-filosofica dellOlanda di fine Seicento, Napoli 1990. Nelle opere successive, latteggiamento di Vico rispetto alla tradizione della lex regia diventa sempre pi critica: cfr., al riguardo, De uno, cit., cap. CLX, pp. 221 ss., nonch il libro V della Scienza nuova seconda, in cui Vico contrappone alla Favola della Legge Regia di Tribuniano [sic] la Legge Regia Naturale (op. cit., pp. 352 ss.). Veemente lantitribonianismo di Vico nel Ragionamento Secondo Dintorno alla Legge Regia di Triboniano (una parte delle Correzioni, miglioramenti ed aggiunte terze alla Scienza nuova seconda [op. cit., pp. 530 ss.]). Vico torna ancora su questo tema nei capoversi 1007-1008 della Scienza nuova terza (op. cit., pp. 910 ss.). 79 De ratione, p. 168.

22

dellespressione lex regia: questa designa, secondo Vico, la constitutio regni,80 vale a dire, la legge che regola il processo di trasformazione della forma di governo repubblicana in quella monarchica. In altri termini, secondo Vico, la lex regia altro non che la ratio civilis del passaggio dalla Repubblica al Principato e, perci, della conseguente trasformazione della originaria rigida scientia iusti aristocratica nella tarda laxa ars aequi monarchica. Questa interpretazione della lex regia rappresenta il culmino del ragionamento filosofico-politico che innerva De ratione XI: nella lex regia cos interpretata, infatti, che trova espressione lintima ratio civilis della trasformazione storico-giuridica messa un rilievo da Vico. Proprio perch rappresenta il passaggio concettualmente pi rilevante, per, questa interpretazione sollecita una domanda. Una domanda che si badi legittimo rivolgere al testo di De ratione XI proprio perch lintento di Vico qui, non gi strettamente e puramente storiografico, bens filosofico-politico. La domanda pu essere formulata cos: chi o che cosa il soggetto o lautore del passaggio dalla Repubblica al Principato? Qual , cio, il principio ordinatore o la mente che presiede alla trasformazione della costituzione romana? notevole, riguardo a questo punto specifico, la differenza tra il De ratione e il De uno (e, naturalmente, la Scienza nuova). In De ratione XI come ora vedremo a questa domanda non si d una risposta univoca, laddove tanto il De uno quanto la Scienza nuova presentano una soluzione intonata in modo decisamente metafisico. Nelle opere successive di Vico, cio, il passaggio da una forma di governo ad unaltra ricondotto alla provvidenza divina:81 quella stessa Divina providentia in cui Vico, nel passo citato sopra82 di De uno CCXVIII, esorta a tradurre la ratio Status o ratio civilis di De ratione XI. Ma si tratta evidentemente di una interpretazione retrospettiva, essenzialmente anacronistica, frutto di una proiezione allindietro di risultati acquisiti successivamente. In De ratione XI, infatti, non c traccia del funzione politica della provvidenza divina. Come abbiamo gi osservato, la filosofia politica che anima il De ratione , in senso lato, ancora aristotelica. Seguendo il ragionamento vichiano siamo dunque giunti molto vicini alla questione posta allinizio della presente ricerca, alla domanda, cio, riguardante il motivo della svolta che secondo Arendt ha luogo in Vico dalla filosofia politica alla filosofia della storia. Pi precisamente, si tratta ora di capire in che modo sia pensata, in De ratione XI, la lex regia seu constitutio regni; di quale natura sia, cio, la ratio che, rende intellegibili le vicende romane. da
80 Ivi, p. 186: Igitur, quando leges pro reipublicae institutis condere et interpretari necesse est, principio regni constitutionem, seu legem illam regiam, quae lata quidem non est, sed cum Romano principatu nata, spectari et doctrinam de republica monarchica optime iurisprudentem tenere oportet. 81 Sul carattere ordinatrice della provvidenza, cfr. la breve rassegna di luoghi vichiani, sopra, n. *. 82 Cfr. sopra, n. *.

23

considerarsi semplicemente come una prerogativa delleccezionale ingenium politico di Augusto, dunque come ragione puramente umana? Oppure si tratta di una sorta di legge natura oggettiva, indipendente dalla soggettiva intelligenza politica di Augusto, che costringe la constitutio romana a trasformarsi da repubblica in monarchia? Proviamo a riconsiderare alla luce di tale questione il testo del De ratione nella sua interezza. Accostiamo anzitutto linterpretazione della politica imperiale nel capitolo undicesimo a quello che si legge a proposito della sapientia politica nel capitolo settimo. In De ratione XI, loperato politico di Augusto presentato come un mirabile esempio di quella congruenza del bonum con il verum di cui come abbiamo visto si parla di in De ratione VII.83 Augusto incarna cio la figura l brevemente tratteggiata del sapiens, il quale per agendorum obliqua et incerta ad aeternum verum collim [at], mira alleterno vero passando per le incertezze e le tortuosit della vita pratica, cossich, l dove recta non poss[it], non gli riesce di prendere la via diretta, circumduc[it] iter, aggira lostacolo.84 Detto fuor di metafora: lingegno politico di Augusto consiste, secondo Vico, nellaver saputo manovrare i giuristi rendendoli uno strumento per preservare la salus reipublicae, ossia, in questo caso, la forma costituzionale monarchica. I potentiae simulacra loro concessi sono mezzi al servizio del potere monarchico. Facendo s che lintero lavoro della giurisprudenza traesse orientamento dal valore della naturalis aequitas a tutela della privata utilitas, Augusto rafforz il proprio potere favore multitudinis, con il consenso popolare, indebolendo cos le pretese antimonarchiche della nobilitas.85 Proprio in questa astuzia consiste, secondo Vico, la aequitas civilis imperiale, quae cos egli afferma richiamando la celebre letteratura di corte italiana Italis giusta ragion di Stato appellatur.86 Ora, cosa significa qui, propriamente, la caratterizzazione della civilis aequitas come giusta? Rispetto a che cosa essa giusta? A bene vedere, la ratio Status per Vico giusta perch consent ad Augusto per usare le parole di De ratione VII di consilia expedire, prendere decisioni, che si rivelarono in temporis longitudinem, quantum natura fieri potest, profutura,87 per quanto in natura possibile, utili per lungo tempo. In questo senso, Vico vede nellingenium politico di Augusto una
83 Cfr. sopra, n. *. 84 De ratione, p. 132. 85 A chiarimento dello sfondo storico concreto della tesi vichiana circa il carattere essenzialmente antipatrizio della flessibile giurisprudenza imperiale, cfr. le accorte osservazioni di G. GIARRIZZO, La politica di Vico, cit., pp. 81 s.: Se si chiede infatti donde il Vico abbia tratto la nozione di una giurisprudenza benigna delle monarchie che soppone ad una giurisprudenza rigida delle aristocrazie, essa non va cercata nella storia della giurisprudenza romana ma in quella degli Stati moderni caratterizzata agli occhi del Vico dal proposito coerentemente perseguito di indebolire i nobili e di rafforzare il potere regio, sottraendo con i tribunali di equit le cause del popolo alla giurisdizione del ius scriptum.

24

manifestazione esemplare di quella congruenza del bonum con il verum che conferisce al bonum la vis veri, vale a dire, durevolezza, capacit di resistere nel tempo. In altre parole, la giustizia immanente alla ratio Status o ratio civilis imperiale equivale alla capacit di resistere al destino mortale che minaccia tutte le istituzioni umane, ossia per ricorrere alla celebre coppia concettuale machiavelliana di avere la meglio, con la virt, sulle insidie della fortuna. Senonch, in De ratione XI il giudizio vichiano sulla giurisprudenza imperiale, proprio a questo riguardo, appare non del tutto chiaro, se non addirittura equivoco e contraddittorio. C come ora proveremo a mostrare una sorta di oscillazione concettuale riguardo al carattere ora virtuoso, ora vizioso della giurisprudenza in rapporto al destino dellimpero. Da un lato, Vico come abbiamo appena visto ritiene che la giurisprudenza di orientamento privatistico promossa da Augusto sia la causa del consolidamento della monarchia; dallaltro lato, per, egli individua, paradossalmente, proprio nellindirizzo giurisprudenziale privatistico nientemeno che la causa potissima della decadenza e poi del crollo dellimpero romano. Occorre, al riguardo, avere sotto gli occhi questa pagina:
Videtis iurisprudentiam rigidam crescentis reipublicae, mitem et laxam decrescentis imperii fuisse. Haec enim principio consilium fuit, quo principatus Romanus invalesceret; deinde remedium, ut labascens consisteret; tandem malum, quo rueret. Nam, sublato adgnatorum cognatorumque discrimine et iure gentilitatis extincto, e familiis patriciis et res effugit, et nomen evanuit, et virtus est resoluta. Tot in servos beneficiis collatis, ingenuus Romanorum sanguis sensim labefactatus, tandem corruptus est. Omnibus imperio Romano subiectis civitate Romana donatis, amor in patriam, et studium Romani nominis in civibus indigenis extincta sunt. Iure privato tantopere promoto, cives nihil ius esse dein putarunt, nisi suam ipsorum utilitatem; nec ultra publici commodi studiosi. Romanorum et provinciarum iure confuso, provinciae in propria regna, iam antequam re ipsa invaderentur, abiere: et dissoluto tandem illo nexu, quo maxime Romanum imperium auctum est, ut socii populi Romani solam fidei laudem, Romanus autem populus et nominis gloriam et imperii vim haberet, Romana monarchia sensim debilitata, tandem distracta et deleta est. Ita ut haec laxior iurisprudentia et eloquentiae et

86 De ratione, p. 186. Sulla concezione vichiana della civilis aequitas come ragion di Stato, cfr. G. CRIF, Ulpiano e Vico. Diritto romano e ragion di stato, in: Sodalitas. Scritti in onore di Antonio Guarino, Napoli 1984, pp. 2061-2085. Cfr. anche E. NUZZO, Vico e la ragion di Stato, in: G. BORRELLI (a cura di), Prudenza civile, bene comune, guerra giusta. Percorsi della ragion di Stato tra Seicento e Settecento, Napoli 1999, pp. 313-348. Sul concetto di ragion di stato sono da ricordare, anzitutto, lo studio classico di F. MEINECKE, Die Idee der Staatsrson, Mnchen 1924, nonch R. DE MATTEI, Il problema della ragion di stato nellet della controriforma, Milano-Napoli 1979; M. STOLLEIS, Arcana imperii und Ratio status. Bemerkungen zur politischen Theorie des frhen 17. Jahrhunderts, Gttingen 1980; E. BALDINI (a cura di), Aristotelismo politico e ragion di stato, Firenze 1994. 87 De ratione, p. 132.

25

potentiae Romanae corruptae fuerit caussa potissima.88

Cerchiamo di cogliere il punctum saliens di questa pagina che un acuto interprete ha a ragione definita splendida.89 Splendida, ovviamente, non certo perch le osservazioni che vi vengono svolte siano, quanto a penetrazione storiografica, comparabili per citare due classici sul tema alle Considration sur la cause de la grandeur des Romains et de leur dcadence o alle riflessioni su The Decline and Fall of the Roman Empire. Al contrario, incontriamo qui unaltra delle fantasiose tesi di Vico: che il crollo della potenza politica romana sia da attribuire anzitutto alla giurisprudenza. Senonch, questa pagina, se la leggiamo tenendo lo sguardo rivolto al senso eminentemente filosofico-politico di De ratione XI, pu ben apparire splendida. Infatti, emerge qui con grande chiarezza la ratio civilis, ovvero secondo uno dei possibili sensi della polisemica parola ratio90 la finalit politica della interpretatio iuris Romani vichiana. Diventa cio evidente lidealizzazione o ideizzazione pratica della storia del diritto romano, il suo innalzamento a criterio esemplare per poter affrontare lurgenza politica del presente. A tale scopo, Vico istituisce un rapporto di dipendenza causale tra giurisprudenza e vita civile. Ne risulta una rappresentazione organico-biologica del divenire storico nella quale nascita, vita e morte della compagine politica appaiono direttamente dipendenti dalla giurisprudenza: questa si legge nelle prime righe del passo citato fu in principio sapienza, in virt della quale lo Stato romano si consolid, poi rimedio, che gli dette stabilit mentre decadeva, per ultimo male che lo fece precipitare in rovina. Il processo di decadenza, secondo Vico, innescato da alcuni provvedimenti giuridici ispirati alla naturalis aequitas a tutela della privata utilitas, quali il superamento della differenza tra agnati e cognati, il miglioramento della condizione servile, la concessione della cittadinanza romana a tutti i sudditi dellimpero, luniformazione delle diverse fonti del diritto e la conseguente parificazione giuridica tra romani e non romani ecc. Furono questi i germi che, indebolendo la coesione tra i cittadini, corruppero la vita politica. Lammonimento che discende da questa diagnosi ovvio: i giuristi di oggi e lintera amministrazione del diritto debbono vigilare affinch la naturalis aequitas promossa dalla giurisprudenza a indirizzo privatistico non pregiudichi il commune bonum, ossia, la publica utilitas.91 Bench ovvio, per, questo monito politico a guardar bene produce, in seno al ragionamento che Vico ha svolto lungo lintero testo del De ratione, una rilevante contraddizione sistematica. Per avvedersene, si osservi quanto segue. Il presupposto
88 Ivi, p. 192. 89 G. GIARRIZZO, La politica di Vico, cit., p. 79. 90 Cfr. la distinzione aristotelica tra i quattro significati della parola aijtiva in Metaph, I, 983a 24 ss.

26

concettuale dellammonimento vichiano come gi detto listituzione di un rapporto di dipendenza causale tra giurisprudenza e vita politica: questo rapporto rende possibile la rappresentazione della giurisprudenza quale causa sia della vita de la grandeur sia della morte de la dcadence di Roma. Presupponendo questo rapporto causale, per, Vico viene a trovarsi in contraddizione con la tesi che fa da cardine al suo ragionamento filosofico-politico: linnalzamento di Augusto e dei suoi successori a modelli storicamente esemplari di quei sapientes la cui azione guidata dalla civilis aequitas o giusta ragion di Stato. Abbiamo infatti visto che, secondo Vico, la giustizia della ratio Status imperiale altro non che il carattere duraturo dei suoi consilia. La giustizia , in altre parole, la capacit di resistere vittoriosamente alla minaccia della corruzione politica. Quando, dunque, nella pagina che abbiamo appena letto, la giurisprudenza appare essere causa sia de la grandeur des Romains, sia, invece, de leur dcadence, essa appare, con ci stesso, anche privata della sua essenziale virt politica, dellessere cio vantaggiosa e utile alla vita dello Stato. Vico considera i medesimi provvedimenti giuridici, ora, in modo positivo, ossia come remedium e come consilium, ora, invece, in modo del tutto negativo, vale a dire, come malum. Si legga, al proposito, il testo poche righe prima della diagnosi della decadenza menzionata sopra, dove i medesimi mutamenti storico-giuridici, qui considerati causa della decadenza, appaiono, al contrario, favorevoli al rafforzamento della monarchia.92 Il diritto ispirato alla naturalis aequitas considerato, ora propizio, ora avverso, alla forma di governo monarchica. A questi rilievi critici si potrebbe replicare, naturalmente, osservando che Vico si sta qui limitando a descrivere empiricamente i diversi effetti che la giurisprudenza ha di fatto avuto a seconda delle diverse epoche. Replicando questo, per, non si sarebbe rimossa la contraddizione sistematica. Infatti, pu certo essere empiricamente vero che, a seconda delle diverse fasi storiche, la giurisprudenza abbia di fatto esercitato, sulla stabilit delle istituzioni civili, un influsso, ora, positivo, ora, invece, negativo. Ma fin dallinizio chiaro che Vico non prende qui in considerazione la storia del diritto romano in senso strettamente empirico o storiografico. Labbiamo ormai pi volte rilevato: la
91 De ratione, p. 194: Quare princeps, si regnum augeri velit, leges Romanas ex doctrina civili iubeat interpretari; et iudices ex ea lites iudicent, atque optimorum arte illa oratorum, qua semper curant, ut possint, semper ac possunt, praestant, ut privatis caussis publicam agglutinent: iudices, inquam, in partem maxime adversam utantur: illi namque id faciunt, ut privatum ius vincat publicum; at ipsi faciant, ut publicum vincat privatum. 92 Ivi, pp. 191 s.: Cur leges Fufia Caninia, Aelia abrogatae? Cur sublatum ius Latinae et dediticiae libertatis? Cur omnes manumissi liberti Romani facti? Ut Romani imperii obesequio principis firmarentur. Cur dominorum saevitia in servos corcita? ut ne porro foris erumpant, et audeant principis potentiam attentare (...) Cur legitimationes institutae? ut patriciorum ferocia mansuesceret (...) Cur adgnatorum et cognatorum in successionibus sublata discrimina? ne qui antiqua et perpetua potentiae opumque laude ferocirent.

27

storia romana in De ratione XI una storia consapevolmente idealizzata a scopi praticopolitici. In altri termini, la questione qui non se gli eventi siano di fatto accaduti esattamente cos come Vico li racconta. Se questo fosse il criterio per giudicare il discorso di Vico, allora non rimarrebbe altro da dire, al proposito, se non che la sua tesi circa la giurisprudenza come causa potissima della decadenza e del crollo dellimpero romano una pura e semplice invenzione fantastica (e rimarrebbe di conseguenza da spiegare come un pensatore di questo rango abbia potuto trastullarsi con tali fantasticherie). Manifestamente, per, la questione qui un altra. la questione di ogni storia scritta con intenti filosofico-politici, ossia, se gli eventi descritti possano costituire exempla per la prassi, se, cio, dalla loro contemplazione ne risultino o meno indicazioni vantaggiose e concretamente utilizzabili. Considerata da questo angolo visuale punto di vista che evidentemente quello in cui Vico ha voluto collocarsi la pagina sopra riportata risulta non soltanto splendida, bens intimamente problematica. Infatti, anche a voler ammettere che la medesima giurisprudenza ad indirizzo privatistico sia stata causa, in un tempo, della grandezza, in un altro, della decadenza e della fine, quale insegnamento politico mai possibile trarre da un esempio cos ambivalente? A osservarlo con attenzione, il consiglio politico di Vico si rivela alquanto astratto: non molto di pi di un generico ammonimento a guardarsi dal pericolo della decadenza che insidia tutte le cose umane. Manca, in altre parole, la comprensione della ratio civilis della decadenza, ossia lintelligenza razionale delle sue cause. Ora, la contraddizione sistematica che abbiamo rilevato si presta ad essere considerata quale sintomo di una situazione concettuale problematica. Una situazione problematica che, pur non essendo delineata apertis verbis nel testo del De ratione, si pu attribuire in via congetturale a quello che potremmo chiamare il suo subtesto. La contraddizione evidenziata fa cio emergere sintomaticamente, indirettamente il limite o laporia in cui il pensiero filosofico-politico vichiano si imbatte, e che lo costringer, di l a poco, ad una soluzione metafisica, ad elaborare, cio, una filosofia ontoteologica della storia. Laporia concettuale riguarda la possibilit di determinare la radice specificamente politica della decadenza. Al riguardo, occorre cogliere loscillazione del giudizio di Vico riguardo alla lex regia seu constitutio regni, ossia alla ratio civilis del Principato: questa appare dipendente, una volta, dallingenium politico del princeps, unaltra, da una sorta di necessit naturale. Infatti, nel momento in cui Vico individua, nella medesima giurisprudenza, non soltanto la ragione della grandezza, ma anche la causa della decadenza e persino del crollo di Roma, con ci stesso, egli finisce con il privare gli imperatori del merito e della responsabilit politica: i loro consilia si rivelano, in temporis longitudinem, politicamente nocivi. In altri termini, nel passo sulla giurisprudenza come causa potissima della decadenza dellimpero romano,

28

il decorso storico rappresentato in modo naturalistico.93 Nascita, crescita, maturit e morte dellorganismo politico romano sono, s, considerati accadimenti causati dalla giurisprudenza, ma la giurisprudenza, da parte sua, non pensata come una sapientia politica. Stando, infatti, al passo di De ratione VII che abbiamo letto,94 sapiens politico colui che, essendo capace di rendere il bene congruente con il vero, prende decisioni che si rivelano durevolmente vantaggiose per la vita civile. La metafora dellorganismo biologico in De ratione XI non dunque un mero artificio retorico: essa lascia emergere lidentificazione delle azioni e dei pensieri umani con processi naturali, vale a dire, la riduzione dellagire ad una dimensione naturale e, per ci stesso, intrinsecamente impolitica. 6. Abbiamo sin dallinizio anticipato la tesi che intendiamo qui sostenere: la filosofia della storia vichiana, la trasformazione, cio, della nozione politica di ratio Status nel concetto ontoteologico di Divina providentia risponde alla necessit di rendere razionalmente accessibile il fenomeno della decadenza politica. cio frutto del tentativo di concettualizzare la negativit politica o se si preferisce lespressione levenienza della crisi. La contraddizione che abbiamo rilevato nella diagnosi vichiana della decadenza romana la spia che attesta la presenza di un problema fondamentale nel subtesto del De ratione: il punto di vista dellantica scienza morale della politica per usare ancora una volta le parole di Arendt nel fenomeno della decadenza non scorge altro che un fenomeno naturale, un evento, cio, che, non avendo radici politiche, non nemmeno suscettibile di essere politicamente governato. Se, dunque, osserviamo con attenzione De ratione XI, il suo profilo di tradizionale discorso storico-pragmatico appare notevolmente complicato da una significativa tensione teoretico-sistematica. Si potrebbe dire che la tradizione dellaristotelismo pratico incontra qui i suoi immanenti limiti concettuali. Per argomentare compiutamente la tesi da noi proposta, per, occorre ancora rispondere ad una domanda: in che senso quello che accade nel De uno, ossia la trasformazione in senso ontoteologico della nozione di ratio Status (che in De ratione XI appare ancora in modo del tutto profano) costituirebbe la soluzione del problema della comprensione razionale della decadenza politica? Non evidente proprio il contrario, ossia che il concetto di Divina providentia

93 In altre parole, la raffigurazione vichiana dellevoluzione storica romana in De ratione XI sembra descrivere una sorta di parabola naturalistica, simile, quindi, alla ajnakuvklwsi di POLYB. VI. Il carattere naturalistico e, per ci stesso, essenzialmente non politico della teoria polibiana della anacyclosis, nonch la netta differenza che intercorre, sotto questo riguardo, tra lo storico greco e Machiavelli sono analizzati con straordinaria acutezza da G. SASSO, Machiavelli e Polibio. Costituzione, potenza e conquista, in: ID., Machiavelli e gli antichi e altri saggi vol. I, Milano-Napoli 1986, pp. 67-118. Cfr. anche ID., Machiavelli e la teoria dell Anacyclosis, ivi, pp. 3-65. 94 Cfr. sopra p. *.

29

segnala una decisa spoliticizzazione del pensiero vichiano?95 La parola provvidenza divina non indica, gi nelluso comune, qualcosa come un potere che domina sul mondo e che determina e guida la vita delluomo in modo non calcolabile e non influenzabile? Linterpretazione del pensiero vichiano, cos come di ogni altro filosofo che ha vissuto in un universo culturale molto diverso dal nostro presente, resa

30

particolarmente difficile dalla sua veste linguistica.96 Il linguaggio di Vico, nel De uno in modo particolare, spesso quello dellapologetica cristiana e della sua teologia della storia. evidente, ad esempio, in De uno CCXVIII, dove si legge che Divinum Consilium praeter omne Tiberii propositum e, tuttavia, ex ipsa ratione Status di questultimo, persegue lo scopo di cristianizzare lumanit.97 Proprio questo passo, per, rinvia espressamente alla nozione di ratio Status in De ratione XI, vale a dire, ad un contesto concettuale nel quale lintenzione apologetica pressoch assente, bens viva una preoccupazione schiettamente pratico-politica. quindi legittimo vedere nel passo del De uno, non soltanto linnegabile intenzione apologetica, ma anche il riflesso di
95 Cos viene raffigurato lo sviluppo del pensiero di Vico da Giarrizzo in un saggio per molti versi importante, a cui abbiamo pi volte fatto riferimento, La politica in Vico (cit. sopra, n. *). Bench Giarrizzo metta sin dallinizio decisamente in rilievo la sostanziale politicit della riflessione vichiana (ivi, p. 55), chiarendola con diverse fini osservazioni sul De ratione e sugli scritti successivi, egli tuttavia dellopinione che Vico, in particolare con la Scienza nuova prima (1725) (...) inaugura uno spostamento significativo nella valutazione dellapporto umano al processo storico e iscrive entro una diversa cornice i risultati delle precedenti esperienze pratiche e intellettuali, con la conseguenza (sempre pi vistosa nella Scienza nuova seconda) di cancellare taluni degli originari significati, per assumerne altri, forse meno incisivi (ivi, p. 56). Osservata dal punto di vista di Giarrizzo, quindi, la svolta vichiana verso una filosofia della storia metafisica risulta essere conseguenza di una tendenza meramente speculativa, nel senso reprobativo della parola, espressione, dunque, di un distacco dalla vita civile. La svolta sarebbe dunque spiegabile soltanto ricorrendo a motivi biografici, ossia dalla crescente delusione di Vico nei confronti della vita culturale e politica napoletana. Una analoga spoliticizzazione nel pensiero vichiano rintraccia B. DE GIOVANNI, La vita intellettuale a Napoli fra la met del 600 e la restaurazione del regno, cit., pp. 498 s.: Il quadro di questo isolamento appare quasi visibile nellaspro schermo metafisico in cui egli sembr stringere, dal De uno in poi, la sua visione della storia. E chi sa se non fu proprio il distacco politico che, accentuando il suo isolamento personale, quasi costrinse Vico verso una sempre pi definita chiusura speculativa. probabile che, dopo gli anni del De ratione, cos pieni di una esplicita passione civile, la realt piuttosto povera delle cose politiche del viceregno, accentuasse nel Vico la tendenza non tanto a disimpegnare la storia dal presente, quanto a descriverla come momento di una intenzione metafisica le cui linee gi si intravedono in certe pagine del Diritto universale. In un gioco sottile di azioni e reazioni, levoluzione del pensiero vichiano conduceva il filosofo lontano dalla materia politica presente, lo rendeva meno attento alla dimensione immediata della polemica sul potere e la giurisdizione, lo isolava rispetto a gruppi ideologicamente collegati; e ad un tempo, questo progressivo isolamento incideva sui temi della sua riflessione, e quasi spingeva il Vico verso la scansione del movimento storico nella schema di una provvidenza ideale () Le due edizioni della Scienza nuova del 1725 e del 1744 segnarono nettamente il compiersi della visione provvidenziale della storia in Vico. Essenzialmente diversa , invece, la tesi di F. TESSITORE, Senso comune, teologia della storia e storicismo in Giambattista Vico, cit. (supra, n. *), il quale acutamente distingue la teologia della storia vichiana da ogni teleologia della storia: Vico capisce che la teleologia della storia inserisce luomo in un ordine divino che tanto lo comprende (nel senso letterale di tenerlo dentro) da negarlo come individuo umano, mentre al contrario la teologia della storia, in quanto confronto tra ordine di Dio e ordine delluomo, lascia a questo la condizione antropologica di libero rispetto a Dio, che lo guarda ma non lo condiziona, lo giudica ma non lo opprime, perch nel giudicarlo non ne annulla ma ne esalta la responsabilit dellazione, che quanto lo fa meritevole o

31

questo proposito pratico-politico. A guardar bene, dunque, luso filosofico-politico che Vico fa della nozione di Divina providentia non identico alluso comune della medesima espressione. A chiarimento di questa differenza tra il significato abituale e il significato filosofico di provvidenza divina si osservi quanto segue. Si noti anzitutto lanalogia formale tra il concetto politico di ratio Status in De ratione XI e il concetto metafisico e ontoteologico di Divina providentia in De uno CCXVIII. Qui, il consilium divinum persegue i propri scopi praeter omne propositum, contro ogni consapevole intenzione degli individui agenti. Si tratta dellidea, che nella Scienza nuova assumer una posizione concettualmente nevralgica, della cosiddetta eterogenesi dei fini98 nella storia: i soggetti agenti contribuiscono alla realizzazione di scopi che non sono da essi consapevolmente voluti, che contraddicono, anzi, le loro intenzioni coscienti. Ora, una prefigurazione di questa idea si trova gi in De ratione XI, l dove Vico interpreta il consilium politico di Augusto e dei suoi successori come un astuto asservimento della giurisprudenza patrizia, la quale, promuovendo consapevolmente la naturalis aequitas, finisce, senza saperlo, con il
demeritevole della grazia (ivi, p. 434). Pertanto, la Scienza nuova terza non attesta la stanchezza del filosofo che, come pochi storici a lui contemporanei e successivi, ha visto le ambiguit drammatiche del moderno (ibidem). Lopera vichiana della maturit, al contrario, scoprendo lidea di evenienza di una filosofia dei limiti della ragione si pone secondo Tessitore alle origini dello storicismo critico, problematico, contrario ad ogni assolutezza, sia quella del razionalismo scientifico o storico , sia quella dello storicismo assoluto (ivi, pp. 435 s.). 96 Cos si esprime, in riferimento al Liber metaphysicus (De antiquissima) e alla Scienza nuova, S. OTTO, Die transzendentalphilosophische Relevanz des Axioms verum et factum convertuntur, cit.: Die Sprache Vicos ist nicht zuletzt deswegen so schwer bersetzbar und miverstndlich, weil sie kein adquates Kleid des von Vico Gemeinten ist. Vicos Terminologie entstammt zum einen der christlichtheologischen Tradition, ist zum anderen angereichert mit dem ciceronisch-humanistischen Ausdruckstil, und zum dritten belastet mit der Begrifflichkeit der Substanzmetaphysik (...) Die Auflsung dieses Sprachproblems mu die erste und vordringlichste Aufgabe bei einer philosophyschen Analyse des Liber metaphysicus [corsivo mio, P.C] (ivi, pp. 36 s. [rist., pp. 179 s.]). In questo senso, anche agli scritti vichiani lecito applicare cum grano salis, ovviamente il metodo dinterpretazione suggerito da L. STRAUSS, Persecution and art of writing, New York 1952. 97 Cfr. il passo completo citato sopra, n. *. 98 Lespressione eterogenesi dei fini non vichiana (secondo lo Historisches Wrterbuch der Philosophie, Band 3, Darmstadt 1974, s. v. Heterogonie, il primo ad usarla stato W. Wundt, Ethik, 1 (1912), p. 284 s.). Essa tuttavia sovente adoperata per riassumere il senso di passi come il cpv. 1108 della Scienza nuova terza: Perch pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni (che fu il primo principio incontrastato di questa Scienza, dappoich disperammo di ritruovarla da filosofi e da filologi); ma egli questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari chessi uomini si avevan proposti; quali fini ristretti, fatti mezzi per servire a fini pi ampi, gli ha sempre adoperati per conservare lumana generazione in questa terra (op. cit., pp. 968 s.; cfr. anche p. 548 [cpv. 341]).

32

rafforzare la monarchia plebis studiis et favore multitudinis e con lindebolire, di conseguenza, lo stesso ceto patrizio. Lanalogia tra i due ragionamenti manifesta: cos come, in De uno CCXVIII, il Divinum consilium adempie i suoi elevati e nobili scopi per mezzo della vile e odiosa ratio Status di Tiberio, allo stesso modo, in De ratione XI, la giusta ragion di Stato imperiale si avvale dei giuristi, facendo agio sul loro desiderio bassamente egoistico di onori, per realizzare il pi alto scopo della salus rei publicae. Se osserviamo i due ragionamenti di Vico in modo puramente formale, prescindendo cio dalle loro evidenti differenze di contenuto, lanalogia risulta chiara a questo riguardo: in entrambi i casi i mezzi , ossia gli individui agenti mediante i quali si adempiono gli scopi, sono caratterizzati dal fatto di non essere consapevoli di essere mezzi per tali scopi. In entrambi casi si produce cio una sorta di accecamento degli attori rispetto ai veri e propri fini del loro agire: essi ignorano quello che propriamente fanno, credono di perseguire i loro scopi coscienti, ma in verit non fanno altro che dare un inconsapevole contributo alla realizzazione di un piano del tutto diverso ed a loro ignoto. Senonch, la somiglianza tra i due ragionamenti svolti da Vico, rispettivamente, in De ratione XI e in De uno CCXVIII, palese quanto la loro radicale diversit. In De ratione XI, laccecamento, ossia lignoranza dei giuristi imperiali riguardo agli scopi politici che si realizzano grazie al loro contributo di natura completamente diversa dallaccecamento a cui soggiace Tiberio in De uno CCXVIII: luna una illusione empirica, laltra, invece, una sorta di parvenza trascendentale. I giuristi di epoca imperiale di cui si parla nel De ratione sono vittime di un puro e semplice inganno: essi si illudono di detenere un potere autonomo, che, in realt, solo una simulacro astutamente prodotto dallimperatore. Gli individui agenti sono qui rappresentati quali vittime di un inganno fattuale, tale cio da poter essere empiricamente smascherato: gli abili prestigiatori che, producendo potentiae simulacra, riescono ad ingannare gli individui agenti sono essi stessi individui agenti. In altre parole, in De ratione XI, allaccecamento soggiacciono soltanto alcuni degli attori della scena: i giureconsulti si ingannano, gli imperatori no. Entrambi i punti di vista quello falso, accecato, inconsapevole, impolitico dei giuristi e quello vero, consapevole, saggio e politico degli imperatori sono individuali punti di vista umani. Nel De uno (e, con leccezione degli Ebrei,99 anche nella Scienza nuova) la scena si presenta in modo completamente diverso: qui tutti gli attori umani soggiacciono ad un errore di cui essi non possono in linea di principio rendersi conto. Un abisso incolmabile separa, qui, il punto di vista della verit

99 In particolare nella Scienza nuova terza, ad esempio, nei cpvv. 165-168 (op. cit., pp. 505 s.) Vico separa nettamente la storia sagra degli Ebrei guidati dalla rivelazione del vero dio, dalla storia dei Gentili. Al riguardo, cfr. le sottili osservazioni di C. CASTELLANI, Dalla cronologia alla metafisica della mente. Saggio su Vico, Bologna-Napoli 1995, pp. 57-92.

33

il vedere (o pre-vedere) della provvidenza divina dal punto di vista della nonverit100 gli attori individuali inconsapevoli . Non si tratta cio di due vedute diverse e, tuttavia, paritarie, ma di due prospettive radicalmente disparate: la prospettiva divina e quella umana. Lignoranza, ossia laccecamento degli uomini non provvisorio e temporalmente condizionato,101 bens pensato come tratto essenziale dellagire umano nella storia. Il linguaggio apologetico-teologico, cos vistoso in De uno CCXVIII, ha dunque anzitutto la funzione di attestare che lignoranza degli individui agenti di natura non empirica, cio un accecamento di principio. A noi, che viviamo in un universo culturale secolarizzato, questo linguaggio pu apparire come il sintomo di un pensiero che non ancora giunto ad affrancarsi dalla fede. A ben vedere, per, di tratta di una veste linguistica, ossia di uno strumento retorico con il quale Vico intende persuadere il lettore circa linaggirabile momento di accecamento, di opacit, di non sapere che caratterizza lagire umano come tale. Le parole di Vico presuppongono cio un lettore per il quale la rappresentazione di Dio strettamente congiunta con il sentimento della radicale infirmitas della vita umana.102 La filosofia della storia vichiana, il suo motivo provvidenzialistico, il suo impianto ontoteologico e metafisico vanno osservati e spiegati muovendo dalla necessit concettuale che internamente li determina. Ci si pu accorgere, in questo modo, che la
100 Tra gli studi vichiani che pongono al centro dellattenzione il tema della non-verit si segnala quello di S. VELOTTI, Sapienti e bestioni. Saggio sullignoranza, il sapere e la poesia in Giambattista Vico , cit. 101 La filosofia della storia di Vico non appartiene dunque al novero di quelle indagate da R. KOSELLECK, Kritik und Krise, cit., pp. 105 ss. Sulla peculiarit della Geschichtsphilosophie vichiana, cfr. S. OTTO, Faktizitt und Transzendentalitt der Geschichte. Die Aktualitt der Geschichtsphilosophie G.B. Vicos im Blick auf Kant und Hegel, in: Zeitschrift fr philosophische Forschung 31 (1977), pp. 4360 (= S. OTTO, Materialien zur Theorie der Geistesgeschichte, cit., pp. 197-214). Osserva acutamente Otto: Vico bringt den Defizienzmodus geschichtlicher Wahrheitserkenntnis auf den Begriff, und gleichzeitig gelingt es ihm, die Defizienz philosophischer Einsicht in geschichtliche Faktizitt zurckzubinden an die begriffliche Einsicht in transzendentale Wahrheit (ivi, p. 56 (= p. 210)). Si legga anche questa affermazione dello stesso autore: Die gttliche Providenz wird von Vico in einer solchen Weise gerechtfertigt, dass sie fr den Menschen nicht zum blinden fatum ausschlagen kann. Vico rechtfertigt aber die Hand Gottes in der Geschichte, indem er gleichzeitig das geschichtliche Machen des Menschen legitimiert (S. OTTO, Giambattista Vico. Grundzge seiner Philosophie, Stuttgart Berlin Kln 1989, p. 39 [= S. OTTO, Giambattista Vico. Lineamenti della sua filosofia, tr. it. di A. GIUGLIANO, Napoli 1992]). Sullo stesso tema, ma con un diverso approccio interpretativo, cfr. F. FELLMANN, Vicos Theorem der Gleichursprnglichkeit von Theorie und Praxis und die dogmatische Denkform, in: Philosophisches Jahrbuch 85 (1978), pp. 259-273, nonch ID., Der Ursprung der Geschichtsphilosophie aus der Metaphysik in Vicos Neuer Wissenschaft, in: Zeitschrift fr philosophische Forschung 41 (1987), pp. 43-60. Riguardo alla peculiarit della filosofia della storia vichiana, si tenga inoltre presente la tesi di F. TESSITORE, Senso comune, teologia della storia e storicismo in Giambattista Vico, cit., richiamata sopra alla n. *:

34

filosofia della storia, il suo motivo provvidenzialistico, il suo impianto ontoteologico e metafisico non equivalgono ad una spoliticizzazione del pensiero vichiano, ma, proprio al contrario, alla radicalizzazione della sua intrinseca per usare ancora una volta la felice espressione di Piovani politicit. Lo scopo della trasformazione vichiana in senso ontoteologico della ratio Status, ossia della sua trasfigurazione in Divinum Consilium il sw/vzein tav fainovmena: si tratta cio di garantire concettualmente la possibilit della decadenza come fenomeno essenzialmente politico, dipendente dallagire umano. Sulla base della nozione tradizionale di ragion di stato (nozione risalente alla prudentia dellaristotelismo e, quindi, alla frovnhsi aristotelica) la decadenza, la negativit o crisi politica rimane politicamente inspiegabile. In questo orizzonte concettuale, cio, il negativo pu apparire soltanto come corruptio di un corpo rappresentato in modo naturalistico-biologico: un processo naturale, quindi, che si sottrae al dominio della responsabilit umana. Il pensiero della storia umana more metaphysico, ossia la nozione vichiana di storia universale eterna rappresenta il tentativo di innalzare la negativit politica a dimensione strutturale dellagire storico umano. Oltrepassa i limiti della presente indagine, e va quindi rinviata ad altra sede, la discussione dellardua questione, se, e come, riesca il tentativo vichiano di salvare la decadenza per mezzo del dualismo ontoteologico tra ignoranza umana e verit divina.

102 Vico comprende quindi il punto di vista religioso in modo classico-epicureo, ossia in modo che potremmo definire pre-illuministico. Secondo la sua concezione, cio, la religione deriva dalla paura di fronte a potenze sovra-umane, dunque di fronte alla morte, e la filosofia, di conseguenza, il mezzo per scongiurare tale paura. Sulla wesentliche Vernderung, che la Religionskritik classico-epicurea subisce im Zeitalter der Aufklrung, sono da leggere le pagine della Einleitung di L. STRAUSS, Philosophie und Gesetz. Beitrge zum Verstndnis Maimunis und seiner Vorlufer (1935) in: ID., Gesammelte Schriften, hrsg. von H. MEIER, Stuttgart-Weimar 1997, pp. 9-27 (= L. STRAUSS, Filosofia e legge, tr. it. di C. Altini, Firenze 2003, pp. 131-154).

35