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NUOVA BIBLIOTECA DEI RAGAZZI

raccontiamo un classico

52
© 1990, 2007 Nuove Edizioni Romane
Piazza Santa Cecilia 18, Roma
Progetto grafico / Claudio Saba
Produzione / Pegasus, Roma
Diritti di traduzione, riproduzione
e adattamento riservati per tutti i paesi
2010 Quarta edizione in questa collana

http://www.nuoveedizioniromane.it
e-mail: ner@mclink.it

ISBN 978-88-7457-043-0
Roberto Piumini

Cuore d’eroe

La storia di Enea

Illustrazioni di Cecco Mariniello

Nuove Edizioni Romane


Amico lettore,
quando gli antichi volevano rappresentare Enea su un vaso, una moneta,
una gemma, un muro di villa, lo dipingevano solitamente col padre Anchise
sulle spalle e il figlioletto per mano: un uomo affaticato, pieno di impegni.
Avevano ragione. Enea è un gran lavoratore. Lavoro è il suo tentativo di
salvare Troia, lavoro la sua fuga con parenti e statue; lavoro la costruzione
della nuova città di Eneade, risultato inutile per volontà degli dei, lavoro la
fondazione di Pergamo, a Creta: altra città da abbandonare; lavoro il
viaggio fra mari, isole, mostri; lavoro il racconto a Didone; lavoro anche l
’amore che Didone ottiene da lui; lavoro il viaggio tra i morti, lavoro lo
sbarco, la diplomazia, le ricerche, le guerre, la pace alla foce del Tevere.
E un gran lavoro fece Virgilio, autore dell'Eneide, che voleva a un tempo
lodare Enea e Roma, Troiani e Augusto, gli dei dell’Olimpo e quelli che
svolazzavano sul Campidoglio tifando chi per Lazio, chi per Roma…
E lavoro è quello dell'Autore di questo adattamento, che non è semplice
riduzione. Se cerchi, se ascolti, ti accorgerai che c’è un ritmo in questa
scrittura. È prosa se vuoi: ma se vuoi è una lunga, lunga storia di settenari e
ottonari.
Ci sono lavori che pesano, e lavori che piacciono. Spero che leggere
questa storia, lavorare con la mente su queste parole, sia per te un lavoro
piacevole.
Libro primo

La tempesta

Perché Giunone dava a Enea tanto tormento? Non le


bastava che i Greci, con il suo aiuto, avessero sconfitto i
Troiani ed abbattuto Troia? Tanto ancora bruciava il
giudizio che Paride aveva dato, scegliendo come più bella
Venere, da non farle bastare quella strage tremenda? Ma
perché, soprattutto, perseguitava Enea che con una ventina
di navi era fuggito, portando il padre Anchise e il figliolo
Ascanio?1
Perché la dea conosceva la profezia per la quale Enea e i suoi compagni
avrebbero raggiunto le verdi coste del Lazio, e avrebbero fondato una stirpe,
e città: da loro sarebbe nata Roma, così potente da dominare ogni terra, tutto
il Mediterraneo e Cartagine stessa, città sacra a Giunone.
Ecco per quali ragioni, con ira e con dolore, la dea perseguitava, e
preparava vendette e disgrazie ad Enea.
Quando vide le navi staccarsi dalla Sicilia ed aprire le vele a un vento
favorevole che le spingeva a nord, verso le coste tirrene, calò la dea sulle
Eolie, dove regnava Eolo tenendo in una caverna venti terrestri e marini e
placandone l’ira.
“Potente re”, gli disse, “un popolo, mio nemico, sta navigando il Tirreno
verso le foci del Tevere, per continuare lassù l’odiata stirpe di Troia. Libera i
venti più pazzi, distruggi la sua flotta, falli tutti annegare. Avrai in sposa, per
questo, la mia ninfa più bella: Deiopea…”
Eolo, obbediente e goloso, toccò con il suo scettro la caverna, e ne
uscirono Euro, Noto ed Africo, e si scagliarono tutti in furibondo groviglio
sul mare, e una tempesta incominciò, tremenda. Nel buio improvviso, tra
tuoni, lampi e onde, i Troiani tremavano.
“Oh, beato chi è morto combattendo a Troia!” gridò Enea aprendo le
mani al cielo. “Perché non caddi anch’io, ucciso dal ferro di Diomede, là
nella mia città, vicino ai miei fratelli? Ora, con questi compagni, sarò
inghiottito dal mare, annegherò nel nero senza una tomba ed un nome!”
E le navi sbandavano, si perdevano in ogni direzione: presto alcune si
arenarono su degli scogli, altre furono spinte dal vento fino a dei bassifondi.
Quella dei Lici, al comando del valoroso Oronte, fu risucchiata in vortice;
quelle del vecchio Alete, quelle di Acate e di Abante, ebbero falle ai fianchi e
si riempirono d’acqua.
Ma il dio del mare, Nettuno, uscì dalle onde, stupito, vide la flotta
dispersa sotto la furia dei venti.
Li chiamò tutti, allora, attorno al suo capo azzurro e disse loro, gridando:
“A me soltanto spetta il dominio del mare! Ritornate da Eolo e portate il
mio ordine: vi tenga chiusi e legati come gli tocca fare!”
E distese il tridente, e tornò calmo il mare. Scomparvero le nuvole, tornò
splendido il sole.
Cimòtoe e Tritone, aiuti di Nettuno, alzarono le navi che si erano
incagliate e liberarono quelle frenate dall’arena, mentre il dio del mare
passava sull’azzurro con il suo cocchio leggero, e quietava le onde.
Sul mare liscio, stanchi, i Troiani guidarono le sette navi rimaste unite
verso l’Africa. Arrivati ad un golfo circondato da boschi, gli uomini discesero
dalle navi malconce con un gran desiderio di terra e di riposo. Ed accesero i
fuochi, trasportarono il grano, lo fecero tostare e si nutrirono.
Enea, da uno scoglio, cercava sopra il mare i compagni sperduti: vide
invece tre cervi che, non troppo lontani, pascolavano a capo dei loro branchi.
Con l’arco li seguì e ne uccise sette fra i più grossi: uno per ogni nave che si
era salvata con lui dalla tempesta. Poi, spartito il cibo e brindato col vino,
Enea disse ai compagni:
“Abbiamo conosciuto la furia di Cariddi! Abbiamo visto, amici, il volto
del Ciclope! Un dio ci guiderà, e ci farà passare anche questa sventura. Ci
aspetta il Lazio, dove il destino prepara case tranquille, e un regno, e una
fertile pace!”
Ma mentre gli altri gioivano del cibo, Enea si addolorava nel segreto del
cuore per tutti i suoi compagni che credeva perduti. E ricordava Amico,
Lico,. Gia e Cloanto, e il valoroso Oronte.
Sopra l’Olimpo, intanto, Venere andò vicino al padre degli dei e gli disse
piangendo:
“Quale colpa ha commesso, padre potente, Enea, perché gli sia così
chiusa la strada verso l’Italia? Tu hai dunque mutato la tua decisione? Non
deve più nascere dalla stirpe di Teucro quella Roma che un giorno dominerà
la terra? Padre, io sopportavo le disgrazie di Troia pensando al nuovo destino
degli esuli troiani: ora li vedo schiacciati dalle sciagure e dall’odio di una sola
dea”.
Giove sorrise, e baciò sua figlia, dicendo:
“Venere, non temere: la sorte dei Troiani non è Con l ’arco li seguì e ne
uccise sette fra i più grossi: uno per ogni nave che si era salvata con lui dalla
tempesta… cambiata. Vedrai le città che faranno, vedrai Enea accolto nel
cielo degli dei: quello che io ho deciso, niente lo può mutare!”
Con l ’arco li seguì e ne uccise sette fra i
più grossi: uno per ogni nave che si era
salvata con lui dalla tempesta...
E per rassicurarla, Giove le disse quello che, arrivati in Italia, Enea e i suoi
compagni avrebbero compiuto; disse dei loro nemici, delle battaglie future,
delle vittorie di Roma, della sua gloria infinita e della pace che, infine,
avrebbe loro addolcito la vita faticosa.
A quel racconto, la dea si quietò. Intanto, dopo una notte di pena, Enea
decide di andare ad esplorare il terreno, per vedere chi siano i suoi abitanti, ed
informarne i compagni. Prima fa mascherare, sotto una grande roccia, le sette
navi troiane; poi, in compagnia di Acate, armato solo di lancia, s’incammina
nel bosco.
Subito, sotto l’aspetto di una cacciatrice dai capelli ventosi, gli viene
incontro Venere:
“Avete visto, stranieri”, chiede con voce gentile, “una delle mie amiche
che inseguiva un cinghiale?” “Noi non l’abbiamo vista”, le risponde Enea.
“Ma… come devo chiamarti? Il tuo volto, e la voce, sono di una dea: sei una
ninfa? O sei Diana? E, chiunque tu sia, dimmi che terra è questa, perché noi
siamo sperduti, spinti da una tempesta… E noi ti ringrazieremo con molti
sacrifici…”
“Io non merito onori”, risponde la cacciatrice. “Tu sei in terra africana:
ma punica è l’origine del regno in cui ti trovi. Vi è regina Didone, di cui ti
voglio narrare brevemente la storia. Laggiù a Tiro, in Fenicia, era sposa a
Sicheo, ricco di molte terre: accadde che Pigmalione, re di Tiro e fratello di
Didone, invidioso di quelle grandi ricchezze, fece ammazzare Sicheo a
tradimento, e poi fece, con un inganno, a Didone, credere che il marito fosse
scomparso. Ma il morto apparve in sogno alla sposa e le svelò l’accaduto, la
persuase a fuggire con i grandi tesori che lui aveva nascosto. Così Didone,
con quelli che odiavano il tiranno, sottrasse navi e tesori a Pigmalione e
sbarcò sulle coste di Libia, e ci fondò Cartagine”.
Così finisce il racconto. Con aria di mistero aggiunge la cacciatrice:
“Recati dalla regina: vedi quei dodici cigni che scendono felici verso la
terra? È il segno che le dodici navi che tu credevi perdute si sono invece
salvate, e stanno entrando nel porto della città, a Cartagine…” Scompare, e i
suoi capelli mandano luce e profumo, e la sua veste da dea si mostra per un
attimo. Soltanto allora Enea la riconosce:
“Oh, madre, perché mi hai ingannato con un’immagine vuota? Perché
non ti avvicini, così che ti possa parlare e, come figlio, abbracciare?”
Ma, muta, Venere avvolge i due dentro una nebbia, perché possano
andare, senza essere visti, fino dentro Cartagine. Sulla cima di un colle
davanti alla città che si sta costruendo, vedono i palazzi, le rocche che si
innalzano, muri, porte e strade, fondamenta di case, di porti e tribunali e di
grandi teatri.
“Beato chi può vedere nascere la sua città!” esclama Enea, e svelto
scende giù dall’altura seguito dal compagno. Protetti dalla nebbia entrano fra
le mura, giungono all’alto tempio dalle porte di bronzo che Didone ha
innalzato in onore a Giunone. Qui, tra altri ornamenti, Enea e Acate vedono
dipinte sulle pareti molte scene di guerra dell’assedio di Troia, e piangendo
guardano, fermandosi ad ammirare.
“Guarda, Acate! Priamo, il nostro grande e buon re!”
“E quelli, non sono i Greci in fuga sotto le mura?” “Ecco là Achille, che
incalza sopra il suo cocchio splendente!”
“E quello, Enea, non è Reso scannato da Diomede?”
“È lui, Acate… E quello è Troilo ucciso, lo vedi? Là, trascinato dal
cocchio!”
“Ecco le madri troiane, e le nostre sorelle: salgono tutte al tempio e si
battono il petto. Pallade non le ascolta, e fissa torva il terreno…”
“Guarda le Amazzoni, Acate!”
“Quello sei tu, che combatti come un leone contro il maledetto Ulisse!”
E mentre i due, invisibili, rapiti nella memoria, restano ancora a guardare,
in una schiera di giovani, bella come una dea, arriva al tempio Didone.
Percorre il colonnato, siede sul trono e intorno stanno gli armati: comanda,
assegna incarichi. Ed ecco arrivare una folla. Davanti a tutti stanno Anteo,
Sergesto e Cloanto, insieme ad altri Troiani che la tempesta ha disperso. Enea
e il suo compagno, che li credevano morti, si vogliono svelare: ma
preferiscono, poi, aspettare e vedere come li accoglie Didone.
Giunti davanti al trono, parla Ilioneo:
“Regina, che qui regni in giustizia, siamo Troiani sfuggiti alla furia del
mare. Non siamo qui per far guerra, o per rubare ricchezze: siamo dei vinti, in
viaggio verso l’Italia lontana, e dispersi nel mare da una tempesta furiosa.
Qui siamo giunti in pochi ed ecco, siamo assaliti, ci si vuole ammazzare…
Nel nome degli dei e della gloria di Enea, il nostro capo, che spero non sia
perito nel mare, accoglici, regina, concedi che riposiamo e ripariamo le navi
con legno di questa terra, per continuare nel viaggio!” Abbassando la testa,
gli risponde Didone:
“Non temete, Troiani. La novità del mio regno mi spinge alla prudenza,
ma conosco la storia e la gloria di Troia, e la stirpe di Enea. Voi avrete il mio
aiuto, e se vorrete fermarvi ed abitare fra noi, non ci sarà differenza fra gli
altri sudditi e voi. E io sarei molto lieta se il valoroso Enea, come voi,
arrivasse qui sospinto dal vento… Lo manderò a cercare lungo tutta la costa”.
Ma non ha ancora finito le sue parole Didone, che la nebbia si scioglie
tutto attorno ad Enea: Venere gli ha donato bello sguardo, fulgore, e un corpo
giovanile.
“Sono io, chi cercate!” dice abbracciando i compagni. Poi si rivolge a
Didone:
“Ti diano un premio degno tutti gli dei, regina! Beata sia la terra che per
prima ti vide, beati il padre e la madre che ti diedero la vita! Fino a quando i
fiumi scenderanno nel mare e splenderanno le stelle, io, dovunque sarò,
ricorderò il tuo nome e come sei generosa!”
Affascinata, lo guarda Didone, e poi si scuote:
“Entrino allora i Troiani nella mia casa! Ho imparato, dalla sventura, a
aiutare chi la sventura ha colpito!”
Conduce Enea nel palazzo, e intanto manda ai Troiani rimasti presso le
navi venti tori possenti, cento grassi maiali e cento pecore in dono perché si
nutrano, in gioia.
Dentro il palazzo, è imbandito un grandioso banchetto: drappi di porpora,
vasi d’argento e oro, su cui sono scolpiti i ricordi gloriosi dei Tiri.
Acate corre alle navi per prelevare Ascanio, il figliolo di Enea, e per
prendere i doni da portare a Didone: una veste da donna tutta trapunta di oro,
un grande velo screziato con ricami di foglie. Erano di Elena, un tempo,
scampati al fuoco di Troia. Poi uno scettro, e un monile di perle e una corona
con gemme incastonate.
Ma Venere, temendo l’incostanza dei Tiri e l’ira di Giunone, compie
un’astuta manovra: trasporta Ascanio dormiente sulla vetta di un monte, tra
fiori di maggiorana. Uguale a lui, al suo posto, mette Amore, che spinga con
la sua forza Didone a innamorarsi di Enea. Così, insieme ad Acate, il finto
Ascanio arriva, con i doni, al palazzo.
Tutti si stendono sopra giacigli d’oro e porpora, mentre i servi versano
acqua e portano il pane per iniziare il banchetto. Cinquecento ancelle tengono
accesi i fuochi ai Penati e dispongono cibi dentro i vassoi: altre cento, infine,
li portano sulla mensa. Tiri e Troiani siedono e ammirano i doni e il
giovanetto biondo, che credono sia Ascanio; ma sopra tutti lo ammira la
regina Didone, se lo chiama vicino, lo abbraccia stretto, lo tiene sulle
ginocchia: e intanto lui, che è Amore, le toglie dalla memoria Sicheo, il
marito scomparso e indirizza ad Enea il suo desiderio. Dopo il cibo, vengono
le bevande alla luce e al profumo di torce, in rumorosa allegria. Didone
riempie la coppa che ha ricevuto in dono:
“Fa’, Giove”, dice, “che questo giorno sia per i Tiri e i Troiani felice e
che ne giunga il ricordo fino ai loro nipoti! Sia con noi Giunone! Sia con noi
Bacco gioioso!”
Brinda alla coppa e la passa, mentre Iopa, il cantore, fa suonare la cetra
cantando il giorno e la notte, la pioggia e la creazione, le stagioni e le stelle. E
durante quel canto Didone si innamora di Enea, e gli chiede di parlare di
Achille, e di Priamo, e Diomede.
Mentre lui, quieto, risponde, lei lo contempla stupita per la gioia che
sente, e non la sazia lo sguardo.
“Ospite”, dice poi, calmando con un gesto le voci e i suoni di tutti,
“narraci dal principio le insidie dei Greci, e le tue pene, e il tuo viaggio che
ormai da sette anni dura, tra terre e mari”.
Libro secondo

Incendio di Troia

«Regina», dice Enea nel silenzio di tutti, «tu vuoi che


io rinnovi un’angoscia infinita, ricordando in che modo
distrussero gli Achei la potenza di Troia. È tardi, ormai: le
stelle ci invitano al sonno… Ma se tu vuoi davvero che io
racconti, obbedisco, anche se il ricordo delle cose accadute
mi riempie di orrore.
I comandanti dei Greci, dopo molti anni di assedio
senza un risultato, costruirono un cavallo fatto di legno d’abete e sparsero la
voce che si trattava di un voto per chiedere agli dei un ritorno felice. Nel
ventre del cavallo, si nascosero invece molti guerrieri, scelti tra i più valorosi.
Poi la flotta dei Greci salpò, puntando a Occidente: ma all’isola di Tènedo si
nascose.
Credemmo, noi di Troia, che i Greci fossero ritornati alla patria lontana.
Si aprirono le porte e corremmo gioiosi fino alla spiaggia vuota, a vedere
quei luoghi in cui erano state le alte navi achee, i luoghi delle tende dei
nemici più forti… Ma, soprattutto, stavamo attorno al grande cavallo, a
guardarlo, stupiti. Sono incerti, i Troiani: ed ecco Laocoonte scendere dalla
città a braccia aperte e gridare:
“Miseri, quale follia, quale pazzia vi trascina? Voi credete che i Greci
siano partiti davvero senza lasciare un inganno? Non conoscete Ulisse? O
quel cavallo contiene dei guerrieri nemici, o qualche altra insidia! No, non mi
fido dei Greci, anche se portano doni…”
E dopo queste parole scaglia la lancia, e la pianta nel grande ventre di
legno, che risuona stridendo. Ma in quel momento arriva, portato da pastori,
un acheo prigioniero. Tutti gli corrono intorno, tutti lo insultano.
Ora ascolta bene, Didone, giudica i Greci da questo: quello ci guarda,
spaurito, apre le braccia e implora:
“In quale terra potrò lasciar cadere il mio corpo? Cosa mi resta? Straniero
io sono ormai per i Greci, e dai Troiani mi aspetto solo una misera morte!”
Si fa silenzio, e qualcuno gli chiede il nome e il motivo per cui sia lì, tutto
solo.
“Qualunque sia la mia sorte”, dice con umile voce, “io sono un greco, lo
ammetto. Il mio nome è Sinone, cugino di Palamede, che gli Achei hanno
ucciso perché parlava di pace. Finché lui fu vivo, io ebbi fama e potere: ma
quando lo ebbe ucciso l’odio di Ulisse, io caddi nella disgrazia più nera, e
preparai la vendetta. Ma Ulisse, l’astuto, ben lo sapeva, e spargeva calunnie
contro di me tra tutti i capi dei Greci, e preparava un inganno. Oh, ma perché
continuare questo triste racconto? Uccidetemi adesso: aiutate, o Troiani, la
volontà di Ulisse!”
China la testa e tace. E noi, pazzi, intorno gli chiediamo a una voce di
continuare il racconto.
“Già avevamo deciso di ripartire”, riprende, “ma il mare e il vento, ostili,
lo impedivano: a niente serviva questo cavallo, fatto per propiziare e placare
gli dei. Ed ecco che Calcante, istigato da Ulisse, finge di avere avuto una
visione di Apollo: dice che il dio gli ha chiesto, per proteggere il viaggio, un
sacrificio umano… Per dieci giorni tace, non indica la vittima: poi, e io me lo
sentivo, punta il dito su me! Invano io gridavo e accusavo Ulisse e le sue
frodi: venne il giorno del sacrificio. Già eran pronte le bende e la farina, ed il
sale per l’orribile rito… Io non volli morire! Mi slegai, di notte, entrai nella
palude e vi rimasi nascosto finché la flotta partì, dopo avermi per giorni
inutilmente cercato. Non vedrò più la mia terra, e i miei figli e mio padre, sui
quali forse faranno la loro turpe vendetta quegli assassini di Achei! Io ti
prego, Priamo, invocando gli dei e la santa giustizia, di aver compassione di
un uomo finito!”
Noi, commossi, non solo gli risparmiammo la vita, ma lo slegammo. Gli
disse Priamo queste parole:
“Scorda il passato, Sinone: ora sei uno di noi. Ma dimmi adesso, chi è
stato a costruire il cavallo? E perché così grande? È un voto agli dei o un
ordigno di guerra?”
E Sinone, chiamando a testimonio il cielo, disse queste parole:
“Da quando Ulisse e Diomede entrarono di notte nella città, e con le mani
sporche di sangue, alla rocca, rubarono l’effigie di Pallade, la dea, prima a
noi favorevole, con molti segni evidenti ci mostrò la sua ira; dagli occhi della
statua usciva un livido fuoco, e un sudore tremendo le percorreva le membra:
per tre volte vedemmo che sobbalzava, furente. A quella vista Calcante esortò
i Greci a fuggire, giacché avversati da Atena non c’era più la speranza di
conquistare Troia. Come riparazione del furto del Palladio, perché Atena
salvasse la flotta nel suo ritorno, fece innalzare il cavallo: lo fece fare grande
perché non possa entrare nelle porte di Troia e diventare propizio alla vostra
città. Se voi lo distruggete offenderete Pallade e avrete grande rovina: se lo
portate all’interno, grande sarà la disgrazia che cadrà sugli Achei. Questa è la
profezia che io sentii da Calcante”.
Così parlava Sinone, e noi gli credevamo.
Intanto, Laocoonte stava immolando a Nettuno un grande toro: ed ecco,
dalla parte di Tènedo, dal mare, escono orrendi due enormi serpenti tutti
coperti di scaglie, fra scrosci d’acqua bollente. Prima si guardano attorno,
gelandoci di orrore, gettando lingue di fiamma; poi, veloci, si gettano su
Laocoonte e i suoi figli che gli sono vicini. Li avvinghiano, li sbranano, li
coprono di bave e di veleno: e quelli mandano orribili grida e tendono le
braccia, ma sono ormai senza scampo. Infine, i due serpenti fuggono
aggrovigliandosi verso la rocca, sparendo nel tempio di Pallade.
“Laocoonte è punito perché ha colpito il cavallo!” grida qualcuno, e altri:
“Facciamo entrare il cavallo dentro le mura, Troiani!”
Così aprimmo un passaggio nella muraglia, e facemmo passare la bestia
immane, tirandola con funi, come con briglie giganti. E bambini e ragazze gli
cantavano intorno, toccando quelle corde per avere fortuna… E fu in Troia, il
cavallo: ah, patria mia gloriosa, per quattro volte la bestia si incagliò
nell’entrare, e ogni volta sentimmo, dentro, un rumore d’armi. Ma eravamo
accecati. Pazzi, lo trascinammo finché fu in cima alla rocca. Inutilmente
Cassandra gridò le sue profezie di distruzione e di morte: non ascoltata,
derisa, la ascoltammo gridare, là dentro il tempio, da sola la sua
disperazione… Venne la notte, e avvolse di buio il cielo e la terra. Sparsi per
la città, dopo la festa, i Troiani erano tutti nel sonno.
Nel silenzio lunare, proveniente da Tènedo, venne la flotta dei Greci, e
sulla nave ammiraglia si accese una luce. In silenzio, Sinone levò un pannello
dal ventre del gran cavallo. Ne scesero, lungo una fune, guerrieri: Ulisse e
Neottolemo, Stenelo e Macaone, Menelao e Acamante, Tersandro ed Epeo,
che era il costruttore della gran bestia di legno. E, da quel filo nero, scesero
altri guerrieri su Troia addormentata: le poche sentinelle furono presto
abbattute, si aprirono le porte alle schiere dei Greci che erano salite dalla
spiaggia alle mura, mute nel buio, in attesa, presso le porte di Troia. Così i
Greci entrarono nella città. Io dormivo, e mi apparve Ettore, triste e
piangente, col volto tutto coperto di sangue:
“Fuggi, figlio di Venere! Troia è in fiamme, il nemico è sulle mura,
ormai! Non c’è salvezza. Prendi i Penati di Troia, a te sono affidati: li porterai
sul mare, finché potrai fondare una città che li accolga”.
Intanto, dappertutto, sangue, strage e lamenti: cresceva il grido di morte
dei Troiani, e il fragore delle armi assassine.
Io mi svegliai, salii sul tetto della mia casa e vidi dilagare il tradimento
dei Greci. Vidi crollare in fiamme la casa di Deifobo, quella di Ucalegonte;
vidi infiammarsi il mare al promontorio Sigeo; sentii suono di trombe…
Come un pazzo, io corsi alle mie armi, formai un gruppo di compagni,
andai verso la rocca, andai là per morire: ma ecco, trafelato, vidi arrivare
Panto, sacerdote di Apollo, che era sfuggito agli Achei e portava le effigi e i
simboli sacri.
“Questa è la fine, Enea!” grida. “Troia è finita! Tutta la città brucia, e
l’orrendo cavallo vomita guerra e rovina! Il traditore Sinone va incendiando
ogni cosa, e ci insulta: in pochi sanno resistere, ormai!” Tra frecce e fiamme,
correvo dove vedevo battaglia, con dietro qualche compagno: Ipani e
Dimante, Epito e Corebo. Li incoraggiavo:
“Volete tentare l’ultima prova? Affrontiamo la morte! Corriamo addosso
ai nemici. Sola speranza dei vinti è non avere speranza!”
Chi può narrare le stragi e i lutti di quella notte? Troia crollava, e il suo
regno, e piena di cadaveri per ogni strada e ogni casa, per ogni tempio.
Dappertutto, diversa, ma orribilmente uguale, arrivava la morte…
E capitò che, alla testa di un drappello di Greci, Androgeo ci gridò,
credendoci dei suoi:
“Presto, compagni, venite! Solo adesso arrivate dalle navi?”
E allora si accorse di stare fra i nemici. Tentò la fuga, ma addosso noi gli
corremmo, feroci, e lo uccidemmo, e poi gli prendemmo le armi. Mascherati
con quelle come fossimo Greci ci lanciammo in battaglia: contro i nemici non
c’è nessuna differenza fra l’inganno e il valore.
E ne mandammo parecchi nel fondo dell’Averno: poi ci apparve
Cassandra legata e trascinata. Corebo, che l’amava, si lanciò contro i Greci
gridando, e noi con lui. Ma cadde sui nostri capi una tempesta di frecce
lanciate da Troiani: noi sembravamo nemici. Ci trovammo sbandati, confusi
in mezzo agli Achei: uno ci riconobbe e chiamò gli altri all’assalto. E cadde
Peneleo, poi l’infelice Corebo, e poi Rifeo, il più giusto fra tutti i Troiani;
cadde Dimante, e Ipani, e cadde Panto. Con due dei miei compagni, scappai
alla casa di Priamo, attorno a cui infiammava una mischia tremenda. Da sopra
i Troiani rovesciavano travi, tegole e persino tutti gli ornamenti contro gli
assalitori. Noi, finti Greci, prestammo in qualche modo un aiuto colpendo i
Greci alle spalle. Per un passaggio segreto, svelandomi ai Troiani, io entrai
nel palazzo, salii dove i compagni scagliavano vane frecce; là c’era un’alta
torre che serviva a spiare, nei tempi dell’assedio, il campo degli Achei. La
abbattemmo, e di sotto la facemmo crollare, facendo strage di Greci.
Tornarono all’assalto sotto una fitta tempesta di frecce e lance e di sassi.
Pirro, il figlio di Achille, colpì con una scure il gran portale, e vi fece
un’apertura, e a fendenti la andava allargando. Verso di noi, i Greci
lanciavano torce infuocate e tizzoni.
Ci preparammo, fermi, a difendere il cuore di quella sacra dimora: dietro
di noi, non c’era che tumulto e terrore, gemiti e grida di donne, vecchi dal
volto atterrito che abbracciavano porte e le baciavano, in pianto.
Sotto la furia di Pirro cadde la porta di bronzo: gli Achei si lanciarono
con la foga di un fiume che ha rotto gli argini.
Priamo li vide, e sicuro della rovina di Troia, si coprì il corpo di armi e si
lanciò sui nemici, alzando il braccio bianco, consumato dagli anni. Al centro
della reggia c’era un altare scoperto: spaurite come colombe, Ecuba e le sue
figlie, attorno a quell’altare, si stringevano contro le statue dei Penati. Lì
apparve Priamo, pallido e vecchio, sperduto dentro la sua armatura.
“Dove corri, infelice?” gridò Ecuba. “Sposo, nemmeno Ettore, ormai, ci
potrebbe salvare! Vienimi qui vicino: o questo altare ci salva, o moriremo
uniti…”
A quelle parole, Priamo raggiunse la sposa e si sedette al suo fianco.
Pirro, inseguendo uno dei figli di Priamo, lo spinse sotto l’altare e lo
scannò. E il vecchio alzò le braccia al cielo per maledirlo, dicendo:
“Se esiste giustizia, possa tu avere dai Numi il giusto premio, Pirro, che
hai versato su noi il sangue di nostro figlio! Tu non sei figlio di Achille!”
E scagliò debolmente la lancia, che si piantò debole e storta nell’ampio
scudo di Pirro. E il greco:
“Va’ a raccontarlo a mio padre, laggiù dove si trova! Va’ a dirgli che io
sono peggiore di lui! E intanto, muori!”
E afferrato Priamo per i capelli, piantò tutta la spada nel petto e lo gettò
su suo figlio: così fu ucciso il gran re, il re di terre infinite.
Noi restavamo in pochi, molti erano morti, molti si erano uccisi
gettandosi nel fuoco per non cadere vivi nelle mani dei Greci. Pensai a mio
padre Anchise e a Creusa mia sposa, e al mio piccolo Iulo, e al pericolo
immenso. Corsi via: là nel tempio di Vesta vidi Elena che si teneva nascosta.
“Tornerà questa vipera, causa di tanta rovina, a Micene?” pensai. “E
rivedrà lei Sparta, con altre schiave troiane? Si sparge dunque invano tutto il
sangue di Troia?”
Mi prendeva la voglia di toglierla dal mondo, nonostante non sia cosa
onorevole e bella sfogarsi contro una donna: ma mi apparve mia madre in
figura divina, che mi prese per mano e calmò il mio furore.
“Dimentica lo sdegno, ricorda il padre e il figlio. Corri a vedere se Creusa
è ancora viva: i Greci sono da ogni parte. Solo per mia protezione sono salvi i
tuoi cari… Non è a causa di Elena, o di colui che l’ha amata, che tutto questo
è accaduto: è l’ira degli dei che fa cadere Troia”.
E, svelandomi gli occhi, mi mostrò in mezzo al fumo Nettuno, che col
tridente scuoteva i muri, e Giunone chiamava i Greci all’attacco presso le
porte Scee, e Minerva scuoteva lo scudo portentoso sopra le teste troiane: e io
vidi lo stesso onnipotente Giove che incoraggiava i Greci, esortando gli dei a
sostenerne la sorte. Poi mia madre scomparve, e mi lasciò disperato. Tutto il
cielo crollava. Pazzo, stordito, andavo attraverso le stragi: ma niente mi
toccava. Giunsi alla mia casa, e a mio padre annunciai che volevo fuggire con
lui, la moglie e mio figlio.
“Voi, freschi di sangue, fate bene ad andare”, mi disse il dolce vecchio.
“Quanto a me, gli dei, se mi volevano vivo, avrebbero salvato questa città,
questa casa… Dimmi addio, figliolo, e poi salvati in fretta!”
Lui si ostinava a restare, benché Creusa, e io, e anche il piccolo Ascanio
lo implorassimo: fermo nella sua decisione. Io imploravo ai suoi piedi:
“Come puoi chiedere, padre, di andare via senza te? Vuoi attendere Pirro,
colui che uccide i figli davanti ai loro padri? Forse mia madre, la dea, mi ha
salvato dal fuoco e dalle frecce fischianti perché io veda mio padre, la mia
sposa, e mio figlio, cadere uno sull’altro?”
Presi la spada: volevo correre verso la morte, con gli ultimi Troiani. Ma
Creusa mi abbracciò e mi chiese difesa per lei e per Ascanio. E,
all’improvviso, un prodigio: sopra la testa di Ascanio tremò una fiamma, e gli
avvolse, senza bruciarli, i capelli. Gettammo acqua gridando, ma lui non
bruciava e non sembrava soffrire. Mio padre, a braccia aperte, gridò gioioso:
“Mi basta! Questo segno è chiaro, onnipotente Giove! Porta il tuo aiuto, e
conferma questo presagio divino!”
Un grande tuono rispose verso sinistra, e una stella cadde sui bordi
dell’Ida, con una lunga scia, come indicando una strada, e quel segno lucente
restò a lungo nel cielo.
“Ora vi seguo!” disse mio padre Anchise. “Gli dei hanno dato il presagio:
a questa Troia morente fanno una grande promessa! Io non esito, figlio, a
venire con voi!”
Da ogni parte, intanto, ci circondava il fuoco. Io ordinai ai servi di
fuggire, e trovarsi poi al tempio di Cerere, là vicino alle mura. Poiché ero
sporco di sangue, affidai a mio padre tutti i nostri Penati, poi me lo caricai
sopra le spalle, tenendo Iulo per mano, e dietro mi seguiva mia moglie.
Ed entrammo nell’ombra. Mentre prima ignoravo cosa fosse paura, ora
temevo ogni soffio, e tremavo a ogni suono: per il vecchio che avevo sopra di
me, e il bambino che tenevo per mano.
Poiché ero sporco di sangue, affidai a mio
padre tutti i nostri Penati, poi me lo caricai
sopra le spalle, tenendo Iulo per mano…
E fummo presso le porte. Sentimmo passi alle spalle. Mio padre, sopra di me:
“Svelto, stanno arrivando! Vedo lampi di armi brillare dietro di noi!”
E cosa accadde, o dei? Chi mi sconvolse la mente? Corsi senza voltarmi,
e Creusa rimase indietro… Forse era stanca? O forse non riuscì più a
vedermi? Non ne seppi più niente, né mai più la rividi. Solo al tempio, alle
mura, mi accorsi che era scomparsa.
E chi provò, quella notte, dolore simile al mio? Nascosi il figlio ed il
padre e i sacri Penati: con alcuni compagni corsi indietro, angosciato, rifeci
tutto il cammino. Giunsi al palazzo, ma ormai era in mano dei Greci, tutto
incendi e saccheggi. Tornai alla reggia, alla rocca. Vidi lontano Ulisse che,
con Fenice, faceva la guardia al suo bottino: mense e vasi dorati, drappi e
tappeti, e intorno una schiera tremante di donne prigioniere con i loro
bambini.
Chiamai Creusa a gran voce. Ed ecco che mi apparve davanti la sua
ombra, il volto triste, più grande di quanto era da viva:
“Enea, perché ti addolori?”, disse con voce leggera. “Così si compie,
marito, la volontà degli dei… Lassù nessuno voleva che io venissi con te: va’
ora, scendi al mare, ti attende un lungo cammino fino all’Esperia: laggiù sarai
felice, ed avrai una sposa regale… Ora non piangere, Enea: non sono schiava
dei Greci, e me ne sto con Cibele, la gran madre dei Numi… Ti raccomando
Iulo…”
Così parlando svaniva e mi lasciò nel dolore, mentre finiva la notte.
Tornai dalla mia gente, là al tempio di Cerere, dove si era adunata una folla di
amici, uomini e donne, pronti a partire in esilio, con le poche ricchezze che si
erano portati. Volevano che fossi il loro capo, e la guida. Venere, stella
materna, spuntava ormai a Oriente. Troia era tutta dei Greci, e non c’era
riscossa.
Io mi misi in cammino, portando il padre ed il figlio, verso i monti
lontani».
Libro terzo

Arrivo in Sicilia

E così continuava il racconto di Enea:


«Troia era ormai ridotta a un’informe rovina. Noi
costruimmo una flotta alle pendici dell’Ida, raccogliemmo
i guerrieri che si erano dispersi e all’inizio d’estate
aprimmo al vento le vele, e lasciammo piangendo la dolce
terra troiana, ed entrammo nel mare invocando gli dei.
Viaggiammo a lungo sull’acqua: stanchi ci accolse
Delo, isola sacra ad Apollo. Anio, re e sacerdote, ci accolse e riconobbe in
mio padre Anchise un ospite e un amico.
Subito andai a pregare al grande tempio del dio.
“Dacci una terra, Apollo! Una città che sia nostra! Salva noi, misero resto
della gente troiana! Dove dobbiamo andare? E con chi? Manda un segno…”
E mi parve ad un tratto che la montagna oscillasse e nel tremore del tempio,
della foresta intera, io sentii una voce che misteriosa diceva:
“Dardanidi, cercate l’antica Madre! Da lì i figli dei vostri figli
domineranno la terra!”
Questo era il responso, e ci rese felici. E disse Anchise ai compagni:
“Ascoltatemi: a Creta, se non m’inganna il ricordo, nacque il nostro
popolo. Da una città delle cento che su quell’isola stanno, partì Teucro in
antico per fondare, ad Oriente, il dominio di Troia. Seguiamo, dunque, amici,
la volontà degli dei: in due giorni di mare, se Giove non ci ostacola,
arriveremo a Cnosso”.
Facemmo i sacrifici e salpammo: da Nasso costeggiammo Donusa e la
verde Olearo, poi la candida Paro e le Cicladi sparse. I marinai gridavano e si
esortavano a gara per arrivare a Creta, l’antica patria degli avi.
Quando arrivammo, subito, feci innalzare le mura di una città, e le diedi il
nome di Pergamo. Stavo assegnando le case, già promulgavo le leggi, già si
sposavano alcuni, si seminavano i campi, quando improvviso si sparse un
malanno mortale che attaccava i corpi, i seminati, le piante. In molti si
ammalarono, e molti morirono. Sterile, nell’estate, si bruciava la terra. Io,
disperato, pensavo di ritornare a Delo e interrogare Apollo sul nostro vero
destino, ma di notte mi apparvero i Penati troiani, quelli che avevo salvato
dall’incendio di Troia.
“Siamo inviati da Apollo”, dissero quelle immagini. “Segui le nostre
parole! Non è questa la sede dove ti spinge il dio: parti da Creta, naviga, porta
le navi all’Esperia, fertile terra antica. Là vissero gli Enotri: ora la chiamano
Italia. Quella è la vera patria di Dardano e di Iasio: da laggiù provenimmo, là
ci sospinge il ritorno…”
Non era un sogno, quello: erano lì, bendati, bianchi, figure passate. Io,
spaventato, sudavo. Corsi da Anchise, mio padre, e raccontai la visione.
“Ora ricordo che spesso”, lui mi rispose, “Cassandra vaticinava di un
regno, di un avvenire in Italia… Ma chi credeva, allora, a quella povera
donna? Ora invece sappiamo che prediceva il vero!”
E ripartimmo di nuovo, puntando al mare aperto. Una forte tempesta per
tre giorni e tre notti ci costrinse a vagare senza una rotta, tra lampi e terribili
gorghi, finché, al quarto mattino avvistammo una terra, una linea di monti e
del fumo; ammainammo, e forzando sui remi ci facemmo vicini. Erano le
Strofadi, su cui le orribili Arpie si erano rifugiate: donne solo nel volto,
pallido e famelico, e per il resto uccelli, con penne e mani artigliate, e un
fetentissimo flusso che dal ventre colava.
Quando sbarcammo, vedemmo greggi di vacche e capre abbandonati nei
pascoli, e ne uccidemmo parecchie per fare i sacrifici. Poi, per il nostro
banchetto, ci preparammo i giacigli: ma nel bel mezzo del pasto, dalle
montagne intorno, le immonde Arpie ci attaccarono, rubandoci il cibo,
strillando e insozzando col loro unguento fetido.
Poi, per il nostro banchetto, ci preparammo i giacigli: ma nel bel mezzo del
pasto, dalle montagne
intorno, le immonde Arpie ci attaccarono…
Ci riparammo in grotte, ma ci attaccarono ancora: allora io ordinai di
preparare le armi. Pronti, i miei le nascosero nel verde folto dell’erba, e
quando quelle calarono saltammo loro addosso in una strana battaglia. Ma
erano invulnerabili, e dopo avere lordato di nuovo le nostre mense, tutte si
alzarono in cielo. Una di loro, Celeno, con voce orrenda, gridò:
“Volete dunque scannare anche noi Arpie, Troiani? Non vi è bastato
rubarci le nostre vacche e le capre? Ascoltate allora quel che le Furie vi
dicono: voi puntate all’Italia; ci approderete, sicuro, ma prima che riusciate a
costruire città o anche un muro soltanto, una fame violenta vi spingerà,
meschini, a divorare le mense!”
Così gridato, scomparve. Pieni di schifo e spavento, a quell’annuncio di
pena, noi, invocando gli dei, stendemmo al vento le vele, e fummo ancora nel
mare.
Costeggiammo Zacinto, Dulichio, Nerito e Same, vedemmo da lontano
Itaca, patria di Ulisse, e le gettammo gridando molte maledizioni. Poi ci fu
Leucade, cinta, nella sua vetta, di nubi e il promontorio di Apollo, terrore dei
naviganti. Presso Azio sbarcammo. Con sacrifici a Giove, celebrammo sul
lido i nostri giochi troiani.
Era la fine d’estate, e ordinai alle navi di riprendere il viaggio: l’isola dei
Feaci scomparve dietro di noi; costeggiammo l’Epiro e raggiungemmo
Butroto. Qui ci arrivò alle orecchie una notizia strana: Eleno, figlio di
Priamo, conquistata la sposa ed il dominio di Pirro, regnava in terra greca.
Così Andromaca aveva, ora, un marito troiano.
Lasciai allora la flotta e mi spinsi all’interno. Nei pressi di un fiume io
vidi proprio Andromaca che offriva brindisi e doni alla memoria di Ettore:
quando mi scorse, e quando riconobbe il mio viso, presa da un gran terrore,
cadde per terra svenuta. Poi si riprese, e parlò:
“Sei tu davvero, Enea? Tu, il figlio di Venere? O, se sei un morto,
parlami: dammi notizie di Ettore…” Con voce incerta, risposi:
“Sono vivo, sebbene in mezzo a molti tormenti. Ma raccontami tu come
sei qui; il tuo destino è degno di chi è stata la moglie di Ettore?”
Alzò la testa, e rispose:
“Io invidio Polissena, che fu ammazzata subito, sopra gli altari di Troia,
non subì il sorteggio, non le toccò essere serva, o dividere il letto con
l’assassino dei suoi! Sopravvissuta alle fiamme, schiava di Pirro, vagai, ebbi,
da schiava, un figlio… Poi il mio padrone, volendo andare sposo a Ermione,
mi assegnò ad Eleno che, come me, era schiavo: così, di nuovo, a un troiano,
e a mio cognato, mi univo. Ma intanto Oreste, furioso per aver perso
Ermione, tese un agguato a Pirro presso gli altari, e lo uccise. Dunque, parte
del regno venne in potere di Eleno, e mutò il nome in Caonia. Ma ora
parlami, Enea: che dio ti porta fin qui? E come sta il tuo bambino?”
Così parlava, e piangeva, la triste donna troiana, quando con il suo
seguito giunse Eleno, suo sposo; mi riconobbe, e commosso mi condusse al
palazzo insieme ai miei compagni. Ci rimanemmo due giorni, fra banchetti e
ricordi: e la memoria, e il vino, ci spinse a gioie tristi.
Poi io chiesi ad Eleno:
“Tu che sai leggere i segni, e il volere di Apollo, e il senso dei canti e i
voli degli uccelli, dimmi quali pericoli io dovrò evitare. Come potrò superare
le prove che gli dei mi hanno annunciato?”
E lui mi prese per mano, guidandomi fino al tempio.
“Figlio di Venere”, disse, “il tuo viaggio è protetto da Giove, ma per darti
il coraggio e la lena, ti annuncerò qualche cosa di quello che ti aspetta: il
resto è un segreto tra le tre Parche e Giunone. Sappi, Enea, che l’Italia è
ancora lontana; prima di giungervi, a lungo tu dovrai navigare, e poi scendere
ai laghi di Averno, e approdare sull’isola Eea, dove abita Circe. Ricorda
quello che dico: quando sarai lungo un fiume, sotto gli elci di sponda, e trenta
piccoli attorno a una scrofa bianca avrai veduto, là finiranno i tuoi mali, e
fonderai una città”.
E continuando a parlare mi diede molti consigli perché facessi buon
viaggio. Mi esortò ad evitare tutte le coste orientali della penisola, perché vi
dominavano i Greci. Poi mi insegnò i sacrifici che, quando fossimo giunti
sulle coste a Occidente, avrei dovuto fare per ingraziarmi gli dei ed evitare
sciagure.
“Quando sarai allo stretto tra Italia e Sicilia, tieniti al largo, a sinistra:
tieni lontane le rupi che da una parte e dall’altra piombano nell’onda azzurra.
Erano terre unite, ma una scossa tremenda le spaccò, e vi entrò in mezzo il
mare. A destra sta e vigila Scilla, mentre l’orrenda Cariddi sta a sinistra,
inghiottendo in voragini immense l’acqua del mare, e la sputa fino alle stelle.
Scilla, ben nascosta nell’ombra, tende il collo ed attira le navi con volto e
seno di donna, ma con il corpo di mostro. In quello stretto non entrerai: è
meglio fare un lunghissimo giro attorno alla Sicilia.
Il viaggio sarà più lento, ma anche meno mortale. Quando sarai in Italia,
tu vedrai nell’Averno la Sibilla: nascosta nel profondo rivela, a chi chiede, il
destino. Non avere impazienza, finché ti avrà rivelato le cose del tuo futuro:
come vincere guerre o sfuggire gli agguati.
Ed ora parti, Enea, e innalza il nome di Troia!” Dopo le profezie, Eleno ci
fece doni: oro ed avorio istoriato, bronzi e oggetti d’argento, una corazza
tessuta con triplo filo dorato, un elmo e un bel cimiero che era stato di Pirro.
Anche mio padre Anchise ricevette dei doni, e poi Eleno diede guide e
cavalli, e fece riparare le navi, e ci fornì di armature.
Andromaca, dolente, donò ad Ascanio una veste tutta a ricami preziosi e
una tunica frigia. E gli diceva, fra i baci: “Prendi questi regali, piccolo figlio
di Enea, tu che ricordi a una madre il suo perduto Astianatte. Tu gli somigli
nel volto, negli occhi, nel movimento, e se lui fosse vivo avreste la stessa età,
e giochereste ridendo…”
Furono lunghi i saluti con quella gente troiana, poi si riprese la rotta
lungo la costa d’Epiro: era la via più breve per arrivare all’Italia.
Dopo due giorni di quieta navigazione, ci apparve sotto la luce dell’alba
la bassa costa italiana; il caro nome, insieme, pronunciavano tutti, e a quel
grido Anchise riempì una coppa di vino e la alzò agli dei: “Dateci buoni
venti! Siateci amici, o potenti!”
Ci avvicinammo ad un porto dietro cui stava una rocca, e sulla rocca un
tempio sacro a Minerva. Tra due archi di roccia, mentre approdavamo,
vedemmo quattro cavalli bianchi che pascolavano insieme lungo la sponda,
tranquilli.
“Ecco un presagio di guerra!”, disse mio padre guardando. “Ma non
soltanto di guerra: quando hanno il giogo ed arano sono speranza di pace”.
Noi salutammo Minerva, e con il capo coperto da lunghi veli troiani
compimmo i sacrifici. Poi riportammo le navi nel verde e mobile mare oltre
Taranto, oltre la rocca di Schillace, fino a vedere, in Sicilia, l’immenso Etna,
e a sentire l’orrido scroscio dell’acqua.
“Quella è l’orrenda Cariddi!”, indicava mio padre, “forza, remate! Più al
largo!”
Palinuro, per primo, portò la prua a sinistra, mentre solo col destro
vogavano i rematori, e ce ne andammo lontani da quel tremendo gorgoglio.
Più tardi, a sera, approdammo là dove stanno i Ciclopi. Ampio era il
porto, e tranquillo, ma all’interno il vulcano mandava cupi rimbombi e
scatenava nell’aria nuvole in fiamme, scintille che andavano alle stelle. Dal
profondo salivano, scagliati in cielo, macigni, come pezzi di viscere dal
ventre della terra. Vegliammo tutta la notte, guardando in alto, dai boschi, il
prodigio del monte, e non c’erano stelle: una nuvola cupa avvolgeva la luna.
Quando fu l’alba, dal bosco uscì sfinito un uomo tutto coperto di cenci,
che ci tendeva le braccia.
Sporco, barbuto, e la veste mal ricucita con spini: aveva l’aria di un
greco. Quando ci vide, e si accorse delle armi troiane, si fermò un attimo,
incerto, e poi ci corse davanti e si gettò ai nostri piedi.
“O Troiani, vi imploro, nel nome degli dei, non lasciatemi qui, portatemi
con voi! Io sono un greco, lo ammetto, vi ho combattuto; e per questo, se la
mia colpa vi offende, non mi lasciate in vita: morto, gettatemi in mare. Ma se
io devo morire, che sia per mano umana!”
Noi avevamo pietà, gli chiedemmo il suo nome: anzi, mio padre Anchise
gli stringeva la mano perché prendesse coraggio.
“Achemenide d’Itaca”, disse, “così mi chiamo, e Ulisse era il mio re. Per
povertà mi imbarcai, venni a combattere a Troia. E quando Ulisse e i
compagni, dopo la beffa al Ciclope, fuggì dalla caverna, qui mi
dimenticarono. Oh, tolgano gli dei questo orrore dal mondo! Fino al cielo si
alza l’orribile Ciclope, e mangia carne di uomini. Proprio davanti a me prese
due nostri compagni e li sbatté sulla roccia, coprendo il terreno di carne sfatta
e di sangue! E poi li masticò… Ma contro la sua ferocia fece vendetta Ulisse!
Quando il Ciclope fu pieno, gonfio di carne e di vino, dopo le offerte agli dei
gli trapanammo un occhio con un gran palo appuntito e arroventato, e
fuggimmo. I miei compagni, fuggirono… Ora fuggite anche voi! Cento sono
i Ciclopi, uno più mostro dell’altro! Per tre mesi ho vissuto qui, nel terrore,
mangiando bacche e radici, e abitando in tane buie: ma oggi io vi ho visti
arrivare, e vengo a chiedere aiuto!”
In quel momento, dal monte, vedemmo il mostro venire: Polifemo
accecato scendeva verso la costa, e si appoggiava a un bastone che era un
tronco di pino. Dietro di lui, le pecore, la sua consolazione.
Quando fu giunto alla riva entrò fino ai fianchi nel mare e si pulì la ferita
piegando verso le onde il corpo orribile: noi, con Achemenide, zitti,
troncammo in fretta le funi e con remata leggera portammo al largo le navi.
Ci sentì, il mostro, e gridò: tese le braccia pelose dove sentiva il rumore,
ma eravamo lontani. E lui gridava, gridava: altri Ciclopi scesero dalla
montagna, a gruppi. Noi guardavamo muti l’orribile assemblea che ci urlava
minacce, come un bosco di querce agitato dal vento.
Fuggimmo lungo la costa oltre Pantàgia e Megara, girammo attorno a
Tapso, giungemmo al capo Plemirio. Poi costeggiammo l’Eloro e poi l’alta
Pachino, Gela e Acragante, dove nascevano un tempo meravigliosi cavalli. Il
vento favorevole ci spinse a Selinunte e dopo il Lilibeo ci fermammo a
Drepano. Qui, consumato dal viaggio, io persi Anchise, mio padre. Lui che
mi aveva seguito per cento pene e battaglie, ora mi abbandonava… Questo fu
il colpo più grande.
Dalla Sicilia, poi, qui mi ha spinto la sorte».
Qui finiva il racconto dei viaggi e delle avventure: e tacque Enea,
aggiungendo il suo silenzio a quello di chi lo aveva ascoltato.
Libro quarto

L ’ amore di Didone

Didone, già innamorata, dopo il racconto di Enea sentì


l’amore aumentare: non pensava che a lui e non aveva
pace.
Alla sorella, al mattino, disse queste parole:
“Anna, chi abbiamo ospitato? Perché mi sento turbata?
È così bello e fiero… È pura stirpe divina! Pensa quanto ha
sofferto, quante battaglie ha passato! Se non avessi deciso
di non volermi sposare, dopo che il mio amore finì in duro dolore, forse
quest’uomo soltanto mi potrebbe tentare… lo riconosco i segni della fiamma
amorosa: ma che in basso io sprofondi, piuttosto che mancare alla promessa
che ho fatto!” Mentre parlava, piangeva. E la sorella le disse: “Tutta la vita,
Didone, te ne starai senza amore?
Non ti vedremo più madre? Credi che vogliano questo le tristi ombre dei
morti? Hai rifiutato Jarba, e molti altri potenti: ma non li amavi, nevvero?
Vuoi rifiutare, adesso, quest’uomo che ti appassiona? Pensa a quante minacce
stanno sopra Cartagine! Di qua i feroci Getuli, di là la Sirte e i Numidi, e poi i
fieri Barcei e il gran deserto infiammato. Pensa alla guerra che Tiro, guidata
da tuo fratello, ha minacciato di farti! È per volere divino che Enea è giunto
fra noi: saranno nozze stupende… Pensa che gloria e che onore
aggiungeranno al tuo trono le belle armi troiane!” Vinta da questi discorsi,
senza più dubbi nel cuore, Didone corre al tempio, offre agnelli ad Apollo, a
Cerere e a Lieo e soprattutto a Giunone, che protegge le nozze. Si aggira fra i
sacrifici, spia fra le viscere i segni del suo futuro felice… Oh, mente cieca e
sconvolta! Interamente brucia dentro il suo petto la piaga, come a una cerva
ferita che corre i boschi, morendo. Per la città guida Enea, gli mostra le
bellezze e gli vorrebbe parlare, ma la tradisce la voce. Ordina nuovi
banchetti, chiede che Enea le racconti un’altra volta i suoi viaggi e in silenzio
lo ascolta, beve le sue parole. Poi, quando è sola, di notte, veglia nel palazzo
vuoto, tocca e abbraccia il sedile dove sedeva Enea e, come se lo vedesse, lo
saluta e gli parla. Cerca il piccolo Ascanio per abbracciare, in lui, la
somiglianza del padre. Dimentica Cartagine: senza i suoi ordini, ormai, ogni
lavoro è sospeso; restano tronche le torri e disarmate le mura.
Quando Giunone, in Olimpo, vide Didone impazzita, così parlò a Venere:
“Un gran successo, davvero, per te e tuo figlio Enea, che una donna sia
illusa da un doppio inganno di dei! Ma non avrà mai fine questo nostro
litigio? Su, facciamo amicizia con queste stabili nozze; tu hai raggiunto il tuo
scopo innamorando Didone, Cartagine è scopo mio: dunque, uniamo i due
popoli e governiamoli unite!”
Ma accorgendosi Venere che Giunone tramava perché nascesse in Africa
il regno che era promesso alla terra italiana, disse con finto sorriso:
“Come potrei negarti quello che ora mi chiedi? Ma io non sono convinta
che i Troiani ed i Tiri possano essere uniti in una sola città. Tu, che sei sposa
di Zeus, saprai convincerlo: prova! Io verrò dietro…”
E Giunone le dice ciò che farà perché Enea e Didone possano, il giorno
dopo, ritrovarsi da soli. Venere ascolta, e ride per quell’inutile inganno.
Il giorno dopo, al mattino, nobili cartaginesi, giovani cavalieri, gente con
lacci e con reti, escono tutti impazienti di cominciare la caccia. Un po’ in
ritardo, Didone appare in mezzo alla corte: ha una faretra d’oro, e una fibbia
dorata fissa la veste rossa; d’oro è anche il fermaglio che le raccoglie i
capelli.
Arrivano i Troiani: bello come un Apollo siede a cavallo Enea. E la
caccia comincia, fra i monti boscosi, fra tane e piste di fiere, tra greggi in
fuga di capre, branchi di cervi sbandati… Ma all’improvviso rimbomba tutto
il cielo di tuoni, l’aria diventa nera, cade una pioggia violenta. I cacciatori si
sperdono di qua e di là nelle valli, cercano in fretta un riparo. Come per caso,
Enea e Didone si trovano dentro una grotta, al sicuro. E in quel momento
Giunone fa il suo segno: una fiamma corre nel cielo e altissime sopra le vette
urlano le ninfe, e accade, fra Enea e Didone, l’amore.
Volò in fretta la Fama, peste veloce, flagello, a raccontare, in menzogna,
quello che in parte era vero: che la regina ed Enea, rapiti nell’amore, smarriti
nel piacere, più non pensavano al regno. E la notizia arrivò anche alle
orecchie di Jarba, un re potente e violento, che si riempì di sdegno.
“Giove onnipotente!”, gridava al cielo, geloso, “Vedi quello che accade?
O non esisti, e i tuoi lampi sono soltanto del fuoco che scocca in mezzo alle
nubi? Non vedi, Giove? Una profuga, a cui cedetti una spiaggia perché
avesse una patria, mi rifiutò: e ora accoglie uno straniero, un troiano, un
nuovo Paride! E intanto io sacrifico a te e mi accontento di niente!”
Lo udì l’onnipotente e rivolse lo sguardo alla reggia, a Cartagine, dove gli
amanti amavano, senza memoria, perduti. Chiamò Mercurio e gli disse:
“Va’ con gli Zefiri, vola, porta i miei ordini a Enea laggiù a Cartagine:
sembra che si dimentichi del suo destino glorioso… Non per diletti nuziali io
l’ho salvato dai Greci! Forse ha paura dei rischi, giacché non vuole partire?
Forse ha dimenticato il regno che lo attende? Basta, parta: è il mio ordine!”
E volò via Mercurio con i suoi sandali d’oro, veloce sulle onde, rapido
sopra la terra. Con la verga potente con cui comanda alle ombre, con cui dà e
toglie il sonno, tagliò veloce il vento e attraversò le nuvole, finché vide
Atlante con il suo peso di cielo. E scese verso il mare, agile come una rondine
che cerca il pesce nell’onda. Raggiunse Enea che stava presso un nuovo
palazzo e, con in mano una spada, ne comandava i lavori.
“Costruisci Cartagine?” gli disse subito il dio. “E, obbediente a una
donna, non ti ricordi del fato? Giove potente ti avvisa: pensa ad Ascanio, e
allo scettro dell’Italia e di Roma!”
E, dette queste parole, svanì leggero nell’aria.
Enea tremò: per l’orrore gli si drizzò ogni capello. Come partire? E con
quali parole avrebbe annunciato l’abbandono a Didone? Poi trova il modo: a
Mnesteo, a Cloanto e Sergesto, ordina che si prepari in gran segreto la flotta;
ordina che ogni troiano si tenga pronto a fuggire. Alla regina, lui aspetta, per
dirlo, il giusto momento. Tutti obbediscono in fretta.
Ma cosa sfugge a un’amante? La sospettosa Didone presto si accorge di
tutto. Cieca di pena e passione si avventa per la città, cerca l’amante e gli
grida:
“Tu volevi nascondere il tradimento, perfido? Non ti trattiene l’amore, o
la mia morte sicura? E vuoi partire in inverno, pieno di venti ostili? Tu vuoi
fuggire, Enea? Per il mio nero pianto, per la gioia che avemmo, se io ti ho
fatto felice, abbi pietà del mio amore! A causa tua sono odiata in Libia, in
Numidia e anche qui! Ho perduto una fama che andava fino alle stelle; oh,
chi assisterà la morente?
Ah, solo ospite ormai io ti posso chiamare… Se soltanto io avessi un
figlio tuo nel mio ventre! Un Enea piccolino da guardare e toccare…”
Ma Enea non la guardava e ripensava a Giove. Poi le rispose, deciso:
“Mai negherò, regina, il tuo valore, e avrò sempre in me il tuo ricordo, il
tuo dolcissimo nome. Breve è la mia difesa: io non fuggo in segreto, né io ho
stretto un patto di sposalizio con te. E se io avessi potuto fare quel che volevo
sarei rimasto a Troia, a rifarne una nuova; ma il comando di Apollo mi spinge
verso l’Italia: quella è la patria e l’amore! In ogni notte mio padre mi parla in
sogno, imperioso: e io devo pensare anche al destino di Iulo… Ora è venuto
Mercurio: io te lo giuro, mi è apparso, inviato da Giove, con l’ordine di
andare. Frena i rimproveri e il pianto, placa il tuo sdegno, Didone: sono
costretto a partire”.
E lei gridò sul suo volto:
“Tu non sei figlio di un uomo! Venere non è tua madre: ti ha generato una
rupe, e ti ha allattato una tigre! Posso fingere ancora? No, tu non hai
compassione, e nessun dio del cielo si cura della mia sorte… Ogni lealtà
scompare: io ti ho raccolto naufrago, io ti ho dato il mio regno, e i compagni
perduti, senza contare l’amore! Oh, io impazzisco! È disceso anche Mercurio
dal cielo con l’ordine di Giove! A questo pensano, i Numi! Vattene, allora,
vai! Non ti trattengo, non parlo. Corri in Italia, sul mare: ma se c’è una
giustizia spero che tu, in un naufragio, muoia chiamando il mio nome! E io
verrò dietro a te con la mia ombra insaziata, e sconterai la tua pena come io
sconto la mia!”
Troncò il discorso e fuggì, lasciando Enea nel rimorso. Parlava solo a
sussurri, le ancelle la portarono, come svenuta, sul letto nella sua stanza di
marmo.
Allora Enea, pur volendo darle conforto, si vince: torna alla flotta, al
comando. Scendono in mare le navi ben aggiustate e impeciate, con remi
nuovi. I Troiani da ogni parte accorrono per affrettarsi alla fuga.
E Didone, atterrita, comincia a odiare il cielo ed invocare la morte. Nel
suo sonno angoscioso vede l’antico marito che le fa cenni, e la chiama,
mentre un gufo, sul tempio, ulula a lungo, cupo. Si sogna abbandonata da
tutti quelli che ama, si vede persa per strada, alla ricerca di un luogo che le
scompare davanti. Pazza per il dolore decide allora la morte e dice alla sorella
con voce finta, serena:
“Anna, ho trovato il modo per riavere Enea e finire il dolore! C’è una
sacerdotessa che mi insegnò una magia per dare, o togliere, amore, o per fare
passare la sofferenza dal cuore… Io la farò, sorella, anche se mi ripugna
ricorrere a un incanto: ma aiutami, adesso. Dentro il palazzo, al coperto, fa’
costruire una pira, mettici sopra le armi che il traditore ha lasciato, nella sua
fretta di andare. Mettici anche il letto dove io ho perso la pace: devo bruciare
ogni cosa che mi ricordi quell’uomo… Questa è la giusta magia”.
Sudava freddo sudore mentre parlava: ma Anna non se ne accorse, e
obbediente fece alzare la pira. Quando tutto fu pronto, con i capelli sciolti,
per tre volte Didone chiamò l’Erebo, e il Caos, e Diana e i cento dei della
morte; poi sparse acqua di lutto e veleno, sciolse le vesti e i calzari e invocò
ogni stella sopra il suo amore tradito.
Al culmine della notte, quando ogni cosa dormiva, lei era sveglia, e
piangeva, e disperate speranze le rovinavano il fiato.
Dormiva intanto Enea, sotto le stesse stelle, sdraiato sulla poppa della
nave più grande. E sognò ancora Mercurio che gli diceva, severo:
“Dormi ancora, Enea? Tu non pensi ai pericoli che ci possono essere
finché rimani qui all'ancora? Quella è impazzita, lo sai: ed incendiario è
l’amore… Se aspetti troppo, potrebbe andarti a fuoco la flotta…” Disse e
scomparve, ed Enea si svegliò tutto tremante e si mise a gridare:
“Forza, svegliatevi, amici! Scendete subito ai remi, sciogliete tutte le
vele! Taglia la fune dell’àncora! Filiamo via nella notte, e ci protegga il
cielo!”
Tutti si mettono ai posti, e la flotta, in silenzio, scivola nell’acqua buia.
Alla luce dell’alba, quando Didone vide tutto il porto deserto e la flotta
lontana con le vele spiegate, strappandosi i capelli e colpendosi il seno così
gridava:
“Giove! Così può dunque fuggire quello straniero? E vantarsi di avermi
deriso? Cartaginesi, correte. Mettete in mare le navi, portate armi e fuoco,
remate, inseguitelo… Ma che follie sto dicendo? Solo ora mi sdegno? È
questa la lealtà di chi portò i Penati sulle spalle, e il padre? Oh, perché non
l’ho ucciso, e fatto a pezzi il suo corpo? Perché non ho ammazzato tutti i
suoi, e suo figlio? Sole che illumini il mondo, e tu Giunone, che vedi quello
che è il mio dolore, e voi Furie tremende, alla mia pena guardate, e la mia
maledizione, dei della morte, esaudite! Se arriverà Enea nelle terre che vuole,
abbia una dura guerra, venga strappato dal regno e dall’abbraccio del figlio,
veda morire i suoi, sia costretto a pesanti patti di resa, non abbia mai un
dominio tranquillo, muoia anzitempo e resti sopra una spiaggia insepolto! E
fra i nostri due popoli non regni mai la pace: questa è la sola preghiera che io
faccio morendo!”
Didone vide tutto il porto deserto e la flotta lontana con le vele spiegate…
Poi si rivolse a Barce, nutrice di Sicheo:
“Chiama la mia sorella, dille che venga qui pura, e con le vittime scelte.
Io voglio compiere il rito: voglio finire l’affanno dando fuoco sul rogo alla
figura di Enea”.
Rimasta sola, Didone, con gli occhi rossi di sangue, pallida corre sul
rogo, prende la spada di Enea, e nel suo letto d’amore si abbandona dicendo:
“Io morirò invendicata: però voglio morire. Guardi Enea questo fuoco e
lo accompagni l’idea della mia morte!”
Disse, e immerse il ferro dentro il suo petto, e il sangue schiumava
attorno alla lama e le inondava le mani.
Gridavano le ancelle, veloce scende la Fama sopra Cartagine, e grida; la
reggia è piena di gemiti, urli di donne dolenti, e l’aria suona di pianto.
Arrivò Anna, e la vide. Si colpì il seno, graffiandosi con le unghie il volto
e la chiamò:
“Sorella! Tu a questo pensavi? Era per questo il rogo? Di cosa posso
piangere… Perché mi hai ingannata? Perché io stessa ho innalzato questa
catasta di legno? Tu hai annientato anche me, questa città; ogni cosa… Ti
laverò le ferite e ascolterò, se rimane, il tuo respiro che muore”.
E salita sul rogo abbracciava Didone, e le puliva la piaga. La guardò la
regina, tentò di alzarsi, ma cadde: e con gli occhi cercava la nuova luce nel
cielo.
Qui, per pietà, Giunone le mandò Iride accanto. La messaggera scese e
accarezzò la morente. L’anima di Didone, dal corpo che si gelava, se ne volò
via leggera.
Libro quinto

Giochi per Anchise e sbarco in Italia

Erano al largo le navi, ma giunse fino a loro la luce


rossa del rogo, e su tutti discese un cupo presentimento.
Poi ci fu solo il mare, che in fretta si fece nero, con onde
alte e violente.
“Padre!” gridò Palinuro. “Grande e potente Nettuno,
perché di nuovo minacci? Enea, dall’Occidente viene un
cielo di nubi: si annuncia una tempesta, e non possiamo
lottare contro la forza del vento! Dunque cediamo, e portiamo le nostre navi
al riparo verso la costa vicina: non sono troppo lontani i rifugi di Erice e i
porti siciliani!”
“Volta le vele, allora!” fu la risposta di Enea. “Quale rifugio migliore
della terra di Aceste, dove riposano in terra le ossa sante di Anchise?”
E presto, dalla montagna, li vide giungere Aceste. Vestito di pelli d’orso e
tutto armato di frecce, corse incontro agli amici portando frutti e ristori.
Quando venne il mattino, radunati i compagni sulla spiaggia ospitale, così
ragionò Enea:
“Figli di Dardano, un anno giusto è passato da quando qui seppellimmo
mio padre, che ogni anno io devo e voglio celebrare. Forse, qui ci hanno
spinto a questo scopo gli dei: che noi facessimo omaggio alla memoria di
Anchise. Aceste, amico troiano, dona a ogni nave due buoi: prepareremo
banchetti con tutti i nostri Penati. Fra otto giorni, faremo gare gioiose e
giochi; ora, in silenzio, andiamo alla tomba di Anchise…”
In lenta processione una fila di uomini lo seguì al sepolcro. Qui, versando
per terra due tazze di vino e due di sangue nero e due di bianco latte, Enea
salutò il padre. Appena ebbe parlato, uscì un lungo serpente di squame
azzurre e dorate, e si avvolse al sepolcro; poi scivolò sugli altari e tra calici e
tazze divorò le offerte, e ritornò tranquillo fra i sassi, dentro la tomba.
Con nuovi sacrifici Enea salutò il segno, poi invocò lo spirito dei Mani e
di Anchise.
Il nono giorno, arrivano dalle regioni vicine schiere di Siciliani chiamate
ai giochi da Aceste.
Vengono esposti i premi: vasi votivi, corone, palme e drappi preziosi,
armi, e oro, e argento. Poi una tromba suona e si dà inizio alle gare.
La prima competizione è una corsa di navi: quattro navi veloci
aggireranno uno scoglio che sta lontano, nel mare. Sopra la Pristi è capo il
valoroso Mnesteo; Gia conduce Chimera; Sergesto guida il Centauro, e
sull’azzurra Scilla il capitano è Cloanto.
Si sorteggiano i posti. I capi stanno a poppa, i rematori hanno in testa
corone fresche di pioppo e i muscoli sono unti con olio profumato. Siedono ai
banchi, e stringono con forza il remo, aspettando il segno della partenza.
Suona alta la tromba, tutti si puntano, e l’acqua schiuma attorno alle prue,
e i rostri arano il mare. E dalla spiaggia curva su fino alle colline si alza, e
incita, il grido.
Scatta in avanti Gia, poi viene Cloanto che ha rematori migliori, ma la
nave pesante. Pristi e Centauro, più indietro, combattono alla pari.
Ecco lo scoglio vicino. Gia grida a Menete, che gli pilota la nave:
“Stringi il timone, gira! Non stare al largo, ti dico! Stiamo vicini allo
scoglio, lasciamo gli altri nel mare!”
Ma il vecchio timoniere teme gli scogli nascosti e resta al largo, prudente.
Dietro, incalza Cloanto: e nello spazio lasciato tra la roccia e Chimera si
infila Scilla, girando molto vicina, e più in fretta, e prima volta la prua verso
la costa lontana.
Colmo di rabbia, Gia getta in mare Menete e prende posto al timone
virando verso lo scoglio: il vecchio timoniere, sputando acqua, resta
aggrappato alla roccia e i Troiani ridono delle navi veloci.
Pristi e il Centauro da dietro premono su Chimera per superarla: Sergesto
sfiora a sinistra lo scoglio, ma Mnesteo spinge Scilla, appena dietro di lui.
“Soldati di Ettore, forza!”, grida correndo Mnesteo. “Non voglio essere il
primo, se Nettuno non vuole: ma contro il disonore di essere ultimi, forza,
forza Troiani, remate!”
Sudano i rematori, e trema intorno il mare. Ma in quel momento,
Centauro, troppo vicino allo scoglio, resta incagliato: la chiglia si squarcia
sotto, e si innalza, i remi si urtano, si spezzano e cadono. I marinai, gridando,
cercano di raccoglierli, mentre Mnesteo, esultante, lancia in avanti la nave, fa
aprire al vento le vele, schiva veloce Sergesto e la sua nave incagliata,
raggiunge anche Chimera che, senza il vecchio pilota, arranca storta sul mare.
Resta, davanti, Cloanto. Mnesteo lo incalza, lo preme, esalta i suoi
rematori, gridando sua la vittoria: ma non ricorda gli dei. Cloanto, invece, da
poppa grida invocando:
“Potenti, voi che sul mare regnate, ucciderò un toro bianco là sulla
spiaggia, se vinco, e mescolate con vino vi getterò fra le onde viscere ancora
fumanti!”
Le Nereidi, dal fondo, Forco signore dei mostri, e il dio dei porti Portuno,
spingono Scilla col braccio dentro la baia, veloce, prima fra tutte: ed Enea fa
proclamare che il premio è assegnato a Cloanto, e lo incorona. A ciascuna
delle tre navi sconfitte dona delle giovenche e, a tutti, oro ed argento. Ai
capitani, in premio, vesti di porpora e armi, coppe e vasi preziosi.
Con pochi remi, intanto, disincagliata, Centauro entra mesta nel porto fra
le risate di molti: ma Enea premia Sergesto, che ha ricondotto la nave ed i
compagni, e gli dona un schiava cretese, Foloe, brava massaia con due
gemelli lattanti.
Poi, con migliaia di altri, sopra un pianoro erboso tra i boschi e le colline,
si reca Enea, e siede sopra un’alta tribuna.
Vengono i corridori, pronti a scendere in gara: per primi Eurialo e Niso,
stretti da grande amicizia; poi viene Diòre troiano, Salio acarnese, Patròne
che viene da Arcadia, poi due amici di Aceste, giovani siciliani dall’aria fiera
e selvaggia: Elimo e Panope, e altri.
Enea promette doni a ciascuno, e al primo, oltre l’olivo glorioso,
annuncia in dono un cavallo; una faretra al secondo; al terzo un elmo greco.
Squilla il segnale: partono. Con gli occhi fissi all’arrivo, Niso è il più
veloce; Salio, più indietro, è secondo, poi viene Eurialo, e quarto rincorre tutti
Elimo, incalzato da Diore. Sono vicini all’arrivo, ma Niso scivola e cade sul
sangue dei sacrifici. E non scorda Eurialo: al passaggio di Salio sgamba, e lo
fa inciampare e rotolare nel sangue. Così Eurialo è primo fra gli applausi
festosi, davanti ad Elimo e Diore.
Salio riempie la valle di proteste e di grida, chiede giustizia: ma Diore,
che perderebbe il suo premio, difende Eurialo con foga. Enea conferma gli
arrivi, e a Salio dona la pelle di un gran leone africano. Niso protesta:
“Se hai pietà di chi cade, anch’io sono caduto!”
E mostra a tutti le mani sporche di rossa fanghiglia. Enea sorride, e gli
dona un pregiatissimo scudo.
È arrivato il momento di gareggiare coi pugni. Una grossa giovenca è il
premio del vincitore, una spada e un elmo consoleranno il perdente.
Si fa avanti Darete, quello che a Troia sfidava Paride, quello che fece
cadere a terra, sconfitto e morente il gran Bute. Mostra le spalle larghe, dà
larghi pugni al cielo: non si fa avanti nessuno. Non c’è nessuno che voglia
fare a pugni con lui. Pieno di boria, Darete impugna uno dei corni della
giovenca, dicendo:
“Il premio è mio, non è vero, figlio di Venere? Vedo che qui nessuno mi
sfida!”
Dice Aceste ad Entello, che gli siede vicino:
“Tu, che fosti il più forte di tutti noi, Entello, tu che ci hai parlato di
Ercole tuo istruttore, non cogli l’occasione?”
Quello risponde:
“Aceste, la mia non è paura: è la vecchiaia che gela le mie forze e il mio
sangue… Se fossi un giovanotto ardito e insolente come ci sembra costui,
scenderei subito in campo, e non per prendere premi!”
E getta in mezzo all’arena i cesti di duro cuoio, fatti a sette strati, pieni di
chiodi ferrati: e nel vederli, Darete fa un passo indietro, insicuro.
“Se ti spaventano questi”, dice Entello allora, “chissà quelli di Ercole, che
sopra questo terreno sconfisse Erice, un tempo! Ma, se tu vuoi, rinunciamo a
queste armi di legno e combattiamo alla pari, con cesti nuovi ed uguali”.
Così si fa: i due rivali tendono avanti i pugni, tengono indietro la testa e
intrecciano le braccia. Poi comincia la lotta: uno è più svelto e giovane,
l’altro più solido e grande. Si colpiscono entrambi, colpo su colpo, ai fianchi,
sulle mascelle e alle tempie. Entello è bravo a schivare, l’altro lo assale,
ostinato. Ora il vecchio alza il braccio, ma l’altro schiva, veloce, e fa cadere il
rivale, con un gran tonfo, per terra. Tutti gridano, intorno e Aceste, per primo,
va a sollevare l’amico: ma il vecchio si alza da solo, e furibondo si scaglia
contro Darete, e lo assale. Per la vergogna, e il ricordo delle sue glorie
passate, è pieno di forza e d’ira: attacca a destra e a sinistra con colpi da
macellaio. Enea interviene, e interrompe la lotta ormai già decisa e consiglia
a Darete:
“Fermati, amico, sei pazzo? Le forze non sono pari, e ti è contrario un
dio…”
Così finisce la lotta, e mentre portano via, tutto coperto di sangue il
giovane Darete, è assegnato ad Entello il premio stabilito. Allora il vecchio si
pianta davanti al toro, e grida:
“Guardate adesso Troiani, quale forza è la mia, e da che fine tremenda si
è salvato Darete!
Abbassa il pugno, violento: colpisce in mezzo alle coma. Si sfonda il
cranio alla bestia e le ossa si schiantano. Il toro cade ammazzato. Ad alta
voce, Entello dice con tono solenne:
“Questa vittoria è l’ultima. Non lotterò più, per sempre”.
Per la gara di tiro, sopra la cima di un palo tolto a una nave, è legata una
colomba bersaglio: poi si sorteggiano i turni. Primo sarà Ippocoonte, poi
tirerà Mnesteo, terzo sarà Eurizione e per ultimo Aceste.
Tutti provarono gli archi, e dalle ampie faretre scelsero le frecce adatte.
Ippocoonte tirò e colpì proprio la bruna, alta cima del palo: ma svolazzò la
colomba, presa dal solo spavento. A lei mirò Mnesteo con l’arco teso sul
petto: ma non colpì il bersaglio, e recise la fune che la legava sul palco, e la
colomba, veloce, se ne volò per il cielo. Ma la colpì Eurizione in pieno volo,
al petto: cadde trafitta sul suolo. Toccava ora ad Aceste, ma gli mancava il
bersaglio: tirò ugualmente nel cielo per far vedere la forza e ci fu un grande
prodigio, perché di colpo la freccia si incendiò in pieno volo e scomparve nel
vento come una stella cometa.
Quella scia rossa, ad Enea sembrò di buon augurio, e Aceste ebbe in dono
un bel cratere istoriato. Il premio successivo fu dato ad Eurizione, il terzo a
Mnesteo e il quarto a Ippocoonte.
Fu liberato il terreno per dare spazio alle scene dei giovinetti a cavallo,
tutti ornati di fronde e belle armi leggere, ed ornamenti dorati. Sopra un
cavallo tracio era già pronto Priamo, il figlio di Polite. Poi c’era il piccolo
Ati, un caro amico di Ascanio, e su un cavallo fenicio c’era lo stesso Iulo; poi
tutti gli altri ragazzi troiani e siciliani, guardati con tenerezza e con orgoglio
dai padri. Ad un segnale di Enea schioccò forte la frusta il figliolo di Epito. I
cavalli si muovono, prima in tre schiere compatte, poi, ad un altro comando,
in una danza di guerra, si staccano e fronteggiano in una finta battaglia. Poi,
con pace improvvisa, tornano uniti a marciare.
Così finiscono i giochi fatti in onore di Anchise.
A questo punto, Giunone, sempre guidata dall’ira, mandò veloce nel
vento la dea Iride al porto, dove la flotta troiana si riposava, deserta. Là, in
fondo alla spiaggia, tutte le donne troiane, meste, guardavano il mare, stanche
dei viaggi passati e timorose dei nuovi. Iride, astuta, prese l’aspetto di Beroe,
madre di molti figli e rispettata da tutte. Camminando fra loro si lamentava
così:
“Oh, donne sventurate, che non potemmo morire per mano greca, là a
Troia, sotto le mura dei padri! Qual è il nostro destino? Questa è la settima
estate che navighiamo sul mare, che per le terre vaghiamo! L’Italia fugge
davanti alle navi troiane! Ma, sorelle, pensate a questa terra, che è amica; qui
si potrebbe fondare la nuova Troia, in pace. Qui noi daremo riposo ai poveri
Penati che a Ilio strappammo dal fuoco dei nemici: forza, bruciamo le navi!
Così mi ha consigliato, apparendomi in sogno, la sventurata Cassandra:
‘Questa è la vostra terra, altra non ne cercate!’ Forza, allora, sorelle, diamo
fuoco per sempre ai maledetti legni che ci trascinano in mare. Da questi
altari, Nettuno offre a noi tutte il suo fuoco!”
Ed afferra per prima un tizzone fumante, lo scaglia con violenza, dopo
averlo agitato per rinforzare la fiamma, su una nave vicina.
Le Troiane si accorgono che chi parla è una dea: questo dà loro coraggio
e le decide all’incendio. Corrono furibonde, prendono il fuoco agli altari e
sulle navi lo lanciano. Salgono alte le fiamme bruciando i remi, le prue, con
diversi colori. Dal terreno dei giochi vedono il fumo i Troiani, alto e misto a
scintille. Corre per primo Ascanio col suo cavallo, a vedere, e alle donne
sconvolte grida dall’alto:
“Impazzite? Voi date fuoco, Troiane, alle nostre speranze! Ascoltatemi,
madri: io sono Ascanio, vedete?”
Intanto arriva Enea con tutti gli altri e le donne fuggono via per la
spiaggia, impaurite. Dal bosco e dalle grotte guardano quello che hanno
compiuto, pallide e stupefatte, giacché ora Giunone ne ha abbandonato le
menti.
Ma l’incendio è ormai grande, sopra le navi affiancate: invano gettano
acqua i Troiani, gridando.
Strappandosi la veste, tese le mani al cielo, Enea invoca:
“O potente, se non ci sei nemico, se hai pietà del dolore, salva le navi dal
fuoco! Oppure bruciale tutte con il tuo lampo, se Enea merita questo da te!”
Non si è spento l’eco delle sue grida, che in cielo si scatena gran pioggia,
una cascata di nubi, e spegne in fretta l’incendio. Soltanto quattro navi sono
tutte bruciate, le altre sono salve. Tutta la notte seguente, pieno di angoscia,
Enea si tormenta in pensieri, senza prendere sonno: partire verso l’Italia, o
rimanere in Sicilia?
L’ombra del padre Anchise gli viene incontro nel buio:
“Figlio amato, mi manda lo stesso Giove, che ha spento la distruzione del
fuoco. Devi seguire il destino: lascia qui, con Aceste, le donne, i vecchi e gli
incerti. Porta con te solamente i più giovani e arditi; nel Lazio dovrai lottare
con gente fiera e gagliarda. Ma prima, devi venire a colloquiare con me
dentro l’Averno profondo. Compi dei sacrifici: ti guiderà la Sibilla…”
Così parlando svanisce, come un fumo nell'aria. Enea sveglia i compagni
e riferisce ad Aceste le parole di Anchise. Aceste non rifiuta: fonderà lì una
città con quelli, fra i Troiani, che per vecchiaia o stanchezza o desiderio di
pace non seguiranno Enea.
E proprio Enea, al mattino, traccia con un aratro il segno delle mura ed
assegna le case della futura città. Intanto, al porto, le navi, quelle salvate dal
fuoco, sono aggiustate, con remi, gomene nuove, fasciame, pronte a
riprendere il mare.
Poi, dopo giorni di offerte, quando fu calmo il vento, dopo una notte di
pianti e di dolenti addii, partì la flotta troiana, mentre da terra le donne, con
sacrifici e preghiere, benedicevano il viaggio.
E sopra un mare tranquillo, giacché Nettuno promise alla madre di Enea
di proteggerne il viaggio, scivolò unita la flotta. Guidava Palinuro, che sulla
nave di testa governava il timone.
Scese la notte, pesante, sopra le onde del mare: dormivano i Troiani sulle
panche di legno. Ed ecco, il Sonno scese vicino a Palinuro, e con l’aspetto
bugiardo del suo amico Forbante, gli si sedette accanto, e gli parlò:
“Non senti che dolce vento? La flotta avanza senza problemi… Tutti
riposano, vedi? Dormi anche tu, Palinuro: rimango io al tuo posto, a tenere il
timone”.
E Palinuro tentava di non cedere al sonno, perché il suo posto era quello,
e non doveva dormire. Ma il Sonno gli toccò la fronte con una fronda bagnata
nel cupo Lete. Il timoniere, vinto, si addormentò: e cadde in mare, e nessuno
mai più lo vide. Ma Enea, che non dormiva, sentì che la nave sbandava.
Corse al timone, lo resse, e pianse su Palinuro ingannato dal sonno, che
perduto giaceva, senza tomba, nel mare.
E Palinuro tentava di non cedere al sonno, perché il suo posto era quello, e
non doveva dormire. Ma il Sonno gli toccò la fronte con una fronda bagnata
nel cupo Lete…
Libro sesto

La Sibilla

Giunsero presto i Troiani alle spiagge di Cuma e


mentre appena sbarcati, preparavano il campo, Enea salì
sul monte dove c’è il tempio di Apollo e la grotta preziosa
della Sibilla cumana, che può predire il futuro.
Compiuto il sacrificio di sette belle giovenche e sette
agnelli perfetti, con la Sibilla Enea si avvicinò alla
caverna, dove da cento soglie esce la voce del dio.
“Questo è il momento!” gridò la profetessa a gran voce. “Interroghiamo i
fati: ecco, io sento il dio…”
I suoi capelli erano come agitati da un vento, il suo petto ansimava, il
cuore picchiava forte, e il colore del volto era cambiato e la voce e la stessa
figura erano un sogno divino.
“Ora prega, troiano!” disse a Enea la Sibilla.
“Apollo grande e pietoso”, invocò allora l’eroe, “tu, che guidasti su
Achille la frecciata di Paride, tu che mi hai condotto per tanti mari inquieti, e
tutti voi, o dei, vecchi nemici di Troia: ora abbiate pietà, e dateci la pace! E
tu, Sibilla, annuncia il nostro arrivo nel Lazio; appena giunti, faremo un
tempio a Febo e a Diana, e grandi feste solenni dedicate ad Apollo. Ma non
lasciare, ti prego, il vaticinio alle foglie: parlaci con la tua voce”.
Ma la sacerdotessa restava ancora muta. Ulularono invece le bocche della
caverna:
“Sì, arriveranno i Troiani fino alle coste del Lazio… Ma, arrivati,
vorranno non esserci arrivati: avranno orride guerre, fiumi schiumanti di
sangue, avranno un nuovo Achille che sarà contro di loro! E, come sempre,
Giunone sarà loro nemica… Voi chiederete aiuto a molti popoli, Enea, e tutto
questo avverrà per una donna straniera. Però non cedere ai mali: sia forte il
tuo coraggio, più forte della sciagura…” Disse di nuovo Enea:
“Non ho paura di niente. Tutto ho provato e pensato e sono pronto, ma
ora solo una cosa ti chiedo, poiché qui presso si trova l’ingresso al regno di
Dite: di rivedere mio padre e di parlare con lui. Egli stesso mi chiese di
supplicarti, Sibilla: abbi pietà del padre, abbi pietà del figlio e ricorda che
anch’io scendo da Giove, il potente”.
E la Sibilla rispose:
“Facile è andare all’Averno, ma ritornare alla luce, questa è la prova più
dura! Se vuoi varcare due volte gli scuri stagni di Stige, e per due volte
vedere l’orrendo Tartaro, ascolta: questo tu devi fare. C’è un albero ombroso
che porta un ramo d’oro, sacro alla dea Giunone: ma è nascosto nel folto di
una foresta intricata. Ora ascoltami, Enea: nessuno entra in Averno senza
avere staccato quel ramoscello d’oro, giacché questo è il dono che Proserpina
vuole. Quando viene strappato, subito un altro ne spunta. Cercalo, e se è
destino tu lo potrai estirpare; se il destino non vuole, non lo potrai strappare
nemmeno con cento spade”.
Così parlato, tacque.
Tornò al campo Enea con il cuore turbato, e pensava come poter trovare
quel ramo nella foresta intricata. Entrò da solo nel bosco, cercò con animo
triste, facendo queste preghiere:
“Oh, se quel ramo nascosto brillasse con il suo oro, e lo potessi vedere!”
Ed ecco, scendono in volo due colombe dal cielo. Gli passano davanti, si
posano sul terreno ed Enea riconosce un segno certo mandato da sua madre
Venere. Attento, segue quei voli: le due colombe si levano e poi si posano
ancora poco lontano, ed Enea va dietro a loro, fra i tronchi. Più volte si
allontanano guidando il suo cammino, e alla fine si posano sopra una pianta,
e lì stanno. Fra i rami, uno scintilla. Senza aspettare, Enea lo prende fra le sue
mani, lo tira appena: ed il ramo si lascia facilmente strappare, senza fatica.
Enea lo porta di corsa sul monte della Sibilla.
Dopo che molte vittime sono immolate ad Ecate e alla nera Notte e a sua
sorella la Terra, e altre a Proserpina, e interi tori a Plutone, arriva l’alba, e c’è
un suono di molte cagne ululanti. Un forte vento agita tutti i rami del monte.
“Ora incamminati, Enea!” mormora la Sibilla. “Prendi in mano la spada:
dovrai mostrare coraggio e fermezza di mente”.
Poi entra nella caverna, ed Enea le va dietro, e avanzano soli nell’aria
muta e buia, per lo squallido regno nella dimora di Dite. Ecco Pianto e
Rimorso, mostri vendicatori, e là i pallidi Morbi e la triste Vecchiezza; poi la
Miseria e il Terrore, e la Fame assassina, e insieme a quelli il Sonno con la
sorella Morte, poi c’è la Guerra atroce e la Discordia selvaggia con i capelli
di vipere, avvolta in bende di sangue. Su un grande olmo opaco, attaccati a
ogni foglia, stanno i Sogni vani. Poi altri mostri tremendi, i Centauri e le
Scille, l’Idra di Lerna e Briareo, le Arpie e Chimera, le Gorgoni e Gerione,
l’ombra dal triplice aspetto.
Enea è spaventato, alza la spada a difesa: ma la Sibilla gli dice che sono
ombre, e nient’altro. E sono già all’Acheronte, fiume di melma che bolle e si
versa, fangosa, dentro il cupo Cocito. Qui vigila un vecchio dalla tetra figura,
con una barba incolta che scende lunga dal mento, gli occhi sono di fiamma e
un orrendo mantello gli pende giù dalle spalle. Con un palo, spingendo,
muove la barca e traghetta i morti fra le due sponde: una turba infinita, madri
e mariti, ragazzi, tanti quanti le foglie che cadono in autunno, quanti sono gli
uccelli che riempiono le spiagge quando l’inverno li spinge verso terre più
miti. Là, fermi in piedi, tutti vogliono essere i primi a passare sul fiume: ma il
vecchio barcaiolo sceglie ora questi ora quelli, e gli altri tiene lontani e li
respinge col palo.
Qui vigila un vecchio dalla tetra figura, con una barba incolta che scende
lunga dal mento…
“Chi sono questi, Sibilla?”, chiede Enea. “E che fanno?”
“Quelli che aspettano, sono i morti non sepolti”, risponde la Sibilla.
“Quello, il nocchiero, è Caronte, che fa passare i sepolti: giacché a nessuno è
concesso di transitare sul fiume se le sue ossa non sono dentro una tomba, in
riposo. Per cento anni, in attesa, vagano su questa sponda i miseri insepolti;
poi, finalmente, Caronte lascia passare anche loro”.
In quella turba, Enea vede il buon Palinuro che cadde in mare nel sonno e
Palinuro lo vede, e gli tende la mano perché Enea lo accompagni al di là di
quel fiume. Ma la Sibilla gli dice:
“Pazienta, Palinuro: presto, là sulla terra, anche il tuo corpo insepolto avrà
una tomba e gli onori e ci sarà un promontorio che porterà il tuo nome. Così
potrai passare. Ora, Enea, proseguiamo”.
Quando i due, fra la turba, giungono al fiume, Caronte li vede e dice:
“Chi sei, tu che armato arrivi fino a questa palude? Ferma i tuoi passi, e
rivela quello che intendi fare. Questa è la sede dell’ombra, dell’alta notte e
del sonno: da qui non passano i vivi!”
“Non ti arrabbiare, Caronte”, disse a lui la Sibilla. “Quest’uomo è Enea, il
troiano, e scende in cerca del padre. Ma se questo non basta, guarda quello
che porto”.
E la sacerdotessa gli fa vedere la fronda che Enea ha preso nel bosco.
Allora il vecchio, in silenzio, accosta, e col palo tiene lontani i defunti e fa
salire Enea con la Sibilla, e la barca, che a quel peso umano si abbassa
nell’acqua nera, li porta a riva di fronte. Qui, appiattito nell’ombra, con la sua
triplice testa, Cerbero latra feroce, nella sua chioma di serpi: ma la Sibilla gli
lancia una focaccia di miele e di erbe calmanti e appena le bocche le hanno
masticate, il mostro diventa quieto e si stende davanti alla caverna lasciando
libero il passo ad Enea.
Subito, dentro, si sente suono di voci dolenti, lunghi lamenti, vagiti di chi
morì piccolino. Poi si vedono i morti per un’ingiusta condanna, e poi ci sono
quelli che sono morti suicidi. Vorrebbero tornare là sulla terra, fra i vivi, ma
sono prigionieri nella palude Stigia.
Appena dopo, si stende la pianura del pianto, piena di lunghi sentieri in
mezzo a piante di mirto, su cui camminano tristi i sofferenti d’amore: anche
dopo la morte dura il loro dolore. E qui Enea vede Fedra, Procri ed Erifile,
vede Evadne e Pasife, Laodamia e Ceneo. E qui, morta da poco, va per la
selva Didone. Confusamente, nell’ombra, la riconosce Enea e piangendo le
dice:
“Dunque era vero, infelice? Ti sei tolta la vita! Davvero io ti ho uccisa?
Oh, per gli dei, io ti giuro che non partii volentieri! Mi costringeva il destino,
e non pensavo, Didone, di darti tanto dolore… Fermati un poco a parlarmi…”
Ma lei guarda per terra, e resta immobile e muta. Poi, d’improvviso,
sparisce nel bosco denso di ombre, dove il suo sposo Sicheo l’accoglie con il
suo amore.
Più oltre stanno gli eroi che hanno avuto gran fama, Tideo e Partenopeo,
Adrasto e molti Troiani morti in battaglie gloriose: Tersiloco e Polibete,
Glauco, Medonte e Ideo. Enea li guarda piangendo e gli eroi, da ogni parte,
gli si stringono intorno.
Tra gli altri c’è, mutilato di tutte e due le mani e con il naso mozzato, uno
dei figli di Priamo. Lo riconosce Enea, benché lui si nasconda.
“O glorioso Deifobo”, dice il figlio di Anchise. “Chi ti ha potuto sfregiare
in questo modo orrendo? Laggiù a Troia dissero che, fatta strage di Greci, eri
caduto stremato sul mucchio dei tuoi nemici: ma non trovai il tuo corpo, e
sulla spiaggia io feci una gran tomba vuota con le tue armi e il tuo nome”.
“Hai dato il giusto onore alla mia ombra”, rispose il mutilato, “ma Elena,
lei, la malvagia spartana, si vendicò su di me. Come ricordi, Enea, noi quella
notte facemmo un gran banchetto, e con gioia, con illusione, passammo il
tempo in festa e in allegria. Già l’orrendo cavallo era dentro le mura: e a quel
punto Elena, fingendo danze di Bacco, dall’alto delle mura fece segnali di
fuoco verso la flotta dei Greci. Io, intanto, stanco, mi ritirai sul mio letto e
caddi nel sonno fondo. E quella sposa perfetta, tolti ogni arma e ogni scudo,
aprì in silenzio la porta a Menelao: sperava che lui così perdonasse l’antico
tradimento. Così entrarono i Greci e fra loro Ulisse, quell’inventore di
inganni… Oh, io prego i Celesti che mandino sui Greci il peso di
quell’orrore! Ma ora dimmi, Enea: perché, vivente, sei sceso dentro
l’Averno? Ti spinge la tua disgrazia, oppure la volontà degli dei?”
Così domanda il troiano: ma già la luce di Aurora schiarisce i campi del
cielo.
“Basta col pianto, Enea”, richiama la Sibilla, “vedi, la nostra strada qui si
divide in due rami: quello di destra conduce alla reggia di Dite, ed è il nostro
cammino. Quello a sinistra, invece, porta nel fondo del Tartaro, tra i tormenti
dei tristi”.
“Quali delitti tremendi”, chiede Enea, “hanno la pena là a destra? Sento
grida terribili, ed echi di lamenti…”
“Su tutto il Tartaro regna Radamanto di Cnosso che ascolta e punisce e
costringe i dannati a confessare le colpe. Poi arriva Tisifone, e col flagello
percuote, e con rabbiosi serpenti tormenta i condannati. Ma più avanti, dentro
quella porta grandissima, ancora più terribile, c’è l’Idra dalle cinquanta
bocche nerissime. E in fondo, giù nel più cupo Tartaro, soffrono i grandi
Titani, vinti da Giove col fulmine. Insieme ad altri ribelli, c’è il gigante Titio
che occupa, disteso, dodici campi interi: un avvoltoio, coi rostri, gli lacera il
fegato, ed entra e gli divora senza sosta le carni. Più in basso ci sono quelli
che nella vita hanno tradito i fratelli o si arricchirono soli, senza dividere i
beni, o chi tradì il suo signore, o chi tradì i giuramenti. Spingono enormi
massi o pendono da ruote, come Flegia, che grida dentro la tenebra eterna:
‘Dal mio esempio imparate: non disprezzate gli dei!’ Traditori, corrotti,
incestuosi: se avessi cento bocche, e la voce robusta come il ferro, io non
potrei raccontarti tutti i loro delitti e tutte le loro pene. Ma ora andiamo, Enea:
ecco l’arco che porta dove dobbiamo appendere il dono per Proserpina”.
Enea corre alla soglia, si bagna con acqua pura e pianta sopra la porta il
suo dono dorato. Poi giungono alle valli dove stanno i beati. C’è un’aria
dolce, intorno, e una luce viva, un sole e delle stelle che brillano sul verde:
alcuni, per i prati, esercitano il corpo; altri su spiagge morbide fanno gare
giocose; altri eseguono danze o cantano poesie.
Tra gli altri, in lunga veste, tocca le corde Orfeo, e dalla cetra gli esce un
dolcissimo suono. Più in là stanno, bellissimi, molti figli di Teucro: Assaraco
ed Ilo, e il gran padre di Troia, il glorioso Dardano. Intorno a loro. Enea vede
sparsi nei prati armi, cocchi e cavalli: anche laggiù gli eroi si tengono
allenati.
Altri sono a banchetto e cantano canzoni sulle rive di un fiume: sono
quelli periti difendendo la patria, sono i pii sacerdoti, gli indovini e i profeti;
sono gli artisti, e quelli che con cose d’ingegno abbellirono il mondo.
A Museo, la Sibilla chiede dove sia Anchise. L’indovino risponde:
“Noi non abbiamo luogo: per i boschi e le valli e le spiagge vaghiamo…
Ma, oltre questo passo, vi indicherò la via”.
E mostra dalla cima le ridenti pianure: laggiù c’è Anchise, che guarda con
lo sguardo amoroso le anime future. Vede Enea, e gli dice:
“Proprio a te io pensavo, e giusta era la speranza di rivederti, figliolo!”
E gli risponde Enea:
“La tua immagine, padre, mi ha chiamato quaggiù. Presso il lido tirreno è
ancorata la flotta: ma ora dammi la mano, e lasciati abbracciare!”
E tenta, per tre volte, di abbracciare Anchise: ma per tre volte
quell’ombra gli fugge dalle braccia, simile al vento e al sogno. Enea guarda la
valle e domanda a suo padre:
“Quali anime sono quelle affollate laggiù?”
“Quelli sono gli spiriti che dovranno migrare in nuovi corpi”, risponde il
padre al figlio. “Bevono alle sponde del Lete il loro oblìo eterno”.
“Allora, padre, tornano le anime nel mondo?” chiede stupito Enea.
“Sappi, figliolo, che il cielo e l’ampia terra e il mare, ogni astro lontano,
tutto il mondo è pervaso da un principio di vita, che produce gli uomini, gli
animali, le piante e ogni cosa che vive. È una forza divina che nel corpo si
spegne, e anche quando si muore non si libera in tutto dal gran peso del
corpo. Con le diverse pene si devono scontare le miserie e i peccati: questo è
per tutti il destino. Poi, pochi di noi sono ammessi all’Eliso e nei campi beati,
fino a quando, col tempo, perse tutte le macchie, resta in noi solamente la
scintilla divina. Gli altri, invece, chiamati in folla sterminata si radunano al
Lete, e bevendolo, scordano ogni vita di prima. Così possono ancora ritornare
in un corpo. Ma ora, Enea, ti mostro la gloria che attende i figlioli di
Dardano…”
E da un’altura, Anchise mostra a Enea i discendenti: il futuro re Silvio,
poi Proca e Numitore, Capi e Silvio Enea. Parla delle città che quei futuri
uomini fonderanno in Italia; mostra, più avanti, Romolo e gli predice Roma:
un dominio del mondo, un potere di dei, città su sette colli, piena di vita e di
eroi, circondata da torri. E tra i futuri Romani, Anchise mostra Cesare e la sua
intera stirpe, e mostra Augusto, l’uomo che estenderà l’Impero dagli Indi
all’Atlante e porterà nel Lazio i bei secoli d’oro. E Anchise indica ancora i
sette re di Roma, e i guerrieri, e gli eroi che con tante battaglie faranno Roma
capace di governare i popoli e costruire la pace: pietosa con i deboli, forte
con i superbi. E vanno, il padre e il figlio, guardando attenti ogni cosa, e
ragionando di quello che accadrà nel futuro: così parlando, arrivano ad una
porta d’avorio.
Fermo nell’ombra, Anchise saluta Enea e la Sibilla, e li fa uscire alla luce.
Come svegliato da un sonno, Enea corre alle navi, dove ritrova i
compagni: da lì puntano al porto nel golfo di Gaeta, e davanti alla costa la
flotta si riposa.
Libro settimo

L ’arrivo nel Lazio e la guerra

Quando fu quieto il mare, sotto la luna bianca, la flotta


riprese il viaggio lungo la costa circea, dove nell’alta
foresta la ricca figlia del Sole tesse tele leggere. Ma dalle
stalle, più in basso, arriva l’urlo tremendo di molti orsi, e
maiali, lupi e leoni legati: uomini sciagurati che la maga ha
mutato in fiere selvagge con i suoi filtri potenti.
Ma Nettuno non volle che i Troiani potessero cadere in
quella magia, così spinse le vele con vento favorevole per tutta quanta la
notte. E al mattino, giunsero davanti a un vasto bosco, dove le acque del
Tevere, svelte, correvano al mare. Stormi di uccelli costieri, con alti voli,
cantando, festeggiavano il giorno. Ed Enea diede ordine di puntare alla riva:
quiete le navi entrarono nell’acqua bionda del fiume.
Regnava da lungo tempo, sopra il Lazio, Latino, figlio di una ninfa e di
un nipote di dei. Privo di figli maschi, aveva solo una figlia già in età da
marito. Molti, e non solo nel Lazio, ma dall’intera Ausonia, la chiedevano in
sposa: e sopra tutti Turno, principe nobile e bello, era lo scelto da Amata, la
moglie di Latino, per essere suo genero.
Ma gli dei si opponevano, e mandavano segni contro le nozze di Turno.
Un giorno, sopra un alloro che stava in mezzo al palazzo, albero sacro, era
sceso uno sciame ronzante di api, un grappolo denso che pendeva da un
ramo. Subito un indovino aveva interpretato:
“Verrà un uomo straniero a conquistare la rocca”.
Un’altra volta Lavinia, figlia del re Latino, mentre accostava una fiamma
per fare un sacrificio, fu vista dai presenti tutta avvolta dal fuoco: e ciò fu
interpretato come un segno di gloria e di illustre destino, però dopo una
guerra e molto sangue versato. Turbato da quei segni, il re Latino, all’Aniene,
interrogò un oracolo. Qui fece un sacrificio di cento agnelli, e si stese sopra le
pelli, di notte, finché sentì questa voce:
“Non unire tua figlia ad uno sposo del Lazio… Chi porterà il tuo nome
alto fino alle stelle, deve venire dal mare, e da molto lontano…”
Questo era accaduto prima che Enea arrivasse: già la Fama aveva sparso
per tutto il Lazio le profezie e l’attesa. Enea, Iulo e i Troiani, sbarcati nella
foresta, si preparavano un pasto: misero frutti e vivande sopra le larghe
focacce e, per fame, mangiarono anche quei piatti di grano.
“Ehi, ci mangiamo le mense!” disse ridendo Iulo. E a queste parole
ricordò Enea quanto Anchise aveva detto: ‘Quando vi mangerete le mense,
avrete trovato la sede, la terra del tuo destino! Lì finiranno i tuoi mali, e
fonderai una città!’ Così, ornate le tempie con dei rami frondosi, Enea invocò
il genio di quel luogo, e la Terra, le Ninfe e i Fiumi e la Notte, Giove e la
madre Frigia, e i suoi due genitori. Giove, come risposta, rimbombò con i
tuoni, e un forte raggio dorato illuminò le nuvole.
Così, gioiosi, i Troiani seppero che era quella la loro terra futura.
Il giorno dopo, Enea invia dei messaggeri cinti di rami d’olivo perché
chiedano pace alla reggia latina. Con un piccolo solco traccia intanto il
confine di un accampamento e circonda di un fosso le prime case troiane.
Arrivati alla reggia i messaggeri di Enea, Latino li riceve seduto sul suo
trono in mezzo ai suoi fedeli.
“Dite, Dardanidi”, chiede, “che io già conosco per fama: quali propositi
avete? Per quale scopo varcaste i mari azzurri, e arrivate nella terra
d’Ausonia? Siete sbarcati per sbaglio, spinti da una tempesta, come spesso
succede ai naviganti? In tal caso siate ospiti nostri: noi siamo Latini, gente
cara a Saturno ed obbediente alle leggi. Io so che Dardano nacque in questi
luoghi, e da qui giunse, viaggiando, fino all’Asia lontana, e ora siede in
Olimpo”.
Gli rispose Ilioneo:
“Nobile re, non è stata una burrasca, o uno sbaglio, che ci ha portati nel
Lazio. Dal grande regno d’Oriente siamo venuti fin qui con uno scopo
preciso. Noi procediamo da Giove: da Giove stesso discende il nostro re,
quell’Enea che ci ha inviato a parlare. Non ti racconto la guerra tra gli Achei
e i Troiani; certo anche tu la conosci. Dopo quella sciagura, e un lungo
viaggio sui mari, noi domandiamo una terra, luogo di vita e lavoro. Non
siamo indegni del dono: io ve lo giuro su Enea. Non respingete la nostra
quieta domanda, e il destino che ci hanno dato gli dei!”
E Ilioneo diede a Latino i regali, resti di un grande splendore: una gran
tazza d’oro con cui Anchise brindava, lo scettro con cui Priamo comandava ai
Troiani, e la sua tiara e il suo manto, fatto con filo e fatica dalle matrone di
Troia.
Latino ascoltava tenendo bassa la faccia, e non pensava a quei doni, né
allo scettro regale, ma alla figlia Lavinia e al responso che aveva ascoltato
all’Aniene: era Enea lo straniero che avrebbe fatto una stirpe per dominare la
terra?
Disse alla fine:
“Troiano, accetto questi doni, e voglio quello che chiedi. Finché sarò
sovrano, avrete fertili campi, e non rimpiangerete la vostra patria di un
tempo. Venga Enea, e mi parli. Ci stringeremo la destra, e sarà pegno di pace.
Portagli questo messaggio: io ho una figlia, e gli dei non la concedono in
sposa a un latino. Da fuori deve venire qualcuno che, col suo popolo unito,
porterà gloria ai Latini. Ora, io credo sia Enea. Se non si sbaglia il mio cuore,
venga: noi qui lo aspettiamo”.
Poi il re diede in dono un cavallo a ciascuno dei messaggeri troiani,
coperto di drappi rossi e borchie e freni dorati. A Enea manda un cocchio con
due cavalli aggiogati: bestie di stirpe celeste, che hanno il fuoco nel fiato.
Con questi doni, e la pace, tornano al mare i Troiani.
Ma, nel frattempo, Giunone, volando verso l’Olimpo, vide la flotta
troiana e la felice ambasciata, vide il successo di Enea e scosse il capo con
sdegno.
“Ah, questo popolo odiato! Avrà una sorte felice, contro il mio desiderio?
Eccoli là, scampati alle battaglie e al mare! Forse il mio odio è finito? La mia
potenza, si è persa? Eccoli al Tevere, ormai: in beffa al mio rancore! Io,
Giunone, consorte del grande re degli dei, sono sconfitta da Enea! Oh,
chiederò altri aiuti, e se l’Olimpo non vuole, io muoverò l’Acheronte! Se non
potrò evitare il loro regno nel Lazio, se non potrò strappare a Lavinia il suo
sposo, io, con immensi sterminii, allungherò la pena, e renderò faticosa la
gioia di quella gente!”
Discese, orribile, in terra e chiamò Aletto dall’ombra: costruttrice di lutti,
sempre rivolta all’ira, alle calunnie e agli agguati. Persino le sue sorelle la
odiano, anche Plutone, tanto si muta in orrende forme e si gonfia di serpi.
E la incitò Giunone:
“O figlia della Notte, rovina i piani di Enea, rovescia il cuore a Latino! Tu
puoi armare i fratelli e dilaniare le case con la sferza dell’odio, tu hai mille
poteri, e nuoci in mille modi… Turba la pace, Aletto, semina presto la guerra,
fa’ che dentro le menti nasca la voglia di stragi!”
Così incitata, Aletto vola sul Lazio, alla reggia, va nella stanza di Amata,
che già è piena di sdegno per la venuta dei Teucri e per le nozze sfumate di
Turno, il suo protetto. Dritto al suo petto, la dea scaglia un serpente bigio, che
con il morso avvelena di rabbia la regina e, mutandosi in benda o in collana
d’oro, sempre la stringe e la tiene, si aggira fra i suoi capelli e percorre il suo
corpo. E lei, che è già contraria alle nozze di Enea, e vuole che sia Turno a
sposare Lavinia, appena il serpe la morde e le brucia nel sangue, corre per la
città come una trottola pazza, corre gridando e piangendo. Poi fa rapire la
figlia e la trasporta sui monti, nella foresta frondosa, per sottrarla ai Troiani e
grida folle:
“Oh Bacco! Tu sei degno, soltanto, di questa vergine: a te rivolge la
danza, e a te offre la chioma!”
E con lei, molte madri, trascinate da Aletto, agitandosi insieme, cinte di
pelle, ululando, frustando cielo e terra con rami appena strappati, cercano
nella foresta nuove e nascoste dimore.
“Ascoltatemi, donne!” strilla Amata, furente. “Se mi amate, e vi è caro il
diritto materno, sciogliete insieme a me tutti i vostri capelli, e celebrate il
delirio, siate le folli di Bacco!”
Lanciata questa rovina sopra la reggia e il re, Aletto volò da Turno, che
tranquillo dormiva. Si trasformò, la Furia, in una vecchia rugosa con i capelli
bianchi e cinta di una benda, come una sacerdotessa del tempio di Giunone, e
apparve al giovane e disse:
“Dunque, Turno, il tuo regno lo lascerai assegnare a contadini troiani? Ti
è negata la sposa che hai meritato col sangue, e si sceglie un erede che viene
da oltre il mare! Destati, ed abbi fiducia, esci in battaglia coi tuoi, assalta al
fiume i Troiani ed incendia le navi! E se lo stesso Latino non ti accorda la
sposa, conosca il ferro di Turno!”
Così disse, e scagliò contro di lui una fiamma.
Così disse, e scagliò contro di lui una fiamma. Un immenso terrore ruppe il
sonno di Turno…
Un immenso terrore ruppe il sonno di Turno, un sudore gelato gli corse il
corpo intero. Si alza, prende le armi, si esalta di furia, pieno di voglia
guerriera, grida ai capi:
“La pace hanno violato! Bisogna muovere guerra a Latino, e liberare
l’Italia da Troiani e Latini!”
Così i Rutuli, a gara, prendono a incitarsi, mossi dalla sua furia e dal suo
aspetto violento. E, instancabile, Aletto vola sopra i Troiani. Giunge ad un
punto di spiaggia dove è a caccia Iulo. Irrita le narici dei suoi cani e li spinge
ad inseguire un cervo: bestia bellissima e fiera, coperta da ampie corna, che
veniva allevata dai figli di Tirro e dallo stesso Tirro, che sorvegliava gli
armenti delle terre reali; cervo carissimo a Silvia, la figlia del pastore, che gli
intrecciava le corna con corone di fiori e spesso lo lavava con acqua di
sorgente.
Dunque, mentre beveva nel greto bianco del fiume, fu fiutato dai cani e
inseguito da Iulo che, cercando la gloria di quella bella preda, scoccò forte
una freccia.
Aiutata da un dio, rapida e sibilante, entrò nel ventre del cervo ma non lo
uccise: alla casa di Tirro giunse, ferito, e Silvia allora gridando chiamò a
soccorso i pastori. Corsero tutti, armati di tronchi ben appuntiti e di rami
nodosi: lo stesso Tirro, impugnando una scure, chiamava a raccolta i
compagni. Aletto, bieca alleata, dal tetto sopra la casa suonò un corno
infernale che fece eco nel bosco, come un lamento di tuono, fino al lago di
Trivia, fino alle acque del Nera, fino al monte dal quale sgorga il fiume
Velino. A quel suono, furenti, corrono i contadini con rozze armi in mano,
pronti alla lotta. E i Troiani, stretti intorno a Iulo, accettano la battaglia: non
una zuffa agreste, ma un combattimento con bipenni e con spade. Da una
freccia fu ucciso, primo fra tutti, Almone, figlio di Tirro: poi cadde il saggio e
ricco Galeso che si era spinto avanti per far tornare la pace.
Già correva abbondante il sangue sopra la terra. Allora Aletto contenta,
via per gli spazi del cielo tornò a Giunone, e le disse:
“Ho scatenato la guerra: provino, ora, a far pace! Ma se tu vuoi, mia dea,
aggiungerò altra ira, diffonderò la notizia nelle città vicine, accenderò
dappertutto voglie di rosso sangue!”
Disse Giunone:
“Ora basta con il terrore e la frode. Già si combatte, e ci sono motivi di
altre contese. Siano queste le nozze del grande figlio di Venere! Ora
allontanati, Aletto: qui non ti vuole il mio sposo. Saprò pensare da sola a quel
che resta da fare…”
Così, con ali fischianti, verso la valle d’Ampsanto nera di boschi e
burroni, là dove scroscia un torrente, volò la Furia, e si immerse in una fonda
spelonca, porta del regno di Dite.
Giunone, intanto, altre spinte dava alla guerra: i pastori corsero alla città,
portando il corpo di Almone e lo straziato Galeso, chiesero aiuto agli dei,
gridarono a Latino. Turno, presente, ascoltava. Poi disse furibondo:
“Ecco i Troiani, invitati da re Latino a regnare!”
Molti giovani, insieme, gridano frasi di guerra, e urlando si radunano
intorno alla reggia. Prima, Latino resiste come una rupe alle onde, poi,
quando a quella furia non riesce a fare barriera dice invocando gli dei:
“Siamo nella tempesta! Miseri voi: sconterete il misfatto col sangue!
Grande sarà la tua pena, giovane Turno. E invano invocherai gli dei! Quanto
a me, sono un vecchio: mi viene tolta soltanto una morte serena…”
Poi tace, amaro, e si chiude dentro il palazzo, lasciando il suo comando
regale: però non vuole aprire lui stesso il tempio di Giano per dare inizio alla
guerra.
Scese Giunone dal cielo e col suo braccio divino spinse la porta di ferro,
la scardinò. E l’Ausonia fu tutta un fuoco guerriero: chi a piedi, chi a cavallo
sollevando gran polvere, corsero ad armarsi. Si lucidavano lance, si pulivano
scudi, si affilavano scuri. Cinque grandi città batterono armi nuove: Atina ed
Ardea, Tivoli e Crustumerio, e la turrita Antemne fecero elmi e corazze,
prepararono scudi legando legni a graticcio, martellavano argento per
costruire schinieri. Nessuno più pensava agli aratri e alle falci: tutti
tempravano al forno la vecchia spada dei padri.
C’è una parola d’ordine, e già squilla la tromba: si corre in casa, alle
stalle, si aggiogano cavalli, si indossano corazze, si impugna la spada e
s’imbraccia lo scudo.
Per primo, viene coi suoi dai lidi etruschi Mezenzio, dispregiatore di dei,
e al suo fianco è Lauso, il suo figliolo bello e cacciatore; dopo, sul cocchio,
arriva, coperto da una pelle di gigantesco leone, il glorioso Aventino, figlio di
Ercole e Rea: i suoi guerrieri portano pili e acuti pugnali, frecce e lame
taglienti. Ed ecco due gemelli: sono Cora e Catillo, vengono da Tivoli e
sembrano centauri. Dietro a loro, Ceculo con gente da Preneste,
dall’Amaseno e dagli Ernici e dalle terre d’Anagnia: e non portano scudi né
altre armi sonanti, ma due palle di piombo, due giavellotti, e una pelle di
cupo lupo sul capo, sono scalzi a sinistra e sul destro portano calzature di
pelle. Ecco avanzare Messapo, con la sua gente tranquilla: conduce gli Equi
Falisci e gente di Fescennio, uomini del Soratte e dei campi flavini, gente del
lago Cimino e dei boschi capeni. Tutti uniti, cantano al loro re che li guida e
sono tanti, simili ad uno stormo di uccelli che si radunano in terra. Poi viene
Clauso sabino, grande capo dei Claudi, con gente di Amiterno, Nomentani e
Quiriti, quelli di Ereto e Mutusca, di Rosula e di Foruli, di Casperia e di
Tetrica, di Orte, Norcia e i Latini che bevono nel Farfa, nell’alto Tevere, e
quelli che stanno presso l’Allia: con le armi camminano, e ne rimbomba la
terra.
E viene Aleso, nemico della stirpe troiana, seguito dai Campani, dai
Massici e gli Aurunci; poi gli Osci e i Sanniti, e tutti quanti portano
giavellotti leggeri, con degli scudi piccoli e le spade falcate.
E in aiuto di Turno, ecco venire anche Ebalo, figlio del re di Capri: i suoi
guerrieri portano mazze chiodate e imbracciano piccoli scudi di bronzo, e
hanno la testa difesa da elmi di sughero. Giù dalla Nersa viene il valoroso
Ufente e porta gli Equicoli, popolo di cacciatori. Poi dai Marsi arriva il
sacerdote Umbrone con un olivo sull’elmo. Egli sapeva guarire il morso delle
vipere e le ammansiva con l’arte, ma per frecce dei Dardani, poi, non trovò la
cura.
Ed ecco Virbio, bellissimo figlio di Ippolito e Aricia, che viene dal bosco
Egerio.
Ma, primo su tutti, Turno si aggira superbo: ha tre cimieri sull’elmo che
reggono la Chimera dalle fauci fiammanti; sopra lo scudo, ha scolpita la
figura di Io quando fu fatta giovenca. Dietro a Turno marciano Argivi,
Aurunci e Rutuli, Sicani e Sacrani, Labici e Tiberini, gente del fiume Numico
e del monte Circeo, di Feronia e di Satura, e della foce di Ufente.
Viene infine Camilla, la ragazza guerriera che non tesse e non cuce, dalla
terra dei Volsci: cacciatrice veloce e bravissima in guerra. Viene avanti,
ammirata, nel suo manto di porpora: ha i capelli tenuti da una fibbia dorata,
una faretra licia e un bastone di mirto, all’uso dei pastori.
Libro ottavo

Incontro con Evandro

Turno diede il segnale: i Latini alleati fecero il


giuramento. Mezenzio, Ufente e Messapo feroci invadono
i campi, scacciano i contadini; si mandano messaggeri per
avere altri aiuti contro Enea e i Troiani.
Questo avviene nel Lazio, e mentre Turno, affannato,
prepara guerra e fa piani, giunge in silenzio la notte. Enea,
molto turbato da quella guerra improvvisa, si adagia sulla
sponda, sotto le stelle del cielo. Ed ecco il dio Tiberino, nume del luogo, gli
appare nella figura di un vecchio.
“Principe”, dice frusciando, “l’ostilità degli dei contro di te è finita. Tra
gli elci, tu troverai, con trenta piccoli attorno una gran scrofa bianca: lì
fonderai la città, e avranno fine i tuoi guai. Dopo trent’anni, Iulo costruirà una
città che chiamerete Alba: tutto questo è sicuro. Ma ora ascolta, Enea: in
queste terre vivono gli Arcadi che hanno per antenato Pallante, nemici dei
Latini. Prendili come alleati, e fa’ un patto con loro: ti guiderò io stesso a
risalire il fiume. Ma domattina presto, prima di metterti in viaggio, fa’
sacrifici a Giunone, perché plachi il suo sdegno. Io sono il fiume Tevere,
molto amato dal cielo: nasco fra monti lontani ma qui è la mia dimora”.
Disse, e scomparve nell’acqua. Gli promise ogni onore l’eroe troiano, poi
scelse due navi leggere e radunò gli equipaggi.
Ed ecco allora un segno: presso la riva, sull’erba, una gran scrofa bianca
con trenta piccoli attorno. Fu offerta a Giunone sopra altari di legno.
E per quel viaggio, il Tevere frenò la forza dell’acqua: divenne quasi
palude per far salire le navi contro la fresca corrente.
Vogavano i Troiani fra curve rive, e foreste, all’ombra d’alberi immensi.
A mezzogiorno arrivano dove, con poche case, sorge la rocca di Evandro: lì
sorgerà, dopo anni, la gran potenza di Roma. E le due navi puntano la prua a
quel villaggio. Evandro, e il figlio Pallante, con altri nobili stanno
sacrificando agli dei presso le rive del fiume: vedono giungere navi e un po’
si spaventano. Pallante prende una lancia e si avvicina alla sponda con
coraggio, gridando:
“Da quale terra venite? A quale terra andate, o naviganti stranieri? Portate
pace, o guerra?”
Dritto sopra la poppa con un ramo d’olivo, così risponde Enea:
“Siamo Troiani, nemici della gente latina che ci vuole scacciare lontano
da questa terra. Noi ci rechiamo da Evandro per cercare alleanza”.
Si stupisce Pallante a quel nome famoso, e lo accoglie alla sponda, lo
accompagna dal padre.
Enea dice ad Evandro:
“Benché tu sia un greco, io non ho avuto paura a venire da te. Il nostro
sangue è comune, se risaliamo ad Atlante, e altri dei dell’Olimpo guidano il
mio cammino: ecco perché son venuto senza mandare messaggi. Nostro
nemico comune è la stirpe di Dauno: io ti propongo alleanza. Uniamo le
nostre forze!”
Evandro gli risponde:
“Accolgo con grande gioia chi mi ricorda Anchise: io, da ragazzo, lo vidi
nella città di Arcadia, parlai a lungo con lui e mi donò una faretra, e un bel
manto d’oro e due freni dorati, che ho donato a Pallante… L’alleanza che
chiedi, dunque è già fatta, Enea: domani stesso, con te, manderò uomini e
aiuti. Ma ora, insieme a noi, celebra il rito, e sediamo a banchettare con
gioia”.
Su un sedile coperto con pelle di leone siede onorato Enea. Poi si portano
carni, cesti pieni di grano, vasi ricolmi di vino: ospiti e Troiani bevono e
mangiano insieme adagiati nell’erba. Dolce scende la sera. Giungono i
sacerdoti cinti di pelli, portando alte fiaccole accese. Si rimuove la mensa e si
mettono i piatti pieni sopra gli altari. Poi si dividono i cori: uno di giovani,
l’altro di anziani sacerdoti, che ornati di pioppo cantano a turno le imprese e
le forze di Ercole. Cantano come l’Alcide distrusse Caco, il gigante che gli
aveva rubato delle giovenche e dei tori; cantano come strozzò i due fieri
serpenti che la matrigna Giunone gli gettò nella culla; cantano come abbatté
città potenti, e con armi distrusse Troia ed Ecalia e come, sotto Euristeo,
sostenne molte fatiche; cantano lui che ammazzò Folo ed Ileo, due centauri
figli di Issione e una nube; cantano come domò il toro-mostro di Creta e
come atterrò il gran leone a Nemea; cantano di quando scese nella palude
Stigia e quando vinse Cerbero e gli orribili mostri come l’immane Tifeo o
come l’Idra di Lerna. E cantate le lodi, chiedono che accetti i sacrifici nel
cielo.
Poi tutti quanti tornano insieme alla città: davanti a tutti Evandro con il
suo passo da vecchio, insieme al figlio e ad Enea, parlando dei luoghi attorno:
“Vissero fra questi boschi”, racconta Evandro, “in antico molti fauni e
ninfe e una stirpe di umani nati da tronchi di piante, genti rudi e selvagge, che
non sapevano arare né coltivare la terra o conservare le biade: raccoglievano
frutti e andavano a cacciare. Poi venne qui Saturno che fuggiva da Giove e
raccolse quel popolo e lo rese civile. Diede un nome alla terra, e quel nome fu
Lazio. Quello fu un tempo buono, un’età tutta d’oro: fu un tempo di pace.
Poi, piano piano, la guerra e il feroce possesso portarono rovine. E vennero
gli Ausoni, e la gente Sicana, e il terribile Tibri che diede nome al fiume: e
infine arrivai io, che venivo dal mare, esule e profugo, spinto dal potente
destino e da Carmenta, mia madre, ispirata da Apollo…”
Vanno così parlando e guardando altri luoghi, fino al Capitolino che era,
a quei tempi, un roveto: un posto da brividi, molto temuto da tutti gli abitanti
del luogo. E disse Evandro, indicando:
“Non si sa quale dio abiti su questo colle e fra queste foreste: ma
certamente c’è un dio”.
Erano giunti intanto alla dimora di Evandro.
“Qui io accolsi l’Alcide”, disse il re ad Enea. “Qui entrò Ercole, un
giorno: anche tu spregia il lusso, segui l’esempio di un dio!”
Poi fece entrare il troiano e lo fece adagiare sopra un letto di foglie
coperto di pelli d’orso.
Venne la notte, coprendo con ali nere la terra. Venere, intanto, turbata dai
nemici di Enea e dalle loro minacce, parla a Vulcano, suo sposo, e dentro le
sue parole versa un vino amoroso:
“Quando Troia cadeva io, amica di Troia, non ho chiesto il tuo aiuto,
sposo amatissimo, e mai volli rubarti fatica per la sorte infelice dei poveri
Troiani. Ora, a Enea, nel Lazio, Giove ha donato una sede: e io ti chiedo in
dono delle armi per lui. Guarda quanti guerrieri, quante città nemiche gli
preparano guerra!”
E lo strinse la dea con le braccia di neve: e si bruciò Vulcano
nell’abbraccio d’amore.
“Hai perso la fiducia che tu avevi in me?” dice il dio alla sposa. “Io, se tu
avessi voluto, avrei aiutato i Troiani! Ora, se vuoi la guerra, non dilungarti in
preghiere: avrai quel che io so fare con il ferro ed il fuoco!”
E detto questo la strinse nel desiderio d’amore, finché scese su loro la
dolce pace del sonno.
Ma al mattino, già presto, si alzò Vulcano e raggiunse la sua fonda fucina.
Tra la Sicilia e Lipari c’è un’isola fumante dove tuonano incudini sotto colpi
ciclopici, dove stridono màntici tenendo il fuoco acceso. Qui ha sede
Vulcano, e ci lavorano il ferro i poderosi Ciclopi, oltre a Sterope e Bronte,
l’ignudo Piracmone.
Stavano preparando un fulmine di quelli che Giove scaglia dal cielo: era
quasi completo, mancavano soltanto il lampo, il terrore e lo scoppio dell’ira. I
Ciclopi battevano le ruote del cocchio su cui Marte sconvolge regni e città
con la guerra. Altri battevano l’ègida, arma tremenda e mortale con cui
Minerva gelava il sangue ai suoi nemici.
“Su, sgombrate ogni cosa!” disse Vulcano ai Ciclopi. “Ascoltate il
comando: ora occorrono armi per un eroe coraggioso, fatte con forza e
bravura. Forza Ciclopi, al lavoro!”
Sorteggiarono i compiti, poi nelle ampie fornaci misero a fondere il ferro.
Fecero un grande scudo di sette piastre temprate: e chi faceva vento con i
colpi del mantice, chi immergeva nell’acqua il metallo rovente, chi con forti
tenaglie piegava lastre e sbarre.
Mentre questo accadeva, nel Lazio il sole e gli uccelli risvegliavano
Evandro nella sua povera casa. Il vecchio mise una tunica, mise ai piedi
calzari, si legò al fianco la spada e sulla spalla destra la pelle di una pantera.
Anche Enea si era alzato, si salutarono e disse per primo Evandro:
“Poche sono le nostre forze confrontate al tuo nome: ma io ti voglio
indicare un aiuto potente. Non lontano da qui stanno le altissime mura della
città di Agilla che fu fondata dai Lidi e fiorì molti anni; poi fu schiacciata ed
oppressa dal superbo Mezenzio con un governo spietato. Sarebbe lungo
parlare di tutte le sue stragi: possano ricadere sulla sua gente e su lui! Ma fu
scacciato, ed ora è alleato di Turno. Contro di lui si solleva l’intero popolo
etrusco: vogliono metterlo a morte, ma un profeta ha predetto che dovrà
essere guidato da un comandante straniero. A me stesso hanno chiesto di
prendere il comando: ma sono vecchio e stanco, tardi è giunto l’invito. Tu sei
giovane, invece, e protetto da dei: tu li potrai guidare contro Turno e
Mezenzio! Verrà con te Pallante, il mio figliolo unico. Voglio che impari da
te e che segua il tuo esempio. Duecento cavalieri dei miei ti seguiranno, e
duecento dei suoi”.
Così fu detto da Evandro, e mentre Enea ascoltava venne dal cielo un
prodigio: un fondo tuono, un baleno, come se il cielo crollasse si ripetè molte
volte, e nell’alto un bagliore come di armi azzurre in un groviglio fiammante.
Tutti tremavano: Enea riconobbe in quel suono la potenza di Venere.
“Ospite”, disse ad Evandro, “questo segno è per me: anche l’Olimpo lo
vuole. Mia madre Venere disse che mi avrebbe inviato armi per questa
guerra. Oh, quante stragi attendono i miseri Laurentini! Come sarai punito,
Turno, del patto tradito! E quanti corpi e armi trascinerà il Tevere…”
Fatti poi sacrifici sopra gli altari di casa, Enea tornò alle navi. Scelse fra
tutti i compagni quelli più pronti alla guerra, inviò gli altri sul fiume ad
informare Ascanio di tutto quel che è avvenuto. Poi, sui cavalli donati per
andare in Etruria, si preparò al viaggio.
Evandro stringe la destra al figliolo che parte e con gli occhi bagnati lo
abbraccia stretto, e gli dice:
“Oh, mi rendesse Giove la forza con cui uccisi molti nemici e abbattei il
re Erulo! Aveva tre vite, e per tre volte dovetti assalirlo per abbatterlo…
Allora io non sarei insultato e privato dei miei dal crudele Mezenzio! Ma io
vi invoco, o dei: se per caso dovesse cadere in guerra Pallante, questo
dolcissimo figlio, fate che io, oggi, muoia, che io non senta mai la notizia
mortale!”
E così detto svenne. Lo riportarono i servi nell’ombra della sua casa.
Evandro stringe la destra al figliolo che parte e con gli occhi bagnati lo
abbraccia stretto…
Poi ci fu la partenza: in testa a tutti Enea e i più forti Troiani ed il fedele
Acate; Pallante era fra i suoi con una bella clàmide e le armi dipinte,
brillando come Venere quando esce dal mare e rischiara il mattino.
Tutte le madri, guardando quella nube di polvere, avevano negli occhi la
pena e il terrore.
Per la foresta avanzano facendo grida di guerra sopra il terreno che trema,
poi, presso il fiume Cere, si uniscono ai Tirreni, accampati laggiù in una valle
sicura. Qui, l’esercito unito fa una sosta e riposa.
Porta intanto Venere il suo dono ad Enea, in riva a un fresco torrente. Gli
appare dicendo:
“Ti porto quanto ho promesso: con queste armi fatte dal poderoso
Vulcano, puoi affrontare Turno e i forti Laurentini”.
Così parlando, depone sotto una quercia le armi, ed abbraccia il figliolo.
Ed Enea le contempla con insaziabile gioia: l’elmo tremendo, la spada e la
corazza di bronzo, gli schinieri dorati, la lancia e lo scudo, sopra il quale
Vulcano, che conosce il futuro, ha inciso gli eventi e i trionfi d’Italia.
Tutto ammira Enea sullo scudo divino e, anche senza sapere, ride gioioso
e solleva sopra le spalle il destino della sua gente futura.
Libro nono

Eurialo e Niso

Mentre questo accadeva, Giunone mandò dal cielo


Iride messaggera a parlare con Turno:
“Turno, il tempo ci dona quello che è oltre persino il
potere divino. Enea, lasciata la flotta e i compagni, è
diretto alla sede d’Evandro, anzi ancor più lontano: va
dove stanno gli Etruschi e le schiere dei Lidi. Perché
aspettare? Prepara cocchio e cavalli, e assali, vola sul
campo troiano!”
E dette queste parole scomparve in cielo, lasciando in aria un arco
lucente.
E disse Turno:
“Gloriosa, chi ti ha mandato a parlarmi? E che cos’è questa luce? Io vedo
aprirsi il cielo, vedo le stelle: e a chiunque di lassù mi ha invitato a fare
guerra, obbedisco!”
E già correva l’esercito per l’aperta pianura con in testa Messapo, in coda
i figli di Tirro e, proprio al centro, Turno, alto su tutti, altero.
Là dove sono, i Troiani vedono sulla pianura una nuvola immensa. E una
vedetta, Caico, grida ai compagni:
“Guardate! Su, prendiamo le armi, corriamo sopra le mura!”
I Troiani, di corsa, entrano per le porte e occupano le mura per difendere
il campo, come Enea ha ordinato. Sbarrano tutte le entrate ed attendono,
pronti.
Turno, davanti a tutti con venti cavalieri, è già davanti alle mura, sopra un
cavallo tracio tutto pezzato di bianco.
“Chi mi accompagna, fratelli, nel primo attacco ai nemici?”
Grida e scaglia una freccia, e si lancia in avanti. Urlando, gli altri, con lui
spronano i loro cavalli verso il campo troiano, stupiti che i nemici non lo
difendano, chiusi dentro le mura, in attesa. Come un lupo davanti ad un ovile
ben chiuso, Turno galoppa furente di qua e di là lungo il mare, guarda le torri
robuste, grida con voglia violenta. E prima cerca una via per attirare i Troiani
a schierarsi in pianura, poi assale la flotta con una fiaccola accesa, e dietro a
lui, con le torce, corrono altri alle navi. Tutta l’aria è piena di faville e di
fuoco: ma quelle navi non hanno destino di distruzione. Le ha promesse
Giove a Cibele, sua madre, poiché son fatte con legno di pini a lei consacrati.
“Quando saranno in Ausonia, oltre le ire del mare”, così le disse il dio,
“saranno trasformate, non subiranno rovina”.
Dunque, all’assalto di fuoco di Turno e i suoi compagni, Cibele volle
salvare le navi minacciate, e tuonò alta una voce sopra i Troiani, dicendo:
“Teucri, non temete: Turno potrebbe incendiare più facilmente le onde
che questi sacri pini! E voi, navi troiane, ora scioglietevi, andate, libere e
nuove ninfe. Vostra madre lo vuole!”
A quel grido del cielo, tutte le navi rompono i loro ormeggi e si tuffano
come delfini nel fiume: poi si trasformano in ninfe e nell’onda scompaiono.
Preso da grande terrore Messapo fermò il cavallo sulla sponda del Tevere,
ma Turno non perdette la sua baldanza e gridò:
“Questo prodigio, compagni, è fatto contro i Troiani! Ora non hanno più
scampo! Non si potranno salvare, come di solito fanno, fuggendo in nave sul
mare: e sulla terra, nemmeno, giacché noi la teniamo! Distruggerò questa
stirpe che vuol rubarmi la sposa: come gli Atridi e Micene fecero guerra a
Troia quando Paride, il bello, rubò a Menelao la bellissima Elena, così
anch’io farò guerra! Ora stanno al riparo: forse non si ricordano che anche i
muri di Troia, opera di Nettuno, furono rotti dal fuoco? Contro di loro non
servono mille navigli achei, o armi fatte da un dio! Noi non faremo inganni,
non entreremo di notte come ladri da poco, non ci nasconderemo nel ventre
di un cavallo: si accorgeranno che noi non siamo Greci, o Pelasgi! Ma ora,
poiché è sera, riposatevi, amici. Altre battaglie, domani!”
Mettono le sentinelle e accendono i fuochi. Quattordici Rutuli, con cento
uomini ognuno, fanno la guardia alle mura dandosi il cambio. Gli altri
giocano, e bevono vino.
Pronti alla lotta, attenti, dall’alto delle difese vedono tutto i Troiani.
Mettono ponti e passaggi, sorvegliano le entrate e preparano frecce. Li
comanda Sereste e il forte Mnesteo, incaricati da Enea di governare in sua
assenza.
Si sorteggiano i compiti: tutto l’esercito veglia sopra le mura, e ciascuno
rimane al posto assegnato.
A sorvegliare una porta stava un giovane, Niso, inviato da Ida come
compagno ad Enea, il migliore nel tiro del giavellotto e dell’arco. Gli stava
accanto Eurialo, il più bello fra tutti i guerrieri troiani, quasi ancora un
ragazzo. Erano molto amici e combattevano insieme, e anche allora
vegliavano nella notte, vicini. E disse Niso:
“Eurialo, sono gli dei a ispirarmi, o è il mio strano coraggio che ha la
potenza di un dio? Io non sopporto questo ozio, voglio un’azione gloriosa.
Guarda laggiù i Rutuli, come son fiacchi e incuranti: pochi fuochi, silenzio,
corpi distesi, ubriachi… Senti quello che penso: la nostra gente desidera che
qualcuno raggiunga il padre Enea e riporti delle notizie sicure. Ora, se sei
d’accordo, vorrei aprirmi una strada in mezzo ai nostri nemici e arrivare a
Pallante”.
“Non vuoi avermi con te?” rispose Eurialo. “Credi che io possa, Niso,
lasciarti andare da solo? Mio padre Ofelte, credimi, non mi ha insegnato ad
avere qualche paura, e nemmeno, fino a questo momento, ho dimostrato
viltà”.
“Io non ho mai dubitato del tuo coraggio, Eurialo”, rispose Niso
all’amico, “ma se il destino, o gli dei, mi fossero contrari, voglio che tu resti
vivo: sei così giovane, ancora! Voglio che resti qualcuno che riscatti il mio
corpo e lo ricopra di terra o, se questo è negato, faccia per me un sacrificio. Io
non vorrei, Eurialo, essere causa di pianto per la tua misera madre: sola, fra
tutte le donne, lei è venuta con noi, non si è fermata da Aceste…”
Eurialo disse:
“Ora basta con queste storie inutili. Ho già deciso: andiamo”.
Chiamano allora le guardie per dare il cambio alla porta e si presentano al
re. Tutti i capi troiani, anche se è notte profonda, sono riuniti a parlare delle
vicende di guerra. Pensano a come inviare un messaggero ad Enea. Stanno
nel centro del campo, appoggiati alle lance e con al braccio gli scudi. I due
amici chiedono di essere ammessi al consiglio: hanno un progetto importante.
Subito Iulo li accoglie e li invita a parlare.
“Ascoltate, Troiani”, dice Niso, “ed il fatto che siamo due giovani non vi
disponga a sfavore. Sopraffatti dal vino, i Rutuli dormono. Presso il bivio, a
occidente, abbiamo visto un luogo dove si può passare, favorevole e buio. Lì,
con il vostro consenso, noi passeremo nascosti fino a raggiungere Evandro o
il nostro capo Enea, per poi tornare fra voi con molti elmi nemici. Il cammino
ci è noto, perché abbiamo cacciato molto in quella zona, fra la vallata ed il
fiume”.
Risponde il vecchio Alete:
“O dei, salva è la stirpe, se giovani come questi, pieni di questo coraggio,
voi ci donate!”, e parlando li abbraccia commosso.
“Io non ho altra salvezza che il ritorno di Enea”, dice allora Ascanio.
“Dunque in voi solamente ho speranza e fiducia. Voi ridatemi il padre: che
possa io rivederlo e ritornare sereno!”
E promette ai due giovani doni preziosi: a Niso due calici istoriati, due
tripodi d’oro e, quando la vittoria ci fosse stata, il cavallo e le armi di Turno.
Ad Eurialo promette, come unico dono, più di tutti prezioso, la sua amicizia
per sempre. Ed Eurialo risponde:
“Sopra ogni altro premio, Ascanio, questo ti chiedo: vive con me mia
madre che per seguirmi, già vecchia, non ha voluto restare con le altre
Troiane dentro le mura di Aceste. Lei non sa niente del viaggio e io, ti giuro,
non posso darle nemmeno un saluto, perché al suo pianto di madre non saprei
resistere. Aiutala, ti prego: dalle consolazione se la miseria l’affligge. Io,
sicuro di questo, vado con più coraggio verso quel che mi tocca”.
Piangono, a quelle parole, tutti i Troiani presenti. Poi Iulo dice, turbato:
“Non dubitare, amico. Questa tua vecchia madre sarà una nuova Creusa:
un’altra madre per me. Qualunque sorte ti attenda giuro sulla mia vita che
ogni dono promesso sarà per lei ed i tuoi”.
Dice, e dona a Eurialo la sua spada dorata. Mnesteo dona a Niso una pelle
e un elmo.
Partono i due: fino alle porte li scortano giovani ed anziani e Iulo affida
loro messaggi per il padre.
Escono per il fossato e vanno avanti nell’ombra verso il campo di Turno,
decisi a compiere, prima di allontanarsi dal luogo, strage di molti nemici.
Vedono molti guerrieri sdraiati alla rinfusa, vinti dal vino e dal sonno, tra
bestie e ruote di carri abbandonati, e Niso dice all’amico per primo:
“Ecco, il momento è propizio: tu resta qui e vigila che nessuno ci attacchi
dietro le spalle. Io vado ad aprirci la strada seminando la morte…”
E trafigge Ramnete, augure e re, addormentato su molti e folti tappeti. Poi
uccide tre servi e lo scudiero di Remo ed il suo auriga; poi taglia la gola a
Remo stesso che, trascorsa la notte in molti giochi, giace pieno di vino, e lì
muore.
Come un leone affamato irrompe in un ovile e con la bocca strazia le
bianche pecore mute e le trascina e le squarcia, così sembrava Niso. Anche
Eurialo uccide: Fado, Abari, Erbeso. Reto è sveglio, lo vede: tremando si
nasconde dietro un gran vaso, ma lui con la spada lo assale e gliela ficca nel
petto. Così Eurialo fa strage e si avvicina a Messapo che dorme fra fuochi
spenti. Ma Niso vede l’amico troppo ubriaco di strage e gli sussurra:
“Ora basta. L’alba è vicina, andiamo…”
Lasciano tutto l’argento, coppe e tappeti preziosi: ma Eurialo prende il
balteo tolto a Ramnete, e mette l’elmo rubato a Messapo e poi fugge.
Ma da Laurento arriva, con messaggi per Turno e con trecento guerrieri, il
valoroso Volcente. Sono vicini al campo, vedono i due fuggire per un riflesso
di luna sull’elmo lustro. Gridano nel buio:
“Fermi! Chi siete? Dove correte armati?”
Ma quelli non rispondono e si affrettano in corsa verso la selva, cercando
la protezione del buio. Corrono i cavalieri per i sentieri del bosco, bloccano
tutte le uscite. Eurialo si disorienta tra cespugli spinosi, si svia per lo
spavento e lo inceppa il bottino; davanti a lui, Niso, già al sicuro oltre il
bosco aspetta fermo l’amico.
“Eurialo, dove sei?” dice nell’ombra, cercando. Così ritorna indietro
nell’intrico dei rami. Sente i cavalli e le grida, vede Eurialo che, vinto dalle
insidie del bosco, è trascinato nel campo dai cavalieri eccitati.
Eurialo si disorienta tra cespugli spinosi, si svia per lo spavento e lo inceppa
il bottino…
Cosa può fare? In che modo può sottrarlo ai nemici? O non resta che andare
all’assalto, e morire? Prende una lancia, invocando:
“O alta luna, custode dei boschi e gloria degli astri, sii propizia e guida
questa mia arma!”
E la lancia, e sibilando nel buio l’asta colpisce Sulmone dritto alla
schiena, e si schianta e gli trapassa il cuore. Cade Sulmone nel sangue, gli
altri scrutano attorno. Niso, con nuova fiducia, scaglia di nuovo, e colpisce
Tago alla tempia e l’uccide. Trema di furia Volcente, perché non vede
l’autore di quei colpi, e non sa come sfogarsi, e allora alza la spada, gridando,
sul prigioniero impaurito:
“Tu pagherai col tuo sangue!”
A quella vista, Niso, non resistendo al dolore, esce di corsa dall’ombra:
“Io! Sono io il colpevole! Contro di me la vendetta del vostro ferro,
Rutuli! Lui non ha fatto niente: lo giuro sopra gli astri! Lui è solo colpevole
di amare troppo il suo amico!”
Vane parole: Volcente trapassa il petto a Eurialo, che cade nell’agonia.
Sopra il bel corpo gli scende l’onda del sangue, e il collo, come un fiore
morente sotto l’aratro, si piega. Niso allora si lancia: cerca solo Volcente.
Ruota la spada e incalza, finché la immerge veloce dentro la bocca al nemico
che gli ha ammazzato l’amico, e gli strappa la vita. Poi, trafitto, cade sul
corpo di Eurialo e, con la morte, ha pace.
I vincitori li portano insieme al morto Volcente, e grande è il lutto, e più
grande quando scoprono Numa, e Serrano, e Ramnete, e tutti gli altri
scannati. Corrono in folla nel buio, calpestano il terreno tiepido ancora di
strage, e le pozze del sangue.
Viene il mattino: la luce apre il mondo allo sguardo.
Turno, coperto di armi, chiama i guerrieri per dare loro la forza dell’ira
narrando quel che è accaduto in quella notte di stragi: poi, su due lance
levate, mostra le teste tagliate di Eurialo e Niso.
Dai bastioni, i Troiani vedono quelle due teste che ancora grondano
sangue. Vola la Fama veloce per la città, portando la tremenda notizia: giunge
fino alla madre di Eurialo, che sta tessendo. Diventa pallida e fredda, lascia
cadere la spola, corre alle mura riempiendo l’aria di strida, si straccia come
una furia i capelli. Poi, noncurante del rischio e delle frecce nemiche, corre
alle file avanzate e assorda il cielo gridando:
“Figlio, così ti rivedo? Tu così mi hai lasciata? Non fu concesso a tua
madre di darti un bacio, e un saluto? Oh, sei caduto in pasto a uccelli e cani
del Lazio, in questa terra ignota! Io non ti ho chiuso gli occhi, non seguo il
tuo funerale, non ti ha coperto la veste che, di giorno e di notte, io ti andavo
tessendo! Dove sei, figlio? Questo, di quel che eri, rimane? Su, colpitemi,
Rutuli: abbiate pietà di me! O signore del cielo, mandami un fulmine in
cuore, se nessuno mi tronca in qualche modo la vita!”
Tutti piangono, alzando con lei tristi lamenti. E si fiacca il coraggio a
causa di quel dolore.
Allora Attore e Ideo, su consiglio di Iulo, portano via la donna e le sue
urla dolenti.
Già risuona la tromba, le grida salgono al cielo. Corrono i Volsci, tenendo
alti gli scudi sul corpo, per colmare i fossati, togliere i pali da sotto, rompere
le difese. Altri appoggiano scale, tentano di salire dove è più facile, o dove ci
sono meno Troiani: ma, abituati all’assedio, i Troiani li abbattono con delle
pertiche lunghe, con frecce e lance, con sassi. E un macigno immenso fanno
cadere sui Rutuli, sopra gli inutili scudi: si ferma allora l’attacco e dal bosco
si scagliano frecce contro le mura. Con un pino infiammato, l’orribile
Mezenzio sparge incendio e rovina, mentre Messapo, sul cocchio, chiama
gridando le scale per rinnovare l’attacco. Un cognato di Turno che si
chiamava Numano starnazzava insulti sotto le mura, vantando tutte le glorie
latine, chiamando “femmine” i Teucri, sfidandoli ad uscire. Ascanio non
sopportò quegli insulti e quei vanti: benché, fino a quel giorno, avesse solo
cacciato animali del bosco, mirò il berciante Numano e, chiesto aiuto a
Giove, lasciò andare la freccia. Fischiò terribile il ferro e, guidato dal cielo, si
piantò nella testa del petulante guerriero, zittendolo per sempre.
Seduto sopra una nube, lo vide Apollo, e sorrise.
“Gloria a te, giovane!” disse. “Così si sale alle stelle!”
Poi scivolò giù dal cielo e assunto l’aspetto dello scudiero di Anchise, il
vecchio Bute, parlò al giovinetto e gli disse:
“Accontentati, Iulo, di aver ucciso Numano. Il grande Apollo, signore di
chi tira con l’arco, lascia a te questa gloria. Ora però sta’ lontano dalla
battaglia”.
E svanì. Riconobbero Apollo i guerrieri troiani e trattennero Iulo dalla
battaglia rischiosa.
Tutto era fùria, intorno: lanci di frecce, grida, urli di morte e agonia, fumo
di polvere e fuoco, colpi di elmi e di scudi. Correva l’onda del sangue.
Due figli di Alcanore, Pandaro e Bizia, potenti come due alti abeti, certi
della propria forza, aprirono le porte che erano loro affidate: subito entrano i
Rutuli, ma di fronte ai fratelli che, come torri armate, li aspettano sul valico,
cadono a terra o fuggono. Viene avvisato Turno che i Troiani, per sfida,
hanno aperto una porta. Subito corre, furente verso la porta beffarda. Assale
Antifate, in fretta, poi Merope ed Erimante; poi vede Bizia che infuria e lo
atterra e lo uccide.
Marte dava ai Latini nuove forze e furore; ai Troiani, invece, inviò Fuga e
Terrore.
Pandaro vide il fratello caduto a terra, trafitto, e con le spalle potenti
chiude la porta, lasciando molti dei suoi fra i nemici. Ma non si accorse che
Turno era rimasto rinchiuso, come una tigre furiosa in mezzo a pecore vili,
con le sue armi tremende e la sua alta statura.
Pandaro, ardente d’ira per il fratello perduto, corre gridando:
“Non vedi? Non vedi, Turno, che questa non è la reggia di Amata? Tu
non ti trovi in Arcade, tra le tue mura al sicuro! Da qui non puoi fuggire!”
Turno risponde tranquillo:
“Allora vieni avanti, e cominciamo a lottare: troverai un nuovo
Achille…”
Pandaro scaglia la lancia, ma la devia Giunone contro la porta di legno.
Con un gran balzo, Turno si avvicina al nemico e con la spada gli rompe da
cima a fondo la testa.
Sono in fuga i Troiani, e se in quel punto Turno aprisse ai suoi la porta,
quello sarebbe certo l’ultimo giorno dei Teucri. Ma la sua furia lo svia:
uccide Faleri e Gige, abbatte Ali e Fegeo, Noemone e Pritni, poi Aleio ed
Alcandro: tutti quanti sorprende mentre, sopra le mura, le difendono ignari e
non si guardan le spalle.
Avvertiti di quelle stragi di Turno, arrivano i capi dei Troiani, fermano i
fuggitivi con grida e gesti imperiosi.
“E lasciate che un uomo, un uomo solo vi uccida? Non pensate ad Enea e
alla patria infelice?”
Così grida Seresto, e gli fa eco Mnesteo.
Spinti da quelle parole tornano avanti i Troiani e circondano Turno, che si
sposta, incalzato, verso l’acqua del fiume. Tenta ancora l’assalto e mette in
fuga i nemici: ma sono troppo per lui, e Giunone non può ingigantirgli le
forze, glielo proibisce Giove.
Così Turno, stordito, sta per cedere: quasi gli sono addosso i Troiani. Ma,
con un balzo, è nel fiume, che lo accoglie e lo lava, e lo riporta al sicuro tra i
suoi compagni esultanti.
Libro decimo

Morte di Pallante

Sull’alto Olimpo, intanto, Giove rampogna gli dei.


“Perché siete mutati, e favorite la guerra fra i Latini e i
Troiani? Io ve lo avevo vietato! Non è questo il momento
dell’odio e della rovina: stringete un patto, e sia pace!”
E gli rispose Venere:
“O potentissimo padre, guarda i superbi Rutuli e il
trionfo di Turno! Già sono aperte le porte e si semina
strage nel campo dei Troiani. Ed Enea è lontano. Un altro assedio di Troia sta
per finire i Teucri: manca soltanto, adesso, che io resti ferita da qualche arma
mortale! Ma se i Troiani, o potente, sono arrivati in Italia perché lo vuole il
destino, perché hanno tante sciagure? Pensa alla flotta incendiata e alla
tempesta di Eolo, pensa al messaggio di Iride: e ora, se non bastasse, ecco
muoversi i Mani, e la terribile Alletto spargere per tutta Italia il suo immenso
furore… Se la tua sposa spietata nega ogni terra ai Troiani, che almeno
Ascanio si salvi per continuare la stirpe! Si perda Enea, se tu vuoi, ma resti il
piccolo vivo, su qualche monte, in un tempio, senza armi né gloria…” Così
fingeva la dea. Ma le rispose Giunone:
“Vuoi che io parli? E allora, quali dei, quali uomini obbligarono Enea a
fare guerra ai Latini? Sì, lui viene in Italia per volere del Fato: ma chi gli ha
fatto lasciare il figlio, solo, al comando della flotta e del campo? Tu ti lamenti
di me, ma non è forse un’infamia che Turno perda il suo regno? Perché i
Troiani assaltano, predano terre ai Latini, rubano le loro spose, e mentre
chiedono pace portano loro la guerra? Tu hai salvato Enea trasformandolo in
nebbia, tu hai mutato in ninfe le sue navi perdute: se io soccorro i Rutuli,
questo sarebbe un delitto? E sarei io a volere la distruzione troiana? Chi
seminò la discordia fra i Teucri e gli Achei? Non fu forse un troiano che
sconvolse la pace rubando Elena a un greco? Chi fece vincere Paride, quel
traditore, su Sparta? Chi prolungò il suo amore, e con l’amore la guerra?
Quello era il tempo, Venere, di provvedere ai tuoi!”
Tacque Giunone, e un brusìo si sparpagliò fra gli dei, come in un bosco
quando si annuncia tempesta.
Ma parlò Giove, e il silenzio cadde in cielo e in terra, si fermarono i venti
e le onde del mare.
“Ascoltatemi attente” disse alle due rivali. “Poiché tra Ausoni e Troiani,
così decide il Destino, non si può stringere un patto, e poiché siete discordi,
io resterò imparziale: ottenga ognuno la sorte che le sue imprese gli danno.
Giove è uguale per tutti: trovi il Destino la via!”
Giù sulla terra, intanto, vanno all’assalto i Rutuli con le armi e col fuoco,
mentre da dentro i Troiani stanno in deboli file a difesa dei muri e delle torri:
chi tira il giavellotto o una pietra, chi con fiaccole ardenti respinge attacchi
nemici, chi scaglia frecce, e fra tutti spicca Ascanio, lucente come una
gemma nell’oro.
Intanto Enea, nella notte, guida la flotta coi Lidi che sono venuti in suo
aiuto, e pensa al futuro. Vicino a lui c’è Pallante che chiede i nomi degli astri
e i racconti di guerra. Massico guida una nave cinta di bronzo, con mille
guerrieri di Chiusi e Cosa, armati e fedeli. Poi viene il torvo Abante con
seicento guerrieri di Populonia, e trecento venuti a Enea dall’Elba. Terzo è
Asila, indovino, con mille forti Pisani; poi c’è Astire, fiero del suo cavallo e
dei tanti che sono insieme a lui da Cere e dal Minione, da Gravisca e da
Pirgo. Ed ecco Cupavone al comando dei Liguri, con sopra l’elmo le penne di
un bianchissimo cigno. Dalla città di Manto porta un esercito Ocno, e ci sono
guerrieri anche del Mincio lontano.
Erano queste le forze in aiuto di Enea: su trenta navi veniva sotto le stelle
del cielo.
Incapace di sonno, presso il timone, era Enea, quando gli apparve la
schiera delle navi mutate in ninfe da Cibele, piene di vita divina. Esse
nuotavano insieme sopra l’azzurra distesa, e riconobbero il re e gli volarono
attorno. E, tra le altre, loquace parlò Cimodocea allo stupito pilota:
“Figlio di Venere, salve! Noi che già fummo dei pini sul monte sacro di
Ida, noi che fummo tua flotta, ora siam ninfe marine. Quando Turno attaccò,
noi ci sentimmo troncati tutti gli ormeggi e una spinta ci trascinò fra le onde:
la nostra madre, pietosa, ci diede la nuova forma e una vita immortale.
Ascanio è chiuso fra i muri e i fossati del campo: lo circondano in forze tutte
le schiere latine. Gli Arcadi e gli Etruschi sono nei posti assegnati: Turno ha
deciso di opporsi e di tenerli lontani. Dunque esorta i guerrieri, prendi il tuo
scudo divino! Credi alle mie parole: prima del prossimo buio molti nemici
cadranno!”
Così disse la ninfa e spinse forte la nave che fuggì svelta sull’acqua.
E arriva l’aurora. Tutti si muovono, pronti. Dall’alto della poppa Enea
vede i Troiani e il suo campo. Alza il suo scudo smagliante: e anche loro
vedono e alzano fino al cielo grida di consolazione. Ed ai Rutuli appare il
mare pieno di navi, tutto di armi lucenti.
Turno non perde coraggio, e pensa di occupare l’intera spiaggia, e
impedire alle navi l’approdo.
“Vediamo il vostro valore!” grida ai suoi uomini. “Ora pensi ciascuno
alla sposa, alla sua casa, e rinnovi la gloria degli antenati! Affrontiamo i
Troiani mentre scendono a riva, incerti fra acqua e terra: vedrete che la
fortuna aiuterà gli audaci!”
Intanto, giù dalle navi sono calati dei ponti per favorire lo sbarco. C’è chi
aspetta il riflusso per saltare sul lido, e chi procede, studiando il punto dove
accostare. Notato un tratto di spiaggia libero da bassifondi, si lanciano le navi
a piena forza di remi per incagliarsi al sicuro, e ci riescono tutte tranne una
sola, che urta contro un banco sommerso e si sfascia, mandando i guerrieri
nel mare.
Turno, senza aspettare, corre incontro ai nemici. Suonano trombe, si
schiera lungo la spiaggia, a muraglia, l’esercito dei Latini. Ma Enea abbatte
per primo il gigantesco Terone, poi stende Lica, e Cisseo e il terribile Gia che
portavano armi date dal padre Melampo, un compagno di Ercole; poi cade,
ucciso da Enea con una freccia, Farone e solo a stento Cidone si può salvare
da morte, perché gli portano aiuto i suoi sette fratelli.
Tutti scagliano frecce contro lo scudo di Enea: ma la mano di Venere
storta a tutti la mira. E molti altri guerrieri incrociano le armi, sopra la
spiaggia arruffata come da un vento furioso.
Vicino ad un torrente Pallante vede i suoi che, abbandonati i cavalli per la
natura del suolo, e non abituati a combattere a piedi, sono in fuga, e li esorta:
“Dove fuggite, Arcadi? Fermi, per la vostra gloria, e per quella di Evandro!
Non è sicuro fuggire: dobbiamo aprirci una strada tra i nemici, col ferro!
Sono mortali, i Latini, non sono dei: combattete! O volete arrivare fino a
Troia nuotando?”
Dice, e si scaglia in avanti e con la lancia colpisce Lago, e con la spada,
subito dopo, Isbone. Assale Stenio e lo uccide, poi Anchemolo e Timbro e il
suo gemello Laride.
Cadono Arcadi e Latini, Etruschi e Troiani, si pareggiano in forza i
guerrieri ed i capi. Di qua incalza Pallante e, come in uno specchio, un altro
giovane e bello, Lauso, guida di là i guerrieri nemici. Tutti e due moriranno:
ma Giove non desidera che lottino fra loro.
Turno intanto, sul cocchio, vola furioso fra i suoi e grida ai Rutuli:
“Indietro, lasciate a me Pallante! E vorrei che suo padre assistesse al
duello!”
Solo davanti a Turno, così risponde Pallante:
“O ti sconfiggo, tiranno, o avrò una morte gloriosa: a tutte e due le cose è
preparato mio padre”.
E si fa avanti, e agli Arcadi si gela il cuore nel petto. Turno salta dal
cocchio, pronto a combattere a piedi, rapido come un leone che vede un
giovane toro. Chiedendo aiuto al cielo Pallante tira la lancia: ma il potente
Giove non ascolta il suo grido, ed il ferro colpisce il grande scudo di Turno
sfiorandone la faccia. Lo strappa via con destrezza il re dei Rutuli, e grida:
“Si può fare di meglio con quest’arma, ragazzo!”
E la scaglia con forza: e trapassa le piastre e gli strati di cuoio, entra nel
petto a Pallante e gli apre una fonte di sangue rosso e di vita. Cade il giovane
e morde terra straniera.
“Questo!” grida Turno superbo. “Questo costa ad Evandro l’amicizia di
Enea!”
E strappa al giovane morto il balteo dorato e ritorna fra i suoi. Con molti
pianti e lamenti, i compagni trasportano sopra lo scudo Pallante, morto nel
primo giorno della battaglia. Enea presto lo viene a sapere: si apre allora una
via cercando Turno, e intanto fa prigionieri giovani per immolarli ai Mani,
porta la strage nel campo, uccide chi fugge a piedi e chi fugge a cavallo,
trascina giù dal cocchio molti nemici e li ammazza.
Giunone, con la speranza di salvare il suo Turno dalla vendetta di Enea,
scende dal cielo, immersa in una nube, e poi forma una figura lucente che ha
l’aspetto di Enea, con le sue armi e il suo passo e la sua voce potente. E
baldanzosa, quell’ombra provoca Turno e lo sfida. Turno la insegue e le
scaglia l’asta stridente, ed il falso Enea si volta e fugge. Turno, credendo che
quello sia il vero Enea, lo rincorre gridando beffe ed insulti:
“Ma dove scappi, eroe? Non ti ricordi le nozze? Non vuoi avere da me le
terre che tu volevi?”
Gli tiene dietro gridando e mulinando la spada: e non si accorge che è
un’ombra quella che corre davanti.
Ormeggiata a uno scoglio c’è una nave: su quella fugge l’immagine, e
sale fino alla poppa, e Turno la insegue su per i ponti. Giunone scioglie
l’ormeggio e spinge svelta la nave in mezzo al mare, mentre il vero Enea, là
nel campo, urla a Turno la sfida e continua a far strage.
E, sulla nave, intanto, svanisce l’ombra di Enea. Turno, furente, capisce
che era un inganno, e a Giove grida aprendo le braccia:
“Onnipotente, son degno di tutta questa vergogna? Così mi vuoi punire?
Come potrò, dopo questa che a tutti sembra una fuga, ritornare nel campo? E
che sarà dei miei? Io già li vedo disfatti… Oh, si spalanchi un abisso sotto i
miei piedi! Oh, venti, siate pietosi voi almeno e mandate la nave contro gli
scogli, o alla Sirti, là dove non arrivi la mia orrenda vergogna!”
E lamentandosi, è incerto se trapassarsi di spada o gettarsi nel mare per
ritornare in battaglia. Tre volte prova ad ammazzarsi e per tre volte a nuotare:
ma Giunone, pietosa della sua stessa ira, glielo impedisce e lo salva. Spinta
dalle correnti, la nave intanto arriva alla città di Dauno.
Contro i Troiani, esultanti per la scomparsa di Turno, scende in campo
Mezenzio. Come una roccia nel mare sfida gli attacchi, e resiste: abbatte Ebro
e Palmo, Evante e Mimante, un caro amico di Paride. Come a un cinghiale
feroce, nessuno dei Troiani osa accostarsi a Mezenzio: gli scagliano solo
frecce, lance ed insulti. Ma lui, imperterrito e forte, se le scuote dal corpo.
Vede Acrone, un greco alleato di Enea. Come un leone lo insegue e lo
abbatte, poi corre, affronta Orode e lo infilza, gridando:
“Ecco, amici, qui giace il grande Orode!”
E Orode morendo:
“Non avrai lunga gioia: io sarò vendicato, e tra poco il tuo corpo seguirà
il mio nella terra”.
Ma Mezenzio sogghigna:
“Lascia a Giove il pensiero: ora muori!”
E gli leva l’arma confitta dal petto.
Intorno a lui, la battaglia prosegue aspra e feroce: da una parte e dall’altra
cadono molti guerrieri.
Nella reggia di Giove piangono tutti gli dei quell’inutile strage. Venere e
Giunone, da due nubi diverse, guardano giù la battaglia e vedono Mezenzio
come un gigante avanzare con un fragore di armi.
Lo riconosce Enea e gli va incontro a duello. Quando lo spazio fra i due è
adatto al lancio dell’asta, Mezenzio invoca:
“Il mio dio, che è il mio braccio, mi assista! Tu, Lauso figlio mio, sarai il
trofeo della gloria indossando le armi del predone troiano!”
Scaglia la lancia su Enea, ma lo scudo divino devia il tiro sul fianco di
Antore, un compagno di re Evandro, che cade sopra il terreno e muore.
Tocca a Enea tirare: scaglia il suo ferro potente, buca lo scudo a
Mezenzio passando tutte le piastre di bronzo e il cuoio e il lino, e finisce, ma
fiacca, nel femore dell’etrusco. Allora Enea con la spada corre davanti al
ferito. Lauso, piangendo, si affretta in aiuto del padre, che barcollante,
cercando di levare la lancia dal proprio fianco, indietreggia. Il ragazzo si
lancia prima che Enea colpisca, e con lo scudo lo salva, mentre i suoi, con le
frecce, incalzano il troiano. Furioso Enea si ferma, come fanno nei campi i
contadini d’agosto se scoppia un temporale e sotto rocce, in caverne, vanno al
riparo, in attesa. Ma il giovane Lauso si scopre troppo in avanti: Enea lo
aspetta e gli passa tutta la spada nel petto. Vedendolo morto, giovane e
pallido, trema e si ricorda di Iulo e dice in un sospiro:
“Come potrò io, ragazzo, premiare il tuo coraggio? Non ti prendo le armi,
non ti sottraggo al rogo che ti faranno i tuoi cari”.
Mezenzio, intanto, appoggiato ad un albero, chiude la sua ferita, e riposa.
Pende il suo elmo da un ramo, e le altre armi son sparse sull’erba della riva.
Respira con molto affanno, chiede notizie del figlio e lo manda a chiamare:
ma già i compagni, piangendo, portano il corpo di Lauso. Li sente da lontano
Mezenzio e si getta sui capelli la polvere, apre le braccia al cielo e abbraccia
il cadavere:
“Tanto amavo la vita, figlio mio, da lasciarti perdere la tua preziosa per
sottrarmi al nemico? Io vivo, tu muori: oh, questa è la più triste fra le sciagure
di un uomo! Io ho macchiato, figliolo, con le mie colpe il tuo nome, già
quando l’odio di tutti mi tolse il trono ed il regno… E sono ancora qui, vivo!
E non oso lasciare questo mondo, e la luce! Ma lo farò!”
E si leva, e per quanto ferito chiede le armi e il cavallo. Glielo portano:
balza sulla sella e due lance stringe in ciascuna mano. Corre veloce in
battaglia: gli brucia la vergogna e lo sdegno, e l’angoscia e la sua stessa forza,
e una pazzia d’amore. Per tre volte chiama a gran voce Enea, ed Enea con
gioia gli risponde:
“Eccomi: io sono qui, Mezenzio!”
E l’etrusco:
“Spietato, tu mi hai già dato il colpo che mi ha tolto la vita! Ora mi resta
la morte: con te la voglio spartire. Basta con le parole, io non temo il destino,
e non temo alcun dio!”
E scaglia la sua lancia, poi una seconda e una terza: ma le trattiene lo
scudo che Vulcano ha forgiato.
Poi, per tre volte, con frecce tenta di uccidere Enea: ma si piantano tutte,
come un cespuglio, diritte nello scudo divino. Finché il troiano, stanco di
stare dietro il riparo, scaglia una lancia e colpisce il cranio del cavallo.
L’animale s’impenna e scalciando nell’aria sbalza Mezenzio di sella, poi gli
cade sul corpo e gli fracassa una spalla. Gridano i Troiani, gridano i Latini.
Avanza Enea, e con la spada già nella mano, dice:
“Dov’è adesso, Mezenzio, il tuo infrenabile ardore?”
Alzando gli occhi, l'etrusco:
“Duro nemico, perché mi minacci e mi insulti?
Uccidi, dunque: non c’è patto di grazia fra noi, né certo il mio figliolo ti
ha chiesto pietà. Solo di questo ti prego, se c’è pietà per i vinti: lascia che io
sia sepolto in questa terra straniera, accanto a Lauso, in pace”.
Poi, fermo, riceve il colpo. Giù per il corpo e le armi gli corre il sangue, e
muore.
Finché il troiano, stanco di stare dietro il riparo, scaglia una lancia e colpisce
il cranio del cavallo..
Libro undicesimo

Camilla

Prima di seppellire i compagni caduti, Enea sceglie una


pianta, ne tronca i rami e vi appende le armi tolte a
Mezenzio dedicandole a Marte. Poi, rivolgendosi ai capi:
"Uopo questo successo, sparisca ogni timore! Il mio
braccio ha abbattuto il superbo Mezenzio: ora possiamo
assalire Latino nelle sue mura. Preparatevi dunque, ed
abbiate coraggio, siate pronti al segnale che ci daranno gli
dei!”
Poi seppellisce i morti, e rientra nella tenda dove Pallante è vegliato con
lamenti e con pianti.
“O giovane infelice!” dice Enea nel vederlo. “Tu non potrai vedere il mio
regno, e tornare pieno di gloria dal padre! Oh, che aiuto superbo all’Italia e a
Iulo hai sottratto morendo…”
Poi sollevano il morto e con mille guerrieri scelti fra tutti, i migliori, si fa
il mesto corteo. Con dei rami di albatro e con fronde di quercia viene
intrecciato un feretro coperto da molte foglie: sopra è disteso Pallante, come
un pallido fiore. Poi Enea lo ricopre con due drappi di porpora ben ricamati in
oro: un dono di Didone, fatto con le sue mani al tempo del suo amore. E poi,
con molto bottino, in lunghissima fila, seguono i cavalli e le armi nemiche; e
poi i prigionieri destinati a finire sopra il rogo di morte, e si levano in alto i
trofei delle armi, e si gridano i nomi dei nemici abbattuti. Dietro a un
cocchio, ancora bagnato del suo sangue, viene il cavallo Etone senza
ornamenti né sella, e dai suoi occhi scendono lacrime grosse e lucenti.
Poi vengono i Troiani, i Tirreni e gli Arcadi. Si allontana il corteo ed
Enea lo saluta:
“Quante lacrime ancora noi dovremo versare! Salve in eterno, Pallante!”
Per onorare i morti, viene stretta una tregua fra Latini e Troiani: dodici
giorni di pace, di lavoro sui monti per abbattere piante, per innalzare pire ed
accendere fuochi. Dodici giorni di pianto, di dolore e di onore.
Ma veloce la Fama ha già portato ad Evandro e alla città la morte di
Pallante: si corre con le fiaccole accese, come è antico costume, brilla la via
di una lunga fila di luci nei campi. Con lamenti, i Frigi e le donne sollevano
dalle mura un immenso canto di nero dolore. Non si può trattenere Evandro
che disperato si getta su Pallante e lo bagna di lacrime e lo abbraccia, e a
stento riesce a dire parole:
“Non è questo, figliolo, che hai promesso a tuo padre! Ma di affrontare
prudente le battaglie di Marte… Oh, guerra sciagurata! O inutili preghiere
che ho rivolto agli dei! E fortunata tua madre, morta prima di adesso! Io sono
vivo, invece, e mi si allunga il dolore… Perché non sono venuto a combattere
anch’io? Sarei io a ritornare su una tomba di rami! Io non vi accuso, Troiani,
né il patto che strinsi, né la vostra alleanza: questo era il destino. Io non avrei
potuto darti miglior funerale: questi trofei, queste armi… Ah, Turno, saresti
tu ora la spoglia, se uguali fossero stati gli anni e la forza… Ma ora ritornate,
Troiani: dite a Enea che se vivo è soltanto in attesa della vendetta su Turno.
Ditegli che io aspetto, e non mi resta altra gioia”.
Nel campo dei Troiani si alzano intanto le pire e si depongono i morti:
salgono fiamme fumose che nascondono il cielo. Per tre volte, corrono
intorno i guerrieri lanciando altissime grida. Suonano squilli di trombe, si
gettano nel fuoco le armi tolte ai Latini, si immolano buoi e setolosi maiali.
Tutti guardano i corpi morti bruciare. Restano fino alla fine, e si allontanano
solo quando discende la notte.
Anche i Latini, intanto, fanno le sepolture, e spediscono i morti alle città e
ai villaggi. Il resto, incerto e confuso, viene bruciato sui roghi, e tutta la
campagna brilla cosparsa di fuochi.
Dopo tre giorni, quando restano solo le ossa mescolate alla cenere, le
disperdono in terra. Nella città di Latino non cessa il pianto né il lutto: madri,
nuore e sorelle e orfani piangono la guerra sciagurata e le nozze di Turno.
“Chi vuole la gloria, chi vuole un regno in Italia, lui deve per primo
affrontare la lotta!” Così dicono, e Drance:
“Solo Turno è nemico dei Troiani: lui solo ha sfidato Enea!”
Altri difendono Turno e ne ricordano gli atti, la forza ed il valore.
Tornano intanto, mesti, quelli che erano andati alla città di Diomede per
chiedere il suo aiuto. Davanti ai capi latini, davanti al re che li ascolta, essi
raccontano il viaggio:
“Dopo molte vicende noi incontrammo Diomede e stringemmo la mano
che fu rovina di Troia. Gli presentammo i doni e parlammo di noi, dei nemici
troiani e le nostre ragioni: gli chiedemmo alleanza. Ma lui rispose: ‘Ausoni,
cosa vi spinge a turbare la vostra pace serena con un’incerta battaglia? Noi
che violammo Troia scontiamo orribili pene, sì che a Priamo stesso noi
faremmo pietà: Menelao fu travolto alle colonne di Proteo; Ulisse fu gettato
fino ai Ciclopi dell’Etna. E il povero Neottolemo? E il misero Idomeneo? E i
Locresi, esiliati sui secchi lidi africani? E cadde il re di Micene e gran capo
dei Greci per mano della sua sposa: il vincitore dell’Asia fu tradito e
ammazzato per un triste adulterio! E a me, a Diomede, hanno forse concesso
gli dei di rivedere la bella Calidone e la mia sposa amata? Come posso
scordare i miei compagni, mutati tutti in uccelli, che vanno sopra i fiumi e il
mare? Questo dovevo attendermi il giorno in cui ferii la mano di Venere e
volli alzare il mio ferro contro i signori del cielo! Ilio è caduta: io ormai non
ho più nulla contro gli sperduti Troiani. Dateli a Enea, questi doni: io l’ho
affrontato in duello, so quanta è la sua forza e come scaglia la lancia. Se la
regione dell’Ida avesse avuto tre Enea, sarebbero venuti i Troiani a
sconfiggere tutta la Grecia! Per lui, e per il grande Ettore, noi ritardammo
dieci anni sotto le mura di Troia: tutti e due valorosi, ma superiore Enea per
pietà e religione. Fate un patto con lui: o voi sprecate le forze’. Così ci disse
Diomede, e questa sua risposta fedelmente portiamo”. Mormorano gli
Ausonidi a quel racconto, poi prende a parlare Latino:
“Sarebbe stato meglio prendere decisioni prima di avere il nemico sotto le
mura! È una stirpe protetta dagli dei quella che noi combattiamo, e siamo
deboli e soli, come voi stessi vedete. Io non accuso nessuno: con ogni nostra
forza abbiamo combattuto, e il nostro valore ha superato ogni lode. Ora
ascoltate: in Etruria io ho un antico possesso che va fino oltre i Sicani. Là
hanno sede gli Aurunci e i Rutuli, gente di aspra forza, pastori. Concediamo
ai Troiani questa regione, e facciamo con loro un giusto trattato. Sia quella la
loro patria, e vi fondino in pace la loro nuova città. E se invece vorranno
andare in altri paesi, noi costruiremo per loro, col nostro legno e lavoro, una
flotta adeguata. Ora mandiamo il messaggio, con cento cittadini: portino la
proposta per concludere il patto, e verdi rami d’olivo e doni d’oro ed avorio,
ed abbiano le insegne del mio regio potere. Chi ha consigli da dare?”
Si alza Drance, invidioso della gloria di Turno: è un uomo debole in
guerra, ma è ricco e loquace ed è molto ascoltato.
“Buon re”, dice, “è chiaro quello che si deve fare! Tutti lo sanno, ma tutti
hanno paura di dirlo: smetta la boria, colui che con carattere odioso, con
tracotanza assassina, ha mandato a morire molti nostri guerrieri e ci porta a
rovina! Colui che, strillando, andò all’assalto di Enea in fuga sopra una nave!
Io ti prego, Latino: oltre ai doni che mandi ai Troiani, aggiungi anche tua
figlia per sposa. E se tanto temiamo il terribile Turno, imploriamo lui stesso:
o tu, vera ragione delle nostre sventure, non scatenare sul regno altra rovina;
la pace ed un pegno sicuro con i Troiani chiediamo. Te ne scongiuro io
stesso, io che ti sono nemico: abbi pietà dei tuoi. Sei stato sconfitto: ora
sconfiggi l’orgoglio. O, se ti resta la voglia di avere un regno e l’onore, vai tu
di fronte al nemico! Dobbiamo morire tutti perché ti possa sposare? Fatti
coraggio, e corri incontro a Enea che ti sfida!”
Turno, bruciando di sdegno, sfoga il suo cuore e grida:
“Gran bel discorso, Drance! Mentre la guerra chiede forza e coraggio, sei
il primo se c’è da chiacchierare! Ma non è questo il momento per i discorsi
grandiosi che tu sai fare, al sicuro, quando il rischio è lontano! Ciarla,
accusami pure, o terribile Drance che hai seminato di strage e di trofei il
terreno! Perché non corri a provare il tuo tremendo valore? Non e lontano, il
nemico: bussa alle porle, lo senti? Ma non ti muovi: il coraggio lo hai
soltanto a parole, mentre le gambe le hai pronte sempre a fuggire veloce! Io
sconfitto, infame! Chi lo può dire, vedendo tutto il Tevere rosso per il sangue
troiano correre verso il mare? Chi lo può dire, sentendo il pianto nero di
Evandro? O ricordando Pandaro, e Bizia, e gli altri mille che ho spedito
all’Averno? È perduta la guerra? Vigliacco, dillo ad Enea! Fa’ diventare
vigliacca, con la tua brutta paura, tutta la nostra gente, esaltando un popolo
che è stato sconfitto, e disprezzando i Latini! E che astuzia, la tua, dire che
hai tanta paura della mia ira, aggravando così l’accusa e il sospetto… Ma non
temere: io non prenderò la tua vita. Tientela pure, e stai quieto. Ma veniamo,
Latino, a quello che tu proponi: se non hai più fiducia, se ci abbandonano
tutti, se per un solo insuccesso siamo disfatti, e la sorte non possiamo
cambiare, se tutto questo è vero, imploriamo la pace o, come Drance vuole,
tendiamo le nostre braccia. Ma è scomparso davvero tutto il nostro coraggio?
Oh, felice e glorioso chi ha preferito morire prima di questa vergogna! Ma se
abbiamo risorse, e un esercito intatto, e città alleate e delle genti fedeli in tutta
Italia, e se anche ai Troiani è costata molto sangue la lotta, se sono in lutto
anche loro, perché noi ci arrendiamo? Perché tremiamo prima che risuoni la
tromba? Molte vicende, il tempo, col suo mutevole corso ha portato a buon
fine! Spesso la Sorte delude prima gli uomini: ma poi diventa benigna e li
conduce a salvezza. Se ci mancano gli Ètoli e gli aiuti di Arpi, ci rimane
Messapo e Tolumnio, ed i capi degli altri popoli, e il Lazio, e tutti i
Laurentini, e la fiera Camilla con i suoi cavalieri. E se i Troiani dicono di
sfidare me solo, che sono io l’ostacolo al bene di tutti voi, mai accadrà che
rifiuti questo duello: e se anche sia Enea un Achille, e abbia armi divine,
l’affronterò. La mia vita io qui la metto, per voi, per te, Latino: Se Enea mi
sfida, son pronto!”
Mentre così si discute nella città di Latino. Enea avanza coi suoi. La
notizia spaventa: dicono che i Troiani vengono da ogni parte, e l’esercito
etrusco è pronto ad attaccare. Ogni giovane grida, corre a prendere armi,
piangono mesti gli anziani, dappertutto si alza un rumore confuso, come di
stormi d’uccelli calanti su una palude. Turno coglie il momento:
“Forza, allora, adunate l’assemblea, cittadini, per parlare di pace! E quelli
ci sono addosso!”
Corre via a precipizio dal palazzo reale, dando ordine ai suoi di schierare i
guerrieri. Anche il vecchio Latino, triste e turbato, abbandona la sala del
consiglio, e con se stesso si lagna per non avere accolto, quando era il tempo,
Enea.
Scavano fossi all’entrata, portano pietre e pali, suona la tromba ed
annuncia a tutti la battaglia. Anche le donne e i bambini sono sopra le mura:
quando il pericolo è grande serve l’aiuto di tutti. Su un cocchio la regina, con
altre madri, si reca al tempio di Pallade a offrire sacrifici, e con lei è Lavinia,
causa di tanti mali, che tiene bassa la faccia e non solleva lo sguardo.
Intanto Turno, armato in una rossa corazza, schinieri d’oro e spada, si
lancia giù per primo come un puledro selvaggio. Alle porte, Camilla è alla
testa dei Volsci. Lo vede e balza dal cocchio, e gli parla:
“Se esiste, nobile Turno, qualcuno che ha fiducia in se stesso, io sono
quella: ho il coraggio di assalire i Troiani e le squadre a cavallo degli Etruschi
alleati. Lascia che vada per prima, mentre tu con i fanti difendi le nostre
mura!”
“Il tuo coraggio”, lui dice, “è superiore a ogni lode; ma ho una notizia
sicura: Enea vuole attaccare la città alle spalle, venendo dalle montagne. Io
gli farò un’imboscata a un punto del sentiero. Tu con Messapo e Tiburto
scendi in questa campagna: hai il comando supremo”.
E così ordinato, sale per una gola dov’è un luogo ideale per attaccare chi
passa, e per tirargli addosso frecce e macigni: lassù nasconde i suoi guerrieri
e si mette in attesa.
In cielo, intanto, Diana chiama la ninfa Opi e con dolore le dice:
“Camilla, colei che amo più di ogni altra, va in guerra e spera nel suo
valore. Oh, non avesse accettato di fare guerra ai Troiani! Ora ha un triste
destino. Tu scendi in fretta, adesso, vola in mezzo ai Latini, prendi dalla mia
faretra una freccia: che uccida chiunque sia l’uccisore di quella sacra
fanciulla”.
Opi, obbediente, si cala avvolta in una nube sopra le truppe schierate. E
già lampeggia la terra di armi pronte e vibranti: Troiani e Etruschi di fronte ai
Latini, che sono agli ordini di Camilla. Si scagliano le frecce, si alzano gli
scudi; poi, giunti a tiro di lancia, si comincia l’assalto. Muore per primo
Aconteo, cadendo dal suo cavallo, ucciso da Tirreno. Sbandano i Latini e
corrono alle mura: ma poi si voltano, e urlando spingono al largo i Troiani,
come le onde del mare che vanno e vengono, immani, sopra la rotta scogliera.
Per due volte i Rutuli sono respinti alle mura dai cavalieri etruschi, e per
due volte questi sono respinti da quelli: al terzo scontro, più fermi, i ferri
contro i ferri in ostinati duelli, si leva un grido di morte, si sparge un lago di
sangue tra scalpitanti cavalli.
Con il seno scoperto come un’amazzone, intanto, corre furiosa Camilla, e
colpisce con l’ascia, scaglia le frecce di Diana, fugge e ritorna, veloce. Le
stanno accanto Larina, Tulla e Tampea, compagne in pace e in battaglia.
Con il seno scoperto come un'amazzone, intanto, corre furiosa Camilla, e
colpisce…
Camilla uccide Euneo con l’asta in pieno petto, poi dà la morte a Liri ed a
Pagaso, poi insegue Ippotade Amastro, Demofoonte e Tereo, poi Arpalico e
Cromi: ad ogni freccia che scaglia cade un morto troiano. Ad Ornito, il più
alto nel campo dei Troiani, punta una freccia gridando:
“Vuoi andartene a caccia? Ecco, è arrivata una donna che caccia te!”
E lo uccide. Poi va all’assalto di Bute e di Orsiloco: il primo lo colpisce
nel collo, l’altro con l’ascia, due volte, finché gli schianta le ossa.
Gli Etruschi, impauriti da quella furia di donna, si sbandano. Tarcone,
chiamando ognuno per nome, li ferma e li incoraggia.
“Cosa temete, compagni? Perché fuggite davanti ad una donna? È per
questo che impugnammo la spada? Non vi aspettate, se adesso siete tanto
vigliacchi, di ritornare a godere, come vi piace, i banchetti e le feste
d’amore!”
Poi si getta in avanti trascinando i compagni.
Intanto, spia Camilla un certo Arrunte, ed aspetta di poterla colpire.
Quando lei avanza lui arretra, ma non la perde di vista, non ne abbandona le
tracce quando lei si ritira, aspettando il momento.
Tutto coperto di oro sta più avanti Cloreo, sacerdote di Cibele: anche il
suo elmo è d’oro, e l’arco, e il fermaglio che gli chiude il mantello. Quando
lo vede, Camilla vuole farlo sua preda: segue lui solo, imprudente, fra tutti gli
altri guerrieri. E qui, l’astuto Arrunte coglie il momento propizio, e
invocando Apollo scaglia la lancia: tutti sentono il fischio dell’arma, ma
Camilla, distratta dalla sua voglia di preda, non è attenta, e colpita proprio nel
seno scoperto, cade in un getto di sangue.
Arrunte fugge, sconvolto di gioia e di terrore: teme ancora Camilla anche
se l’ha già ferita. Come un lupo montano che ha ucciso un pastore e si attende
vendetta, e con la coda abbassata si rifugia e scantona, così Arrunte s’intana
turbato in mezzo alle schiere.
Camilla, intanto, con mano debole toglie la lancia: già un gelo mortale le
chiude gli occhi, e il colore le abbandona la faccia. E dice ad Acca, fedele sua
compagna:
“Ho compiuto quel che ho potuto, sorella. Ora la piaga mi uccide, mi si fa
nero lo sguardo… Corri da Turno, che venga e respinga i Troiani dalla
città… Addio”.
E lasciando le briglie cade al suolo: un immenso clamore alto si leva, e la
battaglia riprende con più violenza di prima.
Ma già da tempo Opi guarda dall’alto la lotta: ha visto quando Camilla tra
le compagne è caduta e, come Diana ha ordinato, cerca Arrunte con gli occhi:
lo vede, tronfio e festante, in mezzo ai suoi. Prende dalla faretra la freccia,
incocca, tende la corda, mira in silenzio, e la tira: stride nell’aria la freccia,
coglie nel collo Arrunte, che cade giù senza un grido. E, fatta la sua vendetta,
Opi risale nel cielo.
Morta Camilla, fuggono prima i suoi cavalieri, poi le schiere dei Rutuli,
cercando verso le mura la salvezza e il rifùgio. Non c’è nessuno che affronta
con le armi i Troiani: una nuvola oscura si avvicina alle porte. Sugli spalti, le
madri si battono il petto e gridano lamenti. Nasce un’orribile strage tra chi
sbarra le porte e gli stessi compagni che vogliono fuggire e rientrare in città.
Molti, spinti alle spalle, cadono dentro la fossa sotto lo sguardo angosciato
dei genitori piangenti, altri spingono ciechi i loro cavalli contro le mura
sbarrate. E le donne, dall’alto, lanciano pali ai Troiani e sfidano la morte.
Acca, intanto, ha raggiunto Turno e gli dice che i Volsci sono alla fuga, e
Camilla stessa è caduta. Dice che i nemici stanno avanzando compatti e col
favore di Marte sono già sotto le mura.
Turno, furente, abbandona la valletta selvosa dove era in agguato: ed è
appena partito che Enea passa sul monte e ne discende sicuro. I due eserciti,
insieme, scendono lungo i pendii, guardandosi da lontano: e ci sarebbe
battaglia se non si avvicinasse il buio della sera. Le due schiere nemiche si
attendano, dunque, e si preparano i campi.
Libro dodicesimo

Duello finale

Tutte le schiere latine sono ormai vinte e disfatte.


Turno si sente osservato: vogliono che egli mantenga
quello che ha promesso. Come un leone ferito, la forza e il
coraggio gli aumentano nel petto.
“Io sono pronto!” grida al vecchio re Latino. “O io, da
solo riscatto la comune vergogna inviando all’Averno il
fuggitivo di Troia, o sia sua la vittoria, e Lavinia sua
sposa!”
Calmo risponde Latino:
“Giovane audace, è opportuno meditare gli eventi: tu sei l’erede di
Dauno, hai conquistato città, avrai ricchezze e favore; nel Lazio, molte donne
nobili e belle potranno esserti sposa felice; ascolta dunque il Fato, che non
concede Lavinia ai pretendenti antichi! Ho trascurato finora questo previsto
destino per un riguardo al tuo amore, e ai legami di sangue, e perché la mia
sposa ti preferiva a ogni altro: così ho tradito i patti che avevo con i Troiani, e
ho impugnato le armi. Tu vedi bene, Turno, che cosa ne è venuto. Non posso
più dubitare: opporsi è una follia. Pensa ai pericoli, ed abbi pietà del tuo
vecchio padre che ti attende in Ardea!” Ma Turno:
“Lascia, Latino, che io combatta, e che muoia se non avrò l’onore. So
maneggiare la spada, so far nascere anch’io le fontane del sangue! E non
potrà, Enea, con l’aiuto di Venere, nascondersi nell’aria…” Amata, la regina,
lo abbraccia ed implora:
“O mia sola speranza! Tu, che sei il solo sostegno dei Latini e del regno,
non affrontare il troiano! Se tu morissi, anch’io vorrò lasciare la vita, giacché
non voglio vedere mia figlia sposa ad Enea!”
Turno, amoroso e furente, risponde alla regina: “Non funestare con pianti
il mio duello, madre!” Poi manda un messaggero a chiedere ad Enea di
sospendere all’alba lo scontro fra le due schiere: lui e Turno, soltanto, si
giocheranno in duello la vittoria e la sposa.
Poi si ritira e prepara il cocchio, armi e cavalli, anche Enea, con addosso
le armi che Venere ha dato, consola i suoi compagni e l’angoscia di Iulo, e gli
ricorda il destino.
All’alba, Rutuli e Teucri misurano il terreno per il duello, altri preparano
gli altari e ornati di verbena, in vesti rosse portano acqua di fonte e
accendono fuochi. I due eserciti sono schierati di fronte come per fare
battaglia, ma ad un segnale ciascuno pianta la lancia per terra e depone lo
scudo.
Giunone, scesa dal monte che poi fu detto Albano, chiama Giuturna,
sorella di Turno e così dice:
“O tu, gloria dei fiumi, diletta ninfa, tu sai come ti voglio bene, e come ti
ho favorita presso il potente Giove; non accusarmi ora per quello che ti
attende. Io ho protetto Turno fino a quando il Destino lo ha permesso: ma ora
vedo che gli sta davanti una sorte crudele, e si avvicina la morte. Non
guarderò il duello; ma se lo vuoi aiutare, questo è il momento opportuno…”
Piange la ninfa, e si batte il seno con le due mani. “Lascia le lacrime,
tenta di strapparlo alla morte”, le consiglia Giunone. “Fai rompere il patto, e
riaccendi la guerra…”
Intanto, su una quadriga, avanza il re Latino. Su un cocchio tirato da due
cavalli bianchi viene Turno, e bilancia due grandi lance ferrate. Nelle sue
armi splendenti esce sul campo Enea, e accanto a sé ha Iulo, la speranza di
Roma. Enea chiama Giove e tutti gli altri dei a testimoni del patto: se a
vincere il duello sarà Turno, i Troiani se ne andranno in pace alla terra di
Evandro, e non ritorneranno; se sarà Enea il vincitore, egli non chiede un
regno, né asservire i Latini, ma solo un patto di pace e una nuova città, e
Lavinia per sposa.
Anche Latino giura:
“Qualunque cosa accada non romperò questi patti: chiamo su questa
promessa a testimoni le stelle, il mare, Giano e l’Averno, chiamo lo stesso
Giove, che schianta gli spergiuri!”
Ma quel duello ai Rutuli sembra battaglia impari: vedono Turno che,
zitto, va davanti agli altari con uno sguardo dimesso, mostrando scarso vigore
e molto pallido in volto. Giuturna, che si accorge del momento propizio,
prende l’aspetto fiero del nobile Camerte, e in mezzo alle schiere dei Rutuli
ripete:
“Che vergogna, affidare ad una sola vita tutto il nostro destino! Non
siamo molti e forti? Non siamo il doppio delle forze troiane? Se Turno
muore, avrà gloria, ma noi saremo costretti a lasciare la patria e a servire gli
stranieri!”
I giovani si infiammano sentendo quelle parole e si alza un minaccioso
mormorìo di guerrieri, e gli stessi Laurenti e i Latini, che prima desideravano
solo una pace serena, ora chiedono armi, e che venga disdetto il trattato: che
Turno segua il suo triste destino.
E, per inganno, Giuturna manda un miraggio: dal cielo scende un’aquila
rossa a scompigliare le penne di un branco di uccelli, poi cala sul fiume e
piomba sopra un cigno, ma ecco che gli uccelli che erano fuggiti si radunano,
e uniti attaccano il rapace che sopraffatto abbandona la sua preda, e
scompare.
Tutti vedono un segno: quell’aquila è Enea, e gli uccelli i Latini che lo
potranno scacciare se lo combatteranno, e corrono alle armi. Vola una lancia
latina e colpisce un figlio di Gilippo, un etrusco, che con nove fratelli è
alleato di Enea, e lo uccide. E i fratelli prendono in mano le spade, e
ricomincia l’attacco: presto un furore di guerra sconvolge le schiere. Volano
frecce, crateri, e i tizzoni strappati dagli altari fumanti, volano i bracieri in
una fosca tempesta di proiettili e fuoco.
Latino è stupefatto: fugge, portando via i Penati, profanati ormai dal
tradimento del patto. E infuria la guerra; Messapo insegue Auleste, che
portava le insegne, e lo manda a morire su un altare, gridando: “Questo è un
buon colpo: ecco una vittima degna per onorare gli dei!”
Con un tizzone infiammato Corineo incendia la barba di Ebuso che era
pronto a colpirlo col ferro; Also, il pastore, è inseguito da Podalirio, ma poi
gli si rivolta contro e con la scure gli spacca la testa.
Invano Enea, con la destra inerme e il capo scoperto, richiama i suoi a
gran voce per ricordare il patto: una freccia volante lo fa tacere, ferito. Turno,
vedendo il rivale che si ritira fra i suoi, si gonfia di speranza, chiede armi e
cavalli, balza sul cocchio e correndo fa strage di nemici; molti ne uccide,
molti lascia morenti sul campo, altri ne schiaccia col cocchio, e trafigge chi è
in fuga. Ed ammazzando Eumede, lo insulta dicendo:
“Prenditi dunque, troiano, l’Italia che volevi! Misurala col corpo, goditi il
dono che io faccio a tutti coloro che mi insidiano il regno!”
Mentre Turno fa strage, Enea ritorna nel campo con Acate e Mnesteo ed il
giovane Iulo: vuole strapparsi la punta della freccia dal corpo per tornare in
battaglia. Appoggiato alla lancia, senza ascoltare il pianto dei compagni e del
figlio, nasconde il suo dolore, mentre Japige cerca, frugando con la tenaglia,
di levargli la freccia dalla ferita, ma invano. L’arte che Apollo gli ha dato in
quel momento non giova, e intanto fuori si sente la battaglia infuriare e farsi
molto vicina. Polvere, frecce, rumore: l’orrendo segno di Marte riempie la
terra e il cielo.
Venere, a questo punto, commossa dal dolore del suo figliolo, vola, coglie
sull’Ida il fiore rosso e portentoso con cui i pastori curano le loro capre ferite.
Nascosta in una nuvola poi si avvicina e immerge quel fiore, e succo
d’ambrosia, nel bacile di Japige, che non si accorge di nulla: ed ecco, dalla
ferita esce da sola la freccia, e la piaga si asciuga e rimargina tutta, e nel
corpo di Enea torna intera la forza.
“Presto, portate le armi!” dice allora Japige. “Non è stata la sola mia
mano a guarirti, ma l’opera di un dio che ti riserva un destino!”
Corazza, scudo, schinieri: Enea è pronto e impaziente. Sebbene abbia
l’elmo abbraccia Ascanio, poi esce, e dietro a lui Mnesteo, e Anteo e gli altri.
E si gettano insieme dentro la polvere fitta della battaglia: lo vede Turno, e un
brivido freddo gli percorre la schiena. Come una nera nube che annuncia la
tempesta, così Enea viene avanti, e con i suoi fa stragi. Sale il clamore al
cielo: i Rutuli sono in fuga. Ma Enea non si cura di chi lo assale con frecce o
gli fugge davanti: lui cerca solo Turno e lo chiama alla lotta.
Ma Giuturna, temendo per il fratello, ne spinge via il cocchiere e al suo
posto prende la guida del carro, simile a lui nelle armi e in tutta la persona, e
si sposta veloce qua e là fra le schiere, sempre lontano da Enea.
Senza sosta gridando, li rincorre Enea: ma quando è quasi vicino
Giuturna frusta i cavalli e porta altrove, lontano, l’ignaro Turno, e lo salva.
Enea è incerto: e in quel punto gli si presenta Messapo scagliando un
giavellotto; subito Enea si inginocchia e alza il grande scudo. Il colpo lo
trapassa e tronca il cono dell’elmo, e fa cadere il pennacchio. Pieno di rabbia,
Enea grida che il patto è tradito, e invocando Giove si lancia in mezzo ai
nemici e col favore di Marte comincia a fare strage. Orribile è la battaglia,
difficile da narrare: Enea trafigge Sucrone; Turno taglia la testa ad Amico e a
Diore; più in là, in un assalto, Enea uccide Talo, Tanai e Cetego e il tebano
Onite.
Come due incendi in un bosco, i due eroi fanno strage: muore, ucciso da
Enea con un macigno, Murrano; Turno trafigge Illo e il valoroso Creteo;
Enea uccide Cupenco; tutti combattono tutti: Troiani contro Latini, Rutuli
contro Etruschi, è una battaglia infinita.
Venere spinge Enea ad attaccare le mura per scoraggiare i Latini; chiama
Sergesto e Mnesteo e il forte Seresto e da sopra un’altura grida ai Troiani:
“All’assalto! Giove è con noi, io vi dico! Se la città di Latino, causa di questo
conflitto, non si arrende, vi giuro: presto non resteranno che rovine fumanti!
E parli il fuoco, invece delle bugiarde parole!”
Infiammati, i Troiani vanno all’assalto con scale, corrono, lanciano fuoco
contro le porte, uccidono, lanciano frecce, tante da oscurare il cielo. Enea
grida, accusando ad alta voce Latino ed invoca gli dei. In città c’è il terrore, le
menti incerte e divise: alcuni vogliono aprire e arrendersi subito, altri
afferrano armi per l’estrema difesa.
E qui, per i Latini, si aggiunge un’altra sciagura: Amata, la regina,
vedendo che il nemico è quasi sotto le mura senza che i Rutuli e Turno
portino il loro aiuto, crede che il giovane sia morto in battaglia, e allora non
resiste al dolore, grida di essere causa di quella grande rovina, scioglie le
vesti e i capelli, e s’impicca a una trave. Cresce un urlo di donne, la notizia si
sparge: Lavinia con le unghie si graffia tutte le guance e si strappa i capelli. E
perde ogni fiducia il vecchio re Latino, perché vede che il Fato gli toglie
anche la sposa, e si getta sul capo cenere grigia, e si strappa tutte le vesti e si
accusa per non avere accolto come genero Enea.
Intanto Turno, lontano, insegue pochi dispersi e sente che il furore gli
svanisce dal corpo. Anche nei suoi cavalli la folle corsa si spegne. Sente nel
vento il rumore della battaglia lontana, e lo prende un presagio di sciagura;
Giuturna, che conserva l’aspetto dell’auriga Metisco, vuole distrarlo ancora:
“Guarda là dei Troiani! Fuggono, Turno, li vedi? Inseguiamoli ancora,
non manca certo alle mura una buona difesa!”
Ma Turno:
“Ti riconosco, ora, sorella! Chi è stato, su nell’Olimpo, a mandarti? Forse
tu sei venuta a vedere la fine? Niente più può salvarmi, la mia sorte è decisa.
Sono caduti gli amici, il valoroso Murrano e il generoso Ufente. Questa terra
vedrà l’indegna fuga di Turno? Devo aver tanta paura della morte, sorella?
Siate benigni, o Mani, giacché non piaccio agli dei: che io discenda fra
voi senza vergogna!”
Ferito, giunge al galoppo Sace e grida:
“Turno, da te dipende solamente se noi ci salveremo! Enea è sotto la
rocca e minaccia rovine, cadono già sulle case fiaccole ardenti: i Latini
guardano tutti a te. Amata, nostra regina, colei che ti sosteneva, si è tolta la
vita; solo Messapo e Atina resistono alle porte, ma dappertutto i Troiani,
mentre tu guidi la biga per queste lande deserte, premono sulla città!”
Turno tace, smarrito, con la mente sconvolta, incerto fra la vergogna, il
pianto e lo sdegno, il rimorso rovente, e la forza e l’amore. Poi torna in sé e,
guardando verso le mura l’assalto, vede levarsi le fiamme e l’aria piena di
fumo attorno all’alta torre che lui ha fatto innalzare come ultima difesa.
“Lasciami ora, sorella; ora è il Fato che spinge, e seguirò il suo
comando!”
Corre fra i Rutuli e grida:
“Basta, abbassate le armi! E anche voi, Latini: questo è il mio momento!
Devo scontare la colpa per il patto violato, e affrontare la prova”.
Tutti cedono il posto e si ritirano in fretta.
Enea, dall’alto, lo sente e abbandona le mura; interrompe la strage e lo
affronta deciso.
Tutti i Rutuli, e tutti gli Italici e tutti i Troiani, allora, attaccanti e
attaccati, depongono le armi e con grande stupore guardano i due eroi
prepararsi al duello.
Così Turno ed Enea cominciano l’assalto, agitando lo scudo e scagliando
le lance, poi con colpi di spada. Come due tori silani si feriscono al petto,
spargono sangue, si danno colpi tremendi, e il rumore sale fino alle stelle.
Giove, là sopra, sospende una bilancia, e sui piatti mette le sorti di
entrambi, per vedere chi sia condannato a morire. Turno cala un fendente,
gridano i Latini: ma il ferro infedele si spezza sopra lo scudo che Vulcano ha
forgiato. Turno indietreggia, stupito, con l’inutile elsa stretta nella sua mano:
giacché, narra la Fama, quando era balzato sopra il cocchio, per sbaglio,
aveva preso la spada del suo auriga Metisco, e non l’arma del padre. E la
lama fatale, che resse contro i Troiani, nulla può fare contro lo scudo di
Vulcano. Dunque, senza più spada, fugge Turno, ma intorno ha da una parte i
Troiani, dall’altra le alte mura.
Benché debole ancora per la ferita, Enea lo insegue e lo incalza, come fa
il cane col cervo. Si alza immenso il clamore su tutto il fiume, e nel cielo.
Turno chiama i Rutuli e chiede la sua spada: ma Enea già gli è addosso e
minaccia i nemici e l’intera città se qualcuno lo aiuta.
E fanno cinque giri da una parte e dall’altra: non è una gara per premi, ma
per salvare la vita.
Turno corre veloce, allora tenta Enea di cavare dal ceppo di un oleandro,
nel quale si era conficcato, il suo giavellotto. E Turno:
“Oh, trattenete quell’arma, Fauno e Terra, se è vero che sempre io vi ho
dato onore!”
Le sue preghiere pietose trovano ascolto: per quanto si affanni Enea, la
lancia resta piantata nel ceppo, dentro le dure radici. E prendendo di nuovo
l’aspetto dell’auriga, Giuturna raggiunge il fratello e gli passa finalmente la
spada.
Venere vede, e sdegnata che una ninfa osi tanto, strappa, invisibile a tutti,
la lancia dall’oleandro: così di nuovo i due eroi sono di fronte, e la lotta
ricomincia spietata. Su fra le nuvole, intanto, Giove dice a Giunone, che sta
guardando il duello:
“Dove vuoi giungere, sposa? I Fati chiamano Enea alla vittoria; ora cedi,
e non covare in silenzio il tuo rancore, e non stare a dirmi quanto tu soffri.
Questo è il momento. Hai infierito per molti anni, per terra e per mare;
infiammato animi e fatto guerre, hai turbato le nozze, ma ora basta”.
E Giunone:
“Io mi ritiro, potente, da questa guerra esecrata”.
E placa l’animo ardente, scomparendo nel cielo. Allora Giove manda una
delle due Dire, figlia dell’orrida Notte, a dare un segno a Giuturna perché
abbandoni il fratello al suo destino. Veloce cala la tetra inviata sul campo
della battaglia e trasformata in un gufo di quelli piccoli, prende a svolazzare
davanti alla faccia di Turno, e a sbattere le ali sopra il suo scudo. L’eroe sente
uno strano sgomento, e i capelli drizzarsi in testa per il terrore. E l’infelice
Giuturna, riconoscendo la Furia, si batte il petto coi pugni e si lamenta:
“Oh, Turno, che cosa posso fare, io misera ancora? Come ti posso aiutare
a continuare la vita? Io lascio il campo: smettete lugubri uccelli! Conosco il
decreto di Giove!”
Così dice la ninfa e si avvolge in un velo azzurro il capo, e si immerge nei
larghi gorghi del fiume.
Veloce cala la tetra inviata sul campo della battaglia e trasformata in un gufo
di quelli piccoli, prende a svolazzare davanti alla faccia di Turno…
Intanto grida Enea, agitando la lancia:
“Smetti di correre, Turno, ed affronta la lotta! O cambia forma, e ricorri a
qualche trucco speciale: cerca di sollevarti verso le stelle in volo, o
sprofondarti per terra!”
E Turno:
“Questi insulti non mi spaventano, Enea, ma solo l’ira di Giove”.
E mentre parla, vede un immenso macigno che sta lì da gran tempo come
confine di un campo. Lo smuoverebbero a stento dodici uomini: lui lo solleva
e lo scaglia contro Enea. Vola la grande pietra nell’aria, ma non raggiunge il
segno.
Turno si sente vuoto dell’antico vigore. Guarda smarrito i Rutuli e la città
di Latino, e indugia tremando, sentendo il colpo arrivare. Non ha più via di
scampo, non c’è più il cocchio, o l’auriga. E mentre esita, Enea, mirando un
punto scoperto, con tutte le sue forze scaglia la lancia, che corre come una
nera tempesta e trapassa lo scudo e trafigge la coscia di Turno, che si piega in
ginocchio, e stramazza battendo forte sul suolo.
Si alzano i Rutuli, e un altissimo grido si leva, rimbalzando fra la foresta
ed i monti. Il ferito solleva lo sguardo spento, e dice:
“È giusto, non chiedo in dono la vita. Ma se tu provi pietà per il mio
misero padre, restituisci il mio corpo ai miei parenti. L’Italia ora è tua, e tua
sposa sarà Lavinia: ora il tuo odio finisca”.
Rimane fermo Enea, e le parole di Turno lo stanno già commuovendo, ma
sulla spalla gli vede il balteo di Pallante e gli ritorna il dolore per il giovane
amico che Turno ha massacrato.
“Con questo colpo, non io ti uccido”, gli dice, “ma ti uccide Pallante: per
mia mano si compie la sua vendetta”.
E furioso gli pianta il ferro nel petto.
La dura e gelida morte entra nel corpo di Turno, e la sua vita, gemendo,
fugge rabbiosa all’Averno.
Finito di stampare nel mese di settembre 2010
presso le Arti Grafiche La Moderna di Roma
1)
Il figlio di Enea sarà qui chiamato
indifferentemente, come in Virgilio, Ascanio o
Iulo. ↵