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STEFANO BRAMI

IL SIGILLO
PERDUTO
Prologo

anno 530

“ la tua mossa Re Vacone non ci potrà che


portare immensi benefici... donare in sposa una
delle tue figlie al tuo più acerrimo nemico ah,
maledetti Franchi, sarà un’alleanza fatale contro i
Turingi...il colpo di grazia, la loro fine sicura...”

“ vedi Diacono, noi Longobardi siamo


considerati dei Barbari, e nessuno penserebbe
mai che dei miseri Barbari possano mettere in
atto strategie così raffinate per arrivare al
potere ..eh ecco la mia Visegarda : il momento è
giunto. Oggi Re Teodeberto sarà tuo
sposo! ...sorridi mia cara il momento delle nozze
è arrivato.”

....

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anno 760

“padre Desiderio, già in passato i nostri avi


hanno cercato di trovare la pace con i Franchi
sperando di ottenerla con i matrimoni, ma questa
non è mai stata duratura. “

“Ermengarda, donna Bertrada è d’accordo, tu e


tua sorella Gorberta andrete in spose ai sui figli
Carlo e Carlomanno, la pace sarà duratura ed io
ormai rimasto solo potrò ancora tenere testa al
Papa. E tu, Ermengarda, se ce ne sarà bisogno
userai il Sigillo, ricorda, lo userai solo se non ne
potrai fare a meno: giura!”

“certo, lo che lo giuro, sai quanto vale per me”

“ma ricorda, dovrai riportare il Sigillo dove


l’aveva trovato Liutprando il nostro grande Re
affinché sparisca per sempre nel buio delle
Foreste. Sai che il suo potere non ha limiti né
fine, assicurati con certezza che nessuno mai
possa ritrovarlo.”

“So bene che Carlo si scaglierà anche contro di


me ma poco importa; il nostro compito è quello
di mantenere il segreto che da oltre duecento
anni ci appartiene...confido in te! abbine cura più
della tua stessa vita!”

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Una valle nel cuore dell’Italia

Vi è mai capitato di voler scrivere una storia,


magari importante, forse unica, indimenticabile e
tutte le volte che cominciate a buttar giù qualcosa
vi prende una sorta di ansia e di disagio che siete
costretti a cancellare le poche righe appena scritte
e pensare ad altro? A me succede. Anzi è
successo più volte da quando mi sono messo lì
con l’intento di raccontare questa strana storia di
avventura, di mistero, o forse solo di date e
avvenimenti storici così diversi e distanti tra loro
ma legati da un sottile invisibile filo: il filo di
quella matassa che, una volta avuta
“l’illuminazione”, sono riuscito a dipanare e d’un
tratto, tutto quello che era successo fino ad oggi
e tutte le vicende che conoscevo e che si erano
susseguite fin dai tempi de’ tempi, mi sono
sembrate chiare, perfette, ovvie. Ogni cosa

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accaduta doveva per forza essere così, non
poteva che succedere in quel modo e sapevo ora
che, molte cose di cui il mondo intero si era
inebriato e per le quali molti avevano goduto e
sofferto, amato e odiato, avevano avuto origine
qui, in questa piccola valle sperduta nel cuore
dell’Italia, a cavallo tra la Toscana e la Romagna.
Terra litigata da Fiorentini e Aretini, e prima
ancora da Etruschi e Romani. Terra insomma
contesa da sempre chissà per cosa, e da sempre
invece isolata e protetta dalla sua stessa natura
che pare la voglia cingere in un abbraccio
protettivo. Un anfiteatro naturale al centro del
quale scorre da sempre la vita: qui nasce e corre il
suo primo tratto

quel fiumicel che nasce in Falterona


E cento miglia di corso nol sazia
(Dante, Purgatorio, XVII)

Silenzioso, ubbidiente, quasi addomesticato, se ne


va fino in fondo alla valle per poi risalire
incomprensibilmente verso nord fino a tornare
quasi all’altezza della sua sorgente ed invadere
prepotentemente tutta la Toscana. Sarebbe
esistita Firenze senza il suo Arno? ...e Pisa? E
quanta legna e legna l’Opera del Duomo ha
scivolato giù per drizzar su Santa Maria del Fiore
e poi fino a Pisa per gli alberi delle navi e ancora
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più in là fino alla Francia ed oltre: queste foreste
hanno servito cento porti e cento città.

Da sempre qui si rispettano le cose “naturali” e


non meno quelle prodotte dall’uomo, con la
convinzione che tutto quello che abbiamo
trovato perché ci è stato lasciato da qualcuno
dovrà essere consegnato inalterato a quelli che
verranno dopo, anche a rischio di non cambiare
qualche “trave rotta”: non ci sarà il sospetto che
si sia voluto sottrarre qualcosa del passato al
futuro rischiando di rendere meno comunicativi i
messaggi che le cose trasmettono.

Questa è la terra dove vivo. Questo è il


Casentino.

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Giona, Settembre 1020

Tre uomini al freddo

Penso ancora se un uomo piccolo piccolo come


me potrà raccontare di personaggi così grandi e
importanti per l’umanità; di quel che accadde
loro, di quel che fecero, e soprattutto delle

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sensazioni che debbono aver avuto nel trovarsi in
quei luoghi e in quelle situazioni che pur
sembrando a loro normali nel momento in cui le
vivevano, avrebbero poi avuto conseguenze
straordinarie ed uniche. Ma andiamo con ordine.

Giona, Settembre del 1020

Difficile ricostruire esattamente quello che


accadde la sera di quel freddo Settembre di inizio
millennio. Bisogna lasciar parlare quei luoghi,
quelle case, quei viottoli ancora ciottolosi,
quell’aria fredda e acuta che anche in Settembre,
all’imbrunire, ti costringe a vestire pesantemente
come se già fosse inverno. E che inverno quello
che stava per arrivare. Forse il peggiore di tutto il
millennio. E poi sotto la Verna fa sempre freddo,
anche d’Agosto. Stremati, affaticati, affamati e
sconsolati tre uomini, due più giovani e il terzo di
età avanzata e in groppa a un somaro si
avvicinano a delle casupole dove a giudicare dal
fumo che esce dai camini ci dev’essere già il
fuoco acceso e forse anche qualcosa di caldo da
mangiare. “Aprite, per carità, abbiamo bisogno di
un po’ di conforto” gridava il più anziano di
questi, e dall’inflessione della voce, sentita al di là
della misera porta di legno sbrindellato finita
rozzamente e montata anche peggio che ci
passavano le mani tra lo stipite e l’uscio, chiusa e
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puntellata per paura di masnade di bande che
come ben saprete a quel tempo razziavano e
straziavano tutto quello che trovavano lungo la
loro strada, si capiva chiaramente che non si
trattava certo del modo con cui si presenta uno
di quelli capitato lì solo per darti disgrazia. La
sua voce era sottile, femminea, quasi a far
pensare a quella di una donna. Ma quale femmina
poteva stare fuori a quell’ora? e poi con chi? e
comunque lungo la strada di Serra non sai mai
chi puoi incontrare. Anche i legionari di Roma
qualche secolo prima rischiavano spesso la botta
in testa e a nulla era valso lastricarla e segnarla a
modo per farla diventare una vera strada romana
perché, in mezzo a queste foreste, nel buio pesto
della sera qualunque incontro era possibile,
dall’assassino al monaco, dal lupo all’agnello.
Eppure quella strada era utile e anche molto
transitata, avanti e indietro, perché con facilità si
arrivava da Arezzo a Bagno di Romagna e
viceversa: la Via Maior. Chiamarono e
bussarono ripetutamente con il palmo della
mano aperta, anche col rischio di infilzarsi con
un chiodo o una scheggia ma quella porta non si
apriva. Al padrone di casa, visti i tempi, non
bastava certo il sentore di una voce meno rozza
delle altre per aprire la sua dimora a quell’ora e
perciò, per sbrigarsi a levarsi di torno quella
gente prima possibile, aprì una portellone del
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piano di sopra e buttò giù uno straccio con
qualche pezzo di pane e un cintello di maiale che
non si darebbe neanche a un cane. “Ecco qua! e
ora andatevene o prendo la forca” fu la gentile
risposta dello sconosciuto ospite. Una botta al
portello e poi il silenzio. Forse era tornato a
dormire: in campagna si va a letto presto e poi
quando è buio così, che fai di meglio che
chiudere gli occhi e aspettare che le prime luci
dell’alba ti rassicurino che un’altra nottata e
passata? Lui fece di certo questo mentre i nostri
sventurati pellegrini si accontentarono di quel po’
di pane e del calore di quell’asina al quale si erano
stretti vicino vicino, per aspettare la luce del
nuovo giorno che gl’illuminasse ancora il
cammino. “Credevo d’esser l’unico sventurato -
disse l’uomo con la voce femminile - mi pare
invece di aver trovato buona compagnia”
rivolgendosi agli altri due. “Io vado in giro con la
mia asina- proseguì- voi non avete niente e
nessuno eh!” E meno male che aveva l’asina,
perché arrivare dalla Romagna a piedi per uno
della sua età era di certo un viaggio di tutto
rispetto; non che non si facesse, ma a dorso di
mulo è sempre meglio che a piedi. E poi avere
l’asina significava di sicuro che costui non era
proprio un morto di fame anzi, forse era anche
qualcuno che contava. “Anch’io una volta avevo
un somaro” disse l’altro rimanendo sdraiato con
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la testa leggermente sollevata su un mucchio di
fieno. Un omaccione grosso e ben piantato che
incuteva anche un po’ di soggezione se ne stava li
spaparanzato quasi rassegnato a digiunare e a
morire di freddo come se fosse avvezzo a passare
giorni e notti all’aperto e con la fame. Forse era
andata peggio a lui che se ne veniva a piedi da
San Miniato, nel fiorentino, ed aveva fatto di
sicuro un po’ di giorni di cammino prima di
arrivare fino a lì; e chissà quanti ancora aveva in
mente di farne se intendeva proseguire per la
Maior. “Mai avuto niente” sottolineò il terzo
uomo canticchiando; un tipo dall’aspetto un po’
curioso con un testone grosso e spigoloso che a
vederlo così nella penombra pareva nemmeno
fosse del tutto rifinito! Aveva dello strullo, come
si dice noi da queste parti, anche per via di quella
continua cantilena che faceva sorbire: re-so-na-re
fi-bris fa-mu-li tu-orum. E a forza di cantare lagne
aveva fatto innervosire anche quell’animale
benedetto che cominciava a dare segni di
nervosismo. -“Come mai vi trovate a passare di
qua?”- chiese l’anziano ai due giovani sdraiati con
l’intento di capire se aveva a che fare con dei
banditi o con dei pellegrini. Il timore di
incontrare gente poco raccomandabile, è inutile
dirlo, c’era eccome, ed anche se lui era uomo di
mondo, ne aveva passate di cotte e di crude, e
forse aveva addirittura ucciso un uomo, non
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poteva certo permettersi di accorarsi con
tranquillità senza sapere se quelli che gli stavano
accanto erano brava gente o malfattori.

“Ero un monaco” rispose con la vociona quello


grosso e senza che nessuno lo incalzasse si mise
a raccontare della sua vita, del fratello ucciso e
del suo perdono verso quell’assassino che,
quando se lo trovò davanti, invece di tirargli il
collo pensò a Cristo nella Croce e lo lasciò
andare. Aveva capito che poteva essere un uomo
di Dio. Ma quell’Abate di San Miniato col quale
aveva più volte litigato non lo sopportava
proprio più ed aveva deciso di lasciare l’abbazia
perché era meglio girovagare e mendicare
piuttosto che starsene rinchiuso “a veder sciupar
le cose del Signore”.
“Ti sento vicino fratello” disse il vecchio. E
come quando ormai il ghiaccio è rotto e sai che
quel che accade ti accomuna anch’egli cominciò a
raccontare e aveva tante di quelle cose da dire sia
per l’età che per la famiglia a cui apparteneva che
dopo un po’ i due giovani all’ascolto stavano
quasi per dormire. Non tralasciò niente: suo
padre Duca di Ravenna, i suoi modi di fare
effeminati che a dir suo era per il fatto che lo
avevano cresciuto le donne di casa, il suo delitto
compiuto durante un festino al quale il padre lo
aveva obbligato a partecipare, la sua esperienza
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monacale durante la quale però non aveva
imparato né a leggere né a scrivere ma solo a
prendere botte sulla testa dal suo maestro che,
disperato e affranto per non riuscire a insegnargli
niente, lo supplicò di andarsene per altra via
perché tanto “con te non ci si leva nulla”.
“Resonare fibris” che bella compagnia! berciò
allora il testone. “Gaudeamus in Domino!”- ed
attaccò con salmi e motti in latino e siccome
mentre gli altri due raccontavano lui pareva che
pisolasse, veniva da pensare che forse stava
sognando e in preda a un incubo parlasse fra se
nel sonno. Capirono poi che era sveglio ed anche
lui ... un monaco. Nessun altro poteva conoscere
tutte quelle monodie se non un monaco di
professione. Si capì a stento che veniva da Talla,
da li poco distante e che anche lui se ne andava in
giro in attesa di trovare una collocazione in
un’abbazia o in un romitorio che gli garantisse
almeno un pasto e un tetto per la notte.

Ecco insomma tre uomini di Dio e un somaro


che cercano di riposare in una piccola radura
dove la selva dell’Appennino dirada un po’. Lì
vicino un piccolo rivo d’acqua gelida che se non
altro serviva a non morir di sete e là davanti, nel
buio, quelle casupole dalle quali si sentiva ancora
venir fuori l’odore del fuoco spento.

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Tre uomini soli, tre servi del Signore che per caso
quella sera si erano incontrati in quel piccolo
borgo di Giona: persi nella strada e forse anche
nello spirito. Chissà dove sarebbero andati a
finire il giorno seguente se nella notte che stava
per calare non fosse accaduto quello che sto per
raccontare.
Che nottata! e che nottata insonne quando il
testone, in preda a chissà quale delirio, riattaccò
con quella cantilena del resonare fibris. L’asina, che
fino a quel momento non s’era più mossa come
se fosse stata attenta a seguire i racconti che i tre
facevano, d’improvviso scocciata di sicuro dalle
lagne del monaco cantore cominciò a scalpitare e
rizzando il culo saltava su a piè pari e giù
sferrava calci nel vuoto e tornando giù razzolava
nella terra e scalpitava e razzolava e calciava...Un
putiferio. Per calmarla il suo buon padrone
l’abbracciava e le sussurrava all’orecchio chissà
quali parole e l’accarezzava e fece tanto e poi
tanto che, dopo un quarto d’ora la bizza si calmò
e l’animale, rilassato e stanco, chiuse gli occhi e si
addormentò.
Ma stendendosi di lungo all’animale per riposare
finalmente un po’ e per tenerlo calmo facendogli
sentire la sua presenza li vicino, si accorse che
l’asina, nello scalpitare, aveva tirato fuori dalla
terra qualche cosa. Allungò il collo e poi il
braccio e rovistò fra gli escrementi della bestia.
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Gli faceva schifo ma in fondo emanavano calore
e ormai la curiosità era troppa che doveva finire
di tirare sù quello che l’asina, coi calci, aveva
levato dalla terra. Si ritrovò in mano una specie
di medaglione forse di pietra, poco più grande di
una mano, che puzzava di merda e sembrava
fosse caldo, forse perché restato sotto la terra o
forse per aver preso il calore dello sterco.
“Che hai trovato?” chiesero i giovani incuriositi.
E passandosi di mano in mano quel coso
puzzolente se lo avvicinavano agli occhi per
vedere cos’era e presto lo tiravano indietro tanto
l’odore che emanava. “Domattina, di giorno, gli
daremo una sciacquata e vedremo cos’è”- disse il
vecchio. La compagnia si chetò e finalmente la
notte passò senza imprevisti.
Le prime luci dell’alba portano a chi sta nel
dormiveglia il primo indizio di come sarà il
giorno e ci si accorge subito se una volta alzati
saremo nervosi, stanchi, riposati o già con la
mente occupata da qualcosa che si deve fare; se
è una cosa importante quel pensiero ci
arrovellerà fin da subito tanto da non farci
sentire la fatica del risveglio e d’un balzo ci si
ritrova su bell’e pronti. Lo stesso fecero i nostri e
presto presto, sentito l’uno che l’altro si
muoveva , furono in un lampo tutti desti e col
pretesto di levarsi le cispe dagli occhi si
avvicinarono all’acqua con l’idea di lavare prima
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del viso quella cosa che in nottata gli era capitata
per le mani. Preso l’oggetto lo infilarono subito a
mollo ma quello bruciava che non si teneva in
mano e più lo si lavava e più bruciava: eppure ora
era pulito e non c’era più nessun motivo ché
fosse così caldo. Lo levarono dall’acqua e lo
appoggiarono per terra lasciandolo cadere dalle
mani: non ce la facevano più a tenerlo. Lo
esaminarono attentamente: su un lato si vedeva
abbastanza nitida una specie di scritta, mentre
sull’altro sembrava che ci fosse un disegno.
Capirono che non era cosa di valore, non era
d’oro, ma il desiderio di guardare quell’oggetto e
ancora più di prenderlo e tenerselo nella sacca
era irrefrenabile così che cominciarono a
contenderselo come fanno i ragazzi quando
litigano per un qualcosa.
Tornati in senno di corsa fecero visita alla piccola
chiesa di Giona per adorare la statua di legno
della Madonna col Bambino in braccio poi,
sempre di corsa, girarono quelle piccole case per
benedire i muri e i loro padroni e di li a breve
tutti gli abitanti del piccolo villaggio furono
benedetti e santificati più volte da questi tre
monaci in preda a una viva eccitazione.
Non sappiamo quanto questa storia andò avanti
ma nei giorni seguenti in cui i tre restarono
insieme a vagare per i boschi del Casentino
benedicendo tutti quelli che incontravano,
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quell’oggetto passò di sacca in sacca perché
bruciava così tanto che in mano non si teneva e
col passare delle ore qualcosa stava succedendo. I
loro atteggiamenti sembravano più decisi e sicuri,
il loro linguaggio pareva persino più forbito e gli
stessi discorsi che fino ad allora erano state poco
più che chiacchere da osteria, si facevano sempre
più complicati e profondi e sembrava che
potessero discernere a piacimento di filosofia,
teologia e storia. Lo stesso monaco cantore che
dei tre era forse il più confuso, d’improvviso
aveva tirato fuori dalla sacca un pezzo di stoffa
sul quale si era messo a scrivere cose poco
comprensibili per noi ma non per i suoi
compagni di viaggio con i quali discuteva e
cantava e insieme onoravano il Signore e ne
magnificavano il suo nome a squarciagola.
I giorni passarono, forse dieci o quindici e i tre
monaci fecero dei lunghi giri per la valle
continuando a parlare fitto fitto da mattina a sera
e continuando a maneggiare quel coso trovato da
quell’asina in quella fredda notte di Giona. Anche
il somaro, ormai rinvigorito, se li portava sulla
groppa a turno finché, una mattina, sul sentiero
che conduce ai campi di Maldolo, su nel monte
che va verso Badia, la povera bestia impaurita
dall’attacco di un cane rabbioso, si impennò,
disarcionò il testone che la montava e prese a
corsa giù per un burrone.
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A niente valsero le ricerche che nelle ore seguenti
i monaci disperatamente vollero fare. Quell’asina
non si ritrovò e, purtroppo nemmeno quella
bisaccia dove gelosamente quello strano
medaglione era custodito, legato alla soma
dell’animale.
Il dispiacere fu enorme; era come se fosse venuto
a mancare un padre, una madre, un figlio e tutto
questo dolore non era certo per l’asina alla quale
tutti erano affezionati: era per quello strano
og getto che br uciava e col suo fuoco
alimentava ...il motore dell’universo.

Questo almeno pensavano i tre monaci e questo


in realtà poi accadde:

Romualdo, il più vecchio si fermò proprio li


vicino nei campi di Maldolo e dette vita
all’Eremo di Camaldoli e all’ordine dei
Camaldolesi: oggi è Santo.

Giovanni, l’omaccione, s’incamminò verso La


Consuma e lì in un posto indicatogli da Dio dette
vita all’Abbazia di Vallombrosa e all’ordine dei
Vallombrosani: oggi è San Giovanni Gualberto.

Guido, quello con la testa spigolosa, passò da


casa sua a Talla e poi giù verso Roma perché il
Papa, sentito parlare della sua musica, lo volle

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conoscere personalmente: è Guido d’Arezzo al
quale dobbiamo le note musicali, forse il
linguaggio più universale che c’è.

I nostri tre amici avevano davvero alimentato il


motore dell’universo.

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Camaldoli - La Verna 1220

Il piccolo uomo scalzo

Il tempo è passato. Lasciati i nostri poveri


monaci a realizzare i grandi progetti divini ai
quali erano stati chiamati, facciamo un salto in
avanti di due secoli esatti. La storia che sto per
raccontare non è meno avvincente della
precedente.
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Alpe di Catenaia Giugno 1220

Sono passati due secoli dall’incontro con i nostri


tre monaci, ma niente sembra essere cambiato.
Quelle strade, quei boschi che sembrano paurose
selve piene di animali e quei viandanti che
cercano qua e là un posto dove riposare le
membra stanche. Se chiudo gli occhi e immagino
la scena mi pare di vedere quella raccontata
prima. Qualcosa però è cambiato; le paure, i
timori, le preoccupazioni che devono aver avuto i
nostri avi allo scoccare dell’anno mille ora sono
svanite. Il mondo rinasce a nuova vita anzi alla
certezza della vita. Si guarda al futuro con fiducia
e speranza. E speranzosi erano di certo quei
quattro uomini con uno strano vestito indosso;
sembravano monaci ma non lo erano. Arrivando
dall’alpe di Catenaia penso senz’altro venissero
dalle attuali Marche o dalla vicina Umbria.
Vedendoli marciare con quei piedi scalzi che
lasciavano intravedere le caviglie nude e pelose
che sbucavano dal tonacone, avevano più l’aria
d’essere una brigata di amici in cerca d’avventure
che un gruppo di pastori della Chiesa. In testa a
tutti stava il piccoletto, poco più di un metro e
mezzo di statura, ma si vedeva dal passo della
marcia che di sicuro era il più pronto e vispo. Gli
altri tre venivano dietro a branco e cantavano e
ridevano sollazzandosi con tutto quello che gli
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capitava attorno. “Buon uomo - rivolgendosi a
un pastore- indicatemi la terra di Catani, ch’io
devo fargli visita!” Il Conte Orlando Catani
possedeva le terre di Chiusi e i monti intorno,
quindi anche quello della Verna. E questo era
probabilmente il motivo della visita. Poco tempo
prima infatti l’ometto aveva incontrato il
nobiluomo al Castello di San Leo, durante una
festa, e questi aveva promesso al giovane di
donargli il Monte della Verna se avesse voluto
ritirarsi lì in preghiera con i suoi amici. Con
questa visita Francesco voleva capire se quel
luogo poteva essere adatto alla realizzazione del
suo sogno.

Marciarono ancora un giorno verso quel monte


intravedendone già da lontano la sua strana
forma. Una volta sul posto il luogo era proprio
affascinante, anche se fitto di roghi e con le rocce
che sembravano spaccarsi a metà per inghiottirti
nelle pene dell’inferno. Rimasero perplessi. Il
Conte li scortò fino all’eremo di Camaldoli per
passar la notte e meditare sulla sua proposta.
Nella terra di Maldolo, dove ricorderete il
vecchio Romualdo aveva dato vita ad una
comunità di eremiti, con l’andare del tempo si
rafforzava sempre più la componente cenobita e
tra il duecento e il trecento qui si aprivano le
porte anche ad altre correnti di pensiero: frati
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predicatori, frati mendicanti, francescani e
domenicani. Per tutti un punto di ristoro
materiale e soprattutto spirituale. I francescani in
particolare, in questa terra sono sempre stati
guardati con rispetto e simpatia; per secoli hanno
vissuto in mezzo a queste montagne e nei paesi
della valle e hanno integrato il loro pensiero con
quello degli abitanti, diventando par te
fondamentale di questa comunità. Quante volte i
frati da cerca e anche da vespro vagavano per le
campagne in cerca di una coppia d’uova o un po’
di latte da scambiare con qualche indulgenza;
sicuramente fino alla metà del secolo scorso. Mi
ricordo bene anch’io, che sono degli anni
sessanta, il rito giornaliero dei frati che
suonavano il campanello di casa per una
merenda, quattro chiacchere e un rosario: li
aspettavo tutti i giorni affascinato da quei
vestitoni marroni e quella corda con i nodi che
gli cinge la vita. I loro racconti, con le
interlocuzioni in quel latino curioso, o la
familiarità che qualche Padre Guardiano aveva
con la lingua egizia a causa di qualche missione
svolta laggiù, mi divertivano proprio. Quando
poi, fatta merenda, se ne tornavano in convento,
rimaneva tutta la sera quell’odore forte di “frate”
per tutta la casa. Poi c’erano le funzioni: entravi
nella chiesa di San Lorenzo e già respiravi
quell’atmosfera di serenità; passavi la porta del
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convento e sentivi il rimbombo delle suole in
quei lunghi corridoi abituati al silenzioso
pesticcio dei sandali. E poi, indimenticabili, le
prove per la Corale. I tenori il martedì, i bassi il
mercoledì e le donne il sabato pomeriggio con il
frate direttore che non disdegnava vergare
qualche pizzicotto nel culo delle ragazze o
qualche benevola frustacchiata col cordone alle
gambe di noi ragazzi. Così anch’io ho imparato a
pregare Dio con il suono dell’organo e l’intreccio
polifonico delle voci: che tristezza
l’accompagnamento musicale che si sente nelle
Messe d’oggi!

Chissà se Francesco avrà immaginato tutto


questo quando passò a Camaldoli i suoi primi
giorni in Casentino. Il suo ordine ormai si stava
consolidando, ma al ritorno dalla Terra Santa
aveva trovato fra i suoi confratelli non pochi
dissensi tanto addirittura da farlo dimettere
dall’incarico di Superiore. Forse aveva bisogno di
recuperare quella forza d’animo che certo non gli
mancava e la spiritualità di quell’eremo ed il
contatto culturale così intenso che lì si respirava
non poteva che fargli bene. Le sue giornate
passavano in silenzio passeggiando tra i boschi
secolari di quei monti; e tra le fronde degli alberi
che filtravano i raggi del sole pareva rivedere il
segno della luce irradiata dall’Onnipotente. Il
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frate pregava e pensava, credeva e dubitava, non
certo della grandezza del Signore ma della razza
umana in generale, così rissosa, avida e crudele.

Una mattina, svegliatosi all’alba per scendere a


piedi dall’Eremo verso il Monastero s’incamminò
lungo un viottolo scosceso, rimasto anche oggi
tale e quale, con il suo solito andamento
sostenuto. Ma guardando con la testa in su fra gli
alberi come per aspettare quel segno divino, non
s’accorse di quella grossa radice di castagno che
sbucava fuori dalla terra e vi inciampò. Cadde in
avanti e rotolò fuori dal viottolo finché per
fortuna si infrascò fra i rami degli alberi e
terminò la sua rovinosa discesa. Lo spavento fu
tanto, ma solo quello, levato che uno sbuccio sul
ginocchio. Pareva di certo che il Signore l’avesse
protetto ma, l’agilità di quel corpo esile e
minuto, aveva fatto la sua parte. Nella scivolata il
saio si era riempito d’erba e di sassi e persino il
cappuccio era pieno di robaccia. Francesco si
rialzò, scrollandosi di dosso lo sporco e fra i
ciottoli che si era tirato dietro, ne notò uno che
aveva una strana forma per essere naturale. Lo
raccolse, vide che sopra c’era una strana scritta, e
decise di tenerlo infilzandolo nella tasca del suo
vestitone grigio di lana filata a mano. Francesco
era piccolo e se vi capita di andare alla Verna
vedrete quel saio lungo un metro e venticinque
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ma con la circonferenza giù alla base di oltre due
metri che ci fa ben dire che aveva un vestitone o
meglio un tonacone. Lo sbuccio non faceva male
e rapidamente arrivò giù al Monastero per
incontrare altri confratelli. Ben presto però sentì
che qualcosa gli stava succedendo. Mise la mano
in tasca e toccò quell’oggetto che emanava
calore. Uno stato di agitazione lo colse. Un
bisogno irrefrenabile di andare verso il bosco per
contemplare la natura e attraverso di essa Dio.
Prese a corsa nuovamente, figurarsi se pensava al
ginocchio, e in un attimo tornò in quella selva
dove a stento si passava e iniziò ad abbracciare
gli alberi, a baciare le foglie, ad accarezzare i sassi
e tutto quello che trovava intorno lo adorava e lo
amava sapendo che era opera del Signore. La
natura, l’espressione più perfetta della volontà
divina, da ammirare, adorare, predicare. Il giorno
seguente, all’alba si mise in cammino per tornare
a quel monte offertogli dal Conte Orlando,
deciso a trascorrere lì, a stretto contatto con la
natura, i suoi ultimi anni di vita. Nella sua mente
già pensava al terzo ordine francescano, i
Terziari, e forse già anche alla Regola definitiva
approvata poi da Papa Onorio III. E toccava la
tasca e sentiva che quell’oggetto che aveva
raccolto era li e lo voleva avere sempre con se.
Non lo aveva neppure guardato, non sapeva che
ci fosse scritto sopra; dal momento della caduta
31
in cui se l’era praticamente trovato addosso, non
lo aveva più tirato fuori dalla tasca, ma la sua
presenza gli dava sicurezza e una gran forza di
volontà. I Fioretti narrano che quando egli arrivò
alla Verna fu accolto alle falde del monte da una
grande torma di diversi uccelli, li quali con battere
d’ali mostravano tutti grandissima festa e allegrezza.
Francesco disse ai frati suoi compagni che questo
era segno del compiacimento divino: “al nostro
Signore Gesù Cristo piace che abitiamo in questo
luogo solitario.” Il piccolo frate, ora come in
estasi, aveva trovato quello che cercava. Un giorno,
meravigliandosi delle grandissime fessure e aperture di
sassi grandissimi, si puose in orazione, e allora gli fu
rivelato da Dio che quelle fessure cosìi meravigliose erano
state fatte miracolosamente, nell’ora della Passione di
Cristo, quando, secondo che dice il Vangelista, le rocce si
spezzarono (Mt 27,14) (II Consid. FF 1906).

“Queste grotte e questi anfratti divennero per Francesco


come le piaghe e le ferite del Signore in cui nascondersi per
mezzo della contemplazione.” Il suo spirito cambiò
decisamente: le sue visite al Sasso Spicco, quel
masso in mezzo alle rocce dove frate asino si
riposava un po’ sulla nuda roccia, e quel
precipizio, dove il demonio tentò di volar giù
Francesco prima che la roccia si ritirasse per
accoglierlo in una nicchia protettrice, devono
averlo profondamente segnato. Proprio sotto una
32
di quello rocce spaccate Francesco decise di
lasciare quell’oggetto trovato nel dirupo di
Camaldoli, dove l’aveva perduto quell’asina
impaurita due secoli prima e fino ad allora
rimasto li imboscato. Egli pensava che quello
fosse il luogo più sicuro per conservarlo, non
voleva certo rischiare di portarselo dietro, aveva
paura di perderlo. Ma ogni volta che si
a l l o n t a n ava d a l l a Ve r n a ave va s u b i t o
l’irrefrenabile bisogno di tornare lassù su quel
monte inaccessibile. Un richiamo più forte di
ogni altra cosa al mondo lo voleva lì fra quei
crudi sassi. L’ultima volta che venne alla Verna,
verso la fine di Agosto, Francesco era tornato al
monte , aveva frugato sotto quella roccia e
sentito che quell’oggetto misterioso era sempre li
aveva deciso di guardarlo e di ammirarlo; lo
girava fra le mani, poi se lo stringeva al petto e
sembrava che bruciasse di meno. Passò dei giorni
in solitudine a pregare e ad adorare il Signore,
sempre in compagnia di quel sasso misterioso.
Infine, il 14 di Settembre del 1224 ricevette
quello che aveva chiesto nelle sue preghiere: sul
suo corpo apparvero le piaghe del Crocifisso.
Aveva ricevuto l’ Estimmate. Stanco e ammalato
volle guardare ancora una volta da quel masso da
dove si vede tutta la valle del Casentino ed anche
oltre, fino al mare e, quando fu lì, si frugò nella
tasca e tirò fuori quell’oggetto dicendo : “ora ho
33
capito il tuo potere perché so chi ti ha creato!” e
ammirava il vuoto dello strapiombo alzando quel
suo tesoro al cielo. All’improvviso una folata di
vento prepotente portò via per sempre l’oggetto
da quelle mani lacerate per il sigillo divino
ricevuto e che ormai non potevano più reggere
niente. San Francesco se ne tornò ad Assisi, dove
poco dopo morì.

34
Campaldino, Giugno 1289

La misericordia divina

Quante storie e quante avventure si possono


riscoprire qui in Casentino. Sembra impossibile
che per secoli interi questa valle sia stata il centro
del mondo. Con modestia e senza nessuna

35
pretesa di fare una lezione di storia proverò a
ricordare alcuni passaggi fondamentali per
inquadrare e ricordare agli amici lettori il periodo
di cui stiamo parlando. La vicina Firenze e
l’ancor più prossima Arezzo sono sempre state
per questa terra due forti poli d’attrazione.
Tutt’oggi a chi ha dimestichezza con i dialetti
toscani, tra l’altro molto comprensibili rispetto
alla maggioranza dei dialetti del resto d’Italia,
non potrà sfuggire di certo il leggero accento
fiorentino nella cadenza degli abitanti dei comuni
di Stia, Pratovecchio, Castel San Niccolò. Non è
un caso forse che questi, dal punto di vista
ecclesiastico, siano ancor oggi sotto la Diocesi di
Fiesole. Come non sfuggirà certamente ad un
forestiero attento che tutti quegli abitanti dei
comuni che vanno da Castel Focognano verso
sud, Capolona, Talla, Subbiano, hanno uno
spiccato accento aretino. Il Casentino ha sempre
subito questo influsso dalle due città vicine, tanto
che ad esempio per gli abitanti dell’alto casentino
è normale pratica recarsi a Firenze per attività
lavorative mentre per quelli del basso il punto di
riferimento è Arezzo. Non è solo una questione
di vicinanza geografica che determina queste
differenze, credo sia una disputa storica forse mai
sopita. Come se nel patrimonio genetico dei
casentinesi ci fosse scritto se sei nato per stare
dalla parte dei fiorentini o da quella degli aretini.
36
Forse la disputa è cominciata proprio nel
medioevo, con la nascita dei comuni e in
particolare con la discesa del Barbarossa in Italia.
Dopo la morte di Enrico V, non riuscendo a
trovare il nome del suo successore, in Germania
si formarono due grandi coalizione feudatarie,
una che parteggiava per i Salica di Franconia e
l’altra per gli Aldorf di Baviera. Dallo scontro
che ne seguì i sostenitori delle due fazioni
presero il nome di Guelfi e Ghibellini. Anni
difficili, anni di guerre, di sacrifici, di vita dura.

Correva l'anno 1289, l'11 di Giugno, il giorno di


Santa Barbara. I due eserciti in quel caldo sabato
di fine primavera si affrontavano l'uno di fronte
all'altro in attesa di un primo segnale che desse
inizio alla battaglia: la battaglia di Campaldino.
Nella foga della pugna c'erano i milites, i pedoni,
i pavesari, i pivieri , i feditori, tutti presi in un
turbinio di rumori, percosse, nitriti, urla; una
mescolanza di lingue e di dialetti, voci
incomprensibili dei mercenari senza che nessuno
capisse se avevi vicino un amico o un nemico. E
poi l'odore acre del sangue non sai se d'uomo o
di bestia e la giornata scorse via per tutti,
lasciando sul campo oltre milleecinquecento
cadaveri. E' in questa calca che un giovane
feditore venticinquenne con il compito di
“fedire” le file nemiche, dopo una prima
37
avanzata col suo cavallo, cade a terra, si rialza,
cerca riparo tra gli scudi si accovaccia si nasconde
come può in attesa di quell'improvviso
acquazzone estivo che le grandi nubi nere sopra
la piana avevano promesso scatenare. Una
pioggia liberatoria, un lavaggio del corpo e dello
spirito; Poppi d'improvviso sembrò diversa. Il
giovane combattente inizia la ricerca dei suoi
compagni, cerca di vedere se sono vivi o morti, si
prona sui corpi ancora caldi appena macellati
cercando di riconoscerli da un segnale, un
simbolo, uno stemma. E si affanna nella ricerca
nell'intento di trovare qualche amico da
soccorrere o da riportare a casa. E' qui che
nell'agitazione generale, sotto l'acqua scrosciante
e con i piedi nella melma si ritrova a terra
stremato e piangente. Nel fango scorge qualcosa,
lo prende in mano, sembra un medaglione. Dalla
forma e dal disegno non riconosce nessun casato
fiorentino, non sa se possa essere appartenuto a
un guelfo o a un ghibellino. Nonostante la
tensione, la paura e l'angoscia della battaglia la
vicinanza di quell' og getto lo rende
improvvisamente sereno. La scena cruda e
drammatica che gli si presenta davanti lo lascia
quasi impietrito. Passano alcuni minuti, si trascina
a stento verso il fiume, l'Archiano, a poco
distanza dal centro della battaglia e accanto a lui,
con la gola bucata da una lancia vede moribondo
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Buonconte da Montefeltro, trascinato via dai
flutti ingigantiti dal temporale. S'impressiona si
ranicchia su stesso, stringe a se il medaglione ma
la paura è troppa, vede arrivare soldati a cavallo,
si agita, si nasconde, decide di scappare, lascia
tutto quello che ha, si alleggerisce anche dei
panni intrisi d'acqua e fugge, fugge il più lontano
possibile finché riconosce in lontananza le
insegne dei fiorentini e si sente salvo. Cupa la
notte e il sol non si propina. Il giovane vagando
qua e là, attento a non pestare morti e feriti fruga
di nuovo tra le tende amiche per scorgere un viso
conosciuto. Quanta fatica sopportare l'odore
nauseabondo di carne da macello. Con la torcia si
fa strada, si guarda attorno, bene attento a stare
lontano dal nemico. Sente il lamentare di un
uomo, gli trova addosso il pugnale, la
misericordia, lo avvicina a se, lo tiene stretto con
tutte e due le mani, deciso forse a dare sollievo
eterno a quel poveretto che gli chiede pietà lì di
fronte. Ma nell'attimo di colpire, quando ormai si
trova a cavalcioni, prone sul morente e l'arma è
già a mezz'aria, piange, piange e si dispera
conficcando a terra quel coltello tanto amato da
chi vuol rendere velocemente l'anima a Dio e
porre fine alle sofferenze. “Noooo” grida a tutta
voce dando sfogo alla sua rabbia infinita.

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E' curioso che un'arma così feroce, una specie di
daga corta con la lama a doppio filo, fatta
apposta per trapassare le maglie delle armature, si
chiami misericordia. Per i Toscani infatti il nome
misericordia porta subito alla mente la
compassione delle Confraternite. Già nel 1244 a
Firenze era nata la prima confraternita di
misericordia che la storia ricordi. Fatte per
aggregare i cittadini cristiani desiderosi di fare del
bene e ottenere così indulgenze per meritarsi il
paradiso presto si formarono in molte città della
regione. A Bibbiena ad esempio la Confraternita
di Misericordia e Morte risale al lontano 1584
con il compito di assistere i malati, aiutare gli
infermi, sostenere i bisognosi, accomodare i
morti. I servizi offerti da queste associazioni di
volontari si sono poi evoluti nel tempo per
arrivare fino ad oggi dove addirittura si
sostituiscono alle Asl per i servizi di pronto
intervento con le ambulanze, il 118. Ricordo con
orgoglio e tenerezza il primo servizio di pronto
intervento messo in piedi a Bibbiena. Mio
nonno, il Lunghi, pensionato in forma, era solito
portare via i morti per il servizio della
misericordia. I confratelli in regola con il
pagamento dell'iscrizione annuale infatti avevano
ed hanno anche oggi il trasporto gratuito in caso
di morte. Intorno a gli anni settanta fu deciso di
allargare il servizio anche al pronto intervento. Si
40
comprò un'ambulanza alla quale si fece posto nel
garage accanto al carro funebre e si cercò dei
volontari per iniziare il servizio di primo
soccorso. Il nonno, che non aveva la patente ma
vantava il grado di cavaliere di Vittorio Veneto
per aver partecipato alla grande guerra nello
storico reggimento Nizza come portaferiti,
appunto, si rese subito disponibile per “raccattare
i malati”, mentre Massino, che aveva fatto
l'autista, decise che avrebbe potuto
tranquillamente pilotare un'ambulanza. Fu così
che il nonno Lunghi, detto il Nizza, si prese
anche la bega di fare una sorta di 118 dell'epoca.
Arrivò la SIP a casa nostra ed installò sopra un
tavolino appositamente collocato in cucina un
bellissimo telefono grigio. Accanto un blocco di
fogli e un lapis e da quel momento la pace in casa
finì. Non c'era giorno che qualcuno non
chiamasse per un incidente, un morto, una
disgrazia: quel telefono squillava giorno e notte e
il povero Lunghi, subito pronto, chiamava
Massino e, notte o giorno che fosse, partivano
assieme per ...fare misericordia. Poi c'era da
lavare il carro funebre per i trasporti (i funerali), e
allora anch'io davo una mano perché mi divertiva
salirci dentro e giocare con quei sedili laterali che
andavano su e giù; più di tutti mi piaceva
indossare “la cappa nera” che mi stava
ovviamente enorme essendo io un ragazzino. La
41
Misericordia insomma è nel cuore di tutti e, dalle
nostre parti, tutti diveniamo confratelli fin dalla
nascita. Durante la settimana Santa poi è
divenuta tradizione fare un'estrazione tra tutti i
confratelli per partecipare come Apostoli alla
lavanda del piede e magari per i più fortunati
vincere un uovo di cioccolata o un agnello
benedetto.

Anche Dante ebbe “misericordia”: “venite


messere lasciate che vi bagni la bocca” disse il
giovane rivolto al soldato ferito mortalmente.
“Ponete fine alle mie sofferenze” rispose con un
flebile filo di voce il moribondo. “Solo Dio
deciderà quando la vostra anima sarà chiamata
davanti al Suo giudizio. Non potete chiedere che
sostituisca la mia indegna mano a quella
dell'Onnipotente -disse Dante- ogni attimo che
resterete ancora su questa terra potrebbe esser
voluto e far parte di un disegno Divino al quale
nessuno può sottrarsi.” E sistemato un mantello
ripiegato in quattro a modo di cuscino sotto la
testa dell'uomo, aspettò con lui il momento
estremo della dipartita. Poi, tolto il mantello, lo
stese sopra il corpo del poveretto e bisbigliando
qualcosa ne coprì il viso e proseguì. Non posso
dire per quanto tempo l'Alighieri restasse turbato
ma di certo sappiamo che in quella terribile notte
di Giugno improvvisamente, s'aprirono davanti ai
42
suoi occhi, tutte assieme, le porte dell'inferno, del
purgatorio e del paradiso. Stava solo a lui adesso
rimettere insieme tutte quelle emozioni provate
in un solo giorno e di fatto schiarite in maniera
inequivocabile solo quando aveva avuto in mano
quel medaglione ora scomparso nei flutti
dell'Archiano. Quanti viaggi da lì a venire il
Sommo Poeta fece in Casentino e quante
descrizioni con dovizia di particolari, quante
personalità e stati d'animo riuscì a rappresentare
nella Commedia, quella Divina che dal Casentino
e dal medaglione aveva tratto linfa vitale. Dante
in questa terra cercava forse qualcosa che per un
attimo quella buia sera a Campaldino aveva avuto
fra le mani e che sentiva il bisogno di ritrovare, a
costo di cercare per manieri, monasteri o selve
oscure... Non trovò più quanto cercato ma lasciò
comunque nella sua opera eterna, il segno
indelebile di quel fatidico incontro tra l'Uomo e
Dio.

La storia di Dante, la sua Commedia, le sue


avventure tra i Gironi, sono vicende che i
Casentinesi sembrano avere vissuto in prima
persona. Molti luoghi descritti con dovizia di
particolari sono riconoscibili in questa valle. I
contadini di queste terre, oramai praticamente
scomparsi per lasciare il posto ai moderni
imprenditori agricoli dell'agriturismo, erano soliti
43
recitare a memoria numerosi passi della
Commedia. Si tramandava di padre in figlio, i
nonni la raccontavano ai nipoti che, attenti ed
entusiasti da sì tante vicende, la imparavano a
memoria e a loro volta la proponevano ai più
piccoli. Poche le parole storpiate, perché molti
vocaboli danteschi sono tutt'oggi nel vocabolario
corrente dei toscani e dei casentinesi. E molte
interlocuzioni o modi di dire del linguaggio
moderno riprendono da Dante numerosi spunti.
Il Poeta per noi è uno di famiglia, qui si è
rifugiato quando i fiorentini lo hanno cacciato,
qui ha scritto numerosi canti della sua Opera, qui
le lettere ai Signori d'Italia. Le vecchie contadine
dicono addirittura che la vera amata di Dante sia
stata una contadinella dell'Alpe...chissà. Certo è
che la Divina Commedia è parte integrante della
cultura popolare di questa terra e noi ne siamo
orgogliosi.

44
Chiusi della Verna, Marzo 1475

Casentino-Firenze andata e ritorno

L’aria pulita della primavera iniziava già a farsi


sentire. Lodovico, come faceva ormai da otto
mesi, si stava recando a cavallo verso la Casa del
Podestà di Caprese. Il suo incarico infatti di

45
uomo fiorentino, popolare e guelfo era quello di
amministrare i Castelli di Chiusi e Caprese.
Ormai dal 1384 Firenze aveva comprato Arezzo
e zone limitrofe ma erano soltanto una
cinquantina d’anni che le due Podesterie erano
state accorpate. Essendo però la Casa di Caprese
praticamente inagibile, il Podestà era costretto
periodicamente a spostarsi dalla podesteria di
Chiusi, eletta come residenza principale, fino al
pretorio lì vicino. La strada, anzi il viottolo non
era certo dei più comodi, sentieri veramente da capre.
Quella mattina, così limpida e serena non poteva
certo far pensare che la notte seguente sarebbe
stata così buia e tempestosa, almeno nell’animo
del nostro Podestà. Iniziata la cavalcata si accorse
subito che l’animale non stava bene, forse stanco,
forse ammalato, il cavallo si fermò e non volle
sapere di ripartire così che a Lodovico non
rimase che tornare indietro. Un giro fino alle
stalle per sistemare il suo unico mezzo di
trasporto, rifocillarlo e accertarsi che fosse
tranquillo con la speranza di riprendere il viaggio
il giorno dopo. Quella passeggiata a piedi
tenendo il cavallo per le briglie lungo il sentiero
che lo riportava indietro dette a Lodovico una
strana sensazione.

Nel pomeriggio decise di percorrere nuovamente


il tratto di sentiero già fatto al mattino e più volte
46
si soffermò come per cercare qualcosa o
ascoltare un suono, una voce, un rumore. La
sensazione era sempre la stessa ma non riusciva a
capire che cosa lo turbasse. La sera cominciava a
calare e l’uomo, ormai stanco per il continuo
passeggiare su e giù per il viottolo, decise di
ritirarsi e se ne andò a letto, senza cena. Da un
fianco all’altro, da prone a supino, quel letto fu
girato e rigirato non so quante volte. Poi
d’improvviso all’una di notte con un balzo saltò
giù dal letto e si precipitò nella stalla. Il giovane
cavallo lo accolse con un nitrito e quello che più
conta, si alzò in piedi come per dire che stava
bene. Lodovico sellò l’animale si arrotolò in un
mantello e, salito in groppa, partì con slancio
verso il Castello di Bibbiena. Il viaggio di notte
non era cosa semplice; l’unica speranza era
riposta su Selene; se il chiarore della luna piena
non fosse stato offuscato da qualche nuvola
forse il mattino seguente avrebbe potuto essere
già verso la Badiola per poi prendere per La
Consuma e scendere giù giù per Diacceto verso
Firenze. Si, era questa la destinazione del giovane
Podestà. Firenze città. Il viaggio senza soste era
durissimo e chissà chi dette al cavallo e al
cavaliere, la forza di arrivare d’un fiato alle porte
di Firenze. Certo i trent’anni di Lodovico lo
aiutarono, la forza della giovinezza, ma in questo
caso la sola età non bastava. Arrivò a casa, chiese
47
alla moglie di preparare poche cose, sellò un altro
cavallo e dopo poche ore di riposo, all’alba, il
Podestà e la moglie Francesca iniziarono il
cammino inverso per tornare a Chiusi. Il suo
cuore ora era sereno, come se avesse compiuto
una volontà superiore alla quale non ci si può
sottrarre. Quale forza divina poteva avere spinto
Lodovico ad intraprendere prima da solo, di
notte, senza sosta, il viaggio di andata e adesso
con la moglie, peraltro incinta all’ottavo mese
quello di ritorno? perché abbandonare Firenze
dove la donna avrebbe potuto tranquillamente
partorire, per buttarsi in un viaggio, a tutto
rischio, nel Casentino? Francesca era sconvolta,
non capiva, piangeva il suo respiro era affannato.
Lodovico invece era sereno e le disse: “Presto
tutto sarà chiaro anche per te. Questo è un
disegno divino!” e iniziò a raccontare quello che
un paio di notti prima gli era successo: “Ho
visto quello che stava per accadere, la peste, la
peste!” Si in quell’anno la peste arrivata dall’Asia
stava dilagando in tutta Europa e Lodovico
quello notte aveva avuto l’assoluta certezza che
per salvare la moglie e il piccolo che portava in
grembo avrebbe dovuto rischiare il tutto per
tutto: anche un viaggio difficile per rifugiarsi in
Casentino. Non in un posto qualunque ma di
fronte al Santuario della Verna dove il Santo
Francesco non avrebbe potuto certo dimenticarsi
48
di Francesca da Firenze e del suo bimbo. Il
cammino era lungo e durò dal tre al cinque di
Marzo, tutti i giorni in sella alle prime luci
dell’alba per scenderne al tramonto. La tappa
verso il Corsalone era fatta e adesso mancava
l’ultimo grande sforzo in un percorso che sale
rapidamente verso il crinale per arrivare ai piedi
della Verna. Proprio in quel tratto però il cavallo
della donna sbanda, inciampa, si affloscia e
delicatamente Francesca viene rotolata a terra.
Momenti di terrore, Lodovico perde la calma, i
cavalli scalpitano, la donna si lamenta. I contadini
di alcune case vicine, verso Tramoggiano ,
accorrono, la donna viene caricata su un carretto
e portata in casa. Forse tutto è perduto. Gli
uomini pensano ai cavalli, le donne si prendono
cura di Francesca, il villaggio è sottosopra, è il
finimondo. Il Podestà ripensa alla decisione che
ha preso di portare la moglie lassù. Sono attimi,
iniziano le doglie. Lodovico salta a cavallo e si
dirige verso il sentiero dove aveva avuto quelle
sensazioni, corre al galoppo tra le frasche degli
alberi, rischia la vita. Si getta giù da cavallo,
prosegue a piedi, avverte nuovamente quelle
sensazioni strane vede dietro un sasso una cosa
che brilla; si china la raccoglie e parte
nuovamente per Tramoggiano. Intanto le doglie
di Francesca assistita dalle vecchie esperte del
travaglio continuano; una scuote la testa, l’altra
49
prega , il momento è decisivo. Arriva Lodovico si
getta sul grembo di Francesca, ancora pochi
attimi e... il bimbo è nato. Sono le prime ore del
nuovo giorno, il 6 marzo del 1475. E’ un maschio
ed è sano. Il primo vagito, Francesca gioisce, il
padre fa festa. Tutto il villaggio esulta; il figlio del
Podestà è nato. Subito si manda qualcuno a
Chitignano per avvisare una balia. “Per un paio
di giorni resteremo qui- dice Lodovico,- poi
subito alla podesteria e una salita al Santuario”.
Due giorni dopo, il Podestà e dietro, su di un
carro, Francesca e il piccolo, intraprendono il
loro ultimo breve viaggio per arrivare a Chiusi. Il
bambino in fasce giace vicino a quella sorta di
medaglione trovato dal padre nel sentiero li
vicino, lo sfiora con le dita, sembra volerci
giocare. Lodovico non sa di cosa si tratti ma
crede che di certo sia un portafortuna. Il viaggio
è breve e in giornata tutti sono ormai nella casa
del Podestà di Chiusi. Si deve decidere il nome
per il bambino; presi dagli eventi neppure ci
avevano pensato. Lodovico esce di casa, vede la
piccola chiesetta fatta costruire nel 1338 dalla
contessa Tarlati, si ferma di scatto e pensa:
questa chiesa è dedicata a San Michele Arcangelo.
Torna in casa, chiama la moglie e le dice: “lo
chiameremo Michelangelo!”. Lodovico di
Leonardo di Buonarrota Simoni Podestà di
Chiusi e Caprese il 30 Marzo del 1475 termina il
50
suo mandato e rientra a Firenze ormai tranquillo
e soddisfatto. Forse non ha più paura della peste
o forse il disegno divino è finalmente compiuto.
E’ come se tutto fosse tornato normale, quella
notte insonne, le preoccupazioni, i tremendi
viaggi sono un ricordo lontano. Su quel carro è
rimasto quel medaglione che tanta fortuna
sembra avere portato alla famiglia di Lodovico.
Nessuno poteva immaginare che tutto questo
fosse stato disposto da mano divina. Quella
mano che proprio Michelangelo rappresenterà
più volte in molte sue opere e che ci fa pensare
alla sua piccola mano di neonato protesa alla
ricerca di quel sigillo divino che gli è vicino lo
assiste e lo rassicura. Il divino e il terreno si
erano cercati e trovati, e ambedue, come se l’uno
avesse bisogno dell’altro, da quell’incontro ne
avevano tratto beneficio. Dio aveva scelto
l’artista che lo avrebbe raffigurato; quel genio che
meglio di tutti avrebbe esaltato e magnificato la
sua potenza divina: il divino era entrato in
contatto con l’umano.

Guardo l’Adamo nel soffitto della Cappella


Sistina e vedo la mano di Dio che incontra quella
dell’uomo adagiato su un fianco al Monte della
Verna e quelle mani, nel Tondo Doni, che
sorreggono il bambino sotto lo sguardo vigile del
Monte di Francesco che si affaccia sullo sfondo,
51
lasciano immaginare quanto Michelangelo abbia
amato i luoghi della sua nascita. “Giorgio, -aveva
detto un giorno Michelangelo al suo amico
Vasari,- s'ho nulla di buono nell'ingegno, egli è venuto dal
nascere nella sottilità dell'aria del vostro paese
d'Arezzo”. Se leggiamo con occhio attento gli
affreschi della Sistina non possiamo non notare
quanti segnali l'artista abbia lasciato disseminati
tra le figure rappresentate; così tanti da fare
pensare addirittura ad una sorta di codice basato
sui simboli della Kabbalah. Il Dio che tende la
mano ad Adamo è raffigurato dentro un
mantello che è l'esatta sezione di un cervello
umano: l'uomo creato dalla mente appunto,
secondo l'interpretazione cabbalistica. Le misure
della Cappella Sistina identiche a quelle
dell'Eichal del Tempio di Salomone, la Ghimel
che si legge nel pannello Davide e Golia, la Chet
in quello di Giudutta, o il numero 5 che
rappresenta i libri del Vecchio Testamento.
Qualcuno sostiene che tutto questo sia il frutto
delle conoscenze apprese frequentando Pico
della Mirandola e Marsilio Ficino e che l'artista
abbia voluto creare un ponte esoterico fra
cristianesimo ed ebraismo... io penso a quel
medaglione. Qui in Casentino nasce
Michelangelo, con lui l’intera umanità.

52
Bacano, Settembre 1479

Bacano, riva destra dell'Arno

“Bernardooo, Tittaaa, o Piero dove sono i


ragazzi?” - “Mamma state tranquilla, li ho visti
scherzare giù all'Arno”. -“Il babbo è di ritorno e
vorrei che si mangiasse tutti insieme e poi...c'è
ancora da finire di chiudere gli animali”.

53
L'aria rossastra del tramonto portava con se un
velo di tristezza e malinconia in quella fresca sera
d'Ottobre. L'Arno ancora calmo e in secca come
sempre dopo che Settembre secca le fonti, non dava
preoccupazione alla mamma dei ragazzi avvezzi a
giocare sulla riva a tirare sassi sull'acqua. Lo
scalpitio di un cavallo al galoppo risuonava nel
silenzio di questo piccolo borgo anzi, Bacano,
più che un borgo erano e sono anch'oggi tre
case. La Checca, brava donna, si era affannata
come tutti i i giorni a preparare un pasto alla sua
famiglia. Il babbo invece di ritorno dal lavoro
non vedeva l'ora di sedersi con i suoi per parlare
del loro futuro e di quello dei loro figli. Quella
sera però la notizia che portava con se e che non
vedeva l'ora di dire alla moglie e ai ragazzi lasciò
tutti senza fiato e forse anche senza cena.
“Checca, Checca, 'ndo sei? E' arrivato oggi il
messer Glauco, Piero, Checca dove state...”. La
donna, sentito l'affanno del marito si affaccia alla
finestra assieme a Piero, il figlio più grande. “Ho
una gran bella notizia -disse il padre- messer
Glauco ha portato una lettera da Firenze, c'è
sopra la firma di Lorenzo, le mie richieste sono
state accettate, Pietro potrà andare a Corte, andrà
a Firenze.” Lo sconforto che le madri hanno
quando capiscono che è arrivato il momento di
vedere un figlio lasciare la casa è una cosa che
molti possono comprendere, ma la Checca, pur
54
ingoiando la saliva a sforzo, non ebbe il coraggio
di dire al marito che la cosa l'angosciava
tremendamente e cercò di fare buon viso a
cattiva sorte. D'altronde l'entusiasmo che
manifestava Ser Francesco dell'aver trovato una
sistemazione al figlio più grande, e che
sistemazione, non dava a nessuno la possibilità di
ribattere. Nemmeno si capì se l'interessato, Piero,
fosse contento o no della sorpresa, ma l'accettò.
Qualche lacrima a dire il vero la Checca quella
notte e anche i giorni che seguirono la fece poi,
alla fine, prevalse l'idea che avere trovato un
bell'ufficio per un figliolo, anche se lontano da
casa, era pur sempre una gran cosa. La corte De'
Medici era il massimo che ci si potesse aspettare.
Tutti avrebbero ambito poterci andare anche se
solo per una visita, per curiosità, figuriamoci poi
essere presi come precettori dei rampolli del
Casato più importante di tutta la Toscana. Eh sì,
il vecchio Ser Francesco aveva davvero osato e
ottenuto l'impossibile. Anche in passato, lui,
modesto notaio di campagna, aveva chiesto
favori al padre di Lorenzo per avere qualche
incarico qua e là e quasi sempre era stato
accontentato perché in un certo qual modo il suo
sapere scrivere belle lettere accompagnate spesso
da buon vino e da ottima carne secca o qualche
bella preda di caccia, aveva aperto con quella
famiglia un rapporto privilegiato; e i Medici a
55
Firenze contavano davvero. “Ma la Titta e
Bernardo dove sono?” chiese a un certo
momento Francesco quando si accorse che
mancavano gli altri figli. La Checca, ormai
distratta dalla notizia imprevista e improvvisa,
sgranò gli occhi, fuggì di casa giù verso il campo
ed iniziò a chiamare i due ragazzi. Vide la Titta
risalire di corsa e gli berciò “dov'è Bernardo?”.
Il bambinetto, nove anni appena compiuti, se ne
stava come sempre giù in riva all'Arno a tirare i
sassi sull'acqua ma quel giorno era rimasto
affascinato da un carro con il quale il babbo era
ritornato il giorno precedente da Chiusi della
Verna. Ser Francesco infatti essendo andato a
Chiusi per un contratto ed avendo avuto un
problema con il cavallo, era stato costretto a
rientrare a casa con il carro del Podestà che
oramai da quattro o cinque anni non veniva più
usato. Bernardo nell'esplorare questo nuovo
attrezzo sistemato vicino a casa, frugando tra la
paglia aveva trovato uno strano sasso che subito
aveva preso e portato al fiume. Anzi per paura di
essere scoperto per avere fatto chissà cosa, era
intento a scavare con le mani una piccola buca
per nasconderci quanto trovato. Chiamato dalla
madre insistentemente e con il rischio di
prendere anche qualche schiaffo, Bernardo si
sbrigò a nascondere l'oggetto e di corsa si
affannò verso casa. La serata rimase per sempre
56
nella mente di tutti: Pietro di Ser Francesco
Dovizi da Bibbiena presto sarebbe stato alla
corte più importante di tutte quelle al tempo
conosciute. A Firenze da Lorenzo il Magnifico.
Nei giorni che seguirono il piccolo Bernardo
continuò a giocare al fiume e quando era sicuro
di non essere visto da nessuno, tirava fuori dalla
buca quello strano sasso, lo teneva tra le mani e
poi di corsa lo seppelliva nuovamente. Nel
frattempo la Checca preparava con cura quel po'
di corredo da dare al figlio in procinto di partire.
Si preoccupava soprattutto di trovare vesti
adeguate, cosa difficile abitando in campagna.
Nonostante Bibbiena fosse il borgo più
importante del Casentino non era per niente
facile trovare le stoffe adatte ad abiti da città;
spesso ci si doveva recare in qualche lanificio
verso Castel San Niccolò e raccomandarsi per
avere una pezza un po' più raffinata invece delle
solite tele per i sai dei frati che in questa zona
erano la normale produzione.

In Casentino la lavorazione della lana è un'arte


antica: monaci, frati e suore in questa terra non
avevano certo di che preoccuparsi; col passare
del tempo la produzione tessile si è sempre
mantenuta ad alti livelli fino ad arrivare ai giorni
nostri in cui, dopo un lungo periodo di crisi
legato ai problemi del settore tessile di Prato, a
57
cui i nostri artigiani erano legati, la produzione è
diventata di grande qualità grazie soprattutto alla
riscoperta del Panno Casentino discendente
diretto di quel panno medievale detto dai
mercanti fiorentini il Panno Grosso di Casentino.
Ispido, ruvido, grossolano, fatto per stare alle
intemperie non era certo un tessuto raffinato ma
era l'unico adatto ai lunghi periodi invernali che
dalle nostre parti sono davvero rigidi. La
particolare lavorazione della lana ottenuta
ovviamente dalle pecore della valle, rende il
tessuto da un lato peloso e col tipico ricciolo.
Follato, garzato e rattinato il panno casentino
diventa antifreddo e imper meabile alle
intemperie. I colori medievali erano ovviamente
molto vicini a quelli voluti dai monaci, fratino o
bigio, oggi invece per un errore ottocentesco
sull'uso dell'Allume di Rocca il panno casentino è
conosciuto in tutto il mondo per il caratteristico
colore rosso arancio.

Fervevano i preparativi e Bernardo che seguiva le


lezioni di lettura e scrittura dal padre passava le
sue giornate tra lo studio e il fiume. Ser
Francesco, sempre attento al profitto dei figlioli,
notava con piacere che il bambinetto apprendeva
le cose studiate così velocemente che “basta
spiegargli una cosa che la prende al volo!”.
Arrivò il giorno che Piero, salito su un carro che
58
passava da Bibbiena tornando dalla Verna, se ne
andò a Firenze e forse non tornò più. La Checca
pianse, digiunò, ebbe per qualche giorno un
groppo in gola poi se ne fece una ragione e la
vita riprese come prima. Intanto il giovane
Dovizi continuava a studiare e, addirittura,
aiutava il babbo a scrivere gli atti e le missive per
il suo ufficio di notaio. Essendo diventato così
colto e scaltro in brevissimo tempo, Ser
Francesco capì che quel ragazzo aveva dei
numeri in più. Bernardo era davvero geniale. Ci
volle poco perché il notaio prendesse carta e
penna e scrivesse al figlio Piero e al Magnifico
una nuova richiesta. Questa volta si lodavano le
doti straordinarie di Bernardo e si ipotizzava il
suo possibile incarico di precettore per il giovane
figlio di Lorenzo, Giovanni, di appena un lustro
più giovane del Dovizi. Bernardo continuava a
studiare e a giocare al fiume ed ogni volta che
andava giù all'Arno non poteva fare a meno di
tirar fuori dalla terra quello strano oggetto
ritrovato sul carro. Lo ammirava, forse l'adorava,
era diventato per lui una cosa cara da tenere
vicino; era come se ogni volta che lo aveva con se
ne traesse una forza straordinaria, una gran
carica, si direbbe oggi. La voglia di andare a
Firenze e seguire le orme del fratello maggiore
ovviamente ce l'aveva ma il suo cruccio era
quello di dover partire e lasciare quell'oggetto. Si,
59
mai e poi mai avrebbe rischiato di perderlo o di
condividerne i benefici con qualcun' altro. Il
sigillo ero solo suo. Fu così che qualche ora
prima di partire per la città, all'insaputa di tutti,
Bernardo tornò all'Arno, cercò di trovare un
nascondiglio più sicuro, e nascose l'oggetto con
la convinzione che solo lui avrebbe potuto
ritrovarlo. La storia del Dovizi da qui in poi si
intreccia indissolubilmente con quella della
famiglia Medici. Bernardo diverrà Cardinale ed è
grazie a lui se salirà al Soglio Pontificio Giovanni
de Medici, Leone X. Inoltre per molti anni sarà
legato pontificio e tratterà in tutta Europa per
nome del Papa, tanto da meritarsi il nome di
Alter Papa. Tornerà più volte a Bibbiena dove
farà costruire un palazzo e una chiesa, e scriverà
la prima commedia in italiano “la Calandria” che
grande successo ebbe anche all'epoca alla corte
di Urbino. E' qui a Bibbiena che durante la
cacciata dei Medici da Firenze Piero e Giovanni,
assieme al Dovizi, si rifugiano scappando dalla
città vestiti da frati. Oramai Bernardo è uomo di
potere e fa di tutto per dare in sposa sua nipote
al giovane Raffaello Sanzio ma lei morirà prima
del tempo e a noi resterà solo un magnifico
ritratto del Cardinale fatto del Maestro. Bernardo
ogni volta che tornava a Bibbiena non mancava
certo di tornare a Bacano giù in fondo a quel
campo vicino all'Arno finché l'ultima volta che si
60
fermò, deciso a prendere definitivamente con se
il sigillo, scoprì che una forte piena se l'era
portato via. Bernardo a soli cinquant'anni
improvvisamene si spense e con lui si perse uno
dei più grandi diplomatici e letterati di tutto il
rinascimento.

61
L’origine della mappa

“L’ultima prova certa che abbiamo è quella del


Dovizi a Bacano”-disse il Maestro Tito, -
“nessuno da allora ha più sentito parlare del
sigillo di pietra”.
Noi ragazzi non potevamo che rimanere
affascinati da questa storia che tutti i giorni,
camminando per le vie di Bibbiena, il vecchio

63
maestro ci proponeva arricchendola ogni volta
con particolari sempre diversi.
Tito era un signore distinto, poco più che
sessantenne, e con una cultura sorprendente, una
laurea in lettere e filosofia ad Urbino e tanta
tanta voglia di conoscere e di sapere. Per molti
ragazzi era un tipo noioso, per me era un
personaggio affascinante dal quale ho imparato
soprattutto la voglia di conoscere: una curiosità
intelligente.
In quel periodo Tito era particolarmente attivo
perché si stava dedicando alla preparazione del
millenario della cittadina; nelle sue ricerche aveva
scoperto un documento, datato 979, in cui per la
prima volta veniva citato in maniera chiara il
nome di Beblena. La festa quell’anno fu davvero
grande, corteggi in costume, canti e balli. Durò
tre giorni e alla fine tutti rimasero con una
grande voglia di continuare. Chi lo incontrava
per strada gli chiedeva di scoprire subito qualche
altra pergamena per potere così ricominciare da
capo. Del resto non era la prima volta che il
maestro aveva ritrovato cose interessanti del
luogo: la stessa rievocazione storica della Mea,
oggi ancora in vita l’ultimo giorno di Carnevale e
la prima domenica di Agosto, era stata riscoperta
grazie alle sue ricerche sui Tarlati e su alcuni
documenti dell’ottocento che parlavano di questa
strana festa di Bibbiena dove si racconta del
64
rapimento di una popolana da parte del giovane
conte Tarlati e poi, una volta restituita la bella
Mea al suo popolo, in segno di pace, si brucia in
Piazzolina un ginepro detto “il bello pomo”.
Tito anche allora si era dato da fare e nel
Febbraio del ’37 aveva organizzato a Bibbiena la
prima Rievocazione storica della leggenda della
Mea. Fu ovviamente un grande successo. Ci sono
stati anni in cui la preparazione della festa che si
svolge per tradizione l’ultima domenica di
Carnevale e il Martedì grasso e solo da poco
anche d’Agosto per il piacere dei turisti, era
sentita, per noi ragazzi delle “lastre”, come il
Palio a Siena o il Saracino ad Arezzo. Si
iniziavano a preparare i costumi un anno avanti,
qualcuno si faceva crescere i capelli e la barba per
essere in tema, e quelli più volenterosi si
preparavano per tutto l’anno a sbandierare o a
fare balletti. Tito poi, pensò bene di infilarci
dentro anche una gara, tanto per tenere alta la
tensione tra Fondaccini e Piazzolini, i due rioni in
cui Bibbiena è divisa: la gara del Carraccio. Un
grosso carro in legno peso assatanato che le due
squadre spingono da una parte e dall’altra fino a
mandarlo tutto dal lato avversario e vincere
l’ambita Pala della Mea. C’era chi girava per
Bibbiena ad ingaggiare i più grossi per la disfida e
c’era gente che alla fine si stroncava davvero.

65
Il finale proprio come dice la tradizione è quello
dell’ E grì: si canta un coro da osteria e si beve al
fiasco a più non posso.
Per me che ero un adolescente sotto misura e
senza il fisico e che frequentavo il conservatorio
di musica a Firenze, fu trovato il ruolo di seguire
i balletti e di organizzare un gruppetto di musici
preparati all’uopo.
Manoscritti, biblioteche, libri antichi e strumenti
d’epoca furono da allora in poi il mio pane
quotidiano; non c’era giorno che non mi
ripiegassi su testi illeggibili per preparare
partiture per flauti, liuti e cromorni. Un
coinvolgimento totale e profondo che per
venirne fuori mi sono serviti degli anni: come
con la droga il fumo o l’alcol, una dipendenza, si
direbbe oggi.
Paolo, visto che il suo babbo faceva il falegname,
ebbe la bell’idea di comprare qualche strumento
in kit, da montare, e fu così che con poche lire
acquistammo un piccolo dulcimer che a forza di
carta vetrata e colla si mise insieme ma non
suonò mai. Luciano invece, che studiava giornate
intere le misure dei liuti al museo a Firenze, iniziò
a lavorare a capofitto ai suoi progetti e tirò fuori
in pochi mesi liuti e tiorbe di pregevolissima
fattura. In seguito ha lasciato il lavoro per fare il
liutaio di professione.

66
Roberto, concentrato sulla danza, era riuscito
anche a trovare un maestro di Firenze che tutte le
settimane, con qualsiasi tempo, d’estate e
d’inverno, si faceva il Passo della Consuma, e
arrivava a Bibbiena ad insegnare Basse Danze e
Moresche.
Inoltre, dato che il babbo faceva il calzolaio, si
dette da fare e produsse in maniera del tutto
artigianale dei bellissimi calzari in cuoio con cui
rifornì tutta la compagnia.
Il gruppo prese quota a livello nazionale e ci
volle qualche hanno perché la sbornia passasse.
Non mancavano certo i momenti goliardici.
Qualcuno ad esempio metteva un maiale in
gabbia e lo portava a spasso per il Fondaccio e il
Borgarino. Una volta mi ricordo d’essere stato a
prendere da un allevatore di polli alcune balle di
piume per fare al rione avversario una bella
spennata. Una sera invece ci venne in mente uno
scherzo fantastico: si prepararono dei cartelli con
i nomi delle strade ed armati di scale da pompieri
s’incollarono sopra i cartelli veri. Fu così che Via
Dovizi dove c’era il Convento dei frati diventò
Via de’ Vizi, Piazza Poltri dove ci abitavano tre
zitelle divenne Piazza della Verginità e il
Fondaccio dove ci abitavano le Bugiardine,
divenne Strada della Sincerità. Non vi dico che
cosa successe al mattino; per un paio di giorni ci

67
rintanammo in casa per non dare nell’occhio e
aspettammo che le acque si calmassero.
Finiti i momenti di festa il lavoro di ricerca
continuava. Per un’ estate intera ad esempio Tito
ed io siamo stati a guardare i lavori di scavo sotto
la Propositura.
Il maestro aveva infatti convinto il Proposto,
Don Uldo, ad intraprendere uno scavo per
verificare se sotto l’attuale Chiesa ci fosse una
cripta o addirittura i resti del Palazzo Vescovile
che pare si ergesse proprio lì. Fu gioia immensa
quando dopo appena tre o quattro giorni di
lavori vennero fuori un bell’arco e una finestra.
La felicità finì presto perché di li a poco si scoprì
che il cunicolo era bloccato da una grossa
quantità di pietre e sassi e per continuare ci
sarebbero voluti un bel po’ di soldi, molto più di
quelli che erano stati conteggiati.
La spedizione archeologica finì con la promessa
di ricominciare appena possibile. Tito non vide
più riprendere gli scavi dai quali ci aspettavamo
grandi scoperte. E… ancora sono fermi.
Don Uldo, Tito ed io, ci eravamo incontrati per
organizzare una gita a Roma per l’anno Santo del
’75 e visto il successo ottenuto si pensò subito di
mettere in piedi una spedizione a Venezia, e poi
un’altra a Roma e poi ad Assisi. Al gruppo si
aggiunse poi Gianni, noto per la sua precisione e
meticolosità al quale fu affidata ovviamente la
68
cassa e il Comitato gite al completo iniziò ad
organizzare viaggi un po’ ovunque.
Credo però che la mia stima e simpatia, il
Maestro se la guadagnò ad Urbino. Durante
quella gita infatti sotto la sua guida e le sue
spiegazione particolareggiate sul palazzo ducale e
sul duca che, orbo, si era fatto segare il naso per
non rimanere freg ato in battaglia, mi
affascinarono così tanto che, una volta tornati a
casa, iniziai a cercarlo e a fargli domande su
qualunque cosa mi venisse in mente. Un giorno
durante le nostre solite passeggiate intorno a
Bibbiena dopo aver raccontato per l’ennesima
volta la storia del sigillo, Tito tirò fuori di tasca
una mappa disegnata con le matite: ce l’ho
ancora qui davanti. Un punto del disegno con
scritto foresta di Camaldoli 1020, poi un rigo
verso destra e 1220 La Verna, poi un rigo di
ritorno verso sinistra con scritto 1289
Campaldino, poi ancora a destra 1475 Chiusi e
infine 1479 Bibbiena.
“Questa è la mappa dove siamo certi che il Sigillo
è stato trovato, conservala e prosegui nelle
ricerche. Devi scoprire se negli ultimi
cinquecento anni il Sigillo è stato trovato da
qualcuno.” - “Ma come faccio a capire se
qualcuno l’ha preso?” dissi con tono perplesso.
“Devi vedere se da qualche parte c’è stato un
uomo che ha compiuto gesta straordinarie, è il
69
primo indizio per capire se è venuto in contatto
con l’oggetto”.
Le nostre strade si divisero. Forse per colpa mia,
perché con il proseguire dell’adolescenza i miei
interessi si spostarono su altre cose. Il maestro
ormai vecchio se ne andò e per me iniziò il
lavoro, poi la famiglia e mille altre cose, finché un
giorno prendendo il mano un volumetto che
insegna a suonare il flauto rinascimentale, il
Fontegara, ho ritrovato fra le pagine pergamenate
zeppe di note di antiche melodie la mappa
dimenticata.
“Deve esserci un modo per capire cos’è
esattamente il Sigillo di cui si racconta”, chiesi a
me stesso tenendo fra le mani quel foglietto
ingiallito. “e se c’è lo scoprirò”.

70
Il professore tedesco

In quei giorni si svolgeva al castello di Poppi una


conferenza organizzata dalla Società Dantesca
che aveva per tema Dante e il Casentino. Durante
la serata numerosi relatori presero la parola per
spiegare quanta vicinanza ci fosse stata tra il
Sommo poeta e la nostra Valle e ad un certo
punto mi scappò detto a voce alta qualcosa che
aveva a che fare con la storia del sigillo di pietra.
Fu allora che un signore distinto con una folta
barba rossiccia che avevo accanto, mi guardò con
interesse attraverso i suoi occhialini tondi. Uno
sguardo intenso, quasi che mi volesse fulminare
poi riabbassò la testa e continuò a prendere
appunti.
Finita la serata mentre mi stavo incamminando al
parcheggio, d’improvviso qualcuno mi strattonò
per un braccio, mi accostò al muro e in un
italiano da tedesco mi disse:
“Cosa ne za lei di Zighillo?” Superata la paura
iniziale riconobbi subito l’uomo con la barba, la
71
sua sagoma era inconfondibile anche al buio.
“Ma di cosa parla” risposi un po’ scocciato dal
modo con cui questo si era presentato.
“Scusi, lei non mi conosce, professor Kreutz”.
Scambiammo le presentazioni poi mi chiese di
sedersi per parlare un po’. La panchina di legno
davanti al Castello, con quel fresco venticello
serale e sotto un meraviglioso cielo stellato
estivo, avrebbero convinto chiunque ad accettare
e così feci.
Kreutz aveva intuito che sapevo qualcosa
riguardo al Sigillo e anch’io, sorpreso dal suo
interesse per la vicenda, cominciavo a pensare
che sapesse molto più di quanto voleva
raccontare. Dopo aver parlato per un’ora fitto
fitto di Dante, del Casentino e di strane
coincidenze, il professore confessò: era venuto
dalla Germania fino a Poppi perché sperava di
ottenere dalla Conferenza di quella sera qualche
informazione in più sulla storia del sigillo, ma
dovette ammettere che non ne aveva ricavato
niente.
Il tedesco raccontava che nessuno vuole parlare
di questa storia perché è un po’ come se si
volesse parlare del Graal o della Croce , di quelle
cose insomma che stanno tra la fantasia e il
mistero. Quella sera Kreutz mi spiegò con
chiarezza e dovizia di particolari cosa
rappresentava secondo lui il sigillo. Iniziò a
72
raccontare una strana storia che si perde lontano
nel tempo, ci mancava tirasse fuori Mago
Merlino e la fata Morgana. Comunque disse:
“non è ben chiaro se questo Zighillo zia
appartenuto ai Longobardi discesi in Italia e
come questo zia arrivare in Kazentino ma di
certo si tratta di uno dei quattro Zighilli Divini
con cui Dio ha chiuso e zighillato il coperchio
dell’Arca dell’Alleanza. E proprio perché
ogghetto divino, ha il potere di avvizinare l’uomo
a Dio e di esaltarne le doti nazscoste” e finì
bisbigliando parole incomprensibili in tedesco
come se fosse in estasi.
Non ebbi più il coraggio di aprire bocca; nessun
commento. Salutai il professore con la promessa
di risentirsi nei giorni seguenti e andai a letto. La
notte passò a fatica, non riuscivo a dormire, il
mal di testa mi uccideva: poi caldo, sete, sudore, e
gira e rigira finalmente arrivò la mattina.
Mi alzai con la speranza di aver fatto un brutto
sogno ma una volta vestito mi ritrovai in tasca il
biglietto col numero di telefono del Professor
Kreutz.
Passai la mattinata tra caffè e cappuccini
ripensando a tutto quello che l’uomo aveva
raccontato, poi alla fine, preso da una
irrefrenabile curiosità, decisi che forse avrei
dovuto saperne di più e lo chiamai. Il numero di
telefono che mi aveva lasciato era quello di un
73
vecchio albergo di Poppi dove il professore aveva
preso alloggio.
Provai ripetutamente a chiamare ma il telefono
suonava e nessuno rispondeva.
Dopo una mezz’ora di tentativi, verso l’ora di
pranzo, mi decisi ad andare fino a Poppi per
incontrare Kreutz. Arrivato in hotel mi accorsi
subito che qualcosa non andava: un grande via
vai di gente, carabinieri, polizia, vigili urbani. “ma
che succede?”- dissi tra me, -“che è successo?”
chiesi ad alcuni curiosi che stavano in mezzo.
“Stanotte c’è stato un casino…, hanno tagliato i
fili della luce e del telefono e sono entrati dalla
finestra…e poi, dalla paura, un cliente è
morto…” vidi sbucare dalla porta Mario, il
proprietario, gli andai incontro e gli chiesi “ma
che è successo stanotte, è tutta la mattina che ti
chiamo per parlare con il Professor Kreutz ma il
telefono…” alla parola “professore” Mario,
amico di vecchia data gridò : “ma te lo conosci?”
“ stamani lo abbiamo trovato morto in camera e
la sua è l’unica stanza che è stata rovistata dai
ladri e lui poveretto dallo spavento ci ha rimesso
la vita”. La confusione nella mia testa aumentò,
cercai di spiegare che avevo conosciuto Kreutz
appena poche ore prima alla conferenza al
Castello, ma questo non mi risparmiò la
scocciatura di raccontare quel poco che sapevo al
maresciallo che cercava disperatamente il nome
74
di un parente al quale comunicare la triste
notizia. Poi andai da Mario e chiesi di vedere la
stanza dove l’uomo alloggiava: c’erano fogli
dappertutto. Qualcuno si era divertito a strappare
le pagine di alcuni libri che erano nella valigia
dello sventurato e il sospetto che mi venne è che
quel tentativo di furto non fosse poi così casuale.
Cominciai a pensare che qualcuno era interessato
a qualcosa che il professore doveva avere. Con
Mario feci finta di niente e chiesi di poter
rimanere alcuni minuti nella stanza: mi inventai
che avevo prestato all’uomo una penna alla quale
ero molto affezionato e volevo vedere se la
ritrovavo.
Iniziai a guardare tra i fogli sparsi qua e là e a
sfogliare quelli che erano rimasti nei libri. Non
sapevo bene quello che cercavo ma sapevo che
qualcosa avrei sicuramente trovato. Rimasi
stupito dal fatto che i libri erano quasi tutti
volumi d’arte con tante foto e in mezzo ad
alcune pagine c’erano delle cartoline che
rappresentavano opere d’arte che si trovano qui
in Casentino. “Queste sono alla Verna, queste a
Bibbiena, e questa è a Santa Maria del Sasso” ad
un tratto ricollegai che quelle opere avevano tutte
un unico filo conduttore. Erano terrecotte
Robbiane.
I della Robbia hanno lasciato disseminate per
tutto il Casentino una gran quantità di opere. Le
75
terrecotte invetriate sono tra le cose più
spettacolari che si possono vedere dalle nostre
parti. In particolare al Santuario della Verna ce ne
sono alcune enormi.
La celebrità di questi ceramisti rinascimentali è
dovuta probabilmente alla qualità dei suoi smalti.
Scrive il Vasari di Luca Della Robbia “…avendo
una meravigliosa pratica nella terra, la quale
diligentissimamente lavorava, trovò il modo di invetriare
essa terra co’l fuoco, in una maniera che è non la potesse
offendere né acqua né vento. E riuscitoli tale invenzione,
lasciò dopo sé eredi i figliuoli di tal secreto”.
Di queste opere in Casentino ce ne sono tante,
pensai tra me, ma perché interessavano tanto al
povero professore tedesco? Quale filo logico
poteva legare la ricerca di Kreutz ai Della
Robbia? E poi chi era entrato quella notte nella
stanza del professore? Da noi furti e rapine non
sono all’ordine del giorno e poi… erano andati
per cercare qualcosa o tutto poteva essere
casuale?
La giornata era cominciata male e probabilmente
sarebbe finita anche peggio. Il mal di testa era
comparso di nuovo e oltre a tutto il resto ora si
era aggiunta la fine senza senso di Kreutz e
l’enigma dei Della Robbia. “Sarà morto per
infarto” - pensavo tra me e me “o, cosa ancora
più assurda, qualcuno lo avrà ucciso?”. La
seconda ipotesi, devo dire che non mi piaceva
76
affatto. Mille paure cominciarono a venirmi alla
mente. ..E se qualcuno mi avesse visto la notte a
parlare con Kreutz… e se gli avessero trovato
addosso il mio numero di telefono forse quei
delinquenti avrebbero potuto cercarmi, risalire a
me, farmi del male…la serata era più angosciosa
di quella precedente. Decisi di non parlare con
nessuno dell’accaduto, mi infilai a letto con l’idea
di andare il giorno seguente all’ospedale per
chiedere ad un medico che conoscevo bene
qualche notizia sul referto di morte del tedesco.
Per precauzione staccai il telefono, avevo paura
che improvvisamente squillasse e dall’altra parte
ci potessero essere i miei aguzzini. Che nottata!

Il mattino seguente mi recai di corsa all’ospedale,


cercai e trovai Sergio, l’amico medico, e gli chiesi
subito quale era stata secondo i dottori la causa
della morte. La notizia del turista trovato senza
vita aveva fatto il giro di tutto il Casentino ed
anche in ospedale tutti conoscevano la vicenda.
Sergio era sereno e mi tranquillizzò dicendomi
che a loro avviso era deceduto per arresto
cardiaco e che in questi casi l’autopsia, se non è
richiesta, non si fa. A me rimase il dubbio se
Kreutz fosse morto per uno spavento o di
qualcos’altro.
Adesso non rimaneva che scoprire il legame tra
gli studi del professore, il sigillo, i della Robbia e
77
la mappa del maestro che gelosamente custodivo
dentro una piccola cassaforte da muro.
Cerchiamo di mettere ordine temporale tra i
ceramisti.
“Intanto devo ricordarmi cosa significa robbia,
da dove deriva questo nome.” Mi pareva che
fosse il nome di una pianta, certo!, la robbia; è
abbastanza comune in Toscana e mi pare che
dalle sue radici si ricavi il ruber, il rosso.
Un’occhiata alla Treccani e viene fuori che la
famiglia Della Robbia possedeva numerose
piantagioni di questa pianta usata in particolare
nella colorazione dei tessuti. Ma con la storia non
c’entra niente.
Andando per ordine: Luca è del 1400 mentre il
nipote Andrea nasce nel 1435 . E’ certo che
Piero il Gottoso, padre di Lorenzo de Medici è
stato uno dei primi mecenati di Luca. Andrea poi
ebbe dodici figli e cinque di loro lavorarono con
lui. Poi che altre notizie mi interessano,
vediamo…tutti i Della Robbia sono seguaci del
Savonarola,…ah ecco qua Andrea termina le pale
della Verna, quelle volute dalla corporazione
dell’Arte della Lana nel 1495 e verso il 1505
finisce la Deposizione nella Chiesa di San
Lorenzo a Bibbiena. Luca però era morto nel
1481 e Andrea se ne andrà nel 1525.
La prima cosa da fare era andare a cercare tutte le
robbiane sparse in giro per la valle e vedere se
78
poteva esserci un collegamento con tutti gli indizi
che avevo trovato.
Padre Fiorenzo, guardiano del Santuario
Francescano della Verna mi accolse con simpatia,
ci conoscevamo già da tempo per altri motivi, e
con la scusa di realizzare una piccola
pubblicazione per promuovere il Casentino in
alcune fiere europee, mi concesse un po’ del suo
prezioso tempo. Visitammo insieme tutto il
percorso di San Francesco, ci soffermammo a
più riprese a vedere le terrecotte, parlammo
d’arte, di fede, di santi ma niente mi fece scattare
la molla che doveva chiarirmi le idee. Eppure qui
alla Verna ero certo che il sigillo c’era stato,
eccome! Forse Kreutz aveva pensato a San
Francesco e i Della Robbia ne erano solo la
logica conseguenza?
Fu nel finire la visita che il francescano,
salutandomi affettuosamente mi disse: “e poi
parla anche del segreto delle robbiane, fa sempre
effetto specialmente con gli stranieri!” e chiuse
l’enorme portone davanti a se lasciandomi
immobile come un sasso di fronte all’uscio. Ma
che era il segreto delle robbiane?
Tornai a Bibbiena e andai a cercare l’amico
Antonio, grande esperto di arte e di storia
casentinese; lo trovai sulla piazza e subito senza
nemmeno scendere di macchina, col finestrino

79
abbassato gli dissi: “Ciao Tonino, ma mi dici qual
è il segreto delle Robbiane?”
Tonino sorrise e i suoi occhi si illuminarono.
Succedeva sempre così quando qualcuno gli
chiedeva qualcosa di storia locale. Il suo viso
s’illuminava per la gioia e la soddisfazione di
parlare di cose che per tutta la vita lo avevano
affascinato. Qualunque attività facesse o fosse in
procinto di fare, passava in secondo piano “oh
te, Stefano ascolta, ti dico tutto quello che so”.
Appoggiò la borsa della spesa a terra tra i piedi e
si mise a spiegare di un’antica leggenda che
raccontavano i nostri nonni e secondo la quale i
Della Robbia si tramandavano di padre in figlio
la formula segreta per avere quella lucentezza e
corposità dalla ceramica. E alla fine il segreto,
scritto su un piccolo foglio arrotolato sarebbe
stato inserito in una loro creazione e
presumibilmente dentro la testa di uno dei
personaggi da loro realizzati nei tanti bassorilievi
sparsi per la Toscana.
Geniale, pensai, “grazie Tonino”.
Qualche idea ce l’avevo. Feci subito un salto nella
Chiesa di San Lorenzo dove si trovano due
magnifiche pale robbiane: la Deposizione e la
Natività. Cominciai a pensare se dentro quelle
testine bianche e lucenti poteva nascondersi la
famosa formula. Mi avvicinai a una delle due pale
e salito sull’altare che sta proprio sotto l’opera,
80
iniziai a battere con le nocche delle dita su alcuni
personaggi e sulle loro teste. Ma il rumore non
cambiava affatto, sembravano tutte piene;
d’improvviso poi mi accorsi che di teste ce ne
erano talmente tante tra angeli, putti e santi di
ogni razza che la ricerca sarebbe stata davvero
impossibile. Sconsolato scesi dall’altare e me ne
tornai a casa pensieroso. Ma la ricerca doveva
continuare. Il giorno seguente la meta era Santa
Maria del Sasso. Poco distante da Bibbiena, a
circa un chilometro, si erge un piccolo santuario
dedicato alla Vergine. I lavori per la costruzione
del Santuario, nato su una piccola cappella
costruita intorno ad un masso dove nel 1347 era
apparsa la Madonna, ebbero l’impulso definitivo
nel 1495 per opera del Padre Domenicano Fra
Girolamo Savonarola si, quello dei piagnoni. Il
posto è bellissimo, mistico, affascinante, cerco le
robbiane e anche qui trovo decine e decine di
teste. “E’ possibile che oltre al segreto della
ceramica perfetta sia stato celato all’interno di
una testolina anche il segreto del sigillo o forse il
Sigillo stesso?” mi chiedevo mentre cercavo un
modo per saper cosa contenessero tutti quei
bassorilievi. Ci vorrebbe un martello e farsi da
una parte, pensavo, preso dalla rabbia di non
trovare niente di quello che cercavo. Forse una
Tac, meno invasiva, o una macchina fotografica

81
speciale, chissà quale marchingegno; magari
esisterò di sicuro, forse in Giappone...
Dopo Santa Maria fu la volta di Memmenano,
poi Poppi e Camaldoli. Vidi in tutto una
cinquantina di opere, centinaia di testoline da
spaccare una ad una come si fa con le uova di
Pasqua per cercare le sorprese. Alla fine arrivò la
rassegnazione. L’idea che poteva avere avuto il
Professor Kreutz era certamente affascinante ma
la ricerca dentro le teste robbiane era davvero
impossibile a meno di non esser presi e messi in
manicomio dopo le prime teste spaccate. I Della
Robbia potevano avere a che fare con il Sigillo e
magari anche averlo nascosto in una loro opera
ma per il momento la ricerca era finita. Si, l’idea
mi convinceva. Ci stava che verso la fine del XV
secolo il sigillo fosse stato ritrovato da qualcuno
o addirittura poteva darsi che lo stesso Dovizi
avesse ordinato ad Andrea di nasconderlo magari
in una delle pale di Bibbiena da lui
commissionate. Ma chi lo saprà mai?
Dopo alcuni giorni Sergio, l’amico dottore, mi
chiama e mi dice che ha trovato qualcosa per me.
D’improvviso il mio entusiasmo si riaccende.
Nascosto in una tasca interna della camiciola del
defunto era stato trovato un foglietto di carta: da
una parte c’era appuntato il mio numero di
telefono e dall’altra c’erano alcuni simboli strani e
delle scritte in tedesco. Me lo consegnò facendo
82
il segno del silenzio con il dito sul naso, ed io
zitto lo presi e lo misi in tasca.
Tirai un respiro di sollievo: i ladri non avevano di
certo il mio nome e il numero di telefono, visto
che il foglietto era ben nascosto sotto la camicia
del professore, ed in più mi trovavo di fronte ad
un altro flebile indizio dato da quei simboli e
quelle scritte in tedesco sul retro della carta.
HAHN OPER SZENOGRAFIE erano le tre
parole scritte sul foglietto assieme a due simboli
che sembrano due rettangoli ravvicinati.
Ci pensai delle settimane ma non ci tirai fuori
niente.

83
Musica all’ora del te’

Quanti potevano essere a conoscenza della storia


del sigillo non l’ho mai saputo. A volte avevo la
certezza che tutto fosse reale e da un momento
all’altro se ne parlasse sul giornale, altre volte
pensavo invece che una serie di coincidenze e
fatti sapientemente messi in relazione tra loro
potessero far apparire le cose come non erano.
Fatto sta che, onde evitare discussioni inutili o
forse per paura d’essere preso in giro con
l’accusa di raccontare novelle, del sigillo non ne
parlavo mai. Anzi per oltre un anno preso da
altre faccende smisi anche di pensarci.
Anche il foglietto trovato nascosto in tasca del
professore era finito a stretto ad un libro insieme
alla mappa che nel frattempo, passata la paura,
era tornata al suo posto, dalla cassaforte alla
libreria del salotto.

Quell’autunno avevo deciso di tornare ad


occuparmi di musica, dopo Franca, il mio primo
85
grande amore e, vista la gran quantità di amicizie
e di contatti che avevo a livello locale nel mondo
artistico e dello spettacolo, sembrò una bella idea
mettere in piedi un cartellone di piccoli concerti
di musica per allietare le lunghe domeniche
invernali dei casentinesi. Serviva però un posto,
possibilmente al caldo, dove accogliere artisti e
spettatori. C’erano le Chiese, ovviamente
disponibili, ma in San Lorenzo si moriva di
freddo perché il Convento era appena stato
abbandonato e il gelo era aumentato. In
alternativa c’era la Propositura ma l’acustica di
quella pieve non mi è mai piaciuta. Ottimo
sarebbe stato l’Oratorio di San Francesco ma
erano iniziati i lavori di restauro e non si sapeva
quando sarebbero finiti. Alla fine … l’idea!
Nel borgo laterale destro che conduce in Piazza
Tarlati, da noi detta Piazza Grande, c’è un
piccolo teatro intitolato al Dovizi. Il locale era
oramai chiuso da qualche anno dopo che anche
l’ultimo utilizzo come cinema per film a luci
rosse era tramontato.
Completamente da rifare, affitto modesto perché
in comodato, e una lunga tradizione di feste e
veglioni risalente al dopoguerra che aveva
lasciato nel cuore dei bibbienesi un amore
particolare per quel posto, lo rendevano il luogo
ideale per l’iniziativa che avevo in mente.

86
Il lavoro fu immenso, ma verso la fine di
novembre avemmo la certezza che per fine anno
il Teatro Dovizi sarebbe tornato al suo antico
splendore.
Così iniziarono i primi contatti per programmare
il cartellone degli spettacoli, e con qualche
piccolo contributo che arrivò dalla Provincia, dal
Comune e anche dalla Comunità Montana, alla
fine il saldo passivo ammontò soltanto a una
decina di milioni di lire.
Musica all’ora del te’ prese forma e la prima
domenica di gennaio iniziarono i concerti
pomeridiani, ovviamente alle 17, all’ora del te’.
Proprio durante una di queste domeniche in
musica, improvvisamente la storia ormai
d i m e n t i c a t a d e l s i g i l l o, t o r n ò f u o r i
prepotentemente.
Quel pomeriggio era in scena un quartetto
d’archi proveniente da Firenze con un concertino
di musica barocca che rendeva l’atmosfera serena
e primaverile nonostante fossimo ancora in
inverno. A seguito dei giovani artisti un vecchio
maestro di musica, tale GianPiero, che tra un
pezzo e l’altro si complimentava con i ragazzi ed
anche con me per la bella idea di aver trovato il
modo di far suonare giovani che anche se bravi
difficilmente avrebbero calcato le assi di qualche
palcoscenico.

87
Alla fine del primo tempo l’uomo si avvicina
nuovamente e mi dice “eh! Voi bibbienesi il
teatro ce lo avete nel sangue... la città dei Galli”.
Nel momento l’espressione del vecchio musicista
passò inosservata feci una risatina e continuai
nelle mie cose poi, pian piano che la seconda
p a r t e d e l l o s p e t t a c o l o a n d a va a va n t i
cominciarono a girarmi nella testa una serie di
idee e più si andava avanti e più mi veniva in
mente la storia del sigillo. Allo scrosciare degli
applausi che sancivano il finale dello spettacolo,
salutai frettolosamente e in maniera anche
scortese tutti gli intervenuti e mi precipitai a casa.

Preso dall’agitazione e dalla smania di ritrovare i


foglietti nascosti, non trovavo niente. Furono tre
o quattro i libri che scartabellai prima di arrivare
a quello che gelosamente custodiva la mappa e il
foglietto di Kreutz.
Le tre parole in tedesco scritte dal professore ore
cominciavano ad avere un senso.
OPERA, SCENOGRAFIA E ..GALLO “ma è
chiaro” urlai.
Le parole scritte sul foglietto non lasciavano
dubbi. Il professor Kreutz stava pensando a
qualcosa che aveva a che fare con gli Architetti
Galli, detti i Bibiena.
Forse stava per aprirsi un altro filone di indagine
che magari mi avrebbe portato alla scoperta di
88
indizi necessari per arrivare alla conclusione
definitiva sulla storia del sigillo. Era necessario
rinfrescarsi le idee su gli architetti bibbienesi. Mi
ricordavo infatti che dovevano essere vissuti
intorno al sei-settecento, che erano originari di
Bibbiena, “c’hanno anche una via intestata”
pensavo tra me, e che avevano avuto a che fare
con la scenografia teatrale in Italia e forse anche
in Europa.
“Ecco, vediamo…dovrei avere un libro proprio
sui Galli”- Giovanni Maria 1625 nasce a
Bibbiena, capostipite della famiglia Galli che
prendono il nome dal paese d’origine è il padre di
Ferdinando nato a Bologna,… la prospettiva
nella scenografia teatrale, il teatro Scientifico a
Mantova del 1767, ehilà Bayreuth in Germania
senti questa “in questo teatro il Bibiena ha riunito la
quintessenza dello stile italiano e francese. Si deve
ammettere che è un maestro insuperato nel suo campo
(1748 Guglielmina al fratello Federico il Grande)”.
E questo: a Sabbioneta la Cappella del
Santissimo Sacramento su disegno di Antonio
Galli Bibiena.
Beh di certo questi Galli qualcosa di speciale
l’hanno fatto. I Bibiena sono senza dubbio una
famiglia che si è distinta in tutta Europa per la
scenografia, l’architettura e i teatri in genere.
“Qualcuno che ha compiuto gesta straordinarie”-

89
diceva Tito - è il primo indizio per capire se è
venuto in contatto col sigillo.”
L’unico a mio avviso poteva essere il capostipite
Giovanni: poteva forse essere venuto in contatto
con l’oggetto e avere trasmesso ai figli tanta
genialità? Oppure poteva aver trovato il sigillo,
preso e portato con se a Bologna e lì poi perso
magari per l’Europa in uno dei tanti viaggi dei
suoi numerosi discendenti.
Non mi restava che scoprire dove era nato e
vissuto il capostipite Giovanni.
La prima ricerca potevo farla negli archivi
parrocchiali. Mi recai alla propositura parlai con
il proposto il quale mi mise a disposizione gli
antichi registri dove erano annotate le nascite e le
morti di tutti gli abitanti. Due volumi nemmeno
tanto grossi che mi portai volentieri a casa per
studiarli con calma. La delusione non tardò. I
registri cominciavano con il 1728, ben cento anni
dopo la nascita del capostipite dei Galli e quindi
del tutto inutili.
Me ne andai allora in biblioteca da Giannetto,
cercai i volumi dell’archivio storico ma anche lì
non trovai niente precedente al 1680. La
missione era fallita; non potendo risalire a nessun
indizio sul capofamiglia era quasi impossibile
trovare una qualche traccia di quanto successo.
Nei giorni seguenti però l’amico Tonino,
interpellato per sapere se aveva qualche notizia in
90
più sull’argomento, mi invitò a visitare l’Oratorio
di San Francesco quasi definitivamente
recuperato da un lungo restauro e mi disse:
“mettiti qui accanto alla porta e guarda lo sfondo
dietro l’altare”. D’incanto mi accorsi subito cosa
voleva farmi vedere. Da quel punto si percepiva
perfettamente una prospettiva teatrale che univa
la chiesa al disegno sullo sfondo. “E poi - disse
Antonio - guarda la balaustra”. I capitelli con i
quali la balaustra era costruita non potevano che
essere opera della scuola dei Galli.
Uno spiraglio si apriva nuovamente sulla ricerca,
qualcuno della famiglia doveva essere tornato a
Bibbiena e aver dato l’idea per la costruzione
dell’Oratorio. Cercai allora nell’archivio della
confraternita delle Stigmate, che custodisce la
chiesetta, ma anche lì non saltò fuori niente. Le
fantasie che mi avevano spinto a ricercare per
tutto questo tempo indizi e prove dell’esistenza
del sigillo ancora una volta finivano senza esito e
ormai in pace con me stesso ripiegai i fogli e
alcuni appunti che nel frattempo mi ero fatto
sull’argomento, li misi a stretto alle pagine del
solito libro e non ci pensai più.

91
La scoperta decisiva

Saranno passati almeno tre o quattro anni.


Nessuna avventura, mappe o codici segreti. Tutta
la storia fin qua raccontata era come se non fosse
mai esistita. Ormai nessuno dei miei complici,
cioè coloro con i quali avevo a volte scambiato
opinioni sulla vicenda, era rimasto in vita. Forse
ero l’ultimo ed unico detentore della storia del
sigillo.
La passione per le cose antiche, la storia e l’arte
però non era venuta meno. Anzi. Un bel giorno
i n c o n t r a i p e r s t r a d a Pa d r e G i u s e p p e,
domenicano di Santa Maria, che mi disse: “Ho
ritrovato nella biblioteca del convento un libretto
che ti piacerà”.
Capirete la curiosità.
Mi prestai per accompagnarlo al Santuario con
la macchina, così avrei potuto vedere subito di
cosa si trattava. “Già che vieni giù -mi disse-

93
dovresti passare dalle suore che ti stanno
cercando”.
Al Santuario vivono ormai da molti anni in
clausura un gruppetto di suore domenicane. In
quei lunghi corridoi e nel silenzio delle piccole
celle si respira un’aria davvero meravigliosa.
Nonostante l’età molto avanzata, le sorelle sono
sempre perfettamente informate su quello che
succede nel mondo, pur facendo a meno di
telefono, tv radio o giornali; boh, provvidenza
divina!
Non ricordo se quella volta il problema era un
computer che faceva le bizze, e loro non
sapevano ovviamente dove mettere le mani, o un
problema all’organo: alle canne o forse alla
seconda tastiera. Fatto sta che oramai mi ero
guadagnato il libero accesso alla zona clausura,
vietatissima a tutti, quindi potevo essere solo io
a risolvere ogni loro piccolo problema. Pensate
addirittura che per le visite, le suore devono
parlare attraverso una doppia grata. La fiducia
che mi era stata concessa doveva essere
mantenuta ed io, per quanto possibile, rimediavo
volentieri a qualche piccolo inconveniente
tecnico che ogni tanto capitava loro. Uscendo
dalla clausura dove anche il Padre superiore non
entrava mai, trovai, appoggiato sul tavolo del
parlatorio, un librettino con la copertina tutta
scollata. Lo presi con delicatezza, detti
94
un’occhiata alle prime pagine e capii subito che si
trattava di un’introvabile guida del Casentino
datata 1881 che in passato avevo cercato invano e
che sapevo esser piena di notizie curiose. La gioia
fu grande, lo conservai con cura e addirittura in
seguito decisi di farne fare una piccola tiratura di
mille pezzi in copia anastatica affinché in futuro
non ci fosse il pericolo di non trovarla più.
Nel rileggere le pagine iniziali della guida, le età
primitive, i cenni storici e via via tutto il resto, il
pensiero non poteva che tornare alla storia che
per anni mi aveva così affascinato. Dice il libretto
nelle prime pagine:
Le popolazioni de’ nostri monti possono davvero
chiamarsi le vestali della italian favella. Dalla bocca dei
contadini s’odono spesso uscir parole sceltissime e frasi che
paiono dantesche.
E propone un rispetto:

Era di maggio, e ben me ne ricordo


Quando ci cominciammo a ben volere;
Eran fiorite le rose dell’orto,
E le ciliegie doventavan nere,
Le doventavan nere nella rama,
Allor ti vidi, e fosti la mia dama,
Passò l’estate, e già cade la foglia,
Di far teco all’amor non ho più voglia

Credevi o bella colle tue parole,


95
D’un drago e d’un leon farne un agnello,
Tu ti credevi d’aver fermo il sole,
E d’aver messo il mar dentro un vasello,
Tu credevi d’avermi ala catena,
M’avevi per un filo a mala pena;
Tu credevi d’avermi incatenato,
M’avevi per un filo… e s’è spezzato

Oltre al piacere della conoscenza di tanti piccoli


aneddoti e particolari, la guida poteva servirmi a
verificare se avevo tralasciato qualche piccolo
indizio o qualche personaggio della storia
casentinese del quale mi ero dimenticato e che
magari aveva compiuto opere così interessanti da
farlo avvicinare alla storia del sigillo.
S’inizia da Stia: Padre Baccellini, uhm confessore
della regina di Francia, no! Padre Monaco,
familiare di Giulio III , nemmeno. Il Tanucci,
ministro di Carlo III e Ferdinando IV di
Borbone..non penso.
A Camaldoli c’è Fra Mauro, cosmografo, il
Grandi matematico e il Soldani naturalista. No,
niente.
A Bibbiena poi c’era stato il Sacchetti novelliere
che aveva fatto il podestà, il Berni poeta e il
Borghi.
Mah la ricerca non dava grandi sorprese:
vediamo Poppi:

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Guido Guerra, Guido Novello, Santi Cascesi, il
Morandini, discepolo del Vasari. A ecco una cosa
interessante, il Folli è l’inventore delle trasfusioni.
Boh, non so.
Mi pareva che fra tutti quei nomi di personaggi
illustri di cui ogni paese vantava aver dato i natali
non ci fosse alcuna personalità così importante
da essere paragonata ai Santi o agli artisti già
elencati.
E fra me facevo un ripasso mentale per rimettere
insieme tutte le informazioni raccolte.
Intorno all’anno mille tre monaci Romualdo,
Guaberto, e Guido si incontrano a Giona e
trovano l’oggetto. Dopo essere stati illuminati
perdono il sigillo che ricompare due secoli più
tardi nelle mani di Francesco d’Assisi. Beh fino a
qui è chiaro. Passano una settantina d’anni e il
sigillo viene ritrovato dall’Alighieri durante la
battaglia di Campaldino. Un'altra sparizione che
dura quasi altri due secoli per riapparire poi nelle
mani del Buonarroti e subito a ruota in quelle del
Dovizi. Dopo di loro solo dubbi: poteva il
Dovizi averlo passato ai Della Robbia affinché lo
nascondessero insieme al segreto della loro arte e
poteva, due secoli più tardi, ricomparire non si sa
bene come nelle mani del Galli?
Non avevo certo fatto grossi progressi sulla
ricerca del sigillo e inoltre pensavo se il potere
che avrebbe dovuto avere l’oggetto divino, nel
97
tempo, si sarebbe mantenuto o avrebbe
funzionato come una batteria che alla fine si
scarica e non serve più?
Quante domande, quanti dubbi e nessuna
risposta. E la vecchia guida che il domenicano mi
aveva consegnato non mi era stata di grande
aiuto. Una notizia in più però l’avevo avuta, solo
una vaga idea che andava ancora valutata e
studiata ma poteva dare un contributo alla mia
ricerca. Forse un contributo decisivo.

Racconta il Beni un viaggio a Capo d’Arno: “…


Passato il fosso dell’Arnaccio, si arriva a un luogo detto –
la ciliegeta- ove a poca distanza dal sentiero e a monte di
esso, trovasi un piccolo ripiano detto Cava degli Idoli, o
altrimenti la Buca del Tesoro, formato a guisa di conca, e
stato anticamente un laghetto alpino. Fu qui che nel
1828, dietro il ritrovamento fortuito di una statuetta di
bronzo, avvenne la scoperta di una grande quantità di
armi e bronzi di remotissima epoca etrusca, fra i quali
specialmente un Ercole Nemeo, un Marte, e una
danzatrice colpivano per la loro bellezza, e perfezione di
forme veramente greca. Però nessuno oggetto scritto fu
trovato, e le monete, tranne una sola coll’effigie di Giano
Bifronte, cominciavano dall’aes rude, ed aes signatum, fin
a quelle del primo secolo dell’Impero. Dalle ciliegeta,
passato il paludoso fosso di Razzagalline, si giunge…”

98
La storia del lago degli idoli poteva rientrare nella
cerchia di quelle vicende che a causa della loro
inspiegabilità si accomunano e si classificano
come misteriose.
La scoperta del lago e del suo fantastico
contenuto, liquidata in poche righe sulla guida del
Beni, in realtà è uno dei ritrovamenti archeologici
più sensazionali. Agli inizi del 1800 una
pastorella trovò per caso sulle sponde del lago
alpino un bronzetto che si scoprì poi raffigurasse
Ercole. Con le modeste tecniche del tempo
iniziarono gli scavi, il laghetto fu prosciugato e
vennero fuori seicento pezzi di bronzo dell’epoca
etrusca e poi pezzi di armi, una gran quantità di
monete e oggetti in ferro e ceramica. Era una
delle più ricche stipi votive del periodo etrusco.
Del perché questo popolo così misterioso avesse
deciso di trasformare il laghetto in una stipe
votiva così importante non si sa. Andare fino al
lago in realtà è difficile e faticoso, così sperduto
tra i monti impervi, bisogna proprio volerlo
cercare. Resta difficile immaginare che quel posto
fosse diventato il luogo di culto più importante e
frequentato per quasi cinque secoli dai devoti
appartenenti alle più diverse categorie sociali. Il
luogo era tenuto nella massima considerazione
da tutto il mondo etrusco.
Delle seicento statuine ritrovate, alcune sono al
Louvre, altre al British e all’Hermitage, molte
99
furono vendute e alcune sono al museo
Archeologico di Partina. Ma qual’ è il mistero del
lago degli idoli? Le fonti popolari sostengono
che le acque di questo lago avevano un potere
curativo e pertanto erano divenute conosciute in
tutta l’Etruria. Gli studiosi sostengono che il
laghetto, essendo alimentato da una sorgente
sotterranea, era oggetto del culto delle acque e
delle fonti. Molti invece pensano che nascendo
l’Arno oggi a pochi metri dal lago, potesse essere
considerato il luogo in cui nasceva il fiume: il
lago insomma da cui questo prendeva la vita.
Un’altra ipotesi mi affascina molto: le foglie di
alcune piante cadute nel lago e lì macerate
potevano aver creato una sorta di acqua della
salute: bevendola si poteva guarire davvero da
alcune malattie.
E se il lago degli idoli avesse protetto con le sue
acque, per secoli, un contenuto ben più divino?
Se il sigillo chissà per quale motivo fosse stato
immerso in quelle acque tanto venerate per
centinaia di anni? Il suo potere avrebbe di certo
consentito la guarigione ai tanti fedeli andati fin
lassù per ottenere un miracolo. Il laghetto
sarebbe stato una sorta di Lourdes dell’antichità.
Difficile dimostrare il legame tra il sigillo e la
stipe etrusca, come è inutile volersi spiegare
come mai dalla profondità del lago il sigillo è
ricomparso dopo alcuni secoli a Giona.
100
Dove si trova il Sigillo adesso? è impossibile dirlo
ma sono certo di esserci molto vicino: vi farò
sapere.
L’unica certezza è che per ogni cosa, come
questa storia dimostra, ognuno può dare la sua
spiegazione.
Anche voi potrete darne altre. Credo però che, in
tutte queste incredibili vicende che hanno
cambiato per sempre la storia dell’umanità, una
mano divina debba esserci stata. Impossibile che
tutti questi fatti siano avvenuti solo per caso in
questo piccolo fazzoletto di terra sperduto nel
cuore dell’Italia.
Il mio amato Casentino.

101
INDICE

Una valle nel cuore dell’Italia pag. 7

Tre uomini al freddo pag. 11

Il piccolo uomo scalzo pag. 25

La misericordia divina pag. 35

Casentino-Firenze
andata e ritorno pag. 45

Bacano, riva destra dell’Arno pag. 53

L’origine della mappa pag. 63

Il professore tedesco pag. 71

Musica all’ora del te’ pag. 85

La scoperta decisiva pag. 93

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