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Proemio Orlando Furioso

1
Delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori,
degli atti di cortesia, delle audaci imprese io canto,
che ci furono nel tempo in cui gli Arabi
attraversarono il mare d’Africa, e arrecarono tanto danno in Francia,
seguendo le ire e i furori giovanili
del loro re Agramante, il quale si vantò
di poter vendicare la morte di Traiano
contro il re Carlo, imperatore romano.
Ariosto ribadisce la contaminazione tra il ciclo carolingio, tema delle armi, ed il ciclo arturiano, tema
dell’amore, già portata a termine da Boiardo. Il modello dantesco, amori e cavalieri, risulta quindi da subito
preponderante su quello virgiliano, le armi.

Viene quindi presentato il tema cardine del poema e primo filone della narrazione: parlerà della guerra che
il re arabo Agramante porta contro Carlo Magno, imperatore del Sacro Romano Impero, per vendicare la
morte del proprio padre per mano di Orlando. A fare da sfondo alla storia principale è quindi la guerra tra
Cristiani e Saraceni.

Nello stesso tempo, racconterò di Orlando


cose che non sono state mai dette né in prosa né in rima:
che per amore, divenne completamente folle,
lui che prima era considerato uomo così saggio;
dirò queste cose se da parte di colei che mi ha quasi reso tale
e che a poco a poco consuma il mio piccolo ingegno,
me ne sarà concesso a sufficienza (di ingegno)
che mi basti a finire l’opera che ho promesso.
Ariosto introduce quindi il secondo filone della narrazione: la pazzia di Orlando.

Propone poi un’associazione diretta tra lui e Orlando stesso, invocando la donna da lui amata, Alessandra
Benucci, per la quale lui è folle d’amore, perché gli consenta di proseguire il proprio lavoro.
3

Vi piaccia, generosa e nobile prole del [duca] Ercole I,

che siete ornamento e splendore del nostro tempo,

Ippolito, di gradire questo poema che vuole

e darvi solo può il vostro umile servitore.

Il mio debito nei vostri confronti, lo posso solo

pagare in parte con le mie parole ed opere scritte;

non mi si potrà accusare di darvi poco,

perché io vi dono tutto quanto posso donarvi, non ho altro.

Nelle terze ottave viene quindi inserita la dedica, le lodi della persona alla quale il poema è dedicato: il
cardinale Ippolito d’Este, al quale si rivolge con il termine di “Erculea prole” facendo riferimento al padre di
Ippolito, Ercole I d’Este.

Ariosto scrive con termini positivi della famiglia degli Este (e ciò sara evidente in più punti del poema)
perché cerca di riallacciare i rapporti con Ippolito, resi deboli da quando questo gli aveva chiesto di andare
con lui in Ungheria, dove nel 1517 si era traferito nel vescovato di Agria, ma dallo scrittore aveva avuto in
risposta un rifiuto.

Voi mi sentirete ricordare fra i più valorosi eroi,

che mi appresto a citare lodandoli,

di quel Ruggiero che fu il vostro

e dei vostri nobili avi il capostipite.

Il suo grande valore e le sue imprese

vi farò udire se mi presterete ascolto;

e le vostre profonde preoccupazioni cedano un poco,

in modo che tra loro i miei versi possano trovare spazio.

Nella quarta ottava Ariosto introduce infine il terzo ed ultimo filone della narrazione: l’amore tra Ruggiero e
Bradamante, capostipiti della dinastia della famiglia d’Este e quindi primi parenti del cardinale Ippolito.

Si proprone quindi di esaltare il valore e le grandi imprese del cavaliere, che non possono fare altro che
dare ulteriore lustro al buon nome del cardinale.