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Classici

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Si ringraziano:

© 2015 Edizioni Ensemble, Roma


i edizione marzo 2015
isbn 978-88-6881-038-2

www.edizioniensemble.it
direzione@edizioniensemble.it
Edizioni Ensemble
Luigi Pirandello
Mal giocondo
a cura di Fabrizio Miliucci

ENSEMBLE
Prefazione

Ripubblicare dopo 126 anni l’esordio poetico di Luigi Pi-


randello significa tornare su una questione affrontata dalla
critica soprattutto in virtù della produzione futura, trascu-
rando quanto di buono (multa bona mixta malis, scrisse Ar-
turo Graf ) si può ancora ottenere da una lettura vergine di
Mal giocondo, la raccolta che l’autore ventiduenne era riuscito
a farsi stampare dalla libreria “Pedone Lauriel” appena acqui-
sita dal torinese Carlo Clausen, a Palermo, nel 1889, cioè alla
vigilia della sua partenza per Bonn, dove si recava per termi-
nare gli studi filologici dopo un attrito avuto a Roma con il
professore di letteratura latina Onorato Occioni.
Quando finalmente avrebbe avuto in mano il libro, gli
errori di tipografia, imputati all’amico Enrico Sicardi cui
l’autore aveva lasciato in revisione le bozze, lo avrebbero
fatto disperare, spingendolo a disconoscere la sua prima
fatica.
Quel libretto dal titolo in rosso e dai finalini in nero (la sa-
goma di una volpe, un pipistrello, un gatto etc.), impressi fra
un momento e l’altro delle sei sezioni (Romanzi, Allegre, In-
termezzo lieto, Momentanee, Triste, Solitaria, in una specie di
climax imperfetto) rappresenta oggi una rarità libraria che il
Gambetti-Vezzosi valuta circa mille euro, oltre che una sor-
presa per chi conosce solo l’autore de Il fu Mattia Pascal, Lumie
di Sicilia, I giganti della montagna...

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PREfazionE

La prima stagione pirandelliana, sia per un motivo di pre-


cedenti culturali che per il calibro spontaneo di una velleità
imbevuta di tradizione, è dunque in poesia e si inserisce con
una notevole quantità di rimandi significativi in una dire-
zione e nell’altra del continuum della tradizione patria
otto/novecentesca, implicando sui vari livelli Leopardi, Car-
ducci, Graf, i conterranei Rapisardi, Costanzo, Cesareo, e, di
là del ponte, i cosiddetti crepuscolari, fino a una consistente
anticipazione montaliana che offre agli studiosi un vero rom-
picapo, forse impossibile da risolvere: niente meno che il ce-
lebre “male di vivere” che in Romanzi IV si accompagna,
prefigurato, a un aggettivo semplice ma sintomatico: «e solo
ad oblïare / entro ne l’onda fredda, / ad obliare il mal triste
di vivere, / mentre il volgo trïonfa e il culto muore / de la bel-
lezza eterna, / divin nostro ideale».
Casualità? Umore dei tempi? Montale legge Pirandello?
Quanto alle cose meno buone, bisogna subito fare il punto
sulla tesa prosodia di questo poeta all’esordio, che tiene un oc-
chio alle Odi barbare del Carducci, di cui dalla Germania ri-
chiederà insistentemente i volumi, e sugli accenti di un animo
che, per avere troppo da dire, rompe sovente l’esile filo del
ritmo, con quegli effetti di caduta da cui traspaiono le diffi-
coltà dell’ottocentista, in lotta con un linguaggio su cui non
può lavorare e contro cui si scaglierà con il risentimento pro-
prio, addomesticato dal giogo di una rassegnazione patologica
e compiaciuta, di alcune sirene della stagione immediatamente
successiva. Prima di aprire i conti con le novità del secolo en-
trante, Pirandello si trova alle prese con una inconscia quanto
incosciente liquidazione.
Non è dunque un paradosso affermare che il poeta di
Mal giocondo appare in vantaggio sui tempi rispetto alle voci

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PREfazionE

subito grandi di D’Annunzio, più vecchio di soli quattro


anni ma esordiente un decennio in anticipo con Primo vere
(1879), e poi ancora con Canto novo (1882) e Intermezzo di
rime (1883), mentre nel 1898 dà alle stampe Il piacere, con
quello che comporta in termini di fama, e il “quasi inedito
e quasi celebre” Pascoli, al contrario, più vecchio del sici-
liano di ben dodici anni, ma presente in volume con le sue
prime Myricae solo nel 1891.
Se a tale altezza Pirandello si confonde fra gli autori mi-
nori, ancora lontano dalla sua strada (ma non tarderà a tro-
varla, dato che L’esclusa è del 1893-4), la sua testimonianza
poetica può essere considerata come l’ultimo e meno certo
avamposto in vista della miracolosa generazione dei Set-
tanta-Ottanta (Marinetti, Soffici, Govoni, Palazzeschi, Goz-
zano, Corazzini, Campana, Sbarbaro, Saba, Cardarelli,
Ungaretti e, in coda, il più giovane Montale) che, sempli-
cemente, costruirà la poesia del secolo nuovo.
Fra l’istituto della tradizione e dei generi, da questa
prima raccolta si procede in maniera vertiginosa sulla strada
di un rinnovamento che compirà il ciclo dei versi solo ven-
titré anni più tardi, ovvero nel 1912 di Fuori di chiaveI, in-
terprete originale della nuova moda versoliberista, nel
frattempo approdata e affermatasi anche in Italia.
Tracciando compiutamente la linea di evoluzione più ri-
conoscibile del passaggio di secolo, fra barbare e semiritmi,
si compone il ritratto più attinente di un autore che sembra
radicato su due culture. Leggere Mal giocondo significa ri-
cuperare una zona d’estensione vocale nello spettro già vasto
iPer una panoramica generale dell’opera in versi cfr. Tutte le poesie, con
introduzione di f. nicolosi, note di M. Lo Vecchio-Musti e cronologia di
S. Costa, Milano, Mondadori, 1996.

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PREfazionE

dell’opera maggiore pirandelliana, riavere una teoria di ultra


e infrasuoni su cui già vanno a fondarsi alcuni dei motivi
maggiori del drammaturgo e romanziere, primo fra tutti
l’umorismo, in nome di una visione della realtà che comin-
cia a uscire dall’apprendistato, e di qui in avanti sarà crea-
trice sempre più raffinata di senso.
Le multa bona a cui allude Graf devono invece essere rin-
tracciate in alcune clausole particolarmente felici, nella va-
rietà dei toni dall’espressivo al satirico, dal dolce all’aspro,
dal carezzevole al pungente, nella vitalità inquieta, ingenua
e feroce, che il letterato matura fra la natia Girgenti e Roma,
il sipario sontuoso e un po’ logoro su cui si chiude Mal gio-
condo, insieme a un periodo di vita ben preciso, con una
presa di coscienza in cui all’atmosfera notturna si mescola
la forza di una comunione in cui il canto «eterno immenso
e vario» custodisce la possibilità dell’ultimo rinnovamento,
un moto d’animo a mezzo fra la velleità del giovane squas-
sato dai furori dell’Arte, e il lucido calcolo del presto disil-
luso, che risolve il problema di sé facendosi regista di altri,
puntando la macchina sull’umanità che lo circonda, e mor-
morando un illuminato e un po’ folle “si gira”:

Oh vïaggio curioso de le vite


sciocche d’innumerabili mortali!
Oh per le vie de le città spedite,

che retata di drammi originali!...


(Triste, II)

Sotto la spinta di un umorismo già “pirandelliano” ogni


residuo petrarchismo di questo morboso canzoniere
d’amore, che rappresenta la pietra tombale del sentimento

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PREfazionE

su cui si prova, frana nel bozzetto a tinte forti, ed è proprio


sulla linea verticale dell’abbassamento, della caduta, che si
sviluppa la spina dorsale della raccolta: a partire dalla cita-
zione del “neogentile” Poliziano (Costui che ’l vulgo errante
chiama Amore, / è dolce insania, a chi più acuto scorge: / si
’l bel titol d’Amore ha dato il mondo / a una ceca peste, a
un mal giocondo, Stanze I, 13), autore con cui Pirandello
manterrà sempre una speciale affinità di lettura; attraverso
le personificazioni ariostesche fino al tristeallegro tentativo
di una vecchia parente di maritare (con lui!) la figliola «ap-
pena quarantenne» (Allegre IX), l’amore è una giostra che
alla lunga rischia di intralciare il ben più forte sentimento
dell’Arte, e per questo viene fatto naufragare, conservato
solo come l’occasione più dolce di un’ispirazione momen-
tanea, occasionale, a tratti galante.
E secondo lo stesso schema si procederà dagli antichi
fasti mitici e imperiali al triste inganno della “terza Roma”
risorgimentale, sullo sfondo delle scioccanti innovazioni tec-
niche dell’età industriale e delle lotte sociali del popolo che
si agita come un mare in tempesta reclamando il suo diritto
alla vita. Da questa divisione il poeta prende le mosse, oscil-
lando fra la musa antica invocata solo nell’ozio, e la furia
devastatrice di una «novissima / iddia da gli occhi di falco /
scrutatrice ostinata del vero» (a l’Eletta).
La prima e più assillante domanda che Pirandello sembra
porsi alle soglie del suo esordio, è dunque quella della va-
lenza artistica aggiornata ai sui tempi, del suo ruolo di poeta
in fronte a una realtà in cui non è dato ritrovare il filo del-
l’ispirazione idillica, e vale piuttosto una riflessione acre sulla
difficile condizione umana, in risposta e a complemento dei
dubbi esistenziali, il “perché e come si fa?” che comune-

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PREfazionE

mente accompagna la stagione di debutto di ogni artista


degno di tale nome.
Uno dei vantaggi di cui si beneficia con la lettura attenta
di queste prime poesie sarà la conoscenza e l’approfondi-
mento di un autore che, conosciuto per via dei capolavori
o del centenario filtro erudito, sembra ormai “umanamente”
inavvicinabile. Al contrario, il ragazzo di Mal giocondo è un
giovane inesperto delle cose della vita, perso nel sogno di
una patria ideale da cercare lontano, indeciso sul proprio
futuro e al contempo animato da un desiderio di gloria fre-
mente e sincero.
Quello che si intravede fra i versi di questa raccolta è lo
sviluppo di una situazione in cui tutte le vaghezze della let-
teratura devono adattarsi all’amarezza di un’esistenza agra,
avara di gratificazioni morali e materiali, nello scontro fra
idea e realtà che affossa, se non si risolve a modificare il
piano, pur di raggiungere l’obiettivo.
La fisionomia di questo Pirandello prima della maturità,
così incerto sul mestiere delle lettere, e a tratti, come si ri-
cava dall’epistolario, rassegnato all’idea di trovarsi un posto
qualunque nell’accademia per esercitare la “più inutile fra
le scienze”, e ripagare finalmente il padre di tutti i sacrifici
cui in verità non esita a chiamarlo, affamato com’è di cul-
tura ed esperienze formative, questa fisionomia ancora in-
definita è per il lettore di oggi, che conosce il finale della
vicenda, con i chiaroscuri personali, il successo mondiale,
la massima onorificenza del Nobel, una buona occasione
per riconoscere il volto imberbe di uno scrittore entrato da
protagonista nel canone, per sorridere su qualche eccesso e,
perché no? commuoversi davanti i sogni e gli ardori del de-
buttante dal futuro aureo.

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PREfazionE

E siano dunque i sogni del giovane Pirandello, catturato


da visioni divine, come quella della Primavera che irrompe
nella sua stanza, bellissima e sensuale, spandendo sul letto pe-
tali di rose fra cui è dolce soffocare (immagini di soffocamento
amoroso hanno un’occorrenza significativa) e rimanere av-
vinti, o le imitazioni che lo fanno volare da una parte all’altra
in cerca di avventure come un paladino (ma più scavezzacollo)
dei poemi epico-cavallereschi, e ancora le avventure galanti
abbozzate su uno sfondo d’annunziano in minore, le storielle
in versi che hanno già sapore di novella o dramma, e la no-
stalgia della sua terra mitica e reale, della casa paterna, di un
amore ideale abbandonato per l’avventura in città:

Quale di rose pioggia purissima


da i cieli accesi piovve l’aurora
su Roma grave, da un gran silenzio
tenuta ancora,

il dì che, dietro l’ombra fuggevole


rapito io folle d’un sogno vano,
t’abbandonai senza una lacrima,
o amor lontano. […]
(Romanzi XII)

Né l’autore è estraneo alla polemica letteraria, in cui


prende parola con una stilettata che gli costerà l’unica stron-
catura dell’opera in un clima di tiepida accoglienza. A la-
mentarsi della poesia moderna è il «Padre Tebro» (Triste V),
quel Tevere fiume sacro ai poeti nell’antichità e oggi ridotto
ad affidare la sua fama immortale, dopo Orazio, a Doma-
nico Gnoli, direttore della “Nuova Antologia” e autore, ap-
punto, delle Odi tiberine.
Calato nelle dinamiche della capitale del Regno, Piran-

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PREfazionE

dello non tarda a comprendere che anche la poesia è oggetto


di mercato, e quindi, se si spera in una sua felice circola-
zione, bisogna provvederla di uno spunto pubblicitario,
un’ombra di pettegolezzo, un motivo di dibattito che in
qualche modo, bene o male purché se ne parli, possa avvi-
ticchiarsi al tralcio dell’attualità.
Con la veemenza dello spirito titanico che si guarda at-
traversare lo sfacelo, sotto sotto in pena per non riuscire a
conquistarlo, il poeta si lancia con ironia e commiserazione
contro i poeti d’oggi, troppi, troppo prolifici, illanguiditi e
molli sprezzatori della vita, tanto fastidiosi e corrotti da ren-
dere insopportabili le parole della nostra buona tradizione,
stridenti ormai come un «grugnito di bimbe imbronciate»
(Allegre XI).
Il poeta che si sente autentico indignato al pensiero
della Musa, sua bella vicina di casa, molestata dai luma-
coni dell’Arte: cosa c’è di più tipico di uno spirito giovane
che ha fretta di emergere? Ed ecco che al giudizio sulla vita
estetica si accoppia il risentimento per i politici-parrucconi
e il nuovo stato sociale, fino al fondo dello sconforto ul-
timo, della rinuncia ai sogni e del rivolgimento, anch’esso
d’immediata marca letteraria, ai piaceri dei sensi, ma non
come abbandono estatico ed esaltazione della vita, piut-
tosto come unica consolazione in un’esistenza rassegnata
all’infelicità.
Schiettezza e posa d’arte, intuizione e ingenuità, esalta-
zione e sconforto. Mal giocondo è anche la cronaca pluri-
centrica di una personalità radicale, divisa su un taglio di
luce netto, in cui si esalta la bipolarità di un’esistenza votata
al parossismo, ai contrasti del paradosso, in attesa di estro-
vertere i veleni che gli rendono insopportabile il solitario

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PREfazionE

soggiorno romano, per farne la materia viva di una poetica


originale. E sembra che la fortuna dell’autore cominci a ma-
turare proprio in vista del fondo, dopo l’accesso di dispera-
zione, in certe botteghe buie e affumicate in cui ci si trova
a contatto con la disperazione altrui, un po’ buffa un po’
tragica, deprecabile ma passibile d’immedesimazione:

[…] Ma il siciliano, un giovine toroso,


a cui de l’Urbe le mollezze e i vizi
han guastato lo stomaco e corroso
le vigorose fibre, scompigliando
con le dita convulse i neri, incolti
capelli, scaccia un ricordo soave
de la patria lontana, che – oh potenza
del vino inesplicabile! – lo stringe
quasi quasi a le lagrime. […]
(Triste VII)

Il vertice più alto, o più prossimo all’indefinito, che


sfuma il nodo emozionale su cui s’innesta il canto vario della
raccolta, già schizzato degli umori drammatici di alcune fi-
gure che si fanno facilmente simbolo, sembrerebbe avere
origine in un fatalismo morale che prende corpo in termini
dal sapore assoluto come «oblio», «pace», «morte», «anima»,
«nulla», «eternità», «notte», non di rado personificati in di-
vinità dai contorni indefiniti. E al di sopra di tutto questo,
nel parossismo di una visione di fondo religiosa a tinte fo-
sche, la sette volte evocata «vanità», dei mortali, della vita,
del nulla, e infine dell’essere su cui si innesta la Solitaria di
chiusura, denunciando qualcosa di più di una semplice
ascendenza leopardiana: «Ed a te, profonda notte, in vano
/ su noi pregata senza dipartita, / dire co’l poderoso canto
umano / la vanità de l’essere infinita».

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PREfazionE

A dedicare un po’ di pazienza a questo poeta che usa il


linguaggio della letteratura alta, ci si renderà conto di
come l’operazione di Mal giocondo sia, e non solo in pro-
spettiva, vincente. Già proiettato sugli anni tedeschi, in
cui un nuovo amore e un nuovo libro prenderanno forma,
la Pasqua di Gea già prefigurata in Romanzi VII, la velocità
d’evoluzione di Pirandello è pari alla sua capacità di assor-
bire modelli colti e mescolarli alla realtà su cui non smette
di interrogarsi. Ed è su questa ricerca che si aprirà la sta-
gione dei capolavori.
Fabrizio Miliucci
gennaio 2015

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Nota del curatore

Le parole dell’autore in una lettera alla sorella Lina


del 23 ottobre 1889 descrivono bene quale fosse la situa-
zione del volume appena uscito dalla tipografia.

«Non so poi se tu abbia di già ricevuto il mio Mal gio-


condo che ti spedii da Roma. È un libro che non posso
più vedermi dinanzi agli occhi pei molti errori di stampa
che me lo deturpano. A pagina 52, per esempio, verso V,
mi han stampato un sonoro invece di mordace – un so-
noro poco sonoro, come vedi, appunto perché mi guasta
la rima con pace. Come si possa scambiare una parola per
un’altra, non giungo a comprenderlo: bisogna proprio
dire, che in quel momento il proto, componendo i ca-
ratteri, poetava lui. A pagina 117, verso II, mi han fatto
dire profumi invece di profumo. A pagina 191, verso I, e
a pagina 192, verso IV, mi han stampato Celio invece di
Elio ribattezzando un ponte col nome d’un quartiere
dell’antica Roma. A pagina 202, poi, verso III, mi han
fatto fare a dirittura un verso zoppo, volendo rendere l’o
che avevo troncato a Costantino. O Costantin dai miti
occhi di capro, e lì fa “dei miti occhi di capro”. Cose mie,
cose mie, mia Lina! Ma non ci pensiamo altro».II
ii
L. Pirandello, Lettere da Bonn 1889-1891, introduzione e note di Elio
Providenti, Roma, Bulzoni, 1984, pp. 43-4.

15
In questa sede si è provato a ripristinare la lezioe cor-
retta in base alle notizie degli epistolari e agli studi va-
riantistici.

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INDICE

Prefazione di Fabrizio Miliucci 5


Nota del curatore 15

MAL GIOCONDO di Luigi Pirandello

Romanzi 23
Allegre 59
Intermezzo lieto 85
Momentanee 103
Triste 123
Solitaria 143
Collana “Classici”

1. Luigi Capuana, Scurpiddu


2. annie Vivanti, Sua altezza!
3. Luigi Pirandello, Mal giocondo

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www.edizioniensemble.it
{ TITOLI DI CODA }

Autore: Luigi Pirandello


Titolo: Mal giocondo
Collana: Classici

Progetto grafico: Livresse


Copertina: “senza titolo” (shutterstock.com)

Editing: Fabrizio Miliucci


Correzione bozze: Matteo Chiavarone
Realizzazione grafica: Matteo Chiavarone

Stampa: Cimer S.n.c.


Distribuzione: Medialibri; Libro Co.

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ENSEMBLE

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Matteo Chiavarone
Direttore commerciale:
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Caporedattore e Ufficio diritti:


Federico Taibi
Ufficio stampa:
Cristina Loizzo

Redazione:
Cecilia Raneri
Valeria Santori
Giuliana Benedetto
Massimo Castiglioni
Virginia Ratis
stampato per conto di Edizioni Ensemble
da Cimer S.n.c. – Roma

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