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LA POESIA ITALIANA

DUECENTESCA VISTA DA DANTE


di Jos Blanco J.

1
La letteratura italiana in volgare si rif a quella dei secoli XI e XII in Francia, poich
l dove sorge la prima letteratura in volgare neolatino tesa a realizzare precisi e
raffinati propositi darte. In Italia e in Spagna c unattivit culturale che va dal
campo del diritto a quello religioso, dalla medicina alla retorica, ma si svolge nella
lingua dei dotti: in latino. Bisogna ricordare che in quel periodo si traducono in
quellidioma numerose opere filosofiche e scientifiche dal greco e dallarabo.

Questa cultura confluisce nella letteratura duecentesca italiana inserendosi in una


realt storica profondamente rinnovata. Dopo la caduta dellImpero Romano
dOccidente, manca in Italia una unit politica e non c, dunque, come in Francia
una vita nazionale unitaria che favorisca il costituirsi di una lingua comune.
Daltronde, la tradizione letteraria latina tanto classica come medioevale
continua ad avere una grande influenza, favorita poi dalla cultura ecclesiastica, che
fa capo al Papa, unico personaggio che simboleggia unautorit accentratrice.

Ma, curiosamente, la Francia non unitaria per quanto riguarda la lingua letteraria.
Nel Nord si parla la lingua dol (dal latino hoc ille = ci, questa cosa egli fa, dice) e
nel Sud la lingua doc (dal latino hoc = ci, questa cosa, dice). Ambedue i nomi
provengono dallespressione di risposta affermativa (perci Dante chiama lItalia il
bel paese l dove l s sona, If. XXXIII 80) e danno origine alla letteratura oitanica
(o francese) e a quella occitanica (o provenzale).
Gli scritti in lingua dol costituirono cicli di poemi epici (il carolingio, il bretone e il
classico), che ebbero uninfluenza grandissima sulle altre letterature europee: in
Spagna, nei paesi scandinavi e germanici, e in Italia. In questultima, si diffusero in
lingua originale ma in un secondo momento in numerosi volgarizzamenti e
rifacimenti in volgare italiano o in una lingua ibrida che mescolava lantico francese
col veneto. Mentre il ciclo carolingio narra le imprese leggendarie di Carlo Magno e
dei suoi paladini contro i Saraceni in difesa della Francia e della fede, quello bretone
si occupa del re Art e i cavalieri della tavola rotonda.

Dante Alighieri

Il ciclo classico tratta delle vicende di grandi personaggi dellantichit, leggendari o


storici, che derivano da opere come l Eneide di Virgilio e la Tebaide di Stazio ma si
comportano secondo gli ideali cavallereschi e le usanze del Medioevo. Pi
importanti sono gli altri due cicli: luno esalta il valore guerriero, e laltro mette
insieme lavventura con lamore e la magia. Una prova dellimportanza di
questultimo si avverte precisamente in Dante, quando fa dire a Francesca da
Rimini:

Noi leggiavamo un giorno per diletto


di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per pi fiate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basci tutto tremante.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:

quel giorno pi non vi leggemmo avante. (If. V, 127-138)


3
Lo ricordano Tommaso Casini e Silvio Adrasto Barbi nel loro commento alla
Commedia: I romanzi davventura, scritti in lingua francese, in verso e in prosa,
erano assai diffusi fra noi nella seconda met del secolo XIII, e si leggevano
volentieri anche nelle corti di Romagna; e poich i primi libri italiani dove sia
distesamente narrato il fatto di Lancillotto e di Ginevra, non possono essere
anteriori al Trecento, quasi certo che il romanzo letto da Paolo e Francesca era in
lingua francese. Di simili letture di euvres damor fatte da coppie dinnamorati si
hanno esempi anche in poemi francesi del sec. XIII. Il Sapegno, invece, crede che
questi romanzi eran ben noti a Dante, o nelloriginale ovvero nei numerosi
volgarizzamenti. E fa riferimento allaccenno alle Arturi regis ambages
pulcerrime in De vulgari eloquentia, I x 2.

Giuseppe Giusti per conto suo aggiunge nell800: Con questo verso di molteplice
significato volle il poeta adombrare dun velo onesto una cosa inonesta in s,
inonestissima in bocca di una donna. Quasi ultimo tcco, volle ripercuotere tutte le
corde sentimentali di quella lagrimevole istoria (Scritti vari, p.235)

Dante ricorda anche Lancillotto nel Convivio quando, parlando del senio cio
la quarta parte della vita, annota:

7. Rendesi dunque a Dio la nobile anima in questa etade, e attende lo fine di


questa vita con molto desiderio e uscir le pare de lalbergo e ritornare ne la propria
mansione, uscir le pare di cammino e tornare in cittade, uscir le pare di mare e
tornare a porto. O miseri e vili che con le vele alte correte a questo porto, e l ove
dovereste riposare, per lo impeto del vento rompete, e perdete voi medesimi l
dove tanto camminato avete! 8. Certo lo cavaliere Lancelotto non volse entrare con
le vele alte, n lo nobilissimo nostro latino Guido montefeltrano. Bene questi nobili
calaro le vele de le mondane operazioni, che ne la loro lunga etade a religione si
rendero, ogni mondano diletto e opera disponendo. (CV, IV, xxviii). Cio, segue la
tradizione secondo cui il cavaliere sarebbe diventato monaco alla stessa maniera di
Guido da Montefeltro (Cfr. If. XXVII).

Daltra parte, ricordata anche Ginevra nel Cielo di Marte, quando Beatrice,
in disparte, vuol richiamare lattenzione del poeta sul suo atteggiamento
vanaglorioso:

onde Beatrice, ch'era un poco scevra,

ridendo, parve quella che tossio

al primo fallo scritto di Ginevra (Pd. XVI, 13-15)

Lepisodio si riferisce alla dama di Malehaut, che toss per avvertire della
sua presenza, quando la regina si trov alla soglia del peccato ("primo fallo scritto 4
"), nel suo primo incontro con Lancillotto. Tutto quanto compare nel romanzo
Lancelot du Lac, che di sicuro Dante conosceva, molto probabilmente nella lingua
doil originaria. Nel De Vulgari Eloquentia (I x 2) ricorda le "Arturi regis ambages
pulcerrime" (le "bellissime avventure di re Art"), mentre Tristano chiude - con
Paride - la schiera delle anime dei lussuriosi in If. V, 67.

Eppure non ancora possibile dimostrare che Dante abbia conosciuto


direttamente il Roman de Tristan, malgrado sia stato il testo di materia arturiana in
prosa che ha avuto la maggiore divulgazione in Italia. Ad ogni modo, risulta chiaro
che pi importante della menzione nel secondo cerchio dellInferno il
carattere tristaniano del racconto di Francesca. Gi i primi commentatori del
poema Lana, Benvenuto, Buti, Landino - facevano riferimento alla condanna
morale di questo tipo di letture (Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse), ma
interpretazioni pi recenti Friedrich, Porena, Contini, Montano, Marcazzan
sottolineano la distorsione dellamore degli adulteri in chiave cortese e
stilnovistica. Pi evidente la sua lettura della Mort Artu, come pu apprezzarsi nei
versi che ricordano la morte di Mordret:

non quelli a cui fu rotto il petto e lombra

con esso un colpo per la man dArt; (If. XXXII, 61-62)


Le tre lingue letterarie del tempo di Dante sono identificate dal poeta nel De
vulgari eloquentia col nome della rispettiva particella affermativa. Chiama, quindi,
lingua d'oil (l'attuale oui) il francese, lingua d'oc il provenzale e lingua di s il
volgare italiano. Il nome "lingua d'oil" impiegato attualmente per indicare la fase
antica della lingua francese (dalle prime attestazioni nel IX secolo fino alla met del
Trecento). Nel medioevo questa lingua veniva parlata in un territorio pi ristretto
rispetto a quello attuale della Francia, poich copriva solo le regioni del centro e del
nord (esclusa la Bretagna) lungo una linea di demarcazione linguistica estesa da
Amiens a Lione. I linguisti moderni possono distinguere e descrivere le variet
dialettali che compongono la lingua d'oil, tutte documentate da una ricca
letteratura. Sono riconoscibili cos, da ovest a est e da nord a sud: normando,
piccardo, vallone, angioino, franciano, dialetto della Champagne, lorenese, dialetto
della borgogna; mentre il pittavino a occidente e soprattutto il francoprovenzale a
oriente presentano elementi linguistici di trapasso al provenzale. Alle variet della
lingua d'oil occorre aggiungere l'anglo-normanno, introdotto in Inghilterra dalla
conquista normanna (1066) come lingua letteraria e dell'amministrazione.

Ecco quanto scrive e la relativa traduzione:

2. Est igitur super quod gradimur ydioma tractando tripharium, ut superius


dictum est: nam alii oc, alii s, alii vero dicunt oil. Et quod unum fuerit a principio
confusionis (quod prius probandum est) apparet, quia convenimus in vocabulis 5
multis, velut eloquentes doctores ostendunt: que quidem convenientia ipsi
confusioni repugnat, que ruit celitus in edificatione Babel.

3. Trilingues ergo doctores in multis conveniunt, et maxime in hoc vocabulo quod


est amor. Gerardus de Brunel:

Sim sentis fezelz amics,

per ver encusera amor.

Rex Navarre:

De finamor si vient sen et bont;

Dominus Guido Guinizelli:

N fe' amor prima che gentil core,

n gentil [cor] prima che amor, natura.

4. Quare autem tripharie principali[ter] variatum sit, investigemus; et quare


quelibet istarum variationum in se ipsa variatur, puta dextre Ytalie locutio ab ea
que est sinistre (nam aliter Paduani et aliter Pisani locuntur); et quare vicinius
habitantes adhuc discrepant in loquendo, ut Mediolanenses et Veronenses, Romani
et Florentini, nec non convenientes in eodem genere gentis, ut Neapoletani et
Caetani, Ravennates et Faventini, et, quod mirabilius est, sub eadem civilitate
morantes, ut Bononienses Burgi Sancti Felicis et Bononienses Strate Maioris.

5. Hee omnes differentie atque sermonum varietates quid accidant, una eademque
ratione patebit.

[2. Di tre specie adunque lidioma, sul quale procede la trattazione, come sopra s
detto, poich alcuni dicono oc, altri s, altri poi oil. E che uno solo fosse al principio
della confusione ci che stato dimostrato dianzi appare dal fatto che ci
accordiamo in molti vocaboli, come mostrano i maestri eloquenti: ed appunto
questaccordo contrasta con quella confusione che piomb dal cielo durante
ledificazione babelica.

3. I maestri nelle tre lingue saccordano dunque in molti vocaboli, e soprattutto in


questo: amore.

Gerardo di Borneill cantando:

Se mudisse fido amico, incolpar dovrebbe amor. 6

Il re di Navarra:

Da fino amor muove senno e bont

Messer Guido Guinizelli:

N fe' amor prima che gentil core,

n gentil [cor] prima che amor, natura.

4. Ma ricerchiamo perch principalmente si sia in triplice maniera diversificato e


perch ciascuna di queste variet si diversifichi entro se stessa, per esempio la
parlata della destra dItalia da quella che della sinistra (infatti in un modo parlano
i Padovani, in un altro i Pisani); e perch quelli che abitano pi vicino differiscano
ancora nel parlare come Milanesi e Veronesi, Romani e Fiorentini, ed inoltre quelli
che saccomunano nella stessa stirpe di popolo, come Napoletani e Gaetani,
Ravennati e Faentini; e, ci che fa pi maraviglia, quelli che dimorano sotto uno
stesso cittadino reggimento, come i Bolognesi del Borgo di san Felice ed i Bolognesi
di Strada Maggiore.
5. Perch avvengano tutte queste differenze e mutamenti nelle parlate, sar
manifesto in ununica e medesima ragione.] (VE, I, IX).

Mentre la lingua dei poemi dei tre cicli quella dol, le poesie liriche che fioriscono
in Provenza si creano in lingua doc. Sono le composizioni damore dei trovatori,
che ricostruiscono latmosfera raffinata delle corti ed esaltano la nobilt spirituale.

Lappellativo di trovatore che venne dato anche ai poeti italiani che scrissero in
provenzale viene da trobador, caso obliquo da trobaire (= inventare in versi).
Lideale di vita espresso da questa letteratura francese del sec. XII , allo stesso
tempo, cavalleresco e cortese.

Prima di spiegare entrambi i qualificativi, mi pare particolarmente illuminante


quanto scrive Antonio Viscardi nel suo saggio La letteratura doc e doil: Sono nella
nuova Europa, i trovatori i primi che abbian fatto della poesia per fare della
poesia; i primi che abbiano avuto il senso dellarte pura, dellarte per larte; i primi,
insomma, che siano letterati nel senso moderno della parola: e abbiano coscienza
di esserlo; i primi che consapevolmente abbiano escluso dallattivit artistica ogni
intendimento o fine pratico o utilitario. Appunto da questo senso rigoroso e servero
dellarte pura nasce, nei trovatori, il tormento, langosciosa preoccupazione della
forma: e la compiacenza e lorgoglio della perfezione formale raggiunta (Sansoni,
Firenze 1967). 7

Corte e cortesia provengono dal latino tardo curtis, che il dizionario Devoto-Oli
definisce ottimamente: Organismo economico e giuridico (tipico dela societ
feudale) pi o meno rigorosamente chiuso, in cui si compiva il ciclo della
produzione e dello scambio e si svolgeva ogni attivit aministrativa, sotto la
direzione di un campo unico, di regola fornito di immunit tributaria e
giurisdizionale.

Da questo concetto di insediamento rurale dotato di autonomia economica-


giuridica (un fondo dominante con annessi altri fondi dipendenti, coltivati da servi
o da liberi o da semiliberi) si pass a quello di corte come residenza del re o del
principe, estendendosi al complesso di edifici che la compongono e allinsieme delle
persone addette al servizio del sovrano.

Cortesia sono, appunto, le qualit proprie di chi vive nella corte del castello
feudale: la raffinatezza e gentilezza di modi, la nobilt di sentire che attesta la
nobilt di sangue, il valore guerriero, la lealt, la generosit, la munificenza.

La bella poesia trovadorica provenzale doveva per tacere (come pi tardi accadr
con la poesia siciliana della corte di Federico II) per un atroce episodio storico: la
crociata degli Albigesi.
Gli albigesi costituiscono una diramazione provenzale delleresia dei ctari (i
puri) e il loro nome deriva da Albi, citt della Francia meridionale che insieme a
Tolosa fu il centro della loro attivit. Nel 1167 eressero una loro diocesi autonoma,
sotto la protezione di Raimondo VI, conte di Tolosa. Dopo i tentativi di ricondurli
all'ortodossia, Papa Innocenzo III (conosciuto anche per i suoi contrasti con
Federico II) band una crociata, guidata da Arnaldo di Cteaux e Simone di
Montfort, che dur fino al 1229 e si risolse con la sottomissione della Provenza a
Luigi VIII.

Il termine Albigesi fu applicato per la prima volta nel 1209 dal monaco di Vaux de
Cernay, storico e promotore della Crociata contro la Linguadoca, e designava, in
realt, una confederazione di eretici del XIII secolo: Pietrobrusiani, Enriciani,
Arnaldisti, Valdesi, Catari, Manichei, eretici della Navarra, Baschi, Cottarelli e
Triaverdini.

Senza protezione politica, fu uno dei tanti massacri commessi in nome di Dio. La
logica del citato Arnoldo di Citeaux (prima abate e poi vescovo) fu spietata:
Accoppateli tutti, Dio riconoscer i suoi. Gli eserciti francesi, assoldati dalla
Chiesa di Roma, portarono a termine una delle tanti soluzioni finali. Basti citare
lesempio della cittadina di Bziers, che venne completamente distrutta, con tutti i
suoi 20.000 abitanti, uomini, donne, bambini, cattolici ed eretici. I nemici non erano
n musulmani n ebrei: solo deviazionisti della Tradizione cattolica, gi 8
impostata nei grandi Concilii: Nicea (325), Costantinopolitano I (381), Efeso (431),
Calcedonia (451), Costantinopolitano II (553), Costantinopolitano III (680-1), Nicea II
(787), Costantipolitano IV (869-70) e soprattutto nel Lateranense III (1179).

Ho gi segnalato i risultati politici (la fine della libert dellOccitania). Ma molto


pi importante quella culturale: costituisce la fine della prima grande cultura
volgare della civilt occidentale. Carmelo Cappuccio, nella sua Storia della
letteratura italiana, precisa che la crociata pass come bufera sulle terre di
Provenza, distrusse quel mondo gentile e spense la voce dei suoi poeti (Sansoni,
Firenze 1971).

Ci fu un nuovo tentativo di sollevazione nel 1240-45. Questa volta furono


perseguitati dall'Inquisizione, affidata ai domenicani. Forse alcuni riuscino a fuggire
nella penisola italiana portando con s la severit catara, la civilt cortese e la
lingua occitana. Intanto, in Francia si affermava la lingua doil che, quasi 200 anni
dopo, con leditto di Villers-Cotterets (1539), sarebbe diventata la lingua nazionale.

Alcuni trovatori provenzali erano gi presenti in Italia del Nord. Si ricordano i nomi
di Peire Vidal, Ramon de Tolosa e Folquet de Romans. Ma senza dubbio il pi
importante Raimbaut (Rambaldo) de Vaqueiras, che arriv alla corte di Obizzo
Malaspina, dopo il 1180, per passare poi a quella di Bonifacio del Monferrato. Con
questultimo combatt in Sicilia (1194) e partecip alla IV crociata e alla conquista
di Costantinopoli. Fra le sue opere si conserva un contrasto con una popolana
genovese. Mentre lui dichiara il suo amore in provenzale, la donna risponde in
dialetto (fra virgolette, perch in realt si tratta di una lingua manipolata in
forma letteraria). Ugualmente interessante un discordo scritto in cinque strofe:
la prima in provenzale, la seconda in italiano, la terza in francese, la quarta in
guascone, e la quinta in galaico-portoghese.

I trovatori possedevano una cultura raffinata, perch appartenevano a famiglie


nobili e hanno lasciato diversi tipi di componimenti (canzoni, ballate, sirventesi,
contrasti, albe, pastorelle) di vario argomento (politico, morale, satirico e
soprattutto amoroso), secondo le concezioni della fin' amor, ossia dell'amore
cortese.

Lamore cortese un omaggio devoto del cavaliere alla dama, rappresentata come
lideale di ogni perfezione fisica e morale. Lo schema uniforme (art de trobar) e
sispira alla consuetudine del vassallaggio feudale usando, dal 1170 in poi, una
fraseologia difficile conosciuta come trobar clus. Questa creazione chiusa
iniziata da Marcabruno - si serve di espressioni complicate ed ellittiche. La migliore
definizione quella che offre Raimbaut dAurenga della propria attivit poetica:
"Cars, bruns et teinz motz entrebesc, / pensius pensanz" (Parole preziose, scure e
cupe, io intreccio, pensosamente pensoso). Gli altri due stili sono il trobar leu (il cui
massimo rappresentante Guiraut de Bornelh) e il trobar ric, che cerca la 9
sontuosit della lingua e il virtuosismo della versificazione.

Linflusso esercitato dai trovatori sulla poesia in volgare siciliano e toscano stato
notevole. Tra i maggiori: Peire Vidal, Bernard de Ventadorn, Folchetto da Marsiglia,
Jaufr Rudel, Giraut de Borneill, e in particolare Bertram dal Bornio e Arnaldo
Daniello, questi due ultimi ricordati da Dante rispettivamente nel canto XXVIII
dell'Inferno e nel XXVI del Purgatorio. Poetarono in provenzale anche alcuni
italiani come i genovesi Lanfranco Cigala e Bonifacio Calvo, il veneziano Bartolomeo
Zorzi, il bolognese Rambertino Buvalelli, Alberto Malaspina e Sordello da Goito, che
Dante colloca come personaggio nellAntipurgatorio, facendolo rivolgersi a Virgilio
con le accese parole:

"O Mantoano, io son Sordello / de la tua terra!" (Pg. VI, 74-75)

e che loda pure nel De vulgari eloquentia:

2. Dicimus ergo quod forte non male opinantur qui Bononienses asserunt pulcriori
locutione loquentes, cum ab Ymolensibus, Ferrarensibus et Mutinensibus
circunstantibus aliquid proprio vulgari asciscunt, sicut facere quoslibet a finitimis
suis conicimus, ut Sordellus de Mantua sua ostendit, Cremone, Brixie atque Verone
confini: qui, tantus eloquentie vir existens, non solum in poetando sed
quomodocunque loquendo patrium vulgare descruit.
[2. Dico adunque che forse non pensano male coloro che affermano parlare i
Bolognesi la pi bella parlata, poich dagli Imolesi, dai Ferraresi e dai Modenesi che
abitano allintorno accolgono qualche cosa per il proprio volgare, ci che
congetturo faccia ciascuno dai suoi vicini, come ha mostrato Sordello rispetto alla
sua Mantova, confinante con Cremona, Brescia e Verona: il quale essendo uomo s
grande nellarte della parola, non soltanto nel poetare in qualche modo abbandon
il patrio volgare.] (VE, I, xv).

Per quanto riguarda Bertram dal Bornio, viene ricordato da Dante nel De vulgari
eloquentia come poeta delle armi, considerando che la armorum probitas uno
dei tre magnalia che possono essere oggetto dellalta lirica darte in volgare
illustre. Gli altri due sono l amoris accensio (la fiamma damore) di Arnaldo
Daniello e la directio voluntatis (la drittura della volont) di Giraut di Bornelh. In
Italia, alla poesia damore fa riscontro Cino da Pistoia, e a Giraut la poesia morale
dell amico di Cino, cio il Dante delle canzoni del Convivio. Non ci sono, invece,
equipollenti per la poesia guerriera.

Ecco il testo completo, con la relativa traduzione:

9. Circa que sola, si bene recolimus, illustres viros invenimus vulgariter


poetasse, scilicet Bertramum de Bornio arma, Arnaldum Danielem amorem, 10
Gerardum de Bornello rectitudinem; Cynum Pistoriensem amorem, amicum eius
rectitudinem. Bertramus etenim ait :

Non posc mudar c'un cantar non exparja.

Arnaldus:

L'aura amara fal bruol brancuz clarzir.

Gerardus:

Per solaz reveillar

che s'es trop endormitz.

Cynus:

Digno sono eo de morte.

Amicus eius:

Doglia mi reca ne lo core ardire.


Arma vero nullum latium adhuc invenio poetasse. Hiis proinde visis, que canenda
sint vulgari altissimo innotescunt.

[9. E intorno a queste sole, se ricordiamo bene, abbiamo trovato che uomini
famosi hanno poetato, cio Bertrando del Bornio intorno allarmi, Arnaldo Daniello
intorno allamore, Giraldo di Borneill intorno alla rettitudine; Cino da Pistoia
intorno allamore, lamico suo intorno alla rettitudine.

Dice infatti Bertrando:

Lasciar non posso deffondere un canto.

Arnaldo:

L' aria amara fa i broli fronzuti

schiarire.

Giraldo:

Per risvegliar sollazzo 11

che s' troppo addormito.

Cino:

Digno sono eo de morte.

Lamico suo:

Doglia mi reca ne lo core ardire.

Di armi nessun Italiano trovo che finora abbia poetato.

Pertanto dopo quel che s visto, palese quali argomenti si debban cantare nel pi
eccelso volgare. ] (VE, II, II).

Come personaggio, Bertran rappresenta uno degli episodi pi terrifici della


Commedia:

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

e vidi cosa, ch'io avrei paura,


sanza pi prova, di contarla solo;

se non che coscienza m'assicura,

la buona compagnia che l'uom francheggia

sotto l'asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,

un busto sanza capo andar s come

andavan li altri de la trista greggia;

e 'l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna;

e quel mirava noi e dicea: Oh me!.

Di s facea a s stesso lucerna, 12

ed eran due in uno e uno in due:

com'esser pu, quei sa che s governa.

Quando diritto al pi del ponte fue,

lev 'l braccio alto con tutta la testa,

per appressarne le parole sue,

che fuoro: Or vedi la pena molesta

tu che, spirando, vai veggendo i morti:

vedi s'alcuna grande come questa.

E perch tu di me novella porti,

sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli

che diedi al re giovane i ma' conforti.


Io feci il padre e 'l figlio in s ribelli:

Achitofl non f pi d'Absalone

e di Davd coi malvagi punzelli.

Perch'io parti' cos giunte persone,

partito porto il mio cerebro, lasso!,

dal suo principio ch' in questo troncone.

Cos s'osserva in me lo contrapasso. (If. XXVIII, 112-142)

In questo vuol dire che Dante segue la leggenda secondo cui questo feudatario del
Perigord e signore del castello di Hautefort, nella seconda met del sec. XII, avrebbe
aizzato Enrico III (detto il giovane) contro suo padre Enrico II dInghilterra. Ci
non toglie, per, che nel Convivio ne abbia celebrato la liberalit dei costumi:

12. Per che manifesto in ciascuno modo quelle ricchezze iniquamente avvenire; e
per Nostro Segnore inique le chiam, quando disse: "Fatevi amici de la pecunia de 13
la iniquitade", invitando e confortando li uomini a liberalitade di benefici, che sono
generatori damici. 13. E quanto fa bello cambio chi di queste imperfettissime cose
d, per avere e per acquistare cose perfette, s come li cuori de valenti uomini! Lo
cambio ogni die si pu fare. Certo nuova mercatantia questa de laltre, che,
credendo comperare uno uomo per lo beneficio, mille e mille ne sono comperati.
14. E cui non ancora nel cuore Alessandro per li suoi reali benefici? Cui non
ancora lo buono re di Castella, o il Saladino, o il buono Marchese di Monferrato, o il
buono Conte di Tolosa, o Beltramo dal Bornio, o Galasso di Montefeltro? Quando de
le loro messioni si fa menzione, certo non solamente quelli che ci farebbero
volentieri, ma quelli prima morire vorrebbero che ci fare, amore hanno a la
memoria di costoro. (CV, IV, xi).

Dante incontra fra i lussuriosi del Purgatorio anche Arnaut Daniel, del quale fa dire
a Guido Guinizelli:

"O frate", disse, "questi chio ti cerno

col dito", e addit un spirto innanzi,

"fu miglior fabbro del parlar materno".

Versi damore e prose di romanzi


soverchi tutti: e lascia dir li stolti

che quel di Lemos credon chavanzi. (Pg XXVI, 115-120)

Cio, Dante per bocca delliniziatore del dolce stil novo - colloca Arnaut al di
sopra del famoso Giraut de Bornelh (quel di Lemos) e lo fa anche parlare:

El comici liberamente a dire:

"Tan mabellis vostre cortes deman,

quieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi quesper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor


14
que vos guida al som de lescalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!" (Pg XXVI, 140-148)

[Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che io non mi posso n voglio a voi
celare. Io sono Arnaldo, che piango e vado cantando; pensoso vedo la passata follia,
e vedo giocondo il gaudio che spero in futuro. Ora vi prego, per quel valore che vi
guida al sommo di questa scala, ricordatevi a tempo opportuno del mio dolore.]

Arnaut Daniel nato in Dordogna (Francia), nel vescovado di Prigord, e la


sua opera databile tra il 1180 e il 1210. Fu tra i maggiori seguaci del trobar clus e il
riferimento a prose di romanzi ha fatto pensare che avesse scritto anche alcuni
romanzi, ma si tratta di unipotesi che stata ormai messa accantonata.

Dante ne fa un omaggio esplicito nel De vulgari eloquentia, quando dichiara:

2. Dicimus ergo quod omnis stantia quod omnis stantia ad quandam odam
recipiendam armonizata est. Sed in modis diversificari videntur; quia quedam sunt
sub una oda continua usque ad ultimum progressive, hoc est sine iteratione
modulationis cuiusquam et sine diesi diesim dicimus deductionem vergentem de
una oda in aliam; hanc voltam vocamus, cum vulgus alloquimur -; et huiusmodi
stantia usus et fere in omnibus cantionibus suis Arnaldus Danielis, et nos eum secuti
sumus cum diximus:

"Al poco giorno e al gran cerchio dombra.

[2.Dico adunque che ogni stanza armonizzata per ricevere una certa
melodia. Ma le stanze mostrano differenziarsi nelle modulazioni, poich alcune
restano sotto un unica melodia fino alla fine, cio senza ripetizione di alcuna frase
musicale e senza diesis (dico diesis un passaggio che volga da una ad altra
melodia, chiamato volta quando si parla ai noi letterati); ed una tale stanza us in
quasi tutte le canzoni Arnaldo Daniello, le cui orme io seguii, quando cantai:

Al poco giorno e al gran cerchio dombra.] (VE, II, X).

Si tratta della canzone-sestina, alla quale il Barbi ha dato il n CI delle Rime,


che costituisce un esempio appunto di canzone indivisa, cio senza ripetizione e
senza diesis. Essa priva di rime al suo interno (cobla dissoluta) e ogni verso rima
con il suo corrispettivo della strofa successiva (coblas unissonans).

Pi avanti, Dante ci torna per segnalarcela come esempio di stanza senza


consonanza di rime allinterno di essa:
15
2. Unum est stantia sine rithimo, in qua nulla ritjimorum habitudo
actenditur; et huiusmodi stantiis usus est Arnaldus Danielis frequentissime, velut
ibi,

Sem fos Amor de joi donar;

et nos dicimus,

Al poco giorno.

[2. Una la stanza senza rima, nella quale non si mira ad alcuna disposizione
di rime; e stanza di tale specie us Arnaldo Dianello molto di frequente, come l
dove canta:

Se Amor mi fosse in donar gioia < largo >;

ed io pure:

Al poco giorno.] (VE, II, XIII).


Non dimostrato che Dante abbia conosciuto il provenzale, ma
probabilissimo che abbia consultato lattuale codice Laurenziano Pl. XLI.42, copiato
da Petrus Berzoli di Gubbio.

Giraldo da Borneill (Giraut de Bornelh): quel di Lemos (Pg. XXVI, 120), che
era considerato come il pi grande dei trovatori dai suoi biografi provenzali e,
anche in Italia, da Terramagnino da Pisa, autore della Doctrina dacort, che un
rifacimento in versi provenzali delle Razos de trobat del trovatore provenzale
Raimond Vidal di Besal. Dante ne cita ben quattro canzoni nel De vulgari
eloquentia.

La prima Sim sentis fezelz amics, / per ver encusera amor, gi presentata
come esempio di una delle tre specie dellidioma (VE, I, IX, 3). Segue Per solaz
reveillar / che s'es trop endormitz, pure ricordata pi sopra come poesia morale
(VE, II, II, 9).

Pi avanti si trova Ara ausirez encabalitz cantarz come esemplare inizio


endecasillabico:

4. Et hoc omnes doctores perpendisse videntur, cantiones illustres


principiantes ab illo; ut Gerardus de Bornello:
16
Ara ausirez encabalitz cantarz

(quod carmen, licet decasillabum videatur, secundum rei veritatem endecasillabum


est: nam due consonantes extreme non sunt de sillaba precedente, et licet propriam
vocalem non habeant, virtutem sillabe non tamen ammictunt; signum autem est
quod rithimus ibi una vocali perficitur, quod esse non posset nisi virtute alterius ibi
subintellecte).

Rex Navarre:

De fin'amor si vient sen et bont,

(ubi, si consideretur accentus et eius causa, endecasillabum esse constabit).

Guido Guinizelli:

Al cor gentil repara sempre amore.

Iudex de Columpnis de Messana:

Amor, che lungiamente m'i menato.


Renaldus de Aquino:

Per fino amore vo s letamente.

Cynus Pistoriensis:

Non spero che gi mai per mia salute.

amicus eius:

Amor, che movi tua vert da cielo.

[4. Es evidente che ci hanno ben considerato i maestri tutti, con quello
cominciando le canzoni illustri, come Giraldo di Borneill:

Ora udirete de canti perfetti.

(Il quale verso, bench sembri decasillabo, in realt endecasillabo, poich le


ultime due consonanti non appartengono alla sillaba precedente; e bench non
abbiamo una propria vocale, non perdono tuttavia il valore di sillaba: e segno ne
che la rima ivi si compie con una sola vocale, ci che non potrebbe essere se non in
forza di unaltra ivi sottintesa). 17

Il Re di Navarra:

Da fino amore move senno e bont,

(dove, se si consideri laccento e la sua ragione, si vedr un endecasillabo);

Guido Guinizelli:

Al cor gentil repara sempre amore;

il giudice Delle Colonne di Messina:

Amor, che lungiamente m' i menato;

Rinaldo d Aquino:

Per fino amore vo s letamente;

Cino da Pistoia:

Non spero che gi mai per mia salute.


l amico suo:

Amor, che movi tua vert da cielo.] (VE, II, V).

Finalmente, per quanto riguarda i gradi dello stile escludendo quello


insipidus, quello sapidus, e quello sapidus et venustus Dante si sofferma su quello
sapidus et venustus etiam et excelsus, qui est dictatorum illustrium offrendo undici
esempi di canzoni illustres (cinque di trovatori provenzali e sei di poeti italiani), la
prima delle quali proprio di Giraldo:

6. Hunc gradum constructionis excellentissimum nominamus, et hic est


quem querimus cum suprema venemur, ut dictum est.

Hoc solum illustres cantiones inveniuntur contexte, ut Gerardus:

Si per mon Sobretots non fos.

Folquetus de Marsilia:

Tan m'abellis l'amoros pensamen.


18
Arnaldus Danielis:

Sols sui che sai lo sobraffan chem sorz.

Namericus de Belnui:

Nuls hom non pot complir addrechamen.

Namericus de Peculiano:

Si com l'arbres che per sobrecarcar.

Rex Navarre:

Ire d'amor que en mon cor repaire.

Iudex de Messana:

Anchor che l'aigua per lo foco lassi.

Guido GuinizeIli:
Tegno de folle 'mpresa a lo ver dire.

Guido Cavalcanti:

Poi che de doglia cor conven ch'io porti.

Cynus de Pistorio:

Avegna che io aggia pi per tempo.

Amicus eius:

Amor che ne la mente mi ragiona.

[6. E questo grado di costruzione che chiamiamo il pi eccellente, ed quello


che cerchiamo, essendoci messi, como s detto, di ci che sommo.

Di questo soltanto si trovano essere intessute le splendide canzoni, come Giraldo:

Se per lUnico moi non fosse;.

Folchetto di Marsiglia: 19

Piacemi tanto il pensiero damore.

Arnaldo Daniello:

Conosco io sol il grave affan che mesce;

Amerigo di Belenoi:

Dar non pu alcuno giusto compimento;.

Amerigo da Peculiano:

Siccome lalber che per troppo incarco;.

il Re di Navarra:

Sdegno damor che nel mio cor dimora;

il Giudice di Messina:

Anchor che l'aigua per lo foco lassi;


Guido GuinizeIli:

Tegno de folle 'mpresa a lo ver dire;

Guido Cavalcanti:

Poi che de doglia cor conven ch'io porti.

Cino da Pistoia:

Avegna che io aggia pi per tempo;

lamico suo:

Amor che ne la mente mi ragiona.] (VE, II, VI).

Nellultima citazione compaiono altri tre nomi importanti.

Aimeric de Belenoi (Namericus de Belnui) nato in un castello chiamato


lEsparra, nel territorio di Bordeaux, anche se Dante lo colloca fra gli Yspani. Io
credo che abbia letto male nella sua fonte e confuso Esparra con Espaa. Ebbe 20
rapporti con le corti del conte di Provenza, Raimon Berenguer (che Dante ricorda in
Pd. VI, 134) del quale celebra il ritorno in patria (1217). La canzone Nuls hom non
pot complir addrechamen ricompare dopo un componimento di Guido Cavalcanti e
un altro di Dante quale esempio di canzone provenzale in endecasillabi per la sua
rigorosa costruzione metrica (cinque strofe di otto endecasillabi rimati ABBA, CCDD
con due tornate di quattro o di due versi):

2. In usu nostro maxime tria carmina frequentando prerogativam habere


videntur, endecasillabum scilicet, eptasillabum et pentasillabum; que trisillabum
ante alia sequi astruximus.

3. Horum prorsus, cum tragice poetari conamur, endecasillabum propter


quandam excellentiam in contextu vincendi privilegium promeretur. Nam quedam
stantia est que solis endecasillabis gaudet esse contexta, ut illa Guidonis de
Florentia

Donna me prega, perch'io volgl[i]o dire;

et etiam nos dicimus

Donne ch'avete intelletto d'amore.


Hoc etiam Yspani usi sunt - et dico Yspanos qui poetati sunt in vulgari oc:
Namericus de Belnui,

Nuls hom non pot complir adrechamen.

[2. evidente che nelluso nostro tre versi hanno soprattutto il privilegio di
ricorrere frequenti, vale a dirte lendecasillabo, il settenario e il quinario; e ad essi
ho dimostrato che tien dietro prima degli altri il trisillabo.

3. Fra questi lendecasillabo, quando vogliamo poetare nello stile tragico,


merita assolutamente il privilegio di prevalere nella testura, per certa sua
eccellenza. V stanza infatti che gode dessere intessuta di soli endecasillabi, come
quella di Guido da Firenze:

Donna me prega, perch'io volgl[i]o dire;

E anchio canto:

Donne ch'avete intelletto d'amore.

Gli Spagnoli pure lhanno usato, gli Spagnoli dico, che hanno poetato nel volgare d
oc: Messer Amerigo di Belenoi 21

Dar non pu alcuno giusto compimento.] (VE, II, XII).

Aimeric de Pegulhan (Namericus de Peculiano) era tolosano ed ebbe


probabilmente una vita errabonda, fermandosi forse a lungo nella corte di Alfonso
IX di Castiglia. Lo si trova in Italia presso Azzo dEste (mortonel 1212) e Guglielmo
Malaspina (morto nel 1220), la morte dei quali cant in due planhs. Lasci circa
cinquanta componimenti di vario genere. La canzone citata da Dante (Si com
l'arbres che per sobrecarcar) dedicata al re di Castiglia.

Per quanto riguarda Folchetto di Marsiglia, riappare addirittura nel Cielo


Venere, fra gli spiriti amanti, anche se o forse proprio per quello aveva
partecipato alla crociata contro gli albigesi. Cunizza da Romano che lo presenta
con queste parole:

Di questa luculenta e cara gioia

del nostro cielo che pi m' propinqua,

grande fama rimase; e pria che moia,

questo centesimo anno ancor s'incinqua:


vedi se far si dee l'omo eccellente,

s ch'altra vita la prima relinqua. (Pd. IX, 37-42)

La luce che risplende vicina a me ha lasciato grande fama nel mondo,


destinata a durare ancora cinque secoli. Giudizio un po limitativo se si considera
che ancora adesso questo trovatore ricordato dagli storici della letteratura; ma
anche vero che la sua fama dovuta pi che altro alla sua presenza nella Commedia.

Richiamata da Dante, lanima beata descrive il suo luogo di origine con una
lunga perifrasi geografica:

<<La maggior valle in che l'acqua si spanda>>,

incominciaro allor le sue parole,

<<fuor di quel mar che la terra inghirlanda,

tra' discordanti liti contra 'l sole

tanto sen va, che fa meridiano 22

l dove l'orizzonte pria far suole.

Di quella valle fu' io litorano

tra Ebro e Macra, che per cammin corto

parte lo Genovese dal Toscano.

Ad un occaso quasi e ad un orto

Buggea siede e la terra ond'io fui,

che f del sangue suo gi caldo il porto.

Folco mi disse quellla gente a cui

fu noto il nome mio; e questo cielo

di me s'imprenta, com'io fe' di lui;

ch pi non arse la figlia di Belo.


noiando e a Sicheo e a Creusa,

di me, infin che si convenne al pelo;

n quella Rodopea che delusa

fu da Demofoonte, n Alcide

quando Iole nel cuore ebbe rinchiusa.

Non per qui si pente, ma si ride,

non della colpa, ch'a mente non torna,

ma del valor ch'ordin e provide.

Qui si rimira ne l'arte ch'addorna

cotanto affetto, e discernesi 'l bene

per che 'l mondo di s quel di gi torna. 23

Ma perch tutte le tue voglie piene

ten porti che son nate in questa spera,

procedere ancor oltre mi convene.

Tu vuo' saper chi in questa lumera

che qui appresso me cos scintilla

come raggio di sole in acqua mera.

Or sappi che l entro si tranquilla

Raab; e a nostr'ordine congiunta

di lei nel sommo grado si sigilla.

Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta

che 'l vostro mondo face, pria ch'alt'alma


del triunfo di Cristo fu assunta.

Ben si convenne lei lasciar per palma

in alcun cielo de l'alta vittoria

che s'acquist con l'una e l'altra palma,

perch'ella favor la prima gloria

di Iosu in su la Terra Santa,

che poco tocca al papa la memoria.

La tua citt, che di colui pianta,

che pria volse le spalle al suo fattore

e di cui la 'nvidia tanto pianta,

produce e spande il maladetto fiore 24

c'ha disviate le pecore e li agni,

per che fatto ha lupo del pastore.

Per questo l'Evangelio e i dottori magni

son derelitti, e solo ai Decretali

si studia, s che pare a' lor vivagni.

A questo intende il papa e 'cardinali;

non vanno i lor pensieri a Nazarette,

l dove Gabriello aperse l'ali.

Ma Vaticano e l'altre parti elette

di Roma che son state cimitero

a la milizia che Pietro seguette,


tosto libere fien de l'avoltero>>. (Pd. IX, 82-142)

Il maggiore avvallamento dice laltra anima beata in cui si versa lacqua


che esce dallOceano (il Mediterraneo), si estende tanto verso oriente da occidente,
che da una parte ha per meridiano il cerchio stesso (Palestina) che rispetto allaltra
faceva da orizzonte (Gibilterra). Io sono nato sulle rive di quel mare comprese fra la
foce dellEbro (Spagna) e quella della Magra (che per un breve tratto divide la
Liguria dalla Toscana). La mia citt (Marsiglia) e Bgia (in Algeria) si trovano quasi
sullo stesso meridiano (il sole si leva e tramonta quasi nello stesso momento).

Poi si presenta: Mi chiamo Folco: questo cielo di Venere riceve la mia luce
come io sulla terra ricevetti il suo influsso: arsi damore, non meno di Didone, di
Fillide, di Ercole. Qui in Paradiso per non ci si addolora per pentimento, poich il
ricordo della colpa non ritorna alla mente, ma proviamo gioia della virt divina che
ordin provvidenzialmente le influenze celesti. Qui si contempla larte divina che
rende bella lopera della creazione e si comprende il fine buono per cui i cieli
esercitano i loro influssi sul mondo umano.

Fa poi la presentazione di Raab, la meretrice di Gerico, che rese possibile


lespugnazione della citt quando nascose a casa sua e aiut gli esploratori inviati
da Giosu. E, finalmente, pronuncia avanti unaltra condanna del temporalismo 25
della Chiesa corrotta ed esprime la fede in una prossima rigenerazione. Alcuni
vedono nellannuncio che il Vaticano e le altre parte elette tosto libere fien de
l'avoltero una diretta allusione alla morte di Bonifacio VIII, avvenuta il 12 ottobre
1303.

Risulta evidente che quello che parla il vescovo intransigente e inquisitore


e non il trovatore il cui ricordo secondo le sue parole il fiume Let ha cancellato
per sempre. Dal Trionfo dAmore del Petrarca (Folco, que cha Marsiglia il nome
ha dato / ed a Genova tolto, IV 49-50), si sa che era nato a Marsiglia, poco dopo la
met del secolo XII, da un mercante genovese. Ha lasciato un buon numero di
poesie composte allincirca fra il 1180 e il 1195. Frequent le corti di Raimondo
Berengario di Tolosa (cui figlio, il conte Raimondo VI non risparmi quando
divenne giudice spietato), di Alfonso II dAquitania, di Riccardo Cuordileone e
soprattutto di Barral du Baux, visconte di Marsiglia, dalla cui corte Folco dovette
andarsene, per aver celebrato troppo ardentemente la moglie Alasia.

Adesso come accaduto con Raab, che stata assunta prima di tutte le
anime redente dal trionfo di Cristo Folchetto viene rivendicato come crociato
sanguinaro dellortodossia contro la minaccia ereticale. stato lo Zingarelli a
ravvicinare le due imprese sterminatrici: il canto degli ecclesiastici, guidati dal
vescovo di Tolosa, fece cadere la fortezza albigese di Lavaur il 3 maggio 1211 come
le trombe sacerdotali fecero altrettanto a Gerico.
Secondo alcuni, la prima canzone scritta in siciliano Madonna, dir vo
voglio, di Giacomo (Jacopo) da Lentini e sarebbe un rifacimento della canzone A vos,
midont voill retrair en cantan di Folchetto. Tale affermazione prende lo spunto
dalla sua presenza in primo luogo nel Cod. Vaticano Vaticano Latino 3793, ma
discutibile.

Dante non menziona n Bernat De Ventadorn n Jaufr Raudel, ma cita


brevemente Peire dAlvernia:

3. Pro se vero argumentatur alia, scilicet oc, quod vulgares eloquentes in ea


primitus poetati sunt tanquam in perfectiori dulciorique loquela, ut puta Petrus de
Alvernia et alii antiquiores doctores.

[In favor suo adduce laltra, cio quella doc, che i dicitori in volgare
primieramente in essa poetarono come nella lingua pi perfetta e pi dolce, per
esempio Pietro dAlvernia e gli altri pi antichi maestri.] (VE, I, X).

Chiarita la situazione provenzale, possibile passare adesso sulla scena della


nascente letteratura italiana.

I principali movimenti letterari del Duecento sono la poesia religiosa in 26


Umbria (San Francesco dAssisi, Iacopone da Todi), la scuola poetica siciliana, la
letteratura didascalica e moralistica nellItalia settentrionale (laretino Guittone Del
Viva, il fiorentino Chiaro Davanzati, il pistoiese Meo Abbracciavacca, il pisano
Pannuccio Dal Bagno, il probabilmente fiorentino Andrea Monte, e il lucchese
Bonagiunta Orbicciani), e la scuola stilnovistica.

Per quanto riguarda Francesco (Assisi 1181 circa - 1226), ci sono rimasti il
Cantico delle creature (Canticus creaturarum o Cantico di frate Sole), in volgare
umbro, le Regole, il Testamento, le Admonitiones ai fratelli. Dante ricorda
Francesco come santo e gli dedica lintero Canto XI del Paradiso. Non si fa cenno
alla sua poesia e neanche a quella di Iacopone da Todi, malgrado sia stato un altra
vittima di Bonifacio VIII.

Degli altri autori, ricorda polemicamente soprattutto i Toscani:

1. Post hec veniamus ad Tuscos, qui propter amentiam suam infroniti


titulum sibi vulgaris illustris arrogare videntur. Et in hoc non solum plebeia
dementat intentio, sed famosos quamplures viros hoc tenuisse comperimus: puta
Guittonem Aretinum, qui nunquam se ad curiale vulgare direxit, Bonagiuntam
Lucensem, Gallum Pisanum, Minum Mocatum Senensem, Brunectum Florentinum,
quorum dicta, si rimari vacaverit, non curialia sed municipalia tantum invenientur.
Et quoniam Tusci pre aliis in hac ebrietate baccantur, dignum utileque videtur
municipalia vulgaria Tuscanorum sigillatim in aliquo depompare.

[Passiamo dopo questo ai Toscani, i quali, fatti stolti per loro dissennattezza,
mostrano di arrogarsi lonore del volgar illustre. Ed in ci non solo folleggia la
pretesa della plebe, ma ben so che parecchi uomini famosi hanno ci sostenuto, per
esempio Guittone dArezzo che mai non sindirizz verso il volgare curiale,
Bonagiunta da Lucca, Gallo Pisano, Mino Mocato, Brunetto Fiorentino; le rime dei
quali, se si avr agio di esaminarle diligentemente, si troveranno non curiali, ma
soltanto municipali.] (VE, I, XIII).

Dante non menziona pi n Gallo Pisano (forse un giudice che stato legato al
concilio di Lione del 1275) n Mino Mocato (forse Bartolomero Mocati da Siena) e
Brunetto (Latini) costituisce un episodio a parte nel terzo girone del settimo cerchio
dell Inferno.

Cos adocchiato da cotal famiglia,

fui conosciuto da un, che mi prese

per lo lembo e grid: Qual maraviglia!.


27
E io, quando 'l suo braccio a me distese,

ficcai li occhi per lo cotto aspetto,

s che 'l viso abbrusciato non difese

la conoscenza sua al mio 'ntelletto;

e chinando la mano a la sua faccia,

rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?.

E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia

se Brunetto Latino un poco teco

ce lascia andar la traccia.

I' dissi lui: Quanto posso, ven preco;

e se volete che con voi m'asseggia,


farl, se piace a costui che vo seco.

O figliuol, disse, qual di questa greggia

s'arresta punto, giace poi cent'anni

sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.

Per va oltre: i' ti verr a' panni;

e poi rigiugner la mia masnada,

che va piangendo i suoi etterni danni.

I' non osava scender de la strada

per andar par di lui; ma 'l capo chino

tenea com'uom che reverente vada.

El cominci: Qual fortuna o destino


28
anzi l'ultimo d qua gi ti mena?

e chi questi che mostra 'l cammino?.

L s di sopra, in la vita serena,

rispuos'io lui, mi smarri' in una valle,

avanti che l'et mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle:

questi m'apparve, tornand'io in quella,

e reducemi a ca per questo calle.

Ed elli a me: Se tu segui tua stella,

non puoi fallire a glorioso porto,

se ben m'accorsi ne la vita bella;


e s'io non fossi s per tempo morto,

veggendo il cielo a te cos benigno,

dato t'avrei a l'opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole *ab* antico,

e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si far, per tuo ben far, nimico:

ed ragion, ch tra li lazzi sorbi

si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

gent' avara, invidiosa e superba:


29
dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,

che l'una parte e l'altra avranno fame

di te; ma lungi fia dal becco l'erba.

Faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesme, e non tocchin la pianta,

s'alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa

di que' Roman che vi rimaser quando

fu fatto il nido di malizia tanta.

Se fosse tutto pieno il mio dimando,


rispuos'io lui, voi non sareste ancora

de l'umana natura posto in bando;

ch 'n la mente m' fitta, e or m'accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m'insegnavate come l'uom s'etterna:

e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna.

Ci che narrate di mio corso scrivo,

e serbolo a chiosar con altro testo

a donna che sapr, s'a lei arrivo.


30
Tanto vogl'io che vi sia manifesto,

pur che mia coscienza non mi garra,

che a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non nuova a li orecchi miei tal arra:

per giri Fortuna la sua rota

come le piace, e 'l villan la sua marra.

Lo mio maestro allora in su la gota

destra si volse in dietro, e riguardommi;

poi disse: Bene ascolta chi la nota.

N per tanto di men parlando vommi

con ser Brunetto, e dimando chi sono


li suoi compagni pi noti e pi sommi.

Ed elli a me: Saper d'alcuno buono;

de li altri fia laudabile tacerci,

ch 'l tempo sara corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci

e litterati grandi e di gran fama,

d'un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,

e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,

s'avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de' servi


31
fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,

dove lasci li mal protesi nervi.

Di pi direi; ma 'l venire e 'l sermone

pi lungo esser non pu, per ch'i' veggio

l surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.

Sieti raccomandato il mio Tesoro

nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio.

Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

per la campagna; e parve di costoro


quelli che vince, non colui che perde. (If. XV, 22-124)

Vissuto fra gli anni 1220c. 1294c., Brunetto Latini fu ambasciatore presso Alfonso
X di Castiglia e non pot tornare a Firenze per la sconfitta dei guelfi a Montaperti
(1260). Si stabil per sei anni in Francia e torn in Italia probabilmente dopo la
battaglia di Benevento (1266), diventando come ricorda Giovanni Villani -
"cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini". Scrisse in prosa francese Li
livres du Trsor dove raccolse nozioni di scienza, storia, filosofia, morale, retorica e
politica. Tradusse alcune orazioni di Cicerone (Pro Marcello, Pro Ligario, Pro
Deiotaro) e i primi diciassette capitoli del De inventione, che comment col titolo di
Rettorica. Sono redatti anche in volgare il Tesoretto (il pi antico poema didattico-
allegorico della letteratura italiana, esemplato sul Roman de la Rose) e il Favolello,
una lettera in versi dedicata a Rustico Filippi. Il riferimento dantesco a queste
opere e alla canzonetta Seo son distretto inamoratamente, trasmessa dal
canzoniere Vaticano 3793. Sarebbe pure un riferimento implicito quello del
Convivio, quando Dante difende il parlare italico a perpetuale infamia e
depressione de li malvagi uomini dItalia, che commendano lo volgare altrui e lo
loro proprio dispregiano (CV, I, XI).

Sullomosessualit del maestro si scritto molto, soprattutto per tentare di


scagionarlo. Io condivido, invece, lopinione di coloro che pensano con criteri
postridentini. La posizione sociale sulla sodomia nel XIII secolo era diversa da 32
quanto non lo sarebbe stato pochi decenni dopo, addirittura con condanne a morte.
Dante non si scandalizza (lo fa quando incontra Farinata o Cavalcanti dei
Cavalcanti?). Il fatto di essere un peccatore non toglie niente alla cara e buona
immagine paterna, che in chiusura del canto quelli che vince, non colui che perde.
E poi, se il suo aspro giudizio nel Convivio fosse da prendre alla lettera, non si
capirebbe perch Brunetto gli raccomandi proprio il suo Tesoro scritto in francese.

Dante aveva gi toccato il tema del volgare illustre nella Vita Nova, quando
affermava che da intendere che anticamente non erano dicitori d'amore in
lingua volgare, anzi erano dicitori d'amore certi poete in lingua latina; tra noi dico,
avvegna forse che tra altra gente addivenisse, e addivegna ancora, s come in
Grecia, non volgari ma litterati poete queste cose trattavano. E non molto numero
d'anni passati, che appariro prima questi poete volgari; ch dire per rima in volgare
tanto quanto dire per versi in latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia
picciolo tempo, che se volemo cercare in lingua d'oco e in quella di s, noi non
troviamo cose dette anzi lo presente tempo per cento e cinquanta anni. E la cagione
per che alquanti grossi ebbero fama di sapere dire, che quasi fuoro li primi che
dissero in lingua di s. E lo primo che cominci a dire s come poeta volgare, si
mosse per che volle fare intendere le sue parole a donna, a la quale era malagevole
d'intendere li versi latini. E questo contra coloro che rimano sopra altra matera
che amorosa, con ci sia cosa che cotale modo di parlare fosse dal principio trovato
per dire d'amore. Onde, con ci sia cosa che a li poete sia conceduta maggiore
licenza di parlare che a li prosaici dittatori, e questi dicitori per rima non siano altro
che poete volgari, degno e ragionevole che a loro sia maggiore licenzia largita di
parlare che a li altri parlatori volgari: onde, se alcuna figura o colore rettorico
conceduto a li poete, conceduto a li rimatori (VN, XXV).

Bonagiunta Orbicciani degli Overardi, notaio, visse intorno alla met del XIII
secolo e sostenne una polemica in rima con Guido Guinizelli per aver inaugurato un
nuovo stile, distaccandosi dai canoni siciliani. Riconosce subito Dante nel cerchio
dei golosi del Purgatorio e gli fa la profezia della Gentucca, donna (figlia?) che lo
consoler durante lesilio. Anche se Dante, nel De Vulgari Eloquentia, biasima
Bonagiunta per aver usato il volgare municipale, fa pronunciare proprio a lui nel
canto XXIV del Purgatorio, la celebre definizione della nuova poesia:

Ma d s'i' veggio qui colui che fore

trasse le nove rime, cominciando

"Donne ch'avete intelletto d'amore".

E io a lui: I' mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo 33

ch'e' ditta dentro vo significando.

O frate, issa vegg'io, diss'elli, il nodo

che 'l Notaro e Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!

Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;

e qual pi a gradire oltre si mette,

non vede pi da l'uno a l'altro stilo;

e, quasi contentato, si tacette. (Pg. XXIV, 49-63)


Bonagiunta stato definito da Gianfranco Contini come "lautentico trapiantatore
dei modi siciliani in Toscana". Autore di sonetti, ballate e canzonette, infatti
debitore allo stile del Notaro Giacomo da Lentini.

Per Dante, il superamento di entrambe le scuole sono le nove rime, cio il


gruppo fiorentino del dolce stil novo, che sviluppa la teoria guinizelliana
dellamore. In sintesi, questo un sentimento proprio delle anime virtuose, uno
stimolo morale, un fatto spirituale, un oggetto di meditazione interiore.

Lanalisi della poesia ricordata da Bonagiunta, che la prima della Vita Nova
(XIX 4-14, vv. 1-70), risulta emblematica. Un ottimo riassunto viene offerto da
Tommaso Casini nel suo Commento alla Commedia:

Il poeta canta della sua donna per isfogo dellanimo commosso, rivolgendo
le sue parole alle donne innamorate (1-14): le nature angeliche pregano il Signore di
accordar loro la compagnia di Beatrice, ma la misericordia divina vuol chella
rimanga ancora sulla terra (15-28). Il poeta vuol dire le virt della sua donna, la
quale ove appare spegne ogni malvagio pensiero, nobilita chi le parla (29-42):
amore stesso non sa come ella possa essere mortale e la giudica opera divina, ch il
suo corpo diffuso dun soave colore di perla, gli occhi feriscono il cuore a chi la
riguarda e tutto il suo aspetto sorridente damore (43-56). Da ultimo il poeta
manda fuori la sua canzone perch trovi la via a Beatrice, fermandosi a chieder di 34
lei solo a donne gentili e a uomini cortesi che laccompagnino l ove potr
raccomandar lui ad Amore (55-70).

Le nove rime non sono altro che il canto della lode della sua gentilissima
Beatrice ripigliando cos matera nuova e pi nobile che la passata (Vita Nova XVII
1).

Di fronte allelogio di Bonagiunta, Dante espone brevemente il principio


fondamentale della poesia con la sua tradizionale vera o falsa modestia:

E io a lui: I' mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch'e' ditta dentro vo significando.

Gli antichi commentatori, ricorda il Sapegno, parafrasavano questa terzina


cos: Amore mio dittatore, e io sono suo scrivano. E, infatti, il contenuto
esclusivo della nuova poesia lamore inteso in senso sprituale come oggetto della
meditazione interiore. In essa si mette da parte la vicenda erotica e si cerca la
perfezione della forma, perch questa deve corrispondere a quel nuovo stile.
Il dolce stil novo un fenomeno letterario estremamente aristocratico,
tanto per concezione intellettuale come per modi espressivi. Non un caso se nasce
e si sviluppa a Bologna, centro di cultura dove si trovava e si trova la pi vecchia
universit dItalia.

Lo stile dolce perch esprime appunto un sentimento di complessa e


aristocratica interiorit, cio lamore inteso nella sua assolutezza spirituale, morale
e religiosa: Annota Giorgio Petrocchi: Naturalmente la concezione amorosa degli
stilnovisti per se stessa dolce, in quanto ritrova nella coesistenza di amore e di
gentilezza la natura medesima del sentire e del poetare. La purezza dei sentimenti,
la delicatezza degli ideali, la leggiadria delle immagini della donna amata,
presupponendo una raffinata aristocrazia dello spirito esigono una soavit
despressione che dia a quei sentimenti, ideali, immagini un timbro poetico
particolare (Storia della letteratura italiana, Garzanti, Milano 1965).

Lo stile novo perch diverso rispetto al poetare dei rimatori della scuola
siciliana (il Notaro) e dei rimatori toscani (Guittone e lo stesso Bonagiunta), che
non scrivono ascoltando lispirazione dellamore e nei modi richiesti da una simile
ispirazione come gli stilnovisti.

Dante (per bocca di Bonagiunta) accosta al principale rappresentante della


poesia di corte (Jacopo de Lentini) il principale poeta della transizione toscana 35
(Guittone dArezzo), che sarebbero stati superati dal dolce stil novo.

Per quanto riguarda laretino, che io identifico seguendo Guido Di Pino col
primo Guido di Pg. XI, 95 (Nunquam Florentiam introibo y otros ensayos sobre
Dante, Ediciones Video Carta, Santiago de Chile, pp.77-83), Dante particolarmente
severo. In Pg. XXVI, 124-126 fa dire a Guido Guinizelli che la fama di costui
artificiosa:

Cos fer molti antichi di Guittone,

di grido in grido pur lui dando pregio,

fin che lha vinto il ver con pi persone.

Cio, non si fatto altro che ripetere di bocca in bocca una formula
consuetudinaria che ha dato a Giuttone una fama priva di giudizio critico. Oltre al
gi citato I, XIII, 1 del De vulgari eloquentia, dice in un altro luogo:

8. suibsistant ... ignorantie sectatores Guittonem aretinum et quosdam alios


extollentes, nunquam in vocabulis atque constructione plebescere desuetos
[I seguaci dellignoranza, perci, la smettano di esaltare Guittone dArezzo ed
alcuni altri, gente che non ha mai abbandonato luso di vocaboli e costrutti
popolareggianti.] (VE, II, VI).

Quando Dante incominci a scrivere poesia verso il 1283, le scuole di poesia


lirica in Italia erano due e sono quelle che ricorda Bonagiunta facendo riferimento
ai loro principali rappresentanti.

La scuola siciliana, formatasi nel Mezzogiorno, si diffuse poi in Toscana,


trovando un grande seguace in Bonagiunta Orbicciani. La scuola dottrinale, invece,
venne frequentata in Toscana da Guittone dArezzo e a Bologna da Guido Guinizelli.
Mentre i siciliani diedero veste italiana alla lirica provenzale, i dottrinali
teorizzarono sullamore.

Risulta chiaro che lAlighieri si considera al di sopra dei suoi predecessori.

La forma metrica dei siciliani stata la canzone. I dottrinali accolsero il


sonetto e si accostarono al periodo latino, tentando di nobilitare lo stile poetico e
andando al di l dei temi amorosi. Infatti, i loro argomenti furono anche filosofici,
religiosi e politici.

Un tema rimane comune, per, alle due scuole: quello dellamore cortese. 36

In origine, questo rappresenta la concezione di una cortesia e di una nobilt


ereditate col sangue. A poco a poco, simpone il concetto di amore cortese come
complesso di dati dovute al merito individuale, trasmissibili. Ci non altro da un
punto di vista letterario che il passaggio dalla societ feudale (ruolo ascritto) a
quella comunale (ruolo acquisito).

Dante fa dire a Bonagiunta di aver ormai compreso qual stato limpedimento


(nodo) per cui che Guittone, Giacomo da Lentini e lui stesso non hanno capito la
nuova poesia.

Lanalisi della poetica stilnovistica pu essere largomento di un altro articolo. Basti,


quindi, dire che i predecessori erano privi dispirazione interiore e troppo ricercati
nellespressione.

Quello che minteressa , soprattutto, il riferimento a l Notaro perch in


lui Dante concentra la poetica della scuola siciliana. Dante non lo chiama mai nome,
e nel De vulgari Eloquentia ricorda la canzone Madonna, dir vi voglio, senza fare
riferimento allidentit dellautore, forse perch universalmente noto, e lo stesso
succede con Per fino amore vo si letamente di Rinaldo dAquino. Tutt e due sono
testi esemplari dei poeti meridionali prefulgentes:
8. Sed quamvis terrigene Apuli loquantur obscene comuniter, prefulgentes
eorum quidam polite locuti sunt, vocabula curialiora in suis cantionibus
compilantes, ut manifeste apparet eorum dicta perspicientibus, ut puta

Madonna, dir vi voglio,

et

Per fino amore vo si letamente.

[8. Ma bench gli Apuli nativi della regione parlino comunemente in una
sconcia maniera, tra loro alcuni uomini illustri si espressero con eleganza,
trascegliendo nelle loro canzoni i vocaboli pi nobili, ci che appare manifesto a chi
ben esamina le loro rime; come per esempio:

Madonna, dir vi voglio,

Per fino amore vo si letamente.] (VE, I, XII).

Dante, per, colloca a torto Iacopo da Lentini fra i continentali (Apuli), cio 37
fra coloro che abitano il territorio angioino dellItalia meridionale, a sud del Tronto
e del Garigliano. Lerrore pu provenire dalla menzione di un altro Iacopo nei codici
consultati da lui: forse Giacomino Pugliese o Iacopo dAquino (che sincrocia pure
con Iacopo Mostacci nel manoscritto Laurenziano-Rediano). Bisogna pensare che
nel De vulgari eloquentia Dante tratta duramente il dialetto pugliese nei confronti
del siciliano: gli Apuli fanno uso di sconci barbarismi (turpiter barbarizant) per
una loro congenita asprezza (acerbitas I xii 7) o per la vicinanza con Romani e
Marchigiani (I xi 2-3).

Jacopo (Iacopo, Giacomo) da Lentini nacque verso il 1210 e mor nel 1260c.
Malgrado la sua fama di notaio, le notizie sulla sua vita pubblica sono molto scarse. I
documenti autografi attestano la sua presenza vicino allimperatore nel 1233: a
Policoro (Basilicata) in marzo, Catania in giugno, e a Castrogiovanni (attuale Enna)
in agosto. Appose anche la sua firma il 5 maggio 1240 a Messina ad un transunto dal
greco in latino di un privilegio di Guglielmo I del 1557.

Gli sono state attribuite una quarantina di poesie e lo si considera un


codificatore delle forme metriche con la canzone aulica (Madonna, dir vo voglio), la
canzonetta di genere popolaresco (Meravigliosamente), il discordo (Dal core mi
vene); e alcuni autori gli attribuiscono addirittura linvenzione del sonetto. In realt
si pu solo certificare che sia stato fra i primi ad usarlo nelle tenzoni scolastiche,
come quelle che sostenne appunto con Pier della Vigna e Jacopo Mostacci
(1240?), con lAbate di Tivoli (1241?), con i fiorentini Maestro Francesco e Maestro
Torrigiano e col senese Ugo di Massa (1244-5?).

Nel codice Vaticano lat. 3793 (considerato una raccolta storiografico-


cronologica, che parte dai siciliani per arrivare ai siculo-toscani) Iacopo occupa,
precisamente, il primo luogo.

Comunque, Dante d pi spazio nel De vulgari eloquentia a Guido delle


Colonne.

Giudice a Messina, presente in sette documenti con firma autografa, redatti


fra il 1243 e il 1277. Nel primo si firma Guido de Columpnulis iudex Messanae (9
marzo 1243) e poi Guido de Columpnis iudex Messanae fino allultimo (3 giugno
1277). Nato nel 1210c. e morto dopo il 1287, stato identificato con lo scrittore che
rifece il Roman de Troie di Benot de Sainte-More (composto in francese a met del
XII secolo) nella prosa latina dell Historia destructionis Troiae. Questa traduzione
(unica in latino di un modello volgare) ha avuto diversi volgarizzamenti
trecenteschi, contribuendo alla formazione della prosa romanzesca e storiografica.
Di fronte allipotesi dellesistenza di due letterati diversi, Carlo Dionisotti sostiene
che si dovrebbe credere lesistenza immediatamente successiva e probabilmente in
parte contemporanea di due omonimi entrambi messinesi, entrambi giudici,
entrambi uomini di lettere a tempo perso, e accordatisi per giunta a scrivere, luno 38
soltanto rime volgari, ma nientaffatto popolari, testi duna raffinata cultura e
tecnica, laltro soltanto la prosa latina della Historia. [Proposta per Guido giudice,
in Studi in onore di Alfredo Schiaffini, Roma 1965, I, p.465].

Ci sono rimaste cinque canzoni sue: La mia gran pena e lo gravoso affanno,
Gioiosamente canto, La mia vit s forte dura e fera, Ancor che l'aigua per lo foco
lassi e Amor, che lungiamente m'i menato.

Le ultime due come ho gi detto - sono citate da Dante quando si riferisce al


volgare siciliano come famoso nel De vulgari Eloquentia (I, XII, 2) senza mettere iI
nome dellautore, perch si tratta di versi conosciuti e documentano un preciso
giudizio: perplures doctores indigenas invenimus graviter cecinisse. Pi avanti (II,
VI, 6), la prima canzone un esempio del gradum constructionis excellentissimum
proprio dei dictatorum illustrium.

Laltra, invece, ricordata per quanto riguarda la constructionis elatio, la


excellentia vocabulorum e la gravitas sententiarum. Si trova fra le grandi (illustres)
canzoni che cominciano con un endecasillabo, carmen superbissimum (vedi il gi
citato (VE, II, V,4).
Alcuni pensano che Odo delle Colonne potesse appartenere alla stessa
famiglia di Guido, ma Dante non lo cita affatto. Ha lasciato due componimenti
dincerta attribuzione: Distretto core e amoruso e Oi llassa, namorata.

Se la poesia volgare francese stata possibile grazie alle corti, in Italia il


fenomeno stato pure promosso da un potere politico: quello dellimperatore
Federico II che, divenuto re di Sicilia a soli tre anni ed essendo uscito dalla tutela del
Papa nel 1208, tent di trasferire la sede dellimpero occidentale nel Sud dItalia.
Come parte del suo progetto generale, sperava di far sorgere un centro culturale
alternativo a Bologna e Parigi. Fond lUniversit di Napoli e riordin la Scuola
Medica di Salerno, si fece circondare da intellettuali di diverse estrazioni culturali
(latina, provenzale, ebraica, araba, bizantina), delle quali conosceva le lingue, oltre
al francese e al tedesco. Lui stesso compose poesie e il trattato De arte venandi cum
avibus (Arte di cacciare con uccelli).

Il suo regno moderno, codificato nelle Costituzioni di Melfi (1231) come uno
stato burocratico e centralizzato, non aveva per un territorio dominato
militarmente. La resistenza dei comuni e del Papa (che lo costrinse a partecipare
anche a una crociata) impedirono lo sviluppo del regno, e Federico venne sconfitto
a Parma e a Fossalta (1248-49): la morte lo raggiunse nel castello di Fiorentino,
presso Foggia, mentre preparava una nuova offensiva.
39
Muore cos il sogno feudale dellImpero e anche la produzione culturale
federiciana. E muore pure una magna curia interessata alla poesia e alla lingua
locale. Come far pi tardi col dolce stil novo, sar Dante a creare il nome Scuola
Siciliana, poich chiam Siciliana tutta la produzione poetica precedente a
quella toscana. Ricordiamo le parole del De vulgari eloquentia:

1. Exaceratis quodam modo vulgaribus ytalis, inter ea que remanserunt in


cribro comparationem facientes honorabilius atque honorificentius breviter
seligamus.

2. Et primo de siciliano examinemus ingenium: nam videtur sicilianum


vulgare sibi famam pre aliis asciscere eo quod quicquid poetantur Ytali sicilianum
vocatur, et eo quod perplures doctores indigenas invenimus graviter cecinisse, puta
in cantionibus illis

Ancor che l'aigua per lo foco lassi,

et

Amor, che lungiamente m' i menato.


3. Sed hec fama trinacrie terre, si rccte signum ad quod tendit inspiciamus,
videtur tantum in obproprium ytalorum principum remansisse, qui non heroico
more sed plebeio secuntur superbiam.

4. Siquidem illustres heroes, Fredericus cesar et benegenitus eius Manfredus,


nobilitatem ac rectitudinem sue forme pandentes, donec fortuna permisit humana
secuti sunt, brutalia dedignantes. Propter quod corde nobiles atque gratiarum
dotati inherere tantorum principum maiestati conati sunt, ita ut eorum tempore
quicquid excellentes animi Latinorum enitebantur primitus in tantorum
coronatorum aula prodibat; et quia regale solium erat Sicilia, factum est ut quicquid
nostri predecessores vulgariter protulerunt, sicilianum voc[ar]etur: quod quidem
retinemus et nos, nec posteri nostri permutare valebunt.

5. Racha, racha. Quid nunc personat tuba novissimi Frederici, quid


tintinabulum secundi Karoli, quid cornua lohannis et Azonis marchionum
potentum, quid aliorum magnatum tibie, nisi Venite carnifices, venite altriplices,
venite avaritie sectatores?

[1. Spulati, in certo modo, gli italici volgari, scegliamo subito fra i rimasti nel
vaglio, facendone il paragone, quello che il pi onorevole ed il pi onorifico.

2. Ed anzitutto intorno al siciliano mettiamo a prova lingegno, poich 40


manifesto che il volgare di Sicilia si attribuisce rinomanza al di sopra degli altri, per
il fatto che tutto ci che gli Italiani poeticamente compongono si chiama siciliano, e
per il fatto che parecchi maestri, di quel paese nativi, troviamo aver cantato con
gravit, come nelle ben note canzoni:

Ancor che l'aigua per lo foco lassi,

Amor, che lungiamente m' i menato.

3. Ma questa rinomanza della tricrania terra, se ben guardiamo a quale


effetto riesce, appare rimasta solo ad infamia degli italici prncipi, i quali non a
maniera di eroi, ma di plebe, vivon superbi.

4. E veramente gli illustri eroi Federico imperatore e Manfredi, degnamente


nato da lui, tutta manifestando la nobilt e la drittura della loro anima, finch la
fortuna lo permise, visser da uomini, sdegnando viver da bruti. E perci coloro
cherano nobili di cuore e forniti di doni divini cercarono di stare sempre vicini alla
maest di prncipi cos grandi, di modo che tutto ci che al tempo loro anime
eccelse dItaliani, sforzandosi, riuscivano a compiere, primieramente nella reggia di
s grandi sovrani veniva alla luce; e poich regale sede era la Sicilia, avvenne che
quanto i predecessori nostri produssero in volgare si chiamasse siciliano; e questo
noi pure teniamo fermo, n i posteri nostri varranno a mutare.

5. Raca! Raca! Di che risuona ora la tromba dellultimo Federico? di che la


campana di Carlo secondo? di che corni di Giovanni ed Azzo, marchesi potenti, di
che cenamelle di altri magnati? se non di questo: venite, carnefici! venite,
ingannatori! venite, seguaci davarizia!] (VE, I, XII).

Laggettivo siciliano non deve intendersi come unattribuzione geografica,


ma come linguaggio accomunato intorno ad una poetica condivisa. Infatti, non
erano siciliani Rinaldo dAquino, Paganino da Serzana, Pier della Vigna, Iacopo
Mostacci, Giacomino Pugliese, Percivalle Doria n Compagnetto da Prato.
Comunque, i dati biografici di quasi tutti sono molto scarsi e non sono nemmeno
chiari i punti che li separano del gruppo siculo-toscano, che gira intorno a Guittone
dArezzo e Bonagiunta da Lucca.

I testi scritti secondo modelli provenzali in una lingua siciliana depurata


degli elementi dialettali e modificata da latinismi e francesismi ci sono giunti
tramite traduzioni di copisti toscani. Dante stesso ha di sicuro conosciuto le rime in
codici toscanizzati e, dunque, non stato a contatto con ad un siciliano puro. La
poesia prestilnovistica siciliana soprattutto per ragioni politiche: Federico II e
Manfredi furono re di Sicilia, vissero in Italia e il centro dellImpero era 41
identificabile con Palermo. Nella sua prospettiva monarchica, uno sguardo
nostalgico a tempi ormai tramontati.

Mentre nel Nord i trovatori si preoccupavano della cronaca cortigiana e della


propaganda politica, i federiciani si collegavano alloriginaria concezione amorosa
della poesia provenzale. Ma, attraverso una ricerca pi approfondita della
fenomenologia amorosa, andavano al di l del rapporto feudale poeta-
vassallo/donna-castellana e interiorizzavano in maniera intellettualistica
nellispirazione amorosa. Sar lindirizzo seguito dopo dagli stilnovisti.

A Federico II sono stati attribuiti cinque componimenti: De la mia disanza,


Poi ch'a voi piace, amore, Misura, providenzia e meritanza, Dolze meo drudo, e
vatne, e Oi lasso, nom pensai. Oltre al fatto che non risulta chiaro se il Re
Federico sia limperatore o suo figlio Federico dAntiochia, bisogna dire che Dante
non lo ricorda come poeta. Esplicita per la sua ammirazione nel passo citato pi
sopra (VE, I, XII, 4), nel quale segnala che limperatore e Manfredi ebbero una
nobilt che rese possibile una corte culturale in senso nuovo. Difatti, il siciliano non
viene presentato come il dialetto dei terrigenae mediocres, ma come una realt
linguistica valida per un nuovo tipo di civilt.

Federico sar anche ricordato nel Convivio come lultimo imperadore de li


Romani (IV III 6) nella sua teoria della nobilt: E per da sapere che loppinione
de lo Imperadore avvegna che con difetto quella ponga ne luna particula, cio l
dove disse belli costumi, tocc de li costumi di nobilitade, e per in quella parte
riprovare non sintende (CV, IV, X, 3).

Bench Piccarda Donati lo ricordi come il terzo [vento di Soave] e lultima


possanza (Pd. III, 120) e Pier della Vigna come mio segnor, che fu d'onor s degno (If.
XIII, 75), Dante lo destina al cerchio degli eretici. Cos, dice Farinata:

Dissemi: "Qui con pi di mille giaccio:

Qua dentro l secondo Federico,

e l Cardinale; e delli altri mi taccio".(If. X, 118-120)

Il Cardinale per antonomasia Ottaviano degli Ubaldini, vescovo di Bologna


dal 1240 al 1244, cardinale dal 1245, morto nel 1273. Dillustre famiglia ghibellina ed
eretico per fama. La stessa accusa di eresia era rivolta dalla propaganda guelfa
allimperatore, per ragioni politiche, e probabilmente per il suo stile di
vita.Benvenuto scrive: fuit vere epicureus; quoniam intendens potentiae et
imperio per fas et nefas insurrexit ingrate contra matrem ecclesiam, quae ipsum
pupillum educaverat et exaltaverat ad imperium; et ipsam ecclesiam variis bellis
afflixit per spatium triginta annorum et ultra; pacem turpem fecit cum Soldano, 42
quum posset totam Terram sanctam recuperare: multos praelatos, captos venientes
ad concilium per mare, inhoneste tractavit et in carceribus maceravit: Saracenos
induxit in italiam: beneficia ecclesiarum contulit, et bona earum usurpavit.

La stessa propaganda guelfa lo fa apparire come un crudele torturatore.


Dante lo ricorda quando descrive gli ipocriti e le loro cappe:

Di fuor dorate son, s chelle abbaglia;

ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,

che Federigo le mettea di paglia. (If. XXIII, 64-66)

A questo riguardo, scrive il Buti: da sapere che lo imperadore Federigo II,


coloro chegli condannava a morte per lo peccato delloffesa maest, li facea
spogliare ignudi e vestire duna veste di piombo grossa un dito, e faceali mettere in
una caldaia sopra il fuoco e facea fare grande fuoco tanto che si struggea lo piombo
addosso al misero condannato, e cos miseramente e dolorosamente li facea
morire. Ripetuta dal Lana, lOttimo, Benvenuto e lAnonimo Fiorentino, la notizia
non trova alcuna conferma nei cronisti e neppure nei documenti.
Fra i collaboratori di Federico II cerano Michele Scoto formatosi a Oxford,
Parigi, Bologna e Toledo (centro di trasmissione della cultura araba per loccidente)
e Maestro Teodoro, che conosceva larabo e il greco. Stefano da Messina dedic a
Manfredi due opere arabe tradotte dal greco in latino: Il libro delle rivoluzioni
(Liber rivolutionum) e "I fiori di astronomia" (Flores astronomiae).

Ma stata innanzitutto fondamentale la partecipazione di Pier della Vigna,


che nacque a Capua nel c.1190 e mor in Toscana nel 1249, studi retorica e diritto
alle scuole di Capua e Bologna, e nel c.1220 pass al servizio di Federico II,
diventando un suo uomo di fiducia.

Comunque, la fama del segretario imperiale legata pi che altro alla sua
presenza come personaggio nel noto episodio della selva dei suicidi nella
Commedia, preannunciato dal famoso verso Credio chei credette chio credesse (If.
XIII, 25), che riecheggia lo stile dettatorio latino, suggerito forse dal v. 27 della
Satira I di Persio: Scire tuum nihil est, nisi te scire hoc sciat alter.

Secondo il Sapegno, si tratta di figure artificiose che appartengono alla


cultura linguistica e rettorica del tempo di Dante. E aggiunge: Del tutto arbitrario
il supporre, come pur s fatto da molti, che in questo canto il poeta se ne
compiaccia pi che altrove, quasi per rifare il verso a un solenne maestro dellars
dictandi, quale fu Pier della Vigna, che qui assunto a protagonista dellepisodio. 43

Ecco i versi di If. XIII, 55-78:

E 'l tronco: S col dolce dir m'adeschi,

ch'i' non posso tacere; e voi non gravi

perch'io un poco a ragionar m'inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e diserrando, s soavi,

che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:

fede portai al glorioso offizio,

tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.


La meretrice che mai da l'ospizio

di Cesare non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,

infiamm contra me li animi tutti;

e li 'nfiammati infiammar s Augusto,

che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.

L'animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d'esto legno

vi giuro che gi mai non ruppi fede


44
al mio segnor, che fu d'onor s degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,

conforti la memoria mia, che giace

ancor del colpo che 'nvidia le diede.

Lasciando da parte levidente intertestualit virgiliana di tutto lepisodio,


importante non confondere storia con poesia e anche rilevare luso che Dante fa del
linguaggio dallinizio alla fine. Conclude il citato Sapegno: Si osservi che tutta
lartificiosa costruzione del racconto di Pier della Vigna con quellaccumularsi di
perifrasi (vv. 58-61, 64-66)), di replicazioni (vv. 60, 67-68), di antitesi (v. 69), di
metafore preziose (vv. 55-57) culmina in un periodo (vv. 70-72), in cui non
soltanto non esclusa, ma anzi precipita e si fa pi che mai evidente
quellambiguit e tensione dello sforzo intellettualistico e delle strutture formali;
mentre da quel travaglio vien fuori, espressa ancora una volta in unantitesi
(ingiusto... contra me giusto), la definizione illuminante della natura e delle
circostanze della colpa, che costituisce il nodo, e il senso di tutto lepisodio
(SAPEGNO, ad loc.)
Pier della Vigna entr come notaio nella corte di Federico II fu giudice della Magna
Curia, finch fu nominato protonatoro della corte imperiale e logoteta del Regno di
Sicilia. Oltre alla sua creazione poetica, compil le Costituzioni del 1231 e recit
orazioni giuridiche per difendere i diritti del suo signore. Per questultima ragione
fu salutato egregium dictatorem et totius linguae latinae iubar.

Tenne ambo le chiavi, cio fu larbitro del cuore dellimperatore. Come scrive il
Buti: "l'affermativa che apriva (" diserrando ") lo cuore e la negativa che lo serrava
". Il Moore (I,77) ha voluto vedere la fonte dellimmagine in Isaia XXII, 22 (et dabo
clavem domus David super umerum eius et aperiet et non erit qui claudat et claudet
et non erit qui aperiat), il che sembra coerente pure con il cenno del Torraca alle
parole di unepistola di Niccol da Rocca, in cui si riferisce proprio a Pier delle
Vigne: Tamquam imperii claviger claudit, et nemo aperit, aperit et nemo claudit.

Signora perch perse il favore del sovrano nel 1248, ma questi lavrebbe fatto
imprigionare e accecare, per cui si uccise. Il Villani annota: per la qual cosa il detto
savio per dolore si lasci tosto morire in prigione e chi disse chegli medesimo si
tolse la vita (Cron., VI, 22).

La meretrice linvidia, capace di prostituire le coscienze. Afferma il gi


citato Buti: lo imperadore si fidava tanto di lui, che quasi niun altro avea al suo
segreto consiglio se non lui, e per questo li altri baroni dello imperadore lo 45
cominciarono a odiare e averli invidia, e apposonli, mostrando con false lettere,
chelli rivelava i segreti dello imperadore a suoi nemici, cio al papa. Fu arrestato
a Cremona e, trasferito a S. Miniato al Tedesco, venne accecato. Poco dopo, in
carcere, si sarebbe tolta la vita.

Riguardo al suicidio, non c consenso fra i commentatori. Il Lana afferma: lo


imperadore lo fe prendere e fello abacinare, e questo fu a San Miniato del Tedesco;
poi in processo di tempo, facendolo portare a Pisa in su uno asino lo imperatore, fu
per li somieri tolto giuso e messo ad uno ospedale perch reposasse, e questo
(Piero) batt tanto lo capo al muro che mor. Buti aggiunge che da San Miniato fu
portato a Pisa e quando fu posato a SantAndrea in Barattularia domand ovelli
era, e dettoli che era a Pisa... percosse tanto lo capo al muro chelli succise.
Boccaccio e Anonimo Fiorentino attestano invece che Piero, caduto in disgrazia e
abbacinato, si rec ad abitare liberamente in Pisa, citt di parte imperiale.

Della sua attivit letteraria cui Dante non fa cenno in nessuna delle sue
opere - ci rimasto il suo Epistolario latino, giudicato daglintenditori come una
mostra raffinata degli artifici retorici delle "artes dictandi". Dei suoi versi in
volgare, gli sono attribuiti: due canzoni di maniera (Amore, in cui diso ed
speranza, Amando con fin core e co speranza), una di argomento amoroso (Amor,
da cui move tuttora e vene ) e un sonetto di corrispondenza per la gi citata
tenzone con Iacopo da Lentini e Iacopo Mostacci sulla natura dell'amore (Per
ch'Amore non se p vedire).

Del Notaro ho gi detto. Iacopo Mostacci ignorato pure da Dante era


nativo di Messina e appare nominato come falconiere di Federico II in un
documento del 1240 e poi, nel 1262, come ambasciatore di Manfredi in Aragona.
Oltre al sonetto della tenzone (Sollicitando un poco meo savire), gli si attribuiscono
le seguenti canzoni di gusto provenzale: Al cor m' nato e prende uno diso, Amor
ben veio che mi fa tenire, Amor ben veio che mi fa tenire, A pena pare ch'io saccia
cantare, Umile core e fino e amoroso e Mostrar vorra in parvenza.

Per la prima volta era stato impiegato un volgare italiano con scopo
letterario, con chiari apporti latini e provenzali, secondo risulta dai frammenti
originali di re Enzo e di Stefano Protonotaro, che si sono conservati nella
cinquecentesca Arte del rimare di Gian Maria Barbieri, pubblicata da Gerolamo
Tiraboschi a Modena nel 1780, col titolo Dellorigine della poesia rimata.

Del Protonotaro si sa che nato a Messina e viene ricordato da due


documenti: uno del 1261 e un altro (postumo) del 1301. Unipotesi di lavoro lo
identifica con uno Stefano da Messina, traduttore dal greco in latino di due trattati
di astronomia. Ne restano tre canzoni: Per meu cori alligrari (lunico testo siciliano
giuntoci nella forma non toscaneggiata), Assai me placera e Assai cretti celare. La 46
canzone Amor, da cui move tuttora e vene, che un tempo gli era stata attribuita,
adesso si riconosce come di Pier della Vigna. Enzo o Enzio di Svevia nacque a
Palermo intorno al 1220c. Figlio naturale di Federico, divent re di Sardegna (1239)
e venne sconfitto dai guelfi a Fossalta (1249), rimanendo prigioniero fino alla morte
nel castello di Bologna nel 1272. Sono sue due canzoni (Amor mi fa sovente, Seo
trovasse Pietanza), un sonetto, e un frammento (Allegru cori plenu).

Dante vuol essere preciso quando parla di quel volgare siciliano che ha letto,
quasi sicuramente toscanizzato, ma che forse ha sentito cantare in diverse
occasioni:

6. Sed prestat ad propositum repedare quam frustra loqui. Et dicimus quod,


si vulgare sicilianum accipere volumus secundum quod prodit a terrigenis
mediocribus, ex ore quorum iudicium eliciendum videtur, prelationis honore
minime dignum est, quia non sine quodam tempore profertur; ut puta ibi:

Tragemi d'este focora se t'este a boluntate.

Si autem ipsum accipere volumus secundum quod ab ore primorum Siculorum


emanat, ut in preallegatis cantionibus perpendi potest, nichil differt ab illo quod
laudabilissimum est, sicut inferius ostendemus.
7. Apuli quoque vel sui acerbitate vel finitimorum suorum contiguitate, qui
Romani et Marchiani sunt, turpiter barbarizant: dicunt enim

Volzera che chiangesse lo quatraro.

8. Sed quamvis terrigene Apuli loquantur obscene comuniter, prefulgentes


eorum quidam polite locuti sunt, vocabula curialiora in suis cantionibus
compilantes, ut manifeste apparet eorum dicta perspicientibus, ut puta

Madonna, dir vi volglio,

et

Per fino amore vo si letamente.

9 Quapropter superiora notantibus innotescere debet nec siculum nec


apulum esse illud quod in Ytalia pulcerrimum est vulgare, cum eloquentes
indigenas ostenderimus a proprio divertisse.

[6. Ma vale meglio ritornare allargomento che parlare a vuoto. Ed affermo


che, se si vuole prendere volgare siciliano nel senso fi quello che proviene dai
regionali di media condizione, dalla parlata dei quali evidentemente si deve trarre 47
un giudizio, esso non affatto degno dellonore di preferenza, poich non si
proferisce senza un certo indugio, come per esempio in quel verso:

Tragemi d'este focora se t'este a boluntate.

Ma se vogliamo prenderlo nel senso di quello che fluisce dalla bocca dei pi
ragguardevoli siciliani, come si pu ben osservare nelle succitate canzoni, in nulla
differisce da quello che il pi degno di lode, come pi oltre dimostreremo.

7. Gli Apuli inoltre sia per la loro rozzezza, sia per la contiguit coi loro
finitimi, i Romani ed i Marchigiani, hanno una lingua bruttamente viziata. Dicono
infatti:

Volzera che chiangesse lo quatraro.

8. Ma bench gli Apuli nativi della regione parlino comunemente in una


sconcia maniera, tra loro alcuni uomini illustri si espressero con eleganza,
trascegliendo nelle loro canzoni i vocaboli pi nobili, ci che appare manifesto a chi
ben esamina le loro rime; come per esempio:

Madonna, dir vi volglio,


et

Per fino amore vo si letamente.

9. A chi pertanto considera quanto sopra s detto deve essere palese n il


siculo n l apulo essere quello che in Italia il volgare pi bello, essendosi
mostrato che i nativi forniti di eloquenza si sono dalla propia favella dipartiti.] (VE,
I, XII).

Limperatore si preoccup di moltiplicare i centri culturali: Napoli (dove


istitu ununiversit nel 1224), Palermo, Messina. I letterati che vi lavoravano erano
funzionari, cio avevano un livello sociale superiore e rappresentavano lo sforzo
della rinascita.

La produzione poetica acquista dignit a partire dagli autori: Federico II, i


suoi figli Enzo e Manfredi, suo suocero Giovanni di Brienne, Federico dAntiochia.
Scrivono pure giuristi e notai (Jacopo da Lentini, Pier della Vigna, Stefano
Protonotaro, Guido e Odo delle Colonne) e giovani dignitari di corte (Jacopo
Mostacci, Rinaldo dAquino, Giacomino Pugliese, Jacopo dAquino).

Ai suddetti bisogna aggiungere il genovese Percivalle (Perzivalle) Doria non


ricordato da Dante - che stato al servizio di re Manfredi dopo un periodo in 48
Provenza quale magistrato. Ci ha lasciati due componimenti in provenzale e due in
italiano, trapassando dallimitazione trobadorica ai canoni della scuola federiciana.
Dante non lo ricorda e non cita neanche coloro che fanno parte del gruppo de
giullari, che servirono da ponte fra i siciliani e gli stilnovisti e che Dante non
ricorda: Folcacchiero Folcacchieri di Siena (che ha lasciato la canzone d'amore
Tutto lo mondo vive sanza guerra), Paganino da Sarzana, Compagnetto da Prato,
Arrigo Testa di Arezzo e Cielo dAlcamo.

Questultimo (Cielo dal Camo, letto erroneamente un tempo Ciullo)


lautore di Rosa fresca aulentissima, un contrasto di 160 versi riuniti in 32 strofe
dialogiche, che ha come sfondo una citt marinara (forse Messina), e nel quale il
poeta in una lingua che mescola modi curiali e vernacolari seduce una popolana.
Il testo si conserva adespoto nel Codice Vaticano 3793, il nome dellautore stato
apposto dal grammatico jesino cinquecentesco Angelo Colocci. Alessandro
DAncona ha proposto la sua composizione fra il 1231 (anno in cui fu pubblicata la
legge della defensa e furono coniati gli agostari nominati al v. 22) e il 1250,
quando muore Federico II, ricordato vivo al v. 24. Si tratta di un canto a due voci,
nel quale il seduttore incalza con le sue proposte erotiche una ragazza che tenta o
finge di resistergli.

Non chiaro se Cielo sia un poeta popolare. I seguaci della scuola romantica
credono che la freschezza e la vivacit nascondano un autore nato dal popolo. Ci
sono, per, dei fatti certi: non apparteneva alla scuola siciliana vera e propria e non
stato poeta di corte. Il contrasto contiene numerosi francesismi e provenzalismi,
che non appaiono come prestiti linguistici dellepoca normanna o angioina, e pure
molte parole proprie del vocabolario cortigiano: madonna, sire, donna cortese,
donna cortese e fina, sovrana, di bon core e fino, solaccio e diporto, le altezze,
merz ecc. Ma, soprattutto, il dialogo non popolaresco.

Ci sono alcune ipotesi sullidentit di questo giullare (ad es., un certo


Michele dAlcamo, studente di medicina a Salerno), ma la questione rimane aperta
finch non ci saranno nuovi documenti. Dante non lo nomina, ma cita il terzo verso
del contrasto (Tragemi d'este focora se t'este a boluntate) nel gi citato paragrafo
del De vulgari eloquentia (VE, I, XII, 6).

Le forme poetiche sono gi mature nei componimenti di Giacomo da Lentini,


tra il 1220 e il 1230, e pare che avessero esaurito la propria vitalit con la morte
dellimperatore nel 1250. Il crollo della potenza sveva in Italia, 16 anni dopo, non
sarebbe che la lapide sepolcrale della scuola.

Il riferimento storico pi antico in una poesia siciliana la crociata del


1227-28, nella canzone Giamai non mi conforto di Rinaldo dAquino. La potenza
sveva fin, invece, con la battaglia de Benevento e la morte di Manfredi (1266). Dopo
un trentennio, il centro culturale della penisola italiana si spost verso la vita 49
comunale della Toscana.

Creduto da alcuni fratello di s. Tommaso, a Rinaldo dAquino sono stati


attribuiti undici componimenti di argomento amoroso: 9 canzoni (Venuto m' in
talento, Poi li piace c'avanzi suo valore, Per fino amore vao s letamente, Amor, che
m' 'n comando, Gi mai non mi conforto, In gioi mi tegno tutta la mia pena,
Amorosa donna fina, In amoroso pensare, Ormai quando flore ) e 2 sonetti (Meglio
val dire ci nc'omo 'n talento, Un oselletto, che canta d'amore). Probabilmente
stato un falconiere di Federico II, che pass alla parte angioina e mor nel 1280.
Dante ricorda due volte nel De vulgari eloquentia la canzone Per fino amore vo s
letamente: una per il solenne endecasillabo di avvio (VE, II, V, 4) e laltra come
documento dellarte migliore e della lingua degli Apuli praefulgentes, i primi che -
secondo Dante - insieme coi Siciliani usarono il volgare illustre. (VE, I, XII, 8).Non fa
cenno, invece, agli altri poeti della scuola, che qui ricordo per amore di
completezza.

Jacopo dAquino combatt per Manfredi a Benevento; e di lui rimane una


sola canzone: Al cor m' nato e prende un disio.

Paganino da Serzana o da Serezano. Il nome della sua citt dorigine pu


essere interpretato in vario modo: Sarzana (Lunigiana), Serzana (Sarezzano) presso
Tortona, oppure Serrazzano (Versilia). Si conosce una sua canzone: Contro lo meo
volire.

Di Giacomino Pugliese si sa soltanto che nacque nell'Italia meridionale


continentale. Restano di lui sette tra canzoni e canzonette e un discordo: Morte,
perch m'i fatta s gran guerra, Morte, perch m'i fatta s gran guerra, Tut[t]or la
dolze speranza, Donna, per vostro amore, Lontano amore manda sospiri, Donna, di
voi mi lamento, Quando vegio rinverdire, Isp[l]endente e La dolze cera piagente.

Altri poeti sono poco pi di un nome, come i gi accennati Compagnetto da


Prato e Arrigo Testa di Arezzo. Spero che un giorno si possa scrivere di pi su
Ruggerone da Palermo, Mazzeo di Ricco, Giovanni di Brienne re di Gerusalemme,
Tommaso di Sasso, Ruggieri dAmici, Arrigo di Castiglia, Tiberto Galliziani di Pisa e
Folco di Calabria.

Un ultimo paragrafo merita la cosiddetta rima siciliana, che sarebbe stata


modificata dai copisti toscani.

Si tratta della rima "e" chiusa con "i" ("solea" con "mia") e di "u" con "o"
chiusa ("lui" con "voi") e la terminologia stata estesa ad ogni rima di "e" con "i" e
di "o" con "u". Lespressione si spiega con il riferimento ad un fenomeno legato alla
trasmissione dei testi della "scuola poetica siciliana". 50

Nel sistema fonologico siciliano, il comportamento vocalico il seguente:

- "e" lunga, "i" breve e "i" lunga latine danno "i"

- "o" lunga, "u" breve e "u" lunga latine danno "u".

Questo vuol dire che tiniri fa rima con viniri.

Anche Dante si serve di rime siciliane (nelle Rime e, soprattutto nell


Inferno) e qui ne do tre esempi presi dalla Commedia:

ma non s che paura non mi desse

la vista che mapparve dun leone.

Questi parea che contra me venisse

Con la testalta e con rabbiosa fame,


s che parea che laere ne tremesse.(If. I, 44-48)

Questa question fec io; e quei "Di rado

Incontra", mi rispuose, "che di noi

Faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver chaltra fiata qua gi fui,

congiurato da quella Eritn cruda

che richiamava lombre a corpi sui. (If. IX, 20-24)

"O eletti di dio, li cui soffriri

e giustizia e speranza fa men duri,

drizzate noi verso li alti saliri".

"Se voi venite dal giacer sicuri,


51
e volete trovar la via pi tosto,

le vostre destre sien sempre di fori". (Pg. XIX, 77-81)

Questa tematica gi stata studiata da Ernesto Giacomo Parodi (Rima


siciliana. Rima bolognese e aretina, in Bullettino della Societ Dantesca Italiana,
XX , 1913), Michele Barbi (edizione nazionale delle Rime di Dante Alighieri, Firenze
1921) e Gianfranco Contini (Poeti del Duecento, Ricciardi, Milano-Napoli 1960).

Rispettando questi illustri predecessori, credo che siano definitivi i risultati cui
arriva Glauco Sanga nel suo volume La rima trivocalica (Il Cardo editore, Venezia
1992).

Comunque, unanalisi approfondita fuoriesce dai limiti di questo contributo.

Copyright Jos Blanco | Santiago del Cile

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