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Letteratura araba contemporanea

Dalla Nahdah a oggi

1. La Rinascita (al-nahdah)

INTRODUZIONE
La civiltà islamica, fiorita improvvisamente a partire dal VII secolo d.C ha conosciuto una lunga e complessa
evoluzione in cui la sua componente arava originaria è stata affiancata dall’apporto della cultura turca e di
quella persiana. Quello che con gli omayyadi era un regno prettamente arabo, diventa così, già dai primi
secoli del califfato abbaside, un impero arabo-islamico con una forte componente iranica; e verso il X secolo,
sempre con gli abbasidi, compare sulla scena il terzo grande elemento storico dell’Islam, quello turco, che
finirà per dominare politicamente e militarmente, con l’impero ottomano, un’immensa area del mondo arabo,
dal confine con la Persia fino all’attuale Algeria compresa.
L’Islam che l’Europa ha conosciuto più a lungo, quello con cui le potenze europee hanno avuto a che fare
più direttamente, è stato l’Islam ottomano. L’islam arabo aveva invece da tempo imboccato la via di un lungo
declino politico e militare che si ripercuoteva inevitabilmente anche sul piano culturale. Un breve esame delle
condizioni sociali della regione vicino orientale, alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, aiuterà a
comprendere la svolta della rinascita araba, al-nahdah, che pose fine al periodo della decadenza, del
cosiddetto inihitat, che aveva condotto il mondo arabo verso una stasi e un ritardo in campo culturale e civile
rispetto al mondo occidentale. Con la nahadah finisce infatti l’epoca denominata dell’ignoranza e
dell’oscurantismo. E’ difficile stabilire con esattezza la fine del periodo della decadenza anche se
generalmente viene fatta risalire alla seconda metà del XIX secolo, in gran parte come conseguenza della
penetrazione europea. Ma mentre in Egitto la rinascita cominciata con Muhammad Ali ( di origine albanese,
considerato il fondatore dell’Egitto moderno), segna una ripresa in campo economico e sociale, nella regione
siri-libanese, già prima della spedizione napoleonica in Egitto, si era manifestata una rinascita linguistica e
culturale, ad opera delle locali comunità cristiane. Precursore di questa nahdah può essere considerato
Ferhat, vescovo di Aleppo, che con le sue opere diede un grande contributo alla rinascita della lingua
letteraria araba. E’ noto per per una raccolta di poesie Diwan, ma sopratutto per una grammatica della lingua
araba.
Dunque, quando si fa riferimento alla nahdah si parla di un movimento di rinascita sociale, politica e
letteraria composito, che non apparve improvvisamente in un tempo stabilito. Si trattò infatti di un processo
lento e graduale, i cui primi segnali si registrano alla fine del Settecento, che si rafforzò nel secolo
successivo. Alcuni studiosi hanno sostituito il termine nahdah (rinascita) con il termine tanwir, una sorta di
illuminismo paragonabile al movimento culturale francese del XVIII secolo. A noi invece viene più spontaneo
il paragone con il rinascimento europeo, anche se in ambito aravo la nahdah non prevede un recupero del
patrimonio classico, quanto piuttosto la grande volontà di rinnovamento in tutti i campi. Il periodo tra la fine
della decadenza e l’inizio della rinascita è caratterizzato da un grande fermento culturale, che vide la ripresa
delle attività letterarie in un rinnovato contatto con la civiltà occidentale. I letterati cercarono non senza
difficoltà di liberarsi dal passato e di adeguarsi alle nuove esigenze del mondo moderno.
Quello che è incontestabile è che la spedizione francese già nel 1798 gettò le basi per la creazione di una
stampa locale. In vista della permanenza francese in Egitto, Bonaparte aveva nominato una commissione
scientifica incaricata, tra l’altro, di curare la pubblicazione di due giornali in francese, il cui fine era far
conoscere l’Egitto e i suoi abitanti. Al-Gabarti (jabarti), nei suoi Annali, fornisce una ricostruzione degli eventi
che segnarono l’impatto francese in terra d’Egitto. Sono molto interessanti anche da un punto di vista
letterario per lo stile sobrio e per la mole di informazioni bio-bibliografiche sui letterati dell’epoca e sulle loro
opere. Al-Gabarti dunque definì la spedizione francese una catastrofe definitiva e un disastroso
rovesciamento dell’ordine naturale delle cose, mettendo in dubbio la buona fede di Bonaparte. Egli tuttavia,
non poté non apprezzare i risvolti scientifici della missione napoleonica che, oltre ad aver dato il via alla
stampa, aveva impiantato una grande biblioteca molto frequentata dagli studiosi egiziani; accusa però
Bonaparte di voler dimostrare agli egiziani la superiorità dei francesi e perseguire un suo preciso disegno
strategico di espansione imperiale.
Con la partenza dei francesi nel 1801 il paese rimase senza stampa fino al 1828, allorché Muhammad Ali
decise la fondazione del primo giornale arabo, una sorta di organo ufficiale del governo. Scritto inizialmente
in arabo e in turco, poi solo in arabo, questo giornale segnò l’inizio della storia del giornalismo in Egitto e

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nelle regioni arabe orientali. All’epoca di Muhammad Ali la spinta innovatrice per una modernizzazione del
paese ruotava intorno all’esercito: è per questo che inizialmente il movimento culturale non ebbe grandi
riflessi sul mondo letterario. Va inoltre ricordato che nel Vicino Oriente del XIX secolo i letterari erano per lo
più uomini di religione. Nonostante tali dati di fatto, bisogna comunque dire che Muhammad Ali riuscì
ugualmente a far emergere un gruppo di letterati che attinsero alle fonti del patrimonio culturale
dell’Occidente di cui conoscevano le lingue e che diventarono esponenti di una cultura nuova, moderna,
nata accanto a quella tradizionale. Saranno quindi degli uomini dallo spirito illuminato e i loro allievi a dare
vita a una corrente innovativa e a gettare i semi di una letteratura moderna, rifuggendo dallo stile retorico,
fiorito e ricercato che aveva caratterizzato la produzione letteraria dell’età della decadenza.
Nel corso del XIX secolo, sia nella regione siro-libanese sia in Egitto, si moltiplicò il numero delle tipografie
che contribuirono alla diffusione della cultura e della scienza nel mondo arabo. Inoltre i giovani arabi inviati in
missione all’estero, che tornavano in patria con un bagaglio di conoscenze nuove e moderne, oltre che con
una mentalità diversa, favorirono la nascita di una élite intellettuale che trasmise alle generazioni future il
desiderio di progresso e di rinnovamento in vari campi, compreso quello dell’emancipazione della donna.
Nel 1882 con l’occupazione britannica il processo legato all’istruzione, anche femminile, malgrado una
sempre maggiore domanda di scolarizzazione, subì un arresto, dal momento che gli invasori avevano altri
interessi nel paese, come opere di irrigazione, incremento della produzione agricola e così via.
Un discorso a parte merita Beirut e tutta la regione siro-libanese, dove già era iniziata la nahdah. Si parla di
regione siro-libanese e non di Libano, in quanto nel secolo scorso il paese, così come noi lo conosciamo
oggi, non esisteva; era una provincia della Grande Siria ottomana. Nel XIX secolo Beirut era un piccolo
centro della Grande Siria ma con il tempo riuscì a beneficiare della sua favorevole posizione geografica, fino
a diventare un sempre più importante nucleo di vita culturale. Nel 1888 divenne provincia autonoma. Beirut
si era trasformata in un vero e proprio ponte attraverso il quale si propagarono i nuovi movimenti culturali.
Nella seconda metà del secolo scorso cominciarono ondate migratorie che portarono un gran numero di
persone, sopratutto intellettuali, a migrare dalla zona siro-libanese verso l’Egitto o verso i paesi occidentali
fino a oltreoceano, favorendo in questo modo ancora di più i contatti tra le due sponde del Mediterraneo e tra
Occidente e Oriente. I motivi principali che spinsero alcuni intellettuali a lasciare il loro paese furono le
persecuzioni dei Turchi e le spaventose carneficine al tempo delle lotte tra drusi, mussulmani e cristiani nel
1860. Inoltre l’apertura di un gran numero di scuole e di missioni straniere incoraggiò ancora di più il contatto
tra le popolazioni e contribuì alla diffusione della cultura e a innalzare il locale livello di cultura generale.
In questo particolare momento storico-culturale infatti si rafforzarono nella regione siro-libanese sia la
consapevolezza che “l’arabicità” appartiene a tutti gli arabi, mussulmani o cristiani che siano, sia il concetto
della laicità della lingua araba.

IL RUOLO DELLA STAMPA E DELLE PRINCIPALI RIVISTE LETTERARIE DALLA FINE DEL XIX
SECOLO
I primi quotidiani e le prime riviste politiche culturali e letterarie sono nate in Egitto e nella regione siro-
libanese, dove la vita culturale era particolarmente viva e stimolante. Nel 1875 i fratelli Salim e Bisharah
Taqla, di origine siriana, fondarono ad Alessandria al-Ahraam ( le piramidi) che fu poi trasferito al Cairo e
divenne quotidiano. Ancora oggi questo quotidiano è considerato il più autorevole giornale egiziano. Nel
1889 apparve il quotidiano “ al-Muqattam” che si distinse nella stampa araba per aver assunto coraggiose
posizioni progressiste.
Intanto a Beirut Butrus al-Bustaanii, per reagire ai massacri che insanguinarono il Libano nel 1860, fondò “
Nafiir Suuriya” (la tomba della Siria”, un giornale di due sole pagine, ma animato da una grande carica
ideologico-nazionalistica. Dopo l’esperienza di questo giornale, al-Bustani fondò nel 1871 le riviste politico-
letterarie al-Gannah ( il giardino) e al-Ginan ( i giardini) , seguite dal quotidiano al-Gunayanah ( il
giardinetto). L’attività giornalistica fu continuata dal figlio Saliim. I due al-Bustani ( che significa giardiniere)
scrissero articoli imbevuti di nazionalismo, ma anche pieni di analisi impietose sulle condizioni di arretratezza
del popolo. Il loro nazionalismo li portò ad assumere posizioni fin troppo retoriche, sintetizzate nel motto che
compariva sotto la testata della loro rivista al-Ginan “ Dalla fede l’amore per la patria”. Alla morte di Salim la
direzione della rivista passò al fratello Nagib, che qualche tempo dopo decise di sospendere la
pubblicazione, a causa sopratutto di un inasprimento della censura.
Nel 1865 nacque il giornale “Suriyah” scritto in arabo e in turco ( rientrava nel programma di riorganizzazione
dell’amministrazione ottomana di quegli anni), che rappresentò una sorta di organo ufficiale della regione,
durato fino al 1911. Un’altra importante rivista libanese fu
“al-Muqtataf” fondata a Beirut nel 1876 da Ya’qub Sarruuf e Faris Nimr successivamente trasferita al Cairo.
Questa diede un grande contributo alla nahdah araba e fu tra le prime a occuparsi anche di cultura
occidentale.
Con il passare del tempo ogni comunità religiosa, dai cristiani, ai mussulmani, ai drusi, cominciò ad avere un
suo proprio giornale. Ma nella regione siro-libanese fu sopratutto la rivalità religiosa tra stranieri a stimolare

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e a favorire la rinascita culturale e letteraria. Ad Aleppo Abd al-Rahman al-Kawakibi aveva fondato nel 1877 il
primo grande giornale privato, al-Shahba ( la Grigia, soprannome della città di Aleppo) che aveva un
atteggiamento critico nei confronti delle autorità ottomane. Si può affermare che al-Kawakibi fu
particolarmente sfortunato e perseguitato a causa dei suoi giornali, perché non appena ne fondava uno,
dopo poco veniva censurato ed era costretto a chiuderlo. Pagò la sua ribellione al governo ottomano con
persecuzioni e anche con una condanna di morte, poi commutata nell’esilio in Egitto. Gli ottomani gli
rimproveravano di essere l’ispiratore di articoli pubblicati su altre testate in Egitto e in Libano contro il
governo ottomano e, in particolare, contro il pascià di Aleppo accusato di essere oscurantista.
Un posto a parte nella storia del giornalismo arabo spetta poi a Adib Ishaq nato a Damasco, si era trasferito
ad Alessandria prima di essere costretto, per le sue opinioni ardite, ad andare in esilio a Parigi, da dove
continuò a pubblicare stampa araba. Come molti intellettuali dell’epoca Adib Ishaq assunse posizioni
marcatamente anticlericali. La sua visione progressista lo portò a elaborare l’idea di una società laica, libera
da ogni vincolo della religione, in cui fossero ben saldi i principi della libertà e i valori morali. Per Adib Ishaq
il Medio Oriente aveva urgente bisogno di un’educazione politica e morale, e l’unità araba si poteva basare
soltanto sulla razza e sulla lingua, escludendo completamente l’aspetto religioso. Malgrado la giovane età
diresse una Loggia affiliata al Grande Oriente in Francia. Malato di tisi, rientrò in Libano dove morì a soli 29
anni.
Al Cairno nacque nel 1892 una delle riviste più prestigiose e principalmente letterarie “al-Hilal” fondata da
Zaydan che continua ad uscire oggi. Va segnalata la creazione nel 1877 di un primo giornale umoristico “
Quello dagli occhi azzurri” ad opera di Ya’qub Sanuu, considerato padre del teatro egiziano. Fu naturalmente
mal visto dalle autorità al punto che Sanuu fu costretto a lasciare l’Egitto per la Francia, dove egli continuò a
pubblicare il giornale, seppur saltuariamente, in arabo sin francese. Per le coraggiose posizioni critiche nei
confronti dei vari governi, e per le persecuzioni a cui andarono incontro, molti giornalisti furono costretti
all’esilio, e diversi giornali arabi furono pubblicati all’estero. Nel 1884, durante l’esilio francese, Muhammad
Abduh e Gamal al-Din al-Afghani avevano fondato la rivista politico-letteraria “il sacro vincolo”, titolo preso
da parole coraniche che alludono al fatto che credere in Dio, rassegnandosi completamente a Lui, è per
l’uomo un sostegno saldissimo. I due furono i principali fautori del panislamismo, inteso come unificazione
dei popoli mussulmani contro la dominazione occidentale, ed esponenti della salafiyya, corrente riformista
che si proponeva di adattare l’Islam all’epoca moderna senza tuttavia rinunciare ai genuini valori dei primi
mussulmani. Sin dai loro primi sviluppi, le diverse testate si erano ovviamente connotate in ben precise
direzioni ideologiche e politiche, tuttavia cercarono di acquisire un sempre maggior numero di lettori, facendo
appello all’interesse letterario e culturale in genere. Uno di questi espedienti fu la pubblicazione di romanzi e
racconti a puntate che cominciarono ad uscire sua su quotidiani, sia sulle riviste prettamente letterarie. Molti
scrittori si dedicavano sia al giornalismo sia alla letteratura: ecco perché lo sviluppo della stampa in terra
araba va di pari passo con quello del rinnovamento letterario. Quanto al piano stilistico, uno dei modelli
artistici ancora in voga al fine del secolo scorso era il sag, una prosa rimata, sulla bellezza formale,
sull’eleganza della descrizione, e neanche la nascita della stampa e la diffusione dei giornali riuscirono sulla
prime a determinare uno snellimento nello stile. Di conseguenza il giornalismo arabo continuò ad oscillare
tra l’antico stile aulico dei secoli precedenti e uno stile nuovo, più conciso e incisivo, da cui nascerà poi la
moderna narrativa.
In Egitto, alla fine del’Ottocento, oltre ai numerosissimi giornali scritti in arabo, apparvero diverse testate in
francese e in inglese. Nella stessa epoca cominciarono anche ad apparire le prime riviste dirette da donne,
che si occupavano prevalentemente di problemi femminili.

I PIONIERI DELLA NAHDAH


In Egitto il processo di rinnovamento e di recupero del ritardo culturale , civile e tecnologico viene avviato dal
governo; in Siria e in Libano è determinante l’influenza della comunità cristiana. Tuttavia, né il governo da
solo in Egitto, né le missioni straniere da sole in Siria e in Libano avrebbero potuto cambiare il corso degli
eventi se non ci fossero state persone che intuirono la necessità di un cambiamento. In ogni paese vi sono
stati uomini a cui spetta il merito di avere aperto una strada affinché una svolta potesse realizzarsi: sono
coloro che nel mondo arabo vennero definiti al-ruwwad, i pionieri. Un ruolo impareggiabile fu svolto dalla
stampa araba ai suoi primordi. Non va poi trascurato l’apporto dato alla nahdah dalle donne arabe,
sopratutto egiziane e siriane che riuscirono a ritagliarsi un posto nello sviluppo della nuova cultura araba e
ad avere un ruolo concreto nel miglioramento e nel progresso della società. Inizialmente furono le donne
altolocate a usufruire dell’istruzione, a partire dalle figlie di Muhammad Ali.
Quando si studia la storia della nahdah non si può fare a meno che imbattersi nel nome delle dinastie
letterarie degli al-Yazigi e degli al-Bustani che hanno tanto contribuito alla rinascita culturale araba. Tra i
principali artefici del nahdah spicca il nome di Nasif al-Yazigi che insieme a Butrus al-Bustani seppe
mettersi al servizio della lingua e della cultura araba.

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Nasif al-Yazigi (1800-1871) nacque in una paesino non distante da Beirut. Da giovanissimo si dedicò a una
vorace lettura, formandosi una cultura da autodidatta. Dal 1816 al 1818 lavorò come segretario e poi lavorò
al servizio dell’emiro del Libano. Egli non si dedicò solo all’impegno letterario ma si dedicò anche alla
didattica. Nel 1847 prese parte alla fondazione dell’Accademia Siriana che fu una prestigiosa accademia
culturale e scientifica. Il suo capolavoro rimane però l’opera scritta nel genere delle maqamat. La sua fama si
diffuse in tutto il mondo arabo per il suo straordinario talento e per la sua capacità di innovare in un’epoca in
cui la lingua e la letteratura avevano raggiunto un livello di decadenza assoluto: l’analfabetismo regnava
incontrastato e non vi erano ancora giornali. Egli seppe distinguersi, dando un apporto fondamentale alla
trasformazione e al rinnovamento dei canoni linguistici, contribuendo in modo sostanziale a far risorgere la
lingua araba dall’abisso in cui era caduta. A suo figlio Ibrahim si devono anche diverse riedizioni delle opere
paterne, egli fu chiamato “il maestro della lingua” per il personale contributo dato alla rifioritura della lingua
araba. Egli fondò e diresse tre giornali e pubblicò tra l’altro una traduzione dell’Antico Testamento molto
apprezzata e considerata un capolavoro letterario. Famosa è una sua poesia in cui esorta i connazionali a
prendere coscienza e a reagire all’intorpidimento secolare che li ha paralizzati.
L’altro importante esponente della rinascita araba nella regione siro-libanese su Butrus al-Bustani. Nato nel
1819 in un villaggio della montagna libanese grazie all’interessamento di un alto prelato u accolto in un
seminario maronita dove rimase fino al 1840 quando i britannici, alleati con i turchi coppuparono la città e i
territori limitrofi per costringere le truppe egiziane a lasciare il libano. Qui avvenne la svolta nella sua vita
perché gli inglesi lo trovarono un abile mediatore e sopratutto un buon traduttore. Abbracciò la religione
protestante. Nel 1848 cominciò a lavorare come interprete presso il consolato degli Stati Uniti e ci rimase
fino al 1862, allorché abbandonò il posto per dedicarsi completamente alle attività letterarie e didattiche.
Viene ricordato semplicemente come il “maestro”. Come letterato al-Bustani si ricorda per aver collaborato a
una traduzione dell’Antico Testamento conosciuta con il nome di “tradizione americana” ma sopratutto per il
prezioso dizionario pubblicato nel 1869 in due volumi. Fu il primo dizionario in cui le radici verbali furono
sistemate secondo l’ordine strettamente alfabetico. Nel 1870 pubblicò anche un’edizione prettamente
scolastica ridotta. L’altra impresa monumentale per cui al-Bustani è passato alla storia della letteratura araba
è un’opera enciclopedica, una sorta di dizionario di arti e mestieri, rimasta però incompleta, ma continuata
da suoi figlio Salim e da suo nipote Sulayman. Al-Bustani fu membro attivo dell’associazione scientifica
L’Accademia Siriana e nel 1849 pronunciò un discorso rimasto celebre in favore dell’istruzione della donna. Il
merito straordinario di al-Bustani consiste nell’aver contribuito a formare una coscienza nazionale con
l’obiettivo preciso di aprire nuovi orizzonti e di avviare il paese verso un miglioramento in tutti i campi.
Secondo lui solo aprendo le porte al progresso basato sulla scienza, su potrà costruire una nazione forte. Al-
Bustani si batté per la libertà religiosa e contro ogni forma di fanatismo. L’elemento che più costantemente
compare nei suoi articoli è tuttavia l’esaltazione dei valori orientali, perché se da una parte al-Bustani
ammette la superiorità tecnica degli occidentali, dall’altra mette in guardia dal credere che un semplice
miglioramento delle condizioni materiali della vita significhi automaticamente promuovere lo sviluppo dei
paesi arabi. Ma forse il servizio più prezioso che ha dato al suo paese fu la fondazione nel 1863 della
Scuola Nazionale, che si può considerare la prima scuola laica della regione. Nella dinastia degli al-Bustani
spicca poi il nome di Sulayman che tradusse dal greco in arabo l’Iliade la cui introduzione di oltre 200 pagine
e un’opera letteraria di grande levatura.
L’animatore della rinascita egiziana senza dubbio Rifa’ah Rafi al-Tahtawi. Egli studiò all’università islamica
all’epoca dello sayh Hasan al-Attar grazie al quale soggiornò qualche anno a Istanbul e sempre grazie al
quale, al suo ritorno in patria, conobbe alcuni scienziati francesi arrivati a seguito di Bonaparte. Com’è noto
le riforme di Muhammad Ali erano volte soprattutto a una modernizzazione dell’apparato amministrativo e
dell’esercito; da qui la necessità di formare una nuova classe di funzionari dalla mentalità moderna. Per
merito di al-Attar, nel quale Muhammad Ali riponeva tutta la sua fiducia, al-Tahtawi fu scelto per
accompagnare alcuni giovani mandati a studiare in Francia tecniche militari. Nel 1826 partì egli stesso per la
Francia dove si dedicò allo studio della tecnica moderna, e acquisì una conoscenza del francese tale da
consentirgli ben presto di tradurre testi da quella lingua. Trascorse a Parigi in tutto 5 anni, e di questo
soggiorno ci lascerà una testimonianza autobiografica. Questo libro, che viene considerato anche la prima
opera autobiografica moderna, scritto sul modello del resoconto di viaggio. Oltre a considerazioni personali,
l’autore offre un quadro esauriente e interessante della vita francese dell’epoca, così come appariva agli
occhi di un giovane egiziano che si meraviglia anche delle cose più normali per noi occidentali. Grazie a lui
fu fondata nel 1835 la prima scuola per l’insegnamento delle lingue moderne in Egitto, di cui lui fu nominato
direttore.
A Muhammad Ali successe il nipote Abbas Hilmi che non fu animato dalla stessa volontà di rinnovamento del
nonno.Durante il suo regno il processo di alfabetizzazione e modernizzazione subì un arresto, la Scuola di
Lingue fu chiusa e al-Tahaawi fu inviato in Sudan con il compito di aprirvi una scuola elementare e dirigerla.
Si dedicò molto alla sua attività preferita: la traduzione. Con Ismail il movimento di rinascita e
modernizzazione ebbe nuovo impulso e al-Tahtawi malgrado l’età avanzata, tornò in Egitto dove assunse

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vari incarichi nel settore amministrativo e in quello dell’insegnamento. Determinante per la nahdah fu il suo
contributo alla nascita del giornalismo egiziano. Il grande servizio reso alla lingua araba da questo autore fu
quello di aver tradotto centinaia di termini tecnici e scientifici, dal campo della medicina all’ingegneria, dalle
scienze social al diritto. Di lui si ricorda l’impegno civico per far uscire l’Egitto dallo stato di miseria : egli
riteneva che la soluzione e quelli mali stesse nell’apertura all’Occidente e nell’incamminarsi sulla strada del
processo scientifico e sviluppo tecnologico. Egli sostenne per tutta la vita la necessità di aprire
l’insegnamento alle donne.
Al-Tahtawi prese anche posizione contro la poligamia che secondo lui si poteva consentire solo nel pieno
rispetto della sari’ah islamica, garantendo, cioè, completa giustizia alle mogi e, anzi, arrivò a dire che non
avrebbe mai preso un’altra sposa o una concubina fino a quando sua moglie avesse provato affetto per lui e
gli fosse stata fedele. Nel 1872 inaugura la prima scuola per donne.
Un altro protagonista della nahdah egiziana che come al-Tahtawi svolse un ruolo molto importante in campo
dell’istruzione fu Ali Mubarak. A lui si deve la fondazione nel 1870 della biblioteca nazionale d’Egitto e la
fondazione nel 1872 della Scuola delle Scienze.
Un posto a parte se lo merita Ahmad Faris al-Sidyaq, nato nel 1804 da una famiglia maronita in un villaggio
nei pressi di Beirut. Mostra subito una predisposizione per la lettura, e alla morte del padre deve
abbandonare gli studi. Nel 1825 fu inviato dai missionari americani in Egitto per insegnare l’arabo. Sempre
per conto dei missionari americani nel 1834 andò a Malta dove rimase 14 anni: a questo periodo risale la
sua conversione al protestantesimo. La conversione fu dovuta probabilmente alla reazione per la perdita del
fratello convertito prima di lui. La tragica fine di questo segnò la vita di Faris, cosa che lo spingerà più tardi
ad assumere posizioni apertamente anticlericali, il cui eco si ritrova in molte delle sue opere. Nel 1848 al-
Sidyaq trascorse un periodo in Inghilterra dove si dedicò a una nuova traduzione in arabo della Bibbia; in
questa occasione ruppe definitivamente ogni legame con la comunità maronita, divorziando dalla prima
moglie e sposando un’inglese. Il bey di Tunisi Ahmad I lo inviterà a Tunisi e nel 1860 gli affiderà la direzione
del giornale “ il pioniere tunisino” organo ufficiale del governo. A Tunisi Faris al-Sidyaq abbracciò l’islam: con
questa seconda conversione assunse assunse il nome di Ahmad, per gratitudine verso il Bey di Tunisi. Al-
Sidyaq continuò ad occuparsi del giornale e di letteratura fino al 1884 allorché, colpito da semi-cecità fu
costretto a ritirarsi da ogni attività. Con la sua seconda conversione si attirò ulteriori critiche dai suoi
contemporanei, e sopratutto da quanti dubitarono dalla sua sincerità e pensarono piuttosto a un’iniziativa
dettata da motivi opportunistici. Il suo merito, come quello di molti altri, consiste tra l’altro nell’essersi reso
conto dello stato di decadenza della lingua araba e nell’aver operato strenuamente per riportala all’antica
purezza e grandezza. Eccelse nella prosa rimata scrivendo una raccolta di eccellenti maqamat. Ci ha
lasciato anche altre importanti opere i cui titoli sono sempre un gioco di parole scelte in funzione di
un’esasperata ricerca della rima o dell’assonanza. Con il suo atteggiamento anticlericale spianerà la strada
ad altri intellettuali della generazione successiva. Un ruolo non minore fu svolto dal libanese Ya’qub Sarruf
che fondò e diresse la rivista “al-Mmuqtataf” il cui merito principale fu quello di comunicare ai lettori le
scoperte scientifiche e tecnologiche con un linguaggio diretto, senza i preziosismi linguistici. riuscì
perfettamente nella sua opera di divulgatore, ed è con lui che si registrò un’evoluzione nel linguaggio
giornalistico e sopratutto scientifico, al punto che la sua rivista finì per diventare un modello di eleganza e di
bellezza formale. Questa si distinse dalle altre riviste dell’epoca per aver volutamente evitato, come afferrò lo
stesso fondatore, di farsi coinvolgere in diatribe religiose e politiche.
La rivista !al-Muqattam” fondata da Sarruf, Nimr e Makariyus ha il merito di aver contribuito a divulgare la
scienza e ad educare sopratutto i giovani, missione non facile considerato il livello di analfabetismo,
tradizionalismo e superstizione che caratterizzava la società egiziana del secolo.
Sarruf ci ha lasciato importa anche nella letteratura con un’abbondante produzione che va da articoli, a
biografie fino ai romanzi. I suoi romanzi rivelano una notevole capacità di osservazione e una profonda
conoscenza della società araba del secolo. Pur non avendo il vigore e la bellezza delle opere narrative
posteriori l’eleganza della lingua utilizzata da Sarruf, insieme alla sottile capacità di analisi psicologica, sono
tuttavia sufficienti a fare di lui un precursore e uno scrittore molto interessante per la sua epoca. Di sicuro
furono maggiormente influenzati dall’Occidente gli intellettuali di matrice cristiana immigrati in Egitto dalla
regione siro-libanese, mentre i letterati mussulmani miravano sopratutto a una rivalutazione del patrimonio
aravo-islamico per il progresso della loro società.

LA NAHDAH NEL MAGHREB


Per le note ragioni storiche legate al colonialismo, la nahdah in queste regioni del mondo arabo si manifestò
generalmente più stentatamente rispetto ai paesi del Vicino Oriente. I paesi del Maghreb arrivarono
all’indipendenza più tardi: nel 1951 la Libia, nel 1956 il Marocco e la Tunisia, nel 1960 la Mauritania e nel
1962 l’Algeria. Da una parte c’è l’incontro scontro con gli occidentali, che in queste regioni del mondo arabo
fu molto più cruento e doloroso, dall’altra il richiamo che i magrebini sentivano per gli arabi d’Oriente a cui
erano uniti da solidi legami di lingua, cultura e sopratutto di religione. E’ questo che li rende perennemente in

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bilico tra due culture, quella francese e quella araba. E’ questa doppia cultura degli scrittori maghrebino a
determinare una doppia capacità d’introspezione che conferisce al loro sguardo un’intensità pungente. Un
aspetto della stampa del Maghreb consistenza nella lingua utilizzata: accanto alle pubblicazioni in arabo ci
furono altrettanto significative testate scritte in francese, spagnolo, inglese e italiano.
In Algeria come avvenne in Egitto all’epoca di Bonaparte, i francesi provvidero a installare una tipografica
per pubblicare un giornale d’informazione destinato sopratutto all’esercito di occupazione, e
successivamente ai coloni. Ben presto i francesi si resero conto, però, che per poter comunicare con il
popolo bisognava farlo anche nella loro lingua, da qui la necessità di una stampa bilingue franco-araba.
D’altra parte il bilinguismo faceva parte del progetto di acculturazione e assimilazione messo in atto dalle
forze di occupazione. Il primo giornale bilingue fu “al-Mubassir” pubblicato nel 1847. Il primo giornale arabo
pubblicato da un algerino comparve solo nel 1907.
L’emiro Abd al-Qadir, scrittore molto versatile, è autore di opere di carattere tecnico- militare oltre che
filosofiche e di numerose poesie, di cui molte solo a carattere mistico. Tenace combattente contro i francesi
in Algeria, Abd al-Qadir fu sconfitto nel 1847 e, dopo aver trascorso un periodo nelle protoni francesi, nel
1855 si trasferì a Damasco dove, in contatto con i capi mussulmani locali, fu coinvolto nella rivolta del 1860.
Egli, accanito oppositore dei francesi in Algeria, fu protettore dei cristiani quando combatté valorosamente
per metterli in salvo, riuscendo a risparmiare la vita a centinaia di persone. All’inizio del XX secolo si
consolidò il sentimento nazionale degli algerini, sentimento rafforzato anche dai contatti clandestini con la
stampa nazionalista e panislamica egiziana e con quella tunisina. In Tunisia, infatti, intorno alla secolare
istituzione della moschea al-Zaytunah, si ritrovarono studenti e intellettuali algerini e di altri paesi
mussulmano che diventarono i promotori di un’intensa vita culturale. E’ in questo ambiente che si formò Abd
al-Hamid Ben Badis, nato Costantina da una famiglia di letterati. Dopo aver studiato a Tunisi viaggiò nei
paesi del vicino oriente. Egli è considerato il paladino del pensiero islamico algerino contemporaneo e il
propugnatore della corrente salafiyyah nel Maghreb. Le sue idee furono espresse in numerosi articoli di
carattere religioso. Egli voleva la salvaguardia delle tradizioni e pensava che il modo di difendere l’identità
nazionale rappresentava la condizione essenziale per il benessere morale e materiale. Affermava quindi che
nessun governo avrebbe avuto una buona politica senza tenere conto della religione del popolo. Allo stesso
tempo però non era favorevole a mischiare la religione con la politica. Nel 1931 agli fondò l’Associazione
degli Ulema Mussulmani, roccaforte del nazionalismo algerino di cui il motto era “ L’Islam è la nostra
religione, l’arabo la nostra lingua, l’Algeria la nostra patria.
Sul piano stilistico i poeti algerini si ispireranno a una poesia tradizionale, ancora legata ai canoni del
passato, poiché tutto ciò che proveniva dall’Occidente veniva visto dagli algerini come frutto del colonialismo
e dell’occupazione.
Anche in altri paesi dei Maghreb la produzione letteraria tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fu
principalmente religiosa e i letterari furono per lo più riformisti mussulmani legati ai centri istituzionali religiosi
più importanti della regione. Fu sopratutto l’istituzione tunisina,
al-Zaytunah, ad attirare i massimi intellettuali dell’epoca.
Massimo esponente della nahdah nel Maghreb fu infatti Hayr al-Din al-Tunisi, nato nel Caucaso intorno al
1820 che come molti dei suoi compatrioti si formò nella scuola militare di Istanbul da cui uscì per andare al
servizio del Bey Ahmad di Tunisi che lo mandò in missione in Francia. Al suo rientro fu uno degli artefici delle
riforme costituzionali. A lui si deve, infatti, l’elaborazione della prima Costituzione, promulgata nel 1863. Così
diversi viaggi a Costantinopoli nel vano tentativo di convincere la Sublime Porta a concedere l’autonomia alla
Tunisia.
La letteratura in Tunisia ebbe una svolta significativa nel 1859, anno della fondazione del giornale al-Ra’id al-
Tunisi che riproponeva anche testi tradotti da lingue europee. Una svolta per la storia della stampa tunisina
all’epoca della nahdah fu rappresentata dall’abolizione del divieto di pubblicare giornali privati che, invece di
liberalizzare la stampa, provocò l’effetto opposto: i giornalisti dovevano rispettare rigide regole palesemente
antidemocratiche, come per esempio il divieto di ogni attacco al bey e alla sua famiglia o al governo
francese. Il primo quotidiano privato in lingua araba fu “al-Zahrah” fondato nel 1889. La produzione letteraria
tunisina come quella degli altri paesi arabi dello stesso periodo consiste prevalentemente in componimenti
poetici di stampo tradizionale. I primi segni di una rinascita letteraria si hanno all’inizio del XIX secolo. Gli
intellettuali di questo periodo sono passati alla storia del loro paese come figure illuminate. Fu soprattutto
Ahmad Ibn Abi al-Diyaf a distinguersi per la lungimiranza e l’apertura di spirito. Nel 1861 per esempio egli
difese accoratamente i diritti dei tunisini di religione ebraica. Tra tutti emerge anche Muhammad al-Sanusi,
giornalista, poeta e scrittore autore del “Repertorio di poesia tunisina” e di un resoconto del suo
pellegrinaggio alla Mecca dove, tra l’altro, confronta le proprie abitudini con quelle dei paesi europei che
aveva visitato, tra cui l’Italia. Egli è anche autore di uno studio sui diritti della donna mussulmana. Anche in
Tunisia la questione dell’emancipazione della donna rivesta un’importanza fondamentale. All’inizio del
Novecento un ruolo importate fu svolto del giornale “al-Hadirah” dove cominciarono ad essere pubblicati

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anche versi dei più rinomati poeti dell’epoca. Il giornale era fondato da un gruppo di alcuni tunisini vicini al
Movimento dei Giovani Turchi, nel 1888.
In Libia la stampa ebbe una grande fioritura negli anni immediatamente precedenti l’occupazione italiana. In
seguito alla rivoluzione dei Giovani Turchi, al ripristino della Costituzione nel 1908, e alla concessione di
alcune libertà, si creò un clima adatto alla diffusione di giornali e all’apertura di tipografie. L’Italia che già
mostrava grande interesse per la Libia pubblicò nel 1892 un primo giornale libico in italiano, distribuito a
Tripoli ma stampato in una tipografia di Siracusa. In Libia inoltre un ruolo importante dal punto di vista
culturale oltre che politico, fu svolto dalla confraternita dell Sanusiyyah.
Si può fissare la data di nascita della stampa marocchina invece nel 1820 quando vennero pubblicati i primi
giornali in spagnolo in francese e in inglese. Il primo giornale fondato diretto da una marocchino fu alTa’uun
pubblicato nel 1906 da Muhammad ben Ga-far al-Kattani. Egli fu autore di un noto repertorio biografico delle
personalità della città di Fez, che nel XIX secolo er aut centro di studi religioso famoso in tutto il Maghreb, in
cui, oltre a esporre la vita e le opere delle celebrità dl paese, presenta un trattato di storia religiosa dl
Marocco con la vita e le opere degli uomini pii. Le idee della salafiyyah si propagarono rapidamente nel
paese grazie all’apporto di personalità di spicco. Non bisogna dimenticare che nel Maghreb, oltre alla
produzione letteraria scritta in arabo, spagnolo e francese, vi fu anche una letteratura araba legata alla
tradizione popolare orale, nonché una letteratura espressa in lingua berbera.
La letteratura della Mauritania invece affonda le radici nella tradizione popolare. Punto di partenza è il
celebre al-Wasit, opera di un letterato del secolo scorso, Sayyid Ahmad wuld al-Amin, pubblicato al Cairo nel
1911. Questo testo è soprattutto la trascrizione di quello che la memoria dell’autore aveva rigorosamente
conservato. L’opera che ci descrive una Mauritania pre-coloniale è suddivisa in due parti, una documentaria
e una antologica, in cui sono raccolte poesie, classificate per tribù di appartenenza dei singoli poeti, secondo
una consueta tassonomia. Altra fonte del patrimonio scritto mauritano è Hayat Muritaniya ( Vita della
Mauritania), una sorta di enciclopedia che abbraccia svariati campi, dalla storia politica alla cultura, alla
geografia alla religione alle personalità e alle tribù del paese.

2. Tradizione e innovazione nella narrativa

IL RITORNO ALLE MAQAMAT


Il genere delle maqamat in voga dell’anno Mille in poi, che ebbe in al-Hamadani e in al-Hariri i suoi massimi
rappresentanti fu ripreso nel XIX secolo da alcuni letterati che rispolverarono quest’arte le cui radici
affondano nella letteratura araba classica. Le neo maqamat, come quelle del passato, sono opere in prosa
rimaga, sag, dallo stile molto ricercato, dove serio e faceto si mescolano con realtà e fantasia, il tutto
racchiuso in una struttura narrativa molto rigida. Questo genere, che aveva finalità anche pedagogiche, e a
cui si rifecero le nuove generazioni di letterati, finì per scoprire dalla scena letteraria all’inizio del XX secolo,
non senza aver contribuito alla nascita della narrativa araba moderna. Quest’arte diventò una vera e propria
moda a cui non si sorrtrassero neanche i grandi della nahdah, come al-Yazigi, al-Bustani e al-Sidyaq che più
di altri eccelse in questo genere.
Le sessanta maqamat composte da al-Yazigi e raccolte in Magma al-bahrayn ( la confluenza dei due mari)
raggiunsero un alto livello artistico. L’opera è infatti una raccolta di sorprendente rarità e maestria poetica.
L’influenza di al-Hariri sia nella figura del narratore e dell’eroe sia nella forma che ruota tra il sag e la poesia,
spinse al-Yazigi a trattare una serie di questioni linguistiche, metriche e di altro genere, dando prova così di
grandi doti filologiche e di notevole abilità espressiva.
Le maqamat di al-Yazigi come quelle di al-Hariri sono tutte pervase da un profondo pessismiso, da
un’assenza di fiducia nei confronti del genere umano e dalla convinzione che i soli a farsi strada nella vita
sono i furbi. Nelle maqamat di questo autore l’ambiente descritto è per lo più quello beduino, e dà
l’impressione al lettore di essere tornato indietro nel tempo, ai primordi dell’Islam. L’altra opera di ano
maqamat passata alla storia della letteratura araba è al-Saq alà al-Saq di
al-Sidyaq. Tutta l’opera ruota intorno ai due personaggi di al-Faryaq e di sua moglie al-Faryaqiyyah e si
divide in due parti. Nella prima si parla di al-Faryaq e delle amare vicende da lui vissute in Libano e in Egitto.
Nella seconda parte sono descritte le esperienze dei due coniugi dopo aver lasciato l’Egitto per Malta e il
loro soggiorno in Inghilterra e in Francia. E in questo peregrinare tra il Nord Africa e l’Europa, non si può fare
a meno di notare il carattere autobiografico dell’opera. Queste maqamat, molto simili a quella che oggi
verrebbe definita un’autobiografia, si allontanano tuttavia da questo genere a causa delle numerose e
continue digressioni al punto che si può pensare che gli eventi biografici narrati siano solo un pretesto per
dare spazio alle divagazioni dell’autore. Nè sfugge al lettore l’interesse dello scrittore per le donne, a partire

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dal capitolo dedicato alle sue prime esperienze amorose, fino a quello in cui si parla esplicitamente
dell’amore fisico.
In tutta l’opera, pervasa da uno spirito ironico e beffardo, l’autore non risparmia giudici sferzanti, a volte
maligni, nei confronti di tutti, anche dei migliori ingegni dell’epoca. La polemica che si innesta vedeva da una
parte al-Sidyaq e dall’altra i due rappresentanti della nahdah libanese, al-Yazigi e al-Bustani, ma gli attacchi
più velenosi sono rivolti contro quest’ultimo e la rivista al-ginan. Molte delle sue critiche e dei suoi giudizi
sarcastici colpiscono per la straordinaria capacità di osservazione, la padronanza della lingua e l’abilità nello
sciorinare decine e decine di sinonimi, ma questo continuo ricorrere all’invettiva, all’accusa beffarda,
denunciando le debolezze degli uomini, secondo alcuni studiosi, provoca spesso una vera e propria caduta
di stile. Questo libro è una testimonianza di ogni aspetto della vita sociale e religiosa del Vicino Oriente del
XIX secolo. Sul piano stilistico l’autore difende strenuamente l’impiego di sinonimi duramente criticato dai
suoi contemporanei. Nonostante questo gli viene riconosciuto il merito di aver fatto ricorso a una lingua
piacevole, senza ambiguità né troppe complicazioni, spingendola sulla strada del rinnovamento, malgrado
risenta ancora del peso della tradizione. La forma narrativa che al-Sidyaq ha scelto, secondo recenti studi,
non si allaccia soltanto al genere della maqamah ma anche a quello del saggio vero e proprio, discostandosi
tuttavia da quest’ultimo perché, dando libero corso ai suoi pensieri e alle sue sensazioni, l’autore tende
eccessivamente all’individualismo.
I due libri Magma al-bahrayn di al-Yizagi e al-Saq alaà al-saq di al-Sidyaq vengono considerati i primi
esempi di narrativa moderna. I due autori, proposero infatti delle novità senza ispirarsi alla letteratura
occidentale in modo diretto. L’elemento che più di ogni altro lega queste opere al futuro romanzo è la
connessione tra le varie parti mediante un unico filo conduttore. Se al-Yazigi si attiene rigorosamente alla
forma tradizionale della maqamah antica, il suo contemporaneo al-Sidyaq si spinge con la maqamah molto
oltre, stabilendo un legame ancor più saldo con l’arte del racconto e del romanzo moderno. Il genere delle
neo maqamat sarà ripreso da Muhammad al-Muwayilihi nella sua opera satirica “il discorso di Isa Ibn
Hisam,ovvero un intervallo di tempo” del 1907. Il protagonista si chiama Isa ibn Hisam come il personaggio
principale della maqamat del XI secolo di al-Hamadani a cui al-Muwaylihi apertamente si ispira. L’opera
consiste in una serie di episodi brevi in cui sono descritte le avventure di un pascià turco di epoca di
Muhammad Ali che, miracolosamente risorto, incontra l’autore stesso e lo conduce per le vie della città a
vedere e a criticare l’andamento delle cose. Si tratta di una strana conversazione in “turco e in arabo”
anacronistica per entrambi i personaggi. Il grande merito di questa neo maqamah sta nell’aspetto
sociologico dell’opera, che è un tentativo di affrancare la letteratura moderna dal patrimonio classico, anche
se questo diventa punto di partenza per la sperimentazione di nuove forme espressive. Può essere
considerato il primo lavoro narrativo a carattere sociale della nahdah. Non va trascurato infine l’intento
pedagogico dell’invitare gli egiziani a prendere coscienza dei loro comportamenti negativi in modo che
provvedessero a correggerli. In quest’opera sono rappresentati tra l’altro i conflitti generazionali e quelli tra la
società di oriente e occidentale. Il ricorso poi alla forma della maqamah, e all’uso della prosa ornata,
contribuisce a stabilire un legame diretto tra il romanzo e il patrimonio culturale arabo. A differenza della
maqamat tradizionali in cui la trama si incentra su una vicenda semplice, la maqamah di al-Muwaylihi è
un’opera narrativa delatratti già ben definiti, con un inizio, un’evoluzione degli eventi che si snodano in modo
credibile e un finale convincente. Vi sono espresse posizioni diversificate e complesse, gli eventi sono
molteplici e seguono uno sviluppo logico. Con l’incalzare del XX secolo e delle nuove sperimentazioni
narrative la maqamah va tramontando, fino a scomparire quasi completamente dalla produzione letteraria
araba.

L’INFLUENZA DELL’OCCIDENTE E L’IMPORTANZA DELLE TRADUZIONI


Il notevole successo di pubblico incoraggiò molti intellettuali a cimentarsi a loro volta nelle moderne
sperimentazioni letterarie. Cominciarono così a registrarsi alcune novità, sopratutto alla crescente influenza
esercitata dal romanzo occidentale in traduzione, al verificarsi di una quantità di avvenimenti politici e
nazionali che sconvolsero la vita dei paesi arabi a partire della Prima Guerra Mondiale e infine all’aumento
del numero dei lettori, dovuto al processo di alfabetizzazione. In tutto il mondo arabo è sempre stato forte il
desiderio di conoscere le opere pubblicate in Occidente e in moltissimi si prodigarono per far conoscere ai
loro connazionali le opere occidentali tramite la traduzione.
L’intenso movimento di traduzione che si sviluppò tra la fine del secolo scorso e l’inizio del Novecento corse
il rischio di condizionare gli intellettuali arabi, al punto che alcuni di loro provarono nei confronti delle opere
occidentali un immotivato senso di inferiorità. Forse fu proprio queso senso di inferiorità, il timore o la
consapevolezza della loro incapacità di eguagliare gli occidentali a spingere alcuni scrittori ad ambientare i
propri romanzi in Occidente.

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Nel rappresentare la società araba, molti scrittori, sopratutto quelli di origine libanese, furono accusati di
essere plagiati dalla cultura occidentale. Essi, esagerando nell’ammirazione verso la civiltà europea,
rappresentarono la società araba con caratteri che in realtà le erano totalmente estranei.
Altri scrittori che si dedicarono prevalentemente all’attività di traduttori finirono, invece, per attribuirei molte
delle opere tradotte, come nel caso del palestinese Halil Baydas. Egli affiancava la sua attività di scrittore
con quella di traduttore: conosceva bene il russo per aver frequentato le scuole russe in Palestina e da
quell’unica lingua tradusse anche opere di autori occidentali. Il merito di Baydas sta nel fatto che non solo
esortava a tradurre dall’Occidente, ma invitava anche i traduttori ad operare buone scelte. Come gli altri
traduttori suoi contemporanei, Baydas aveva tuttavia idee piuttosto personali sulle traduzioni, perché
manipolava il testo a suo piacimento. Spesso del romanzo originale non rimaneva che un’approssimativa
trama generale. Seguendo l’esempio di Baydas anche i traduttori della generazione successiva cercarono di
adattare le opere straniere al gusto popolare predominante, attraverso arbitrari interventi sul testo originale. I
difetti di questi traduttori sono più o meno comuni a tutti coloro che si cimentavano in quest’arte: la non
perfetta conoscenza della lingua da cui traducevano li portava a pubblicare un testo assolutamente privo di
precisione. La loro regola di adattare le traduzioni ai gusti del pubblico arrivava fino al punto da utilizzare il
dialetto piuttosto che l’arabo classico. Spesso, infine, non citavano il nome dell’autore o addirittura si
attribuivano la paternità dell’opera tradotta. Capitava che il traduttore, per soffrire al lettore di essere lui lo
scrittore iniziava il testo con frasi tipo “ mi è stato raccontato che..”.

IL RUOLO SVOLTO DA MUSTAFÀ LUTFI AL-MANFALUTI


Per meglio comprendere l’evoluzione del romanzo arabo è necessario soffermarsi su questo personaggio,
uno dei più noti scrittori e traduttori dell’inizio del XX secolo, che si dedicò sopratutto all’arte del romanzo.
Nato nel 1876 la sua carriera di letterato e di poeta iniziò piuttosto traumaticamente quando nel 1897
compose un poema che venne considerato un insulto verso Abbas II; fu condannato a un anno di prigione.
L’opera principale di questo autore consiste in una collezione eterogenea di saggi, articoli e traduzioni
raccolti sotto il titolo di al-Usbu’iyyat ( Settimanali) e poi pubblicato nel 1910 con il titolo di al-Nazarat ( gli
sguardi). Nel 1915 pubblicò al-Abaraat ( le lacrime), una raccolta di racconti brevi estremamente tristi e
pervasi da un forte sentimentalismo. Al-Manfaluti rappresenta la duplice tendenza dell’intellettuale della sua
epoca: da una parte tenace propugnatore dei valori della civiltà islamica, e critico verso i mali dell’occidente,
dell’altra non rifiutava completamente tutto ciò che da quell’occidente stesso proveniva. Piuttosto
conservatore. criticò l’atteggiamento di quanti sostenevano l’emancipazione della donna.
L’unica cosa che lo accomuna con i traduttori che lo hanno preceduto è che, anche egli raramente rispetta
l’opera tradotta, non sempre menziona l’autore, non si astiene ad interventi arbitrari e addirittura diventa un
maestro nella riduzione di romanzi in racconti brevi. La sua traduzione si distingue sopratutto per la bellezza
della lingua e per il ritmo incalzante dell’azione. L’abilità di al-Manfaluti sta nella sua capacità di creare ex-
novo il romanzo tradotto e di adattarlo con vivacità al gusto del lettore del suo tempo, un gusto che si
orientava spesso verso uno spiccato sentimentalismo che vedeva nello stile non un mezzo per esprimere gli
stati d’animo dello scrittore, quanto un’occasione per mostrare il suo virtuosismo lessicale e la sua capacità
creatrice. Quel che è certo è che con lo stile classicheggiante di al-Manfaluti si ha un rallentamento della
tendenza occidentalizzante della nascente narrativa araba.

LA NASCITA DEL ROMANZO: DAL ROMANZO PEDAGOGICO A QUELLO STORICO


Presto cominciò a farsi sentire la necessità di comporre qualcosa di nuovo e di originale. Esaminando la
produzione narrativa del XIX secolo, in un primo momento è difficile distinguere tra romanzo, saggio e
racconto. Capita che quello che l’autore definisce romanzo ( riwaayah) sia piuttosto un racconto (qissah) o
viceversa, o ancora un “romanzo condensato” (muhtasar) se si applica il criterio della lunghezza; mentre è
considerato “articolo” ( maqalah) se dal punto di vista dello stile si avvicina più al saggio. Il fatto che alcuni
giornali e riviste cominciassero a pubblicare romanzi a puntata invogliò gli scrittori a trattare temi che si
armonizzassero con la natura delle condizioni sociali generali, continuando a inserire nelle loro opere di
narrativa insegnamenti morali , ma senza dimenticare un pizzico di critica sociale. Mentre in un primo
momento si era diffusa la convinzione della superiorità degli occidentali fino a suscitare un vero e proprio
complesso di inferiorità in alcuni letterati arabi, l’orgoglio nazionale cominciò piano piano a rafforzarsi e gli
intellettuali furono i primi a interpretare nelle loro opere questa necessità di riscatto. Il romanzo propriamente
detto in tutti i suoi generi, pedagogico, storico, d’evasione e artistico, apparve in Egitto e nella regione siro-
libanese prima che in tutti gli altri paesi arabi. Il primo a riempire questo vuoi fu Faransis Fath Allah al-Marras
che vedeva nel romanzo sopratutto un preteso per esprimere le proprie opinioni riguardo temi scottanti. In
due sue opere “la foresta della verità” e “ le perle delle conchiglie delle stranezze del caso” si nota una dura
critica verso la società dell’epoca e i detentori del potere tradizionale. Se da una parte i narratori tenevano a
soddisfare i gusti del lettore, d’alta parte dovevano comunque evitare qualunque cosa potesse offendere o
turbare la suscettibilità del pubblico, o degli ambienti tradizionalisti e religiosi. A testimonianza dell’influenza
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della religione sulla vita culturale dei paesi arabi di quell’epoca basta ricordare le numerose opere degli
stessi religiosi, i quali diedero un contributo diretto scrivendo pseudo romanzi, farciti di considerazioni morali,
con il solo scopo di fornire modelli di comportamento sopratutto ai giovani. Il tutto sotto lo sguardo vigile della
stampa dell’epoca, attenta a condannare o ad appoggiare apertamente talune opere secondo gli
schieramenti di appartenenza. Sulla rivista dei Gesuiti “al-Masriq” si lodò una volta il romanzo “ Hasna
Bayrut” ( la bella di Beirut) del vescovo Mu’aqqad. La trama di questo romanzo si incentra sulla storia di un
ragazzo cattolico che si converte al protestantesimo; in seguito si innamora di una ragazza cattolica, ma la
giovane si oppone al matrimonio e si rifugia in convento. Dopo varie vicissitudini, il ragazzo si pente della
conversione, fonte della sua infelicità. Qui l’intento moralistico dello scrittore è chiarissimo e si risolve in una
difesa a oltranza della confessione cattolica. La critica nei confronti degli usi e costumi degli stranieri è
durissima, così pure la condanna del protestantesimo e dei filosofi.
Il romanzo pedagogico propriamente detto si distingue in due correnti: nella prima lo scopo era
l’insegnamento fine a se stesso, mentre l’interesse verso i canoni estetici era piuttosto limitato, se non
addirittura inesistente; la seconda cercò invece di armonizzare il fine pedagogico con un certo livello
artistico. Anche in molte delle prime traduzioni l’intento era sopratutto quello di fornire indicazioni e
suggerimenti al lettore, fino ad allora chiuso in un mondo culturale ristretto e isolato. I primi che si
cimentarono in questo genere non vollero, o non seppero, scrivere un vero e proprio romanzo; il loro intento
era puramente educativo, d’informazione e talvolta propagandistico, quando si servivano della loro opera per
diffondere le proprie convinzioni ideologiche o confessionali. E’ proprio l’aspetto pedagogico a offrire agli
scrittori la possibilità di intervenire continuamente nella trama, con commenti personali e informazioni dirette
sugli eventi descritti. Essi cercavano di compiere un’opera di persuasione. In genere si tratta di opere piene
di digressioni, che non solo non sono in sintonia con il testo, ma lo appesantiscono.
Molti dei romanzi definiti pedagogici erano in realtà anche romanzi storici, in cui il flusso degli eventi veniva
spesso interrotto da commenti, riflessioni, giudizi su vicende sociali contemporanee, e sugli usi e i costumi
ritenuti disdicevoli dagli autori. Spesso di trattava di digressioni, lunghe talvolta pagine intere, del tutto
indipendenti dal corpo del romanzo.
Il romanzo storico vero e proprio, invece, data la sua natura, non lasciava gradi margini di libertà all’autore.
Se dunque gli scrittori erano costretti a muoversi entro binari già tracciati per quanto riguarda la trama, essi
diedero libero corso alla loro fantasia inserendo, negli eventi storicamente riconosciuti tali, storie d’amore
senza alcuna attinenza alla realtà. Ed è proprio a queste storie d’amore che venne affidato il compito di
appassionare il lettore. Attingendo al patrimonio tradizionale arabo, fecero ricorso anche alla poesia e per
sottolineare i momenti salienti del racconto, farcirono la narrazione di pagine e pagine di versi. E’ netta la
divisione dei personaggi in due categorie distinte, da un lato gli eroi positivi che sono costretti a vivere ogni
sorta di disavventura e disagio, prima di veder trionfare il bene e l’amore; e dall’altro gli eroi negativi, che
spesso risultano poco credibili, proprio perché sono un concentrato di ogni tipo di infamia. L’aspetto
predominante nei romanzi pedagogici e in quelli storici è la ricerca a tutti i costi di situazioni avventurose,
singolari, strabilianti, e tutte le volta che uno scrittore non trovava una soluzione logica per il lettore, allora
ricorreva al “caso imprevedibile”, che è uno degli elementi principali della letteratura popolare. Il primo
romanzo storico è “ Zabubiya malikat Tadmur” ( Zenobia regina di Palmira) di Salim al-Bustani, pubblicato a
puntate nella rivista al-Ginan. Il romanzo descrive la vita della regina Zenobia. Un anno dopo lo scrittore
pubblica “Budur” la storia di una principessa che con il cugino Abd al-Rahman fonderà la dinastia omayyade
in Spagna. Fino al 1871 l’unico romanzo storico tradotto in arabo era stato Il conte di Montecristo, ma Gurgi
Zaydan, grazie alla buona conoscenza delle lingue e ai viaggi in Europa, poté leggere le opere originali di
molti altri autori europei in voga in quell’epoca. Egli fece una nette distinzione tra i suoi romanzi storici e
quelli scritti dagli europei e affermò che, mentre gli occidentali piegavano la storia alle esigenze dell’arte lui
faceva il contrario, ritenendo che era l’arte a dover passare in secondo piano rispetto alla verità storica.
Zaydan nasce in Libano nel 1861, nel 1882 si stabilì in Egitto dove inizi il suo lavoro da giornalista e dove nel
1892 fondò una delle riviste letterarie più prestigiose “al-Hilal”. A lui si deve una gran numero di opere a
carattere storico, di cui la maggior parte tratta da episodi della storia arabo-islamica. Zaydan è ricordato
anche come autore di una serie di studi a carattere scientifico. Un posto a parte merita poi la sia storia
letteraria in diversi volumi scritta tra il 1911 e il 1914 che se per quest’opera l’autore è stato accusato di
essersi ispirato alla monumentale storia di un noto studioso europeo. Nonostante fosse di religione cristiana
egli fu uno dei maggiori studiosi dell’epoca islamica. Il grande successo ottenuto dai suoi libri, dovuto anche
alla parte romanzata che di solito descriveva la storia d’amore tra due giovani costretti ad affrontare mille
difficoltà, ostacoli e congiure, spinse molti altri scrittori a seguire il suo esempio e a scrivere opere di
narrativa a metà tra il romanzo storico-pedagogico e quello di intrattenimento.
E’ interessante notare che quando uno scrittore arabo, sia cristiano che mussulmano, parlava di una donna
di facili costumi, affidava per lo più questo ruolo scomodo a una straniera, un’europea, perché in questo
modo salvava l’onore della donna araba e orientale in genere, a prescindere dalla religione di appartenenza.

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DAL ROMANZO DI EVASIONE AL ROMANZO ARTISTICO
La corrente pedagogica e storica continuò fino all’inizio del XX secolo, dopodiché cominciò a formarsi una
letteratura detta di evasione e di intrattenimento. Se da una parte il romanzo pedagogico e quello storico
avevano lo scopo di istruire gli arabi, facendo loro scoprire un glossario passato per additarne l’esempio ai
giovani, nei nuovi romanzi manca del tutto un intento nazionalistico, e il nodo centrale è rappresentato quasi
esclusivamente da una storia d’amore tra due giovani. Queste opere sono però caratterizzata dell’assenza di
un unico filo conduttore, tanto che alle volta si ha l’impressione di una serie di racconti separati l’uno
dall’altro.
All’inizio del Novecento giunge a compimento un processo cominciato negli anni precedenti: si consolidano
cioè il rifiuto definitivo del patrimonio arabo classico e l’interesse sempre più spiccato verso la narrativa
occidentale, che diventa un modello da imitare. Lo scrittore si pose nelle condizioni di accettare
favorevolmente i cambiamenti e così il romanzo, che taluni chiamano “artistico” assume connotati che si
possono via via definire romantici, realistici e sociali. Spesso gli autori dichiarano apertamente di essere stati
influenzati da una traduzione.

LA SVOLTA DI MUHAMMAD HUSAYN HAYKAL E IL ROMANZO ZAYNAB


Il nuovo orientamento letterario fu rappresentato dall’egiziano Muhammad Husain Haykal.
Zaynab, che Haykal cominciò a scrivere quando si trovava in Francia nel 1910 e che pubblicò nel 1914,
viene considerato il primo vero romanzo egiziano e arabo in genere. Tra gli intellettuali egiziani dell’inizio del
secolo il romanzo era ancora considerato un sottoprodotto rispetto alla poesia. Ecco perché, temendo di
incorrere nel disprezzo, all’inizio l’autore non pose il suo nome all’opera ricorrendo a uno pseudonimo e non
menzionò la parola romanzo. Zaynab descrive la realtà della campagna egiziana oppressa da tradizioni
rigide, sullo sfondo di una natura complessa ma, in fondo benevola. In questo romanzo per la prima volta
vengono affrontati realisticamente i rapporti tra i sessi nella società rurale egiziana. Il progagonista, Hamid, è
un giovane colto appartenente alla classe media, che ama una ragazza di nome Azizah; ma a causa delle
dure convenzioni sociali, i genitori la costringono a sposare un uomo che non ama. Il giovane Hamid trova
affetto in una ragazza di campagna di nome Zaynab che, grazie al lavoro nei campi, gode di maggiore libertà
di movimento. La ragazza, tuttavia, non riesce a comprendere il giovane istruito e finisce per preferirgli
Ibrahim, il capo dei braccianti. Anche Zaynab sarà costretta dai genitori a sposarsi con un uomo che non
ama, ma a cui resterà fedele fino alla morte precoce per tubercolosi. In questo romanzo Haykal ci offre
un’immagine poetica, idealizzata e affascinante della campagna egiziana, una specie di scenario idilliaco in
cui si muovono personaggi segnati da un’infinita tristezza. Alcuni critici ritengono che questa descrizione, fin
troppo benevola della campagna, sia stata voluta dall’autore per compensare con la bellezza della natura le
dure condizioni di vita e le privazioni imposte ai contadini egiziani all’inizio del secolo. Lo stile di Haykal è
caratterizzato da un incisivo talento espressivo, da precisione descrittiva, capacità di analisi e ricerca
introspettiva. Egli fece ricorso a una lingua lineare, colta, potente, senza artifici né retorica. Sicuramente si
era ispirato alla letteratura romantica francese. Questa influenza si avverte talvolta nell’inserimento di
elementi estranei all’ambiente agreste egiziano; anche la contadina Zaynab viene descritta come se fosse
l’eroina di un racconto francese. Va riconosciuto a Baykal il merito di aver sollevato la questione femminile,
inserendo nel romanzo prototipi di donna molto vicini alla realtà del suo tempo. Zaynab, così come Azizah,
anche se con destini diversi, verranno sottomesse alla cieca volontà maschile. Queste due donne, pur
essendo di diversa estrazione sociale, mostrano infatti la stessa rassegnazione e la stessa sottomissione
quando si avvicina l’ora del matrimonio.
Haykal era nato in un villaggio egiziano, si laurea al Cairo in giurisprudenza e infine andò in Francia per
studiare alla Sorbonne. Ritornò in Egitto dove si dedicò alla professione di avvocato, avviando nel contempo
la collaborazione con giornali e riviste. Nei suoi articoli letterari, politici e sociali, costante era l’invito rivolto
verso la società per un rinnovamento radicale, in nome della civiltà e del progresso. In politica aderì a un
partito progressista e il suo impegno lo assorbì al punto da abbandonare l’avvocatura, e anche la sua attività
letteraria fu rallentata dai numerosi impegni pubblici. Haykal scrisse, oltre alle opere di narrativa, anche
saggi storici e critici, relazioni di viaggi e biografie. Le tematiche più presenti nell’opera di Haykal sono il
rinnovamento, la libertà, il senso del dovere. Lo scrittore si formò nel periodo in cui più aspra era la polemica
tra i conservatori e coloro che, invece, sostenevano la necessità di abbandonare tradizioni, usi e costumi per
costruire una società nuova. Egli aveva conosciuto la società occidentale e si rendeva conto dei vantaggi
che il rinnovamento avrebbe determinato in Egitto, ma capiva anche quanto fosse assurdo pensare di
aderire a modelli di vita cosi diversi e di importi ai suoi connazionali, senza causare traumi e violente
opposizioni. Egli nutriva una profonda fiducia nella civiltà occidentale, ma riteneva che essa dovesse
inserirsi nella cultura locale. Era convinto inoltre che questa operazione dovesse avvenire con la
partecipazione e la collaborazione di tutti i cittadini pienamente liberi. Egli si dichiarò convinto che la
trasformazione dovesse essere il risultato di un processo riformistico, per sua natura lento, ma incessante,
permanente, e non di una imposizione violenta e improvvisa.

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LA LETTERATURA D’EMIGRAZIONE: GUBRAN HALIL GUBRAN E MIHAIL NU’AYMAH
E’ ovvio che per gli arabi il fenomeno dell’emigrazione rappresentò comunque un’ulteriore finestra aperta
sulla civiltà occidentale e sulle nuove idee che l’Occidente sprigionava. Con il termine adab al-mahgar
( letteratura d’emigrazione) si intende la produzione letteraria dei mahgariyyun come furono chiamati gli
scrittori e i poeti che, senza mai perdere il contatto con la madre patria, e sopratutto con gli innovatori
egiziani, contribuirono a un marcato rinnovamento della produzione letteraria araba, sia in prosa che in
poesia. Inizialmente identificata con la produzione dell’autore arabo più noto e tradotto in Occidente, Gubran,
in cui prevale un’impronta romantica, questa letteratura ebbe i maggiori esponenti in Miha’il Nu’aymanh e in
Amin al.Rihani. Negli stati uniti questo gruppo di intellettuali arabi, che non dimenticò mai la madrelingua,
integrato nella nuova patria, diede vita a una stampa locale scritta in arabo, anche se alcuni di essi
composero anche in inglese. Il primo giornale arabo-americano fu “Kawkab Amrika” fondato nel 1888. Si
calcola che fino al 1929 il numero di testate arabe negli Stati Uniti fosse intorno alla settantina. Ma il
massimo della fioritura della cultura araba in America si ebbe nel 1920, con la fondazione a New York
dell’associazione al-Rabitah al-qalamiyyah, una sorta di “Associazione degli scrittori” con Gubran presidente
e Nu’aymah segretario. Con la fine della prima guerra mondiale i legami tra gli esponenti del mahgar e
l’Egitto divennero ancora più stretti.
Gli emigrati arabi in America Latina nel 1933 fondarono un analogo circolo culturale, La lega andalusa, con
esplicito riferimento ai gloriosi tempi della Spagna mussulmana. Questa associazione però non fu alla base
di un originale movimento letterario come avvenne per al-Rabitah al-qalamiyyah.
Gubran Halil Gubran è uno dei massimi esponenti di questa corrente, sia come poeta che come autore di
romanzi. All’età di 12 anni si trasferisce a Boston, in seguito viene mandato a studiare in Libano. Al suo
rientro negli Stati Uniti dovette affrontare diversi lutti in famiglia, si dedicò alla pittura che andò a perfezionare
a Parigi. Tornato a Boston per poi trasferirsi a New York divenne esponente di punta degli intellettuali arabi
negli Stati Uniti. IN tutte le sue opere regna un’atmosfera di cupo pessimismo e di dolore nell’affrontare un
mondo che agli occhi dello scrittore appare duro e spietato. Fondamentali per la sua formazione filosofica e
letteraria furono il tema della reincarnazione, caro ai romantici europei, e la lettura di “Così parlò
Zarathustra”, che lo influenzò particolarmente. Nelle ultime fasi della sua vita scrisse anche in inglese; era
ormai una persona facoltosa e godeva di vasta popolarità, e forse furono proprio questi fattori a mitigare i
suoi sentimenti astiosi verso il mondo intero, che tanto avevano caratterizzato le prime opere, e a fargli
abbandonare in parte l’atteggiamento di distacco o di superiorità verso gli altri. Chiunque legga le sue opere
non può fare a meno di notare il frequente ricorso all’invettiva e al sarcasmo. Le opere degli ultimi anni sono
così improntate all’esaltazione della saggezza eterna e di una vita pura. In questa atmosfera spirituale
scrisse il suo capolavoro che lo rese celebre in tutto il mondo, The Prophet. Malgrado il tema religioso di
molte delle sue opere egli mantenne intimamente un atteggiamento distaccato verso la religione. Secondo i
suoi biografi ruppe definitivamente con la chiesa nel 1901 ed è ben noto il suo anticlericalismo. Rispetto alla
sua patria, il Libano, mantenne un sentimento contraddittorio animato da odio e amore.
Altro esponente di punta di questa letteratura fu Miha’il Nu’aymah. Nasce il Libano, e dopo aver soggiornato
in Palestina e poi a Poltava, in Ucraina, per motivi di studio, si trasferì negli Stati Uniti. Fondamentale per la
sua formazione culturale la permanenza in Ucraina dove assorbì il meglio della letteratura russa
dell’Ottocento. La sua vasta produzione letteraria comprende saggi, romanzi, racconti, opere teatrali e
poesie che lo resero famoso in tutto il mondo arabo.
Per la raccolta Kan ma Kan ( quel che è stato è stato) egli fu considerato uno dei primi autori del racconto
breve moderno. Con il romanzo al-Liqa che si incentra sulla storia d’amore e si può collocare tra le opere
romantiche in un ideale mondo di spiritualità, questo scrittore ci riporterà nuovamente, dopo oltre una
trentina d’anni all’atmosfera spirituale di Gubran. L’autore ha raggiunto livelli di elevata profondità psicologica
e intellettuale, attraverso un linguaggio poetico e uno stile elegante e suggestivo. Egli mescola alcuni
elementi leggendari con il mondo reale, e inserisce nell’opera riflessioni filosofiche. al-Liqa si fonda sull’idea
della trasmigrazione delle anime, dell’unione mistica e dell’unità dell’essere. Il romanzo fu tradotto dall’autore
stesso in inglese.

Introduzione alla poesia araba moderna

TRADIZIONE E INNOVAZIONE NELLA POESIA ARABA A PARTIRE DAL XIX SECOLO


La poesia continuava ad essere considerata la più alta manifestazione della letteratura araba, la più antica e
nobile arte a cui i letterati di tutti i tempi avevano sempre dedicato i maggiori sforzi. All’inizio della nahdah la
poesia non aveva alcun contatto con i movimenti poetici stranieri. Per questo motivo i poeti dell’800 si

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rivolsero alla poesia araba antica. La corrente poetica predominante all’inizio del XIX secolo era quella
rigidamente tradizionalista. Le opere di quel periodo sono per lo più diwan composti in onore di emiri o di
grandi personaggi, che imitavano i virtuosismi del passato, in una ricerca esasperata dell’artificio linguistico:
si trattava cioè di una poesia pretenziosa apertamente ispirata alla qasidah classica. A un certo punto si
diffuse per esempio, il vezzo di comporre versi che si leggessero tanto da sinistra che da destra, oppure
versi che cominciassero tutti con la stessa lettera dell’alfabeto e così via. Anche le opere di quei poeti che
non si dedicarono a simili virtuosismi linguistici sono povere di contenuto e incapaci di comunicare emozioni.
Il merito di aver per primo dato vita e vigore a quest’arte spetta a al-Yazigi. Egli guardò al passato da cui
trasse ispirazione, sia per lo stile sia per i temi trattati, ma innalzò il livello della lingua, preparando il terreno
a un rinnovamento della vita culturale per le generazioni successive.
al-Yazigi si interessò sopratutto alla poesia encomiastica. Oltre a al-Yazigi si distinse anche al-Tahtawi che
compose alcuni inni e poesie di carattere patriottico. Questo genere di poesia presenta comunque una
novità rispetto alla produzione poetica dell’epoca e cioè affronta per la prima volta, con accenni sinceri, il
tema della patria da un punto di vista anche politico. Molte delle poesie scritte per gli inni vennero poi
musicate, rendendo necessario adattare la metrica.
Tra i poeti che cominciarono timidamente a uscire dagli stretti schemi imposti dalla tradizione si deve poi
annoverare Mahmud Safwat al-Sa’ati le cui opere furono permeate da uno spiccato spirito sarcastico.
In Egitto tra le potesse si ricordano la già citata A’isah Ismat al-Taymuriyyah che scriveva poesie oltre che in
arabo anche in turco e in persiano. Le poesie in arabo le firmava con un nome diverso da quelle scritte nelle
altre lingue. Da piccola essa sfuggiva agli insegnamenti tradizionali della madre che voleva la perfetta donna
di casa. A’isah Ismat al-Taymurriyyah scrisse poesie di carattere religioso e anche molte elegie, tra le quali le
più famose sono quelle in ricordo di sua figlia.
Un’altra donna che si cimentò nella poesia e fu animatrice di un rinomato salotto letterario ad Aleppo, fu
Maryana al-Marras, sorella del già citato Faransis. Molte sue poesie furono d’encomio ai grandi personaggi
dell’epoca. Le più famose sono le sue elegie, ma scrisse anche versi appassionati sul matrimonio, la
giovinezza e l’amore. Le sue poesie, dallo stile molto classicheggiante, furono raccolte in un Diwan intitolato
Bint al-fikr ( la figlia del pensiero) che fu pubblicato nel 1893, e viene generalmente considerato la prima
pubblicazione di una donna siriana.

IL MOVIMENTO NEOCLASSICO
Alla fine del XVIII secolo i poeti per lo più componevano poesie encomiastiche dedicate ai principi,
governanti, e potenti in genere, finendo così per esprimere non i propri pensieri ma quello che i potenti
volevano sentirsi dire. I poeti della generazione successiva cominciarono a criticare tanto mercificavano la
poesia e, pur ricalcando essi stessi questi modelli, diedero vita in Egitto a quello che passerà alla storia
come “movimento neoclassico”; i poeti di questa corrente saranno chiamati muhafizun ( conservatori). Essi,
infatti, ritenevano che la poesia classica, la qasidah, avesse raggiunto le vette più alte e fosse l’ideale cui
conformarsi. Si attennero quindi ai principi e ai modelli della poesia arcaica: cominciavano il componimento
con l’amore cortese ( gazal), si esprimevano come se stessero vivendo nei primordi dell’islam, descrivevano
la bellezza e la virtù della amata esattamente allo stesso modo in cui lo avevano fatto gli antichi,
paragonando per esepio, il corpo della donna a quello agile e sinuoso della gazzella, trasformando le
immagini tipiche della tradizione classica in simboli dai significati moderni. Il conservatorismo a cui il
movimento faceva riferimento non riguardava infatti i contenuti, giacché i suoi esponenti si rifugiavano in un
mondo antico e mitico attraverso il quale espressero le ansie e le angosce della realtà nuova in cui erano
immersi. Al-Barudi è quello che ci ha lasciato la produzione più abbondante e viene, a giusto titolo,
considerato il pioniere di questa corrente. Ebbe una formazione prevalentemente militare, combattè sotto la
bandiera ottomana nella guerra contro la Russia nel 1877/78 e al suo rientro ricoprì diversi ruoli politici, da
ambasciatore a ministro. Per aver partecipato alla rivolta di Urabi nel 1882 fu esiliato per 18 anni per poi
ritornare al Cairo. La sua opera principale consiste in una raccolta di poesie “ Opere scelte di Barudi” in 4
volumi, dalle telematiche più svariate. Famose sono le poesie encomiastiche, scrisse anche poesie d’amore.
Contemporaneo a al-Barudi fu Isma’il Sabri. Malgrado avesse studiato in Francia e avesse allacciato rapporti
con la società europea di Alessandria, rimase un poeta tradizionale e non influenzato dall’Occidente. Non fu
mai nazionalista dichiarato, probabilmente per gli alti incarichi statali che ricopriva, ma fu un convinto
assertore del panislamismo. La corrente neoclassica, decisamente influenzata da al-Barudi, comincia a
rafforzarsi piano piano e ad essa aderirono molti importanti poeti. Questi, tuttavia, ampliarono il raggio di
azione di al-Barudi, mostrando una maggiore presa di coscienza della situazione socio-politica del paese. I
temi trattati vertevano per lo più su vicende politiche egiziane, con un’attenzione particolare alla nascente
causa nazionalistica, senza trascurare la storia antica degli arabi, dell’Islam e dell’Egitto faraonico. IN questo
modo essi esprimevano lo spirito dell’epoca, tendente a respingere le ambizioni colonialistiche europee. La
poesia di questa corrente rappresentò talvolta un valido strumento di resistenza e, enfatizzando il passato, fu
una delle armi in favore del panislamismo. La maggioranza dei poeti che aderì a questa corrente adottò un

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atteggiamento sostanzialmente positivo verso il Califfato ottomano quale emblema dell’unità dei mussulmani.
Per molti il califfo, infatti rappresentava la garanzia della ummah contro il colonialismo occidentale. anche nei
confronti ei governanti locali i poeti neoclassici si mostrarono particolarmente benevoli; il più lodato fu Abbas
II , per l’atteggiamento ostile assunto nei confronti dei britannici nei primi anni di regno. Ma quando in seguito
il sovrano si mostrò più accondiscendente verso gli stranieri, diventò oggetto di attacchi violenti e serrati.
Non tutti però agirono con tanta coerenza: Ahmad Sawqi per esempio, uno dei principali esponenti della
corrente, legato ai sovrani da vincoli di sangue e passato alla storia con l’appellativo “il principe dei poeti”.
Egli studiò 2 anni in Francia prima di fare ritorno in Egitto dove divenne un accreditato poeta di corte.
Quando Abbas Hilmi II fu sorpreso in Turchia allo scoppio della Prima guerra mondiale, Sawqi pagò la sua
devozione ai regnanti con l’esilio: quanto tornò in Egitto fu accolto come un eroe nazionale. Le poesie,
raccolte nella sua opera principale, al-Sawqiyyat ( opere di Sawqui) furono anche oggetto di aspre critiche
da parte di alcuni connazionali, che accusarono l’autore di imitare il classico porte al-Mutannabi. Anche egli
all’inizio lanciò i suoi strali contro i britannici e, come si è visto, condannò l’occupazione, ma in seguito
assunsee un atteggiamento volutamente più distaccato e più conciliante. In molte poesie Sawqi ha espresso
il suo sentimento di lealtà nei confronti della patria, la cui grandezza viene esaltata attraverso la descrizione
dell’antica e gloriosa storia faraonica. Ve ne furono molti altri, meno accondiscendenti, che mantennero un
atteggiamento di costante ostilità e disprezzo, come Ahmad Muharram e Ali al-Gayati. Quest’ultimo imbevuto
degli ideali della rivoluzione francese e soprannominato il “poeta rivoluzionario” non perse occasione per
attaccare i britannici. Inoltre il profondo sentimento islamico e panislamismo di solidarietà tra tutti i fratelli
musulmani e arabi spinse esponenti di questa corrente a seguire da vicino le vicende del califfato ottomano
dopo la Prima guerra mondiale. Fu sopratutto Muharram a scrivere impetuose poesie intrise di nazionalismo
e di sentimento di fratellanza islamica. I poeti neoclassici parteciparono, con la loro poesia, a battaglie
concrete in nome di questioni gravi che assillavano il loro paese, denunciando per esempio la mancanza di
libertà, propugnando l’unità della società, sostenendo la campagna in favore dell’istruzione. A questi poeti si
deve quindi riconoscere il merito di aver fatto uscire definitivamente la poesia dalla fase di stari e di
pedissequa imitazione degli antichi, che aveva caratterizzato l’età della decadenza, e di aver avviato una
fase di sperimentazione e di ricerca di nuove soluzioni stilistiche. La verità però è che i poeti conservatori
malgrado sforzi e disagi, non riuscirono a inaugurare una nuova fase per la poesia araba. La poesia
neoclassica, nella quale finì per prevalere il cosiddetto stile oratorio, fu dunque accusata di non esprimere
sentimenti sinceri, di ridursi a splendide composizioni da un punto di vista musicale, che appagavano solo
l’udito.

TENTATIVI DI RINNOVAMENTO E TEATRO POETICO


Con la morte di Sawqi nel 1932, cessa il predominio di questa scola e di tutti coloro che verranno dopo
cercheranno soltanto, senza riuscirvi, di eguagliare la grandezza formale del poeta. Un altro poeta
considerato una “figura di transizione tra il neoclassicismo e il neoromanticismo” è Wali al-Din Yakan, nato a
Istanbul dove resta fino al 1908. Più che dalla letteratura europea è influenzato dalla letteratura turca
contemporanea.
Forse l’unico tentativo di rinnovamento autentico fu quello di adattare la poesia lirica al teatro. A dire il vero
questo tentativo, a cui Sawqi si dedicò intensamente, era iniziato quando il poeta aveva rinunciato a scrivere
in versi. Forse per rispondere alle accuse che gli venivano rivolte dagli innovatori, a partire dal 1927 fino al
1932 ricominciò a scrivere opere teatrali in versi in cui si nota l’influenza di Shakespeare. Sul piano
qualitativo l’opera teatrale non raggiunse mai vette altissime proprio per l’impossibilità di adattare il verso, e
in questo caso il verso classico arabo, alle esigenze drammatiche in cui è forte l’emotività. E lo stretto
rispetto della rima non sempre consentiva di mantenere alto il livello artistico.
Nel primo quarto del XX secolo la vita al Cairo era molto ricca di fermento culturale: sorsero circoli e salotti
letterari frequentati da ogni tipo di intellettuale. Famosi poeti saranno anche scopritori di talenti musicali per
cui comporranno versi. Questi cantanti svolsero un importante ruolo nella società egiziana e araba in
generale. Nelle loro lunghissime canzoni intonavano i versi di grandi poeti che grazie a loro furono
immortalati e ascoltati da milioni di persone. Umm Kultum cantante importante.

IL MOVIMENTO AL-DIWAN
Una nuova corrente innovativa sorse a opera di tre giovani egiziani Abd al-Rahman Sukri, Ibrahim Abd al-
Qadir al-Mazini e Abbas Mahmud al-Aqqad. L’ammirazione di questi poeti andava specialmente alla poesia
dei romantici Shelly e Byron. Grazie all’ampiezza dei loro orizzonti culturali e alla conoscenza di scuole
poetiche straniere, essi si orientarono verso una poesia nuova, che si contrappose a quella dei neoclassici.
La nuova tendenza divenne subito nota come al-Diwan. Prima del Kitab al-Diwan, riconosciuto anche come
il primo documento teorico del movimento, nel 1909 Sukri aveva pubblicato un altro diwan. Il rinnovamento
che questi giovani poeti propugnavano riguardava sia il concetto stesso di poesia, sia la forma. La poesia
doveva, infatti, essere espressione degli stati d’animo, diventare forma espressiva sincera: si doveva
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rivolgere alla mente oltre che al cuore, all’animo umano. Gli elementi essenziali di questa poesia erano
dunque il sentimento e la ragione. A causa della difficoltà di imporsi, sopratutto per il gran favore di cui
ancora godevano i neoclassici, molti di questi poeti avvertivano una sorta di amarezza e si sentivano vittime
dell’ingiustizia. Questo senso di amarezza conferì alla loro poesia un tono generalmente lamentoso e
malinconico. I poeti della corrente al-Diwan si prodigarono in tutti i modi per far conoscere i loro programmi
e i loro obiettivi.
Sicuramente le letture dei romantici inglesi, Byron, Keats, Shelly, Wordsworth esercitarono una certa
influenza sui pionieri del movimento poetico al-Diwan, anche se non si possono trascurare né il carattere
ribelle, né le esperienze personali di questi poeti innovatori. L’ipersensibilità, di cui la maggior parte diede
prova, li spinse a cogliere della vita sopratutto gli aspetti negativi: ecco perché la loro poesia è tanto pervasa
da tristezza e ansia. Sviluppatosi come reazione alla scuola tradizionalista, il movimento fu caratterizzato da
un atteggiamento provocatorio, eccessivo, estremo, tipico di ogni forma di reazione. Quanto ai contenuti, si
nota che le poesie in genere si rivolgono al mondo interiore del poeta.
al-Mazini affronta tra l’altro la questione della predestinazione e di come essa governi i destini degli uomini.
Sukri tratta il tema della resurrezione, con il timore e la paura che essa ispira, e da questa prende spunto per
descrivere la fatica di vivere e il peso dell’esistenza, fino ad augurarsi la morte eterna e ad aborrire l’idea di
resurrezione che non sarebbe altro che un rinnovarsi della sofferenza. Gli innovatori si sforzano in tutti i modi
di penetrare al fondo alle cose, di sviscerare la verità, di arrivare alla sostanza che è al di sotto
dell’apparenza. Questi poeti col passare del tempo non sempre riuscirono a mettere in pratica le loro
dichiarazioni teoriche. A poco a poco finirono per perdere quell’intransigenza ed esuberanza giovanili che li
avevano spinti a rivendicare e attirare un’opera di innovazione, cosicché alla fine vediamo al-Aqqas stesso
che non sdegna partecipare con le sue poesie a ricorrenze e festività. Una delle cause della decadenza del
movimento al-Diwan si deve anche al fatto che Sukri smise di scrivere. Il motivo di questo silenzio
improvviso sta nella crisi personale che il poeta attraversò, scatenata da un senso di frustrazione per non
essere riuscito a raggiungere i suoi obiettivi letterari. Un altro colpo all’immagine del movimento fu la
decisione dello stesso al-Mazini di non comporre più poesie per dedicarsi esclusivamente al giornalismo e
alla narrativa, più capaci secondo lui della poesia di esprimere le molteplici sfaccettature della vita
quotidiana. Dei fondatori del movimento al-Diwan rimase solo al-Aqqad che finì anch’egli per relegare la sua
attività poetica a un ruolo secondario. 

Tra i poeti di questa corrente va ricordato anche Ahmad Raami, “ il poeta di Umm Kultum” anche se non lo si
può collocare in una scuola poetica definita. A fianco della sua attività di compositore di poeti messi in
musica per la grande cantante egiziana, scrisse fin da giovanissimo poesie piene di musicalità.

IL MOVIMENTO APOLLO
Gli anni che videro la nascita di una nuova corrente poetica in Egitto, furono testimoni anche di un senso di
insoddisfazione crescente nel paese, legato alla mancata soluzione dei problemi che affliggevano la società.
Il culmine della crisi di raggiunse nel 1930, durante il governo di Isma’Il Sidqi. In questa atmosfera i giovani
poeti egiziani, profondamente delusi dalla realtà che li circondava, espressero i sentimenti della gente
comune, sfuggendo alla realtà e cercando consolazione nell’amore; rifugiandosi nella natura sconfinata, essi
si aggrapparono ai sogni e all’immaginazione. Fu così che i fattori socio-politici determinarono la nascita di
una nuova “scuola” di poesia, o meglio di una nuova corrente poetico-culturale che si proponeva di colmare
il vuoto lasciato dai due movimenti precedenti. Le circostanze che favorirono la nascita della nuova corrente
si possono far risalire alla diatriba che assunse anche torni feroci tra i poeti neoclassici e quelli appartenenti
al movimento al-Diwan; diatriba che finì per mettere in luce sia gli aspetti negativi, sia quelli positivi di
entrambe le scuole: l’eleganza dello stile, la bellezza della forma e la musicalità del verso nella prima; la
sincerità artistica, l’interesse verso i temi esistenziali nella seconda. Ma vennero a galla anche i lati negativi:
l’imitazione degli antichi, la scrittura su commissione dei neoclassici, la freddezza e la tendenza troppo
intellettuale degli innovatori. Se i potei della prima scuola furono chiamati “coservatori” e i secondi
“innovatori”, la terza corrente fu definita “creativa” e “sentimentale”, in quanto traboccava di emozioni, di
sensazioni impetuose. Gli esponenti del gruppo non si limitarono a creare uno stile nuovo, ma si spinsero
fino a teorizzare una poesia originale e più libera dalle regole. Alcuni studiosi ritengono di poter collocare la
data della nascita del movimento nel 1932 quando venne pubblicata la rivista di Apollo. In considerazione dei
fatto che la maggior parte dei poeti più importanti appartenevano al gruppo Apollo e che molti di loro
pubblicavano le loro poesie sulle pagine della rivista, questo movimento cominciò a essere chiamato
“Apollo”. La realtà è però che il movimento esisteva già da due anni prima della nascita della rivista, si fa
quindi risalire la nascita di questo movimento al 1927. Secondo alcuni il termine “scuola” per indicare questo
movimento è improprio, perché una scuola letteraria si basa su canoni artistici definiti. Questi invece non
hanno un manifesto programmatico da opporre ad altre scuole, né si conforma a regole artistiche precise.
Ha soltanto svolto una funzione da mediazione tra le due scuole precedenti, riassumendo in sé gli aspetti
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positivi di entrambe, subendo nel contempo l’influsso della letteratura europea. Gli stessi esponenti di questa
corrente si rifiutarono infatti di identificarsi in una scuola ben precisa. Si può parlare quindi di orientamento
comune. Proprio in quest’ottica la rivista Apollo non ospitò soltanto le opere dei poeti ad essa vicini, ma sin
dal primo numero fu aperta a tutte le scuole e tendenze. Lo scopo della rivista era quello di dar spazio a tutti
i poeti e di diffondere le loro poesie. Tra i temi trattati più frequentemente dai giovani poeti del gruppo, oltre a
quello dell’amore e della natura, c’è anche quello dell’ingiustizia sociale; alcuni dipinsero con forte
partecipazione il dramma della società agreste e la vita arretrata e misera dei contadini. Si trattava in fondo
però di una denuncia piuttosto sterile, di una protesta fine a se stessa. Inizialmente i poeti del Gruppo Apollo
mantennero un atteggiamento distaccato nei confronti degli avvenimenti politici; in seguito tuttavia, mutarono
posizione, diventando più partecipi alla vita politica e sociale e, anzi, alcuni non disdegnano di celebrare con
le loro poesie occasioni particolari. L’amore per i romantici inglesi fu tale che alcuni di loro di identificarono al
punti da considerarli dei modelli di vita. Riguardo allo stile, una delle peculiarità dei poeti di questo gruppo fu
l’assoluta libertà nell’esposizione dei temi, ottenuta attraverso una ricerca filologica intensa, e con frequente
ricorso alla metafora, all’espressione per immagini, attraverso un linguaggio originale e innovativo. Un’altra
peculiarità fu la materializzazione, ossia la rappresentazione di concetti astratti come se fossero cose
sensibili, oppure la personificazione. Benché questa inclinazione individualistica, sentimentale, introversa,
riflettesse lo spirito dell’epoca, fu proprio questa tendenza la causa dei maggiori attacchi di cui questi poeti
furono oggetto. Secondo i loro denigratori, essi perdevano tempo a piangere, sognare, sfuggendo dalla
realtà per ritirarsi tra le braccia della natura o dell’amata. Il 1934 ru l’anno della definitiva affermazione,
giacca vennero pubblicate le prime raccolte di poesie dei già insigni esponenti del movimento.
Un posto a parte merita Halil Mutran, che non si può collocare un questa o in quella scuola, ma viene
considerato il poeta che contribuì in modo determinante al rinnovamento della poesia araba. Egli riuscì a
fondere il lirismo e il classicismo dei poeti abbasidi con la poesia romantica europea del diciannovesimo
secolo. Il suo merito sta proprio nel fatto che egli si sforzò di descrivere le peculiarità della sua epoca senza
rinunciare al contatto proficuo con l’Occidente. Egli fu vicino al gruppo Apollo e fu presidente della rivista.
Egli tuttavia, partecipò molto raramente alle iniziative del gruppo, rimanendo volutamente in disparte.

LA POESIA DEL MAHGAR (D’EMIGRAZIONE)


La letteratura d’esilio, o d’emigrazione, svolse la funziona di mediazione tra i giovani egiziani e la cultura
romantica occidentale. In Egitto furono sopratutto i letterati siro-libanesi a seguire costantemente la
produzione degli arabi d’America. La poesia dei mahgariyyun era più libera da vincoli e da ogni sorta di
costrizioni rispetto a quella dei poeti egiziani ed era più ricca di sentimento ed emozioni; in altre parole, era
più vicina alla poesia romantica occidentale. Per questo si più senz’altro affermare che la poesia
dell’emigrazione, con l’esaltazione di un individualismo ribelle, contribuì a fare uscire la letteratura araba dai
propri confini e a importi sulla scena culturale mondiale. Gli arabi d’America iniziarono a scrivere poesia di
un nuovo genere, si’r mantur ( poesia in prosa) che con Gubran raggiunse livelli altissimi. La letteratura del
mahgar non fu risparmiata da critiche anche pesanti da parte dei cosiddetti puristi della lingua araba, al-
Aqqad e Taha Husain, i quali in più occasioni rilevarono pubblicamente che alcuni esponenti di questo tipo di
poesia facevano addirittura un uso improprio della lingua.

LO SVILUPPO DELLA POESIA DALL’IRAQ ALLA TUNISIA


L’Iraq ha contribuito in modo determinante alla nascita di una poesia araba moderna originale e di altissimo
valore artistico. Inizialmente molto legata a temi religiosi, sviluppatosi soprattutto dei maggiori centri sciiti, la
poesia irachena comincerà progressivamente ad abbandonare la religiosità per abbracciare tematiche
sociali. Ma è soprattutto con poeti come Gamil Sidqi al-Zahawi e gli ultimi neoclassici, che la poesia irachena
uscirà dai confini nazionali.
Di origine curda, al-Zahawi fu deputato al parlamento d’Istanbul nel 1908, in seguito fu nominato senatore.
Nelle sue opere denunciò l’oppressione del regime turco nei confronti degli arabi, e difese con appassionanti
versi il diritto alla libertà. La sua poesia, raccolta in diversi diwan è classicheggiante nella forma e
anticonformista nel contenuto. al-Zahawi dedicò molti suoi scritti all’emancipazione della donna, argomento
tabù per la società irachena dell’epoca. Egli ribadisce con toni aspri l’urgenza dell’emancipazione femminile,
come premessa indispensabile per il progresso dell’intera società mussulmana. Egli espresse concetti laici e
atei in un contesto sociale molto religioso. Nelle sue poesie introdusse temi moderni e scientifici e fu anche
studioso della lingua araba. Nelle sue opere trattò infatti anche di problemi linguistici, dell’evoluzione e delle
differenze tra la lingua classica del Corano, quella moderna della stampa, e la lingua parlata. L’altro grande
poeta iracheno su Ma’ruf al-Rusafii, sempre di origine curda. Anch’egli fu deputato sotto la dominazione
turca e poi sotto quella britannica. La sua opera principale rientra nel filone della poesia neoclassica: egli
reagisce alla violenta irruzione della modernità con il dubbio e l’angoscia, e ritrova la serenità soltanto nella
“tradizione madre”. La sua poesia, tuttavia, risentirà dell’ambiguità non risolta tra la tradizione e la modernità.
Egli si rende conto dell’esigenza di un cambiamento, vede il mondo in tutta la sua brutale realtà,
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dall’ingiustizia sociale, all’oppressione dei tiranni, alla situazione della donna araba. Egli dedicherà molte
poesie alle donne e a loro affiderà il peso della speranza di una vita migliore e moderna. Se in teoria il poeta
sembra approvare la civiltà occidentale, in pratica egli contesta agli occidentali, che predicano ideali quali la
democrazia e la giustizia, di essere i primi a calpestarli nei paesi che vanno a dominare. Paladino della
libertà intesa come essenza stessa della vita, è naturalmente critico verso chiunque cerchi di reprimerla. In
un altro componimento sostiene che l’arretratezza dei paesi arabi non è imputabile alla religione. Il poeta era
particolarmente irritato dall’atteggiamento dei capi religiosi che sin da quando era giovane lo accusavano di
miscredenza. Erano anche riusciti a farlo arrestare e farlo condannare a morte, condanna alla quale era poi
scampato. Ma tali accuse non fecero che acuire il suo senso antireligioso.
Altro poeta importante fu Ahmad al-Safi al-Nagafi. Anche egli fu un acceso nazionalista, scrisse poesie di
carattere patriottico e di carattere politico e sociale contro la tirannia che opprimeva il povero.
L’altro grande della poesia irachena è Muhammad Mahdi al-Gawahiri. Egli cominciò con una poesia di
genere neoclassico, tradizionale nella forma e nel tema, per poi diventare nel corso della sua lunga vita il
paladino della poesia rivoluzionaria irachena, e poi araba più in generale, dai contenuti spiccatamente socio-
politici. Partecipò con i suoi scritti e la sua poesia al movimento di liberazione in Iraq e in altri paesi arabi. Più
volte in contrasto con i vari regimi iracheni, passerà la vita a scappare dal paese per ritornarci e fuggire di
nuovo. Gloria nazionale dell’Iraq, ma anche di tutti gli arabi, egli rappresenta il prototipo dell’intellettuale
arabo del secolo in perenne lotta con il potere. La sua poesia pura e ricercata allo stesso tempo denuncia la
tirannia dei potenti e la miseria del popolo. La sua poesia si inserisce nel solco della tradizione classica, ma
egli la rinvigorisce con il “nuovo” e con concetti rivoluzionari. Molte poesie gli sono state ispirate da
particolari ricorrenze, ma cantò anche la donna e la natura. Ha stigmatizzato i governanti e li ha criticati con
feroce sarcasmo, ma il suo stile si caratterizza per sincerità, forza d’espressione, musicalità e sopratutto
calore.
La forte passione per gli ideali politici e sociali impregnerà, infatti i suoi versi di quel tocco di sentimentalismo
che mancava ai neoclassici.
Come abbiamo visto, il movimento Apollo, fu molto seguito da diversi giovani poeti che risposero all’invito di
collaborazione della rivista. E così da centri periferici del mondo arabo, giovani letterari guardarono al Cairo,
centro della cultura, e fecero sentire la loro voce, pubblicando i loro scritti sulla rivista “Apollo”.
Dalla lontana Tunisia emergeva una figura su tutte: Abu l’Qasim al-Sabbi, tuttora considerato uno dei più
grandi poeti arabi del Nord Africa. Sosteneva che gli arabi antichi “ consideravano la letteratura come uno
strumento della religione, poiché ricorrevano ad essa soltanto per capire i lati oscuri del Corano e della
Sunnah”. Per il coraggio dei suoi scritti egli si ritrovò a fronteggiare da parte dell’ambiente conservatore
critiche e attacchi e come lui stesso disse, gli riempirono il cuore di disperazione e sfiducia nei confronti della
sua gente. Dotato di profonda sensibilità, riverserà nella poesia tutta la sua ansia e le emozioni di un
temperamento giovane e maturo nello stesso tempo.

A’ID AQL E IL SIMBOLISMO


Nella nascente poesia moderna un posto a parte spetta al libanese Sa’id Aql, poeta dell’assoluto, dalla
personalità originale, accattivante e “teatrale” secondo alcuni, caposcuola della corrente simbolista, è molto
legato alla “libanesità” del suo paese.
La sua poesia inneggia a una passione trasfigurata e simbolista. Con il suo poema epico “La Maddalena”,
incentrato sul tema dell’incontro tra Cristo e la Maddalena, egli si accosta al simbolismo francese del XIX
secolo e sopratutto a quello di Valery, da cui si scosterà poi. Nel 1944 pubblicò una delle sue opere più
importanti, il dramma Cadmo, che ripropone in chiave araba il mito greco, esaltando il genio dei fenici,
progenitori dei libanesi moderni. Egli ha contribuito al rinnovamento della lingua araba poetica, estraendo
dalle radici del passato lo slancio per l’innovazione linguistica e lessicale. Con il tempo, però, egli si
rinchiuderà sempre più nello spazio della sua terra, il Libano, da lui considerata patria della più grande civiltà
del mondo, quella fenicia. E per meglio immedesimarsi nella pura “fenicità”, con il passare del tempo egli
ripudierà la lingua araba classica per esprimersi esclusivamente nella lingua dei suoi antenati, il dialetto
libanese, da lui definito “lingua libanese” e trascritto non nei caratteri arabi, ormai rinnegati, ma in uno
speciale alfabeto di sua invenzione. In questa sua lingua, da lui definita “universale” ha tradotto
Shakespeare e ha composto diverse opere. Nella sua produzione si annoverano anche poesie scritte in
francese.

IL RINNOVAMENTO NELLA POESIA: IL VERSO LIBERO DELLA SCUOLA IRACHENA


E’ in Iraq, alla fine degli anni quaranta, che scoppia la rivoluzione della poesia e dei poeti: si infrangono tutte
le regole legate alla tradizione della poesia classica e viene introdotto il “verso libero”. Gli artefici di questo
cambiamento sono due giganti della poesia irachena, Nazik al-Mala’ikah e Badr Sakir al-Sayyab.
Nazik al-Mala’ikah, poetessa tra le più sensibili e raffinate, ha lasciato una grande impronta in tutti i poeti
suoi contemporanei fino a oggi. Nata in una famiglia di letterati, fu la madre,anch’essa poetessa, a
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occuparsi della sua educazione: alla giovane furono offerte opportunità sconosciute all maggior parte delle
sue coetanee. Nelle sue raccolte “Scheggie e cenere” e “ Profondità di un’onda” viene sperimentato e
consolidato il verso libero. La poesia di questa autrice in genere è caratterizzata da una profonda sensibilità
e un malinconico disincanto. Nei suoi versi esprime la sofferenza e il dolore della donna orientale che aspira
a vivere una vita libera e deve scontrarsi con i pregiudizi e con “catene di impedimenti”. La poesia diventa
così rifugio e consolazione. I frequenti viaggi negli Stati Uniti le diedero modo di confrontare la condizione
della donna orientale con quella occidentale misurando l’abisso che le separava. La solitudine alla quale la
poetessa si autocondannò nel corso della sua vita accrebbe il suo cupo pessimismo, l’introversione e il
ripiegamento su se stessa, che molti critici arrivarono a considerare patologica e morbosa. Sono stati fatti
infatti accostamenti con Edgar Allan Poe.
Oltre a essere la pioniera del verso libero ne fu anche la teorica. Essa affermava che si trattava di una
rivoluzione che non riguardava solo la forma, ma anche il contenuto. Non essendo la poesia libera vincolata
da uno schema fisso, sostiene che è in grado di esprimere le immagini e i concetti con maggiore spontaneità
rispetto alle rigide regole del passato. Il merito di questa innovazione è quindi di “aver liberato il poeta dalla
schiavitù dell’emistico”. Se da una parte è vero che questo è stato influenzato dalla poesia occidentale, è
altrettanto vero che il movimento rispondeva a precise esigenze della società araba dell’epoca.
4 sono i fattori principali che hanno determinato la nascita del verso libero
1. la volontà dell’individuo di sottrarsi ad un’atmosfera romantica: l’artista nuovo ritene che la letteratura
avvia lo scopo di esprimere e trasmettere concetti che non siano solo un pretesto formale.
2. l’artista moderno ama esprimere la propria individualità discostandosi dai modelli del passato.
3. tendenza a ribellarsi ad un modello cui conformarsi di tutta una generazione.
4. esprime la tendenza a preferire il contenuto piuttosto che la forma.

L’altro teorico del verso libero fu Badr Sakir al-Sayyab. Per lui il verso libero è “ una costruzione artistica
nuova, un atteggiamento realistico nuovo”. La sua vita è costellata da eventi tristi e funesti che ne segnarono
tutto il percorso. Perseguitato per le sue idee, infatti, conoscerà a più riprese le carceri del suo paese, con
l’accusa di essere comunista.
Nelle sue opere egli passa dal romanticismo della prima raccolta, a un romanticismo simbolico per finire in
un romanticismo epico fino al realismo. Nelle sue opere egli è ricorso all’inserimento dell’elemento colto, dei
miti e delle leggende, oltre che di allusioni a vicende storiche. Questi aspetti, secondo alcuni critici,
nuocciono alla poesia, accusata di essere talvolta priva di spontaneità. Tra i simboli più ricorrenti nella sua
poesia c’è quello del Tammuz ( Dio babilonese e assiro), la divinità dell’agricoltura che moriva e risuscitava
ogni anno a primavera e veniva considerato anche il Dio dell’oltretomba. E’ frequente anche la descrizione
della vicenda terrena di Gesù Cristo.

Le reazioni dei letterati arabi alla poesia libera sono naturalmente opposte: alcuni, come Taha Husayn
affermano di non vederci niente di male e che non è un delitto rinnovare la poesia, mentre altri, come al-
Aqqad gridano allo scandalo. Il verso libero si diffonderà in tutto il mondo arabo.
Un altro grande della poesia irachena e a-Bayyati, che ha adottato il verso libero aderendo però alla corrente
realista. Si è dedicato al giornalismo, e la sua sensibilità lo ha spinto ad abbracciare la causa degli oppressi.
E’ stato perseguitato anch’egli e, come molti altri suoi connazionali, preferì la vita in esilio. Nelle sue poesie
esorta alla presa di coscienza e i suoi versi sono permeati dalla fede nell’individuo e nel progresso.
L’attenzione del poeta è rivolta non solo al popolo iracheno, ma a tutti gli arabi.
La moderna poesia araba al femminile è rappresentata sopratutto da Fadwà Tuqan: già in tenera età questa
poetessa subì il fascino di un altro grande poeta, il fratello Ibrahim Tuqan. Essa sarà schiava di ancestrali
tradizioni familiari che vorrebbero la donna araba chiusa tra le pareti domestiche. A lei, sarà preclusa anche
la possibilità di andare a scuola. Ma la scuola “poetica” del fratello, l’unica che potrà frequentare, le offrirà
l’occasione di emanciparsi, e di sognare la libertà. Una volta liberata totalmente dall’oppressione familiare,
Fadwà potrà scrivere infuocate poesie per la sua terra, tanto da diventare la poetessa della resistenza
palestinese. Le sue poesie hanno ancora oggi una grande influenza e continuano a infiammare gli animi
della giovane generazione.
Nel panorama della poesia araba contemporanea non si può fare a meno di ricordare il poeta che usa lo
pseudonimo di Adunis. Siriano di nascita, naturalizzato libanese, è ricordato oggigiorno come uno dei
massimi esponenti della poesia araba contemporanea. Nel 1968 ha fondato una rivista che ha raccolto le
sperimentazioni della poesia e le libere discussioni degli intellettuali arabi. L’innovazione di Adunis sta, tra
l’altro, nell’aver affrontato i funesti eventi politici del Vicino Oriente, senza cadere nella cosiddetta “poesia
impegnata”. Nella produzione di questo poeta e in molti altri della sua generazione si nota il frequente ricorso
ai miti classici che simboleggiano l’uomo in perenne rivolta contro il destino avverso, proteso verso
l’inseguimento della felicità.

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Tradizione e modernità

IL DIBATTITO CULTURALE IN EGITTO


Bisogna distinguere in seno al movimento nazionale arabo una fase iniziale che va dalla prima metà del XIX
secolo fino alla Seconda guerra monidale, in quanto “simbolo della crisi del sistema imperialista su scala
mondiale”. In questa fase obiettivo principale dei pensatori arabi fu quello di incoraggiare l’emergere di elites
e di classi dirigenti locali, nell’ambito di un’evoluzione dal feudalesimo di tipo orientale a un “ capitalismo
ritardatario” d’importazione. La polemica era diretta innanzitutto contro l’occupante. I protagonisti di questa
fase provenivano dalla borghesia autoctona. L’ispirazione culturale, prima ancora che politica, cha ha
caratterizzato questa fase va ricercata in diverse correnti di pensiero, la prime delle quali si richiamava
direttamente all’Islam. E’ la corrente che sostiene la necessità di un ritorno alle fonti originarie della religione
islamica, purificate di ogni successiva deviazione o degenerazione. Questo movimento ha dato vita a una
scuola di pensiero che doveva consentire l’adeguamento a tempi nuovi. Dopo i disastri della Prima Guerra
mondiale, con la sconfitta della Turchia e dopo la rivoluzione del 1919, che si può considerare uno
spartiacque tra il vecchio e il nuovo, il Egitto cambia l’assetto politico. Nel 1922 la Gran Bretagna è costretta
ad annunciare la fine del protettorato e in seguito, a riconoscere l’indipendenza e a concedere la
promulgazione della Costituzione. Le condizioni economiche cominciano a migliorare e di conseguenza ci fu
un certo innalzamento del tenore di vita. Ma questo processo di miglioramento non servì a cambiare le
cattive condizioni sociali della classe rurale, sottoposta al potere assoluto dei latifondisti. Gli aspetti più
importanti del cambiamento furono il consolidarsi del ruolo dell’università e della sua funzione di centro di
formazione delle coscienze dei giovani, e la partecipazione alla vita culturale di coloro che, dopo aver
studiato in Europa, avevano fatto ritorno in Egitto.
Negli anni 30, dopo che l’indipendenza si era mostra un protettorato camuffato, si diffuse nel paese un nuovo
senso di delusione e di frustrazione che invase ogni capo della vita egiziana. In questa situazione nascerà il
movimento dei Fratelli Mussulmani, fondato da Hasan al-Banna nel 1928, che si ispirerà ai primordi dell’isba,
e predicherà uno stretto ritorno alle origini, cioè una rigorosa osservanza delle fonti della religione islamica,
del Corano e della Sunnah. Questo movimento si stenderà poi ad altri paesi arabi e islamici. Gli intellettuali,
chiamati in causa per le varie posizioni assunte, ora a favore, ora contro la modernizzazione, daranno vita a
quella che sarà ricordata come una vivace querelle tra i sostenitori e gli oppositori del grande cambiamento
in atto. Un fattore che contribuì ad accendere il dibattito culturale e elevare il livello dell’istruzione fu
rappresentato dal ruolo della stampa che registrava lo scontro politico tra i vari partiti. Ma le vicende politiche
e le discussioni tra partiti non sarebbero mai riuscite da sole a suscitare l’interesse del pubblico, e fu così
che i giornali politici si videro costretti a curare anche l’aspetto culturale. Accanto agli organi di partito, per le
quali la cultura rappresentava soltanto un mezzo, vi erano poi riviste specializzate. Il dibattito intellettuale in
quegli anni verteva principalmente sull’antinomia tradizione e modernità, ma sopratutto
sull’occidentalizzazione, da molti temuta come un grave pericolo. Alcuni assunsero posizioni estremiste, vale
a dire il rifiuto in blocco di tutto ciò che era arabo, e l’adesione indiscussa ai modelli occidentali, partendo
prima da una sopravvalutazione del periodo faraonico come una riscoperta delle radici nazionali, per poi
finire con l’esaltazione dei valori occidentali. La corrente conservatrice che aveva dominato negli anni
precedenti dovette subire la supremazia dei modernisti e dei filoccidentali, sopratutto dopo la sconfitta della
Turchia, la fine del califfato e il conseguente fallimento dell’idea panislamica: il panislamismo cominciava a
mostrarsi come un movimento debole e nello stesso tempo minaccioso. L’idea del panislamismo iniziava a
perdere vigore e ad esso si andava sostituendo quello del panarabismo. Questo periodo è caratterizzato
dall’emergere di una classe media portatrice di sentimenti di libertà oltre che da una volontà di sottrarsi alla
colonizzazione straniera. Ritroviamo così scritti in cui gli autori si proponevano di dare vita a una letteratura
nazionale, altre opere che li confutavano, e altra ancora che, pur di rigettare in blocco il retaggio culturale
classico e il patrimonio islamico, invitavano ad abbandonare la lingua classica, al-fusha, per utilizzare la
lingua dialetto-popolare al-amiyyah.

IL CONTRIBUTO DI TAHA HUSAYN AL DIBATTITO INTELLETTUALE


Malgrado la cecità che lo afflisse fin dall’infanzia, Taha Husayn poté completare gli studi al Cairo, dove
frequentò l’università di a-Azhar e in seguito andò in Francia. Le sue esperienze giovanili saranno raccolte
nell’autobiografia, tradotta e famose in tutto il mondo, al-Ayyam ( i giorni). Molto influente per il giovane fu
l’incontro al Cairo con alcuni orientalisti, tra i quali Carlo Alfonso; egli ricorderà l’orientalista italiano più volte
nel suo libro sulla poesia preislamica. Dagli orientalisti, in genere, egli assorbirà il metodo scientifico da
seguire in ogni approccio allo studio letterario e, a differenza di tanti altri critici della sua epoca, si prefiggerà
di separare il giudizio estetico da quello scientifico basato sulla storia, la religione e la psicologia. Egli
sosteneva tra l’altro che non si poteva studiare la letteratura araba se prima non si conoscevano la
letteratura greca e latina; così era fondamentale per lui la conoscenza di altre lingue straniere, europee e
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“islamiche”, tra le quali mettere il persiano al primo posto. Con l’intervento della sua forte personalità, ex
azharita, autore di romazi, racconti, saggi politici, letterari e filosofici, il dibattito in Egitto si fece ancora più
aspro. Di temperamento malinconico e pessimista, ma dal carattere tenace e combattivo, ebbe anch’egli
come altri scrittori del suo tempo, una particolare predilezione per il poeta cieco dell’undicesimo secolo abu’l-
Ala al-Ma’arri a cui dedicherà diversi saggi a partire dalla tesi di laurea del 1914.
Tutti gli scritti di Taha Husayn, dalla narrativa al giornalismo, risaltano per la lingua elegante e semplice e per
la grande lucidità intellettuale, frutto del felice incontro tra la cultura araba del passato e la metodologia
dell’occidente. Egli, come altri intellettuali della sua epoca, invitava i letterati arabi a non sopravvalutare il
loro antico patrimonio, e a non accettare incondizionatamente tutto ciò che aveva prodotto: anche se opere
dei classici arabi andavano giudicate in base a criteri scientifici e non esclusivamente estetici o letterari. Egli
sosteneva che il letterato non doveva vivere in una torre d’avorio, isolato dal contesto sociale, ma prendere
parte attiva al mondo che lo circondava. Queste sue idee, subito ritenute azzardate e provocatorie da alcuni
ambienti tradizionalisti, furono esposte nell’opera Hadit al-arbi’a ( La conversazione del mercoledì): qui lo
scrittore esaminava anche la produzione di un gruppo di poeti dell’epoca abbazie tra cui Abu Tammam, al-
Buthuri e Abu Nuwas: egli dichiarò che gli studiosi, per accertarsi delle vicende storiche, in quel caso del
periodo abbazie, avevano il preciso dovere di utilizzare come fonti storiografiche i diwan di poeti illustri,
anche se ciò comportava il rischio di mettere in evidenza le debolezze di grandi personaggi storici e
ridimensionare epoche di solito esaltate. Per lui, inoltre, era un errore pensare che la querelle tra modernisti
e tradizionalisti potesse esaurirsi da un momento dall’altro, e che il dibattito tra intellettuali fosse prerogativa
della cultura araba: il confronto tra il vecchio e il nuvolosi trova in tutte le letterature del mondo e in ogni
epoca perché “ il nuovo trionferà sull’antico, e questo nuovo, diventerà vecchio a sua volta”. Il famoso libro
sulla poesia preislamica rappresentò una svolta decisiva per lo scrittore, che dopo averlo pubblicato nel
1926, subì pesantissime accuse. In quest’opera sosteneva coraggiosamente, scontrandosi con la
consolidata tradizione araba, che la cosiddetta poesia preislamica non era opera di autori di quel periodo,
ma piuttosto frutto dell’inventiva di poeti mussulmani che l’avevano attribuita agli antichi per scopi politici,
tribali e religiosi. Si trattava di affermazioni rivoluzionarie. La questione suscitò polemiche accesissime,
fomentate dagli ambienti tradizionalisti di alAzhar, e addirittura si arrivò a formulare un’interrogazione
parlamentare. Corse il rischio di essere espulso dall’Università Statale dove insegnava e la tempesta si
placò per l’intervento del rettore. In seguito l’autore vi apportò alcune modifiche che però non mutarono la
sostanza. Questa posizione dello scrittore egiziano fu condivisa da molti dei suoi connazionali e dagli
orientalisti dell’epoca. Secondo questi studiosi una prova della falsità della produzione poetica preislamica
era la “complessità formale e contenutistica, inspiegabile all’origine di una letteratura”. Anche se oggi
permangono dubbi sulla genuinità di una parte della produzione poetica preislamica, e sulla effettiva
esistenza o meno di un determinato poeta, nel complesso la tesi sostenuta da questo studioso si può
considerare superata; per la maggior parte la poesia preislamica viene comunemente riconosciuta come
autentica espressione della vita culturale degli arabi prima dell’avvento dell’Islam del VII secolo.

DALLA CORRENTE CONSERVATRICE AL LAICISMO DI SALAM MUSA


Anni dopo l’uscita del libro di Taha Husayn il tema della poesia preislamica fu affrontato da un altro
intellettuale arabo, Ahmad Amin, che però si dedicò tanto agli studi letterari quanto a quelli giuridici. Nel 1939
pubblicò una serie di articoli dal significativo titolo “ il delitto della letteratura preislamica contro la letteratura
araba” che provocò aspre critiche. Il dibattito aveva toccato anche il lato puramente religioso con
Muhammad Rasid Rida, esponente della corrente conservatrice, che troverà ampio consenso nell’ala dei
Fratelli Mussulmani. Egli sarà anche il rappresentante della corrente Salafiyyah che si proponeva di
riformare l’Islam adeguandolo all’epoca moderna. Se da una parte intellettuali mussulmani si battevano per
la linea riformista della religione islamica, altri, sia mussulmani sia cristiani, assunsero atteggiamenti
completamente laici. Massimo esponente della corrente laica fu Salamah Musà. Sin dalla sua prima opera lo
scrittore aveva manifestato il suo punto di vista laico e positivista. Il suo primo libro affronta svariati
argomenti, dalla concezione del socialismo all’emancipazione della donna, al riscatto dei popoli dallo
sfruttamento e dal colonialismo occidentale. Alla concezione del socialismo dedicò un volume che si basava
sopratutto sulle opere di Marx. Profondo assertore della libertà di pensiero vedrà nel laicismo “ una tendenza
europea diffusa in tutte le nazioni civili” ed è per questo che lo auspica per il bene del suo paese. Altro
cardine darà il pacifismo, soprattutto quello di Gandhi, indicato come esempio per gli egiziani. Nel suo libro
di memorie egli parla delle sue esperienze di vita e ribadisce la propria fede nei principi del socialismo, del
pacifismo e del laicismo. E’ evidente che manifestare idee laiche e socialisteggianti, in un Egitto in cui eta
ancora forte il peso della tradizione e degli ambienti religiosi,attirò su di lui e altri intellettuali una miriade di
critiche, che acuirono le tensioni di quegli anni. In particolare modo la polemica assunse tori aspri negli
oppositori del socialismo. La polemica assunse toni meno violenti solo quando entrambe le parti
abbandonarono atteggiamenti estremisti e provocatori. Questo clima surriscaldato, che ha contraddistinto la

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vita intellettuale araba dalla fine del secolo scorso al principio del Novecento, tuttavia è un’ulteriore
dimostrazione dello spirito tollerante e liberale che ha accompagnato la rinascita sin dall’inizio.
Con il passare degli anni, la società egiziana dovette dar fronte al fallimento di una serie di ideali: il
nazionalismo non aveva dato nessun risultato concreto, a parte una parvenza di libertà; l’esaltazione
dell’epoca faraonica si era dimostrata una fantasia irrealizzabile, e sopratutto, l’Occidente, che per gli
egiziani identificava con la Gran Bretagna, aveva mostrato il suo volto vero e continuava a imporre al paese
un regime coloniale camuffato. Furono tutti questi fattori insieme a spingere molti e rivedere le scelte passate
e a rivalutare la tradizione, senza più l’acredine degli anni precedenti. Ormai la tesi di Taha Husayn era stata
superata e si metteva che l’antica civiltà preislamica aveva saputo dare grandi opere e straordinari risultati, e
che rifiutarla in blocco significava rifiutare se stessi. Dopo tante battaglie verbali, l’acceso scontro ideologico
cominciò a trasformarsi in un dibattito articolato, a dare frutti e a produrre una letteratura fertile. Venne quindi
lanciato un appello affinché si desse vita a una letteratura nazionale. L’attenuarsi della polemica e l’avvio di
un confronto pacato sui contenuti aiutò gli intellettuali a realizzare l’obiettivo che in fondo tutti perseguivano,
ossia la ricerca di nuove strade e di nuove forme espressive in una riscoperte di una letteratura nazionale,
attenta alla realtà sociale del paese; di qui la nascita di una narrativa realista, che prenderà corpo proprio
intorno agli anni trenta. E’ in questo periodo, infatti, che molti scrittori daranno alle stampe le loro opere più
interessanti, quelle della maturità.

IL DIBATTITO INTELLETTUALE NELLA REGIONE SIRO-PALESTINESE


Negli anni 20, le condizioni in cui si trovavano a vivere gli scrittori, pur con qualche differenza, erano
sostanzialmente le stesse in tutti i paesi arabi. Se volgiamo lo sguardo alla Siria- e si preferisce ancora
parlare della Siria e del Libano come di un unico paese, in quanto la loro storia letteraria e le loro vicende
politiche, perlomeno della Prima guerra mondiale, sono comuni- troviamo lo stesso fermento culturale che
animava la vita intellettuale egiziana, anche se, a differenza di quel che accadeva in Egitto, il governo
autoritario in Siria non lasciava ampi margini di libertà. Il desiderio di dare vita a una letteratura moderna
animava tutti gli intellettuali arabi, ma ciascuno proponeva soluzioni diverse a seconda della propria
formazione culturale. Tutti erano convinti, comunque, della necessità di una riforma. Se in Egitto la
letteratura aveva potuto sviluppasi sopratutto grazie alla stampa, in Siria il clima politico era più opprimente,
tanto che molti scrittori e giornalisti avevano preferito rifugiarsi sulle sponde del Nilo, dove le circostanze
erano più favorevoli. Solo dopo la promulgazione della costituzione ottomana molti intellettuali tornarono in
patria, e furono tra i principali promotori della nascita di una stampa locale. Tra gli intellettuali che si
imposero nella vita culturale siriana un ruolo importante fu svolto da Muhammad Kurd Ali. Nato a Damasco
da una famiglia di origine curda, si dedica giovanissimo al giornalismo. Per sfuggire anch’egli alla
repressione culturale ottomana, nel 1901 si rifugia al Cairo, poi rientra a Damasco ma, circondato ormai da
sospetti ritorna al Cairo dove fonda la rivista “al-Muqtabas” che sarà una delle riviste più autorevoli del
panorama culturale siriano fino a quando il governatore turco di stanza in Siria lo obbligò a chiuderla,
condannandolo all’esilio. Viaggia molto anche per l’Europa anche per motivi di studio. Come Taha Husayn,
conoscerà anch’egli insigni orientalisti europei che lo introdurranno allo studio della civiltà occidentale.
Nel 1921 fu fondata al-Rabitah al-adabiyyah, la prima “Associazione Letteraria” della Siria. La rivista si
prefiggeva di favorire la rinascita culturale del paese, e di incoraggiare il rinnovamento in campo letterario e
lingustico. In contatto con al-Rabitah al-Qalamiyyah di New York anch’essa di recente formazione, la rivista
siriana si avvalse della collaborazione di alcuni esponenti della letteratura d’esilio.
Anche qui furono due scuole che si contrapposero: i tradizionalisti divini all’area religiosa da una parte, e
dall’altra, i giovani siriani che guardavano all’Egitto, alla letteratura d’esilio e alle nuove formule sperimentali.
I sostenitori della tradizione ritenevano che la cosa fondamentale fosse salvaguardare il patrimonio culturale
e far tesoro dell’esperienza delle età di massimo splendore. I fautori del modernismo ritenevano al contrario
che il valore e la forza dell’arte consistessero nella creatività e non nell’imitazione; essi erano convinti, infine,
che la letteratura araba dovesse uscire dal suo isolamento. La stampa letteraria cercò faticosamente di
aprirsi una strada verso la modernizzazione. I letterari speravano di veder nascere una letteratura
equilibrata, che si preoccupasse nello stesso tempo di rimanere entro il solco tracciato dagli antichi,
avviando tuttavia, quale riforma. Sul piano formale i due fattori ebbero poi un ruolo efficace: i modelli stilistici
provenienti dall’Egitto e gli altri modelli provenienti dagli scrittori del mahgar, con i quali gli intellettuali siriani
avevano stretto forti legami. Ed è sopratutto alla produzione letteraria d’oltre oceano che si ispirò la giovane
generazione. Vi era poi un altro gruppo di letterati che avevano assunto una posizione di totale chiusura.
Dopo il 1937, quando il numero degli innovatori era ormai notevolmente cresciuto, lo scontro ideologico-
letterario tra la tendenza tradizionalista e quella modernista assunse anche in Siria toni aspri, così come era
avvenuto in Egitto. Per la prima volta in quegli anni si sentì la presenza di una forte corrente che auspicava
un vero rinnovamento nel paese e si parò di emancipazione, nazionalismo, socialismo, parità, indipendenza,
tutti temi fino ad allora rimasti estranei alla letteratura.

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Anche nella regione palestinese, dove la stampa aveva dato un grande contributo al nazionalismo arabo
prima e a quello specificatamente palestinese poi, la prima fioritura di una stampa culturale, vivace e
multiforme risale al periodo della rivoluzione dei “Giovani Turchi” nel 1908.

L’EMANCIPAZIONE DELLA DONNA COME CARDINE DELLA MODERNITÀ


Bisogna riconoscere a Butrus al- Bustani il merito di aver parlato per primo del diritto della donna
all’istruzione del 1849: egli sosteneva che l’istruzione femminile fosse un dovere sociale, oltre che il
principale elemento per il progresso e lo sviluppo della società araba. Anche al-Tahtawi espresse le sue
opinioni sull’emancipazione femminile, ma quando si parla di liberazione della donna, il pensiero va
all’egiziano Qasim Amin. Egli era vissuto in Francia, dove aveva studiato giurisprudenza e a contatto con la
società francese si era resto conto della condizione d’inferiorità in cui viveva la donna arava rispetto a quella
occidentale. Al suo ritorno in Egitto, arricchito dall’esperienza europea, nel 1899 pubblicò il famoso libro “la
liberazione della donna” in cui invitava, tra l’altro, la donna araba a togliersi il velo. Questo libro, a dir poco
rivoluzionario per l’epoca in cui fu scritto, incontrò naturalmente l’ostilità degli ambienti più tradizionalisti e
scosse tutto il mondo arabo, provocando accesi dibattiti, e gettando le basi per la nascita del movimento di
emancipazione femminile. Lo scopo di Qasim Amin era quello di ricondurre la questione della donna nei
binari della religione stessa. Egli sosteneva che nella sari’ah l’imposizione del velo non fosse esplicita. Per
lui il velo, così come era stato concepito dai mussulmani, era finito per diventare uno strumento di
imposizione, e questa mancanza di libertà della donna era un vero e proprio ostacolo al progresso della
nazione araba. Anche sulla poligamia Qasim Amin aveva idee molto chiare: egli accusava i giuristi
mussulmani di aver trasformato l’istituzione del matrimonio in un sotterfugio legale per placare la passione
fisica, consentendo indiscriminatamente agli uomini il ripudio, mentre il Corano stesso poneva precisi limiti a
tale pratica. Egli ricordava ai mussulmani che le donne andavano trattate con dolcezza. Per avvalorare la
sua tesi ricorse esplicitamente a un Hadit che consiglia “ Sposatevi e non ripudiate”. Nello stesso tempo
Qasim Amin metteva in guardia dall’emulare gli occidentali, che a suo parere, avevano esagerato in senso
inverso, liberalizzando troppo i costumi della donna. LE critiche furono tante che Qasim Amin si vide
costretto a pubblicare l’anno successivo una replica, in cui difendeva le sue tesi smorzando qualche tono
laddove si era spinto troppo in là. In quest’opera l’autore riprende i punti focali del suo pensiero sulla libertà,
l’educazione e i doveri della donna e nell’ambito della famiglia. Quello che egli ha voluto esprimere non
riguarda solo le donne: egli invoca una riforma generale e radicale della società. L’importanza del suo ruolo
sta nell’aver saputo trattare la questione femminile a partire dalla sharia stessa confutando le tesi degli
orientalisti che imputavano l’arretratezza della donna mussulmana alla natura arretrata della stessa religione
islamica.
In risposta alle “tesi femministe” di Qasim Amin si scatenarono gli autori di oltre trenta libri, e miriadi di articoli
“antifemministi” sicuramente questa fu la prima grande querelle di vasta portata sulla stampa araba. In realtà
la battaglia non riguardava soltanto la donna, ma verteva piuttosto sulla tradizione, contrapposta a
un’occidentalizzazione dei costumi. In breve, il libro di Qasim Amin diventò un vero e proprio simbolo a cui
ricorsero diversi autori per sostenere le idee del riformatore e inculcarle, anche attraverso le opere
romanzate, negli animi degli egiziani.

LE PRIME DONNE IMPEGNATE NEL MOVIMENTO DI EMANCIPAZIONE


L’evoluzione socio-culturale intervenuta negli ultimi due secoli in Egitto e nella regione siro-libanese, le
conseguenze della penetrazione economica, politica e culturale europea, e la diffusione dell’istruzione
femminile hanno sicuramente contribuito all’emancipazione della donna, sancendo già alla fine del secolo
scorso la nascita di movimenti che si possono definire pre-femministi, fino alla nascita del femminismo arabo
vero e proprio, che ingrandì il mito occidentale, quello del femminismo inteso come prerogativa
dell’Occidente. Nel 1929, dopo poco più di cinquanta anni da quando era stato permesso alla donna di avere
un’istruzione, nel periodo in cui Lufi al-Sayyid era rettore, cinque donne s’inscrissero per la prima volta a una
università del Cairo e nel 1933 presero la laurea. Ma esse non furono le prime egiziane laureate perché
alcune ragazze, al pari degli uomini, avevano da tempo cominciato a viaggiare e studiare all’estero. Intanto
nel 1925 il governo promulgò una legge che rendeva l’istruzione elementare obbligatoria per entrambi i sessi
e istituiva in vari centri del paese scuole femminili. Fu Bahitat al-Badiyah la donna che gettò le basi per
l’emancipazione femminile. Il suo impegno fu circoscritto sopratutto all’istruzione delle ragazze. Essa aveva
fatto ricorso a questo pseudonimo quando, appena sposata, fu portata dal marito a vivere al margine del
deserto e scoprì di essere la seconda moglie. Una delle sue battagli fu infatti proprio contro la poligamia.
Inoltre sosteneva che l’uomo che intendesse ripudiare o divorziare con la moglie,lo potesse fare solo con
l’autorizzazione del tribunale sciaritico.
Sulla questione del veno invece si mostrò polemica con Qasim Amin, sostenendo che gli uomini di “lettere”
non avessero il diritto di dire alle donne come dovevo vestirsi. La morte prematura la colse nel pieno della
sua attività, ma i suoi discorsi furono dibattuti in sedi universitarie e politiche.
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La scrittrice damascena Mari Agami nel 1910 fondò al-Arus ( la sposa) che si può considerare la prima
rivista femminile in Siria; trattava di letteratura e di problemi politico-sociali. La rivista, pur nel pieno rispetto
della tradizione, della religione e della morale, conduce sempre una strenua battaglia a favore del diritto
all’istruzione delle donne e la parità tra i sessi. La pubblicazione fu sospesa durante la Prima guerra
mondiale ma cessò di esistere completamente nel 1925. Negli ultimi anni di vita questa donna intensificò le
battaglie a favore dell’emancipazione della donna e si dedicò maggiormente all’attività letteraria scrivendo
poesie. Sono molte le donne intellettuali che tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX si cimenteranno in un
connubio tra letteratura, giornalismo e femminismo. Nel 1892 ad Alessandria fu fondata al-Fatah ( la
ragazza) la prima rivista femminile diretta da una donna. Sin da suo primo editoriale la rivista dichiarava il
suo impegno per l’emancipazione delle donne, specificando però che non intendeva occuparsi di politica o di
religione, ma di qualunque cosa attinente alla donna, sopratutto l’istruzione e la cultura. Alcune giornaliste
affermate cominciarono a scrivere non solo per testate femminili, ma per la stampa in genere, continuando la
loro battaglia per smuovere l’opinione pubblica che non accettava di buon grado alcun cambiamento,
sopratutto in materia di condizione femminile, e temeva quella che riteneva una deplorevole europeizzazione
dei costumi egiziani.
In Egitto, col passare del tempo, la donna cominciò a essere presente in tutti i settori, da quello sociale a
quello politico. In breve il paese cambiò radicalmente, e sempre nel 1919 molte donne scelsero in piazza e
presero parte attiva alle manifestazioni di protesta. Il femminismo egiziano a quell’epoca, era di tipo
nazionalista e come forza progressista si opponeva all’occupazione britannica. Malgrado una prima fase in
cui la questione femminile venne affrontata e incoraggiata da intellettuali, non va sminuito il contributo delle
donne stesse alla loro lotta di liberazione. Non si può infatti negare o minimizzare l’esistenza di alcune voci
femminili nello stesso periodo in cui gli uomini, forse più ascoltati, rivendicavano gli stessi diritti. La donna
egiziana ottenne il diritto di voto solo nel 1956 con la costituzione. Un altra battaglia vinta dalle femministe
egiziane fu l’innalzamento dell’età matrimoniale per le ragazze dai 13 ai 16 anni. Nel 1923 a un congresso di
femministe che si tenne a Roma, per la prima volta parteciparono 3 egiziane. Al loro rientro, sul treno che le
portava da Alessandria al Cairo, le tre donne si tolsero il velo, con un gesto spettacolare. A quell’epoca una
resistenza all’abolizione del velo fu opposta anche da alcune forze progressiste. Esse ritenevano che
l’abbandono del velo non conducesse a una vera liberazione della donna, ma fosse un’ennesima manovra
dell’Occidente per fini coloniali. Al contrario di quello che comunemente si pensa, e cioè che il velo mortifichi
la dignità della donna, in alcuni casi esso è infatti diventato simbolo di una lotta contro l’imperialismo, per la
riappropriazione di valori nazionali.
Un’altra donna araba, che seppe invece coniugare il femminismo con la letteratura, fu Mayy Ziyadah,
palestinese di origini libanesi, trapiantata in Egitto. Essa fu fondatrice di un circolo culturale aperto a uomini
donne di varia cultura ed estrazione sociale in cui si parlava in diverse lingue. Essa affrontò spesso il tema
dell’emancipazione femminile trattando l’argomento con molto equilibrio.
L’esempio di tante donne arabe che dall’inizio del nostro secolo si sono battute coraggiosamente per
migliorare la condizione femminile è sicuramente servito a spianare la strada ai numerosi movimenti
femministi che nasceranno nella seconda metà del Novecento soprattutto in Egitto e nel Maghreb.
In Siria ha svolto un importante ruolo Widad Sakakini scrittrice politicamente impegnata. La sua produzione
comprende aticoli, opere di narrativa, di critica letteraria e saggi dedicati sopratutto alla condizione della
donna. Ha scritto anche opere di carattere religioso, dove racconta la vita di alcuni personaggi femminili
della storia dell’Islam, che si erano distinti per qualità morali.

Nuovi generi letterari della narrativa: sviluppi e correnti

L’AUTOBIOGRAFIA NELLA PRODUZIONE LETTERARIA


La memoralistica è un genere molto diffuso nella produzione letteraria araba moderna, e se la si considera
un sottoprodotto della biografia, può rivendicare, come altri generi letterari, radici che affondano nel
patrimonio della letteratura classica. Se sirah traduce la parola “biografia” non c’è una parola specifica per
tradurre autobiografia.
Gli studiosi sono concordi nel riconoscere come prima opera autobiografica quella del siriano Usmah ibn
Mundiq che nel “libro dell’apprendimento” fornisce notizie riguardanti la sua vita personale, descrive gli
eventi storici più importanti nella sua epoca senza trascurare le condizioni di vita generali in Siria e in Egitto.
Tra i testi autobiografici una particolare categoria è quella che raccoglie le memorie di scienziati o resoconti
di viaggio. Autobiografie possono quindi essere considerate quelle dei grandi viaggiatori dell’Islam del
Medioevo. Si riallacciano ai resoconti di viaggio anche le prime autobiografie della più recente storia
letteraria della nahdah.

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Nel secolo XIX gli autori che volevano scrivere autobiografie seguivano due strade: o si rifacevano al
patrimonio tradizionale, ispirandosi alle maqamat, oppure risentivano dell’influenza del patrimonio
occidentale, che cominciava ad arrivare nel mondo arabo attraverso l’intenso movimento di traduzione. In
tutti c’era comunque un evidente tentativo di scrivere opere che illustrassero la vita contemporanea del
paese natio o di quelli che visitavano, con il preciso scopo di tramandare ai posteri le personali esperienze di
vita sociale, culturale e politica. Quella che generalmente viene considerata la prima vera e propria
autobiografia del nostro secolo è Mudakkirat Gurgi Zaydan ( Memorie di Hurgi Zaydan), scritta nel 1908, ma
pubblicata 60 anni dopo. Come nei suoi romanzi storici Zaydan si prefiggeva un obiettivo didattico e
moraleggiante. Raccontando la sua vita in prima persona, si proponeva di fornire un esempio non solo al
proprio figlio, ma alla gioventù araba in genere, in base alla convinzione che l’esperienza acquisita durante
la vita non dovesse andare sprecata, ma trasmessa alla generazione più giovane.
Nel secolo XX compare un enorme numero di scritti autobiografici nelle forme e nei modi più diversi, dai
romanzi autobiografici alle autobiografie epistolari, alle autobiografie in versi. Un posto a parte poi spetta alle
autobiografie mascherate, opere in cui lo scrittore parla della propria vita tra le pieghe della narrazione, nel
tentativo di nascondersi dietro uno o più personaggi da lui creati. Esplicita è la simbiosi autore-protagonista
nelle opere di al-Mazini. Le due opere criptico-autobiografiche di questo scrittore possono essere
considerate autobiografie romanzate per la grande quantità di episodi ispirati alla vita reale dell’autore. al-
Mazini è comunque autore di una vera e propria autobiografia in cui parla della propria vita descrivendo con
auto-ironia gli anni dell’adolescenza vissuti nella casa paterna e a scuola e poi le esperienze di lavoro nel
campo del giornalismo.
Sono veramente numerose le autobiografie in tutta la letteratura araba moderna fino ai giorni nostri e,
naturalmente, non circoscritte al solo Egitto; ma quando si parla di autobiografia di un autore arabo, si pensa
subito a quella che viene considerata come la più alta espressione di questo genere letterario, ed è anche la
più famosa autobiografia della letteratura araba, e cioè al-Ayyam ( i giorni) di Taha Husayn pubblicata nel
1929. Sul piano formale è un modello di scrittura. L’autobiografia, la cui prima parte uscì inizialmente a
puntate sulla rivista al-Hilal, si suddivide in tre sezioni corrispondenti a un arco di tempo relativamente breve
che va dall’infanzia, all’adolescenza ai primi anni della giovinezza. L’autore ci parla di un ambiente rurale
ancora dominato dalle più retrive tradizioni, dove il protagonista, sempre indicato con la terza persona,
trascorre un infanzia triste, aggravata da una malattia agli occhi che lo condurrà alla completa cecità. Dalle
parole dello scrittore si può così ricostruire la vita in un tradizionale villaggio del Medio Egitto. Man mano che
i ricordi seguono un percorso cronologico, si ripercorre con l’autore il periodo trascorso al Cairo presto
l’università al-Azhar. Qui il giovane protagonista, vestito con turbante e caffettano, avrà i primi contatti con le
autorità religiose, che inizialmente influenzeranno molto la sua vita e dalla quali poi il giovane prenderà le
distanze quando passerà dall’esistenza austera di uno studente azharita a un tipo di vita più moderno, a
contatto con i movimenti intellettuali dell’avanguardia egiziana. Infine la partenza per la Francia. In Francia lo
scrittore incontrerà Suzanne Bresseau, futura compagna della sua vita, e continuerà gli studi prima di far
rientro al Cairo dove inizierà una brillante, quando ostacolata carriera accademica. Nella prolifica produzione
letteraria di Taha Husayn c’è un’altra opera che in un certo qual senso viene considerata un continuazione
della sua autobiografia, vale a dire il romanzo Adib ( un letterato, ma anche nome del protagonista) del 1935.
Lo scrittore ripercorre gli ultimi tempi al Cairo attraverso la storia di un’amicizia che lo lega ad Adib, un
letterato.
Anche Ahmad Amin, nella sua autobiografia Hayati ( la mia vita) del 1950 ci parla della sua esperienza, ma
le sue memorie, raccolte negli ultimi anni della sua vita, sono più frammentarie. Molti sono tuttavia i punti in
comunione con Husayn: entrambi si formano in un ambiente piuttosto oscurantista, ricevettero poi la prima
educazione sopratutto religiosa, indossando in caffettano e il turbante all’università e poi si trovano immersi
nella vita moderna, e protagonisti dei movimenti d’avanguardia.
Tra le autobiografie significative del Novecento si devono citare quelle di importanti personaggi politici che
hanno avuto un ruolo fondamentale nella vita sociale e culturale egiziana e nel mondo arabo, e che scrissero
opere significative da un punto di vista storico che letterario. Anche Sayyid Qutb, il teorico del movimento dei
Fratelli Mussulmani, ci ha lasciato le m memorie sulla sua infanzia trascorsa in un villaggio egiziano. Egli ha
scritto un’autobiografia modellata sullo stile di Husayn, al quale l’autore apertamente si ispira e al quale
dedica il suo libro.
Molte donne ci hanno lascito autobiografie, dalle prime femministe alle intellettuali che dall'inizio del secolo
hanno tanto contribuito, non solo all’emancipazione della donna, ma all’emancipazione di tutta la nazione
araba. Interessanti da un punto di vista letterario oltre che sociale sono le memorie di Farina al-Yusuf, nota
come Rose. Figlia d’arte, è praticamente vissuta dietro le quinte del teatro con la famiglia che la iniziò
giovanissima all’arte della recitazione. Le sue memorie sono interessanti perché mostrano uno spaccato
della società egiziana degli anni 20/30 e in particolare modo la vita degli artisti. A prescindere dal valore
prettamente letterario, da queste memorie emerge la personalità affascinante e forte di una donna egiziana.

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In Marocco abbiamo la nota autobiografia di Abd al-Magid ibn Hallun, che ci offre uno spaccato della società
marocchina della prima metà del Novecento. L’orginalità del racconto sta nella vita stessa dello scrittore, che
ha trascorso la prima infanzia fino all’adolescenza in Inghilterra. Il Marocco, di cui il protagonista sente
parlare per la prima volta, è quello filtro attraverso i racconti di una governante che lo accudisce dopo la
morte della madre. Quando poi arriva in Marocco, prima in visita poi per restarci, lo scrittore è ancora un
ragazzo che si vergogna di non saper parlare l’arabo e, nel calore della famiglia paterna, riscopre i valori
della società araba e islamica.
In Tunisia Ali al-Du’agi è autore di una parziale e originale autobiografia presentata sotto forma di appunti di
viaggio, in cui lo scrittore ha annotato una crociera da lui fatta nel corso della quale visita alcune città del
Mediterraneo. Ritroviamo piacevoli descrizioni di porti e di città, di scene di vita e sopratutto di bozzetti
umani. Ci sono anche impressioni su personaggi comuni o politici come Kamal Ataturk, che il nostro autore
non sa se ammirare o condannare per aver trasformato la Turchia da tradizionale paese mussulmano in uno
stato di stampo europeo. Ma sono sopratutto le donne turche ad attirare l’attenzione del nostro scrittore. La
sua opera è considerata dai tunisini come una rivitalizzazione del patrimonio nazionale.
Un posto a parte meritano poi le memorie di prigione, in cui particolarmente ricca è produzione nazionale.
Tutte queste memorie, a prescindere dal valore letterario o dallo stile in cui sono state scritte, rappresentano
comunque uno specchio fedele delle vicende personali degli autori e del loro tempo e dei fattori che hanno
contribuito alla formazione della loro personalità. Sono opere in cui emergono temi come la ribellione, lo
spirito rivoluzionario, ma anche la rassegnazione, la solitudine, la coscienza dello sradicamento. Tutti
elementi sempre più frequenti nella recente produzione letteraria, dalla narrativa alla poesia al teatro.

NASCITA E AFFERMAZIONE DEL RACCONTO BREVE


Anche nella letteratura popolare il racconto ha una sua tradizione, ma il racconto breve moderno, così come
il romanzo o il teatro, è qualcosa che è nato dall’impatto con l’Occidente, è un genere narrativo di
importazione. All’influenza occidentale si deve quindi al comparsa del racconto breve, calco della short story
o della nouvelle francese. Molte testate arabe, non necessariamente letterarie, ospitarono con sempre
maggiore costanza e frequenza racconti a puntate, racconti brevi contribuendo così ad alleggerire lo stile di
tanti scrittori. Da una prima fase detta della traduzione che va dal 1870 alla Prima guerra mondiale, periodo
durante il quale le riviste si sono impegnate nella pubblicazione di racconti, per lo più tradotti, si è passati a
una seconda fase che va dalla Prima guerra mondiale al 1925, a una terza fase che va dal 1925 agli anni
cinquanta, periodo in cui si assiste all’affermazione del racconto arabo moderno. Quando la lingua araba
classica al-fusha, proprio grazie agli sori di scrittori e traduttori, si era riappropriata della bellezza e della
purezza del passato, all’inizio del nostro secolo la questione linguistica venne rimessa nuovamente in
discussione da quegli scrittori che sostenevano l’impiego della lingua parlata, al-amiyyah, anche nella
produzione letteraria. Uno dei più tenaci sostenitori di questa tendenza era stato Salamah Musà, mentre altri
intellettuali sostenevano che bisognasse semplificare l’arabo standard. Su questa posizione più moderata si
era poi allineato anche il primo. Egli in un primo momento aveva condiviso le opinioni di un filantropo inglese
per il quale la letteratura doveva essere alla portata del contadino, perché il contadino potesse leggere con il
minimo sforzo possibile. Ed è proprio nel dialetto regionale che molti scrittori del primo Novecento scrivevano
le loro opere, spinti dal desiderio di avvicinare la loro scrittura all’effettiva lingua del popolo. Precursore della
lingua popolare era stato l’egiziano Abd Allah al-Nadim. Per lui la scrittura andava usata come mezzo al
servizio di due fini: la riforma sociale e la questione patriottica. Per le sue coraggiosa convinzioni politiche e
per aver appoggiato la lotta contro i britannici, dovette entrare in clandestinità, alimentando una serie di
leggende sulla sua vita. Negli anni venti si affermarono scrittori egiziani come i fratelli Muhammad e Mahmud
Taymur. Essa furono i primi a cimentarsi nel racconto breve di ambientazione esclusivamente araba. I fratelli
Taymur sono generalmente riconosciuti come i precursori del racconto arabo moderno. Il 1917, data della
pubblicazione del racconto “ Nel treno” di Muhammad Taymur, può essere indicato come l’anno di nascita
del racconto egiziano moderno. In questo racconto sono significativi i personaggi che lo scrittore ha scelto a
rappresentanza dei vari strati della società egiziana. Qui ciascuno esprime un’opinione diversa sulla
condizione del contadino, e sulla risoluzione dei problemi che affliggono il proletariato. Allo scrittore non
resta che affidare allo studente, simbolo della nuova generazione sensibile e coraggiosa, il futuro e la
speranza dell’Egitto, conto l’abulia, l’ignoranza e l’egoismo degli altri strati delle popolazione.
Sulla nascita del racconto breve in Egitto vi sono, tuttavia, divergenze. La maggior parte degli studiosi
attribuiscono a Muhammad Taymur la reale nascita del racconto moderno. Altri giudicano la sua opera solo
un primo tentativo. Quello che generalmente viene considerato da altri studiosi come il “padre del racconto
arabo” è però Mahmud Taymur, autore di numerose raccolte di racconti. Gli va riconosciuto il merito di aver
saputo manipolare con originalità questo nuovo genere narrativo. La sua prima raccolta di racconti, ispirata a
scene della vita quotidiana, appare nel 1925. Egli preferì scrivere i dialoghi nella lingua popolare egiziana:
ciò andò a fomentare il lungo dibattito sull’uso del dialetto nella produzione letteraria araba. Le tematiche dei
suoi racconti rispecchino lo spirito letterario dell’epoca, che intende lottare per il bene della società egiziana.

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I temi sono quindi sopratutto sociali, tratti dalla vita quotidiana, dove i vari personaggi, appartenenti a diverse
classi, sono presentati al lettore attraverso il dialogo, piuttosto che facendo ricorso alla descrizione.
Sarà Mahmud Tahir Lashin a essere considerato da altri studiosi l’effettivo padre del racconto arabo
moderno, in quanto sarebbe stato il primo ad avere raggiunto un livello letterario molto alto, sopratutto per
quanto riguarda la struttura tecnica della trama narrativa. Malgrado uno spiccato realismo, lo stile narrativo di
Lashin risente di un certo romanticismo. In molti racconti egli affronta il perenne conflitto tra il vecchio e il
nuovo, tradizione e modernità. egli eccelse nell’arte del racconto, mostrando un’abilità tecnica ineguagliabile.
Il suo racconto migliore per molti è “ la conversazione del villaggio” che mette il dito nella piaga della società
egiziana, parlando della misera vita dei contadini egiziani, denunciando sopratutto l’ipocrisia e l’indifferenza
dei religiosi.

La rivista al-Fagr era il portavoce del movimento letterario chiamato Scuola Moderna a cui avevano aderito
oltre che Lashin anche i fratelli Taymur. La Scuola, sul piano più strettamente letterario svolse un
importantissimo ruolo nell’evoluzione del racconto e forse anche nel romanzo moderno. I tre elementi su cui
era fondata la scuola erano “l’egizianità, la modernità e il realismo”.
L’altro fautore del racconto breve in Egitto è Yahya Haqqi che cominciò a scrivere giovanissimo per le più
importanti riviste letterarie egiziane. Gli scrittori egiziani faranno scuola in tutto il mondo arabo, ma come per
l’Egitto anche negli altri paesi i primi racconti sono di ispirazione occidentale. Il precursore della moderna
narrativa irachena sarà al-Sayyid. Fortemente impressionato dagli eventi politici che sconvolsero il suo
paese partì per l’India, dove rimase turbato dallo stato di paralisi, di indigenza nella quale il popolo indiano
versava. Al suo rientro a Baghdad trascorse molto tempo completando da autodidatta la sua cultura
letteraria, basata sopratutto sui classici arabi, senza tralasciare i classici russi e francesi. Galal Halid è il suo
racconto più riuscito, in cui descrive in massima parte le esperienze da lui vissute in India. Egli vede nelle
azioni di protesta degli operai indiani contro i britannici affinità con quanto sta succedendo nel suo paese. Lo
scrittore, comincia a ritrarre la vita quotidiana, ma anche le sue esperienze personali, diventando fonte di
ispirazione. Il racconto breve in Iraq sarà rappresentato sopratutto da Ayyub, Fadil e Lutfi.
Lutti trascorse un’infanzia triste: l’esistenza all’insegna della precarietà gli garantì una molteplicità di
esperienze e gli diede modo di conoscere una vasta gamma di tipi umani. L’altro grande del racconto breve
iracheno è Ayyub, ed è proprio il mondo della scuola irachena a essere oggetto della sua prima raccolta.
in Libano troviamo Awwad che cominciò la sua attività di scrittore dopo aver studiato giurisprudenza
all’università di Beirut. Con il fratello Emile, anch'egli scrittore di diverse raccolte di racconti, Yusuf Awwad
appartiene a quella generazione di letterati arabi che, pur scrivendo in uno stile classico, non mancano di
originalità. A tutti questi letterati si deve aggiungere Gubran Halil Gubran al quale va il merito innegabile di
aver promosso e incoraggiato lo sviluppo del racconto.
In Siria troviamo Fu’ad al-Sayib che emerge come pioniere del racconto breve. E’ da tutti riconosciuto come
il padre del racconto siriano. Il suo talento era stato alimentato e irrobustito dalle intense letture di opere dei
maggiori scrittori europei.
In Palestina sono molti gli scrittori di racconti brevi. In tutti questi, più che negli altri scrittori dei diversi paesi
arabi, c’è una specificità, un filo conduttore legato alla terra palestinese e che si avvertirà anche nelle
generazioni successive. Con Halil Baydas comincia la cosiddetta “letteratura palestinese”, intendendo con
questa espressione non soltanto una connotazione geografica, ma tutto quello che è legato alla questione
politica, alla terra palestinese. Alcuni dei racconti di Baydas sono frutto di traduzioni rielaborate. L’altro
pioniere del racconto palestinese è Mahmud Sayf al-Din al-Irani. La sua raccolta principale comprende sette
racconti da cui scaturisce la convinzione dello scrittore che, per combattere efficacemente il sionismo sul
piano politico, sia indispensabile una preliminare trasformazione del sistema di valori accettato dalla società
araba palestinese. In questi racconti l’autore non fa mistero della sua ammirazione per l’esperienza
sovietica. Lo scrittore mette in discussione i valori tradizionali arabi, che giudica incompatibili con le esigenze
del mondo contemporaneo, e nello stesso tempo di sforza di arginare la tendenza più recente mirante a
sostituire i valori arabi con quelli della cultura borghese dell’occidente.
Uno scrittore tunisino che si può considerare uno degli artefici della narrativa moderna nel suo paese è
Mahmud al-Mas’adi. Sindacalista e militante nazionalista in tutti i suoi scritti esprime una visione tragica
dell’esistenza.
Un altro scrittore che darà un grande contributo alla narrativa del suo paese è Hurayyf, rappresentante della
corrente realista. Egli ricorre al dialetto tunisino nei dialoghi, attirandosi le critiche diquei letterati che non
concepiamo una produzione letteraria al di fuori di quella scritta in lingua classica. I suoi racconti sono per lo
più ambientali tra le due guerre e mettono in risalto una società ancora molto tradizionale che si scontra con
la prorompente modernizzazione del paese.
In Marocco all’inizio del secolo furono pubblicati alcuni racconti, anche se si tratta di esperimenti, ancora
molto legati alla forma e allo stile passato. Bisogna aspettare gli anni quaranta perché si cominciasse a
pubblicare racconti che, ispirati alla narrativa sopratutto egiziana, abbiamo una consistenza letteraria. Il 1935

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viene considerato l’anno di nascita del racconto breve in Algeria. In Libia alla fine degli anni 20 si deve al
giornalismo letterario l’apparizione dei primi racconti. Ma il colonialismo italiano smorzerà ogni sprazzo di
cultura anche in quegli intellettuali libici che erano stati educati in Italia o nelle scuole italiane in Libia.

NUOVE TENDENZE DEL ROMANZO EGIZIANO


Come il racconto breve, anche il romanzo realista nasce in Egitto dove avevano cominciato a registrarsi
novità, sul piano stilistico e su quello del contenuto, dovute a diversi fattori: la crescente influenza esercitata
dal romanzo occidentale tradotto,l’aumento del numero dei lettori, la diffusione del processo di
alfabetizzazione e infine il verificarsi di una quantità di avvenimenti politici che sconvolsero la vita del paese
nel periodo tra le due guerre. Dagli anni venti in poi le opere si moltiplicarono, si diversificarono gli
orientamenti, dalla corrente social-riformista a quella analitica, introspettiva, individualistica, ideologica,
storico nazionalista e, infine, sperimentale.
Il filone intellettuale è rappresentato da Awdat al-ruh di al-Hakim che presenta molti aspetti autobiografici.
Con questo romanzo per la narrativa egiziana inizia una nuova fase. Lo scrittore ci parla di un conflitto
all’interno di una stessa comunità, in un Egitto alla ricerca di una nuova rinascita.
Negli anni trenta c’è un grande fiorire di romanzi. Nel 1938 al-Aqqad scrive Sarah, un’opera psicologica,
d’introspezione, che parla dell’amore del protagonista per una misteriosa donna straniera di nome Sara. Al-
Aqqad ha sempre smentito ogni riferimento autobiografico. Egli nega un suo coinvolgimento nella storia già
dall’introduzione. Il suo stile, che poi farà scuola, si basa sull’uso di espressioni e vocaboli estremamente
precisi. L’interesse è incentrato sul messaggio che lo scrittore intende comunicare, sul valore delle sue idee,
sulla loro potenza suggestiva. Il contenuto viene prima della bellezza della forma. L’importante è la capacità
di comunicare un pensiero o di svelare sentimenti.
Negli anni trenta si assiste a un ritorno in auge del romanzo storico. Chi eccelse in questo genere su Nagib
Mahfuz, che si dedicò a questo genere nel cosiddetto periodo “faraonico”. Particolarmente impressionato
dalla storia del grande Egitto faraonico comincia la lunga carriera di letterato scrivendo tre romanzi storici
ambientati in quell’epoca. Egli non intende rievocare i fasti del passato, né tantomeno si propone di istruire il
lettore, ma s’ispira al passato soltanto per poter liberamente parlare della storia egiziana contemporanea. A
un occhio attento non sfuggono le analogie tra le due epoche. Si arguisce chiaramente che tra le piaghe
socio-politiche di cui parla l’autore possono essere paragonate a quelle che affliggono l’Egitto all’inizio del
1900. Per uno scrittore arabo era abbastanza usuale ricorrere a questi espedienti per potersi esprimere
liberamente, perché chi non camuffava personaggi e situazioni politiche attraverso la finzione letteraria non
aveva vita facile.
A differenza di molti intellettuali suoi connazionali che hanno studiato all’estero e in particolare modo in
Francia, Mahfuz non si è quasi mai mosso dalla sua città natale, il Cairo, rimanendo fortemente legato alle
sue radici arabe e sopratutto egiziane. Dopo i romanzi storici, fluttuanti tra passato e presente, comincia per
lui il periodo realista. La sua fase realista è quella dei numeroso romanzi d’ambientazione cittadina, in cui i
veri protagonisti sono i vicoli e i vicoletti della città vecchia, dove lo scrittore è nato. In tutte le sue opere ci da
un ritratto vivo e realistico della sua città, facendo rivivere attraverso personaggi-simbolo aspirazioni e
debolezze umane. La carenza sta nel ruolo passivo dello scrittore, che proprio sopratutto descrizioni
dettagliate di luoghi e persone. I protagonisti dei suoi romanzi rappresentano quell’umanità che si aggira e
affanna per il Cairo, personaggi che mostrano tutte le debolezze umane. Anche se la donna non ha mai
occupato un posto di primo piano nelle sue opere, attraverso la vita di alcuni personaggi femminili, si
intravede l’evoluzione dei costumi locali.
Negli anni sessanta Mahfuz abbandona il realismo e comincia a scrivere romanzi in cui prevale l’interesse
psicologico per i personaggi, con un maggiore ricorso al simbolismo. In queste opere si intravede un
maggior impegno politico-sociale. Anche lo stile cambia, diventa più elaborato: frequente uso del flashback,
frasi brevi ma molto più incisive. Tutte le sue opere, a partire dagli anni sessanta, subiscono una continua
evoluzione stilistica, ma saranno sopratutto i racconti brevi ad attirare l’attenzione della critica internazionale,
e a dare una svolta al nuovo racconto breve arabo. Nel 1958 gli fu conferito il Premio nazionale per la
letteratura, ma la sua fama crebbe in tutto il mondo anche grazie al cinema egiziano che adatterà molti dei
suoi romanzi per il grande schermo. Autore estremamente prolifico, ha scritto oltre una quarantina di
romanzi. Egli ha scritto le sue opere in arabo classico, al-fusha, anche nei dialoghi. Malgrado la sua
produzione letteraria non sia mai stata legata alla politica, egli interromperà per ben due volte la sua intensa
attività di scrittore: nel 1952 dopo il colpo di stato che portò alla fine della monarchia e nel 1967, in seguito
alla guerra arabo-israeliana. Con Mahfuz nel 1988, per la prima volta nella storia della letteratura, uno
scrittore arabo viene insignito premio Nobel.
Tra le tematiche affrontate dagli scrittori egiziani il tema religioso è poco presente. Gli unici autori che si
cimentarono in opere in cui la religione veniva in stretto contatto con la narrativa vera e propria furono
Mahfuz e al-Sarqawi.

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Il primo, nella sua lunga carriera, non ebbe particolari problemi con le autorità sia politiche che religiose, fino
alla pubblicazione de “ i ragazzi del nostro quartiere” che fu duramente attaccato e messo all’indice
dall’apparato religioso. Quando in Egitto, dopo che il premio Nobel aveva accresciuto la notorietà dello
scrittore, si pensò di pubblicare il libro-scandalo, Mahfuz subì nel 1994 un grave attentato terroristico per
mano di un fanatico. L’accusa consisteva nel fatto che lo scrittore, mussulmano, avesse osato parlare di temi
religiosi in un contesto di pura immaginazione.
L’autore che aveva osato sfidare le autorità religiose fu Adb al-Rahman al-Sarqawi che suscitò la
disapprovazione e la condanna da parte delle autorità religiose di al-Azhar, ma la reazione dell’autore, con la
minaccia di portare la questione davanti al Tribunale di Stato, placò le proteste dei religiosi.
Una svolta si ebbe col romanzo al-Ard ( La terra) sempre di al-Sarqawi. Quest’opera, che potremmo definire
real-socialista, segna l’inizio di una nuova epoca, quella della letteratura impegnata. L’infatuazione per i
promotori della rivoluzione trascinerà diversi scrittori a guardare con fervore al nuovo Egitto repubblicano.
Essi riporranno nella nuova epoca molte speranze, ma, successivamente, molti ne saranno fortemente
delusi. In al-Ard, le idee politiche dell’autore finiscono per condizionare eccessivamente lo svolgimento della
trama, tanto da indebolire l’opera stessa. Ciò nonostante il romanzo, ha pregi letterari ed è scritto in un
linguaggio spedito, dove i dialoghi sono spesso in dialetto.

IL ROMANZO FUORI DALL’EGITTO


In Iraq il primo romanzo degno di attenzione è il “ dottor Ibrahim” di Ayyub. In quest’opera lo scrittore ci
presenta un quadro della borghesia irachena, e in particolare modo denuncia la corruzione dei grandi
funzionali statali. E’ da sottolineare il coraggio con cui lo scrittore ha affrontato tali temi e per cui pagherà
duramente.

La produzione letteraria palestinese è sempre stata strettamente legata alle vicende storico-politiche della
Palestina, e sopratutto alla loro fase più recente, dopo il 1948, data della fondazione dello stato d’Israele e
dall’inizio della diaspora- al periodo che gli arabi chiamano al-nakbah ( il disastro), che ha segnato per i
palestinesi l’inizio dell’esodo, dei cambi profughi e della resistenza. Le opere degli anni venti affrontano
tematiche molto simili: si parla ripetutamente dell’immigrazione ebraica dall’Europa che si fa sempre più
massiccia, dell’attaccamento del contadino arabo alla propria terra. E’ sicuramente alla fine degli anni
cinquanta che cominciano ad apparire racconti e romanzi di livello artistico superiore. Kanafani è uno dei più
significativi autori arabi del nostro tempo. La sua vita stessa può essere considerata una sintesi delle
vicende palestinesi, poiché le sue tappe fondamentali rispecchiano quelle del suo popolo: dalla fuga
precipitosa nel 1948, all’esilio, al risveglio tardivo di una consapevolezza politica, tra recriminazioni e
dissensi. Egli può essere considerato quindi il più insigne rappresentante di quei palestinesi che dall’esilio
continuarono a battersi per il proprio paese.

In Siria al-Gabari, nato ad Apello scrive il romanzo Naha, ambientato in Europa, in particolare a Berlino;
questa connotazione europea del protagonista conferisce al romanzo un che di stravagante, per cui l’opera
fu accolta dal pubblico arabo con diffidenza.

In Libano con il romanzo “ La pagnotta” di Awwad si assiste a una svolta significativa. Quest’opera è
importante per la storia del romanzo in genere. L’autore rappresenta la miseria delle classi popolari
attraverso la vita di una famiglia per la quale le condizioni della Prima guerra mondiale sono state così
drammatiche che un pezzo di pane diventa essenziale per la sussistenza. Si può considerare un romanzo
realista, che affronta anche un tema politico, quello del nazionalismo attraverso la lotta eroica dei giovani
protagonisti contro l’oppressione del governo ottomano. La storia della resistenza di giovani uniti che
insieme insorgono contro i turchi è raccontata con grande partecipazione ed emotività, fino al tragico
epilogo, quando i patrioti vengono catturati e condannati a morte. L’autore è particolarmente apprezzato per
le sue capacità di analisi e per uno stile definito “impressionista”.

Il romanzo propriamente storico rimane in voga sia in Egitto, sia nella regione siro-libanese. Emile al-Ashqar
ambientò i suoi numerosi romanzi nell’epoca preislamica. In queste opere la scelta dell’argomento non è mai
casuale ma risponde a precise esigenze. Emile intendeva fornire con i suoi scritti delle vere e proprie fonti di
documentazione.

Forse è il romanzo del libanese Marun Abbud “il principe rosso” a segnare un punto di rottura con il passato
e a mostrare un progresso reale per quanto riguarda la costruzione narrativa. In esso si nota la chiarezza
degli obiettivi che l’artista si pone, mostrando tutto il suo entusiasmo verso la storia nazionale, e il patrimonio
mitologico, leggendario libanese. Questo romanzo s’inquadra in tutta una serie di altre opere scritte da
libanesi e volte a esaltare le presunte caratteristiche nazionali fenice e preislamiche.

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Un altro scrittore che diede un grande contributo alla produzione letteraria dell’epoca è al-Amir, il principe
Saib Arslan. Egli contribuì ai cambiamenti ideologici e sociali che si verificarono in Medio Oriente, lasciando
la sua impronta sia sulla prosa, sia sulla poesia. Arslan operò con tutte le armi a sua disposizione per
affermare il diritto degli arabi all’indipendenza. Autore molto prolifico, ci ha lasciato diwan di poesie, saggi
letterari, un libro di memorie, ma anche alcune opere di carattere storico-sociologico. Sempre nella regione
siro-libanese Ma’ruf al-Arna’ut con le sue opere viene considerato una punto di riferimento nell’evoluzione
del nuovo romanzo storico. Nei suoi romanzi di avverte l’influenza di tutti i movimenti e le tendenze letterarie
che esercitarono un peso su di lui e sulla sua formazione, in particolare della letteratura popolare. Le sue
opere sono l’espressione dei sentimenti e delle idee di un autore romantico, scritte in uno stile classico. La
sua opera aveva uno stile dichiarato: spronare gli arabi ad uscire dalla decadenza e dallo stato di
arretratezza in cui si trovavano, recuperando l’unità perduta attraverso l’esempio della storia antica.

CENNI SUL TEATRO ARABO: NASCITA, LINGUAGGIO E SVILUPPI


Lo sviluppo del teatro arabo, come per il romanzo il racconti si deve all’impatto con l’occidente. Esisteva in
passato il cosiddetto teatro d’ombre, un genere di teatro popolare che si esprimeva sopratutto in dialetto e si
basava in gran parte sull’improvvisazione. Gli viaggiatori europei dei secoli scorsi riferiscono nei loro
resoconti di viaggio di aver assistito a questi spettacoli popolari, anche se non è dato sapere con sicurezza
se il teatro delle ombre sia stato influenzato, o sia originario, dell’India o dell’Estremo Oriente.
Una concezione moderna di teatro sarà sviluppata in Egitto, intorno al 1870. In realtà alcuni teatri erano stati
aperti prima di quella data, ma non vi recitavano attori arabi, né venivano rappresentate opere arabe.
Napoleone Bonaparte aveva fatto costruire il primo teatro, dove si davano rappresentazioni per l’esercito
francese. La nascita del teatro moderno viene comunemente fatta risalire a Marun al-Naqqas, che visse solo
37 anni. LA sia attività mercantile gli diede la possibilità di viaggiare spesso all’estero, e in uno dei suoi
soggiorni in Italia ebbe modo di assistere a una rappresentazione che suscitò in lui una forte passione per il
teatro. Al suo ritorno a Beirut formò una compagnia teatrale,e nel 1847, nella sua stessa abitazione fu
rappresentata un adattamento dell’Avaro di Moliere. Nel 1853 al-Naqqas rappresentò la sua ultima opera, da
lui scritta e musicata, ma la sua passione per il teatro fu ereditata dal nipote Salim al-Naqqas che, in seguito,
formò una compagnia a Beirut, poi spostata ad Alessandria. Questa fu la prima compagnia teatrale in Egitto.
In Egitto, prima del loro arrivo si era esibito l’attore di religione ebraica, Ya’qub Sanu, noto con lo
pseudonimo di Abu Nazzarah. Nel 1870 Sanu fondò una compagnia teatrale nota con il nome de “il teatro
nazionale” e mise in scena il primo dei suoi lavori. Il suo successo era dovuto anche al fatto che la
compagnia si esprimeva in arabo dialettale. La sua brillante carriera subì un duro colpo quando osò criticare
il governo. Venne ordinata la chiusura del teatro e per il drammaturgo iniziò un periodo di esilio in Francia. In
Egitto, dove le prime compagnie che si esibirono erano formate da attori improvvisati e le rappresentazioni
erano per lo più adattamenti dei capolavori europei il teatro continuò grazie da Salim al-Naqqas che
promosse la diffusione generale del teatro. Con il passare del tempo di composero opere originali e si
andarono formando compagnie di attori professionisti. Oltre alla rappresentazione di capolavori occidentali,
cominciarono a essere messe in scena opere teatrali originali ispirate al patrimonio culturale arabo-islamico.
Alcune opere avevano carattere prevalentemente religioso e altre ancora cominciarono ad ispirarsi alla
realtà sociale. Quanto alle opere storiche, non sono particolarmente brillanti perché gli autori si limitavano a
fornire informazioni ed è per questo che i lavori appaiono disgregati, senza eccessiva cura per l’aspetto
temporale e spaziale e assomigliano a un capitolo si storia rappresentato sotto forma di dialogo. Il siriano
Ahmad Abu Halil al-Qabbani viene comunemente considerato come come il precursore del teatro arabo. egli
creò la prima compagnia ufficiale a Damasco. Un’opera dedicata al califfo abbaside Harun ar-Rashid in cui
per la prima volta i ruoli femminili non erano svolti da ragazzi ma da donne, provocò lo sdegno degli ambienti
religiosi, che fecero pressioni sulle autorità fino a ottenere la sospensione dell’opera e di conseguenza la
chiusura del teatro. Fu allora che al-Qabbani si trasferì in Egitto, dove diede un grande impulso al nascente
teatro egiziano. Fin dall’inizio, gli autori delteatro si pongono il problema della lingua in cui rappresentare le
opere. Polemica questa che fino ad ora non è stata risolta, e che ha visto atteggiamenti diversi a seconda
degli autori.
Molte pieces teatrali furono scritte in arabo classico, inframmezzate da versi e brani di poesia; il che rendeva
la lingua artefatta, poco adatta a tutte le situazioni. Massimi sostenitori dell’uso del dialetto nel teatro furono i
fratelli Taymur, i cui nomi sono rimasti nella storia del teatro arabo per aver inaugurato la fase del realismo.
Fu Muhammad Taymur a comporre per primo pieces teatrali che si ispiravano alla realtà egiziana. Il filone
teatrale sarà continuato dal fratello ma sopratutto da Tawfiq al-Hakim, artista estremamente poliedrico, ha
scritto una ventina di commedie più o meno brevi, di tendenza prevalentemente simbolista, in cui affronta
temi di carattere sociale, come il problema della donna, la corruzione del governo, la devianza individuale e
sociale, la bramosia di denaro, il deteriorarsi dei costumi morali e la perdita di valori della società moderna.
Alcune sue commedie sono state scritte in dialetto egiziano, ma quelle del teatro impegnato sono state
scritte in uno stile puro e elegante. Il successo di Tawfiq al-Hakim è dovuto anche al linguaggio

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estremamente lineare, senza retorica né prolissità. Il suo dramma più famoso “ la gente della caverna” ha
una trama nota: giovani cristiani, per sfuggire alle persecuzioni dei romani, si rifugiarono in una caverna
dove sprofondarono in un sonno che durò più di due secoli. Al risveglio si scoprono estranei tra le gente.
Disperati ritornano nella caverna per cercare la morte. L’idea che l’autore vuole evidenziare è la futilità della
vita terrena che inevitabilmente conduce al pessimismo e al disfattismo. Il drammaturgo ripropone in chiave
moderna antiche leggende. Il dramma Sharazad è tratto da racconto delle Mille e una Notte. Su questa
favole, al-Hakim costruisce il suo dramma, mettendo in risalto certi aspetti della condizione umana. Se la vita
è rappresentata da Sharazad, i tre è il simbolo di quella umanità ce si è persa, ma che poi, attraverso un
tortuoso percorso, cerca d raggiungere la verità suprema. Anche nell’opera in sette atti, Sulayman al-Halim,
riprende l’antica leggenda della regina di Saba e di Salomone. Fra gli altri personaggi emerge la figura di un
pescatore che libera un ginn da un’ampolla, ma il ginn lo tormenta. La vicenda è simbolo dello scontro tra
due personalità, quella quieta e serena del pescatore e quella più tormentata e irrequieta del ginn, ma i due
protagonisti sono a loro modo complementari come corpo e anima. E’ perciò che nel giudizio di Salomone
saranno sempre trattati come una sola cosa. Per al-Hakim l’essere umano non è solo un corpo mosso dai
bisogni materiali, l’uomo è al di sopra di questo, è molto di più. Egli si è cimentato anche nel teatro politico,
ma la maggior parte delle sue opere, scritte fino agli ultimi anni della sua vita, sono sopratutto a carattere
sociale e psicologico. In Iraq a Mossul, alla fine dell’Ottocento cominciarono a essere rappresentate opere
teatrali a carattere pionieristico. Furono sopratutto famosi poeti, come al-Zahawi, a cimentarsi anche nella
composizione di opere teatrali.
Anche nel Maghreb la produzione teatrale è di un certo rilievo, il poeta Muhammad al-Maqri fu il primo a
dedicarsi a questo genere. Anche lui fondò una compagnia teatrale.
In Tunisia, a differenza di quanto è accaduto negli altri paesi arabi, il teatro non nacque per iniziativa privata,
ma per disposizione della autorità locali della città di Tunisi, che nel 1907 inaugurano il Theatre Municipal. La
prima rappresentazione si tenne soltanto con l’arrivo a Tunusi di Sulayman Qardahi. In Tunisia operarono un
gran numero di compagnie locali che cercarono di rappresentare opere che rispondessero meglio ai gusti
del pubblico locale, anche se fu sempre influente la presenza di compagnie egiziane. Una svolta di qualità
per il teatro tunisino si deve a Mahmud Mas’adi, autore del dramma al-Sadd. Scritto in arabo classico, è un
dramma simbolico che esprime la visione tragica dell’esistenza. In quest’opera un uomo, nella sua precaria
audacia, insorge contro la natura arida e fa costruire una diga nella vallata, senza tenere conto delle
difficoltà naturali e di quelle morali predicate da sua moglie.
In Algeria, il pubblico era abituato a un teatro già molto sofisticato, come quello francese e, inoltre, per la
maggior parte non capiva la lingua araba classica usata per le rappresentazioni. La prima personalità di
spicco nel teatro algerino fu Rachid Kusantini, la cui notorietà era dovuta al dono dell’improvvisazione e al
gusto dell’ironia.
Nelle opere degli anni successivi si riscontra da parte di diversi autori un maggiore interesse verso i problemi
della società algerina del tempo, come il difficile rapporto tra colonizzatore e colonizzato o il conflitto tra
grandi proprietari terrieri francesi e i contadini algerini sempre più impoveriti, e le conseguenze dei matrimoni
misti.
Un posto a parte merita poi il teatro politico diventa una sorta di tribuna dalla quale gli attori trasmettono al
pubblico un messaggio legato sopratutto alla legittima aspirazione di una cambiamento sociale e politico. Nel
corso del Novecento moltissime saranno le opere di teatro politico sempre più degne di interesse. In Siria
troviamo Sa’d Allah Wannus che si dedica alla sperimentazione di un teatro impegnato. Sin dalle sue prime
opere appare chiaro che per lui il teatro, per essere al passo con i tempi, deve confrontarsi con la realtà
socio politica. Sempre più convinto dell’efficienza del teatro, che grazie alla sua immediatezza raggiunge
facilmente lo spettatore anche fuori dal teatro, Wannus finisce per affidare a tutte le sue opere un messaggio
sociale e politico. Egli instaura così un dialogo tra attori e pubblico, tra la scena e la platea, e cerca di
coinvolgere gli spettatori che devono scrollarsi di dosso il loro ruolo passivo tradizionale, intervenendo e
interagendo nella rappresentazione fino a quando platea e palcoscenico diventano un unico spazio.

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Uno sguardo alla narrativa contemporanea: nuove tematiche socio-
politiche. La questione palestinese nella produzione araba; la gurbah e
l’esilio
Si continua a parlare di mondo arabo come se fosse un tutt’uno, ma già all’inizio del XX secolo le differenze
e le peculiarità appaiono sempre più chiare. Se in Occidente si è portati a scandire gli eventi storici e, di
conseguenza, letterari di questo secolo con le due guerre mondiali, per il mondo arabo nel suo complesso, e
per tutti i paesi del suddetto Terzo Mondo lo spartiacque fondamentale, di norma, è tra prima e dopo le
rispettive indipendenze. La data principale della periodizzazione che dobbiamo considerare è il 1948: è la
data della fondazione dello Stato d’Israele, che segna per tutto il mondo arabo la perdita della Palestina. E’
quel periodo che gli arabi chiamano al-nakba ( il disastro), intendendo con questa parola, entrata nel
dizionario storico-politico, la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. La perdita della Palestina riguarderà tutto il
mondo arabo. E’ da allora che anche la altre tappe storiche saranno scandite da nuove parole come al-
naksah ( la ricaduta),al-hazimah ( la sconfitta) al-karitah ( la calamità) per ricordare un’altra guerra vinta dallo
Stato ebraico, e cioè quella del 1967, nota in Occidente come la “guerra dei sei giorni”. E soltanto sei anni
dopo ci sarà un’altra guerra arabo-israeliana, nel 1973, detta del Kippur, o di ottobre. sarà poi un altra parola,
coniata dai palestinesi, al-intifadah, a delineare la più recente fase di un conflitto che alla fine degli anni
ottanta si è ristretto ad angusti spazi dei cosiddetti Territori Occupati, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza
conquistate da Israele nel 1967. Da un punto di vista letterario, quindi, si parlerà di prima o dopo la nakbah
del 48, ma sarà sopratutto la naksah del 67 ad influire sulle opere di molti autori.
Altro evento decisivo sarà Nasser al potere in Egitto nel 1954.
Quello compreso tra il 54 e il 67 è per l’Egitto un periodo caratterizzato da provvedimenti rivoluzionari, come
la nazionalizzazione del Canale di Suez, e da una generale presa di coscienza nazionalista. In questa svolta
storico-politica, contraddistinta da un iniziale entusiasmo generale, alcuni autori vedono in questi
cambiamenti una fonte di speranza, mentre alti reagiscono con una certa apprensione e inquietudine. Per
questi ultimi sopraggiunge un periodo di riflessione, e in alcuni casi, di vero e proprio silenzio. Alla fine degli
anni cinquanta, si segnala una ripresa della produzione letteraria e sopratutto del racconto breve o
brevissimo. All’inizio degli anni sessanta il racconto si evolve, abbandona la fase prettamente realista per
adottare uno stile sempre più moderno, elaborato e raffinato. E così anche il romanzo e il teatro diventano il
frutto di una sempre più matura e originale produzione letteraria. Sempre in Egitto, la fine degli anni
cinquanta è caratterizzata da un clima di euforico ottimismo: si esulta per la fine del colonialismo, o del
protettorato francese in alcuni stati maghrebini. Nel 1959 nasce la Rau ( Repubblica Araba Unita) la tanto
auspicata unione tra Egitto e Siria. La RAU si rivela un’utopia, e il regime nasseriano deve far fronte alle lotte
interne che vedono tenaci oppositori nei movimenti dei Fratelli Mussulmani e in quello dei comunisti. In breve
tempo ci si rende conto che il prezzo pagato dall’Egitto per questa nuova fase è molto alto e vengono
intaccate le libertà dell’individuo, e sopratutto dell’intellettuale se non è completamente allineato al potere.
L’iniziale entusiasmo per l’Egitto repubblicano si trasforma allora in un forte senso di insoddisfazione, che si
aggraverà dopo il 67.
Questa generazione di scrittori sarà conosciuta come “ generazione degli anni sessanta”.
Sun’allah Ibrahim esce dall’anonimato con la pubblicazione di” Quell’odore”, libro che farà scalpore e sarà
messo all’indice. In tutti i suoi romanzi cerca di fornire rispose agli avvenimenti che hanno sconvolto l’Egitto.
Nel romanzo “La commissione” lo scrittore tenta di spiegare, con una forte dose di sarcasmo, fenomeni
come il fanatismo religioso. Gli eventi vengono presentati attraverso le indagini di una commissione
incaricata di indagare su un cittadino sospetto. Il malcapitato viene sottoposto così a una serie di prove
orwelliane. Nel romanzo Dat, analizza il crescente fenomeno dell’integralismo islamico. E’ un romanzo per
certi versi ironico in cui l’autore inserisce ditanto in tanto storie reali tratte dalla stampa egiziana sulla
corruzione. Il romanzo ha causato un grande scalpore, ma nessuno ha osato sequestrarlo. In Wardah sono
rappresentati i grandi ideali rivoluzionari degli anni sessanta, in cui emerge il legame tra nazionalismo e
femminismo in quella parte del mondo arabo dove si lottava per riscattare la popolazione dalla miseria e
dall’arretratezza medioevale in cui si viveva.
Contemporaneo di questo autore è Baha Tahir, autore di diversi romanzi, racconti e saggi critici. Deve il suo
successo sopratutto al racconto “ l’altro ieri ti ho sognato” in cui descrive l’incomprensione e la solitudine di
un cittadino del sud del mondo in una fredda, in tutti i sensi, metropoli europea. Nel romanzo “ l’amore in
esilio” l’autore, da sempre schierato contro ogni tipo di dittatura e di sopraffazione nei confronti dell’essere
umano, rievoca due tragedie della nostra storia: la questione dei desaparecidos cileni e quella dei palestinesi
trucidati in Libano nei campi profughi.
Come tanti altri intellettuali arabi di questo secolo, rispecchia la figura della persona estremamente colta,
raffinata, moderna, che si oppone con tutte le sue forze all’ondata integralista che investe il mondo arabo.

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Un altro autore molto fecondo è Muhammad al-Busati, che nelle sue opere è sempre preoccupato di
raccontare le condizioni di vita delle fasce più povere ed emarginate della popolazione egiziana delle aree
rurali. In “Altre notti” descrive la città del Cairo degli anni settanta, dove giovani intellettuali, uomini e donne
in crisi, intrecciano vicende personali a quelle politiche in un Egitto che sta cambiando. In tutti i suoi romanzi
parla della campagna egiziana di oggi, di un entroterra ancora sottosviluppato, molto lontano dalla moderna
metropoli del Cairo.
Nello stesso filone possiamo collocare l’opera di un altro scrittore egiziano Sulayman Fayyad, autore di
“voci”. Qui ci parla di una triste quanto assurdo fatto di cronaca, legato alla superstizione del mondo
femminile della campagna egiziana. I protagonisti della vicenda che, a loro modo, raccontano e giustificano il
fatto, dando così fiato alle tante voci che compongono il romanzo. Fayyad ci propone il difficile impatto tra la
cultura occidentale e quella araba in certi strati più retrivi della popolazione. In questo romanzo viene
sopratutto messa in risalto la forte repressione sessuale maschile e femminile di una società arretrata
culturalmente. L’occidente viene incarnato da una donna straniera; la malcapitata diventa capro espiatorio di
tutte le colpe commesse dagli occidentali, dalla colonizzazione alla corruzione. L’altro grande della
“generazione degli anni sessanta” è Gamal Gitani che mostra subito interesse per la ricerca d’archivio e la
rivalutazione del patrimonio storico. Si può definire quasi uno storiografo che fa rivivere personaggi storici in
intrigate vicende di Palazzo, popolato da spie, agenti segreti, mercanti, fumatori di hashish, splendide
ragazze ed eroi. Nasconde la realtà egiziana della nostra epoca dietro a personaggi del passato. al-Gitani
tuttora è uno degli autori più produttivi e rinomati del mondo arabo, ritornato in scena con quello che è
considerato il suo capolavoro “ il libro delle manifestazioni divine”. Seguendo un percorso intimamente
autobiografico, l’autore si interroga sull’esistenza e sulla morte. In un percorso a ritroso nel tempo e nello
spazio, l’io narrante incontra anime di personaggi vissuti nel passato con cui intrattiene dialoghi onirici e
nello stesso tempo estremamente attuali.
Edwar al-Harrat invece, inaugurando uno stile nuovo sin dalla sua prima raccolta di racconti si libera di ogni
regola formale per approdare a uno stile sempre più complesso, azzardato e innovativo anche da un punto
di vista sintattico e lessicale. Nei suoi scritti emerge anche la realtà dell’antica comunità costa egiziana, a cui
lo scrittore appartiene. Nei due libri dedicati alla sua terra, lo scrittore rievoca con tratti lirici l’infanzia di un
ragazzo che si affaccia alla vita con tutta la smania e la curiosità di entrare nel mondo misterioso dei grandi.
In Egitto torna in voga il romanzo storico con Magid Tubiya, anch’egli copto. Ma un altro lavoro storico degno
di attenzione è “Nessuno dorme ad Alessandria” di Abu al-Magid. Il racconto si svolge durante la seconda
guerra mondiale in un’Alessandria d’Egitto cosmopolita.
Tra le scrittrici spicca il nome di Salwa Bakr. Al centro delle sue storie ci sono quasi sempre donne dotate di
grande forza interiore e capaci di clamorosi gesti, come rivendicare il diritto a non sposarsi oppure a
scegliere il marito senza condizionamenti dettati dalla società.
Alla fine degli anni novanta, la giovane Miral al-Tahawi si afferma con alcune opere narrative in cui l’autrice
parla dei valori tribali della società beduina preislamica alla quale appartiene con fierezza, dove convive un
insieme di antichissime tradizioni e credenze, surreali e fantastiche, in un universo altresì ricco di lirismo.
Nelle sue opere, infatti, riecheggia la poesia orale con versi e adagi che molto rivelano sull’intima essenza
degli individui che formano quella società, mai veramente integrata nella più ampia compagine di quella
egiziana presa nella sua interezza. Infine, un recente caso letterario ha fatto scalpore in Egitto e nel resto del
mondo arabo dove uno sconosciuto dentista del Cairo, Ala al-Aswani scrive un romanzo diventato presto
best seller. La storia descrive il degrado fisico e morale di alcuni egiziani poveri e diseredati, esperti nell’arte
di arrangiarsi, che vivono in catapecchie costruite sul tetto di un lussuoso palazzo del centro del Cairo, ormai
in decadenza. In questo microcosmo urbano si svolgono la vita di uomini e donne. L’autore, a capo di un
movimento di sinistra di opposizione, e pertanto molto impegnato nella scena politica del proprio paese, ha
recentemente pubblicato un nuovo romanzo, Chicago. Lo scrittore denuncia tabù religiosi, sessuali e politici
della propria società e attacca la politica del suo governo di fronte all’avanzata dell’Islam politico.
In Siria lo scrittore Hanna Minah è il portavoce della corrente che si rifà al realismo socialista, che poi,
abbandonerà per attraversare fasi stilisticamente più innovative.Nei suoi romanzi ci parla spesso di storie di
mare, dove imperversano furiose tempeste e dove i protagonisti sono marinai e portuali siriani con le loro
speranze, le loro gioie e le loro miserie. Con Hanna Minah si inaugura una nuova pagina della letteratura
araba contemporanea: becchi tante nazioni arabe siano bagnate dalle acque di molti mari, gli scrittori che
prima di lui ne avevano parlato erano molti pochi. Gli eroi dei suoi romanzi, arabi, indifferentemente se
cristiani o mussulmani, rappresentano la Siria multi etnica e multi religiosa in cui lo scrittore, di religione
cristiana, è vissuto.
Gurg Salim è autore di diverse raccolte di racconti che si caratterizzano per un forte senso di angoscia e di
ansia che attanaglia il lettore sin dalle prime pagine. Molti suoi racconti esprimono lo smarrimento
dell’individuo davanti all’ignoto. Il protagonista non ritrova le sue certezze, e la morte finisce per
rappresentare in molti racconti l’unica via di scampo.

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Zakariya Tamir, infine, è riconosciuto come uno dei maestri del racconto breve arabo. Nel 1978 pubblica “ le
tigri nel decimo giorno” in cui predomina il tema politico, mascherato da un’apparente semplicità stilistica che
ricorda la letteratura per l’infanzia.
In Iraq si confermano i talenti dei fondatori della narrativa irachena.
Nel 1980 al-Takarli, già affermato come autore di racconti, scrive un romanzo, i cui dialoghi sono composti in
stretto dialetto di Baghdad, rimettendo in discussione l’uso della lingua parlata nei testi letterari. Malgrado lo
scrittore abbia vissuto per oltre trent’anni in esilio, ha pubblicato opere impregnate di ricordi iracheni e,
sopratutto, della sua amata Baghdad. La lunga esperienza di magistrato è stata una preziosa fonte di
ispirazione per la sua ininterrotta attività letteraria e gli ha permesso di penetrare a fondo nell’animo di tutto
un popolo, continuamente frenato da cause di forza maggiore nel suo naturale cammino verso il progresso.
Nella nuova generazione emerge Batul Hudayri, nata a Baghdad da padre iracheno e madre scozzese.
In Iraq e in Siria l’instabilità dovuta ai frequenti colpi di stato si era placata con l’ascesa al potere del 1963 del
partito Ba’t. I regimi si trovarono a dover fronteggiare un’opposizione laica e comunista da una parte e filo-
integralista dall’altra.
In Libano, infine, la guerra civile scoppiata nel 1975 distrugge un altro mito, la Svizzera del Medio Oriente, e
fa precipitare il paese in un angosciante incubo, dove le fazioni si massacrano tra loro. E chi finisce per
pagare il prezzo più duro sono i palestinesi, diventati profughi a casa d’altri: è la nuova diaspora, di cui in
Occidente a quell’epoca non si parla. Con il “ settembre nero” i palestinesi furono massacrati a migliaia in
Giordania nel 1970. Sul libano messo a ferro e fuoco esplode allora tutta una letteratura di cui va ricordato
almeno il romanzo di Awwad “ i mulini di Beirut”. Questo filone è tuttavia rappresentato in maggior parte dalle
donne che esprimono nei loro scritti l’angoscia di un’intera generazione, repentinamente passata dal mondo
prosperoso del Libano fiorente e occidentalizzato, a quello di un paese raso al suolo da un’assurda lotta
fratricida.
Nel 74 Gadah al-Sammam scrive un romanzo dal titolo Beirut 1975, che, come un presagio, annuncia la
guerra civile. Il tema è ripreso un anno dopo con “ Incubi di Beirut”. In questo romanzo la scrittrice presenta
infatti una metafora della guerra civile, raccontata sotto forma di incubi numerati con l’ossessività dei
bollettini di guerra. La ferocia del conflitto è rappresentata con amaro realismo. Pubblica poi un altro
romanzo “ la notte del miliardo” in cui critica i ricchi arabi che accumulano tesori in Svizzera, rapiti da uno
sfrenato e insano consumismo. In questo romanzo si parla di sesso, cocaina e intrighi dell’ambiente dei
miliardari arabi.
Del Libano parlano anche altre scrittrici, tanto da far nascere un movimento che viene chiamato Beirut
Decentrists, ed è composto sopratutto da donne, mogli, madri che, a differenza degli uomini devono fare i
conti con la quotidianità.
Hanan al-Sayh ci offre un ritratto audace della vita di alcune donne che vivono ai margini del deserto, tre
arabe e un’americana, in un mondo artificiale, arricchito dal petrolio, dove anche i giardini sono di plastica.
Queste donne riusciranno ad avere una loro vita privata, sia pure discutibile per certi aspetti.
Anche la generazione di scrittori più giovani libanesi non riusciranno a cancellare le tracce del più brutto
momento della storia del paese. Hudà Barakat ha lasciato Beirut quando nel suo paese la violenza della
guerra civile era arrivata al culmine. Nel suo secondo romanzo la scrittrice parla di quello che succede a una
donna, attraverso gli occhi di un uomo di cui non deve ingannare l’apparente pazzia, laddove la pazzia è
difficilmente distinguibile dalla sanità mentale. Il narratore, che appartiene al mondo dei malati di mente,
parla dei sani, di come egli li vede, nel loro mondo, apparentemente liberi, ma dove alberga la pazzia più che
in un manicomio. Il protagonista maschile finisce così per intraprendere diversi ruoli, da quello della vittima a
quello del carnefice. E’ sopratutto il rapporto d’amore, di passione e di odio dei due protagonisti a venire alla
ribalta.
Nel 2004 la scrittrice da alla stampa una raccolta di articoli da le pubblicati: si tratta di struggenti reportage
spirituali in cui vengono messe in luce strane ansie e delusioni di chi vorrebbe rinnegare ogni legame con la
patria, amata ma ripudiata allo stesso tempo, e con i connazionali, responsabili di aver fatto cadere nel
baratro il paese.
Rashid al-Da’if, nato in Libano nel 45, fa parlare di se anche in occidente, dove i suoi romanzi sono tradotti
dall’autobiografia che scrive in forma epistolare. Queste lettere ripercorrono le fasi salienti della guerra civile
libanese e le delusioni scaturite in seguito al crollo degli ideali della sinistra dopo la caduta del muro di
Berlino.
Un altro romanziere degno di nota è Hasan Dawud che con le sue opere contribuisce a far conoscere il
mondo sciita nel Libano meridionale.
Per molti scrittori arabi il Libano, oggi terra d’esilio per i suoi figli, era il sogno di libertà, di convivenza tra
diverse religioni nel rispetto e nella tolleranza dell’altro. In questo clima effervescente i libri diventano
denuncia, diventano sopratutto strumento per destare la coscienza dei loro connazionali; poi con le
traduzioni si cominciano a far conoscere le numerose cause arabe in occidente. E così all’inizio degli anni
ottanta in Europa si traducono libri arabi, legati per lo più alla questione palestinese. Gassan Kanafani

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diventa il portavoce del suo popolo. Il suo romanzo più riuscito “Uomini sotto al sole” parla di tre palestinesi
che in un unico destino affrontano una tragica fine nel deserto per sfuggire ai campi profughi, nel vano
tentativo di raggiungere il Kwait. In un romanzo successivo ci presenta l’altra faccia del conflitto arabo-
israeliano. Per la prima volta uno scrittore palestinese ricorda esplicitamente l’Olocausto degli ebrei e cerca
di comprendere le ragioni dell’altro.
Non si può parlare di narrativa palestinese senza ricordare Emile Habibi che con i suoi romanzi ha
inaugurato una nuova fase nella produzione araba contemporanea. Per la delicatezza dei temi trattati, e le
innovazioni stilistiche, questo romanzo ha suscitato nella critica araba entusiasmo e scalpore. L’autore
grazie a uno stile brillante e sarcastico, coinvolge il lettore in una miriade di allusioni e giochi di parole, e
riesce a far passare la verità più amara. Lo scrittore introduce altre verità amare come il difficile rapporto tra
gli israeliani sefarditi e quelli di origine europea; la condizione degli arabi di Israele, secondo lui cittadini di
seconda classe e tutti gli effetti; nonché il collaborazionismo di una parte dei palestinesi, a partire dai
contadini e dagli operai, effettivi costruttori delle moderne città israeliane, e veri artefici del miracolo della
fioritura del deserto, così caro alla propaganda sionista. Ma la sua critica non risparmia i ricchi principi arabi.
Emile Habibi non ha voluto lasciare mai il paese dove ha condotto la sua battaglia per la difesa dei cittadini
arabi d’Israele, come giornalista e come deputato comunista, preferendo rimanere straniero in patria.
Nel panorama letterario, poi, è fiorita un’altra produzione, cheta delle caratteristiche ben precise, diverse da
quelle dei palestinesi diventati cittadini israeliani. Si tratta della letteratura dei “Territori Occupati”, nata negli
anni settanta, che vede in Sahar Halifah massima esponente. Autrice di forte impegno politico e sociale, si è
potuto così conoscere in occidente tutta la letteratura poco diffusa al di fuori dell’ambito locale. In questo
paese lacerato da odio, violenza, rassegnazione, si svolgono infatti le vicende umane di un gruppo di
persone, molte delle quali si ritrovano, in un crescendo letterario, in un suo secondo romanzo. In entrambe le
sue opere si può scorgere una fedele ricostruzione della storia di questa parte della Palestina, vista
naturalmente dal di dentro, con il coinvolgimento di chi è parte in causa. La tensione socio-politica di cui ci
parla l’autrice soci proprio nello scoppio dell’intifada del 87: una tragedia annunciata, pagata sopratutto con il
prezzo di giovani vite. E Sahar Halifah puntualmente osserva e registra le sue impressioni che poi daranno
vita a un altro romanzo proprio incentrato sulla “rivolta delle pietre”, ma questa volta l’attenzione della
scrittrice è rivolta principalmente alle donne, vere protagoniste della lotta palestinese. I suoi romanzi non
sono ben visti né in molti paesi arabi né in Israele. Non si può negare infatti che gli argomenti da lei trattati,
come quelli del collaborazionismo, della resistenza e della ribellione siano scomodi e imbarazzanti per molti.
Tra gli altri scrittori palestinesi degni di nota si ricorda Ibrahim Nasrallah. Il suo romanzo più famoso descrive
la vita di un maestro di scuola palestinese emigrato in Arabia Saudita. Più autobiografico è “Gli uccelli in
allarme” che inizia con l’immagine di una madre che dialoga con il proprio bambino non ancora nato, simbolo
dell’infanzia negata a chi vede la luce in un campo profughi.
Negli anni settanta nasce quindi una letteratura impegnata, che vede in Munif uno dei massimi
rappresentanti. Giordano di nascita, famiglia saudita, ad un certo punto della vita prende la nazionalità
irachena, poi conosce l’esilio in Francia e infine lo accoglie la Siria, dove è vissuto fino alla morte. Come un
cantastorie del passato, lo scrittore ci racconta la vita di due indimenticabili protagonisti: il cristiano Elyas,
prototipo del commerciante furbastro, più profondo di quello che vuole apparire, e il mussulmano-laico
Mansur, simbolo dell’intellettuale mediorientale. Il primo viaggia per i suoi strani commerci, il secondo per
lasciare per sempre il suo paese. Elyas in un fluire di storie racconta le sue vicissitudini, Mansur in una sorta
di monologo interiore, attraverso un originale dialogo con la memoria riflette sulla sua storia, che è quella di
tanti intellettuali che sfuggono a un potere che li perseguita.
Munif rappresenta l’intellettuale arabo di oggi, che non si accontenta di stare a guardare ma denuncia ciò
che accade con tutti i mezzi a disposizione.
Egli vuole attirare l’attenzione del lettore su quello che succede in un paese del Mediterraneo Orientale,
volutamente imprecisato, dove regolarmente s’infrangono le più elementari regole democratiche. Si conosce
così l’altro aspetto della vita politica, quello in cui vengono calpestati tutti i diritti umani e l’individuo viene
spogliato di ogni dignità. Non si può parlare mi Munif senza accennare alla sua monumentale opera “ le città
di sale” in cui lo scrittore affronta lo scottante tema del petrolio che, invece di portare benessere tra gli arabi,
diventa fonte di progressivo impoverimento culturale.
La situazione politica inevitabilmente si ripercuote sugli scrittori arabi che, dopo aver assistito inermi a tanti
traumi provocati da esili, diaspore, campi profughi, e sopratutto a ogni forma di sopruso, rivelano nei propri
scritti angosce e paure. Così nei loro romanzi e racconti si parlerà sempre con maggiore insistenza di esilio,
e di gurbah, quel sentimento di smarrimento, alienazione, estraneità e isolamento che è avvertito
dall’intellettuale arabo, ma anche dalla persona comune. Non tutta la produzione letteraria comunque ha
questi connotati: esiste anche un letteratura che sconfina dalla sfera politica, come quella,ad esempio,
sull’amore o sulla sessualità. La fantascienza poi, non è un genere completamente nuovo alla letteratura
araba contemporanea, malgrado siano pochi gli studiosi che se ne sono occupati. La narrativa araba ha poi

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un settore, abbastanza recente, dedicato alla letteratura per l’infanzia, con riviste specializzate. In quasi tutti i
paesi arabi questo tipo di letteratura è oggi molto sviluppata.
Dal Marocco per anni ingiustamente trascurato dalla maggior parte degli arabismi, Muhammad Sukri fa
parlare si sé. E’ autore di due biografie che hanno riscosso gran successo. E’ anche autore di raccolte di
racconti brevi. Autodidatta, analfabeta fino a 20 anni, descrive con toni crudi il mondo dell’emarginazione. Le
sue storie di ordinaria miserie in un mondo marocchino popolato da disperati, alcolizzati e prostitute sono
scritte con stile semplice e realistico.
In Algeria si consolida la fama di autori già citati ma si affermano anche nuove voci.
Nel romanzo di Ben Haduqah il racconto della protagonista, una donna che ha vissuto la rivoluzione e per la
quale l’autore nutre una profonda ammirazione, s’intreccia con la storia dell’Algeria in un lungo e
appassionante monologo.
al-Tahir Wattar ha scritto diversi romanzi, ma è ricordato prevalentemente per “L’asso”. Il protagonista
rappresenta l’algerino medio che in breve tempo si schiera dalla parte dei francesi a quella dei combattenti
rivoluzionari. Negli anni novanta un vero e proprio caso letterario della narrativa non solo maghrebino è il
romanzo di una poetessa e scrittrice algerina, Ahlam Mustaganimi. In brevissimo tempo quest’opera diventa
best seller. La trama dell’opera si incentra sull’amore della protagonista per un pittore, figli della stessa
rivoluzione algerina, ma di due diverse generazioni. Nella ricerca della memoria,la scrittrice si impegna in
una rilettura della storia del suo paese, affrontando temi politici ed esistenziali come l’esilio, l’identità, l
modernità, la tradizione, la libertà, la patria e, sopratutto, il rapporto con l’Occidente.
Nella letteratura maghrebino un posto a parte spetta a quella mauritana, che è sicuramente la meno nota e
studiata. Il romanzo più noto in occidente probabilmente è “la città dei venti” di Musà Wuld Ibnu, che si può
definire un’opera di fantascienza, probabilmente ispirata ad Asimov e Kubrick. Il racconto, che è proiettato
nel futuro, si apre con l’immagine di alcuni esperti che stanno esaminando i resti mortali di un uomo
rinvenuto casualmente. Mentre gli scienziati proiettano sullo schermo i dati relativi al cervello, ecco che il
morto si materializza, si riappropria del cervello e in un lungo monologo racconta di se.
Questi scrittori scrivono i loro racconti e romanzi in arabo, a differenza di altri scrittori della stessa
generazione. Dopo Kateb Yacine, famoso poeta, scrittore e drammaturgo, che ha segnato la svolta
significativa per i maghrebini che decidono di scrivere in francese, molti sono gli autori francofoni sempre più
affermati. Essi fanno parte di quella generazione portatrice di due culture, quella araba e quella francese,
che è riuscita a superare le nefaste conseguenze della colonizzazione, e a riappropriarsi del proprio
patrimonio culturale arabo, sia pure esprimendolo nella lingua del conquistatore. Ma forse è il poeta Malek
Haddad a esprimere più sentitamente la condizione del colonizzato che usa la lingua del colonizzatore.
Sempre dal Marocco, si leva un’altra voce, quella di Abdellatif Laabi, una delle figure di spicco della cultura
maghrebina, che aveva dichiarato, a proposito della lingua francese da lui utilizzata, di voler creare una
letteratura “terrorista”, che rompesse la logica a tutti i livelli, dalla sintassi alla fonetica, alla morfologia, alla
grafia, che rompesse insomma “la logica della lingua francese.”.
Un posto non trascurabile nella letteratura araba spetta alla produzione libica, ingiustamente dimenticata.
Ibrahim al-Faqih appartiene a quei letterari che fanno la loro comparsa negli anni sessanta. La sua opera
principale è la trilogia “ i giardini della notte”. Egli come altri intellettuali libici, si pone il problema della
responsabilità civile dello scrittore, e non esiterà a criticare una realtà sociale caratterizzata da forti
ingiustizie e soprusi nei confronti dei più deboli. Egli persegue un ideale di reciproca comprensione e di
tolleranza universale, una dimensione di armonia in cui le barriere siano abbattute. Nella sua opera è
frequente la descrizione della vita nel villaggio, di quel mondo rurale cui egli stesso apparteneva, che quindi
descrive in maniera appassionata.
L’altro grande scrittore libico è Ibrahim al-Kawni. Anch’egli parla dell’ambiente rurale in contrapposizione al
mondo cittadino, dove si è perso ogni valore, mentre nel povero villaggio, nell’arido deserto, malgrado la vita
difficile condotta nella miseria e nella fatica quotidiana, gli esseri umani sanno ancora difendere i genuini
valori dell’esistenza.
Di tutti i racconti e romanzi di questo scrittore il vero protagonista è il deserto, ben lontano dalla visione
orientalistica ed esotica di tanti europei, e nello stesso tempo non inospitale e ostile come una prigione. Il
deserto traccia il destino per gli esseri umani, il luogo della purezza incontaminata. Il deserto diventa così
per lo scrittore una creatura vivente animata da miraggi, animali a cui egli presta tantissima attenzione, e
dove grafiti rupestri, lasciati dal passaggio di antiche civiltà, testimoniano la vita in armonia con la natura.
La narrativa dell’Arabia Saudita è ancora poco conosciuta in occidente. Gli autori affrontano temi che vanno
dal dibattito sulla democrazia e sulla dittatura, tenendo ben d’occhi quello che accade nel resto del mondo
arabo e in Occidente,sfatando la leggenda secondo cui laddove ci sono i petrodollari non ci possa essere
alcuna cultura: innanzitutto la ricchezza non è alla portata di tutti e in secondo luogo il benessere non
producendo automaticamente felicità, innesca proprio quei meccanismi che stimolano l’intellettuale a farsi
portavoce di aspirazioni socio-politiche di tutto un popolo. Un tema molto sentito dai letterati sauditi è, infine,
il ruolo della donna in una società ancora rigorosamente suddivisa per sessi. La donna è diventata infatti un

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soggetto dinamico il cui ruolo tradizionale viene continuamente messo in discussione attraverso vivaci
querelle sulla stampa locale e anche via internet. Se da un lato la donna viene rappresentata come
l’elemento più debole della società saudita, perché vittima di un rigido sistema tribale e patriarcale, dall’altro
viene raffigurata anche come un individuo che prende attivamente parte al processo di sviluppo nazionale.
Tra le scrittrici troviamo Raga Alim che adotta una scrittura sofisticata e di difficile interpretazione, in cui miti
e credenze del passato, riproposti in chiave simbolica, si scontrano con la quotidianità materiale del
presente. Molte sue opere sono impregnate di magia e di leggende popolari, in cui le donne cercano di
dominare uomini e ginn. Se dalla lettura di queste opere la donna saudita appare sulle prime come oggetto
passivo, succede di rigidi sistemi patriarcali e maschilisti, in realtà finisce per rivelare un forte carattere
niente affatto sottomesso e riesce ad affrontare la vita che la circonda con un sorprendente senso
dell’umorismo e autoironia.
Layla al-Utman ha pubblicato in Kwait diverse raccolte di racconti e romanzi in cui denuncia una certa
società araba fatta di violenza e ignoranza. Ancora una volta vengono messe in luce le contraddizioni della
società kuwaitiana, viste attraverso gli occhi di una donna. Il motivo ricorrente è il mare, che non è soltanto
parte del paesaggio descritto, ma diventa il solo rifugio per chi tenta di evadere da una realtà spesso
inconciliabile con i propri sogni.
Anche lo Yemen ha assistito nel secolo scorso alla fioritura di una certa produzione narrativa. La
generazione più giovane è rappresentata da Arwà Abduh Utman, molto attenta alla salvaguardia del
patrimonio tradizionale popolare.
La letteratura della Penisola Araba nel suo complesso è ancora poco studiata. Eppure questo mondo appare
sempre più vivo culturalmente, grazie anche alla fondazione di numerose nuove riviste letterarie che vanno
ad arricchire il patrimonio culturale arabo e alla quali collaborano molti intellettuali di diversi paesi
mediorientali.

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