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IL CORANO E LE DONNE

PRIMA PARTE

CAPITOLO 1: Nascita dell’Islam

Con il termine “islam” si intende la religione monoteistica che crede in un solo Dio (Allah) rivelato per
mezzo del Profeta Maometto e che vede nel Corano (dall'arabo Qur'an “recitazione in salmo”) il proprio
testo sacro. L'islam è la più giovane delle cosidette “religioni abramitiche” (le altre due sono ebraismo e
cristianesimo). Il Corano non è stato scritto da Maometto, ma appare circa 30 anni dopo la sua morte.
All’inizio del terzo millennio vivono sulla Terra circa due miliardi di musulmani diffusi prevalentemente in
Asia, Africa, Europa e Nord America (I tre paesi con il maggior numero di musulmani sono interamente
asiatici: Indonesia, Pakistan e India) e si stima che nei prossimi anni l’islam crescerà più rapidamente di
qualsiasi altra religione. L'islam nasce nella penisola arabica nel Settimo secolo dopo Cristo nella penisola
arabica dell’Higiaz dove si svolse la predicazione iniziale di Maometto: prima alla Mecca poi a Medina.
Prima di allora in quella medesima area geografica c'erano culti di matrice pagana (ogni gruppo tribale
aveva la sua divinità di riferimento). Vi era tuttavia un punto di incontro: La Mecca. Già in epoca pre-
islamica la città era meta di pellegrinaggio con la sua pietra nera (probabilmente si tratta di un meteorite,
ma i musulmani sono sempre stati gelosi di ciò che la Mecca contiene e quindi è vietato fare analisi
scientifiche, come è vietato l'ingresso ai non musulmani) così coronata da una specie di cubo, la Ka ‘ba. I
fedeli giungevano da ogni parte della penisola per rendere omaggio alla divinità Hubal (noto anche come
“Allah”, contrazione di al-ilah → il dio). Durante il periodo di pellegrinaggio, le ostilità erano tassativamente
sospese. Il primo pellegrinaggio musulmano alla Mecca venne guidato da Abu Bakr nel 631, mentre
attualmente è regolamentato dal Ministero Saudita del Pellegrinaggio. Maometto integrerà tale culto nella
nascente religione islamica. La tradizione dice che la Ka'ba sia stata distrutta durante il diluvio universale e
poi ricostruita da Abramo insieme al figlio Ismaele. Questo dimostra che la tradizione islamica riprende dei
fatti narrati dalla bibbia. Maometto infatti non uscì mai dalla predicazione arabica ma conosceva molto
bene la tradizione ebraica e cristiana poiché il suo lavoro gli permetteva di avere molti contatti. Per
ingraziarsi il favore del dio Hubal, i pellegrini erano soliti compiere sette giri intorno alla Ka'ba. Questi
pellegrinaggi erano una grandissima fonte di ricchezza per i meccani.

Maometto e il periodo Meccano (610-622)

Maometto nacque nella penisola arabica nel VI Secolo d.C. (probabilmente nel 570 d.C.). Rimasto
precocemente orfano, in età adulta divenne mercante e sposò poi una ricca vedova, Khadija, che sposò e
da cui ebbe sei figli. Tra questi ricordiamo Fatima, figlia prediletta di Maometto, che sposerà Alì, cugino di
Maometto. Maometto chiese a suo cugino di non prendere altra moglie per non recare dispiacere a Fatima.
Il Profeta iniziò la sua predicazione attorno al 610 d.C su esortazione dell'arcangelo Gabriele, durante la
“Notte del destino”, durante la quale Maometto ricevette l'intera rivelazione del Corano. Nello stesso anno
Maometto a causa della perdita dello zio e della moglie rimase senza protezione tribale. L’anno successivo,
su suggerimento di un angelo, si risposò con Aisha, la quale aveva solo sei anni. Lo stretto monoteismo che
però Maometto andava predicando risultò ben presto inviso ai meccani, che videro nella religione di
Maometto una minaccia ai loro commerci. Col tempo diventò una vera e propria persecuzione e quindi per
continuare la predicazione senza incorrere in pericoli, il Profeta dovette allontanarsi da Mecca e nel 622
d.C. si recò a Yathrib. Questa sua emigrazione prende il nome di egira (622 primo anno dell’era islamica).
Periodo Medinese (622-630)

In seguito all'egira, Maometto e i suoi seguaci trovarono rifugio presso l'oasi di Yathrib a più di 300 km dalla
città di Hubal, ed era abitata da tribù ebraiche ed arabe in costante lotta tra loro. Gli ebrei accolsero di
buon grado Maometto senza però convertirsi al nuovo credo, motivo per cui sarebbero diventati capro
espiatorio dei musulmani. Per garantirsi la sussistenza, i seguaci di Maometto cominciarono a dare l'assalto
alle carovane dei meccani. Iniziarono così ad avere luogo razzie, che divennero poi jihad, guerre sante
contro gli infedeli. Gli episodi di violenza degenerarono dopo la battaglia di Badr (624), condotta contro
alcuni mercanti di ritorno dalla Siria, Maometto ordinò un vero e proprio pogrom ante litteram, eliminando
con la forza le tre tribù ebraiche di Yathrib che da allora prenderà il nome di Medina (letteralmente città del
profeta). La storiografia però appare divisa: qualcuno sostiene che il gesto estremo di Maometto sia stato
giustificato da un tradimento delle tribù ebraiche che avrebbero appoggiato i mercanti della Mecca e
aiutati; un’altra corrente storiografica vede invece nella scelta del profeta un’azione per impostare la sua
leadership all’interno della comunità e prendere l’intero controllo di Yathrib.

L'eredità di Maometto

Nel 630 d.C. Maometto concquistò anche la Mecca, imponendo la conversione e la Ka’ba fu riconosciuta
come il principale luogo santo dell’islam. Due anni dopo però il Profeta morì a causa di una violenta febbre.
Da allora, i successori di Maometto prenderanno il nome di “califfi”, che saranno alla guida della comunità,
detta Humma. Il primo di essi fu Abu Bakr, probabilmente il migliore amico di Maometto. Nel 656, tuttavia,
si consumò una grande frattura all’interno dell’islam. Il terzo califfo Uthman venne assassinato in moschea.
Un gruppo di fedeli, secondo la presunta volontà del Profeta, elesse come nuovo califfo Alì, cugino e genero
di Maometto. Un altro gruppo insinuò una complicità di Alì nell’omicidio di Uthman e pertanto non ne
riconobbe l’elezione, nominando Muawiyyah. Da allora si parla di islam sunnita («seguace della tradizione»)
e sciita (da shiat Alì, ossia «il partito di Alì»). Gli sciiti non riconobbero neanche i primi 3 califfi poiché per
loro Alì doveva essere il primo e unico califfo.

La diffusione dei “2 Islam”

Attualmente, i sunniti rappresentano la maggioranza assoluta dei musulmani, con circa il 90% di fedeli. Gli
sciiti sono un’esigua minoranza. Banalizzando, oggi i Paesi a maggioranza sciita sono solamente quattro:
Iran, Iraq, Bahrein (piccolo stato della penisola arabica nel golfo persico) e Azerbaigian. In Bahrein anche se
il 70% è sciita, la casa regnante è sunnita→ la maggioranza è quindi governata da una minoranza che
discrimina la maggioranza. Entrambi i gruppi concordano sui principi basilari dell'islam. Essi differiscono per
alcune specificità legate al ruolo dell'imam (per i sunniti è un membro della comunità con il compito di
guidare la preghiera, mentre gli sciiti dispongono di un clero organizzato che studia nelle scuole di scienze
islamiche) e, in passato, al ruolo del califfo (per gli sciiti doveva essere un discendente di Maometto,
mentre i sunniti prediligono la discendenza per “qualità). Le differenze sono quindi di carattere storico e
politico, non teologico e religioso. I rapporti non sono sempre stati distesi, anche se le ostilità non hanno
mai raggiunto le proporzioni dello scontro cattolici-protestanti in Europa.

Il ruolo del Corano

Il Corano è il testo sacro dell’islam ed è diviso in 114 sure (capitoli) in ordine cronologico inverso: le ultime
ad essere state rivelate compaiono prima delle altre. A seconda del luogo della rivelazione, si è soliti
dividere le sure fra quelle del periodo meccano (610-622) e quelle del periodo medinese (622-632). Il
Corano è parola di Dio rivelata tramite il Profeta: non è pertanto interpretabile né storicizzabile (in linea
puramente teorica). È il Dio che si fa Libro. Nato inizialmente per l’oralità, è stato messo per iscritto diversi
anni dopo la morte di Maometto. La rivelazione coranica è il compimento, secondo l'islam, della rivelazione
contenuta nella Torah (testo sacro degli ebrei) e nei Vangeli. Il Corano è la continuità delle tradizioni
precedenti, l’Islam è l’ultima tappa della rivelazione (ebraismo e cristianesimo dispongono quindi di una
verità incompleta). Ebrei e Cristiani non vengono discriminati nel Corano, ma chiamati “le genti del Libro”.

I cinque “pilastri” dell'islam

L’islam è una religione alquanto complessa, tuttavia può essere riassunta in cinque fondamentali pilastri: la
professione di fede (shahada), la preghiera (salat), l’elemosina (zakat), il digiuno durante il mese del
Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca. Particolarmente importante è il pellegrinaggio alla Mecca, l’hajj, un
vero e proprio dovere per ogni musulmano che sia nelle condizioni fisico-economiche per intraprenderlo.
Esiste una sura specifica in cui viene spiegato questo precetto, ed è ripreso anche in alcuni hadith (una
raccolta di detti e atti del Profeta). Occorre praticarlo nell’ultimo mese del calendario lunare e non va
confuso con l'umra (un pellegrinaggio minore che può essere svolto tutto l'anno) e sono esentati i
minorenni, i poveri, gli ammalati, mentre le donne possono partecipare soltanto se accompagnate dal
proprio marito o da un parente con il quale non sia lecito contrarre matrimonio. Una volta giunti alla
Mecca, e dopo essersi purificati, i pellegrini compiono la settuplice circumambulazione in senso antiorario
della Ka’ba, accostandosi al termine di ogni giro per salutare o baciare la Pietra Nera. Questo rito viene
anche chiamano circumbulazione dell'arrivo. Segue la settuplice marcia (o rito della corsa) fra due colline
della Mecca, Safa a Marwa distanti circa 394 metri, da percorrere 7 volte da un capo all'altro aumentando
di volta in volta la velocità in ricordo della ricerca d’acqua compiuta nel deserto dalla madre di Ismaele,
Agar schiava di Sara, moglie di Abramo. La tradizione vuole che, durante questa ricerca, sia nata la sorgente
di Zemzen, dove oggi i pellegrini si recano dopo aver compiuto il rito: il sapore dell’acqua è amarognolo per
via di infiltrazioni marine, ma viene considerata miracolosa. Il pellegrinaggio termina con una preghiera
davanti alla cosidetta Stazione di Abramo, piccola teca con dentro una pietra leggermente scavata che la
tradizione vuole che sia la pietra con cui Abramo ha cominciato a costruire la Ka'ba; alcuni dicono che il
solco presente su di essa sia l'impronta del piede di Abramo. Dopo i riti di arrivo, ci sono altri giorni e altri
riti per concludere l’hajj. Nel primo giorno di hajj i pellegrini si spostano, pregando e meditando, dalla
Mecca a Mina (circa 5km). Una volta bisognava farla a piedi, oggi sono tollerabili anche altri mezzi di
trasporto. Il mattino seguente i fedeli si recano al Monte Arafah, dove ha luogo il wuquf, il momento di
raccoglimento, che se non rispettato invalida tutto il pellegrinaggio. La tradizione ci dice che Maometto su
questo monte ha pronunciato il suo ultimo sermone. Dopo questa meditazione, la sera ci si sposta verso
Muzdalifa, dove si passa la notte. Questo spostamento è la prima ifada. Prima che sorga il sole c’è ancora
un momento di raccoglimento. Poi ha inizio la seconda ifada, ossia il secondo spostamento da Muzdalifa a
Mina. Prima di lasciare la città, i fedeli raccolgono 49 sassolini per il rito della lapidazione (che si svolgerà
poi a Mina) contro tre simboliche steli, come fece Abramo contro Satana. Segue poi il sacrificio di un
animale, in ricordo, ancora una volta, del gesto compiuto dal patriarca Abramo. Il tempo permesso per
compiere tale sacrificio è di tre giorni. L'animale sacrificato deve essere sano e senza difetti. Un capretto o
un montone sono offerte valide per una persona. Una vacca o un cammello bastano per sette. La carne va
poi condivisa coi poveri. Una volta tornati alla Mecca, i fedeli devono ripetere la settuplice
circumambulazione e il settuplice andirivieni. Nei tre giorni indicati come possibili per il sacrificio, i fedeli si
recano ancora a Mina per pregare e ripetere il rito della lapidazione. Prima di lasciare definitivamente La
Mecca è d’obbligo eseguire la cosiddetta circumambulazione dell’addio. Al termine è possibile, anche se
non obbligatorio, recarsi a far visita alla tomba di Maometto presso la città di Medina.
Esistono anche pellegrinaggi minori, che si sono affermati in aree periferiche rispetto alla penisola arabica,
allo scopo di rendere visite devote (ziyarat) ad altri luoghi santi dell’islam. Oltre a Medina,
dove si trova la tomba di Maometto, della sua famiglia e dei primi seguaci, ricordiamo ad esempio la città di
Najaf (Iraq), dove è sepolto Alì, o Gerusalemme. Per le persone che non possono accedere all'hajj , queste
mete lo sostituiscono, pur non essendolo de iure.

Il caso di Gerusalemme

Gerusalemme è la terza città santa per l'islam dopo la Mecca e Medina. Nel Corano, tuttavia, non è
menzionata neanche una volta essendo troppo lontana e troppo difficile da raggiungere ai tempi del
Profeta, visto anche che non aveva mai lasciato l'isola arabica. Gerusalemme è stata anche oggetto di
un’appropriazione culturale intervenuta nel corso della storia. Lo stesso nome di Al-Kuds (con cui viene
identificata la città) è un toponimo di origine ebraica che significa “città del santuario”. Ad ogni modo
diverse tradizioni musulmane raccolgono notizie riguardanti la storia di Al-Kuds nei primi decenni di
dominazione musulmana e ci permettono di comprendere come essa sia diventata la terza città santa per
l’islam. Le prime tradizioni si ebbero quando, a seguito di scontri politici per la guida al califfato, la sede
dello stesso venne spostata dalla penisola arabica a Damasco. Gerusalemme si trovava in posizione centrale
tra la sede del califfo e i luoghi di nascita dell’islam, rappresentando una sorta di legittimazione religiosa per
un atto politico.

CAPITOLO 2: Islam, geografia e politica

Islam al plurale

Nell'immaginario stereotipato di oggi, l'occidentale medio utilizza come sinonimi gli aggettivi «islamico» e
«arabo». Questo ai tempi di Maometto era scontato ma oggi non è più così, è uno stereotipo e una
scorretta semplificazione. Non esiste un unico islam, autentico e immutabile, così come non esistono un
solo ebraismo e un solo cristianesimo. Siamo noi che tendiamo a raggruppare tutti i vari gruppi sotto un
unico nome. Gran parte del messaggio coranico, inoltre, risulta essere snaturato anche dalla comparsa del
cosiddetto “islam politico” comparso nei paesi del Nord Africa nella seconda metà del Novecento. Oltre alla
distinzione tra i tipi di Islam, l’Islam politico e la religione sono 2 cose diverse che però talvolta si incrociano.

Il corano e le donne

Il Corano, per quanto attiene la sfera spirituale, non offre alcuno spunto di discriminazione nei confronti del
genere femminile. Anzi, molto spesso il Corano va a collocarsi all’avanguardia dei suoi tempi e la prova di
ciò sta nel fatto che il Corano si rivolge con insistenza ai devoti e alle devote, agli uomini e alle donne,
rimarcando l’assoluta uguaglianza tra i sessi. Con un linguaggio estremamente inclusivo. Vi sono tuttavia
dei passaggi che letti adesso con l'occhio occidentale in cui l'inferiorità della donna sembrerebbe emergere,
ma queste differenze riguardano la sfera sociale e non quella spirituale. Compito dello studioso è analizzare
il testo in maniera critica. Altro stereotipo dell’Islam è la poligamia. Della poligamia si parla nella sura delle
donne, in cui si descrive come dovrebbe essere un matrimonio musulmano. Il testo indica sino a quattro il
numero di mogli permesse ad ogni uomo, purché il marito sia in grado di trattarle tutto allo stesso modo
(principio di parità). Involontariamente quindi si stabilisce così un principio di parità, perché infatti se un
uomo non può trattare allo stesso modo più donne, ne prenderà in moglie una sola. Quando Maometto si
stabilì con la sua comunità di fedeli a Yatrib, essi ebbero numerosi scontri con le carovane dei meccani
ancora politeisti. Dopo una sanguinosa battaglia molte donne della comunità rimasero così vedove, allora
Maometto concesse la poligamia per salvarle dall'esclusione sociale. Si dava infatti molta importanza alla
sicurezza del clan, in cui una donna senza marito era una vittima di esclusione sociale. L’introduzione della
poligamia all’inizio del settimo secolo fu un miglioramento sociale, perché in questo modo le vedove
potevano salvarsi e allo stesso tempo la comunità non perdeva elementi. La poligamia è ancora piuttosto
diffusa. Soprattutto nell’Africa Subsahariana, dove circa il 50% delle donne è inserito in famiglie
poligamiche. Per quanto riguarda le successioni, alla donna era garantita metà della quota di un uomo.
Anche nei processi, grazie all'islam, il ruolo della donna comincia ad essere considerato, e la testimonianza
di un processo vale metà di quella di un uomo. La legge islamica assicurava inoltre che una donna avesse il
diritto di possedere e amministrare beni propri, collocando quindi la religione di Maometto anni-luce avanti
al cristianesimo europeo dell’epoca. Quanto all’abbigliamento, nel Corano vi sono disposizioni sia per gli
uomini che per le donne. Da nessuna parte, tuttavia, è scritto che le donne debbano annullare la propria
presenza. Nel caso specifico è chiesto alle donne di non mostrare le loro bellezze in pubblico eccetto quel
che è correttamente visibile e «che si coprano il petto con un velo». Soltanto alle mogli e alle figlie del
profeta viene chiesto di coprirsi con mantelli per poterle chiaramente distinguere dalle altre donne,
affinché esse non vengano offese. La questione nasce proprio dalle successive interpretazioni del Corano
che, come per altro è successo in tutte le grandi religioni, sono rimasta appannaggio pressoché esclusivo di
giuristi uomini. E' proprio a causa di alcune interpretazioni che in alcuni stati vengono usati diversi costumi.
Oggi la condizione della donna nei Paesi musulmani varia a seconda dello stato, presentandosi talvolta in
maniera fortemente contraddittoria.

• Arabia Saudita→ Con la sua capitale Riyad, occupa buona parte della penisola arabica.
Politicamente è una monarchia assoluta, è presente quindi una famiglia reale, una casa regnante.
Non vige la separazione dei poteri (base di ogni stato democratico moderno). L’islam (sunnita) è
religione di stato e ai cittadini sauditi non è consentito di professare altre fedi e se qualcuno si
allontana dalla religione rischia una condanna per apostasia (abbandono della fede) per cui è
prevista la pena di morte. Ai lavoratori stranieri che si trovano lì non è neppure consentito portarsi
dietro testi sacri o professare la propria religione. Un ebreo con un passaporto israeliano non può
mettere piedi in Arabia. L'unica minoranza “tollerata” è quella sciita, che però è fortemente
discriminata. La grande pecca dell’Arabia Saudita è costituita dalle violazioni dei diritti umani che
comprendono la repressione contro giornalisti, accademici, oppositori, attivisti per i diritti delle
donne. La situazione femminile, stando sempre a quanto riportato da Amnesty International resta
inficiata da numerose prevaricazioni: in sede giudiziaria la testimonianza di una donna vale la metà
di quella di un uomo, e hanno diritto ad una quota dimezzata in caso di eredità, per potersi sposare
hanno necessità del permesso di un tutore e, se intendono sposare uno straniero, devono chiedere
al Ministro degli Interni. Sono costrette ad usare l’abaya e non possono interagire liberamente con
uomini che non siano parenti tanto che locali e mezzi pubblici hanno settori suddivisi. Soltanto da
giugno 2018 è concesso il diritto di guida alle donne, anche se ancora oggi molti sauditi pensano
che questo finirà col creare conseguenze sociali piuttosto rilevanti dal momento che in occasione di
controlli le donne dovrebbero sollevare il velo dinanzi a un uomo che non è loro congiunto. È
recente anche la notizia che sia stata creata un’app che permette agli uomini di svolgere alcune
azioni per conto delle donne e di monitorare i loro spostamenti.
• Egitto→ La conquista islamica risale ad un periodo tra il 639 e il 642 d.C., quando l’Egitto aveva
ormai da secoli abbracciato il cristianesimo. Seguono vari scontri tra diverse fazioni dell’islam, in
seguito l’Egitto inizia a far parte dell’impero ottomano, conquistando nel 1811 La Mecca, Gedda e
Medina. Capitale Il Cairo, dal 1953 ha scelto di darsi una forma di governo repubblicana anche se il
primo presidente è stato rimpiazzato nel ’56 da Nasser con un colpo di stato. È stato uno dei Paesi
che nel ’48 ha contribuito a dare vita alla prima delle tante guerre contro Israele non uscendone
però vittorioso. Nell’antico Egitto le donne erano rispettate e potevano godere di uno status sociale
per nulla inferiore a quello dell’uomo. Al giorno d’oggi, invece, la condizione della donna è tra le
peggiori al mondo. Dal 1965 il governo aveva proibito ogni discriminazione di genere, ma questo
causò il risentimento delle forze islamiste che pian piano avanzavano pretese politiche a scapito
delle donne che causarono l’aumento della disoccupazione femminile, in seguito anche gli abiti
finirono col subire drastico mutamento. Le mutilazioni genitali sono state ufficialmente vietate a
partire dal 2008 e nel 2016 sono state definite come vero e proprio crimine. Tuttavia la pratica è
ancora diffusa, così come lo sono gli stupri. Ultimamente qualcosa sta iniziando lentamente a
muoversi, tanto che sono state organizzate unità anti violenza ed è stata anche ideata un app che
funge da guardiano per l’incolumità delle donne.
• Giordania→ Capitale Amman. Per anni la storia di Giordania e Israele si sono intrecciate, in quanto
conosciute col nome di Palestina sino a che la Gran Bretagna non le suddivise. Dal punto di vista
politico si tratta di una monarchia costituzionale in cui il re è discendente diretto di Maometto. La
Giordania è un paese ricco di contraddizioni: da un lato la situazione femminile appare migliore che
in altri paesi islamici (diritto a istruzione completa, possono votare, guidare e lavorare), d’altro lato
le donne sono soggette a numerose discriminazioni, compresa quella del dimezzamento
dell’eredità. Le lavoratrici possiedono meno diritti rispetto agli uomini. I delitti d’onore sono ancora
troppo perseguiti e puniti con pochi mesi di galera. Un passo avanti è stato compiuto nel 2017 con
l’abolizione dell’articolo del Codice Penale con cui si obbligava una donna a sposare un uomo che
l’aveva stuprata al fine di proteggere l’onore della famiglia.
• Iran→ Con capitale Teheran, occupa per larga parte il territorio dell’antica Persia. Mentre l’Arabia
Saudita è sempre stato un paese rigido, l’Iran ha avuto un’evoluzione a ritroso. Nel Novecento ha
visto instaurarsi la dittatura dinastica dei Pahlavi, che acquisiranno il titolo di Shah (o Scià) di Persia.
Durante il periodo degli Shah, l’Iran conobbe un processo di modernizzazione e occidentalizzazione,
arrivando anche a vietare il velo per le donne. Lo stato degli Shah era uno stato laico. Tutto questo
è andato in contrasto con i capi sciiti che fomentarono una rivolta di popolo contro la depravazione
degli Shah, tant'è che dal 1979 è diventato una repubblica islamica, infatti il programma di riforma
diede vita a numerose ribellioni poi sfociate nella Rivoluzione del ’79. L’avvento della repubblica
islamica ha comportato un lento e progressivo decadimento dei diritti umani. Se al tempo degli
Shah la donna era di fatto emancipata, dopo l’istituzione della repubblica islamica, la marcia si è
invertita bruscamente. Con la differenza però che le proteste femminili hanno avuto un ruolo-
chiave nella rivolta contro gli Shah nel 1979, e hanno così inconsapevolmente spianato la strada ad
un governo che rifacendosi di interpretazioni della legge islamica impose loro determinati costumi
contro la loro personale libertà. In seguito il puritanesimo imposto da Khomeini richiedeva una
donna sottomessa e in generale un ritorno dell’ordine passato. A quarant’anni dalla Rivoluzione la
situazione delle donne è in parte migliorata e l’Iran viene riconosciuto come democrazia, seppur
incompiuta per quanto riguarda i diritti femminili. La quota ereditaria è ancora dimezzata così come
lo è il valore della loro testimonianza in tribunale. Il velo è obbligatorio. Si è reintrodotto la
poligamia, anche se con la clausola che prevede il consenso della prima moglie. Grande disparità a
livello giuridico: l’omosessualità maschile è punita con la morte, quella femminile con “solo” 100
frustate. In caso di adulterio, tuttavia, le donne vengono ancora condannate alla lapidazione.
Moltissime persone si sono mobilitate e si stanno mobilitando per migliorare la questione
femminile e in generale la gestione dei diritti umani in generale nel Paese.
• Tunisia→ Capitale Tunisi. Stato indipendente dal 1956, con Bourguiba si ha un’impronta laica del
Paese per poi avere un regime autoritario e violento con Ben Alì, alla base delle rivolte del 2010
(Primavera Araba). Nel 2014 entra in vigore una costituzione che sancisce l’uguaglianza tra uomini e
donne, ma ciò non accade sotto ogni aspetto, tanto che la nuova battaglia per le elezioni del 2019
si gioca sul tema dell’eredità femminile. Nonostante tutto la Tunisia è identificato come il miglior
paese islamico quanto ai diritti delle donne. Nel luglio 2017 il Parlamento ha approvato la legge
contro i maltrattamenti e le violenze sulle donne, nonostante ciò nel 2012 si riscontrò un caso in cui
una giovane è stata stuprata da dei poliziotti.
• Daesh→ capitale Isis. Nel 2014 è nato (o rinato) ufficialmente il Califfato Islamico (Daesh) con a
capo l’autoproclamato califfo Abu Bakr alBaghdadi. Lo scopo era quello di annientare non soltanto
l’Occidente infedele (ebrei e cristiani), ma anche gli sciiti e tutti i Paesi islamici che avessero
rifiutato la sottomissione. L’ISIS si è inserito nel vuoto di potere lasciato in Iraq e in Siria e ha
cominciato a far nascere la mssione di sottomissione anche di tutti gli altri stati islamici. In queste
zone ci furono anche fascie di resistenza, come ad e. i Curdi. Abu Bakr al-Baghdadi nell’aprile 2019
ha annunciato la sconfitta dello Stato Islamico, lasciando dietro di sé decine di migliaia di morti e
due Paesi (Iraq e Siria) semplicemente devastati. Lo stesso al-Baghdadi si è suicidato il 27 ottobre
2019. La condizione della donna sotto il Califfato è stata a dir poco tremenda. Alle donne era
imposta la più completa sottomissione. I rapimenti di massa di ragazze e bambine non musulmane
sono tristemente noti. Le possibilità erano due: o la conversione o l’essere vendute come mogli dei
combattenti. Le stesse donne sunnite che avessero anche solo lontanamente violato le dure leggi
del Califfato sarebbero incorse in torture e violenze.

Come è possibile quindi visto che il Corano non offre spunti di discriminazione, il fatto che la situazione sia
questa? Il problema è la radicalizzazione e strumentalizzazione del testo coranico, in primis per gli stessi
musulmani. La questione è molto complessa e si basa perlopiù su traduzioni, interpretazioni e citazioni
coraniche decontestualizzate e riprese in maniera chiaramente strumentale. Un altro strumento molto
utilizzato da alcuni predicatori ben poco illuminati, sono i già citati hadith (moti o episodi di vita di
Maometto). Gli hadith (trasmessi oralmente) hanno molto spesso fonti incerte e una scarsissima validità sul
piano scientifico.

Vediamo che quelli che


praticano l’ebraismo vengono
riconosciuti come degni di una
ricompensa presso il signore.

Il Corano lancia pochi spunti


alla violenza gratuita. Mentre
la fonte coranica è una fonte
canonizzata è di gran lunga più
attendibile che uno hadith di
questo libro

In Europa noi abbiamo un evento simile legato ad Aristotele che, come Maometto, essendo un personaggio
molto importante, è stato oggetto di fonti incerte.
SECONDA PARTE

CAPITOLO 1: Oriente e Occidente: dannose incomprensioni

Uno scontro senza fine

L’11 settembre 2001 è una data-spartiacque di fondamentale importanza. L’attacco terroristico di New York
e Washington che ha visto alcuni dirottatori appartenenti ad Al Qaeda far schiantare degli aerei contro le
torri gemelle e sul pentagono, ha radicalmente cambiato gli equilibri geopolitici internazionali, ponendo
tanto l’Oriente quanto l’Occidente di fronte ai propri paradigmi identitari. Prima di quella data, il discorso
del medioriente non era così sentito com'è successo da lì in poi. In quel giorno è comparso sulla scena il
terrorismo internazionale. Tutti i conflitti che sono avvenuti da quella data in poi hanno assunto ruoli
diversi, perché da quel giorno l'occidente ha iniziato a scegliere con più cautela i paesi a cui dichiarare
guerra nell'oriente. Su questo filone si sono mosse le ricerche di due importanti studiosi che parleranno,
rispettivamente, di scontro delle civiltà e scontro dei monoteismi: Samuel Huntington e Reza Aslan.
SCONTRO DELLE CIVILTÀ→ Huntington sostiene che durante la Guerra Fredda, la contrapposizione Est-
Ovest fosse determinata da fattori politico-ideologici. Con la fine dei regimi comunisti, la situazione è
cambiata. Non vi è più un “nemico” forte da combattere e in contrapposizione al quale costruire la propria
identità. L'occidente ha bisogno di ridarsi un significato perché senza l'Unione Sovietica non c'è più il
nemico. Gli stati-nazione hanno cominciato a unirsi in base a ciò che veniva visto come “simile” dal punto di
vista culturale: tuttavia, l’appiattimento su modelli sempre più globalizzati ha fatto sì che, parallelamente
tornassero alla ribalta movimenti radicali nel senso più ampio del termine. Il progresso delle civiltà sarebbe
una diretta conseguenza della presa di potere di un piccolo numero di potenze mondiali che agiscono in
base alla loro sfera di influenza. Nel caso del medioriente, la popolazione islamica ha sofferto della
mancanza di stati centrali, fenomeno che ne ha limitato il processo di modernizzazione. Secondo
Huntington, inoltre, l’origine della natura conflittuale tra islam e cristianità prevede cinque fattori: la
crescita della popolazione musulmana (tanti disoccupati e insoddisfatti, reclutati dalla causa islamica); la
resurgence of Islam, percepita come espressione della superiorità di tale religione rispetto alle altre; il
tentativo dell’Occidente di universalizzare valori e istituzioni e di mantenere la propria superiorità militare;
senza la comune minaccia del Comunismo, Occidente e Islam si ritengono antagonisti; la crescente
comunicazione tra Islam e Occidente ha amplificato la percezione delle differenza tra le due società. Il
“rigurgito” culturale proposto da Huntington come base allo scontro Occidente-Islam nascerebbe dunque
una grave crisi identitaria e dalla precarietà valoriale e sociale imposta dalla globalizzazione; se siamo tutti
uguali e le idee politiche appaiono sempre più sfumate, in che modo l'essere singolo può affermare la
propria identità? La volontà di distinzione è un tratto comune all’essere umano, come singolo e come
gruppo sociale. Huntington dice che nel 2000 lo scontro Oriente-Occidente sarà uno scontro culturale e non
religioso in senso stretto. La soluzione a questo scontro tra culture sarebbe, secondo lui, l’estensione coatta
del modello isolazionista americano a tutto l’Occidente. L’Occidente deve quindi prendere atto della
deoccidentalizzazione del mondo moderno e dopo smettere di intervenire sulla scacchiera internazionale e
difendere entro i propri confini i valori universalmente condivisi (modello simile a quello che aveva
proposto Trump nel 2016: gli USA devono smettere di occuparsi del medioriente, contro la Clinton che
avrebbe continuato la politica interventista iniziata da Bush negli anni 90 e continuata da Obama).
SCONTRO DEI MONOTEISMI→ Aslan è di origine iraniana, ma ha studiato sociologia delle religioni negli
USA, perciò ha una mentalità nel mezzo tra la cultura islamica e quella occidentale. Al contrario di quanto
proposto da Hurington, Reza Aslan è convinto che alla radice del conflitto non ci sia lo scontro culturale
delle civiltà ma la matrice religiosa. La guerra tuttavia sarebbe la diretta conseguenza di una problematicità
insita nella nozione stessa di “monoteismo”: se esiste un solo dio, il mio (per forza di cose) non può essere il
tuo, perciò qualcuno deve aver torto. E' difficile accettare di avere torto in un dibattito religioso. Nel
conflitto cristianesimo-islam le zone grigie sono tantissime. Non è sempre facile stabilire, guardando la
situazione con il giusto spirito critico, chi siano i «buoni» e chi i «cattivi». Questo perché i dogmi di fede si
sono ormai indissolubilmente legati alla loro applicazione sul piano politico. Questa è una situazione così
complessa ed è praticamente impossibile risalire alla radice del problema. Negli ultimi anni si è arrivati a dei
ruoli di tifoseria (fazioni), il che è un errore perché non si tiene conto dei retroscena culturali. La situazione,
quasi vent'anni dopo , è ancora di stallo. Secondo l’intellettuale la soluzione è l’educazione e la tolleranza
reciproca, ma soprattutto una più profonda comprensione della religione stessa e della sua storia. Dicendo
questo, Aslan separa nettamente il concetto di “religione” da quello di “fede”. La prima è un’istituzione e in
quanto tale va compresa e studiata. La fede invece è spiritualità ed è personale. La fede per certi versi ha
bisogno della religione per fornire un linguaggio comune in modo che i credenti possano fare esperienza
collettiva della Divinità. Lo scontro diventa però inevitabile quando la fede rimane soltanto prigioniera della
religione.

Tolleranza o coesistenza?

Aslan propone come soluzione la tolleranza, ma cosa cambia tra tolleranza e coesistenza? La
secolarizzazione cristiana, che ha trovato la propria realizzazione massiva nella seconda metà del
Novecento in gran parte dell’Europa, è il prodotto finale di una serie di cambiamenti avvenuti dal
Medioevo. Il cristianesimo europeo ha dovuto fare i conti con le molteplici divisioni interne; ecco perché i
concetti di «tolleranza» e «coesistenza» (ancorché diversi nella sostanza) sono alla base del dibattito
culturale europeo. Dalla nostra prospettiva spesso ci viene difficile capire la mentalità dei paesi musulmani
e viceversa. Questo perché la società laica di oggi è il prodotto finale di una serie di cambiamenti che noi
viviamo sin dal medioevo. Bisogna essere tolleranti con le minoranze o coesistere? Noi europei
inevitabilmente ci portiamo dietro queste domande dai tempi della riforma protestante del 500. La
differenza si basa sul fatto che il termine tolleranza dà per scontato che ci sia una religione superiore alle
altre. Nel 1848 venne promulgato lo statuto albertino, dove viene scritto che il cristianesimo è la religione
di stato e che le altre sono comunque tollerate. La tolleranza dunque è la soluzione migliore, però impone
comunque una non parità. Bernard Lewis preferisce la coesistenza, poiché presuppone un’uguaglianza per
natura nella scelta religiosa e non parte dal concetto di maggioranza (che comanda) e minoranza, tutto è
sullo stesso piano. Secondo il Corano, la conversione non può e non deve essere imposta, ma è necessario
che il fedele guidi chi non crede alla conversione. Di fatto, ai tempi di Maometto non è noto alcun caso di
conversione forzata. Si pensi anche all’episodio del Califfo Omar e della vecchia cristiana in cui nonostante i
vari tentativi l’anziana avendo creduto fino a quel momento ad una cosa diversa si rifiuta di cambiare il suo
credo e alla fine il califfo accetta la sua decisione. Tuttavia, gli storici, partendo proprio dall’analisi del
Corano stesso, esprimono opinioni discordanti. Le sure del periodo medinese sono decisamente meno
pacifiche, ma anche qui bisogna contestualizzare. Secondo il principio dell'abrogazione le sure più recenti
sostituiscono le prime. Nel periodo meccano Maometto si trovava ad essere una minoranza circondata da
pagani, nel periodo medinese invece aveva bisogno di legittimare il proprio potere, per cui la sottomissione
citata nel Corano tuttavia è soltanto sul piano politico. Gli unici infedeli da convertire con la forza sono i
pagani, perché è come se adorassero il demonio. Il principio dell’abrogazione è alla base della legge
islamica e prevede che le sure più recenti annullino e sostituiscano quelle precedenti.

Una convivenza impossibile?

Islam e cristianesimo hanno moltissime affinità. Si può dire siano religioni sorelle (Lewis, 1993). Ecco perché
tra le due confessioni si è sempre manifestata una forte rivalità talora pacifica e talora violenta. Spesso i
cristiani che vivevano sotto i domini musulmani erano costretti a pagare una tassa ed erano in qualche
modo funzionali alla società del tempo. Stessa funzione, per esempio, che i cristiani riconosceranno in
Europa agli ebrei. Secondo Lewis mondo islamico e mondo cristiano faticano a convivere per tre motivi:

1. differente sistema legislativo (legge umana vs. legge rivelata da Dio);


2. l’obbligo di migrazione (precetto per i musulmani);
3. il proselitismo, in quanto è dovere per ogni musulmano portare la fede ai miscredenti, ma l’islam
rispetto al cristianesimo non ha missionari, poiché si tratta di una missione che ogni membro deve
compiere.

Il dibattito sulla possibilità di convivenza e di tolleranza tra Occidente e mondo islamico ha origine da una
discrepanza logica: poiché ognuno è libero di esercitare la propria professione di fede senza costrizioni,
nonostante uno dei principali doveri di un buon musulmano sia quello di promuovere la vera fede. Tuttavia,
abbandonarla o persuadere un altro a farlo è peccato e crimine. Secondo tale ragionamento, per
mantenere una vita autenticamente musulmana è necessario vivere sotto un governo islamico.
Una delle domande che ci si pone frequentemente in occidente è se e quando le nazioni islamiche possano
intraprendere un processo di secolarizzazione. Per secolarismo si intende la nozione di chiesa e stato
concepite come due entità distinte, con le rispettive leggi, gerarchie, giurisdizioni. Il processo di
secolarizzazione sta incontrando notevoli difficoltà poiché tale modello (tipico della società cristiana) risulta
contrario al concetto stesso di potere nell'Islam. Potere spirituale e temporale spesse volte coincidono.

Ciò è così fin dalle origini: la


carriera di Maometto in quanto
soldato e uomo di Stato non fu
un’aggiunta alla sua missione
profetica, bensì fu parte
essenziale di questa. Bernard
Lewis fa notare come termini
legati a quello che viene definito linguaggio della regalità, quali re, malik, assumano all’interno del testo
coranico una chiara connotazione negativa, poiché viene criticata ogni forma di governo che sia intesa
come mero esercizio del potere militare. È curioso osservare come la parola di origine araba siyasat (che in
turco significa «politica») in origine fosse l’arte di ammaestrare i cavalli, un esercizio di disciplina. Le stesse
parole, di istituzione abbastanza recente, come «sultano» ed «emiro», rimandano a due parole arabe che
indicano la forza e il comando. Anche il termine «sceicco» (lett. «anziano») rimane a metà strada fra
l’esercizio del potere spirituale come capo della comunità e il potere temporale del capotribù. Il mondo
islamico, secondo Lewis (1993), si è sentito minacciato dal forte espansionismo europeo del Settecento. La
risposta a tale minaccia poteva essere duplice: o imparare dal nemico o rifugiarsi nel conservatorismo. Per i
musulmani il fallimento in Terra è grave. Ecco perché il modello occidentale (e modernizzatore) è stato in
molti casi respinto e rigettato come corpo estraneo. Ad oggi, il secolarismo viene percepito dalla maggior
parte dei musulmani come negativo, poiché andrebbe a minare la basi stesse della cultura islamica, per
come è nata e per come si è evoluta. Nei momenti di crisi, l’islam politico rimane una delle più facili forme
di consenso nei Paesi musulmani.
CAPITOLO 2: La donna musulmana

Il movimento femminista musulmano è un fenomeno relativamente recente. Ultimamente dunque anche


nel mondo islamico si sta cominciando a parlare della donna come parte attiva nel contesto socio-
antropologico. La prima a mettere in discussione l’interpretazione maschilista del Corano è stata Leila
Ahmed, studiosa americana di origine egiziana. Il movimento femminista musulmano conduce una
sofisticata battaglia filologica basata sulle re-interpretazione del testo sacro senza uscire dalla cornice
dell’islam. Proprio per questi motivi, le femministe si definiscono “figlie di Shehrazade” in onore del celebre
personaggio delle Mille e una notte (“Raccontami una storia o ti ammazzo!”). Ci sono molte barriere che
limitano la libertà femminile in diverse aree, quali la legge, la politica, l’educazione e il lavoro. Numerosi
Stati arabi hanno firmato la Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women,
ma nonostante il fatto che a livello costituzionale l’uguaglianza tra uomo e donna sia stata riconosciuta,
molti di questi stati non hanno leggi che eliminino la discriminazione di genere. L’impegno dello Stato per
proteggere le donne nella maggior parte dei casi non trova riscontro nel codice penale. Pare tuttavia che
nell’ultimo decennio stiamo assistendo ad una svolta più liberale in alcuni Stati musulmani (Marocco,
Tunisia), emendamenti progressisti sono stati approvati anche in Algeria e Bahrain. Le giuriste arabe stanno
lavorando alla traduzione del Corano, poiché ritengano che esso stesso, riportato all’originalità del suo
messaggio, possa diventare fondamentale per la salvaguardia dei diritti umani. Con Amina Wadud, si è
iniziato a parlare di jihad (lett.«sforzo» per traslato «guerra santa») di genere→ È la cosiddetta gender
jihad. L’impresa che le femministe islamiche cercano di compiere è sicuramente difficile, in particolare per i
seguenti motivi:

1. l’arabo antico è una lingua polisemica (1 parola= iù significati possibili);


2. il Corano è stato messo per iscritto diversi anni dopo la morte di Maometto;
3. Gli hadith (Maometto come auctoritas)

Il Corano così come lo conosciamo, deriva dalla versione detta Vulgata di Uthman datata 650. Prima c’erano
diverse versioni del testo sacro, talvolta molto discordanti. Non essendoci poi nel Corano vere norme di
comportamento, in un periodo successivo sono nati gli hadith, per rispondere alle questioni giuridiche di
una società che si stava espandendo e stava affermando la propria identità culturale. Pare inoltre che il
Corano sia stato interpretato in chiave misogina dal califfo Umar. Il primo obiettivo per le femministe
musulmane è quello di liberarsi dall’oggettivazione sessuale del corpo. Ciò, a ben pensarci, è un obiettivo
comune a tutte le femministe del mondo. Anche in Occidente tuttavia il corpo femminile è spesso trattato
al pari di un oggetto. Nel mondo islamico, molte volte, la decenza o meno di un corpo femminile è
determinato dall’uso dell’hijab (Hijab: copre solo i capelli; Chador: copre il corpo lasciando scoperto il viso,
tipico dell'Iran; Niqab: simile al chador con una parte di velo che lascia soltanto gli occhi scoperti; Burka : la
donna risulta totalmente coperte, non permettendo agli altri di vedere neanche gli occhi della persona che
hanno davanti). Proprio l’uso del velo determina se un corpo è ahlaki (morale) o ahlakiz (immorale). Molte
donne scelgono di indossarlo, sia perché lo ritengono uno strumento di liberazione, in quanto consente loro
di essere riconosciute come praticanti e di sottrarsi da attenzioni sessuali indesiderate, sia perché è
diventato un accessorio di moda. Il velo islamico non è una prescrizione strettamente religiosa. Per questo
motivo, esistono diverse tipologie di velo legate perlopiù all’area geografica di riferimento. Il burka è tipico
dell’Afganistan e del Pakistan, il niqab si trova perlopiù in Arabia Saudita (era già usanza preislamica) e nei
Paesi vicini come la Giordania. Lo chador è iraniano. L’hijab invece è usato maggiormente negli stati
nordafricani. Quest’ultimo, tuttavia, è diffuso in maniera abbastanza trasversale in tutto il mondo islamico.
Nelle popolazioni preislamiche dell’Arabia saudita, le donne giravano tutte coperte come simbolo di nobiltà
e di prestigio, mentre scoperte erano le schiave.Fra Ottocento e Novecento l’uso dell’hijab era andato
progressivamente calando, fino ad essere addirittura vietato in stati come Turchia e Iran (laicizzazione). Il
trend si è invertito negli anni Ottanta con l’avanzata dell’Islam radicale, che ha fatto sì che l’uso del velo sia
aumentato (e in alcuni stati è obbligatorio per legge). Un’altra ragione per cui l’uso dell’hijab è diventato
nuovamente consuetudine è la reazione di delusione nei confronti del mancato avvento della democrazia.

Le mutilazioni genitali

In alcuni paesi del mondo si praticano tutt’ora questi riti, che prevedono la mutilazione dei genitali
femminili. Secondo l’UNICEF sono almeno 200 milioni le donne e le ragazze che vivono con mutilazioni
genitali. Le mutilazioni sono di tre tipi:

1. clitoridectomia (asportazione clitoride);


2. escissione (asportazione clitoride e piccole labbra);
3. infibulazione (escissione con raschiamento grandi labbra che poi si cicatrizzano chiudendo gran
parte della vagina).

Le ragioni che portano in alcuni Paesi musulmani (perlopiù africani oltre a Yemen, Emirati Arabi e
Indonesia) a portare avanti tali pratiche sono molteplici: identità culturale (di tipo tribale), identità di
genere (clitoride parte maschile da estirpare), controllo sessuale (limitare adulteri), false credenze di igiene
e la religione (pratica pre-islamica). Il Corano parla di mutilazioni? Assolutamente NO. Il Corano non parla di
mutilazoni genitali, a maggior ragione, c’è da dire che il Profeta ebbe quattro figlie e non vi è alcuna fonte
storica che indichi di una qualsiasi mutilazione dei genitali. Queste sono alcune delle argomentazioni
sostenute dalla sessuologa Heba Kotb, conduttrice del programma egiziano The Big Talk, che mira a farsi
informatrice in paesi dove la pratica di mutilazione è ancora diffusa. L'Egitto è uno dei paesi più colpiti dalla
piaga delle mutilazioni genitali (nonostante sia vietato per legge dal 2016). Spesso nonostante la battaglia
contro la discriminazione e mutilazione assistiamo alla legge dello stato e alla prassi (nelle campagne). Da
poco in Egitto esiste anche un’app per segnalare violenze femminili e chiedere aiuto. In molti paesi
musulmani la sessualità è considerata un vero e proprio tabù. La tendenza repressiva tipica di queste
società porta a pericolose derive violente. In Occidente molto spesso si pensa alla donna musulmana come
vittima passiva di una società maschilista. In realtà, come abbiamo già avuto modo di vedere, si tratta di
uno stereotipo. Il femminismo islamico negli ultimi anni ha prodotto numerose proteste e sollevazioni
contro le sempre più rigide regole imposte in alcuni stati. In Turchia, ad esempio, negli anni Novanta ebbe
luogo una protesta contro il test di verginità imposto dallo stato turco. Alla fine il movimento riuscì ad
imporre un proprio emendamento con cui si decideva che l’esame di verginità potesse essere fatto solo con
il consenso della donna. L’avvento di Internet e dei social network ha sicuramente cambiato la
consapevolezza di tante donne sulla loro condizione, dando altresì una nuova dimensione (globale ed extra-
spaziale) alle proteste femministe nel mondo islamico. Nel 2017 in Iran è stato istituito il «mercoledì
bianco»: una forma di resistenza passiva contro l’obbligo del velo. Le manifestanti giravano con un velo
bianco. Occasionalmente potevano toglierselo sul ciglio della strada o appenderlo a un bastone di legno. I
video postati sui social hanno dato modo di documentare le violenze verbali (e non solo) subite da parte
della polizia religiosa. Nel 2018 in Arabia Saudita decine di donne hanno dato luogo ad una protesta
singolare cominciando ad indossare l'abaya al contrario (tipico abito nero che lascia solo il viso scoperto).
Pur avendo il principe saudita dichiarato che l'abaya non fosse obbligatorio, molte donne lamentano che in
caso di mancata osservanza si rischiasse di essere fermate dalla polizia, perché non rispettavano le regole di
decenza.
CAPITOLO 3: La contestualizzazione del Corano, Abu Zayd e Amina Wadud

L'ermeneutica umanistica e democratica

Il teologo egiziano Abu Zayd è un teologo egiziano autore di una nuova lettura del testo coranico basata sul
dialogo interculturale. Per fornire questa nuova interpretazione, Zayd si appoggia al concetto di
ermeneutica (ermeneutica: arte, tecnica e attività di interpretare il senso di testi antichi, leggi, documenti
storici e simili). Un’ermeneutica che lui stesso definirà umanistica e democratica. Egli pur essendo credente,
si colloca in discontinuità con alcuni maestri della legge che sostengono che il corano non sia storicizzabile o
interpretabile. Egli considera il Corano innanzitutto un prodotto linguistico storico-culturale che, in quanto
tale, necessita di continue interpretazioni e di un rapporto dialogico fra testo e lettore. Hans-Georg
Gadamer parla di «fusione di orizzonti». Il dialogo tra il testo e l’interprete è fondamentale poiché la parola
di Dio deve essere considerata come un messaggio tra un emittente e un ricevente attraverso un sistema
linguistico. L’approccio ermeneutico consiste nell’analisi di ciò che è evidente, ossia la dimensione storica
facilmente accessibile alla ragione umana, per risalire a verità più complesse, quindi la dimensione
universale, alla quale l’uomo potrà accedere in un secondo momento. Al contrario, l’approccio tipico degli
Ulama (i dotti nelle scienze religiose) corrisponde ad un’analisi di verità mistiche e complesse. Si tratta di un
processo logico che procede dal presente verso il passato, secondo Abu Zayd il testo sacro diventa quindi
strumento di giustificazione del reale, che non permette alle società islamiche di progredire. In tal modo gli
Ulama ne adattano l’interpretazione, affinché il termine progresso venga associato ad un ritorno alle origini
(radicalismo islamico). Se si tralascia la sua dimensione umana e storica, il significato del Corano viene
cristallizzato e reso immutabile. Prima di Maometto, la penisola arabica era abitata da tribù pagane in
perenne conflitto fra loro. Vi era però una minaccia comune: la Persia. Le tribù infatti avevano messo da
parte le loro rivalità per concentrarsi contro i persiani, che saranno sconfitti nella battaglia di Dhu Quar
(611, maometto ha appena iniziato a predicare), oggi nell’attuale Iraq. A quel punto serviva solo
un’ideologia comune per resistere e sopravvivere. In quel momento Dio entra nella storia. Questo secondo
Abu Zayd è il motivo del successo dell’islam: Maometto è stato il primo che si è posto delle domande e ha
dato delle risposte a una società in forte crisi. Le prime sure sono più semplici e diventano gradualmente
più difficili per permettere una corretta accettazione del messaggio divino. Un altro principio fondamentale
dell’ermeneutica di Zayd è la differenza tra langue e parole. Quest’ultima indica il modo in cui ogni
individuo utilizza la langue con la quale si esprime. Secondo il teologo egiziano, il Corano possiede una
parole distinta della lingua araba, poiché nonostante Dio abbia scelto come mezzo di comunicazione
l’arabo, utilizza una modalità individuale per esprimersi, quindi una parole unica e particolare. Qui
ritroviamo l’importanza della dimensione storica del Corano, infatti Dio avrebbe deciso di rivelare la sua
parola in un determinato secondo, ad una determinata società e attraverso uno specifico mezzo di
comunicazione. La langue araba ha una sua storicità, e dato che la rivelazione è avvenuta nel tempo e nello
spazio, anch’essa è caratterizzata da storicità. L’ultimo principio dell’ermeneutica di Abu Zayd è la
distinzione tra senso (interpretazione immediata) e significato (analisi estemporanea dal contesto storico di
origine).

La sura delle donne

La sura delle donne (Sura An-Nisa) fu rivelata secondo la tradizione durante il periodo medinese. Si tratta
della sura più strumentalizzata dagli estremisti. Sia Abu Zayd sia la studiosa Amina Wadud si sono cimentati
in una lettura di questa particolare sura del Corano in chiave non discriminatoria nei confronti della donna.
Entrambi hanno fatto leva sulla questione linguistica. Abu Zayd e Amina Wadud si sono soffermati
sull’analisi del primo versetto della Sura An-Nisa, che concerne la creazione dell’essere umano da parte di
Dio. Abu Zayd sostiene che uomo e donna siano messi sullo stesso piano, poiché si parla di nafsin, ossia un
essere unico non categorizzato. Non è la donna che nasce dalla costola dell’uomo come avviene nella
Genesi. Amina Wadud si concentra invece sulla radice zawg e nafs, che significano rispettivamente
«coppia» e «anima». Sulla base di queste radici linguistiche, la studiosa arriva ad affermare l’assoluta parità
di genere. Contestualizzando il Corano, i due studiosi mostrano chiaramente come la direzione da
intraprendere sia quella della parità di genere. Visto che sono equiparati sul piano spirituale, il Corano,
elevando la condizione femminile nella società pre-islamica, ha indicato chiaramente la rotta da seguire:
l’equiparazione anche sul piano sociale. Le interpretazioni maschiliste del testo sacro sono errate e
strumentali, poiché non considerano la società del tempo. Non si è raggiunta la completa uguaglianza solo
perché i tempi non erano maturi. Amina Wadud partendo dal presupposto che Allah sia giusto ed equo
pensa che a marito e moglie siano assegnate eque responsabilità all’interno della famiglia. Per motivi di
carattere biologico il compito più importante della donna è quello di dare alla luce i figli. Per cui, visto che il
compito del marito deve essere altrettanto importante, Dio gli dona la responsabilità del qiwamah, ossia
del sostentamento materiale della famiglia. Per quanto riguarda la poligamia, Abu Zayd ritiene che sia una
pratica caratteristica delle società tribali preislamiche e secondo lui il Corano l’avrebbe utilizzata per
risolvere una problematica sociale che caratterizzava l’epoca della rivelazione, ossia il grande numero di
bambini rimasti orfani. Molti stati musulmani reputano che la pratica della poligamia sia anticostituzionale.
Amina Wadud ritiene che tale cambiamento legislativo sia dovuto al fatto che nel VII secolo il matrimonio
dipendesse dalla necessità della donna di essere mantenuta dall’uomo, impossibile da sostenere nella
società moderna. Oggi questo non è più valido, dato che ci sono molte donne che lavorano e che quindi
non necessitano del supporto finanziario di un uomo, di conseguenza la poligamia non è più una soluzione
ad una problematica sociale. In conclusione, Abu Zayd afferma che nel testo coranico vi sia una
disuguaglianza di genere in ambito sociale, bilanciata da una forte uguaglianza in ambito religioso. Per cui il
compito dei musulmani è estendere tale uguaglianza religiosa in ambito sociale, seguendo le linee guida
introdotte dal Corano, che mostrano chiaramente una tendenza verso l’equiparazione tra uomo e donna e
quindi il progresso della società. Le interpretazioni maschiliste del testo sacro sono errate e strumentali,
poiché non considerano la società del tempo. Non si è raggiunta la completa uguaglianza solo perché i
tempi non erano maturi. La Medina del tempo del Profeta è la città presa come esempio (e pertanto
idealizzata) di come sarebbe dovuta essere la società islamica. Si tratta di un archetipo vero e proprio, in cui
uomini e donne vivevano insieme, pregavano insieme ed erano parte di una medesima comunità. In questo
contesto si distinsero per merito alcuni personaggi femminili legati alla vita di Maometto. Esse sono state
più volte riprese come modello dalle femministe islamiche e sono la dimostrazione forse più lampante di
come l’islam abbia contribuito a dare alla donna un ruolo decisamente più di rilievo. Le più importanti sono
Khadija, Fatima e Umm Waraqua.

• Khadija→ fu la prima moglie di Maometto ed è stata colei che ha permesso a Maometto di avere
un ruolo sociale più elevato (Maometto era rimasto orfano da molto piccolo e aveva bisogno di
qualcuno che lo inserisse nella società). Maometto sposa Khadija quando lei era molto più grande
di lui ma era molto ricca e permetterà a Maometto di gestire al meglio le proprie rotte commerciali
e ad affermarsi come leader nel suo ruolo sociale. L’unione con Maometto diede a quest’ultimo la
possibilità di avere protezione e disporre dei beni della moglie. Pare che questo sia stato uno dei
motivi che abbiano spinto il Profeta ad eliminare le disuguaglianze fra uomo e donna. Khadija, per i
musulmani, è un esempio di amore, di fedeltà ai doveri coniugali e di indipendenza.
• Fatima→ è la figlia prediletta del Profeta e di Khadija. Secondo alcuni studiosi rappresenta lo spirito
che ogni donna musulmana dovrebbe avere: combattiva e intraprendente. Fu lei stessa a scegliere
il proprio marito: Alì. La sua scelta fu così convinta che (pare) il Profeta in persona abbia vietato ad
Alì di prendere una seconda moglie per non arrecarle dolore. Su di lei circolano numerose leggende
e ancora oggi nell’islam la cosiddetta «mano di Fatima» è considerato un portafortuna.
• Umm Waraqua→ E' molto utilizzata oggi dalle femministe islamiche, questo perché la tradizione ci
dice che sia stata di fatto la prima imam donna, colui che ha il compito di guidare la preghiera
all'interno della sua comunità. C'è una legenda che narra di Maometto in visita a casa di Umm
Waraqua che le concede di condurre la preghiera di persona. Essendo tuttavia tali episodi
raccontati da alcuni hadith, la veridicità rimane molto incerta. Diversi studiosi contestano questa
visione. Alcuni specificano che il Profeta avrebbe sì dato il permesso, ma in casa sua. Non in
pubblico. Ad ogni modo, è accertato che partecipò anche alla battaglia di Badr (per aiutare i feriti) e
dopo la morte di Maometto, fu incaricata dal califfo Omar di gestire le rotte commerciali fra
Medina e La Mecca.
• Aisha→ una delle spose del Profeta, seconda favorita dopo Khadija. Considerata modello di
intelligenza e indipendenza femminile, è una pioniera nella storia del femminismo islamico
occupandosi in seconda persona di preservare e diffondere il messaggio del marito in seguito alla
sua morte. Nel Corano è spesso definita Madre dei credenti. Durante il terzo califfato di Uthman,
nonostante non fosse d’accordo con le sue idee politiche, manifesta la sua indignazione nei
confronti del suo assassinio ordito da Alì. In seguito alla sconfitta dei ribelli nella Battaglia del
Camello è costretta a vivere lontana dalla vita pubblica.
• Umm Salamah→ è moglie di uno dei primi uomini a convertirsi alla religione musulmana (cugino
del Profeta). Lei e il marito furono costretti a migrare in Abissinia a causa delle persecuzioni dei non
credenti. Una volta ritornati nella penisola arabica furono costretti a scappare a Medina perché la
situazione non si era ancora stabilita. Dopo essere rimasta vedova divenne anche essa moglie di
Maometto. È stata una delle sue compagne più influenti, seconda solo a Kahdija. Era una donna
molto saggia ed intelligente, analfabeta, ma conosceva alla perfezione la legge islamica. Ha narrato
378 hadith.

APPENDICE: Donne arabe nei Territori Palestinesi e in Israele

La questione israelo-palestinese

La questione israelo-palestinese si trascina ormai da più di 100 anni. Le origini del problema, tuttavia, sono
addirittura antecedenti. Partiamo dal nome: la terra compresa fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo
era conosciuta fin dall’antichità con il nome di Terra d’Israele (Eretz Yisrael; anche se nella Bibbia viene
presentata più volte con confini diversi). Il termine «Palestina» (ricollegato al popolo dei filistei) fu
introdotto dall’imperatore Adriano (135 d.C.) con lo scopo di sradicare l’identità culturale dei giudei (la
Giudea era la provincia più problematica di tutto l’Impero romano). Soltanto nel VII secolo d.C. arriverà la
conquista islamica. In seguito, il territorio sarà per diversi secoli dominato dai turchi ottomani. I problemi
cominciano a sorgere nell’Ottocento, quando i funzionari ottomani vendettero i terreni agli ebrei d’Europa.
Con l’inasprirsi delle persecuzioni nel Vecchio Continente (Russia), diversi ebrei scelsero di fare ritorno in
quelle terre. Si trattava però ancora di una minoranza. Al termine della Grande Guerra (1914-1918) con
l’accordo SykesPicot inglesi e francesi si spartirono equamente le sfere d’influenza in Medioriente. Alla
Francia Siria e Libano, al Regno Unito Iraq e Palestina. Nel frattempo gli inglesi si erano impegnati tramite la
«dichiarazione Balfour» (1917) a costituire nella regione mediorientale uno stato ad hoc per il popolo
ebraico. Tale promessa non verrà mai rispettata. Il sempre maggiore numero di ebrei che scelsero
l’emigrazione (complice anche l’avvento del nazismo nel 1933) contribuì a inasprire il clima di tensione con i
musulmani. Per tutta risposta, gli inglesi si limitarono (spesso senza successo) a mantenere l’ordine fra le
opposte fazioni senza mettere davvero mano al problema. Mentre gli inglesi provavano a mantenere
l’ordine nella Palestina del tempo, le popolazioni arabe trovarono appoggio logistico e diplomatico presso
le potenze dell’Asse. Hitler accolse e ospitò più volte il Gran Muftì di Gerusalemme Amin al Husseini, che
riuscì ad ottenere dal führer armi e finanziamenti in chiave anti-inglese e (soprattutto) anti-ebraica. Tutto
questo mentre Benito Mussolini, in Libia, riceveva la spada dell’islam, acquisendo il titolo onorifico di
“protettore dell’islam”. Nella Libia italiana Mussolini investì numerose risorse nel restauro delle moschee e
nell’istituzione di nuove scuole coraniche. Subito dopo la guerra, le Nazioni Unite avviarono ufficialmente
un dialogo con ebrei e musulmani al fine di creare nel territorio di Palestina. Con la Risoluzione 181, che
sanciva la nascita di due stati distinti (uno ebraico e uno musulmano) in quei territori. Gli arabi non
accettarono la risoluzione. Così l’unico a nascere ufficialmente fu lo Stato d’Israele con a capo David Ben
Gurion. Ebbe inizio immediatamente una guerra arabo-israeliana (la prima di una lunga serie). I primi erano
sostenuti anche dai Paesi musulmani confinanti. Gli israeliani ricevettero invece un costante supporto dagli
Stati Uniti d’America. Nonostante tante guerre e tante proposte di mediazione, la situazione israelo-
palestinese appare senza una possibile via d’uscita. Uno dei punti cardine della questione è legata alla
mancanza di una leadership chiara all’interno della compagine palestinese che, talvolta, è stata attaccata e
lasciata sola dai suoi stessi alleati (Giordania ed Egitto su tutti). Per il resto, come spesso accade in casi di
conflitto, è sempre difficile stabilire «buoni»» e «cattivi». Ciò che è certo è che qualunque trattativa
risulterà difficile se le autorità palestinesi metteranno come unica condizione per cessare il fuoco
l’esistenza stessa dello Stato d’Israele. Attualmente i Territori Palestinesi sono divisi e non confinano fra
loro. Parliamo della Cisgiordania (da non confondere con la Giordania!) e della cosiddetta Striscia di Gaza. È
opportuno precisare minuziosamente poiché a queste due suddivisioni corrispondono altrettanti governi
distinti e separati. Quello della Cisgiordania (che comprende le regioni storiche della Samaria e della
Giudea, in cui l’archeologia colloca la nascita del popolo ebraico) è guidato dall’ANP (Autorità Nazionale
Palestinese) con a capo Abu Mazen. A Gaza invece (priva ormai di insediamenti ebraici dal 2005) a gestire il
potere è il partito islamista radicale di Hamas.

L'unione delle Donne palestinesi

L’UDP nasce nel 1921 ed ebbe fin dai primi anni un ruolo di primo piano nell’affermazione dell’identità
nazionale palestinese. Nel 1948, durante la prima guerra arabo-israeliana le donne sono in prima fila a
scavare trincee e soccorrere i feriti. Tale attivismo durerà fino agli anni Settanta. Oggi la situazione della
donna risulta problematica anche nei Territori Palestinesi. L’involuzione rispetto al Secondo Dopoguerra è
evidente, anche se è opportuno fare ancora una distinzione fra Cisgiordania e Striscia di Gaza.
In Cisgiordania, le donne si sono progressivamente ritirate dalla vita pubblica. Le leggi sono fortemente
discriminatorie e si rifanno a quelle in vigore nella Giordania del 1976 (che nel frattempo è andata avanti).
L’Autorità Nazionale Palestinese, tuttavia, ha predisposto la nascita del Ministero degli Affari Sociali che, fra
le altre cose, si occupa di contrastare attivamente qualsiasi forma di violenza sulle donne. Sono nati dei
rifugi in cui le donne vittime di violenza possono recarsi insieme ai figli. L’obiettivo del Ministero è però
quello di salvaguardare l’onore famigliare. Per questo motivo il primo tentativo è quello alla riunificazione.
Laddove non sia possibile, tuttavia, il Ministero prova a garantire protezione legale e un nuovo lavoro alle
vittime. Nella Striscia di Gaza la situazione è diversa: Nella Striscia di Gaza le donne vivono in un clima di
costante oppressione e il delitto d’onore è all’ordine del giorno. È sufficiente essere sospettate di adulterio
e il femminicidio diventa un “dovere morale”. La sentenza non è emessa da un tribunale, ma dal marito, dal
padre etc. Il partito islamista radicale di Hamas propone costantemente modelli sociali che vedono la
donna sottoposta all’uomo. Spesse volte sono le stesse donne a ritenere opportuna l’applicazione della
legge islamica. Si è assistito ad un rovesciamento di paradigma: per molte donne l’obbligo di vestire lo
chador è diventato un diritto. Nonostante le differenze, la situazione della donna nei Territori Palestinesi
rimane drammatica. Nelle elezioni comunali del 2016, le donne candidate erano identificate come «moglie
di...» o «sorella di...». I loro volti non comparivano sui manifesti elettorali. L’unico modo per acquisire un
volto e un’identità sembra essere la via del martirio. Emblematico a questo proposito il caso di Wafa Idris
(2002).

Le donne palestinesi in Israele

Israele (insieme a Cipro) è l’unico stato del Medioriente a risultare «libero» secondo i report condotti dalla
ONG statunitense Freedom House. In Israele il 21% dei cittadini è arabo, ancorché con cittadinanza
israeliana. La maggior parte sono sunniti e si collocano perlopiù nel Nord del Paese. Gli arabi israeliani
possono partecipare alla vita politica del Paese in ogni aspetto. Tuttavia, proprio in virtù del rispetto
confessionale, lo Stato di Israele dispone di ben otto tribunali islamici statali che giudicano i cittadini
araboisraeliani. Tuttavia, se le deliberazioni dei tribunali islamici non si attengono ai principi costituzionali
possono essere annullate dalla corte suprema. Vi è comunque una disparità con quanto è concesso alle
donne ebree.

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