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7/4/2018 L’abuso di potere della minoranza | Nctm

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30/03/2018
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L’abuso di potere della minoranza (http://www.nctm.it/aree-di-

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1. Il caso esaminato dal Tribunale di Milano

Due soci di minoranza di una società a responsabilità limitata (“Alfa S.r.l.”), Professionisti
proprietari di una partecipazione pari al 45% del capitale sociale, impugnavano la (http://www.nctm.it/professio
delibera di nomina dell’amministratore unico poiché – a loro dire – assunta dai soci
di maggioranza in violazione dello statuto sociale. Francesca Rogai

Tale vizio non riguardava l’oggetto della decisione ma la sua modalità di (http://www.nctm.it/professionisti\frances
assunzione: secondo i soci di minoranza essa avrebbe dovuto essere adottata con
“delibera assembleare” e non, come avvenuto, tramite “consultazione scritta”. rogai)

È quindi bene ricordare che, ai sensi del Codice Civile, le deliberazioni in questione
possono essere assunte, tra l’altro, tramite:

delibera assembleare, cioè adottando il cd. metodo collegiale che


presuppone la presenza dei soci nel medesimo consesso, la simultanea
discussione e delibera sugli argomenti all’ordine del giorno (art. 2479bisc.);
consultazione scritta o consenso espresso per iscritto, cioè esprimendo il
proprio assenso in merito ad un testo di decisione trasmesso dal socio
proponente (art. 2479, co. 3, c.c.).

La scelta di una delle due modalità era fondamentale per Alfa S.r.l. considerato che:

una delibera deve essere assunta in sede assembleare se lo richiedono i soci


che detengono almeno 1/3 del capitale sociale (art. 2479, co. 3, c.c.);
per il solo caso di delibera assembleare, lo statuto di Alfa S.r.l. richiedeva la
partecipazione del 70% del capitale sociale, così da rendere sempre
necessaria la presenza dei soci di minoranza per la validità della riunione
(c.d. quorum costitutivo).

Diversamente, l’assunzione di decisioni mediante consultazione scritta –


presupponendo la trasmissione a tutta la compagine sociale del testo di decisione
in merito al quale raccogliere le manifestazioni di consenso – necessita solo di
raccogliere voti favorevoli di una maggioranza che rappresenti almeno la metà del
capitale sociale.

Nel caso in esame, i soci di maggioranza avevano convocato l’assemblea per


deliberare sulla nomina dell’amministratore unico. I soci di minoranza non avevano
presenziato all’assemblea così da fare mancare il quorum del 70%. Per tutta
risposta, i soci di maggioranza, invocando la necessità di scongiurare la paralisi
della società in mancanza di un amministratore, nominavano l’amministratore

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unico tramite consultazione scritta forti della titolarità di una partecipazione


rappresentativa di più della metà del capitale sociale.

I soci di minoranza si opponevano a tale decisione affermando il loro diritto a


pretendere che la decisione venisse assunta, come previsto dalla legge, con il
metodo assembleare, fermo il rispetto del quorum rafforzato previsto dallo statuto.

2. La decisione del Tribunale di Milano

Il Tribunale di Milano, in sede cautelare, ha ritenuto che la nomina


dell’amministratore unico di Alfa S.r.l. era stata assunta dai soci di maggioranza in
violazione delle regole statutarie.

Infatti, la scelta da parte dei soci di maggioranza del metodo della consultazione
scritta era finalizzato a escludere i soci di minoranza dalla decisione (il loro 45% non
era infatti sufficiente per impedire ai soci di maggioranza di raggiungere il quorum
del 50%+1).

Il Tribunale ha poi aggiunto che i soci di minoranza hanno il diritto e non il dovere
di partecipare all’assemblea con la conseguenza che non può definirsi di per sé
“strumentale” l’esercizio di tale diritto (ossia la partecipazione o meno
all’assemblea).

Diversamente, secondo il Tribunale di Milano, l’abuso del diritto può configurarsi


nel caso in cui la mancata partecipazione dei soci di minoranza all’assemblea sia
finalizzata a ledere i diritti o gli interessi della società o dei soci di maggioranza.

Per questi motivi il Tribunale ha affermato che “il pregiudizio che subiscono i soci di
minoranza di vedere la società gestita da una persona che non gode della loro
fiducia (determinante in base allo statuto, data la previsione di una maggioranza
particolarmente rafforzata) prevale su quello che subirebbe la società in
conseguenza della sospensione della decisione di nomina”.

La delibera in esame è stata, quindi, dichiarata invalida.

Il provvedimento del Tribunale di Milano costituisce l’occasione per fare il punto


sulla tematica in esame che, come vedremo tra poco, era già stata considerata
dalla giurisprudenza.

3. Abuso di potere e abuso di diritto

Fin dagli anni ‘50 i Giudici hanno riconosciuto che una deliberazione assunta in
modo “fraudolento” e lesivo dei diritti degli altri soci (principalmente di minoranza)
possa essere legittima, a prescindere dalla violazione di specifiche norme di legge o
statutarie.

Si tratta, ad esempio, dei casi di riduzione e contestuale ricostituzione del capitale


sociale con conseguente esclusione dalla compagine sociale del socio di minoranza
che non fosse in condizione di partecipare a tale ricostituzione. Analogamente si
può pensare a ipotesi di ripetuti aumenti di capitale che comportavano la
progressiva diluizione della partecipazione del socio di minoranza

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progressiva diluizione della partecipazione del socio di minoranza.

Secondo una parte della giurisprudenza, tali condotte costituiscono abuso o


eccesso di potere ogniqualvolta il socio di maggioranza persegua il proprio
interesse personale ed antisociale oppure danneggi in modo fraudolento i diritti
degli altri soci.

Un secondo orientamento, oramai prevalente e consolidato, considera invece


l’abuso di maggioranza quale violazione dell’obbligo generale di eseguire il
contratto in buona fede di cui all’art. 1375 c.c. (Cass. 12 dicembre 2005, n. 27387).

L’annullamento della delibera, quindi, richiederebbe la prova che il potere di voto


determinante del socio di maggioranza: (i) sia stato esercitato fraudolentemente
allo scopo di ledere gli interessi degli altri soci; oppure (ii) fosse in concreto
preordinato ad avvantaggiare ingiustificatamente i soci di maggioranza in danno di
quelli di minoranza, in violazione del canone di buona fede nell’esecuzione del
contratto.

4. Quale tutela?

Nel caso di una delibera assunta in virtù dell’abuso dei diritti sociali riconosciuti al
socio di maggioranza, il socio di minoranza può richiedere l’annullamento di tale
delibera ossia la sua “rimozione”.

Lo stesso non sembra potersi affermare con certezza qualora le condotte abusive
riguardino il socio di minoranza, poiché tali condotte avranno senz’altro impedito,
all’atto pratico, l’assunzione della delibera.

In questi ultimi casi, la nostra giurisprudenza pare quindi offrire la sola possibilità di
ottenere il risarcimento dei danni patiti a causa della mancata assunzione di una
delibera.

Il contenuto di questo elaborato ha valore meramente informativo e non


costituisce, né può essere interpretato, quale parere professionale sugli argomenti
in oggetto. Per ulteriori informazioni si prega di contattare il vostro professionista di
riferimento ovvero di scrivere al seguente indirizzo: corporate.commercial@nctm.it
(mailto:1. Il caso esaminato dal Tribunale di Milano Due soci di minoranza di una
società a responsabilità limitata ("Alfa S.r.l."), proprietari di una partecipazione pari
al 45% del capitale sociale, impugnavano la delibera di nomina dell'amministratore
unico poiché - a loro dire - assunta dai soci di maggioranza in violazione dello
statuto sociale. Tale vizio non riguardava l'oggetto della decisione ma la sua
modalità di assunzione: secondo i soci di minoranza essa avrebbe dovuto essere
adottata con "delibera assembleare" e non, come avvenuto, tramite "consultazione
scritta". È quindi bene ricordare che, ai sensi del Codice Civile, le deliberazioni in
questione possono essere assunte, tra l'altro, tramite: " delibera assembleare, cioè
adottando il cd. metodo collegiale che presuppone la presenza dei soci nel

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medesimo consesso, la simultanea discussione e delibera sugli argomenti all'ordine


del giorno (art. 2479bis c.c.); " consultazione scritta o consenso espresso per
iscritto, cioè esprimendo il proprio assenso in merito ad un testo di decisione
trasmesso dal socio proponente (art. 2479, co. 3, c.c.). La scelta di una delle due
modalità era fondamentale per Alfa S.r.l. considerato che: " una delibera deve
essere assunta in sede assembleare se lo richiedono i soci che detengono almeno
1/3 del capitale sociale (art. 2479, co. 3, c.c.); " per il solo caso di delibera
assembleare, lo statuto di Alfa S.r.l. richiedeva la partecipazione del 70% del
capitale sociale, così da rendere sempre necessaria la presenza dei soci di
minoranza per la validità della riunione (c.d. quorum costitutivo). Diversamente,
l'assunzione di decisioni mediante consultazione scritta - presupponendo la
trasmissione a tutta la compagine sociale del testo di decisione in merito al quale
raccogliere le manifestazioni di consenso - necessita solo di raccogliere voti
favorevoli di una maggioranza che rappresenti almeno la metà del capitale sociale.
Nel caso in esame, i soci di maggioranza avevano convocato l'assemblea per
deliberare sulla nomina dell'amministratore unico. I soci di minoranza non avevano
presenziato all'assemblea così da fare mancare il quorum del 70%. Per tutta
risposta, i soci di maggioranza, invocando la necessità di scongiurare la paralisi
della società in mancanza di un amministratore, nominavano l'amministratore
unico tramite consultazione scritta forti della titolarità di una partecipazione
rappresentativa di più della metà del capitale sociale. I soci di minoranza si
opponevano a tale decisione affermando il loro diritto a pretendere che la
decisione venisse assunta, come previsto dalla legge, con il metodo assembleare,
fermo il rispetto del quorum rafforzato previsto dallo statuto. 2. La decisione del
Tribunale di Milano Il Tribunale di Milano, in sede cautelare, ha ritenuto che la
nomina dell'amministratore unico di Alfa S.r.l. era stata assunta dai soci di
maggioranza in violazione delle regole statutarie. Infatti, la scelta da parte dei soci
di maggioranza del metodo della consultazione scritta era finalizzato a escludere i
soci di minoranza dalla decisione (il loro 45% non era infatti sufficiente per
impedire ai soci di maggioranza di raggiungere il quorum del 50%+1). Il Tribunale
ha poi aggiunto che i soci di minoranza hanno il diritto e non il dovere di
partecipare all'assemblea con la conseguenza che non può definirsi di per sé
"strumentale" l'esercizio di tale diritto (ossia la partecipazione o meno
all'assemblea). Diversamente, secondo il Tribunale di Milano, l'abuso del diritto
può configurarsi nel caso in cui la mancata partecipazione dei soci di minoranza
all'assemblea sia finalizzata a ledere i diritti o gli interessi della società o dei soci di
maggioranza. Per questi motivi il Tribunale ha affermato che "il pregiudizio che
subiscono i soci di minoranza di vedere la società gestita da una persona che non
gode della loro fiducia (determinante in base allo statuto, data la previsione di una
maggioranza particolarmente rafforzata) prevale su quello che subirebbe la società
in conseguenza della sospensione della decisione di nomina". La delibera in esame
è stata, quindi, dichiarata invalida. Il provvedimento del Tribunale di Milano
costituisce l'occasione per fare il punto sulla tematica in esame che, come vedremo
tra poco, era già stata considerata dalla giurisprudenza. 3. Abuso di potere e abuso
di diritto Fin dagli anni '50 i Giudici hanno riconosciuto che una deliberazione
assunta in modo "fraudolento" e lesivo dei diritti degli altri soci (principalmente di
minoranza) possa essere legittima, a prescindere dalla violazione di specifiche
norme di legge o statutarie. Si tratta, ad esempio, dei casi di riduzione e
contestuale ricostituzione del capitale sociale con conseguente esclusione dalla

http://www.nctm.it/news/articoli/labuso-di-potere-della-minoranza 4/5
7/4/2018 L’abuso di potere della minoranza | Nctm

contestuale ricostituzione del capitale sociale con conseguente esclusione dalla


compagine sociale del socio di minoranza che non fosse in condizione di
partecipare a tale ricostituzione. Analogamente si può pensare a ipotesi di ripetuti
aumenti di capitale che comportavano la progressiva diluizione della
partecipazione del socio di minoranza. Secondo una parte della giurisprudenza, tali
condotte costituiscono abuso o eccesso di potere ogniqualvolta il socio di
maggioranza persegua il proprio interesse personale ed antisociale oppure
danneggi in modo fraudolento i diritti degli altri soci. Un secondo orientamento,
oramai prevalente e consolidato, considera invece l'abuso di maggioranza quale
violazione dell'obbligo generale di eseguire il contratto in buona fede di cui all'art.
1375 c.c. (Cass. 12 dicembre 2005, n. 27387). L'annullamento della delibera,
quindi, richiederebbe la prova che il potere di voto determinante del socio di
maggioranza: (i) sia stato esercitato fraudolentemente allo scopo di ledere gli
interessi degli altri soci; oppure (ii) fosse in concreto preordinato ad avvantaggiare
ingiustificatamente i soci di maggioranza in danno di quelli di minoranza, in
violazione del canone di buona fede nell'esecuzione del contratto. 4. Quale tutela?
Nel caso di una delibera assunta in virtù dell'abuso dei diritti sociali riconosciuti al
socio di maggioranza, il socio di minoranza può richiedere l'annullamento di tale
delibera ossia la sua "rimozione". Lo stesso non sembra potersi affermare con
certezza qualora le condotte abusive riguardino il socio di minoranza, poiché tali
condotte avranno senz'altro impedito, all'atto pratico, l'assunzione della delibera.
In questi ultimi casi, la nostra giurisprudenza pare quindi offrire la sola possibilità di
ottenere il risarcimento dei danni patiti a causa della mancata assunzione di una
delibera. Avv. Francesca ROGAI Il contenuto di questo elaborato ha valore
meramente informativo e non costituisce, né può essere interpretato, quale parere
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