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CONCEZIONE POLITICA ITALIANA

INTRODUZIONE

Noi italiani, o meglio la maggioranza degli abitanti di questa nazione, se non la smetteremo di
pensare unicamente a due cose: al sesso e al calcio, rimarremo una massa di sempliciotti, senza via
di salvezza. Attenzione: la non cultura non significa necessariamente poca intelligenza, anzi il più
delle volte le persone che hanno due o tre lauree dimostrano una superficialità abissale. Ciò che
interessa alla maggioranza degli italiani è la loro avidità e cupidigia infantile nel far soldi.
Dedico questo fascicolo a mia madre, mia figlia Céline d’Amato e a mia moglie.

CAPITOLO I

L’Italia raggiunse l’unità molto tardi, cioè il 20 settembre 1870, le truppe italiane entrarono a Roma,
attraverso la breccia di Porta Pia. Questo lungo ritardo influì molto sulla coesione politica degli
italiani, a differenza della Francia, Gran Bretagna e Spagna, che raggiunsero velocemente l’unità e
riuscirono a creare un’identità nazionale. L’Italia fu per millequattrocento anni frazionata in vari
staterelli e non riuscì a creare quell’omogeneità politica che potesse creare una solidarietà di popolo
e concetto di nazione.
L’Italia, rispetto agli altri paesi, iniziò per prima la ricostruzione sociale ed economica, dopo il
periodo delle invasioni barbariche, mentre la Francia e l’Inghilterra puntarono più all’unificazione
politica. L’Italia e soprattutto le città italiane ebbero un forte sviluppo economico-mercantile, però
purtroppo, nonostante la ripresa economica, si contrapponevano Istituzioni politiche antiche e
radicate nella società dell’anno Mille. Il forte sviluppo economico e culturale dell’Italia costrinse
quest’ultima a confrontarsi con realtà politiche diverse, infatti al Sud era presente una forma di
Stato centralizzato normanno-svevo, al centro uno Stato teocratico (con la presunta donazione di
Sutri nasce il potere temporale della Chiesa), mentre al Nord vi era una struttura comunale-
signorile.

CAPITOLO II

La Chiesa e l’Impero

I due soggetti politici che imponevano la politica in Europa erano la Chiesa e l’Impero (non per
niente nacque la divisione fra partigiani del Papa, conosciuti come Guelfi, e sostenitori
dell’Imperatore, chiamati Ghibellini). La Chiesa aveva una fortissima influenza politica e da
sempre legittimava, attraverso l’incoronazione, l’Imperatore e la sua carriera politica. Dopo l’anno
Mille, con Gregorio VII, la Chiesa assunse un’articolata struttura organizzativa, con le sue
gerarchie. Dopo le esperienze negative dei Goti, Bizantini, Longobardi, Arabi, Normanni, la Chiesa
era molto guardinga nei confronti dei vari imperatori che con la stessa volevano confrontarsi non
solo militarmente, ma anche politicamente.
Fino al 1400 questo scontro era alimentato politicamente dal cronico frazionamento dell’Italia,
dovuto in gran parte alla Chiesa che non voleva che nessun signorotto s’impadronisse dell’Italia,
perché questo avrebbe probabilmente ridotto la sua l’influenza politica. Queste problematiche di
unità nazionale non si riscontrarono in Francia, Spagna, Inghilterra, ove il sentimento nazionale
prevalse sulle sterili dispute politiche.
La Chiesa svolse con ponderazione e arguzia il suo ruolo politico e diede vita a un’ideologia
ecclesiastica che si contrappose in modo aspro ai vari poteri che potevano mettere a repentaglio non
solo la sua integrità territoriale, ma le proprie istituzioni. La Chiesa grazie al suo potere temporale
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non solo influì politicamente nell’Europa Occidentale, ma svolse una funzione di mediazione fra le
varie fazioni politiche che in Italia si contendevano il potere. Infatti la Chiesa svolse questa sua
azione politica e diplomatica di contenimento dei vari staterelli presenti nella penisola, mantenendo
un certo equilibrio e non facendo sprofondare l’Italia nell’anarchia politica e istituzionale. Il duro
scontro fra Impero e Chiesa, si risolse con il predominio politico e teologico del Papa, infatti la
legittimazione e l’investitura dell’Imperatore spettavano al Sommo Pontefice, per esempio al sud il
potere feudale esercitato dai sovrani normanni dipendeva dal volere del capo della Chiesa. Di
riflesso così la pressione araba e bizantina sulla penisola italiana venne quasi annullata. La Chiesa
assunse già nell’alto Medioevo un ruolo determinante nella gestione del potere politico, anche se
quest’ultimo si mescolava con il potere spirituale.
Lo Stato della Chiesa per sottrarsi al Cesare-papismo dell’Impero Romano d’Oriente, fece una netta
distinzione tra la sacra autorità dei pontefici e la potestà del sovrano: il potere del sovrano trovava la
sua legittimazione morale nei valori spirituali ispirati alla teologia cristiana. L’idea del Sacro
Romano Impero nacque con Carlo Magno incoronato Imperatore nel duomo di Monza, la notte di
Natale dell’800 d.C., quindi questo Imperatore portò la capitale nel centro dell’Europa, cioè
precisamente ad Acquisgrana, proprio per testimoniare la sua intenzione di valorizzare tutto il
continente. Ritornando al discorso degli Imperatori, durante la cerimonia essi dovevano inchinarsi
al Papa, riconoscendo implicitamente a quest’ultimo la sua supremazia temporale e religiosa.
Questo riconoscimento papale era fondamentale per l’Imperatore, se non voleva incorrere nella
scomunica.
Quest’ultima comportava, per il Sovrano, un non riconoscimento da parte dei sudditi dell’autorità
regia, dato che l’incoronazione rappresentava un’investitura che il Papa dava al monarca, per
derivazione divina, nel senso che il potere del pontefice derivava direttamente da Dio. Alla fine si
arrivò ad uno scontro fra l’autorità papale ed imperiale, perchè entrambi i soggetti politici
rivendicavano che il proprio potere derivava da Dio e l’amministravano nel suo nome.
L’Imperatore, sulla base dell’origine divina del potere, imponeva ubbidienza anche ai vescovi e al
clero; questo la Chiesa non poteva tollerarlo, perchè in base alla sua autorità universale di origine
teologico-divina, i religiosi dovevano dipendere direttamente dalla Chiesa. Lo scontro divenne
sempre più violento ed aggressivo man mano che i sovrani nazionali fecero valere il concetto di
nazione nei confronti dell’Imperatore e soprattutto del Papa. I sovrani francesi e inglesi riusciranno
a imporre la laicizzazione del potere, estromettendo di fatto l’ingerenza politica della Chiesa e
svuotando di ogni valore l’incoronazione eseguita dai pontefici quale testimonianza del loro potere
universale, quindi i re nazionali finirono per essere incoronati per grazia di Dio e per volere della
nazione.
La Chiesa svolse una funzione non solo spirituale ed ideologica nel pensiero politico italiano, ma
influì molto sulla cultura e sull’arte italiana. L’Italia fu terreno di scontro fra le culture arabo-
musulmane e la cultura cristiana europea, e fra razionalismo arabo e la cultura mistica del
cristianesimo. La diffusione del razionalismo arabo trovò in Averroè (1126-1198) il massimo
esponente. Essi svilupparono sei temi, che avranno un’influenza deteminante sul pensiero
occidentale e soprattutto su quello italiano. I sei temi averroisti: 1) Doppia verità (di fede e di
ragione) e valorizzazione della Scienza, 2) eternità del mondo e concreta negazione del
creazionismo, 3) eternità della specie umana, 4) unità dell’intelletto e della cultura, 5) mortalità
dell’anima individuale, 6) concezione razionale del mondo.
Su queste ideologie studiarono assiduamente molti intellettuali italiani come Guido Cavalcanti,
Dante Alighieri, Marsilio da Padova, Pico della Mirandola, da qui si sviluppò un’originale
tradizione laica e naturalista che si mantenne fino a Giordano Bruno e Giambattista Vico. Per gli
averroisti la volontà di Dio dipendeva dalla ragione e perciò dalle leggi naturali in antitesi alla
teologia tradizionale, per cui le leggi del mondo dipendevano dalla volontà di Dio. La Chiesa cercò
di osteggiare la cultura averroasta e dall’altra tentò di assimilarla ai suoi dogmi.

CAPITOLO III
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Cambiamenti politici fondamentali nel XIII secolo

Durante il XIII secolo si verificarono dei mutamenti della politica e dello sviluppo dell’Occidente.
Nel XIII secolo Gengis Kan costituì l’Impero mongolo. Iniziarono i grandi viaggi, infatti Marco
Polo raggiunse la Cina. Nel 1141 si ebbe la prima traduzione latina del Corano. Nel 1244
Gerusalemme, che era stata conquistata dai Crociati nel 1099, venne perduta. Si diffuse l’eresia
catara, valdese albigese, infatti nel 1231 venne istituita l’Inquisizione. Artefice della creazione di
questo fondamentale strumento di repressione fu Innocenzo III, nello stesso periodo San Francesco
iniziò la sua predicazione con povertà e umiltà e fondò l’Ordine religioso dei Francescani, che si
divisero a loro volta in quello dei Flagellanti; questi ultimi interpretarono in modo rigoroso ed
ortodosso i dettami di San Francesco, infatti andavano per i paesi e si flagellavano con dei rami di
foglie; i Conventuali invece optarono per una linea più.......... del pensiero di San Francesco.
In Francia lo scontro tra papato e Stato francese si riacutizzò sempre per quanto concerne il potere
politico di chi doveva gestirlo. L’apice di questo scontro si ebbe con Filippo il Bello, che non aveva
investitura papale e che si considerava direttamente investito da Dio. Questo sovrano, dotato di una
forte personalità e carattere, impose le tasse al clero. Bonifacio VIII in risposta all’atteggiamento di
sfida di Filippo il Bello rispose con la bolla papale “Ausculta fili”; il sovrano francese fece bruciare
la bolla papale e convocò gli Stati-generali, per avere l’appoggio della nazione francese.
Anche in Inghilterra la visione laica della società si creò il proprio spazio politico, infatti
l’arcivescovo di Canterbury, che si era rifiutato di prestare giuramento al re, fu esiliato. Enrico II
instaurò una giurisdizione regia unica, provocando lo scontro con la Chiesa; le istituzioni religiose
non erano disposte a rinunciare al privilegio del foro ecclesiatico esclusivo ed inoltre respingevano
la sottomissione del clero al potere fiscale laico. Nel 1209 Giovanni Senza Terra venne scomunicato
perchè si rifiutò di considerare l’Inghilterra feudo della Chiesa. Nel 1215 Giovanni Senza Terra
chiese ad Innocenzo III di abolire la Magna Charta. Il papa spedì e promulgò una bolla abrogativa,
ma in seguito morì, il nuovo re Enrico II concesse una Magna charta modificata.
Il re Edoardo fu considerato il primo re d’Inghilterra, sotto di lui il clero fu tassato, inoltre questa
coscienza nazionale si espresse anche nei documenti, che furono scritti in lingua inglese e si riunì il
primo Parlamento. La Common Law si affermò come diritto inglese per antonomasia soppiantando
in pratica il diritto romano e quello canonico. Sia il Papa Innocenzo III che il Papa Bonifacio VIII
tentarono d’interferire nella politica dell’Inghilterra, ma i sovrani inglese riuscirono a neutralizzare
questo tentativo.
Si ebbe una rinascita del diritto romano e della cultura giuridica laica, l’Italia beneficiò
maggiormente dell’influenza giuridica bizantina, dato che molti territori erano sotto il dominio
dell’Impero Romano d’Oriente. Anche il grande giurista bolognese Irnerio, fondatore della più
antica Università del mondo (Bologna), si schierò su posizioni laiche e di separazione del diritto
dall’etica religiosa. I giuristi italiani alla Dieta di Roncaglia si schierarono con l’Imperatore
Barbarossa. Le popolazioni italiche dovettero scegliere tra il diritto romano e le leggi germaniche,
in seguito si arrivò a mettere per iscritto le consuetudini, gli Statuti comunali e le varie fonti
giuridiche locali (statuti, decreto, usus, ordinamento). Si creò così una variegata produzione
giuridica che s’ispirava al diritto romano, in antitesi al diritto canonico. L’evoluzione del diritto
romano portò al diritto comune in Italia e alla nascita di un diritto territoriale d’ispirazione laica,
uguale per tutti gli individui, che a sua volta si suddivideva fra diritto privato e diritto pubblico.
Anche nel Sud s’impose il diritto romano, ovviamente venne modificato in base alle nuove esigenze
della popolazione dell’Italia meridionale, anche se bisogna ammettere che l’influenza nel diritto
romano dell’Imperatore d’Oriente si faceva sentire. Si costituì la sovranità laica al Nord e al Sud;
nell’Italia settentrionale si arrivò alla legittimazione della libertà delle varie città, con i loro Statuti,
mentre al Sud l’autorità regia poteva emanare leggi, quindi la formulazione delle leggi non più per
volontà divina, come ideologia della Chiesa, ma per espressione del popolo che tramite il suo
sovrano creava leggi corroborando il pensiero laico. Federico II di Svevia rivendicò in modo
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categorico la sua sovranità non solo territoriale, ma si fece anche portatore di una libertà politica,
essendo il sovrano dotato di una potestà d’imperio, proveniente direttamente da Dio, affrancandosi
del tutto dalla Chiesa, quest’ultima istituzione mettendo in discussione il potere del re, assumeva la
connotazione di un soggetto pubblico. In Europa molti paesi (come la Spagna, la Francia,
l’Inghilterra) raggiunsero subito l’unità, perchè alcuni fattori giocarono un ruolo determinante,
come l’omogeneità del mercato, la formazione di una lingua comune corroborata dall’affinità
culturale e soprattutto l’unità politica fu determinante per la realizzazione dello Stato unitario.
Possiamo aggiungere che questo Imperatore e Re d’Italia non fu soltanto un guerriero ma si rivelò
un grande mecenate, un poeta, uno scrittore, e la sua corte di Palermo, attraverso la Scuola
Siciliana, fu uno dei protagonisti della formazione della lingua italiana cosiddetta volgare. Questo
sovrano nacque a Jesi, da madre normanna, studiò a Foligno e per un certo periodo parlò solamente
italiano. Cercò di unire l’Italia, ma il suo sogno fallì, a causa della Lega Lombarda e soprattutto
della Chiesa che ostacolò il suo progetto.
In Italia la situazione era abbastanza complessa e articolata. Qui, dove l’armonia linguistica si
fondeva sotto l’aspetto culturale e artistico, invece non si riuscì a creare un’unità politica. Molti
attribuirono la causa prettamente al continuo scontro fra Papato - Chiesa e Imperatore, la causa era
probabilmente da attribuire allo Stato della Chiesa, anche se l’estremo frazionamento politico
dell’Italia, impregnato da un esasperato campanilismo politico, fece il resto (infatti ogni città o
comune di un certo peso politico rivendicava la propria autonomia nei confronti del papato e del
sovrano. Possiamo ammettere che Federico fu la prima espressione dello Stato assoluto e fu uno
degli artefici dello scontro fra l’Impero e la Chiesa.
Questo re d’Italia, Federico II Hohenstaufen illuminato, convocò due Parlamenti, uno a Lentini nel
1232 e un altro a Foggia nel 1240, la Costituzione di Melfi (1231), con solo sedici anni posteriore
alla Magna Charta. In particolare, esse sanciscono alcuni principi fondamentali e l’autorità del
sovrano deriva direttamente da Dio, quindi il suo potere divino non deve dipendere dalla Chiesa. La
legge del re era dotata di un primato, l’unità territoriale era fondamentale, il suo Stato era
caratterizzato da una forte centralizzazione politico-burocratica. Un vasto corpo legislativo
unificava l’amministrazione, l’esercito, il fisco, le dogane, la legge era fondata su regole certe e non
soggette al giudizio di Dio, quindi il processo moderno retto da regole certe, fondato sulla
valutazione delle prove, che terminava con una sentenza scritta. Scomunicato e ostacolato dai papi
in ogni maniera,egli si faceva assertore di una sovranità laica. Questo perenne conflitto tra i
sostenitori della sovranità imperiale e i partigiani dell’autorità papale dominerà tutto il XIV secolo.
Alcuni sostenevano, come Egidio Colonna (1247-1316), che teorizzava la superiorità del Papa, che
il potere spirituale fosse strettamente collegato al potere temporale e che quindi un sovrano e un
nobile che si professava cristiano dovesse sottostare al volere del pontefice; quest’ultimo in base a
un potere divino, che gli derivava da Dio, poteva non solo giudicare l’operato del re, dato che era
investito del potere temporale, ma aveva addirittura la facoltà di sospendere i poteri di un sovrano.
Altri pensatori politici si ponevano su posizioni diametralmente opposte, rivendicando la laicità
della vita politica e la netta separazione tra politica e religione.
Fra questi politologi del tempo vanno ricordati Dante Alighieri, Marsilio da Padova e Bartolo da
Sassoferrato. Diciamo in parole povere che con loro prese forma una certa idea laica della politica,
senza le pesanti interferenze della Chiesa. Ovviamente questi personaggi di un certo spessore
politico si trovarono ad operare in un contesto ostile e ancora impregnato di cultura medioevale,
anche se loro si potevano considerare dei precursori dell’età moderna (come molti sanno l’era
moderna inizia ufficialmente con la scoperta dell’America il 12 ottobre 1492). Nel pensiero politico
di Dante Alighieri (1265-1321) era presente una perenne contraddizione fra la concezione
medioevale e il pensiero moderno; altri pensatori politici vedevano una monarchia universale,
contraddistinta dalla complementarietà tra Chiesa e Impero.
Dante come politologo del tempo, già in quell’epoca ancora medievale, intravvedeva la possibilità
di instaurare lo Stato di diritto. Dante all’inizio si faceva assertore di una certa armonia fra Chiesa e
Impero, però si rese conto della necessità di distinguere i due poteri, cioè quello politico e quello
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spirituale; in quanto le due massime espressioni dell’epoca avevano un’origine divina e quindi
avevano diritto a un rispetto reciproco. La cultura e la politica laica, grazie all’apporto della nuova
borghesia, rivendicava la propria indipendenza dal potere religioso e si considerava erede
dell’Impero Romano.
L’opera letteraria di Dante, il De Monarchia, in cui enunciò i suoi principi politici laici e di
autonomia dalla Chiesa fu messa al bando dal Papa e l’opera fu bruciata nella pubblica piazza.
Dante arrivò alla conclusione che il genere umano era composto da una moltitudine di individui,
ovviamente ogni persona aveva la sua specificità, al fine di realizzare una convivenza fra tutti gli
uomini; l’uomo secondo Dante per potersi realizzare nel mondo terreno doveva tenere un
comportamento umile, rispettare la libertà e contrastare l’avidità, che avvelenava la società.
Concepiva una monarchia al servizio del popolo, il monarca doveva farsi portatore di un interesse
collettivo e l’ordinamento politico doveva tendere all’armonia della collettività e salvaguardare la
libertà degli individui, rispettando le diversità politiche. Solo esercitando questa funzione la
monarchia poteva considerarsi strumento politico, per realizzare il benessere nella società. Il
comportamento politico, secondo Dante, non doveva dipendere dalla Chiesa, che attraverso il potere
temporale influenzava le scelte politiche degli uomini, limitando il loro arbitrio. Anche oggi la
Chiesa cerca d’interferire nella vita politica, ma non sempre riesce nel suo intento. Per esempio
negli anni Sessanta e Settanta la Chiesa fu uno dei mezzi per contrastare l’avanzata del comunismo
e la voglia di riscatto sociale; nonostante le istituzioni religiose fossero una forza schierata con il
potere, la collettività lo stesso ottenne alcune conquiste sociali come il divorzio e l’aborto (io, anche
se sono un laico, personalmente sono contrario, la vita ritengo vada rispettata, ovviamente non si
può imporre a una donna di avere un figlio però nella coppia i partner devono usare tutti i mezzi
contraccettivi possibili, per evitare questo omicidio legalizzato: l’uomo non ha nessun diritto di
estinguere l’origine della vita, se questo proposito viene attuato, significa semplicemente che lui
non ha rispetto neanche per se stesso, perdonate la mia morale che può sembrare retorica noiosa, ma
è più forte di me; aggiungo che la donna è depositaria della vita, quindi dell’esistenza umana e che
il figlio viene concepito sia dall’uomo che dalla donna, quest’ultima non è ermafrodita, quindi non
può decidere in assoluto, unilateralmente d’interrompere la gravidanza, l’uomo non è un escremento
che si può usare come fuco quando conviene e gettare, per puro piacere quando l’effetto
indesiderato si verifica, cioè il concepimento. Il rispetto reciproco e la comprensione fra l’uomo e la
donna passa anche attraverso questo. Io voglio molto bene alle donne e rifiuto in modo categorico
di essere tacciato di maschilismo e misoginia, questo per me può essere considerato solamente un
giudizio superficiale).
Riprendendo il discorso del pensiero politico di Dante, lui affermava in modo netto e chiaro la
supremazia del diritto visto non in funzione repressiva per l’uomo, bensì un mezzo per attuare il
bene comune della società del tempo e visto come una comune utilità per l’individuo, al fine di
estrinsecare liberamente la propria personalità. La legge di Dio, non doveva condizionare le leggi
poste dagli uomini. Il diritto secondo Dante doveva tendere all’uguaglianza fra gli uomini e non
farsi interprete delle disparità sociali. Alighieri affermava senza ombra di dubbio che i due poteri,
quello spirituale e quello temporale avevano diritto al rispetto ed erano entrambi autonomi e
indipendenti, aggiungeva inoltre che tra le due autorità, cioè precisamente quella ecclesiastica e
quella imperiale, c’era perfetta simbiosi politica, perchè nessuna delle due espressioni di potere
doveva prevaricare sull’altra. Dante contestava anche la Donazione di Costantino, su cui i papi
fondavano il loro potere temporale, perchè l’Imperatore d’Oriente, sempre secondo il celebre autore
della Divina Commedia, non poteva alienare i privilegi dell’Impero e la Chiesa non era pronta a
esercitare il potere terreno. Il potere politico del sovrano secondo Alighieri doveva essere tenuto
distinto dal potere religioso, solo così l'imperatore raggiungeva la virtù. A sostegno della piena
libertà dell'Imperatore, Dante portava come giustificazione la sua origine più antica come
Istituzione, rispetto alla Chiesa, dato che traeva le sue origini dall’Impero Romano d’Occidente.
Dante attraverso le sue opere letterarie e politiche come la Divina Commedia, De Vulgari
eloquentia, nel De Monarchia, analizza la natura umana esaltandola e rivendicando come
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fondamento il libero arbitrio dell’uomo, con tutte le sue peculiarità; questo pensatore politico
valorizzava lo spirito umanista dell’uomo, però cardine fondamentale della libertà degli uomini era
che la collettività doveva avere la convinzione ed obbedire spontaneamente alle leggi.
Marsilio Mainardini (1278-1342) fu rettore dell’Università di Padova, aderì in parte al pensiero
politico di Dante; la sua opera principale, il “Defensor pacis”, fu condannata dalla Chiesa. Questo
scrittore e politico, cioè Marsilio da Padova, fu molto influenzato dalla tradizione aristotelico-
averroista e cercò di studiare il tema della coesistenza della fede e della ragione. Marsilio, per
quanto riguarda il tema fondamentale di meditazione politica fu, come in parte Dante, un
anticipatore della Sovranità popolare perchè pose al centro della politica il popolo. La collettività
era vista non solo come emanatrice di leggi, ma come parte attiva, cioè partecipativa, della vita
politica della propria nazione. Questa affermazioni per quel tempo rivoluzionarie fatte da Marsilio
da Padova, rappresentarono le prime espressioni di sovranità laica. A difesa delle sue teorie laiche,
Marsilio da Padova affermava che l’uomo perseguiva l’armonia con il mondo che lo circondava e
solamente affrancandosi dalla pesante influenza teologica della Chiesa, forse l’individuo riusciva a
diventare indipendente. Egli era quindi assertore della partecipazione del popolo alla vita politica,
attraverso l’esercizio del voto e l’eleggibilità dei governanti attraverso libere elezioni. Con queste
affermazioni si capisce come Marsilio volesse ribadire la supremazia della legge umana nei
confronti della legge divina; quest’ultima era portatrice a livello ideologico di un’idea di governo
chiusa, basata su un’élite ristretta e composta da grandi intellettuali aristocratici e saggi.
L’importanza fondamentale attribuita alla legge, creata da corpi elettivi, rendeva superflua
l’influenza politica del sacerdote e del corpo ecclesiastico, mettendo così, come aveva già fatto
Dante, il potere della Chiesa e dei papi, che pretendevano d’interferire quotidianamente nella vita
politica degli Stati, invocando a loro difesa la missione che la religione aveva ricevuto da Dio, per
la cura delle anime.
In conclusione Marsilio non solo rivendicava l’autorità laica, che doveva essere libera da ogni
vincolo di sudditanza al potere ecclesiastico, anzi affermava che gli uomini avevano il diritto di
eleggere i pontefici romani e solo l’autorità derivante dal Sovrano poteva essere presa in
considerazione per far rispettare le leggi dagli uomini. Secondo molti giuristi e pensatori politici, il
sovrano che teneva una condotta scellerata e dittatoriale, andando contro la morale, doveva essere
estromesso e i sudditi non erano più tenuti all’obbedienza.
Bartolo da Sassoferrato tentò di analizzare in modo sistematico il sistema politico italiano che
andava delineandosi. La scomparsa dei Comuni, grande espressione di sovranità popolare e di
democrazia, ebbe come conseguenza l’affermarsi purtroppo delle Signorie. Questo provocherà il
sorgere di vari tirannelli, che per diritto ereditario e per usurpazione imporranno un sistema
dispotico e autoritario, facendo cadere nell’oblio la sovranità popolare e umiliando la supremazia
della legge e la sua certezza rispetto ad ogni altra autorità. Non solo in Bartolo si poteva riscontrare
anche un rifiuto dell’autorità ecclesiastica, ritenuta ormai espressione politica anacronistica, invece
l’autorità del sovrano aveva sì un’origine divina però questo soggetto politico doveva tener conto
della volontà popolare, la quale si esprimeva anche con il principio della maggioranza. Da queste
argomentazioni si evince che Bartolo fu un precursore della democrazia in quell’epoca, in cui il
potere assoluto era considerato l’unica seria forma politica.
Devo aggiungere che questi pensatori politici, come Dante, Bartolo, Marsilio, pagarono a caro
prezzo queste loro idee di libertà dell’uomo, visto, secondo questi politologi poc’anzi citati, non
solo come soggetto passivo del sistema, ma come parte integrante della società.

CAPITOLO IV

Pensiero politico dei secoli XIV – XV – XVI

Diciamo che in questi secoli, che sono compresi della cosiddetta era moderna, si affermarono alcuni
principi basilari: il diritto, ad esempio, venne considerato fondamentale per mantenere l’armonia
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nella società e i principi dovevano essere applicati nel modo più imparziale possibile. Per quanto
concerne l’economia, ognuno poteva operare con avidità e spirito di competizione, accumulando
ricchezze nel nome dell’impresa, del mercato e soprattutto del profitto; insomma la società laica si
affermò in modo categorico, in antitesi alla Chiesa, che tentava disperatamente di mantenere il
potere universale, nonostante avesse contro i sovrani di Francia e Inghilterra in primis, in seguito
anche gli imperatori tedeschi, senza contare la stragrande maggioranza dei pensatori politici che in
questo contesto, ostile il Papato, diventò non solo un elemento deleterio per l’unità d’Italia, ma in
Europa era considerato ormai una forza politica ingombrante e invadente.
Machiavelli, persona fortemente laica, fu un grande studioso della moderna scienza della politica, di
cui fu uno dei padri fondatori e nacque nel periodo assai triste per l’Italia delle invasioni franco-
spagnole. Fu il primo ad essere libero da ogni influenza teologica cattolica, ma, per la mancanza di
leader capaci di amalgamare le varie realtà italiane, vide naufragare il suo sogno politico di avere
un’Italia unita. Nell’opera politica del Principe, affrontò in modo accademico e in modo empirico
(ricordiamo che ricoprì molti incarichi di responsabilità oltre alla famosa carica di segretario
fiorentino) il moralismo astratto ed ipocrita del tempo, che non teneva conto della realtà concreta.
Per Machiavelli la politica non era una serie di regole astratte e rigide, impregnate da un forte
razionalismo, ma prevedeva un’articolata e ponderata valutazione politica e storica, quindi l’azione
politica non doveva essere lasciata all’improvvisazione o peggio ancora all’istinto. Il principe
secondo Machiavelli doveva agire in modo concreto nella realtà dove operava e cercare di
aumentare le forze a suo favore, agire con prontezza e cambiare atteggiamento man mano che il
contesto storico si modificava; altro elemento importante per il sovrano o il governante era
l’appoggio del popolo, però fare dipendere il proprio potere dal consenso della collettività, secondo
questo pensatore politico non sempre era fondamentale. La forza poteva essere attuata, solo in base
agli scopi dello Stato, quindi essere forti come un leone e diplomatici come la volpe, mai assumere
posizioni nette, nell’attività di governo, sempre però tenere un comportamento saggio e concreto.
Machiavelli sentì la forte esigenza dell’unità d’Italia, però si accorse che la classe dirigente politica
dell’epoca non aveva interessi ad attuare la coesione politica e geografica, perchè i vari signorotti
della penisola, pur di coltivare il proprio orticello, cioè di mantenere il loro potere politico,
venivano a patti con qualsiasi paese straniero, quindi vedremo la nostra amata Italia invasa da
spagnoli, francesi ecc.
Altra entità politica che impediva la creazione dello Stato nazionale era la Chiesa, o meglio il
Papato di Roma, che non era disposto a rinunciare al proprio potere. La politica per Machiavelli era
una scienza, distinta dalla teologia e dalla filosofia. Machiavelli aggiunse che un buon uomo
politico sapeva prevedere come muoversi a seconda di come va il vento, non solo, ma l’uomo agiva
secondo la natura, quindi il comportamento umano era possibile conoscerlo e prevederlo. Come
politico il segretario fiorentino consigliava i vari principi a perseguire per il popolo interessi
collettivi e non a perdersi in banali comportamenti di clientelismo e di nepotismo; questi
atteggiamenti disonesti e mafiosi se arrivavano alle orecchie del popolo potevano eventualmente
solo generare odio e disprezzo per il governante attuale.
Possiamo dire che Machiavelli ideologicamente parteggiava per gli ordinamenti politici delle
repubbliche e dei comuni italiani, però la realtà politica con cui era costretto a misurarsi ogni giorno
non gli permetteva di vivere d’idealismo o sogni, perchè la sua speranza di vedere realizzata l’unità
d’Italia poteva essere attuata da un principe italiano spregiudicato, intelligente ed ambizioso
(Machiavelli aveva sperato nel principe Valentino de Borja o Borgia, sostenuto da suo padre, il
papa Cesare Borgia. Purtroppo il Valentino morì improvvisamente di sifilide e così il segretario
fiorentino vide naufragare il suo sogno di coesione politica della penisola italica).
Il pensiero politico di Machiavelli si può riassumere in 3 ordini principali: 1) leggi chiare,
democratiche e trasparenti per il popolo, 2) il paese doveva essere libero dalle influenze straniere, 3)
annullare l’egemonia politica che veniva esercitata dalla Chiesa. Nel Seicento la Chiesa Cattolica
subì due grandi sconfitte teologiche: la prima fu l’affermarsi della teoria eliocentrica, cioè tutti i
pianeti ruotavano attorno al Sole (astronomi famosi come il polacco Nicolò Copernico, l’italiano
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Galilei, cancellarono del tutto la teoria geocentrica e tolemaica propugnata dalla Chiesa, cioè che il
Sole e gli altri pianeti ruotavano attorno alla Terra). Un religioso che si ribellò al dogma politico
della Chiesa fu Campanella. Quest’ultimo propugnava uno Stato universale, gerarchico,
monarchico, religioso, alle cui posizioni di comando si poteva accedere solo per elezione, requisito
fondamentale per ricoprire le alte cariche erano la cultura e l’onestà. Campanella capiva i limiti del
popolo italiano e la sua profonda arretratezza culturale, che permetteva ai tiranni di fare il bello e il
cattivo tempo, a sorreggere l’impalcatura politica di questo pensatore era la speranza che lui sentiva
negli uomini. Questo ideologo ed intellettuale si esprimeva contro l’istituto della proprietà, perchè
quest’ultima causava negli uomini cupidigia, avarizia e soprattutto cattiveria; ogni uomo doveva
avere beni in base ai suoi bisogni.

CAPITOLO V

Pensiero politico dei secoli XVII – XVIII

Giambattista Vico, napoletano (1668-1744), mal si adattava al clima politico italiano. Lui era ostile
sia alla teologia cattolica che alle novità intellettuali. La sua ricerca politica e letterale era rivolta
alla verità e alla certezza dell’azione; ovviamente quest’ultima era corroborata dalla ragione e
dall’analisi della storia. In pratica il razionalismo dei secoli XVII – XVIII s’impose anche nella
politica, quindi l’uomo come soggetto attivo e parte fondamentale della società, libero da ogni
atavico vincolo feudale e proiettato in un’ottica moderna ed empirica. L’Italia era pervasa da
profondi contrasti politici, come la mancata unificazione del paese e l’egemonia spagnola, francese
ed austriaca che frenava ogni aspirazione politica; altro problema fondamentale era la palese
differenza economica fra il Settentrione d’Italia, che aveva una concezione più aperta e tecnicista, e
il Meridione d’Italia, condizionato ancora dalla cultura classica antica e dal modello feudale.
Verso il 1700 nacquero molti salotti, teatri, circoli massonici che diedero vita a un forte fermento
culturale (nacque il circolo culturale “Il Caffè”). I vari giuristi e pensatori politici Pietro Verri e
Cesare Beccaria scrissero varie opere di politica esprimendo una forte critica alla teologia cattolica,
che disprezzava il lusso e il benessere, ed esaltava la povertà, la carità e l’umiltà in modo assoluto.
Questi pensatori politici affermarono che ogni uomo deve perseguire la felicità, quindi attraverso il
soddisfacimento dei propri bisogni, che non dovevano essere necessariamente primari. Insomma le
comodità e l’agio, nell’individuo potevano essere raggiunte senza incorrere nella sanzione della
morale cristiana, come pure procurarsi beni voluttuari e costosi. Altra caratteristica importantissima
del secolo dell’Illuminismo è l’affermarsi del principio dell’uguaglianza dell’individuo di fronte
alla legge e della certezza delle norme. Viene ribadito da alcuni pensatori politici il concetto
dell’abolizione della società feudale, in cui l’individuo era il protagonista per le sue capacità e non
per diritto di nascita, quindi a una società impostata sul sangue si sostituì un’organizzazione sociale
improntata sul censo.
Alcuni pensatori ed economisti come Ferdinando Galiani propugnavano una società dove la cultura
doveva essere di massa e non circoscritta a una ristretta cerchia di élite, poichè quest’ultima
produceva solamente dispotismo. Per quanto concerna l’azione politica si era mossi da una forte
critica razionalista ed illuminista, tutto doveva attuarsi con il più grande equilibrio, senza
sprofondare nell’estremismo gratuito.
Altro personaggio importante del secolo dell’Illuminismo fu Cesare Beccaria. Questo insigne
politologo del tempo, fu molto condizionato dal pensiero di Montesquieu e Rousseau, infatti
Beccaria chiedeva a gran voce una modifica del diritto penale, l’abolizione della pena di morte e
una giustizia laicizzata e non impregnata di contenuti religiosi o teologici. Beccaria affermò che la
collettività doveva partecipare alla costruzione della sovranità dello Stato al fine di realizzare
l’armonia comune, con tutte le sue regole democratiche, perchè l’obiettivo finale era la felicità
universale.
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Verri riprese il discorso di Beccaria e, come lui, criticò il sistema giudiziario. L’ordinamento
giuridico doveva essere improntato alla massima democraticità, quindi l’istituto giuridico della
tortura e della pena di morte, secondo Beccaria, non potevano avere fondamento di esistere e
l’individuo anche se criminale o autore di delitti poteva chiedere di essere trattato umanamente. Il
suo pensiero politico si può riassumere in alcuni punti: la classe dirigente non doveva essere
considerata onnipotente, perchè rappresentava in minima parte la società civile e lo scopo prioritario
della collettività era la nazione, il governo era l’espressione della maggioranza del popolo, la
corruzione non era ammessa nell’azione di governo, perchè quest’ultimo era il mezzo con cui la
massa esercitava l’attività esecutiva. Quando un governo non era più in grado di assicurare l’ordine
sociale e il benessere, il popolo aveva diritto di sovvertirlo. Però nonostante l’enunciazione di questi
sani principi di governo, Verri si rendeva conto della delicata situazione politica in cui si trovava
l’Italia (frazionamento politico di molti stati, egemonia della Francia e dell’Austria nelle questioni
interne della penisola, senza contare la millenaria influenza della Chiesa, che in pratica per molti
secoli aveva ostacolato l’unità del paese, quindi la speranza di quest’ultimo pensatore di vedere
realizzata l’unità d’Italia al più presto possibile, rimaneva un mero ideale astratto.
Una delle cause fondamentali della mancata realizzazione dell’unità d’Italia era che la classe
intellettuale, pur avendo una grandissima cultura, non riusciva a diffondere e a far nascere un
sentimento nazionale nella collettività. Probabilmente il modo di scrivere raffinato ed elitario di
questi letterati non svolse quella penetrazione sufficiente a creare una forte identità di popolo.
Altra causa della mancata unità del paese era l’individualismo esasperato degli italiani. Questa
brutta qualità era corroborata dal campanilismo e provincialismo degli abitanti della penisola italica.
Dobbiamo anche ammettere che potenzialmente gli italiani erano anarchici e lo sono tuttora, per
esempio Hitler si meravigliava come Mussolini era riuscito a inquadrare un popolo come quello
italiano, geneticamente indisciplinato e soprattutto ribelle con scarso senso dello Stato.
Altra causa che provocò la staticità politica dell’Italia era la forte religiosità sentita dal popolo e la
propaganda della Chiesa, che disprezzava la modernità e vedeva il discorso dell’unificazione come
un evento rivoluzionario.

CAPITOLO VI

Concezione politica del XIX secolo

Questo periodo venne caratterizzato da un forte impegno politico, persone come Cavour, Mazzini,
d’Azeglio, Cattaneo e Gioberti non lasciarono molti scritti, ma furono molto impegnati
politicamente. Mazzini riconobbe che la politica non doveva essere appannaggio di una cerchia
ristretta di privilegiati, ma il popolo doveva partecipare attivamente alla vita politica e non essere
relegato nell’ignoranza perenne. La democrazia secondo Mazzini doveva seguire un percorso
evolutivo che avrebbe concesso all’individuo di estrinsecare la propria personalità. Critico nei
confronti del socialismo, giudicato da questo pensatore troppo massimalista e demagogico, Mazzini
si fece portavoce di un programma incentrato sull’educazione civica dei cittadini, sull’economia
produttiva, su forme di associazione produttive o meglio attive. I cittadini dovevano avere diritti e
doveri e lo Stato si faceva garante dei principi, Mazzini aveva un pensiero politico che si basava su
una fede incondizionata nel progresso, con forti sfumature di sentimento nazionale e
anticlericalismo. Altro elemento che caratterizzava l’ideologia di Mazzini era la sua grande
ammirazione per il progresso, visto come una grande manifestazione di Dio. Anche se Mazzini
propugnava come forma assoluta di governo la Repubblica, per evitare una guerra civile accettò la
pseudo-monarchia costituzionale per l’Italia, rappresentata dai Savoia e dall’abile ministro Cavour.
Dopo l’unità d’Italia nel 1861, la partecipazione popolare alla vita politica diminuì in modo
sensibile, infatti il potere politico ed economico si concentrò in una ristretta oligarchia nobiliare
borghese, che portò il paese ad avventure coloniali, con esito sovente funesto. Il suffragio
universale rimase una mera chimera, perchè votavano solamente le persone benestanti. Dato che il
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diritto di voto si poteva esercitare solo in base al censo, i socialisti erano emarginati politicamente,
mentre i cattolici erano in perenne conflitto con il nuovo Stato unitario, per la questione romana, e
quindi non potevano partecipare direttamente alla vita politica.
Questo squallido panorama politico generò una forte involuzione autoritaria e conservatrice.
Carlo Cattaneo fu un grande pensatore politico del Risorgimento; storico ed economista, cercò di
mettere la sua cultura intellettuale, impregnata ancora di elementi di razionalismo illuminista al
servizio dell’unità d’Italia. Egli aveva una visione universale del mondo, però si rendeva conto del
contesto storico-sociale in cui era costretto a vivere. Cattaneo fu uno dei fondatori della moderna
sociologia, cercò di analizzare l’evolversi della società umana soffermandosi sull’aspetto storico e
sulla psicologia individuale, studiando inoltre le leggi, le usanze, le consuetudini e le lingue dei vari
popoli. Questo pensatore era favorevole ad un accentuato federalismo per l’Italia, dato che questo
paese per molti secoli fu politicamente frazionato in varie entità territoriali e quindi non ebbe la
possibilità di raggiungere quell’omogeneità etnica ed istituzionale. Ricordiamo che la penisola fu
per moltissimo tempo un proliferare di repubbliche e comuni, gelosi delle proprie autonomie e
libertà. Cattaneo si pose contro il moderatismo liberale, anche nei confronti dei socialisti-utopici;
era favorevole a un’evoluzione democratica della società, corroborata dalla scienza e dalla tecnica.
Egli era favorevole al suffragio universale, che avrebbe portato allo Stato notevoli benefici ed
aggiunse che per lo Stato era fondamentale l’economia fondata sul libero mercato.
Verso la fine dell’Ottocento il panorama politico italiano fu influenzato dal dibattito dottrinale,
filosofico e politico fra tre filosofi della politica: Antonio Labriola, d’ispirazione socialista e
marxista, Benedetto Croce, d’ispirazione liberale, e Giovanni Gentile, uno dei massimi teorici del
Fascismo.
Labriola, pensatore socialista, affermò che erano gli uomini a fare la Storia e non viceversa,
aggiungendo anche che l’uomo non doveva essere schiavizzato in fabbrica, al fine di salvaguardare
la sua dignità e coscienza, se no si diventava come dei servetti privi di ragione, dove chi teneva il
potere economico si muoveva come un feudatario, dove le parole libertà, democrazia, coscienza,
moralità e virtù erano solo belle parole; quindi sull’uomo dava un giudizio materialista e poco
spirituale e dove la selezione umana veniva relegata negli scantinati più bui della mente umana.
Labriola arrivava alla conclusione che non l’uomo doveva essere soggetto all’economia, bensì era
quest’ultima, che aveva la funzione di assicurare una certa felicità all’uomo.
Come vedremo, i filosofi Gentile, Croce, Labriola saranno in contrasto tra loro e purtroppo la
società ne sarà condizionata. Labriola fece la sua accurata analisi sui problemi della società
industriale e tutte le problematiche inerenti e cercò delle metodologie efficaci per risolvere i
problemi della collettività.

CAPITOLO VII

Concezione politica del XX Secolo

Il Novecento si aprì con le grandi riforme di Giolitti (che assieme a Cavour e a De Gasperi sono
forse, i più grandi politici che questa povera Italia abbia avuto), che concesse il suffragio universale
maschile: quindi non si votava più in base al censo o al grado d’istruzione. Ricordiamo ai gentili
lettori che appena raggiunta l’unità d’Italia (1861) aveva diritto solamente il 2% della popolazione.
I tre grandi movimenti politici che influenzarono la politica italiana furono i seguenti: quello
liberale, che dominò la scena politica fino all’avvento del Fascismo, cioè nei primi anni Venti, in
seguito il Fascismo per vent’anni mantenne il potere annullando ogni dissenso politico da parte
delle opposizioni, le violenze per eliminare fisicamente gli avversari politici vennero perpetrate dai
fascisti, i comunisti e i socialisti reagirono ai soprusi fascisti difendendosi. Il Fascismo potè attuare
la sua politica becera e brutale appoggiandosi agli agrari, agli industriali, alla polizia, all’esercito e
infine ebbe il sostegno dei sovrani, precisamente dei Savoia (alcuni membri di loro si
caratterizzavano per il loro acceso anticlericalismo, vedi per esempio Vittorio Emanuele III, che
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appena passava una processione faceva le corna). Nonostante l'emozione e lo sdegno per il delitto
Matteotti, il Fascismo alla fine prese il potere.
Però bisogna ricordare la prima Guerra Mondiale, che fu traumatica per lo Stato italiano, sia dal
punto di vista politico, infatti forze come gli anarchici, socialisti, cattolici, come i liberali giolittiani,
erano contrari all’intervento dell’Italia. Le masse popolari prima emarginate ora erano utilizzate per
la guerra, i nazionalisti di destra erano tutti eccitati nel vedere unite alla madrepatria Trento e
Trieste. Alla fine della prima Guerra Mondiale tutte queste contraddizioni resero precario
l’equilibrio dello Stato liberale e la politica italiana. La fine del conflitto, portò grandi cambiamenti
come il suffragio universale maschile, mentre si scatenarono grandi rivolte operaie e contadine
contro la classe padronale, che si dimostrava sorda alle loro legittime richieste di miglioramento
delle proprie condizioni sociali. I partiti popolari misero in netta minoranza la dirigenza liberale,
che si dimostrava incapace di fronteggiare la nuova situazione sociale che si era venuta a creare. Il
partito popolare di don Sturzo che aveva forte seguito tra i ceti popolari non riuscì a gestire la
situazione di conflittualità sociale che si era venuta a creare nel paese. Mentre i socialisti erano
dilaniati dalla forte contrapposizione che si era venuta a creare all’interno del partito (ricordiamo la
scissione di Livorno, che diede vita al Partito Comunista, che affermava che solamente con la
rivoluzione del proletariato nei confronti delle classi ricche, i poveri potevano sperare in un certo
riscatto). Durante la resistenza e nel dopoguerra le forze le forze socialiste e cattoliche democratiche
saranno determinanti per la costruzione della Repubblica e della democrazia; per mezzo di un
referendum popolare l’istituto della monarchia fu abolito (ricordiamo che la casata dei Savoia fu
determinante per la presa di potere del Fascismo, infatti il re se avesse firmato il decreto di stato
d’assedio, presentato dal ministro Facta, durante la marcia su Roma dei fascisti forse l’Italia non
avrebbe avuto un destino così funesto e non dimentichiamo che la regina Margherita aderì
apertamente al Fascismo).
Un intellettuale come Prezzolini ammise, alla fine della seconda Guerra Mondiale, che nonostante
la resistenza al nazifascismo gli italiani non solo non avevano maturato uno spirito nazionale della
società, ma neanche creato quella società solidale necessaria per creare una forte armonia. Il
Fascismo trasse linfa vitale da questo clima d’indecisione politica, senza approfondire tutto il
discorso della vittoria mutilata, cioè le concessioni territoriali che dovevano andare all’Italia (la
Dalmazia e parte delle colonie tedesche in Africa, come la Tanzania ad esempio). Questo
movimento politico riuscì ad imporsi facendo leva sul malcontento popolare e, soprattutto, con
l’appoggio della piccola borghesia nonchè grazie, ricordiamo, anche all’esercito, a parte della
famiglia reale, agli agrari ed agli industriali, che vedevano in questa espressione politica la loro
salvezza dal cancro socialista e bolscevico.
Mussolini, ex socialista interventista, grazie alla sua demagogia, al suo populismo e alla sua
eloquenza fu determinante per incantare le masse (come oggi noi abbiamo certi politici che con le
loro lusinghe incantano il popolo pecorone). Solo che Mussolini usava la radio o i comizi oceanici,
mentre oggi si usano mezzi più subdoli come la televisione, Internet. La stampa come allora
tendeva ad associarsi in modo strisciante e bizantino al potere costituito; non voglio fare la morale,
capisco che molti per campare si aggregano al carro dei vincitori, però per me la libertà di parola è
sacra, anche se a volta può sembrare faziosa. Venendo mancare la libertà d’espressione cade uno
dei principi fondamentali della democrazia. Il filosofo Croce dapprima aderì al Fascismo; però
quando capì il vero volto totalitario e antidemocratico se ne discostò; il filosofo Gentile fu un
grande esponente di questo movimento reazionario, addirittura per un periodo fu ministro
dell’istruzione. Rapidamente lo Stato fascista diventò autoritario e la vita intellettuale si svolse sotto
il vigile controllo di Mussolini; le persone di cultura che si opposero al Fascismo furono
emarginate, perseguitate, condannate, altre persone d’insigne cultura dovettero optare per l’esilio,
come don Sturzo, Salvemini, Labriola.
Il filosofo della politica Croce offrì volontariamente una spalla all’ideologia fascista, perchè questo
politologo pur avendo una profonda concezione del liberalismo, lo distinse dal liberismo economico
e diresse la sua attenzione verso una forma di spiritualismo che attenuava la separazione fra
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liberalismo e democrazia, egli definì lo Stato: “l’espressione di azioni utilitarie per un ristretto
numero di persone”; per questo filosofo forza e consenso sono complementari, entrambe queste
caratteristiche non possono mancare.
Riprendendo il discorso della spiritualità, quest'ultima trovava il suo sostegno nell’autorità e nella
libertà, queste peculiarità rappresentavano un forte equilibrio. Lo stato etico idealizzato da Croce
aveva la sua base fondamentale nella vita concreta per la collettività e negli interessi meritevoli di
protezione per la società; per il filosofo Giovanni Gentile invece la politica non era etica, bensì un
atto dovuto, dato che ogni comportamento politico mira all’interesse generale dello Stato. Il popolo
doveva esprimere la propria partecipazione politica solo attraverso la subordinazione e l’obbedienza
allo Stato; secondo Gentile quindi la volontà della collettività era considerata superflua, se non
addirittura scandalosa; tutto doveva essere vincolato all’autorità centrale.
Da questi presupposti ideologici e filosofici Gentile arrivava alla conclusione che l’istituto delle
elezioni politiche era irrilevante, i diritti e le libertà fondamentali per l’individuo erano una
minaccia per la stabilità e l’integrità dello Stato. Il popolo secondo Gentile raggiungeva un rapporto
armonioso con lo Stato; quest’ultimo provvedeva a tutto, era solo sufficiente per le masse ubbidire e
non dissentire o peggio ancora contestare. In pratica secondo questo filosofo del Fascismo tutto
doveva essere regolato, l’individuo non aveva una personalità autonoma, ma era guidato come un
bambino, cioè si realizzava così lo Stato-padre-padrone; assistiamo in pratica a una divinizzazione
dello Stato, impersonato dal capo supremo a cui tutti gli uomini dovevano esprimere una cieca
obbedienza. Il disprezzo per lo Stato liberale veniva camuffato da questo filosofo come critica alla
sua spiritualità poco empirica, ma serviva per giustificare l’eliminazione della partecipazione
politica delle masse e di conseguenza l’estinzione delle libertà nate dalla Rivoluzione francese.
Per quanto concerne i cattolici-popolari o democratici, questo movimento di massa fu determinante
per la democrazia in Italia e permise in modo pacifico alle masse di partecipare attivamente alla
politica.
Uno dei fondatori del partito popolare fu don Sturzo, il suo programma politico si concentrava
verso il centro e verso il moderatismo cristiano, quindi lui e il partito popolare si discostavano
nettamente dalla concezione individualista liberale e da quella movimentista e classicista socialista.
Lo Stato secondo Sturzo doveva avere le fondamenta su una vasta armonia sociale d’ispirazione
cristiana e solidarista, sul decentramento amministrativo e ovviamente territoriale, rispetto per le
forme di aggregazione sociale intermedie.
Sturzo cercò di contrastare il Fascismo, ma sconfitto da questo partito totalitario fu costretto ad
andare in esilio. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il progetto della creazione di un partito
d’ispirazione cristiana fu ripreso dal grande De Gasperi (nato a Trento e quindi d’impostazione
mitteleuropea), che fondò la Democrazia Cristiana, che per 50 anni fu un partito determinante per la
crescita sociale ed economica del paese, sia nel bene che nel male.
Altro pensatore politico importantissimo, il maggiore politologo, secondo il mio modesto parere,
che la sinistra abbia avuto, sia come onestà intellettuale che come grandissima cultura, fu Antonio
Gramsci (1891-1937), nato ad Ales in Sardegna. Una persona raffinata nelle analisi e sensibile alla
realtà effettuale che lui analizzò con imparzialità e obiettività storica, tanto da fare invidia a
Machiavelli, Cuoco e Vico.
Gli interessi di Gramsci spaziavano dalla letteratura, alla critica teatrale, alla storia, filosofia,
politica, egli ben presto si trovò alla testa di un partito che aveva una forte rilevanza internazionale.
Gramsci all’inizio aderì al Partito Socialista, in seguito, quando capì che questo partito era molto
indeciso, confuso e approssimativo, l’abbandonò. Fece parte del nuovo Partito Comunista, che
nacque a Livorno nel 1921, si scagliò contro certi socialisti massimalisti e contro la dittatura
stalinista. Sconfitto politicamente in Italia, in seguito fu incarcerato, guardato con ostilità da alcuni
membri che erano scappati in U.R.S.S. Attaccato all’interno del suo partito visse una profonda
sofferenza intellettuale e soprattutto politica. In carcere Gramsci cercò di capire come il Fascismo
era riuscito a prendere il potere ed arrivò alla conclusione che la netta divisione fra politica e cultura
e fra le masse e la classe intellettuale aveva permesso alle classi sociali dominanti, retrive e
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antidemocratiche, di appoggiare un movimento politico, che propugnava contenuti totalitari, nel


prendere il potere. Gramsci dava anche la colpa al popolo tenuto, dalle cosiddette classi sociali
elevate, nell’ignoranza. In Italia secondo Gramsci il tutto poteva essere ricondotto all’incapacità dei
cattolici e dei non praticanti la religione a costruire una cultura vivace che potesse attrarre le masse
popolari. Egli alla classe dirigente liberale criticò il disprezzo per il popolo, che non permetteva di
capire i reali bisogni della collettività. Per quanto concerne la Chiesa, Gramsci l’accusava di agire
in modo ambiguo, perchè da un lato le istituzioni religiose attraverso la parola del Signore
predicavano la solidarietà e la giustizia sociale, ma dal punto di vista pratico non volevano
compromettersi, per esempio sui temi economici e sociologici non volevano assumere una
posizione netta. Questa diplomazia politica della Chiesa, Gramsci la riassumeva semplicemente
nell’interesse delle gerarchie ecclesiastiche a mantenere i propri diritti secolari e le proprie
prerogative in seno alla società senza inimicarsi l’autorità del momento, invocando anche una
derivazione sacrale. Secondo Gramsci, la Chiesa storicamente, pur di mantenere la rilevanza
politica ed economica della penisola italiana, ricorse a qualsiasi mezzo, cioè sia alla violenza che
all’intervento straniero (ricordiamoci che Roma non potè diventare capitale d’Italia fino al 20
settembre 1870, anno in cui Napoleone III fu sconfitto a Sedan dai prussiani). Il nuovo governo,
insediatosi, ritirò le truppe e i bersaglieri attraverso la breccia di Porta Pia poterono entrare in
Roma; il pontefice si ritirò a Castel Sant’Angelo, considerandosi prigioniero dello Stato italiano; fu
Mussolini che abilmente e diplomaticamente riuscì attraverso i cosiddetti Patti Lateranensi ad avere
dalla sua parte la maggioranza dei cattolici (non dimentichiamoci che il Fascismo in origine era
anticlericale).
Gramsci criticò il corporativismo che attraversava la società italiana, ancora oggi molto forte;
questo grande pensatore politico aborriva le posizioni settarie e faziose presenti nella società
italiana, che la rendeva incapace di una dialettica democratica, ma auspicava la valorizzazione della
cultura nazionale al fine di emancipare le masse popolari, relegate sempre nella loro atavica
ignoranza. Gramsci uscì dal carcere tre giorni prima di morire e al suo funerale parteciparono solo
tre persone.

CONCLUSIONI

L’Italia repubblicana nacque dalla Resistenza e dalla caduta del Fascismo, che aveva portato questo
paese alla rovina seguendo la follia nazista; il popolo dopo un ventennio di dittatura assaporò
nuovamente la democrazia e attraverso un referendum popolare optò per una forma repubblicana di
governo e la Costituzione italiana fu votata da un’assemblea costituente nel 1948 (ricordiamo che lo
Statuto Albertino era una carta concessa).
L’Italia riuscì ad inserirsi in un contesto internazionale sia con la sua adesione all’O.N.U., sia con la
creazione dell’Unione Europea.
Il paese dovette sopportare la guerra fredda, il terrorismo, gli attentati di corpi occulti (servizi
segreti deviati, massoneria), l’offensiva della criminalità organizzata, e la democrazia ne uscì
rafforzata.
La coscienza delle libertà politiche, la diffusione del benessere e della cultura, la tutela giuridica per
le persone più deboli (i lavoratori, donne, giovani), l’accentuazione della presenza sindacale,
l’autonomia comunale e regionale rese solido il concetto di democrazia. Uno degli elementi negativi
di questo paese fu la democrazia incompiuta negli anni '70-'90, dove non vi furono alternative di
governo; questo provocò clientelismo, corruzione, inefficienza, lottizzazione, finanziamenti occulti
ai partiti, di conseguenza l’intervento provvidenziale della magistratura, che cercò di riportare
questo paese di recente democrazia repubblicana a una forma di legalità.
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PENSIERO PERSONALE DI ROBERTO D’AMATO

L’Italia dal 2001 è governata da un governo che ha come scopo precipuo il mercato e la libera
iniziativa privata senza controllo. Questo liberismo selvaggio renderà la maggioranza della
popolazione povera, mentre una minoranza, circa il 10-15% della popolazione starà bene e l’1%
sarà ricchissima.
Esempio lampante l’abbiamo sul rinnovo dei contratti dei lavoratori sia statali che privati, infatti
vengono firmati minimo con due o tre anni di ritardo, il potere d’acquisto dello stipendio o salario
diminuisce, la gente a reddito fisso per campare è costretta a contrarre debiti con le banche o con le
finanziarie (addirittura per acquistare elettrodomestici del valore di € 500,00). Questo governo
risparmia sugli statali, gli industriali sugli operai, alla fine guadagna chi detiene il potere economico
(banche, finanziarie, assicurazioni, industriali vicini al governo e chi più ne ha più ne metta).
Evviva la miseria, poi qualcuno ha il barbaro coraggio di dire “bisogna incentivare i consumi”,
inutile che ci dicano “avrete qualcosa con l’I.R.P.E.F.”, se poi aumentano le tasse locali, tipo I.C.I.,
tassa sui rifiuti o il prezzo del carburante e gasolio di riscaldamento (da cui lo Stato introita tante
tasse), senza parlare dei continui ritocchi annuali della luce, gas ecc. Evviva, questo è il governo che
io stupidamente e ingenuamente ho votato nel 2001. Pensate cari italiani, noi abbiamo delle
personalità politiche che vedono nell’attuale capo dello Stato della Russia, cioè Putin, un amico e
un modello, ma sapete oggi in Russia regna una pseudo-democrazia, il giornalista, il giudice e
l’avvocato che è contro il governo viene epurato, anche fisicamente.
Un discorso a parte merita la Chiesa, questa nobile istituzione che per secoli ha mantenuto l’Europa
cristiana, anche se bisogna riconoscere che qualche personalità di questa sacra Istituzione ha
sbagliato, per esempio quando questi personaggi religiosi negavano il valore scientifico delle
scoperte di Copernico e Galilei, oppure quando alte gerarchie della Chiesa osteggiavano il viaggio
di Cristoforo Colombo, perchè sostenevano che dopo le Colonne d’Ercole non c’era nulla. Il mio
modello di Chiesa è rappresentato dall’umiltà di San Francesco e l’incorruttibilità di Savonarola e
l’onestà intellettuale e teologica di Martin Lutero. Rimango fedele al cattolicesimo e alla sacra
romana apostolica Chiesa, dissento su alcune reminiscenze storiche (esempio l'Istituto
dell’Inquisizione, la vendita delle indulgenze). Bisogna ammettere che in Italia non c’è stata una
diffusione della cultura di massa come nei paesi scandinavi (XVI-XVII) e negli Stati Uniti (XVIII),
essa è stata e tuttora lo è in forma minore di una ristretta minoranza élitaria, tenendo il popolo
nell’ignoranza nei secoli passati. Oggi la concezione della cultura della Chiesa è radicalmente
cambiata nei confronti del popolo, anche se devo ammettere che resistono alcune sacche élitarie
nelle istituzioni della Chiesa.
Anche certi nostri politici, specialmente conservatori, lasciavano il popolo nella sua eterna non-
conoscenza delle cose o meglio nell’odiosa ignoranza, mandando come messaggio le belle donne, il
calcio e il denaro, trascurando la cultura e la politica. Questa operazione bizantina viene attuata nei
confronti del popolo in modo subdolo e strisciante, così le masse non interferiscono nella politica
delle cosiddette élite (massoneria deviata, gruppi di pressione, parte della confindustria più retriva).
Speriamo che questa involuzione autoritaria o deriva pseudonazionalpopolare si attenui, se no
avremo fortissimi problemi di democrazia, già adesso in Italia questo istituto popolare è incompiuto
ed è continuamente violentato da certi politici; questi ultimi vorrebbero addirittura mettere sotto
controllo la magistratura italiana, in pratica subordinata al potere esecutivo. Questo per me è un
pensiero scellerato, perchè il principio primordiale della democrazia è la divisione dei tre poteri
(giudiziario, esecutivo, legislativo) tra di loro sovrani e indipendenti (questa affermazione l’aveva
già fatta Montesquieu nel XVIII secolo). Certamente si può manifestare pacificamente con i
girotondi, per placare questo becero tentativo di mettere il bavaglio al potere giudiziario. Se questo
tentativo di ricondurre il potere giudiziario sotto l’egemonia del potere esecutivo avesse buon fine,
porterebbe la mia amata Italia indietro di almeno duecento anni.
Altro problema fondamentale di tutte le società del mondo è la ridistribuzione equa della ricchezza
fra il popolo. Il capitalismo sa produrre benessere ma non riesce a ripartirlo in modo equo tra la
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popolazione, questo fa sorgere delle vistose ingiustizie sulla divisione del reddito; il Comunismo
sapeva dare a tutti una certa dignità economica (sapeva ridistribuire la ricchezza), però non riusciva
a creare una ricchezza soddisfacente.
Questo assillante problema della ridistribuzione delle risorse economiche nel mondo, se non verrà
risolto in modo giusto ed obiettivo, creerà dei cruenti conflitti. L’Italia industriale, per esempio,
mentre prima riusciva a competere con dei paesi come la Germania, gli U.S.A., la Gran Bretagna, la
Francia, ora con Stati come l’India e la Cina non riesce a reggere il confronto, mentre le altre
potenze economiche puntano su produzioni intelligenti, dove è richiesta ricerca, studio. L’Italia non
solo investe pochissimo in ricerca, ma si fa portare la produzione manuale oltre che dai paesi
dell’Europa dell’Est, anche dalla Cina e dall’India.
Con la globalizzazione italiana avremo quelle quattro o cinque multinazionali che controllano tutto
e il lavoro offerto agli operai sarà come un’asta al ribasso. Spero che le mie previsioni pessimistiche
siano smentite.
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TESTI CONSULTATI

Roberto d’Amato – Tecniche di seduzione e brevi cenni storici – stampato in Gorizia, 13 maggio
2004
Roberto d’Amato – L’arte amatoria e il pensiero politico, secondo il divino marchese Donatien
Alphonse Françoise de Sade – stampato in Gorizia, 25 agosto 2004
Roberto d’Amato – La Rivoluzione francese e le sue cause – stampato in Gorizia, 23 dicembre 2004
Roberto d’Amato – L’ideologia politica della Destra – stampato in Gorizia, 23 dicembre 2004
Abertone A., Storia delle dottrine politiche, Milano, Edizioni di Comunità, 1990
Bobbio N., Saggi sulla scienza politica in Italia, Roma-Bari, Laterza, 1997
Bobbio N., Profilo ideologico del Novecento, Torino, Einaudi 1986
Sabine, Storia delle dottrine politiche, Milano, Universale E.TA.S., Via Mecenate 87/6
Nelsen, La teoria dello Stato in Dante, Bologna, Boni, 1974
Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, Einaudi, 1975
Ullmann, Il pensiero poiltico nel medioevo, Bari, Laterza 1984
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Pazzaglia, Antologia. Per le Scuole Superiori, Bologna, Zanichelli 1982
17

Io sottoscrìtto Roberto d'Amato, residente in Friuli Venezia Giulia dal 1967 e nato a Bra (CN) il 27
Luglio 1963, discendo dall'antichissima casata dei baroni Amato di Sciacca (proveniente dalla
Catalogna, Spagna), venuta in Italia nel XIII secolo e appartenente in via molto collaterale al ramo dei
duchi di Caccamo e dai principi di Calati. I miei avi erano guelfi, cioè parteggiavano per il Papa, ho
avuto due vescovi in via collaterale (a Castro e a Umbriatico) e via diretta a Lacedonia. Arma D'Azzurro
a sei stelle d'oro con sei punte 3, 2, 1. Motto: VINCERE AUT MORI. Mi sono diplomato all'Istituto
tecnico “Gian Rinaldo Carli” di Trieste. Ho frequentato l'università degli studi di Bologna, avendo come
docenti, presso la facoltà di giurisprudenza di Bologna, prof. Ugo Ruffolo, Francesco Galgano, l’ex-
Rettore Fabio Roversi-Monaco, l'ex preside Roberto Bonnini della facoltà di giurisprudenza di Bologna,
Giuseppe Caputo, docente di diritto canonico, della Torre, docente di diritto ecclesiastico, Alessandro
Gamberini, assistente di diritto penale, Nardi di diritto romano, Maffei-Alberti, di diritto commerciale,
Angiolozzi di Storia moderna, Spagna Musso di diritto costituzionale. Attualmente sono membro della
Giunta Esecutiva del Consiglio d'Istituto del polo liceale e membro del Consiglio d'Istituto (Istituto
d'Istruzione Classica “D. Alighieri”, Liceo Scientifico “Duca degli Abruzzi”, Istituto Magistrale "Scipio
Slataper”), inoltre rappresentante sindacale del polo liceale. Ho già pubblicato quattro libri: “Tecniche
di seduzione e brevi cenni storici”, 13 Maggio 2004; “L'arte amatoria e il pensiero politico secondo la
concezione del divino marchese Donatien Alphonse Francois de Sade", 25 Agosto 2004, “La
Rivoluzione francese e le sue cause, 23 Dicembre 2004, “Ideologia politica della Destra”, 23 Dicembre
2004.