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Laboratorio di traduzione : "Documenta la didattica"

Liceo Classico G.Galilei – Pisa – classe II-A


Percorso didattico “Vino, politica, amicizia e poesia”

Archiloco

Ø Notizie biografiche

Archiloco, nato nell’isola di Paro e vissuto nel VII secolo a.C., viene considerato il primo
esponente della poesia giambica, che trae ispirazione da sentimenti e opinioni proprie e da passioni
spiccatamente personali; combattente mercenario, il suo pensiero supera la concezione omerica
dell’eroe, anche se il suo linguaggio deve ancora molto a quello dell’epos. Dunque il soggettivismo
del poeta risulta in pieno solo se paragonato alle norme della morale eroica, alle quali si vanno
sostituendo nuove regole esistenziali, conseguenza del mutare dei tempi.
Archiloco, poeta per diletto e non di mestiere, scrive per un’esigenza personale prendendo
decisamente le distanze dall’opinione altrui, dichiarando in modo diretto e spregiudicato, perfino
dissacrante, la sua indipendenza dagli antichi valori etici di bene e di male, di giusto e di ingiusto,
ormai insufficienti per valutare il comportamento individuale o collettivo.

(fr. 2 D)

:Evn dori mevn moi mavza memavrgmenh, evn doriv dèoivno


Ivsmarikov : pinwv dèevn dori kevklimenov 1

Distico elegiaco (schema)

Traduzione

Ho nella lancia la focaccia impastata, nella lancia


il vino ismarico; bevo reclinato sul legno.

Ø Commento

In questo breve frammento Archiloco riporta l’attività militare dalla leggenda micenea alla realtà
quotidiana che è in funzione della razzia e della sopravvivenza. Di questo frammento sono state date due
differenti interpretazioni: secondo la prima il poeta, all’interno del simposio, afferma che la focaccia, il
vino e la lancia sono elementi essenziali per un soldato; la seconda interpretazione, che si basa sulla
traduzione del termine doriv come “ banco della nave,” ci fa invece intendere che Archiloco, soldato, è in
un momento di riposo dalla guerra, forse durante un turno di guardia.

1
doriv = significa legno ma per sineddoche viene usato in senso esteso o nave o legno
memagmevnh=participio perfetto è sottinteso la terza persona del verbo essere; costruisce cosi una sorta di participio perifrastico
mavssw e ma§xa= sono due figure etimologiche combinate con l’anafora (evn doriv .... evn doriv)

1
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Percorso didattico “Vino, politica, amicizia e poesia”

(Fr. 5a D)
Avllèage suvn kwqwvni qohvs dia sevlmata nhvo
foivta kaiv koilwvn pwvmatè afevlke kadwvn,
avrgei dèovinon eruvqron apov trugos; ouvde gar hvmei
nhvfemen evn fulakhvi thvide dunhvsomeqa.

Distico elegiaco (schema)

Ø Traduzione
Ma suvvia con una grande coppa va attraverso i banchi
della nave veloce e togli i coperchi delle concave botti,
attingi vino rosso dalla feccia; infatti neppure noi
potremo restare svegli in questo turno di guardia.2

Ø Commento
Come già traspare dal frammento precedente, la guerra non è un occasione di gloria quanto di
sopravvivenza, e uno dei modi per affrontare i duri turni di guardia è darsi al bere con i compagni
d’arme.

(fr.67a D)
Qumev, quvmè ajmhcavnoisi// khvdesin kukwvmene,
a[na dev, dusmenevwn dè ajlevxeo prosbalw;n ejnantivon 1) tribraco
stevr non, ejndovkoisin ejcqrw`n/ plhsivon katastaqei;"
ajsfalevw" : kai; mhvte nikevwn/ ajmfavdhn ajgavlleo,
mhde; nikhqei;" ejn oi[kwi/ katapesw;n ojduvreo 5) tribraco
ajlla; cartoi`sivn te cai`re/ kai; kakoi`sin ajscavla
3
mh; livhn givnwske dè oi~Jo"/ rJusmo;" ajnqrwvpou" e[cei.

2
a[ge = imperativo con valore esortativo in latino age
nho;" = sta per new;"
dia; sevlmata = complemento di moto per luogo
a[grei = imperativo di ajgrevw
nhfevmen = inf.con desinenza eolica nhvfein
qoh`" = significa temere , dal verbo qovw
foivta .. a[felke = imperativi
trugov" = propriamente feccia, corpo di fondo che si formava nel vino.
3
Qumev: vocativo di qumov".
ajmhcavnoisi khvdesin: dativo di causa efficiente.
kukwvmene: participio medio di kukavw concordato con Qume.
a[na: preposizione con accento ritratto ha valore di imperativo.
dusmenevwn: genitivo plurale forma non contratta rispetto all’attico dusmenwvn (distrazione omerica).
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Metro: tetrametro trocaico catalettico

Ø Traduzione

Cuore, cuore turbato da angosce irreparabili,


suvvia, alzati, ponendo il petto contro gli avversari,
ponendoti senza paura vicino agli agguati dei nemici,
e vincendo, non vantarti pubblicamente,
se invece vinto, non piangere prostrato in casa,
ma rallegrati per le gioie e arrabbiati, non troppo,
per le sventure; conosci quale ritmo alterno possiede gli uomini.

Ø Commento
Fino alla prima metà del verso 4 il frammento è un invito al suo cuore a risollevarsi opponendo il
petto come atto di difesa nei confronti dei nemici. Tale invito è testimoniato dalla frequenza degli
imperativi.
Dal verso 4 in poi il tono diventa più moderato, ed Archiloco invita il suo qumov" ad avere un
atteggiamento equo sia nei momenti di maggior felicità sia in quelli di abbattimento.
L’espressione da lui usata, mh; livhn, richiama il motto delfico mhdevn avvjgan, relativo all’importanza di
evitare gli eccessi non dimenticando il senso della giusta misura che sarà ripresa anche dal mondo
romano con il termine “modus”.
Questa poesia è uno dei primi esempi di invocazione a se stesso e nello specifico al suo cuore.
Nell’epica omerica ci sono due esempi di questo tipo: il primo è dato da Ettore, nell’episodio dell’ Iliade
in cui incita il proprio cuore prima del duello mortale con Achille, e il secondo è offerto da Odisseo
Od.XX vv.18-21) che in un toccante monologo con il suo cuore, lo invita a resistere e a sopportare la
situazione spiacevole delle beffe da parte dei Proci invadenti. Ma, mentre Odisseo si richiama al passato
per esortare il proprio cuore a sopportare (ricordando quando tollerò che il ciclope mangiasse avidamente
i suoi compagni), qui Archiloco si concentra sul presente, sul rJusmov" che regola la vita dell’uomo e si
caratterizza come norma di comportamento.
A cura di Sara Di Nasso

ajl evxeo: imperativo presente di alevxw in attico alevxou (distrazione omerica).


katastaqei;": participio aoristo passivo di kaqivsthmi.
nikevwn: participio presente di nikavw distrazione omerica in attico nikwvn.
ajgavlleo: imperativo non contratto (distrazione omerica) di ajgavllomai in attico ajgavllou.
nikhqei;" : forte opposizione con nvikevwn participio aoristo passivo di nikavw.
katapesw;n:participio aoristo di katapivpto.
ojduvreo:imperativo forma non contratta (distrazione omerica) di ojduvrw.
cai`re: participio presente di caivrw.
ajscavla: imperativo presente di ascavlaw.
givnwske: imperativo presente di gignwvskw.

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(fr. 7 D) Stobeo, Florilegium IV 56,30

Khvdea me;n stonoventa Perivklee" ou[tev ti" ajs tw`n 1


memfovmeno" qalivhi" tevryetai oujde; povli":
toivou" ga;r kata ku`ma polufloisboio qalavssh"
e[klusen oijdalevou" dè ajmfè ojdu nhi" e[comen
pneuvmona". ajlla; qeoi ga;r ajnhkevstoisi kakoi`sin 5
w~j fivlè epi; kraterh;n tlhmosuvnhn e[qesan
favrmakon. a[llote a[llo" e cei tovde: nu`n me;n ej" hJmeva"
ejtravpeqè, aiJmato en dè e{lko" ajnastenomen,
ejxauti" dè eJtevrou" ejpameivyetai. ajlla tavcista
tlh`te, gunaikei`on pevnqo" ajpwsamenoi.4 10
4
Khvdea= non contratto per kh‰‰dh
Perivklee"=non contratto per Peri‰klei"
qalivhi"= in attico troviamo qali‰ai". Troviamo lo i ascritto anzichè sottoscritto.èin dittongo improprio.
ou[tev=troviamo due accenti. L'accento sull'e è di enclisi perchè il ti" è enclitico.
ajstw`n= è un genitivo partitivo.
memfovmeno"=è concordato con ti" si trova il maschile al posto del femminile perchè il greco, quando è possibile
operare una scelta, preferisce usare il genere maschile.
tevryetai=è un futuro e regge il dativo.Viene da . È un medio-passivo. Questo modo ha di solito il valore di
un'azione che si riflette o che è di interesse del soggetto.
toivou"= indica la qualità. Ha valore esclamativo.
polufloivsboio= è un genitivo concordato con . È un epiteto composto da e . In questo caso
abbiamo la desinenza arcaica del genitivo in - - ( la intervocalica è caduta e - - si contrae diventando - -)
Kata..e[klusen= tmesi da
ojd uvnhi"= in attico troviamo
kakoi`sin=in attico troviamo
ajn hkevstoisi=in attico ( da privativo e )
ejpi...e[qesan=tmesi per
favrmakon= predicativo dell'oggetto. È un'apposizione. È una "vox media". Rimanda alla filosofia epicurea del
.
* Il " tetrafarmacon" è una quadruplice medicina in grado di liberare gli uomini dall' infelicità. Filodemo, un allievo
di epicuro, sintetizza la filosofia epicurea in quattro punti:
*non sono da temere gli dei. La divinità non si occupa delle vicende umane e non può in alcun modo attentare alla
felicità degli uomini.ogni interesse degli dei verso il mondo sarebbe in contrasto con l'eterna beatitudine che
contraddistingue la loro vita.
*non è da temere la morte.L'annulamento della vita può essere causa d'angoscia solo per coloro che non
comprendono che non comprendoo che morire significa essere privi della capcità di ricevere sensezioni.ciò che si
dissolve non ha più sensibilità e ciù che non ha più sensibilità non è niente per noi.
*il bene può essere procacciato facilmente. Infatti la felicità può essere raggiunta facilmente solo da coloro che , non
seguendo false opinioni su ciò che il volgo considera essere la beatitudine, non aspira acose impossibili.
*il male è facile da tollerare.La stassa sofferenza fisica, ad esempio, no può eseere una reale causa di infelicità perchè
"ogni dolore è facilmente apprezzabile: ciò che ha intensa sofferenza ha anche reve durata , e ciò che a lungo dura
nella carne reca sofferenza"( Sentenze vaticane)
kraterh;n=in attico
kakoi`sin=dativo con il detto efelcistico.
a[llote a[llo"=costrutto che corrisponde al doppio "alius" latino.Il - è un rafforzativo enclitico. C'è allitterazione.
Ejt ravpeqè=viene da
ejxau`ti"=in attico
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Ø Traduzione

“Oh Pericle, nessun cittadino né la città,


lamentandosi dei lutti familiari,
gioirà per le feste,
infatti tali (persone) ha sommerso
l’onda del mare lungi risonante,
ed abbiamo il cuore gonfio di dolori,
ma gli dei,
oh amico mio,
concessero la virile sopportazione
come rimedio per i mali inguaribili.
Uno è colpito in un momento,
uno in un altro momento;
ora si è indirizzato contro di noi,
e soffriamo una ferita sanguinosa,
ma presto toccherà a qualcun altro.
Su, presto, fatevi forza abbandonando il compianto da donnicciole!”

Ø Commento .
All'inizio del frammento il poeta si rivolge a un certo Pericle, non ben definito, probabilmente un
amico o un immaginario interlocutore come spesso troviamo nella tradizione poetica classica. Il
primo termine , in "positio princeps" caratterizza il commento alla lirica: una grande
disgrazia impedirà a tutti di non rallegrarsi per le festività. Da notare l'uso di =coloro che
abitano nella rocca e =tutta la popolazione che risiede intorno all' . Il poeta quindi spiega
con un'immagine lirica (l'onda del mare che molto risuona inghiottì i naufraghi) quale sia il lutto
che ha colpito la città. del verso 5 interrompe la drammatica scigura per sottolineare come gli
dei abbiano dato all'uomo la capacità di sopportazione come , " rimedio", al suo
ineluttabile destino di morte: l'espressione , senteziosa e grave, evidenzia
questa sorte e presenta un pizzico di rassegnazione con l'indefinito dimostrativo . Ma non è il
momento di disperarsi, dice Archiloco, e con una filosofia vicina al detto "oggi a me, domani a te",
conclude esortando a sopportare il dolore senza mostrarsi donnicciole. E proprio nell'ultimo verso
si rivela lo spirito maschilista della società greca, che vede nel pianto e nel lamento segno di una
debolezza tipicamente femminile.

Metro: distico elegiaco. v.7: hJmeva bisillabo per sinizesi

ajlla; tavc ista=è una formula omerica ( si trova di solito dopo la dieresi bucolica) ed ha un valore più preciso rispetto
alla semplice esortazione : Archiloco non esorta gli amici alla pazienza, ma alla premura, come dimostrano tutte
le varia determinazioni di tempo( ) presenti nel testo.
tlh`te=dal tema verbale * ( in latino tuli, [t-]latum)
ajp wsavmenoi= da ajpwqevw

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Tirteo

Ø Notizie biografiche
Tirteo, poeta elegiaco greco vissuto nel VII secolo a.C., è di probabile origine ionica (Mileto), ma visse
soprattutto a Sparta, per la quale combatté durante la seconda guerra messenica (650 circa a.C.). Secondo
una leggenda, gli Spartani, messi in crisi dai nemici, su consiglio dell'oracolo di Delfi, chiesero un
capitano agli Ateniesi, i quali mandarono a Sparta un maestro di scuola, o secondo altre versioni un poeta,
zoppo e deforme, ma rivelatosi capace d'accendere gli ardori dei soldati con i propri canti e condurli al
trionfo in battaglia. Tirteo in realtà fu un cittadino spartano a pieno diritto; egli appare infatti
perfettamente integrato nel sistema ideologico della (polis) aristocratica. Non abbiamo altre
notizie.

( Fr. 6-7 D.)

Teqnavmenai //ga;r kalo;n ejni; //promavcoisi pesovnta


a[ndrè ajgaqo;n peri; h|°/ // patrivdi marnavmenon:
th;n de aujtou` //prolipovnta povlin //kai; pivona" ajgrou;"
ptwceuvein //pavntwn // e[st j ajnihrovtaton,
plazovmenon //su;n mhtri; fivlh/ //kai; patri; gevronti 5
paisiv te su;n //mikroi`" // kouridivh° tè ajlovcw° 1
ejcqro;"/ /me;n gar/ /toi'si metevssetai ou{" ken i{khtai, 7
crhsmosuvnhi tè ei[kwn// kai; stugerh'i penivhi,
aijscuvnei te gevno", // kata; dè ajglao;n ei\do" ejlevgcei,
pa'sa dè ajtimivh // kai; kakovth" e{petai. 10
ei\qè ou{tw" ajndrov" // toi ajlwmevnou oujdemivè w[rh
givnetai ou[tè aijdw;" // ou[tè ojpivsw gevneo".
qumw'i gh'" pevri th'sde macwvmeqa kai; periv paivdwn
qnhvskwmen yucevwn // mhkevti feidovmenoi. 5 14
5
Osservazioni sul testo
v.1. teqnavmenai: forma eolica dell’infinito perfetto attivo di qnhvv°skw: morire (valore resultativo). ejniv: epico per ejn.
promavcoisi: forma dialettale ionica del dativo plurale = promavc oi".
v. 2. h|:° dativo femminile singolare del pronome e aggettivo possessivo oJ"v , hJv, oJvn.
v. 4. ajnihrovtaton: superlativo assoluto neutro singolare di ajnihrov", forma om. e ion. = ajn iarov".
v. 5. fivlh°: dativo singolare femminile da fivl o", h, on nel significato om. e poet. del termine, ossia proprio. su;n mhtri; fivl h°
kai; patri; gevronti: espressione omerica.
v. 6. kouridivh° tè ajlovcw°: espressione omerica.
v. 7. Metevssetai: futuro epico, terza persona singolare da m teimi. Ken:epico e in vari dialetti per n. i{khtai: congiuntivo
aoristo, terza persona singolare da kn omai. toi'si:dativo ionico dell’articolo (qui usato come pronome dimostrativo)
maschile plurale.
v. 8. ei[kwn: participio congiunto, nominativo maschile singolare da e kw. stugerh'i:aggettivo ( nel testo al caso dativo,
femminile singolare) che nel dialetto ionico, al femminile, presenta l’h al posto dell’a. penivhi: sostantivo femminile che, nel
dialetto ionico, presenta l’h in luogo dell’a.
v. 9. aijscuvnei: dal verbo a sc nw, presente indicativo, terza persone singolare; usato transitivamente, significa “ disonorare”.
v. 10. Ajtimivh: sostantivo femminile che, nel dialetto ionico, presenta l’h in luogo dell’a.
v. 11. Ajlwmevnou: participio aoristo genitivo maschile singolare da l skomai.

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w\ nevoi, ajlla; mavc esqe//|| parè ajllhvloisi mevnonte", 15


mhde; fugh'" aijscrh'"|| a[r cete mhde; fovbou,
ajlla; mevgan poiei'te|| kai; a[lkimon ejn fresi; qumovn,
mhde; filoyucei'tè|| ajndravsi marnavmenoi:
tou;" de; palaiotevrou",|| w|n oujkevti gouvnatè ejlafrav,
mh; kataleivponte"|| feuvgete, tou;" geraiouv". 20
aijscro;n ga;r dh; tou'to, || meta; promavcoisi pesovnta 21
kei'sqai provsqe nevwn || a[n dra palaiovteron,
h[dh leuko;n e[conta || kavrh poliovn te gevneion,
qumo;n ajpopneivontè || a[lkimon ejn konivhi,
aiJmatoventè aijdoi'a || fivlai" ejn cersi;n e[conta 25
aijscra; tav gè ojfqalmoi'" || kai; nemeshto;n ijdei'n,
kai; crova gumnwqevn ta: || nevoisi de; pavntè ejpevoiken,
o[frè ejrath'" h{bh" || ajglao;n a[nqo" e[chi, 28
ajndravsi me;n qhhto;" ijdei'n, / ejrato;" de; gunaixi;
zwo;" ejwvn, kalo;" dè ejn // promavcoisi peswvn.
ajllav ti" eu\ diaba;" menevtw / posi;n ajmfotevroisi
sthricqei;" ejpi; gh'", // cei'lo" ojdou'si dakwvn.6

v. 12. ojp ivsw: preposizione che si trova accompagnata dal genitivo. gevneo": genitivo neutro singolare che non presenta
contrazione.
v. 13. macwvmeqa: congiuntivo indicativo presente, prima persona plurale, con valore esortativo.
v. 14. qnhvskwmen: congiuntivo indicativo presente, prima persona plurale, con valore esortativo. yucevwn: genitivo plurale
ionico.
v. 15.Ajllhvloisi ionico per ajllhvloi"
v. 16. Aijscrh'" ionico per aijscra"
v. 24. Ajpopneivonta al posto di Ajpopnevw v nta si spiegano per allungamento metrico (prima legge di Schulze).
v. 25. fivlai" come spesso accade anche in Omero ha valore di aggettivo possessivo di 3° persona singolare.
v. 27. ejp evoiken è un perfetto che non ha un corrispondente presente (latino: videtur).
6
Arcaismi e particolarità:
1. qhhto;": ionico per qeato;" (da qeavvomai) ;
2. ejwvn : presente participio da ei\miv (forma ionica), nominativo maschile singolare;
3. promavcoisi , ajmfotevroisi: forme di dativo plurale con lo iota dittico (con valore enfatico).
Analisi morfo-sintattica:
1. qhhto;", ejr ato;" , zwo;" , kalo;" : aggettivi della prima classe a tre uscite (-os, -h, -on); predicativi del soggetto;
2. ejwvn : valore continuativo-eventuale (finché…, fino a quando…);
3. ijdei'n: infinito narrativo, in riferimento al “giovane” (egli appare come…);
4. ti": pronome indefinito;
5. ejp i; gh'" : complemento di stato in luogo.
Analisi dei verbi:
1. ejwvn : presente participio da eiJmiv (forma ionica), nominativo maschile singolare;
2. peswvn : aoristo (secondo) - participio, attivo, nominativo maschile singolare, da pivp tw;
3. diaba;" : aoristo (terzo) - participio (attivo), nominativo maschile singolare, da diabaivnw;
4. menevtw : presente imperativo, attivo, terza persona singolare da mevnw;
5. sthricqei;" : aoristo participio, passivo, nominativo maschile singolare, da sthrivzw;
6. dakwvn : aoristo (secondo) – participio, attivo, nominativo maschile singolare da davknw;
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Ø Metro : distico elegiaco

Ø Traduzione
È bello che un uomo valoroso giaccia morto, cadendo in prima linea,
mentre combatte per la sua patria;
ma è davvero la cosa più triste di tutte mendicare
lasciando la propria città e i pingui campi,
vagando con la propria madre e il vecchio padre, 5
con i figli piccoli e la legittima sposa.
Sarà malvisto da coloro verso cui giunge
Colui che cede al bisogno e alla detestata povertà,
disonora la stirpe, degrada il suo splendido aspetto, ed
è accompagnato da ogni infamia e bassezza.
Se di quest’uomo errabondo non c’è nessuna considerazione,
se non c’è né rispetto per lui né nei confronti della sua stirpe,
combattiamo con ardore per questa terra e per i figli
e moriamo, senza risparmiare le nostre vite.
O giovani, combattete rimanendo vicini gli uni agli altri,
e non date inizio al disonore della fuga né alla paura
ma fatevi in petto cuore grande e coraggioso,
né restate attaccati alla (vostra) vita mentre combattete
contro i nemici; e non fuggite abbandonando i più vecchi,
gli anziani, le cui ginocchia non sono agili.
Questo infatti è vergognoso, che cadendo in prima fila,
un combattente anziano giaccia davanti ai giovani,
con la testa ormai bianca e il mente canuto, esalando
l’ultimo respiro coraggioso nella polvere, tenendo
nelle mani i genitali insanguinati – spettacolo ripugnante agli occhi
e doloroso a vedersi – e con il corpo nudo.
Ai giovani tutto si addice,
finché li possieda lo splendido fiore dell’amabile giovinezza.
Egli (il giovane) è degno di ammirazione da parte degli uomini
e di amore da parte delle donne quando [finché] è vivo,
è degno di onore quando cade in prima linea.
Ma adesso ciascuno, divaricando le gambe, stia ben saldo,
piantato a terra con entrambi i piedi, mordendosi il labbro con i denti.7

Ø Commento al testo
Già dai versi iniziali di questo componimento si può intuire il carattere puramente parenetico dell’elegia.

7. ijdei'n: aoristo (secondo) infinito (verbo politematico), attivo, da oJravw.

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Sullo sfondo storico della seconda guerra messenica, la spinta a combattere sino alla morte e
l’esaltazione dello spirito di coesione sono presentate da Tirteo come mezzi necessari alla sopravvivenza
della patria. È bello dunque per l’uomo valente sacrificare sé stesso, pur di concorrere alla salvezza della
sua terra e dei suoi cari. L’esortazione al valore si concretizza poi nell’immagine del guerriero codardo
che lascia il campo di battaglia, abbandona la patria con i propri parenti ed erra vagabondo disprezzato da
tutti. Numerosi sono inoltre i parallelismi con espressioni, locuzioni ed emistichi omerici (vv. 5-6). Ma il
confronto interessa lo stile più che i contenuti: sono diversi i motivi ispiratori.
Nei versi analizzati, Tirteo dipinge la triste immagine del vinto, costretto a vagare lontano dalla sua terra,
dopo aver perso i mezzi di sussistenza, e sprofondato in un’amara realtà di miseria e disonore, in una
situazione assai peggiore della morte, che coinvolge non solo il singolo, ma anche tutta la sua famiglia.
Per evitare simili sventure, conseguenze della sconfitta, non si fa appello all’eroismo individuale, bensì
alla difesa della sopravvivenza della comunità da parte della collettività, riunita nella serrata formazione
della falange oplitica. Il solo eroismo possibile e valido si esprime nella disponibilità e nella volontà del
cittadino di morire per la patria, poichè solo la morte per la difesa della comunità è davvero degna di lode.
Tirteo analizza a fondo il nuovo concetto di virtù guerriera, espressione di civismo collettivo e di valore
nelle armi, ed esalta, con toni parenetici, la gloria della bella morte, mentre sottolinea l’infamia della
fuga.
I giovani perciò sono esortati a combattere vicini tra loro all'interno della falange oplitica, facendosi
coraggio, evitando la fuga, azione vile, e battendosi sino a sacrificare la propria vita; viene altresì
esplicitato che la fuga è ancor più grave quando avviene a scapito dei combattenti più anziani.
«Ciò che in Omero è descrizione, in Tirteo diventa incitamento» (B.Snell, Poesia e società, trad. it. Bari
1971, p. 72).

Ø Temi
Tirteo è portatore di nuovi valori che riflettono una società profondamente cambiata rispetto a quella
dell'età omerica: l'aretè non si basa più sulle azioni del singolo, che appariva degno della gloria solo
compiendo azioni eroiche, ma è fondata sul "combattere gli uni vicini agli altri", sostituendo uno
spiccato individualismo ad un glorioso collettivismo
I giovani devono avere "cuore grande e coraggioso" e non devono farsi vincere dal timore della morte,
ma combattere sino alla fine per la salvezza e la gloria della polis. Altro tema importantissimo è quello
della fuga vile che non arreca disonore solo al singolo, ma all'intera città, ed è tanto più vergognosa se
avviene a scapito dei combattenti più vecchi.
L'elegia parenetica è quindi prevalentemente rivolta ai giovani soldati e mira ad accenderli nel cuore:
sarà poi compito della collettività eternare con la mneme (il ricordo) le singole imprese, se ritenute degne
di onore e gloria. I toni parenetici sono sottolineati dall'uso frequente di imperativi

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Ø Analisi sintattica

(vv.7-14)
Proposizioni principali Proposizioni secondarie

Primo periodo
ejcqro;" me;n ga;r toi'si metevssetai: principale
ou{" ken i{khtai: subordinata relativa riferita alla
principale.
crhsmosuvnhi tè ei[kwn kai; stugerh'i penivhi:
subordinata alla coordinata, espressa dal
participio congiunto.
aijscuvnei te gevno", kata; dè ajglao;n ei\do"
ejlevgcei, pa'sa dè ajtimivh kai; kakovth" e{petai:
coordinate alla principale.
Secondo periodo
qumw'i gh'" pevri th'sde macwvmeqa kai; peri;
paivdwn: principale.
qnhvskwmen: coordinata alla principale.
yucevwn mhkevti feidovmenoi: subordinata alla
coordinata, espressa da un participio congiunto.
ei\qè ou{tw" ajndrov" toi ajlwmevnou oujdemivè w[rh
givnetai ou[tè aijdw;" ou[tè ojpivsw gevneo":
proposizione subordinata ipotetica.

Questi versi si ispirano alle parole che Priamo rivolge ad Ettore, supplicandolo di sottrarsi
all’inseguimento di Achille e di salvarsi, giacché una volta che il figlio fosse caduto, non ci sarebbe stata
più una difesa adeguata per Troia. La trasformazione è comunque profonda, a partire dalla struttura dei
participi congiunti usati da Tirteo. In particolare è sua l’opposizione tra e , che
contrappone un bianco luminoso ad un bianco spento.
L’immagine del vecchio combattente ferito che regge nelle mani i genitali insanguinati non è solo un’eco
omerica: la corazza spartana proteggeva il busto, ma lasciava liberi e quindi non protetti le anche e
l’inguine. Si noti come l’orrore valga solamente per l’anziano, giacchè subito dopo si afferma che “tutto
si addice ai giovani”.

Ø Contesto sociale
Per Tirteo ciò che conta non è più il giudizio immediato di chi assiste allo scontro, ma è il sacrificio
consapevole di una schiera di soldati, a cui la città guarda come ai responsabili del proprio destino.
L’oplita diventa l’anello di una catena indissolubile, dove non ha più senso l’isolata , ma solo
l’unanime e decisa volontà della schiera.
Se l’oplita muore in battaglia, assicurando col suo sacrificio la vittoria, la garantisce una gloria
immortale a lui e ai suoi figli; se sopravvive, la città accorda al reduce vittorioso i più alti onori e il
rispetto generale.
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(vv. 29-32)

Ø Analisi del periodo:

Proposizioni principali Proposizioni subordinate

ajndravsi me;n qhhto;" ijdei'n, ejrato;" de; gunaixi


zwo;" ejwvn part.cong. con valore temporale
kalo;" (ijdei'n) con ellissi del verbo essere
dè ejn promavcoisi peswvn part.cong. con valore
temporale
ajllav ti" menevtw coord.avversativa alla
principale
eu\ diaba;" part.cong. con valore temporale
posi;n ajmfotevroisi sthricqei;" ejpi; gh'"
part.cong. con valore temporale
cei'lo" ojdou'si dakwvn part.cong. con valore
temporale

Osservazioni

Come è possibile notare la subordinazione è di fatto resa solo con participi congiunti, prevalentemente
con sfumatura temporale, considerato l’aspetto narrativo del brano.

A cura di Giovanni Cavicchia


Gaia Anselmo
Alessandro Accorinti

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Callino

Ø Notizie biografiche
Callino originario di Efeso in Asia Minore, fu un poeta greco vissuto nel VII secolo a.C., periodo in cui, come egli
stesso ci informa, le poleis greche erano sotto la minaccia di popoli provenienti dalla Tracia, i Cimmeri e Treri, e
proprio in questo clima si collocano la vita e l’opera del poeta. Della sua produzione poetica rimangono una
ventina di versi appartenenti a un’ elegia e qualche frammento. Nell'elegia, Callino biasima i giovani che non
contribuiscono alla difesa dai nemici e cercano invece riparo nelle case, esortandoli ad aspirare alla fama che una
morte gloriosa in battaglia procura e a rinunciare alla viltà della fuga. E’ forse il primo poeta a far uso del distico
elegiaco, che ci è stato tramandato per tradizione indiretta da Giovanni Stobeo, un grammatico vissuto nel V sec.
d.C. , e la sua è un' elegia di tipo parenetico, ossia esortativa. Riprende in modo evidente l' epos omerico di cui
condivide l'etica, soprattutto per quanto riguarda il tema della fede e il carattere eroico.

(fr. I Diehl)

; ,
; // µ
µ ;
, //
.........
// .
µ
//
,
// .

, // .

, // .
/ / / / /
/, / // / / ,
µ µ
// µ
µ
, //
µ
// . 8

8
Osservazioni morfosintattiche
= pronome, equivalente al genitivo singolare di tivno , tou`, espresso in dialetto ionico.
ov = pronome interrogativo, ionico d Asia,attico povte
= sostantivo. Omero lo usa senza periv.

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Ø Schema distico elegiaco

Ø Traduzione:

Fino a quando sarete oziosi?; quando avrete un animo coraggioso


o giovani? non provate vergogna dei vostri vicini
stando così troppo fermi; voi sembrate stare seduti
in tempo di pace, ma la guerra possiede l’intero paese.
…….

Mentre muore, ognuno per l’ultima volta scagli il giavellotto.


E’ così onorevole e splendido per l’uomo combattere contro i nemici
difendendo la terra, i figli e la legittima sposa.
Allora la morte verrà, quando eventualmente
le Moire la fileranno. Brandendo in alto la lancia
avanzi ognuno diritto, e sotto lo scudo
raccolga il suo cuore valoroso, non appena si accende la mischia.
Infatti non è destino che un uomo in qualche modo fugga la morte,
nemmeno se lui fosse di stirpe immortale.
Spesso fuggendo la battaglia e il rumore dei giavellotti,
ritorna vivo, ma in casa il destino di morte lo coglie.
ma l’uno tuttavia non è caro al popolo;

= sostantivo al caso accusativo, espresso in dialetto Ionico; in attico sarebbe livan.


= sostantivo al caso accusativo espresso in dialetto Ionico; in attico sarebbe gh`n.
= futuro di eijmiv espresso in dialetto Ionico e in forma epica.
a ov = participio aoristo 2° che esprime azione momentanea da ajnevcw .
e[ ,= verbo omerico da ei[lw
= ionismo d Asia, tipico di Omero, attico pw .
eiJmarmeJvneon = participio perfetto medio da meivromai.
kivcen= aoristo gnomico, senza la presenza dell aumento, tipico omerico.
= avverbio espresso in dialetto Ionico, attico e[mpa = o{mw .
min= pronome all accusativo in dialetto Ionico usato da Mimnermo, attico aujt ovn.
= questa figura può essere definite come un topos della poesia omerica. Gli occhi svolgevano una
funzione immortalatrice nella quale quando un uomo vedeva un altro morire, gli rimanesse negli occhi quell
immagine. Era come se ci fosse la consapevolezza di perdere quella persona e quindi c era bisogno di fissarla
negli occhi, che avevano anche il compito di essere lo specchio dell anima.

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mentre l’altro, sia il grande sia il piccolo lo piangono se gli accade qualcosa;
in tutto il popolo c’è rimpianto quando l’uomo valoroso
muore, ma quando è vivo è degno di essere considerato
infatti nei loro occhi è ricordato come una torre.
Infatti compie lui da solo imprese degne di molti.

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Alceo
Ø Notizie biografiche
Alceo nacque nel 630 a.C. a Lesbo da una famiglia aristocratica. La sua vita fu segnata dal vivo interesse
politico e dalla lotta contro il potere assolutistico dei tiranni Melancro, Mirsilo e Pittaco. Questi scontri lo
portarono più volte all'esilio, esperienza dolorosa che ricorre anche in un lungo frammento che si apre
con il rimpianto del poeta per il suo allontanamento forzato dalle attività pubbliche che erano il prestigio
della sua famiglia. La sua opera destò l'attenzione degli alessandrini che la sistemarono in dieci libri;
oggi restano solo quattrocento frammenti per giunta molto lacunosi.

(fr. 39 D)

èAsunnevthmmi tw;n ajnevmwn stavsin,


to; me;n ga;r e[nqen ku`ma kulivndetai,
to; d’ e[nqen, a[mme" d’o]n to; mevsson
na`i forhvmmeqa su;n melaivna/
ceivmwni movcqente" megavlw/ mavla: 5
pe;r me;n ga;r a[n tlo" ijstopevdan e[cei,
lai`fo" de; pa;n zavdhlon h[dh,
kai; lavkide" mevgalai ka;t au~to,
covlaisi dè a[gkurrai.9
Ø Traduzione

9
Note al testo
1 Asunnevthmmi: forma atematica per ajsunetevw, voce rara che riappare nella tarda grecità, coniata su ajsuvneto" ( da a
privativo e sunivhmi): “non comprendo”. - stavsin: gli studiosi hanno ipotizzato due traduzioni possibili di questo termine: in
genere questa parola è stata tradotta “discordia”, o è stata intesa nel senso di “levarsi del vento”, “posizione”, “stato” del
vento, cioè “da quale parte spira il vento”. Molto discutibile, secondo molti, il tramandato tw;n ajnevmwn; la presenza
dell’articolo è difficilmente giustificabile; secondo Lobel si deve leggere tavn ajnevmw stavsin, dove l’articolo ha valore
dimostrativo.
2-3 to; me;n ...to; dè e[n qen: “di qua... di là” con l’uso correlativo dell’articolo. - kulivndetai: “rotola”, “precipita”. L’onda
metaforizza il movimento e l’urlo dei guerrieri secondo un’immagine ripresa da Omero (Il. 11, 307 pollovn de; trovf i ku`ma
kulivndetai); nei Sette contro Tebe di Eschilo il nunzio esorta al v. 64 a proteggere la città “prima che si scatenino i soffi di
Ares, poiché urla l’onda (ku`ma) terrestre dell’esercito”, e il coro al v. 758 descrive la sciagura della guerra che si abbatte sui
Tebani così: “un mare di mali sospinge l’onda, l’una ricade, l’altra solleva la triplice cresta che mugghia intorno alla poppa
della città”.
3 a[mme": forma eolica che sta per hJmei`" - o]n: in alcuni casi davanti a n l’a breve diventa o per cui abbiamo o[n anziché a[n; la
preposizione, inoltre, qui è soggetta ad apocope e perciò o]n to; mevsson = ajna; to; mevson.
L’aggettivo neutro sostantivato richiede in lesb. l’articolo soltanto al singolare.
4 na`i:> nau`" conserva sempre l’a lungo nella declinazione. - forhvmmeqa: I plur., forma eolica per forouvmeqa. - melaivna°: è
epiteto della nave anche in Omero. La nave è detta nera per la calafatura di pece della chiglia.
5 movcqente": part. lesb. della flessione atematica = mocqou`nte": “tormentati”, “fiaccati”, con valore intransitivo.
6 pe;r: con apocope per periv, deve essere unito con e[cei. - a[ntlo": è l’acqua del fondo della nave. - ijstopevdan: è la base
dell’albero della nave o la parte della nave dove era fissata la base dell’albero maestro, con termine tecnico la “scassa”.
8 ka;t au~jto: = ka;t aujtov.
9 covlaisi: lesb. = calw`si.

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Non comprendo la lotta dei venti


un’onda rotola da una parte,
una dall’altra; e noi al largo
siamo travolti dalla nera nave,
molto affannati per la gran tempesta;
l’acqua della sentina copre il piede dell’albero,
tutta la velatura è ormai stracciata,
e ne pendono più grandi brandelli
e il cordame si allenta...

Metro : strofe alcaica

L’immagine della nave è introdotta da Alceo d’improvviso, quasi ex abrupto: in pochi versi è
rappresentato il nascere della tempesta, l’accavallarsi delle onde e lo sfracellarsi della nave. La scena è
descritta brevemente nei suoi tratti essenziali, in una sequenza paratattica che presenta efficacemente la
psicologia dell’autore turbata da un senso di stupore e smarrimento. Seguendo l’invito di Eraclito a
scegliere una lettura simbolica del testo, la tempesta, che aggredisce la nave, diviene la manifestazione
evidente e paradigmatica della discordia civile che assale Mitilene e della drammatica crisi dell’eterìa di
Alceo. Interessante è tentare di capire a quale precisa situazione il poeta alluda all’interno del suo
componimento.
Alceo è smarrito, non riesce a capire in quale direzione spirino i venti ed è sballottato, quando da
un’onda in una direzione, quando da un’altra nell’altra, ed egli, assieme ai suoi compagni, è stretto nel
mezzo. È probabile che le due onde rappresentino l’una la consorteria di Mirsilo che tentava di rientrare
in Mitilene, l’altra la fazione di Pittaco, che si era legato a Mirsilo dopo aver rotto il sodalizio con gli
Alceidi.
L’allegoria della nave è stata poi ripresa numerose volte e, tra le numerose attestazioni della fortunata
metafora della nave in chiave politica, spiccano i versi di Dante, Purgatorio VI, 76-78: “ahi, serva Italia,
di dolore ostello, | nave sanza nocchiero in gran tempesta, | non donna di province, ma bordello”.

A cura di Alessandro Accorinti

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(fr.78 D )

Uei me;n oj Zeu`", ejk dè ojravnw mevga" (endecasillabo: monometro giambico + dodrans 1)
ceivmwn, pepavgaisin dè ujdavtwn rjoa v i (endecasillabo: monometro giambico + dodrans 1)
.....................
kavbballe to;n ceivmwnè, ejpi; me;n tivqei" (endecasillabo: monometro giambico + dodrans 1)
pu`r ejn de; kevrnai" oi~jnon ajfeidevw" (endecasillabo: monometro giambico + dodrans 1)
mevlicron, aujta;r ajmfi; kovr sai (enneasillabo: pentapodia giambica catalettica)
movlqakon ajmfitivqei gnovfallon 10 (decasillabo: ipponatteo con base dattilica)

Ø Metro : stofa alcaica

10
Particolarità ed arcaismi:
pepavgaisin : perfetto indicativo (eolico, attivo, III pers. pl. da phvgnumi ;
kavbballe : presente imperativo (eolico), attivo, II pers. s. da katabavllw ;
kevrnai" : presente participio (eolico e poetico), attivo, nom. m. s. da kivrnhmi (kirnavw) ;
gnovfallon : acc. n. s. (eolico) per knevf
v allon, da knevf v allon, -ou (anche knavfallon, -ou) ;
movlqakon : acc. n. s. (eolico) per malqakovn, da malqakov" ,-hv,-ovn ;
ajfeidevw" : eolico e ionico per ajfeidw'" , da ajf eidhv",-e"v ;
rjovai : per rJoaiv, da rJohv, rJoh'" ;
ceivmwn : per ceimw'n , da ceimwvn,-w'no" ;
tivqei" : per tiqeiv", presente participio attivo, nom. m. s. da tivqhmi ;
ojravnw : dat. m. s. (eolico) per oujranw', da oujranov" ,-ou' ;
ajmfitivqei : per amfitiqeiv"' ;
kovrsai : dat. pl. per kovrsai", da kovrsh,-h" (ionico per kovrrh).

Analisi:
ejpi tivqei" : tmesi per ejpitiqeiv" ;
ejn kevr nai" : tmesi per ejgkevrnai" ;
Uei : presente indicativo, III pers. s. da u|w ;
uJdavtwn : gen. pl. da u|dwr, uvdato".

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Ø Traduzione:

Zeus manda la pioggia, dal cielo (giunge) una grande


tempesta, i corsi d’acqua si sono gelati.
Scaccia (fig.: dimentica) l’inverno, aggiungendo
fuoco, versando generosamente vino mielato
(nel cratere), avvolgendo in seguito
una morbida fascia attorno alle tempie.

a cura di Giovanni Cavicchia

Ø (Fr.129 Lobel Page)

Tovde Levsbioi
...]....eu[deilon tevmeno" mevga
xu'non kav[te]ssan/ ejn de; bwvmoi"
ajqanavt wn makavr wn e[qhkan
kajpwnuvmassan/ ajntivaon Diva
se; dè Aijolhvian/ [k]udalivman qevon
pavntwn genevqlan,/ to;n de; tevrton
tovnde kemhvlion/ wjnuvmass[a]n...
Zovnnusson wjmhvstan. a[[gi]tè eu[noon
qu'mon skevqonte"/ ajmmetevra["] a[ra"
ajkouvsatè, ejk de/; tw'n[d]e movcqwn
ajr galeva" te fuvga" rj[uvesqe:
to;n “Urraon de/; pa[i'd]a pedelqevtw
khvnwn E[rivnnu]"/ w[" potè ajpwvmnumen
tovmonte"[....]
mhdavma mhdè e[na tw;n ejtaivrwn
ajllè h] qavnonte"/ ga'n ejpievmmenoi
keivsesqè ujpè a[ndrwn/ oi] tovtè ejpikrevthn
h[peita kakktavnonte" au[toi"
da'mon ujpe;x ajcevwn rjuvesqai.
khvnwn oj fuvsgwn/ ouj dielevxato
pro;" qu'mon ajlla;/ brai>divw" povsin
e[]mbai" ejpè ojrkivoisi davptei
ta;n povlin a[mmi.

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Traduzione

I Lesbi
Posero questo santuario visibile, grande, comune
E vi posero altari degli Dei immortali
E lo consacrarono a Zeus prottettore dei supplici,
E a te o Eolia gloriosa Dea, Genitrice di tutte le cose
E come terzo a Dioniso cemelio, divoratore di carne cruda
Avendo animo benevolo, orsù
Ascoltate le nostre preghiere
E liberateci
Da queste pene e dal doloroso esilio;
L’ Erinni di quelli perseguiti il figlio di Irra
Poichè una volta giurammo tagliando [...]
Che in nessun modo nessuno dei compagni [...]
Ma o ricoperti di terra, morendo
Giacere per causa degli uomini che allora vinsero,
O uccidendoli, liberare il popolo dalle sofferenze.
Ma fra quelli il Pancione ( Trippone ) non parlò
Con il cuore, ma calpestando il giuramento senza scrupoli
Sotto i piedi ci fa a brandelli la città.

Ø Commento

Alceo nacque a Mitilene circa nel 630-620 a.C. da una famiglia aristocratica. Intorno al VII secolo a. C.
la città fu preda di grandi disordini e di lotte interne, questo favorì l’ascesa al potere del tiranno Mirsilo.
Alceo, contrario a questo regime tirannico, e oppositore di Mirsilo, venne allontanato da Mitilene.Le
famiglie aristocratiche della città organizzarono numerose congiure per abbattere l’egemonia del tiranno.
Mirsilo morì nel 612 a. C. nel corso di una rivolta capeggiata da Pittaco. Bisogna dire che Alceo
intrattenne un’ intensa amicizia con quest’ultimo che ben presto però finì per tramontare, poiché Pittaco
si sarebbe, cambiando politica, proclamato a sua volta tiranno.
Alceo e Pittaco si erano giurati sacra fedeltà contro Mirsilo, Pittaco era denominato con l’ appellativo di
aisu?mnhth", cioè sovrintendente, pacificatore. Dopo la morte del tiranno, però, Pittaco disattese il
giuramento e questo gli procurò l’ inimicizia del poeta . Accecato dall’amaro rancore per la nuova classe
sociale che si stava delineando, Alceo non ebbe la lungimiranza politica per capire che l’era dei ghene
aristocratici stava tramontando. Egli infatti era fortemente legato al mondo delle vecchie aristocrazie.
Animato da uno spirito conservatore non accettò la scelta di Pittaco e ciò che la sua politica supportava :
quella di considerare il dhmo" come una nuova realtà politica e sociale che si andava affermando.
Nel frammento qui proposto, anch’esso ispirato agli eventi della guerra civile, si nota il violento sfogo
d’odio contro Pittaco che chiama in modo dispregiativo con l’appellativo di fu?sgwn ( Trippone ).
In queste poche righe traspare chiaramente il sentimento di vendetta che Alceo nutre nei confronti
dell’amico, invocando contro di lui la giustizia divina e la persecuzione dell’ Erinni.

Pietro Consoloni - Francesco Milano

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(fr.92 D)
Il testo è tramandato da Ateneo e da Proclo nel commento ad un passo di Esiodo,Opere e giorni, che
Alceo ha usato evidentemente come modello.

Tevgge pleuvmona" oi[nwi, to; ga;r a[stron peritevlletai,


aj dè w[ra calevpa, pavnta de; divyaisè ujpa; kauvmato",
a[cei dè ejk petavl wn a[dea tevttix ...
a[nqei de; skovlumo", nu`n de; guvnaike" miarwvtatai
levptoi dè a[ndre", ejpei; dh; kefavl an kai; govna Seivrio"
a[sdei. 11

Metro:asclepiadei maggiori

Ø Traduzione

“ Bagna i polmoni con il vino, si leva infatti la canicola,


il tempo è feroce, ogni cosa è assetata dal calore,
frinisce tra le foglie la cicala soave ...
sboccia il cardo, ora le donne sono piene d’ardore
e gli uomini deboli poichè Sirio fulmina la testa e le ginocchia.”

Ø Commento
Alceo, compositore di lírica monodica che, come Saffo, scrive in dialetto eolico, dedica gran parte della
sua poesia non solo alla difesa dei gevnh aristocratici contro la nascente classe sociale fattasi ormai strada
in tutta l’Ellade, cui riserva toni di accesa invettiva, ma anche all’esaltazione del vino.
Il vino per il poeta è laqikavdeon, quello che “fa dimenticare gli affanni”, dono di Dionisio agli uomini,
definizione già presente nel frammento 346 al verso terzo. E’ poi nel frammento successivo che Alceo
stesso lo consiglia, con un uso sapiente dell’imperativo (tevgge pleuvmona" oi[nwi), come ristoro dal caldo
di una assolata giornata estiva. E’ poi nella descrizione di quest’ultima che il testo riecheggia quello
esiodeo delle Opere e i Giorni, vv. 582-588 : “Quando il cardo fiorisce e posata su un albero la cicala

11
Particolarità
oi[nwi dativo singolare con iota ascritto da oi[no"
a[stron sostantivo il cui primo significato è “stella”, si ritrova con il significato di “Sírio” e “canicola” in Alceo fr.347.3 e
Senofonte Cyn. 4.6 ecc.
a[cei forma dórica del verbo hjcevw (risuonare), riferito alle cicale, in Alceo fr.347.3 e Teócrito, assume il significato di “frinire,
stridere”
a[dea forma eólica per l’aggettivo hJduv"<ei'a<uv
skovl umo" termine di botânica che indica un tipo di cardo. Si trova in Alceo fr.347.4, Esiodo al verso 582 delle “Opere e i
Giorni” e in Teofrasto nel “De historia plantarum” 6.4.3 ecc

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canora senza sosta diffonde l’acuto frinire di sotto le ali, è giunto il tempo della spossante estate. Ben
pingui sono le capre e ottimo il vino. La femmina è lasciva e fiacco è l’uomo poichè Sirio asciuga le
ginocchia e il capo, la pelle è secca per il calore.”
Le analogie più evidenti con il testo esiodeo si ritrovano nella presenza degli stessi termini skovlumo"
(cardo), tevttix (cicala), del verbo ajnqew' coniugato alla stessa persona e di una stessa frase ejpei;
kefalh;n kai; gouvnata Seivro" a[zei (poichè Sírio asciuga le ginocchia e il capo). Tali ricordi del testo
testimoniano, infine, non solo la profonda conoscenza del poeta dei testi antichi ma anche la capacita del
pubblico, cui egli si rivolge, di cogliere il fitto intreccio di rimandi a Esiodo presente nel testo.
Letizia Francalanza
(Fr.46a D)
Marmaivrei de; mevga" dovmo"
cavlkwi, pai'sa dè a[rhi kekovs mhtai stevga
lavmpraisin kunivaisi, ka;t
ta'n leu'koi katevperqen i[ppioi lovfoi
neuvoisin, kefavlaisin a[n
drwn ajgavl mata: cavlkiai de; passavloi"
kruvptoisin perikeivmenai
lavmprai knavmide", a[rko" ijscuvrw bevleo", (sinizesi)
qovrrakev" te nevw livnw
koviülaiv te ka;t a[spide" beblhvmenai:
pa;r de; Calkivdikai spavqai,
pa;r de; zwvmata povlla kai; kupavsside".
tw'n oujk e[sti lavqesqè ejpei
dh; prwvtisqè uJpo; e[rgon e[stamen tovde. 12

Metro :alcaico maggiore

12
Particolarità
pai'sa sta per pa§sa
stevga in attico stevgh
kunivaisi >da kunivai
ta'n gen dorico femm plurale att tw§n
katevperqen >katuperte
neuvoisin >neuousi
kefavlaisin >kefalois
passavloi" >passalous
knamides> knamis eol per kneemas
qovrrakev">thorakes
nevw >neou
livnw >linou
ka;t a[spide" beblhvmenai tmesi per ka;tabeblhvmenai i
ijscuvrw >iskorou
uJpo; e[rgon e[stamen >tmesi per uJpoe[stamen

21
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Ø Traduzione

La grande stanza risplende di bronzo, tutta la sala è adornata per Ares con elmi splendenti, dai quali
bianchi cimieri equini si protendono dall'alto, ornamenti per le teste degli uomini valorosi; gli schinieri
brillanti di bronzo collocati attorno nascondono chiodi, e corazze di lino nuovo, protezione contro la
violenza dei colpi, e i concavi scudi sono gettati a terra, e poi le spade calcidesi, e molte cinture e tuniche
corte. Non è possibile dimenticare queste cose proprio ora perché affrontiamo questa impresa.

Ø Commento

Questa scena, di evidente influsso omerico, rende ben evidente la mentalità anacronistica di Alceo. La
descrizione della sala delle armi rimanda la memoria all’ epos omerico, e con essa anche la descrizione
minuziosa dei suoi preziosi contenuti: gli elmi, i cimieri, gli schinieri. Alceo riflette i suoi ideali
aristocratici nella produzione letteraria, rivelandosi più che mai vicino ai sentimenti di rimpianto propri
di molti dei suoi illustri predecessori, tra i quali il caso più eclatante è rappresentato da Teognide. Il
frammento è uno straordinario specchio che riflette la realtà personale del poeta.

A cura di Margherita Bafaro

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Mimnermo

Ø Notizie biografiche

Il nome di Mimnermo ha il significato etimologico di "colui che resiste presso l'Ermo", un fiume dell'Eolide, e fu
probabilmente attribuito a un avo del poeta a ricordo della sua valorosa partecipazione a una vittoria riportata dai
Greci di Smirne contro i Lidi del re Gige in questa località. Della sua vita sono ad oggi giunte pochissime notizie,
per lo più abbastanza vaghe. Nacque secondo Strabone a Colofone, a Smirne secondo la testimonianza di Pausania
il Periegeta, e visse probabilmente tra la seconda metà del VII e l'inizio del VI secolo a.C. Il lessico Suda pone il
periodo della sua maturità tra il 632 e il 629 a.C.; tale informazione potrebbe essere confermata dalla notizia
riportata da Plutarco, secondo cui Mimnermo sarebbe stato testimone di un'eclissi di sole che potrebbe essere
identificata con quella di cui fu testimone anche Archiloco nel 647 a.C. Risulta tuttavia possibile che l'eclissi citata
da Plutarco sia invece da identificare con quella verificatasi nel 585 a.C.: in tal caso la data di nascita e il periodo di
attività di Mimnermo sarebbero da posticipare; ad avvalorare tale ipotesi contribuisce lo scambio di elegie che
Mimnermo ebbe con Solone, nato nel 640 a.C. e solo di pochi anni più giovane dello stesso Mimnermo.
Confermerebbe tale ipotesi anche il frammento 14 West, in cui Mimnermo racconterebbe la partecipazione di un
suo avo alla guerra condotta da Smirne contro il re di Lidia, Gige, morto attorno alla metà del VII secolo a.C.[5]

(Fr.1 D)

Tiv de; bivo", tiv de; terpno;n a[ter crush`" jAfrodivth";;”


teqnaivhn, o{te moi mhkevti tau`ta mevloi,
kruptadivh filovth" kai; meivlica dw`ra kai; eujnhv,
oi~Jj j h{bh" a[nqea givnetai aJrpaleva a[nqea bisillabo per sinizesi
5 ajndravsin hjde; gunaixivn: ejpei; djj j ojdunhro;n ejpevlqhi
gh`ra", o{ t j aijscro;n oJmw`" kai; kako;n a[ndra tiqei`,
aijeiv min frevna" ajmfi; kakai; teivrousi mevrimnai,
oujdj j aujga;" prosorw`n tevrpetai hjelivou,
ajll j ejcqro;" me;n paisivn, ajtivmasto" de; gunaixivn:
10ou{tw" ajrgalevon gh`ra" e[qhke qeov". 13
13
Analisi lessicale
terpno;n : aggettivo adoperato in questo caso in modo sostantivato
crush`" A j frodivth";: epiteto che si ritrova frequentemente in Omero e in Esiodo
(crush`" : significa aureo/a e indicava l’immortalità)
tau`ta :prolettico al verso 3
frevna" ajmfi: posposizione della preposizione ajmfi rispetto a frevna"
min : accusativo epico per auton
hjelivou : distrazione omerica (mostrum grammaticale) si aggiungono vocali per esigenze metriche o per un passaggio al
contratto. Forma epica per hjl ivou
o{ :usato al posto di os
ejpevlqhi : i ascritto alla h invece di essere sottoscritto
aijei : forma ionica per aje i
( curiosità)
Versi 2-3 : ottativo desiderativo ispirato aIliade, XVIII vv. 98-99 (...aujt j ivka teqnaivhn ejpei; oujk a[rj e[mellon eJtaivrw
kteinomevnw ejpamu~ai...) in cui Achille esprime il suo dolore per la morte di Patroclo e il desiderio di vendicarlo
Verso 8: tratto da Iliade VIII, vv. 480-481( ...ou[t j aujgh UJ perivono H
j livov io tevrpont j ou[t j ajnevmoisi...)
23
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Ø Metro: distico elegiaco

Ø Traduzione

Qual è la vita? Qual è la gioia senza l’aurea Afrodite


possa io morire quando non mi staranno più a cuore queste cose,
l’amore nascosto e i dolci doni e il letto,
quali fiori di giovinezza sono desiderabili
5 per gli uomini e per le donne; quando giunge la dolorosa
vecchiaia che rende l’uomo ugualmente turpe e cattivo,*
sempre cattivi affanni lo consumano nel cuore
né gioisce guardando i raggi del sole.
Ma è nemico dei fanciulli e disprezzato dalle donne;
10 Così il dio rese la vecchiaia dolorosa.14

* Molto probabilmente al posto di kako;n vi era kalo;n (correzione apportata da un filologo) e il senso della
traduzione sarebbe stato:” ...che rende turpe anche l’uomo bello...”

Ø Analisi del periodo

Tiv" de; bivo": (sottointeso ejstiv) principale

14
Analisi dei verbi
Terpovmeqa: presente medio passivo prima persona plurale da tevrpw
Fuvei: presente terza persona singolare da fuvw
Au[xetai: presente medio passivo terza persona singolare da aujxajnw o a[uxw
Eijdovte": participio nominativo plurale perfetto da oJr avw (riferito a JHmei'")
Paresthvkasi : perfetto 3pers.plur.di parivsthmi
e[cousa:part. Nom.sing. di e[cw
givnetai: pres 3pers.sing. forma ionica di givgnomai
kivdnatai:pres.3pers.sing. forma ionica di skedavvnnumi
parameivyetai:aoristo 3per.sing. di parameivbw
teqnavnai:infinito perfetto di qvvnhvskw
trucou'tai:pres.3pers.sing. di trucovw
pevlei:pres.3pers.sing.di pevlw
ejp ideuvetai:pres.3pers.sing. di ejp idevw
iJmeivrwn:part.nom.sing. di iÔmeivrw
e[rcetai: pres. 3pers.sing. di e[rcomai
e[cei:pres 3pers.sing. di e[cw
qumofqovron:part.acc.sing.di qumofqorevw
ejstin:pres. 3pers.sing. di eijmiv
didoi:ottativo 3pers.sing. di divdwmi

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tiv de; terpno;n a[ter crush`" A j frodivth";:(sottointeso ejstiv) coordinata alla principale
teqnaivhn : principale
o{te moi mhkevti tau`ta mevloi, kruptadivh filovth" kai; meivlica dw`ra kai; eujnhv : subordinata temporale ( con
sfumatura potenziale) di primo grado
oi~jJ j h{bh" a[nqea givnetai aJr paleva ajn dravsin hjde; gunaixivn : principale
ejpei; djj j ojdunhro;n ejpevlqhi gh`ra" : subordinata temporale di primo grado
o{ t j aijscro;n oJmw`" kai; kako;n a[ndra tiqei : subordinata relativa di secondo grado
aijeiv min frevna" ajmfi; kakai; teivrousi mevr imnai : principale
oujd tevrpetai : coordinata alla principale
aujga;" prosorw`n hjelivou : subordinata di primo grado alla coordinata
ajll j ejcqro;" me;n paisivn: (sottointeso esti) coordinata (avversativa) alla principale
ajtivmasto" de; gunaixivn: coordinata alla coordinata avversativa
u{tw" ajrgalevon gh`ra" e[qhke qeov: principale.

(Fr.2 D)
J Hmei'" dj J oi|av te fuvlla fuvei poluavnqemo" w{rh
e[aro", o{t j ai\y jaujgh'i" au[xetai hjelivou, e[aro" bisillabo per sinizesi
toi'" i[keloi phvcuion ejpi; crovnon a[nqesin h{bh"
terpovmeqa, pro;" qew'n eijdovte" ou[te kako;n qew'n monosillabo per sinizesi
ouv]t j ajgaqovn: Kh're" de; paresthvkasi mevlainai, 5
hJ me;n e[cousa tevlo" ghvrao" ajrgalevou,
hJ d jeJtevrh qanavtoio: mivnunqa de; givnetai h{bh"
karpov", o{son t j ejpi; gh'n kivdnatai hjelv io".
aujta;r ejph;n dh; tou'to tevlo" parameivyetai w{rh",
aujtivka dh; teqnavnai bevltion h] bivoto": 10
polla; ga;r ejn qumw'i kaka; givnetai: a[llote oi\ko"
trucou'tai, penivh" d j e[rg j ojdunhra; pevlei:
a[llo" d a j u\ paivdwn ejpideuvetai, w|n te mavlista
iJmeivrwn kata; gh'" e[rcetai eij" j Ai?dhn:
a[llo" nou'son e[cei qumofqovron: oujdev tiv" ejstin 15
ajnqrwvpwn w|i Zeu;" mh; kaka; polla; didoi'. 15

15
Analisi lessicale
v.7 Qanavtoio gen.epico miceneo per qanavtou
v.8 Kivdnatai forma ionica
v.9 Parameivyetai vocale tematica breve,prequente anche in Omero
v. 11 polla; ga;r epesegetico (serve a spiegare l’affermazione fatta al v.10)
v.11 givnetai forma ionica
v.11-12 oi\ko" trucou'tai l’espressione ricorre in Omero (Odissea 1-248 “trucousi de oikon”)
v.13 e v.15 anafora di a[llo"
v.15 nou'son malattia,è forma ionica da noso :la u in ionico è il risultato della vocalizzazione del digamma
v.15 qumofqovron composto da qum+fqorevw, epiteto Omerico (Iliade v.6-669,Odissea v.2-329)
v.16 Mimnermo conclude il componimento con un epifonema enunciativo cioè una massima di valore enunciativo( agnomen
in Pindaro)
v.7-8 i termini h{bh", hjevlio", w{rh" sono disposti in epifora chiastica

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Ø Metro: distico elegiaco

Ø Traduzione

Come la stagione primaverile ricca di fiori genera le foglie,


quando crescono subito con i raggi del sole,
simili a quelle, per breve tempo noi godiamo dei fiori
della giovinezza non conoscendo da parte degli dei né il male
5 né il bene. Le nere Chere ci stanno al fianco
l’una porta il termine di vecchiaia dolorosa
l’altra della morte; dura un attimo il frutto
della giovinezza, per quanto il sole si spande sulla terra.
Invece quando questa fine della stagione estiva sia trascorsa,
10 subito sarebbe meglio morire che invecchiare;
infatti ci sono molte cose cattive nell’animo; talvolta la casa
va in rovina e insorgono le lacrimose vicende della povertà.
Un altro poi sentendo la mancanza dei figli, moltissimo
desiderandoli, scende dalla terra verso l’Ade.
15 Un altro ancora ha una malattia che consuma l’anima; non c’è
tra gli uomini uno al quale Zeus non abbia preservato molti mali.16

16
Analisi dei verbi
Terpovmeqa: presente medio passivo prima persona plurale da tevrpw
Fuvei: presente terza persona singolare da fuvw
Au[xetai: presente medio passivo terza persona singolare da aujxajnw o a[uxw
Eijdovte": participio nominativo plurale perfetto da oJr avw (riferito a JHmei'")
Paresthvkasi : perfetto 3pers.plur.di parivsthmi
e[cousa:part. Nom.sing. di e[cw
givnetai: pres 3pers.sing. forma ionica di givgnomai
kivdnatai:pres.3pers.sing. forma ionica di skedavvnnumi
parameivyetai:aoristo 3per.sing. di parameivbw
teqnavnai:infinito perfetto di qvvnhvskw
trucou'tai:pres.3pers.sing. di trucovw
pevlei:pres.3pers.sing.di pevlw
ejp ideuvetai:pres.3pers.sing. di ejp idevw
iJmeivrwn:part.nom.sing. di iÔmeivrw
e[rcetai: pres. 3pers.sing. di e[rcomai
e[cei:pres 3pers.sing. di e[cw
qumofqovron:part.acc.sing.di qumofqorevw
ejstin:pres. 3pers.sing. di eijmiv
didoi:ottativo 3pers.sing. di divdwmi
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Ø Analisi del periodo


Primo periodo
H
J mei'" toi'" i[keloi phvcuion ejpi; crovn on a[nqesin h{bh" terpovmeqa (principale)
dj J oi|av te fuvlla fuvei poluavnqemo" w{rh e[aro" (subordinata di primo grado comparativa )
o{t j ai\y a j ujgh'i" au[xetai hje livou ( subordinata di secondo grado temporale)
pro;" qew'n eijdovte" ou[te kako;n ou[t j ajgaqovn ( subordinata di primo grado implicita )
Secondo periodo :
Kh're" de; paresthvkasi mevlainai (principale)
hJ me;n e[c ousa tevlo" ghvrao" ajrgalevou (coord.alla princ.)
hJ d j eJtevrh qanavtoio (sott. e[cousa coord.alla coord.alla princ.)
Terzo periodo
mivnunqa de; givnetai h{bh" karpov" (principale)
o{son t j ejpi; gh'n kivdnatai hjevlio" ( sub.)
Quarto periodo
aujtivka dh; teqnavnai bevltion h] bivoto" (principale)
aujta;r ejp h;n dh; tou'to tevlo" parameivyetai w{r h" (sub.concessiva alla princ.)
Quinto periodo
polla; ga;r ejn qumw'i kaka; givnetai (principale)
Sesto periodo
a[llote oi\ko" trucou'tai (principale)
penivh" d j e[rg jojdunhra; pevlei (coord.alla princ.)
Settimo periodo
a[llo" d j au\ paivdwn ejpideuvetai (principale)
kata; gh'" e[rcetai eij" jAi?dhn (coord.alla princ.)
w|n te mavlista iJmeivrwn (sub.causale alla cooord.alla princ.)
Ottavo periodo
a[llo" nou's on e[cei (principale)
qumofqovron (sub.relativa alla princ.)
Nono periodo
oujdev tiv" ejstin ajnqrwvpwn (principale)
w|i Zeu;" mh; kaka; polla; didoi (sub.relativa.alla princ.)

A cura di Francesca De Lorenzo


e Ginevra Lucchesini

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Teognide.

Ø Notizie biografiche

Teognide, poeta elegiaco, forse contemporaneo di Solone e Focilide, ( VI – V sec. a.C), è un grande, appassionato
moralista. Che sia nato a Megara Iblea, da famiglia aristocratica, lo riporta anche Platone nelle Leggi. Viene
definito poeta gnomico per il moraleggiare a volte aspro della sua poesia, che è sempre vigorosa e calda nel
denunciare i vizi e le ingiustizie che vedeva sparse nel suo mondo.
Se la terra natia è certa, non lo è l'età che si pregiò delle opere del poeta megarese: la fonte Suida riferisce una data
(544 - 540 a.C.) che stride con l'altra testimonianza del testo sulle guerre persiane del 492 (spedizione di Mardonio)
e del 480 a.C. L'opera di Teognide, il Corpus Theognideum, è una silloge elegiaca di 1389 versi raggruppati in due
libri (che racchiudono uniti ai versi del nostro anche opere indistinguibili di altri poeti, come Solone, Tirteo e
Focilide). Il primo contiene 1230 versi di contenuto politico e morale, mentre il secondo è ispirato alla Musa
puerilis. Molta parte della critica vede un’ influenza di Solone e di Alceo sull'opera teognidea, che nasce e si
sviluppa quasi come un manuale pedagogico di esemplare etica aristocratica, e venne perciò usato
nell'insegnamento alle generazioni che lo seguirono.

(vv. 39-52)
, , v. 39
// .
´ ,
// .
, ´, ,
´ //
´ v. 45
//
´ ,
´ // ,
´ ´ ,
// .
µ
// . 17 v.52

17
Analisi e particolarità.
v. 39: è il giovane nobile a cui Teognide indirizza i suoi consigli etico-politici e a cui confessa la sua amarezza per la
situazione politica attuale. : è usato in senso metaforico e compare per la prima volta in questo passo. = perfetto
di deivdw. Notare la costruzione tipica dei verba timendi con mh + il cong.aor. ( da tivktw). Da notare l’enjembement tra
e . Il termine significa etimologicamente “colui che rende diritto ciò che è curvo o tende a
diventarlo”, in seguito assume il significato di colui che raddrizza il male.
v. 40 : = forma ionica (attico = eo ).
v. 41: = ionico per wv .

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Ø Metro: distico elegiaco

Ø Traduzione.
Cirno, è gravida questa città, ma temo che partorisca un uomo
castigatore della nostra mala arroganza.
Questi cittadini infatti sono ancora assennati, ma i capi
Si sono volti così da cadere in un grande male.
O Cirno, gli uomini buoni non rovinarono mai alcuna città ,
ma qualora ai malvagi piaccia di insolentire,
sia corrompono il popolo, sia danno ragione agli ingiusti,
per propri profitti e potere ; aspettati che quella città non resti a lungo tranquilla ,
nemmeno se ora si trova in una profonda pace,
quando alla gente spregevole queste cose siano gradite,
i profitti che vengono con il pubblico male .
Infatti da questi (derivano) rivolte e stragi di uomini consanguinei;
che a questa città non piacciano mai i tiranni.

v. 42 : = forma ionica tza pers.pl. del perfetto medio passivo per tetrammevnoi eisi. La desinenza – presenta
la vocalizzazione della nasale. = inf aorist 2° con val finale, da pivptw.
v. 43 : = indic aorist 1° da o[llumi. L’aspetto verbale sottolinea un’esperienza del passato che offre comunque
garanzie anche per il presente, perché se non rovinarono mai, non possono certo rovinare ora. Gli sono i buoni sia per
il loro comportamento sia in base ad un giudizio politico e si contrappongono ai oiv del verso successivo.
v. 44: = h : , dativo plurale con la classica desinenza omerica. Da notare l’uso del termine che è un
verbo denominativo ( )
= ionico (attico = adikoi ).
= ionico ( attico = kerdwn).
= ionico ( attico = kratou ).
= ionico per elpou, imperativo di elpomai.
= infin pres di eimai.
´= elisione per atremea (contratto, attico = h ).
a = nome del predicato.
= ionico, forma non contratta ( attico h ).
= w .
v. 53 : , µ ´ , il primo termine funge da soggetto, mentre il secondo termine da predicato
nominale (sott. “è ). Interessante notare l uso del termine per indicare genericamente i “cittadini”, talmente
estranei alla realtà della città da non essere definiti “politai”.
v. 54 : = part pres di ercomai.
= sta per toutwn.
= ionico per .
= de.
= ottativo aorist 2° con val desiderativo da ajndavnw.
= ionico ( attico = v ).

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, µ ´ , , v. 53
´ / ,
´ µ ,
´ ´ // ´ .
´ ,
. // ´ ´
´ ´ ,
// ´ .
, ,
//
µ ,
µ // ´
,
´ // ´ ,
´
// .
18
v. 68

Ø Metro: distico elegiaco

Ø Traduzione.

Cirno, la città è ancora questa città, ma il popolo è diverso,


questi precedentemente non conoscevano né diritti né leggi,
ma intorno ai fianchi logoravano pelli di capra,
pascolavano come cervi fuori dalla città. E ora sono i nobili, Polipaide;
i nobili di prima ora sono miseri. Chi potrebbe sopportare vedendo tutto ciò?

18
: ionico per h;vdesan ppf. Ind. Att. di oivd; a 3 pers plur.
: att. dat. Plur da
: stesso valore potenziale di ajn
: in attico dat. Plur. da
: ionico per cravw
µµ : ionico per µµ fut. Ind. att. 2 pers sing. Da µµ
: ionico per / Fut Ott. Med. 2 pers sing da gignwvskw
: dat encl. Per sfeiv
: ionico per /
: ionico per

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Si ingannano l’un l’altro, si deridono tra loro,


non sanno più distinguere né il male né il bene.
Non farti amico nessuno dei cittadini,
Polipaide, con l’animo in nessun caso;
ma dalle parole sembra essere a tutti un amico,
non impegnarti in nessun affare serio con nessuno:
conoscerai infatti le anime degli uomini sciagurati,
poiché per essi non c’è nelle azioni nessuna lealtà,
ma amano inganni e tortuosi artifici
così come uomini che non si salvano più.

A cura di Federico Tozzi


e Niccolò Giraldi

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Solone

“Le leggi sono come ragnatele, che rimangono salde quando vi urta qualcosa di molle e leggero,
mentre una cosa più grossa le sfonda e sfugge.”

(Cit. da Plutarco,Vite parallele)

Solone nasce ad Atene nel 638 a.C.da genitori nobili e muore all’età di 80 anni, secondo antichi miti
come esule a Cipro, dopo l'avvento dei Pisistratidi. È annoverato tra i Sette Savi ed è considerato il
νοµοθηvτη per antonomasia.
In gioventù svolge attività commerciali, ma nell’età adulta si dedica essenzialmente alla politica, dalla
quale si allontanerà solo con l’arrivo di Pisistrato, ritirandosi in esilio volontario.
È legislatore,giurista e poeta lirico: la sua poetica ne rispecchia il pensiero politico e gli ideali proiettati
verso la democrazia di Clistene. Teorizza infatti il “buon governo ευjνοµιvα, da ευ bene e νοvµο
legge-,tema su cui si soffermeranno nel corso dei secoli intellettuali come Platone, Aristotele (che vi fa
specificatamente riferimento definendo Solone “arbitro costituzione") e addirittura Machiavelli nel
periodo umanistico-rinascimentale del ‘500 italiano.
Il suo intervento ad Atene, in qualità di legislatore, caratterizza un periodo di forti contrasti interni nella
polis in espansione. La ricchezza non è più patrimonio fisso ed esclusivo dell’aristocrazia e le differenze
sociali causano ribellioni, σταvσει , sempre più frequenti.

l’Eunomia (Fr.3)

JHmete/vrh de pov/li" kata; men Dio;" ou[potè olei`tai


ai`san kai; makavrwn// qew`n frevna" ajqanatwn:
toivh ga;r megavqumo" ejpivskopo" ojbrimopavtph
Palla;" èAqhnaivh// cei`ra" u}perQen e[cei:
aujtoi; de; fqeivrein megavlhn povlin ajfradivhisin
ajstoi; bouvlontai// crhvmasi peiQovmenoi,
dhvmou qè hjgemovnwn a[diko" novo", oi`sin eJtoi`mon
u{brio" ejk megavlh"// a[lgea polla; paqei`n:
ouj ga;r ejpivstantai katevcein kovron oujdev parouvsa"
eujfrosuvna" kosmei`n// daito;" ejn hJsucivhi.19
19
Note al testo :
Hmetevrh è in positio princeps per evidenziare a chi è rivolta l’elegia: “a noi”, quindi agli Ateniesi,
ojlei`tai, dal verbo o[llumi, è la terza persona singolare del futuro indicativo medio con diatesi passiva.
kata; men Dio;" ai`san è espressione formulare di derivazione omerica che si trova in enjambement per evidenziare come i
mali non provengano dalla volontà degli dei, ma dagli stessi mortali.
qew`n è monosillabo per sinizesi.
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Ø Metro: distico elegiaco

Ø Traduzione

La nostra città non sarà mai distrutta per decisione di Zeus


e volontà degli dei immortali e beati;
e proprio Pallade Atena, custode magnanima dal padre possente,
impone le mani dall’alto;
questi cittadini, che sono corrotti dalle ricchezze, vogliono distruggere,
con la loro stoltezza, la grande città,
la mente ingiusta dei capi del popolo, a causa dei quali,
per la grande tracotanza, è inevitabile patire molti affanni;
infatti non sanno colmare l’avidità
né valorizzare i beni, presenti nel banchetto, in pace.

Ø Commento al testo.
Il brano è tratto dall’elegia politica di Solone, nota con il nome di eunomia,”buon governo”, in cui il suo
pensiero si amplia e si completa: l’autore descrive il triste stato della città di Atene e, dopo aver tracciato
il quadro dei mali che la affliggono, afferma che gli uomini non dovranno imputare questi ultimi agli dei,
che invece proteggono la città con grande benevolenza, bensì unicamente a sé stessi. Il male peggiore
coincide, infatti, con il comportamento di chi detiene il potere che, invece di mirare al bene collettivo, si
lascia attrarre dal desiderio di guadagno senza regole e senza misura. La responsabilità deve quindi
ricadere su coloro che hanno a[diko" novo" (mente ingiusta), cui si accompagna kovro" ( arroganza) e che
quindi genera u{bri" (tracotanza).
Quello di Solone, nella valutazione della natura umana, è un quadro amaro e pessimista poiché, nei suoi
concittadini, egli coglie avidità di denaro e di potere, spirito di prevaricazione e scarso rispetto per la
divinità. A questo proposito i versi 5-8 sembrano ricalcare il modello omerico di Odissea I, 32-42 : “Ah!
quante colpe danno i mortali agli dei!/ Ci dicono causa delle loro disgrazie: ma anche da sé, / con le loro
empietà, si procurano dolori oltre il segno.”
Se l’autore teme che questi mali possano minare la compagine dello stato, è però infine convinto che
questi saranno necessariamente puniti e che l’ordine violato dagli uomini sarà ristabilito dalla giustizia

toivh ga;r megavqumo" ejpivskopo" ojbrimopavtph, l’intero verso è di tipo formulare, frequente in Omero : Atena è sempre
descritta con questi e altri epiteti, l’immagine della divinità che tende le mani è familiare all’epica.
u}perqen è una preposizione con valore avverbiale
ajfradivhisin è termine di derivazione omerica, frequente al dativo plurale; notare lo iota ascritto.
ajstoi; sono i cittadini delle classi abbienti, dominati dalla brama di sempre nuovi guadagni.
u{b rio" sta per la forma u[breo"
parouvsa"- eujfrosuvna" sono poste in enjambemant

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divina, secondo un concetto che anticipa in modo significativo la profonda religiosità e il severo rigore
morale della tragedia di Eschilo.
La riforma di Solone si articola in due punti principali:
1. l'abolizione della schiavitù per debiti;

2. la riforma timocratica o censitaria:

Ø L'abolizione della schiavitù per debiti


“Chi ha imparato a obbedire saprà come comandare.”

Gli schiavi sono soprattutto prigionieri di guerra, ma nell'età arcaica sono in gran parte debitori insolventi
che ottengono un prestito (solitamente da un proprietario terriero, dando se stessi come garanzia. Il
piccolo agricoltore che non salda il debito entro il tempo stabilito deve però dare 1/6 del raccolto al
padrone, riducendosi alla condizione di εJϕθηvµερο , una sorta di servo della gleba. Solone decide di far
fronte al problema, sempre più diffuso, per evitare la scomparsa della piccola proprietà e per rimuovere le
ingiustizie sociali che causano ribellioni continue. Elabora quindi una riforma che stabilisce l’abolizione
della schiavitù per debiti (Aristotele la chiama σεισαvχθεια ,"scuotimento di pesi", alludendo
metaforicamente al peso dei debiti che gravano il corpo del debitore). Solone conquista così grande
consenso pubblico e viene considerato colui che è riuscito a ristabilire l’equilibrio tra le classi sociali.

Ø La riforma costituzionale (la riforma timocratica)

“Molti uomini malvagi sono ricchi, e quelli buoni poveri, ma noi non scambieremo con loro la nostra
superiorità per la ricchezza”
Solone ottiene l’arcontato probabilmente nel 594 a. C., trovandosi in una situazione di stallo
socio-politico: il potere è detenuto dalle aristocrazie ( ); l’organo legislativo fondamentale è la βουλη,
il Consiglio dei Quattrocento, cioè dei cento membri di ognuna delle quattro tribù gentilizie. Gli ex
arconti che rimangono a vita membri del Consiglio costituiscono l’organo supremo, l’ Areopago. Solone
sostituisce alle quattro tribù gentilizie quattro nuove tribù in cui distribuisce la cittadinanza in base al
censo. L'aspetto più importante della riforma consiste infatti nel suo carattere aperto: la distinzione
sociale non deriva più dalla nobiltà di nascita, ma dal patrimonio, dal reddito, rendendo possibile
teoricamente a tutti la scalata sociale e il conseguimento dei pieni diritti. A tutti viene quindi garantito il
diritto elettorale attivo la possibilità di partecipare all'assemblea generale e di eleggere i magistrati;
tuttavia solo i pentacosiomedimni (cittadini le cui terre producevano almeno 500 medimni di cereali),
possono essere eletti come arconti (massima carica). Allo stesso modo le classi possono accedere alle
magistrature in base al censo. I teti non hanno il diritto elettorale passivo, ma hanno la possibilità di
partecipare all'assemblea e ai tribunali.
Nonostante abbia favorito l’instaurazione della democrazia, Solone causa in questo modo l'ira di tutte le
parti sociali, tanto che, alla fine della sua opera, i disordini sociali ad Atene riprendono come in
precedenza e aprono le porte alla tirannide di Pisistrato. Ma sebbene non annulli le differenze sociali nel
distinguere i cittadini in base al loro censo, né li renda eguali nella facoltà di assumere incarichi politici,
strappa comunque il controllo assoluto della vita politica ateniese dalle mani della ristretta minoranza
delle aristocrazie e del loro antico diritto di sangue, e pone così le basi per le successive riforme.

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L'attività filosofica e letteraria


“Non definire un uomo felice finché non muore: tuttalpiù, egli è fortunato”.”
A Solone sono attribuiti alcuni testi di carattere autobiografico, tuttavia egli tratta essenzialmente il tema
politico, esaltando i valori della giustizia ( vista come opera divina). La sua poesia ha carattere gnomico
Egli introduce la triade concettuale, riproposta nelle tragedie di Eschilo, che è fondamentale per tutta la
letteratura greca. Nei suoi componimenti si susseguono infatti tre elementi fondamentali:
- L’ : è l’accecamento umano, che porta al compimento del male e che, allo stesso tempo, porta in
sé la punizione del male commesso.
- La u{ : è il peccato di arroganza e sdegnosa superbia, il male inteso come tracotanza propriamente
umana e volontaria, contraria al volere degli dèi.
- La h : è la giustizia divina assoluta e perfetta che osserva e punisce con giustizia il male umano.
Solone pone alla base del male umano la u{ : l’uomo fa il proprio male con l’eccessiva sicurezza in se
stesso e con l’arroganza, ma subisce inesorabilmente le conseguenze del male che compie perché è
soggetto all’ impassibile giustizia divina. Ciò costituisce una grande evoluzione rispetto alla cultura
arcaica, che credeva nello (invidia degli dei): il male nasce infatti dall’individuo, perché il
dio nella sua superiorità non si coinvolge nelle vicende umane; si limita a giudicarle dall’ alto vivendo
nella propria felicità che è totale e diversa da quella umana.

Ø Approfondimenti.
POESIA CLASSICA
a cura di Gianfranco Agosti
SOLONE, Frammenti dell’opera poetica, premessa di H. MAEHLER, introduzione e commento di M.
NOUSSIA, traduzione di M. FANTUZZI, Milano, BUR Rizzoli 2001
Il nome di Solone presso il pubblico più esteso è piuttosto quello del legislatore, dell’uomo politico,
del dispensatore di saggezza, di colui che dialoga della felicità della vita con il potente Creso, magari
dell’amante di «cavalli solidunghi» di pascoliana memoria. Benché egli abbia affidato a opere in versi
non solo le sue concezioni etiche, ma anche l’esplicazione e la difesa del suo ‘programma’ politico, la
considerazione di Solone come poeta ha sofferto da una parte la concorrenza della più o meno coeva, e
straordinaria, lirica arcaica, dall’altra la mancanza di una adeguata valorizzazione dei criteri estetici,
delle tensioni culturali e delle intenzioni che regolano la sua produzione poetica, analizzata invece
soprattutto come fonte storica. A questa visione sostanzialmente riduttiva dei caratteri letterari della
poesia soloniana pone ora rimedio la nuova edizione dei frammenti curata da Maria Noussia, cui si deve
la revisione del testo (in vari punti diverso dall’edizione Gentili-Prato), l’introduzione e il commento,
mentre Herwig Maehler ha fornito una fine premessa e Marco Fantuzzi ha curato la traduzione.
La Noussia sta preparando anche l’editio maior del suo commento, che apparirà in inglese, ma già
questa editio minor italiana si presenta come un’opera veramente egregia: un fitto commentario di quasi
duecento pagine per i circa quaranta frammenti poetici di Solone, ognuno dei quali è corredato da una
lettura introduttiva (in cui viene fatto con ammirevole concisione il punto sul dibattito critico e poi viene
presentata la proposta interpretativa della curatrice) e da un minuto commentario sulle questioni
linguistiche, stilistiche, storiche ed esegetiche.

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Già in questa veste il commento della Noussia non solo è uno dei migliori della collana della BUR
(che ormai annovera parecchi volumi di assoluto valore scientifico e che si sta sempre più
caratterizzando come la serie portante in Italia per i testi classici), ma è destinato a rimanere per molto
tempo un insostituibile punto di riferimento per gli studi su Solone e sull’elegia greca arcaica.
Solone (ca. 640/39-560/59) è una delle figure chiave della storia greca: eletto arconte nel 594/93,
designato come diallakthés «pacificatore» (oggi diremmo «garante») delle parti sociali, si fece
promotore di una ristrutturazione in senso timocratico della società ateniese, inaugurando il lento
processo che porterà alla costituzione della democrazia periclea; attuò inoltre un programma di
alleggerimento dei debiti e di svalutazione, tesi a un riequilibrio delle esasperate sperequazioni sociali.
Le intricate questioni storiche ed economiche connesse alle riforme soloniane, oggetto di un amplissimo
dibattito scientifico, sono analizzate dalla Noussia nell’introduzione (pp. 21-43): una materia complessa
e delicata, trattata con rigore e chiarezza. Qui importa sottolineare come Solone avesse deciso di parlare
del suo impegno politico nelle poesie: la scelta del medium poetico per questioni di questo tipo
apparteneva a una tradizione già consolidata, così come quella dell’occasione performativa (il simposio),
ma l’impegno e l’estensione (che si percepisce anche dai frammenti) con cui il legislatore si era dedicato
a quest’opera di propaganda autorizzano, con una piccola forzatura tipologica, a parlare di vera e propria
poesia civile (del resto per alcuni frammenti, come il 2, il 3 e il 14, si potrebbe anche pensare ad una
recitazione in piazza come discorsi in versi, vd. Noussia p. 44).

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Anacreonte

Ø Notizie biograiche
Anacreonte (Teo, circa 570 a.C. – circa 485 a.C.) è stato un poeta greco antico. Combatté, perdendo lo
scudo come Archiloco e Alceo, contro l'invasione persiana, dovendo tuttavia abbandonare la patria a
seguito della sconfitta. Visse a lungo alla corte di Policrate di Samo, dove incontrò Ibico e Simonide,
quindi presso i Pisistratidi ad Atene e gli Aleuadi in Tessaglia. Una leggenda narra che sia morto
piuttosto vecchio per un acino d'uva, visto che la tradizione, peraltro non proprio condivisa da tutti gli
storici, ha tramandato l'immagine di un Anacreonte fin troppo dedito al bere.

(Fr. 43)

Pri;n me;n e[cwn berbevrion, kaluvmmatè ejsfhkwmevna,


kai; xulivnou" ajs tragavlou" ejn wjsi; kai; yilo;n peri;
pleurh'isi <-- --± -- > boov",

nhvpluton ei[luma kakh'" ajspivdo", ajrtopwvlisin


kajqelopovrnoisin oJmilevwn oJ ponhro;" èArtevmwn, oJmilevwn trisillabo per sinizesi
kivbdhlon euJrivskwn bivon,

polla; me;n ejn douri; tiqei;" aujcevna, polla; dè ejn trocw'i ,


polla; de; nw'ton skutivnhi mavstigi qwmicqeiv", kovmhn
pwvgwnav tè ejktetilmevno":

nu'n dè ejpibaivnei satinevwn cruvsea forevwn kaqevrmata satinevwn cruvsea forevwn


pai'" Kuvkh" kai; skiadivskhn ejlefantivnhn forei' sinizesi
gunaixi;n au[tw" <-- + -- >. 20
20
v.1: Pri;n introduce il primo membro in correlazione con il nu'n di v.10
berbevrion: apaz anacreonteo,forse coniato su di un termine orientale,designava un copricapo ma potrebbe anche essere
una veste stretta.
Ejsfhkwmevna part. Perf. m.p. da skhow
v.2: ajstragavlou": il termine originariamente designava un piccolo osso,poi è stato adoperato per indicare il dado o la tessera
da gioco che veniva fabbricata con piccole ossa.
v.3: i codici di Ateneo presentano una lacuna di tre sillabe in cui si celava un termine indicante un indumento che si avvolge
sui fianchi.
pleurh'isi: enjambement ed è un dativo ionico
v.4-5: ajrtopwvl isin, kajqelopovrnoisin: dativi ionici retti da oJmilevwn
v.6: kivbdhlon: designa tutto ciò che è falso o falsificato e deriva dal lessico del mondo del lavoro: kibdo è la scoria che altera
la purezza di un metallo facendogli perdere il suo valore.
v.7: ejn douri/ ejn trocw'i: il porre il collo sul ceppo o sulla ruota per la tortura era un supplizio solitamente riservato agli
schiavi.
v.8: nw'ton: accusativo alla greca ( di relazione “relativamente alla schiena” )
qwmicqeiv": part. Aoristo passivo da qwmizw
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Metro: tetrametri coriambici anaclastici chiusi da un dimetro giambico

(nota : per anaclasi si intende il mutamento di posto, nel metron, di una sillaba lunga con una sillaba breve)

Ø Traduzione

Prima lo sciagurato Artemone che portava il berrettino, copricapo striminzito, scatolette lignee alle
orecchie e una striminzita…di bue intorno ai fianchi, sporca fodera di uno scudo malridotto, che
frequentava prima fornaie e pervertiti che conduceva una vita di imbrogli, molte volte ponendo il collo
sulla gogna,molte volte sulla ruota,molte volte essendo fustigato sul dorso con una frusta di
cuoio,essendogli rasato il capo e la barba; il figlio di Cica ora va in giro in carrozza sfoggiando monili
d’oro, e sfoggia un ombrellino d’avorio proprio come le donne.

Ø Analisi del periodo:

oJ ponhro;" èArtevmwn sogg.


Sub. Con participio congiunto al soggetto della principale.
Pri;n me;n e[cwn berbevrion, kaluvmmatè ejsfhkwmevna, kai; xulivnou" ajstragavlou" ejn wjsi; kai;
yilo;n peri; pleurh'isi <-- --± -- > boov", nhvpluton ei[luma kakh'" ajspivdo",

ajrtopwvlisin kajqelopovrnoisin oJmilevwn

kivbdhlon euJrivskwn bivon

polla; me;n ejn douri; tiqei;" aujcevna

v.8-9:kovmhn, pwvgwnav: accusativo di relazione o alla greca: la rasatura completa,stando ad Aristofane ( Nubi 108 3) era la
punizione che spettava agli adulteri.
v.9: ejktetilmevno": part. perf. m.p. da ektillw
v.10: forevwn: part da forew frequentativo di ferw
kaqevrmata, cruvsea: sono in contrapposizione agli astragali di legno al v.2,
kaqevrmata è apaz anacreonteo, alcuni lo intendono come orecchini a pendenti altri come collane appese al collo, (al
v.182 dell’Iliade si ha il termine ermata che vuol dire orecchini)
v.11: Kuvkh": Anacreonte designa Artemone con il matronimico anzi che con il patronimico, in questo atteggiamento c’è la
volontà di insinuare che l’avversario sia figlio di padre ignoto e nello stesso tempo si sottolinea la sua effeminatezza. Si
potrebbe ipotizzare ancora che Kuvkh sia un soprannome, in tal caso andrebbe collegato al verbo kukaw=mescolare; forse la
madre di Artemone agli occhi di Anacreonte era una sorta di fattucchiera o imbrogliona. Proprio come imbroglione è infatti
descritto Artemone al v.6 (kivbdhlon).
v.12 mutilo

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polla; dè ejn trocw'i (sottointeso tiqei;" )

polla; de; nw'ton skutivnhi mavstigi qwmicqeiv"

kovmhn pwvgwnav tè ejktetilmevno":


pai'" Kuvkh" (sogg.)
nu'n dè ejpibaivnei satinevwn (principale)

cruvsea forevwn kaqevrmata (sub con participio congiunto)

kai; skiadivskhn ejlefantivnhn forei' gunaixi;n au[tw" <-- + -- >. (coord alla principale)

Ø Commento:

Anacreonte è poeta della lirica monodica, appartiene alle corti: fece parte della corte del tiranno Policrate
dove si adeguò alle esigenze dell’ambiente, infatti in questo periodo scrisse poesie di argomento leggero,
erotico, senza riflessioni su problemi umani ed esistenziali. Morto Policrate si reca alla corte di Ipparco
dove dovette bandire i temi di guerra e armi e trattare argomenti di festa ( nell’epos omerico questi due
argomenti erano complementari).
Questo frammento ci è pervenuto per tradizione indiretta dai Depnosofistai di Ateneo.
Probabilmente Anacreonte fa un’ invettiva contro un suo antagonista in amore.
Anacreonte impiega nove versi per narrare il personaggio nel suo prima. Questi nove versi possono
essere divisi in due parti simmetriche e costruite secondo una climax ascendente: dal v.1 al v.4 si
concentrano sull’aspetto esteriore di Artemone mentre dal v.4 al v.9 si ha l’aspetto morale, la
frequentazione di gente di malaffare e i supplizi subiti per disonestà.
Ai vv.10 e 11 Anacreonte dedica la descrizione del nuovo Artemone, con la metamorfosi del personaggio
che, nonostante le nuove ricchezze e i gingilli, non riesce a celare la sua condizione di uomo adultero e
volgare.

Fr. 78

[Age dh; fevrè hJmi;n w\ pai'


kelevbhn, o{kw" a[mustin
propivw, ta; me;n devkè ejgceva" ejgceva" bisillabo per sinizesi
u{dato", ta; pevnte dè oi[nou
kuavqou" wJ" a]n uJbristiw'sè
ajna; dhu\te bassarhvsw.
a[ge dhu\te mhkevtè ou{tw
patavg wi te kajlalhtw'i
Skuqikh;n povsin parè oi[nwi
meletw'men, ajlla; kaloi'"
uJpopivnonte" ejn u{mnoi".

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Ø Schema metrico: 4 dimetri anaclomeni, 1 dimetro ionico puro, 1 dimetro anaclomeno

Dimetri anaclomeni

Dimetro ionico puro

Dimetro anaclomeno

Ø Traduzione

Orsù, ragazzo, portaci una brocca


affinché io possa bere tutto d’un fiato
versando dentro dieci ciati di acqua e cinque di vino
perché io diventi preda del furore di Baccanti
senza tracotanza.
Ancora una volta, orsù,
misuriamoci nel bere il vino come facevano gli Sciti,
non con confusione e grida,
ma sorseggiando tra canti armoniosi.

Particolarità
o{kw" ionismo per o{pw"
propivw eolismo per propivnw
dhu\te crasi eolica dhv au[te

Il frammento ci è pervenuto da tre fonti per tradizione indiretta:


1. Ateneo nei libri X e XI dei “Deipnosofisti”
2. Due scoliasti: Eustazio in un commento all’Odissea in riferimento alla parola kuvavqo" e
Porfirione in un commento al carme 27 di Orazio

La consuetudine del “bere insieme” con spensieratezza, senza tuttavia dimenticare il senso della misura,
sottolinea la differenza e il contrasto fra civiltà e barbarie. Il poeta, vissuto in Tracia, fra tribù feroci,
ricordava bene i loro eccessi nel bere, collegati anche ai culti orgiastici di Dioniso.

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Esorta dunque il coppiere a mescolare vino e acqua, perché si possa godere del banchetto senza
abbandonarsi agli effetti dell’ubriachezza.

Il tema del banchetto, declinato in diversi modi nella lirica, sottolinea qui la bellezza del convito e le sue
regole, in particolar modo una elaborazione programmatica dell’eticità del convito, aperto alla
socializzazione e al divertimento, ma con la moderazione tipica dei saggi. In Grecia l’esempio da non
seguire è quello rappresentato dai culti dionisiaci.
Il rapporto acqua-vino è ricollegabile ad Alceo che nel frammento 346 L.P. afferma “Mescola uno a due
e colma fino al’orlo; e che una coppa l’altra spinga giù.”
Nel mondo latino il maggior esempio di banchetto è quello raccontato nel Satyricon di Petronio. Il nucleo
più grosso di ciò che ci è pervenuto è quello che descrive l’avventura dei protagonisti quando sono
invitati da un ricco romano, Trimalcione. Durante il convito insieme al cibo è importante anche l’aspetto
culturale (recitazione, danza, canto) e alla fine la cena sfocia nell’ebrezza.
Anche Orazio, nel carme 27, affronta il tema del banchetto riprendendo da Anacreonte non solo la
popolazione degli Sciti ma anche l’idea di evitare costumi barbari e impedire i culti vergognosi di Bacco
(est modus in rebus).

Fr. 88 D

Pw`le Qrh/kivh tiv dhv me loxo;n o[mmasi blevpousa


nhlerw`" feuvgei", dokevei" dev mè oujd e;n eijdevnai sofovn; catalettico
i[sqi toi, kalw`" men a[n toi to;n calino;n ejmbavloimi,
hJniva" dè e[c wn strevfoimiv sè ajmfi; tevrmata drovmou. catalettico
nu`n de; leimw`nav" te bovskeai kou`fav te skirtw`sa paivzei": bovskea sinizesi
dexio;n ga;r iJppopeiJrhn oujk e[c ei" ejpembavthn.21 Catalettico

21
Pw`le Qrh/kivh = l’epiteto fa pensare al soggiorno giovanile di Anacreonte in tracia,ma non bisogna scordare che nella greca
la tracia era famosa per la bellezza dei suoi cavalli.
nhlerw`" = avverbio di derivazione epica,adoperato qui in modo ironico:siamo di fronte ad un contesto erotico in cui
l’ostinazione della fanciulla può essere paragonata a quella di un eroe omerico.
toi = ci sono due toi nel 3 verso il primo è una particella avversativa il secondo sostituisce il dativo soi con questa forma
ionica.
a[n = ha valore potenziale
kalw`" men a[n toi to;n calino;n ejmbavloimi = è una reminiscenza epica Iliade libro 19 vv 393-394(mentre Achille si prepara
a tornare in battaglia i suoi aurighi. Dopo aver posto i finimenti ai cavalli”misero loro il morso tra le mascelle”).
tevrmata = sono i pilastri alle due estremità della pista attorno al quale corrono i cavalli è un tipico termine delle gare equestri.
Nel quinto verso Anacreonte ci mostra la condizione attuale della puledra che è allo stato brado e quindi si allude alla
condizione di verginità della fanciulla.
skirtw`sa = è usato nella tradizione epica per designare i salti dei puledri.
Nel sesto e ultimo verso vi è un evidente doppio senso tra la terminologia equestre e quella del linguaggio amoroso.

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Metro: tetrametri trocaici


— — |— — || — — |— —
Traduzione:

O Puledra Tracia, perchè fuggi vedendomi di traverso,


pensi che io non sia capace di nulla di saggio?
Sappi dunque che io ti potrei facilmente mettere il morso
Tenendo le briglie io ti farei girare di corsa intorno alla meta.
Ora tu giochi saltellando leggera per i pascoli nel prato;
infatti non hai un buon montatore esperto di cavalli.

Ø Commento:

Il gioco erotico viene considerato da Anacreonte come una delle gioie del simposio. In molti dei suoi
componimenti, mescolando momenti scherzosi e seri, si riferisce alla forza di Eros, concetto del resto
comune a molti esponenti della lirica monodica. In questo frammento è messa in evidenza la bellezza
della ragazza, che, con una metafora ampiamente diffusa , è paragonata a una puledra.

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Ipponatte

Ø Note biografiche.

Ipponatte, nativo di Efeso, visse intorno alla seconda metà del VI secolo. Dal momento che possediamo scarse
notizie riguardo a questo poeta, possiamo solo ipotizzare, con una buona probabilità, che fu di origine aristocratica.
Coinvolto nelle frequenti lotte politiche, venne bandito dalla sua città natale ad opera dei tiranni Antegora e Comas
e fu costretto a rifugiarsi a Clazomene, fiorente centro mercantile dell’Asia Minore. È possibile stabilire un diretto
rapporto fra gli avvenimenti reali della sua biografia e il contenuto dei suoi versi: nell’ultimo periodo della sua vita
afferma infatti di aver vissuto la misera condizione dell’esule, lottando con una dolorosa povertà. Quest’ultima è
frequente argomento di ispirazione della sua poesia. Ipponatte è stato ritenuto il cantore di una società dei
bassifondi, in quanto i protagonisti dei suoi componimenti sono da ricercarsi in individui rissosi e violenti, ladri,
pezzenti e donne di infimo ordine. Causa della sua fama di poeta maledetto sono appunto tali ambienti, che ama
descrivere con toni forti, realistici e immediati. Questi luoghi sono presentati con un linguaggio scritto in dialetto
ionico a cui si mescolano vocabili di origine non greca, ma probabilmente in uso nella cosmopolita Clazomene.
Non mancano inoltre colorite espressioni del linguaggio parlato e vocaboli gergali.In realtà questo linguaggio
originale è testimonianza di grande erudizione. Questi sono quattro dei suoi cento frammenti che ci sono
pervenuti:

Metro: trimetro giambico scazonte (coliambo)22

E
J rmh`, fivlè JErmh`, Maidaeu` Kullhnai`e,
eèpeuvcomaiv toi, kavrta ga;r kakw`ß rJigw`.
kai; bambaluvzw.23
Ø Traduzione

Ermes, caro Ermes, figlio di Maia, abitante di Cillenio,


ti prego, sto crepando dal freddo e batto i denti.

èEmoi; ga;r oujk e[dwkaß ou[tev kw clai'nan


dasei'an ejn ceimw''ni favrmakon rJivgeoß, rJivgeoß bisillabo per sinizesi
ou[tè ajskevrhisi tou;ß povdaß daseivhisi
e[kruyaß, w{ß moi mh; civmetla rJhvgnutai.24
22
Il metro usato è il trimetro giambico scazonte (anche se il verso 1 del Fr.82 e il verso 4 del Fr.42 sono in trimetro
giambico regolare). Fu proprio Ipponatte l’inventore del trimetro giambico scazonte o coliambo, anche detto “il giambo
zoppicante”, in cui l’ultimo piede è uno spondeo o un trocheo, invece che uno giambo, con il risultato di un brusco
cambiamento del ritmo.
23
Particolarità
Cullhnai`h: vocativo maschile singolare da Cullhvvnioß, a, on
rJigw`: forma contratta del presente indicativo attivo 1 persona singolare di rJigevw
bambaluvzw: onomatopeico presente indicativo attivo 1 persona singolare da bambaluvzw

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Ø Traduzione
Ma tu non mi hai dato un mantello spesso,
rimedio contro il freddo dell’inverno,
né mi hai coperto i piedi con pantofole
di lana, affinchè non mi scoppiassero i geloni.

èEmoi; de; Plou`to <e[sti ga;r livhn tuflov <


ejß twjikivè ejlqw;n oujdavmè ei\pen ÆèIppw`nax,
divdwmiv toi mneva arguvrou trihvkonta mnevaß monosillabo per sinizesi
kai; povllè e[tè a[llaÆ: deivlaio ga;r ta; frevna .25

Traduzione
A me invece Pluto –infatti è troppo cieco-
Giunto in casa, non ha mai detto: “Ipponatte,
ti do trenta mine d’argento
e molte altre cose ancora”; infatti è vigliacco nell’anima.

Lavbetev meo taijmavtia, kovyw Boupavlwi to;;n ojfqalmovn.


ajmfidevxio ga;r eijmi koujk aJmartavnw kovptwn.26
Metro: tetrametro trocaico catalettico scazonte
v.1: dattilo in prima sede, tribraco in terza sede

Ø Traduzione

Reggetemi il mantello, voglio spaccare un occhio a Bupalo.


Infatti picchio di destro e di sinistro e non sbaglio un colpo

24
Particolarità
Kw: forma ionica dell’avverbio pw (ancora); in negativo “niente affatto”
rJJivgeoß: forma non contratta del genitivo singolare di rJi`goß
ajskevrhisi: dativo plurale da ajskevra–, aß con iota ascritto
daseivhisi: dativo plurale da da±su±vß, ei`a, uv con iota ascritto
25
Particolarità
Livhn: forma ionica dell’avverbio livan (molto,troppo)
Twjikivè: crasi con iota ascritto per tav oijkiva
Oujdavmè: per oujdamav avverbio negativo di oujdamo , hv, ovn
Trihvkonta: forma ionica dell’indeclinabile triavkonta
Mneva : forma ionica non contratta da mna`, a`
26
Particolarità
Meo: forma non contratta di mou genitivo singolare di ejgwv
taiJmatia: crasi con iota ascritto per ta; iJmavtia
koujk: crasi per kai; oujk

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Ø Commento
Soggetto dei primi frammenti è la povertà, ostentata da Ipponatte con risentimento e tono lamentoso, che
rende quasi blasfema la preghiera degli dei, con i quali è in collera perché indifferenti alle suppliche di
coloro che stentano a sopravvivere. Se il primo verso è solenne –l’esordio di un inno cletico-
(invocazione alla divinità) è caratterizzato dall’ajnadivplwsiß, la “ripetizione” del nome del Dio e seguito
da epiteti –negli altri invece compaioni espressioni realistiche e colorite (bambaluvzw= batto i denti, kovyw
Boupavlwi to;n ojfqalmovn = voglio spaccare un occhio a Bupalo, ajmfidevxioß eijmi kovptwn= picchio di
destro e di sinistro) . L’ abilità di collegare in maniera così efficace registri linguistici molto diversi,
testimonia la cultura di Ipponatte. È possibile affermare che quest’ultimo fosse un esponente
dell’aristocrazia che volle sperimentare un nuovo genere di linguaggio prediligendo temi fino ad allora
poco trattati o del tutto nuovi, in cui diede prova di un vivo e pungente senso dell’ironia. L’ultimo
frammento dà sfogo alla rabbia di Ipponatte, il cui oggetto è il malcapitato Bupalo. Costui e il suo amico
Atenide ne avrebbero fatto un ritratto poco lusinghiero ed una caricatura dei lineamenti non troppo
piacevoli alla vista. I versi vendicatori, caratterizzati da feroci insulti, seguirono immediatamente,
inducendo i due sciagurati scultori al suicidio. Tuttavia questa vicenda, a causa di un finale così estremo,
è di dubbia autenticità.

Fonte: “Storia e antologia della letteratura greca” di Ida Biondi


Consuelo Ferretti e Laura Bianchi

Fr.12

Mou'sa moi Eujromedontiavdea thvn pontocavrubdin


Thvn ejn gastriv mavcairan, oj" ejsqvivei ouj katav covsmon,
ejvnnefè, ojvpw" yhfi'di ãkakh/Ã` kakovn oijt
' on ojlei'tai
boulh'/ dhmosivh parav qinèajlov°" ajtrugevtoio.

Ø Traduzione
Musa, il figlio di Eurimedonte, Cariddi che il mare risucchia,
che ha nella pancia un coltello, che si ingozza senza misura,
cantami, perché sia rovinato dalla mala sorte, con voto di condanna,
per volontà popolare, sulla riva del mare infecondo.

Ø Metro: esametro dattilico

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Laboratorio di traduzione : "Documenta la didattica"
Liceo Classico G.Galilei – Pisa – classe II-A
Percorso didattico “Vino, politica, amicizia e poesia”

Ø Osservazioni sul testo

Pontocavrubdin: ajvpax di creazione di Ipponatte, costituito dai termini povnto" e Cavrubdi", mare e
Cariddi, che è stato tradotto come “Cariddi che il mare risucchia”. Con questo neologismo si vuole
indicare non solo l’enorme quantità di liquidi che l’uomo in questione è capace di ingurgitare, ma anche
i rumori che produce nell’ingozzarsi senza pudore.
Dhmosivh: presenza ionica dell’h in luogo dell’a nella terminazione dei sostantivi della prima
declinazione.
ajtrugevtoio: genitivo ionico in luogo del genitivo con terminazione ou.
Yhfi'di: dativo del sostantivo Yhfi'"-i'do" che significa pietruzza, sassolino. In questo caso viene tradotto
come “voto di condanna”, facendo riferimento alle modalità di condanna dell’epoca.

Ø Breve commento

L’altisonante nome del poeta greco (signore di cavalli) e l’atteggiamento politico inducono a ritenere che
egli provenisse da famiglia aristocratica, ma il mondo in cui dopo l’esilio si trovò proiettato fu quello dei
pezzenti e dei furfanti. Ipponatte è un rappresentante della linea “bassa” della lirica greca: egli, infatti, si
compiace di immergersi nel fango, trascurando la compostezza e la solarità, dando sfondo, nella sua
poesia, a situazioni equivoche, raggiri, intrighi, turpitudini varie, invocazioni proterve e sfacciate agli dei.
Il piacere di dire cose spiacevoli o scomode non è soltanto il riflesso di una condizione esistenziale e
psicologica, ma risponde anche a un preciso gusto stilistico, che si traduce nella scelta deliberata di una
tematica e di un tono plebei. Probabilmente, infatti, la figura catastrofica che egli dipinge di sé non è altro
che un espediente letterario che camuffa, sapientemente, una notevole erudizione del poeta. È forse
necessario riconoscere in lui un esponente della classe e dell’educazione aristocratica, che volle
sperimentare un nuovo genere di linguaggio e di poesia, prediligendo temi fino ad allora poco trattati o
del tutto nuovi.
Ad esempio, nel frammento preso in esame, Ipponatte ci offre un esempio di poesia scommatica,
pungente e arguta, costruita interamente con espressioni omeriche impiegate a fini parodistici,
dimostrando la sua conoscenza e la sua familiarità con il linguaggio dell’epica. L’incipit contamina, per
l’appunto, il primo verso dell’Iliade con il primo dell’Odissea; anche la conclusione si presenta in tono
epico, evidenziata dall’utilizzazione, del tutto fuori luogo e per questo comica, di un emistichio omerico
formulare che si trova in numerosi passi dell’Iliade, per esempio nel primo libro, al verso 316. Un
elemento, inoltre, che evidenzia una notevole vivacità del linguaggio è l’ajvpax al primo verso che si
addice a un “eroe” ingordo, dominato da un’avidità repellente con cui si rimpinza di cibo senza neanche
tagliarlo, tanto da far pensare che abbia nello stomaco il coltello di cui non si serve a tavola. I versi pieni
di pungente sarcasmo tratteggiano, con notevole perizia, personaggi caratterizzati da una comicità
grottesca, rappresentanti di un’umanità canagliesca osservata con occhio impietoso e con un vivo senso
dell’ironia.

Fr.126

ÔO me;n ga;r aujtw~n hJsuch~i te kai; rJu;dhn


qu;nna;n te kai; musswto;n hJme;ra pa;sa
dainuvmeno w{sper Lamyakhno; euJnou~co anapesto in seconda sede

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Laboratorio di traduzione : "Documenta la didattica"
Liceo Classico G.Galilei – Pisa – classe II-A
Percorso didattico “Vino, politica, amicizia e poesia”

katevfage dh; to;n klh~ron: w{ste crh; ska;ptein anapesto in seconda sede
pe;tra tæ ojrei;a , su~ka mevtria trwvgwn
kai; kri;qinon ko;llika, dou;lion co;rton.

Ø Metro: coliambo (trimetro giambico scazonte)

— —| — —| ——

Ø Traduzione:

Uno di loro infatti con tranquillità e abbondantemente banchettando a tonno e intingoli come un eunuco
di Lampsaco finì col divorare il patrimonio; e ora è necessario zappare le pietre di montagna mandando
giù un po' di fichi secchi e pane d'orzo, spuntino servile.

Ø Osservazioni

Il "missoto" è un pesto di aglio,formaggio e aceto descritto da Aristofane nella "Pace" 242-252. Il


riferimento all’eunuco vuole creare una comparazione con colui che riversa sul cibo anche i piaceri
negati.
ko;llix : termine ironico, designa una pagnotta non troppo elaborata.
qu;nna;n te kai musswto;n : può anche essere tradotta con " tonnina al pesto" (dall'articolo di Buzzacchini
2010).
Ipponatte scrive quindi la decadenza di un membro o di una famiglia o di un'eteria che è caduto in
disgrazia a causa dei suoi costumi poco ortodossi. Al verbo daivnumi che infatti indica la ricchezza del
banchetto è opposto il verbo trw;gw che indica il rosicchiare; così alle prelibatezze della tonnina al pesto
è contrapposto il foraggio servile.
Francesca Duca.

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