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LA DROGA

E’ certo che il fatto di maggior rilievo, sottostante al complesso fenomeno droga, è


la dipendenza. Essa è prima di tutto una tendenza che, per certi versi, si è manifestata
anche in tempi in cui la droga non costituiva una emergenza sociale. Prima ancora di
essere tendenza a dipendere da una o più sostanze, è tendenza a dipendere da una
cultura, da un modo di vedere, da una moda, da molti altri condizionamenti non sempre e
necessariamente negativi. La tendenza a dipendere, inoltre, è da una parte generata da
forze esterne alla persona, che però la condizionano, sottoponendola ad interessi di
potere economico, politico, culturale, e dall’altra costituisce un rifugio voluto e cercato dalla
persona che o vi trova valide risposte alle proprie esigenze, o la sceglie come condizione
che garantisce sicurezza, tranquillità, benessere fisico e psichico. Si arriva a dipendere,
perciò, per rispondere ad un disagio personale e sociale.
E’ facile riscontrare situazioni nelle quali si danno risposte “semplificate”, magari
con una sostanza, un farmaco, a bisogni che richiedono risposte complesse e articolate.
Ciò avviene non solo per scelta delle persone, ma anche a seguito di risposte concrete
che un certo tipo di società fa attraverso la pubblicità, i servizi e le strutture. Alcune volte
ciò avviene per superficialità o inavvedutezza, altre come conseguenza di un chiaro
progetto teso al controllo sociale e alla conservazione del potere. A conferma di questa
seconda ipotesi basta osservare e studiare l’uso che nelle strutture totalizzanti, ad
esempio il carcere ,viene fatto dei farmaci. E’ frequente, del resto, il tentativo di dare
risposte semplici a situazioni e bisogni complessi. E’ anche questa una delle cause del
fenomeno della dipendenza da sostanze.

LE DROGHE

Sono droghe quelle sostanze capaci di alterare l’umore e l’attività mentale della
persona. A seconda della sostanza, del modo di assunzione, delle condizione e delle
attese del consumatore, esse possono generare euforia o depressione, modificare il senso
della realtà e la coscienza di sé. Le droghe possono essere:
• legali : quelle la cui produzione e vendita sono consentite dalla legge ( ad esempio
alcol, tabacco, caffè......)
• illegali : quelle la cui produzione e commercializzazione sono vietate dalla legge
(marijwana, hashish, oppio, eroina, cocaina, crack, ecstasy).
Le droghe illegali, poi, nel linguaggio comune, vengono distinte tra :
• leggere : quelle che non provocano dipendenza fisica, come la marijwana, l’hashish ;
• pesanti : quelle che provocano dipendenza fisica, come l’eroina, e tante altre.
Si possono considerare droghe anche molti farmaci, prescritti dal medico, di cui si
fa uso frequente e fanno spesso parte della piccola farmacia di famiglia, come ansiolitici,
antinevralgici e tranquillanti. Anche questi producono un’alterazione dell’umore e della
attività mentale e spesso se ne fa un uso esagerato e dannoso (abuso).
In ambienti particolarmente poveri, sia nel nostro paese, ma, soprattutto, nei paesi
in via di sviluppo, e in strutture chiuse come nelle carceri, si usano talora come droghe,
gas, vernici e colle, inspirandole.
Tale uso spesso è ricercato per non sentire la morsa della fame o la tristezza della
solitudine e della reclusione.
Le droghe possono essere ingerite per bocca, possono essere inalate, fumate o
inserite direttamente nel sangue mediante una siringa.
A seconda del modo di assunzione, l’assorbimento delle sostanze ed il loro effetto
sono più o meno rapidi.
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Una droga assunta per bocca ha un’azione più lunga. La droga che più
frequentemente fra tutte è presa per via orale è l’alcol. Spesso non si ha di questa
sostanza la coscienza che sia una droga . I suoi effetti, tuttavia, sono devastanti quanto la
droga pesante.
Sono prese per via orale anche tutte le droghe sintetiche, cioè prodotte in
laboratorio attraverso procedimenti chimici e che hanno forma di pasticche (esempio
ecstasy) o di sciroppo (metadone). Le foglie di tabacco e di coca vengono masticate,
l’oppio viene mangiato, la canapa indiana può essere inghiottita a pezzetti o in infusione
come il tè.
L’assunzione di droghe per inalazione o fumo ha un effetto più rapido. La droga
fumata più frequentemente è la nicotina, contenuta nelle normali sigarette. Ogni boccata di
fumo manda una certa quantità di nicotina nel sangue che raggiunge velocemente il
cervello, modificandone, in qualche modo, le funzioni. Questi effetti li può subire anche
una persona che non fuma, ma si trova in un ambiente saturo di fumo di altri fumatori.
Si fumano anche altre droghe quali la canapa indiana (il così detto spinello), l’oppio,
la pasta di coca.
Altre droghe possono essere fiutate per via nasale; quella che più comunemente è
assunta in questo modo è la cocaina. La droga assunta per via endovenosa produce
ancora più velocemente i suoi effetti. Quella più frequentemente usata in tal senso è
l’eroina.
Questo uso è anche molto pericoloso, perché può procurare un’overdose, cioè una
quantità di sostanza eccessiva rispetto a quella che l’organismo può sopportare, e perché
è spesso causa di contrazione di malattie infettive come l’epatite, l’AIDS, perché la stessa
siringa, spesso utilizzata da più persone, trasmette l’infezione.
Se una persona consuma con regolarità e per lungo tempo delle droghe, queste
provocano in lei una dipendenze, quando questa persona volesse cessare l’uso, avverte
tutta una serie di sintomi negativi che, insieme, prendono il nome di “crisi di astinenza”.
La dipendenza può essere :
• psicologica , quando una volta fatta l’esperienza si desidera ripeterla. Spesso questa
dipendenza è manifestata anche attraverso un forte legame con un gruppo in cui l’uso
fa da “collante”.
• psichica, quando il desiderio diventa un vero e proprio bisogno personale, che, se non
soddisfatto, provoca uno stato di malessere che si manifesta anche nelle relazioni
sociali;
• fisica, quando una brusca interruzione nell’uso provoca dolore, vomito, crampi, etc.
Quasi tutte la droghe pesanti provocano una fortissima dipendenza fisica.
Esse inoltre provocano “tolleranza”, che consiste nella necessità di aumentare la
quantità della sostanza e la frequenza della assunzione e delle dosi per poter ottenere gli
stessi risultati.
Chi consuma droghe pesanti può incorrere “nell’overdose” che è una grave
situazione di danno fisico causato dall’uso di una quantità eccessiva di droga.
Il rapporto tra persona che consuma droga e le droghe stesse può variare per
l’intensità e la necessità.
Sotto questo aspetto si possono distinguere diverse figure :
• il consumatore è colui che fa uso saltuario e occasionale di sostanze e può smettere
quando decide senza conseguenze sul piano fisico e psichico;
• il tossicodipendente o farmacodipendente è quella persona che usa droga con
regolarità, ma allo stesso tempo cura altri interessi e relazioni (lavoro, studio, amicizie,
etc.). Se vuole il tossicodipendente può smettere, pur con sacrifici e impegno
considerevoli.
• Il tossicomane, invece, è colui che, totalmente dipende dalla droga, organizza la sua
vita intorno al consumo ed al reperimento delle quantità sempre maggiori di sostanza
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che gli sono necessarie. Non ha altri interessi ed impegni, le uniche relazioni che
mantiene sono quelle funzionali al reperimento della droga.
Spesso nel linguaggio corrente, con la parola “drogato” vengono indicate
indiscriminatamente tutte e tre queste categorie di persone e consumatori sia di droghe
leggere che di quelle pesanti.
Questo termine è carico di pregiudizio e di approssimazione e non aiuta a fare la
distinzioni utili a qualsiasi intervento di solidarietà e di aiuto. Così non si può considerare
drogato chi ha consumato la droga una sola volta. Non basta infatti una sola dose per
diventare dipendenti. La dipendenza è sempre il risultato di una scelta e di una ricerca.
Certi messaggi allarmistici che fanno derivare la dipendenza dalla droga
dall’accettazione di caramelle o di altri prodotti distribuiti da spacciatori che adescano i
ragazzi per la strada o davanti alle scuole sono solo il risultato di disinformazione e di
pregiudizio. Così non è vera l’opinione che tutte le droghe sono pericolose allo stesso
modo e che dall’uso delle droghe leggere si passa necessariamente a quello delle droghe
pesanti.
E’ vero che la stragrande maggioranza di consumatori di droghe pesanti hanno fatto
prima l’esperienza di quelle leggere, ma il passaggio non è necessario né ineluttabile,
anche se favorito, non da esigenze fisiologiche e psicologiche, ma dal fatto che le droghe
leggere e le droghe pesanti sono reperibili per il consumatore sullo stesso mercato, negli
stessi luoghi e presso le medesime persone.

Si calcola che ogni anno vengono prodotti nel mondo circa 400-500 tonnellate di
eroina, 600-700 di cocaina e una quantità incalcolabile di marijwana e hashish.
Queste sostanze vengono prodotte elaborando piante la cui coltivazione ed il cui
uso fanno parte di tradizioni culturali, religiose e mediche più che millenarie di popolazioni
dell’Asia e dell’America Latina.
Queste nazioni non hanno mai collegato la coltivazione di queste piante ed il loro
uso, alla criminalità e anche oggi non sempre comprendono il danno che provocano.
La criminalità è nata non intorno alla coltivazione delle piante, ma piuttosto alla
commercializzazione dei loro derivati per via chimica come l’eroina e la cocaina, che sono
state prodotte per la prima volta verso la fine del secolo scorso solo per fini medici. Sono
infatti i grossi trafficanti legati a queste organizzazioni che acquistano a prezzi molto bassi,
ma spesso sempre più convenienti per gli agricoltori di quelli con cui possono vendere altri
prodotti, grosse quantità di foglie di coca, di papavero e di cannabis, e attraverso
elaborazioni chimiche che richiedono complessi strumenti di raffinazione, le trasformano in
eroina, cocaina, hashish.
Il papavero viene coltivato soprattutto in Asia. Dal papavero si ricava un lattice,
l’oppio, da cui viene l’eroina.
Sono interessate a questa coltivazione soprattutto due aree :
• Il Triangolo d’oro, comprende territori della Birmania, della Tailandia e del Laos ;
• La Mezza luna d’oro si situa in territori del Pakistan, Afganistan e Iran.
Si trovano coltivazioni di papavero anche in Turchia e in alcune zone dell’America
Latina, in particolare in Messico, Colombia e Guatemala.
La coca si presenta come arbusto ed è coltivata in alcune aree del Perù e della
Bolivia, ma si sta coltivando anche in altri paesi della stessa regione. Da essa si ricava la
cocaina.
La canapa indiana è la pianta da cui si ricavano le “droghe leggere” come l’hashish
e la marijwana; essa cresce nei paesi dell’Africa del nord, in Messico, Guatemala,
Colombia e nel Medio Oriente. Si fanno coltivazioni di questa pianta in molti altri paesi.

L’OPPIO E I SUOI DERIVATI


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L’oppio è il succo lattiginoso che si ricava incidendo la capsula acerba del
papavero, scientificamente conosciuto come “Papaver somniferum”.
L’oppio è conosciuto già dagli antichi Sumeri intorno al 5000 a.C.
Si hanno notizie dell’uso medico dell’oppio anche presso i Babilonesi, i Persiani, gli
Egiziani, i Greci e gli Arabi. Più recentemente, forse introdotto dagli Arabi, si è diffuso
l’uso, sempre per fini terapeutici, in Cina, in India e in Europa. Viene coltivato in varie parti
del mondo per usi diversi :
• per decorazione, in quanto il fiore è molto bello
• per usi alimentari, perché l’olio ricavato dalla spremitura dei suoi semi è utile per fare
dolci e torte
• per uso farmaceutico, cioè per fare medicine
• come droga, modo più diffuso non sempre ritenuto legale
In origine era masticato o assunto in infusione come il tè, più recentemente si è
affermato l’uso del fumo.
Oggi è usato legalmente quasi esclusivamente per fini medici, come sostanza base
per preparare farmaci come la morfina, la codeina, il metadone. Gli effetti di queste
sostanze sono narcotici e anestetizzanti.

La morfina e la codeina

L’oppio contiene per circa il 10% la morfina che ne è anche il principale principio
attivo. La morfina può essere ricavata sia dall’oppio, sia dalla paglia del papavero con u
procedimento più semplice. Per i suoi effetti narcotici e analgesici la morfina era molto
usata, fino a qualche anno fa, per lenire dolori causati da operazioni, ustioni, e ferite. Oggi
il suo impiego legale è rimasto limitato quasi esclusivamente alla cura del dolore nella fase
terminale di malattie incurabili.
La codeina è un farmaco analgesico, prodotto dalla morfina, molto usato, in piccole
quantità nella cura delle malattie dell’apparato respiratorio e del raffreddore.

L’eroina

E’ stata prodotta per la prima volta verso la fine del secolo scorso dalla Bayer, come
farmaco per curare la dipendenza da morfina. Il suo nome le fu attribuito proprio in
considerazione degli effetti terapeutici “eroici”. Si presenta come polvere cristallina in colori
variabili dal bianco al bruno e si diluisce nell’acqua calda.
Nel 1912, nella Convenzione Internazionale sull’oppio dell’Aia, ne fu proibito l’uso
nella farmacopea, in considerazione della sua pericolosità e da allora, nella maggioranza
dei paesi del mondo, è illegale sia la produzione che l’uso. Tutto il sistema di produzione e
di commercio è in mano ad organizzazioni illegali e clandestine.
L’uso continuato di eroina produce in breve tempo assuefazione e dipendenza. Si
può assumere eroina inalandola (“tirare o sniffare”), fumandola o iniettandola (“bucare”).
Le dosi a disposizione del mercato nero contengono una bassa percentuale di
eroina pura. I trafficanti e gli spacciatori, per aumentare i loro profitti la mescolano
(tagliare) con bicarbonato di sodio, mannite, zuccheri, talco ed altre sostanze che talora
provocano anche gravi problemi alle vene, ai polmoni e ad altri organi.
L’uso delle siringhe in comune tra i tossicodipendenti, dovuto non solo a motivo di
economia, ma anche ad un certo “rito” del buco, è spesso all’origine di malattie virali come
l’epatite e l’AIDS.
Se una donna incinta assume eroina, questa raggiunge anche il feto del nascituro,
che, alla nascita, avrà una vera e propria crisi di astinenza da prevedere e curare.
Una dose più eccessiva di eroina produce overdose; è questa una delle cause più
frequenti di morte dei tossicodipendenti.
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Il metadone

E’ una sostanza derivata dall’oppio, prodotta in laboratorio. Potrebbe essere usato


anche nella terapia del dolore, di fatto però il suo uso è limitato al trattamento dei
tossicodipendenti.
E’ assunto per via orale in sciroppo o anche in compresse.
Se si fa una cura di disintossicazione, il metadone viene assunto a scalare,
diminuendo, cioè in tempi più o meno lunghi le dosi fino ad arrivare a zero. Può essere un
ottimo supporto se insieme al trattamento metadonico si attivano intorno al
tossicodipendente che vuole smettere, altre iniziative progettuali tese alla sua autonomia e
al suo reinserimento sociale.
Il metadone viene anche somministrato in “trattamento di mantenimento”. In questo
caso una stessa dose della sostanza, sempre per via orale, è data per tempi più o meno
lunghi al tossicodipendente per evitare che ricorra all’eroina e ai rischi che essa comporta,
in attesa della maturazione di una soluzione più risolutiva. Il trattamento e la cura a base di
metadone ebbero avvio negli Stati Uniti d’America, negli anni “50. In Italia la
somministrazione di questa sostanza è consentita solo per via orale e presso i servizi
pubblici delle USL che con la legge 162 hanno preso il nome di Sert (Servizio
Tossicodipendenze).

LA COCA ED I SUOI DERIVATI

La parola coca nel linguaggio degli Indios Aymara significa “pianta”, ed è una pianta
tipica delle zone andine dell’America del Sud. L’uso più antico, risalente, si pensa, a circa
3000 a.C., consiste nella masticazione delle foglie di questo arbusto, che produce effetti
stimolanti non solo sulla mente ma anche sul corpo.
Le foglie della coca sono infatti ricche di vitamine, tanto che l’uso di masticarle si è
diffuso proprio per vincere la fame, la fatica dei lavori pesanti nelle miniere e
nell’agricoltura e per combattere gli effetti provocati dall’altitudine.
La coca viene preparata anche come il tè, la bevanda che se ne ricava si chiama
mate ed è adoperata spesso da alcune popolazioni dell’America del Sud.

La cocaina
La cocaina o cloridrato di cocaina, è l’alcaloide della coca, estratto dalle sue foglie
mediante un elaborato procedimento. Si presenta sotto forma di polvere bianca ed è
stimolante del sistema nervoso centrale.
In passato veniva utilizzata per fini medici, soprattutto in anestesia; oggi la sua
produzione e il commercio sono completamente illegali.
La cocaina viene assunta per via inalatoria “sniffo o per via endovenosa. L’effetto
del primo caso è un po’ più lungo (circa un’ora) nel secondo caso è più breve e più
intenso.
La cocaina dà eccitazione, disinibizione, loquacità, senso di potenziamento
dell’attività mentale, la diminuzione della fatica e di più forza nel lavoro.
L’uso prolungato induce uno stato di irritabilità, di insonnia, di voglia di parlare a
lungo. Possono insorgere anche sensazioni immotivate di sospetto e di paura.
La cocaina da dipendenza psichica; l’interruzione dell’uso prolungato può produrre
uno stato depressivo.
Il fatto che molto spesso è usata saltuariamente e, forse, dalle classi sociali più
agiate, fa sì che se ne considerino con minore drammaticità gli effetti negativi rispetto
all’eroina.
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In realtà, anche da un punto di vista sociale, l’assunzione prolungata può essere
dannosa, perché chi è sotto effetto della cocaina perde il senso delle proprie capacità,
tende ad esaltarle e non ha una percezione esatta della realtà e delle difficoltà circostanti.
Attraverso una particolare lavorazione chimica della cocaina si ottiene il crack. Il
nome è dovuto a causa del rumore che produce a contatto con il calore. A causa della sua
forma, in gergo, si chiama anche roccia. Il crack viene fumato e dà una sensazione di
euforia che può durare fino a mezz’ora. Dopo però, con molta facilità, si cade in
depressione. Il rapido alternarsi di euforia e depressione fa insorgere più forte il bisogno e
induce vera e propria dipendenza con insonnia e convulsioni.

GLI ALLUCINOGENI

Tra gli allucinogeni vengono considerate varie sostanze che hanno la capacità di
alterare la percezione della realtà, l’umore ed il pensiero, e, in particolare, di produrre
allucinazioni.
Quando gli Spagnoli giunsero nell’America del Sud, nel territorio che attualmente
corrisponde al Messico, scoprirono che gli Aztechi annoveravano fra le loro divinità anche
tre piante chiamate Peyotl, Teonanacatl e Ololiuqui. La prima pianta tra queste una specie
di cactus, era considerata il capo, la carne degli dei. Gli Apache Mescaleros diffusero nel
1800 l’uso del peyotl nell’America del Nord tra le altre tribù. L’uso del peyotl è spesso unito
a pratiche religiose.
Gli allucinogeni possono essere :
• naturali, come la mescalina, la psilocibina e l’amanita muscaria, che vengono estratte
da funghi
• sintetici, come LSD e la feneclidina, detta anche polvere d’angelo.
L’allucinogeno più conosciuto è l’LSD. Fu scoperto in laboratorio nel 1938, da un
fungo parassita dei cereali, specialmente del grano e della segale. Negli anni “50 se ne
diffuse l’uso fra i giovani degli Stati Uniti d’America a seguito del movimento psichedelico.
L’LSD, ingerito in compresse di varie forme e colori, o come imbevuto in piccolissimi
pezzetti di carta assorbente, provoca il così detto “viaggio” o “trip”. Il viaggio può variare a
seconda delle attese e dello stato d’animo del consumatore. L’uso di solito è occasionale e
non cronico; non da, perciò, dipendenza fisica né astinenza. E’ discussa la possibilità che
provochi dipendenza psichica. Tuttavia i danni provocati dall’LSD possono essere molto
gravi: la sua azione, oltre ad essere molto profonda e drammatica, può essere molto
pericolosa a causa dei suoi effetti imprevedibili che provoca: vertigini, dilatazione delle
pupille, tachicardia, tremori, nausea, pelle d’oca, debolezza muscolare, febbre. Si hanno
anche illusioni visive ed alterazioni dell’udito. Si ha come l’impressione di frantumarsi e di
un veloce scorrere del tempo. Si alternano euforia ed angoscia. I risultati sono
imprevedibili: la tensione e l’ansia aumentano sempre di più fino a trasformarsi in paura e
spingere al suicidio. Dosi molto elevate di LSD possono portare a forme di dissociazione
mentale con manie di psicosi che possono presentarsi anche dopo molto tempo.

LA CANAPA INDIANA E I SUOI DERIVATI

Il nome scientifico è “Cannabis sativa”. Era già conosciuta 3000 anno a.C. in Cina e
veniva usata anche ai tempi dei Romani.
La moda di consumare cannabis si diffonde in Europa verso la metà del XIX secolo:
alcuni scienziati, scrittori e artisti ne esaltano le capacità di favorire soprattutto la
comunicazione e l’allegria. L’uso della cannabis diventa popolare tra i giovani americani
agli inizi degli anni 60 e in Europa lungo il corso di quel decennio. La canapa è una pianta
che nasce e cresce con facilità in qualsiasi terreno e le sue dimensioni variano a seconda
del clima e della coltivazione.
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Con le foglie, il gambo, i fiori essiccati e triturati si fa la marijuana; dalla resina di
questa pianta si ricava l’hashish.
La marijwana è come un tabacco un po’ grossolano, del colore dell’erba secca:
viene fumato in sigarette fatte a mano dette spinelli o joint. L’hashish ha forma come di
una tavoletta piuttosto dura. A seconda del tipo di Hashish il colore può variare .Marijwana
ed Hashish possono essere fumati da soli o anche mescolati con il tabacco e gli effetti
durano alcune ore. Le opinioni sulla tolleranza e sulla dipendenza da queste sostanze non
sono concordi. Sembra comunque che l’uso, anche prolungato di canapa indiana non dà
dipendenza fisica, mentre la può dare psichica e psicologica.
L’assunzione della cannabis e dei suoi derivati fa insorgere agitazione, senso di
benessere, di rilassamento, superamento dell’ansia. In dosi elevate può provocare
cambiamenti di umore, abbassamento della capacità di attenzione, eccitazione e
alterazione della percezione di sé. In casi di grave abuso può provocare anche forme di
psicosi.
L’uso cronico di marijwana e hashish può dare origine a bronchite e asma. Quando
si consumano insieme ad alcol, gli effetti aumentano di intensità e di durata.

GLI PSICOFARMACI

Alcuni farmaci, normalmente reperibili sul mercato legale, in farmacia, sono spesso
abusati.
Fra questi i primi sono le anfetamine. Esse hanno un effetto psicostiolante:
aumentano, cioè, le capacità psichiche e mentali. Danno un senso di benessere e
l’impressione di poter meglio affrontare e risolvere i problemi che si presentano.
In tempo di guerra, i tedeschi somministravano le anfetamine ai piloti che dovevano
affrontare missioni particolarmente pericolose. Sono spesso la materia del “doping” nel
mondo dello sport. Sono utilizzate nella cura dell’obesità e come analettici, come
stimolanti, cioè, del sistema respiratorio e circolatorio. Si possono trovare in compresse o
in fiale da iniettare e producono maggiore resistenza alla fatica e allo stress, minore
bisogno di dormire e di mangiare.
L’uso delle anfetamine è strettamente controllato dalla legge 162/90 che le
annovera in tabelle speciali.
Scoperte in laboratorio alla fine del secolo scorso e entrate nell’uso medico nel
1935, sono state considerate per alcuni anni come farmaci quasi prodigiosi a causa delle
capacità che avevano di esaltare le prestazioni e le abilità della persona. In seguito la loro
considerazione è assai diminuita: si è visto che aiutano a risolvere situazioni molto
semplici, risolvibili con un maggiore impegno personale, ma non quelle più complesse e
profonde.
Il loro abuso prolungato dà effetti tra i più tossici, si manifestano con sintomi di
depressione, di sonnolenza.
L’intossicazione acuta da anfetamine può portare ad allucinazioni e perfino alla
morte per collasso cardiocircolatorio.
L’uso cronico può portare a comportamenti simili alla schizofrenia.
Dall’anfetamina per sintesi di laboratorio deriva l’ecstasy.
Si tratta di una sostanza, già scoperta dai tedeschi nel 1914, ma mai entrata nel
commercio legale perché molto tossica.
Il suo uso è frequente nelle discoteche nei fine settimana come stimolante e
disinibitorio. Non si conoscono ancora gli effetti dell’uso cronico.
Sembra abbia la capacità di distruggere alcuni neuroni del cervello. Quando uno ha
ingerito l’ecstasy, il giorno seguente è soggetto a depressione e a incapacità di
concentrazione. In alcuni casi provoca uno stato confusionale.
Ci sono inoltre, molti farmaci largamente usati in medicina come calmanti, sonniferi
e anestetici, di cui spesso ogni casa è fornita: sono i barbiturici. Essi, al contrario degli
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psicostimolanti, rallentano la capacità del corpo e della mante, producono un azione
sedativa, ipnotica ed antiansia. Sono sempre in forma di compresse e si assumono per via
orale.
Molto frequentemente vengono adoperati in cocktail con altre sostanze, con effetti
variabili e, talora, imprevedibili.
L’uso continuo di barbiturici provoca tolleranza e porta a dipendenza fisica e
psichica con conseguente crisi di astinenza al momento in cui se ne sospende l’uso. Se
assunti dalla donna durante la gravidanza, possono provocare malformazioni al feto.
Un’altro gruppo di psicofarmaci è costituito dalle benzodiazepine. Si tratta di farmaci
di largo uso, a partire dagli anni “60, per fini terapeutici: attutiscono l’ansia, danno senso di
rilassamento, favoriscono il sonno. Si possono assumere sia per bocca che per iniezione.
Anche questi farmaci sono usati spesso dai tossicodipendenti insieme ad altre
sostanze con effetti variabili

LE DROGHE IMPROPRIE

Sono droghe improprie quelle sostanze che pur non essendo droghe, vengono di
fatto usate come tali. Si trovano facilmente in commercio, perché non sono illegali e
costano assai meno delle droghe. Si tratta di prodotti chimici normalmente usati per altri
fini come colle, trielina, acetone, etere, cloroformio.
Di solito vengono inalati, il loro uso è assai diffuso in istituzioni totali come il carcere
e producono effetti come di una breve anestesia.
Sono invece devastanti gli effetti sull’organismo, specie ai polmoni, il fegato e al
cuore. Un uso eccessivo può portare anche al coma e alla morte.

I PERCORSI DELLA DIPENDENZA

Per comprendere meglio i fenomeni della dipendenza da droga e i tempi e le


modalità di aiuto, è opportuno dividerli in fasi, in base al percorso che più o meno essi
compiono nella storia personale di ogni soggetto coinvolto.
Le fasi del percorso della dipendenza possono essere definite: iniziale; di
accostamento; di coinvolgimento; del pendolo; di crisi; di uscita.

GLI INIZI

Nella fase iniziale si possono presentare segni di opposizione o fuga nei confronti
del mondo delle istituzioni e degli adulti ed un inserimento progressivo in un “gruppo
contro”, od un gruppo caratterizzato da una cultura di “passività”; a volte si assiste ad un
abbandono o rifiuto della famiglia, della scuola e ad una riduzione della sfera degli
interessi precedenti.
Fattori di crisi sono l’insorgenza di conflitti interni all’individuo e interpersonali,
l’acriticità e la frammentazione delle scelte. La resistenza ad assumere impegni, l’assenza
di valutazione unite all’accoglienza di stimoli esterni, alla violenza istituzionale e ad una
complessiva condizione di marginalità, accentuano la crisi di identità.
Si evidenziano, in questa fase, più o meno i bisogni di :
• identità:(autostima, autoriflessione, capacità di valutare se stessi e gli altri, presenza di
modelli autorevoli di riferimento, senso di appartenenza all’ambiente....);
• progettualità:(essere protagonista, contare nella dimensione storica e sociale,
possibilità di sperimentazione autonoma e di rischi....);
• comunicazione:(rapporti profondi, dialogo, confronto...).
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L’ACCOSTAMENTO

Nella fase di accostamento si verifica un uso sporadico di sostanze illegali ma


anche un abuso di quelle legali (farmaci, alcol, ecc.) e si accentuano i sintomi descritti
nella fase iniziale.
Il permissivismo familiare, l’incomprensione dei primi sintomi da parte della famiglia,
degli educatori, la rimozione della verità, nonostante l’evidenza e la contemporanea offerta
di identità di tossicomane, unita talora ad una scorretta informazione, al desiderio di
appartenenza al “gruppo dei pari” al fascino della trasgressione, all’indebolimento
dell’immagine delle istituzioni come punto di riferimento e di garanzia, all’offerta del
mercato, portano il giovane alle prime esperienze di droga.
Si accentua, nei rapporti con gli altri, il bisogno di una maggiore chiarezza e
disponibilità ad una valutazione globale della propria persona anziché essere considerato
come deviante, di una considerazione prioritaria del gruppo.
Nella fase di coinvolgimento si ha una ulteriore rottura dei contatti e
strumentalizzazione dei rapporti con l’accentuazione della dipendenza che comporta furti,
spaccio, prostituzione e altri comportamenti delinquenziali.
Il giovane vive una sorta di innamoramento della sostanza (“luna di miele”) che lo
porta ad isolarsi, ad avere reazioni incontrollate e violente, a ricercare coperture, a
scegliere l’atteggiamento di rinuncia e della delega, ad avere paura della famiglia e degli
interventi repressivi delle istituzioni.
Avverte soltanto il bisogno della sostanza e del denaro per procurarsela, cercando
di evitare sanzioni e costi gravosi.
In questa fase è necessario offrire una cultura contrapposta all’immagine del
tossicodipendente e con il confronto con modelli chiaramente alternativi.

IL PENDOLO

La fase del “pendolo” si manifesta con un uso alternato di sostanze illegali e legali,
un’oscillazione tra il comportamento tossicomanico e la sua messa in crisi, qualche
tentativo di approccio volontario ai servizi, una ricerca di coesistenza tra la
tossicodipendenza e la vita normale (lavoro, scuola, famiglia, amici).
In questa fase il giovane sperimenta le prime difficoltà connesse con l’assunzione
della sostanza: malattie, impatto con la giustizia, esperienze fallimentari e stressanti nel
reperimento della sostanza, e inizia a voler limitare i rischi che corre. E’ importante offrire
al giovane tossicodipendente, che ha bisogno di progettare e salvaguardare la propria
immagine e razionalizzare la propria esperienza, l’opportunità di misurarsi con altre storie
significative e di essere provocato e interpellato con proposte precise.

LA CRISI

La fase della crisi si presenta con un progressivo distacco dalle sostanze ed una
loro demittizzazione che può essere fatta evolvere positivamente verso la fine dall’uscita
dal mondo della droga.
In questa fase il giovane si sente alla deriva ed è disposto ad accettare proposte e
contatti. Avverte una crisi di identità, paura del giro, comincia a valutare positivamente
incontri con qualche proposta che l’aiuti ad uscire; chiede di essere aiutato e preso in
carico, di essere protetto dai rischi collegati al giro, dal pericolo di perdere definitivamente
affetti e amicizie. E’ importante che ci sia qualcuno in grado di fargli un offerta valida.
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L’USCITA

La fase dell’uscita è caratterizzata dalla valutazione negativa dell’esperienza droga,


dalla riprogettazione di se, dal recupero dei legami familiari, dal ritorno al gruppo dei
coetanei e degli amici, dal reinserimento sociale (lavoro, scuola...).
Si cerca un ruolo più autonomo e responsabile, nel quale il giovane perde l’identità
di tossicodipendente e acquisisce una nuova immagine personale, facilitato ed aiutato in
questo anche dall’ambiente (famiglia, lavoro, amici, comunità).
Si presentano bisogni di identità, di progettualità, di comunicazione. Si accentua il
bisogno di legami fortemente significativi di solidarietà, di fiducia, di riconoscimento della
nuova identità conquistata.
E’ questo il lavoro tipico che viene svolto nelle comunità terapeutiche e di
accoglienza. Se si considera, però, che le comunità, in Italia, sono in grado di accogliere
circa 15.000 ospiti sugli oltre 300.000 tossicodipendenti, si vede quanto sia necessario che
la comunità territoriale si strutturi per diventare essa stessa “terapeutica” e di
“accoglienza”.