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GIOVANNI LATTANZI

Kambo e Iboga
Medicine sciamaniche in sinergia

BIBLIOSOFICA

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Prima edizione: Ottobre 2016

© 2016 Bibliosofica Editrice


Casella Postale 11200
00141 Roma
E-mail: bibliosofica@hotmail.com
Web: www.bibliosofica.it

ISBN 978-88-87660-43-2

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Testi di
Giovanni Lattanzi
e di
Lella Antinozzi, Sarah Brewer, Arminda Carvalho, Jitka Donátová,
Blake Dyer, Lidsey Feurer, Shima Celine Groenestijn, Laura Haha, Ru
Hazell, Laura Loterszpil, Josef Rebbe, Simon Scott, Maria Straatman,
Lynnee Tourdot, Thijs Verhagen

Progetto e direzione scientifica


Lella Antinozzi, Giovanni Lattanzi

Coordinamento del progetto e delle ricerche


Giovanni Lattanzi

Editing e coordinamento editoriale


Lella Antinozzi

Apparati
Lella Antinozzi

Traduzioni
Giovanni Lattanzi, Antonio Maffei

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Graphic Design
Jitka Donátová

Crediti fotografici se non diversamente indicato


Wineke Onstwedder

© 2016 Per immagini e fotografie


© 2016 Per i testi gli Autori

Copertina:
Giovanni Lattanzi, Kambo: agradecido por toda sageza, 2012,
tecnica mista su tela, cm 120x120

Tutte le informazioni fornite in questo libro hanno scopo puramente


educativo/informativo e non possono essere intese come suggerimen-
ti di diagnosi medica, prescrizione medica o istruzione di natura sani-
taria, né potranno sostituire in alcun caso il consiglio e/o le prescri-
zioni del medico abilitato o di un medico professionista. Giovanni
Lattanzi non esercita la pratica medica né fornisce consigli medici.

Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in


qualsiasi forma o con mezzo elettronico, meccanico o altro, senza
l’autorizzazione scritta dei proprietari dei diritti e dell’editore.
Tutti i diritti riservati.

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Dedico questo libro agli Esseri


che mi hanno guidato a scriverlo
tramite sogni e visioni
lo Spirito dell’Iboga
lo Spirito dell’Ayahuasca
A Don Juan e Carlos Castaneda
a tutti i miei compagni dell’infinito
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INDICE

PREFAZIONE – Lella Antinozzi Pag. 15


INTRODUZIONE – Giovanni Lattanzi » 21
La fine del tuo mondo – poesia di Giovanni Lattanzi » 26

SEZIONE 1
LA SINERGIA

1.1 FUOCO E LEGNO » 29


Cap. 1 Antica saggezza dall’Amazzonia e dall’Africa cen-
tro-occidentale – Giovanni Lattanzi » 29
Kambo in combinazione con Iboga » 33
Cap. 2 Kambo e Iboga in sinergia – Giovanni Lattanzi » 35
Come affrontare l’ego » 39
La mente di scimmia » 42

1.2 INTERVISTA RADIOFONICA » 45


Cap. 3 Intervista su Kambo e Iboga alla IBO-Radio
Transforming Conversations – Peter Frank e
Giovanni Lattanzi » 45
Preghiera – poesia di Giovanni Lattanzi » 63

SEZIONE 2
L’ENERGIA DEL FUOCO

2.1 TEORIA E PRATICA DEL KAMBO » 65


Cap. 4 Kambo: metodi tradizionali di applicazione –
Giovanni Lattanzi » 65
L’apporto dei caboclos: il Kambo esce dalla foresta
amazzonica » 69

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Aspetti spirituali del Kambo Pag. 71


Bio-pirateria e diritti dei nativi dell’Amazzonia » 73
Cap. 5 Kambo: ricerca scientifica e sessioni di guarigione » 76
Vittorio Erspamer: dalla scoperta dell’enteramina
all’isolamento dei peptidi oppioidi – Lella Antinozzi » 76
La ricerca di Vittorio Erspamer sulla secrezione della
Phyllomedusa bicolor: sette potenti peptidi bioattivi –
Giovanni Lattanzi » 84
Cap. 6 Esperienze con il Kambo » 92
La vera natura del Kambo – Simon Scott » 92
La mia esperienza con il Kambo – Giovanni Lattanzi » 94
Precauzioni » 100
Autoapplicazione » 104
Trattamenti Matsés: un modo intensivo di ricevere il
Kambo » 108
Rapé, Sananga, Palo Santo » 109

2.2 APPLICAZIONI DEL KAMBO » 112


Cap. 7 Kambo in combinazione con Medicina
Tradizionale Cinese, Riflessologia Auricolare e
Plantare – Giovanni Lattanzi » 112
L’energia femminile del Kambo » 116
Dall’acqua e dal fuoco – poesia di Giovanni Lattanzi » 122
Cap. 8 Kambo e tossicodipendenze – Giovanni Lattanzi » 123
Negli inferi con gli spiriti affamati » 123
La stimolazione della ghiandola pituitaria » 126
Kambo e peptidi oppioidi » 128
Rinascita – poesia di Giovanni Lattanzi » 130

SEZIONE 3
L’ENERGIA DEL LEGNO

3.1 IL CULTO BWITI E LA RICERCA SCIENTIFICA


SULL’IBOGA » 131
Cap. 9 Bwiti: un’antica religione basata sul culto
dell’Iboga – Giovanni Lattanzi e Maria Straatman » 131
Cap. 10 Studi scientifici sulla corteccia della radice di

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Iboga e sull’alcaloide Ibogaina – Giovanni Lattanzi Pag. 136


Un portale verso il ‘sonno attivo’ e il sogno lucido » 151
Oneironauti: gli esploratori del sogno lucido » 154
Le visioni che hanno cambiato il mondo: il caso di
Nikola Tesla » 160
Ibogaina in relazione a disturbo post traumatico da
stress e sindrome da deficit di attenzione e iperattività » 173
Somministrazione di Iboga ad alto e basso dosaggio » 179
I tre stadi di una sessione di Iboga ad alto dosaggio » 185

3.2 APPLICAZIONI DELL’IBOGA » 187


Sognare – poesia di Giovanni Lattanzi » 187
Cap. 11 Somministrazione a basso dosaggio delle
capsule di Iboga – Giovanni Lattanzi » 188
La padronanza dell’intento » 188
Il basso dosaggio e la pratica della ricapitolazione » 191
Lasciar andare il controllo » 204
L’Iboga come iniziazione alla morte » 205
L’energia della Presenza Mentale come Spirito Santo » 207

SEZIONE 4
DON JUAN E CASTANEDA: IL POTERE DEL
SOGNO LUCIDO
Morte infinita – poesia di José Gorostiza » 209
Cap. 12 La pratica tolteca del ‘creare un ponte’ –
Giovanni Lattanzi » 210
Il mistero dei templi di Teotihuacan: il luogo dove
l’uomo diventa Dio » 212
Cacciatori e sognatori » 219
La pratica dei cacciatori: la ricapitolazione » 222
Verso un’antropologia non eurocentrica » 225
La prima e la seconda generazione dei Toltechi » 227
I segreti di Don Juan, Castaneda e Carol Tiggs » 236
La pratica dei sognatori: ‘creare un ponte’ » 245
I due corpi energetici: il lato sinistro e il lato destro
della consapevolezza » 248
Los voladores » 250

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Il primo e il secondo livello dell’attenzione Pag. 254


I frattali: un nuovo paradigma della realtà » 256
La fissazione collettiva sulla mente discorsiva » 260
Il secondo livello dell’attenzione nella ricerca scienti-
fica » 263
Il dono dell’Aquila » 264
Creare i ponti: esercizio 1 » 266
Creare i ponti: esercizio 2 » 268
I passi magici e l’energia cinestetica » 270
Cap. 13 Enteogeni e guarigione spirituale – Giovanni
Lattanzi » 277
l’Iboga e il potere del sogno » 277
Il potere dell’intento » 279
Ayahuasca: tradizioni indigene e ricerche scientifiche » 280
Il risettaggio dei circuiti cerebrali: visioni o allucina-
zioni? » 299
Iboga e Ayahuasca: due piante complementari » 302
Il potere e l’abuso della parola » 306
A confronto con un demone » 309
Come affrontare una tempesta emotiva » 314
Per favore, chiamami con i miei veri nomi – poesia di
Thich Nath Hanh » 318

SEZIONE 5
TESTIMONIANZE

5.1 DUE ENTEOGENI: UNA SINERGIA » 319


Cap. 14 La mia prima cerimonia di Iboga – Giovanni
Lattanzi » 319
La prima notte: espressione dell’intento » 319
La seconda notte: incontro uno spirito malvagio » 324
Il processo dopo la cerimonia » 326
Cap. 15 Trattamento Matsés e cerimonia di Iboga –
Josef Rebbe » 328
Cap. 16 Ho fiducia come non ne ho mai avuta prima –
Arminda Carvalho » 331

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Cap. 17 Lo Spirito dell’Iboga mi ha chiamato d’estate –


Thijs Verhagen Pag. 333

5.2 TESTIMONIANZE: IL KAMBO » 335


Cap. 18 Esperienze in Occidente » 335
Dopo il Kambo ogni giorno ho risvolti positivi – Ano-
nimo » 335
Agisco pensando meno – Anonimo » 335
ll Kambo è stata la scelta migliore della mia vita –
Laura Loterszpil » 337
Dopo la sessione con Simon mi sono sentito meravi-
gliosamente bene – Ru Hazell » 339
C’è molta più pace nella mia vita. Grazie! – Lynnee
Tourdot » 339
L’ho trovato molto più facile del previsto – Anonimo » 340
È il risveglio spirituale più meraviglioso che un essere
umano possa compiere – Lindsey Feurer » 341
Un gran senso di pace mi ha inondato come un bagno
purificatore – Blake Dyer » 342
Questo lavoro spirituale ha cambiato il modo in cui
percepisco la realtà – Laura Haha » 342
È stato uno dei processi di guarigione più efficaci che
abbia mai sperimentato – Sarah Brewer » 343
Galassia 274, Universo – poesia di Giovanni Lattanzi » 344

5.3 IBOGA AD ALTI E BASSI DOSAGGI » 345

Cap. 19 Il mio viaggio sacro – Shima Celine Groenestijn » 345


Cap. 20 Le costellazioni familiari dell’Iboga: guarire gli
antenati – Jitka Donátová » 347
La mia vita da zombi » 347
L’inizio: una pura manna dal cielo » 348
Weekend di Kambo e Iboga » 349
Mio nonno paterno » 350
L’autosomministrazione delle capsule » 351
Prima cerimonia di Iboga » 352

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Il nonno di mia madre Pag. 353


Harmala e Jurema a casa » 354
Seconda cerimonia di Iboga » 356
Il funerale del mio ego: la danza di Kali » 359
Cap. 21 La Terra è nostra Madre – Lettera di Capo
Seattle al presidente degli Stati Uniti d’America
Franklin Pierce (1854) » 360

SEZIONE 6
ASPETTI LEGALI

Cap. 22 Stato giuridico del Kambo, dell’Ayahuasca e


dell’Iboga – Giovanni Lattanzi » 365
Cap. 23 Dichiarazione riguardo l’assunzione in micro-
dosaggio della corteccia di radice di Tabernanthe
Iboga – Giovanni Lattanzi » 371
Cap. 24 Dichiarazione per partecipare ad una cerimonia
di Kambo – Giovanni Lattanzi » 372
Ritorno a casa – poesia di Giovanni Lattanzi » 374

RINGRAZIAMENTI » 375

NOTE BIOGRAFICHE » 380

BIBLIOGRAFIA » 381

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PREFAZIONE

Sono molteplici i motivi per cui ritengo che questo libro debba
essere diffuso. Conosco Giovanni Lattanzi da parecchi anni, eravamo
quindicenni quando ci siamo incontrati nei corridoi del liceo romano
che frequentavamo entrambi.
Succede a volte che la vita ti affianchi degli amici particolari, di
quelli che rimangono vicini anche dopo anni di lontananza, anche
cambiando patria, come quando, dopo un periodo oramai lungo in cui
vivevo ad Amsterdam, mi ritrovai Giovanni come vicino di casa. Tra-
sferito lì anche lui. Il caso ha poi voluto che Giovanni diventasse un
pittore eccelso e la sottoscritta una critica d’arte contemporanea.
Ho avuto così il piacere di seguire gran parte del suo excursus arti-
stico, caratterizzato da mostre molto apprezzate sia in Italia che all’e-
stero. Una di queste, la memorabile performance del 2003 presso la
Galleria Arturarte, nei pressi di Roma, lo ha visto dipingere in due
giorni ben 37 ritratti in grande scala. Ritratti a persone del pubblico.
Il vernissage, iniziato con una lunga serie di tele bianche che riempi-
vano i 1000 mq della galleria – un capannone industriale a nord di
Roma – è durato due giorni, il tempo di dipingere un ritratto per ogni
tela. Straordinaria l’energia quasi inesauribile con la quale Giovanni
Lattanzi condusse la performance. In ogni dipinto era riuscito a far
emergere, con linee essenziali, l’interiorità della persona ritratta. Non
per nulla alla mostra era stato dato il titolo di Ritratti dell’Essere. La
capacità di rendere, con pochi, rapidi tratti, l’essenza di ciò che viene
rappresentato – non importa cosa – è senza dubbio la qualità mag-
giormente apprezzata del suo fare artistico, che negli anni si è svilup-
pato anche nel campo della poesia. Una poesia anche questa essen-
ziale, sintetica, nella quale le pause, il non detto, danno forza alle
parole che non hanno bisogno di essere numerose. Una poesia che

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comunica il dialogo vivo, a volte commosso, con il proprio mondo


interiore e con la magia dell’esistenza. Le poesie presenti in questo
libro e che ci accompagnano per tutto il suo svolgersi, sono state scelte
perché legate ai processi di guarigione che Giovanni Lattanzi ha vis-
suto attraverso l’uso dell’Ayahuasca prima e del Kambo o dell’Iboga,
poi. Anche il quadro in copertina, il ritratto della rana del Kambo, è
un’opera di Giovanni Lattanzi. Queste opere sono il suo modo di
esprimere gratitudine verso queste ‘medicine’ che sono degli autentici
doni di madre natura.
Ho posto la parola medicine tra virgolette non a caso. Non pos-
siamo difatti non notare che, in quanto occidentali del terzo millen-
nio, siamo abituati a considerare le medicine come prodotti in scatola
provenienti da case farmaceutiche e comprate in farmacia, dimenti-
cando che da sempre l’uomo ha potuto guarire i suoi mali accedendo
al mondo della natura e al potere insito nel corpo di guarire sé stesso.
E non solo gli indigeni delle foreste pluviali del pianeta, ma anche gli
appartenenti alla nostra società. Non c’è bisogno di andare troppo
indietro nel tempo per ricordare che fino agli anni ’50 del Novecento
i farmacisti erano in grado di fornire al pubblico i preparati del loro
laboratorio e che curavano innanzitutto usando rimedi naturali.
Non vorrei indugiare troppo sul tema spinoso della presa in
gestione della nostra salute da parte delle multinazionali farmaceuti-
che, né desidero dilungarmi sul fatto che l’uso di medicine chimiche
non sempre aiuta il nostro sistema psicofisico a guarire, ma di certo ali-
menta il foraggiamento di compagnie industriali per le quali il benes-
sere umano sembra essere l’ultimo dei loro scopi. È oramai noto che
l’uso sistematico e massiccio di medicinali chimici procura l’abbassa-
mento del livello energetico del corpo nonché effetti collaterali anche
gravi, come afferma la stessa pubblicità dei prodotti farmaceutici,
comunicazione al pubblico obbligatoria per legge. Come del resto è
obbligo imposto dalla legge anche quello di scrivere ‘il fumo uccide’
sui pacchetti di sigarette. Nonostante ciò, il grande pubblico continua
a considerare questi prodotti come la panacea di tutti i mali, così come
i fumatori continuano a fumare.
Siamo dunque di fronte ad un potente condizionamento che ci ha
convinto che l’unico modo per guarire sia quello di ricorrere all’uso di

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medicinali chimici non appena si presenta un sintomo. Un condizio-


namento, questo, che ci ha portato lontano dall’ascolto del nostro
corpo e dai suoi segnali; una diseducazione martellante e progressiva
che ci ha convinto che la maniera giusta di agire con il nostro corpo sia
quella di bloccare sul nascere l’insorgenza di un sintomo senza inda-
gare sulle sue cause più profonde; che ci ha fatto dimenticare quanto
corpo e mente siano profondamente interrelati e quanto lo siano tutti
gli esseri viventi. Un condizionamento infine – e non solo in questo
campo – che si sta rivelando essere un’arma micidiale con la quale il
potere sta riuscendo a pilotare una massa composta di miliardi di per-
sone. È dunque necessario e urgente risvegliarsi a sé stessi per poter
prendere in mano le redini della propria vita.
Siamo in molti ad essere convinti che in questo straordinario
periodo di grandi rivolgimenti, la risposta a chi cerca di intraprendere
un percorso di conoscenza interiore, sia più celere, quasi immediata.
In questa epoca è difatti sufficiente nutrire il desiderio di volere vera-
mente cambiare, di volere veramente liberarsi dal senso di infelicità o
insoddisfazione opprimenti, di volere veramente dare spazio alla pro-
pria percezione interiore, per mettere in moto una serie di situazioni
ed eventi sincronici che ci portano esattamente lì dove volevamo arri-
vare. È necessario però che vi sia un reale desiderio di liberazione ed
una reale e forte motivazione, elementi fondamentali per intrapren-
dere un percorso di conoscenza interiore e di guarigione, ma che tut-
tavia non si possono dare per scontati, visto che per arrivare a nutrire
una forte motivazione è necessario avere già scelto di non porsi come
vittime di fronte alla vita, bensì come esseri umani consapevoli nonché
responsabili del proprio destino e della propria vita.
Accettare di assumersi la responsabilità della propria vita e di
quanto in essa accade, non è cosa scontata né semplice, tuttavia è indi-
spensabile. Senza aver compiuto consapevolmente questo passo, qual-
siasi percorso intrapreso risulterà sterile. Non a caso gli scritti qui pre-
sentati sottolineano quanto sia importante che le persone che
decidono di partecipare ad una cerimonia di Iboga lo facciano con una
chiara e forte motivazione e con una piena accettazione del ‘principio
di assunzione della responsabilità della propria vita’, conditio sine qua
non di un serio e fruttuoso percorso interiore di conoscenza e guari-

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gione. Perché è così importante?


Prima di tutto perché un tale atteggiamento ci porta automatica-
mente al di fuori del ruolo di vittime, ovvero di persone che hanno
dimenticato quanto l’essere umano sia potente, che hanno cioè abdi-
cato al proprio potere conferendolo a qualcosa al di fuori di sé. Chi si
pone come una vittima davanti alla vita infatti, tende ad addossare la
responsabilità della propria infelicità al di fuori di sé. Non vi è alcun
dubbio che le cose che ci accadono dipendono anche da eventi
‘esterni’, tuttavia è altrettanto certo che ponendoci come vittime di
fronte agli eventi sfavorevoli, si perde la grande occasione di com-
prendere il motivo per cui essi ci accadono. Insomma, è una questione
di ‘tenere il timone’ e di stabilire quindi l’unico punto fermo sul quale
possiamo contare quando si intraprende un cammino di conoscenza e
guarigione interiore: la realtà, la nostra realtà non è che uno specchio
di quanto noi stessi mettiamo in atto. Se non decidiamo di assumerci
la responsabilità di questo scomodo ma oramai innegabile fatto e di
voler scoprire chi veramente siamo e da cosa veniamo mossi e/o gui-
dati, rischiamo di delegare il nostro potere a qualcosa al di fuori di noi,
ciò che, in altri termini, equivale al rifiuto di uscire dall’utero materno.
Chi ha compreso questa verità è inevitabilmente entrato in una condi-
zione di apertura e di umiltà ed ha altresì capito che si tratta anche di
una questione di rispetto per sé stessi. Se non siamo in grado di rispet-
tare noi stessi non siamo neanche in grado di rispettare veramente gli
altri esseri umani, gli esseri viventi, la terra che ci ospita.
Mi sono dilungata su questo aspetto perché, come si evince dagli
scritti qui presentati, l’approccio al Kambo e all’lboga non può pre-
scindere prima di tutto dal rispetto per queste medicine, o meglio,
come afferma più volte Giovanni Lattanzi, dal rispetto per lo Spirito
di queste medicine. Ci troviamo difatti nel campo della medicina scia-
manica, per la quale l’impiego di sostanze enteogene avviene nel con-
testo di specifiche cerimonie e rituali. Lo stesso termine ‘guarigione’
qui impiegato, non va inteso – nel senso della medicina occidentale –
come guarigione da una patologia fisica, ma esclusivamente come gua-
rigione spirituale, una guarigione più profonda che ha effetti su tutti i
piani dell’essere umano, incluso quello fisico. Nel contesto sciamanico
il piano fisico viene considerato come un ‘riflesso’ di un livello di ener-

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gia che lo include e lo trascende e che non è accessibile tramite un


approccio razionale perché è una dimensione che sconfina nel Mistero
stesso della vita. Per non incorrere nell’equivoco dell’uso del termine
‘medicina’ nel senso della medicina occidentale, ovvero della medicina
moderna a base scientifica, vale la pena ricordare che sia il Kambo che
l’Iboga nel contesto delle tradizioni antichissime cui appartengono,
vengono applicati a tutti, sani o malati che siano.
Il temine ‘medicina’ che in questo libro viene impiegato sempre nel
senso di ‘medicina sciamanica’, può essere reso anche con Sacramento,
vale a dire un elemento naturale che in un determinato contesto reli-
gioso si ritiene detenga il potere di far accedere ad un’esperienza sacra.
In questo senso sono Sacramenti sia il Kambo che l’Iboga che, nei loro
contesti di origine, non vengono considerati come medicine utili per
curare dei sintomi, ma come elementi naturali dotati di uno Spirito.
Avere la possibilità di potervi accedere, in questa epoca e nel nostro
mondo, è per tutti noi una grande fortuna e un grande privilegio. Gra-
zie al lavoro svolto da veri e propri pionieri che si sono impegnati assi-
duamente nel portare in Occidente queste autentiche vie di guari-
gione, molte persone oggi, nelle nostre città, hanno la possibilità di
avvalersi di validissimi alleati nel processo di guarigione interiore e di
dare una sterzata verso una dimensione di apertura e positività.
Per questo ritengo sia importante diffondere questo libro: è un
valido aiuto per accedere alla conoscenza di due straordinari mezzi di
guarigione. Allo stesso tempo, è un esempio di attuazione di una
diversa modalità di vivere su questa Terra, improntata sulla ‘ecologia
del comportamento’, su un’ecologia, cioè, non solo riferita all’am-
biente, ma anche e soprattutto, alla cura del proprio comportamento
verso di sé e verso gli altri.
Leggendo e rileggendo questo lavoro, del quale ho curato l’editing,
mi è spesso venuto in mente un fatto che ritengo importante. Sono
infatti convinta che molte persone reagiranno con ironia e sarcasmo
davanti ad espressioni quali “lo Spirito della pianta mi ha comunicato
che..” o simili diciture che sono senz’altro legate ad un mondo – ani-
mistico, sciamanico e via dicendo – che noi in quanto Occidentali
siamo abituati a relegare in campi ben precisi: etnologia, antropologia,
storia delle religioni ecc., campi che si intendono o che è sottinteso

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vadano intesi come separati da noi, chiusi in compartimenti stagni che


non ci toccano. Ebbene, credo che una delle particolarità di questo
libro sia quella di testimoniare esattamente il contrario. Gli Occiden-
tali del terzo millennio stanno soffocando sotto i diktat che ci stanno
facendo guerra, a noi esseri umani, e stanno cercando in tutti i modi
di snaturarci. Come dire, l’umanità, almeno una parte, è pronta a
diventare robotica: al bando il sentire, il percepire, che sia soppresso
il contatto con l’anima. Questo il diktat. Bene, c’è chi, come Giovanni
Lattanzi, come chi scrive o come le centinaia di persone e studiosi
citati in questo libro, c’è chi non ci pensa affatto a snaturarsi ma sta
bensì lottando per ristabilire in noi, in quanto umani, quell’equilibrio
e quella connessione con lo Spirito che in tutti i modi si sta cercando
di recidere. Dunque questo libro rappresenta una testimonianza in
fieri di una ricerca, di un procedere. Tuttavia, ritengo sia giusto dare a
chi legge la possibilità di approfondire la ricerca, documentare le fonti,
dimostrare da dove viene una determinata affermazione e perché. Da
qui la presenza di note che hanno questo preciso scopo. Si tratta infatti
di congiungere due mondi che fino ad ora sono rimasti separati, il
mondo della scienza e quello della ricerca interiore. La separazione
non aiuta mai nessuno e nulla, in generale. Credo che in questo caso si
sia compiuto uno sforzo per aprire i varchi e incontrare chi, dall’altra
sponda, ha alla fine, le stesse esigenze di noi tutti, sentirci vivi, essere
in grado di onorare la vita, di riconoscere la sacralità che questa porta
in sé. Buona lettura.
Lella Antinozzi

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INTRODUZIONE

Questo libro tratta degli sviluppi che ho apportato alla somministra-


zione sia del Kambo che dell’Iboga e in particolare al loro uso combinato
che è il leitmotiv di gran parte degli articoli, delle interviste, dei saggi che vi
sono contenuti. Bisogna dire che la modalità di applicazione del Kambo
comunemente conosciuta è quella usata dai caboclos, i meticci che hanno
imparato dai nativi dell’Amazzonia e che per primi hanno iniziato ad appli-
care il Kambo al di fuori del suo contesto tribale. Nel momento in cui essi
hanno cominciato ad applicarlo alle popolazioni cittadine del Brasile,
hanno anche apportato delle limitazioni al suo uso, tra queste, la regola di
dare un’applicazione per ogni ciclo lunare. Oltre a questa modalità, mi
sono ricollegato a quella dei cacciatori della foresta pluviale che è più inten-
siva. Questi cacciatori conoscono modalità di applicazione che prevedono
diverse sessioni di Kambo in una stessa giornata o in diversi giorni di
seguito. In aggiunta, ho messo a punto un’applicazione del Kambo sui
Meridiani, sui punti della Riflessologia Plantare e Auricolare. Infine ho svi-
luppato una modalità che impiega l’energia femminile di questa medicina
sciamanica, una modalità più delicata di lavorare con l’energia del Kambo
ma comunque efficace. Quest’ultima si adatta bene a casi impegnativi: per-
sone con forti resistenze e istanze di controllo o dotate di un campo ener-
getico debole. È questa modalità che consiglio per l’autoapplicazione.
Oltre a volersi rivolgere al vasto pubblico che in Occidente si sta
avvicinando alle pratiche sciamaniche, questo libro è indirizzato a chi
aspira ad applicare il Kambo ed a somministrare l’Iboga per profes-
sione oppure a chi già svolge un’attività spirituale e desidera inglobarvi
il Kambo o la pratica del microdosaggio di Iboga, vale a dire a chi
vuole sviluppare un lavoro di sinergia. Infine, si rivolge ad un pubblico
più vasto, interessato all’universo sciamanico in relazione all’uso degli
enteogeni1 in contesti religiosi e che desidera comprendere come il loro
1
Neologismo derivato dal greco antico e formato da ἔνθεος (entheos) e γενέσθαι
(genesthai), che letteralmente significa "che ha Dio al suo interno", più liberamente
tradotto: “divinamente ispirato”.

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studio abbia permesso di approfondire la conoscenza sulle potenzia-


lità e la specificità del cervello umano. Il confronto tra gli effetti appor-
tati dall’uso del Kambo, dell’Iboga e degli enteogeni in generale, il loro
significato nelle tradizioni di appartenenza e gli studi sulle parti del
cervello da questi attivate è uno dei fili che guidano questo libro. In
questa prospettiva, il termine ‘enteogeno’ si discosta sia da quello di
‘stupefacente’ – termine giuridico senza alcuna valenza scientifica –
che da quello di ‘psichedelico’ – termine che indica qualunque
sostanza naturale o sintetica di tipo psicoattivo – in quanto si rife-
risce specificatamente a sostanze bioattive naturali usate in contesti
religiosi. Una sostanza è bioattiva quando stimola l’attività dei recet-
tori cerebrali e così facendo rafforza il campo elettromagnetico del-
l’individuo. Un intero capitolo è stato dedicato a Don Juan e a Car-
los Castaneda, come ulteriore contributo per comprendere
l’universo sciamanico ‘dal di dentro’.
Per amore di chiarezza vorrei informare i lettori che questo libro
non va inteso come un incoraggiamento ad una sregolata e non guidata
autosomministrazione di queste medicine sciamaniche. Il mio parere
è che sia il Kambo che l’Iboga debbano essere offerti da facilitatori
competenti e solo in un contesto rituale. Inoltre sono convinto che i
due ambiti, quello dei facilitatori competenti e quello delle persone
che ricevono le applicazioni – così come avviene nei contesti originari
– debbano essere mantenuti separati. L’autoapplicazione del Kambo e
dell’Iboga non portano molto lontano se la persona non ha ricevuto
una previa, seria iniziazione.
È opinione di molti che nei paesi occidentali ci sia un gran bisogno
di ristabilire un equilibrio naturale messo a dura prova da alimenta-
zione di bassa qualità, livelli sempre più elevati di stress, vita sedenta-
ria, abuso di farmaci, stili di vita negativi quali per esempio l’uso com-
pulsivo di internet – senza addentrarci nella questione della
frantumazione del senso di appartenenza a famiglie allargate o comu-
nità che per millenni hanno dato sostegno all’individuo nella sua cre-
scita.
Riguardo al deterioramento del livello energetico e del campo elet-
tromagnetico degli abitanti umani di questo pianeta le statistiche par-
lano chiaro. Per fare solo degli esempi, al numero uno nella lista delle

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cause che provocano morte negli USA ci sono i farmaci, in particolare


la chemioterapia, seguita da morti per infarto e cancro. In America un
cittadino medio consuma intorno a 13 farmaci al giorno per tampo-
nare sintomi di ogni sorta. I morti per uso attivo o passivo di sigarette
nel mondo sono 5,5 milioni all’anno. La tossicodipendenza nelle sue
molteplici forme è un fenomeno in espansione. Sempre più ci dob-
biamo confrontare con un numero crescente di nuove malattie dovute
ad un abbassamento generale del livello energetico degli individui che
segnala come la manipolazione dell’ordine naturale a fini di lucro sia
una strada suicida, un boomerang che una volta lanciato ci ritorna
implacabilmente contro.
La fiducia nel potere autoguarente del corpo e la consapevolezza
del fatto che il corpo è abitato dallo Spirito o Intelligenza Superiore
rappresentano la grande differenza tra un approccio spirituale alla
guarigione e l’approccio dominante. Madre Natura ci ha ben equi-
paggiato per realizzare una vita sana senza l’uso di stampelle e per por-
tare a compimento il nostro scopo spirituale su questa Terra. Questo
è, tra l’altro, l’insegnamento dello Spirito del Kambo che non fa altro
che attivare 8 recettori del cervello umano. I diversi peptidi che
durante le sessioni di Kambo attivano un lavoro interno di rafforza-
mento e pulizia, sono presenti nel cervello e nell’intestino degli esseri
umani così come nella secrezione della rana del Kambo, nostra ante-
nata nella scala evolutiva. Chi è interessato a capire come funziona il
Kambo deve comprendere che questa secrezione facilita un lavoro di
autoguarigione tramite la disintossicazione del corpo.
Una delle motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro
è il bisogno di fare chiarezza sui facili fraintendimenti e pregiudizi che
girano intorno al mondo degli enteogeni in generale e del Kambo e
dell’Iboga in particolare. Gli enteogeni vengono facilmente bollati con
etichette che sono in realtà dei cliché creati da paura, ignoranza o da
interessi economici che preferirebbero relegare nell’ambito dell’ille-
cito o del pericoloso tutto ciò che esce fuori dai tracciati dettati dalle
leggi della politica e da un modo convenzionale di pensare. Per esem-
pio, l’equazione tra enteogeni e le categorie di neurotossicità e tossi-
codipendenza viene spesso data per scontata senza verificare neppure
di cosa stiamo parlando. Si tratta di accuse incongrue in quanto

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essendo bioattivi, gli enteogeni – tra i quali il Kambo e l’Iboga – per-


mettono un completo funzionamento di importanti potenzialità cere-
brali e non creano tolleranza bensì sensibilità, che è il suo esatto con-
trario. A detta di vari studiosi, l’Iboga permette un risettaggio nel
cervello limbico, vale a dire ripara ciò che è stato danneggiato a livello
emotivo. Si tratta quindi di una sinergia molto potente. In questo libro
si mostra che Kambo e Iboga – così come altri enteogeni quali l’Aya-
huasca – in molti modi possono essere di grande aiuto per la nostra
società venendo a soddisfare l’esigenza umana di una profonda evolu-
zione spirituale e di benessere psicofisico. Non solo, tanto gli studi sui
peptidi presenti nella secrezione del Kambo quanto quelli condotti
sugli alcaloidi dell’Iboga stanno portando a importanti scoperte
riguardanti il pieno funzionamento e lo sviluppo completo del cervello
umano. Si dà spesso per scontato che usiamo il nostro cervello in
maniera adeguata, ma sembra che a causa di condizionamenti cultu-
rali, paura ed ignoranza, l’uso delle potenzialità cerebrali sia minimo e
largamente monopolizzato dalle istanze dell’ego. Strappare all’uni-
verso una piccola parte dei misteri riguardanti il cervello è di grande
importanza per l’umanità perché solo quando ne conosciamo il fun-
zionamento possiamo veramente prenderci cura di qualcosa.
Come ha affermato il biochimico Viktor Mutt2, gli importanti studi
sui peptidi effettuati dal professor Vittorio Erspamer3 – due volte can-
didato al premio Nobel per la Medicina da Rita Levi Montalcini – alla
pari di altri nostri connazionali illustri quali Cristoforo Colombo e
Amerigo Vespucci, hanno scoperto un nuovo continente di esplora-
zione per la ricerca scientifica. Allo stesso modo, gli studi condotti sul-
l’alcaloide Ibogaina in applicazione a casi di sindrome da deficit di
attenzione e iperattività e disturbo post traumatico da stress hanno
portato lo psichiatra statunitense Carl Anderson4 alla importante sco-
perta del ‘sonno attivo’ che svolge una funzione autoregolativa della
2
Viktor Mutt (1923-1998) biochimico estone-svedese. Membro del Nobel Assembly
del Karolinska Institutet di Stoccolma per il conferimento dei premi Nobel in fisiolo-
gia e medicina, è stato uno dei più importanti biochimici dello scorso secolo.
3
Vittorio Erspamer (1909-1999) dal 1984 Professore Emerito di Farmacologia alla
Sapienza - Università di Roma, il cui Istituto di Farmacologia è intitolato al suo nome.
4
Carl Anderson, Ph.D., Harvard Medical School & The Brain Imaging Center,
McLean Hospital, Belmont (US-MA).

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psiche umana e getta luce sul fenomeno sciamanico della cosiddetta


‘ricapitolazione’5.
Nel 2015 la tribù dei Matsés – una delle tribù della foresta amaz-
zonica dalla quale ci proviene l’uso del Kambo – a testimonianza della
ricca e precisa conoscenza delle proprietà delle piante della loro
regione, ha redatto un’Enciclopedia di tutte le piante medicinali e le
medicine sciamaniche che la foresta pluviale offre loro. Scritta in lin-
gua pano, è a stretto uso della tribù stessa. Servirà a passare tutte le
conoscenze dei Matsés alle nuove generazioni di curanderos6 e studiosi
e tramite loro si spera a tutto il mondo. Intorno all’anno 2000, la situa-
zione tra i Matsés era arrivata al punto che solo pochissimi sciamani
facevano uso del Kambo. Nessuno di loro aveva apprendisti cui pas-
sare la tradizione. Ma ora la situazione sta cambiando, ci sono giovani
che vengono istruiti alle antiche conoscenze di questa coraggiosa tribù.
Le tribù amazzoniche, come quelle africane che risiedono nella fascia
centro occidentale del continente, lungi dal rappresentare una forma
primitiva di sviluppo dell’umanità, custodiscono una vera e propria
enciclopedia di conoscenze riguardanti un numero vastissimo di
piante delle quali conoscono con precisione l’uso. Non è un caso che
le loro conoscenze si stanno rivelando di grande aiuto, sia a livello spi-
rituale che di ricerca scientifica, nel mondo cosiddetto evoluto. Con
questa buona notizia vi lascio alla lettura del libro.

Giovanni Lattanzi

5
Si veda, in questo libro, il paragrafo La pratica dei cacciatori: la ricapitolazione, nel
capitolo 12 La pratica tolteca del ‘creare un ponte’.
6
Il curandero, termine molto usato in America Latina, rappresenta la figura moder-
na dello sciamano. È una persona da cui la gente si reca per risolvere problemi di tutti
i tipi, ivi compresi problemi fisici. Tuttavia la figura del curandero è molto diversa da
quella del medico che si considera riferito solo alla guarigione del corpo fisico.
Generalmente il curandero utilizza enteogeni, erbe e rituali e lavora sulla dimensione
energetica delle persone cui rivolge le sue cure.

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La fine del tuo mondo

Vorrei pregare per te


che nessuno per te ha pregato
vorrei accarezzare il tuo volto
che pochi hanno accarezzato
non sei povero
hai la presenza di Dio
l’indifferenza degli uomini
che loro ha resi ciechi
nobilita il tuo amore
hai la forza dell’acqua
ricettacolo dell’universo
che a tutto si adatta
tra il tuono e il silenzio
questa notte esplode a raffica
una mitraglia di mille fulmini
incendia il cielo
notte che piange
notte che ride
notte immobile e serena
notte che fa ciao con la manina alla fine del tuo mondo
la tua voce ha fermato il mondo
gridando l’amore che nessuno ha gridato
l’universo si è fermato incantato
l’universo misura il mondo
tra il suono e il silenzio
tra le pagine del mio respiro
questa pioggia, questo lampo
la verità non si compra
la verità non si piange
l’arroganza è invece povera
è voce grossa che si farà piccina
questa pioggia incandescente non ha pietà
pioggia che non domanda perdono.
non temere la luce.

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crescere è distruggere.
non ci sarà un treno
che ci porta via da qui
siamo per sempre qui
oppure non siamo.

Giovanni Lattanzi

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SEZIONE 1

LA SINERGIA

1.1 FUOCO E LEGNO

Cap. 1
Antica saggezza dall’Amazzonia e dall’Africa centro-occidentale
Giovanni Lattanzi

Il Kambo e l’Iboga sono due delle più antiche medicine esistenti sul
pianeta. Il Kambo appartiene alla tradizione dei nativi dell’Amazzo-
nia, l’Iboga alla tradizione spirituale dei Pigmei delle foreste dell’A-
frica Centrale. Sebbene l’uso dell’Iboga abbia avuto origine con i Pig-
mei, essa è conosciuta principalmente per il suo impiego sacramentale
nel contesto della religione Bwiti del Gabon. Il primo presidente del
Gabon, l’onorabile Léon M’ba7 era membro della religione Bwiti ed
ha strenuamente difeso l’uso dell’Iboga e la stessa religione Bwiti dal-
l’attacco delle amministrazioni coloniali francesi. Tuttavia, è solo nel
giugno del 2000 che le piantagioni dove viene coltivata l’Iboga sono
state dichiarate ‘riserva strategica del patrimonio culturale’ dal Consi-
glio dei ministri della Repubblica del Gabon.

Kambo, campu, sapo, vacina do sapo: sono questi i nomi che stanno
ad indicare la secrezione gelatinosa prodotta dalla pelle di un anfibio
– che vive nella parte nord-occidentale della foresta amazzonica al con-
fine tra Perù e Brasile e in Colombia – al fine di proteggersi dai suoi
predatori. Il nome scientifico di questa rana denominata anche Giant
Monkey Frog è Phyllomedusa bicolor. In questo libro userò il termine

7
Léon M’ba (1902 -1967) è stato il primo presidente del Gabon dopo che il paese ha
raggiunto l’indipendenza. Ha mantenuto tale incarico dal 1960 al 1967.

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adoperato comunemente in Brasile, vale a dire Kambo. Dalle origina-


rie 53, ora sono soltanto 13 le tribù amazzoniche che per diversi scopi
ancora usano questa secrezione. Kambo è il nome che è stato dato sia
a questa specifica rana, sia alla secrezione che essa produce. Tale secre-
zione viene impiegata da tempi immemorabili dai nativi dell’Amazzo-
nia come medicina sacra all’interno di un contesto sciamanico nel
quale la rana Kambo viene considerata un animale sacro, un alleato in
grado di comunicare con gli sciamani attraverso sogni o visioni. L’uso
tradizionale di questa medicina, che al giorno d’oggi si sta diffondendo
in tutto il mondo è, quindi, spirituale.

Il Kambo è stato impiegato per millenni da numerose tribù amaz-


zoniche (Katukina, Matsés e molte altre) per liberarsi da quella che i
nativi chiamano panema, la cattiva fortuna, e salvare le persone da
malattie epidemiche quali la malaria o la febbre gialla o dai morsi di
serpenti. Rimuovendo la panema, il Kambo li aiuta tra l’altro ad
attrarre delle mogli, essendo la poligamia una pratica molto diffusa tra
i cacciatori. Le comunità che vivevano nella foresta – ora la situazione
sta rapidamente cambiando – erano composte da nuclei di poche fami-
glie. Ogni cacciatore aveva in genere dalle 3 alle 5 mogli con ciascuna
delle quali aveva diversi figli. Per i membri maschili delle comunità tra-
dizionali – che venendo a contatto con la cultura occidentale stanno
ormai scomparendo – il Kambo potenziando la loro energia sessuale
svolgeva l’importante ruolo di poter fare conto su una famiglia allar-
gata che era alla base della sopravvivenza della comunità stessa. Ricer-
che scientifiche e la pratica del Kambo nei paesi occidentali hanno
provato l’enorme potenziamento dell’energia sessuale operata dal
Kambo tramite l’azione di due peptidi, la ceruleina e la sauvagina, che
agiscono sull’asse adrenalinico e le ghiandole surrenali. Il Kambo,
infine, svolge anche un ruolo nell’educazione dei giovani perché for-
gia i loro caratteri alla disciplina e alla vita sociale, nonché nella pre-
parazione dei cacciatori della foresta pluviale a quella che loro chia-
mano la ‘caccia magica’8.

8
Peter Gorman, Making Magic, in “Omni Magazine”, luglio 1993. Anche sul sito:
http://pgorman.com/MakingMagic.htm

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Sia il Kambo che l’Iboga erano pressoché sconosciuti agli occiden-


tali fino a pochi anni fa, ma al momento si stanno rapidamente dif-
fondendo in America e, più di recente, in Europa e nel resto del
mondo. Entrambi sono stati oggetto di ricerca, sebbene la maggio-
ranza degli studi si sia concentrata sull’Iboga. I risultati delle ricerche9
suggeriscono che la loro azione va al di là della cura di una specifica
malattia. Sembra infatti che essi operino un reset del DNA e del campo
elettromagnetico del corpo. Questo risettaggio, nella visione sciama-
nica è guidato dal potere trasformante del proprio intento10 ed apre la
strada verso un maggiore senso di pienezza e realizzazione nella pro-
pria vita.

Mentre il Kambo agisce prevalentemente a livello fisico, mentale ed


emozionale, l’Iboga è più indicata per un profondo reset psichico per-
ché accede alla radice di blocchi emozionali ed apre l’individuo ad un
processo di guarigione interiore. In Africa, l’Iboga è considerata un
Sacramento. Oltre che per scopi religiosi è impiegata anche come una
pianta medicinale con lo scopo di guarire problemi fisici, inclusa l’in-
fertilità e la dipendenza da alcool. Tuttavia dalla prospettiva dello scia-
manesimo, la pianta viene usata principalmente per incrementare la
chiaroveggenza, la capacità di vedere nel passato e nel futuro e a scopi
esorcistici, per liberare dagli ‘spiriti maligni’ che posseggono la per-
sona e che, in questa prospettiva, rappresentano la causa profonda dei
suoi disturbi fisici. L’Iboga aiuta l’individuo a diventare emotivamente
più stabile incrementando l’energia della consapevolezza e la capacità
di riconoscere i propri condizionamenti e gli schemi emotivi e mentali
di origine familiare e culturale. Questa pianta sacra ci aiuta a conoscere
noi stessi attraverso un apprendimento silenzioso, non verbale, uno
spazio di silenzio interiore che si manifesta come la fine delle storie
create dalla mente. Si tratta di un’esperienza di risveglio che rappre-
9
Si veda, in questo libro, il capitolo 5 Kambo: ricerca scientifica e sessioni di guarigio-
ne per quanto riguarda le ricerche compiute sulla secrezione del Kambo e il capitolo
10 Studi scientifici sulla corteccia della radice di Iboga e sull’alcaloide Ibogaina, per
quanto riguarda gli studi compiuti sulla corteccia di radice di Iboga e l’Ibogaina.
10
Riguardo al tema dell’intento, per un confronto tra tradizione sciamanica e ricerca
scientifica si veda in questo libro, il paragrafo Il secondo livello dell’attenzione nella
ricerca scientifica nel capitolo 12 La pratica tolteca del ‘creare un ponte’.

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senta anche la fine delle credenze inconsce che nutriamo su noi stessi
e sugli altri. La parola Iboga significa ‘prendersi cura’. L’Iboga si
prende cura di noi liberandoci dalle idee e dalle storie della mente che
limitano chi siamo e cosa possiamo o non possiamo fare in quanto
esseri umani. Essa ci mostra le ombre della nostra anima, quelle parti
dove c’è bisogno di portare luce, amore per noi stessi, stabilità emo-
tiva e silenzio interiore: tutte quelle parti del sé di cui non siamo con-
sapevoli. L’Iboga ci incoraggia a trasformare la nostra vita grazie al
potere dell’intento ed alla volontà di praticare la presenza mentale nel
nostro quotidiano.

Non è tanto l’Iboga a guarirci come un agente esterno, è bensì la


nostra sincera intenzione di cambiare e di guarire che ci permette di
sintonizzarci sul più alto livello vibrazionale dell’Iboga. Se il proprio
intento non è abbastanza chiaro e forte, non ci potrà essere niente o
nessuno in grado di aiutarci. Anche la lettura di questo libro finirà per
nutrire solo la non realistica aspettativa che esista qualcosa al di fuori
di noi in grado di risolvere i nostri problemi. A volte da soli non ce la
facciamo, anche questo è vero, ma possiamo sempre scegliere di chie-
dere umilmente aiuto e sostegno, cercando l’ambiente e la situazione
che sono in sintonia con le nostre aspirazioni profonde e che ci aiutano
a nutrire i ‘semi’ buoni depositati nella nostra coscienza, le nostre
potenzialità ed a manifestare la nostra forza. Dalla esperienza mia e di
altri, posso affermare che l’Iboga agisce a livello energetico ed ha
effetto su di noi non appena il nostro intento si connette con lo Spirito
della pianta e questo può avvenire anche prima della sua effettiva
assunzione. Tutto ciò può accadere attraverso sogni o eventi sincronici
nella vita quotidiana. Nonostante negli ultimi anni la ricerca scientifica
abbia fatto passi da gigante verso il riconoscimento di nuove dimen-
sioni della realtà che sono al di là dello spazio e del tempo, questa
misteriosa proprietà dell’Iboga non riesce ancora a trovare una spie-
gazione scientifica.

L’Iboga viene usata principalmente da chi è interessato a sviluppare


spiritualmente la propria vita, da chi cerca una profonda guarigione
emozionale o da chi vuole superare uno stato di dipendenza e com-

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pulsività. Nel campo della mente e delle emozioni l’Iboga può essere
considerata come un acceleratore naturale della psicoterapia – una sin-
gola notte di una sessione di Iboga è stata equiparata da Daniel Pinch-
beck11 a dieci anni di psicoterapia.

Kambo in combinazione con Iboga


Sono stato iniziato sia al Kambo che all’Iboga e sono stato il primo
facilitatore di cerimonie che usa una combinazione di entrambe. Il mio
modo di applicare il Kambo prima della somministrazione della cor-
teccia di radice di Iboga si può paragonare all’utilizzo di determinate
piante prima di una cerimonia Bwiti in Africa. Nel ricevere il Kambo,
il corpo viene pulito tramite l’espulsione delle tossine e la mente
diventa calma e concentrata. Il Kambo rende più gestibile il processo
fisico messo in atto dal consumo di Iboga. Inoltre grazie al forte rila-
scio endogeno di dermorfine e deltorfine, il Kambo aiuta a gestire
meglio il processo che segue l’ingestione della pianta sacra a livello sia
fisico che emotivo. Inoltre, la stimolazione delle ghiandole surrenali e
dell’energia sessuale nella tradizione sciamanica è strettamente con-
nessa con la capacità di ‘sognare’, di ricevere insight, visioni in stato di
veglia e sogni lucidi. Anche in questo il Kambo dà una mano all’Iboga.
Ritengo sia utile e importante che la persona – che sia o no dotata di
un forte campo elettromagnetico – prima di affrontare una cerimonia
di Iboga si prepari per alcuni mesi con il Kambo e l’Iboga a basso
dosaggio. Esperienze precedenti con enteogeni, meditazione vipas-
sana e zen o con altre serie pratiche di introspezione, favoriscono la
preparazione ad una cerimonia di Iboga a dosaggio relativamente alto.
Lo scopo di una tale combinazione di Kambo e Iboga è prima di tutto
spirituale: aiuta le persone a superare i problemi legati all’ego, l’iden-
tificazione con la mente, i sistemi di modelli e credenze che danneg-
giano noi stessi e gli altri. Aiuta a manifestare talenti e potenzialità nella
vita quotidiana. Un aspetto importante dell’assunzione di Iboga è lo
sviluppo della fiducia in sé stessi, da non intendere come un rafforza-
11
Daniel Pinchbeck (1966) saggista americano con base a New York cofondatore di
Evolver una piattaforma comunitaria che pubblica “Reality Sandwich” magazine
online di spiritualità, filosofia e attivismo. L’articolo Ten years of therapy in one night
è stato pubblicato da “The Guardian” (UK), 20 sett. 2003. Anche sul sito:
http://www.freerepublic.com/focus/f-news/1018003/posts)

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mento dell’ego, ma al contrario come fiducia che cresce mano a mano


che l’ego – un’entità in definitiva illusoria – viene messo da parte.

Durante il trattamento con un quantitativo di Iboga a basso dosag-


gio, consiglio di effettuare delle sedute di Kambo per migliorare la
qualità del proprio campo energetico, rafforzare il funzionamento
naturale del corpo e liberarsi di tossine a lungo accumulate nel corpo.
Da test fatti in laboratorio prima e dopo dei trattamenti risulta che il
Kambo, malgrado il processo del rigetto di acqua, non disidrata il
corpo. È stata svolta una ricerca sui livelli di magnesio e di potassio nel
corpo in seguito a dei trattamenti di Kambo, che fornisce una ulteriore
conferma, su base scientifica, riguardo alla compatibilità di questi due
enteogeni12. Bassi dosaggi di Iboga possono essere presi anche indi-
pendentemente dal Kambo. L’assunzione di integratori alimentari e
adattogeni può essere un valido supporto per riprendersi dalla stan-
chezza che a volte sopraggiunge durante la somministrazione a basso
dosaggio. Una delle cause principali della stanchezza che subentra
durante un processo di guarigione con l’Iboga è il drenaggio causato
dalle emozioni.

In base al metodo che ho sviluppato, l’applicazione del Kambo


viene effettuata sui meridiani, nelle orecchie e sui piedi secondo le
indicazioni della medicina tradizionale cinese e della riflessologia plan-
tare e auricolare. L’Iboga viene somministrata in maniera graduale,
seguendo quella che ho chiamato la ‘somministrazione di Iboga a
basso dosaggio’. Nei casi di applicazione del Kambo a chi fa uso di
metadone, il Kambo – che per queste persone non presenta controin-
dicazioni – li prepara a ricevere l’Iboga a basso dosaggio in quanto
migliora sensibilmente le loro condizioni fisiche e riduce in maniera
drastica i sintomi di astinenza. Trovo che questa sia la strada più
12
Dall’intervento di Jonathan Dickinson – Executive Director della GITA (Global
International Therapy Alliance) – alla “Global Ibogaine Conference”, Tepozlan
(Messico), 14-16 marzo 2016: http://www.ibogaineconference.org/
Una intervista a Dickinson (in lingua inglese) realizzata dalla “IBO-Radio
Transforming Conversations” è disponibile sul sito:
http://www.blogtalkradio.com/iboradio1/2012/12/01/jonathan-dickinson-gita-past-
present-and-future

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sicura per ricevere l’Iboga. Questo approccio graduale e la combina-


zione col Kambo rappresentano la principale differenza tra il mio
approccio e quello di altri somministratori.

Cap. 2
Kambo e Iboga in sinergia
Giovanni Lattanzi

Quando ho deciso di fare la mia prima cerimonia di Iboga, in me è


iniziato immediatamente un processo profondo già sei mesi prima
della cerimonia stessa. Ho cominciato a fare sogni molto intensi e
significativi, nei quali lo Spirito dell’Iboga comunicava con me. In uno
di questi sogni mi trovavo in Africa, da solo, in un piccolo spazio ceri-
moniale rettangolare e mangiavo delle foglie di Iboga, ne percepivo
precisamente il sapore amaro e pungente. In un altro sogno mi trovavo
ad Amsterdam, all’improvviso arriva una forte alluvione che travolge
tutta la città. L’acqua mi trasporta, perdo l’orientamento, ma non
annego. Una parte di me, la testa, resta al di sopra dell’acqua. Alla fine
arrivo in uno spazio rettangolare, simile a quello del primo sogno, dove
si sarebbe svolta la mia prima cerimonia di Iboga. Così è stato in effetti.
Sei mesi prima della cerimonia – quando ancora nessuno tra gli orga-
nizzatori ne era al corrente – lo Spirito dell’Iboga mi stava già infor-
mando sul luogo dove sarei stato iniziato a questa pianta sacra. In quel
momento, ho avuto l’intuizione che la mia vita sarebbe cambiata radi-
calmente ed ho avuto paura. Effettivamente, dopo la mia prima ceri-
monia di Iboga, la mia vita è molto cambiata. Mi sono liberato di uno
spirito maligno, un ‘parassita’ ereditato dai miei antenati che viveva
dentro di me, sono diventato più tranquillo, ho cominciato a dare trat-
tamenti di Kambo, le mie doti di guaritore hanno iniziato ad espri-
mersi per essere condivise. Nel 2010 ho partecipato alla mia quarta
cerimonia di Iboga. Il mio processo sta ancora andando avanti, ma in
un modo più sottile, nella direzione di disporre di maggiore libertà dai
miei vecchi schemi – ovvero dalla mia paura di essere ingannato, il mio
bisogno di controllo. Inoltre è incrementata la mia capacità di con-
centrazione e la manifestazione delle mie capacità e dei miei talenti
nella vita quotidiana e nell’ambiente di lavoro.

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Quando ho ricevuto la “chiamata” da parte dell’Iboga, mi sono


preparato con molta cura alla mia prima cerimonia. In quel periodo
ricevevo regolarmente trattamenti di Kambo. Seguendo la mia intui-
zione, confermata dall’esperienza fatta con questa medicina, la
migliore preparazione per la cerimonia di Iboga sarebbe stata quella
di aumentare, per alcuni mesi, il dosaggio del Kambo. Quindi ho rad-
doppiato i trattamenti chiedendo a César, il mio curandero di Kambo,
di somministrarmi il dosaggio normale non su uno, come di solito
viene effettuato, ma su entrambi i lati del corpo. Ogni mese, cioè ogni
volta che ricevevo un nuovo trattamento, aumentavo il numero delle
bruciature sulle quali si applica la medicina. Abbiamo iniziato da 7
punti su entrambi i lati per finire con 12 punti. Avevo imparato che
l’applicazione del Kambo sui due lati del corpo, nella tradizione amaz-
zonica apporta effetti diversi che si completano a vicenda. Questa serie
di trattamenti molto intensivi mi ha preparato alla cerimonia di Iboga
procurandomi condizioni psicofisiche ottimali.

Malgrado le mie resistenze e timori, soprattutto la mia paura di


morire con cui mi sono dovuto confrontare, la mia prima cerimonia di
Iboga è stata tranquilla, almeno dal punto di vista fisico. Niente nau-
sea, né vomito ed una torcia di energia di fuoco a forma di uovo che
ad un certo punto mi ha avvolto totalmente. Era la prima volta in vita
mia che provavo nel mio corpo e intorno ad esso una simile energia:
quell’energia era l’Iboga, ma era anche me. Dopo quella esperienza,
per le cerimonie di Iboga cui ho partecipato in seguito ho deciso di
seguire sempre una preparazione di questo tipo, cioè aumentare il
dosaggio del Kambo in prossimità della cerimonia. Sembra che l’e-
nergia del Kambo e quella dell’Iboga si piacciano a vicenda. Da
quando ho iniziato a dare io stesso cerimonie di Iboga e a preparare le
persone per queste cerimonie, vale a dire dalla primavera del 2010 in
Finlandia, faccio in modo che le persone si preparino nello stesso
modo in cui mi sono preparato io. La maggior parte di loro ha già
avuto, come me, una certa esperienza con il Santo Daime, l’Ayahuasca
– una bevanda sacra usata a scopi rituali, originaria dal Sudamerica –
a volte anche con il Kambo. Una precedente esperienza con il Santo
Daime fa una grande differenza quando si prende l’Iboga. Il Daime

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rende la persona più forte, più sana e in grado di attraversare un pro-


cesso di guarigione; chi ha esperienza con l’Ayahuasca sa di cosa sto
parlando. La mia esperienza personale mi insegna che il Daime aiuta
a riconoscere i modelli di comportamento, le ombre, gli aspetti che
necessitano trasformazione: questa esperienza offre una buona base
quando si assume l’Iboga. Al contrario del Daime, che ci porta nel
mondo astrale, l’Iboga conduce il processo di guarigione al livello del-
l’elemento Terra, nella profondità del nostro sistema cellulare e nel
DNA. Quando i partecipanti hanno una certa familiarità con l’Aya-
huasca o altri enteogeni, riduco la preparazione alla cerimonia a 2 o 3
trattamenti ravvicinati di Kambo che la persona può ricevere nel
periodo di uno o due giorni. Ho definito questa modalità di assun-
zione intensiva del Kambo come ‘trattamenti Matsés’, dal nome della
tribù, in Amazzonia, che utilizza applicazioni multiple di Kambo nella
stessa giornata prima di una battuta di caccia.

Quando mi chiedono di condurre una cerimonia di Iboga, voglio


essere sicuro che le persone siano in grado di gestire l’energia dell’I-
boga sia fisicamente che emotivamente. Secondo la mia esperienza il
corpo deve diventare abbastanza sano e forte per poter attraversare un
processo profondo e relativamente tranquillo con l’Iboga. Anche la
mente deve essere allenata a concentrarsi sull’attimo presente, sul
respiro, a staccare la spina dai pensieri. I risultati che ho avuto con per-
sone che hanno ricevuto questa preparazione sono positivi ed inco-
raggianti. Seguendo la mia preparazione, l’assunzione dell’Iboga
durante la cerimonia non risulta necessariamente pesante a livello
fisico e nello stesso tempo mette in moto un cambiamento interiore
molto profondo. Durante una cerimonia di Iboga ci rendiamo conto
che la mente è solo una parte di noi e se non siamo allenati a relativiz-
zarla rischiamo di perderci completamente. Con questa preparazione,
le persone dapprima rafforzano il loro campo energetico con il
Kambo, dopodiché – rimuovendo gli ostacoli emotivi che stanno
affrontando e facendo chiarezza sul proprio intento – sperimentano
una progressiva manifestazione nella vita quotidiana delle loro poten-
zialità interiori. In base alla mia esperienza, l’Iboga può guarire il
corpo in un modo diverso, a volte più profondo del Kambo; anche

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altre persone che hanno avuto la stessa preparazione – con una ceri-
monia di trattamenti Matsés /Iboga – hanno potuto raggiungere un
profondo livello di guarigione.

Quando si comincia a lavorare con l’energia dell’Iboga la prima


sfida – anche se non ce ne accorgiamo subito con chiarezza – è
quella di affrontare il nostro ego e ciò che Eckhart Tolle chiama il
corpo di dolore13. L’Iboga lavora su molti livelli che in realtà sono col-
legati gli uni con gli altri: il livello fisico, emotivo, mentale e spiri-
tuale. A livello spirituale l’Iboga dà la possibilità di riconoscere i
nostri blocchi e che tipo di schemi regolano la nostra vita. Per lavo-
rare sul nostro ego, abbiamo bisogno di una volontà ben chiara e di
molta energia. Di solito sprechiamo la nostra energia con pensieri
negativi e abitudini malsane, emozioni negative, idee preconcette su
noi stessi e in questo modo, limitiamo le nostre potenzialità. Don
Miguel Ruiz, un Nagual contemporaneo della tradizione tolteca14,
nei suoi scritti parla spesso degli accordi che noi stipuliamo, spesso
in tenera età. Questi accordi si basano su credenze che non ci appar-
tengono ma ciononostante abbiamo scelto di seguire. Gli accordi
basati su paure e false credenze assorbono molta energia e ci
tagliano fuori dal nostro vero potere, mentre gli accordi che si fon-
dano sull’amore e sulla verità accrescono la nostra energia15. Tutti
possono rendersi conto della ripetizione continua, nella nostra
mente, di pensieri, emozioni e comportamenti a volte ossessivi,
come se ci fosse un ‘nastro’ che continua a girare. Più ci identifi-

13
Eckhart Tolle, A New Earth: Awakening to Your Life’s Purpose, New York, Dutton,
2005; edizione italiana: Un nuovo mondo, Torino, Oscar Mondadori, 2008.
14
Don Miguel Ruiz (1952) è nato da una famiglia di guaritori del Messico. Dopo aver
compiuto studi in medicina, ha approfondito lo studio delle tradizioni della sua fami-
glia riscoprendo gli antichi insegnamenti della madre – un'importante e famosa
curandera – e del nonno, un Nagual, ovvero ciò che i Toltechi definiscono una guida
verso la libertà. Oggi Miguel Ruiz riesce a riunire la conoscenza moderna e l'anti-
chissima saggezza tolteca e guida le persone verso nuovi confini della percezione e
verso la libertà, annullando le false credenze che le limitano. Don Miguel Ruiz è auto-
re di libri e saggi anche tradotti in italiano.
15
Don Miguel Ruiz, The Four Agreements, San Rafael (US-CA), Amber-Allen Pub,
1997; edizione italiana: I quattro accordi, Vicenza, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2001-
2011.

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chiamo con questo nastro, più rafforziamo la gabbia in cui viviamo.


L’ego è costituito essenzialmente dall’identificazione della nostra
mente con il nostro corpo di dolore. Questa combinazione ha un
potere enorme sulla nostra vita. Quando decidiamo di sfidarlo,
allora diventiamo come Ercole, l’eroe della mitologia greca che deve
affrontare numerose sfide per diventare una persona libera. L’ego
non ci lascerà così facilmente. Per questo quando lavoriamo con l’I-
boga è necessario avere un intento chiaro e una notevole quantità di
energia.

Come possiamo aumentare la nostra energia? È una domanda cru-


ciale per tutti noi, specialmente quando vogliamo essere liberi spiri-
tualmente e ci troviamo ad affrontare un essere poderoso come può
esserlo l’Iboga. È sempre più evidente che la causa delle difficoltà che
l’umanità sta attraversando in questa particolare epoca è legata all’ego.
Ego in realtà significa vedere noi stessi come esseri separati dal resto.
L’ego è l’attaccamento alla vita che ci fa perdere la vita. Ego significa
separazione e la separazione è, in definitiva, solo un’illusione. L’ego
continua a crescere e a creare sofferenza finché lo alimentiamo. Si ali-
menta di sofferenza, bisogno, ignoranza, paura, rabbia, dolore. L’ego
può essere però uno strumento di illuminazione se non lo vediamo
come un nemico da combattere, ma come uno specchio che riflette ciò
che non è la nostra vera natura.

Come affrontare l’ego


Come già accennato in precedenza, il mio metodo prevede l’uso in
sinergia del Kambo e dell’Iboga. Quando impiegate come un’unica
energia, queste medicine sciamaniche lavorano in modo sinergico ed
accelerano in maniera esponenziale il processo di guarigione e di illu-
minazione che avviene in noi. Abbiamo bisogno di energia al fine di
concentrarci sul nostro intento e manifestare le nostre aspirazioni più
profonde. Tempi difficili come quelli che tutti noi stiamo affrontando
possono richiedere molto impegno perché gli individui e la collettività
riescano a trovare la strada che permetta di superare l’ego e la soffe-
renza, tuttavia possono essere anche tempi molto stimolanti. Se impa-
riamo a considerare le difficoltà che ci si presentano, come sfide che

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possiamo affrontare e superare, abbiamo la possibilità di crescere sul


piano spirituale. In questo senso, il Kambo fornisce l’energia necessa-
ria per affrontare la sfida dell’ego.

La chiave d’accesso è la meditazione. La meditazione sul respiro è


la migliore preparazione per una cerimonia di Iboga. Per meditazio-
ne intendo quello che negli scritti di Castaneda, Don Juan chiama
‘fermare il mondo’. Fermare il mondo significa allenarci a non perde-
re energia alimentando il nostro ego con pensieri che scambiamo per
la realtà, ‘storie’ della mente che di continuo costruiscono il nostro
mondo, quello che Don Miguel Ruiz, seguendo la tradizione tolteca,
chiama il ‘sogno personale’, il quale se non affonda nella verità
costruisce il nostro stesso inferno. Quando siamo in preda di emozio-
ni quali invidia, gelosia, paura, sospetto, rabbia stiamo creando un
sogno infernale. Le storie della mente sono alimentate da emozioni
che non abbiamo ancora trasformato o elaborato e che per questo ci
dominano. Ci si può identificare con loro, ma noi in definitiva – que-
sto ci mostra l’Iboga – non siamo loro. Noi siamo molto più delle
emozioni, siamo molto più dei pensieri e delle nostre storie. Per molte
generazioni abbiamo creduto di essere ciò che pensiamo, basti ricor-
dare il cogito ergo sum – “penso dunque sono” – di Cartesio.
Specialmente in Occidente, abbiamo una fede incrollabile nei nostri
pensieri. Come ci rammenta il famoso detto: “È più facile spezzare un
atomo che un pregiudizio”.

Il cuore dell’esperienza con l’Iboga sta nell’ottenere sempre più


consapevolezza di ciò che non siamo, diventando in maniera spon-
tanea, naturale, sempre più liberi e distaccati dalle emozioni e
dalle idee che limitano le nostre vite. La chiave sta nel coltivare il
silenzio interiore, lo spazio di quiete dove risiede la nostra vera
natura. Lavorare con l’Iboga ci aiuta a manifestare la capacità di
riconoscere i nostri modelli di comportamento non appena
appaiono e ad imparare a non permettere loro di creare sofferenza
dentro e attorno a noi. Quando, poco tempo fa, sono venuto a
conoscenza del fatto che il Gabon, paese di provenienza dell’I-
boga, è la nazione più stabile dell’Africa, non sono rimasto sor-

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preso perché l’Iboga è parte fondante della loro religione nazio-


nale, che si chiama Bwiti.

Essere presenti a noi stessi ci dà forza e fermezza paragonabili alla


capacità di vedere un treno che si muove verso il nostro binario e di
non salirci su in maniera automatica. Ora sappiamo che questo treno
sta portando sofferenza e non abbiamo più bisogno di saltarci sopra.
Quando abbiamo questa consapevolezza non abbiamo bisogno di lot-
tare con noi stessi per stare meglio, non abbiamo bisogno di cambiare
né migliorare nulla: questo sarebbe ancora l’ego al lavoro. Non
abbiamo bisogno di sentirci superiori o inferiori a nessuno. I cambia-
menti più profondi avvengono così, senza sforzo, come raccogliere da
un albero un bel frutto maturo. Allora – riconoscendolo – siamo in
grado di non prendere più il treno sbagliato. Abbiamo la possibilità di
vincere questa sfida quando il nostro intento è forte e chiaro. Quando
avremo abbastanza energia per investire in questo progetto ci rende-
remo conto che la nostra vera natura va oltre la mente, oltre la soffe-
renza, al di là di tempo e spazio. Non si tratta di raggiungere qualcosa
con la nostra forza di volontà. Si tratta di vedere, riconoscere, lasciar
andare, rinunciare al controllo ossessivo sulle cose. Il corpo di dolore
sarà allora trasformato dal potenziale di guarigione che tutti noi
abbiamo, che sarà risvegliato dall’energia del Kambo e dell’Iboga.

Lavorare in maniera sinergica con il Kambo e l’Iboga ci permette


di riconoscere quali siano le convinzioni di base con le quali ci identi-
fichiamo. Potremmo essere cresciuti in una famiglia dove è presente la
paura e conservare quella paura dentro di noi lasciando che controlli
la nostra vita. La paura diventa allora il nemico da cui l’ego tenta di
difendersi. Possiamo pensare che la nostra vita non ha valore e conti-
nuare così a sprecarla. Possiamo ritenere di essere poveri e creare noi
stessi la gabbia in cui abbondanza e prosperità non potranno mai
manifestarsi. Possiamo credere che non siamo in grado di gestirci
autonomamente, senza dipendere da altre persone, diventando così
schiavi degli altri. Qualsiasi sia il modello con il quale ci identifi-
chiamo, qualsiasi sia l’accordo che abbiamo stipulato senza saperlo,
ogni volta che confondiamo queste credenze inconsce con la verità, vi

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rimaniamo bloccati. In realtà possiamo scegliere di sciogliere questi


accordi, ma spesso questa è una possibilità che non vediamo, o solo di
tanto in tanto. I nostri modelli inconsci e le emozioni ad esse correlate
come paura o rabbia, la fanno ancora da padrone e decidono per noi
il tipo di vita che possiamo vivere e l’ampiezza dell’arco delle possibi-
lità che ci si aprono.

Con il Kambo e l’Iboga utilizzate in maniera sinergica possiamo


attraversare un profondo processo di crescita nel giro di alcuni mesi
invece di impiegarci degli anni. C’è difatti chi ha paragonato una ceri-
monia di Iboga a 10 anni di psicoterapia16. In realtà c’è una notevole
differenza tra una cerimonia di Iboga e dieci anni di psicoterapia: il
conto.
La mente di scimmia
Nella tradizione buddhista ci sono innumerevoli storie che illu-
strano come funziona l’ego. In una di queste, si paragona l’ego ad una
scimmia17 intrappolata. In India i cacciatori di scimmie utilizzano un
trucco efficace per catturarle. Dispongono un frutto o dei semi all’in-
terno di una noce di cocco, nella quale creano precedentemente un
buco abbastanza grande perché le scimmie possano infilarci la mano,
ma non così largo da permettere loro di tirarla fuori una volta impu-
gnato il frutto. Siccome le scimmie non mollano la presa, la loro mano
rimane bloccata nella trappola e vengono così catturate molto facil-
mente. Sarebbe molto facile per le scimmie salvare la propria vita
lasciando andare il frutto, ma non lo fanno. Scelgono di trattenerlo
nella mano. Se immaginiamo di intervistare una scimmia rimasta bloc-
cata con la mano nella noce di cocco, se immaginiamo di poterle
domandare perché non molla la presa, questa comincerebbe a rac-
contarci tanti tipi di storie sull’inopportunità della nostra domanda,
sulla necessità di trattenere questo frutto, sul fatto di non avere, pove-
rina, altra scelta, della fame che ha, di quanto sia urgente rimanere
attaccati a questo frutto e così via: un sacco di storie.

Anche se ci riteniamo molto più sviluppati delle scimmie, noi esseri


16
Daniel Pinchbeck, Ten years of therapy in one night, op. cit.
17
Nella tradizione budhista la scimmia rappresenta l’agitazione mentale.

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umani facciamo esattamente lo stesso. Siamo orgogliosi dei nostri


computer ed aerei, ma la nostra mente funziona esattamente nello
stesso modo della mente delle scimmie: rimaniamo bloccati nelle
nostre idee e nei nostri convincimenti, anche se ciò significa perdere la
vita. Siamo così affezionati alle nostre ‘forme di pensiero’ ed alle nostre
insindacabili assunzioni, che preferiremmo morire piuttosto che
abbandonarle. Basta guardarsi intorno per vedere tutte le follie del
mondo e la sofferenza che viene creata a causa delle credenze e delle
convinzioni che ci imprigionano. Noi esseri umani preferiamo rima-
nere aggrappati alle nostre idee, non importa quanto tossiche siano per
noi stessi e per gli altri.
Con l’aiuto del Kambo e dell’Iboga si inizia un processo di distacco
dalla follia e dall’inquietudine della nostra ‘mente di scimmia’. Questa
è l’esperienza che ho avuto personalmente con l’Iboga. Per prima cosa
mi sono liberato da una profonda ferita, un’emozione che non riusciva
a guarire in nessun altro modo. A livello di percezione, si trattava di
un’acuta sensazione di disagio che si attivava solo in certe particolari
situazioni. Ora, dopo quattro cerimonie di Iboga, posso facilmente
riconoscere quando il treno ‘sbagliato’ è in arrivo sul mio binario. Se
ci salgo sopra, fortunatamente è solo per poche fermate. Si tratta di
respirare profondamente, riconoscere il corpo di dolore e delicata-
mente lasciarlo andare evitando le fughe e i drammoni a cui molti di
noi sono affezionati. Se concedo a me stesso il tempo di riconoscere e
sentire quello che sento, senza difendermi incolpando o attaccando gli
altri, se non alimento nessuna storia nella mia mente, allora la mente
della scimmia si placa. L’identificazione di me stesso con le mie storie
oggi è molto più debole rispetto a quando ancora non prendevo l’I-
boga.
L’Iboga non si presta a bugie o giochi a nascondino, ti mette di
fronte alla tua realtà come davanti ad uno specchio. Neppure si presta
a forme più o meno sottili di discriminazione che si manifestano
quando apparteniamo ad un gruppo, anche se si tratta di una comu-
nità spirituale. L’Iboga ci mette di fronte alla responsabilità verso noi
stessi, qualsiasi sia la situazione nella quale ci troviamo e il ruolo che
svolgiamo nella società.

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Varie persone, quando iniziano a lavorare con l’energia dell’Iboga,


vengono introdotte alla realtà della loro fondamentale solitudine, cosa
che può spaventare molto la maggior parte di tutti noi. In effetti, fron-
teggiare la mia solitudine nell’universo è ciò che ho vissuto ad un
livello energetico, di sogno, quando ho avuto la mia iniziazione con l’I-
boga prima della cerimonia stessa18. Persino mesi prima di partecipare
alla cerimonia, quando ero comunque assolutamente certo di volerla
fare, l’energia dell’Iboga aveva determinato dentro di me l’inizio di un
profondo processo che si era quindi avviato addirittura prima che io
l’avessi ingerita. In questo sogno il mio corpo era sdraiato in campa-
gna, nella notte più buia che avessi mai visto. Senza stelle, senza luce,
senza nessuno. C’era solo una donna, una sciamana che mi stava ini-
ziando all’esperienza di essere completamente solo nell’universo. Ne
era in qualche modo la testimone. Tramite il corpo del sogno vedevo
me stesso morire fisicamente. La mia iniziazione riguardava proprio
questo: morire al mio ego e vivere totalmente la mia solitudine nell’u-
niverso. Dopo la mia ‘morte’ mi sono svegliato in un nuovo sogno, che
era la continuazione del primo ed è apparso un ragazzino. Come dire,
la vita dopo la morte. Non dimenticherò mai questa immagine. Dopo
questa esperienza non ho più paura di trovare la mia strada e non ho
bisogno di nascondermi dietro ad altri. Questo è stato un punto di
svolta della mia vita. Affrontare la paura ancestrale della solitudine mi
ha dato un grande potere.

18
Si veda in questo libro il capitolo 14 La mia prima cerimonia di Iboga.

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1.2 INTERVISTA RADIOFONICA

Cap. 3
Intervista su Kambo e Iboga alla IBO-Radio Transforming Conver-
sations
Peter Frank19 e Giovanni Lattanzi

Peter: Stiamo per parlare con Giovanni. La nostra conversazione


riguarderà la sua vita e la sua esperienza con medicine psicoattive. Gio-
vanni ha sviluppato una modalità unica di trattare le persone con un
uso abbinato di Kambo e Iboga. È la prima volta nel nostro talk show
che abbiamo un ospite che ci parla del Kambo. Io stesso non ne so
molto, eccetto il fatto che proviene da una rana rampicante dell’A-
mazzonia. Giovanni ci spiegherà i dettagli del suo metodo che impiega
il Kambo e l’Iboga in sinergia e gli ottimi risultati che ha ottenuto.
Quindi cominciamo pure, Giovanni sta per cominciare il tuo talk
show. Benvenuto allo show!
Giovanni: Tante grazie!
Peter: Perché non cominci lo show raccontandoci un po’ di te e di
come ti sei avvicinato a queste medicine psicoattive?
Giovanni: In realtà è una storia piuttosto lunga… [risate]. Ho
avuto a che fare con problemi di salute da quando ero molto gio-
vane. Quando avevo 19 anni, in seguito ad un incidente ho avuto un’e-
sperienza di prossimità alla morte. Subito dopo l’incidente sono stato
salvato dalla morte all’ultimo momento. Avevo un’emorragia interna.
All’ospedale mi hanno fatto una trasfusione di sangue infetto e così ho
preso l’epatite C…
Peter: Ok.
19
Peter Frank, Phd in scienze sociali, è autore del libro Ibogaine Explained (2012).
Vanta un’esperienza decennale con l’ibogaina che lo ha aiutato a superare la dipen-
denza e la depressione sin dalla sua prima sessione. Divenuto facilitatore di Ibogaina
è stato testimone di numerosi casi di interruzione di dipendenza.
L’intervista si trova online sul sito: http://www.blogtalkradio.com/
iboradio1/2012/03/25/giovanni-and-rocky-part-2

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Giovanni: dopo di che, per molti anni ho sofferto di seri problemi


di salute. Sono stato sul punto di morire un paio di volte perché il mio
sistema immunitario era molto debole. Ero molto malato ed ero
costretto a prestare la massima attenzione alla mia salute. Questa situa-
zione è andata avanti per molto tempo, fino a quando, intorno al 2002,
ho scoperto l’esistenza dell’Ayahuasca, una bebida sagrada proveniente
dall’Amazzonia. In principio l’ho assunta in cerimonie guidate da
alcuni sciamani peruviani; più tardi nella tradizione della chiesa del
Santo Daime che nei Paesi Bassi ha una vasta comunità. Quindi ho
preso l’Ayahuasca per molti anni e le mie condizioni di salute ne hanno
beneficiato parecchio, ma senza ottenere la guarigione che desideravo.
Avevo ancora parecchi problemi intestinali. Il mio problema all’inte-
stino, che aveva una ripercussione sia a livello fisico che emotivo, non
era risolto.
Peter: In che modo le tue condizioni di salute sono migliorate con
l’Ayahuasca?

Giovanni: La mia capacità di concentrazione era migliorata, mi sen-


tivo di più nel mio corpo. Avevo più energia di prima. Ero meno stanco
e più in pace. Per diversi giorni dopo aver bevuto l’Ayahuasca mi sen-
tivo bene, mi sentivo normale, ma dopo un po’ di tempo il mio pro-
blema all’intestino riaffiorava, provocandomi dolori atroci. L’Ayahua-
sca era un’ottima medicina ma non rappresentava la risposta definitiva
al mio problema. La mia motivazione a guarire era molto forte, anche
se spesso ho perso la speranza. A volte mi sentivo letteralmente dispe-
rato. Ma tenevo sempre occhi e orecchie bene aperti ed ero sempre alla
ricerca di una buona medicina. Così è successo che ho sentito parlare
del Kambo e non appena si è presentata l’occasione, l’ho provato. È
stata un’esperienza molto difficile, estrema. Mi sembrava di morire. Il
primo trattamento è stato molto pesante, ma subito dopo, per la prima
volta dopo molti anni, ho sentito che il mio intestino era tornato alla
normalità.

Peter: Wow!

Giovanni: Sì, il mio intestino funzionava di nuovo.

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Peter: Bene, puoi descriverci com’è stata questa esperienza?

Giovanni: Certo. Appena il curandero mi ha applicato la medicina,


sono caduto per terra. Mi trovavo in un bosco. Nel giro di pochi
secondi tutto, nel mio corpo e nella mia mente, è collassato. Sono crol-
lato a terra e non ero più in grado di muovere neppure un dito, tanto
mi sentivo debole. Mi sono trovato a vomitare e a defecare davanti ad
un gruppetto di persone, è stata un’esperienza molto … particolare…
[risate]

Peter: Ok.

Giovanni: Il mio corpo ha espulso un sacco di tossine e nel giro di


mezz’ora stavo di nuovo in piedi a camminare.

Peter: Ah, è cosi rapida?

Giovanni: Molto rapida ed estremamente intensa. Dopo il tratta-


mento ho avuto un sacco di energia. Era una sensazione che non pro-
vavo da anni. La mia mente era molto chiara, molto concentrata. Il mio
intestino funzionava di nuovo. Era come se disponessi di un intestino
sano. È difficile descrivere a parole la differenza che ho provato.

Peter: Wow, questo è stupefacente. Hai avuto anche delle visioni?


Non so come funziona col Kambo…

Giovanni: Durante i trattamenti successivi ho avuto delle intui-


zioni. È lo Spirito della rana che ti parla e ti dà dei messaggi. Durante
i 3 anni di apprendistato intensivo col mio curandero ho ascoltato que-
sti messaggi con molta attenzione. Sono entrato in contatto con lo Spi-
rito del Kambo che mi stava dando molte informazioni pratiche su
cosa fare per migliorare la mia salute.

Peter: Apprendistato? Cosa significa praticamente? Ti sei trasferito


in Brasile e hai vissuto là?

Giovanni: Il mio curandero, César, è stato il primo facilitatore di

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Kambo a trasferirsi in Europa. È stato lui a rendere questa medicina


disponibile in Europa. Era una cosa assolutamente eccezionale. A quel
tempo nessuno la conosceva, solo pochissime persone e in genere per-
sone che appartenevano alla chiesa olandese del Santo Daime, in
quanto César ne faceva parte. Quando è arrivato in Europa, César si è
stabilito in Belgio e ha cominciato a dare con regolarità trattamenti di
Kambo in Olanda. Era possibile ricevere dei trattamenti ogni mese.
Piano piano sempre più persone hanno ottenuto degli ottimi risultati
e l’interesse per questa medicina è cresciuto enormemente. A quel
tempo io ero molto dedito a questa pratica, potrei dire che ero devoto,
avendone ricevuto grandi benefici. Ho ricevuto degli insegnamenti sia
dallo Spirito della medicina che dal curandero che mi dava i tratta-
menti. In altre parole, ho ricevuto un apprendistato.

Peter: Cosa intendi quando dici che hai ricevuto dei messaggi dallo
Spirito della Rana? Cosa si prova di fatto?

Giovanni: Si tratta talvolta di semplici messaggi. Impari ad ascol-


tare meglio il tuo corpo, per esempio sai se qualcosa di quello che
mangi o bevi non ti fa bene, se la quantità di cibo che ingerisci è sba-
gliata. È il tuo stesso corpo a dirtelo. In questo modo puoi fare delle
scelte più chiare nella tua vita. Ho ricevuto messaggi diversi. Ad esem-
pio, il Kambo mi ha mostrato quanto fosse tossico il caffè decaffeinato,
cosa che ignoravo totalmente. Una volta ho bevuto un caffè decaffei-
nato la notte precedente un trattamento di Kambo: il trattamento che
ho ricevuto il giorno dopo è stato estremamente pesante. In questo
modo mi sono reso conto di quante tossine contenesse questo tipo di
caffè. Da quel momento non ho mai più bevuto caffè decaffeinato,
bevo solo caffè normale che è molto più sano.

Peter: [risate]
Giovanni: [risate] Questo è solo un semplice esempio.
Peter: Quindi secondo te questo messaggio proveniva dalla Rana?
Giovanni: Certo, dal trattamento di Kambo. Lo Spirito della Rana

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si stava comportando come un amico che ti mostra qualcosa e ti dice:


“Guarda, guarda! Questo non ti fa bene, guarda che veleno hai inge-
rito!”. In alcune occasioni si hanno delle visioni della Rana. Vedi la
Rana come un insegnante che ti impartisce degli insegnamenti. La
Rana può essere contenta di te e sorriderti, oppure scontenta riguardo
al tuo comportamento. Ti può far avere delle intuizioni sulla tua vita.
Alcune persone ricevono delle intuizioni che riguardano il loro stato
emozionale e i problemi psicologici collegati, per esempio si può rico-
noscere la propria ‘energia di abitudine’ come la si chiama nel Bud-
dhismo, l’energia negativa in cui siamo bloccati. Qualche anno fa c’è
stato un ragazzo che, dopo aver ricevuto un trattamento di Kambo, si
è reso conto che ogni volta che dentro di lui affiorava paura, diventava
irrequieto e che tentava di coprire questa irrequietezza facendo qual-
cosa, qualsiasi cosa. Questa energia di abitudine era profondamente
radicata nella sua vita. Il Kambo gli aveva mostrato che non era neces-
sario perdersi in questa sensazione di irrequietezza, ma che poteva
semplicemente osservarla, abbracciarla con l’energia della consapevo-
lezza. Un altro messaggio che ho ricevuto riguardava il raddoppia-
mento dei trattamenti nello stesso giorno. Lo spirito della medicina mi
ha mostrato che in certi casi ricevendo due trattamenti invece di uno
solo, si ottengono risultati migliori. In questo modo ho ricevuto dei
messaggi che riguardavano il modo in cui avrei sviluppato in futuro i
miei propri trattamenti di Kambo per migliorarne la qualità.

Peter: Ok, e per quanto tempo sei stato impegnato, quanto tempo
ci voleva per fare il Kambo, quanti anni, con quale frequenza lo facevi?

Giovanni: L’ho fatto per 3 anni, una volta al mese. Durante il primo
anno stavo meglio solo per qualche giorno. Mi sentivo più in forma,
avevo più energia, ma non ero completamente guarito e quindi mi sen-
tivo di nuovo disperato, ma anche se dubitavo non mi sono mai dato
per vinto. Avevo cominciato a pensare che anche il Kambo non
andasse abbastanza bene per me, ma proprio allora ho incontrato uno
sciamano che veniva dall’Amazzonia, dalla foresta pluviale. Il suo
nome è Francesquinho, un curandero di Kambo molto famoso. Lui mi
ha dato un trattamento che è stato una grande rivelazione. Mai prima

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di allora avevo ricevuto un trattamento così. Difatti, in seguito le mie


condizioni di salute erano tornate alla normalità e questo stato è
durato a lungo. Quindi avevo riconquistato di nuovo speranza ed ho
continuato a stare sempre meglio. Ma la radice del mio problema nel-
l’intestino, l’aspetto emotivo della mia malattia non era ancora stato
curato. In quel momento ho ricevuto una chiamata da parte dell’I-
boga. Avevo sempre nutrito curiosità per questa pianta medicinale,
avevo la sensazione, quasi la certezza, che avrebbe potuto aiutarmi.

Peter: Come ne sei venuto a conoscenza?

Giovanni: Alcune persone me ne avevano parlato ed aveva fatto


subito clic. Sapevo che questa medicina era accessibile solo in Africa
quindi mi ero dovuto rassegnare al fatto che non faceva al mio caso.
Non sarei potuto andare in Africa, là i trattamenti sono molto costosi,
il volo è costoso. In quel periodo non mi trovavo nelle migliori condi-
zioni finanziarie e così avevo pensato che sfortunatamente l’Iboga non
era per me. Ma qualche anno più tardi, quando già davo io stesso trat-
tamenti di Kambo, un mio cliente mi ha parlato di due guaritori che
tenevano cerimonie di Iboga in Inghilterra. Li ho contattati subito ed
ho detto a me stesso: ‘Sì, ora lo faccio davvero!’ Dal momento in cui
ho deciso che avrei fatto questa esperienza, mi sono collegato allo Spi-
rito dell’Iboga o forse dovrei dire che lo Spirito dell’Iboga si è colle-
gato con me. La cerimonia seguente ci sarebbe stata solo sei mesi
dopo. Durante quei mesi ho iniziato a ricevere moltissimi messaggi
dallo Spirito di questa pianta sacra, senza che io ne prendessi un solo
grammo. L’energia della pianta maestro mi è arrivata tramite sogni,
visioni, sensazioni, emozioni e ho visto molte cose riguardanti la dire-
zione che la mia vita stava per prendere. In un sogno molto significa-
tivo, ho ricevuto la mia prima iniziazione all’Iboga. Ho ricevuto tanti
messaggi prima ancora di ingerire di fatto l’Iboga.

Peter: Questo è molto interessante, non l’ho mai sentito prima.

Giovanni: Esiste uno Spirito dell’Iboga con cui ci si può collegare


a livello energetico senza ingerire la corteccia della pianta. Molte per-

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sone fanno sogni significativi prima di partecipare ad una cerimonia di


Iboga. Inconsciamente già sanno in che modo sta per dispiegarsi un
cambiamento nella loro vita. L’Iboga ti pone in una dimensione in cui
lo spazio e il tempo sono relativi, puoi vedere cose che riguardano il
tuo passato o quello dei tuoi antenati. Ti mostra cose del futuro, si rice-
vono sogni significativi. Tutto ciò è tipico dell’Iboga.

Peter: Pensi che il Kambo ti abbia reso più aperto a questa espe-
rienza?

Giovanni: Sì, certamente il Kambo mi ha aperto a questa espe-


rienza, mi ha predisposto ad essa, mi ha preparato ad incontrare lo Spi-
rito dell’Iboga. Ero così malato ..., non so come sarei potuto sopravvi-
vere all’Iboga senza aver prima rafforzato il mio sistema immunitario.
Il Kambo ha fatto un ottimo lavoro di preparazione all’Iboga.
Peter: Ok, e quindi hai avuto il tuo primo trattamento in Inghil-
terra?
Giovanni: No, è stato in Olanda. La cerimonia è durata due giorni
ed è stata meravigliosa, un vero e proprio rito di passaggio nella mia
vita. In una sola notte il trattamento è andato molto in profondità nella
cura del mio intestino. L’Iboga mi ha mostrato da dove veniva il pro-
blema, quale ne fosse l’origine, che cos’era in realtà. Ha risposto alle
mie domande. Ha rimosso l’origine emotiva del problema, il trauma
con cui avevo a che fare da molto tempo. Nella mia vita si stava
aprendo, da sola, una nuova porta. Intuitivamente, seguendo i mes-
saggi dello Spirito del Kambo, mi sono preparato a questa esperienza
ricevendo dei trattamenti di Kambo ancora più forti del solito. Ho
fatto così ed è quello che ora faccio io stesso con le persone: le preparo
ad una cerimonia di Iboga con dei trattamenti di Kambo che a volte
continuano per diversi mesi di seguito. Ho creduto a questo messag-
gio. Così, semplicemente e senza sforzo, ho cominciato a dare io stesso
trattamenti di Kambo e pochi mesi più tardi, di Iboga. In questo
modo, è iniziata la mia professione.

Peter: Ok, quindi le persone hanno cominciato a cercarti?

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Giovanni: Sì, e continuano ancora …

Peter: E tu avevi la sensazione di aver imparato abbastanza dal


Kambo per essere in grado di dare tu stesso trattamenti di Kambo alla
gente?

Giovanni: Sì, sapevo di essere in grado. Doveva essere così. Sapevo


che dovevo lasciar andare i miei dubbi, non dovevo più seguirli. C’e-
rano ovviamente dei dubbi, delle insicurezze, ma la medicina mi ha
mostrato che questi erano l’ostacolo da superare. Dietro ai dubbi si
nascondeva la paura della solitudine, che, grazie all’Iboga, avevo supe-
rato. Comunque il messaggio dell’energia era chiaro ed io, semplice-
mente, l’ho seguito.

Peter: Grande! Qual è la situazione legale in Europa riguardo que-


ste due ‘sostanze’? Sono legali? Il governo non se ne occupa?

Giovanni: Non sono illegali, ma la situazione di queste medicine è


piuttosto inusuale. Non esiste ancora una legge a livello europeo. Que-
sto significa che ogni paese decide, caso per caso, se considerarle legali
oppure no. Quello che io faccio non è contro la legge, do trattamenti
di Kambo e Iboga in Olanda dove vivo, ad Amsterdam. L’Iboga è ille-
gale in paesi come la Francia, per esempio, dove si è verificato un inci-
dente, ma nella gran parte dei paesi europei non è illegale e la polizia
decide in caso cosa fare.

Peter: Ok, interessante. Perché non ci dici ora come usi insieme
Kambo e Iboga nei tuoi trattamenti, come li combini insieme? In che
modo pensi si differenzi il Kambo dall’Iboga e se sono adatti per dif-
ferenti tipi di problemi? Parlaci dei tuoi primi trattamenti, cosa è suc-
cesso e che cosa hai imparato quando hai cominciato a dare i tuoi trat-
tamenti alla gente.

Giovanni: È veramente stato un lungo viaggio. Quando ho comin-


ciato a dare trattamenti di Kambo, il mio intento era quello di aiutare
la gente a migliorare la qualità della propria vita o a prevenire even-

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tuali difficoltà. Il Kambo avrebbe aiutato la gente a liberarsi da ener-


gie negative in un tempo relativamente breve. Dopo qualche mese che
ho iniziato a dare trattamenti di Kambo, hanno cominciato a venire da
me persone con problemi di tossico- o farmaco-dipendenza, alcune
erano dipendenti da prodotti come il metadone. Era una sorpresa, non
me l’aspettavo. Le persone che mi contattavano, all’inizio lo facevano
soprattutto perché erano interessate ad una crescita spirituale, ad
arricchire la propria vita di consapevolezza ed ad aprire i canali che
permettono all’abbondanza e alla prosperità di fluire nella loro vita. Il
Kambo aiuta le persone a tornare in buona forma rendendo il sistema
immunitario molto forte. Ci sono diversi recettori nel cervello, cia-
scuno responsabile di differenti funzioni del corpo, che vengono atti-
vati grazie ai trattamenti di Kambo. Ricevendo il Kambo, i benefici nel
corpo riguardano diversi livelli e funzioni del corpo. Il Kambo stimola
anche la ghiandola pituitaria e altre funzioni essenziali per la soprav-
vivenza dell’individuo.

Peter: Quindi tu pensi che sia utile per tutti?

Giovanni: In alcuni casi bisogna prendere delle precauzioni, ma in


genere è decisamente utile. Grazie alla disintossicazione che apporta,
aiuta a risolvere diversi disturbi. Se vogliamo lavorare con l’Iboga, il
Kambo ci fornisce una buona forma fisica entro un periodo di tempo
relativamente breve. Quando lo Spirito dell’Iboga mi ha detto di dare
questa medicina alla gente, mi sono molto spaventato ed ero pieno di
dubbi perché sapevo di alcuni casi di morte dovuti a trattamenti di
Ibogaina negli USA e di trattamenti di Iboga in Africa. Avevo saputo
di persone che avevano avuto delle crisi psicotiche. Ritenevo molto
importante svolgere il mio lavoro nella maniera più sicura possibile.
Non mi piaceva il modo in cui veniva data l’Ibogaina. Non pensavo e
non penso tutt’ora che sia un metodo sicuro. Può essere migliorato. Su
internet c’è una lista di persone che sono morte durante dei tratta-
menti di Ibogaina. Per questo la mia idea era di dare dei trattamenti di
Kambo come preparazione alla sessione di Iboga. Il Kambo ti rende
più sano ed energico, in tal modo sei fisicamente pronto a sostenere
l’energia dell’Iboga. Uno dei motivi per cui molte persone hanno

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avuto problemi con l’Iboga e l’Ibogaina, è dovuto ad una debole con-


dizione di salute. Alcune persone sono decedute in quanto avevano
delle malattie ad esempio ai reni, ai polmoni o al fegato, oppure per-
ché avevano un cuore debole. L’energia dell’Iboga è troppo forte per
questo tipo di persone e per questo muoiono. In altri casi, la morte
sopravveniva quando la persona combinava l’Iboga con droghe come
l’eroina o il metadone. Si tratta di un errore fatale. L’Ibogaina molti-
plica enormemente l’effetto di qualunque altra sostanza che una per-
sona assume. Quindi, in questi casi le persone sono morte per over-
dose. Per questi motivi ho sviluppato un metodo per preparare le
persone all’Iboga, sia fisicamente che emotivamente.

Peter: Puoi darci delle informazioni più dettagliate a riguardo?


Qual è questa preparazione, quanto dura, di che si tratta?

Giovanni: Dal momento in cui ho iniziato a pensare a come prepa-


rare le persone, mi sono reso conto che questa preparazione doveva
essere adattata ad ogni singola persona: ognuno è diverso. Chi non ha
problemi di salute oppure chi ha già fatto una certa esperienza con
altre medicine sciamaniche, per esempio con l’Ayahuasca, può parte-
cipare senza problemi ad una cerimonia di Iboga. Tuttavia, per coloro
che hanno casi di psicosi in famiglia e/o soffrono di depressione loro
stessi, oppure per quelli che sono stati tossicodipendenti per così
lungo tempo che le loro condizioni di salute si sono indebolite, per
questo tipo di persone c’è assolutamente bisogno di una preparazione
che riguarda l’aspetto fisico e che rende meno pesante il processo
fisico indotto dall’Iboga. Con il mio metodo di pulizia del fisico prima
dell’assunzione dell’Iboga, questa risulta molto più sicura. Questo tipo
di persone devono ricevere trattamenti di Kambo per diversi mesi. In
questo modo le loro condizioni di salute migliorano notevolmente e
chi soffre di astinenza, se ne può liberare. Il Kambo aiuta a superare
l’astinenza, non si ha più bisogno di prendere niente, almeno per qual-
che giorno. Ci sono stati molti casi in cui il Kambo ha fatto superare
l’astinenza.

Peter: Per quali tipo di droghe?

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Giovanni: Qualcuno prendeva medicine pesanti quali il metadone.


Con questo tipo di medicine il Kambo è molto efficace. L’astinenza
passa immediatamente. In questo modo, in seguito la persona può
prendere l’Iboga in una maniera più sicura, con meno rischi.

Peter: Scusa, non sapevo che il Kambo facesse superare l’astinenza.

Giovanni: Non a tutti. Dipende per quanto tempo si riceve il


Kambo. Certe persone, dopo aver ricevuto un trattamento di Kambo,
non hanno astinenza per due, tre, fino a cinque giorni, oppure per una
settimana ma poi in seguito l’astinenza può riapparire di nuovo. Altre
persone non hanno più bisogno di prendere il metadone o ne riducono
il quantitativo. C’è chi dopo un weekend di Kambo non ha più biso-
gno di metadone e chi ha bisogno di più weekend. A volte ci sono per-
sone con una storia di tossicodipendenza lunga 20 anni. Il Kambo le
aiuta a superare l’astinenza per un certo periodo di tempo, ma se i sin-
tomi dell’astinenza ricompaiono e loro cominciano a riprendere il
metadone, allora hanno bisogno di altri trattamenti. Ogni persona rea-
gisce differentemente, ma nel frattempo diventando più forti grazie al
Kambo, avranno meno difficoltà con l’Iboga. Per migliorare la sicu-
rezza dei miei trattamenti ho sviluppato un nuovo metodo. Nei
comuni trattamenti di Ibogaina le persone ricevono in un weekend
una grande quantità di Ibogaina, il più alto dosaggio che il corpo sia
in grado di tollerare oltre il quale c’è la morte. Io non trovo sia astuto.
Per questo ho cominciato col somministrare piccole quantità di Iboga.
Ho pensato: ‘Perché dovrebbero iniziare con un alto dosaggio quando
possono cominciare con uno basso?’ Nessuno nel mondo dell’Ibo-
gaina ha mai parlato di questa possibilità. A tutti quelli che vogliono
prendere l’Iboga ad alto dosaggio, io propongo di fare una prepara-
zione, che siano tossicodipendenti o meno. Incoraggio le persone a
prepararsi con l’Iboga in capsule oppure con polvere di Iboga a basso
dosaggio, facendo aumentare lentamente il dosaggio, giorno per
giorno. In questo modo si può constatare come reagiscono, se passano
attraverso un forte processo emozionale oppure se si tratta invece di
un processo che possono facilmente gestire. Nel giro di un mese si può
vedere se si sono rafforzati, se si sono abituati all’energia dell’Iboga.

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Dopodiché, possono compiere il grande salto in una cerimonia di


Iboga durante la quale riceveranno un alto dosaggio di Iboga. In que-
sto modo, per loro sarà più facile gestire questa pianta sacra.

Peter: Ok, per quanto tempo sono impegnate le persone, voglio


dire le persone che vivono in altre città? Come possono continuare il
trattamento così a lungo avendo altri impegni?

Giovanni: Li seguo per email. A volte, per fare i miei trattamenti,


vengono da me da tutte le parti d’Europa, qualche volta dagli USA.
Quando do loro dei trattamenti privati, prima di tutto li introduco al
Kambo. Il più a lungo rimangono meglio è, così possono sperimentare
qualcosa di nuovo che ho sviluppato io stesso. Nel modo tradizionale
di ricevere il Kambo, in genere viene fatta una sola applicazione da
ripetere eventualmente per 3 mesi di seguito. Ma nel mio metodo pos-
sono ricevere un trattamento di Kambo ogni giorno per diversi giorni,
3-4 giorni ad esempio. Si tratta di una modalità di applicazione che
sicuramente può risultare pesante – essendo il Kambo una medicina
piuttosto potente – ma in questo modo i risultati durano più a lungo e
sono più efficaci. Una volta ho dato una settimana intera di trattamenti
di Kambo a dei tossicodipendenti. A quel punto uno di loro era pronto
per prendere l’Iboga a basso dosaggio. Si comincia sempre con un
numero ragionevole di capsule di Iboga, ad esempio 10 capsule in una
notte e poi si vede come la persona reagisce. Se l’effetto è ancora
blando, si aumenta a 20 durante la seconda notte, etc. In questo modo
il processo delle persone progredisce. Quando tornano a casa, conti-
nuano a prendere le capsule che ho dato loro. Li seguo ogni settimana
tramite Skype o email e così mi tengono aggiornato sulla loro situa-
zione. Io decido il giusto dosaggio da assumere settimana per setti-
mana. A volte dopo 3-4 settimane sono pronti per un dosaggio relati-
vamente alto da prendere durante una notte, che permetta loro di
avere un’esperienza più profonda. Allora dico loro: “Prenditi 3 giorni
liberi e durante il primo di questo giorni prendi 3-4 grammi di Iboga”.
In questo modo il loro processo di guarigione si approfondisce. Li
posso seguire a distanza. Seguo la maggior parte dei miei clienti in que-
sto modo. Do loro anche istruzioni su come lavorare in ambito psico-

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logico, su come fare un lavoro di autoinvestigazione. Senza intento,


senza autoinvestigazione, prendere l’Iboga non funziona molto.
Quando si lavora con una pianta spirituale come l’Iboga è determi-
nante che l’intento sia chiaro e conseguente, è importante sapere cosa
si vuole guarire e cosa si vuole trasformare nella propria vita. Se que-
sto non è chiaro, se la motivazione non è stata ben definita, se si ha solo
una vaga idea di cosa si vuole raggiungere, allora il progresso è più
lento o nullo. Se invece si è chiari riguardo al proprio intento, siamo
già a metà strada e si possono ottenere rapidamente dei risultati. Per
questo motivo aiuto le persone a chiarire il più possibile il loro intento,
la loro motivazione.
Peter: Ok. Ora vorrei parlare ancora un po’ della combinazione di
Kambo e Iboga. Tu dai sempre prima il Kambo e poi l’Iboga?
Giovanni: Sì sempre, ma ci sono delle eccezioni. In una mia ceri-
monia di Iboga che dura 3 giorni, il primo giorno è sempre dedicato
al Kambo. È un must. Non faccio una cerimonia di Iboga senza
Kambo. Funziona bene e sono contento di vedere dei buoni risultati.
Con il Kambo le persone ricevono una profonda pulizia interna, si
liberano di tante tossine e di un sacco di robaccia. Quando cominciano
a prendere l’Iboga, il loro processo a livello fisico è più tranquillo, si
sentono più a loro agio, non hanno bisogno di passare attraverso un
pesante processo vomitando e sentendosi male. Possono passare diret-
tamente attraverso l’aspetto spirituale di questa medicina, ricevere
visioni, messaggi, osservare i loro schemi di comportamento, il pro-
cesso a livello fisico è più facilmente gestibile in questo modo. In altri
casi consiglio di fare dei trattamenti di Kambo nei mesi che precedono
la cerimonia. Oppure sconsiglio di fare la cerimonia e consiglio invece
di fare il Kambo e di prendere soltanto un dosaggio basso di Iboga. I
trattamenti vanno sempre adattati ai bisogni della persona.
Peter: Ok, questo che racconti mi sembra veramente molto inte-
ressante. Hai mai parlato dei tuoi trattamenti ad uno sciamano
riguardo all’uso combinato di Kambo e Iboga?
Giovanni: No, non l’ho mai fatto. La mia esperienza col Kambo è
cresciuta molto in questi ultimi anni. Sto addestrando sempre più per-

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sone in Europa e in America, dando loro consigli su come sviluppare


i loro trattamenti grazie alla combinazione di Kambo e Iboga. Sono
rimasto piuttosto sorpreso quando ho saputo del numero crescente di
persone che si autosomministrano il Kambo senza una previa inizia-
zione. In realtà non ho mai contattato degli sciamani per informarli
delle mie scoperte. Sono molto impegnato col mio lavoro e dopo aver
ricevuto le mie iniziazioni, ho continuato un intenso lavoro di esplo-
razione per conto mio col Kambo e l’Iboga. I messaggi che ho ricevuto
dallo Spirito del Kambo riguardavano un nuovo metodo, che io trovo
più efficace, di applicare questa medicina alla gente.

Peter: In che modo pensi che queste due medicine funzionano bene
insieme? Il Kambo è più adatto a risolvere problemi fisici e l’Iboga
quelli di natura emozionale?

Giovanni: Sì, ma non necessariamente. Il Kambo ad esempio,


migliora le condizioni delle persone affette da depressione rimuo-
vendo quella che i nativi dell’Amazzonia chiamano panema, un’ener-
gia negativa che si trova nell’aura della persona. Sembra che il Kambo
compia un risettaggio del campo elettromagnetico della persona,
agendo su diversi livelli. Le persone che l’hanno provato sanno che il
Kambo funziona, sanno come funziona e che risultati si possono otte-
nere. Nel mio lavoro osservo le persone prima e dopo il trattamento.
In genere dopo un trattamento sono di buon umore, hanno un’ener-
gia molto positiva, si sentono più forti, stanno molto meglio rispetto a
prima del trattamento. Il Kambo funziona anche ad un livello emotivo,
permettendo alla bile di uscire dal corpo: tramite la cistifellea, il corpo
rilascia gli acidi trattenuti troppo a lungo. Questi acidi sono una spe-
cie di veleno per il corpo e hanno un influsso negativo sull’umore della
persona, che si manifesta con stress, rabbia e nervosismo.

Peter: Come funziona?

Giovanni: Durante il trattamento si vomita molta acqua, che si è


precedentemente bevuta. Quest’acqua proviene dallo stomaco e dal
pancreas, è acqua mista alle secrezioni di questi due organi. Un’altra

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via d’uscita è attraverso l’intestino. Alcune persone hanno degli attac-


chi di diarrea. Per ultima cosa, il corpo si libera della bile che è un
acido dal colore verdastro, a volte giallastro, dal sapore molto amaro,
acido. Espellendo la bile il Kambo compie una sorta di pulizia da emo-
zioni negative. Ci si sente immediatamente meglio. Comunque il
Kambo non va alla radice del problema emotivo, come fa invece l’I-
boga. Il Kambo ha l’energia del Fuoco, crea fuoco nel corpo sotto
forma di calore. Questo calore brucia molte tossine, che vengono poi
espulse grazie all’acqua che si è ingerita, ma non va alla radice del pro-
blema emotivo. Capisci quello che voglio dire?

Peter: Sì, l’ho capito.

Giovanni: Il Kambo non rimuove gli schemi di comportamento, le


credenze inconsce che rendono le persone arrabbiate o ansiose, che le
spingono a ripetere le stesse reazioni a certe situazioni. Per questo tipo
di problemi, l’Iboga è la medicina giusta perché mostra dov’è il blocco
energetico nonché la strada per uscirne. Per questo noi la chiamiamo
una medicina buddhista, zen.

Peter: Sì, capisco … ok, è molto interessante. Nel tuo caso pensi
che il tuo problema all’intestino sia completamente risolto?

Giovanni: Devo ammettere che il mio intestino non è il punto forte


del mio corpo ma la mia vita attuale è totalmente diversa da come era
prima di prendere l’Iboga. Ora godo di una buona salute, sono molto
sano ed energetico. A volte ho dei dolori all’intestino ma non sono
niente in confronto a come mi sentivo prima. Quando ne ho bisogno,
mi prendo di nuovo cura di questi piccoli problemi. Ora sono molto
sano. Negli ultimi 5 anni non ho avuto un’influenza, in tutto questo
tempo non mi sono più ammalato. Ho una leggera allergia, febbre da
fieno, ma a parte questo sono in buona salute.

Peter: Questo è veramente ottimo!

Giovanni: Le persone che fanno i miei trattamenti mi dicono lo


stesso riguardo alla loro salute. È veramente favoloso condividere

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tutto questo con gli altri, vedere delle persone uscire fuori dalle loro
difficoltà ed è il motivo principale per cui mi dedico a questo lavoro.

Peter: Giusto, e le persone che stai addestrando, da dove vengono?


Dove svolgono le loro cerimonie? Stiamo cercando di capire come e
dove i trattamenti di Iboga si stanno espandendo nel mondo. Fino a
poco tempo fa l’Iboga era reperibile solo in Nord America e in Europa
ma ora sembra che ci siano persone che la praticano in Australia,
Nuova Zelanda, Brasile, Costa Rica, forse persino in India. Quindi la
domanda è: dove sono andati a cercarla?

Giovanni: Sono stato in contatto con tantissime persone tramite


Facebook. Metto su Facebook i risultati di quello che vado svilup-
pando, in questo modo molta gente mi contatta e mi chiama. Alcune
connessioni compaiono all’improvviso. Per esempio qualche mese fa
mi ha contattato un ragazzo che vive nel sud della Francia che era stato
iniziato all’Iboga in Gabon. Ha cominciato a venire ad Amsterdam
portando con sé delle persone che stava seguendo per far finire loro i
trattamenti cominciati con lui. Insieme, abbiamo ottenuto degli ottimi
risultati combinando Kambo e Iboga. Alcune tra queste persone, quasi
senza sforzo, in maniera indolore, hanno smesso di prendere eroina nel
giro di un weekend. Se mi fido di qualcuno, come per esempio di que-
sto ragazzo, mi piace passargli la mia conoscenza. Questa è una tradi-
zione che dovrebbe essere insegnata al maggior numero possibile di
persone. Comunque solo a persone oneste e affidabili, persone che
non vogliono approfittarsi del fatto che somministrano questa medi-
cina agli altri. Se lo fanno per scopi altruistici allora il mio cuore è
aperto e mi fa piacere condividere con loro la mia esperienza. Altre
persone invece, vogliono solo rubare delle informazioni, vogliono
cominciare a somministrare Kambo e Iboga alla gente anche se loro
stessi hanno ricevuto queste medicine solo una volta. Pensano che
tutto andrà bene, pensano che ne sanno abbastanza per somministrare
queste medicine, ma manca loro il contatto con lo Spirito di queste
medicine. Quando si somministrano queste medicine, bisogna essere
veramente competenti, bisogna sapere cosa si sta facendo. Non lo si
può fare solo perché ti piace farlo, perché ti piace l’immagine di te

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stesso che stai vendendo agli altri, perché questa attività soddisfa il tuo
bisogno di diventare un guaritore. Si tratta di svolgere una professione
in maniera seria e professionale. Ci sono dei rischi in questo tipo di
attività. Oggigiorno tutti possono trovare su internet ogni genere di
medicine sciamaniche. Ci sono diverse persone che mi chiedono un
corso di Kambo in un paio di email. È pura follia.
Peter: Sì, lo è. [risate]
Giovanni: Io ho fatto un duro lavoro su me stesso per 3 anni prima
di cominciare a ricevere il messaggio: “Ok, ora sei pronto a condivi-
dere questa medicina”. A volte incontro persone che pensano di auto-
somministrarsela. Dico loro che questa non è una medicina da auto-
somministrarsi. Lo puoi fare solo se sei un guaritore, un curandero. È
come studiare e fare pratica come medico o lavorare come tassista. Per
fare una qualunque attività c’è bisogno di essere pronti. Molti invece
pensano: “L’ho ricevuta, quindi adesso me la posso autosommini-
strare”. Qualcuno mi istruirà su come fare ed io lo farò. In seguito que-
sto tipo di persone cercano di farne una professione.
Peter: È vero.
Giovanni: Si tratta di una questione molto seria per l’immediato
futuro perché molta gente non sa niente riguardo a questa medicina e
ci sono sempre più persone che vi si stanno avvicinando. Questo
lavoro non si basa sull’improvvisazione, ma sul cuore, sull’onestà, sulla
dedizione. Se sei in contatto con lo Spirito della Rana, allora sei in
grado di farlo. Sarebbe un grave errore provare a farlo senza avere que-
sto contatto. Come abbiamo bisogno di una patente di guida per gui-
dare una macchina o un aeroplano, abbiamo bisogno di una patente
rilasciata dallo Spirito della Rana per somministrare questa medicina.
Fortunatamente anche in questo caso c’è una specie di selezione natu-
rale, le persone seguono qualcuno quando vedono dei buoni risultati.
Non sono troppo preoccupato di questi nuovi sviluppi ma ci tengo ad
essere preciso riguardo a questo tipo di cose.
Peter: Sì, penso che sia un messaggio molto positivo. Sono contento
che tu lo abbia condiviso. Sfortunatamente abbiamo finito il tempo

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disponibile ma penso che sia un buon modo di concludere questa


intervista. Vorrei ringraziarti per aver partecipato alla nostra trasmis-
sione e per aver passato del tempo con noi. È stato magnifico. È la
prima volta che qualcuno ci ha parlato del Kambo. Ho la sensazione
di aver imparato molto. Probabilmente i nostri ascoltatori hanno
anche loro la stessa sensazione.

Giovanni: Bene, sono contento di sentirlo dire.

Peter: Hai un website? Nel caso ci siano persone che vogliono con-
tattarti.

Giovanni: Sì, ho una pagina su Facebook: “Kambo healing”.

Peter: Ok, l’ho appena messa su Google e di fatto è apparsa al


primo posto.

Giovanni: Sì, se andate su Google e cercate Giovanni Lattanzi


oppure Kambo e Iboga, allora troverete tutte le informazioni. Grazie
tante per avermi dato questa opportunità, sono molto contento di aver
condiviso la mia esperienza, è la prima volta che lo faccio negli USA e
sono molto contento di averlo fatto con te, grazie tante!

Peter: Ok, grazie, grazie veramente tanto. Ti auguro una magnifica


giornata.

25 marzo 2012
Questa intervista viene pubblicata per gentile concessione di IBO-
Radio Trasforming Conversations

Traduzione: Giovanni Lattanzi

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Preghiera

Tu sia benedetto nel mio cuore,


Sacro Kambo.
Dammi forza,
Dammi umiltà.
Nel tuo respiro trasuda il fuoco di madre terra.
Il tuo respiro è il mio.
Dammi pace e presenza di spirito.
Rivelami il segreto della tua medicina.
Purifica il mio corpo e il mio cuore.
Grazie per la salute che mi dai.
Grazie per la tua ancestrale saggezza.
Questo inno è per te,
silenzioso e poderoso
Kambo.

Giovanni Lattanzi

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SEZIONE 2

L’ENERGIA DEL FUOCO

2.1 TEORIA E PRATICA DEL KAMBO

Cap. 4
Kambo: metodi tradizionali di applicazione
Giovanni Lattanzi
Anche se difficili da trovare, le rane Kambo vengono raccolte
sugli alberi mentre cantano annunciando la stagione delle piogge.
Nella tradizione dei nativi solo gli sciamani raccolgono questa rana.
Lo fanno all’alba, anche loro cantando degli inni in onore della rana.
Queste rane sono estremamente velenose e non reagiscono quando
vengono catturate perché nella foresta non hanno predatori. Sono
in realtà prede difficili da digerire e se un serpente prova ad
ingoiarle, è costretto a sputarle immediatamente. Per raccogliere la
secrezione della rana, i nativi le legano gli arti con dei lacci e la fis-
sano su dei bastoncini a forma di X.20 Per quanto questa manipola-
zione possa sembrare disagevole per la rana, questa non viene ferita
e viene rilasciata indenne dopo l’operazione. Secondo i nativi del-
l’Amazzonia, il Kambo è prima di tutto uno Spirito della foresta, per
questo la rana Kambo deve essere trattata con cautela e rispetto. I
nativi dicono che gli sciamani vedono la rana nelle loro visioni e dia-
logano con essa. Ferirla significherebbe offendere lo Spirito dell’a-
nimale e causare grave disgrazia per la tribù. I nativi hanno una
chiara consapevolezza del rispetto dell’equilibrio naturale. Procac-
ciarsi cibo in eccesso significherebbe rompere questo equilibrio ed
evocare l’ira degli Spiriti degli animali. Il male procurato ad un ani-
20
Marcelo Bolshaw Gomes, Kambô, The Spirit of the Shaman, pubblicato online:
http://marcelobolshaw.blogspot.it/2008/08/kambo.html

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male della foresta si ripercuoterebbe inevitabilmente su chi l’ha cau-


sato.

La secrezione del Kambo viene fatta essiccare su stecche di legno


di bambù e può venire utilizzata in seguito riportandola al suo stato
gelatinoso mescolandola con alcune gocce di acqua o saliva, essendo
la saliva umana dotata di enzimi particolari che favoriscono l’assorbi-
mento della sostanza nel corpo. La ‘medicina’ viene poi applicata su
piccoli fori fatti sulla pelle con la punta di un bastoncino infuocato,
che i Matsés chiamano tamishi. Le bruciature vengono fatte sulle
spalle, sulla parte superiore delle braccia o sul petto, mentre le donne
lo ricevono sulle gambe, in genere sulla parte interna delle cosce.
Alcune tribù applicano il Kambo anche sulle orecchie.

Prima di ricevere il trattamento di Kambo i partecipanti al rituale


bevono zuppa di banana o di mais in grandi quantità, in modo da avere
lo stomaco pieno. La secrezione della rana nella sua forma gelatinosa
viene quindi applicata sulla parte della pelle scoperta dalla bruciatura.
L’effetto è quasi immediato. Nel giro di pochi minuti l’applicazione
provoca un’intensa accelerazione del battito cardiaco, calore nella
testa o per tutto il corpo, nausea, vomito, espulsione delle feci. Il
momento più intenso del processo dura circa 15/20 minuti. La sensa-
zione è molto simile a quella che si prova durante l’influenza e la feb-
bre. Quando l’effetto è passato, il partecipante al rituale di Kambo si
riposa sull’amaca e aspetta qualche giorno prima di cominciare la sua
battuta di caccia, quando le bruciature sulla pelle si sono seccate.

Il Kambo, come altri ‘medicinali’ dei nativi dell’Amazzonia, si basa sul


principio della trasmissione di energia dallo sciamano alla persona che
riceve il trattamento. I nativi dell’Amazzonia conoscono modi diversi per
somministrare questo vaccino e ogni tribù ha sviluppato rituali diversi
corrispondenti a diverse funzioni. I Katukina in Brasile e i Matsés e i
Matis in Perù applicano ripetutamente il Kambo durante la notte che
precede le loro battute di ‘caccia magica’. È il trattamento più intensivo.

Il numero delle bruciature, la frequenza e lo scopo delle sessioni

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variano nelle diverse tribù, ma la ragione principale per tutti è quella


di sbarazzarsi di panema, un termine che potremmo tradurre con sfor-
tuna, ma che in realtà copre aree di significato da noi indicate da parole
quali depressione, pigrizia, tristezza, mancanza di motivazione, paura,
indecisione, indisciplinatezza e così via. I nativi la considerano una
condizione negativa che attrae difficoltà e malattie. La immaginano
come una nuvola grigiastra che copre il nostro campo energetico.
Quando un membro maschile della tribù fallisce in un compito,
quando la sua cerbottana non coglie il bersaglio, quando è senza ener-
gia, demotivato e si comporta in maniera poco socievole, per i mem-
bri delle tribù amazzoniche questa persona è affetta da panema. È in
questi casi che viene applicato il Kambo oppure viene somministrato
del tabacco da naso misto ad altre piante essiccate. In genere in Bra-
sile questa mistura viene chiamato Rapé, tra i Matsés in Perù viene
chiamato Nü-nü, che si pronuncia ne né, una polvere che viene soffiata
nel naso tramite cerbottane e che, secondo i nativi, se presa in grandi
quantità produce delle visioni che per i Matsés stanno ad indicare l’ora
e il luogo in cui la preda si offrirà al cacciatore.

Tipica delle tribù amazzoniche è la combinazione di determinate


cerimonie per la preparazione alla caccia. Secondo gli studi di Robert
Carneiro21, le cerimonie delle tribù amazzoniche di lingua pano hanno
sempre a che fare con operazioni rischiose quali la coltivazione di un
pezzo di terra o il procacciamento di carne, attività strettamente legate
alla sopravvivenza. I rituali associati a queste cerimonie hanno lo scopo
di trovare maggiore motivazione nelle propria attività, potenziare la
propria energia, esprimere determinati propositi.

I rituali dei nativi ruotano tutti intorno al concetto di energia: da


un lato c’è chi la fornisce, dall’altro chi la riceve. Il loro concetto di
energia non è affatto limitato a quello di vigore fisico e potenza ses-
suale. Colui che dà energia lo fa sempre in un contesto di gruppo. Il
datore di energia è una persona considerata ‘energetica’ che per i nati-
vi equivale all’essere ‘dotato di conoscenza’. Dall’altra parte c’è chi
21
Robert L. Carneiro, Hunting and Hunting Magic among the Amahuaca of the
Peruvian Montaña, in “Ethnology”, vol. 9, n. 4, ott. 1970, pp. 331-341.

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riceve energia che è invece caratterizzato da mancanza di volontà,


incapacità, mancanza di disciplina e di conoscenza22. La persona che
dà energia è in genere un anziano. Questa persona non perde energia
dandola agli altri, ma colui che la riceve può perderla tramite l’attivi-
tà sessuale con una donna. Nelle tribù amazzoniche gli anziani sono
trattati con grande rispetto. Sono loro che sanno come coltivare i
campi, costruire capanne, organizzare le sessioni di caccia, distribui-
re le incombenze tra i membri della tribù. Tra i rituali organizzati
dagli anziani, uno dei compiti è ad esempio la preparazione di una
battuta di caccia magica. Prendendo parte alla cerimonia, i parteci-
panti vengono informati sulle mansioni da svolgere. Coloro che rice-
vono energia pronunciano davanti al gruppo il loro intento che a volte
può essere quello di riconoscere di aver fallito in un precedente com-
pito e quindi la determinazione di fare meglio in futuro. In alcuni casi
queste cerimonie hanno lo scopo di stimolare le persone che non
danno un contributo alla vita sociale. Questi rituali rappresentano un
contratto tra l’anziano che dona energia e il giovane che la riceve.
Questo contratto prevede che il giovane si impegni a lavorare sodo al
compito affidatogli dall’anziano.
Insieme al Kambo un altro uso tradizionale delle tribù amazzoni-
che è quello del tabacco. L’uso del tabacco è associato soprattutto alla
caccia, per promuoverne la riuscita o per stimolare un lavoro faticoso.
Prima delle battute di caccia viene somministrato ad alti dosaggi che
possono provocare nausea e vomito, ma per un uso giornaliero viene
dato solo a piccole dosi, che procurano una piacevole sensazione di
allerta. Il tabacco viene somministrato in due modi. Agli uomini viene
soffiato nelle narici del naso in forma di polvere, tramite apposite cer-
bottane di bambù. Le donne invece lo masticano. Per i nativi dell’A-
mazzonia lo Spirito della persona che lo soffia è l’elemento più impor-
tante della sua applicazione. Come racconta Peter Gorman23, per i
Matses un’applicazione del Nü-Nü senza Spirito è insignificante. Tra i
nativi il tabacco viene apprezzato anche per le sue proprietà medici-
22
A questo proposito si veda la tesi di dottorato di Stephen A. Romanoff, Matses
Adaptations in the peruvian Amazon, Columbia University, New York, 1984.
23
Peter Gorman, Sapo in my Soul. The Matsés Frog Medicine, Gorman Bench Press,
2015, pp. 68-69.

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nali, per lenire il mal di testa o come cura di ferite infette. In questo
caso viene fatta un’applicazione locale di tabacco misto a saliva. In altri
casi viene usato per promuovere disciplina ed efficienza.

Il Kambo e il tabacco vengono somministrati anche per vincere la


paura degli attacchi dei giaguari durante le battute di caccia. L’energia
procurata da entrambi li aiuta a trovare la prontezza di cui hanno biso-
gno per intimidire i giaguari nel caso di fortuiti incontri nella foresta
ed a farli fuggire. Francesquinho, uno sciamano nativo della foresta
amazzonica, mi ha fatto vedere come lui faceva fuggire i giaguari inti-
morendoli con un gesto imperioso del corpo; bisogna agire come se si
volesse spaventare un gattone. Di fatto, nella foresta amazzonica non
sono rarissime le uccisioni di esseri umani da parte dei giaguari. Nel suo
libro, Peter Gorman racconta che durante la sua prima visita ai Matsés,
il passo lento adottato da lui e da un suo collega per scattare delle foto,
non piaceva ai Matsés i quali temevano che in quel modo avrebbero
attirato l’attenzione dei giaguari, cosa che è poi accaduta e che causò la
morte di un giovane nativo. Il giaguaro ha un forte ascendente sulle
popolazioni amazzoniche, i Matis chiamano sé stessi gli uomini gia-
guaro, i Matsés si tatuano e pitturano la faccia a mo’ di giaguaro. Per
loro si tratta di un’energia della foresta che incute timore e che va
rispettata. Alcune tribù utilizzano il Kambo anche per aiutare i gio-
vani a rafforzare il senso di disciplina e di responsabilità sociale. Il
Kambo viene utilizzato in questo modo quando, per esempio, un adulto
o un genitore è stato insultato da un bambino. Le donne evitano di rice-
vere il Kambo durante la gravidanza soprattutto durante i primi tre mesi
e se stanno allattando. I nativi sanno che l’applicazione del Kambo
durante i primi tre mesi di gravidanza può provocare un aborto.

L’apporto dei caboclos: il Kambo esce dalla foresta amazzonica


Durante il secolo scorso, dopo che molte persone si sono trasferite
dalle città nella foresta per lavorare nelle piantagioni di caucciù, l’A-
mazzonia ha vissuto notevoli cambiamenti. Da diversi anni ormai il
Kambo viene utilizzato al di fuori della foresta pluviale e non è più
una medicina esclusiva dei nativi dell’Amazzonia. Un nuovo uso del
Kambo è stato introdotto recentemente da persone che hanno impa-

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rato dai nativi e hanno iniziato ad applicarlo al di fuori del suo con-
testo tribale.

Uno dei pionieri che dalla foresta ha portato il Kambo nelle città è
stato Francisco Gomes (chiamato anche Shiban), che ha vissuto a lungo
con i Katukina essendo un cabloco, un meticcio, una persona dal sangue
misto, in parte bianco e in parte nativo. Nel 2002, suo figlio, Gomes
Genildo, ha fondato nella regione di Jurua l’associazione AJUREMA che
è il centro principale di irradiazione dei trattamenti Kambo in Brasile.
Ci sono filosofie diverse fra i somministratori del vacina do sapo,
in particolare tra i Katukina e i caboclos, che applicano il Kambo agli
abitanti della città. Al contrario di Matsés e Katukina, i caboclos
hanno fissato più regole e restrizioni al fine di rendere i trattamenti
sicuri anche per gli abitanti della città, che sono evidentemente meno
forti dei nativi. Alcune delle restrizioni riguardano il divieto di dare
il Kambo a portatori di by-pass, alle donne durante i primi tre mesi
di gravidanza, a persone con gravi problemi respiratori e ai bambini
fino al decimo anno di età, mentre in diverse tribù amazzoniche è tra-
dizione dare un punto di Kambo ai neonati. Il trattamento di base
dei caboclos è di tre sedute, date a intervalli di tempo più o meno lun-
ghi che dipendono dalla resistenza e dalle esigenze della persona.
Secondo questo metodo, l’intervallo tra due trattamenti non deve
superare un ciclo lunare, cioè 28 giorni. Se l’intervallo è più lungo,
secondo i caboclos il Kambo deve ripetere tutto il lavoro di pulizia
già fatto in precedenza, come se si trattasse del primo trattamento.
Tra i nativi infatti, è risaputo che il numero e la vicinanza dei tratta-
menti moltiplicano gli effetti di questa medicina. In tutte e due le
scuole si richiede astinenza da cibi solidi e sale per almeno 12 ore
prima della seduta. Durante il trattamento che si svolge in tre mesi,
la persona riceve una quantità sempre maggiore di punti (di solito 3-
5-7-9). Il numero minimo di punti è in genere 3, ma in alcuni casi si
comincia direttamente con 5. Mentre i nativi durante la notte prece-
dente la seduta ingeriscono da tre a cinque litri di una zuppa di mais,
i caboclos bevono da un litro e mezzo a due litri di acqua pochi minuti
prima dell’applicazione. In rari casi la necessità di bere acqua non
viene contemplata.

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Aspetti spirituali del Kambo


Nel suo articolo Kambo, The Spirit of the Shaman, Marcelo
Bolshaw Gomes24 afferma che la medicina Kambo “stabilisce un rial-
lineamento dei chakra, marca una riorganizzazione fisica e psicologi-
ca grazie alla quale le persone cambiano abitudini alimentari e modi
di pensare”25. L’elemento con cui questa medicina è collegata è il
fuoco. La combinazione di fuoco e acqua – che si beve immediata-
mente prima – provoca una trasformazione alchemica. A causa di un
processo di combustione interna, la circolazione del sangue attraver-
so il corpo e all’interno del cervello aumenta. Tossine depositate a
lungo nel corpo, nei punti dove è accumulata l’energia negativa della
persona, vengono espulse insieme all’acqua ingerita. È opinione
comune tra quanti hanno vissuto questa esperienza, che è assoluta-
mente preferibile liberarsi di tutto quanto viene espulso piuttosto che
lasciare che rimanga nel corpo. Si tratta essenzialmente di un proces-
so di pulizia e disintossicazione che non agisce solo a livello fisico, ma
anche emotivo e addirittura spirituale. L’applicazione della secrezio-
ne ci ricollega alla saggezza naturale del corpo, la saggezza che la
natura ha cercato e trovato nel corso della nostra evoluzione filoge-
netica per miliardi di anni. L’applicazione ci permette di vedere le
nostre abitudini negative come in uno specchio, ci mostra cosa evita-
re e cosa fare per migliorare la consapevolezza di noi stessi. È come
se ci facesse percepire cosa sia il paradiso o ci ravvivi il vago ricordo
dell’esperienza che, di questo, abbiamo fatto: la sensazione di totale
benessere del corpo e di assenza di pensieri, che ci è profondamente
peculiare in quanto esseri umani ma che, allo stesso tempo, è scono-
sciuta per la maggior parte di noi. Decisamente non siamo abituati a
stare cosi bene e in forma come si sta dopo una seduta di Kambo.

Accade spesso che durante i trattamenti riceviamo degli insight.


L’insight è un’intuizione improvvisa, un messaggio interiore che ci per-
mette di ‘vedere’ cose che prima non notavamo, la cui sorgente – per

24
Marcelo Bolshaw Gomes è professore di Comunicação Social (comunicazione
sociale) alla UFRN (Federal University di Rio Grande do Norte), Brasile. Si veda:
http://marcelobolshaw.blogspot.com/2008/08/kambo.html
25
Marcelo Bolshaw Gomes, Kambô, The Spirit of the Shaman, op. cit.

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chi lo riceve – è indiscutibile. Questo dono ha a che fare con la natura-


le saggezza del corpo. I messaggi che ci manda il Kambo possono esse-
re molto semplici. I trattamenti di Kambo fanno accadere dei cambia-
menti nella nostra vita in modo naturale, senza sforzo. In genere siamo
abituati a pensare in maniera dualistica: “voglio cambiare questo”,
“voglio smettere di fumare” e così via. Quando tentiamo di raggiunge-
re un certo obiettivo con la forza di volontà, in realtà stiamo mettendo
in atto un combattimento contro noi stessi. Abbiamo fatto così per
generazioni. Con il Kambo, una saggezza naturale si mette alla guida
del nostro processo di guarigione. In maniera naturale diventiamo sem-
pre più attenti, sappiamo ascoltare meglio i messaggi che il corpo ci
manda. Un veleno esterno verrà riconosciuto più chiaramente come un
veleno. Sappiamo, senza pensare, cosa fare e cosa non fare in una deter-
minata situazione, facciamo la cosa giusta al momento giusto. La chan-
ce di avere delle sincronicità aumenta molto, “è come avere il libretto
delle istruzioni in mano”, mi ha detto una persona a cui avevo applica-
to il Kambo. Diventiamo capaci di abbandonare abitudini malsane e
nello stesso tempo ci liberiamo dalla schiavitù di idee che ci hanno
imprigionato e che non rappresentano la nostra natura. Nella mia espe-
rienza le nostre idee e convincimenti rappresentano il principale osta-
colo che blocca la nostra guarigione. Il messaggio che mandiamo a noi
stessi tramite i pensieri che produciamo determina la nostra vita. Ci
muoviamo in uno spazio di possibilità limitato dai presupposti implici-
ti e spesso non consapevoli creati dal nostro pensiero. Crediamo di
sapere, e così facendo ci tagliamo fuori dall’energia creativa della vita.
Una guarigione senza l’intenzione di guarire non è possibile. Così come
non è possibile guarire se non crediamo di poterlo fare. L’ego si arroc-
ca nel suo castello difensivo e si erge ad imperatore nel nostro territo-
rio che è in realtà molto più vasto del territorio dell’ego. Una mia col-
lega che ha fatto diversi trattamenti di Kambo, ha umoristicamente
definito questa invasione dell’ego ‘il cappello di Napoleone’ cui siamo
spesso decisamente affezionati. La mente è come un cane cui piace lec-
care il suo osso. Quando invece ci fissiamo sulle nostre difficoltà, quan-
do ci lamentiamo, il nostro ego può divenire il cappello di un mendi-
cante che non vede l’abbondanza e la ricchezza dentro e intorno a sé.
Viviamo quella che i Toltechi hanno chiamato la sindrome del ‘povero

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bambino’. La guarigione stessa diventa allora una sorta di minaccia in


quanto ci aggrappiamo al già noto e niente ci spaventa più del nuovo.
Siamo in molti ad autoboicottare la possibilità di guarire e di stare bene.
L’osso è più attraente. I trattamenti di Kambo ci offrono l’energia che
di solito non abbiamo, ma di cui abbiamo bisogno per fare un proces-
so di trasformazione interiore. Rimuovendo la nube – che i nativi chia-
mano panema – dal nostro campo energetico, diveniamo più aperti a
ricevere dalla fonte, che in termini spirituali viene chiamata lo Spirito.

Bio-pirateria e diritti dei nativi dell’Amazzonia


Gli studi sulle tribù amazzoniche che fanno uso del Kambo sono
iniziati negli anni ’30 del Novecento. Negli anni ’50 questa secrezio-
ne ha destato l’interesse di alcuni scienziati. Ma solo negli anni ’80,
come già riportato, l’esperienza di un trattamento di Kambo è stata
documentata dal giornalista Peter Gorman, durante le sue visite alla
tribù dei Matsés in Perù. Negli stessi anni alcune compagnie farma-
ceutiche hanno mostrato un vivo interesse per le proprietà medicina-
li della secrezione di questa rana. Sembra che stessero cercando di
mettere sul mercato un nuovo medicinale per curare il cancro. Anche
se alcuni dei peptidi che si trovano nella secrezione della
Phyllomedusa bicolor sono stati riprodotti in laboratorio e poi brevet-
tati, tutto ciò non ha portato alla produzione di un medicinale di rilie-
vo dal punto di vista commerciale. Inoltre, in quel periodo un
migliaio di esemplari della rana sono stati furtivamente portati in
Francia dove però si è scoperto che la secrezione perde le sue pro-
prietà se la rana viene messa in cattività. Per produrre una secrezione
ricca di peptidi è necessario che la rana si nutra del cibo che trova nel
suo habitat naturale. Questa corsa al brevetto si era verificata anche
per un veleno prodotto da un serpente dell’Amazzonia26. Mi riferisco
alla società farmaceutica Bristol-Myers Squibb che con il medicinale
a base di captopril 27 ha guadagnano una quantità di dollari da capo-
26
Si tratta del crotalino brasiliano Bothrops jararaca, una specie di vipera molto diffu-
sa considerata il serpente velenoso più noto nelle ricche e densamente popolate regio-
ni del sud-est del Brasile.
27
Cfr. di Jenny Bryan, From snake venom to ACE inhibitor — the discovery and rise of
captopril, in “The Pharmaceutical Journal”, 17 aprile 2009, sul sito:
www.pharmaceutical-journal.com.news

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giro, dei quali neanche un penny è andato agli abitanti del territorio
da cui questo serpente è stato prelevato. Nel 2003 la tribù dei
Katukina, rappresentata dal suo capo Fernando Katukina28, ha
denunciato l’abuso dei diritti riguardanti diverse utilizzazioni del
Kambo e ha accusato di bio-pirateria la società farmaceutica che ha
brevettato i peptidi del Kambo rivendicando ai Katukina e ad altre
tribù amazzoniche i diritti su ogni farmaco derivato dal Kambo. Nel
2004 è avvenuta un’alleanza tra i Katukina e il governo brasiliano rap-
presentato da Marina Silva, anche lei una Katukina, in base alla quale
il Ministero della Sanità del Brasile ha dichiarato che i profitti dovuti
alla secrezione del Kambo devono andare a beneficio del Brasile. Da
allora, per ragioni politiche il governo brasiliano ha vietato a tutti, ad
eccezione dei Katukina e di poche altre tribù amazzoniche che vivo-
no in Brasile, l’uso del Kambo, nonché qualsiasi pubblicità delle sue
proprietà. Il Brasile è tuttora l’unico paese al mondo dove il Kambo
è vietato.

Nel 2006 una nuova associazione, la MATSÉS29, è stata creata in


Perù dal dottor Dan Pantone. Lo scopo di questa associazione filan-
tropica non-profit è quello di sostenere i nativi che vivono in
Amazzonia e di proteggerli da speculazioni operate da parte di stra-
nieri. Come afferma il dottor Pantone, proteggere le tribù native
dell’Amazzonia significa proteggere la foresta stessa, che sempre più
viene manipolata dagli interessi delle multinazionali30. L’intera area in
cui i Matsés vivono è stata recentemente venduta a una compagnia
petrolifera internazionale. Negli anni ’70 i Matsés sono stati bombar-
dati dagli elicotteri in risposta ai loro attacchi ai lavoratori che stava-
28
Si veda a questo proposito, di Paulo Prada, Poisonous Tree Frog Could Bring Wealth
to Tribe in Brazilian Amazon, in “The New York Times”, 30 maggio 2006, online sul
sito: http://www.nytimes.com/2006/05/30/business/worldbusiness/
30frogs.html?pagewanted=all&_r=0
29
http://www.matses.org/
30
Il dottor Dan Pantone è stato vittima di una aggressiva quanto intensa attività deni-
gratoria nei suoi riguardi che lo ha visto costretto a difendersi da pesanti accuse
(violenze e abusi vari) costruite ad arte con l’intento di punirlo per essere riuscito
a boicottare i progetti di una grande compagnia petrolifera. Interessante a questo
riguardo la visione del documentario Carbon Cowboys sul sito:
https://www.youtube.com/watch?v=8Zhx1YApWvw

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no costruendo una strada sul loro territorio. Le tribù indigene venen-


do a contatto con il mondo occidentale stanno compiendo un passo
‘evolutivo’ molto rapido che equivale a un balzo di decine di migliaia
di anni nel giro di una o due generazioni. Basti pensare che fino agli
anni ’70 del Novecento alcune tribù dei Matsés avevano avuto solo
contatti sporadici col mondo occidentale ed essendo seminomadi
sono sempre riuscite a ritirarsi nella foresta. Ora alcuni membri dei
Matsés hanno uno smartphone e sono su Facebook. È un fatto cono-
sciuto da tutti che la distruzione dell’Amazzonia, delle tribù indigene
e della loro millenaria conoscenza delle proprietà terapeutiche della
flora e della fauna, sta accadendo sotto i nostri occhi. Alcune tribù tra
le quali quella dei Matsés, stavano per estinguersi. Ora per fortuna la
situazione sta cambiando e molte tribù amazzoniche stanno facendo
valere i propri diritti e stanno valorizzando le loro antichissime tradi-
zioni. Così come l’Unesco ha nominato patrimonio mondiale dell’u-
manità opere d’arte, intere città o aree geografiche di grande valore
archeologico, artistico e ambientale è bene ricordare l’urgenza di una
legge internazionale che protegga la foresta amazzonica – e tutte le
foreste pluviali della Terra – i suoi abitanti e la loro millenaria espe-
rienza, le tribù e le loro conoscenze che si stanno rivelando di grande
importanza per tutto il mondo dal punto di vista scientifico e spiri-
tuale. Questa legge è nell’interesse di tutti gli esseri umani essendo in
gioco la nostra sopravvivenza su questo pianeta. Anche se la difesa dei
diritti di applicazione del Kambo è comprensibile dal punto di vista
economico e politico, personalmente non sono d’accordo con la proi-
bizione fatta dal governo brasiliano riguardo alla diffusione di infor-
mazioni scientifiche sul Kambo. Non credo che questa decisione rap-
presenti la soluzione definitiva di questa faccenda. Il Kambo non
appartiene soltanto allo stato brasiliano, ma anche a quello peruviano
ed è da considerarsi un patrimonio di tutta l’umanità. Lo Spirito del
Kambo vuole raggiungere la gente senza discriminazioni. Non credo
che sia possibile fare del Kambo la proprietà privata di un singolo
individuo, come neppure di una nazione.

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Cap. 5
Kambo: ricerca scientifica e sessioni di guarigione

Vittorio Erspamer: dalla scoperta dell’enteramina all’isolamento dei


peptidi oppioidi
Lella Antinozzi

“Un sabato mattina, presto … Telefonata allarmata del prof. Erspa-


mer alla dottoressa Barra … è stato avvisato della spedizione di una
rara ranocchia sudamericana … bisognava assolutamente recuperarla
al più presto … farle passare il fine settimana nei magazzini dell’aero-
porto voleva dire perdere il prezioso animaletto. Subito si attiva Super-
woman [la dottoressa Barra]: telefonate a raffica, volata all’aeroporto
e nel primo pomeriggio del sabato la ranocchietta – Camilla – è tra le
braccia del prof. Erspamer che amorevolmente la reidrata con l’aiuto
di una pipetta da laboratorio”31.
La ricerca scientifica sulla secrezione del Kambo è iniziata negli
anni ’90 del Novecento con gli studi dello scienziato italiano Vittorio
Erspamer della Sapienza-Università di Roma, due volte candidato al
premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia, per la sua attività nel
campo della biochimica e della farmacologia comparate e per la sua
ricerca focalizzata principalmente sullo studio dei neuropeptidi in
gran parte isolati nella pelle degli anfibi.
Il professor Erspamer ha iniziato ad occuparsi dello studio dei neu-
rotrasmettitori già da studente. Si è laureato presso la Regia Università
di Pavia in Medicina e Chirurgia nel 1935, con una tesi dal titolo Il
sistema delle cellule enterocromaffini nei vertebrati, una tesi di laurea
31
Testimonianza tratta dal sito Il gracidare delle rane, sezione I peptidi della pelle di
rana: come tutto ha avuto inizio!, sul sito:
http://ilgracidaredellerane.com/2014/10/20/art-2/
Donatella Barra (1941-2014) è stata Professoressa Emerita di Biochimica della
Sapienza-Università di Roma. Il suo gruppo biochimico – insieme a quello istochi-
mico di Tindaro Renda, all’unità gastroenterologica di Aldo Torsoli, ai medici della
clinica chirurgica di Vincenzo Speranza e a molti giovani ricercatori – è stato trasci-
nato nell’avventurosa ricerca di nuove molecole biologiche avviata dal professor
Erspamer e dai suoi collaboratori della farmacologia romana, come Lucia Negri,
Giovanna Improta, Maria Broccardo e la moglie Giuliana Falconieri.

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che è stata l’inizio di una proficua attività di ricerca che lo ha portato


ad isolare oltre un centinaio di neurotrasmettitori, fra cui la 5-idrossi-
triptamina (5-HT) e l’octopamina. Con gli scarsi e rudimentali mezzi
allora a disposizione, nel 1937 Vittorio Erspamer e il professor Vialli32,
giungono ad isolare il secreto delle cellule enterocromaffini33 nella por-
zione del fondo gastrico del coniglio e dopo aver indagato intorno alla
struttura chimica, per la prima volta propongono il nome di entera-
mina. I risultati di queste ricerche vengono illustrati dal professor
Erspamer in dieci articoli sul “Bollettino della Società Medico-Chi-
rurgica di Pavia”, dove egli afferma: “la sostanza specifica delle ente-
rocromaffini non può essere adrenalina… Tenuta presente la localiz-
zazione finora strettamente intestinale della nuova amina biogena …,
noi crediamo di poter proporre il nome di enteramina”34.
Come fa notare la dottoressa Lucia Negri, che per anni ha fatto
parte del team di ricerca del professor Erspamer presso la Sapienza-
Università di Roma, la caratterizzazione chimica dell’enteramina, che
è del 1940, ha anticipato di circa un decennio la scoperta della seroto-
nina (conosciuta come l‘ormone del buonumore) da parte di Maurice
Rapport35. Tuttavia, come sottolinea il professor Tindaro Renda36, nel
1949 nuove prove hanno dimostrato che la serotonina piastrinica non

32
Il prof. Maffo Vialli (1897-1983) è stato direttore dell’Istituto di Anatomia compara-
ta e Fisiologia della Regia Università di Pavia. È stato il professore di Vittorio Erspamer
il quale lo ha sempre considerato come suo indiscusso maestro. Dopo la laurea, Vittorio
Erspamer ha iniziato la sua collaborazione come assistente presso la cattedra del prof.
Vialli, collaborazione che due anni dopo, ha portato all’isolamento dell’enteramina.
33
Le cellule enterocromaffini sono così denominate a causa della loro somiglianza
istologica con le cellule cromaffini. Le cellule cromaffini (o argentaffini) sono così
denominate per la proprietà di colorarsi reagendo ai sali di cromo o di argento.
34
Maffo Vialli, Vittorio Erspamer, Ricerche sul secreto delle cellule enterocromaffini.
Nota IX. Intorno alla natura chimica della sostanza specifica, in “Bollettino della
Società Medico Chirurgica di Pavia”, vol. 51, 1937, pp. 1111-1116.
35
Maurice M. Rapport (1919-2011) biochimico statunitense divenuto noto per le sue
ricerche sulla serotonina della quale ha identificato la struttura insieme a Irvine Page,
e Arda Green. Il risultato di questa ricerca è stato pubblicato nel 1948. Si veda di
Maurice M. Rapport, Arda Alden Green, Irvine H. Page, Crystalline serotonin, in
“Science”, vol. 108, 1948, pp. 329-330.
36
Tindaro Giuseppe Renda (1940-2008) è stato professore e direttore dell'Istituto di
Anatomia Umana della Sapienza-Università di Roma.

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era altro che enteramina circolante, rilasciata nel sangue dalle cellule
enterocromaffini37. Scrive la dott.ssa Negri: “Enteramina e serotonina
altro non sono che la 5-idrossi-triptamina (5-HT), oggi riconosciuta
come uno dei principali mediatori delle funzioni celebrali”.38 Nel 1992
il professor Erspamer ricorda in proposito: “Quando sessanta anni or
sono ho cominciato ad occuparmi delle cellule enterocromaffini di
vertebrato e di elementi cromaffini in tessuti di mollusco e nella pelle
di rana non avrei certo pensato che sarei approdato allo studio dei fini
meccanismi dell’attività cerebrale”39. Nel suo articolo dedicato alla
scoperta della serotonina e al suo ruolo nelle neuroscienze, la dotto-
ressa Patricia Mack Whitaker-Azmitia40 si chiede come mai la 5-HT
fosse divenuta nota col nome di serotonina piuttosto che con quello di
enteramina, suo primo nome. La spiegazione più probabile, afferma la
dottoressa, è che il nome ‘serotonina’ le sia stato dato dalla compagnia
farmaceutica americana Upjohn Pharmaceutical, che l’ha sintetizzata
e resa disponibile per la ricerca41. A dimostrazione della importanza e
della attualità di questa sostanza, è sufficiente ricordare che ogni anno
si registrano migliaia di articoli scientifici a questa dedicati. A tale
riguardo, il professor Paolo Nencini del Dipartimento di Fisiologia e

37
“In 1949 new evidence showed that platelet serotonin was nothing more than cir-
culating enteramine released into the blood by the enterochromaffin cells”, Tindaro
G. Renda, Vittorio Erspamer: A True Pioneer in the field of bioactive Peptides, in
“Peptides”, vol. 21, n. 11, 2000, pp. 1585-1586.
38
Lucia Negri, Vittorio Erspamer (1909-1999), in “Medicina nei Secoli”, vol. 18, nº 1,
2006, p. 105. Anche sul sito: http://www.histmed.it/medicina%20nei%20secoli/
documents/Medicina_18_1_000.pdf
39
Vittorio Erspamer, Il decennio del cervello: inconsueto contributo italiano alla cono-
scenza delle molecole della comunicazione nervosa, Rendiconti delle Adunanze solen-
ni, Accademia dei Lincei, 1993. Adunanza solenne del 12 giugno 1992, in: Lucia
Negri, Vittorio Erspamer (1909-1999), op. cit., p. 105.
40
Dipartimento di Psisologia, SUNY, Stony Brook (US-NY).
41
“Why did the substance become known as serotonin rather than its first name, ente-
ramine? The most likely explanation is that it was first synthesized and made availa-
ble for research by the American drug company, Upjohn Pharmaceutical, who chose
the name ‘serotonin’”.
Patricia Mack-Whitaker-Azmitia, The Discovery of Serotonin and its Role in
Neuroscience, in “Neuropsychopharmacology”, vol. 21, n. 2S, ago. 1999, online sul
sito:
http://www.nature.com/npp/journal/v21/n1s/full/1395355a.html

78
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Farmacologia della Sapienza-Università di Roma, afferma: “Non


credo sia banale sottolineare gli aspetti di questa sterminata ricerca che
rendono giustizia alla denominazione che Vialli ed Erspamer assegna-
rono alla sostanza, al termine enteramina che rimanda alla sua collo-
cazione nell’apparato digerente. Come è ben noto, queste funzioni
furono rapidamente oscurate dalle ricerche iniziate già alla fine degli
anni ’40 e che condussero all’isolamento dal siero di una sostanza dalle
potenti proprietà vaso-costrittive, la serotonina appunto [...] Ben pre-
sto, tuttavia, il futuro della serotonina sembrò essere definitivamente
segnato dall’ipotesi che fosse coinvolta nella patogenesi della depres-
sione, in quanto si era osservato che il suo contenuto cerebrale variava
in funzione della somministrazione di farmaci in grado di modificare
lo stato dell’umore nell’uomo”42. In effetti, nota il professor Nencini,
da allora la serotonina “non ha più abbandonato la sua veste di attore
di alto profilo nelle neuroscienze”43. Tuttavia, il ruolo enterico della
enteramina/serotonina non tarderà a riproporsi con insospettata ener-
gia, la qual cosa non sorprende considerato che la sostanza è stata iso-
lata, appunto, nell’intestino. “Infatti – continua il professor Nencini –
a metà degli anni ottanta, due gruppi di ricerca sintetizzano i setroni,
composti in grado di bloccare selettivamente recettori della serotonina
che vengono identificati come 5-HT3 [...] Poiché il vomito da che-
mioterapia è il risultato della massiva liberazione di serotonina,
sarebbe giusto dire enteramina, dalle cellule enterocromaffini dell’in-
testino e della conseguente attivazione dei recettori 5-HT3 posti su
afferenze vagali che proiettano ai centri del vomito, i setroni sono
diventati il principale ausilio delle terapie antitumorali emetizzanti”44.
Non si pretende, in questa sede, di approfondire questo vastissimo
argomento sul quale tuttavia ci si è brevemente soffermati per sottoli-
neare l’enorme portata di questa scoperta, che non a caso è rimasta nel
cuore del professor Erspamer, il quale, in una lettera del settembre
1998, scrive: “ […] Da allora, una enorme quantità di lavoro è stato

42
Paolo Nencini, Bovet, Erspamer e le sostanze naturali, in “Quaderni della SIF”, vol.
19, n. 27, 2006, pp. 30-31, sul sito http://edicola.sifweb.org/media/quaderni/
sif_quaderni_19_set09.pdf
43
Ivi, p. 31
44
Ivi

79
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fatto su [questa] amina, soprattutto dopo la scoperta del suo ruolo


fondamentale di neurotrasmettitore. Ora, da più di venti anni, la mia
ricerca si concentra sui neuropeptidi della pelle di anfibi e degli inver-
tebrati, ma ho sempre considerato l’enteramina come la mia primoge-
nita”45.
All’isolamento e identificazione della enteramina si sono poi
aggiunti quelli di altre sedici amine biogene “ed è studiando le amine
– racconta il professor Erspamer – che a un certo punto noi ci siamo
imbattuti in potenti molecole attive nuove, appartenenti a una catego-
ria di sostanze, i peptidi, che solo allora, lentamente, cominciavano ad
attirare l’attenzione”46.
Lo studio dei peptidi, una classe di composti organici farmacolo-
gicamente attivi risultanti dall’unione di due o più molecole di ami-
noacidi, non ha solo promosso la comprensione della struttura chi-
mica, metabolica e fisiologica di queste molecole negli anfibi, ma ha
contribuito e contribuisce al progredire della conoscenza delle cor-
rispondenti controparti nei mammiferi. A questo proposito, e rife-
rendosi in particolare ai peptidi attivi, nel discorso introduttivo
tenuto in occasione della inaugurazione del 205° Anno Accademico
dell’Accademia Nazionale delle Scienze (nel marzo 1987), il profes-
sor Erspamer afferma: “La pelle di anfibio costituisce una apparen-
temente inesauribile miniera di molecole di grande interesse biochi-
mico e farmacologico. [I peptidi attivi] Hanno costituito il filone di
ricerca più assiduamente e con maggiore successo coltivato dal
nostro gruppo. Anche perché ben presto ci si è accorti che i risultati
ottenuti in questo campo trascendevano largamente il mero interesse
45
“Since then, an enormous amount of work has been done on the amine, especially
after the discovery of its fundamental role in neurotransmission. Now, for more than
twenty years, my research is focused on neuropeptides from amphibian skin and
invertebrate tissue, but I always consider enteramine as my firstborn daughter”. In
Patricia Mack-Whitaker-Azmitia, The Discovery of Serotonin and its Role in
Neuroscience, op. cit.
46
Vittorio Erspamer, Il decennio del cervello, op. cit., in Lucia Negri, Vittorio
Erspamer (1909-1999), op. cit., p. 105.
Si veda anche di Vittorio Erspamer, Half century of comparative research on biogenic
amines and active peptides in amphibian skin and molluscan tissues, in “Comparative
Biochemistry and Physiology”, vol. 79 parte C, n. 1, 1984, pp. 1-7.

80
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accademico comparativo per acquistare un valore biologico del tutto


generale. Quasi tutti i peptidi della pelle di anfibio hanno infatti rive-
lato di possedere contropartite nei tessuti di mammifero, soprattutto
intestino e cervello”47. Due anni dopo, nell’aggiornamento di uno
studio dedicato ai peptidi del ‘triangolo cervello-intestino-pelle’, il
professor Erspamer e il suo team di ricerca scrivono: “È oramai
conoscenza comune che la ricerca nel campo dei peptidi biologica-
mente attivi dei mammiferi è stata continuamente e sostanzialmente
stimolata ed arricchita dalla ricerca eseguita sui peptidi estratti dalla
pelle di anfibio. Ci sono state diverse occasioni in cui la scoperta di
un nuovo peptide nel cervello e/o nell’intestino dei mammiferi è
stata annunciata da studi precedenti sullo stesso, o strettamente cor-
relato, peptide anfibio. Gli studi sui peptidi della pelle degli anfibi
sono serviti a chiarire la struttura peptidica del cervello e dell’inte-
stino dei mammiferi”48.
Come ci racconta la dottoressa Negri, “nel corso degli anni Erspa-
mer raccoglie più di cinquecento specie di anfibi, provenienti da tutto
il mondo, e molti organismi marini, soprattutto molluschi ma anche
attinie e altre specie. Con spirito da autentico esploratore, non esita
nemmeno a dirigere personalmente le spedizioni dalle Ande del Cile
alla barriera corallina australiana al Sudafrica”49. Tra le innumerevoli
specie di anfibi analizzate negli anni dal professor Erspamer e dal suo
team di ricerca, le raganelle appartenenti alla sottofamiglia delle
Phyllomedusinae sono da questi riconosciute essere tra le più ricche di
peptidi attivi, come si può dedurre da uno studio a loro dedicato nel
quale vengono definite come “una formidabile fabbrica e magazzino

47
Vittorio Erspamer, Sostanze Bioattive: dalla pelle di un anfibio al cervello di uomo.
Prolusione tenuta alla inaugurazione del 205° Anno Accademico dell’Accademia
Nazionale delle Scienze, marzo 1987, sul sito: http://www.accademiaxl.it/
biblioteca/virtuale
48
Vittorio Erspamer, Tindaro Renda, Loredana d'Este, Aldo Fasolo, Larry H.
Lazarus, Francesco Minniti, Brain-gut-skin peptides: An update overview, in
“Archives of Histology and Cytology”, vol. 52, n. suppl., feb. 1989, pp. 317-323, sul
sito: http://www.researchgate.net/publication/
20644931_Brain-gut-skin_peptides_An_update_overview
49
Lucia Negri, Vittorio Erspamer (1909-1999), op. cit., pp. 107-108.

81
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di una varietà di peptidi attivi”50. Tuttavia, i tesori conservati sulla pelle


di queste speciali raganelle dell’Amazzonia non finiscono qui. Dalla
fine degli anni ’70, il professor Erspamer e il suo team, si concentrano
in modo particolare sullo studio dei peptidi ad attività oppioide, pep-
tidi che: “sono esclusivi delle rane arboree, del genere Phyllomedusa,
che vivono in Amazzonia”51. In particolare, “due famiglie di peptidi
contenuti nel secreto della pelle di questi anfibi: la dermorfina (anal-
gesico almeno duecento volte più potente della morfina) e la deltor-
fina (analgesico ed euforizzante). Questi peptidi e loro analoghi di sin-
tesi utilizzati ormai da ricercatori di tutto il mondo sono stati
fondamentali per caratterizzare il ruolo funzionale dei recettori
oppioidi”52.

L’enorme portata della ricerca condotta dal professor Vittorio


Erspamer è stata riconosciuta da più parti. Eloquente in tal senso, il
ritratto presentato da Rita Levi Montalcini in occasione della candi-
datura al Nobel del professore Erspamer, ritratto che ci restituisce lo
spessore e l’importanza che queste ricerche hanno avuto e continuano
ad avere all’interno e all’esterno della comunità scientifica: “Il risultato
di più di 50 anni di ricerche condotte dal dottor Erspamer nel campo
della biochimica e della farmacologia comparate ha consentito l’iden-
tificazione, la caratterizzazione strutturale, la sintesi in laboratorio e lo
studio farmacologico generale di diciassette nuove amine biogene e
più di 50 peptidi bioattivi appartenenti a dieci famiglie distinte. I suoi
studi hanno portato alla scoperta che quasi tutti i peptidi trovati nella
pelle delle rane di varie specie hanno dei corrispettivi in molecole
simili presenti nei tessuti gastrointestinali e nel cervello dei mammiferi,
portando così alla luce il triangolo cervello-intestino-pelle. Vittorio
Erspamer ha commentato i risultati raggiunti nel corso di una vita
spesa nella ricerca con queste parole di grande modestia: «Come fre-

50
Vittorio Erspamer, Pietro Melchiorri, Giuliana Falconieri Erspamer, Pier Carlo
Montecucchi, Roberto de Castiglione, Phyllomedusa skin: a huge factory and store-
house of a variety of active peptides, in “Peptides”, vol. 6, suppl. 3, feb. 1985, pp. 7-
12.
51
Lucia Negri, Vittorio Erspamer (1909-1999), op. cit., p. 111.
52
Ivi

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quentemente accade, il successo dei nostri sforzi è stato l’esito della


combinazione di diversi ingredienti: una buona preparazione biolo-
gica, molta fortuna, tenacia e fantasia». Il biochimico Viktor Mutt,
pubblicando nel 1981 sulla rivista “Peptides” un apprezzamento del-
l’opera di Vittorio Erspamer, ha affermato molto più eloquentemente:
«È evidente che nel dare avvio a studi su larga scala della presenza di
sostanze farmacologicamente attive nelle specie al di fuori dei mam-
miferi, Vittorio Erspamer ha fatto per il nostro secolo quello che fecero
circa cinque secoli fa due suoi connazionali, Cristoforo Colombo da
Genova e Amerigo Vespucci da Firenze: ha scoperto un continente da
esplorare»”53.

Non è questa la sede per soffermarci sui motivi che hanno portato
al mancato conferimento di questo prestigioso premio ad uno scien-
ziato di cotanto spessore. Vale tuttavia la pena considerare quanto
scritto dal professor Paolo Nencini nel suo articolo Bovet, Erspamer e
le sostanze naturali, in cui egli compara l’attività dei due scienziati attivi
a Roma nello stesso periodo: Daniel Bovet – al quale il premio Nobel
è stato conferito nel 1957 – e Vittorio Erspamer. Afferma il professor
Nencini: “a poco più di cinquant’anni dal conferimento del premio
Nobel, i farmaci studiati da Bovet trovano ormai scarso interesse e non
solo terapeutico. Lo stesso destino non è stato riservato alle molecole
studiate da Erspamer: ben allineate sugli scaffali della storia naturale,
molte di esse sono oggetto del sempre vivo interesse scientifico di stu-
diosi attivi in differenti campi delle scienze biomediche”54. Nel 1990,
come racconta la dottoressa Negri, a chi gli chiedeva che cosa pensasse
di questo mancato riconoscimento, il professor Erspamer rispondeva:
“Mah, non so bene cosa dire. Ne ho parlato anche con mia moglie55, e
53
Rita Levi Montalcini, il documento è conservato presso il Fondo Vittorio Erspamer,
Biblioteca di Storia della Medicina, Sapienza-Università di Roma. La citazione di
Mutt è tratta da: Viktor Mutt, An Appreciation of the Work of Vittorio Erspamer, in
“Peptides”, vol. 2, suppl. 2, feb. 1981, pp. 3-6.
54
Paolo Nencini, Bovet, Erspamer e le sostanze naturali, op. cit., p. 32.
55
Giuliana Falconieri Erspamer, compagna di vita e di lavoro, ha fatto parte del team
di ricerca di Vittorio Erspamer sin dal 1962 ed è stata docente di Farmacologia pres-
so l’Istituto di Farmacologia della Sapienza - Università di Roma.

83
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direi questo: io, per me, sono assolutamente calmo e tranquillo. Certo
che però una cosa tanto importante avrebbe avuto una ‘ricaduta’ sulle
ricerche, sui miei collaboratori”56.

La ricerca di Vittorio Erspamer sulla secrezione della Phyllomedusa


bicolor: sette potenti peptidi bioattivi
Giovanni Lattanzi

Verso la fine degli anni ’80, il professor Erspamer ha contattato il


giornalista americano Peter Gorman che per primo aveva dato un
resoconto sugli effetti su esseri umani della applicazione della secre-
zione della Phyllomedusa bicolor. Gorman aveva avuto modo di pro-
vare il Kambo, per la prima volta, nel 1985 quando si era recato in
Amazzonia presso la tribù dei Matsés. Nella loro tradizione questa
secrezione è conosciuta col nome di sapo, parola spagnola che signi-
fica rospo e che i Matsés usano impropriamente per via della loro poca
dimestichezza con la lingua. Come scrive Peter Gorman nel suo libro
Sapo in my Soul57, il professor Erspamer era desideroso di scoprire se
il sapo facesse parte di una delle tante rane da lui raccolte in Amazzo-
nia e studiate parecchi anni prima. In queste ricerche Erspamer aveva
potuto isolare nella pelle di questi anfibi un gran numero di peptidi
presenti anche nel cervello e nell’intestino umano. Poter dimostrare,
scriveva Erspamer, che una di queste rane era già in uso presso gli
umani, avrebbe rappresentato una scoperta fondamentale, una svolta
radicale degli studi scientifici sul cervello umano e sulle applicazioni
mediche di questi peptidi.

Nel suo scambio epistolare con Peter Gorman successivo all’ana-


lisi della secrezione del Kambo, il professor Erspamer ha scritto:“que-
sta secrezione contiene un fantastico cocktail chimico con un poten-
ziale terapeutico ineguagliato da nessun altro anfibio. […] Tra le
diverse decine di peptidi trovati nella secrezione del Kambo, fino al

56
Vittorio Erspamer. L’uomo che rubò ad una rana l’idea da Nobel, intervista del
“Corriere della sera”, 12 novembre 1990, in Lucia Negri, Vittorio Erspamer (1909-
1999), op. cit., p. 111.
57
Peter Gorman, Sapo in my Soul, op. cit., p. 30.

84
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7% sono bioattivì”58, cioè causano delle reazioni chimiche nel corpo


umano legandosi a recettori situati nel cervello. Lo studio del team di
Erspamer è stato pubblicato nel 1993 sulla rivista “Toxicon”59 ed ha
evidenziato la presenza di sette peptidi bioattivi che hanno un potente
effetto sui muscoli del tratto gastrointestinale, sulla secrezione gastrica
e pancreatica, sulla circolazione sanguigna, sulla stimolazione della
corteccia surrenale e sulla ghiandola pituitaria. Il termine ‘bioattivo’
indica che la secrezione non agisce come un agente esterno che causa
un effetto nel corpo come potrebbe fare una medicina, una sostanza
stupefacente o un veleno, ma permette al corpo di espletare appieno
delle funzioni naturali, funzioni che il corpo umano espleta in condi-
zioni di bisogno, nel caso in cui si trovi a doversi difendere, ad esem-
pio, da intossicazioni, infiammazioni, dolore acuto o nel caso di biso-
gno di adrenalina, per affrontare situazioni stressanti e minacce
causate dall’ambiente naturale e sociale. Nella sua ricerca, il professor
Erspamer esclude che la secrezione abbia effetti psicotropi o ‘alluci-
nogeni’, né tantomeno, come spiega Gorman, può creare dipendenza
in quanto la reazione che provoca è endogena, cioè viene prodotta dal
corpo stesso. I peptidi agiscono come una chiave che apre delle porte;
nel corpo umano, queste porte sono determinati recettori del cervello.
Erspamer afferma che gli effetti magici riportati da Gorman potreb-
bero essere dovuti alla assunzione di altre sostanze in uso presso la
tribù dei Matsés60. Difatti Peter Gorman riporta che i Matsés lo ave-
vano introdotto alla pratica della ‘caccia magica’ durante la quale oltre

58
Peter Gorman, Making Magic, op. cit. 36.
59
Vittorio Erspamer, Giuliana Falconieri Erspamer, Cinzia Severini, Rosa Luisa
Potenza, Donatella Barra, Giuseppina Mignogna, Antonio Bianchi, Pharmacological
studies of ‘sapo’ from the frog Phyllomedusa bicolor skin: a drug used by the Peruvian
Matses Indians in Shamanic Hunting Practices, in: “Toxicon”, vol. 31, n. 9, sett. 1993,
pp. 1099-1111.
60
“With regard to the central magic effects of sapo, things are perhaps more compli-
cated. It is possible, in some cases certain, that before or after sapo, the Matses (espe-
cially the Amahuaca) take other drugs such as «Banisteropsis» vine or «Nü-nü»
snuff, which may have more or less potent allucinogenic effects. Thus it is difficult to
decide how much of the ecstatic trance experience may be ascribed to the frog poi-
son and how much to other drugs. It should be stressed, however, that Gorman has
experienced central effects, «to feel like god» after application of sapo alone”, in ivi,
p. 1102.

85
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al Kambo gli era stato somministrato il Nü-nü, un tabacco da naso che,


preso ad elevate quantità prima della sessione di caccia, secondo i Mat-
sés darebbe la capacità di visualizzare, tramite visioni, le prede che
saranno catturate, nonché il posto e l’ora in cui la caccia avrà successo.
Il termine ‘bioattivo’ utilizzato da Erspamer per indicare i peptidi della
Phyllomedusa bicolor, è antitetico al concetto di ‘allucinogeno’, come
spiega bene Gorman in Sapo in my Soul61.

Due dei peptidi scoperti da Erspamer sono la dermorfina e la del-


torfina: si tratta di potenti peptidi oppioidi62, quasi identici alle beta-
endorfine che il corpo umano produce in caso di dolore, dagli effetti
simili a quelli della morfina. Il sapo essenzialmente non crea dipen-
denza in quanto i recettori oppioidi correlati a questi peptidi si chiu-
dono nel momento in cui hanno rilasciato le deltorfine e le dermorfine
di cui ha bisogno il corpo, al contrario di sostanze quali eroina e
cocaina che proprio in quanto NON bioattive mantengono aperti que-
sti recettori senza dar loro la possibilità di richiudersi completamente,
provocando quindi tolleranza e bisogno di aumentarne la dose. Que-
sta è anche una delle ragioni per cui il Kambo è risultato efficace nel
trattamento di alcune tossicodipendenze63. Come afferma il professor
Gabor Maté64 nel suo In the Realm of Hungry Ghosts 65, gli esseri umani

61
Peter Gorman, Sapo in my Soul, op. cit., p. 40.
62
Cfr la voce Oppioidi curata da Vittorio Erspamer per l’Enciclopedia Treccani, sul
sito: http://www.treccani.it/enciclopedia/oppioidi_%28Universo_del_Corpo%29/
63
Si veda il capitolo 8 di questo libro, Kambo e tossicodipendenze.
64
Gabor Maté (1944) medico canadese di origini ungheresi specializzato nello studio
e il trattamento della dipendenza, ampiamente riconosciuto per la sua prospettiva su
ADD (sindrome da deficit di attenzione) e la sua ferma convinzione della connessio-
ne tra mente e salute del corpo. Il dott. Gabor Maté è cofondatore di Compassion for
Addiction, una associazione non profit focalizzata sulla dipendenza ed è un consu-
lente di Drugs over Dinner [http://drugsoverdinner.org/#who]. Ha ricevuto il Hubert
Evans Prize per la letteratura non fiction; una Honorary Degree (Giurisprudenza)
dalla University of Northern British Columbia; un Outstanding Alumnus Award dalla
Simon Fraser University e, nel 2012, il Martin Luther King Humanitarian Award dalla
associazione Mothers Against Teen Violence [http://www.matverie.org]. È professore
associato presso la facoltà di Criminologia della Simon Fraser University (Canada).
65
Gabor Maté, In the Realm of Hungry Ghosts, Berkeley, North Atlantic Books
Publication, 2008.

86
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non sono le sole creature a disporre di un sistema innato di peptidi


oppioidi. Persino organismi monocellulari producono endorfine. Non
sorprende che le endorfine abbiano su di noi esattamente lo stesso
effetto di quello prodotto da oppioidi di origine vegetale: si tratta di
potenti alleviatori di dolore sia nel suo aspetto fisico che emotivo66.
Secondo le ultime scoperte scientifiche gli aspetti fisici ed emotivi del
dolore vanno sempre insieme, sono due aspetti correlati dello stesso
fenomeno, avendo sede nella stessa parte del cervello, il talamo.
Aggiunge il professor Gabor Maté che oltre alla loro capacità di alle-
viare il dolore, le endorfine svolgono altre funzioni essenziali per la
vita. Sono degli importanti regolatori del sistema nervoso autonomo,
la parte non sottoposta al controllo cosciente. Le endorfine possono
essere definite, a ragione, le molecole delle emozioni. Agiscono su
molti organi del corpo, dal cervello al cuore agli intestini. Influenzano
cambiamenti di umore, attività fisica e sonno, regolano la pressione del
sangue, il battito cardiaco, il respiro, i movimenti intestinali e la tem-
peratura del corpo. Modulano addirittura il sistema immunitario”67.
Di seguito la lista dei peptidi isolati nella secrezione della rana
Kambo dal professor Erspamer e il suo team, con i relativi effetti bio-
logici:
Fillomedusina ha un potente effetto sull’intestino e contribuisce ad
una sua purificazione profonda68.
66
“Humans are not the only creatures who have an innate opiate system. We share
this pleasure with other near and distant relatives on the evolutionary ladder. Even
one-celled organisms produce endorphins. Not surprisingly, endorphins do for us
exactly what plant-derived opioid can do: they’re powerful soothers of pain, both
physical and emotional”. In ivi, p. 159.
67
“Beyond their soothening properties, endorphins serve other functions essential to
life. They are important regulators of the autonomic nervous system – the part that
is not under our conscious control. They effect many organs in the body, from the
brain and the heart to the intestines. They influence mood changes, physical activity
and sleep and regulate blood pressure, heart rate, breathing, bowel movements, and
body temperature. They even modulate our immune system ... Endorphines have
been well described as ‘molecules of emotions’” in ivi.
68
Cfr. Vittorio Erspamer, Giuliana Falconieri Erspamer, Cinzia Severini, Rosa Luisa
Potenza, Donatella Barra, Giuseppina Mignogna, Antonio Bianchi, Pharmacological
studies of 'sapo' from the frog Phyllomedusa bicolor skin: a drug used by the Peruvian
Matses Indians in Shamanic Hunting Practices, op. cit., p. 1106.

87
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Fillochinina e fillomedusina sono potenti vasodilatatori. La dilata-


zione dei vasi sanguigni provocata da questi peptidi aumenta la per-
meabilità della barriera emato-encefalica facilitando così l’accesso al
cervello, non solo di questi due peptidi, ma anche degli altri peptidi
bioattivi69.
Caeruleina e sauvagina causano una diminuzione della pressione
arteriosa accompagnata da tachicardia, stimolano la corteccia surre-
nale e la ghiandola pituitaria, ciò contribuisce ad elevare la percezione
sensoriale e ad aumentare la resistenza fisica. Migliorano in generale la
capacità del corpo di affrontare dolore e situazioni stressanti70. I risul-
tati di un studio condotto di recente dallo Sanford-Burnham Medical
Research Institute in California hanno provato che la ceruleina, una
volta iniettata nel pancreas, lo mette in condizione di trasformare le
proprie cellule in Cellule Beta che in questo modo inducono il pan-
creas a riprendere la produzione di insulina71.
Dermorfine e deltorfine sono potenti peptidi oppioidi. Secondo
Erspamer esse sono 500-1000 volte più forti della morfina, e rispetti-
69
In ivi, p. 37.
Si veda anche: Ada Anastasi, Giulio Bertaccini, Vittorio Erspamer, Pharmacological
data on phyllokinin, bradykinyl, isoleucyl, tyrosin 0-sulphate, and bradykinyl-isoleucyl-
tyrosine, in “British Journal of Pharmacology and Chemotherapy”, vol. 27, n. 3, 1966,
pp. 479-485.
Anche in: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1510924/pdf/
bripharmchem00025-0039.pdf
Si legga anche il resoconto di Peter Gorman nel suo Making Magic, op. cit.
70
In ivi.
Si vedano inoltre:
- Andrea Agosti, Stefano Biasioli, Giulio Bertaccini, Action of Cerulein on Gastric
Secretion in Man, in “Gastroenterology”, vol. 59, 1970, pp. 727-730.
- Andrea Agosti, Giulio Bertaccini, Nasal Absorption of Caerulein, in “The Lancet”,
vol. 293, n. 7594, mar. 1969, pp. 580-581.
- Vittorio Erspamer, Giuliana Falconieri Erspamer, Giovanna Improta, Lucia Negri,
Roberto de Castiglione, Sauvagine, a new Polypeptide from Phyllomedusa sauvagei
Skin, in “Naunyn-Schmiedeberg's Archives of Pharmacology”, vol. 312, n. 3, lug.
1980, pp. 265-270, sul sito:
http://link.springer.com/article/10.1007/BF00499156#page-2.
71
Lo studio è del 2014. Si veda a questo proposito:
http://www.medicinaeinformazione.com/la-ceruleina---sostanza-contenuta-sulla-
pelle-delle-rane---stimola-il-pancreas-a-produrre-cellule-beta---allo-studio-farmaci-
per-nuove-terapie-contro-il-diabete-di-tipo-1.html

88
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vamente 18 e 39 volte più forti delle endogeniche beta-endorfine72.


Entrambi questi peptidi hanno un forte effetto analgesico prodotto
spontaneamente dal corpo in condizione di dolore dovuto per esem-
pio a coliche renali, insufficienza vascolare periferica e cancro73.
Agli inizi degli anni ’90 presso il National Institutes of Health
(NIH) di Bethesda negli Stati Uniti, è stato scoperto un nuovo pep-
tide, l’ottavo della serie, dal team di John Daly74, in collaborazione con
Peter Gorman in virtù dei suoi studi sul campo. Si tratta dell’adenore-
gulina, che agisce nel corpo umano attraverso l’adenosina, un recet-
tore collegato alla produzione di energia all’interno delle cellule75.
Queste ricerche scientifiche hanno aperto delle nuove prospettive sul
funzionamento del cervello umano e sulla possibilità di curare depres-
sione, epilessia, ictus e disturbi cognitivi come l’Alzheimer.
Dallo scambio di corrispondenza avuto col professor Erspamer,
Peter Gorman riporta che secondo lo scienziato italiano le ricerche
sulla stimolazione dei recettori cerebrali procurata dai peptidi conte-
nuti nella secrezione del Kambo, rappresentano un fertile campo di
studi il cui esito potrebbe coprire una vasta gamma di potenzialità
terapeutiche: disordini che minacciano le funzioni del cervello, infiam-
mazioni, problemi di circolazione del sangue e disfunzioni collegate
72
In ivi.
73
Maria Broccardo, Vittorio Erspamer, Giuliana Falconieri Erspamer, Giovanna
Improta, Giorgio Linari, Pietro Melchiorri, Pier Carlo Montecucchi, Pharmacological
data on dermorphins, a new class of potent peptides from amphibian skin, in “British
Journal of Pharmacology”, vol. 73, 1981, pp. 625-631.
Cfr. anche: Lucia Negri, Giuliana Falconieri Erspamer, Cinzia Severini, Rosa Luisa
Potenza, Pietro Melchiorri, Vittorio Erspamer, Dermorphin-related peptides from the
Skin of Phyllomedusa bicolor and their Amidated analogs activate two mu opioid
Receptor subtypes that modulate Antinociception and catalepsy in the rat, in
“Proceedings of the National Academy of Sciences”, vol. 89, n. 15, ago. 1992, pp.
7203-7207.
74
John Daly (1933) ha diretto il laboratorio di chimica bio-organica del National
Institutes of Health (NIH) di Bethesda, Maryland, Stati Uniti.
75
John W. Daly, Jimmy Cáceres, Roger W. Moni, Fabian Gusovsky, Malcolm Moos Jr,
Kenneth B. Seamont, Katharine Milton, Charles W. Myers, Frog secretions and hun-
ting magic in the upper Amazon: identification of a peptide that interacts with an ade-
nosine receptor, in “Proceedings of the National Academy of Sciences”, vol. 89, n. 22,
nov. 1992, pp. 10960-10963.

89
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alla ghiandola pituitaria tra cui problemi di tiroide e infertilità in


uomini e donne76.
Altre interessanti potenzialità terapeutiche di questa secrezione –
rilevate dagli studiosi al fine della produzione di prodotti farmacolo-
gici – sono dovute alla capacità di distruggere elementi patogeni quali
microbi e virus77 e di sanare infezioni. A detta degli scienziati che ne
hanno studiato i peptidi, in particolare i peptidi oppioidi e l’adenore-
gulina, la secrezione prodotta dal Kambo risulta essere uno tra i più
potenti antibiotici e anestetici naturali finora conosciuti nel mondo ed
è anche il più forte sostegno naturale in grado di potenziare il sistema
immunitario78. I trattamenti di Kambo hanno degli effetti a breve e
lungo termine. Come scrive Peter Gorman nel suo articolo Making
Magic: “a breve termine gli effetti sono uno stato di allerta, buon
umore, maggiore resistenza alla stanchezza, alla fame e alla sete”79.
Altri effetti riscontrabili in chi riceve questi trattamenti e che possono
durare per diversi giorni o anche settimane sono una maggiore capa-
cità di concentrazione, un aumento di energia, chiarezza mentale e
alleviamento della pressione causata da emozioni negative. Gli effetti
a lungo termine sono la resistenza alla fatica e il miglioramento delle
proprie condizioni di salute. Mi è capitato spesso di sentire varie per-
sone affermare che da quando ricevono il Kambo non si ammalano più
o non più intensamente come prima. L’adenoregulina svolge un ruolo
molto importante per quanto riguarda la capacità del corpo umano di
reagire dall’attacco di microbi e batteri. Un sistema difensivo in buono
stato è l’alleato migliore nel caso di attacchi di questo tipo. Con il
Kambo abbiamo la possibilità di risvegliare il potenziale naturale del
corpo. Le persone che ricevono regolarmente questo vacina do sapo,
76
Peter Gorman, Sapo in my Soul, op. cit., pp. 40-41.
77
Ivi
78
John W. Daly, Jimmy Cáceres, Roger W. Moni, Fabian Gusovsky, Malcolm Moos Jr,
Kenneth B. Seamont, Katharine Milton, Charles W. Myers, Frog secretions and hun-
ting magic in the upper Amazon, op. cit.
Si veda anche di Raffaella Ripa, Studio di peptidi antimicrobici dell’immunità innata:
possibili applicazioni in capo medico e agro-alimentare, tesi di dottorato in Scienze
Biotecnologiche XXIII ciclo, Università Federico II di Napoli, pubblicata online sul
sito http://www.fedoa.unina.it/8084/1/Ripa_Raffaella_23.pdf
79
Peter Gorman, Making Magic, op. cit.

90
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hanno molta energia in più per affrontare la giornata. Per ottenere i


migliori risultati è importante ricevere i trattamenti con regolarità e, in
caso, può essere utile una serie di trattamenti intensivi che consiglio
sempre a chi ha già esperienza sia col Kambo che con altri enteogeni.

Durante il trattamento, la secrezione del Kambo, non entra nel corpo


attraverso i vasi sanguigni, come molte persone erroneamente presup-
pongono. Prima dell’applicazione il facilitatore rimuove solo la parte più
superficiale dell’epidermide, lo strato corneo della pelle e applica la
secrezione sullo strato lucido dell’epidermide che non è irrorato da vasi
sanguigni. La secrezione quindi non entra in contatto diretto col sangue
e viene completamente rimossa a sessione conclusa. Ciò che la rende
attiva per il corpo umano è l’acqua, che rende la secrezione gelatinosa
cosicché una volta applicata sullo strato lucido va ad interagire col
sistema linfatico. La secrezione nella sua forma essiccata non avrebbe
alcun effetto sull’essere umano così come non avrebbe effetto se appli-
cata sullo strato più superficiale dell’epidermide, quello corneo. Tanto è
vero che, dopo un po’ di tempo durante la sessione, quando l’effetto
della secrezione – che nel frattempo è andata essiccandosi – diminuisce,
in genere dopo una decina di minuti, basta bagnarla di nuovo con qual-
che goccia di acqua per riattivare il suo effetto sulla persona. Gli studi
scientifici effettuati sulla secrezione del Kambo inducono a supporre
che questa interagisca col sistema linfatico dal quale partono degli input
al cervello. Questa ipotesi è in sintonia con il carattere bioattivo della
sostanza. Nel momento in cui i peptidi aprono i recettori del cervello, il
Kambo scansiona il campo energetico e inizia ad operare dove c’è un
blocco, esattamente laddove ce n’è bisogno. Il processo di guarigione
che si innesca è diverso da persona a persona e il trattamento va ripetuto
o intensificato di conseguenza.

Anche se io stesso, per capirci, chiamo il Kambo una ‘medicina’,


questo in realtà non funziona come una medicina classica, né è omo-
logabile ad una droga sottoponibile ad antidoping. Nei test che sono
stati effettuati a persone che si sono sottoposte a delle sessioni di
Kambo non si rilevano, nel sangue, residui della secrezione del
Kambo, come qualcuno potrebbe aspettarsi. Essendo di natura bioat-

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tiva, i peptidi non agiscono come agenti esterni, non lasciano residui
nel corpo. Il Kambo ristabilisce il funzionamento naturale degli
organi, il sistema endrocrino e il sistema immunitario. Il corpo riceve
la possibilità di guarire non tramite un agente esterno ma da sé stesso.
Cosa il Kambo non può fare è rimuovere l’origine di blocchi emotivi,
provenienti da esperienze traumatiche. Con l’espulsione della bile dal
fegato si ottiene un notevole alleviamento dalle emozioni negative, tut-
tavia, in mancanza di un preciso e lungo lavoro col proprio intento
oppure di condizioni ambientali favorevoli, la radice del problema che
crea rancore e paura rimane.

Cap. 6
Esperienze con il Kambo

La vera natura del Kambo


Simon Scott
Il Kambo, un maestro di alchimia, ci ricorda la nostra intima rela-
zione con la vita. Il Kambo rimuove sistematicamente i blocchi che ci
separano dallo Spirito e compie questa operazione purificando le
nostre visioni distorte, le impurità che si trovano nei cinque strati del
nostro essere. In questo modo il Kambo pulisce non solo il fisico, ma
la sua azione coinvolge anche i livelli emozionale, causale80 e spiritua-
le delle nostre vite.
Il Kambo promuove la comprensione delle nostre sensazioni por-
tando a galla quello che da tanto tempo è stato soppresso e dimenti-
cato. Rimuovendo, strato per strato, queste impurità, vale a dire i resi-
dui nocivi e non ancora processati delle sensazioni del passato,
cominciamo a manifestare il nostro Sé autentico. Il Kambo ci aiuta a
trovare la nostra strada promuovendo una comprensione più pro-
fonda di noi stessi e di tutto ciò che ci circonda. Tanto più diventiamo
chiari e ci mettiamo in risonanza, quanto più ci sincronizziamo con ‘ciò

80
Il corpo causale nella religione vedica è considerato un corpo sottile che è all’origi-
ne di ignoranza; è analogo al concetto di Karma in quanto indica le vite precedenti
che sono le cause di quello che siamo e che saremo (n.d.t.).

92
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che è’. In questo stato di risveglio, la gioia e la felicità sono a portata


di mano in quanto, dopo tutto, sono il nostro stato naturale, ciò che
siamo veramente. Trascorrendo sempre più tempo in questo spazio,
cominciamo a padroneggiare quello che è stato chiamato la zona, uno
stato intenso di concentrazione, altamente motivato, uno spazio che
molti sportivi e campioni conoscono, è lo spazio dove si sviluppano il
nostro potere personale, le nostre abilità e il nostro magnetismo. È lo
spazio che ci permette di influenzare fortemente il nostro destino.
Ovviamente ci sono molti sentieri spirituali per manifestare la com-
prensione: la meditazione, le piante maestro o persino un Guru, ma il
Kambo è uno dei sentieri più rapidi per accelerare dei progressi. La
combinazione di Yoga, meditazione, Ayurveda con il Kambo, perso-
nalmente, è stata una rivelazione e le mie condivisioni sul sito kambo-
cleanse.com riflettono questo spostamento di attenzione81.

Grazie ad un approccio olistico rispetto alla purificazione di


corpo, mente e spirito, la nostra crescita risulta fortemente potenzia-
ta dall’utilizzo del Kambo come parte integrante della nostra pratica.
La medicina del Kambo è come una ‘doccia’ che lava via tutte le ener-
gie negative, fisiche e mentali, che ci impediscono di vivere una vita
equilibrata ed in pace. Quando permettiamo alle tossine emotive di
ostacolare un modo sano di guardare alla vita o quando ci sentiamo
in una specie di palude emotiva, è sicuramente il momento di fare il
Kambo.

Molte persone hanno descritto le loro esperienze con il Kambo


come una vera rinascita, come se fossero passate attraverso un porta-
le oltre in quale non sono più le stesse. Dopo una sessione di Kambo
diverse persone hanno realizzato i sogni che tenevano nel cassetto e
hanno trovato dei modi per soddisfare le loro aspirazioni più profon-
de. Il Kambo ha riacceso il loro coraggio e la capacità di ri-conoscere
sé stessi ad un livello più profondo, lasciando andare quello che le
faceva tirare indietro e permettendo loro di abbracciare la propria più
elevata felicità. Il Kambo ha la stessa natura di una piovra, profonda-
mente intelligente e attenta al suo ambiente.
81
Si veda il capitolo 18 di questo libro Esperienze in Occidente.

93
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Una sessione di Kambo non è mai la stessa perché voi non siete
mai gli stessi. Ogni volta che decidete di fare il Kambo la vostra espe-
rienza è unica e ignota. Un completo lasciar andare di ciò che ‘pensa-
te’ che stia accadendo vi permette di approfondire ciò che ‘sta’ real-
mente accadendo. Dal Kambo impariamo che ‘lottare’ contro la
nostra trasformazione non è un atteggiamento saggio e non ci rende
mai le cose più comode. Il Kambo ci insegna sempre che è molto più
fruttuosa la strategia del lasciar andare. Che il Kambo vi faccia vomi-
tare, sudare, tremare, piangere o vi porti in uno stato di beatitudine,
potete essere sicuri che c’è una trasformazione in atto.

Durante gli anni ho assistito ad una vasta gamma di reazioni della


gente mentre faceva il Kambo; le più buffe sono state quelle del tipo
‘Ma chi diavolo me l’ha fatto fare?’ che, un’ora dopo cambiava in “È
stato fantastico, quando posso rifarlo di nuovo?”. In migliaia di appli-
cazioni alla gente di tutte le età e condizioni di salute, il Kambo non
ha mai fallito nell’effettuare una profonda esperienza trasformativa.
La rana è un simbolo universale che indica la capacità di abbracciare
il proprio potere personale. Ci ricorda di non impaludarsi nella vita
quotidiana. Grazie al Kambo date a voi stessi il sostegno e l’energia
necessari per recuperare la vostra vera natura e vi date il permesso di
irradiare luce.

La mia esperienza con il Kambo


Giovanni Lattanzi

Ho imparato a dare trattamenti di Kambo dal brasiliano César, che


è stato – a quanto ne so – il primo curandero ad applicare con rego-
larità il Kambo in Europa. Lui stesso, prima di trasferirsi in Europa,
aveva imparato da Fernando Katukina – che ha preso il nome da una
delle piccole tribù da cui proviene questa medicina sciamanica – il
quale si era recato alla chiesa del Santo Daime di San Paolo del Brasile
per dare il Kambo alle persone che vivono in città. Ho cominciato a
ricevere trattamenti di Kambo nell’ottobre del 2006 durante
l’Encontro Europeo del Santo Daime nei Paesi Bassi. Da allora, per 3
anni ho ricevuto trattamenti e, preso dall’entusiasmo per questa sor-

94
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prendente medicina sciamanica, ho organizzato io stesso sessioni di


Kambo per César nei Paesi Bassi.

Il Kambo è stato una grande benedizione per la mia vita, mi ha aiu-


tato enormemente a migliorare gravi problemi di salute che nessuna
terapia aveva risolto, in particolare un problema che avevo da molti
anni all’intestino e un senso di stanchezza che mi portavo dietro da
quando, nel 1998, l’epatite C si era manifestata all’improvviso dopo un
lungo periodo di incubazione. I primi segni di un netto miglioramento
li ho avuti bevendo l’Ayahuasca. Era intorno al 2002. Le prime espe-
rienze le ho fatte ad Amsterdam con un paio di sciamani peruviani,
Nanki e suo cugino (del quale non ricordo il nome) poi con una curan-
dera brasiliana, Yatra, per molto tempo affiliata al Santo Daime brasi-
liano, poi divenuta samnyasin nella tradizione di Osho. In una delle
mie prime cerimonie di Ayahuasca cui ho partecipato con il cugino di
Nanki ho avuto un’esperienza particolare che non si è mai più ripetuta
in tutti gli anni seguenti durante i quali ho continuato a berla. La ceri-
monia si teneva in una sala di un edificio nel quartiere Joordan, nel
cuore di Amsterdam. Avevo l’influenza, l’effetto della bevanda era
stato particolarmente forte. Circa mezz’ora dopo aver bevuto il mio
bicchiere di Ayahuasca mi sono sentito molto debole. Sono riuscito
molto lentamente ad arrivare al bagno. Non avendo la forza per tor-
nare al mio posto nella sala, mi sono seduto su una sedia e all’improv-
viso guardandomi intorno ho visto delle microparticelle luminose
muoversi nello spazio; lo spazio ne era pieno. Si muovevano in maniera
ondulatoria, passavano attraverso il muro, si staccavano dal mio stesso
corpo per continuare il loro viaggio nell’universo. Lo spazio che cre-
diamo solido appariva come uno spazio fluido. Nel 2004 le mie con-
dizioni di salute erano ancora precarie, il mio sistema immunitario era
molto debole e quindi mi ammalavo facilmente specialmente in
inverno. Ad aggravare la situazione, un parassita si era accasato nella
mia pelle e in quella della mia partner. Per tentare di debellare il paras-
sita dovevamo lavare ogni giorno a 90 gradi tutto quello che indossa-
vamo durante il giorno e le lenzuola dove dormivano di notte. Guidato
dall’intuizione e anche dalla forza della disperazione ho deciso di
andare alle Terme dei Papi, un centro termale che si trova nei dintorni

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di Viterbo, a nord di Roma. Lì abbiamo fatto delle cure intensive a


base di bagni di zolfo. Nello stabilimento c’era una bellissima statua
della Vergine Maria che mi ha colpito molto per l’aura di compassione
e di serenità che emanava. Il giorno del nostro rientro ad Amsterdam,
in aereo mi capitò tra le mani una rivista la cui copertina mostrava dei
ragazzi dai volti intrisi di paura e di odio che stavano in piedi su una
camionetta. La rivista annunciava la guerra in Liberia. Dietro la
durezza dei tratti, i volti di quei ragazzi emanavano una sofferenza
senza fine. Probabilmente l’intenso processo di guarigione mi aveva
aperto ad altri canali di consapevolezza. Quell’immagine ha tagliato la
mia coscienza in due come può fare un coltello affilatissimo con un
limone. Il dolore atroce di quei ragazzi è entrato in me e mi ha tra-
sportato inaspettatamente e immediatamente in un’altra dimensione.
Non sono riuscito a sopprimere un urlo che è uscito fuori dalla mia
gola. Per qualche attimo sono stato totalmente sommerso dal dolore
lancinante che si vive in condizioni di guerra e nello stesso tempo è
sorto dentro di me un profondo senso di compassione per l’umanità e
con esso una visione della Vergine Maria che versava lacrime per
quello spettacolo pietoso. Le sue lacrime diventavano le mie stesse
lacrime. La Madonna mi stava mostrando che solo l’energia dell’amore
può trasformare l’odio nel mondo. In quel momento ho avuto la pre-
cisa percezione di ricevere una grazia e di essere guarito dal mio pro-
blema alla pelle. Dopo questa esperienza ho sentito il bisogno di col-
legarmi all’energia della Santa Signora che mi era apparsa in visione e
siccome avevo partecipato in passato a qualche cerimonia del Santo
Daime ho compreso che quello era il contesto spirituale giusto nel
quale avrei potuto ricollegarmi a questa energia. Nell’autunno del
2004, sono quindi approdato alla chiesa cristiano-sciamanica olandese
del Santo Daime, la Ceu da Santa Maria ed ho cominciato a partecipare
a tutti i lavori spirituali, cosa che ho fatto per molti anni e continuo
ancora a fare. Il fondatore della Chiesa – che è nata presso il Rio
Branco in Brasile il secolo scorso – è Mestre Irineu. Grazie all’opera di
diffusione del suo discepolo Padrinho Sebastiao e ora dei suoi figli,
Padrinho Alfredo e Padrinho Valdete, la chiesa e con essa il sacra-
mento del Santo Daime, sta raggiungendo tutto il mondo. Grazie alla
chiesa olandese del Santo Daime sono entrato in contatto col Kambo,

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portato in Europa dal Brasile tramite sciamani e curanderos che fanno


parte o sono affiliati a questa comunità spirituale che ha le sue case-
madri, Jurua e Mapia, nel cuore della foresta amazzonica. Sono nativi
dell’Amazzonia o caboclos che conoscono diverse medicine naturali
della foresta. Fin dal primo trattamento la mia salute ha dato segni di
miglioramento. Malgrado la mia disperazione, il mio intento di avere
un corpo sano stava finalmente attraendo la cura di cui avevo bisogno.
Dopo aver cominciato a ricevere trattamenti molto intensi da César, ho
avuto un incontro molto interessante con un guaritore dello stato di
Acre, in Brasile, di nome Francesquinho da cui ho imparato osservan-
dolo mentre trattava persone con due applicazioni di fila inframmez-
zate da una breve pausa di circa mezz’ora. Nella tradizione dei Katu-
kina così come veniva trasmessa da César, i trattamenti erano invece
rigorosamente singoli. Prima di riconquistare un’ottima forma e di gua-
rire definitivamente dall’epatite C ci sono voluti tre anni di trattamenti
intensivi, dati alla maniera tradizionale, durante i quali mi sono reso
conto delle grandi potenzialità del vacina do sapo, così il Kambo viene
comunemente chiamato in Brasile. Nei tre anni di apprendistato con
César ho ricevuto un trattamento di Kambo al mese ed ho aumentato
il numero delle bruciature fino a raggiungere il numero di 24 larghi
punti in una sessione. Questa esperienza mi ha aiutato a collegarmi pro-
fondamente con lo Spirito del Kambo, a scoprire questa tradizione scia-
manica e a conoscere il Kambo dato nella maniera tradizionale dei
Katukina. Ho cominciato ad esplorare su me stesso e su alcune persone
che venivano alle nostre sessioni l’effetto dei trattamenti doppi che
avevo visto fare da Francesquinho. Ho visto César dare trattamenti di
Kambo a tante persone che venivano alle sessioni con le più svariate
motivazioni. È stata un’esperienza straordinaria.

Ho cominciato io stesso a dare trattamenti nell’ottobre del 2009,


prima in Italia poi nei Paesi Bassi e poco dopo in Finlandia. In quel
periodo, l’approccio iniziale delle mie sessioni era di adattare la medi-
cina del Kambo ai bisogni individuali delle persone che vivono in
Europa, in particolare la quantità di secrezione doveva essere pro-
porzionata alla capacità di ricezione di ogni singola persona. Avevo
notato che molti dei partecipanti alle sessioni di Kambo con César

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trovavano troppo intensi i trattamenti dati alla maniera dei Katukina


e ne ho visti molti rinunciare subito a riceverne nonostante i risultati
fossero positivi. A mio parere l’intensità del processo deve essere
gestibile dalla persona, che deve sentirsi relativamente a suo agio
durante il suo svolgimento. Il metodo dei Katukina, come quello uti-
lizzato in Colombia o in Perù, si basa sull’idea che la persona duran-
te una sessione di Kambo debba fare il suo processo da sola. A me
questa modalità non ha mai convinto fino in fondo. Nella mia espe-
rienza, in alcuni casi la persona va aiutata, ad esempio quando sviene.
Avevo anche osservato che ognuno reagiva ai trattamenti in modo
diverso e che i processi di guarigione differivano. Le esigenze delle
persone erano varie e per questo motivo avevo deciso di seguire le
istruzioni del metodo tradizionale insegnato da César, permettendo-
mi però anche di essere guidato dal mio intuito e di venire istruito
dallo Spirito della rana. È stato interessante vedere i diversi ‘strati’ di
guarigione raggiungibili tramite il Kambo e osservare come la fre-
quenza e l’intensità del trattamento ne amplifichi l’effetto, direi in
maniera esponenziale. Il Kambo ha sempre risposto alle mie doman-
de. Più davo fiducia e mi affidavo a questa medicina, più questa e il
suo Spirito mi restituivano energia, chiarezza e salute.

Mentre sviluppavo il mio metodo di applicazione del Kambo, sono


stato ispirato dalla medicina tradizionale cinese e dalla riflessologia
auricolare e plantare. In quel periodo ero molto affascinato dalla rela-
zione tra punti delle orecchie, organi e parti del corpo. Anche la rela-
zione tra disturbi specifici e combinazioni di punti sui meridiani
secondo la medicina tradizionale cinese, mi interessava molto.
Attraverso lo studio di libri sui rimedi popolari cinesi e i grafici del-
l’agopuntura, ho imparato quali fossero i punti in cui i diversi meri-
diani scorrono attraverso il corpo. Poi ho iniziato ad applicare la
medicina del Kambo sui meridiani corrispondenti all’organo che
necessitava sostegno, a volte sull’orecchio stesso, successivamente
anche sui punti della riflessologia plantare.

Secondo il modo tradizionale di applicare il Kambo si utilizzano le


parti inferiori e quelle superiori del corpo, così come anche la parte

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sinistra e quella destra. A questo uso tradizionale ho aggiunto anche


l’utilizzo dei meridiani dell’agopuntura per ‘pilotarne’ l’effetto. È
sempre utile fare un intake prima del trattamento per sapere se una
delle due parti del corpo è meno forte dell’altra e quindi per decide-
re dove applicare la secrezione. In genere, una combinazione di punti
su diverse parti del corpo ha gli effetti migliori, è più completa, in
quanto va a toccare aree e funzioni del corpo diverse.

Il vacina do sapo è una secrezione in forma essiccata che la rana


Phyllomedusa bicolor produce sulla pelle quando è minacciata da pre-
datori. Quando viene riportata al suo originale stato gelatinoso, la
secrezione viene applicata su piccoli fori fatti preventivamente sulla
superficie della pelle. Di solito il numero varia da 3 a 9, i nativi
dell’Amazzonia usano solo numeri dispari. Il numero dei fori va
aumentato ogni volta per ottenere risultati migliori e una guarigione
ad un livello sempre più profondo. È evidente che questa medicina se
da una parte sul corpo umano non produce tolleranza bensì sensibi-
lità, dall’altra ha anche un potere cumulativo: l’effetto del trattamen-
to precedente sarà ancora in atto se la persona ne riceve un altro a
distanza di non più di un mese, più precisamente entro un ciclo luna-
re di 28 giorni. Un ciclo completo consta sempre di tre trattamenti
dati nel giro di tre cicli lunari. Questa è la regola posta dai caboclos,
i meticci che hanno portato il Kambo dalla foresta pluviale nelle città
del Brasile.

Noto con chiarezza sempre maggiore, che gli effetti più evidenti
del processo di guarigione attraverso cui passa più di una persona che
riceve il Kambo, sono immediati, ma il processo può durare per gior-
ni o settimane e non è soltanto fisico ma anche emozionale e spiritua-
le. Durante la sessione diverse persone sperimentano e rilasciano
emozioni quali tristezza, rimpianto, paura, rabbia, che in qualche
modo sono rimaste bloccate nel loro corpo, avendo ogni emozione
anche una controparte fisica. Durante le sessioni accade che qualcu-
no si mette a piangere o a ridere. Questa espressione di emozioni pro-
fonde successivamente si accompagna sempre ad una sensazione di
sollievo.

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Qualche volta succede che qualcuno si avvicina a questa medicina


con un certo timore. Per chi è timoroso, ho elaborato un approccio
più dolce: comincio con soli uno o due punti e procedo lentamente
nella somministrazione della medicina fino a quando la persona non
vomita. In questo modo anche chi ha timore può raggiungere, in una
maniera più tenue, lo scopo del trattamento che è quello di liberarsi
dalle tossine vomitando o andando in bagno. L’espulsione della bile
indica che il processo di disintossicazione è stato completato. Ho
chiamato questa modalità di somministrazione l’energia femminile del
Kambo perché viene utilizzata la valenza femminile dell’energia del
Kambo; questa modalità è chiaramente diversa dalla maniera maschi-
le di dare il Kambo secondo la quale la medicina si applica tutta insie-
me, cosa che provoca un effetto molto più intenso, ovviamente.
Questo metodo più dolce è specialmente adatto nel caso sia necessa-
ria una certa cautela con coloro che hanno un campo energetico
debole o che sono completamente a digiuno di pratiche sciamaniche.

Precauzioni
Se usato con attenzione e competenza, il Kambo non è pericoloso,
tuttavia è possibile che facilitatori incompetenti e poco esperti abusi-
no di questa medicina sciamanica. Questo accade quando non ne
hanno fatto abbastanza esperienza su di sé; se riducono questa prati-
ca spirituale ad una tecnica; se ignorano quali siano le situazioni che
richiedono cautela e che cosa devono evitare di fare le persone che
ricevono il Kambo prima, durante e dopo i trattamenti. Una dieta
appropriata da seguire per qualche giorno prima della sessione è asso-
lutamente necessaria. È importante sapere cosa è bene prendere o
evitare prima di una sessione. Sempre più persone si avvicinano al
Kambo improvvisando delle diete che non sono compatibili con
questa medicina sciamanica. Da evitare assolutamente è una dieta
basata su acqua distillata o demineralizzata che può provocare una
carenza di sodio nel cervello. I Katukina prescrivono di astenersi dal
sale per 12 ore prima del trattamento, ma nel caso di persone con
pressione bassa l’esclusione del sale va evitata. Per esperienza diretta
ho imparato che l’assunzione di sostanze chimiche presenti negli ali-
menti può rendere più pesante il processo del rigetto, quindi meglio

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evitarle o ridurle al minimo. Tutto quello che viene ingerito 48 ore


prima della sessione avrà delle ripercussioni sul processo indotto dal
Kambo. Se si vogliono evitare dei processi più intensi del necessario
è indispensabile astenersi dall’alcool, come dall’assunzione di droghe.
L’assunzione di sostanze acide quali succo di arancio e limone e altra
frutta acida è da evitare perché questa frutta andrà ad intensificare
eccessivamente l’acidità del rigetto durante la sessione. In Brasile in
alcuni casi viene somministrata l’Ayahuasca qualche ora prima del
Kambo. L’assunzione di Ayahuasca poco prima del Kambo – l’ho pro-
vata un paio di volte – ne amplifica molto il processo, essendo il
Kambo già di per sé un enteogeno abbastanza ‘forte’. È un’esperien-
za che non consiglio. Al contrario di alcuni facilitatori in Brasile, non
credo che per ottenere effetti più positivi sia necessario far sì che
un’esperienza risulti estrema. Essendo per molte persone il processo
indotto dal Kambo già abbastanza intenso, ritengo piuttosto che il
Kambo vada preso senza previa assunzione dell’Ayahuasca e che, in
caso si voglia fare una combinazione dei due enteogeni, l’Ayahuasca
vada assunta dopo il Kambo. Quest’ultimo, pulisce il corpo e la
mente da tossine e prepara così le persone all’esperienza con
l’Ayahuasca che di per sé può essere più spirituale che fisica. Inoltre
il Kambo diminuisce o elimina completamente i notevoli effetti pur-
gativi dell’Ayahuasca in quanto questi sono già stati effettuati dal
Kambo. Io la utilizzo in questo modo da molti anni, con buoni risul-
tati. Avendo un problema intestinale, l’applicazione del Kambo prima
di bere il Daime mi aiuta a vivere l’esperienza spirituale della bebida
sagrada riducendo al minimo gli effetti fisici del processo da questa
indotto. Nel caso di persone con scarsa esperienza con pratiche scia-
maniche, consiglio di prendere uno o più giorni di pausa tra il Kambo
e l’Ayahuasca. Questa pausa aiuta a radicare la persona nel proprio
corpo e ad integrare con più agio il processo facilitato da entrambe
queste medicine sacre.

Per motivi di sicurezza, in Brasile si evita di dare il Kambo a porta-


tori di by-pass coronarico in quanto durante una sessione il battito car-
diaco aumenta sensibilmente per circa 5/10 minuti. La ritengo una
regola molto valida anche in Europa. Altrettanto importante è evitare

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di trattare portatori di stent e altri dispositivi meccanici o elettronici.


Tra i caboclos è risaputo che il Kambo non va applicato alle donne
durante i primi tre mesi di gravidanza. Per motivi di sicurezza in
Europa è meglio evitare di applicare il Kambo durante tutto il periodo
della gravidanza. In genere è da evitare anche l’applicazione del
Kambo alle donne durante il loro ciclo mestruale: l’intensità del pro-
cesso, il rilascio di liquidi, uniti alla perdita di sangue potrebbero inde-
bolire la persona. Per ragioni di buon senso il trattamento di persone
che assumono farmaci va effettuato con cautela. Alcuni farmaci
potrebbero rendere il processo di spurgo più intenso del solito. In
genere le sostanze chimiche hanno degli effetti sul fegato che raccoglie
tutte le tossine del corpo per trasformarle. Il fegato rappresenta l’or-
gano addetto alla disintossicazione da tutti i veleni, compresi quelli
emotivi. Quando il fegato non è in forma, tutto il corpo ne risente. L’ef-
fetto del Kambo sul fegato è di provocare l’espulsione delle tossine che
si accumulano nella cistifellea, quindi un fegato affaticato subirà un
processo più intenso rispetto a uno abbastanza pulito. La bile prodotta
dalla cistifellea assume colorito e densità diversi a seconda del grado
di intossicazione di ognuno. Quando una persona è abbastanza pulita,
la bile espulsa è di color giallo-verdastro, di consistenza trasparente.
Nei casi di maggiore intossicazione risulta molto densa e può essere
addirittura arancione, brunastra o nera.

Dopo aver fallito nella produzione di un farmaco derivato dai pep-


tidi del Kambo, la ricerca scientifica sponsorizzata dalle case farma-
ceutiche si è fermata. È auspicabile che un giorno si compiano ricer-
che sulla compatibilità del Kambo con determinati medicinali. Sino
ad ora casi di incompatibilità non sono stati trovati. Tra i facilitatori
di Kambo in genere vengono scambiate esperienze su questo argo-
mento. Il buon senso suggerisce che se si assumono medicinali che
hanno effetti sul cuore, l’applicazione del Kambo va comunque evita-
ta.

È esperienza comune ai facilitatori che l’assunzione del metadone


non è incompatibile con il Kambo. Al contrario, permettendo il rila-
scio di deltorfine e dermorfine, il Kambo favorisce la scomparsa dei

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sintomi non solo di astinenza ma anche di dolore fisico ed emotivo ad


essa connessi.82 Stando alla mia esperienza e a quella dei miei colleghi,
il Kambo applicato a persone che soffrono della forma cronica della
malattia di Lyme, in particolare in chi ha contratto il virus da diversi
anni, non ha portato ad esiti soddisfacenti. Alle persone che hanno
difficoltà respiratorie è meglio ridurre la quantità di secrezione da
applicare, in special modo durante i primi trattamenti. La modalità
femminile, graduale, di applicare il Kambo, in questi casi è preferibi-
le. Nella mia esperienza di facilitatore, il corpo umano ha bisogno di
tempo per adattarsi all’effetto del Kambo. Una applicazione gradua-
le permette al corpo di rispondere meglio al processo indotto.

Credo che, prima di accettare una persona nello spazio sacro di


una cerimonia di Kambo, bisogna essere al corrente delle sue condi-
zioni fisiche e di quali farmaci fa, eventualmente, uso. In caso di
dubbi circa la compatibilità del Kambo con specifici farmaci, trovo
che sia una buona norma incoraggiare la persona a consultare un
medico. Deve essere chiaro sia ai facilitatori che a coloro che li rice-
vono, che i trattamenti di Kambo non pretendono di essere dei trat-
tamenti medici, né intendono sostituirli. Lo scopo del Kambo non è
di guarire determinate malattie, ma grazie al contatto con lo Spirito
della Rana, di eliminare l’energia negativa, aprire i chakra e rafforza-
re il campo elettromagnetico della persona. Il concetto stesso di
malattia non si confà al contesto di origine del Kambo nel quale esso
viene usato essenzialmente per migliorare delle prestazioni, quali la
caccia, per esercitare la disciplina e la responsabilità sociale.

Attualmente, i risultati ottenuti dai trattamenti di Kambo stanno


creando parecchio entusiasmo in tutto il mondo. Tuttavia, dopo
numerosi anni di esperienza intensa con questo vacina do sapo riten-
go che sia i somministratori di Kambo, che le persone che ne benefi-
ciano, dovrebbero stare attenti a non considerare il Kambo come la
panacea di tutti i mali come invece accade, a scopo di propaganda, ad

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Si veda, di questo libro, il capitolo 5 Kambo: ricerca scientifica e sessioni di guari-
gione.

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alcuni facilitatori non ben informati sull’argomento. Attenzione e


cautela rappresentano la regola numero uno per i facilitatori che
vogliano somministrare il Kambo nei paesi occidentali. Durante un
trattamento la somministrazione graduale aiuta a valutare di quanta
secrezione necessita una persona per ottenere un processo di disin-
tossicazione completo. Malgrado in Brasile e in Perù i trattamenti di
Kambo siano in genere molto forti, in Occidente in diversi casi è
meglio evitare di indurre nella persona un processo intenso. Nei casi
in cui la reazione è molto intensa, mi sembra bene abbassare il fuoco
della medicina e se possibile fare una ‘cottura a fuoco basso’. Il
Kambo somministrato seguendo quella che chiamo ‘l’energia femmi-
nile del Kambo’ è consigliabile anche per la pratica dell’autosommi-
nistrazione del Kambo, come spiego nel prossimo paragrafo.

Il Kambo risveglia la nostra capacità innata di avere degli insight,


cioè degli squarci nella nostra coscienza grazie ai quali all’improvviso
i modelli di comportamento in cui è intrappolata la nostra vita, si
fanno chiari. I condizionamenti della mente svaniscono o si riducono
notevolmente. Abitudini non sane divengono chiaramente riconosci-
bili per quelle che sono. Ci troviamo improvvisamente provvisti del-
l’energia necessaria per superare resistenza mentale e pigrizia e intra-
prendere iniziative che volevamo avviare da molto tempo ma che, per
mancanza di energia e per l’abitudine di seguire i nostri pensieri,
abbiamo continuato a rimandare. Il Kambo ci tende una mano. Le
nostre abitudini malsane diventato rapidamente meno attraenti.

Autoapplicazione
L’autoapplicazione del Kambo è una pratica ben nota tra i nativi
dell’Amazzonia e si sta diffondendo sempre di più anche nei paesi
occidentali dove, peraltro, è in aumento il numero delle persone che
si avvicina al Kambo autoapplicandoselo. Nella foresta amazzonica di
solito sono solamente gli sciamani o i curanderi quelli che si applica-
no la secrezione da soli. Coloro che non sono sciamani preferiscono
non farlo perché credono che l’energia trasmessa dallo sciamano
durante il trattamento sia essenziale per ottenere una buona sessione
e per stabilire una buona connessione con lo Spirito della rana, facili-

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tata dallo sciamano stesso. Nella mia esperienza, ho iniziato ad


autoapplicarmi il Kambo solo dopo una lunga ed intensa iniziazione
che è durata tre anni e di certo non consiglierei di iniziare la pratica
di questa medicina sacra con l’autoapplicazione. Sono giunto a que-
sta conclusione per vari motivi. Prima di tutto, le persone che deside-
rano trarre vantaggio dal vacina do sapo hanno bisogno di entrare
veramente in contatto con l’esperienza di una sessione di Kambo che
non è accessibile senza una seria iniziazione. Il rischio della autoap-
plicazione del Kambo è prima di tutto rappresentato dall’ottenimen-
to di un effetto blando o insignificante. Le persone che iniziano ad
autoapplicarsi il Kambo senza una iniziazione, di solito pensano che
lo stanno facendo in modo corretto e sono convinti di sapere che cosa
sia il Kambo, ma sfortunatamente per loro, nella maggioranza dei casi
tutto questo non corrisponde alla realtà. Conosco persone che senza
ricevere alcuna iniziazione hanno iniziato ad autosomministrarsi il
Kambo, cominciando in seguito a dare trattamenti agli altri; tuttavia,
è stato solo dopo aver ricevuto una seria sessione di Kambo che
hanno compreso quanto questo fosse in effetti diverso da quello che
avevano in mente. È stato il caso di Isaac, curandero di Kambo a
Manhattan che dopo aver partecipato ad un mio workshop per facili-
tatori di Kambo in Messico, ha ammesso che dava il Kambo a tanta
gente senza conoscere veramente questa medicina sciamanica. Non
ne conosceva le potenzialità né le differenti modalità di applicazione.
Chi si applica il Kambo senza previa iniziazione non può essere in
grado di sapere come e quando va dato in una maniera intensiva.
L’autosomministrazione dunque acquista un senso solo dopo aver
ricevuto un’iniziazione da parte di uno sciamano; comunque, anche
in questo caso vanno prese delle precauzioni. Prima di tutto, è neces-
saria la presenza di un assistente. Per essere efficace, una sessione di
Kambo dovrebbe raggiungere in profondità i vari strati del corpo di
dolore, dei blocchi energetici della persona. Uno sciamano sa come
comportarsi quando la persona perde i sensi. È abituato a fronteggia-
re situazioni di questo tipo. Nel caso di persone inesperte che deside-
rano autoapplicarsi il Kambo, ci sono due possibilità: o non raggiun-
gono un livello profondo di processo, oppure rischiano di svenire
durante la sessione. La presenza di un assistente è dunque necessaria

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per accompagnare la persona durante questo processo, a meno che


non si abbia un’esperienza così lunga e profonda con questa medici-
na da non svenire più. Continuando i trattamenti di Kambo la perso-
na tende a svenire meno o a non svenire più. D’altra parte, svenire –
specialmente per le persone meno esperte – è normale e addirittura
auspicabile perché grazie allo svenimento la medicina agisce ad un
livello profondo e quindi in modo particolarmente efficace. Io para-
gono lo svenimento provocato dal Kambo ad un sonno che ricarica di
energia. Il corpo ha bisogno di sonno, allo stesso modo un corpo pro-
vato da stress e affaticamento, un corpo indebolito da tossine, col
Kambo perde i sensi. In entrambi i casi si tratta di un processo di
recupero di energia con la differenza che il recupero provocato dal
Kambo va molto più in profondità di un sonno ristoratore. Lo sveni-
mento è connesso a due dei peptidi presenti nella secrezione, la ceru-
leina e la sauvagina, responsabili della diminuzione della circolazione
sanguigna e della attivazione dell’asse adrenalinico. Questo è il
momento in cui la medicina Kambo ricarica le ghiandole surrenali,
fornendo quel surplus di energia che aiuta ad acutizzare i sensi e ad
affrontare lo stress. Una lunga esperienza con il Kambo ci dà la pos-
sibilità di riconoscere il momento in cui durante il trattamento le
nostre batterie vengono ricaricate: in pochi secondi si sente una forte
energia che fluisce attraverso tutto il corpo, accompagnata da un pro-
fondo senso di pace e di benessere. Questo è in effetti un aspetto
molto importante dei trattamenti di Kambo. Un’autoapplicazione del
Kambo che non raggiunga questo livello manca di un aspetto essen-
ziale della sessione.

Un’altra importante informazione per le persone che si autoappli-


cano il Kambo riguarda il modo di somministrarsi questa medicina.
Dopo dieci anni di esperienza vedo che la modalità graduale – quella
che utilizza la cosiddetta energia femminile del Kambo – è la manie-
ra migliore per l’autoapplicazione. Mentre la maniera maschile di
dare il Kambo, quella che si usa tradizionalmente applicando la secre-
zione sul corpo tutta in una volta, può risultare molto intensa, l’au-
toapplicazione del Kambo secondo la maniera femminile è più gra-
duale, dura più a lungo, ma non per questo va meno in profondità. Il

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punto cruciale è quello di liberarsi dalle tossine spurgando le secre-


zioni dello stomaco e del pancreas, la bile e sbarazzandosi degli escre-
menti. In realtà solamente l’esperienza e la competenza di un facilita-
tore sono in grado di valutare quando è il momento di rimuovere la
secrezione o quando invece è troppo presto per interrompere il pro-
cesso. Lo stesso accade quando si applica il Kambo agli altri. A volte
la secrezione può rimanere sulla pelle della persona anche un’ora o
più. La persona può continuare a bere ed a vomitare ogni tanto.
Invece di rimuovere la secrezione dal corpo, secondo la maniera fem-
minile di applicazione è importante che questa rimanga sul corpo per
lungo tempo.

Ho sentito di persone che si autosomministrano microdosaggi di


Kambo. Anche se un microdosaggio di Kambo procura una stimola-
zione leggera della ghiandola pituitaria, trovo che abbia degli effetti
poco rilevanti. C’è una leggera accelerazione della circolazione san-
guigna, ma la stimolazione dell’asse adrenalinico rimane minima,
niente in confronto con il vero potere di questa medicina sciamanica
che risiede nella sua capacità di procurare un profondo processo di
pulizia attraverso il rigetto, la defecazione e l’espulsione della bile e
della secrezione pancreatica. A volte questo processo include una sen-
sazione di debolezza e malessere che dura una decina di minuti.

Non sono rari casi di sincronicità, come quello di persone che


vedono o sognano la rana prima ancora di aver partecipato ad una
sessione. Molte delle persone cui è accaduto affermano di essere state
chiamate dallo stesso Spirito del Kambo. Durante la sessione lo
Spirito della rana può dare dei messaggi che arrivano sotto forma di
comprensioni improvvise, brevissimi flash o intuizioni. L’espulsione
dell’amara e acida bile è molto importante e si verifica sempre nella
fase finale del processo di pulizia. Quando la bile viene finalmente
espulsa, a volte molto lentamente, il processo si è concluso. Fin quan-
do la bile non è espulsa completamente la persona continua ad avere
nausea e un senso di disagio fisico. All’occhio attento del facilitatore
l’aura della persona appare grigiastra. Alla espulsione completa della
bile si accompagna una profonda e immediata sensazione di sollievo

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sia a livello fisico che emozionale. La fase del rigetto è fondamentale


per ottenere il massimo da questa medicina sciamanica. Questa cosa
viene invece ignorata dai facilitatori che applicano il Kambo nella
maniera tradizionale dei Katukina. Se una persona non entra in pro-
cesso, vale a dire non vomita, in questo caso il facilitatore non fa nulla
per condurcela. Nella mia esperienza, le tossine immagazzinate nel
corpo devono venire espulse. Si tratta di un must. Queste tossine sono
connesse ad aree nel corpo dove l’energia è bloccata o ad organi e
ghiandole che immagazzinano energia negativa. Per dirla in modo
figurato, impiegare il Kambo in microdosaggio è come pulire una casa
lasciandoci dentro la spazzatura.

Trattamenti Matsés: un modo intensivo di ricevere il Kambo


Quelli che chiamo trattamenti Matsés, consistono in tre tratta-
menti di Kambo dati nello stesso giorno ad intervalli di circa un’ora
l’uno dall’altro. Sono risultati molto efficaci perché il risettaggio del
campo energetico è molto profondo, ma alla lunga sono arrivato alla
conclusione che si ottengono più o meno gli stessi effetti anche se i tre
trattamenti vengono effettuati in tre giorni di fila, vale a dire uno al
giorno. Il vantaggio di dare un trattamento al giorno è che la persona
ha tempo per riposarsi e mangiare dopo ogni seduta: questo aiuta a
gestire meglio il processo e a radicarsi di più nel corpo. Se ci si sente
stanchi dopo un trattamento di Kambo, cosa che di solito non acca-
de, questo è il segnale che bisogna concedersi il tempo necessario per
recuperare energia e integrare l’esperienza. Il nome di questo tratta-
mento intensivo deriva dalla tribù dei Matsés. Come altre tribù
dell’Amazzonia che fanno uso del Kambo, i Matsés utilizzano il vaci-
na do sapo in maniera molto intensiva sia prima che durante le battu-
te di caccia magica. La frequenza delle sessioni effettuate ne incre-
menta esponenzialmente l’effetto. Se dopo un trattamento otteniamo
un risultato quantificabile come ‘uno’, con due trattamenti avremo un
risultato quantificabile come tre. Con tre trattamenti il risultato è
sette. Questo effetto cumulativo non vale solo per le battute di cac-
cia, ma lo si può applicare ad altre aree delle nostre attività quotidia-
ne. Chi ha sperimentato il Kambo in questo modo intensivo sa di cosa
sto parlando. Si tratta di un’esperienza di potenziamento dell’energia

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che di solito non conosciamo. L’effetto di pulizia dalle tossine è pro-


fondo. Le capacità sensoriali si elevano, un’energia di presenza men-
tale emerge oltre la mente pensante, un senso di pace e di rilassa-
mento pervade ogni cellula del corpo dandogli una sensazione di pro-
fondo appagamento. Poiché per i Matsés la caccia aveva un’impor-
tanza cruciale per la propria sopravvivenza, il cacciatore doveva esse-
re al 100% della sua energia ed in questo lo aiutava la medicina sacra
del Kambo. Non è un caso che i nativi credono che il Kambo attrag-
ga buona fortuna.
Per avere un effetto rilevante ad ogni trattamento di Kambo il
numero dei punti va aumentato non seguendo una regola rigida, ma
ascoltando i bisogni della persona che lo riceve. A volte bastano due
o tre bruciature in più per ogni trattamento, a volte bisogna aggiun-
gerne altre. La scoperta che ci riserva il Kambo è che aumentando il
numero delle bruciature il processo di disintossicazione va sempre
più in profondità. L’effetto della medicina cresce in intensità mentre
si fanno diversi trattamenti nello stesso giorno o in giorni ravvicinati.
Nello stesso tempo il corpo si apre sempre di più all’energia del
Kambo, per cui questa scorre più facilmente nel campo energetico
della persona. Per dirla con un’espressione presa dalla mistica india-
na, si tratta di un’esperienza di apertura dei chakra.
Rapé, Sananga, Palo Santo
Il Kambo in Brasile e in Perù viene spesso applicato insieme ad
altre sostanze quali il Rapé, il Sananga e il Palo Santo. Il termine Rapé
indica, in generale, una sostanza in polvere che ha come base tabacco
più o meno fresco che non ha subito alcun processo chimico – il
Mapacho – unito ad altre piante essiccate. Si tratta di un tabacco da
naso che viene soffiato nelle narici tramite delle cerbottane di bambù.
Alcune tribù, tra cui gli Yawanawa, usano le ceneri di determinate
piante e le mescolano al Mapacho, rendendo il sapore affumicato di
questa mistura molto particolare. Si può dire che non solo ogni tribù
ma ogni sciamano ha la sua ricetta, che tra l’altro varia col tempo a
seconda delle erbe che ha a disposizione o della variazione di percen-
tuale delle singole erbe che compongono il miscuglio. Il tabacco da
naso che usano i Matsés, in Perù, si chiama Nü-nü – si pronuncia ne-

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ne – dal sapore soffice e amabile preparato usando tre piante:


Nicotiana Rustica, Theobroma Bicolor e Theobrona Cacao. Nessuna di
queste piante è psicoattiva ma in Amazzonia si dice che se dato ad alti
dosaggi, il Nü-nü provoca delle visioni. La funzione del tabacco da
naso usato durante le sessioni di Kambo è duplice. Prima della ses-
sione aiuta a trovare uno stato di allerta, inizia ad aprire il sesto e il
settimo chakra – il chakra posto tra gli occhi e quello situato all’altez-
za della fontanella, alla cima del cranio; inoltre il tabacco soffiato nel
naso permette un processo di purificazione. I Matsés consigliano di
tenere la polvere del Nü-nü nelle narici il più a lungo possibile.
Bisognerebbe evitare sia di soffiarlo via troppo presto che di inge-
rirlo nello stomaco. Dopo alcuni minuti il Nü-nü può essere soffia-
to via dal naso, usando all’occorrenza dei fazzoletti di carta. Il
tabacco da naso viene utilizzato anche durante la sessione di
Kambo. Una soffiata nelle narici mentre la persona stenta a rigetta-
re può provocare immediatamente il vomito. Secondo i Matsés l’ap-
plicazione del Nü-nü non va fatta eseguendo una tecnica ma va ese-
guita con lo Spirito (come loro affermano), che permette il passaggio
dell’energia dallo sciamano alla persona che lo riceve. Il cacao pre-
sente nel Nü-Nü contiene sostanze antiossidanti, magnesio, potas-
sio, calcio e ferro. Contiene inoltre teobromina e caffeina – che sti-
molano il sistema nervoso centrale – e anandamide, un endo-canna-
binoide, che agisce su quello che viene chiamato il recettore della
‘beatitudine’ (ananda in sanscrito), il quale ‘mima’ gli effetti di alcu-
ni composti non psicoattivi presenti nella cannabis, noti come can-
nabinoidi. Questo composto è stato isolato e caratterizzato nel 1992
dal chimico ceco Lumír Ond ej Hanuš e dal farmacologo americano
William Anthony Devane nel Laboratorio di Raphael Mechoulam
della Università di Gerusalemme83. L’attivazione di questo neurore-
cettore cerebrale migliora l’umore, la capacità di movimento e il
senso di benessere84.

83
William A. Devane, Lumír Hanuš, Aviva Breuer, Roger G. Pertwee, Lesley A.
Stevenson, Graeme Griffin, Dan Gibson, Asher Mandelbaum, Alexander Etinger,
Raphael Mechoulam, Isolation and structure of a brain constituent that binds to the
cannabinoid receptor, in “Science”, vol. 258, n. 5090, dic. 1992, pp. 1946-1949.
84
Peter Gorman, Sapo in my Soul, op. cit., p. 71.

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In Amazzonia, prima della sessione di Kambo, insieme al tabacco


da naso si utilizza anche il Sananga che è il corrispettivo occidentale
di un collirio, ma dall’effetto molto più potente e viene applicato in
genere all’inizio della cerimonia. La pianta da cui si estrae il Sananga
si chiama Tabernanthe ondulata, appartiene quindi alla famiglia delle
Apocynaceae, la stessa famiglia cui appartiene l’Iboga e non è psicoat-
tiva. Tra i Matsés e altre tribù stanziatesi nella parte peruviana
dell’Amazzonia viene chiamato Becchetè. Nella zona brasiliana
dell’Amazzonia viene prodotto e utilizzato dai Katukina, dai
Kaxinawa e dagli Yawanawa. Le tribù amazzoniche usano questo col-
lirio prima di alcuni rituali, come ad esempio le cerimonie di
Ayahuasca oppure durante la caccia, a causa dell’eccezionale acutez-
za visiva e della concentrazione che procura. L’effetto del Sananga, se
usato puro nella maniera tradizionale, è molto forte, come avere del
fuoco negli occhi: un dolore lancinante che impedisce di pensare, di
distrarsi. Per qualche minuto gli occhi non possono vedere, poi il bru-
ciore passa lasciando il posto ad una sensazione di grande refrigerio,
gli occhi diventano estremamente vivi, la capacità visiva aumenta e
anche la concentrazione. Si tratta di una vera e propria meditazione
sul respiro. In Occidente si consiglia di usarne una versione più deli-
cata mescolandolo, al 50%, con del conservante come ad esempio
l’argento colloidale. Nella tradizione sciamanica sudamericana si dice
che il Sananga apra il terzo occhio e per questo viene utilizzato prima
delle cerimonie. In effetti il Sananga riporta ad un riallineamento dei
chakra, la mente si fa aperta e ricettiva. Una breve ed acuta esperien-
za di dolore fisico, unita alla ‘incapacità’ di vedere per alcuni istanti e
alla necessità di portare tutta l’attenzione ai processi interni del
corpo, ha come effetto il lasciar andare di ogni resistenza.

Il Palo Santo è una pianta amazzonica dal profumo molto grade-


vole. Viene tagliata a piccoli pezzi che vengono utilizzati a mo’ di
incenso durante la cerimonia di Kambo. Un legnetto acceso di Palo
Santo viene fatto passare intorno alla persona che ha ricevuto la secre-
zione del Kambo per pulire il suo campo energetico. Il processo di
pulizia energetica – sia dello spazio cerimoniale che delle persone che
partecipano al rituale – fa parte delle procedure delle cerimonie

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amazzoniche. Più specificatamente durante la sessione di Kambo


viene messo sotto il naso della persona, in modo che questa ne inali il
fumo. Come per il tabacco soffiato nel naso, questa operazione ha lo
scopo di provocare il vomito. Non è un’esperienza piacevole respira-
re questo fumo mentre si sta già a disagio, ma l’effetto che provoca,
vale a dire il rigetto, è senz’altro liberatorio.

2.2 APPLICAZIONI DEL KAMBO

Cap. 7
Kambo in combinazione con Medicina Tradizionale Cinese,
Riflessologia Auricolare e Plantare
Giovanni Lattanzi

Qual è la ragione per cui combinare il tradizionale metodo di gua-


rigione rappresentato dal Kambo, con la Riflessologia Auricolare e
Plantare e la MTC (Medicina Tradizionale Cinese)? Quali ne sono i
benefici? La modalità di dare il Kambo che ho sviluppato in questi
anni di pratica, prevede che la secrezione della rana venga applicata
sui punti di orecchie, piedi, schiena e sui meridiani, che aiutano il
corpo a ritrovare una condizione ottimale e corrispondono ad una
certa condizione di squilibrio energetico. Nella maniera tradizionale
di applicare il Kambo invece, i punti di applicazione della medicina
vengono scelti seguendo uno schema fisso: sulle spalle per gli uomini,
sulle gambe per le donne, il lato destro del corpo viene scelto per otte-
nere un processo a livello fisico, il lato sinistro per stimolare un pro-
cesso a livello spirituale. Durante il mio periodo di apprendistato ho
avuto un colloquio con Fransesquinho, uno sciamano proveniente
dallo stato di Acre, in Brasile, al quale ho chiesto se, nel mio caso, rite-
nesse opportuno applicare il vacina do sapo direttamente sull’area del-
l’intestino, visto che era nell’intestino il problema che stavo cercando
di risolvere. Lui mi ha risposto che se il blocco è nella parte bassa, la
‘medicina’ va applicata nella parte alta del corpo: “La medicina del
Kambo scorre nel corpo”, ha spiegato indicando con un rapido gesto
della sua mano, “dandola sulle spalle, l’energia scorre dalle spalle

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verso l’intestino; dandola nella parte bassa del corpo, invece, la medi-
cina va verso la parte alta, andando a curare la testa”. Questa sua
osservazione mi ha fatto riflettere molto, soprattutto riguardo al fatto
che anche secondo i guaritori dell’Amazzonia l’energia scorre lungo
dei canali che si trovano nel corpo, un’idea molto simile a quella della
medicina tradizionale cinese secondo la quale l’energia scorre attra-
verso i meridiani che sono collegati energeticamente agli organi del
corpo. Anni dopo, avrei scoperto che nelle spalle, in effetti, scorre il
meridiano dell’intestino. Quindi l’osservazione dello sciamano trova-
va riscontro nella medicina tradizionale cinese.

In quel periodo avevo un grande interesse per l’orecchio inteso


come un riflesso di tutto il corpo – nel senso della Riflessologia
Auricolare – e nutrivo quindi altrettanto interesse per l’Agopuntura
Auricolare. Quando nel 2009 ho cominciato a dare il Kambo, è stato
naturale applicare il vacina do sapo – oltre che nella maniera tradizio-
nale che avevo conosciuto – anche sui punti dell’orecchio e sui punti
dei meridiani corrispondenti agli organi – fegato, polmoni, milza,
intestino, etc. – che ad intuito mi sembrava avessero bisogno di esse-
re purificati o rinforzati, dove c’era ristagno o carenza di energia. Così
ho iniziato a studiare la Riflessologia Auricolare ed ho scoperto che
questa pratica ha alle spalle dai 3000 ai 5000 anni di tradizione ed è
impiegata in Cina per curare i disturbi più svariati. Viene effettuata
con l’uso di mini-aghi o con palline vegetali ed oggigiorno, eventual-
mente, con magneti e leggere scariche elettriche che hanno lo scopo
di tonificare le parti del corpo scariche di energia. In un libro sui
rimedi popolari cinesi e nelle cartine apposite, ho poi trovato le cor-
rispondenze tra i vari disturbi, intesi nel senso delle conoscenze cine-
si e i punti sui meridiani. Va menzionato che nella medicina occiden-
tale il concetto di ‘malattia’ viene interpretato in modo molto diverso
rispetto alla MTC nella quale, in realtà, non si parla di ‘malattie’ né di
sintomi patologici da eliminare, ma di ‘squilibri energetici’ dovuti ad
eccesso o deficienza di energia Yin o Yang. La medicina cinese crede
nel corpo, non lo combatte, e crede nella capacità insita nel corpo
stesso di ripristinare l’equilibrio perduto tramite l’agopuntura e l’uso
di erbe. Se messo in condizioni favorevoli, il corpo trova da sé la sua

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strada verso la guarigione. A differenza della medicina occidentale,


quella cinese conosce due modalità per trattare uno squilibrio ener-
getico. La medicina occidentale si accontenta di rimuovere il sintomo
e per raggiungere questo scopo mette in atto una guerra che spesso è
causa di pesanti ripercussioni dovute agli effetti collaterali dei medi-
cinali, a volte molto invasivi. La medicina cinese, al contrario, non è
mai invasiva tanto è vero che per molti secoli, le lacerazioni del corpo
tramite operazioni chirurgiche, in Cina erano vietate. La più antica
medicina dell’umanità interviene attraverso la cura dei sintomi oppu-
re, più incisivamente, curando le cause dei sintomi: va alla radice del
problema. Sembra che la medicina occidentale non conosca questo
secondo aspetto essenziale nella cura dell’individuo. Nella medicina
tradizionale cinese per ‘organo’ non si intende soltanto un organo fisi-
co quanto l’estensione del suo sistema energetico. Gli organi quindi
sono strettamente collegati ad altre parti e funzioni del corpo. Per fare
qualche esempio, il cuore è strettamente collegato alla circolazione
sanguigna, la milza ai muscoli e il fegato ai tendini. L’organo inoltre
non ha valenze esclusivamente fisiche, ma anche emozionali e spiri-
tuali. Ogni organo ha un aspetto Yin e un aspetto Yang – vale a dire
può essere di valenza femminile o maschile – ed è collegato ad uno dei
5 elementi che secondo la MTC compongono il corpo: fuoco, legno,
metallo, acqua e terra. Le combinazioni di organi ed elementi sono le
seguenti: all’elemento acqua corrispondono reni e vescica; l’elemento
terra è collegato a stomaco e milza; l’elemento metallo a polmoni e
intestino crasso; l’elemento fuoco a cuore e intestino tenue; il legno è
collegato al fegato.

Ancora diverso invece il modo di considerare i disturbi nella visio-


ne sciamanica delle tribù dell’Amazzonia, secondo la quale la malat-
tia è il risultato di energie negative – che corrispondono all’attività di
spiriti – che si accumulano in alcune parti del corpo e che devono
essere espulse. Ad esempio, l’origine del male può risalire ad una
mancanza di rispetto verso uno Spirito della foresta. Per loro, uno
squilibrio fisico ha sempre un’origine più profonda, magica. Secondo
le conoscenze sciamaniche, il significato delle sessioni di Kambo è
quello di rimuovere l’energia negativa del soggetto (panema) che si

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deposita principalmente in organi del corpo quali il fegato, la cistifel-


lea, lo stomaco, l’intestino, etc. Questa energia della panema ci fa vive-
re come degli zombi, dei cadaveri ambulanti, è quell’energia che ci
rende ciechi davanti alla vita e che non ci permette di esprimere le
nostre potenzialità.

Grazie agli studi condotti sull’argomento e anche al prezioso aiuto


di validi agopunturisti, nel corso degli anni ho messo insieme una
serie di corrispondenze tra punti nelle orecchie, punti sui meridiani e
punti sui piedi su cui applicare il Kambo, corrispondenti a determi-
nati squilibri energetici. Per verificare se un dato punto su un meri-
diano, sull’orecchio o sui piedi corrisponde ad un blocco energetico,
è bene toccarlo con le mani. I punti dove c’è un blocco di energia,
dove l’energia non scorre per qualche motivo, oppure dove c’è un
‘vuoto’ di energia, sono in genere anche punti dolorosi, più sensibili
degli altri. Come un gioco di scatole cinesi, i punti del corpo dove è
localizzata la panema possono venire raggiunti da diverse parti del
corpo stesso. Le combinazioni tra disarmonie energetiche – vale a
dire i disturbi, nel senso della MTC – e punti nelle orecchie e sui
meridiani sono molto precise. Per esempio ci sono combinazioni di
punti per incrementare l’energia sessuale. Ci sono anche punti sui
piedi che corrispondono a diversi organi e parti del corpo che si pos-
sono usare per potenziare gli effetti benefici del Kambo. Secondo la
Riflessologia Auricolare e Plantare, i punti dell’orecchio e dei piedi
sono in relazione con organi e parti del corpo così come lo sono alcu-
ni meridiani, ad esempio il meridiano della milza è collegata ai
muscoli, quello dei reni alle ossa. Nell’orecchio è possibile ritrovare
tutto il corpo e lo si può vedere come un feto rovesciato, nella posi-
zione che il feto assume in gravidanza. Il Kambo applicato nell’area
auricolare provoca una reazione più forte che nel resto del corpo. Se
applicato nelle orecchie l’effetto del Kambo è più immediato, credo
per via della vicinanza al cervello.

L’effetto del Kambo diviene più forte anche quando la medicina


viene applicata vicino al cuore, mentre è più lento e graduale se posta
in punti distanti dal cuore. I cacciatori dell’Amazzonia che fanno uso

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del Kambo mostrano con un certo orgoglio i grossi punti sul torace
che stanno a testimoniare la loro audacia. Comunque, in Occidente se
ne sconsiglia l’uso specialmente su coloro che lo ricevono per le prime
volte. Per aumentare gli effetti del Kambo io consiglio l’alternanza di
diverse parti del corpo, per esempio la parte destra con quella sinistra
o la parte alta (spalle e braccia) con quella bassa (gambe e piedi), la
parte anteriore con quella posteriore. Anche sulla schiena si può
‘ritrovare tutto il corpo’ grazie ai punti Hua Tuo. Con questo metodo
di combinazione di Kambo, Riflessologia Auricolare e Plantare e con
l’applicazione del Kambo sui meridiani, il processo viene per così dire
‘pilotato’ verso la realizzazione dell’intento specifico della persona
mentre nel metodo tradizionale si lascia che il Kambo, essendo dota-
to di una sua intrinseca saggezza, operi sulla persona.

L’energia femminile del Kambo


Utilizzando l’applicazione del Kambo sui meridiani, che si posso-
no immaginare come autostrade dove l’energia scorre nel campo
energetico del corpo, si può agire sui diversi elementi e organi del
corpo così come li spiega la MTC. Il Kambo ha un’affinità con l’ele-
mento acqua, l’elemento conduttore per eccellenza, che ne rappre-
senta uno dei suoi campi d’azione. L’acqua è l’elemento di cui si ha
bisogno per condurre energia. Essa assorbe e conduce emozioni la cui
memoria va a sedimentarsi nelle cellule. Nel nostro corpo risiedono
quindi memorie di emozioni e traumi sotto forma di dolore fisico ed
emotivo. Queste emozioni vanno in effetti a nutrire quello che
Eckhart Tolle chiama il ‘corpo di dolore’ dell’individuo, che è anche
il ‘corpo di dolore’ della collettività, che sia una famiglia, una nazione
o l’intera umanità. Ci sono anche corpi di dolore ‘nazionali’. Ogni
nazione trasporta una sua dose particolare di dolore dovuta in gran
parte ad esperienze traumatiche e convinzioni che sono rimaste nel
campo energetico della collettività.

Sempre più spesso nella mia esperienza di facilitatore di Kambo,


incontro persone che durante le sessioni sperimentano profonde
esperienze di guarigione a livello emozionale. L’aspetto fisico del pro-
cesso pur essendo sempre presente come di solito avviene nei tratta-

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menti di Kambo, in alcuni casi è sullo sfondo di un’esperienza in cui


avviene anche un grosso rilascio di dolore emotivo.

Mi è sempre più evidente che nella facilitazione di questa medici-


na è estremamente importante l’intento del facilitatore stesso, che
rappresenta il motore del processo di guarigione, ad esempio l’inten-
to di voler guarire una persona dal problema di cui soffre. Se al faci-
litatore di Kambo non sta veramente a cuore la salute del suo ‘clien-
te’, l’effetto del suo trattamento sarà debole oppure addirittura noci-
vo. Le tribù dell’Amazzonia sanno quanto questo sia importante, ciò
che per loro conta per la riuscita di un trattamento non è la medicina
in sé stessa ma lo Spirito che il facilitatore trasmette tramite la sua
medicina, che sia Kambo, Nü-nü o altro. Una mera trasmissione della
medicina senza Spirito per loro è di poco o nullo valore. Per questo
se la fanno applicare solamente da facilitatori competenti. In genere
sono i curanderos e i cacciatori quelli che applicano la medicina a loro
stessi, il resto della tribù se la fa applicare.

Un bravo facilitatore di Kambo è in sintonia coi suoi clienti. Ne


ascolta bene i loro bisogni più autentici. Mano a mano che faccio
esperienza col Kambo, e continuo ancora a farne anche dopo parec-
chi anni di pratica, inizio a vedere la relazione tra punti sui meridia-
ni, punti nelle orecchie (Agopuntura Auricolare) e punti sui piedi
(Riflessologia) che sono collegati all’aspetto emotivo della guarigione.
Praticamente, sono dei punti che si relazionano al rilascio delle emo-
zioni negative rimaste ‘impigliate’ nel campo energetico del corpo. Il
punto shen men, nelle orecchie, ne è uno, come anche milza 6 e fega-
to 3. La stimolazione di shen men porta calma dove c’è agitazione
mentale ed emotiva e allevia il dolore. In cinese, con il termine ‘shen’
ci si riferisce tanto alla mente quanto al cuore. Calmare la mente signi-
fica calmare il cuore, le emozioni. Milza 6 agisce liberando l’energia
che si è congestionata, in genere si tratta di ansia, preoccupazioni.
Secondo la MTC esiste una relazione tra emozioni e organi. La tri-
stezza si accumula nei polmoni e nel corrispondente meridiano. Il
fegato è collegato tanto alle esplosioni di rabbia, quanto alla determi-
nazione, al coraggio e all’elemento legno. La milza è collegata alla

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proliferazione mentale, alle preoccupazioni, ai pensieri ossessivi e


all’elemento terra. L’intestino crasso per esempio è collegato con la
capacità di lasciar andare o, al contrario, con emozioni legate ad espe-
rienze del passato. I reni sono collegati tanto alla forza sessuale quan-
to, se questa è debole, alla paura e alla mancanza di concentrazione.
Quando l’energia vitale dei reni è bassa a causa di dispersione o per
mancato esercizio fisico, ci si sente minacciati e paure recondite pren-
dono il sopravvento. Ogni organo è connesso a valenze positive o
negative, a seconda se è in uno stato di eccesso o di carenza di ener-
gia. Ci sono diversi punti del corpo che hanno un impatto emotivo
solamente toccandoli, come per esempio Fegato 3 che si trova sui
piedi e che può dare forti scosse elettriche. Altri punti molto interes-
santi, in questo senso, sono i cosiddetti ‘punti emotivi’ che si trovano
sulla schiena, quattro pollici al lato del meridiano della vescica. In
inglese sono chiamati back-shu points. Sono punti che hanno diretta
corrispondenza con l’aspetto emotivo degli organi. Ad intuito, uso
questi punti sempre più di frequente, in determinati casi, ovviamen-
te: quando riconosco che nel campo energetico della persona c’è una
‘pesantezza’ emotiva. Di solito sono le persone stesse che intuiscono
che questa medicina può aiutarle a livello emotivo. Vengono a fare il
Kambo perché sono coscienti della pesantezza della loro panema, la
nuvola di energia negativa che ci opprime e che succhia persino ener-
gia, la mangia praticamente come un cannibale. Nella prospettiva
sciamanica, si tratta di spiriti della terra, i cosiddetti ‘voladores’85
come li chiama Don Juan, che si nutrono della nostra energia grazie
ai nostri stessi pensieri e alle nostre stesse emozioni. Don Miguel Ruiz
li definisce ‘i parassiti’, vengono considerati come installazioni ester-
ne alla nostra vera essenza che si nutrono della nostra energia della
consapevolezza. Il Buddhismo Mahayana li chiama semi depositati
nella coscienza-deposito (alaya-vijnana) che, come tutte le entità orga-
niche, hanno bisogno di cibo, di nutrimento per crescere. Nella visio-
ne sciamanica, che gli si confà, in definitiva il Kambo ha una funzio-
ne esorcistica, quella di liberare il campo energetico da spiriti negati-
vi e di proteggere così, da ‘attacchi’ interni ed esterni.
85
Si veda, in questo libro, il paragrafo Los voladores nel capitolo 12 La pratica tolteca
del ‘creare un ponte’.

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L’applicazione del Kambo sui meridiani ha aperto un nuovo oriz-


zonte alle potenzialità di espressione di questa medicina sacra. Sono
certo che questo tipo di applicazione non rappresenti l’unica possibi-
lità di ampliamento delle prospettive offerte da questa medicina anti-
chissima. È compito di facilitatori e insegnanti seri di Kambo studia-
re in maniera appropriata e professionale gli ambiti inesplorati che si
dischiudono combinando sinergicamente due o più tradizioni insie-
me. In Messico, nell’aprile del 2015 durante un seminario per facili-
tatori di Kambo, abbiamo avuto un interessante connubio tra Kambo
e Costellazioni Familiari, una pratica che aiuta a far emergere i nessi
tra una condizione di disagio – psicologico o di altra natura – ed even-
ti traumatici che appartengono al Karma familiare di ogni persona. Le
Costellazioni Familiari eseguite durante una sessione di Kambo
hanno arricchito molto il processo di guarigione di Nadia, una ragaz-
za siculo-newyorkese86. Mentre il Kambo le evidenziava il bisogno di
accettare la sua paura, le Costellazioni le mostravano l’esigenza della
comprensione e del perdono per una certa persona della sua famiglia,
verso la quale – a distanza di anni da un’esperienza per lei traumatica
– nutriva ancora un profondo risentimento. Un’emozione trova sem-
pre una ‘storia’ che ne convalidi il suo diritto ad esistere. Così anche
per questa ragazza che pur sostenendo di aver perdonato sua cugina,
in realtà continuava ad odiarla. Questo tipo di resistenza emotiva si
esprime mediante diverse forme di controllo. Il Kambo rappresenta
una grande sfida per chi è impegnato giorno e notte con un’istanza di
controllo che inevitabilmente diviene lampante sia a livello mentale
che fisico. Durante una sessione di Kambo le persone con problemi
di controllo e ansia repressa in genere hanno un processo alle mani,
che a volte si bloccano a manetta. Sono spesso persone che non hanno
imparato a lasciar andare, che cercano di evitare a tutti i costi il con-
tatto con l’ansia e che si scontrano col fatto che questo tentativo fini-
sce per amplificarla fino al punto da provocare attacchi di panico.
L’atteggiamento di controllo finisce dunque per coinvolgere anche il
corpo, che ad un certo punto non è più capace di muoversi natural-
86
Interessante a questo proposito il libro di Daan van Kampenhout, Immagini dell’a-
nima: Le dinamiche dell'anima nei rituali sciamanici e nelle costellazioni familiari,
Spigno Saturnia (VT), Edizioni Crisalide, 2005.

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mente. Le persone che hanno forti istanze di controllo sono quelle


che faticano di più col Kambo, verso cui possono avere una reazione
più rapida ed intensa del solito. Questo è il segnale che il processo va
rallentato. Il fuoco della medicina va abbassato e la ‘cottura’ va fatta
procedere a fuoco lento. A differenza della modalità tradizionale di
applicare il Kambo, che ha un effetto ‘esplosivo’, il ‘Kambo a fuoco
lento’ – slow motion – funziona per effetto di ‘saturazione’: all’inizio
è meno intenso ma continua a crescere lentamente, fino a provocare
spontaneamente il rigetto.

Per questo tipo di persone, quando entrano in un processo inten-


so, ho sviluppato un metodo particolare. È un uso combinato del
Kambo, dato nella maniera maschile dei Katukina e il Kambo dato
alla maniera femminile. Queste due diverse modalità mi sono divenu-
te chiare nel corso di molti anni di pratica. Ho ricevuto e dato a me
stesso per molti anni il Kambo alla maniera dei Katukina, vale a dire
tutta la medicina in un’unica volta. È un’esperienza intensa. Il corpo
si scalda velocemente, tutte le sensazioni sono amplificate, un senso di
debolezza, di nausea, di malessere ci sommerge per qualche minuto.
A processo finito, ci si sente rinati dalle macerie appena bruciate.
Come già accennato, oltre ad un’energia maschile il Kambo possiede
anche un’energia femminile, l’energia della Madre. Questa energia
sorregge gli esseri umani facendoli guarire senza forzare i tempi, senza
fratture né esperienze traumatiche. L’applicazione della medicina
secondo questa modalità, va data a dosi basse, per esempio uno o due
piccoli punti, aspettando qualche minuto prima di continuare l’appli-
cazione. Se la reazione della persona è intensa, è il momento di rimuo-
vere la medicina e lasciare del tempo per riprendersi. Questa pausa
può andare dai 5 ai 15 minuti. Poi si ricomincia. In genere dopo il
primo momento difficile il campo energetico della persona ha subíto
già un cambiamento e riesce in seguito a sostenere con più facilità l’e-
nergia del Kambo. Il corpo ha bisogno di tempo per abituarsi al
Kambo e lo fa con una certa rapidità durante la sessione stessa.
Gradualmente, i chakra si aprono e il corpo si arrende sempre di più
al processo. Quindi si aumentano via via i punti di Kambo e si comin-
cia lentamente a dare la medicina, tutta insieme, a dosi più elevate. È

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necessario che la persona beva acqua sia prima che durante il tratta-
mento. Mentre nella maniera dei Katukina l’acqua viene bevuta solo
prima della sessione, con questo metodo è molto importante che
venga sorseggiata durante tutto il processo. Seguendo questa modali-
tà infatti il processo dura più a lungo e per questo si rischia che nello
stomaco non ci sia più acqua a sufficienza per vomitare senza sovraf-
faticarlo. Oltre a far sì che vi sia acqua da rimettere, bere acqua aiuta
anche ad accelerare il processo del rigetto. Regola comune è quindi
che durante la sessione l’acqua nello stomaco non debba mai manca-
re. In genere, prima del trattamento per una persona di 70 chili, alta
un metro e settanta ne è sufficiente ¾ di litro, un litro al massimo.
Bere tanta acqua è una delle sfide delle sessioni di Kambo. Qualche
mese fa in Italia mi è capitata una persona con enormi problemi di
controllo che aveva grosse resistenze a vomitare. Il trattamento è
durato per almeno un’ora e mezza, nel frattempo ho tolto e aggiunto
la medicina varie volte e alla fine del trattamento, quando il corpo si
era finalmente abituato al Kambo, ne ho molto incrementato la dose.
La quantità di bile che questa persona ha rilasciato alla fine del pro-
cesso è stata enorme. La quantità di tossine che il corpo di questa per-
sona riteneva nella cistifellea era dovuta alla soppressione di emozio-
ni trattenute da molti anni, forse da tutta una vita.

Determinante per l’efficacia di questa modalità di trattamento è la


capacità del facilitatore di capire se la persona ha espulso tutte le tos-
sine dal corpo e di evitare l’interruzione precoce del processo.
Durante un trattamento di Kambo c’è il rischio di non completare il
processo di disintossicazione. Sempre più spesso faccio fare una spe-
cie di ‘meditazione’ col Kambo: si lascia a lungo la secrezione sul
corpo, a volte solo su pochi punti, magari sulle orecchie, dove l’effet-
to è più intenso. Capita spesso che le persone continuano a liberare
tossine fisiche o emotive tramite il rigetto o il pianto.

Il modo di dare il Kambo delle popolazioni amazzoniche che ne


fanno uso è decisamente maschile – direi che la medicina stessa è in
risonanza con un’energia maschile – ed è la base da cui un futuro faci-
litatore di Kambo dovrebbe cominciare, specialmente chi sente il

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richiamo dello Spirito del Kambo. Ci sono persone che vengono scel-
te dall’energia del Kambo per continuarne la diffusione, per incre-
mentare e diffondere un certo livello energetico nel mondo. Lo
Spirito del Kambo mi è apparso una volta come uno spirito molto
filantropico, che vuole aiutare gli esseri umani senza discriminazioni,
cui sta a cuore raggiungere chiunque lo approcci con serietà e rispet-
to. L’integrità della persona è il fattore più importante. Per conoscere
questa medicina nella sua profondità è bene seguire un tirocinio con
il metodo di applicazione dato nella maniera tradizionale. Solo in
questo modo si possono conoscere tutti i livelli della guarigione faci-
litati da questa medicina.

Dall’acqua e dal fuoco

sole che brucia


che mi bruci pure questo sole
voglia di scomparire
niente da dire
silenzio
come sabbia in bocca
parola spezzata
giocando ancora una sfida al possibile
l’estasi di suoni che si sciolgono
come sudore appiccicato alla pelle
questa sensazione
la croce di questo sole
che qualcuno mi abbracci

Giovanni Lattanzi

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Cap. 8
Kambo e tossicodipendenze
Giovanni Lattanzi

Negli inferi con gli spiriti affamati


Nel 2010, in Italia, alcuni tossicodipendenti si sono rivolti a me
chiedendomi aiuto. Avevo cominciato a fare cerimonie di Iboga nel-
l’estate del 2010 in Lapponia e poi in Olanda, ma non avevo ancora
usato né l’Iboga, né il Kambo per aiutare le persone con problemi di
tossicodipendenza. Dunque, per me questo era un territorio ancora
inesplorato. Avevo letto delle sfide rappresentate dalla somministra-
zione a tossicodipendenti di Iboga in grandi quantitativi e non senti-
vo che quella fosse per me la strada migliore per procedere con un
lavoro di questo tipo. Durante una delle quattro cerimonie di Iboga
nelle quali ho ricevuto la mia iniziazione a questa pianta sacra, ero fini-
to nel mondo degli inferi dove giacevano gli spiriti delle persone
morte durante trattamenti di Ibogaina; un’esperienza pesantissima. Il
dolore di questi spiriti affamati era difficilmente sostenibile e conti-
nuava a chiamare dal regno dell’oltretomba. Quegli spiriti mi chiede-
vano aiuto e l’unica cosa che potevo fare in quel momento era prega-
re per loro ed essere testimone del loro lancinante dolore. Poi ho
compreso che lo Spirito dell’Iboga mi stava chiamando e che mi stava
mostrando la strada che porta ad un nuovo tipo di somministrazione
di questa pianta sacra: sarebbe stato questo il modo di aiutare gli spi-
riti di quei morti.

Avevo una fede incrollabile nel Kambo. Durante i miei tre anni di
apprendistato con César, avevo visto persone che dopo pochi tratta-
menti erano riusciti a ridurre l’assunzione di antidepressivi. Avevo
potuto osservare che in questi casi l’applicazione del Kambo non pre-
sentava controindicazioni. I primi risultati dei trattamenti di tossico-
dipendenze con il Kambo sono stati sorprendenti. Alcune persone
smettevano di assumere eroina o metadone dopo poche sessioni, a
volte temporaneamente, talvolta definitivamente. In alcuni casi un
weekend era sufficiente per smettere completamente, altre volte biso-
gnava ripetere qualche sessione per interrompere del tutto l’assunzio-

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ne di metadone. Ho notato che i risultati migliori si ottenevano con


quelle persone che non prendevano l’eroina tutti i giorni e quindi ho
iniziato a rendermi conto che c’erano due tipi di tossicodipendenti,
quelli che hanno la tendenza a prendere droghe solamente ai party o
quando si sentono sotto stress e quelli che dipendono dall’uso quoti-
diano di metadone o droghe, che corrisponde alla differenza tra
dipendenza e assuefazione. Il Kambo era facilmente in grado di aiu-
tare chi apparteneva al primo gruppo, vale a dire i “dipendenti part-
time”. Per quanto riguarda i “dipendenti a tempo pieno”, il Kambo
poteva quanto meno aiutarli a ridurre la quantità quotidiana di meta-
done o subutex. Nei casi in cui il Kambo non riusciva a spezzare la
loro dipendenza, avrebbe in ogni caso contribuito a migliorarne le
condizioni generali e l’umore. In quel momento, ho avuto la netta
sensazione di aver scoperto un continente nuovo e inesplorato. Per
ragioni di sicurezza, guidato dal mio intuito, ho deciso di sommini-
strare l’Iboga a basso dosaggio solo quando i sintomi di astinenza spa-
rivano e la persona non sentiva più il bisogno di assumere metadone,
subutex o farmaci simili. Dopo uno studio approfondito in questo
campo, ho compreso che gli sporadici casi di decesso accaduti perlo-
più durante i trattamenti di Ibogaina ad alto dosaggio, erano dovuti
alla combinazione dell’Iboga con eroina o sostanze simili e, studian-
do l’argomento, ho scoperto che l’Iboga amplifica l’effetto delle
sostanze che vengono ingerite insieme ad essa87. Questo mi dava una
chiave di lettura sul perché i pazienti che combinavano l’Iboga con
l’eroina morissero: si trattava di una morte per overdose.

Durante le mie prime sessioni di Kambo a tossicodipendenti, era


quindi vietato l’uso di Iboga fino a quando l’astinenza spingeva la per-
sona a combinare l’Iboga con metadone o oppiacei. Liberarsi da una
tossicodipendenza è un compito arduo, richiede una grande forza di
volontà. Stimolare queste persone a fare trattamenti di Kambo signifi-
cava incoraggiare la loro decisione di cambiare, in mancanza della
quale i tossicodipendenti sono imbarcati in un naufragio senza fine

87
Vincent Ravalec, Mallendi, Agnés Paicheler, Iboga: The Visionary Root of African
Shamanism, South Paris (US-ME), High Street Press, 2007, p. 191.

124
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verso un territorio da cui non si fa più ritorno. Spesso mi trovavo a


dover difendere con i denti questa regola dagli attacchi di tossicodi-
pendenti che avevano letto storie favolose su internet riguardo ai mira-
coli compiuti dall’Ibogaina – confondendo la radice di Iboga con l’e-
stratto di Ibogaina – e che, nutrendo forti aspettative verso l’Iboga
volevano anche loro fare assolutamente la stessa esperienza. Non ho
mai ceduto alla tentazione di provare e sperimentare sulla pelle degli
altri, la qual cosa avrebbe significato abbassare la guardia cedendo alla
voglia di assecondare queste persone, prendendo delle scorciatoie per
raggiungere degli obiettivi il più rapidamente possibile. Quindi in
molti casi ho dovuto insistere non poco e spiegare chiaramente le
ragioni della mia scelta. Ho capito dopo anni di esperienza che molti
tossicodipendenti che scelgono di fare un trattamento di Iboga o di
Ibogaina, così come si sono affidati per anni ad una sostanza per otte-
nere ciò che bramavano, trasportano lo stesso atteggiamento mentale
di richiesta verso l’Iboga. Cosi come l’eroina, la cocaina o il metadone
mettono immediatamente ‘le cose a posto’, ora ci si aspettava che l’I-
boga compisse immediatamente la stessa cosa.

Con mia sorpresa ho notato che facendo dei trattamenti di Kambo


i sintomi di astinenza svanivano immediatamente e che questa spariva
per un tempo più lungo se più trattamenti di Kambo venivano ripetuti
in tempi ravvicinati. I tossicodipendenti che venivano trattati in que-
sto modo da subito non avevano più bisogno di metadone e per diversi
giorni sembrava che fossero usciti fuori dal loro problema. In alcuni
casi, anche se tornavano ad assumere il metadone, la riduzione era dra-
stica: intorno al 25-50% del quantitativo iniziale. Questa esperienza
mi ha portato a capire o, per meglio dire, mi ha dato conferma del-
l’intuizione che – grazie ad un lavoro precedente fatto col Kambo – il
consumo dell’Iboga a basso dosaggio da parte dei tossicodipendenti
era decisamente più sicuro.

Queste esperienze mi hanno confermato che il Kambo, rafforzan-


do enormemente il campo elettromagnetico, rende le condizioni ener-
getiche dei tossicodipendenti molto più adatte a ricevere l’Iboga. La
mia esperienza mi aveva mostrato che per poter trarre profitto

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dall’Iboga, una persona deve essere già abbastanza forte, sia emozio-
nalmente che fisicamente. Non solo il Kambo aiuta i tossicodipen-
denti a diventare più forti ma anche a rigenerarsi interiormente
migliorando l’atteggiamento e l’attitudine mentale verso la vita, inol-
tre aumenta la capacità di concentrazione. A prescindere dal fatto se
la persona soffra o no di tossicodipendenza, ho constatato su me stes-
so e su altre persone come, dopo un trattamento di Kambo, l’umore
cambi immediatamente in positivo. Siamo molto più aperti a provare
strade che in genere tagliamo automaticamente fuori per paura o per
abitudine. Per questo motivo questa medicina sciamanica può essere
utilizzata con ottimi risultati per aiutare le persone che si trovano in
uno stato mentale ed emotivo negativo.

La stimolazione della ghiandola pituitaria


Una delle ragioni per cui il Kambo risulta così efficace nel supera-
re alcune tossicodipendenze e stati mentali negativi è dovuta alla
forte stimolazione della ghiandola pituitaria e dell’asse adrenalinico.
Non a caso la ghiandola pituitaria viene anche chiamata “ghiandola
maestra”: essa svolge un ruolo basilare in tutto il corpo. La stimola-
zione della ghiandola pituitaria sovrintende al regolare funzionamen-
to della tiroide, alle funzioni endocrine dell’organismo e al rilascio del
75% degli ormoni del corpo. La stimolazione della ghiandola pituita-
ria e la conseguente stimolazione dell’asse adrenalinico aumenta la
capacità di affrontare le sfide e lo stress della vita quotidiana. L’asse
adrenalinico rappresenta l’anello di congiunzione tra la ghiandola
pituitaria e le ghiandole surrenali, che controllano i meccanismi di
‘attacco o fuga’ di fronte a pericoli imprevisti. Si tratta di un mecca-
nismo sviluppato nel corso dell’evoluzione, che ci aiuta a sopravvive-
re a qualsiasi cosa che minacci la nostra vita. Quando ci troviamo di
fronte ad una situazione stressante, si attiva un sistema interno di
allarme, la nostra corteccia cerebrale invia al sistema nervoso simpa-
tico il messaggio di preparare il corpo all’azione immediata: insorge
tensione muscolare, un aumento del battito cardiaco, del ritmo della
respirazione e di un immediato stato di vigilanza. Grazie alla stimola-
zione dell’energia dei reni e delle ghiandole surrenali, si viene aiutati
ad affrontare la vita invece di fuggirla, reagendo positivamente alla

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paura, cosa di cui le persone abituate a fuggire la realtà e a prendere


rifugio in sostanze narcotizzanti, hanno estremo bisogno. In caso di
tossicodipendenza, determinate emozioni vengono rielaborate dal
pensiero (tramite la memoria) come ‘minaccianti’, anche quando in
realtà non lo sono. Quando l’energia dei reni è ben funzionante, con
una dose di coraggio possono essere affrontate e relativizzate. Lo stes-
so vale per altre forme di dipendenza e comportamento compulsivo.
Trovare conforto nel cibo – ad esempio la dipendenza da zucchero e
dolciumi – è una forma molto comune di reazione di fuga dallo stress
o da emozioni negative. Alcune persone si rifugiano nella sensazione
che denaro e potere danno loro, ma la compulsività che è alla base
rimane la stessa e riguarda gli stessi circuiti neurocerebrali collegati
alla produzione di dopamina. Una persona affetta da compulsività e
da dipendenza può uscire fuori dal tunnel in cui è entrata imparando
a relativizzare le proprie rielaborazioni errate dell’evento, o meglio
disimparando l’abitudine a interpretare gli eventi in maniera errata.
Questo processo diviene accessibile solo entrando in contatto e accet-
tando l’emozione che scatena la reazione di fuga. L’iperstimolazione
della ghiandola pituitaria effettuata dal Kambo riducendo l’abitudine
alla fuga da emozioni negative, è una delle cause che rendono possi-
bile il miracolo di ridurre, in poche sessioni, in poche ore, la dipen-
denza da metadone e oppiacei e di accendere il sorriso su facce altri-
menti spente.

I risultati migliori li ho ottenuti durante un ritiro di Kambo e


Iboga in Sardegna, nell’estate del 2012. Dei giovani hanno ricevuto i
trattamenti di Kambo ogni giorno per circa una settimana, è stata la
sessione di Kambo più lunga che io abbia mai tenuto. Queste perso-
ne hanno ricevuto un trattamento ogni mattina. Ad uno di loro,
Sergio, che non aveva più sintomi di astinenza, ho cominciato a som-
ministrare basse dosi di polvere di Iboga che su di lui hanno comun-
que avuto un effetto piuttosto forte. Dopo quella esperienza tutti i
presenti sono riusciti ad interrompere il circuito della tossicodipen-
denza. Sergio, che aveva ricevuto anche basse dosi di Iboga, è uscito
definitivamente dallo stato di dipendenza: non solo è riuscito ad usci-
re dal tunnel della tossicodipendenza ma, grazie alla sua forte moti-

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vazione ad aiutare sé stesso e chi, come lui, si è trovato a vivere que-


sto problema, è diventato lui stesso un facilitatore molto serio di
Kambo.

Kambo e peptidi oppioidi


Un altro motivo per cui le applicazioni di Kambo danno risultati
eccellenti nel trattamento delle tossicodipendenze, sta nella potente
azione sul cervello di due peptidi oppioidi, la dermorfina e la deltor-
fina che mimano l’azione delle beta-endorfine prodotte naturalmente
dal cervello88. Mentre il cervello del tossicomane è alla ricerca di una
sostanza esterna che sostituisca la produzione interna di beta-endor-
fine, questi peptidi permettono al cervello di produrre una sostanza
antidolorifica senza creare dipendenza; al contrario, danno al corpo la
possibilità di produrre da solo ciò che sta prendendo da sostanze
esterne quali morfina, eroina, cocaina o metadone. La differenza tra i
peptidi oppioidi e sostanze oppiacee come l’eroina è che i peptidi
oppioidi sono bioattivi mentre gli oppiacei o i prodotti sintetici che
imitano l’azione degli oppiacei, sono biopassivi. Come Peter Gorman
ha molto chiaramente affermato nel suo libro Sapo in my Soul89, i siti
dei recettori attivati dalle dermorfine e deltorfine nel momento in cui
percepiscono sazietà, si chiudono, non chiedono quindi ulteriore sti-
molazione, mentre i prodotti oppiacei – non essendo bioattivi – fanno
sì che gli stessi recettori del cervello si impigriscano, col risultato che
continueranno a domandare sempre più stimolazione per raggiunge-
re lo stesso sollievo sia a livello fisico che emotivo. È il noto fenome-
no chiamato tolleranza, a causa del quale un consumatore di oppiacei
deve aumentarne progressivamente il dosaggio per ottenere lo stesso
effetto. Come afferma Gabor Maté, le endorfine sono i narcotici – si
potrebbero definire come i ‘farmaci’ naturali – del cervello. Le endor-
fine fungono da catalizzatori di emozioni fondamentali che rendono
possibile la vita dei mammiferi”90. Grazie alle endorfine il cervello dei
neonati giunge a maturazione. Gli esseri umani non sono le sole crea-

88
Si veda la voce Oppioidi della Enciclopedia Treccani di Vittorio Erspamer, sul sito:
http://www.treccani.it/enciclopedia/oppioidi_%28Universo_del_Corpo%29/
89
Peter Gorman, Sapo in my Soul, op. cit., p. 40.
90
Ivi

128
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ture a disporre di un sistema di oppioidi innato. Condividiamo que-


sto piacere con i nostri parenti vicini e lontani sulla scala evolutiva91.
Su questa scala evolutiva da una parte si trovano gli esseri umani e
dall’altra la Phyllomedusa bicolor che può essere considerata come
uno dei nostri antenati, l’anello di collegamento tra i pesci, la vita
acquatica e i mammiferi. Con questa rana noi umani condividiamo gli
stessi peptidi, mentre questa rana li produce dalla pelle, nel nostro
organismo sono depositati nel cervello e nell’intestino. Mentre la rana
li produce quando la sua vita viene messa a repentaglio da un preda-
tore, in noi esseri umani si attivano in caso di altre forme di situazio-
ni a rischio, situazioni d’emergenza come per esempio quando il
nostro corpo è attaccato da virus quali quello della malaria – malattia
particolarmente diffusa in Amazzonia – infezioni, situazioni di peri-
colo e di minaccia che richiedono un surplus di adrenalina, o nel caso
in cui il corpo si trovi in uno stato di dolore acuto dovuto a calcoli
renali o al cancro, per riprendere gli esempi fatti dal professor
Erspamer stesso. Le similitudini tra gli umani e questa rana divengo-
no evidenti quando la osserviamo attentamente e notiamo che è prov-
vista di mani a cinque dita molto simili a quelle umane. Può succede-
re che durante e dopo le sessioni di Kambo il viso di alcune persone
richiami per un po’ di tempo quello di una rana. Spesso questo feno-
meno dura poco, raramente si protrae per uno o due giorni: è la
‘famosa’ faccia da rana, ben nota tra i praticanti di Kambo. Credo che
questo aspetto sia dovuto al fatto che si risvegli la rana che è memo-
rizzata nel nostro bagaglio filogenetico.

Quanto scoperto dal prof. Vittorio Erspamer sulle possibili appli-


cazioni mediche dei peptidi del Kambo, coincide con i risultati otte-
nuti dall’applicazione di questa secrezione ai tossicodipendenti.
L’attivazione della produzione endogena di endorfine interrompe il
bisogno di assunzione di sostanze esterne e, in quanto bioattiva, non
provoca tolleranza. Questa attivazione potrebbe spiegare perché il
Kambo aiuta a ridurre anche stati cronici di dolore e a superare asti-
nenza e comportamenti compulsivi.

91
Gabor Maté, In the Realm of Hungry Ghosts, op. cit., p. 159.

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Rinascita

Il miracolo di questa luce stamattina


ferma e immobile senza tempo
Gli uccelli cantano piano.
Sono di nuovo sveglio,
sono vivo
come fosse la prima volta.
Nella città deserta
rintocco profondo di campane.
Sono solo,
cammino lontano alla periferia del mondo.
E ho pianto finalmente
con gli occhi
con la bocca.
Grazie padre per la tua domanda
che tanto avevo aspettato
e non più mi aspettavo.
La grazia ho ricevuto di amare i miei antenati.
Il mistero della vita mi avvolge
in questa luce ferma senza tempo,
sogno
son vivo
sono solo.
La vita mi tocca profondamente
e non ho rimpianti.
Giovanni Lattanzi

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SEZIONE 3

L’ENERGIA DEL LEGNO

3.1 IL CULTO BWITI E LA RICERCA SCIENTIFICA


SULL’IBOGA

Cap. 9
Bwiti: un’antica religione basata sul culto dell’Iboga
Giovanni Lattanzi e Maria Straatman

La “sacra” Tabernanthe Iboga è una pianta medicinale che si trova


nella foresta pluviale del Gabon, del Camerun, della parte orientale
del Congo, in Nigeria e nell’Angola del sud. Appartiene alla famiglia
delle Apocynaceae ed è un arbusto che va dai 2 ai 4 metri di altezza
con piccoli fiori profumati e frutti dal giallino al rosso. È la corteccia
della radice della pianta ad essere impiegata per le cerimonie sciama-
niche di queste popolazioni. È necessario attendere dai tre ai sette
anni affinché le radici della pianta siano sufficientemente ricche di
alcaloidi e quindi utilizzabili nei riti religiosi e nelle pratiche terapeu-
tiche. In Africa sono circa 7000 le piante medicinali sino ad ora cono-
sciute. La pianta Tabernanthe Iboga, nella forma di estratto, è stata
scoperta accidentalmente nel 1962 da un dipendente da eroina, l’a-
mericano Howard Lotsof. Dopo averla assunta, i suoi sintomi di asti-
nenza e il bisogno di prendere l’eroina sono scomparsi. In questo
modo è stato miracolosamente capace di superare la sua dipendenza
e di sperimentare per la prima volta – come racconta nel documenta-
rio Ibogaine: Rite of Passage92– l’assenza di paura nella vita. Howard

92
Il documentario Ibogaine: Rite of Passage (50’) di Benjamin De Loenen è del 2004.
Prodotto dalla LunArt Productions (Paesi Bassi) in lingua inglese. Si può vedere sul
sito: http://topdocumentaryfilms.com/ibogaine-rite-of-passage/

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Lotsof e sua moglie Norma hanno dedicato il resto della loro vita a
diffondere la conoscenza dell’Ibogaina. Howard è morto nel gennaio
del 2010, ma il suo lavoro continua. Ogni due anni, la GITA93 orga-
nizza conferenze internazionali nelle quali somministratori, studiosi e
psichiatri si riuniscono da qualche parte nel mondo per condividere
tra loro conoscenza e informazioni.
La storia delle cerimonie di Iboga risale probabilmente a 10.000
anni fa, quando in origine veniva assunta da varie tribù pigmee, come
quella dei Babongo. Secondo una leggenda africana, originariamente
veniva assunta solo dalle donne. La religione Bwiti è stata fondata
verso la fine del XIX secolo quando la pressione dei colonizzatori
francesi ha espulso dalle città i gruppi Bantu; spostatisi nella giungla,
questi sono entrati in contatto con i Pigmei che li hanno iniziati all’u-
so della radice di Iboga. Da questo incontro ha avuto origine la reli-
gione Bwiti. Attualmente il culto Bwiti è praticato da vari gruppi –
come i Fang, gli Apindii e i Mitsogho – nonché da molte tribù pig-
mee. All’interno della religione Bwiti ci sono congregazioni femmini-
li e maschili. Presso i Mitsogho del Gabon la società iniziatica fem-
minile viene chiamata Ombudi, che coesiste con la società iniziatica o
congregazione maschile chiamata Bwete.
Oltre al Bwiti, che ha finalità puramente religiose, molto diffusi
sono i culti Fang dell’Ombwiri che differiscono dal Bwiti per le loro
finalità prettamente terapeutiche. Per poter essere guariti, i malati
devono sottoporsi ad un rito di iniziazione e così vengono a far parte
della comunità. Durante i rituali Ombwiristi oltre all’Iboga vengono
utilizzate molte piante medicinali, la più importante delle quali,
l’Ekasso, è una miscela vegetale dalla composizione variabile94.

Una intervista a Benjamin De Loenen (in lingua inglese) realizzata dalla “IBO-Radio
Transforming Conversations” è disponibile sul sito:
http://www.blogtalkradio.com/iboradio1/2011/09/18/S/ben-de-loenen-1st-hr-and-
suzi-2nd-hr
93
La GITA (Global International Therapy Alliance) è stata fondata nel marzo 2009 a
Sayulita, Messico, in occasione della “First International Treatment Providers
Conference”, si veda il sito: http://www.ibogainealliance.org/
94
Giorgio Samorini, The Buiti religion and the psychoactive plant Tabernanthe iboga,
(Equatorial Africa), in “Integration”, vol. 5, 1995, pp. 105-114.

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In Gabon, la Bwiti, insieme al cattolicesimo e all’Islam, è una delle


tre religioni nazionali. Definirne il carattere non è semplice perché
manca di una struttura centralizzata, di una gerarchia, di insegna-
menti scritti e di altre strutture formali che gli occidentali associano
alla religione. Durante la colonizzazione francese, tanto i missionari
cattolici quanto i burocrati anticlericali, per motivi diversi si sono
opposti alla Bwiti. Questa è diventata, attualmente, una religione sin-
cretica: il culto degli antenati e l’animismo, aspetti centrali di questa
religione, si mescolano con la fede monoteistica cristiana. In alcuni
gruppi, come quello dei Fang la componente cristiana è più accen-
tuata che in altri, come ad esempio nei Dissoumba. Molte chiese Bwiti
sono associate alla ‘madre-chiesa’, ma in effetti, ogni chiesa è autono-
ma. Sebbene non siano contro i cristiani, alcuni nganga95 disapprova-
no le comunità cristiane. Bisogna dire che i missionari cattolici tenta-
rono a lungo di dissuadere le popolazioni del posto dall’uso sacra-
mentale dell’Iboga, atteggiamento che non rese i missionari benvisti
agli occhi delle popolazioni autoctone che da millenni facevano uso
di questa pianta a scopi sia religiosi che terapeutici. I Bwitisti riten-
gono di essere i veri cristiani e affermano che mentre: “in chiesa si
parla di Dio, con l’Iboga si vive con Dio” cosa non gradita ai cattoli-
ci. Nello spazio libero da pensieri e illusioni indotto dalla pianta sacra
cosa rimane se non Dio? Non sono stati Gesù e San Giovanni Battista
a proclamare che il Regno dei cieli è vicino? I Bwiti lasciano che siano
i teologi e i sacerdoti a parlare di Dio, perché per loro l’esperienza
diretta della divinità è la cosa più importante. Fatto sta che il Gabon,
dove la Bwiti – insieme al Cattolicesimo e all’Islamismo – è religione
nazionale, è il paese più stabile dell’Africa centrale con il più basso
tasso di criminalità.

Nonostante le cerimonie siano aperte a tutti, i rituali sono spesso


tenuti segreti perché molti li considerano una pratica di stregoneria.
Da qui le minacce da parte di islamici e cattolici fondamentalisti. I
fedeli della religione Bwiti sostengono che prendere l’Iboga conduce
ad un risveglio spirituale e ad una migliore connessione con il mondo.
Essi la considerano come un dono di Dio. Tuttavia i Bwiti non sono
95
Nella tradizione Bwiti, il nganga è colui che accompagna nella iniziazione.

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riconosciuti dai cattolici che, sino ad oggi, contrastano questo cre-


scente movimento spirituale. Nel 1960, il primo presidente del
Gabon, Leon M’ba, ha difeso la religione Bwiti e l’uso dell’Iboga
nelle colonie francesi. Nel 2001 i ministri del Gabon hanno dichiara-
to le coltivazioni di Tabernanthe Iboga loro tesoro nazionale. È noto
che in Gabon, il 4% della popolazione, incluso il Presidente, fa uso
della corteccia della radice di Iboga. Inoltre, sono in numero sempre
crescente gli occidentali che si recano in ‘pellegrinaggio’ in Gabon
per farsi iniziare alla religione Bwiti.

Migliaia di persone celebrano il settimanale Ngoze il sabato sera. Il


termine Ngoze è di origine Tsogo e indica una cerimonia notturna
centrata sul culto dell’Iboga. Le cerimonie Bwiti avvengono sempre
di notte perché secondo i Bwitisti la notte è di natura femminile e faci-
lita l’incontro col regno degli antenati. In una atmosfera religiosa e
festiva, la pianta sacra viene somministrata come un Sacramento. La
cerimonia inizia la sera intorno alle otto e finisce all’alba. I fedeli rice-
vono l’Iboga inginocchiati in segno di rispetto. I sacerdoti Bwitisti
(chiamati Kombo) somministrano la radice di Iboga polverizzata con
un cucchiaino, introducendolo direttamente nella bocca dei fedeli. La
somministrazione rappresenta una vera e propria comunione che
viene effettuata all’inizio della messa. I fedeli possono assumere più
volte l’Iboga nel corso del rito, ma non oltre la mezzanotte. Questa
cerimonia viene vissuta dai fedeli come un bagno spirituale collettivo.

Il tempio dove viene celebrata la messa, è antropomorfico, a forma


rettangolare e viene chiamato Aben. A livello microcosmico rappre-
senta il corpo umano, mentre a livello macrocosmico rappresenta
l’Universo attraversato dall’axis mundi che mette in contatto il regno
del sottosuolo, il mondo degli inferi, con gli altri regni dell’essere.
Nelle correnti cristiane il palo centrale del tempio, chiamato Akun,
viene decorato con le immagini di una stella, della luna e, al centro,
della croce oblunga cristiana; questo palo simboleggia sia l’axis mundi
dell’universo che il membro virile dell’uomo-tempio. L’altare è lo spa-
zio predisposto per i suonatori degli strumenti sacri. La musica è una
componente molto importante nelle cerimonie Bwiti. La sua funzio-

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ne è quella di far incontrare i partecipanti con gli spiriti degli antena-


ti. Il fuoco situato al centro del tempio rappresenta il cuore dell’uo-
mo-tempio. Antistante il tempio c’è lo Nzimbé che è considerato la
tomba simbolica dove risiedono gli antenati.

I gruppi Bwiti influenzati dal cristianesimo seguono il calendario


cattolico e hanno un rituale a Pasqua e uno a Natale; altri gruppi ten-
gono cerimonie durante il solstizio invernale e quello estivo.
Entrambi i tipi di cerimonie sono accompagnate da danze, musica,
canti e fuochi. I musicisti suonano le percussioni – il tradizionale
Ngombi, un’arpa a otto corde – e il Mugongo, un’arpa a bocca, certa-
mente lo strumento musicale più antico della storia dell’umanità. Il
Mugongo ha una valenza maschile, il suo suono rappresenta la parola
creativa di Dio. Il Ngombi ha una valenza femminile, è lo strumento
musicale più importante della religione Bwiti. I due strumenti non
vengono mai suonati contemporaneamente. Nella parte superiore del
Ngombi è intagliata una forma antropomorfica rappresentante
Bandzioku, la prima donna pigmea che secondo il mito fu il primo
essere umano a conoscere i ‘misteri’ dell’Iboga e per questo venne
uccisa dai membri della sua stessa tribù. I sacerdoti e i fedeli, abbi-
gliati con vestiti colorati di rosso, nero o bianco, indossano gonne di
rafia decorate con perline, piume e perle e anche pelli di animali come
la pelliccia di zibetto. Con i visi dipinti, i membri Bwiti danzano nella
notte una danza perfettamente coreografata. All’alba, la cerimonia
finisce con un pasto.

L’uso della radice di Iboga presso i Bwiti ha due scopi principali:


presa in piccole quantità, quello di presenziare alla cerimonia del
Ngoze; presa in grande quantità, quello di fronteggiare una ‘crisi’, una
situazione di emergenza, cosa che può accadere una o due volte nella
vita di un praticante. In questo caso viene effettuata una cerimonia di
iniziazione. Durante il rito di iniziazione il viso degli iniziati (bandzi)
viene cosparso di polvere bianca che rappresenta il regno dei morti
che andranno a visitare. La macchia rossa visibile sulle guance indica
il rito di iniziazione attraverso cui stanno per passare e la rinascita spi-
rituale che questo processo implica. Nelle correnti Bwiti a tendenza

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monoteista, il contatto con Dio è reso possibile grazie all’intermedia-


zione con gli antenati. Nei contesti influenzati dal Cristianesimo, la
pianta dell’Iboga viene considerata l’Albero della Vita donato da Dio
ai primi esseri umani, i quali – al momento della caduta di Adamo ed
Eva – persero la capacità di vedere e di udire. Dio li ha perciò forniti
della pianta dell’Iboga per riaprire i loro occhi e le loro orecchie, per
conoscere Dio e fare la sua volontà. In questi contesti, prima di una
cerimonia di Iboga si fa uso della Confessione. I Bwitisti sostengono
che una persona che si sia macchiata di gravi crimini quali ad esem-
pio un omicidio, corre dei seri rischi nel prendere l’Iboga senza con-
fessarsi: essendo dotato di una sua volontà, lo Spirito dell’Iboga
potrebbe non accettarla o persino ucciderla.

Gli officianti Bwiti usano l’Iboga durante tutta la loro vita; anche
dopo esperienze profonde in seguito all’assunzione di grandi quanti-
tà, di solito continuano a lavorare con lo Spirito della pianta con
quantità minori. Essi sostengono che durante la prima esperienza con
elevate quantità l’Iboga lavora su di loro, mentre dopo, con quantità
inferiori, sono loro a lavorare con l’Iboga. Se lo Spirito dell’Iboga
accetta una persona che ha ingerito la pianta sacra, la porterà nella
terra dei morti dove lui o lei potrà chiedere consiglio e sostegno. Il
fatto che il culto Bwiti stia crescendo più velocemente rispetto a quel-
lo cristiano, suggerisce che le persone trovano le risposte che cercano.

Cap. 10
Studi scientifici sulla corteccia della radice di Iboga e sull’alcaloide
Ibogaina
Giovanni Lattanzi

Al contrario di quanto molta gente è portata a credere, l’Iboga – il


cui nome scientifico è Tabernanthe Iboga – e l’alcaloide chiamato
Ibogaina non sono la stessa cosa. Quando si parla di Iboga si intende
la corteccia della radice che è una parte della pianta, mentre
l’Ibogaina è un particolare alcaloide estratto in laboratorio dalla cor-
teccia e rappresenta solo uno dei 12 alcaloidi presenti nella pianta

136
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Tabernanthe Iboga. Altri importanti alcaloidi sono l’Ibogamina e la


Tabernantina. L’Ibogaina (il cui nome chimico è 12-metossi-
Ibogamina) viene estratta dalla corteccia della radice e trasformata in
Ibogaina cloridrato (HCL) sotto forma di cristalli o sotto forma liqui-
da. La percentuale di Ibogaina nella corteccia di radice va dal 2% al
5% del peso della corteccia.

Il Gabon, luogo di origine della pianta, è stato a lungo una colonia


francese. Alcuni medici francesi hanno cominciato a studiare le pro-
prietà di questa pianta già dall’inizio del XIX secolo. Gli studi sulle
proprietà di questa pianta hanno quindi quasi due secoli. L’Ibogaina,
al contrario, è divenuta nota solo nel corso degli anni ’80 del
Novecento, dopo la scoperta accidentale avvenuta nel 1962 da parte
di Howard Lotsof, grazie alla quale l’uso dell’Ibogaina si è molto dif-
fuso negli USA e anche in Olanda. Seguendo l’esempio e il manuale
scritto da Lotsof96 sono ora circa 80 le cliniche di Ibogaina in tutto il
mondo dove si applica questo alcaloide per la cura di varie tossicodi-
pendenze.

Negli anni ’80 e nei primi anni ’90 del Novecento, gli studi sull’al-
caloide Ibogaina sono stati particolarmente numerosi soprattutto
negli USA. In quel periodo, precisamente nel 1991, erano in corso
degli studi preclinici (su cavie) e delle sperimentazioni in fase I (su
soggetti umani), da parte del NIDA (National Institute on Drug
Abuse), l’organo ufficiale responsabile della legalizzazione dei farma-
ci negli USA, studi che tuttavia sono terminati nel 1995. I principi
attivi presenti nelle radici, corteccia, fusto, foglie e semi contengono
alcaloidi indolici. L’Ibogaina, il cui nome chimico è C20 H26 N20,
viene considerata l’alcaloide più importante presente nella pianta di
Iboga per quanto riguarda la cura delle tossicodipendenze. Questo
alcaloide si lega ad alcuni recettori oppioidi del cervello eliminando i
sintomi di astinenza e il senso di bisogno compulsivo. L’alcaloide
Ibogaina è particolarmente adatto a trattare la dipendenza da oppia-
96
Howard S. Lotsof, Boaz Wachtel, Manual for Ibogaine Therapy Screening, Safety,
Monitoring, and After-Care, 2003, sul sito:
http://www.ibogaine.desk.nl/manual.html

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cei ed è ugualmente efficace sia nei casi di dipendenza ventennale da


eroina sia in quelli di abuso prolungato di antidolorifici97.

La prima estrazione dell’Ibogaina dalla pianta è stata compiuta


da due scienziati francesi, Dybowsky e Landrin i quali, nel 1901,
hanno isolato e cristallizzato l’alcaloide dalla radice dell’Iboga98.
Una completa sintesi organica di questo alcaloide è stata realizzata
e brevettata nel 1956 ma non è mai stata impiegata perché il pro-
cesso di produzione è risultato troppo impegnativo e costoso.
Conosciuta col nome di 18-MC, abbreviazione di 18-metossi-coro-
naridina, questa sostanza chimica sintetica ha una struttura mole-
colare che è quasi identica a quella dell’Ibogaina. I ricercatori che
se ne sono occupati, affermano che la 18-MC, finora testata solo su
roditori, potrebbe risolvere i casi di tossicodipendenza senza pro-
durre gli effetti psicoattivi dell’ibogaina. Secondo gli stessi studi
risulterebbe, inoltre, che con persone affette da problemi di cuore
è più sicura dell’Ibogaina99. La ricerca scientifica sulla pianta di
Iboga è stata effettuata per tutto il XIX secolo da medici francesi
residenti in Gabon. Per tutto il tempo il loro interesse è stato esclu-
sivamente rivolto agli effetti dell’Iboga somministrata a basso
dosaggio che veniva considerata come un tonico in grado di rilas-
sare l’apparato muscolare in quanto promuove l’ossigenazione dei
muscoli tramite un incremento di globuli rossi del sangue. L’alto
dosaggio della medicina era reputato di per sé tossico e l’aspetto
ritualistico delle tradizioni africane veniva relegato al mondo della
stregoneria.
Alcuni degli effetti dell’Ibogaina sono oramai noti, tuttavia il mec-
canismo preciso e le ragioni dei suoi effetti a lungo termine sul cer-
vello non sono ancora conosciuti. La struttura dell’Ibogaina si lega
97
Peter Frank, Ibogaine explained, CrerateSpace Indipendent Publishing Platform,
2012.
98
J. Dybowski, E. Landrin, Sur l’Iboga, sur ses propiétés excitantes, sa composition, et
sur l’alcaloïde nouveau qu’il renferme, l’ibogaïne, in “Comptes Rendus”, vol. 133, pp.
748-750, 1901. Un estratto in lingua inglese di questo studio si trova sul sito:
http://www.ibogaine.desk.nl/dybowski.html
99
Peter Frank, Ibogaine explained, op. cit., p. 53.

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alla dopamina e alla serotonina che sono naturalmente prodotte dal


cervello e che funzionano come neurotrasmettitori di pace, piacere e
benessere sia a livello fisico che psichico. Secondo le ricerche svolte100,
l’Ibogaina ha un notevole effetto sul sistema limbico del cervello che
comprende, tra l’altro, l’ippocampo, l’amigdala e i nuclei talamici, che
determinano l’organizzazione delle funzioni psichiche quali schemi di
comportamento, reazioni emotive, memoria a breve termine.
Connesso con il cervelletto – quella parte del cervello che condividi-
amo coi rettili – il sistema limbico interviene nei processi di appren-
dimento e di memorizzazione. L’Ibogaina agisce come uno scanner
del cervello emotivo nel quale compie un reset per quanto concerne
comportamento compulsivo e dipendenza. Quanto al corpo fisico,
l’Ibogaina ad alti dosaggi agisce sul sistema nervoso e su quello
muscolare: il corpo diviene gradualmente sempre più rigido e pesan-
te, un processo che corrisponde ai disturbi noti come atonia e atassia,
vale a dire la mancanza di forza e di coordinamento nei movimenti
fisici. Durante la seconda fase del processo con l’Ibogaina, questo irri-
gidimento è accompagnato – nel suo stadio più avanzato – da un
senso di vertigine durante la deambulazione e da flash di fili di luce
che attraversano lo spettro visivo. La frequenza cardiaca diminuisce,
una sensazione di nausea cresce e spesso provoca il vomito. Un altro
fenomeno frequente è l’attivazione della visione dell’aura del corpo,
ad esempio muovendo un braccio si vede la scia di energia che questo
lascia nello spazio. Si altera notevolmente la percezione del tempo
che sembra fermarsi, mentre le ore trascorrono velocemente come se
fossero pochi istanti. Per chi soffre di tossicodipendenza i sintomi
dell’astinenza scompaiono circa quarantacinque minuti dopo l’in-
gestione. Alla psiche l’Ibogaina offre la possibilità di processare
esperienze passate e di compiere nuove scelte e cambiamenti.
Secondo Kenneth Alper101, professore di Psichiatria presso la scuola

100
Vincent Ravalec, Mallendi, Agnés Paicheler, Iboga: The Visionary Root of African
Shamanism, op. cit., pp.163-182. Cfr. anche H.I. Dhahir, A Comparative Study on the
toxicity of Ibogaine and Serotonin, tesi di dottorato, Bloomington (US-IN), Indiana
University, 1971.
101
Kenneth R. Alper, Departments of Psychiatry and Neurology, New York University
School of Medicine.

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medica dell’Università di New York, i componenti dell’Ibogaina si


differenziano da quelli di altre sostanze psicoattive, tra cui il classico
5-HT2A attivato da LSD, psilocibina, mescalina, anfetamina e
MDMA102. L’Ibogaina attiva recettori diversi tra cui l’NMDA (acido
N-metil-D-aspartico), il recettore nicotinico, il recettore sigma, i
recettori oppioidi kappa e mu. L’azione sui diversi sistemi di neurore-
cettori cerebrali agli studiosi è apparsa paradossale, come paradossa-
le risulta di fatto la mancanza di sonno per alcuni giorni senza che il
corpo ne subisca affaticamento e la presenza di onde REM tipiche del
sonno durante lo stato di veglia. Tra l’altro, durante il sonno REM
attivato dall’Ibogaina le onde cerebrali registrate da un EEG mostra-
no la produzione di onde simili a quelle prodotte in stato di consape-
volezza durante la veglia. “Gli studi sull’azione – finora sconosciuta –
svolta dall’Ibogaina stanno mostrando che le diverse parti del cervel-
lo e le loro funzioni (cervello rettiliano, paleomammifero e neo-cor-
tex), lato sinistro e lato destro, di fatto non agiscono in maniera indi-
pendente l’una dall’altra ma sono strettamente collegate”103. Nel 1999
Kenneth Alper ha organizzato la prima conferenza internazionale
dedicata all’Ibogaina104, con l’intenzione di soddisfare quelle doman-
de di natura scientifica che non potevano trovare risposta all’interno
dell’ottica religiosa Bwiti.
I resoconti scritti delle esperienze avute con l’Ibogaina sono molto
interessanti105 e spesso somigliano alle testimonianze delle persone che

102
Kenneth R. Alper, Howard S. Lotsof, The Use of Ibogaine in the Treatment of
Addictions, p. 44, in Winkelman Michael J., Roberts Thomas B., (a cura di),
Psychedelic Medicine, Westport (US-CT), Praeger/Greenwood Publishing Group,
2007, pp. 43-66.
http://ibogalife.com/wp-content/uploads/2013/10/Psychedelic_Medicine_
Ibogaine_Lotsof_Alper_2007-.pdf
103
Vincent Ravalec, Mallendi, Agnés Paicheler, Iboga: The Visionary Root of African
Shamanism, op. cit. p. 163.
104
Si tratta della NYU Conference on Ibogaine, New York University School of
Medicine, 5-6 novembre 1999. Gli atti della conferenza sono stati pubblicati in:
Alper Kenneth R., Glick Stanley D., The Alkaloids: Ibogaine: Proceedings of the First
International Conference, vol. 56, San Diego (US-CA), Academic Press, 2001.
105
Si confronti a questo proposito: Daniel Pinchbeck, Ten years of Therapy in one
night, op. cit.

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hanno assunto la corteccia della radice di Iboga. Questa similarità è


dovuta alla presenza dello Spirito della pianta – tanto nella corteccia
quanto nell’estratto – che spesso si manifesta alle persone sotto forma
di visioni e sogni. In genere questo Spirito appare come un uomo di
colore, ma c’è anche chi lo vede nella sua forma femminile come una
donna di colore saggia e anziana o sotto forma di un albero, di un ani-
male, etc. Le visioni prodotte dalla corteccia di radice di Iboga non
vanno tuttavia confuse con le cosiddette allucinazioni, che apportano
un’alterazione dello spettro visivo ed avvengono ad occhi aperti men-
tre le visioni indotte dall’Iboga si verificano ad occhi chiusi e si inter-
rompono quando gli occhi si aprono106. Le visioni causate dalla cor-
teccia di radice di Iboga e dall’Ibogaina, come vedremo tra poco,
sono in realtà connesse alla produzione del sonno REM (Rapid Eye
Movement) e a quello che lo psichiatra Carl Anderson della Harvard
Medical School, ha chiamato ‘sonno attivo’, un basilare aspetto della
psiche fino a poco tempo fa sconosciuto o sottovalutato perché si è
ritenuto che fosse collegato ad automatismi della psiche e ad una fase
primitiva del suo sviluppo.
Gli studi condotti sulla corteccia di Iboga e sull’Ibogaina mostra-
no che entrambe di per sé non sono tossiche, in particolare non sono
neurotossiche. Il farmacologo francese Robert Goutarel107, in uno stu-
dio condotto presso il Centre National de la Recherche Scientifique
di Parigi108, ha stimato che la tossicità dell’Ibogaina è pressoché equi-
valente a quella dell’aspirina. Le scaglie di Iboga contengono dal 2 al

106
Per quanto riguarda la differenza tra allucinazioni e visioni, si veda nel capitolo 13
Enteogeni e guarigione spirituale di questo libro, il paragrafo Ayahuasca: tradizioni
indigene e ricerche scientifiche.
107
Robert Goutarel (1909-1993), farmacista, dottore in medicina e dottore in scienze,
direttore onorario di ricerca al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique)
di Parigi. Goutarel ha diretto la sua ricerca verso lo studio della chimica delle piante
contenenti alcaloidi. È autore di numerose pubblicazioni in particolare sugli alcaloi-
di stereoidali.
108
Si tratta di: Robert Goutarel, Otto Gollnhofer, Roger Sillans, Pharmacodynamie et
applications therapeutiques de l'iboga et de l'ibogaine. L'ibogaïne en psychothérapie et
dans la lutte contre les pharmacodépendances aux stupéfiants, Parigi, C.N.R.S., s.d.,
anche sul sito:
http://www.eboga.fr/Therapeuein/PHARMACODYNAMIE.html

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5% circa di Ibogaina: ne occorrerebbero molte cucchiaiate perché


diventino pericolose. Goutarel è il primo studioso che ha ipotizzato
che l’Ibogaina funzioni come un attivante del sogno REM e di uno
stato di sogno da svegli – da non confondere col ‘sogno ad occhi aper-
ti’ chiamato anche daydream – che permettono un consolidamento
dei processi che presiedono alla capacità di apprendimento109.
L’Ibogaina è stata introdotta per la prima volta sul mercato occiden-
tale nel 1939 quando un estratto della Tabernanthe manii– un’altra
specie del genere Tabernanthe – era stato commercializzato in Francia
dal laboratorio Houdè. Veniva venduto sotto forma di compresse che
contenevano circa 0.20 grammi d’estratto di radice per singola com-
pressa, approssimativamente 8 mg di Ibogaina110. Per circa 40 anni il
Lambarène – dal nome della città in Gabon dove operava il medico
Albert Schweitzer111 – è stato pubblicizzato come stimolante fisico
indicato per individui sani sottoposti ad uno sforzo fisico e psichico
maggiore del normale. Il prodotto veniva raccomandato in caso di
esaurimento, stanchezza, depressione e persino infezioni.

Negli anni ’80 Howard Lotsof ha brevettato l’Ibogaina negli Stati


Uniti. Non essendo possibile brevettare piante o prodotti naturali ha
registrato più volte l’Ibogaina in corrispondenza delle sue diverse
applicazioni terapeutiche: come cura per la disintossicazione da
alcool, oppiacei, anfetamina e molte altre sostanze. In questo modo,
ha ottenuto un brevetto per ogni applicazione dell’Ibogaina essendo
questa l’unica procedura ammessa negli Stati Uniti112. Lotsof ha bre-
109
Si vedano i capitoli 14 e 15 di: Vincent Ravalec, Mallendi, Agnés Paicheler, Iboga:
The Visionary Root of African Shamanism, op. cit.
110
Robert Goutarel, Otto Gollnhofer, Roger Sillans, Pharmacodynamie et applications
therapeutiques de l'iboga et de l'ibogaine. L’ibogaïne en psychothérapie et dans la lutte
contre les pharmacodépendances aux stupéfiants, op. cit.
111
Lambaréné è una città situata nella parte occidentale del Gabon, sulle rive del
fiume Ogooué. Qui, nel 1913, Albert Schweitzer (1875-1965) – premio Nobel per la
pace nel 1952 – ha fondato il suo ospedale al quale si è dedicato per tutta la vita.
112
Nel 1985, Howard Lotsof prese un brevetto USA per: Rapid method for interrup-
ting the narcotic addiction sindrome - U.S. Patent, n° 4 499 096 - seguito da un altro
nel 1986: Rapid method for interrupting the cocaina and anfetamina addiction syndro-
me - U.S. Patent, n° 4 587 243; poi nel 1989 da: Rapid method for attenuating the alco-
hol dependency syndrome - U.S Patent n° 4 857 523 - e nel 1991 dal brevetto per

142
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vettato le applicazioni terapeutiche dell’Ibogaina perché così avreb-


bero avuto la possibilità di essere approvate dalla FDA (Food and
Drugs Administration). Si è impegnato strenuamente nel tentativo di
far approvare questi brevetti come farmaci. Tuttavia, malgrado ciò,
Lotsof non è riuscito a far legalizzare l’Ibogaina negli Stati Uniti dove,
ancora oggi – nonostante i risultati positivi ottenuti con l’impiego
dell’Ibogaina nella cura di tossicodipendenze, disturbi dell’attenzione
e di altri malesseri quali la depressione – l’Iboga appare tra i narcoti-
ci elencati nella tabella I del Controlled Substances Act, accanto a eroi-
na e cocaina. Fino al 1967, la FDA ha motivato la sua decisione di
confinarla nella lista delle sostanze proibite adducendo come giustifi-
cazione gli alti rischi di abuso della sostanza e la mancanza di un uso
medico riconosciuto113. Da allora, l’Ibogaina negli USA è illegale.
In un primo momento, il NIDA ha investito milioni di dollari nella
sperimentazione pre-clinica (su cavie) e quella clinica di fase I (su sog-
getti umani) ma ha poi ritirato il sostegno alla ricerca. Sino ad ora, le
compagnie farmaceutiche non hanno voluto sostenere la ricerca
sull’Ibogaina. Secondo Kenneth Alper – coautore, insieme a Howard
Lotsof, del libro The Use of Ibogaine in the Treatment of Addictions –
“Essendo di origine naturale, quindi non brevettabile, e disponendo
di meccanismi di azione relativamente sconosciuti, un progetto di svi-
luppo dell’Ibogaina non è risultato attraente per le compagnie farma-
ceutiche”114. C’è anche chi sospetta che il lancio di questo alcaloide
sul mercato non sia stato agevolato in un paese che ha forti resistenze
contro sostanze psicoattive, vedi la War on Drugs115, ma anche perché
Rapid method for interrupting or attenuating the nicotine/tobacco dependency syndro-
me - U.S. Patent, n° 45 026 697, in:
http://www.eboga.fr/Therapeuein/PHARMACODYNAMIE.html
113
Kenneth R. Alper, Howard S. Lotsof, The Use of Ibogaine in the Treatment of
Addictions, op. cit., p. 44.
114
Ivi, pp. 43-66.
115
La storia della War on Drugs (Guerra alla droga) inizia nel giugno 1971 con la deci-
sione del presidente Nixon di impegnarsi in un conflitto contro l’uso di stupefacen-
ti, da lui considerato come il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti. Solo di
recente si sono iniziati a riconoscere gli esiti fallimentari di questa politica. Sul tema
si confrontino, tra gli altri, i siti: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/stati-
uniti/il-fallimento-della-guerra-alla-droghe
e anche: http://www.rivistastudio.com/standard/droga-guerra-e-pace/

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la vendita dell’Ibogaina avrebbe potuto danneggiare il commercio di


psicofarmaci che sostituiscono l’uso di droghe e antidepressivi.

I trattamenti di tossicodipendenti con Ibogaina ad alto dosaggio,


ancora fino ad oggi avvengono spesso, ma non sempre, in contesti cli-
nici. Nel 1994 la professoressa Deborah Mash, docente di neurologia
presso l’università di Miami – un pioniere in questo campo – è stata
autorizzata a condurre trattamenti sperimentali con Ibogaina su tos-
sicodipendenti e, nel 1996, a stabilire un programma di trattamento
sotto stretta sorveglianza di un’equipe medica. La dottoressa Mash ha
aperto quindi la Clinic of Healing Visions dove sono stati trattati più
di 150 pazienti. La squadra della dottoressa Mash ed altri medici
coinvolti nel progetto concordavano sul fatto che, assunta in dosi
terapeutiche, l’Ibogaina non è neurotossica, vale a dire non danneg-
gia il cervello116. Anche i risultati dei precedenti esperimenti con
l’Ibogaina che la dottoressa Mash aveva svolto su tre scimmie, non
avevano rivelato alcuna neurotossicità. Da diversi anni, uno dei lavo-
ri più pregevoli svolti per il recupero di tossicodipendenti – spesso
ex-veterani delle sanguinarie guerre statunitensi in Vietnam e Iraq –
viene compiuto da Dimitri Mugianis117, che negli USA si è distinto per
essere tra i più validi difensori e somministratori di Ibogaina a fini
116
Deborah C. Mash, Craig A. Kovera, John Pablo, Rachel F. Tyndale, Frank D.
Ervin, Izben C. Williams, Edward G. Singleton, Manny Mayor, Ibogaine: Complex
Pharmacokinetiks, Conecrn for Safety, and Preliminary Efficacy Measures, in “Annals
of the New York Academy of Sciences”, vol. 914, sett. 2000, pp. 394-401, in Vincent
Ravalec, Mallendi, Agnés Paicheler, Iboga: The Visionary Root of African Shamanism,
op. cit., p. 169, nota 3.
117
Nato a Detroit da genitori greci, Dimitri Mobengo Mugianis (1962) ha iniziato ad
usare droghe pesanti già da giovanissimo. Poeta e musicista, amico di importanti
esponenti della scena beat di New York, dopo anni di tossicodipendenza è riuscito a
liberarsene nel 2002 grazie ad un trattamento di Ibogaina ricevuto in Olanda che
oltre a portarlo fuori dal ‘tunnel’ gli ha ispirato il profondo desiderio di diventare un
facilitatore underground di Ibogaina per aiutare chi come lui era arrivato a perdere
la speranza. Dopo cinque anni di pratica a New York durante i quali è stato affian-
cato e guidato da Howard Lotsof, nel 2007 Mugianis si reca in Gabon per la sua ini-
ziazione alla Bwiti. Sulla sua storia è stato girato il documentario I’m Dangerous with
Love di Michel Negroponte, Stati Uniti, 2009. Una sua intervista (in lingua inglese)
realizzata dalla “IBO-Radio Transforming Conversations” è disponibile sul sito:
http://www.blogtalkradio.com/iboradio1/2012/04/01/dimitri-mobengo-mugianis

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terapeutici. Ex-tossicodipendente lui stesso, Dimitri Mugianis ha


ricevuto una iniziazione all’Iboga in Africa, nel contesto della religio-
ne Bwiti. Malgrado la presenza di molte cliniche che operano a livel-
lo underground condotte spesso da ex tossicodipendenti, negli USA i
trattamenti con l’Ibogaina non sono legali.
Tuttavia, grazie ai risultati altamente positivi che sono stati otte-
nuti, nonostante il veto degli USA questo tipo di trattamenti si sono
diffusi in tutto il mondo, soprattutto in quei paesi – che sono la mag-
gior parte: Messico, Costa Rica, Olanda, Slovenia, Repubblica Ceca,
Gran Bretagna seguiti recentemente da Canada e Sud Africa – dove
per la somministrazione di Ibogaina è consentito, ma non è obbliga-
torio, un setting medico. In molte nazioni per la somministrazione di
Ibogaina non si richiede una preparazione strettamente medica. La
comparsa di internet ha segnato un grosso incremento della cultura
legata all’Ibogaina. Allo stesso modo c’è un crescente interesse verso
i rituali di Iboga, non solo quelli che si svolgono in Africa, ma anche
quelli che si tengono nel resto del mondo, grazie alla possibilità di
accedere a questa pianta sacra tramite un numero crescente di prati-
canti di tutto il mondo che sono stati iniziati in Africa. Per ricevere un
trattamento di Ibogaina un tossicodipendente statunitense si deve
quindi recare in Costa Rica, in Messico o in quei paesi europei dove
non c’è una vera e propria regolamentazione e quindi, malgrado la
resistenza di alcune forze politiche – i cani da guardia delle Big
Farmas – la legge non ne proibisce la vendita o l’uso. In alcuni paesi
europei, in realtà pochi – come la Svizzera – è permesso solo l’utiliz-
zo dell’Ibogaina all’interno di un contesto medico. In altri, come in
Germania e in Olanda, l’applicazione medica coesiste con una utiliz-
zazione senza supervisione sanitaria118.
L’Ibogaina agisce sul cervelletto, la sede di comando per l’appren-
dimento del movimento ed influenza in modo evidente il sistema lim-
bico, il cervello emotivo, la parte del cervello che registra emozioni
profonde e genera ‘bisogni’. Da questo senso di ‘bisogno’ sorgono
pensieri automatici oppure modelli di comportamento compulsivi
118
Si veda, di questo libro, il capitolo 22 Stato giuridico del Kambo, dell’Ayahuasca e
dell’Iboga.

145
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che possono portare ad uno stato di tossicodipendenza, compromet-


tendo quella condizione di salute naturale di cui di solito godiamo
nella nostra infanzia.

Un’interessante ricerca scientifica sull’Ibogaina, che ha segnato


una radicale svolta nello studio di questo alcaloide, è stata condotta
negli anni ’80 del Novecento dallo psichiatra statunitense Carl
Anderson119 su pazienti affetti da DPTS (Disturbo Post Traumatico
da Stress), uno stato di disturbo emotivo e comportamentale dovu-
to ad eventi traumatici quali guerra, aggressione, abuso infantile.
Secondo la ricerca del professor Anderson, lo stato di sogno da svegli
– che lui chiama ‘sonno attivo’ – indotto dall’Ibogaina, può essere
equiparato allo stato in cui il feto e il neonato passano buona parte del
loro tempo e che si riduce notevolmente durante la crescita.
Nell’adulto il ‘sonno attivo’ copre circa il 20% della durata del sonno.
Questo stato è caratterizzato da un forte flusso di onde tipiche del
sonno REM che rendono possibile la reintegrazione di memorie trau-
matiche grazie all’alterazione di dinamiche psicopatologiche tra la
parte sinistra e quella destra del cervello. Questo ristabilito equilibrio
tra le due parti del cervello libera, tra l’altro, ma non solo, dagli sche-
mi di comportamento tipici della tossicodipendenza. Lo si può defi-
nire un vero e proprio sistema endogeno di guarigione della psiche,
paragonabile al sistema endogeno di produzione di beta-endorfine
che si attiva quando l’organismo viene confrontato con un eccesso di
dolore fisico o emotivo. Nel caso del sonno attivo la psiche dispone
di un sistema che interviene in caso di stress o eccesso di ansia che
possono portare a disturbi dell’attenzione e a comportamenti ossessi-
vo/compulsivi.

Secondo le ricerche svolte dal professor Anderson, gli esseri


umani condividono lo stato di sonno attivo con i mammiferi e gli
119
Carl M. Anderson, Ph D., Ibogaine Therapy in Chemical Dependency and
Posttraumatic Stress Disorder: A Hypothesis Involving the Fractal Nature of Fetal REM
Sleep and Interhemispheric Reintegration, in “Bulletin of the Multidisciplinary
Association for Psychedelic Studies, MAPS”, vol. 8, n. 1, primavera 1998, pp. 5-14,
anche sul sito:
http://www.maps.org/news-letters/v08n1/08105and.html

146
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uccelli. L’origine filogenetica di questo stato ha fatto dedurre ai ricer-


catori che esso svolga un ruolo importante nello sviluppo del cervel-
lo degli esseri umani sia a livello filogenetico che ontogenetico. Vale
a dire che sia la specie umana che l’individuo che vi appartiene ne
hanno bisogno per sviluppare appieno le proprie potenzialità cere-
brali ricevute come patrimonio filogenetico. La forza intelligente
insita nella natura stessa avrebbe provvisto gli esseri umani di un
sistema interno di protezione. Esperimenti su animali hanno dimo-
strato che la deprivazione di sonno attivo provoca danni al cervello,
con esiti di iperattività e perdita della capacità di concentrazione che
sono gli stessi sintomi di chi soffre di DPTS, ADHD (sindrome da
deficit di attenzione e iperattività), ADD (sindrome da deficit di
attenzione) sui quali agisce positivamente l’Ibogaina. Tali pazienti
hanno subìto un eccesso di stress durante il periodo di sviluppo del
loro cervello che è andato a nuocere la funzione del sonno attivo
incaricata di ristabilire un equilibrio in caso di eccesso di stimolazio-
ne emotiva negativa. Gli studi del professor Anderson hanno prova-
to che le visioni create dallo stato di sonno attivo, lungi dall’essere
delle allucinazioni – vale a dire immagini ‘prive di oggetto’, disso-
cianti, senza significato – svolgono, al contrario, un ruolo di salva-
guardia e di protezione della psiche dell’individuo, fornendolo di un
sistema interno di autoguarigione in caso di eccesso di stress e di
dolore emotivo causato da esperienze traumatiche. Allo stesso modo,
l’attivazione delle onde REM che segue l’assunzione della corteccia
di radice di Iboga o di Ibogaina, attivando quella parte del cervello
che condividiamo con gli uccelli e i mammiferi, provoca uno stato di
sogno in stato di veglia durante il quale l’individuo riceve istruttivi
replay dei momenti della propria vita che hanno portato alla situa-
zione di disagio e che possono aiutare a riconoscere e lasciar andare
vecchi schemi di comportamento. Molto interessante è che questi
replay non riguardano solo l’arco della vita di un individuo, ma in
molti casi coinvolgono antenati, persone appartenenti all’albero
genealogico della persona stessa, situazioni traumatiche di un’intera
famiglia o persino di un’intera nazione. Questo fenomeno è stato
confermato dalle esperienze di persone che, sottoposte a sommini-
strazione di corteccia di Iboga o Ibogaina, hanno rivissuto le espe-

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rienze traumatiche che i propri genitori avevano affrontato durante


la seconda guerra mondiale.

Malgrado le propagandistiche accuse di neurotossicità, gli innu-


merevoli studi che la ricerca scientifica ha dedicato a questo argo-
mento non hanno mai riportato evidenze di danni al cervello causati
dall’Ibogaina. Piuttosto sembra che lo Spirito della pianta mostri,
invertendo i parametri epistemici di una parte della cultura scientifi-
ca, la neurotossicità delle condizioni di stress in cui molte persone
sono costrette a vivere, sia nell’ambiente familiare, che sociale o addi-
rittura già a partire dal grembo materno. È inoltre assodato, sia tra i
ricercatori che tra i consumatori, che l’Iboga non provoca dipenden-
za come spesso si insinua a causa dell’indiscriminato accorpamento
dell’Ibogaina alle cosiddette droghe o sostanze stupefacenti. Al con-
trario, la corteccia della radice di Iboga e l’Ibogaina liberano dalle
dipendenze e dalla compulsività, compiono un risettaggio del cervel-
lo limbico riportandolo al suo stato originario di funzionamento, per-
mettono quindi il recupero delle funzioni collegate al patrimonio
genetico del cervello limbico, il cui completo sviluppo è stato impe-
dito o non è stato sufficientemente sostenuto da ‘fattori ambientali’
durante la vita fetale e la prima infanzia. Questo processo di risettag-
gio può essere paragonato a quello di un computer che venga libera-
to da un virus. Il risettaggio di un computer permette che questo fun-
zioni di nuovo nel modo in cui è stato progettato, come fosse nuovo,
senza l’interferenza di malfunzionamenti provocati da virus esterni.
La ricerca scientifica aiuta a comprendere che il processo indotto
dall’Ibogaina e dagli altri alcaloidi presenti nella Tabernanthe Iboga
facilita una profonda guarigione psichica che è in sintonia con l’espe-
rienza di morte-rinascita descritta dai membri della religione Bwiti e
riportata dalle persone che vengono iniziate a questa pianta sacra.
Lo studioso e facilitatore di Ibogaina Peter Frank, riporta eviden-
ze del fatto che l’Iboga agisce ai livelli fisico, emozionale, mentale e
spirituale120, tenendo comunque presente che queste sono arbitrarie
categorie mentali che a un livello più profondo spesso si fondono

120
Peter Frank, Ibogaine Explained, op. cit., pp. 38-46.

148
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l’una nell’altra. A livello spirituale, l’Iboga aiuta a vincere l’identifica-


zione con i pensieri e con l’ego. A livello emozionale, aiuta ad affron-
tare depressione e ansia. Diverse persone spesso riferiscono di aver
affrontato le proprie paure più profonde e di essersene liberate.
L’Iboga aiuta molte persone a superare, per esempio, la dipendenza
da alcool, e da alimentazione compulsiva, ma anche da comporta-
menti ossessivo-compulsivi rivolti verso lo shopping, il lavoro, inter-
net, il gioco d’azzardo, la stessa ricerca di fama e potere, sesso emoti-
vo e così via. Il professor Gabor Maté fa notare che questi comporta-
menti ossessivo-compulsivi e le tossicodipendenze sono in relazione
con disturbi che interessano gli stessi recettori del cervello: quelli pre-
disposti alla produzione di piacere, soddisfazione e appagamento
emotivo nell’individuo. Ci sono resoconti121 del fatto che l’Ibogaina ha
proprietà antimicrobica e immunomodulatorie122 ed è stata di aiuto
per i tipi più diversi di malattie: casi di dolore cronico, fibromalgia,
Parkinson ed epatite C. Un altro resoconto riportato da Peter Frank
riguarda l’aiuto apportato dall’Ibogaina ad una donna con sclerosi
multipla123. Essendo la corteccia di Iboga e l’Ibogaina strettamente
legate al mondo onirico ed alla sua capacità autoregolativa all’interno
della psiche, non sorprendono i numerosi contributi riguardanti gli
esiti positivi di questo alcaloide ottenuti su persone affette da distur-
bi del sonno quali insonnia, incubi ricorrenti e sonnambulismo.

Ci sono controindicazioni nell’uso della corteccia di radice di Iboga


e dell’Ibogaina ad alto dosaggio, relative soprattutto al sistema cardio-
vascolare. La corteccia di radice di Iboga e l’Ibogaina vanno evitate se
si hanno problemi di cuore o di pressione arteriosa (ipo- e ipertensio-
ne) in quanto durante l’assunzione ad alto dosaggio di queste sostanze,
il ritmo del battito cardiaco e la pressione del sangue possono variare.
Per ragioni di sicurezza la somministrazione di corteccia di Iboga o
l’Ibogaina non si effettua su donne in stato di gravidanza. In casi di
malattie croniche e di seri problemi di respirazione l’Iboga può essere

121
Ivi
122
Kenneth R. Alper, Howard S. Lotsof, The Use of Ibogaine in the Treatment of
Addictions, op. cit., p. 59.
123
Peter Frank, Ibogaine Explained, op. cit., p. 45.

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di aiuto ma va somministrata con cautela. Quando è presente questo


tipo di difficoltà, i trattamenti a basso dosaggio risultano più appro-
priati. Quando corteccia di Iboga e Ibogaina vengono somministrate
per curare tossicodipendenze è assolutamente necessario astenersi dal-
l’uso di droga, metadone o sostanze simili per molte ore prima e dopo il
trattamento. Ci sono alcuni resoconti su tossicodipendenti che hanno
preso eroina durante una sessione di Ibogaina per lenire dolore fisico e
crisi di ansia e sono morti per overdose. Il numero di questi casi è mini-
mo, insignificante rispetto alle migliaia di casi di morte dovuti all’uso di
stupefacenti, nonché ai morti causati dagli psicofarmaci, sostituti di
droghe quali metadone – che di fatto è un oppioide sintetico dagli stes-
si effetti della morfina e dell’eroina, ma che rispetto a queste crea mag-
giore dipendenza fisica – senza contare il drammatico aumento nel
mondo del preoccupante numero di suicidi in soggetti, prevalentemen-
te teen-agers, cui vengono prescritti alcuni tipi di antidepressivi per
superare le loro crisi adolescenziali124. Non è mio compito valutare che
tipo di karma negativo questi venditori di morte stanno creando nelle
loro vite, comunque a chi scrive risulta lampante che un cuore aperto
non può essere indifferente alla sofferenza di questi giovani. Riguardo
ai casi di morte avvenuti durante trattamenti di Ibogaina si contano
sulla punta delle dita e sono spesso causati da condizioni esterne ai trat-
tamenti stessi, quali la combinazione con droghe. Se confrontati su
larga scala con una realtà che mostra 5,5 milioni di persone che ogni
anno nel mondo muoiono a causa degli effetti del fumo delle sigarette,
si tratta di cifre insignificanti. In gran parte dei paesi del mondo alcoli-
ci e sigarette non sono nella lista degli stupefacenti malgrado gli enor-
mi rischi di abuso, i gravi danni alla salute e la pesante tossicodipen-
denza che provocano. Tra l’altro l’alcool e il tabacco hanno un effetto
psicoattivo. Al primo posto della lista dei casi di morte negli USA ci
sono i farmaci e i trattamenti invasivi quali la chemioterapia.
124
Sugli antidepressivi e la loro composizione si veda, online:
http://www.ipsico.it/psicofarmaci/antidepressivi-ssri/
Sul tema scottante di antidepressivi e suicidi si veda:
http://www.nilalienum.it/Sezioni/Aggiornamenti/Psichiatria/Farmacoterapia/Antid
epressivi%20e%20suicidio.html
e anche: http://www.theguardian.com/science/2015/sep/16/seroxat-study-harmful-
effects-young-people

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Un portale verso il ‘sonno attivo’ e il sogno lucido


Come documenta nel suo libro The Healing Journey, lo psichiatra
cileno Claudio Naranjo amico di Carlos Castaneda, è stato il primo
terapeuta ad impiegare l’Ibogaina e la meditazione come supporti
aggiuntivi alla psicoterapia125. Dopo averne studiate le proprietà,
Naranjo ha definito l’Ibogaina una sostanza ‘onirofrenica’126. Si defi-
nisce onirofrenica una sostanza che stimola sia sogni lucidi nello stato
onirico che visioni oniriche nello stato di veglia. L’effetto
dell’Ibogaina sul cervello può essere compreso se consideriamo la sua
capacità di indurre uno stato di sogno che è lo stesso stato che abbia-
mo durante il sonno REM. Non si tratta di una condizione artificiale
indotta da un agente esterno, ma di uno stato naturale che viene ‘atti-
vato’ dalla pianta. La corteccia della radice di Iboga e l’Ibogaina
vanno quindi considerate – allo stesso modo del Kambo – come due
sostanze bioattive, in quanto innescano dei processi naturali e per
questo non conducono, a loro volta, a forme di dipendenza. In que-
sto senso l’Ibogaina non può essere neppure ritenuta una sostanza
allucinogena, a meno che non si voglia considerare come allucinoge-
na ogni tipo di produzione onirica, inclusi i sogni lucidi. In sé stessa
non comporta un’alterazione del cervello, la sua azione essendo la
stessa che il cervello effettua quando è in stato di sogno. Quello che
invece caratterizza l’Iboga, è la possibilità di accedere a tale stato di
sogno, caratterizzato da un forte afflusso di onde REM, durante lo
stato di veglia.

Lo psichiatra e scrittore olandese Frederik van Eeden, vissuto tra


il 1860 e il 1932, ha introdotto il concetto di “sogni lucidi” in un arti-
colo dal titolo A Study of Dreams, pubblicato nel 1913127, nel quale
egli parla del “sogno lucido”, dove per ‘lucido’ si intende uno stato di
chiarezza del soggetto che sogna. In altre parole, un ‘sogno lucido’ è
un sogno nel quale il sognatore è perfettamente consapevole di stare

125
Claudio C. Naranjo, The Healing Journey: Pioneering Approaches to Psychedelic
Therapy, Santa Cruz (US-CA), MAPS, 2013.
126
Dal greco ὄνειρος (oneiros, “sogno”) e φρενός (phrenos, “mente/pensiero”).
127
Frederik van Eeden, A Study of Dreams, in “Proceedings of the Society for
Psychical Research”, vol. 26, 1913.

151
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sognando. Nel ‘sogno lucido’ accanto all’energia del sogno interviene


un’altra energia, quella della lucidità, che è caratterizzata da una spe-
cifica frequenza elettrica. L’Ibogaina e gli altri alcaloidi presenti nella
pianta possono condurre una persona a tale stato sia mentre dorme
che mentre è sveglia; in quest’ultimo caso il termine più appropriato
per descrivere questo stato è quello di ‘sonno attivo’, coniato dallo
psichiatra statunitense Carl Anderson. Può essere interessante notare
che già nella seconda metà del XIX secolo il filosofo tedesco
Friedrich Nietzsche aveva ipotizzato che durante gli stati di sonno e
di sogno la psiche umana passi attraverso le fasi di sviluppo evolutivo
della specie, ipotesi che è stata poi confermata dagli studi del profes-
sor Anderson.

Le persone che intraprendono un trattamento di corteccia di radi-


ce di Iboga o di Ibogaina spesso riferiscono di vedere delle ‘immagi-
ni’ di esperienze passate. In alcuni casi si rivivono o si assiste a espe-
rienze di antenati o di altre persone vissute in altri periodi o in altre
epoche. Queste visioni non alterano affatto la capacità di riconoscere
la realtà sensoriale. Durante le cerimonie di iniziazione in Africa, l’i-
niziato riferisce le sue visioni al nganga, il facilitatore della cerimonia,
che gliele spiega; nonostante si trovi nel pieno del processo indotto
dall’Iboga, l’iniziato è in grado di pensare lucidamente e di comuni-
care, riconosce la differenza tra la sua esperienza interiore e la realtà
circostante. Il termine ‘allucinazione’ applicato all’Iboga viene spesso
impiegato da chi non è seriamente interessato a valutare obiettiva-
mente la profonda differenza tra una sostanza stupefacente ed un
enteogeno quale l’Iboga. Lo stesso termine ‘psichedelico’, a parere di
chi scrive, non descrive propriamente la corteccia di Iboga in quanto
indica in genere sostanze – naturali o artificiali, neurotossiche o meno
– che abbiano proprietà psicoattive come loro comune denominato-
re, mentre la parola ‘enteogeno’ indica sostanze che possono essere
psicoattive, ma si limita specificatamente a sostanze naturali, bioatti-
ve, quindi non neurotossiche, utilizzate generalmente in contesti reli-
giosi. In tal senso, per fare solo un esempio, l’Ibogaina si differenzia
dall’LSD che, pur avendo proprietà terapeutiche rispetto alla cura di
esperienze traumatiche, al contrario dell’Ibogaina è neurotossica, in

152
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quanto può provocare danni irreversibili al cervello. Il termine ‘allu-


cinogeno’ riferito agli enteogeni, è una parola magica che sembra met-
tere tutti d’accordo e sottintende che ‘tutte le vacche al buio sono
nere’. In realtà, del funzionamento del cervello sappiamo tutti ben
poco, considerato che i misteri che questo nasconde sono ben lungi
dall’essere stati svelati. Tra l’altro, gli studi sull’Ibogaina – come quel-
li sul Kambo e su altri enteogeni – stanno portando ad una maggiore
comprensione del funzionamento del cervello umano. Come afferma
Agnes Paicheler: “Sino ad ora, i ricercatori hanno focalizzato i loro
studi sull’Ibogaina. L’analisi della catena di reazioni che questa pro-
voca nel cervello ha aperto la strada ad un nuovo approccio conosci-
tivo della complessa interazione tra i differenti sistemi di mediazione
dei neurotrasmettitori di emozioni, informazione e apprendimento.
Questa pianta africana ha il potenziale di condurci a importanti sco-
perte riguardanti le funzioni del cervello in generale e la tossicodi-
pendenza in particolare”128.

Oltre alle sue applicazioni mediche, l’Ibogaina e soprattutto la


corteccia della radice di Iboga vengono utilizzate da molte persone
per approfondire la propria pratica spirituale. “Non è insolito che
praticanti di lunga data di meditazione, di yoga, psicoterapia (e addi-
rittura di altre pratiche sciamaniche legate all’uso di enteogeni quali
l’Ayahuasca) raggiungano una fase di stallo. Le loro tecniche sono
spesso troppo tenui per poter penetrare le paure sedimentate nella
mente e le dinamiche di controllo che hanno la meglio nella loro vita
quotidiana e sulla loro pratica”129. Inoltre l’ego di molti praticanti di
lunga data, sentendosi al sicuro nel campo di cui sono esperti o nel
ruolo che svolgono, ha pian piano rivendicato diritti di proprietà sulla
loro ricerca spirituale. In questi casi, la corteccia di radice di Iboga e
l’Ibogaina possono risultare molto utili a disincagliare e forzare la per-
sona a farle volgere lo sguardo più in profondità, per guardare cosa
va messo a fuoco e compiere così un reale passo in avanti nella pro-
pria vita.

128
Vincent Ravalec, Mallendi, Agnés Paicheler, Iboga: The Visionary Root of African
Shamanism, op. cit., p. 163.
129
Peter Frank, Ibogaine Explained, op. cit., p. 39.

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Oneironauti: gli esploratori del sogno lucido


Recenti studi scientifici e ricerche svolte da specialisti del campo,
stanno portando luce su questo interessante aspetto della psiche che
concerne stati naturali indotti da un afflusso di onde REM. Secondo
le statistiche una persona media trascorre circa 25 anni dormendo, ma
in questo lungo periodo sembra che l’organismo durante il sonno
riceva molto più che un sano riposo130. Innovazioni pionieristiche
nella ricerca sul sogno lucido sono state compiute da Stephen
LaBerge, un noto studioso di sogni lucidi come strumento di guari-
gione emotiva in grado di migliorare la qualità della vita. La sua ricer-
ca si è orientata verso il deliberato perseguimento di sogni lucidi
attraverso tecniche specifiche (sveglia a determinate ore della notte,
rievocazione e trascrizione dei sogni, riconoscimento durante il sogno
di segnali onirici, gli indicatori del sogno, che ci rammentano che stia-
mo sognando, etc.). I sognatori in stato di sogno lucido, sono stati
definiti “oneironauti” (viaggiatori del sogno), persone che esplorano
il territorio dei sogni lucidi e i loro effetti sul quotidiano. Il campo di
azione di questo ‘strumento’ della psiche è molto più vasto di quanto
potremmo immaginare.

Ogni essere umano sogna per circa 5 ore in una notte di 10 ore di
sonno. Durante il sonno REM la mente diventa un videoproiettore
iperattivo. Dal momento che aree specifiche del cervello sono attive
e altre no, si avvia un’elaborazione rovesciata di informazioni: invece
di ricevere informazioni dal mondo esterno, l’informazione è proiet-
tata dal mondo interno, tramite il cervello, al nostro occhio interiore
– il cosiddetto terzo occhio – come se provenisse dall’esterno. Grazie
alla luce del sole che passa attraverso gli occhi, la ghiandola pineale –
che presiede all’organizzazione del ciclo circadiano di veglia-sonno –
produce sia serotonina che, in mancanza di luce, melatonina. Questa
si trasforma in pinealina, un ormone neurotrasmettitore endogeno,
inibitore delle MAO, responsabile dei ‘viaggi’ nel continuum spazio-
temporale del tutto simili a quelli attivati dall’ingestione dell’Ayahuasca
o di altri enteogeni. L’ormone della melatonina è stato isolato per la
130
Stephen LaBerge, Lucid Dreaming, A Concise Guide to Awakening in Your Dreams
and in Your Life, Louisville (US-CO), Sounds True Publishing, 2004.

154
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prima volta nel 1958 dal dermatologo Aaron Lerner ed è stata utiliz-
zata a scopi farmacologici in quanto possiede proprietà antiossidanti.
Il professor Luigi Di Bella ritiene che la melatonina abbia proprietà
antitumorali. In fisica il continuum spazio-temporale indica una
dimensione in cui coesistono tutto lo spazio e tutto il tempo, sia
trascorso che futuro. Risulta ragionevole ipotizzare che la stessa fun-
zione di sospensione del tempo lineare venga resa disponibile dalla
ghiandola pineale. La ghiandola pineale presiede quindi alla organiz-
zazione di tutti gli stati psichici attraverso i quali passa la coscienza
umana nell’alternarsi dello stato di veglia e di sogno. Nella tradizione
tolteca si parla dello spostamento del punto d’unione o punto di
assemblaggio, come viene a volte chiamato, che permette l’accesso ad
altri mondi e dimensioni, reali quanto la realtà che ci è accessibile
nello stato di veglia. Lo stato del sogno viene di solito definito
un’“allucinazione” a causa della convenzione sociale che considera
come non reale tutto ciò che esula dal territorio della mente e dal suo
ambito di comprensione. Nel caso dei sogni lucidi indotti dall’Iboga,
che vanno distinti dai sogni comuni, il cosiddetto corpo-di-sogno
manifesta una intelligenza superiore in azione, in grado di aumentare
la qualità della vita di una persona fornendo risposte a questioni nelle
quali la persona è profondamente coinvolta. Nella dimensione del
corpo-di-sogno è possibile annullare le categorie spazio-temporali
che limitano l’ambito di applicazione della mente, vedi i casi di sin-
cronicità, rivelazioni su eventi del passato e di premonizione del
futuro, ampiamente documentati. Come la fisica quantistica dimo-
stra, secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg l’osserva-
tore cambia la realtà dell’osservato, tanto è vero che le particelle ato-
miche e la natura ondulatoria della materia non sono conoscibili
contemporaneamente. La fisica einsteiniana, da parte sua, ha
dimostrato che le coordinate spazio-temporali in cui la coscienza
umana si muove non sono categorie assolute, ma sono relative al
movimento della Terra nello spazio il quale, come tutti gli astri in
movimento, rallenta il tempo che si annulla completamente alla velo-
cità della luce. Anche nel caso dello stato della coscienza da svegli è
possibile affermare che le categorie entro cui la mente si muove,
creano la realtà osservata, in quanto l’osservazione viene effettuata da

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una determinata prospettiva in cui valgono tra l’altro le categorie spa-


zio-temporali, i concetti dualistici di essere-non essere, vita-morte,
etc. Lo stesso ‘principio di realtà’, coniato dalla psicoanalisi freudiana
per indicare un’istanza che garantisce l’autenticità dell’esperienza del
soggetto, è valido all’interno delle categorie della mente, ma in sé
stesso non ha valore tassonomico rispetto ad altre dimensioni del-
l’Essere. Per esempio come descriveremmo la realtà alla velocità della
luce dove la categoria del tempo si annulla? Come descriveremmo la
realtà intrapsichica che si apre con il sonno REM? Dovremmo consi-
derare la realtà che esiste alla velocità della luce e quella che si attiva
quando il tempo scompare come inesistenti solo perché non si ade-
guano al nostro principio di realtà? Il pensiero logico discorsivo
quindi – e la ricerca scientifica più avanzata se ne sta accorgendo –
non detiene di per sé un valore di assoluta certezza sulla totalità del-
l’essere, ma è solo uno degli strumenti di cui disponiamo, cosa che gli
sciamani del Messico della tradizione tolteca conoscevano già da
tempi immemorabili. Vista da una diversa base di osservazione, la
realtà mostra altri aspetti, inaccessibili alla mente pensante. L’esem-
pio einsteiniano dei due gemelli che viaggiano nello spazio a velocità
diverse – uno alla velocità della luce e l’altro alla velocità della Terra
– al cui ritorno sul nostro pianeta uno dei due, quello che non ha viag-
giato alla velocità della luce, è più invecchiato rispetto all’altro,
mostra con un’immagine quasi onirica la relatività del nostro modo
convenzionale di pensare il tempo e quanto questo sia fortemente
condizionato da presupposti impliciti attraverso i quali interpretiamo
la realtà da un’angolatura distorta.

Quando siamo nella fase REM del sonno – caratterizzata dalla


rapidità dei movimenti oculari – eventi difficili ed emozioni che
hanno ancora una presa su di noi hanno la possibilità di essere tra-
sformati in modo che divenga possibile operare delle nuove scelte.
L’uso dei sogni ai fini di guarigione era diffuso nel mondo antico ed è
tutt’ora impiegato nelle culture dove è ancora viva un’antica cono-
scenza sciamanica, per esempio nella religione Bwiti in Africa centro-
occidentale, nel Buddhismo tibetano, nel Sufismo e nella tradizione
messicana Tolteca. Nell’antica Grecia, i malati erano soliti dormire

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nei templi di Esculapio, il dio greco della medicina, rappresentato da


due serpenti che in movimento spiralico verso l’alto circondano un’a-
sta. Si diceva che durante i loro sogni, il dio o il serpente che lo rap-
presenta (simbolo di trasformazione e di guarigione) apparisse dicen-
do loro cosa fare per guarire. Una tradizione simile è ancora viva in
Messico, dove gli sciamani vanno a dormire con l’intenzione di chie-
dere al corpo del sogno di rivelare di quale pianta medicinale un mala-
to ha bisogno. Nella tradizione tolteca del Messico la padronanza dei
sogni lucidi è un aspetto essenziale della pratica spirituale dei ‘sogna-
tori’; i sogni lucidi vengono chiamati ‘il secondo livello dell’attenzio-
ne’, il livello in cui la lucidità, la presenza mentale, ha il potere di gua-
rire, di sanare antiche e nuove ferite, di trasformare i condizionamen-
ti che hanno portato ad uno stato di sofferenza. In questo contesto
sciamanico, i sogni lucidi sono stati utilizzati per diversi scopi: riceve-
re insegnamenti da maestri spirituali e/o antenati, sapere di quali
piante medicinali una persona malata ha bisogno ed entrare in diver-
se dimensioni, che sono altrettanto reali quanto la nostra esperienza
quotidiana della realtà. Anche il sonno attivo è conosciuto dai
Toltechi e viene utilizzato in pratiche che si svolgono da svegli al fine
di ‘ricapitolare’ la propria vita. Negare la realtà di altre dimensioni
dentro di noi, è come negare la realtà delle onde elettromagnetiche
per il fatto che non si vedono ad occhio nudo. Bollare come allucina-
zioni ogni produzione onirica equivale ad affermare che tutta la
nostra realtà esterna sia un’illusione. Si tratta di una visione obsoleta
della realtà, destinata un giorno a far parte delle curiosità dello spiri-
to umano. Come è successo per l’improbabile visione tolemaica di un
universo ruotante intorno alla Terra, abbandonata a favore di quella
copernicana.

I sogni lucidi possono essere applicati alle vicende quotidiane.


Questa utilizzazione dei sogni è stata chiamata ‘creative problem sol-
ving’ (‘soluzione creativa di un problema’), non si tratta solo della solu-
zione di problemi pratici, come per esempio cominciare una nuova
attività o trovare un nuovo lavoro, i sogni lucidi hanno addirittura por-
tato ad alcune scoperte scientifiche della fisica moderna. Esempio ne
è il modo in cui la tavola periodica degli elementi è apparsa in sogno

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al chimico russo Dmitri Mendeleev, suo inventore, che appunto in


sogno vide una tabella in cui tutti gli elementi andavano a posto, come
richiesto. Ad oggi, abbiamo abbastanza ragioni per credere che i sogni
siano effettivamente di aiuto ai processi di apprendimento e di guari-
gione psichica. Il loro uso terapeutico nella psicoterapia freudiana e
junghiana è risaputo. Entrambi gli psicoanalisti hanno riportato il
sogno all’attenzione della scienza occidentale come valido soggetto di
studio. È noto che Freud ha definito il sogno come la ‘via regia verso
l’inconscio’: con questa espressione il fondatore della psicoanalisi si
riferiva alla possibilità dell’analisi dei sogni di svelare pulsioni inconsce
rimosse e quindi di agevolare, nei suoi pazienti, il processo di integra-
zione di tali pulsioni e cosi guarire, almeno parzialmente, dalle loro
nevrosi. Differente, rispetto al sogno, la posizione di Jung che corri-
sponde al suo diverso modo di considerare l’inconscio non più come
mero deposito di pulsioni rimosse o come ‘sgabuzzino’ dove si
nasconde il materiale psichico proveniente dalla storia personale del-
l’individuo: per Jung l’inconscio si allarga ad un aspetto collettivo,
transpersonale, della psiche che viene postulato come il risultato del-
l’evoluzione filogenetica della specie umana. Così come il cervello
umano è composto di diverse parti che rispecchiano lo sviluppo della
specie (cervello rettiliano, paleomammifero e neomammifero) lo stesso
si può postulare per la totalità della psiche, l’alternarsi continuo di stati
di veglia a quelli di sogno, cui nel caso degli esseri umani si è aggiunto
un nuovissimo spazio interiore, quello della mente pensante, il pensiero
logico discorsivo, che presiede alla magia – prettamente umana – della
parola. Per Jung, le pulsioni primarie dell’inconscio non possono venire
rinchiuse nel limitato recinto della storia personale, che comunque
svolge un ruolo importante nei sogni dell’individuo. Jung postula la
possibilità di due tipi di interpretazioni dei sogni, una soggettiva e una
oggettiva. In quella soggettiva il sogno viene interpretato come un mes-
saggio che riguarda il soggetto che lo riceve, la sua storia personale e le
sue pulsioni rimosse; in quella oggettiva il messaggio – proveniente da
una sorgente di saggezza interna – ha a che fare con qualcosa, svelata al
soggetto, che riguarda la realtà stessa. Questa coincidenza di realtà
manifestata dal sogno e realtà esterna viene chiamata da Jung ‘sincro-
nicità’. Riconoscendo al sogno il potere di connettersi con aspetti della

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realtà stessa, Jung compie un notevole salto epistemico. Prima di lui


nessuno in Occidente aveva considerato i sogni, la realtà interiore,
come una porta aperta verso realtà cosiddette ‘oggettive’, ad eccezione
del filosofo William James, considerato uno dei padri della psicologia
scientifica moderna, il quale ha aperto la strada ad un nuovo approccio
che descrive esaurientemente e con rigore scientifico i processi psico-
logici e le capacità cognitive relativi ai diversi stati della coscienza.
Prima di William James qualunque fenomeno psichico, in quanto
‘puramente soggettivo’ non veniva neppure considerato di pertinenza
scientifica131. Il sogno, nel caso di Jung, assume – oltre alla valenza data-
gli da Freud – anche una valenza sacra, numinosa, quella dell’Arche-
tipo, che aiuta la persona ad ascoltare i messaggi che il Sé – un’istanza
psichica superiore all’Io – gli manda al fine di una piena realizzazione
delle sue potenzialità come individuo, al di là di atteggiamenti unilate-
rali della coscienza stessa. I sogni archetipici che Jung chiama anche
‘grandi sogni’, si distinguono da quelli tratti dall’archivio personale del-
l’individuo. Sono quelli in cui, per esempio, il soggetto sogna di addor-
mentarsi nel sogno e di risvegliarsi in un altro sogno oppure di svegliarsi
dal sogno e abbandonare il proprio corpo dormiente. Anche i sogni
concernenti animali hanno spesso un carattere archetipico132.

Come avviene per le visioni provocate dalla corteccia di Iboga e


dall’Ibogaina, un certo tipo di sogni particolarmente vividi e il sonno
attivo hanno la capacità di elaborare le esperienze del passato, fare
nuove connessioni, disimparare comportamenti dannosi e imparare
nuovi comportamenti positivi. Gli studiosi hanno affermato che la
corteccia di Iboga e l’Ibogaina, così come altri enteogeni, intensifica-
no un processo del tutto naturale di autoguarigione emotiva – insito
nella psiche stessa, di cui sogno lucido e sonno attivo sono una testi-
monianza – e di accrescimento delle capacità di comprensione e di
adattamento alla realtà. Una volta nello stato di sogno lucido o nel

131
William James, The principles of Psychology, (1890), Bristol (UK), Thoemmes
Continuum, 1998.
132
Giovanni Lattanzi, Le soteriologie orientali nella prospettiva psicoanalitica
Junghiana, Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore prof. Corrado
Pensa, Sapienza-Università di Roma, A.A. 1989-1990.

159
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sonno attivo, una persona può consapevolmente imparare nuovi


atteggiamenti in modo più rapido di quando succeda nell’abituale
stato cosciente. La parte visiva di una sessione di Iboga in polvere o
di Ibogaina – le visioni che permettono di vedere in profondità den-
tro di sé – è a volte cruciale per trasformare i modelli emozionali e
mentali che affondano le loro radici nella paura.

Le visioni che hanno cambiato il mondo: il caso di Nikola Tesla133


In taluni casi la capacità di vedere l’energia sia in sogno che nello
stato di veglia tramite immagini intrapsichiche, ha portato ad impor-
tanti scoperte scientifiche. Questa evidenza, per quanto avallata da
molte testimonianze, cozza contro l’ostracismo dettato dall’approccio
dominante della cultura occidentale che tende a relegare sbrigativa-
mente il potere dell’immaginazione intrapsichica nella cartella clinica
delle patologie, equiparando sogni e visioni a disturbi psicotici, forme
di delirio o confinandolo, nella migliore delle ipotesi, nella categoria
delle percezioni errate: vale a dire la categoria delle famigerate ‘alluci-
nazioni’. Nella formulazione ufficiale con il termine di allucinazione si
definisce una ‘percezione sensoriale senza oggetto’, per distinguerla da
una percezione ‘con oggetto’, vale a dire una percezione visiva, audi-
tiva o tattile supportata dalla realtà esterna. La convinzione che soggi-
ace dietro tale affermazione è la seguente: le percezioni con oggetto in
quanto supportate dai sensi sono vere; al contrario, le percezioni senza
oggetto in quanto non supportate da evidenze oggettive, sono false.
Questa convinzione è nata con Aristotele che ha affermato che le per-
cezioni sensoriali hanno una indiscutibile funzione teoretica, conosci-
tiva. Secondo molti, compreso chi scrive, l’idea che i sensi rispecchino
fedelmente la realtà, come la convinzione che tutta la gamma delle
immagini intrapsichiche siano non affidabili ai fini della conoscenza,
dipendono da un pesante condizionamento culturale, il cosiddetto
‘buon senso della filosofia razionalistica’, che è stato ampiamente con-
futato da innumerevoli scoperte scientifiche. I risultati degli ultimi
studi sul cervello confermano quanto sin qui affermato. La loro por-
tata è tale che il settimanale francese “Le Point” ha dedicato a questo
133
Nikola Tesla (1856-1943). Di origini serbe, naturalizzato statunitense, Nikola Tesla
è stato un ingegnere elettrico, inventore e fisico.

160
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tema un sostanzioso articolo di copertina riportato poi in Italia da


un’importante testata134. Qui apprendiamo che, tra gli altri, il neuro-
logo ginevrino Andreas Kleinschmidt135 ha dichiarato: “Il cervello
cerca costantemente di ristabilire un equilibrio tra i mondi interiore ed
esteriore. Durante il sonno il nostro cervello ripulisce gli scarti, le cose
nocive accumulate durante la giornata. Come si fa quando si deve ripu-
lire un disco fisso di un pc. Questo mostra l’estrema flessibilità del
nostro cervello, una plasticità indispensabile al suo corretto funziona-
mento”. Il nostro cervello ha quindi la capacità di ristrutturare e ripro-
grammare sé stesso e mostra un’intelligenza superiore in azione
durante lo stato di sogno lucido e di ‘consapevolezza intensa’. Sempre
dalla stessa fonte apprendiamo che la dottoressa Kalina Christoff136,
dell’Università della Columbia Britannica, afferma che sognare sti-
mola il cervello e permette di risolvere problemi complessi: “Fino a
poco tempo fa pensavamo che quando parti del cervello si occupano
di questioni difficili, queste venissero affrontate solo da funzioni attive
nella veglia, ora sappiamo che anche nel momento in cui la persona sta
sognando, la sua mente ha una intensa attività. Il nostro cervello è più
geniale di quello che pensiamo”.
Il caso di Dmitri Mendeleev non è l’unico esempio di come il cer-
vello produca immagini in grado di ‘vedere’ la realtà. Più eclatante, in
tal senso, è la storia di Nikola Tesla, il padre ‘occultato’ della tecno-
logia moderna, che può essere definito uno scienziato ‘visionario’. Il
tipo di scienziato che incarna è agli antipodi di quello descritto da
Edison, suo acerrimo rivale, per il quale “un genio è 1% intuizione e
99% duro lavoro di calcoli e intelletto”137. Per Tesla è vero il contra-
134
Si veda “Il Sole 24 Ore” dell’11 febbraio 2014, pubblicato online su:
http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2014-02-11/brain-power-cervello-
insonne-185823.shtml?uuid=ABNtYvv
135
Andreas Kleinschmidt, divisione di Neurologia presso il Dipartimento di
Neuroscienze Cliniche dell’università di Ginevra.
136
La dott.ssa Kalina Christoff è professore associate presso il dipartimento di
Psicologia e presso il Brain Research Centre della University of British Columbia; è
inoltre direttore del Cognitive Neuroscience of Thought Laboratory (Laboratorio
delle scienze cognitive del pensiero).
137
Dal film Il segreto di Nikola Tesla, (Tajna Nikole Tesle), di Krsto Papić, Jugoslavia,
1980.

161
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rio. La sua nascita è stata accompagnata da un segno molto partico-


lare: al momento del parto c’è stato un potente temporale con una
scarica intensissima di fulmini e boati assordanti di tuoni, un evento
che preannunciava il destino della sua vita legato alle sue scoperte
sull’energia elettrica, allo studio delle folgori e alla loro produzione
artificiale in molti suoi esperimenti. Come lui stesso ricorda nel suo
libro autobiografico Le mie invenzioni138: “Nella mia infanzia ho sof-
ferto di un disturbo particolare, che mi causava la visione improvvi-
sa di immagini, spesso accompagnate da forti lampi di luce139. La sua
manifestazione si sovrapponeva alla vista degli oggetti reali e interfe-
riva sia con i miei pensieri che con le mie azioni. Si trattava di figure
e di scene che vedevo realmente e che non erano semplicemente
immaginate … Nessuno degli studiosi di psicologia e fisiologia che
consultai fu in grado di spiegare in maniera soddisfacente questi
fenomeni, che sembravano essere unici … Di certo non si trattava di
allucinazioni come quelle prodotte da una mente malata e disperata,
dal momento che sotto tutti gli aspetti conducevo una vita normale.
Il fenomeno si manifestava inevitabilmente nella quiete della notte.
Questi problemi terminarono all’età di diciassette anni, quando ini-
ziai a spostare tutta la mia attenzione sulle invenzioni. Da quel
momento in poi, infatti, scoprii con piacere di poter visualizzare
queste ultime con grande facilità … Con mio stupore divenni presto
cosciente del fatto che ogni pensiero da me concepito mi veniva sug-
gerito da una fonte esterna … Nel corso del tempo divenne eviden-
te che i miei organi sensoriali erano dotati del potere di interagire
automaticamente con essa”140.

138
Nikola Tesla, My Inventions, pubblicato nel 1919 in “Electrical Experimenter
Magazine”.
Anche sul sito: http://www.teslaplay.com/auto.htm
Versione italiana: Le mie invenzioni. L’autobiografia di un genio, Prato, Firenze, Piano
B Edizioni, 2012.
139
Nella tradizione tolteca dello sciamanesimo messicano il fenomeno dei lampi di
luce durante il sogno e nello stato di veglia preannuncia l’entrata nel corpo energeti-
co, il doppio.
140
Tratto da Nikola Tesla, My Inventions, in: Marco Pizzuti, Scoperte scientifiche non
autorizzate. Oltre la verità ufficiale, Vicenza, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2011, p.
26.

162
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Con il passare del tempo, le facoltà ‘visionarie’ di Nikola Tesla


hanno prodotto dei risultati straordinari che lo hanno portato alle sue
eccezionali scoperte sull’energia, scoperte che hanno posto le basi –
per citare solo alcuni degli esempi della sua inesauribile creatività –
della distribuzione di energia alternata nella nostre reti domestiche,
della trasmissione di energia senza fili, delle trasmissioni via radio,
della scoperta dei raggi x. Tesla ha inventato anche il tubo al neon; il
‘tubo catodico’ alimentato da un trasformatore ad alta tensione che
ha portato alla invenzione della televisione e alle ‘porte logiche’, com-
ponenti indispensabili per la costruzione dei computer; l’iniezione
elettronica per il motore a scoppio; la risonanza magnetica come stru-
mento diagnostico; il tachimetro per le automobili; l’altoparlante; la
produzione artificiale di ozono; ha contribuito allo sviluppo delle
moderne applicazioni delle microonde. Ha posto le basi per lo svi-
luppo del microscopio elettronico prima della scoperta ufficiale degli
elettroni141. Come afferma giustamente Marco Pizzuti quasi tutte le
scoperte e le invenzioni brevettate da Nikola Tesla vengono attual-
mente impiegate dalla massa senza che se ne abbia la minima consa-
pevolezza142. Molte delle sue invenzioni sono state realizzate solo
parecchi anni dopo la loro ideazione, come l’aereo a decollo verticale
realizzato negli anni ’70 del Novecento. Nel 1893 Tesla ha effettuato
il primo esperimento pubblico al mondo sulla trasmissione radio. Nel
1901 ha affermato di aver avuto l’evidenza sperimentale dell’esisten-
za di particelle con cariche frazionarie di un elettrone, ovvero le stes-
se particelle che settantasei anni dopo altri scienziati avrebbero ribat-
tezzato col nome di ‘quark’143. Tesla ha definito queste minuscole par-
ticelle di materia – successivamente chiamate elettroni – come ‘mate-
ria non scomponibile ulteriormente’; esse rappresentano particelle
che hanno la capacità di trasportare enormi cariche elettriche. Tesla
ha affermato che enormi quantità di energia elettrica possono essere
trasmesse senza limiti di distanza. Nel mondo di fine Ottocento, dove
erano ancora in uso le lampade ad olio, Tesla aveva già ipotizzato la
possibilità di inviare, senza fili, energia attraverso lo spazio, quindi
141
Marco Pizzuti, Scoperte scientifiche non autorizzate, op. cit., p. 49.
142
Ivi, p. 19.
143
Ivi, p. 53.

163
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ogni tipo di informazioni, immagini, suoni e persino pensieri (si veda-


no i suoi esperimenti di telepatia).

È stato Tesla a concepire e realizzare la prima centrale idroelettri-


ca del mondo sulle cascate del Niagara: era uno dei sogni della sua
infanzia. Il progetto – che ha fornito di energia elettrica l’intera città
di Buffalo, la cui cittadinanza gli ha dedicato una statua commemo-
rativa – era andata in porto grazie al sovvenzionamento del multimi-
lionario J.P. Morgan, a quel tempo capo indiscusso della aristocrazia
bancaria americana144. Diverse sue invenzioni, come quelle della mac-
china elettrica senza motore145, per ragioni di mercato non sono mai
state né pubblicizzate, né autorizzate. Per inciso, una delle grandi
menzogne della nostra epoca si basa sulla presunta necessità di petro-
lio e di fonti di energie sporche che danneggiano l’ambiente e l’uma-
nità, quali l’energia generata da carbone, benzina, centrali atomiche.
Tesla aveva affermato che, allo stesso modo della macchina senza car-
burante, sarebbe stato possibile costruire aerei, cosa che in seguito è
effettivamente avvenuta grazie a un pioniere dell’aeronautica e ad un
altro geniale inventore, Leister Hendershots, anche lui come Tesla
accuratamente segretato146.

Tre premi Nobel americani per la fisica, Robert Millikan, Arthur

144
Ivi, p. 19.
145
Il New York Daily News del 2 aprile 1934 riporta un articolo intitolato Il sogno di
Tesla di un’energia senza fili vicino alla realtà, che descriveva un “esperimento pro-
grammato per spingere un’automobile utilizzando la trasmissione senza fili di ener-
gia elettrica”, in:
http://terra2000.altervista.org/nikola-tesla-il-genio-al-servizio-dellumanita-ecco-
alcuni-documenti-fbi/
146
Il 20 e il 21 maggio 1927 Charles Lindbergh ha compiuto la prima traversata aerea
dell’Oceano Atlantico, in solitario e senza scalo da New York arrivando dopo 38 ore e
8 minuti esatti a Parigi con il suo aereo, lo Spirit of Saint Louis. A prima vista il suo
motore sembrava normale, se non fosse che in un compartimento nascosto Lindbergh
e il suo amico geniale Leister Hendershots avevano sistemato in segreto un’invenzione
di quest’ultimo, un generatore che poteva ruotare senza carburante per migliaia di ore
e che dava l’ulteriore quantità di energia di cui l’aeroplano di Lindbergh aveva bisogno
per attraversare le 4000 miglia dell’Atlantico senza fermarsi. Sul sito:
http://www.nikolatesla.it/perche-ancora-non-abbiamo-la-free-energy

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Compton e James Frank, hanno dichiarato che Nikola Tesla è stato


uno dei più grandi geni dell’umanità. Secondo Tesla, il progresso del-
l’umanità è strettamente legato alle invenzioni, ovvero il prodotto più
importante della creatività del cervello umano. Le invenzioni rappre-
sentano il sigillo dell’energia divina sedimentata in alcune persone
privilegiate che hanno svolto l’importante ruolo di dominare le forze
della natura e di asservirle ai reali bisogni dell’umanità. Per Tesla, che
si considerava profondamente religioso, la capacità di ‘vedere’, avere
intuizioni, sognare e riflettere sono dei grandi doni che ci vengono da
Dio stesso, la fonte dell’energia universale. Secondo Tesla dietro le
visioni umane che hanno portato a delle invenzioni importanti si cela
sempre una realtà superiore. Se ci concentriamo su Dio stabiliamo
un’armonia con questa grande forza e possiamo realizzare molte cose
che riteniamo impossibili. Così come se ci ‘accasiamo’ nell’energia di
Dio, riceviamo ogni benedizione, allo stesso modo, se ce ne allonta-
niamo, attiriamo ogni disgrazia. Le guerre sono decisamente una di
queste. La triste ironia è che allontanandoci da Dio si finisce per fare
delle guerre in nome di Dio.

Il caso di Tesla viene citato in questo capitolo in quanto testimonia


la capacità della psiche di produrre immagini senza oggetto, sogni e
visioni che hanno un valore conoscitivo e potenzialità applicative nella
realtà che viviamo da svegli. Quindi, soddisfacendo in pieno il cosid-
detto ‘principio di realtà’, non possono ricadere nell’ambito delle ‘fan-
tasticherie’, il cosiddetto daydreaming, durante il quale il soggetto si
dissocia da quello che sta accadendo nel momento presente. Tesla
aveva percezioni paranormali sia a livello visivo che auditivo. Per lui
l’universo è dominato da elettricità, dai campi magnetici e dall’Etere.
La sua scoperta della corrente alternata, come lui stesso ha raccontato,
gli è apparsa in una visione ‘folgorante’, mentre camminava con un suo
amico in un parco di Budapest recitando una poesia di Goethe.
All’improvviso ha visto un’immagine, un motore che ruotava all’in-
terno di un forte campo elettrico, un campo magnetico rotativo, un’e-
nergia enorme generata dall’interazione di corrente alternata147.Grazie

147
Nikola Tesla, My Inventions, op. cit., p. 65.

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a questa visione Tesla ha ideato l’intero sistema dei propulsori a cor-


rente alternata, a induzione polifase, nonché la gamma completa dei
motori polifase e monofase per generare, trasmettere e utilizzare cor-
rente elettrica148. Diversi anni dopo l’illuminazione avuta a Budapest
tutta l’elettricità del mondo sarebbe stata generata e distribuita in
energia meccanica attraverso il sistema polifasico di Tesla149.

Tesla possedeva forti capacità telepatiche, riceveva le sue scoperte


grazie a sogni e visioni, aveva la facoltà di parlare con gli spiriti dei
defunti. Era dotato di una capacità sensoriale molto al di sopra del
comune. Al buio aveva la sensibilità di un pipistrello, sapeva rico-
noscere oggetti a grande distanza avvertendo un formicolio sulla
fronte. Egli afferma che nella sua giovinezza aveva sventato un incen-
dio sentendo degli scoppiettii di un fuoco che era divampato a tre
chilometri di distanza dalla sua abitazione. Aveva il particolare dono
di sentire l’energia senza usare la mente, tramite il suo campo ener-
getico, uno strumento conoscitivo molto più preciso e completo del
pensiero logico discorsivo. Nella sua autobiografia menziona alcuni
esperimenti da lui effettuati, riguardanti la trasmissione del pensiero.
La sua fama come genio paranormale era conosciuta tra coloro che lo
conoscevano. Nota è la storia di una sua premonizione: aveva avver-
tito un suo amico di non prendere assolutamente un certo treno, ma
l’amico purtroppo non lo aveva ascoltato. Il treno deragliò e, a causa
dell’incidente, morirono tutti i passeggeri. Ad un certo punto della
sua vita aveva lasciato improvvisamente l’America perché aveva delle
visioni persistenti: la madre lo stava chiamando dal suo letto di morte.
Tornato velocemente in Serbia era riuscito a raggiungerla appena in
tempo perché lo vedesse prima di spirare l’ultimo alito di vita. Non
volendo scendere a compromessi con chi ne gestiva l’assegnazione,
l’inventore serbo ha rifiutato due volte il premio Nobel; nel 1912 gli
è stato offerto il Nobel insieme ad Edison che in realtà, secondo Tesla,
non ha inventato nulla, ma ha utilizzato invenzioni di altri. Lo scien-
ziato serbo lo considerava un personaggio disonesto e senza scrupoli.
Basti menzionare che organizzava degli happening in piazze pubbli-
148
Marco Pizzuti, Scoperte scientifiche non autorizzate, op. cit., p. 30.
149
Ivi, p. 30.

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che dove spaventava la popolazione bruciando vivi degli animali con


scariche fortissime di corrente alternata, una volta ha ucciso persino
una vecchia elefantessa, per mostrare la ‘pericolosità’ delle scoperte
di Tesla. Nel 1909 Tesla aveva già rifiutato una volta il Nobel a causa
dell’abuso che aveva subito rispetto ad alcuni tra i suoi numerosissimi
brevetti – ne ha registrati circa 700. Quaranta anni dopo l’assegna-
zione del premio Nobel a Marconi per l’invenzione della radio, la
Corte Suprema americana ha dichiarato che questi aveva usato dicias-
sette tra i brevetti di Tesla riguardanti la telegrafia senza fili e che la
scoperta della trasmissione grazie ad un apparecchio radio in realtà era
stata di Tesla. Sono diversi gli scienziati che hanno ricevuto il premio
Nobel utilizzando scoperte precedentemente effettuate da Nikola
Tesla. Si vedano in questo senso anche i casi di Wilhelm Conrad Roent-
gen riguardo ai raggi X, di Franz Viktor Hess per quanto riguarda i
raggi cosmici nonché l’invenzione del ciclotrone, uno strumento
basato sulla tecnica di bombardamento delle particelle inventata da
Tesla che è valsa il Nobel a Ernst Orlando Lawrence dell’Università
di Berkeley. Una scoperta di Tesla sulla risonanza delle onde radio ha
consentito la costruzione dei pannelli radar. Tesla scopriva, apriva
delle strade, dichiarava di essere un esploratore, definiva sé stesso un
monaco della scienza, la sua vita è una testimonianza del fatto che non
si curava né dei vantaggi onorifici né di quelli finanziari. Considerava
gli interessi dell’umanità come se fossero i propri e la sua ricerca
scientifica come una missione spirituale che aveva lo scopo di risve-
gliare un’umanità addormentata e di darle così una chance di salvezza.
Tesla era conscio tanto del rischio in cui si trova l’umanità quanto
delle potenzialità positive che questa detiene.

Le sue capacità ‘paranormali’ sono state in parte tenute segrete per


non creare discredito sulla sua straordinaria attività scientifica, oppure
sono state utilizzate dall’entourage dei banchieri americani i quali,
minacciati nei loro ‘favolosi’ interessi, avevano interesse a diffamare il
suo nome, vista la sua persistenza a voler utilizzare le proprie inven-
zioni a scopi umanitari. Per almeno cinquant’anni sono così riusciti a
farlo passare di fronte all’opinione pubblica per un personaggio pazzo,
eccentrico. Dopo la sua morte le sue carte sono state confiscate dai ser-

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vizi segreti americani i quali per ragioni di ‘sicurezza nazionale’, hanno


imposto il segreto di stato. Il suo nome è stato intenzionalmente can-
cellato dai libri di storia, ma fortunatamente non per sempre, come
testimonia il crescente interesse per le sue scoperte in un mondo che
cerca risposte non prefabbricate ai quesiti fondamentali riguardanti
l’energia, sorgenti di energia ecologica e la qualità della vita degli abi-
tanti di questo pianeta. È noto ormai che Tesla aveva trovato il modo
per rifornire di energia elettrica tutta la popolazione mondiale, a costo
zero: “Tesla intendeva produrre artificialmente delle onde stazionarie
risonanti con la Terra, per poi caricarle di corrente. Avrebbe cioè uti-
lizzato il nostro pianeta come una gigantesca batteria, o meglio un
magazzino elettrico elastico in cui stoccare l’energia”150. Sua è stata l’in-
venzione di un’automobile che funzionava senza bisogno di motore né
di carburante, di cui ovviamente poche persone finora sono a cono-
scenza essendo i più ipnotizzati dalle informazioni manipolate riguar-
danti questo argomento. Insieme a Viktor Schauberger e a Leister
Hendershots, Nikola Tesla è probabilmente stato uno dei primi scien-
ziati cui stava a cuore la questione dello sviluppo di energie pulite in
un momento in cui il mondo stava invece andando decisamente nella
direzione opposta, asservendo le scoperte scientifiche a questioni poli-
tiche ed economiche che con la scienza hanno poco a che fare e ad un
loro uso distruttivo sia per l’ambiente che per l’umanità. Le dramma-
tiche profezie che Tesla ha fatto al banchiere Gordon riguardanti i
rischi dovuti alla produzione di fonti di energia ‘sporca’, aggressiva
verso l’ambiente, si sono avverate con la precisione di un orologio sviz-
zero: il nostro mondo e l’umanità con esso, stanno collassando a causa
del degrado ambientale provocato dall’energia sporca, non riciclabile.
Tutti i movimenti ambientalisti che si appellano al rispetto della
natura, nel ritenere che la Terra, l’acqua e il nostro corpo – che li si
voglia o no considerare sacri – esigono amore e rispetto, si rifanno
intenzionalmente o virtualmente alle affermazioni di Nikola Tesla non-
ché alla saggezza custodita dalle tradizioni sciamaniche ancora
esistenti che danno grande enfasi alla sacralità della natura. Lo scopo
dichiarato di Tesla era quello di restituire dignità alla scienza, sottra-
endola al controllo dei banchieri per restituirla ai veri bisogni dell’u-
150
Ivi, p. 88.

168
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manità151. Di fatto le sue scoperte costituiscono tuttora una pericolosa


minaccia che pende sui monopoli energetici controllati dall’alta
finanza internazionale.
A causa del suo profondo senso di giustizia e di responsabilità verso
il progresso, Nikola Tesla era determinato a compiere un’opera che
andasse a beneficio di tutta l’umanità e per questo ovviamente ha sus-
citato enormi resistenze all’interno dei capi della finanza internazio-
nale che prima lo hanno appoggiato – allo scopo di trarne gli enormi
vantaggi economici che vi avevano intravisto – poi lo hanno comple-
tamente abbandonato. La sua vita testimonia il suo totale disinteresse
verso l’accumulo di ricchezza che a suo dire avrebbe soltanto intralciato
il procedere della sua vita. Per aiutare un amico – il suo alleato George
Westinghouse messo in difficoltà dal suo rivale Thomas Edison –
aveva rinunciato ai suoi diritti di decine di milioni di dollari di cui
avrebbe potuto usufruire grazie al suo brevetto sulla corrente alter-
nata.
Nikola Tesla è stato il primo ad affermare che per creare energia
pulita è possibile sfruttare una fonte inesauribile, presente sia nel pia-
neta Terra che nello spazio. Riprendendo un termine vedico, egli ha
chiamato questo spazio ‘Etere’152. Per la corrente scientifica dominan-
te Tesla rappresentava un eretico in quanto osava sostenere che uno
spazio vuoto non esiste. Riguardo ai difensori dogmatici della fisica
quantistica e relativistica diceva: il presente è vostro, ma il futuro è
mio. I relativisti negavano l’esistenza dell’Etere, mentre per Tesla
l’Etere rappresentava un oceano infinito di energia latente. Aveva
scoperto che la Terra riceve molta energia dallo spazio attraverso
particelle mandate dal Sole, dalle galassie, dai buchi neri che la rag-
giungono. Avendo un movimento rotatorio e un campo magnetico,
la Terra funziona in pratica come un’enorme dinamo, una fonte
inesauribile di energia che può essere sfruttata dall’umanità senza
violare le leggi della natura. La corrente continua di Edison così
come la scissione dell’atomo, sono forme di violenza perpetrate con-
151
Ivi, p. 47.
152
Si veda il sito: http://www.thelivingspirits.net/dal-cosmo/nikola-tesla-le-sue-
scoperte-proibite-volutamente-occultate-alla-umanita.html

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tro la natura, in quanto distruggono degli elementi naturali, mentre


le invenzioni di Tesla permettono di utilizzare l’energia resa dispo-
nibile dall’ambiente, senza danneggiarlo. Già più di un secolo fa
Tesla aveva previsto una collasso ecologico a causa dell’uso di ener-
gie tossiche, affermando la necessità di utilizzare l’energia della
Terra, del sole, dei venti, del mare che rappresentano delle fonti
inesauribili di energia pulita. Alla fine dell’800 aveva incontrato
Swami Vivekananda, monaco induista della tradizione dell’Advaita
Vedanta, di cui Tesla aveva abbracciato la teoria sull’energia divina
immanente e trascendente tutto l’universo, il Saguna Brahman,
l’Assoluto, che pur essendo oltre ogni attributo, ne possiede infini-
ti tra cui l’immortalità, l’eternità, l’incorruttibilità e persino la forma
umana. Al contrario di Einstein che, seguendo una nuova pista trac-
ciata da Newton, negava l’esistenza dell’Etere e cercava una teoria
che spiegasse i fenomeni energetici unicamente sulla base di parti-
celle infinitamente piccole, per Tesla l’Etere è un organismo piena-
mente vivente, un oceano colmo di energia in ogni sua parte che
permea tutto l’universo, un’energia cosmica di natura non elettro-
magnetica composta da particelle e antiparticelle senza massa e di
carica opposta153. Per Tesla i fenomeni fisici di natura ondulatoria
appaiono spiegabili solo supponendo l’esistenza di uno spazio
‘pieno’ di energia latente la cui esistenza, come quella dell’antima-
teria, può essere dedotta solo per conferma indiretta. L’adozione di
una delle due teorie, come afferma Marco Pizzuti, ha delle conse-
guenze pratiche e filosofiche di enorme importanza. Secondo gli
scienziati che affermano che lo spazio è vuoto, vivremmo in un uni-
verso dove la quantità di risorse energetiche è scarsa, l’energia va
‘prodotta’ attraverso un intervento umano di tipo aggressivo, per
cui diventa un bene dall’alto valore economico. Al contrario, per i
fisici convinti dell’esistenza dell’Etere, l’universo è una sorgente
inesauribile di energia che permette delle alternative precise – a
costo zero – rispetto allo sfruttamento di carburanti fossili e del
nucleare a fissione154.

153
Marco Pizzuti, Scoperte scientifiche non autorizzate, op. cit., p. 222.
154
Ivi, p. 289.

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Affermare che lo spazio è un vasto giacimento di energia laten-


te mette in atto delle conseguenze sia a livello della fisica moderna
che della spiritualità. Gli sciamani toltechi, per esempio, si sono
posti la stessa domanda, alla quale hanno risposto sostenendo che
“l’uomo come ogni essere in quanto conglomerato di campi ener-
getici viene tenuto insieme non da qualche involucro o fascio di
energia, ma da una specie di vibrazione che tiene in vita e al loro
posto tutte le parti contemporaneamente: una forza o un tipo di
energia che attraverso la sua vibrazione salda insieme i campi ener-
getici in una singola unità”155. Di fatto la convinzione che lo spazio
sia costituito solo da particelle atomiche soddisfa il bisogno umano
di creare una teoria dell’energia escludendo aspetti inspiegabili,
quindi, a parere di chi scrive, si presta ad una interpretazione mate-
rialistica della realtà, mentre la presupposizione dell’Etere tiene
aperta una porta verso una realtà spirituale, divina, verso un miste-
ro inaccessibile all’uomo, a prescindere da come questo, in diversi
contesti, venga chiamato.

Nikola Tesla si è visto costretto a nascondere diverse sue scoperte


a causa dei grossi rischi che queste andassero a finire nelle mani sba-
gliate. Una delle più inquietanti, respinta con arrogante derisione dal
mondo accademico del tempo, è stata la scoperta che tutta la vita sul
pianeta Terra – mondo minerale, vegetale e animale inclusi – si svol-
ge sulle stesse frequenze d’onda, circa 8 Herz, per cui controllare le
une vuol dire controllare anche le altre. Una scoperta altamente peri-
colosa per le sorti dell’umanità che si trovava al bivio della scelta tra
sfruttamento delle risorse naturali, controllo totale sull’ambiente e
protezione della vita. Nessuno sa con certezza se un controllo totale
dell’umanità non sia di fatto attuato da forze occulte che hanno dei
vantaggi a ridurre tutta l’umanità in zombie addomesticati, in masse
dormienti e obbedienti. L’incessante tartassamento di cattive notizie
cui gran parte dell’umanità tecnologizzata viene attualmente sotto-
posta e si lascia sottoporre ha senz’altro, come effetto, quello di crea-
re paura e panico; i manipolatori del mondo sanno bene che queste
155
Carlos Castaneda, “Readers of Infinity: A Journal of Applied Hermeneutics”,
n. 3, Los Angeles, 1996.

171
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emozioni rappresentano il miglior terreno per mettere a tacere verità


scomode e per svolgere un’azione di controllo.

I suoi studi sulle frequenze d’onda della Terra, incluse quelle uti-
lizzate naturalmente dal corpo umano, lo hanno condotto alla realiz-
zazione di macchine elettroterapeutiche, avendo scoperto che deter-
minate oscillazioni elettriche potevano arrecare benefici alla salute
mentre altre le sono altamente nocive. Tesla era giunto ad individuare
gli effetti biologici positivi e negativi prodotti dai campi elettromag-
netici sull’essere umano e aveva concluso che le onde molto basse pro-
ducono un effetto negativo sul campo elettromagnetico dell’essere
umano e sono altamente dannose all’attività bioelettrica del cervello.
Sono le onde che il cervello emette in caso di tensione emotiva e
durante la produzione endogena di cortisol – l’ormone dello stress –
mentre le onde che favoriscono il rilassamento e il benessere sono
quelle a 4-7 Hz, chiamate theta, che non a caso corrispondono alle
onde prodotte dal cervello in stato di sonno REM e di sonno attivo.
Come è stato provato successivamente da esponenti della psicologia
psicosomatica stati di stress e di ansia hanno degli effetti immediati e
a lungo termine sul corpo, non solo inducono negli individui la contra-
zione degli organi e dei muscoli, sia a funzionamento volontario che
involontario, ma riducono anche l’attività bioelettrica cellulare. Al
contrario stati di benessere corrispondono al rilassamento e all’espan-
sione degli organi e dei muscoli nonché ad un incremento dell’attività
bioelettrica. “Il concetto di ‘elettrosmog’ è una rivisitazione di questi
studi pionieristici”156. Quando si menziona l’elettrosmog, nel senso
studiato da Nikola Tesla, questo termine va inteso in duplice maniera:
come l’ambiente produce un inquinamento ambientale di tipo elet-
tromagnetico che ha un effetto spesso irreversibile sugli individui ma
anche come l’individuo può inquinare sé stesso tramite la produzione
di onde elettromagnetiche tossiche, quando viene esposto ad un
eccesso di stress: è lo spazio interiore dei traumi e delle ferite emotive
che in realtà non sono semplicemente il risultato di condizioni filoge-
netiche ma di condizioni create dall’essere umano stesso e in quanto
tali possono essere evitate.
156
Marco Pizzuti, Scoperte scientifiche non autorizzate, op. cit., p. 53.

172
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Le visioni ‘senza oggetto’ di Mendeleev e di Tesla, diciamo pure


ironicamente le ‘allucinazioni’ di questi grandi scienziati, che ne
siamo al corrente o meno, hanno portato a grandi scoperte scientifi-
che di cui noi tutti beneficiamo nelle odierne società. Il tema del
senso di responsabilità all’interno del mondo scientifico, cui si appel-
lava Tesla, rimane di estrema attualità in questo periodo, vista l’am-
piezza e la gravità delle conseguenze che la manipolazione delle sco-
perte scientifiche causano tanto sulla popolazione mondiale quanto
sull’ambiente in cui tutti viviamo. Come ha scritto acutamente Nikola
Tesla “se non ha come fine ultimo il miglioramento delle condizioni
dell’umanità, la scienza è solo una perversione”. Questa perversione
umana ci è davanti agli occhi quando osserviamo le strategie crimina-
li adottate dalla Monsanto, la multinazionale americana leader mon-
diale nel settore degli OGM, tristemente nota per la tossicità dei suoi
prodotti.

Ibogaina in relazione a disturbo post traumatico da stress e sindro-


me da deficit di attenzione e iperattività
Secondo una ricerca della Harvard Medical School, negli Stati
Uniti, l’Ibogaina ha dato ottimi risultati nei casi di ADHD (sindrome
da deficit di attenzione e iperattività) e ADD (sindrome da deficit di
attenzione) nonché con il cosiddetto DPTS (Disturbo Post
Traumatico da Stress). L’orientamento ufficiale degli studi scientifici
riguardanti queste patologie è di considerarle di origine genetica, vale
a dire, ereditaria. Proviamo a pensare una immaginaria riunione dei
luminari della scienza medica che devono decidere sulle cause di tali
patologie e sulle possibili cure. Dopo lunghe consultazioni si rivolgo-
no all’opinione pubblica con le facce un po’ affrante e stringendosi le
spalle affermano: ‘Non c’è niente da fare, devono continuare a pren-
dere il Prozac!’. La psichiatria occidentale è il settore della medicina
che negli ultimi cinquanta anni è rimasto più arretrato rispetto a tutti
gli altri nei quali invece sono stati compiuti dei passi da gigante verso
l’applicazione di tecnologie avanzate per la cura dei disturbi più sva-
riati, per fare un solo esempio le cure al laser per gli occhi. L’ipotesi
genetica forse mette in pace l’anima di molta parte degli studiosi, ma
non convince tutti i ricercatori, specialmente quelli che stanno ope-

173
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rando studi all’avanguardia che vanno a cozzare con i dogmi consoli-


dati nel mondo scientifico, come quelli – per fare solo degli esempi –
sull’ereditarietà e l’incurabilità di certe malattie oppure l’identifica-
zione del concetto di guarigione con la soppressione dei sintomi.
Come afferma Gabor Maté, in realtà l’ipotesi dell’origine genetica di
queste patologie risulta rassicurante perché ci scarica della responsa-
bilità con cui dobbiamo confrontarci se valutiamo altre possibili
cause di questi disordini, cause che in realtà possono essere evitate.

Secondo Gabor Maté l’origine di ADHD, e ADD non è da rin-


tracciare tanto nell’ereditarietà genetica, quanto nella condizione di
feto e in quella vissuta nella prima infanzia: “l’espressione del patri-
monio genetico (negli esseri umani) è in gran parte determinata dal-
l’ambiente”157. Per ‘ambiente’, si intende non solo l’ambiente genito-
riale e sociale ma, nel caso del feto, l’ambiente del grembo dove cre-
sce e si sviluppa. Secondo questo orientamento scientifico sono i vis-
suti traumatici della persona, la carenza del giusto nutrimento emoti-
vo, i traumi subiti, che predispongono ai sintomi di carenza di con-
centrazione, iperattività e disfunzioni del comportamento tipici di
queste patologie. Secondo le statistiche, sono le persone affette da
ADHD, DPTS e ADD quelle che corrono più rischi di divenire tos-
sico o farmaco-dipendenti. Come osserva Gabor Maté, i sintomi
dell’ADHD e ADD sono facilmente riscontrabili sia in molti tossico-
dipendenti che in persone affette da comportamento ossessivo-com-
pulsivo. La ricerca sulle cause di questi disordini è arrivata a scoprire
che i primi ‘semi’ di questo stato di sofferenza sono rintracciabili nel
vissuto delle madri in gravidanza. Lo stato di stress di una donna in
gravidanza158 che non trova sostegno in un partner, nella sua famiglia,
nella società, che riceve violenza fisica o abuso sessuale, che vive in
una condizione di rifiuto emotivo della società in cui vive, hanno
come effetto immediato il rilascio di grosse quantità di cortisol, l’or-
mone dello stress che nel feto impedisce lo sviluppo di determinate

157
“The expression of the genetic potentials is, for most part, contingent on the envi-
ronment”, in: Gabor Maté, In the Realm of Hungry Ghosts, op. cit., p.. 189.
158
Cfr. di Omraam Mikhael Aivanhov, L’Educazione inizia prima della nascita,
Tavernelle (PG), Edizioni Prosveta, 1987.

174
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funzioni del cervello incaricate a provvedere, più tardi, nell’individuo


adulto, al senso di benessere, alla capacità di concentrazione e di
compiere delle scelte non automatiche, vale a dire non dettate da
impulsi emotivi coercitivi. I mesi di gravidanza, così come i primi anni
di vita dell’essere umano in particolare, sono di cruciale importanza
per l’effetto che avranno su tutto l’arco della sua vita in quanto il pro-
cesso di sviluppo del cervello umano si completa dopo la nascita. Un
trauma, un eccesso di stimolazione emotiva negativa, oppure una
carenza o mancanza di stimolazione emotiva positiva agirà in modo
profondo sulla psiche e avrà ripercussioni a lunga gettata, a volte irre-
versibili.

Il concetto di ‘irreversibilità’ di certe patologie quali ADHD e


ADD sta cambiando grazie alle ricerche svolte sull’Ibogaina che sem-
bra abbia il potere di riattivare il potenziale genetico anche laddove
l’ambiente ne abbia soffocato lo sviluppo. Il professor Maté afferma
che il cervello dell’uomo ancora più di quello dei mammiferi, dopo il
parto necessita di un sano contatto con la madre e con l’ambiente per
continuare a svilupparsi. Alla nascita gli esseri umani si trovano in una
condizione di grande vulnerabilità ignota agli altri animali, compresi
i mammiferi. Rispetto al cervello degli altri mammiferi, quello degli
esseri umani alla nascita è il meno sviluppato. Dopo la nascita conti-
nua a crescere alla stessa velocità in cui cresceva nel grembo materno,
fino a raggiungere i tre quarti del volume del cervello di un adulto. La
differenza tra un cucciolo di cavallo, che riesce a camminare appena
nato e un neonato, che ha bisogno di un anno e mezzo per compiere
la stessa operazione, mostra quanto diverso sia il tempo di sviluppo di
determinate funzioni del cervello del neonato umano che sovrinten-
dono a coordinamento muscolare, capacità visiva di mettere a fuoco,
senso di equilibrio nello spazio, etc. Dopo la nascita, a differenza di
quelle di altri animali, diverse parti del cervello umano continuano a
svilupparsi. L’elemento ‘ambiente’ che dà forma al bagaglio genetico,
diviene allora determinante. Nel caso dell’essere umano è l’ambiente,
favorevole o sfavorevole che sia, a decidere quali circuiti cerebrali del
bambino sopravviveranno e quali no. A differenza di altri animali, la
capacità genetica riguardante un pieno sviluppo del cervello nell’es-

175
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sere umano si manifesta solo se le condizioni ambientali sono favore-


voli. Madre Natura ha affidato all’ambiente umano la grande respon-
sabilità di portare a termine lo sviluppo cerebrale dei suoi individui.
Quindi noi esseri umani in quanto animali dotati di un sistema cere-
brale, il neocortex, che ci permette di fare scelte libere da coercizio-
ne emotiva – possibilità che gli animali non hanno – abbiamo la
responsabilità di creare le condizioni favorevoli entro le quali i nostri
figli e i loro discendenti possano crescere come esseri sani, con un cer-
vello funzionante appieno. Nel caso di un neonato, l’ambiente più
importante è la sua famiglia, in particolar modo i suoi genitori o il sin-
golo genitore nel caso di famiglie mononucleari, in costante crescita
nel mondo. È in definitiva il cervello dei genitori che ‘programma’ il
cervello degli infanti nei loro primi anni di vita. Il nutrimento emoti-
vo, il contatto fisico, il senso di sicurezza nello spazio, la cura e l’at-
tenzione ricevute, sono il cibo indispensabile che aiuta a portare a
maturazione lo sviluppo del cervello del neonato. I figli di genitori
stressati o depressi o i figli di genitori fisicamente ed emotivamente
assenti, registrano nel loro cervello dei modelli emotivi negativi. Nei
primi anni di vita il cervello del neonato riceve una grande mole di
informazioni tramite il contatto con la madre, il linguaggio del corpo.
Tutto conta per lo sviluppo o il mancato sviluppo del cervello del neo-
nato: il tono della voce, la tensione nelle braccia che lo sorreggono,
l’espressione del volto; come afferma il professor Maté, persino l’a-
pertura delle pupille aiuta a creare un legame empatico tra genitore e
figlio e ad agevolare la produzione di endorfine, che vanno a modu-
lare la crescita del cervello limbico. Un effetto particolarmente nega-
tivo sullo sviluppo del cervello è la sensazione di essere rifiutati. Le
endorfine endogene possono essere definite le molecole dell’amore;
l’amore è una delle energie più forti presenti in natura che ha la capa-
cità di proteggere un sano sviluppo della vita degli individui. Per spie-
gare come ereditarietà genetica e ambiente interagiscono, il professo-
re porta l’esempio di una neonata che gode di ottime potenzialità visi-
ve ma se viene messa in una camera scura per 5 anni, le perde per
sempre. L’esposizione alla luce del sole le permette di sviluppare la
sua capacità ereditata geneticamente. Questo è vero tanto per i cir-
cuiti della dopamina quanto per i circuiti oppioidi del cervello che

176
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sono collegati al cortex prefrontale e a quello orbifrontale159. La man-


canza di contatto fisico e attenzione amorevole crea grande stress nel
cervello del neonato. La produzione di endorfine nello scambio tra
madre e neonato, nell’essere umano ancora di più che nei mammife-
ri, svolge un ruolo fondamentale per la crescita e la sopravvivenza
stessa del neonato. È provato che un neonato abbandonato da solo in
una stanza senza contatto col mondo esterno muore. La qualità del
contatto fisico con la madre è quindi determinante per la crescita sana
del suo cervello. Una delle funzioni che possono venire danneggiate
per mancanza di attenzione e stimolazione emotiva negativa è la capa-
cità di fare scelte non automatiche, che è una delle caratteristiche del-
l’essere umano adulto che abbia sviluppato appieno le proprie poten-
zialità cerebrali. Il cortex prefrontale e quello orbifrontale svolgono,
nell’adulto, la cruciale funzione di decidere in una frazione di secon-
do se agire o non agire agli impulsi che arrivano dal cervello limbico
e quindi di proteggere l’individuo da impulsi che appaiono gratifi-
canti sul momento ma che alla lunga lo danneggiano o lo mettono in
pericolo. Condizioni di stress sia per la madre in stato di gravidanza
che per il feto/neonato sono altamente dannose e rischiano di provo-
care danni che hanno degli effetti per il resto della vita dell’individuo.
La conclusione del prof. Maté è che il cervello di molte persone tos-
sicodipendenti o affette da ADHD e ADD non ha avuto la chance di
svilupparsi come avrebbe dovuto. Il cervello del tossicodipendente è
paragonabile ad una automobile senza frizione; quando viene dato
gas, quando il cervello limbico è attivo, la macchina si muove auto-
maticamente. Non manca solo di frizione ma anche di freno a mano.
Non è attivo un sano sistema di controllo. Nel cervello del tossicodi-
pendente e nella persona affetta da automatismi, manca la funzione di
filtro operata dal cortex prefrontale e orbifrontale che danno all’indi-
viduo adulto maturo la capacità di scegliere a quali impulsi emotivi
provenienti dal cervelletto e dal sistema limbico dare espressione e a
quali invece no. Questa facoltà viene anche chiamata libero arbitrio,

159
“What is true for vision is also true for the dopamine circuits of incentive motiva-
tion and the opioid circuitry of attachment reward, as well as for the regulatory cen-
tres in the prefrontal cortex, such was the orbifrontal cortex” in Gabor Maté, In the
Realm of Hungry Ghosts, op. cit., p.193.

177
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la preziosa capacità di compiere delle scelte che contraddistingue gli


esseri umani dal resto del mondo animale. Un essere umano che si
comporti come un animale e agisca in maniera inconscia può creare
dei danni immensi a sé stesso e al suo ambiente, cosa che altri anima-
li non possono fare. Allo stesso modo un individuo che faccia pieno
uso del suo bagaglio filogenetico e delle sue funzioni cerebrali diven-
ta una immensa fonte di felicità e di progresso per sé stesso e per gli
altri, anche questa è una possibilità di cui gli animali non dispongo-
no. Nella tradizione spirituale indiana si parla di avatar, in quella
buddhista di bodhisattva, che rappresentano delle anime totalmente
illuminate che hanno trasceso la ruota del Karma e che tornano sulla
Terra per aiutare il processo di evoluzione spirituale dell’umanità e di
ricerca della libertà da ogni forma di schiavitù.

È un fatto triste quanto lampante che la società occidentale con-


temporanea non sostiene più madri e neonati come dovrebbe, in
molti paesi i neonati vengono affidati agli asili nido nel momento in
cui hanno più bisogno dell’attenzione della loro madre.
Generalmente questo accade non tanto per una scelta delle madri,
quanto per la loro necessità di lavorare. Sono rari i casi di chi denun-
cia e si oppone a questo stato di fatto. Ai nostri governi sta più a cuore
il bilancio finanziario che la prevenzione di condizioni generali di sof-
ferenza che a lungo andare hanno dei prezzi altissimi sulla qualità
della vita di una gran parte della società. Il sistema economico occi-
dentale basato su competitività, sfruttamento della natura e delle
risorse umane, condizioni di vita sempre più stressanti, non aiuta di
certo coloro che soffrono di questi disturbi che, nella ricerca dispera-
ta di lenire il proprio dolore, divengono facili prede di alcool, siga-
rette, droghe pesanti, junk food oppure dei sostituti di droghe offerte
dal sistema medico che di fatto risolvono il problema della criminali-
tà tra i tossicodipendenti ma non quello della dipendenza.

Si pone la domanda se il recupero delle proprie capacità cerebrali


sia solo un problema che concerne i soggetti affetti da DPTS, ADHD
e ADD. Dai risultati ottenuti con l’impiego dell’Iboga, sembra che il
risettaggio del cervello emotivo – come è stato chiamato il cervello

178
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limbico – operato dall’Iboga sia un valido aiuto per chiunque voglia


mettere a posto disfunzioni dovute ad una stimolazione emotiva nega-
tiva o insufficiente da parte dell’ambiente. Poiché il cervello limbico
è la sede di emozioni profonde, l’Iboga funziona molto bene con le
persone che soffrono di ansia, depressione o stress e può ridar loro la
speranza di riottenere la pace che non hanno mai conosciuto. L’Iboga
funziona molto bene anche con le persone ‘sane’ che si sono in qual-
che modo adattate ai ritmi frenetici dettati dalle società odierne, in
quanto offre loro la possibilità di fermarsi e riflettere pur avendo lavo-
ro, famiglia e altri obblighi sociali che le tengono impegnate. Con
l’Iboga possono ricevere una gran quantità di intuizioni che le porta-
no a liberarsi da zavorre e vecchi schemi di pensiero e di comporta-
mento.

Somministrazione di Iboga ad alto e basso dosaggio


In Europa non sono molti i facilitatori di Iboga e Ibogaina compe-
tenti, tuttavia il loro numero è in rapido aumento. Il carattere di que-
sta esperienza è tale che si sconsiglia l’autosomministrazione senza una
guida competente, in particolar modo se si tratta di somministrazione
ad alto dosaggio, in quanto si rischia di perderne di vista il carattere
spirituale e di non dare il giusto rilievo al lavoro sul proprio intento.
Preparazione e intento, così come un buon ‘setting’ in cui fare l’espe-
rienza, sono infatti di importanza decisiva per raggiungere buoni risul-
tati durante un’iniziazione sciamanica. La convinzione della maggior
parte delle persone che non hanno una conoscenza diretta della cor-
teccia di radice di Iboga e dell’Ibogaina, è che l’alto dosaggio sia
imprescindibile per ottenere risultati soddisfacenti. In realtà l’Iboga
può essere impiegata in maniera efficace anche con basso dosaggio,
generalmente chiamato microdosaggio. In questo libro sono stati
inclusi articoli che espongono i risultati della mia ricerca sul microdo-
saggio di Iboga in un contesto spirituale, che diverge dalle modalità
impiegate solitamente. La differenza essenziale risiede nell’atteggia-
mento con il quale ci si avvicina a questa pianta sacra, che non va inge-
rita come se fosse una medicina allopatica, ovvero con un’attitudine
passiva della serie: “Prendi una pillola che ti passa tutto”. L’Iboga non
funziona in questo modo, non rimuove sintomi, ma permette di pro-

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cessarli. In un contesto spirituale è necessario che la persona si prenda la


responsabilità della propria guarigione e che la affronti come un’oppor-
tunità di autoinvestigazione. Sono molti coloro – specialmente tossico- o
farmacodipendenti – che proiettano sulla cura con la corteccia della
radice di Iboga e l’Ibogaina la stessa aspettativa che ripongono verso le
medicine allopatiche, credendo che la loro assunzione rimetta magica-
mente tutto a posto, come se fossero delle medicine tappabuchi. Volere
la guarigione, così come assumersene la piena responsabilità, sono parti
integranti del lavoro con l’Iboga e del processo di guarigione messo in
atto da questa pianta sacra. La pianta è semplicemente uno strumento
che permette al proprio intento di manifestarsi.

Secondo il nuovo metodo che viene descritto in questo libro, chi


vuole lavorare con questa pianta sacra, non inizia con una cerimonia di
Iboga, come spesso accade. La partecipazione ad una cerimonia di
Iboga rappresenta piuttosto un punto di arrivo: è necessaria una pre-
parazione che può richiedere anche dei mesi. Per ragioni di sicurezza,
consiglio di lavorare con la corteccia di radice di Iboga solo a chi abbia
interrotto l’uso quotidiano di droghe, metadone o medicine simili. In
molti casi una cerimonia di Iboga ad alto dosaggio non è necessaria.

L’Iboga è stata chiamata da qualcuno droga-scaccia-droga, ma la defi-


nizione di ‘droga’, non mi sembra corretta. Chi la conosce direttamente
sa che un uso ricreativo di questa sostanza è assolutamente impossibile.
La definizione di ‘droga’, così come quella di ‘sostanza allucinogena’ –
usate per definire l’Iboga – a parere di chi scrive risultano fuorvianti. A
suo modo l’Iboga è un pianeta totalmente peculiare all’interno del
mondo delle Piante Maestro. Le visioni prodotte dall’Iboga si riferisco-
no in genere al vissuto della persona. Tuttavia i processi di guarigione
avvengono spesso senza visioni, anche se la possibilità di avere degli
insight e sogni significativi aumenta. Non c’è nulla di ricreativo nell’as-
sunzione di questa pianta sciamanica, forse per questo motivo non ha
trovato un pubblico tra gli amanti dei trip psichedelici e delle droghe
euforizzanti. Potrebbe essere questo il motivo per cui gli esponenti della
beat generation in America l’hanno ignorata, anche se il loro profeta,
Allen Ginzberg, una volta si è domandato se l’Iboga fosse la sostanza

180
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che in molti, negli States, stavano cercando. Quindi, al contrario delle


sostanze ‘ricreative’, o delle smart drugs, l’Iboga viene impiegata per fare
un salto qualitativo nella propria vita, per compiere una seria crescita
interiore, per guarire da ferite emotive. C’è una importante differenza
tra quelle che la società considera come narcotici e droghe e gli enteo-
geni come l’Iboga. In genere, le accuse rivolte agli enteogeni sono quel-
le di neurotossicità, cioè di causare danni al cervello e di creare tossico-
dipendenza, accusa questa del tutto infondata in quanto enteogeni quali
l’Iboga, ma anche il Kambo e l’Ayahuasca, non solo non procurano
dipendenza, ma al contrario, come provato dagli studi scientifici e da
numerose testimonianze160, aiutano a liberarsene. L’Ayahuasca, per
esempio, viene usata da tempo nei contesti indigeni di appartenenza
(vedi Brasile e Perù) per curare la dipendenza da alcool. Al contrario,
come mostrato dagli studi riportati dal professor Maté di cui si è tratta-
to, droghe stimolanti tra cui la cocaina, la metanfetamina e l’eroina
(incluse droghe legali quali metadone, subutex e farmaci simili), dan-
neggiano il cervello riducendo la crescita di materia bianca, diminuendo
il volume di materia grigia e abbassando le difese naturali dell’organi-
smo. D’altro canto, come sempre più confermato dalla ricerca scientifi-
ca recente161, gli enteogeni lungi dall’apportare danni al cervello, lo aiu-
tano a recuperare le proprie funzioni naturali, a produrre dopamina e
serotonina e rafforzano il sistema immunitario. Mentre la dipendenza da
cocaina ed eroina (inclusa la dipendenza da metadone e sostanze simili)
provoca una perdita della capacità di apprendimento, la diminuzione
della abilità di compiere delle nuove scelte, di acquisire informazioni o
di adattarsi a nuove circostanze, non si può affermare lo stesso per quel
che riguarda gli enteogeni che tengono in esercizio i recettori cerebrali
con cui interagiscono. Quindi non risulta scientificamente corretto met-
tere l’Iboga nello ‘scatolone’ legislativo degli allucinogeni-che-creano-tos-
sicodipendenza-e-danni-al-cervello. C’è bisogno di una legislazione a
livello internazionale che dia atto sia della specificità e del contributo
degli enteogeni a migliorare le qualità della vita delle persone, che del
loro uso sacramentale in contesti religiosi, senza parlare della loro capa-

160
Si veda la sezione Testimonial sul sito http://kambocleanse.com/ o la voce
Medicina Kambo su You Tube.
161
Si veda Gabor Maté, In the Realm of Hungry Ghosts, op. cit., pp. 360-373.

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cità di tirar fuori persone dalla tossicodipendenza e dalla criminalità.


Verso l’alcool, malgrado i provati danni apportati nel cervello e lo stato
alterato di coscienza che causa, senza considerare lo stato allucinatorio,
il delirium tremens, che provoca negli stadi più avanzati di dipendenza,
l’Occidente, ipocritamente, chiude un occhio.
Da una prospettiva spirituale, la guarigione non è mai solo una que-
stione individuale in quanto tutto, esseri viventi e universo intero, è
interconnesso. Da tale prospettiva questa pianta sacra non è omologa-
bile ad una medicina come quelle che possiamo comprare in farmacia.
È una pianta spirituale che ci permette di vedere che la nostra guari-
gione è anche e necessariamente la guarigione della nostra famiglia e
della società in cui viviamo. Dalla prospettiva spirituale dell’Iboga, gua-
rire noi stessi vuol dire guarire anche i nostri antenati. Per questo moti-
vo nel contesto rituale ingeriamo la corteccia o la polvere di Iboga reci-
tando il mantra “per tutte le mie relazioni”, per affermare il profondo
significato della guarigione collettiva che vogliamo raggiungere, basata
sulla comprensione che non c’è una reale separazione tra noi e gli altri.
Noi non siamo, ma inter-siamo, come afferma il grande maestro bud-
dhista Thich Nath Hanh. Crederci separati genera paura.
L’applicazione della corteccia di Iboga e dell’Ibogaina per la gua-
rigione della tossicodipendenza è stata scoperta solamente negli ulti-
mi 30-40 anni, nei paesi occidentali dove il problema della dipen-
denza è molto sentito e continua ad aggravarsi. Non solo cresce il
numero delle persone dipendenti da qualcosa, ma crescono rapida-
mente anche le diverse modalità di queste dipendenze. L’aumento
dei livelli di stress nella vita collettiva mondiale porta sempre più
persone a mettere in atto ogni sorta di strategie di evasione. Queste
strategie di fuga sono motivate dal bisogno di endorfine, serotonina
e dopamina di cui abbiamo necessità per gestire le nostre emozioni,
per poter funzionare nella vita di tutti i giorni. Un individuo che non
sia protetto nel suo diritto primario di sentirsi a proprio agio nello
spazio fisico, che non si senta accettato e rispettato nella collettività
dove vive, che venga esposto a stress fin dalla sua vita fetale, che
nasca in una situazione in cui subisce una stimolazione emotiva nega-
tiva o che venga addirittura ignorato o traumatizzato dalle persone

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che dovrebbero prendersi cura di lui, quasi inevitabilmente si perde


nell’universo della compulsività e della dipendenza. La tossicodipen-
denza, come afferma Gabor Maté, rappresenta spesso un tentativo di
automedicazione adottato da chi è in una situazione di disagio psi-
chico. La tossicodipendenza è un fenomeno generale, ma risulta par-
ticolarmente dilagante soprattutto all’interno di comunità fortemen-
te danneggiate da sfruttamento, perdita della propria libertà, perdi-
ta delle proprie terre e del contesto sociale di appartenenza. Non è
un caso che la tossicodipendenza ha mietuto vittime soprattutto tra
gruppi etnici quali i neri africani, i nativi nordamericani e gli abori-
geni dell’Australia, in maniera particolare tra le donne di queste
etnie, che essendo più esposte ad abusi sessuali, ne hanno pagato il
prezzo più alto. Come affema Gabor Maté se la civiltà occidentale
dovesse pagare in soldi i debiti che ha contratto con queste etnie il
prezzo che dovrebbe pagare sarebbe altissimo. Molto spesso i tossi-
codipendenti rappresentano i capri espiatori delle società occidenta-
li, divenendo così equiparabili alla casta indiana degli intoccabili o ai
lebbrosi della Giudea dei tempi di Gesù. Oltre al prezzo che pagano
per il fatto di trovarsi in condizioni di estrema difficoltà che li espo-
ne al disprezzo per la loro condizione di vulnerabilità, in molti paesi
– per fortuna non in tutti – essi subiscono la criminalizzazione per il
possesso di sostanze che per loro rappresentano l’ultima spiaggia di
salvezza da una condizione di disagio emotivo. Il movimento
dell’Harm Reduction di cui Gabor Maté è uno dei sostenitori più
illustri, intende aiutare a ridurre i danni procurati sia dalla società
che quelli che i tossicodipendenti procurano a sé stessi. Così come è
un atteggiamento accettato dai più quello di proteggere chi si amma-
la di malattie anche se auto-procurate (vedi il diabete, il cancro ai
polmoni, etc.), nella visione di questo movimento i tossicodipenden-
ti sono il riflesso della società in cui vivono e vanno trattati come
esseri umani che hanno bisogno di sostegno e non di punizione ed
hanno diritto a cure che non li penalizzino ulteriormente. Una delle
forme di penalizzazione che subiscono è l’obbligo ad usare medici-
nali che, mentre procurano enormi introiti alle case farmaceutiche
che li producono, non liberano dalla dipendenza, anzi la aggravano,
dal momento che metadone e medicine simili intensificano gli effet-

183
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ti di dipendenza fisica. Ho trovato molto toccante quanto condiviso da


Dimitri Mugianis al Convegno Internazionale di Ibogaina tenuto nel
marzo del 2016 a Tepozlan in Messico, riguardo alla sua esperienza
con l’Iboga. Con il tono di chi sa per esperienza e la saggezza di chi ha
sofferto e compreso quello che molti non vedono, Dimitri ha afferma-
to che l’Ibogaina, essendo dotata di uno Spirito e quindi di una intel-
ligenza, ha trovato modo di raggiungere la società americana tramite
quelle persone trattate come intoccabili. Mugianis mi ha sorpreso con
il suo paragone dell’intelligenza della pianta e la compassione che
questa mostra verso il genere umano con l’attività di Gesù, il quale
scandalizzò la società del suo tempo guarendo i lebbrosi, gli emargi-
nati, ovvero gli intoccabili di allora. Allo stesso modo l’Ibogaina ha
rivelato il suo messaggio di salvezza ai paria della società americana, la
categoria di persone rifiutate da tutti, i tossicodipendenti.

La corteccia di Iboga e l’Ibogaina, così come altri enteogeni apparte-


nenti alle culture sciamaniche di tutto il mondo, stanno fornendo rispo-
ste precise ai quesiti della dipendenza. È recente la notizia che alcune cli-
niche di Ibogaina in Messico si stanno aprendo alla possibilità di appli-
care, oltre all’Ibogaina, anche il Kambo, e di riscrivere il manuale di
Lotsof, per il fatto che il Kambo sta dando prova di migliorare le condi-
zioni fisiche ed emotive dei tossicodipendenti e di sostenerli nel supera-
re i sintomi dell’astinenza. Per motivi di sicurezza, attualmente nelle cli-
niche si tende ad evitare la somministrazione di alte dosi di Ibogaina in
una sola volta, come avveniva inizialmente, preferendo la suddivisione
in due o tre dosi. La somministrazione dell’Iboga ai tossico- o farmaco-
dipendenti, era originariamente sconosciuta in Africa. Attualmente
l’Iboga in Africa viene usata, tra l’altro, per sconfiggere l’alcolismo, un
fenomeno sorto solo a partire dai tempi della colonizzazione francese.

Nelle cliniche che usano Ibogaina, questa viene impiegata come


un farmaco. Nella tradizione Bwiti la corteccia della radice della pian-
ta di Iboga viene impiegata come un Sacramento religioso. Mentre i
somministratori che hanno un approccio medico richiedono un elet-
trocardiogramma (ECG) e la presenza di un medico durante i tratta-
menti, la sua presenza non è invece considerata necessaria durante le

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cerimonie Bwiti162. La figura dei conduttori delle cerimonie Bwiti,


essendo dei medicine men che officiano un culto religioso, incorpora
in sé quelle del sacerdote e del medico occidentali.

I tre stadi di una sessione di Iboga ad alto dosaggio


Il processo che si intraprende in una cerimonia di Iboga ad alto
dosaggio comprende tre stadi. Il primo prevede intorno alle 8 ore in cui
si possono alternare sogni o visioni oppure uno stato senza visioni di
ricapitolazione cosciente della propria vita che corrispondono agli stati
di sonno REM e al sonno attivo. Le visioni all’inizio consistono in
immagini vaghe, incoerenti e caotiche, che poi con il graduale aumento
del dosaggio e con l’approfondirsi dell’esperienza acquistano sempre
più chiarezza e struttura e assumono un carattere numinoso, archeti-
pico. È abbastanza comune passare attraverso un processo puramente
fisico o emotivo. È lo stadio della morte come viene chiamato nelle ceri-
monie Bwiti. Non si tratta di una morte fisica, ma della morte dell’ego.
La seconda fase include un periodo di 10-12 ore durante il quale espe-
rienze che si sono presentate vengono valutate e rielaborate. In questa
fase le visioni si sono stabilizzate. Succede spesso che l’iniziato entri in
contatto e dialoghi con genitori o con le anime di antenati o persone
defunte che non ha conosciuto direttamente. Si possono fare domande
cui lo Spirito dell’Iboga risponde immediatamente. I ricercatori
definiscono questo momento lo stadio in cui avviene una ‘valutazione
cognitiva’ dell’esperienza. È lo stadio della rinascita che durante la
seconda notte della cerimonia viene celebrato con la danza. La terza fase
è un periodo di sonno e di riposo. È lo stadio dell’integrazione. Una ceri-
monia di Iboga dura tre giorni e due notti. L’esperienza con l’Iboga è
comunque, per tutti, un processo molto individuale, può variare molto
da persona a persona. La pianta va spesso a vanificare le aspettative della
persona: il processo si presenta spesso diversamente rispetto alle aspet-
162
A tale proposito è interessante leggere quanto esposto dai fondatori dell’Harm
Reduction Movement Dana Beal e Paul De Rienzo, in The Ibogaine Story: Report on
the Staten Island Project, Brooklyn, Autonomedia, 1997. Una sua intervista a Dana
Beal (in lingua inglese) realizzata dalla “IBO-Radio Transforming Conversations” è
disponibile sul sito:
http://www.blogtalkradio.com/iboradio1/2011/10/23/dana-beal-1st-hr-and-eleanor-
and-paul-2nd-hr

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tative dell’iniziato. In genere durante la seconda fase del processo con


l’Iboga vengono poste domande e si ricevono immediatamente le rispo-
ste dallo Spirito della pianta. È una fase molto particolare durante la
quale l’Iboga permette di fare un lavoro di investigazione come quello
compiuto da un detective, durante il quale si attivano delle facoltà di
chiaroveggenza, la capacità di penetrare dei segreti o dei tabù, collettivi
o individuali che siano. Un esempio di questa proprietà dell’Iboga viene
mostrato nella testimonianza inclusa in questo libro, scritta da Jitka
Donátová: Le costellazioni familiari dell’Iboga: guarire gli antenati, dove
la ragazza ceca grazie all’assunzione a basso dosaggio della pianta è
riuscita a fare luce su alcuni tabù di famiglia. La vita di alcuni suoi ante-
nati era totalmente avvolta nell’omertà, un silenzio assordante avvolgeva
di mistero alcune vicende segrete della sua famiglia. A questi quesiti lo
Spirito della pianta ha dato delle risposte precise. In circostanze come
queste è come se lo Spirito della pianta mettesse insieme tutti i pezzi di
un puzzle, formando un’immagine chiara e convincente che si manifesta
al nostro occhio interiore: sono immagini a tutto tondo su una data
situazione con cui siamo impegnati sia emotivamente che mentalmente.
A volte si attiva la stessa facoltà non rivolta a circostanze accadute nel
passato ma a fatti che accadranno nel futuro. In questo caso la pianta
manifesta delle facoltà profetiche. Posso assicurare che assistere a omi-
cidi, come è successo a me diverse volte, non è una situazione piacevole:
è un vero e proprio ingresso nel regno degli inferi.
Dopo un trattamento ad alto dosaggio si noterà che per un po’ di
tempo non si riesce a prendere sonno facilmente. Il corpo semplicemente
non ha più bisogno di dormire come prima. Ci vuole almeno una setti-
mana per elaborare ed integrare quanto smosso in quei giorni. Si tra-
scorrono due giorni e due notti senza dormire, o meglio, in uno stato di
sonno attivo e/o di sogno lucido durante il quale non ci si stanca come
succederebbe normalmente quando non si dorme. Al contrario, si recu-
pera energia, come se le nostre batterie venissero ricaricate. Dopodiché,
si torna gradualmente al proprio bioritmo naturale. La stessa cosa accade
col cibo, per un po’ di giorni dopo, si mangia un po’ meno del normale
in quanto sparisce qualsiasi senso di bisogno compulsivo. La sensazione
di profondo benessere psicofisico che molte persone provano dopo le
cerimonie di Iboga è qualcosa che non si può esprimere a parole.

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3.2 APPLICAZIONI DELL’IBOGA

Sognare

Respirando,
anelando
le mani tese verso il destino:
sognare.
Non è assurdo sognare,
ma il motore del mondo.
Non è il mondo il sogno di Dio?
E le nostre vite
non sono il frutto dei sogni che facciamo?
Prova ad esporti sul ciglio della vita.
Rispondi quando la morte chiama.
Da un cespuglio in primavera vengono le rose senza sforzo.
Il bruco deve morire perché la farfalla viva.
Lo doglie della madre precedono il parto,
e poi il neonato nasce.
La culla tra le braccia,
il sangue fertile sul ventre,
ma solo la gioia resta.
Non è il risultato, ma la cura il segreto.
Lì possiamo scegliere e
come astronauti in viaggio nell’universo
pilotare la nostra navicella.
Non temere di sognare.
Lasciati guidare dal vento sacro dell’amore.
La vita brucia,
fuoco sacro di Shiva,
carburante e cenere di danze eterne.
Giovanni Lattanzi

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Cap. 11
Somministrazione a basso dosaggio delle capsule di Iboga
Giovanni Lattanzi

La padronanza dell’intento
L’uso delle capsule di Iboga è in relazione con l’autosomministra-
zione a basso dosaggio di questa pianta sacra, in genere chiamato
microdosaggio. Per usare le capsule di Iboga, così come per l’assun-
zione ad alto dosaggio, è importante avere un chiaro intento riguardo
agli obiettivi che si vogliono raggiungere e alle domande che si desi-
dera porre allo Spirito della pianta: ciò che viene chiamato il lavoro
con l’intento – che continuerà durante tutto il periodo del microdo-
saggio. La durata del microdosaggio varia, non c’è una regola fissa,
ma in genere un principiante può cominciare con una somministra-
zione di sei settimane. L’impostazione dell’intento è il primo passo
quando si vuole cominciare il microdosaggio. Per ‘impostazione del-
l’intento’ si intende la determinazione a compiere un lavoro con
l’Iboga, a porsi degli obiettivi ed a nutrire la disponibilità a farsi gui-
dare durante questa esplorazione. Lavorare con l’intento è come puli-
re un anello che da opaco si fa sempre più lucido: l’anello dell’inten-
to. Può essere utile fare un esercizio di scrittura, scrivere liberamente
tutte le aspirazioni che guidano la nostra vita, anche se sono state
rimosse per lungo tempo dall’elenco dei nostri propositi quotidiani.
Una semplice affermazione di ciò che si vuole raggiungere (per esem-
pio: ‘voglio essere libero spiritualmente’, oppure ‘voglio trovare un
lavoro che si confaccia alle mie capacità’ e così via) è un primo passo,
ma non è ancora sufficiente. Questo tipo di affermazioni rappresen-
tano la cornice entro la quale va messo il quadro. Quando ci accin-
giamo a lavorare con l’Iboga, la domanda da porci è: “Quale energia
voglio risvegliare in me stesso con l’aiuto del mio intento?” e inoltre:
“Quanta energia ho per realizzare il mio compito?”. L’Iboga ci
risponderà e ci mostrerà come portare maggiore chiarezza nel nostro
intento passando dal livello della mente a quello dello Spirito, il livel-
lo dell’Essere, dell’Intelligenza superiore, dell’energia creativa della
vita, presente in tutto l’universo. La ferma volontà di interrompere il
flusso dei pensieri è fondamentale mentre si lavora con l’Iboga ed è il

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reale passaggio verso la guarigione, la porta stretta verso il risveglio.


Un risveglio dalla nostra condizione di schiavitù spirituale è impossi-
bile senza aver superato l’identificazione con il mondo dei nostri pen-
sieri. In questo contesto, l’Intento va inteso come una sorta di
Sacramento. L’intento di essere presenti nello spazio energetico al di
là dei pensieri viene chiamato intendere l’intento. Questo è il mezzo
che ci permette di non disperdere più energia, come abbiamo fatto
per tutta una vita, ma piuttosto, di accrescerla. Secondo i Toltechi163,
l’Intento è l’energia di Dio dentro di noi. Non solo: è anche un’ener-
gia che esiste nell’universo. È la capacità di trasmettere e ricevere
energia al di là del tempo e dello spazio, della vita e della morte.
L’intento è il potere della preghiera che connette i mondi e guarisce.
In particolare lo Spirito dell’Iboga ci connette col mondo degli ante-
nati, quindi il proposito di guarire i nostri antenati è una parte essen-
ziale di questo lavoro. Lo Spirito dell’Iboga parla un linguaggio diver-
so da quello della mente ed è per questo che quando si ha a che fare
con piante spirituali come questa, diventa di fondamentale importan-
za ascoltare con attenzione i messaggi che riceviamo. Dobbiamo sape-
re, o chiedere allo Spirito della pianta di aiutarci a scoprirlo, che cosa
vogliamo veramente, quali sono le nostre aspirazioni più profonde.
Possiamo chiedere allo Spirito della pianta di mostrarci quali sono gli
ostacoli che ci impediscono di esprimere il nostro potenziale umano.
Dal momento che abbiamo a che fare con un’esperienza sacra, il
rispetto per la pianta e la volontà di porre la nostra domanda con sin-
cerità e umiltà sono necessari. Giocare a nascondino con noi stessi
non ci porta lontano.

Grazie ad una profonda pulizia a livello psico-emozionale, spesso


l’Iboga ci porta ad un eccezionale livello di forma fisica, livello diffi-
cilmente raggiungibile con altre piante sciamaniche. Tramite l’attiva-
zione del veggente interiore, entriamo totalmente in contatto con il
nostro corpo, con la consapevolezza del corpo, quello che i Toltechi
chiamano il ‘lato sinistro dell’attenzione’. L’attivazione del veggente
interiore ci permette di chiarire gradualmente i nostri obiettivi, ciò
che si può chiamare chiarire l’intento o pulire l’anello dell‘intento.
163
Si veda in questo libro il capitolo 12 La pratica tolteca del ‘creare un ponte’.

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Per arrivare ad una formulazione precisa del proprio intento, è


necessario un lavoro di introspezione che a volte può durare diver-
si mesi e che ci permette, alla fine, di individuare i modelli di com-
portamento dei quali ci vogliamo liberare. In Europa, nella tradi-
zione in cui sono stato iniziato, si fa uso della condivisione dell’in-
tento all’interno di un gruppo. La parola è la facoltà magica propria
degli esseri umani, l’espressione verbale permette all’intento perso-
nale di ‘agganciarsi’ all’Intento universale. In realtà stiamo dando
una possibilità all’Intento universale di manifestarsi e potenziarsi
tramite noi. In genere uso tre diverse modalità: l’espressione del-
l’intento, l’espressione di particolari qualità che la persona vuole
sviluppare e la preghiera. Si forma un circolo all’interno del quale si
parla a cuore aperto della propria condizione e delle proprie aspi-
razioni profonde. L’espressione dell’intento dovrebbe essere il più
precisa possibile. Da evitare sono liste di desideri vaghi, fumosi e
poco chiari. Durante la condivisione si apre un canale verso un tipo
di energia molto sottile e profonda. C’è spazio, allora, per l’espres-
sione di preghiere che nascono spontaneamente nel cuore dei par-
tecipanti. Il canale verso lo Spirito deve rimanere il più possibile
aperto.

Esprimere il proprio intento in un gruppo di persone che condivi-


dono la stessa ricerca spirituale ha diverse funzioni: l’intento di ognu-
no viene riconosciuto e sostenuto dal gruppo stesso. Esprimere il pro-
prio intento nel circolo di condivisione è come firmare un contratto
con sé stessi alla presenza di testimoni. Questo rafforza la propria
motivazione o, se ci sono dei dubbi, anche questi diventato più chia-
ri. La persona esprime una qualità, per esempio la pazienza, il grup-
po ripete la stessa parola. La ripetizione indica che il gruppo ricono-
sce quella qualità e sostiene la persona per il suo sviluppo. Si tratta del
principio ‘uno per tutti e tutti per uno’, che mantiene vivo lo spirito
di solidarietà nel gruppo, nello stesso tempo il gruppo diviene un
unico corpo dotato di una sua innata saggezza che ha la capacità di
equilibrare le disfunzioni energetiche dei singoli.

In genere la persona che si presenta ad un facilitatore di Iboga,

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prima ancora di esprimere il proprio intento all’interno del cerchio


del gruppo, gli spiega il motivo che lo ha portato a questa pianta
sacra. L’iniziatore, che in Africa si chiama nganga, rappresenta il cana-
le attraverso il quale passa all’iniziato l’energia dell’Iboga. Attraverso
l’energia del facilitatore lo Spirito della Pianta potenzia sé stesso e così
viene trasmesso. Per questo l’iniziazione in una cerimonia di Iboga ha
una grande importanza. Un’assunzione di Iboga senza iniziazione è
poco rilevante e in genere o non porta lontano o può addirittura nuo-
cere alla persona.

Il libro True Meditation di Adyashanti164, può essere molto utile


per comprendere il lavoro di auto-osservazione. Anche la lettura di
Un nuovo mondo di Eckarth Tolle, può aiutare in questo lavoro di
investigazione. La lettura va fatta non al fine di accumulare informa-
zioni, ma come un esercizio di introspezione. Questi libri vanno usati
come uno specchio che ci permetta di guardare dentro di noi in
maniera obiettiva. È bene interrompere la lettura quando una frase,
un capitolo, ci riguarda e ci parla direttamente. In questo caso è bene
prendersi del tempo per meditare con calma e lasciare depositare il
messaggio nel nostro inconscio, dove continuerà a lavorare per noi
producendo la trasformazione di cui abbiamo bisogno. Nel suo libro,
Eckart Tolle parla del corpo di dolore e dei suoi effetti quando questo
si combina con l’ego. Ego e corpo di dolore si nutrono a vicenda ed
hanno bisogno l’uno dell’altro. La lettura di questo libro può aiutare
a fare chiarezza sul proprio intento ed a riconoscere quando viene
attivato il nostro corpo di dolore.

Il basso dosaggio e la pratica della ricapitolazione


La pratica dell’autosomministrazione di Iboga a basso dosaggio è
un momento di ricapitolazione della propria vita. La ricapitolazione è
una pratica che discende da una antichissima tradizione tolteca ed è
stata trasmessa dal Nagual165 Don Juan Matus a Carlos Castaneda,
164
Adyashanti, True Meditation: Discover the Freedom of Pure Awareness, Louisville
(US-CO), Sounds True Publishing, 2006; edizione italiana: La vera meditazione,
Diegaro di Cesena (FC), Bis Edizioni - Gruppo MACRO, 2010.
165
I Toltechi definiscono Nagual una guida verso la libertà.

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potete trovare questo esercizio descritto nei minimi particolari in


molti dei suoi libri166 e in questo libro nel paragrafo La pratica dei cac-
ciatori: la ricapitolazione che si trova all’interno del capitolo dedicato
alla tradizione tolteca167. Durante questa pratica ritornate indietro con
la memoria ai momenti più importanti della vostra vita, che non sono
necessariamente quelli che pensate siano stati. Ripensate alle situazio-
ni che avete vissuto, alle persone che avete incontrato, alle cose giuste
o sbagliate che avete fatto, esaminando il tutto in modo obiettivo e
distaccato, per riconoscere da dove i vostri modelli di comportamen-
to si sono originati. Come preparazione, potete iniziare a riportare
alla memoria tutte le persone incontrate nella vostra vita, tutte le rela-
zioni che avete avuto con loro da oggi risalendo fino alla prima infan-
zia. Potete svolgere lo stesso esercizio di respirazione che faccio fare
prima delle sedute di Kambo: ruotate la testa a sinistra inspirando
lentamente e in profondità, permettendo ad una situazione del passa-
to e all’emozione ad essa connessa, di riaffiorare completamente nella
mente. Quando espirate, muovete lentamente la testa verso destra e
lasciate andare l’emozione negativa che state ancora trattenendo den-
tro di voi. Accettandola e lasciandola andare avete fatto pace con l’e-
vento, con l’emozione. In un’altra versione della stessa pratica si com-
bina l’inspirazione con l’intento di risvegliare l’energia positiva della
presenza mentale e recuperare energia e l’espirazione con l’intento di
restituire l’energia che non ci appartiene.
Per compiere un lavoro di investigazione è utile scrivere un diario.
Scrivete liberamente tutto quello che credete sia importante annotare
e cercate di identificare le ferite che volete guarire, tutto quello che
aspirate a migliorare nella vostra vita, ciò che volete manifestare com-
pletamente, i vostri talenti e le vostre capacità. Scrivete nel diario le
vostre aspirazioni profonde e lentamente iniziate a definire le loro
priorità, riscrivendo per punti le cose principali su cui volete focaliz-
zare il vostro intento. L’idea è che da una serie di frasi disconnesse
arriviate ad un elenco di punti precisi. Datevi il tempo di capire quali
siano le vere finalità nascoste nel vostro intento di guarigione e le
166
Di Carlos Castaneda si confronti tra gli altri The Eagle’s Gift, New York, Simon &
Schuster, 1981; edizione italiana: Il dono dell’aquila, Milano, Rizzoli, 1983.
167
Si tratta del capitolo 12 La pratica tolteca del ‘creare un ponte’.

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potenzialità che volete manifestare. Per rendere il vostro intento il più


chiaro possibile è importante dare un nome all’emozione, agli schemi
di comportamento che vi imprigionano in trappole che sono di osta-
colo alla vostra crescita spirituale. Adyashanti suggerisce di esplorare
l’universo di pensiero che risiede dentro una data emozione, come
questa emozione vede il mondo, a quali presupposti è collegata, a
quali accordi è vincolata. Datevi abbastanza tempo per svolgere que-
sto lavoro di preparazione. Non fatelo in fretta e non decidete in anti-
cipo la durata del tempo che vi prenderà. In questo modo, questo
processo di chiarificazione dell’intento si svilupperà da solo e seguirà
dei tempi naturali.

Può essere utile leggere con regolarità quello che avete scritto e
cercare di capire se punti apparentemente diversi appartengono allo
stesso tema, allo stesso modello di comportamento, alla stessa emo-
zione che volete guarire o allo stesso talento che volete manifestare.
Per esempio facendo la vostra investigazione scoprite che dietro la
vostra abitudine ad arrabbiarvi in certe situazioni, c’è in realtà paura.
Ma paura di che? Per esempio la paura di essere rifiutati o abbando-
nati. È importante specificare sempre a cosa si riferisce una data emo-
zione che state investigando. Allo stesso modo, è possibile che sco-
priate che la stessa paura che vi rende a volte rabbiosi è anche l’osta-
colo al manifestarsi del vostro talento come artista, terapeuta, cuoco,
insegnante, guida turistica, etc. Alla fine il vostro intento potrà essere
ridotto a una o due affermazioni. Quanto più chiara e concisa sarà l’e-
spressione del vostro intento, tanto più efficaci saranno i risultati.
Fare chiarezza sul proprio intento è come effettuare un giro di boa nel
lavoro di autoinvestigazione. Abbiate fiducia nel potere di guarigione
dell’Iboga e del vostro intento e i risultati si manifesteranno sponta-
neamente. Pronunciarlo ad alta voce di fronte ad altre persone in un
contesto cerimoniale aiuta a fissarlo nell’inconscio dove continuerà a
lavorare per conto suo. Il vostro intento diventerà così più potente e
inizierà a manifestarsi concretamente nella vostra vita. Gradualmente
imparerete a riconoscere che i bisogni dell’ego sono diversi dalle
necessità dell’anima. L’ego, che non risparmia colpi bassi pur di
sopravvivere, si rivela il vero ostacolo all’ascolto dell’anima. Come ha

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detto Gesù, non si possono servire due padroni. Se ne servite ed


amate uno, odierete e disprezzerete l’altro168.

Se avete domande, se volete scoprire qualcosa riguardo alla vostra


vita o alla vita di qualcuno, non dimenticatevi di rivolgere queste
domande allo Spirito di questa pianta sacra. Vi risponderà con preci-
sione. Iniziando a lavorare con l’Iboga, potrete sperimentare delle
sincronicità nella vita di tutti i giorni, sogni lucidi, visioni, situazioni
che vi mostreranno con precisione il processo in cui siete, le difficol-
tà con cui vi state confrontando. L’Iboga vi mostrerà senza pietà i
vostri punti deboli, le vostre resistenze, le convinzioni sbagliate a cui
siete ancora aggrappati. Difficoltà o cadute sono buoni segnali del
fatto che vi state realmente confrontando con il vostro ego e vi state
avvicinando alla soluzione. Continuate allora ad avere fiducia, non
tiratevi indietro quando le cose vanno storte, accettate il fatto che
potete commettere errori. In un momento come questo potreste avere
più resistenze del solito. Il corpo di dolore potrebbe divenire più sen-
sibile. Questo è il momento buono per continuare la vostra pratica.
Lo Spirito dell’Iboga comincerà sempre più chiaramente a parlarvi e
a mandarvi messaggi. Potreste ricevere messaggi durante la vita quo-
tidiana, tramite situazioni che vi mostrano la vostra realtà come in
uno specchio, ma anche in sogno: messaggi su ciò da cui state cer-
cando di fuggire, ciò che non state affrontando realmente, su possibi-
lità che avete finora sempre trascurato e ora sono lì, davanti a voi. È
come il canto del gallo prima dell’alba, che sta annunciando la morte
del vostro ego. Sarete sempre più capaci di riconoscere gli schemi
emotivi e mentali che governano la vostra vita, gli spazi del vostro
essere nei quali vi sentite vulnerabili e non siete liberi. Alcune vostre
reazioni a situazioni per voi delicate potrebbero talvolta essere così
estreme che non riconoscete più voi stessi. Chi è quella persona che
non vuole assolutamente quella cosa anche se in realtà a mente lucida
e tranquilla riesce ad accettarla facilmente? In realtà non siete voi ma
qualcos’altro che vi domina e teme di perdere il controllo sul suo ter-
ritorio. Qualsiasi cosa succeda rimanete vigili, con un atteggiamento
amichevole verso voi stessi e non interrompete l’investigazione che
168
Vangelo secondo Matteo (6, 24-34).

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state operando. Concedetevi sempre del tempo per digerire ogni


situazione e invece di reagire e alimentare le difficoltà con delle storie
della mente, fate spazio dentro di voi per respirare attraverso l’emo-
zione spiacevole, tornando regolarmente nella vostra ‘isola interiore’,
praticando la respirazione consapevole. Diventate quindi sempre più
esperti nell’arte del relativizzare. Quello che un giorno ci appare un
problema grave, dopo pochi giorni o – se siamo abili in questa prati-
ca – dopo poche ore, si relativizza da solo. Quando siete a letto, prima
di addormentarvi, spegnete insieme alla luce anche l’interruttore dei
pensieri e delle preoccupazioni e portate gentilmente l’attenzione sul
vostro respiro.

Attraverso l’Iboga, da schiavi delle nostre emozioni o delle idee che


abbiamo ricevuto durante la nostra educazione o dalla società in cui
viviamo, diveniamo persone libere, padroni di noi stessi. Da quando
cominciamo l’autosomministrazione è l’energia dell’Iboga a guidarci e
a vagliare se le nostre scelte e decisioni vengono dall’ego o da una
volontà superiore. Questa parola però può suonare un po’ fuorviante.
Non si tratta di diventare dei teologi, ma di imparare concretamente
come far corrispondere le nostre scelte ad una saggezza che non risie-
de nella nostra mente ma nelle cellule del corpo. Si tratta di una cono-
scenza che nasce dal silenzio della mente che la cultura occidentale
dominante, avendo idolatrato il pensiero logico discorsivo e il cor-
rispondente neocortex, considerando implicitamente il genere umano
come il coronamento della creazione, ha preso poco in considerazione.

La quantità e la frequenza di assunzione delle capsule viene deci-


sa da una persona esperta, quella che stabilisce quando effettuare le
somministrazioni e che segue la persona durante il suo processo. Sia
la quantità dell’Iboga che la frequenza delle assunzioni dipendono da
alcuni fattori importanti quali ad esempio l’esperienza della persona
con enteogeni o con pratiche di meditazione. Le capsule di Iboga
possono essere prese una volta al giorno al mattino o alla sera. Dopo
ogni giornata di somministrazione c’è bisogno di una pausa di uno o
più giorni che permetta di valutare l’effetto del dosaggio. Per alcune
persone la somministrazione diurna è più agevole di quella notturna;

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alcune persone non amano rimanere sveglie durante la notte, anche se


questo stato di veglia, chiamato sonno attivo, in realtà non provoca
affaticamento e non ha conseguenze sullo svolgimento delle attività
nella giornata successiva. Prima di assumere le capsule, concentratevi
sul respiro per calmare la mente. È bene concentrarsi brevemente sul
proprio intento e meditare sul respiro da un minimo di 3 respirazio-
ni complete ad un massimo di mezz’ora. Quando state meditando,
però, dimenticatevi dell’intento: l’importante è rimanere focalizzati
sul respiro, sul calmare la mente e trovare uno spazio di silenzio inte-
riore. La meditazione può essere fatta distendendosi sul letto prima di
dormire. Può essere d’aiuto recitare in silenzio il mantra ‘intento’
durante l’inspirazione e ‘focus’ durante l’espirazione. ‘Focus’ nel
senso di ‘mettere a fuoco’, ‘concentrarsi’. Attenzione: il significato di
questo mantra non è quello di concentrarsi su un pensiero, ma di
mantenere viva la concentrazione sul respiro, sul campo energetico
del corpo. L’intento che viene nominato dal mantra è appunto quello
di rimanere presenti, vigili, consapevoli, senza perdersi nel flusso dei
pensieri. Ogni volta che la mente comincia a fabbricare pensieri, e
con essi il mondo in cui siete imprigionati, riconoscetela grazie alla
forza della vostra presenza e delicatamente ma con fermezza – evi-
tando di alimentare il chiacchiericcio interiore – riportate l’attenzio-
ne al vostro respiro. Provate ad addormentarvi in uno stato di consa-
pevolezza e di quiete mentale.

La meditazione sul respiro è un’ottima pratica durante l’auto-


somministrazione di Iboga. Ci sono diversi tipi di meditazione di
consapevolezza. Nella tradizione buddhista, sia la vipassana che lo
zen prevedono la meditazione da sdraiati, la meditazione seduta, la
meditazione camminata. La meditazione da sdraiati va evitata se
siamo in uno stato di ansia, in questo caso è meglio appoggiare la
parte alta del corpo, il tronco e le spalle, alla parete del letto, in modo
che la testa rimanga in posizione verticale. Oltre a queste modalità,
esistono altre forme di meditazione che aiutano a calmare la mente
ed a raggiungere uno stato di vigile quiete interiore come per esem-
pio il Tai Chi, lo Yoga, la recitazione di un mantra, etc. Quando pra-
ticate la meditazione ascoltando il suono dell’acqua che scroscia,

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come ad esempio quello di una cascata o di una fontana, allora que-


sta moltiplicherà gli effetti sul vostro intento. L’intento diverrà chia-
ro e tagliente come una spada. Meditare sul suono di uno scroscio
d’acqua aiuta la prosperità a manifestarsi nella propria vita. La pro-
sperità è un’energia divina presente nell’universo, anch’essa può
essere chiesta all’Iboga. Per farla manifestare nella nostra vita dob-
biamo desiderarla non solo per noi stessi ma per chiunque, senza
alcuna discriminazione. Invidia, competività e mancanza di solida-
rietà impediscono a questa corrente di energia di manifestarsi.
Questa pratica è conosciuta da tanto tempo nella tradizione cinese
del Feng-Shui ma anche nella tradizione tolteca. Una domanda da
fare allora potrebbe essere: “Quali sono gli ostacoli che impedisco-
no alla prosperità di manifestarsi pienamente nella mia vita?”. Forse
vi state portando appresso credenze inconsce che provengono da
uno dei vostri genitori e che condizionano la vostra vita. Forse cre-
dete fermamente – anche se non ne siete completamente coscienti –
che non siete degni o non siete capaci di far fluire la prosperità nella
vostra vita. C’è una continua sottile paura che controlla tutte le
vostre decisioni che riguardano i soldi. Avete paura di dare o di
rimetterci, siete in costante tensione per la paura di non farcela.
Ecco, è proprio questa paura e l’attaccamento che avete a questa
emozione che impedisce all’abbondanza di manifestarsi. Non è pro-
teggendo voi stessi in maniera ossessiva che troverete pace e una
situazione finanziaria più favorevole, ma lasciando andare questa
paura, cioè accettandola sapendo che vi tiene in realtà imprigionati
e che decide per voi l’ampiezza o la chiusura dello spazio interiore
da cui la prosperità può affluire nella vostra vita. Condividere con
gli altri quello che avete e siete, invece, fa aprire questo spazio den-
tro di voi, coltivando quella forza che vi permette di superare i
dubbi, le resistenze e le difficoltà che incontriamo quando ci sentia-
mo ‘poveri’ e crediamo di non avere abbastanza. In realtà quando
pensiamo di non avere abbastanza, abbiamo a che fare solamente
con un pensiero. L’abbondanza e la prosperità sono dappertutto,
per manifestarsi aspettano solo che noi ci sintonizziamo sul canale
giusto. Se la nostra tv interiore è costantemente sintonizzata sul
canale ‘non ho abbastanza’ o ‘ho paura di rimetterci’ e così via, allo-

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ra altri canali rimarranno inattivi. Per esempio rimarrà inattivo il


canale del riconoscimento e dell’apprezzamento di tutti i doni che
abbiamo già, rimarrà inattivo il riconoscimento del fatto che abbia-
mo già tutto quello di cui abbiamo bisogno. Innanzitutto abbiamo
un corpo, il dono più prezioso che abbiamo ricevuto da milioni di
generazioni di antenati; abbiamo la vita davanti a noi; abbiamo la
nostra energia; abbiamo dei talenti da coltivare; abbiamo il nostro
sogno; la capacità di creare il paradiso nella nostra vita. Nel lavoro
di investigazione che state facendo con l’Iboga, lo scopo è di far
risplendere la luce della consapevolezza su tutte le convinzioni
inconsce che appesantiscono la vostra vita e le vostre relazioni.
Quello che scoprirete è che, in definitiva, queste convinzioni non
sono voi stessi, non vi appartengono.

Considerate che la guarigione che cercate non è personale, ma è


collettiva. Non state solo guarendo voi stessi, state guarendo vostro
padre, state guarendo vostra madre, state guarendo la vostra società,
state guarendo le persone che per ignoranza vi hanno ferito. Nella tra-
dizione zen, il maestro Thich Nath Hanh, afferma che noi, in quanto
esseri umani inter-siamo169, l’idea che siamo esseri separati dal resto è
pura illusione. Noi siamo intrinsecamente collegati alla linea dei
nostri antenati così come alla società in cui viviamo. Queste inter-rela-
zioni che ci costituiscono intrinsecamente vanno al di la del tempo e
dello spazio. Questa dimensione al di là di tempo e spazio, ciò che
siamo veramente, l’essenza che ci unisce e ci fa appartenere al tutto,
in Africa viene chiamata Bwiti che è anche la parola che dà il nome
alla religione dell’Iboga.

Le indicazioni che seguono non vanno interpretate come delle


regole rigide ma piuttosto come linee-guida. L’idea di base di queste
istruzioni è che il vostro corpo e la vostra consapevolezza vi informe-
ranno su quale sia per voi la giusta quantità di capsule da prendere
ogni giorno e quando arriva il momento giusto per fare una pausa.
Quindi il punto è coltivare l’attenzione verso il proprio corpo e la
169
Thich Nath Hanh, Being Peace, Berkeley (US-CA), Parallax Press, 1987; edizione
italiana: Essere pace, Roma, Astrolabio Ubaldini, 1989.

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capacità di ascoltare sé stessi, così da sapere in che modo regolare l’as-


sunzione delle capsule.

Le capsule provocano un effetto chiaro a livello fisico, dando


immediatamente una maggiore calma e presenza nel proprio corpo e
in quello che stiamo facendo. Un basso dosaggio di 1 o 2 capsule for-
mato zero al giorno, per uno o due giorni di seguito può essere tolle-
rato facilmente da tutti. Se assunte la sera prima di andare a letto per-
mettono di ricevere dei sogni significativi e più lucidi. Quando
cominciate ad assumere le capsule, siete già in contatto con l’energia
dell’Iboga. Questo è il momento di prestare attenzione ai vostri sogni.
In sogno potrete ricevere dei messaggi su importanti sviluppi della
vostra vita e su cosa si manifesterà grazie al vostro intento. Solo l’in-
tenzione di entrare in contatto con l’energia dell’Iboga in realtà è suf-
ficiente perché questa pianta e la sua saggezza comincino ad agire su
di voi. È quello che è successo a me e che succede a molte persone.
Per un addestramento di un mese e mezzo con le capsule, consiglio di
alternare un periodo in cui si ingeriscono da 1 ad un massimo di 2
capsule al giorno (una la mattina e una la sera) con un periodo di
riposo di qualche giorno, che va da un minimo di 3 ad un massimo di
4 giorni di pausa. L’Iboga ingerita anche in minima quantità giorna-
liera, metterà in moto un processo di guarigione, per questo è bene
dare al corpo e alla mente il tempo di integrare questo processo.
Rimanere continuamente impegnati con un processo è stancante e
alla fine controproducente. Se invece farete 3-4 giorni di addestra-
mento con una o due capsule al giorno, allora è consigliabile darvi 4-
5 giorni di riposo oppure una settimana a seconda dell’esigenza del
momento. Se il vostro corpo tollera bene una settimana di seguito di
addestramento con le capsule, allora potete prendere una settimana o
10 giorni di riposo. L’importante è coltivare una particolare attenzio-
ne verso il vostro corpo che vi dirà esattamente quando è il momento
di continuare e quando di interrompere l’addestramento con le cap-
sule. Non prendete queste indicazioni come regole fisse, ma solo
come un metodo di lavoro.

Consiglio le capsule anche come preparazione ad una cerimonia

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completa di Iboga. In tal caso dopo due settimane di addestramento


con 1-2 capsule al giorno, segue una settimana di riposo. Durante la
settimana precedente la cerimonia, se la persona ha esperienza con
enteogeni si aumenta il dosaggio a 2-3 capsule al giorno – 1 la mattina
e 1-2 la sera – con uno o due giorni di riposo prima della cerimonia.
Un altro tipo di addestramento non è per i principianti ma solo per gli
‘avanzati’, per chi abbia già una certa dimestichezza con l’Iboga, il
Kambo o altre piante di potere come l’Ayahuasca. Si tratta di una mini-
sessione notturna di Iboga durante la quale si prendono 3 capsule ogni
2 ore e mezza per 4-5 volte. In questo caso bisogna essere prudenti e
aspettare cautamente due ore e mezza prima di riprendere l’Iboga.
Non essendo affatto quello che la gente chiama droga e non avendo
scopi ricreativi, essendo bensì una pianta sacra, dotata di uno Spirito,
è di vitale importanza che durante questo mini-rituale non siamo
impegnati con tv, cellulare, computer, musica ad alto volume e via
dicendo. L’Iboga ci porta dentro di noi, tutto quello che dobbiamo
fare è dimenticarci del mondo esterno per qualche ora e portare tutta
l’attenzione verso noi stessi e verso il respiro, evitando di perderci nella
marea incessante dei pensieri. Se amate ascoltare musica, la scelta deve
essere fatta con cura. Scegliete preferibilmente una musica rilassante
che vi aiuti a mantenervi calmi, tranquilli, in contatto con il vostro
mondo interiore. Non scegliete la musica che utilizzate per fuggire da
voi stessi, vi farebbe identificare con la parte ferita, il corpo di dolore.
È importante piuttosto che durante questa mini-sessione domestica
siate in contatto con il testimone, il veggente interiore che osserva
obiettivamente e con distacco dentro di voi. È comunque consigliabi-
le fare una sessione come questa in silenzio. In silenzio scoprirete lo
stupore dell’essere presenti a ogni suono, anche quelli che di solito
non percepiamo perché siamo troppo presi dalla nostra mente o dalla
mente degli altri. Questo silenzio vi nutrirà molto più profondamente
di qualunque musica. Dopo una sessione di questo tipo, è bene darsi
una mattinata libera per riprendersi.

L’autosomministrazione di Iboga a basso dosaggio va effettuata


sempre sotto la supervisione di una persona esperta, qualcuno che
abbia esperienza con l’Iboga. È il somministratore che modulerà set-

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timanalmente il dosaggio in base alle capacità della persona, tenendo


conto dei fattori sin qui esposti. Cominciando con un quantitativo
basso, il campo energetico della persona ha la possibilità di abituarsi
gradualmente all’energia dell’Iboga. Dopo qualche settimana, se la
persona è pronta, è possibile aumentare il dosaggio tenendo conto dei
propri impegni di lavoro; se si è molto impegnati l’autosomministra-
zione va effettuata durante il weekend, in modo da avere tempo per
processarne gli effetti. È importante trovarsi in una condizione inte-
riore sufficientemente comoda che permetta di svolgere le proprie
attività quotidiane. Prendendola per alcune settimane l’effetto del-
l’Iboga si intensifica. È buona regola allora effettuare pause più lun-
ghe tra le diverse assunzioni, inoltre, poiché è a lunga durata, l’effetto
della pianta sui recettori attivati continuerà anche nei periodi di
pausa. Sintomi comuni durante la somministrazione sono il bisogno
di dormire più a lungo, di muoversi con meno fretta, di stare in silen-
zio con sé stessi. Durante il periodo della somministrazione è impor-
tante sviluppare un’attitudine di rispetto e gratitudine verso lo Spirito
dell’Iboga. La pianta può essere posta su un altare insieme ad imma-
gini di santi, antenati ed essere divini, a seconda del proprio retroterra
religioso, che stanno a rammentarci la sacralità dell’esperienza con cui
siamo impegnati e lo scopo spirituale del nostro lavoro con l’Iboga.
Sull’altare possiamo mettere la lista dei nostri intenti e il nome degli
antenati o delle persone cui vogliamo inviare energia positiva e da cui
vogliamo ricevere risposta o sostegno.

La somministrazione di Iboga a basso dosaggio è basata sul prin-


cipio dell’assunzione di un quantitativo minimo di Iboga che sia
abbastanza efficace da mettere in moto un processo di guarigione spi-
rituale ed emozionale. Durante tutto il periodo della somministrazio-
ne, l’alcool è assolutamente da evitare. La somministrazione di Iboga
a basso dosaggio non è compatibile inoltre con l’assunzione di meta-
done, subuxone, sonniferi, antidepressivi o medicinali simili e natu-
ralmente non è compatibile con l’assunzione di droghe quali cocaina,
eroina, anfetamina. In questi casi l’uso di Iboga a basso dosaggio può
cominciare solo quando la persona non ha più bisogno di prendere
metadone (o altre droghe). Ricordo il caso di un ragazzo italiano

201
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dipendente da metadone che aveva trascorso alcuni mesi a


Dharamsala170 dove aveva praticato meditazione e aveva ricevuto
parecchio supporto con erbe e trattamenti, sotto la supervisione di
medici tibetani. Ciò nonostante, non era riuscito a smettere comple-
tamente l’uso del metadone, pur avendolo comunque ridotto alla
minima quantità. Per risolvere questo caso, gli ho dato alcuni tratta-
menti di Kambo grazie ai quali ha interrotto l’astinenza, e successiva-
mente una dose media di Iboga, circa 12-15 capsule formato zero, che
sono risultate sufficienti per liberarlo definitivamente dalla dipenden-
za. Il periodo che aveva trascorso a Dharamsala, le cure che vi aveva
ricevuto, si sono rivelate estremamente importanti al fine di prepa-
rarlo ad una futura assunzione di Iboga. L’esperienza mi insegna che
ogni persona che vuole fare un processo con l’Iboga è differente da
tutte le altre e sta solo alla competenza di chi la somministra valutare
se tale somministrazione sia o no possibile.

Grazie alla capacità di auto-osservazione notiamo in che modo


pensieri e sensazioni sono sempre collegati. La filosofia Yoga di
Patanjali negli Yogasutra insegna: yogash-città-vritti-nirodhah171: i pen-
sieri generano sensazioni, che hanno un effetto sul corpo, e le sensa-
zioni generano pensieri. Il risveglio dal mondo di separazione creato
dalla mente rappresenta l’essenza non solo dello Yoga ma anche dello
Spirito dell’Iboga. Ci risvegliamo realizzando che non siamo né pen-
sieri, né emozioni, ma lo spazio che li accoglie. L’intelligenza di que-
sta pianta sacra non risponderà semplicemente alle nostre domande,
piuttosto, metterà in discussione e talvolta darà uno scossone alle
nostre conclusioni – le false risposte sulle quali abbiamo basato la
nostra vita. Durante l’assunzione dell’Iboga a basso dosaggio, le cause
della sofferenza della persona diventeranno più chiare.

Spesso i sogni indotti dall’Iboga aiutano la persona a riconoscere


emozioni che sono state a lungo represse; altre volte essi mostrano

170
Dharamsala (o Dharmsala; letteralmente: “casa di riposo”) città dell’India nello
stato federato dell’Himachal Pradesh, è sede dell’attuale governo tibetano in esilio.
171
Patañjali, Gli aforismi sullo yoga (Yogasutra), a cura di Corrado Pensa, Torino,
Boringhieri, 1962, [con il commento di Vyasa].

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situazioni traumatiche del passato non ancora digerite e trasformate.


Le emozioni sono collegate all’elemento acqua e noi siamo costituiti
principalmente di acqua, che rappresenta il conduttore per eccellen-
za dell’energia. Dal momento che l’energia influenza la struttura del-
l’acqua, così come provato da Masaru Emoto172, le emozioni negative
possono influenzare il nostro campo energetico per un lungo perio-
do, addirittura per generazioni, fino a quando finalmente vengono
rilasciate dal nostro sistema. Sotto la rabbia si può nascondere l’emo-
zione repressa della paura. In questi casi la rabbia funziona come uno
scudo protettivo della ferita che vi si nasconde. Come recenti ricerche
hanno scoperto, l’identificazione della mente con le forme-pensiero e
le emozioni eleva i livelli di stress e abbassa le difese dell’organismo,
mettendo in moto una serie di effetti negativi sul corpo che a lungo
andare generano disturbi di ogni tipo. Al contrario, la capacità di fer-

172
Masaru Emoto (1943-2014), giapponese, attraverso fotografie al microscopio ha docu-
mentato per più di 15 anni il fatto che i cristalli dell’acqua assumono una forma armonio-
sa e simmetrica oppure completamente disordinata, in base all’informazione che ricevono.
In altre parole l’energia, o meglio la sua vibrazione, che sia sotto forma di suono (musica,
voce o preghiere) o sotto forma di parole scritte o pensieri, può informare l’acqua che regi-
stra tale vibrazione (definita Hado dalla cultura giapponese) e muta la sua forma. Le sue
asserzioni sono state criticate dalla comunità scientifica internazionale, che gli ha contesta-
to la mancanza di prove scientifiche di merito, confinandolo nel campo della pseudo-
scienza. Masaru Emoto non è stato il primo a richiamare l’attenzione su questa particola-
re proprietà dell’acqua che riporta a quella teoria della memoria dell’acqua per la quale il
biologo francese Jacques Benveniste (1935-2004), già ricercatore presso il CNRS di Parigi
fu aspramente criticato. Nel suo studio Human Basophil DegranulationTriggered byVery
Diluted Antiserum Against IgE (pubblicato in “Nature”, vol. 333, n. 6176, pp. 816-818),
Benveniste mostra l’esistenza di effetti biologici delle cosiddette “soluzioni omeopatiche”,
cioè soluzioni acquose in cui le molecole del soluto sono così diluite da non essere più pre-
senti. Da qui la nota espressione di “memoria dell’acqua”. Lo studio, frutto di quattro anni
di esperimenti gli costò il posto di ricercatore (per un’esposizione esaustiva si veda:
http://medbunker.blogspot.it/2009/08/omeopatia-lincredibile-caso-del-dottor.html). Da
quel momento in poi parlare di “memoria dell’acqua” significherà “scienza cattiva”,
“pseudoscienza”. Eppure alcuni coraggiosi e liberi scienziati, non condizionati dalla pro-
paganda hanno continuato e perseguito con successo tali studi. Basti citare per l’Italia:
Vittorio Elia, Alberto Tedeschi ed il compianto Getullio Talpo (tratto da:
http://www.fermimn.gov.it/associazione/2013-14/I.T.Fermi-L%27acqua%
20come%20conduttore%20di%20informazione%20bioelettromagnetica.pdf
Tra i libri di Masaru Emoto, citiamo tra tutti: Il miracolo dell’acqua, Vicenza, Edizioni
Il Punto d’Incontro, 2007.

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mare l’attività discorsiva della mente e di essere consapevoli del


momento presente è un’energia guaritiva che rafforza il sistema
immunitario e permette la ristrutturazione delle cellule neuronali.

Lasciar andare il controllo


Il meccanismo di repressione delle emozioni è collegato a schemi
di controllo che bloccano la crescita della persona. Riconoscere e
lasciar andare il controllo è parte integrante del processo di guarigio-
ne che si intraprende con l’Iboga e significa inevitabilmente rendersi
disponibili ad affrontare emozioni represse ed a sviluppare la capaci-
tà di ‘abbracciare’ queste emozioni con l’energia della consapevolez-
za. “È la tendenza al controllo che ci impedisce di sperimentarci come
esseri spirituali […] Il guardiano del controllo è la rabbia”173.
Guardiamoci allo specchio mentre siamo arrabbiati. Siamo all’infer-
no. La faccia si fa brutta e tesa. L’orizzonte mentale da cui compren-
diamo la realtà si fa ristretto e limitato. Tendiamo a distorcere la veri-
tà a nostro vantaggio. Siamo ossessionati da quello che ci viene fatto
e detto. Vediamo solo i difetti dell’altra persona. Non molliamo la
presa, vogliamo dare indietro quello che abbiamo ricevuto e intossi-
candoci con veleno emotivo nuociamo seriamente a noi stessi.
Quando crediamo di aver ricevuto un’ingiustizia (che in realtà può
essere vera, immaginaria o esagerata) e ci ‘arrabbiamo’: come si dice
a Roma, oltre alla beffa riceviamo anche il danno. Cosa c’è di più dan-
noso che caricarsi di emozioni altamente tossiche quali rabbia e ran-
core? Adyashanti si riferisce alla forma più ovvia di controllo, quella
del potere, così come alle più o meno sottili forme di manipolazione
degli altri che mettiamo in atto per ottenere vantaggi personali,
approvazione, attenzione, amore. L’ego dispone di una nutrita agen-
da segreta e cerca sempre di trarre vantaggio dalle circostanze. L’ego,
una delle più potenti energie che esistano in natura, ci fa vivere in una
‘trance’ – questa sì, veramente tossica – ed è il vero responsabile del
nostro ‘stato di ‘sonnambulismo quotidiano’ con cui ci muoviamo nel
mondo come degli zombi; non vuole che ci risvegliamo a chi siamo
173
Adyashanti, Emptiness Dancing, Louisville (US-CO), Sounds True Publishing,
2010; edizione italiana: La danza del vuoto, Milano, Tecniche Nuove, 2011, cap. 15:
Controllo.

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veramente. A questo proposito Anthony de Mello174, un padre gesui-


ta ‘illuminato’, come lo definisce Adyashanti, racconta umoristica-
mente una sua storiella su un certo Johnny il cui padre bussa alla
porta della sua camera per svegliarlo, ma Johnny non vuole svegliar-
si: “Svegliati! Dammi tre motivi perché non vuoi andare a scuola”.
Johnny finalmente risponde: “Ho sonno, non ho nessuna voglia di
andare a scuola e poi gli alunni mi prendono in giro! Dammi tre
buone ragioni per cui dovrei andare a scuola” dice Johnny al padre,
il quale gli risponde: “Tu devi alzarti perché è ora di andare a scuola,
gli alunni ti aspettano e tu sei il direttore!”175. L’ego è così, anche
quando comprendiamo la necessità di risvegliarci, non è per niente
d’accordo con il fatto che deve risvegliarsi né sulla realtà alla quale
deve risvegliarsi e continua ad accampare delle buone ragioni per
continuare a dormire.

L’Iboga come iniziazione alla morte


La nostra vita è così lunga da poterla sprecare giocando a nascon-
dino con noi stessi? Possiamo vivere come se fossimo immortali, vive-
re una vita senza senso, dimenticandoci del fatto che la morte è sem-
pre lì ‘dietro la nostra spalla sinistra’, come afferma Don Juan nei libri
di Castaneda. Nella tradizione tolteca, la morte è una presenza fisica
che possiamo vedere e con cui possiamo parlare. “Quando credi di
aver perso tutto, domanda alla morte, lei ti dirà che non è vero” affer-
ma spesso Don Juan nei libri di Castaneda. L’angelo della morte è un
giudice imparziale che dice la verità e dà consigli precisi. Chiedere
consiglio alla morte quando ci troviamo in situazioni difficili è una
pratica sciamanica che ci viene dai Toltechi e che ci ricorda che pre-
pararci alla nostra morte è la questione più importante della nostra
vita. “Assumiti la responsabilità del fatto che sei un essere mortale.
174
Padre Anthony de Mello, S.I. (1931-1987), è stato un gesuita, scrittore e psicotera-
peuta indiano. È famoso per i suoi libri sulla spiritualità, che coniugano la religiosità
cristiana e orientale con i suoi studi di psicologia. Nel 1998 dalla sede della
Congregazione per la dottrina della fede, il pontefice Giovanni Paolo II ha accorda-
to al Cardinale Ratzinger la notificazione secondo la quale le posizioni spirituali di
Anthony de Mello sono incompatibili con la fede cattolica.
175
Anthony de Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, Milano, Piemme,
2007, p. 9.

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Accettalo in tutta umiltà. Non c’è niente da discutere al riguardo, non


c’è spazio per dubbi o per fughe. Nel bel mezzo della notte mettiti
davanti ad uno specchio e guardaci dentro; osserva quell’essere che è
destinato a morire. Poi davanti all’immagine della tua mortalità poni-
ti ad alta voce la domanda: Che cosa sto facendo della mia vita? Qual
è il risultato delle mie azioni?”176. L’Iboga stessa può essere usata per
prepararci alla morte, come avviene nella tradizione Bwiti. In un mito
Bwiti si racconta: “Quando il Figlio di Dio sapeva che stava per mori-
re, cosa ha preso per trovare il coraggio di morire? È un bicchiere di
Iboga, che ha bevuto sulla montagna per trovare il coraggio. È per
questo che nessun Nero può salire direttamente in cielo senza man-
giare l’Iboga, conoscere il mistero della morte, perché è l’Iboga che ci
purifica”177. Tutti i seguaci della religione Bwiti devono partecipare ad
una cerimonia di Iboga almeno una volta nella vita per essere iniziati
alla propria morte. La preparazione alla nostra morte è un aspetto
essenziale di una pratica spirituale come ci ricorda chiaramente Gesù
in una delle sue parabole, quella delle cinque vergini stolte e delle cin-
que vergini savie178. A queste ragazze viene affidato il compito di assi-
stere alle nozze di un uomo importante. Ciascuna delle vergini porta
con sé una lampada, ma solamente cinque portano anche una riserva
di olio per la lampada. Siccome lo sposo tarda ad arrivare le vergini si
assopiscono e le lampade vengono meno. Le cinque vergini stolte
senza la riserva di olio sono così costrette ad assentarsi per andare a
comprarlo. In quel mentre arriva lo sposo e quindi entrano alla festa
di nozze solamente le cinque vergini sagge. Le altre, irrimediabilmen-
te in ritardo, restano escluse. La maggior parte delle persone va nella
tomba non sapendo di essere delle creature magiche. Moriamo senza
esserci risvegliati a quello che la tradizione tolteca chiama il ‘corpo
energetico’ o il Serpente Arcobaleno, in altre tradizioni chiamato
anche corpo di luce. “Il nostro pane quotidiano consiste nel nutrire il
176
Carlos Castaneda, dalle quattro conferenze tenute al Phoenix Book Store di Los
Angeles nel novembre e dicembre del 1993.
177
Stanislaw Swiderski, Les récits bibliques dans l’adaptation Africaine, in “Journal of
Religion in Africa”, vol. 10, n. 3, 1979, pp. 174-233. Tratto da: Giorgio Samorini,
Bibliografia commentata sulla religione Buiti, in “Eleusis”, n. 7, apr. 1997, p. 5; anche
sul sito: http://www.samorini.it/doc1/sam/sam%20bibbuiti.pdf
178
Vangelo secondo Matteo (25, 1-13).

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nostro ego invece che il nostro Spirito”179. Gesù ci ricorda: “Vegliate


dunque perché non sapete né il giorno, né l’ora”180.

L’energia della Presenza Mentale come Spirito Santo


Per attraversare un processo di guarigione con l’Iboga si richiede
un atteggiamento di reale apertura e disponibilità a seguire i messag-
gi di questa pianta sacra. Allo stesso modo di un maestro Zen, questa
Pianta Maestro ci esorta a tenere sotto osservazione un certo nostro
atteggiamento – un comportamento, una reazione abituale – da cui
siamo ‘posseduti’. Per credere a ciò che pensiamo ci dimentichiamo
di quello spazio interiore nel quale in realtà dimora il nostro vero sé,
la presenza che non interpreta la realtà, ma semplicemente la testi-
monia: il veggente interiore. Nel Cristianesimo questa energia porta il
nome di Spirito Santo, nel Buddhismo si chiama consapevolezza. Il
maestro buddhista Thich Nath Hanh ha sottolineato che: “La pre-
senza mentale ci aiuta ad essere vivi e dal momento che siamo pre-
senti, siamo capaci di toccarla profondamente, di capirla, di perdo-
nare, di accettare, di amare e a quel punto otteniamo la guarigione e
la trasformazione di cui abbiamo bisogno”181. La presenza mentale è
in sé stessa un miracolo, il miracolo più prezioso di questa vita. Come
afferma il maestro chan Li Lin Chi, il miracolo della vita non è cam-
minare sull’acqua, volare in cielo o compiere prodigi, ma camminare
sulla terra in consapevolezza.

Prima o poi, lo Spirito dell’Iboga frantumerà sempre le credenze


inconsce, le superstizioni personali, le conclusioni inappellabili sulle
quali è costruito l’ego di una persona. Come dire: tutti i nodi prima o
poi vengono al pettine. In quanto esseri umani, a livello profondo non
è da droghe che dipendiamo ma dalla mente che afferma di continuo
io-io-io. Siamo ego-maniaci, persi nella nostra trance egoica.
179
ArmandoTorres, Encuentros con el Nagual, conversaciones con Carlos Castañeda,
Quito (Ecuador), Nuevo Amanecer Editorial, 2004; edizione italiana: Incontri con il
Nagual. Conversazioni con Carlos Castaneda, Baiso (RE), Verdechiaro Edizioni, 2008.
180
Vangelo secondo Matteo (25, 1-13).
181
Thich Nath Hanh, Living Buddha, Living Christ, New York, Riverhead
Books,1995; edizione italiana: Il Buddha vivente. Il Cristo vivente, Venezia, Neri
Pozza Editore, 1996.

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Lavorando con l’Iboga è bene stare in contatto con le sensazioni


fisiche e con il campo energetico del corpo. Dobbiamo allenarci a
rimanere collegati con i nostri sensi, con la nostra capacità di ascolta-
re i suoni al di là del giudizio. I suoni intorno a noi sono solo sullo
sfondo della nostra attenzione? In che modo la voce nella nostra testa
sta prendendo il sopravvento sullo spazio della nostra coscienza?
Fino a che punto siamo ipnotizzati dal drenaggio di energia dell’ego?

I nodi che vengono al pettine sono tutti quegli aspetti che con-
trollano e imprigionano la vita di una persona, che le impediscono di
esprimere liberamente il suo Essere autentico. Questo Essere viene
paragonato, in molti contesti spirituali, ad un gioiello che è nelle
nostre tasche. Ci è stato annunciato che il regno dei cieli è vicino: è
dentro di noi e non va cercato fuori di noi. Quello che dobbiamo fare
è rinunciare alla tentazione di scimmiottare gli altri e trovare invece il
coraggio di infilare le mani nelle nostre tasche e imparare per espe-
rienza diretta. In questo senso lo Spirito dell’Iboga può essere para-
gonato a un Maestro che ci parla da dentro, che vuole che ci risve-
gliamo dalla nostra follia, che ci rende più sereni e sicuri, che aumen-
ta la fiducia in noi stessi, che ci aiuta a riconoscere i nostri errori e a
fare scelte migliori.

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SEZIONE 4

DON JUAN E CASTANEDA:


IL POTERE DEL SOGNO LUCIDO

Morte infinita

Questo incessante ostinato morire,


questa morte vivente,
che ti uccide, oh Dio,
nel tuo rigoroso lavoro,
nelle rose, nelle pietre,
nelle stelle indomabili
e nella carne che brucia
come un falò acceso da un canto,
un sogno,
un colore che salta agli occhi.

E tu,
proprio tu,
forse sei morto lunghe eternità laggiù
a nostra insaputa,
noi residui, briciole, ceneri di te,
tu che sei ancora presente
come una stella falsata dalla tua stessa luce,
una luce vuota senza stella
che giunge a noi
celando
la sua catastrofe infinita.

José Gorostiza

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Cap. 12
La pratica tolteca del ‘creare un ponte’
Giovanni Lattanzi

Prima di tutto, una spiegazione riguardante la scelta di questo


titolo, dovuta alla traduzione in italiano del termine inglese dream-
bridging. Letteralmente questo termine significa ‘creare un ponte’,
un collegamento tra la realtà del sogno e la vita diurna; lo si potreb-
be anche definire come ‘l’anello che mette in contatto dimensioni
diverse dell’essere’. Mi riferisco ad una pratica sciamanica di origine
messicana di cui tratto in questo capitolo in relazione ad altri aspet-
ti della tradizione dei Toltechi. ll significato di ‘creare un ponte’ –
inteso nel senso religioso di mettere in contatto Cielo e Terra, realtà
sacra e profana – era conosciuto dai latini che usavano la parola pon-
tifex – pontem facere – (pontefice) che significa ‘il costruttore di
ponti’, termine che indica colui che è investito di una carica sacer-
dotale importante: il pontifex aveva il compito di fare da tramite tra
i mortali e il volere della divinità. Era anche un esperto nel ricono-
scere i messaggi che il divino manda agli uomini tramite dei segni
precisi. I latini sapevano decifrare i significati del volo degli uccelli –
il suono del picchio, per esempio, veniva utilizzato per predire il
futuro – e padroneggiavano altre forme di divinazione tra le quali l’a-
ruspicina – l’esame del fegato di animali sacrificati – che avevano
imparato dagli Etruschi. La pratica di interpretare i segni dell’uni-
verso in qualunque forma essi si presentassero, era conosciuta bene
anche dai Toltechi, degli autentici maestri in questo campo. La paro-
la tolteco significa ‘artista’. Per loro, il capolavoro più importante con
cui abbiamo tutti a che fare è la nostra vita, il nostro processo di cre-
scita energetica, la padronanza delle nostre capacità naturali. I
Toltechi erano artisti della divinazione, del sogno, dell’agguato e di
diverse altre arti sciamaniche. A partire dagli anni ’70 del Novecento,
gli insegnamenti di questa tradizione hanno cominciato a raggiunge-
re un numero di persone sempre più vasto grazie ai libri di Carlos
Castaneda, Taisha Abelar, Florinda Donner-Grau, Merilyn
Tunneshende e recentemente quelli di Don Miguel Ruiz e di suo
figlio Don Miguel Ruiz jr. Illuminante risulta anche il lavoro di ricer-

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ca effettuato da Norbert Classen per quanto riguarda la ricostruzio-


ne degli aspetti storici e filosofici della millenaria tradizione tolteca
di cui Don Juan, Carlo Castaneda e Carol Tiggs sono stati gli ultimi
esponenti. Nei suoi libri, Carlo Castaneda racconta di aver ricevuto
i suoi insegnamenti da Don Juan Matus, uno sciamano Jaqui dello
Stato di Sonora. In Messico, sciamani come lui venivano chiamati
brujos, termine spagnolo che copre diversi significati, da mago a veg-
gente, da stregone a guaritore. Un altro nome dato loro è quello di
Nagual che ha, come vedremo, molteplici valenze.

Secondo i nostri parametri occidentali spesso considerati normati-


vi per ogni esperienza spirituale, la spiritualità tolteca non può essere
definita una religione. Essa non conosce discriminazioni sessuali, le
donne vi fanno parte allo stesso titolo degli uomini e vi svolgono un
ruolo essenziale; la Natura, l’Universo stesso nel suo insieme, sono
considerati di valenza femminile. Secondo i Toltechi, mentre gli uomi-
ni hanno bisogno di trovare in maniera ‘razionale’ un sentiero verso
lo Spirito – necessitano di sapere, prima di agire – le donne accedono
alla dimensione dello Spirito in maniera naturale, grazie al potere del-
l’utero, l’organo del corpo umano creativo per eccellenza. In questo
le donne hanno un grande vantaggio rispetto agli uomini, ma la loro
accettazione passiva dei parametri creati dagli uomini le mette in una
situazione di grosso svantaggio. Don Juan auspicava che la trasfor-
mazione del mondo contemporaneo potesse accadere grazie al con-
tributo delle donne, se queste fossero riuscite a liberarsi dalle catene
che le legano agli uomini. Come sostiene lo psichiatra Claudio
Naranjo, amico di Castaneda, dalla prospettiva tolteca quella che
chiamiamo civiltà patriarcale “è tutt’altro che una civiltà, va piuttosto
considerata come una forma di patologia, in quanto rappresenta una
reazione distruttiva a condizioni traumatiche del passato”182. Oltre
alla presa del comando da parte di gruppi di militari e alla sottomis-
sione delle donne, una delle caratteristiche della cosiddetta civiltà
patriarcale occidentale è il rifiuto di ogni forma di tradizione sciama-
nica. Nell’antichità greca in particolare questa tradizione veniva rap-
182
Claudio C. Naranjo, Healing civilization, Oakland (US-CA), Rose Press/Gateways
Books and Tapes, 2009, Preliminar Note, p. XXXI.

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presentata da Dioniso, sacerdote della grande dea, la Grande-Madre


dei culti pre-indogermanici e dio lui stesso. Dioniso era il dio dell’e-
stasi, della trasformazione interiore attraverso il viaggio negli inferi –
la morte e la rinascita spirituale tramite lo smembramento simbolico
del Sé – e il volo estatico; tutti temi presenti nelle civiltà sciamaniche
dell’antichità e in quelle odierne ancora esistenti. Nella mitologia
greca, Dioniso, ultima delle divinità annesse all’Olimpo greco, è l’u-
nico dio che salva e risana le donne, anziché violentarle e dominarle,
come facevano gli altri dei – vedi Giove, Plutone e Nettuno – divini-
tà dalle caratteristiche fortemente patriarcali. Nelle leggende dedica-
te a Dioniso ritorna spesso il tema della persecuzione operata sia ai
danni del dio che dei suoi seguaci, in prevalenza donne.
Recentemente è stato ipotizzato da diversi studiosi che i culti orfici, di
origine dionisiaca, erano accentrati sull’uso rituale di enteogeni, che
davano effetti simili a quelli prodotti dalla psilocibina.

Il mistero dei templi di Teotihuacan: il luogo dove l’uomo diventa Dio


La tradizione tolteca è una corrente spirituale presente in Messico
da molto tempo prima dell’invasione degli spagnoli. Esisteva già tra il
decimo e l’ottavo millennio prima dell’era cristiana, in seguito alla
grande migrazione di cacciatori di origine mongola in era preistorica
(homo sapiens sapiens) attraverso lo Stretto di Bering, quando Asia e
America erano ancora collegate da una striscia di terra. I precursori
del lignaggio di Don Juan, strutturarono le loro conoscenze tra l’otta-
vo e il quinto millennio a.C. Questa tradizione sciamanica è passata
attraverso due fasi, la prima delle quali è testimoniata dagli impres-
sionanti templi e piramidi di Teotihuacan – che significa il luogo dove
l’uomo diventa Dio – dove in numerose statue viene rappresentato il
Serpente Piumato Quetzacoatl, chiamato anche il Serpente
Arcobaleno. Teotihuacan è stata per secoli la capitale di un impero
che si estendeva fino al Guatemala. Nel corso dei secoli la tradizione
sciamanica tolteca ha conosciuto periodi di vigore e periodi di crisi,
come il cruciale passaggio dalla prima alla seconda generazione di
sciamani. La fine della prima generazione di sciamani messicani coin-
cide con la fine dell’impero dei Toltechi che aveva come capitale la
città di Tula, situata a sessantacinque chilometri a nord dell’odierna

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Città del Messico, dove si possono ancora contemplare le impressio-


nanti sculture dei guerrieri toltechi. All’arrivo degli spagnoli nel 1519,
la Valle del Messico contava una popolazione di un milione mezzo di
abitanti, collocandosi di diritto tra le aree urbane più densamente
popolate del mondo. Al loro arrivo, gli spagnoli distrussero gran
parte dei monumenti. Le popolazioni indigene della Valle del
Messico, riducendosi a circa centomila abitanti a causa di uccisioni ed
epidemie, rischiarono l’estinzione.

L’immenso Tempio del Sole, che fa parte della città di


Teotihuacan, ha una superficie più grande della famosa piramide egi-
zia di Cheope, l’opera architettonica più monumentale del mondo
antico. I Toltechi dell’antichità edificavano sempre i loro templi in
luoghi di potere, zone particolarmente cariche di energia; per loro, il
potere era un’energia che esiste nell’universo in particolari configura-
zioni naturali – che chiamavano luoghi di potere – utilizzate dagli scia-
mani per le loro pratiche. Il potere si palesa durante la giornata,
soprattutto all’alba e al tramonto che rappresentano i momenti del
trapasso dei mondi. Per i Toltechi il giorno e la notte canalizzano ener-
gie diverse che provengono dagli astri. Fonti di potere sono in parti-
colare le stelle nascenti o quelle implose, che oggi chiamiamo buchi
neri. Considerate le loro sorprendenti abilità architettoniche e le loro
avanzate conoscenze astrologiche e divinatorie si può affermare con
certezza che i Toltechi erano tutt’altro che ‘primitivi’. Il numero ele-
vato di scheletri che circondano tutta l’area di Teotihuacan fa pensa-
re che si trattasse di una città di sciamani. Gli officianti andavano in
quei templi per esercitare la pratica del sogno lucido e probabilmente
sceglievano questi posti anche per il loro trapasso finale, tramite la
pratica del fuoco dal profondo. Si ‘immergevano’ in questa pratica
dopo aver detto addio al mondo con un ultimo sguardo, quindi ope-
ravano la tecnica del volo astratto, grazie alla quale subivano un pro-
cesso di trasformazione in pura energia, l’energia del Serpente
Piumato. Secondo i precursori dei Toltechi – ovvero i Toltechi della
prima generazione – al momento della morte tutti gli organi del corpo
si uniscono per diventare un unico organo, come diversi continenti
che divengono un solo continente. Ogni cellula del corpo si collega

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alla sua memoria ancestrale e brucia dell’energia della consapevolez-


za, l’energia del Serpente Piumato, chiamato anche l’Aquila. I
Toltechi affermano che al momento della morte il Serpente Piumato
crea un processo che, come un campo magnetico fa con l’ago di una
bussola, attira a sé tutti i campi energetici dell’individuo, le cosid-
dette emanazioni dell’Aquila. La sensazione di un grande calore che
pervade tutti gli organi del corpo annuncia allo sciamano che è giun-
to il momento per il volo astratto.“La pratica del fuoco dal profon-
do consiste nel muovere il punto di unione lungo tutta l’ampiezza
dell’uovo luminoso, vale a dire il corpo energetico nella sua totalità,
tutta la gamma della percezione possibile all’uomo, e così nell’ignifi-
care tutte le emanazioni dell’Aquila in un solo atto”183. Secondo la
visione tolteca, la struttura energetica degli esseri umani è costituita
da ‘fasce’ di energia, che si spostano all’interno del campo energeti-
co tramite il punto di unione. Per capire cosa i Toltechi intendesse-
ro per ‘punto di unione’ – chiamato anche ‘punto di assemblaggio’ –
lo si può immaginare come un ‘riflettore’ all’interno della nostra
totalità energetica, che mette in luce certe parti del campo energeti-
co e simultaneamente ne mette altre in ombra, come un riflettore su
un palco teatrale. Lo si può anche paragonare al telecomando di un
televisore che fa sintonizzare l’apparecchio su canali e frequenze
diverse: il pensiero logico discorsivo è uno di questi canali. Per i
Toltechi anche gli altri ‘canali’ hanno la loro legittimità e funzionali-
tà all’interno della psiche.

La biologia occidentale oggi sa che nel momento del trapasso, dal


cervello viene rilasciata una grande quantità di DMT, cosa che permet-
te di sperimentare percezioni paranormali e viaggi astrali fuori dal
corpo, esperienze, queste, analoghe a quelle descritte nelle Near Death
Experiences184. Il fuoco dal profondo rappresentava l’ultimo viaggio
degli sciamani messicani verso l’infinito. Lo stesso Carl Gustav Jung, il
pioniere della psicoanalisi, scrive della sua esperienza in prossimità della

183
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, Vicenza, Edizioni Il
Punto d’Incontro, 1998, p. 36.
184
Jody Long (a cura di), God’s Fingerprints: Impressions of Near Death Experience,
Guildford (UK), White Crow Books Ltd., 2014.

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morte, essendo entrato in coma in seguito ad una frattura con conse-


guente infarto. “Quel che avviene dopo la morte – scrive Jung – è qual-
cosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione
e la nostra sensibilità non potrebbero concepire nemmeno approssima-
tivamente … Prima o poi, i morti diventeranno un tutt’uno con noi; ma,
nella realtà attuale, sappiamo poco o nulla di quel modo d’essere. Cosa
sapremo di questa Terra, dopo la morte? La dissoluzione della nostra
forma temporanea nell’eternità non comporta una perdita di significato:
piuttosto, ci sentiremo tutti membri di un unico corpo”185.

I Toltechi davano grande importanza alla capacità di spostamen-


to del punto di unione, che avviene spontaneamente ogni notte men-
tre sogniamo, in stati particolari quali fame provocata dal digiuno,
febbre, malattia, in condizione di supersforzo e nelle esperienze in
prossimità della morte. Lo spostamento del punto d’unione viene
anche provocato dall’uso di enteogeni che i Toltechi chiamano pian-
te di potere. Essi apprezzavano molto l’utilizzazione cerimoniale
degli enteogeni, tant’è che questa tradizione, viva già diverse migliaia
di anni prima dell’era cristiana, è giunta fino a Castaneda. La famo-
sa statua di Xocopilli raffigura un uomo a gambe incrociate in un
atteggiamento estatico; sul suo corpo sono scolpite le piante sacre
usate dai Toltechi: il peyote, la datura e i funghi magici. Per loro, i
sogni lucidi rappresentano un mondo di accadimenti reali186. Questo
tipo di sogni aprono ‘un varco verso l’infinito’. Lo scopo principale
della pratica del sogno lucido è di rafforzare e perfezionare il corpo
energetico, vale a dire, operare un salto qualitativo del livello della
nostra energia, cosa che accade grazie allo sviluppo di una chiara
visione nei sogni. L’uso consapevole dei sogni funge da trampolino
per raggiungere il corpo energetico, chiamato anche il Doppio o
l’Altro – di cui ci hanno lasciato innumerevoli affreschi e sculture
nell’immagine di Xolotl chiamato anche il ‘sosia’ o il ‘gemello lumi-
noso’187. A livello energetico il corpo fisico e quello energetico sono
per i Toltechi delle ‘entità gemelle’, per cui è possibile una trasforma-

185
C. G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Milano, Il Saggiatore, 1965.
186
Carlos Castaneda, L’arte di sognare, Milano, Rizzoli, 1993, p. 79.
187
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 206.

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zione dell’uno nell’altro188. Per incrementare la capacità di ricordare i


sogni e di avere sogni lucidi, i nativi dello stato di Oaxaca, in Messico,
usavano una pianta particolare, la Calea Zacatechichi. La pianta veni-
va assunta fumandone delle foglie oppure facendoci un infuso, una
delle bevande più amare che esistano su questo pianeta. È dimostra-
to che questa pianta aumenta la sensazione di realisticità del sogno, la
capacità di rimanere focalizzati volontariamente sulle immagini del
sogno senza che queste si trasformino improvvisamente in un’altra
sequenza di immagini. Questo stadio è considerato dai Toltechi ‘il
secondo cancello del sogno’ ed è reputato come una forma di risve-
glio del corpo energetico. Per inciso, sembra che molti film tra cui il
serial Stargates (letteralmente ‘cancelli stellari’) e Matrix siano stati
ispirati dai libri di Castaneda e dalla pratica tolteca del sogno lucido.

Nella tradizione sciamanica messicana si fa menzione di alcuni can-


celli – chiamati anche varchi – che condurrebbero ad altre dimensioni
dell’essere. Per ciascuno dei cancelli ci sono due fasi: il raggiungimento
e l’attraversamento. Il primo cancello si apre nel momento in cui ci
addormentiamo in uno stato di consapevolezza: riconosciamo di stare
sognando mentre stiamo sognando, la realisticità delle immagini
diviene simile a quella delle immagini nello stato di veglia. Si tratta del
risveglio del corpo energetico, che può essere preannunciato da immag-
ini luminose quali lampi nello spettro visivo dell’occhio interiore, da un
senso di vertigine o da una improvvisa sensazione di benessere.

Nella fase di attraversamento siamo in grado di rimanere focaliz-


zati sui particolari delle immagini del sogno, qualunque immagine il
sogno ci presenti. Il secondo cancello si apre quando, nel sogno, all’e-
lemento della lucidità subentra l’elemento della volontà: riconoscia-
mo che stiamo sognando e possiamo guidare il sogno, così come gui-
diamo i nostri movimenti durante lo stato di veglia diurna. In questo
stadio riusciamo a fermare la continua metamorfosi delle immagini
del sogno, possiamo decidere di rimanere in un sogno o di entrare in
un altro sogno. A questa fase del sogno lucido appartengono i sogni
in cui ci svegliamo da un sogno o sogniamo di addormentarci.
188
Ivi, pp. 210-211.

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Sogniamo di sognare. Cresce la capacità di cambiare sogni in manie-


ra ordinata e precisa189. Il terzo cancello si apre quando si varcano le
linee parallele dell’universo. Esso viene raggiunto quando vediamo il
nostro corpo dormiente. Nella fase di attraversamento di questo can-
cello comincia il vero e proprio viaggio verso mondi sconosciuti che
si aprono sulle infinite potenzialità del sogno, come le chiama Don
Juan. Per i Toltechi, le linee parallele dell’universo non solo divido-
no il regno degli esseri umani da quello di altri esseri – tra cui gli
esseri inorganici – ma separano anche il regno dei vivi da quello dei
morti. Piuttosto che ‘esseri inorganici’, sarebbe più corretta la defi-
nizione di ‘esseri pre-organici’ in quanto per i Toltechi queste entità
rappresentano forme di vita precedenti quelle organiche.
Attraversato il terzo cancello del sogno il corpo energetico viaggia
verso luoghi specifici: “Si può viaggiare verso luoghi di questo
mondo, conosciuti o sconosciuti, viaggiare verso luoghi al di fuori di
questo mondo, oppure viaggiare verso luoghi che esistono nell’in-
tento degli altri”190.

L’arte principale dei primi sciamani messicani era di spostare il


punto di unione e di ‘vedere’ l’energia sia nella vita quotidiana che nel
sogno. A mala pena possiamo immaginare l’elevatissimo livello di mae-
stria ottenuto da questi sciamani nell’arte di guidare il sogno, di trasfe-
rirsi in altri livelli di realtà entrando in contatto con entità da cui rice-
vevano poteri spirituali, lezioni e vantaggi materiali. Per loro, queste
entità rappresentavano l’opposto di un mondo fantasmatico di proie-
zioni. Gli sciamani le consideravano come degli esseri reali e dotati di
una struttura energetica diversa dalla nostra. A queste entità avevano
dato il nome di ‘esseri inorganici’ perché, pur essendo dotati di un ele-
vato livello di consapevolezza, questi esseri non posseggono una consi-
stenza materiale, esattamente al contrario della nostra realtà fisica, nella
quale alla massa fisica non corrisponde altrettanta consapevolezza. La
loro durata di vita è infinitamente più lunga di quella cui noi siamo abi-
tuati qui, su questa Terra. I sogni lucidi rappresentano dei portali verso
altri mondi e in quanto tali sono strade a doppio senso di circolazione,
189
Carlos Castaneda, L’arte di sognare, op. cit., p. 55.
190
Ivi, pp. 206-207.

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la nostra consapevolezza passa attraverso questi portali in altri regni


dell’essere, mentre questi altri regni inviano ‘esploratori’ nei nostri
sogni. Al fine di elargire i loro doni, queste entità chiedono sempre
qualcosa in cambio, in particolare energia. Attraverso l’attenzione che
gli sciamani toltechi concedevano loro, queste entità potevano attinge-
re all’energia di cui avevano bisogno. Venivano anche chiamate ‘Alleati’
per l’aiuto che offrivano agli sciamani. L’Alleato può essere anche rap-
presentato dallo Spirito di un animale. Ogni sciamano aveva una sua
particolare affinità con un animale che rappresentava la sua guida; nelle
tradizioni dei nativi d’America questi animali-guida venivano chiamati
totem. Sia gli sciamani della prima generazione che quelli della seconda
nutrivano un profondo rispetto verso lo Spirito degli animali e la capa-
cità che questi avevano di ampliare gli orizzonti della loro conoscenza.

Per i Toltechi, una qualsiasi pianta è sempre dotata di uno Spirito


e va sempre trattata con rispetto. Essi rispettavano lo Spirito insito
nelle piante che venivano usate a scopi sia ritualistici che terapeutici.
Per loro, usare una pianta senza rispetto per il suo Spirito o uccidere
più prede del necessario per cibarsi, rappresentava un’offesa al
Creatore dell’Universo, un segno di miseria spirituale. Il senso di
rispetto per la Natura nel suo insieme, per le creature di Madre Terra,
testimonia un livello di civiltà che è lontano dai parametri della cul-
tura occidentale dedita ad uno sfruttamento sfrenato. I Toltechi defi-
niscono la ‘fame’ degli Occidentali, il bisogno di possesso e di consu-
mo in tutte le sue forme, come la ‘sindrome della soddisfazione istan-
tanea’; la sensazione di superiorità di cui si vanta una parte dell’uma-
nità, si basa sul senso di auto-importanza che è un’illusione pericolo-
sa perché ci mette in una situazione di squilibrio energetico rispetto
al mondo in cui viviamo. Nell’universo tolteco di fronte a Dio ogni
essere – che appartenga al regno minerale, vegetale o animale – ha lo
stesso valore di qualunque altro essere. I Toltechi ci ammoniscono:
“Noi esseri umani non siamo né più né meno importanti di qualsiasi
altro essere al mondo”191.

191
Taisha Abelar, Fermare il mondo, Conferenza del 7 gennaio, Menlo Park (US-CA),
1994.

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Castaneda afferma che la città di Teotihuacan e le sue costruzio-


ni erano solo dei modelli192: quello che contava per gli sciamani era
la versione sognata della città. Lo scopo degli sciamani di
Teotihuacan era di sognare tutti insieme la piramide in un altro
luogo, in un’altra dimensione, e renderla quindi immortale in quel-
la realtà sognata ed eventualmente trasferircisi durante il loro viag-
gio finale. Nessuno sa dove siano andati a finire nei loro viaggi e
soprattutto nel loro viaggio finale. Don Juan afferma che molti di
loro si sono persi nei meandri dell’universo della ‘seconda attenzio-
ne’ rimanendo imprigionati nel mondo degli esseri inorganici. È ciò
che è successo anche a Carlos Castaneda, che è uscito dalla prigio-
nia del mondo degli inorganici grazie all’aiuto a lui offerto da Don
Juan e Carol Tiggs.

Cacciatori e sognatori
Nella tradizione sciamanica tolteca gli individui sono divisi in due
categorie a seconda della tipologia cui appartengono: i sognatori e i
cacciatori. Mentre i cacciatori sono i maestri dell’arte dell’agguato, i
sognatori sono i maestri dell’arte del sogno lucido. I cacciatori sono
dei predatori nati, hanno un naturale talento nel muoversi nel mondo
e nel volgere qualsiasi situazione a proprio vantaggio. “Un cacciatore
che vale il pane che mangia non prende la selvaggina perché mette
trappole o perché conosce le abitudini delle sua preda, ma perché lui
stesso non ha abitudini. Non è fissato su pesanti abitudini e movi-
menti prevedibili; è libero, fluido, imprevedibile”193. Un cacciatore si
comporta strategicamente, non dà mai nell’occhio, non lascia quasi
niente al caso. Impara a riconoscere se un certo ambiente dove si
trova, naturale o sociale che sia, gli è favorevole o ostile. Un cacciato-
re, quando accumula ‘potere’, diventa un guerriero. Un guerriero,
quando accumula saggezza, diventa un uomo di conoscenza. Nella
visione tolteca, il potere personale è l’unica cosa che si possiede in

192
Carlos Castaneda, Lettura al workshop intensivo di Los Angeles, 12 agosto 1995,
online sul sito:
http://www.carloscastaneda.it/Esseri-Inorganici-2.htm
193
Carlos Castaneda, Viaggio a Ixtlan. Le lezioni di Don Juan, Roma, Astrolabio
Ubaldini, 1972, p. 78.

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questo mondo misterioso, l’unica cosa su cui un guerriero può fare


veramente affidamento. Per questo i cacciatori sono essenzialmente
dei cacciatori di potere, stanno in guardia per accumularlo, gli tendo-
no delle trappole e stanno molto attenti a non dissiparlo. Uno degli
scopi principali dell’arte dell’agguato, in particolare per quanto
riguarda le attività dei Nagual con i loro apprendisti, era quello di
ottenere la cooperazione e la partecipazione totale. Spietatezza, astu-
zia, pazienza e dolcezza sono le qualità che appartengono alle arti del-
l’agguato. Un cacciatore è costantemente in guardia contro la grosso-
lanità del comportamento umano194. Il Nagual Julian, maestro del
Nagual Don Juan soleva ripetergli: “Sii spietato ma affascinante, sii
astuto ma simpatico, sii paziente ma solerte, sii gentile ma letale”195.
Don Juan sostiene che lo stato di spietatezza si riconosce dallo scin-
tillio degli occhi. Per i Toltechi, la spietatezza non ha a che fare con
un atteggiamento di crudeltà verso i nostri simili o verso sé stessi, ma
rappresenta il contrario dell’autocommiserazione e dell’autoindul-
genza. Come può un Nagual essere indulgente verso gli altri quando
è spietato con sé stesso? Pur essendo dei cacciatori impareggiabili i
Nagual non agiscono mai per puro interesse personale, per profitto,
come fanno gli uomini comuni. I Nagual stanno all’erta nel ricono-
scere le manifestazioni dello Spirito, i suoi comandi; il loro compito
principale è tenere pulito l’anello di collegamento che li lega a questa
forza universale attraverso un ‘intento inflessibile’. Un intento si fa
inflessibile quando è chiara la direzione cui è diretto, il suo scopo.
Rendere inflessibile un intento richiede una grande mole di energia.
Si esprime quando facciamo del nostro meglio in ogni situazione che
ci si presenta, malgrado l’avversità della situazione stessa.

Entrambi, cacciatori e sognatori, vengono chiamati guerrieri della


conoscenza. Don Juan afferma che: “Una delle forze più grandi nella
vita dei guerrieri è la paura. Li incita ad apprendere”196. La paura inse-
gna in quanto umilia il senso di importanza personale, nello stesso
tempo il guerriero impara a sfidarla. Conoscerla intimamente, ren-

194
Carlos Castaneda, Il potere del silenzio, Milano, Rizzoli, 1988, p. 125.
195
Ivi, p. 85.
196
Carlos Castaneda, Il fuoco dal profondo, Milano, Rizzoli, 1985, p. 60.

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dersela familiare, è un aspetto importante dell’addestramento dei


guerrieri toltechi. “Solo come un guerriero”, dice Don Juan, “si
sopravvive sulla via della conoscenza. Perché l’arte del guerriero con-
siste nell’equilibrare il terrore di essere uomo con la meraviglia di
essere uomo”197. Altrove afferma: “Un uomo va alla conoscenza come
va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto e con assoluta sicurez-
za. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in qualsiasi altro
modo è un errore, e chiunque lo fa vivrà per rimpiangere i suoi
passi”198. La guerra degli uomini di conoscenza non è contro qualcu-
no o contro il mondo: “La guerra dei Toltechi non ha nulla a che fare
con atti di stupidità individuale o collettiva, o violenza gratuita”199. La
guerra dei Toltechi è una guerra nonviolenta contro i parassiti della
mente, l’ego nelle sue molteplici forme, l’energia che ha privato l’es-
sere umano del suo proprio potere. I Toltechi considerano l’ego un
mostro dalle innumerevoli teste, quando se ne taglia via una ne ricre-
scono altre tre. Gli sciamani messicani della prima generazione sco-
prirono che questi parassiti sono delle installazioni esterne di origine
sconosciuta che da tempo immemorabile tengono l’umanità impri-
gionata in una condizione di schiavitù. Così come gli animali dome-
stici e quelli da allevamento vivono in una condizione di schiavitù,
allo stesso modo viviamo noi rispetto ai parassiti. Che cosa siano vera-
mente e da quali mondi provengano non sono domande cui abbia
senso provare a rispondere. I Toltechi li chiamano los voladores in
quanto somigliano a dei volatili, in particolare a dei pipistrelli. Questi
voladores causano un movimento ‘a pendolo’ nella mente che è all’o-
rigine di innaturali comportamenti compulsivi e forme di pensiero
che Don Juan trovava particolarmente ripugnanti. Castaneda stesso
racconta del suo stupore, tinto di terrore, quando è venuto a cono-
scenza di questo aspetto delle conoscenze tolteche e ha tardato molto
a renderlo pubblico nei suoi libri. Don Juan lo aveva redarguito: “Se
parlerai di questo, ti bruceranno”200. Forse Don Juan si riferiva ai
roghi del Medioevo e della Controriforma con cui in nome di Gesù
197
Carlos Castaneda, Viaggio a Ixtlan, op. cit., p. 244.
198
Carlos Castaneda, A scuola dallo stregone. Una via yaqui alla conoscenza, Roma,
Astrolabio Ubaldini, 1970, p. 42.
199
Carlos Castaneda, Il potere del silenzio, op. cit., p. 165.
200
Carlos Castaneda, conferenza-seminario intensivo, Los Angeles, 13 agosto 1995.

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Cristo si uccideva l’antica conoscenza – custodita prevalentemente da


donne esperte – riguardante vari tipi di piante ed erbe magiche, tra
cui la mandragola. Secondo Don Juan il movimento del settimo cha-
kra nei neonati e nei bambini ruota in senso antiorario, si tratta di un
movimento spiralico verso il centro, che è il movimento naturale della
psiche, mentre negli adulti cambia direzione, diventa un movimento
orario che, a causa dell’intervento dei voladores assume il movimen-
to di un pendolo che si perpetua in una ripetizione ossessiva all’inter-
no di due fasi di immobilità che rappresentano il silenzio della mente.
I neonati e i bambini dispongono ancora di una valvola di sicurezza,
la capacità di trasformare l’esperienza grazie all’energia del sonno
attivo e del sogno REM, mentre gli adulti disponendo di un apparato
di pensiero logico discorsivo tendono a ‘mentalizzare’ l’esperienza
fino a creare patologiche forme di distorsione della realtà.

La pratica dei cacciatori: la ricapitolazione


Così come i sognatori esplorano il corpo del sogno per le loro prati-
che, i cacciatori si avvalgono della ricapitolazione, di cui ho parlato pre-
cedentemente in questo libro in relazione all’uso dell’Iboga nella tradi-
zione Bwiti e nel microdosaggio201. Con il termine ricapitolazione i
Toltechi intendono una rivisitazione della propria vita che viene com-
piuta per recuperare l’energia perduta nei falsi ‘accordi’ che governano
le nostre esistenze. Secondo la conoscenza tolteca, il primo livello del-
l’attenzione degli individui viene ‘agganciato’ – tramite l’attività degli
adulti (genitori, insegnanti, etc.) nel suo insieme – dal ‘sogno del pia-
neta’. Questa influenza passa attraverso il linguaggio e il pensiero e crea
il riflesso del sé, la ‘radiolina mentale’ sempre accesa, l’idea che la per-
sonalità ha di sé stessa. I Toltechi dell’antichità usavano cave, anfratti,
luoghi naturali dove si ritiravano per andare a ricapitolare la loro vita.
A volte costruivano sarcofagi o bare dove si seppellivano per un certo
periodo di tempo, da un minimo di una notte fino a diversi giorni di
seguito. Per i Toltechi niente aveva più valore guaritivo di Madre Terra.
La terra ha la capacità di assorbire energia negativa, anche in grande
quantità, e di trasformarla. La sepoltura nella terra rappresentava per
201
Si veda, in questo libro, il paragrafo Il basso dosaggio e la pratica della ricapitola-
zione nel capitolo 11 Somministrazione a basso dosaggio delle capsule di Iboga.

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loro un processo di morte simbolica, la morte dell’ego. Il silenzio, l’o-


scurità, l’assenza di cibo e di stimoli esterni, sostenevano il loro intento
di andare a ‘sgomitolare’ la matassa che li legava ad uno stato di confu-
sione e di sofferenza, una condizione di non-libertà in cui vigono man-
canza di stabilità, compulsività e automatismo. Usavano il respiro come
strumento per mantenere viva l’attenzione, per non disperdersi nel
mondo illusorio dei pensieri e per focalizzarsi su determinati aspetti
della loro vita da cui era originata l’impasse dalla quale volevano uscire.
Il respiro veniva considerato una forza magica, sia perché svolge una
funzione vitale, sia perché è una delle poche funzioni fisiche sulla soglia
tra processi volontari ed involontari, quindi mette in comunicazione
quello che i Toltechi chiamano il lato sinistro con quello destro della
consapevolezza. Essendo la ricapitolazione un lungo processo che dura
tutta una vita, i Toltechi avevano sviluppato questa pratica nella dire-
zione di una rivisitazione della propria esistenza per gradi e aspetti
diversi. La pratica si suddivide in due parti. Nella prima si mette in atto
l’intento della ricapitolazione e si fa una lista degli eventi più importanti
che si vogliono ricapitolare. A questa fase ne segue un’altra in cui si va
a rivisitare quegli eventi in maniera più dettagliata. In genere si comin-
ciano a ricapitolare eventi non troppo lontani nel tempo per arrivare
sino all’inizio della propria vita ed eventualmente anche ad aspetti della
vita di altre persone. Il respiro viene utilizzato in due modi: nella inspi-
razione, per assorbire l’energia vitale, la consapevolezza, che permette
di osservare con distacco gli eventi desiderati. Nell’espirazione, per
liberarsi dall’energia negativa, i filamenti luminosi lasciati da altri che
sono rimasti impigliati nel campo energetico. Si tratta spesso di energia
‘aliena’, che ci è provenuta dall’esterno e che ora finalmente viene
lasciata andare e restituita. Durante la ricapitolazione vengono rivissu-
te le emozioni e le sensazioni corrispondenti all’evento ricapitolato.
Uno degli scopi della pratica e suo strumento indispensabile è l’attiva-
zione del veggente interiore. Grazie a questa energia il praticante è in
grado di osservare con distacco l’evento ricapitolato e quindi di libe-
rarsi dalla presa dell’autocommiserazione. Il veggente interiore, quindi,
compie il lavoro di riparazione dei danni subiti e di ricarica interna, di
trasformazione e perfezionamento del campo energetico stesso. La rica-
pitolazione rappresenta una preparazione all’esperienza della morte in

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quanto il praticante, trasformando energeticamente le esperienze della


propria vita, ridà indietro all’Aquila quella che lei richiederà nel
momento della morte, la sua consapevolezza.

Durante la ricapitolazione diventano sempre più chiare le dinami-


che in cui ci siamo intrappolati, le strategie che abbiamo imparato per
attirare l’attenzione degli altri, le modalità di fuga dalle nostre respon-
sabilità, i meccanismi automatici con i quali crediamo di difenderci, l’i-
dea illusoria che ci siamo costruiti su noi stessi e che ci pone sempre in
un posto: il centro dell’universo. L’osservazione diretta e obiettiva
getta luce sui ‘personaggi’ interiori che ci manovrano, per esempio
quello del Povero Bambino con il suo inesauribile bisogno di essere
ascoltato, compreso ed amato. Un’altra figura è quella del
Protagonista, il personaggio tanto preso da sé stesso che non sa met-
tersi nei panni degli altri e quindi non sa ascoltare, non esita a dan-
neggiare gli altri, nei casi più estremi persino a massacrarli, pur di man-
tenere una posizione di potere e di controllo. Quando ascolta sente
continuamente il bisogno di correggere, di dire la sua, di riferirsi alle
sue esperienze, alle sue sensazioni. Sono tutte posizioni del punto d’u-
nione basate su menzogne, nelle quali inevitabilmente perdiamo ener-
gia, spezziamo il contatto con il nostro vero potere personale.
Emergendo il veggente interiore, al praticante diventa piano piano
sempre più chiaro che non solo il linguaggio e la conoscenza possono
esistere indipendentemente l’uno dall’altra, ma anche che il linguaggio
e la ragione sono separati dalla conoscenza stessa. I Toltechi avevano
ben chiaro il fatto che il silenzio mentale è conduttore di un tipo di
conoscenza che non può essere espressa a parole e neppure pensata.

Uno dei risultati di una buona ricapitolazione è lo sviluppo dell’u-


morismo che può venire espresso in una risata liberatoria, la capacità
di ridere di se stessi. I Toltechi consideravano la ricapitolazione un’ar-
te che si confà ad individui dalla personalità pratica e anche uno dei
sistemi migliori per perdere la ‘forma umana’ e cominciare a pratica-
re la ‘follia controllata’, interpretabile come l’arte di essere nel mondo
senza essere del mondo. Gli apprendisti venivano istruiti in entrambe
le pratiche – chiamate anche ‘arti’ – dell’agguato (tramite la ricapito-

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lazione) e la pratica del sogno lucido. Entrambe avevano lo scopo di


facilitare l’entrata nel terzo livello dell’attenzione202.

Verso un’antropologia non eurocentrica


Una delle questioni che stavano a cuore a Castaneda era trovare un
modo per spiegare l’universo sciamanico messicano e la sua profonda
saggezza, ai suoi colleghi antropologi e al mondo occidentale in gene-
rale. Per questo si è rifatto alla filosofia fenomenologica di Edmund
Husserl, filosofo tedesco dell’inizio del ventesimo secolo, maestro di
uno dei più importanti filosofi occidentali dello scorso secolo, Martin
Heidegger. Husserl aveva distinto tra ‘percezione’ e ‘intenzionalità’.
Quest’ultima è l’atto di interpretare, assegnare un significato alle cose
e corrisponde al concetto di intento degli sciamani messicani. Edmund
Husserl è stato il primo in Occidente ad ipotizzare la possibilità di
mettere in epochè la coscienza pensante, il pensiero logico discorsivo,
di sospendere l’intenzionalità che dà dei significati agli atti di perce-
zione e di proporre la possibilità di una ‘percezione pura’ scevra da
interpretazioni. Secondo i Toltechi l’atto di interpretare la realtà è un
automatismo tale che lo scambiamo per la realtà stessa. Di questa ‘per-
cezione pura’ i Toltechi hanno raccolto millenni di esperienza.

A questo proposito, Castaneda scrive: “Don Juan ci spiegò che gli


esseri umani, in quanto organismi, compiono una manovra fantastica
che purtroppo conferisce all’atto percettivo un’apparenza errata; tra-
sformano il flusso di energia in dati sensoriali, che però interpretano
seguendo un sistema fisso di valutazioni che gli sciamani chiamano la
forma umana. L’atto magico di interpretare la pura energia causa que-
sto aspetto errato: la convinzione che il nostro sistema di interpreta-
zione sia tutto ciò che esiste”203. In realtà questo atto di interpretazio-
202
Carlos Castaneda, Il dono dell’aquila, op. cit., p. 237.
203
“Don Juan Matus told his disciples that human being as organisms perform a stu-
pendous maneuver which, unfortunately, gives perception a false front; they take the
influx of sheer energy and turn it into sensory data, which they interpret following a
strict system of interpretation which sorcerers call the human form. This magical act
of interpreting pure energy gives rise to the false front : the peculiar conviction on
our part that our interpretation system is all that exists.” In Carlos Castaneda, “The
Warrior’s Way”, vol.1, n. 1, gen. 1996, p. 2.

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ne genera una grande distanza dalla percezione stessa e ancora di più


dall’energia che ne sta alla base. La perdita della forma umana è un
aspetto molto importante del lavoro che uno sciamano tolteco com-
pie su di sé. Castaneda racconta della sua esperienza di perdita della
forma umana che ha avuto degli aspetti molto fisici, un rilascio di
energia elettrica attraverso il corpo che ha liberato dei canali ostruiti
da tanto tempo. Questa esperienza, come ha confermato Carol Tiggs,
ha permesso a Castaneda di fare un salto qualitativo nella sua vita. La
perdita della forma umana va intesa come il taglio di un cordone
ombelicale. Mentre alla nascita ci viene reciso il cordone ombelicale
che ci lega alla nostra madre naturale, un altro cordone, invisibile
all’occhio, ci lega al modo in cui, nel corso di migliaia di generazio-
ni, l’energia è stata adattata ai sistemi fissi di interpretazione, in par-
ticolare, come afferma lo psicoterapeuta Bert Hellinger – padre delle
Costellazioni Familiari – attraverso due linee fondamentali che ci
legano agli antenati, quella femminile delle madri che collega nostra
madre a sua madre etc. e quella maschile dei padri che collega nostro
padre a suo padre e così via. Tagliare il cordone ombelicale con i con-
dizionamenti che abbiamo subito per generazioni richiede coraggio e
rappresenta la sfida degli sciamani toltechi. La perdita della forma
umana di cui parlano i Toltechi può venire accostata al processo di
individuazione elaborato da Carl Gustav Jung, vale a dire un proces-
so di differenziazione in cui l’individuo si libera di norme e credenze
collettive che ne impediscono un suo sano e completo sviluppo.

Il lavoro che Castaneda ha compiuto come antropologo ha fatto da


spartiacque all’interno di un’antropologia che si considera scientifica
solo quando misura e quantifica gli ‘oggetti’ descritti, dai quali tiene
una distanza di sicurezza che le permette di giudicarsi superiore
rispetto all’oggetto osservato. La partecipazione attiva alle tradizioni
studiate, viene considerata inammissibile da questa corrente dell’an-
tropologia e dell’etnografia e chi l’ha compiuta, per molto tempo ha
perduto non solo credibilità ma … anche il suo lavoro. All’interno
della comunità scientifica vigevano e, in parte, vigono ancora dei tabù
che non possono venire violati. Uno di questi è la credenza che le
popolazioni che durante il neolitico hanno sviluppato una conoscen-

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za sciamanica, non abbiano niente da insegnare ad un occidentale


interessato alla conoscenza. Castaneda inaugura un approccio total-
mente differente che da allora in poi verrà seguito da una parte del
mondo accademico ufficiale. Egli prova a comprendere questa tradi-
zione ‘dal di dentro’, penetrandone il suo significato profondo, e a
creare così un ponte tra l’universo magico degli sciamani e il mondo
occidentale. Un mondo che oggi possiamo comprendere alla luce
delle scoperte della fisica, della matematica e della biologia dell’ulti-
mo secolo.

Don Juan sapeva che l’aspetto de los voladores, parte cruciale delle
conoscenze tolteche, sarebbe stato un osso duro da ingoiare per gran
parte dei lettori occidentali di Castaneda. Chi accetterebbe di buon
grado il fatto che le proprie emozioni e convinzioni, i propri pensieri,
il proprio caro mondo che dà per vero e a cui si è attaccato come l’e-
dera ad una parete, cela in realtà qualcun altro che lo domina e lo pos-
siede? Chi riconoscerebbe volentieri di essere posseduto da un demo-
ne? L’ego è fragile e non ama sentirsi minacciato alle sue fondamenta
con delle affermazioni che ne screditano non solo le sue attività, ma il
suo stesso essere; tanto più in una cultura che ha fatto dell’ego, nelle
sue molteplici forme – potere, fama, consumo e ricchezza – il suo
idolo. I ‘padroni’ del mondo che vendono armi e fomentano guerre
fratricide a fini di lucro, accetterebbero di riconoscere che sono al ser-
vizio di entità che intendono controllare il mondo intero e renderlo
schiavo? Conscio dell’ammonimento di Don Juan, Castaneda si è
decisamente preso una grossa responsabilità quando ha deciso di
rivelare al mondo questa verità, la presenza de los voladores.

La prima e la seconda generazione dei Toltechi


I Toltechi condussero estensive esperienze con diverse piante psi-
coattive e pratiche meditative e le organizzarono come vere e proprie
ricerche scientifiche nel campo della ‘percezione’ umana, di cui sono
stati degli eccellenti pionieri. Diverse loro ricerche hanno portato a
grandi scoperte riguardo ad aspetti della realtà che solo oggi la fisica
moderna sta confermando. Una tra queste è la natura ondulatoria del-
l’energia, nota ai Toltechi grazie alla loro pratica del vedere come l’e-

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nergia fluisce nell’Universo. Il ‘vedere’ è un aspetto fondamentale


delle loro ricerche. Si tratta di un ‘vedere’ che non avviene tramite gli
occhi, ma tramite il campo energetico del corpo, una forma di cono-
scenza del tutto ignorata in Occidente. In tal senso, i Toltechi parla-
no del risveglio del veggente interiore. Si tratta di un ‘vedere’ che
avviene oltre la mente pensante e che utilizza l’energia creativa uni-
versale di cui una scintilla viene donata ad ogni singolo individuo.
Una delle più grandi conquiste dell’essere umano, di fatto una con-
quista ‘magica e miracolosa’, come la definisce Don Juan, è l’atten-
zione204. ‘Vedere’ l’energia è possibile sia nello stato di veglia diurna
che durante il sogno. Ai veggenti, gli esseri umani appaiono come
grosse uova di luce. Per i Toltechi tutta la realtà è permeata di ener-
gia, noi compresi, che siamo un’infinitesima parte di lei. L’energia si
muove incessantemente sotto forma di onde luminose. Queste rap-
presentano le emanazioni dell’Aquila, la fonte dell’energia universale.
Per parlare delle diverse ‘emanazioni’ dell’energia universale, Don
Juan porta l’esempio della cipolla, anch’essa composta di strati. La
mente pensante, il pensiero logico discorsivo, rappresenta solo uno
degli strati della cipolla. Quando il punto di unione è fissato su que-
sto strato della cipolla, le condizioni sono sufficienti per far apparire
il mondo che conosciamo. “Il potere quasi coercitivo del mondo quo-
tidiano in cui siamo imprigionati a vita, come i reclusi di Alcatraz, è il
risultato dell’immobilità del nostro punto di unione nella posizione
abituale”205. Questa visione sciamanica dell’universo a strati, non solo
ontologici ma anche epistemologici, è in risonanza con la scoperta
della fisica quantistica secondo cui tramite la nostra percezione quo-
tidiana non è possibile conoscere contemporaneamente l’energia
come atomo – un ente completo in sé stesso e separato dal resto del-
l’energia – e come flusso di onde. La realtà è una, ma appare diffe-
rentemente a seconda dello ‘strato della cipolla’, la ‘fascia energetica’
da cui osserviamo. Negli altri strati della cipolla troviamo altre realtà
energetiche, come ad esempio il mondo dei defunti che secondo la
nostra ragione non esistono più, ma che in realtà vivono ancora ma
sono nascosti in un altro strato delle emanazioni energetiche
204
Carlos Castaneda, Il fuoco dal profondo, op. cit., p. 79.
205
Carlos Castaneda, L'arte di sognare, op. cit., p. 200.

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dell’Aquila. Se il punto di unione si sposta su queste bande vibrato-


rie, allora possiamo dialogare con le persone defunte. Non solo.
L’energia universale è così complessa e misteriosa che all’interno delle
fasce energetiche dell’universo ci sono misteri inconcepibili per noi
esseri umani.

I Toltechi erano principalmente interessati all’energia, che per loro


era qualcosa dotato di vita, di coscienza e di infinitezza, in quanto non
ha inizio e non ha fine, non la si può creare, né distruggere. Nella
visione tolteca la consapevolezza, l’energia della presenza, non è stret-
ta prerogativa degli esseri umani ma pervade tutto l’universo. La con-
vinzione che il mondo sia composto da oggetti solidi era per loro una
pura convenzione sociale. “Questa convinzione non si basa tanto sulla
percezione visiva o su fatti ‘oggettivi’, quali la solidità dell’oggetto,
quanto su una interpretazione che nel corso della nostra socializza-
zione abbiamo imparato a prendere per vera e a difendere a tutti i
costi, mentre la realtà energetica alla base di tutto, il flusso dell’ener-
gia, ci sfugge completamente”206. I Toltechi sapevano che la cosiddet-
ta materia è in realtà energia estremamente condensata, tanto com-
pressa da apparire solida. Una verità confermata dalla teoria della
relatività di Albert Einstein, che all’interno della materia ha scoperto
la presenza di un’energia potentissima che può venire liberata in con-
dizioni particolari, tramite la scissione dell’atomo. La famosa equa-
zione E=Mc² sta a dire che l’energia corrisponde alla materia molti-
plicata per la velocità della luce moltiplicata per sé stessa, una cifra
che indica una quasi infinita mole di energia per un’infinitesima quan-
tità di materia. Nel cuore della materia vi è quindi un elemento che la
trascende e che segue leggi apparentemente diverse da quelle della
materia stessa o almeno quelle cui siamo abituati a causa della ‘illu-
sione congenita della coscienza’, come la chiama Albert Einstein207.
Come afferma Florinda Donner-Grau, da parte sua “Don Juan non si
stancava mai di ripetere che indipendentemente dal nostro livello di
istruzione e raffinatezza, eruditi o uomini comuni, in quanto membri

206
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 198.
207
Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Bologna, Giachini, 1955.

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ed eredi della nostra tradizione occidentale, siamo prigionieri del


modo in cui questa tradizione interpreta la realtà”208.

Il ‘sognare’ – una delle pratiche essenziali per i Toltechi – ha due


aspetti complementari: il ‘sognare’ la propria vita con il potere del-
l’intento e il ‘sognare’ in quanto pratica del sogno lucido. In entram-
bi i casi quello che viene chiamato ‘il secondo livello dell’attenzione’
svolge un ruolo cruciale per quanto riguarda il fine ultimo dei
Toltechi della seconda generazione – che si è sviluppata verso il 1200
dopo Cristo – che è rappresentato dalla libertà: la libertà dalla fissa-
zione su qualunque punto di unione nel campo energetico, la libertà
di intendere nuove posizioni del punto di unione. A tale proposito,
Don Juan afferma: “La libertà è come una malattia contagiosa, si tra-
smette, il suo portatore è un Nagual impeccabile. Forse la gente non
lo apprezza e ciò si deve al fatto che non vogliamo essere liberi. La
libertà fa paura”209. I veggenti della seconda generazione avevano
compiuto dei giganteschi passi in avanti rispetto alle scoperte opera-
te dagli sciamani della prima generazione. Don Juan sostiene che la
padronanza dell’intento e quella dell’agguato sono stati i due capola-
vori dei nuovi sciamani ed hanno segnato l’avvento dei veggenti attua-
li210.

Essendo la conoscenza tolteca al di là delle categorie del bene e


del male, non sono delle astratte virtù morali che si cerca di colti-
vare, bensì l’energia, la possibilità di attingere al proprio capitale
energetico che sprechiamo nelle credenze illusorie del sogno del
pianeta e del sogno della società. Per un uso ottimale dell’energia è
necessaria l’impeccabilità, che è l’unico atteggiamento che ci per-
mette di non perdere energia, di farne il miglior uso.
L’impeccabilità esige semplicità, prontezza, innocenza, ma soprat-
tutto assenza di egoismo e di desiderio di profitto. Quando le
nostre azioni sono dettate dall’impeccabilità, non possiamo adirar-

208
Florinda Donner, Essere nel sogno, Vicenza, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2012, p.
226.
209
Carlos Castaneda, Il fuoco dal profondo, op. cit., p. 286.
210
Ivi, p. 185.

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ci o sentirci delusi per quello che fanno gli altri. L’impeccabilità


implica un corretto uso dell’energia sessuale e del potere della
parola, che i Toltechi considerano la magia degli esseri umani. Essi
affermano che l’energia della consapevolezza, l’attenzione, sia essa
a livello del sogno che nella vita diurna, è l’unico tipo di energia
che abbia il potere di trasformare il campo energetico della perso-
na. Questa affermazione è stata recentemente confermata dalla
ricerca scientifica condotta sul cervello211.

La capacità di sognare lucidamente, così come quella di fermare la


mente nella vita diurna, pratica che i Toltechi hanno chiamato fermare
il mondo – con cui intendono l’intento di fermare le continue interpre-
tazioni della realtà – vengono chiamate ‘il secondo livello dell’attenzio-
ne’. I livelli dell’attenzione per i Toltechi sono tre: il primo è quello della
vita diurna durante la quale assorbiamo le credenze della società e della
famiglia in cui viviamo; il secondo è quello dell’energia dell’attenzione
che ha il potere di trasformare il corpo energetico; il terzo livello del-
l’attenzione è quello che si attiva durante la pratica del fuoco dal pro-
fondo, al momento del viaggio finale su questa Terra. L’energia della
presenza mentale nella vita diurna, così come la lucidità nei sogni,
hanno entrambi la capacità di collegarci allo Spirito, dai Toltechi chia-
mato anche con altri nomi: l’Intento, il Doppio, l’Altro o il Corpo-
Energetico. Don Juan afferma che uno sciamano deve cercare di rima-
nere in contatto con questa energia più che con ogni altra cosa. Lo
Spirito dovrebbe essere il suo pane quotidiano. Ma i Toltechi avverto-
no anche che in quanto forza misteriosa e vitale, con lo Spirito non si
scherza. Meglio avvicinarglisi discretamente, cercare di familiarizzarci
gradualmente e divenirne amici212. Da parte sua, Don Juan afferma che
lo Spirito, il Doppio, è un’energia che comanda, ma che se la si rispet-
ta e la si tratta appropriatamente, obbedisce anche ai comandi di uno
sciamano esperto. Vedi anche il detto di Gesù: “Chiedete e vi sarà dato,
cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”213.

211
Si veda, in questo capitolo, il paragrafo Il secondo livello dell’attenzione nella ricer-
ca scientifica.
212
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 35.
213
Vangelo secondo Luca (11, 9-10).

231
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Per quanto riguarda il mondo onirico, i Toltechi hanno scoperto


che la maggioranza dei nostri sogni non ha consistenza energetica, si
tratta di mondi fantasma, repliche della confusa realtà quotidiana.
Tuttavia, grazie all’incremento dell’energia della lucidità, i Toltechi
della prima generazione avevano rinvenuto l’esistenza, all’interno del
sogno, di entità emananti una energia propria e in quanto tali le
hanno considerate reali. Per loro reale non è qualcosa che ha a che
fare solo con la cosiddetta realtà ‘oggettiva’, reale è l’energia, reali
sono tutte quelle entità e quei mondi che nella realtà del sogno pro-
ducono autonomamente energia.

Malgrado la presenza di leader naturali, la spiritualità tolteca non


conosce la separazione tra capi e seguaci come la conosciamo noi in
Occidente. Come afferma Don Miguel Ruiz, un contemporaneo
Nagual della stirpe dell’Aquila Blu:“Ognuno ha la sua verità e la
vive”214. In questa corrente spirituale antichissima non ci sono obbli-
ghi morali verso precise pratiche da svolgere o dogmi o convinzioni
collettive cui aderire passivamente, per quanto il lavoro dei Toltechi
richieda una disciplina molto ferrea. Bisogna dire che gli insegna-
menti dei Toltechi sono comprensibili solo da chi li sperimenta in
prima persona. Le pratiche che hanno sviluppato, che loro definisco-
no ‘arti’, testimoniano di una notevole creatività. Gli sciamani della
prima generazione (ottavo millennio a.C.-primo millennio d.C.) gra-
zie all’uso di diversi enteogeni avevano perfezionato la capacità di
muoversi attraverso i diversi punti di unione del corpo energetico ed
erano diventati dei veri e propri maestri nel campo. Ma quando, tra il
600 e il 1200 d.C, le loro terre vennero invase da popolazioni che pro-
venivano da Nord, con loro amara sorpresa scoprirono di essere del
tutto impreparati a fronteggiarle. Gli esseri inorganici da cui avevano
ricevuto poteri di ogni sorta erano del tutto incapaci di proteggerli di
fronte a nemici naturali. Gli sciamani che sopravvissero al crollo della
prima generazione erano fermamente convinti che le ragioni della
loro disfatta fossero da attribuire alla loro stessa debolezza. Sembra
che la padronanza della pratica del sogno lucido avesse portato gli
sciamani della prima generazione ad una ossessiva ricerca dei vantag-
214
Don Miguel Ruiz, I quattro accordi, op. cit., p. 70.

232
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gi procurati dalla capacità di viaggiare nella seconda attenzione attra-


verso il corpo del sogno e di contattare entità di altri mondi. La prima
generazione di sciamani messicani era in qualche modo ossessionata
dal bisogno di controllo sugli altri e dall’avidità di potere personale. I
sacerdoti di Teotihuacan, ad esempio, avevano in mano nello stesso
tempo il potere politico e quello spirituale e godevano di molti privi-
legi rispetto al resto della popolazione. Don Juan ironicamente affer-
ma che gli sciamani della prima generazione amavano più i loro ‘allea-
ti’ che gli altri esseri umani, cosa di per sé non sana. La nuova gene-
razione di sciamani arrivò così alla conclusione che l’avida ricerca di
vantaggi materiali e la sopravvalutazione di sé stessi erano state le
cause della disfatta dei loro predecessori e considerarono quindi la
presunzione come il nemico ‘numero uno’. Da allora in poi mirarono
solo all’Astratto – una forza presente in tutto l’Universo che chiama-
vano anche Spirito – e raffinarono l’arte della padronanza
dell’Intento, l’arte di muovere il ‘punto di unione’ all’interno del
campo energetico. Scoprirono che l’energia impersonale dell’Intento,
presente nell’universo, ha anche un aspetto personale. Gli individui
possono dirigere questa forza impersonale verso obiettivi personali.
Gli sciamani della seconda generazione svilupparono l’arte dell’ag-
guato nella direzione di porre agguati a sé stessi in modo da ridurre la
propria presunzione ed arroganza. Da allora in poi, il richiamo alla
disciplina e ad un reverente timore verso il mistero dell’Universo,
vennero messi in primo piano. I Toltechi della seconda generazione
concepiscono la disciplina come la pratica di affrontare con equani-
mità circostanze contrarie ed inaspettate. Come afferma Don Juan:
“La disciplina è l’arte di guardare l’infinito senza battere ciglio, e que-
sto non per un senso di audacia, ma per un senso di profondo rispet-
to e timore reverenziale”215.

Durante i secoli della invasione spagnola, la tradizione nagualista


sopravvisse in maniera ‘sotterranea’ attraverso l’insegnamento di
diversi lignaggi di Nagual che vennero ignorati o misconosciuti dai
colonizzatori. Don Juan ha affermato che le condizioni dettate dalla
brutale colonizzazione furono, per i Nagual, un ottimo ‘banco di
215
Carlos Castaneda, Tensegrità-Passi magici, Milano, Rizzoli, 1997, p. 18.

233
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prova’ per mettere a punto i capisaldi delle scoperte messe in atto nei
secoli precedenti, soprattutto quelle riguardanti l’arte dell’agguato a
sé stessi. Questa volta gli sciamani Toltechi erano ben preparati a subire
un’invasione esterna e a non farsene travolgere. Ogni Nagual della
seconda generazione ‘attirava’ un gruppo di persone che compren-
deva dagli otto ai sedici partecipanti, otto uomini e otto donne, sud-
divisi nei quattro orientamenti spaziali del nord, sud, est ed ovest, che
per tutti i nativi d’America hanno una precisa valenza energetica.
Presso gli sciamani messicani i punti dell’orientamento dello spazio
sono connessi a diversi venti, ognuno dei quali è conduttore di potere
ed ha una valenza energetica diversa. Questi gruppi vivevano nella
segretezza più assoluta e, per quanto riguarda le loro pratiche, non
avevano contatti né con altri gruppi di veggenti né col resto della
società. Ogni decisione importante – quale l’entrata nel cerchio scia-
manico di nuovi apprendisti – veniva sempre annunciata da segni pro-
pizi o da sogni premonitori tramite i quali lo Spirito manifestava la
sua volontà.

La parola Nagual in messicano indica lo Spirito, ma anche la per-


sona che lo incarna e lo manifesta. Secondo i Toltechi “il Nagual è una
persona dotata dalla nascita di una struttura energetica che la distin-
gue dalle altre. Il continuatore di un lignaggio veniva sempre ricono-
sciuto dal suo maestro tramite segni speciali, eventi particolari o
straordinari. Alla maniera dei tibetani, che hanno sviluppato delle tec-
niche particolari per riconoscere i futuri Lama, cosi i Toltechi sape-
vano interpretare i segni con cui lo Spirito avrebbe fatto riconoscere
i futuri Nagual. Agli occhi di un profano, un Nagual appare come una
persona comune, ma allo sguardo di un altro sciamano il suo campo
energetico appare doppio rispetto a quello solito, possiede maggiore
massa dal punto di vista energetico”216. Sia Castaneda che Carol Tiggs,
due allievi Nagual di Don Juan, quando si presentarono al pubblico
hanno deluso le aspettative di alcune persone. Com’era possibile che
i Nagual avessero un aspetto tanto comune? Ad uno di questi com-
menti Carol Tiggs ha risposto domandando a sua volta: “Ti aspettavi

216
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 32.

234
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che mi uscissero dei lampi dalle tette?”. Un uomo comune semplice-


mente non è in grado di riconoscere un Nagual né di ‘decifrare’ la
qualità dell’energia di una persona. I Nagual al contrario riconoscono
precisamente la qualità energetica delle persone e sanno molte cose
che nessun’altro sa e non immagina neppure che esistano. Grazie alla
loro straordinaria energia, i Nagual sono degli intermediari, potrem-
mo chiamarli anche dei ‘medium’, in quanto ricevono i messaggi
dell’Intento con cui comunicano. La loro energia permette di ‘cana-
lizzare’ pace, armonia, allegria e conoscenza direttamente dalla fonte,
dall’Intento, e di trasmetterla ai propri compagni217. Don Juan li
descrive come uomini o donne di straordinaria energia, dei maestri
dotati di sobrietà, resistenza e fermezza218.

Ai Nagual vengono attribuiti particolari ‘poteri’ – tra cui la capa-


cità di spostare il punto di unione di altre persone – e il dono dell’u-
biquità, una qualità di cui parlano molte tradizioni dell’antichità, vale
a dire la capacità di essere presente in due posti contemporaneamen-
te grazie al potere del sogno. Una delle arti accessibili agli artisti del
sogno e molto amata dagli sciamani toltechi, è quella del sognare l’in-
tento degli altri e di sognare insieme ad altri sciamani. Uno sciamano
con un certo potere usa il suo intento per entrare nel sogno degli altri.
La sua energia arriva a distanza tramite i sogni. Quello che in altri
contesti spirituali viene chiamato il corpo di luce, per i Toltechi è il
corpo energetico del Serpente Arcobaleno. Questo corpo è indistrutti-
bile e permette di comunicare il proprio intento oltre le limitazioni
del tempo, oltre la morte. Un individuo che abbia effettuato una com-
pleta fusione con il corpo di luce, dopo la sua morte fisica può appa-
rire in una visione e continuare a comunicare con i vivi e dare loro
insegnamenti.

I Nagual venivano anche chiamati ‘benefattori’ dai loro adepti.


“Avendoli trasportati in mondi oltre la loro immaginazione, un
Nagual crea nei suoi apprendisti un senso sconvolgente di ricono-

217
Carlos Castaneda, Il potere del silenzio, op. cit., p. 10.
218
Ivi

235
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scenza”219. Per muovere il punto di unione dei loro apprendisti dal


pensiero al silenzio mentale e così portarli al secondo livello dell’at-
tenzione, utilizzavano la loro grande capacità di improvvisazione, ma
conoscevano anche diverse tecniche come quella di dare un colpo
secco sotto la scapola destra. Tecnica conosciuta anche dai maestri
zen in Giappone.

I segreti di Don Juan, Castaneda e Carol Tiggs


Riguardo ad uno dei segreti del gruppo di Don Juan, in una con-
ferenza presso la Phoenix Bookstore, Castaneda riporta che Carol
Tiggs aveva il compito di aiutare tutto il gruppo – lui compreso, insie-
me a Taisha Abelar e Florinda Donner-Grau – ad attraversare le linee
parallele dell’universo220. Secondo la tradizione tolteca lo Spirito le
aveva dato il compito di accompagnare Castaneda e il suo gruppo
durante il loro viaggio finale verso l’infinito. Nessuno si aspettava che
‘Carol’ sarebbe tornata in carne e ossa a far parte del gruppo stesso e
a guidarlo. Castaneda racconta che per una decina di anni Carol Tiggs
si era immersa nella dimensione della seconda attenzione e che in quel
lungo periodo aveva affrontato lo Sfidante della Morte fino quasi a
fondersi con lui. Nel 1723 lo Sfidante della Morte era apparso per la
prima volta al nono Nagual della genealogia di Don Juan, Sebastian.
Lo Sfidante della Morte era un vecchio sciamano vissuto per 7000
anni. In vita aveva accumulato tanta energia e quindi grazie all’aiuto
degli Alleati, gli esseri inorganici, la sua vita si era allungata di migliaia
di anni nelle dimensioni dell’inconcepibile. Ma anche nel regno degli
inorganici ci sono dei limiti di tempo, quindi anche per questo scia-
mano venne il momento di morire. Sfidando la morte si mise allora
alla ricerca di un essere ‘doppio’, un Nagual, al quale chiese energia
in cambio della conoscenza di nuovi punti di unione. A causa di que-
sto scambio venne chiamato anche l’Inquilino, perché pagava l’affitto
219
Ivi, p. 29.
220
“Carol Tiggs returned, which she wasn't supposed to do, since, according to tradi-
tion, the rule called for the Nagual Woman to go with the previous nagual's group,
and to remain on the other side to help the new nagual's group across the void”. Da
Bruce Wagner, The Secret Life of Carlos Castaneda: You Only Live Twice, in Carol
Tiggs Chronology Part IV (1994 - maggio 1995), sul sito:
http://sustainedaction.org/Chronologies/chronTiggsIV.htm

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del suo ‘alloggio’ con doni e favori di ogni sorta. In cambio dell’ener-
gia che ricevette, e quindi della vita, lo Sfidante della Morte diede a
Sebastian e a tutti i suoi successori, dei doni particolari, che avevano
a che fare con molteplici possibilità di spostamento del punto di unio-
ne, scoperte dagli sciamani dell’antichità da tempi immemorabili221.
Questo evento segnò l’inizio di un nuovo lignaggio che proseguiva
quello precedente ma vi apportava anche delle importanti modifiche.
Da allora in poi, tutti i Nagual che seguirono Sebastian si confronta-
rono con lo Sfidante della Morte, inclusi Castaneda e Carol Tiggs. A
Don Juan lo Sfidante della Morte aveva fatto un dono di potere inse-
gnandogli delle procedure di manipolazione del proprio corpo ener-
getico per ottenere la percezione totale di un corvo. A Castaneda, il
cui animale totem era invece il coyote, lo Sfidante della Morte aveva
fatto il dono di lasciare aperta una porta per chiunque volesse intra-
prendere il cammino dei guerrieri Toltechi verso la libertà. L’animale
totem di Carol Tiggs era il puma. Lo Sfidante della Morte l’aveva
dotata del suo occhio della strega. Si trattava di un potere particolare,
quello di ipnotizzare le persone e farle entrare direttamente nel secon-
do livello dell’attenzione. Carol, tra l’altro, grazie alla sua familiarità
con lo Sfidante della Morte aveva accresciuto enormemente il suo
campo energetico e questo le dava la capacità di apparire e guidare in
sogno i membri del gruppo di Castaneda.

Merilyn Tunneshende è lo pseudonimo usato dalla misteriosissima


‘Carol Tiggs’. Carol era il nome che si era data e con cui era cono-
sciuta nella cerchia di Castaneda. Questo nome era a sua volta lo
pseudonimo di Kathleen Adair Pohlman – anno di nascita 1947 –
nome con cui ha compiuto i suoi studi di storia dell’arte. Il suo nome
da sposata era Elizabeth Austin, nome che ha preso nel 1972. Queste
sono solo alcune delle identità adottate da Kathleen nel corso della
sua vita: sembra che cambiasse nome molto di frequente. Ha saputo
cancellare molte tracce di sé stessa e ancora oggi si sa poco delle sue
molteplici vite, a parte il periodo in cui ha tenuto delle conferenze
insieme al gruppo delle ‘streghe’, le dirette collaboratrici di
Castaneda (oltre a lei, Taisha Abelar e Florinda Donner-Grau). Della
221
Carlos Castaneda, L’arte di sognare, op. cit., pp. 206-226.

237
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sua attività come Nagual si sa qualcosa da quello che Castaneda ha


scritto nei suoi libri e da quello che lei stessa ha raccontato nelle sue
conferenze a partire dal 1985, l’anno in cui si è riunita al gruppo.
Castaneda ne parla come di una persona estremamente gradevole;
Don Juan come di una dotatissima Nagual. Per scherzo diceva che la
sua unica virtù fosse quella di vestire sempre in maniera impeccabile.
Quello che si intuisce dalle poche cose note è che ha scritto degli arti-
coli a partire dal 1994 e che ha continuato a pubblicare dei libri fino
al 2004 col nome di Merilyn Tunneshende. Dopodiché subentra un
vuoto totale di informazioni, lo stesso vuoto che permea i dodici anni
in cui è scomparsa dalla cerchia di Don Juan e Castaneda.

Questi frequenti cambiamenti di nome mettono in atto un gioco di


scatole cinesi fatto di nomi e pseudonimi da cui hanno abbondante-
mente attinto tutti i membri della cerchia di Don Juan e Castaneda per
nascondere al mondo la loro identità, proteggere la loro privacy ma
anche per mantenere dei segreti del loro lignaggio che finora non sono
stati rivelati al pubblico. Non è una pura coincidenza il fatto che tra le
cosiddette ‘streghe’ della cerchia di Castaneda, è proprio Carol Tiggs
l’unica a non aver pubblicato niente col nome con cui era conosciuta,
cosa che non ha dato nell’occhio agli studiosi del gruppo di Castaneda.
Tra i segreti della cerchia di Don Juan c’era la sua funzione di guida
del gruppo. Secondo Don Juan, Carol e Carlos erano dotati della stes-
sa conformazione energetica, essendo entrambi di natura ‘doppia’
come tutti i Nagual. Ma come succede con persone energeticamente
affini che non per questo percorrono insieme il sentiero dell’esistenza,
così è successo a loro che per un certo periodo di tempo comunicava-
no soltanto nella dimensione della seconda attenzione.

Senza contare Carol, il primo gruppo di Castaneda consisteva di


dieci donne e sei uomini, un numero anomalo dal momento che di
solito il gruppo di un Nagual era composto da otto donne e otto uomi-
ni. Questa anomalia era dovuta alla particolare costituzione energetica
dello stesso Castaneda. Secondo Don Juan egli si distingueva dagli altri
Nagual perché invece dei soliti quattro compartimenti energetici pos-
seduti dagli altri, lui ne aveva tre. In un seminario Castaneda afferma

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che Don Juan gli aveva proibito di scrivere, nei suoi libri, di Carol
Tiggs e del suo ultimo gruppo, contraddicendosi involontariamente
sulle date in cui Don Juan glielo avrebbe comunicato. Come avrebbe
potuto dirglielo se, come scrive lui stesso, Don Juan era morto negli
anni ’70 quando Carol era ancora poco più che ventenne e il suo
secondo gruppo non si era ancora formato? Sembra chiaro che questo
aspetto della ‘missione’ del gruppo – in particolare riguardo al secon-
do gruppo di apprendisti di Castaneda – doveva rimanere assoluta-
mente segreto. Castaneda afferma che Don Juan gli aveva dato il per-
messo di scrivere del primo gruppo dei suoi apprendisti ma non anco-
ra del suo gruppo finale, da lui stesso definito come un gruppo molto
compatto. Oltre a lui, quest’ultimo era composto da Taisha Abelar,
Florinda Donner-Grau e Carol Tiggs ed era stato istruito alle pratiche
tolteche sia da Don Juan che dalla sua controparte femminile,
Florinda, la quale ha poi dato il suo nome alla sua apprendista
Florinda Donner-Grau. L’apprendistato di Carol da parte di Don
Juan, Don Genaro – un guaritore tolteco, stretto collaboratore di Don
Juan – Dona Soledad, chiamata anche Celestina e Florinda Senior è
avvenuto, potremmo dire, ‘privatamente’, come racconta Merilyn nei
suoi libri. Solo nel 1993 con l’uscita del libro L’Arte di Sognare, dopo
il vero decesso fisico di Don Juan, Castaneda decide di rompere il
silenzio che gli era stato imposto e di iniziare a raccontare le vicende
del suo ultimo gruppo, tra cui quelle concernenti Carol Tiggs.

In una conferenza del 1993 ‘Carol Tiggs’ annuncia l’imminente


pubblicazione del suo libro sugli insegnamenti di Don Juan, cosa
che è poi accaduta un anno dopo sotto un altro nome e col titolo:
Don Juan and the Power of Medicine Dreaming. Quando si è rivela-
ta al pubblico come scrittrice e come la guida del gruppo di
Castaneda, ha tirato fuori un nuovo coniglio dal suo cappello magi-
co ed eccola apparire ora con una nuova identità, quella di Merilyn
Tunneshende. Una scelta più che ragionevole visti i trascorsi di
Castaneda con la polizia americana, di cui parlerò più avanti. A quel
punto ci sono state molte persone che l’hanno creduta, ma uno stu-
dioso autorevole come Norbert Classen non l’ha presa sul serio non
riconoscendo che dietro ‘Merilyn Tunneshende’ c’era la stessa

239
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donna Nagual conosciuta nel gruppo di Castaneda come ‘Carol’.


Nella bibliografia del suo splendido libro Castaneda e i Guerrieri di
Don Juan, Norbert Classen la relega in quella che lui stesso chiama
la ‘triste rubrica’ dei vari imitatori di Castaneda. Eppure i suoi
diversi libri raccontano in dettaglio sia della sua iniziazione alle pra-
tiche tolteche effettuata da Don Juan, Don Genaro e Dona Soledad,
che della sua conoscenza diretta di Carlos Castaneda con il quale,
come racconta in uno dei suoi libri, aveva effettuato un viaggio nel
sud del Messico per incontrare una famosa curandera, la sciamana
mazateca Maria Sabina, che faceva un uso tradizionale di funghi
magici. Taisha Abelar in una conferenza la definisce un ‘faro’ per
l’intero gruppo. Dietro la semplicità della narrazione, i suoi inse-
gnamenti denotano una maestria nelle arti sciamaniche ignota allo
stesso Castaneda. I particolari che racconta di sé stessa coincidono
coi dati biografici di ‘Carol Tiggs’. Per fare un esempio, il periodo
di dodici anni durante il quale era sparita dalla cerchia di
Castaneda, dove poi è ritornata negli anni ’80 per completare l’ulti-
ma parte della missione del gruppo; la fondazione di Tensegrity e la
condivisione con un vasto pubblico dei passi magici dei Toltechi,
come ha scritto lei stessa, con tutti coloro che avevano il coraggio di
affrontare delle esplorazioni nel mondo della percezione. Fino a
quel momento, questo aspetto degli insegnamenti toltechi era stato
nascosto al grande pubblico, così come per millenni era stato tra-
smesso in assoluta segretezza da ‘maestro’ a discepolo. Sembra che
secondo Carol non ci fosse più motivo di tenere segreta questa parte
del loro apprendistato, né di celare al mondo le conoscenze dei
Toltechi. Nel workshop tenuto il 2 maggio del 1998 nel ginnasio del
college di Santa Monica, Carol afferma che rendendo pubblici i
passi dei Toltechi aveva adempiuto ad una ‘profezia’ di Florinda
Senior, una delle sue insegnanti: “Se il gruppo dei quattro avesse avuto
abbastanza fegato da portare avanti il proprio cammino di guerrieri
della conoscenza, sarebbe venuto un giorno in cui il pesante stato d’a-
nimo degli antichi sciamani messicani sarebbe stato rimosso dai passi
stessi. Invece di essere ‘freddo’, ‘pesante’ e distaccato un nuovo stato
d’animo sarebbe finalmente subentrato, leggero e più preciso. Quel
momento finalmente era arrivato”222, si poteva adesso condividere con

240
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un vasto pubblico la profonda saggezza insita in questa serie di passi


che somigliano molto ai movimenti del Tai Chi e del Chi Kung e ad
alcuni tipi di movimenti delle arti marziali giapponesi. Bisogna anche
dire che Castaneda stesso aveva esperienza con le arti marziali orien-
tali ed era maestro di Kung Fu. Nella prospettica tolteca, i passi magi-
ci vanno effettuati per ‘viaggiare’ attraverso le posizioni del punto di
unione e recuperare l’energia perduta a causa del processo di addo-
mesticamento sociale e dell’attività de los voladores. Il tema del recu-
pero dell’energia dispersa stava particolarmente a cuore agli sciamani
messicani. A dire di tutti i membri del gruppo di Castaneda, il ritorno
di Carol Tiggs aveva segnato un cambiamento inaspettato. Come ha
affermato Florinda Donner-Grau in un workshop, Carol ha portato
una sferzata di energia grazie alla quale è stato possibile concludere
l’ultima parte della missione del gruppo223. Per Castaneda, con il ritor-
no di Carol il suo gruppo usciva finalmente dai ristretti obiettivi ‘pri-
vati’ in cui era confinato. Tutti i membri del gruppo erano stati intro-
dotti individualmente alla pratica dei passi magici da Don Juan e altri
sciamani della sua cerchia, che li avevano adattati ai bisogni energetici
di ciascuno. Con l’arrivo di Carol il gruppo elabora una versione dei
passi che, per la prima volta nella storia degli sciamani messicani, può
essere praticata da tutti.

Don Juan Matus – anche questo pseudonimo di un nome forse


mai conosciuto da nessuno – è stato uno degli ultimi Nagual messica-
ni dello scorso secolo. Per la precisione l’ultimo prima che arrivasse-
ro Carlos Castaneda e Carol Tiggs a chiudere il suo lignaggio. Sulla
esistenza storica di Don Juan testimoniano ampiamente i libri di
Castaneda e del circolo delle ‘streghe’. Ci sono molti aspetti della vita
di Don Juan che sono tuttora permeati di mistero. Uno di questi è
l’anno in cui si dice sia ‘morto’. Un altro mistero è l’iniziazione di
Carol Tiggs effettuata da Don Juan, di cui Castaneda scrive in manie-
ra molto velata nei suoi libri a causa del divieto di Don Juan. Nel
Dono dell’Aquila Carlos Castaneda scrive che Don Juan è morto negli

222
Merilyn Tunneshende, Conferenza al Santa Monica College, Santa Monica (US-
CA), 1998.
223
Si veda: http://sustainedaction.org/Chronologies/chronTiggsIV.htm

241
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anni ’70. Merilyn Tunneshende invece racconta ampiamente della vita


di Don Juan che, stando a lei, sarebbe vissuto fino agli anni Novanta.
Come mai questa discrepanza? Studiando a fondo la questione da
anni, all’improvviso la risposta mi è arrivata dopo un’intensa pratica
di ‘ricapitolazione’ con l’Iboga. Bisogna tenere presente che
Castaneda ha sempre seguito le direttive di Don Juan. È stato lui a sti-
molarlo a scrivere i suoi libri sulla saggezza tolteca e così ad aprire al
mondo occidentale un varco di conoscenza su una tradizione total-
mente sconosciuta, che con lui era arrivata all’ultimo esponente di
una discendenza di ventisette Nagual. Durante tutto il periodo coper-
to da questo lignaggio, gli sciamani avevano sempre operato nella più
assoluta segretezza. I primi tre libri di Castaneda, incentrati sull’uso
di piante di potere quali il Peyote (Lophophora Williamsii) –
Mescalito, come Don Juan chiamava lo Spirito del Peyote – la Datura
Inoxia – nota anche come l’erba del diavolo – e i Funghi Magici
(Psilocybe), hanno fatto record d’incassi in America e nel mondo.
Come Castaneda racconta, le autorità americane lo contattarono e lo
minacciarono di dover lasciar per sempre il paese, la sua amatissima
Los Angeles, se non voleva avere grane con le autorità. Nel momento
in cui l’uso di stupefacenti era esploso in America, con la concomi-
tante war on drugs decretata dal presidente Nixon nel 1971, la polizia
americana considerava i suoi libri come un incentivo per i giovani a
fare uso di droghe e per questo sarebbe stato punito per legge. Da
quel momento le cose presero una svolta nella vita e nelle decisioni sia
di Castaneda, ma anche, di riflesso, di Don Juan. Entrambi conosce-
vano bene la distinzione tra enteogeni – che rafforzano le condizioni
del corpo energetico e lo aiutano a risvegliarsi – e le cosiddette ‘dro-
ghe’, che invece deteriorano il corpo energetico e vanno a rafforzare
i ‘parassiti’, ma hanno pensato che non era quello il momento di pro-
vare a spiegare questa differenza alle autorità americane.

Da allora nei libri di Castaneda la questione delle cosiddette sostan-


ze ‘psichedeliche’ ha preso una nuova piega. Di certe ‘scelte obbligate’
da lui compiute, Castaneda parla in maniera molto velata nei libri suc-
cessivi a Una Realtà Separata. Don Juan ha deciso quindi che la cosa più
saggia sarebbe stata quella di far morire il Don Juan dei ‘romanzi’ di

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Castaneda. Un colpo geniale! Don Juan voleva di certo aiutare


Castaneda a uscir fuori da questa drammatica impasse e ad usarla alla
maniera tolteca, come una sfida per una crescita personale. Un guer-
riero tolteco della conoscenza non considera mai le situazioni difficili
che ci mettono a dura prova come maledizioni o cattiva sorte, essendo
queste ultime delle categorie inadeguate a descrivere la vita degli uomi-
ni di conoscenza. I Toltechi non credono nella pace come assenza di
conflitto, sono dei combattenti e credono che per crescere ci sia biso-
gno di opposizione, di lotta. Per questo considerano cruciale la funzio-
ne svolta dai ‘tiranni’, qualunque forma prendano nella propria vita. Il
confronto coi ‘tiranni’ era una delle loro principali pratiche che aveva
lo scopo di raffinare lo Spirito come fa il fuoco con l’oro.

Castaneda aveva attratto l’attenzione di milioni di persone, persino


del “New York Times” che gli aveva dedicato una prima pagina di
copertina, ma sembra che non tutti fossero suoi ‘amici’. Molti lo con-
sideravano come uno dei guru della beat generation, il suo nome veni-
va fatto accanto ad altri nomi di grido in quel momento, ad esempio
quello di Thimothy Leary, il famoso psicologo e scrittore che ha pro-
mosso l’uso in America di diverse sostanze psichedeliche. Thimothy
Leary aveva condotto esperimenti con la psilocybina e con l’LSD e
aveva trovato che queste sostanze possiedono proprietà terapeutiche
per usi psichiatrici. In particolare Thimothy Leary affermava che la
psilocibina risulterebbe particolarmente efficace per curare gli stati di
depressione mentre l’LSD sembrerebbe adatta a guarire da esperienze
traumatiche. Gli studi effettuati dal dott. Juan R. Sanchez224 e dal suo
team225, hanno confermato le affermazioni di Timothy Leary.

224
Il professor Sanchez Ramos insegna Neurologia alla University of South Florida di
Tampa (Florida). È affiliato con il Memorial Hospital di Tampa, il Moffitt Cancer
Center, l’ospedale St Joseph e il Tampa General Hospital.
225
Si veda: Briony J. Catlow, Shijie Song, Daniel A. Paredes, Cheryl L. Kirstein, Juan
Sanchez-Ramos, Effects of psilocybin on hippocampal neurogenesis and extinction of
trace fear conditioning, in “Experimental Brain Research”, vol. 228, n. 4, ago. 2013,
pp. 481-491.
Si veda anche Psilocybin Mushrooms Found to Grow and Repair Brain Cells sul sito:
http://timewheel.net/Tome-Psilocybin-Mushrooms-Found-to-Grow-and-Repair-
Brain-Cells

243
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Attivando determinati recettori cerebrali (ippocampo e amygdala) la


psilocibina stimola la guarigione e la crescita delle cellule cerebrali. I
risultati delle ricerche mostrano che l’effetto della psilocibina rivitaliz-
za l’azione di recupero di cellule cerebrali danneggiate ed è altamente
efficace nell’alleviamento di depressione e DPTS andando ad agire su
meccanismi automatici della psiche. Quanto sostenuto dal dottor
Sanchez e dal suo team – che la psilocibina incrementa i processi di
apprendimento e stimola la neurogenesi dell’ippocampo – si basa sul-
l’evidenza scientifica che, agendo sullo specifico recettore tipo 5-HT –
più precisamente sul recettore 5-HT2A – la serotonina apre delle pos-
sibilità ai trattamenti dei disturbi generati dall’attivazione automatica
della paura. L’azione della Psilocybe, simile in questo a quella di altri
enteogeni, corrisponde ad un risettaggio del cervello. L’effetto della
Psilocybe corrisponde ad un funzionamento cerebrale sano e con
incrementate capacità di concentrazione e di utilizzo della memoria sia
spontanea che involontaria, sia a breve che a lungo termine.

L’anello di congiunzione tra Castaneda e la beat generation è rap-


presentato dall’interesse per le sostanze psichedeliche, ma il fatto che
all’interno della beat generation avvenisse un uso sregolato e smoda-
to di ogni tipo di psichedelici, droghe incluse, rappresenta la grande
differenza che di fatto li colloca in posizione diametralmente oppo-
sta. Dal punto di vista dei Toltechi l’uso di droghe che creano dipen-
denza nasce dal bisogno di fuggire la realtà mentre loro vogliono
confrontarcisi. Per questo a Castaneda non piaceva l’angolo in cui
era stato improvvisamente relegato. Bisogna anche dire che il ruolo
di ‘guida’ per le grandi masse a Castaneda stava stretto. Don Juan gli
aveva ripetutamente insegnato che sulla strada della conoscenza non
ci sono guru da scimmiottare, non c’è bisogno di guida, tutto ciò di
cui si ha bisogno è l’energia. Inoltre, da Don Juan aveva imparato un
atteggiamento di sobrietà verso ogni forma di dipendenza e di schia-
vizzazione dello Spirito e la necessità, per chiunque sia sul sentiero
della conoscenza, di prendersi la totale responsabilità di sé stessi.

Nei romanzi successivi ai primi tre, Castaneda non nomina più


alcun enteogeno. Da allora in poi, se ne fa menzione è solo per con-

244
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siderarli, in senso negativo, come sostanze nocive alla salute. Al cul-


mine della sua popolarità, seguendo le indicazioni di Don Juan, per
far perdere le tracce di sé stesso ma anche per imparare l’arte del-
l’umiltà, si mette a lavorare come garzone di un locale, a vendere
hamburger e come giardiniere. Assume l’identità del señor
Cordoba. Scompare dalla scena sociale, pur continuando a pubbli-
care i suoi libri, i quali a parere di alcuni mancano della freschezza
dei primi tre, scritti senza remore né timori di censure. Leggendoli
attentamente, ho notato che in certi punti egli racconta esperienze
che ricordano quelle indotte dagli enteogeni, in particolare col
peyote, senza però menzionarli esplicitamente. Per esempio il suo
resoconto riguardante il suo incontro con lo Sfidante della Morte.
Nei suoi ultimi libri si nota quanto si muova sempre più a suo agio
nell’universo della magia tolteca, un mondo che all’inizio del suo
apprendistato non riusciva a comprendere, essendo, la sua, una pre-
parazione universitaria di tipo accademico e fortemente orientata
verso una comprensione razionale dell’universo. La cornice crono-
logica entro cui avvengono i fatti raccontati diventa un po’ vaga,
tant’è che alcuni studiosi hanno cominciato a sospettare che
Castaneda stesse inventando le sue storie. C’è anche chi ha insinua-
to che Don Juan fosse solo il frutto della sfrenata fantasia di un
eccellente scrittore. La qualità delle sue opere è difatti, dal punto di
vista artistico, molto alta. Alcuni dei suoi romanzi, come A scuola
dallo Stregone, Viaggio ad Ixtlan e Il Potere del Silenzio, sono dei
capolavori dal punto di vista letterario. Le atmosfere che l’autore
riesce a creare fanno parte della migliore letteratura mondiale dello
scorso secolo.

La pratica dei sognatori: ‘creare un ponte’


Nei libri di Merilyn Tunneshende la storia della vita di Don Juan
– in realtà molto longeva, essendo di costituzione eccezionale –
viene raccontata diversamente. Si può supporre che tanto
Castaneda quanto Carol, come tutto il gruppo di Castaneda, per
rispetto verso il Maestro abbiano voluto mantenere segreto il fatto
che Don Juan era vivo mentre tutti credevano fosse morto. ‘Carol’
ha rivelato la verità solo dopo la reale morte di Don Juan che è

245
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avvenuta dopo essersi riunita al gruppo di Castaneda. Negli anni


’90 comincia a pubblicare i suoi libri sulla iniziazione ‘privata’ che
aveva ricevuto. Si è trattato, di fatto, di una iniziazione molto par-
ticolare. Don Juan ha incontrato Carol per la prima volta verso la
fine del 1966 nel parco Alameda di Città del Messico, mentre stava
facendo una passeggiata insieme a Castaneda. Aveva diciannove
anni. Era a Città del Messico per studiare storia dell’arte. Questo
fatto coincide con l’affermazione di Carlos Castaneda che Don
Juan li avrebbe trovati insieme quasi nello stesso momento. Don
Juan sarebbe andato più volte a visitarla e le avrebbe rivelato che
era una donna Nagual. Nel 1980 si è laureata come agopunturista
presso il California Acupuncture College. Gran parte della sua vita
è avvolta in un impenetrabile alone di mistero. I libri di ‘Merilyn’
offrono una visione del fenomeno sciamanico messicano e del
mondo di Don Juan da una prospettiva molto profonda e legger-
mente diversa da quella di Castaneda. Le atmosfere sono più rea-
listiche, gli insegnamenti di Don Juan molto chiari e corredati da
esercizi pratici, i personaggi appaiono più vicini alla realtà rispet-
to a quelli raccontati da Castaneda, per esempio i ritratti che fa di
Don Genaro (da lei chiamato Chon) e di Dona Soledad
(Celestina).

Merylin Tunneshende è l’unica tra gli allievi di Don Juan a ripor-


tare di aver ricevuto insegnamenti riguardo ad una particolare prati-
ca tolteca relativa all’arte di sognare: la pratica del creare un ponte.
Nei suoi libri Merylin dà particolare attenzione a questa pratica rac-
contando sia le vicende autobiografiche durante le quali ha ricevuto
gli insegnamenti, sia spiegando nei dettagli di cosa si tratta. Nel suo
Don Juan and the Art of Sexual Energy226, fa notare che la lingua ingle-
se non permette di usare un termine più adeguato di bridging per
esprimere la pratica tolteca che indica. Il problema a mio avviso si
complica quando si vuole tradurre questo termine dall’inglese all’ita-
liano. Per attenermi alla traduzione inglese lo traduco con l’espres-
sione ‘creare un ponte’ rifacendomi al termine latino ‘pontifex’. Nella
226
Merilyn Tunneshende, Don Juan and the Art of Sexual Energy, Rochester (US-VT),
Bear & Company, 2001.

246
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sua introduzione al libro, Merilyn riporta la seguente affermazione di


Don Juan: “il sogno rappresenta la più profonda e sana forma di tran-
ce, sperimentabile dal corpo umano; tra tutti gli stati di trance è quel-
lo che ha più valore a causa della sua profondità, della sua capacità
visionaria ed anche perché il corpo energetico vi può viaggiare libe-
ramente. È questo il modo in cui gli sciamani trovano i loro canti di
guarigione e le loro piante medicinali, capi guerrieri si caricano di
potere e leader pubblici imparano cosa dire alla gente”227 e afferma:
“sotto la benevolente tutela di Don Juan ho scoperto che il potere del
sogno è strumento indispensabile per una guarigione spirituale”228.
Pur non essendo dei puritani, la dispersione dell’energia sessuale dai
Toltechi viene vista come un ostacolo alla pratica spirituale e in parti-
colare alla pratica del sognare. In base alle loro esperienze, per poter
sognare gli uomini hanno bisogno di energia sessuale, che si accumu-
la nelle ghiandole surrenali, mentre le donne usano l’utero ed hanno
bisogno di non disperdere energia tramite contatti sessuali. I contatti
sessuali le rendono dipendenti dall’energia degli uomini a causa di
filamenti energetici a forma di vermi che rimangono nell’utero. Gli
sciamani messicani avvertono che questa condizione di dipendenza
dura per diversi anni dopo i rapporti sessuali. Riguardo all’energia
sessuale degli uomini e alla sua relazione col sognare, Don Juan sostie-
ne che un uomo o fa l’amore o sogna. Negli uomini, la dispersione
dell’energia sessuale provoca dei pericolosi sbalzi del punto di unio-
ne e impedisce di tenere focalizzata l’attenzione del sogno.

Nella pratica tolteca del creare un ponte la manifestazione del


sogno deve divenire visibile in questo mondo. Come afferma Don
Juan: “al fine di avere un vero potere, il sogno deve essere portato nel
mondo in modo che tutti lo vedano”229. Don Juan si riferisce, tra l’al-
tro, a quegli eventi che in Occidente Carl Gustav Jung ha chiamato
per la prima volta ‘sincronicità’. La sincronicità può essere definita la
realtà della magia portata qui sulla Terra da una dimensione miste-
riosa.

227
Ivi, Intr. p. XI.
228
Ivi, p. 7.
229
Ivi, p. 8.

247
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Mentre le donne ricevono i loro sogni nel grembo e li nutrono


attraverso la loro energia sessuale, gli uomini si devono costruire un
grembo all’interno di caverne e canyon che rappresentano il grembo
della Madre Terra. I canyon e le grotte che si trovano nel Colorado
River sono pieni di murales che rappresentano le visioni dei sogni
degli sciamani che li aiutavano a ricongiungersi col potere del sogno.
Come dice Don Juan, un potente sciamano non ha comunque biso-
gno di murales, ma porta sempre con sé, fisicamente ed energetica-
mente, lo spazio del grembo di Madre Terra ed è capace di entrare nel
regno del sogno ogniqualvolta sia necessario. Lo Spirito va continua-
mente onorato e condotto in quello spazio in modo che esso stesso
abbia voglia di rimanere presso lo sciamano. Don Juan afferma che
“questo è il problema che molti bianchi hanno, che li fa vivere in una
situazione di squilibrio e che alla fine li rende impotenti: disonorano
l’energia femminile dell’universo, il ‘femminino’. Uno sciamano con
del sale nella zucca non farebbe mai una cosa del genere”230.

I due corpi energetici: il lato sinistro e il lato destro della consape-


volezza
Per superare l’impasse di uno squilibrio tra energia femminile e
energia maschile i Toltechi hanno sviluppato degli esercizi per quelli
che loro chiamano il ‘corpo sinistro’ e il ‘corpo destro’. Scrive
Castaneda: “Tutta l’organizzazione dell’insegnamento di Don Juan si
basava sull’idea che l’uomo ha due tipi di consapevolezza che chia-
mava il lato destro e il lato sinistro e di conseguenza differenziava i
propri insegnamenti in lezioni per il lato destro e lezioni per il lato
sinistro. Il corpo destro sta per lo stato necessario nella veglia diurna,
il corpo sinistro rappresenta il lato misterioso dell’uomo, lo stato di
consapevolezza necessario per esercitare la funzione di sciamano e
veggente”231 e ancora: “Il campo della consapevolezza del corpo sini-
stro è il campo più vasto che si possa immaginare, tanto vasto da sem-
brare illimitato”232.
La pratica del sogno lucido fa parte degli esercizi per il corpo sini-
230
Ivi
231
Carlos Castaneda, Il fuoco dal profondo, op. cit., p. 7.
232
Ivi, p. 81.

248
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stro, l’aspetto intuitivo della psiche che parla e comunica per imma-
gini, che ha la capacità di sintetizzare le informazioni che riceve e che
manda, di unificare la molteplicità spaziotemporale. I Toltechi non
parlano di parte sinistra e parte destra del corpo, anche se questa con-
cezione le include, ma di due corpi energetici che corrispondono alle
dimensione del Tonal e del Nagual, l’unica vera dualità che sta alla
base di tutto. Questa dualità trova delle analogie nella teoria cinese
dell’energia Yin e Yang e nella suddivisione della biologia occidentale
tra funzioni volontarie ed involontarie del corpo (in corrispondenza
del funzionamento del sistema nervoso simpatico e parasimpatico) e
nella distinzione tra parte destra e sinistra del cervello. Negli esseri
umani il corpo destro si trova in una posizione dominante e di con-
trollo rispetto all’insieme del nostro essere. Non si tratta di un feno-
meno naturale in quanto dipende dall’azione operata da los voladores.
Il corpo sinistro può essere accostato all’energia del ‘veggente inte-
riore’, la capacità di ‘vedere’ il flusso dell’energia, è l’energia del caos
purificatore, il caos fecondo che distrugge le illusioni. La spiritualità
cristiana lo chiama lo Spirito dell’Arcangelo Michele, il quale viene
rappresentato mentre impugna una spada di fuoco. Il corpo destro
invece è l’energia che tende a portare ordine nel caos. L’energia del
corpo sinistro è diretta, aggressiva, provoca delle esplosioni, mentre
l’energia del corpo destro si muove in maniera pacifica, ripetitiva,
prevedibile233. È per questo che il corpo destro suscita l’interesse de
los voladores nel loro tentativo di soffocare il corpo sinistro e con esso
l’energia del Nagual.

Un fenomeno simile sembra sia accaduto anche lungo il percorso


di ‘evoluzione’ del genere umano, quando da una predominanza del
potere femminile – il matriarcato – si è passati ad una dominanza
maschile – il patriarcato – che si è valsa della forza dei voladores per
arrivare ad essere vincente. Per i Toltechi tutto l’universo è femmini-
le ed è di natura predatoria. A livello filogenetico l’aspetto femminile
negli esseri umani è indicato con l’abbinamento dei cromosomi XX,
mentre quello maschile con i cromosomi XY. Questa differenza sta a
confermare che l’energia maschile è una specificazione di quella ori-
233
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 196.

249
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ginaria femminile. “Per i Toltechi lo sfruttamento sociale della donna


non è il risultato di una presunta inferiorità del cosiddetto sesso debo-
le, ma è semplicemente espressione dello sfruttamento energetico che
ne sta alla base”234. Numerosi eventi storici testimoniano l’avversione
e talvolta la guerra aperta degli uomini contro le donne e le antichis-
sime conoscenze, sviluppatesi nel Neolitico, da loro custodite. Valga
come esempio la persecuzione contro le streghe nel Medioevo e
durante la Controriforma. “Malgrado l’abolizione della schiavitù e la
recente parificazione dei diritti tra uomini e donne, nelle società con-
temporanee gli appelli all’uguaglianza, alla libertà e alla democrazia
valgono solo per quei pochi che hanno vinto nella lotta per il pote-
re”235. In definitiva la società umana presenta fenomeni simili a quelli
individuati nei gruppi di scimmie, dove la lotta per una buona posi-
zione nella gerarchia del clan, la difesa e il mantenimento di un rango
sociale, occupa un posto centrale. È questa posizione che determina
il grado di rispetto, l’attenzione e l’ubbidienza che l’individuo riceve
dal gruppo236.

Mentre per gli esercizi del corpo sinistro chiamato anche il lato
sinistro della consapevolezza si usa il sogno lucido, per gli esercizi del
corpo destro si usa la coscienza diurna come materiale di esplorazio-
ne energetica. L’arte dell’agguato fa parte degli esercizi per il lato
destro della consapevolezza. Trattando col mondo diurno ci troviamo
in un diverso tipo di ‘sogno’ da cui, come in quello della dimensione
onirica, ci possiamo risvegliare. Il risveglio è dato dal non fare, che
significa smettere di aderire a presupposti convenzionali e condizio-
nati attraverso il portale del silenzio mentale e dell’‘intento impecca-
bile’. Si usa l’energia della consapevolezza per venire a capo del mito-
te, termine tolteco che indica il luogo dove parlano diecimila voci
tutte insieme: l’illusione.

Los voladores
Osservando il campo energetico delle persone, i Toltechi videro

234
Ivi, p. 118.
235
Ivi, p. 132.
236
Ivi, p. 107.

250
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che l’Uovo di Luce di cui l’individuo è composto e la corrispondente


energia della consapevolezza, nell’essere umano adulto si riducono
enormemente rispetto a quelli dei bambini. Dapprima pensarono che
questa perdita di energia fosse dovuta al processo di socializzazione
dell’individuo, ma poi notarono la presenza di esseri scuri che erano
sfuggiti alla loro osservazione. Videro anche che queste entità apprez-
zano un certo tipo di cibo con cui si nutrono e rafforzano all’interno
del campo energetico della persona. Agli occhi di uno sciamano que-
sto campo energetico si presenta come un luminoso uovo di energia
che circonda il limite somatico del corpo, quello che in Oriente è
conosciuto col nome di aura e che la scienza occidentale chiama
campo elettromagnetico. Rafforzandosi i voladores, si indebolisce l’e-
nergia della persona, in particolare la lucentezza della consapevolez-
za che si riduce notevolmente di dimensione. Il campo elettromagne-
tico diventa debole; dal punto di vista tolteco il corpo presenta dei
buchi energetici che sono localizzati tra i reni e gli organi sessuali. I
voladores non solo succhiano energia come buchi neri interni, ma
attraverso un incessante e corrosivo dialogo interiore prescrivono
continuamente cosa fare e cosa pensare. Il tipo di energia caratteriz-
zata da atteggiamenti egomaniaci, sfoghi emozionali, autocommisera-
zione e tendenza ad indulgere nei propri difetti e debolezze, è il tipi-
co ‘cibo’ che i voladores apprezzano in modo particolare. Los volado-
res non ascoltano, vogliono, pretendono, comandano, cercano conti-
nuamente il controllo, hanno costantemente fame di qualcosa. Ma
hanno sempre un punto debole che può ridurli nella polvere da cui
provengono. Sono in realtà forme primitive di energia cresciute
durante miliardi di anni che hanno trovato nel campo energetico degli
esseri umani terreno fertile per potenziarsi e moltiplicarsi. Los vola-
dores possono essere paragonati agli ‘spiriti affamati’, i rappresentan-
ti di uno dei sei regni dell’esistenza umana di cui parla il Buddhismo
tibetano e che visivamente vengono anche rappresentati nei mandala.
Sono spiriti che acquistano potere solo se glielo consentiamo, se con-
cordiamo nel dare loro il cibo che prediligono, se li accettiamo come
i nostri capi, se accordiamo loro il diritto di scegliere e decidere per
noi. Così come possono venire nutriti, i voladores, in mancanza di
cibo appropriato, possono anche morire di fame e finalmente scom-

251
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parire dal campo energetico della persona. Disciplina, sobrietà e con-


sapevolezza risultano a los voladores particolarmente indigeste.
Quando il campo energetico di una persona è danneggiato da los
voladores, questa presenta determinati sintomi quali “stati di affatica-
mento, instabilità emotiva, irritabilità, mancanza di spontaneità e
capacità di reazione, incapacità a concentrarsi e a portare a termine
progetti a lungo termine”237. Los voladores, per quanto facciano di
tutto per apparire grandi e importanti, rendono decisamente deboli.
Al contrario, avere forza interiore, secondo Don Juan significa “pos-
sedere un senso di equanimità, quasi di indifferenza, un senso di sere-
nità, di allegria. Soprattutto vuol dire avere una naturale inclinazione
verso la comprensione. I nuovi veggenti chiamarono ‘sobrietà’ tutti
questi tratti del carattere”238.

Sembra che i bambini, specialmente i neonati, che ancora vivono


nella ‘culla’ dell’Uovo di Luce e non hanno ancora subito il forzato
processo di ‘intergrazione sociale’, abbiano una speciale predisposi-
zione a ‘vedere’ los voladores dai qual sono giustamente terrorizzati.
Loro li vedono per quello che sono: delle energie vampiriche. Questi
spiriti amano spazi ombrosi, dove manca la luce, agiscono di soppiat-
to: sono alleati dei mondi oscuri dell’inconsapevolezza, della man-
canza di lucidità. La lucidità per i Toltechi rappresenta la capacità di
osservare le cose per come sono senza operare manipolazioni né inter-
pretazioni. Dove c’è un varco senza luce los voladores ci si infilano,
hanno a loro modo molto intuito. Vivono certamente nei meandri del
regno dell’ego e la durata delle loro vite è lunghissima. La loro esi-
stenza non si esaurisce in una singola vita, ma si reincarnano su que-
sta Terra in altre successive vite appena le condizioni lo permettono.
Incidenti, esperienze traumatiche, karma negativo accumulato per
molte generazioni permettono loro di reincarnarsi. Interessante a
questo proposito notare quanto afferma il maestro esseno Omraan
Mikhael Aivanhov239 il quale, pur non facendo riferimento a los vola-

237
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 171.
238
Carlos Castaneda, Il fuoco dal profondo, op. cit., p. 191.
239
Omraan Mikhael Aivanhov (1900-1986) filosofo e pedagogo bulgaro. Il tema
dominante delle sue opere è l’essere umano e il suo perfezionamento per una miglio-

252
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dores dei Toltechi, menziona l’esistenza di ‘spiriti indesiderabili’ che


acquistano potere su di noi solo se glielo consentiamo: “Quando enti-
tà malefiche hanno l’intenzione di nuocervi – afferma Aivanhov –
fanno di tutto per mettervi in condizioni tali da farvi commettere
degli errori; infatti è la vostra debolezza che dà loro il diritto di tor-
mentarvi”240.

Per i Toltechi, un Nagual è uno sciamano che ha mollato la presa


da tutti i pensieri che lo conducono nella separazione, le forme di
pensiero che alimentano le storie dell’ego di cui i voladores vanno
ghiotti. Questa è stata la scoperta dei Toltechi della seconda genera-
zione, quella che verso il primo millennio dell’era cristiana ha comin-
ciato un processo di ricostruzione dei capisaldi dello sciamanesimo
messicano sopra le ‘rovine’ della prima generazione di sciamani
Toltechi. Essi scoprirono anche che andando a risvegliare il corpo
energetico grazie all’energia della lucidità, sia nella vita diurna che in
quella notturna, inevitabilmente appaiono los voladores, essendo que-
sti ultimi degli esseri che amano operare nell’oscurità e nell’inco-
scienza, il loro regno. Los voladores si sentono minacciati dall’energia
della presenza mentale perché sanno che questa energia li può ucci-
dere, li può annientare. Non è possibile installarsi nell’energia della
presenza mentale e nello stesso tempo identificarsi col ‘programma’
che la mente ci propone sul momento. I sogni effettuati con l’intento
di fare un salto qualitativo nella propria vita possono diventare dei
veri e propri incubi prima che los voladores riducano il loro potere su
di noi ed escano definitivamente dal nostro campo energetico. Los
voladores somigliano a quei funghi della pelle che non solo sono dif-
ficili da estirpare, ma sono anche molto resistenti e, una volta estirpa-
ti, sono pronti a rispuntare alle prime condizioni propizie. Per debel-

re comprensione della vita interiore e una migliore condotta nella vita quotidiana. A
partire dal 1938 e fino al 1986, Aïvanhov ha tenuto circa 4500 conferenze in france-
se, dapprima in Francia, poi in Svizzera, Canada, Stati Uniti, India, Svezia e
Norvegia. Inizialmente le sue conferenze sono state stenografate, a partire dal 1960
sono state registrate su bande magnetiche, poi su videocassette e infine, a partire dal
1972, stampate e tradotte in una trentina di lingue.
240
Omraan Mikhael Aivanhov, Le parabole di Gesù interpretate dalla scienza iniziatica,
Tavernelle (PG), Edizioni Prosveta, 1994, p. 173.

253
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lare sia los voladores che i funghi della pelle è necessario capire in che
modo li nutriamo nella vita di tutti i giorni e, una volta scomparsi,
cosa dobbiamo e non dobbiamo fare perché non si ripresentino.

Il primo e il secondo livello dell’attenzione


Per i Toltechi il primo livello dell’attenzione è l’energia di cui fac-
ciamo uso per aderire agli accordi del sogno infernale del Pianeta in
base ai quali subiamo un processo di addomesticamento alle regole
e alle superstizioni della società e della famiglia in cui viviamo.
Nell’addomesticamento, i Toltechi avevano già individuato un pro-
cesso dalle origini sconosciute, tipicamente umano. A tale proposi-
to, Norbert Classen afferma che “diversi decenni fa l’etologo e pre-
mio Nobel Konrad Lorenz241 aveva richiamato l’attenzione su strani
segni di addomesticamento nella fisiologia e nel comportamento
dell’essere umano civilizzato che ci accomunano ai nostri animali
domestici, e che egli poteva spiegarsi solo con l’ipotesi che noi
umani ci stiamo addomesticando da soli”242. Segno tipico della
nostra mentalità da animali addomesticati è il fatto che gli esseri
umani definiscono il proprio benessere e il senso del proprio valore
in base alle ricompense o punizioni che ricevono. Il Nagual Don
Miguel Ruiz afferma che “l’addomesticamento è così forte che ad un
certo punto non abbiamo più bisogno di istruttori, siamo così bene
addestrati che diventiamo noi il nostro istruttore. Quando non
seguiamo le regole imposteci dal nostro sistema di credenze, ci
puniamo”243. Il modo per punirci è la continua autodenigrazione e il
senso di colpa. Il senso di colpa assume la fisionomia del Giudice,
che si manifesta nella forma di una voce nella testa i cui verdetti molti
di noi trovano inappellabili e irrevocabili.

241
Konrad Zacharias Lorenz (1903-1989) è stato uno zoologo ed etologo austriaco. È
considerato il fondatore della moderna etologia scientifica, da lui stesso definita come
“ricerca comparata sul comportamento”. Nel 1973 gli è stato conferito il Premio
Nobel per la medicina e la fisiologia “per le scoperte di modelli di comportamento
individuale e sociale”.
242
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 140. Ci si
riferisce qui al libro di Konrad Lorenz, Der Abbau des Menschlichen, Munchen, 1986;
edizione italiana: Il declino dell’uomo, Milano, Mondadori, 1987.
243
Don Miguel Ruiz, I quattro accordi, op. cit., p. 18.

254
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Il secondo livello dell’attenzione è l’energia della lucidità che per-


mette di trasformare le convinzioni basate su menzogne e illusioni e la
sofferenza inevitabile che da esse deriva. Le convinzioni più pericolose
sono quelle basate su falsi presupposti come per esempio quello di cre-
dere che – seguendo il famoso detto: ‘occhio per occhio, dente per
dente’ – la vendetta sia il modo per trovare sollievo alla nostra soffe-
renza quando veniamo feriti. Vogliamo punire chi ci ha ferito. Alcuni
ne fanno una rigorosa regola di vita. La punizione può assumere forme
diverse, dalla violenza fisica e verbale ad una difensiva, cinica indiffe-
renza. In realtà tanto più nutriamo dentro di noi i semi della vendetta e
dell’indifferenza, tanto più soffriamo. La nostra anima non ne esce sol-
levata, piuttosto, alla fine, come un pianticella senz’acqua, muore. Non
fa differenza se determinate convinzioni ci facciano credere di essere
onnipotenti e immortali, i padroni del mondo, oppure impotenti e insi-
curi, complessati. In entrambi i casi non siamo felici, perdiamo il con-
tatto con la nostra autenticità a favore di un’identità fittizia. Per dare
un’idea di questo processo in cui finiamo per identificarci con un’iden-
tità falsa o con un ruolo, ricordiamoci del ritratto di Dorian Gray
descritto da Oscar Wilde. Dorian, il protagonista della storia, rimane
giovane per sempre mentre il suo ritratto invecchia e si imbruttisce in
maniera inquietante. Lo stesso accade ai tanti sepolcri imbiancati della
nostra società che, come le immagini di cartelloni e spot pubblicitari,
appaiono belli e attraenti ma sono totalmente vuoti di contenuto.

Il secondo livello dell’attenzione è l’energia che ci permette di tra-


sformare i sogni abituali in sogni lucidi, cosa che ci consente di acce-
dere ad un altro livello dell’energia, quello del corpo energetico e di
visitare mondi ‘altri’ rispetto a quello della vita quotidiana.
Riferendosi all’universo del sogno, Don Juan afferma: “La Seconda
Attenzione è come un oceano e l’Attenzione del Sogno come un
fiume che vi si riversa. La Seconda Attenzione è la condizione di esse-
re consapevoli di mondi totali, totali come è totale il nostro mondo,
mentre l’Attenzione del Sogno è la condizione di essere consapevoli
degli oggetti dei nostri sogni”244.
244
Carlos Castaneda, L’arte di sognare, op. cit., p. 40, si veda comunque tutto il capi-
tolo secondo.

255
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I frattali: un nuovo paradigma della realtà


Per i Toltechi il concetto di realtà è esclusivamente legato a con-
venzioni sociali e non è affatto ovvio come invece può esserlo per la
filosofia occidentale che, da Aristotele in poi, riduce a non esistente
tutto ciò che non corrisponde alle regole della logica: se A=B e B è
diverso da C, allora A sarà diverso da C. Pur se pratico per la vita di
tutti i giorni, i Toltechi ci dicono che non si può applicare questo prin-
cipio alla vita stessa. La realtà è molto più complessa di quello che
indica questa semplice equazione logica. La logica occidentale ignora
un’altra legge secondo cui tutto l’universo è correlato e in ogni ente è
insito tutto il resto. Questa legge include la logica aristotelica ma nello
stesso tempo la trascende. La scoperta dei ‘frattali’ del geniale mate-
matico Benoît Mandelbrot245, considerata la scoperta più straordinaria
di tutta la storia della matematica, è arrivata a questa antichissima
conoscenza buddhista246. Nel 1977 il matematico polacco ha rivolu-
zionato il mondo scientifico pubblicando The Fractal Geometry of
Nature. Nel suo libro mostra come un gran numero di fenomeni natu-
rali che precedentemente erano stati spiegati come il risultato del caso,
fortuite coincidenze, di fatto sono organizzati in frattali. Questi feno-
meni ricadono nell’ambito delle sincronicità studiate da Carl Gustav
Jung. Secondo questa rivoluzionaria teoria, la possibilità che nella
‘realtà’ avvengano fenomeni considerati ‘paranormali’ o ‘miracolosi’
che infrangono le cosiddette leggi naturali e la logica aristotelica, è
molto più ampia di quello che qualunque persona sia disposta a rico-
noscere e dipende da precise leggi matematiche. I frattali sono figure
geometriche che corrispondono a complesse formule matematiche
secondo le quali ogni singola parte di un’immagine, isolata, è identica
all’insieme dell’immagine complessiva. Questo tipo di figure geometri-
che vengono anche chiamate ologrammi. L’immagine finale di un olo-
gramma ha la stessa forma di quella originale con cui è costruita. Que-
sta prospettiva, a livello epistemologico, permette di ipotizzare entità
che si ripetono spiralicamente all’infinito, così come fa il DNA,

245
Benoît Mandelbrot (1924-2010) è stato un matematico polacco naturalizzato fran-
cese, noto per i suoi lavori sulla geometria frattale.
246
Benoît Mandelbrot, The Fractal Geometry of Nature, New York, W. H. Freeman &
Co, 1977.

256
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che rappresenta la memoria indispensabile allo sviluppo e al corretto


funzionamento di gran parte degli organismi viventi. Per mostrare
come funzionano i frattali si può usare l’immagine di due specchi che
riflettono all’infinito la loro immagine. Mentre dalla prospettiva
logico-discorsiva la realtà è rappresentata dagli specchi, nella prospet-
tiva dei frattali la realtà risiede nell’infinitezza delle immagini. Alcuni
ricercatori, rivoluzionando il concetto stesso di fenomeno naturale,
inteso nella maniera aristotelica come un ente separato da tutto il resto,
stanno trovando sempre più campi di applicazione di questa teoria
matematica. Per esempio l’attività e la connessione tra i neuroni e la
variazione dell’intensità dei suoni in tutte le melodie musicali funzio-
nano seguendo il paradigma dei frattali247. L’Ibogaina stessa ristabilisce
nel cervello un tipo di organizzazione frattalica collocando certe aree
del cervello in uno stato identico a quello fetale, che potremmo definire
uno stato di azzeramento248: è in questo modo che l’Iboga rende pos-
sibile il risettaggio del cervello limbico. Se i frattali potessero essere
associati ad un numero, questo sarebbe decisamente lo zero. “Lo psi-
cologo David L. Gilden249, da parte sua, ha ipotizzato che variazioni
temporali di tipo frattalico costituiscano anche la base del pensiero
logico e della capacità decisionale umana”250. Un altro esempio che
mostra come funzionano i frattali è l’osservazione che sia a livello
sub-atomico che a livello stellare o galattico, la struttura dell’energia
si manifesta allo stesso modo. L’atomo può essere visto come un
microsistema stellare del tutto simile a quelli del sole. La percen-
tuale di materia di un atomo corrisponde allo 0,5% della totalità del
suo campo elettromagnetico. Come una stella crea intorno a sé il suo
campo elettromagnetico così fa l’atomo. Un altro esempio di come la
realtà funzioni seguendo lo schema dei frattali è il corpo umano
dove, secondo la medicina cinese, in ogni parte ritroviamo la totalità
del corpo; questo vale per le orecchie, le mani, i piedi, il torso, l’iride
247
Vincent Ravalec, Mallendi, Agnés Paicheler, Iboga: The Visionary Root of African
Shamanism, op. cit., p. 180.
248
Ivi, p. 179.
249
David L. Gilden insegna presso il Dipartimento di Psicologia della University of
Texas di Austin.
250
Vincent Ravalec, Mallendi, Agnés Paicheler, Iboga: The Visionary Root of African
Shamanism, op. cit., p. 180.

257
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dell’occhio, etc. che nella medicina cinese vengono utilizzati come


strumento di diagnosi o di cura.

Il paradigma dei frattali ci fornisce una nuova chiave di lettura


dell’universo, che è in perfetta sintonia con le millenarie conoscenze
buddhiste e sciamaniche. In tanti dei suoi splendidi Dharma-talks il
venerabile maestro zen Thich Nath Hanh affermava che non può esi-
stere un albero senza la terra che lo sostiene, il sole che lo nutre di
luce e la nuvola che lo fornisce di acqua. Questo principio viene chia-
mato la legge dell’Inter-Essere che si riferisce al fatto che noi, sempre,
inter-siamo con tutto l’universo e che isolati da tutto il resto non
‘siamo’. Da questa legge il Buddhismo compie due deduzioni fonda-
mentali: la prima è che una separazione che divide la vita dalla morte
non è possibile, la realtà va al di là del dualismo di vita e morte, di
essere e non essere, che sono solo categorie mentali; la seconda, di
carattere etico, che il nostro concetto di felicità individuale, la felici-
tà di uno a scapito degli altri è solo un’illusione. In questa illusione
si muove ciecamente gran parte dell’umanità. In realtà la nostra feli-
cità, ci dice il Buddhismo, deve inter-essere o non può essere.
Quando desideriamo la felicità degli altri e compiamo dei passi con-
seguenti per realizzarla, la nostra stessa felicità si amplifica. Di fatto,
anche se non vogliamo saperne, siamo tutti responsabili della felicità
degli altri. Se amiamo e rispettiamo la vita, questa moltiplica le sue
benedizioni su di noi. Secondo il Buddhismo, il prossimo Buddha
non prenderà la forma di un individuo isolato, bensì di una comuni-
tà. Questa predizione indica che il futuro risveglio dell’umanità non
avverrà a livello individuale ma collettivo. A parere di chi scrive, solo
come una collettività organizzata su principi diversi da quelli adotta-
ti dal sistema dominante, l’umanità ha ancora una chance per soprav-
vivere.

Riguardo alla relatività del concetto di realtà, i Toltechi conosceva-


no la legge della fisica quantistica secondo cui l’osservatore cambia l’og-
getto osservato. Come afferma Norbert Classen: “La pratica della luci-
dità applicata al sogno ci permette di cambiare prospettiva di osserva-
zione e di percepire la realtà dal punto di vista del corpo energetico”251.

258
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Un ‘sognatore lucido’252 – se per sognatore intendiamo lo stesso sogget-


to dello stato di veglia – in realtà non esiste. Nel sogno lucido è il corpo
di sogno che vede, sente, parla e crea delle immagini di cui il sognato-
re – che di per sé non compare sempre nei sogni – è parte. Nel sogno
lucido interviene un tipo di energia che proviene da altre parti della
nostra psiche che non sono quelle attivate nella coscienza diurna. Don
Juan afferma che a causa della lotta per la sopravvivenza, il genere
umano ha sviluppato la dicotomia io/altri e tutte le forme di separazio-
ne che ci bloccano nell’illusione che siamo degli esseri separati dal
resto. Col sogno lucido si attiva una ‘lucidità sognante’. Il soggetto nel
sogno lucido non è più lo stesso di quello della realtà quotidiana, è
l’‘Altro’. Per dirla con le parole di Georg Groddeck253, pioniere della
scienza psicosomatica e collega di Freud, è l’Es254.

Per i Toltechi grazie all’energia del sogno lucido possiamo avere


accesso alla sorgente della nostra energia. Come afferma Merilyn
Tunneshende il sogno lucido crea un ponte tra la materia e l’energia.
Così come l’energia viaggia alla velocità della luce, possiamo ipotizza-
re una dimensione oltre le coordinate spazio-temporali anche nella
nostra psiche. Le leggi scoperte dalla fisica moderna, a partire dalla
fisica quantistica, non sono solo applicabili al mondo fisico ma anche
all’essere umano nella sua totalità, in quanto anche noi facciamo parte
dello stesso universo. A parere di chi scrive le leggi che regolano l’u-
niverso scoperte dalla fisica moderna, non possono essere diverse da
quelle che governano la psiche. Come ha detto lo stesso Einstein:
“Dio non gioca a dadi con l’universo”. Albert Einstein era un auten-

251
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 210.
252
Così, all’inizio dello scorso secolo, i pionieri dello studio sui sogni lucidi hanno
definito ‘colui che sogna’.
253
Georg Groddeck (1866 -1934) è stato un medico e psicoanalista tedesco. È consi-
derato il fondatore della medicina psicosomatica. Molto noti i suoi studi sull'Es, sul
simbolismo degli organi del corpo e sull'applicazione della psicoanalisi alla cura delle
affezioni somatiche. Sigmund Freud riconobbe di aver preso il termine “Es” dal lavo-
ro di Groddeck.
254
Georg Groddeck, Das Buch vom Es. Psychoanalytische Briefe an eine Freundin,
Leipzig/Wien/Zürich, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, 1923; edizione ita-
liana: Il libro dell'Es. Lettere di psicoanalisi a un’amica, Milano, Adelphi, 1971.

259
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tico uomo di conoscenza, paragonabile agli uomini di conoscenza tol-


teca, non si accontentava di risposte approssimative e non dava nien-
te per scontato. In quanto tale, ha saputo mantenere un atteggiamen-
to di stupore di fronte alla meraviglia dell’universo.
La fissazione collettiva sulla mente discorsiva
La mente discorsiva, la capacità di pensare, il cosiddetto pensiero
logico discorsivo collegato allo sviluppo del neocortex di cui solo l’u-
manità è dotata, ci procura degli indubbi vantaggi nel mondo mate-
riale cui ci siamo tutti più o meno affezionati, ma per i Toltechi la
ragione è solo una delle modalità di osservazione del mondo, sulla
quale si è fermata la maggioranza degli appartenenti alla razza umana.
Si tratta di una vera e propria fissazione collettiva dell’umanità, che si
è evidenziata in particolare modo nella cosiddetta ‘civiltà’ occidenta-
le. A tal proposito mi viene in mente il colloquio con un capo pelle-
rossa della tribù Pueblo che Carl Gustav Jung, il padre della psicolo-
gia analitica, riporta nel suo libro autobiografico Ricordi, sogni, rifles-
sioni255. Il capo pellerossa afferma che i bianchi sono sempre alla ricer-
ca di qualcosa, sono sempre scontenti, irrequieti, sembrano pazzi.
Jung gli chiede perché pensa che gli occidentali siano pazzi; al che il
capo pellerossa gli risponde: “perché pensano con la testa”, e afferma
poi: “noi invece pensiamo qui”, mettendosi la mano sul cuore.
Per i Toltechi la mente discorsiva rappresenta solo uno dei punti
di unione all’interno del corpo energetico che è formato da moltepli-
ci ‘fasce’, ‘agglomerati energetici’ che si ‘accendono’ tutti insieme solo
al momento del decesso fisico. Se guardiamo il mondo dall’angolatu-
ra della mente discorsiva, troveremo un certo tipo di realtà che aderi-
sce a concetti dualistici quali quello di nascita/morte, essere/non esse-
re, buono/cattivo, io/altri, vantaggio/svantaggio e così via. Sono para-
metri utilissimi nel mondo, ma non valgono per i mondi che si apro-
no attraverso altri punti di unione. Secondo Don Juan i parametri
dualistici della comune percezione umana sono il risultato di milioni
di anni di evoluzione durante i quali gli esseri umani – confrontati con
l’esigenza della sopravvivenza, il procacciamento di cibo e la fuga dai
pericoli – hanno raffinato le loro capacità predatorie.
255
Carl G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Milano, Il Saggiatore, 1965.

260
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Cosa dire della realtà alla velocità della luce in cui il tempo si
annulla? Che posto ha la dimensione della velocità della luce nella
nostra psiche? È stato scoperto che nella ghiandola pineale ci sono
dei cristalli magnetici che continuano a comunicare tra loro anche
se proiettati in direzioni opposte alla velocità della luce. Questa sco-
perta offre una possibilità di comprensione di fenomeni paranor-
mali collegati alla produzione di DMT nel cervello, specialmente di
quelli che vengono chiamati Near Death Experiences256. Se determi-
nate particelle rimangono in contatto tra di loro anche se sparate in
direzioni opposte alla velocità della luce, allora gli scienziati non
dovrebbero sorprendersi del fatto che una netta separazione tra il
mondo dei vivi e quello dei morti non sia poi così ovvia. Si può ipo-
tizzare che la relazione tra i vivi e i morti sia custodita nella dimen-
sione che trascende spazio e tempo, in una maniera incomprensibi-
le ai parametri della ragione che riduce la morte al non esistente o
presuppone che vita e morte siano due realtà incomunicabili.
Questa relazione tra vivi e morti sussisterebbe anche senza che la
persona conosca i suoi antenati o sappia qualcosa della loro vita in
quanto il nesso tra di loro è prettamente energetico, risiede all’in-
terno della memoria delle cellule e degli atomi, non può essere can-
cellato.

La scienza moderna sta giungendo al riconoscimento di una


dimensione oltre lo spazio e il tempo come di una delle potenzialità
della nostra psiche, ma per farlo deve abbandonare gli obsoleti pre-
giudizi rispetto alla dimensione dello Spirito, senza parlare della vile
tendenza umana a tenere nascoste verità che possono apportare un
salto qualitativo nella coscienza collettiva, a scopo di profitto257. Una
dimensione psichica che non dipende dalle coordinate spazio-tem-
porali, che tiene conto delle proprietà intrinseche dell’energia, ci
mette in grado di capire fenomeni quali la sincronicità e la possibili-
tà di ricevere istruzioni da esseri e dimensioni sconosciute, come

256
Rick Strassman, DMT, The Spirit Molecule, Rochester,(US-VT), Park Street Press,
2001, si veda il capitolo 15, Death and Dying; edizione italiana: DMT. La molecola
dello spirito, Roma, Spazio Interiore, 2014.
257
Marco Pizzuti, Scoperte scientifiche non autorizzate. Oltre la verità ufficiale, op. cit.

261
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affermano i Toltechi. Gli studi sulla DMT hanno confermato che


l’attività della ghiandola pineale non solo svolge delle funzioni far-
macologiche per il cervello ma è anche all’origine di percezioni para-
normali.

Per i Toltechi, anche se non ne siamo coscienti, nella nostra realtà


quotidiana stiamo sognando e sognando creiamo la nostra realtà.
Siamo di fatto gli eredi dei sogni compiuti da tutti gli esseri che ci
hanno preceduto su questo pianeta e che della Terra hanno fatto un
sogno infernale. Subiamo tutti un processo di addomesticamento e di
lavaggio del cervello attraverso quello che viene chiamato ‘il primo
livello dell’attenzione’, il tipo di energia che assorbe informazioni e
comandi esterni e li fa propri. In questo processo impariamo a socia-
lizzare, impariamo le strategie per venire accettati, impariamo i limiti
entro cui muoverci. Senza il sostegno della collettività ci sentiamo
persi e difatti in molti casi lo siamo, specialmente durante l’infanzia,
quando l’ambiente risulta determinante per la nostra stessa sopravvi-
venza. Norbert Classen afferma acutamente che “come la maschera ci
conduce al nostro posto numerato a teatro, i genitori e la società ci
sistemano in un posto prestabilito”258. Da animali addomesticati ci
identifichiamo con determinati schemi mentali e ruoli sociali e nello
stesso tempo perdiamo l’accesso al nostro ‘potere personale’, un con-
cetto importante per la spiritualità tolteca. Riconquistare l’energia
perduta aderendo ad accordi convenzionali e ‘succhiata’ dai voladores
è lo scopo principale dei guerrieri Toltechi. Nel momento in cui deci-
diamo di incamminarci sul cammino dei guerrieri di conoscenza, ecco
che inevitabilmente si riaprono le vecchie ferite, perché “disobbe-
dendo all’intoccabilità del consenso sociale, conseguentemente per-
diamo la protezione del gruppo”259, che sia esso rappresentato dalla
società o dalla famiglia cui apparteniamo. Nelle società occidentali
post-industrializzate si aggiunge il problema del drammatico abbas-
samento dei livelli energetici del campo elettromagnetico degli indi-
vidui dovuto alle sfavorevoli condizioni presenti nel momento del
concepimento.
258
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 104.
259
Ivi, p. 110.

262
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Il secondo livello dell’attenzione nella ricerca scientifica


Grazie al potere del sogno e alla pratica del non fare, i Toltechi del-
l’antichità conoscevano la capacità trasformativa della presenza men-
tale, l’energia del corpo energetico che si risveglia nei sogni, a volte
anche spontaneamente e che loro hanno chiamato ‘il secondo livello
dell’attenzione’. Come riporta il professor Gabor Maté citando il pro-
fessor Jeffrey Schwartz, la recente ricerca scientifica ha confermato
che “l’intento e l’attenzione esercitano un reale, fisico, effetto sul cer-
vello”260, e che la presenza mentale è la chiave che ne sblocca gli auto-
matismi: “La ricerca scientifica sul cervello sta dimostrando che la
presenza mentale è capace di lasciar andare la presa da pensieri dan-
nosi e anche di trasformare positivamente la fisiologia dei circuiti del
cervello da cui questi pensieri originano”261. Diversi scienziati stanno
arrivando alla conclusione che l’energia della presenza mentale cura
letteralmente il cervello. Brevetti sulle capacità terapeutiche insite nel
cervello per fortuna non esistono, anche se il mondo dell’industria ha
fatto passi da gigante verso la ‘monopolizzazione’ dei beni naturali.
La più recente ricerca scientifica distingue tra due diversi tipi di
funzionamento della mente: la presenza mentale, a volte chiamata
anche l’osservatore distaccato – il testimone delle pratiche di medita-
zione buddhista o il veggente interiore di Don Juan – e i processi auto-
matici che condizionano i nostri stati emotivi, i pensieri e gran parte
del nostro comportamento. Come riporta il professor Maté, il primo
scienziato che ha riconosciuto questa differenza è stato il neurochirur-
go canadese Wilder Penfield, che afferma: “Per quanto il contenuto
della coscienza dipenda in gran parte dall’attività neuronale, la pre-
senza mentale non vi dipende. Mi sembra sempre più ragionevole sug-
gerire che l’essenza della mente è distinta da quella del cervello”262.
Mentre la mente automatica interpreta costantemente il presente alla
luce dei condizionamenti del passato, la presenza mentale trascende il
funzionamento automatico dei circuiti mentali condizionati dal passa-
260
Jeffrey M. Schwartz, Sharon Begley, The Mind and the Brain: Neuroplasticity and
the Power of Mental Force, New York, Harper Perennial, 2003, p. 289, in: Gabor
Maté, In the Realm of Hungry Ghosts, op. cit., p. 364.
261
Ivi, p. 365.
262
Ivi, p. 366.

263
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to, funziona attraverso il cervello ma non è limitata da questo.


Lentamente, la ricerca scientifica si sta avvicinando al riconoscimento
nella materia, di un’entità che la trascende. Nel linguaggio sciamanico
questa energia viene chiamata Spirito. In Occidente siamo abituati a
chiamarlo Spirito Santo anche se siamo portati a non riflettere su cosa
sia precisamente e come si manifesti nel mondo della nostra percezio-
ne. Gli sciamani messicani dell’antichità conoscevano molto bene que-
sta energia senza aver bisogno di apparecchi tecnologici e senza esse-
re stati indottrinati dai missionari cattolici. Nella nostra prospettiva
occidentale, colonialista e sfruttatrice, persino su Dio abbiamo recla-
mato dei diritti di possesso, per cui il nostro Dio, la nostra religione, il
nostro messia sono sicuramente superiori a quelli degli altri.

Il dono dell’Aquila
In una bella leggenda tolteca che ha notevoli somiglianze con la
parabola dei talenti di Gesù263, l’Aquila, la fonte dell’energia univer-
263
«Inoltre il regno dei cieli è simile a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò
i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un
altro uno; a ciascuno secondo la sua capacità; e subito partì. Ora colui che aveva rice-
vuto i cinque talenti, andò e trafficò con essi e ne guadagnò altri cinque. Similmente
anche quello dei due ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò,
fece una buca in terra e nascose il denaro del suo signore. Ora, dopo molto tempo,
ritornò il signore di quei servi e fece i conti con loro. E colui che aveva ricevuto i cin-
que talenti si fece avanti e ne presentò altri cinque, dicendo: “Signore, tu mi affidasti
cinque talenti; ecco, con quelli ne ho guadagnati altri cinque”. E il suo signore gli
disse: "Bene, buono e fedele servo; tu sei stato fedele in poca cosa; io ti costituirò sopra
molte cose; entra nella gioia del tuo signore". Poi venne anche colui che aveva ricevu-
to i due talenti e disse: "Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, con quelli ne ho gua-
dagnati altri due". Il suo signore gli disse: "Bene, buono e fedele servo; tu sei stato
fedele in poca cosa; io ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo signore".
Infine venne anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: "Signore, io sape-
vo bene che tu sei un uomo aspro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove
non hai sparso; perciò ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto
terra; ecco te lo restituisco". E il suo signore rispondendo, gli disse: "Malvagio e indo-
lente servo, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho spar-
so; tu avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, al mio ritorno, l'avrei
riscosso con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci
talenti. Poiché a chiunque che ha, sarà dato e sovrabbonderà, ma a chi non ha gli sarà
tolto anche quello che ha. E gettate questo servo inutile nelle tenebre di fuori. Lì sarà
il pianto e lo stridor di denti», Vangelo secondo Matteo (25, 14-30).

264
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sale, al momento della nascita degli individui presta loro una scintilla
della sua Luce nella forma di consapevolezza. Al momento della loro
morte l’Aquila torna ad incassare gli ‘interessi’, vale a dire la consa-
pevolezza accresciuta da tutte le loro esperienze di vita. Se abbiamo
fatto poca esperienza, come il servo nella parabola di Gesù che per
malvagità, ignoranza, stupidità, fannullaggine o paura è andato a sep-
pellire il suo talento nella buca, al momento della morte non siamo in
grado di separare la nostra forza vitale, l’energia della consapevolez-
za, dalle esperienze che abbiamo fatto. Non distinguendo tra espe-
rienze di vita e consapevolezza, al momento della morte perdiamo
tutto, compresa la nostra vita264. Questa leggenda mi richiama forte-
mente alla memoria la frase di Gesù: “A chi ha sarà dato, ma a chi non
ha sarà tolto anche quello che ha”265. I Toltechi dicono che l’Aquila
cambi in pura energia coloro che hanno compiuto la trasformazione
necessaria, coloro che hanno moltiplicato i loro ‘capitali’. Ma per pas-
sare incolumi accanto all’Aquila, come afferma Don Juan, bisogna
passarci in punta di piedi. Ci vuole uno spirito molto leggero su passi
felpati. Ci vuole serenità, equanimità, senso del distacco. Ci vuole
silenzio. L’Aquila si ciba di tutto quello che non abbiamo trasforma-
to in saggezza. Se non abbiamo trasformato le esperienze della nostra
vita al momento della morte, secondo i Toltechi della prima genera-
zione, diveniamo noi stessi cibo per l’Aquila, così come mostrano le
raffigurazioni del Muro dei Serpenti, il cui nome deriva dai rilievi
sulla parete nord di una delle piramidi della città di Tula che ci fanno
vedere dei serpenti intenti a divorare esseri umani266.
Don Juan afferma che c’è un punto debole in questa versione della
leggenda dei Toltechi della prima generazione. Secondo lui, sarebbe
stato più esatto se i veggenti avessero detto che c’è una forza, lo
Spirito, che attrae la nostra consapevolezza, come un magnete attrae
la limatura del ferro. Questa forza ha la capacità di dirigere il punto
di unione così come un forte campo magnetico fa con la bussola267. Al
264
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 176.
265
Vangelo secondo Matteo (25, 28-29).
266
Sul sito: http://www.ilnavigatorecurioso.it/2014/05/13/la-citta-tolteca-di-tula-e-il-
tempio-del-serpente-piumato/
267
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 35.

265
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momento della morte, tutto il nostro essere si disintegra sotto l’attra-


zione di questa immensa forza268.

Creare i ponti: esercizio 1


Secondo la scuola tolteca, la pratica del creare i ponti va suddivi-
sa in diversi punti.
1. Chiarire il proprio intento di voler essere consapevole di stare
sognando. Il primo passo è incrementare l’energia della presenza
mentale nella vita di tutti i giorni.
2. Chiarire il proprio intento su una o più qualità che si vogliono svi-
luppare, ad esempio la pace, il silenzio mentale, lo humour, oppu-
re l’attivazione del ‘veggente interiore’. Chiarire il proprio intento
al fine di risolvere un problema pratico, trovare risposte a specifi-
che domande, svelare un segreto, entrare in contatto con gli spiri-
ti dei defunti. Se abbiamo l’intenzione di fare delle domande al
corpo del sogno, possiamo meditare su queste domande prima di
addormentarci o fare chiarezza dentro di noi sulle ‘domande’ che
ci tengono impegnati a livello profondo.
3. Praticare la respirazione consapevole prima di addormentarsi. Portare
le mani sul grembo per mantenere l’attenzione sul movimento dell’ad-
dome durante il respiro. Compiere lentamente una scansione di tutto
il campo energetico del corpo partendo dai piedi fino ad arrivare alla
testa, concentrandosi sulla consapevolezza di queste parti del corpo. Si
possono usare delle parole chiave quali ‘piedi’, ‘gambe’, ‘torace’, etc.,
utilizzandole come strumento per sentire il campo energetico del
corpo e non per pensare queste parti del corpo. Inspirando, si pro-
nuncia il mantra ‘inspiro’ ed espirando si pronuncia il mantra ‘espiro’,
fino a divenire tutt’uno col respiro e l’energia del veggente interiore.
4. Gentilmente, ma con determinazione, riportare l’attenzione sul
respiro ogni qualvolta la mente comincia a produrre forme di pen-
siero riguardo a passato, presente e futuro. In questo passaggio è
importante riconoscere se e quali nastri mentali si stanno attivan-
do. Se riconosciamo nei nostri pensieri la presenza di un ‘nastro’,
lo etichettiamo mentalmente come ‘nastro’ e non lo alimentiamo
con i nostri pensieri, non gli diamo energia. Per riconoscerli pos-
268
Carlos Castaneda, Il fuoco dal profondo, op. cit., p. 57.

266
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siamo dare dei nomi ai nostri ‘nastri’, classificarli per l’argomento


che propongono, che in genere ci è ampiamente noto, dato che
abbiamo sentito quel ‘nastro’ nella mente centinaia di volte, sinto-
mo di un pesante automatismo della mente.
5. Per ottenere ‘lucidità’ nel sogno, è bene addormentarsi in uno stato di
presenza mentale, di silenzio interiore. Quando si attiva il corpo-di-
sogno si cerca di destare la consapevolezza di stare sognando. Questa
consapevolezza spesso si attiva spontaneamente. All’improvviso
avvertiamo un cambiamento nel campo energetico del sogno, una
sensazione di benessere e di forza. Le immagini diventano vividissi-
me in tutti i loro dettagli esattamente come nella realtà diurna. Se
stiamo sognando di camminare in un viale alberato saremo capaci di
vedere tutte le foglie degli alberi, riconoscere con estrema precisione
il viale su cui camminiamo, lo sfondo del cielo e così via. Possiamo
decidere di focalizzarci su una parte dell’immagine complessiva del
sogno e stare a vedere cosa succede. Possiamo decidere di rimanere
su questa immagine senza saltare su un’altra sequenza di immagini.
L’elemento volontà interviene nel sogno.
6. Una volta attivato il corpo energetico, si possono cercare nel sogno
degli oggetti che non sono in nostro possesso, varcare le linee paral-
lele dell’universo e incontrare gli ‘esploratori’. Quando il potere del
sogno ci mostra un oggetto di potere, questo oggetto apparirà in
‘sincronia’ nello stato diurno di veglia. Per esempio sogniamo un
vecchio amico che non vedevamo da tempo, poi il giorno seguente
lo incontriamo oppure ci chiama. Sogniamo di trovare un nuovo
lavoro e il giorno dopo ce ne offrono uno. Una volta trovato que-
sto oggetto, questa persona o una qualità che cerchiamo nel mondo
della veglia, il processo della ‘creazione del ponte’ si è concluso.

Completato una volta, si può ripetere lo stesso processo con altri


oggetti: una persona defunta, una guida spirituale con cui vogliamo
entrare in contatto, un certo potere spirituale che stiamo coltivando.
Il potere del sogno ci aiuta a fare chiarezza anche su problemi prati-
ci, la ricerca di un rimedio di cui abbiamo bisogno, la scoperta di una
verità nascosta, la risposta ad un quesito scientifico. Come afferma
Florinda, la donna Nagual che guidava il gruppo di Don Juan insie-

267
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me a lui, il corpo del sogno ci permette di ricapitolare la nostra vita


come quella di altre persone vissute in altre o nella nostra epoca.
Benché venga chiamata in modo diverso, questa pratica esiste anche
nella tradizione cattolica, si vedano i santi che hanno ricapitolato la
vita di Gesù, quali san Francesco e recentemente Padre Pio. I
Toltechi spiegherebbero questo fenomeno come una trasformazione
di Gesù nel corpo di luce – da loro chiamato il Serpente Arcobaleno
– che si può manifestare nella nostra realtà al di là delle limitazioni di
tempo. A tal proposito Gesù afferma: “In verità vi dico che sarò con
voi fino alla fine dei tempi” e ancora “Prima di Adamo, io Sono”.

Creare i ponti: esercizio 2


Nel suo Don Juan and the Art of Sexual Energy, Merilyn
Tunneshende espone anche una versione più avanzata, molto più
estesa, della pratica del creare un ponte269. Lo scopo è quello di atti-
rare completamente il corpo del Doppio nel sogno lucido grazie all’u-
so di ‘indicatori’ quali ad esempio il volo. Il ponte da creare adesso è
tra la lucidità del sogno e gli ‘indicatori’. È il potere stesso del sogno
che sceglie gli indicatori, ma sta alla capacità del sognatore, durante il
sogno, di dirigere la sua ricerca degli indicatori stessi. Una volta che
si sviluppa la capacità di essere consapevoli di stare sognando, si porta
l’attenzione su sogni che in passato hanno attivato spontaneamente il
corpo energetico. Se per esempio ci siamo accorti che il nostro ‘dop-
pio’ si è attivato mentre stavamo sognando di volare, allora ogni volta
che sogneremo di volare, sapremo di trovarci nel corpo energetico.
Ogni volta che ci si ripresenta la situazione del volo, sarà per noi un
‘indicatore’ che il corpo energetico è attivo. Ci diremo: ‘sto sognando,
posso gettarmi da questa montagna’. Nel momento in cui ci lanciamo
dalla montagna sapendo di stare sognando, una grande energia si
libererà perché abbiamo superato la paura che di solito ci trattiene e
stiamo ora ‘guidando’ il sogno stesso, stiamo ‘surfando’ sul corpo
energetico. Ora all’elemento lucidità si aggiunge anche quello della
strategia che aiuta a far riversare l’energia dell’attenzione del sogno
nell’‘oceano di consapevolezza’ del corpo energetico.

269
Merilyn Tunneshende, Don Juan and the Art of Sexual Energy, op. cit., p.163.

268
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Mi viene in mente un grande sogno che ho fatto nel 2013: mi tro-


vavo in una città, stavo volando dopo essermi gettato da un palazzo.
All’improvviso capisco che stavo sognando in quanto riconosco che
potevo volare solo in stato di sogno, quindi decido intenzionalmente
di gettarmi dalla terrazza di un palazzo ancora più alto. L’ambiente
del sogno era simile a quello delle città in cui si svolge il film Matrix.
Ogni volta che mi gettavo, mi mettevo a volare sulla città; questo oltre
al piacere che mi dava, il senso di sollievo rispetto alla paura di preci-
pitare, incrementava il mio senso di fiducia, quindi decido di gettar-
mi da altezze sempre più elevate, da palazzi che diventavano dei grat-
tacieli. Dopo essermi lanciato già diverse volte, decido di spiccare il
volo dal grattacielo più alto, la cui terrazza era a diverse centinaia di
metri dal suolo. A quell’altezza non vedevo più le strade della città.
Mi sentivo estremamente vicino al cielo. Mi butto, l’energia del vento
mi sosteneva, comincio a volare verso il basso, verso un luogo che si
trovava molto lontano dalla città, in uno spazio dove esisteva solo
natura. Mi ritrovo a volare ad un’altezza immensa, qualche chilome-
tro sopra la Terra e a decidere la direzione del volo grazie al potere
del mio intento. Sotto di me una cascata di acqua dalla larghezza che
copriva tutto lo spazio visibile, la cascata più grande che avessi mai
visto. Mi dirigo verso la linea segnata dalla cascata, scendo di diversi
chilometri fino a che arrivo a qualche decina di metri dall’immenso
volume di acqua scrosciante. Lì vedo precisamente il punto in cui
cominciava la cascata. Sotto di me, tutto intorno a me, fino all’oriz-
zonte, c’era solo acqua che scorreva o acqua che precipitava. Uno
spettacolo eccezionale, entusiasmante. Una volta vista la cascata da
vicino, decido di tornare su in alto nel cielo.

Questo sogno mi ha lasciato una sensazione di benessere e di sicu-


rezza in me stesso che è durata per molti giorni. Non vi sono quasi
limiti alle possibilità che si aprono quando siamo consapevoli del
corpo energetico, in realtà siamo il corpo energetico stesso, che ci
guida, ci insegna, ci guarisce. Mentre nella prima pratica del creare un
ponte ci si muove tra dimensioni diverse – quella del sogno e quella
della realtà diurna – ora invece ci si concentra sui cancelli, le apertu-
re offerte dal sogno lucido che permettono dei passaggi ad altre

269
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dimensioni. Si tratta di veri e propri ‘fori’ nell’energia spazio-tempo-


rale creata dal ‘proiettore’ del sogno, il corpo energetico270. La dimen-
sione in cui la materia si trasforma in energia.

I passi magici e l’energia cinestetica


Don Juan sosteneva che gran parte dei problemi degli occidentali
sono dovuti alla mancanza di una respirazione profonda, addominale.
È innegabile il fatto che molti occidentali non sono consapevoli del
modo in cui respirano e trascurano, per ignoranza o perché prigionie-
ri dei ritmi frenetici della loro vita, di respirare in modo completo
compiendo appieno le tre fasi della respirazione addominale, toracica
e clavicolare. Accade così che ci si limiti ad una respirazione alta, di
tipo clavicolare, un respirazione superficiale, nervosa, non per nulla
considerata nella tradizione yoga come il peggior modo di respirare
perché coinvolge soltanto la parte superiore dei polmoni, non permet-
te che l’aria entri pienamente nella gabbia toracica e contrae l’addome
laddove dovrebbe invece espandersi. È come viaggiare al minimo delle
proprie possibilità. Siamo abituati a correre nella vita diurna come
nella vita onirica. La funzione naturale del respiro che hanno i bambi-
ni, trova continuamente delle interferenze nei conglomerati energetici
composti da unità di pensiero ed emozioni che la psicologia junghiana
chiama complessi. Oltre a favorire una respirazione profonda e a
migliorare le condizioni fisiche della persona, i passi magici avevano
altre funzioni collegate agli scopi delle pratiche dei Toltechi. Da una
suddivisione in quattro principali obiettivi, Castaneda ne ha alla fine
stabiliti sei, tra cui la decisione, il silenzio interiore, la ricapitolazione,
il sogno, il recupero dell’energia sottratta ai parassiti. Da parte sua,
Carol Tiggs ha sviluppato una serie di passi indirizzati alle donne con
lo scopo di recuperare l’energia dispersa tramite l’utero.

Vengono chiamati passi perché li si compie in piedi, in posizione


eretta, ma in realtà coinvolgono il corpo nel suo insieme con movi-
menti delle mani, dei piedi, delle braccia e degli occhi. La principale
funzione dei ‘passi’ è quella di portare la mente in uno stato di silen-
zio interiore. I passi includono posizioni delle mani simili ai mudra
270
Ivi, p. 164.

270
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induisti, il movimento del corpo parte sempre dallo hara come nelle
arti marziali cinesi e giapponesi, nel Tai Chi e nel Kung Fu. L’hara è
un punto vitale posto due-tre dita sotto l’ombelico. Secondo queste
tradizioni rappresenta il centro energetico del corpo fisico. La coor-
dinazione dei movimenti al respiro è cruciale. L’enfasi sull’espulsione
dell’aria o sulla inspirazione, così come l’intensità delle stesse, dipen-
dono dallo scopo dell’esercizio. Il dialogo interno viene portato ad
esaurirsi tramite la pressione esercitata dagli esercizi e la coordinazio-
ne dei movimenti col respiro. Gli esercizi si possono fare da soli o in
gruppo. Solo a partire da questo stato di non-fare è possibile fermare
il mondo e raggiungere l’obiettivo dichiarato degli sciamani della linea
di Don Juan: “‘vedere’ l’energia, come fluisce nell’universo”271.

L’origine dei passi è sconosciuta. Secondo Don Juan gli sciamani


dell’antichità probabilmente scoprirono questi passi inspirati dal
‘potere’, li praticarono e poi, vista l’efficacia dei risultati, li trasmise-
ro ai loro allievi. I passi magici sono degli esercizi fisici da compiere
in completa concentrazione, simili ai Kata – che si può tradurre come
‘forma’ – delle arti marziali giapponesi. Don Juan afferma che “ogni
guerriero ha una sua ‘forma’ specifica che sviluppa durante tutta la
vita. Si tratta di un movimento che esegue sotto l’influenza del suo
potere personale”272. In qualunque modo questi passi venissero ‘cana-
lizzati’, avevano diverse funzioni che si adattavano sia al tipo di per-
sona che alle sue necessità del momento. Dagli sciamani della prima
generazione venivano sempre e solo trasmessi in un contesto rituale.
Come afferma Norbert Classen: “Gli stregoni del Messico antico
custodirono gelosamente questi passi magici; li circondarono di ritua-
li, cerimonie come paravento e li trasmisero ai loro successori sotto
una ferrea copertina di segretezza”273.

Carlos Castaneda, ispirandosi ad un termine preso dall’architettu-


ra, chiama i passi magici tensegrità, termine che indica la legge biofi-
sica che permette a tendini, muscoli e legamenti, in combinazione col

271
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 69.
272
Carlos Castaneda, Viaggio ad Ixtlan, op. cit., p. 146.
273
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 162.

271
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lavoro delle ossa, di funzionare con la massima efficacia e il minimo


sforzo. Il team di Castaneda trovava questo termine molto appropria-
to perché indica la quintessenza del lavoro di tensione e di rilassa-
mento operato dai muscoli e dai tendini del corpo mentre compiono
i passi magici.

Dal punto di vista tolteco, lo scopo essenziale dei passi è di colle-


gare l’energia della consapevolezza con l’energia depositata nei tendi-
ni, nei muscoli e nei legamenti dove viene attivata l’energia cinesteti-
ca del corpo. ‘L’aspetto principale della tensegrità consiste nel dive-
nire consapevoli di questa forza ed essere in grado di avvertirla fisica-
mente: solo in questo modo possiamo riuscire a salvaguardare salute
e benessere a livello energetico di base’274. L’energia cinestetica è un
tipo di energia che non passa attraverso il sistema nervoso autonomo,
non è collegata ai processi volontari né a processi di pensiero e per
questo ci mette in grado di compiere dei movimenti nel modo più
efficace ed efficiente possibile. Quando l’energia cinestetica è attiva,
ci muoviamo, cantiamo, danziamo dipingiamo, perfino scriviamo in
perfetta consapevolezza, in armonia con la nostra essenza. L’energia
cinestetica, tra l’alto, permette al corpo di compiere movimenti molto
elaborati come quelli compiuti da giocolieri e sportivi. È stato ipotiz-
zato che a guidare il movimento stesso intervenga una memoria insi-
ta nelle cellule. L’energia cinestetica opera non solo a livello muscola-
re e tendineo, ma anche a livello di tutti i sensi, auditivo, visivo, etc. e
ha delle applicazioni anche in campo artistico – si vedano, per esem-
pio, certe correnti artistiche in cui si usano i pennelli e altri materiali
senza far leva su mente pensante e volontà. Ne troviamo esempi illu-
stri nella calligrafia e nella pittura zen, nello stile erba o corsivo della
calligrafia cinese – non a caso chiamato anche scrittura folle – o nello
shodo giapponese, la via della scrittura che rappresenta un autentico
percorso di crescita interiore; ma anche in Occidente non mancano
espressioni di questo tipo ravvisabili in parecchie opere – e nella
modalità della loro realizzazione – dell’Informale europeo e nord
americano del secondo dopoguerra: i disegni di Hartung o i quadri
Wols, Alechinsky o Pollock, per realizzare i quali l’artista cammina
274
Ivi, p. 165.

272
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sulla tela e getta i colori apparentemente senza una logica. Questo


tipo di correnti artistiche mostrano che il livello qualitativo dell’ope-
ra d’arte dipende dal grado in cui l’opera viene effettuata senza l’in-
tromissione del pensiero logico discorsivo e del controllo della volon-
tà. L’artista diventa un puro canale che permette all’energia cinesteti-
ca di manifestarsi in quanto è l’energia stessa e l’intento dell’artista a
compiere in realtà tutto il lavoro. In questa condizione non è possibi-
le commettere errori. L’artista dipinge in uno stato spesso definito di
‘trance’, ma che in realtà è uno stato che Don Juan definirebbe di con-
sapevolezza intensa.

Le applicazioni di questo tipo di energia, come la ricerca fisica e


biochimica sta ultimamente scoprendo, sono vaste ed hanno essen-
zialmente a che fare con la facoltà di memorizzazione insita nelle cel-
lule, nelle proteine e nei metalli. Osso duro da digerire per una certa
parte degli scienziati occidentali che preferirebbero relegare ciò che
risulta inspiegabile, incomprensibile, ‘sconosciuto’ in caselle rassere-
nanti come quella degli ‘automatismi’ che ha una funzione rassicu-
rante ma che di per sé ha poco valore epistemico, in quanto propone
una possibilità di spiegazione a partire da un presupposto non verifi-
cato, quindi non spiega realmente il fenomeno osservato. Il presup-
posto non verificato in questo caso è che non esiste un’intelligenza
all’interno della materia e che la fonte dell’energia da cui tutto pro-
viene nell’universo non esista o non sia attiva nei processi fisici. Per i
Toltechi la fonte dell’energia universale si manifesta nel mondo fisico
non tanto come un’entità fisica quanto come una vibrazione. Per la
spiritualità indiana tutto l’universo è riconducibile alla vibrazione
OM che ha valenze sacre e religiose.

Questo tipo di energia non è ancora stata studiata a fondo dagli


scienziati contemporanei, ma alcuni ricercatori stanno compiendo un
lavoro pionieristico in questa direzione. Gli automatismi non spiega-
no tutti i fenomeni della creazione e sono oramai in molti a credere
che nella natura sia presente un’energia intelligente che sa bene quel-
lo che fa. I Toltechi la chiamano Intento. Questa energia ci dà la pos-
sibilità di collegarci al corpo energetico, allo stesso tempo il corpo

273
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energetico si connette al nostro mondo e così facendo, grazie a noi,


si potenzia. Questa facoltà non è solo umana, ma come spesso succe-
de in natura, viene condivisa da diverse specie.

Il nostro corpo possiede una memoria indipendente dal sistema


nervoso, che attraverso determinati impulsi può venire attivata, svi-
luppata275. Possiamo affermare che con la pratica dei passi magici si
esercita la consapevolezza di questo tipo di energia, la consapevolezza
di essere consapevolezza, come la definisce Adyashanti, il secondo
livello dell’attenzione. La memoria cinestetica non è un’esclusiva degli
esseri umani, ma è riscontrabile in buona parte del mondo animale,
come ad esempio nelle formiche, nelle api e altri insetti, oppure in
diversi tipi di pesci e in certe specie di uccelli. Si tratta di un fenomeno
cui sono stati dati diversi nomi e che indica la capacità di uno degli
individui – per esempio di uno stormo di uccelli o di un branco di pesci
– di compiere movimenti all’unisono come se fosse un unico organi-
smo col gruppo di cui fa parte. Come suggerirebbero i Toltechi, gli
uccelli di uno stormo o i pesci di un branco non imitano semplice-
mente chi gli sta vicino, come alcuni studiosi affermano – essendo l’i-
mitazione un comportamento che potrebbe facilmente essere ripetuto
da un computer o da un robot – ma ‘vedono’ l’energia dell’intento del
gruppo stesso. È questa energia che guida i loro movimenti. Quello
che non può fare un computer o un’apparecchiatura elettronica è
immaginare la realtà. Per dirla con Einstein, l’immaginazione è di gran
lunga più potente del sapere. L’immaginazione ‘vede’, percepisce qual-
cosa nella sua totalità attraverso l’occhio interiore disposto nella ghian-
dola pituitaria. Non nasce dal pensiero discorsivo. È l’intento che
guida l’immaginazione, mentre il sapere, il noto, è il territorio del pen-
siero logico discorsivo e dell’ego.

Un altro esempio della memoria cinestetica è la capacità di for-


miche e api di muoversi all’unisono per raggiungere obiettivi essen-
ziali alla sopravvivenza della loro stessa specie, quali la costruzione
di un formicaio o di un alveare. Così come il pesce sa senza pensa-
re dove deve muoversi insieme al suo branco, l’uccello segue ad
275
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 169.

274
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intuito lo stormo con cui vola all’unisono, le formiche e le api sanno


precisamente cosa devono fare, senza essere fornite di un sistema
cerebrale indipendente o un pensiero logico che glielo indichi276.
Mentre una parte degli scienziati tende a relegare questo interes-
sante fenomeno nell’ambito degli automatismi, c’è modo di credere
che in questa funzione che unisce specie diverse, quella umana
inclusa, sia all’opera un’intelligenza superiore insita nella natura
stessa.

Uno degli scopi principali dei passi è quello di recuperare l’ener-


gia dispersa. Come abbiamo visto precedentemente, secondo i
Toltechi l’energia viene dispersa prevalentemente in due modi: a
causa degli accordi che abbiamo preso, non basati sulla verità, vale a
dire l’energia persa nel processo di socializzazione, oppure attraverso
l’attività de los voladores. In realtà c’è un terzo fattore che causa molto
dispendio di energia o, per dirla più correttamente, il mancato utiliz-
zo dell’energia potenziale disponibile. Per i Toltechi, così come anche
per la medicina tradizionale cinese, le circostanze che accompagnano
la procreazione sono di grande importanza per quanto riguarda il
‘volume energetico’ disponibile all’individuo durante la sua vita: sono
le condizioni nelle quali è avvenuto il concepimento quelle che
determinano in buona parte il livello del campo elettromagnetico del-
l’individuo, il grado di scambio energetico tra i genitori durante l’at-
to sessuale ha degli effetti a lunga gettata. Purtroppo nei paesi post-
industrializzati sempre più individui, vivendo in condizioni non natu-
rali, sono figli di sesso annoiato o sesso fatto per routine, il quale pro-
voca un drammatico abbassamento del livello energetico del concepi-
to. Sono molte le persone, specialmente nelle contemporanee società
di massa, che vivono in una condizione di carenza energetica che
viene ulteriormente appesantita da abitudini alimentari e di vita non
sane, tra queste l’abuso di farmaci è una delle più diffuse.

Taisha Abelar riferisce di una serie di passi che lei avrebbe impara-
276
Si confronti a questo proposito la teoria dei campi morfogenetici dello scienziato
inglese Rupert Sheldrake, in particolare, La presenza del passato. La risonanza morfi-
ca e le abitudini della natura, Spigno Saturnia (LT), Edizioni Crisalide, 2011.

275
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to da Emilito, uno dei membri del gruppo di Don Juan, al fine di ucci-
dere la presunzione, la boria, il senso di importanza personale. In que-
sto caso si fa uso dell’energia astrale di determinate stelle o costella-
zioni celesti. L’energia degli astri, che siano stelle o nebulose, è in rela-
zione all’energia del nostro sistema solare e della Terra. Questa ener-
gia diviene percepibile sulla Terra all’alba e al tramonto, nel momento
in cui la frequenza delle vibrazioni emanate dal sole diminuisce. Nei
momenti di transizione dal giorno alla notte, sembra che la Terra
diventi un canale aperto a ricevere la speciale vibrazione dell’energia
astrale. Per questo motivo gli sciamani messicani considerano l’alba e
il tramonto come momenti di potere e attribuiscono particolare valo-
re energetico all’energia inviata da stelle nascenti, esplodenti, o da stel-
le morte, implodenti – le pulsar, abbreviazione di pulsating radio star
identificate per la prima volta dal genio di Nikola Tesla – le quali con-
tinuano a mandare particolari fasce di segnali elettromagnetici all’uni-
verso con assoluta precisione. L’energia impersonale di queste stelle
aiuta, tramite l’esecuzione dei passi, ad aumentare il livello di consa-
pevolezza e a superare il senso di importanza personale.

“L’importanza personale è il nostro peggior nemico”, afferma Don


Juan, che una volta ha detto a Castaneda: “Ti senti troppo maledetta-
mente importante, ma dovrai cambiare. Sei così maledettamente
importante che ti senti in diritto di irritarti di tutto”277. E ancora:
“Pensaci, quello che indebolisce è sentirci offesi dai fatti e dai misfat-
ti dei nostri simili. La nostra importanza personale chiede che noi si
passi la maggior parte della nostra vita offesi da qualcuno. I veggenti
della seconda generazione tolteca raccomandavano che si facesse ogni
sforzo possibile per sradicare il senso di importanza personale dalla
vita dei guerrieri. Io ho preso questa raccomandazione alla lettera e
ho cercato di dimostrarti con tutti i mezzi possibili che senza impor-
tanza personale noi siamo invulnerabili”278. Il senso di importanza
personale viene generato da un punto di unione che stabilisce come
ci dobbiamo comportare e che cosa dobbiamo sentire. Per le pratiche
tolteche quali i passi magici, risulta essenziale imparare a spostare
277
Carlos Castaneda, Viaggio ad Ixtlan, op. cit., p. 32.
278
Carlos Castaneda, Il fuoco dal profondo, op. cit., p. 26.

276
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quel punto di unione e stabilire nuove abitudini grazie al potere del-


l’intento. “Uno dei misteri più profondi – afferma Don Juan – è la
maniera in cui la volontà universale, la forza impersonale, si trasfor-
ma in intento, la forza personalizzata che è al servizio di ciascun indi-
viduo. La parte più strana di questo mistero è che lo spostamento è
molto facile da ottenere, ma quel che non è altrettanto facile è con-
vincersi che sia possibile. Qui, proprio qui, è la nostra valvola di sicu-
rezza. Dobbiamo essere convinti. E nessuno di noi vuole lasciarsi con-
vincere”279.

Cap. 13
Enteogeni e guarigione spirituale
Giovanni Lattanzi

l’Iboga e il potere del sogno


Essendo l’Iboga strettamente collegata al mondo dei sogni, lo
Spirito della pianta ci permette di attingere alla sorgente ancestrale di
quello che nella tradizione tolteca viene chiamato il corpo del sogno.
A differenza di altri sogni, quelli ispirati dall’Iboga hanno una forte
valenza energetica, sia che ci conducano verso elevati stati di benes-
sere oppure nel mondo infero. In entrambi i casi, il campo energeti-
co della persona subisce un drastico cambiamento in quanto, come
insegnano i Toltechi, si è attivato il corpo energetico. Emerge un’e-
nergia che ha un effetto reale su tutto il nostro essere e che ci porta a
realizzare aspirazioni profonde. La pratica della manifestazione nella
realtà diurna di ciò che mostrano i sogni, è un aspetto essenziale sia
della pratica tolteca del creare i ponti che nel lavoro con l’Iboga. In
entrambi i casi stiamo lavorando con l’Intento. Di per sé, noi non
siamo consapevoli del nostro intento, l’energia che guida la nostra
realtà diurna. L’intento non è un pensiero, ma ha a che fare con un’i-
stanza più profonda. Se il nostro intento è di manifestare certe quali-
tà interiori o se cerchiamo una guarigione a livello fisico o emoziona-
le, la risposta alle nostre domande arriverà attraverso i sogni prima
che il processo di trasformazione si manifesti completamente nella
nostra vita quotidiana. In questo senso, la pratica tolteca di creare un
279
Ivi, p. 232.

277
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ponte tra sogni e realtà diurna corrisponde esattamente alla pratica


dell’assunzione di Iboga. In entrambi i casi il corpo del sogno funge
da mediatore tra l’intento della persona e il processo di manifestazio-
ne.

In genere, i sogni che si ricevono durante l’autosomministrazione


di Iboga attirano l’attenzione del sognatore. Per poterli ‘leggere’ a
volte si ha bisogno dell’esperienza del facilitatore, il quale li spiega
alla persona che li ha ricevuti, oppure, se la persona ha abbastanza
intuito, riesce a scoprirne il messaggio da sé. Per comprendere un
sogno mandato dall’Iboga è importante prestare attenzione alle emo-
zioni che il sogno ci ha evocato; inoltre, non bisogna cercare un signi-
ficato nascosto dietro le immagini, è invece importante che siano le
immagini stesse a ‘parlarci’. In genere la realtà che ci viene mostrata
dai sogni riguarda quella parte di noi che necessita ‘radicamento’, la
capacità di stare coi piedi per terra e che ci permette di non muover-
ci come una banderuola esposta al vento delle emozioni. Una capaci-
tà che ci consente di non trovarci in balia delle nostre emozioni e
neanche di quelle degli altri, che di fatto non ci appartengono.

L’Iboga a basso dosaggio ha degli effetti diversi da quelli dell’alto


dosaggio. A causa del suo effetto cumulativo, dopo due o tre settima-
ne di assunzione a basso dosaggio la stimolazione del sonno REM
porterà ad una maggiore produzione di sogni oppure aumenterà la
capacità di essere consapevoli nei sogni. L’Iboga a basso dosaggio
provoca un rilassamento muscolare, un incremento di energia fisica e
sessuale. Il bisogno di sonno si riduce senza che questo provochi stan-
chezza. Al contrario, una notte lucida e intensa con l’Iboga ci lascia
una sensazione di energia e di tono paragonabile a quella che potrem-
mo provare nel gustarci un panorama dopo aver scalato una monta-
gna oppure nel respirare di nuovo aria dopo esserci calati negli abis-
si marini. L’elemento ‘lucidità’ aumenta sia nella vita diurna che
durante i sogni. Si tratta di due aspetti della stessa energia che, men-
tre nella vita diurna si manifesta come energia della consapevolezza,
del silenzio mentale, nel mondo del sogno si manifesta come sogno
lucido. Come afferma Stephen LaBerge, pioniere dello studio dei

278
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sogni lucidi, “l’esperienza dei sogni lucidi offre un’equazione sempli-


ce ma molto efficace per comprendere i livelli della coscienza. Lo
stato ordinario del sogno sta al sogno lucido come l’ordinario stato di
veglia sta ad uno stato che chiameremo X. Questo ignoto stato X è,
quindi, uno stato di ‘veglia lucida’ che può venire interpretato in
modi diversi come consapevolezza o risveglio280.

Uno dei miracoli operati da questa pianta è lo sviluppo dell’ener-


gia del distacco e del non attaccamento: dopo aver ricevuto gli inse-
gnamenti di questa pianta maestro ‘il teatrino delle scimmie’, come lo
chiamano i Toltechi, ci impressionerà molto meno di prima e non ci
coinvolgerà più così facilmente. Con la crescita della sensazione di
pace interiore subentra la capacità di rimanere in contatto con l’ener-
gia della presenza mentale, si evita di dare energia a forme di pensie-
ro, specialmente a quelle nocive, che ci installano nella dimensione
della separazione. Una delle regole di vita dei Toltechi è di non pren-
dere sul personale quello che fanno o dicono gli altri; il Nagual Don
Miguel Ruiz a tal proposito afferma:“Non prendete mai nulla in
modo personale. Se qualcuno prende una pistola e vi spara alla testa,
persino una cosa tanto estrema non è nulla di personale”281.

Il potere dell’intento
Nella visione di Don Juan l’intento è la forza che ha permesso alla
natura di fare dei salti evolutivi. Nel suo Tensegrità-Passi magici, Casta-
neda ci mette a parte di questa paticolare visione di Don Juan in anti-
cipo di alcuni decenni sulle ultime scoperte della ricerca scientifica.
Don Juan afferma che i dinosauri impararono a volare perché intenta-
rono l’atto del volare. Le ali furono solo una delle possibili opzioni,
forse quella più accessibile, i loro discendenti, gli uccelli, volano
ancora con le ali. Per dirla con Robert Classen: “L’intento è quella
forza che costringe la vita ad assumere e generare forme viventi sem-
pre più complesse”282. Oggi sappiamo che gli uccelli, animali a sangue
caldo, sono effettivamente i discendenti dei dinosauri e non, come a

280
Stephen LaBerge, Lucid Dreaming, op. cit., p. 68.
281
Don Miguel Ruiz, I quattro accordi, op. cit., p. 44.
282
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i guerrieri di Don Juan, op. cit., p. 235.

279
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lungo si è creduto, dei rettili, che variano invece la loro temperatura


col variare di quella dell’ambiente283.

L’Intento è l’energia della preghiera nel senso datole da Gesù:


“chiedete e vi sarà dato”. Come afferma Gesù, la preghiera non è per
chi crede di aver trovato ma per chi sta cercando, per chi è in uno
stato di sofferenza e ne vuole uscire. Quando ci sono due parti di noi
in conflitto, una che esige qualcosa e l’altra che non la vuole oppure
che reclama la cosa opposta, questo è il momento di portare atten-
zione a quello che avviene dentro di noi, a questo stato di conflitto
interiore. Proclamiamo una tregua nella nostra guerra interiore. In
genere la nostra ‘energia di abitudine’– come viene chiamata nel
Buddhismo l’energia che ci fa agire in maniera automatica – ci spin-
ge, come se avessimo un bastone puntato dietro la schiena, verso una
delle due opzioni. Tanto più le nostre scelte sono compulsive e detta-
te da automatismi, tanto più l’universo delle nostre credenze è basato
su superstizioni, sulla paura, quanto più perdiamo la possibilità di
fare scelte che ci aiutino a guarire, che ci insegnino l’arte di amare noi
stessi. La possibilità di scegliere c’è, ma non ci è più disponibile, non
è ‘a portata di mano’. Per renderla di nuovo disponibile abbiamo
bisogno di energia, come insegnano i Toltechi, che hanno ricondotto
ogni forma di spiritualità ad una questione energetica. Questo è il
momento in cui molti di noi si affidano allo Spirito dell’Iboga.

Ayahuasca: tradizioni indigene e ricerche scientifiche


Lo Yagé, comunemente noto con la denominazione di Ayahuasca,
è il più importante enteogeno della foresta pluviale amazzonica. “La
parola Ayahuasca deriva dalla lingua quechua, uno dei gruppi etnici
più importanti della zona delle Ande centrali. Il termine quechua si
riferisce anche alla lingua della civiltà Inca, sviluppatasi da una tribù
di tale etnia. La parola aya significa ‘Spirito, anima, persona defunta’
e huasca vuol dire ‘liana, vite’, per cui ayahuasca sta per ‘la liana degli
spiriti’284. Alcune tribù la chiamano più semplicemente ‘la purga’, a
causa della sua capacità di disintossicare il corpo tramite il vomito e
283
Ivi, p. 234.
284
Walter Menozzi, Ayahuasca - La liana degli spiriti, Roma, Spazio Interiore, 2013, p. 14.

280
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la diarrea. Attualmente il suo uso religioso è diffuso all’interno del


bacino della foresta tropicale amazzonica presso 72 etnie indigene in
un’area che comprende Brasile, Perù, Colombia, Ecuador, Bolivia e
Venezuela. La ‘cultura dello yagé’, nome con cui gli antropologi defi-
niscono il nucleo di tribù indigene appartenente ad un’area che si
estende dal nord del Perù al sud della Colombia, è considerata come
l’ultima delle tradizioni sciamaniche della Terra che si conserva con
maggiore grado di purezza285. Per gran parte di queste tribù l’Aya-
huasca rappresenta l’enteogeno principale, altri gruppi invece ne uti-
lizzano anche altri (il Cactus Peruviano, lo Yopo, la Datura, etc.), il
più utilizzato dei quali è il tabacco, noto col nome di Mapacho. Per i
nativi delle due Americhe il tabacco è una potente pianta sacra che
viene impiegata a scopi curativi. Si tratta di una qualità di tabacco
totalmente diversa da quella conosciuta in Occidente, in quanto del
tutto naturale, non contiene additivi chimici. Il Mapacho viene
fumato, masticato, ingerito in forma liquida o cotto insieme alle altre
piante che servono per preparare l’Ayahuasca.

Alla fine degli anni ’80 del Novecento, in seguito ad accurate


indagini durate diversi anni, l’organo brasiliano di controllo degli
stupefacenti ha concluso che l’Ayahuasca non può essere considera-
ta uno stupefacente e il suo uso rituale e terapeutico non è parago-
nabile all’abuso di droghe. Il governo brasiliano ha affermato che il
suo uso rituale e religioso non può essere represso in quanto non
crea rischi né per la salute né per l’ordine pubblico. Questa decisio-
ne sugli effetti psicofisici della bevanda è stata confermata sia dagli
studi scientifici effettuati che, dal punto di vista giuridico, da una
dichiarazione ufficiale dell’International Narcotics Control Board
(INCB), organo dell’ONU incaricato di esprimere pareri sull’uso di
piante psicoattive. Diversi paesi nel mondo – tra cui Olanda, Spagna,
New Mexico, Canada e recentemente anche l’Italia – hanno legal-
mente riconosciuto che l’Ayahuasca non può essere identificata – far-
macologicamente e giuridicamente – col suo principio attivo e in
particolare con la DMT; che l’assunzione dell’Ayahuasca in contesto
rituale non risulta un abuso della sostanza; che l’Ayahuasca non crea
285
Ivi

281
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rischi per la salute e l’ordine pubblico, e che è legittimo l’uso sacra-


mentale e terapeutico del sacramento Ayahuasca286. I sostenitori del-
l’uso rituale dell’Ayahuasca, in genere aderenti alle chiese del Santo
Daime, dell’Uniao do Vegetao o esponenti del Camino Rojo o soste-
nitori delle tradizioni sciamaniche di alcune tribù amazzoniche – tra
cui gli Yawanawa, gli Shipibo, etc. – sostengono che dal punto di
vista giuridico, secondo la legislazione internazionale ratificata
dall’ONU, l’Ayahuasca non può venire equiparata agli stupefacenti e
soprattutto che il diritto fondamentale dell’umanità alla libertà di
religione può venire represso solo per motivi inerenti alla salute e
all’ordine pubblico, rischi assenti nell’uso rituale dell’Ayahuasca,
come è stato provato dagli studi effettuati da team di ricercatori di
diverse università del mondo, tra cui Brasile, Perù, USA, Spagna e
Finlandia.

“In paesi come il Brasile, lo stesso Ministero per la Salute Pubblica


ha riconosciuto l’uso della bevanda e il suo effetto positivo per la
popolazione. La medesima constatazione è stata fatta dal Ministero
della Salute Pubblica del Perù287. Lo Stato peruviano ha svolto un’at-
tività informativa riguardo all’uso terapeutico dell’Ayahuasca finaliz-
zata al recupero di giovani alcolisti e tossicodipendenti, in genere da
cocaina. In Perù l’uso terapeutico dell’Ayahuasca viene associato ad
una pratica di sostegno psicologico in cui le esperienze e le visioni
dovute alla bevanda vengono ascoltate e interpretate da psicologi che
sono anche degli esperti nell’uso e nella somministrazione di questa
bevanda sacra.

La documentazione archeologica ne ha confermato un’antichità di


almeno 6000 anni. Ceramiche datate intorno al 4000 a.C. indicano
l’uso di piante psicoattive tra quelle con cui viene preparata
l’Ayahuasca. Diverse immagini rilevate sulle ceramiche della civiltà
pre-Inca sono relative all’uso del San Pedro (Trichocereus Pachanoi).
In diversi studi scientifici e antropologici lo sciamanesimo viene con-
siderato come una delle fasi cruciali dello sviluppo dell’umanità che
286
Ivi, p. 22.
287
Ivi, pp. 214-215.

282
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ha visto la nascita delle prime forme di conoscenza strettamente lega-


te all’uso di piante psicoattive, le quali invece che dissociare la perso-
nalità – come vorrebbe certa psichiatria moderna di approccio rigi-
damente razionalistico – ha promosso e sviluppato la capacità di
apprendimento di intere popolazioni e civiltà. I termini ‘sciamano’ e
‘sciamanesimo’ non sono di origine sudamericana ma indiana, più
precisamente appartengono alla tradizione vedica, la saggezza raccol-
ta nei Veda, i testi sacri scritti in sanscrito da cui ha avuto origine la
religione Induista. Secondo alcuni filologi il termine sanscrito shraman
proviene dalla radice indoeuropea shram che significa esercitarsi,
sforzarsi. Secondo altri la radice indoeuropea sa sta per sapere, cono-
scenza spirituale mentre manu sta per uomo. Il termine shraman nei
Veda, sta per sacerdote, monaco o asceta itinerante, indicherebbe un
individuo che tramite l’esercizio è arrivato a padroneggiare una certa
arte spirituale e a sviluppare il ‘sapere’. Il termine ‘sciamanesimo’,
usato per la prima volta nel 1698, viene da tempo impiegato dagli stu-
diosi per indicare credenze e tradizioni magico-religiose di origine
neolitica, presenti in tutti e cinque i continenti del pianeta. Tra le
conoscenze che caratterizzano lo sciamanesimo, come afferma Mircea
Eliade, vi sono le tecniche dell’estasi (o del ‘volo estatico’), il viaggio
negli inferi, la capacità di comunicare con le anime dei morti, nonché
la prima raccolta dell’umanità che testimonia una vastissima erudizio-
ne nell’uso di piante a scopo curativo, un estesissimo campionario di
erbe e piante medicinali che in parte è arrivato fino a noi grazie a
quelle popolazioni che ne hanno tenuta viva la conoscenza. Buona
parte del sapere fitoterapico moderno, nonché la produzione di medi-
cinali si basano sulle competenze che l’umanità ha sviluppato duran-
te il neolitico che facevano parte dell’universo magico-religioso scia-
manico. In particolare sembra che il 75% dei medicinali prodotti
dalle case farmaceutiche provenga da prodotti naturali forniti dal-
l’immensa riserva amazzonica. “È opinione comune degli antropolo-
gi che si sono dedicati allo studio delle tradizioni sciamaniche quanto
sia sorprendente la conoscenza di curanderos analfabeti nel campo
delle proprietà terapeutiche di un vasto numero di piante medicinali.
Gli studi scientifici hanno dimostrato l’esattezza del loro sapere ‘far-
macologico’ e i rilevamenti etnobotanici hanno mostrato l’estrema

283
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precisione del loro rilevamento tassonomico, riconoscendone la supe-


riorità rispetto alla botanica occidentale”288.

Come afferma Walter Menozzi nel suo splendido libro Ayahuasca


- La liana degli spiriti, ‘sebbene non ci siamo prove inequivocabili, l’i-
potesi più probabile indica che l’uso dell’Ayahuasca sia nato nella
foresta amazzonica in epoca preistorica289 – il cosiddetto ‘neolitico
amazzonico’ – e che si sia successivamente diffuso in una parte del
continente sudamericano, raggiungendo le coste nord-occidentali,
andando così a coprire parte del territorio che costituirà poi l’impero
degli Incas. Tutte le tradizioni ayahuasquere moderne (indigene o di
origine sincretistica) si riferiscono a miti che ritengono la civiltà Incas
all’origine delle loro tradizioni religiose legate all’uso della bevanda
sacra. Da tutte le tribù che ne fanno uso l’Ayahuasca è considerata
uno Spirito della foresta che trasmette agli esseri umani “una delle più
alte manifestazioni dello Spirito divino, fonte inesauribile di cono-
scenza, potere e cura”290. Per gli indigeni L’Ayahuasca manifesta tra-
mite la visione chiamata mareacion, lo Spirito di Madre Terra, che nel-
l’universo visionario amazzonico ha la capacità di manifestarsi come
la Reinha de la floresta. Nelle tradizioni indigene, in particolare delle
tribù andine, la Terra viene chiamata Pachamama, ed è vista come uno
Spirito potentissimo, lo Spirito della Grande Madre, la Madre di
tutto ciò che esiste su questo pianeta, divinità dei raccolti e della fer-
tilità in genere, che vive nelle montagne e nelle acque e causa terre-
moti, esplosioni vulcaniche e nubifragi. Nella visione sciamanica la
Terra come il Sole sono i nostri più antichi antenati. Come sarebbe
possibile la vita stessa su questo meraviglioso pianeta senza Terra,
senza l’Acqua, senza la luce del Sole? Nella visione indigena la Terra
è prospera, generosa, creativa, abbondante ma anche intelligente, sag-
gia, amorevole, possiede consapevolezza e volontà. Nelle tradizioni
ayahuasquere influenzate dal cattolicesimo, vedi la chiesa del Santo
Daime, la Reinha de la Foresta e la Vergine Maria sono due aspetti
della stessa energia. Per entrambi i contesti religiosi, lo Spirito della

288
Ivi, p. 87.
289
Ivi, p. 37.
290
Ivi, p. 49.

284
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Reinha de la floresta e la Vergine Maria sono coloro che percepiscono


il dolore del mondo e che hanno la capacità di guarire tramite la sot-
tile vibrazione dell’energia dell’Amore incondizionato. La Vergine
Maria viene pregata in contesti cattolici ma anche sciamanici; può
venire invocata da chi cerca pace e conforto in condizioni particolar-
mente difficili e avverse come ad esempio guerra, ingiustizie sociali,
malattie e via dicendo. Nella visione sciamanica le piante, gli animali,
i minerali, l’acqua, gli astri, le galassie, sono vivi, possiedono una loro
vibrazione energetica che può mettersi in contatto con la realtà
umana, non attraverso la ragione, la mente discorsiva, ma attraverso
un canale energetico superiore, di tipo spirituale, che vive negli esse-
ri umani, si manifesta nei sogni e viene mediato dagli enteogeni. Nella
tradizione indigena sudamericana la realtà, come afferma Walter
Menozzi, è multidimensionale291. Mentre nella vita quotidiana in
genere se ne percepisce il lato ordinario, i sogni e gli enteogeni per-
mettono l’ingresso in una dimensione ‘altra’, dove è possibile comu-
nicare con gli spiriti della natura e delle piante, con altri esseri umani,
vivi o defunti, con l’universo intero. Il contatto con gli spiriti include
anche la comunicazione con lo Spirito di antenati spirituali, ad esem-
pio sciamani del passato che hanno riposto la loro energia e la loro
saggezza in determinate piante maestro o altre medicine sciamaniche,
come hanno fatto per esempio i Nagual messicani con il Peyote. In
una leggenda amazzone, ad esempio, un potente sciamano prima di
morire ha riposto tutte le sue conoscenze nello Spirito della rana
Kambo per aiutare la sua tribù. Secondo questa leggenda la pratica
dell’applicazione del Kambo sarebbe un dono fatto all’umanità da
questo antico sciamano che avrebbe ‘visto’ le capacità guaritive della
rana in sogno oppure grazie ad una visione indotta dall’Ayahuasca.
Un altro esempio è riportato dall’esperienza di Mestre Irineu che
prima di fondare la Chiesa del Santo Daime per una decina di anni o
più ha bevuto la sacra bevanda nel contesto indigeno. A diverse ripre-
se gli si era presentato lo Spirito di Don Pizzon, chiamato anche Don
Pizango, che gli aveva confidato di essere un caboclo peruviano, lo
Spirito di un antico guerriero discendente degli Inca. Da questo
Spirito Mestre Irineu ha ricevuto gli insegnamenti riguardanti la rac-
291
Ivi, p. 52.

285
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colta e la preparazione dello yagé. Sembra che Don Pizango fosse un


discendente appartenente al lignaggio di Re Huascar, il dodicesimo
sovrano Inca che durante l’invasione spagnola si sarebbe stabilito,
con il suo popolo, nella foresta.

Per la cultura sciamanica il mondo della realtà quotidiana, lo stato


di veglia condizionato dalle influenze dell’ambiente familiare e socia-
le, è considerato fonte di errore e illusione, mentre la dimensione spi-
rituale cui si accede grazie ai sogni lucidi e alle piante psicoattive, ha
carattere di verità. Nelle tribù indigene uno dei principali scopi del-
l’uso dell’Ayahuasca è di favorire l’unione, l’armonia e la pace della
tribù stessa. Lo sciamano assume il ruolo dell’intermediario che si col-
lega agli spiriti delle piante e degli animali per sostenere la protezio-
ne e la cura della propria comunità, per mantenere un buon rappor-
to con gli spiriti della foresta, per risolvere problemi pratici di ogni
tipo, per curare le persone sia fisicamente che psichicamente malate.
L’uso dell’Ayahuasca nelle tribù amazzoniche ha spesso un valore
‘diagnostico’. Le intuizioni, le visioni provocate dall’assunzione della
bevanda (chiamate mareacion dagli indigeni, miracao dai fedeli del
Santo Daime) servono per riconoscere le cause delle malattie o per
dare istruzioni su una specifica cura. Grazie al notevole incremento
delle capacità telepatiche, l’Ayahuasca permette di ‘vedere’ se ci sono
persone che hanno intenzioni ostili nei propri confronti o se in pas-
sato qualcuno ha attentato alla nostra vita tramite atti di stregoneria.
Tutto ciò che risulta invisibile agli occhi, viene rivelato nella visione
dello sciamano con l’ausilio della liana sacra. Un’infermità, una malat-
tia, nell’universo sciamanico può avere diverse cause tra cui l’azione
negativa operata per invidia, rabbia o gelosia da spiriti ostili o da altri
esseri umani. Gli sciamani devono stare attenti soprattutto ai dardi
velenosi lanciati dagli stregoni. Essi in genere si attengono ad un codi-
ce morale di rispetto per la vita di tutti gli esseri viventi, ma a volte
devono confrontarsi con stregoni malintenzionati. Gli spiriti negativi
che posseggono questi stregoni lanciano energia negativa verso gli
sciamani o altre persone cercando di scovare i punti deboli nel campo
energetico dei loro bersagli. Gli sciamani quindi sanno quanto sia
importante proteggere sé stessi e i membri della propria tribù da tali

286
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attacchi, per farlo devono costruirsi uno scudo protettivo, basato


sulla propria impeccabilità e su un elevato livello energetico indotto
dagli enteogeni, che permette di neutralizzare i ‘dardi’ malefici degli
stregoni.

In diverse tradizioni ayahuasquere si pone l’accento sul carattere


pedagogico dello Spirito di questa pianta, per la sua capacità di pro-
muovere una condotta impeccabile nella relazione con gli altri mem-
bri della comunità. Secondo Dennis McKenna292 la funzione tradizio-
nale dell’ayahuasquero e del curandero riunisce quelle del sacerdote,
del medico e dello psicoterapeuta occidentali293. Un’altra tradizione
molto antica, probabilmente di origine Inca, ma che ha subíto anche
l’influsso della religiosità africana e di quella cattolica, è l’uso della
bevanda sacra come mezzo per entrare in contatto con le anime dei
morti. Questa tradizione è stata ripresa e sviluppata da Mestre Irineu,
il fondatore della chiesa del Santo Daime, il quale a tale proposito ha
creato un lavoro spirituale specifico chiamato Santa Missa, che viene
effettuato durante il primo lunedì di ogni mese o in altre occasioni
speciali – quale quella del 2 di novembre – dedicate alle anime dei
morti. Il lavoro consta di preghiere cattoliche, essendo Mestre Irineu
stesso cattolico, in particolare l’Ave Maria e il Padre Nostro. Lo scopo
di questo speciale lavoro spirituale è quello di accompagnare lo
Spirito di chi muore durante il suo viaggio oltremondano.
L’accompagnamento dei morti, la preghiera per gli antenati, il ricolle-
gamento con l’anima dei defunti in genere, fa parte di antichissime
tradizioni religiose di origine sciamanica, vedi ad esempio la tradizio-
ne bon e quella buddhista tibetana dove l’intera comunità prega e
sostiene l’anima del trapassato durante uno dei momenti più delicati
della sua esistenza. Il passaggio da una reincarnazione all’altra nella
tradizione tibetana viene chiamato bardo. A parere di chi scrive la
292
Dennis Jon McKenna (1950) è un etnofarmacologo americano, studioso e ricerca-
tore in farmacognosia (una branca della farmacologia che si occupa dello studio di
farmaci ricavati da fonti naturali).
293
Dennis J. Mc Kenna, Luis E. Luna, Neil G.H.Towers, Ingredientes Biodinamicos en
las plantas que se mezclan al Ayahuasca. Una farmacopea Tradicional no investigada, in
“América Indigena”, vol. XLVI, n.1, gen. mar. 1986, pp. 73-99, Instituto Indigenista
Interamericano, Città del Messico.

287
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mancanza di sostegno verso i trapassati è uno dei fenomeni più


inquietanti della contemporanea cultura laica occidentale, in cui è
quasi scomparso il supporto di comunità religiose e sociali che
accompagnano chi muore. Vale la pena menzionare che il Santo
Daime all’interno dei lavori spirituali di Mestre Irineu rappresenta
una nuova rivelazione sacramentale del Cristo, il simbolo eucaristico.
Il corpo vegetale consacrato diviene corpo divino, il corpo di Gesù
Cristo294. Come nella tradizione tibetana, anche in quella cristiana lo
scopo delle preghiere per i defunti è quello di ricollegarsi alla Luce,
la Luce divina di cui il corpo di Cristo è un aspetto.

È importante ricordare che nelle tradizioni sciamaniche, durante


l’apprendistato con l’Ayahuasca così come con altri enteogeni, esiste
sempre la possibilità che l’iniziato venga tentato di accettare dei pote-
ri da spiriti malvagi che gli possono insegnare come colpire altre per-
sone, a volte anche mortalmente. A seconda che lo sciamano scelga di
imparare a curare altre persone o a colpirle, viene definito come
curandero oppure stregone. Succede spesso che il futuro apprendista
venga chiamato dallo Spirito della pianta tramite dei sogni; si tratta di
una tipica vocazione sciamanica. In sogno lo Spirito della medicina si
rivela e da allora l’aspirante si sente profondamente attratto all’in-
contro diretto con quella particolare pianta medicinale. Una persona
che intende farsi iniziare all’arte di curare persone tramite le piante
maestro, compie un periodo di apprendistato e deve sottoporsi a delle
regole molto rigide: isolamento nella foresta, digiuno, diete alimenta-
ri, astinenza sessuale, lunghi periodi di solitudine e silenzio e così via.
Questo tipo di addestramento viene chiamato ‘dieta’. La parola
‘dieta’ quindi non indica solamente una dieta alimentare, ma tutta
una serie di regole e restrizioni che aiutano l’aspirante curandero a
raccogliere la sua energia e ad incontrare lo Spirito della pianta mae-
stro cui intende essere iniziato e dalla quale riceverà direttamente la
parte più importante del suo apprendistato. Secondo gli indigeni
sudamericani la differenza tra i medici occidentali e i guaritori scia-
mani è che i primi imparano dai libri, mentre i secondi imparano
direttamente dalla natura, dalle piante che assumono, che sono i loro
294
Walter Menozzi, Ayahuasca - La liana degli spiriti, op. cit., p. 112.

288
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principali maestri, non a caso vengono chiamate ‘piante maestro’ ma


anche ‘piante medicina’, nel senso che curano come dei dottori, come
ha riferito un guaritore dell’Amazzonia a Dennis J. Mc Kenna. Il
diploma come sciamano non viene rilasciato da una scuola o da un’u-
niversità, ma dallo Spirito stesso della pianta che attrae a sé lo scia-
mano e ne valuta la competenza, correggendolo e punendolo se com-
mette degli errori o se si comporta in maniera scorretta o avventata.
La durata della dieta, che può durare da molti mesi a diversi anni,
determina l’esperienza e la competenza dello sciamano. Non sono rari
i casi in cui è proprio lo Spirito di determinate piante o certi sogni, a
prescrivere la durata e le caratteristiche della dieta stessa, il luogo
dove questa si dovrà svolgere, etc. Nella lista dei prodotti da evitare
nella dieta alimentare degli ayahuasqueros in genere ci sono bevande
zuccherate, alcool, carne di maiale, alimenti piccanti, considerate
tutte sostanze che appesantiscono il campo energetico dell’apprendi-
sta. In alcune tribù è vietato mangiare la carne di un certo animale
perché questo animale è collegato a piante di potere e rappresenta
quindi lo Spirito guida della tribù stessa. Venendo a contatto con la
cultura occidentale, le restrizioni sono aumentate includendo anche
formaggi stagionati e medicinali quali ad esempio il Prozac®. Lo
scopo della ‘dieta’ e dei digiuni è sia quello di disintossicare da tossi-
ne di origine fisica o emozionale sia quello di prevenire effetti negati-
vi dovuti alla combinazione di determinate sostanze non compatibili
con l’Ayahuasca. Durante il suo apprendistato l’aspirante sciamano
riceve direttamente le sue conoscenze e i suoi poteri di guarigione
dagli spiriti della natura, per esempio lo Spirito di un animale, i quali
lo curano da una determinata malattia e gli mandano dei canti di gua-
rigione. Nell’universo sciamanico il mondo è magico. Lo sciamano sa
che una linea che separi il mondo umano da quello degli altri anima-
li, dal mondo vegetale e da quello minerale, il regno organico da quel-
lo inorganico, in realtà non esiste. La stessa energia li pervade, lo stes-
so Grande Spirito. Gli spiriti che mandano i canti, chiamati icaros,
rappresentano le ‘muse’ dello sciamano. Gli sciamani sono spesso dei
musicisti di grande talento. Ogni sciamano ha un suo repertorio di
canti spirituali che ha ricevuto dagli spiriti e che utilizza durante i suoi
rituali al fine di guarigione e divinazione. Durante i rituali, grazie al

289
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suo corpo energetico, lo sciamano interagisce con gli esseri che si tro-
vano nell’altra dimensione e usa il canto per loro tramite. I canti pos-
sono arrivargli in momenti di ispirazione e anche nei sogni. Lo stru-
mento principale utilizzato è la voce umana, altri strumenti general-
mente usati sono i maracas, i tamburi e i flauti.
A partire dagli anni ’80 del Novecento sono stati avviati diversi
studi e ricerche scientifiche sia sull’Ayahuasca che su altri enteogeni,
che hanno poi rilevato una omogeineità di risultati. Un nome tra le
numerose autorità internazionali che hanno condotto studi in questo
campo, in genere grazie ad un lavoro di équipe, coinvolgendo univer-
sità e istituti di diversi paesi del mondo, è quello di Charles Grob,
medico psichiatra, capo della divisione di Psichiatria dell’Infanzia e
dell’Adolescenza del Dipartimento di Psichiatria dell’UCLA in
California. Charles Grob è stato il coordinatore dell’Hoasca Project
del 1993. Altro nome di rilievo per quanto riguarda lo studio di enteo-
geni, da lui chiamate ‘Piante degli Dei’, è Richard Evans Schultes, con-
siderato il padre dell’etnobotanica moderna, professore della Harvard
University e direttore dell’Harvard Botanical Museum. In particolare,
gli studi sull’Ayahuasca sono stati spesso affiancati a ricerche effettua-
te sulla produzione endogena di DMT da parte della ghiandola pinea-
le. Diverse ricerche sul campo sono state svolte in Brasile e Perù per
verificare gli effetti dell’Ayahuasca sul corpo umano, per controllare se
abbia o no effetti neurotossici e in che modo l’uso della bevanda sacra
si addice alla cura di tossicodipendenze e altri disturbi quali ansia e
depressione. La somministrazione dell’Ayahuasca a persone affette da
alcolismo era nota già agli ayahuasqueros indigeni prima della fonda-
zione di centri di recupero in Brasile e Perù. Tra i vari ricercatori che
si sono occupati di Ayahuasca e del principio attivo che questa contie-
ne, la DMT, spicca il nome di Rick Straasman, un vero e proprio pio-
niere nel campo295. Psichiatra dell’Università del New Mexico, viene
considerato il maggiore studioso a livello mondiale della DMT, di cui
ha studiato la struttura, che risulta essere la stessa della serotonina e
della melatonina. Nel 1996 era l’unico scienziato ad avere un’autoriz-
zazione ufficiale del NIDA per effettuare delle ricerche sugli effetti

295
Rick Strassman, DMT: The Spirit Molecule, op. cit.

290
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della DMT sugli esseri umani. La ricerca dell’Hoasca Project, condot-


ta da Charles Grob, ha coinvolto nove centri universitari e diverse isti-
tuzioni degli Stati Uniti, Brasile e Finlandia. È stata effettuata in fun-
zione di un precedente sollecito da parte del movimento religioso
dell’Uniao do Vegetao (UDV), movimento brasiliano basato sull’uso
rituale dell’Ayahuasca. Negli anni ’80 del Novecento, per un solo
anno, il governo brasiliano aveva proibito l’uso della bevanda sacra e
il capo dell’UDV era stato arrestato. I membri di questo movimento
sollecitavano la necessità di un chiarimento basato su evidenze scienti-
fiche, riguardo agli effetti di questa bevanda sacra.

L’Ayahuasca si presenta sotto forma di bevanda ottenuta dalla cot-


tura di una liana, appartenente alla famiglia delle Malpighiaceae, nota
col nome scientifico di Banisteriopsis caapi, insieme al fogliame della
pianta, appartenente alla famiglia delle Rubiaceae, che porta il nome
scientifico di Psychotria viridis. Per gli indigeni del Sudamerica que-
ste due piante rappresentano il principio maschile e quello femmini-
le insiti nella bevanda sacra. Mentre il principio maschile, chiamato
anche Jagube, fornisce la bevanda di forza e vigore, quello femminile,
chiamato Rainha, le fornisce luce e amore. L’identificazione botanica
della liana Banisteriopsis Caapi è stata effettuata nel 1852 dal botani-
co britannico Richard Spruce. Negli anni ’50 del Novecento analisi
chimiche hanno individuato gli alcaloidi contenuti nella Banisteriopsis
Caapi: armina, armalina e tetra-idroarmina, sostanze chiamate beta-
carboline. Negli anni ’70 dagli studi di Rivier e Lindgren risulta che
nella specie Psychiotria viridis si riconosce la presenza di sostanze
tipo-DMT, in particolare DMT e 5-Meo-DMT. Nel 1984 Dennis
McKenna afferma per primo che l’effetto psicoattivo dell’Ayahuasca
è dovuto all’inibizione degli enzimi MAO da parte di sostanze di tipo
beta-carboline, che permette il parziale assorbimento della DMT a
livello gastrointestinale. La ricerca scientifica ha scoperto che gli alca-
loidi tipo-DMT – la DMT e la 5-Meo-DMT – e quelli armalinici, che
rappresentano i principi attivi presenti nell’Ayahuasca, sono sostanze
endogene, vale a dire sostanze prodotte dal corpo umano296. La DMT

296
Ivi, pp. 56-66.

291
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in particolare, viene prodotta dalla ghiandola pineale, una ghiandola


che già dall’antichità ha attratto l’attenzione degli studiosi. Rick
Strassman sostiene che nella ghiandola pineale sono presenti le
sostanze coinvolte nel controllo dei diversi stati attraverso cui passa la
coscienza umana, in maniera naturale, senza uso di enteogeni. Il sim-
bolo della sacra pigna si trova un po’ dappertutto nell’antico mondo
europeo, specialmente all’interno di movimenti religiosi a carattere
esoterico. Cartesio la considerava la sede dell’anima. Secondo il filo-
sofo francese aveva la peculiare capacità di unificare messaggi prove-
nienti da organi doppi quali gli occhi e le orecchie. In effetti succes-
sivamente è stato provato che la ghiandola pineale reagisce sia ai mes-
saggi luminosi che a quelli sonori. L’identificazione della ghiandola
pineale con il ‘terzo occhio’ è avvenuta verso la metà del diciannove-
simo secolo grazie alla fondatrice della società teosofica Helena
Petrovna Blavatsky, allora tacciata di propagandare ‘pseudoscenza’,
titolo dispregiativo che in Occidente è stato dato ad ogni forma di
conoscenza che non risulti allineata con il materialismo dell’approc-
cio scientifico ufficiale. Il ‘terzo occhio’ corrisponde alla nota imma-
gine indicante l’occhio di Dio inserito in un triangolo oppure, in
India, l’occhio di Shiva, situato tra le ciglia del Dio. In India l’occhio
divino corrisponde al sesto chakra, quello che permette la visione
profonda della realtà, concezione ripresa in seguito dal Buddhismo
Theravada che identifica la vipassana con la capacità di ‘vedere’ oltre
le apparenze e le illusioni della mente dualistica. L’identificazione
della ghiandola pineale con il terzo occhio (o sesto chakra) sta tro-
vando conferma nei recenti studi attinenti la ghiandola pineale nella
quale i cristalli di calcite, apatite e magnetite in forma sabbiosa, della
grandezza di 100-300 nanometri, fungono da antenne per la ricezio-
ne di onde elettromagnetiche. Questi cristalli sarebbero responsabili
di facoltà cosiddette paranormali, tra cui la chiaroveggenza, le visioni
profetiche, esperienze in cui la dimensione spazio-temporale viene
trascesa o, per meglio dire, la molteplicità della realtà spazio-tempo-
rale viene unificata.

Ci sono diversi casi in cui le intuizioni creative della scienza si rife-


riscono a questa capacità di penetrare i misteri della realtà grazie alla

292
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facoltà dell’immaginazione, la capacità di ‘vedere’ l’energia così come


essa è in realtà, vedi la scoperta della relatività di Albert Einstein, il
quale ha descritto il momento della sua scoperta come una vera e pro-
pria esperienza di folgorante illuminazione. È un dato di fatto che le
scoperte scientifiche realizzate durante la storia dell’umanità non
siano riconducibili le une alle altre, secondo un metodo deduttivo, ma
seguano una evoluzione a ‘salti’, così come si suppone sia avvenuta
l’evoluzione della vita stessa su questo pianeta. La dicotomia tipica-
mente occidentale tra scienza e spiritualità, scienza e religione dovu-
ta a particolari condizioni storiche – la lotta nel sedicesimo secolo tra
il potere politico della Chiesa Cattolica e le nuove scienze emergenti
– si sta lentamente sanando in un momento in cui diventa sempre più
chiaro che una conoscenza scientifica non può esistere senza l’appor-
to della capacità di vedere la realtà oltre le limitazioni culturali e gli
interessi materiali politico-finanziari a cui si è asservita. Le scoperte di
Nikola Tesla, uno dei geni scientifici più importanti della nostra
epoca, ne sono una prova lampante. La particolarità di questo genia-
le scienziato è che vedeva l’energia grazie al suo particolare e potente
potere di visualizzazione psichica297. Una dote che nel contesto cultu-
rale europeo dello scorso secolo e in parte ancora oggi, è sinonimo di
patologia, essendo ogni produzione visiva della psiche considerata
come sinonimo di delirio o psicosi. È da questo pregiudizio culturale
che deriva la definizione di ‘allucinazione’ riferita a ogni visione o agli
stessi sogni, vale a dire immagini vuote, senza senso, sicuramente non
degne dell’attenzione della scienza.

I cristalli presenti nella ghiandola pineale sono stati utilizzati per


compiere degli esperimenti di fisica quantistica nei quali si è provato
che, proiettati in direzioni diverse alla velocità della luce, possiedono
la proprietà di continuare ad influenzarsi reciprocamente. Sono quin-
di i mediatori ideali per le comunicazioni inerenti le dimensioni che

297
Si legga, a questo proposito, la straordinaria intervista rilasciata da Nikola Tesla nel
1899 al giornalista John Smith e tenuta nascosta fino al 2015, data in cui è stata pub-
blicata online da George Stankov. G. Stankov, Nikola Tesla – Everything is the Light.
Interview with Nikola Tesla from 1899, pubblicato online il 7 maggio 2015 sul sito:
http://www.stankovuniversallaw.com/2015/05/nikola-tesla-everything-is-the-light/

293
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trascendono le coordinate spazio-temporali cui siamo abituati. Questi


cristalli permettono scambi energetici in cui il continuum spazio-tem-
porale creato dalla Terra col suo movimento nello spazio, viene ulte-
riormente rallentato permettendo di viaggiare nel tempo. La ghiando-
la pineale ha la funzione di regolare il ritmo circadiano – l’alternarsi
continuo degli stati di veglia e di sogno – quindi è estremamente sen-
sibile alla luce solare. Nello stato di veglia la luce solare stimola la
ghiandola pineale che produce l’ormone della serotonina, mentre in
mancanza di luce, in oscurità, produce l’ormone della melatonina. La
melatonina diminuisce l’attività delle onde cerebrali cambiandone la
frequenza, da quella delle onde beta a quella delle onde tetha. Quando
la produzione di serotonina è sufficiente, la melatonina si mette in atti-
vo e si trasforma in pinealina che permette la produzione di sogni luci-
di e viaggi fuori del corpo, escursioni fuori dalle coordinate spazio-
temporali. Si tratta di una facoltà naturale che l’essere umano possie-
de e condivide con l’universo intero, con l’energia in senso lato che
secondo Nikola Tesla riempie totalmente quello che chiama etere.

La DMT è una secrezione del cervello presente all’interno del tes-


suto cefalo-rachideo. Si trova nel cervello, nel midollo spinale, nelle
urine e nel sangue, è presente anche in animali e piante. Lo stesso vale
per gli alcaloidi derivati dalla pianta dell’armala298 che, tra l’altro, sono
presenti anche in quella del tabacco. DMT e beta-carboline endoge-
ne vengono prodotte, il termine tecnico è ‘sintetizzate’, all’interno
della ghiandola pineale. La DMT è stata sintetizzata per la prima volta
in laboratorio nel 1931 dal chimico Richard Manske in un periodo di
grande sperimentazione chimica che aveva fatto seguito alla scoperta
della mescalina. La DMT sintetica, isolata in laboratorio, ha un’azio-
ne psicoattiva molto forte e a brevissima durata (circa 20 minuti), può
venire fumata o iniettata per vena; così come l’Ayahuasca, non crea
dipendenza. C’è comunque da dire, come molti esperti confermano,
che l’azione farmacologica e psicoattiva dell’Ayahuasca non può esse-
re identificata con quella della DMT299. In campioni di Ayahuasca
298
La ruta siriana (Peganum harmala) è una pianta della famiglia delle Nitrariaceae,
originaria della regione orientale dell’India.
299
Walter Menozzi, Ayahuasca - La liana degli spiriti, op. cit., p. 199.

294
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analizzati in laboratorio, la presenza della DMT è attestata su valori


molto bassi, vale a dire tra lo 0,1 e lo 0,05% della bevanda stessa. Per
comprendere la diversità degli effetti delle due sostanze Walter
Menozzi porta giustamente l’esempio della reazione prodotta dall’in-
gestione di qualche bicchiere di vino e quella provocata dall’iniezio-
ne in vena di alcool puro. Gli effetti delle sostanze, nonché l’intensi-
tà delle esperienze che ne risultano sono farmacologicamente diffe-
renti. Generalmente il principio attivo della DMT, se ingerito per via
orale, non ha alcuna azione psicoattiva, in quanto si ossida mentre
attraversa il tratto gastrointestinale. La DMT viene metabolizzata dal-
l’enzima monoamino-ossidasi (MAO) presente nel corpo. La presen-
za di sostanze beta-carboline nell’Ayahuasca inibisce l’ossidazione
della DMT e permette un parziale assorbimento della DMT per via
orale.

Uno dei risultati delle ricerche effettuate sull’Ayahuasca dagli stu-


diosi Charles Grob, James Callaway, Josep Fericgla e Jacques Mabit,
è che non causa danni al cervello e non provoca alcuna forma di
dipendenza o sindrome di astinenza. Come afferma Josep Fericgla300,
un’autorità riconosciuta a livello internazionale sulle questioni relati-
ve agli stati modificati di coscienza, antropologia cognitiva e sostanze
psicoattive: “Non si può parlare di una sostanza che crea dipendenza
né fisicamente né psichicamente. I consumatori abituali della sostan-
za non presentano un impulso compulsivo e irrefrenabile ad assu-
merla di nuovo. La sua ingestione implica sempre una decisione
cosciente”301. Interessante notare che per gli studiosi citati un uso
ricreativo dell’Ayahuasca, così come di altri enteogeni, non è possibi-
le. Gli enteogeni, tra cui l’Ayahuasca, non solo non generano dipen-
denza, tolleranza e infine assuefazione, ma al contrario il loro uso
regolare sviluppa ‘sensibilità’, che è un termine antitetico a quello di
300
Josep Maria Fericgla (1955) è antropologo cognitivo, psicologo e terapeuta catala-
no. Fondatore e direttore della SEA (Sociedad de Etnopsicologia Aplicada y
Estudios Cognitivos), presso l'Università di Barcellona; direttore e docente del
‘Seminario internazionale sugli stati alterati di coscienza e psicoterapia' e docente nel
Master in Gerontologia Sociale.
301
Josep M. Fericgla, Al Trasluz de la Ayahuasca, Barcellona, La Liebre de Marzo,
1997.

295
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tolleranza. “La tolleranza rappresenta il fenomeno secondo cui ogni


organismo venendo a contatto con una sostanza esterna reagisce ridu-
cendone gradualmente l’effetto, obbligando chi vuole raggiungere gli
stessi effetti ad un aumento della dose. Al contrario, la sensibilità è il
fenomeno per cui è necessaria una dose minore di una sostanza per
ottenere gli stessi risultati”302. Secondo James Callaway l’uso regolare
di Ayahuasca genera sensibilità come reazione all’incremento delle
capacità del neurotrasmettitore della serotonina di attivarsi. La sensi-
bilità indotta dall’assunzione regolare della bevanda prova che
l’Ayahuasca – così come tutti gli enteogeni in generale, incluso il
Kambo e l’Iboga – è bioattiva. I princìpi attivi dell’Ayahuasca attiva-
no i neurotrasmettitori che sono adibiti alla produzione di serotonina
e melatonina. Mentre con l’uso di sostanze non bioattive – ad esem-
pio con droghe quali la cocaina, l’eroina o l’alcool, che potremmo
definire biopassive – i neurotrasmettitori si impigriscono e quindi
richiedono l’aumento del dosaggio di una certa sostanza, nel caso di
sostanze bioattive quali gli enteogeni, i neurotrasmettitori si rafforza-
no, quindi hanno meno bisogno della stessa quantità di una certa
sostanza per mettersi in funzione. Questa scoperta è in perfetta riso-
nanza con l’esperienza riportata dagli sciamani di tutto il mondo che
fanno uso di enteogeni. In diverse tradizioni sciamaniche, vedi ad
esempio la Bwiti in Africa, in genere dopo un periodo iniziale di
addestramento con dosi elevate, si riduce la quantità degli enteogeni
fino a utilizzarne prevalentemente bassi dosaggi. I recettori che ven-
gono attivati, come un muscolo ormai allenato, svolgono le loro fun-
zioni senza bisogno del quantitativo iniziale. In alcuni casi è suffi-
ciente l’intento per attivare l’azione degli stessi neurotrasmettitori.

Lo Hoasca Project303 guidato da Charles Grob, Dennis McKenna,


James Callaway e Rick Strassman ha preso come campione di analisi
il nucleo di Manaus, uno dei centri dell’UDV304 dove la maggioranza

302
Walter Menozzi, Ayahuasca - La liana degli spiriti, op. cit., p. 202.
303
Si veda: The Hoasca Project, online sul sito:
http://www.maps.org/research-archive/ayahuasca/hoasca.html
304
L’UDV o Unione del Vegetale (in portoghese: União do Vegetal) è una religione cri-
stiana basata sull’uso dell’Ayahuasca.

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dei membri faceva uso di Ayahuasca da almeno dieci anni. Il pro-


gramma di lavoro è stato strutturato in due parti, una riguardante gli
effetti psicologici dell’Ayahuasca e una quelli biochimici. Sebbene
una percentuale apprezzabile del gruppo studiato, prima dell’utiliz-
zazione dell’Ayahuasca soffrisse di disordini dovuti a dipendenza da
alcool, sigarette, crisi di ansia e depressione, dopo la loro adesione
all’UDV questi disordini sono definitivamente scomparsi. Le persone
stesse hanno riferito che l’assunzione della bevanda ha permesso loro
un radicale cambiamento, una ristrutturazione della loro vita, grazie
ai quali hanno eliminato attacchi di rabbia a carattere cronico, aggres-
sività e senso di alienazione, mentre sono stati in grado di sviluppare
responsabilità verso sé stessi, la loro famiglie e la loro comunità, senza
contare un generale incremento del rispetto verso l’ambiente circo-
stante e la natura. Le persone stesse hanno descritto la loro nuova
condizione come la capacità di “essere un buon padre, un buon mari-
to, un buon amico, un buon lavoratore”305. Rispetto alle valutazioni
biochimiche riguardanti gli effetti della sostanza sul corpo, gli esami
di laboratorio “non hanno evidenziato nessuna differenza significati-
va nel sistema neurosensoriale, circolatorio, renale, respiratorio, dige-
stivo, endocrino, tra i gruppi di utilizzatori”306.

Un’altra serie di ricerche sull’Ayahuasca denominata Human


Pharmacology of Ayahuasca on Healthy Volunteers è stata condotta
nel 2001 presso la Fondazione di Neuropsicologia dell’Ospedale di
Sant Pau di Barcellona, in collaborazione con il Dipartimento di
Farmacologia e Terapeutica dell’Università di Barcellona. Sono state
effettuate delle misurazioni dell’EEG di persone sane che erano
sotto l’effetto dell’Ayahuasca. I risultati hanno mostrato la presenza
di onde a frequenza 4-7 Hz. Le oscillazioni di quest’onda a 4-7 Hz
sono ritenute prodotte da ‘meccanismi che generano consapevolez-
305
Charles D. Grob, Dennis J. Mc Kenna, James C. Callaway et al.,
Psychopharmacology of Hoasca. A Plant Hallucinogen used in Ritual Context in Brasil,
in “The Journal of Nervous & Mental Disease”, vol. 184, n. 2, 1996, p. 92; online sul
sito:
https://www.iceers.org/docs/science/ayahuasca/Grob%20et%20al_1996_Human_
Psychopharmacology_Hoasca.pdf
306
Walter Menozzi, Ayahuasca - La liana degli spiriti, op. cit., p.207.

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za’ (consciousness-generating mechanism). Il consumo di Ayahuasca


aumenterebbe l’attività bioelettrica del cervello associata all’ampiez-
za delle onde tetha. Queste onde sono responsabili dello stato di
sogno che si manifesta durante gli stadi 1 e 2 del sonno REM, ma
anche dello stato di presenza mentale che potremmo definire ‘inten-
sa’ durante lo stato di veglia, che corrisponde ad una condizione di
attenzione in assenza di pensieri. L’Ayahuasca stimola così l’attività di
quei neurotrasmettitori che permettono di modulare le frequenze
cerebrali, le onde a 4-7 Hz, che fanno accedere ad uno stato di consa-
pevolezza che si manifesta sia nello stato di sogno lucido (sonno REM)
che in quello da svegli. Interessante notare che la frequenza delle onde
REM è la stessa di quella emessa dal Pianeta Terra.

Un esempio di applicazione terapeutica dell’Ayahuasca è fornito


dal Centro Takiwasi di Tarapoto307, in Perù, fondato e diretto dal
prof. Jacques Mabit per la cura di tossicodipendenza da alcool e
diverse droghe. Secondo il prof. Mabit non esiste praticamente nes-
sun rischio di sovradosaggio con l’Ayahuasca in quanto la sostanza
stessa, dal sapore altamente disgustoso, induce una reazione naturale
di espulsione tramite il vomito e la diarrea, che formano parte degli
effetti terapeutici di disintossicazione desiderati quando si ingerisce
questa sostanza, per esempio per disintossicare i tossicodipen-
denti308. La disintossicazione tramite il vomito è parte integrante del
processo indotto dalla bevanda. Generalmente questo processo
avviene quando la persona non ha esperienza con la sostanza o con
altri enteogeni, oppure se è intossicato dall’abuso di alcool o droghe
o da un’alimentazione scorretta. Il dosaggio dell’Ayahuasca sommini-
strato a tossicodipendenti diminuisce col tempo in quanto l’azione del-
l’Ayahuasca è di disintossicare l’organismo attraverso la sua azione
purgante e non quello di sostituirsi all’alcool o ad altre droghe, come
invece fanno i medicinali antidepressivi o il metadone. Secondo il pro-
fessor Fericgla, gli effetti purganti della bevanda sono di origine psi-

307
Si veda il sito: http://www.takiwasi.com/fra/pub51.php
308
Jacques Mabit, Lettera scritta per il riconoscimento giuridico dell’uso rituale
dell’Ayahuasca in Spagna, 2000, in Walter Menozzi, Ayahuasca - La liana degli spiriti,
op. cit., p. 213.

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cosomatica, tramite il vomito la persona si libera non solo di tossine


fisiche ma anche di tensioni emotive e conflitti intrapsichici309. Questa
affermazione è ampiamente confermata dai consumatori abituali della
bevanda, per i quali il processo del vomito ha a molto a che fare con
l’affrancamento da energie negative.

Il risettaggio dei circuiti cerebrali: visioni o allucinazioni?


Un altro tema molto interessante studiato da Jacques Mabit e da
Josep Fericgla riguarda la natura delle visioni indotte dall’Ayahuasca
che, secondo il medico francese e il professore spagnolo, sono state
troppo frettolosamente stigmatizzate come ‘allucinazioni’, etichet-
tando negativamente una sostanza che sta aprendo un significativo
campo di ricerca310. Il dottor Mabit compie una distinzione precisa tra
le caratteristiche delle visioni indotte dall’Ayahuasca e quelle definite
come ‘allucinazioni’ le quali per antonomasia non hanno valore gua-
ritivo in quanto sono considerate illusioni vuote, fantasie prive di
oggetto che provocano uno stato alienante e dissociante nella persona
che le esperimenta. Egli afferma che la sostanza non induce tanto
‘allucinazioni’, quanto il sorgere di materiale psichico proveniente
dall’inconscio, sia personale che collettivo, e per questo può essere
utilizzata a fini terapeutici. A parere del dottor Mabit, a differenza
delle allucinazioni, che portano a galla materiale psichico incongruo
– come quello presente in certi sogni o in certe alterazioni sensoriali
nello stato di veglia – l’esplorazione dell’inconscio indotta dalla
bevanda permette l’estrazione di materiale estremamente ricco e
coerente. Questa ipotesi è supportata dalla osservazione di una serie
di caratteristiche riguardanti la produzione visionaria vissuta durante
l’assunzione di Ayahuasca. Si tratta di caratteristiche che risultano
comuni a tutti gli enteogeni e rappresentano esattamente il contrario
di un processo alienante e dissociativo. Nel suo libro, Walter
Menozzi311 riporta uno schema elaborato dal dottor Mabit che qui
riassumo brevemente:

309
Josep M. Fericgla, Al Trasluz de la Ayahuasca, op. cit., p. 35.
310
Jacques Mabit, op. cit., in Walter Menozzi, Ayahuasca - La liana degli spiriti, op.
cit., p. 213.
311
Ivi, pp. 217-218.

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1. L’immagine è coerente. Il soggetto non percepisce mai l’esperienza


visuale come irrazionale e caotica.
2. L’immagine ha un carattere divinatorio, rappresenta una vera e pro-
pria fonte di informazione riguardo ai processi dell’inconscio e
permette di scoprire avvenimenti sconosciuti o rimossi della storia
della persona.
3. L’immagine visionaria ha una sua propria efficacia, in quanto è
capace di modificare la qualità dell’esistenza della persona, aumen-
ta il senso di responsabilità verso sé stessi e gli altri, incrementa la
sua capacità di fare scelte sane e di migliorare la propria condotta.
La visione ha la capacità di risvegliare un elevato impegno dell’in-
dividuo verso la propria condizione esistenziale e verso l’ambiente
naturale e sociale in cui vive.
4. La positività dell’esperienza apportata dal materiale visivo indotto
nei rituali durante i quali si fa uso dell’enteogeno non è limitata ad
un singolo individuo, ma può venire condivisa collettivamente da
un gruppo. Un’allucinazione, al contrario, ha sempre carattere
individuale e non può essere condivisa in gruppo.

Un altro interessante elemento rilevato dal professor Fericgla – il


quale accomuna l’uso dell’Ayahuasca ad altri enteogeni – è la capacità di
auto-osservazione, che egli identifica nella proprietà adattogena, cioè
adottiva endogena, del consumo di Ayahuasca. L’uso rituale
dell’Ayahuasca è finalizzato alla comprensione di quali siano i cambia-
menti di pensiero e di comportamento necessari per la risoluzione di pro-
blemi individuali e sociali, una funzione strettamente connessa all’esigen-
za di una evoluzione spirituale a livello individuale, ma anche di adatta-
mento dell’umanità alle sfide della vita per la preservazione della specie.
L’auto-osservazione indotta dall’Ayahuasca permette una sospensione
della mente dualistica grazie all’attivazione della supervisione di un’oc-
chio interno di osservazione, un occhio che testimonia ma non giudica.
Un occhio che osserva la mente auto-giudicante. L’Ayahuasca, così come
altri enteogeni, facilitano una visione panoramica all’interno della psiche,
in cui l’occhio interiore permette di correggere atteggiamenti e abitudini
dettati dall’ego, che ad una visione profonda risultano autodistruttivi
nonché distruttivi per l’ambiente. L’Ayahuasca, così come l’Iboga o altri

300
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enteogeni, permettono di osservare il carattere dissociativo e alienante


della mente egoica. Rischi di alienazione e dissociazione che qualcuno
imputa agli enteogeni in realtà hanno a che fare con l’alienazione e la dis-
sociazione già presenti nello stato di veglia dell’individuo, uno stato col-
l