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Johann David Wyss

IL ROBINSON SVIZZERO

Illustrazioni di Graziella Sarno

U. MURSIA & C.
MILANO

Titolo originale dellopera
DER SCHWEIZERISCHE ROBINSON

Traduzione integrale dal tedesco di
CARLA VINCI-ORLANDO



Propriet letteraria e artistica riservata - Printed in Italy
Copyright 1971 U. MURSIA & C.
1232/AC - U. MURSIA & C. - Milano - Via Tadino, 29
Indice
PRESENTAZIONE ________________________________________5
IL ROBINSON SVIZZERO ______________________________ 9
Capitolo I _______________________________________________10
Racconta il naufragio di un bastimento. - Un padre coraggioso salva la
famiglia e trova un'isola di salvezza. Prime esplorazioni a terra e sulla nave
naufragata. __________________________________________________ 10
Capitolo II_______________________________________________55
Racconta le esplorazioni di una madre coraggiosa e la costruzione di un ponte
e di una casa pensile. Fritz si rivela un eroe. Come si festeggia la
domenica. La natura offre ricchi doni.___________________________ 55
Capitolo III ______________________________________________93
Il bastimento viene ancora sfruttato. - Si cuoce pane di manioca e si costruisce
una lancia armata. Il babbo prepara delle bolas. Cattura di un'otarda. -
Rinvenimento della pianta da cera e dell'albero del caucci. ____________ 93
Capitolo IV _____________________________________________131
Il relitto viene fatto saltare. - L'asino diserta e ritorna con un compagno. - Un
bufalo, uno sciacallo e un'aquila vengono catturati e addomesticati. _____ 131
Capitolo V______________________________________________166
La madre fila il lino. - ha casa nella roccia. - La migrazione delle aringhe.
Si trova il cotone. Si fondano nuove colonie e si costruisce una barca.
Comincia il raccolto dei colombi. Come si addomesticano i colombi. _ 166
Capitolo VI _____________________________________________207
Una tartaruga come rimorchiatore. Lotta con un serpente boa. L'asino
salva gli altri, ma soccombe. Viene scoperta una nuova caverna.
Tarabusi, idrocheri e pcari.____________________________________ 207
Capitolo VII ____________________________________________237
Caccia allo struzzo e caccia all'orso. Si cattura e si addomestica uno
struzzo. ____________________________________________________ 237
Capitolo VIII ___________________________________________259
Si costruisce un caiak. Si trebbia all'uso italiano. Fritz abbatte un
tricheco e viene sorpreso dalla tempesta. I ragazzi si preparano per una
grande spedizione. ___________________________________________ 259
Capitolo IX _____________________________________________283
Avventura di caccia con una iena. - A che servono i colombi viaggiatori.
Fritz risale il fiume contro corrente col caiak e incontra gli ippopotami.
L'Isolotto del Pescecane diventa una fortezza.______________________ 283
Capitolo X______________________________________________295
Dieci anni dopo. J ack ha la peggio nella lotta con un cinghiale. Si
abbattono leoni. Fritz risolve l'enigma dello scoglio fumante. Viene
salvata la signorina J enny. _____________________________________ 295
Capitolo XI _____________________________________________331
Come J enny era capitata sullo scoglio fumante. Finalmente un bastimento.
Nuova Svizzera! __________________________________________ 331
PRESENTAZIONE
Un'edizione in due volumi di questo avvincente libro per ragazzi
apparve per la prima volta nel 1812 a Zurigo.
Il suo autore, il pastore evangelico Johann David Wyss, aveva
scritto la storia del Robinson svizzero unicamente per la sua
famiglia, armonizzando in modo mirabile la passione per i viaggi e
le avventure in terre lontane, tipica della letteratura del suo tempo,
con finalit didascaliche, e alternando nel suo lungo racconto la
descrizione di straordinarie imprese con insegnamenti scientifici e
pratici, senza che l'una delle tendenze prevalesse sull'altra, in
sapiente fusione stilistica.
Naturalmente, nella ideazione e nella stesura del libro, il Wyss si
era ispirato al Robinson Crusoe, il famoso romanzo di "Daniel
Defoe, capostipite di tutti i Robinson, ma vi aveva inserito non pochi
tratti tipici e originali.
Uno dei suoi quattro figli, il poeta e filosofo Johann Rudolf Wyss,
cur la pubblicazione del libro, che in centocinquant'anni stato
ristampato innumerevoli volte, ottenendo sempre rinnovato favore.
Ma poich in origine l'opera non era stata destinata alle stampe
non sono mancati successivi rifacimenti, limitati per altro
all'eliminazione di alcuni tratti di secondaria importanza.
L'edizione svizzera del 1962, da me tradotta, tuttavia l'unica che
riproduca integralmente la stesura originale.
Nella versione ho cercato di conservare quanto pi possibile lo
spirito dell'epoca in cui l'opera fu concepita e scritta e soprattutto il
tono familiare e discorsivo della narrazione.
L'intonazione pedagogica, che risente anch'essa del gusto
dell'epoca, non deve intendersi per come sfoggio di erudizione da
parte del Wyss, ma soltanto come aspirazione ad una pi profonda
conoscenza della terra e delle creature che su essa vivono, giacch
solo tale conoscenza suscita nell'uomo l'amore per la natura e la
forza atta a fronteggiare i fenomeni pi sconvolgenti, pur con la
piena consapevolezza dei propri limiti.
Cos soltanto possibile comprendere quello che a prima vista
potrebbe sembrare quasi miracolistico: il prodigioso moltiplicarsi
della vita attorno al piccolo nucleo della famiglia svizzera e il felice
prosperare delle sue risorse, perch qui assistiamo semplicemente
all'eterno prodigio della natura che erompe prepotente e
irresistibile, ma anche si piega docile sotto la guida tenace e
intelligente dell'uomo, miracolo che perennemente si ripete e di cui
non riusciamo pi ad accorgerci.
Le vicende del Robinson svizzero e della sua coraggiosa famiglia
il sano ottimismo dei quattro ragazzi che con una fresca risata
sanno scrollarsi di dosso ogni angoscia, anche quella di sentirsi soli
come nel primo giorno della creazione, affrontando con serenit e
ardimento fatiche e pericoli; la semplice saggezza della madre; ma
soprattutto l'ingegnosa solerzia del padre, il suo profondo senso di
giustizia, l'amore vivo e operante che non indulge nemmeno per un
momento a sentimenti di autocompatimento o a facili commozioni
hanno affascinato intere generazioni di ragazzi.
Ma non soltanto ai ragazzi questo libro avr forse qualcosa da
dire, perch oggi pi che mai ognuno di noi custodisce in fondo al
cuore il sogno di un'isola simile a quella in cui il Robinson svizzero
ha avuto la ventura di sbarcare, una terra senza precisi confini,
libera e scevra da frastuoni e inquinamenti, nella quale si possa
ammirare intatto l'azzurro riflesso del cielo in un mondo ancora
vergine e ascoltare il vocale silenzio del mare e dei boschi, per
scoprire in noi stessi il senso della vita.
Questa pienezza di vita ritrovano infatti i nostri eroi svizzeri
quando, superato lo sgomento di una totale solitudine e lo struggente
desiderio di una vicinanza umana, dopo lotte e travagli e conquiste
di ogni sorta, sono finalmente in grado di fare liberamente e
consapevolmente la propria scelta, non senza aver sostenuto la pi
difficile delle lotte tra la pungente nostalgia della patria lontana, mai
dimenticata, e il vivo attaccamento alla nuova patria cos duramente
conquistata.
Partiranno soltanto due dei figli, Franz, spinto dal desiderio di
una pi vasta conoscenza del mondo e Fritz, attratto dall'amore per
Jenny. Li accompagneranno i sogni e le speranze di quelli che
rimangono nella fiduciosa attesa di un sostegno futuro che li aiuter
a rendere sempre pi bella e grande la Nuova Svizzera.
Il legame con la vecchia Europa sar cos idealmente e
materialmente riallacciato e le ardue imprese e le faticose esperienze
dell'animosa famiglia non saranno state sterili e vane, n si
risolveranno in una egoistica economia robinsoniana, in se stessa
conclusa.
E poich ardimento e sagacia, amor patrio e incrollabile fiducia
in Dio, affetti familiari e interesse per il mondo che ci circonda sono
valori eterni che spaziano oltre ogni confine bench talvolta
possano sembrare caduti in disuso penso che anche oggi questo
libro possa considerarsi attuale e incontrare lo stesso favore di un
secolo e mezzo fa.
A proposito del suo successo, interessante notare che il libro
ebbe tra i suoi ammirati lettori uno che se ne intendeva, nientemeno
che Jules Verne, il quale, considerando il romanzo di Wyss
incompiuto, ne scrisse la continuazione nella gloriosa serie dei suoi
Viaggi straordinari con il titolo Seconda patria. Era un pi che
esplicito riconoscimento della vitalit dell'opera.
N qui si ferma la storia delle sue derivazioni, fra le quali ci piace
ricordarne qui anche una d carattere cinematografico. Dal
romanzo, infatti, stato tratto il film di Walt Disney Robinson
nell'Isola dei Corsari, il quale, pur discostandosi dal testo originale
in alcuni tratti per ragioni evidentemente tecniche e
cinematografiche, ne conserva l'impianto, la struttura e talora anche
lo spirito sottilmente didascalico.
Presentando il libro ai ragazzi del nostro Paese, in una
traduzione fedele e integrale, spero che essi possano ricavarne, oltre
alle tante non superflue cognizioni, qualcosa di pi profondo: una
visione pi lieta e pi forte della vita, dovunque essa si svolga e
qualunque vicissitudine comporti.
CARLA VINCI-ORLANDO





J OHANN DAVID WYSS nacque il 28 maggio del 1743 a Berna, dove
mor l'11 gennaio 1818. Compiuti gli studi e ottenuto il dottorato in
teologia, nel 1775 divenne pastore evangelico a Seedorf e dal 1794
fu preposto nella Cattedrale di Berna. Nei momenti lasciatigli liberi
dal ministero, scrisse il romanzo Der Schweizeriscke Robinson (Il
Robinson svizzero) ispirato al famoso Robinson Crusoe e dedicato ai
quattro figli, uno dei quali, J ohann Rudolf, diede in seguito forma
letteraria al testo (rimasto manoscritto e ad uso dei familiari) e nel
1812 ne cur la pubblicazione. Il merito del libro va dunque ascritto
in parte pure a J ohann Rudolf Wyss (1782-1830) cui spetta anche un
posto eminente nella letteratura svizzera. Dottore in teologia e
filosofia, J ohann Rudolf Wyss fu professore alla Berner Akademie e
bibliotecario alla Berner Stadtbibliothek. Svolse intensa attivit
politica e con la collaborazione dei migliori poeti svizzeri del suo
tempo pubblic dal 1811 al 1830 l'Almanacco Alpenrosen.
l'autore dell'inno nazionale Rufst du, mein Vaterland. Il Robinson
svizzero, che qui pubblichiamo integralmente, incontr subito
notevole successo in patria e all'estero per il suo valore letterario e
pedagogico.
IL ROBINSON SVIZZERO

CAPITOLO I
RACCONTA IL NAUFRAGIO DI UN BASTIMENTO. - UN PADRE
CORAGGIOSO SALVA LA FAMIGLIA E TROVA UN'ISOLA DI
SALVEZZA. PRIME ESPLORAZIONI A TERRA E SULLA NAVE
NAUFRAGATA.
LA TEMPESTA aveva imperversato per sei lunghi, terribili giorni e
nel settimo, ben lungi dal placarsi, pareva che volesse infuriare, se
possibile, ancora di pi. Eravamo stati sbattuti verso sud-est, cos
lontano dalla nostra rotta, che nessuno sapeva pi dove ci
trovassimo. Tutti eravamo scoraggiati e sfiniti dal duro lavoro e dal
lungo vegliare. Gli alberi della nave erano in parte schiantati e caduti
in mare, lo scafo aveva riportato delle falle e l'acqua che vi penetrava
cresceva a vista d'occhio. Un marinaio, abituale bestemmiatore,
proruppe a un tratto in preghiere rumorose, urlanti, e in voti quasi
ridicoli. Ciascuno un po' raccomandava l'anima a Dio e un po'
pensava al modo di salvare la propria vita.
Figlioli, dissi ai miei quattro ragazzi spaventati e
piagnucolanti se il buon Dio vuole la nostra salvezza ci aiuter
certamente; ma se dobbiamo morire meglio che ci rassegniamo. Ci
ritroveremo in cielo.
La mia brava moglie si asciug le lacrime; poi divenne pi serena
e incoraggi affettuosamente i ragazzi che si erano stretti a lei. Per
mi si spezzava il cuore per la pena e l'angoscia. Infine i poverini si
inginocchiarono abbracciandosi insieme e incominciarono a pregare.
Mi commosse in modo singolare il sentire le tenere voci in mezzo
all'infuriare, al mugghiare, allo scrosciare della tempesta.
All'improvviso, tra il rombo dei frangenti, udii una voce gridare:
Terra! Terra! Ma nello stesso istante avvertimmo uno scossone
cos violento che ci fece stramazzare e sembr sconquassare tutto.
Uno spaventoso rovinio lo accompagn e il crescente rumoreggiare
dell'acqua che irrompeva da ogni parte ci dimostr che ci eravamo
arenati e che il bastimento si era spaccato. Accorata rison in quel
momento una voce, forse quella del capitano: Siamo perduti!
Lance a mare!
Provai una fitta al cuore. Perduti! esclamai. I lamenti dei
ragazzi si innalzarono pi forti che mai. Allora mi dominai e dissi
loro: Non perdiamoci d'animo! Siamo ancora bene all'asciutto e la
terra vicina! Voglio andare a vedere se ci resta ancora una
possibilit di scampare.
Cos dicendo lasciai i miei e salii in coperta. Un'ondata mi sbatt a
terra e mi bagn da capo a piedi. Lottando contro i marosi sempre
incalzanti mi sostenni forte e, quando finalmente potei sollevare lo
sguardo, vidi con terrore le lance che, cariche dell'equipaggio, si
staccavano a fatica dalla nave, mentre l'ultimo marinaio saltava gi,
tagliava il cavo e aiutava i compagni a scappar via. Invano gridai,
pregai, li scongiurai di prendere anche me e i miei cari. Il muggire
dell'uragano inghiottiva la mia sconsolata supplica e la risacca
rendeva impossibile ogni ritorno ai fuggiaschi. Nel frattempo mi ero
accorto con un certo sollievo che l'acqua, la quale aveva riempito gi
una parte del veliero, poteva salirvi soltanto fino a una certa altezza.
Infatti la poppa era stata sospinta tra due scogli, abbastanza in alto
perch potesse rimanere libera. E proprio nel cassero di poppa un
piccolo camerino sopra la cabina del capitano racchiudeva quanto di
pi caro avessi al mondo. Nello stesso tempo, verso sud, a una certa
distanza dalla nave, scorgevo di quando in quando, tra nubi e
pioggia, la terraferma e per quanto rocciosa potesse apparire, in quel
momento di pericolo divenne la meta di ogni mio impotente
desiderio. Naturalmente ero molto avvilito per il dileguarsi di
qualunque aiuto umano e tornai dai miei cari pieno d'angoscia,
sforzandomi tuttavia di apparire tranquillo.
Coraggio, ragazzi! esclamai entrando ancora non finita
per noi! vero che il bastimento rimasto incagliato, ma la nostra
cabina si trova al di sopra del livello dell'acqua e se domani vento e
mare si calmeranno sar forse possibile giungere a terra.
Questa notizia fu per i ragazzi un balsamo ristoratore e, come
erano soliti fare, presero subito per sicuro quello che era ancora
lontano e molto incerto. Mia moglie per leggeva pi a fondo nel
mio animo e ne scopr subito la pena segreta; cap il cenno con cui le
annunciavo che eravamo completamente abbandonati. Tuttavia non
perse nemmeno per un attimo la sua incrollabile fiducia in Dio e ci
mi colm di nuovo coraggio.
Mangiamo qualcosa, disse con il corpo si rinforzer
anche lo spirito e forse ci aspetta una dura nottata.
Infatti scendeva gi la sera. Bufera e marosi continuavano ad
infuriare, staccando qua e l, con orribile fracasso, assi e travi dalla
nave spaccata e un continuo oscillare rinnovava ad ogni momento il
timore che il veliero potesse finire in pezzi.
Intanto la mamma aveva pensato a preparare un po' di cibo; i
ragazzi mangiarono di buona voglia, mentre noi genitori dovemmo
sforzarci. Poi i figlioli si misero a letto e caddero subito in un sonno
profondo. Io e mia moglie per restammo in guardia ansiosi,
cercando di percepire ogni urto, ogni suono che minacciasse un
cambiamento. Fra preghiere, timori e consigli di ogni genere
entrambi trascorremmo la pi spaventosa notte della nostra vita e
ringraziammo Iddio quando infine il giorno nascente balugin
attraverso un finestrino aperto.
Allora il vento cominci a placare la sua furia, il cielo si rischiar
e, pieno di speranza, vidi accendersi all'orizzonte una bella aurora.
Con animo sollevato e voce allegra chiamai moglie e figli sul ponte,
dove ero salito; i ragazzi si accorsero stupiti che eravamo rimasti
soli.
Ma dove sono i nostri compagni? esclamarono. Perch
non ci hanno portato con loro?
Cari figlioli, risposi Colui che ci ha aiutato finora
continuer ad aiutarci ancora, se non ci lasciamo prendere dalla
disperazione. Vedete? I nostri compagni, nel cui affetto e soccorso
confidavamo cos fermamente, ci hanno abbandonato senza piet nel
momento del pericolo. Soltanto Dio non ci ha negato la Sua grazia!
Ma ora, all'opera! Dobbiamo lavorare sodo se vogliamo salvarci, ed
ognuno deve fare il proprio dovere lietamente, secondo le proprie
forze! Vediamo un po' qual il consiglio pi sensato.
Fritz proponeva di nuotare fino a terra una volta che il mare si
fosse calmato; ma Ernst obiett: Bravo. Ma come faremo noi che
non sappiamo nuotare? meglio costruire una zattera e fare la
traversata tutti insieme.
Non sarebbe una cattiva idea, osservai se per questo
lavoro non fosse superiore alle nostre forze e se una zattera non fosse
un galleggiante molto pericoloso. Riflettiamo tutti bene su quello che
ci pu aiutare e cerchiamo attentamente ogni mezzo per rendere
meno pesante la nostra situazione!
A queste parole tutti si sparpagliarono per la nave, al fine di
scovare le cose che potessero esserci utili. Io mi recai innanzi tutto
nella cambusa, dove stavano le vettovaglie e l'acqua, per accertarmi
per prima cosa dei mezzi indispensabili per vivere. Mia moglie e il
pi piccolo dei ragazzi andarono a dare un'occhiata al bestiame che,
in condizioni pietose, moriva quasi di fame e di sete. Fritz si diresse
di corsa verso il ripostiglio delle armi e munizioni, Ernst verso il
laboratorio del carpentiere e J ack verso la cabina del capitano. Aveva
appena aperto la porta della cabina che subito due poderosi alani gli
saltarono incontro festanti, accogliendolo a modo loro, certo con
moltissime buone intenzioni, ma cos goffi e maldestri, che il ragazzo
ruzzol a terra urlando come fosse stato infilzato da una lama. Ma la
fame aveva ammansito le due bestie che con mugolii affettuosi
cominciarono a leccare il piccolo che si dibatteva con tutte le sue
forze, fin quasi a soffocarlo. Sentii il chiasso e ridendo accorsi in suo
aiuto. Egli balz svelto in piedi e afferr il pi grosso dei due cani
per le orecchie mozze, scrollandolo ben bene. Lascia andare, lo
ammonii. Certo, bene non aver paura, ma con cani cos grossi
bisogna stare sempre in guardia. Da un momento all'altro la loro
natura selvaggia pu prorompere e causare guai che non possiamo
prevedere.
A poco a poco tutti tornarono a riunirsi attorno a noi, ognuno
portando con s quello che in quel frangente gli pareva pi
necessario. Fritz si trascinava appresso due fucili da caccia, con
polvere, piombo minuto e pallottole, parte in fiaschette, parte in corni
e sacchetti. Ernst aveva in mano un cappello pieno di chiodi,
un'accetta e un martello, mentre un paio di tenaglie, qualche scalpello
e trapani facevano capolino dalle sue tasche. Perfino il piccolo Franz
portava una scatola abbastanza grande sotto il braccio, dalla quale
cominci a trarre fuori con zelo piccoli gancetti puntuti, come ci
disse. Con piacere vidi che erano ami da pesca, che potevano esserci
molto utili.
Io, disse allora mia moglie, non vi porto nient'altro che
buone notizie; spero per di essere ugualmente bene accetta. Vi
posso dire che ci sono ancora vivi una mucca, un'asina, due capre, sei
pecore col montone e una scrofa gravida; abbiamo dato loro da
mangiare e da bere giusto in tempo per tenerli in vita.
Tutti i vostri doni e preparativi vanno bene, conclusi
finalmente io ma ora come riusciremo a giungere a terra?
Ehi, propose J ack non potremmo prendere dei grandi
mastelli e partire? Quando stavo dal mio padrino, navigavo
magnificamente in questo modo tutt'intorno allo stagno.
Guarda, guarda, risposi un buon consiglio, anche se
viene dalla bocca dei pi piccoli, sempre bene accetto. Presto,
figlioli, datemi chiodi, sega, trapani! Scendiamo nella stiva e
vediamo se si pu fare qualcosa!
Mia moglie e i ragazzi, oltre Jack, mi seguirono subito con gli
utensili e ripescammo quattro botti vuote che galleggiavano
nell'ampio locale. Le trascinammo felicemente in coperta, che
sfiorava appena il livello dell'acqua, e osservammo con gioia che
erano tutte ancora solide, di ottimo legno e cerchiate di ferro. Trovai
che facevano al caso mio e cominciai a segarle con l'aiuto dei miei,
dividendole a met, nel punto vicino allo zaffo. Dopo un lungo e
duro lavoro raggiunsi il mio scopo e mi misi a esaminare soddisfatto
i miei otto mastelli, uno dietro l'altro, meravigliato di vedere mia
moglie tutta depressa. Non oser mai arrischiarmi in questi arnesi!
sospir.
Nessuna precipitazione, mammetta! replicai. La mia
opera non affatto finita e riuscir sempre pi confortevole della
nave sconquassata che non pu pi muoversi.
Dopo di che scelsi due lunghe tavole flessibili e le sistemai in
modo che i miei mastelli vi potessero stare sopra ritti in fila e che
tuttavia, davanti e dietro, delle due assi avanzasse quanto occorreva
per piegarle all'ins come la chiglia di una nave. Poi inchiodammo i
mastelli al sostegno di base e nello stesso tempo ognuno alla fiancata
dell'altro. Infine, lungo ciascun lato venne applicata un'altra tavola
flessibile e sporgente davanti e dietro. Alle due estremit il fondo
venne curvato verso l'alto e sostenuto da una grossa traversa che
veniva a poggiare sulle due assi laterali, aumentando lo slancio del
fondo verso l'alto. Tutto fu assicurato nel migliore dei modi, le assi
laterali furono inchiodate insieme davanti e dietro, in modo da finire
a punta e finalmente ne venne fuori un'imbarcazione che, almeno con
mare calmo e per un breve tratto di navigazione, pareva promettere
tutto il possibile.
Ma purtroppo alla fine la mia meravigliosa costruzione risult cos
grossolana e pesante che tutte le nostre forze riunite insieme non
riuscivano a smuoverla di un sol pollice.
1
Chiesi se ci fosse un argano; Fritz ricord di averne visto uno e lo
trascin subito da me. Intanto avevo segato da un pennone alcuni
rulli; con l'argano sollevai in alto la prua della mia imbarcazione,
mentre Fritz vi poneva sotto uno dei tondi di legno. Subito dopo legai
una lunga fune alla nostra barca-tinozza e l'altro capo della stessa
fune a una trave fissa, ma in modo che la fune, del tutto allentata,
pendesse sul ponte. Dopo di che, con un secondo e un terzo rullo, la
mia imbarcazione, a furia di spinte e di spostamenti con l'argano, fu
varata felicemente e si allontan con tanta velocit dall'ormeggio,
che soltanto la fune, da me fissata per prudenza, le imped di
scivolare parecchi piedi
2
lontano da noi.
Tuttavia vedevo bene che un viaggio in quelle condizioni sarebbe
stato troppo rischioso, poich al minimo movimento la barca-tinozza
poteva capovolgersi. Per rimediare a tale inconveniente pensai ai
bilancieri con cui i popoli primitivi proteggono dal ribaltamento le
loro imbarcazioni. Mi misi ancora una volta all'opera, per migliorare
in ogni modo, con i mezzi a mia disposizione, quel natante
provvidenziale per la salvezza dei miei. Due aste della stessa
lunghezza, ricavate da un pezzo di pennone, vennero fissate una
davanti e l'altra dietro mediante un perno di legno, in modo che
potessero ruotare su se stesse ed eventualmente non ci impedissero di

1
Unit di misura di lunghezza pari a cm 2,5 circa. (N.d.T.)
2
Unit di misura di lunghezza pari a cm 30 circa. (N.d.T.)
uscire dalla nave alla quale la mia imbarcazione era ancora legata.
Ciascuna estremit delle aste venne infilata nel foro di un barilotto
d'acquavite vuoto, che venne poi ben tappato in modo che l'acqua
non vi potesse penetrare. Cos fui abbastanza sicuro che, quando
avessi girato le mie aste di traverso sulla barca, i barilotti le
avrebbero impedito, con sufficiente efficacia, di ribaltare tanto a
destra quanto a sinistra.
Ecco, dissi, quando la bizzarra imbarcazione fu pronta
questo l'abbiamo imparato dai signori polinesiani: essi applicano alle
loro barche bilancieri simili a questi per evitare che si capovolgano e
la nostra barca-tinozza, cos sistemata, ci far lo stesso servizio che
fa ai polinesiani il loro katamarang.
Come si chiama quel coso? esclam J ack divertito ed
anche il piccolo Franz scoppi in un'allegra risata.
Katamarang.
Magnifico! Dunque abbiamo costruito qualcosa di esotico!
Katamarang! D'ora in poi chiamer la nostra barca soltanto cos!
Ormai non ci restava che trovare come raggiungere, dalla stiva del
relitto, il mare aperto. Perci salii nella barca-tinozza e la spinsi in
modo che la prua potesse arrivare alla falla apertasi nella murata
sfondata che offriva una via d'uscita per la partenza. Segai ed
abbattei, a dritta e a sinistra, quel tanto di tavole e travi sporgenti
necessario per ottenere un passaggio comodo e, quando anche questo
fu fatto, ci disponemmo a procurarci i remi per l'imminente
traversata.
Durante tutto questo lavoro si era fatto molto tardi e poich non
c'era alcuna probabilit di arrivare a terra prima di notte, risolvemmo,
anche se molto a malincuore, di passare anche una seconda notte a
bordo della pericolante carcassa. Ci rifocillammo con un buon pasto,
poich per tutto il giorno, tra l'entusiasmo e lo zelo, avevamo avuto
appena il tempo di prendere di quando in quando un pezzo di pane e
un bicchiere di vino.
Tutti per ci coricammo infinitamente pi sereni del giorno
precedente e rinfrancammo le forze esaurite con un benefico sonno.
Allo spuntare del giorno eravamo gi svegli e pronti, poich la
speranza, come l'angoscia, non fa dormire a lungo. Dopo aver preso
un boccone ci rimettemmo all'opera.
Prima di tutto date da mangiare e da bere alle povere bestie
dissi, e dategliene a sufficienza per alcuni giorni. Forse, quando
saremo riusciti a metterci in salvo, potremo venire a prenderle. Se
siete pronti, raccogliete tutto l'indispensabile da portare per le pi
immediate necessit.
Secondo le mie intenzioni il primo carico della nostra
imbarcazione doveva consistere in un barilotto di polvere, tre fucili
di piccolo calibro, tre fucili da caccia grossa, assieme a pallini,
piombo e munizioni, quanto potessi portare con me, due paia di
pistole da tasca e un paio pi lunghe, con gli stampi occorrenti per le
palle. A tutto questo si aggiungeva, per ognuno dei ragazzi e per la
madre, un tascapane ben fornito, che trovammo fra quelli lasciati
dagli ufficiali di bordo. Presi inoltre una cassa di tavolette di estratto
di carne ed un'altra di galletta, assieme ad una pentola di ferro e ad
una canna da pesca a bastone, ed infine un barilotto con chiodi,
martelli, tenaglie, seghe, accette, trapani e la tela da vela necessaria
per una tenda. Ammassammo tanto materiale che dovemmo
rinunciare a qualcosa, bench avessi sostituito l'inutile zavorra della
piccola imbarcazione con attrezzi utilizzabili.
Ci accingevamo ad imbarcarci, quando inaspettatamente udimmo
il chicchirich dei galli dimenticati e abbandonati, come se le povere
bestie, rattristate, volessero dirci addio; osservai che avremmo certo
potuto portarli con noi, insieme con oche, anatre, colombe. Poich
aggiunsi se non riusciremo a nutrirli, forse saranno loro a
nutrire noi.
Il mio consiglio fu seguito. Dieci galline, un gallo adulto ed uno di
primo canto, furono stivati in uno dei grandi mastelli o mezze botti,
che chiudemmo alla svelta con una graticciata di legno. Il resto dei
volatili fu lasciato libero e trov da s, per aria o per acqua, la rotta
verso terra.
Aspettavamo mia moglie, che pensava sempre a tutto e che
finalmente arriv con un voluminoso sacco sotto il braccio.
Questo ora il mio contributo, disse gettando il sacco nel mastello
del figlio pi piccolo per farvi stare pi comodamente seduto il
piccino, almeno cos pensai. E finalmente ci imbarcammo tutti
allegri.
Nella prima mezza botte prese posto mia moglie, affettuosa,
devota e intelligente sposa e madre. Nella seconda, proprio davanti a
lei, sedette Franz, un piccino che non aveva ancora compiuto dieci
anni, di ottimi sentimenti, ma dal carattere non ancora ben definito.
Nella terza stava Fritz, testa ricciuta di sedici anni, svelto e bravo.
Nella quarta il barilotto con le polveri, i polli e la tela per la tenda;
nella quinta le nostre vettovaglie; nella sesta Jack (J akob), ragazzotto
di dodici anni, un po' sventato ma servizievole e intraprendente.
Nella settima Ernst, giudizioso quattordicenne, soltanto un tantino
almanaccone e pigro. Nell'ottava io stesso, con il pi tenero cuore di
padre e con il grave compito di governare la barca per la salvezza dei
miei cari. Ognuno di noi aveva accanto a s attrezzi utili; ognuno
teneva in mano un remo; davanti ad ognuno c'era una cintura di
salvataggio, per il caso disgraziato che si dovesse andare a picco ed a
ciascuno era stato insegnato come servirsene senza indugio.
La marea aveva gi raggiunto il suo livello medio quando ci
staccammo dal relitto e vi avevo fatto conto, perch essa avrebbe
aiutato le nostre deboli forze di rematori. Girammo nel senso della
lunghezza le aste del bilanciere e, attraverso la spaccatura apertasi
nello scafo, uscimmo felicemente in mare. I miei figli divoravano
con gli occhi la terra rocciosa e Fritz col suo occhio di lince pot
scoprirvi gi degli alberi tra cui, a suo dire, distingueva anche delle
palme. Ernst pregustava gi il piacere di mangiare noci di cocco, che
dovevano essere pi grandi e migliori di quelle comuni. Remavamo
verso la terra con forza ma, per un pezzo, senza alcun costrutto.
L'imbarcazione continuava a descrivere dei larghi cerchi, finch
all'ultimo riuscii a darle la giusta direzione. Allora proseguimmo pi
agevolmente.
Quando i due cani, dalla nave, si accorsero che ci allontanavamo,
balzarono in mare uggiolando e ci raggiunsero subito a nuoto. Erano
troppo grandi per la nostra barca, giacch Turk era un alano inglese e
Bill una cagna danese della stessa razza. Ne provai compassione,
temendo che non riuscissero a nuotare a lungo. Ma essi si
arrangiarono abilmente e quando erano troppo stanchi appoggiavano
le zampe anteriori sulle aste del bilanciere che avevamo girato di
nuovo trasversalmente alla barca. In tal modo il loro corpo avanzava
senza eccessivo sforzo. J ack veramente voleva impedirglielo, ma io
non permisi. I cani gli dissi, possono servirci per difesa o,
come tu stesso hai osservato, per la caccia.
La nostra traversata procedeva felicemente anche se con lentezza;
ma quanto pi ci avvicinavamo alla terra, tanto pi squallida essa ci
appariva e le rocce nude ci predicevano fame e angustie. Il mare era
calmo e si increspava dolcemente verso la riva; il cielo splendeva
sereno e dalla nave squarciata galleggiavano verso di noi fusti, balle,
casse. Nella speranza di portare viveri sulla costa deserta, mi diressi
verso due barili, rasentandoli, e raccomandai al mio Fritz di tenersi
pronto con una fune, un martello e chiodi. Gli riusc di agganciarli
cos bene che potemmo rimorchiarli e proseguire la traversata con
maggior fiducia.
Quando fummo pi vicini alla terra, questa perdette a poco a poco
il suo aspetto scabro. Ora distinguevo anch'io le palme, che si
slanciavano snelle verso l'alto coronate da vasti ventagli di fogliame.
Mi rammaricavo ad alta voce di non aver preso dalla cabina del
capitano il grosso cannocchiale, quando J ack tir fuori dalla sua
borsa un piccolo cannocchiale da campagna, felice di poter
soddisfare il mio desiderio. Con quello strumento potevo fare ora le
necessarie esplorazioni e dirigere un po' pi esattamente la rotta.
Notai infatti che la sponda davanti a noi appariva desolata e
selvaggia, mentre quella a sinistra aveva un aspetto migliore. Solo
che, quando volli virare a sinistra, una forte corrente mi spinse di
nuovo verso la costa brulla e sassosa. Presto apparve una stretta
imboccatura verso cui si diressero a nuoto anatre e oche, facendoci
da battistrada.
Nelle vicinanze un torrente grosso e impetuoso, spumeggiando per
il suo letto profondamente incassato tra pietre e ciottoli, precipitava
dalle cupe rocce verso il mare: spettacolo di grave e maestosa
bellezza, che ammirammo per qualche momento con muta
commozione. Seguendo l'imboccatura raggiungemmo una piccola
baia dove l'acqua era straordinariamente calma ed in molti punti n
troppo fonda n troppo bassa per la nostra imbarcazione. Con cautela
mi accostai a un tratto della riva che aveva l'altezza delle nostre
tinozze e dove tuttavia l'acqua era sufficiente a tenerci a galla. Il
luogo del nostro approdo era una piccola superficie scoscesa, di
forma triangolare, il cui vertice si spingeva in alto tra i crepacci,
mentre la base si stendeva lungo il mare.
Tutti quelli che poterono farlo saltarono svelti a terra e perfino il
piccolo Franz tent di arrampicarsi per uscire dal suo mastello, nel
quale era stato disteso come un'aringa salata: ma nonostante tutto il
suo arrabattarsi e puntellarsi non ci sarebbe riuscito se sua madre non
gli fosse venuta in aiuto.
I cani che avevano raggiunto la terra un po' prima di noi ci
accolsero con affettuosi mugolii e con mille salti di gioia, le oche con
incessante schiamazzare, le anatre con l'allegro strombettare del loro
becco color di cera.
Quando ci trovammo sulla riva sicura, tutti indistintamente ci
inginocchiammo e ringraziammo con cuore commosso il benevolo e
potente Salvatore per l'aiuto concessoci. Poi con prontezza ci demmo
a disfare il carico e come ci sentimmo ricchi per quel poco che
avevamo messo in salvo! I polli vennero lasciati liberi fino a ulteriore
decisione, giacch mancava una gabbia in cui rinchiuderli. Poi
cercammo con cura un posto adatto per rizzare la tenda e preparare
un comodo alloggio notturno.
La tenda fu montata subito, perch avevamo tela e pali. Il palo per
il tetto fu infilato in una fessura della roccia e sul davanti venne
sorretto da un pezzo di pennone piantato a terra. La tela vi venne
stesa sopra, poi tirata gi ai due lati e fissata per bene a terra con dei
paletti. Per maggior precauzione assicurammo meglio l'orlo inferiore
ponendovi sopra la cassa dei viveri e gli utensili pesanti, e
attaccammo dei pezzi di corda ai lembi che pendevano davanti per
poter chiudere bene l'ingresso durante la notte.
Infine ordinai ai ragazzi di strappare tutt'intorno erba e musco,
quanto pi potessero, e di stenderli ad asciugare al sole, per evitare di
dormire sulla dura terra. Mentre eseguivano l'incombenza, io con
alcune pietre allestii un focolare ad una certa distanza dalla tenda,
vicino allo scrosciante torrente. Ammassammo dei sarmenti che
giacevano sulla riva, portati dal mare e disseccati dal sole e presto il
lieto fuoco, risorsa dell'uomo, divamp con alte fiamme crepitanti
verso il cielo. Una pentola con acqua e tavolette di estratto di carne vi
fu posta sopra e con tutte le formalit il compito della cucina venne
affidato alla mamma ed a Franz, in qualit di piccolo sguattero.
Il piccino chiese che cosa volesse mai attaccare il babbo con
quella colla che si stava sciogliendo al fuoco. La mamma lo inform
che voleva cuocere una zuppa di carne.
Bene, osserv lui, ma dove andremo a trovare la carne?
Qui non c' n macellaio n mercato per comprarne.
Appunto! ribatt la mamma, quelli che ti sembrano
pezzetti di colla sono tavolette di carne, o, meglio, di gelatina resa
solida con la cottura e preparata con buona carne, per poterla
consumare a bordo: nei viaggi per mare impossibile infatti portarsi
appresso carne e bestiame a sufficienza, poich andrebbero a male
molto presto.
Intanto Fritz aveva caricato i fucili e, preso il suo, si allontan
verso il torrente. Ernst osserv che non era piacevole stare in quella
costa desolata e se ne and alla chetichella, dirigendosi a destra,
verso il mare, mentre J ack and in cerca di conchigliette a sinistra,
tra la parete rocciosa e l'acqua. Io invece tentai di trarre a riva i due
barili rimorchiati, ma mi accorsi subito che il nostro approdo, se era
comodo per la barca, era troppo basso per portare a terra i barili.
Mentre dunque mi affaticavo invano, cercando con gli occhi un posto
migliore, J ack un po' pi in l proruppe in terribili urla. Afferrai la
mia accetta e spaventato mi affrettai ad accorrere in suo aiuto.
Quando lo scorsi, il ragazzo stava in un fondale basso, con l'acqua
fino alle ginocchia; un grosso gambero marino gli si era attaccato alla
gamba con le sue chele. L'ometto si dimenava pietosamente, tentando
invano di liberarsi. Scesi in acqua senza indugio: l'ospite inatteso,
appena not che si avvicinavano rinforzi, volle retrocedere e
scappare via pi rapidamente possibile. Ma io intendevo lo scherzo
diversamente; con prudenza afferrai la bestia, tenendola da dietro e la
portai in fretta a terra, fra le grida di gioia del ragazzo subito
consolato; ansioso di portare egli stesso a sua madre la bella preda,
per quanto pesante fosse, la afferr precipitosamente. Ma l'aveva
appena presa in mano, che ricevette dalla bestia un colpo di coda cos
violento, che lo costrinse a lasciarla cadere subito, con aria afflitta. E
poich la sua sfortuna mi strappava in quel momento una sonora
risata, il ragazzo, preso da una violenta rabbia, afferr con furia una
pietra e fracass la testa crostacea del nemico.
Questa stata una bravata! lo redarguii indignato, non
bisogna vendicarsi nemmeno dei propri nemici! Avresti dovuto
essere invece pi prudente e non prenderti tanta confidenza.
Allora J ack afferr di nuovo il crostaceo privo di vita e lo port
tutto allegro e soddisfatto verso la cucina da campo.
Mamma, un gambero di mare! Ernst, un gambero di mare!
Dov' Fritz? Guarda qua, Franz, ti morde! Tutti allora si
radunarono intorno a lui ed osservarono attentamente lo straordinario
animale, stupiti pi per la grandezza veramente insolita che per il suo
aspetto, abbastanza comune. Ernst diede subito il suo parere: si
doveva cuocere il gambero e se lo si fosse gettato subito nel brodo
bollente, avremmo avuto un'ottima zuppa di gambero. Ma la mamma
rispose che ringraziava tanto, ma non avrebbe fatto una zuppa
secondo quella ricetta estemporanea, e che innanzi tutto avrebbe
finito di cuocere la prima portata del nostro pasto. Io intanto tornai
nel punto in cui J ack era stato attanagliato dal gambero, per utilizzare
quel bassofondo e trarvi a riva i nostri barili, mettendoli poi ritti, in
modo che non potessero pi rotolare indietro.
Tornato nel gruppo, lodai J ack che aveva fatto la prima fortunata
scoperta e gli promisi come giusta ricompensa l'intera pinza del
gambero che l'aveva afferrato al polpaccio.
Oh! esclam Ernst, anch'io ho visto qualcosa di
commestibile, che non ho potuto prendere perch era nell'acqua e mi
sarei dovuto bagnare.
Ne vale proprio la pena! disse J ack, anch'io l'ho visto.
Sono molluschi schifosi; io almeno non potrei mangiarne. Allora
meglio il mio gambero!
Per, osserv Ernst, potrebbero essere magari ostriche;
stanno in un posto non molto profondo.
Bene, signor flemmatico, ammonii, se ti ricordi bene
dove sono, puoi tornarci e prenderne qualcuna per prova, dato che
potrebbero farci comodo per il prossimo pranzo. Nelle nostre misere
condizioni ognuno deve adoperarsi per il bene comune e non avere
tanta paura dei piedi bagnati. Vedi bene che il sole ha gi quasi
asciugato me e J ack.
Allora andr a prendere nello stesso tempo anche del sale,
rispose Ernst, ne ho visto a mucchi fra le fessure della roccia.
Deve provenire dall'acqua di mare fatta evaporare al sole. A
giudicare dal sapore era precisamente sale.
Gi, gi, eterno filosofo! lo criticai. Sarebbe stato meglio
che ne avessi preso subito un sacco, invece di rimuginarci su a lungo.
Se non vogliamo mangiare una minestra scipita, corri e portaci quello
che hai scoperto.
Era veramente sale quello che Ernst ci port, ma sporco, misto a
sabbia e a terra, sicch stavo per gettarlo via, sgridando il ragazzo
che non lo aveva raccolto con cura. Tuttavia la mamma trov il modo
di rimediare, sciogliendo il sale in un recipiente di latta pieno d'acqua
dolce e filtrandolo poi attraverso una tela sottile, dopo di che
potemmo metterlo nella minestra.
Ma non potevamo prendere senz'altro acqua di mare? chiese
J ack.
Oh, no! rispose Ernst. davvero troppo amara, a parte il
suo sapore salato; quasi vomitavo dopo averla provata.
Presto la mamma assaggi la minestra con una bacchettina che
aveva usato per rimestarla e la giudic ottima. Per disse,
manca ancora Fritz e inoltre come mangeremo la nostra pietanza?
Non assolutamente possibile che ognuno accosti alla bocca questa
grande pentola rovente e peschi le gallette con le mani.
Ce ne restammo sbigottiti intorno al fuoco, come la volpe della
favola quando la cicogna le present la brocca dal collo lungo, ma
alla fine ridemmo di cuore delle angustie in cui ci trovavamo.
Oh! disse allora Ernst, per potremmo usare delle
conchiglie.
Giustissimo approvai, direi che davvero una buona
idea! Va' e portaci delle conchiglie. Per non dobbiamo fare gli
schizzinosi; intingeremo anche le dita nella zuppa, perch non
avremo manici per quei cucchiai.
J ack fil via di corsa; Ernst lo segu placidamente e J ack stava gi
con l'acqua fino ai malleoli, prima che l'altro arrivasse. Solerte, J ack
raccoglieva e gettava a volo interi mucchi di ostriche al fratello che
continuava ad aver paura di bagnarsi. Con noncuranza Ernst si infil
in tasca una grossa conchiglia vuota e finalmente i due tornarono con
i fazzoletti pieni. In quel momento udimmo Fritz chiamare da
lontano e gli rispondemmo con voce allegra. Egli arriv col viso
gioiosamente animato e ci raccont di essere andato oltre il torrente.
Quanti barili, esclam, quante casse, legname ed altre
cose sono di l! Vogliamo ripescarle? Perch non andiamo domani
sulla nave a mettere qualcosa in salvo? Andiamo a prendere il
bestiame! Perch non ricuperiamo almeno la mucca? Le gallette non
sarebbero cos dure, inzuppate nel latte! Di l c' erba per pascolare e
un boschetto dove staremmo all'ombra! Perch rimanere ancora qui
nella costa arida e brulla?
Calma, calma! risposi. Ogni cosa a suo tempo, amico
Fritz! Domani un altro giorno e ad ogni giorno la sua pena. Innanzi
tutto, dimmi: hai scoperto qualche traccia dei nostri compagni di
viaggio?
Nemmeno la minima traccia, di nessuna persona, rispose,
n in terra n in mare.
Mentre parlavamo cos, J ack si sforzava di aprire un'ostrica col
coltello; ma con tutte le smorfie che faceva e con tutta la forza che ci
metteva, non riusciva ad averne ragione. Ridendo feci mettere tutte le
conchiglie sulla brace, dove si aprirono subito da sole.
Su, ragazzi! dissi, assaporiamo uno dei pi pregiati e
ghiotti bocconi per palati raffinati!
Intanto mangiavo la prima, non senza ripugnanza. Stupiti i ragazzi
esclamarono: Ma le ostriche di solito hanno un sapore squisito,
delizioso!
Replicai che non contestavo a nessuno il proprio gusto; quanto a
me, solo in caso di estremo bisogno avrei potuto mangiarne; ma
quando i ragazzi guardarono pi attentamente il disgustoso aspetto
dei molluschi cominciarono ad averne davvero ribrezzo. Tuttavia
ognuno doveva finire la sua parte, se voleva ricavarne un cucchiaio.
Cos J ack per primo os l'atto eroico e ingoi la sua ostrica come una
medicina, rabbrividendo. Subito gli altri seguirono il suo esempio,
definirono le ostriche un cibo cordialmente cattivo e tuffarono svelti i
gusci vuoti nella pentola piena di minestra. Ma tutti si scottarono le
dita e ognuno col proprio tono di voce gridava il suo ohi! e il suo ahi!
Allora ecco che Ernst trasse di tasca il grosso guscio, attinse con
cautela una buona porzione e cominci a canzonare gli altri, dato che
egli avrebbe potuto avere subito la sua minestra non pi bollente.
Niente male, aver pensato per te, osservai, solo che
avresti dovuto procurare anche a noi dei piatti simili.
Gi, ammise lui, l intorno ce n'erano ancora a
sufficienza.
Ma appunto questo che debbo rimproverarti, gli dissi,
che tu pensi sempre solo a te stesso. Meriti che il tuo egoismo sia
punito e che la tua zuppa sia data ai nostri domestici, intendo dire ai
due alani. Tu puoi aspettare finch anche noi, comuni mortali,
possiamo mangiare tutti insieme.
Il mio rabbuffo tocc il cuore al ragazzo che, tutto remissivo,
depose la sua scodella davanti ai cani che spolverarono tutto in un
battibaleno.
Subito dopo il nostro pasto, il sole cominci a declinare. Il
pollame si raccolse a poco a poco intorno a noi, beccando le briciole
cadute. Mia moglie se ne accorse, tir fuori il suo misterioso sacco e
cominci a spargere veccia, piselli e avena. Mi mostr anche altri
semi di ortaggi portati con s. Elogiai la sua premura e le
raccomandai soltanto di usare con parsimonia tutte quelle provviste
che potevano servirci per la semina: sarebbe stato meglio adoperare
come becchime le gallette avariate, che ancora dovevamo ricuperare
dal bastimento.
Le colombe volarono via nelle spaccature delle rocce, i polli si
posarono in fila sul tetto della tenda; le oche e le anatre,
schiamazzando, andarono a rifugiarsi tra i cespugli della riva
acquitrinosa. Anche noi ci preparammo a riposare, ma per prudenza
caricammo prima i fucili e le pistole, ponendoli a portata di mano.
Poi recitammo insieme la nostra preghiera della sera e con l'ultimo
raggio di sole ci infilammo nella tenda, dove ci coricammo l'uno
accanto all'altro, riconfortati.
Diedi ancora una volta un'occhiata fuori, per assicurarmi che tutto
fosse tranquillo e poi strinsi bene le corde che chiudevano l'entrata. Il
gallo, svegliato dalla luna che sorgeva, ci fece la serenata ed io mi
distesi. Ma, tanto caldo era stato il giorno, altrettanto fredda
diventava la notte e per scaldarci eravamo costretti a stringerci forte a
vicenda. Un dolce sonno cominci a scendere sui miei cari e per
quanto io volessi seriamente star sveglio, almeno finch la madre non
si fosse destata dal primo sopore, anche le mie palpebre stanche si
chiusero rapidamente e tutti quanti dormimmo in pace la nostra
prima notte sulla terra della fortunata salvezza.
Era appena spuntata l'alba, quando il canto del gallo mi risvegli e
subito destai mia moglie, soprattutto per consigliarci insieme con
tutta tranquillit sul da farsi. Presto fummo d'accordo nel pensare
che, prima di prendere qualsiasi decisione di fondamentale
importanza, dovevamo ancora cercare l intorno i nostri compagni ed
esplorare la natura del terreno che ci circondava. Mia moglie per si
persuase bene che non si poteva fare una spedizione di tal genere con
tutta la famiglia ed accett la mia proposta: Ernst ed i piccoli
sarebbero rimasti con lei e Fritz, il pi robusto, sarebbe partito con
me nel giro di ricognizione. Le raccomandai intanto di prepararci la
colazione e lei si accinse a farlo, avvisandomi che ci sarebbero stati
ben magri bocconi, poich non avevamo nient'altro che la provvista
per una zuppa.
Fritz dovette approntare fucile, bisaccia ed un'accetta; gli ordinai
anche di infilarsi nella cintura un paio di pistole corte con le
munizioni, mentre anch'io cominciavo ad equipaggiarmi nello stesso
modo; pensai anche alle gallette e ad una borraccia piena d'acqua.
Subito dopo la madre ci chiam per la colazione. Nel frattempo
aveva cucinato il gambero di J ack; ma tutti lo trovammo cos tiglioso
e di sapore tanto cattivo che ne avanz una buona parte per il nostro
viaggio e nessuno ci guard di traverso quando infilammo i resti
nelle nostre sacche. Per ci eravamo tutti saziati, perch il crostaceo
era molto pi grande dei gamberi di fiume e la sua polpa era pi
sostanziosa e nutriente. Fritz mi esort a partire presto, prima che il
sole cominciasse ad ardere.
Ordinai a tutti i ragazzi di badare alla mamma e di ubbidire in
ogni cosa. Poi ricordai loro di tenere in ogni caso i fucili a portata di
mano e di rimanere sempre nelle vicinanze della barca, che offriva il
pi valido mezzo di difesa o di fuga. Cos ci separammo in fretta,
non senza pena e con grande apprensione, giacch non potevamo
conoscere i pericoli a cui forse andavamo incontro in quella terra
sconosciuta. Per nostra difesa personale prendemmo con noi il fedele
Turk, come valida scorta. La riva del torrente era cos dirupata ai due
lati che soltanto in basso, alla foce, offriva un angusto passaggio,
proprio nel punto in cui fino allora eravamo andati a prendere
l'acqua. Mi rallegrai constatando in tal modo che i miei cari erano
abbastanza al sicuro anche da questa parte, giacch dall'altra gli alti
scogli offrivano tutto il riparo che si poteva desiderare.
Per oltrepassare il torrente dovemmo arrampicarci fino al punto in
cui esso sgorgava dalle rocce e dove, qua e l, dal fondo del suo letto
sporgevano grosse pietre; sopra queste, con rischiosi salti, riuscimmo
finalmente a varcare il torrente senza bagnarci troppo. Con dura
fatica ci arrampicammo allora sulla riva opposta, attraverso l'erba
alta e mezzo seccata dal sole, sforzandoci di scendere di nuovo verso
la sponda del mare, dove speravamo di trovare minori ostacoli sul
nostro cammino.
In realt riuscimmo cos ad avanzare rapidamente avendo vicino,
alla nostra sinistra, il mare; a destra per, circa ad una mezz'ora di
distanza da noi, l'ininterrotta impervia parete si prolungava dal punto
del nostro approdo sempre nella medesima direzione. La sua
sommit sfoggiava un verde ridente con grande variet di alberi. Lo
spazio tra rupe e mare era ricoperto in parte da erba alta e mezzo
secca, ed in parte da piccoli boschetti che spesso si estendevano in
alto fino alla roccia e in basso fino al mare.
Noi ci tenevamo con cura presso la riva e guardavamo
costantemente verso il mare, come per deliziarci della bellezza del
paesaggio, mentre in cuor nostro speravamo soltanto di poter
scorgere le lance con i nostri compagni. Non trascuravamo per di
scrutare lungo il lido, se ci fossero pedate o altre tracce umane, ma
non scoprimmo la minima orma.
In silenzio, ognuno chiuso in se stesso, continuammo a camminare
finch, dopo una marcia di due ore buone, raggiungemmo un
boschetto piuttosto distante dal mare. L ci fermammo all'ombra
fresca, per ristorarci ad un limpido ruscello che scorreva vicino a noi.
Tutt'intorno volavano, giocavano, frullavano svariate specie di
uccelli a noi sconosciuti, che si facevano notare pi per lo splendore
dei colori che per l'armonia delle voci. Fritz sostenne di aver
avvistato tra foglie e rami qualcosa che sembrava una scimmia e
infatti Turk, quasi a conferma di ci, cominci a diventare inquieto e
ad abbaiare, facendo risonare bosco e radura. Fritz si aggir pian
piano tutt'intorno, per verificare la sua supposizione e infine, mentre
guardava in alto, cercando di cogliere il minimo fruscio, fin con
l'incespicare cos forte su qualcosa di rotondo, che a momenti finiva
faccia a terra. Indispettito afferr l'oggetto che lo aveva fatto
inciampare e me lo port, osservando che doveva essere un nido di
uccelli.
Ma no! gli dissi, una noce e precisamente una noce di
cocco.
Per ci sono uccelli che costruiscono nidi rotondi, osserv il
ragazzo.
Senza dubbio, ribattei solo che non dovresti scambiare a
prima vista un oggetto rotondo e fibroso per un nido. Non ricordi che
abbiamo letto come la noce di cocco avvolta in una massa di fili
tenuti insieme da una sottile e fragile rete? Qua nella tua, la rete si
disgregata e perci vedi i fili venire fuori tutti arruffati. Ora la
toglieremo via del tutto e dentro vi troveremo la dura noce.
Cos accadde: la noce fu spaccata e dentro non vi trovammo
nient'altro che un nocciolo guasto, assolutamente immangiabile.
Ma pap, chiese Fritz, avevo pensato che nelle noci di
cocco ci fosse un succo dolce da potersi bere come latte di mandorla!
Ed infatti cos, quando le noci non sono ancora mature,
proprio come nei nostri alberi di noce. Ma via via che il frutto
matura, il succo si solidifica fino a diventare seme, che alla fine si
secca completamente. Se la noce matura cade in un terreno buono, il
seme germoglia e infrange il guscio. Se invece finisce in un posto
non adatto, rimane soffocato e va a male per fermentazione interna,
come appunto la tua noce. Io credo che questa sia stata portata fin qui
dalle scimmie, perch non pu essere caduta da nessuno degli alberi
qua intorno.
In entrambi per si era destata la voglia di una noce di cocco
buona e ci mettemmo a cercare attivamente. Dopo lungo rovistare ne
trovammo finalmente una che non era guasta e che ci consenti di
risparmiare le nostre provviste, tanto che conservammo una buona
parte di essa per il pasto del mezzogiorno; era infatti ancora troppo
presto per pranzare. In realt, sebbene la noce fosse un tantino
rancida, ci aveva soddisfatto abbastanza e cos raccogliemmo le
nostre forze per riprendere il cammino. Per un tratto ci inoltrammo
nella boscaglia, ove spesso eravamo costretti ad aprirci la strada con
le accette, perch era intricata da un'indescrivibile quantit di liane.
Finalmente giungemmo di nuovo alla riva, guadagnando una libera
visuale e un sentiero accessibile. Il bosco si prolungava alla nostra
destra, a circa un tiro di schioppo da noi, e qua e l si vedevano
anche piante isolate di una specie particolare. Fritz, che con il suo
sguardo acuto esplorava incessantemente dappertutto, ne osserv
subito alcune di aspetto tanto caratteristico che ne fu colpito ed
esclam: Ma pap, che razza di piante sono quelle l con i gozzi
lungo il fusto?
Ci avvicinammo e riconobbi con lieto stupore le cucurbitacee, che
producono zucche. Fritz ne trov subito una caduta a terra ed io gli
spiegai come si poteva adoperare il frutto svuotato ed essiccato per
farne ciotole, scodelle e fiasche. Per i popoli primitivi,
aggiunsi, sono assolutamente indispensabili: essi infatti
conservano le loro bevande e se ne servono perfino per cuocervi i
cibi.
Impossibile, osserv Fritz, la scorza si brucerebbe, messa
sul fuoco.
Certo, replicai, ma la scorza non viene messa
direttamente sul fuoco. Quando si vuol cuocere qualcosa nelle
zucche, queste vengono tagliate a met e svuotate, dopo di che vi si
versa dell'acqua come in una pentola; poi vi si mette carne, granchi
ed in genere quello che si vuol cuocere. Si lasciano quindi spegnere
nell'acqua a poco a poco delle pietre arroventate, finch l'acqua bolle
e il cibo che ci sta dentro cotto. La scorza rimane intatta.
Ehi! Ma allora facciamo subito un po' di scodelle e piatti,
propose Fritz, la mamma sar contenta se le portiamo delle
stoviglie da cucina.
Cos dicendo prese il suo coltello e cominci a trafficare attorno a
una zucca. Sbrig prontamente il suo esperimento, ma aveva anche
rovinato del tutto la zucca, perch il coltello ora andava troppo in
fondo, ora gli sfuggiva di mano, lasciando tagli sghembi e
sbocconcellati.
Ma proprio una disperazione! esclam; non avrei mai
creduto che una cosa tanto semplice potesse essere tanto difficile. Il
mio lavoro non vale un fico secco! E con queste parole gett via
la zucca.
Sei sempre precipitoso, vecchio mio! gli dissi. Perch
ora getti via tutto quanto? Dai pezzetti pi piccoli puoi ancora
ricavare dei cucchiai e mentre lo farai, voglio provare a fare due
scodelle.
Fritz raccolse i pezzi e ricominci a tagliare; io presi invece uno
spago, lo legai per il lungo, pi in alto che potei, attorno a una zucca
e tirando lo serrai il pi possibile; vi battei sopra leggermente col
manico del coltello, facendolo penetrare nella buccia piuttosto tenera;
poi lo strinsi pi forte e continuai a battervi su, finch la scorza non
fu tagliata. Allora mi fu facile far

passare lo spago da parte a parte
attraverso la polpa acquosa e dividere la zucca in due parti diseguali
che per avevano una buona forma e un orlo regolare.
Come diamine ti venuto in mente? esclam Fritz. Ecco
una magnifica zuppiera e anche un piatto!
Vedi, risposi, a che cosa serve leggere un pochino? L'ho
imparato dai libri di viaggi; selvaggi e negri, che per lo pi non
hanno coltelli, fanno con le zucche quello che tu hai visto fare or ora.
Posammo le nostre stoviglie a terra affinch il sole le essiccasse,
ma prima le riempimmo accuratamente di sabbia perch l'eccessivo
calore non le restringesse troppo. Non mancammo nemmeno di far
bene attenzione al posto in cui le avevamo lasciate, per poterle
ritrovare facilmente al ritorno. Subito dopo proseguimmo il nostro
cammino; Fritz continuava ad armeggiare intorno a un cucchiaio di
zucca, mentre io, dal frammento di una noce di cocco che avevo
messo in tasca, cercavo di ricavarne un altro. Ma devo confessare che
riuscirono entrambi molto mediocri.
Quando si tratta di lavori di artigianato, dissi, si deve
riconoscere la superiorit degli indigeni nella fabbricazione di oggetti
di consumo. Il mio cucchiaio non molto migliore del tuo e per poter
introdurre in bocca sia l'uno sia l'altro bisognerebbe averla larga fino
alle orecchie.
Lo credo bene! replic Fritz, se li avessimo fatti pi
piccoli sarebbero stati poco fondi ed ancora pi difficile mangiare
la zuppa con palette, anzich con gusci di ostriche. Intanto per me
questo va bene, finch non ne avr uno migliore.
Cos chiacchierando e intagliando cucchiai non avevamo
trascurato di guardare intorno attentamente in tutte le direzioni, in
cerca dei nostri compagni; ma purtroppo tutto fu vano.
Finalmente, dopo una marcia di quattro ore buone, arrivammo a
una punta di terra che si prolungava nel mare e sulla quale si
innalzava una collina piuttosto alta. Ci sembr il posto pi adatto da
cui poter estendere in lontananza le nostre ricerche, senza dover
vagare ancora.
Non senza sudore e fatica salimmo sull'altura, che ci offr
un'ampia, splendida vista. Ma pur guardando intorno col nostro
eccellente cannocchiale dovunque e per quanto tempo ci piacesse,
non potemmo scoprire in nessun luogo la minima traccia d'uomo. La
bella natura per ci stava davanti in tutta la sua semplice grazia e
nonostante la mancanza dell'opera dell'uomo era estremamente
incantevole. La riva ricca di vegetazione della pittoresca baia - la cui
sponda opposta si perdeva nell'azzurra lontananza come un
promontorio - racchiudeva con leggiadria la superficie increspata del
mare in cui si specchiava il sole. Ne saremmo stati certo deliziati se il
nostro struggente desiderio di trovar gente in quel paradiso non fosse
rimasto insoddisfatto. Ma la vista di quella terra fertile mi
tranquillizz perch ero certo che almeno non avremmo patito n
fame n carestia, perci dissi: Ebbene, Fritz! andata
diversamente da come pensavamo! Del resto avevamo scelto noi
stessi una vita da colonizzatori e se ora ci sono un paio di persone di
pi o di meno, la nostra pace e fiducia non dovranno esserne turbate.
Ci sforzeremo di essere anche in queste condizioni buoni e sereni il
pi possibile.
Cos dicendo scendemmo decisi verso un ameno boschetto di
palme che avevamo adocchiato dall'alto. Prima di giungervi fummo
costretti a passare attraverso un fitto canneto, spesso cos folto e
intricato da impedirci il cammino. Solo con molta cautela e
lentamente ci spingemmo avanti, perch ad ogni passo temevo il
morso mortale di un serpente nascosto; questi animali infatti amano
stabilirsi in luoghi simili. Turk doveva perci precederci sempre
affinch avvisati dal cane, potessimo prevenire meglio il pericolo.
Per ogni eventualit tagliai anche una solida canna, nella speranza di
potermi difendere meglio con essa anzich col fucile da un nemico
strisciante. Non senza sorpresa mi accorsi subito di un succo
vischioso che scaturiva dal gambo reciso e quando ne assaggiai una
goccia la trovai cos dolce che non potei dubitare di aver scoperto la
pi bella piantagione naturale di canne da zucchero. Assaggiando
ripetutamente fui ancora pi sicuro del fatto mio e mi sentii
straordinariamente ristorato dal meraviglioso succo. Tuttavia non
volli ancora comunicare al mio Fritz la felice scoperta, ma preferii
procurargli la gioia di farla da s. Gli gridai allora, poich mi
precedeva di qualche passo, di tagliarsi anche lui una canna come
difesa. Egli fu pronto a farlo e, senza accorgersi di altro, si serv della
canna come di un bastone; con questo, per scacciare eventuali
serpenti, batteva a dritta e a manca davanti a s nel canneto con tale
energia che alla fine il bastone si spacc e ne usc il succo
appiccicoso che eccit la curiosit del giovane. Con aria circospetta
cominci ad assaggiarlo e d'un tratto eccolo saltare e ridere,
consumandosi quasi le dita a furia di leccarle, e gridare: Pap,
pap! Canna da zucchero! Oh, assaggia dunque! Canna da zucchero!
Magnifico! Splendido! Pensa che gioia per i ragazzi e per la mamma,
quando gliene porter a casa! Intanto tagliava pezzo per pezzo la
canna e la succhiava cos avidamente che il nettare gli colava lungo il
mento ed io dovetti frenare la sua ingordigia.
Prendi dunque fiato una buona volta e non essere cos avido!
Ma avevo tanta sete ed ha un sapore cos buono!
Ti scusi esattamente come gli ubriaconi: anch'essi bevono
smodatamente perch hanno sete e perch amano il vino. Ma per
quanto validi siano i loro pretesti, tuttavia essi ne risentono danno
nell'anima e nel corpo.
Allora voglio almeno portare a casa una bella provvista di
canne da zucchero, cos per strada ci rifocilleremo di tanto in tanto e
la mamma e i fratelli potranno rallegrarsene.
Certo, non ho niente in contrario, risposi, per non farne
un carico troppo pesante: dobbiamo portare gi molta roba e ancora
per un bel tratto di strada.
Avevo ben predicato; il ragazzo tagli per lo meno una dozzina
delle canne pi belle; le ripul delle foglie, le leg insieme e se le
mise sotto braccio, mentre continuavamo ad andare avanti.
Finalmente uscimmo dall'intrico e giungemmo al palmeto. Vi
entrammo per riposarci e consumare il resto del pranzo, quando
all'improvviso diverse scimmie piuttosto grandi, spaventate dal
nostro arrivo e dall'abbaiare del cane, si arrampicarono rapidamente
sugli alberi e con tale agilit che potemmo a malapena scorgerle,
finch non si appollaiarono sulle corone delle palme, digrignando i
denti e salutandoci ostilmente con orribili grida. Osservai subito che
gli alberi erano palme da cocco ed attinsi la speranza di ottenere con
l'aiuto delle scimmie alcuni frutti non ancora maturi e ricchi di latte.
Cominciai perci con tiri bene assestati a scagliare sassi in alto
contro le scimmie e, bench fossi ben lungi dal raggiungere anche
soltanto la met dell'altezza delle palme, le scimmie andarono
ugualmente in collera e, nel loro istinto di imitazione, incapricciate a
rifare i miei gesti, strappavano noci su noci dai loro piccioli e ce le
gettavano gi, al punto che dovevamo continuare a saltare per non
esserne colpiti ed in breve una massa di frutti giaceva per terra
intorno a noi.
Fritz rise di cuore vedendo che il tiro mi era riuscito e, quando
finalmente la gragnola fu terminata, raccolse quante pi noci poteva
portare. Ci cercammo un posticino sicuro per assaporare il nostro
raccolto e rompemmo i gusci a colpi di accetta. Prima per attraverso
i punti meno duri, che allargavamo col coltello, bevemmo il succo
che c'era e ci meravigliammo di non trovarlo di nostro gusto. Per ci
piacque la crema pi solida che rimaneva attaccata ai gusci e che
raschiavamo con i cucchiai da poco fabbricati, addolcendola con lo
zucchero delle nostre canne e cos banchettammo da signori. Mastro
Turk ricevette perci i resti del gambero, che ora disdegnavamo
orgogliosamente, ed un po' di gallette, dopo di che, ancora
insoddisfatto, cominci a masticare canna da zucchero e a mendicare
noci di cocco.
Finalmente legai insieme alcune noci che avevano ancora i
piccioli e Fritz riprese in mano il fascio di canne; ci caricammo e ci
mettemmo in cammino, continuando rinfrancati la via del ritorno.
Ma non dur a lungo; Fritz cominci a lamentarsi. Le canne, sulle
spalle, gli pesavano molto e le passava di continuo da una parte
all'altra; presto le prese sotto braccio, poi si ferm, sospir, sbuff
forte. No, esclam infine, non avrei mai pensato che un
fascio di canne fosse cos terribilmente pesante; eppure vorrei
portarle a casa, perch anche la mamma ed i fratelli ne prendano.
Basta aver pazienza e coraggio, mio caro Fritz! gli dissi.
Non ti ricordi pi della cesta di pane di Esopo, che all'inizio del
viaggio era la pi pesante e alla fine diventava la pi leggera? Anche
il peso delle tue canne da zucchero diminuir poich potremo
servircene ancora abbondantemente prima di tornare a casa tra i
nostri cari. Fin d'ora puoi darmene un'altra come bastone da
pellegrino e come fonte ambulante di nettare, ed anche tu puoi
tenerne in mano una nuova. Lega poi le altre insieme e appenditele
sulla schiena in modo che s'incrocino col fucile: cos le porterai pi
facilmente e potrai sopportare il peso pi a lungo. In verit ora
dobbiamo imparare ad usare il cervello, se l'abbiamo al posto giusto.
Riflessione e capacit inventiva dovranno spesso supplire alla
mancanza di forze fisiche.
L'opprimente calura ci infastidiva parecchio; per calmare la sete
incoraggiai Fritz a succhiare, come me, dalla canna da zucchero. Ma
presto notammo che il dolce succo cominciava a diventare asprigno.
Spiegai allo stupito ragazzo che lo zucchero, fermentando, si
trasformava a poco a poco in alcool.
Ora bisogna essere sobri, Fritz, se non vogliamo tornare a casa
come due ubriachi.
Ma ci ristorammo lo stesso e continuammo ad andare avanti
rianimati, conversando del pi e del meno finch, quasi
all'improvviso, arrivammo al posto in cui, durante il viaggio d'andata,
avevamo lasciato sulla sabbia la zuppiera e il piatto di zucca per farli
essiccare. Li trovammo tutt'e due in ottimo stato e duri come l'osso,
cos che potemmo portarli con noi senza difficolt.
Ma avevamo appena attraversato il boschetto in cui avevamo fatto
colazione la mattina, che Turk ci lasci di furia, piombando su una
frotta di scimmie che si divertivano a giocare per terra al limite della
macchia e non avevano notato affatto il nostro arrivo. Esse furono
colte assolutamente di sorpresa e, prima che potessimo accorrere, il
sanguinario alano aveva gi raggiunto, ghermito e abbattuto una
scimmia adulta e ora si saziava delle sue carni ancora palpitanti.
Uno scimmiottino che fino allora era stato aggrappato al dorso di
essa e che probabilmente le aveva impedito una rapida fuga, stava
accovacciato in disparte sull'erba e assisteva digrignando i denti al
cruento spettacolo. Fritz era accorso a precipizio per prevenire la
brutta scena. Saltando perse il cappello e gett lontano da s
fiaschetta e canne da zucchero, ma tutto invano. Arriv troppo tardi
per evitare l'uccisione, ma giusto in tempo per provocare un nuovo
spettacolo, veramente comico.
Infatti non appena lo scimmiotto lo ebbe avvistato,
immediatamente gli balz sulla schiena fino alle spalle e con le
zampette si attacc cos saldamente ai suoi capelli ricciuti che n le
grida, n i salti, n gli strappi dello spaventato ragazzo riuscivano a
staccarlo. Bench le risate mi impedissero di fare pi in fretta, mi
slanciai per rassicurare il povero Fritz, poich capivo bene che non
c'era alcun pericolo e il timor panico del ragazzo contrastava in modo
decisamente ridicolo con le boccacce dello scimmiottino.
Questo un vero tratto di genio da parte del cucciolotto!
dissi quando li raggiunsi. Ha perduto la madre ed ora ti assume
semplicemente come padre adottivo. Ma che genere di affinit
familiare avr mai fiutato in te?
Si sar accorto che sono un bravo ragazzo, il birbante,
rispose Fritz bonariamente, e che non potrei torcere un capello ad
un animale che si mette sotto la mia protezione. Ma intanto mi tira
terribilmente i capelli; ti prego, toglimelo di dosso!
Con dolcezza e con un po' di abilit riuscii finalmente a staccare
l'ospite non invitato; lo presi in braccio come un bambino piccolo, lo
guardai bene e davvero fui costretto ad averne compassione, perch
era appena pi grande di un gattino e non sarebbe stato affatto in
grado di cavarsela da solo.
Ma che cosa posso fare per te, esclamai, povero
orfanello, e come potremo mantenerti, miseri come siamo? Abbiamo
gi troppe bocche da sfamare e troppo poche braccia per lavorare.
Oh, pap! mi preg Fritz, dai pure a me questo piccolo,
ci penser io. Gli dar del latte di cocco, finch non avremo il latte
della mucca e delle capre che ora stanno sulla nave. Forse un giorno
la sua sagacia ci aiuter a distinguere i frutti buoni da quelli velenosi.
Bene, gli dissi, in tutta questa tragicomica vicenda ti sei
comportato da bravo ragazzo, solo che il ribrezzo ti ha fatto perdere
la bussola. Per sono soddisfatto di te, specialmente perch non hai
sfogato la tua rabbia. Quindi ti lascio prendere il tuo protetto.
Dipender dal modo con cui lo educherai se un giorno ci potr essere
di giovamento, con il suo istinto, o di danno con la malignit,
costringendoci a disfarcene.
Mentre discutevamo, Turk divorava con gusto la scimmia sbranata
e poich il misfatto era ormai avvenuto, tollerammo il suo pasto,
tanto pi che ci saremmo esposti noi stessi a gravi pericoli, se ci
fosse saltato in mente di impedirglielo. Tutto quello che aveva avuto
da noi durante il giorno non era stato niente per la sua enorme
voracit. Tuttavia, senza stare ad aspettare che Turk si degnasse di
essere sazio, ci mettemmo di nuovo in cammino. Lo scimmiottino
riprese il suo posto sulla schiena di Fritz ed io in cambio mi caricai
delle canne da zucchero.
Avevamo camminato cos per circa un quarto d'ora, quando Turk
ci raggiunse a trotto serrato, leccandosi ancora a destra e a sinistra il
muso insanguinato con aria compiaciuta. Lo accogliemmo con faccia
arcigna, rimproverandogli la sua crudelt; ma Sua Altezza
Serenissima non se ne cur affatto e procedette tutto calmo dietro
Fritz. Lo scimmiotto per, reso inquieto dalla temibile vicinanza,
cominci ad arrampicarsi sul petto di Fritz e a infastidirlo. Allora lo
spirito inventivo del ragazzo si ridest: egli leg svelto Turk a una
cordicella e gliene allacci un'altra attorno al collo, cercando di
sistemargli sul dorso lo scimmiotto; nello stesso tempo redarguiva il
cane in tono patetico: Dato che hai ammazzato sua madre, ora
devi portare tu stesso il piccolo. Ma Turk cap il gioco a modo
suo: ringhi, tent di afferrare la tremante bestiolina e infine
cominci a rotolarsi per terra, sicch Fritz per il momento dovette
rinunciare ai suoi tentativi di ammaestramento e riprendere in braccio
il suo protetto.
Fra tali occupazioni il cammino vol, per cos dire, sotto i nostri
piedi e ci trovammo vicino al grande torrente e ai nostri cari quasi
senza accorgercene. Bill, la cagna danese che era rimasta con loro,
diede l'avviso abbaiando a tutto spiano e Turk, l'alano inglese, le
rispose: anzi, a poco a poco cominci a riconoscere il luogo e corse
avanti per salutare la compagna e annunciare il nostro arrivo. Subito i
nostri cari apparvero sulla sponda opposta, uno dopo l'altro,
facendoci cenno, ridenti ed esultanti, e ci vennero incontro risalendo
la riva del torrente, finch da ambedue le parti giungemmo al guado
che la mattina avevamo attraversato; ripassammo felicemente
sull'altra sponda e corremmo tra le braccia dei nostri.
Ma appena i ragazzi ci ebbero esaminato ben bene, ecco che
incominciarono a gridare tutti insieme: Una scimmia, una
scimmia! Dove l'hai presa? Oh, possiamo darle qualcosa da
mangiare? Ma che cosa ci fai con quei bastoni? E che razza di noci
sono queste che porta il babbo?
Si lev cos un coro di domande e di esclamazioni a cui noi non
sapevamo n porre argine n dare risposta.
Alla fine, quando si cominci a ristabilire la calma, presi la parola:
Dunque, ancora una volta, affettuosamente salve, ragazzi! Vi
portiamo un sacco di cose buone. Purtroppo per non abbiamo potuto
trovare ci che soprattutto cercavamo, i nostri compagni di viaggio;
nemmeno un'anima, da nessuna parte.
In nome di Dio, rispose la mamma, accontentiamoci e
ringraziamo il cielo almeno di ritrovarci di nuovo tutti insieme sani e
salvi! Quanto ho supplicato e sospirato che poteste tornarmi a casa
illesi! Ed ora raccontateci come andata la spedizione e alleggeritevi
del vostro carico.
J ack allora mi tolse il fucile, Ernst le noci di cocco, il piccolo
Franz le scorze di zucca e la mamma la bisaccia. Fritz distribu le sue
canne da zucchero e offr il suo fucile al pigro Ernst che, sebbene
preoccupato di caricarsi di un cos eccessivo peso, non pot sottrarsi
alla gentile preghiera del fratello. Presto per la mamma si impietos,
gli tolse di mano le noci di cocco cos proseguimmo il cammino.
Per, cominci ad un tratto Fritz, se Ernst soltanto
sapesse quello che ha consegnato, certo avrebbe voluto tenerselo con
s. Sono noci di cocco, Ernst, le tue care noci di cocco!
Oh, perbacco! Noci di cocco! grid questi; mamma,
presto, voglio portarle io e terr lo stesso il fucile!
No, no! rispose la mamma, non voglio sentire i sospiri
che non tarderesti a fare.
Ma posso gettare via i bastoni e tenere il fucile in mano!
Guardatene bene! grid allora Fritz; quei bastoni sono
canne da zucchero. Vieni qua! Voglio insegnarti a succhiarle.
Ehi, ehi! esclamarono ora tutti. Canne da zucchero! E
ognuno si precipitava da Fritz per farsi spiegare e per prendere
istruzioni sulla grande arte del succhiarle.
Anche mia moglie, al sentire cose tanto insolite, cominci ad
interrogarmi eccitata. Con piacere le raccontai come avevamo fatto le
nostre scoperte e le mostrai quante cose utili avevamo trovato. Nulla
per le piacque pi della zuppiera e del piatto di zucca, di cui
avevamo grandissimo bisogno.
Cos arrivammo finalmente alla cucina da campo e con piacere
notammo i preparativi per una robusta cena. A un lato del fuoco, su
uno spiedo di legno che poggiava su due forcelle pure di legno
infisse nel terreno, stavano infilzati pesci di ogni genere. All'altro
lato veniva arrostita un'oca e il grasso gocciolante finiva in una
grossa conchiglia posta sotto di essa. In mezzo, sulla fiamma, stava
la pentola di ferro da cui emanava il profumo di un sostanzioso brodo
di carne. Dietro il fuoco, infine, uno dei barili rimorchiati giaceva
aperto davanti ai miei occhi e mi mostrava le sue viscere, sotto forma
dei migliori formaggi olandesi, tutti custoditi in involucri di stagnola.
Il tutto eccitava al massimo la nostra fame, pi sopita che soddisfatta
dai succhi che avevamo trangugiato.
La mamma del resto ci chiam subito a tavola. Ci sdraiammo tutti
per terra ed ella cominci a servire il pasto, durante il quale le nostre
stoviglie di zucca ci resero un servizio straordinario. I ragazzi
vuotarono intanto un paio di noci spaccate, le trovarono proprio
eccellenti e conservarono i pezzi di guscio come cucchiai. Anche lo
scimmiottino ebbe la sua parte. I giovani tuffarono a turno la punta
dei fazzoletti nel latte di cocco e provarono un'indescrivibile gioia
quando la bestiolina accett di succhiare con vera soddisfazione le
pezzuole inzuppate, facendoci cos sperare che saremmo riusciti ad
allevarla.
I ragazzi stavano per spaccare ancora un paio di noci con l'accetta,
quando a un tratto ordinai: Alt, alt! Nella tanto sentita
mancanza di scodelle, avevo pensato a un buon espediente.
Datemi qua, ragazzi! esclamai, facciamoci delle
stoviglie! Uno di voi vada a prendere la sega.
J ack, il pi svelto, me ne port subito una ed io mi diedi da fare
finch ognuno di noi ebbe una scodella per s e a ognuno la mamma
pot servire la sua porzione di zuppa. La brava donna era tutta
soddisfatta che non dovessimo pi pescare poco igienicamente con le
conchiglie nella pentola comune.
Consumammo quindi la nostra cena e bench i pesci fossero un
po' asciutti e l'oca sapesse un tantino di bruciato, pure cominciai a
dare il buon esempio e la giovent mi segu bravamente. Ci
raccontarono allora che i pesci erano stati procurati da J ack e dal
piccolo Franz e che la mamma aveva scoperchiato il barile dei
formaggi con le proprie mani per assicurarci un delizioso dessert.
Ognuno ricevette la meritata lode.
La mamma aveva avuto la premura di raccogliere dell'erba ancora
pi secca e di farla distendere nella tenda, cos potevamo sperare in
un giaciglio pi soffice di quello del giorno precedente. I polli ci
lasciarono e andarono a posarsi, come la notte precedente, sulla
sommit della tenda; le oche e le anatre scomparvero anch'esse,
ritirandosi nel loro alloggio notturno e anche noi sentimmo di tutto
cuore il bisogno di dormire; perci, finito il nostro pasto,
scivolammo nella tenda. Con noi venne anche lo scimmiottino: Fritz
e J ack, che si dividevano la sua amicizia e la cura del suo
sostentamento, lo presero teneramente in mezzo a loro, coprendolo
con attenzione affinch non soffrisse il freddo. Tutti ci coricammo
nell'ordine solito ed io per ultimo mi chiusi la tenda alle spalle. Come
gli altri, dopo le fatiche di quella giornata, cedetti presto e volentieri
al sonno ristoratore.
Ma non ne avevo ancora gustato a lungo la dolcezza, che fui
svegliato dall'agitazione dei polli sul tetto della tenda e dal violento
abbaiare dei cani che vigilavano. Raccolsi le mie energie per
accorrere subito in loro aiuto. Anche Fritz e la mamma erano gi
svegli. Tutti e tre afferrammo i fucili e uscimmo dalla tenda.
Con orrore scorgemmo ben presto alla luce della luna una lotta
spaventosa. Una decina di sciacalli aveva accerchiato i nostri alani e
quei due valorosi campioni avevano gi steso sul campo di battaglia
tre o quattro nemici; gli altri ululavano a rispettosa distanza
tutt'intorno, spiando il momento buono per coglierli alla sprovvista.
Ma le due prudenti bestie tenevano duro, si rivoltavano da tutte le
parti e non permettevano al nemico di accostarsi. Io e Fritz mirammo
immediatamente e subito due dei nottambuli giacquero sulla sabbia
vicino agli altri, mentre un altro paio dovette trascinarsi a fatica, con
le gambe sfracellate, dietro il gruppo dei compagni in fuga. Turk e
Bill raggiunsero i feriti e li fecero a pezzi; poi, quando il
combattimento fu finito, si buttarono a divorare, come veri animali
dei Caraibi, la carne dei loro fratelli, dimostrandoci quanto poco
ancora conoscessimo la loro voracit, tanto pi che di solito i cani
non divorano facilmente la carne di volpi o di lupi, perch di razza
simile alla loro.
La mamma ci esort, dato che tutto ormai era calmo, a tornare
nella tenda; ma Fritz ci preg di lasciargli prendere il suo sciacallo,
per mostrarlo l'indomani ai fratelli. Ottenuto il consenso, trascin
faticosamente all'accampamento l'animale, grande quanto un cane di
notevoli dimensioni, anche se non della ragguardevole mole dei
nostri alani. Feci notare allo zelante ragazzo che, se Turk e Bill non
fossero tornati del tutto sazi dal campo di battaglia, anche
quell'ultimo sciacallo doveva essere loro concesso come giusto
compenso per la vigilanza e il coraggio dimostrati. Ci rimettemmo
allora al caso, legammo la bestia alla roccia presso la tenda e ci
coricammo di nuovo vicino ai piccoli; nessuno di loro era stato
svegliato dal trambusto e cos riprendemmo a dormire al loro fianco,
sinch non spunt il giorno e il gallo non mi dest col suo canto
squillante. Il mio primo pensiero fu di svegliare anche la mamma per
combinare insieme il piano di lavoro della giornata.
Moglie mia! cominciai, prevedo tanto lavoro e tanti
pensieri che non so quasi come cavarmi d'impaccio. Una corsa alla
nave naufragata strettamente necessaria, se non vogliamo far
morire di fame il bestiame che vi rimasto; e di l c' ancora una
quantit di cose utili da ricuperare. Ma, d'altra parte, anche qui ci
sarebbe tanto da fare e soprattutto dovremmo prepararci
un'abitazione migliore.
Con pazienza, ordine e costanza, rispose lei, un po' alla
volta avremo ogni cosa, mio caro! vero che non penso con piacere
ad un ritorno sulla nave, ma indispensabile per il nostro benessere e
lo faremo come prima impresa. Il resto verr da s, a mano a mano.
Ebbene, faremo come mi consigli! Tu rimarrai, direi, di nuovo
qua con i piccoli; Fritz, il pi forte ed il pi abile, verr con me.
Cos dicendo mi alzai e chiamai ad alta voce: Su, ragazzi, su! Il
giorno si leva e oggi avremo molto da fare. Il mattino ha l'oro in
bocca!
I bravi ragazzi si risvegliarono a poco a poco, sbadigliando e
rivoltandosi per un certo tempo, finch non riuscirono a scacciare
definitivamente il sonno dai loro occhi. Soltanto Fritz, balzando dal
suo posto e scavalcando gli altri, era volato dalla tenda verso il suo
sciacallo, che durante la notte era diventato perfettamente rigido.
Colloc l'animale bene in vista davanti all'ingresso e rimase l, a
sentire che cosa ne avrebbe detto la giovane truppa. Ma appena i cani
videro il loro nemico di nuovo in piedi, gli balzarono contro
ringhiando e abbaiando col pelo spaventosamente irto, cos che Fritz
pot placarli solo a stento. E lo fece con tanta tranquilla sicurezza che
dovetti rallegrarmene. Tutti nella tenda erano curiosi di sapere che
cosa mai avesse provocato quell'allarme dei cani.
Uno alla volta i ragazzi vennero fuori e anche lo scimmiottino si
affacci guardandosi timoroso tutt'intorno. Scorto per lo sciacallo,
scapp nell'angolo pi lontano del giaciglio e si rimpiatt tra musco e
fieno, che a malapena si vedeva ancora il suo musetto. I ragazzi
fecero le pi alte meraviglie, chiedendosi di dove fosse venuto quello
sconosciuto che stava l di guardia. Ernst lo scambi per una volpe,
J ack per un lupo e il piccolo Franz per un cane giallo.
Fritz li canzon, i fratelli si arrabbiarono un pochino, ma alla fine
si rappacificarono e cominciarono a chiedere la colazione. Alcuni
trovarono rimedio da s e si gettarono su una cassa di gallette, ma
nonostante ogni sforzo, a stento riuscivano a stritolare fra i denti
quella roba secca. In tale frangente Fritz capit dietro il barile di
formaggio, mentre Ernst con occhio indagatore scivolava intorno
all'altro barile ripescato. D'improvviso sbuc fuori con viso lieto,
gridando:
Pap, oh se avessimo del burro per le nostre gallette! In verit,
le manderemmo gi dieci volte meglio.
Gi, se! se!, col tuo eterno se! dissi. Un pezzo di galletta
col formaggio sempre molto meglio di un'intera scodella di se.
Potessi soltanto scoperchiare il barile!
Quale barile e perch?
Ma s, per avere il burro; quello, il barile grosso. L dentro ce
n' di sicuro, perch da una giuntura colato fuori qualcosa di grasso
che ha proprio l'odore del burro.
Bene, sia lodato il tuo naso, se hai indovinato giusto. In premio
avrai il primo pezzo di burro.
Insieme ci avvicinammo al barile ed ebbi la conferma di quanto
Ernst supponeva. Ero per in imbarazzo, giacch dovevo ancora
trovare il modo pi adatto per arrivare al burro. Fritz, che nel
frattempo si era accostato a noi, sugger precipitosamente di staccare
il primo cerchio e scoperchiare la botte. Ma gli feci osservare che
cos le doghe si sarebbero allentate e che col crescente calore del
giorno il prezioso grasso presto si sarebbe liquefatto e sarebbe colato
via dalle fessure.
Alla fine decisi di fare un buco nel barile con un grosso trapano e
di cavarne fuori con una grande spatola di legno quanto serviva per il
momento. Cos avvenne e in pochi minuti avevamo riempito fino
all'orlo un guscio di noce di cocco con dell'ottimo burro salato e vi
stavamo sdraiati tutt'intorno con vero piacere. Nonostante il burro, le
gallette erano sempre maledettamente dure, ma infine le
abbrustolimmo sul fuoco, cosparse di burro e allora le trovammo
eccellenti; solo che i ragazzi nel loro cieco entusiasmo ne bruciarono
alcuni bei pezzi che poi dovettero gettar via. Durante tutte queste
faccende i cani rimasero sdraiati vicino a noi, digerendo il loro pasto
notturno e non diedero alcun segno di voler partecipare alla nostra
colazione. Per solo allora notammo che non erano usciti del tutto
indenni dal sanguinoso combattimento, giacch avevano in diversi
punti, e particolarmente sul collo, morsicature e ferite. Ben presto
cominciarono a leccarsi a vicenda le ferite, specie al collo, dove non
riuscivano a farlo da soli.
Certo sarebbe bello, disse Fritz, se sulla nave ci fossero
dei collari chiodati per i nostri animali, dato che gli sciacalli, come
sono gi capitati una volta sulle nostre tracce, potranno ancora
tornare e avere il sopravvento sui cani inermi.
Oh! propose J ack, far io stesso i collari e proprio per
bene! Solo che la mamma voglia aiutarmi!
Ti sia concesso, piccolo spaccone! assicur mia moglie;
vedremo che cosa saprai escogitare!
S, s, ometto, aggiunsi io, esercita pure la tua capacit
inventiva. Se verr fuori un lavoro fatto con giudizio, ne avrai lode e
onore. Ora per tempo che ognuno di noi vada al proprio lavoro: e
perci, Fritz, preparati! Io e la mamma crediamo necessario che tu
ritorni con me sul relitto per salvare quello che c' rimasto. Voi
ragazzi, rimanete di nuovo qui con la mamma. Siate ubbidienti e
solleciti!
Imbarcandoci nella nostra barca-tinozza stabilimmo che quelli che
restavano a terra avrebbero rizzato un'asta con della tela a mo' di
bandiera, che noi avremmo potuto vedere col cannocchiale dalla
nave. L'abbassarsi di essa, seguito da tre spari di allarme, sarebbe
stato il segnale perch tornassimo subito a terra. Potei perfino indurre
la madre alla coraggiosa risoluzione di passare la notte da sola con i
piccoli - sempre che non avesse notato alcunch di pericoloso - nel
caso che la grande quantit di lavoro ci avesse tenuto impegnati
troppo a lungo sul relitto.
Non portammo con noi nient'altro che i nostri fucili con gli
accessori, perch sulla nave dovevano esserci ancora viveri a
sufficienza, ma alla fine ci decidemmo a prendere anche lo
scimmiottino perch Fritz voleva rifocillarlo il pi presto possibile
col latte di capra. In silenzio ci staccammo dalla riva; Fritz remava
con forza, mentre io cercavo di governare la barca come meglio
potevo.
Quando fummo abbastanza lontano dalla terra, quasi nel mezzo
della baia, mi accorsi che questa, oltre l'imboccatura per la quale
eravamo entrati per la prima volta, ne aveva un'altra e che il torrente,
che sfociava nella baia non lontano da noi, vi passava attraverso
fluendo nel mare aperto con impeto ininterrotto. Approfittare di
quella corrente per risparmiare in tal modo le nostre forze, fu subito
il mio obiettivo principale e, per quanto fossi un cattivo timoniere,
pure la manovra mi riusc. Fummo sospinti dolcemente per tre quarti
del viaggio verso il relitto e avemmo soltanto il fastidio di mantenere
dritta l'imbarcazione: poi la corrente cominci a diminuire e allora,
con rinnovata energia, percorremmo a remi l'ultimo tratto della
traversata ed entrammo nello scafo squarciato della nave, dove la
nostra barca fu immediatamente ormeggiata.
Eravamo appena usciti dai mastelli che Fritz, preso in braccio il
suo scimmiottino, senza dire una parola, correva gi a rotta di collo
su in coperta dove stavano tutti gli animali. Lo seguii contento di
vedere la sua impazienza di porgere aiuto alle creature bisognose.
Oh, con quali muggiti, belati, grugniti ci accolsero le bestie
abbandonate! Non tanto il bisogno di nutrimento, quanto l'ansioso
desiderio di una presenza umana pareva strappare tutti quei toni di
gioia, giacch foraggio e acqua erano ancora l a sufficienza. Lo
scimmiottino fu subito attaccato alle mammelle di una capra e
cominci a succhiare rumorosamente, ingoiando il latte per lui
inconsueto con buffe smorfie e crescente piacere, il che ci diverti non
poco.
Dopo aver dato alle bestie foraggio fresco e nuova acqua,
pensammo anche a noi e mangiammo quello che potemmo trovare a
bordo senza lunghe ricerche. La nostra prima cura fu quella di
applicare alla nostra imbarcazione un albero con la vela, affinch
potessimo raggiungere pi facilmente la terra, sospinti dalla fresca
brezza marina.
Innanzi tutto scelsi un pezzo di pennone che mi sembr adatto a
farne un albero, ed un altro pi sottile a cui poter inferire la vela.
Fritz con uno scalpello rotondo doveva praticare intanto un buco in
una tavola, per infilarvi l'albero. Poi mi recai nel deposito delle vele e
ritagliai da un grosso rotolo di tela una vela triangolare che sistemai
come meglio seppi. Presi anche un bozzello per disporlo in testa al
mio albero, cos da poter issare o ammainare la vela a volont.
Nel frattempo Fritz aveva compiuto il suo lavoro abbastanza bene;
la tavola forata fu messa trasversalmente sulla barca, nel senso della
larghezza e il bozzello fu attaccato a un anello, in testa d'albero, per
poterlo muovere a nostro piacere; nella sua gola fu passato un cavo,
serrato strettamente all'angolo di penna della vela e finalmente
l'albero fu calato, attraverso la scassa della tavola, fino a toccare il
fondo della mezza botte, cos che per il momento rimase ritto
magnificamente. Dovette naturalmente essere ancora fissato alla
base, ma anche questo fu fatto senza perder tempo.
La mia vela era a forma di triangolo rettangolo, un lato del quale
pendeva lungo l'albero, cui venne accuratamente inferito. Il lato pi
corto fu inferito, sotto, a un'asta sottile che dall'albero sporgeva fuori
della barca. Ad un'estremit essa era congiunta all'albero, mentre
all'altra estremit fu dato volta un lungo cavo che arrivava fino al
timone rendendomi cos possibile un certo governo della vela o, in
caso di necessit, il suo allentamento. Nella barca furono fatti dei
fori, a prora e a poppa, per potervi fissare il cavo e manovrare la vela
in duplice direzione senza essere costretti a girare ogni volta tutta
l'imbarcazione.
Mentre ero cos affaccendato, Fritz aveva guardato col
cannocchiale verso terra. Rec la notizia che da quella parte tutto
sembrava in ordine e nello stesso tempo mi port una banderuola.
Per accontentarlo dovetti issarla in testa d'albero, affinch la nostra
imbarcazione si presentasse secondo tutte le regole.
Questa vanit, nella nostra miseria, mi fece ridere. Ma per far
piacere al bravo ragazzo fissai la banderuola, anzi mi ci divertii io
stesso. Ma poi cercai anche di provvedere la nostra barca di un vero
timone.
Subito dopo furono infissi verticalmente sul lato di dritta e su
quello di sinistra dell'imbarcazione due robusti cavicchi per parte, per
servire di appoggio e di sostegno ai remi durante la vogata.
Mentre lavoravamo si era avvicinata la sera e compresi
chiaramente che avremmo dovuto pernottare sul relitto, se non
volevamo tornare a casa con la barca vuota. Avevo stabilito con i
miei che, se avessimo avuto l'intenzione di rimanere sul bastimento,
avremmo issato una bandiera; ed infatti cos fu deciso e compiuto.
Il resto del giorno lo passammo a gettar via dalla barca-tinozza
l'inutile zavorra di pietre e a sostituirla con un bel carico di attrezzi e
di roba che potesse servirci. Perci saccheggiammo il relitto come
vandali e riempimmo la nostra navicella a pi non posso. E
prevedendo molto probabile il pi completo isolamento, la nostra
attenzione si rivolse principalmente alle polveri e al piombo, per
avere pi a lungo possibile i mezzi per la caccia e per la difesa contro
bestie feroci. Tutti gli utensili e gli attrezzi - e ce n'erano una gran
quantit - mi sembrarono altrettanto indispensabili.
Il bastimento era stato destinato alla fondazione di una nuova
colonia nei mari del Sud e perci conteneva moltissime merci che di
solito non si caricano affatto, o solo in piccola quantit, nei comuni
viaggi per mare.
Mi fu difficile, tra la massa di cose necessarie e utili che si
trovavano a bordo, fare una giusta scelta. Dopo aver dato per la
precedenza agli oggetti che ho gi menzionato, presi anche coltelli,
forchette, cucchiai e stoviglie da cucina, di cui avevamo bisogno.
Nella cabina del capitano si trovarono posate d'argento e altra
argenteria, piatti di peltro, vassoi e scodelle, insieme con una ricca
scorta di bottiglie. Tutto venne impaccato. In cucina ci caricammo
inoltre di griglie, mestoli, padelle, paioli, casseruole e pentole, tra cui
scelsi quello che mi sembrava il meglio e l'indispensabile. Infine,
dalle provviste del capitano furono presi alcuni prosciutti di
Westfalia, con qualche sacchetto di grano, di granoturco e di altra
semente.
E, siccome Fritz mi ricord quanto duro e freddo fosse il nostro
giaciglio sotto la tenda, aumentai ancora il mio carico con un buon
numero di amache e di coperte di lana, che del resto potevano
servirci anche per altri scopi. Fritz, che non vedeva mai armi a
sufficienza, si trascin ancora dietro un paio di fucili ed una bracciata
di spade, sciabole e coltelli da caccia. Per ultimo furono caricati un
barilotto di zolfo e una quantit di cavo e di gherlino, assieme ad un
rotolo di tela da vela. Lo zolfo era destinato a sostituire in futuro i
nostri stoppini per accendere il fuoco.
Cos la nostra piccola imbarcazione fu caricata fino all'orlo e
scendeva tanto sotto la linea d'acqua che, se il mare non fosse stato
perfettamente calmo, avrei dovuto alleggerirla. Tuttavia aggiunsi due
giubbetti di sughero, da indossare in ogni caso nel viaggio di ritorno,
per poterci salvare pi facilmente se l'imbarcazione fosse colata a
picco.
Come si pu bene immaginare, durante tali preparativi annott e
non vi fu pi alcuna possibilit di tornare a riva. Sarebbe stato fin
troppo facile incagliarsi in uno scoglio o incorrere in qualche altro
guaio nell'oscurit!
Un allegro fuoco a terra ci assicur che i nostri stavano bene e
anche noi, con quattro grandi fanali accesi, ci ingegnammo di
informarli che stavamo bene e tranquilli. Due spari ci diedero tonante
conferma che il nostro segnale era stato visto e compreso.
Non senza apprensione per i nostri cari rimasti a terra, ci
sdraiammo finalmente, affaticati e anche piuttosto scomodi, nella
barca-tinozza, in modo da essere subito pronti a una rapida fuga se il
relitto si fosse sfasciato o se ci fosse stato qualche altro pericolo.
L'indomani all'alba, col primo chiarore che a malapena mi
permetteva di discernere la costa, ero gi sulla coperta della nave e
puntavo il mio grosso cannocchiale verso la tenda che custodiva i
miei cari. Fritz intanto prepar alla svelta una sostanziosa colazione e
ci sedemmo in modo da poter rivolgere di continuo lo sguardo verso
la riva. Dopo non molto tempo credetti proprio di scorgere la madre
che usciva dalla tenda. Immediatamente agitammo nell'aria una
bandierina bianca e in risposta ricevemmo un triplice sventolare della
bandiera che era stata innalzata sulla riva. Mi si sollev un peso dal
cuore, quando mi convinsi che i miei cari continuavano a star bene.
Dunque, Fritz, cominciai, pensavo che oggi non
avremmo perso nemmeno un istante per tornare subito a terra. Ma
ora, grazie a Dio, vedendo che i nostri cari stanno bene, si risveglia
in me la compassione per le povere creature costrette a campare cos
stentatamente qui sulla nave, in continuo pericolo di morte. Vorrei
proprio portare a terra un paio di capi di bestiame.
Ehi! non potremmo costruire una zattera e traghettare subito le
bestie tutte insieme?
Ma pensa un po', anche senza parlare delle difficolt della
costruzione, pensa dunque, come potremmo mai portare la mucca,
l'asina e la scrofa gravida, sempre pronta a mordere, su un
galleggiante simile, e tenerle buone durante la traversata?
Allora possiamo semplicemente gettare la scrofa in mare. Col
suo pancione nuoter magnificamente e potremo tirarcela dietro con
un cavo.
Questo un rimedio addirittura eroico che, del resto, andrebbe
bene solo per la scrofa. Ma io preferisco di gran lunga le capre e le
pecore.
Bene, allora possiamo mettere il salvagente al bestiame
minuto; nuoteranno come pesci e ci faranno pure divertire.
Oh, mio caro Fritz! Questo tuo buffo consiglio mi ha dato
un'idea! Benissimo! Benissimo! Su, proviamo!
Ci precipitammo sul ponte. Con prontezza allacciammo a un vispo
agnello un giubbetto di sughero e buttammo in mare la bestiola.
Pieno di timore, speranza e curiosit seguii con lo sguardo la povera
creatura. L'acqua la sommerse rumorosamente e sembr dapprima
che volesse ingoiarla; ma poi la bestiola spaventata riemerse,
sbruffando e dibattendosi pietosamente; nuotava che era un piacere e
continu a nuotare ancora, finch esausta lasci penzolare le zampe,
perdendosi d'animo, e non oppose pi alcuna resistenza all'acqua.
Saltai dalla gioia. Ora sono nostri! Sono nostri! esclamai
ripetutamente. Anche per il bestiame grosso trover una
soluzione! Purch ora ricuperiamo l'agnello!
Fritz comprese bene che non potevamo lasciare l'animale in
acqua, nell'attesa che avessimo equipaggiato gli altri ed era gi
pronto a tuffarsi per riprenderlo. Gli allacciai il giubbetto di sughero
e lo feci saltare in mare. Egli aveva preso con s un laccio e lo lanci
sulla testa dell'agnello che trasse poi a s, nuotando verso l'apertura
della nave spaccata, dove portammo all'asciutto la bestiola, ponendo
fine alla sua paura.
Allora raccolsi, cercandoli qua e l, quattro barili d'acqua, li vuotai
e li tappai di nuovo. Quindi li legai insieme a due a due, ad una certa
distanza l'uno dall'altro e vi inchiodai, nel senso della loro lunghezza,
della robusta tela di vela, stendendola tra l'uno e l'altro barile. La tela
era destinata a passare sotto il corpo dell'asino e della mucca, in
modo che i due barili stessero loro ai fianchi come due corbe.
Quando entrambi gli animali furono pronti, i barili vennero fissati
loro sul dorso, ogni spazio intermedio fu riempito di paglia, affinch
nessuna pressione danneggiasse il corpo dell'animale e finalmente
assicurai tutto l'apparecchio con una cinghia attraverso il petto in
modo che non scivolasse indietro sulle zampe posteriori. Cos in
un'ora e mezzo mucca e asino furono attrezzati e pronti per il nuoto e
si pass al bestiame minuto. Con la scrofa dovemmo tribolare molto
e solo dopo averle legato il grugno con cui tentava di mordere
potemmo allacciarle un salvagente sotto la pancia. Le capre e le
pecore furono meno ricalcitranti e cos alla fine riunimmo insieme
tutto il gregge sotto coperta, pronto per il viaggio. Ora a ogni capo di
bestiame fu legata anche una corda attorno alle corna o attorno al
corpo; all'altra estremit della corda fu fissato un pezzo di legno, da
potersi afferrare nell'acqua per rimorchiare in tal modo l'animale. Poi
cominciammo a spaccare la fiancata della nave, nel punto in cui
stavano le bestie, finch non ottenemmo un'apertura, per poterle
lanciare in acqua. Per fortuna vento e marosi ci avevano preparato il
lavoro, sicch in breve tempo potemmo staccare una quantit di
traverse e di tavole. Alla fine il varco fu pronto secondo il nostro
desiderio e fu fatto un primo tentativo con l'asino. Lo portammo
proprio sull'orlo, collocandolo di fianco e con un energico spintone lo
gettammo in mare. Cadde violentemente nell'acqua che lo sommerse
subito, tanto da strapparci un vero e proprio applauso.
Poi fu il turno della mucca e poich per me essa era infinitamente
pi preziosa dell'asino, ero anche pi preoccupato del risultato del
mio apparecchio nautico. Non meno felicemente dell'asino che
l'aveva preceduta, la mucca si resse a galla mediante i barili vuoti e
nuot tranquilla, sulla superficie del mare, con tutta la flemma della
sua razza.
Un po' alla volta gettammo poi in acqua anche il bestiame minuto
e tutti stavano nelle vicinanze della nave, nuotando pacificamente.
Solo la scrofa si infuri terribilmente e remigava con le zampe qua e
l, con tanta energia che and a finire molto lontano dagli altri, ma
per fortuna proprio in direzione della terra.
A questo punto non indugiammo pi nemmeno un momento,
indossammo i nostri giubbetti di sughero e saltammo nel katamarang.
Presto uscimmo dalla stiva del relitto in mare aperto, giusto in mezzo
allo strano gregge nuotante. A poco a poco, per mezzo dei pezzi di
legno, tutte le corde furono ripescate, il bestiame tirato verso di noi e
assicurato saldamente all'orlo dell'imbarcazione, finch tutti gli
animali furono raccolti e cos, con la vela spiegata e gonfia per il
vento favorevole, fummo sospinti verso la riva.
Sedemmo soddisfatti nei nostri barili e consumammo una specie
di pranzo. Fritz scherzava col suo scimmiottino e io, con un po' del
mio cuore sempre vicino ai miei cari, guardavo col cannocchiale,
cercandoli, giacch stando sulla nave avevo notato che dovevano
essere partiti per qualche escursione e invano avevo tentato, da
allora, di rintracciarli.
Poich il vento ci portava direttamente verso la baia, manovrai
con prudenza attraverso l'imboccatura, feci ammainare la vela e dopo
alcune virate diressi l'imbarcazione verso un punto in cui il bestiame
potesse toccare il fondo e reggersi sulle zampe. Poi lasciai libere le
corde, il bestiame arriv a terra da s e dopo qualche momento il
nostro piccolo veliero fu ormeggiato nel suo vecchio approdo.
Per non mi sentivo tranquillo non vedendo spuntare subito la mia
gente, perch gi calava la sera e non sapevo dove cercarli. Eravamo
appena scesi sulla spiaggia e ci accingevamo a liberare gli animali
dalla loro attrezzatura nautica, che alte grida festose ci giunsero agli
orecchi. Saltando e ballando i ragazzi ci vennero incontro; subito
dopo apparve anche la madre, sana e lieta.
Quando il primo trambusto di gioia si fu acquietato, cominciai a
raccontare da cima a fondo, sdraiato sull'erba, le nostre avventure.
La mamma era meravigliata che la traversata del bestiame fosse
riuscita cos bene. Mi ero tanto scervellata, diceva, sul
modo di portare le bestie qui a terra, eppure non mi veniva in mente
proprio nulla.
Certo, intervenne Fritz, stavolta il sottoscritto consigliere
ha messo in opera la sua bravura.
Questo vero, ammisi, spetta a lui il merito di avermi
messo sulla buona strada.
Dobbiamo essere grati a entrambi, rispose la madre,
perch avete messo in salvo quanto di meglio si potesse sperare nella
nostra condizione.
Macch, osserv il piccolo Franz; la bandiera l sulla
barca qualcosa di meglio dello stupido bestiame! Guardate come
sventola allegra!
Ernst e gli altri si lanciarono allora verso la barca e ammirarono
l'albero e la vela e la banderuola, facendosi spiegare come fosse stato
fatto tutto ci. Nel frattempo cominciammo a scaricare la roba ed
avemmo un gran da fare; a J ack per questo lavoro non garbava e
sgattaiol via; si avvicin al bestiame, liber pecore e capre dai
giubbetti di sughero, ridendo della bardatura dell'asinello che stava
ancora tutto mesto tra i due barili e infine tent di allargargli un po' le
cinghie. Visto per che non ci riusciva, balz tranquillamente in
groppa all'animale, in mezzo ai due barili, ostentando un
atteggiamento maestoso, da vero pagliaccio, sull'onesta bestia bigia,
che incitava a pi non posso, con la voce, le mani e i piedi, a
muoversi e a trottare.
Fummo costretti a ridere non poco della buffa scena e pi di tutti
io quando, sollevando il monello dall'asino, lo vidi munito di una
cintura di pelle giallastra e pelosa, nella quale erano infilate un paio
di pistole corte.
Dove diamine hai preso questa tenuta da contrabbandiere?
chiesi.
Tutta opera mia! ribatt lui. E guarda un po' i cani!
In quel momento mi accorsi che ognuno degli alani aveva un
collare della stessa specie, solo che dal cuoio sporgeva
minacciosamente un gran numero di chiodi, che ne faceva una
terribile arma di difesa.
Bravo davvero! osservai, solo per se hai ideato ed
eseguito tutto da te!
Tutto da me! La mamma mi ha aiutato soltanto quando c'era da
cucire qualcosa.
Ma dove avete preso la pelle, domandai, e dove tenete
filo ed aghi?
La pelle l'ha fornita lo sciacallo di Fritz, rispose la mamma,
e di filo e aghi una brava donna di casa deve essere sempre
provvista. Voi uomini pensate certo alle cose importanti, ma perdete
di vista le piccole, che pure ci cavano mille volte dall'imbarazzo.
Perci nel mio sacco magico ho portato tante coserelle che spero
possano aiutarci ancora molte volte.
Fritz guardava un po' di traverso J ack che aveva profanato il suo
sciacallo, tagliuzzandone la pelle per farne cinghie; tuttavia
nascondeva quanto pi possibile il suo malumore.
J ack del resto non si curava affatto di lui, ma si pavoneggiava in
giro con la sua cintura, tutto tronfio come un tacchino. Ma poich i
resti dello sciacallo cominciavano a mandare un odore sospetto, ci
affrettammo a prenderli e a gettarli in mare, per non esserne pi
nauseati.
Vedendo intanto che non si era ancora fatto alcun preparativo per
la cena, ordinai a Fritz di andare a prendere quelli della Westfalia,
che stavano ancora nella mezza botte. Tutti mi guardarono
meravigliati, chiedendosi che cosa mai volessi dire, quando Fritz
arriv d'un salto con un magnifico esemplare.
Benvenuto! gridarono tutti; un prosciutto, un prosciutto!
Ma splendido!
Oh! ammon la mamma, non vi fate venire l'acquolina in
bocca per quel ghiotto boccone: se volete aspettare che sia ben cotto
e preparato in modo che possa piacervi, potete star l seduti sino a
domani, senza nulla da mettere sotto i denti. Invece ho qui due
dozzine di uova, portate con noi dalla nostra escursione e, se vero
quello che sostiene Ernst, sono uova di tartaruga. Con queste far
presto una frittata, giacch grazie a Dio non ci manca pi il burro.
Ma certo che sono uova di tartaruga, afferm Ernst,
perch sono delle palle bianche, tutte membranose come cartapecora
bagnata e le abbiamo trovate nella sabbia, sulla spiaggia.
Bene, allora sicuro, mio caro Ernst, dissi; per, come
avete fatto a scoprirle?
- Ecco, il come strettamente collegato con tutta la storia della
nostra giornata, rispose mia moglie; se sarai disposto ad
ascoltarmi una buona volta, verrai a sapere tutto.
Bene, mammetta, risposi, allora comincia con il cucinare
la tua frittata. Mentre mangeremo, ci faremo servire le vostre gesta
come ottimo contorno di legumi e ce ne nutriremo da principi.
Quanto ai nostri prosciutti, posso assicurarti che sono
mangiabilissimi anche crudi, come abbiamo constatato di persona
sulla nave; per sono pronto a credere che cotti saranno doppiamente
gustosi. Intanto, finch la nostra cena non sar pronta, andr a
liberare la mucca, l'asino e la scrofa dal loro equipaggiamento
nautico, visto che J ack non ne ancora venuto a capo e spero che i
ragazzi mi aiutino.
Cos dicendo mi alzai; tutti mi seguirono allegri verso la riva e la
faccenda fu prontamente sbrigata.
Nel frattempo la mamma aveva finito di cuocere la frittata e ci
chiam invitante. Questa volta potemmo servirci comodamente di
piatti, cucchiai, forchette e stoviglie varie e pranzammo con
raddoppiato piacere, parte in piedi attorno al barile di burro che stava
l accanto, parte seduti a terra.
Prosciutto, formaggio e gallette ci fornirono, assieme alle uova, un
ottimo pasto e i cani, i polli, le colombe, le pecore e le capre si
radunarono tutt'intorno con egoistica curiosit, da vivaci spettatori.
Le oche e le anatre, bench stessero nelle immediate vicinanze, non
accettarono di far parte della compagnia. Forse si trovavano meglio
nel liquido elemento, tanto pi che di l c'era una grande quantit di
vermi e certi granchiolini di mare che offrivano loro un pi ghiotto
nutrimento. A me del resto conveniva veder diminuire il numero dei
commensali, perch prevedevo che in futuro non avremmo avuto n
tempo n mezzi per governare tutti gli animali.
Dopo aver cenato feci servire da Fritz una bottiglia di vino delle
Canarie, recuperata dalla cantina privata del capitano e finalmente
pregai la mamma di raccontarci per filo e per segno tutto quello che
aveva fatto durante la nostra assenza.

CAPITOLO II
RACCONTA LE ESPLORAZIONI DI UNA MADRE CORAGGIOSA E LA
COSTRUZIONE DI UN PONTE E DI UNA CASA PENSILE. FRITZ SI
RIVELA UN EROE. COME SI FESTEGGIA LA DOMENICA. LA
NATURA OFFRE RICCHI DONI.
PER LA VERIT, cominci la mamma, non mi sembri
affatto ansioso di starmi a sentire, giacch per tutta la sera non mi hai
lasciato aprir bocca. Ma l'acqua, quanto pi a lungo si raccoglie,
tanto pi a lungo scorre: cos adesso parler finch ne avr voglia.
Mi ero alzata di buon mattino e, visto che non potevate tornare
tanto presto, feci subito il mio piano. Volevo cercarmi un posto in cui
stare pi comodi, perch qui sulla spiaggia durante il giorno il caldo
quasi insopportabile. Intanto i ragazzi si erano gi svegliati e si
erano messi subito a scuoiare lo sciacallo di Fritz; con le strisce
ricavate dalla pelle confezionavano, non senza una certa abilit, la
cintura di J ack e il collare di Turk, che stasera avete ammirato.
Comunicai loro il mio programma e tutti lo approvarono con
gioia. Senza indugio si prepararono, verificarono i loro fucili, li
caricarono, scelsero dei coltelli da caccia e si sistemarono in spalla la
roba da mangiare. A me tocc la fiasca dell'acqua e, invece del
coltello da caccia, un'accetta. Perci presi il fucile leggero di Ernst e
gli diedi in cambio un fucile pi grosso che poteva essere caricato a
palla. Poich il vostro ritorno si protraeva ancora, ci mettemmo in
cammino, cos bene equipaggiati e con la scorta dei cani, e ci
dirigemmo verso il torrente.
Turk, che era stato con voi durante la prima spedizione, sembr
capire immediatamente che cercavamo di prendere la stessa strada e
si attribu subito le funzioni di guida. Dietro di lui arrivammo presto
al punto in cui voi due avevate guadato il torrente e anche noi
passammo dall'altra parte felicemente, anche se non senza fatica.
Dopo aver riempito la borraccia con l'acqua del torrente,
riprendemmo il cammino. Non appena avemmo raggiunto l'altura
sull'altra sponda, il paesaggio prese un aspetto davvero incantevole,
proprio come voi ce l'avevate descritto, e per la prima volta dopo
tanto tempo, il mio cuore si riapr alla speranza.
Ci tenevamo sulla sinistra, verso la spiaggia, per poter proseguire
senza intoppi. Trovammo le vostre orme dell'altro ieri e le seguimmo
finch giungemmo all'altezza di un boschetto. Allora abbandonammo
di nuovo la spiaggia e volgemmo a destra verso il boschetto. Ma
presto fummo costretti ad inoltrarci fra l'erba alta, il che era
estremamente faticoso e ci stanc parecchio.
Incontrammo un gran numero di uccelli sconosciuti che
cantavano allegramente, svolazzandoci davanti. I ragazzi li
mangiavano con gli occhi avidamente e gi si preparavano a sparare,
ma io non lo permisi, tanto pi che gli . alberi erano cos alti che
difficilmente anche un solo colpo avrebbe raggiunto il bersaglio.
Per, che alberi erano quelli! No, non puoi fartene nemmeno
un'idea. In vita tua non puoi aver mai visto alberi di tale grandezza!
Quello che da lontano ci era sembrato un intero boschetto, visto da
vicino era soltanto un gruppo di dieci, quindici alberi; e la cosa pi
strana era che in alto si stagliavano netti, mentre in basso erano come
puntellati saldamente da grandi pilastri: le forti radici, molto estese,
avevano per cos dire sostenuto fino in alto il tronco, enormemente
grosso; questo era profondamente radicato al suolo nel mezzo, ma
nella parte inferiore era molto pi sottile che in alto, dove le radici si
confondevano in esso, rendendolo grosso il doppio.
Tocc a J ack arrampicarsi su uno dei piloni di sostegno per
misurare di lass con una cordicella la circonferenza del tronco:
questa risult di undici metri. Per girare tutt'intorno alle radici, dove
esse uscivano dal terreno, dovetti fare quaranta passi. L'altezza
dell'albero, dal suolo fino all'inizio dei rami, pu essere di ventidue
metri circa. Fogliame e rami sono fitti e fanno un'ottima ombra. Le
foglie sono pressappoco come quelle dei nostri alberi di noce, ma
frutti non ne ho visti. Sotto quei magnifici alberi infine la terra
ricoperta di erba pulita, senza cespugli n spine, cos che tutto
concorda per farne un luogo di riposo bellissimo e ameno.
Mi piacque tanto che decisi di mangiare l al fresco. Cos ci
sistemammo tutti in quella verde dimora silvestre, tirammo fuori le
vettovaglie, un ruscelletto ci offr la sua fresca acqua e ci
rifocillammo a saziet. Intanto ci si avvicinarono anche i due cani,
che erano rimasti sulla riva e, con mio stupore, non cercarono affatto
i nostri avanzi, ma si sdraiarono placidamente ai nostri piedi a pancia
piena, cos mi parve, e subito si addormentarono.
In quello splendido posto non mi stancavo di guardarmi attorno e
pensavo che se avessimo potuto abitare su uno di quegli alberi dal
tronco tanto alto, ci saremmo sentiti straordinariamente al sicuro. Per
di pi, guardando in lontananza, non riuscii a scoprire tutt'intorno un
altro luogo pi ridente di quello e cos decisi di non cercare oltre, ma
di tornare alla tenda; volevo soltanto, se il tempo lo permetteva,
ripescare ancora qualcosa del nostro relitto che fosse stato sospinto a
riva.
Sulla spiaggia per trovammo poco da mettere in salvo, perch la
maggior parte della roba rigettata dal mare era troppo pesante per le
nostre forze. Tuttavia trascinammo a riva tutto quello che riuscimmo
a trasportare, finch ci sembr al riparo dalla prossima marea.
Durante quest'operazione vidi ci che i nostri cani avevano mangiato
poc'anzi. Mi accorsi infatti che, nei punti pi secchi e scogliosi della
riva, essi puntavano i granchi marini, che poi tiravano soddisfatti
all'asciutto con le zampe, o che acchiappavano con destrezza perfino
sott'acqua. Cos capimmo dove i nostri mangioni avevano trovato
poco prima il loro nutrimento.
Mentre proseguivamo il cammino ed eravamo gi in procinto di
allontanarci dalla spiaggia, mi accorsi che Bill scavava dalla sabbia
qualcosa di rotondo, che subito inghiottiva in fretta. Anche Ernst se
ne accorse e disse tutto calmo: "Quelle devono essere uova di
tartaruga".
"Oh!" esclamai, "in questo caso mettiamone in salvo il pi
possibile, giacch le potremo mangiare anche noi".
Certo ci volle del bello e del buono per distogliere il ghiottone
dalla gustosa preda. Finalmente riuscimmo a conquistare circa due
dozzine di uova ancora intatte e a riporle nelle nostre borse.
Mentre eravamo intenti a quell'occupazione, guardando per caso
verso il mare, scorgemmo con meraviglia una vela che si avvicinava
veloce alla costa. Non sapevo proprio a che pensare. Ernst sosteneva
che erano il babbo e Fritz, ma il piccolo Franz cominci ad aver
paura che potessero arrivare i selvaggi e che ci divorassero. Nel
frattempo, per, si avvalor la supposizione di Ernst e corremmo
svelti verso il torrente, saltando di pietra in pietra; presto arrivammo
all'approdo, dove volammo fra le vostre braccia, pieni di gioia.
Ecco, caro marito, il resoconto della nostra spedizione e ora, se vuoi
farmi un piacere, andiamocene di qui domani stesso e stabiliamoci
fra i miei magnifici alberi.
Ehi, mammetta! dissi, dunque quello che hai escogitato
per la nostra futura comodit e sicurezza tutto qui? Un albero alto
ventidue metri, sul quale dovremmo appollaiarci come le galline sul
palo, seppure avremo la fortuna di arrivare fin lass! Se non ci
procuriamo un aerostato sar ben difficile riuscirvi.
Oh, prendimi pure in giro! ribatt la mamma. La mia
idea non poi tanto assurda. Almeno di notte saremmo al sicuro
dagli sciacalli e da ospiti simili e inoltre mi ricordo bene di aver visto
nel nostro paese dei tigli, sui quali si saliva per mezzo di una scala;
fra i rami c'era un grazioso chioschetto con un solido tavolato per
pavimento. Chi ci impedisce di costruire allo stesso modo una
camera l sugli alberi?
Be', vedremo quello che si potr fare!
Nel frattempo avevamo finito il nostro pasto e si era fatto buio,
cos che decidemmo di andare a riposare. Dopo aver recitato le
preghiere, ci coricammo nell'ordine solito al riparo della tenda e
dormimmo come marmotte fino a giorno chiaro.
Senti, donnina, dissi allora a mia moglie quando entrambi ci
svegliammo di buon'ora, ieri sera mi hai proposto un compito
difficile sotto ogni aspetto: ora dobbiamo discuterci sopra un po' pi
attentamente. In fondo mi pare che la Provvidenza ci abbia condotti
fin da principio nel punto pi adatto di questa costa per garantirci nel
miglior modo possibile tanto la sicurezza quanto il sostentamento.
Proprio come se tutto il bottino del bastimento naufragato dovesse
toccarci di diritto, abbiamo una comoda via per arrivare al relitto e
gli scogli qua tutt'intorno ci proteggono tanto bene che dobbiamo
rivolgere tutta la nostra vigilanza soltanto verso il lato del torrente,
che del resto permette il passaggio solo in pochissimi punti. Perch
quindi per il momento non abbiamo un po' di pazienza e resistiamo,
almeno fino a quando saremo in possesso di tutto quello che si pu
trasportare dal relitto? E perch non destinare il boschetto scelto da te
come abitazione e questo posto qui, tra le rocce, come deposito e
fortezza? Se con l'andar del tempo faccio saltare con la polvere da
sparo in qualche punto la sponda del torrente, nemmeno un gatto
potr passare senza il nostro volere. Prima di tutto per, se vogliamo
andarcene con armi e bagagli, dobbiamo pensare a costruire un
ponte.
Oh, ma allora ci vorr un'eternit prima di poter sloggiare da
qui! oppose lei. Non potremmo invece far fagotto e passare a
guado il torrente? L'indispensabile potrebbe essere caricato sul dorso
dell'asino e della mucca!
Questo si dovr certamente farlo in ogni caso, dissi, per
occorrono subito sacche e bisacce e mentre tu le preparerai, gli altri
possono darmi un valido aiuto nella costruzione del ponte. Una volta
che l'avremo costruito, ci servir sempre. Il torrente pu anche
ingrossare e rendere impossibile il passaggio. Inoltre non mi piace
esporre le pecore e le capre al pericolo di morire affogate e perfino i
ragazzi e noi stessi non sempre possiamo essere cos fortunati come
siamo stati finora nel guado del torrente.
Allora bene, in nome di Dio! esclam mia moglie, mi
arrendo. Per adesso bisogna lavorare senza interruzione in modo da
sbrigarci e poi spero che lascerai qui la polvere da sparo, perch sono
continuamente in ansia al pensiero di tutto quell'esplosivo cos vicino
a noi.
Col tempo la divideremo, la tranquillizzai, e la
sotterreremo fra le rocce in modo da preservarla dal pericolo del
fuoco e dell'umidit. Certamente il nostro nemico pi pericoloso, se
non la custodiamo con cautela, ma anche il nostro amico pi utile
se sappiamo averne cura.
Cos l'importante questione del nostro trasferimento fu risolta e
immediatamente stabilimmo il lavoro da fare in quel giorno.
Svegliammo i ragazzi e li informammo del nostro piano. Lo
trovarono splendido; solo avrebbero fatto a meno volentieri della
costruzione del ponte, per poter volare all'istante a capriole verso
l'ameno boschetto che cominciavano gi a chiamare la terra
promessa. Tutti per il momento stavano a guardare la loro alacre
madre che a turno mungeva prima la mucca e poi le capre, facendo
assaggiare il latte a destra e a sinistra ai ragazzi, che sorridevano
soddisfatti. Il resto fu versato parte in una pentola sul fuoco per
preparare una zuppa di gallette e parte nella borraccia, per tenerlo in
serbo.
Nel frattempo allestii la barca-tinozza per andare al relitto a
procurarmi le tavole per il costruendo ponte. Facemmo colazione e
subito dopo mi imbarcai con Fritz e con Ernst; per sbrigare pi in
fretta il mio lavoro, mi sembr infatti necessario prendere con me
doppio aiuto.
Ernst era addirittura in estasi che gli fosse stato permesso di
partecipare alla traversata e con gioia vedeva la vela gonfiarsi
superba e la banderuola svolazzare allegra. Ma stavolta non ci fu
affatto bisogno di arrivare fino al relitto. Quando la nostra piccola
imbarcazione, sospinta dalla corrente, usc dalla baia, scorsi un
isolotto non molto lontano dalla riva e con piacere vidi l intorno una
gran quantit di travi e tavole che il mare vi aveva trasportato a poco
a poco e che ci risparmiarono la fatica di andare a cercarne nel relitto.
Scelsi quindi quelle che mi sembrarono adatte per la costruzione
del ponte, portai a galla, con l'aiuto della leva e di un argano, quelle
che stavano in secco e feci una zattera congiungendo le travi; vi
caricai poi le tavole e attaccai il tutto alla poppa della nostra
imbarcazione cos che, quattro ore dopo aver lasciato i nostri cari,
eravamo gi pronti a tornare da loro e potevamo giustamente vantarci
di aver ben concluso tutto.
Non pass molto ed ecco che rientravamo felicemente nella
piccola baia e ammainavamo la vela, attraccando al solito approdo.
Dei nostri non c'era nessuno l intorno, per la loro assenza non ci
spavent come la volta precedente; alzammo invece la voce,
gridando in coro un potente oho! oho! finch sentimmo echeggiare
un sonoro grido di risposta e la mamma comparve con i due piccoli.
Venivano dal torrente, la cui sponda li aveva nascosti ai nostri occhi.
Ognuno aveva in mano un fazzoletto gonfio e ricolmo e Franz
portava la piccola rete da pesca, fissata a un lungo bastone di legno
biforcuto.
Quando i miei cari si furono fermati vicino a noi, abbastanza
meravigliati del nostro rapido ritorno, J ack non pot pi trattenersi e,
alzato il suo fazzoletto, lo scroll, rovesciandoci davanti un gran
numero di bellissimi gamberi di fiume. La mamma e il piccolo Franz
seguirono il suo esempio e ben presto venne a formarsi un mucchio
pullulante e brulicante. Ma i gamberi, cominciando a sentirsi liberi,
presero a muoversi a tentoni in ogni direzione e i ragazzi ebbero un
bel da fare per trattenere i fuggiaschi. Allora ci fu un saltare,
raccattare, rimbrottare e ridere veramente ineguagliabile.
Visto, babbo? chiese J ack, ora ne abbiamo di quelli
buoni! Ce n'erano a bizzeffe, certo pi di mille e ne abbiamo presi
almeno duecento. Ma guarda quanti ce ne sono di grossi! E che pinze
hanno!
Ma chi stato l'autore di questa magnifica scoperta? chiesi.
Tu, immagino.
No, no, rispose lui, stato questo piccolo golosone a fare
il colpo maestro. Per, chi corso subito dalla mamma e glielo ha
detto e ha preso la rete con la forca ed stato con l'acqua fino ai
ginocchi e ha ripescato a dozzine questi compari lo so io chi
stato! E ora vi voglio raccontare come sono andate le cose: mentre la
mamma era occupata a cucire, io me ne sono andato verso il torrente
con lo scimmiottino di Fritz sulle spalle e con il piccolo Franz per
vedere un po' dove si poteva montare il ponte.
Bene, bene! l'interruppi, ecco che la tua testolina
sventata ha concepito una volta tanto un pensiero serio. Dunque, il
giovane signor capomastro andato a prendere visione e adesso noi,
suoi assistenti ed apprendisti, sentiremo quale pu essere il posto pi
adatto.
Gi, dammi ascolto continu il ragazzo, ti spiegher
tutto! Andavo dunque sempre verso il torrente, mentre il piccolo
Franz raccoglieva pietruzze variopinte e, tutte le volte che ne trovava
una pi lucente, correva da me gridando: Questa splendida!
Guarda, oro! Voglio pestarla e farne sabbia da scrittoio!. Infine,
dato che aveva trovato pochissima roba sull'orlo pi alto della riva,
sceso gi per il crepaccio fino all'acqua ed stato allora che mi ha
chiamato tutt'a un tratto: J ack, vieni subito e guarda quanti, quanti
gamberi si sono attaccati allo sciacallo di Fritz!. Sono sceso
scavalcando la sponda e ho visto con stupore che lo sciacallo era
rimasto incagliato in un punto poco fondo ed era coperto da una
miriade di magnifici gamberi. Immediatamente sono corso ad
annunciarlo alla mamma che ha tirato fuori una rete con la forca che
non avevo mai veduto e allora un po' con quell'arnese, un po' con le
mani, ne abbiamo acchiappati a volont e ne avremmo presi ancora
di pi se non avessimo sentito che ci chiamavate. Per, non vero
che sono terribilmente tanti?
Certo, risposi, se anche lasciamo scappar via i pi piccoli
saranno sempre tanti da farne il pi abbondante dei pranzi per tutti
noi e cos ancora una volta abbiamo scoperto inaspettatamente una
dispensa che ci promette cibo per parecchi giorni. Sia ringraziato
Iddio che ci fa trovare l'abbondanza dappertutto!
Dopo aver sentito anche il resoconto del nostro breve viaggio, la
mamma si accinse a cucinare una buona parte dei gamberi; noi
intanto eravamo occupati a sciogliere le travi e le tavole traghettate e
a trasportarle a riva. Certo dovemmo arrangiarci per portare a
termine una faccenda in fondo tanto semplice, giacch mancavamo di
finimenti con cui poter attaccare gli animali; per io feci alla svelta
quello che fanno i lapponi quando attaccano le loro renne alle slitte.
Feci un cappio a un'estremit di una lunga fune e poi lo passai
attorno al collo dell'asino, mentre l'altro capo passava tra le zampe
dell'animale, indietro, per venire strettamente legato al legname da
trasportare. La mucca fu costretta a farsi aggiogare alla stessa
maniera e cos, pezzo per pezzo, portammo la nostra zattera fino al
torrente, nel punto che il piccolo capomastro durante il suo
sopralluogo aveva scelto per gettarvi il ponte e che anche a me, dopo
attenta osservazione, sembr il migliore. In quel punto infatti le due
sponde del torrente erano abbastanza erte, salde, compatte e di uguale
altezza. Inoltre dalla nostra parte c'era anche il troncone di un
vecchio albero, a cui potevo appoggiare le travi maestre, mentre
dall'altra parte un paio di alberi robusti mi facevano sperare in un
punto d'appoggio altrettanto valido.
L'unica difficolt stava nel trovare il modo di far giungere oltre il
torrente le travi grosse e pesanti, che dovevano avere almeno otto
metri di lunghezza; un problema da tenerci occupati durante
l'imminente pasto, che era gi stato ritardato di un'ora.
Ci recammo dunque tutti insieme alla cucina da campo, dove la
mamma aveva fatto cuocere gamberi in quantit e ci aspettava.
Innanzi tutto per mi mostr i lavori di cucito con i quali aveva
occupato l'intera mattinata e mi meravigli molto con due bisacce per
l'asino, di tela da vela faticosamente cucita insieme con lo spago.
Infatti, non avendo aghi grossi e forti, era stata costretta a preparare
con un chiodo volta per volta i fori per la sua modesta opera di
artigianato; solo con rara pazienza e perseveranza aveva dunque
potuto compiere il suo lavoro, il che le procur anche una lode
triplicata, che veniva proprio dal cuore.
Stavolta il pranzo procedette rapidamente; parlammo del lavoro
che ci aspettava e ci eravamo appena rifocillati che subito saltammo
in piedi e andammo di buona lena a costruire un ponte a regola d'arte.
La prima cosa che feci fu la seguente: appoggiai una trave alla
parte posteriore del troncone d'albero, parallela alla riva; la fissai al
troncone a circa cinque piedi da una delle estremit, in modo che
potesse ruotare facilmente attorno ad esso e che la sua parte pi corta
potesse eventualmente fare da contrappeso alla parte pi lunga,
quando quest'ultima avesse toccato l'altra sponda. Quindi fissai
all'altra estremit della trave una fune di adeguata lunghezza, un capo
della quale, legato ad una pietra, fu lanciato oltre il torrente. Visto
che non c'era alcuna possibilit di far passare l'asino o la mucca di l
dal torrente, presi un bozzello e un'altra corda, li portai sull'altra
sponda, saltando di pietra in pietra, fissai il bozzello a un albero, vi
feci passare la fune che avevo gettato prima e tornai, tenendo in
mano l'altro capo, sulla nostra sponda.
Ora tutto era pi facile. La mucca e l'asino furono attaccati a
questo capo della fune ed energicamente incitati. La trave cominci a
girare pian piano attorno al troncone e si mantenne ben salda, mentre
la sua estremit pi lunga e pi pesante cominciava gi a librarsi sul
torrente. Presto la trave tocc la sponda opposta e l rimase
immobilizzata dal suo stesso peso. A questo punto J ack e Fritz
saltarono sulla trave e audacemente, ma con straordinaria agilit,
passarono dall'altra parte.
Posta la prima trave, la difficolt della nostra impresa diminu
molto. Una seconda e una terza trave furono trasportate in modo che,
mentre un'estremit di esse rimaneva posata sulla nostra sponda,
l'altra, appoggiata sulla trave gi fissata, scivolava fino alla sponda
opposta; dopo di che le travi furono collocate alla debita distanza,
parallelamente alla prima.
Presto non ci rimase null'altro da fare che stendere tavole e assi
trasversalmente sulle travi di sostegno; la faccenda fu sbrigata in un
baleno ed il ponte fu l, pronto davanti ai nostri occhi. Con sfrenata
allegria i ragazzi si misero a ballarvi sopra e a momenti anch'io avrei
fatto un paio di salti dalla gioia. Il ponte era largo circa tre metri ed
era riuscito abbastanza bene; per non volli fissare le tavole
trasversali, anzi mi sembr prudente lasciarle mobili, in modo che si
potessero togliere a volont per rendere pi difficile il passaggio del
ponte.
Il lavoro ci aveva spossato non poco e quando scese la sera
eravamo cos stanchi da non desiderare altro che cibo e riposo.
Il mattino seguente i ragazzi ricevettero l'ordine di raccogliere il
gregge e di approntare l'asino e la mucca per il carico. Entrambi
dovettero addossarsi il peso delle bisacce preparate dalla mia brava
moglie ed entrambi lo sopportarono pazientemente. Le bisacce
consistevano in una lunga striscia di tela poggiata sul dorso degli
animali, notevolmente rimboccata alle due estremit e ben ricucita ai
lati con lo spago.
Cominciammo subito a imballare tutto ci che poteva esserci
necessario nei prossimi giorni: vettovaglie, attrezzi, utensili da
cucina, funi e altri oggetti. Non furono dimenticate la provvista di
bottiglie del capitano e una piccola riserva di burro. Stavo per gettare
sui sacchi le nostre coperte e le amache, per completare il carico,
quando la mamma si avvicin svelta e fren di colpo il mio zelo.
I polli! mi disse. Non possiamo assolutamente lasciarli
soli questa notte, altrimenti finita per loro. E poi avevo anche
pensato di mettere a sedere Franz sull'asino, poich mi ricordo fin
troppo bene quanto mi ha impicciato nel camminare; e poi devo
portare con me anche il mio sacco magico, perch chiss che non
debba servirci anche presto!
Oh, esclamai, ma quante cose ci sono da caricare!
Vedremo se sar possibile esaudire i tuoi desideri; per, tanto meno
roba ci portiamo appresso stavolta, tanto pi presto torneremo qui.
Per fortuna avevo risparmiato un po' l'asino nel carico e previsto
gi la possibilit di mettergli in groppa durante il viaggio il pi
piccolo dei ragazzi. A Franz fu dunque fatta una specie di spalliera
con il sacco magico e in un momento era gi in sella fra i tre sacchi,
cos ben sistemato che in caso di bisogno avrebbe potuto anche
galoppare, tanto pi che per evitare ogni pericolo l'avevo legato bene.
Intanto i ragazzi rincorrevano polli e colombi, senza riuscire ad
acchiapparne nemmeno uno. I volatili si erano sparpagliati in tutte le
direzioni e i ragazzi tornarono indispettiti a mani vuote.
Su, lasciate andare! disse la mamma. Li prenderemo lo
stesso.
Gi, osservarono loro, sar proprio qualcosa di
ingegnoso. Vogliamo pur vederlo!
Lo vedrete subito qui sul posto, replic mia moglie, e
imparerete che chi sa adoperare il cervello arriva spesso pi lontano
di chi corre o si precipita, affidandosi ciecamente alla propria forza e
sveltezza.
Cos dicendo cominci a chiamare con voce gentile polli e
colombi e a spargere intorno un po' di ceci e di chicchi di avena, che
prima aveva preso dal suo sacco magico. Presto i volatili si
avvicinarono. La mamma gett il resto del mangime nella tenda
aperta, i pennuti zampettarono un po' alla volta l dentro e quando
tutti insieme furono sul pi bello del loro becchettare, lei si avvicin
di soppiatto e chiuse repentinamente i lembi della tenda, cos che
tutti quei mangioni furono felicemente catturati.
Ebbene, esclam rivolta ai ragazzi, miei sapientissimi
signori, ho mantenuto la parola? Avete finito di scrollare le spalle?
J ack dovette infilarsi subito nella tenda, come la volpe nel pollaio
e porgerci uno dopo l'altro i prigionieri, dopo di che legammo loro le
zampe e li ammucchiammo sul carico della mucca, come meglio si
poteva fare nella fretta. Al di; sopra dei volatili vennero posti due
mezzi cerchi di botte, su cui appoggiammo un paio di coperte,
affinch il buio tenesse buoni gli animali e cos anche questa
faccenda fu sbrigata con successo. Tutto ci che dovevamo lasciare
sul luogo del nostro primo approdo e che poteva essere rovinato dal
sole o da un'eventuale pioggia, fu trasportato nella tenda, il cui
ingresso fu imbastito e strettamente legato ai paletti fissati in terra.
Per ulteriore salvaguardia collocammo i barili, pieni e vuoti, intorno
alla tenda come baluardo ed affidammo poi il tutto tranquillamente
alla protezione della natura e alla custodia del cielo benigno.
Finalmente iniziammo il nostro passaggio, tutti quanti armati di
fucili e di pistole, grandi e piccoli, giovani e vecchi, ognuno con la
propria sacca sulla schiena, allegri e di buon animo. Fritz e la
mamma aprivano la marcia; la mucca e l'asino cavalcato da Franz li
seguivano; le capre guidate da J ack formavano la terza linea; lo
scimmiottino sedeva con aria buffa in groppa a una capra; dietro di
loro veniva Ernst come guida delle pecore e dietro le pecore, vigile
retroguardia, io stesso. Sui fianchi trottavano, agili aiutanti di campo,
i due cani. L'intero corteo avanzava lentamente e pensavo che
dovesse avere pi o meno l'aspetto della carovana del patriarca
Abramo o di quella di Giacobbe, che con famiglia e greggi
emigravano di terra in terra.
Attraversammo felicemente il ponte e solo allora anche la scrofa
fece onore al nostro imponente corteo. Fino a quel momento si era
comportata in modo cos riottoso che non eravamo stati capaci di
condurla via con l'altro bestiame, ma ora, vedendoci partire tutti
insieme, si uni volontariamente al gregge, pur manifestando
chiaramente la sua disapprovazione con grugniti.
Frattanto per cominciava un altro guaio. L'erba rigogliosa
sull'altra riva del torrente allett talmente le nostre bestie, che si
precipitarono tutte a brucare, staccandosi dal gruppo a destra e a
sinistra. Non saremmo mai riusciti a riportare in ordine quel goloso
branco se i nostri cani non avessero fatto del loro meglio e non
avessero riportato tutti al loro posto, con balzi e latrati paurosi.
Per non ripetere una seconda volta la stessa storia, ordinai di
voltare a sinistra, verso la spiaggia, perch sapevo che l non c'era
erba che ci potesse far perdere tempo.
Fritz ci precedeva sempre col fucile gi pronto, sperando di
procurarsi della selvaggina. Noialtri lo seguivamo con comodo e
senza incidenti arrivammo in breve tempo al nuovo domicilio.
Perbacco, che alberi! esclam Ernst, terribili, enormi!
Effettivamente, ammisi, non avevo idea di niente di
simile. Faccio onorevole ammenda, cara moglie, sar piacevole
abitare qua! Se riusciamo a salire su un albero e a stabilirci lass
saremo davvero sicuri dalle belve, come meglio non si potrebbe
desiderare, perch nemmeno l'orso, che di solito un buon
arrampicatore, riuscir mai ad inerpicarsi su questi tronchi enormi e
privi di rami.
Allora tutto venne scaricato; a tutti gli animali, tranne la scrofa,
furono legate le zampe anteriori con delle funi, affinch non si
smarrissero, allontanandosi; lasciammo invece polli e colombi in
libert. Poi ci sedemmo soddisfatti sull'erba, tenendo consiglio sul
modo in cui ci saremmo sistemati. Ero in pensiero specialmente per
la notte, a causa delle bestie feroci, alle quali eravamo esposti, cos,
sulla nuda terra e senza alcun riparo in tutta la zona circostante. Si
doveva tentare qualcosa per arrivare su in alto, pensavo, e mentre
cominciavo a discuterne con la mamma, Fritz sgattaiol via di
nuovo; un attimo dopo echeggi uno sparo, seguito subito da un
altro, proprio dietro le nostre spalle.
Colpito, colpito! grid il giovane cacciatore e con un balzo
ci raggiunse giubilante: Pap, pap, che meraviglioso gattopardo!
Alz orgogliosamente in aria la preda, tenendola per le zampe
posteriori e mostrandola da tutti i lati.
Bravo, bravo, signor capocaccia! dissi. Hai davvero reso
alle colombe e ai polli un servizio cavalleresco. Stanotte stessa
questo amicone ci avrebbe risparmiato per sempre gli arrosti di pollo
e di colombo. Bada bene che da queste parti non si aggirino ancora
simili pirati. Sarebbe un brutto affare se una tale genia si fosse
annidata qui. Dovremmo sterminarla col ferro e col fuoco. Ora devi
per raccontarci come l'hai abbattuto.
Ecco, l'ho ucciso con la pistola, rispose Fritz.
Ma non era sull'albero, per caso?
Questo veramente no, ribatt il ragazzo; avevo notato
che l, in mezzo agli alberi, qualcosa si moveva; quindi mi sono
alzato, mi sono avvicinato di soppiatto, ho riconosciuto il gattopardo,
ho sparato col fucile e ho visto cadere la bestia ai miei piedi. Ma in
un baleno eccola balzare di nuovo in piedi, bench ferita, e tentare di
arrampicarsi nuovamente sul tronco dell'albero. Allora le ho dato il
colpo di grazia con la pistola ed caduta per la seconda volta e per
sempre.
In verit puoi dirti fortunato che non ti sia saltata addosso
inferocita, osservai; belve simili, quando sono ferite, non
scherzano.
Gi, babbo, replic Fritz, ora per vorrei pregarti di non
farmi rovinare da J ack questa bella pelle, come ha fatto con lo
sciacallo. Guarda un po' come spiccano bene le macchie e le strisce
brune sul fondo giallo dorato! Ma veramente, che genere di gatto sar
questo?
Per il momento puoi rimanere al nome che gli hai dato e
chiamarlo gattopardo, risposi, bench non mi sembri
precisamente della specie che al Capo di Buona Speranza viene
designata con questo nome. Piuttosto potrebbe essere il margay, che
vive di solito nell'America meridionale: un gatto selvatico
straordinariamente feroce, molto temuto dai volatili e da ogni altro
essere indifeso, cos che, in nome delle pecore e delle capre, io devo
ringraziarti per l'eliminazione di un cos terribile nemico.
Per vero, carissimo paparino, preg Fritz, che posso
conservare per me la pelle? Se soltanto sapessi che cosa ricavarne di
veramente utile!
Se vorrai scuoiarlo tu stesso, gli dissi, - e se nel farlo
baderai a lasciare intatta la pelle delle cosce, ti suggerir qualcosa
che potrebbe essere abbastanza utile, anche se in fondo non proprio
indispensabile. Per ora non abbiamo bisogno di nessuna pelle per
vestirci, dato che abbiamo la tela da vela; invece una cintura
sempre utile e qui puoi trasformare la coda nella pi splendida delle
cinture. Le quattro zampe sono adattissime per farne guaine per
appendere in cintura coltelli, cucchiai, forchette. Infine non sarebbe
affatto male tagliare la pelle che avanza in quattro pezzi ed
adoperarla come eleganti foderi per le guaine.
Fritz e J ack non mi diedero pace, finch non mi alzai, inchiodai le
zampe posteriori della preda a un'alta radice e diedi loro istruzioni sul
modo di staccare la pelle senza lacerarla. I piccoli cacciatori si
misero al lavoro con entusiasmo; Ernst fu mandato frattanto in cerca
di grosse pietre per il focolare, mentre il piccolo Franz raccoglieva
rami secchi, affinch la mamma potesse preparare il pranzo.
Presto Ernst fu cos fortunato da portare a termine il proprio
compito e ci mettemmo alacremente al lavoro per sistemare, sotto la
direzione della mamma che ci spiegava le esigenze della sua cucina,
le pietre che il ragazzo ci aveva portato.
Mentre eravamo all'opera, torn finalmente anche il Piccolino con
le braccia piene di legna minuta e le guance gonfie: mangiava
rumorosamente con gran gusto e gridava alla mamma in modo quasi
incomprensibile: Com' buono! Proprio buonissimo!
Ehi tu, golosaccio! gli grid mia moglie spaventata, che
cosa mi combini? Per l'amor di Dio non inghiottire tutto quello che ti
piace! Potresti anche avvelenarti! Sputa fuori ci che hai ancora in
bocca e non ingoiarne nemmeno una briciola!
Cos dicendo, si slanci ansiosa sul ragazzino, gli ficc le dita in
bocca e non senza fatica ne trasse fuori l'avanzo di un piccolo fico.
Da dove l'hai preso? chiesi io. Ringraziamo Iddio che la
nostra paura stata infondata! Non credo che esistano fichi velenosi.
L sull'erba, raccont il piccolo Franz, ce ne sono a
migliaia ed ho pensato che siccome sono buoni non possono essere
velenosi; poi i colombi e i polli e la scrofa l dietro ne mangiano a
crepapelle e allora ho detto: neanche a me faranno male!
Cos ora sappiamo, moglie, dissi, che i nostri imponenti
alberi sono fichi, meraviglioso! Per in quest'occasione debbo
ammonirvi seriamente, figlioli; d'ora in poi non mangiate alcuna
specie di frutti che io non abbia prima visto e dichiarato innocua. E
in particolare non lasciatevi per esempio tentare puerilmente dal
sapore gradevole, e non credete innocuo e salutare tutto ci che vi
piace, come ha fatto Franz. Comunque, quando non avete la
possibilit di interrogarmi, vi pu servire almeno la regola che si
segue di solito nei paesi stranieri: cio che si possono mangiare senza
pericolo soltanto quei frutti di cui si nutrono gli uccelli o in ogni caso
le scimmie.
Per qua ci sono le noci di cocco, obiett Ernst, che a noi
piacciono moltissimo, eppure nessun uccello le mangia.
Ehi, anche la gatta furba si lasciata scappare un topo!
ribattei ridendo. Se le noci di cocco non fossero cos pesanti,
grosse e dure troverebbero amatori anche fra gli uccelli. Del resto
non voglio affatto sostenere che non ci siano anche dei frutti magari
innocui all'uomo, ma velenosi per alcune specie di uccelli; ad
esempio, si dice che le mandorle amare siano micidiali per i polli e i
pappagalli. Tuttavia questo caso pare sia molto raro e in generale
dubito che allo stato di natura un uccello mangi un frutto nocivo,
ragion per cui la mia regola, tanto per cominciare, ci potr servire
con sufficiente sicurezza. Solo che farei pi attenzione agli uccelli di
questo paese anzich ai polli e ai colombi che abbiamo portato con
noi, poich in questi ultimi l'istinto naturale gi piuttosto soffocato
dall'allevamento. Ma qui, dal nostro scimmiottino, possiamo
aspettarci il meglio.
A questa dichiarazione i ragazzi saltarono tutti insieme attorno a
Franz, cercando premurosamente se nella sua tasca ci fossero ancora
fichi; se li fecero dare, con preghiere e lusinghe varie, e poi li
portarono trionfalmente allo scimmiottino che, accoccolato sulla
radice di un albero, aveva assistito digrignando i denti al disgustoso
spettacolo dello scorticamento.
I fichi furono offerti per l'assaggio al buffoncello che li afferr
svelto svelto, li annus da tutte le parti e poi si cacci in bocca
tranquillamente la dolce sorpresa, facendo le pi comiche smorfie,
mentre i ragazzi cominciavano ad applaudire il piccolo pagliaccio e a
gridargli bravo!.
Intanto la mamma aveva acceso il fuoco sul focolare gi pronto, vi
aveva posto sopra il paiolo con l'acqua e cominciava diligentemente
a preparare il pranzo, mentre io davo una mano nel loro lavoro ai
ragazzi inesperti. Il gatto selvatico fu scuoiato del tutto e le sue carni
furono gettate ai cani, che vi si precipitarono affamati.
Mentre aspettavamo il pranzo ordinai ai ragazzi di provare a
lanciare pietre e bastoni verso i rami inferiori dell'albero pi bello e
pi alto, che avevo prescelto come futura abitazione. Anzi, alla fine,
provai io stesso; ma, poich non avevamo mai fatto un tal genere di
esercizi e siccome anche i rami pi bassi erano sempre a una
considerevole altezza, non riuscimmo a colpirne nemmeno uno.
Dovevo escogitare qualcos'altro, giacch era importante per me
trovare un mezzo per far arrivare una scala di corda fino a uno dei
rami.
Non curandomi dello scarso successo di quel primo tentativo,
andai con Fritz ad immergere nel vicino ruscello la pelle
dell'animale, che coprimmo di sassi; poi la mamma ci chiam per
mangiare e ci presentammo di corsa per consumare con gran gusto il
semplice pasto.
Quando ci fummo saziati, dissi a mia moglie:
Provvisoriamente dovremo sistemare per terra il nostro alloggio
notturno, perch non vedo proprio come potremo riuscire a salire
oggi stesso sull'albero. Intanto prepara subito tirelle e robusti
pettorali, affinch la mucca e l'asino possano trascinare fin qui tavole
e assi e cos, una volta che avr trovato il modo di giungere
felicemente lass, potremo costruirci un'abitazione sull'albero.
Scuotendo la testa, la brava donna si accinse a tagliare e a cucire e
io a fissare le nostre amache in modo da avere, in ogni modo, un letto
per la notte. Fu facile attaccare alle alte ricurve radici dell'albero i
nostri giacigli aerei in intima vicinanza; in tal modo potei coprirli
tutti insieme con un grande telone disteso sopra di essi, per avere un
tetto ed evitare la pericolosa rugiada notturna.
Presa questa precauzione, andai in fretta con Fritz ed Ernst alla
riva, per esaminare il legname che il mare vi aveva trasportato e
cercare innanzi tutto qualcosa di adatto a farne dei solidi pioli per una
scala di corda.
Sulla riva c'era veramente legname a iosa, che tuttavia avrebbe
richiesto una lunga e noiosa preparazione per farne quello che
desideravo e la mia faccenda si sarebbe arenata se, con mia grande
gioia, Ernst non mi avesse mostrato per combinazione un buon
numero di canne di bamb, ricoperte da un denso strato di sabbia e
fango. In un attimo fui sul posto, le trassi fuori del tutto, cominciai a
ripulirle con l'aiuto dei ragazzi liberandole dai residui delle foglie
mezzo marcite, le saggiai e le trovai cos salde e resistenti da
corrispondere perfettamente al mio scopo.
Cominciai allora a tagliare con un'accetta le canne in bastoni della
lunghezza di un metro o un metro e mezzo circa e li feci legare dai
ragazzi in tre fasci di adeguata grossezza, affinch ognuno potesse
portare il proprio fascio sino al nostro bivacco. Subito dopo cercai un
po' di canne pi sottili, con le quali volevo fabbricare delle frecce,
perch pensavo di usarle come mezzo per raggiungere il poderoso
albero.
Ad una certa distanza scorsi ben presto un verde canneto che
pareva fatto apposta per i miei desideri e che tuttavia doveva essere
esaminato pi attentamente. Secondo la nostra abitudine eravamo
tutti armati di fucile e poich per caso anche Bill era venuta pian
piano con noi verso la riva, marciammo difilato verso l'intrico di
canne come se si trattasse di una spedizione punitiva.
Ma ci eravamo appena avvicinati ad esso, che Bill vi si precipit
dentro come una furia, facendo alzare un branco di bellissimi
fenicotteri rosa che si levarono subito in aria con un frullo d'ali
repentino. Fritz, sempre pronto a sparare, prese rapido la mira, spar
dietro al fitto stormo e riusc ad abbattere due dei fuggiaschi. Il primo
giacque morto nel canneto, l'altro invece, ferito solo leggermente ad
un'ala, si rialz presto e scapp via con tutta la forza delle sue lunghe
zampe, come su trampoli, attraverso la palude e le canne.
Ma Bill fu ancora pi rapida: con impeto si apr un varco tra
palude e canne e afferr in tempo il fenicottero per l'ala, finch io li
raggiunsi e potei finalmente aver ragione dell'uccello, che con l'altra
ala si dibatteva con tutte le sue forze.
Lo presi sotto il braccio e tornai dai ragazzi. La loro gioia fu
grandissima quando videro che il fenicottero era ancora vivo, perch
speravano di poterlo addomesticare.
Nel frattempo cominciai a scegliermi delle canne che avevano gi
cessato la fioritura, perch sapevo che i popoli primitivi delle Antille
ricavavano le loro frecce soprattutto dalla punta di tali canne. Recisi
pure alla base due delle canne pi alte, lasciandole lunghe
quant'erano per misurare possibilmente col loro aiuto l'altezza del
nostro albero, giacch ero davvero curioso di sapere a quanto
arrivasse. I ragazzi per mi presero in giro, dicendo che se anche
avessi legato una all'altra dieci di quelle misere canne, sarei giunto
appena ai rami inferiori. Li pregai allora di avere un po' di pazienza e
ricordai loro l'astuzia della mamma nella cattura dei polli e dei
colombi e come in quell'occasione i motteggiatori avessero avuto la
peggio.
Carichi del bottino, tornammo rapidamente dai nostri, accolti
affettuosamente con curiosit e interesse. La vista dello splendido
fenicottero rallegr tutti pi di ogni altra cosa, soltanto la mamma
domand dove avremmo preso il mangime per tutte le bestie che
portavamo a casa: tuttavia questo problema non mi trattenne
dall'esaminare con pi cura la ferita del povero animale. Mi accorsi
che il colpo gli aveva fracassato l'estremit di un'ala e che anche
l'altra era stata stritolata dai denti di Bill: nonostante le mie scarse
nozioni di medicina pensai che il mezzo migliore e pi rapido fosse
quello di mozzare del tutto le due punte con un grosso paio di forbici.
Vedendo che le ferite sanguinavano copiosamente, presi dal focolare
un carbone ardente e bruciai le due estremit delle ali, cos che il
sangue ristagn di colpo; poi la parte ferita fu cosparsa di burro,
l'uccello fu legato con un lungo spago per la zampa ad un palo vicino
al ruscello e per il momento rimase affidato al suo destino.
Intanto avevo cercato di valutare l'altezza dell'albero destinato ad
abitazione e dopo esatto ed accurato calcolo ritenni che dovesse
essere alto circa dodici metri.
Ora si trattava di vedere se tra le nostre riserve avevamo
venticinque metri di solida fune, in modo da poter fabbricare una
scala di corda per salire sull'albero. Ordinai a Fritz e ad Ernst di
misurare la corda che avevamo, intanto mi sedetti sull'erba e
cominciai in tutta fretta a costruire un arco con un pezzo di bamb e
una mezza dozzina di frecce con le punte delle canne che avevamo
portato con noi. Lasciai queste ultime mozze sul davanti e le riempii
di sabbia umida, perch non fossero troppo leggere; di dietro le
munii di penne di fenicottero, perch potessero volare ben dritte;
portai cos a termine felicemente la mia opera.
Avevo appena finito che i miei ragazzi mi saltarono addosso,
circondandomi e gridando tutti allegri: Un arco! Un arco!
Perdinci! Ed anche le frecce! Che cosa vuoi farne? Oh, lasciami
tirare! Anche a me! Anche a me!
Calma, ragazzi, calma! dissi. Stavolta pretendo la
precedenza, perch ho fabbricato lo strumento non precisamente per
giocare, ma per servirmene e per usarlo subito. Moglie, se hai un filo
grosso e forte, tiralo fuori!
Vediamo, vediamo, rispose lei, di che cosa capace il
mio sacco magico. Dunque, mio caro sacco, consegna ci che
custodisci! Mio marito vuole del filo e lo vuole forte e saldo. Ehi!
guarda un po'! Ecco che un intero gomitolo, proprio di quello che tu
desideravi, mi cascato fra le mani!
Uh, che grande magia, rise Ernst, tirar fuori da un sacco
quello che ci si mette prima!
Veramente non ci vuole un'arte particolare, ribatt sua
madre; ma pensarci a tempo giusto e metter dentro ci che pu
servirci in caso di bisogno, questa si che una mezza magia perch,
anche se una cosa accade in modo del tutto naturale, per certa gente
balorda o sventata quasi un miracolo vedere pi in l del proprio
naso. Ci sono infatti dei selvaggi che la mattina vendono il letto
perch non pensano affatto che la sera possano servirsene di nuovo.
In quel momento torn Fritz che aveva finito di misurare la fune e
mi portava la buona notizia che ce n'erano circa cinquanta metri.
Legai allora il filo che mi aveva dato la mamma ad una freccia, ne
svolsi una certa quantit dal gomitolo, adattai la freccia all'arco e la
scoccai in alto a casaccio, finch dopo alcuni tentativi potei farla
passare al di sopra di un forte ramo dell'albero prescelto; la freccia
cadde gi dall'altro lato, mentre il filo pendeva dall'alto, davanti ai
nostri occhi. Immediatamente fu passato sul ramo un pezzo di corda,
perch il filo mi pareva troppo debole per reggere una scala di corda.
Misurammo poi la lunghezza del filo e trovammo esattamente i
dodici metri che avevo calcolato prima.
A questo punto cominciammo a costruire la scala con pi
sicurezza ed entusiasmo. Dapprima tagliai circa trenta metri della
corda, grossa circa un pollice e la divisi in due parti uguali; subito
dopo distesi a terra le due met l'una accanto all'altra nel senso della
lunghezza, lasciando uno spazio intermedio di mezzo metro. Feci
allora tagliare da Fritz le canne di bamb in bastoni lunghi sessanta
centimetri, che Ernst via via mi porgeva; intanto avvolgevo un tratto
della fune dalle due parti, a destra e a sinistra, e sempre continuando
a scorrere di trenta centimetri alla volta, infilavo nel tratto
attorcigliato il bastone di bamb ed ogni volta vi facevo conficcare
da J ack un chiodo ad ognuna delle due estremit. Ottenni cos i
quaranta pioli della scala in brevissimo tempo e non senza il divertito
stupore della madre che ci stava a guardare.
Finalmente il nuovo rudimentale manufatto fu fissato saldamente
ad un capo della corda penzolante dal ramo dell'albero e per mezzo
dell'altro capo lo tirammo su, cos che la scala arriv fino in alto; la
via per giungere all'albero era aperta ed un grido di gioia dei ragazzi
fu la conclusione dell'opera.
Ognuno di loro voleva subito salire e correva verso la scala; ma io
scelsi J ack, il pi leggero ed agile fra i tre pi grandi, perch non mi
fidavo ancora della solidit della scala e pensavo che c'era meno
pericolo che si rompesse con J ack, anzich con uno dei fratelli
maggiori. Il ragazzo del resto si arrampic ardito e svelto come un
gatto ed arriv in cima sano e salvo.
Poich eravamo ormai convinti della robustezza della scala, anche
Fritz sal e la fiss in alto cos abilmente che potei salirvi anch'io per
renderla completamente sicura ed accessibile per ogni necessit.
Tirai su il bozzello e lo fissai al primo dei rami alti che potei
raggiungere, in modo che l'indomani, quando avessi deciso di
trasportare lass tavole e travi, tutto fosse pronto. Con quest'ultima
operazione, compiuta al chiarore della luna, conclusi la mia fatica
quotidiana e soddisfatto ridiscesi la magnifica scala di corda.
La mamma mi consegn le tirelle e i pettorali per l'asino e la
mucca e gi prevedevo che il giorno seguente ci sarebbe stato
possibile trasferirci sull'albero.
Frattanto il nostro bestiame si era radunato vicino a noi e perfino i
volatili si erano ripresentati; spargemmo allora un po' di mangime,
affinch essi si avvezzassero a tornare da noi ogni sera; ci
accorgemmo con piacere che mentre i colombi si alzavano subito in
volo verso i rami pi alti del grande albero, anche i polli si
dirigevano verso l'alto e schiamazzando si inerpicavano piolo per
piolo, lungo la scala, per cercare lass il loro rifugio notturno. Il
gregge fu legato sotto le ricurve radici dell'albero, vicino alle nostre
amache e si sdrai a terra, ruminando tranquillamente. Nemmeno il
fenicottero fu dimenticato, anzi lo rifocillammo col latte e lo
legammo saldamente in un angolo, vicinissimo al tronco dell'albero;
subito ficc il capo sotto il moncone dell'ala destra, tir in alto la
gamba sinistra e si arrese fiducioso alla dolcezza del sonno.
Infine anche per noi giunse l'ora sospirata del cibo e del sonno.
Mentre la mamma preparava la cena, avevamo accatastato dei
mucchi di rami secchi tutt'intorno all'albero, giacch avevo
l'intenzione di accenderne un paio non appena si fosse fatto buio; nel
corso della notte poi, giacch mi proponevo di dormire solo un
pochino, avrei appiccato il fuoco un po' alla volta anche agli altri
mucchi, per spaventare ogni eventuale nemico. Cos dunque tutto fu
predisposto per la maggior sicurezza possibile e quando la mamma ci
disse che la cena era pronta accorremmo con entusiasmo e ci
sedemmo subito a consumare il benedetto pasto, che ci aveva fatto
venire l'acquolina in bocca gi da un pezzo.
Come dessert i ragazzi tirarono fuori ancora altri fichi che
avevano raccolto durante il giorno e mangiarono con gran gusto
quella roba insipida e dolciastra. Ma non pass molto che uno dopo
l'altro cominciarono a sbadigliare e dopo una breve preghiera tutti
insieme andarono a dormire. Lo stesso feci anch'io, dopo aver acceso
le prime cataste ed aver fatto un giro di perlustrazione attorno alle
altre. Durante la prima met della notte fui molto inquieto, perch
non mi fidavo affatto della sicurezza di noi tutti e ogni foglia
frusciarne destava in me apprensione. Di tempo in tempo, appena
vedevo che un mucchio di legna era bruciato e ridotto in cenere, mi
alzavo e ne accendevo un altro. Da principio mi alzavo facilmente,
ma dopo la mezzanotte divenni pi fiacco e mi contentavo soltanto di
stare a guardare ed ascoltare attento, se tutto fosse in ordine, finch
verso la mattina il sonno mi vinse, tanto che mi svegliai quasi troppo
tardi per la giornata di lavoro che mi aspettava. Svegliai i miei e
subito, fatta colazione, ci mettemmo all'opera.
La mamma, dopo aver munto le bestie e dato loro un po' da
mangiare, si avvi con Ernst, J ack ed il piccolo Franz assieme
all'asino, dirigendosi verso la riva, per prendere assi e legname; il
mare ne aveva trasportato tanto che poterono ricavare pi di un
carico.
Nel frattempo io salii con Fritz sull'albero e feci i preparativi
necessari per sistemarci comodamente. Trovai tutto secondo i miei
desideri; i rami erano folti a sufficienza e i pi robusti si staccavano
dal tronco quasi orizzontalmente verso l'esterno. Alcuni che non mi
parvero adatti allo scopo furono segati o recisi senz'altro con la scure.
Lasciai invece quelli pi bassi, che si protendevano fitti l'uno accanto
all'altro, per fissarvi sopra il mio pavimento. All'altezza di qualche
metro sopra di questi ne risparmiai degli altri, per attaccarvi le
amache e, ancora pi in alto, una fila pi fitta di rami frondosi fu
destinata a sostenere il tetto del nostro palazzo pensile che per il
momento doveva essere costituito semplicemente da un ampio
telone.
Questi allestimenti procedevano piuttosto lentamente, cos che nel
frattempo due carichi completi di assi e travi furono trasportati dalla
madre; allora, con l'aiuto del bozzello, cominciai a portare su pezzo
per pezzo tutto ci che mi serviva e per prima cosa sistemai una
piattaforma che fu subito raddoppiata per ovviare al pericolo che una
singola trave scivolando o spostandosi provocasse una disgrazia.
Subito dopo, attorno a questo tavolato, fu costruito un parapetto di
robuste assi contro il pericolo di rovinose cadute dall'alto. Questi
lavori ed il trasporto di un altro carico di legname ci occuparono tutta
la mattinata, tanto che nessuno pot pensare a preparare il pranzo e
per quella volta ci dovemmo accontentare di cibo freddo.
Dopo aver mangiato ci mettemmo di nuovo al compimento della
nostra casa pensile, che cominciava ora ad assumere l'aspetto
piacevole ed invitante di un'abitazione estiva. Staccammo le amache
e il telone dalle radici dell'albero e per mezzo del bozzello li tirammo
su, arrotolati, nella nuova casa. Con pesante fatica il telone fu disteso
sui rami di copertura e poich dalle due parti pendeva gi un bel
pezzo della sua lunghezza, mi venne in mente di inchiodarlo al
parapetto a destra e a sinistra, ottenendo cos oltre al tetto anche due
pareti. La terza parete ci veniva fornita posteriormente dal tronco
dell'albero, giacch avevo costruito il nostro rifugio solo su un lato
del gigantesco vegetale e cos soltanto il quarto lato dell'abitazione
rimaneva aperto per la libera vista e per il comodo ingresso.
Senza indugio e senza alcuna difficolt appendemmo infine le
amache e quella sera stessa il nuovo meraviglioso alloggio era gi
finito e pronto per tutti noi.
Scesi soddisfatto dall'albero con Fritz e, trovando alcune assi
avanzate, mi accinsi a fabbricare in fretta un tavolo e due panche tra
le radici dell'albero, per avere cos durante il giorno un posticino
comodo per mangiare e compiervi ogni sorta di faccende. Certo il
lavoro fu un po' abborracciato, perch ero assai stanco; per tutto
quanto riusc abbastanza bene. Mentre occupavo in tal modo il resto
del giorno, la mamma preparava la cena e i ragazzi dovettero
raccogliere alacremente tutto il legname minuto che avevamo tagliato
dall'albero, affastellarlo perch potesse essere usato in seguito e
accatastarlo ad una certa distanza dal nostro focolare, in modo che
stesse al sole per tutto il giorno e potesse essiccare in breve tempo.
Segai in ciocchi i rami pi grandi o li spaccai in due e i ragazzi
aggiunsero anche questi alla catasta.
Veramente spossato dalle molteplici fatiche di quella giornata, mi
gettai finalmente su una panca, asciugandomi lentamente la fronte
grondante di sudore, sospirai forte e, dopo una breve pausa, dissi:
In verit, moglie mia, oggi ho lavorato come un cavallo, ma domani
voglio concedermi un po' di riposo.
Puoi farlo, mio caro marito e devi farlo, mi rispose lei
perch, a dire il vero, ho fatto bene i conti ed ho scoperto che domani
domenica e che purtroppo in questa costa ne abbiamo gi trascurata
una.
vero, anima coscienziosa, tu pensi sempre a tutto! Domani
celebreremo il giorno festivo! So bene di aver trascurato la
precedente domenica, per credo che, tra le angustie del nostro
salvataggio e i primi urgenti lavori per la nostra sistemazione, ci sia
perdonabile. Ora invece che siamo gi a posto e, come spero, al
sicuro per i prossimi mesi, faremo male a non celebrare il bel giorno
di festa come di consueto, con qualcosa di pi che una breve
preghiera!
Io per conto mio mi rallegro con tutto il cuore all'idea di
potermi dedicare indisturbata per tutto il giorno al migliore e pi
nobile dei pensieri. Domani faremo ai ragazzi una vera sorpresa,
annunziando la domenica, ma adesso cerchiamo di andare a riposare
il pi presto possibile. Devo dirti, mio caro, che con il castello in aria
sull'albero mi hai dato una grandissima gioia e voglio avventurarmi a
dormire la prima notte lass con voi tutti, perch vedo che hai
allestito ogni cosa in modo cos adeguato che possiamo sperare non
solo di abitarvi senza pericolo, ma di potervi trascorrere la notte
molto pi sicuri che sulla nuda terra, dove gli sciacalli ed altri
animali feroci potevano aggredirci. Ora per tempo di cenare,
concluse, chiama i ragazzi, mentre apparecchio.
Non pass molto tempo che i giovani furono tutti presenti e la
mamma port dal focolare una pentola di coccio; tutti eravamo
ansiosi di scoprirne il segreto. Quando fu alzato il coperchio, apparve
il fenicottero ucciso da Fritz: la mamma osserv che non lo aveva
arrostito, ma aveva preferito farlo cuocere a fuoco lento, come uno
stufato, perch Ernst le aveva detto che era un animale adulto e
tiglioso. Ridemmo della sollecitudine del ragazzo che si era
impicciato nelle incombenze culinarie della madre, ma in realt poi
trovammo che non aveva avuto torto. Attaccammo lo stufato,
spolpammo coscienziosamente ogni ossicino e trovammo il tutto
squisito.
Dopo la cena fu acceso un gran fuoco che in qualche modo
doveva proteggere il bestiame e finalmente cominciammo a salire
sull'albero. In un batter d'occhio i tre ragazzi pi grandi furono su. Li
segu la madre che, non senza timore e solo lentamente, ma
felicemente, si arrampic in alto. Infine anch'io salii sulla scala, anzi
prima ne staccai da terra l'estremit inferiore, cos che ora essa
pendeva oscillando nell'aria e mi rendeva molto difficile la salita,
tanto pi che mi ero caricato il piccolo Franz sulle spalle, giacch
non osavo farlo arrampicare da solo sulla scala malsicura. Alla fine
arrivai anch'io nell'alloggio pensile e mi tirai dietro la scala di corda,
con gran divertimento dei ragazzi che si sentirono come in una rocca
in cui, dopo aver alzato il ponte levatoio, si fosse al sicuro contro
tutti i nemici del mondo.
Visto che la prima notte era trascorsa in perfetta tranquillit, decisi
di non tormentarmi pi sorvegliando il fuoco; preparai soltanto il
fucile per averlo a portata di mano nel caso che qualche pericolo
apparisse da terra, in modo da poter sparare in soccorso dei vigilanti
cani. Poi mi coricai di buon umore e la stanchezza generale fece
gustare a tutti la dolcezza del sonno fino all'alba del giorno seguente.
L'indomani tutti si svegliarono allegri e di buon animo.
Che cosa c' da fare oggi? chiesero i ragazzi quasi ad una
voce.
Niente, proprio niente, risposi; oggi non si deve lavorare
nemmeno un po'.
Ma tu vuoi scherzare, caro pap, lo vediamo bene!
gridarono i miei figli.
No, figli miei, non scherzo. Oggi domenica e vogliamo
festeggiarla come si deve.
Oh, domenica, domenica! esclam contento J ack;
magnifico! Allora voglio tirar frecce e andare a spasso e oziare, che
sar un vero piacere.
Per il momento non se ne parla nemmeno, piccolo mio!
dissi. La domenica il giorno del Signore ed destinata a farci
pensare al buon Dio in tutto raccoglimento.
Io credevo, osserv Ernst, che il servizio divino
consistesse nell'andare in chiesa, ascoltare la predica e cantare gli
inni sacri. Come possiamo celebrare dunque la domenica?
Davvero, pap, l'interruppe il piccolo Franz, qua non ci
sono chiese, come potremmo allora andare a sentire la predica e
l'organo che suona?
Proprio come se il babbo non potesse farci lui stesso il
sermone, disse J ack, e come se non fosse bello anche all'aperto
e non si potesse cantare anche senza l'organo. Non lo sai dunque? Da
noi quando i soldati sono al campo non vanno nemmeno loro in
chiesa e non hanno neppure l'organo, per hanno il sermone.
Certo, figlioli, cominciai allora io, Dio dappertutto.
Dovunque si pensi a Lui con sincerit di cuore, l si celebra l'ufficio
divino. In questo senso ogni luogo del mondo pu diventare un
tempio. E alla fin fine la splendida natura e il magnifico cielo azzurro
sono certo pi belli e danno pi gioia al cuore di una casa di pietra
costruita dall'uomo.
Cos i ragazzi compresero che avevamo buoni motivi per
festeggiare la domenica anche nella nostra isola. Sbrigammo dunque
soltanto le faccende indispensabili, come avevo predisposto, e dopo
aver anche provveduto agli animali, ci sedemmo finalmente sull'erba
soffice.
Mentre tutti mi ascoltavano attenti, spiegavo loro come il Signore
avesse disposto ogni cosa per il nostro bene, facendoci capitare in
quell'isola meravigliosa che ci offriva tutto per vivere. Li esortai a
sottomettersi alla saggia guida di Dio, che sicuramente anche con
quella vita dura e piena di fatiche voleva arrecarci soltanto del bene.
I miei ragazzi rimasero per un po' tutti assorti e composti; ma
presto, non essendo pi trattenuti da me, ognuno se ne and per
conto proprio. E poich credevano che non fosse lecito intraprendere
un qualsiasi lavoro, mi sembr che si sforzassero, vero, di occupare
il tempo solo meditando, ma che il loro spirito fosse ancora troppo
debole perch potessero trascorrere il resto del giorno senza
occupazioni esteriori o senza uno svago. Siccome non intendevo
sommergerli tutto in una volta con dottrine morali, li esonerai da una
troppo rigida inattivit ed allora si sentirono sollevati.
J ack desiderava il mio arco con le frecce e voleva provarsi a
munire di punte queste ultime. Fritz aveva voglia di lavorare attorno
ai suoi foderi e aveva bisogno del mio consiglio. Franz mi preg
insistentemente di costruire un arco e delle frecce anche per lui, dato
che non poteva ancora sparare col fucile.
Dovetti accondiscendere e per prima cosa consegnai a J ack le mie
frecce e gli spiegai come doveva estrarne di nuovo la sabbia e infilare
le punte nelle canne. Il tutto, conclusi, va poi ben legato con
lo spago e per una maggiore stabilit dovrebbe essere intinto nella
colla.
Gi, osserv J ack, dici bene; se solo sapessi dove abitano
in questo paese i fabbricanti di colla, ne comprerei certamente!
Ebbene, disse il piccolo Franz, fatti dare dalla mamma
una tavoletta di estratto di carne: quella roba sembra proprio colla.
Figurati! replic J ack, tu piccolotto vuoi saperne pi di
noi!
Eppure, osservai, l'idea non poi tanto cattiva. Accetta il
buono dovunque si trovi! Molte famose invenzioni sono scaturite da
idee che sul principio non sembravano per niente pi sagge. Va',
portaci qui una tavoletta di estratto di carne, mettila sul fuoco in un
guscio di noce di cocco e fa' almeno un tentativo.
Mentre J ack si dava da fare per il suo lavoro, venne anche Fritz,
chiedendo schiarimenti per i suoi foderi. Gli dissi di portarmi innanzi
tutto la pelle e mi sdraiai intanto sull'erba per ricavare un arco
dall'avanzo di una canna di bamb. bene, pensavo, che i
ragazzi imparino per tempo a trarsi d'impaccio anche con quest'arma.
Prima o poi la nostra provvista di polvere finir, anzi, se accadesse
una disgrazia, potremmo perderla tutt'a un tratto. Sar dunque bene
che ci procuriamo il pi presto possibile qualche altro mezzo di
caccia e di difesa; e come i ragazzi dei Caraibi, fin da piccoli,
arrivano a colpire con una freccia un bersaglio non pi grande di un
piccolo tallero da una distanza di trenta o quaranta passi e ad
uccidere gli uccelli sugli alberi, cos certamente i miei figli
impareranno, esercitandosi assiduamente, a fare lo stesso.
Guardandomi intorno in cerca dei nostri volatili, vidi con piacere
che colombi e polli, parte sugli alberi, parte in terra, si saziavano
allegramente di fichi selvatici.
Ancora prima dell'ora di pranzo J ack aveva finito di allestire le
sue frecce e si esercitava bravamente a scoccarle. Anche per il
piccolo Franz arco e frecce furono pronti ed ero contento del mio
lavoro; ma, se volevo aver pace, dovevo anche trovare il modo di
fare una faretra, poich il piccino si era intestardito nella convinzione
che un arciere ha bisogno della faretra proprio come il fuciliere ha
bisogno della cartucciera. Alla fine mi arresi, presi la scorza di un
ramo, la incollai di nuovo insieme, la fornii di un fondo e di una
cordicella per tenerla appesa e riuscii a farne un arnese abbastanza
presentabile.
Avevo appena finito e anche Fritz aveva appena ripulito la pelle
del suo gattopardo, che la mamma ci chiam per il pranzo e ci
sedemmo lietamente. Durante il pasto mi venne in mente una
proposta da fare ai ragazzi, sapendo gi che sarebbe stata di loro
gradimento.
Che ne direste, dissi, se cominciassimo finalmente a dare
dei nomi veri e propri alla nostra abitazione e alle diverse contrade di
questa terra, almeno a quelle che conosciamo finora? Magari
lasceremo da parte la costa, perch chi sa che non sia stata gi da
lungo tempo registrata dai nostri dotti signori conterranei, i geografi
europei, e battezzata cristianamente col nome di un santo o di
qualche navigatore. Invece daremo un nome ai vari luoghi in cui
soggiorniamo o a quelli che ci sembrano degni d'attenzione, affinch
in seguito possiamo intenderci in modo pi spiccio e pi facile
parlando fra noi; inoltre avremo la piacevole illusione di vivere in un
paese popolato, tra localit che ci sembreranno gi note da molto
tempo.
Magnifico! Stupendo! gridarono tutti con gioia. J ack per
propose subito: Allora inventeremo anche noi nomi strambi e
complicati come quelli che ci sono sulle carte geografiche, cos la
gente poi dovr rompersi il capo quando imparer la geografia di
quest'isola. Io ho sudato abbastanza con i loro Monomotapa e
Zanzibar e Coromandel.
Certo, figliolo, osservai sorridendo, ammesso che la
gente venga un giorno o l'altro a sapere qualcosa di questa nostra
terra e dei nomi che le daremo. In fondo pi che altro saremmo puniti
noi stessi, se ci torturassimo la lingua con nomi stravaganti.
E allora, come faremo?
Faremo come hanno fatto tutti gli altri popoli, risposi,
daremo un nome a questi luoghi nella nostra lingua madre, o per le
loro caratteristiche pi notevoli, o per la somiglianza con altre cose, o
per gli avvenimenti che vi sono accaduti, o secondo le persone, cio
nel nostro caso, preferibilmente a modo nostro.
S, s, sar molto meglio ammise lui, per da dove
cominciamo?
Direi dalla baia dove siamo sbarcati per la prima volta,
dissi.
In segno di gratitudine per il nostro felice salvataggio mi
piacerebbe chiamarla d'ora in poi Baia della Salvezza, propose la
mamma.
Il nome piacque a tutti e fu accettato subito. Poi chiamammo
anche gli altri luoghi che erano diventati memorabili per noi, con
nomi che ci ricordavano qualche evento importante. Cos il nostro
primo alloggio vicino alla baia fu chiamato Rifugio della Tenda,
perch il nostro primo rifugio era stato appunto una tenda; l'isolotto
che stava all'imbocco della Baia della Salvezza fu battezzato Isola
del Pescecane, perch Fritz sosteneva di avervi visto un pescecane,
ed una seconda isola fu chiamata per contrapposto Isola della
Balena. Chiamammo la palude in cui avevamo tagliato le canne per
le frecce Palude del Fenicottero, per l'uccello che vi avevamo
abbattuto; il nostro castello sull'albero ebbe il poetico nome di Nido
dei Palchi: Perch voi siete una specie di giovani animali da
preda, di nobile razza, spero, pronti a imparare e ad obbedire, lesti e
animosi come falchi, dissi ai ragazzi.
Proposi poi di chiamare il promontorio, dal quale con Fritz avevo
cercato invano i nostri compagni di viaggio, Capo della Speranza
Delusa e la collina su cui stavamo semplicemente La Vedetta. Infine
battezzammo il torrente dal quale gli sciacalli si erano spinti fino al
nostro rifugio Torrente degli Sciacalli.
Cos passammo piacevolmente il tempo chiacchierando e, mentre
mangiavamo, gettammo le basi per una toponomastica della nostra
nuova patria, anzi decidemmo, ridendo, di spedirla in Europa con la
prima posta.
Dopo il pranzo ognuno torn al proprio lavoro. Fritz fin i suoi
foderi; J ack, Ernst e Franz si esercitavano a scoccare le frecce e di
tanto in tanto davano un po' di aiuto al fratello maggiore.
Si avvicinava intanto la sera e l'afa pi opprimente del giorno era
ormai passata, tanto da invogliare ad una passeggiata; invitai allora
l'intera famiglia.
Dove si potrebbe andare? chiesi.
Io direi al Rifugio della Tenda, esclam J ack. Domani
infatti dobbiamo avere una buona scorta di polvere e piombo per
sfoltire un pochino le schiere degli uccelli che stanno in gran numero
sugli alberi di fico e mettere da parte cos una riserva di carne
saporita.
Anch'io sono d'accordo per il Rifugio della Tenda, disse la
mamma, perch il burro finito; Fritz mi ha impiastricciato quello
che avanzava con la sua conciatura e i signori che predicano sempre
cibi semplici e cucina parsimoniosa sono per contenti tutte le volte
che viene presentata una pietanza ben condita e ben cucinata.
Certo, osserv Ernst, dovremmo andare a prendere anche
un paio di anatre e di oche; starebbero molto bene qui nel ruscello.
Dato che avete tutti dei validi motivi, aderisco volentieri alla
vostra proposta; per stavolta non prenderemo la solita strada lungo
la spiaggia, ma ne cercheremo un'altra. Saliremo lungo il ruscello
fino alla parete rocciosa e passeremo dall'altra parte, all'ombra fresca
della roccia, fino al punto in cui sgorga il Torrente degli Sciacalli.
Allora, traversando il torrente sulle pietre, arriveremo al Rifugio
della Tenda e torneremo qui carichi, passando per il ponte e
rifacendo la solita via vicino alla riva; cos al ritorno avremo il sole
alle spalle, se ancora non sar tramontato. Questa nuova strada pu
farci sperare in nuove scoperte e vantaggi.
La mia idea fu approvata e presto tutti furono pronti a mettersi in
cammino sotto la mia guida. Fritz aveva intorno alla vita la coda del
gattopardo; i suoi foderi invece non erano ancora pronti per essere
usati. Tutti avevamo armi e cartucciere, perch non sapevamo che
cosa si potesse incontrare. Perfino il piccolo Franz impugnava arco e
freccia, con la faretra ben rigonfia sulle spalle, all'erta. Soltanto la
mamma non era armata, ma portava la fiasca del burro, per poterla
riempire dalla provvista del barile. Allo scimmiottino salt il grillo di
accompagnarci: balz senza tanti complimenti sulle spalle di Fritz,
pensando di viaggiare cos nel modo consueto. Ma a lungo andare la
cosa riusc un po' troppo fastidiosa al ragazzo. Quel cosino non stava
fermo un minuto, ma saltellava continuamente come un funambolo
da una spalla all'altra, da un braccio all'altro.
Stammi bene a sentire, disse infine Fritz, cos non si pu
continuare. Non posso certo servirti sempre da albero. Dobbiamo
provare seriamente ancora una volta con un'altra cavalcatura. Bill,
qua!
Bill naturalmente s'indign alla proposta di fare da cavallo da
circo al piccolo cavallerizzo. Ma Fritz stavolta poteva sprecare pi
tempo e pazienza della volta precedente, quando tornavamo a casa
dopo la faticosa escursione, e non cedette, continuando a fare sempre
nuovi tentativi. In ci gli fu molto utile la pronta comprensione del
nostro scimmiottino. Appena il piccolo cap che sulla schiena di Bill
poteva stare comodamente seduto, si aggrapp con tutta la forza delle
sue quattro zampette prensili. Non serv pi a niente che la cagna si
gettasse a terra, il cucciolo stava saldo come fosse inchiodato; Bill si
sfreg contro un albero per scrollarsi di dosso quel fantino, ma
inutilmente: il birbante fece una smorfia e si spost un tantino di
fianco. I ragazzi assistevano ridendo a tutto quel maneggio.' Alla fine
Fritz prese Bill con delicatezza per il collo, le carezz la testa,
esortandola bonariamente: Vieni, Bill, vieni, bella mia, fai vedere
che sei una flemmatica inglese. Sei anche il mio pi caro, il mio pi
bel cane, il pi saggio. Lo sai, no? Ed ora, vieni qua.
Intanto aveva legato una corda al collare di Bill e si era avvolto
l'altro capo pi volte attorno alla mano, per prevenire eventuali
velleit di diserzione. Ma Bill rimase ferma, guardando tutta mesta
davanti a s. Capiva bene che il suo destino era segnato, ma certo
non ne provava piacere. Dopo rinnovate esortazioni finalmente si
decise a trotterellare accanto a noi col suo imperterrito cavaliere in
groppa.
Vedi, figlio mio, dissi a Fritz, mi piaciuto molto
osservare come sei riuscito a sistemare la faccenda con calma e
pazienza. Cos Bill si abituer nel modo migliore e col tempo far il
proprio dovere senza ringhiare.
Il cammino lungo il ruscello era molto piacevole perch per un bel
tratto era coperto dall'ombra dei grandi alberi e il suo fondo era
erboso, soffice e senza dislivelli, perci non ci affrettavamo, ma
camminavamo pian piano, a nostro agio, guardandoci intorno
comodamente. I ragazzi vagabondavano a destra e a sinistra,
sottraendosi ogni tanto al mio sguardo; arrivammo cos alla fine del
boschetto e allora mi proposi di chiamarli di nuovo per continuare la
strada tutti in gruppo compatto. Voltandomi per vidi i ragazzi che
stavano correndo velocemente verso di noi, anzi, questa volta erano
preceduti dal flemmatico Ernst che, ansante, a momenti mi
travolgeva nella sua corsa. Per la gioia e la furia non riusciva a
spiccicare una parola e mi teneva davanti agli occhi tre palle verde
chiaro.
Patate, babbo, patate! grid infine, quando ritrov la voce.
Come, che cosa, dove? chiesi lieto. Saresti stato davvero
cos fortunato? Qua, ragazzi, venite qua! Fammi vedere, figliolo!
Non oso ancora credere che tu abbia trovato i tuberi di quella
benedetta pianta; eppure sembrano proprio patate, lo sembrano
davvero!
Ma certo pap, sono patate, afferm Fritz, una vera
benedizione per noi. Ernst stato davvero fortunato!
Macch, interloqu J ack petulante anch'io le avrei
trovate, se avessi fatto la stessa strada che ha fatto lui. Bella bravura!
Ehi! lo sgrid la mamma, non sminuire l'importanza di
questa magnifica scoperta! Anche se fossi passato in mezzo alle
piante di patate, chiss se le avresti riconosciute, perch sei troppo
precipitoso. Ernst con la sua calma presta sempre pi attenzione a
tutto e quando scopre qualcosa non per caso o per fortuna. Ma io
temo ancora che ci sbagliamo, poich il forte desiderio rende talvolta
creduloni. Ci potrebbero essere alcune piante che producono frutti
ugualmente rotondi e lisci.
Accorremmo tutti sul posto in cui Ernst aveva raccolto i tuberi e
con immensa gioia vedemmo che dalla fine del nostro boschetto sino
alla parete rocciosa il suolo era ricoperto di piante di patate, che nella
loro modestia ci sembrarono pi belle di tutte le rose di Persia.
Alcune erano gi germogliate, altre disseccate, altre ancora in fiore e
qua e l spuntavano sempre nuove piantine.
J ack esclam: Magnifico! Certo che sono patate! Ora le
raccoglieremo subito! Cos dicendo si gett immediatamente in
ginocchio e cominci con tutt'e dieci le dita a raspare e a scavare per
terra. Trascinato dal suo entusiastico esempio, anche lo scimmiotto
era subito saltato dalla sua cavalcatura sulle piante e si era messo a
strapparne alcune: scavava cos in fretta che molto prima di J ack
aveva tratto fuori le pi splendide patate mature; dopo averle
annusate e gettate da parte, prese a scavarne sempre delle altre e in
breve ne aveva raccolto un bel mucchio, dato che il piccolo Franz si
era precipitato dietro le patate gettate via dallo scimmiottino,
ammucchiandole. Intanto anche noi non rimanevamo in ozio. Parte
con le mani, parte con coltelli e coltellacci, ognuno scavava in cerca
di patate con la maggiore alacrit possibile; riempimmo avidamente
del delizioso cibo borse e carnieri a pi non posso.
Solo dopo un certo tempo ci rimettemmo in cammino alla volta
del Rifugio della Tenda e Bill non batt ciglio quando Fritz le rimise
lo scimmiottino sul dorso. Veramente qualche goloso aveva
consigliato di tornare subito al Nido dei Falchi per mangiare di gusto
un bel piatto di patate, ma poich motivi pi urgenti ci spingevano
verso il Rifugio della Tenda continuammo la passeggiata intrapresa,
allegri e contenti, anche se impacciati dall'inaspettato carico.
Ragazzi, osservai mentre camminavamo, la scoperta
delle patate ha un valore quasi inestimabile per noi.
S, vero, disse Fritz, abbiamo motivo di ringraziare
Iddio con tutto il cuore.
Parlando del pi e del meno eravamo arrivati alle rocce da cui il
nostro ruscello sgorgava con un dolce fruscio, come una leggiadra
cascatella. Ci dirigemmo allora lungo le rocce verso il Torrente degli
Sciacalli e dovemmo aprirci un varco attraverso l'erba alta. La parete
rocciosa a sinistra e, ad una certa distanza, la riva del mare a destra,
ci offrivano due stupende vedute, ugualmente belle, ma
assolutamente dissimili tra loro, che ci davano non poca gioia.
Le rocce specialmente offrivano uno spettacolo talmente
pittoresco da potersi appena immaginare. Si presentavano come una
serra aperta dove, invece dei vasi di fiori, i piccoli risalti, le fenditure
e le sporgenze della rupe erano adorni delle piante pi rare e svariate.
In maggior numero apparivano le piante grasse, irte di aculei, che
di solito si coltivano nelle serre, i cosiddetti fichi d'India, gli aloe,
quelle splendide cactacee indiane dal fusto a candela pi alte di un
uomo, le convolvulacee e, qua e l, perfino l'ananas, il coronato re
dei frutti, che maggiormente ci attrasse. Tutti ci avvicinammo avidi
ai frutti deliziosi, perch li conoscevamo bene e soprattutto perch
potevano essere mangiati subito, senza alcuna cottura.
La scimmia precedette i ragazzi e dopo il suo lodevole esempio ne
gustarono tutti, che era un piacere. Mi parve quindi necessario
ammonire i ragazzi di non mangiare smodatamente di quella
leccornia, perch correvano il pericolo di buscarsi la dissenteria con
quel frutto troppo fresco, che non mancava anche di una certa
asprezza, e temevo che dovessero poi scontare il godimento con
dolori e malesseri.
Infine scopersi tra le svariate piante a foglie spinose anche alcune
karatas, una specie di aloe o di agave; alcune in piena fioritura, altre
gi sfiorite, erano slanciate verso l'alto come giovani alberelli e
furono per me una visione oltremodo gradita.
Guardate qua, figlioli, esclamai, ecco una scoperta
migliore di quella degli ananas, per quanto possano deliziarvi quei
frutti! Il fogliame inferiore di queste piante quasi uguale all'ananas;
osservate per il fusto dritto e slanciato che s'innalza nel mezzo ed in
alto assume l'aspetto di un grazioso alberello! Guardate la bella
fioritura!
Tutti risposero ad una voce: Per noi non vale niente, se i suoi
frutti non si possono mangiare! L'ananas supera ogni pianta; ti
lasciamo volentieri questo misero alberello, se abbiamo l'ananas.
Oh, ghiottoni! risi; fate proprio come tante migliaia di
persone! Trascurate un vantaggio vero e duraturo per una fuggevole
seduzione dei sensi. Voglio mostrarvelo tangibilmente e sul posto.
Ernst, prendi il mio acciarino e la pietra focaia e accendi il fuoco!
Chiedo scusa, rispose questi, mi occorre anche l'esca.
Certo, amico! continuai. Ma posto che non ne avessimo
o che la nostra esca fosse esaurita, con che cosa dovremmo accendere
il fuoco? E senza fuoco il nostro benessere qui sarebbe presto finito.
Oh, potremmo fare come i selvaggi, disse Ernst, e
strofinare due diversi pezzi di legno finch non prendano fuoco.
Grazie tante! risposi. Per noi che non siamo abituati
sarebbe una bella fatica. Scommetto che nessuno di voi, anche se
sfregasse per tutto il giorno, riuscirebbe ad ottenere una sia pur
piccola scintilla. Mai e poi mai potremmo accendere il fuoco con
tanta sicurezza e comodit come facciamo con l'esca.
Allora dovremo aver pazienza, osserv Ernst, finch non
avremo trovato un fungo commestibile adatto.
Questo poi no! ribattei. Potremmo servirci della tela,
facendola bruciare in un recipiente chiuso. Ma la tela destinata ad
altri usi; senz'altro la soluzione migliore trovare la nostra esca gi
bell'e pronta.
Con queste parole presi da una karatas uno stelo secco, ne tolsi la
scorza esterna, estrassi un pezzetto del midollo asciutto e spugnoso,
lo appoggiai alla pietra focaia, vi battei l'acciarino e in un batter
d'occhio quell'esca di nuovo tipo si accese. I ragazzi mi guardarono
meravigliati e fecero un salto di gioia, gridando:
Benissimo, benissimo! Evviva l'alberello accendifuoco!
Ecco, dissi, e questo il numero uno! Ora la mamma ci
deve informare con che cosa pensa di rattoppare i buchi dei nostri
vestiti o con che cosa ne cucir di nuovi, quando il filo sar finito!
vero, interruppe mia moglie, gi da un pezzo che ci
penso con apprensione e per questo mi guardo intorno dappertutto,
cercando con ogni cura lino selvatico o piante di canapa.
Ora puoi tranquillizzarti, replicai io, perch nelle foglie
di karatas hai il filo migliore che potevi augurarti nelle nostre
condizioni. Certo non pi lungo della foglia che lo contiene, ma
senz'altro lungo quanto deve essere di regola una gugliata.
Cos dicendo spaccai una foglia davanti agli occhi di tutti e ne
estrassi una quantit di fili belli e robusti che consegnai subito alla
mamma facendoli osservare ai ragazzi.
Vedete? dissi, la karatas che mi lasciavate con tanto
disprezzo pu prestarci in fondo diversi servizi migliori del
pregiatissimo ananas, che solletica soltanto il palato!
Certo, osserv mia moglie, ora ci tornano molto utili
tutte quelle cose interessanti che ci leggevi a casa, poich noialtri, col
nostro semplice modo di giudicare, dovevamo per forza preferire
l'ananas. Per ci vorr molto tempo per estrarre i fili cos, ad uno ad
uno, da ogni foglia.
Oh, sapremo ben rimediarvi, le risposi, perch se si
lasciano seccare bene le foglie al sole o al fuoco e si fanno scorrere
leggermente attraverso una fune annodata, per liberarle dal midollo,
si ottiene presto una quantit di fili che si possono poi ripulire del
tutto con pochissima fatica. Del resto potremmo anche provare a
pestare le foglie come si fa con la canapa, in modo che se ne stacchi
il superfluo e rimangano soltanto le fibre utilizzabili.
S, certo, esclam Fritz, vedo gi che la karatas
soppianter l'ananas; essa ci promette un'utilit dieci volte maggiore.
Subito dopo giungemmo al Torrente degli Sciacalli e lo varcammo
con cautela, arrivando finalmente alla tenda. Tutto si trov in ordine
proprio come l'avevamo lasciato ed ognuno si mise a fare il lavoro
per cui era venuto.
Fritz and difilato verso la polvere e i proiettili facendone
un'abbondante scorta. Io, col piccolo Franz e la mamma, mi diressi
subito verso il barilotto di burro per riempire la nostra fiasca. Ernst e
J ack infine andarono a catturare le anatre e le oche. Ma poich ormai
le bestie si erano un po' straniate da noi e potevano provvedere da s
al proprio sostentamento, non si lasciavano acchiappare e i ragazzi
riuscirono a prenderle soltanto con l'astuzia. Ernst aveva un pezzo di
formaggio nella borsa; ne leg qualche briciola a uno spago e la gett
in pasto alle nuotatrici. Appena il formaggio veniva inghiottito da
una delle bestiole affamate, i ragazzi la tiravano dolcemente a riva,
per mezzo dello spago, tra risate represse e in breve radunarono per
benino i pennuti che avevo loro richiesti.
Guarda, pap, gridava J ack con un'oca sotto il braccio,
torcendosi dalle risa devi proprio ammetterlo, un pesce cos non
l'avevi mai visto.
Certo, certo, dissi ridendo, la faccenda ha un aspetto
abbastanza buffo; per ora, nel togliere di nuovo lo spago dalla gola
degli abbindolati ghiottoni, dovete farlo con molta cura per non far
male agli animali.
In effetti i ragazzi furono cos attenti che nessuno di quelli soffri il
minimo danno.
Ad ognuno dei catturati fu allora avvolto un fazzoletto intorno al
corpo, in modo che ne venissero fuori solo collo e testa; poi le bestie,
quattro in tutto, due anatre e due oche, furono legate sopra le sacche
e i tascapani in modo che potessimo portarle senza troppo fastidio.
Infine prendemmo anche del sale, ma meno di quanto avevamo
pensato prima, poich un sacchetto che avremmo voluto riempire con
esso era gi stato stipato di patate durante la via e perci dovemmo
limitarci a riempire di sale gli spazi intermedi. Ma poich in tal modo
il sacchetto divenne troppo pesante, lo caricammo sul poderoso dorso
di Turk.
Quando tutti quanti fummo abbondantemente caricati, diedi il
segnale di partenza con un fischio. Per la verit eravamo molto buffi,
tanto pi che le anatre e le oche con il continuo schiamazzare e con i
loro contorcimenti offrivano un bizzarro spettacolo. In compenso,
ridendo sul nostro strano corteo, sentivamo meno il peso del nostro
carico e ci lamentammo di esso soltanto quando ormai eravamo quasi
a casa e ogni motivo di lamento era finito.
Ma anche la gioia fu raddoppiata, perch la mamma prese subito
la pentola e mise immediatamente sul fuoco la sospirata pietanza di
patate. Anzi, munse anche all'istante mucca e capre, perch il latte
contribuisse a rendere il nostro pasto ancora pi saporito; i ragazzi
festosi saltavano affettuosamente intorno a lei, aiutandola come
meglio potevano.
Intanto io misi in libert i volatili che avevamo portato, usando
solo la precauzione di strappare loro dalle ali le penne maestre pi
robuste, affinch non potessero scappare tanto facilmente e si
avvezzassero un po' alla volta al posto nuovo.
Finalmente il delizioso pasto a base di patate fu consumato tra le
pi calde lodi, non senza un sincero ringraziamento rivolto al
generoso Datore di ogni bene; poi salimmo stanchi e insonnoliti nel
nostro castello pensile e fino al mattino seguente godemmo un buon
sonno ristoratore.
CAPITOLO III
IL BASTIMENTO VIENE ANCORA SFRUTTATO. - SI CUOCE PANE DI
MANIOCA E SI COSTRUISCE UNA LANCIA ARMATA. IL BABBO
PREPARA DELLE BOLAS. CATTURA DI UN'OTARDA. -
RINVENIMENTO DELLA PIANTA DA CERA E DELL'ALBERO DEL
CAUCCI.
TORNANDO a casa avevo osservato lungo la spiaggia, fra tanto
materiale, anche dei legni ricurvi che mi sembravano adattissimi alla
costruzione di un traino; con quello avrei potuto trasportare il barile
di burro e tante altre cose necessarie dal Rifugio della Tenda al Nido
dei Falchi. Subito mi ero proposto di tornare alla spiaggia il giorno
appresso, prima ancora che i miei si fossero svegliati, per prendere le
misure necessarie. Avevo deciso di portare come aiuto Ernst, perch
la sua indolenza aveva bisogno, come antidoto, di una buona
camminata mattutina ed anche perch Fritz mi sembrava pi bravo
per un'eventuale difesa di quelli che rimanevano.
Perci al primo chiarore dell'alba, appena sveglio, chiamai Ernst
che sbadigliava ancora; scendemmo dall'albero senza che nessuno se
ne accorgesse e lasciammo i nostri cari immersi nel sonno.
L'asino dovette venire con noi e perch non facesse il viaggio a
vuoto gli feci tirare un grande ramo d'albero, che pensai di portare
con me per utilizzarlo in occasione del primo trasporto.
Arrivammo presto ai legni ricurvi, meta della nostra escursione, e
l decisi di caricarli sul ramo che l'asino aveva trascinato e che per il
momento poteva servirmi da slitta, essendo ancora pieno di
ramoscelli. Per completare il carico disincagliammo una cassa che
stava a riva mezzo insabbiata e rotolammo anche questa sul ramo,
dopo di che riprendemmo lentamente la via del ritorno e, quando
occorreva, aiutavamo l'asino nel traino con un paio di stanghe che
avevamo raccolto e che usavamo a mo' di leva.
Gi da lontano udimmo spari e schioppettate al Nido dei Falchi; la
caccia ai piccioni che dimoravano sull'albero era al suo inizio. Ma
quando i nostri cari ci sentirono venire, lanciarono grida di gioia e ci
vennero incontro di corsa salutandoci. Dovetti aprire subito la
cassetta che avevamo portato e lo feci con la chiave del soldato,
cio con una brava accetta. Per non vi trovammo nulla d'importante;
era una comune cassetta di marinaio che conteneva soltanto capi di
vestiario e stoffe, il tutto zuppo d'acqua di mare.
Dovetti poi giustificarmi con mia moglie, perch l'avevo lasciata
in asso con i tre ragazzi senza avvertirla e senza darle il buon giorno;
ma la vista dei bei legni ricurvi e la speranza di un comodo traino
con cui poter effettuare in un prossimo futuro il trasporto del barile di
burro placarono immediatamente ogni rimprovero e ci affrettammo a
far colazione in santa pace.
Quando avemmo finito di mangiare diedi uno sguardo al bottino
di tordi e colombi uccisi dai ragazzi e vidi che ne avevano messi
insieme quattro buone dozzine. Per tanto Fritz che J ack avevano
sprecato il primo tiro, perch entrambi avevano dimenticato di
caricare i loro fucili a pallini, adoperando invece pallottole; ma,
anche dopo, avevano a volte colpito, a volte mancato e nell'insieme
avevano consumato tanta polvere e tanti proiettili che, quando
vollero ricominciare la caccia, la mamma intervenne pronta,
rammentando loro che non bisognava sprecare cos le munizioni e
che d'altro canto per quel giorno c'erano abbastanza uccelli da
spennare e da mettere in serbo.
Mi dichiarai pienamente d'accordo con la giudiziosa donna e
raccomandai ai ragazzi di non essere tanto sciuponi con polvere e
pallottole perch tutta la nostra difesa e in gran parte il nostro stesso
nutrimento dipendevano da quel patrimonio. Consigliai la pi grande
economia, almeno finch non fossimo tornati al relitto per aumentare
in modo adeguato le nostre riserve. Ordinai perci ai ragazzi di
preparare dei lacci e di appenderli in alto ai rami degli alberi per
prendere con l'astuzia tordi e colombi; raccomandai pure di fare i
laccioli con i fili delle karatas che avevamo trovato di recente e che
mi parevano molto adatti a tale uso, perch rigidi come crini di
cavallo.
Il mio consiglio non fu gettato al vento. Dovetti subito spiegare ai
ragazzi come dovevano esser fatti i laccioli e quando l'ebbero capito,
lasciai che il piccolo Franz e J ack si occupassero di questa faccenda,
dato che Fritz ed Ernst dovevano essermi di valido aiuto nella
costruzione del traino.
Mentre tutti quanti ci mettevamo all'opera, tra il nostro pollame si
lev un chiasso terribile. Il gallo lanciava acuti chicchirich e l'intero
stuolo schiamazzava tutt'intorno come se ci fosse stata la volpe.
Volgemmo tutti lo sguardo verso di essi e la mamma si alz per
vedere se per caso qualcuna delle galline avesse fatto l'uovo. Ernst,
che per combinazione aveva sott'occhio lo scimmiottino, si accorse
allora che questo guardava attentamente i polli e quando i volatili
all'arrivo della mamma si sparpagliarono in tutte le direzioni, esso si
cacci fulmineamente sotto una delle radici dell'albero; Ernst corse
dietro alla piccola sentinella e riusc a sorprenderla mentre cavava
fuori un uovo fresco fresco, lo batteva leggermente a terra e lo
succhiava subito golosamente. Lo scimmiottino, avido di quel cibo,
fil immediatamente sotto un'altra radice e poi di nuovo sull'erba; ma
Ernst che, vigile, gli stava alle calcagna, riusc ad impadronirsi di
quattro uova, che furono contemplate dalla madre con la pi viva
gioia.
L'atto piratesco dello scimmiottino non gli frutt altro che il
soprannome di Pizzichino e la perdita della libert, ogni volta che
ci sembrava che le galline avessero fatto l'uovo o stessero per farlo.
Se poi avevamo tempo, lasciavamo il prigioniero di nuovo libero e ci
facevamo indicare dove fossero nascoste le uova. Presto la mamma
ne mise da parte una buona quantit ed aspettava con impazienza che
le galline divenissero da cova per poter poi allevare il pi presto
possibile una bella nidiata di pulcini, di cui sognava gi splendidi
vantaggi.
Nel frattempo J ack era salito sull'albero e aveva appeso ai rami
alcuni lacci per i pennuti divoratori di fichi. Scendendo dall'albero ci
port la gradita notizia che lass i nostri colombi domestici avevano
fatto preparativi per covare e riprodursi. A maggior ragione proibii
allora ogni schioppettata sull'albero, affinch le graziose bestiole non
venissero ferite o cacciate via dalla paura; raccomandai anche ai
ragazzi di badare sempre ai laccioli gi appesi, perch i nostri
colombi non vi si impigliassero anch'essi e, dibattendosi, non si
strozzassero. Veramente avrei soppresso volentieri i lacci, se non li
avessi io stesso consigliati poco prima: non mi sembr quindi
opportuno contraddirmi cos presto.
Intanto trasformavo i miei legni ricurvi in una slitta, o traino,
semplicissima e che perci fu costruita in brevissimo tempo. Due
legni ricurvi, uniti davanti nel mezzo e dietro da traverse e collocati
in modo che la curvatura rimanesse rialzata nella parte anteriore,
costituirono tutta l'opera d'arte e bastava soltanto che le tirelle
dell'asino fossero fissate alle due punte rialzate perch il tiro fosse
completo.
Non avevo ancora alzato gli occhi dal mio lavoro, ma quando il
traino fu finito mi guardai intorno e mi accorsi che nel frattempo la
mamma, assieme ai ragazzi, aveva spennato gli uccelli ed era in
procinto di infilarne due buone dozzine nella lunga spada spagnola di
un ufficiale di bordo, adoperandola come uno spiedo. La spada mi
sembr bene utilizzata, ma la quantit degli uccelli mi parve uno
spreco e mossi qualche appunto. La madre per mi fece una bella
ramanzina, osservando che non si trattava dell'allestimento di un
lauto banchetto ma che, proprio secondo le mie disposizioni, stava
preparando, nell'attesa del burro che dovevamo portarle, gli uccelli
che poi, semiarrostiti e spalmati di burro, sarebbero stati
opportunamente conservati.
Non c'era nulla da obiettare e decisi senz'altro che avremmo
pranzato in fretta per partire subito dopo per il Rifugio della Tenda.
La madre decise di celebrare durante la mia assenza la festa delle
pulizie assieme ai ragazzi, sottoponendo corpi e vestiti ad un'energica
lavatura. L'idea mi sembr degna di plauso e mi proposi di attuarla
anch'io, con Ernst; quest'ultimo mi avrebbe infatti accompagnato
ancora una volta da solo e Fritz sarebbe rimasto di nuovo a casa a
difesa degli altri. Perci, appena finito di mangiare, ci preparammo
alla partenza e, oltre al necessario equipaggiamento, ognuno di noi
ricevette in dono da Fritz un bel fodero gi pronto, da appendere alla
cintura, ingegnosamente confezionato in modo da poter reggere, oltre
che cucchiaio, forchetta e coltello, anche un'accetta, ed in realt mi
sembr molto utile.
Con le tirelle attaccammo al traino tanto l'asino che la mucca, ci
munimmo di un bastone di bamb come frusta e, dopo aver ordinato
a Bill di venire con noi e a Turk di rimanere, ci congedammo,
incitando energicamente le nostre tarde bestie da tiro.
Ovviamente il traino si poteva trascinare meglio sulla sabbia
compatta della riva anzich attraverso l'erba alta e folta e perci
prendemmo la solita strada della spiaggia fino al ponte sul Torrente
degli Sciacalli arrivando presto senza alcuna avventura al Rifugio
della Tenda. L staccammo immediatamente gli animali e li
lasciammo pascolare, mentre noi a fatica caricavamo sul traino non
solo il barile di burro, ma anche un barilotto di polvere, la botte di
formaggi olandesi gi cominciata, diversi utensili e proiettili di vario
tipo.
Eravamo talmente presi dal nostro lavoro che solo pi tardi ci
accorgemmo che i due animali da tiro, avidi del buon foraggio della
sponda opposta, si erano allontanati verso il ponte sul torrente,
sottraendosi alla nostra vista. Incaricai Ernst di cercarli con l'aiuto di
Bill, mentre io mi dirigevo dall'altra parte del Rifugio della Tenda in
cerca di un posticino dove poter fare un buon bagno e un po' di
bucato.
Ben presto raggiunsi il limite estremo della baia; mi accorsi allora
che essa finiva in una palude piena di splendide canne d'India e che
dietro era limitata da una cinta di rupi inaccessibili che si
estendevano in parte nel mare. L c'era un punto che mi sembr fatto
apposta per prendervi un bagno. Chiamai allora Ernst con voce lieta e
per passare il tempo aspettando che venisse, recisi alcune canne,
mentre mi balenava gi in mente l'utile uso che ne avrei fatto.
Ma poich Ernst non compariva ancora, tornai indietro per vedere
dove fosse andato e, guarda un po', lo scoprii lungo disteso all'ombra
della tenda, che dormiva come un ghiro, mentre il bestiame
incustodito si aggirava l intorno, brucando a proprio agio.
Su, su, poltrone! gridai allora al sonnacchioso ragazzo.
Perch non sorvegli gli animali, che non passino il ponte alla
chetichella?
Macch, quelli se ne guardano bene, rispose placidamente
Ernst, ho gi tolto un paio di assi; ora fra le travi c' un vuoto e
sono certo che quei paurosi compari non vi salteranno sopra.
E va bene! ammisi. La tua pigrizia ti ha reso ingegnoso.
Per non avresti dovuto sprecare tempo prezioso dormendo: potevi
cominciare qualche lavoretto utile. Per esempio potevi prendere il
sale. Non sta bene rimanere in ozio proprio nelle ore di lavoro e
fintanto che si ha forza. Ma, poich sei stato qua sdraiato senza far
niente, ora puoi riguadagnare il tempo perduto e raccogliere sale in
questo sacchetto. Che sia ben pulito, per, che si possa dare senza
pensiero almeno alle bestie. Quando il sacchetto sar pieno, lo
vuoterai nella grossa bisaccia dell'asino, finch non sar piena anche
quella. Nel frattempo io far il bagno di l, dietro quel promontorio
di rocce.
Cos dicendo mi allontanai per spogliarmi ed anche perch non
volevo continuare a mortificare il ragazzo; arrivai svelto alle rocce e
mi lavai e rinfrescai quanto pi in fretta potei. Infine mi rivestii e mi
diressi verso il posto del sale per vedere a che punto fosse Ernst. In
realt aveva gi quasi riempito il sacco di sale; lo mandai quindi a
lavarsi e continuai io il suo lavoro. Quando anche lui si fu
rinfrescato, potemmo finalmente caricare, attaccare e prendere la via
del ritorno, non senza aver rimesso al loro posto, naturalmente, le
assi del ponte.
Felicemente, anche se un po' tardi, arrivammo al Nido dei Falchi,
dove trovammo l'abituale festosa accoglienza. Con tanto d'occhi
guardammo per la stravagante parata dei nostri congiunti che ci
veniva incontro. Il primo era avvolto in una lunga camicia bianca da
marinaio e ne trascinava per terra l'orlo, simile a un fantasma. L'altro
era infilato in un paio di pantaloni che cominciavano sotto le spalle e
pendevano sulle magre gambette come due campane sui batacchi. Al
terzo era stata allacciata una giacca che gli arrivava fino ai malleoli e
nella quale egli appariva proprio come una sacca ambulante: un
gruppetto incredibilmente comico.
Dopo averli canzonati abbastanza, chiesi alla mamma quale fosse
il motivo di quella carnevalata. Allora venni informato che la piccola
squadra veniva proprio allora dal bagno e, siccome la mamma aveva
lavato, durante quello, tutti i vestiti che per asciugare avevano
richiesto pi tempo di quanto si pensasse, i ragazzi impazienti si
erano gettati sulla cassetta di marinaio e ognuno si era acconciato
secondo il suo gusto. Il bizzarro abbigliamento era sembrato a tutti
cos buffo che avevano deciso generosamente di procurare anche al
padre e ad Ernst lo spasso della loro mascherata.
A questo punto anche noi facemmo il nostro rapporto. Via via che
procedevamo nel racconto, burro, carne e sale venivano mostrati a
turno a mo' di illustrazioni del testo e ogni cosa era ammirata dai
ragazzi secondo il suo merito, mentre noi ne facevamo il
particolareggiato commento.
Tutti erano allegri e animati, tranne Fritz. Capii che in certo modo
il fatto di non esser venuto con noi l'aveva indispettito. Si strinse a
me con fare insinuante e confidenziale, dicendomi: Certo, avete
trovato molte cose nuove; per, paparino, la prossima volta mi
porterai con te, se ci sar un'altra escursione, vero? Qui, al Nido dei
Falchi, non c' mai niente da fare. Non abbiamo preso altro che un
po' di colombi e di tordi con i nostri laccioli, e io mi annoio.
Per, vecchio mio, risposi, non sempre le cose pi
divertenti sono anche le migliori. Ma poich hai combattuto da bravo
il tuo spirito di intraprendenza, ti prometto che nella prossima
spedizione verrai con me, dovesse pure essere domani stesso, sul
relitto. Del resto, rimanendo qui a protezione della mamma e dei
fratelli, hai fatto anche tu il tuo dovere e ci deve riempirti di
soddisfazione.
Concludemmo la giornata con le solite faccende e con la
distribuzione del sale al bestiame, che l'accolse come una vera festa.
Cenammo in fretta perch avevamo tutti bisogno di riposo e subito
fummo in braccio al sonno.
L'indomani mattina diedi a Fritz l'incombenza di preparare tutto
per il viaggio verso il bastimento; Ernst e J ack dovevano
accompagnarci per un tratto di strada.
Senza pensieri mi misi quindi in cammino. A mia moglie, lasciai
Bill come difesa; le raccomandai di essere forte e di aver fiducia,
perch anche stavolta saremmo tornati sani e salvi dal relitto e
provvisti di molte cose utili.
Ma giunti al Rifugio della Tenda, rimandai Ernst e J ack dalla
mamma con un'ambasciata: infatti non avevo avuto il coraggio,
congedandomi da lei, di annunciarle una separazione di due giorni,
poich mi aveva spesso pregato di non farlo mai pi, senza un
estremo bisogno. Ora, per, mandandole a dire tramite i due ragazzi
che avesse pazienza e ci permettesse di pernottare sul bastimento, da
un lato non potevo essere rimproverato di subdolo inganno, e
dall'altro mi risparmiavo le obiezioni e le preghiere di quella donna
troppo apprensiva. Perci spiegai bene ai ragazzi che cosa dovessero
dire alla mamma e raccomandai loro di essere ubbidienti e
servizievoli. Poi, affinch la camminata mattutina servisse a
qualcosa, ordinai loro di raccogliere un po' di sale e di tornare a casa
prima di mezzogiorno, perch la mamma non stesse in pena. Anzi, a
questo scopo pregai Fritz di prestare a Ernst il suo orologio d'argento,
in modo che i due fratelli non facessero tardi. La speranza di un
orologio d'oro, che forse avremmo trovato a bordo, rese Fritz pi
pronto al sacrificio di quanto non sarebbe stato in altra occasione.
Sempre per la solita via, arrivammo velocemente al relitto.
Appena sbarcati e dopo aver ormeggiato la nostra imbarcazione,
mi guardai intorno in cerca di buon materiale per costruire una
zattera: volevo realizzare finalmente la prima idea di Ernst, perch il
katamarang non aveva n lo spazio sufficiente n la solidit
necessaria per trasportare un carico considerevole. Presto fu trovata
una quantit di barili d'acqua che mi sembrarono adatti. Li
vuotammo, li richiudemmo accuratamente e li spingemmo in acqua.
Ne allineammo circa una dozzina in un rettangolo un po' allungato,
fissandoli insieme saldamente con grappe, corde ed assi. Infine vi
inchiodammo sopra un robusto piano di tavole e circondammo poi
tutto quel tavolato con un bordo alto trenta centimetri circa, cos da
ottenere un natante capace di trasportare comodamente un carico
almeno tre volte maggiore di quello che portava la nostra barca-
tinozza.
Trascorremmo l'intero giorno in questo lavoro, concedendoci
soltanto qualche momento per rifocillarci con un po' di cibo freddo
portato con noi nei nostri tascapani, giacch non avevamo avuto
nemmeno il tempo di guardarci intorno sul bastimento in cerca di
altra roba da mangiare. La sera, quindi, siccome ci sentivamo molto
stanchi e non avremmo potuto assolutamente, cos spossati, vogare
fino alla costa, decidemmo subito di rimanere sul relitto e, dopo aver
preso le misure necessarie per il caso che scoppiasse una tempesta, ci
coricammo nella cabina. L ci addormentammo cullati dolcemente
dai materassi elastici, tanto diversi dalle scomode amache e
dormimmo cos bene che il nostro impegno di vegliare a turno per
sorvegliare vento e mare fu completamente dimenticato.
Il mattino seguente ci alzammo dal letto soddisfatti e con febbrile
attivit ci mettemmo a caricare in modo opportuno la zattera, la
nostra opera d'arte.
Innanzi tutto saccheggiammo il camerino riservatoci prima che il
bastimento naufragasse, poi passammo di nuovo nella cabina del
capitano dove non risparmiammo nemmeno le serrature delle porte e
i paletti dei finestrini, con tutte le guarnizioni metalliche. Le cassette
ben fornite degli ufficiali di bordo furono per noi un rinvenimento
graditissimo. Ma quasi pi gradita ci fu la cassetta del carpentiere e
quella dell'armaiolo. Un bauletto del capitano era colmo di
chincaglierie, ma conteneva in parte anche oggetti preziosi che ci
abbagliarono quasi. C'erano orologi d'oro e d'argento, tabacchiere,
fermagli, bottoni da camicia, collane, anelli e un sacco di altre
meraviglie dello stesso genere; probabilmente il capitano aveva
destinato tutto ci a regali, o aveva in mente di farne vantaggiosi
traffici. Apparve perfino un forziere ben ferrato pieno di monete
d'oro e d'argento ed a momenti ci veniva la voglia di cominciare da l
a far piazza pulita. Ma presto altri oggetti ci attrassero con netta
superiorit, per esempio le semplici posate che potevano servirci in
futuro al posto di quelle d'argento del capitano e alcune dozzine di
giovani piante da frutto europee, accuratamente imballate per il
trasporto. Riconobbi fra esse peri, meli, aranci, mandorli, peschi,
albicocchi, castagni, viti e tanti altri che tempo prima ci avevano
rallegrato nella nostra cara patria.
Trovammo poi un gran numero di barre di ferro e grandi blocchi
di piombo, qualche pietra da affilare, ruote per carri e per veicoli in
genere, tutti gli arnesi del fabbro al completo, zappe e badili, vomeri
per l'aratro, catene, fil di ferro e di rame, sacchi pieni di mais, piselli,
avena e veccia, e perfino una macina a mano e ancora altra roba
analoga, in una parola, una provvista quasi inesauribile di mezzi che
potevano servire alla fondazione o al mantenimento di una colonia
europea nei pi lontani Paesi del mondo.
Che cosa dovevo portare ora con me di tutti questi tesori, e che
cosa dovevo lasciare? Era impossibile trasportare quell'enorme
quantit di oggetti e tuttavia mi premeva, per la crescente precariet
del relitto, di salvare quanto ancora si poteva.
Ehi! disse Fritz, innanzi tutto lasciamo qua l'inutile
denaro, che per noi non vale un fico secco!
Bene! replicai, tu parli poco gentilmente dell'idolo di
tutto il mondo. Sar per me una gioia se non imparerai mai ad
adorarlo, assieme alla massa! Lasceremo anche il bauletto con la
chincaglieria e per questa volta ci limiteremo a scegliere lo stretto
indispensabile, cio polvere, ferro, piombo, cereali, alberi da frutto e
attrezzi di vario tipo. Prendiamone quanti pi possiamo e se poi
rimarr un posticino libero, potremo portar via anche qualcosa di
superfluo, come concessione speciale. Quanto a te, per, hai gi il
permesso, come ti avevo promesso, di prendere dal bauletto dei
preziosi un orologio d'oro.
Fedeli alla regola stabilita, caricammo la zattera nel modo pi
conveniente e per quella volta facemmo passare nel carico, come
oggetti utili, anche una nuova rete da pesca e la grossa bussola del
bastimento con il suo abitacolo.
Si arriv fino al pomeriggio prima che avessimo finito di caricare
e riempimmo completamente non soltanto la zattera, ma anche la
nostra piccola imbarcazione.
Finalmente, venuto il momento di partire, attaccammo alla barca-
tinozza la zattera mediante un grosso cavo saldamente inchiodato a
uno dei suoi angoli e in tal modo la rimorchiammo lentamente verso
la costa, non senza il timore di una disgrazia e con dura fatica.
Il vento fu tanto benigno da alleviarci lo sforzo, spirando fresco
nella vela; il mare era calmo e presto procedemmo molto pi
velocemente, senza che ci accadesse il minimo incidente.
Dopo qualche lieve rimprovero della mamma che ci rinfacci di
averla lasciata di nuovo sola di notte con i piccoli, raccontammo
quali tesori avessimo trovato ancora.
Pregai mia moglie di portarmi dal Nido dei Falchi, assieme a
qualcuno dei ragazzi, il traino con gli animali da tiro, affinch
ponessimo al sicuro almeno una parte della roba traghettata.
Nel frattempo, siccome la marea era ancora in fase decrescente e
le nostre imbarcazioni stavano per toccare il fondo, anzi erano gi
quasi in secco, approfittai del momento per ormeggiarle come meglio
potevo, in mancanza di ancore. A questo scopo, servendomi della
leva di ferro, rotolai gi dalla zattera, verso terra, due grossi blocchi
di piombo e li collegai per mezzo di cavi alla zattera e alla barca-
tinozza, cos che entrambe non potessero sfuggirci tanto facilmente.
Durante quest'operazione era arrivato il traino e lo riempimmo ben
bene, dando la precedenza soprattutto ai materassi e agli alberelli. Per
poterlo scaricare pi presto, fummo costretti a scortarlo tutti quanti;
marciammo perci in allegro corteo fino al Nido dei Falchi. Strada
facendo i ragazzi mi chiesero eccitatissimi se per caso il forziere e il
bauletto pieno di magnifica chincaglieria si trovassero sulla zattera,
giacch Fritz aveva gi chiacchierato un po' sull'argomento ed
ognuno avrebbe voluto avere in regalo qualcosa di bello.
Del resto, pensa un po' raccont mia moglie durante il
cammino, il piccolo Franz ha fatto una nuova scoperta. Frugando
con un bastoncino in una cavit dell'albero, ha scovato uno sciame di
api. Naturalmente le api disturbate hanno punzecchiato il piccolo in
modo pietoso e cos per il momento, il poverino ha dovuto pagare
con dolori una scoperta che forse ci sar molto utile in futuro.
Quando saremo arrivati, cominci a dire allora Ernst, ti
voglio mostrare le radici che ho trovato oggi; sono gi piuttosto
appassite. Non capisco se si tratta di una variet di rape o di
ramolaccio. La pianta pi arbustiva che erbacea e non mi sono
arrischiato ad assaggiarle, bench vedessi che la scrofa ne mangiava
a crepapelle.
Hai fatto bene, ragazzo mio, approvai, perch tante cose
non fanno male ai maiali mentre per l'uomo sono pi o meno nocive.
Ma fammi vedere un po' le tue radici. Come le hai trovate?
Stavo girando un po' qua intorno, rispose lui, quando a
un tratto mi sono imbattuto nella scrofa che scalzava con furia un
piccolo arbusto e inghiottiva voracemente qualcosa che aveva
scavato da terra. L'ho cacciata via e ho trovato questo mazzo di
grosse radici.
Se la mia supposizione esatta, dissi, hai fatto una
magnifica scoperta che, assieme a quella delle patate, ci protegger
per sempre dal pericolo della fame, finch rimarremo qui; perch
credo che le tue radici siano manioca, con cui nelle Indie occidentali
si fa una specie di pane chiamato cassava. Se ricordi bene il posto in
cui hai trovato la pianta e se ne troviamo ancora molte, proveremo
almeno a preparare del pane e credo che il risultato sar discreto.
Cos parlando, avevamo scaricato il traino e immediatamente mi
rimisi in cammino per andare a prendere un altro carico prima che
annottasse. La madre rimase invece con Franz per prepararci un
pasto ristoratore.
Quando fummo arrivati di nuovo alla zattera, mettemmo sul traino
tutto quello che si poteva trasportare; innanzi tutto qualcuna delle
cassette che avevamo con noi sul bastimento, poi quattro ruote di
carro e la macina a mano che, dopo la scoperta della manioca, mi
sembrava doppiamente importante, e infine svariati piccoli oggetti,
dovunque potessero trovare un po' di posto. Tutta quella ricchezza
aveva provocato in noi una disposizione d'animo allegra, quasi
euforica, e ne approfittai per portare al nostro castello pensile alcuni
materassi. Con l'aiuto del bozzello riuscii anzi a tirarli tutti, uno dopo
l'altro, nella nostra abitazione, dove presto cademmo nelle braccia di
un sereno riposante sonno.
Ancor prima che spuntasse il giorno mi alzai per andare in fretta
alla riva e vedere in che stato fossero le due imbarcazioni. I miei cari
non si svegliarono e li lasciai dormire volentieri, perch giusto che i
giovani dormano pi a lungo degli adulti.
Facendo il minimo rumore possibile scesi la scala e a terra trovai
gi vita e animazione. I due alani mi vennero incontro saltando di
gioia e capirono a volo che avevo l'intenzione di partire; il gallo
sbatt le ali cantando e alcune capre belarono festosamente. Ma
l'asino, che in quel momento mi interessava pi di tutti gli altri,
sonnecchiava ancora placidamente, dondolando tra i suoi sogni
mattutini il capo pensieroso e pareva che non avesse una gran voglia
di fare la gita che gli avevo riservato.
Allora lo svegliai e lo attaccai al traino; lasciai invece la mucca,
che non era stata ancora munta; ordinai ai cani di venire con me e mi
diressi di buon trotto verso la riva, mosso da speranza e timore.
Con gioia vidi allora tanto la zattera che la barca-tinozza
felicemente al loro posto e mi accorsi che, sebbene l'alta marea le
avesse entrambe portate a galla durante la notte, le barre di ferro e i
blocchi di piombo a cui le avevo ancorate erano stati in grado di
trattenerle. Senza indugio salii sulla zattera e raccolsi un po' di roba
da portare a casa. Stavolta per fui pi clemente nel caricare l'onesto
bigio, in modo da poter arrivare pi in fretta al Nido dei Falchi. Anzi,
incitai l'asino e me stesso, in gran sudore, per arrivare dai miei prima
di colazione. Quando fui arrivato, mi stupii molto che nemmeno
un'anima, di tutta la famiglia, si facesse vedere e sentire, bench il
sole si fosse gi levato da un'ora buona.
Allora mi misi a fare un chiasso e uno strepito, come se ci fosse da
dar battaglia. Mia moglie si svegli subito, salt dal letto e si
meravigli non poco che fosse cos tardi.
In verit, disse, stato il potere magico dei materassi che
mi ha fatto dormire cos profondamente e non mi ha lasciato
svegliare. Pare che lo stesso potere tenga ancora avvinti
pesantemente i nostri poveri ragazzi.
Infatti i figlioli non potevano quasi strapparsi il sonno dagli occhi,
sbadigliavano, si stiravano e si riaddormentavano subito dopo.
Su, su! chiamai ancora una volta a voce alta. Brutti
poltroni! I bravi ragazzi devono saltare dal letto alla prima chiamata!
Fritz fu il primo a svegliarsi ed Ernst naturalmente l'ultimo a
scivolare dal letto.
Dopo aver recitato le preghiere e fatto colazione andammo in
fretta verso la spiaggia per scaricare completamente la zattera ed
essere pronti a staccarci da riva con l'alta marea del mezzogiorno.
Con sufficiente rapidit trasportammo cos due carichi a casa.
Durante il secondo viaggio di ritorno il flusso cominci a
raggiungere le nostre imbarcazioni; mi congedai perci dagli altri,
per aspettare con Fritz nella barca-tinozza, finch non fossimo bene a
galla. Per, vedendo che J ack continuava ad aggirarsi attorno alla
barca, permisi infine anche a lui di salire con noi.
Presto la marea ci sollev e potemmo salpare; ma, anzich andare
senz'altro verso la Baia della Salvezza per mettere al sicuro le nostre
imbarcazioni, mi lasciai tentare dal bel tempo e pensai di tornare di
nuovo al bastimento. Nonostante l'alta marea e la fresca brezza
mattutina riuscimmo per solo con dura fatica a entrare nella corrente
che doveva poi spingerci verso la meta. E quando arrivammo era
troppo tardi perch si potesse fare qualcosa d'importante; mi proposi
quindi di imballare in tutta fretta le prime cose che si presentavano.
Percorremmo perci il bastimento cercando ogni sorta di oggetti
piccoli che si potessero trasportare senza troppa fatica. J ack arriv
subito, tirando con terribile strepito una carriola; era tutto lieto di
aver trovato qualcosa con cui poter trasportare in seguito al Nido dei
Falchi patate in quantit. Fritz mi port invece la lieta notizia che in
uno scomparto speciale del bastimento aveva trovato una lancia
smontata, assieme a tutti gli accessori e perfino un paio di piccoli
cannoni per armarla.
Ne fui cos contento che piantai in asso ogni cosa per correre
verso la lancia. Vidi che il ragazzo non si era ingannato, ma mi
accorsi anche che ci aspettava una bella massa di lavoro, se
volevamo rimontare l'imbarcazione e portarla in mare.
Per quel giorno lasciai quindi le cose come stavano e racimolai un
po' di suppellettili e quanto altro pensavo che ci potesse servire nei
prossimi giorni, per esempio una grande caldaia di rame, qualche
piastra di ferro, alcune raspe da tabacco nuove, due pietre per
affilare, un barilotto di polveri e finalmente un barile pieno di pietre
focaie che mi fu molto gradito. Si capisce che non fu dimenticata
nemmeno la carriola di J ack, anzi ne feci caricare anche delle altre,
assieme ad alcune cinghie che trovammo l intorno. Tutto fu
imballato alla svelta, ci concedemmo appena il tempo di prendere un
boccone ed ecco che salpavamo di nuovo, per non essere sorpresi
dalla brezza di terra, che di solito si leva verso sera.
Una volta a riva cominciammo a sbarcare la roba che avevamo
portato con noi, ma il sole gi al tramonto non ci faceva, sperare di
poter finire prima di sera. Allora ognuno di noi riemp una carriola,
per poter portare a casa almeno qualcosa del nostro bottino, tra cui le
raspe e le piastre di ferro.
Giunti presso il Nido dei Falchi mi fece molto piacere sentire
come le nostre vigili guardie del corpo annunciavano il nostro arrivo
con latrati che echeggiavano fin da lontano. Appena per ebbero
riconosciuto gli ignoti visitatori, furono anche i primi a correrci
incontro festosamente. L'effusione del loro entusiasmo fu cos vivace
da travolgere, naso a terra, il piccolo ometto che con la sua carriola
stentava a mantenere l'equilibrio. Il ragazzotto ricambi la cortesia
ricevuta a suon di pugni, facendo ridere non poco noialtri e la
mamma, che in quel momento si avvicinava assieme ad Ernst e
Franz.
Naturalmente tutti e tre furono molto contenti delle carriole e del
loro contenuto, scrollarono soltanto un tantino le spalle alla vista
delle raspe da tabacco e delle piastre di ferro, mentre io ridevo sotto i
baffi della loro spallucciata.
Subito dopo la mamma mi mostr una Bella provvista di patate,
raccolte durante la mia assenza e anche una buona quantit di radici
di manioca, ed io elogiai molto la sua solerzia e sollecitudine.
Vero, pap? esclam allora il piccolo Franz. E che cosa
dirai allora quando tra poco vedrai anche mais, meloni, avena,
zucche? La mamma ne ha piantato e seminato ogni volta che
strappavamo un fusto di patate.
Chiacchierone! grid sua madre, perch hai svelato
tutto? Mi hai tolto una grande gioia, perch volevo fare una sorpresa
al babbo con le mie semine, quando tutto fosse spuntato.
Allora mi spiace per te, mammetta cara! dissi io, per
sono ugualmente contento della tua idea. Dimmi, per, da dove hai
preso le sementi? E chi ti ha messo in mente quest'ottimo pensiero?
Sementi ne avevo naturalmente nel sacco magico, ribatt
lei, e l'idea mi venuta per la vostra mania di saccheggi e il vostro
eterno andirivieni dal relitto: allora ho pensato che, finch non avrete
sgombrato tutto di l, difficilmente vi prenderete la briga di coltivare
un orto o un campicello e in tal modo si sarebbe perduta la stagione
adatta. Perci ogni volta che scassavamo il terreno per raccogliere le
patate, seminavo qualcosa, ed ho anche lasciato dentro la terra le
patate pi piccole, cos a suo tempo, quando tutto sar cresciuto,
avremo un ottimo raccolto.
stata un'idea eccellente, cara moglie! Per anche la nostra
mania di saccheggi ha il suo lato buono, perch ci ha fatto scoprire
oggi una lancia armata che si trova, ancora smontata, nel bastimento
e che in futuro ci potr forse rendere servizi di essenziale importanza.
Ahim, questo non mi fa molto piacere, ribatt la mamma;
perch non vorrei mai pi avventurarmi sul mare! Certo, se una
volta vi sar costretta, sar sempre meglio affidarmi ad
un'imbarcazione ben solida, anzich ad un mezzo rudimentale e
fragile come la nostra barca-tinozza. Dimmi, per, a che cosa ci
serviranno le raspe da tabacco che hai portato con te? Spero che non
penserai al nutrimento del naso, finch non saremo sicuri di quello
delle nostre bocche.
Non preoccuparti, cara moglie! dissi. Non mi passa
neppure per la mente di introdurre qua da noi la ridicola e poco pulita
abitudine di fiutar tabacco. Le raspe sono destinate a procurarci al pi
presto il primo pane fresco che mangeremo su questa costa. E
dunque puoi guardare con rispetto questi arnesi che diventeranno
indispensabili per noi.
Beh! ribatt lei, non riesco a capire che cosa abbia a fare
la raspa da tabacco col pane fresco. E inoltre dov' il forno, che senza
dubbio sarebbe pi indispensabile?
Ci faranno da forno le piastre di ferro che hai guardato tanto di
traverso, affermai; si capisce che non otterremo un pane
rotondo e ben lievitato, ma delle focacce basse che mangeremo certo
con altrettanto gusto. Possiamo fare fin d'ora un esperimento con le
radici di Ernst. Il sole non ancora tramontato e forse prima di
andare a letto potremo rallegrarci con una focaccia fresca. Per
innanzi tutto mi devi cucire un robusto sacchetto di tela.
La mamma fece senza indugio quello che le avevo detto; ma,
dubitando della mia abilit di panettiere, mise contemporaneamente
sul fuoco nella caldaia di rame una buona porzione di patate, affinch
ci fosse in ogni caso qualcosa da mettere sotto i denti se il mio
tentativo fosse fallito. Intanto distesi un grosso telo per terra e
chiamai a raccolta i ragazzi per intraprendere tutti insieme, senza
perder tempo, la preparazione del pane. Ciascuno ricevette la propria
raspa e un mucchietto di manioca, che era stata lavata a dovere dalla
mamma. Al mio comando tutti cominciarono a grattugiare
energicamente le radici, cos che sul telone si raccolse una specie di
segatura umida che in realt non aveva ancora un aspetto appetitoso.
Per il lavoro era piacevole e i ragazzi si divertivano un mondo.
Finalmente Ernst grid ridendo: Certo, avremo un eccellente
pastone di crusca se si dovr fare il pane con un simile tritello.
E J ack aggiunse: Per la prima volta che sento dire che si pu
fare pane dalle rape. In ogni modo non ha davvero un profumo molto
invitante!
Ma quante cose trovate da ridire, signori miei, su questa nobile
pianta! gridai loro. La manioca che ora abbiamo davanti d un
pane davvero eccellente che in Brasile il nutrimento principale di
molti indigeni; pare che non di rado venga preferito al comune pane
di grano dagli stessi europei che vi abitano. Del resto la manioca
una pianta che ha diverse variet. Una cresce molto in fretta e le sue
radici sono subito mature, un'altra cresce pi lentamente ed una terza
pu avere radici ben sviluppate soltanto nel secondo anno. Le prime
due variet sono velenose se mangiate crude, la terza invece pare che
sia del tutto innocua anche cruda. Tuttavia le altre due sono preferite
perch pi fruttifere e perch giungono a maturazione pi
rapidamente.
Per, che sciocchezza, scegliere giusto quelle velenose!
osserv J ack. Grazie tante, ma non mangio pane velenoso! Infatti,
come potremo sapere se le nostre radici sono proprio quelle innocue?
per lo meno probabile, dissi, perch quest'ultima
specie, se ricordo bene, particolarmente arbustiva e dunque simile
alla nostra, mentre le altre due devono essere piuttosto fornite di
viticci. Intanto, per essere proprio sicuri, dobbiamo ancora pigiare il
nostro tritello.
Perch poi pigiare, pap? chiese Ernst.
Perch nella specie velenosa, risposi, pericoloso
soltanto il succo delle radici, mentre il midollo asciutto edule ed
estremamente nutriente. Tuttavia per prudenza, prima di mangiarne
noi, faremo una prova, dando la focaccia ai polli e allo scimmiotto.
Se non far male a loro, non far male nemmeno a noi.
Tutti furono contenti di questa proposta e ripresero alacremente il
lavoro, giacch il timore del veleno aveva quasi paralizzato per un
attimo le loro mani. Presto tutta la provvista di manioca fu
grattugiata e un mucchio considerevole della strana poltiglia giaceva
davanti a noi sul telo. La mamma intanto aveva cucito il sacco
richiestole, che venne riempito con le radici triturate, rimpinzato a
dovere e legato ben stretto, in modo che da tutte le parti il succo
filtrava attraverso la tela. Ma non bastava ancora, bisognava
procurarsi una specie di torchio e allora iniziai sul momento i
preparativi necessari.
Tagliammo un lungo ramo, ben dritto e robusto, che fu poi ripulito
e sgrossato opportunamente. Subito dopo, accanto a una radice bassa
del nostro albero-casa accostammo un sostegno di tavole, su cui
ponemmo il sacco; disponemmo sul sacco altre tavole e
trasversalmente su di esse il lungo ramo, che nella sua parte
posteriore si incastr sotto una solida radice, mentre all'altra
estremit, molto sporgente, pot essere rinforzato da pesi. Vi
legammo infatti diversi blocchi di piombo, incudini e barre di ferro,
finch il sacco fu premuto da un enorme peso e il succo di manioca
scatur da ogni parte, colando a terra.
Ma davvero estremamente comodo e semplice! esclam
Fritz.
Dimmi un po', ora, prosegu la mamma, non vorrai
cuocere la manioca pressata tutta in una volta? In tal caso domani
non potremo fare nient'altro che infornare per tutto il giorno.
Niente affatto! risposi. Quando la farina sar
completamente asciutta, la potremo mettere nei barili e allora si
conserver bene anche per anni. Solo che se ne consuma tanta
durante la cottura, che senz'altro non devi preoccuparti per la
sovrabbondanza. Nel calore si fonde, per cos dire, e da una grande
quantit di farina si ricava soltanto una sottile stiacciata.
Babbo, chiese Fritz, non pensi che ora ne dovremmo
infornare una in fretta? Non cola pi nemmeno una gocciolina di
succo dal nostro torchio e quello che era colato prima si
completamente disperso.
vero, risposi, per prudente frenare la nostra
ingordigia sino a domani e per oggi fare soltanto una stiacciata di
prova per i polli e la scimmia. Poi vedremo che effetto far loro il
nostro pasticcio e se consigliabile avviare la panificazione anche
per noi.
Il sacco venne subito aperto, ne cavammo fuori alcune manciate di
farina e quella rimasta fu rimestata ben bene con un bastone, scossa e
rimessa sotto il torchio. Subito dopo una delle piastre di ferro,
rotonda e un pochino concava, fu posta ad arroventarsi su alcune
pietre; appena fu ben calda, con una pala di legno vi distendemmo
una parte della farina, la stiacciammo e la lasciammo stare finch il
fondo divent tutto dorato; allora rivoltammo la focaccia, facendola
cuocere anche dall'altra parte.
Oh, che buon profumo! esclam Ernst. Peccato che
anche noi non possiamo mangiare subito questo pane fresco!
Ehi, possiamo provarlo almeno io e il piccolo Franz!
propose J ack.
Io dico che voi due siete sempre i pi scriteriati! lo sgridai.
Magari non vi farebbe proprio male, per pi prudente aspettare
fino a domani. Non voglio nemmeno esporre al pericolo tutti i nostri
polli, ma al massimo due soltanto, e poi mastro Pizzichino, il ladro di
uova, ci render in questo caso ottimo servizio.
Appena la focaccia si fu un po' raffreddata, la sbriciolammo ai
nostri assaggiatori che la divorarono avidamente, guardati con
invidia dai vogliosi ragazzi.
L'indomani mattina corremmo subito dalle galline e dallo
scimmiottino per vedere che effetto avesse fatto la stiacciata di
manioca e avendo trovato tutti in perfetta salute ci accingemmo con
entusiasmo alla grande infornata.
La farina di manioca fu tolta dal torchio e fu acceso un gran fuoco
per ottenere molto carbone ardente. Per ponemmo sul fuoco anche
una caldaia piena di patate, perch la fiamma non si sprecasse
inutilmente. Appena la legna divenne tutta brace, a ciascuno dei
ragazzi fu affidato il proprio focolare, con una piastra di ferro sopra e
a ciascuno fu assegnata la sua parte di farina in un guscio di cocco,
perch potesse preparare per benino da s il proprio pane e si
procedesse alla svelta.
Tutti erano disposti in semicerchio attorno a me, per poter
osservare ed imitare ogni movimento delle mie mani. Nell'insieme
riuscimmo a compiere l'operazione niente affatto male, anche se di
quando in quando ci scappava un pezzetto di focaccia mezzo o del
tutto bruciacchiata. Ma questo era il minore dei nostri pensieri perch
polli, colombi e cani, intorno a noi, ne gradivano ogni volta di vero
cuore. Anche da parte dei ragazzi durante il lavoro fu un continuo
assaggiare, spilluzzicare e leccarsi le dita, cos che per un bel pezzo
non riuscimmo a metterne da parte che molto poco. Inoltre qualcuno
dei ragazzi procedette con tanto esemplare pulizia che preferii
lasciare ad ognuno il suo pasticcio per proprio uso e consumo. Una
grande scodella di latte diede l'avvio alla colazione e mangiammo da
principi, come disse uno dei ragazzi, o da lupi, come disse un altro.
Ora per sentivo in me l'irresistibile bisogno di tornare al relitto e
di tornarci con tutta la truppa per conquistare, se possibile, con tutte
le forze riunite, la lancia scoperta il giorno prima. Tuttavia la mia
buona moglie non si lasciava convincere in nessun modo ad
avventurarsi sull'infido mare e solo a fatica e con spreco di parole la
potei persuadere ad affidarmi tutti i ragazzi, tranne il pi piccolo, per
la traversata prevista. In ogni caso dovevo prometterle di tornare a
riva la sera e soprattutto di non passare pi nemmeno una notte sul
relitto. Certo acconsentii solo a malincuore, ma alla fine diedi la mia
parola e cos ci conged in pace, anche se sospirando angosciata.
I ragazzi, come sempre quando si intraprendeva qualcosa di
nuovo, erano vivaci e pieni di buon umore. Ernst specialmente
sorrideva tutto soddisfatto all'idea di poter venire un'altra volta con
noi. Eravamo armati al completo e ben forniti anche di vettovaglie,
cio di patate e focacce di manioca. Ci dirigemmo verso la Baia della
Salvezza, dove arrivammo senza alcuna avventura; l ci allacciammo
per precauzione le cinture di salvataggio e, dopo aver distribuito un
po' di cibo alle oche e alle anatre, saltammo nella barca-tinozza,
rimorchiando anche la zattera e salpammo speranzosi.
Appena arrivati al bastimento caricammo un po' le due
imbarcazioni, per non tornare a terra a mani vuote.
Poi la lancia fu ispezionata ancora una volta. Due punti
presentavano insormontabili difficolt: innanzi tutto il posto in cui
essa si trovava e poi le sue notevoli dimensioni, cosa questa molto
importante. Lo scomparto era situato a poppa, sotto l'alloggio degli
ufficiali, proprio nella stiva della nave; la murata esterna era contro il
mare e diversi tramezzi lo separavano dal nostro solito luogo di
ormeggio, nel centro del relitto. Non c'era nemmeno la met dello
spazio sufficiente per rimontare la lancia sul posto e vararla, come
avevamo fatto per la barca-tinozza. E d'altronde i singoli pezzi erano
troppo pesanti perch potessimo trasportarli con le nostre limitate
risorse e forze fino ad un posto pi comodo.
Mi sedetti per riflettere indisturbato sul modo di attaccare l'opera
per il suo giusto verso. Nel frattempo i ragazzi rovistavano il relitto
da cima a fondo, trascinando sulla zattera tutto quello che potevano
portar via.
Nello scomparto in cui stava la lancia, attraverso qualche
spiraglio, filtrava un po' di luce, rischiarandolo abbastanza perch
potessi guardarmi intorno. Allora notai con piacere che tutti i singoli
pezzi dell'imbarcazione erano stati disposti con tale accortezza e
numerati, per giunta, con tale esattezza, che potevo presumere senza
alcuna temerariet di poterli rimontare, solo che avessi avuto il
coraggio di impiegare il tempo necessario per farmi pi spazio
intorno, nel bastimento. In quel momento la mia determinazione fu
presa ed il lavoro ebbe inizio senza indugio; ma certamente progred
con una lentezza che forse ci avrebbe fatto perdere d'animo se il
desiderio di un'imbarcazione solida, sicura ed estremamente facile da
guidare, un'imbarcazione che ci prometteva mille comodit e che un
giorno avrebbe potuto perfino contribuire alla nostra salvezza, non ci
avesse spronati a rinnovare i nostri sforzi.
Giunse la sera senza che si fosse fatto alcun notevole progresso e
dovemmo senz'altro pensare al ritorno. La mattina seguente ci trov
di nuovo al lavoro.
Vivemmo in questo modo pi di una settimana, finch la lancia
non fu completamente rimontata. Ogni giorno partivamo
regolarmente di buon mattino e tornavamo a casa la sera sempre
carichi.
Alla fine la lancia fu pronta e in grado di tenere il mare; ora si
trattava soltanto di trovare il modo di liberarla, dato che rinchiusa
nella stiva del relitto non poteva certo servirci. Era molto bella a
vedersi, imponente e nello stesso tempo elegante. A poppa aveva un
piccolo castello ed era attrezzata a brigantino; faceva anche sperare
che sarebbe stata un buon veliero, perch aveva linee affinate e
sembrava che non dovesse pescare molto. Del resto avevamo
calafatato accuratamente ogni commessura, cio le avevamo tappate
con stoppa e rivestite di uno strato di pece o catrame perch tutto
fosse in ordine anche sotto questo aspetto. Anzi avevo fatto perfino
qualcosa di pi, mettendo sul cassero due piccoli cannoni a palle da
una libbra che fissammo, come si suol fare, con le catene occorrenti.
Con tutto ci, l'elegante imbarcazione stava sempre immobile
all'asciutto e invano aspirava a raggiungere il mare aperto e ad essere
attrezzata completamente di albero e vele. Le maggiori difficolt si
prospettavano per il necessario sfondamento della murata della nave.
Allora, in mancanza di un rimedio razionale, l'impazienza mi fece
prendere una decisione audace e arrischiata. Trovai infatti un grosso
mortaio di ferro, di quelli che si adoperano nelle cucine e mi sembr
facesse proprio al caso mio.
Preparai allora una spessa tavola di quercia e vi fissai dei ganci di
ferro. Poi, aiutandomi con una sgorbia, scavai una scanalatura nella
tavola e cos il primo allestimento fu pronto. Subito dopo i ragazzi
dovettero procurarmi della miccia dalla quale tagliai un pezzo lungo
tanto da poter bruciare per due ore di seguito. La miccia fu adattata
nella scanalatura, il mortaio fu riempito di polvere e sulla sua
imboccatura fu posta la tavola con la miccia; attaccammo saldamente
i ganci ai manici del mortaio e, nei punti in cui questo veniva a
contatto con la tavola, tutte le commessure furono impeciate e
catramate. Infine il tutto fu fissato da ogni parte, per maggior
sicurezza, con catene ben tese e strette; ottenni cos un petardo, o
mina, dal quale potevo ripromettermi il massimo rendimento.
Appesi rapidamente il terribile ordigno alla murata del relitto,
nello scomparto in cui si trovava la lancia, ma con le maggiori
precauzioni, in modo che il contraccolpo non la danneggiasse, anzi
procurando che il petardo potesse esplodere molto al di sopra di essa,
almeno con un po' di fortuna.
A questo punto diedi fuoco alla miccia che, lungo la scanalatura,
scorreva fin sotto il mortaio e salii con tutta calma a bordo della
barca-tinozza che stava gi pronta. Avevo infatti mandato avanti i
ragazzi, mentre stavo per accendere la miccia. Allora remammo,
rimorchiando la zattera carica, fino al Rifugio della Tenda e l,
sbarcando il carico, aspettammo tranquilli l'esplosione. E infatti ecco
che presto dal mare si fece sentire uno scoppio fragoroso. Ci
guardammo appena l'un l'altro, saltammo di furia nella barca e pi
velocemente che potemmo uscimmo dalla baia, giacch la curiosit
dei ragazzi accelerava le remate. Quando il bastimento apparve ai
nostri occhi, vidi con piacere che esso conservava immutato il suo
consueto aspetto. Non c'era nemmeno un filo di fumo, che potesse
destare la nostra apprensione; col cuore sollevato continuai a remare
e, anzich entrare nella stiva della nave, come il solito, dalla parte
rivolta verso la costa, girai attorno alla prua per arrivare alla parte
opposta, dove avevo collocato il mio petardo. Subito scorsi allora
un'incredibile rovina, poich la murata era quasi completamente
fracassata; i rottami galleggiavano nell'acqua innumerevoli,
dappertutto c'era scompiglio, e lo scomparto della lancia si
spalancava davanti a me, completamente squarciato. Ma la lancia mi
sembr intatta, solo appena piegata da una parte ed io scoppiai in un
tonante grido di gioia che meravigli non poco i miei figli,
profondamente turbati dalla devastazione che vedevano intorno a
loro.
L'abbiamo conquistata! esclamai. nostra, la splendida
lancia! Adesso facile spingerla in mare. Andiamo su e vediamo se
non ha subito danni nell'esplosione.
Entrammo allora attraverso lo squarcio e al primo sguardo vidi
che la lancia era sana e salva e che da nessuna parte si vedeva traccia
di fuoco o fiamme. Il mortaio rimbalzato e i pezzi di catena spaccata
si erano profondamente conficcati nella murata opposta e l'avevano
in parte fracassata.
Subito dopo studiai un po' pi attentamente la situazione e vidi
che la lancia poteva essere spinta in mare per mezzo di argani e leve
di ferro, tanto pi che fin da principio avevo usato la precauzione di
impostare la chiglia su rulli, cos che con vigorose spinte
l'imbarcazione si sarebbe certo spostata. Per, prima di intraprendere
questa operazione, legai un lungo cavo a poppa e assicurai l'altra
estremit del cavo, in modo che potesse trattenere la lancia se questa,
ricevuta la spinta, si fosse allontanata troppo sul mare. Dopo di che ci
puntellammo contro di essa, spingendo con tutta la forza del nostro
peso e lavorando in parte con leve di ferro, cos che l'imbarcazione
cominci presto a muoversi e infine, non senza impeto, fil in mare,
frenata tuttavia ancora dal cavo. Con poca fatica la guidammo allora
attorno al relitto, verso il punto in cui di solito veniva ormeggiata la
zattera e dove un paranco, che era stato applicato ad una trave
sporgente per il carico, ci sarebbe stato di aiuto per attrezzare la
nostra recente conquista. In realt con l'aiuto del paranco, albero e
vele furono issati in breve tempo e, nei limiti della mia competenza
nel campo delle costruzioni e attrezzature navali, furono montati in
modo veramente efficace.
A questo punto si dest improvvisamente lo spirito bellicoso dei
miei ragazzi che non ebbero pi pace. Un'imbarcazione armata di due
cannoni e per di pi piena di fucili e pistole sembrava loro addirittura
invincibile e discorrevano con spavalda baldanza di attacchi e difese
contro intere flotte di selvaggi, con conseguente annientamento degli
stessi. Assicurai loro che dovevamo augurarci di non essere mai posti
nella necessit di fare uso cruento dei nostri mezzi bellici, n di dar
prova di un eroismo nuovo di zecca.
Il completo allestimento ed equipaggiamento del magnifico
veliero aveva richiesto ancora qualche altro giorno e poich lo
tenevamo sempre nascosto dietro il bastimento e tutti insieme ci
eravamo proposti di fare una sorpresa alla mamma e al piccolo Franz,
eravamo riusciti a mantenere la dovuta segretezza e a sfuggire con
successo anche alla possibilit di un esame pi attento, mediante un
cannocchiale, del nostro continuo affaccendarci sul bastimento.
Quando tutto fu completo e pronto non potei assolutamente
rifiutare ai ragazzi, come ricompensa per il loro silenzio, il permesso
di annunciare solennemente il nostro arrivo alla madre con una salva
di cannone. Detto fatto, i due cannoni furono caricati e ad ognuno di
essi si piazz uno dei ragazzi con la miccia accesa, bramoso di fare
fuoco. Il terzo aveva preso posto presso l'albero maestro per
assumere il comando ed anche per badare alla velatura, bench
l'essenziale fosse stato gi fatto e le vele fossero spiegate. Finalmente
mi misi al timone per governare l'imbarcazione e tra grida di gioia
salpammo verso la costa.
Il vento ci era favorevole e soffiava vivacemente, cos che
sfioravamo la superficie dell'acqua come uccelli e la velocit mi dava
quasi un senso di vertigine. Con noi volava anche il katamarang che
avevamo ormeggiato a poppa a rimorchio.
Quando ci avvicinammo all'imboccatura della Baia della Salvezza
ammainammo la vela maestra perch potessi pilotare meglio
l'imbarcazione, a poco a poco ammainammo anche le altre vele,
perch la forza del vento non ci sbattesse contro le rocce n ci
facesse arenare. Rallentammo in tal modo la nostra corsa e potemmo
iniziare la grande impresa del saluto e dell'ormeggio.
Numero uno, fuoco! Numero due, fuoco! comand Fritz
con entusiasmo; J ack ed Ernst spararono impavidi, i colpi
rimbombarono, la costa rocciosa rimand un'eco grave e risonante;
Fritz spar ancora due colpi di pistola e alla fine prorompemmo in
fragorosi urr.
Con tutti i segni dello stupore e della meraviglia sul volto, la
mamma ci fece un affettuoso cenno di benvenuto, mentre il piccolo
Franz al suo fianco, con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata, non
sapeva ancora se doveva ridere o piangere.
Quando infine attraccammo abilmente ad una piccola sporgenza
della roccia che poteva servirci da banchina e dove la nostra lancia
pescava ancora abbastanza, la madre venne in fretta verso di noi,
gridando tutto d'un fiato: Oh, cara detestabile gente! Quanta gioia
e quanta paura mi avete dato! Non sapevo da dove mai venisse quel
magnifico veliero e chi potesse esserci dentro. Mi sono nascosta
dietro le rocce e quando ho sentito il cannone ho sobbalzato per la
paura. Se alla fine, per mia consolazione, non avessi riconosciuto le
vostre voci, sarei scappata via, lo sa il Cielo quanto lontano! Per che
graziosa, elegante imbarcazione! Navigare con un mezzo come
questo, ecco, gi un'altra cosa, allora ci starei anch'io! Ne avremo
certo piacere e utilit!
Piena d'entusiasmo sal a bordo della lancia e si meravigli
sempre pi che fossimo riusciti a montarla cos bene e lod di cuore
la nostra abilit e tenacia. Per non dovete pensare, soggiunse,
che noi due, io e il piccolo Franz, siamo rimasti in ozio durante la
vostra assenza! Oh, no! Abbiamo lavorato sodo anche noi nel
frattempo e se oggi non possiamo dimostrarlo con gli spari, lo
faremo in seguito con le pietanze. Venite dunque con me!
Svelti e incuriositi saltammo a riva. La mamma ci condusse pi
avanti verso la parete rocciosa, nel punto in cui sgorgava il Torrente
degli Sciacalli e mostr ai nostri sguardi meravigliati un orto
impiantato a regola d'arte, gi a buon punto di coltivazione.
Guarda disse, il frutto del mio sudore! Il terreno era
abbastanza molle perch potessi lavorarlo. L ci sono belle e buone
patate, affidate alla madre terra; qui ho piantato manioca; di l ho
seminato lattuga e insalata. Qua vicino ho lasciato posto per canne da
zucchero e se tu in seguito, con l'aiuto del bamb, vorrai incanalare
un po' d'acqua dalla cascata qua vicino, avr anche linfa e ristoro per
ogni vivaio e tutto potr prosperare a meraviglia. Ma ancora non
abbiamo finito! Laggi sui gradini pi bassi della roccia ho
trapiantato per te alcuni ananas con tutte le loro radici e con la terra a
cui erano attaccati e qua e l ho piantato semi di melone che con i
suoi viticci rivestir gradevolmente la roccia. Qua previsto il posto
per le fave e l dell'altro posto per vari tipi di cavoli. Attorno ad ogni
coltura abbiamo seminato dei chicchi di granturco, affinch le
pannocchie crescendo diano un po' di ombra, secondo il bisogno,
cos il sole cocente non brucer ci che dovr spuntare in ogni
pezzetto di campo.
Mammetta, esclamai, sei davvero una donna
eccezionale! Non avrei mai supposto che tu e il piccolo Franz con le
vostre deboli forze foste capaci di compiere un'opera tanto faticosa e
soddisfacente, e per di pi in cos breve tempo e del tutto a mia
insaputa!
Allegri e felici per le lodi date e ricevute tornammo al nostro
solito luogo di riposo davanti alla tenda.
La mamma mi ramment che con i miei viaggi al relitto avevo
trascurato completamente e forse troppo a lungo gli alberelli da frutta
al Nido dei Falchi; aggiunse che all'aria aperta si erano disseccati e se
non li avesse spruzzati di tanto in tanto con acqua e non li avesse
prudentemente protetti con rami, nemmeno una pianta sarebbe stata
pi utilizzabile. Ne ho sotterrate alcune, distendendole nel terreno
fresco, soggiunse la brava donna, e avrei fatto lo stesso anche
con le altre se il tempo e i lavori del mio orto me lo avessero
permesso.
Hai fatto quanto di meglio si poteva fare in simili casi, le
assicurai, e andremo subito al Nido dei Falchi perch gli alberelli
mi stanno molto a cuore.
appunto quello che dico, afferm lei; dobbiamo
tornare tutti insieme al nostro castello pensile, perch l c' molto da
fare. Le cose pi importanti ed essenziali del relitto adesso sono in
salvo, ma al Nido dei Falchi c' ancora tanta roba allo scoperto che
ora soffre per il sole e pi tardi soffrir per la pioggia, se non la
ripareremo. Ed alla fin fine ormai sono rimasta abbastanza in questo
calderone di Rifugio della Tenda, dove dall'alba al tramonto non si
finisce mai di sudare.
Manimetta! risposi, hai perfettamente ragione e purch
tu non mi proibisca del tutto il mare, trovo anche giusto adeguarmi ai
tuoi desideri e tornare a casa. Per fammi prima scaricare la nostra
imbarcazione per mettere tutto al sicuro, come al solito.
Cos l'ultimo bottino del relitto fu collocato con le altre provviste
e ricoperto accuratamente con tela che poi assicurammo come meglio
si poteva con i paletti. La lancia fu ancorata e la sua prua venne
ormeggiata a un palo. Poi iniziammo il ritorno a casa, portando con
noi tutto quello che poteva servirci l e tanto noi che gli animali
fummo caricati sino all'eccesso.
Il giorno seguente coincise con la domenica, che festeggiammo
nel solito modo.
Nel pomeriggio, mentre i ragazzi si esercitavano in arrampicate e
tiri con l'arco, io avevo fissato due palle di piombo ai due capi di uno
spago lungo un paio di metri circa.
Che ne farai? esclamarono i figli, appena se ne furono
accorti. A che cosa pu servire? Come si usa?
Dovete sapere, dissi loro, che qui, in piccolo, vedete
l'arma da caccia e da guerra di tutto un popolo valoroso, dedito alla
caccia e precisamente dei famosi e un tempo giganteschi Patagoni,
che vivono nell'estremo sud dell'America. Solo che essi, al posto
delle palle, legano grosse pietre con cinghie di cuoio, certamente pi
solide e anche molto pi lunghe di questo spago. Secondo i loro
bisogni, partono equipaggiati in questo strano modo e pare che si
servano con incredibile abilit del rudimentale strumento chiamato
boia. Quando si tratta di ferire o di uccidere, scagliano con tutta la
loro forza soltanto una delle pietre verso chi vogliono colpire e la
tirano immediatamente a s, per mezzo delle cinghie e della seconda
pietra, che tengono stretta nell'altra mano, per ripetere subito il
lancio, se necessario. Se invece vogliono prendere viva la selvaggina,
fanno volteggiare una delle pietre sul proprio capo, perch ottenga un
potente impulso e poi di colpo la lanciano insieme con l'altra contro
la bestia e con tale sicurezza da prendere al laccio anche un animale
fuggente al galoppo, poich le pietre continuano a girare attorno alla
cinghia e, quando questa circonda il collo o i piedi dell'animale, le
pietre avvinghiano col loro slancio l'animale impigliato e cos
fulmineamente e saldamente che nella maggior parte dei casi esso
non pu pi andare avanti o ne molto impedito, cadendo in tal
modo nelle mani del cacciatore che l'insegue.
La descrizione della caccia dei Patagoni diverti moltissimo i
ragazzi e dovetti dare subito una dimostrazione pratica dello
strumento appena fatto, lanciandolo da una certa distanza contro un
piccolo tronco d'albero, indicatomi da loro. Il tiro mi riusc e la fune
con le palle si avvolse cos strettamente attorno all'albero, che i
vantaggi della destrezza patagonica divennero chiari e lampanti.
Ognuno dei ragazzi pretese sul momento la sua boia e Fritz si mise
subito in movimento, per imparare a perfezione il nuovo esercizio.
Fu anche il primo dei quattro ragazzi che, dopo instancabili prove,
raggiunse un certo successo, poich, se da un lato era il pi abile,
dall'altro aveva pi forza fisica e pi maturit di giudizio.
Il giorno successivo a quella domenica cos lietamente trascorsa,
scesi di buon'ora dal castello pensile e notai subito che il mare era
molto mosso e che il vento aveva cominciato a soffiare
impetuosamente. Fui molto contento di trovarmi di nuovo al Nido dei
Falchi e di aver destinato quel giorno alle faccende da sbrigare a
terra. Infatti, se per autentici marinai e gente di mare quella era tutt'al
pi una brezzolina frizzante e sana, per noi principianti la traversata
verso il relitto sarebbe stata una temerit e quel po' di vento
altrettanto pericoloso quanto una vera tempesta per valenti marinai.
Pi di ogni altra cosa mi preoccupavano gli alberelli da frutto,
perch indubbiamente parevano volersi disseccare completamente.
Decisi di ovviare innanzi tutto a quel malanno e di andare in un
secondo tempo al boschetto delle zucche per rifornirci, nella
necessaria quantit e misura, di recipienti adatti ad ogni sorta di usi e
di provviste.
Mi accinsi quindi con tutta la brigata a mettere a dimora gli
alberelli e il vivo desiderio di una bella camminata, quale da un
pezzo non facevamo, ci spron talmente che il lavoro fu finito prima
di quanto si pensasse. L'indomani allo spuntar del giorno tutti erano
gi in piedi in ansiosa attesa e gli ultimi preparativi per la partenza
furono fatti con eccezionale rapidit. L'asino attaccato al traino aveva
stavolta un ruolo principale, essendo stato destinato a trascinare a
casa gli utensili di zucca e, occorrendo, a prestare anche il suo
servizio di trasporto dei ragazzi pi deboli. Per il momento portava
soltanto le vettovaglie e un po' di polvere e di pallottole. Turk, come
il solito, apriva il corteo. Dietro di lui venivano i ragazzi in completo
assetto di caccia. Li seguivamo io e mia moglie e finalmente, un po'
depressa, con mastro Pizzichino sulla groppa, Bill a passo lento
faceva da retroguardia. Questa volta portavo un fucile da caccia a due
canne, di cui la prima era caricata a pallini per la selvaggina, mentre
l'altra era validamente caricata a palla, per difesa.
Cos partimmo allegri ed animosi dal Nido dei Falchi, girammo
attorno alla Palude del Fenicottero e arrivammo presto alla splendida
zona di l dalla palude. La mamma e i ragazzi pi piccoli, che non
c'erano mai stati, non si stancavano di ammirarla.
Fritz, avido di nuove avventure, lasci la riva e attir Turk in
disparte; ambedue si inoltrarono, poi attraverso l'erba alta,
scomparendo di quando in quando ai nostri occhi. Presto Turk con i
suoi latrati fece levare un poderoso uccello e fulmineo Fritz, con tiro
felice, lo abbatt. Ma il colpito era tutt'altro che morto, anzi se la
svign subito, con incredibile velocit e con tutta la forza delle
zampe robuste. Turk l'insegu furioso; Fritz gridava come un pazzo
correndo ansante dietro di loro; quando Bill, sempre vigile, se ne
accorse, gett a terra con uno scarto la scimmietta-fantino e come un
falco segu cacciatori e selvaggina: attacc la preda di fianco,
riuscendo ad afferrarla e a trattenerla energicamente finch Fritz non
li ebbe raggiunti. Ma stavolta la lotta fu del tutto diversa da quella
sostenuta col fenicottero, che aveva becco e zampe pi deboli.
L'uccello ferito era grande e forte, aveva zampe vigorose che sapeva
adoperare bravamente, tirando colpi potenti. Fritz, scoraggiato, si
aggirava a piccoli passi tutt'intorno al campo di battaglia, non
sapendo da che parte prendere la bestia, perch perfino Turk che si
era fatto avanti coraggiosamente, era stato intimidito o stordito da un
paio di zampate sulla testa, tanto che non osava pi accostarsi.
Dovettero cos aspettare bellamente che arrivassi io e questo non
avvenne proprio in fretta, a causa dell'erba alta e del mio pesante
carico. Ma appena arrivato sul posto, fui felice di vedere una
magnifica otarda che stava l, gi mezzo sopraffatta dalla mia truppa
bellicosa! Per impadronirmene senza ammazzarla presi il fazzoletto,
colsi il momento buono e lo gettai con tanta abilit sulla testa della
gagliarda combattente che questa non pot pi vedere n svincolarsi.
Immediatamente le impastoiai con un forte laccio le zampe, che si
dibattevano pericolosamente, liberai Bill che si era attaccata con i
denti all'ala ferita e legai le due ali ben strette al corpo con una fune
girata tutt'intorno. Cos alla fine la bestia ribelle, nonostante tentasse
ancora di darmi qualche zampata, fu completamente domata e
addirittura impacchettata per il trasporto. L'imponente preda mi
rallegrava molto e la destinai all'incremento del nostro piccolo
allevamento di polli, a cui era rivolta la mia costante attenzione.
Senza perder tempo portammo la prigioniera verso il resto della
comitiva, che aspettava con curiosit. Nel frattempo tutti si erano
sdraiati un po' sulla spiaggia ed Ernst e J ack balzarono subito in
piedi, gridando da lontano: Ma magnifica!
Ero anch'io dello stesso parere; feci quindi legare l'otarda sul
traino e di buon umore continuammo a camminare verso il bosco
delle scimmie, dove Fritz dovette raccontare di nuovo alla madre e ai
fratelli incuriositi l'accaduto tragicomico che aveva dato il nome al
boschetto. Ernst invece si tir in disparte e, tutto preso dallo
splendore degli alberi circostanti, si piant davanti ad una palma da
cocco che stava in un angolo un po' isolata. Sbalordito dall'enorme
altezza, il ragazzo alzava meditabondo gli occhi lungo l'interminabile
tronco su fino ai bei grappoli di cocchi che pendevano sotto la corona
delle foglie, e che suscitavano nel suo cuore la pi tenera
commozione. Inosservato mi ero messo dietro di lui e mi divertivo
all'espressione del suo stupore, finch il ragazzo si anim,
esclamando con un sospirone: Ma terribilmente, terribilmente
alto!
Vero? dissi. E le noci di cocco ti ridono amabilmente in
faccia, che un vero piacere! Oh, se potessero volarci in bocca!
Perdinci, questo no! fu la sua risposta. Mi farebbero dei
finestrini tra i denti, il che non sarebbe certo piacevole e potrebbe
pure capitarmi di peggio.
Aveva appena finito di dirlo, ed ecco che una massiccia noce
cadde pesantemente dall'albero sull'erba davanti a noi e mentre Ernst
sbalordito saltava da una parte, guardando in alto, di colpo un'altra
noce cadde accanto alla prima. A questo punto anch'io dovetti
meravigliarmi.
Ehi, disse il ragazzo, capita quasi come nelle fiabe.
Appena si manifesta un desiderio, eccolo gi esaudito.
Certo, ribattei, ma probabilmente il mago che ci serve
con tanta premura potrebbe starsene accovacciato sulla cima
dell'albero sotto le sembianze di una scimmia e potrebbe avere
piuttosto l'affettuoso desiderio di cacciarci via a sassate, anzich
quello di fornire il nostro desco di lauti bocconi.
Ernst si arrischi a raccogliere i due frutti e notammo che non
erano del tutto maturi n tanto meno disseccati o andati a male, cos
che non c'era alcun motivo perch fossero caduti da soli. Girai quindi
con Ernst intorno all'albero, guardando in alto per scoprire che cosa
diamine avesse causato la loro caduta. Intanto anche Fritz con la
mamma e gli altri ragazzi si erano avvicinati a noi. Ci
sparpagliammo tutt'intorno guardando pi attentamente in alto
quando, con nostra meraviglia, due frutti perfettamente sani si
staccarono dai peduncoli, cadendo riverenti ai nostri piedi.
In ogni caso uno stregone molto cortese e giudizioso, quello
che esercita la sua magia lass! disse Ernst. Quando qua sotto
c'eravamo soltanto noi due, ci ha gettato due noci; ora invece, visto
che gli ospiti sono aumentati, si appresta ad apparecchiare la tavola
un po' pi generosamente, come si vede, ed allora mostriamoci
riconoscenti, apriamo subito una noce e beviamo alla salute del mago
con tutta la debita gratitudine.
S, s, disse J ack, guardando allegro le noci in alto,
questo mastro Hemmerli
3
sa fare le cose a modo. E se adesso vuol
regalare ancora un paio delle sue noci a me e al piccolo Franz, gli
faremo tutti un caloroso evviva!
Ecco, ecco! grid Fritz in quel momento, l'ho scoperto,
babbo! una bestia proprio orrenda, piatta, rotonda, grande quanto
l'interno del mio cappello e con due orribili pinze di gambero; eccolo
che scende lungo il tronco.
A questa notizia il piccolo Franz si nascose in fretta dietro la
mamma. Ernst si guard intorno, per vedere dove poteva mettersi in
salvo all'occorrenza; J ack alz minacciosamente il calcio del fucile e
tutti guardammo incuriositi l'albero che aveva alloggiato un ospite
tanto insolito.
La brutta bestia scivolava lentamente, con comodo verso di noi;
quando fu arrivata a una distanza raggiungibile, J ack attacc battaglia
col suo fucile, ma manc il colpo e la bestia cadde improvvisamente
a terra con un sol balzo. Veloce e con le pinze spalancate si diresse
ora contro il suo aggressore.
Il mio ometto si difendeva certo valorosamente, ma con un ardore
tale che non riusc ad assestare nemmeno una botta, tanto pi che il
suo avversario sapeva scansare abilmente ogni colpo; infine, stanco
di picchiare a vuoto e ricordando forse come le pinze dei granchi
sapevano bene attanagliare i polpacci, J ack fece dietro-front e scapp
via. I fratelli scoppiarono in sonore risate. Istantaneamente il ragazzo
si ferm, pos a terra borsa e fucile, si tolse la giacca e tenendola
allargata con entrambe le mani, corse di nuovo contro il suo nemico.

3
In Svizzera un uomo destro, e specialmente un giocoliere o qualcuno a cui si
attribuiscono poteri di stregoneria, viene chiamato talvolta mastro Hemmerli,
probabilmente dal famoso dotto Felix Hemmerlein, canonico di Zurigo vissuto
prima della Riforma. Perfino il diavolo chiamato qualche volta in questo modo,
che abbastanza curioso. (N. d. A.)
In modo del tutto inaspettato la lanci sull'animale, vi si gett sopra
con tutto il peso del suo corpo, avvoltol la giacca tutt'intorno e
cominci a tempestare furiosamente di pugni il bizzarro fagotto.
T'insegner io, mostro sciagurato! gridava; t'insegner io
a comportarti bene! Che modi sono questi, di salutare con le
tenaglie?
Ridevo tanto, che per un pezzo non riuscii nemmeno ad aiutare il
ragazzo; infine per balzai su e, afferrata l'accetta, picchiai cos sodo
sull'involto che mi sembr potesse bastare; allora lo svolsi e come mi
aspettavo, trovai la bestiaccia morta, ma con l'aspetto ancora pi
minaccioso che da viva.
Dio! Ma proprio una bestia orribile, schifosa! afferm
J ack. Se non fosse stata cos ripugnante non mi sarei infuriato
tanto. Ma paura non ne avevo. Che razza di animale questo?
un granchio, risposi, o, se preferisci, un granciporro e
visto che vai avanti di questo passo, ti nominer, secondo le regole,
Cavaliere del granchio, perch questa volta ti sei comportato in modo
diverso da quell'altra, sulla riva del mare, quando le tue gambette
furono abbrancate pietosamente. Guarda bene, per, questo temerario
qua mi pare un cosiddetto granchio del cocco e se si cos
incapricciato delle noci di cocco, deve avere certo forza e furberia
sufficienti per poter aprire i gusci e perci anche un avversario
notevole per un ragazzo.
Cos dicendo caricai granchio e noci di cocco sul traino. Per un
pezzo ancora dovemmo inoltrarci a fatica attraverso il boschetto,
finch uscimmo di nuovo all'aperto e allora, un po' a destra davanti a
noi, in direzione della riva, scorgemmo la macchia delle cucurbitacee
e presto raggiungemmo il bel posticino in cui qualche tempo prima
mi ero riposato.
Tutti si meravigliarono delle belle piante e dei bizzarri frutti cos
stranamente ingrossati; cominciai subito a cercare attentamente
zucche di forma e grandezza differenti, per poterne lavorare alcune l
sul posto per le nostre svariate necessit e portar via le altre. In breve
tempo se ne ammucchi un buon numero e cominciammo a tagliare,
segare, incidere, che era un piacere. Per prima cosa fabbricai un
grazioso canestro per le uova, lasciando attaccata alla met inferiore
di una zucca, gi svuotata, la parte superiore sagomata ad arco.
Subito dopo pensai ad una quantit di recipienti per il latte e per la
panna, con i relativi coperchi; la met superiore di ogni zucca, dopo
esser stata ripulita, veniva riappoggiata su quella inferiore,
ugualmente preparata. Ricavai poi i fiaschi per l'acqua, che in alto
avevano un'imboccatura rotonda, larga circa un dito; in questi per
dovemmo raschiare fuori la polpa con pallini di piombo e sabbia.
Finalmente fabbricammo piatti piani e scodelle pi fonde e
perfino arnie per le api e nidi artificiali per i colombi e per i polli.
Questi ultimi riuscirono cos bellini, ricavati dalle zucche pi grandi
e con l'imboccatura per scivolarvi dentro, che Franz avrebbe voluto
essere soltanto un pochino pi piccolo per potersi concedere una
casetta simile. I nidi di colombi erano destinati ad essere inchiodati
qua e l sui rami del nostro castello pensile e pensavo di disporre poi
alcuni dei nidi pi grandi, che oltre ai polli erano destinati alle anatre
e alle oche, sotto le imponenti radici dei nostri alberi e in riva al
ruscello, cos da farne quasi dei villaggetti o delle piccole fattorie.
Naturalmente riuscimmo a fare tutti questi oggetti solo in modo
mediocre ed irregolare, ma abbastanza passabile, cos che in ogni
caso potemmo portarci a casa una gran quantit di utensili fatti da
noi. Nel frattempo il piccolo Franz e la mamma avevano arrostito un
po' di patate raccolte strada facendo; mi mostrarono anche una strana
specie di mele deliziosamente profumate, ma non osammo
mangiarne, perch non le conoscevo. Intanto attratto dalla loro vista,
mastro Pizzichino, zitto zitto, si era avvicinato e poich da vero ladro
ne aveva afferrato qualcuna, divorandola con evidente piacere,
l'appetito dei ragazzi cominci ad esserne fortemente stuzzicato;
anche l'otarda, che avevamo legato ad un albero con un lungo spago
attaccato alle zampe, ingoi senza esitazioni alcune mele lanciatele;
potei dunque dare il permesso di mangiarne. Le trovammo molto
saporite e con qualche sicurezza potei presumere che si trattasse delle
cosiddette goyave, frutti eduli delle Indie occidentali.
Ma questo spilluzzicare, anzich soddisfare la nostra fame, l'aveva
stimolata, risvegliandola, quasi, e poich non avremmo certo avuto il
tempo di ammannire l sui due piedi il granciporro, fummo costretti
ad accontentarci dei cibi freddi portati con noi dal Nido dei Falchi.
Come dessert potemmo assaggiare qualche patata mezzo arrostita.
Ma eravamo appena un po' rinforzati e rianimati da questo pasto,
che gi la mamma ci raccomandava con viva insistenza di iniziare il
viaggio di ritorno, perch si avvicinava la sera. Anche a me il
crepuscolo sembrava prossimo e pensai che fosse meglio non
riportare a casa il traino; decisi quindi di lasciarlo nella macchia sino
all'indomani e di caricare sul nostro asino bigio soltanto le solite
bisacce, cariche di stoviglie di zucca perfettamente secche e il pi
piccolo dei figli; equipaggiai infine la grande otarda con delle funi,
senza stringerla troppo, ma togliendole la possibilit di darsela a
gambe. Tutti questi preparativi furono fatti rapidamente.
Passammo per un maestoso bosco di querce, piacevolmente
interrotte qua e l da alberi di fichi. Il suolo era quasi tutto ricoperto
di innumerevoli ghiande e con esse l'otarda si ristor a saziet.
Arrivammo infine al Nido dei Falchi ancora prima che annottasse,
cos che ci rimase tempo a sufficienza per scaricare l'asino, governare
le bestie e preparare la cena. Mangiammo con gran gusto il granchio,
arrostito alla griglia e come contorno furono messe sulla brace patate
e ghiande; il piccolo Franz si era assunto l'incarico di apprendista
cuoco ed aveva acceso un bel fuoco allegro che ci fu molto gradito,
anche perch il fresco della sera cominciava ad essere pungente.
Si capisce che il giorno successivo, senza perdere tempo, ci
recammo a riprendere il traino nella macchia delle cucurbitacee. Mi
misi perci in cammino senza indugio con Fritz e con l'asino, e
ordinai agli altri di rimanere con la loro madre, perch mi proponevo
di tentare un'escursione molto pi oltre le rocce e non volevo essere
intralciato dai ragazzi pi deboli e timorosi.
Quando giungemmo alle querce sempreverdi trovammo sotto di
esse la scrofa che si rimpinzava di ghiande. Osservai con piacere che
si lasciava accostare con pi confidenza di prima e pareva che avesse
mitigato i suoi modi selvatici.
Camminando per il bosco raccogliemmo una provvista delle
ghiande cadute e siccome ci aggiravamo senza far rumore, gli uccelli
anch'essi occupati nella loro colazione diventarono piuttosto audaci e
noncuranti, tanto che Fritz pot acchiappare dai rami pi bassi una
ghiandaia e due pappagalli. La prima mi sembr una grande
ghiandaia azzurra americana, riconoscibile per il ciuffo sulla testa;
dei pappagalli, il pi bello era una magnifica ara rossa, mentre l'altro
era un comune pappagallo con penne verdi spruzzate di giallo.
Caricammo gli uccelli sull'asino e ci rimettemmo in cammino,
finch arrivammo al traino, nella macchia delle cucurbitacee, dove
con grande soddisfazione trovammo tutto in ottimo stato. E poich
era ancora presto, iniziammo senz'altro l'esplorazione della parete
rocciosa per giungere, se possibile, alla fine delle rocce e vedere se
offrissero in qualche punto un passaggio e una possibilit di arrivare
all'entroterra o se cingessero tutta la costa in cui ci trovavamo.
Ogni tanto s'incontravano ruscelli come quello del Nido dei
Falchi, che ci davano un gradito ristoro. Dopo aver attraversato il
boschetto in cui la mamma aveva trovato le goyave, fummo costretti
ad aprirci faticosamente un varco in mezzo ad un'enorme quantit di
arbusti di manioca e piante di patate, che ci impedivano il passo; ma
eravamo ripagati dalla libera vista, consentita dalla bassa
vegetazione. Presto ci trovammo in una macchia nuova e folta di
piante sconosciute, i cui rami quasi penzolavano, sovraccarichi di
bacche assai curiose: erano come ricoperte di cera e quando noi,
ignorandone ancora la qualit, ci affrettammo a coglierne alcune, si
appiccicarono alle nostre dita. Ora io sapevo che in America esiste
una pianta che produce cera e che i botanici chiamano Mirica
cerifera e perci la scoperta fatta mi rallegr moltissimo.
Fritz si accorse della mia gioia e mi chiese che cosa si poteva
ricavare da quelle bacche. Ci renderanno un ottimo servizio,
gli risposi; si fanno bollire in acqua abbondante e si ritirano poi
con la schiumarola. Subito dopo si filtra l'acqua attraverso una tela e
si lascia raffreddare. Alla sua superficie si forma allora uno strato pi
o meno spesso di cera verde, che certamente pi grossolana di
quella delle api, ma che serve ottimamente a far candele, anzi pare
che bruciando mandi un odore piacevole.
Allora Fritz raccolse tante bacche quante ne pot stipare in una
delle sacche dell'asino e lo aiutai volentieri, sicch la sacca fu presto
ricolma e pensammo che fosse giusto riprendere il cammino.
Avevamo gi fatto un bel pezzo di strada e di nuovo incontrammo
un boschetto di alberi molto strani, simili a fichi selvatici, che
avevano un frutto rotondo dalla polpa succosa, piena di piccoli semi
e dal sapore un po' asprigno; osservandoli meglio, notammo in alcuni
una specie di resina o di gomma che sembrava trasudata dai tronchi
attraverso qualche casuale spaccatura coagulata e indurita
dall'esposizione al sole e all'aria aperta. La nuova scoperta attrasse
immediatamente Fritz, perch la somiglianza di quella gomma con la
resina degli alberi di ciliegio - che egli aveva spesso raccolto nella
nostra patria e che aveva usato come gomma arabica per attaccare ed
incollare - era troppo seducente perch all'istante non si affrettasse a
raschiarne una buona scorta per il medesimo uso.
Continuando a camminare Fritz volle sciogliere un pezzetto della
sua nuova conquista, aiutandosi con un po' di saliva tra le dita. Ma
per quanto si desse da fare, non riusciva ad ammollare la gomma e
probabilmente il ragazzo avrebbe buttato via di nuovo il suo tesoro se
quella roba, ammorbidita a poco a poco dal calore della mano, in un
movimento del tutto fortuito, non si fosse allungata stranamente tra le
sue dita, ritraendosi poi con scatto elastico.
Questo inaspettato fenomeno colp Fritz. Guarda, guarda
dunque, babbo! esclam, credo che la resina di questi fichi sia
autentico caucci o gomma elastica, perch posso stenderla molto e
di colpo essa riprende la sua forma!
Davvero? gridai pieno di gioia. Questa sarebbe una
meravigliosa, incomparabile scoperta, che pu servire a molti
eccellenti usi. Il caucci gli spiegai, infatti una specie di
latice che sgorga da certi alberi e specialmente dall'autentico albero
della gomma, per mezzo di incisioni provocate nella sua scorza. Da
noi questa resina si importa per lo pi dal Portogallo o dalla Francia,
perch viene coltivata nei paesi sudamericani come il Brasile, la
Guiana e la Caienna. Di solito appare in forma di fiaschette nerastre,
perch gli indigeni, che sono i primi a ricavarla, ne spalmano piccole
fiasche di terracotta, fino al giusto spessore, mentre la resina ancora
fresca e fluida. Questi vasi vengono poi esposti al fumo, finch la
resina si asciuga completamente, prendendo il suo colore scuro; a
questo punto, o talvolta un po' prima, si incidono o si imprimono
nella gomma le diverse figure e linee con cui sono di solito decorate
le fiaschette. Infine la fiaschetta di terracotta viene schiacciata e
frantumata, dentro il suo rivestimento di resina; i cocci sono estratti
dall'imboccatura e rimane un vaso di caucci perfetto, elastico e
comodo, facilmente trasportabile, infrangibile e adatto ai pi diversi
usi. Del resto gli si pu dare, come puoi ben capire, ogni forma
possibile e cos, se anche noi sapremo trovare il giusto verso, spero
di poterne fare perfino scarpe e stivali.
Nel frattempo eravamo arrivati all'orlo del boschetto di cocco e
riconoscemmo, ampia davanti a noi, la grande baia e a sinistra il
Capo della Speranza Delusa, che tempo prima era stato l'estremo
limite della nostra spedizione. Senza fermarci, ci accingemmo a
proseguire quella fortunata escursione, a cui per un fitto intrico di
canne di bamb, nel quale non osammo entrare, sembr presto
opporre un limite naturale.
Volgemmo quindi a sinistra verso il Capo della Speranza Delusa,
dove le allettanti canne da zucchero che crescevano fino a met del
promontorio, facevano sperare in un bottino troppo gradevole, perch
potessimo rassegnarci a tornare a casa a mani vuote. Un grosso
fascio della leccornia fu quindi caricato sull'asino, sopra il sacco
delle bacche di cera, e non mancammo di tagliarci dei rifocillanti
bastoni da passeggio.
In breve tempo tornammo alla macchia delle cucurbitacee, dove il
traino ci aspettava pazientemente. L scaricammo l'asino; le canne da
zucchero furono poste sul traino e mastro Bigio dovette adattarsi a
tirare con pazienza quello che fino allora aveva portato con
mansuetudine.
Senza altre avventure tornammo cos abbastanza presto dai nostri
cari, che si rallegrarono molto dei tesori conquistati e della minuziosa
descrizione del viaggio; ma per i ragazzi il piacere pi grande fu la
vista del pappagallo verde.
Dopo una squisita cena, salimmo finalmente sul far della notte sul
nostro superbo castello tra i fichi, ritirammo la scala e ci
abbandonammo al riposo di cui avevamo tanto bisogno.
CAPITOLO IV
IL RELITTO VIENE FATTO SALTARE. - L'ASINO DISERTA E RITORNA
CON UN COMPAGNO. - UN BUFALO, UNO SCIACALLO E
UN'AQUILA VENGONO CATTURATI E ADDOMESTICATI.
FACCIAMO le candele! Facciamo le candele! gridavano tutti,
madre e figli, la mattina seguente e non mi lasciarono in pace finch
non ebbi loro promesso di mettermi subito all'opera, accingendomi
seriamente a fabbricare candele di cera con le bacche della Mirica
cerifera.
Facemmo bollire nella pi grande delle nostre caldaie tutte le
bacche che essa poteva contenere e ottenemmo cos una
considerevole quantit di bella cera verde e profumata; ancora allo
stato fluido la travasammo in un altro recipiente e cominciammo
subito a lavorarla. Infatti, mentre le bacche bollivano, da una tela
sfilacciata avevamo ricavato, attorcigliandoli, un buon numero di
lucignoli; questi vennero ripetutamente inzuppati con cura nella
massa di cera, tanto da prendere l'aspetto di buone candele, che
furono appese al fresco, affinch asciugando si indurissero.
Naturalmente le candele non riuscirono ben tornite, levigate e
regolari come quelle fatte dal candelaio, ma quando al calar della
sera accendemmo per prova la prima, essa bruci e rischiar cos
bene che nel nostro castello pensile potemmo spogliarci
comodamente e metterci a letto alla sua luce. Il successo riportato ci
mise straordinariamente di buon umore e ci diede il coraggio di
attuare subito un'altra impresa, desiderata ardentemente dalla
mamma. Infatti, poich avevamo una certa scorta di panna,
bisognava decidersi a farne del burro e dovevo perci preparare
l'attrezzatura necessaria.
Il mio piano fu presto fatto; una grande zucca bislunga, gi
scavata, fu riempita di panna; il coperchio fu ben richiuso e legato
con cura in modo che il liquido non potesse colarne; subito dopo il
recipiente fu posto sopra un telone, le quattro punte furono appese ad
altrettanti pali e la parte centrale caricata della zucca, come una
specie di sacco, fu lasciata libera per poterla muovere a volont; a
questo punto ognuno dei quattro ragazzi cominci a tirare su e gi
dolcemente una delle cocche, imprimendo alla tela un movimento
oscillatorio e poich questo lavoro si poteva fare con estrema facilit
e perfino stando seduti, in breve i ragazzi, tra ogni sorta di scherzi e
di chiassose cantilene, avevano tanto dondolato che potei sperare di
vedere la panna gi solidificata e effettivamente, aprendo la zucca tra
la gioia generale, vi trovai dell'ottimo burro.
Notevolmente pi difficile fu invece per me un altro lavoro che
gi da molto tempo mi sembrava quasi indispensabile. Infatti spesso
avevo osservato che il traino era troppo pesante per i nostri animali
da tiro e soprattutto troppo scomodo e perci da un pezzo mi ero
proposto di costruire un piccolo carro con le ruote trovate a bordo del
relitto. Ora avvenne che prima di iniziare il lavoro mi pareva di aver
osservato cos bene tutte le forme e variet di carri del nostro paese,
da poter fabbricare con successo un vero e proprio veicolo. Ma
quando ebbi messo insieme ascia e sega, legno e ferro, trapano e
martello, chiodi e viti, a dire il vero, a malapena sapevo come
incominciare e molto meno come continuare e completare l'opera; e
cos capii quanto sia difficile poter dire di aver osservato a
sufficienza qualcosa e quanto sia giusta l'affermazione conoscere
bene una cosa come se l'avessimo fatta con le nostre mani.
Alla fine, dopo molta fatica e numerosi sbagli, affastellai e misi su
alla meglio una specie di carro-rastrelliera a due ruote, che in seguito
ci fu molto utile per trasportare a casa il raccolto.
Siccome intanto il Rifugio della Tenda doveva servirci
effettivamente pi che altro come asilo in caso di pericolo, poich
oltre alle provviste vi erano custodite anche armi e munizioni,
badammo principalmente a renderlo pi sicuro, piantandovi intorno
una fitta siepe di piante spinose contro l'irruzione di animali feroci e
perfino contro l'assalto di qualche turba di selvaggi, se mai si
verificasse un'eventualit del genere. Anche le adiacenze del ponte,
che del resto si poteva render intransitabile togliendo alcune tavole,
furono fortificate e per prudenza piazzammo i due cannoni della
lancia dietro una piccola trincea.
Fra tante stancanti occupazioni sentivamo per di nuovo la
necessit di tornare ancora una volta al relitto, poich soprattutto i
nostri vestiti avevano bisogno di essere rinnovati e sapevo che nel
bastimento ce n'erano ancora alcune casse piene. A ci si aggiungeva
il desiderio di salvare possibilmente qualche altro cannone, per poter
difendere a dovere, in caso di necessit, il nostro trinceramento da
attacchi di mare e di terra.
Il primo giorno favorevole partii dunque con i tre ragazzi pi
grandi alla volta del relitto, dove trovammo ancora tutto in ordine;
solo che vento ed acqua avevano gi allentato e spaccato in molti
punti la carcassa. Le cassette dei marinai e il materiale bellico furono
abbondantemente sfruttati; ci limitammo per a una batteria da
quattro libbre, non potendo spostare i grossi calibri ed essendo in
grado di trasportare a terra solo un po' per volta anche la batteria. Per
questo scopo tornammo ripetutamente al relitto ed ogni volta
caricavamo la lancia e la barca-tinozza con tutte le casse, finestre,
porte, ferramenti ed altra merce preziosa, che potevamo trasportare.
Alla fine, dopo aver fatto piazza pulita di ogni cosa utilizzabile,
decisi di far saltare il relitto, nella speranza che vento e mare
portassero a riva una gran parte del legname, che avremmo potuto in
seguito ripescare facilmente e conservare per qualsiasi costruzione.
Rotolammo perci nella stiva del bastimento un barile di polvere
che avevamo lasciato di proposito; con ogni cautela infilammo un
bastone con un pezzo di miccia accesa nel fondo della paurosa bocca
spalancata e ripartimmo in fretta, a vele spiegate, verso i nostri cari.
Siccome avevo calcolato che l'accensione della polvere non sarebbe
avvenuta prima di sera, ci portammo la cena su una piccola lingua di
terra, da dove potevamo osservare liberamente il relitto. Si era fatto
appena buio, che un rombo cupo e un'immensa colonna di fuoco
annunciarono l'esplosione del barile e la distruzione del bastimento.
In quell'attimo il legame che ci teneva uniti alla patria amata sembr
pi che mai spezzato, per sempre e inesorabilmente. Ci recammo in
silenzio nella tenda e invece delle solite manifestazioni di gioia,
credetti di udire sospiri e singhiozzi repressi, che anch'io del resto
potevo soffocare solo a fatica. Col bastimento ci era stato strappato
quasi un vecchio amico fidato e benefico.
La pace della notte attenu tuttavia i nostri sentimenti di pena e il
giorno seguente sentimmo di nuovo la voglia di andare a vedere nelle
vicinanze le tracce della terribile esplosione.
Il relitto era scomparso; la riva era piena di legname e sul mare
galleggiavano rottami di ogni sorta, tra cui scoprii con piacere anche
i barili galleggianti a cui avevo attaccato grandi caldaie di rame,
pensando di adoperarle per raffinare lo zucchero. Per il momento
credemmo di poterle utilizzare con massima tranquillit per la
custodia delle polveri, coprendo con quelle i barili di polvere e
otturando accuratamente con terra e musco lo spazio rimanente. Per
parecchi giorni fummo occupati a ripescare tutte le stanghe, i legni
ricurvi, le assi e le tavole, e ad accatastarle a riva. La mamma era
particolarmente contenta che la pericolosa polvere fosse cos ben
custodita e fu ancora pi contenta quando scopr che proprio l
vicino due anatre e un'oca avevano covato e ora nuotavano al largo,
schiamazzando impaurite, circondate da uno stuolo di anatroccoli e
paperine. Non mancammo di richiamare i graziosi animali, gettando
loro briciole e gallette, e durante questa piacevole occupazione si
risvegli in noi una tanto struggente nostalgia di tornare di nuovo al
nostro bestiame e a tutte le comodit del Nido dei Falchi, che
stabilimmo subito di tornare l'indomani stesso in quel ridente luogo.
Lungo la via notammo che gli alberi da frutto, piantati di recente
in duplice filare, non erano abbastanza forti per crescere dritti senza
un sostegno; decidemmo quindi di fare il pi presto possibile una
puntatina al Capo della Speranza Delusa, per procurarci le canne di
bamb necessarie e puntellare con quelle i nostri alberelli. Inoltre la
provvista di candele stava per finire e finalmente c'era una chioccia
per la quale speravamo di trovare uova da covare.
Un bel mattino dunque partimmo di buon'ora con tutta la famiglia
al completo. Per andare pi svelti attaccammo il carro invece del
traino e fissammo sul carro un po' di tavole a mo' di sedili per i meno
resistenti alla fatica. Ogni genere di strumenti per le faccende da
sbrigare, vettovaglie, una bottiglia di vino della riserva del capitano,
un paio di recipienti per l'acqua ed infine le necessarie munizioni,
furono in parte disposti sul carro ed in parte, secondo il bisogno,
portate a mano.
Senza esitazione condussi i miei cari per la nuova via che
attraverso le piante di patate e di manioca e lungo il boschetto di
goyave, giungeva fino alle piante di Mirica cerifera e agli alberi della
gomma, perch tutti erano curiosi di vedere finalmente con i propri
occhi e di saccheggiare quelle piante di cui io e Fritz avevamo tanto
parlato.
Non trascurammo nemmeno di fare abbondanti provviste: furono
riempiti due sacchi di bacche cerifere che per il momento
nascondemmo in un cantuccio riparato, per riprenderli al nostro
ritorno. Arrivati agli alberi della gomma, facemmo in alcuni dei
tronchi pi robusti tante incisioni quante ciotole avevamo portato con
noi per la raccolta del latice. Collocammo le ciotole in modo che
potessero raccogliere il liquido che stillava da tali tacche, affidandole
poi tranquillamente al loro destino.
Il nostro corteo si rimise in cammino e arrivammo al boschetto
delle noci di cocco; ci dirigemmo allora un po' a sinistra verso il
posto delle canne da zucchero per poterci accampare all'orlo del
boschetto, alla stessa distanza dal canneto dello zucchero e da quello
di bamb. Questo accorgimento riusc cos bene che uscendo dal
palmeto ci trovammo a sinistra il primo e a destra il secondo; in
mezzo ad essi godevamo la vista della meravigliosa baia e del Capo
della Speranza Delusa che si allungava sul mare. Da quel punto lo
spettacolo era tanto incantevole che stabilimmo di scegliere quel
luogo cos ben situato come sosta abituale delle nostre escursioni;
anzi poco manc che non decidessimo di trasferirvi addirittura la
nostra abitazione. Ma ponderando bene la sicurezza che ci offrivano
gli alti alberi del Nido dei Falchi e le svariate comodit che vi
avevamo gi impiantato, lasciammo all'antico domicilio il suo
privilegio.
Subito staccammo le due bestie da tiro e le lasciammo libere tra
l'erba folta e grassa, cresciuta all'ombra delle varie specie di palme:
ci preparammo nell'ombroso boschetto un pasto frugale con le
provviste che avevamo portato e poi cominciammo a tagliare, a
ripulire e a riunire in grossi mazzi le canne di bamb e le canne da
zucchero, per trasportarle comodamente col carro fino a casa.
Dopo un'oretta e mezzo il lavoro risvegli nei giovani, anche a
causa del desinare troppo scarso, un certo appetito e bench per un
po' essi si contentassero di succhiare le canne da zucchero, infine
cominciarono a guardarsi intorno in cerca di cibo pi robusto. E
siccome la mamma non voleva sacrificare le provviste portate dal
Nido dei Falchi prima dell'ora di cena, i figli rivolsero la loro
attenzione alle noci di cocco che ci invitavano qua e l dall'alto delle
palme. Ma invano i ragazzi cercarono per terra qualche frutto
mangiabile gi caduto, e il tentativo di Fritz e J ack di arrampicarsi
sui poderosi tronchi riusc altrettanto inutile. Di malumore e
indispettiti si fermarono infine sotto le inespugnabili palme, fissando
con stizza i ciuffi di noci che ci ammiccavano di lass.
Alt! gridai ad un tratto, che idea mi venuta! Ma dove
l'avr mai visto! Eppure dev'essere stato in qualche illustrazione. Ma
certo! Figli miei, ho trovato! Arriverete fin lass e comodamente, per
giunta!
I ragazzi erano tutt'orecchi. Comodamente? osserv J ack
dubbioso. Ma io non ho nemmeno tale pretesa. Se potessi arrivare
lass anche con gran fatica, griderei lo stesso di gioia.
Allora attenzione, signori miei. Fritz, va' a prendere delle funi
dal carro. Cos, bene, ora vieni qua, comincerai tu per primo.
Lo legai allora ai malleoli, ma con un nodo lento, che gli
permettesse di fare dei piccoli passi. Poi allacciai con cura una corda
robusta intorno ai suoi fianchi e all'albero, in un cerchio abbastanza
largo, in modo che il ragazzo potesse facilmente puntarsi, rimanendo
staccato obliquamente dall'albero.
Ecco, ora si pu incominciare, dissi allora.
Gi, ma come? chiese Fritz sbalordito; con i piedi legati
insieme? E come potrei aggrapparmi al tronco?
Ma non devi nemmeno farlo, figlio mio. Devi salire lungo di
esso come gli Indiani. Attento. Metti i piedi in fuori proprio rasente
al tronco. Ora afferra la fune allentata con la quale sei allacciato
all'albero e spingila pi in alto possibile lungo il tronco, cos che
arrivi ad agganciarsi su una delle sporgenze nodose. Reggiti ora bene
e sal a poco per volta e nello stesso tempo punta le piante dei piedi
al tronco, capisci come? Se non fossero legati non potresti puntarli.
Ora tirati su di nuovo con la corda fino a un altro nodo, tendila e sali
un altro poco. Appoggiati bene indietro contro la fune che ti cinge,
hai capito? Devi stare dritto, puntare i piedi sotto e appoggiarti alla
fune sopra; riposati un po'. Beh, che ne dici? Va bene ora? Lo vedi?
Che ti avevo detto?
Fritz era raggiante. Aveva capito e s'inerpic, tir, si puntell, e
procedette lentamente ma costantemente su quell'albero che un
momento prima gli era sembrato inaccessibile.
Gli altri ragazzi stavano intorno, guardando fisso a bocca aperta, il
fratello che a poco a poco saliva per aria. J ack fu il primo a
riprendersi.
Perbacco! grid, un divertimento enorme! Anch'io
debbo salire! Pap, ti prego, fa' anche per me un attrezzo indiano!
Qua c' un altro albero ugualmente bello.
In pochi minuti il ragazzotto fu equipaggiato come il suo
predecessore e la grande impresa ricominci. Mi piacque vedere che
J ack, anche se pi lentamente del fratello tanto pi forte di lui, saliva
senza difficolt e alla fine giunse in cima, proprio come Fritz.
Entrambi attaccarono vigorosamente con le accette i grappoli delle
noci di cocco, che caddero gi come grandine, dandoci appena il
tempo di scansarci d'un salto per non prenderle sulla testa. I ragazzi
ridiscesero sani e salvi e tutti ci abbandonammo all'entusiasmo per il
felice esito della grande acrobazia.
Ora potremmo per mangiarci un paio di queste noci
propose Franz. Ne rimarranno sempre tante da portare a casa.
Certo che possiamo, piccolo mio. Dammene un po'.
Gi, ma che succede? esclam dopo qualche minuto Fritz,
che si era subito messo a spaccarle. Questa roba filamentosa
rimane terribilmente attaccata al guscio. Le altre non erano cos.
Ah! dissi, ci siamo. Queste sono noci tagliate di fresco e
l'involucro esterno non si ancora disseccato. Non sono ancora del
tutto mature e perci sono molto resistenti. Ma aspettate. So io come
si fa. I bravi Indiani ci verranno di nuovo in aiuto. Rallegratevi, che
la mia buona memoria come un libro da sfogliare. Ricordo un
arnese che si chiamava spiedo di cocco. Era descritto ed illustrato,
per di pi. Venite qua, lo faremo tale e quale. Cercatemi un solido
palo di legno. Dopo qualche minuto il bastone richiesto era gi
pronto.
Ecco qui un ceppo forato: inseriamovi questo bastone. Vedete,
l'ho appuntito all'estremit superiore; ora state bene attenti. Con
tutt'e due le mani afferrai la noce e la cacciai energicamente contro il
bastone, rompendone in tal modo il guscio con facilit. I ragazzi
erano rapiti. Stupendo! gridavano. Si fa cos in fretta! I
pezzi volano via da soli!
Ognuno spacc allora in quella nuovissima maniera una delle noci
ribelli e perfino la mamma dovette battere alcuni colpi.
Nel frattempo il pomeriggio era gi passato da un pezzo e poich
avevamo stabilito di passare la notte in quel luogo tanto piacevole,
decidemmo di comune accordo di costruirci una piccola capanna di
rami e frasche, per proteggerci alla meglio dalla rugiada e dalle
correnti d'aria fredda.
Mentre eravamo cos occupati e proprio quando il lavoro, con
nostra soddisfazione, volgeva al termine, fummo disturbati
all'improvviso dall'insolita eccitazione del nostro asinello, che fino a
quel momento aveva pascolato placidamente nelle vicinanze. Ora
invece sembrava in preda a fuoco e fiamme, alzava il muso in aria,
emettendo atroci ih! ah! e scalciando in modo buffo. Prima che
potessimo spiegarci se tutti quegli strani segni preludessero a
qualcosa di buono o di cattivo, l'animale aveva preso la fuga a gran
galoppo. Sfortunatamente in quel momento i cani si erano allontanati
verso le canne di bamb, cos che vedemmo l'asino scomparire nel
folto prima che potessimo richiamarli. Per un po' seguimmo le sue
orme, ma poi le perdemmo del tutto, e per quel giorno dovemmo
abbandonare le ricerche.
Questo avvenimento mi caus una doppia preoccupazione; per
prima cosa rimpiangevo la perdita del somaro, indispensabile nei
nostri giri; e poi credevo di poter attribuire il suo improvviso
adombrarsi alla vicinanza di una bestia feroce. Perci feci preparare
un gran fuoco davanti alla nostra capanna e poich pensavo che la
provvista di legna non sarebbe bastata per tutta la notte, mi venne
l'idea di supplire con un buon numero di fiaccole; a questo scopo
legai insieme con liane parecchie canne da zucchero e siccome non
ne avevo spremuta nemmeno una, le presi ancora piene, pensando
ben a ragione che cos avrebbero dovuto bruciare ancora meglio e pi
lentamente, dando per di pi un luminoso chiarore. Alcune decine di
fiaccole della lunghezza di cinque o sei piedi furono piantate a terra a
destra e a sinistra, davanti all'ingresso della capanna. Nel mezzo
accendemmo il fuoco, che serv innanzi tutto alla mamma per
preparare la cena e che dopo ci protesse ottimamente dalla fresca aria
della notte. Vestiti, e con i fucili carichi a portata di mano, ci
coricammo sul soffice musco che i ragazzi avevano raccolto e disteso
nella capanna e poich tutti erano molto stanchi, presto il sonno vinse
i miei cari. Io cercai di tenermi sveglio mantenendo vivo il fuoco, poi
accesi anche le fiaccole, che diffusero un chiaro splendore e allora,
ritenendo di essere al sicuro da ogni attacco di bestie feroci, mi arresi
come gli altri al placido sonno fino al mattino seguente.
L'indomani durante la colazione fu preparato il piano per la
giornata di lavoro che ci aspettava. Invano avevo sperato che la notte
e il calore del fuoco vicino alla capanna richiamassero l'asino
scappato. Decisi perci di andare con uno dei ragazzi e con i due cani
in cerca del fuggitivo, passando per il canneto dei bamb. Verso sera
saremmo per tornati alla capanna, dove la mamma nel frattempo ci
avrebbe aspettato con gli altri ragazzi, raccogliendo canne da
zucchero e noci di cocco, in modo che il giorno dopo si potesse
rientrare finalmente al Nido dei Falchi. Poich credevo necessario
portare con me in quella spedizione entrambi i cani, mi sembr pi
prudente che mi accompagnasse solo J ack e che gli altri rimanessero
a difesa della madre e del piccolo Franz.
J ack si prepar felice; bene armati e provvisti di cibo entrammo
nell'intrico delle canne di bamb, dove per qualche tempo seguimmo
a fatica, con l'aiuto dei cani, le tracce dell'asino. Giungemmo infine
in una vasta pianura in riva alla grande baia; in quel punto sfociava
un fiume di notevole ampiezza, la cui sponda era limitata da un alto
rilievo montuoso. C'era soltanto uno stretto passaggio, ricoperto di
sassi, che durante il periodo della piena doveva essere intransitabile.
La supposizione che l'asino avesse preferito mettersi in salvo per
la strada malagevole, anzich per il fiume impetuoso, e la speranza di
trovare dietro la rupe qualcosa di nuovo e interessante, ci fecero
arrischiare a spingerci in quel punto, sfruttando al massimo il basso
livello dell'acqua. Quindi proseguimmo arrampicandoci e arrivammo
presto a uno scrosciante torrente che sgorgava a destra da una forra e
sfociava a sinistra nel fiume; ma esso s era scavato un letto tanto
profondo ed era talmente tumultuoso che trovammo un unico punto
per poterlo guadare e raggiungere felicemente la sponda opposta.
Ma, poich dall'altra parte il suolo era di nuovo costituito da sabbia e
terra, anzich da nuda roccia, osservammo con piacere le orme
dell'asino, chiaramente riconoscibili dall'impronta degli zoccoli
ferrati. Con nostro stupore per questa traccia correva confusa tra
molte altre impronte simili, a forma di zoccolo, ma pi deboli e
leggere, evidentemente lasciate da un branco di animali selvatici;
cominciammo allora a seguirle alacremente.
La catena montuosa a destra si dilegu gradatamente e ci
vedemmo davanti a perdita d'occhio una pianura, chiusa solo nel
fondo da qualche collina; in essa magnifica erba e boschetti sparsi
qua e l offrivano una piacevole immagine di serena pace e di
fertilit.
Molto in lontananza ci parve di scorgere dei branchi di grossi
animali che a momenti mi sembravano simili alle mucche e a
momenti simili a cavalli, ma che dovevano essere quadrupedi
selvatici, anzich di specie conosciuta e domestica.
Poich avevamo perduto di nuovo tra l'erba le orme dell'asino, e
d'altra parte non volevamo ancora perdere la speranza di
rintracciarlo, decisi di avvicinarmi, possibilmente inosservato, a uno
dei branchi pi vicini a noi, per vedere se l'asino si fosse
accompagnato a quegli animali. A questo scopo dovevamo girare
attorno ad un boschetto di altissime canne di bamb; quando,
spingendoci tra bassi cespugli e voltato l'angolo del canneto, ci
imbattemmo, a quaranta passi di distanza appena, in un branco di
bufali selvatici dall'aspetto terribile i quali, bench in piccolo
numero, sarebbero bastati ad annientarci di colpo.
Mi spaventai tanto che riuscii a malapena ad alzare il cane della
mia doppietta e poi rimasi l, come impietrito. Per fortuna i cani
erano rimasti un po' indietro e ai bufali la vista dell'uomo non doveva
essere per nulla familiare; infatti rimasero tranquillamente al loro
posto, fissandoci con occhi meravigliati; tutt'al pi qualcuno di essi si
alz da terra, mentre gli altri rimasero sdraiati, senza mostrare
minimamente l'intenzione di difendersi o di attaccare.
Questa circostanza ci salv forse la vita, perch avemmo tutto il
tempo di farci un po' indietro e di caricare i fucili. Non avevo
assolutamente voglia di attaccare briga con quelle poderose bestie e
pensavo soltanto ad una prudente ritirata, quando Turk e Bill ci
raggiunsero in modo maldestro e furono subito notati dai bufali.
Istantaneamente gli spaventosi animali cominciarono a muggire cos
terribilmente, che ci sentimmo gelare il sangue nelle vene. Come
inferociti, scalpitavano, sbuffavano, rivoltavano la terra con le corna;
con terrore vedevo avvicinarsi il momento che si sarebbero scagliati
contro di noi e, insieme con i cani che certo scambiavano per
sciacalli o lupi, ci avrebbero gettato a terra, calpestandoci e
annientandoci. In quel pericolo tuttavia i cani rimasero
imperturbabili; invano li richiamammo indietro: aggredirono essi
stessi il branco e, secondo la loro abitudine, si attaccarono alle
orecchie di un giovane bufalo che ci stava un po' pi vicino degli
altri, tirandolo a forza verso di noi. Ora bisognava fare sul serio e, se
non volevamo sacrificare i nostri valorosi difensori ai bufali che
avanzavano furibondi, dovevamo arrischiare una lotta che appariva
una vera temerariet. Potevamo riuscire a vincere solo se le nostre
armi da fuoco, che non potevano certo colpire tutti gli animali, li
avessero spaventati tanto da farli scappare. Tirammo col cuore
trepidante e per fortuna le terribili bestie allo scoppio, fuoco e fumo,
balzarono indietro come colpite dal fulmine e si buttarono con
incredibile rapidit in una fuga che dovette certo durare delle ore.
Una di esse per, probabilmente la madre del bufalotto aggredito dai
cani, era rimasta ferita dal mio sparo e per il dolore divenne cos
furiosa che, invece di voltarsi indietro, con rabbia triplicata si
precipit contro gli alani e avrebbe certamente fatto loro la festa, se
non l'avessi centrata cos bene con un secondo colpo, che si abbatt
al suolo; accorsi rapidamente e le diedi il colpo di grazia con la
pistola.
Allora soltanto emettemmo un sospiro di sollievo, poich ci
eravamo vista davanti, inevitabile, la morte. Per ci rimaneva ancora
molto da tribolare perch il bufalotto si agitava impetuosamente tra i
due cani, scalciando con rabbia; temendo che quei vigorosi
morsicatori si buscassero qualche brutta ferita, mi parve necessario
accorrere in loro aiuto. Per fortuna J ack ebbe l'idea di usare la sua
boia che scagli col debito slancio attorno alle zampe posteriori del
riottoso bufalotto. Il colpo riusc tanto bene che la bestia cadde,
rimanendo impigliata finch noi, arrivando in fretta, potemmo legarla
saldamente con una fune pi solida, staccando i cani dalle sue
orecchie. Ormai era completamente in nostro potere e J ack
pregustava la gioia di mostrare la preda alla madre e ai fratelli. Ma
non sarebbe stato tanto facile smuovere la bestia anche di un solo
passo. Infatti, anche se per il momento giaceva indifesa ai nostri
piedi, i suoi grossi occhi divampavano di una cos selvaggia
ribellione che avevamo tutti i motivi di agire con prudenza. Riflettei
a lungo, finch mi venne in mente un procedimento piuttosto crudele
ma sicuro, che pare sia in uso in Italia. Assicurai cio ad un albero la
fune con cui avevamo legato le zampe del bufalo e feci attaccare
nuovamente i cani alle sue orecchie per tenergli ferma la testa; poi
afferrai la membrana fra le narici, la forai con un coltello affilato e
appuntito e vi passai dentro una corda sottile che pensavo di
utilizzare come briglia. L'operazione riusc benissimo e l'animale,
dopo l'abbondante perdita di sangue, sembr per il momento pi
arrendevole, forse per il dolore che la corda gli causava ad ogni
movimento brusco. Naturalmente tent ancora ripetutamente di
ribellarsi a quell'insopportabile tirannia, ma ogni volta uno strattone
alla corda nel naso tormentato riportava subito la bestia a pi miti
consigli. Del resto i cani non si staccavano dal suo fianco, ringhiando
e abbaiando; per vedevamo chiaramente che ci sarebbe costata una
bella fatica addomesticare quel tipo infido e selvaggio.
Ci rimaneva ancora da sventrare alla bell'e meglio la bufala
abbattuta, ma non avevamo i mezzi necessari; mi limitai perci a
tagliarle la lingua e qualche bella striscia di carne, che strofinammo
energicamente col sale e poi stendemmo al sole ad asciugare; il resto
fu concesso ai due alani, che vi si gettarono sopra affamati.
Andammo avanti di buon passo e presto ci trovammo di nuovo
allo stretto valico, dove all'improvviso vedemmo rifugiarsi uno
sciacallo; ma ancora prima che avesse raggiunta la sua tana, fu
afferrato dai nostri alani e sbranato dopo dura lotta. Era una femmina
e supponemmo che nel covo ci fossero i suoi piccoli; J ack era gi
pronto ad entrare nella tana, ma temendo che dentro potesse trovarsi
anche il maschio, sparai prima un colpo di pistola. Nulla si mosse e
allora lasciai che J ack strisciasse nel covo; i cani lo seguirono curiosi
e in un batter d'occhio si gettarono su una nidiata di cuccioli che
stavano rimpiattati in un angolo. A stento J ack riusc a salvarne uno,
che non poteva avere pi di dieci, dodici giorni e che riusciva appena
a tenere gli occhi aperti. Non era pi grande di un gattino e cos
grazioso col suo pelame giallo dorato, che J ack mi preg
insistentemente di lasciarglielo portare a casa, per poterlo allevare.
Lo accontentai volentieri, un po' in ricompensa del suo coraggioso
comportamento, ma anche nella speranza di poter addomesticare
l'animale e addestrarlo alla caccia.
Ci rimettemmo in cammino, guadammo il torrente e arrivammo
infine verso sera dai nostri cari che ci accolsero con gioia. Tutti si
accalcarono pieni di meraviglia attorno al giovane bufalo e al
cucciolo di sciacallo e le domande si susseguivano. J ack non si fece
pregare molto per raccontare le nostre avventure, ma come il solito
pecc un tantino di esagerazione; seppe avvincere cos a lungo
l'interesse dei suoi ascoltatori, che giunse l'ora di cena e non avevo
ancora trovato il tempo di chiedere ai miei cari che cosa avessero
intrapreso e compiuto durante la nostra assenza. Seppi allora che
anch'essi erano stati attivi e solerti, erano saliti sul Capo della
Speranza Delusa ed avevano raccolto legna e legato nuove fiaccole
per la notte.
Come preda pi notevole della giornata Fritz mi port sul pugno
un giovane uccello di rapina dal magnifico piumaggio, che aveva
preso da un nido sulla roccia, vicino al Capo della Speranza Delusa,
approfittando dell'assenza degli uccelli adulti. Sebbene le penne non
mostrassero ancora il loro colore definitivo, capii subito che l'uccello
non apparteneva a nessuna delle variet note di aquile europee, ma
che si trattava invece della cosiddetta aquila del Malabar. Per la sua
bellezza, ma soprattutto per la speranza di poterla addomesticare e
addestrare alla caccia come un falco, tollerai la sua compagnia. Del
resto Fritz aveva bendato e impastoiato con una funicella quel
compare, ancora troppo selvatico e rabbioso.
Ma quando il ragazzo gli tolse il cappuccio, il rapace rivel
improvvisamente tanta selvaggia fierezza che ne rimanemmo stupiti;
il suo aspetto era cos terribile che alla sua vista tutti i volatili si
diedero alla fuga. Fritz era perplesso, non sapendo come domarlo e
pensava gi di ucciderlo. Ma Ernst, che se ne stava l vicino tutto
assorto, trov il sistema per salvarlo e utilizzarlo.
Fritz, disse, dallo a me; ci penser io ad insegnargli la
creanza. Lo ridurr mansueto e docile come un cagnolino.
Ol, ribatt Fritz, questo mio e non lo regalo con tanta
facilit n lo do via per niente; per dovresti ben dirmi come si pu
addomesticarlo, e se non lo fai sei davvero un invidioso.
Calma, calma, intervenni allora, il mio buon Fritz
dovrebbe essere pi ragionevole e non parlare dell'invidia degli altri,
mentre ne affetto lui stesso. Ernst ti ha chiesto un uccello che non
sai domare e proprio nel momento in cui pensavi di ucciderlo; ma,
che che non , ora vuoi tenerti di nuovo l'animale e accusi di
invidia tuo fratello, che non vuole insegnarti l'arte senza una qualche
ricompensa.
Hai ragione pap, rispose Fritz un tantino mortificato; gli
dar in cambio la scimmia, se la vuole. L'aquila pi eroica e devo
tenerla io! Che ne dici, Ernst?
Io sono contentissimo, perch non ho nessuna mania di
eroismo, ribatt il ragazzo. A me importa di pi diventare un
bravo letterato; descriver anche le tue gesta, quando avrai compiuto
avventure cavalleresche con la tua aquila.
Vedremo! disse Fritz. Ma per il momento, come devo
addomesticarla? O almeno, come posso renderla pi mansueta?
Beh, non posso affermarlo con certezza assoluta, rispose
Ernst, per credo che potrai sottometterla come fanno i Caraibi
con i pappagalli. Soffiale nel becco fumo di tabacco finch non
l'avrai stordita, e allora la sua selvatichezza non durer a lungo.
Fritz rise incredulo, ma Ernst inizi subito l'esperimento. Prese
pipa e tabacco dalla cassetta di un ufficiale di bordo e Fritz dovette di
nuovo incappucciare e legare strettamente l'uccello; subito dopo
Ernst gli tolse il cappuccio e si avvicin al catturato quanto era
necessario per soffiargli sul becco adunco dense nuvole di fumo.
Effettivamente il rapace divenne a poco a poco pi calmo cos che
potemmo facilmente rimettergli il cappuccio. Tutto mortificato Fritz
consegn la scimmia al fratello e anche in seguito l'affumicatura si
dimostr cos efficace che l'aquila divenne ogni giorno pi mansueta
e parve assuefarsi un po' per volta all'ambiente.
Quando tutti avemmo finito di raccontare le nostre avventure, feci
accendere il fuoco con legna particolarmente verde affinch se ne
sprigionasse un gran fumo per affumicare i pezzi di carne della
bufala, il che fu subito fatto, infilzando la carne in alte forcelle
drizzate vicino al fuoco. Per la notte facemmo gli stessi preparativi
della sera precedente, ma in modo che la carne rimanesse sempre
esposta al fumo. Il giovane bufalo, che aveva divorato con gusto una
porzione di patate tritate con latte, fu legato vicino alla mucca e con
piacere notammo che stavano pacificamente insieme. I cani presero il
loro posto di guardia. Finalmente anche noi ci coricammo e bench
ci fossimo proposti di accendere di nuovo le fiaccole a tempo debito,
ci addormentammo tutti e dormimmo cos saporitamente e
profondamente che ci svegliammo soltanto al levar del sole.
Gi di buon mattino ci preparammo a compiere quello che da
tempo avevamo stabilito: munire cio i nostri alberelli dei necessari
pali di sostegno. Partimmo quindi di buon animo col carro pieno di
canne e con un'asta di ferro per praticare i fori nel terreno; lasciammo
a casa soltanto il piccolo Franz e la mamma, con l'incarico di tenerci
pronto un buon pranzo e di bollire anche le bacche cerifere per
ottenerne la cera.
Il giovane bufalo rimase nella stalla perch volevo che le sue
narici guarissero completamente. La mucca del resto era abbastanza
forte per trascinare il carro, tanto pi che dovevamo fermarci spesso.
Tuttavia prima di partire demmo al bufalo una buona manciata di
sale per assuefarlo un po' per volta alla nostra compagnia e il buon
bocconcino gli piacque tanto che per la prima volta ci segu con lo
sguardo mentre ci allontanavamo.
Il nostro lavoro incominci nelle vicinanze del Nido dei Falchi,
all'inizio del viale che portava al Rifugio della Tenda, con gli alberi
di noce, di castagno e di ciliegio disposti su due file regolari, che in
parte erano stati inclinati dal vento.
Io, che ero il pi robusto, reggevo l'asta di ferro e, piantandola con
forza nel terreno, preparavo il foro per i pali di canna. I ragazzi erano
occupati a scegliere e ad appuntire le canne; tutti insieme poi
legavamo i pali appena collocati ai giovani alberelli, mediante liane o
rampicanti sottili e resistenti, che pensavo fossero mibi.
Il lavoro dur a lungo e ci procur il mal di schiena; a
mezzogiorno tornammo affamati come lupi al Nido dei Falchi, dove
la mamma ci aveva preparato un ottimo pranzo e ci aspettava da un
pezzo con vivo desiderio.
Mangiammo bene e molto, e ci concedemmo il riposo necessario,
mentre discorrevamo di una faccenda che gi da diverso tempo stava
molto a cuore a me, e forse ancora di pi alla mamma.
Ad entrambi infatti il salire e scendere dal nostro castello pensile
per mezzo della scala di corda sembrava troppo faticoso, anzi
rischioso, tanto che salivamo sull'albero soltanto la sera per andare a
letto ed ogni volta col grave timore che uno o l'altro dei ragazzi, che
si arrampicavano di corsa lesti e spensierati come gatti, potesse per
un passo falso precipitare e rimanere infortunato. Questi timori mi
avevano spinto a riflettere di continuo se non ci fosse una possibilit
di costruire un accesso pi sicuro alla nostra fortezza. Ero giunto
infine alla convinzione che dall'esterno non si poteva impiantare
assolutamente nulla di pi efficace della scala di corda e che dovevo
tentare in qualche modo di arrivare fino alla nostra abitazione
attraverso l'interno del tronco.
Non mi avevi detto, moglie, dissi infine, che nel tronco
dell'albero c' una cavit nella quale pare si sia annidato uno sciame
d'api? Si tratterebbe soltanto di esplorare quanto sia profonda e che
dimensione abbia questa cavit e ci agevolerebbe molto il nostro
piano.
Tale dichiarazione accese immediatamente un ardente zelo nei
nostri ragazzi. Saltarono in piedi, subito pronti, si arrampicarono
come scoiattoli lungo le arcate delle radici fin dove potevano
arrivare, tutt'intorno al cavo delle api, per cercare di sentire,
picchiandovi sopra, quanto fosse marcito il legno sotto la corteccia;
ma l'irriflessivo battere e martellare ebbe uno spiacevole risultato per
la curiosa brigata, perch lo sciame, molestato, sbuc furioso fuori
dalla spaccatura e circond, ronzando a tutta forza, i ragazzi; le api
cominciarono a pungere, rimanendo in parte attaccate ai loro capelli
e ai loro abiti, cacciandoli spaventati e feriti in cos rapida fuga che i
poverini, gridando Aiuto! aiuto! ci passarono davanti quasi senza
vederci e sarebbero giunti fin chiss dove, se non li avessimo
trattenuti per ricoprire di terra fresca le punture procurando loro in tal
modo un po' di sollievo. J ack, che si era avventato con pi
precipitazione degli altri sull'alveare, era il pi conciato di tutti e si
guadagn addirittura una maschera di terra umida sul viso
infiammato; Ernst, invece, grazie alla sua lentezza, se la cav con
un'unica puntura, perch era stato l'ultimo ad arrampicarsi e il primo
a battere in ritirata senza pensarci due volte, non appena si era
accorto della mischia.
Ci volle un'ora buona prima che i ragazzi si fossero ripresi dai loro
dolori, tanto da poter intraprendere qualcosa a dovere. Ma erano
talmente infuriati contro le api battagliere che dovetti fare senza
indugio i miei preparativi per affrontare le nostre ospiti, per non
sentire fino a notte inoltrata i gemiti e le lamentele degli incauti
figlioli. Mentre dunque le api ronzavano ancora irritate attorno
all'albero, preparai tabacco, argilla, pipa, scalpello, martello e tante
altre cose ancora che ritenevo necessarie. Con parecchie grosse
zucche che munii di fori per lo sciame, costruii delle graziose arnie;
decisi che le avrei sistemate su un robusto ramo del nostro albero,
dove inchiodai una lunga tavola; vi attrezzai pure una tettoia di
paglia per ripararle dal sole e dalla pioggia.
Questi preparativi, per, durarono pi di quanto avessi supposto e
dovetti rimandare all'indomani l'assalto prestabilito.
Con ogni cautela cominciai allora otturando con argilla il cavo
dell'albero che serviva alle api per entrare ed uscirne e vi riuscii cos
bene da potervi infilare soltanto il cannello della pipa. Con essa
affumicai tanto le api, che temetti morissero soffocate. Da principio
dal tronco si alz un rombo e un ronzio, come se vi regnassero
turbine e tempesta, poi a poco a poco tutto si acquiet e infine non si
sent pi nulla, cos che potei estrarre il cannello e proseguire nella
mia operazione. J ack si era arrampicato accanto a me e allora con
ascia e scalpello cominciammo a staccare con cura dall'albero un
pezzo di corteccia alto circa tre piedi e largo due, che rimase
attaccato solo per un angolo. Poi ripetei l'affumicatura con tutte le
regole perch temevo che lo stordimento provocato dalla prima
potesse essere gi passato; finalmente la finestra che avevamo
intagliata fu strappata del tutto e l'interno del tronco venne alla luce.
Un enorme stupore ci colse quando vedemmo il meraviglioso
regno e l'incredibile lavoro della comunit delle api. Ci apparve una
tale provvista di cera e di miele che non sapevamo da che parte
incominciare e dovevamo soltanto chiedere che si portassero ciotole
e vasi per contenere tutta quella dovizia. Estrassi i favi uno dopo
l'altro e appena ebbi fatto un po' di posto feci scivolare le api
tramortite nelle arnie gi pronte, che dovevano servire loro da alveari
e il cui interno avevo gi spalmato di miele. Il resto dei favi lo
collocai nei recipienti che mi avevano procurato i ragazzi.
Quando ebbi finito scesi dall'albero, feci lavare a fondo un
barilotto e lo feci riempire del bottino, lasciandone tuttavia un
pochino per l'assaggio e per il pranzo. Il barilotto pieno fu poi
rotolato da una parte e coperto con tela, tavole e frasche, affinch le
api, svegliandosi, non lo scoprissero e non lo prendessero d'assalto.
Alla fine salii di nuovo nel nostro palazzo pensile, fissai le arnie alla
tavola inchiodata, gettai sopra di esse il tetto di paglia gi preparato,
scesi di nuovo e cominciai a ristorarmi con le primizie dello squisito
miele, tanto che non sapevo pi smettere e dovetti frenare quasi a
forza sia me stesso sia la mia cara famigliola, per non ammalarci o
almeno impigrirci per tutto il resto del giorno.
Riuscii a metter fine al banchetto senza tante obiezioni soltanto
con l'avvertimento che presto le api si sarebbero riprese dal loro
stordimento e che, se avessero scoperto sia pure una gocciolina di
miele in giro, avrebbero intrapreso senza piet la pi furiosa delle
battaglie contro i loro rapinatori. Quest'accenno fu sufficiente per far
passare immediatamente ogni voglia di miele ai ragazzi, che si
affrettarono a portare i resti nel nascondiglio pi riposto. Mi venne
per in mente che senza dubbio le bestiole risvegliandosi si
sarebbero dirette immediatamente verso l'antico alveare e vi si
sarebbero presto annidate di nuovo, se non le avessi opportunamente
prevenute. Presi allora qualche manciata di tabacco e una tavoletta
spalmata d'argilla, salii di nuovo fino al cavo, vi fissai dentro la
tavoletta, accesi il tabacco in diversi punti e nuovamente vidi
sprigionarsi tanto fumo e vapore da sperare che le api avrebbero
perduto del tutto la voglia di ritornare nel loro regno, lasciandomi
cos libero campo per un pi attento esame dell'interno del tronco.
La mia premura fu efficace; infatti, sebbene le api appena
riavutesi cercassero di avvicinarsi al vecchio alveare, ogni volta il
fumo le ricacciava indietro e quando fu sera si erano gi abituate
assai bene a considerare le arnie di zucca come la loro nuova casa.
Noi, ladri di miele, decidemmo intanto di rinviare al giorno
successivo l'ispezione dell'interno dell'albero. Nel frattempo ci
sembr opportuno depurare al pi presto il miele conquistato e
separarlo dalla cera e poich non potevamo farlo in quel momento a
causa delle api che sciamavano intorno, ci coricammo per dormire un
po' fino a sera inoltrata, in modo che durante la notte, ben svegli e
riposati, fossimo in grado di disporre del miele, al riparo dalle sue
antiche padrone.
Perci, scesa la notte, mentre le api costrette dall'oscurit e dal
freddo riposavano nelle loro zucche, ci alzammo dal letto e ci
mettemmo all'opera. Tutti i favi vennero nuovamente tolti dal
barilotto, gettati in una caldaia e, misti ad acqua, furono messi a
fondere a fuoco lento, finch si ottenne tutta una massa fluida.
Questa fu pressata attraverso un sacco grezzo per liberarla dalle
impurit e poi versata di nuovo nel barilotto, dove venne lasciata
raffreddare per il resto della notte. Il mattino seguente la cera si era
rappresa alla superficie in un grosso strato denso e potemmo toglierla
facilmente. Il miele puro rimase nel barilotto che, accuratamente
chiuso e sotterrato accanto a quello del vino, ci prometteva per il
futuro ogni desiderabile dolcezza e bont.
Appena sotterrato il barilotto e prima ancora che le api fossero
svegliate dal calore del sole, ci apprestammo ad esplorare il tronco
dell'albero e la sua cavit che gi a priori giudicavamo considerevole.
Con una stanga giunsi fino in alto, oltre la finestra che avevamo
praticato, mentre una cordicella, che calammo gi con legata una
pietra, serv a farci conoscere la profondit del tronco gi marcio.
Con mio stupore risult allora che tanto verso l'alto, fin dove noi
avevamo costruito la nostra abitazione, che verso il basso, fin quasi
alle radici, il tronco aveva perduto il suo midollo e molta parte del
suo durame, cos che non ci sembr molto difficile sfruttare
quell'imponente cavit per impiantarvi una scala a chiocciola che
salisse verso l'alto, offrendoci ogni sicurezza e comodit. Decisi
dunque di cominciare subito a costruirla; nello stesso tempo ero
contento di dare ai ragazzi una nuova occupazione, perch nel lavoro
riconoscevo la pi durevole fonte di benessere per noi tutti.
Innanzi tutto, alla base dell'albero, dalla parte del mare, fu
praticata una grande apertura, tale da potervi adattare la porta della
cabina del capitano e da metterci in grado di sbarrare comodamente e
facilmente l'ingresso almeno agli animali. Subito dopo ripulimmo
accuratamente il cavo dagli avanzi del legno marcio; le pareti interne,
fin dove si pot arrivare, furono ben levigate e nel mezzo fu piantato
un piccolo tronco d'albero, alto circa dodici piedi e di un piede circa
di diametro, attorno al quale avremmo costruito la scala a chiocciola.
Rapidamente incidemmo a spirale sull'alberello, in corrispondenza,
nella parete interna della cavit del grande tronco, le intaccature
necessarie per incastrarvi (a una distanza regolare e costante di
mezzo piede uno dall'altro) i piani degli scalini, finch non ebbi
raggiunto la sommit dell'alberello. L'apertura precedentemente
praticata per snidare le api serv ottimamente a far passare la luce
durante il lavoro. A giusta distanza dalla prima venne aperta una
seconda finestra e quando la scala arriv pi in alto, anche una terza,
attraverso la quale ottenemmo un luminoso accesso al nostro castello
pensile. A questo punto in alto fu sfondato il pavimento della nostra
abitazione per poter completare pi comodamente la parte superiore
della scala. Un secondo tronco d'albero gi preparato venne allora
issato dentro la cavit e fissato al primo. Anch'esso venne
debitamente munito di tacche nelle quali furono incastrate delle
tavole a mo' di scalini, finch la nostra scala a chiocciola fu
felicemente collegata in cima con l'apertura del vano pensile
risultando per il momento sufficiente, anche se poco conforme alle
regole dell'architettura e dell'estetica.
La costruzione della scala ci tenne occupati per due settimane
intere, ma non di rado venne interrotta da svariati avvenimenti e
occupazioni.
Pochi giorni dopo l'inizio del nostro lavoro, Bill partor sei
cuccioli che mi sembravano tutti alani danesi di purissima razza. Essi
ci fecero molto piacere, tuttavia sarebbe stato preoccupante lasciare
in vita l'intera cucciolata e ordinai di togliere alla cagna tutti i
cuccioli, tranne un maschio e una femmina; permisi per a J ack,
come compenso, di mettere nella cuccia il suo piccolo sciacallo, il
che egli fece subito con pieno successo senza che la cosa dispiacesse
minimamente n al poppante n alla sua balia.
Quasi nel medesimo tempo anche le nostre due capre partorirono
due capretti ognuna e le pecore quattro agnellini, cos che vedemmo
con gioia il soddisfacente accrescersi del nostro gregge. Ma affinch
nessun animale sfuggisse pi alla nostra custodia, seguendo il
vergognoso esempio dell'asino, feci legare ad ognuno degli animali
adulti una campanella al collo; ne avevamo infatti trovate in gran
numero sul relitto, destinate a servire di scambio con gli indigeni.
Oltre che alla scala a chiocciola la mia attenzione fu rivolta al
giovane bufalo catturato, la cui ferita era gi perfettamente guarita;
potei passargli attraverso le narici un bastoncino che sporgeva un po'
dalle due parti, come il morso dei cavalli, per poterlo guidare per
mezzo di esso a mio piacere, secondo il modo degli Ottentotti.
Dopo una serie di vani tentativi eravamo finalmente riusciti ad
aggiogarlo al carro, ma solo in compagnia della mucca.
L'imperturbabile calma di quest'ultima mitigava la furia del bufalo.
Ma assoggettarlo alla soma e ad essere cavalcato sarebbe stato
pretendere troppo: non potevo iniziare quel nuovo addestramento
senza una paziente preparazione.
Per prima cosa sulla groppa dell'ombroso e collerico animale
venne posta una grande striscia di tela che, mediante una solida
cinghia ricavata dalla pelle della bufala abbattuta, veniva allacciata
sempre pi stretta. Per alcuni giorni ci contentammo di questo, finch
l'allievo desistette dallo sbattere la testa qua e l, muggendo,
soffiando e sbuffando contro la sgradita bardatura. Poi di tanto in
tanto legavamo un carico leggero sulla copertura di tela e dopo due
settimane circa potemmo porvi sopra le bisacce dell'asino col carico
completo.
Naturalmente la prova pi difficile rimaneva sempre montare la
bestia. Ma per me era tanto importante ottenere anche tale
prestazione dal robusto e promettente animale, che non volevo
risparmiarmi nessuna fatica. Lo scimmiottino fu il primo a
cavalcarlo, giacch mastro Pizzichino era cos leggero e nello stesso
tempo cos abile nell'aggrapparsi che, nonostante tutti i salti del
bufalo offeso, non cadde a terra nemmeno una volta. J ack, il pi
svelto, fece poi il primo tentativo fra tutti i ragazzi e di fronte alla sua
agilit felina, il bufalo dovette infine darsi per vinto. Gli altri ebbero
buon giuoco con l'animale gi mezzo domato, che alla fine sembr
pensare il pi furbo cede e si rassegn al suo destino.
Fritz si era occupato molto dell'aquilotto, uccidendo ogni giorno
per il suo pasto un buon numero di uccelletti che gli porgeva a volte
tra le corna sporgenti del bufalo o tra quelle di una capra, a volte sul
dorso dell'otarda o del fenicottero, ma sempre su una tavoletta, per
abituarlo, come si fa con i falchi, ad incontrarsi con gli altri animali
con pi garbo e confidenza.
Un po' alla volta l'uccello si avvezz ad accorrere docile ad ogni
richiamo del ragazzo e specialmente al suo fischio; mancava soltanto
che si facesse una prova all'aperto, per vedere se ci riuscisse il tipo di
caccia col falcone, solo che non avevamo ancora il coraggio di
sciogliere del tutto l'aquilotto dal suo guinzaglio, perch temevamo
che il suo istinto fiero e audace l'avrebbe presto allontanato da noi
per riportarlo allo stato naturale di assoluta libert.
Anche Ernst fu contagiato dalla febbre di addestramento che si era
diffusa tra noi e cerc il successo ammaestrando lo scimmiottino
cedutogli da Fritz. Era buffo vedere come il flemmatico, lento, ma
attento maestro si arrabattava attorno al suo agile allievo lesto e
scapato, nella speranza di renderlo pi docile. Allo sfaticato ragazzo
stava molto a cuore farsi aiutare dall'animale in qualsiasi lavoro e
dopo parecchi tentativi falliti, Ernst aveva deciso di abituare mastro
Pizzichino al trasporto di carichi. Con l'aiuto di J ack cominci
dunque a intrecciare una specie di paniere o gerla di canne e, portato
a termine questo lavoro, vi attacc due cinghie e lo sistem sul dorso
del suo pupillo, affinch per il momento si abituasse a portarlo. Per il
capriccioso animale quell'arnese era insopportabile: digrignava i
denti, si rotolava per terra, faceva salti di mezzo metro, mordeva le
cinghie come un pazzo, tentando ogni astuzia e ogni violenza, pur di
liberarsene. Ma non serv a nulla; alla fine, a furia di botte e di buoni
bocconi, la bestiola fu messa in grado di portare con cura notevoli
fardelli, naturalmente proporzionati alle sue forze.
Infine anche J ack cominci a darsi da fare in materia di
allevamento e prese sotto la sua tutela il piccolo sciacallo a cui aveva
dato il nome di Cacciatore, cercando di insegnargli, se possibile, a
puntare e riportare la selvaggina. Quanto al puntare per nei primi sei
mesi, per quanto i tentativi potessero essere ripetuti, non si ottenne
un bel niente; potemmo invece addestrare facilmente il cucciolo a
riportare ogni sorta di oggetti che lanciavamo lontano, il che ci
faceva sperare in notevoli vantaggi per l'avvenire.
Tutte queste occupazioni richiedevano di solito un paio d'ore della
giornata, quando volevamo prenderci un po' di riposo durante la
costruzione della scala o semplicemente distrarci un po'. La sera poi
ci riunivamo abitualmente nell'intimit familiare e sbrigavamo
insieme qualche faccenda necessaria, secondo i suggerimenti della
mamma.
Mi venne cos la voglia di mostrare nel suo maggior splendore la
mia capacit artistica e inventiva in una nuova importante impresa, la
confezione cio di un paio di stivali di gomma; contemporaneamente
spinsi i ragazzi a provare la loro abilit con fiaschette per la caccia e
suppellettili simili.
A questo scopo riempii di ruvida sabbia un paio di mie vecchie
calze, le ricoprii di un sottile strato di argilla e cos conciate le lasciai
provvisoriamente all'ombra e poi al sole, perch asciugassero
completamente.
Ritagliai poi un paio di suole della misura delle mie scarpe,
utilizzando per esse la pelle di bufala, che prima avevo battuto forte
con un martello e conciato per ogni necessit. Dopo aver fissato le
suole alle calze, feci un pennello di peli di capra, con cui le spalmai
di caucci quanto pi uniformemente possibile. Quando uno strato
cominciava a rapprendersi ne aggiungevo subito un altro, finch mi
sembr che gli stivali avessero raggiunto lo spessore necessario e
bastasse soltanto farli seccare, per cui li lasciai appesi. Appena
furono sufficientemente duri li presi, li vuotai del contenuto
sabbioso, estrassi con fatica e trepidazione anche le calze, schiacciai
la crosta di argilla, scossi per benino la polvere e i pezzetti rimasti
attaccati e ottenni cos un paio di stivali morbidi, lisci e
impermeabili, che era un piacere vederli. Mi stavano a pennello e i
ragazzi ne furono cos entusiasti che mi pregarono tutti perch
fabbricassi anche a loro delle calzature identiche.
Una mattina ci eravamo appena alzati per dare l'ultima mano alla
scala a chiocciola, quando da lontano si fecero udire due voci insolite
che echeggiavano come un terribile rugliare di bestie feroci, misto ad
uno strano ansare e ronfare e a strani suoni che a tratti si
affievolivano. Non riuscivo a spiegarmi di che si trattasse ed ero
ansioso di sapere da dove quei rumori provenissero; anche i cani
erano diventati inquieti e pareva che si accingessero a digrignare i
denti per affrontare nel debito modo un temibile nemico. Ci
mettemmo quindi anche noi in allarme, caricammo fucili e pistole e
ci piazzammo nel castello pensile, preparandoci a respingere
valorosamente ogni attacco da lass.
Tuttavia quando i ruggiti cessarono, scesi armato dalla nostra
fortezza, munii i fedeli custodi dei loro collari chiodati, radunai nelle
vicinanze il bestiame per tenerlo sott'occhio e risalii per osservare
attentamente se il nemico che aspettavamo fosse gi in vista.
Stavamo cos in ansiosa attesa, quando dopo qualche minuto il
rugliare si fece sentire di nuovo e stavolta proprio da vicino. Fritz
stette un momento ad ascoltare con gli orecchi tesi, poi tutt'a un tratto
gett il suo fucile da una parte e grid tutto allegro, ridendo e
saltando: L'asino, l'asino! l'asino che ritorna a casa e intona un
canto di gioia!
Ne fummo cos sorpresi che a momenti ci stizzivamo di non
vedere arrivare una bestia feroce e di avere avuto tanta paura per
nulla. Per ci riprendemmo subito e quando un nuovo rugghio
sembr in realt avere un suono del tutto asinino ed innocente, la
nostra tensione si sciolse improvvisamente in fragorose risate e in
scherzi vari con i quali ci canzonavamo a vicenda.
Non pass molto ed ecco che riuscimmo a scorgere tra gli alberi,
bench ad una certa lontananza, il nostro vecchio onesto bigio che
veniva verso di noi fermandosi spesso, per, forse per brucare o per
guardarsi intorno. Con nostra grande gioia vedemmo trottare al suo
fianco un imponente compagno della sua stessa specie che presto
individuai come un magnifico quaggua
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o un onagro e subito l'idea
che entrasse nella nostra stalla mi fece struggere di desiderio.
Senza indugio scesi quindi dall'albero con Fritz, raccomandai alla
mia gente di rimanere lass nel maggior silenzio possibile e mi
sforzai di escogitare il modo di catturare il gradito ospite.
Preparai perci alla svelta un nodo scorsoio con una fune
abbastanza lunga, fissando l'altro capo della fune ad una radice
dell'albero. Il laccio fu attaccato alla punta di una stanga e tenuto
aperto da una bacchetta trasversale: gettandolo sulla testa
dell'animale la bacchetta sarebbe saltata via e il laccio avrebbe stretto
il collo della bestia, catturandola. Inoltre preparai un bastone di
bamb lungo circa due piedi, lo spaccai in due nella parte inferiore,
stringendolo in alto con lo spago, affinch non si spaccasse del tutto
e nello stesso tempo potesse servirmi subito da tenaglia.
Fritz stava a guardare curioso il mio lavoro e divenne un tantino
impaziente, perch non ne vedeva l'utilit; infine si offr di gettare la
sua boia sull'animale selvatico per catturarlo pi rapidamente. Ma
questa volta non volli concedere libero campo alla caccia patagonica
perch temevo che il lancio potesse fallire e facesse scappare per
sempre, spaventandolo, il meraviglioso onagro. Perci trattenni il
ragazzo, finch l'ospite si fu avvicinato un altro po' e nel frattempo
gli diedi le necessarie spiegazioni sull'uso del mio nodo scorsoio.
Quando i due vagabondi furono abbastanza vicini, Fritz con la stanga
e il laccio usc pian piano da dietro l'albero dove ci eravamo nascosti
e di soppiatto si avvicin all'asino selvatico, fin quanto lo permetteva
la lunghezza della fune che, come gi detto, era assicurata ad una
radice dell'albero.
Quando l'onagro si vide davanti all'improvviso una figura umana
si ferm di botto, ombroso, poi salt indietro di alcuni passi per

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Specie di zebra ormai estinta. (N. d. T.)
esaminare meglio con occhio indagatore quell'essere che pareva gli
fosse del tutto sconosciuto.
Ma poich Fritz si comport con estrema calma, il forestiero
ricominci a pascolare tranquillamente; Fritz si avvicin allora
adagio al nostro vecchio compagno, nella speranza di ammansire pi
facilmente l'onagro mediante la nostra confidenza con l'asino. Perci,
per allettarlo, gli tese una manciata di avena mista a sale; senza
esitazioni il nostro somaro si avvicin per ricevere subito il suo
foraggio preferito. L'onagro ne sembr colpito; si avvicin, alz la
testa, annus leggermente, fiut il bocconcino ghiotto che c'era da
brucare, venne ancora pi vicino e infine resistette cos poco alla
curiosit, alla voracit e al pericoloso esempio del suo compagno,
che si accost del tutto a Fritz e questi pot gettargli sulla testa e
attorno al collo la fune attaccata all'estremit della stanga.
Il catturato si accorse con spavento di quella mossa e quando
avvert lo scabro e ruvido contatto, divenne all'improvviso diffidente
e volle battersela a precipizio. Ma invano! Il laccio attorno al collo si
strinse subito per il brusco movimento, togliendo il fiato al poverino
e costringendolo a cadere a terra con un palmo di lingua fuori, umile
e quieto.
A questo punto saltai fuori dal mio nascondiglio, allentai quanto
occorreva il laccio perch il bell'animale non soffocasse e gli gettai
rapidamente sulla testa la cavezza dell'asino; presi poi la canna
spaccata, con cui gli strinsi forte la membrana fra le narici, legai
insieme in basso quella specie di nasiera, affinch non si staccasse ed
ecco che avevo domato l'amico, come fanno i maniscalchi quando
devono ferrare un cavallo selvatico.
Subito dopo gli tolsi il nodo scorsoio dal collo e mentre gli
attaccavo la cavezza, a destra e a sinistra, con due lunghe funi a due
radici vicine, aspettai che l'animale si riavesse per vedere come
reagiva e che cosa si dovesse ancora fare per sottometterlo del tutto.
Nel frattempo anche i miei erano scesi in fretta dall'albero e con lieta
meraviglia stavano tutti attorno al bellissimo animale selvatico, la cui
slanciata corporatura, superando di gran lunga le forme dell'asino, si
avvicinava quasi alla nobilt del cavallo. Dopo un po' il tormentato
animale balz di nuovo in piedi e parve che avesse velleit di fuga;
ma il dolore al naso attanagliato smorz subito la sua vivacit e il
poverino pens bene di comportarsi civilmente, tanto che potei
arrischiarmi a guidarlo pian piano tra due barriere di radici, dove una
delle funi della cavezza era stata gi attaccata; anche l'altra fu allora
legata corta cos da privare quasi del tutto l'animale della libert di
muoversi e tanto meno di allontanarsi. Potemmo in tal modo
accostarlo con sufficiente sicurezza e soltanto allora, essendo gi in
possesso della nobile preda, pensammo a mettere sotto custodia il
nostro disertore e a rendergli difficile una nuova fuga anche in futuro.
Anch'esso fu legato saldamente con un'altra cavezza e attaccato
leggermente per le zampe anteriori vicino all'onagro per rendere
quest'ultimo pi incline a rimanere in nostro potere, poich era chiaro
che era stata la differenza di sesso a spingere l'onagro ad
accompagnarsi con il nostro asino, che per la verit era un'asina.
Potevamo quindi sperare che lo stesso motivo avrebbe contribuito
ancora a familiarizzare l'animale sempre di pi con noi.
Il nostro primo pensiero fu quello di addomesticare il nuovo
venuto e addestrarlo sia al trasporto di pesi sia ad essere cavalcato.
Certo ci cost non poca fatica, ma finalmente riuscimmo a renderlo
docile.
Dopo qualche settimana l'onagro era gi tanto mansueto che
potevamo cavalcarlo con una certa sicurezza; soltanto dovevamo
ancora legargli le zampe anteriori con una corda, perch non se la
battesse. Per ora si doveva anche pensare al modo di guidarlo e in
mancanza di un solido morso, cercai di costruirmene uno
modificando un cavezzone, col quale si poteva facilmente, con un
leggero tocco delle orecchie, ottenere ci che con il cavezzone vero e
proprio non si riusciva a fare: indurre cio l'animale ad andare a
destra o a sinistra, come si voleva.
Durante tali avvenimenti tre covate di pulcini si erano schiuse ed
ora uno stuolo di circa quaranta galletti e pollastre razzolava
pigolando intorno a noi con grande gioia di mia moglie.
Questo incremento del pollame ci richiam ad un'altra comodit
che gi da un pezzo avevamo progettato ed il cui allestimento non
volevamo pi differire.
Gi da qualche tempo eravamo in pensiero per l'inizio della
stagione delle piogge o dell'inverno che, in quella terra, non si
sarebbe fatto molto attendere; dovevamo perci pensare a un riparo
per il bestiame e per i volatili, giacch non potevamo lasciarli esposti
alle intemperie.
A questo scopo cominciammo a stendere un traliccio sulle radici
ricurve del nostro albero, ponendovi sopra, tra una radice e l'altra,
canne di bamb che fissammo e puntellammo qua e l, intrecciandole
con canne pi sottili e che finalmente ricoprimmo di musco e argilla.
Le rendemmo quindi impermeabili con una colata di catrame,
ottenendo cos una copertura sulla quale si poteva comodamente
camminare e che, munita all'esterno di un parapetto, pareva quasi una
terrazza. Sotto, tra le radici dell'albero, al sicuro dalla pioggia e dal
sole, ogni sorta di locali divisi secondo il bisogno servivano da
dispensa per i cibi, da deposito per il latte e da stalle di varia
grandezza, dove il bestiame era protetto e dove potevamo custodire
con ogni comodit, anche nel periodo delle piogge, fieno asciutto e
foglie secche per foraggio e lettiere degli animali.
Fornire abbondantemente la dispensa di ogni tipo di provviste per
l'inverno fu la nostra prima cura e ogni giorno uscivamo per
procurarci qualcosa di utile, che ci sembrasse desiderabile o come
cibo o come mezzo per una pratica attivit.
Una sera, mentre tornavamo a casa dal raccolto delle patate, col
carro carico di sacchi tirato dalla mucca, dal bufalo e dall'asino, mi
venne in mente di mandare avanti la mamma con i piccoli per la
solita via dritta al Nido dei Falchi; nel frattempo io con Ernst e Fritz,
allungando il cammino, sarei passato per il querceto per raccogliere
un paio di sacchi di ghiande e rendere cos pi abbondante il raccolto
della giornata. Ernst aveva con s la scimmia e Fritz cavalcava
l'onagro domato.
Portavamo con noi qualche sacco vuoto per le ghiande che, come
prova, l'animale avrebbe dovuto trasportare sulla groppa al Nido dei
Falchi. Poich non voleva farsi assolutamente sfruttare per il tiro,
doveva almeno cominciare a fare il proprio dovere per il bene
comune, anzich servire soltanto per il divertimento della cavalcata.
Quando giungemmo sul posto, l'onagro a cui avevamo dato il
nome di Pie'' Veloce fu legato a un arbusto e ci mettemmo
alacremente a raccogliere ghiande; il lavoro procedeva rapidamente
data la grande quantit delle ghiande cadute, ma eravamo ancora ben
lontani dall'aver finito il nostro compito quando ne fummo distolti
dallo scimmiottino. Questo all'improvviso salt nel cespuglio pi
vicino, che gi da qualche tempo sbirciava di soppiatto e da cui si
alzarono ad un tratto acute strida d'uccello e un frullare d'ali che
facevano pensare ad una vivace lotta tra la scimmia e qualche
abitante del cespuglio.
Mandai Ernst, pi vicino in quel momento al campo di battaglia, a
vedere che cosa mai accadesse e quando il ragazzo si fu arrampicato
un po' meglio, ci grid tutto contento: Pap, un nido pieno di
uova! Lo scimmiotto si azzuffa con la gallina! Fritz pu prenderla
mentre io qua trattengo lo scimmiotto!
A quell'invito Fritz accorse con un balzo ed infatti dopo qualche
minuto mi port la bella vivace femmina di un tetraone canadese che
egli aveva ucciso qualche tempo prima.
Fui molto contento di quella scoperta e legammo subito con uno
spago ali e zampe della gallina per impedirle di scappare. Nel
frattempo Ernst, rimasto nel cespuglio, ne aveva cacciato fuori la
scimmia e veniva ora pian piano verso di noi portando con cautela il
cappello in mano; alla sua cintura erano infilate delle foglie che ne
sporgevano aguzze come spade e a prima vista mi sembrarono foglie
di iris. Il ragazzo sollev con cura il fazzoletto che fino allora aveva
coperto il contenuto del cappello ed esclam tutto allegro:
Guarda, pap, sono uova di tetraone dal collare! Le uova giacevano
in un nido affastellato alla meglio in mezzo a molte foglie di iris e
non le avrei mai trovate se la gallina non si fosse difesa cos
furiosamente dalla scimmia e le foglie non si fossero scompigliate in
modo che le uova mi cadessero sotto gli occhi. Penso che la mamma
ne sar felice. Invece le foglie che ho infilato qui serviranno al
piccolo Franz, perch sembrano spade e saranno per lui un bel
giocattolo, per tirar di scherma e dare sciabolate.
Dopo aver riempito di ghiande i sacchi, li caricammo sulla schiena
dell'onagro. Fritz balz in sella tra i sacchi e riprendemmo il
cammino per tornare a casa; Ernst portava pazientemente le uova ed
io la gallina canadese.
La mamma fu molto lieta del nostro bottino; ebbe tanta cura della
gallina che questa continu a covare le uova e ci regal qualche
giorno dopo quindici pulcini, e presto divenne del tutto domestica
assieme alla sua nidiata.
Un paio di giorni dopo il nostro ritorno dal querceto le iris di
Franz, ormai appassite, erano sparse per terra. Fritz allora ebbe
un'idea, le raccolse e chiam il piccolo, dicendogli: Guarda,
fratellino, ora faremo una bella frusta con le tue spade, cos non
marciranno inutilmente e potrai tenere meglio la disciplina fra pecore
e capre.
I ragazzi si sedettero uno accanto all'altro; il piccolo Franz
tagliava le foglie in lunghe strisce sottilissime che Fritz intrecciava
insieme e presto fu fatta una robusta sferza.
Osservando il lavoro dei ragazzi mi accorsi, non senza un lieto
presentimento, con quanta facilit quelle foglie tenaci ed elastiche si
lasciassero avvolgere e intrecciare. Cominciai allora ad esaminare
pi attentamente una striscia. Vidi cos che le foglie erano costituite
da lunghi fili forti e flessibili, congiunti insieme da una mucillagine
verdognola. Ci mi fece pensare che le presunte iris fossero in realt
qualcos'altro e precisamente le piante di lino della Nuova Zelanda, il
Phormium tenax, scoperta che, nelle nostre condizioni, giudicai
preziosissima; perci, anche come semplice supposizione, la
comunicai subito a mia moglie.
Dio, che cosa magnifica! grid lei, addirittura in visibilio.
La migliore che abbiate portato a casa! Procuratemi subito tutte le
foglie che potete. Ne faremo calze, camicie, vestiti, fili e funi, e tutto
quello che si pu desiderare!
L'entusiasmo di mia moglie mi fece quasi ridere, eppure era
proprio il sentimento della brava massaia, che si sente balzare il
cuore in petto quando si parla di canapa e lino.
Mentre cercavo di moderare l'entusiasmo della mamma, giacch il
passaggio dalle foglie alla tela era troppo difficile e lungo, Fritz e
J ack, senza dirmi nulla, balzarono inosservati uno in groppa
all'onagro, l'altro al bufalo, dirigendosi cos rapidamente alla volta
del bosco che presto li perdemmo di vista.
Dopo un quarto d'ora i nostri cavalieri tornarono a casa di buon
trotto. Avevano appeso, come due ussari foraggieri, ai fianchi delle
loro cavalcature enormi fasci di piante di lino e ce li gettarono ai
piedi tra grida generali di gioia. Dissi ai ragazzi di mettersi subito
agli ordini della mamma e di aiutarla senza indugio nella lavorazione
del lino e principalmente nel macero delle piante.
A questo scopo immergemmo prima di tutto le piante nel ruscello;
nell'acqua la parte pi molle della foglia sarebbe marcita, mentre la
fibra pi forte doveva resistere.
Dopo due settimane circa la mamma ritenne che il lino fosse
abbastanza macerato e andammo a toglierlo dal macero per
distenderlo al sole. Fu sparso sulla sabbia nelle vicinanze e in un solo
giorno era tanto asciutto che potemmo ammassarlo sul carro la sera
stessa e portarlo senza difficolt al Nido dei Falchi per l'ulteriore
lavorazione. In quel momento per non c'era il tempo per costruire
scapecchiatoi, maciulle e tanto meno aspi e filatoi; dovevamo invece
prepararci sempre pi seriamente all'avvicinarsi della stagione delle
piogge e, nell'incertezza di quanto potesse durare, bisognava
provvedere sollecitamente perch ci fossero viveri a sufficienza per
noi e per tutti gli animali domestici. Gi di quando in quando
avevamo avuto qualche acquazzone, il tempo che fino allora era stato
costantemente caldo e sereno divenne fosco e variabile; spesso il
cielo si rannuvolava, il vento soffiava impetuoso e tutto ci incitava a
sfruttare ogni attimo per completare i lavori all'aperto.
Miravamo soprattutto a scavare patate e radici di manioca, perch
quel cibo era il nostro preferito e nello stesso tempo si poteva
conservare pi facilmente. Non trascurammo per di raccogliere noci
di cocco e ghiande a bizzeffe, per avere una certa variet nella nostra
mensa invernale. Scavando patate e manioca ci sembr tuttavia
consigliabile piantare nel terreno soffice e smosso vari tipi di cereali
europei, giacch non ci eravamo ancora organizzati per una regolare
aratura e d'altra parte, nonostante tutti gli squisiti frutti del clima
meridionale, apprezzavamo troppo, per varie ragioni, il grano e la
farina della nostra patria perch non avessimo il fermo proposito di
mantenerli e di moltiplicarli.
Oltre tutto eravamo nel periodo pi adatto alla seminagione,
perch l'imminente pioggia ci prometteva l'umore necessario allo
sviluppo delle piante e preparava il terreno alle radici, che altrimenti
non avrebbero potuto attecchire in un suolo riarso. Ci affrettammo
perci a trapiantare un buon numero di giovani piante di cocco al
Rifugio della Tenda e vi piantammo vicino una gran quantit di
canne da zucchero per avere sotto mano in quel luogo comodo e
fortificato tutto ci che ci potesse essere utile e gradito anche in
futuro.
Ma nonostante l'esemplare attivit con cui ci disponevamo a
fronteggiare l'assalto dell'inverno, il periodo delle grandi piogge
scoppi molto prima di quanto pensavamo, cogliendoci alla
sprovvista in modo molesto e addirittura pericoloso. Venivano gi
rovesci tali che il piccolo Franz mi chiedeva tra le lacrime se ci fosse
il diluvio universale e non potevo affatto prevedere come avremmo
potuto, a lungo andare, proteggerci dall'umidit.
La necessit pi urgente, ed anche la pi fastidiosa, fu il nostro
pronto trasferimento dall'allegra abitazione pensile al pianoterra, tra
le radici e sotto il tetto di canne; infatti lass, un po' per il vento
impetuoso e un po' per la pioggia, ormai era impossibile vivere.
Dovemmo trascinarci appresso tutto quello che poteva essere
deteriorato dall'umidit e i vani al pianoterra furono cos stipati di
masserizie di ogni sorta, di letti e di esseri viventi che potevamo
muoverci a malapena. Per di pi il tanfo del bestiame vicino, il suo
schiamazzo, ed il fumo, quando accendevamo il fuoco, erano quasi
insopportabili. Tuttavia a poco per volta si rimedi anche a tali
inconvenienti, restringendo di pi gli animali domestici e
accatastando diversi arnesi sulla scala a chiocciola; dopo qualche
tempo avevamo ottenuto tanto spazio da poter lavorare durante il
giorno e distenderci e riposare la notte. Rinunciammo volentieri a
cucinare, tutte le volte che era possibile, anche a spese della nostra
ghiottoneria. Del resto la legna asciutta ci mancava quasi del tutto e
ringraziammo il cielo che non fosse molto freddo, perch altrimenti
non avremmo saputo come fare.
Il peggio era che non avevamo raccolto abbastanza fieno e
fogliame per tutte le bestie, n eravamo in grado di compensarne la
mancanza con patate, ghiande o qualcosa del genere; ci trovammo
allora nella necessit di far uscire dal chiuso la maggior parte del
bestiame, anche sotto la pioggia, perch si cercasse il foraggio da s.
Quando poi scendeva la sera, a volte Fritz, a volte io stesso,
dovevamo deciderci ad uscire sotto la pioggia per far rientrare le
bestie e quasi sempre tornavamo fradici sino all'osso e mezzo
intirizziti dal freddo. Ci spinse la mamma a suggerirci un indumento
che ci proteggesse efficacemente quando uscivamo.
Prendemmo da una cassetta una camicia di marinaio e vi
attaccammo un cappuccio di panno che si poteva tirare comodamente
sulla testa, offrendo un ottimo riparo. Il tutto fu impregnato di
caucci, avanzato dalla fabbricazione degli stivali ed ottenemmo cos
una specie di corazza che non lasciava penetrare l'acqua e che ci fu di
straordinaria utilit. Nonostante il cattivo tempo ora potevamo uscire
all'aperto senza pericolo per i nostri vestiti e soprattutto per la nostra
salute.
Del resto cercavamo in tutti i modi di rendere utile e gradevole il
soggiorno nel nostro quartiere d'inverno.
Decisi di passare il tempo scrivendo minuziosamente la storia
della nostra vita in quella terra straniera per fissarne durevolmente il
ricordo, un po' per ammaestramento, un po' per divertimento. Anche
in questa occupazione mia moglie e i ragazzi mi aiutarono volentieri
e con il contributo di tutti la descrizione dei mesi trascorsi fu fatta
cos fedelmente, che meglio non si poteva desiderare.
L'ultimo e forse il pi utile dei miei lavori invernali fu la fattura di
una maciulla e di due pettini, uno pi grosso e l'altro pi fine, per
canapa e lino. A questo scopo presi dei lunghi chiodi, che limai in
modo che risultassero tutti egualmente rotondi e appuntiti. Li piantai
poi alla dovuta distanza uno accanto all'altro in una grande lamiera di
ferro, larga quasi un pollice e mezzo, cos che tutt'intorno rimanesse
un orlo ininterrotto che rialzai formando una specie di scatoletta.
Subito dopo sciolsi del piombo e lo colai fino all'orlo della cavit
ottenuta, per dare un solido sostegno ai chiodi ritti, che sporgevano
dieci centimetri buoni, affinch offrissero la giusta resistenza nella
scapecchiatura del lino e potessero nello stesso tempo infilarsi bene
tra le fibre della pianta. Infine saldai alla lamiera alcuni occhielli per
poterla assicurare con le viti e per inchiodarla ad un supporto.
L'intera macchina riusc di tale praticit e stabilit che la mamma
ardeva dal desiderio di provarla subito e non faceva che augurarsi il
pronto ritorno della buona stagione, affinch fosse possibile
accendere di nuovo un bel fuoco all'aperto per fare asciugare il lino
che si era nuovamente inumidito e per iniziare finalmente, con
maciulla e pettini, il proficuo tentativo destinato ad allietare e a
confortare il suo cuore di brava madre di famiglia.

CAPITOLO V
LA MADRE FILA IL LINO. - HA CASA NELLA ROCCIA. - LA
MIGRAZIONE DELLE ARINGHE. SI TROVA IL COTONE. SI
FONDANO NUOVE COLONIE E SI COSTRUISCE UNA BARCA.
COMINCIA IL RACCOLTO DEI COLOMBI. COME SI
ADDOMESTICANO I COLOMBI.
NON FACILE raccontare come ci sentimmo lieti e fortunati
quando, dopo le lunghe malinconiche settimane di maltempo, il cielo
cominci a rischiararsi, il sole torn a splendere e il clima cominci a
farsi pi mite e sereno. Con viva gioia sbucammo dai locali intanfiti,
uscimmo all'aria fresca, rallegrando i nostri occhi con il gaio tenero
verde che spuntava dappertutto. La natura stessa pareva rinascere.
Ogni creatura aspirava con delizia il nuovo soffio vitale. Tutte le
pene dell'inverno furono dimenticate e pieni di fiducia andavamo
incontro ai lavori e alle fatiche dell'estate, come se fossero un gioco
di ragazzi.
Tutte le nostre coltivazioni erano in pieno rigoglio. I semi affidati
alla terra germogliavano a meraviglia, gli alberi erano adorni di
foglie appena spuntate e di nuove gemme; il suolo era ricoperto di
splendide variet di fiori multicolori e dell'erba pi grassa che avessi
mai visto. Gli alberi in fiore impregnavano l'aria di profumi
balsamici e il canto degli uccelli dalle piume variegate, che appena
desti si affrettavano ad uscire dai loro nascondigli per partecipare alla
gioia comune, completava lo spettacolo di una ridente primavera e di
una fiorente creazione.
Pieni di rinnovato coraggio cominciammo col ripulire e
raggiustare il castello pensile nei punti danneggiati dalla pioggia;
dopo pochi giorni potevamo abitarvi di nuovo, liberare la scala a
chiocciola, rimettere a posto nei locali fra le radici le comodit che
ne avevamo portato via e dedicarci infine a qualche occupazione
utile.
Alla mamma, naturalmente, stava a cuore pi di ogni altra cosa il
suo amato lino. Perci, mentre i ragazzi pascolavano il bestiame fra
l'erba fresca, io portavo all'aperto i fasci di lino che si erano di nuovo
inumiditi e aiutavo mia moglie a costruire il sostegno per un
essiccatoio provvisorio, affinch tutto il lino potesse asciugarsi
completamente. Poi cominciammo a maciullarlo e a scapecchiarlo. I
ragazzi furono impegnati a collaborare in ogni senso, ma
specialmente a battere i fasci di lino su un tavolo, con solidi bastoni,
prima della maciullatura, in modo da separare le fibre tessili dal
superfluo. La mamma si occupava della maciullatura, mentre io
facevo il pettinatore e fornivo della merce cos pregiata che tutti ne
furono entusiasti.
Ora per devi farmi anche un fuso, mio caro marito, mi
preg mia moglie, tutta rossa per il fervore, cos potr cominciare
subito a filare.
Con abilit e costanza costruii un fuso e perfino un aspo. Da quel
momento l'industriosa donna si dedic alla sua prediletta
occupazione con tanto entusiasmo che non sentiva nemmeno il
bisogno di concedersi il piacere, di cui era stata cos a lungo priva, di
una passeggiata o di un'escursione. Anzi era contenta quando ce ne
andavamo, lasciandole tutt'al pi uno dei ragazzi, perch cos poteva
preparare tranquillamente il materiale per i nostri futuri bisogni di
tela, calze, filo, cordoncini.
Noi intanto facemmo subito una spedizione al Rifugio della Tenda
per vedervi gli effetti dell'inverno e per esaminare se anche l ci
fosse da rappezzare e rimettere in ordine, come era stato necessario
fare nel nostro palazzo pensile.
Purtroppo trovammo il Rifugio della Tenda colpito e rovinato
molto pi duramente dell'arioso Nido dei Falchi. Vento e pioggia
insieme avevano abbattuto la tenda e una parte della tela da vela era
stata completamente divelta; tutte le provviste erano talmente
deteriorate che si rivelarono in gran parte addirittura inservibili e il
resto poteva essere salvato soltanto se avessimo provveduto a farlo
asciugare subito.
Per fortuna per la lancia solida e ben costruita era stata
risparmiata dalla rovina generale. La nostra barca-tinozza invece
pareva terribilmente danneggiata e cos pericolante che non mi sarei
mai arrischiato a riadoperarla per una traversata.
Esaminando meglio le provviste notammo in particolare un
notevole danno nella polvere da sparo; ne avevo lasciato tre barilotti
nella tenda invece di portarli nel grande deposito sotto la volta della
rupe, dietro le rocce sporgenti. Due di questi barilotti erano stati
talmente rovinati dall'acqua che vi era penetrata, che dovetti gettar
via la polvere, senza rimedio.
Questa grave e purtroppo irreparabile perdita fu per me uno
stimolo a pensare il pi presto possibile ad un futuro quartiere
d'inverno, dove simili guai non dovessero pi verificarsi e dove tanto
noi che tutta la nostra roba, durante i mesi delle piogge, potessimo
stare al sicuro.
Tuttavia non osavo affatto sperare di poterci insediare dentro la
roccia, secondo il grandioso progetto di Fritz, poich per attuare una
impresa del genere con le nostre limitate forze sarebbe bastato a
malapena il lavoro di tre o quattro estati. Eppure il desiderio di
un'abitazione spaziosa e resistente alle piogge non mi dava pace,
almeno finch non avessi fatto un tentativo per vedere in che modo si
potesse trattare la roccia e finch non avessi scavato
provvisoriamente una grotta per la polvere, dove questo
preziosissimo tesoro fosse in avvenire riparato dalle intemperie nel
modo pi sicuro.
Prima ancora che la mamma avesse portato a termine il suo lavoro
di filatura e dopo aver passato un paio di giorni al Rifugio della
Tenda per fare asciugare bene tutto, un bel mattino partii dal Nido
dei Falchi, alla testa dei miei assistenti, questa volta Fritz e J ack. Ci
eravamo muniti di picconi, leve e scalpelli, col fermo proposito di
tentare la sorte con la roccia o almeno di riuscire a scavare una grotta
per qualche barilotto di polvere. Scelsi un punto adatto della rupe,
dove essa era liscia, ripida, quasi a picco e la posizione, migliore di
quella della tenda, permetteva senza difficolt una completa visuale
della Baia della Salvezza e di tutta la riva compresa tra il Torrente
degli Sciacalli a destra e il promontorio roccioso a sinistra. In quel
punto tracciai col carbone il contorno dell'apertura che pressappoco
volevo ricavare e col sudore della fronte incominciai subito assieme
ai ragazzi la dura fatica dello spaccapietre.
Il primo giorno si progred cos poco che, nonostante l'iniziale
lena, rimanemmo proprio scoraggiati e quasi disperavamo di poter
scavare anche soltanto una modesta cantina prima della successiva
stagione delle piogge. Ma l'indomani ripresi nuovamente fiducia e
coraggio, accorgendomi che la durezza della pietra, via via che
procedevamo, diminuiva gradatamente; anzi alla fine la roccia
divenne cos friabile che si poteva spaccare e scavare con pochissima
fatica.
Ci eravamo inoltrati di qualche metro. J ack, che era il pi piccolo,
stava rannicchiato nel fondo della cavit e lavorava a tutt'andare,
ansando e sbuffando, con la sua leva. Ad un tratto lanci un grido e
mi chiam affannato: Pap, sono passato, sono passato!
Gi, ma dove sei passato? risposi, non sarai passato mica
attraverso la roccia!
Ma certo, attraverso la roccia! grid il ragazzo, evviva,
evviva!
Davvero, esclam Fritz, che si era precipitato subito dietro
il fratello, vieni un po' qui, pap, stranissimo! Pare che la leva
passi al di l della pietra e finisca nel vuoto. Guarda qua, la si pu
voltare e girare come si vuole.
Accorsi stupito e afferrai il manico dell'arnese, ancora infilato
nella roccia. Un'idea mi balen, riempiendomi di gioia. In fretta e
furia, eccitato, staccai con fatica, pezzo per pezzo, parte della massa
rocciosa; dopo appena un quarto d'ora avevo spalancato un foro
abbastanza grande perch ci passasse dentro una persona. I due
ragazzi volevano naturalmente entrarci subito; ma li trattenni perch
dall'apertura si sprigion un'aria soffocante, che mi mozz quasi il
fiato.
Via, via! gridai loro, mentre indietreggiavo rapidamente
all'aria aperta. Guardatevi bene dall'entrare in quella pericolosa
spelonca. L dentro l'aria venefica.
Come? Perch? gridarono entrambi.
Perch corrotta e irrespirabile.
E come mai?
Capita, dissi, quando essa si impregna di esalazioni
nocive o quando contiene gas combustibili o acido carbonico che
rende difficile la respirazione, tanto che l'uomo ne rimane asfissiato.
Ma allora che facciamo? domandarono i ragazzi,
profondamente delusi.
Dobbiamo tentare di purificare l'aria della caverna.
Beh, certo sar difficile, osserv J ack.
Forse perfino impossibile, perch non sappiamo ancora per
quale ragione l'aria sia inquinata. Comunque dobbiamo fare tutto il
possibile. La posta molto importante. Innanzi tutto, la prova del
fuoco. Presto, portatemi un bel fascio d'erba secca.
In pochi minuti l'erba fu pronta. L'accesi e gettai nella caverna il
mucchio ardente, che per in un amen si era gi spento.
Quindi ci voleva un mezzo pi efficace. Ci sedemmo, guardandoci
in faccia.
Se si potesse accendervi della polvere! propose J ack.
Alt, gridai, balzando in piedi. Mi ricordai improvvisamente
di una cassa piena di razzi e di granate che avevamo messo in salvo,
destinandola a segnali notturni. Corsi subito alla tenda, seguito dai
ragazzi incuriositi. La cassa era intatta. Presi alcuni pezzi pirotecnici,
ne diedi qualche altro ai ragazzi e ci disponemmo di nuovo davanti a
quella che pareva la bocca spalancata degli inferi.
Ora affronteremo come si deve gli spiriti maligni, dissi
allegramente, cominciando ad accendere la prima granata.
La detonazione nell'orrenda voragine fu fragorosa; le sostanze
luminose schizzavano come meteore raggianti fino alla parete di
fondo, rimbalzavano in alto, scoppiavano con rombo cupo, cacciando
fuori dell'imboccatura della caverna una corrente di vapori mefitici.
Dopo aver tirato e sparato per un pezzo fuochi d'artificio, feci un
secondo tentativo col fieno acceso. Stavolta il fascio bruci
lentamente riducendosi in cenere dentro la caverna; capimmo allora
che, almeno riguardo all'aria, l'ingresso era assicurato e non c'erano
altri pericoli all'infuori di quello di sbattere al buio o di venire
inghiottiti da acque che vi si fossero infiltrate.
Perci non volli inoltrarmi ancora nella grotta e ordinai a J ack, il
nostro svelto caposcarico, di fare immediatamente una corsa fino al
Nido dei Falchi, annunciare la lieta notizia a quelli che erano rimasti
e tornare assieme a loro con tutte le candele che c'erano a casa,
affinch potessimo accingerci subito insieme, comodamente,
all'ispezione della portentosa caverna, in tutta la sua vastit. Nel
frattempo cominciai con Fritz a rendere pi larga e alta l'apertura
dell'antro, portando via tutti i detriti e aprendo un comodo varco,
affinch i nostri cari potessero entrare senza trovare ostacoli nella
grotta straordinaria.
Dopo un paio d'ore la mamma arriv felicemente sul carro
assieme ad Ernst e al piccolo Franz.
Senza perder tempo furono accese le candele e in solenne corteo
ci addentrammo nella buia spelonca. Ognuno portava una candela
accesa nella destra, qualche arnese nella sinistra, un'altra candela in
tasca come riserva e l'occorrente per accendere nella cintura, nel caso
che la candela si spegnesse all'improvviso. Procedevamo con gravit
sostenuta: io davanti, i ragazzi mezzo impauriti e mezzo incuriositi
dietro di me, la mamma in coda e ai due lati i cani, nei quali l'insolita
scena sembrava destare timore e inquietudine.
Quando fummo nella grotta uno spettacolo meraviglioso,
incantevole, si offr ai nostri occhi. Tutt'intorno a noi le pareti
brillavano come il cielo stellato; dalla volta della caverna pendevano
innumerevoli cristalli scintillanti, molti ne scaturivano anche dalle
pareti. Dappertutto la fiamma delle candele sfavillava moltiplicata,
come se ci trovassimo nella sala di un palazzo reale riccamente
illuminata o in un duomo gotico durante la messa mattutina, quando
da ogni parte brillano i lumi e col rifrangersi dei raggi luminosi tutti i
colori e le gradazioni della luce a tratti si diffondono intorno e a tratti
si concentrano in un unico punto di abbagliante splendore.
Il suolo della caverna era compatto, piano per lo pi, e cosparso di
finissima sabbia, come fosse stato fatto apposta, e cos asciutto che
non potei scoprirvi la minima traccia di umidit, il che fu per me
ancora pi gradito; a ragione quindi potevo dedurre che come luogo
di abitazione la caverna sarebbe stata perfettamente salubre.
Con indicibile gioia scoprii, in parte per la forma dei cristalli, in
parte per la friabilit della roccia, ma soprattutto per il sapore di un
frammento staccato dalla parete, che ci trovavamo in una caverna di
salgemma cristallizzato, la cui ganga era un comune spato gessoso.
Tale rinvenimento ci fece molto piacere perch offriva a noi e al
bestiame una sorprendente quantit di sale, gi quasi pronto per l'uso,
che ci lasciava solo l'incomodo di doverlo pestare, un'inezia di fronte
alla fatica di raccogliere il sale fra le rocce in riva al mare.
Entusiasti, felici, facevamo progetti su progetti sul modo di
utilizzare la splendida grotta e da quel momento, trascurando ogni
altra occupazione, rivolgemmo tutta la nostra assiduit e capacit di
invenzione a quel campo di attivit, appena dischiuso, che gi si
presentava estremamente vantaggioso.
Naturalmente per quell'estate il Nido dei Falchi continu ad essere
la nostra casa, dove passavamo regolarmente la notte; ma durante
l'intero giorno stavamo vicino al Rifugio della Tenda, costantemente
occupati a fare i necessari adattamenti nel nuovo castello di roccia
per trasformarlo in un solido e funzionale alloggio d'inverno.
Innanzi tutto mi dedicai esclusivamente a procurare luce e aria
fresca e salubre alla nostra caverna salina; cominciai dunque con
l'aprire una serie di finestre. Si capisce che a questo scopo la parete
rocciosa dovette essere assottigliata, perch, se avessi voluto
sfondare le aperture delle finestre con lo stesso sistema della porta,
avremmo ottenuto parecchie feritoie profonde cinque o sei piedi, ma
aria e luce ne avremmo avuta ben poca. Naturalmente cominciammo
ad assottigliare e a ripulire dall'interno, nei punti dove la roccia,
rimosso lo strato di sale, era meno compatta. Tuttavia fu sempre un
lavoro pesante e faticoso e, quando finalmente le finestre
dell'alloggio ufficiali, in misura delle quali avevamo intagliato i fori,
sfavillarono al sole con le lastre di vetro nitide e lustre, ci
concedemmo un giorno di riposo straordinario. L'ingresso della
caverna fu aperto con le stesse dimensioni della porta che avevamo
prima al Nido dei Falchi e che trasportammo ora al Rifugio della
Tenda, giacch mi proponevo di sostituirla nel castello pensile con
una nuova di semplice scorza d'albero, in modo che l'accesso alla
scala a chiocciola fosse almeno mimetizzato, nel caso di un
improvviso assalto di selvaggi, per evitare facili saccheggi.
Siccome la caverna era estremamente spaziosa, fu divisa per il
momento in due parti, separate da un largo corridoio che portava
dritto sino in fondo, parzialmente limitato da pali. L'ala destra, vicino
all'ingresso, fu destinata ad abitazione, quella sinistra a cucina e
laboratorio. Nel fondo, dove non si poteva pi praticare alcuna
finestra, avremmo sistemato la cantina, un deposito e le stalle; il tutto
doveva essere a mano a mano separato da pareti divisorie, chiuso da
porte e allestito a regola d'arte, secondo le esigenze di una comoda
abitazione. Il grandioso lavoro preliminare della natura, che ci aveva
risparmiato le maggiori difficolt di costruzione e richiedeva da noi
soltanto l'opera di rifinitura dell'interno, ci incoraggiava e ci
invogliava ad applicarci con perseveranza e vi dedicammo
un'operosit e una tenacia come in nessuno degli altri lavori fino
allora eseguiti in quella terra deserta.
La parte destinata ad abitazione venne successivamente divisa in
tre stanze separate: la prima, accanto alla porta, camera per me e mia
moglie, la seconda sala da pranzo e la terza camera da letto per i
ragazzi. La prima e l'ultima avevano finestre a vetri, per quella di
mezzo ci dovemmo contentare di una semplice inferriata. In cucina,
nella parte anteriore fu costruito un focolare fra due condotti d'aria e
questi poi furono traforati a giorno in alto e forniti di una cappa che,
sporgendo sul focolare, doveva raccogliere il fumo e convogliarlo
all'esterno.
Il laboratorio fu lasciato particolarmente spazioso e con una larga
porta d'uscita, affinch d'inverno vi potessimo compiere utili
faccende e occorrendo vi trovassero posto anche il carro e il traino.
In questa stanza e nella camera dei ragazzi collocammo inoltre alcuni
armadi a muro tanto in voga nella nostra madrepatria.
Le stalle furono suddivise e si estendevano lungo le pareti laterali
e nel fondo della caverna, vicino al deposito delle polveri e alla
dispensa. Ricevevano l'aria, anche se indirettamente, dalle finestre
scavate nella roccia, poich chiaro che le pareti divisorie
occupavano soltanto una minima parte in confronto all'enorme
altezza della volta. Inoltre, tenendo conto dei vani situati in fondo,
avevamo creato a una notevole altezza rispetto alla prima fila di
finestre, un'altra serie di aperture che per furono munite soltanto di
inferriate. Davanti ad esse passava una passerella larga parecchi
piedi, sorretta da robusti pali. Dalle due parti i gradini di una scala
rozzamente scavata nella pietra portavano in alto. Delle corde
saldamente assicurate sostituivano la ringhiera lungo la parete
rocciosa. Quell'alto ballatoio interno ci serviva ottimamente come
vedetta per scrutare in lontananza. Comunque, la posizione delle
stalle, obbligata dalla distribuzione dello spazio, era anche un
richiamo alla pi scrupolosa e puntuale pulizia nella cura degli
animali e nella manutenzione degli ambienti.
Una mattina, camminando non lontano dalla riva, dal Nido dei
Falchi verso la casa nella roccia, scorgemmo con stupore una scena
che non avevamo mai osservato, bench avessimo fatto quella strada
almeno cento volte. Lontano, in alto mare, una considerevole
estensione dell'acqua sembrava quasi in tumulto come se, sollevata
da un fuoco abissale, ribollisse spumeggiando e gorgogliando in un
calderone. Sopra di essa si libravano in volo innumerevoli uccelli
marini di ogni specie: gabbiani, aquile di mare, chiurli, albatri e tanti
altri ancora, stridendo e gracchiando in modo orribile e assordante.
Lo stuolo dei pennuti era in continua agitazione. Interi stormi di
uccelli ora si precipitavano contro la superficie dell'acqua, ora si
alzavano in volo, girando vorticosamente, ora si inseguivano in tutte
le direzioni, lasciandoci nell'incertezza se lo scopo di tutto quel
trambusto fosse un semplice gioco o una lotta sanguinosa.
In mare il tratto fluttuante offriva uno spettacolo altrettanto strano.
Qua e l, nello splendore dell'aurora, emergevano piccoli bagliori
come fiammelle che si spegnevano subito nelle increspature delle
onde per rinnovarsi centuplicate e guizzanti quasi ad ogni momento.
Tutta la massa vorticosa avanzava dal mare aperto verso la riva e si
dirigeva precisamente verso la Baia della Salvezza. Presi da stupore e
interesse, anche noi accorremmo con la maggiore celerit possibile
alla volta della baia.
Strada facendo ognuno cercava di spiegarsi lo straordinario
fenomeno; la mamma pensava che fosse un banco di sabbia a cui
fino allora non avevamo fatto caso; Fritz invece supponeva che fosse
un vulcano sottomarino che iniziava la sua eruzione; Ernst infine
credeva che si trattasse di uno spaventoso mostro marino oscillante
sulle onde. Questa spiegazione fu accolta dalla maggioranza perch
dava alla vicenda un aspetto fantastico. Io per, dopo qualche
riflessione, giunsi all'idea che si trattava di un banco di aringhe, anzi
di un'enorme migrazione di aringhe, accompagnata da uccelli e foche
marine, avidi di preda.
Bisognava dunque agire con prontezza. Difficilmente eravamo
arrivati cos in fretta al Rifugio della Tenda e avevamo appena
staccato gli animali dal carro che gi il banco di aringhe arriv
scrosciando nella baia e avanz cos di furia che di tanto in tanto un
pesce saltava su un altro o si rivoltava, dibattendosi e mostrando il
ventre. Ci accorgemmo allora che in tal modo dalle squame bagnate
delle bestiole si riverberavano vivaci luccichii, provocando lo strano
scintillio che avevamo notato in alto mare.
In quel momento per non avevamo tempo da perdere in oziose
contemplazioni del suggestivo spettacolo; si trattava piuttosto di
approfittare della occasione e prendere quanti pi pesci possibile,
poich non c'era al mondo un modo pi facile e rapido per
provvedere alle nostre provviste invernali e sapevamo anche troppo
bene quanto cibo fosse necessario per noi e per le nostre bestie nella
lunga stagione delle piogge.
Perci assegnai a ciascuno, secondo la propria forza e abilit, i
diversi compiti da svolgere nell'impresa. A Fritz tocc di andare in
acqua per raccogliere i pesci nelle ceste e porgerceli; Ernst e J ack
furono adibiti allo sventramento; la mamma pestava il sale; il piccolo
Franz faceva da aiutante a tutti, mentre io dovevo salare le aringhe e
disporle a strati nei barili, perch mi sembrava che per tale compito
fosse necessaria la maggiore cura.
Innanzi tutto cosparsi di sale il fondo dei barili, vi posi sopra una
fila di aringhe con la testa rivolta verso il centro, quindi le ricoprii
nuovamente di sale, disposi un altro strato di pesci con la testa rivolta
verso l'esterno e continuai a sistemarli in tal modo, con notevole
economia di spazio, finch ogni barile fu pieno e vi rimase, in alto,
soltanto uno spazio dell'altezza di un pollice circa per sistemarvi
un'adatta copertura. Vi appoggiammo grandi foglie d'albero e un
pezzo di tela da vela tagliato a disco; sulla tela disponemmo dei
semicerchi di tavola che combaciavano perfettamente e il tutto fu
pressato forte con grosse pietre e messo per un po' di tempo al fresco
nella nostra caverna, finch la massa non si fosse un po' posata, in
attesa di chiudere definitivamente i barili per la perfetta
conservazione.
L'intera operazione prese quattro giorni interi, legandoci
completamente al Rifugio della Tenda, perch anche lavorando dalla
mattina fino a tarda sera non riuscivamo a mettere in salamoia pi di
due barili di aringhe al giorno e tuttavia non volevamo smettere
finch non ne avessimo riempiti almeno sette o otto.
Il nostro consueto lavoro per la sistemazione della casa nella
roccia continuava intanto a progredire tranquillamente senza
interruzioni ed era l'occupazione di maggiore o di minore
importanza, secondo che ci fosse qualcosa di pi o di meno urgente
da fare.
Dal momento in cui avevo scoperto nella grotta lo spato di gesso
come ganga dei cristalli di sale, gli davo letteralmente la caccia,
perch speravo di utilizzarlo in molti modi nella costruzione. Ma
poich la caverna era gi abbastanza grande, preferivo cavare
quell'utile pietra da qualche altro luogo; esaminavo perci tutta la
parete di roccia per vedere se essa apparisse anche altrove. Presto
riuscii a trovare nel deposito delle polveri, dietro la sporgenza delle
rocce e precisamente in direzione del canneto, un posto in cui il suolo
era particolarmente friabile e si poteva scavare facilmente. Ne
trasportammo una buona scorta nella cucina da campo vicino al
Rifugio della Tenda e ogni volta che la madre cucinava, ne facevo
calcinare alcuni pezzi; quando si erano raffreddati li pestavamo
riducendoli in polvere e mettevamo la polvere ottenuta in un posto
asciutto per tenerla in serbo, finch l'interno della caverna fosse stato
ulteriormente sistemato: avevo deciso infatti di fare un esperimento
di lavorazione del gesso, per risparmiare in tal modo una quantit di
tavole, che altrimenti sarebbero state necessarie per rivestire le pareti
delle nostre camere.
Circa un mese dopo il grande passaggio delle aringhe, che gi da
un pezzo si erano dileguate dalla baia, comparve in questa e nelle
zone limitrofe della riva una grande quantit di storioni, di salmoni e
di storioni reali, che seguendo il corso delle acque dolci si
spingevano nell'entroterra, risalendo il corso d'acqua sino alla
sorgente per deporre le uova, come loro abitudine, in mezzo alle
pietre e ritornare poi in alto mare.
La maggior parte dei pesci era di tale grandezza che J ack, che ci
port la lieta notizia dell'arrivo dei forestieri, li aveva scambiati per
giovani balene.
Ci promettevano gradito cibo e provviste per l'inverno, ma non
sapevamo ancora quale fosse il modo migliore per affrontarli, per cui
ognuno di noi prese l'arma che credeva pi adatta. Fritz afferr le
fiocine con la corda e il verricello. Io, novello Nettuno, presi un
tridente adatto per fiocinare i pesci. Ernst si mun di grossi ami e
J ack prepar la freccia, fissando a una lunga fune alcuni galleggianti
che dovevano impedire al pesce colpito di rituffarsi in acqua. Cos
equipaggiati tornammo presto alla riva. Ernst gett nelle onde l'amo
con un po' di esca ricavata dalle interiora del primo pesce catturato, e
aspett che qualcuno degli ospiti abboccasse. J ack manc un paio di
tiri, ma finalmente la sua freccia rimase infilzata e con gran fatica il
ragazzo tir a riva un grosso pesce. Anch'io fiocinai con successo
due animali, ma dovetti spingermi molto nell'acqua per
impadronirmene completamente. Pure Ernst riusc a trarre a riva un
giovane storione attaccato all'amo e Franz e la madre furono costretti
a prestargli aiuto. Le maggiori difficolt furono cagionate da Fritz,
che aveva infilzato un enorme storione reale proprio dietro la testa e
a stento era riuscito a bloccarlo aiutandosi con il cavo dato volta al
verricello. Accorsi in suo aiuto e solo scagliando altre due fiocine nel
corpo del bestione riuscimmo a spossarlo tanto da poterlo trascinare
su un fondale basso; allora gli gettammo al collo un nodo scorsoio
dietro le branchie e potemmo infine alarlo definitivamente a terra,
con l'aiuto del bufalo.
Tutti quei magnifici pesci vennero sventrati. Tagliai la carne in
grossi pezzi, ne salai una parte, disponendola a strati, come avevo
fatto con le aringhe e provai poi a preparare e mettere in conserva
l'altra parte, pressappoco come si usa fare col tonno nel
Mediterraneo. La ricoprii cio di olio, dopo averla fatta bollire in
acqua salata.
Le vescichette natatorie, invece, furono ripulite e cotte,
schiumammo poi dall'acqua la gelatina, che lasciammo raffreddare
ed essiccare, ottenendo in tal modo una colla limpida e trasparente
che speravo di utilizzare in seguito non solo per incollare ma, meglio
ancora, in sostituzione dei vetri nelle finestre.
L'orto accanto al Rifugio della Tenda, proprio vicino a noi, era in
pieno rigoglio e senza richiedere eccessive cure ci offriva ricchi
contorni di legumi di ogni specie, dallo squisito sapore. Con
particolare piacere notavamo che in quei luoghi le piante non
sembravano legate esclusivamente ad una determinata stagione;
durante tutta l'estate, per esempio, avevamo a nostra disposizione
piselli e fagioli, parte in fioritura, parte in piena maturazione. Ogni
nostra lieve fatica era compensata ad usura, perch oltre a svariati
ortaggi, avevamo anche cetrioli, meloni e una gran quantit di
granturco di straordinario sviluppo. Anche le canne da zucchero
crescevano rigogliose e infine la maggior parte degli ananas
trapiantati sulle sporgenze della parete rocciosa aveva messo radici,
promettendoci per il futuro una magnifica provvista degli squisiti
frutti.
Il felice prosperare delle piante seminate nelle nostre vicinanze ci
dava ottime speranze anche per le piantagioni pi lontane; ci
preparammo quindi a farvi una capatina e un mattino partimmo di
buon animo dal Rifugio della Tenda.
Andammo prima alla volta del Nido dei Falchi, per munirci di
tutto l'occorrente. Prima di arrivare per passammo per il grande
campo in cui la mamma al posto delle patate aveva seminato
generosamente ogni sorta di cereali e di leguminose. Vi trovammo
una gran quantit di piante europee, in gran parte in piena
maturazione. C'erano orzo, grano, segale, avena, ceci, miglio, fagioli,
lenticchie e altro ancora. Ero veramente sbalordito, chiedendomi da
dove la mamma avesse preso tutte quelle sementi.
Pi ricca di ogni altra riusc la messe del granoturco. Ne avevamo
piantato un po' per prova nell'orto, ma qui ne era stato seminato un
piccolo campo. In compenso per, anche una massa di ospiti
importuni e scrocconi si era autoinvitata nel nostro campo, recando
con le sue ruberie un sensibile danno al raccolto. Appena ci
avvicinammo al campo di mais una mezza dozzina di otarde che in
quel momento si ingrassava a nostre spese, prese immediatamente la
fuga sbattendo rumorosamente le ali e quando i due cani, avidi di
caccia, si precipitarono davanti a noi tra le spighe, un altro grande
stormo di uccelletti si alz in volo con acute strida, mentre altri
volatili vari se la svignarono altrettanto velocemente al modo delle
quaglie, rasentando il suolo.
Fritz fu pronto in un baleno. Senza indugio strapp il cappuccio
dagli occhi dell'aquila, che in ogni spedizione portava con s sulla
bisaccia, le indic con la mano le otarde fuggiasche che in quel
momento spiccavano il volo, e la lanci dal pugno dietro ad esse; poi
balz subito sull'onagro, sfrecciando a rotta di collo all'inseguimento
del rapace. Vedemmo allora svolgersi nell'aria uno spettacolo che
eccit al massimo il nostro interesse. Presto l'aquila ebbe sott'occhio
la sua preda, si alz in volo molto pi in alto delle otarde,
minacciando di piombare da un momento all'altro su di esse. Le
poverette, appena l'ebbero scorta, cominciarono a spaventarsi e,
agitate, cercarono di sfuggirle in mille modi; ora si radunavano tutte
insieme, ora si disperdevano di nuovo, ogni tanto si abbassavano fino
a terra in cerca di un qualsiasi nascondiglio, per sottrarsi all'occhio
acuto e ai terribili artigli del rapace nemico. Ma l'aquila non perse di
vista le fuggiasche nemmeno per un momento; aveva fatto la sua
scelta e senza posa dava la caccia alla pi bella e pi grossa delle
otarde, che si vide costretta a scendere a terra, nella speranza di
guadagnare un po' di tempo, correndo davanti alla feroce
persecutrice. Ma subito l'aquila riusc a raggiungere l'uccello
corridore e ad aggrapparsi al suo dorso; gli si avvinghi con le ali per
impedirne la fuga e di tanto in tanto con un vigoroso colpo di rostro
rendeva sempre pi debole e spaurito l'animale.
A briglia sciolta Fritz salt allora dai cespugli, scese dal suo Pie''
Veloce, gett il fazzoletto sulla testa dell'otarda e le impastoi le
zampe; poi rimise il cappuccio all'aquila, la stacc dall'otarda, la
pos al solito posto, sulla sua bisaccia e finalmente lanci trionfanti
grida di gioia che ci fecero accorrere tutti.
Il resto del giorno lo trascorremmo a ripulire e mettere in serbo i
cereali che avevamo raccolto. Facemmo poi i preparativi necessari
per poter ripartire l'indomani, allo spuntar del giorno. Tra l'altro,
scegliemmo con cura una schiera di galline e qualche gallo che
avevamo deciso di lasciare scorrazzare in libert, in un luogo
piuttosto distante dalla nostra abitazione, come colonizzatori,
affinch si moltiplicassero e trovassero da s il loro sostentamento. In
seguito potevano servirci da selvaggina. Ad essi aggiungemmo
ancora quattro porcellini e quattro capre, poich il nostro bestiame
era aumentato notevolmente e bisognava alleggerire le molteplici
difficolt dell'allevamento.
L'indomani dunque, dopo aver caricato il carro, lasciato
sufficiente foraggio agli animali ed esserci bene armati ed
equipaggiati, partimmo tutti insieme dal Nido dei Falchi. La mucca,
il bufalo e il vecchio bigio dovevano tirare il carro, l'onagro era
invece cavalcato, come il solito, dal nostro agile Fritz che galoppava
allegro all'avanguardia, per osservare dove si potesse passare pi
facilmente e se non ci fossero pericoli in vista per la nostra carovana.
Anche stavolta prendemmo una strada nuova che passava fra la
riva e le rupi, per conoscere infine perfettamente tutta la zona
compresa tra il Nido dei Falchi e la grande baia, al di l della Vedetta
e del Capo della Speranza Delusa.
Dopo una marcia abbastanza faticosa ci inoltrammo fino al
margine estremo della macchia e l ai nostri occhi si offr una piccola
pianura, cosparsa per lo pi di bassi cespugli, che ci colp con uno
spettacolo davvero sorprendente. Il piccolo Franz trov per primo le
parole che rivelavano il suo stupore e la profonda impressione che gli
dava l'insolita scena. Oh, buon Dio, neve! grid. Guardate
dunque, neve! Ma meraviglioso! Un vero inverno e non
quell'orribile eterna pioggia!
Fummo costretti a ridere dell'idea del piccolo, ma in realt su tutti
gli arbusti e a terra giaceva una bianca vaporosa copertura di fiocchi,
splendenti come neve. Ebbi per la rapida intuizione di che cosa si
trattava e il pronto spirito d'osservazione di Fritz conferm presto
quanto avevo supposto. Ci trovammo cio davanti ad un'enorme
distesa di piante di cotone, i cui frutti o capsule, spaccati per la
completa maturazione, lasciavano uscire il contenuto fioccoso, cos
che dappertutto grossi bioccoli di soffice cotone, in parte con i semi
ancora attaccati, pendevano qua e l dagli arbusti o giacevano a terra,
portati dal gioco dei venti; altri ancora appesi alle loro capsule
parevano ammiccarci dai rametti frondosi, come le tonde palle di
neve dei nostri giardini. La gioia per questa scoperta fu viva e
generale, ma in particolare ne fu felice la mamma, la quale cominci
subito ad enumerarmi la quantit di cose che avrebbe potuto
confezionare e per le quali, a suo tempo, avrei dovuto fornirle
macchine e utensili.
Nel frattempo strappavamo, raccoglievamo, ripulivamo alla svelta
tutto il cotone che i nostri sacchi potevano contenere, lieti della
gradita sorpresa e la mamma raccolse perfino una borsa piena di semi
per spargerli nel terreno intorno al Rifugio della Tenda e avere nelle
vicinanze anche quella preziosa pianta.
Subito dopo arrivammo a un'altura da cui si godeva un'incantevole
vista. Alberi d'ogni tipo coprivano i fianchi della collinetta che da un
lato si confondeva con la pianura fertile, bagnata da un ruscello. Tutti
furono d'accordo, quando manifestai l'intenzione di fondare la nuova
colonia proprio in quel punto.
Mentre gli altri si accomodavano alla meglio, io perlustrai
attentamente la zona circostante. Presto trovai un gruppo di alberi
disposti a giusta distanza uno dall'altro e pensai di utilizzarli, senza
alcuna modifica, come pilastri principali della nostra piccola fattoria:
bastava soltanto eliminare alcuni piccoli inconvenienti.
Nei tre alberi frontali, a dieci piedi d'altezza da terra furono
praticati degli incavi, in cui vennero appoggiate due traverse del
diametro di cinque pollici circa. Dietro, all'altezza di otto piedi fu
fatto lo stesso incavo in altri tre alberi. Dopo di ci vennero collocate
due grosse stanghe che passavano dagli alberi anteriori d'angolo a
quelli posteriori e le due stanghe, data l'ineguale altezza degli incavi,
avevano una pendenza di due piedi circa. Poi da albero ad albero, con
la stessa pendenza delle stanghe laterali, disponemmo a mo' di
travicelli, sopra le traverse anteriori e posteriori, delle tavole sottili
che furono saldamente fissate a queste con cavicchi di legno,
formando cos una grande graticciata sulla quale collocammo ed
inchiodammo uno accanto all'altro diversi pezzi di corteccia d'albero,
che dovevano avere funzione di tegole, dopo averli fatti seccare al
sole.
Dopo aver mangiato riprendemmo la costruzione del casolare e
per diversi giorni di seguito continuammo a lavorare con grande zelo.
Costruimmo le pareti laterali della capanna intrecciando fittamente
liane o altre piante rampicanti con ramoscelli flessibili e le
montammo fino all'altezza di cinque piedi. Lo spazio che rimaneva
fino al tetto fu chiuso da un arioso graticolato in modo che vento e
aria vi circolassero liberamente e, occorrendo, si potesse guardare
fuori dall'interno. Naturalmente nella facciata principale del casolare
lasciammo aperta una porta rivolta verso il mare. Attrezzammo
l'interno come meglio si poteva, senza eccessivo dispendio di tempo
e di legname. Un tramezzo che giungeva fino a met altezza del
casolare, lo separava in due parti disuguali; la pi grande, con la
porta d'ingresso, fu destinata a ovile, la pi piccola a stanza da letto
per noi, nel caso che avessimo voluto trascorrere qualche giorno
nella capanna.
Nell'ovile sistemammo uno scomparto per i polli, recinto da uno
steccato in modo che potessero passarvi attraverso soltanto i polli,
ma non le capre. Tanto nell'ovile quanto nel pollaio furono fatti gli
opportuni allestimenti per governare il bestiame; nel tramezzo che
divideva l'ovile dalla stanza da letto collocammo una porta
intrecciata come le pareti, che durante la nostra assenza sarebbe
rimasta chiusa.
Durante il lavoro per facevamo anche delle spedizioni nei
dintorni, un po' per procurarci patate o noci di cocco e un po' per il
desiderio di esplorare meglio la zona circostante.
Perci salivamo sempre lungo il ruscello, avvicinandoci
gradatamente alla parete rocciosa, con l'intenzione di arrivare alla
vecchia strada che gi conoscevamo. Presto capitammo in una grande
zona paludosa, nei pressi di un grazioso laghetto. Con piacevole
meraviglia vidi che tutto il terreno paludoso sino al laghetto era
ricoperto di riso selvatico, in parte appena germogliato, in parte
giunto a mezza maturazione e qua e l in pieno sviluppo, tanto che
aveva attratto una quantit di ghiotti predoni, sotto forma di uccelli, i
quali al nostro avvicinarsi si alzarono a volo con un frullo d'ali.
Riuscimmo ad abbattere quattro o cinque tetraoni dal collare, ma la
nostra abilit sarebbe rimasta infruttuosa senza il giovane sciacallo
che per fortuna era venuto con noi e che con tanta rapidit appena
vedeva piombare dal cielo un capo di selvaggina, balzava nella
palude in mezzo al riso e ce lo consegnava all'istante.
Non mancammo nemmeno di raccogliere una bisaccia piena di
piccole spighe di riso. Mastro Pizzichino fu obbligato a trasportarle a
casa dalla mamma lietamente sorpresa, il che provoc un sacco di
boccacce da parte dello scimmiotto, con gran divertimento di noi
tutti.
L'indomani, dopo aver provvisto di foraggio capre, pecore e polli
che dovevano rimanervi, lasciammo il nuovo cascinale, che avevamo
battezzato Waldegg.
5
Giungemmo presto in una macchia dove un'incredibile quantit di
scimmie ci accolse con orribili strida e con una grandine di grosse
pigne; solo con qualche colpo a pallini ben aggiustato potemmo
finalmente farci largo.
Fritz raccolse qualcuna delle pigne con cui le scimmie ci avevano
bersagliato e mi accorsi subito che erano i frutti dei pinastri. Le
apprezzai molto, non solo per il loro squisito sapore, ma
principalmente perch in futuro mi ripromettevo di spremerne l'olio.
Perci ordinai ai ragazzi di raccoglierne quanto pi possibile.
Continuammo la nostra marcia e presto arrivammo al boschetto
delle scimmie, che oltrepassammo senza fermarci, giungendo cos in
breve nelle vicinanze del Capo della Speranza Delusa. Uscendo dal
boschetto scorsi una collinetta che pareva promettere un'ottima
visuale, per cui non esitai a salirvi, seguito da tutti. Quando
raggiungemmo la cima del colle trovammo che la realt superava
l'aspettativa, tanto splendido era il paesaggio che si offriva ai nostri
occhi tutt'intorno. Decisi allora di impiantare anche in quel punto una
colonia e, appena ci fummo riposati un poco, cominciammo a darci
da fare iniziando la costruzione di un casolare. Il lavoro, dopo
l'esperienza fatta a Waldegg, progred cos in fretta che in sei giorni
avevamo gi finito. Su proposta di Ernst alla nuova colonia fu dato il
risonante nome di Hohentwiel.
6
Avevo intrapreso quella spedizione principalmente per cercare un
albero con la cui scorza si potesse costruire una barca leggera, ma

5
Nome di una localit svizzera. (N.d.T.)
6
Localit del Wrttemberg particolarmente nota per motivi geologici e storici.
(N.d.T.)
non troppo piccola. Fino allora le mie esplorazioni erano state vane,
ma non avevo ancora perduto del tutto la speranza e dopo che
avemmo terminato la costruzione della nuova capanna cominciai a
girare tutt'intorno con i ragazzi per quella zona, cos ricca di piante
rare. Dopo lunghe e molteplici prove, fatte solo a mano o con l'ascia,
trovai finalmente alcuni poderosi alberi d'alto fusto che somigliavano
alle querce; avevano frutti simili alle ghiande, soltanto un po' pi
piccoli, e una corteccia che pareva quasi sughero, ma si distingueva
da questo per la maggior tenacit; mi sembr dunque del tutto
rispondente al mio scopo.
Dopo aver cercato quello che pareva facesse proprio al caso
nostro, fissammo a uno dei rami inferiori la scala di corda che
avevamo portato con noi. Fritz vi si arrampic e con la sega a mano
cominci a incidere in alto la corteccia tutt'intorno al tronco fino al
durame, mentre io facevo la stessa operazione verticalmente dall'alto
al basso, con la massima cura. Subito dopo staccammo una sottile
striscia della corteccia lungo il tronco, poi con scalpelli da legno la
scorza fu staccata a poco a poco tutt'intera e, poich l'albero era nel
suo pieno vigore e la corteccia abbastanza elastica, il lavoro ci riusc
a perfezione.
Per, quando avemmo portato la scorza scortecciata e intatta
sull'erba, ci accorgemmo che il nostro lavoro era appena a met.
Mi sembr opportuno iniziare immediatamente l'ulteriore
lavorazione perch la corteccia, per la naturale umidit e flessibilit
che ancora manteneva, in quel momento avrebbe potuto prendere
molto pi facilmente la forma che volevo darle per ricavarne
un'imbarcazione. A questo scopo tenni allargati con un grosso cuneo
i fianchi laterali della corteccia, che tendevano a richiudersi, praticai
alle due estremit (davanti e dietro) un'incisione lunga circa cinque
piedi, proprio al culmine della convessit, e riunii poi insieme i lembi
divisi, in modo che, dal punto in cui aveva inizio l'incisione,
combaciassero gradualmente sempre di pi, terminando infine a
punta. Essi furono fissati saldamente in tale posizione con alcuni
chiodi, perch non potessero pi staccarsi l'uno dall'altro e
formassero i due speroni dell'imbarcazione: cos rialzati, avrebbero
certamente facilitato il fendere delle onde. Tuttavia in questo modo la
mia barca era diventata troppo piatta nel mezzo; costrinsi allora le
fiancate a prendere una posizione pi verticale, tirandole
energicamente con l'aiuto di alcuni cavi, ma mi mancavano gli arnesi
necessari per poter dare l'ultima mano all'opera. Con Fritz e J ack
mandai a prendere al Rifugio della Tenda il traino, a cui avevo
applicato le piccole ruote dei cannoni di bordo, per poter trasportare
con quello la barca e completarla in un posto pi comodo.
Nel frattempo cercai in tutti i boschetti e le fratte dei dintorni dei
rami curvi e a gomito, parte per rinforzare, parte per rialzare le
fiancate della barca. Assieme ad Ernst, fui tanto fortunato da trovare
una quantit di alberi dai rami incurvati naturalmente, come pinastri,
ontani e acacie, che mi offrirono diverse ottime coste di sostegno per
lo scafo. Per l'occasione scoprimmo anche in un tronco d'albero una
nuova resina che asciugandosi si rivel straordinariamente tenace; ne
facemmo raccogliere subito una buona provvista dalla mamma e dal
piccolo Franz, perch mi ripromettevo di ricavarne grandi vantaggi
per il futuro impeciamento della barca.
Era gi sera quando i miei due figli tornarono con il traino e
poich, data l'ora avanzata non si poteva iniziare nessun altro lavoro,
andammo tutti a riposare. La mattina seguente ci mettemmo di
buon'ora all'opera. Caricammo la barca sul traino, assieme ai legni
ricurvi e ad altre cose occorrenti, e iniziammo subito il viaggio di
ritorno.
Presto giungemmo alla grande palude e con le accette ci facemmo
largo a fatica tra le canne per aprirci un varco sufficiente, soprattutto
per l'asino che portava le vettovaglie. Ci imbattemmo in bamb dai
fusti cos alti, come non ne avevo ancora trovati nella regione al di
qua del valico; ne abbattei uno per utilizzarlo come albero della
nuova barca.
Dopo un certo tempo uscimmo finalmente dall'intrico delle canne
e alla nostra sinistra, anzich il mare, trovammo il grande fiume,
mentre a destra la lunga catena di rocce indietreggiava un poco,
lasciando soltanto uno stretto passaggio, che da quel momento
chiamammo la Chiusa. Nel punto pi stretto, a pochi passi dal
torrente che, sgorgando impetuosamente da un crepaccio, l accanto,
si gettava nel grande fiume, costruimmo un solido argine che doveva
anche servirci da trincea e consentire il libero transito verso il
torrente e verso le pianure erbose dell'entroterra soltanto attraverso
un angusto passaggio. Lo spazio intermedio fu ricoperto
abbondantemente di palme nane, fichi d'India e piante spinose, in
modo da lasciare soltanto una tortuosa strada carrabile che doveva
passare su una bocca di lupo
7
nascosta e che in futuro, una volta che
le diverse piante spinose fossero cresciute e irrobustite, avremmo
potuto sbarrare con un ponte levatoio tanto sul torrente che sui fossati
del trinceramento. In tal modo il passo sarebbe stato al sicuro da ogni
attacco di bestie feroci.
Al di l della Chiusa avevamo condotto anche i maialetti e si era
contrassegnato il luogo in cui tutto ci era avvenuto col nome di
Guado del Cinghiale; dopo alcuni giorni di faticoso lavoro potemmo
finalmente riprendere il cammino.
Ci fermammo al Nido dei Falchi solo qualche oretta per desinare,
sbrigare qualche faccenda necessaria e soprattutto per dare il
becchime ai polli. Subito dopo proseguimmo per il Rifugio della
Tenda, dove arrivammo senza intoppi e non troppo tardi, ma stanchi
ed esausti.
Dopo aver fatto alcuni lavori domestici ed esserci riposati un
poco, ci rimettemmo a tutto spiano alla costruzione della barca, che
fu completata in una sola tirata. Aveva una solida ossatura di legni
ricurvi; davanti e dietro un pezzo a gomito per maggiore rinforzo
delle punte rialzate; sotto, per tutta la lunghezza dell'imbarcazione,
una chiglia ed infine in alto, lungo tutto l'orlo, un bordo di tavole
flessibili a cui furono attaccati anche alcuni anelli di ferro per potervi
passare attraverso, all'occorrenza, il sartiame dell'albero. Sul fondo
formai quasi un selciato di pietre pesanti, come zavorra stabile, legate
insieme a tenuta stagna con argilla. Su di esse posai un pagliolato di
assi su cui si poteva stare in piedi o distesi, comodamente e
all'asciutto. Trasversalmente, sul bordo, vennero gettati dei banchi
mobili, in mezzo fu piantato l'albero di bamb con una vela
triangolare e a poppa fissai con dei cardini di porta il timone, che si
poteva governare abbastanza agevolmente per mezzo di una lunga

7
Trappola per le belve costituita da una fossa coperta da frasche e munita di paletti
verticali aguzzi. (N.d.T.)
sbarra che finiva dentro la barca.
A questo punto devo tornare indietro, raccontando qualcosa che a
suo tempo avevo tralasciato. Durante la stagione delle piogge la
nostra mucca aveva partorito un vitello e nei primi giorni, per
ammansirlo, gli avevo traforato il setto nasale, come al bufalo, per
passarvi attraverso un anello di ferro o una bacchetta di legno a cui
assicurare la briglia per la guida.
Ora che il vitello era un po' pi robusto e gi divezzato dal latte
materno, pensai fosse giusto abituarlo gradatamente al lavoro a cui
era destinato. Una sera proposi ai ragazzi di decidere a che cosa in
effetti dovevamo addestrarlo. Fritz pensava di farne un bue da sella
di grande utilit, come quelli degli Ottentotti. Tutti fummo dello
stesso parere e offrimmo la nuova cavalcatura al piccolo Franz. Con
nostra meraviglia il ragazzetto si dichiar senz'altro d'accordo e
aggiunse che avrebbe allevato ed addomesticato il vitellino per i suoi
scopi.
Gli chiesi allora come dovesse chiamarsi l'animale e gli proposi
ogni sorta di nomi presi dai canti popolari dei bovari svizzeri. Ma
nessuno di essi piacque al ragazzo, che afferm: Chiamer il
vitellino Brontolone o solamente Brumm, perch finch non l'avr
domato dovr brontolare e rugliare, almeno penso.
Tutti trovarono il nome appropriato e immediatamente i ragazzi,
presi dall'entusiasmo, vollero mettere nomi adatti anche al bufalo e ai
due cuccioli di Bill.
J ack non si trov in imbarazzo nel proporre lui stesso il nome per
il suo amatissimo bufalo e disse che dovevamo chiamarlo Tempesta,
cos sarebbe stato meraviglioso poter dire che veniva a cavallo della
tempesta.
Quell'innocente vanit mi fece ridere: Certo, certo,
esclamai, sar uno spettacolo maestoso vedere il nostro minuscolo
millantatore che cavalca sulle ali della tempesta.
Ai due cuccioli furono imposti brevemente i nomi di Bruno e
Fulvo, per il colore predominante del loro pelame. Cos per quel
giorno l'allegra operazione battesimo ebbe fine.
La scoperta del cotone non aveva portato alla sua utilizzazione
nella nostra economia domestica cos alla svelta come avevamo
pensato perch la fibra raccolta era tutta mescolata ai semi, ancora
attaccati ai soffici fiocchi.
Il tentativo di scartare i semi con le dita si rivel talmente faticoso
che fui costretto ad escogitare un mezzo meccanico per tale
operazione. Sapevo che anche le popolazioni primitive dell'Asia e del
Nord Africa si servivano di una macchina di questo genere, la
cosiddetta ciurka, come la chiamano gli abitanti dell'India, della
Persia e di Buchara. Mi accinsi dunque ad imitarli con un certo
ottimismo, perch a Londra avevo visto un arnese simile nel Museo
della Compagnia delle Indie orientali. Due sottili rulli, grossi quanto
un dito e lunghi poco pi di un piede, furono incastrati in due
sostegni verticali che in precedenza avevo fissato a una pesante
tavola. I due rulli furono collocati uno sull'altro in modo che
sporgessero all'esterno ancora circa un palmo. Il rullo superiore fu
lasciato quadrangolare ad una delle estremit, per potervi fissare un
braccio girevole; alle estremit che sporgevano dall'altra parte del
supporto furono posti degli ingranaggi che dovevano trasmettersi
reciprocamente il movimento rotatorio. Cos li avevo visti a Londra
in quella collezione.
N i ragazzi n mia moglie capirono a che doveva servire la mia
strana macchinetta. Quando per dopo due giorni di sudato lavoro
ebbi introdotto le biette per regolare la posizione della macchina e
montato il mio congegno al suo posto, davanti alla casa nella roccia,
gridai: Ed ora portatemi pure del cotone!
J ack vol verso la provvista del cotone e ne port una bella massa.
E adesso forza con i rulli! esclamai. Con la destra girai la
manovella, mentre con la sinistra accostavo un po' alla volta ai rulli
la bianca massa fioccosa. Ed ecco che i fiocchi di cotone furono presi
dai rulli e portati nell'ingranaggio, mentre i semi rotondi si
staccavano e cadevano sulla tavola di sostegno. Un urr dei ragazzi
premi la mia fatica. La mamma si apprest subito piena di
entusiasmo a girare anche lei la manovella, ma nella foga del lavoro
la azionava un po' in un senso e un po' in un altro, e J ack che, con le
mani sulle ginocchia, stava di guardia, l vicino, pi di una volta
dovette gridare: Mammina! Ma tutto al contrario! Cos giri
all'indietro!
Certo la mia macchinetta ha un aspetto rudimentale ed
arrangiato, pensavo comunque, sar sempre utile quanto quelle che
gli Ind e i Persiani fabbricano nelle loro capanne.
La gioia della mamma rallegrava davvero il cuore. Gi prevedeva
ogni soddisfazione per la sua solerzia di filatrice e subito, davanti ai
nostri occhi, dopo aver preparato una conocchia con una canna
spaccata in alto a met e avervi infilato un grosso bioccolo di cotone
ripulito, fece prillare svelta il fuso, che era un piacere starla a
guardare.
D'allora in poi lavorammo per circa due mesi nella nostra grande
caverna salina, per completare provvisoriamente, con tramezzi di
tavole o di canne intrecciate e con i necessari soffitti, la suddivisione
principale delle stanze e delle stalle. Poi, nella lunga stagione delle
piogge, avremmo eseguito come passatempo il resto delle
indispensabili comodit e delle decorazioni interne. Certo il nostro
lavoro fu pesante, ma poich avevamo una bella provvista di tavole,
travi e assi del relitto e non ci mancavano nemmeno le canne e le
liane per i graticci, potemmo effettuare, innalzando e incastrando con
cura il materiale da costruzione, la maggior parte degli impianti
principali, almeno quelli che ci sembravano essenziali per l'inverno.
Facemmo inoltre graziosi lavori di stuccatura o, per meglio dire,
passabili abborracciamenti nella nobile arte del gesso. Infatti, per
risparmiare il tavolame, ricoprivamo di gesso impastato le pareti
divisorie delle stanze, formate in prevalenza di canne intrecciate, sia
perch prendessero un aspetto pi pulito e allegro, sia perch
potessero ripararci un po' meglio dall'aria fredda e dalle eventuali
esalazioni sgradevoli delle stalle vicine.
Il pavimento dell'abitazione fu ricoperto con uno strato abbastanza
spesso di argilla fortemente pigiata, come talvolta si usa fare nell'aia
per la trebbiatura e, come le pareti di gesso, per il completo
essiccamento fu affidato al calore dei rimanenti mesi estivi.
Facemmo pure, un po' per il gran caldo, un po' per amore della
pulizia, un esperimento provvisorio: con la lana delle pecore e col
vello delle capre confezionammo un tappeto di feltro che doveva
essere disteso a terra nella stanza da pranzo e di soggiorno.
L'operazione riusc abbastanza bene; dopo aver accuratamente
lavato, asciugato e sfioccato la lana assieme al vello delle capre, ne
ponemmo uno strato piuttosto sottile e completamente regolare su un
telone della grandezza del tappeto che volevamo confezionare.
Inzuppammo il tutto di acqua bollente, nella quale avevamo sciolto
una certa quantit di colla di pesce, arrotolammo il telone e
cominciammo a battere il fagotto a pi non posso con grossi randelli;
bagnammo ancora una volta lo strato di pelo, lo pigiammo con i piedi
e lavorammo tutto l'impasto con tanta forza e cos a lungo che infine,
ormai trasformato in una pratica coperta di feltro, lo potemmo
staccare dal telone e lasciare asciugare al sole, in attesa della futura
utilizzazione.
Poco tempo dopo arriv per noi il raccolto dei colombi, come lo
chiamavamo da quando, l'anno prima, avevamo abbattuto al Nido dei
Falchi un enorme numero di colombi migratori, che poi la mamma
aveva mezzo arrostiti e posti in conserva nel burro. La precedente
provvista ci aveva procurato di tanto in tanto, durante il corso
dell'anno, una squisita pietanza; non volevo perci perdere
l'occasione di rinnovarla nel modo pi opportuno. Trovammo in
realt che sugli alberi del Nido dei Falchi cominciava a presentarsi
una specie di avanguardia di quegli uccelli. Subito la nostra passione
per la caccia si dest in tutta la sua intensit e lo zelo per le
costruzioni pass svogliatamente in seconda linea. Tutti insieme
scendemmo dunque in campo contro i colombi al Nido dei Falchi.
Riflettendo sul modo di risparmiare stavolta la nostra polvere da
sparo, mi ricordai di aver letto di una popolazione delle Indie
occidentali o degli abitanti delle isole Palati nelle Caroline, che
preparavano con caucci ancora allo stato fluido, mescolato con olio,
una pania tanto tenace da poter catturare con essa perfino pavoni e
tacchini.
Allora feci partire Fritz e J ack perch raccogliessero tutto il
caucci che si poteva prendere nello spazio di un giorno, per
metterne subito da parte una buona scorta. La sera, quando eravamo
gi tutti a letto, i ragazzi tornarono con una sufficiente quantit di
gomma.
Cari miei, oggi bisogna alzarsi con il sole, esclamai ai miei
figli, appena il cielo cominci a rischiararsi, perch abbiamo
molto da fare!
Subito fummo tutti in piedi e dopo aver sbrigato le solite faccende
mattutine ci mettemmo seriamente all'opera. Per prima cosa i ragazzi
furono mandati a raccogliere delle bacchette da trasformare in
panioni. Io intanto ero occupato a preparare la pania, mescolando a
fuoco lento una sufficiente dose di olio col caucci ancora fluido. A
tale miscuglio aggiunsi di mia iniziativa un po' di olio di trementina e
sbattendo e mescolando ottenni una bella massa omogenea che
divenne davvero una pania molto viscosa e tenace. Subito dopo
insegnai ai ragazzi, che nel frattempo erano ritornati, come dovevano
spalmare quella roba appiccicosa sulle bacchette raccolte e andai in
cerca dei posti pi adatti in cui infilare le panie preparate.
Capii presto che l'anno precedente dovevamo essere arrivati senza
dubbio proprio alla fine, come dire insieme con i ritardatari, della
grande migrazione dei colombi, giacch ora si precipitava sugli alberi
vicini una massa di uccelli talmente incredibile, che perfino un cieco
avrebbe difficilmente mancato il tiro. In particolare essi andavano in
cerca delle dolci ghiande del vicino querceto e la quantit di
sudiciume per terra faceva supporre che avessero gi scelto quel
posto come alloggio notturno e che probabilmente avevano
intenzione di pernottarvi una seconda volta. Lieto di questa scoperta
mi proposi, se le panie non ci avessero procurato abbastanza
selvaggina, di organizzare anche una caccia notturna e di catturare i
colombi alla luce delle fiaccole, come i colonizzatori americani della
Virginia. A questo scopo raccolsi ancora un po' di legna leggera e di
rametti secchi.
Quando tornai al Nido dei Falchi trovai gi una sufficiente scorta
di bacchette impaniate. Allora J ack dovette salire sul nostro grande
albero e fissarle ai rami.
Aveva appena infilato una decina di quelle panie ed era sceso per
munirsi di nuove bacchette, che gi i colombi volavano a stormi e si
posavano sui pericolosi rami senza il minimo timore. Ecco che uno o
l'altro rimaneva impaniato, si dibatteva, svolazzava, finch la
bacchetta si staccava dal ramo e il colombo precipitava con essa,
diventando nostra facile preda; dopo di che le panie, liberate alla
svelta, rifacevano lo stesso servizio una seconda e una terza volta.
Presto i ragazzi capirono cos bene il procedimento che potei
affidare loro il lavoro, mentre la mamma con il piccolo Franz
cominciavano a spennare a tutta velocit, per quanto lo permettessero
le loro forze riunite. Intanto io preparavo fiaccole per la notte
seguente, per eseguire l'uccellagione pi in grande e senza dispendio
di caucci. In ci mi furono di grande aiuto la legna raccolta e, in
mancanza di pece, l'olio fresco di trementina.
Mentre ero assorto nel mio lavoro, J ack mi port una colomba; era
molto graziosa e il ragazzo ne prov compassione, a preferenza di
tante altre.
Guarda, pap, esclam, come grande e bella! Mi pare
quasi di conoscerla!
Ernst, che era accorso subito, osserv: Eh, lo credo bene! una
delle nostre colombe domestiche, che abbiamo lasciato in libert.
Non dobbiamo ucciderla finch la specie non si sia moltiplicata.
Approvai tale precauzione, presi la bestiola in mano e riconobbi
che la supposizione di Ernst era esatta. Allora ripulii con un po' di
cenere le penne maestre impiastricciate, strappai le penne pi piccole
a cui era rimasta attaccata un po' di pania e portai la vivace bestiola
sotto la gabbia dei polli preparata da J ack, dopo di che raccomandai
ai ragazzi di prendere, se possibile, alcuni gentili compagni per
questa prima ospite.
La cattura riusc felicemente e la sera stessa avevamo gi due
coppie di colombi europei, una accanto all'altra.
Ma il nostro barilotto non era ancora pieno dei colombi di passo a
cui davamo la caccia. Infatti il nostro traffico sull'albero li aveva
intimiditi.
Quando scese la sera partimmo, come stabilito, per una nuova
uccellagione; ci dirigemmo verso il querceto dove pensavo che
avremmo trovato il maggior numero di colombi nel loro quartiere
notturno. Il nostro equipaggiamento era molto strano, poich
consisteva in lunghe canne di bamb, fiaccole e sacchi; i ragazzi si
meravigliarono parecchio, non vedendo come si potesse organizzare
una cattura di colombi con quegli attrezzi.
Eravamo appena arrivati nei pressi del luogo prescelto che
l'oscurit scese improvvisamente, come avviene nei climi
meridionali, subito dopo il calar del sole. Allora accendemmo le
fiaccole e capimmo senz'altro di averla indovinata proprio bene.
Tutt'intorno sui rami degli alberi era posato un enorme stuolo di
colombi. Svegliati e abbagliati dall'improvviso chiarore delle
fiaccole, gli uccelli divennero inquieti e cominciarono ad agitarsi qua
e l, saltellando e svolazzando confusamente tra foglie e rami. Non
pochi si spaccarono la testa o si ferirono, precipitando a terra, e
furono acchiappati a volo e infilati nei sacchi. Per di pi, per
affrettare la caccia, battevamo con i bastoni qua e l sui rami, il che
aument notevolmente non solo il tumulto, ma anche la caduta dei
volatili. A malapena la mamma e il piccolo Franz riuscivano a
raccogliere e insaccare tutti quelli che starnazzavano intorno
sull'erba.
Finalmente quando vidi che avevamo messo insieme abbastanza
selvaggina per i nostri bisogni, posi fine alla strage e, prima ancora
che le torce si estinguessero, ordinai di tornare a casa. Appendemmo
i sacchi carichi dello splendido bottino a due stanghe legate insieme
parallelamente a poca distanza l'una dall'altra e ci alternammo a due
per volta nel trasporto, mentre gli altri, precedendoci con le fiaccole,
ci facevano luce; pareva quasi un corteo funebre notturno della Santa
Feme.
8
Arrivammo felicemente al Nido dei Falchi, ponemmo una rapida
fine alle sofferenze dei nostri colombi e quindi, stanchi, ci infilammo
a letto.
Per quasi tutta la giornata seguente avemmo il nostro bel da fare a
spennare, bollire, arrostire e stufare, come avviene in una trattoria
molto frequentata alla vigilia di un grande banchetto.
Mentre eravamo cos affaccendati, per tre volte di seguito, una
dopo l'altra, qualcosa piomb al suolo con un tonfo dagli alberi
vicini: erano tre splendidi uccelli, rimasti impaniati sulla cima degli
alberi a qualcuna delle bacchette che vi erano state poste. Dopo un
attento esame mi accorsi di aver catturato delle magnifiche prede.
Erano tutt'e tre della razza dei colombidi e identificai con sufficiente
certezza nel primo un colombo gigante delle isole Molucche, nel

8
Tribunale regio del Medioevo, funzionante in Westfalia, che si uniformava a una
procedura misteriosa. (N.d.T.)
secondo un autentico diduncolo della noce moscata e nel terzo un
colombo delle Nicobare. Mi rallegrai del meraviglioso bottino e
decisi subito di tenere gli uccelli con noi e possibilmente di
addomesticarli; ma per questo bisognava costruire una colombaia
adatta.
Poich Fritz osserv che sarebbe stato molto difficile
addomesticare i colombi, gli risposi con voce solenne, senza per altro
concedere ulteriori spiegazioni: Con un po' di magia si possono
ottenere molte cose!
Appena tutto fu messo in ordine nel miglior modo possibile, ci
mettemmo nuovamente in cammino e senza altre avventure
arrivammo al Nido dei Falchi. Anche la mamma fu contenta degli
splendidi colombi e acconsenti premurosamente che si tornasse
subito al Rifugio della Tenda per iniziare la costruzione della
colombaia, oltre a qualche altro lavoro. Per tale motivo furono
caricate sul carro le necessarie vettovaglie assieme agli attrezzi
indispensabili e partimmo col proposito di rimanere al Rifugio della
Tenda per qualche tempo.
In quello stesso giorno scelsi il posto adatto per la colombaia, che
volevo scavare nella roccia, al di sopra dell'ultima stanza a destra,
verso il Torrente degli Sciacalli.
Il lavoro, subito iniziato, prosegu per qualche settimana con
poche interruzioni e fu completato abbastanza presto per la grande
friabilit della roccia. Infatti fu necessario sfondare la roccia solo in
minima parte e l fu collocato un opportuno ingresso con tre fori per
il passaggio degli uccelli; un po' pi in alto fu applicata una
finestrella per l'ingresso della luce. Infine collocammo all'esterno
alcuni pioli di lancio e uno sportello che si poteva alzare e calare dal
basso; per far questo mi fu molto utile la scala di corda che avevamo
appeso alla finestrella. Nell'interno, in corrispondenza del vuoto e
fino alla grande caverna, dovetti costruire non senza fatica una parete
laterale provvista di porta, una parete di fondo e un pezzo di solaio:
per la verit questi lavori furono fatti piuttosto alla meglio. Ma
l'interno della colombaia riusc grazioso e quasi perfetto con pioli di
sostegno, stanghe e scomparti di legno; in questi ultimi furono
costruiti provvisoriamente con un po' di graticcio i nidi per le
colombe, accuratamente separati uno dall'altro.
Quando il tutto mi sembr almeno passabile per accogliervi il
vecchio e il nuovo gruppo di colombi, un mattino dissi a Fritz,
mentre il resto dei miei era stato mandato a sbrigare un altro lavoro:
Ora, mio bravo aiutante, cominceremo a fare i nostri incantesimi
per avvincere i nuovi ospiti al loro nido e forse potremo procurare
loro delle compagne.
E poich a queste parole il ragazzo mi guardava meravigliato, non
sapendo che pensare, continuai sorridendo: Voglio tentare un
trucco da mercante di uccelli, e vedrai che con quello non solo
riusciremo a rendere fedeli al loro nido i nostri colombi, ma
attireremo anche dei colombi forestieri, che si accompagneranno
spontaneamente ai nostri. Avremo bisogno soltanto di un po' di anice
e di sale, per mettere insieme un impasto che pare sia molto gradito
ai colombi, al punto che, solo con l'odore, ne riesce a richiamare
moltissimi.
Oh, ma allora tutto facile! esclam Fritz. Abbiamo
proprio appena trovato la pianta dell'anice! Voglio procurarti subito il
necessario.
E l'espediente me l'ha suggerito proprio la scoperta dell'anice,
ribattei; per abbiamo bisogno anche di un po' di olio
essenziale di anice per spalmarne le aperture della colombaia: i
colombi, passandovi attraverso, saranno obbligati a sfiorarlo e le
penne ne prenderanno l'odore. Esso tanto allettante che le colombe
selvatiche finiranno col seguire i colombi cos profumati sino al loro
nido.
Per ottenere l'olio di anice occorrente, pestammo nel mortaio un
po' di semi di anice, vi versammo sopra dell'olio, mescolammo ogni
cosa insieme, filtrammo il liquido ottenuto mediante una tela fine e
quindi pressammo bene nella stessa tela l'anice pestato, torcendola
forte. Il nuovo prodotto non aveva certo un'essenza molto penetrante,
ma poteva mantenere il profumo per qualche giorno.
Anche la massa argillosa fu impastata con anice e sale e quando fu
abbastanza lavorata, l'indurimmo un pochino sul fuoco e in pi la
spruzzammo con l'olio di anice; quindi la collocammo nella
colombaia e finalmente passammo i colombi nel nuovo alloggio.
Versammo poi il resto dell'olio su semi freschi di anice e lo
ponemmo in un angolo appartato, al fresco, per circa due giorni,
perch si impregnasse maggiormente di profumo.
Quando la famiglia torn a casa ci vantammo soltanto di aver
completato la colombaia e di aver insediato i colombi nella nuova
residenza. Immediatamente tutti vollero salire con noi, uno dopo
l'altro, e guardarono con compiaciuta curiosit attraverso uno
spioncino della porta, largo un palmo, in cui avevo collocato uno
sportello scorrevole. Si vide allora che i colombi svolazzavano e
saltellavano vispi tutt'intorno, becchettando a loro agio il becchime
che avevamo sparso per loro, e andando di tanto in tanto anche a
beccare allegramente il pastone di argilla. Perfino se qualcuno di noi
entrava nella colombaia, le bestiole si mostravano docili e mansuete,
come se si fossero familiarizzate con noi da lungo tempo.
Per due giorni lasciai le cose come stavano; ma ero troppo curioso
di provare l'effetto dei miei incantesimi, per poter aspettare ancora a
lungo. Il terzo giorno perci mi alzai presto, svegliai soltanto Fritz e
lo feci salire lungo la scala di corda che pendeva sempre dalla
colombaia, per spalmare di nuovo abbondantemente con l'olio di
anice, ormai bene impregnato di essenza, le aperture e i pioli esterni
di sostegno; gli feci anche sistemare la funicella con cui poter aprire
e chiudere la colombaia dal basso. Fatto questo, ci infilammo di
nuovo in casa e svegliammo i quattro dormienti come se non ci
fossimo mai allontanati da loro. Tutti balzarono in piedi e si
affrettarono a far colazione, appena ebbi annunciato loro che subito
dopo avrei fatto volare i colombi all'aperto, in piena libert.
Presto fummo tutti fuori, di fronte alla colombaia; cominciai
allora a simulare delle operazioni magiche: feci il misterioso,
mormorai qualcosa fra me e me, tracciai qualche segno nell'aria con
una bacchetta e infine a mezza voce declamai: Ora questi amici
impareranno a non sfuggirmi.
Subito dopo ordinai a J ack di aprire la colombaia con la cordicella
gi preparata.
Non pass molto ed ecco che i prigionieri si affacciarono fuori.
Dapprima mostrarono soltanto la testina, spiando il mondo che si
apriva davanti a loro, poi si mossero un poco sulla tavoletta di lancio
e sui sostegni esterni. Ora tornavano dentro, ora uscivano di nuovo,
sbattendo le ali; poi le spiegarono e si alzarono in volo, librandosi
nell'aria. Infine udimmo un gran fruscio e l'intero stormo parti
impetuosamente, arrivando talmente in alto, che i ragazzi proruppero
in grida di spavento e anche la mamma pens che esso fosse ormai
perduto per noi. Ma i colombi fecero si e no un paio di giri nel cielo,
come se avessero voluto osservare, come si suol dire, a volo d'uccello
cielo e mare, poi frullarono di nuovo verso la loro casetta e
sembrarono soddisfatti del primo volo ben riuscito, posandosi
tranquillamente.
Soltanto allora potei vantarmi dei miei sortilegi ed esclamai:
Lo sapevo bene che non potevano scappar via, anche se volavano
cos in alto!
Gi, ribatt Ernst, ma come potevi saperlo con tanta
certezza?
Perch li ho avvinti alla colombaia, fu la mia risposta.
Allora autentica magia, pap? chiese J ack con un sorriso
incerto.
Me, non m'intrappoli con i tuoi sortilegi! interruppe di
nuovo Ernst. Come se uno potesse fare veramente magie!
E invece cos, intervenne Fritz, e ne vedrai ancora delle
belle, incredulo Ernst!
Dopo qualche minuto i colombi cominciarono ad agitarsi con una
strana vivacit e, come portati via dal turbine, i tre stranieri,
staccandosi dalle quattro colombe nostrane, spiccarono alto il volo in
direzione del Nido dei Falchi, ma poi volarono oltre, finch io stesso,
munito del mio buon cannocchiale, li persi completamente di vista.
Adieu, signori miei! esclam J ack, facendo agli scomparsi
un beffardo saluto e una profonda riverenza.
Ah, ah! rise Ernst, l'incantesimo ha funzionato, pap!
Per l'ho sempre detto che era soltanto uno scherzo.
Apparentemente non me ne curai affatto, anzi mi piazzai l con
aria ostinata, soffiai misteriosamente sulla mia mano in direzione dei
colombi e, come se parlassi a un folletto, declamai: Va' e sbrigati,
riportami i fuggiaschi, domani al pi tardi. Ascolta bene, piccolo, e
spicciati!
Poi mi voltai di nuovo verso i ragazzi, dicendo: Miei cari, per
gli stranieri tutto in regola; vediamo ora che fanno i nostri quattro
conterranei.
Osservammo attentamente i colombi, che per qualche tempo
avevamo trascurato; ma questi si mantennero buoni nelle nostre
vicinanze; fecero soltanto qualche evoluzione nell'aria, come se
volessero inseguirsi per gioco, si posarono a terra, beccando qualche
chicco e tornarono a volo verso la colombaia, mostrandosi gi del
tutto assuefatti al loro nido.
La cosa va bene per questi paurosi, osserv J ack, che
sono tutti contenti di avere un tetto sicuro in una regione tanto
sconosciuta, ma a quegli altri forse abbiamo dato troppo presto la
libert.
Ehi! ammon Fritz con l'aria di confidargli un segreto,
ma allora non hai visto che il babbo ha mandato dietro a loro
qualcuno che ce li ricondurr alla base? Quello uno Spiritus
familiaris, invisibile, che dipende da lui. E dunque calma!
Bah! fece J ack con faccia estremamente incredula,
scrollando le spalle. Anche Ernst scosse la testa, tacendo.
Da quel momento per tutto il giorno non facemmo altro che
aspettare il ritorno dei fuggiaschi, che tenevano impegnati quasi tutti
i nostri pensieri e speranze. Perci non iniziammo altri lavori se non
quelli che si potevano eseguire senza perdere di vista la colombaia, e
ogni momento alzavamo gli occhi verso i pali di sostegno o su
nell'aria, se per caso i tre forestieri non si facessero vedere da qualche
parte. Ma scese la sera senza che nessuno dei fuggitivi fosse
ritornato. Cominciai allora a dubitare in cuor mio, ma non volevo far
capire nulla. Passammo la serata piuttosto depressi.
L'indomani non li nominavamo nemmeno, per un inconfessato
malumore e ci ostinammo a lavorare assiduamente dentro la caverna
di roccia fin quasi a mezzogiorno.
J ack per, che di soppiatto si era allontanato un momento, torn
d'un tratto, battendo le mani, saltando allegramente e gridando:
arrivato, arrivato, arrivato veramente!
Chi? chiesero tutti. Chi? Chi?
Il colombo azzurro! grid J ack ancora pi forte. Il
colombo azzurro, evviva, urr!
uno scherzo! uno scherzo! replic Ernst, noi non ci
lasciamo attirare cos facilmente fino alla colombaia vuota.
Macch scherzo! ribattei io, lo sapevo bene che l'amico
sarebbe tornato. E anche gli altri due adesso saranno certo sulla via
del ritorno.
Uscimmo allora di furia dalla caverna e con lieta meraviglia
vedemmo non solo il colombo azzurro appollaiato su un piolo
esterno della colombaia, ma anche una sua compagna ed entrambi si
scambiavano tenerezze col becco. Presto il colombo vol sulla
tavoletta, tubando e, quasi invitando con la testina, scivol dentro
l'apertura della colombaia, ritorn fuori zampettando e ripet infine i
suoi inviti in modo cos pressante che la ritrosa colomba si arrischi
ad entrare, bench esitante, nel nostro palazzo.
I ragazzi volevano chiudere la colombaia, per assicurarsi
definitivamente l'ospite appena arrivata.
Niente affatto! gridai loro, non fareste altro che
impaurire quella gentile creaturina. Inoltre oggi aspetto ancora gli
altri due fuggiaschi e non voglio certo chiudere loro la porta in
faccia.
La mamma mi guard con un sorriso di meraviglia. Quasi
quasi comincio a credere, mio caro, che la sai lunga! Questa storia ha
davvero un certo sapore di stregoneria.
Ma accaduto tutto per combinazione! osserv Ernst.
Ci che il babbo ha soffiato sulla mano stato soltanto un lieve alito
che non poteva servire a nulla.
Per ammetterai, ribattei, che doveva trattarsi di
qualcosa di pi di un semplice caso, se ora anche gli altri due
colombi torneranno al nido.
Certo, ne sarei quasi costretto, ammise lui, dato che
incredibile che nello stesso giorno si verifichi, senza un motivo, per
tre volte di fila il medesimo caso.
Mentre discorrevamo e scherzavamo ancora, Fritz che col suo
occhio di lince aveva sempre scrutato in lontananza, grid
all'improvviso:
Vengono, vengono!
E in realt, pochi minuti dopo, riconoscemmo un altro dei nostri
disertori seguito da una compagna. Tutta la brigata proruppe in tali
grida di gioia che le povere bestiole ne furono palesemente sorprese e
forse sarebbero fuggite via un'altra volta, se non glielo avesse
impedito la stanchezza, facilmente riconoscibile dal fiacco batter
d'ali. Imposi allora silenzio generale, i due viandanti si posarono su
una delle aste della colombaia; quasi subito il colombo e, dopo lunga
esitazione, anche la colomba dietro di lui zampettarono dentro,
infilandosi per una delle aperture.
Ebbene, chiesi ad Ernst, che ne dici? Anche la seconda
coppia arrivata.
Mi sembra strano, dichiar Ernst, molto strano! Magico
o soprannaturale, comunque, non lo ritengo. Sar soltanto
un'inconcepibile fortuna.
Bene, figlio mio! gli dissi, almeno sei perseverante e,
siccome hai ottimi motivi per sostenere le tue idee, non posso certo
accusarti di ostinazione. Per, se prima di sera anche la terza coppia
sar tornata, come vi ho annunciato, dovrai riconoscere che non si
tratta soltanto di caso e fortuna e non mi priverai della giusta gloria.
Poich ormai avevamo interrotto il lavoro, la mamma col piccolo
Franz si accinse a preparare la cena.
Ma presto il piccolo torn di nuovo con aria solenne, tutto gonfio
e pettoruto e col tono squillante di un araldo esclam:
Eccellentissimi signori e non signori! Vi sia annunciato e notificato
da parte della amatissima signora madre che abbiamo avuto or ora
l'onore di vedere il bel colombo d'oro delle isole Molucche con la sua
amabile consorte entrare sano e salvo nella qui presente residenza e
prendere alloggio nel nuovo albergo Alla colomba.
Ridendo accorremmo tutti sul posto, e trovammo di fronte alla
colombaia la mamma che con un cenno ci conferm tutto. Infatti i
due magnifici volatili erano posati sulle aste esterne ed era
sorprendente vedere come gli altri colombi li invitassero, accennando
con la testina e tubando, finch tutt'e tre le coppie, una dopo l'altra,
scivolarono nella casetta, come se si sentissero perfettamente a loro
agio.
In verit, babbo, devo arrendermi! dichiar Ernst. Il mio
povero comprendonio allo stremo. Per, ammesso anche che tu
abbia fatto qualche incantesimo, che mezzi hai adoperato?
Che domanda! ribattei. Non hai sentito dunque quando
ho pronunciato le formule magiche? E non hai visto come ho soffiato
il mio alito dietro ai fuggiaschi?
Ohe! Servo vostro, signore! Servo umilissimo! Ma servo
credulone, no! replic lui.
Fui contento che il ragazzo si fidasse pi del suo buon senso che
delle apparenze e che non si lasciasse abbindolare facilmente. Gli
manifestai la mia approvazione e gli spiegai finalmente quali mezzi,
del tutto naturali, avessi impiegato per avvincere i colombi selvatici
alla loro abitazione.
Per tutta la sera e il giorno seguente osservammo attentamente la
colonia dei colombi nel loro nuovo alloggio e notammo che essi
diventavano mansueti e domestici ogni giorno di pi.
Ancora per qualche settimana la colombaia attir la nostra
attenzione, perfino mentre eravamo occupati altrimenti. I tre
forestieri con le nuove compagne si assuefacevano sempre pi al
nido; per, come avevano fatto questi, anche le due coppie europee
attrassero a poco a poco i loro antichi compagni e addirittura l'intera
genia dei colombi, per cui i nostri preferiti correvano il rischio di
venir scacciati dall'alloggio; oltre a ci dovevamo dar da mangiare a
tanti scrocconi, che finimmo per essere in imbarazzo riguardo il loro
mantenimento. Bisognava perci cercare di tener lontani nuovi
ospiti. Attuammo il nostro piano, parte con le panie che mettevamo
fuori la mattina presto, prima di aprire la colombaia, parte catturando
gli intrusi nella stessa colombaia, quando il nostro stormo era sui
campi e un colombo selvatico si infilava dentro. Allora calavamo lo
sportello e lo avevamo in nostro potere. Questa caccia ci forniva pi
arrosto di piccione di quanto ci garbasse e la nostra saziet s rivel
molto opportuna per l'aquila di Fritz che godette di un periodo
indimenticabile. Finalmente l'invadenza degli scrocconi cess e
rimasero soltanto le cinque coppie, alle quali volevamo limitarci per
il momento.
Nel frattempo un altro lavoro mi impegnava seriamente. Feci
tagliare da J ack un fascio di canne nella Palude del Fenicottero, ne
scelsi due belle dritte, grosse circa un dito e pressappoco della stessa
misura; le divisi esattamente a met e poi le legai di nuovo insieme,
affinch non si storcessero asciugandosi.
Mi proponevo di fare con esse un tentativo lungimirante,
impiegandole come sostegno di un pettine da tessitore, poich
pensavo sempre di offrire a mia moglie un telaio che le permettesse
di utilizzare una buona volta il suo filato. Perci tagliai subito anche
un legnetto come modello per i denti del pettine e mi feci preparare
dai ragazzi un gran numero di legnetti uguali. I miei figli chiedevano
con curiosit per che cosa pensassi di adoperare quegli
stuzzicadenti, e poich non volevo parlare, avendo deciso di fare
una gradita sorpresa a mia moglie, alla fine, imbarazzato, risposi per
una specie di buffa disperazione: Faremo uno strumento musicale
ottentotto, che si chiama gom-gom e, se verr suonato a dovere,
perfino la mamma dovr battere i piedi al suo ritmo, e fare il viso
allegro.
In breve ebbi una sufficiente quantit dei cosiddetti stuzzicadenti;
li presi sorridendo misteriosamente e misi al sicuro l'occorrente per il
telaio fino al momento opportuno in cui, non visto dalla mamma,
avrei montato il pettine.
In quei giorni l'asina partor un piccolo di ottima razza, che
speravamo di allevare non solo come utile animale domestico, ma
come magnifica cavalcatura. All'unanimit fu subito assegnato a me,
affinch anch'io avessi il mio bravo cavallo. Come buon augurio gli
diedi il nome di Folgore, che in breve tempo si rivel appropriato
non solo per i modi selvaggi, quasi turbolenti, del puledro, ma anche
per il trotto veloce e gli agili ed eleganti movimenti.
A mano a mano raccogliemmo nella caverna fieno e altro foraggio
per poter tenere con noi durante il periodo delle piogge qualcuno
degli animali domestici.
Del resto tutti i quadrupedi erano abituati a presentarsi svelti
quando li chiamavamo o a voce o col suono di una grossa conchiglia
e perfino con un colpo di fucile, perch ogni volta venivano
compensati con sale e altro cibo a loro gradito. Solo i maiali non si
curavano molto del nostro richiamo, poich trovavano quasi
dappertutto bocconi migliori di quelli che potevamo o volevamo
offrire loro; ma in fondo potevamo farli facilmente acchiappare dai
cani in qualsiasi momento ce ne fosse stato bisogno.
A poco a poco il tempo cominci a farsi molto incostante. Spesso
si ammassavano all'orizzonte nuvoloni pesanti che, spinti da venti
burrascosi, ci scaricavano addosso violenti piovaschi. Talvolta
scoppiavano improvvisi temporali accompagnati da furiose raffiche
di vento, provenienti dalla zona rocciosa, cos che non potevamo
accorgerci del loro arrivo; ci atterrivano con tuoni e lampi e ci
ricacciavano nell'angolo pi fondo della caverna, minacciando di
travolgere ogni cosa. Anche il mare partecipava allo sconvolgimento
della natura, la forza dell'uragano lo sollevava quasi dai pi profondi
abissi ed enormi marosi, grandi quanto una casa, si frangevano
spumeggiando e rombando contro gli scogli e la rupe. In breve, tutto
annunciava l'inizio delle grandi piogge, scrosciando e infuriando
come un minaccioso preludio per il pi serio spettacolo di tutto il
corso dell'anno.
Avevo calcolato che quella variazione dovesse avvenire ai primi
di giugno, ma essa incominci alcuni giorni prima e con tale violenza
che prevedemmo di dover rimanere per tre mesi circa nell'alloggio
invernale. La pioggia non si riversava certo tutti i giorni con uguale
intensit, ma il tempo rimaneva cattivo e incostante.
Per il momento trattenemmo con noi nella caverna soltanto la
mucca e l'asina, assieme a Pie'' Veloce e a Tempesta: la mucca per il
latte, l'asina perch aveva figliato da poco, e l'onagro e il bufalo per
poter mandare quanto pi spesso possibile, approfittando dei
momenti favorevoli, qualcuno dei ragazzi al Nido dei Falchi. L
infatti erano custoditi tutti gli altri animali e una parte del pollame,
oltre al fieno e alle frasche per le bestie, cos che per governare gli
animali e per prendere qualche provvista, quasi ogni giorno qualcuno
doveva recarvisi, anche per conservarci amiche le bestie con qualche
manciata di sale, di mais o altri buoni bocconi. I cani, lo sciacallo, la
scimmia e l'aquila rimasero con noi e, nonostante qualche
inconveniente, ogni tanto ci procuravano un po' di svago durante le
lunghe sere di pioggia.
Per parecchi giorni fummo occupati a mettere in ordine le stanze
della caverna. Ernst e il piccolo Franz dovevano pensare alla
biblioteca, che avevamo ricavato dalla grande e lunga camera dei
figli. I due ragazzi montarono una leggera scaffalatura di tavole e vi
disposero sopra i libri, tutti bene in fila. La mamma e J ack
rassettarono il locale di soggiorno e la cucina, dove c'era molto da
fare; io e Fritz infine ci curammo del laboratorio, perch l era
necessario un maggiore dispendio di energia.
Innanzi tutto collocammo nell'angolo pi luminoso il tornio di
ferro del capitano, di ottima fattura e provvisto di una cassa di
attrezzi; gli utensili furono appesi alle pareti. In un piccolo vano
attiguo che avevo destinato a officina, costruimmo il focolare di
pietra necessario per la fucina. Infine nel laboratorio furono
trasportati anche un banco da falegname e tutti gli strumenti, tanto
quelli del carpentiere che quelli del bottaio.
Avevamo appena eseguito i lavori pi pesanti e preliminari che
subito ci furono una quantit di piccole cose da sistemare ed
attrezzare. Qua ci voleva un sostegno o un'impalcatura; l panche e
tavoli; ed ancora, piccole rastrelliere, scalette portatili e cassetti vari;
eravamo sempre pieni di nuovo entusiasmo per i bellissimi armadi a
muro, collocati a suo tempo.
Fuori della caverna, per tutta la lunghezza delle stanze e degli
ingressi, col materiale ottenuto dallo sfondamento della roccia e con
ogni sorta di detriti e rottami portati via dall'interno, fu spianato a
poco a poco una specie di terrazzo che, fornito di una tettoia di canne
di bamb, fu destinato a diventare un portico atto a proteggerci dal
sole e dalla pioggia.
Ernst e il piccolo Franz, intanto, si erano dedicati a una
sistemazione veramente lodevole dei nostri mezzi di cultura.
Avevamo un buon numero di libri, in parte nostri, in parte trovati
nelle cabine del capitano e degli ufficiali di bordo, soprattutto opere
di storia naturale e libri di viaggi. Molti volumi erano riccamente
illustrati e costituivano per noi un vero tesoro, da cui potevamo
ricavare utili insegnamenti. C'erano inoltre molte carte nautiche,
parecchi strumenti matematici ed astronomici, e un mappamondo
aggiornatissimo. Infine mi ripromettevo di consultare utilmente i
vocabolari e le grammatiche presi dalla biblioteca di bordo, per
aiutarmi in qualche modo se per caso fossimo venuti in contatto con
gente o bastimenti di diverse nazioni.
Riprendemmo con assiduit lo studio delle lingue, da tempo
interrotto. Tutti dovevamo esercitarci nel tedesco e nel francese.
L'inglese e l'olandese furono assegnati alla mamma e ai due ragazzi
pi grandi. Soltanto Ernst, che a suo tempo a scuola aveva avuto
ottime basi di latino, doveva continuare ad impegnarsi in tale studio,
particolarmente adatto alla comprensione delle opere di storia
naturale e di alcuni trattati di medicina lasciati dal medico di bordo.
Quanto a me, io mi ero riservato lo studio del malese, perch
pensavo che probabilmente una volta o l'altra gli indigeni delle Indie
orientali, specie quelli delle isole, avrebbero finito per scovarci e in
tal caso, secondo me, tale lingua, tanto diffusa in quelle terre, ci
sarebbe stata di grandissimo aiuto.
Cos nella nostra piccola cerchia familiare formavamo una piccola
Babele e talvolta frammenti di lingue diverse ci ronzavano negli
orecchi con il pi grande spasso.
Solo ora trovammo finalmente tempo e modo di togliere dalle
casse il resto dei tesori trovati nel relitto e di assegnare ad ogni
oggetto il suo giusto posto. C'erano specchi, cassettoni, qualche
consolle dal levigato piano di marmo, un certo numero di poltrone
(pi o meno comode) e perfino due scrittoi molto graziosi.
Trovammo poi svariati orologi: alcuni a ripetizione, di finissimo
gusto (uno dei quali provvisto di carillon) e perfino un orologio
nautico che permetteva di stabilire con precisione la longitudine
geografica che, a dire il vero, non sapevo maneggiare molto bene. In
breve, ci ritrovammo molto pi ricchi di quanto avessimo mai
creduto. Naturalmente c'era anche molto da ripulire, raggiustare,
riparare, ma tutto questo ci aiut a distrarci durante le dieci o dodici
settimane della stagione delle piogge, tanto che potei costruire
soltanto un giogo per i buoi e qualche carda per districare il cotone,
oltre ad un filatoio per la mamma, che me lo richiedeva
continuamente. In compenso stavamo da principi e ci sentivamo
molto orgogliosi della nostra magnifica abitazione.
Quando tutto l'arredamento fu completo, i miei familiari vollero
cambiare il vecchio nome di Rifugio della Tenda con uno pi adatto;
e, bench fossi affezionato alla vecchia denominazione, in ricordo
del primo giorno della nostra salvezza, pure cedetti alle insistenze dei
miei ragazzi; infine, dopo lunghi ripensamenti, fu scelto il nome di
Rifugio di Roccia.
Verso la fine del mese di agosto e dunque della stagione delle
piogge, come almeno speravo, il tempo parve divenire ancora pi
burrascoso; il mare sferzava la riva con cavalloni enormi e
mugghiava paurosamente. Pioggia, lampi e tuoni accompagnavano lo
spaventoso tumulto dell'oceano e pareva che minacciassero di
devastare l'intera natura.
Allora ci sentivamo ben fortunati nella nostra solida casa,
pensando che al Nido dei Falchi sarebbe stato impossibile resistere a
tali uragani.
Finalmente a poco a poco, il cielo si rasseren, le tempeste si
acquetarono e potemmo arrischiarci ad uscire dal nostro ben riparato
asilo, di nuovo all'aria aperta.
CAPITOLO VI
UNA TARTARUGA COME RIMORCHIATORE. LOTTA CON UN
SERPENTE BOA. L'ASINO SALVA GLI ALTRI, MA SOCCOMBE.
VIENE SCOPERTA UNA NUOVA CAVERNA. TARABUSI,
IDROCHERI E PCARI.
ALLEGRI e soddisfatti, una mattina, salutammo il caldo splendore
del sole e, poich eravamo tutti di buon umore, accogliemmo
festosamente la proposta della mamma di fondare una nuova colonia
sull'isolotto, che fosse al riparo dai danni delle scimmie e di altri
animali di rapina. I ragazzi volevano saltare senz'altro sulla barca per
mettersi subito all'opera, ma mi accorsi che per quel giorno avevamo
gi abbastanza da fare al Rifugio di Roccia e perci rimandai la
spedizione.
In compenso promisi per l'indomani una traversata alla volta del
Capo della Speranza Delusa e della piccola colonia di Hohentwiel,
per esaminare le condizioni del casolare e degli animali che vi
avevamo lasciato.
La mia proposta fu accolta con entusiasmo generale; preparammo
armi, vestiario e viveri e ci coricammo presto per poter partire per
tempo la mattina seguente.
Infatti l'indomani eravamo gi tutti in piedi di primo mattino e
mettemmo in ordine la casa per poterla lasciare per un giorno intero.
Salpammo di buon animo dal Rifugio di Roccia; senza perder
tempo diressi la barca nella corrente del Torrente degli Sciacalli, che
ci trasport speditamente dalla Baia della Salvezza nel mare aperto e
tranquillo. Presto avemmo alle nostre spalle l'Isola del Pescecane e,
nonostante il pesante carico, il mio baldo equipaggio si diede tanto
brillantemente da fare che in breve avvistammo Hohentwiel.
Mantenevo la barca sempre a qualche centinaio di passi dalla riva
per non correre il rischio di dare in secca; avevamo quindi una pi
libera visuale della costa, che gli alti alberi del Nido dei Falchi e il
querceto rendevano straordinariamente pittoresca. Sullo sfondo si
estendeva una terrazza o altopiano che, ricoperto della pi
lussureggiante vegetazione, pareva superare in bellezza perfino il
nostro piccolo Eden ai piedi della rupe. A sinistra, vicino a noi,
emergeva l'Isolotto della Balena che col suo splendido verde
interrompeva l'uniformit dell'oceano maestoso, ma pure cupo e
terribile. Fummo lieti di vedere che, nella parte rivolta verso
Hohentwiel, l'isolotto aveva gi qualche boschetto e degli alberi che,
a causa delle alte rocce dominanti, non avevamo notato nelle nostre
traversate precedenti.
Arrivati all'altezza del boschetto di cocco o delle scimmie, virai
sulla dritta e approdai, per raccogliere noci di cocco fresche. Allegri
chicchirich e chioccolii di galline ci accolsero all'arrivo: erano i
nostri colonizzatori di Waldegg. L'illusione mi trasport
all'improvviso nella mia cara patria, quando nelle passeggiate o nei
viaggi, di giorno o di notte, spesso l'allegro canto del gallo mi
rivelava, invitante, l'abitato che ancora non vedevo. Tuttavia,
soprattutto per risparmiare a mia moglie un senso di pungente
nostalgia, mi guardai bene dal manifestare ad alta voce le mie
impressioni.
Caricammo sulla barca le noci raccolte e puntammo direttamente
su Hohentwiel; approdammo in una piccola baia nelle vicinanze,
dove ero sicuro di trovare una quantit di alberi di mangrovia o
mangle, che prosperano molto facilmente in riva al mare e sono
molto utili perch proteggono la terra dall'azione erosiva e
disgregatrice dei frangenti. La scorza, per di pi, fornisce dell'ottimo
tannino da concia.
Raccogliemmo in fretta alcune decine fra gli esemplari pi grossi
di quelle piante con tutte le radici e li legammo in piccoli fasci,
avvolgendoli con foglie umide. Poi ci arrampicammo dall'approdo
lungo il pendio piuttosto erto di Hohentwiel. Trovammo tutto in
perfetto ordine, solo che pecore, capre e polli erano diventati pi
selvatici di quanto ci avesse fatto sperare l'invitante saluto udito da
lontano; del resto il numero degli animali era notevolmente
aumentato e c'erano agnelli, capretti e pulcini di ogni grandezza e in
grande abbondanza.
I ragazzi manifestarono subito una gran voglia di uova fresche e di
latte; ma, mentre potevano raccogliere dall'erba uova in quantit, non
ebbero la stessa facilit nel catturare le capre lattifere, a causa della
loro selvatichezza. Tuttavia essi seppero ingegnarsi bene, tirando
fuori le bolas e dopo qualche minuto alcune capre giacevano qua e l
sull'erba con le zampe legate; i ragazzi furono pronti a far lambire
alle bestie un po' di sale e presto ci riportarono due gusci di noci di
cocco colmi di latte appena munto e profumato; uno fu destinato per
il pranzo e l'altro vuotato in una fiasca di zucca dal lungo collo, che
mettemmo da parte per portarla a casa.
Poi la mamma distribu un po' di riso e di avena ai polli, finch
riuscimmo ad impadronirci anche di alcuni di essi, che mettemmo da
parte, con le zampe legate, per portarli via con noi.
Mentre la mamma era occupata a sistemare le provviste, mi
affrettai a raccogliere con Fritz alcuni fasci di canne da zucchero per
piantare anche queste sull'Isolotto della Balena.
Carichi di ricco bottino ci staccammo dalla riva; cercai di aggirare
il Capo della Speranza Delusa per esplorare meglio la grande baia e
specialmente la sponda opposta. Ma il nome del promontorio si
rivel ancora una volta appropriato; invano avevamo sperato di
poterlo superare costeggiando, poich fin lontano nel mare si
allungava un bassofondo sabbioso troppo largo perch si potesse
oltrepassarlo con la bassa marea che aveva inizio proprio allora. Per
di pi il banco di sabbia finiva tra scogli e massi di roccia nascosti;
notai infatti in quel punto una certa risacca e in nessun caso avrei
voluto esporre tutta la famiglia al pericolo di un naufragio.
Un venticello fresco e favorevole si lev da terra e gonfiando le
nostre vele ci risospinse rapidamente verso l'Isolotto della Balena,
che raggiungemmo molto pi in fretta che nel viaggio di andata.
Mi misi subito all'opera per collocare a dimora le piante ancora
fresche portate con noi. Ma i ragazzi, sul cui aiuto avevo contato,
trovarono il lavoro piuttosto noioso; infatti i monelli in breve tempo
si allontanarono uno dopo l'altro in cerca di nuove conchiglie e di
coralli, cos che io e mia moglie fummo costretti a scaricare la barca
da soli.
Non era passato molto, che Fritz riapparve gridando a
squarciagola: Pap, pap! Una tartaruga enorme! Vieni, vieni
dunque! Sta gi tornando in mare e non siamo capaci di rivoltarla sul
dorso!
Accolsi con piacere l'invito e mi affrettai ad andare in loro aiuto,
munito di due remi; presto scorsi una testuggine di insolita grandezza
che arrancava verso l'acqua e, bench Ernst l'avesse afferrata per una
zampa, si trovava gi ad una decina di passi dal mare.
Immediatamente diedi un remo a Fritz, in un paio di salti scendemmo
dall'altura e cominciammo senza indugio a usare i remi come fossero
leve, per rivoltare sul dorso la tartaruga. Non senza una bella fatica
riuscimmo a rovesciare la bestia, che mi sembr la cosiddetta
testuggine gigante, della lunghezza di cinque piedi, che poteva pesare
circa trecento o quattrocento libbre.
L'animale era ormai abbastanza al sicuro per noi, data la sua
incapacit a rivoltarsi sulle zampe, e potemmo quindi tornare
tranquillamente al nostro lavoro nel nuovo vivaio, dove ci
occupammo dei preparativi per la messa a dimora degli alberelli,
riservandomi di tornare all'isolotto qualche giorno dopo.
Solo verso sera mi preparai a tornare a casa; diressi la barca l
dove l'enorme tartaruga giaceva ancora sul dorso: non avevo nessuna
intenzione di lasciarla l, tuttavia rimasi a lungo indeciso sul modo di
portarla con noi.
Beh! esclamai infine, in fondo potr nuotare da s fino al
Rifugio di Roccia: queste bestie sanno remigare meglio di noi!
Cos dicendo saltai verso la barca, vuotai allo scopo il barile
d'acqua che avevamo portato con noi, lo richiusi di nuovo
accuratamente e vi avvolsi attorno un robusto canapo; diedi volta poi
un capo del cavo alla prua dell'imbarcazione e annodai l'altro capo
con la dovuta cautela attorno al collo e alle zampe anteriori del
grosso anfibio. Riunendo le nostre forze rivoltammo di nuovo sulle
zampe l'enorme tartaruga, che cominci subito ad arrancare verso
l'acqua; le rotolai dietro il barile, finch anch'esso giunse a
galleggiare in mare, dopo di che, alla svelta, saltai con moglie e figli
nella barca.
Presi posto a prua, tenendo l'accetta a portata di mano per poter
tagliare il cavo al minimo segno di pericolo, ma il barile vuoto
impediva alla tartaruga di immergersi e questa dovette limitarsi a
nuotare energicamente trascinandosi dietro anche l'imbarcazione. I
ragazzi gridavano di gioia ed Ernst ridendo paragon il nostro nuovo
veicolo al carro di Nettuno tirato dai delfini. Intanto, ad ogni buon
conto, avevo dato di piglio al lungo gancio d'accosto e con esso
dirigevo la rotta della testuggine verso la Baia della Salvezza,
schioccando nell'acqua ora a destra ora a sinistra non appena la bestia
pareva volesse deviare dalla nostra direzione.
Approdammo felicemente al posto consueto, nei pressi del
Rifugio di Roccia e dopo aver staccato la tartaruga dal barile, la
legammo saldamente con alcune corde robuste.
L'indomani stesso per le facemmo la festa, perch non ero ben
sicuro di poterla tenere a lungo, ed anche perch volevo utilizzare la
sua corazza, lunga quasi cinque piedi e larga tre, come vasca per una
fontana davanti alla nostra casa nella roccia. Per il momento la feci
ripulire e asciugare al sole, il che ci cost una certa fatica. Sapevamo
gi quanto fosse saporita la sua carne che perci fu salata e
accuratamente messa in serbo perch ci procurasse delle sostanziose
minestre.
Mi ero anche proposto di arare, subito dopo il periodo delle
piogge, un pezzo di terreno per farne un vero e proprio campo e
seminarvi svariati cereali, affinch in futuro si potesse contare per
una epoca determinata sulla maturazione del raccolto; ma ne ero stato
impedito da svariate faccende che capitavano via via all'improvviso,
e d'altra parte il mio bestiame da tiro non era ancora abbastanza
assuefatto al giogo per poter lavorare a dovere un campo seminativo.
Rimandai perci ad un altro momento i lavori agricoli e mi accinsi
con impegno alla costruzione del telaio da lungo tempo promesso a
mia moglie. Il mio lavoro riusc abbastanza funzionale, anche se non
era per nulla raffinato, e mi giov molto l'aver visitato spesso con
attenzione, nei primi anni della mia giovinezza, le botteghe dei
tessitori, come del resto quelle di molti artigiani.
L'ottima riuscita dell'opera mi incoraggi a conquistarmi un'altra
gloriosa decorazione al merito familiare. Prestai finalmente ascolto al
desiderio, ripetutamente manifestato dai miei figli, di far loro una
buona volta selle e finimenti e, siccome gi in precedenza avevo
intagliato - anche se in modo rudimentale assieme ai due gioghi i
necessari legni arcionati, riuscii a compiere il lavoro piuttosto
facilmente. In questo lavoro ebbero un importante ruolo alcune pelli
di animali che ci fornirono il rivestimento, mentre per imbottire le
selle mi fu molto utile la lunga barbula.
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Ne feci dapprima alcune
trecce lunghe e grosse, le avvolsi attorno a vari bastoni e le
impregnai a dovere con acqua mista ad un po' di cenere e olio di
pesce, per evitare che il musco, continuando ad asciugarsi, divenisse
troppo friabile e con i sobbalzi e le scosse del cavalcare si riducesse
presto in polvere. Il ranno saponoso serv ottimamente al mio scopo,
poich quando la barbula fu ben secca si rivel cresputa ed elastica,
tanto da sostituire a perfezione il crine di cavallo che ci mancava.
Riempii ben bene di musco non solo le selle, ma anche alcuni
cuscinetti e le imbottiture del giogo; la mamma esegu con piacere
tutte le robuste cuciture occorrenti e i ragazzi l'aiutarono solleciti in
qualit di apprendisti. Confezionammo anche un buon numero di
finimenti per le nostre bestie da tiro: sottopancia, groppiere, staffili,
cinghie per il giogo e tirelle; a causa della mia scarsa esperienza fui
costretto addirittura a prendere ogni tanto le misure sulle stesse
bestie, come fanno i sarti.
Durante queste occupazioni i ragazzi mi avevano spesso pregato
di organizzare per loro un'altra partita di caccia; prima per volevo
cimentarmi nella lodevole arte del cestaio, poich specialmente la
mamma, durante le nostre frequenti assenze, sentiva spesso la
mancanza di ceste per raccogliere, portare a casa e conservare
separatamente frutti, radici e sementi. Raccogliemmo perci una
buona scorta di vimini, dato che per i primi esperimenti non volevo
assolutamente ricorrere ancora alle belle strisce di canna gi
preparate da J ack; non dovetti pentirmi di tale precauzione, perch i
primi tentativi riuscirono del tutto sgraziati e inservibili; dopo, per,
riuscimmo a confezionare alcune grosse ceste da imballaggio e
panieri per l'imminente raccolto dei cereali che non erano affatto
male, bench avessero piuttosto l'aspetto di gabbioni da trincea. Nella
parte superiore erano forniti di un robusto orlo e ad ognuno dei lati

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Genere di muschi delle Pottiacee. (N.d.T.)
avevano un manico altrettanto robusto, saldamente intrecciato, in
modo da potervi infilare una stanga per trasportarli comodamente.
Il primo era stato appena portato a termine, tra sudori e sospiri,
che gi i ragazzi vi si precipitavano sopra, per divertirsi un pochino.
Due canne di bamb furono infilate nei manici, e il piccolo Franz vi
fu messo dentro e portato in trionfo da J ack ed Ernst.
Ehi, babbo! esclam infine Fritz, dovremmo costruire
con lo stesso sistema una portantina per la mamma, cos ci potrebbe
accompagnare nelle nostre gite pi comodamente che sul carro o
sull'asino.
La proposta fu accolta con gioia dagli altri e anche mia moglie
rise; osserv soltanto che le sarebbe sembrato molto strano starsene
l rannicchiata come un misero fagotto a far capolino col naso
sull'orlo.
La tranquillizzai, promettendole di dare alla portantina una forma
conveniente; il vero problema, per, era il come far trasportare la
portantina con tutto il suo contenuto, giacch i ragazzi non avevano
certo voglia di portarla sulle spalle come gli schiavi delle Indie
orientali e del resto sarebbero stati troppo deboli per poterlo fare
anche per un piccolo tratto. A questo punto J ack ebbe l'idea di
sfruttare per tale scopo il suo Tempesta e il Brumm del piccolo Franz
e mi preg subito di permettergli una prova.
Certo, gli risposi, prova pure.
Anch'io ero curioso di vedere come i figlioli avrebbero portato a
termine quell'impresa ancora improvvisata.
Immediatamente Tempesta e Brumm furono requisiti per essere
convenientemente equipaggiati. Si capisce che prima di tutto
mettemmo agli animali le nuove selle, bench non vi fossero ancora
avvezzi. Ogni cosa per and a meraviglia e quando le cinghie
furono ben strette, i ragazzi fecero alla svelta un paio di nodi nelle
corregge delle staffe per passarvi dentro le stanghe che portavano la
cesta e legarono queste strettamente con robusti spaghi affinch non
scivolassero se gli animali si fossero mossi troppo in fretta o in modo
disuguale.
Tutto procedette senza inciampi perch tanto J ack che Franz
avevano addestrato gli animali a sdraiarsi per terra al loro comando e
a non rialzarsi senza nuovo ordine.
J ack balz in groppa al suo bufalo, il piccolo Franz al vitello ed
Ernst entr con una certa impacciata lentezza nel cestone che
provvisoriamente era ancora posato a terra tra le due stanghe laterali.
Subito i due cavalieri ordinarono un allegro Su! e i due animali,
ancora un po' incerti nel nuovo ruolo di portantini, si rialzarono
adagio e avanzarono pian piano. In verit il palanchino era splendido:
stava saldamente appeso e dondolava piacevolmente come una
carrozza su elastiche molle d'acciaio.
Non pass molto che i due cavalieri trovarono piuttosto noiosa la
passeggiata e incitarono le loro cavalcature al trotto serrato. Perfino il
pauroso Ernst prese gusto alla corsa, applaud calorosamente i
fratelli, stringendo soltanto un pochino i denti ogni tanto, quando
riceveva uno scossone pi forte e puntellandosi come meglio poteva
con mani e braccia ai lati della cesta. La faccenda si svolse quindi
senza inconvenienti.
Assieme a Fritz e alla mamma, ero intento ad intrecciare un'altra
cesta sotto il portico, quando Fritz a un tratto si alz e fece qualche
passo avanti, scrutando attentamente il filare d'alberi che dal ponte
sul Torrente degli Sciacalli giungeva fino al Nido dei Falchi.
Che diavolo vedo l in lontananza, che si muove cos
stranamente? esclam. Pare che si avvicini sempre pi e
spostandosi fa sollevare nuvoloni di polvere tutt'intorno!
Non so immaginare davvero che cosa possa essere, risposi,
perch parte del nostro bestiame grosso stato portato qui per
l'esperimento della portantina e gli altri animali stanno
tranquillamente nella stalla.
Qua succede certo qualcosa di particolare, ribatt Fritz, a
momenti pare una grossa gomena che venga trascinata per terra tutta
attorcigliata, a momenti un piccolo albero di nave che si innalzi dalla
polvere; ho l'impressione che questo coso, quando striscia
descrivendo cerchi per terra, si avvicini sempre pi e invece, quando
si impenna in alto, si fermi. A tale descrizione la mamma si spavent
molto e rientr a casa di corsa. Chiamai in casa anche i ragazzi
perch preparassero le armi. Io andai in fretta a prendere il mio
cannocchiale da tasca per raccapezzarmi meglio in quell'affare e,
mentre Fritz rimaneva al mio fianco, feci salire gli altri figlioli sul
ballatoio, perch stessero di vedetta, armati, dietro le finestre pi alte.
Pap, che ne dici? Che cosa pu essere? mi chiese Fritz in
tono ansioso.
Suppongo che sia un enorme serpente, risposi, anzi lo
vedo proprio chiaramente. Ci troveremo in una situazione critica.
Allora non sar certo l'ultimo ad attaccar battaglia, esclam
il coraggioso giovanotto, vado subito a prendere i nostri fucili pi
grossi e qualche scure.
Purch tu sia prudente, figlio mio! l'ammonii. Questa
specie di animali ha la pelle dura e una terribile forza. Piuttosto va' su
con gli altri e prepara il mio fucile da caccia grossa! Vengo subito
anch'io e insieme faremo tutto il necessario.
Fritz mi lasci malvolentieri; intanto continuavo a spiare l'orribile
rettile. Senza dubbio si trattava di un serpente boa che si avvicinava
voltolandosi e mi sembr gi troppo vicino perch potessi ancora
tentare di abbattere il ponte per impedirgli l'accesso nel nostro
territorio. Pareva che il serpente si dirigesse di filato sul ponte; di
tanto in tanto per tendeva in alto la parte anteriore del corpo fino a
otto-dieci piedi, e girava intorno la testa con lentezza guardinga,
facendo vibrare vivacemente la lingua, come volesse esplorare con
diffidenza il luogo o fosse in cerca di preda.
Avevo osservato abbastanza e nell'attimo in cui il mostro
strisciava rotolandosi sul ponte, alla svelta battei in ritirata. Salii di
corsa la scala fin sul ballatoio, dove la mia truppa stava appostata in
pieno assetto di guerra, come la guarnigione di una fortezza dietro i
merli delle mura, senza per dimostrare una particolare velleit
bellicosa e nemmeno un eccessivo ardimento, finch la mia presenza
non rianim nei ragazzi la perduta fiducia nelle proprie forze.
Fritz mi porse il fucile e col batticuore prendemmo posto dietro le
aperture gi fornite di inferriate, dalle quali potevamo guardare fuori
senza essere notati troppo facilmente.
Il mostro si era ormai lasciato dietro il ponte e sembrava di nuovo
esplorare sospettoso, come se per la prima volta avvertisse con
stupore le tracce di una presenza umana. In modo alterno continuava
a rizzarsi e a strisciare per terra in grossi anelli; fosse per caso, fosse
per una certa sensazione dell'insicurezza del luogo, il rettile si teneva
abbastanza lontano da noi, nello spiazzo davanti alla caverna e a
circa cento passi parve volesse attraversarlo, quando all'improvviso
Ernst, forse pi per segreta paura che per un particolare desiderio di
caccia, spar un colpo; immediatamente anche J ack e il piccolo
Franz fecero fuoco e con mio stupore perfino la mamma fece uso del
suo fucile che, nel momento del pericolo, aveva caricato col coraggio
di un'amazzone per lottare valorosamente al nostro fianco.
I quattro spari per non giovarono che ad affrettare in modo
incredibile i movimenti del mostro, appena spaventato. Del resto
sembrava illeso e anche i colpi che gli spedimmo in aggiunta io e
Fritz dovettero fallire o non furono molto efficaci, poich il serpente
scomparve in un baleno nella palude, tra l'intricato canneto a sinistra
della nostra casa.
Un sospiro di sollievo sfog la nostra tensione e parve che ci si
togliesse un peso dal cuore. Riacquistammo tutti la favella e per
prima cosa ognuno sosteneva di aver mirato bene e dopo matura
riflessione; ciononostante pareva che nessun colpo avesse ferito il
serpente. Tutti erano d'accordo nel meravigliarsi della mostruosit e
grandezza del rettile, grosso circa un piede e lungo forse trenta. Si
avanzavano le ipotesi pi disparate sul colore, sulla forma degli occhi
e del muso della bestia e con leggerezza i giovani si diffondevano in
spensierate chiacchiere sull'argomento, mentre io mi sentivo nella pi
grave angustia per i colpi mancati e per la pericolosa vicinanza di un
simile mostro. Per il momento quindi credetti opportuno proibire a
tutti nel modo pi assoluto di uscire, specie per quella sera, e ordinai
anche che nessuno si allontanasse di casa nei prossimi giorni senza il
mio esplicito permesso.
Per tre lunghi, angosciosi giorni la paura del rettile, domiciliato
nella Palude delle Anatre, ci tenne come assediati, poich mantenevo
rigorosamente il divieto di lasciare la nostra fortezza; facevo
eccezione per me stesso e per mia moglie, ma soltanto per le
incombenze pi urgenti e, anche in tal caso, solo per brevi
spostamenti.
Il nemico frattanto non dava il minimo segno di vita e avremmo
potuto credere che se la fosse svignata dall'altra parte della palude
per qualche crepaccio, se non avessimo notato una continua
agitazione nelle anatre semiselvatiche che si erano insediate nel
pantano. Tutte le sere infatti, quando tornavano dalle loro incursioni
sul mare o sulle coste vicine, si libravano a lungo volando ad una
certa altezza intorno al loro antico domicilio nel canneto, rivelando
col precipitoso battere delle ali e col confuso schiamazzare
un'inquietudine del tutto insolita e poi volavano via, con evidente
esitazione, oltre la Baia della Salvezza, per passare la notte nell'Isola
del Pescecane.
Il mio disagio aumentava di giorno in giorno. Non avevamo alcun
mezzo abbastanza sicuro per poter vincere il nemico in agguato nel
fitto canneto dell'inaccessibile pantano, n mi pareva prudente
esporre noi e le nostre bestie a un tale pericolo. D'altro canto per
quell'essere condannati a stare in perpetua ansiet, tagliati fuori, per
cos dire, da ogni altro luogo e oggetto delle nostre attivit e confinati
solo nei lavori domestici era anche straordinariamente molesto e
scomodo.
Da quella penosa situazione ci salv finalmente, proprio quando il
fastidio cominciava a diventare troppo grave, il nostro vecchio
asinello, il balordo grigiotto, ma soltanto per la sua sciocca baldanza
che lo priv perfino di quel merito che le sempliciotte ma vigili oche
del Campidoglio si sono notoriamente conquistate nella storia
romana.
Quel po' di fieno che avevamo ancora nella caverna, avanzatoci
dalla stagione delle piogge, era stato smaltito sino all'ultimo filo dalle
bestie la sera del terzo giorno e dovevamo quindi pensare al loro
foraggio, se non volevamo che alla fine divorassero anche le nostre
provviste, con grave danno del bilancio domestico.
A questo scopo decisi di condurre all'aperto il bestiame, affinch
si procurasse il cibo da s. Tuttavia, per non attrarre l'attenzione del
serpente in agguato n su di noi n sulle bestie, avevo stabilito di non
farle passare per il ponte, ma di far loro guadare il torrente in alto,
alla sorgente, poich quel punto non si poteva scorgere dalla Palude
delle Anatre e dunque un inseguimento del serpente era meno
probabile. Subito dopo colazione, la quarta mattina del nostro
assedio, legammo tutte le bestie una alla coda o alla zampa posteriore
dell'altra; Fritz, che fra tutti i ragazzi era il pi coraggioso e pronto,
doveva, a cavallo del suo Pie'' Veloce, condurre per la cavezza con
cautela l'animale che stava in testa alla fila, poich c'era da sperare
che tutti gli altri avrebbero trottato pazientemente dietro al primo. Per
il caso per che l'orribile rettile si fosse mostrato e minimamente
avvicinato al corteo, Fritz aveva ricevuto l'ordine di darsi bravamente
alla fuga a cavallo del suo onagro e comunque di rifugiarsi al Nido
dei Falchi.
Ordinai agli altri ragazzi di mettersi all'erta sul ballatoio assieme
alla mamma, come la prima volta e di sparare attraverso le inferriate,
per ricacciare il boa se l'avessero visto sbucare dal nascondiglio e
minacciare il bestiame.
Infine mi scelsi un punto d'osservazione dietro una sporgenza
della roccia da dove, non visto, abbracciavo con lo sguardo la palude
e nello stesso tempo potevo battere in ritirata abbastanza in fretta in
caso di pericolo, facendo poi del mio meglio tra il generale fuoco di
fila della nostra caverna, perch speravo che stavolta i nostri spari
avrebbero avuto migliore esito.
Feci caricare a palla tutti i fucili e poi aiutai a legare insieme il
bestiame nel modo stabilito. Ma i tre giorni di riposo passati nella
stalla e l'ottimo e regolare nutrimento avevano dato al nostro vecchio
asino forza inconsueta e perfino maligni ghiribizzi, tanto che, preso
da un'improvvisa petulanza, si liber con uno strattone dalla cavezza,
precipitandosi goffamente fuori dal portone che la mamma aveva
aperto forse troppo presto. Lo stolto animale faceva dei salti cos
bizzarri da costringerci a ridere rumorosamente. Fritz, gi a cavallo
dell'onagro, volle richiamare all'ordine il disertore ma, balzando fuori
impetuosamente, port l'agitazione fra le altre bestie; prima che ce ne
accorgessimo alcuni capretti se l'erano data a gambe, saltando
allegramente dietro la loro guida asinina, che si dirigeva a balzi verso
la palude. Agguantai per un braccio Fritz che voleva corrergli dietro.
Rimani qui! gli gridai spaventato. Che ti salta in mente?
Guardate, guardate dunque! grid in quel momento J ack.
Qualcosa si agitava, si sollevava nel canneto. Un brivido di orrore ci
colse. Ecco che il mostro si alz, dritto come una colonna. I suoi
occhi sfavillanti fissavano la preda che si avvicinava
spontaneamente. L'aguzza lingua biforcuta vibrava su e gi con
cupidigia. L'asino si ferm atterrito e rimase di sasso assieme al suo
baldanzoso seguito. In un attimo il serpente scatt avanti fulmineo,
avvinghi uno dei capretti e gli si attorcigli attorno, avviluppandolo
stretto. La povera bestiola si dibatteva tra le orribili spire. Gli altri tre
capretti schizzarono via con acuti belati, l'asino fece un potente balzo
e nello slancio stramazz all'indietro nel pantano.
Cielo! mormor J ack, affogher e non possiamo fare
nulla per salvarlo!
Queste parole sciolsero l'agghiacciante tensione del nostro gruppo
riunito.
Babbo sussurrarono premurosamente i ragazzi, vogliamo
avvicinarci, sparare. Alla fin fine possiamo ancora salvare il povero
capretto!
Frenai gli aggressivi figlioli. Lasciate andare, ragazzi, non ci
guadagneremmo niente e ci esporremmo soltanto ad un terribile
pericolo. Chi ci garantisce infine che un colpo mancato non renda
furibonda quella pericolosa bestia? Ormai non possiamo pi salvare
il capretto dalla stretta mortale e anche il nostro asinello sar
certamente gi affogato nel fondo melmoso della palude. Non si
scorge pi alcun movimento l sulla superficie e neppure nell'intrico
di canne. Dobbiamo aspettare finch il serpente comincer ad
inghiottire la sua vittima. Allora i suoi denti saranno occupati e
potremo affrontarlo senza pericolo.
Quell'assassino non ingoier mica il capretto tutto in un
boccone? chiese J ack senza distogliere dall'orribile spettacolo gli
occhi spalancati. Sarebbe spaventoso!
D'altra parte i serpenti non hanno denti molari per masticare,
ma soltanto zanne per afferrare, osservai, e dunque come
potrebbero nutrirsi se non trangugiassero ogni volta la loro preda
tutta intera? In fondo la cosa non pi raccapricciante a vedersi dello
sbranamento sanguinoso delle tigri e dei lupi; solo di proporzioni
molto maggiori e perci fa pi impressione, specie in animali cos
possenti.
Ma ingoiandolo cos tutto intero, come potr staccare la carne
dalle ossa della bestiola? chiese il piccolo Franz con voce ancora
sommessa e tremante. E poi sar un serpente velenoso?
No, figlio mio, gli risposi, velenoso non affatto; ma in
compenso forte e feroce. E non spolpa minimamente le ossa delle
sue vittime; manda gi tutto assieme: pelle e pelo, carne e ossa e le
interiora per giunta. Vedrete, vedrete!
Per non riesco ancora a capire, disse J ack, come
possano passare per la gola di quel mostro le costole e le ossa dure
delle cosce.
Guarda un po' che sta facendo il serpente! sussurr Fritz;
guarda come avvinghia e comprime stretto, sempre pi stretto il
povero piccolo animale! Lo acciacca e lo schiaccia proprio a dovere!
Mostruoso! Forse lo sistema cos per poterlo ingoiare meglio! Oh, la
sciagurata bestia!
La mamma, scossa dal crudele spettacolo, non volle stare a vedere
pi a lungo e scapp in casa col piccolo Franz; ne fui contento perch
quello spettacolo era sempre pi spaventoso, quasi insopportabile
anche per me. Proprio come Fritz, pieno di raccapriccio, aveva
previsto, il serpente adattava la bestiola alle sue fauci con lenta e
paurosa precisione. Con la coda si attorcigli a un masso obliquo di
considerevole grandezza, per avere un solido punto di appoggio
contro la resistenza del capretto; per un attimo il poverino scalci con
le zampe posteriori, momentaneamente libere; poi anche queste
furono avvinghiate dal terribile rettile. A questo punto il serpente
rialz la testa con la gola spalancata e fumante, scatt in avanti e
azzann il muso dell'ansante bestiola. Ancora alcuni sussulti, poi la
creaturina soffocata, pestata, dovette soggiacere al nemico,
accasciandosi senza vita. Il suo uccisore per non la lasci nemmeno
per un attimo, anzi ora pi che mai cominci a maciullare e a
stritolare ogni osso della sua preda. Niente rimase di riconoscibile in
essa, tranne la testa, ma anche questa ferita e sanguinante.
A quella crudele scena ne segu immediatamente un'altra, ancora
pi brutta e disgustosa. Il potente stritolatore si stacc dall'animale
morto, gli strisci lentamente attorno, quasi assaporando il suo
trionfo e poi cominci a ricoprirlo dappertutto di una bava viscosa
che scaturiva in abbondanza dalle terribili fauci; dopo di che il
mostro, sempre spingendo e aggiustando col muso con una certa
abilit il boccone ricoperto di bava, dispose all'in-dietro, strette l'una
all'altra le zampe posteriori del povero capretto fracassato, stendendo
vicino alla testa quelle anteriori; subito dopo si distese a terra, per
tutta la sua lunghezza, in modo da arrivare col muso proprio davanti
agli zoccoli posteriori e allora finalmente la sua bocca si dilat di
nuovo, succhiando, per cos dire, adagio adagio, lentamente, gli
zoccoli con tutte le zampe, a cui seguirono con un potente scossone
anche le cosce. Per i fianchi e il dorso tuttavia le difficolt furono
maggiori e la belva ingoiava a fatica, strangolandosi quasi, finch
anche questa parte a poco a poco scivol dentro. Del resto a mano a
mano che le difficolt crescevano, anche la bava sgorgava pi
copiosamente dalle fauci del serpente, rendendo pi scivolosa tanto
la gola che lo stesso grosso boccone, e cos l'ingoiamento fu eseguito
con pieno successo.
In quella ripugnante maniera il nostro povero capretto fu infilato
nella sua tomba vivente finch dalle fauci estremamente dilatate del
mostro non spunt niente altro che la testina. Pareva che il rettile
fosse ormai completamente esausto o che il cranio della vittima non
fosse stato stritolato abbastanza per poter scivolare lungo la gola
dell'uccisore. E del resto l'orripilante scena si era protratta dalle sette
del mattino fin quasi a mezzogiorno.
Avevo aspettato con ansiosa tensione l'attimo pi propizio per
attaccare il rettile. Non ci eravamo mossi dal posto in cui stavamo
come paralizzati, stregati dal raccapriccio. Ora per si presentava il
momento lungamente atteso e con impeto gioioso gridai ai ragazzi:
Avanti, amici, ora possiamo vincere! Il nemico fuori
combattimento.
Rapido, col fucile spianato e il cane alzato, uscii per primo dal
nostro angolo di osservazione e mi avvicinai all'impotente divoratore,
rigidamente disteso ai margini della palude. Fritz mi stava alle
calcagna, anche lui col fucile spianato; J ack invece rimase dieci passi
indietro e tradiva una comprensibile paura. Ernst infine non os
affatto abbandonare la sua posizione.
Quando arrivai proprio vicino al rettile, io stesso fui colto
dall'orrore alla vista del mostro. Con certezza credetti allora di poter
affermare, anche per il disegno delle squame, che si trattava del
Constrictor constrictor, comunemente detto serpente boa. In quel
momento la parte anteriore del suo corpo somigliava ad un blocco
informe o a un duro rigonfiamento, alla cui rigidit facevano
contrasto ancora pi pauroso gli occhi sfavillanti e roteanti, mentre la
coda guizzava in un leggero e quasi convulso movimento
oscillatorio.
Alla distanza di diciotto-venti passi io e Fritz facemmo fuoco; le
due palle fracassarono distintamente il cranio della bestia. Gli occhi
si spensero, le fauci e il tronco rimasero immobili come prima,
mentre la parte posteriore si arrotol, sbattendo alla cieca a destra e a
sinistra. Ci affrettammo a dare con una pistolettata il colpo di grazia
al mostro; subito la lunga parte posteriore si distese vibrando
convulsivamente finch, dopo qualche minuto, rimase l allungata
come il timone di un grosso carro da fieno.
Allora, felici, in coro, prorompemmo in grida di trionfo, cos che
quelli che se ne stavano lontani si avvicinarono; in un attimo Ernst fu
sul campo di battaglia, mentre la mamma e il piccolo Franz uscirono
pi lentamente dal Rifugio di Roccia, dove nel frattempo avevano
liberato di nuovo il bestiame dai legami che lo allacciavano in catena.
Che orribili urla di vittoria avete lanciato! ci grid contro la
mamma. Quasi come i selvaggi canadesi quando tornavano a casa
dal combattimento!
Ma guarda anche il tremendo nemico che giace ai nostri piedi!
risposi. Non degno di un giustificato grido di trionfo? Se non
fossimo riusciti ad averne ragione saremmo diventati semplicemente
dei profughi e avremmo dovuto rinunciare a tutti i vantaggi della
nuova abitazione al Rifugio di Roccia.
Vi confesso, disse Fritz, che mi sentivo davvero avvilito
quando il mostro ci teneva assediati; solo ora posso respirare di
nuovo liberamente e godere con gioia la vita; abbastanza strano
per che dobbiamo tutto ci all'avventatezza del povero asinello
affogato. finito nella voragine come un tempo il cavaliere romano
Curzio, per i suoi compagni.
Ma che diavolo ce ne faremo, chiese J ack, di questo
brutto arnese?
Direi, propose Fritz, che potremmo scuoiarlo e
impagliarlo come una rarit.
Magnifico! grid J ack tutto contento. Poi lo piazzeremo
con le fauci spalancate davanti alla nostra caverna, cos ci far da
sentinella, se arriveranno i selvaggi.
Prosit! Grazie tante! esclam Fritz. E le nostre povere
bestie? Figurati come scapperebbero a gambe levate davanti a quello
spauracchio! No, non va. Penso invece che a quest'eccezionale trofeo
spetti a buon diritto un posto nella biblioteca o nel museo di scienze
naturali, e precisamente tra i coralli e le conchiglie che abbiamo
trovato di recente.
Rimanemmo un pezzo ad osservare il terribile mostro e solo dopo
un certo tempo di distensione, di cui tutti avevamo estremo bisogno
dopo le ore di spavento, di ansiet e di lotta, pregammo la mamma di
tornare a casa con Fritz e J ack, per prepararci qualcosa di buono da
mangiare, che ci risollevasse lo spirito. I ragazzi dovevano poi
tornare con la coppia dei buoi giovani, il giogo e le tirelle, mentre io,
Ernst e Franz montavamo la guardia d'onore al rettile per impedire
che avvoltoi o animali da rapina lo sbranassero.
Aspettammo quindi seduti all'ombra di un grande masso, dopo
aver ricaricato pistole e fucili. Dopo qualche tempo la famiglia
riapparve con la roba da mangiare e col bestiame da tiro. Subito dopo
il pasto freddo, consumato in fretta, ci demmo da fare attorno al
serpente. Innanzi tutto, con l'aiuto degli animali aggiogati,
estraemmo dalle fauci del divoratore la testa del povero capretto,
subito seguita dalla pelle con tutto lo scheletro maciullato in modo
raccapricciante. Gettammo immediatamente l'orribile resto nella pi
vicina fossa del pantano e vi rotolammo sopra alcuni dei massi sparsi
l intorno, per essere certi di non vederlo mai pi. Poi i due buoi
furono attaccati come meglio si poteva alla coda del serpente boa e
tirarono la bestia fino alla nostra caverna salina, mentre noi
reggevamo a turno la testa con una specie di cappio, affinch non
fosse troppo danneggiata e sfigurata dal trascinamento.
Che dobbiamo fare ora, pap, per scuoiare questo bel tomo?
chiesero qui i ragazzi.
Dovreste una buona volta cavarvela da soli, invece di fare
continue domande! ribattei. Comunque, penso che riuscirete
bene, se appenderete il serpente alto per la testa nel nostro macello,
che stato attrezzato per questo. Uno di voi dovr collocarsi al di
sopra della bestia, ficcare con forza il coltello nel collo in modo che
il taglio sia rivolto verso il basso e premere forte sempre verso il
basso, mentre la bestia viene tirata in alto con l'argano. Mettetevi
subito all'opera, perch ci vorr parecchio lavoro. Fritz che il pi
forte manegger il coltello. Naturalmente dopo dovrete togliere le
ossa del cranio come meglio potrete. La pelle, poi, dev'essere salata
ben bene e cosparsa di cenere. Infine la ricucirete, imbottita di
barbula o di cotone.
I ragazzi iniziarono subito il lavoro, anche se con un certo timore.
Fritz si dava da fare con molta abilit anche senza il mio aiuto
materiale. Ma tutti erano molto contenti che stessi vicino a loro e non
fossi avaro di consigli e di suggerimenti.
Dopo qualche giorno si pot iniziare la grande impresa
dell'impagliatura. Il serpente, ricucito a met, fu legato per la testa ad
un palo alto parecchi piedi per evitare che sdrucciolasse. J ack si mise
a cavalcioni di quella specie di otre aperto, una gamba di qua, una di
l, la schiena rivolta all'estremit della coda; prendeva il musco che i
fratelli gli porgevano, lo spingeva dentro a mucchi, lo premeva ben
bene, lo stipava, sempre pigiando forte il fascio nuovo su quello
precedente, dentro il grosso budello. Il ragazzotto era proprio buffo a
vedersi, cos chinato in avanti, con le gambe allargate, mentre
continuava a lavorare alacremente, con la fronte madida di sudore. Di
tanto in tanto si rialzava, ricacciandosi indietro col dorso della mano
i capelli dalla fronte bagnata. Che ne dici, pap? esclamava
raggiante. Non un lavoro da maestro?
Tuttavia pass ancora un altro giorno prima che il serpente fosse
perfettamente impagliato e ricucito fino alla gola, ma allora
cominciarono le difficolt maggiori, per conservare all'animale il suo
aspetto caratteristico, il che, d'altra parte, doveva costituire l'elemento
pi divertente dell'operazione. Volentieri quindi mi misi al lavoro
anch'io perch il risultato desse un'immagine cos accurata, da
rendere onore a tante fatiche e preparazioni.
Una robusta base di assi incrociate, assieme ad un forte palo
saldamente collegato da cavicchi servivano da sostegno. Sulla base
posava la coda in una spirale piuttosto ampia, che si avvolgeva poi
sempre pi stretta tutt'intorno al palo fino all'altezza di otto piedi
circa. A questo punto il tronco del rettile si appoggiava sulla parte
smussata del palo, cos che il collo e la testa sporgevano quasi
orizzontalmente chinandosi quel tanto sufficiente a dare
l'impressione che il mostro minacciasse dall'alto una persona di
statura normale. Si capisce che la bocca era stata spalancata e la
lunga lingua tirata fuori; avevamo verniciato l'una e l'altra di color
rosso sangue col succo dei fichi d'India. In mancanza del vetro
occorrente, al posto degli occhi furono applicate due palle di gesso
ugualmente tinte di rosso e verniciate con colla di pesce trasparente,
che rendeva a perfezione il sinistro scintillio dello sguardo.
Effettivamente l'opera risult cos naturale da poter trarre in inganno,
tanto che i nostri cani vedendola non potevano fare a meno di
ringhiare ed evitavano sempre di passarvi vicino. Il bestiame da tir
si inferociva quasi alla vista della terribile figura che avevamo rizzato
davanti alla nostra caverna perch si asciugasse al sole. Destinammo
perci l'esemplare al nuovo museo e lo piazzammo proprio di fronte
alla porta. Sull'ingresso i miei spavaldi figlioli fissarono una grossa
tavola di gesso su cui, in gigantesche lettere rosse, stava la seguente
frase a doppio senso: Ingresso vietato a tutti gli asini!
Il peggior pericolo da parte del serpente boa era ormai felicemente
passato, ma rimaneva sempre il timore non infondato che nelle
vicinanze si aggirassero altri compagni del rettile ucciso. Inoltre,
essendo una femmina, temevamo che il maschio si potesse
avvicinare nottetempo o che fosse rimasta una nidiata che poteva
essere perniciosa in un prossimo futuro. Decisi quindi di fare due
spedizioni, una verso la Palude delle Anatre vicino a noi, l'altra oltre
la strada del Nido dei Falchi, di dove era venuto il serpente.
Avremmo esteso quest'ultima fino alla Chiusa, poich solo da quel
punto poteva arrivare fino a noi, dall'entroterra, un animale di quella
specie.
Naturalmente volli cominciare con la spedizione verso la palude;
solo che n J ack n Ernst mostrarono una gran voglia di
accompagnarmi.
Davvero, diceva J ack, mi vengono i brividi solo se penso
al mostro, come a momenti mi gettava a terra quando agitava la coda.
Ma, poich un simile esempio mi sembrava dannoso anche per gli
altri, li esortai a non essere, di fronte ad una semplice probabilit di
pericolo, pi timorosi di quanto non fossero stati nel pericolo vero e
proprio, quando tutti avevamo attaccato il serpente.
Fermezza e perseveranza, dissi, di regola devono
completare ci che l'istintivo impeto di coraggio o forse addirittura la
disperazione pu suggerire. Fare qualcosa a met spesso altrettanto
male che non farla per niente. Se il serpente boa ha lasciato nella
palude i suoi piccoli, questi potranno un giorno coglierci di sorpresa
ancora pi della madre, che arrivata di pieno giorno e per una via
aperta.
Ci armammo quindi con i nostri migliori fucili da caccia e ci
munimmo anche di alcuni grossi bastoni di bamb, di parecchie
tavole e di otri gonfi d'aria, che all'occorrenza dovevano mantenerci a
galla, se ci fosse stato pericolo di sprofondare nel pantano.
Arrivati sul posto, posammo le canne di bamb e le tavole sul
fondo palustre, disponendole una davanti all'altra: via via che
procedevamo, toglievamo a mano a mano le tavole dietro di noi per
rimetterle davanti.
In tal modo, anche se lentamente, superammo la palude con
sufficiente sicurezza, finch non giungemmo sul terreno solido della
parte opposta.
Qua e l nel pantano avevamo scoperto le tracce inconfondibili
del serpente, ma con grande gioia non scorgemmo da nessuna parte
alcun indizio di piccoli o di uova della bestia. Perfino al limite
estremo della palude, dove il serpente doveva aver dimorato pi a
lungo, non trovammo nient'altro che prato piuttosto pestato e
parecchie piante palustri schiacciate, che formavano una specie di
nido. Un po' oltre invece, scoprimmo una grotta di dimensioni non
trascurabili, che si addentrava per circa venti passi nella rupe e da cui
sgorgava un limpido ruscello.
L'intera caverna era adorna di stalattiti e stalagmiti delle pi
svariate forme che scendevano anche lungo le pareti: alcune
sembravano sostenere la volta come superbe colonne, mentre altre
per la loro bizzarra struttura offrivano alla fantasia ampia materia per
ogni sorta di immagini.
Ricercammo intanto le sorgenti del ruscello che scaturiva da una
grossa spaccatura della roccia, piuttosto in alto da terra. Allargando
la fenditura notammo che la roccia era molto tenera, perci
continuammo a scavare, finch Fritz pot strisciare nell'imboccatura
e mi grid dall'altra parte che il passaggio pareva ampliarsi
gradatamente e forse finiva addirittura in una grande grotta interna.
Siccome mi stava molto a cuore accertarmi del tutto che non ci
fosse un'eventuale covata del nostro nemico, strisciai anch'io dentro
in fretta, finch trovai tanto spazio da poter star dritto in piedi
accanto a Fritz. J ack ed Ernst erano rimasti intanto nella grotta
esterna.
Per prima cosa sparammo davanti a noi nell'oscurit un colpo di
pistola e il suo cupo, lungo rimbombo ci prov che la volta doveva
avere un'imponente estensione. Subito allora accendemmo due
candele, giacch nelle nostre borse da caccia portavamo sempre
qualche candela e il materiale per accenderla. Del resto volevo
piuttosto provare la salubrit dell'aria che illuminare a sufficienza
l'ampio spazio intorno, ma poich le candele bruciarono senza
vacillare potemmo inoltrarci tranquillamente nella caverna, tanto pi
che in essa era entrata abbastanza aria dall'esterno e non poteva pi
contenere gas venefici.
Tuttavia procedevamo con grande cautela e ci guardavamo
intorno dappertutto fin dove poteva rischiarare il raggio delle nostre
misere candeline. A un tratto Fritz esclam tutto allegro: Pap,
un'altra caverna di sale! Guarda come scintilla, guarda i magnifici
blocchi di sale, che emergono splendenti come cristalli dal suolo e
dalle pareti!
Non possono essere cristalli di sale, risposi, perch
l'acqua vi scorre sopra e attorno, senza intorbidarsi e senza prendere
alcun sapore; penso piuttosto che siamo penetrati in una caverna di
autentico cristallo di rocca.
Sarebbe magnifico! esclam allegro Fritz; allora
avremmo scoperto un grande e prezioso tesoro!
Certamente! Solo se ci potesse essere utile in qualche modo,
osservai, ma nelle nostre condizioni ci servir esattamente come
al buon Robinson Crusoe il suo blocco d'oro.
Comunque, ne stacco un pezzetto per poterlo esaminare pi
attentamente. Guarda, pap, che magnifico esemplare; non sale, ma
proprio cristallo, solo un po' appannato e quasi opaco.
Certo, se non fossi stato cos precipitoso avresti avuto il tuo
pezzo limpido come quelli che stanno ancora attaccati! Tutti questi
splendidi massi di cristallo poggiano - come altrettanti prismi
esagonali che terminano in molteplici piramidi esagonali - su una
solida roccia microcristallina, mescolata (per cos dire) con la fine
argilla del suolo e perci opaca. Questa chiamata ganga del cristallo
e in realt si pu vedere ad occhio nudo un fine tessuto di una specie
di sottili aghi che in un certo senso sono soltanto piccolissimi
cristalli. Un pezzo di ganga con parecchie piramidi attaccate insieme
si chiama drusa e porta un aggruppamento di diversi cristalli pi o
meno grossi impiantati con l'estremit pi larga al supporto roccioso.
Se si vuol staccare a forza un cristallo dalla matrice, esso diventa
improvvisamente opaco e appannato; il fenomeno causato
probabilmente da una quantit di piccolissime crepe che, in seguito
alla scossa provocata dal colpo avuto, si sono formate nell'interno
della massa.
Ma come si deve fare allora, chiese Fritz, per poter
staccare dalla matrice un cristallo perfettamente limpido e
trasparente?
Si deve togliere il cristallo con delicatezza
contemporaneamente alla ganga ed in ogni caso battere col martello
soltanto quest'ultima, non lo stesso prisma.
Cos parlando avevamo continuato a percorrere in lungo e in largo
la caverna e Fritz non ebbe pace finch non ebbe staccato per il
nostro museo una drusa di circa dieci libbre adorna di leggiadre
piramidi. Le nostre candele erano ormai ridotte ad un piccolissimo
mozzicone, e perci decisi di tornare in fretta alla luce del sole; Fritz
spar ancora un secondo colpo in direzione della cupa gola e di
nuovo il lungo rimbombo ci rivel la considerevole distanza della
parete di fondo.
Passando per l'imboccatura accanto al ruscello, tornammo di
nuovo all'aperto e scorgemmo subito il nostro J ack che piangeva e
singhiozzava; appena ci vide, ci balz incontro con un grido di gioia:
il bravo ragazzo era fuori di s dalla contentezza perch aveva
pensato che non saremmo mai pi tornati dalla buia voragine.
Mentre Fritz mostrava i cristalli al fratello subito consolato e gli
parlava della caverna, io camminavo adagio davanti a loro e presto
trovai Ernst ai margini della palude. L'accorto ragazzo aveva infilato
in cerchio alcune canne lunghe e sottili, le aveva intrecciate con
strisce di canna spaccata a met, in modo che nella parte superiore
convergessero a forma di imbuto, finendo in un'apertura di circa tre
pollici, oltre la quale i bastoncini appuntiti sporgevano ancora un
poco. Secondo la spiegazione del ragazzo, quella cesta a forma di
imbuto doveva essere fissata in un'altra cesta lunga e panciuta, ma
completamente chiusa all'estremit, in modo che l'imboccatura pi
stretta dell'imbuto venisse a finire pressappoco nel centro della cesta
chiusa, cos che un pesce che vi fosse scivolato dentro non avrebbe
potuto trovare facilmente la via d'uscita, tanto pi che nel passaggio
ne sarebbe stato impedito dalle punte di canne che sporgevano
internamente.
Approvai senz'altro la destinazione di quella nassa e lodai il
ragazzo.
Nel frattempo per ho anche ammazzato un piccolo serpente
boa, mi disse Ernst soddisfatto. disteso qui, vicino al mio
fucile, l'ho ricoperto di canne. Sar lungo circa quattro piedi e grosso
quasi quanto il mio polso.
O piuttosto una bella anguilla! dissi ridendo, quando ebbi
tolto la copertura di canne; bella, grande e grassa, che questa sera
ci fornir un ottimo arrosto.
Gli altri due ragazzi, che d'un salto si erano accostati a noi, si
unirono alle mie risate, canzonando Ernst che aveva scambiato
un'anguilla per un serpente boa, ma questi rispose senza scomporsi:
Ebbene, avevo creduto che fosse un serpente perch tutti
pensavamo che qui ce ne fossero e li abbiamo anche cercati.
Prendemmo con noi la nassa, l'anguilla di Ernst e i cristalli di Fritz
e riprendemmo la via del ritorno attraverso la palude; stavolta ci
tenevamo un po' pi vicino alla roccia, dove il terreno era molto pi
asciutto che nella strada percorsa all'andata.
Dalla parte della Palude delle Anatre credevamo ormai di essere
sicuri dal pericolo di altri serpenti; decisi perci di fare la seconda
spedizione fino alla Chiusa, che pensavo di fortificare un po' meglio.
Tuttavia prevedevo che quel lavoro avrebbe richiesto per alcune
settimane le nostre forze riunite. Furono quindi imballati viveri e
munizioni per un periodo di tempo corrispondente; preparammo
inoltre la tenda da viaggio ed il carro, delle torce per tenere lontano le
bestie feroci durante la notte, candele per illuminare la tenda ed
infine recipienti ed utensili; in breve, tutto il necessario fu raccolto
insieme e caricato sul carro. Fino allora non ci eravamo mai preparati
per nessun'altra impresa con tanta scrupolosa precisione.
Il giorno stabilito partimmo tutti insieme bene equipaggiati dal
Rifugio di Roccia. La mamma si era sistemata un posto sul carro da
trasporto. Tempesta e Brumm lo tiravano aggiogati insieme e
contemporaneamente portavano in sella i loro due cavalieri, J ack e il
piccolo Franz. La mucca era attaccata all'altro carro, Fritz, in sella al
suo Pie' Veloce, trottava circa cento passi avanti, in avanscoperta,
mentre io, come al solito, camminavo accanto alla mucca ed Ernst
accanto al carro, riservandoci di montare a cavallo o di salire sul
carro se ci fossimo sentiti stanchi. I fianchi del corteo infine erano
protetti da tutt'e quattro i cani, assieme allo sciacallo Cacciatore.
Ci dirigemmo dapprima alla volta di Waldegg e del campo di
zucchero; sul cammino si trovarono parecchie tracce del serpente boa
che, nel soffice terreno, parevano i solchi lasciati dal passaggio di un
obice.
Al Nido dei Falchi, come di consueto quando partivamo,
mettemmo in libert tutti i volatili, le capre e le pecore e spargemmo
intorno mangime affinch le brave bestie si tenessero sempre nei
dintorni. Poi proseguimmo verso Waldegg dove pensavamo di
passare la notte per riempire di cotone, se possibile, alcuni cuscini e
per esplorare un po' meglio il laghetto e l'adiacente palude del riso.
Ma quanto pi ci allontanavamo dal Nido dei Falchi, tanto pi
perdevamo ogni traccia del serpente e anche le orme delle scimmie
andavano scomparendo; solo il canto dei galli e i belati di Waldegg
animavano la quiete profonda e la nostra piccola fattoria aveva un
aspetto cos grazioso e lindo, che pareva quasi ce ne fossimo da poco
allontanati lasciando in ordine ogni cosa. Al nostro richiamo pecore e
capre, galli e galline si presentarono saltando e svolazzando
festosamente, con versi di gioia; in fretta li compensammo con
qualche manciata di becchime e di sale.
Subito ci disponemmo a passare tutta la giornata in quella ridente
zona; mentre la mamma si occupava della cucina, noi andammo
intorno per raccogliere gli avanzi del cotone, poich volevamo
riempire i cuscini per l'imminente viaggio.
Dopo il pranzo ci accingemmo a esplorare pi attentamente il
luogo; presi con me Franz come compagno e per la prima volta gli
affidai un fucile leggero, insegnandogli a caricarlo e maneggiarlo con
prudenza.
Ci proponevamo di. percorrere la riva sinistra del laghetto dei
cigni, mentre Fritz e J ack camminavano sulla riva destra. Ernst
rimase con la mamma all'estremit superiore del lago, nella palude
del riso, per raccogliere eventualmente qualche spiga matura. Ogni
gruppetto aveva con s, come scorta, una parte della nostra guardia
fedele. La mamma ed Ernst presero con s Bill e mastro Pizzichino,
la scimmia; Turk e Cacciatore marciavano sotto il comando di Fritz e
noi eravamo accompagnati da Bruno e da Fulvo. Andavo dunque
lentamente col piccolo Franz lungo la riva sinistra e, a causa del
terreno palustre e ricoperto di canne, dovevamo tenerci ad una certa
distanza dal lago. I nostri amici quadrupedi preferivano invece
rovistare per il canneto e ogni tanto facevano alzare in volo qualche
airone o alcune beccacce, che per si dirigevano generalmente
sull'acqua, cos che mi pareva si mantenessero fuori tiro. Un gran
numero di anatre e di cigni che vedevamo muoversi sulla superficie
dell'acqua ci rendevano intanto ancora pi vogliosi e il piccolo Franz
era tutto impaziente di fare il suo primo tiro su di essi o addirittura su
un tarabuso di cui sentivamo venire dalla palude la voce sgraziata,
simile al raglio dell'asino.
Richiamai perci i cani e indicai loro il posto da cui sentivamo
giungere il grido, mentre il piccolo Franz ai margini della palude
stava all'erta col fucile pronto: anch'io guardavo in alto, aspettando la
selvaggina levata per sparare nel caso a mia volta un colpo bene
assestato.
In quel momento sentimmo frusciare qualcosa tra le canne, presso
la riva; Franz tir e udii il suo grido di gioia: Preso, preso!
Che cosa hai preso? chiesi al piccolo, ancora ad una certa
distanza.
Un cinghiale! esclam lui.
Addirittura! ribattei. Magari avrai abbattuto soltanto un
maialetto di quelli che abbiamo lasciato in libert e che ora
scorrazzano dappertutto allo stato brado!
Nel frattempo mi ero avvicinato al ragazzo e in realt vidi che
l'animale ucciso, disteso a terra davanti a lui, somigliava in certo
modo ad un maialino dal pelo bruno-rossastro e setoloso; mi accorsi
subito per che non era di razza europea e tanto mi bastava. Il
ragazzo era fuori di s dalla gioia.
Dopo un esame pi attento vidi che il maiale era lungo circa tre
piedi e mezzo, con i denti come quelli del coniglio, col labbro
superiore profondamente inciso, senza coda e con le zampe fornite di
dita, che negli arti posteriori erano ricoperte di una membrana. Da
tutto ci compresi di avere davanti a me un idrochero, o capibara.
Potei perci concedere al ragazzino la gioia di aver abbattuto un
maiale selvatico e alle sue ripetute domande circa il nome della
bestia, gli spiegai che non era nemmeno un cinghiale comune, ma di
una specie per noi molto pi rara, un idrochero sudamericano, della
stessa classe dei porci di mare, dell'aguti e del paca.
Ora per era tempo di rimetterci in cammino; il piccolo tentava
invano di trascinare la sua preda, ma dopo qualche minuto di
riflessione salt di gioia, gridando: Ho trovato! Sventrer la bestia
e cos diventer molto pi leggera, poi riuscir forse a portarla,
almeno fino alla capanna di Waldegg.
Puoi farlo senz'altro, gli dissi, tanto pi che non
mangeremmo le interiora! E del resto i nostri assistenti di caccia si
meritano bene una ricompensa, dato che ti hanno scovato la
selvaggina.
Il ragazzo si mise subito a sventrare l'animale e si sbrig pi in
fretta di quanto avessi pensato. I due alani ebbero la loro parte e
presto riprendemmo la strada; ma il ragazzo ricominci a sbuffare,
finch ad un tratto gli venne un'idea: Attaccher la selvaggina ad
uno dei cani: potr certo portarmela.
Tanto pi che entrambi sono stati effettivamente addestrati al
trasporto di carichi! aggiunsi io. Ecco che la fatica di averli
addomesticati ci viene ripagata dal sollievo che possono darci.
Senza indugio sganciai la sacca che portavo di solito a tracolla
quando andavamo a caccia. Vi mettemmo dentro la bestia e la
legammo sul dorso di Bruno che trotterell davanti a noi, orgoglioso
del suo carico.
Subito dopo giungemmo alla pineta, dove ci fornimmo di belle
pigne, e tornammo a Waldegg, senza aver scoperto la minima traccia
che rivelasse la presenza di un serpente boa o della sua covata.
Incontrammo invece le orme delle scimmie e dovetti purtroppo
convincermi che i molesti animali, ghiotti devastatori, non avevano
sgombrato i paraggi della nostra colonia; solo che la maggior parte di
essi doveva essersi spostata verso Hohentwiel.
Notai per che i ragazzi, stanchi degli strapazzi della giornata,
avevano bisogno di riposo; perci ci coricammo senza perder tempo
nell'accogliente casolare di Waldegg sui sacchi di cotone e
dormimmo tranquillamente fino al mattino seguente.
Al primo biancore dell'alba proseguimmo il viaggio passando per
la Cima dello Zucchero, nostro consueto luogo di sosta in quella
regione, tra la piantagione di zucchero e la Chiusa, dove una volta
avevamo costruito una capanna o meglio, una specie di cupolino di
canne, pensando di impiantarvi in futuro una nuova fattoria. La
graticciata della capanna era ancora piuttosto solida e in quel clima
mite sarebbe bastato soltanto gettarvi sopra il telone, per avere un
ottimo alloggio. Ma poich non avevamo l'intenzione di fermarci
oltre l'ora di pranzo, cominciammo subito ad esplorare le immediate
adiacenze e particolarmente l'intrico delle canne da zucchero per
cercare le eventuali tracce del serpente abbattuto o della sua prole.
Per fortuna non ne trovammo in nessun posto; tanto pi in pace ci
godemmo allora le fresche canne da zucchero di cui eravamo stati
privi da qualche tempo.
Eravamo da poco assorti in tale piacevole occupazione, quando i
nostri cani all'improvviso si fecero sentire e per il canneto si lev uno
schiamazzo e un violento stormire, come se fosse arrivata la tregenda
o il cosiddetto Cacciatore selvaggio con la sua schiera infernale.
Non sapevamo da che parte andare e meno che mai osavamo
avventurarci nel fitto delle canne, per vedere che cosa provocasse
tanto scompiglio; con i ragazzi uscii dal canneto in tutta fretta e mi
appostai con loro a semicerchio a circa cinquanta passi. Dopo
qualche minuto vidi un intero branco di maiali di piccola taglia
sbucare dall'intrico e prendere il largo a tutta forza. Dapprima
credetti di avere davanti a me il gruppetto dei porcellini lasciati in
libert; ma il gran numero, il colore grigiastro sempre uniforme, e il
meraviglioso ordine, tutto particolare, con cui gli animali
effettuavano la loro fuga, mi fecero capire che non si trattava di
maiali del nostro allevamento europeo. Immediatamente scaricai sui
fuggitivi il mio fucile da caccia a due canne e ogni colpo abbatt un
capo di selvaggina. La caduta dei due compagni non turb tuttavia
gli altri, che in schiera quasi interminabile continuarono a correre
appena ad un passo di distanza dai due caduti anzi, sempre di trotto
serrato, procedevano uno dietro l'altro in modo buffo, come fossero
tutti attaccati allo stesso filo e nessuno di loro sembrava voler correre
avanti o saltare di fianco.
Fritz e J ack stavano vicini a me e avevo appena abbassato il fucile
per caricarlo di nuovo, che: bang! bang!, ecco altri maiali cadere al
suolo: ma anche allora la fila si interruppe solo per lo spazio di un
secondo e tanto meno cambi direzione. Mi sembr probabile che ci
fossimo imbattuti in una schiera di maiali muschiati, chiamati anche
taiassu e mi ricordai di aver letto che quando si abbatte uno di questi
animali la cosa pi urgente l'asportazione della grossa ghiandola sul
dorso, altrimenti l'umore appiccicoso contenuto in essa comunica alla
carne il suo odore sgradevole.
Mi affrettai quindi ad intraprendere l'operazione, come meglio
potevo, su tutte le bestie uccise ed anche in questo mi prestarono
aiuto Fritz e J ack.
Subito dopo sentimmo echeggiare in lontananza, dalla parte della
capanna, altri due colpi, che attribuimmo ad Ernst e alla mamma;
pensai che, uscendo dal canneto, entrambi si fossero diretti verso la
capanna e senza indugio mandai J ack ad aiutarli in caso di bisogno;
gli ordinai anche di portarmi il carro, per trasportare pi facilmente la
selvaggina alla capanna.
Nel frattempo io e Fritz trascinammo gli otto maiali muschiati che
avevamo abbattuto, facendone un mucchio, che ricoprimmo alla
svelta con canne da zucchero, aspettando il carro. Su di esso apparve
Ernst con la notizia che tutta la fila dei fuggiaschi era passata di
galoppo davanti alla nostra capanna e si era rifugiata nell'intrico delle
canne di bamb non lontano da noi; tuttavia con l'aiuto di Bill, il
ragazzo era riuscito ad abbattere altri tre animali.
Per alleggerire il carico decidemmo di sventrare le bestie
immediatamente. Ernst pensava che i maiali fossero i cosiddetti
pecari, viventi in Guiana e in tutta l'America e trovai giusta la sua
osservazione. Il lavoro ci tenne occupati pi a lungo di quanto avessi
pensato e ci reputammo fortunati di poter placare di tanto in tanto
fame e sete con le canne da zucchero. I cani ebbero invece uno
squisito pranzo con tutte le interiora che gettammo loro, togliendone
soltanto la rete che avvolgeva gli intestini.
Cos fu pi facile portare sul carro gli animali sventrati, giacch
nessuno di essi poteva pesare pi di cinquanta libbre. I ragazzi
avevano adornato di fiori, foglie e rami se stessi e la preda e
finalmente partimmo, tra canti e grida festose. J ack e il piccolo Franz
cavalcavano i due buoi da tiro, Fritz ed Ernst salirono nel carro,
mentre io procedevo di buon trotto sulla mia cavalcatura, con i cani
accanto. Arrivammo infine trionfalmente dalla mamma, che ci
aspettava con impazienza.
Dopo un breve pranzo, tipo rancio, ci accingemmo alla
lavorazione dei maiali. Innanzi tutto furono bruciate le setole, subito
dopo tagliai i cosciotti e staccai dal tronco gli altri pezzi da utilizzare.
Le carcasse, assieme alle teste, furono date ai cani e all'aquila. La
carne venne lavata accuratamente, strofinata con sale e infilata in un
sacco aperto in alto, che appendemmo ad alcuni rami d'albero. Vi
ponemmo sotto un recipiente di zucca per raccogliere l'acqua salata
che ne sgocciolava e che di tanto in tanto versavamo di nuovo sulla
carne, finch non fu pronto l'affumicatoio che Fritz e i fratelli pi
piccoli dovettero costruire. Ci avvenne per soltanto il giorno
seguente e per di pi verso sera, perch prima avevamo voluto
arrostire un capo della nostra selvaggina.
I nostri sforzi riuniti permisero la realizzazione della capannina
che serviva da affumicatolo; essa riusc tanto spaziosa da potervi
appendere dentro l'intera provvista di carne di maiale. Nel focolare,
sistemato nella parte inferiore, accendemmo subito il fuoco che
coprimmo di erba umida e foglie fresche, cos da sprigionare un
potente fumo per tutta la capannina, chiusa in alto nel miglior modo
possibile contro le correnti d'aria. Il fumo fu mantenuto a lungo con
cura finch la carne non fu del tutto secca e affumicata.
L'affumicatura richiese tre giorni di tempo e fu eseguita dalla
mamma e, a turno, da uno dei ragazzi, mentre io con gli altri
percorrevo in lungo e in largo tutta la zona. Non trovammo pi in
nessun posto alcuna traccia di serpenti ed ogni volta tornavamo a
casa carichi di ricco bottino. Scoprimmo cos nell'intrico dei bamb
alcune canne isolate lunghe da cinquanta a sessanta piedi e larghe in
proporzione, che si potevano adoperare come recipienti, tini e
brocche, solo che si segassero all'altezza dei relativi nodi. Intorno ai
nodi sporgevano lunghi e robusti aculei, duri come chiodi di ferro,
che apprezzai grandemente.
Durante un'ispezione a Hohentwiel trovammo purtroppo, come
qualche tempo prima a Waldegg, che la brutta genia delle scimmie
aveva fatto parecchi danni. Anche l pecore e capre si erano
sparpagliate per i dintorni, i polli erano del tutto inselvatichiti e il
casolare apparve cos sporco e rovinato che non si poteva riattarlo in
un sol giorno; rimandammo quindi ad altro tempo tale lavoro.
Ancora per qualche giorno fummo occupati ad aprire una strada e
a mettere in serbo la selvaggina, che ormai ci sembrava bene
affumicata. Prendemmo con noi soltanto alcuni cosciotti, lasciando il
resto nell'affumicatoio che cercammo di preservare come meglio si
poteva dagli attacchi di scimmie, di animali di rapina e di uccelli
rapaci; rivestimmo perci la capannina di zolle erbose sul tetto e
tutt'intorno, cos che il tutto sembrava quasi un tumulo, che per di pi
munimmo di spine e di cardi per ripararlo dai saccheggi.
Ed infine un bel giorno, di buon mattino, togliemmo allegramente
le tende e partimmo, prendendo la nuova strada appena aperta nel
fitto canneto, verso la nostra meta pi importante, la Chiusa.
CAPITOLO VII
CACCIA ALLO STRUZZO E CACCIA ALL'ORSO. SI CATTURA E SI
ADDOMESTICA UNO STRUZZO.
DOPO UNA MARCIA di due ore arrivammo alla meta del nostro
viaggio e ci fermammo con tutto il seguito ai margini di un
boschetto, all'imbocco della Chiusa. Il posto era abbastanza fresco e
riparato, poich a destra il boschetto confinava con un'alta parete
rocciosa, mentre a sinistra, nei pressi del Guado del Cinghiale, la
foce del fiume che si riversava nella grande baia ci prometteva
altrettanta sicurezza.
Scaricammo prontamente i bagagli e disponemmo il necessario
per un soggiorno piuttosto lungo. A circa un tiro di schioppo da noi
c'era la Chiusa vera e propria, o meglio, lo stretto valico tra fiume e
rocce, che portava nell'interno della terra a noi ancora ignota.
Il giorno seguente di buon'ora ero gi pronto per partire; questa
volta avevo scelto come compagni i tre figlioli pi grandi poich,
come osservai sorridendo, credevo opportuno scendere in campo
col grosso delle forze. La mamma rimase col piccolo Franz per
sorvegliare carri, utensili, tenda e bestiame, perch tutta quella roba
ci avrebbe intralciato in una lunga escursione.
Dopo una robusta colazione ci congedammo, allegri scorridori
circondati dalla truppa dei quadrupedi, e ci mettemmo in cammino
verso l'interno.
Appena oltrepassata la Chiusa, ecco che ai nostri occhi si offr la
nuova terra.
A sinistra di l dal fiume che per il momento chiamammo Fiume
dell'Est si stendeva, fino all'estremo limite dell'orizzonte, un lungo
dorso montuoso ricoperto di begli alberi latifogli e di splendide
palme che svettavano alte sul crinale. A destra, e dalla nostra parte, si
innalzavano invece rocce aspre e brulle che parevano toccare il cielo,
ma che a poco a poco si ritraevano, per cos dire, davanti alla
sterminata vastit della pianura, cos che ad ogni passo anche a destra
e davanti a noi la superficie si allargava in una sempre crescente
dimensione, conclusa dallo sfondo caliginoso che non permetteva di
discernere se all'orizzonte ci fossero nuvole, montagne o soltanto il
cielo.
Al Guado del Cinghiale varcammo il torrente le cui rive avevano
ancora un aspetto ridente e mostravano verso il monte molte fratte e
boschetti pittoreschi. Ma quanto pi ci inoltravamo, tanto pi la terra
appariva squallida e sterile. Per fortuna ognuno di noi aveva riempito
nel torrente la sua fiasca di zucca, perch le tracce di umore
andavano sempre pi scomparendo, l'erba era stenta, le poche piante
pi alte erano completamente secche e soltanto rigide piante spinose
facevano bella mostra di s sul terreno riarso. Qua e l c'era anche
qualche pianta grassa che con le sue bollicine acquose contrastava
stranamente con l'aridit della zona circostante.
Finalmente dopo un paio d'ore di marcia estremamente faticosa
arrivammo esausti alla meta della nostra escursione e ci gettammo
all'ombra di una roccia sporgente, su una piccola altura, poich il
caldo e la stanchezza non ci consentivano una vera arrampicata per
cercare un punto migliore di osservazione. In silenzio guardavamo
nella vasta lontananza. Azzurri, altissimi monti chiudevano
l'orizzonte ad una distanza di quindici o venti ore di cammino. Il
Fiume dell'Est si snodava nell'immensa pianura davanti a noi e le sue
rive verdi spiccavano ridenti sulla brulla e piatta uniformit della
superficie.
Quando fummo abbastanza rinfrancati per poter riprendere il
cammino, Fritz balz in piedi, lo sguardo fisso lontano e dopo
qualche minuto esclam: Ma che diavolo vedo laggi? Mi
sembrano due uomini a cavallo, un terzo si avvicina a loro di gran
galoppo, ora li raggiunge, tutt'e tre vengono di furia verso di noi. Che
siano arabi del deserto?
Questo forse no, dissi; per sar bene stare in guardia.
Prendi il mio cannocchiale e dimmi che cosa vedi effettivamente.
Sembrano animali che corrono, o mucchi di fieno che si
spostino, oppure no, non mi raccapezzo affatto, troppo strano.
Il cannocchiale pass di mano in mano e anche J ack ed Ernst
credettero di vedere uomini in sella a poderosi cavalli. Infine presi
anch'io il cannocchiale e capii subito che le minacciose figure altro
non erano che struzzi colossali.
Perbacco! esclamai, questa sarebbe finalmente una vera
caccia! Magari si riuscisse ad acciuffare uno di quei magnifici
esemplari! Come, per? Come? un'impresa difficile.
Certo pap, gridarono Fritz e J ack, sar bellissimo avere
uno struzzo da addomesticare e poi non sarebbe mica male procurarci
dei bei pennacchi per i nostri cappelli.
Nel frattempo gli struzzi si erano avvicinati e avevamo appena il
tempo per decidere il nostro piano d'attacco. Ma a noi, poveri
viandanti appiedati quali eravamo, rimaneva soltanto una possibilit:
tentare di assalirli di sorpresa, quando fossero abbastanza vicini.
Notai quattro femmine e un solo maschio, che si distingueva per
le penne bianche; raccomandai ai ragazzi di puntare di preferenza sul
maschio nell'imminente tentativo di caccia.
La faccenda molto difficile, dissi, e in realt non so
come attaccare questi rapidissimi uccelli. Alla fin fine la parte
migliore dovr farla forse Fritz con la sua aquila, perch nemmeno
un cavallo a briglia sciolta pu raggiungere lo struzzo che vola sulle
ali del vento.
Cominciammo con il separarci e, nascondendoci come meglio
potevamo dietro piccoli rilievi del terreno, ci avvicinammo ai
fiduciosi e innocenti animali che per a un tratto si accorsero di noi,
rimasero interdetti e sembrarono tradire una certa inquietudine. Ci
fermammo subito e cercammo per quanto possibile di tenere indietro
i cani; gli struzzi allora si rassicurarono un po' e avanzarono perfino
di qualche passo verso di noi, osservando curiosi col collo teso in
avanti l'insolito oggetto della loro attenzione. Ma per sfortuna i cani
impazienti ci sfuggirono e si avventarono furiosi sul magnifico
maschio che arditamente si era ancora avvicinato.
Come piume colte da un'improvvisa folata, gli struzzi si
sparpagliarono in tutte le direzioni e parvero sfiorare appena il suolo.
Le ali poco aperte ma completamente rialzate, sembravano vele
gonfie che sfruttassero la forza del vento per affrettare la corsa.
L'incredibile velocit con cui i fuggitivi si dileguarono non
permetteva una lunga osservazione, infatti in un baleno si erano
allontanati chiss quanto, sottraendosi quasi del tutto alla nostra
vista.
Non meno velocemente per Fritz aveva tolto il cappuccio
all'aquila e l'aveva lanciata dietro agli struzzi. Con indescrivibile
velocit il rapace raggiunse in volo il maschio e piomb su di esso
con tanta violenza da spezzargli quasi il collo. Il bellissimo uccello
rotol nella polvere. Molto pi in fretta di noi, nonostante la nostra
corsa, i cani erano gi arrivati sul campo di battaglia. Lo sciacallo
cominci subito a sbranare il corpo dell'uccello caduto, mentre
l'aquila gli dava colpi di rostro sulla testa e i cani leccavano il sangue
sgorgato dalle ferite.
Era troppo tardi per salvare la bestia. Aquila e sciacallo furono
strappati a viva forza; ci impadronimmo delle belle penne della coda
e delle migliori delle ali, con cui guarnimmo i nostri cappelli, poich
potevano servire tanto per ornamento quanto per darci fresco e ombra
e, oltre tutto, in tal modo potevamo portarle a casa pi facilmente.
Peccato per che questo magnifico animale sia morto,
esclam Fritz rattristato, avrebbe potuto portare senza fatica due
ragazzi della mia statura. Scommetto che dalle zampe al dorso
misura cinque piedi e soltanto il collo lungo tre piedi.
Mentre compiangevamo ancora il bell'animale, Ernst e J ack erano
sgattaiolati via dietro lo sciacallo che pareva quasi far loro da guida.
Presto si fermarono non lontano da un arbusto secco e con i cappelli
ci fecero segno di seguirli.
Un nido di struzzi! Un nido di struzzi! gridarono tutti
allegri, gettando in aria i loro cappelli.
In un attimo anche noi fummo sul posto e in un leggero
avvallamento del suolo scorgemmo un nido, senza alcuna
intrecciatura di protezione, ma con una trentina di uova grosse
quanto la testa di un bambino.
Benissimo! esclamai con entusiasmo. Per non toccate le
uova e non scompigliatele, altrimenti la femmina covaticcia si terr
lontana. Non possiamo certo trascinarle fino a casa perch sono
troppo pesanti e il cammino lungo. Sar meglio lasciarle cos come
stanno sino a domani ed eventualmente tornare a prenderne un buon
numero col carro o, meglio ancora, caricarle su qualcuna delle nostre
bestie.
Ma i ragazzi non si accontentarono e fui costretto a permettere
loro di prenderne uno o due ciascuno. Presto per furono in grande
imbarazzo sul modo di portare il loro fardello e dovetti aiutarli con i
miei buoni consigli. Mi feci dare da ognuno il suo fazzoletto in cui fu
legato un uovo, che restava cos mezzo sospeso come un sasso nella
fionda; in tal modo le uova si potevano portare comodamente in
mano. Ma dopo poco tempo i ragazzi trovarono gravoso anche tale
sistema e, siccome proprio in quel momento vedemmo alcuni fusti di
robuste eriche, consigliai loro di reciderli e di appendervi le uova,
come fanno le lattaie olandesi con i loro secchi; il suggerimento fu
subito seguito.
Arrivammo presso una piccola palude dove, come si vedeva dalle
chiare orme, i nostri cani si erano gi rinfrescati. Pareva alimentata
da sorgenti sotterranee e finiva in un ruscelletto che serviva da
emissario. In tutta la zona rinvenimmo molte peste vecchie e nuove
di antilopi, bufali, onagri o quagga; non trovammo invece nemmeno
stavolta alcuna traccia di serpenti boa, il vero oggetto della nostra
esplorazione. Poich il ruscelletto ci offriva il refrigerio di cui
sentivamo estremo bisogno, ci sdraiammo, mangiammo qualcosa e
rifornimmo di acqua fresca le fiasche.
Presto fummo di nuovo in piedi per riprendere la scorribanda.
Entrammo in una valle ricca di vegetazione, ricoperta di ridente
verde e di boschetti romantici che ci allietavano la vista e facevano
un piacevolissimo contrasto con l'arido, monotono aspetto della
savana che fino allora avevamo faticosamente attraversato.
Di buon animo e al riparo dai raggi del sole percorremmo la bella
vallata a cui attribuimmo concordemente il nome di Valleverde.
In lontananza si vedevano qua e l diversi branchi, all'apparenza
bufali e antilopi, che pascolavano tranquillamente; ma gi da lontano,
alla semplice vista dei nostri cani che trotterellavano sempre a cento
passi davanti a noi, si sparpagliarono in tutte le direzioni come pula
al vento, disperdendosi immediatamente nei diversi anfratti che a
sinistra conducevano verso la savana.
Insensibilmente per tutta la vallata si stendeva verso sinistra e
ora si apriva in direzione di un'altura; non senza un certo disappunto
riconoscemmo in essa la collinetta, sul pendio opposto della quale ci
eravamo seduti per riposare quella stessa mattina. Bench per tutto il
giorno non avessimo preso nemmeno un capo di selvaggina, pure
decisi, per via delle uova, di tornare alla capanna, non rinunciando
ancora alla speranza di trovare qualcosa lungo la strada del ritorno.
Ma poich avevo notato che i cani, correndo sempre avanti a noi,
facevano scappare ogni animale, stabilii che ognuno di noi ne tenesse
uno al guinzaglio, mentre Bill, cavalcata dal suo capitano Marten,
altrimenti detto mastro Pizzichino, trottava davanti a noi e per amore
del suo cavaliere pareva aver abbandonato ogni velleit venatoria.
Avevamo camminato per circa un'altra mezz'ora fino alla grotta
dello sciacallo, e stavolta decisi di entrarvi, per riposarci un pochino
nella caverna ombrosa. Ernst ci aveva preceduti addentrandosi con
Fulvo, forse per godersi per primo il fresco della grotta; ma non
pass molto che udimmo venire da dentro pietose grida d'aiuto,
violenti latrati e un cupo, minaccioso brontolio.
Accorremmo tutti, mentre il ragazzo pallido come un morto, senza
cappello, ci corse incontro, gridando: Dio mio! Pap! Un orso, un
orso! Eccolo che viene, viene!
Cos dicendo il ragazzo mi abbracci stretto stretto e mi accorsi
che tremava come una foglia.
Ol! Qui ci vuole coraggio e decisione! gridai.
Con ferma risoluzione, il fucile carico, pronto a sparare, avanzai
in aiuto dei cani che nel frattempo si erano liberati dal guinzaglio e
avevano attaccato coraggiosamente il nemico. Non fu poco il mio
sbigottimento quando scorsi un orso gigantesco e subito dopo un
secondo orso sbucare dalla caverna verso di noi.
Con calma virile Fritz prese immediatamente di mira quest'ultimo,
io l'altro. J ack stava un po' indietro, mezzo intimorito, ma pronto a
sparare. Ernst invece, da cui mi ero appena svincolato, perduta la
testa per la paura, scapp ancora pi lontano. In quell'istante
echeggiarono i nostri due colpi che purtroppo non furono mortali.
Infatti, siccome i cani incalzavano i due orsi da ogni parte, scansando
abilmente con rapidi scatti le potenti zampate e i paurosi abbracci dei
due bestioni, non eravamo riusciti a centrare il bersaglio, temendo di
ferire o addirittura di uccidere nel tumulto uno dei nostri agguerriti
compagni di lotta. Tuttavia il colpo aveva fracassato la mandibola di
una delle belve, cos che non avevo pi da temere il suo morso; Fritz
dal canto suo aveva paralizzato all'altra una zampa all'altezza della
spalla e nemmeno questa avrebbe pi avuto la forza di soffocare un
avversario. Sembr che i cani si accorgessero subito del loro
vantaggio e si spinsero avanti audaci e sicuri, addentando
rabbiosamente dovunque riuscivano ad afferrare il nemico; gli orsi
per difendevano bravamente la loro pelle e lottavano, ora rizzandosi
sulle zampe posteriori, ora accovacciandosi, ora ricadendo sulle
quattro zampe e ruggendo spaventosamente per il dolore e la rabbia.
D'altra parte non mi arrischiavo a sparare una seconda volta da
lontano perch l'agitazione dei cani era troppo grande e un colpo
mancato o una leggera ferita avrebbe esposto i nostri poveri aiutanti
di battaglia ad una sicura morte o ai pi gravi danni, poich i due
compari sembravano addirittura inferociti. Rapidamente perci
estrassi una pistola e, avvicinatomi alla bestia pi grossa, gliela
scaricai nella testa, mentre Fritz nell'attimo seguente atterrava con un
colpo al cuore l'altra bestia che proprio allora si era rizzata sulle
zampe.
Sia ringraziato Iddio! esclamai, quando entrambi con un
cupo tonfo si abbatterono al suolo. stata un'impresa dura, molto
dura!
I cani mordevano e giravano ancora attorno alle due belve cadute
e affinch una morte apparente non ci mettesse inaspettatamente in
pericolo, mi avvicinai ancora di pi e infersi ad entrambe un colpo di
punta per dissanguarle completamente. Soltanto allora J ack tutto
allegro, grid: Vittoria! e torn indietro per riportare sul campo
di battaglia anche Ernst che, bianco come un cencio per la paura, se
ne stava lontano e anche ora osava appena avvicinarsi.
Guarda, pap! esclam Fritz con un sospiro di sollievo,
che razza di animali! Uno misurer certo i suoi buoni sette piedi e
l'altro di poco pi piccolo!
Certo, risposi, magari non abbiamo trovato serpenti, ma
abbiamo fatto molto per la sicurezza della nostra casa, giacch queste
due bestie avrebbero potuto darci del filo da torcere.
Solo allora i ragazzi proruppero in grida di gioia per la nostra
incredibile fortuna venatoria. Baldanzosi si avvicinarono ai
poderosi animali, esaminando le ferite, le forti zanne, i potenti artigli;
ammirarono la poderosit delle spalle e della nuca, il corpo
massiccio, la bellezza della pelliccia folta e argentata. In realt il
pelo, di solito bruno-scuro o bruno-grigio, era spruzzato di bianco
alle punte e quasi brillante e mi ricordai allora dei cosiddetti orsi
argentati che il capitano Clarke e i suoi compagni di viaggio avevano
incontrato sulle coste nord-occidentali dell'America.
Che ce ne faremo di questa preda colossale? chiesi infine ai
ragazzi.
Innanzi tutto bisogna scuoiare i due compagni, disse Fritz;
ne faremo bellissime pellicce.
Ma poich bisognava pensare al ritorno, per il momento non era
possibile perder tempo con quel lavoro. Trascinammo gli orsi nella
loro caverna, li ricoprimmo di rami e li circondammo con una specie
di steccato leggero per ripararli dagli sciacalli e da altri animali
rapaci. Per poter camminare pi agevolmente, lasciammo anche le
uova di struzzo che sotterrammo nella sabbia, contrassegnando il
posto in cui le mettevamo.
Al tramonto arrivammo dalla mamma e dal piccolo Franz. Per
fortuna trovammo sbrigato ogni lavoro e fummo doppiamente
contenti che la mamma avesse gi pensato alle cataste di rami secchi
per i fuochi di bivacco e ci avesse preparato un buon pasto.
Un po' prima che spuntasse il giorno fui di nuovo in piedi, non
senza aver lottato con la dolce sonnolenza e chiamai la famiglia che
dormiva ancora. Appena fatta colazione preparammo il bestiame da
tiro e ci mettemmo in marcia verso la caverna degli orsi, alla quale
giungemmo senza altre avventure.
Davanti alla caverna scacciammo numerosi avvoltoi che erano
stati attratti dal tanfo degli animali morti; il nostro steccato li aveva
per tenuti abbastanza lontani, infatti erano riusciti soltanto a
divorare la lingua di un orso. Un colpo sparato da Fritz parve aver
centrato un uccello, ma lo stormo si allontan con pesante battito
d'ali, portando con s il ferito, sicch non riuscimmo a prenderlo.
Mi apprestai allora a sventrare gli orsi e questa faccenda mi diede
molto da fare, tanto che dovetti impiegarvi anche il giorno seguente.
In ultimo per riuscii ad asportare per bene ad entrambi anche la
pelliccia. Staccai poi le cosce dal tronco per farne dei bei prosciutti,
dopo aver tagliato i piedi che pensavo di consumare subito. Sapevo
infatti che, secondo il parere dei buongustai, gli zamponi dell'orso
costituiscono un boccone squisito. Il resto della carne fu tagliato in
lunghi pezzi e a strisce larghe circa un dito, come pare che facciano
gli abitanti delle Indie occidentali; infine il tutto fu ben salato e
appeso ad affumicare. Misi insieme accuratamente tutto il grasso e
raccomandai a mia moglie di farlo struggere e di conservarlo bene,
ricordandole che nei paesi nordici esso viene adoperato per la cucina
e si mangia anche col pane, come il burro fresco.
Dalle due bestie e dai pecari gi affumicati ricavammo cento
libbre di purissimo strutto che fu versato in un barilotto ricavato da
una grossa canna di bamb. Quando lo strutto si fu freddato,
chiudemmo bene il recipiente per poterlo trasportare e per
conservarne pi a lungo il contenuto.
Feci trascinare dal bestiame da tiro le carcasse e le interiora e le
lasciammo in un luogo un po' lontano, in balia degli uccelli di rapina
che presto si gettarono a stormi sulla mensa gratuita e, assieme ad
ogni sorta di insetti, si affrettarono in breve tempo a spolpare ogni
avanzo di carne, cos che potemmo portare con noi i due crani ripuliti
e completamente sbiancati dal sole, destinandoli al nostro museo.
Le due pellicce, dopo essere state ripulite e raschiate il pi
possibile col coltello, furono messe sotto sale per due giorni e quindi
lavate, cosparse di cenere e riasciugate. A casa furono infine conciate
perfettamente, anche se con dura fatica.
L'affumicatura della carne ci tenne occupati tre giorni interi e
fummo costretti a rimanere nella caverna degli orsi. Ma l'esperienza
fatta con i due compari ci aveva reso prudenti. Ogni sera, dopo la
cena, accendevamo i fuochi di bivacco e preparavamo le fiaccole per
riaccenderli nel caso che si spegnessero. Solevamo mantenere
sempre due fuochi accesi, un po' perch temevamo realmente
un'aggressione di bestie feroci, un po' perch l'affumicatura della
carne d'orso doveva continuare giorno e notte, se non volevamo
rimanere troppo a lungo nella caverna.
Per altro dormivamo lo stesso saporitamente e, grazie a Dio, senza
la minima molestia.
All'alba del quarto giorno cacciai gi dal letto i ragazzi perch
dovevamo prepararci per tempo al viaggio di ritorno. Il nostro lavoro
alla Chiusa, infatti, era ormai quasi finito, la carne d'orso gi
affumicata e sufficientemente secca e lo strutto pronto e chiuso nel
grosso pezzo di canna di bamb come in un barilotto. Del resto la
stagione delle piogge era ormai alle porte e non avevamo nessuna
voglia di stare ad aspettarla alla Chiusa, lontani da ogni mezzo di
sostentamento e da tutte le nostre comodit. Non volevo per lasciar
perdere le uova di struzzo da noi scoperte e, nonostante la
lontananza, avevo l'intenzione di andarle a prendere, tanto pi che a
cavallo avrei impiegato la met del tempo altrimenti occorrente.
Proprio per quest'impresa avevo svegliato cos presto i figlioli
quella mattina e in breve fummo tutti ben equipaggiati per iniziare
ancora una volta la nostra spedizione verso la steppa.
Fritz mi aveva ceduto il suo onagro ed essendo pi leggero di me
cavalcava il mio asinello. Stavolta con la mamma rimase Ernst,
perch poteva proteggerla molto meglio del piccolo Franz.
Lasciammo con loro anche i cani giovani, Bruno e Fulvo, come
guardie del corpo.
Passammo nuovamente per Valleverde, per in direzione opposta
a quella dell'ultima volta, quando ci eravamo imbattuti nella caverna
degli orsi con i suoi orrori. Presto ci trovammo nella palude della
testuggine dove riempimmo le fiasche con provvista d'acqua fresca e
ci rimettemmo senz'altro in cammino per la Vedetta degli Arabi,
come scherzosamente chiamavamo quell'altura da cui avevamo
abbracciato con lo sguardo tutta la savana che si stendeva davanti a
noi e avevamo scambiato gli struzzi che correvano lontano per arabi
a cavallo.
J ack e il piccolo Franz galoppavano davanti a noi e glielo
permettevo volentieri perch in quella vasta e piatta estensione di
terra non potevo perderli di vista. Io e Fritz andavamo un po' pi
lentamente sulle nostre cavalcature dietro gli spavaldi ragazzi.
Entrambi si erano inoltrati da un pezzo nella steppa con impeto
audace e, bench non li distinguessimo bene, ci accorgemmo che
avevano gi sorpassato il nido degli struzzi ed erano in procinto di
attaccarlo dalla parte opposta, per poter cacciare nella nostra
direzione gli struzzi che eventualmente vi si trovassero.
Fritz che si era proposto di catturare vivo, sperabilmente con
migliore risultato della volta precedente, il primo struzzo che gli
fosse venuto a tiro, aveva per prudenza avvolto del cotone attorno al
rostro dell'aquila, imbacuccandolo fino al tegumento ceroso vicino
alle narici, affinch le potenti beccate non mettessero in pericolo la
vita dell'animale in fuga. In cambio di Folgore gli avevo lasciato di
nuovo l'onagro perch potesse, galoppando pi velocemente,
inseguire lo struzzo incalzato dai fratelli. Cos equipaggiati ci
appostammo con grande impazienza ad una certa distanza l'uno
dall'altro, al di qua del nido.
Non aspettammo molto: dagli arbusti nelle immediate vicinanze
del nido si alzarono dei mucchi viventi che, quasi librandosi nel
vento, si precipitarono verso di noi con incredibile velocit. Ma noi
ci mantenemmo cos immobili che i poveri uccelli (cos mi parve) si
accorsero appena di noi o almeno non ci considerarono pericolosi
quanto i cani che li rincorrevano gi da vicino. Intanto dalla parte
opposta sopraggiungevano i ragazzi e i poveri struzzi si affrettarono
talmente che presto potemmo riconoscere perfino un maschio che
forse faceva gi parte del gruppo anche prima, o che solo dopo la
sconfitta dell'altro maschio abbattuto ne aveva preso il posto: questo
divenne subito l'oggetto della nostra caccia pi accanita. Le femmine
erano tre e galoppavano a rotta di collo verso di noi, dietro al
maschio, quando esso giunse a un tiro di schioppo da noi.
Immediatamente gli lanciai addosso le mie bolas, ma poich non ero
ancora molto abile in quel particolare tipo di caccia, anzich le
zampe a cui avevo mirato, colsi la parte anteriore del corpo e la boia
si avvolse attorno alle ali, ma serv molto poco a rallentare la fuga
dell'animale che anzi, per l'improvviso spavento subito, affrett la
corsa, prendendo un'altra direzione.
Le femmine dal canto loro si sparpagliarono immediatamente a
destra e a sinistra e noi le abbandonammo alla loro sorte.
Inseguimmo invece il maschio a spron battuto e J ack e il piccolo
Franz arrivarono dall'altra parte proprio nel momento giusto per
ricacciare il fuggitivo verso Fritz in agguato. Questi gli lanci contro
l'aquila, che da principio, a causa del suo rostro impastoiato non
seppe raccapezzarsi bene e cominci pi che altro a svolazzare
attorno allo struzzo, senza buttarglisi addosso. Tuttavia la vista del
nuovo nemico venuto dall'aria, che per fargli paura si teneva ad una
certa altezza sulla sua testa, confuse completamente il povero struzzo
che scatt disordinatamente di qua e di l; in tal modo potemmo
guadagnare tempo e avvicinarci ancora di pi. Proprio in quel
momento l'aquila si abbass tanto da raggiungere con un violento
colpo d'ala la testa dell'uccello spaventato, stordendolo del tutto. J ack
si avvicin al corridore quanto bastava per gettargli addosso
abilmente le sue bolas. In un batter d'occhio il laccio si attorcigli
attorno alle zampe dell'uccello che stramazz al suolo.
Urr gridammo tutti e ci precipitammo in gran fretta, poich
bisognava impedire che i cani e l'aquila facessero del male allo
struzzo e d'altronde non volevamo dar tempo allo sconfitto di
liberarsi di nuovo dal laccio.
Lo struzzo si dibatteva e scalciava paurosamente con le zampe
mezzo impastoiate e ci faceva temere che alla fine potesse strappare
il laccio e sfuggirci di nuovo. Non osavamo accostarlo da quella
parte, ma dall'altra sbatteva le poderose ali con altrettanta energia,
nonostante fosse rimasto impacciato dal primo laccio gettatogli da
me. Per un po' ci trovammo a mal partito. Poi mi balen chiara in
mente una felice scappatoia che fino a quel momento era stata per me
solo un confuso ricordo, gettare cio la mia giacca sulla testa dello
struzzo e allacciargliela in fretta attorno al collo. Riuscimmo subito
ad averla vinta perch, perduto l'uso della vista, l'uccello si lasci
legare e impastoiare dove e come volevamo. Prima di tutto gli
legammo le zampe in modo che potesse alzarsi e camminare senza
che gli fosse pi possibile dibattersi n correre. Poi gli allacciai
attorno al corpo una larga striscia di pelle di foca che avevo portato
con me per ogni eventualit; praticai in essa due lunghi tagli al posto
giusto e vi infilai dentro dalle due parti le ali, cos che il catturato con
quella cinghia avvolta intorno sembrava un fringuello di richiamo
messo in barca sul paretaio; in tal modo potevamo guidarlo molto
facilmente.
Fritz veramente manifest il dubbio che si riuscisse a domare del
tutto la vigorosa bestia e ad addestrarla per un qualsiasi uso.
Non lo sai, gli chiesi, come gli Ind e i Cingalesi
domano un elefante appena catturato?
Certo, rispose il giovane, legano l'animale selvatico tra
due elefanti domestici con cinghie di cuoio molto robuste e gli
avvincono anche la proboscide perch non possa sbatterla; quello
allora deve ubbidire per amore o per forza, perch se ricalcitra i
capifila cominciano a picchiarlo di santa ragione con la sua stessa
proboscide, mentre i due cornac, dal loro posto sul collo degli
animali addomesticati, lo punzecchiano dietro le orecchie con i loro
uncini d'acciaio con tanto poco garbo che esso diventa ben presto
mansueto.
Allora dovremmo avere due struzzi domestici, esclam
J ack, per richiamare al dovere il nostro prigioniero; dato che non
credo che a questo signore qui farebbe molta impressione se, per
esempio, tu lo volessi legare fra me e Fritz.
Certamente no, risi, per occorrono proprio un paio di
struzzi per domare uno struzzo? Non abbiamo forse altri due robusti
animali? Non abbiamo Tempesta e Brumm per tenere testa al nostro
amico? Abbiamo perfino due valenti cornac, te e il piccolo Franz,
che con le vostre lunghe fruste insegnerete la disciplina all'allievo,
tanto pi che le sue zampe, cio i suoi pi temibili mezzi di difesa,
sono impastoiate o legate come la proboscide dell'elefante da
addomesticare.
Gi, davvero! gridarono tutt'e tre pieni di gioia,
magnifico! Andr benone! La spunteremo certamente!
Fissai allora a destra e a sinistra della cinghia, proprio sotto le ali
della nuova preda, un'altra robusta correggia, cos lunga che,
tenendone fermo il capo, si stava abbastanza discosti dallo struzzo
per evitare il pericolo di venire raggiunti e feriti in qualche modo da
esso. L'estremit di una cinghia venne attorcigliata e fissata per bene
attorno alle corna di Brumm, quella dell'altra attorno alle corna di
Tempesta. Subito dopo i miei due giovani guidatori dovettero
montare in sella sulle loro cavalcature e stare bene in guardia, perch
ora mi accingevo a sciogliere dall'animale ancora disteso a terra le
due bolas che lo paralizzavano e a sollevare la giacca che gli avevo
gettato sulla testa. Riuscii a farlo senza incontrare la minima
resistenza.
Irritato e diffidente lo struzzo rimase ancora per un bel po' disteso
a terra senza muoversi e pareva voler soltanto godersi la libert dei
suoi sguardi; poi inaspettatamente salt in piedi credendo di poter
scappare dritto davanti a s, dove vedeva via libera. Per il suo balzo
era stato troppo impetuoso e cadde di nuovo all'improvviso sulle
ginocchia. Si rialz tuttavia mostrandosi pi cauto e cerc ancora di
prendere il largo un po' da una parte, un po' dall'altra. Ma i due
quadrupedi domatori di struzzi ai suoi fianchi erano troppo pesanti e
vigorosi per lasciarsi minimamente spostare. L'uccello cerc allora di
dibattersi con le ali e con le zampe; ma le ali erano corte e impedite
dalla cinghia e le zampe trovavano tanta resistenza nelle pastoie che
alla fine il povero struzzo a causa del suo violento agitarsi perse
l'equilibrio e si abbatt pesantemente al suolo. Al movimento brusco
le due pastoie si spostarono in alto fin sotto le penne e la riottosit
dell'animale ci rese impossibile sistemarle meglio, ciononostante le
cinghie fecero il loro servizio. Un paio di frustate fecero rialzare lo
struzzo, che cerc di voltarsi indietro e darsela nuovamente a gambe;
ma poich i ragazzi tenevano tese le cinghie alla maggior distanza
possibile, anche quel tentativo fall. In breve, il povero animale non
trovando alcuna via d'uscita si rassegn finalmente a correre dritto
nella giusta direzione. I due capifila lo accompagnarono al galoppo.
Il coro dei ragazzi scoppi giubilante e lo struzzo parve esserne
spronato ancora di pi; ma presto i due cornac si stancarono e a poco
a poco frenarono il corridore con alcune tirate di cinghia, finch
l'animale tormentato dalle insolite pastoie un po' alla volta moder da
s il passo.
Frattanto andai con Fritz verso il nido degli struzzi, che
riconoscemmo subito da un segno appostovi in precedenza.
Mi ero attrezzato a tempo debito per quel bottino, portando con
me i sacchi necessari con del cotone per avvolgere bene le uova e
appendere il carico in groppa ai nostri animali da sella. Eravamo gi
a qualche passo dal nido quando all'improvviso ne salt fuori una
femmina, cos inaspettatamente che non riuscimmo a prenderla in
nessun modo; era la prova che il nido non era stato abbandonato
dopo la nostra ultima visita e che la cova continuava indisturbata.
Allora prendemmo soltanto una decina di uova, lasciando le altre
intatte perch, come speravamo, potessero essere ancora covate.
Imballammo il bottino con la massima cautela, l'appendemmo con
la medesima cura sul dorso degli animali e ritornammo verso i due
domatori di struzzi.
Poich ci sentivamo abbastanza carichi e ricchi di preda
prendemmo senza perder tempo la via del ritorno - lo struzzo con i
suoi accompagnatori sempre un bel tratto davanti a noi - e scendendo
per Valleverde fino alla grotta degli orsi arrivammo felicemente dai
nostri cari.
Per l'amor del cielo, esclam la mamma, che razza di
animale vorace mi avete portato? Adesso bisogna che facciate al pi
presto la scoperta di una miniera di ferro, perch si dice che questi
divoratori mangino perfino il ferro. Ma come potremo mai mantenere
un simile mangione? E a che cosa potr servirvi, poi?
Cavalcher questo splendido corridore super rapido
dichiar J ack, e se il nostro pezzetto di terra collegato per
terraferma con l'Asia o con l'Africa forse in futuro potr andare a
prendere aiuti nella pi vicina colonia europea, impiegando soltanto
pochi giorni. Come buon augurio lo chiamer d'ora in poi Turbine;
ceder ad Ernst con piacere il mio bucefalo Tempesta, appena questo
novellino sar scozzonato.
Ma pap! esclam il piccolo Franz quasi piangendo. J ack
pretende gi tutto per s lo struzzo, sebbene abbia partecipato anch'io
alla caccia e Fritz con l'aquila abbia contribuito non poco alla sua
cattura.
Ebbene, replicai io, allora sar meglio dividere l'uccello
della discordia secondo il merito. A me tocca il corpo che stato
avviluppato dalla mia boia, a Fritz la testa perch la sua aquila lo
minacciava dall'alto sulla testa e, come si suol dire, lo teneva in
scacco. A J ack toccheranno le cosce e le zampe che sono state
impigliate nelle sue bolas. E finalmente tu, piccolino mio, ti
prenderai a buon diritto un paio di penne della coda, con le quali
tiravi l'uccello, quando finalmente stramazzato al suolo.
I ragazzi risero e capirono la lezione.
Certamente, aggiunsi, J ack non avrebbe dovuto
attribuirsi con tanta avventatezza la propriet dell'animale. Per la
sua sfacciataggine non gli frutter soltanto un vantaggio, ma anche
un fastidio, perch d'ora in poi la custodia e l'allevamento dello
struzzo saranno affidati unicamente alla sua coscienza, anzich a noi
tutti.
E poich il giorno era ormai troppo inoltrato perch si potesse
pensare ancora a partire per il Rifugio di Roccia, dovemmo
naturalmente staccare Tempesta e Brumm, i due domatori di struzzi,
e mettere al sicuro per la notte il catturato. Quest'ultima impresa fu
effettuata legando saldamente l'animale tra due alberi nei pressi della
caverna degli orsi. Passammo il resto del giorno ad imballare le
nostre suppellettili e la roba da poco conquistata che non avevamo
alcuna intenzione di lasciare l, perch le cose possedute da poco
tempo e di cui si pregusta gi il godimento sono proprio quelle da cui
non ci si staccherebbe a nessun costo.
Il giorno seguente partimmo per tempo, ma ci volle non poca
fatica e ponderazione per mettere in moto il nostro struzzo che era
ridiventato terribilmente selvaggio e furioso. Potemmo sopraffarlo
soltanto gettandogli sulla testa un pezzo di stoffa che gli legammo
stretto attorno al collo. Assicurai inoltre anteriormente una tirella alle
corna di Tempesta, mentre un'altra tirella, legata alle corna di
Brumm, passava dietro, in modo che lo struzzo cos vincolato non
poteva scappare n davanti n dietro, ma doveva rimanere da bravo
in fila tra l'animale che lo precedeva e quello che lo seguiva,
entrambi montati al solito dai loro cavalieri. Le tre bestie furono poi
attaccate alle stanghe del carro con una lunga fune; fra le stanghe
marciava la mucca, in qualit di cavallo da tiro. Ernst sedeva
comodamente sulla mucca, la mamma sul carro, io cavalcavo Pie'
Veloce e infine veniva Fritz a cavallo di Folgore, cos che tutti
insieme formavamo una carovana piuttosto insolita, ma ben fornita di
cavalcature, e a poco a poco avanzammo con una certa celerit.
Volevamo raggiungere in ogni caso il casolare di Waldegg prima
che annottasse, tuttavia passando per la Cima dello Zucchero
caricammo i prosciutti di pcari che trovammo in ottimo stato
nell'affumicatoio.
Finalmente arrivammo piuttosto tardi e molto stanchi; dopo aver
staccato il bestiame e legato lo struzzo fra due alberi, cenammo in
fretta con cibi freddi, ci coricammo nella capanna sul giaciglio di
cotone e dormimmo magnificamente fino al giorno seguente.
Allo spuntar dell'alba ci sbrigammo a far colazione e ci
incamminammo per il Rifugio di Roccia, di cui sentivamo una specie
di nostalgia dopo la lunga lontananza. Senza fare alcuna sosta
seguimmo la strada pi breve e arrivammo nella mattinata, piuttosto
spossati dalla rapida marcia e con l'intenzione di non allontanarci per
un bel pezzo da casa.
Presto anche lo struzzo, che sempre furioso si guardava intorno
con aria disperata, fu liberato dai suoi aguzzini e legato sotto il
portico della nostra abitazione tra due colonne di bamb che
sostenevano il tetto del porticato. Decisi di lasciarlo l finch non
fosse del tutto domato ed addomesticato, dopo di che si sarebbe
passati all'addestramento vero e proprio.
Le uova di struzzo furono sciacquate in acqua tiepida e quelle in
cui pareva ci fosse ancora vita furono disposte sopra uno strato di
cotone nella stufa essiccatrice. Cercavo di mantenere di continuo il
calore necessario all'incubazione e sorvegliavo di tratto in tratto col
termometro che la temperatura si mantenesse sempre allo stesso
grado.
Ma la mia cura principale fu rivolta all'aratura di un campo e a
tutti gli altri lavori che ne conseguivano. Tuttavia anche
l'addomesticamento dello struzzo, l'incubazione delle uova e la
conciatura delle pelli d'orso ci tennero occupati perch mi pareva che
queste faccende non tollerassero alcun rinvio.
Il lavoro del campo risult molto duro e ci fece realmente sentire
quanti sforzi ed esortazioni dovettero occorrere nei tempi antichi per
indurre le popolazioni nomadi, dedite alla caccia e alla pastorizia, ad
intraprendere tale faticoso lavoro e a diventare sedentarie.
Del resto per quella volta arammo al massimo due iugeri di campo
proprio accanto alla piantagione di zucchero della mamma e il
terreno fu poi seminato a frumento, granturco e orzo, in tre zone
separate. Per il momento spargemmo anche qua e l, come avevamo
fatto prima, altre specie di cereali in pezzi di terra occasionalmente
smossa, perch ci sembrava che in quel clima volessero attecchire
molto meno delle tre colture prima menzionate.
Di l dal Torrente degli Sciacalli piantammo altri due campi, uno
di patate e l'altro di manioca, per avere sempre a portata di mano
questi mezzi di nutrimento tanto preziosi per la facilit della
coltivazione e in modo da poterli anche proteggere dai maiali che
scorrazzavano dappertutto. I buoi erano stati abbastanza avvezzati al
giogo fin da prima della nostra spedizione alla Chiusa e l'aratura per
l'orzo procedette molto bene perch, data l'ottima qualit del terreno,
fu necessario dissodare per una profondit di solo quattro dita circa.
Invece per le altre due colture, per cui bisognava fare solchi pi
profondi, la fatica fu molto pi dura e capimmo bene il significato
delle parole della Bibbia: Mangerai il tuo pane col sudore della
fronte.
Tuttavia dedicavamo alle fatiche dell'agricoltura al massimo due
ore, durante il fresco del mattino e della sera.
Negli intervalli il povero Turbine, come ormai J ack chiamava lo
struzzo, aveva quasi sempre molto da patire. Come a suo tempo si
era fatto con l'aquila di Fritz nel periodo del suo tirocinio, anche lo
struzzo fu stordito col tabacco fino a che, istupidito e forse preso
dalle vertigini, non riusciva pi a reggersi sulle zampe e ci lasciava
fare quello che volevamo.
Mentre stava accovacciato per terra, tutto intontito, veniva
montato a turno come un cavallo dai ragazzi, affinch si abituasse in
tempo alla manovra pi importante. Gli avevamo fatto una bella
lettiera di paglia e le corde che lo tenevano legato erano cos lunghe
che poteva comodamente posarsi sul petto calloso, rialzarsi e perfino
girare con solenne gravit attorno alle colonne di bamb. Pensavamo
anche a dargli da mangiare a sufficienza, con la debita scelta di tutto
ci che potesse piacergli; ma per tre giorni interi il povero animale,
probabilmente in preda allo sconforto per la sua cattivit, non volle
assaggiare nemmeno la minima parte degli allettanti bocconi e
divenne cos debole che cominciammo a temere il peggio. A questo
punto la mamma, sempre pratica ed esperta, prepar con chicchi di
granturco tritato e burro fresco le cosiddette polpette del cappone che
infilavamo nel becco del paziente, spingendole con delicatezza gi
lungo la gola. Dopo averlo ingozzato appena un paio di volte in
questo modo, si era gi ripreso a vista d'occhio; d'allora in poi anche
la sua selvatichezza parve scomparire del tutto e al suo posto si
manifest un curioso atteggiamento, goffo e un tantino buffo. Ora
mangiava ogni sorta di cibi e quasi tutti sembravano piacergli
moltissimo. Mentre prima avevamo cercato ogni leccornia per
eccitare il suo appetito, presto fummo presi da spavento per la
voracit dell'amico; perfino i ciottoli venivano ingoiati alacremente
dal divoratore, come fossero state pillole per la digestione. In modo
particolare per mastro Turbine pareva preferire granturco e ghiande
con cui potevamo ammansirlo come meglio volevamo: una
circostanza per noi doppiamente gradita, perch almeno queste
ultime non ci sarebbero mai mancate.
Nello spazio di un mese circa lo struzzo era cos bene addestrato
che potevamo gi pensate al suo completo equipaggiamento. Pi di
ogni altra cosa mi diedero da fare briglia e morso; nessun oggetto
conosciuto poteva infatti servirmi da modello, perch la barra del
morso non poteva certo adattarsi al becco di uno struzzo. Ma poich
sapevo che era possibile esercitare una notevole influenza
sull'animale limitandogli pi o meno la luce, confezionai un
cappuccio di pelle, simile a quello dell'aquila, che per scendeva pi
lungo sul collo; lo munii nel mezzo di due leggeri anelli di ottone. Ai
lati feci dei tagli per gli occhi e le orecchie. Vicino ai fori per gli
occhi applicai due risvolti di pelle che stavano abbassati; ad essi
furono attaccate le corazze di due testuggini, con la parte concava
rivolta in dentro, cos che, chiudendo i risvolti, nella parte superiore
del cappuccio, scorrevano, attraverso anelli pi piccoli, delle
cordicelle e un congegno di stecche di balena premeva a molla sui
risvolti in modo che questi stessero calati, se non si tiravano di
proposito le cordicelle. Queste furono poi fissate a due cinghie pi
robuste che, ben cucite al di sopra degli anelli pi grossi e passando
attraverso gli anelli, finivano dietro come briglie o redini. Cos, se si
tirava la briglia a destra, anche leggermente, il risvolto destro
rimaneva aperto, e lo stesso accadeva a sinistra. Tenendo quindi le
due briglie in mano senza sforzo i risvolti rimanevano
contemporaneamente aperti, mentre si chiudevano di botto se
allentavamo le redini.
Ora, se lo struzzo aveva luce da tutt'e due gli occhi, di solito
correva dritto davanti a s, se invece facevamo calare il risvolto da
una parte, l'animale si dirigeva subito dal lato opposto, mentre se
entrambi i risvolti erano chiusi si fermava immediatamente e non
osava fare pi un passo.
Il meccanismo non era certo dei pi semplici e per un pezzo non
funzion nemmeno cos bene come mi ero aspettato; in seguito per
con qualche piccolo accorgimento e con lievi modifiche riuscimmo a
metterlo in carreggiata abbastanza bene, bench ci volesse una bella
fatica per abituarci noi stessi alla guida. E siccome per i cavalli
giusto il contrario, cio bisogna tirare le redini perch si fermino,
accadeva spesso che facessimo lo stesso con l'afflitto struzzo e, non
accorgendoci l per l dello sbaglio, ci stizzivamo insensatamente
contro la vittima.
A questo punto per bisognava fare anche una sella, che richiese
anch'essa i suoi speciali congegni; se l'avessi confezionata al Capo di
Buona Speranza mi sarei certo meritato il diploma inglese di sellaio
di struzzi. Tuttavia non tenter nemmeno di descrivere qui per filo e
per segno il piccolo portento. Dir soltanto che la sella fu fissata con
cinghie attorno al petto e dalle due parti agli anelli della cintura sotto
le ali dello struzzo. Sul davanti, a causa della curva rientrante tra
collo e dorso dell'uccello, essa fu imbottita per bene; tanto nella parte
anteriore che in quella posteriore aveva inoltre un orlo rigido e
rivolto verso l'alto come un'antica sella da torneo, perch per me era
molto importante che chi cavalcava fosse al sicuro da precipitose
cadute.
Certo ci volle tempo e fatica per assuefare lo struzzo alla sua
nuova bardatura, ma gi l'addestramento precedente aveva in certo
modo fiaccato la resistenza dell'animale che si dimostr abbastanza
arrendevole nel suo nuovo ruolo di cavallo da corsa, e diede in esso
prove tanto splendide da aggiudicarsi ormai a buon diritto il nome di
Turbine. Andava e tornava dal Nido dei Falchi in un terzo del tempo
impiegato dalla rapida corsa di un uomo. Una velocit che mi faceva
sperare in moltissimi vantaggi per il futuro.
Ci volle anche del bello e del buono per conservare il possesso
dello struzzo al suo presunto padrone, il vivace J ack, poich i fratelli
con l'andar del tempo ne erano quasi invidiosi. Dovetti far valere la
mia autorit di padre perch la mia precedente disposizione fosse
rispettata. D'altra parte J ack per agilit e spigliatezza aveva il
vantaggio su Fritz ed Ernst, come lo aveva su Franz per maturit,
forza e indipendenza; per di pi si era dimostrato particolarmente
solerte nell'addestramento dello struzzo. Decisi quindi che di regola
gli fosse lasciato l'animale come cavalcatura, ma che in casi
eccezionali, sempre per mio ordine, lo struzzo fosse tenuto a
disposizione mia o degli altri ragazzi.
Molto prima che avessimo portato a termine la lunga faccenda
dell'addomesticamento e della bardatura dello struzzo, Fritz mi aveva
gi consegnato a diverse riprese tre piccoli struzzi appena usciti dalla
nostra incubatrice, giacch il ragazzo si era preoccupato di
mantenervi costantemente il necessario calore. Le altre due uova
fallirono e uno dei tre piccoli visse soltanto un giorno. Erano creature
alquanto informi, quasi ridicole, che somigliavano a piccole oche,
ricoperte di un piumino grigiastro, con lunghe e goffe zampe sulle
quali andavano barcollando con comica solennit. Li allevammo con
chicchi di granoturco tritato e bollito e con ghiande dolci, dopo averli
felicemente nutriti per i primi giorni con uova sode schiacciate e con
gallette di cassava inzuppate nel latte.

CAPITOLO VIII
SI COSTRUISCE UN CAIAK. SI TREBBIA ALL'USO ITALIANO.
FRITZ ABBATTE UN TRICHECO E VIENE SORPRESO DALLA
TEMPESTA. I RAGAZZI SI PREPARANO PER UNA GRANDE
SPEDIZIONE.
I FATTORI climatici condizionano spesso l'attivit dell'uomo. Cos
avveniva anche per noi; eravamo infatti solo a met della stagione
delle piogge e avevamo gi sbrigato non poche faccende; nemmeno
l'addestramento dello struzzo, a cui ci dedicavamo nelle ore in cui
non pioveva, bastava a riempire le nostre giornate e presto i ragazzi
si sarebbero abbandonati all'ozio e alla poltroneria, nonostante le
buone regole della nostra famiglia, se non mi fossi affrettato a
proporre l'esecuzione di qualche nuova impresa di una certa utilit.
Subito tutti furono ripresi dallo spirito d'iniziativa, specialmente
Fritz, che manifest energicamente il desiderio di costruire un caiak
groenlandese. Con Turbine abbiamo un fantastico corriere
espresso per via terra, ora necessario averne uno anche per via
mare; cos potremo andare in breve tempo a prendere notizie fino
agli estremi confini del nostro regno e chiss se non faremo anche
qualche altra scoperta oltre gli stessi confini.
La proposta di Fritz fu approvata e accettata all'unanimit e pieni
di buon umore ci mettemmo senza indugio all'opera, per completare
almeno l'ossatura della nuova imbarcazione prima che finisse la
stagione delle piogge. Mi ero proposto anche stavolta di seguire un
mio proprio sistema come gi avevo fatto nella costruzione della
barca sia per la struttura sia per l'allestimento del caiak, perch
presumevo che un abile europeo avrebbe certo superato l'abilit
costruttiva dei poveri groenlandesi.
Preparai perci prima di tutto due chiglie. Ognuna era costituita da
due legni leggermente ricurvi, congiunti in direzione opposta, in
modo che i due archi sporgessero in alto alle due estremit come le
stanghe di una slitta. La giuntura fu poi bene incastrata e spianata
perch la chiglia non risultasse in quel punto pi spessa che nelle
altre parti; spalmai inoltre la giuntura con la stessa resina forte e
tenace con cui avevamo impeciato l'altra barca. Le punte alle due
estremit risultarono distanti dodici piedi circa l'una dall'altra. Sotto
ogni chiglia feci, nel verso della lunghezza, due intaccature per
incastrarvi le rotelle metalliche di una vecchia carrucola, che
dovevano sporgere dall'intaglio circa due pollici e sarebbero servite
eventualmente a spingere in mare o ad alare con facilit
l'imbarcazione sulla riva. Le due chiglie, finite e disposte
parallelamente alla distanza di un piede e mezzo circa l'una dall'altra,
furono collegate trasversalmente con pezzi di canne di bamb sicch,
a parte le due estremit ricurve, avevano la struttura di una scala a
pioli. Entrambe vennero poi strette insieme alle due estremit e
fissate saldamente in modo da finire in due punte uguali davanti e
dietro; fra i corni di ogni punta per avevo collocato anche un pezzo
di osso di balena in posizione verticale per collegare le fiancate
rialzate del caiak. Fissai inoltre degli anelli di ferro alla fascia di
rame con cui avevo congiunto le punte delle chiglie, per poter tirare o
assicurare a volont l'imbarcazione. Le assi o tavole occorrenti per le
fiancate del caiak furono approntate con canne di bamb spaccate,
tranne le ultime due in alto, costituite da intere canne d'India, dato
che nella Palude delle Anatre se ne trovavano di ogni lunghezza. Per
i legni ricurvi invece, che dovevano darmi la convessit, presi delle
canne spaccate in due, che per la loro flessibilit erano adatte allo
scopo e si piegavano pi facilmente nella forma da me desiderata.
Tale forma infatti aveva una sporgenza di tre piedi o poco pi nella
parte centrale e diminuiva poi di nuovo verso l'alto e verso il basso.
A prua e a poppa infine le fiancate si rastremavano gradatamente;
una copertura chiudeva sotto il caiak lasciando soltanto una stretta
imboccatura nel mezzo per infilarcisi e sedercisi dentro. Questa
copertura, allestita col legno pi leggero che si pot trovare, fu
munita di un'intaccatura nella quale doveva infilarsi il risvolto del
giubbotto salvagente del vogatore che, in tal modo, avrebbe formato
per cos dire una cosa sola con la sua imbarcazione, e nessun colpo
d'onda avrebbe potuto far penetrare l'acqua attraverso l'imboccatura
del sedile. Nella barca, sotto l'imboccatura, fu collocato un panchetto
su cui il vogatore poteva sedere, il che non avviene nella struttura del
caiak groenlandese, dove il vogatore costretto a stare piegato sulle
ginocchia. Il fasciame del caiak fu completato in modo soddisfacente
forse soltanto un paio di pollici troppo alto a causa del comodo
sgabello e prometteva, grazie all'elastico materiale di costruzione,
un ottimo rendimento. Infatti, quando per prova lo gettai con tutte le
mie forze sul terreno pietroso, rimbalz quasi come un pallone di
cuoio e in acqua galleggiava cos facilmente che anche quando
provammo a caricarlo di pesi abbastanza notevoli non cal di un
millimetro.
A questo punto dovetti procedere all'allestimento, che si protrasse
per diversi giorni. A tale scopo scelsi due pelli di bestie molto grandi
che avevo scuoiato senza tagliarle per il lungo, ma tirandole dalla
testa; dopo essere state conciate a dovere, le pelli furono tese come
un sacco elastico sull'ossatura del caiak; nel mezzo, dove esse
combaciavano, ed anche alle due estremit, furono cucite insieme nel
miglior modo possibile, dopo di che ricoprii di caucci le cuciture
per renderle del tutto impermeabili.
Tuttavia, prima che questo rivestimento venisse sistemato,
avevamo, per cos dire, tappezzato di pelli l'interno; rinforzato il
fondo tra le due chiglie, con la corteccia di quegli alberi simili al
sughero; impeciato e calafatato le commessure perch anch'esse
fossero impermeabili. Infine fu la volta della copertura; le numerose
traverse di bamb furono ricoperte di pelli ben tese, in modo che ai
lati le canne d'India, che facevano da falchetta nelle due fiancate,
formassero un piccolo bordo e nello stesso tempo offrissero un solido
punto d'appoggio per poter fissare meglio la fodera. Anche questa fu
ricoperta di caucci, diventando cos molto pi resistente.
A ragion veduta l'apertura del sedile era stata praticata un po' pi
verso poppa, perch speravo di poter utilizzare in seguito la parte
anteriore del caiak per montarvi una piccola vela; per il momento
per l'imbarcazione doveva essere spinta da un remo a due pale, o
pagaia, che per costruimmo un po' pi lungo del solito, con aste di
bamb. Munimmo una delle due pale di una grande vescica gonfiata
e bene impeciata, per poter adoperare il remo, volendo, come un
bilanciere; infatti - qualora l'imbarcazione avesse fatto scuffia - il
vogatore poteva, per cos dire, appoggiarsi con il galleggiante sulla
superficie dell'acqua.
Fin qui si era pensato all'allestimento del caiak; ora fu richiesta la
capacit artistica della mamma per confezionare qualche giubbotto
salvagente, in mancanza del quale non avrei mai fatto entrare nel
caiak nessuno dei ragazzi, perch altrimenti un'ondata, irrompendo
attraverso l'imboccatura del sedile, avrebbe colmato d'acqua
l'imbarcazione e in tal caso il vogatore, anche con una comune
cintura di sughero addosso, avrebbe corso il pericolo di non potersi
staccare dall'apertura e per conseguenza sarebbe andato a picco con
tutta la barca.
Secondo le mie istruzioni, i giubbotti dovevano essere costituiti
innanzi tutto da una fodera aderente al corpo, aperta soltanto in alto e
in basso, che poteva essere indossata dalla testa, a braccia alzate, e
infilata poi nella cintura dei pantaloni. Sulla fodera fu cucito un
rivestimento molto largo che formava una specie di sacco lento
attorno al dorso, al petto e al ventre del vogatore; nell'apertura delle
maniche e del collo poteva essere stretto con cordoni. Feci cucire
tutt'intorno ai fianchi un orlo rivoltato, il quale (quando il vogatore
prendeva posto) doveva essere infilato nell'intaglio esistente attorno
all'imboccatura e quindi allacciato a perfetta tenuta d'acqua, cos che
il vogatore per mezzo del suo giubbotto rimaneva strettamente unito,
tutt'intorno alla vita, con la copertura dell'imbarcazione, formando
con essa praticamente un corpo unico in modo che l'acqua non
potesse penetrare da nessuna parte.
Poich la fodera era cucita perfettamente anche sotto le braccia,
sul petto e sui fianchi del giubbotto e poich avevo ricoperto bene di
caucci tutte le cuciture, ne risult fra petto e fianchi una camera
d'aria a cui fu applicato un cannellino, ricavato da un budello, che in
alto aveva un tappo ermetico e poteva essere tirato comodamente
fino alla bocca. Questo congegno era destinato, ad un uso facoltativo
del vogatore che, stando in mare, poteva soffiare attraverso il
cannellino, riempire d'aria lo spazio intermedio tra fodera e
rivestimento del giubbotto, tappare di nuovo il cannello e rimanere in
tal modo a galla anche in caso di un ribaltamento del caiak.
Lavorammo cos con assiduit e con grande soddisfazione per
tutta la stagione delle piogge, alternando il lavoro con la lettura di
buoni libri, con lo studio delle lingue e con qualche altra faccenda
domestica.
Appena per il tempo cominci a migliorare uscimmo di nuovo
all'aperto, sbrigando ogni sorta di faccende all'aria libera. Il primo
giubbotto salvagente fu destinato a Fritz e una bella mattina venne
collaudato. Il caiak groenlandese, nato al Rifugio di Roccia, fu perci
portato in acqua e Fritz si infil nel suo strano costume di vogatore.
Tutti gli spettatori scoppiarono in rumorose risate quando il
giovane cominci a gonfiarsi d'aria, fino a che davanti e dietro gli
spuntarono due imponenti gibbosit come quelle dei tre famosi gobbi
della favola. Con solenne gravit, munito delle sue caratteristiche di
cammello, Fritz si diresse nell'acqua, che via via diventava sempre
pi alta; ma anche quando non tocc pi il fondo con i piedi, l'acqua
gli giungeva al massimo fino al principio del petto. Il giovane
continu a muovere i piedi allegramente agitando l'acqua come nel
nuoto; non pass molto che raggiunse un banco di sabbia, una
cinquantina di passi lontano da noi. Con un grido di gioia, appena
toccato di nuovo il fondo, si volt verso di noi, ci fece cenno
gridando, ridendo, saltando e spruzzando acqua tutt'intorno. Gli altri
ragazzi facevano salti di un metro, prendendosi spasso del gibboso
camminatore acquatico e tutt'e tre tempestavano di suppliche la
mamma, perch terminasse anche i loro giubbotti.
Ma prima che ci avvenisse, ci capit tra capo e collo
intempestivamente un lavoro pesante e inevitabile, poich proprio in
quel periodo si avvicinava la migrazione delle aringhe e il passaggio
delle foche che sempre le seguivano. Oltre a ci la mamma si
lagnava parecchio perch noi volevamo raccogliere, catturare,
preparare, salare e trebbiare tutto in una volta e nella foga del
discorso, con voce lamentosa, parlava della marinatura del riso, della
raccolta delle foche e della trebbiatura delle aringhe. Alla fine si
ricord anche del raccolto, certo necessario, delle sue dilette patate e
delle radici di manioca. Ma io la consolai dicendole che specialmente
queste ultime parevano mantenersi bene anche nella terra e che le
patate in quel terreno soffice non richiedevano, per essere
dissotterrate, il faticoso lavoro che necessario in Svizzera, dove il
suolo in parte sassoso e in parte zolloso.
Le rammentai anche che per il momento non era necessaria una
nuova semina delle patate e della manioca, perch sarebbe bastato
certamente lasciare indietro le piantine pi piccole per la successiva
produzione. Del resto, cos conclusi il mio discorsetto
rassicurante, raccoglieremo e trebbieremo i cereali alla maniera
italiana, che forse non sar proprio economica, ma quella che
richiede meno spreco di tempo e di attrezzature. In fondo, con la
consolante previsione di due raccolti all'anno, non ci crucceremo
troppo se con questo sistema si perder qualcosa.
Subito spianai proprio davanti alla nostra abitazione un
considerevole tratto di terreno, che per sua natura era piuttosto sodo e
argilloso, facendone una specie di aia, che bagnammo copiosamente
col concime liquido dei recipienti di scarico del nostro bestiame; feci
poi pestare fortemente il terreno dagli animali, costringendoli a girare
tutt'intorno, e contemporaneamente aiutavamo anche noi, battendo a
pi non posso con remi, pale e tavole. Il calore del sole asciug
rapidamente il concime, ma ne versammo sempre di nuovo,
calcando, impastando e battendo, finch la terra ne fu cos rassodata
che alla fine, quando fu ben secca, non mostr pi alcuna
screpolatura e apparve compatta come le aie del nostro paese.
Senza perder tempo partimmo muniti di falce per la mietitura,
accompagnati dai portatori di palanchino, Brumm e Tempesta, che
trasportavano in mezzo, per la raccolta dei cereali, la stessa grossa
cesta in cui una volta si era seduto Ernst.
Arrivati sul posto la mamma chiese a un tratto, un po' interdetta,
dove fossero i vimini per legare i covoni e anche i ragazzi cercarono i
rastrelli per ammucchiare le spighe mietute.
Niente di tutte queste sottigliezze! esclamai, oggi faremo
proprio all'italiana e gli Italiani non sciupano il denaro per certi
attrezzi agricoli e tanto meno per i vimini; e nemmeno vogliono
accollarsi la fatica di torcere questi ultimi per farne flessibili legacci.
Accipicchia, e come faremo allora ad affastellare i covoni? E
come li porteremo a casa? chiese Fritz.
Molto facilmente, risposi, perch non faremo affatto
covoni e in parte trebbieremo sul campo stesso.
Ah, ecco! disse Fritz, ma appariva un po' imbarazzato,
perch non sapeva da che parte incominciare. Gli mostrai allora
come fosse facile afferrare con la mano sinistra un bel numero di
spighe e falciare con la destra un buon palmo sotto la spiga, legare il
fascio con un gambo e gettarlo nella cesta. In tal modo si aveva
anche il vantaggio di non dover chinare troppo la schiena in quel
lavoro altrimenti assai duro.
Il sistema piacque molto ai ragazzi e in breve il campo rimase
cosparso di lunghe stoppie recise, completamente saccheggiato,
mentre la grossa cesta era stata riempita un paio di volte di
abbondanti fasci di spighe.
Tra canti campestri e grida festose portammo a casa l'ultima cesta
colma di grano e subito fu preparata ogni cosa per la trebbiatura
all'italiana. Ernst e il piccolo Franz, sotto la guida della madre,
allargavano in ampio cerchio sull'aia i manipoli, che noi avevamo
prima affastellato ordinatamente in mucchi separati secondo le
diverse specie di cereali.
Cominci allora una nuova festa, davvero spassosa, perch
ognuno dei ragazzi mont la propria cavalcatura e perfino lo struzzo
fu utilizzato per il lavoro agricolo, senza tanti riguardi. I quattro
ragazzi trottavano tutt'intorno, pestando le spighe tra scherzi e
buffonerie di ogni sorta, facendo levare nuvoloni di polvere e pula;
intanto io e la mamma, muniti di forconi di legno, eravamo occupati
a rimestare senza posa i fasci pestati e sparpagliati e a gettarli di
nuovo nella pista dei trebbiatori che correvano in tondo.
Veramente accaddero un paio di incidenti che a tutta prima non
avevo previsto, perch gli animali fecero cadere del sudiciume sul
raccolto ed ogni tanto ingoiavano mucchi interi di grano trebbiato, al
che i ragazzi mi chiesero maliziosamente: Anche questo
all'italiana, pap?
La mamma invece sorrise con aria canzonatoria: Bene, bene, se
la voracit delle bestie non si pu dire precisamente economica,
per certo un procedimento sbrigativo, che abbrevia notevolmente la
fatica di mettere a posto le granaglie.
Tuttavia mi giustificai come meglio potevo, osservando che in
quel clima torrido il sudiciume si disperdeva rapidamente e d'altro
canto bisognava concedere al bestiame la sua parte, poich la Sacra
Scrittura dice espressamente: Non legare il muso al bue che sta
trebbiando. In un raccolto cos abbondante, continuai, non
sarebbe giusto essere spilorci e di tanto in tanto una manciata di buon
cibo manterr i nostri aiutanti pi forti ed alacri,
Quando i cereali furono abbastanza calpestati procedemmo alla
mondatura. Le spighe e i chicchi con la loppa, che erano stati
trebbiati, o meglio, pestati, vennero raccolti in mucchio col rastrello e
poi gettati al vento con i badili, cos che la pula veniva soffiata via
assieme alla polvere e al sudiciume, mentre i chicchi, grazie al loro
peso, cadevano immediatamente a terra. Durante quell'operazione
bocca e naso dovettero veramente soffrire non poco per la gran
polvere, per cui facevo avvicendare spesso i ragazzi, cercando inoltre
di proteggerli il pi possibile con i cappucci gi adoperati una volta
per le api.
Mentre lavoravamo, anche i volatili vennero di corsa gracchiando
e schiamazzando sull'aia e si misero a beccare a tutto spiano, tanto
che la mamma si vide costretta a porre un freno al malanno. Ma
quando anche i ragazzi cominciarono a cacciar via gli sbafatori, li
trattenni, dicendo: Lasciate pure qualche chicco alle povere bestie.
Ci ripagheranno in seguito con arrosti pi grassi.
La mia intercessione fu accolta e da quel momento soltanto gli
scrocconi pi sfacciati furono richiamati ai limiti della decenza con
una leggera bacchettata.
Infine misurammo il ricavato complessivo del raccolto e
trovammo che, nonostante tutti i saccheggi nel campo e sull'aia, la
semente si era moltiplicata almeno sessanta o settanta volte;
potemmo cos riporre nelle grandi ceste della nostra dispensa pi di
cento misure di frumento e oltre duecento misure di orzo.
Il granoturco richiese invece un trattamento un po' diverso. Le
grandi pannocchie furono recise dal fusto, scartocciate sullo stesso
campo e poi distese ad asciugare sull'aia. Quando furono
completamente secche, le battemmo a dovere con lunghe verghe; in
tal modo i granelli saltarono via dai tutoli e in breve tempo fu pronta
la provvista di mais che, con nostra meraviglia, da una misura sola
che ne avevamo seminato, frutt pi di ottanta misure. Capimmo
allora chiaramente che quella qualit di graminacea era la coltura pi
adatta al clima e al terreno della nostra costa.
Tuttavia, per godere di un secondo raccolto nello stesso anno,
dovevamo anche ricominciare a coltivare il campo immediatamente e
perci le lunghe stoppie furono falciate sino alla base e gli steli
scapezzati di mais furono portati a casa per il fuoco.
La paglia fu poi affastellata vicino al Rifugio di Roccia attorno a
un palo, in un grosso cumulo di forma conica, per essere consumata a
poco a poco come foraggio. Con le brattee delle pannocchie
riempimmo i pagliericci dei letti, perch ci sembrarono molto pi
elastiche e resistenti della paglia comune. I fusti bruciati, infine, ci
fornirono una cenere che per la sua abbondanza di sali alcalini fu
conservata con particolare cura dalla mamma per i suoi futuri bucati.
Dopo aver lavorato il campo scelsi per la semina (anche per un
opportuno avvicendamento delle colture) segale, spelta e avena che
avrebbero dovuto procurarci un nuovo raccolto prima della prossima
stagione delle piogge.
Tali gravosi lavori erano quasi a termine quando cominci la
migrazione delle aringhe; questa volta per non ci affannammo
troppo poich avevamo ancora tanta riserva di generi alimentari sia
per noi sia per le nostre quadrupedi guardie del corpo, che ci
contentammo soltanto, giusto per avere una certa variet di cibo sulla
nostra tavola, di due barilotti, uno di aringhe salate e l'altro di aringhe
affumicate. Riempimmo per tutti i vivai di animali catturati vivi, per
poter gustare ogni tanto pesce fresco.
Approfittammo invece con molto zelo delle foche, che
sopraggiunsero subito dopo. Il caiak allora venne allestito
completamente col suo rivestimento di pelli di foca; sulla copertura
dell'imbarcazione venne aggiunto un recipiente perfettamente
impermeabile a chiusura ermetica, che poteva essere slacciato e
lasciato a casa. Sarebbe servito a portare in viaggio un po' di
munizioni e di viveri, oltre ad una vescica piena d'acqua dolce e a un
paio di pistole. Costruimmo anche due robusti arpioni, a cui
appendemmo vesciche di foca gonfie d'aria, e li disponemmo lungo
le due fiancate del caiak in un sostegno opportunamente sospeso con
cinghie, che avevo sistemato prima.
Quando tutto ci fu messo a punto, ebbe luogo la vestizione di
Fritz per la prova generale, che in un primo momento doveva
svolgersi sulla terraferma. Ciascuno dei ragazzi si fece avanti come
scudiero d'onore, per armare e passare in rassegna a dovere l'eletto
cavaliere dei mari. Pantaloni da nuoto fatti con budella di foca, il gi
molto elogiato giubbotto salvagente, e un cappuccio da bagno
groenlandese, confezionato con robuste vesciche di foca,
rappresentavano in quell'equipaggiamento i mezzi di difesa. Come
mezzo d'offesa invece il nostro eroe prese il remo a due pale e le
fiocine, che brand con gesto teatrale come il tridente di Nettuno,
minacciando tutti i mostri del mare col famoso motto virgiliano:
Quos ego!. Subito dopo si accovacci nel caiak gi pronto, colloc
a dritta e a sinistra gli arpioni nei loro sostegni, assicur il risvolto
del suo giubbotto nell'incavo attorno all'imboccatura del sedile e si
gonfi come un rospo gigantesco. Immediatamente Ernst e J ack
presero ad alare sul cavo a prora, mentre il piccolo Franz spingeva il
caiak da poppa con tutta la forza della sua personcina, poich
l'imbarcazione, grazie alle sue rotelle, si poteva spostare facilmente
sul suolo compatto della riva. Due grosse conchiglie pestate dalle
ruote intonarono uno stridente inno di trionfo e Fritz, cacciatore di
balene, proruppe in suoni gracchianti e chioccianti che potevano
essere presi benissimo per un canto di pescatore groenlandese.
Ridevamo a crepapelle della buffa, panciuta figura del piccolo dio
dei mari, foderato di cuoio e riuscimmo a strappare un sorriso perfino
alla mamma che stava a guardare con molta apprensione il nuovo
equipaggiamento. Io invece ero abbastanza tranquillo perch Fritz
aveva fatto grandi progressi nel nuoto e soprattutto potevo fidarmi di
lui quanto ad abilit e forza anche nelle imprese pi difficili.
Tuttavia, per rassicurare sua madre, allestii senza perder tempo la
nostra barca in modo da poter correre in aiuto del ragazzo in caso di
pericolo.
Il caiak fu poi portato in un luogo scosceso della riva e spinto gi
nell'acqua navigabile tra allegri evviva e urr; si stacc rapidamente
dalla riva, scivolando allegramente sul verde specchio della
superficie del mare. Allora Fritz cominci sul serio a manovrare la
pagaia alla maniera groenlandese, eseguendo ogni sorta di acrobazie
col suo caiak. Ora lo spingeva rapido come una freccia in linea retta,
ora virava a dritta e poi bruscamente di nuovo a sinistra, ora
indietreggiava e alla fine, mentre sua madre gridava di spavento, si
rovesci da una parte dimostrando cos che l'imbarcazione non
poteva colare a picco e il giubbotto impediva che il vogatore
affondasse. Infatti il giovane con un abile colpo di remo si drizz di
nuovo e continu a vogare sano e salvo.
Tutti seguivamo con indescrivibile gioia l'avvicendarsi delle
evoluzioni, manifestando tanto calorosamente la nostra approvazione
che il giovane, incitato a maggiori audacie, si avventur fino alla
corrente che fluiva dal Torrente degli Sciacalli, ma subito fu da
questa trasportato in alto mare con incredibile velocit.
La cosa naturalmente non mi piacque affatto e credetti opportuno
salire immediatamente, accompagnato da J ack e da Ernst, sulla barca
gi pronta, per correre dietro all'involontario fuggitivo.
Ma quando dalla baia giungemmo al mare aperto e potemmo
guardarci intorno liberamente in cerca di Fritz, questi era scomparso.
Anche noi tuttavia con la nostra barca filavamo sulla superficie del
mare come gabbiani e arrivammo abbastanza presto alla scogliera,
dove a suo tempo si era incagliata la nave e dove probabilmente la
corrente aveva trasportato Fritz. In quel punto grandi scogli
affioravano appena a pelo dell'acqua, altri emergevano con la punta o
del tutto sulle onde che, spinte dalla forte risacca, vi si frangevano
schiumando. Cercammo subito un passaggio attraverso la scogliera e
trovammo piuttosto facilmente un punto in cui potemmo
avventurarci con una certa sicurezza, perch l'acqua era abbastanza
fonda; finimmo presto in un labirinto di scogli e piccole isole
rocciose che si estendevano fino ad un promontorio remoto e
selvaggio, rendendo impossibile qualsiasi visuale pi ampia. Tuttavia
non eravamo rimasti a lungo a scrutare e cercare l intorno, quando
all'improvviso, a considerevole distanza, vidi salire una piccola
spirale di fumo e sentii una debole detonazione, che mi sembr un
colpo di pistola.
Ecco Fritz! esclamai con un sospiro di sollievo.
Dove, dove? chiesero i ragazzi rialzando la testa,
rinfrancati; nello stesso momento si innalz di nuovo un'altra lieve
colonna di fumo, a cui segu un altro colpo e finalmente potei
assicurare ai ragazzi che Fritz non era lontano da noi.
Sparammo allora un colpo di segnalazione verso il luogo da cui
avevamo visto salire i vortici di fumo e non pass molto che un altro
colpo rison in risposta.
Manovrammo allora allegramente, anche se con prudenza, in
direzione dello sparo di risposta ed Ernst calcol il tempo col suo
orologio d'argento. In dieci minuti circa riuscimmo a scorgere Fritz e
cinque minuti dopo ci trovammo insieme, scambiando festosi saluti e
rumorose acclamazioni marinaresche.
Avemmo anche la bella sorpresa di un imponente, anche se non
adulto, tricheco che il giovane eroe dei mari aveva non soltanto
ferito, ma ucciso con i suoi due ramponi, e che ora giaceva su uno
scoglio piuttosto sporgente, dove potemmo approdare comodamente
con la barca.
Innanzi tutto per rimproverai il neogroenlandese perch si era
allontanato da noi cos fulmineamente e gli feci osservare come ne
fossimo rimasti sorpresi ed angosciati. Ma egli si scus dicendo che
non si era potuto districare dal flusso impetuoso del Torrente degli
Sciacalli. Poi, continu il giovane, ho visto alcuni trichechi
che nuotavano al largo e non ho pensato che al modo di raggiungerli
e di catturarne uno. Alla fine mi riuscito anche di scagliare con
successo un arpione sul dorso dell'ultimo dei fuggitivi.
La vescica natatoria fissata al manico impediva all'animale di
immergersi, la ferita lo indeboliva palesemente. Allora l'ho inseguito,
spinto dal desiderio di prenderlo, finch ho potuto lanciargli il
secondo arpione, al che il tricheco, tentando di rifugiarsi tra questi
scogli, si incagliato in un fondale basso e finalmente morto. Certo
la risacca qua intorno mi piaceva poco, ma il mio caiak saltava come
un uccello marino fra gli scogli e perfino quando finiva in secca nei
punti in cui le rocce emergevano fin quasi alla superficie dell'acqua o
quando urtava in qualche scoglio, l'imbarcazione non ne risentiva
alcun danno, ma rimbalzava intatta, grazie all'elasticit del suo
rivestimento; davvero un magnifico arnese! Finalmente sono
riuscito ad approdare qui e ho dato al tricheco ancora due pistolettate
per essere perfettamente sicuro.
Hai compiuto un'impresa rischiosa, Fritz, gli dissi allora,
meno male che tutto finito felicemente. Ma se solo sapessi che
farne ora del tricheco! Sar forse lungo tre metri, bench non mi
sembri ancora adulto.
Oh, babbo! mi preg Fritz, se proprio non potremo
rimorchiare questo pesante animale attraverso gli scogli, permettimi
almeno di portare a casa la testa con le due zanne bianche come la
neve. Mi piacerebbe fissarla alla prua rialzata del caiak, che cos
potr avere subito il suo nome: Tricheco.
Ma certo, figlio mio! Non ho alcuna intenzione di lasciare qui
le belle zanne, replicai; magari non sono proprio lunghe due
piedi, come quelle dell'animale adulto, ma comunque sono la cosa
pi pregevole del tricheco. I trichechi vengono di solito cacciati
proprio a causa della bianchezza delle due zanne, pi smaglianti e
resistenti di quelle dell'elefante. La carne invece pare che valga poco
e ora per noi sarebbe solo un sovraccarico; in compenso per voglio
ritagliarmi alcune buone tirelle dalla sua pelle spessa; vale sempre la
pena portarle via e mentre scortico l'animale tu puoi staccargli la
testa. Sbrigati per, perch l'aria comincia a diventare afosa, come se
dovesse addensarsi un temporale.
Non possiamo assolutamente lasciare in asso la testa del
tricheco! esclam J ack; star a meraviglia sul tuo caiak e sar
come se tu stesso filassi sul mare a cavallo del tricheco.
Per, osserv Ernst, quando la testa sar in via di
putrefazione, non puzzer un po' troppo per il vogatore?
Ebbene, rimedieremo anche a questo! replic Fritz;
concer, svuoter, ripulir e far disseccare la testa, finch diventer
dura e legnosa come quella del museo della nostra citt natale, che
non aveva nessun odore.
Durante tali discorsi eravamo affaccendati a ricavare dal tricheco
il nostro bottino e frattanto Fritz osserv che in futuro sarebbe stato
opportuno munire il caiak anche di una lancia, di un'accetta e di una
piccola bussola; quest'ultima si sarebbe potuta collocare in una
cassetta con coperchio di vetro davanti all'imboccatura del sedile,
affinch il rematore potesse orientarsi durante il viaggio, anche se
sbalestrato lontano da una tempesta.
Trovai il triplice consiglio tanto giusto che promisi di seguirlo,
poich pensavo che lancia ed accetta sarebbero state molto utili per
finire e squartare gli animali marini pi grossi e per di pi in tal
modo avremmo risparmiato polvere.
Sbrigata infine la nostra operazione, volevo prendere con noi nella
barca grande Fritz con tutto il suo caiak, tuttavia consentii alla sua
preghiera di lasciargli fare da solo anche la via del ritorno, per
annunciare con buon anticipo alla mamma, come corriere marittimo,
la notizia del nostro arrivo. Senza perder tempo il giovane parti e
anche noi lo seguimmo con la barca, anche se un po' pi lentamente.
Le nuvole nere che avevamo notato prima intanto erano diventate
sempre pi minacciose e avevo appena finito di dirlo che una paurosa
burrasca ci colse all'improvviso con vento e pioggia. Purtroppo Fritz
era gi cos lontano che non riuscimmo a vederlo tra i rovesci
d'acqua, n tanto meno riuscivo pi a chiamarlo, a causa del rumore
del vento e delle onde, sicch ormai non potevo pi prenderlo con
noi nella barca, n servirmi del suo aiuto. Ordinai immediatamente ai
ragazzi di allacciarsi le cinture di sughero e di legarsi stretti alla
barca con le cinghie ad essa attaccate, in modo da non essere
abbattuti e spazzati via dai marosi che si riversavano
nell'imbarcazione. Essi riuscirono a farlo, ma solo a fatica; anch'io
ricorsi a quel rimedio, dopo di che ci raccomandammo al buon Dio e,
nell'impossibilit di governare l'imbarcazione, l'affidammo al suo
destino, tra paura e speranza.
Il fortunale aumentava sempre pi, bench sembrasse quasi
impossibile che la sua furia potesse ancora accrescersi. Come
montagne, le onde si ammassavano su, fino alle nere, dense nubi che
calavano dal cielo. Vividi lampi balenavano nell'oscurit, gettando
una livida luce ora sulla cresta delle onde, ora negli abissi che si
spalancavano all'improvviso nel mare. Dall'orizzonte ottenebrato un
turbine dopo l'altro si scatenava sul mare spumeggiante, agitandolo
fino nelle pi profonde voragini. Pareva che le acque degli abissi si
innalzassero schiumando sino alla volta celeste, rimbalzando poi
come frammenti di nuvole. A momenti eravamo sulla cima di una
montagna d'acqua, a momenti precipitavamo in un gorgo con la
velocit del lampo, mentre le ondate si rovesciavano di continuo su
di noi, riempiendo d'acqua la barca e si accavallavano dietro di essa
con furia paurosa, minacciando un improvviso annientamento e dopo
un attimo si ritiravano, come scivolando sotto l'imbarcazione.
Tuttavia, quanto pi spaventosamente aveva infuriato la tempesta,
quanto pi violentemente si era riversata su di noi, tanto pi in fretta
si dilegu. Pareva che tra nuvole e vento ci fosse stata una gara di
corsa e che il vento finalmente fosse riuscito a vincerla; ma i
nuvoloni scuri sopra di noi e gli alti marosi sotto durarono ancora a
lungo, angosciandoci parecchio.
Nella nostra angustia tuttavia avevo la soddisfazione di constatare
che la barca resisteva magnificamente, dato che nessuna forza dei
cavalloni riusciva a farle far scuffia; il sovrappeso della chiglia la
raddrizzava sempre e perfino le ondate che vi si rovesciavano dentro
non riuscivano a farla colare a picco, perch trovavamo sempre il
tempo di vuotarla di nuovo e di alleggerirla con un paio di robuste
pompate. Riuscivo anche, bench i marosi ci trascinassero nella loro
direzione, a dare di tanto in tanto un colpo di timone che ci riportava
sulla nostra rotta.
Tutto ci se non poteva propriamente rasserenarmi, pure non mi
faceva perdere il coraggio e la calma. Pi di tutto mi preoccupava la
sorte di Fritz che doveva essere stato sorpreso come noi dalla
burrasca; un po' immaginavo il mio caro figliolo sfracellato su uno
scoglio, un po' sbalestrato nell'immenso oceano, un po' vittima di
qualche altro disastro e con angoscia mortale aspettavo le prossime
ore.
Infine mi trovai all'altezza della nostra baia; respirai a lungo,
profondamente, come un palombaro che emerga dagli abissi, remai
con tutte le mie forze e raggiunsi felicemente il ben noto passaggio
fra gli scogli dell'imboccatura. Quasi istantaneamente burrasca e
marosi, sbuffando forte dietro di noi, ci spinsero in un tratto d'acqua
navigabile appena increspato e potemmo abbandonarci alla
consolante sensazione della sicura salvezza.
E che vedemmo l sulla riva? La mamma fra le braccia di Fritz.
Figliolo! gridai, e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Con
alcune poderose vogate volammo a terra. Saltai dalla barca, ancor
prima che fosse ferma, Fritz mi corse incontro e senza una parola ci
tenemmo stretti, affettuosamente abbracciati. Ma c'erano anche gli
altri. Ognuno di noi era stato in pena per l'altro; la mamma si
aggirava in silenzio, con le labbra tremanti, attorno ai suoi ragazzi e
per lungo tempo nessuno ebbe l'animo di chiacchierare.
Mammetta, dissi finalmente, mettendole un braccio attorno
alle spalle, non ci sgridi per averti dato tanta angoscia?
Mia moglie scosse la testa, con gli occhi pieni di lacrime.
Purch siate qui, disse poi, purch siate qui, questo
l'importante.
Per, sapete una cosa? osserv J ack che per primo aveva
ritrovato il suo incrollabile buon umore, vestiti asciutti e qualcosa
di caldo da mettere sotto i denti non sarebbero proprio da
disprezzare.
Ma certo, esclam la mamma, poverini, siete tutti
bagnati! Andate a cambiarvi, intanto vi cuciner una minestra
davvero coi fiocchi!
Una mezz'oretta dopo sedevamo soddisfatti attorno al desco e col
compiacimento del pericolo superato raccontavamo la nostra
avventura. In verit posso affermare, disse Fritz, di non aver
avuto nemmeno un attimo di paura, appena mi sono reso conto che il
mio caiak reggeva il mare. Quando un'ondata mi si rovesciava
addosso, trattenevo un momento il respiro e in un amen stavo di
nuovo sulla cresta dell'onda successiva. Temevo soltanto di perdere
la pagaia nell'impeto dei flutti perch allora le cose si sarebbero
messe male per me. Del resto vento e marosi mi hanno spinto con
incredibile rapidit verso la nota zona navigabile, sulla corrente in
direzione del vecchio relitto. Ogni volta per che stavo sulla sommit
dell'onda guardavo attentamente verso la terra, che di nuovo
scompariva quando l'ondata mi scagliava in una delle mille voragini
che si spalancavano e si richiudevano continuamente intorno a me.
Nello stesso tempo riuscivo ad intervalli a governare in certo modo
l'imbarcazione con la pagaia ed ecco che sono potuto entrare nella
Baia della Salvezza, mentre dietro le mie spalle si rovesciava l'ultimo
violento acquazzone; cos mi stato possibile aspettare al sicuro,
assieme alla mamma e al piccolo Franz, che quella pioggia
torrenziale cessasse. Eravamo appena tornati sulla riva per cercare di
avvistarvi quando siete arrivati.
Per me stato terribile, esclam la mamma, sedevo l
agghiacciata, impietrita dallo spavento.
Povera mamma, dissi, credo realmente che fra noi tutti tu
sia stata nelle peggiori condizioni. Ma in verit, ora che pericolo e
paura sono passati, non sono per niente scontento di aver fatto questa
esperienza, poich sono cos pienamente convinto della stabilit e
perfetta tenuta d'acqua della nostra barca che andrei tranquillamente
in aiuto di un bastimento in pericolo, anche col mare burrascoso.
Oh, ma anche il mio caiak ha superato la stessa dura prova non
meno brillantemente esclam Fritz, e non sar l'ultimo ad
accompagnare la tua barca per una traversata di questo genere. Anzi
sarebbe forse meglio aiutare gi da prima, in mare aperto, i
bastimenti in pericolo.
Certo, osserv J ack, solo che si potessero afferrare per il
bompresso con un uncino o qualcosa del genere lungo mille braccia,
per tirarli poi nella nostra tranquilla Baia della Salvezza.
Si capisce che impossibile, rise Fritz, per potremmo
piazzare sulla cima dell'Isola del Pescecane un piccolo cannone per
segnalazioni, assieme a un pennone con bandiera. Cos col tempo
nuvoloso o nelle grosse bufere, con i nostri colpi di cannone
segnaleremmo alle imbarcazioni in pericolo la nostra esistenza e il
favorevole approdo nella baia, e lo stesso potremmo fare col bel
tempo per le navi di passaggio, sventolando la bandiera.
Come sarebbe bello! Sarebbe davvero magnifico! gridarono
tutti.
Senza dubbio, intervenni a questo punto, solo se avessi il
cappellino dei desideri del famoso Fortunatus;
10
allora prenderei
semplicemente due cannoni sotto braccio e volerei con essi
sull'isolotto come faceva l'uccello Rock
11
con un elefante o un
rinoceronte tra le zampe. Ma che fantasia dimostrate per fare

10
Personaggio di una vecchia favola, che possedeva un sacchetto di monete d'oro
inesauribile e un cappellino che esaudiva tutti i suoi desideri. (N.d.T.)
11
Favoloso uccello gigantesco delle fiabe arabe. (N.d.T.)
intraprendere qualche nuova impresa a vostro padre!
I piani di questo genere, disse allora la mamma facendomi
una carezza, vengono sempre escogitati con la pi ferma fiducia
nella tua abilit tante volte sperimentata, caro marito, e ti fanno
dunque molto onore, sicch dovresti apprezzarli e accoglierli
volentieri.
Pu essere! ribattei inchinandomi sorridente, e anche
questa volta non mi sottrarr alla loro esecuzione, appena uno di noi
sar capace di arrivare in cima a quell'isolotto.
Dopo che ci fummo ristorati, alammo a riva la barca che con tutto
il suo carico, la testa del tricheco e le strisce di pelle, fu trascinata
dalle bestie da tiro, con l'aiuto dei rulli che avevamo messo sotto la
chiglia, fino alla caverna, dove fu collocata accanto al caiak che
Ernst e Fritz avevano sistemato nella stanza delle provviste.
La testa del tricheco e le strisce di pelle furono subito portate nel
laboratorio, dove queste ultime furono conciate e rese flessibili,
mentre la testa venne imbalsamata e disseccata cos che veramente
potemmo fissarla, secondo il desiderio di Fritz, a prua del suo caiak,
che assunse un aspetto maestoso.
Tra queste e altre simili occupazioni avevamo trascorso parecchi
giorni in perfetta tranquillit. Ma una bella notte di luna, mentre
dormivo saporitamente, fui svegliato all'improvviso dal violento
abbaiare delle nostre vigili guardie del corpo, misto a un confuso
calpestio, a un ronfare e a uno stridere che mi richiamarono alla
mente tutte le paure di quella notte in cui eravamo stati assaliti dagli
sciacalli. Pareva che il Cacciatore selvaggio facesse la sua cavalcata
notturna nel nostro cortile. La mia immaginazione si riemp di
centinaia di immagini spaventose, in cui oltre agli sciacalli avevano
una parte importante bufali, orsi e serpenti boa; tuttavia non mi
lasciai impaurire troppo a lungo da congetture e supposizioni, ma
balzai in piedi, mi gettai addosso qualcosa per coprirmi e, afferrata la
prima arma che mi capit sottomano, mi affrettai verso la porta di
casa, la cui met inferiore, come al solito nelle notti estive, era chiusa
con la maniglia, mentre la parte superiore stava completamente
aperta per il fresco.
Appena per sporsi fuori la testa per spiare, vidi che gi dalla
finestra vicina spuntava la testa di Fritz e udii la sua domanda:
Sei gi sceso, babbo? Che diavolo sta succedendo?
Risposi che mi ero preparato al peggio, ma mi stavo accorgendo
che si trattava ancora una volta di una beffa di nuovo genere degli
sciagurati maiali.
Mi pare per, aggiunsi, che i cani prendano in mala parte
lo scherzo; sono gi alle calcagna, se non addirittura alle costole di
quegli sfacciati. Vieni presto fuori, cos impediremo un putiferio.
Fritz salt senz'altro mezzo vestito dalla finestra e insieme
accorremmo verso l'arena in cui si era trasferito lo spettacolo.
Riconoscemmo subito tutto il gruppetto ancora superstite dei nostri
maiali inselvatichiti, che avevano oltrepassato il ponte sul torrente e
stavano per irrompere nelle colture di mia moglie. Ma i cani
facevano buona guardia e mentre due di essi si erano attaccati alle
orecchie del maschio, tenendolo fermo, gli altri due inseguivano la
scrofa che assieme ai suoi cinghialetti fuggiva per il ponte in cerca
del primo cespuglio che le capitasse a tiro.
La cosa pi urgente per me fu di liberare la povera bestia dai suoi
due sbirri, mentre Fritz inseguiva il resto della caccia per richiamare
indietro gli altri due cani. Tuttavia entrambe le operazioni ci
costarono parecchia fatica perch solo servendomi di una stecca
riuscii ad aprire il muso dei nostri vecchi campioni e a liberare cos le
orecchie del maschio, il quale senza il minimo ringraziamento,
grugnendo e sbuffando, si lanci a trotto serrato dietro alla scrofa,
verso il Torrente degli Sciacalli.
Allora cominciai ad inveire contro la sbadataggine, gridando che
le tavole del ponte non erano state tolte come al solito durante la
notte. Ma quando mi avvicinai per esaminare la situazione, mi
accorsi che in realt le tavole erano state sollevate e che i maiali, con
una destrezza che non avrei mai supposto in loro, avevano
attraversato il torrente sulle tre assi che sostenevano le tavole e
rimanevano fisse anche di notte.
Ci mi indusse subito a trasformare il vecchio ponte in un ponte
levatoio da sollevare ogni sera, per evitare in futuro nuove visite
importune.
Allo spuntare del giorno seguente, fra le pi vive manifestazioni
di consenso da parte della mamma e dei ragazzi pi giovani,
iniziammo l'opera che doveva garantire la nostra sicurezza.
Preparai a questo scopo due robuste travi che furono collegate in
alto e in basso con due traverse, cos da formare un rettangolo. In
diversi punti conficcai dei pioli corti, per potere all'occorrenza salire
e scendere. Ogni trave aveva inoltre un'intaccatura in alto, in cui
doveva essere inserito un braccio del ponte levatoio. Il rettangolo
venne poi piantato su un altro simile, che fu posto orizzontalmente a
terra e posteriormente fu saldamente assicurato con cavicchi a dei
pali, per poter sopportare il peso delle travi; questa base sporgeva
inoltre per un piede oltre la sponda del torrente, in modo che il ponte,
calando gi, venisse ad appoggiarvisi sopra. Il legname del vecchio
ponte fu poi tanto digrossato e segato che solo l'estremit della
grande tavola sollevabile poteva appoggiarvi sopra per circa otto o
dieci pollici. Subito dopo si pass ai due bracci della leva che furono
montati nelle intaccature in alto con perni di ferro per poter giocare
agevolmente in alto e in basso. All'estremit interna i due bracci
furono uniti ancora con una robusta traversa, affinch si alzassero e
abbassassero sempre con un movimento simmetrico; quindi puntellai
ulteriormente nella parte posteriore le travi con pali di sostegno,
perch il movimento in su e in gi del ponte non le facesse
smuovere.
Cos il mio ponte levatoio fu costruito in modo del tutto
soddisfacente per proteggerci almeno dalle bestie. Contro un assalto
di predoni avremmo potuto premunirci alla svelta, se fossimo stati in
casa, con un paio di catene, arrampicandoci sui pioli delle travi che
costituivano la porta e fissando con esse il ponte alla traversa, oppure
avremmo potuto semplicemente legare con le catene i bracci della
leva alle travi, dopo aver alzato il ponte. A tale scopo applicai anche
un congegno adatto.
Ecco dunque il magnifico ponte che, nonostante la rudimentalit e
pesantezza della sua costruzione, ci dava il senso di sicurezza di una
eccellente opera di fortificazione, anche se un solo colpo di cannone
sarebbe bastato ad abbattere ogni cosa e, del resto, il torrente non
aveva n l'ampiezza, n la profondit sufficienti ad impedire in
qualche modo il passaggio a un avversario risoluto. Ad ogni modo
speravamo di migliorare sempre pi quell'impianto che, in rapporto
alle nostre forze, ci sembrava per il momento davvero notevole.
Mentre eravamo intenti a questa grande impresa i ragazzi, sia per
divertimento, sia per i necessari lavori di rifinitura, si arrampicavano
spesso sulle due travi della nuova porta del ponte e non di rado
scorgevano dall'altra parte, in lontananza, antilopi e gazzelle, cacciate
da loro, in una fortunata occasione, nel parco della riva opposta.
Talvolta le graziose bestie pascolavano isolatamente, talvolta a
gruppi, ai margini del bosco o della grande boscaglia verso il Nido
dei Falchi. Qualche volta giocavano e saltavano vivaci tutt'intorno
nello spiazzo aperto ma sempre, al minimo rumore, balzavano
indietro spaventate e si rifugiavano con la rapidit del vento nel folto
della macchia.
Peccato per, disse un giorno Fritz, che queste gentili
creature non siano domestiche come il resto del nostro bestiame!
Come sarebbe bello se venissero al torrente per l'abbeverata, mentre
noi qua pialliamo, sgrossiamo e martelliamo!
Davvero, pap! aggiunse Ernst, dovremmo mettere
un'esca di sale e allora le gazzelle verrebbero qui.
Che cosa poi un'esca di sale, pap? chiese Fritz.
costituita da una grande cassa di tavole o di travi, alta circa
quattro piedi e di considerevole ampiezza. Si colloca sulla terra
libera, in un posto fuori mano del bosco o del parco, in cui si voglia
cacciare. La cassa viene riempita di argilla a cui di proposito si
aggiunge del sale e il tutto viene ben compresso; per trarre meglio in
inganno le bestie, vi si infilano anche rami verdi di pino. La
selvaggina allora comincia a presentarsi e ad assaggiare con gusto
l'argilla; intanto nelle vicinanze il cacciatore sta in agguato, pronto a
sparare; oppure si pu costruire un capanno di graticci per poter
sorvegliare comodamente la selvaggina e ci potrebbe essere molto
opportuno anche per un pittore di animali.
Oh, babbo! gridarono tutti ad una voce, bisogna davvero
collocare una di queste esche di sale! Allora verranno cervi, gazzelle,
zibetti, bufali, insomma, un intero giardino zoologico pieno della pi
splendida selvaggina da abbattere o catturare.
Giusto, insaziabili cacciatori, dissi, voi vedete bene che
un'esca di sale nelle nostre condizioni e con tutta la terra che
abbiamo qui intorno si potrebbe preparare con un certo successo. Ma
dove potrei trovare il tempo e la forza sufficienti per eseguire tutto
quello che vi passa per la mente e che piace a voi, che avete l'argento
vivo addosso?
Ehi! Ma noi aiuteremo, lavoreremo, ti procureremo tutto quello
che ci chiedi, pap, rison in risposta da tutte le bocche; e poi
il mestiere di cacciatore salutare e adatto alla nostra situazione.
Va bene, se la faccenda vi attrae tanto, vedremo! risposi;
ma bisogner andare di nuovo lontano per procurarci tutto. Perci
fate in modo che si possa partire al pi presto.
Grazie, grazie, caro pap! Mille grazie! gridarono tutti con
gioia. Ci sar ancora da camminare, andare a caccia, scoprire cose
nuove, e tutto ci molto pi bello delle due settimane spese per la
costruzione del ponte.
Io scover il posto, riprese a dire Ernst, in cui potremo
mettere l'esca di sale con il miglior risultato.
Ed io voglio preparare il pemmican per il viaggio, osserv
Fritz. Abbiamo ancora tanta carne d'orso, che altrimenti non vale
gran che.
Ed io voglio scegliere alcuni colombi e tenerli pronti per
portarli con noi, aggiunse J ack; so gi perch, per ancora
segreto di Stato.
Ed io penser ai carriaggi, intervenne il piccolo Franz, e
se Fritz lo permette metter nel carico anche il suo caiak, cos
potremo una buona volta traversare il lago di Waldegg.
Tutte quelle dichiarazioni mi rivelarono che gi da un pezzo i
figlioli si erano messi d'accordo fra loro per organizzare una nuova
gita ed in fondo non avevo nulla di importante da opporre, poich la
bella stagione invogliava alla partenza e avvicendare il monotono
lavoro del Rifugio di Roccia con le svariate e molteplici imprese
fuori dell'ambito domestico mi sembrava molto opportuno nelle
nostre condizioni, cos che lasciai i ragazzi liberi di seguire i loro
desideri.
Subito Fritz corse dalla mamma che, non molto lontano da noi, si
affaccendava nelle sue piantagioni e la preg gentilmente di dargli
alcuni pezzi di carne d'orso per confezionare il pemmican.
Prima di tutto per, mio caro, rispose lei, devi dirmi che
cosa il pemmican e a che serve.
un tipico cibo nord-americano, spieg Fritz, che i
mercanti canadesi di pellicce portano con loro nei lunghi viaggi
d'affari. costituito da carne d'orso o di capriolo pestata in polvere
ed ha uno straordinario potere nutritivo anche in piccole porzioni,
tanto che difficilmente si potrebbe trovare un cibo pi concentrato e
comodo da portarsi in viaggio.
Ma a che serve tutta questa storia? continu la mamma.
Ecco, abbiamo combinato una magnifica spedizione,
rispose Fritz, e non vogliamo lasciar marcire o disseccare
inutilmente a casa la nostra bella provvista di carne d'orso.
La mamma, in genere non molto propensa alle gite, in principio
mosse qualche obiezione ma infine, come al solito, si lasci
convincere a dare il suo consenso e fu anche di molto aiuto nella
preparazione del pemmican, che procedette subito alacremente. La
carne venne tagliata a strisce, battuta, tritata e pestata nel mortaio;
poi fu nuovamente disseccata e passata allo staccio. Era tanta che
pareva dovesse servire almeno a venti uomini in viaggio per un'intera
estate, e il secondo giorno, visto che avevamo gi raccolto una mezza
misura di pemmican, frenai quell'eccessivo zelo. Per altro trovai il
cibo abbastanza buono.
Subito dopo i ragazzi si scelsero parecchi sacchi in cui infilarono
delle ceste rotonde, di quelle che si usano per trasportare piccoli
volatili vivi. Poi prepararono diversi laccioli o calappi di sottile filo
metallico per la cattura degli uccelli, ma soprattutto si
equipaggiarono come per una vera scorreria. Io li lasciavo fare
sorridendo. Per il trasporto di tutte quelle magnifiche provviste fu
ripristinato il vecchio traino che gi da un pezzo era stato elevato al
rango di carro grazie alle ruote dei cannoni di bordo e veniva ora
preferito all'altro carro perch si poteva caricare pi agevolmente. I
ragazzi lo ingrassarono, lo raccomodarono e la sera prima della
partenza vi caricarono i viveri, le munizioni, la tenda e il caiak, oltre
a una quantit di altre cose utili.
Finalmente spunt il sospirato giorno e ognuno era gi in piedi di
buon'ora; notai allora che J ack con una certa segretezza portava verso
il carro l'una dopo l'altra due coppie di colombi europei e le infilava
con cautela in una delle ceste dentro i sacchi. Erano grossi colombi
scuri brevirostri, con un cerchio rosso attorno agli occhi, del tipo che,
se non sbaglio, il Buffon
12
chiama colombi turchi.
Guarda, guarda! pensai; pare che i ragazzi pensino abilmente a
premunirsi nel caso che il pemmican non debba incontrare il loro
gusto. Buon pro gli faccia il bocconcino che i vecchi colombi
forniranno con la loro carne tigliosa.
Frattanto per esortavo i figlioli a prepararsi sollecitamente alla
marcia. A questo punto, contro ogni mia aspettativa, la mamma
manifest il desiderio di rimanere a casa per quella volta, per amore
di tranquillit, al che Ernst, che gi da un pezzo aveva parlottato con
Fritz e J ack, ridacchiando in modo misterioso, dichiar che anche lui
avrebbe preferito non partecipare alla spedizione. Tutto ci mi
indusse infine a rinunciare io stesso alla gita e ad utilizzare meglio il
tempo, costruendo con l'aiuto di Ernst la macina o meglio la pressa
da tanto tempo desiderata da mia moglie per estrarre lo zucchero
dalle canne.
Congedammo i tre impetuosi capiscarichi con ogni sorta di
ammonimenti e raccomandazioni, che per la verit non furono presi
molto sul serio, e gi Fritz e Franz galoppavano sulle loro
cavalcature, e J ack sullo struzzo, oltre il ponte levatoio. Bruno, Fulvo
e Cacciatore correvano accanto a loro abbaiando a tutto spiano e tutta
la parete rocciosa ne riecheggiava, mentre parecchia selvaggina
balzava dalla tana, spaventata. Senza perder tempo mi dedicai allora
alla macina per lo zucchero che, costituita da tre cilindri dritti,
doveva rappresentare una specie di torchio e che pensavo di mettere
in moto con l'aiuto dei cani o di Tempesta e Brumm.
Siccome nell'insieme il mio procedimento non differiva
sostanzialmente da quello consueto per la costruzione delle
cosiddette macine da zucchero, non lo descriver minuziosamente;
dir soltanto che per alcuni giorni la nuova impresa non mi
concedette un attimo di respiro, bench Ernst mi facesse da assistente
e persino la mamma ci venisse in aiuto di quando in quando.

12
Celebre naturalista francese. (N.d.T.)
CAPITOLO IX
AVVENTURA DI CACCIA CON UNA IENA. - A CHE SERVONO I
COLOMBI VIAGGIATORI. FRITZ RISALE IL FIUME CONTRO
CORRENTE COL CAIAK E INCONTRA GLI IPPOPOTAMI.
L'ISOLOTTO DEL PESCECANE DIVENTA UNA FORTEZZA.
IL LUNGO loquace rapporto a tre voci fatto dal vivace gruppetto di
esploratori si pu qui riassumere in un racconto piuttosto conciso.
Appena superato il ponte, il viaggio procedette rapidamente. In
breve tempo i ragazzi raggiunsero la zona di Waldegg dove volevano
fermarsi per i primi due giorni.
Ma quando si avvicinarono alla fattoria udirono sbigottiti una
risata quasi umana che risonava ripetutamente; nello stesso tempo i
buoi mostrarono un'agitazione del tutto insolita sbuffando, muggendo
e rizzando la testa. I cani cominciarono a ringhiare col pelo irto e si
ritirarono guardinghi vicino ai ragazzi. Lo struzzo addirittura, senza
la minima esitazione, fece dietrofront e se la diede a gambe con il suo
cavaliere in groppa verso la palude di riso, nei pressi del laghetto.
Frattanto l'orribile risata si ripeteva a tratti e ogni volta le bestie
davano segni di inquietudine e di paura; alla fine i due ragazzi non
riuscirono a tenere a freno i buoi e credettero opportuno saltare gi
per essere padroni dei loro movimenti.
Qui c' qualcosa che non va, disse Fritz, le due bestie si
comportano come se sentissero la vicinanza di un leone o di una
tigre. Si riesce a stento a trattenerle; io cercher ancora di calmarle,
se mi riesce, mentre tu, Franz, ti spingerai un po' avanti con i cani per
spiare che razza di predone possa esserci qua intorno. Torna per di
corsa se noti qualcosa di sospetto, perch allora balzeremo di nuovo
in sella e scapperemo in un baleno. I buoi volgono gi il muso
indietro. Peccato che J ack se la sia svignata; non si sente pi nulla di
lui.
Il piccolo Franz caric le sue pistole e il fucile a palla, chiam
sommessamente i cani vicino a s e strisci poi acquattato nella
boscaglia verso il luogo da cui si era sentita venire la sinistra risata.
Poteva essersi inoltrato un'ottantina di passi quando, all'improvviso,
attraverso un'apertura nell'intrico degli arbusti, si trov a faccia a
faccia, a trenta o quaranta passi di distanza, con una terribile iena che
proprio in quel momento aveva gettato a terra un montone.
Il ragazzo si arrest inorridito. Il mostro sollev le fauci
insanguinate dal corpo della sua vittima, fissando con occhi
sfavillanti il povero piccolo cacciatore, ma invece di passare
all'attacco si chin di nuovo sulla preda ricominciando con tutta
calma la sua colazione. Soltanto per un attimo un lampo dei suoi
occhi maligni sfior Franz e la sua raccapricciante risata,
doppiamente terribile udita da vicino, lo fece rabbrividire per tutto il
corpo. Ancora un profondo respiro ed ecco che il bravo ragazzo si
era ripreso; alz rapidamente il fucile, appoggi a un albero il braccio
ancora tremante, per prendere meglio la mira, e scaric l'arma. La
belva scoppi in violenti ululati. Una delle zampe anteriori era
fracassata; allora i cani le si scagliarono contro inferociti e un attimo
dopo si rotolavano al suolo col loro nemico in un unico groviglio.
Una terribile lotta, alla quale il piccolo Franz dovette assistere
confuso e sconvolto, perch un nuovo colpo sparato a casaccio in
quel viluppo di membra convulse, contorte e guizzanti avrebbe
potuto colpire tanto il nemico quanto gli amici.
Fritz, che nel frattempo era riuscito a gran fatica a legare i due
buoi a dei tronchi d'albero, arriv in quel momento di corsa col fucile
spianato per aiutare il fratello. Ma anche lui non os tirare. Per
fortuna l'esito della lotta non era pi incerto; i due alani si
dimostravano impareggiabili campioni e dopo qualche altro minuto
di angosciosa tensione la belva, che urlando e stridendo si era difesa
a morsi, stramazz con un pauroso gemito: Bruno le aveva squarciato
la gola con i denti. Fritz allora accorse d'un balzo e cacci una
pallottola nell'occhio della iena, proprio da vicino.
Vittoria! grid, vieni, Franz! Il mostro non si moveva
pi. A forza, e soltanto aprendo loro il muso con le bacchette dei
fucili, i due ragazzi poterono staccare i cani dal loro avversario:
Fulvo stava appeso coi denti serrati alla collottola della belva.
Entrambi gli animali poterono essere calmati solo a stento: giravano
attorno al corpo del nemico ringhiando furiosi e digrignando i denti.
Solo le carezze dei ragazzi riconoscenti che non si stancavano di
lisciarli, di dar loro colpettini, di lodarli, riuscirono finalmente a
distoglierli dalla iena e allora si fecero lavare ed ungere
pazientemente le ferite.
Non pass molto e torn anche J ack, che aveva sentito gli spari e
le grida di trionfo dei fratelli e a stento era riuscito a cavarsi
d'impaccio nella palude e a riportare lo struzzo sul campo di
battaglia.
Subito dopo i tre ragazzi trasportarono i bagagli a Waldegg, nei
cui pressi gi si trovavano, e, dopo aver scaricato e messo al sicuro
tutto quanto, andarono a prendere col carro anche la iena abbattuta.
Si accinsero subito a sventrare e a scorticare la poderosa bestia; il
faticoso lavoro li tenne abbastanza impegnati per tutto il resto del
giorno, tranne qualche sosta di cui approfittarono per tirare a qualche
volatile sugli alberi vicini. Quando ebbero finito, i monelli si
coricarono sulle due belle pelli d'orso che avevano portato con loro a
tale scopo.
Di sera, pressappoco alla stessa ora, noi genitori stavamo seduti
con Ernst al Rifugio di Roccia sotto il portico e parlavamo dei tre
audaci escursionisti, Ernst con qualche allusione piuttosto misteriosa,
la mamma non senza apprensione, mentre io esprimevo completa
fiducia nel giudizio, nell'accortezza e nel risoluto coraggio di Fritz.
Madre e figlio chiacchieravano ancora confidenzialmente sulla
partita di caccia, quando li interruppi a un tratto:
Ma guardate dunque questo ritardatario che sta volando verso
la colombaia! Con l'oscurit che va calando non posso nemmeno
vedere se si tratta di uno dei nostri uccelli o no.
Ernst balz in piedi. Bene, allora devo andare subito ad
abbassare lo sportello. Domani vedremo che cosa si trover. L'ora
insolita fa infatti pensare a qualcosa di insolito.
Poi fece qualche altra enigmatica allusione, di cui non riuscii a
decifrare il significato nemmeno pi tardi, dopo essere andato a letto.
L'indomani per Ernst sollev il velo del mistero. Mentre eravamo
ancora seduti a far colazione, il ragazzo si avvicin a noi con una
lettera che i giovani cacciatori avevano spedito la sera prima per
mezzo del colombo viaggiatore. Naturalmente volevo leggere la
lettera, ma egli me lo imped con aria solenne.
Ascolterai subito, disse, ti legger la lettera parola per
parola, proprio come stata scritta:
Carissimi genitori e caro Ernst! Una potente iena ha
sbranato due pecorelle e un montone; ma i nostri cani l'hanno
attaccata, il piccolo Franz l'ha ferita gravemente e alla fine
stata uccisa. Abbiamo passato quasi tutto il giorno a toglierle
la pelle che molto bella. Il pemmican vale poco. Vi
auguriamo di star bene, al pari dei vostri figlioli e fratelli!
Affettuosi baci a voi tutti.
Da Waldegg, il 15 di questo mese.
Vostro FRITZ.
Ah, ah! un'autentica lettera da cacciatore! risi.
Ringraziamo Iddio che la faccenda con la iena, a quanto pare,
felicemente finita! Ma come avr fatto quella belva ad arrivare nella
nostra regione? Evidentemente deve aver forzato il passaggio vicino
alla Chiusa solo da qualche giorno, altrimenti avrebbe gi fatto da un
pezzo piazza pulita delle nostre pecore e capre.
Dio mio, purch i ragazzi siano prudenti! osserv la
mamma; vorrei poterli richiamare a casa. Non sarebbe pi
consigliabile andare subito da loro, oppure meglio pazientare
ancora un po'?
Credo che quest'ultima cosa sia la migliore, cara mamma!
rispose Ernst; stasera stessa arriver di nuovo la posta aerea e
potremo decidere meglio il da farsi.
E realmente verso sera, un po' pi presto del giorno precedente,
vedemmo arrivare un secondo colombo viaggiatore che con rapido
volo si infil nella colombaia. Ernst abbass subito lo sportello e in
un attimo sal sulla colombaia, tornando qualche minuto dopo con un
biglietto trovato sotto l'ala del nuovo arrivato. Immediatamente lesse
il seguente laconico rapporto:
Nottata tranquilla. Mattino sereno. Gita col caiak sul lago
di Waldegg. Animale palustre sconosciuto in rapida fuga.
Domani si va a Hohentwiel. State tutti bene! I vostri
FRITZ, J ACK e FRANZ.
Il biglietto rassicur non poco me e la mamma e poich ci
comunicava una nottata tranquilla, potemmo dedurne che non c'era
nessun'altra iena nei dintorni, altrimenti con ogni probabilit essa si
sarebbe fatta sentire durante la notte.
Veramente il resto del biglietto era per il momento
incomprensibile, ma la spiegazione che pi tardi i ragazzi mi diedero
a voce mise in chiaro ogni cosa.
I cacciatori avevano fatto una gita in caiak sul lago di Waldegg; in
quell'occasione Fritz era riuscito a raggiungere e a catturare alcuni
giovani cigni che in seguito sarebbero stati portati alla Baia della
Salvezza, di cui per lungo tempo dovevano costituire l'ornamento.
Mentre continuavano a cacciare, un pesante scuro animale palustre si
fece largo fra la macchia; i ragazzi gli tirarono alcune pallottole ma
non lo colpirono; comunque le loro descrizioni mi fecero supporre
che si trattasse di un tapiro sud-americano.
Le lettere ricevute ci davano intanto la piena certezza che i nostri
ragazzi stavano bene e anche una terza ci conferm le rassicuranti
notizie, sicch stabilimmo di aspettare a casa con calma il loro
ritorno o un nuovo biglietto.
Tuttavia la nostra decisione cambi improvvisamente, allorch nel
pomeriggio arriv del tutto inaspettato un altro corriere sulle ali del
vento. Gi di per s il suo arrivo imprevisto era destinato a suscitare
la nostra apprensione, ma a metterci ancor pi in ansia fu il contenuto
della nuova lettera. In essa si leggeva quanto segue:
Il passaggio della Chiusa stato sfondato e preso d'assalto; ogni
cosa devastata fino alla Cima dello Zucchero. L'affumicatoio
distrutto. Le canne da zucchero sono in parte sradicate e in parte
scapezzate o schiacciate; il campo di miglio stato divorato; sul
terreno si notano orme poderose. Presto, caro pap, vieni ad aiutarci!
Non osiamo avventurarci n avanti n indietro e, sebbene sani ed
illesi, non ci sentiamo affatto in grado di fronteggiare il danno e il
pericolo.
facile immaginare come quella notizia mi mettesse le ali ai
piedi; senza perder tempo corsi a sellare l'onagro e dissi a mia moglie
di venire alla Chiusa il giorno seguente, accompagnata da Ernst, e di
portare con il carro tutto l'occorrente per un lungo soggiorno. Ordinai
di far tirare il carico dalla mucca e da Folgore, il giovane asino.
Balzai in sella all'onagro e partii a gran galoppo.
Feci il percorso in un tempo molto pi breve delle sei ore di solito
occorrenti e fui accolto con gran gioia dai ragazzi che non mi
aspettavano cos presto.
Immediatamente esaminai i danni e con spavento trovai la pi
assurda devastazione che, a giudicare dalle enormi tracce, poteva
essere stata causata soltanto da elefanti.
Le grosse stanghe di sbarramento, che con tanta fatica avevamo
apposto al valico della Chiusa, giacevano a terra come fuscelli di
paglia spezzati e gli alberi ai lati erano stati sfrondati fino in alto. Ma
la rovina appariva con pi terribile evidenza nella piantagione di
canne da zucchero, in cui tutto ci che non era stato divorato giaceva
al suolo pestato e distrutto. Del resto anche il graticciato della
capanna vicino alla Cima dello Zucchero e l'affumicatolo erano
completamente demoliti. Durante tutta l'ispezione esaminai
attentamente ogni traccia per indagare se si fossero addentrate altre
bestie feroci, ma, di sospetto, non trovai altro che delle peste simili a
quelle di un cane o di un grosso lupo e notai che la loro direzione
andava inconfondibilmente dalla Chiusa verso la zona costiera,
mentre in senso inverso non ce n'erano. Supposi perci che dovesse
essere il cammino percorso dalla iena uccisa dai ragazzi e in certo
modo mi rassicurai.
Subito rizzammo tutti insieme la tenda da campo e accatastammo
una buona quantit di legna per accendere durante la notte un gran
fuoco che ci potesse proteggere a sufficienza da un attacco dei
potenti elefanti. Per altro la nottata, almeno da parte nostra, non fu
precisamente una delle pi tranquille. Io e Fritz trascorremmo il
tempo in angosciosa tensione vicino al fuoco parlando
principalmente di elefanti; tuttavia ci fu risparmiata ogni aggressione.
Verso il mezzogiorno dell'indomani arrivarono Ernst e la mamma
sul carro tirato dalla mucca e dall'asino e cominciammo subito a
sistemarci per una permanenza piuttosto lunga.
Prima di ogni altra cosa iniziammo la riparazione e il
rafforzamento, estremamente necessari, di tutte le opere di
fortificazione della Chiusa: per un mese intero lavorammo senza
respiro.
Anche dopo che la fortificazione del valico fu ultimata ci rimase
ancora molto da fare nelle vicinanze; dovevamo infatti pensare anche
ad un'abitazione fissa in quella zona e secondo il desiderio gi
manifestato da Fritz, essa fu costruita su quattro pali come le capanne
estive dei Camciadali,
13
solo che al posto dei pali avevamo scelto
quattro begli alberi alti che trovammo in un punto adatto, gi disposti
in un quadrato quasi regolare, alla distanza di dodici o tredici piedi
l'uno dall'altro.
All'altezza di venti piedi circa, i quattro tronchi furono collegati
con grosse traverse di canne di bamb, sulle quali fu costruito un
solido pavimento, chiuso da tutt'e quattro i lati da una parete di canne
pi sottili, alta otto piedi. Nella parte rivolta verso la Chiusa furono
aperte alcune finestre strette come feritoie. Il tetto fu costruito a
piramide e ricoperto da corteccia d'albero in modo che la pioggia non
potesse penetrare. Come scala sistemammo una trave con i gradini
intagliati alle due parti, pressappoco come quelle che si trovano nelle
stive delle navi, nei granai e nei fienili di campagna. La trave cos
intaccata per poteva essere montata verticalmente su un'altra trave
dritta che era stata collocata e fissata saldamente nel mezzo della
parete posteriore. Infatti dietro aveva degli incavi, in cui si incastrava
una ruota dentata che poteva essere azionata per mezzo di un
congegno a manovella. Potevamo cos tirare su o gi la trave con gli
scalini, con un sistema simile a quello che si vede nelle leve dei
comuni verricelli. Se la scala veniva spinta ancora pi in su
attraverso il vano della stanza, allora sollevava con l'urto una botola,
per mezzo della quale potevamo salire allo scoperto e scrutare
intorno per un largo raggio; se invece si voleva farla scendere fino a
terra, ci si serviva di un'altra botola aperta nel pavimento della
stanzetta.

13
Indigeni della parte meridionale della penisola di Camciatca, paleoasiatici di
razza siberide. (N.d.T.)
Al di sotto della stanza i quattro tronchi d'albero furono poi
collegati insieme con pertiche di legno di cocco lunghe da quattro a
cinque piedi, cos che ne risultava un pianterreno ben chiuso dove
potevamo alloggiare qualche capo di bestiame o i volatili; a tale
scopo collocammo una rastrelliera e un trogolo di fronte alla porta
d'ingresso.
Coprimmo lo spazio vuoto tra il parapetto inferiore e le pareti
della stanza del piano superiore con assi di bamb spaccate sottili e
fissate una sull'altra trasversalmente in modo da formare la cosiddetta
grata del prete, come in un chiosco o in un padiglione da giardino.
Il tutto fu poi abbellito con vari ornamenti di gusto cinese e siccome
avevamo lasciato intatti tutti i rami degli alberi sporgenti verso
l'esterno, stavamo quasi nascosti in mezzo al verde e l'abitazione
aveva l'aspetto molto leggiadro di un bers, mentre nella parte
inferiore pareva una piccola stalla d'emergenza o un'uccelliera.
Mentre eravamo cos occupati Fritz fece da solo una gita col caiak
risalendo la corrente del fiume e torn con un ricco bottino di caccia.
Mi fece particolare piacere un pollo sultano
14
catturato vivo che fu
consegnato alla mamma per l'allevamento. Fra i prodotti vegetali
invece suscitarono il nostro interesse specialmente i semi di cacao
portati dal giovane.
In seguito egli ci parl delle cose pi notevoli osservate durante la
sua escursione, dalla straordinaria ubertosit della terra sulla sponda
opposta, fino alle pendici dei monti vicini, e del maestoso aspetto dei
fitti boschi davanti ai quali era passato col caiak. Il continuo
gorgogliare dei tacchini e l'incessante chiocciare, stridere e
gracchiare delle galline faraone, di pavoni e di altri volatili gli aveva
dato quasi il capogiro. Aveva risalito il corso del fiume fino alla
Palude dei Bufali, oltre la Chiusa, e l con un cappio di metallo
appeso a una stanga aveva catturato il magnifico pollo sultano.
Aveva visto inoltre alla sua destra un intero bosco di mimose e in
esso alcuni branchi di elefanti, di dieci o venti animali ciascuno, che
a loro agio ora strappavano grossi fasci di rami di cui facevano un
solo boccone, ora si rotolavano nei punti poco profondi
dell'acquitrino, ora si immergevano nell'acqua fino alla pancia,

14
Nome volgare del Porphyrio porphyrio, genere Rallidi. (N.d.T.)
giocando e annaffiandosi a vicenda con le proboscidi a mo' di pompa
da incendio, per procurarsi un po' di fresco nella terribile calura del
giorno. Pare tuttavia che non si curassero affatto n del giovane
marinaio n del suo caiak.
Certo per un attimo mi venne voglia, raccontava Fritz, di
provare la mia fortuna venatoria con uno di quei tipi, ma poi ritenni
che fosse troppo pericoloso per me, solo com'ero, e presto fui colto
da una tale paura che cominciai a pensare al pi rapido ritorno, tanto
pi che quasi nello stesso momento ne fui spinto da un'altra causa.
Vidi cio tutt'a un tratto che, alla distanza di circa due tiri di schioppo
davanti a me, l'acqua in uno dei punti meno fondi del fiume si
agitava e spumeggiava come se dal basso stesse per scaturirne
gorgogliando una sorgiva bollente. Ma poi ne emerse, lenta e
massiccia, un'orribile bestia grigio-scura che mi guard sbadigliando
con uno spaventoso urlo simile a un nitrito, mostrandomi un'enorme
bocca piena di terribili denti. Aveste visto come mi sbrigai a
squagliarmela! Fianco destro-destr! e via come una freccia in cerca di
migliori acque! Remavo cos forte che il sudore mi scorreva a rivoli
per la schiena e non mi fermai finch non fui lontano, molto lontano
dalla vista del mostro. Sempre con la paura di quell'enorme animale,
col cuore che mi batteva forte, sono tornato per la strada pi breve e
questa volta credo di aver avuto una lezione molto dura di scienze
naturali, tanto pi che in questa avventura non c'era nessuno al mio
fianco, nemmeno uno dei nostri bravi cani.
Il racconto di Fritz ci diede molto da pensare, convincendoci della
vicinanza di numerosi e terribili animali; infatti nel mostro che
emergeva cos paurosamente dalle acque non era difficile
riconoscere, senza possibilit di sbagli, l'ippopotamo.
Del resto, durante la giornata che Fritz aveva trascorso
nell'escursione, anche noi eravamo stati attivamente occupati a
preparare ogni cosa per ripartire il mattino seguente e avevamo
raccolto, impacchettato e caricato tutto quello che non era
strettamente necessario per l'ultima notte e l'ultima cena. Fritz mi
preg di lasciargli fare il ritorno per mare nel suo caiak, per
costeggiare remando il Capo della Speranza Delusa e dirigersi poi al
Rifugio di Roccia lungo la riva. Lo accontentai volentieri, perch si
era dimostrato un capace marinaio e anche perch mi stava molto a
cuore esplorare meglio il promontorio e accertare la navigabilit
delle acque che lo circondavano.
L'indomani di buon'ora ci mettemmo in cammino. Fritz aveva gi
raggiunto il promontorio, che dopo la grande baia gli apparve
straordinariamente aspro, con erte rupi interrotte da fenditure
profonde, crepacci e anfratti, dove pareva dimorassero uccelli
acquatici e rapaci in enorme quantit.
Senza alcuna avventura anche noi seguimmo la via del ritorno; ci
affrettammo poi a scaricare e aprire i fagotti; nel frattempo mi colp
in modo inquietante l'accresciuto numero dei nostri volatili. Era
facile immaginare che l'allegro stuolo avrebbe costituito un pericolo
per il raccolto durante le nostre ripetute assenze. Ordinai perci una
pronta ripartizione, per trasferire nelle due vicine isolette
specialmente i nuovi arrivati, nonch i galli cedroni, il tetraone
canadese dal collare e le gru, queste ultime per con le ali un po'
impedite. I cigni invece, il pollo sultano appena catturato e l'airone
reale furono portati nei pressi della Palude delle Anatre e allettati l
di nuovo di tempo in tempo con qualche buon bocconcino.
Lasciammo alle vecchie otarde il loro antico privilegio di restare
vicino a noi e di fare perfino, quando mangiavamo all'aperto, la parte
degli scrocconi.
Queste ed altre faccende mi occuparono un paio d'ore circa mentre
la mamma preparava un robusto desinare e nel frattempo arriv
anche Fritz col caiak.
Nei giorni successivi attuammo finalmente l'idea che Fritz ci
proponeva di continuo e che mi pareva molto giusta per la nostra
sicurezza. Fu intrapresa cio la costruzione di una guardiola e
l'installazione di un cannone da quattro libbre in cima all'Isola del
Pescecane e, in verit, per trasportare fin lass il grosso pezzo
d'artiglieria per mezzo di un argano, dovetti sudare e stillarmi
abbastanza il cervello.
A poco a poco portammo sulla roccia tutto ci che era necessario
per il nostro scopo e il cannone fu piazzato con la bocca rivolta verso
il mare. La guardiola, costruita nel modo pi semplice possibile con
tavole e canne di bamb, fu innalzata immediatamente dietro il
cannone e a fianco, a un paio di passi di distanza, fu issato un
pennone munito di un cavo scorrevole su cui inalberare una bandiera,
che sarebbe stata bianca, se dal mare si fosse vista apparire qualche
imbarcazione amica, rossa invece per l'approssimarsi di pericoli o di
qualcosa di sospetto.
Dopo aver portato a termine il faticoso lavoro, che ci cost un
paio di mesi, festeggiammo l'avvenimento inalberando la bandiera
bianca e sparando sei colpi di cannone che riecheggiarono
maestosamente dagli scogli e dalle rupi del Rifugio di Roccia.

CAPITOLO X
DIECI ANNI DOPO. JACK HA LA PEGGIO NELLA LOTTA CON UN
CINGHIALE. SI ABBATTONO LEONI. FRITZ RISOLVE
L'ENIGMA DELLO SCOGLIO FUMANTE. VIENE SALVATA LA
SIGNORINA JENNY.
DOPO LUNGA, lunga pausa, dopo l'assoluto silenzio di quasi otto
anni riapro il nostro diario. Sfogliando i capitoli gi scritti ripenso a
quelli che sarebbero seguiti e che non ho scritto. Somigliano ai primi,
come un anno stato uguale all'altro. Escursioni e caccia si sono
alternate con ore di pesante lavoro; scoperte e successi si sono
avvicendati con delusioni. Sguardo acuto e mano ferma, sangue
freddo nel momento del pericolo, lieta fiducia nelle avversit e
sempre viva gratitudine per tutti i doni della generosa madre natura;
ecco i frutti che ci ha elargito il nostro insolito destino. In verit una
messe benedetta. Dieci anni ci sono volati via, dieci anni di
solitudine, di severo faticoso operare, dieci anni di pace, di felicit.
Hanno lasciato anche le loro tracce, fili d'argento sono mescolati ai
miei capelli, le mani avvezze al lavoro sono ruvide, scabre, callose.
La mammina quasi tutta bianca. La sua delicata costituzione stata
molto scossa dalle intemperie e dagli strapazzi talvolta eccessivi
della nostra operosa vita di gente isolata dal mondo. Alcuni attacchi
di febbre cocente ci hanno fatto a tratti temere per la sua vita. Oggi
per i suoi occhi buoni si posano su di me con il consueto sguardo di
gioia serena.
Mammetta, le dico, hai un aspetto magnifico! Come
stanno bene i tuoi capelli bianchi sul viso abbronzato dai colori della
salute! In verit, una vista che riconforta, specie se penso come stavi
male l'anno scorso, dopo l'ultima malattia.
Beh! risponde lei, l'anno scorso non ero davvero molto
in gamba, ma oggi posso ancora competere con voi tutti!
I miei quattro ragazzi sono diventati quattro giovanotti. La lotta
per l'esistenza - che nel nostro caso non pu essere intesa in senso
figurato, ma proprio alla lettera - ha sviluppato anzitempo le loro
capacit fisiche fino a una rara compiutezza. Il continuo contatto con
la natura che in un vivo avvicendarsi si lasciata strappare con la
forza i suoi doni o li ha prodigati spontaneamente con dovizia, ha
conservato loro l'animo onesto e allegro, gli occhi vigili. La loro
traboccante vitalit, che in queste eccezionali condizioni avrebbe
potuto facilmente trasformarsi in brutalit, stata moderata e
addolcita dalla presenza della loro madre, la migliore amica di un
adolescente. Il rispetto affettuoso con cui i miei quattro selvaggi si
sono sempre sottomessi, anche nei loro estri pi contraddittori, al
tenero, grave sguardo della mamma mi d la certezza che il profondo
rispetto verso la nobile autentica femminilit ha messo radici nei loro
cuori, come un seme ben custodito, e li accompagner pi avanti
nella loro vita come una memoria protettrice.
Un efficace contrapposto all'attivit puramente fisica stato
inoltre per noi fin dai primi anni lo studio delle scienze. Il nostro
splendido patrimonio bibliografico divenuto nel corso degli anni
sempre pi un'autentica miniera di soddisfazioni e di
ammaestramenti. Il lavorare insieme, il fondersi o il competere delle
diverse intelligenze nella nostra piccola societ sono stati
particolarmente adatti a vivificare il nostro studio e a mantenere
sempre desto l'interesse. Il piccolo museo di storia naturale mostra
oggi una serie di collezioni e di rarit che pi di un professore
europeo potrebbe invidiarci.
Anche la formazione religiosa dei miei figli, compiutasi nel
silenzio, vicino al generoso cuore della natura, lontano dal traffico e
dal frastuono del mondo i cui buoni o cattivi influssi non sono
potuti giungere fino a noi si sviluppata in modo particolarmente
profondo. Essi sono stati in un certo senso sempre pi vicini al buon
Dio delle centinaia dei loro compagni cresciuti nella polvere e nel
brulichio dei casamenti, nell'affannoso agitarsi delle grandi citt. In
nessun altro luogo Dio parla ai suoi figli in modo pi amoroso e
vivo, grave e commovente, che nella sommessa o impetuosa voce
della natura. Al suo fascino, alla sua maestosa bellezza si schiude il
cuore; al suo minaccioso aspetto, ai suoi orrori, si inchina tremante lo
spirito. Dappertutto l'Onnipotente, l'Essere infinitamente buono,
giusto, di cui avvertiamo la presenza e accettiamo l'immensa
sapienza.
Anche in un altro senso l'assoluta solitudine in cui sono cresciuti
ha influito sullo sviluppo dei miei figli. Non sono diventati dei
signorini, nel senso che comunemente si d a questa parola. Non
sanno ballare il valzer, non sanno fare l'inchino, n dire frasi brillanti.
Non sanno neppure quello che in societ pu essere talvolta
necessario, per esempio come si pu costruire su un nonnulla una
lunga conversazione. Quando non hanno nulla da dire, tacciono. Il
loro modo di fare ha conservato assieme alla freschezza di una
fiorente virilit anche l'inconfondibile profumo della fanciullezza.
Sono pi vigorosi e robusti ma, come facile capire, anche pi
indocili e fieri di quanto sarebbero diventati in Europa. I tempi in cui
mi chiedevano il permesso per ogni escursione sono ormai passati da
un pezzo. Spesso non so per mezze giornate o per giorni interi dove
vadano a scorrazzare specialmente i due grandi, perch anche Ernst
sa essere svelto parecchio, quando viene eccitata la sua avidit di
apprendere.
Ha combattuto energicamente la pigrizia e l'amore per i comodi e
adesso, quanto a sangue freddo, in gamba come Fritz che, con i
suoi ventisei anni, i baffi neri e la capigliatura scura e ondulata, sotto
cui lampeggiano i suoi occhi castani, una perfetta immagine della
forza virile. Il biondo Ernst, sebbene di due anni pi giovane, l'ha gi
superato in altezza. La sua corporatura pi snella, pi longilinea,
pi smilza. La sua resistenza fisica non raggiunge nemmeno
lontanamente quella del fratello. In J ack invece, ventiduenne, si
ritrova di nuovo la statura non molto alta di Fritz in un corpo per
pi sottile, fatto pi per la destrezza e il dinamismo che per le fatiche
vere e proprie. In Franz infine, che ora ha vent'anni, c' una certa
mescolanza delle diverse caratteristiche fisiche e spirituali dei
fratelli. Ha molta sensibilit come Fritz e come Ernst, ma la
scaltrezza di J ack diventata in lui prudenza, poich essendo il pi
piccolo si spesso dovuto difendere dai tiri mancini dei fratelli.
Essendo il pi giovane, anche l'unico a cui per il momento
ovviamente secondo il giudizio di J ack negato l'onor del
mento. J ack accarezza con non poco orgoglio il suo mascolino
ornamento che sino ad ora costituito soltanto da una modesta
lanugine, per inconfondibilmente nera. Almeno non deve stare pi a
guardare oziosamente quando Ernst liscia con le dita i suoi bei baffi
morbidi e biondi.
Quanto alla nostra economia agricola, essa ha pienamente
mantenuto il suo intrinseco carattere, solo che nel corso degli anni
sono stati apportati a poco a poco abbellimenti e migliorie di ogni
genere. Il Rifugio di Roccia sempre la nostra residenza invernale o,
se si vuole, il palazzo governativo, mentre il Nido dei Falchi ci serve
come abitazione estiva o villa di campagna. Le ampie stalle per ogni
sorta di bestiame, gli alveari che abbiamo molto ingrandito,
l'impianto di una serie di colombaie per l'allevamento di animali
europei, sono gli oggetti a cui si rivolge la nostra principale
attenzione. Al Rifugio di Roccia ci sono, parecchie nuove comodit.
Lungo tutta la facciata dell'abitazione, adesso, corre un portico
coperto da una tettoia che, scendendo dalla parete rocciosa, poggia su
quattordici imponenti colonne di tronchi d'albero. Attorno ad esse si
attorcigliano piante di vaniglia e di pepe che si arrampicano fin sopra
la tettoia, ricoprendola. Un tentativo fatto con la vite non riuscito
bene, a causa del caldo riverbero del sole. Di solito, per riposarci dal
lavoro, specie la sera all'ora di cena, ci sediamo sotto il portico vicino
ad una fontana zampillante che riversa le sue acque nella famosa
corazza della grande tartaruga. Anche nell'altra ala del loggiato, che
potremmo chiamare anche pergola, stata collocata una frusciante
fontana che temporaneamente versa il suo getto in una vaschetta di
bamb. Per mezzo di tubi fatti con canne di bamb possiamo
all'occorrenza utilizzare il deflusso delle due fontane per irrigare le
colture pi vicine. Abbiamo anche costruito alle due estremit del
porticato, sulla tettoia che ricopre le fontane, un altro tetto pi alto di
foggia cinese, sicch le due ali chiudono ora il loggiato con un effetto
molto leggiadro. Due larghe rampe lungo questo loggiato conducono
dentro la casa. Nel mezzo, davanti alla porta principale sono
interrotte, com' naturale, da un ingresso in leggero declivio.
Dell'asperit della costa, che ci spaventava tanto all'inizio del
nostro soggiorno al Rifugio della Tenda, oggi non c' pi traccia. Il
nostro instancabile lavoro, favorito dal magnifico clima e dalla buona
qualit del terreno, nel corso degli anni ha fatto di questo pezzo di
terra, una volta selvaggio e brullo, un piccolo paradiso che, cinto a
destra dallo scrosciante Torrente degli Sciacalli e a sinistra dalle
rocce inaccessibili e dall'estesa Palude delle Anatre, offre la perfetta
beatitudine di un delizioso rifugio per uomini e animali. Anche
l'Isolotto del Pescecane di fronte alla baia non pi da un pezzo lo
scoglio deserto che una volta, con la sua vista desolata, rendeva
sgradevole il soggiorno al Rifugio di Roccia. Palme di cocco e pini
dondolano dolcemente le verdi cime al vento marino; grandi alberi di
manghi lungo la riva proteggono il suolo sabbioso dall'azione erosiva
delle onde e la guardiola tra il cannone piazzato minacciosamente e il
pennone della bandiera occhieggia sull'immensit dell'Oceano.
Tra l'abitazione nella roccia e il Torrente degli Sciacalli su fino
alle sorgenti di esso, ci sono le nostre piantagioni, diventate ora
veramente notevoli, oltre ai giardini e a un piccolo campo. Il campo
pi grande, oltre il torrente, si trova anch'esso sotto i nostri occhi.
Una stecconata di bamb assieme ad una fila di fichi d'India si
estende in linea retta con le colonne del loggiato verso il Torrente
degli Sciacalli; serve a proteggere le piantagioni nella parte in cui la
parete rocciosa e il torrente non offrono abbastanza sicurezza. Lo
spazio interno di questo triangolo riempito, oltre che dal piccolo
campo di cereali e da una coltivazione ancora pi limitata di cotone,
anche da un gran numero di erbaggi, da un riquadro di canne da.
zucchero, da un'aiuola di opunzie cocciniglifere e dal ben noto
frutteto di alberi europei. Questi ultimi in fondo hanno allignato
veramente bene, specialmente gli alberi del pistacchio, mandorlo,
noce, pesco, arancio e limone, mentre con la vite abbiamo ottenuto
soltanto una piccolissima produzione, di mediocre qualit per giunta.
Il duplice filare, che dal Rifugio di Roccia arriva al Nido dei
Falchi, ha prosperato a meraviglia perch qui gli alberi sono pi
discosti gli uni dagli altri e ricevono dall'aria marina il refrigerio
indispensabile. Devo per confessare che coltiviamo e curiamo con
amore una parte degli alberi da frutto europei principalmente per
attaccamento alla nostra madrepatria, poich il clima torrido cos
sfavorevole ai meli, ai peri, ai ciliegi e ai susini che ne ricaviamo
soltanto poca frutta e di scarso valore. Tuttavia gli aranci, i limoni,
gli ananas e le anone
15
ci ripagano copiosamente dell'insuccesso.
Si capisce che nel corso degli anni aumentato anche il numero
degli attrezzi e strumenti per lo sfruttamento delle svariate qualit di
raccolto. Tutti quanti lasciano ancora molto a desiderare, ma
dobbiamo accontentarci e del resto adempiono pienamente alla loro
funzione. Innanzi tutto c' il torchio per le canne da zucchero, di cui
abbiamo faticosamente messo insieme le parti che stavano riposte tra
gli oggetti ricuperati dal relitto, e che ora viene azionato attaccando
uno degli animali da tiro. Quattro caldaie di rame destinate alla
raffineria dello zucchero, che inizialmente avevamo adoperato per
custodire la polvere da sparo e che col tempo erano rimaste vuote,
sono state murate una accanto all'altra in una specie di stufa costruita
a regola d'arte. Una macina a torchio per ottenere l'olio delle noci,
mandorle e olive, sostituisce ora il vecchio noioso torchio da
farmacia col quale non volevamo pi a lungo infastidirci. Un'altra
macchina ci serve per parecchi usi; in primo luogo per maciullare il
lino, mediante una rotonda pietra da macina, invece di batterlo come
facevamo una volta; in secondo luogo per spremere mediante un
rullo di legno i grappoli d'uva dopo la sospirata vendemmia, e infine
per frantumare i semi di cacao per mezzo di una pietra piatta che gira
lentamente. La base o vasca della macina una grande pietra di
steatite un po' incavata che appena presa dal suo giacimento si
lasciava lavorare molto facilmente, ma che asciugata all'aria e
opportunamente lavorata al fuoco ha acquistato una straordinaria
durezza. Questa pietra ha un bordo alto nove pollici circa e poggia su
un forno costruito a terra per cui, all'occorrenza, pu essere
riscaldata,
A poco a poco, ammaestrati dall'esperienza, abbiamo protetto con
tettoie e pareti gli impianti all'aperto sicch anche durante la stagione
delle piogge possiamo lavorarvi intorno senza fastidio. Tutti gli
allestimenti che producono sporcizia o cattivo odore, come la concia
delle pelli o la preparazione delle candele di sego, vengono eseguiti
come prima nell'Isolotto della Balena. Il laboratorio per tali faccende

15
Frutto tropicale originario delle Antille. (N.d.T.)
stato ricavato facendo saltare la roccia al di sotto di una sporgenza
naturale e cos sufficientemente protetto dai danni delle intemperie.
A Waldegg stata creata una regolare piantagione di cotone e la
palude del riso stata trasformata in una risaia vera e propria, che ci
compensa delle fatiche spese con splendidi raccolti. Non abbiamo
trascurato nemmeno Hohentwiel, da' cui ricaviamo regolarmente
considerevoli scorte di capperi che conditi col pepe vengono
conservati sott'aceto per essere consumati pi tardi. Ogni anno subito
dopo la stagione delle piogge spuntano anche le nuove foglie delle
piante da t che vengono raccolte con ogni cura, seccate e conservate
in vasi a chiusura ermetica. Immediatamente prima del periodo delle
piogge invece partiamo animosamente per il raccolto delle canne da
zucchero mature e del miglio palustre. Da Hohentwiel naturalmente
di tanto in tanto facciamo anche una piccola escursione verso la
Chiusa per vedere se elefanti o altri animali pericolosi si sono aperti
un varco o se qualcuno rimasto preso nei lacci o nelle bocche di
lupo.
I nostri animali domestici, volatili e quadrupedi, si trovano in
ottime condizioni e si sono moltiplicati. Ci vale specialmente per i
colombi e i polli; questi ultimi sono diventati una vera popolazione,
perch con l'aiuto dei magnifici volatili indigeni la razza si
migliorata. Il nostro pranzo non manca mai di squisiti galletti o di
piccioni arrosto e pi di un proprietario terriero potrebbe invidiare la
nostra scorta di uova sempre fresche. Dei vitelli che nascono tutti gli
anni ne abbiamo allevati due, un toro di gran coraggio e straordinaria
forza e una graziosa brava mucca che si chiama Bianca per il colore
chiaro del suo pelame, mentre il toro per i suoi ruggiti minacciosi
stato chiamato Bruii. Entrambi sono stati addestrati, si capisce, tanto
alla sella quanto al tiro e al trasporto carichi, esattamente come
Freccia e Rapido, due giovani asini, regalatici da Folgore.
Naturalmente anche il numero dei maiali aumentato enormemente e
gi da un pezzo siamo stati costretti a trasferire le bestie pi vecchie
dalla zona costiera alla steppa dell'entroterra. Anche il bestiame
minuto si moltiplicato allo stesso modo e ora possiamo non solo
macellarne senza pensieri - infatti sulla nostra tavola si alternano
piacevolmente agnelli e selvaggina - ma ne abbiamo lasciato andare
una parte allo stato brado nei luoghi incolti ed ora nelle nostre partite
di caccia ne ritroviamo ogni tanto qualche capo confuso con le
gazzelle. Con particolare amore alleviamo e curiamo nell'Isola del
Pescecane alcune delicate, leggiadre antilopi che si riproducono solo
lentamente. Poco tempo fa ne abbiamo portato una giovane coppia
nel cortile del Rifugio di Roccia, ricco di cespugli, per rallegrarci alla
vista delle graziose creature e dei loro divertenti balzi. Dei cani
abbiamo lasciato in vita per il momento soltanto un cucciolo del
bravo Cacciatore e anch'esso promette di diventare un ottimo
segugio. J ack lo ha chiamato Coco. un nome breve che pure
risuona da lontano, destando un'eco magnifica nei boschi e nei
crepacci.
Dopo questo sguardo retrospettivo riprendo il filo del mio
racconto.
Come ho gi detto, i miei figli, per quel che riguardava la libert
dei loro movimenti, si erano abbastanza affrancati dall'autorit
paterna. In generale questo mi faceva piacere; non erano pi
ragazzetti e dovevo stare attento ad assicurare loro tempestivamente
l'autonomia. Chi poteva mai sapere che cosa ci riservava ancora la
vita e per quanto tempo avrebbero potuto chiedere consiglio al padre
e alla madre?
Cos una volta Fritz era sparito fin dal mattino dal Rifugio di
Roccia. Solo verso sera capimmo dall'assenza del caiak che doveva
aver fatto una gita per mare. Ci recammo quindi sull'alta guardiola
dell'Isola del Pescecane per scrutare il pi lontano possibile alla
ricerca del nostro fuggiasco; facemmo svolazzare al vento anche la
bandiera e caricammo il cannone per le segnalazioni. Per un pezzo
non vedemmo nulla; infine per scorgemmo un piccolo punto nero
sulla superficie del mare, ancora rischiarata dalla luce del sole e non
pass molto che potevamo gi discernere col cannocchiale il nostro
signor groenlandese nel suo caiak. Vogava ritmicamente sullo
specchio d'acqua e si avvicinava alla costa del Rifugio di Roccia,
bench pi lentamente di quanto mi aspettassi.
Numero uno, fuoco! comand allora Ernst, come ufficiale
di guardia e J ack fece fuoco rapidamente. Poi tutti prorompemmo in
un lieto urr e ci affrettammo a scendere dall'altura fino a riva per
arrivare, se possibile, prima di Fritz ed accoglierlo sulla spiaggia.
Avevo appena raggiunto la Baia della Salvezza che subito vidi che
cosa aveva rallentato la sua corsa; una pesante preda galleggiava
infatti legata al fianco del suo caiak. Dietro l'imbarcazione veniva
rimorchiato un altro sacco di ragguardevoli dimensioni che doveva
essere ugualmente d'impaccio.
Benvenuto, Fritz, benvenuto! gli gridai ancora da lontano.
Da quale terra o da quale mare? Hai fatto buona caccia a quanto
pare perch ti vedo carico come un carro da trasporto. Dove sei stato
a gironzolare, birbante? Beh, la cosa pi importante riaverti qui di
nuovo sano e salvo.
Certo, rispose Fritz, sto benone. Ho fatto un ricco bottino
e scoperte scoperte, vi dico, che ci richiameranno l molto presto.
Il caiak era appena approdato e gi gli altri fratelli tra grida festose
lo alavano in secco con il rematore dentro e lo trascinarono fino alla
nostra abitazione; subito dopo furono trasportati su una barella un
informe gonfio animale marino simile a un grosso rospo e un sacco
pieno di grandi conchiglie piatte e spesse. Poi ci sedemmo tutti
intorno a Fritz che si era disteso per riposarsi, avidi di sentire il
resoconto del suo viaggio che gi sembrava quasi uscirgli
spontaneamente dalle labbra.
Non ti sarai arrabbiato, spero, caro pap, se sono partito senza
salutarti cominci Fritz. Avevo infatti una gran voglia di
esplorare una buona volta la zona oltre gli scogli in cui ho abbattuto
il tricheco. Non ero affatto sicuro del tuo consenso, poich l'esito
della gita era molto incerto, e cos decisi di svignarmela alla
chetichella e di rabbonirti in seguito col racconto del mio successo.
Di nascosto munii perci il caiak di viveri, acqua da bere, munizioni
e ogni sorta di arnesi per la pesca, aspettando con impazienza
l'occasione buona per partire.
Oggi la bella mattinata e il mare calmo mi hanno spinto
irresistibilmente ad attuare il mio piano. Me ne sono andato quatto
quatto mentre eravate ancora occupati in casa, ho preso all'ultimo
momento una buona accetta, ho chiamato l'aquila e quindi mi sono
imbarcato abbandonandomi alla corrente del Torrente degli Sciacalli,
che in poco tempo mi ha portato fuori della vostra vista. Osservavo
per con attenzione l'ago della bussola per ritrovare facilmente la via
del ritorno. Quando sono giunto oltre il posto in cui tanto tempo fa
abbiamo fatto saltare il vecchio relitto, ho avvistato in una zona, che
non doveva essere molto profonda perch l'acqua era particolarmente
limpida e calma, molti dei nostri cannoni pi grandi, sbarre di ferro,
palle e tanta altra roba che giaceva sul fondo. Peccato che ci
manchino gli attrezzi adatti a ricuperarli!
Da l mi sono diretto di nuovo diagonalmente ad ovest verso la
costa, passando tra le scogliere che parevano frammenti di un grosso
promontorio distrutto. Qua si accatastavano lastre e blocchi di pietra,
l emergevano dal mare o stavano proprio a pelo dell'acqua scogli
isolati e pezzi di roccia. Sulle rocce pi inaccessibili si erano
insediati uccelli marini in quantit, che dovevano avervi il loro nido e
svolazzavano intorno stridendo furiosamente. Dove invece c'era
qualche scoglio pi piatto ed accessibile si vedevano grossi animali
marini; parte Tonfavano distesi al sole, parte squittivano, stridevano,
sbuffavano, urlavano. Per lo pi stavano distesi a branchi, ognuno
secondo la propria razza, otarie, orsi marini, foche elefantine, ma
soprattutto trichechi. Vi confesso che fra tutti quegli animali
giganteschi non mi sentivo precisamente a mio agio e perci cercavo
di sgattaiolare inosservato tra gli scogli, anzich passare in mezzo ad
essi cavallerescamente a viso aperto.
Solo dopo un'ora e mezzo circa mi sono sentito del tutto al sicuro
e mi sono trovato davanti a un magnifico arco di roccia, che la natura
sembra aver costruito nel superbo stile gotico o antico germanico. Si
apre come l'arcata a sesto acuto di un enorme ponte; dall'altra parte
per la roccia si prolunga sul mare come un promontorio di
considerevole altezza.
Sono passato con cautela attraverso quell'arco naturale senza
trovare nulla di notevole e, uscito finalmente dall'altra parte, mi sono
trovato in una magnifica baia, formata dalla riva bassa e ridente di
una steppa sterminata, interrotta qua e l da diversi incantevoli
boschi, chiusa a sinistra da enormi rocce e percorsa e irrigata a destra
da un largo placido fiume. Di l dal fiume pareva estendersi una
vasta zona paludosa, e un denso bosco di cedri impediva infine ogni
altra vista.
Vogando lungo quella bella riva sul mare liscio come uno
specchio, ho notato a profondit diverse, soprattutto sul fondo
sassoso, banchi pi o meno estesi di grosse conchiglie della specie
dei bivalvi, come le ostriche. "Sar un cibo pi saporito e pi ricco"
ho pensato "delle piccole ostriche che troviamo alla Baia della
Salvezza". Perci con l'arpione del caiak ho staccato alcune
conchiglie dal fondo scoglioso, le ho raccolte nella rete a sacco, mi
sono accostato a riva e, senza nemmeno scendere dal caiak, le ho
gettate a terra e sono tornato subito indietro per fare un secondo
carico, che avevo deciso di portare al Rifugio di Roccia; per
conservarle meglio le ho rimorchiate per mare dietro il canotto,
chiuse nella solita sacca da viaggio.
Quando sono tornato al posto in cui poco prima avevo gettato le
conchiglie e mi sono guardato intorno per cercarle, le ho trovate sulla
riva tutte sciupate dal sole cocente e completamente aperte, il che mi
ha tolto ovviamente la voglia di mangiarne. Tuttavia ero curioso di
osservare un po' meglio le ostriche. Ho fatto allora diversi tagli nella
polpa dei molluschi e l'ho trovata dappertutto cos tigliosa che dubito
parecchio che si possano mangiare, anche se cotte. Qua e l anzi il
taglio incontrava qualcosa di duro, ho continuato a frugare e, guarda
un po', presto con la punta del coltello ne ho tratto fuori un paio di
chicchi pi o meno grandi che sembravano proprio di madreperla
tornita. Ho esaminato allora una per una tutte le ostriche. I graziosi
pisellini si trovavano per lo pi tra il mantello e la valva e uno di essi
era grosso perfino quanto una nocciola mezzo matura.
Ho raccolto qui insieme nel mio astuccio di bamb tutte le
palline che ho potuto trovare nelle ostriche. Guardale bene, babbo, e
se queste non sono le pi belle perle orientali, potete chiamarmi
pulcinella.
Fa' vedere, Fritz, fa' vedere! esclamarono i fratelli.
Perbacco, come sono belle, come splendono! Ma questa una
magnifica scoperta!
Certo, dissi, hai trovato un vero tesoro, caro figliolo, che
popoli interi ci invidierebbero, se venissero a saperlo. Ma senza
rapporti commerciali in verit queste meraviglie ci servono poco.
Tuttavia visiteremo al pi presto il luogo in cui hai trovato le
ostriche; la scoperta potrebbe essere in avvenire molto proficua per
noi. Ora per, va' avanti!
Quando mi sono un po' ristorato, mangiando e bevendo
qualcosa, continu Fritz, ho proseguito il viaggio a casaccio,
costeggiando la riva bassa, via via sempre pi frastagliata da
parecchie piccole insenature. Ma a causa della sacca piena di ostriche
che mi rimorchiavo appresso, non avanzavo gran che. Sono passato
davanti al fiume osservato prima; aveva un salto irrilevante ed era
ricoperto di bellissime piante acquatiche. Pareva quasi un prato ricco
d'erba, tanto pi che svariati uccelli marini, soprattutto palmipedi, vi
correvano sopra come su un terreno asciutto. Dopo aver rinnovato la
mia provvista d'acqua dolce nel fiume, mi sono affrettato a
continuare l'esplorazione dei confini della grande baia, che ho deciso
di chiamare Grande Baia delle Perle. Presto ho raggiunto il
promontorio opposto, che sta dirimpetto quasi simmetricamente
all'arco gotico. Considerata in linea retta, la distanza dall'arco al
promontorio pu essere forse di un'ora e mezzo o due ed entrambi si
prolungano molto sul mare; all'interno delle loro punte una scogliera
congiunge un capo all'altro, separando la baia dal mare aperto, tranne
in un punto che rimane libero, offrendo un comodo passaggio. Il
resto mi sembrato completamente riparato dagli scogli e dai banchi
di sabbia e rappresenta dunque un magnifico porto naturale a cui
manca soltanto una citt.
Ho tentato di sfruttare subito l'accesso appena scoperto anche per
uscire dalla baia, ma il flusso della marea, in quel momento appunto
nella sua fase ascendente, mi contrastava con tanta violenza che, per
non fare scuffia, ho dovuto rinunciare senz'altro al mio proposito. Per
conseguenza ho vogato lungo la scogliera verso il promontorio
esterno finch non l'ho raggiunto e poi ho proseguito costeggiando di
nuovo l'imponente parete rocciosa, senza incontrare pi alcun arco
come quello della parete opposta. Presto ho avvistato invece una
quantit di quadrupedi che mi sembravano grandi quanto una
comune foca. Un po' li vedevo aggirarsi sugli scogli, un po' giocare
nell'acqua, stuzzicarsi a vicenda, inseguirsi, immergersi e quindi
uscire nuovamente dall'acqua. Avevo una gran curiosit di osservarli
da vicino, meglio sarebbe stato ucciderne uno e portarlo via con me.
Ma erano anche troppo lontani perch potessero capitarmi a tiro e
inoltre temevo di non poter avvicinarmi abbastanza inosservato o di
ferire soltanto la preda che poi mi sarebbe sfuggita immergendosi.
Ho immobilizzato quindi il mio canotto dietro una sporgenza della
roccia e presa Lampo, la mia aquila, l'ho lanciata in aria verso il
branco degli animali. Come una freccia l'aquila piombata su una
bella bestia adulta e quasi in un attimo l'ha accecata. Saltando di
scoglio in scoglio mi sono precipitato sul campo di battaglia ed ho
ucciso la bestia col gancio d'accosto; con stupore mi sono accorto
allora che non c'era pi alcuna traccia delle altre, sparite tutte come
per incanto.
Ma come hai fatto, gli chiesi a questo punto, a riportare a
casa cos abilmente la tua preda? Perch davvero troppo pesante
per un'imbarcazione leggera come la tua.
Certo, c' voluta abbastanza fatica e riflessione, rispose
Fritz, poich a nessun costo l'avrei lasciata indietro e bench mi
fosse venuto in mente di attuare l'accorgimento dei groenlandesi,
cio di gonfiare d'aria la bestia (che era una lontra marina), non
potevo certo mettere la bocca tra pelle e carne dell'animale ucciso e
d'altra parte non prevedevo un risultato favorevole; con me non
avevo nemmeno qualcosa che fosse simile a un tubo e non avrei
potuto trovare sulla nuda roccia n canne n uncini.
Mentre me ne stavo cos a guardarmi intorno, come inebetito, mi
sorprese la gran quantit di uccelli marini che mi frullavano attorno
sempre pi vicino. Gabbiani, rondini di mare, albatri, aquile di mare
ed altri ancora mi venivano quasi addosso sfacciatamente, tanto che
alla fine, persa la pazienza, ho cominciato a menar colpi alla cieca
col gancio d'accosto. Per fortuna ho preso un grosso uccello cos
bene da gettarlo a terra stordito, con le ali distese. Era un magnifico
albatro che, almeno credo, i marinai chiamano "pecora" o "nave da
guerra". Mentre l'uccello giaceva cos davanti ai miei occhi, mi sono
caduti sotto lo sguardo all'improvviso i cannelli delle sue penne
remiganti, che potevano servire ottimamente allo scopo. In fretta ne
ho strappate alcune delle pi grandi e me ne sono servito per gonfiare
la lontra marina in modo che potesse mantenersi a galla. Ma era
anche tempo di pensare al ritorno; quindi ho tirato il caiak oltre il lato
esterno della scogliera, ho legato con ogni cura i tesori che avevo
appena conquistati sopra e dietro il caiak e, passando felicemente con
l'aiuto di Dio attraverso la risacca sino al mare aperto, mi sono
trovato in breve tempo di nuovo in acque conosciute. Gi da lontano
ho visto sventolare la nostra bandiera e dopo un po' ho udito anche il
rombo del cannone, segno della vostra gradita vicinanza.
Questo fu il racconto di Fritz e appena ebbe finito i miei si diedero
da fare attorno al suo bottino. Allora Fritz, vedendo tutti gli altri, non
esclusa la mamma, cos alacremente affaccendati, mi fece cenno di
seguirlo di nascosto in disparte. Lo seguii curioso fino ad una panca
piuttosto discosta.
Immagina un po', babbo, immagina che cosa strana mi
capitata oggi con l'albatro! Mentre lo tenevo in braccio, mi sono
accorto all'improvviso con stupore che una delle sue zampe era
avvolta da una striscia di lino. L'ho svolta subito e, osservandola
attentamente, ho notato che vi era stato scritto qualcosa con una
specie di lacca porporina e ho letto distintamente le seguenti parole
in lingua inglese: Salvate la sfortunata inglese dello scoglio
fumante!.
Che cosa dici mai? proruppi.
Fritz mi prese per un braccio. Nevvero? mi chiese con voce
repressa, quasi rauca, guardandosi intorno in cerca degli altri.
Oh, che cosa ho provato, babbo! Come fossi stato colpito dal
fulmine. Leggevo e rileggevo continuamente quelle parole! Dio
mio pensavo, verit o illusione? C' ancora un'anima viva in
questa sconfinata solitudine? Da dove pu esser venuta? Ma certo,
pensavo ancora, come siamo finiti qui anche noi, per tempesta o
naufragio! Oh, se potessi trovare quell'infelice e salvarla o almeno
portarle conforto e speranza! Povera creatura!
Agitato da quei pensieri cercavo intanto di far rinvenire il povero
uccello; ho bagnato rapidamente una penna, cos mozza com'era,
nella ferita insanguinata della lontra e ho scritto prima sulla striscia
di stoffa trovata, ma poi anche su un pezzo di tela strappata dal mio
fazzoletto, le seguenti parole in inglese: "Confidate in Dio! Forse la
salvezza vicina!".
Subito dopo ho legato le due pezzuole attorno alle zampe
dell'albatro affinch la povera inglese se mai riuscir a rivedere
l'uccello possa subito accorgersi, vedendo due strisce anzich una,
che l'albatro stato in mani estranee. Ho infatti pensato: "La
naufraga avr certo addomesticato almeno in parte l'albatro e questo
ritorner prima o poi da lei sullo scoglio fumante, che forse non
molto lontano da qui".
Con un po' di idromele corroborante sono riuscito a far rinvenire
l'uccello stordito, che si mosso incerto sulle zampe, ha disteso le ali
e, dopo un timido tentativo, tutt'a un tratto volato via
precipitosamente verso ovest.
Sono rimasto sbalordito e deluso, giacch avevo sperato di poterlo
seguire remando. Ma in un baleno l'avevo gi perduto di vista.
Ora per, babbo, mi tormenta di continuo il pensiero: arriver
mai il messaggio alla sfortunata inglese? Dove sar mai rifugiata?
Riuscir a trovarla e a trarla in salvo?
Mio caro figliolo, gli dissi, questo certamente
l'avvenimento pi straordinario di tutti quelli che ci sono accaduti
finora e mi rallegro dell'accortezza con cui ti sei comportato. Hai
fatto bene a confidarti per il momento solo con me. Una tale notizia
causerebbe soltanto un'agitazione generale senza alcun giovamento,
tanto pi che non possiamo sapere esattamente quando la striscia sia
stata scritta. Potrebbe essere accaduto parecchio tempo fa, e in tal
caso l'inglese potrebbe essere gi morta; non sappiamo nemmeno se
la donna non sia stata sbattuta dalla tempesta in un luogo tanto
lontano da rendere impossibile il suo ritrovamento. Infatti, come
noto, l'albatro un potente volatore, capace di percorrere enormi
distanze volando e aiutandosi con le correnti aeree e potrebbe esser
giunto da molto lontano impiegando solo pochi giorni fino al luogo
in cui tu l'hai preso. Ora per torniamo dagli altri, debbo fare una
dichiarazione che ti riguarda.
Tenendoci per mano ci avvicinammo al cerchio dei nostri cari che,
presentendo qualcosa di particolare, si disposero in silenzio come per
un solenne ricevimento; alzai la voce e dissi in tono grave:
Ecco, madre, presento a te tuo figlio e a voi, figlioli, il vostro
fratello maggiore, col riconoscimento ufficiale che egli gi da lungo
tempo, ma soprattutto in quest'ultima occasione ora descrittaci, si
dimostrato cos attivo, coraggioso e saggio da essere considerato da
me d'ora in avanti come un giovane assolutamente indipendente;
desidero che anche voi tutti lo rispettiate come tale. Da questo
momento in poi star al mio fianco come un amico. Pu agire
secondo la propria volont e il proprio giudizio; lo dichiaro quindi
formalmente libero dalla mia autorit paterna.
Fritz era molto commosso dalla scena solenne. La mamma con le
lacrime agli occhi per la gioia lo trasse a s, gli diede un bacio
affettuoso e si allontan in fretta per preparare, come disse lei stessa,
un pasto particolarmente sontuoso per festeggiare la giornata.
I fratelli si congratularono di cuore con Fritz per la sua
emancipazione e tutti quanti celebrammo l'avvenimento con canti di
gioia e seri conversari, sino a notte inoltrata.
L'indomani, appena le solite faccende della mattinata furono in
qualche modo sbrigate, i quattro giovanotti mi tempestarono di
preghiere affinch si partisse senza indugio per la pesca delle perle.
Piano, piano! fu la mia risposta. Perch il lavoro proceda
bene, bisogna anche provvedersi degli strumenti adatti. Se mi lasciate
predisporre con cura l'operazione e se ognuno di voi procura
qualcosa di utile per la gita, anch'io verr volentieri con voi.
Ci mettemmo senz'altro all'opera tutti insieme; io stesso forgiai
due rastrelli di ferro pi grandi e due pi piccoli e li munii di robusti
manici di legno. Ai due rastrelli pi grandi fissai degli anelli di ferro,
per legarli alla barca per mezzo di cavi; in tal modo vogando nella
barca, li avremmo tirati lungo il fondo, dove potevano trovarsi le
ostriche perlifere. Franz aiut la madre a confezionare lunghe reti a
sacco che, fissate ai rastrelli pi grandi, dovevano servire a
raccogliere immediatamente le conchiglie, via via che venivano
asportate dal fondo marino.
Fritz era molto solerte, ma anche molto taciturno e se ne stava
sempre in disparte affaccendato in un lavoro di sua iniziativa che
consisteva nel praticare nella copertura del caiak un'altra imboccatura
per un secondo sedile, il che mi svelava abbastanza chiaramente la
sua segreta speranza. I fratelli invece trovarono naturale che egli
pensasse a preparare un posticino accanto a s per uno o l'altro di
loro e Fritz lo lasci loro credere senza contraddirli.
Perfettamente equipaggiati di viveri e attrezzi, una mattina che
vento e mare ci sembrarono particolarmente favorevoli, partimmo
pieni di ansiosa speranza accompagnati dagli auguri affettuosi della
mamma e di Franz che rimasero al Rifugio di Roccia.
Percorremmo in breve tempo il cammino che Fritz ci aveva
precedentemente descritto e arrivammo prima di sera alla Baia delle
Perle. Ci preparammo subito per la notte. I cani rimasero a riva
vicino al fuoco acceso, dove si trovarono perfettamente a loro agio.
Noi invece dormimmo nella barca che avevamo ancorato ad una
certa distanza dalla riva, ma sempre in modo da poter proteggere con
i fucili, in caso di pericolo, la nostra truppa di terra. Dormimmo
anche al caldo e placidamente, bench da principio l'ululato di alcuni
sciacalli sulla costa ci avesse un po' preoccupati.
Allo spuntar del giorno eravamo gi tutti svegli; sbarcammo e,
dopo aver fatto una sostanziosa colazione calda, ben presto
remavamo senza perder tempo verso il banco delle ostriche, dove con
i rastrelli, le reti e gli altri attrezzi pescammo in poco tempo una
grande quantit di conchiglie. Il buon esito ci diede la voglia di
perseverare in quel lavoro monotono, tanto quel giorno che nei due
giorni successivi e raccogliemmo cos un imponente mucchio, che
disponemmo poi sulla riva in una massa compatta come un cubo un
po' allungato.
Ogni sera, circa un'ora prima che si apparecchiasse la cena,
solevamo fare un giro nei dintorni della costa e tornavamo sempre
con qualche bel capo di selvaggina, pernici, piccoli calandri, o altri
animali del genere.
L'ultima sera della pesca delle perle ci prese una gran voglia di
addentrarci un po' pi del solito nel bosco vicino, dove ci sembrava
di aver sentito gridare tacchini o pavoni, di cui sentimmo subito un
gran desiderio. Nello stesso tempo per speravamo di scovare
eventualmente anche selvaggina di pelo.
Ernst era andato un po' pi avanti col bravo Fulvo; J ack, ad una
certa distanza dietro di lui, bighellonava tra l'erba alta col suo
Cacciatore, mentre io e Fritz ancora sulla riva volevamo prima
mettere un po' in ordine i nostri attrezzi di lavoro. In quella si sent
improvviso uno sparo subito seguito da un grido di spavento e da un
secondo colpo. Immediatamente Bill e Bruno scattarono in direzione
degli spari.
Qui c' qualcuno in pericolo grid Fritz, correndo con
altrettanta rapidit verso il luogo da cui si levava il frastuono, e nello
stesso tempo tolse all'aquila il suo cappuccio. Poi la lanci in alto
davanti a s e spar un colpo di pistola; immediatamente dopo,
anzich il precedente grido d'allarme, sentii il grido di gioia:
Vittoria! Vittoria!
Si capisce che stavo gi correndo verso il presumibile campo di
battaglia; pensai allora di poter moderare il mio passo di carica.
Tuttavia non passarono nemmeno due minuti ed ecco che scorsi fra i
tronchi d'albero J ack che, sorretto da Ernst e da Fritz, mi veniva
incontro vacillando come un paralitico.
Dunque, grazie a Dio, sta ancora in piedi pensai e non gli
andata poi cos male come avevo temuto. Perci non gli dissi nulla,
ma richiamai i cacciatori e provvidi a farli riposare nel solito posto
vicino alla riva, dove avevamo rizzato per le nostre necessit un
tavolo, in verit piuttosto miserello, e un paio di panche.
Quando i tre giovanotti mi si furono accostati, J ack cominci a
gemere, a lamentarsi, a piagnucolare pietosamente, tastandosi
spaventato tutto il corpo e dicendomi, mentre mi indicava pi di
venti punti diversi: Ecco, mi fa male qui, e qui, e qui, e qui. Sono
tutto pesto come un chicco di pepe nel mortaio.
Tuttavia esaminandolo pi attentamente non trovai nient'altro che
ecchimosi, di quelle che appaiono dopo un urto violento e dopo una
percossa; in breve, tutto si riduceva a un indefinibile dolore nei
muscoli.
Via, via! esclamai, a giudicare dall'apparenza, il dolore
non dovrebbe essere cos insopportabile. Qualche ammaccatura, non
vedo niente altro; questo non deve far perdere la testa a un giovane
cacciatore valente come te. Ma che cosa stato?
Altro che ammaccature! ribatt J ack. Pestato,
schiacciato, quasi maciullato sono; per un pelo quella bestiaccia non
mi ha sbudellato e allora, adieu giovane cacciatore! Ma i bravi cani e
Lampo, l'aquila di Fritz, hanno mostrato alla belva dove il diavolo
tiene la coda.
Su, parla una buona volta! Che genere di belva ti ha dunque
massaggiato?
Oh! esclam Ernst, era un orribile cinghiale d'Africa con
mostruose escrescenze di carne sotto gli occhi e alle tempie, con le
zanne lunghe mezzo piede e un grugno largo un palmo col quale
rivoltava il terreno scavando solchi veri e propri, come fa il vomere
dell'aratro.
Beh! Allora il pericolo c' stato davvero. Ora cureremo e
ristoreremo un pochino il povero J ack. Intanto la paura passata.
Diedi al paziente un bicchiere di spumante di nostra produzione e
gli lavai con quello anche le contusioni, lo portai poi nell'alloggio
notturno della barca, dove il giovanotto si addorment cos presto e
pacificamente che non ebbi pi alcun timore per la sua salute.
Ora per, dissi a Ernst, appena tornato a riva, raccontami
la storia del cinghiale d'Africa, perch non ho ancora ben capito
come si svolta la vicenda.
Ero entrato per primo nel boschetto assieme a Fulvo,
cominci Ernst, quando il cane si staccato da me all'improvviso,
precipitandosi nella macchia. La bestia doveva stare rintanata l,
perch tutt'a un tratto uscita di furia dall'intrico, soffiando e
stronfiando paurosamente. Mi sono spaventato non poco, poich il
mostro aveva un aspetto poco rassicurante, quando si fermato ad
una certa distanza, affilando le zanne ad un albero. Nel frattempo
anche J ack era entrato nel bosco e appena Cacciatore ha fiutato da
vicino la selvaggina si slanciato ululando e girando attorno al
cinghiale, assieme a Fulvo, per scoprirne il lato debole. Mi sono
avvicinato con prudenza alla bestiaccia, nascondendomi dietro ogni
albero per arrivare non visto a una buona distanza e sparare con
sicurezza. Frattanto Cacciatore si fatto avanti in modo piuttosto
avventato, buscandosi dalla bestia che rinculava una zampata tale da
farlo vacillare mugolante. J ack se ne indispettito, saltato fuori, ha
fatto fuoco e ha mancato, o almeno ha preso solo di striscio,
superficialmente, il cinghiale. Si capisce che a questo punto la bestia
si infuriata sul serio e gli si scagliata contro. J ack scappato via
subito; ho tirato per venirgli in aiuto, ma ho colpito male, facendo
inferocire la bestia ancora di pi. Il nostro ragazzo correva come un
ottentotto e sarebbe certo riuscito a farla franca se non avesse
inciampato in una radice d'albero. Nell'attimo in cui la belva si
gettava su di lui, Fulvo e Cacciatore sono riusciti ad attaccarla da
dietro sicch, per difendersi dai suoi nuovi aggressori, la bestiaccia
non ha pi potuto fare nessun danno serio a J ack. In quel momento
sono arrivati anche Bill e Bruno, che l'hanno afferrata per le orecchie,
mentre l'aquila piombava su di essa come un lampo, come dice il suo
nome, e cos Fritz ha potuto avvicinarsi senza pericolo per darle il
colpo di grazia con la pistola. Allora abbiamo aiutato il dolorante
J ack a tirarsi su ed eccoci qua, come eroi coperti di ferite che tornano
da una battaglia.
Fui costretto a ridere, tanto pi che gli eroi gravemente feriti
durante il racconto si erano messi bravamente a preparare la cena.
Del resto il calar della notte ci spingeva con una certa urgenza a
cenare e a riposare regolarmente. Avremmo voluto che i cani
rimanessero vicino alla riva ma, senza che ce ne fossimo accorti,
erano rimasti presso il cinghiale abbattuto e ci sembr troppo tardi
per andarli a prendere. Accendemmo quindi alla svelta il solito fuoco
di guardia, mangiammo un po' di cibo freddo e ci ritirammo infine
nella barca dove passammo la notte tranquillamente, senza che nulla
di particolare turbasse i nostri sonni, come fossimo stati al Rifugio di
Roccia.
L'indomani per tempo, ben equipaggiati, ci mettemmo in
cammino verso il campo di battaglia per esaminare il cinghiale
caduto e vedere il modo di utilizzarlo. Lasciammo per a letto il
povero J ack che dopo la sua paurosa avventura aveva certo bisogno
di riposare pi a lungo.
Appena ci avvicinammo alla macchia, Cacciatore saltando di gioia
ci venne incontro con gli altri cani che, incolumi, avevano fatto la
veglia funebre al cinghiale. Presto fummo sul posto e veramente le
dimensioni della belva uccisa, e soprattutto il suo aspetto mostruoso,
mi riempirono di stupore. Mi parve che la spaventosa bestia avrebbe
potuto reggere il confronto col bufalo selvatico e perfino col potente
leone.
Mentre in silenzio guardavo fisso il cinghiale, Fritz esclam tutto
allegro: Perbacco, che bella occasione per sostituire i prosciutti
della Westfalia che abbiamo digerito gi da un bel pezzo! Davvero,
qui si possono ricavare dei cosciotti ancora pi grossi di quelli.
E non dobbiamo dimenticare nemmeno la testa, osserv
Ernst, che J ack ha diritto di esporre al museo. Prima, per,
sarebbe necessario portare questo corpo massiccio di l, a riva, per
squartarlo con ogni comodit come meglio ci pare.
Certo, afferm Fritz, anche questo si potrebbe fare.
Allora avanti, dissi, per temo che un cinghiale d'Africa
adulto dia un arrosto poco saporito, esattamente come un cinghiale
europeo adulto.
Fritz intanto aveva abbattuto un gran numero di rami da un albero
folto e frondoso. I rami furono legati insieme, distesi per terra e
muniti delle funi occorrenti, di cui avevamo portato una buona scorta
per ogni eventualit.
Fu poi stabilito che ci saremmo accontentati della testa, delle
quattro zampe, delle cosce e delle spalle. La bestia fu dunque
squartata sul posto. Con i fasci dei rami preparammo cinque traini;
davanti a tre di essi attaccammo i nostri tre cani; io presi il quarto,
Ernst e Fritz il quinto. Ogni cane trascinava uno degli arti e lo stesso
facevo io, mentre i due fratelli trasportavano la colossale testa con
cui pensavamo di far piacere a J ack. Ci volle certo una bella fatica
per far avanzare ordinatamente quel bestiame da tiro di nuovo
genere, tuttavia giungemmo a riva senza perdere troppo tempo.
Staccammo allora dai traini i cani ringhianti che in un baleno
scapparono via tornando di filato nel boschetto; evidentemente
avevano capito che avevamo abbandonato loro, come giusta preda, i
resti del cinghiale, con cui si rifocillarono abbondantemente.
In fretta Fritz prese in mano la vanga e cominci a scavare una
fossa con l'aiuto di Ernst. Vogliamo fare una sorpresa a J ack,
disse, e preparare la testa del cinghiale come un arrosto
thailandese, il che torner anche a nostro profitto.
Presto un bel fuoco allegro divamp nella fossa che i giovanotti
avevano finito di scavare; per sfruttare le alte fiamme vi esponemmo
le grosse zampe del cinghiale, allo scopo di eliminarne le setole; lo
stesso facemmo con la testa, aiutandoci con una barra di ferro
arroventata.
J ack nel frattempo si era ripreso abbastanza bene e aiutava
validamente i fratelli a ripulire a dovere, per prima cosa, la testa del
cinghiale. Intanto io toglievo alle quattro zampe le setole
bruciacchiate, il che francamente non mi divertiva molto.
Mentre eravamo intenti a questi lavori era gi calato il crepuscolo.
All'improvviso un terribile, risonante ruggito squarci il silenzio.
Rimanemmo agghiacciati e il cuore per un momento cess di battere.
Che cos'era? Ecco, di nuovo! Rimbombante, minaccioso, a brevi
intervalli, ora pi basso e cupo, ora pi forte come una spaventosa
sfida. Puntammo lo sguardo nella crescente oscurit. Veniva di l,
dal bosco. Per qualche minuto regn un silenzio sepolcrale, poi di
nuovo il ruggito, profondo, tonante, che pareva erompere da un petto
gigantesco. Fritz accanto a me stava rigido, gli occhi fiammeggianti.
Dev'essere dev'essere ma un leone! proruppe. Afferr
il fucile da caccia e in un salto fu nel suo caiak.
Ravvivate il fuoco, grid deciso, energico, ritiratevi nella
barca! Fucili pronti! Io mi allontaner a remi e cercher di giungere
dall'altra parte.
Veloce come una freccia fil verso la foce del torrente e
scomparve in un baleno. Meccanicamente obbedimmo in fretta agli
ordini rapidamente lanciatici. Tutto quello che si pot afferrare nella
furia fu gettato nel fuoco come legna da ardere. Agguantammo i
fucili, ci gettammo a tracolla i coltelli da caccia e saltammo nella
barca, tenendoci pronti con ansia affannosa a sparare verso terra o a
fuggire a tutta forza per mare. In quel momento anche i cani,
Cacciatore e mastro Pizzichino si precipitarono come furie dal bosco,
correndo verso il fuoco. La scimmia saltava qua e l lungo la riva
digrignando i denti, poich non poteva raggiungere la barca senza
fare un bagno. I cani e lo sciacallo rimasero dietro il fuoco col pelo
irto, le orecchie tese, guardando fisso verso i margini del bosco e
alternando furiosi latrati a lamentosi guaiti. Nel frattempo il terribile
ruggito si era ripetuto a brevi intervalli. Si avvicinava sempre pi e
veniva chiaramente dal luogo in cui era stato ucciso il cinghiale.
Probabilmente l'invisibile regale nemico aveva sentito al fiuto la
carogna e ne era stato attratto. Ma si trattava in realt del leone? Non
osavo pi dubitarne. Veramente fino a quel momento non ci eravamo
mai imbattuti in un leone, ma quella voce non poteva essere di un
animale meno possente. Ecco! Che c'era l, all'estremo orlo del
cerchio luminoso? Qualcosa che fino a un momento prima non
avevamo scorto ed ora un nuovo furibondo ruggito da far gelare
il sangue nelle vene e in due, tre enormi balzi un vigoroso animale si
slanci verso di noi. Era proprio il leone! Un brivido ci pass per il
corpo. Ed ora, che sarebbe accaduto? Per qualche secondo la belva
rimase immobile di l dal fuoco, ancora ad una certa distanza. Poi si
sdrai, acquattandosi con mossa felina, mentre il suo sguardo
lampeggiante andava senza posa dai cani ai cosciotti di cinghiale
appesi al fuoco. Poi si rialz lentamente, cominci ad andare su e gi
a passi misurati, si ferm, emise un ruggito breve, violento e
ricominci a percorrere il semicerchio attorno al fuoco. Un paio di
volte si diresse verso il torrente con rapidi balzi, bevve, torn indietro
in fretta. Ogni volta si avvicinava di pi al fuoco, i suoi balzi
divenivano pi elastici, ogni nuovo ruggito risonava pi minaccioso.
I cani stavano dietro al fuoco con i muscoli contratti, mugolando. La
nostra tensione si acuiva sino a diventare insopportabile. Non osavo
sparare; il guizzante bagliore delle fiamme, gli imprevedibili
movimenti del leone non permettevano una mira sicura. Ecco, si
fermava, si rannicchiava, accovacciato, la testa tra le zampe distese,
gli occhi sfavillanti, mentre la coda sferzava la terra a destra e a
sinistra. Respirando profondamente alzai il fucile. In quell'attimo
dall'oscurit rison vicinissimo uno sparo. Trasalii. Era Fritz! Il leone
scatt in alto con un terribile penetrante ruggito, rimase rigido per
qualche attimo, vacill, poi croll stramazzando e rimase l disteso,
immobile.
Salvi! gridai ancora mezzo soffocato dall'emozione, pare
colpito al cuore! Un colpo da maestro! Per il momento rimanete nella
barca, pronti a sparare, non si pu mai sapere. Andr io a vedere.
Dopo alcune vogate saltai in un fondale basso e mi arrampicai in
fretta fino a riva. I cani mi accolsero con mugolii di gioia, ma si
appostarono subito di nuovo allontanandosi da me, spiando la zona
buia da dove era venuto il leone. Dunque l'aria non era ancora
sgombra? Il pericolo non era passato? Rimasi dietro il fuoco col
fucile spianato. Ed era vero! Di nuovo dall'oscurit si avvicinava a
noi a lunghi e terribili salti una possente bestia, appena un po' pi
piccola dell'animale caduto, la leonessa! Si ferm di botto per un
attimo davanti al fuoco, ma poi non si cur n di esso n dei cani, si
aggir inquieta, con brevi ruggiti che sonavano quasi come un
richiamo, intorno al cerchio esterno della zona di luce. Era chiaro che
cercava il suo compagno.
Che fortuna che non fossero arrivati entrambi
contemporaneamente! Ecco, lo aveva scoperto. In due balzi fu al suo
fianco, lo annus, lo tast con le zampe anteriori, leccando la ferita
insanguinata; poi si rizz in alto prorompendo in un lungo terribile
ululato di dolore che ci fece rabbrividire per tutte le membra.
Bang! Un nuovo colpo rison e la zampa destra della belva si
abbass paralizzata; mirai alla testa ne ebbi appena il tempo e
feci fuoco. Un nuovo orribile ruggito: la mascella inferiore era
fracassata. In quell'attimo tutti i cani si slanciarono avanti come
impazziti e aggredirono la belva addentandola in vari punti. Ed allora
cominci una paurosa lotta. Un confuso groviglio di corpi che
scattavano, si rotolavano, si torcevano, a malapena rischiarati dalla
debole vacillante luce del fuoco piuttosto distante, gi a riva; un
miscuglio di strida e di ruggiti infuriati della leonessa, di guaiti e
dell'ansito dei cani. Non osavo sparare un secondo colpo per timore
di uccidere uno dei nostri cani. In quel momento il terribile animale
diede una potente zampata a Bill, che temerariamente gli aveva
azzannato la gola, e le squarci il ventre. Fuori di me balzai avanti e
cacciai il coltellaccio nel petto della leonessa: troppo tardi. Anche
Fritz usc troppo tardi dal buio della macchia, col fucile spianato,
pronto a sparare. Il nemico era morto, ma la sua morte era stata
pagata a caro prezzo.
Chiamati ad alta voce da noi, anche Ernst e J ack vennero di corsa
nella barca. Muti e commossi ci abbracciammo. Avevamo vissuto
una terribile mezz'ora.
Venite, dissi infine. Prendete dei tizzoni. Voglio
osservare pi attentamente il campo di battaglia.
Cos fu fatto e, come del resto ci aspettavamo, trovammo la
povera Bill morta, le mascelle ancora strette convulsamente alla gola
della leonessa, ma crudelmente dilaniata, vittima della sua fedelt e
del suo coraggio.
Oh, Ernst! disse Fritz dopo un profondo silenzio,
dovresti scrivere un bell'epitaffio in suo onore. Se lo veramente
meritato, penso.
Certo, rispose Ernst, ma la mia fiacca musa ancora
agghiacciata dallo spavento patito. Guardate per che razza di
animali, che fauci, che artigli! In verit, poteva andare a finire
diversamente.
Certo, esclamai, senza il magistrale tiro di Fritz la
faccenda sarebbe stata ben peggiore. I miei complimenti, figliolo! Ti
sei comportato egregiamente!
Fritz arross di gioia. Domani, penso, scorticheremo le belve,
tirando la pelle dalla testa, disse, per Bill dovrebbe essere
seppellita subito, al lume delle fiaccole, per la sua meritata pace.
Subito Fritz e J ack prepararono la fossa, che in quel terreno
leggero pot essere scavata in fretta. Io intanto staccai dalla gola
della leonessa i denti della nostra fedele compagna, dopo di che
esaminai gli altri cani, Bruno e Fulvo, e anche Cacciatore e mi
accorsi che c'erano da curare alcune ferite, anche se non gravi.
Poi deponemmo l'eroina caduta nella sua tomba, che colmammo
di terra, ripromettendoci di innalzarvi un giorno un imponente
tumulo.
E quando avr il suo epitaffio? chiese Fritz.
gi pronto, rispose Ernst, e cominci in tono sommesso:
Qui, dopo lunga attivit operosa Tranquillamente, come voi
vedete, Cane o amazzone, Bill or si riposa. Da viva err con noi per
mille mete Lott, cacci, vegli con grande onore Fu mite in pace e
nelle ore liete Soffri la morte per il nostro amore: Audace in gran
pericolo, i padroni Protesse, dando prova di valore. Gloriosamente
soggiacque a due leoni. Non trovi eroe che come lei fedele
Affrontasse il destino dei campioni.
Molto bene, vecchio mio, disse J ack, dopo un breve
silenzio, stringendo la mano al fratello.
Fu subito stabilito che l'epitaffio sarebbe stato collocato al pi
presto vicino alla fossa, in modo che durasse il pi possibile per il
futuro.
A momenti, per, avremo passato in piedi tutta la santa notte!
disse a questo punto J ack. La faccenda dei leoni ci ha
impegnati davvero a lungo e ho l'impressione che la brezza mattutina
mi soffi dentro! Sono vuoto come una canna d'organo, poich nel
mio stomaco non entrato pi nulla da un pezzo. Speriamo che la
brace non abbia consumato nella fossa la magnifica testa del
cinghiale, mummificandola!
Immediatamente anche in noi tutti si fece sentire lo stesso
bisogno. A un tratto ci sentimmo gelare per la fame e senza perderci
in chiacchiere trottammo con una certa fretta verso il fuoco da
campo, dove la fossa fu subito ventilata e ripulita. Ma l'arrosto di
selvaggina tanto desiderato aveva in realt un aspetto non pi
invitante di quello che potrebbe offrire un ceppo di quercia
carbonizzato. I tre fratelli sedevano l intorno indispettiti e non
avevano nemmeno l'animo di cominciare a infilzarlo o a tagliarlo. Io
per penetrai coraggiosamente col coltello attraverso la poco
rassicurante apparenza esterna e presto, sotto lo strato carbonizzato,
il grugno del cinghiale si rivel cos saporito da offrirci il pi
gradevole e rifocillante pasto.
Appena sparecchiato ci coricammo nella barca, per le tre o quattro
ore di notte che ancora ci rimanevano, e fummo costretti a
proteggerci dal freddo pungente. Il clima torrido spesso molto
pericoloso per l'aria gelida della notte e tale freddo pu forse spiegare
perch non pochi animali della zona torrida, come la iena e lo stesso
leone, siano forniti di folto pelame.
Allo spuntar del sole ci mettemmo di buon animo al lavoro che la
nottata precedente ci aveva apportato, cio la scuoiatura dei due
leoni, ma l'operazione fu felicemente compiuta in un paio d'ore. Si
capisce che lasciammo a terra i due corpi, e presto, da distanze
incalcolabili, proprio come se fossero spuntati all'improvviso dal
nulla, i pi svariati uccelli divoratori di carogne si precipitarono in
innumerevole quantit. Ne riconobbi solo qualche specie e del resto
non avevo nessuna voglia di esaminarli meglio.
Quanto pi il sole che andava alzandosi arroventava l'aria, tanto
pi aumentavano le putride esalazioni delle ostriche accatastate e
presto il puzzo fu cos insopportabile che subito dopo la scuoiatura
della coppia di leoni affrettammo con piacere i preparativi per il
ritorno. J ack osserv che la splendida pelle del leone poteva
diventare un superbo mantello e se la mise sulla testa e sulle spalle,
mentre i fratelli canzonandolo lo chiamavano secondo Ercole.
Stavolta J ack non volle aver niente a che vedere col caiak;
afferm di avere le mani ancora piagate per aver vogato con la pagaia
e di non essersi ancora ripreso del tutto dalle ammaccature del
cinghiale.
Fritz caric allora alcuni viveri nell'imbarcazione groenlandese e
non si lasci dissuadere dal prendervi posto, anche se da solo.
Presto levammo l'ancora, dopo aver preso a bordo con noi i cani
da caccia e ci accingemmo a lasciare la Baia delle Perle.
L'attraversammo in linea retta verso l'imboccatura gi descritta che,
attraverso un punto meno riparato della scogliera, la collegava col
mare aperto. Impiegammo quasi un'ora e mezzo prima di entrare
nell'imboccatura; del resto Fritz, fidato pilota, ci aveva indicato la
rotta col suo caiak. Giunti all'imboccatura per egli accost un
momento la sua imbarcazione, sal in barca e mi consegn una lettera
che, secondo la sua asserzione, doveva essere arrivata con la posta
del mattino, mentre dormivo ancora.
Ormai abituato agli scherzi che i miei giovanotti facevano con la
posta e le lettere, mi prestai anche questa volta all'ormai usuale
commedia; presi la lettera con aria grave e mi ritirai sotto la tenda
che ci faceva da cabina per leggerla attentamente da solo.
Scoprii allora con stupore che il cavalleresco giovane aveva
ancora la testa piena delle sue idee avventurose e voleva correre in
soccorso della sventurata inglese che col pressante invito affidato
all'albatro pareva implorare il suo aiuto. Naturalmente l'impresa che,
almeno secondo il mio modo di vedere, ritenevo fantasiosa mi rese
perplesso e per qualche momento meditai sul modo di distoglierne il
bravo ragazzo. Uscii di nuovo dalla cabina, ma Fritz nel frattempo
aveva preso il largo e vogava allegramente gi lontano in direzione
opposta alla nostra. Non c'era quindi nient'altro da fare che gridargli
dietro col megafono: Buona fortuna, Fritz! Sii prudente e torna
presto!
Ma egli parve non aver nemmeno sentito il mio richiamo; non
diede alcun segno di risposta e scomparve ben presto dietro quel
promontorio che, dirimpetto al Capo della Rupe Gotica, chiudeva la
pittoresca Baia delle Perle e che stabilii di chiamare d'allora in avanti
Capo di Buona Fortuna.
Piuttosto preoccupati e di malumore proseguimmo la rotta verso
est, poich nell'attesa del ritorno di Fritz credevo opportuno non
tenere in apprensione la mamma con la nostra prolungata assenza e
cos verso sera entrammo felicemente nella Baia della Salvezza. La
gioia di rivederci fu molto turbata per mia moglie dall'assenza di
Fritz e per Franz dalla morte di Bill, gloriosamente caduta. Furono
invece molto graditi i superbi prosciutti e le due pelli di leone.
Io cominciai con l'occuparmi delle pelli e fin dal giorno seguente
le portai nel laboratorio di conciatura sull'Isola del Pescecane, dove
le misi a macerare nella tinozza degli acidi, poich avevo l'intenzione
di prepararle in modo che si mantenessero soffici, conservando
intatto il pelo.
Cinque giorni trascorsero tra queste ed altre simili faccende, senza
che si avesse la pur minima notizia di Fritz; i nostri pensieri erano
continuamente rivolti a lui sicch ottenni i pi vivi consensi quando
proposi di andargli incontro o almeno di tornare fino alla Baia delle
Perle, dove molto probabilmente il giovanotto ci avrebbe potuto
trovare prima e con pi certezza. Perfino la mamma ci spron ad
attuare senza indugio la proposta e il suo cuore affettuoso la indusse
a partire senz'altro con noi, quando le promisi di allestire per il
viaggio l'imbarcazione pi grande, la lancia, che di solito non veniva
usata.
Senza ulteriori ritardi ci mettemmo all'opera. Spostando il centro
di gravit, abbattemmo in carena l'imbarcazione, la levigammo
internamente, calafatammo a perfezione i suoi fianchi, raddobbando
in diversi punti la chiglia; in tali lavori mi davano una mano due dei
figlioli. Il terzo aiutava la mamma indaffarata, che provvedeva ora ad
aggiustare la velatura, ora a confezionare grossi sacchi per il nuovo
raccolto del cotone e altri sacchi pi piccoli per custodire la potassa
che avevo intenzione di preparare, e infine a predisporre il necessario
e svariato vettovagliamento, specialmente le gallette. Quando dopo
qualche giorno tutto fu finalmente pronto, almeno in modo passabile,
ci imbarcammo un mattino di buon'ora, col bel tempo e un
favorevole vento di levante. Tra urr di gioia a cui si un il festoso
abbaiare dei cani, lasciammo la pacifica Baia del Rifugio di Roccia,
raggiungemmo la zona della fresca brezza che ci prese per cos dire
sulle sue ali e presto fummo portati attraverso il mare aperto fino
all'altezza del Capo della Rupe Gotica che con le sue alte punte
aguzze era in vista gi da lontano.
A poco a poco raccogliemmo le vele, accostando a dritta. Solo con
estrema cautela potemmo guidare l'imbarcazione, piuttosto grande,
attraverso l'imboccatura della scogliera. Raggiungemmo la baia e
presto potemmo scivolare, sospinti da un venticello tranquillo, sulla
superficie dell'acqua liscia come uno specchio. Stavamo tutti alle
murate e assistevamo ai vivaci giochi di alcuni delfini che nuotavano
attorno alla lancia, quando all'improvviso uno strano oggetto
richiam in modo insolito la nostra attenzione. Molto in lontananza
infatti mi sembr di distinguere un indigeno in una canoa che,
sbucato da dietro alcuni scogli, si ferm per un bel pezzo, sembr
sorvegliarci attentamente e scomparve di nuovo rapido dietro un
piccolo promontorio della riva.
Spaventato, ordinai di caricare i cannoni, di preparare tutti i fucili
e di innalzare sul ponte il pi velocemente possibile un robusto riparo
con i numerosi fasci dei fusti di granoturco che avevamo portato con
noi per preparare la potassa. Dietro di essi saremmo stati al sicuro da
frecce, giavellotti o sassi scagliati con le fionde.
Dopo poco tempo si mostr un'altra canoa; anche questa, come la
prima, portava un unico rematore che ancora una volta ci spi di
soppiatto, anzi pi a lungo. A questo punto ritenni opportuno alzare
la bandiera bianca di bordo per dimostrare in tal modo, ad
un'eventuale turba di selvaggi nascosti, le nostre pacifiche intenzioni.
Tuttavia l'uomo scomparve di nuovo. Se ne mostr per un altro
dopo breve tempo, dietro una punta di terra; avevo l'impressione che
si avvicendassero per osservarci meglio e che ognuno singolarmente
dovesse comunicare il proprio rapporto. Ci avvicinammo un poco
allo scoglio da cui avevamo visto spuntare l'ultimo osservatore.
Afferrai il megafono e gridai un paio di saluti in lingua malese che
avevo imparato con cura, proprio per una tale eventualit, dai libri di
viaggi. Ma anche i saluti non ebbero alcun risultato e J ack afferm
che sarebbe stato meglio far volare qualcuna delle sue espressioni pi
colorite in lingua inglese. Intanto si era impadronito alla svelta del
megafono che avevo deposto e scagliava un paio di robuste
imprecazioni marinaresche che sembrarono molto efficaci perch il
selvaggio riapparve subito con un ramo verde in mano, vogando
velocemente verso di noi. Dopo qualche minuto J ack si mise a
gridare, ridendo: Perbacco, ma Fritz! Che diavolo di buffonerie
combina quel bel tomo?
E davvero ora lo riconoscemmo bene, mentre si avvicinava nel
suo caiak dalla testa di tricheco, con le mani e il viso tinti di nero,
bizzarramente travestito. Annuiva, faceva cenni con le mani, ci
gettava baci, comportandosi, come assicurava J ack, da vero matto.
Presto lo raggiungemmo e lo prendemmo a bordo col suo caiak.
Come conseguenza dello scambio di saluti oltremodo affettuosi,
anche noi in breve tempo eravamo conciati quasi come il nostro
giovane finto negro, solo in modo un po' pi irregolare e ci fu
nuovo motivo di spasso.
Giovanotto, ma che razza di travestimento questo?
esclamai infine.
Egli riusciva appena a riprender fiato fra gli abbracci e le
manifestazioni di gioia. Vi metter al corrente di tutto,
promise, datemi solo un po' di tempo.
Lo presi in disparte. Hai raggiunto lo scopo del tuo viaggio?
gli chiesi in fretta. Per il momento questo l'importante.
S, rispose, sono stato fortunatissimo.
Bene, e che cosa significa la tua stravagante mascherata?
Fritz rise. Ora devo confessarvi che vi avevo preso
semplicemente per pirati malesi e con ogni sorta di finte cercavo di
tenervi lontani dall'isolotto in cui probabilmente mi avete visto la
prima volta. Stanotte per sarei andato a prendere l'inglesina che ho
felicemente trovato e me la sarei svignata di soppiatto attraverso
l'arco della Rupe Gotica dirigendomi al Rifugio di Roccia.
Avrei voluto chiedergli subito tutti i particolari, ma la mamma che
avevo segretamente messo al corrente sullo scopo del viaggio di
Fritz, soffoc ogni curiosit per amore della pulizia e dichiar che
nemmeno per un momento di pi voleva vedersi davanti quel viso
nero. Con l'aiuto di diversi mezzi, esso fu tanto strofinato e
stropicciato che in breve tempo l'europeo riapparve alla luce e pot
presentarsi per ogni ulteriore informazione.
Ma non avevamo tempo da perdere perch, prima che l'alta marea
ci spingesse con forza a riva, dovevamo aver trovato un ancoraggio
conveniente. Fritz ci raccomand allora con molta premura la piccola
isoletta in cui aveva lasciato l'inglesina. Approvai con piacere la sua
proposta, poich mi batteva forte il cuore al pensiero di accogliere
come compagna della nostra profonda solitudine una creatura
sconosciuta e abbandonata. Scambiai uno sguardo d'intesa con Fritz.
Il bravo ragazzo cadde allora in uno stato di agitazione indescrivibile.
Saltava sull'albero maestro, virava di bordo, tesava i cavi, li mollava
di nuovo, mi gridava in che modo dovessi governare, e infine si gett
in un baleno dal ponte gi nel suo canotto che nel frattempo avevamo
di nuovo calato sullo specchio d'acqua.
Subito ci diede la rotta necessaria, precedendoci come pilota, e ci
guid dietro una piccola romantica isoletta della grande Baia delle
Perle, dove una sottile lingua di terra chiudeva una tranquilla comoda
insenatura; ci accostammo perci alla riva grazie al fondale
abbastanza alto e, servendoci di un grosso cavo, potemmo
ormeggiare la lancia ad un albero vicino.
Immediatamente Fritz salt fuori dal suo caiak; senza voltarsi
indietro, n attardarsi in parole o cenni verso di noi, si precipit a
spron battuto verso un grazioso boschetto vicino dove, in mezzo ai
tronchi, all'ombra di alte palme e di altri alberi frondosi, vedemmo
far capolino una capanna costruita con alcuni arbusti, quasi alla
maniera ottentotta. Naturalmente anche noi trottammo dietro al
veloce giovanotto e presto scorgemmo davanti alla capanna anche un
focolare fatto di grossi ciottoli. Nel centro del focolare, al posto di
una pentola o di una casseruola brillava davanti ai nostri occhi la pi
bella tridacna
16
che avessi mai visto.
Fritz non si era ancora accorto di essere stato seguito. Scrutava nel
boschetto e gridava a piena gola un Ohoh! dopo l'altro. In quella lo

16
Genere di molluschi Lamellibranchi bivalvi cui appartiene la gigantesca
Tridacna gigas dell'Oceano Indiano. (N.d.T.)
raggiungemmo; egli si volt a guardarci e arross violentemente.
Quasi nello stesso tempo udimmo un fruscio sulla vetta di un albero
vicino; una slanciata figura giovanile in costume da marinaio scivol
agilmente gi per il tronco e rest dritta ai piedi dell'albero, timida,
indecisa.
E noi? Noi stavamo l come di sasso divorando con gli occhi il
portento: una creatura umana! Dopo dieci lunghi anni di silenzio un
messaggero del vasto mondo lontano! L'emozione di una felicit
assolutamente sconosciuta ci serrava le labbra, mentre la giovane
forestiera, scossa dallo stesso profondo sentimento stava ferma al suo
posto come incantata. Fritz, che con gli occhi sfavillanti volgeva
incessantemente lo sguardo da noi alla sua protetta, ruppe
improvvisamente il silenzio, si strapp il cappello dalla testa e lo
lanci in aria gridando festosamente:
Evviva il giovane lord Montrose dello scoglio fumante; sia il
benvenuto, come amico e fratello nella nostra cerchia familiare!
Di colpo la tensione si sciolse e l'ospite fu circondata con
tumultuosa gioia. Trattenni i miei impetuosi e sbrigliati giovanotti,
poich dalle acclamazioni di Fritz avevo subito capito che in un
primo momento non voleva far sapere ai fratelli che il nuovo
compagno era una ragazza. Scambiai un rapido sguardo d'intesa con
mia moglie, poi presi la delicata creatura per mano e la condussi da
lei che gi le veniva incontro con le braccia aperte, sorridendo e
piangendo al tempo stesso.
Benvenuto tra noi, mio caro figliolo, dissi profondamente
commosso.
Vieni qui, esclam la mamma; attrasse a s la fanciulla e la
baci affettuosamente. Scoppiando in lacrime l'incantevole straniera
nascose il viso nel suo petto. Fritz, palesemente combattuto tra gioia
e commozione, guardava di lato, mordendosi il labbro inferiore. Mi
rivolsi agli altri tre fratelli piuttosto sbalorditi e feci loro intendere
che non dovevano ancora chiedere nulla, ma preparare prima di ogni
altra cosa un sostanzioso pranzo. Dissi loro che bisognava concedere
al giovane straniero il tempo di ritrovarsi nella sua nuova situazione:
in quel momento il primo dovere di cortesia era lasciarlo in pace.
Sar difficile per, osserv J ack, sono cos terribilmente
felice che non so addirittura da che parte incominciare. Ma
pretendere che ci si mostri tranquilli e ben educati, troppo!
Vieni, disse Ernst, facciamo un salto alla lancia a
prendere qualcosa da mangiare e da bere. Quando fame e sete
saranno calmati, anche a Fritz verr forse la voglia di raccontare.
Certo, esclam Franz, facciamo presto. Brucio di
curiosit. Cos dicendo i giovani corsero verso la nostra
imbarcazione e presero prima di tutto un tavolo da campo oltre alle
sedie, stoviglie e biancheria da tavola, perch il pasto imminente
doveva essere celebrato con la solennit di un vero e proprio
banchetto. Appena la mamma si accorse di quei preparativi, si mise
al lavoro con zelo per imbandirci un pranzo raffinato. Non furono
economizzati pistacchi, uva passa, mandorle, zucchero e focaccia di
cassava. Secondo il giudizio di J ack fu un autentico banchetto degli
dei.
Ma la destrezza e la premura con cui il presunto giovane lord
accorse in aiuto della mamma nelle faccende di cucina per poco non
rivel ai tre giovani ancora inconsapevoli il suo vero essere, poich
tutt'e quattro i fratelli, nonostante l'esercizio per lungo tempo
necessario, avevano mostrato a poco a poco sempre minore voglia e
capacit nella nobile arte culinaria.
Allo squisito pranzo non mancarono nemmeno boccali del nostro
migliore idromele e un paio di bottiglie di vecchio spumante delle
Canarie, che resero fin troppo vivaci i miei quattro giovanotti:
accadde loro quello che cos facilmente capita ai giovani che per la
prima volta siedono in compagnia di una persona alla quale
desiderano piacere. La loro petulanza aumentava, scoppiava in ogni
sorta di discorsi scherzosi e infine cominciarono a punzecchiare la
taciturna e riservata straniera in modo tale che giudicai opportuno
sciogliere la compagnia, tanto pi che Fritz, in uno strano stato di
affettuosa allegrezza e ad un tempo di prudente gelosia, mi sembr
troppo eccitabile perch potessi lasciarlo ancora pi a lungo esposto
in quel modo.
Ordinai perci: A letto! e senza indugio si fecero i
preparativi necessari. Il sedicente sir Edward voleva salire difilato
sull'albero dalla cui cima era sceso tra noi come piovuto dal cielo; ma
la mamma non lo permise assolutamente e insistette perch
accettasse un comodo posto nella lancia, affermando che anche per
obbligo di cortesia dovevamo offrire un letto al graditissimo ospite.
Oh, disse Fritz, prendendo l'occasione, il nostro amico
non affatto abituato male; infatti, qui ha sempre dormito sui nodosi
rami d'albero, mentre io riposavo nella capannina ottentotta e durante
il nostro viaggio fin qui abbiamo sopportato parecchi disagi e
scomodit, perch pernottavamo sempre sugli scogli in mezzo al
mare per essere al sicuro da improvvisi attacchi di bestie feroci.
Allora alavamo il caiak all'asciutto sugli scogli, scivolavamo
nell'imboccatura dei sedili come meglio si poteva e ci coprivamo con
mantelli di canne, proteggendoci con essi anche la testa, tenendo a
portata di mano le armi caricate a palla. In quest'isoletta invece ci
siamo trattenuti un paio di giorni perch il mio caiak aveva bisogno
di una buona riparazione.
A questo punto la mamma raccomand con insistenza che almeno
il nostro nuovo compagno andasse a letto: disse che gli si leggeva sul
viso la stanchezza. L'inglese si conged allora da noi e si fece
mostrare da mia moglie il suo posto nella lancia.
I fratelli invece, che il pranzo aveva reso svegli e vivaci pi che
mai e che erano stati incuriositi dai frammenti del racconto di Fritz,
rimasero ancora a lungo vicino al fuoco; fecero spaccare e
scoppiettare alcune pigne e ne spilluzzicarono i pinoli, conversando
piacevolmente, mentre i tre pi giovani cercavano di far
chiacchierare Fritz sul suo viaggio e sulle cause che l'avevano
determinato.
Fritz rispondeva di buon animo a tutte le loro petulanti domande,
poi cominci a raccontare la sua avventura con l'albatro,
compiacendosi non poco del romantico argomento e in ultimo
continu a chiacchierare cos ingenuamente che presto sostitu al sir
Edward una signorina J enny e alla fine parlava ogni momento della
povera inglesina e di quanto aveva fatto e sofferto.
I fratelli scoprirono abbastanza presto il suo segreto, si fecero
cenno a vicenda in modo espressivo senza che Fritz se ne accorgesse,
ma fecero finta di nulla e nelle loro domande continuarono a parlare
del giovane inglese e di sir Edward. Quando per infine J ack gli
chiese se avesse capito il saluto in lingua malese, Fritz rispose:
Altro che! Ma sono scappato tanto pi in fretta perch avevo la testa
piena di pirati malabarici; sir Edward infatti mi aveva raccontato che
corseggiano di frequente i mari in cui avvenuto il suo naufragio.
Ma quando ho sentito le parole inglesi, continu il giovanotto,
bench si trattasse di sguaiate espressioni marinaresche, ho pensato
che fosse arrivata una nave che veniva a cercare la cara signorina
J enny e allora
Ah, ah, ah! proruppe a questo punto da tutte le bocche,
tradito, tradito! Ci sei cascato, signor Friedrich! In realt sir Edward
si cambiato in una signorina J enny e il futuro fratello in una
graziosa futura sorella. Evviva e ancora evviva!
Per un momento Fritz rimase confuso, accorgendosi di essersi
imbrogliato cos palesemente, poi per fece buon viso a cattivo
gioco, si un all'allegria dei fratelli e li aiut a gridare pi volte
evviva, fino a che tutti si furono coricati e poco dopo un benefico
sonno li cull dolcemente.
Il giorno seguente tuttavia i tre giovanotti non seppero pi
trattenersi dal rendere nota la loro scoperta e con atteggiamento tra
bonario e malizioso salutarono la piccola inglese sottolineando
ostinatamente il suo nome, signorina J enny, sicch la ragazza,
arrossendo, non os per un pezzo alzare gli occhi; infine per
risolvendosi rapidamente offr sorridendo la mano ad ognuno dei
motteggiatori e scherzando si raccomand vivamente al loro fraterno
affetto presente, oltre che futuro.
La colazione fu consumata subito dopo tra la crescente allegria di
tutti i partecipanti e consistette principalmente in una cioccolata
preparata da Fritz che sembr piacere in particolare alla giovane
signorina e ricordarle gli agi della propria casa. Durante il pasto del
mezzogiorno discutemmo i piani futuri. Decidemmo di tornare al
Rifugio di Roccia, soprattutto perch la nostra nuova compagna
potesse familiarizzarsi meglio con noi. Il pomeriggio fu dedicato ai
preparativi per il viaggio di ritorno. Tutti i beni di J enny erano stati
ben imballati e pronti per il trasporto in una specie di mastello che
Fritz aveva costruito appositamente sullo scoglio fumante. Ma J enny
aveva potuto salvare ben poco dal naufragio. La maggior parte del
suo patrimonio era costituita da oggetti confezionati da lei stessa con
straordinario senso artistico e con molta abilit, servendosi del
materiale di cui poteva disporre nella sua segregazione. Solo con
l'aiuto di un robusto coltello, che fortunatamente portava con s,
aveva fabbricato nei due anni e mezzo del suo isolamento una
sorprendente quantit di utensili e di oggetti utili. Ossa, penne,
becchi, zampe, intestini e pelli di diversi animali, di cui si era
impadronita un po' con l'astuzia, un po' con la forza, le avevano
fornito il materiale per le suppellettili domestiche e per il vestiario.
A graziose treccioline fatte con i propri capelli aveva attaccato
ami di madreperla per la pesca. Da forti lische di pesce, bucate con
una punta rovente, aveva ottenuto aghi di svariata grossezza. Una
grande conchiglia Cuore di mare,
17
munita di uno stoppino ricavato
da una sciarpa di cotone, le serviva da lampada; una conchiglia pi
grande dello stesso genere, da paiolo. Ammirammo anche un paio di
graziosi pennelli di peli di foca incastrati nei cannelli delle penne
d'uccello, ed una conchiglietta piena di bellissima porpora per
scrivere, fornitale da una speciale qualit di licheni. Da pelli di foca e
anche da pelli di uccelli, scorticati con tutte le penne, si era
confezionata giubbe, cinture, calze; aveva perfino fatto due paia di
sandali con pelle di foca piegata doppia.
Per il momento ogni cosa fu esaminata solo sommariamente e
portata subito nella nostra imbarcazione, dove venne riposta con cura
nella stiva. Di buon mattino J enny fu la prima a svegliarsi e, guarda
un po', la piccola maestra delle sorprese aveva ancora qualcosa in
serbo che non ci aspettavamo. Dietro alcuni cespugli, un po' in
disparte dal luogo del nostro approdo, aveva infatti tenuto nascosto
un cormorano addomesticato, legato con una robusta cordicella, ma
in modo che potesse nuotare liberamente nell'acqua vicina. Ce lo
port, spiegandoci che lo aveva tenuto in disparte solo a causa del
suo cattivo odore, ma che era un compagno utile, addestrato alla
pesca alla maniera cinese.
Finalmente ci imbarcammo, dirigendoci verso la Baia delle Perle
a cui avevamo riservato una breve visita prima del ritorno al Rifugio
di Roccia.

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Nome volgare di molluschi marini bivalvi del genere Cardio. (N.d.T.)
CAPITOLO XI
COME JENNY ERA CAPITATA SULLO SCOGLIO FUMANTE.
FINALMENTE UN BASTIMENTO. NUOVA SVIZZERA!
FRITZ che era salito di nuovo nel caiak ci fece da guida e col suo
aiuto passammo felicemente tra gli scogli e le rocce che limitavano
l'apertura della Baia delle Perle. Arrivammo subito a riva, dove
potemmo ancorare la lancia. A terra trovammo tutto a posto, proprio
come l'avevamo lasciato. Tavolo e panche erano in piedi e la fossa
thailandese per l'arrosto era ancora intatta; l'aria intorno si era
purificata, le conchiglie perlifere non mandavano pi cattivo odore e
le salsole erano asciutte; infine le carcasse dei leoni e del cinghiale
africano erano gi quasi imbiancate dal sole e ripulite completamente
della carne.
Per prima cosa rizzammo la nostra tenda da bivacco affinch sulla
spiaggia aperta fossimo riparati dal sole e dall'aria fredda della notte.
Poi ci mettemmo ad aprire alacremente, con furia ed avidit, le
ostriche perlifere. Niente fu trascurato, niente fu lasciato da parte.
Che grida di gioia si levavano quando, ora la quantit, ora la
grandezza e l'armoniosa rotondit o la regolarit della forma delle
perle ci ripagava della nostra fatica! Eppure, a che ci serviva in fondo
quell'incomparabile tesoro?
La signorina J enny sembr dimostrare pi accortezza di noi,
badando di pi ai sottili filamenti o fibre attaccati ai gusci delle
conchiglie e raccogliendone in quantit maggiore delle stesse
splendenti palline.
Quando la mamma and verso il vecchio focolare per preparare il
pranzo, la ragazza le corse dietro. A mezzogiorno avremo un bel
piatto di pesce ci grid, voltandosi verso di noi e sorridendo, e
stasera uccellame arrosto!
La mamma sorrise piuttosto incredula per quanto riguardava il
primo punto e osserv che sarebbe stato piuttosto difficile trovare in
cos poco tempo del pesce per sette persone. Ma J enny non se ne
cur, continu a correre, si infil nel caiak e, preso il cormorano,
vog nella baia fino a due tiri di sasso di distanza. A questo punto
mise un anello attorno al collo dell'abile pescatore, in modo che non
potesse ingoiare la preda catturata, poi lo lasci libero sul bordo del
canotto e smise di vogare. Fu bellissimo allora vedere l'uccello gi
addestrato tuffarsi di quando in quando nell'acqua per riemergerne
subito con qualche pesce scintillante come l'argento, un'aringa, un
piccolo salmone o un merluzzo, che portava alla padrona,
rituffandosi subito dopo in cerca di altra preda.
In breve tempo la signorina J enny aveva mantenuto la sua
promessa pi che abbondantemente, mettendo insieme tanti pesci che
sarebbero bastati almeno per due copiosi pranzi, dopo di che liber
dal collare il suo benemerito allievo pennuto e per ricompensa gli
gett in pasto qualcuno dei pesci pi piccoli, che furono ingoiati
avidamente in un battibaleno.
In verit, esclam la madre quando la ricca sorpresa le fu
deposta ai piedi con un sorriso la fortuna ci ha dato per compagna
una autentica fata!
Dopo la cena giunse finalmente il momento di ascoltare il
racconto di Fritz. J enny and a letto; a lei la narrazione non offriva
nulla di nuovo; noialtri invece, seduti tutt'intorno al tavolo, stemmo
ad ascoltare il nostro giovane eroe, che incominci:
Vi ricorderete certo come abbandonai la barca pi grande e
partii sul mio fragile caiak per il grande Oceano.
Il mare era calmo, ma nel mio animo c'erano tempesta e marosi,
perch da un lato mi passava per la mente ogni sorta di fantasie, nella
speranza che mi fosse riuscito di scoprire lo scoglio fumante e la
naufraga inglese; dall'altro si agitavano in me parecchi timori:
correvo incontro a cento pericoli e forse, sbattuto dal mare lontano da
voi tutti, potevo finire in un luogo abbandonato e non trovare pi la
via del ritorno, facendovi piombare nel pi profondo dolore.
Da principio vogavo con forza verso il mare aperto, ma un vento
leggero mi fece capire quanto sarebbe stata pericolosa quella
direzione se si fosse levato da terra un vento pi forte. Avevo appena
attraversato la Baia delle Perle quando scoppi una violenta burrasca.
Ogni momento la risacca minacciava di frantumare la mia leggera
imbarcazione contro gli scogli; tuttavia non osavo avventurarmi nel
mare aperto, perch forse sarei stato ingoiato, con la stessa facilit,
dalle violente ondate. Verso sera per il vento parve calare e respirai
pi liberamente. Certo, quando scese la notte, mi trovai ben poco
avvantaggiato poich avevo dovuto seguire tutte le insenature e le
sporgenze della riva e siccome non osavo pernottare sulla spiaggia,
non avendo proprio nessuna voglia di affrontare un'altra coppia di
leoni, mi diressi verso uno scoglio in mezzo al mare che, distante da
terra un quarto d'ora circa, emergeva dall'acqua come un elevato
informe mucchio di sassi. Fra le rocce trovai un angolo abbastanza
riparato e nonostante la scomodit dormii magnificamente,
raggomitolato nella mia coperta. La cena, come del resto la colazione
del mattino seguente, fu costituita da cibi freddi, noci e roba simile,
perch non osavo accendere il fuoco per non espormi a un possibile
attacco di indigeni.
L'indomani mattina, con l'animo pi rinfrancato del giorno
precedente, proseguii alla ricerca dello scoglio fumante e, pur
tenendomi in generale vicino alla riva, mi dirigevo verso ogni roccia
che sporgesse in modo piuttosto rilevante sullo specchio del mare. La
costa era diventata piatta e sabbiosa ma ad una certa distanza si
vedevano densi boschi con fitto sottobosco e numerose piante
rampicanti che si attorcigliavano lungo i tronchi e i rami pi alti.
Pensai che per la maggior parte fossero piante di pepe, perch vidi
svolazzarvi intorno una quantit di tucani o uccelli del pepe.
Poi non vidi pi nessuno scoglio nel mare libero, c'era invece
una profonda insenatura nella riva che a tutta prima scambiai per un
sottile braccio di mare, attraverso il quale sarei riuscito a giungere in
pi breve tempo, e con minori pericoli del mare aperto, molto pi
lontano. Vi entrai di buon animo e non notai alcuna corrente fluviale
perch proprio allora c'era l'alta marea; avanzai perci quasi senza un
colpo di remo, ma dopo circa un quarto d'ora mi accorsi con
profonda delusione che stavo navigando in un fiume.
La regione per era cos bella che non potei fare a meno di
continuare a vogare. I delicati e variopinti intrecci di liane, di pepe e
di altre piante consimili che con i loro viticci si abbarbicavano ai
forti rami o si stendevano sino agli alberi incurvati della sponda
opposta erano particolarmente pittoreschi. Ogni sorta di bestiole, topi
arboricoli, scimmiette, cercopitechi, si arrampicavano su e gi lungo
quei ponti aerei. Anche degli uccelli saltellavano tutt'intorno;
buffissima era soprattutto una variet di uccelli marini che si
dondolavano a loro agio come su una corda da equilibrista e che
vedendomi avvicinare piombavano di colpo nell'acqua come morti.
Ma l'avevano appena sfiorata che rianimatisi all'improvviso
sfrecciavano via, allungando per di tanto in tanto la testa sul collo
lungo e sottilissimo per accertarsi che non volessi far loro del male.
Dopo un certo tempo giunsi in una piccola ansa del fiume e,
poich la zona era aperta e difficilmente qualcosa di pericoloso
poteva aggredirmi di soppiatto dalla macchia vicina, decisi di
approdare per un quarto d'ora con l'intenzione di procurarmi almeno
qualche uccello per la mia aquila. Cos avvenne infatti: sparai su un
tucano a due passi dall'approdo e saltai dal caiak per prendere
l'uccello caduto. Ma, apriti cielo! Che terribile concerto di garriti,
fischi, gracchi e schiamazzi si lev al mio colpo! Pareva quasi che
tutti gli uccelli volessero piombarmi addosso e farmi a pezzi, sicch
afferrai di furia il mio tucano e balzai di nuovo verso il caiak. Ma,
com' noto, tra gli animali, come del resto succede anche tra gli
uomini, raramente quelli che gridano pi forte sono anche bravi
lottatori e nessuno os attaccarmi. All'improvviso per proprio vicino
a me si alz dal canneto urlando e soffiando un'enorme massa scura.
Sbigottito afferrai la pagaia e scappai via. Il mio canotto fil via
come una freccia. Che cos'era? Un orribile ippopotamo che
attraversava il fiume a nuoto col suo piccolo. Una bella conoscenza
davvero! Per fortuna per i due mostri erano palesemente spaventati
dal mio sparo almeno quanto lo ero io dalla loro improvvisa
apparizione. E cos scappammo contemporaneamente in direzioni
opposte. Non osai nemmeno avventurarmi oltre, ma mi sbrigai a
sfruttare la corrente per scendere nella baia aperta, ritirandomi verso
l'unica roccia che vedevo emergere a picco sull'acqua come un'isola.
Una cena costituita da alcune ostriche che trovai a fatica, oltre a
qualche boccone della mia provvista di viveri, concluse la giornata e
bench l'ora non fosse inoltrata decisi di rimanere l per quella notte,
pi che altro per il timore di non trovare un posto altrettanto sicuro.
Del resto, essendomi addormentato insolitamente presto, tanto
pi presto ripresi il viaggio all'alba del giorno seguente; mi accostai
come di consueto alla riva, navigai verso ovest e presto ebbi al mio
lato una zona che superava in bellezza e opulenza tutte quelle che
avevo visto fino allora. Nello sfondo del paesaggio si vedevano
numerose cascate scaturire dalle possenti pareti rocciose e
serpeggiare poi come ruscelli lungo un suolo collinoso e vario dove,
su diverse alture, scorsi piccoli branchi di animali che, a giudicare
dalle dimensioni, potevano essere lama o vigogne e che un giorno
forse potranno diventare un prezioso acquisto per noi. Approdai con
piacere a quella bella costa e poich avevo abbattuto nell'acqua un
paio di uccelli del genere delle anatre, scesi dal caiak, accesi un
focherello con dei rami secchi caduti e mi accinsi con tutto comodo a
preparare un pasto un po' pi sostanzioso per me e per l'aquila.
Ma avevo appena infilzato i due uccelli ad uno spiedo di legno
sul fuoco che notai, guardandomi intorno per caso, dietro alcuni
cespugli, un paio di teste estremamente sospette che un po' si
rialzavano, un po' si riabbassavano e sembravano osservarmi con
attenzione. Non potei distinguere nulla chiaramente, per vi confesso
che mi sentivo molto a disagio e me la svignai alla svelta nel canotto
per sorvegliare dall'acqua, a sicura distanza, gli sconosciuti nemici.
Mi ero appena allontanato che due tipi dal pelo rosso bruno, di
considerevoli dimensioni, vennero fuori balzelloni dalla macchia.
Nello stesso istante compresi che si trattava di una coppia di
poderose scimmie, quasi certamente orang-utan. Indagarono
incuriositi che cosa avessi fatto l intorno, rimestarono le penne
strappate dagli uccelli, annusarono il coltello che avevo lasciato per
terra, girarono e rigirarono la balestra e infine si accovacciarono ad
una certa distanza dal fuoco, contemplando tutti assorti le due anatre
che sfrigolavano sulla brace. Pass cos un buon quarto d'ora.
Naturalmente non avevo affatto paura, giacch le Loro Signorie non
si curavano affatto di me, n potevano aggredirmi. Ma avevo sempre
pi timore per le mie anatre; se i due zii si ostinavano l a fare da
padrini, potevo dire addio al mio sospirato pranzo. Alla fine il fuoco
si spense e la faccenda cominci a diventare noiosa per gli stessi
animali che se la squagliarono. Aspettai ancora un poco, poi mi
avvicinai vogando lentamente e, visto che non c'era nulla da temere,
mi recai difilato verso il mio temporaneo bivacco. Aveste visto il mio
povero arrosto! Da una parte carbonizzato, dall'altra mezzo crudo:
immangiabile!
Dovetti accontentarmi che l'aquila mangiasse la squisita pietanza
ormai rovinata. Ma, poich era necessario risparmiare le provviste
portate con me, fui costretto a sparare ad altri volatili che si
trovavano nelle vicinanze; fui costretto per ugualmente a spennarli
ed arrostirli e cos trascorse gran parte del pomeriggio, sicch la
levataccia del mattino fu pressoch inutile per il progresso delle mie
ricerche e solo con gran stento potei raggiungere prima che scendesse
l'oscurit un'isoletta di rocce per passarvi la notte, come solevo fare,
a sicura distanza dalla costa.
Non molto riposato mi alzai di buon'ora e mi stimai fortunato di
poter scappar via sano e salvo da quella stupida costa delle scimmie;
tuttavia un paio di sorsi di spumante delle Canarie dovettero prima
risarcirmi delle tante interruzioni di sonno che mi avevano affaticato.
La riva lungo la quale dovevo navigare quel giorno era forse la
pi brulla e monotona di quelle viste fino allora; era percorsa, vero,
da un paio di fiumiciattoli, ma nello squallido terreno sabbioso
pareva che non potesse allignare niente di buono. Perci il mio
stupore non fu poco quando, dopo aver aggirato una piccola punta di
terra, vidi all'improvviso a circa tre o quattro tiri di schioppo di
distanza un piccolo branco di elefanti rotolarsi nel fango in una larga
zona paludosa del fiumicello pi vicino. Un boschetto di mimose l
presso animava l'abbandono del luogo e pareva destinato al foraggio
dei giganteschi animali. Ancora pi lontano credetti di sentire urlare
e sbuffare ippopotami e in fondo, molto lontano, in un nuvolo di
polvere mi parve che un branco di antilopi o di zebre corresse come
il vento verso le montagne.
Nonostante il mio vivo desiderio di scoprire lo scoglio fumante,
fui curioso di esaminare pi attentamente quel territorio cos nuovo
per me, e decisi di farlo, tanto pi che proprio in quel momento gli
elefanti, stufi del loro affaccendarsi a riva, attraversavano con
insospettata rapidit il punto pi largo del fiumiciattolo, che per era
anche pi profondo di quanto non avessi pensato. Per altro nel
guadarlo gli elefanti procedevano in modo singolare: camminavano o
nuotavano nell'acqua uno dietro l'altro in una lunga fila e, per
facilitare il respiro, di volta in volta l'animale che stava dietro
appoggiava la proboscide sul dorso di quello che stava davanti.
Giunti alla sponda opposta per si sparpagliarono di nuovo per
afferrare con le proboscidi gli arbusti di mimose, infilando quindi
con destrezza nella loro grande bocca i rami strappati.
Quando mi sembr che si fossero allontanati abbastanza,
continuai a risalire il corso del fiumicello, che era largo al massimo
venti o trenta piedi e che non avrebbe potuto permettere, senza
frequenti interruzioni, la navigazione a una barca che non fosse stata
leggera come il mio caiak.
La zona divenne a poco a poco pi sabbiosa e pareva che una
parte delle acque del fiume si perdesse nel fondo fangoso lungo il
quale scorreva.
Particolarmente interessante durante il viaggio fu la scoperta di
alcuni rinoceronti che se la spassavano allegramente a considerevole
distanza, dietro grandi piante di cactus; laceravano ad uno ad uno,
come se giocassero, i fusti col corno che avevano sul naso e li
infilavano poi a pezzi nelle gigantesche fauci, servendosi del labbro
superiore dotato di grande forza e mobilit, senza curarsi
minimamente dei numerosi e pungenti aculei. Dapprima ebbi la
voglia di provare l'effetto di una fucilata sulle colossali creature, ma
il cielo mi preserv dal realizzare un'idea cos puerile perch avrei
messo sicuramente in pericolo la mia vita se quegli enormi animali,
accorgendosi di me e infuriandosi, mi si fossero avventati contro.
La faccenda mi sembr sempre pi preoccupante. La mia
barchetta era cos leggera che una bestia di quel genere la poteva
comodamente demolire e allora sarei stato perduto, senza alcuna
speranza di salvezza. Perci non mi fidai pi della sicurezza del
luogo, feci dietro-front e senza incertezze mi diressi gi per la
corrente, verso il mare aperto, fuori del regno dei despoti marini. Mi
parve anche di scorgere al di sotto del fiume, fra le canne palustri, un
paio di caimani o alligatori che probabilmente stavano in agguato
aspettando i pesci; naturalmente non ebbi alcuna voglia di offrirmi
loro in pasto. Nel mare libero invece, quando mi sentii di nuovo al
sicuro, cominciai a provare il desiderio di un piatto di pesce e,
accorgendomi che interi branchi di una sorta di salmoni o di altri
compagni della stessa specie convergevano verso il fiume, approfittai
della buona occasione, ne fiocinai un paio e li portai con me su una
piccola scogliera poco distante, dove per quella notte bivaccai su uno
scoglio abbastanza alto sull'acqua banchettando con un saporito
arrosto di pesce.
Tuttavia nemmeno quella notte fu molto pi tranquilla della
precedente, perch a parte il letto freddo e duro, anche nel sogno
dovetti lottare incessantemente con alligatori grandi come alberi e mi
svegliai pi volte per la violenza dei miei stessi movimenti. Perci
fui contento quando la luce del giorno mi permise di proseguire il
viaggio e non rimandai la partenza nemmeno di un momento. Ancora
una volta navigai alla distanza di un tiro di sasso dalla riva e
desideravo solo di trovare un posto favorevole per scendere e poter
offrire alla mia aquila qualche buon bocconcino per colazione.
Finalmente approdai in un punto poco lontano da un piccolo gruppo
di alberi piuttosto spogli, dove supponevo che potesse trovarsi
qualche uccello. In quel punto la sabbia era nerastra e mista a
sottilissime lamelle dorate e scintillanti; rimasi in dubbio se fosse
comune mica oppure oro prezioso; tuttavia, non essendo avido di
quest'ultimo, rimandai la soluzione della questione a un successivo
viaggio.
Mi diressi invece verso gli alberi e, avendo avvistato per
combinazione alcuni pappagalli, colpii senz'altro il primo che mi
capit a tiro. Solo che dovetti pagare il piccolo guadagno con un
terribile pericolo e con una tale paura che non credo di averne mai
provata una uguale. Infatti, guardando tranquillamente l'aquila che
divorava il pappagallo, ero rimasto per un po' inerte, trascurando di
ricaricare il fucile, mentre in quella costa sconosciuta non avrei certo
dovuto indugiare nemmeno per un momento.
Ad un tratto sentii dietro di me un lieve fruscio nella sabbia; mi
voltai con una certa indifferenza, pensando che un granchio marino o
una tartaruga si avvicinasse strisciando e caddi quasi a terra per la
paura vedendomi davanti una grossa tigre striata, a soli dieci o
quindici passi di distanza, che forse nello spazio di un secondo con
un solo balzo mi avrebbe raggiunto, gettato al suolo e sbranato.
Devo esser rimasto per un attimo immobile, quasi in stato di
incoscienza; poi mi resi conto confusamente che mi appoggiavo
pesantemente al mio fucile da caccia e nello stesso tempo sentii il
frullo d'ali dell'aquila. Davanti ai miei occhi era calato un assoluto
buio, ma improvvisamente mi accorsi che l'aquila con indicibile furia
svolazzava attorno alla testa della tigre, beccando senza posa gli
occhi della belva, sicch questa, costretta a difendersi dai furibondi
continui attacchi, non badava pi a me o forse non osava addirittura
aggredirmi. Allora gettai il fucile e trassi dalla cintura una pistola. In
quella la tigre balz in alto sollevando il tronco e le zampe anteriori,
afferr l'aquila con gli artigli, la schiacci paurosamente e la gett
morta a terra. Mi si spezz il cuore ad assistere alla morte violenta
della mia povera compagna di caccia: ma non c'era un minuto da
perdere. Scaricai la mia pistola contro la tigre, che a tutta prima
croll. Stavo gi per chinarmi su di lei, quando si lev nuovamente di
scatto e con un paio di poderosi salti scapp via. Col batticuore
rimasi all'erta sul campo di battaglia con l'altra pistola che avevo
estratto rapidamente: ci poteva essere anche un compagno nelle
vicinanze. Ma nulla si mosse. Lentamente, camminando a ritroso,
tornai al caiak per potermi salvare in mare nel caso di una nuova
aggressione.
Per fortuna per non ci fu nessun attacco; raccolsi finalmente da
terra il fucile, lo caricai a palla e mi affrettai a battere in ritirata.
Spero che non avrete bisogno di particolari assicurazioni per credere
che non ho lasciato marcire ignominiosamente sul campo la mia
aquila, la pi fida di tutto il Malabar.
La legai alla prua del mio caiak proponendomi di impagliarla
oppure di seppellirla con tutti gli onori non appena avessi trovato un
luogo adatto e tranquillo a cui approdare. In fondo era stata il mio
angelo protettore nel mortale pericolo!
Presto tuttavia il mio stato d'animo doveva mutare del tutto.
Aggirando alcuni scogli vicini, scorsi all'improvviso una piccola
isoletta di rocce a una certa distanza e vidi vidi innalzarsi una
colonna di fumo! Proruppi in un grido di gioia, battendo per
l'entusiasmo la pagaia sull'acqua. Quello doveva essere lo scoglio
fumante! L doveva esserci la naufraga inglese! Quasi senza fiato per
l'emozione e la fatica, mi misi a vogare a tutta forza. Il cuore mi
balzava fino in gola. Non mi pass per la mente nemmeno per un
momento che con altrettanta probabilit pirati o selvaggi potessero
dimorare in quell'isola. Certo, se ci rifletto adesso, devo ammettere di
aver agito in modo impulsivo e sconsiderato, dirigendomi cos alla
svelta verso lo scoglio, senza prendere la minima precauzione.
Giunsi finalmente tanto vicino allo scoglio fumante che avrei
potuto riconoscere distintamente una persona, solo che il fumo saliva
da dietro, dall'altra parte della roccia; credevo gi di dover fare il
giro, quando scorsi un po' in disparte una lastra di terra a cui potei
accostarmi. Veloce come Guglielmo Tell, saltai a terra; alcune pietre
disposte una sull'altra da mano umana mi condussero in alto come i
gradini di una stretta scala e in un baleno ero su, giravo attorno a una
larga concavit della roccia ed ecco che laggi, molto in basso,
qualcuno sedeva vicino al fuoco, da cui si levava una colonna di
fumo: una snella figura giovanile in abiti maschili. Se in quel
momento la giovane non avesse gettato indietro sulle spalle una
lunga treccia bionda che, stando chinata a quel modo, le era scivolata
davanti, alla fine sarei stato tratto in inganno. Premetti i pugni sulla
bocca avrei quasi urlato di gioia! ma mi dominai. Rapidamente
dissi a me stesso: "Non spaventarla! Non pi avvezza alla gente!
Piano! Piano! ".
Allora spinsi col piede un sassolino che rotol gi veloce per la
china.
Allo sgretolio, ella gir la testa, vide il sassolino, segu con lo
sguardo il cammino che doveva aver percorso e scopr me, che ero
rimasto di proposito l in alto. Si sbianc in viso, salt in piedi e
rimase immobile, guardandomi fisso. Preso dalla pi profonda
commozione mi avvicinai lentamente e mi fermai a pochi passi da
lei. Riuscivo a malapena a parlare per il turbamento.
"Sono venuto a salvarvi," dissi. La voce mi tremava, potete
credermi. "Ho catturato l'albatro," continuai, "ho trovato il messaggio
legato alla sua zampa. Ed ora ho trovato anche lo scoglio fumante".
Allora, tutta rossa in viso, mi tese entrambe le mani.
"Benvenuto," esclam, ridendo e piangendo insieme.
Il mio inglese non certo ottimo, ma J enny mi comprese
immediatamente, bench pi tardi qualche volta non riuscisse a
raccapezzarsi in quella mia lingua storpiata. Mi risparmierete certo il
racconto della mezz'ora che segu, non saprei davvero descrivervi
come mi sentivo, come ci riprendemmo a poco a poco, riacquistando
coscienza della realt.
Dapprima non pensammo a mangiare o a bere, n alla barca o a
un tetto, e neppure alla gente o a un ritorno tra gli uomini. Ognuno si
diffondeva in racconti, domande, esclamazioni, eppure nessuno di
noi due badava veramente a quello che diceva l'altro. J enny riprese
molto prima di me il dominio di se stessa e si mise a preparare la
cena in silenzio, mentre io non riuscivo a frenare la mia loquacit e le
mie domande, ripetendo le stesse cose cento o mille volte.
Per farla breve, il pranzo fu pronto, fu consumato in buona
armonia e ci diede occasione di capirci a vicenda molto meglio di
prima, in uno stato d'animo un po' pi sereno.
Scesa la notte la signorina J enny si ritir nel fondo della grotta,
che era separato dallo spazio anteriore mediante una specie di tenda
di canne intrecciate con fili d'erba. Io invece mi distesi nella parte
anteriore, dove tuttavia passai la notte pi come un paladino davanti
alla tenda della sua principessa che come uno stanco rematore
bisognoso di sonno.
L'indomani J enny sbuc fuori proprio nel momento in cui il
sonno mi aveva vinto e solo il suo invito a far colazione,
accompagnato da scherzi e risate, mi svegli dal profondo sopore.
Quel giorno il mare era piuttosto agitato e siccome avevo
convinto J enny che la cosa pi saggia era venire con me al Rifugio di
Roccia, portando tutta la sua roba, passammo l'intero giorno a
predisporre l'occorrente per caricare nel caiak i suoi bagagli e gli
straordinari utensili, frutto delle sue abili mani. Ad ogni istante avevo
motivo di manifestare la mia meraviglia e ammirazione per la grande
capacit artistica con la quale nello spazio di poco pi di due anni o
di due e mezzo l'ingegnosa ragazza aveva creato tante cose. J enny
invece affermava che in Europa, con mezzi e attrezzi di lavoro
europei, qualunque ragazza avrebbe fornito in cos lungo periodo di
tempo il doppio o il triplo di quel lavoro.
Tutto quello che mi fu raccontato da J enny in quei due giorni e in
seguito, durante il viaggio: la sua permanenza nelle Indie orientali
dove era arrivata ancora bambina, l'inizio del viaggio per tornare in
Europa, il naufragio, la salvezza e la sua vita da Robinson sullo
scoglio fumante, tutto ci fornirebbe davvero materiale per un lungo
e bel libro, se il babbo volesse accingersi a scriverlo durante la
stagione delle piogge.
In breve, il terzo giorno tutto era pronto per la partenza:
lasciammo soltanto una cassetta piena di conchiglie e un barile di
carne affumicata che, sbattuto sullo scoglio dalla tempesta, aveva
efficacemente contribuito, con buona parte del suo contenuto, al
nutrimento di J enny. Il mare era di nuovo navigabile anche per il mio
fragile caiak e il ritorno a casa sarebbe avvenuto abbastanza
rapidamente, se una grave avaria del caiak, come vi ho gi detto, non
ci avesse trattenuto nell'Isoletta della Felicit e del resto vi ho
raccontato gi parecchie cose del nostro viaggio, che ora non
necessario ripetere.
Il racconto di Fritz era durato almeno fino a mezzanotte e tutti i
suoi ascoltatori, me compreso, erano rimasti svegli ed attenti.
Finalmente diedi ordine di andare a letto. Per la verit pareva che
nessuno potesse prendere sonno e in realt anche a me si aprivano
tante prospettive di un nuovo avvenire, sia per l'accrescersi della mia
cara gente, sia per le promettenti scoperte di Fritz, che il mio spirito
rimase a lungo agitato e non riuscii ad addormentarmi sul serio.
Avevamo stabilito di trascorrere ancora un paio di giorni nella
Baia delle Perle, ma poi si presentarono imprese cos attraenti che
non riuscimmo a prendere una decisione sulla partenza.
Intanto l'indomani ci svegliammo presto, facemmo colazione e
trascorremmo un'oretta a discorrere familiarmente, poich tutti
eravamo eccitati dal racconto di Fritz e cos incuriositi dalla storia
della piccola amabile signorina, che non la lasciammo in pace finch
non ebbe narrato almeno l'essenziale.
Dal suo racconto, spesso interrotto, si ricavava quanto segue.
J enny era l'unica figlia di un colonnello inglese che aveva prestato
servizio militare in India. Il colonnello aveva impartito alla figlia una
perfetta educazione. J enny aveva imparato non solo tutti i lavori
femminili, ma anche equitazione, scherma, tiro e caccia. Qualche
anno prima il colonnello aveva ricevuto l'ordine di accompagnare in
Inghilterra un certo numero di soldati in congedo, su una nave da
guerra. Egli stesso si era congedato e pensava di condurre anche la
figlia in Inghilterra. Ma J enny non pot essere accolta a bordo della
nave che riportava in patria il colonnello e fu quindi costretta a
viaggiare accompagnata soltanto da una fida governante sul trealberi
Dorcas, che salpava anch'esso per l'Inghilterra. Ma il trealberi fu
colto da una serie di burrasche che lo deviarono completamente dalla
sua rotta, al punto che il capitano non seppe pi orientarsi. In una
cupa notte di tempesta il bastimento naufrag, l'equipaggio salt
nella lancia di salvataggio e nel canotto, che per furono subito
inghiottiti dal fortunale.
Un'ondata provvidenziale spinse J enny a terra dove rimase distesa,
tramortita. Non aveva notato il minimo segno di vita n
dell'equipaggio n dell'accompagnatrice. Per due giorni rest
nell'isola, mezzo morta di paura e di angoscia, incapace di prendere
qualsiasi iniziativa; si nutriva a stento con alcune uova prese dai nidi
di uccelli marini che dimoravano sulla costa.
Il terzo giorno riapparvero finalmente bel tempo e sole. Il sereno
le aveva immediatamente fatto sperare che i marinai della lancia,
forse scampati al naufragio, avrebbero approfittato del mare calmo
per ricercare assiduamente la barca piccola o gli eventuali superstiti a
riva. In quella confortante aspettativa la naufraga come cosa pi
urgente da fare aveva pensato ad accendere un fuoco. E poich sul
trealberi aveva indossato la divisa di cadetto di marina e come tale
portava sempre con s un coltello, acciarino, esca, pietra focaia e
simili, si trov molto meno sprovveduta di quanto s