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MASSIMO BONTEMPELLI. L'AMANTE FEDELE. PREMIO STREGA 1953. /:/NITTA.

Possedevo un'automobile: una sera da un luogo di villeggiatura accompagnai certa gente alla stazione della citt pi vicina. Il treno era in ritardo, loro dicevano: "Vattene pure, si fa buio, fino a casa hai forse cento chilometri, ecc.". Ma io ho preferito aspettare; per andarmene poi traverso la notte piena, quando il creato si rif semplice ed eterno. Partita la gente uscii dalla stazione e ripresi in fretta il mio posto al volante. In breve ero fuori delle case, via per il bel viale diritto, a fari accesi. Ma non mi sentii felice. Era una notte avvizzita. Il nero che copriva confusamente il cielo era pieno di strappi ove tremava qualche stella piccola, da quel nero colava per l'aria un impuro grigiore. Andando, non sentivo dormire la terra, come nelle notti vere. Anche l'aria dei prati respirava a stento. Dove la strada entra in una boscaglia, a un tratto mi parve di udire un breve gemito, ma come oppresso, da sotto le radici forse, e taceva sbito. Le braccia dei rami pi bassi tentavano afferrarmi al passaggio, la luce dei fari colpiva nei tronchi crudelmente, tutto mi infastidiva: solo il mormorio del motore scorreva come un ruscello. Dopo il bosco ricomincia la prateria ma non ci sono pi alberi; dura solo, di qua e di l della strada, il ritmo ostinato dei paracarri che non finiranno mai pi. Qui rinacque improvviso quella voce d'un attimo, la stessa, come un respiro sbito spento. Rallentai. Da dove scaturiva? Dal cuore della terra? o da quelle piccole stelle che si vergognano? Forse da molto pi vicino? Ora taceva, io allora spasimavo nella voglia d'udirla un'altra volta. Mi sforzai di mettermi a cuore freddo per capirla bene, rallentai l'andare e spensi i fari per essere pi raccolto. Era davvero scomparsa. Pure io continuavo ad avvertire, non so dove, scorrente nell'aria o strisciante tra le ruote o lungo il cielo o sotterra, o tutt'intorno a me come l'aria che si respira, una invisibile presenza accompagnare la mia corsa. Niente, follia. Me ne riscossi, riaccesi i fari. "Le presenze invisibili" farneticavo accelerando: ricordo che da ragazzo per un certo tempo questa frase mi piacque molto. un peccato che al ginnasio non mettano in programma un poco di demonologia, avrei imparato qualche esorcisma. Ma chi pu sapere se questa presenza sia maligna o benigna? istata una specie di piccolo fischio: forse qualcuna delle frecce sottili che Lilith lancia alla Terra dal secondo satellite? oh forse lei, lei in persona che viene a cercarmi, Lilith, dea della notte? Sarebbe giusto, lo ha detto Plotino ad Amelio: "Sta agli Dei venire a noi, non a noi andar a cercare gli Dei". Ho anche letto (chi sa dove) che non c' da aver paura della "presenza" se si tiene in mano una pianta di ortica; non fosse tanto buio, forse in quei prati se ne trova. E diceva che stringendo in pugno per sette anni un vampiro, questo si cambia in ortica. Ho letto pure che per vedere un fantasma basta mettersi sugli occhi la placenta d'una gatta nera primogenita: una parola! Via, il sistema pi spiccio sar sempre ricorrere al canto. Che cosa cantare? quale sar la melodia

o melope;l pi adat!-a a interessare le presenze occulte? Qualunque; la prima che viene in mente: L'importante l'animo, L'accento che ci metti. Ecco: Jerum! Jerum! Hallo halloh! Potenza dell'incomprensibile. Avevo appena gettato con tutta la mia voce contro la notte l'invocazione beffarda, che di colpo, quasi a rispondermi, rinacque nell'aria pi netto il gemito; in ritmo una, due, tre volt(: il tempo ch'io misi a dominare le mie mani che avevan fatto fare un orrendo guizzc al volante, rimettere in linea la macchina, rallentare poi cautamente frenare, fermarla. Quel terzo gernito s'era spento in un soffio, intorno a me si stendeva ora uno smisurato silenzio. Ma io immobile rimasi, e attento, certissimo che il suono sarebbe riapparso tra poco. Aspettavo, tendevo l udito, sentivo calmarsi i battiti del mio cuore. Non tard molto. Questa volta rampoll tenue, dal nulla, e crebbe a gradi. Si fa uguale e continuo. S alza un istante, ricade, ripiglia. Ha preso forma di respiro, un fiato sottile e dolente; e non cessa pi. D improvviso agghiacciai, perch mi resi conto che m'era vicinissimo, dietro, alle spalle. Mi feci animo, di colpo mi voltai. Ebbi il coraggio d'accendere la luce interna. E al suo fioco lume scrsi una piccola confusa forma rannicchiata nel sedile di fondo. Mi posi in ginocchio sul mio e mi sporsi a guardarla A poco a poco ne afferrai del tutto la linea: una fanciulla macilenta, vestita d'un corto grembiule lacero; i capelli pallidi le coprivano a mezzo il volto bruno e liscio. Dormiva a bocca aperta, d'un sonno sfinito. Ricominci a gemere sommesso. Senza svegliarsi agit il capo due volte come per smuovere la chioma che le solleticava le labbra e le palpebre. Spinsi una mano a scostarle i capelli dal viso. Cess di gemere e schiuse gli occhi. a Che fai qui? Mi guard senza paura e senza muoversi, solo girando gli occhi; poi scosse forte la testa. Sai parlare? S rispose sorridendo; e sbadigli. Che fai qui? La bambina si srotol un poco, e sottovoce rispose: Mi sembra che dormivo. Quando sei salita? Mosse le spalle come se qualche cosa la infastidisse, poi in un tono tra dispettoso e lamentevole mormorava: Infine, che male ho fatto? Capii che stavo facendole domande sciocche, e che gi ella aveva preso il sopravvento. Mi guardai intorno come cercando una risposta e un contegno. Vidi che fuori la notte s'era fatta un poco pi morbida, pioveva qualche luce di stella sulla terra. Lei sbadigli un'altra volta. Hai sonno? S'era ributtata tra i cuscini, sempre con gli occhi diritti al mio volto: Non ho pi sonno. Mi guardava come si guarda una cosa di cui ci siamo impossessati ma non sappiamo che farne. Avevo sbagliato tutto, e non avevo modo di ricominciare da capo. Tutt'a un tratto esclamai: Oh, come ti chiami?

Non rispose sbito. Lentamente si passava le mani sul capo, in quel moto i capelli ridiscesero a coprirle la fronte. Rimasta cos, col volto tra le mani, mormor voci di cui non afferrai che qualche sillaba. Come hai detto? insistevo ho udito qualche cosa come "nit-ta cos? Nitta? Mi parve che col capo accennasse s. Tentai una nuova domanda: Dove volevi andare? Di colpo Nitta si drizz, si compose sull'orlo del sedile, con i piedi a terra, cercando di tirarsi il grembiule sulle ginocchia. Era scalza. Un'altra pausa. Poi alzando una mano e puntando l'indice, disse: Voglio andare l e gli occhi le scintillavano. Non capivo. Scrollandosi d'impazienza ripet: A sedermi l. Davanti. Indicava il posto accanto al mio. Respirai. C'era da muoversi, qualche cosa da cambiare, uscire dall'afa di quel dialogo assurdo Quando fu seduta al mio fianco, comand: Andiamo. Avanti? S Le domandai, accennando alla strada dinnanzi a noi: La tua casa da quella parte? Scoppi a ridere, d'un riso agitato, scomponendosi, urtandomi. Poi: Corri pi presto. Mi sentivo umiliato e pieno di stizza. Il cielo s'era in gran parte sgombrato, la notte era ancora alta, piena di stelle. Ora andavamo velocissimi. Ogni tanto la sogguardavo: ella immobile fissava oltre il vetro sulla strada battuta dai fari. La stizza divampava a collera nell'animo mio. Nitta pareva ammaliata. A poco a poco quello sfogo di velocit mi rimise in sesto. Rallentavo l'andare ma lei non disse nulla n si smosse dalla sua rapita fissit. Guardavo i paracarri e contavo i chilometri. Sentii che Nitta era perfettamente sola, che per ora non ci poteva essere tra noi altro che silenzio. Il cielo s'era ripulito del tutto: le costellazioni giravano puntualmente intorno alla Terra, gi cominciavano a impallidire. Non pass molto, e anche gli orizzonti un poco schiarivano. Ecco arrivammo dove, finito l'ultimo rettilineo, la strada circuisce una collinetta prima di sboccare in un'altra pianura. Spensi i fari. E m'apparve l in fondo il mio poggio D'impeto senz'altro pensare gridai: Guarda, Nitta, ai piedi di quel poggio la mia casa. Tra pochi minuti. Rispose con calma: Va bene. Ma tu ora dovrai dirmelo: dove vuoi arrivare? Abiti ancora pi in l? io ti porto dove vuoi. Guard in giro poi rispose: Intanto andiamo fino a quella. Vedendola fatta quasi umana, non volevo lasciar cadere il discorso. Quanti anni hai? Nitta alz le spalle:

Che cosa importa? Vuoi vedere che indovino? Dodici. Sbito mi pentii: forse ne ha parecchi di pi, pare tanto bambina perch denutrita e gracile. Ma non s'era offesa. Non so neppure se avesse sentito. Canterellava, e s'. ccompagnava attentamente battendo con le nocche sul vetro. Io per non abbandonare la presa insistei con le fastidiose domande: Ti aspettano? Chi? domand a sua volta con un'ombra di maraviglia. Una volta ancora mi morsi le labbra per il dispetto. Per fortuna eravamo vicini alla meta. Affrettai. Dopo due minuti fermavo ai piedi del poggio, davanti alla piccola casa solitaria, che era la mia dimora. Eccoci, Nitta. Spensi il motore; e mi venne un pensiero improvviso: Hai fame? Mi fiss per un attimo immobile. Poi il suo volto s'infiamm di stupore. Giunse le mani e se le strinse al petto, mentre esclamava: vero, s, tanta. Gli occhi le brillavano di desiderio e di speranza. A me veniva da piangere. M'ero buttato fuori dalla macchina e tenendo aperto lo sportello parlavo: Anch'io ho fame; su ho tante cose da mangiare; scendi, presto, entriamo in casa. Non si mosse, parve oscurarsi, disse precipitosamente: No, mi vergogno, portalo qui. Non insistetti. S, s la rassicuravo salgo e ridiscendo sbito. Poi arriveremo fin l additai un folto di piante in mezzo alla pianura l c' anche una tavola, portiamo l tutto, in cinque minuti ci arriviamo. Intanto m ero avviato, ma sentii il grido di Nitta: No no! Mi voltai. Il suo volto s'era tutto sconsolato. Pregava a mani giunte singhiozzando: No, non aspettiamo tanto; qui, mangiamo qui, fa'presto. Certo, cara, come vuoi. E fuggii, salii di corsa le scale, gonfio di commozione e di tenerezza. Avevo parecchie provviste, in furia le gettai in un paniere grande: frutta pane biscotti uova formaggio vino non so che altro. Mi sarebbe parso un delitto far aspettare un minuto pi del necessario la creatura affamata. M'affannavo pieno d'ardore pensando: "Dopo che avr mangiato sar un'altra, sapr di dove viene, potr accompagnarla a casa sua, aiutarla". Quando il paniere fu colmo, senza neppur richiudere l'uscio mi precipitai gi per le scale e gridavo: Evviva! Nitta, ho fatto presto? Guarda... Nitta, Nitta, dove sei? Nitta non era pi nella automobile. Vi gettai dentro il paniere; e via chiamandola corsi, attorno alla casa, su per il poggio svegliato ai primi raggi, di l dai prati da ogni parte, in mezzo alle piante, lontano e vicino, fino a sole alto e poi al meriggio in giro sempre cercando e gridando

inutilmente il suo nome. /:/IL LADRO LUCA. Al ladro Luca, nella notte annuvolata, bast la luce d'un quarto di luna e di poche stelle per scendere in una casa dall abbano e farvi un bottino di prim'ordine. Ora ne riusciva con piena la sacca e l'animo contento. Alz gli occhi un attimo al cielo che si stava sgombrando, poi guard il tetto lentamente in giro. Tutto il mondo era in silenzio e vuoto, non c era nel mondo altro che lui Luca su quel tetto vicino al cielo. Sentiva stanche le reni e il cuore in pace. Non c pi da aver paura di niente. Fermata bene la sacca alle spalle, s'accomod a sedere sopra le tegole, e appoggiato un braccio alla parete dell'abbano si concesse cinque minuti di rlposo. Nessuno dei suoi compagni ha mai fatto un bottino tanto importante. L abbano sorgeva al mezzo del vasto pendio di tegole che sale dall orlo del tetto alla cresta. Luca dall'abbano volgendosi verso l'alto vedeva quella linea lunga del vertice tagliare il cielo; guardando avanti - intorno a s, L'immensa distesa del pendio fino all altro lato del palazzo, rotta solo da un comignolo, in basso quasi addosso al corniaone. La vista delle tegole lo riposava. Lui sa camminare sui tetti come un gatto. Pregustava la maraviglia dei suoi compagni (trine, seta, argenti) e forse un elogio del Capo. Il ladro Luca senza bisogno d orologio misurava il tempo a perfezione. Quando i cinque minuti furono passati, Luca stacc il braccio dalla parete, tent le cinghie della sacca, poggi una mano a terra per darsi la spinta a mettersi in piedi. Ma girando frattanto lo sguardo verso la cresta del tetto, agghiacci. Da dietro quel vertice era spuntata una testa grossa e nera, due occhi lucidi traverso l'ombra lo saettarono, poi di colpo un uomo fu in piedi a sommo del tetto col braccio teso e la rivoltella puntata verso Luca, e nel silenzio son il suo comando: Mani in alto!. Il ladro Luca alz tremando le braccia. E fermo! aggiunse colui. Senza gridare, le sue parole ferivano l'aria e arrivavano taglienti all'orecchio di Luca che sentiva il cuore battere in petto come se si spezzasse: avrebbe voluto abbassare una mano per tenerselo fermo. Aveva riconosciuto l'uomo, era uno dei poliziotti pi abili e implacabili della citt. Si guardarono per forse dieci secondi. Lo sbirro fissava Luca negli occhi, Luca guardava l'altro alle ginocchia, e le braccia ogni tanto stavano per ricadergli gi ma lui con uno sforzo le rimetteva sbito in alto. In quei dieci secondi pass per la fantasia di Luca una ventata rapida di immagini: il contatto con le mani orride dello sbirro, il bottino nella sacca, le manette, poi lo sapranno i compagni e il Capo: tutte mescolate e scompigliate nel soffio della paura. Lo sbirro s'ergeva verso la parte estrema della cresta del tetto. Ora avanzo di qualche passo; tramezzo alla paura il ladro Luca ebbe modo d'accorgersi che il piede dell'altro non padroneggiava a fondo la tegola. Forse per questo l'altro

ora stava fermo; s'era piantato sui due piedi, con le corte gambe un po'aperte. E parl a Luca, sempre con quella rivoltella spianata: Attenzione a quello che dico: lzati, vieni qua, mani in alto; al primo moto che fai per abbassarle o per cambiare direzione, sparo. Forza, don Luca! . Mentre quello parlava il ladro Luca aveva infatti rapidamente esaminato la possibilit di buttarsi a destra verso il cornicione, ma il colpo dell'arma lo avrebbe raggiunto. Scomparire nell'abbano era mettersi in trappola. Non poteva che ubbidire. Riusc a levarsi in piedi senza servirsi delle braccia. Poi ma lentamente (per non rivelare all'altro la propria agilit, per allontanare al possibile il momento in cui si sarebbe sentito addosso quelle mani, per un istinto professionale di finzione) passo passo cominci a salire obliquamente il tetto in direzione di quella rivoltella. Le mani gli tremavano. Pi svelto disse lo sbirro con un sog ghigno pesa tanto quella sacca? pi svelto. Il ladro Luca voleva rispondere ma non pot che mandar fuori qualche sillaba fioca: si rese conto che non aveva ancora detto una parola. Fece qualche altro passo incespicando ad arte nelle commessure delle tegole. Avanti, don Luca, hai lavorato bene, giusto che ti porti a dormire. Altrimenti... Cristo! Il cuore di Luca balzo di sorpresa e di gioia, perch lo sbirro per un piccolo moto inconsulto del piede aveva barcollato un attimo ed era precipitato scivolando sulle tegole. Sbito Luca vide il grosso corpo rotolare gi per la china del tetto, egli allora si mise a correre su verso la cima. L'altro s'era smarrito, s'afferr con la sinistra a una tegola ma questa si stacc di netto e lui mand un gemito sentendosi straziare le unghie alla radice, tent invano afferrarsi con l'altra che lasci andare la rivoltella, rotol ancora, batt la testa contro il comignolo ma non si ferm e il ladro Luca raggiunta la cma si volt e vide lo sbirro arrivare all'orlo della discesa e il suo corpo scomparire nel vuoto. L'invest e lo invase una folgorante felicit. Fiss allucinato il punto laggi dove il corpo del nemico era scomparso. E cos guardando, s'avvide che non era scomparso tutto: le due mani dello sbirro eran rimaste afferrate all'orlo del cornicione e furiosamente si sforzavano di tenervisi strette. Luca sedette sulla cima del tetto a fissare quelle due mani grosse, sempre pi nere e convulse. Aspettava, prima d'andarsene, di vederle scomparire. Quella sua felicit che per un minuto aveva forse raggiunto il delirio, s'era calmata. Ora il ladro Luca era sicuro e tranquillo, stava seduto col busto e il capo un poco protesi in avanti, come si sta a teatro nei momenti pi ansiosi del dramma. E si figurava il corpo pendente l sotto, il corpo del nemico che tra poco precipiter gi a sfracellarsi sul lastrico. Tese l'orecchio per essere pronto a sentire il tonfo Una di quelle due mani non resse pi allo sforzo e si stacc dal cornicione, sbito tutta la forza e lo spasimo delL'uomo si raccolsero per un momento nell altra, poi la prima torn ad afferrarsi e l'altra si stacc e s'agitava nelL'aria. D'improvviso qualche cosa d'ignoto brill nell animo del

ladro Luca, ed era assai diverso dal delirio di quella prima felicit. Chiuse e strinse gli occhi e sbito li riaperse: di laggi sent un rantolo, e pareva venisse da quelle mani. Il ladro Luca non capiva pi niente, ma senza capire, di colpo s'alz, in un lampo sfil dalle spalle la sacca e la pos sulle tegole; un'altra volta chiuse e riaperse per un attimo gli occhi, si pass una mano sulla fronte, e senza sapere perch, senza sentire quello che stava facendo, corse gi, diritto, fin l; arrivato l si gett ventre a terra, s'apprese con una delle sue mani di ferro allo spigolo del comignolo, si tese in avanti, porse l'altra gridando: attccati! e abbranc la mano alzata dell'uomo che si dibatteva. La sent stringere, la tir a s con tutta la forza, come un pescatore tira la rete pesante: vide venir su la testa e le spalle, tir ancora; L'uomo aiutava il suo sforzo, arriv tutto. Luca gli dette un ultimo strattone, poi aiut l'uomo a porsi a sedere sull'angolo del tetto. Segu un silenzio e la notte respirava intorno a loro. Lo sbirro fissava in gi verso l'abisso ma certo non vedeva niente, il ladro Luca gli guardava la schiena ma non sapeva di guardarla. E aveva voglia d'andarsene ormai, ma non si moveva, come se aspettasse qualche cosa, e non sapeva che cosa n perch. Finalmente lo sbirro, senza voltare la testa verso il compagno, mormor qualche parola. Luca non cap e domand: Come?. L altro ripet, sempre a capo chino: Fa freddo . Luca si sentiva a disagio L'altro si prese la testa tra le mani e cominci a singhiozzare piano. Il ladro Luca si cerc in tasca un fiammifero e una sigaretta, la accese e la porse: Prendi. Lo sbirro si volt, e Luca vide che aveva il volto rigato di lagrime. Ripet: Prendi e chinandosi gli pose la sigaretta tra le labbra. La sigaretta tra le labbra dello sbirro tremava. Dopo un poco lo sbirro balbett: Grazie; la sigaretta gli cadde di bocca, sull orlo del cornicione. Il ladro Luca fu lesto a raccoglierla, scroll le spalle, fin lui di fumarla. Fatto questo, come l'altro s era di nuovo girato in l con la faccia tra le mani, Luca s'alz in piedi, si volt senza pi guardarlo risal, in cima, dove aveva lasciato la sacca. Se la accomod sulle spalle, scese piano l'altro versante avviandosi verso un doccione dell'acqua per cui scivolando sl scende a terra. La luna era scomparsa e non c'era pi una nuvola in cielo. Il ladro Luca pens con orgoglio alla maraviglia dei compagni, all'elogio che forse il Capo gli far per il bottino. Prima di lasciare il tetto e abbracciarsi al doccione, guard una volta ancora il cielo. Aveva cento volte lavorato di notte ma non s'era mai accorto che ci fossero tante stelle. /:/LA VIOLETTA. Rosa augur agli ospiti la buona notte, sal di corsa nella sua camera e chiuse l'uscio a chiave per sentirsi pi sola. Quando tutta la casa fu immersa nel silenzio, Rosa si mise a scrivere al suo amore cos: "Amore caro, quest'oggi ti scrivo di sera perch tutto il giorno siamo stati qua e l, un poco a fare visite e un poco a spasso per la campagna. Durante le visite mi pareva d'essere morta e sotto terra, nella campagna invece diventare una rondine o un angelo

e volare tra la terra e il cielo, e ogni tanto mi pareva ci fossi anche tu a volare con me, ma non era vero, ma ero felice ugualmente; dimmi se questo molto brutto. Io credo di no perch in quella felicit mi sentivo riempire di cose buone da portare a te quando ti rivedr, che sar tra undici giorni e quasi mezzo, cio esattamente tra duecentosettantatr ore. I momenti che mi pareva ci fossi anche tu erano specialmente quando dai campi aperti entravamo dentro i boschi, che sono di querce foltissime e scure e fresche come le chiese; ma anche con tutti quei rami e i milioni di foglie unite come un gran tetto, quando sentivo tutt'a un tratto che c'eri tu e mi prendevi per un gomito, riuscivamo benissimo a traversare le foglie e volare al disopra delle querce e raggiungere il cielo che era chiaro e aperto senza una nuvola e pieno di luce da tutte le parti. Ma erano momenti brevi, tu scomparivi sbito, dove diavolo te ne andavi cos d'improvviso? e io mi trovavo di nuovo gi; e i miei compagni e compagne a domandarmi: che cos'hai Rosa?. Allora io mi chinavo a guardare in terra e cos improvvisamente ho scoperto che tra le querce un po'dappertutto erano spuntate le violette: certi cespi in mezzo ai sentieri paiono mazzetti gi pronti e si ha paura di schiacciarle; certe altre stanno pi al siNro ai piedi della quercia proprio tra le radici che sporgono e il tronco: tutti quegli incavi con un po'di terra erano tanti nidi di violette nate la notte prima, alcune pi cupe altre pallide quasi celesti. Loro si sono messi a coglierle, a me invece dispiaceva staccarle di l, ma mi vergognavo a dirlo, cos ne ho colta una poi correvo via e quelli mi seguivano e non ci pensavano pi. Mi piacerebbe..." A questo punto Rosa s'interruppe per un pensiero improvviso. S'alz di colpo, gett la penna, cammin due o tre volte furiosamente su e gi per la camera arrabbiandosi: "perch non ci ho pensato allora?". Le era venuto in mente che sarebbe stato bello mettere nella lettera quella violetta; ma non l'aveva serbata, forse l'ha perduta, o senza farci caso l'ha data a qualNno, non sa pi. Le veniva da singhiozzare per il dispetto, si rimprover quasi ad alta voce: "Sciocca, cattiva". La sua furia cominci a calmarsi, perch un altro pensiero s'avanzava incontro a lei, fin che si present chiaro. Rosa ricord che rientrando dalla campagna aveva veduto, in gi poco lontano dalla casa, altre violette fiorire gli orli d'un rigagnolo che dal monte scende alla strada poi per un tratto la fiancheggia. Ricordava esattamente il punto, lo avrebbe ritrovato anche al buio. Erano tante, sparse per tutta la sponda come un popolo in piazza. Si mise a ridere per la contentezza. "Scendo a coglierne una." Appena pensato cos, si vide precipitare addosso tutte le difficolt di quel proposito tanto facile. Uscire di camera, scendere a terreno, aprire la porta; poi il ritorno. Quanti rumori. Se qualcuno in casa si sveglia, d l'allarme. Se la sorprendono, che dire? Tutto in lei s'allent. Prese dal tavolino il foglio, vide le due parole mi piacerebbe poi tutto il vuoto della pagina; e si sent sprofondare in quel bianco. Chiuse gli occhi. Rimase qualche minuto, capo chino braccia abbandonate, senza pi fare un movimento. Poi si scosse, s'alz, guard intorno con sfida, perch

s'era risoluta. A qualunque costo, contro ogni pericolo. Rimise il foglio sul tavolino e senza neppure sedersi rapidamente scrisse le ultime righe: "anzi ti metto qui dentro una violetta, pensa, la prima violetta della primavera, che sar la nostra prima primavera, non vero? e vado a impostarla io nella cassetta dell'angolo che t'ho gi descritto, dove le levano all'alba. Ti bacio come quel giorno, no, di pi. Rosa". Pieg il foglio e l'infil nella busta ch'era gi pronta con l'indirizzo, s'accomod cautamente la lettera in seno, e mosse all impresa. Il principio fu ottimo. La molla non scatt, il cardine non cigol; L'uscio, docile come un bambino buono, si lasci aprire e richiudere, e Rosa fu nel salone centrale che era scurissimo ma lei lo sa a memoria. Tese l'orecchio al silenzio che veniva dalla parete opposta (di l sono le camere dei suoi ospiti): silenzio di sonni densi, silenzio supremo, silenzio tanto premuto e soprannaturale ch'ella ora tremava come per paura di vederlo esplodere, ma a poco a poco sent il cuore calmarsi e sbito senza errori in punta di piedi raggiunse il sommo della scala. Ben altre paure t'aspettano, ragazza temeraria. La discesa non era difficile: tenendosi al corrimano, uno per uno fece i gradini (qui il tappeto morbido smorza i passi) che all'ultimo la deposero nel vestibolo. Un passo nel vuoto, tende una manO, ecco l'orlo della grande tavola; la percorre tutta nel suo lato pi lungo, volta a destra, dopo altri due passi, alt: sapeva di trovarsi di fronte alla porta d'uscita, anzi ne intravvide la sagoma, qui ci si vede un poco, forse l'occhio mi s' aoituato, ma a che altezza il chiavistello? Lo trov, tir piano, guadagnando un millimetro per volta, fin che l'ebbe liberato. Poco pi su la maniglia, la prende, la gira; e in quell'atto chi sa perch rivolse un poco la testa e a stento riusc a non mandare un gran grido; lo sguardo le era caduto verso il basso d'un uscio e l sotto appariva una pallida striscia di luce. Rosa agghiacci, qualcuno dietro quell'uscio non dorme, certo l'ha udita e ha acceso il lume; no, era acceso da prima, per questo c'era meno buio, ma lui ora udr certamente, s'ella fa ancora un movimento; chi sa quanto tempo sta passando? poi non riusc a pensare pi niente, solo sentiva la destra aggranchirsi contro la maniglia, che pare infocata ma non si pu pi abbandonarla, peggio ancora spingere la porta; Rosa non sa altro che rimanere con gli occhi sbarrati a quella luce che pare sempre pi tagliente: forse si metter a parlare, quella infernale lama di luce? No. Anzi tutt'a un tratto, Dio!, scomparsa. Ma dietro c' ancora quello l, quello che ha spento, chi sar? Ora il buio insopportabile; meglio mettersi a gridare che stare un secondo di pi schiacciata in questo nero, col mostro sveglio a tre passi da lei. Se lui riaccendesse, a Rosa parrebbe un sollievo. Un momento, una voce forse? I dentro nato un suono, s; ma non voce: flebile, lento, diventa un ritmo un respiro, respiro lungo, respiro grosso, colui dunque s' addormentato, dorme, russa! e a Rosa torna nelle vene il sangue a circolare, la maniglia diventata fresca e morbida. Eppure, che c' ora? Dio, la porta da s lentamente si apre? No, Rosa, non si apre da s, tu l'hai spinta l'hai riaccostata; L'aria della notte fresca, guarda in aito, ci sono le stelle.

Rosa mand un grande respiro e gli alberi della collina mossero tutte le loro foglie salutandola poi tacquero. Corse fino al ruscello, di l si volt a guardare in su la casa divenuta grave come un sepolcro, in gi la strada che scende tra due muri e a una svolta si perde. Avidamente mirava tutte le forme distese ognuna sotto un suo silenzio: la pianura pallida per un lume di luna ancora nascosta dietro il monte, lontane masse d'alberi rimasti tenebrosi sotto le stelle che li toccano, sopra ogni cosa il cielo concavo bruno tra stella e stella; e qui Rosa, sola nel centro del mondo a respirare in mezzo alla notte. Niente pi le faceva paura, nemmeno i rari sussurri che rampollavano ogni tanto dal cuore dell'aria, effimeri, inafferrabili, assurdi. Non la spavent un fragore di carro che nacque dietro la casa: anzi lei s'aspettava di vederlo arrivare, carico d'erba, tirato da due bovi, e in alto un uomo che di lass le rivolger la parola. Invece il rumore s'allontan dall'altra parte e digradando le rievocava stranamente la spiaggia del mare. Attenta ascolt fino all'ultimo; quando fu tutto svanito, Rosa s'accrse che per seguire il rumore aveva camminato salendo per un tratto la strada verso il monte. Allora pieg in una traversa sassosa e arriv al greppo alto ove s'apre allo sguardo un'altra vallata. Anche l rimase contemplando: da quella parte la notte pi familiare, dal basso arriva un suono d'acqua tra i sassi. Torn indietro, lentamente ridiscese la strada fino al ruscello, rapita guardava e respirava, non s'era mai resa conto che respirare il nostro piacere pi grande. La colse una commozione, senso di pienezza dell'anima, volont d'espandersi; forse per trattenerla, si strinse le mani al petto: e vi sent la lettera. Non se n'era dimenticata, ma ora quel contatto la richiam con precisione al suo cmpito. La sponda fiorita, ricordava, sta un poco pi in basso. Rosa si mise a correre e questo la alleggeriva: correva come se cantasse. Arriv al punto ove passando aveva visto le viole. Si chin, le ritrov sbito. Al poco chiarore si son fatte pi brune, qualcuna per riposare meglio s' ristretta e chinata ad appoggiarsi sulle foglie. Rosa stese la mano all'erba e la sent umida, anche questo le parve una cosa nuov_ e bellissima. Colse la violetta pi aperta, prima di metterla nel foglio la baci, rilesse l'indirizzo, risal tutto il cammino oltre la casa, fino all'angolo della cassetta postale, lesse un'altra volta quel nome e imbuc la lettera con un sospiro. A questo punto si sent vuota e meno contenta, e nn sapeva perch. Si riavvi a lentissimi passi per rientrare. Quando fu vicina alla casa la prese una inquietudine: se qualcuno l dentro s' svegliato? Si ferm girando lo sguardo intorno ma non vedeva pi niente. Rabbrivid e s'accrse che un soffio di vento aveva scosso tutti gli alberi e l'aria. E se qualcuno disceso al vestibolo e ha chiuso la porta? Riprese riluttante a camminare. Tutt'a un tratto vide l'aria pi chiara. Alz lo sguardo al cielo, dal monte era uscita la luna, un esile quarto di luna, pure dal fondo del cielo alcune nuvole scure s'eran mosse per andare a coprirlo. Rosa agitata affrett il passo, un soffio pi forte la spinse ed ella si mise a correre e davanti alla casa si ferm di colpo e guard. La porta era ancora socchiusa. Si calm per un solo istante; perch mentre

stava per alzare piano la mano, un altro sospetto pi feroce la gel: mentre lei s'era allontanata poteva essere entrato un ladro, molti ladri, la sua ospite parlava spesso di ladri notturni. Intanto il cielo e la luna s'erano coperti del tutto. Rosa batteva i denti, il vento dagli alberi del monte fischi. Nella sua angoscia Rosa tir a s forte la porta, si butt dentro, prima di richiudere aspett che il cuore non le saltasse pi tanto. Quando fu nella sua camera, avrebbe voluto battere le mani per l'allegrezza. Prov due o tre passi di danza, a piedi nudi, si butt in terra e tentava di fare una capriola ma non le riusc. Allora si risolse ad andare a letto ma le pareva di non aver sonno. Spense sbito il lume per poter pensare al suo amore, si strinse tutta nelle coperte, tese l'orecchio alle folate del vento che cresceva: "forse viene un temporale" pens: "se il mio amore fosse qui" si diceva lentamente "qui seduto sulla sponda del mio letto..." ma prima di finire quel pensiero facile, s'era addormentata. Cominci a sognare che scendeva da un greppo alto verso il fondo d'una valle perch laggi c' il suo amore ad aspettarla, ma ogni tanto s'accorge che credendo di scendere invece risaliva, e risalendo, invece che un sentiero quella una scala di gradini col tappeto morbido fiancheggiata da due muri che a una svolta si prdono; allora lei si gira per ricominciare a scendere e di nuovo stava salendo, tanto in fretta che affannava e la voce del suo amore diceva: "colpa tua colpa tua". Voltandosi vedeva lui con un volto severo come non gli aveva mai visto, allora gli domanda: "che hai?" e lui ripete "colpa tua". Rosa stava per piangere ma lui a un tratto fa una faccia arrabbiata gridandole "non vedi che schiacci le violette?" e la strappa per un braccio mentre una quercia dal gran vento si rompeva e un pezzo di tronco precipita proprio dove prima era lei e arrivando in terra d un colpo tanto secco che Rosa, gi tra le braccia di lui, sobbalzo e si trov sul letto, ma sola, e sbito ud un nuovo colpo e cap che era la persiana a sbattere contro il muro. Poich sbatt una terza volta, Rosa nonostante il sonno spinse fuori le gambe, scivol gi e corse ad aprire la finestra. Nel cielo non si vedeva pi nemmeno una stella, L'aria era scurissima e corsa da quei soffi, nel buio si sentiva l'agitazione degli alberi. Rosa richiuse e assicur la persiana e la finestra poi torn lenta verso il letto, stette un poco l in piedi ad ascoltare una inquietudine che le aveva preso l'anima, una mortificazione non sapeva di che. Quando fu tornata tra le coperte mormorava "che cosa accaduto? forse il mio amore sta male?". Per consolarsi s'applic a ripensare tutta la sua avventura di poco fa, che ora le pare semplicissima: era bello camminare qua e l in mezzo all'aria, alle cose tranquille e distese: dove sar arrivato quel carro che rotolava? certo, era pesantissimo, andava lontano, forse voleva arrampicarsi nel cielo, avr schiacciato qualche stella? E vide una folata di stelle fuggire spaventate lungo il monte, scendere fulminando a lei avvolgerla sollevarla: si sentiva volare con facilit e guardava intorno per incontrare lui: "caro, la nostra prima primavera, e tu dove vai? dove vai?" perch egli s'era allontanato senza guardarla ("colpa tua, colpa tua") con la lettera in mano aperta,

lei invece aveva tra le dita la violetta schiacciata, gli alberi fischiavano, le stelle dileguavano. Rosa sola ferma davanti alla porta di casa che chiusa, mai pi potr entrarci, mai pi lei potr entrare in nessuna casa; mentre il vento la spingeva contro quell'uscio duro poi la risucchiava via. Sotto l'uscio apparve una lama di luce e Rosa si mise a gridare "aprimi aprimi"; e in quel modo veramente gridando, si riscosse con la faccia molle di lacrime, L'asciug a un lembo del lenzuolo, accese il lume e sbito di nuovo lo spense e lo riaccese. "Che cosa ho fatto di male per trattarmi cos? Amore amore forse ti ho scritto troppo poco? perch non sei qui a spiegarmi? Quando avrai la mia lettera? se tu arrivassi qui... Anche nel silenzio pi fondo, uno che va nella notte sente se dietro la siepe c' un agguato. Rosa sentiva una siepe e un agguato che forse tra un passo, tra due, cinque passi, la assalter. Uno lo sa ma non pu fermarsi, e fa quell'uno quei cinque dieci passi, e di colpo ha addosso il nemico. "... Se tu arrivassi qui all'improvviso, no, se quando sono rientrata tra tante paure ti avessi trovato qui:'sono venuto perch non sapevo pi niente di te".'Ma io ti ho scritto tutti i giorni, un giorno anche due volte, e anche questa notte.''Questa notte?''Se nPIIletter:l ho meCco una violetta per te, I ho clta poco fa, la pi bella, te l'ho scritto: la prima violetta della primavera... ah!... E saltato fuori dalla siepe, il nemico cattivo, t'ha dato un colpo feroce sulla testa. ("Colpa tua, colpa tua'`). Era dentro te, nel fondo, e solo ora venuta a galla, la cosa che ti rodeva dentro e non la riconoscevi: sentire oscuro, che ora a tradimento diventato un pt nsiero preciso. Rosa rotol dal letto, si mise le mani tra i capelli e gemeva, certo strideva forte ma non importa, il vento urla sulla casa e non sentiranno singhiozzare, nessuno sente pi niente in tutto il mondo. Buttata in terra Rosa sbarra gli occhi verso un angoscioso pensiero puerile. Questo: "Gli ho scritto proprio cos: la prima violetta della primavera. E non era vero una bugia. Non era quella, clta nella notte smemorata, poco fa, di nascosto per rimediare a una dimenticanza. In verit la prima violetta era stata l'altra, di giorno, nella scampagnata rumorosa, poi scioccamente perduta. Perch non dirlo? Bugia. Non l'ho detto apposta, L'ho scritta senza pensarci per la fretta. Ma bugia . Ho anche scritto: sar la nostra primavera; oh la primavera di un amore grande che deve diventare tutta la vita di noi due, comincia con una bugia e un sotterfugio. Non pu che portare disgrazia a tutta la primavera, a tutto l'amore, a tutta la vita. Cos presto ti ho mentito." Lo scrupolo s' fatto intollerabile. Sotto i morsi della coscienza feroce, Rosa si sente diventata bruttissima. "Certo anche se vuole perdonarmi, non potr mai pi guardarmi, brutta cos. Non c' un rimedio. Lui troppo lontano. Potere correre giorni e notti e arrivare prima della lettera con tanto fiato ancora da dirglielo:'Non leggere, non era vero, me ne sono accorta dopo'e morire ai suoi piedi, quale felicit!" In un rigurgito della sua disperazione si rianim, scatt in piedi, moveva passi furibondi. "Tornare fuori, correre alla tremenda casetta rossa, farla a

pezzi, incendiarla, distruggere quella vergogna Un momento, non divagare, Rosa, pensiamo bene. Gliene scrivo un'altra? e domattina la mando? no, perch intanto questa gi partita, lui la legge e per un giorno intero vive nelL'inganno, e non voglio. Bisogna scriverla sbito, raccontare tutto, tornare fuori in fretta, impostarla prima della levata, le due lettere almeno arriveranno insieme. Su, presto! " Sentiva piegarsi le ginocchia. Strinse le mani fino a ficcarsi le unghie nelle palme. Scrse sul tavolino un bicchiere pieno d'acqua, se la vers sulla testa, che le bruciava. Cos scarmigliata e gocciolante sedette, prese un foglio e le mani le tremavano. Scrisse d'impeto:'Amore, amore". Cercava tormentosamente un esordio. "M' accaduta una cosa terribile." No, si spaventa. Stracci il foglio. "Amore mio, ho fatto una cosa orrenda." No, chi sa che cosa immagina sbito. Sul terzo foglio, dopo aver bene pensato, scrisse: "Amore mio, m' accaduta una cosa ridicola ma mi fa tanto soffrire". Cos va bene. "Quando poco fa t'ho scritto l'altra lettera, a me sembra moltissirno ma sono poche ore..." Arrivata alla fine della prima pagina, s'era tanto impigliata nel racconto che ancora era lontana dal punto bruciante. E s'avvide che la scrittura le usciva tutta sgangherata e tremula. Creder ch'io abbia la febbre, ora sono pi calma, meglio ricopiar bene questo e poi proseguire. Ricopiando, non riusciva a capire certe parole, s'ostinava a tentare di decifrarle. Mentre a quel modo s'accaniva, il silenzio della casa fu rotto da un breve scricchiolio. Ella alz il capo ad ascoltare, il rumore non si ripet. Ma di l a poco ne nasceva un altro, come uno striscio, e si spegneva. Rosa s'accost all'uscio a origliare. Le arriv, lontano dal basso, un suono d'acqua come da un rubinetto, poi circolare sussurri indistinti: tutti i preludi, non c' dubbio, al risveglio della casa. Impossibile uscire inosservata. Fosse anche possibile, certo ormai fuori l'alba, la lettera non pronta ancora, non c' il tempo per finirla, vestirsi, uscire, arrivare alla buca prima che le levino. Rosa atterrata, tutta vuotata e immobile: fin che pot mettersi a piangere. Alla coscienza severa Si mescolava ora una nuova compassione di lei verso se stessa Le impediscono di rimediare al suo fallo Chi tanto cattivo con lei? non c' un Dio? o lui tanto terribile? Ma la sommissione tornava a volgersi in disordinata rivolta: domani fuggir, lui non sapr mai pi niente di me, andr per il mondo, sar anch'io cattiva per tutta la vita, imparer a bestemmiare. Cos accasciata sul letto vaneggiava, fin che cadde in un lungo letargo immemore. Se ne dest di colpo allo scampanare d'una torre vicina. Non ebbe da principio che il senso d'uscire da un sogno confuso. La prima immagine chiara fu la memoria di quei gemiti del vento, ma ora non si sentiva pi niente. Continuando a ricordare, si guard intorno, la colp una luce intensa che contornava gli orli della finestra. Balz gi e vi corse, la spalanc. Fu abbagliata di luce. La natura pacificata splendeva, brillavano gli alberi del monte e la nebbia leggera sulla pianura scintillava come un mare. Rosa guardava e a mano a mano ritrovava tutti i momenti

della sua avventura, se li raccontava come casi d'una persona amica con maraviglia e indulgenza. Si sent bella, corse a guardarsi allo specchio e sorrise. "Che cosa dir il mio amore quando gli racconter la gran tragedia?" Il mondo si faceva a ogni minuto pi splendido. Rosa si scroll tutta e desider d'avere una veste piena di campanelli. /:/I PELLEGRINI. In uno di quegli anni incerti tra giovane e uomo, fui per una notte pellegrino. (Cos almeno ricordo, ma il ricordo un potente trasfiguratore. Voglio dire che le sparse immagini di quel mio pellegrinaggio si sono raccolte in una durata che ora a me sembra una notte, notte esatta, dal vespero all'alba; ma certe assurdit manifeste mi fanno sospettare che il gioco della memoria abbia potuto confondere qualche rapporto, specie nel movimento dei tempi. La sola cosa di cui sono certo la precisione dei fatti, i quali oggi dopo tanti anni ancora mi paiono meritevoli d essere narrati. Delle vicende mie dopo l'avventura non so pi niente per un bel pezzo, come se da quella notte io sia vissuto per mesi e forse anni in letargo.) Abitavo una camera mobiliata al quarto piano d'una delle ultime case d'una citt grande. La mia finestra dava sulla strada Di l guardando a sinistra vedevo in fondo, fiancheggiata da due pioppi, la gran porta medievale che interrompe il muro di cinta della citt. Ero solo, vivevo con quarantadue libri e un vecchio pianoforte, in citt non conoscevo nessuno. Verso il finire d'un giorno d'estate me ne stavo affacciato sorvegliando con amore le cime dei miei due pioppi come andavano struggendosi tra le crescenti ombre del vespero, quando dalla citt mi parve udire un coro lontano, e scandire lento di passi numerosi. Mi voltai da quel lato e mi sporsi. Il canto cessava e i passi si facevano pi chiari; fin che vidi apparire e avanzare una colonna di gente bruna, che ora camminava in silenzio. Di mano in mano che s'avvicinavano l'ombra cresceva su loro. Curiosit mi spinse. Stavo in veste da camera perch in tutto il giorno non ero uscito di casa: era vecchia, da tempo aveva perduto il suo bel cordone; accesi il lume, cercai qua e l la mia cintura di cuoio. Volai gi per le scale e arrivai sulla strada che gi la testa della colonna s'era avanzata oltre la mia casa. La colonna non marciava ordinata quale m'era parsa vedendola lontana e dall'alto. Ora passavano davanti a me, molti discorrevano con voci sommesse ma tutt'insieme facevano un brusio che non mi permetteva di afferrare le parole. Andavano senza fretta come se stessero camminando da un pezzo e dovessero camminare ancora chi sa quanto, forse all'infinito. Verso la fine della colonna, uno vedendomi si stacc dagli altrl e venne fino a me sul portone: Per piacere, sai dirmi che ora ? Io non possedevo orologio. Guardai verso il cielo e risposi umilmente: E sera. Grazie rispose colui, con tanto garbo, che osai domandargli:

Che cosa siete? Siamo pellegrini. Oh, venite di lontano? Si volt verso la citt e con un cenno lungo del braccio disse: Di l. E dove andate? Si gir dall'altra parte e con lo stesso gesto indicando oltre le mura: In l. Anch'io risposi: Grazie. Il pellegrino m'invit: Perch non vieni con noi? Accettai sbito: Volentieri. Facilit della giovinezza. Ma sbito un dubbio mi prese: Un momento... io non sono vestito come voi. Mi guard addosso: Che cosa questo? Fu una veste da camera. La veste mi arrivava quasi ai piedi. Nell'ombra la fibbia della cintura luccicava. Sta benissimo, sei davvero dei nostri. Vieni. Raggiungemmo la coda della colonna, che si stava allontanando, e ci mescolammo tra gli ultimi. Mi avvidi che infatti non erano tutti vestiti ugualmente come avevo creduto: tonache, vestaglie, palandrane, tutte lunghe e scure, e ne nasceva quell'apparenza d'uniforme. Non ebbi pi dubbio intorno alla mia qualit di pellegrino e mi pareva essere dei loro chi sa da quanto tempo. Andavo in me scegliendo tra cento domande che mi s'affollavano; ma quand'ebbi trovato la pi adatta e stavo per formularla, dalla lontana avanguardia nacque un coro come quello che avevo sentito da principio, e rapidamente si stese per tutta la colonna fino a noi. Anche il mio amico s'era messo a cantare come gli altri ma sbito s'interruppe volgendosi a me: Perch non canti? Io non so... non conosco l'aria che cantate. Non importa, canta in qualche modo. Per ubbidirlo mi misi a cantare, studiandomi di seguire la loro melodia. Cos cantando raggiungemmo le mura, salutai i miei pioppi, passammo sotto la volta della gran porta ove i nostri passi risonarono facendo bordone al canto. Il bordone sbito cess perch sboccavamo all'aperto nella grande strada che taglia la campagna. Il coro era dolce, una nenia con rare accensioni, facile. L'aria s'era fatta un poco pi chiara sotto le stelle che spuntavano da tutte le parti del cielo. Dietro una piccola nuvola lontana nacque un nuovo chiarore; poi, scostandosi piano la nuvola, appane la luna. Non era piena ma bast per bagnare di tenera luce la sconfinata pianura. Da una parte e dall'altra prati pallidi accompagnavano il nostro andare tranquillo. Il coro sopra una lunga nota si spense, nel silenzio l'aria parve farsi ancora pi limpida. Un'infinita dolcezza mi avvolse, ricordai ch'ero stato bambino. Tacque in me ogni domanda, tanto quell'andare, con quella

gente, sotto quel cielo, m'era diventato naturale. Ripresero qua e l tra i pellegrini le conversazioni sommesse. Domandai al mio amico: Come ti chiami? Quintilio. E bello. Non avevo mai conosciuto nessuno che si chiamasse Quintilio. Uno che ci era davanti si volt a me: Io invece mi chiamo Giovanni. Mormorando il mio nome gli porsi la mano, ch'egli strinse con forza. In quella la testa della colonna si ferm, tutti si fermarono. Molti andarono a sedere sui paracarri e sulle pietre che sporgevano verso i lati della strada. Io rimasi in piedi accanto a Giovanni e Quintilio. Qua e l palpitavano i lumi delle lucciole vagabonde. Non siedi con noi? Grazie, non sono stanco, vedo meglio e mi guardavo intorno rapito. Ti piace? Molto esclamai. La nuvoletta che gi era scesa ad affacciarsi all'orizzonte, risal a ricoprire la luna; allora il cielo s'addens e vi brillarono di maggior luce tutte le stelle. Giovanni dal ciglio della strada senza alzarsi lev lo sguardo in alto, e prese a parlare: Il cielo stellato bello e grande come il mare, ma il mare occorre andare a cercarlo dov', invece il cielo sta dappertutto, con tutte le stelle. Ci sono paesi senza il mare, tanti, ma non pu esistere un paese senza il cielo sopra, e di notte le sue stelle. Un paese dove la notte il cielo fosse tutto unito, farebbe paura. Nessuno potrebbe dormire, con quella volta come di tela cerata. Per tutta la notte non si potrebbe respirare. Col cielo senza stelle, tutta notte l'uomo si sentirebbe come in un carcere. A quella, uno che a pochi passi da noi non avevo ancora sentito aprir bocca, url: Smettila! Che ti piglia? Smettila, cattivo, dici cos per torturarmi, perch sai che sono stato ventidue anni in prigione. E furibondo si lanci contro Giovanni che aveva parlato di prigione. Quintilio s'alz per interporsi, cinque o sei tra i pi vicini accorsero gridando, nacque un parapiglia. Io ero spaventatissimo. Tutto il gruppo urlava e si stringeva in un nodo furioso. Gli urli forsennati crescevano Credo che perfino si picchiassero ma io non volevo vedere, per l'orrore m'ero allontanato avanzando verso gli altri, che pareva non si fossero accorti dell'incredibile rissa. Uno di questi mi venne incontro: Come sei pallido! Sei uno nuovo. Sei stanco? Per la vergogna abbassai gli occhi e vidi ch'egli era a piedi nudi. Mi sentii tremare un poco la voce rispondendogli: No, grazie, signore. Uh non dirmi signore, chiamami Martino. Non era il mio nome da piccolo, me lo sono scelto poi io, per divozione. Volli scusarmi: Sai, Martino, mi piaceva tanto stare con quelli l, con

tutti voi, e mi sono smarrito vedendoli tutt a un tratto fare a quel modo. Lo so, sono i soprassalti della bestia nascosta. Bisogna perdonargli, diventeranno buoni sempre anche loro. Una voce dietro noi ton: Nessuno buono. Non turbarlo di pi, Fazio raccomand Martino voltandosi e indicandomi. Quello stava per ribattere, ma vedemmo tutti alzarsi, i rissanti di colpo separarsi e come gli altri correre a rifare la colonna. Domandai: Che cos' stato? Fazio venendo al mio fianco disse con severit: L'ordine! Non osai insistere. Andavo ora tra Fazio e Martino. In fondo alla strada e alla campagna apparve un nero, e ingrandiva. Sotto la luna il nero rapidamente crebbe in foresta; tanto si gonfiava, che pareva la foresta camminasse lei alla nostra volta. Quando i primi la ebbero raggiunta, tutti sostarono; poi lass nacque un sussurro, la forma d'una frase scandita; la quale fu ripetuta sbito un poco pi vicina, e una terza volta ancora pi in qua, e cos quasi d'anello in anello come si propaga dalla testa alla coda il moto d'un bruco, hn che arriv a noi. La frase era questa: "La foresta moi o accidentata, per forza ci divideremo: trovarsi tutti all'uscita verso occidente in faccia a un colle con in cima un cipresso. E ci voltammo a ripetere dietro noi l'avvertimento: La foresta molto accidentata ecc. Mentre la frase moveva a raggiungere gli ultimi, domandai ai miei vicini: Ma chi d questi ordini, l in cima? chi ha comandato l'alt, ha troncato la rissa, fa cominciare e cessare i canti, ci d queste istruzioni e la rotta? Fazio rispose duro: E cos. Martino lev gli occhi al cielo. Gi la foresta aveva cominciato rapidamente a inghiottirci. A mala pena riuscii a scorgere Martino scostarsi da noi e scomparire in avanti leggero: mi trovai nella tenebra fonda. Inciampai in una grossa radice ma sentii sulla mia spalla sinistra la stretta d'una mano vigorosa che mi sostenne. In questo modo Fazio, quando spingendomi e quando trascinandomi, m'aiutava a procedere tra i grandi alberi, a varcare o aggirare monticelli sassosi e viluppi di radici. M'avvolgevano odori di muschi e di corteccia. A quando a quando qualcuno degli altri compagni mi traversava l cammino e dileguava. Il mio sguardo abituandosi scorgeva for me di tronchi immani, udivo in alto urtarsi e fremere le fronde. D'improvviso la mano di Fazio, che non aveva mai abbandonato la mia spalla, m'arrest. La sua voce rozza mi disse: Fratello, che cosa hai lasciato venendo con noi? Mi pareva la voce di qualcuno di quei tronchi, che traverso lui m'inquisiva. Perch tardavo a rispondere, ripet la domanda: Che cosa ricordi d'aver lasciato nella tua casa? Pensai un altro momento; esclamai: Ricordo d'aver lasciato il lume acceso. Nooo... devi dirmi quali compagnie, a che cosa ti eri

pi affezionato? Ai miei quarantadue libri e a un pianoforte vecchio. Incalzava: Ad altro? A niente altro... oh s: a ricordarmi, ogni sera, di tante cose di quand'ero bambino. La sua voce divent come un soffocato ruggito: Questo dimentica, soprattutto questo: le "care memorie; evitarle, ucciderle, maledirle. Desiderai con angoscia di tornare davvero bambino per potermi mettere a piangere. Lui dov capire, perch sbito mi comand: Sii coraggioso. Desiderai d'essere insolente per poterlo insultare. Anche questo intu, perch scotendomi mi sfidava: Parla, almeno; dl'qualche cosa. Desiderai ancora pi dolorosamente d'essere forte per potermi strappare da lui e fuggire; ma la sua mano abbandon la mia spalla solo per afferrarmi pi sicuramente il braccio. Durante queste cose avevamo ripreso a procedere, io sempre cos sostenuto o spinto da lui. Dopo qualche tempo egli mi ferm di nuovo tutt'a un tratto. Ora mi parlava all'orecchio quasi senza voce terribilmente: Guarda! e con la mano libera additava vedi quella forma lunga e nera, quella, l, che si stacca da un tronco e si china verso la terra? La vedo, un ramo basso, grande da s come un albero intero. Non vedi, sciocco, che liscio? non vedi che si muove si torce a spire, ha una testa, fischia. E io vedevo il serpente attorcersi e lo sentivo fischiare e tremavo come un'acqua sotto il vento. E quello che ci ha fatti dannare. E vedi l, dall'altra parte, in alto, tutte quelle punte... Rami pi piccoli. Corna! corna e forconi; e l pure, e anche pi gi, ogni albero pieno di diavoli pronti a cozzare e a forconare. Vedevo la tregenda dei diavoli tra i rami, sentivo fischiare intorno da tutte le parti. Lui riprendeva a spingermi avanti: Oh viene il bello, guarda e mi stritolava il braccio pi a sinistra, quei due diavoli lass in cima, ecco hanno arraffato a volo qualche cosa, una cosa bianca, un uomo nudo, L'anima d'un uomo che aveva tante "care memorie"; vedi, se la buttano dall'uno all'altro come una palla, uno col forcone l'ha punta, ridono, lei sanguina; L'altro oh... Ie si avvicina, soffia su quel sangue, il sangue s'accende, diventa una fiamma... Vidi la fiamma avvampare, avviluppare il dannato poi farsi lunghissima, tendersi, oscillare qua e l, ripiegarsi, tentare in su il fogliame in gi le cortecce. Qualche albero gi divampa- a. Una paura orrenda m'invase, mi squass, mi strapp dalla stretta di Fazio; e corsi via, disperato precipitavo, caddi, mi rialzai, cozzai contro un tronco, ogni tanto mi voltavo e vedevo bagliori e udivo crepitii, per un tratto m'impacciai in una plaga di terreno molle, ne uscii,

ripresi a fuggire; fin che vidi schiarire, i tronchi diradarono, sboccai fuori della foresta in una pianura d'erba in mezzo alla luce; l caddi con la faccia a terra singhiozzando, a lungo rimasi esausto e forse svenuto; non so dopo quanto mi riscossi, il cuore era tornato calmo, alzai il capo. In faccia a me, oltre la prateria, s'alzava il colle come un bel cono tranquillo tra il lume della luna, e in cima al colle il cipresso sottile saliva a pungere il cielo. Mi]evai in piedi, guardai in giro. Parecchi dei miei compagni buttati sull'erba dormivano. Di tra gli alberi dietro a noi a mano a mano sbucavano gli altri e similmente si coricavano e sotto la luna s'addormentavano; in breve mi parve ci fossero quasi tutti. Andavo qua e l cercando di scorgere se tra i tornati era Fazio. Pensavo con dispetto alle sue torbide immaginazioni. Non lo trovai, mi nacque l'angoscia che fosse bruciato tra i fuochi diabolici suscitati dalla sua amarezza. Mi voltai a guardare in alto alla foresta se ne uscisse fumo o qualche colore d'incendio: l'aria sopra la foresta era immacolata e solenne. Mi strinse una gran pena per lui. In queste sollecitudini vagando per il prato, urtai qualche cosa col piede; abbasso lo sguardo: Dio, un altro piede, un piede scalzo. Mi chinai e riconobbi coricato lungo un solco Martino, che non dormiva, e levandosi a sedere sul margine del solco mi salut con un sorriso. I Martino, ho veduto cose terribili. Le cose terribili sono i nostri pensieri. Sedetti al suo fianco. Tutti dormono disse. Hai mai veduto gli angeli? Mai. Voglio che tu veda con me gli angeli in cielo. Se guardi bene, li vedrai dietro quel colle. Guardai bene. Da dietro il colle sorgendo lungo la linea del cipresso si levavano nell'aria azzurrina forme bianchissime, poi si disegnavano in lunghe ali, camici fluidi; a schiera volarono fino al punto pi alto della volta celeste, in volute larghe pianamente ridiscendevano: una aerea melodia nasceva intorno al loro lento cammino. Intanto altri biancori arrivarono, pi piccoli e rapidi, balzavano e ricadevano come cascatelle, si mescolavano ai maggiori e intorno alle melodie loro gettavano scampanellii vivacissimi. Infine gli uni e gli altri si sparsero qua e l per l'aria, tornarono a raggrupparsi, scherzavano nel cielo come i delfini sul mare. Guarda ancora, ora si mostrano le costellazioni, vedi il Leone, quella la criniera. Docilmente scrsi la criniera e il dorso e tutto il Leone, come un altorilievo bruno che respirava lungo i confini delL'aria. Molti dei piccoli angioli volarono in groppa al Leone mansueto, gli altri facevano intorno a loro una vasta corona roteando. Ecco, ecco la Vergine. La Vergine si modell, dolce e remota, e si ferm allato al cipresso. Gli angeli piccoli dalla groppa del Leone, i maggiori in alto rimasti in cerchio, si piegarono e parevano, inginocchiati a capo chino, farle segno di riverenza. Giungi le mani Martino mi sussurr, fa'come me ingincchiati e prega. Io non sapevo pregare.

Ma m'inginocchiai e giunsi le mani. Non chinai il capo come il mio compagno, perch capivo che presto sarebbe finita e non volevo perdere un attimo della dolce visione. Martino mormorava. A poco a poco tutto nel cielo impallldlva e vamva: il Leone e la Vergine scomparvero, gli Angeli e gll Arcangeli in breve fecero una sola bruma argentea sul fondo d'azzurro fino a che furono del tutto assorbiti nel candore immenso dell'aria Tutto bello e buono nel mondo disse Martino al mio fianco levandosi in piedi. Anche gli altri s'erano levati e rassettati e si stavano raccogliendo. E l'andare riprese, muto, uguale. Raggiunto di l dai prati un nuovo stradone che fiancheggiava un fiume, dopo un poco svoltammo: qui il lontano orizzonte era chiuso da una cerchia di montagne. Il fiume era largo. Lo abbandonammo per un tratto per traversare un villaggio addormentato, nella piccola piazza i nostri passi echeggiarono come gi all'uscita dalla porta della citt. Non provavo pi neppure un'ombra di quella mia prima curiosit di sapere se qualcuno ci dirigeva e in che modo, anzi ripensandola la giudicai frivola. Di l dal villaggio si ritrov lo stradone e la fiumana, che scendeva con noi e lungo la sponda sassosa mormorava. La luna si nascose dietro i monti e solo ora pane davvero calata la notte. Apparirono luci ancora lontane dall'altra parte dell'acqua, e una piccola mole bruna che a poco a poco avvicinandola era una casina col tetto a punta e tante finestre illuminate. Quando ci fu quasi di contro, e solo l'ampiezza della fiumana ce ne separava, Sl sentivano note velocissime di danza uscire dalle finestre; s'affacciarono chiomate teste e bianche spalle e braccia di donne che guardavano a noi; dietro loro tutta la casina era invasata di suoni e canti e di luci. Credo che a quel punto tutta la colonna abbia rallentato un poco l'andare; sospetto pure che quando fummo passati fosse in tutti una voglia di voltarci a guardare ancora, ma nessuno os. Camminavamo al solo lume delle stelle. In qualche momento la colonna ondulava e pareva che barcollasse. Forse anderemo oramai per sempre cos? Forse, come io, nessuno dei miei compagni sa dove andiamo e perch? Chi sa se qualcun altro di questi ha lasciato, partendo, un lume acceso nella sua camera? E forse gi cessata in tutti loro, come in me, ogni curiosit? Credo che una prima curiosit li abbia spinti; cessata quella, andiamo avanti perch non troviamo una ragione di tornare indietro o fermarci: allora al nostro andare ognuno in cuor suo pu dare il nome di fatalit. E non sapremo mai se il nostro cammino sia pellegrinaggio o vagabondaggio. Tali pensieri, e frammenti di ricordi, turbini di lontane e vicine immagini labili, mi gettarono in una prostrazlone dell'anima che in breve fatta insostenibile si tramut in frenesia e dal cuore pass a tutte le membra. Le mie gambe agitate da una smania insana di mettersi a correre tremavano, con sforzi inumani riuscivo a frenarle. O maraviglia, quasi fosse mossa dalla mia smania, per tutta la colonna si propag un gran fremito e i passi d'ognuno accelerarono, e gi tutti davanti e intorno a me, e io con loro, si buttarono a una corsa sempre pi rapida: in un volo fummo in capo alla strada, entrammo in una citt, come

I PELLEGRINI in una rapina di vento divorammo vie tra masse di case immense che s'andavano sbiancando nell'alba, traversammo piazze, intravvidi alti profili di monumenti impennacchiati, circuimmo un parco, c'inoltrammo negli ultimi quartieri freneticamente tra il fragore indiscreto dei nostri passi che il silenzio delle strade moltiplicava: fin che ci fermammo di botto. Mi trovai Fazio vicino, e fui contento. Egli mi batt una mano sulla spalla, m'indic in alto una luce a un quarto plano dicendo: Chi ha vegliato lass tutta la notte? Guardai, riconobbi la mia finestra, le scrostature del muro dal tetto hno a terra, la mia casa, il portone L ci sto io esclamai. Fazio mi comand severamente: Vai su a spegnere quel lume. Salii accaldato ansimando le scale, entrai nella mia camera, gettai la veste sul letto, spensi la luce e m'affacciai alla finestra. Vidi i miei pellegrini in colonna lentamente allontanarsi verso le mura della citt. Avevano ripreso a cantare, cantando raggiunsero tra i due pioppi la gran porta e dentro quella a mano a mano scomparivano sotto l'aurora languida. Il soffio del mattino mi port per qualche minuto ancora le ultime note del loro coro lontano. /:/PIETRO E DOMENICO. Fu tenace, l'antico nottambulo, e vinse la prova. Arrivato ai settant'anni s'era dovuto rassegnare a un nottambulismo casalingo; ma contro ogni prescrizione, insistenza, preghiera, non accett mai di andare a letto prima delle due dopo la mezzanotte (e gli parve gran condiscendenza tinunziare per sempre a quelle ultime ore preziose quando la tenebra si disfa nell'alba). Cos dur fino al suo anno settantasettesimo; nel quale mor: di notte, come di notte aveva sempre vissuto; e non in casa mor, ma fuori all'aperto. Solo nel suo studio, poco dopo la mezzanotte il vecchio, deposto il libro di storie che stava leggendo, per poter spalancare la finestra aveva spento il lume com'era prescritto perch il paese era in guerra. Dalla poltrona entro il vano tra le imposte guard a lungo il cielo che formicolava di stelle: basta quel cielo a spargere un tenero chiarore in tutta la stanza. Riandava in pensiero per la millesima volta futili frammenti della sua vita monotona. Ricordava stranamente nomi di persone, angoli di mondo, motivi degli anni pi disparati e lontani: dall'uno all'altro vagolava, e spesso crollava il capo; pi volte, spenta ogni memoria, chin il mento sul petto, poi si scoteva e rialzava la fronte verso la frescura della notte di maggio. Sent bussare, l'uscio s'aperse lentamente: Sono io, padrone mormor Domenico entrando, e richiuse. Il vecchio dalla poltrona senza voltarsi domand con diffidenza: Che ora ?. Il servo avanz di due passi, toss, poi rispose: Le due, don Pietro. Allora Pietro scatt: Bugiardo! Guarda.

Con rapidit sorprendente s'alz, richiuse con tre grandi urti persiane vetri imposte respingendo a colpi di gomito duramente il servo che s'era precipitato per aiutarlo. Si trovarono immersi nella tenebra. Accendi! A tentoni Domenico torn all'uscio, gir l'interruttore, la stanza fu piena di luce. E il vecchio servo vide il vecchio padrone che laggi ritto tremava di collera e col braccio e l'indice tesi all'orologio a muro ripeteva urlando: Guarda! L'orologio segnava le ore una e quaranta. Domenico chin il capo, ma tutt'a un tratto lo rialz inalberandosi: La notte era fresca e lei s'era messo alla finestra, ho creduto... Come lo sapevi? Passeggiavo in giardino aspettando l'ora. A sorvegliarmi. Ti pago per servirmi non per spiarmi. Da quanti anni hai l'ordine di non salire prima delle due? Le due. Due! Ti pago per ubbidirmi, sono il padrone. Padrone ce n' uno solo sentenzi Domenico. Non vero, non lo credo. Presto lo creder, padrone. O perch dunque mi chiami padrone? una cattiva abitudine. Finir presto. Allora sbito url Pietro. Sono stanco di te, da tanto tempo. Vattene e non tornare. Sbito. Vado a letto da me, finalmente. Le tue mani mi danno fastidio. Non ti posso pi soffrire, da tanto tempo, lo sai. Vattene, ma per sempre. Certo, per sempre. Non credere che sia come le altre volte. Non come le altre volte, no. Mai pi, hai capito? Ti odio. E non ho bisogno di nessuno. Neppur io, padrone. E Domenico sdegnato, straziato d'insofferenza, si ritir a testa alta, come ogni notte dopo ognuno - dei litigi col vecchio bisbetico. Pietro fremeva in tutte le membra. Torn alla poltrona ma non spense la luce e non riapr la finestra. Tentava di sfogare la collera in imprecazioni dure, brontolii rotti, a mano a mano pi fiochi, fin che si sent vuoto: con la testa arrovesciata e le braccia pendenti senza pi guardare a niente s'abbandon. Passarono freddi istanti, nei quali la mente ricominciava a franare lungo il declivio delle immagini inutili. Se n'avvide, ne ebbe fastidio, con uno sforzo

si riprese. E gli parve di stare aspettando qualche cosa ma non sapeva che fosse. Esal un sospiro lungo, che affievol e si spense entro il dolce silenzio della notte sul mondo. Ed ecco d'improvviso la dolce notte fu rotta da un guato alto, quasi una lama gelata tagliasse un tratto dell'aria sopra la citt; trem per un attimo, fin storcendosi in gi come un serpente. L'aria ne vibr ancora per quache secondo ma un altro lunghissimo gemito ruppe il cielo: il vecchio si trov in piedi e non riusciva a staccare un passo e volle chiamare e la vOCe restava in gola, ma sull'uscio apparve Domenico annunziando freddamente: L'allarme . Pietro teneva levate in alto le braccia, che sole pot muovere: il viso dalla paura gli s'era contraffatto, gialle e scavate le guance, un occhio girava stravolto nell'orbita, il labbro e il mento tremavano scoprendo a tratti il battere dei denti. Scendiamo, don Pietro. Domenico s'accost al vecchio, che abbass le braccia; reggendolo per le spalle lo smosse. Fuori dell'uscio, Pietro si ferm un momento e pot finalmente parlare, ma soffocato, come temesse di farsi udire dalla besta misteriosa che correva nel cielo: Nel rifugio no, dicono che peggio. Perch? insisteva Domenico. Vuoi farmi seppellire vivo - nelle rovine strid il vecchio lanciando all'altro uno sguardo di odio; fuori, alle piante. Intanto avevano sceso il breve ramo di scale, Domenico teneva Pietro per un braccio, a stento lo trascin traverso l'atrio, e furono alla porta sul giardino. I due scalini ancora, padrone. Lo so da me, taci. Si attacchi a me. Taci o ti ammazzo. Appoggi una mano allo stipite, ansim forte, apriva la bocca ma non ne usciva che un sordo mugolio, poi d'un tratto ritrov la voce e la collera: Hai lasciato accese tutte le luci. Non importa, padrone. Corri a spegnere, dappertutto, idiota, e poi vatti a seppellire nella tua cantina, non ti voglio vedere, via, via. Domenico rientr e corse su per la scala. Don Pietro rimasto solo si stacc dallo stipite, scese a fatica i due gradini, tent con un piede la ghiaia del piazzaletto di l dal quale comincia il giardino, si trattenne ascoltando. Non si sentiva pi in tutta l'aria che uno sperduto fremito lontanissimo dietro le nuvole, forse egli neppure lo avvert. Il cuore gli s'era un poco calmato, si domand se davvero dovesse andarsi a mettere sotto gli alberi. Di nuovo tendeva l'orecchio: ora pensava di sentire imminente, in quella sopravvenuta pace, il segno che l'allarme era cessato. Finito appena di formulare tra s questo atto di fiducia, s'ud uno scoppio enorme, e tutta la casa dietro, e la terra sotto i suoi piedi, orribilmente tremare. Allora la paura, che prima lo teneva legato, lo spinse. Travers di corsa la ghiaia e raggiunse i primi alberi. A un altro scoppio pi fragoroso con un pi disordinato sussulto del suolo, il vecchio si butt a terra sull'erba con la faccia in gi, come gli avevano insegnato. Poi si ricord delle braccia, se le incroci sopra la testa. Un terzo schianto, pi vicino, fu seguto da un franare di macerie che dur

a lungo, digrad e si sperse. Pietro stava schiacciato a terra come un'ombra. E cominci a sentirsi ronzare negli orecchi poi piovere addosso per tutta la persona una confusa folata come di polvere o sabbid, trem e gel tutto ma rapida un'onda di caldo gli corsellla testa. Passato qualche tempo, s'accrse d'uscire .la un lungo stor-limento e svenimento totale della coscienza. Silomand qudnto tempo potesse essere trascorso ma non riusc a farsene una menoma idea. Era stranamente sveglio e lucido. Sent che stava sbattendo in fretta le ciglia, tempestando di piccoli colpi ritmati con la punta del pie.le sinistro la terrd. Tutto il suo essere s'era smembrato in elementi autonomi e l'uno dall altro lontdni. Si maravigli di non provare pi angoscia, la stava consumando tUttd nella sensazione minuta di quei movimenti dispersi del suo proprio corpo, ognuno dei quali era il sintomo d'una angoscia tanto radicale e perfetta che il suo spirito non aveva pi sede per afferrarla, cuore cos colmo di paura da non poterla traboccare nella regione della coscienza. Da quante ore a quel modo? Forse giorno e c' il sole. Fu per scoprire un momento la testa a guardare, ma si comand di rimanere immobile, gli pareva che il minimo gesto p otesse provocare un nuovo crollo. Frattanto era tornato su lui e su tutta la terra un sovrumano silenzio. Solo la regione pi lontana della notte mormora una nenia d'infinita indifferenza sul destino degli uomini. Stava forse per assopirsi, quando rasente terra gli parve cominciassero a rampollare certi piccoli suoni regolari, cauti, forse di ghiaia smossa; ecco, passi leggeri sulla ghiaia; e s'avvicinarono: L'ultimo fu quasi al suo fianco; poi un altro pi diffuso e smorzato frusco come di qualche cosa che si fosse deposta l, lungo lui alla sua destra, sul margine erboso sotto i primi pini. E pi niente. Dopo qualche minUtO, Pietro senza muoversi sussurr: Sei tu, Domenico? Sono io, padrone. C' il sole? No, notte. E finito? Non credo. Infatti un ronzio nuovo era nato e girava tra le nuvole, s'allontanava, riappariva. Domenico stava anche lui coperto la testa, teneva qua una di l sull'erba. timido, incontr la mano la sua e sbito la prese un soffio: Domenico, perdonami. Domenico sussult, sent un caldo di pudore al volto, smarrito rispose: Perch? che cosa, padrone? no... a faccia in gi, ma non s'era le due braccia abbandonate una di E cos stando ud un brancolare del padrone, quella mano cercava e la tenne. Poi la voce di lui, come

Non dirmi padrone. Ti volevo bene, Domenico, ti ho sempre voluto bene. Anch'io, sempre, tanto, padrone. Non dire cos, una brutta parola, una cosa brutta. Per piacere, dimmi Pietro. Dopo una esitazione, con la gola piena di.pianto Domenico mormor: Non posso. Te ne prego, chiamami Pietro. Non posso ancora. Prvati. Vorrei tanto che... Lo interruppe uno scoppio fortissimo e uno scroscio, con un pi fitto polvero e volo di pietruzze addosso. la casa. Forse, padrone. Pietro ansim forte, quando fu calmo riprese: Ti dicevo, dire padrone una cosa falsa. Tutta la vita falsa, Domenico. Nella vita tutti dobbiamo, s, aiutarci gli uni con gli altri, dunque servirci, ognuno come pu, pi che pu; e allora non ci sono pi n padroni n servi. Abbiamo sbagliato tutto, ma fino dai primi tempi. La colpa non era soltanto mia, stata di tutti gli uomini. Bisogna capirlo a tempo e cambiare. Io ho avuto fortuna, ho ancora qualche minuto, per cambiare; per questo ti prego di non dirmi padrone e di chiamarmi Pietro, in questo modo mi aiuti. La mano di Domenico strinse pi forte la sua. Ho capito, s. Pietro. Grazie, ora forse non ho pi nemmeno tanta paura. Domenico, lento, quasi sillabando, os fare una domanda: Ma,... Pietro, vorrei capire ancora una cosa. Se tutto il mondo era sbagliato, da tanto tempo, non serve che cambi uno solo. Pietro sospir forte. Col volto a terra coperto con un braccio, solo un poco girato verso il compagno, sempre tenendogli forte la mano, rispose: Hai ragione. E cambiare cos all'ultimo, come io... una vilt quasi. Quando il mondo intero sar all'ultimo, ad aspettare che la casa gli cada addosso e lo schiacci, allora anche lui cambier, non credi? Ma il mondo ha tempo, non muore, lui rinasce e continua, eterno, pare. Tacque; e l'altro stava faticosamente tra s formando una domanda ancora, ma lo ferm un nuovo scoppio. Era

un poco pi lontano, pure la casa trem pi forte, altri scrosci di materie s'udirono dalle ville intorno e un torrente d'aria violentissimo pass sui due premuti a terra, in mezzo a fragore di tronchi schiantati. Passato il turbine, Pietro e Domenico ebbero la sensazione che la parete della casa stesse lentissimamente calando verso loro, la aspettavano con una torpida ansia; la sensazione continu, affievoliva e si riprendeva, fin che si dissip. Alzarono il capo, videro che i pini erano tutti quali divelti quali mozzati, il boschetto era diventato un groviglio di tronconi e radici e fronde sparse. Per fortuna non ci sono caduti addosso disse Domenico; forse finito, coraggio. Ma Pietro davvero non aveva pi tanta paura; animato in quei suoi pensieri estremi, se li teneva stretti, se li nutriva e li vedeva crescere: Ora ci siamo arrivati, io e tu, a un mondo senza servi e senza padroni, te ne accorgi? non te lo senti venire intorno? Certo. Tutto chiaro. Tutto: quello che deve essere e quello che non deve. Ma vedo una cosa di pi, ancora pi strana e bella. La sai, la senti tu pure, Domenico? No, io capisco a poco a poco. Anch'io; vedi, solo da un minuto sono arrivato a quest'altra; stai attento. Dico: non vero che nel mondo sbagliavamo la vita tutti. Sbagliavano i padroni; invece quelli che li servivano, quelli no, quelli stavano dalla parte giusta, L'avevano indovinata la parte buona, bella; loro soli avevano scelto bene, avevano capito. Ma non avevamo fatto apposta, e non sapevamo di avere capito, anzi ci lamentavamo: dunque anche noi eravamo sbagliati e cattivi. La colpa proprio di tutti. Pietro invece d'ascoltarlo seguiva il proprio filo: Senti ancora: dunque la vita vostra era la migliore. Quand' cos, domandiamo: per stare tutti nel giusto, come pu esserci una vita in cui tutti servono? Oh questa c' gi, padrone... Pietro: tutti gli uomini servono, servono Dio. aChi Dio? Sarebbe, allora, il solo padrone lui, il solo cattivo? No no, tutti servono Dio, e Dio serve tutti. Allora non Dio. Ma s, per carit: Dio tutti gli uomini, e tutti gli uomini sono Dio.

Gli uomini uno per uno, o tutti insieme? Tutti insieme, via. Forse cos; ma allora dobbiamo dire che questo Dio non ancora pronto del tutto, anzi!... Stiamo fabbricandolo, lo creiamo, a poco a poco, fatto da tutti, fatto di tutti noi, a fatica; non lo vedi, non lo senti, Domenico, con quanta fatica, con quanto spavento? E perch? basterebbe fargliele sapere, a tutti gli uomini, queste cose. Ma certo sono cose difficili. Niente affatto difficili, Domenico. Basterebbe fargli sapere quanto bella la vita: il sole, la notte, le piante, la rugiada, il mare. Invece a furia di avere paura gli uni degli altri, non guardano in alto, non guardano intorno, non vedono e non sentono, L'umanit una masnada di sordi. Pensa, io fino a poco fa non avevo il coraggio di alzare la testa, invece vedi quante stelle. Ecco perch i pini sono caduti: perch noi possiamo vedere il cielo ancora una volta. Le conosci le costellazioni? Qualcuna, poche. Guardiamole insieme, Domenico; vieni ancora pi vicino. Come due vecchi amici. Appunto. Guarda l. Ma pi vicino. Un pi mostruoso scoppio copr le loro parole, mentre la parete crollava e strepitando si disfaceva addosso a Pietro e Domenico, che in un ultimo istinto s'erano ributtati gi come se avessero ancora qualche cosa di terrestre da difendere. /:/CONVEGNO. Quando la notte, dopo avere spento il lume e prima d'addormentarti, senti nella camera buia, di tanto in tanto, di qui o di l, lo scricchiolo d'un mobile, lo scatto di una lontana serratura, o il rodio d'un tarlo o un istantaneo battere d ali, puoi essere certo che quelle che cos ti si manifestano non sono se non presenze materiali: davvero niente altro che un legno secco, una molla mal chiusa, un tarlo al lavoro o un insetto sperduto; o sia pure qualche altra cosa che t' sembrata tarlo molla legno insetto, ma comunque una forma sensibile, di vegetale o animale o metallo, modesta sddita d'uno dei tre regni della natura. Non devi mai credere che quei suoni che hanno incrinato per un momento la tua notte rivelino una presenza misteriosa. Sappi anzi che basta la menoma di quelle voci mediocri a respingere e tener lontano ogni senso di occulto, e questa battaglia il loro ufficio preciso. Quando poi si sentono sicure che la natura ha vinto, e che il tuo spazio sgombro d'ogni soprannaturale, allora esse tacciono e s'addormentano, e anche tu prendi sonno.

Ma se intorno a te dentro il buio vigilano presenze d'un ordine pi misterioso, nell'aria della notte non che silenzio. E allora pu darsi che d'improvviso, se la tua anima chiara, tu avverta in te lo svegliarsi d'un senso che non e nessuno dei poveri cinque su cui s'imbastisce la nostra v ita terrena. Sei pronto a cogliere taluna di quelle presenze, le quali tollerano di notte un solo suono naturale: il respiro dell'uomo che veglia nella tenebra. Una notte di prima estate - dopo avere indugiato a lungo alla finestra guardando sopra una terrazza un uomo camminare su e gi furiosamente spinto da chi sa quali ricordi o rimorsi o speranze, poi a un balcone due amanti allacciati errare con gli occhi per il cielo forse aspettando la luna che quella notte non c'era, e da ultimo le case della citt e i monti della campagna come li assorbe il dilatarsi della notte sopra le cose, e come una torre lontana sospira di sentirsi dissolvere e confondere con le discese dei tetti deserti e di non poter rimanere a contare le stelle che sopravvengono in cielo da tutte le parti - chiusi la finestra e me n'andai a letto, e lette due lasse della Regolaeleste sentii pesarmi le ciglia e spensi il lume. In quella improvvisa tenebra, e nel silenzio totale che la accompagnava, ogni peso di sonno sbito scomparve, e similmente ogni voglia di riaccendere la luce e vegliare; in breve mi resi conto che tutto intorno a me e dentro me s'era fatto propizio a comunicare con qualcuna di quelle ultramondane presenze che avvolgono da presso o da lontano le nostre vite a ogni passo, il giorno e la notte, ma solo qualche volta, e solo di notte e in certe notti, penetrano tanto addentro i nostri climi che noi possiamo sentirle e intenderle. Qualche volta la sensazione di tali presenze mi sgoment, segno che la mia anima era ancora corsa da impuri residui; altre volte, a cuore pi limpido, accettai il senso del loro appressarsi con tranquillit. Sempre mi rimanevano generiche, disindividuate e indescrivibili. Ma quella notte la mia comunicazione con le presenze occulte fu pi manifesta. Anzitutto, esse presero luogo. Solitamente le sentiamo diffuse nell'aria, come se la nostra tenebra ne riesca tutta impregnata quasi d'un profumo, ma sia loro negato assumere una collocazione precisa nel nostro spazio: invece quella notte avvertii sbito di ognuna (perch furono pi d'una, come racconter) il punto dove s'era raccolta, e pi avanti le sentii muovere cambiando luogo entro la stanza, e persino farsi coscienti di me. Il mio letto sta in un angolo della camera, nell'angolo diametralmente opposto c' una stufa di coccio; a met della parete cui s'appoggia la testata del letto, alla mia sinistra, la finestra. Quella sensazione di presenza diffusa, a un certo punto parve raccogliersi, raddensarsi e collocarsi tutta dalla parte ov' la stufa. Dopo non so quanti secondi o minuti, sentii. (Ho parlato di profumo; ora dico, e dovr ripetere, "sentii"; ma rimanga ben fermo che mi debbo cos servire

d'espressioni materiali prese a prestito dalla zoologia umana: in verit quel mio sentire fu di tutt'altra natura, non ebbe niente a che vedere con l'udito o l'olfatto che servono agli animali per vivere. Come la voce dello Spirito Santo nella Pentecoste parl una sua lingua ben diversa dalle umane ma ogni popolo qua e l per il mondo la udiva quasi tradotta nella propria, cos io quella notte con una specie d'udito mio nuovo colsi voci certamente non destinate a meccanismi di carne e di sangue. Si dia dunque un valore dolorosamente approssimativo a tutte le parole con cui mi sforzer di fermare il ricordo di quella mia comunicazione con le presenze occulte, che mi concesse di conoscere il loro dramma.) Percepii dunque, dopo un primo tempo di silenzio assoluto che di secondo in secondo alleggeriva la mia sostanza, dall'angolo della stufa ma in alto, quasi un soffio, e sbito tacque. Mi tesi in ascolto, il soffio si ripet due volte: credo che il mio sangue corresse pi lento nelle vene per non turbare quella voce. Allora dalla finestra alla mia sinistra nacque un frusco, e un secondo lo segu, e un terzo, e procedevano come segnando una linea retta lungo l'orlo superiore dell'intelaiatura dei vetri. Finito questo, dalla prima parte il soffio rispose, poi di nuovo il frusco, sempre pi nettamente scanditi. "Ecco" pensai "due essenze si sono incontrate e si sforzano di comunicare e forse ancora non riescono. Infatti l'una e l'altra, alternate, replicarono ognuna la propria frase. Il mio sangue s'era fermato del tutto. Quando l'intero mio essere parve divenuto non altro che immobilit, il soffio e il frusco mutarono timbro, assunsero un volume, uguagliarono le loro sostanze, ch'erano leggere e fluide uguali come il murmure del cantare a bocca chiusa; e sempre a voce appena sensibile. I timbri s'erano uguagliati ma la nota su cui parlavano rimase diversa, un poco pi alta la prima: giudicai che tra l'una e l'altra corressero forse tre quarti di tono. Stabilito cos ognuna il proprio modo, quel mormorio chiuso parve schiarirsi, s'apr in vocali, che in breve furono sillabe: sospirate e labili, quasi armonici di suoni pi netti ch'io non percepivo. La mia attenzione si fece estrema. E dentro me si sprigion e tutto mi corse una vampa di gioia, quando m'avvidi che le sillabe erano ormai parole, e le parole arrivando a quel mio esaltato senso mi si traducevano cos ch'io ne capivo esattamente il significato. Sempre, anche a quel modo intelligibilmente disegnate, rimaneva nella materia sonora d'ogni parola un senso di fluido sospirare. "Sei tu?" diceva la prima e pi alta. "S" l'altra rispose "s, era tempo. "Tanto ti ho cercato, forse mille anni." "Molti pi, molti, Livia." Una intensa commozione m'invase al sentire quel nome terrestre. Ella rispose: "S, caro" (io quasi mi sentii venir meno) "da pi di mille anni." "Pi di duemila, Livia; quante volte ho girato in tutti

i sensi dentro la curva dello spazio immenso. "E io ho toccato una per una i miliardi di stelle che guardavamo dal ponte, il ponte di legno sul nostro fiume." "E le altre stelle di tutti gli altri cieli che non sapevamo. "Ho incontrato gli angeli; non mi vedevano." "Io pure, ed ero contento che non mi vedessero, perch anche qui non cercavo e non volevo che te, Livia; come sulla terra, allora." E io te, andando per il cielo." "Mentre lo correvo, desideravo di vederlo come pareva da lontano." "Dalla Terra. Ma perch abbiamo dovuto tanto cercare? io in terra sentivo senz'altro dove tu eri, non mi occorreva vedere. " "Darpertutto ci raggiungevamo, sbito." "Sentivo quando stavi per spuntare all'angolo della strada."Sapevo, lungo il viale, dopo quanti alberi t'avrei incontratanon ho sbagliato mai." "Una volta ti sei tuffato in mare tutt'a un tratto dalla nostra barchetta e sei scomparso..." "... e tu dall'altra parte, e sotto la barca t'ho incontrata sott'acqua e ci siamo urtati e quasi soffocavamo." "Una mattina son venuta da te, abitavi in alto, novantaquattro gradini, arrivata al quinto ho sentito che tu non eri in casa, I`ho sentito con tanta certezza, che mi sono seduta l, ad aspettarti." "E io sono arrivato, ti ho trovata sul gradino, m' venuto oglia di piangere dal rimorso." "Ma hai trattenuto il pianto. Non ti ho mai visto piangere; anche qualche altra volta ho veduto che ne avevi voglia e ti trattenevi, e mi piacevi tanto.'` "Tu invece spesso piangevi." "Con la testa sulla tua spalla." "lo cercavo di consolarti." "Qui non si piange pi. Sentii una pausa, poi due grandi sospiri. Allora egli aggiunse: "Non ci sono pi angoli di strada..." "... n gradini... "... n alberi, n ponti di legno, n il mare." Ma noi, noi ci siamo, senti? io, e tu." "I tuoi occhi erano neri." "Come i tuoi capelli." "Cara.' Quel mescolamento patetico di terrestre e di remotissimo mi turbava terribilmente; certo avrei pianto, gridato, se

ancora fossi stato capace del menomo moto. Ma nel mio turbamento, che mi parve di secoli, qualche frase degli innamorati mi sfugg, non m arrivava che un tumulto un poco affannato di sillabe. Con uno sforzo supremo costrinsi la mia sostanza a rientrare nella loro onda. E mi riapparvero le parole, erano di lei, parevano concludere un ricordo: "... perch dopo quei giorni, al mio ritorno, ce lo eravamo detto: non bisogna che niente pi possa separarci uno dall altra, nemmeno... S'interruppe, lui pi coraggioso comp la frase: "Nemmeno la morte." "S" ella rispose "e ci eravamo promessi:'Quando la morte ci avr divisi...'." "No" lui la riprese "ho detto:'quando la morte creder... "vero:'Quando la morte creder di averci divisi per sempre, noi tanto ci andremo cercando, che dovremo ritrovarci. Ecco, oggi avvenuto." "Oggi. C dunque ancora per noi un oggi?" "Non c pi morte per noi, caro." "Morire qui, forse vorrebbe dire tornare vivi sulla terra. "Oh forse ci siamo, sulla terra." "Ma non vivi. Allora, il giorno che sono morto..." "Quando ho creduto che tu non mi volessi pi bene, e senza pensare altro ti ho ucciso, io, io." "Lo so." "E sbito sono morta io pure." "Di rimorso." "Di dolore. Ora ci siamo ritrovati, non perdiamoci pi, proviamo ad avvicinarci una all'altro pi ancora, a fare una cosa sola di noi due, tu e io." "Ma era gi vero, Livia; gi eravamo una cosa sola, lo hai detto tante volte, e questo era bello e grande, perch anche sentendoci uno, eravamo due, io e tu; perch tu mi aspettavi e io ti facevo aspettare e me ne disperavo, perch sopra le nostre teste splendeva il sole, perch sotto i nostri piedi cera la terra, davanti a noi il mare." "Tu mi mostravi le vele pi lontane. Avevamo le strade, la luna, le piante, le case. Ora non c pi niente." "Niente altro che spazio. Per questo rimpianto, Livia, nessuno di noi ha trovato qui la sua luce ultima e la pace. Non abbiamo esaurito in noi l amore alla terra. "Ma io cerco te: il nostro amore ha dunque gettato unncora sulla terra? Portiamolo pi in l. K'Arrivati pi in l, forse rimpiangeremo questo spazio come oggi rimpiangiamo la terra. " "No, caro. Senti quello che ti dico: se noi riusciamo, a forza d amore, a unirCi del tutto, sar questo la luce suprema, non ci sar mai la seconda morte e il nuovo rimpianto, la nostra unione perfetta sar la pace e la somma

felicit. Dove sei? proviamoci a fare davvero di noi due uno solo, a non essere pi io e tu." "Questo vorr dre soprattutto, per ognuno, non essere pi io. E questa l'ultima morte e la pi terribile, perch pi in l c il vuoto definitivo. Ma forse, quando uno ha detto "Io" una volta, non mai mai pi possibile distruggerlo.'Io' la sola cosa eterna." Un gelo sovrumano invase la tenebra che ci avvolgeva. In quel gelo, Livia disse ancora, pi fioca: "Certo hai ragione. Ma proviamo, caro, proviamo a essere pi vicini. Disperatamente desiderai di poter aiutare le anime innamorate, e un dolore acuto mi pungeva il cuore. Ora la voce di Livia mi parve spostarsi: scendere e un poco avanzare, mentre domandava: "qui?" e anche l'altra s'era smossa e diceva: "un poco pi in alto, mi pare". L'una e l'altra movevano caute in giro come per timore di perdersi; e di nuovo non erano pi parole n sillabe ma labili sospiri, quasi fiati leggeri e pieni d'angoscia, qua, l. Non riusciva al mio corpo di dare una scossamandare una voce. Vi fu un lungo silenzio. Tutt'a un tratto riudii la voce di Livia, quasi un ansito, e scendeva lenta verso me fino al centro della stanza ma s'arrest, poi di colpo si rifece parola e disse con grande spavento: "Frmati, sento qualche cosa". "S" egli da pi alto rispose.'Qualcuno?" "S." "Dove?" "In basso." Ora tutte e due per direzioni diverse venivano verso me poi sbito sgomente retrocedevano: - "Dove corri, Livia?" "Ho paura." - n mai s'incontravano. "Rimani fermo, provo a raggiungerti" disse Livia dopo un silenzio. "Sono qui" egli rispose lontanissimo. Aspettavo, non sentii pi niente. Aspettai a lungo, fin che m'accrsi di tremare. "Dunque ora il mio corpo si muove'` pensai. Anche m'avvidi che stavo, chi sa da quanto, con gli occhi serrati e le mani strette sugli occhi quasi per paura di vedere. Pass un tempo lunghissimo. Era scomparsa ogni traccia di voci nell'aria. Con uno sforzo doloroso mi scossi tutto, mi strappai le mani dal volto; aprii gli occhi e cercavo di tenerli sbarrati contro la tenebra muta. A poco a poco il buio s'addolc. Girando il capo vidi alla mia sinistra lungo un tratto della parete un barlume sottile. Mi buttai dal letto, corsi ad aprire la finestra. Era un alba leggera, tra le forme ancora confuse delle case e dei tetti i piani delle terrazze si stendevano qua e l dappertutto come pianure pallide.

/:/LUCI. Finita, con l'ultimo raggio di sole, la faticosa giornata, mi buttai a terra e sbito m'addormentai. Mi svegli di piena notte una voce sussurrandomi: Su, in cammino. Mi levai in piedi e tutt'intorno sentivo il mondo respirare sotto un cielo discreto. La notte era bassa, non veniva dal cielo ma dalla terra e dalle strade. La mia strada s'apriva davanti a me come un viottolo battuto tra due

siepi d'arbusti e che andavano a perdersi nell'ombra. La voce parl ancora: A un certo punto rroverai varii sentieri all'orizzonte vedrai tante luci: scegli il sentiero che va giusto alla tua. Mi avviai. Ero perfettamente riposato e camminavo con facilit, le siepi proteggono l'andare. Di qua e di l la terra era nera, forse terra arata da poco, tutta uguale, sparsa d'alberi leggeri. Andando rasente gli arbusti alla mia destra ogni tanto ne strappavo un rametto, una volta con la mano incontrai una spina e mi punsi. Allora con dispetto mi spostai verso l'altra siepe che era pi bassa e rada; poco oltre tutt'e due finirono e anche ogni segno di strada era scomparso ma ivi sboccava dal piano arato un ruscello e piegandosi come a continuare il mio viottolo ora mi segnava il cammino. Mi s'era bene adattata la vista al poco lume dell'aria sotto quel cielo povero, ma tra le zolle smosse camminavo pi a stento. Veniva dal ruscello un mormorio rotto ogni tanto dal tonfo d'una rana nell'acqua. Nessuna altra voce si levava dalla terra al cielo. Mi sarebbe piaciuto sentir cantare qualche usignolo ma anche gli alberi erano scomparsi. Cos pro'cedendo, il ruscello sfoci in un burrone, traversato da un ponticello di legno. Non ero stanco, ma spinto da chi sa quale intimo motivo invece di passare sbito dall'altra parte mi fermai di qua dal ponticello e mi posi a sedere su un sasso che spiccava chiaro contro il nero del suolo. Saliva dalle zolle un grato odore di terra umida. L posato, senza pi guardare a niente ma con i gomiti puntati sui ginocchi tenendomi il capo tra le mani, la mia mente cominci a divagare. Richiamava futili frammenti della giornata trascorsa: un battibecco con un oste che porgendomi malamente un piatto m'aveva schizzato un po'd'unto sul lembo della blusa; uscito dall'osteria, passava una ragazza con in capo una cesta di verdure, e perch pareva debole e stanca m'ero offerto di portargliela io ma lei senza rispondere aveva voltato la testa e affrettato il cammino, allora certi giovani fermi sull'angolo si misero a ridere forte alle mie spalle. triste sentirci tanto spesso fraintesi nei nostri sentimenti pi semplici; perch mai l'umanit, che a pensarla tutta insieme cos ricca di motivi divini, appena la sfiori nei suoi elementi la trovi carica di veleno? perch il sole e il cielo parlano ancora tanto poco alla gente? Comunque, la vita una cosa maravigliosa, ne sono certo. Quando all'alba i muratori m'avevano incaricato di portare i sassi con la carriola dal torrente fino al principio del paese, fu un lavoro piacevolissimo. Ho fatto forse venti volte il cammino, andata e ritorno. Sceglievo nel greto le pietre pi grosse e ben formate, le accomodavo nella carriola, quand'era carica la spingevo in su. Perch c'era un po'di salita; a ogni volta era pi dura, e mi piaceva sentirmi venire addosso la fatica. Cominciai a sudare, ebbene proprio in quel punto si mette a soffiar gi dalla collina un'aria fresca: ho buttato via il cappello per sentirmela tutta tra i capelli e sulla faccia. Ci sono molte di queste felicit nella vita. Ogni volta quando avevo rovesciato il carico ai piedi del muretto in costruzione, mi permettevano di riposare qualche minuto

prima di tornar gi: era divertente vedere come squadravano alla meglio con un gran colpo di martello i miei sassi poi li aggiustavano uno sull'altro. Oh come and che pi tardi avevo smesso quel lavoro e mi trovavo invece a tener fermo per la briglia un cavallo presso una fontana in una piazza? Un momento... Ma lo sforzo per colmare quella lacuna del mio ricordo fu interrotto da un suono lontano che ritmico e serrato rapidamente s'avvicinava; ed era un trotto: vedi curiose coincidenze nella vita, pensavo a un cavallo, e questi che vengono trottando sono cavalli, quattro o cinque, pi scuri dell'aria, in gruppo con la testa alta arrivano da un confine della terra, passano a forse trenta metri da me senza guardarmi, s'allontanano verso il confine opposto e scompaiono, anche il trotto muore lontano. Com'erano belli e liberi. Per guardarli avevo alzato e girato il capo, e ora rivedendo la pianura nera e il cielo annuvolato mi risovvenni in un lampo dov'ero e perch, mi prese uno sgomento d'avere perduto tanto tempo e quasi dimenticato il mio cmpito. Scattai in piedi. Mi rivolsi verso il burrone, raggiunsi il ponticello, che sotto i miei passi scricchiolava. Di l, la pianura era tutta unita e brulla, senZa arati n siepi n ruscelli n segno alcuno di via. Solo il ponte che avevo passato m'indicava la direzione da mantenere. Ripresi a camminare cauto, attentissimo a non perderla. Per maggiore sicurezza fissai un gruppo di piccole stelle in un tratto sgombro del cielo. Non le avevo esattamente davanti a me ma un poco a sinistra. Pur che mi rlmangano sempre a questo modo, sono certo di non deviare. Procedevo dunque, di tratto in tratto guardavo in cielo a quelle guide, a ogni volta mi pareva di conoscerle meglio e che anch'esse ammiccassero mormorandomi "vai, vai". Dopo qualche minuto di quell'andare monotono (o forse qualche ora? chi pu capire?) cos levando in alto lo sguardo m'avvidi che una nuvola moveva verso le mie stelle stava per coprirle. Spaventato mi fermai. Era densa e grave. Gi toccava la prima stella, che scompane. Mi sentii vacillare e un'onda di caldo salirmi alla testa, chiusi gli occhi e vi portai una mano a premerli, fin che lo stordimento pass. Riaprii gli occhi e mi trovai in una tenebra fitta. Non si vedeva pi una stella, non v'era pi cielo, n aria intorno a me: niente altro che buio pieno di paura. Spinsi avanti un passo, poi l'altro. Ne tentavo un terzo, brancolando innanzi con le braccia tese, e la mia mano urt: sentii ch'era un albero. Ne palpavo la curva con un conforto immenso; mi resi conto, soltanto allora, che pi della tenebra m'aveva gettato in tanto spavento il senso del vuoto che mi circondava. Giravo con le due mani intorno al tronco, era piuttosto esile come d'un pino giovane ma la corteccia non si staccava a scaglie, quasi liscia. Fin dove arrivavo, alzandomi in punta di piedi, a toccare, L'albero non

ramificava. Lo esplorai a quel modo anche in gi fino al suolo. Trovandomi chino mi venne naturale sedermi in terra, e mi vi accomodai, appoggiata la schiena a quel tronco cordiale. Mi sovvenni che anche dall'altra parte del burrone prima di passare sul ponte avevo fatto una sosta cos seduto in terra (pareva d'un tempo lontanissimo), e quanto conforto m'aveva dato riandare episodi della giornata trascorsa; ma invano tentai riprenderne un qualche filo, il mio ricordo non si popolava ora che d'immagini sbite e labili, slegate, lampi di colore, echi di voci, striscia verde di mare lungo un orizzonte, una piazza con gente in tumulto, il tuffo d'un ragazzo dall'alto d'una rupe nell'acqua: cose vedute gi, certamente; memorie, ma da dove? di quando? Perch tanto inconseguenti ed effimere? Pareva segnassero punti lontani d'una lunghissima vita. Poi erano tutte scomparse, la mia mente stava tesa e vuota come forse accade nell'appressamento di un'estasi; fin che preso da un'inquietudine furibonda mi scossi, mi rovesciai tutto a terra bocconi, sentii con terrore com'era mostruoso quel non vedere niente, neppure un accenno di forme o di moti nello spazio nero che mi dava addosso: un buio cos immenso e perfetto l assurdo, non pu esistere, no, ridicolo, neppure i ciechi forse... Credo che a questo punto mandai un gran grido, perch improvviso mi venne il pensiero d'essere diventato cieco. Ricordo che senza cambiare postura strinsi gli occhi contro l'avambraccio poggiato a terra. L a quel modo buttato rimasi non so quanto; ma la mia disperazione dovett'essere brevissima, e seguta da un lungo abbandono, rassegnazione vuota, quasi un sonno dell'anima; dal quale mi riscossi con una specie di nuova serenit. Frattanto non avevo mutato in nulla la mia postura. Ora lentamente mi girai su me stesso fino a trovarmi supino, e sempre col braccio fermo sugli occhi movevo un poco la schiena per sentirmi pungere dalle asperit del terreno. Cos per qualche tempo ancora aspettavo, ma giuro che in me non era ormai pi ombra d'angoscia o paura; sola mi animava, al momento che stavo per risolvermi a guardare, una curiosit tranquilla. Di colpo tolsi il braccio e aprii gli occhi. E vidi il cielo pieno di stelle. Una gioia immensa m'invase. Saltai in piedi. La notte era dolce, calava ora dal cielo alla terra, notte umana, non una nuvola nel cielo morbido, L'aria intorno una pallida penombra piena di sospiri. Io mi rigiravo d'impazienza e allegrezza guardando. Dietro me riconobbi lontano in fondo il taglio nero del burrone con lo sgangherato ponte, qui al mio fianco l'albero buono: aveva poche fronde che si confondevano nel bruno dell'aria. Poco oltre, un cespuglio folto di pruni; lo raggiunsi: dal cespuglio si partivano due viottoli simili a quello che avevo percorso al principio del mio viaggio. Spingendo avanti lo sguardo li vedevo lentamente divaricare e perdersi in una vasta zona oscura, di l dalla quale sotto il lume delle stelle si disegn nitida una collina.

Ecco - sbito ricordai - ecco i sentieri che la voce m'annunziava. E aveva aggiunto: all'orizzonte vedrai tante luci. Il mio orizzonte ora quella collina; ma non vi sono luci di luci non vedo altro che sopra la collina le stelle in cielo: forse la voce intese parlare delle stelle? Dio quante quante! Davvero le stelle laggi pareva si moltiplicassero, formicolavano scintillando, stavano per traboccare. Le fissavo sgomento, e "Stelle stelle" imploravo "vi sono sempre stato fedele, aiutatemi" e altre parole affettuose come mi salivano dal pieno cuore. A questo modo pregando ero in piedi fermo presso il cespuglio dei due sentieri, solo movevo di continuo lo sguardo entro quel vasto lembo celeste, fin che negli occhi m'era nata una fantasmagoria e non distinguevo pi niente. Dovetti chinare il capo e fissare per qualche tempo ai miei piedi il nero del terreno per ritrovare la vista. Rialzato lo sguardo, per il colle molti lumi erano apparsi e qua e l s'agitavano; le stelle invece mi parvero un poco impallidite diradando come quando sta per scoprirsi la luna, ma luna quella notte non c'era. Gi sul declivio i lumi s'andavano disponendo come costellazioni, taluni dopo qualche incertezza passavano da una all'altra e ivi si fissavano, fin che tutti furono fermi, alcuni pi vivi altri modesti; e davvero non so se fossero stelle calate dall'alto o luci che s'erano accese e disposte in su e in gi per tutto il pendio della collina. Quando si fu in me dissipato lo stupore di quello spettacolo, potei raccogliermi a considerare la mia situazione. All'orizzonte vedrai tante luci. Certo son esse; una di loro la mia luce, e io debbo raggiungerla: scegli ilentiero che va giusto alla tua. Qui si presentavano almeno due problemi. Primo: dietro che indizi, per quale carattere posso capire qual ,.tra tante, la luce mia? (la voce se l' sbrigata presto: vai alla tua). Secondo problema: le luci sono almeno trenta, quaranta, anche pi, e i sentieri solamente due. Presi a percorrere con lo sguardo lentamente l'ampio tratto di collina tempestato di lumi, e a quell'esame m'accrsi che, mentre nel cielo trovi mescolate senz'ordine le stelle pi accese e le pi deboli, qui i lumi si vedevano distinti in due schiere a seconda dell'intensit: nella zona di destra tutti i pi vivaci, nell'altra i pi pallidi. Una zona continuava l'altra, ma quella differenza era molto notevole; meglio guardavo ed essa pareva farsi maggiore, mi maravigliai di non averla avvertita fin da principio. I lumi dalla destra (che erano i pi) ora apparivano quasi fiamme, coi loro raggi tagliando l'aria pareva gareggiassero con le pi violente stelle del cielo, pi d'una volta li vidi scuotere le cime come sfiorati da un vento; insistendo io a fissarli, il loro aspetto fu addirittura di fuochi che stessero per divampare. Preso da un'inquietudine, per rimettermi girai lo sguardo all'ala sinistra. Sbito mi raggiunse un'aura di riposo, le fiamme erano meno intense, la luce non se ne spargeva per raggi ma blanda s'effondeva a diradare l'ombra della notte sopra la bruna distesa del colle.

"Certamente" mi dissi "in quella differenza d'intensit luminosa c' un indizio, forse un linguaggio; bisogna interpretarlo." Qui debbo fare una confessione: per un momentO mi balen il pensiero che l'agitarsi delle luci pi vive era rivolto a me, quasi di l mi avessero veduto e mi chiamassero "siamo noi, tra noi quella che tu devi raggiungere. Ma dur un solo istante e gi mi vergognavo d'un pensiero tanto presuntuoso e sciocco. In questa scelta non debbo aspettarmi chiamate o aiuti di sorta ma afffidarmi alle sole mie forze, all'esame della mia propria natura, sia pure confortato da qualche attrazione spontanea. vero che io (come tutti) mi conosco molto imperfettamente, e va tenuto conto che le attrazioni sono spesso ingannevoli: L'uomo pu sentirsi portato verso quello che meno si conviene con l'indole sua vera, la sua profonda necessit. Quel minuto di slancio verso le luci splendide stato un principio di tentazione. Per quanto male io conosca me stesso, posso dire che la mia natura fatta soprattutto di ritrosia, non mai stata brillante, n in alcun modo aggressiva. Non perdiamo tempo, la sede mia non di l, no, da questa parte, la zona mite, le luci tnere. E poich i cammmi sono due, il mio per ora questo. Poi si vedr. E mi buttai risolutamente per il sentiero di sinistra, rimettendomi a marciare di buon passo. Perch, dopo tanti indugi cui m'ero abbandonato fin dal principio del mio viaggio, ora m'aveva preso un'improvvisa impazienza. Ero certo che la notte fosse molto avanzata. Guardai le stelle (il cielo era tutto scoperto e fulgidissimo) e m'avvidi che la loro collocazione rispetto agli orizzonti era tal quale come quand'ero partito. Me ne spaventai sulle prime. Delle due l'una: o tutto il mio viaggio fin qui, che mi sembra di tante ore con le sue tappe piene di soste incertezze, contemplazioni, stato rapidissimo (come accade qualche volta nel sonno, che l'improvviso accendersi d'un fiammifero nell'attimo stesso in cui ti sveglia suscita in te un retrospettivo sogno sviluppato sulla durata di lunghi fatti culminanti in un divampare d'incendio); oppure in questa regione il cielo delle costellazioni rimane immobile, nel qual caso non vi avremmo che notte perpetua; e questa seconda ed estrema ipotesi, chi sa perch, la scartai senz'altro come sacrilega, senza tuttavia accettare del tutto la prima (la quale avrebbe significato una nuova e diversa densit del tempo). Su questi motivi ragionando tra me, come altri accompagna l'andare col canto, senza raggiungere nessuna conclusione camminavo di buona voglia. Ho gi detto, mi pare, che la nuova strada, dopo tanta regione nuda percorsa di qua dal burrone, m'aveva richiamato alla memoria quel primo viottolo della mia avventura notturna. In verit la sola somiglianza stava nell'essere un viottolo anche questo, che nettamente segnato e chiaro sul fondo bruno del suolo mi manteneva in una direzione ben certa. (E pianura sempre, infinita.) Ma non aveva arbusti ai lati a far siepe e da strapparne ogni tanto un rametto passando, non alberi in vista, n continuava in ruscelli mormoranti con i tonfi delle rane nell'acqua: soprattutto di questi risentii un desiderio acuto. Avvertii che il carattere di tutta la natura (se natura si deve chiamarla) che mi circondava, era l'immobilit, perfetta e necessaria dato che

non c'era all'ingiro niente che avrebbe potuto muoversi; tranne - aggiunsi sorridendo in pensiero - il caso di terremoto. Io solo mi movevo, in un mondo fermo. Avevo rallentato il passo. Il cammino deviava alquanto in arco, per sbito tornare diritto. E tutto il viottolo sin qui, in quel lavorio vano della mente, lo avevo percorso a testa bassa senza mai guardare alla collina; alzato il capo e lo sguardo, trovai che per quella deviazione si scorgeva ora del colle solamente la parte che m'ero scelta per meta, la zona delle luci pallide. Ma non mi parve di vederle, come speravo, pi grandi e vicine. "Abbi paZienza" mormorai tra me. "E cammina." Ricordai che quando poco fa andavo costruendomi ragionamenti varii per ingannare la strada, avevo paragonato quei ghirigori di pensiero allo svagato cantare dei camminatorn "E prvati a cantare." Aperta appena la bocca per emettere due o tre sillabe, non ne usciva alcuna voce. Riprovai pi volte, fino a sforzare la gola come per lunghi urli: invano; avvertivo nettamente che tutti i miei organi vocali s'atteggiavano a formare suoni, ma il suono non arrivava, neppure un gemito. Ero diventato muto? Salvo che la voce mi sl formasse, modulasse, vibrasse per l'aria, ma non fossi io capace di sentirla: in questo caso ero diventato sordo. Venendomi sbito a mente che qualche ora prima avevo creduto d'essere diventato cieco, questa corsa traverso tutti i modl di annullamento dei sensi mi apparve tanto buffa che mi buttai a ridere da non potermi tener ritto. Appena finito quello spasimo, che m'aveva riempito gli occhi di lacrime pensai dolorosamente quale cosa macabra era un uomo che solo nella notte in mezzo a tanto mistero si sconquassa dal ridere. Tra le lacrime, che ora s'erano fatte di pena amara riguardai verso il colle ove l'immoto pallore dei lumi mi pareva un segno d'infinita pazienza aspettandomi. Affrettai il passo, e non and molto che quella ch'era sempre stata nella mia vita la pi invincibile voglia (pi del guardare dell'udlre del parlare) mi riprese: la mania raziocinante. Forse - arzigogolavo - io non posso emettere la voce, perch la voce ci era data per comunicare, e io in questo estraneo mondo sono unico, non c' n ci pu essere chi mi udlrebbe. Oh - rispondevo - chi t'ha detto che non ci siano o non ci possano essere altri? Vai alla tua e le luci son tante, certamente ognuno cerca la propria; moiti in questo stesso momento stanno camminando verso quelle- altri dall'altra parte verso le altre che pure ho vedute dal cespuglio e la nuova direzione me le ha nascoste, le luci fervide; e chi sa quanti ancora verso forse altri colli pieni d'altri lumi. E poich, almeno per ora, un solo sentiero conduce a parecchie luci, non c' niente di strano a credere, anzi debbo credere senz'altro come cosa certissima che parecchi viandanti stiano com'io camminando proprio qui in questo mio stesso sentiero: altro che essere unico. Pi indietro? pi avanti? o persino al mio fianco e non li vedo e non mi vedono? Sebbene non vi siano ostacoli tutto quanto sta ora intorno a me estremamente semplificato, il sentiero chiaro e rettilineo, la pianura vuota. Solamente, qua e l, questo importante e m'era sfuggito, corrono certi labili effetti d'ombra lungo i margini del sentiero, alcuni lo traversano e scompaiono, altri lo seguono,

pi o meno lenti; son brevi e fluidi, non hanno forma, non sono che guizzi pi grigi sul bruno del suolo: L'ho detto, effetti d'ombra. Eppure non hai nuvole in cielo, il chiaro delle stelle tranquillo, nulla passa o si muove nelL'aria: da dove possono dunque nascere quegli inquieti chiaroscuri? In questo momento non ne vedo pi. Ora uno ancora ne arriva, rapidissimo s'allontana. Un altro sopraggiunge e indugia. Oh forse sono loro, le persone che come me viaggiano verso il coro delle luci pallide. Ma allora anch'io sono per essi un effetto d'ombra. M'invest un'onda di commozione amorosa verso lo spazio che m'abbracciava e che sentivo ricco di presenze, uno struggimento di manifestarmi a loro e di conoscerle. Perch, compagni in questa suprema avventura, non troviamo il modo di comunicare? A questo punto il sentiero nuovamente deviava, ripieg, torn a slanciarsi innanzi a me come un nastro dirittissimo. Dopo quelle svolte, trovai il colle delle luci fatto pi vicino ed ebbi la certezza d'avere percorso molto spazio dal primo momento che le avevo scorte e m'ero mosso a raggiungerle. Esse m'apparivano ingrandite, un po'ravvivate, e in molto minor numero: non n'erano rimaste che cinque. Era facile interpretare che le scomparse fossero state raggiunte. E mi dolsi di non avere tenuto pi costantemente vlto lo sguardo alle luci, desiderai con fervore sorprendere di qualcuna il momento e il modo della scomparsa. Frattanto il pensiero di quei miei ignoti fratelli che erano pervenuti alla gran meta riaccese la mia ansia e il mio zelo. Ora camminavo quasi in furia; tanta, che dopo non molto riabbassato lo sguardo (che fin qui tenevo in alto fisso verso le cinque fiamme) tutt'a un tratto m'avvidi di stare oltrepassando l'imbocco d'un nuovo sentiero che a destra si staccava ad angolo acuto dal mio. Un passo ancora, un passo solo, e vi sarei trascorso davanti senza vederlo Rabbrividii di spavento quasi fossi certo che la direzione nuova era la giusta e ch'io per una distrazione fatale ero stato per perderla. Invece la cosa pareva tutt'altro che indubitabile. La perplessit, se continuare nel primo o svoltare nell'altro, si fece in me tortura: l sul terribile angolo rimasi immobile, vuoto d'ogni pensiero e con uno spasimo pungente nel cuore. Anche questo pass. Ricordai che l'altra volta la mia perplessit non era stata tanto morbosa, e l'avevo risolta esaminando l'aspetto delle luci; perch mai mi sono ora impietrito con gli occhi fissi a terra a esaminare l'angolo come se studiassi un problema di geometria? Una volta ancora ragioniamo (sar mai l'ultima?). Ecco le luci. Sono cinque. Ma delle cinque, tre sembrano stare un poco staccate dalle altre due: una triade dunque, e una coppia. E queste della coppia, se guardi bene, hanno nel fondo del loro pallore qualche barbaglio d'oro che non trovo in nessuna delle altre. La triade sta ritirata alquanto verso destra, certamente la via diretta porta alla coppia, la nuova che se ne stacca va alla triade. Allora? che altro c' da osservare o da pensare? Da pensare, forse questo: lo spavento di poco fa, la mla certezza che sarebbe stato un disastro passare davanti

al bivlo senza accorgermene, potrebbe dar segno che debbo voltare. Ma lo stesso stento ad avvedermi del possibile mutamento di rotta, l'averlo avvertito solo all'ultimo, pu a sua volta suggerirmi che l'impulso migliore era continuare senza mutar direzione... Ah... Credo che questo "Ah..." non fosse solamente pensato ma che lo gridai forte; perch mentre cos ragionando tenevo lo sguardo alle cinque luci, accadde ci che avevo tanto desiderato: sorpresi una di esse, la prima della triade, d'improvviso lampeggiare due volte e sparire; ne rimase per pochi secondi un biancore che si dissipava nell'aria. Dalla commozione alzai in alto le braccia come a gettarmi verSo quel bianco, mi portai le mani al cuore per fermarne i battiti, dopo qualche altra mossa disordinata riuscii a essere calmo. Ma con quei passi inconsulti avevo abbandonato il mio sentiero e m'inoltravo nel nuovo. Debbo accettare questo effetto come una mia scelta? Fu un impulso intimo, o un trascinamento dal di fuori e poco pi che una facile curiosit? Davvero ho sentito come se fossi spinto da un vento. dunque qualche cosa di somigliante al puro caso- e io ho sempre gridato che il caso tra i moventi degli atti umani il pi immorale. Tornare indietro? Ecco una cosa che all'uomo ripugna; ma tale ripugnanza un sentimento terrestre. Intanto che a questo modo in me polemizzavo, procedevo anzi salivo. Perch il nuovo sentiero era in salita, e dopo tanta ostinata pianura questo dov a mia insaputa piacermi e tardare in me la necessit di sostare un minuto prima d'accettare quel concorso di spinte puramente meccaniche. Quando infine fui fermo, il mio primo sguardo corse alL'altro sentiero, che ora veduto dall'alto pareva davvero una riga tracciata col gesso sopra una sconfinata lavagna; scrsi anche sul colle, ma di sbieco, le luci striate d'oro che avevo abbandonate, e sbito ebbi la gioia di vederle tutte e due una dopo l'altra in un attimo palpitare, lanciare uno sprazzo di rapidi raggi, imbiancando svanire. Cos fui certo che anch'esse erano state raggiunte e che la linea in cui mi trovavo era per me la giusta. Si pu capire quanto questo mi rinfrancasse e mi spingesse non pure a camminare (la salita s'era fatta dolcissima) ma quasi a correre verso le due luci: sono le ultime, e una la mia. M'aspettavo a ogni passo d'incontrare il nuovo bivio. Il cammino era tornato piano e ora ripiegava, non vedevo pi davanti a me che i due lumi rimasti. Ingrandivano, e si discostavano uno dall'altro. L'uno stava spostato un poco in alto verso la cima del colle, il suo contorno era regolare, un arcolo perfetto, solo sfumato all'ingiro per il diffondersi della luce. L'altro mostrava un disegno meno nitido, la sua luce non era ferma ma moveva dal centro all'orlo della fiamma con un moto d'onde increspate. Questi e altri particolari mi si rivelavano un poco per volta di mano in

mano che m'avvicinavo.

Al momento in cui scoprivo come la luce della fiamma pi bassa fosse avvivata da qualche mobile barlume colore di rosa, mi fermai, ch il sentiero biforcava: obliquamente a destra in su verso la fiamma pi uguale, a sinistra diritto verso la pi mobile. Ecco il bivio ultimo. Una di queste due luci, una di queste due vie. Per qualche secondo rimasi estatico sul punto dell'incontro e mi sentivo a gradi vuotarsi l'anima e il pensiero, liberarsi forse d'ogni residuo di sottigliezze, gusti, influssi del travaglioso passato. S'era spenta in me anche ogni impazienza e fretta di risolvere. Ma che cosa mi si chiede come atto estremo? ch'io mi risolva, o che m'abbandoni? Come posso conoscere se quel vuotamento della mia sostanza pesante stato perfetto? Non ero impaziente di scegliere la mia via, ma un moto di risentimento sorgeva in me contro me stesso che ancora potevo interrogare nell'ora in cui l'essere deve trovarsi tutto in fervore. Invece qualche cosa mi vibrava dentro come una lmina; e non sapevo che cosa, e volli aspettare che si fermasse. Le due fiamme non mostravano nessuna impazienza. Non immaginai che mi guardassero. L'una accendeva ogni tanto i suoi rosei riflessi, spingeva con una mossa pi viva quel flusso di luce dal centro al circolo. L'altra sempre meglio si profilava esatta e di placida luce. questa la mia. Andiamo. Voltai salendo verso il lume disegnato e calmo. Come ebbi voltato, L'altro non era pi in vista. Questo solo ora vedo, il mio. Mio davvero? Perch dubitare? anche il dubbio cosa terrestre. Mi scossi cercando d'affrettarmi su per l'erta, che s'inaspriva. Non distoglievo gli occhi dalla luce. M'accrsi di barcollare, temei di cadere. Anche la luce, gi tanto queta, tentenn. Mi strinse un cerchio la testa, ancora tentai di correre, ansimavo, la vista mi si confuse; tuttavia distinguevo la luce e arrancavo a lei su per l'erta. "Eccomi" volli gridare. Ma un chiarore d'alba si diffuse per il cielo, e in esso la luce, ancora lontana, senza un raggio senza un palpito, miseramente scomparve.

Un vento gelato m'avvolse e caddi a terra privo di sensi. Quando mi risentii, il mattino era livido com' tante volte tra l'alba e l'aurora. Non c'era pi nel cielo una stella. Volsi il capo e non c'era pi il colle. Mi sollevai a mezzo e guardai intorno: mi ritrovavo dove la sera innanzi con l'ultimo raggio di sole m'ero addormentato, dove a notte piena una voce m'aveva chiamato dicendomi "In cammino". Nessuna invisibile voce ora mi parla. Non piansi. Il mio dolore per la disfatta non fu disperato, era una abbattuta stanchezza. L'aria si fece lucida, sentiva il sole imminente. Tutta la terra si stava svegliando con suoni vicini e lontani. Mi levai in piedi e sentii che bello respirare. Il primo raggio del nuovo sole imbianc le case vicine, dove comincia il paese. Scrollandomi e ravviandomi con le mani furiosamente i capelli, mi mossi a raggiungerlo, a procacciarsi il lavoro per ricominciare la nuova faticosa giornata. /:/LA BELLA ADDORMENTATA. Una notte di gran vento sono entrato in un caff pieno di fumo. Con le mani avanti fendevo il fumo scostandolo da una parte e dall'altra, mi inoltravo come in un canneto. I miei piedi s'intricavano nelle spire di vapori pesanti che uscendo dai boccali e dalle bocche dei bevitori di birra scivolavano sui marmi, grondavano a terra e vi strisciavano come serpenti annoiati. Non trovavo posto. Incontrai lo sparato splendido d'un cameriere, lo fermai con uno sguardo. Da esso sparato uscivano da una parte e dall'altra due maniche nere verso il cielo come biforcanti rami d'un albero spogliato dal verno, e in cima a quelle maniche ritte si aprivano a ventaglio e si stendevano quasi altipiani due vassoi carichi di sostanze colorate e fragili. Il cameriere correndo via m'indic, non so come, forse con una terza invisibile mano, un posto libero a un tavolino; al quale gi stava una persona, e con la testa reclina sopra una mano dormiva. Era una donna. Come fui seduto, mi girai discretamente verso destra per veder meglio la donna che dormiva; riconobbi La Bella Addormentata nel Bosco. Mi sarebbe piaciuto rivolgerle la parola. Il cameriere torn, vidi che anche il volto gli risplendeva, come lo sparato, di una nobile luce. Mi mise dinanzi una tazza, e dall'alto versava un liquido fumido con il gesto classico della Temperanza, virt temporale: poi scomparve nell'atmosfera, tale una freccia lanciata contro una nube. Riconobbi un amico che faticosamente passava, e vedutomi stava per accostarsi; ma scorgendo la donna al mio fianco ha creduto che fosse con me, allora con un saluto di circostanza guardando oltre imbarazzato se ne andava. Tutti questi avvenimenti labili mi davano un senso d'impacciata inquietudine. Avrei voluto andarmene, ma dovevo prima bere quel liquido. Mi prese un sospetto che fosse avvelenato. Pure non volevo partire senza aver bevuto, per non offendere il cameriere.

Due coppie si levarono da un tavolino di faccia e si misero a ballare nello spazio strettissimo tra quello e il mio: allora m'accrsi che dai fumi che si avvolgevano tutt'intorno per l'aria usciva come una musica, musica di danza, danza antiquata, a note strascicate e nasali con un accompagnamento di pizzicate corde, e a tratti uguali un lieve rullo di tamburo sopra il quale tutta la musica stava appoggiata. Come il rullo taceva, allora la melodia pareva stesse per sfasciarsi e cadere in pezzi a terra; ma tosto il rullo riprendeva e si precipitava a tenerla su. Una delle coppie ballando dette un urtone allo spigolo del mio tavolino: mi voltai in fretta a guardare La Bella Addormentata nel Bosco per paura l'avessero svegliata: no, lei non fa che aprire un poco pi la mano ove sta appoggiata la faccia e continua a dormire ma cominci a emettere dalle labbra socchiuse un sibilo leggero. In principio mi dava fastidio, e volevo svegliarla io, ma sbito mi son fatto alcune importanti obiezioni: "Se la sveglio, non pi La Bella Addormentata, chi sa chi diventa, nasce un pasticcio. E, comunque, bisogna ricordarsi che La Bella Addormentata nel Bosco non si sveglia se non per l'arrivo del Principe Simpatico: se dunque la sveglio, e non cambia lei, cambio io, perch vuol dire che sono il Principe Simpatico e non lo sapevo (tante volte avviene che uno, per i soliti misteri di famiglia, non sa quello che ) e sarebbe una seccatura, ho degli appuntamenti domani mattina, cambiano l per l un sacco di congiunture della mia vita senza che io vi sia preparato; insomma meglio star zitto e lasciare che quella fischi". Mentre cos intensarnente meditavo, il fischio s'era fatto pi lungo, modulato e intonato perfettamente con la musica: il fischio attaccava giusto alla fine del rullo di tamburo comc se corresse lui a dare una mano per tener su la baracca della melodia, fino a che tornava il tamburo e allora il fischio taceva e lei tirava il respiro preparandosi al fischio successivo. Questo fischio cresceva anche d'intensit, s'ingrossava, anzi ingrassava, e cos mutava sostanza: diventava un gorgoglio, poi sempre pi largo; fondo, insieme bello posato e sicuro: insomma, La Bella Addormentata nel Bosco russava. Io non avrei mai immaginato che La Bella Addormentata nel Bosco russasse. Questo mi pareva una cosa molto mirabile e importante. Mi guardai intorno per vedere se tutto il pubblico del caff pieno di fumo non fosse come me maravigliato e attratto. Invece tutti s'occupavano dei fatti loro. Era chiaro che il pubblico del caff pieno di fumo non s'era mai fatto una immagine precisa del modo di dormire della Bella Addormentata nel Bosco. Oh come l'uomo negligente e approssimativo nelle sue cognizioni, grossolano e distratto di fronte allo spettacolo della verit! Come i pi sono inesperti nell'arte di collocare la divina facolt della maraviglia! La Bella Addormentata nel Bosco russava, il clangore del suo russare ora aveva coperto il suono della musica, fluttuava contro tutta la sala come crompere di nuvole da un vulcano, avviluppava uomini e cose; raggiunse per qualche istante il tuono della tempesta; di tratto in tratto era corso da un nitrito di battaglia; ma in

breve trov la sua pace, si fece sereno e largo e riempiva d'un nobile fremito tutta l'aria. Traverso vi riapparivano le smarrite forme, uomini, tavolini, boccali, chiome, strascichi, spume. Ecco, ora soltanto, con quello la sala aveva un'anima e la sua vita una regola; quel rumore era, a darle sostanza ed efficace realt, una ordinata energia e una forma, una ragione di esistere. Il russare si faceva sempre pi gonfio, poi ne emanava un desiderio e aspirazione verso atmosfere pi ricche, pi pure e alte verso il cielo. Io mi voltai con riconoscenza verso La Bella Addormentata nel Bosco. Ora il suo collo s'era ancora pi reclinato, faceva un angolo retto col busto. Una guancia premeva tutta sulla palma, e quasl Vl scomparlva; onde la testa vi stava sopra poggiata orizzontalmente come su un piatto: un profilo di medaglia a forte rilievo; la mezza faccia, che cos vedevasi ritagliata in pieno nella luce, era soffusa d'una ebetudine beata, che partiva dalle regioni estreme - la linea della fronte all'attacco dei capelli, il profilo del mento ottuso e grasso - e andava facendosi pi intensa verso il centro vivo, quella bocca semiaperta sotto le narici leggiadramente arricciate a ogni emissione del fragore misurato e potente. Capii, capii con certezza, che non c'era pericolo; la Bella Addormentata nel Bosco non si sarebbe svegliata per consumare di secoli. Pieno di letizia e di orgoglio m'alzai, feci a lei un perfetto inchino per invitarla a ballare, e senza aspettare consenso la sollevai. Ci lanciammo ballando tra i tavolini, proseguivamo inseguiti dal ritmo che ci sospingeva. Lei ballava leggera, una mano appoggiata alla mia spalla e l'altra sempre impegnata a reggere il capo che dormiva, e ballando russava. Grida di maraviglia e di gioia accolsero per tutto il caff pieno di fumo il miracolo. Tavolini si scostavano al nostro passaggio, noi soli ballavamo in mezzo al plauso della gente. L'eccitazione universale mi ubriac (mando al diavolo gli appuntamenti di domani) continuando a ballare gridai: Vi presento la Donna Mia, per ora e per sempre: preparate la festa nuziale. Tutti si scatenarono, la gioia degli uomini e delle donne fece scoppiare il soffitto, abbatteva le pareti; il fumo del caff pieno di fumo corse via allegramente verso gli orizzonti ad annunziare le nozze della Bella Addormentata nel Bosco; torme in tripudio, marce di trionfo, un immenso festino si improvvisava e nella notte si propagava come uha foresta miracolosa su tutta la terra: allo spettacolo dall'alto le costellazioni scotevano le gran chiome nere e spalancavano gli occhi per la maraviglia. /:/IMPERATRICE. Cecilia una mattina mentre rifaceva il letto con la madre, una di qua e una di l, ebbe il primo sintomo di follia. Disse tutt'a un tratto: La pianura si sposta, occorrer un rovescio. La madre la guard con diffidenza: Che cosa hai detto?. Cecilia rispose: Come? e si capiva che non ricordava gi pi d'avere pronunciato quella frase. La

madre glie la ripet la pianura si sposta, occorrer un rovescio ; vedendo negli occhi della figlia la pi innocente incomprensione, un istinto la avvert di non insistere. Ma ci pens tutto il giorno, e quella sera coricandosi mormorava ancora la pianura si sposta... mentre Cecilia nell'altro letto s'era gi addormentata. Pass qualche giorno, uguale a tutti gli altri dell'anno. Cecilia aiutava la madre nelle faccende di casa, rammendava, qualche volta piangeva. (Un domenica, due anni prima, erano state al cinematografo.) La sera quando la madre aveva sparecchiato e Cecilia chiuso le finestre e spiegato le camicie da notte, si coricavano che non era ancora buio del tutto. La madre pensava che la figlia sarebbe ormai rimasta zitella. Le dispiaceva ma certo avrebbe avuto molto dolore se una sera non ci fosse pi stata Cecilia a chiudere le finestre e spiegare le camicie. Non ricordava pi quell'uscita stramba, quando un pomeriggio Cecilia alzando il capo dal rammendo guard bene la madre in volto poi disse: I cavalli di questa mattina erano tutti un po'stanchi, mamma . Questa volta la madre balz in piedi: Che cos'hai, figlia mia, sei malata? e correndo a lei le prese la testa tra le mani. Cecilia si scosse: Che ti piglia, mamma?. Hai detto che i cavalli di questa mattina... Io non ho mai parlato di cavalli e scoteva il capo forse t'eri assopita, mamma. Ma anche il giorno dopo, e poi ogni giorno pi volte, a quel modo d'un tratto Cecilia si metteva a parlare in delirio; fino a quando, con l'aiuto d'un parente, fu messa nel manicomio della citt vicina. Il direttore del manicomio mandava quasi ogni settimana ottime notizie ma fin che la ragazza fu in osservazione lui non volle mai che la madre andasse a vederla. Finalmente il permesso venne e la madre si present alla clinica col cuore che le si rompeva. Il direttore la fece sedere e cominci a parlare con abbondanza: Siamo alla vigilia della guarigione. La forma demenziale s' finalmente inquadrata, come avevo previsto, in una fissazione costante: la ragazza convinta d'essere una imperatrice bizantina: la basilissa Teodora. Questa convinzione la accompagna in tutti gli atti della giornata. Spettacolo penoso, certo, ma oggi la demenza si cura, si guarisce. C' una cura specifica, un preparato nuovo, trovato da noi (accenn all'assistente, che sorrise). Abbiamo gi fatto alla malata alcune iniezioni d'assaggio con reazione ottima, L'organismo le accetta e le mette in valore alla perfezione; abbiamo dunque la certezza di poter affrontare in pieno la cura: L'iniezione in dose giusta produrr un plegma di natura epilettica, dopo il quale la nostra Cecilia sar perfettamente guarita. Come prima? Torner come prima? Esattamente. Torner con me? Riprenderemo la nostra vita... oh professore. Ora andiamo egli interruppe. La avvi per un corridoio, si ferm davanti a un uscio, sussurr: iqui. Spinse

l'uscio e non vi affacci che la testa, dicendo allegramente: Cecilia, c' la mamma, poi si scost accennando alla donna di entrare. La madre di Cecilia rabbrivid; mentre entrava, s'era tutta ristretta in s per la commozione. Si ferm un attimo, abbagliata dal bianco delle pareti. Poi vide, ritta accanto al letto, la figlia: le parve divenuta altissima. Fece due passi verso lei alzando le braccia, ma intimidita si ferm. Siete voi, madre mia? grazie d'aver fatto un cos gran viaggio. Hanno trattato a dovere, spero, la madre della Basilissa? Cecilia mia gem la donna protendendosi, e solo ora s'accorse che Cecilia stava avvolta in un lenzuolo come in un lungo manto. La raggiunse, la prese per un momento tra le braccia; lei si lasci baciare dalla madre, poi cortesemente la scostava. Madre mia, mi dispiace che le grandi occupazioni non mi permetteranno di trattenermi oggi con voi a lungo. Sedete, madre accennava la seggiolina ai piedi del letto su quella poltrona. La madre barcollando s'appoggi appena sull'orlo del sedile e balbettava sillabe inutili. Cecilia, sempre in piedi, volta verso un angolo della stanza pronunci: Cameriste, si prepari per mia madre l'appartamento azzurro, e i miei alabardieri vadano a sgomberare le anticamere perch per oggi non do udienza. Madre, affacciatevi a quella finestra. La madre di Cecilia ubbid. Affacciata alla finestra respir. Guard gi, vide un cortiletto con un'aiuola verde orlata di margherite. Non vide altro. Si volt di nuovo verso la figlia e non sapeva se doveva rimanere presso la finestra o riavvicinarsi. Se domani mattina tornerete qui, e guarderete gi in quel parco, mi vedrete passeggiare a fianco dell'Imperatore; a quell'ora egli mi espone gli affari dello Stato e mi domanda consiglio. Questa mattina abbass la voce misteriosamente gli ho ordinato di deporre il Papa, che mi era nemico. Invece qui alz la voce e allarg le braccia e tese il volto al soffitto bianco qui tutto mi ama e tutto mi ubbidisce. Ma che cosa state guardando? oh vi piacciono quelle stelle d'oro incastrate nel soffitto intorno al verde della Gran Croce? Ora, in mezzo all'orrore, per un attimo la madre vide fiammeggiare il soffitto di stelle; trem tutta e si copr il volto con le mani. Quando si riebbe non riusciva pi a guardare Cecilia, che continuava: Tante altre cose vi mostrer: domani mattina cominceremo a vedere i miei gioielli, s, poi la corona, la corona d'oro e pietre e perle, quella con cui mi hanno incoronata a Santa Sofia, a fianco all'Imperatore, in mezzo a canti e

profumi; credo che anche gli angeli cantassero in coro dal cielo: nessuna nessuna ha mai avuto questo al mondo, nessun'altra sa che cos' essere felice. Cecilia tacque, e il suo sguardo mandava lume; ma la madre di lei si sentiva l'anima piena di morte. Cara, cara figlia mia, non ricordi? Che cosa, madre, dovrei ricordare? La donna non seppe che cosa rispondere, non ricordava che cosa aveva voluto domandare alla figlia, e vacill come uno che si trovi d'un tratto sull'orlo del vuoto. Per aggrapparsi a qualche cosa, alz improvviso il capo e gli occhi diritti al volto della figlia: ma neppure ora riusc a sostenerne la vista. Cecilia, dopo avere pensato, con lo sguardo lontano aveva ripreso a parlare: Quando si molto felici non si ha il tempo di ricordare. Uno ricorda quando non contento. Io ho tutto, madre. Verrete un giorno di cerimonia a vedermi sul mio carro d'oro tirato da quattro cavalli bianchi? La madre si port una mano alla fronte. S, cara, verr. Ora a occhi chiusi la ascoltava come una voce lontana. E la mia gran tavola d'avorio? e il giardino dei pavoni? i banchetti,al lume della luna sul Bosforo? Ia stanza segreta dove fabbrico i miei profumi? il trono dove sto quando ricevo gli ambasciatori di tutti i regni del mondo? Madre madre ora gridava con l'mpito di tutta la gioia del suo cuore fatto gigante madre, voglio che mi vediate quando passo in mezzo alla via, col manto di porpora violetta, e il popolo si butta da una parte e dall'altra ai miei piedi gridando forte: L'Augusta, L'Augusta! La madre di Cecilia si trov in mezzo al corridoio, con la schiena appoggiata al muro; non ricord come v'era arrivata. Qualcuno la trov l, la accompagn dove il dottore l'aspettava. Come lo vide, la donna tutt'a un tratto si scosse, si eresse, prima che lui potesse dire una parola, con una soffocata arida voce comand: Le proibisco di guarire mia figlia. /:/OTTUAGENARIA. Daniela a ottant'anni in una notte di maggio parl per molte ore, e furono le ultime parole della sua vita. La ascoltavano sei persone; forse anche, dietro la porta, la cameriera. Daniela era cattiva, e nessuno mai se n' accorto. Cominci a parlare ch'era gi notte. Nella gran luce di tutta la sala sconcertati i suoi l'ascoltavano: il secondogenito, scapolo; il pi giovane con la moglie e un ragazzo; ma sola importante all'inquieto cuore di Daniela era la maggiore; ancora a cinquant'anni flava e squallida come da piccola. Si chiama Celeste, ora si stringe al marito che le siede accanto. Le sei sedie erano allineate a met della sala; in faccia a quelle, addossata alla parete, L'alta poltrona onde emergevano il busto e il capo della vecchia, e pareva un trono, o una ribalta, o un seggio di tribunale. Per tutte le ore che parl, stette quasi immobile. Era minuta,

ossuta, il capo tutto bianco; ma negli occhi nerissimi viveva una forza rapida; ferivano come coltelli qua e l dove guardavano. Nessuno degli ascoltatori riesce a sostenere quei lampi. Ci siete tutti. la prima volta, credo, che siete davanti a me tutti insieme. S S rispose qualcuno. E certo anche l'ultima. Ognuno intese a suo modo queste parole che la ottuagenaria aveva pronunciate quasi tra i denti. Ma su tutti corse un brivido. Nessuno rispose, sentivano un disagio, tranne il ragazzo che guardava intorno le pareti bianche e nude e ogni tanto sbatteva le palpebre alla luce violenta. Davanti alla poltrona di Daniela era un tavolino coperto che nascondeva dalla vita in gi il corpo di lei; sul tavolino una scatola d'ebano che ella teneva appoggiata una mano. Giovanni il secondogenito guard curiosamente verso la scatola misteriosa. Siete tutta la mia famiglia, e nessuno di voi sa niente di me. Vi ho radunati per dirvi tutto e concludere una buona volta prima di partire. Poich a queste parole segu una pausa, Alberto, ch'era il figlio pi giovane, sent il dovere di domandare con gentilezza: Per dove?. Daniela alz per un attimo una mano disegnando un gesto verso una lontananza. Riappoggi la mano sopra la scatola. Ho avuto una educazione durissima. Quando avevo undici anni mio padre m'ha condotta una volta al teatro. Non avevo mai veduto neppure i burattini. La prima volta che un ragazzo va a teatro, credo sia per tutti un'impressione profonda. Rappresentavano un dramma, la prima attrice gridava sulla scena, si contorceva, e alla fine si gett in terra. Tutto il teatro si mise ad applaudire. Anche alla fine d'ogni atto acclamavano, e lei si presentava a inchinarsi, alzava le braccia nude per salutare e gli applausi si facevano sempre pi forti. Dai palchi le gettavano fiori, lei li raccoglieva e li baciava, poi alzava di nuovo le braccia mostrandoli alla gente. Tornata a casa mi pareva di bruciare, non sono riuscita ad addormentarmi. Per tutto il giorno dopo non ho potuto dire una parola, nella testa continuamente farneticavo su quel trionfo. La sera, appena seduti a pranzo, ho detto ai miei genitori che volevo fare l'attrice. Mio padre lasci cadere il cucchiaio e tremava come se avesse veduto un fantasma. Mia madre mi dette uno schiaffo e di peso mi port a letto. Piansi tutta la notte. Qualche tempo pi tardi lessi in un libro di storia la vita di Caterina di Russia e domandavo come avrei potuto diventare imperatrice: soprattutto mi piaceva pensare alle scene di trionfo, e alla gente che Caterina aveva fatto ammazzare, e mi pareva una gioia suprema. Ma pi tardi quando sono arrivata alla Rivoluzione Francese e a Throigne de Mricourt, ho sentito che era una cosa molto pi bella e mi prese una smania furibonda di diventare una grande rivoluzionaria. Ma che cosa c'era da rivoluzionare? In Italia? Nessuna delle persone che conoscevo aveva ancora sentito nominare il socialismo; qualche volta nelle conversazioni dei pochi che venivano a casa nostra sentivo parlare con disprezzo dei repubblicani, con orrore degli attentati anarchici. Non capivo bene e non osavo domandare.

Mi accadde di leggere Tartarin sur les Alpes dove mi faceva molto impressione un personaggio nichilista che soffriva di grandi emicranie perch dormiva sopra una riserva di dinamite; la notte sognavo che nel mio materasso era nascosta la dinamite e gli sbirri del re venivano a perquisire. Mi svegliavo col mal di capo e ne ero tutta contenta perch mi pareva d'essere quel personaggio, pensavo di fuggire in Russia e andare a vivere coi nichilisti e morire in un assalto al Cremlino e pi tardi avrebbero messo il mio nome a una piazza di Pietroburgo. Era l'ultimo anno che andavo a scuola. Senza nessuna fatica imparavo sbito, e passavo per una ragazza diligente; invece quando fingevo per ore e ore di stare studiando non facevo che fantasticare avventure grandiose e tremende, scrivevo lettere a grandi personaggi immaginari poi le strappavo in pezzi minutissimi e li buttavo tra la spazzatura. Mi mandavano ogni settimana a confessarmi: io non credevo in niente, facevo la commedia e mi divertivo a raccontare al prete colpe sciocche o peccati ridicoli, di cui sentivo parlare le mie compagne. Spesso erano fatti d'amore, ma l'amore non m'interessava, non l'ho mai desiderato, mi pare una cosa stupida e volgare; la mia mente non turbinava che in fantasie di vite d'eccezione, grandi, mostruose, gloriose, da far strabiliare la gente e rimanere memorabili nella storia. Tutte le persone che conoscevo mi disgustavano, mi parevano insetti spaventati. Odiavo mio padre e mia madre. Non aveva pi fatto una pausa. Dal piccolo uditorio non era pi uscita una voce o un sussurro, a mala pena respiravano. Celeste guardava la madre parlare e non capiva niente, Mauro suo marito si teneva una mano sulle ginocchia: ogni tanto le stringeva come per tenerle ferme. Solo Giovanni, lo scapolo, fin da principio s'era distratto e aveva una gran voglia d'andarsene. Alberto ogni tanto gettava di sbieco uno sguardo alla moglie, che aveva preso una mano al ragazzo quasi a proteggerlo. Questi era il pi attento non perdeva una delle parole della nonna, vedeva a tratti tra quelle aprirsi tenebrosi abissi che lo affascinavano. Finite le scuole, la mia vita si fece ancora pi arrabbiata. Penso quegli anni come il fondo di un pozzo. Mio padre aveva non so che alto impiego in prefettura, e parlava sovente e con compunzione d'un suo zio che era stato Referendario al Consiglio di Stato; suo fratello, che vedevamo spesso, era avvocato nell'ufficio legale delle Ferrovie Mediterranee. Mia madre diceva sempre che la nostra era una delle famiglie pi rispettabili: non so se intendesse della citt o del regno; e qualche volta, ma sottovoce, alludeva con obbrobrio a un suo cugino discolo che non aveva mai voluto studiare, aveva fatto il croupier a Montecarlo, era fuggito in America con una corista del Variet, poi non se n'era saputo pi niente. Quel favoloso cugino riscattava ai miei occhi tutta la tremenda rispettabilit dei miei cari. S'intende che non ne avevamo in casa un ritratto neppure nei molti album delle fotografie di famiglia; cos io potevo immaginarmelo di volta in volta con le apparenze pi diverse, tutte mobili e vive. Rimase per forse un anno il protagonista delle mie veglie. I miei genitori non pensavano che a vedermi maritata. Ogni tanto mi proponevano qualcuno, io a occhi chiusi rifiutavo. Loro

se ne disperavano, mio padre con scandalo e mia madre con furore. Passarono in questo modo circa dieci anni. Dieci. Ve lo immaginate che cosa vuol dire dieci anni in un pozzo? Sapete quando la gente sta insieme in conversazione, che a ognuno accade di raccontare ogni tanto qualche fatto della sua vita, un ricordo, un'avventura? Niente; per me, niente. Dieci anni sono tre o quattromila giorni e tre o quattromila notti: per me tutti giorni e tutte notti uguali, nella stessa casa, con le stesse persone, tra gli stessi mobili, a fare le stesse cose nelle stesse ore. Niente; per me, niente. In un pozzo non accade niente. Tutti raccontano, o di s o degli altri; io non ho mai avuto niente da raccontare di me stessa, nessuno ha mai avuto niente da raccontare di me: mai un impreveduto, un diverso, un incontro inaspettato, un incidente, uno spettacolo strano, una malattia paurosa, una finestra nel muro della prigione della vita; niente, per me, niente. Dunque, dai diciotto ai ventotto, dieci anni di pozzo. Alla fine di quei dieci anni mi accaduto qualche cosa. M' accaduto questo: una domenica, che non c'era in casa nessun altro, ho sentito sonare alla porta. Vo ad aprire, era il signor Paolo. Un uomo qualunque, sui quarant'anni e pi. Era biondo, aveva gli occhi azzurri, puoi immaginare quanto poco attraente un uomo biondino con gli occhi azzurri? Era venuto in casa nostra poche volte; ai miei non piaceva molto, perch, come dicevano, non aveva una bella posizione. Non faceva niente, viveva di rendita ed era molto bravo al gioco del whist. Certo non avrebbe mai fatto niente altro nella vita. Gli dissi sbito: "Non c' nessuno". Risponde: "Non importa, aspetter". Lo feci entrare in un salottino. Teneva il cappello con la sinistra e nel cappello aveva deposto i guanti. Ci sedemmo, e stemmo zitti per un po'tutti e due. Poi il signor Paolo ruppe il silenzio: "Ero venuto per parlare con suo padre". Io sarei stata contenta che se n'andasse, perci dissi in fretta: "Se posso, vuol dire a me e lasciarmi l'incombenza di riferire al babbo?". Ricordo che parlai proprio cos, come una bambina beneducata. Lui mi guard incerto per un momento, poi con una scrollata di testa e un sorriso si risolse: "Perch no?". E io: "Dica dunque". "Ero venuto per chiedere a suo padre, o a sua madre, anzi a tutti e due, se erano contenti di darmela in moglie. "Dargliela chi?" "Lei." "Chi, lei?" "Lei, lei, signorina Daniela." "Me?" "Appunto." Al primo momento rimasi esterrefatta, poi tutt'a un tratto mi buttai a ridere, ma ridere, sempre pi forte. Non avevo mai riso tanto, anzi credo che, salvo forse da bambina, non avevo mai riso prima di quella volta. Finito di ridere, alzai la testa a guardarlo. Era tranquillissimo, aveva messo in terra il cappello e giocherellava con la grossa catena d'oro che gli traversava il panciotto. Smise il gioco e disse: "Allora?". "Allora che cosa?" "Lei ci sta?" Io pensai un minuto, poi a mia volta domandai: "Crede che ai miei genitori farebbe piacere?". "Credo di no" rispose. "Allora" dissi io sbito alzandomi in piedi "allora senz'altro ci sto, va bene, s, sposiamoci." Ricordo che gridai tutto questo con una specie di furia. Anche lui s'alz. Gli misi le mie due

mani sulle spalle e lo guardai fisso. Quando distolsi i miei occhi dai suoi, egli domand: "Perch m'ha guardato cos strano? Che cosa pensava?". Io con molta innocenza risposi: "Davvero? Non so in che modo guardavo, non so a che cosa pensavo; forse a niente. Ora se ne vada, e torni domani in mattinata". Poi con una bella riverenza: "Non dubiti, signore, che riferir puntualmente ai miei genitori la commissione di cui ella mi ha incaricata". E con un'altra riverenza lo misi alla porta. Avevo accettato tanto prontamente la sua proposta non certo perch sperassi di passare con quel matrimonio a una vita pi sciolta e vivace. E ricordavo benissimo che cosa avevo pensato guardandolo. Avevo pensato d'avvelenarlo dopo qualche settimana dalle nozze ed essere scoperta e arrestata e avere un grande processo; in fantasia avevo rapidamente visto tutto in ogni particolare, specialmente il vestito di moire nero che mi sarei fatta fare per andare in Corte d'Assise. Quando fummo sposati, in breve il mio proposito svan; forse m'accrsi che non sapevo neppure da che parte cominciare per avere un veleno slcuro e rapido. M'ero rifiutata al viaggio di nozze. Il giorno stesso della cerimonia Paolo mi condusse nella sua casa e riprese la sua vita. Cominci per me un altro pozzo. Lui tornava a casa ogni notte dal Circolo del whist entrava nel talamo e tre notti per settimana mi svegliava. Io accettavo i suoi amplessi con l'indifferenza d'una vacca. Nacque tra gli astanti come un sussulto, forse un mormorio; ma mentre Daniela li troncava con uno sguardo maravigliato, la nuora non pot trattenersi dall'esclamare: Mamma!... in un tono tra la supplica e il rimprovero, accennando col capo e lo sguardo al fanciullo ch'ella sempre teneva per mano; la vecchia alz le spalle. Il brivido che li aveva scossi al suono dell'ultima parola di lei, si veniva da tempo preparando nei loro animi; nacque solo allora perch parve che in quella parola fosse precipitato e si accentrasse tutto quanto di sfacciato, di mai sentito, di enorme li aveva offesi nella straordinaria confessione. Solo Giovanni vi era stato indifferente, non ascoltava, ogni tanto guardava di soppiatto l'orologio, gli formicolavano le gambe per la smania di andarsene. Daniela son un campanello, sbito apparve da una porticina la cameriera con un bicchiere d'acqua zuccherata: glielo porse, si ritrasse. Ora pi nessuno degli altri fiatava. Daniela prima di riprendere ripos ancora un minuto in mezzo al silenzio. Cominciai a sperare che mio marito mi tradisse. Non ne avrei sofferto, non me ne sarei neppure offesa. Ma avrei potuto aggredire la complice, provocare un putiferio immenso. Mi fabbricavo la rivale: per qualche tempo fu una alta e bionda; non biondiccia come Paolo: d'un gran biondo sfolgorante da illuminare la strada dove lei passa. Una bella donna animale e stupida. Pi tardi le sottentr, nella mia invenzione segreta, una piccola nerissima, intelligente e avida, che s'era data a lui per interesse. L'una, o l'altra e altre ancora: incontrarla per la strada dopo lunghi agguati, e venire ai fatti, al fatto grosso, con un lungo strascico di scandalo e di inimicizie. Non era molto, niente pi che bassa cronaca, ma una piccola finestra nella prigione

della stagnante monotonia. Sogni. Paolo non mi trad mai, ne sono certa, era un uomo troppo regolato e quotldiano; tutta la provvista di originalit che madre natura gli aveva concessa, lui l'ha consumata in una volta sola in quella mezz'ora quand'era venuto a fidanzarsi con me. Queste puerili fantasie m'occuparono qualche tempo, pOI una per una si spegnevano e il pozzo era sempre pi buio e fermo. Fin che rimasi incinta. Di te, Celeste. Questa novit non mi dava n gioia n fastidio, non la sentivo che come un fatto zoologico. Verso l'ottavo mese, ripensando senza requie alla mia miseria, mi venne a un tratto, soltanto allora, il pensiero ch'essa provenisse da ci ch'ero nata donna, e che il tempo nostro concede solo all'uomo di fabbricarsi la vita secondo la propria indole, crearsi l'avventura; invece una donna deve subire qualunque esso sia, il destino nel quale nata. Di qui scivolai con naturalezza al desiderio che il nascituro fosse un maschio, fino a quel momento non avevo davvero pensato a Interessarmi di questa cosa. Partorire una femmina sarebbe stato per me farmi complice della sua infelicit necessaria. Giurai che se mi fosse nata una femmina l'avrei soffocata sbito con le mie mani, per sottrarla alla maledizione. Sei nata tu, Celeste. Ma non mi sono pi ricordata di soffocarti. Eri una cosa bruttina, e sbito cara, tranquilla anche nelle fasce: mi piaceva sentire le tue piccole mani brancolare sul mio petto prima che la bocca vi si attaccasse. Allora ti volevo bene, Celeste; e poi per tanto tempo ancora, per troppo tempo. Non ne avevo mai voluto n a mio padre n a mia madre, n a mio marito; con nessuna delle mie compagne di scuola mi mai neppure venuto in mente di diventare amica. N pi tardi ho voluto bene agli altri miei figli. Non ho mai creduto in nessun dio. Non ho amato che te. E speravo per te, con tutte le mie forze. Avevo dimenticato del tutto quelle mie storie sulla maledizione naturabile e inesorabile della femmina d'oggi; man mano che tu crescevi e ti formavi, venivo accumulando sopra il tuo capo tutte le speranze matte che gi avevo inventate e accarezzate per me, mi rifiorivano nella fantasia gli esempi splendidi e sciocchi di cui m'ero nutrita vent'anni prima, le Caterine, le Pompadour, le Giovanne d'Arco, le Cleopatre. Fare di te, Celeste, la donna straordinaria che strappa i legami, esce da qualunque pozzo, diventa un esempio, d il nome a una strada. Ora ero felice che questo fosse negato a me, perch potevo riversare il mio sogno grandioso su te, Celeste. L'idea fissa della mia adolescenza era risbocciata e si faceva pi pungente ogni anno che tu crescevi. Eri mite e dolce, e l'amore m'impediva di capire che la dolcezza nefasta all'ideale ch'io riponevo in te. Invece... Invece tu non eri figlia mia, eri figlia soltanto di tuo padre, biondiccia e mediocre come lui. I tuoi occhi erano, come i miei, scuri, ma senza lampo. E non riuscivo ancora a capire che tu eri come lui, una perfetta idiota. Quando mai l'ho capito del tutto chiaramente? Molto, molto pi tardi; ma l, proprio da quel punto, nasce il nodo ultimo da sciogliere, spunta la conclusione cui dobbiamo arrivare questa notte. Prima per debbo dirti come ci sono stata portata. Sono convinta che a voi, anime piccole, non importa niente di tutto questo, che vi annoiate, e che siete tutti

impazienti d'andarvene, anche se non tutti lo mostrate come senza accorgersene lo mostra chiaramente Giovanni.; All'udire il proprio nome Giovanni s'alz in piedi di scatto, e in quel moto fece stridere la sedia sul pavimento. Daniela volgendosl al rumore vide che la cameriera non se n'era andata ma in piedi nell'angolo con la schiena al muro stava zitta e ferma. Via! grld la vecchia avvampando via! che c'entri tu? Non ho pi bisogno di te via! a dormire. L'altra era gi scomparsa dalla porticina. Giovanni prese sbito la parola dicendo precipitosamente Mamma, devi scusarmi, ho un appuntamento importante e m'accorgo che sono in ritardo.... La vecchia con uno sguardo sprezzante e un cenno imperioso della mano lo conged; lui colse a volo quel gesto: mormor: buona notte e senza guardare nessuno a passi smorzati se n'and dall'uscio di fondo richiudendolo dietro s con cura Daniela, lo sguardo ancora pieno di spregio, disse: Lo sappiamo bene dov' il suo appuntamento importante a quest'ora: al postribolo. La nuora spaventata prese con tutte due le manl la testa al figliolo quasi per impedirgli dl sentlre, ma il ragazzo svincolandosi tutto gioioso grid: Lo so, lo soIhe cosa vuol dire, noi a scuola lo chiamiamo bordello. Sta zitto! url il padre con voce strozzata. Tutti nella sala caldissima sudavano. Daniela pareva non avesse sentito niente di tutto questo, i suoi occhi erano fissi nel vuoto come guardando con attenzione verso una scena lontana. Le lampadine in giro al soffitto sembrarono splendere pi crudamente. Poi Daniela si scosse e ricominci a parlare. Lo sapete che cosa vedevo un momento fa, ma dico proprio vedevo, chiaro come se fosse davanti a me? Vedevo una scena, molto buffa, di forse trenta o trentacinque anni sono. Anzi: trentaquattro precisi. Celeste ne aveva sedici e faceva la prima liceale: credo sia stata una delle prime ragazze in Italia a entrare al Ginnasio, nel 1900. Mi sono dimenticata di dirvi che quando lei ne aveva sedici era morto mio marito, e qualche tempo prima a poca distanza uno dall'altra mio padre e mia madre, lui dopo alcuni anni di demenza tranquilla tutti passati in camera quasi sempre a letto, lei imprecando fino all'ultimo respiro contro qualcuno. Rimasta io vedova, voi due maschi siete andati a vivere con la zia; io con Celeste mia mi sentii finalmente libera del tutto, potevo respirare e muovermi. E mi movevo, senza riposo; sono riuscita a conoscere gente d'ogni genere, stringere relazioni, per preparare alla lunga a Celeste, per quando fosse pi matura, un poco di mondo vivo, che lei potesse entrarci, farsi avanti, inventare, diventare qualche cosa. Io non me n'accorgevo che lei era arrivata ai sedici anni, mi pareva come se ne avesse dieci, non maturata mai. Dunque, poco fa per un momento ho riveduto viva davanti a me una scena d'allora. Una signora del bel mondo per non so quale occasione aveva avuto la ridicola idea di regalarmi un cane, oh un cane di razza, molto nobile. Io non ho mai potuto soffrire i cani. Era piccolo, ringhioso, peloso. Un giorno mi venne l'ispirazione di mettergli il guinzaglio e portarmelo a passeggio in via Veneto. Era al principio della primavera,

una mattina chiara e verde, che tutta la gente esce per le strade e le piazze a respirare i primi soli tiepidi dell'anno. Fu un ispirazione felice. Dopo un po'che andavamo, sento il cane tirare il guinzaglio, e tendeva il muso verso l'altra parte del viale. E vedo di l avanzarsi lento un mastino enorme, portato anche lui al guinzaglio, da un signore che conoscevo di vista: un pezzo grosso, una Sua Eccellenza, ministro di qualche cosa. Il mastino di colpo d uno strattone e sfugge al personaggio trottando allegramente verso noi: io apposta abbandono il mio, che si slancia verso l'altro, come una mosca contro un'aquila. L altro si ferma nel bel mezzo del viale, maravigliato e un po'spaventato. Il mio gli si avventa contro mordendolo al muso, l altro inferocisce e risponde con una zampata in testa al piccolo, lo fa rotolare, gli torna addosso, lo sbatte qua e l; tutti e due sbuffavano e sbraitavano; le carrozze sono costrette a fermarsi, un ciclista urt contro il viluppo delle due bestie e cadde a terra bestemmiando, la gente da ogni parte corre e si mette in circolo allo spettacolo e li aizzavano. Io strillavo come una dannata: "Beb, Beb!" come per chiamare il piccolo; ma non si chiamava Beb, l'ho inventato l per l, non ricordo come si chiamasse davvero. Finalmente pare che si calmino un poco, il grosso si toglie di dosso all altro, ma Beb non si moveva pi, era una poltiglia di pelame e di sangue. Non era rimasto intero che il guinzaglio, non c'era pi altro da fare che spazzar via quei resti nauseabondi. Sua Eccellenza riusc a riafferrare il mastino, le carrozze a riprendere la corsa, il pubblico si sciolse. Io ero tornata al margine del viale e stavo incerta se continuare la mia passeggiata o tornarmene a casa; quando vedo il personaggio avvicinarmisi tenendo il mastino con una mano e il cappello con l altra. Tutti e due ci fermammo, io lo guardai e lui si mise a balbettare: "Signora, signora, permetta che le faccia tante scuse, se potessi... se potessi..." e non riusciva a continuare. Io sorrisi e gli porsi la mano. Questo non bast a consolarlo: pass il cappello alla sinistra dove gi teneva il guinzaglio, e rispose con molta effusione alla mia stretta; ma fatto questo riprese: "L'altro cane, il suo... era certo un cane di gran valore... voglio dire, pregiatissimo... senza contare l affezione...". "S, s" lo aiutai "lei mi deve risarcire." Parve sollevato da un peso, tir un gran respiro, poi cercava qualche parola. Invece parlai io: "Per cominciare si metta il cappello". "Grazie" rispose "ne approfitto, ecco fatto e... le sono proprio grato, perch in questa stagione..." Lo interruppi: "Me le presento" e dissi il mio nome e cognome, il cognome da ragazza "e lei, eccellenza, so benissimo chi ". "Si capisce" rispose lui molto compiaciuto. Io avevo gi conosciuto qualche persona dell'alta politica e ogni volta dicevo tra me: questi sono gli uomini che ci governano! Ripresi: "Dunque, si parlava del risarcimento". Risponde: "Certo, certamente, dica lei, signora e... senz altro, senz'altro". E io: "Ecco, andiamo insieme da Babington e lei mi offre un aranciata con le paste". "Con grande piacere; ma si diceva della... del mio dovere..."Le ho detto un aranciata con le paste: quello il risarcimento." "Ma lei, signora, voglio dire... un cane cos bello..." "Io lo trovavo bruttissimo." "Strano, ma l'affezione... "Io non lo potevo soffrire, non mi par vero di non vederlo pi." "Strano, strano." Intanto c'eravamo avviati

per la discesa. Alla pasticceria m'era difficile farlo parlare, era goffo e incolto; tuttavia lo invitai a colazione a casa mia per il giorno appresso: "Le far conoscere mia figlia. Si chiama Celeste. Vedr quanto carina. Pensi, nata un secolo giusto dopo la Rivoluzione Francese". Dopo la colazione, dove tu, Celeste, non avevi detto nemmeno una parola, ti ho mandata via perch volevo io parlargli di te. Cominciai col domandargli: "Avevo ragione di dirle che mia figlia bella?". E lui: "Trovo molto pi bella lei". Mi misi a ridere. "Non rida; tutto ieri, dopo che l ho lasciata, non ho fatto che pensare a lei, per tutta la notte ho continuato a pensare a lei, e non ho potuto chiudere occhio." "Ma sa quanti anni ho?" "Io no, che m importa?" "Ne ho quarantasei." Rimase per un momento come trasecolato, poi si butt in ginocchio davanti a me che ero in una poltroncina, e mi baciava le mani. Con garbo lo mandai via, torn il giorno dopo, e i giorni seguenti; anche due volte al giorno; e sempre faceva a quel modo, aveva la mania di mettersi in ginocchio e baciarmi le mani, e balbettare vecchie frasi da collegiale, e qualche volta singhiozzare protestando che non poteva vivere se non gli promettevo il mio amore. Io dicevo: "Vedremo". Per interrompere quei piagnistei e farlo parlare un po meno a guaiti, avevo trovato un trucco: metterlo sulla politica. Allora si animava, veniva a sedere accanto a me, e tenendomi una mano tra le sue mi faceva lunghe dissertazioni noiosissime su questioni idiote, intrighi di parlamento, gelosie di gabinetto, un udienza che gli aveva accordata il re, ma lui non diceva il re, diceva Sua Maest, e allora pareva un tacchino: mentre io tra me sempre pi desolata mi ripetevo: questa la gente che dirige il mondo! Una volta provai a parlargli di rivoluzione. "Quale?" domand spaventato. E io candida: "Non ha mai sentito parlare del socialismo?". "Oh" fece lui sollevato "e lei chiama quella rivoluzione? S, c stata un po di paura. Io allora ero appena deputato, di destra, s intende, e alla Camera facevo il mio dovere. Ma da sette anni a quel partito gli abbiamo tagliato le unghie" e si mise a ridere. Io per aizzarlo gli dissi: "Ma le unghie ricrescono, voi che dovete governare passerete la vita a tagliare le unghie al partito socialista?". "Ma no, cara, ha sbito imparato a tagliarsele da s." la sola cosa un po'spiritosa ch io gli abbia mai sentito dire. Ma aveva ragione; m'ero accorta, leggendo i giornali e sentendo i discorsi della gente, che davvero nell aria non vagava pi nessun odore di riscossa. "E gli anarchici?`" domandai. Alz le spalle. Non sapeva quasi mai rispondere a tono. Esit un momento poi ricominci a parlare di mozioni e interpellanze; quando parlava di queste cose non balbettava. Eravamo sul piccolo sof rosso. Dopo un po'tacque, mi mise un braccio intorno alla vita, mi guard la bocca facendosi rosso come il sof, poi riprese a balbettare dicendomi: "E... e... quando, quando?". Io feci l ingenua: "Quando, che cosa?". "Sei desolante, Da... Daniela." Mi svincolai e misi il broncio: "Chi l'ha autorizzato a darmi del tu? ci conosciamo appena! E lui: "Ci conosciamo da dieci giorni, e dal primo tete--tete fanno nove giorni oggi alle undici e venticinque. Guard l'orologio che portava nel taschino attaccato a una catena d oro a due festoni, era tal quale la catena della pancia di Paolo quand

era venuto a fidanzarsi. Lui ora aspettava una risposta. Io mi misi a fissare davanti a me nel vuoto, ma sentivo che l altro stava a guardarmi il profilo. Dopo un poco riprese: "Oggi, in nove giorni, la dodicesima volta che sono qui con... che siamo insieme". "Stia zitto un momento." Tacque. Io sempre senZa guardarlo ferma ferma riprendevo quel mio pensiero ricorrente: ecco gli uomini che fanno la storia! E rapidamente nel mio cervello ripassarono alla rinfusa, che so? Teodora, Imperia, e re e imperatori che erano stati tutti grossolani delinquenti, ma in qualche modo grandi: oggi non c pi niente di grande intorno a noi. Forse il mondo non ha pi bisogno di fare storia. Ma allora che ci stanno a fare gli uomini? In certi momenti quel mio spasimante m era odioso e desideravo che un bel giorno il suo mastino gli facesse fare la fine che aveva fatto fare a Beb. Tutt'a un tratto s alz dritto in piedi e lev alto tutt'e due le braccia. "Daniela!" esclam, con una voce che non gli avevo mai sentita, che mi dette una scossa elettrica per tutto il corpo tanto era esaltata e metallica. "Daniela, ho preparato un grande discorso per mercoled mattina alla Camera." Si ferm immobile poi quasi di colpo riprecipit a sedere ed era tornato melenso come prima. A quelle parole grottesche il tremito di spavento per la voce nuova con cui le aveva gridate si scompigli in me in un impeto matto di ridere, e anche questo di colpo si spense, oh non lo potete immaginare, in un turbamento brevissimo di pena. Pu darsi fosse la prima volta in vita mia che ho provato pena verso un altro, tutta la mia provvista di compassione mi ero abituata a rovesciarla su me stessa. Dopo quella uscita pareva spossato e spento e che nemmeno pensasse a niente. Lasciai passare qualche minuto poi m'alzai e gli feci cenno d andarsene. Lo accompagnai io stessa all uscio di casa, lo guardai allontanarsi. Ricordo che i primi passi sul pianerottolo li fece barcollando; per un altro istante risentii forse un ombra di quella pena, e pass. Dal primo gradino egli si volt verso me e gli travers negli occhi un lampo di allucinato; dur un solo attimo. Rientrai in casa perplessa: come mai un uomo simile pu avere un lampo di allucinazione? Tu, Celeste, non eri in casa, eri alla scuola di danza; mi misi ad aspettarti pensando a te; pensavo a te sempre, tutto il giorno e tutte le notti: il bisogno di fabbricarmi una Celeste che riuscisse a quello cui non ero riuscita io, si faceva idea fissa, tanto pi smaniosa in me quanto pi inesorabilmente vedevo svanire per lei ogni possibilit. Eppure io non la tenevo in un pozzo. Il pozzo era in lei. Perdevi a ogni ora pi terreno nella mia stupida speranza. Da qualche tempo ti mandavo a una scuola di ballo (forse pensavo alla Essler, alla Taglioni?) ma non avevi orecchio, eri un fantoccio, e ti vergognavi perfino della maestra che ti voleva in gonnellino corto quando prendevi lezione. Torniamo a quello l, debbo dirvi come andata a finire. Il giorno dopo all'ora solita mi arriva tutto glorioso e senz'altro mi porge un biglietto d'invito per la tribuna delle signore alla Camera dei Deputati. "Ah per quel discorso..." cominciai io storditamente, ma sbito mi fermai. Non mi stava a sentire, diceva: "domani mattina alle undici: lei non pu mancare; io la vedr e lei mi sentir". E cominci a spiegarmi pacato punto per punto gli argomenti della sua orazione,

ma quel giorno ero pi distratta del solito, non afferrai che qualche tratto qua e l; s'intende che ogni tanto il suo sproloquio politicante s interrompeva per un intermezzo di sospiri e dei soliti "Quando? Oh quando?...", in toni vari. Tutt'a un tratto dalla mia distrazione rampoll un'idea, e senz altro gli tagliai la parola: "Lei sempre mi domanda: quando? (e gli rifacevo il verso), e io rispondo: quando lei sar capace di fare qualche cosa di strano, che nessuno se l aspetta". "Di strano? e che diamine potrei fare?" "Non ha un po'd'immaginazione? allora glielo dico io." "Sentiamo." "Mi pare che m'abbia detto che lei parler subito dopo certe dichiarazioni di un deputato socialista." "Precisamente." "Dopo lui s alza in piedi lei per parlare. Tutta la Camera far un gran silenzio." "S'intende." "E in quel silenzio lei pronuncia, ben forte, che tutti sentano, questa frase: Viva Marx! Viva la Rivoluzione Sociale!" "Come?" "Cos: Viva Marx! Viva la Rivoluzione Sociale! " Parlavo netto, scandito, guardandolo fisso negli occhi. Si era fatto pallido, tremava, fin che riusc a dirmi:'Ma cara, lei dice per ridere, una follia". "Dico sul serio. Certo, una follia, mi piacciono le follie, non mi piace altro. Un uomo che non sa fare una follia non un uomo, un animale qualunque. So che ci sono degli ospedali per le bestie, ma non ho mai sentito dire che ci siano i manicomi per le bestie. Ha mai sentito parlare di veterinari alienisti? Il solo segno certo di umanit la follia. Lei non ne ha mai fatto nella sua vita?" "No, se Dio vuole." "B terribile: ne faccia una ora, bella grande. Per amor mio. Ecco venuto il suo quando. Potrei io amare un uomo che non vuol fare una follia nemmeno per amore? che amore il suo? Dunque (e di nuovo tenevo gli occhi fissi nei suoi) dunque (ma questa volta dicevo sottovoce, quasi mormorando): Viva Marx, viva la Rivoluzione Sociale!" "Ma, Daniela cara, proprio questa? B troppo grossa." "Quando uno fa una follia non sta a prenderle le misure." "Ma lei non si rende conto di quello che accadrebbe... potrebbe accadere... che... oh non so nemmeno immaginarlo." "Lo vedremo."Ma pensa... pensi, che... che..."'Non penso niente... Siamo intesi. Se domani lei non fa questo, questa folla, s, enorme, non si faccia mai pi vedere da me, ora l'ultima volta che mi parla, finito, finito tutto, prima di cominciare. Peccato! Ha capito bene? Viva Marx, viva la Rivoluzione Sociale: provi a dirlo, vediamo se capace: su, lo dica ora, a me." E sorrisi. A questo, piano piano cominci a sorridere anche lui, s'imbambol, mormor dolcemente:'Ora ho capito, un gioco. "Dica sbito." "Qui, a lei, s, dico tutto quello che vuole, ma..." "Forza dunque, sentiamo: ma forte, parola per parola, su, insieme con me." Sorrise di nuovo, poi s'alz in pjedi e stendendo il braccio come un tenore, dopo essersi guardato intorno quasi temesse negli angoli nascosto qualche deputato dell'opposizione, pronunci: "Viva Marx! Viva la Rivoluzione Sociale!" con grande enfasi, mentre io movevo le labbra come pronunciando con lui ogni sillaba. Si guard ancora intorno poi guard me. l'Ecco, L'ho detto bene? B contenta ora?" "Lo dice bene, dica domani cos, l, a tutti, e allora sar contenta, e poi... poi sar finalmente contento anche lei..." Allib: "Ma allora diceva sul serio?". "Certamente." "Oh no... no." Ricominci a torcersi

le mani, fece due o tre giri per la stanza picchiandosi coi pugni la testa. Lo accompagnavo con lo sguardo, non lo perdevo di vista nemmeno un momento. S' piantato in faccia a me ch'ero rimasta seduta e alzavo il volto verso lui. Ed ecco vidi il suo viso rigarsi piano di lagrime, sempre pi grosse, gli cadevano gi e lui non le asciugava. M'alzai e col mio fazzoletto gliele asciugai io; mi lasciava fare. Credo che non pensasse pi niente, lo avevo svuotato, pareva un abito smesso. "E ora vattene e quando sei per la strada cammina bene, guarda intorno, non farti vedere a questo modo, pensa che tutti sanno chi sei. Va' mi vedrai domani mattina nella tribuna, grazie per l'invito. E ricorda quello che devi fare. Via!" Tremava, provava a parlare e non gli uscivano che mugolii. Lo spinsi piano per le spalle fino alla porta di casa, aprii, lo misi fuori; guardandolo, un'ultima volta gli sussurrai le famose parole. Richiusi tsostai nell'anticamera. Dopo qualche momento sentii sonare il campanello. "Non aprireingiunsi sottovoce alla cameriera ch'era accorsa Son a intervalli, altre due volte. Poi tutto tacque Mi ritirai e mi sentivo soddisfatta e animosa. Non avevo mai visto la Camera dei Deputati. La mattina dopo vi arrivai in ritardo, gi un onorevole stava parlando, chi sa da quanto, con gran gesti e strappi di voce. Alla tribuna, una signora che conoscevo vedendomi mi accenn di raggiungerla e mi fece posto al suo fianco. Guardai intorno l'anfiteatro, tutto gremito, una specie di circo equestre. La gente non stava molto attenta. La mia vicina era pratica e ogni tanto sottovoce mi illustrava qualcuno e qualche cosa, mi spieg che i banchi sotto noi erano la famosa Sinistra. In luogo alto sedeva il Presidente, ai suoi piedi si stendeva il banco dei ministri, tra gli altri trovai sbito il mio: stava con la testa china e ordinava alcune carte. Accadde una cosa curiosa: appena io l'ebbi scorto, lui sussult come se mi avesse sentito e di scatto alz il volto verso la tribuna e mi vide. Era pallido come di carta, scavato e sfatto come avesse passato una notte di dolore. Gli feci un leggerissimo sorriso e lui sollev per un momento la mano quasi per afl errarlo a volo, o per salutarmi, ma s'accontent di passarsela sulla fronte, poi come a malincuore torn a guardare le carte. Mi sentivo tendere tutta, certo il mio animo voleva intero concentrarsi in quello chstava per accadere. M'arrivavano informi le parole dell oratore come un rumore della strada. Quando fin, ci fu qualche applauso, qualche mormorio, un po di movimento qua e l per gli stalli. Io ero ebbra. Il presidente disse qualche parola poi si fece un generale silenzio. B il momento, pensai. sta'attenta. Infatti il mio uomo scosse la testa, poi la gir un poco e mentre si levava in piedi la alz a guardarmi, e sbito torn ai fogli, ma di nuovo il suo sguardo scatt verso il mio. Tutto questo dur forse mezzo minuto. Ora tutti aspettavano. Io mi sentivo rigida come di metallo e i miei occhi erano dritti nei suoi, che ormai non riuscivano pi a volgersi altrove. Apr una o due volte la bocca e il silenzio intorno si faceva sempre pi grande. E d'un tratto gli rividi balenare quel lampo allucinato negli occhi; io schiusi appena le labbra movendole come quando gli suggerivo le parole; allora lui stendendo il braccio come un tenore a voce alta pronunci: "Viva Marx, viva la Rivoluzione Sociale". Sentii il silenzio dell'aula allibire.

Vidi lui finalmente staccare il suo sguardo dal mio; e verso l'aula un'altra volta, come una macchina che si scarica, senza pi accento alcuno ripet: "Viva Marx, viva la Rivoluzione Sociale". Allora finalmente lo sbigottimento di tutta l'aula si liber in una tempesta di grida, applausi, guaiti, fischi, finimondo. Io urtando e calpestando gente che tumultuava e mi soffocava scivolai fuori da quel furore, spaventata scesi a precipizio le scale e mi trovai nella piazza del Parlamento in mezzo al fresco dell'aria. Me n'andai a piedi fino a casa, allora abitavo in via Venti Settembre quasi a Porta Pia, e per tutto il percorso mi svagai a guardare le vetrine e i vestiti delle donne che passavano, bianchi, azzurri, era una primavera bellissima. Mentre salivo le scale di casa mi resi conto tutt'a un tratto che per tutto il percorso non avevo pi pensato neppure un minuto alla scena della Camera, n al ministro, n alla parte che avevo avuto in quella commedia. Andai ad affacciarmi alla finestra, dopo pochi minuti sentii voci gridare e avvicinarsi. Erano strilloni con i giornali, mandai gi la cameriera a prenderli, narravano la seduta e l'incidente che l'aveva interrotta in modo tanto straordinario. Nessun commento. Poco pi tardi arrivarono altri giornali pieni d'insulti contro il ministro; verso le cinque una nuova edizione dava la notizia che il ministro, tornando a casa sua con alcuni amici, non aveva voluto dare nesSuna spiegazione, aveva dichiarato che stava benissimo, alla porta li aveva licenziati tutti inesorabilmente, salito al suo appartamento s'era ucciso con un colpo di rivoltella... Che S'era interrotta a un tonfo improvviso. Il ragazzo da qualche minuto s'era addormentato e ora cos dormendo e chinandosi col capo in avanti era precipitato sul pavimento. Mand uno strillo, la madre lo riafferr per un braccio e lo tir su come un sacco. Alberto s'affrett a mormorare: Scusa, mamma, stato... ma Daniela tronc: Che mamma? Che cosa ci fate qui? Andatevene!. Tutti di colpo s'alzarono come liberati, ma la vecchia di nuovo bruscamente li ferm: No, dico soltanto a quei tre, Alberto con la cara moglie e il rampollo; voi due volgendosi a Celeste col marito rimanete, ho bisogno di voi ancora per qualche minuto e ai tre: Via!. Celeste e Mauro si rimisero umilmente a sedere mentre gli altri si ritiravano da quell'uscio in fondo onde gi era partito Giovanni. Anch'essi richiusero con cura e scomparvero. Celeste e Mauro tremando aspettavano, Daniela si prese il capo tra le mani. Cos rimase per un poco, tra il silenzio rovente della sala. Come si dice che i naufraghi al momento di annegare rivedono in un attimo tutti i fatti della vita passata dai lontanissimi anni fino a quel punto supremo, cos Daniela in quella notte cattiva prima di sprofondare nell'ultimo flutto aveva voluto ritrovare intera la catena degli stati d'animo della sua vita, che solo di stati d'animo s'era tessuta. Qualche cosa ancora le rimaneva da ricordare. Rialz il capo, guard bene in faccia prima l'una poi pi lungamente l'altro, e riappoggiata la mano sulla scatola d'ebano riprese: Non so perch m'ero fermata su quella storia che non ha nessuna importanza; forse perch stata la sola avventura della mia vita. Dur in tutto undici giorni, non

sono molti per una vita di ottant'anni. In verit, da quel primo incontro col duello tra i cani alla mia fuga dal Parlamento, qualche ora di spasso in mezzo al deserto della mia noia l'ho avuta. Poi venuto il dolore, L'unico acuto dolore. Non sbito. Passarono quattro anni, e sebbene avessi te, furono un nuovo pozzo; di te ormai ero disperata, non credo ci sia mai stata sulla terra una creatura pi spenta, ed eri mia figlia! n pi sprovvista d'immaginazione e di desiderio; non so neppure come tu riuscissi a respirare. Ho rinunciato a mandarti in giro a farti parlare, a spingerti nel mare della vita. La prima vita in noi. Niente t'interessava nel mondo. Eri un tronco d'albero, non avevi n rami n foglie, tu figlia mia. Non potere darti un po'della mia vita, ne ho dentro tanta ancora e dovr buttarla via come un arnese inutile. Quando hai preso la licenza liceale e ho visto che non avevi nessuna voglia di andare all'Universit, e del resto non c'era nessuna ragione di farti studiare piuttosto astronomia che veterinaria, ho lasciato correre. Diventavo come te; finita tu, niente pi m'importava. L'ultimo progetto che ho fatto su te, sai quale stato? Te lo dico per farti ridere. Una bella notte darti un potente sonnifero, tagliarti i capelli, vestirti da marinaio e addormentata portarti in qualche modo segretamente sopra un bastimento alla vigilia della partenza e lasciarti l, calcolando i tempi cos che tu ti svegliassi soltanto quand'eri in alto mare. Non ti avrei messo in tasca nemmeno un soldo. Svegliarsi in alto mare; rimanerci venti giorni, travestita, tra gente ignota, sbarcare di l dall'oceano senza danaro e senza conoscenze; e in qualche modo doverti sbrigare: ecco la tua vita si sarebbe tutt'a un tratto trasfigurata, chi sa che cosa ne poteva nascere. Storie. Come puoi immaginare, non ho neppur cominciato a metterlo in atto, un piano tanto buffo. Passati dunque quattro anni dal suicidio di quel si OTTUAGENARIA gnore, ho incontrato il dolore immenso; tu me lo hai dato, Celeste. La prima, L'unica volta che hai preso un'iniziativa, stato per dare il colpo mortale a me; perch da quel giorno ho cominciato a morire, un'agonia di trent'anni. Avevo perduto il senso dell'avvenire. A cinquant'anni, quanti ne hai ora tu. Trent'anni fa; lo sai che cosa vuol dire per una creatura come me passare tutti i giorni di trenta anni senza avere davanti a s niente? Ti avrei sempre permesso qualunque cosa, lo sapevi e non ne hai mai voluto profittare; una sola cosa ti avevo comandato, di non prendere marito, per carit, non immergerti nel pozzo peggiore, non dare l'ultimo tracollo a ogni possibilit; se tu avessi desiderato venti amanti te li avrei portati io fino al tuo letto, ma un pesante marito, mai. Ed l'unica cosa che hai fatto, di testa tua. Ti sei innamorata, dicevi, innamorata tu, e di chi? di Mauro, di quello l, gurdatelo bene, L'uomo pi terraterra che si possa immagmare, senza intelligenza, senza coraggio, senza fiato, quello l, sudato, calvo, balordo, che gli ti stringi addosso come se fosse qualche cosa e non che legno marcio; oh quello che anche in guerra, grande e grosso com'era, non ha saputo far altro che farsi prender prigioniero il primo giorno; guardalo, che ora arrotonda gli occhi come

un rospo, come fai In questo momento anche tu, un bel modello da imitare, tu, che non hai ancora capito niente n di quello che accaduto n di quello che sta per accadere Vi ho detto tutta la mia vita fino a quel momento, al glorno che ti sei sposata, diciotto di aprile millenovecentonove: vUoi sapere come ho passato poi questi trent'anni? Cos, chiusa senza uscire di casa mai. A che fare? a leggere, a pensare. Senza vedere mai nessuno e parlare con nessuno, altro che qualche momento per dare un ordine alla cameriera. Avevate tutti quello di non farvi pi vedere: oh l'avete rispettato a puntino. Alla fine di ogni anno ricevevo da ciascuno di voi una letterina con gli auguri. Tante grazie. Non ho pi veduto un giornale, non volevo sapere che cosa accadesse intorno a me nell'orribile mondo. Non mi sono mai pi affacciata a una finestra. Leggevo libri su libri, e leggendo, mangiando, guardando tutte le pareti di casa, pensavo pensavo pensavo. A che cosa? Te lo dir. Accumulavo. Sai com' fatto l'odio? Te lo spiego. Mi pare di aver detto che da ragazza odiavo mio padre e mia madre. Non cos. Non quello l'odio, quella insopportazione, difesa accanita, come vuoi; ma non l'odio. E quando tu sposandoti m'hai vergognosamente tradita, neanche te ho odiato, e la mia non era nemmeno l'avversione che si pu avere da giovani verso i genitori: era uno spaventoso disgusto, il disprezzo totale, al modo di quello che ebbi per mio marito ma molto pi disperato. Invece l'odio, odio autentico di cui ci si nutre ogni giorno avidamente come in prigione del pane e dell'acqua, l'odio in cui mi sono buttata tutta intera come prima m'ero buttata in tutta la mia speranza per te, l'odio infinito ed eterno come Dio, l'ho rovesciato fino all'ultimo sopra lui, s, sopra te, sopra la tua testa, Mauro, ed inutile che tu sussulti come se stessi per balbettare qualche cosa perch tra l'altro il bel signore anche balbuziente, ecco di chi doveva innamorarsi Celeste mia (e come hai saputo essere ostinata nel volerlo!) ecco chi me l'ha portata via, infame, cane, straccio moribondo... A questo, Mauro non pot pi reggere; grid: Signora... e Celeste piegata e buttata di peso con la faccia in gi sulle ginocchia di lui singhiozzava: ma Daniela lo interruppe gridando ancora pi forte: Per trent'anni ho pensato questo giorno, questa sera, questo momento; ho letto forse duemila libri e tra ogni riga vedevo la tua testa pelata e la mia vendetta; non ho saputo in ottant'anni raggiungere il maraviglioso, e lo raggiungo ora, e contro te, ladro, in questo momento sono Dio, cos... e rapi OTTUAGENARIA dissima sollev il coperchio della scatola, ne tolse la rivoltella, la spian contro lo sciagurato che sbito impallidendo alz le due mani in alto come il giorno che sul Carso s'era dato prigioniero, e di scatto si lev in piedi. Part il colpo e lo colse alla gola mentre Celeste rotolava gi e battendo con la testa sul pavimento mand un urlo: l'uomo si rovesci su lei inondandola di sangue. Poi s'ud un altro colpo.

/:/L'AMANTE FEDELE. Vittorio s'allontan dalla stazione a passi lenti. All'imbocco del Corso il sospetto di poter incontrare qualcuno e dovergli parlare gli fece paura. Torn indietro, costeggi la piazza inondata dal sole: arrivato a un viale, l'ombra che cadeva dalle fronde dei lecci gli parve una pioggia. S'era dimenticato di s. Aveva l'intenzione di rincasare ma a mezzo il viale i suoi passi lo portarono verso una via nota, dentro un portone, su per un ramo di scale: e fu davanti a Mario amico paziente, che in silenzio lo accolse, lo spinse in una poltrona, sed in faccia a lui e finalmente parl: partita?. S rispose Vittorio. E partita, per due mesi non la vedr pi. Va a raggiungere i suoi e non torner che a settembre. Non potr nemmeno scrivermi, n io a lei, mai, perch ha paura. Per sessanta giorni non la vedr arrivare a casa mia, sgomenta ogni volta come se qualcuno la inseguisse. Ma poi sbito diventava viva, era tutta mia. Tu sai tutto, hai sempre sopportato le mie confidenze. Ho sempre bisogno di parlare di lei e posso parlarne solamente con te. Ora pi che mai; ma ora per sessanta giorni, Mario, sessanta, non avr pi niente da confidarti altro che la mia disperazione. Anche lei era disperata. E'salita, s' affacciata al finestrino, tutt'a un tratto la faccia le si coperta di pianto: il treno s' portata via la cara faccia bianca e tutte quelle lacrime dove batteva il sole; pareva una grande stella smarrita. Sessanta giorni infinito, non passano, non arriverO all'ultimo. A quest'ora veniva, ogni giorno. E tre volte, lo sai, ha potuto venirci di notte, tre notti che ora mi sembrano lunghe e lente e piene ma allora erano un soffio. Ogni tanto dormivamo un poco e sbito di nuovo allo stesso momento ci svegliavamo sempre allacciati stretti come una persona sola. La mattina presto se n'andava e ci pareva il pi gran dolore possibile e un'ingiustizia suprema. Non era vero. La ingiustizia grande questa d'oggi, questo il supremo dolore. Tu la conosci, Mario, eppure non sai quanto bella perch oggi non l'hai veduta partire, non era mai stata tanto bella e tanto mia. Addio, ho bisogno di star solo, lasciami andare. Torna dice Mario accompagnandolo all'uscio torna stanotte, domani, quando vuoi: torna presto. Presto non credo, ma tomer. Vittorio torn da Mario dopo tre giorni. Tu, Mario, credevi ch'io amassi Teresa quand'era qui, eravamo noi due soli nel mondo e passavamo tante ore di paradiso. No. E ora che l'amo, in questi giorni d'inferno. Mai l'avevo amata cos forte. La mattina dopo quella terribile, mi sono messo a contare. Sopra una lunga striscia di carta ho scritto un calendario di sessanta giorni, dal tre luglio al trentuno di agosto, per cancellare ogni sera il giorno finito, sai, come quando andavamo a scuola e s'avvicinavano le vacanze. Ne ho cancellati tre. Ancora, con oggi, cinquantasette. La vuoi sapere la mia vita? Non esco di casa che due volte al giorno per andare alla trattoria, una cosa terribile, il cameriere ogni volta si mette a parlarmi del gran caldo che fa quest'anno. Torno a casa in fretta, vo a sedermi in faccia al mio calendario, poi

sto a guardare il muro bianco. Le altre ore le passo a scrivere. Sai che cosa scrivo? Lettere, lettere a Teresa, e non posso mandarle ma intanto parlo con lei, immagino come risponder e sento la sua voce. Allora mi prende L'AMANTE FEDELE un brivido e mi scuoto e m'accorgo che era un incanto ridicolo. Ma ricomincio a scrivere e lei ricompare, siede piano sulle mie ginocchia, mi mette un braccio intorno al collo. Di colpo m'alzo, sono gelato, ero solo; mi cade la penna di mano, brancolo con le braccia nell'aria. Non puoi immaginare quanto sono stupide quelle lettere, e stupido io, incredibilmente. Giro per la stanza come un moscone, m'affaccio alla finestra, conto i dorsi dei libri in uno scaffale, vado allo specchio a pettinarmi, torno al tavolino trovo la lettera e m'arrabbio e la strappo in tanti pezzi poi li brucio sul pavimento e mi pare d'essere anch'io uno di quei brandeli bruciacchiati. Comincio a scriverne un'altra. Ieri mattina invece sono uscito presto, ho girato due o tre strade poi tutt'a un ttatto sono tornato a casa di corsa perch m'aveva clto la certezza che Teresa era tornata d'improvviso e mi stava aspettando seduta sui gradini. Non c'era. E nemmeno su in casa. Il pavimento pieno di mozziconi di sigarette. E questa la mia vita, sei contento ora? E sar sempre peggio per i cinquantasette giorni che mancano. Ma all'ultimo non ci arrivo, no. Ci arriverai dice Mario sorridendo ma intanto perch non vai a fare un viaggio? un piccolo viaggetto? Tu, Mario, forse non te ne ricordi di quello che m'hai detto cinque giorni fa. M'avevi consigliato di fare un piccolo viaggio. Allora non ti ho risposto perch non avevo nessuna intenzione di darti retta. Non mi pareva possibile stare anche un giorno solo lontano dal luogo della mia tortura, che era pure stato il luogo della vita divina. Ci ho ripenSatO una mattina per caso. Non ti avevo mai detto che a quei piccoli lenimenti al mio vaneggiare perpetuo - sai, accendere la sigaretta, guardare dalla finestra la casa di faccla quante crepe ci sono; oppure gi nella strada le automobili, i cani; o andare di l a darsi due o tre colpi di pettine, e altre sciocchezze del genere da qualche giorno se n'era aggiunto un altro: a un certo punto m'alzo, lascio interrotta la lettera magari a met d'una parola e corro al bagno a spugnarmi la testa: l'acqua che ti vien gi sulla faccia e sul collo come una vita improvvisa che t'invade hn dentro, chiarisce i pensieri, ripulisce le immaginazioni pi bislacche. Anche soltanto il rumore del liquido che ricade nel bacino una natura nuova che ti scintilla intorno. E forse stata lei l'acqua a richiamarmi al mare? Cos m' tornato in mente il tuo consiglio, mi sono divertito tutto un pomeriggio a scartabellare orarii, fantasticare su nomi di paesi, inventare itinerari strani, mi pareva quando da ragazzi si fanno gran viaggi sulle carte degli atlanti: e ieri mattina presto, per poter essere di ritorno la sera a cancellare un numero sul mio calendario, sono andato alla stazione (no no non quella dove partita Teresa) mi sono messo in un trenino sgangherato, sono stato due ore pigiato in quell'aria

arida del treno in mezzo a gente rumorosa, e cos sono arrivato a Marina. Mi accontentavo di guardarlo, il mare; era liscio e brillava di vele e sandolini in tutte le direzioni, fanno una vegetazione mobile, prato grande con tanti fiori inquieti che corrono qua e l, allegria dell'universo nel sole, la libert maravigliosa del caldo. Anche poi girando le poche strade del paese, si continuava a sentire il mare nell'aria, nella voce della gente di tanti colori, quasi tutte donne, ragazze. Sai che qualcuna al primo momento mi pareva che un poco le somigliasse: quale sacrilegio! sbito in cuore chiedevo a lei perdono: quale donna mai potr somigliare a Teresa? Sono andato in un caff pieno d'ombre. A un tavolino in faccia c'era una giovane che prendeva un gelato e si vedeva che era felice. Tutte le ragazze quando prendono il gelato hanno l'aria felice. Specialmente quelle che se lo godono camminando, il gelatino da passeggio (l'invenzione pi geniale di questo secolo), quando cominciano ad aggredirlo intorno intorno con piccoli colpi di lingua, e non sanno non sanno... Quella del mio caff era seduta e il gelato lo prendeva col cucchiaino: ma ogni volta che si shlava il cucchiaino di bocca lo guardava un momento attentamente prima di rificcarlo nel gelato: strani moti del cuore umano. "Ecco" mi dicevo "se quella fosse Teresa io sarei l su quella sedia vuota al suo fianco; ma non Teresa: Basterebbe stendere un braccio per toccarla, ed come se fosse in un altro continente " Invece arrivato uno e ci si messo lui sulla sedia vuota; lei gli ha teso la mano. "Vedi" io spiegavo tra me "se fosse Teresa, lui sarei io e le bacerei il polso come fa ora quel cretino, ma Teresa ritirerebbe la mano perch si vergogna del cameriere, quella deliziosa vergogna che la fa tanto pi bella." Dopo un po'l'uomo s' alzato, lei anche, se n'andavano. Posso raccontartelo? tu forse puoi capirmi: quasi senza accorgermene anch'io mi sono alzato e sono uscito, loro erano gi un po'lontani, li ho quasi raggiunti e poi seguti. Cos; non per lei, per carit: per vedere in loro una immagine dell'amore. Vedo che mi hai capito, va bene. Quando sono entrati in una casetta e sono scomparsi al mio sguardo, ho continuato a seguirli con l'immaginazione: l dentro abita lui, o lei; sono entrati, hanno chiuso l'uscio, m'immagino il giro di chiave (Teresa quand'io avevo appena dato il giro, prima di baciarci si assicurava che fosse chiuso davvero) ora lui la sta spogliando, non c' dubbio: il corpo di lei appare, dall'alto in basso, un po'per volta, da ultimo invece molto in fretta: la vita, i fianchi; anche questa ha un ventre piccolo e un po'piatto, forse anche il suo umbelico timido e misterioso come quello di Teresa. Pure nel treno della sera, tornando, c'era una coppia; strana smania hanno la gente di andare a due a due. E questa era bionda; bionda vera, intendiamoci, bionda di sopra e di sotto, certo, come Teresa. Vedo vedo, sei un ottimo osservatore; e gli altri che tipi erano? domanda Mario. Chi, gli altri? Loro, quello della casetta e quello del treno, i due uomini. Oh non ho visto, che strane domande! Ma lasciami andare, tardi, ho sonno. A domani, caro. Te ne sei reso conto che questa volta sono stato una settimana intera senza farmi vivo? E ti avevo detto: "a domani". E stato per discrezione, credimi. Mi sento diventare

insopportabile. Impazzisco. Forse la solitudine mi d alla testa. Abolito il parlare, abolito l'ascoltare: pensa che perfino quel cameriere s' disgustato di me e ora mi serve con severit, senza commenti intorno al caldo. La sola persona con cui scambio qualche parola la portinaia che viene ogni mattina, ha la chiave, a mettermi in ordine lo studio e la camera. Una volta aspettava, per venir su, ch'io fossi uscito; ora per non so quali arcane ragioni deve anticipare e fa lo studio fin che io sono ancora a letto e la camera mentre sono in bagno. Vedi che cose interessanti ti racconto. Fa un rumore infernale, sbatte, struscia, lascia aperto l'uscio, cerca sempre d'attaccar discorso, magari da una stanza all'altra. Ieri m'ha portato dalla campagna due magnifiche pesche, ha voluto che le mangiassi sbito. Era una volutt mordere in quella buccia vellutata, sentirsi colare il sugo gi sul mento. (Una pelle di donna diversa, pi seta che velluto.) Intanto la vecchia lucidava, e parlava. Racconta d'una sua figlia che s' sposata troppo giovane con un marito mascalzone e ha dovuto lasciarlo e tornare con lei, non ha che ventidue anni ed come vedova. "Possibile" mi dice "che non l'abbia mai incontrata per le scale? va a fare i servizi alla sorda del terzo piano." E via di questo passo. Una mattina me l'ha mandata: "Mamma andata al mercato e ha mandato me". Ero ancora a letto. M'ha consegnato la posta, mi dava una lettera dopo l'altra. Ho avuto l'impressione che girasse per la camera pi del necessario. Alla storia del marito mascalzone credo poco. Brutta non . Ma non lo sanno che quando amiamo una donna le altre vanno tutte in fumo? una cosa ch'e pochi capiscono. Questa ragazza non lo capisce; non sa che per me vedermi girare attorno lei, o sua madre, esattamente la stessa cosa. Ma si muove bene, che una cosa abbastanza rara. Tutte le donne credono che noi uomini ci occupiamo continuamente di loro. L'altro giorno sono uscito un po'prima del solito e ho fatto un giro per il viale. Ne ho incontrate almeno cinque o sei, una dopo l'altra, tutte belle. Ma le confrontavo con Teresa e mi veniva da ridere. Invece loro, ma tutte, vedendo che le guardavo si mettevano in posa, sai come fanno, si rizzano sulla vita, scuotono i riccioli, chinano la faccia un poco di lato. Ci vuol altro. Una che ho incontrata poco dopo, mentre stavo arrivando alla trattoria, una brunetta somigliava in modo strano alla figlia della portinaia. Ma lo credi che questa non so di che colore ? me lo sono domandato allora, e me n' venuta una curiosit. Allora l'altra mattina scendo in portineria, la figlia non c'era, mi metto a chiacchierare con la madre, che non se n' maravigliata, le pareva naturale. Ho preso la cosa alla lontana, le domando: "Lei da giovane era bionda o bruna?. (Ora tutta bianca, di un bianco sporco.) Risponde: "Castana, dicevano tutti che i miei erano i pi bei capelli castani del quartiere. E io: "E sua figlia castana come la madre?". "O non l'ha vista?" "Non ci ho fatto caso." Non ci ha creduto e non ha voluto dirmelo, com' la figlia. Ma ieri mattina l'ha mandata su: "La mamma andata al mercatoeccetera. E bruna. Era pettinata bene. Ma come tipo di bruna preferisco la commessa del libraio dove sono stato ieri a mettermi un poco al corrente delle novit, ha due occhi grandi, sembrano due pianeti. Dimenticavo dice Mario di dirti che Consalvo ci

ha invitati a pranzo per luned sera, ci troveremo l. Nemmeno per sogno. Alle otto e mezzo; t'ha incontrato l'altro giorno, non l'hai salutato e vuole un risarcimento. Non l'ho visto; gli scriver per chiedergli scusa; ma a pranzo non ci vado, no. E ti vuol presentare a sua moglie, che tornata da non so che acque. Ancora peggio, no no. Che tipo ? Pericolosa. Per me non ci sono pericoli disse Vittorio, e sospir, e aggiunse: Non ci vado neppure se mi fucilano. Sei un porco. Sono venuto solamente per dirti che mi vedi per l'ultima volta. Ieri sera, luned, arrivo dai Consalvo, mi dicono che ti sei dato malato. Bugiardo. Perch lo hai fatto? Mi sono annoiato a morte. E pazienza. Ma non finisce qui. M'hai procurato l'ora pi tremenda della mia vita. Sono ancora tutto scombussolato. Per fortuna sono nato eroe. Devi sentirla tutta, la mia storia: poi ci diremo addio per sempre. Ma no no, niente addio, non lo meriti me ne ander senza salutarti. Non saprai pi niente di me. Tutto finito tra noi. C'era la compagnia pi scema che si possa immaginare. Io, lui che un buonomo, lei che sarebbe meglio non parlarne ma ti dir poi, e un altro invitato bellimbusto idiota screanzato. Pranzo ottimo, caff e liquori straordinari, ma la conversazione di dopopranzo mi vergognerei a ripeterla. Il bellimbusto si chiama Venanzio, pensa: e lei da Venanzio gli ha tirato fuori un vezzeggiativo, lo chiama "Zietto", ogni volta che sentivo "Zietto mi veniva da vomitare. Dopo il quinto o il sesto cognac ha cominciato a parlare delle sue avventure, ma sai che avventure?, postribolo, niente altro che postribolo: una erudizione inesauribile, conosce ogni particolare dell'organizzazione, ogni tanto ci sta a pranzo, lo invitano: e paralleli profondi tra la tecnica di Fosca, le mani di Romola, non farmi dire; e i cambi delle quindicine; e le stagioni in cui meglio andare alla Farruffina e quelle in cui pi consigliabile madame Fleury. Questa la gente della signora Consalvo. Pensa, dunque, pensa io, io pieno e ricco di quella immagipe luminosa, dovermi subire... La signora invece, la tua pericolosa, oh lei ci godeva un mondo, voleva particolari, e alla fine, senti senti come ha detto: "Peccato che noi signore non possiamo neanche andarci una volta, cos per vedere l'ambiente". Hai capito? Allora il maiale: "E perch? Dalla Fleur,v ho accompagnato pi d'una volta certe mie amiche, cos per studio, appunto, conoscenza della vita, donne perfettamente per bene, a vedere qualche quadro plastico, come lo chiamano: non nella sala comune s'intende: ci sono sale riservate, osservatorii segreti, con uscita nei vicoli. Una ditta veramente seria, la Fleur,v. Vuole?". E il marito a me: "Dice per ridere, sa? per ridere". Perch capiva che cosa pensavo io. Io non aprivo bocca, mi prudevano le mani. Ma anche il maiale si rivolge a me: "C' mai capitato lei, all'epoca della Persiana?". Stavo per gettargli un bicchiere in faccia, ma Cosima (la signora Consalvo si chiama Cosima, lo sapevi? bel nome, rotondo, odora di mela cotogna) Cosima mi viene in soccorso: "No" dice "Vittorio (s'era messa sbito a chiamarmi per nome) Vittorio bisogna lasciarlo stare, un uomo unico, un eroe da romanzo, un numero della serie di Tristano, di Romeo: lo sa lei d'essere celebre in tutta la citt? L'amante sublime". Io ero come sopra un

rogo. Mi son deciso: "Non dica sublime signora, dica soltanto: fedele". "E le sembra poco?" fa lei. Il maiale ci guardava inebetito, gli occhi sempre pi tondi; il marito ora stava sfasciandosi dal sonno, ogni tanto gli cadeva il mento sul petto e lui con un sussulto lo tirava su. "Non poco, lo so" ho risposto "anzi molto, tutto." E mi sono buttato decisamente, deliberatamente, alla predica: "Tutto, signora Cosima. L'amore soprattutto fedelt; senza fedelt, la fedelt pi intransigente, pi assoluta, non c' amore; e dell'amore la fedelt l'elemento pi importante, fondamentale, per chi sa amare davvero. Da tuK'e due le parti, s'intende. Dico questo, perch la gente ammette e apprezza soltanto la fedelt della donna, e trascura e spesso stupidamente deride la fedelt del maschio. E perch? Sciagurati, che non hanno mai amato. Non sanno amare. E dico non sanno amare neppure fisicamente, non creda ch'io faccia del platonismo. Anche il vero grande possesso sessuale non lo conosce altro che chi ama una donna sola e fin che ama quella non esistono per lui altre donne nel mondo". E via e via, le ragioni mi venivano una dietro l'altra sempre pi stringenti, ero davvero ispirato, non la smettevo pi. La predica durata almeno trenta minuti, che dopo pranzo sono lunghissimi. Parlando guardavo solamente lei, che mi capisse bene. E mi capiva. La guardavo diritto negli occhi (belli, lo so, molto belli). Quando ho finito sudavo. Mi volto, e vedo che il marito dormiva profondo; l'altro, il maiale, era scivolato sul tappeto con due gran cuscini sulla faccia e sulla testa, l soKo dormiva anche lui come una marmoKa. Lei no, non aveva perduto una parola, stava proprio come un credente alla predica; debbo dire che in quell'attenzione era bella. E quand' finita non ha detto niente, mi guardava. Tra quel silenzio, improvvisamente s' sentito nascere un suono, e crescere, prendere tutta la stanza: Consalvo russava di un bel ronfo cordiale, e sbito di soKo ai cuscini gli risponde il ronfo del maiale, stridulo, pettegolo. A quei fragori Cosima s' scossa dal suo incanto; prima comincia a ridere, ma sbito si ferma, s'alza, anch'io mi alzo, lei mi prende sotto braccio dicendo: "Lasciamoli riposare" e passo passo entriamo nell'altro salotto. Lo abbiamo percorso tutto cos senza parlare. Debbo confessare che ha delle braccia bellissime, erano nude fino alla spalla. Non si rade le ascelle, lo sapevi? Mi domanda: "E ora che siamo arrivati qui?. "Torniamo indietro" rispondo. "Non si deve mai tornare indietro. Sediamo, vuole?" "Perch no?" E lei si adagia nell'angolo di un lungo divano, e io nell'angolo opposto. "Perch" dice "non facciamo come quei due?" Io ho risposto con noncuranza: ",E una buona idea". Oramai eravamo in pieno duello, ma io tenevo ferma in me l'immagine di Teresa, e stavo in guardia. "E se io m'addormento e lei no?" domanda Cosima " certo che non le verr la tentazione di svegliarmi?" "Ci pu contare." "E se invece avviene il contrario, che dorme lei e non io? Stavo per perdere la pazienza, ma mi freno e lei riprende: "No no, in quel caso, so benissimo che io non saprei traKenermi dal venire a svegliarla, cos'" e senza alzarsi, strisciando sul divano, si trasporta verso me lentamente, con una faccia davvero da pericolosa, e arrivata vicino, ma non tanto, si ferma, e protende verso me il viso, il seno che pareva stesse per rompere la stoffa dell'abito, le braccia; e schiude un poco le

labbra, sai come fanno, altro che pericolose. Per fortuna io sono eroe nato. Ci arrivava come una cosa lontana l'eco dei due ronfi dall'altra stanza. Mi sono alzato correttamente in piedi, e ho trovato d'improvviso una battuta stupenda, non te la puoi immaginare. Prendo con le mie le mani della signora per trattenerne l'avanzata (mi pareva sentirle gi appoggiarsi forte sulle mie spalle) e a mezza voce con semplicit le dico: "Teresa ci vede". Lei guarda all'uscio d'un tratto come se davvero ci si stesse affacciando qualcuno ma in un aKimo si riprende: "maKo?". "No" rispondo (ecco qui la gran battuta): "dove sono io, presente Teresa sempre'. La poverina rimane immobile un momento poi gi a ridere. Questo m' piaciuto; le ho deKo: "Lei davvero una donna di spirito. E io stoffa di eroe. Si ricorda quello che dicevo di l, e lei stava tanto attenta?". "B verodice "ma ora forse scherzavo." "E quasi certo" rispondo; e intanto anche lei s' alzata, passo passo siamo tornati di l. Vi stava entrando da un'altra parte una cameriera con un gran vassoio di gelati e ha svegliato il padrone, e Cosima "Su su" gridava meKendo un piede sulla pancia di Zietto. Doveva arrivare altra gente in visita, io in fretta mi accomiatai, e il marito: "Cosima, prega Vittorio di tornare da noi a pranzo gioved che avremo anche..." e ha deKo un nome che non ho capito perch stavo cercando un pretesto per esimermi, ma non lo trovavo, mi sono imbrogiato, insomma ho finito per accettare pensando: mercoled mando un biglietto di scuse e prender il primo treno per Marina. Comunque di l sono uscito. Non avevo voglia di rientrare sbito, volevo buttar via da me fin l'ultimo granello di polvere di casa Consalvo, ho girato forse due ore per la citt; quando mi son deciso a rincasare ero stanchissimo; entro e neppure mi ricordo di chiudere le persiane, mi sono spogliato in mezzo minuto gettando tuKo in terra, mi ficco in leKo e dopo un altro mezzo minuto dormivo. Ora comincio a star male. Mario, credo che non sapr mai trovare le parole per raccontartelo, quello che m' accaduto, in modo da non morire di vergogna. Questa maKina, non so che ora fosse ma c'era il sole, mi sveglio confusamente sentendo parlare in anticamera. Quando comincio a capire, la voce della portinaia, afferro le sue ultime parole. Che furono, alla leKera, queste: "Oh grazie, signora, non occorreva, si accomodi di l" e poi sbattere la porta di casa, e vedo aprirsi il mio uscio e indovina chi entra; te la do in mille: Cosima, tutta vestita di bianco leggero, e chiude piano l'uscio e si volge a me rimanendo ferma in piedi, l, senza parlare. Io d'istinto m'ero tirato in fretta il;enzuolo fin sotto il mento (sai, di questa stagione dormo senza pigiama). E stiamo ziKi e fermi tutti e due, lei come una apparizione io come un babbeo. MeKo insieme disperatamente una frase stupida per rompere il silenzio: "Mi dispiace, signora, che trova tanto disordine..." e non so andare avanti. Lei fa due o tre passi finalmente sorridendo mi addita l in terra quel mucchio di ieri sera e dice soave: "Quelli sono i suoi vestiti. "Brava." E lei con decisione: "E questi sono i miei". In un baleno fu nuda; veste, combinazione, sandali, cappello, erano volati in fascio sul mio mucchio, e lei nuda a quel modo salt in g,inocchio sul mio leKo, l in fondo, in faccia a me, sfacciata, la testa alta, a fissarmi, e si carezzava. Faceva molto caldo. Ho fatto un altro sforzo e le ho deKo:

"In che cosa posso servirla?". Risponde: "Idiota". E di laggi afferra a due mani il lembo del lenzuolo e far per strapparlo via di colpo ma ho faKo a tempo a fermarlo che m era sceso soltanto fino a mezzo il peKo. Rimanevo immobile ma non riuscivo a non guardarla. Il suo volto si raddolc, s'intener: "Cos, rimani cos" e le sue mani tornarono al suo corpo, vagolavano, indugiarono. Mi guardava e mormorava: "Mi piaci". "E tu a me no gridai, e Cosima: "Non importa, mi piaci, non vedi?`" e mand un sospiro profondo che la abbatt sul letto, ma rialzava il capo e ancora mi sorrideva e guardava. Ero molto sudato e avrei voluto asciugarmi la faccia. Vidi un lampo di malizia nei suoi occhi, non capivo- improvviso d un altro strattone al lenzuolo e questa volta non fui lesto a trattenerlo e lei mi scopr tutto. E tutt'a un tratto mand un grido di trionfo: "Lo vedi che anch'io piaccio a te!" e di nuovo si tendeva verso me, senza toccarmi, e di nuovo anelava, e io tremavo tuKo; e qui non oso pi dire, Mario, no no, non cedeKima come lei mi sommersi, mi vergogno mi vergogno; con un piede contro il suo ventre tenendola lontana da me, anch'io guardandola anelavo; perdonami, ma poi sbito mi sentii pieno di odio, mi sollevai, smossi un braccio e lasciai andare un gran manrovescio sul suo volto che si fece rosso e lei sotto quello e sotto il piacere precipit dal leKo in terra e di laggi la sentii mormorare: "Grazie, caro, nessuno mi ha mai dato un piacere cos forte. Lasciami respirare. Ci fu un silenzio lungo, o mi parve. Ero impaziente di cacciarla via ma non sentivo pi odio, e nemmeno quella gran vergogna; ma cresceva l'impazienza e L'lmbarazzo di non sapere come liberarmi di lei umanamente. Perch non se n'andava da s? non s'accorge che la sltuazione non regge? E non sente anche lei, almeno un po'di vergogna? Mi sporsi a guardar gi, era accasciata ma ha avvertito il mio movimento e togliendosi le mani dal viso lo alzava verso me. Era tutto sparso di lacrime Cielo e fulmini! Io tutt'a un tratto avevo rivisto le lacrime dell'altra, quella che non sono degno di nominare, le lacrime sul volto bianco quando il treno l'ha portata lontano, e mi prese un raccapriccio all'orrore del confronto offensivo, ma non riuscivo a scacciarlo. "Asciugati la faccial" gridai durarnente, e lei sbito ubbidiva, con un lembo del lenzuolo si asciug la faccia. "Vstiti" comandai, e lei con moti un po'lenti come si sentisse pesta in tutte le membra pure in breve fu vestita. "Metti il cappello! e vattene." (Forse mentre cos parlavo avevo una faccia ridicolissima.) Lei camminando come un mendicante and allo specchio ad aggiustarsi il cappello poi si volt verso me. Stava come quando m'era apparsa un'ora prima, che pareva lontanissimo perch c' passata in mezzo tuKa la cosa. "T'ho deKo vattene!" Invece, pane incerta un momento, finalmente parl. Ebbi una strana maraviglia a sentirla, come se la avessi conosciuta muta. Quasi mormorando diceva: "Non ti ho chiesto di volermi bene, ma davvero non ti piaccio?". Risposi: "Che ne so?". "Non mi vorrai neppure una volta mai?" "No." "Perch?" "Lo sai." Alz la voce: "Ti illudi. Non passeranno due giorni e ne desidererai un'altra... e allora perch non me? Non ne passeranno altri due, e finalmente il tuo corpo dovr cedere del tuKo... e allora .perch non io? Fedele? mi fai ridere. In quei momenti mi

guardavi, eri gi dunque infedele". "Bestia!" gridai ferito a morte nella mia oscura coscienza: "n te, n nessun'altra come te, hai capito? Piuttosto al bordello." "Davvero l "S." Tacque un poco poi ripet: "Davvero, davvero?;'. Scrollai le spalle. Se n'and senza pi voltarsi. L'avevo offesa a sangue. Scomparve. Sentivo nel fondo un tremolio di rimorso per la mia crudelt. Di nuovo scrollai le spalle. Non le ho ceduto, hai capito? me ne sono sbarazzato. Ma tutto questo fu una cosa bruKa. E la colpa stata tua, tutta tua. Lo capisci quello che hai fatto? Non te lo perdoner mai. Addio per sempre. Ah, no, senza addio. Torna presto gli dice Mario all'uscita mi racconterai come finita. Vittorio risponde: Ma finita: non hai capito niente. Come non ti maravigli di vedermi? Era imprevedibile e necessario: hai letto fin qui tutto il romanzo, devi leggere anche l'ultimo capitolo; quello dell'altro giorno era solamente il penultimo. In quale spinosa feroce giungla mi hai cacciato! Mercoled mattina appena sveglio ricordai che dovevo telefonare a Consalvo per non andare al suo pranzo del gioved; non so perch ho rimandato a pi tardi: ma a sera telefon lui, che sua moglie afflitta da un insistente mal di capo era andata in campagna dalla zia per tre giorni; I invito era dunque rinviato a sabato. Benissimo. Misi in pari sospirando il calendario della lontananza, era il ventitreesimo giorno; ancora trentasette, neppure a met. La mattina dopo, vestendomi, meditavo di andare senz'altro a Marina e starci fino alla fine del mio mese di vacanza, quando ho ricevuto la telefonata pi strana di tutta la mia vita. Un voce ignota, di donna che abbia la voce d'uomo, tanto ottusa e massiccia che sulle prime sbalordito a quel timbro non afferrai le parole e me le feci ripetere; e la voce ripet pi forte e dispettosa, poi senz'altro chiuse sbaKendo il ricevitore. Sei impaziente di saperlo? "Questa sera a mezzanotte da madama Fleur,v, e chiedi di Teodora." Pensai a un errore, poi a uno scherzo, poi a un'allucinazione auditiva; tutte queste cose pensai, tu l'hai capito, per non ascoltare quello che pensavo in verit, sebbene dentro mi sforzassi di gridarmi che la mia quarta ipotesi, che non ti ho detto, era ingiuriosa e pazza, s proprio quella che fai entro te in questo momento, ma tu anima arida, la pensi senza dubbi, senza vergogna, e non te ne importa niente invece a me per tutta la giornata sono state una tortura quelle domande: errore? scherzo? allucinazione? oppure oppure...? M'ero sbito detto: qualunque sia l'ipotesi giusta, non debbo andare, non vo. In questa risoluzione rimasi fin quasi a mezzanotte. E se verso quelL'ora cambiai rapidamente fu per una ragione altamente morale, che soltanto in quel punto mi balen. S'io non fossi andato non avrei mai saputo la verit, tutte le ipotesi sarebbero rimaste possibili, dunque anche la quarta atrocissima, calunniando forse una creatura che invece a quell'ora stava davvero tranquillamente in campagna dalla zia a smaltire il mal di testa. L'altra, soltanto il ricordo degli sboccati discorsi di quel Venanzio me l'avevano suggerita. Dovevo dunque fare il possibile per cancellarla, cio andare ad assicurarmi della sua falsit. Sai che non ho mai frequentato quei luoghi, c'ero andato qualche volta da ragazzo, senza

gusto, per non dire di no ai compagni. Forse vent'anni fa. Chi ricorda come sono? come si fa? Forse da allora tutto cambiato. E questo certamente pi lussuoso. Pensa che sono arrivato a desiderare d'incontrare Venanzio che mi avrebbe guidato ed evitato tanto impaccio. Basta. Vo. Non pretendere particolari. Non domandarmi niente. Entro, chiedo di Teodora; la sorvegliante risponde: "nel salone Messalina (si guard l'ora al polso) ancora per venti minuti poi in camera". "Allora intanto" dissi io timido "andrei in questo salone Messalina." "Cinquemila". Rabbrividii ma non mi tirai indietro. "Badi che l dentro vietato fumare." Buttai la sigareKa. Entrando nel salone sulle prime non distinguevo ancora forme precise perch la luce era bassa. Ma appressandomi vidi che il pavimento era quasi per intero coperto da una vasta coltrice spessa e ai due lati di qua e di l c'erano file di sedie, in gran parte occupate da uomini e donne: di qua erano vestiti e guardavano, di l tutti perfettamente nudi e nude. L'accompagnatrice m'avvert: "Per prendere parte bisogna spogliarsi e andare con quelli l". "No, grazie" risposi. "Allora segga qui." Abituandomisi la vista, sulla coltre si movevano pigramente bianchi viluppi di corpi ognuno di tre, quattro, cinque; ogni tanto una forma si staccava da un gruppo e s'arrabattava a raggiungerne un altro, tuK'a un tratto dal dimenio torpido nascevano scotimenti improvvisi e sospiri. Non provavo che un disagio morboso, ficcavo lo sguardo l dentro e tremavo, sentivo odori di mosto. Notai in un angolo due dibattersi sopra una terza forma supina di cui distinguevo solo un poco di ventre, di donna certo, e un ginocchio alzato che uscito dal nodo tremava; poi uno dei due se ne stacc. Allora mi si scoperse, Mario, anche la parte superiore del corpo di lei, tuKo il seno, e le ascelle spalancate con le braccia levate in arco e le mani a intrecciarsi dietro la testa; cos vidi il volto, Mario, era Cosima; e ora mentre l'uomo continuava a premerla, ella stese la mano ad afferrare le gambe d'una femmina che stava rantolandole addosso e se la attir sulla faccia e ne fu tutta nascosta. Pensai di fuggire, quali catene mi tenevano legato alla sedia? quando la sorvegliante che sempre aveva girato qua e l a badare a tutto, si ferm e baK le mani e chiam forte: "le nostre ragazze in camera". Dai gruppi vidi faticosamente sottrarsi tre donne e una era lei; levate in piedi, senza guardare nessuno s'avviavano all'uscita. La sorvegliante si volse a me con un cenno, la raggiunsi, la seguii per il corridoio ove le ragazze ci avevano preceduto. Una dopo l'altra entrarono ciascuna in una porticina, nella terza entr lei; io barcollavo e mi trattenevo a stento dall'appoggiarmi alla sorvegliante che mi camminava avanti. Quando fummo a quell'uscio si ferm e mi disse: "Cinquemila". E poi: "E per me niente?". Finalmente mi spinse dentro e riaccost l'uscio dietro le mie spalle. Vuoi riposare un momento? Bevi. Che cos ? domand Vittorio prendendo il bicchiere che l amico gli porgeva. Grappa, di Bassano. Ottima! un'altra, un'altra! Cos mi piace dice Mario contento. Mi ci voleva. Ma avr il coraggio di arrivare alla fine? Dov'eravamo?... Oh lei stava in piedi presso il letto: sudata, brancicata, biascicata: pure tra tuKo quell orrido la sua carne mandava uno strano splendore. Era immobile.

Quando riuscii ad aprire la bocca dissi: "Cosima...`". E la donna tranquilla e un poco maravigliata: "No, signore, io sono Teodora, non aveva chiesto di Teodora?". "Cosima, Cosima" gridai "non fare questo, non sai come sono confuso, non so che cosa accaduto, non capisco pi niente, forse sono molto colpevole, ti chiedo perdono, sentimi... M interruppe duramente, con una voce cambiata, rozza: "Hai bevuto, merlo; via, scntati, non ho tempo da perdere". "Non fare questo, non mettermi alla tortura." E lei: "Piantala, o chiamo la padrona". Mi spaventai: "No!". "Su; vieni; sei tanto ubriaco da non farcela? Ma lvati la giacca: e sbrgati. Mi preferisci cos o vuoi che mi lavi?" "Nooh" ancora gridai, e non so perch ho detto no, non so che cosa volevo dire, che cosa volevo fare, impazzivo, cercavo di parlare ma lei sbito riprese il sopravvento; appoggi le reni alla sponda del letto: "Vieni, caro, forza" e io mi precipitai su lei, ubriaco davvero, cos com'era lubrica, la presi, l sulla sponda; e poi la sollevai di peso e la geKai sul leKo, e di nuovo la presi; dopo, quando ansimavo ancora, ritentai di parlarle dicendo: "Ora hai vinto, hai vinto, Cosima, dimmi che cosa vuoi da me, far tutto quello che vuoi, ora e poi sempre" cos dicevo, tanto vile ero, e la cinsi con le braccia e le mormorai sulla bocca: "Cosima..." ma lei mi spinse via e grid: "Smettila, sono Teodora, quando non mi chiamano col mio nome, mi offendo, grido davvero; hai pagato, hai fatto, basta vattene" e salt gi e. in due passi era all'uscio e stava per aprirlo. "No" implorai "vado via, dove vuoi, come vuoi. Teodora, va bene? taci, mhai punito, hai ragione." S un poco calmata; cominci a ravviarsi e ravviandosi diceva: "Un'altra volta non bere tanto prima di venire a donne; ora va', va'". Io imbambolato ero presso l'uscio e non capivo pi niente, stavo per dire novamente "Cosima" e mi trattenni a tempo: "addio per ora, arrivederci". "No" rispose "ho finito questa sera la quindicina e domani mattina parto." "Non fare pi questa commedia" supplicavo "lascia che ti chiami col tuo nome, tanto bello, cara, e anche tu sei bella, cara, tanto, mi piaci come nessuna m' piaciuta mai ma lei rialzandosi arriv su me con un balzo e i suoi occhi erano feroci, un'altra volta ebbi paura, feci per aprire ma lei con insolenza mi disse: "E la mancia?" e tendeva la mano. Mi sentii impietrire; lei mi ficc una mano nella tasca e mi prese il portafoglio, ne tolse del denaro: "Cos" e mi rimise in tasca il portafoglio. Apr un poco, mise fuori dello spiraglio la testa chiamando:'Landina"; io me ne uscii fuggendo, non so dirti che cosa avvenuto di me poi, certo a qualche ora mi trovai a casa mia, non so come ci fossi arrivato, era l'alba; dove ero stato il resto della noKe? nemmeno come sia passato il giorno appresso, e la nuova notte; certo non ho mai mangiato, so che ieri mattina mi sono svegliato nel mio leKo e quella cosa la ricordavo lontana lontana. S apr la porta di casa, la portinaia: "Oh" disse "s' rimesso? ieri maKina non sono riuscita a svegliarlo". "Davvero?" "stato male? vuole che le prepari io il bagno?" "No, ma mi dica, che giorno ?" Mi guard con aria maliziosa, le lessi negli occhi che credeva a un grossa sbornia. Rispose: "sabato; sabato?. "Ho capito." Due ore dopo sentii trillare il telefono: era Consalvo, dice: "Volevo ricordarle che questa sera lo aspettiamo

a pranzo". "Grazie, e la signora?" "ftornata questa mattina, sta benissimo; a questa sera dunque.'La sera mi vestii, andai: in salotto c'era Cosima e il marito e altri tre invitati che non conoscevo, un uomo e due signore. Non c'era Venanzio. Cosima era bellissima, signora, tranquilla e gentile con tutti. Durante il pranzo Consalvo badava a dirmi: "Che cos ha questa sera, Vittorio?". Pi tardi sono riuscito a raggiungere lei nell'altra sala e siamo rimasti soli, sbito le ho sussurrato: "Cosima". "Che c', Vittorio?" Era placida. "Mi perdoni?" Mi guard sgranando gli occhi per la gran maraviglia. "S" insistevo " stata colpa mia" e abbassando la voce: "Ti voglio ancora". Stavamo camminando piano, ma qui si ferm di colpo, poi disse con gran cortesia: "Non sta bene?". "Hai ragione, vuoi cancellare quell'ora, ma dopo quella gioia terribile sono pazzo di te; quell ora sapr fartela dimenticare per sempre." Si oscur in volto: "Scusi, ma lei ubriaco". E io: "Lo aveva detto Teodora" e la guardai in fondo agli occhi. "Che Teodora?" E io: "Non giocare pi, sei crudele, ti amb". Qui s'eresse come un'eroina d Alfieri, ma subito si rifece semplice e premurosa: "Le faccio portare un poco di ammoniaca" e s'accostava a un campanello e stava per sonare quando apparve sulla soglia il marito. "Caro" lei gli disse andandogli incontro "il nostro amico mi stava dicendo di scusarlo con te perch sta poco bene e vuole evitare tutti i saluti; accompagnalo tu dall altra parte, io corro dagli ospitij addio Vittorio, augurii" e scapp via come uno scoiattolo. Ho capito che non la vedr mai pi e avrei tanta voglia di mettermi a piangere. Dopo un lungo silenzio, Mario disse: E Teresa?. vero Vittorio risponde Teresa? Si sentiva caduto da un cielo lontano. /:/IL SEGRETO. Canuto sta pensando che cinquant'anni una vita, e abbondante. Una vita ch'egli ha cominciata con un atto di vilt. Fino ai venticinque anni non conta, una et sbadata, che poi si butta via, e allora si comincia sul serio. Canuto l'ha buttata via con un atto vile, che lo ha spinto lontano dal suo paese; e sono cominciati cinquant'anni di vita seria: lavoro, arricchire, rovinarsi, lavoro, risollevarsi; e questo tre quattro volte, non sa pi quante. Ora ha settantacinque anni, e torna in patria. Per mezzo secolo era riuscito a non ripensare mai il passato; ora lo ripensa tutto, dal giorno che era partito, a venticinque anni, quando stava per sposare Ilaria, che ne aveva ventidue ed era bellissima. Ma la vigilia delle nozze Canuto era stato clto da una vertigine di paura, aveva tutt'a un tratto capito di non essere pi innamorato, aveva sentito scoppiare entro s torbidamente tutte le ambizioni che l'amore aveva per qualche tempo soffocate; le nozze imminenti gli apparvero come un abisso davanti a lui pronto: volt le spalle all'abisso. La mattina della vigilia prepar in fretta e occultamente la partenza come si prepara una fuga. Ma non volle che fosse fuga. Aveva mandato le valige a un paese vicino; prima di raggiungerlo, mosse verso la casa di Ilaria per dirle con franchezza la propria risoluzione. Pens anche: "Forse Ilaria mi uccider. Ma non probabile. Vedremo'".

Giunto presso la casa di lei - un poco fuori del paese in un gruppo di abitazioni verso monte - il luogo era deserto e pieno di sole. Vide quella finestra, sent il cuore gonfiarsi. Per rimettersi, si ritir in un anfratto del muro, sed sopra una pietra. Ud rumore dall'alto del muro di faccia. La finestra di Ilaria si apriva. (Un tronco gli permetteva di vedere non visto.) Ilaria apparve lass. Le braccia nude mandavano raggi, lei batt le mani come un bambino; poi rivolgendosi a qualcuno che doveva trovarsi alla finestra di contro, Ilaria grid: Domani mi sposo, domani mattina, sono troppo felice. Poi si mise a cantare. Allora a Canuto manc il coraggio. Appena Ilaria si fu ritirata, Canuto fugg, raggiunse il paese vicino, di l mand a lei una lettera d'addio e a precipizio di treno in treno senza lasciare traccia di s, arriv a un porto, s'imbarc, fu in America, e vi rimase per cinquant'anni. Per qualche tempo non aveva pi saputo nulla di lei. Due anni pi tardi un suo compaesano, arrivato anch'egli oltremare a cercar fortuna, gli disse che Ilaria era stata qualche tempo in pericolo di vita, poi entrata in una pazzia dolce, ch'era creder sempre d'essere alla vigilia delle nozze. Questa demenza l'aveva salvata. Pi tardi i pochi parenti che Canuto aveva lasciati in paese, uno dopo l'altro morirono. Poi erano passati altri anni, o decenni. All'et di settantacinque anni ecco Canuto torna al paese. Pensa che Ilaria ha ora settantadue anni. Forse morta. La stazione del paese era nuova, nuovo l'albergo in cui Canuto discese (e nessuno riconobbe il suo nome) nuove le vie che la mattina dopo egli a caso percorse: non trov pi la casa ov'era nato e aveva vissuto fino ai venticinque anni. Passato mezzogiorno Canuto travers l'ultima parte del paese verso monte; usc verso la campagna ov'era un piccolo gruppo di case una delle quali era stata la dimora d'Ilaria. Quella regione era immutata. A Canuto batteva il cuore. S'avvicinava, ed ecco gli apparve quella finestra. Sent il cuore gonfiarsi, la gola dolere. Vide il paracarro mozzo ove l'ultimo giorno s'era seduto e non visto aveva veduto lei per l'ultima volta. Vi sedeKe; nascosto dal vecchio anfratto fiss lo sguardo verso quella finestra. Non sa quanto tempo vi sia rimasto. Forse pochi minuti, in mezzo al sole di maggio, con gli occhi l fissi; quando s'ud rumore e la finestra si aperse. E una fanclulla vi apparve, e Canuto a stento si trattenne dal gridare "Ilaria!". Era bellissima, le trecce nere pareva dovessero bruciare a toccarle, le braccia nude mandavano raggi: Ilaria di allora. E lei baK le mani come un bambino. Poi volgendosi a qualcuno che doveva essere alla finestra di contro, lei grid: Domani mi sposo, domani mattina, sono troppo felice. E si mise a cantare. Canuto prem le mani sugli occhi come per rimandarli in fondo: pleno di paura guard ancora. Lei. Poi ella si allontan, rientr nella stanza, e ancora arrivava il suo canto pieno di allegrezza. "Non allucinazione" pens Canuto. "Una figlia di Ilaria, certo. Il prodigio soltanto che si sposi domani, che

lo annunci di l come lei di allora." Si scosse, s'impose di stare calmo. Sal, busso all'uscio con franchezza. Venne ad aprirgli la fanciulla. Anche da vicino la somiglianza era straordinaria. Lui sbito come s'era preparato disse: Sono arrivato ora... sono un vecchio amico della famiglia... La fanciulla lo interruppe e senza maraviglia e con gran letizia gli disse: Oh entri, entri, lei venuto per le nozze, grazie grazie, Si accomodi, sono tanto felice. La stessa voce, gli occhi, non un tratto cambiato da quelli dell'altra, la nonna. Domanda: Lei, signorina, come si chiama? La fanciulla con maraviglia risponde: Non lo sa? Ilaria. Anche il nome, della nonna. Canuto si sente impallidire Vorrebbe sapere se la nonna viva ancora. Domanda Lei quanti anni ha, signorina?. Ventidue. Come ha saputo che sposo domani? Invece di rispondere, lui fa una strana domanda: Come si chiama il suo sposo? Ilaria s'illumin tutta: Ha un nome bellissimo, il nome di un gran re, un re antico, della Danimarca: si chiama Canuto. Canuto s'aggrapp forte a un bracciolo della poltrona, un rombo cupo gli cinse la testa. La fanciulla non se n'accrse, leggera come una nuvola moveva per la stanza, corse a una delle finestre, onde a torrenti entrava il sole, e di l gridava a qualcuno: Domani mi sposo, domani mattina poi si ritrasse nell'altra stanza cantando. Un uscio s'aperse ed entr una donna anziana. Canuto disse balbettando: Sono un vecchio amico di casa, vengo da lontano, mancavo da... tanti tanti anni... La famiglia... Oh signore gem la donna non trova pi nessuno della vecchia famiglia, tranne lei (accenn col capo all'altra stanza onde arrivavano le note pi acute del canto di gioia): io sono una nipote lontana, fin da giovane sono venuta a star qui con la zia, per curarla... La zia? S, zia Ilaria, L'ha vista? Tanti tanti anni fa ha avuto un gran dolore: il fidanzato l'ha abbandonata il giorno prima delle nozze, lei impazzita. Ma questa?... questa giovineKa?... Oh zia Ilaria, ha settantadue anni, non s' mai riavuta, da quel giorno, sono passati cinquant'anni, crede sempre d'essere appunto a quel giorno, alla vigilia di sposarsi; per questo pare che abbia ancora quell'et che aveva allora: non so spiegarle...

Canuto non rispose; e tremava. Se n'and; non si volt pi a guardare la finestra d'Ilaria, Ilaria che aveva saputo fermarsi, Ilaria che, sopprimendo in s il tempo, sola aveva scoperto il disperato segreto della giovinezza. /:/LUNARIE. In un treno che correva stavano seduti, una in faccia alL'altro, una donna ancora giovane e un fanciullo di undici anni. Non si conoscevano. Neppure si guardavano. La donna non guardava il fanciullo perch il suo spirito era corso da inquieti pensieri, il fanciullo non guardava lei perch si vergognava di non essere ancora un uomo. Invece guardavano tutti e due la campagna, che fuggiva con lunghe file di pioppi. I vetri erano aperti e l'aria brillava sui prati. Marcello vedeva lontano apparire e sparire cavalli, c'era anche ogni tanto un gran bove. Quella vista lo distraeva un poco da un cruccio grande che fin dalla partenza lo stava tormentando. Gli piaceva scoprire i fossi che rigano l'erba e si perdono. Aveva voglia di mettersi in ginocchio sul sedile per affacciarsi meglio, ma ricord che a quel modo non stanno in treno che i bambini. Sent la donna muoversi, e senza pensare, si volt e lei che s'era levata in piedi. Aveva sul volto un velo, e questo a Marcello parve una cosa importante. Ma ella sbito si gir, e smovendo le cose sue sulla reticella spost una piccola valigia, butt sul sedile un libro e una rivista illustrata. Accanto alla valigia era una sacca, una pelliccetta, un involto di carta velina; lei apr e richiuse due o tre volte la sacca, prese in mano per un momento l'involto e sbito lo rimise ove gi stava. A Marcello piaceva vederla con le braccia alzate. La donna, quand'ebbe finito, riprese a guardare la campagna. Era rimasta in piedi, solo appoggiando leggermente un ginocchio sull'orlo del sedile. Marcello ammir la posa, desider molto di stare col ginocchio a quel modo, ma bisognava pensarci prima di lei. La donna fissava la pianura con tanta attenzione, che Marcello si sporse per vedere se vi fosse apparso qualche cosa di nuovo. La pianura era vuota. Marcello si sent sconsolato. Si richiuse in s. Si rattrapp nel suo angolo e con gli occhi bassi si rimise a pensare a quel grosso dispiacere. Il dispiacere era questo: Non so se tutti abbiano presente l'aspetto di certe foglie curiose che in linguaggio botanico han nome lunarie; in qualche paese il popolo le chiama soldoni del Papa altrove viole di notte. Una volta le signore usavano tenerne a fasci in vasi nei salotti; e ho detto foglie, ma foglie non sono: sono una specie di scheletro che rimane del baccello dopo che la parte carnosa deperita. Hanno steli leggeri, carichi di quei dischi sottili che paion lamine di pergamena, diafani come membrane d'un colore pallido davvero lunare. Ogni disco termina a punta di cuore, in

cima alla punta sporge ancora una minima fibrilla dritta come i ciuffetti dei bambini di pochi mesi. Nel salotto della casa di Marcello era uno stipo in cui la madre teneva molte cose care, e sopra lo stipo fotografie, e davanti a una di queste un vasetto con una frasca, una sola, di lunaria. Marcello l'aveva esaminato molte volte: il ramoscello si divideva in due gambi e ogni gambo in pochi steli; ognuno con la sua foglia, cinque foglie in tutto. Un giorno la frasca era caduta, le vecchie foglie s'erano sbriciolate. La madre di Marcello - non so per quale suo motivo patetico - s'era molto disperata alla perdita della frasca di lunaria: sper con passione di sostituirla con una nuova, ma in paese non se ne trovarono; da quattro mesi SOSplrava. Quando Marcello al principio delle vacanze fu mandato per otto giorni ospite in una famiglia di amici nella grande citt, egli aveva promesso solennemente di cercare qualche ramo della preziosa pianta e portarlo alla madre. Ma in quella settimana s'era tanto divertito qua e l, che aveva scordato la promessa. Se ne ricord di colpo solamente quand'era gi in treno per ritornare, e il treno s'era mosso e i fazzoletti degli amici stavano scomparendo alla sua vista. Marcello si sent venir meno di vergogna e di rimorso. Divamp dentro in una gran collera contro se stesso, poi s'abbatt. Scomparsa ogni immagine di felicit, la settimana trascorsa gli apparve un agitato abisso di colpa. Riudiva i sospiri della madre davanti al vasetto vuoto, le parole di raccomandazione alla sua partenza, e vide la propria anima come un mostro nero. A un certo punto la stanchezza delL'inutile rovello gli indusse una specie di riposo; pot distrarsi guardando la campagna, e quella signora in faccia a lui salita Dio sa quando. Poi era ripiombato nella umiliazione. La signora si rimise a sedere, prese il libro e ne lesse qualche pagina. Marcello ebbe una gran curiosit di vedere il titolo. Lei ogni tanto sollevava un poco il volume: balenavano segni rossi e segni neri della copertina, non abbastanza per afferrare le parole. Pos il libro senza chiuderlo; si alz, tir gi la sacca e se la mise accanto, ne tolse un astuccio e una scatola di fiammiferi e dall'astuccio una sigaretta; appoggi sigaretta astuccio e scatola sul libro aperto. Perch non la fuma? Ora lentamente con le due mani ella sollev il velo dal mento in su fino alla linea degli zigomi: cos raccolto, il lembo del velo tagliava con una riga nera la faccia in due parti, stranamente. Marcello aspettava di veder accendere la sigaretta. Invece la donna s'alza di nuovo, prende dalla reticella quell'involto di carta velina, lo posa gi tra la sacca e il libro. Risiede, si mette sulle ginocchia la rivista illustrata, la apre senza guardarla. Marcello s'interessava come al cinematografo. Ogni tanto, accorgendosi di guardare con troppa attenzione,

si riscoteva; ma l'altra non poteva accorgersene, il suo sguardo era sempre pi distratto verso cose lontane. Il sole s'era fatto alto nel cielo e mandava onde di sopore sopra la terra. A Marcello due o tre volte il mento scese ad appoggiarsi sul petto. Chiuse le palpebre e gli parve d'essere affacciato al finestrino e vedere tutta la campagna fiorita di lunarie. Si risent a un rumor minuto, alz il capo, vide che la signora aveva preso l'involto e lo stava lentamente svolgendo. Tese lo sguardo. La signora fin di togliere tutta la carta, e apparve un gran fascio di lunarie Marcello fu per gridare di maraviglia e di gioia. Forse un attimo pens di sognare ancora, ma non sognava. Quante! Forse trenta, forse cinquanta rami, come si fa a contarli? Il cuore cominci a battergli forte. Batteva a quel modo perch in fondo a lui era nata un'idea: io debbo chiedere alla signora che mi regali uno di quei rami Poi il cuore si chet perch l'idea era diventata risoluzione e quando si deve operare necessario sopra ogni cosa essere calmi. La signora sollev per un momento il gran fascio, lo scroll leggermente: a lui parve sonassero cento campanelle, il treno diventava una festa da ballo. Ora ella teneva in una mano il mazzo, nell'altra la velina, e tutta abbandonata sullo schienale guardava alto e lontano; certo non pensava pi n alla carta n ai fiori. Intanto Marcello si domandava con quali parole avrebbe cominciato il discorso. Per esempio: "Signora..." e poi senza lasciarla rispondere, in fretta, dire tutto, confessare tutto, infine chiederle uno, uno solo, un rametto da portare alla mamma. Certo lei glie lo dar, su questo non c' dubbio; la cosa difficile sapere quando, in quale momento, si deve cominciare a parlare. Venuto il momento, basta dire quella prima parola: "Signora..." e lei volter la testa dalla mia parte e star a sentire. Anzi meglio che la testa la abbia gi voltata, che abbia finito di.guardare lass. Dove guarda? La signora parve ubbidire, perch abbass lo sguardo. Se in quel percorso anche per un solo istante gli occhi di lei si fossero trovati nella direzione di Marcello, la cosa era fatta. Non importa, certo il momento sta per maturare. Ma la scena cambi un poco: lei ha aperto le mani, ha abbandonato sul sedile da una parte il mazzo, dall'altra la carta velina. Perch non fuma quella sigaretta? Niente. Marcello si mette a fissare le lunarie, le tiene ferme con lo sguardo, gli pare che se ne distoglie gli occhi quelle spariscano. Ancora, come gi prima, gli nasce il timore di stare guardando troppo sfacciato; ma subito si risponde che ora un'altra cosa: anzi molto meglio ch'ella se ne accorga, che lui guarda i fiori: forse allora ci penser da s a offrirgliene uno. Oh questa sarebbe la cosa pi semplice. (Come, o Marcello, ti lasci sfuggire la sicurezza dell'azione.) Basta un poco di pazienza. Forse lei ha intenzione di mettere i fiori nella sacca, o in quella valigia lass; ma sono troppi, non c'entrano tutti: quando far

per metterli dentro, io molto gentilmente m'offrir d'aiutarla, e qualcuno rimarr fuori: "Questi tienli per mio ricordo" mi dir; e io: "Grazie, signora". Marcello fu contentissimo di questa soluzione. Gli ci volle un bel po'per accorgersi ch'era tutta una fantasia. Ora Marcello si sente la testa piena di nuvole. Ma la signora torna alla vita. Prende un fiammifero, prende la povera sigaretta che aspettava da tanto tempo. Oh se Marcello avesse avuto dei fiammiferi in tasca: i grandi in questo caso si precipitano. Se l' accesa da s. Forse il momento. La nuvoletta di fumo azzurro che arriva quasi in volto a Marcello, pare un soffio del Paradiso. il momento. Marcello ha aperto la bocca: Signora.... Lo ha detto, o solamente pensato? non sa bene. Forse la voce non uscita; proviamo pi forte: Sign... ma in quel momento lei d'improvviso s' tolta di bocca la sigaretta e con violenza l'ha buttata dal finestrino. Il gesto fu cos brusco che lui se ne spavent. Ma che ha questa donna? certo era in un momento cattivo, e allora una vera fortuna non aver` parlato. La signora alza le mani al volto, si toglie del tutto il velo, lo appoggia sul sedile con un gran sospiro. Siamo ancora in alto mare. Invece ora la signora prende in mano i fiori e li guarda. Certo vuol bene a quei fiori, ma uno, uno, me lo dar volentieri. Non c' che parlare. La signora alza il volto. Forse parla lei. La signora tutt'a un tratto, con la stessa violenza con cui aveva buttato la sigaretta, butta dal finestrino tutto il mazQuando dopo tanti anni Marcello raccontava il suo dramma lontano, ebbe a confessare che ripensando quell'assurdo attimo pot capire che cosa vuol dire impietrarsi. Non sa quanti minuti rimase statua. Poi si trov in piedi, e un angosciato calore salendogli dal fondo arriv alla gola, che ruppe in pochi altissimi singhiozzi di pianto. Allora finalmente la signora si accrse di Marcello. Si chin verso lui, che anelava: lo tocc dolce sopra una spalla. Che cos'hai? Perch piangi? Marcello di colpo interruppe il pianto. Tacque un momento, poi arretrando d'un passo drammaticamente rispose: Non lo saprai mai! con accento cos misterioso ed energico, ch'ella ne rimase allibita e balorda e non si riprese se non dopo essersi accorta che il treno s'era fermato, lo sportello era stato aperto, il fanciullo scendeva tra le braccia di qualcuno che lo salutava gioiosamente: Marcello, Marcello!. /:/GALLO. Dalla campagna Luciano mand in regalo ai suoi amici un

bel gallo. Questi amici - nonno, mamma e Sandrino - erano a tavola, quando il gallo arrivato. L'annunzio lo ha dato Dolores con grandi grida apparendo scarmigliata sulla soglia della stanza da pranzo: allora tutti e tre s'alzano e corrono alla cucina per vedere il gallo. S'era rifugiato sotto l'acquaio. Ritto piantato immobile con tutto il corpo; ma il collo, e la testa col becco, movevano a scatti netti come coltellate verso l'una o L'altra di quelle persone umane che senza parlare stavano a guardarlo pigiate nel vano dell'uscio. Nemmeno Dolores parlava; ma lei non aveva paura, sorrideva soddisfatta, le pareva d'essere al paese. Voleva dire qualche cosa e non riusciva ad afferrarla, la timidezza dei padroni le pareva buffa. Finalmente il nonno pronunci: un gallo: in zoologia si chiama Gallus cristatus. Tanto bast perch Sandrino si scatenasse: con un grande urlo di guerra fece per correre al gallo; ma questo s'avvent d un balzo con tale impeto, che la madre con uno strillo afferr per una spalla Sandrino e lo tir indietro. Allora Dolores ridendo travers la cucina, mosse diritta all'acquaio e si chin sull'avversario, con movimento perfetto lo afferro con una mano per le zampe e trionfando lo sollev, che a testa in gi squassava il collo con le penne gonfie e due occhi rotondi che parevano di pietra. Dolores scintillava, e disse: Lo ammazziamo ora? Un fremito corse le tre persone strette tra gli stipiti: la madre trov sbito una buona ragione per calmare l'ardore di Dolores: Aspettiamo che lo veda il signore, torna domani in mattinata. S, s dissero quasi a una voce il nonno e Sandrino. Domani precis Dolores appena il padrone l'ha visto lo ammazziamo, cos sar buono per domenica a pranzo. Ma aggiunse sbito fino a domani mattina dove lo mettiamo? Dibattuti pareri varii fu accettato quello di Dolores, di metterlo in una piccola terrazza che in fondo al corridoio d'ingresso. Ve lo port sbito, lo assicur con una cordicella a una zampa - pi lunga, pi leggera raccomandava Sandrino - e torn alla sua cucina. Gli altri si soffermarono ancora un momento a guardare il bel gallo traverso i vetri. S'era piantato in mezzo alla terrazza. Immobile e splendido, pareva il centro del mondo. Luciano aveva avuto una strana idea, di mandare un gallo ai suoi amici di citt. Ma si deve scrivergli per ringraziarlo. La mamma and dunque a scrivere, Sandrino a fare i cmpiti, il nonno a dormire. Non credo fosse passato un quarto d'ora, che Sandrino in punta di piedi rifece tutto il corridoio per dare un'occhiata alla terrazza; ma vi

stava appena arrivando quando sent un frusco e si volt era la mamma, che aveva avuto la stessa idea. E i cmpiti, vagabondo? E la lettera, mamma? Ridendo tornarono ognuno al suo lavoro, a tempo per scorgere aprirsi l'uscio della camera del nonno. Ma quando fu l'ora della merenda tutti a buon diritto si ritrovarono alla soglia della terrazza a contemplare l'ospite. Ora il gallo camminava, impettito e triste. La piccola terrazza pareva diventata un cortile. In un angolo Dolores vi aveva posto un piatto con un po'di mangime, ma il gallo ancora non lo aveva toccato. Il nonno parl: Il gallo tra gli animali uno dei meno intelligenti. Si d molta importanza afferm Sandrino. Patetica sospira la madre: E ieri era libero in campagna, in mezzo alle sue galline. Sopraggiunse Dolores, e a sentir dire "galline", scoppi in pianto. Che cos'hai, Dolores? Niente, signora rispondeva la ragazza tra i singhiozzi non niente. Infatti di colpo smise di piangere, freg in fretta il dorso delle mani sugli occhi e domand: Gli tiriamo il collo o lo scanniamo col coltello? Gli occhi le brillavano. La signora s'affrett a dire: Ma domani, s' detto, domani. Il gallo avanti e indietro nel cammino grave, non aveva mai guardato ai suoi carcerieri. Il sole scendendo la curva del cielo venne a ferirgli nel bruno purpureo delle penne del dorso. Dolores apr la vetrata e il gallo al rumore si volt: allora i raggi gli accesero la cresta e i bargigli. Sulle alte gambe camminava, le penne della coda falciavano l'aria, quelle del petto si gonfiavano di grande ira compressa. La mamma disse: Vi pare possibile che una volta sia stato un pulcino? Un pulcino biondo. Anche il nonno volle parlare: Il gallo stato importato in Europa dalla Cina, parecchi secoli prima di Cristo. Pare che mediti qualche cosa sussurr la madre.

Dev'essere molto permaloso conchiuse Sandrino. Tutt'a un tratto il gallo con un lancio netto salt sopra uno sgabello di legno ch'era in un angolo. Dio! grid Dolores spaventata e si precipit a buttare il gallo gi dallo sgabello, e ritirare questo lontano dal davanzale. Con un altro saltino spiegava lei arriva l su accennava al davanzale ed bell'e scappato. Aveva ragione, perch erano a terreno e sbito sotto la terrazza c' un breve prato incolto e di l da quello un viale. Per fortuna me ne sono accorta; se non levavo di l quel panchetto, questa notte fuggiva. Il gallo guard Dolores, prima con uno poi con l'altro occhio. Pareva che la guardasse non con la pupilla ma con la macchia bianca che aveva sotto l'orbita. Poche ore pi tardi l'ombra cal rapidamente sulla terrazza e sul gallo che non aveva neppure assaggiato il mangime pronto nel platto. Manger questa notte. Lo sa, che manger per l'ultima volta? Poi tutti cenarono in silenzio e andarono presto a dormire. La mattina alle sette, come tutte le altre mattine, la famigliola si trov puntuale nella stanza da pranzo per la prima colazione. Buon giorno buon giorno buon giorno. Certo evitavano di guardarsi l'un l'altro. La prima colazione la preparava sempre la mamma perch Dolores esce per tempo alla spesa. Non so perch, quella mattina il caff e latte dava alla mamma molto pi da fare che le altre volte. Ma c' una cosa ancora pi strana: nessuno dei tre pensa di andare a dare il buongiorno al gallo. Nessuno ne parla. Invece Dolores quando rientr affannata con la sporta gridava ho dovuto uscire tanto di fretta che non sono neppure andata a vedere se ha mangiato, e bisogna ammazzarlo a gozzo vuoto; a che ora arriva il padrone? e senza aspettare risposta corse di l. Intanto Sandrino lasciando a mezzo il caff e latte s'alz: scappo se no faccio tardi a, scuola e fil via sbattendo forte la porta, mentre il nonno brontolando ho dimenticato gli occhiali correva in camera. La mamma si mise a contare con grande attenzione i bicchieri che stavano in fila sopra la credenza. Il suo udito era finissimo: mentre contava avvert tutti i passi di Dolores per il corridoio, il rumore della sporta gettata sopra una sedia, altri due passi poi uno scatto di molla; Dolores

apriva la porta della terrazza. A questi piccoli suoni segu un attimo di silenzio immenso, poi lo strillo acutissirno di Dolores travers l'aria. Signora, signora chiamava; e fu di qua, afferr la padrona per un braccio, la trascin in fondo al corridoio davanti alla finestra spalancata, le addit la terrazza vuota, la corda rotta, il davanzale; singhiozzava: scappato, ha strappato la corda, io non volevo... ah! con un nuovo pi inumano grido s'era precipitata a fissare il pezzo di fune che pendeva da un ferro ma non strappata, tagliata, tagliata col coltello, o con una forbice, chi l'ha tagliata? non sono stata io.... La signora dolcemente si svincol, mostr di tendere l'orecchio: un momento, mi pare che il babbo stia chiamando e corse alla stanza del nonno, vi entr richiuse. Dolores si trov sola presso la finestra aperta, davanti alla terrazza abbandonata, alla corda tagliata: si sent sola nel mondo grande, pieno di persone strane, di cose che non si capiscono. Era spaventata come se avesse veduto le pareti della casa crollare per terremoto. Piangeva come se le fosse morta al paese tutta la sua famiglia. /:/L'ACQUA. 1. LA TAVOLOZZA. Madina era nata sotto il segno dell'acqua. Sua madre ancora la portava in seno quando la cacci di casa una inondazione, corse molte ore di notte in mezzo a gente impazzita. Di mano in mano intorno a lei la gente cadeva esausta ma la donna continuava a trascinarsi, inciampava, si rialzava, fin che si trov sola. Non sentiva pi urlare. Avvert il rombo remoto del fiume che aveva rotto la diga e travolto i campi e le case. Con l'alba si trov in un breve spazio deserto ai piedi d'una roccia: non c'era un segno di vita sopra la terra, anche dall'aria ogni creatura vivente era scomparsa; durava ancora lontanissimo quel rombo, ma forse non era che una eco rimasta in lei della paurosa notte. Il ventre le pesava orribilmente. Ora sent vicino un piccolo canto frantumato e limpido, vide che dall'alto della roccia balzava uno zampillo, scendeva diritto, pareva d'argento, il primo raggio del sole venne a rifrangersi in quello suscitando un barbglio. Presso la pozza che il getto aveva scavata nel terriccio, la donna s'accasci sull'erba e svenne. La svegli un dolore acutissimo. Quando fu passato, sgomenta si guard intorno. Il sole la accecava, ma come ella tentava di voltarsi, un'altra fitta pi straziante l'inchiod, le strapp il grido orrendo: udendolo si spavent. Una vampa le avvolse il capo. La donna riusc a chinarlo da un lato e gli spruzzi dello zampillo le arrivavano sul viso e le dettero un breve refrigerio; un nuovo spasimo pi dal profondo parve squarciarla. In questo modo era nata Madina sotto il segno dell'acqua terribile e dell'acqua innocente. Quando il sole fu a picco sulla radura, un boscaiolo passando trov la donna morta e la creatura che brancolava in mezzo al sangue. And a chiamar gente, le trasportarono

a una casa al prmclplo d'un gran bosco. La donna fu seppellita, la bambina rimase coi boscaioli. Vi rimase per quindici anni. I suoi genitori adottivi (ma lei li credeva davvero babbo e mamma) non riuscivano a farla lavorare n in casa n all'orto, finirono col lasciarla libera. Era sola in quasi tutte le ore del giorno. Girava per il bosco, s'arrampicava sugli alberi a scuotere forte le fronde, strappare le foglie e guardarle quanto girovagano prima di arrivare a terra. Correva da un albero all'altro e li abbracciava per vedere quale il pi grande. Qualche volta staccava dai tronchi pezzi minuti di corteccia, li adunava in piccoli mucchi, con qualche fiammifero rubato in cucina provava ad accenderli: la fiamma le faceva paura, ma lei s'esaltava all'odore del fumo. Di primavera errava lungo gli orli del bosco a cogliere violette e ciclamini ai piedi delle querce. Conosceva tutti gli insetti che popolano il fondo dell'erba. Scavava con le mani la terra molle per trovare i vermi: li carezzava, li buttava uno sull'altro divertendosi a vederli aggrovigliarsi poi li schiacciava e li rimescolava al terriccio. Alle prime piogge Madina correva fuori per camminare sotto l'acqua felice di tornare a casa grondante; rifiutava di cambiarsi il vestito, s'asciugava al fuoco d'un grande camino ove la legna divincolandosi tra le fiamme mormorava e cantava. Ma pi d'ogni altra cosa le piaceva risalire il bosco, che copre i due versanti di un'altura, fino a un punto scosceso ove scaturisce di sotto certe rupi nere un ruscello e si fa strada tra le radici nodose delle querce, poi piegando verso oriente fugge a nascondersi nel folto gi per l'alto declivio. Con questo ruscello Madina aveva fatta molta amicizia. Di primavera e d'autunno gonfio d'acqua, lei vi teneva immerse le braccia e le gambe, ne toglieva i sassi pi grandi per farne pi morbido il letto. A poco a poco il ruscello diventa povero, d'agosto ridotto a un filo e Madina s'immalinconiva a vederlo cos miserando: buttata gi appoggiava l'orecchio alle pietre brucianti per sentire i gemiti della poca acqua sul fondo. Per molto tempo non conobbe del ruscello altro che quel tratto a sommo dell'altura. Aveva quasi quindici anni quando un mattino all'appressarsi d'autunno, che non c'erano pi fiori ai piedi degli alberi e gi qualche foglia cominciava a cadere ma la luce era morbida e tiepida l'aria, Madina ebbe curiosit di vedere dove il suo ruscello finiva. Lo accompagn discendendo a salti tra le querce di svolta in svolta tutta l'altra pendice, con esso sbocc, finito il bosco, a un prato in piano che termina a una roccia; il ruscello traversa il prato e la roccia, e di l precipita nel vuoto. Madina si butt distesa sulla roccia lungo l'ultimo tratto del ruscello sporgendo la testa a guardare in gi come il getto scendeva diritto tra bagliori d'argento fino a un breve spiazzo acquitrinoso, si frangeva e gorgogliava nella pozza che vi aveva scavata. (Madina non sa che lei nata laggi, quegli spruzzi hanno dato un refrigerio a sua madre quando moriva nel darla alla luce.) Poi si gir supina col viso all'immenso azzurro rischiarato

dal sole che cominciava a levarsi sull'orizzonte. Si volt verso il sole, i raggi ferendola nelle pupille non le facevano male. Si rivolse dall'altra parte, e rimase immobile per la maraviglia vedendo d'improvviso in mezzo alla luce una cosa stranissima. Di fianco al prato ch'ella aveva traversato inseguendo il ruscello, corre una lunga siepe oltre la quale si stende un'altra pianura erbosa: in mezzo a questa, a pochi passi da un gruppo di piccoli arbusti, si vedeva di spalle un uomo posato sopra un minuscolo sgabello davanti a un cavalletto. Lei per veder meglio si lev a sedere, poi in piedi; fu certa che quella cosa era un uomo, per la forma della testa che s'alzava e riabbassava a scatti, e per il muovere del braccio destro e della mano, che stringeva un pennello e lo menava disperatamente sopra una tela appoggiata sul cavalletto. Madina, che non capiva, piena di curiosit si mosse, raggiunse la siepe e la scavalc, e piano pianissimo arriv alle spalle dell'uomo. Scopr ch'egli teneva infilato il pollice della sinistra nel buco d'una tavoletta sghemba sparsa di maravigliosi colori; ogni tanto intingeva il pennello in uno di questi colori della tavolozza poi alzava di colpo la testa e guardava lontano, ma lei non riusciva a scoprire dove guardasse. Lui riabbassava la testa in fretta e riprendeva a intingere e spennellare. Madina cominci ad annoiarsi, si chin a cogliere un filo d'erba, e in un momento che l'altro stava intentissimo a collocare con la punta del pennello una macchiolina di bianco in mezzo a una chiazza di verde scuro, con l'erba gli solletic per un attimo l'orlo dell'orecchio. Colui brontolando, senza voltarsi alz e agit dietro s la destra col pennello a scacciare l'immaginario insetto, e si rimise al lavoro; dopo un minuto, mentr'egli continuava con gran diligenza a schiarire il suo verde, Madina ripet lo scherzo. Il pittore imbestialito balz in piedi, si volt, e vide la ragazzina. Rimasero per un momento tutti e due immobili, lui per stupore lei per un'improvvisa soggezione al vedergli quegli occhi spiritati. La soggezione pass sbito e Madina scoppi a ridere. L'altro impermalito le grid: Chi sei? con voce cos accesa ch'ella smise di botto, poi rispose: Sono Madina, ma tu che cosa fai? e additava nelle mani di lui la tavolozza e il pennello. Egli riaccomodandosi a sedere e indicando il quadro cominci a interrogarla: Vedi qui? S rispose Madina. E vedi l? Cos dicendo alzava la testa e col pennello mostrava in lontananza, alla. fine dei prati, verso i monti dell'orizzonte. S ripet Madina. E non t'accorgi che la stessa cosa? domand allora lui nervosamente riportando lo sguardo alla tela. No. Il pittore rimase in forse un momento, poi scotendo il capo spieg: Certo, qui sulla tela pi bello. Contempl con un sorriso l'opera, poi d'un tratto stizzito strillava: Mi fai perdere la luce, siedi l, e sta'zitta. Madina ubbid, s'accomod ben composta sul prato a fianco

al cavalletto, e cheta rimase mentre egli aveva ripreso il suo giuoco lnvasato. Nemmeno era pi tanto curiosa di capirlo. Carezzava l'erba, e vi scoperse un bruco: delicatamente lo colse e lo appoggi a un piede del cavalletto, con la testa in su: il bruco s'apprese al legno con tutto il corpo, ne scost la testa e la moveva da una parte e dall'altra, ma non si risolse a salire. Lei lo stacc e lo mise un poco pi in alto, il bruco riprese ad agitare la testa poi d'un tratto s'abbandon e cadde in terra. Madina lo pigli e se lo lanci dietro le spalle, si torse indietro per vedere dove arrivava ma il bruco era scomparso in mezzo all'erba. Madina ud un fragoroso sospiro e si volt. Era un sospiro di soddisfazione, il pittore stava guardando compiaciuto l'opera propria. Pronunci: Per oggi basta, la luce sta cambiando; con altre due mattinate finito. Madina si lev in piedi e and accanto a lui a guar-, dare: Che cosa finito? Il quadro. Che cos' un quadro? Questo rispose lui. Io sono un pittore, pittore paesaggista. Non capisci ancora, poverina. Quando sar finito capirai. Tornerai domani a quest'ora? Lei non lo ascoltava; mentre l'artista s'era alzato, e arretrato di due passi, rovesciando indietro la testa, contemplava il lavoro. Madina guardava incastrata alla mano sinistra di lui la tavolozza. Mi lasci toccare un momento? Che cosa? Quelli l. I colori? Che idea. Ma fai piano. Madina aveva appena sfiorato con la punta dell'indice un grumo vermiglio. Si guard il dito poi timidamente alzando gli occhi implor: Un'altra volta? Ma una sola. Piano. Lei aveva toccato, un po'pi a fondo, un poco di biacca. Ora basta. Via, pulisciti. Lei si guard il dito e fece per metterselo in bocca ad assaggiare quella cosa preziosa ma lui grid: No! veleno.

Madina spaventata s'affrett a fregarsi il dito tra i capelli. Trionfante lo mostr al pittore: Vedi, non c' pi niente. Se tornerai disse il pittore ti far il ritratto. Che cos'? Lui alz le spalle e disse: Aiutami. Tieni questo. Le consegn serio il pennello e appoggi delicatamente la tavolozza al piede del cavalletto. And all'arbusto su cui stavano appese la sua giacca e una borraccia, bevve un sorso alla borraccia e si gett la giacca sulle spalle. Si volt, e mand un urlo inumano. In quei pochi momenti ch'egli guardava dall'altra parte, Madina aveva intinto rapidamente il pennello un po'in tutti i colori poi lo aveva passato di slancio come una frustata sulla tela; i verdini i rosei gli oltremare della pittura si vedevano ora traversati brutalmente da una striscia biliosa tra il verdastro e il sanguigno. All'urlo di lui Madina gett il pennello e dette un balzo indietro, furibondo egli in due salti la raggiunse e le assest un poderoso schiaffo, ella senza un grido barcoll e coprendosi il viso con le mani cadde a terra e ivi rimase immobile. L'uomo si ferm di colpo. Aspett un momento poi tremando mormorava: Che hai? ma lei non rispose e non si mosse, accasciata gi col volto tra le mani e le ginocchia ripiegate.sul petto, solo si vedeva quell'esile viluppo dare qualche sommesso sussulto, non capivi se di pianto o di spasimo o forse d'agonia. Egli, senza ancora osare avvicinarsi, con le mani tra i capelli gemeva tentando di chiamarla: Ma... Ma... che cos'hai? lzati, non niente. Ma... Ma... e non riusciva a ricordare il nome. Allora disperato si precipit a raccoglierla, la sollev, era tanto leggera. Ora che l'aveva in braccio non sapeva dove metterla, dove portarla, che farne, chi chiamare in quella solitudine e rimaneva ritto l imbambolato tra il verde dei prati e l'azzurro del cielo. Mosse due o tre passi incerti per il prato, gli parve sentirla tra le sue braccia lentamente sgrovigliarsi. Sei viva? Lei spost un poco una mano sul volto e scopr un occhio. Oh sei viva, perdonami, dimmi bene come ti chiami; mi perdoni? Madina scoperse l'altro occhio poi tutta la faccia mormorando: M'hai fatto male ma sorrise. Lui felice la baci sulla guancia, poi sulla bocca e vi rest a lungo. A lei dava un poco fastidio, si scroil, scost la testa, disse: Facciamo la pace?. Lui guard

gli occhi di Madina, poi una volta di sfuggita il quadro sul cavalletto, poi di nuovo la faccia e il collo di lei, ed era tutto rimescolato. Senza deporla si mise a sedere sullo sgabello, con Madina sulle ginocchia, e balbett: S, cara, facciamo la pace. Madina alz le braccia per ravviarsi i capelli, a questo il panchettino si smosse e tutti e due ruzzolarono a terra ed ella gli rotol via dalle braccia e si lev sbito in piedi, gli porse le due mani per aiutarlo a rialzarsi. Rideva; lui era confuso e palpitava. Se vuoi che facciamo la pace disse Madina devi lasciarmi prendere in mano un momento quella cosa dei colori, come fai tu. Lui, tutto bianco in faccia, le avrebbe lasciato fare qualunque cosa. Le insegn dunque a fissarsi in mano e tener salda la tavolozza. Madina con quell'arnese passeggiando in su e in gi si pavoneggiava, lo reggeva a braccio levato come uno scudo. Si ferm dietro il cavalletto, si eresse, e di l tutt'a un tratto domand a gran voce: Tu come ti chiami? Grisante, il pittore Grisante egli rispose, e batteva le ciglia. Madina con un lampo malizioso negli occhi indietreggiando due passi quasi declamando grid: Attento Grisante, attento! E d'improvviso con un calcio gli scaravent addosso il cavalletto col quadro e voltate le spalle fugg via come un fulmine. Maledetta! url Grisante; liberatosi a stento dal cavalletto che gl'impacciava le gambe si mise bestemmiando a inseguirla, ma lei era arrivata alla siepe, d'un salto la scavalcava e agitando in alto la tavolozza si volt a lui e rideva e gridava: Questa mia, mia! e riprendeva la corsa. Egli fu alla siepe, che Madina aveva gi raggiunto il ruscello; si volt una volta ancora facendogli: Cuc... e sempre'pi veloce arriv al bosco e dentro vi scomparve. 2. LA VASCA. S'intende che la mattina dopo non torn al prato. Non arriv nemmeno al suo ruscello: anche aggirandosi a giocare tra le querce non s'allontanava troppo da casa, stava guardinga, a ogni rumore di frasca le pareva vedersi arrivare

addosso il pittore Grisante. Per disfarsi della tavolozza la gett in alto due o tre volte verso i rami fitti d'una quercia, fin che quella vi rimase impigliata. Dopo qualche giorno ella compiva quindici anni, e i suoi genitori adottivi, come da tempo avevano stabilito, la condussero alla citt vicina, la collocarono a fare i servizi in una casa di gente ricca. Arriv alla citt, un mezzogiorno di domenica, sopra un carrettone sgangherato tirato da un vecchio cavallo. Per tutto il viaggio, che dur pi di quattro ore, non aveva detto una parola. In piedi appoggiata alla sponda del carretto non perd mai di vista il suo bosco, che si faceva sempre pi nebuloso e lontano, fin che scomparve. Allora Madina si rannicchi sul fondo e non volle veder altro, chiuse gli occhi e continuava a pensare al ruscello, che dopo la fuga di quel giorno non aveva pi riveduto. Non era mai stata infelice quand'era quasi sempre sola, fin dai primi giorni conobbe alcune infelicit nella popolata casa dei Vitina. Erano una madre, un figlio, una nonna, due cameriere, un cuoco, un cane, due gatti. Il figlio aveva ventidue anni e si chiamava Alberico. Aglae, prima cameriera, aveva pi di quarant'anni e dominava ogni cosa, perch la nonna ottuagenaria stava quasi in perpetuo rinchiusa nelle sue stanze a studiare astrologia, e la madre di Alberico passava la vita a uscire e rientrare, forse cinque o sei volte al giorno e sempre in gran fretta, cos da rimanere in casa (tranne i giorni di licevimento) il solo tempo necessario per i pasti e per cambiare vestito ogni volta che tornava fuori. La seconda cameriera era addetta in modo esclusivo al servizio della nonna; cos che a Madina era destinato diventare l'aiutante in prima, il violino di spalla, il braccio destro di Aglae. Madina impar sbito che si deve ubbidire ad Aglae, e per conto suo strinse rapidi legami d'affetto con i gatti e soprattutto col cane. Aglae si stran molto trovando che Madina non sapeva far niente, ma vide fin dalla prima ora ch'ella imparava a volo ogni cosa. Le assegn e nei primi tre giorni le insegn le seguenti mansioni: rifare ogni mattina la propria camera e quelle della signora e del signorino; aiutarla a preparare la tavola; dopo ogni pasto rigovernare; correre, in mattinata, ad aprire la porta di casa a ogni suono di campanello (le scampanellate pomeridiane Aglae le serbava a s) e dire con grazia, a seconda dei casi: "la signora uscita", "s'accomodi", "non so se il signorino sia in casa", "Madama sta meglio ma ora riposa", "riferir non dubitl, e poche altre frasi del genere. (Nelle formule

riportate, L'epiteto di "signora" era destinato alla madre, di "Madama" alla nonna.) Il quarto giorno Aglae insegn a Madina una cosa molto importante: riconoscere le ore e i minuti sull'orologio a muro in sala da pranzo. Madina ne fu orgogliosissima (inVece le ripugnava rigovernare e se ne sbrigava ogni volta il pi rapidamente possibile). Al quinto giorno Aglae s'avvide che la sua aiutante, come le era arrivata digiuna d'ogni conoscenZa delle faccende di casa, cos non possedeva la menoma idea intorno agli usi e costumi del servaggio domestico. Quel giorno, finite sollecitamente le sue faccende antimeridiane e visto sul quadrante che mancavano ancora tre quarti all'ora del pranzo, Madina trov naturalissimo uscire per andare a prendere un po'd'aria. Era gi sulle scale quando la raggiunse prima la voce poi la persona stessa di Aglae. Tra strilli e rabbuffi Aglae rivel a Madina la dura legge per la quale una domestica non pu uscire per spasso altro che il pomeriggio di ogni domenica, e la rimand nella sua camera. Ma cap che la fanciulla aveva mancato per ignoranza, si lasci vincere da una tenerezza, e dopo cinque minuti guinzagli il cane e lo consegn a Madina ingiungendole di portarlo a passeggiare per un poco nella strada e tornare sbito. Madina contenta scese le scale e usc sulla via. Qui commise un altro errore: poich Fulvo la trascinava, Madina sganci il guinzaglio dal collare e lasci libero il cane; il quale prima la guard un momento con maraviglia, poi come un fulmine travers la via due volte, torn, salt, abbai, infine si mise a esplorare uno per uno gli stipiti delle botteghe. Intanto Madina contemplava intorno quelle case altissime e attaccate una alL'altra, le lunghe file di finestre, i veicoli neri e gialli, le vetrate che luccicano al bel sole d'autunno, la gente in su e in gi piena di fretta. Guardando di qua e di l, Madina scrse, non molto lontano ma dall'altra parte della via, sporgere da una cancellata un folto di chiome d'alberi. Si sent battere il cuore come chi approdato a una spiaggia straniera senta tutt'a un tratto parlare la propria lingua. Si precipit per traversare la via, Fulvo saltandole addosso le imped di finire sotto un veicolo che stava arrivando a gran corsa; passato quello, Fulvo and innanzi e ogni tanto voltava la testa, ella seguendolo si trov dall'altra parte; urtati non so quanti uomini e donne arriv davanti al giardino che l'aveva attirata. Il cancello era aperto e lei v'entr. C'era di l da quegli alberi un prato verde attorniato da una cintura di sassi bianchi, Madina vi salt dentro e si butt a rotolarsi sull'erba; Fulvo le fu sopra abbracciandola, ricominciarono insieme a rotolare ma l'ebbrezza fu breve perch chi sa da qual parte piomb su loro un uomo alto con un cinturone lucente e l'elmo in testa, che sollevati con una mano la ragazza e con l'altra il cane rimise lei in piedi e si ficc il cane sotto l'ascella tenendovelo stretto poi li port tutti e due fuori del prato. Tutto questo fu un attimo. L'uomo cominci a dire cose strane che Madina esterrefatta non capiva, diceva solamente: "Mi chiamo Madina, mi chiamo Madina"; L'altro riprendeva a parlare sempre pi forte e difficile, ma ecco arriva trafelata Aglae che

per prudenza aveva guardato dalla finestra e veduto la corsa del cane senza guinzaglio verso il giardino. Aglae parl a lungo con passione, fin che l'uomo scosse la testa e le riconsegn i due innocenti. Nonostante la disavventura di questa sua prima esperienza, Madina aspettava con ansia la domenica, quando secondo la legge di Aglae avrebbe avuto la libera uscita del pomeriggio. Venne la domenica, e pioveva; Madina per tutta la mattinata lavor felice pregustando il piacere di camminare in mezzo alla pioggia. Ma quando fu l'ora d'uscita si scontr con un'altra dolorosa novit. Le domandarono se possedeva un ombrello, lei si mise a ridere vedendo un cos buffo arnese in mano di Aglae. Ma per quanto ella npetesse che non temeva la pioggia, Aglae fu inflessibile e se n'and chiudendola in casa. Quelle furono le prime ore veramente infelici nella vita di Madina. Cinque ore lunghissime. Dalla finestra della sua cameretta vedeva la pioggia cadere rigando obliquamente l'aria, pi lucida sopra i fondi neri delle finestre, picchiando forte sugli orli delle terrazze. Spalanc i vetri, si rialz le maniche fino alla spalla e porse fuori le mani e le braccia per sentirvi battere i fili della pioggia. Trovata l s'ebbe nuovi rabbuffi dalla gente che rientrava; c'era anche il padroncino il quale rise molto della follia di Madina, e le guardava le braccia nude. Molto della notte vegli ascoltando crosciare nel cortile, poi la pioggia si calm, batteva pi piena e raccolta; a qualche attimo pareva stormire come le foglie, talora alitare come un tenue soffio di vento: canto pieno di spazio infinito e lontana campagna. Madina porgeva l'orecchio alle menome inflessioni di quella voce uguale e perenne, fin che s'addorment, e sognava il ruscello cadere dalla roccia sul piano in un folgorio di gemme. Quando si svegli s'udiva ancora, ma affievolito, un canto; aperte le imposte ella fu molto maravigliata vedendo che non pioveva pi: il pezzo di cielo lass era azzurro e l'aria schiarita dal primo sole. Ma il canto continuava e Madina sporgendosi scopr che veniva dal basso, non era una pioggia era una fontanella che gettava acqua di continuo in una vasca di pietra. Madina dall'alto le sorrise e cominci a vestirsi, mentre gi il canto vaniva, si nascondeva tra i crescenti mormorii della vita quotidiana che ricominciava sul mondo: vita quotidiana, malinconica e schiava. L'acqua stormisce qualche volta come le foglie; i prati gli alberi i fiori sono le prime creature dell'acqua. Madina nata sotto il segno dell'acqua, per questo ella soffre nella casa dei Vitina, ove stanno su per i tavolini molti oggetti rari che bisogna spolverare con cautela, ma nemmeno un fiore o una foglia. L'acqua va libera e allegra, quando vuole scavalca gli argini e corre gridando sopra la terra. Madina nella casa dei Vitina schiava e triste come acqua in un secchio. Invidi Aglae che ogni mattina preparava i bagni per

la signora e per Alberico. Qualche mattina si metteva a guardare ma Aglae la mandava via; lavorando nelle altre stanze si sforzava di sentire il suono dell'acqua che scendeva dai rubinetti. Aveva chiesto che le affidassero almeno una volta quel lavoro ma Aglae non volle, troppo presto, i padroni sono esigenti non facile imbroccare la giusta misura d'acqua fredda e acqua calda, eccetera. A Madina dava noia pensare che da un rubinetto possa scendere acqua calda. Un pomeriggio Aglae dov uscire per un'incombenza eccezionale, Madina rimase sola in casa. (La nonna e la sua cameriera particolare non contano, recluse nel loro appartamento pieno di carte celesti e globi e tavole formicolanti di numeri e segni.) Rimasta dunque sola, Madina non seppe dominare la sua brama; entr nel gabinetto del signorino; aperse, come aveva visto fare da Aglae, il rubinetto di destra. L'acqua scaturisce violenta, batte sul fondo del bagno, le lancia spruzzi gelidi sul volto. Madina vibrava. L'acqua cominci ad allargarsi sul fondo e coprirlo, di mano in mano che la vasca si riempiva il suono del getto era pi molle, ella per ravvivarlo appoggi una mano sotto la bocca del rubinetto e l'acqua sbito spargendosi a ventaglio torn allegra, mandava schizzi un po'dappertutto, schiamazzava e chiamava, Madina le rispondeva ridendo e non pensava pi a niente. Chiuse il rubinetto, in un lampo si sfil il vestito e rimase in sottanina: prima immerse le braccia nell'acqua e sbito le tolse alzandole in alto per vederle stillare; poi batteva di piatto con le palme su tutta la superficie liquida come fosse un tamburo; infine ebbra vi agit dentro mani e braccia rotandole come pale di mulino, e la guardava spumeggiare e se la faceva grondare sul collo, sulle spalle scoperte, non importa se la camicia e la sottanina si bagnano, Madina felice, a quell'allegria arrivato intorno a lei il suo bosco, crepitano le cortecce, le fronde cantano, la luce in terra si frastaglia sul verde dei muschi; cos che in tanta ebriet non sent un passo avvicinarsi, non sent l'uscio del gabinetto aprirsi, sent soltanto tutt'a un tratto due mani prenderla sotto le braccia e una voce spensierata chiamarla: Madina, che fai?. Madina mand uno strillo ma Alberico mettendole una mano sulla bocca lo ferm: Non gridare!. Ella piena di paura era sgusciata via dall'abbraccio di lui e a mani giunte accesa in volto implorava: Mi perdoni, non lo far mai pi, ma il padroncino non era in collera: Che c' da perdonare, sciocchina? stai ferma che t'asciugo io. Invece Madina in furia s'infilava il vestito, e singhiozzava: Dio, ora torna Aglae. A questo nome anche Alberico si sgoment per un momento: Zitta!. Stettero tutti e due immobili. La casa era muta, tutto il mondo intorno a loro taceva sospeso. Alberico riprese animo: Ma c' tempo, io so dov' andata, non pu ancora tornare, abbiamo mezz'ora, perch ti sei rivestita?. Madina ebbe un briv'ido. Vedi, sei bagnata e ti far male, spgliati. Madina si mise a ridere e rispose: Mi piace tanto. E il giovane: Perch stai cos lontana? vieni vicina a me, e le si appressava e fece per abbracciarla alla vita.

A questo punto, quello che accadde non fu un proposito, sia pure improvviso, della ragazza, che non sapeva e non ragionava; il primo scatto fu certo il portato d'una tradizione popolare arrivata a lei lungo le oscure eredit del costume. Quello che accadde fu rapido come il fulmine, e, nei suoi due tempi, senza trapassi. Accadde che Madina, come sent quel contatto fervoroso dell'uomo, prima ritrattasi di colpo gli lasci andare uno schiaffo, poi giocando in lei il ricordo inconscio del pittore che dopo schiaffeggiata la aveva presa in braccio e baciata, cos lei, ma sbito, gli and addosso e lo abbracci forte baciandola sulla bocca. Alberico accett senza turbarsi la doppia sorpresa e rispose al bacio; Madina neppure questa volta prov alcun piacere. Quando si furono staccati: Cos va bene le disse il giovane ma perch t'allontani? vieni, cara. Invece Madina s allontan d'un altro passo, e lui le si riaccostava ma tutt'a un tratto si ferm: Zitta! e tese l'orecchio, poi aggiunse precipitosamente: ilei, sulle scale, esci in fretta; la spinse fu,ori, si chiuse dentro a chiave. Madina sent aprirsi la porta di casa e vi corse, Aglae entrava guardando intorno con diffidenza. C' venuto nessuno? Nessuno. I padroni? rientrato il signorino; andato di l aggiunse Madina abbozzando un gesto verso le altre stanze. Comincia a preparare la tavola, presto. Mentre disponeva le posate, sent Aglae e Alberico parlarsi traverso fluscio del gabinetto ma non afferr le parole. Aglae la raggiunse, insieme finirono di preparare senza che nessuna delle due dicesse pi niente. Quella notte Madina s'addorment sbito, sogn che il letto le diventava un bacino d'acqua in mezzo ai prati e da una parte e dall'altra s'allungava a fare un ruscello, come il suo di lass, ma pi fragoroso. Invece Alberico stent molto a prendere sonno. Il giorno dopo la diffidenza di Aglae continu a vigilare. Alberico, che prima gareggiava con la madre nel passare fuori di casa il maggior tempo possibile, ebbe l'imprudenza di diventare proprio quel giorno il pi casalingo giovane della citt. Girellava di stanza in stanza, si guardava da Aglae, ma pi di una volta tent di stringere un braccio a Madina al passaggio, o di baciarla sul collo. Madina era indifferentissima a quella schermaglia; per puro glOCo un paio di volte lo carezz di sfuggita soavemente sul viso, cos come giocava con Fulvo o come si prendeva m grembo un momento, tra una faccenda e l'altra, i due gatti che venivano a strofinarsi alle sue caviglie. Tra queste inezie passava anche la seconda settimana del servaggio di Madina, la nuova domenica s'avvicinava. Ma era destino ch'ella non imparasse il piacere della domenicale vacanza. Il venerd, giorno decimoterzo di quel servaggio, trovandosi ella per un momento, di primo pomeriggio, a rassettarsi nella sua camera, ud sonare alla porta di casa, e Aglae che andava ad aprire. Madina qualche volta era curiosa: socchiuse l'uscio. E le arriv una voce

d'uomo un po'chioccia, che non le riusciva nuova, e s'alternava con quella autorevole della prima cameriera in un dialogo di cui ella da principio non afferr che qualche parola; ma gi le voci crescevano di forza e prendevan colore di battibecco. Ho detto insisteva la voce maschile un po'chioccia che vorrei parlare con qualcuno della famiglia Vietna. E io le ripeto rimbeccava quella di Aglae che qui non abita nessun Vietna. Ma sta scritto sulla porta; qui chi ci abita, allora? (Madina si forzava invano di ricordare quando mai ha sentito quella voce.) Qui ci stanno i Vitina, non i Vietna spieg Aglae, e ripet con sussiego: Vitina. Sia pure sia pure, voglio parlare col signor come dice lei, Vitina, va bene? Non esiste un signor Vitina. Come? C' solamente un signorino Vitina, ma non le serve. Che ne sa lei? un giovanotto, uno studente. E la signora fuori e Madama non pu ricevere; parli con me. L'altra voce tacque un istante poi replic: La prego di annunziarmi allo studente Vitina. Aglae si rassegnava: E chi dovrei annunciare? Basta che dica Grisante, il pittore Grisante, certamente egli conosce il mio nome. A quel nome Madina sussult. In un attimo ricord lo sfregio al quadro, L'ira di colui, la tavolozza rubata, la fuga, le minacce che la avevano inseguita fino al bosco; e llno spavento la prese; e una risoluzione: raccolse in furia le sue cose, seguendo con l'orecchio i passi di Aglae e dell'altro; quand essi ebbero percorso tutto il corridoio e svoltato verso le camere dei padroni, Madina rapidamente usc dalla propria, in punta di piedi trattenendo il respiro arriv all'uscio di casa, lo apr con cautela infinita, per non far rumore e non perdere tempo lo lasci aperto e si butt a precipizio gi per le scale, fin che fu sulla via. C'era poca gente, lei travers, arriv al pubblico giardino che gi conosceva, costeggi il prato, entr in un viale, ne segu la curva. Per il giardino non erano che poche bambinaie spingendo

la carrozzina col bimbo, qualche soldato errabondo, qua e l prati ancora e aiuole e cespugli; ma lei non s'attard a guardare, cammin sempre, quasi correva, fin che sbocc, all'altra uscita del giardino, in una piazza grandissima. 3. IL MONUMENTO. Ve la ritroveremo. Mentre ella col cuore in gola traversava in fuga il giardino, in casa dei Vitina si svolgeva l'incontro tra Grisante e Alberico. Signor Vitina pronunci quegli presentandosi io sono Grisante, sa, il pittore. Lietissimo. Di conoscermi, naturale. Sono venuto a cercare una ragazza, che in questa casa a servizio. Aglae? No, non si chiama Aglae; a quanto ho potuto appurare, si chiama Madina. Appurare? Lei non dunque suo padre? fratello? zio? No. E che diavolo ? Sono il suo maestro di pittura. Madina studia pittura! E debbo farle il ritratto. Non sto a esporle in qual modo io l'abbia un giorno smarrita. Segutane la traccia in tutti i dintorni, ne ho scoperta la famiglia; dice che due settimane fa l'hanno condotta qui; sono venuto, con la diligenza. Che viaggio! Poverino. E a che scopo? Perbacco, per insegnarle a dipingere. Bene, ora la chiamo e lei le insegna. No no, non si insegna cos, sui due piedi. Le occorre qualcos'altro? Comandi, signor mio. Mi pare di sentire nella sua vOce alcunch di beffardo. un'abitudine. Ripeto: che cosa le occorre? Riportarmela via con me. Questo no. Perch? Perch la mia fidanzata. Guarda'Anche la mia. Prima mia. Ma ora sta da me.

Ma a Madina io ho dato uno schiaffo. i Ma Madma ha dato uno schiaffo a me. Bene! Come vede concluse Alberico lei pu tornare a prendere la diligenza. A che ora riparte? Il pittore s'inalberava: Come debbo intendere le sue parole? Come l'espressione del mio pi vivo e sincero desiderio che lei se ne vada. Senza Madina? S'intende. Neppure vederla? Naturalmente. Grisante incroci le braccia e dichiar: Io non metto piede fuori di quella porta. Alberico alz le proprie e ribatt: Vuol dire che li metter tutti e due fuori di quella finestra. Stavano alzando le voci, ma improvviso, pi forte di esse, le interruppe uno strillo che veniva da una stanza vlcina; corsero fuori e sbatterono in una forma di forsennata furia, ed era Aglae, e gridava: Madina scappata, ha lasciato l'uscio aperto. Grisante in una sbita illuminazione battendosi la fronte grid: tornata al paese a cercarmi. E io ero qui! Alberico disse tranquillamente: andata a spasso, all'ora di cena rientrer. Aglae corse alla camera di Madina e ne torn sconsolata: No. Aveva una piccola valigia. L'ha portata via. Stabilirono d'uscire tutti e tre alla ricerca di Madina che non poteva essere arrivata molto lontano. Interrogati invano il portinaio e qualche ozioso che stava sulle porte vicine, Grisante voleva andare al posto di polizia, Alberico sosteneva che avrebbero trovato la fuggiasca nella prima trasversale a sinistra; ma Aglae tronc netto la polemica comandando: Seguitemi e li trasse verso il giardino dove quella volta l'aveva veduta entrare: Non conosce altro luogo in tutta la citt, certo passata di qui. Aveva ragione, ma rifatto esattamente il suo cammino (prato, viale in curva, aiuole) arrivarono alla gran piazza, sostarono appunto dove Madina aveva sostato, e non seppero pi per dove proseguire. Mentre guardavano in qua e in l costernati, dal giardino arriv al galoppo Fulvo. Dio! esclam Aglae non lo abbiamo visto uscire, non ha la museruola e tent di afferrarlo ma lui con molta grazia faceva un salto indietro e la guardava, e senza troppo allontanarsi da loro seppe mantenere la propria indipendenza. Lascia andare la rassicur infine Alberico io sono amico del direttore del Canile Municipale. Torna a casa a Madina pensiamo noi, se non la troviamo qui attorno andremo al Commissariato.

Liquidata Aglae, dopo un momento di silenzio Alberico batt una mano sulla spalla di Grisante: Pittore. e mio rivale Grisante, laggi indic uno degli angoli della piazza c' un locale molto raccomandabile. Le offro un cognac rinforzato, mia invenzione. (N Aglae che ritraversava il giardino a testa bassa, n i due che raggiungevano la loro meta, si sono accorti che Fulvo se n' andato per conto suo chi sa dove.) Il locale formicolava di signore vecchie e signorine senz'anni. Riuscirono a trovare un tavolino libero. Alberico indicava a Grisante, che pareva smarrito, le poche bellezze galleggianti su quel mare di mostri. Per esempio quellg laggi a sinistra, la bruna; si chiama Luceria. Bel nome. Le piace? vuole che la faccia venire qui? No no. Perch ci siamo venuti? Non dobbiamo cercare Madina? Ma la stiamo cercando. Per trovare qualcuno, bisogna andare dove c' molta gente. Capisco, ma qui Madina non c', ho guardato bene. Bisogna saper aspettare. Cameriere, altri due rinforzati. Il tempo scivolava frusciando lungo le pareti della pasticceria illustre. Quando furono al terzo rinforzato Grisante si mise a parlare con disordine e abbondanza della propria pittura, delle mostre dove aveva esposto, eccetera. Ma lei lo interruppe Alberico lei non pensa che al suo mestiere. Non va. Io sono studente in legge, le sto forse a parlare del Diritto Romano, della Scienza delle Finanze? Entr una biondina con gli occhi storti. Alberico la chiam: Dori, avresti per caso incontrato da queste parti una ragazzina mal vestita con una valigetta in mano? No, proprio no. Allora vattene. E rivolto al compagno: Vedi che me ne occupo pi io di te? Perch ci diamo del tu, non vero?. Che cosa vero? oh s, verissimo. Allora, cameriere, altri due.

Questa volta tocca a me. Questi li ho ordinati io, ai prossimi penserai tu. Ma prima di arrivare a quei prossimi, il pittore tutt'a un tratto si mise a cantare a squarciagola. Tutta la sala si volt verso lui mentre Alberico gli metteva un tovagliolo sulla bocca e ve lo premeva forte. Che ti piglia? Andiamo via, tardi. Hai capito? Usciamo, andiamo a cercare Madina. Madina. Mi senti? a Madina qui proclam l'altro qui c' tanta gente, dove c' tanta gente c' Madina, guarda quella, e quelL'altra l, ma anche quell'altra, tante tutte, e allora altri due rinforzati, li offro io, e cantiamo con la gente, cos Madina passa e sente, entra per vedere chi quello che canta, presa! bene, a maraviglia, a pennello, altro che pennello, pensa che le ho regalato una tavolozza, cos con quella tavolozza domani facciamo il ritratto a tutte queste donne poi guardiamo ai ritratti e vediamo sbito quale Madina, ma come si fa per la tavolozza? Le ultime frasi della tirata, che cominciata in violenza finiva piagnucolosa, furono pronunciate all'aperto perch mentre lui vociava e gemeva Alberico lo aveva afferrato per un braccio e tirato fuori e cos quasi di peso lo port fino all'ingresso d'un grande edificio che sorgeva poco oltre: L'Albergo del Leone. Alberico teneva al Leone una camera per quando gli faceva comodo passare qualche giorno e notte fuori di casa. Consegn Grisante a un facchino: Tieni e comand al portiere: Fammi preparare la mia camera per questa notte, e fai portare quel sacco additava Grisante in un'altra e buttare sul letto, al resto provveder Madre Natura. E dammi da scrivere. Da buon figliolo, per non far stare in pensiero i suoi cari Alberico mand loro un biglietto, avvertendo ch'era partito per un paese vicino con un amico cui stava per morire la madre, e lui non aveva cuore di lasciarlo andar solo. Che fa intanto Madina? Di fronte a quella gran piazza Madina s'era fermata. Guard con paura dietro s ma non c'era nessuna Aglae e nessun Grisante. Era sfuggita al padrone della tavolozza che cerro veniva per riprendergliela e punire lei che l'aveva rubata, forse mandarla in prigione; ma ora, che fare? Guard la sua piccola valigia quasi per averne consiglio. Tuttavia, passato il primo sgomento, cera qualcosa in lei di soddisfatto, il cuore non le batteva pi tanto: ella era uscita, uscita per sempre, lo sentiva, dalla casa dei Vitina. Avanz, guard intorno, e trasecol: in mezzo alla piazza si ergeva in cima a una gradinata lunga un uomo immenso di pietra, a cavallo, con un altissimo pennacchio sopra la testa. A quella vista mirabile l'allegrezza torn piena nel cuore di lei; s'accrse d'essersi messa a ridere, cos da sola, mentre traversava e aveva raggiunto il monumento. Invece non era sola.

Seduta sul primo scalino della gradinata, una donna la stava fissando. Madina serlt quello sguardo; pensava di rivolgere la parola aha donnaquando qualche cosa di vivo le balz alle spalle: si volt spaurita, e Fulvo ora con i suoi salti gemendo di gioia cercava di raggiungerle il volto. Madina si chin e lo prese in braccio, si baciarono, lui le batteva le gambe con la coda, sfogarono a lungo l'allegrezza d'essersi ritrovati dopo tanto scompiglio. Quando le effusioni si furono un poco calmate, la donna dal gradino le rivolse la parola: Che cosa cercavi? Madina non seppe sulle prime come rispondere, ma trov sbito: Avevo perduto il mio cane, invece lui m'ha trovata, eccolo, lui. E dove vai, con quella valigina? Madina rispose: Non so. Dove stai di casa? Io non so niente ribatt con impaZienza Madina; e l'altra: Dove andrai a dormire questa notte?. Era una donna magrissima, senza cappello, con uno scialle grigio sulle spalle, e se lo stringeva davanti come se avesse freddo. Aveva due occhi neri che guardando bruciavano, grandi ombre le facevano grigia la faccia quasi come il suo scialle. Invece di rispondere, Madina a sua volta domand: Che cosa quello? e indicava il cavallo e l'uomo l in alto col pennacchio. il monumento a... non mi ricordo, che t'importa?, a un tale. A Madina, contemplandolo, pareva che il pennacchio di pietra a ogni poco s'agitasse, che la zampa del cavallo stesse per sollevarsi. (Fulvo era corso su per la scalinata poi ridisceso, ora sedeva tranquillo sul terzo gradino, dietro la donna.) Ho capito la donna riprese tu sei nuova della citt, hai bisogno di qualcuno che t'accompagni. Vieni con me, andremo a desinare, poi dormirai a casa mia. Madina contentissima stava per ringraziare, un dubbio la colse: Anche Fulvo? Che Fulvo? Il mio cane. S, manger e dormir anche il cane. Fulvo sentendo che parlavano di lui batt forte la coda sul marmo poi discese e s'accucci ai piedi Madina. Ma la donna s'alz: Prima di desinare debbo fare qualche commissione, vieni. Dalla piazza entrarono in una via maravigliosa. (Fulvo camminava guardingo, non si permetteva

divagazioni, quand'era in vista uno di quegli uomini col cinturone si nascondeva a tempo dietro le compagne.) Madina impazziva alle immense vetrine lucide, illuminatissime tutte sebbene fosse ancora un po'giorno, piene d'ogni cosa immaginabile al mondo: cascate di stoffe di tutti i colori, rutilare trionfale delle salumerie, follie di fiori che dietro il vetro cantano in coro; dalla pi piccola e rara pochi gioielli mandano fiamme; e cento ancora, tutte diverse, tutte avvampanti. E la strada piena d'un suono agitato in cui si mescolano clamori della gente, correre di ruote, chiamare di campanelle, frustate stridi rotolii e tutt'insieme ubriacano come fa il vino. Dov presto abbandonare quell'iriquieto paradiso, perch la donna svolt, in una strada pi semplice, senza vetrine, con portoni grandi e lunghi palazzi sulle cui cime la sera imminente posava vaghe ombre rosate; e da essa quasi sbito in una viuzza gi scura ove le botteghe erano piccole e nere con qualche lumino tremulo, da qualcuna usCivano le isolate voci d'una lima o d'un martello. Madina si sente ora infinitamente lontana dalla citt mirifica lasciata due minuti innanzi. La donna entr in uno di quegli stambugi, le consegnarono un paio di stivaletti rattoppati. Fino a quel punto avevano scambiato poche parole; uscendo dalla bottega del ciabattino la donna diceva: Non m'hai ancora detto come ti chiami. Mi chiamo Madina, e tu? Ursa. iun nome strano. Ci sono tante cose strane nel mondo. Tutte le cose che s'incontrano sono strane concluse Madina. Di nuovo svoltarono, la notte calava rapida, finalmente sboccarono in una piazza piccola. Siamo arrivate annunci Ursa. E presa da chi sa qual fantasia si ferm e domand: Se ti lasciassi qui, saresti capace di tornare a quella piazza grande col monumento? Madina non si spavent, rispose: Io no, ma tanto lo so che non mi lasci. No certo disse Ursa, e rise d'un riso breve e secco che si troncava sbito come cadendo in terra. A questo d'improvviso Madina s'immalincon, teneva fisso a terra uno sguardo inerte. Su, muoviti, che ti piglia? Si fa tardi, vedi, ci sono le stelle. Madina si scosse e alz su lei il volto incuriosita: Che cosa? dove?. Dove vuoi che siano? su nel cielo. Madina lev la faccia al cielo, la prese un capogiro, barcoll, e Ursa dov tenerla che non cadesse. Madina non aveva mai veduto le stelle. (Quand'era dal boscaiolo andava a letto al tramonto, presso i Vitina un poco pi tardi ma a questa stagione col primo imbrunire Aglae chiude puntualmente tutte le finestre.) Madina non aveva veduto mai il cielo di notte, lo spettacolo improvviso la sgoment. Aveva chiuso gli occhi; ancora tra le braccia di Ursa li riaperse, e circolando lo sguardo per la volta stellata, rapita mormorava: Come bello. Sono vere? Non lasciarmi, tienimi forte, Ursa. Ma che hai? stai male?

No, mi pare che se non mi tieni cado l in quel pezzo di cielo. Ursa disse: Andiamo. Ma le vedr ancora? Tutte le notti, se vuoi. Ci vengono tutte le notti? Entrarono in una taverna quasi buia, nera e fumosa. C'erano a una tavola due uomini, tre a un'altra, da una tavola all'altra si parlavano forte. Nell'angolo in fondo sedettero Ursa e Madina e mangiarono in silenzio, anche Fulvo ebbe la sua parte. Ora andiamo a dormire, sei stanca, chi sa come venivi da lontano, con quella valigina. Madina non rispose. Ursa si alz, Madina domand: Ci vuole molto?. Ci siamo, qui sopra. Traversarono al buio un cortile sassoso. Ursa su per le scale reggeva Madina per mano che non scivolasse. Nella camera erano due letti, ai due angoli opposti. Quello il tuo. Ursa si spogli rapidamente, prima di coricarsi mormor una preghiera e si fece il segno della Croce. Quando si volt vide che Madina s'era buttata sul suo letto senza spogliarsi e dormiva gi, con Fulvo sui piedi. La maKina dopo, svegliandosi che la camera era tutta chiara, Madina sulle prime ebbe un attimo di sgomento a trovarsi sola (con Fulvo) ma quasi sbito rientr Ursa: Quanto hai dormito, io sono gi stata fuori. Apr un armadio, vi prese qualche cosa, richiuse: Esco di nuovo, ma tra mezz'ora torno a prenderti, intanto ti porteranno il caff e latte. Se n'and, venne un ragazzo in maniche di camicia con il caff e latte, che Madina divise con Fulvo. Si lav alla meglio nella catinella di Ursa e si rassett un poco; quand'era pronta, Ursa rientrava. Andiamo. Il cane lo lasciamo a casa, per ora. No disse Madina risoluta. Fulvo deve star sempre con me. Per la strada, Madina era stordita. Non riconosceva le vie che aveva percorso la sera innanzi, seguiva Ursa come un automa. Le vie erano quasi vuote sotto il sole del mattino alto. (Fulvo andava avanti e indietro e ogni tanto interrogava Ursa con lo sguardo.) Ursa ruppe il silenzio domandando: Chi sa dov'eri tu ieri mattina a quest'ora?. Non ebbe risposta, non riusc mai a sapere da dove Madina fosse arrivata e come avesse vissuto fino all'ora del suo incontro con lei sotto il monumento. Madina disse solamente: Ieri? e non poteva raccapezzarsi che tutto fosse stato solamente dal pomeriggio di ieri; le cose poi che le erano accadute dal suo arrivo in citt, le sentiva quasi un vago sogno, o n passato lontanissimo, o forse faccende che le hanno raccontato di qualche altra persona. Quando furono alla strada dei grandi palazzi Ursa travers per avviarsi a uno dei portoni, ma si ferm a mezza via vedendo uscire di l un signore che fece qualche passo verso lei. Signor Conte gli disse. Era un uomo di mezza statura, sui cinquant'anni, molto ben vestito con un volto attento e gli occhi chiarissimi. Guard un solo momento Madina poi si rivolse all'altra:

Venivi da me?. Ursa lo trasse in disparte, Madina non afferr che qualcuna delle loro parole. Sanno di poco diceva il Conte con aria stanca ma figurano bene, poi riabbass la voce, non si ud pi altro che la breve risposta della donna: S'intende. Lui dette un altro fuggevole sguardo alla fanciulla, abbozz con la mano un saluto e se n'and. Chi era? Un amico rispose Ursa, e guardandola in faccia le domandava: Ti piace?. La faccia disinteressata di Madina neppure mostr di aver afferrato la domanda. Ursa aggiunse: Lo rivedrai domani alle cinque, ti vuole invitare a pranzo e forse condurti a teatro. Che cos'? domand Madina sgranando gli occhi. Ursa alz le spalle: Andiamo, abbiamo molto da fare tutt'oggi, se baster. Con pochi passi raggiunsero la strada che la sera innanzi aveva estasiato Madina, ma a quest'ora era tutta spenta Entrarono in una sartoria, furono avviate al piano ov'era un signore col metro in mano: parecchie fanciulle andavano e venivano ai suoi comandi. Furono fatti infilare e sfilare a Madina molti vestiti davanti a un grande specchio, Ursa commentava e sceglieva, Madina lasciava fare e pareva indifferente. Liberata dal sarto, cominci il giro delle compere: sciarpe cappelli guanti biancherie scarpe profumi, non finiva pi, dur il resto della mattina, fecero colazione in una latteria, continu nel pomeriggio; e la mattina dopo, perch era domenica, in casa della manicure e del parrucchiere; altra colazione affrettata: dopo la quale in una via solitaria che Madina non conosceva ancora non lontana dal palazzo del Conte, arrivarono a una casetta bianca a due piani. Ursa introdusse la fanciulla in un piccolo appartamento a terreno tutto mobili azzurri, tendaggi rosei, poltrone soffici. C'era una cameriera brunetta sveltissima e un domestico diritto e silenzioso. Questa ora la tua casa disse Ursa. Madina s'oscur: Davvero? e debbo fare i servizi come.... Il domestico s'era voltato dall'altra parte e la brunetta usc a ridere, mentre Ursa interrompeva: No Madina, casa tua, sei tu la padrona. E noi siamo qui a servirla, signorina disse la brunetta strisciando una riverenza un po'caricata. Madina per forse un minuto rest immota, poi si riprese e tranquilla si mise a ri,fare il giro delle sue tre stanze guardando meglio ogni cosa. (Fulvo lo aveva gi fatto per conto suo e ora annusava con diligenza l'orlo dei pantaloni del domestico.) La camera di Madina era tutta bianca e sul letto e qua e l per le poltrone stavano sparsi i portati della faticata di ieri, scatole, pacchi, vestiti. Madina s'accorse che c'era un usciolino, lo aperse e mand un grido di gioia alla vista della vasca da bagno. Poi disse ai tre, che aspettavano: Ma non c' un orologio alto per leggere le

ore?. Alle cinque Madina era pronta. E nessuno avrebbe detto che quello era il primo cappello della sua vita, il suo primo vestito da cittadina elegante. Arriv il Conte e le baci la mano poi glie la teneva un poco tra le proprie. Vuoi uscire con me? le propose con voce gentile t'accompagner dove vuoi, e a poco a poco ti far vedere la citt. Ora andiamo a far merenda. Per la strada nessuno dei due sapeva di che cosa parlare. Ogni tanto Madina voltandosi verso il Conte non lo trovava pi perch egli a ogni cambiamento di mano con passi da balletto le girava dietro per lasciarle la destra, fin che lei si mise a ridere. Ma quel cane domand il Conte tutt'a un tratto gira senza museruola? A mettergli la museruola spieg Madina si arrabbia e allora diventa pericolosissimo; non ci faccia caso, ci pensa da s a non farsi vedere. Ma devi darmi del tu, come io a te. Va bene. Ogni tanto le indicava un palazzo: Guarda, quello del pi puro neoclassico. Splendido diceva ogni volta Madina. Allo sbocco delL'ultima via: Oh grid qui sono gi stata, quello il monumento a un tale. Al Padre della Patria disse il Conte compunto. Erano arrivati alla pasticceria illustre. Entrarono e Madina s'avvide che tutti s'erano voltati a guardarli. Perch domand fermandosi sull'entrata tutti ci guardano? Zitta, fai le viste di non accorgertene, vieni dietro me. Il luogo era pieno di gente e parecchi stavano in piedi aspettando di aver posto, ma accanto alla vetrata c'era un tavolino libero, un cameriere vi accorse a ricevere il Conte e la sua compagna: Ecco il suo posto, signor Conte. E s'affrett a portare il t con un profluvio di piccole cose appetitose. Madina mangiava pasticcini e parte ne dava a Fulvo, il Conte le diceva ogni tanto qualche vaga parola chinandosi verso lei come le stesse facendo qualche confidenza importante. Tutt'intorno le donne e gli uomini conversavano vertiginosamente. Qui accadde una cosa impensata. Fulvo, dopo essersi bene rimpinzato di pasticcini e di zucchero, sbadigli, e stava per accomodarsi sotto il tavolino, quando a un tratto fiss verso il fondo della sala, punt un momento come se avesse scorto una quaglia, poi di balzo si mise a correre tra le gambe della gente fin che arriv davanti a due avventori seduti nell'angolo pi lontano, e rizzato sulle zampe posteriori appoggi le altre sulle ginocchia d'uno di quelli. Madina guard, riconobbe Albenco e Grisante. 4. IL SIPARIO. In quei due giorni erano diventati amicissimi. Grisante era stato buttato sul letto, nella camera del Leone verso le cinque pomeridiane del venerd; inutilmente il sabato al tocco, alle due, alle quattro, Alberico aveva tentato di svegliarlo a forza d'urli e scossoni: Grisante non si risent che dopo ventiquattro ore esatte di sonno. Esse lo avevano restaurato a perfezione. Finito d'assestarsi e rifocillarsi dichiar:

Erano ottimi i tuoi rinforzati, oggi la mia volta di offrire, ieri ero un po'distratto; andiamo dunque; domani toccher di nuovo a te. Ma allora non parti esclam Alberico abbracciandolo per la gioia. Certo che non parto, non stiamo cercando Madina? Mandarono alla stazione della diligenza a ritirare la valigia di Grisante. S'era fatto tardi, Alberico condusse il pittore a pranzare al Circolo, lo present ai suoi amici, lo inizi ai primi misteri del baccar. Alla pasticceria non tornarono dunque che la domenica, poco prima che vi arrivassero il Conte e Madina. Quand'ella era apparsa sostando un attimo sulla soglia, Alberico nonostante la sua trasformazione l'aveva sbito riconoSciuta e stava per dirlo al compagno (che dava di spalle all'entrata) quando s'accrse che dietro lei veniva il Conte. Non seppe trattenere una smorfia. Che hai? domand il pittore ti sei stralunato. Mi duole una mascella. Strano male, non ci fai niente? Aspetto gli eventi. Tu parli sempre in un modo curioso... ma dove guardi ora? Non ti voltare! comand severamente Alberico. Avrebbe voluto farsi vedere da Madina senza che il Conte se n'accorgesse, e temeva qualche grossolana imprudenza di Grisante. Grisante tent di rompere il disagio gridando: Cameriere, altri due! Fu quello il punto, quando Alberico si sent toccare sulle ginocchia e chin lo sguardo. Ma questo esclam il pittore il cane che... Non gridare lo interruppe Alberico s, Fulvo, da dove vieni? e rialz la faccia e vide Madina levarsi in piedi guardandolo e sbito rimettersi a sedere. Il Conte le aveva mormorato in fretta: Non ti alzare, non sta bene. Ma videro Grisante voltarsi di colpo e seguire con lo sguardo il cammino di Fulvo che tornava dalla sua padrona e la raggiungeva. In questo modo Grisante scrse Madina; ma non la riconobbe e si rigir verso Alberico: Chi sono quei due col tuo cane?. Finiscila, che t'importa? se non la smetti di agitarti ti pianto qui. Fulvo vedendo di non essere stato seguto da coloro ch'era andato a chiamare, di laggi si volt verso Alberico abbaiando. Tutta la gente guardava ora all'uno ora all'altro dei due tavolini tra i quali Fulvo aveva stabilito un cos inquieto rapporto, si commentava Madina, si sussurravano i nomi di Alberico e del Conte notissimi entrambi nel bel mondo. Alberico dal suo posto dov alzarsi a mezzo e abbozzare un inchino verso il Conte, che rispose con un cenno affabile della mano. Fulvo riprese ad abbaiare pi forte, Madina

sorrideva e si divertiva, il Conte era frastornatissimo ma faceva l'indifferente. All'insistenza di Fulvo Grisante di nuovo si volt; e poich ora Madina s'era messa a ridere lui d'improvviso la riconobbe. S'alz come un matto: Vittoria! url ad Alberico, e pi piano: Non sai, quella Madina, vieni e si precipit traverso l'arcipelago dei tavolini. Alberico borbottando tra i denti tutte le bestemmie che conosceva s'insinu dietro Grisante per sorvegliarlo. All'arrivo dei due Madina fece di nuovo per alzarsi, ma il Conte toccandola piano sulbraccio la trattenne. Buon giorno Madina grid gioiosamente il pittore, e tese la mano al Conte: Grisante, sa, il pittore Grisante. Il Conte sorrise e gli porse due dita da stringere. Alberico rivolse a lui un inchino e non guardava Madina, onde il Conte lo present: Vitina. Alberico s'inchin un'altra volta, Madina era confusa, Grisante scoppi a ridere, Alberico desider di ucciderlo, il Conte salv la situazione alzandosi e annunziando: Mi dispiace di non avervi avvistati pi presto, saremmo stati lieti di ospitarvi qui al nostro tavolino, ora abbiamo fatto tardi e Madina vuol rincasare perch aspettata. Certo disse lei pronta. Ma allora gem Grisante a Madina quando ci rivedremo? Un silenzio. E il Conte: Perch non inviti questi amici a colazione in casa tua per domani? e disse il nome della via e il numero. Sicuro dice Madina contenta. Grisante esclama: Benone!. Posso sperare aggiunge il Conte verso Madina con un sorriso d'essere anch'io della compagnia? Appena usciti si scus con Madina: Non potevo fare altro, lo capisci. Io non capisco mai niente rispose semplice Madina. Per tutta la strada non trovarono altro da dirsi; la accompagn fino alla soglia: A domani. Madina cen in casa servita da Brunetta che tentava di rallegrarla raccontandole qualche bella maldicenza, e and sbito a letto. "il terzo letto della mia vita, quello da Ursa per due notti non importa, ma chi sa se questo durer pi di due notti, aspettiamo a contare." Sentiva uno scontento nel cuore, una lenta pressione. L'atmosfera della vita si sta addensando intorno a ognuna delle sue ore. "strano che appena veduto Grisante non mi sono pi ricordata che ne avevo paura, ero scappata proprio per lui." Le risonava dentro di tanto in tanto l'ultima frase, che aveva detta al Conte "Io non capisco mai niente la sentiva ora come una definizione precisa di se stessa. "Dai Vitina si aspettava da me che rifacessi i letti e preparassi la tavola, qui che cosa aspettano? Dove sono i padroni?'Sei tu la padronam'ha detto Ursa. Padrona di che cosa? d'andar via? uno se padrone pu anche andarsene. Ma dove? e perch andarmene, se sono la padrona? ianche strano, ora che Alberico m'ha vista, ch'io non debba tornare l." Il tempo passato l non le appariva pi, come ieri, una cosa lontana confusa, era stato una condizione esatta; qui invece pare di camminare sulla terra molle. L s'era sentita qualche volta infelice, e sapeva di che; qui non lo sa, ecco il tormento. I confronti vanno costruendo in lei il dramma del tempo, in questo sentire Madina di minuto in minuto matura. Accetta il senso della necessit, necessit di guardarsi, ma da chi? che cosa c' da difendere? nato il genio dell'interrogazione:

solamente ieri, solamente questa mattina, tra tanto affaccendarsi di gente intorno a lei, non s'era domandata che cosa le facessero, perch le mettessero e levassero e rimettessero quei bei vestiti, le lisciassero le mani; mai: e vedi, passate poche ore, s' fatto il posto in lei per molto pi difficili domande. "Nemmeno la signora Vitina aveva tanti vestiti Oh, il mio di prima? E la valigina? certo rimasta in casa di Ursa. Perch Ursa non s' fatta pi vedere? chi era? chi l'ha mandata incontro a me ai piedi del padre della patria? (che cosa vorr dire padre della patria?). Se l non la incontravo, che cosa mi sarebbe accaduto, di meglio o di peggio? un pasticcio." Tutt'a un tratto presa da un ricordo tese l'orecchio a sentire se per caso vi fosse anche qui una fontana notturna come in fondo a quel cortile. Niente. "Certo questo letto grande il pi bello di tutti e tre, di tutti e quattro." Si carezz l'una con l'altra le mani che in due giorni erano diventate morbide e leggere, se le pass lentamente sui due lati del corpo, dalle ascelle al bacino, e s'addorment. La mattina dopo volle aiutare Brunetta a preparare il bagno, ma non ci provava, pi nessun gusto. Neppure della colazione si divert come aveva sperato. Pi di tutti parlava Grisante e si mise a raccontare il suo primo incontro con Madina e il furto violento della tavolozza (omettendo l'episodio dello schiaffo e del bacio). Sai, ieri, prima non t'avevo riconosciuta, poi di colpo appena ti sei messa a ridere ho sbito detto "Madina" e sai perch? perch quella volta, quando ti ho vista nel prato voltandomi, ridevi, proprio a quel modo. Ma mentre stava per proseguire narrando dove e in quale condizione la avesse poi ritrovata, Alberico abilmente lo interruppe cos che il Conte continuava a ignorare il passato della sua nuova amica. Una sola volta il giovane non arriv del tutto a tempo a fermare una innocente confessione autobiografica di lei. Grisante descriveva la sbornia del venerd; Madina, che ascoltava pensosa, usc a dire: Anche mio padre qualche volta quando scendeva al paese, s'ubriacava forte e poi per due giorni non riusciva pi a spaccare nemmeno un pezzo di legna, una volta che in cucina l'ho raccontato ad Aglae... e a questo nome accennava verso Alberico, il quale le tagli la frase rivolgendosi al Conte: Non le pare che la nostra ospite abbia qualche inflessione di voce esattamente uguale a quelle celebri della Barina?. Dov spiegare a Grisante chi la Barina: un'attrice che da giovane studiava canto poi invece s' data al teatro di prosa, con molto successo, ma da ultimo per due anni s'era ritirata a ristudiare il canto e questa sera per la prima volta in vita sua si presenta come primadonna al Teatro Grande: a cinquant'anni Ma sar un trionfo. Io non ci verr, non vado mai all'opera, abbiamo combinato una partita per questa sera al Circolo; voi certo andate, e mi racconterete. S, questa sera appunto rispose il Conte contavo che Madina venisse con me al teatro. Che cos' teatro? domanda Madina. Ma Alberico divagava: La Barina tenta il canto perch rende di pi, il giovane danzatore comincia a costarle troppo. O mala lingua dice il Conte scherzosamente. Dovete anche sapere aggiunge la mala lingua che Barina non un cognome ereditato, un vecchio soprannome accettato, lei da ragazzina serviva in un bar. E anche rincara il Conte perch ogni tanto

aiuta il giovane danzatore a barare. Alberico rise, Madina rivolgendosi a Grislnk ripet quella sua frase: Io non capisco mai niente. Ma Grisante: Non stavo attento, mi stavo torturando il cervello a domandarmi, come faccio da tre giorni, e ormli che siamo tanto amici me lo devi dire, da che parte mai eri scappata venerd, che per cercarti abbiamo fatto tutto il giardino e siamo arrivati.... O curiosi lo interruppe il Conte non dovete indagare, tutto il passato va dimenticato giorno per giorno; ma che passato? Madina la creatura senza passato, amici miei, ricordatevelo e fatto cenno a lei che s'alzasse, in pari tempo s'alz e chiuse la conversazione. Poco dopo, soli per la strada verso il loro albergo e silenziosi, d'improvviso Grisante domanda ad Alberico: Insomma, Madina l'abbiamo trovata o dobbiamo cercarla ancora dove c' tanta gente?. Sciocco. E quando la troveremo, di chi , mia o tua? Pagliaccio. So che cosa vuoi dire, vuoi dire che del Conte. Di quello meno di tutti risponde con sicurezza Alberico. Grisante pens un poco, poi: Sono anch'io come Madina, non capisco mai niente. Quella sera Madina usc dalle mani di Brunetta che era una maraviglia. Splendeva di bianco e d'argento. Arriv il Conte, si ferm eshtico sull'uscio, poi avanzando le prese una mano e vi pos un bacio leggero come una farfalla: Sarai certamente la pi squisita di tutto il teatro. Madina sorrideva e anche il suo sorriso era d'argento e mandava raggi. Possiamo andare disse il Conte. Brunetta ordin Madina portami Fulvo. Oh profer il Conte non possibile, proibito far entrare cani in teatro: no. Sebbene egli avesse.parlato in aspetto dolente, era nel leggero vibrare della sua voce un comando inesorabile. Per la prima volta Madina si separa da Fulvo. Va bene disse, e negli occhi le luccic una lagrima, e anch'essa raggiava. Il Conte rientr in estasi. Nell'atrio luminoso del Teatro Grande e su per lo scalone, tutti si voltavano a guardare Madina che pass semplice e tranquilla; gir un momento lo sguardo al viso del compagno, vide ch'egli era soddisfatto. Un giovinetto disse forte: Pare una fontana che cammina e la frase gir per tutto il teatro. Entrati nel loro palco, vedendo intorno l'immensa sala scintillare e i palchi avvampare di vesti d'ogni colore, seni e sparati di neve, acconciature fluenti e superbe, e dappertutto il folgorio delle gemme Madina si ferm abbagliata: con un turbine intorno ai capo rattenne il respiro. Quando si fu seduta, guard una volta ancora all'ingiro e sorrise al Conte: Come divertente, siamo tutti qui in cella come le api, vero rispose egli sorpreso e contento. E lei: Ora ho capito che cosa teatro, mi piace davvero.

No, Madina, questo che vedi soltanto il pubblico, come noi; il teatro l addit la parete di velluto rosso del sipario l tra poco avr luogo lo spettacolo. La sala era piena d'un brusio vivacissimo e vario, ma dopo qualche minuto si fece un silenzio: il direttore saliva al podio e alz la bacchetta, il silenzio divenne spaventoso. Madina palpitava. Squill l'orchestra, rapidamente la parete rossa si spacc in due e si nascose, apparve la scena ove una folla d'uomini impennacchiati attacc un coro impetuoso. In quell'attimo Madina si port di scatto le mani alla faccia s'alz e si volt, soffocando un grido fugg fuori del palco. Il Conte a precipizio la raggiunse: Che hai, Madina?. Madina con la faccia tra le mani balbettava: Non hai visto, l, quel vuoto, quell'altro mondo, ci verr addosso, ho paura. Ma lo spettacolo, vieni. Ho paura. (Per fortuna nel corridoio non c' anima viva) La prese per le mani frenando il proprio dispetto. Che cosa diranno? Vieni, ci sono io. Ella tremava come scossa da un gran vento. Finalmente si calm un poco. Vieni ora, non fare la bambina. Lei ora tendeva l'orecchio, tremava ancora, le arrivavano quelle voci violente come da una foresta sotto l'uragano. E un nuovo uragano sorse di l, ma non dalla scena: il Conte cap che la gente applaudiva l'entrata della Barina: Senti, ora il pubblico che applaude, contento, vieni, forse nessuno s' accorto di niente, vieni. Riusc a ricondurla nel palco, pallida come di cera. Al Conte non era mai accaduto niente di simile. Si rimise al suo posto e s'un agli applausi sporgendosi un poco in fuori Lei s'era fermata in fondo al palco. Fino alla fine rimase l rannicchiata e ogni tanto la correva un brivido; il Conte pareva attentissimo alla scena e quando il pubblico ai pezzi della Barina delirava, anch'egli ogni volta batteva le mani. Nel primo intervallo qualche visitatore buss per entrare, lui precipitandosi li teneva fuori: La signorina stata presa da una forte emicrania, la scusino . La voce si sparse tra i suoi conoscenti e nessuno venne pi a disturbarlo. Il ritorno fu silenzioso, Madina languiva di vergogna. Il Conte entr in casa con lei, nel salottino si ferm: Va a coricarti, prima d'andarmene verr di l a vedere come stai. Ora sto bene. Va', cara. Dopo un poco entr a passi discreti nella camera: la bella veste di bianco e d'argento buttata traverso una sedia piangeva. Madina era a letto, con la faccia nascosta contro i cuscini. Il Conte, in piedi, aspettava qualche cosa. Finalmente la ud mormorare: Perdonarni. Che dici, Madina? fece lui accostandosi con premura, e al letto si ferm. Dopo un momento di perplessit, le sugger: Perch non mi fai un po'di posto? il letto grande; vorrei dormire un poco vicino a te, cos ti calmi del tutto. Madina si volt sbito a guardarlo e disse in fretta: No no, non riesco

a dormire, se non sono sola; anche quando la mamma.... Non pensare alla mamma ora, che c'entra? Davvero non posso, te lo assicuro... te ne prego. Sono io che prego te disse lui se-iendosi leggero sulla sponda mentre Madina si scostava verso il muro io che prego te, Madina, cerca di capire. Era impacciato, riprese: Cerca di capire, anche per loro.... Per chi? domand d'impeto Madina. Per i miei amici, tu non li conosci, sono capaci di tutto, di averci seguti e ora stare appostati, ne sono certo, sai, per vedere se vengo via sbito o se... passo la notte con te... o almeno quanto tempo... hai capito? Segu un silenzio; poi Madina sospirava: No. Il Conte aspett ancora, guardando il tappeto, qualche minuto. Gli parve che Madina, voltata al muro, dormisse. S'alz da sedere, accese una minuscola lampadina da veglia in un angolo, spense il lume in capo al letto. And a mettersi in una poltrona. Davvero non gli era accaduto mai niente di simile. Si sprofond meglio, si accomod. D'uno in altro pensiero hn col prendere sonno. Qualche ora pi tardi si svegli, si raccapezz, si sgranch. Guard l'ora, erano le cinque passate. Pi di quattro ore disse non c' male. Lento se n'and, usc pianamente di casa, nella via. Speriamo che ci siano Mentre il Conte dormiva nella poltrona, Madina aveva continuato a piangere in silenzio. Per la prima volta in vita sua, dai pianti fugaci dell'infanzia, piangeva. Ripens molte cose. Ricord i due baci che aveva ricevuti, di Grisante nel prato, di Alberico davanti alla vasca; erano ricordi spiacevoli. Pens alla notte di ieri gi tanto lontana: qualche cosa ancora le venuto a premere intorno, lei s' affondata un poco di pi nella terra molle. La mattina Brunetta osserv che la signorina era pallida. Le port molti fiori ch'erano arrivati per lei: ogni invio era accompagnato da un biglietto con un nome e qualche parola d'omaggio. Chi sono? domand. I fiori sono belli ma tutta gente che non fa per lei risponde Brunetta crollando la testa. I fiori erano davvero bellissimi e Madina si svag un poco disponendoli qua e l per la camera e il salottino. Verso il mezzogiorno arrivarono Alberico e Grisante a farle visita, ma erano a mala pena entrati quando sopraggiunse il Conte; vedendo tutti quei fiori disse soltanto: Cominciano. Madina in disparte gli domand sottovoce: Mi hai perdonato?. Non parliamone pi, cara rispose, e chiam Brunetta: La signorina ha lo stesso vestito dell'altra mattina; poich spero che accetti di venire a colazione con me, meglio che ne metta uno nuovo. Le due donne si ritirarono. Fulvo salt sulle ginocchia di Grisante. Un gran trionfo per la Barina diceva il Conte. Alberico domanda: Bel pubblico?. Tutta la citt tranne voi due. Io non sono della citt osserva con modestia Grisante. Fortunato lei, quando conta di andarsene? Il pittore arross, rispose per lui Alberico: Aspetta gli eventi. Dopo qualche altra frase stentata, riapparve Madina. Deliziosa approv il Conte brava

Brunetta. Uscirono tutti insieme e il Conte aveva l'impressione che Alberico, Fulvo e Grisante fossero la guardia del corpo di Madina. Arrivati a una bella trattoria, senza cerimonie li conged. T'avevo sentito andar via confessava Madina al compagno mentre il cameriere li veniva servendo ma io intanto piangevo. Perch piangere? domand lui con un'ombra di stizza. Vedi? io non posso capirti quando mi parli della tua gente, tu non mi puoi capire quando piango. Ma voglio spiegarti quella paura al teatro. Quando ho visto l spalancarsi e gridare, non so nemmeno io se ho avuto l'idea che tutto quello dovesse traboccare fuori e venirmi addosso, o se invece ero io che stavo per caderci dentro come una pietra in un pozzo. Devi sapere che poche sere fa ho provato qualche cosa alla stessa maniera, ma non proprio paura come ieri. Io non avevo mai visto il cielo di notte, non essere maravigliato, sono tante le cose che tutti conoscono e io no; dunque la sera che ero con quella Ursa lei m'ha fatto alzare la testa e ho veduto un pezzo di cielo scuro con tante stelle, m' parso tutt'a un tratto di cadere l dentro; vedi quanto ero sciocca, cadere in mezzo al cielo; anche allora stata paura, ma l era bello e ho sempre pensato di rivederlo, invece i giorni dopo ero sempre stanca e non sono uscita la sera, e ieri eravamo in carrozza e andando mi preoccupavo per il vestito d'argento, al ritorno non ne parliamo, ero in quello stato che sai. Tutte queste cose devi perdonarmele, forse imparer, o forse non imparer mai; ma devi farmi vedere una volta bene le stelle. Il Conte l'aveva lasciata cos a lungo parlare perch gli piaceva che la gente intorno vedesse la sua nuova amica tanto confidente e animata. Ora pens che doveva dire qualche cosa anche lui, e rispose: In questo caso non c' niente di strano, le stelle piacciono in generale, e se ne parla molto. Questa sera, va bene? appunto non c'era altro da fare. Per vedere meglio tutto il cielo andremo lungo i fiume, ti va? C' un fiume? ho sentito parlare dei fiumi ma non ne ho mai visti. Io una volta avevo un fiume mio, ma piccolo piccolissimo, il mio ruscello. Sono contenta di vederne uno vero, ci andiamo sbito? Va bene. Davvero? Caro. Era fuori di s dalla gioia, si chin a prendere Fulvo e lo lev in alto, dicendogli: Anche tu, s'intende, io lo so che dove si vedono le COSe pi belle non proibito portarti.

E lo rimise a terra, lui si scroll dignitosamente per rassettarsi il pelo ch'ella nella sua gioia gli aveva tutto sconvolto. Mentre stavano per alzarsi, s'accostarono due signori, salutarono il Conte e si fecero presentare a Madina la quale riconobbe i nomi, Calbo e Maldano, due tra quelli che le avevano mandato fiori; ma non lo disse. Calbo era giovane, con una piccola testa rotonda e i capelli neri lucidissimi appiccicati al cranio; L'altro aveva una barba brizzolata a due punte. Il Conte si liber di loro gentilmente con poche parole. Quando sboccarono sul lungofiume, Madina rivide d'un tratto la luce dei prati alla foce dell'antico ruscello. Il fiume fiancheggiato da parapetti bassi di pietra, tra essi scende ricco e tranquillo. Avida Madina guardava. L'acqua disegnava qu e l piccoli cerchi vorticosi, strie pi lucide e scure, qualche schiuma. Il fiume largo, viene di lontano, non ne vedi principio n fine, indovini un viaggio tra villaggi e campagne. Di l dal fiume correva una linea di colline con alberi rossi e ville fiorite. D'imptovviso si vide scendere a fiore dell'acqua una barca sottile spinta da otto rematori in maglia bianca, rapidi s'allontanarono lasciando un lungo taglio bruno nell'acqua. Sono felici mormor Madina. Anche noi siamo felici disse il Conte con galanteria. Madina non si moveva di l: Pare che parli d;sse vedi come soddisfatto. Il Conte pens un momento ma non trov risposta. Davvero il fiume parla insist Madina forse canta, non senti? E si sporse ad ascoltare. Indic: Laggi. Oh rispose il Conte laggi sbito dopo la curva c' la pescaia. Che cos' la pescaia? Andiamo a vederla? Camminarono lungo la discesa del fiume, il canto cresceva. Giunti alla curva, apparve alla loro vista lo sbarramento. Il fiume avvicinandosi al breve salto prendeva forza, lo raggiungeva di slancio, precipitava spumeggiando, poi riprendeva a mano a mano l'andare sereno. Vi tornarono la sera stessa. Vi si fecero portare in carrozza chiusa; n prima di salirvi n lungo il percorso Madina volle mai guardare in alto. Arrivati, il Conte rimase nella carrozza ad aspettarla. Madina corse ad appoggiarsi al parapetto, di l alz il volto allo stellato che fiammeggiava

per l'immenso del cielo. Pass un tempo, che al Conte parve esagerato, tre volte dov chiamarla prima ch'ella si riscotesse. Madina per parecchi minuti non seppe dire una parola, il cuore continu a batterle forte. Si appoggi un attimo lungo il fianco di lui sussurrando: Dopo che sono venuta via dal bosco, oggi stata la vera giornata bella della mia vita. Domani risponde il Conte con un sorriso di mistero domani sar pi bello. Domani sera. Vedrai. 5. IL BACCARA'. Ebbra di cielo, sogn un angiolo e fiumi di stelle. Ma si svegli all'alba e con inquieti sensi di sospetto in fondo all'anima. Cerc a lungo, agitandosi per il letto, donde nascesse la sua smania; le ribalz alla memoria l'ultima parola del Conte, udita ma non compresa (quand'era ancor tutta sconvolta dallo spettacolo celeste): Domani sera sar pi bello. Ora le sonava come una minaccia Insofferente si butt fuori del letto, and a vestirsi di furia, Brunetta sent e corse allo spogliatoio, non os dir nulla vedendola in aspetto tanto mutato mentre gridava: Evviva evviva Brunetta, esco e torno sbito ma la sua voce tremava come di collera. Per la strada s'accrse che qualcuno la seguiva, si ferm cos bruscamente che l'altro quasi le cadeva addosso e balbettava: Scusi; Madina si volt gridandogli: Che vuoi? egli la guard smarrito e fugg via di corsa. Poco pi oltre incontr un uomo che perplesso guardava qua e l e con gentilezza le rivolse la parola: Per piacere, da che parte si va per Porta Maggiore? . Madina si gir a caso verso una via laterale e a braccio teso rispose sicura: Di l, poi la seconda strada a sinistra. Improvviso si rende conto che lei stessa non sa dove si trova. Cpita in una piazza allegra piena di banchi, davanti a ognuno i contadini e le loro donne stavano disponendo mucchi di verdure, il cielo era gi chiarissimo e il verde brillava. Si risolse a fare come l'uomo perplesso, domand: Da che parte per -andare a quella piazza grande dov' un monumento con un uomo a cavallo? . Ho capito rispose la contadina vai gi per quel viale, alla fine c' una chiesa, volta a destra e trovi l vicino la piazza Scendendo il viale Madina pensava: Pur che non abbia fatto come ho fatto io con quell'altro . Invece vide la-chiesa poi la piazza del Padre della Patria, di l facilmente fu a casa. Trov nell'anticamera Brunetta alle prese con quel signor Maldano dalla barba brizzolata, il quale non voleva credere che la signorina non fosse in casa. Introdotto nel salottino, il signore senz'altro tent d'abbracciare Madina ma ella gli mostr un viso tanto feroce che lui non insistette e batt in ritirata. Dopo un poco Madina inseguendo Fulvo per gioco arriv nell'anticamera, e v'era ancora Maldano e similmente tentava d'abbracciare la cameriera ma Brunetta lo cacci via burlandolo e ridendo come una

matta. Madina non s'era mai domandata se era buona. Quella mattina si sent cattiva, e ne provava un amaro gusto. Brunetta riprese a raccontare vita e nefasti della gente del Conte; Madina sbadigliava ma stava a sentire, nomi e fatti le rimanevano stranamente impressi nella memoria. Si domanda da quanto tempo sta vivendo questa vita. Con molto sforzo e con l'aiuto di Brunetta riesce a raccapezzare che oggi cominciato il quarto, solamente il quarto giorno della sua dimora qui. Le parevano anni. Quarto davvero? oh fosse l'ultimo! sospirava; e non immagina quanto il suo desiderio profetico. A vespro venne a prenderla il Conte. Lo sfarzo della casa del Conte, le specchiere verdastre, i rossi damaschi alle pareti, i mobili intagliati, inacerbirono l'avversione di Madina. Nella lunga veste lucida e nera, pareva diventata pi alta Non era mai stata tanto pallida. Non aveva altro ornamento che una collana di perle. La prima parte del ritrovo fu un pranzo, come il Conte lo defin, intimo. (Fulvo l'hanno mandato gi in cucina e se n' mostrato contento.) Gli invitati erano dieci: la grande Barina e Idolo giovinetto danzatore, Calbo con la bionda Elena sua moglie, Maldano accompagnato da una fanciulla dal volto di rose, una vecchia arzilla con una nipote arcigna, Alberico, e Grisante in una marsina novissima. La tavola scintillava di cristalli, porcellane, argenti, vini biondi come Elena, rosati come le guance della fanciulla di Maldano, paonazzi come i damaschi alle pareti. Per tutto il tempo del pranzo, servito da domestici in livree brune fregiate d'argento, i convitati parlarono con abbondante maldicenza degli amici loro che dovevano arrivare pi tardi: erano, con minor brio, i discorsi di Brunetta. Finito il pranzo e passati in un salotto, sopravvennero altri cinque uomini d'et varie e tutti furono cerimoniosamente presentati a Madina. Erano ora diciassette persone; si divisero in gruppi e in ognuno rifiorirono le maldicenze, i pi lontani dall'ospite sparlavano anche di lui senza curarsi che Madina li sentisse. Il rimanente della notte era destinato a inaugurare le nuove sale da gioco con una partita di baccar. Spalancata la porta della sala maggiore, i convitati la salutarono con un mormorio d'amtnirazione. Le pareti, corse in giro da una serie di divani di cuoio verde, si stendevano lisce e bianchissime senza un quadro o specchio o altro che ne inquietasse il nitore; solo le interrompevano di fronte alla porta due alte finestre nascoste da tendami bianchi a strisce nere; anche il pavimento scompariva sotto un vasto feltro bianco e nero a grandi scacchi.

Non c'erano mobili tranne che a una parete una cassa d'ebano intarsiata d'avorio, e in mezzo alla sala la tavola del gioco, oblunga, coperta d'un tappeto di panno verde che scendeva tutt'intorno hno a terra (quanto pi nobilmente s'esaltava il Conte che il panno incollato al legno dei vostri Casin). Facevan corona alla tavola sedici seggi. Il salone era illuminato, come fosse di giorno al gran sole, da fonti nascoste entro la modanatura del soffitto. Ma, per riprendere una vetusta tradizione, stavano simmetricamente posati sulla tavola, ai fuochi della ellissi due candelabri con ttenta e trenta candele accese. Sfogato l'entusiasmo generale per l'arredamento, Il primo banco lo tengo io dichiar l'ospite, e and a posarsi sopra un seggio un poco pi alto al mezzo d'uno dei lati lunghi dell'ovale; un altro simile s'elevava in faccia al suo. Egli per ospitale bizzarria assegn i posti, avendo alla propria destra la Barina e accanto a lei il giovinetto Idolo dal quale ella non avrebbe saputo stare lontana; invece le altre coppie furono divise. C'etano in dispatte due poltrone per i due ospiti che avevan dichiarato di astenersi dal gioco: una l'accostarono a quella del Conte e vi si pose Madina con Fulvo ai suoi piedi, L'altra, tra Alberico e Calbo, fu assegnata a Grisante. Spente le luci del soffitto, la tavola e i giocatori erano rischiarati dalle sessanta candele: si sparsero ombre labili ad animare gli angoli della sala e prepararla al mistero. Mai Sinedrio o Conclave s'assise con la compresa solennit di quei quindici. Rimaneva vuoto l'altro seggio elevato, in faccia al banchiere. Il Conte batt le mani chiamando: Cassa!. E da un angolo in fondo, come se Sl staccasse dal muro, apparve e s'avanz il cassiere, in livrea come i domestici ma una collana d'acciaio gli pendeva al collo. S'accost alla cassa d'ebano. Ora viene il pi bello, signori. I gettoni disse uno. Che gettoni, i gettoni son roba da Casin. Tutti ammutolirono. Il cassiere torn con un sacchetto pesante. Salito al suo scanno, cominci a versare sulla tavola il contenuto del sacchetto e un alto grido eruppe da tutte le gole. Invece di gettoni, scaturiva da quello una cascata di monete d'oro. a Marenghi e Centoni, signori proclam l'ospite e la prima posta sia di lire ventimila. Ognuno dei dieci giocatori dai portafogli, delle cinque giocatrici dalle borsette che tenevano sulle ginocchia, estrassero pacchetti di carte moneta, a tutti il cassiere le cambi in oro. Ciascuno ebbe dunque davanti a s cento centoni e cinquecento marenghi, un maggior mucchio espose l'ospite al banco. Nessuno, dal declino dell'Antico Regime, aveva pi visto un simile sfoggio. S'era fatto un religioso silenzio, lo ruppe il tintinnare che i giocatori suscitavano a gara facendo melodiosamente ricadere oro su oro. Poi ricontarono con diligenza le somme, e cominci la battaglia. I primi turni si svolsero quasi in silenzio, non s'udiva che la voce dichiarante l'ammontare del banco, qualche puntatore annunziare nove carta e altri motti del rito, frusciare la spatola onde il cassiere coglie e spinge qua e l i dischi dell'oro; il tintinno faceva alle voci un

vivace accompagnamento d'arpa. Esaurite le prime due cassette, valletti entrarono accostando a ogni giocatore un tavolino, ciascuno si faceva mescere pungenti acque e liquori. Molti fumavano: sigarette, sigari tozzi, sigari sottili; i fumi densi e i fumi pallidi salivano in volute ad annuvolare l'aria e mescolarsi tra le inquiete ombre del soffitto. Grisante si palpava in tasca la pipa che non osava estrarre, ogni tanto la passava in fretta da una tasca all'altra. Ora si trov accanto a Madina che s'era spostata. Il rito riprese. Quel primo pallore glaciale di Madina s'andava di tratto in tratto tingendo di fiamme improvvise: sopra al nero pauroso della veste il suo volto cos arrossato assumeva aspetti stranamente selvatici. Ella guardava le facce e le mani dei giocatori, ma pareva pensasse a tutt'altro, o forse a niente. Tentarono di gettarle qualche parola. Parole eleganti, parole arrischiate, parole ambigue, tutte s'infrangevano contro il suo duro silenzio. Grisante, che non osando fumare beveva, sottovoce le parl: Mi vuoi bene?. Io no ella rispose A chi vuoi bene? A nessuno. Neppure.. a Fulvo? Con Fulvo mi diverto. Lui s'ostinava. Ma neanche, quand'eri al bosco, a tuo padre? alla mamma?. A nessuno, ti dico; perch? L'oro si sposta sempre pi mattamente qua e l entro la magica ellissi, L'inesauribile cassa pronta sempre a rifornire i pi sfortunati. Intanto il demone dell'alcool lavora col demone del caso a suscitare fiamme inquiete che sbito circolano tra la gente e qua e l bruciano ma nessuno se n'accorge. Era un nuovo intervallo, quando il cassiere rimescola i mazzi e li riaccomoda nella cassetta: allora tutti conversano, gli irrequieti s'alzano e passeggiano. Un giovane (di quelli ch'erano arrivati gli ultimi) scrisse un biglietto, lo pieg, gir intorno alla tavola per accostarsi a Madina; furtivamente le mise il foglio in una mano e s'allontanava in fretta ma ella voltandosi lo vide e ne ricord il nome, gli disse forte che tutti sentirono: Grazie, signor Ferrante. E la videro alzarsi verso la tavola accostare senza aptirlo il biglietto alla fiamma d'una candeia, acceso alzarlo agitandolo e spargendo all'aria lembi di carta bruciacchiata; Alberico glie ne strapp di mano il rimanente e lo spense. Ferrante offeso fremeva, il Conte con autorit benignamente disse: Ah ragazzina! ma ora siedi. Dopo qualche minuto di gioco silenzioso s'ud improvviso un canoro sbadiglio e tutti si voltarono verso Madina ch'era ancora a bocca spalancata. Di nuovo intervenne l'ospite: Madina ha ragione, un gioco un po' morto; t'insegner, Madina, e la prossima volta avrai anche tu il bel mucchietto davanti a te e giocheral e ti divertirai: ora sta'buona. Tutti (tranne Ferrante ancora nero in viso) approvarono a gran voce la promessa; invece Madina: No, io quando ho voglia di giocare gioco con Fulvo e mi basta. Chi questo fortunato Fulvo? domand candida la vecchia arzilla. un cane risponde

a sfida Madina. E quel Ferrante: Ognuno gioca con i compagni che si merita. Madina prese un bicchiere e lo gett in faccia a Ferrante. Parecchi applaudirono. Il banchiere cui toccava il turno grid forte: Banco di cinquantamila e l'orgogliosa chiamata tronc di netto l'incidente mentre Ferrante bestemmiando s'asciugava la faccia e il Conte da lontano lanciava a Madina sguardi esterrefatti Alberico le sussurr: Non istigarli, sono ubriachi, specialmente di marenghi e centoni Perch? domanda Madina valgono molto? Valgono tanto, che se per un caso si mescolassero quelli di uno con quelli del suo vicino, loro s'azzufferebbero e metterebbero fuori le rivoltelle. Hanno le rivoltelle? che sparano? I gentiluomini e i ladri portano sempre la rivoltella che spara. Il banco di cinquantamila era precipitato di colpo e i puntatori riuscivano a stento a non gridare dal giubilo. Un nuovo banchiere balz al seggio e proclam: Banco di centomila!. Molti impallidirono. Lui cominci a sfilare piano le carte dalla cassetta tra un pauroso silenzio. In quel tremore generale, Madina di colpo si rizz in piedi e il suo volto era acceso d'allegrezza feroce. Pareva che avesse in mano una spada. Con una voce strana, voce ardita e lontana, rivolgendosi prima alla Barina esclam: Grande Barina, vero che aiuti il tuo Idolo a barare? Io ha detto il Conte. E che quando non ci sei, Idolo va a letto con i facchini? S'ud un urlo di belva della Barina che si precipit sul giovinetto afferrandolo alla gola, e il gemito strozzato di lui; il Conte s'alz e balbettava: Ma... Madina... ma ella senz'ascoltarlo s'era voltata verso l'altra parte: Elena, non t'accorgi che il tuo vicino ogni tanto ti porta via un po'dei tuoi marenghi?. Il vicino di Elena era Maldano: Sgualdrina! grid. Non so che cosa vuol dire ribatte Madina ma so che presti su pegno. Grisante e Alberico dietro lei la presero ognuno per un braccio e tentavano di trascinarla ma pareva radicata al suolo come una quercia del suo bosco. Calbo grid al Conte: Da dove ce l'hai portata? verggnati; e sempre pi aggressiva Madina: O non sei tu, Calbo, quello che un mese fa per non pagare al Conte un debito di gioco gli hai prestato tua moglie per una notte?. Elena mand un acutissimo strillo, forse svenne, mentre Calbo si portava una mano alla tasca e rapidamente la ritrasse tenendo chiuso in pugno qualcosa di lucente e vlto al Conte gridava: Te lo sei inventato, impotente vigliacco Tutti in piedi urlando gesticolavano, qualcuno pareva movesse per accostarsi a Madina, ma teneva ancora una mano sopra il suo tesoro, come sopra una testa di bambino, e le mani non sapevano levarsi di l, e tremavano. Solo Calbo si stacc dal poco oro che gli era rimasto e con l'arma in mano fece un passo verso il Conte accasciato sopra una sedia; intanto Idolo s'era sciolto dalla stretta della Barina e s'era messo a piangere, Maldano intascava oro, Ferrante aveva ripreso a tempestare contro Madina e il suo protettore, L'aria era piena di rabbia e di strepito. Rinacque, pi potente del tumulto, quella voce disfatta

e stranamente retorica di Madina. Siete belli, signori, l tutti gonfiati e pronti chi sa a che, uno con la rivoltella in mano e gli altri l'hanno in tasca perch sono tutti gentiluomini; e allora che cosa aspettate a sparare? Il bello si che le cose che dico e vi mettono in quello stato, io mentre le dico non le capisco neppure; prima vivevo in un bosco e poi a lavare i piatti e spazzare i pavimenti in casa di Alberico, che cosa volete che capisca? non ho fatto che ripeterle come le raccontate voi. Ma voi perch vi offendete, se le sapevate e le dicevate ognuno dell'altro? ne ho sentite dal Conte, e da Alberico, e da Calbo, e da Maldano, e anche da quel signore laggi che si chiama Cavallo e al momento mi piaceva perch ha un nome di animale, ma poi uno come tutti; lui una volta faceva il prete in un'altra citt e l'hanno cacciato dalla Chiesa perch rubava i pizzi pi belli dalla sacrestia, questo forse non lo sapevate. (No no grid pi d'uno.) Sono informazioni mie; cos forse non sapete che questo piccolino che ha nome Attilio e il cognome non l'ho capito, alcun anni fa stato piantato dalla moglie perch tutte le sere la pigliava a calci, e lui ricco e lei... il Conte la conosce bene, si chiama Ursa. (Ursa? Ursa! esclamarono voci Varie) Queste cose le dico per voi, a me non importano, a me importa che nessuno di voi sa che cos' un bosco quando muove tutte le foglie, come si trovano i vermi nella terra, che rumore fa l'acqua tra i sassi, come fischia il fumo quando di fuoco a un albero, e state qui dentro chiusi intanto che fuori sono accese tutte le stelle; per questo con voi sbadiglio, ho voglia d'aria, d'acqua, di terra; per questo con voi sono in'prigione. Nessuno aveva potuto interromperla, perch tremavano di paura e dispetto, perch ognuno anche tra lo spavento godeva a sentir forte le vergogne dell'altro, soprattutto perch l'invasata voce di lei dominava la loro mediocrit. Accesa al principio come un tizzone, quella voce s'era venuta facendo sospesa e uniforme, da ultimo torn d'improvviso selvaggia: Ma ora divertitevi voi, forza cani, forza bufali, forza serpenti ma forse non sapete fischiare; io mi sono gi divertita e vi do la buonanotte, forza! e rovesci indietro la testa e svincolandosi con un guizzo dai due amici che le tenevano le braccia, si gett in terra ai piedi della tavola e scomparve; non la videro pi ma udivano un suo lungo riso come un tremito dalle viscere del mondo, pareva che non sarebbe finito mai. L'aria della sala tremava come nei terremoti. Quando quella eco fu spenta, L'ACQUA rimase intorno per qualche secondo un silenzio di paura crudele. Allora lei di l sotto afferr il lembo del tappeto verde e con forza terribile lo tir e quello cedette, sopra la

tavola i mucchi dell'oro si confusero sfuggendo alle mani febbrili che li rincorrevano, i candelabri caddero e le candele parte si spegnevano parte incendiavano il tappeto e le sparse carte del gioco; e in mezzo agli urli son secco il primo sparo. Pronti altri due, tre, quattro colpi da parti varie risposero, alle strida si mescolarono ululi e rantoli, spari ancora, sul tutto l'abbaiare di Fulvo che salt sulla tavola e di l tra le fiamme si lanciava alle facce della gente mordendole. L'ultima candela si spense, estreme voci soffocarono tra il fumo mentre i valletti accorsi s'accalcavano alla porta non osando avanzare. Sotto la tavola, Madina stesa in terra a faccia in gi ascoltava, con una mano palpava macchinalmente il panno tenero del tappeto. Si sent toccare una spalla e la voce di Grisante mormorarle: Sono io. Ella accenn a muoversi ma lui la trattenne: Aspetta. Gli spari finivano. Il clamore mostruoso s'era rapidamente fiaccato, non udivi ormai pi che qualche gemito, qualche avanzo di rantolo. Grisante riprese finalmente a parlare: Vieni con me. Uscirono carponi di l sotto Al barlume di fiamme morenti Madina intravvide Fulvo: voltava la testa verso lei e sbito correva all'angolo in fondo, ivi si lev con le zarnpe anteriori contro la parete, e di nuovo si rivolse ai due. Lo raggiunsero, Madinfl s'accrse allora che nella parete si intagliava una porticina a muro con una piccola maniglia bianca; Grisante apr, traversarono un ripiano da cui scendeva una scaletta a chiocciola. Fulvo li guid nella discesa, si trovarono in una grande cucina a terreno. Non v'era rimasta persona, L'uscita era spalancata. Un momento disse Grisante. Aveva visto in terra una giacca bianca, rapidamente butt via la marsina e infil la giacca; si guard intorno, e scoperto un grembiulone a righe bianche e turchine, parimenti abbandonato da qualche domestica fuggiasca, lo accomod addosso a Madina. Lvati la collana, ma teniamola, potr servire; la avvolse in un pezzo di carta e se la ficc nella tasca dei calzoni. Eccoci rispose a Fulvo che dall'uscio dava segni d'impazienza. Traversato un cortile buio, in fondo a un androne videro un'altra porta aperta che dava su una strada solitaria gi schiarita dal primo lume dell'alba. Grisante aveva preso Madina sotto braccio, movevano rasente le case come due ombre, Fulvo dietro loro non s'allontanava d'un passo. Per la strada non c'era ancora anima viva. Voltiamo a sinistra disse Grisante con autorit fdati di me, sento l'orientamento come un pellirossa. Gente cominciava ad animare le strade. Camminavano ormai da un pezzo e Madina non se n'accorgeva, non era stanca, non diceva non pensava non sentiva niente. Lei e Fulvo s'abbandonavano cecamente alL'istinto del pellirossa. Finalmente sboccarono in un largo in faccia a un muraglione di pietra interrotto da un grande arco di l dal quale si vedeva splendere un pezzo dell'orizzonte. Questa Porta Orientale annunzi Grisante. Proseguirono, passata la porta, tra rade case squallide, poi fu la campagna. Ecco la strada grande: come un nastro traversa diritta da una parte e dall'altra a perdita d'occhio

tra due file di paracarri. All'orizzonte il sole aveva disegnato una linea di alture boscose. Casa nostra disse Grisante additandole ma vedi quanto ancora lontana. Ora aspettiamo che passi qualche carro. La fece sedere sopra un paracarro, lui si mise in terra ai suoi piedi. Casco dai sonno confess. lo no disse Madina mi piace tanto. Se m'addormento, quando vedi arrivare un carro svegliami. Per di qua o per di l? Per di l, perbacco! lo non sono una pellirossa, si scus Madina sorridendo. Era tutta illuminata dal sole, dall'aria, dallo spazio. Grisante s'addorment sbito, con la testa appoggiata al fianco di Madina. Dopo mezz'ora ella lo scosse: Ecco, sono gi passati due carri per di qua, questo che viene, lo vedi? il primo per di l. Brava. Grisante fe'un cenno al carro, chiese ospitalit. Era un po'meno sgangherato di quello che diciotto giorni innanzi aveva condotto Madina lontana dalla sua casa. Sul carro Grisante riprese a sonnecchiare, mentre Fulvo stringeva amicizia col carrettiere. Madina appoggiata alla sponda contemplava, respirava bene, tornata bambina. A un certo punto Grisante si scosse, apr gli occhi, mormor: Come vorrei ci fosse anche Alberico; chi sa se... e non ebbe il coraggio di finire la frase. Ma ella non ud; era passata all'altra sponda del carro, assetata guardava avanzarsi nel cielo chiaro una nuvola colore del piombo gonfia di pioggia. 6. LA CASCATA. Dopo un'ora forse di cammino arrivarono a un bivio, il carro rallent poi accenn a curvare dalla maestra nella nuova strada, che scendeva, stretta e sassosa; ma Grisante grid: Ferma! e il carro si ferm noi dobbiamo tirar dritto, andiamo a Monteguercio. Io no rispose il carrettiere debbo arrivare alla Cascata. Allora noi scendiamo, aspetteremo un altro carro e Grisante salt gi e porse la mano a Madina per aiutarla. Ma lei a quella parola del carrettiere aveva drizzato gli orecchi: Quale cascata? domand. una localit che si chiama cos perch poco pi in l c' una grande cascata d'acqua. Voglio andarci grid Madina. E Grisante: O non devi venire anche tu a Monteguercio?. Si chiama Monteguercio, per una facile corruzione popolare, il paese ai piedi del monte di Madina, in origine Monte delle Querce. Grisante pareva perplesso, il carrettiere dava segni d'impazienza, il cielo si faceva sempre pi cupo. Vacci tu disse in fretta Madina io vado col carro poi in qualche modo torner qui e verr al paese; anche se arrivo qualche giorno pi tardi, Monteguercio non scappa; va'. Grisante brontolava tra i denti, non era convinto, ma il tono imperioso di Madina lo sopraffece. Disse: Passer a casa tua, se posso ti aspetto l, se non mi ci trovi cercami di mattina al prato, il nostro prato, ricordi? E torna presto... a meno che tu...? e sperava

ancora. S, ti cercher lo interruppe Madina anche pi impaziente del carrettiere addio, a rivederci. Il carrettiere dette una prima voce al cavallo che s'appisolava, Grisante brontolando guardava dalla parte dond'erano arrivati. Carri ne passan sempre lo incoraggi il carrettiere. Grisante stava per sedersi sopra un paracarro ma tutt'a un tratto esclam: Aspetta! si tolse di tasca l'involto della preziosa collana e rizzandosi in punta di piedi lo mise in una delle tasche del grembiulone di Madina sussurrandole: Attenta a non perderla. La guard in faccia un momento con gli occhi gonfi, e si stacc dal carro. A rivederci anche a te, Fulvo. Il carrettiere scosse le redini, il carro si mosse. Dal cielo cominciava a cadere una pioggia pesante. Grisante dette un altro sguardo corrucciato lungo la strada grande poi si volt per un ultimo saluto a Madina ma lei nell'eccitazione della discesa e della pioggia non se n'accrse e gridava al carrettiere corri, corri. Ora pioveva a rovesci. Il carrettiere s'era messa in capo una coperta che gli scendeva per la schiena fino ai piedi. Fulvo vi si rannicchi sotto; invece Madina rimase ritta appoggiata alla sponda e ripeteva corri corri! e s'esaltava anche agli scossoni del carro tra i sassi, allo stridore del freno. Da una parte e dall'altra correvano file di nocciuoli con i rami grondanti, a Madina pareva essere uno di quelli. Dopo alcune svolte arrivarono in fondo, a una casa grande ancora tutta chiusa: il carro si ferm. Il nuvolone s'era allontanato e cess di piovere ma il mattino era pallido. Anche il tetto della casa grondava. Al rumore del carro venne una donna anZiana ad aprire, aiut il carrettiere a scaricare alcuni sacchi e insieme li portarono dentro. Madina intanto era saltata gi ma invece d'entrare and con Fulvo in esplorazione: girarono intorno alla casa, che aveva l'entrata principale dall'altra parte; davanti v'era un folto di lecci, traversato il folto scopersero un prato grande, sparso di pochi alberetti, chiuso da un monte. In mezzo al prato l'erba era rasa in circolo, e dentro il circolo una ventina forse tra uomini e donne, tutti bagnati come lei, al suono d'una fisarmonica ballavano una specie di danza agitata a gran salti; dopo un po'si pigliavano per mano e correvano in tondo lungo il margine della radura, poi si staccavano riprendendo a saltare. Ogni tanto mandavano un grido. Madina non osava accostarsi a quella gente, ma Fulvo fu meno riguardoso. Per un poco era stato a guardare, col muso fremente e un orecchio alzato, lo strano spettacolo; a un tratto si lanci di corsa tra l'erba, raggiunse l'orlo del circolo e di l si mise ad abbaiare a squarciagola verso i gruppi danzanti. S'udirono due o tre strilli, i gruppi si sciolsero, la fisarmonica s'interruppe, molti corsero verso Fulvo che ora rizzandosi sulle zampe posteriori e remando l'aria con le anteriori e agitando la coda li convinse delle sue oneste intenzioni: parlavano forte e ridevano; qualcuno si chin per carezzarlo ma lui salt indietro e torn di corsa verso i lecci. Allora tutti videro Madina e si

precipitarono a lei. Chi sei? le domand un giovane alto e stretto. Sono Madina. Da dove vieni? Che te ne importa? Tutti si misero a ridere, anche il giovane. Erano vestiti press'a poco come i contadini ma pi leggero. Io v'ho detto chi sono e voi no disse Madina. Siamo la gente della cascata. Oh dov'? io sono venuta apposta per vederla. Intanto dalla casa li aveva raggiunti una donna, in cui Madina riconobbe quell'anziana che aveva aiutato il carrettiere a scaricare i sacchi; vedendo Madina, sbito le domand: Hai fame? quando hai mangiato? Madina spalanc gli occhi. Cerc di ricordare, ma non riusc a raccapezzar niente delle ultime e penultime ore della sua vita. Cos pensando s'accrse di aver davvero molta fame, e rispose: Ho mangiato tanto tempo fa. Allora entriamo. La donna, il giovane, e altri due o tre, la condussero nella casa. In una prima stanza vide in un angolo alcuni di quei sacchi che avevano viaggiato con lei sul carro. Ora mangia dice la donna andrete poi alla cascata, col sole alto. Ebbe polenta tenera con latte appena munto, salamini alla cacciatora, pane bene imburrato, e ricotta e fichi e tanta uva e frutta secca. Gli altri parlavano ma lei non udiva i loro discorsi; ogni tanto a bocca piena li guardava sorridendo con gli occhi e facendo segni d'assenso col capo, cos che in breve furono buoni amici. Quando fu rimpinzata, e il giovane stava dicendole: Ora, se vuoi, andiamo a... ella pos un braccio sulla tavola, la testa sul braccio, e di colpo s'addorment. Cos profondo dormiva, che la massaia insieme con i nuovi amici la presero in collo, la portarono in una camera al primo piano, la misero su un letto, stesero sopra lei una coperta accomodandogliela bene sotto il mento e chiuse le imposte se n'andarono, senza ch'ella si fosse accorta di nulla. A vespro la massaia (seguta da Fulvo) entr nella camera in punta di piedi recando un vassoio con una gran tazza di caff e latte e certi pasticcini di farina gialla caldi

e fragranti. E Madina dormiva. L'altra socchiuse un'imposta. E Madina a quel filo di luce apr gli occhi e mormor: La cascata?. La cascata ti ha aspettato tanto, ormai sera; ci andrai domani mattina, stai certa che la trovi ancora al suo posto. Ma qui dove siamo? Non ci pensare, bevi il caff e senti questi pasticcini appena sfornati. Madina ubbid. Ora dormi un altro po', ma spgliati, metti questa, di bucato e prendeva dal cassettone una camicia da notte e glie la port continuando a parlare: Ne avevi bisogno davvero, devi averne fatta di strada, eri tanto stanca. Non me n'accorgevo. Ma come eri vestita strana! Ecco fatto, gi, buona notte. Madina s'era gi riaddormentata. Si svegli ch'era notte, un tenue barlume di stelle filtrava per l'imposta che la donna aveva lasciata socchiusa. Madina crogiolandosi si mise a ricostruire nella imperfetta memoria le ultime ore passate prima di quel gran sonno; ma solo dalle pi vicine, dall'ultima alba, quando camminava rasente i muri scialbi della citt: rivide chiara la grande arcata di Porta Orientale e i paracarri lungo la strada bianca, risent i sobbalzi del carro. Girando il capo, scrse nell'angolo un lumino a olio sotto un'immagine che scompariva nel buio. Allora tutt'a un tratto la sua memoria fece un salto addietro, riport lei a quella lontana lampadina da veglia col Conte a dormire nella poltrona; al ricordo rise, ma un leggero gocciare di fuori, forse da una grondaia, suscit un'altra notte quando in casa dei Vitina aveva vegliato ascoltando la pioggia; e da quelle, mentre lei si rivoltava tra le lenzuola odoranti di mela cotogna, rinacquero la veglia e la notte quando aveva contato i letti della sua vita e stabilito che quello l non era il quarto ma il terzo perch non deve entrare in conto il letto di Ursa. "Sarei contenta d'incontrare una volta Ursa, se stesse qui ingrasserebbe, di tutta la gente che ho conosciuto dopo la partenza dal bosco m' rimasto Fulvo." Cos vagolando tra i ricordi, nemmeno uno ne incontr della notte orrenda. Da ultimo per qualche attimo rivide Grisante come una figurina minima che s'allontana in una pianura a perdita d'occhio, si fa ancora pi piccola, non c' pi; e Madina ridiscende nella conca dolce del sonno. Di primo mattino la dest Fulvo saltando dal letto e raspando all'uscio, Madina scese e gli aperse, s'affacci alla finestra a vederlo uscire di casa correndo qua e l. Le fronde nere dei lecci erano piene di bagliori rossi dell'aurora. Riaccost, senza chiuderle, le imposte, e torn a letto. Dopo qualche minuto, nell'albore sparso per tutta la camera scrse in un angolo spuntare un topo piccolissimo nero. Il topolino prima si ferm e guard intorno, poi con una corsa rapida arriv al letto. Madina tratteneva il respiro per non spaventarlo. Lui aspett, poi s'arrampic cauto su per la coperta, sporse la punta del muso sopra l'orlo del letto a guardare Madina. Lei vide qua e l per il letto tante briciole rimaste dalla sera, le raccolse piano nel cavo d'una mano, tese la mano piano verso la bestiola, che le rosicchi allegramente, scherz ancora un poco intorno alle dita di Madina, ridiscese a terra e si dilegu. A sole alto, la accompagnarono alla cascata.

In fondo al prato del ballo s'apriva un viottolo stretto, poco pi che una crepa nel monte: Madina e i suoi dovevano camminarvi uno dietro l'altro. Le pareti rocciose erano coperte di muschi fino alla cima, dalle fessure tra una roccia e l'altra sporgevano felci e capelvenere, tutto era verde rigoglioso e un po'cupo. Guardando in alto non si vedeva il cielo, nascosto dall'intrico degli arboscelli che s'affoltavano sui cigli dello spacco; ogni tanto un soffio li scoteva e ne cadevano folate di gocce della pioggia rimasta tra i rami dalla mattina. Il cammino a un certo punto si fece tortuoso, dopo due o tre spire improvvisamente sbocc in un largo in faccia alla cascata. L'acqua gi per il taglio ripido della montagna precipitava a picco, battuta dal sole splendeva, lanciava intorno un polverio candido, velo di minutissime stelle sotto cui trasparivano bagliori metallici della gran vena che lungo la china petrosa scivolando fremeva e ai piedi del monte si frangevano a una cortina di rupi. S'espande di l a formare un bacino che poco oltre restringendosi in figura di rapido ruscello gira gorgogliante a costeggiare la radice del monte, fin che scompare dietro l'ultimo svolto della valletta. Madina guard a lungo, premendosi al petto le palme. Poi, solo allora, s'accrse che quel precipitare dell'acqua generava un rumore, e ch'ella da un pezzo lo stava udendo, e ora pi lo ascoltava pi le pareva irruente, fatto di cento suoni che si sovrappongono, echi che si mescolano, rombi sotterranei, ruggiti lontani; fin che sgomenta, chiusi gli occhi per non cadere, tutta la cascata e i monti e la valle non le parvero essere altro che quel fragore immane che intronava l'aria tra la terra e il cielo. I compagni la chiamarono: Madina!. Ella si riscosse e corse a loro ch'erano rimasti un po'indietro a guardarla, sedettero tutti su certi sassi sporgenti dall'erba umida. Il giovane alto, che ieri per primo le aveva rivolto la parola, disse: Hai veduto, Madina? Noi qui tutti crediamo che non ci sia al mondo niente di pi bello che in questa piccola valle la nostra cascata. E viviamo qui, per vederla ogni momento, sentirla con noi A certe ore lavoriamo nei nostri campi e nell'orto, poi qua torniamo a rinforzarci. Lei ci tiene uniti, lei ci protegge e d l'allegrezza. Qualche volta arrivano viaggiatori per vederla, ma noi speriamo che non diventino troppi. Madina, abbiamo capito che tu puoi essere dei nostri. Vuoi rimanere con noi? Il suono della cascata s'era fatto unito, pareva che li avviluppasse. S ora anche gli altri gridavano rimani con noi sempre. Madina aspett un poco poi domand: Che cosa vuol dire sempre?

Nessuno rispose. Dopo qualche minuto ella disse: Va bene. M'insegnerete che cosa debbo fare. Ora voglio tornare un momento l, pi vicino. S'alz e si spinse fin all'orlo del bacino. L'acqua vi si stendeva quasi in pace; guardandola, si faceva di mano in mano pi trasparente e profonda. Arrivarono in faccia a Madina gli spruzzi dalla cortina di pietre ove la cascata veniva a frangersi. Lei cominci a girarsi lentamente per sentirseli addosso da tutte le parti, ogni tanto rabbrividiva. Poi cammin lungo l'orlo del bacino fino a raggiungere il punto ove esso diventa un gran rivo azzurro macchiato di spume. Si sfil in un lampo il grembiulone, si chin a tuffare le braccia, nude fino alla spalla, nell'acqua gelida che corre via Vi bagn anche la faccia. Si rialz e si volt verso i compagni: ora il sole era tutto scoperto e la luce la invest, i raggi le facevano festa, ogni goccia su lei brill come una stella. Madina, Madina! tutti gridarono come un coro. E parve che un vento li investisse, urlavano parole incomprensibili, rotolavano sull'erba, battevan le mani, abbracciati saltavano, fin che si fermarono ansimanti mentre Madina li guardava e le parevano pazzi. Una donna grid: Bella! Sii la nostra regina, vuoi? E tutti: S regina la Regina! A questo Madina si fece seria. Li rimprover: Non mi piacciono queste parole strane. Vi fu un altro silenzio. Per romperlo, il giovane cerc un poco poi disse: Quel ruscello, anzi lo puoi chiamare un fiumetto, dove ti sei bagnata, va a finire in un fiume grande che passa per la citt. L'ho visto Madina esclam era bello. L'ho visto anche di notte. Ma ora ditemi i vostri nomi. Rispose il giovane: Io mi chiamo Lario, questo Rvolo, L'altra Senna... lo Pluvia grid impaziente una fanciulla. Reno, Corrente... lui continuava, e Madina interruppe: Che razza di nomi sono? Una volta ne avevarno degli altri, ma venendo qui ognuno si mette un nome che in qualche modo ricordi l'acqua nostra protettrice. Pluvia and a sedersi ai piedi di Madina, e alzando il viso a guardarla: Mi piacerebbe che tu avessi nome Nuvola. Prima che Madina rispondesse, s'avanz quello che avevan nominato Reno: Nessuna ha mai avuto il coraggio di chiamarsi senz'altro Acqua. Tu lo meriti. Sarai tu: Acqua. Mi pare una cosa da ridere ribatt sbito Madina. Io non cambio, io sono Madina.

E li guardava uno dopo l'altro. Forse rimasero un po' male, ma finirono davvero col ridere. Stavano per riprendere le presentazioni quando dal viottolo arriv correndo una bambina a chiamarli: Venite, mezzogiorno passato. Tutti le andarono incontro. Questa, Madina, la nostra compagna pi giovane. Scommettiamo disse Madina sorridendo e sollevandola in braccio che la chiamate Gocciola? Hai quasi indovinato: Stilla. Stilla tra le braccia di Madina sgambettava e rideva. Quando fu di nuovo a terra, abbracci Madina alle ginocchia e si divert un mondo a sentire con le dita il solletico e il frusco della veste di seta (L'abito da sera che Madina indossava nella torbida notte). Ma tutt'a un tratto riprese il suo ufficio di messaggera: Presto, ha detto Mamma di non tardare come al solito. Un momento disse Lario, e corse a prendere il grembiulone che Madina aveva dimenticato presso la sponda del fiumetto. Intanto Stilla voltandosi verso l'imbocco del viottolo grid: Ecco Nerone mentre di l appariva e a salti veniva a lei un capretto nero vivacissimo. Questo mio spieg Stilla e si chiama Nerone perch tanto nero. Madina carezz la testa a Nerone. Sopravvenne Lario col grembiule e la aiutava a infilarselo. Quant' buffo esclam Stilla e come ti sta largo e com' ruvido, mi piaceva di pi abbracciarti col vestito che hai sotto. Oh che cosa c' in questa tasca? e ne trasse l'involto che Grisante vi aveva collocato con tanta cura. Non so rispose Madina. Intanto tutti lentamente s'avviavano. Stilla curiosissima apr l'involto e trov la collana di perle. Che cos'? Come sono bianchi. Com' bello. Ti piace? tientela, tua. Stilla si mise a saltare dalla gioia. Raggiunse di corsa Nerone che dietro gli altri s'era infilato nel viottolo, gli aggiust intorno al collo la collana facendola arrivare sul cranio come un serto e girare intorno al principio delle nascenti corna. Erano arrivati al prato. L Nerone, che non era ammesso in casa, se n'and per proprio conto, gli altri traversarono il folto dei lecci e sull'entrata della casa videro la massaia che li aspettava con Un gran mestolo in mano.

luna. 7. LA CAPANNA. Mamma tutti gridando la salutavano Mamma, eccoci, pronti, abbiamo tanta fame, Mamma. Oh domanda Madina allora siete tutti fratelli e sorelle? No, lei non madre di nessuno di noi, e nemmeno proprio dei nostri, non si muove mai di casa, sta tutto il giorno a prepararci da mangiare e da dormire e farci star bene, e non pensa ad altro: per questo la chiauniamo Mamma, come un nome. un nome bello e mi piace molto pi di tutti i vostri disse Madina, e con quello la salut a gran voce: anch'io ho tanta fame, Mamma. Anche Fulvo le si era gi affezionato; invece di seguire Madina alla cascata era rimasto intorno alla casa visitando spesso la cucina, sede prediletta di Mamma. La colazione, intorno alla grande tavola tonda, fu allegrissima; Madina concluse: Siete forse un po'matti ma con voi sto volentieri. Nessuno le fece domanda alcuna intorno al suo passato. Mamma le aveva preparato un vestito; quel giorno stesso s'affrett a buttar via il grembiulone e quel funesto abito da sera, le prov e rifin il nuovo, color verde cavalletta, che le stava a maraviglia, con un grembiulino da villanella di melodramma. Intanto gli altri se n'erano andati a riposare chi dentro casa, chi ai piedi d'un leccio, chi all'ombra delle siepi verso la strada, con l'impegno preciso di ritrovarsi per la merenda. Alla cascata ritorneremo questa sera, c' un quarto di E quando m'insegnerete a lavorare con voi la mattina nei campi? C' tempo. Quella sera Madina scopr in cielo la Via Lattea e s'accrse che ha la forma d'un gran fiume diviso in due rami. E la vita sua d'ora tanto libera e naturale avrebbe potuto durare fino alla sua estrema vecchiezza e non avremmo pi niente da raccontare di lei; ma pare che il suo destino sia fuggire in perpetuo senza potere mai afferrarsi a qualche cosa. Il pomeriggio del giorno appresso capit uno di quei viagglatori di cui Larlo aveva parlato. Lo trovarono, dopo la siesta generale, installato in cucina con Mamma che lo stava rifocillando; era un marinaio, garbato e vivace: spieg che, tornato in licenza al suo paese marino, non vi aveva trovato la famiglia e andava ora a raggiungerla

presso parenti che abitavano in questa regione montana. Provvisto di qualche cultura e di curiosit, avendo in viaggio sentito parlare della grande cascata aveva voluto vederla. Narrava episodi della sua vita marinara. Madina, sorpresa gi del suo vestire, era esterrefatta a quei discorsi dl luoghi e cose che le riuscivano incomprensibili. Quando poi furono tutti nel prato, ella che ancora non aveva aperto bocca, tutt'a un tratto quasi bruscamente domand: Che cosa il mare? Il marinaio trasal ma sbito si ricompose, e cercava una risposta. Finalmente prov a domandare: Hai mai visto un lago? un lago grande? No, n grande n piccolo. Il marinaio, che stava in piedi appoggiato a un alberetto, si lasci cadere le braccia lungo i fianchi. Lario venne in suo soccorso: Nessuno di noi ha mai veduto il mare; qualche lago s, ne abbiamo uno dietro quel monte. Voglio andarci interruppe Madina. Certamente, quando vorrai. Domani? Domani mattina. Il marinaio s'era riavuto e riprese la parola: Ecco: al lago tu sei qui sulla sponda, e guardi, e vedi tutto il giro del iago, anche, in faccia a te, L'altra sponda Col mare no; il mare tanto grande, che ti vedi davanti soltanto mare e tutto mare e sempre niente altro che mare, acqua e acqua all'infinito, fin dove ti regge lo sguardo acqua ancora, che azzurra come il cielo, e infatti laggi in fondo comincia il cielo ma tu non capisci dove ancora acqua e dove gi cielo; e tutt'insieme... ma no, no, non so farmi capire. Vorrei vederlo disse Madina. Ma aveva pronunciato quelle parole in un modo nuovo e remoto, lenta, guardando lontano. Sentiva in quella ignota cosa un mistero, forse un agguato, era piena di dimfidenza. Tutti intorno tacevano. Non si guardavano: ognuno sentiva pudore di quel mistero, a guardarsi in faccia tra loro avrebbero avuto paura. Pluvia dopo aver un poco pensato domand: Ma non si muove? Sta sempre fermo?

Oh quando s'arrabbia, vedessi quanto si muove. Sai quando lavando i panni la donna sbatte tutta l'acqua, che nel mastello s'alza e s'abbassa e fa la schiuma e si agita con tanto fracasso? press'a poco il mare fa lo stesso, ma pensa, in tutta quella grandezza! sono le onde, immense disegnava gran gesti nell'aria rotando furiosamente le braccia da inghiottire in un minuto un bastimento che pl grande d'una casa, galoppano su tutto il mare e gridano come diavoli; e questo per tanti giorni e tante notti. Poi si calma. No insist Pluvia io domandavo se anche il mare si muove da do,ve sta, come un fiume, che corre via via via senza fermarsi mai. Dove vuoi che vada, il mare? Se un fiume... ma si trov impacciato, rinunci a tentare di spiegarsi; si accontent sorridendo di tranquillarla: no, lui rimane l fermo al suo posto. Allora no disse Reno, a voce bassa, scotendo il capo; e parve avesse interpretato con quella parola il sentimento comune, perch parecchi altri allora no, allora no mormorarono, e come lui scotevano il capo e guardavano in terra. Lario volle che il marinaio li capisse bene: Vedi, noi, quando da fanatici parliamo di acqua, intendiamo quella che corre, i fiumi, i torrenti, i ruscelli, la pioggia anche, non so, i laghi se vuoi: quel laghetto che dicevo l dietro il monte, un fiume che s' disteso poi ridiventa fiume e corre via; in questo modo l'acqua si rinnova di continuo, quella ma non mai la stessa, neppure un momento; davvero, come disse un antico, tu non puoi bagnarti due volte nel medesimo fiume. Qualche volta lei Sl nasconde sotto terra, e scava e va avanti, la vedi rispuntare pi in l, e intanto che passava sotto, dentro la terra, faceva nascere l'erba e le piante, e quando torna fuori gli uomini e gli animali la bevono e ci si bagnano, perch sempre nuova e fresca; ecco, questa l'acqua per noi. Il marinaio medit un poco poi disse: A cercar bene, anche il mare si muove e si fa nuovo sempre. Pensa: tutte quelle acque che tu dici, un ruscello, un fiume, dove vanno a finire? Un ruscello in un ruscello pi grosso, questo in un fiume, il fiume in un fiume magglore, e in ultimo, o da solo o mescolato con un altro, ogni fiume ogni ruscello ogni filo d'acqua vanno a buttarsi, dove? nel mare, tutti nel mare. Tutta tutta l'acqua della terra va in mare. Ora parecchi si facevano coraggio a interromperlo: E quando diventata mare, si ferma, L'hai detto tu E l'acqua arrivata l, da quel momento rimane sempre la stessa.

Come in un secchio! Il marinaio si disperava: No no no, lasciatemi spiegare, forse ho detto male. Pensate, che se fosse sempre la stessa, andando a finlre l dentro tutti i fiumi, cio tutta l'acqua della terra, il mare fin da principio sarebbe enormemente cresciuto, avrebbe traboccato, in poco tempo avrebbe coperto tutta la terra e buona notte. Dunque non deve essere vero che l'acqua del mare sta l ferma. Anche lei se ne va continuamente. Infatti dove va? Sotto terra? Il marinaio alz le spalle: No. La cosa molto pi bella. Va in cielo. Avete mai visto l'acqua che scaldando dentro la pentola bolle e dalla superficie manda su vapore e vapore, e se non la levi dal fuoco, dopo qualche ora acqua non ce n' pi perch volata via, tutta passata in vapore? Lo stesso del mare. Sta sul fuoco a bollire? Oh no. Il sole, il sole da lass battendovi sopra scalda quella immensa superficie, che svapora, e il vapore invisibile traversa l'aria, sale fino al cielo cos parlando apriva e sollevava le braccia ed egli stesso si alzava In punta di piedi e guardava in alto come a tendersi verso l'immaginato viaggio ma il mare non si vuota perch intanto a tutte le spiagge sboccano i fiumi e la loro acqua dilaga per il mare a compensare quella che lui ha perduto In vapore. In questa maniera, L'acqua che correva nei fiumi ora in certo modo continua a correre evaporata su per l'aria, e Si raccoglie in nuvole, che l in cielo s'addensano, fin che sbattuta dai venti la nuvola si scioglie in pioggia, la pioggia cade sopra la terra, gonfia i ruscelli i fiumi i torrenti e per essi torna al mare, e cos sempre in un giro senza fine: dunque non vero. che l'acqua sia continuamente nuova, anzi sempre la stessa che gira; come il sangue nel corpo umano, cos lei gira nel gran corpo del mondo; e voi nelL'acqua dove vi siete bagnati oggi vi ribagnerete, chi sa? tra una stagione, tra un anno, tra dieci, o forse tra cent'anni i figli dei vostri figli o tra mille. A tutti che lo ascoltavano il cuore s'incantava alla immagine di quella loro acqua circolando in perpetuo fra terra mare e cielo, e li avvolgeva un sentore di eternit. Tacquero alcuni minuti, non si vedeva moto nelle loro persone altro che a taluni sollevarsi il petto nell'affannato respiro. Poi d'improvviso Madina si prese il volto tra le mani e scoppi a piangere. Allora si misero a piangere anche Pluvia e le altre donne; gli uomini, chi cominci a camminare furiosamente qua e l per il prato e intorno alle piante, altri s'eran buttati a sedere e fissavano l erba; qualcuno ne strappava un cespo e pareva guardare attentamente la terra

rimasta attaccata alle radici, poi sospirando lo gettava lontano. Il marinaio s'era seduto in terra. Madina s'asciug le lagrime e si rivolse a lui dolcemente: E sulle spiagge domandava vanno gli uomini e gli animali a chinarsi per bere l'acqua del mare? Questo no, non possibile. Perch? Perch l'acqua del mare cattiva da bere, amara, piena di sale. Madina rest un momento come di pietra poi divamp di collera: No url vattene, se salata e gli animali non ci possono bere, non l'acqua; il mare una cosa cattiva, non parlarmene pi, lo odio, vattene. Fuori di senno, gridava con voce rotta e rauca. Pareva che qualche cosa le si fosse spezzato dentro. Tremava e la faccia ogni tanto s'arrossava poi di colpo tornava pallidissima: allora lanciava dagli occhi saette all'uomo del mare, che s'era rialzato, non sapeva dove tenere le mani, volgeva a lei sguardi pieni d'implorazione. Lario s'accost a Madina e le mise una mano sulla fronte. Pluvia venne ad abbracciarla e tenendola stretta diceva: Sii buona. Il viso di Madina era ancora sconvolto, ma non tremava pi Disse: Che cos' stato? e si guardava intorno. Non stato niente, Madina e Lario accenn al marinaio che s'accostasse, ma il marinaio era ancora rosso di vergogna. Tutt'a un tratto s'ud una voce esclamare gioiosamente: Balliamo! e dieci altre fecero eco. S'improvvis un girotondo nella radura in mezzo al prato. Quando Madina riusc a sorridere, Pluvia si stacc da lei, Lario guard il marinaio che accostandosi tese ia mano, e Madina glie la strinse ridendo. Venite anche voi gridavano gli altri. Qualcuno era corso a prendere la fisarmonica e il girotondo si mut in ballo. Anche Madina ballava e tutti ridevano perch non andava a tempo e ogni tanto inciampava in qualcuno. Si prese la rivincita il giorno dopo alle spalle del marinaio, che aveva voluto accompagnarli nella gita al lago. Partirono dunque di buon'ora lui Lario e Madina (che Mamma ha fornita d'un robusto paio di scarpe per la camminata). Il sentiero, ciottoloso e piuttosto ripido, circuisce il monte a spirale; da principio Lario e l'altro si voltavano ai punti pi aspri per aiutare Madina, che non ne aveva bisogno anzi presto fu lei a dover spingere o sostenere il povero uomo del mare che arrancava gravato le spalle d'una sacca piena di vettovaglie. Lario portava le

coperte e apriva il cammino, Fulvo correva in avanguardia e ogni tanto si voltava ansimando ad aspettare i compagni. Passato il meriggio arrivarono, dall'altra parte del monte, a un pianoro la cui zona estrema era occupata da un piccolo lago malinconicissimo. Fulvo vi corse e beveva a lungo, gli altri non pensarono neppure ad accostarsi alla riva. Lario spieg come da questo lago esca il rivo sotterraneo che poi corre al salto della grande cascata. Madina additando il lago domand al marinaio: Il mare sarebbe questo, pi in grande? L'altro le volse uno sguardo mortificato, poi la carezz sui capelli senza dir niente. A tavola disse Lario. Tolsero dalla sacca le provviste. Seduti su certe pietre che spuntavano qua e l dal pianoro brullo, a lungo fecero onore alla provvidenza di Mamma. I monti di fronte eran velati d'una nebbia che ogni tanto si squarciava, allora Lario s'affannava a spiegare la topografia del luogo: pronunciava nomi cui i due compagni non s'interessavano, Certo pensavano con desiderio al ritorno. Lario tocc una spalla a Madina per richiamarne l'attenzione, e stendendo un braccio spieg: Vedi, di l, dove gira il monte, comincia un altro sentiero, che scende diritto a quello stradone da cui tu sei arrivata tre giorni fa sul carro. Madina sent una gran scossa in tutta la persona. Ma domand solamente: Tre giorni? ne sei certo?. Certissimo. Io credevo d'essere con voi da tanto tempo. Pens al mare che salato, e s'incup. Che hai? Niente. La nebbia vagava a stracci sul monte di faccia, il lago era pieno di tenebre immobili, da tutte le parti del cielo calavano in folla le ombre del vespero rapidissimo. Ma gi sera? Non sapevano che dirsi. L'uno pensava al suo mare con struggimento, L'altro al prato del ballo e alla valletta della cascata, invece Madina a quella strada diritta con i paracarri, e vi scende anche un sentiero, l, dove Lario ha indicato. Ognuno di loro si sentiva infinitamente solo e lontano. Madina si scosse e domand: Che cosa facciamo?. Ora che s' visto il lago risponde prontissimo il marinaio non c' che da tornare a casa e cos dicendo s'alzava e si rassettava. Ma Lario ammon: gi quasi notte, per la discesa sarebbe un pessimo andare. Vedi quella capanna di tronchi lass? E un bel ricovero per i turisti. Andiamoci disse il marinaio ho tanto freddo. Madina non aveva mai sentito freddo neppure nel cuore dell'inverno ma consent sbito: Andiamo. In dieci minuti per un viottolino diruto s'arrampicarono al capannone annidato tra le rocce, con una spallata ne aprirono la porta. L'interno era diviso in due parti da un graticcio. Nella prima, ch'era la maggiore, videro quattro giacigli, due nelL'altra: rudimentali ma forniti ognuno d'un bello strato di fieno. Soprama panca stavano alcuni mozziconi di candela Di qui staremo noi, di l che pi riparato, Madina

disse Lario. Le due sezioni comunicavano per un'apertura ritagliata in fondo al graticcio. Ora tutta la terra ottenebrata, nel cielo nitido spuntano gelide stelle. M'accorgo che ho sonno disse Lario. Accesero due dei mozzconi. Il marinaio pareva non avesse sonno, avrebbe voluto indugiare, era stranamente inquieto; ma si rassegn. Buona notte, Madina. Buona notte a voi, penser io a darvi la sveglia domani mattina appena fa chiaro. Ci credo poco disse Lario sorridendo. Si separarono. Madina, passata dall'altra parte, si stese su uno dei due letti. Dopo un poco sent russare forte, certo Lario che aveva sonno. Si strinse nella coperta, s'accumul molto fieno da una parte e dall'altra della testa per non sentire quel suono sgradevole. Barlumi pallidi penetravano dalle sconnessure del tetto. Ripens alla via Lattea, rivide i paracarri bianchi, brancol tra immagini vaghe, s'addorment. Forse sognava; e a un certo punto il sogno si riempiva di soffocati rumori; fin che intese ch'erano reali, e apr gli occhi. I rumori venivano di l dal graticcio: Madina si strapp il fieno d'attorno al capo e si sollev sul giaciglio tendendo l'orecchio. E distinse due voci, che tentavano di non alzarsi ma un'ira le sforzava. Anche qualche urto ud, qualche passo. Ecco, la voce dell'uomo di mare diceva: Che ti piglia? russavi e mi sono alzato per andar fuori e la voce di Lario ribattere: La porta dalla parte opposta. L'altro s'impazienta: Ma al buio, perdio! e Lario: Non gridare! fuori, fuori, non svegliarla; la porta s'apriva scricchiolando; intanto di qua anche Fulvo aveva alzato la testa e faceva sentire brontolii torbidi. Taci, Fulvo! Madina scese dal giaciglio, si ferm un attimo, i due erano usciti all'aperto, i passi e le voci s'interrompevano, riprendevano, s'allontanavano. Ella corse di l, s'affacci alla porta, la notte era pulita, senza pi un velo di nebbia, chiara di quella poca luna e di stelle. And fuori guardando intorno; e poco oltre vide di spalle Lario cacciare a grandi spinte il marinaio gi per il viottolino tra le rocce. Il marinaio scivolava, tentava di resistere, riusc ad appoggiarsi con la schiena a una roccia, di l improvviso sferr un pugno poderoso nella faccia di Lario. Madina a stento si trattenne dal gridare "Bravo!" afferr al collare Fulvo che l'aveva raggiunta e stava per abbaiare. Lario rispose all'avversario con un pugno nel petto, anche a lui Madina fu per gridare "Bravo" ma pi s'esalt quando vide i due abbracciarsi furiosi e gagliardamente scrollarsi, ansare, ringhiare, fin che incespicarono e franando rotolarono in basso sbattendosi forte l'un l'altro contro le rocce taglienti. Sbito lei liber Fulvo, che si lanci; nel lume della notte i suoi latrati sconvolsero l'inumano silenzio dei monti. Madina lo segu precipitando gi a salti e ridendo e fu addosso ai due che sofffiavano e annaspavano ognuno con le mani sulla faccia dell'altro. Allora ella non rise pi Disse: Che diavolo fate? Quelli si sciolsero e da terra si voltarono a lei. La luna e le stelle illuminarono i loro volti stupefatti, colore del

gesso, rigati di sangue. Lario balbett: Che fai qui?. Fulvo s'era calmato; li guardava un po'tutti, aspettando. Siete feriti disse Madina additando le loro facce. Una cosa da niente sussurr il marinaio. Da niente Lario gli fece eco. Vedete concluse Madina come siete d'accordo. Tristi sorrisero. Lei prima con un fazzoletto poi col lembo del grembiule asciugava amorosamente il sangue dalle facce, un po'dall'una un po'dall'altra, dei suoi amici. Ora alzatevi e i due molto a stento, aiutati da lei, si levarono in piedi, ed ella tra loro reggendoli ognuno per un braccio prov a farli camminare. Per risalire al rifugio il tratto era breve ma scosceso Stentavano a tenersi ritti, si sarebbero volentieri abbandonati a terra ma si vergognavano Lario sentiva un dolore sordo alla nuca, L'altro atroci fitte in un fianco come d'una costola rotta che dentro lo trafiggesse: la presenza di Madina li faceva spartani. Dopo due passi lei per sostenerli meglio pass le braccia, una di qua una di l, intorno alle loro spalle; riuscirono a fare qualche passo. Quanto siete ammaccati, ma ci siamo. Il contatto di Madina dava ai loro spasimi un gusto di ubriachezza. Il marinaio apr la bocca e fece per cantare ma dopo due note sgangherate si ferm mentre Madina gli diceva: Che ti piglia?. Lario aveva girato la testa di scatto a guardarlo e per un attimo la faccia gli s'era straordinariamente arrossata ma torn sbito bianca. Ecco disse Madina la porta gi aperta. Il marinaio si butt sul primo letto, una fitta pi forte gli strapp un grido. Lario stava per mettersi sul letto vicino ma ella non glielo permise: No, in questo mi metter io, tu in quello dopo, cos io stando in mezzo a voi vi faccio la guardia che non torniate a litigare. Quando Lario fu steso nel terzo letto, Madina accese un pezzo di candela, accost la porta d'uscita, si strapp dal sottabito bianco due lunghe strisce:, and ad asciugare di nuovo col grembiule l'una e l'altra delle facce graffiate, poi con quelle candide bende cominci a fasciare accuratamente le due teste. A Lario anche la nuca s'era messa a buttare sangue, al marinaio la costola rotta strappava orride smorfie: le punte delle rocce cui s'erano atrocemente sbattuti erano state contro l'uno e contro l'altro armi terribili. L'operazione non fu breve. La freschezza delle mani di Madina era per i due infermi un. soave stupefacente. Lario ebbe ancora la forza e l'ingegno di baciare fuggevolmente una di quelle mani al passaggio. Il marinaio riprese a mugolare. Zitto disse Madina. Spense la candela e si mise sul letto di mezzo, supina. Ora dormiamo tutti, buoni. Dopo forse un minuto: Madina sospir Lario, Madina mormor il marinaio. Sst... fece lei, e tese piano una mano da una parte, L'altra dall'altra. Se le sent prendere. Quella dell'uno bruciava, quella dell'altro tremava. Ecco disse Madina una mano per uno, dormiamo tutti e tre, buona notte. Era nella capanna, e tutt'in giro nella valle e nel mondo, un silenzio funereo. A poco a poco Madlna

sent la mano di Lario, poi quella del marinaio, allentare la presa, abbandonarla. Dormono si disse, e piano piano ritir le proprie. S'accomod entro il fieno; come prima, si coperse le orecchie per non sentire qualche gemito spento, qualche scarso ansito, che ogni tanto uscivano dalle due bocche, sempre pi fievoli e rari. La prese un sonno pesante. Quando si svegli, cap che la notte era finita. Si lev, scivol per la corsia che divide i letti, e nel silenzio mortale in punta di piedi corse ad aprire usc riaccost piano la porta. L'aiba scendeva chiara dalle cime dei monti, il verde era limpido, Madina si sent tutt'a un tratto felice, con nessuna altra memoria che il vago senso d'essere uscita da un sogno fastidioso. Arriv a balzi fino al pianoro del lago, di l il suo sguardo corse da s a quel punto che Lario le aveva indicato. Non ricordava Lario, ma le sonavano ancora all'orecchio le parole di lui quando spiegava ... I, dove gira il monte... e dentro la pungevano; certo dal momento quando le aveva udite il fondo del suo pensiero non rimasto che in quelle, e ora vengono a galla e la dominano Rivennero anche le altre: ... scende diritto a quello stradone.... Si diresse sicura, seguendo la radice del monte arriv dove il monte gira, sbito vide il sentiero e vi s'inoltr, cominci la discesa ripida. Fulvo la seguiva a testa bassa. Dopo un camminO, che a lei non parve lungo, il sentiero s ampliava, in mezzo all'aria sempre pi chiara sbocc sulla strada battuta e larga con i paracarri bianchi: la strada che viene dalla citt e sale verso il bosco di Monteguercio. Come quattro giorni innanzi (ma lei non sa che sono quattro giorni) insieme con Grisante (ma lei non pensa a Grisante), si mise a sedere sopra un paracarro. Con l'anima piena di luce cominci ad aspettare che passasse un carro per accompagnarla alla sua mta. 8. IL RUSCELLO. Il capo cominci a ciondolarle per la stanchezza, ogni tanto gli occhi le si chiudevano e stava per cadere, allora si mise a sedere in terra e appoggi un gomito sul paracarro reggendosi con una mano la guancia. Mezzo assopita sent rumore come d'un trotto e scatt in piedi; ma vedendo ch'era dalla parte del monte, si girava intorno delusa. Intanto il cavallo arriv fino a lei e si ferm, il cavaliere le rivolse la parola con gran cortesia: Che cosa cerchi, forosetta? Lo strano epiteto la fece ridere; rise anche lui poi insisteva: Dimmi dunque, che vuoi? Voglio che tu mi dia il tuo cavallo. Il cavaliere con aria seria domand: Per che farne? Per non andare a piedi. Ma ci sai stare, a cavallo?

Non so, prover. E dove vuoi andare? Se mi dai il cavallo te lo dico. Io te lo darei volontieri, ma Frontino non vuole. Chi Frontino? Lui, il mio cavallo. Come lo sai, che non vuole? Vuoi vedere? e chinandosi verso la testa del cavallo: Frontino, vuoi che ti dia a questa ragazzina? gli domand; e intanto di nascosto tirava leggermente una redina; il cavallo mosse la testa da una parte e dall'altra come facendo "no, no!. Madina guardava cavallo e cavaliere come un prodigio. Il cavaliere riprese la parola: Se vuoi ti porto io, qui, sul cavallo, con me. Ma ci stiamo tutti e due? Certo. Prima sentiamo se lui permette e si chin di nuovo: Frontino, vuoi che faccia salire anche la ragazzina? e gli fece muovere la testa tre volte dall'alto in basso. "s, s, s". contento. L'idea di salire davvero sul cavallo riemp Madina d'impazienza. Il cavaliere riprese: Metti un piede l, cos. Si chin a prenderla per un braccio, lei si spinse in su e in un attimo si trov seduta in groppa mentre l'altro si tirava un po'indietro per farle posto. Appggiati meglio a me dice lui cos. Pass le briglie alla mano destra e col braccio sinistro la cinse alla vita per reggerla bene. E Fulvo? dice Madina guardando in gi. Andremo adagio, ci verr dietro. Intanto Madina si stava tirando il gonnellino a coprire i ginocchi. Oh fece il cavaliere vedendo sul verde macchie di sangue che cosa sono quelle macchie? Madina guard poi lev gli occhi al volto di lu e rispose: Non so. Tutte le volte che Madina ha detto a quel modo non so nessuno ha pi insistito. Il cavallo fece due o tre passi, ma lei tutt'a un tratto appoggi una mano sul braccio del cavaliere: Un momento, io non debbo andare di qua, ma da quella parte e accennava dietro, verso il monte. E perch disse lui non vieni invece dalla mia parte anche tu? Perch C! sono gi stata. Frontino s'era fermato. Il cavaliere era perplesso. Ora che s'erano accomodati tanto bene, gli dispiaceva rinunciare al dolce episodio. Finalmente riprese Madina: Allora grazie ugualmente, io scendo ad aspettare qualche carro che vada in su. Peccato. Il cavaliere andava in pensiero rapidamente esaminando i motivi per cui s'era mosso verso la citt, e non li trovava pi impellenti. A quella parola "peccato" pronunciata da Madina con tanto cuore, i motivi svanirono del tutto; da vero cavaliere rispose:

Hai ragione, sarebbe un peccato; andiamo dove vuoi e senz'altro fece voltare Frontino, che ne fu molto maravigliato. Cos va bene disse Madina. L'andare di Frontino era blando, Fulvo lo seguiva, qualche volta lo precedeva, scompariva e dopo un po'ricompariva, ogni tanto divagava a perlustrare di gran corsa, da una parte e dall'altra della strada, qualche tratto della campagna. Di l a poco la strada comincia dolcemente a salire. Di qua e di l arrivava odore di terra bagnata. Il cavaliere sentiva con delizia il corpo di Madina modellarsi al suo con gran confidenza. Guard nei campi e nel cielo per trovare qualche cosa da dirle. Quand'ebbe trovato chin gli occhi su lei, e vide che gli s'era addormentata sul petto. Madina sent forse nel dormiveglia lo sguardo del cavaliere e spalanc gli occhi con un piccolo sobbalzo. Lui domand: Che cos'hai?. Ella sorrise, pens, rispose: Ho fame. Dio! esclam lui come si fa? Ma come risovvenendosi tutt'a un tratto aggiunse: Aspetta, forse ho ancora... e abbandonata per un momento la briglia sul collo a Frontino si frugava in tutte le tasche, fin che con un sorriso di trionfo ne trasse una tavoletta di cioccolato. Grazie disse Madina. La mangiava di gusto, mentre il cavallo aveva ripreso il placido andare e il cavaliere rivolgeva a lei le due domande che aveva pensate: Come ti chiami? la prima, e l'altra: Da dove vieni?. A questa ella ripet quel suo "non so". Finito il cioccolato, si rimise a dormire. Il cavaliere ricominci a guardare intorno, vedeva il cielo attristarsi, gli alberi perdere le ultime foglie, il collo di Frontino battere il tempo. Nessuna di queste cose rispose alla domanda che ormai lo pungeva dentro: "Che cosa ne faccio?". Riabbass lo sguardo su lei. E si chin a baciarla sulla bocca. Ma sent quell'odore del cioccolato appena finito di masticare e non insist nel bacio. Lei nel sonno agit la testa con un senso di disagio, poi la gir e nascose la faccia contro il petto di lui. Egli osserv ch'ella aveva qualche filo di fieno tra i capelli. Affrett un poco il passo del cavallo su per le volute ampie della salita. Madina invero non dormiva pi. Ma continuava a tenere la faccia a quel modo nascosta per poter a suo agio ordinare certe idee e immagini, che ora s'affollavano al suo ricordo. Questa volta che la certezza di ritrovare tra poco il suo bosco, ritrovare dopo un tempo immenso (non potr mai capire che sono passati solamente ventitr giorni) il bosco

e il ruscello che gi credette perduti per sempre, s' fatta in lei ferma e le d un nuovo impeto intimo - questa volta dalla bruma del tedio, che tanto facilmente si stendeva in lei a nascondere ore passate, possono emergere forme che gi sembrarono espulse dalla sua memoria. Anzitutto una sfilata di persone: quelli - pensava - che volevano da me qualche cosa, certamente tutti la stessa, tutti, Grisante, Alberico, il Conte con i suoi amici, Lario e il marinaio, questo cavaliere tanto gentile... Poi qualche oggetto isolato sorse e ingrandiva e irragionevolmente veniva avanti come sopra uno schermo: la tavolozza del pittore, il cinturone della guardia nel giardino, il pennacchio di pietra del monumento, un sipario di velluto rosso, il mestolone di Mamma. A questo, improvviso altri due volti la salutano al passaggio, e tra loro tanto diversi, ma l'acerbo riso dell'uno pu fondersi oggi col sorriso aperto dell'altro: Ursa e Mamma. Niente altro? non mi pare, ma certo sono rimasti dei vuoti. Avvert che il cavallo s'era fermato, e si sent chiamare: Madina. Alz la testa. Ci sono due strade disse il cavaliere da che parte devi andare? Madina guard. Egli aggiungeva: Per qua sguita la strada grande, poco dopo la svolta c' un paese che si chiama Monteguercio. Madina non batt ciglio. Invece continua lui voltando a sinistra... Madina lo interruppe: Volta a sinistra. Entrarono in una stretta via campestre che Madina conosceva bene. (Nessuno dei due s' accorto che Fulvo, per raggiungere certi cani che aveva visti azzuffarsi pi avanti nella strada grande, corso a galoppo su per quella ed scomparso dietro la svolta.) Madina aveva dato quell'ordine senza un sorriso. S'era svegliata tutt'altra da prima, con un volto distratto. Il cavaliere pareva indifferente. Tutto era finito tra loro. Dopo qualche minuto Madina, che guardava attenta il cammino, disse: Scendo qui. Il cavaliere la mise a terra con garbo. Lei rimase l fermi un minuto pensando, poi disse: Grazie.... Egli chin il capo in segno di saluto. In questo modo s'accomiatarono. Il cavaliere, voltato il cavallo, lo mise al trotto; chinandosi sulla sella gli sussurr: Perdonami, Frontino, non lo far pi.

Madina prosegu un poco nel viottolo, travers un campo, evitando il paese arriv dove fra i tronchi delle prime querce s'intravvede la sua vecchia casa ai piedi del monte. Riconobbe una quercia su cui s'era tante volte arrampicata bambina. Volle provare se n'era ancora capace, sal agilmente, vi s'accomod come a quel tempo nascosta tutta entro il cavo dei primi rami, grossi ciascuno quanto un albero. Di l si vedevano le finestre della casa: a una stava affacciata una donna, la boscaiola che lei credeva sua madre Parlava a qualcuno gi nella strada, gli diceva: Ancora no, neppure oggi. E dal basso arriv una voce d'uomo un po'chioccia, la voce di Grisante: a Madina torn sbito alla mente il giorno che l'aveva sentita dalla sua camera in casa dei Vitina e n'ebbe tanta paura. Ora diceva: Corro al prato, se no mi cambia la luce. Ricordatevi, se arriva questa mattina mandatemela, ditele che io sono al prato, verr sbito. Altrimenti ripasser di qui domani matLina. La boscaiola rientr. Madina vedeva l'interno: la testata del letto grande, una immagine sacra a colori nel mezzo della parete. La donna fin di rimboccare e spianare il lenzuolo, s'allontan verso il fondo buio della camera e scomparve. Madina dopo un poco scese dall'albero. Rimase qualche minuto in attesa poi d'improvviso si mosse; invece d'avviarsi alla casa devi tra le querce, s'addentr nel bosco, ritrov i sentieri dell'infanzia. I tronchi erano ancora rigati di pioggia recente, pareva che avessero pianto. Non si vedeva altro verde che quello molle del muschio in mezzo alle grosse radici e il cuore di Madina era un po'gonfio. Sal ancora, raggiunse il sommo del bosco, e l d'un tratto la sua anima fu sgombra ed ella usc in un grido di gioia e lo ud echeggiare fra i tronchi. Non ricordava d'avere visto mai cos ricco il suo ruscello neppure dopo gli sgeli delle primavere. Ora quasi un torrente, ma l'acqua vi scorreva senza impeti, unita, con un gorgglio leggero. Si ferm a lungo incantata a guardare. La superficie delL'acqua in un tremolio d'ombra e luci era diventata una pelle viva, i raggi del mattino passando liberamente tra i rami nudi degli alberi andavano a pungerla un po'dappertutto. Madina fissava un punto dell'acqua e si provava a seguirlo ma l'inquietudine delle luci sbito leaceva perdere il filo: L'acqua che sempre quella e non mai la stessa, come qualcuno le ha insegnato. Ogni raggio del sole, pens, ferisce dunque a ogni momento un'acqua nuova; e forse ogni goccia cos toccata dal sole una vita tra le mille altre, eppure tutte insieme sempre lui, uno, il ruscello mio. Questo problema la mette in agitazione. Dover dividere in frazioni infinite quella cosa unica e rara, il ruscello suo, la offende. Credere che lui se ne va via continuamente, lontano da lei, la sgomenta. Mise una mano nell'acqua, voleva capire, sentire al modo di quella massa

mobile potente allegra, che esce di sotto il nero della rupe, arriva, passa sulla sua mano e se ne va; scende a svolte tutta la pendice, traversa il prato e trova il salto, precipita in mille scintille. Si rialz. Segu per un poco il corso gi per la china. La prese una smania di sentirsi pungere dai raggi e brillare, correr via. Allora ricord quando l dentro metteva le braccia. Si ferm, si strapp di dosso il vestito, stava per immergerle; ma la colse un pensiero pi grande. Si spogli del tutto, rimase nuda come quell'acqua. Si carezz le spalle, si pass lentamente le due mani sui due lati del corpo, dalle ascelle al bacino. Scese nel rivo con una gamba, poi con l'altra; fece qualche passo e sentiva nel fondo i sassi acuti, su altri scivolava, in mezzo a dolci brividi si scroll di felicit. Poi pieg piano le ginocchia come volesse sedere sopra il peno deil'acqua, invece vi profond entro, ridistese ie garibe, s'abbandon. Ora il ruscello la culla,; acSuz la sorregge. Per un poco la tenne a galla poi la abbracci intorno tutta fino al giro del collo, e la faccia sporgeva come un fiore ridente. L'acqua sa davvero abbracciare, aderisce a ogni curva, modella ogni zona ogni angolo, non c' piega di te ch'ella non raggiunga con la sua diffusa carezza. Nulla al mondo sa abbracciare cos. Anche l'aria t'avviluppa a quel modo, ma non la senti; invece il tocco dell'acqua ti sveglia, ti fa capire la tua forma, e manda i suoi brividi fin nel tuo profondo. E parla. Lungo il corpo di Madina il gorgglio del rio si chiariva, si frangeva in piccole sillabe d'amore. Con amore l'acqua tocca il corpo di lei, lo avvolge e corre via e gi l'altra sopravvenuta e l'altra ancora, la delizia di Madina non ha mai una sosta. Ma gi tra la delizia scende un'ombra nel suo pensiero a turbare l'amore. Il mio ruscello m'abbraccia cos, e io non ho modo di ricambiare l'abbraccio. Sono pesante, son limitata da tutte le parti, come potr egli sconfinato e leggero continuare ad amarmi? per questo forse mi fugge? Chi m'insegna ad abbracciarlo? a fuggire con lui? a essere la cosa stessa che lui? Allora accadde il miracolo. Parve dapprima a Madina che il suo corpo s'allungasse. L'acqua scorrendovi intorno, dolcemente lo lima e assottiglia. Lei si sente tutta a poco a poco salire a fiore delL'acqua, eppure nulla del suo corpo ne emerge. Dov' il corpo? poco fa chinando gli occhi lo vedeva trasparire di sotto il velo liquido, ora le sue forme vacillano, le linee sfumano, quel ch'era pallida carne non pi che un gioco di riflessi, inquietudine d'ombra e di luci, acqua.

I raggi del sole vi si divertono, come pi l, pi qua, come tutt'intorno sull'altra, che ne sfavilla. Madina non sente pi il tremolio del rio all'orecchio, sente s vibrare insieme con tutte le infinite gocce che fanno la fluida forma dell'acqua, la forma sua: ella e l'acqua sono un solo murmure e scintillio lungo che scende. Non vede pi l'acqua e i suoi bagliori, quel ch'era la vista di Madina diventato un bagliore tra cento. Quello che fu il volto di Madina s' sciolto in onde fresche di felicit. Neppure il nome di Madina c' pi, uno dei mille mormorii di questo canto che corre in gioia gi per le svolte della pendice, incontra la luce aperta del sole sul verde, taglia il bel prato, vola sulla roccia, di colpo affronta il salto e precipita sotto tra lampi d'argento, si frange e spumeggia nel deserto piano laggi, dove una donna era morta dando alla luce Madina. FINEo

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