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Jules Verne

IL VILLAGGIO AEREO

TITOLO ORIGINALE DELLOPERA
LE VILLAGE ARIEN
(1901)

Traduzioni integrali dal francese
di ANTONIO AGRA






Propriet letteraria e artistica riservata Printed in Italy
Copyright 1982 U. Mursia editore S.p.A.
2494/AC U. Mursia editore Milano Via Tadino, 29
Indice
PRESENTAZIONE_________________________________________5
IL VILLAGGIO AEREO____________________________________8
La grande foresta___________________________________________8
Capitolo I ______________________________________________9
Dopo una lunga tappa__________________________________________ 9
Capitolo II ____________________________________________21
I fuochi mobili ______________________________________________ 21
Capitolo III ___________________________________________32
Come furono dispersi _________________________________________ 32
Capitolo IV ___________________________________________44
Quale decisione prendere? _____________________________________ 44
Capitolo V ____________________________________________55
Il primo giorno di marcia ______________________________________ 55
Capitolo VI ___________________________________________65
Sempre diretti verso sud-ovest __________________________________ 65
Capitolo VII___________________________________________75
La gabbia vuota______________________________________________ 75
Capitolo VIII __________________________________________84
Il dottor johausen ____________________________________________ 84
Capitolo IX ___________________________________________96
Sulla corrente del fiume johausen________________________________ 96
Capitolo X ___________________________________________105
Ngora!__________________________________________________ 105
Capitolo XI __________________________________________116
La giornata del 19 marzo _____________________________________ 116
Capitolo XII__________________________________________127
Nella grande foresta _________________________________________ 127
Capitolo XIII _________________________________________137
Il villaggio aereo____________________________________________ 137
Capitolo XIV _________________________________________148
I wagddi __________________________________________________ 148
Capitolo XV__________________________________________159
Tre settimane di studi ________________________________________ 159
Capitolo XVI _________________________________________170
Sua maest mselo-tala-tala____________________________________ 170
Capitolo XVII ________________________________________180
Com'era ridotto il dottor johausen!______________________________ 180
Capitolo XVIII _______________________________________188
Brusco finale_______________________________________________ 188

PRESENTAZIONE
Il volume raccoglie due interessanti romanzi pubblicati da Verne
nel 1901: Il villaggio aereo e Le fantasie di J ean-Marie Cabidoulin,
che vedrete la prossima volta, due romanzi diversissimi sotto tanti
punti di vista e che tuttavia hanno anche notevoli punti in comune.
Sono diversissimi anzi tutto per l'ambientazione geografica: in
quanto il primo ha come teatro le inesplorate foreste dell'Africa
equatoriale, mentre l'altro (uno strano romanzo di carattere
marinaresco) si svolge prevalentemente nelle acque del Pacifico,
sulle tradizionali rotte delle balene, su su fino nelle regioni pi
settentrionali, oltre le Kurili, la penisola del Kamciatka, la barriera
delle Aleutine, sino allo stretto di Bering, oltre il quale l'avventura si
spinge e s'infrange nel Mar Glaciale Artico.
Un romanzo per terra, dunque, e un romanzo per mare.
Eppure c' qualcosa che stranamente li accomuna.
In entrambi, infatti, predomina il tema della caccia. Nel primo,
la caccia all'elefante nella foresta equatoriale; nel secondo, la
caccia alla balena lungo le piste oceaniche. Ma c' un motivo
ancora pi profondo che li rende simili, pur nella loro enorme
diversit: in entrambi gioca una geniale trovata che trasforma il
romanzo d'avventura nella garbata satira di certe idee correnti al
tempo dello scrittore, di certi luoghi comuni, scientifici o popolari
che siano.
S veda ad esempio Il villaggio aereo; una spedizione di caccia
nella foresta equatoriale africana si muta strada facendo in un
pretesto per satireggiare il darwinismo alla moda, l'origine
dell'uomo dalla scimmia e l'evoluzione del linguaggio. L'antropologo
americano John Cori si lascia suggestionare dalla necessit
scientifica di trovare l'anello mancante tra l'uomo e la scimmia e
finisce intrappolato nel villaggio aereo, un villaggio pensile,
sospeso come un nido tra i rami d'alberi giganteschi (ed questa
una delle pi blle fantasie verniane) E chi trova John Cort in
questo incredibile villaggio appollaiato sui rami? Lasciamo al
lettore la sorpresa della scoperta, un altro geniale contropiede
giocato dallo scrittore al suo affezionato lettore.
E ora si veda anche l'altro romanzo. Il tre alberi Saint-Enoch,
partito da Le Havre per la caccia alla balena, ingaggia il bottaio
Jean-Marie Cabidoulin, un veterano del mare ma anche un
menagramo ostinato, in quanto crede che negli oceani esistano
mostri marini d'incredibile potenza, come serpenti di mare o polpi
giganteschi capaci d'afferrare una nave con i loro tentacoli e di
schiacciarla come una noce o di trascinarla fin negli abissi marini.
Sono le fantasie di Jean-Marie Cabidoulin, che con le sue storie
bizzarre terrorizza mozzi e marinai, e che ha il suo momento di
gloria quando in pieno Pacifico il Saint-Enoch corre la pi
incredibile avventura
Verne fa qui dell'ironia su certe credenze popolari cos come nel
primo romanzo ha fatto dell'ironia su certe ipotesi scientifiche. un
filo conduttore sotterraneo. Ma la diversit degli ambienti,
dell'impianto narrativo e degli intrecci, dei personaggi e delle
avventure di cui sono protagonisti d a ciascun romanzo una sua
autonomia e gli conferisce una straordinaria presa sulla fantasia del
lettore.
J ULES VERNE nacque a Nantes, l'8 febbraio 1828. A undici anni,
tentato dallo spirito d'avventura, cerc di imbarcarsi
clandestinamente sulla nave La Coralie, ma fu scoperto per tempo e
ricondotto dal padre. A vent'anni si trasfer a Parigi per studiare
legge, e nella capitale entr in contatto con il miglior mondo
intellettuale dell'epoca. Frequent soprattutto la casa di Dumas padre,
dal quale venne incoraggiato nei suoi primi tentativi letterari.
Intraprese dapprima la carriera teatrale, scrivendo commedie e
libretti d'opera; ma lo scarso successo lo costrinse nel 1856 a cercare
un'occupazione pi redditizia presso un agente di cambio a Parigi.
Un anno dopo sposava Honorine Morel. Nel frattempo entrava in
contatto con l'editore Hetzel di Parigi e, nel 1863, pubblicava il
romanzo Cinque settimane in pallone.
La fama e il successo giunsero fulminei. Lasciato l'impiego, si dedic
esclusivamente alla letteratura e un anno dopo l'altro in base a un
contratto stipulato con l'editore Hetzel venne via via pubblicando i
romanzi che compongono l'imponente collana dei Viaggi
straordinari I mondi conosciuti e sconosciuti e che costituiscono il
filone pi avventuroso della sua narrativa. Viaggio al centro della
Terra, Dalla Terra alla Luna, Ventimila leghe sotto i mari, Lisola
misteriosa, Il giro del mondo in 80 giorni, Michele Strogoff sono i
titoli di alcuni fra i suoi libri pi famosi. La sua opera completa
comprende un'ottantina di romanzi o racconti lunghi, e numerose
altre opere di divulgazione storica e scientifica.
Con il successo era giunta anche l'agiatezza economica, e Verne, nel
1872, si stabil definitivamente ad Amiens, dove continu il suo
lavoro di scrittore, conducendo, nonostante la celebrit acquistata,
una vita semplice e metodica. La sua produzione letteraria ebbe
termine solo poco prima della morte, sopravvenuta a settantasette
anni, il 24 marzo 1905.
IL VILLAGGIO AEREO
LA GRANDE FORESTA

CAPITOLO I
DOPO UNA LUNGA TAPPA
MA NON si parla proprio pi del Congo americano? chiese
Max Huber.
A che scopo, mio caro? rispose J ohn Cort. Forse che
negli Stati Uniti non abbiamo ampie distese di terreno? Dall'Alaska
al Texas, quante regioni nuove e deserte da sfruttare! Penso che
prima d'andare a colonizzare fuori casa, sia meglio farlo dentro
Eh, mio caro J ohn, se le cose continuano cos, gli stati europei
finiranno con lo spartirsi l'Africa, vale a dire una superficie di tre
miliardi di ettari! Forse che gli americani vorranno lasciarla tutta
quanta agli inglesi, ai tedeschi, agli olandesi, ai francesi, agli italiani,
agli spagnoli, ai belgi?
Gli americani non sanno che farsene, come del resto i russi
ribatt J ohn Cort e per la stessa ragione.
Quale?
Che inutile affaticare le gambe, quando basta allungare la
mano.
Eh, no, mio caro J ohn! Il governo federale, un giorno o l'altro,
reclamer la sua parte della ciambella africana C' un Congo
francese, un Congo belga, un Congo tedesco, senza contare il Congo
indipendente, il quale non aspetta che l'occasione buona per
sacrificare la propria indipendenza E tutto questo paese che noi
abbiamo percorso in tre mesi
Da curiosi, da semplici curiosi, non da conquistatori
La differenza non poi tanto grande, degno cittadino degli
Stati Uniti dichiar Max Huber. Ve lo ripeto, in questa parte
dell'Africa gli Stati Uniti potrebbero farsi una magnifica colonia
Vi si trovano territori fertili che aspettano solo di mettere a frutto la
loro fertilit attraverso un'abbondante irrigazione, di cui la natura ha
posto tutte le premesse. Essi infatti sono solcati da una rete di canali
che non si prosciugano mai
Neppure con questo calore insopportabile rispose J ohn Cort,
asciugandosi la fronte madida di sudore sotto il sole tropicale.
Bah, noi non ci badiamo pi riprese Max Huber. Ormai
siamo acclimatati, anzi dir negrificati, se me lo consentite, amico
mio. Siamo solo in marzo, pensate che cosa sar in luglio e in agosto,
quando i raggi solari penetrano attraverso la pelle come carboni
ardenti!
la stessa cosa, Max; stenteremo un poco a diventare come i
Pauini o gli abitanti dello Zanzibar con la nostra leggera epidermide
di francese e di americano Tuttavia, ne convengo, stiamo per
portare a termine una bella e interessante campagna, che stata
favorita dalla fortuna. Ma non vedo l'ora di tornare a Libreville e
ritrovare nelle nostre fattorie un po' di quella quiete e di quel riposo a
cui dei viaggiatori hanno diritto dopo tre mesi di un simile viaggio.
Certo, risposte Max Huber la nostra avventurosa
spedizione stata interessante, ma devo confessare che non mi ha
dato tutto ci che mi aspettavo.
Come, Max! Centinaia di miglia attraverso un paese ignoto,
tanti rischi in mezzo a trib poco ospitali, tante schioppettate
barattate, all'occasione, con colpi di zagaglie e frecciate, tante battute
di caccia che il leone della Numidia e la pantera di Libia hanno
onorato della loro presenza, ecatombe di elefanti, fatte a profitto del
nostro capo Urdax, una raccolta d'avorio di prima qualit sufficiente
a fare le tastiere di tutti i pianoforti dell'universo! E voi non vi
dichiarate ancora soddisfatto!
Soddisfatto si e no, J ohn; tutto ci di ordinaria
amministrazione per gli esploratori dell'Africa centrale, sono cose
che la gente conosce attraverso i vari racconti di Barth, Burton,
Speke, Grant, Chaillu, Livingstone, Stanley, Serpa Pinto, Anderson,
Cameron, Mage, Brazza, Gallieni, Dibowsky, Lejean, Massari,
Wissemann, Buonfanti, Maistre
Un grosso sasso, urtando contro il carro, interruppe la
nomenclatura degli esploratori africani, e J ohn Cort ne approfitt per
dire all'amico:
Contavate di trovare qualcos'altro nel corso del nostro
viaggio?
S, caro J ohn.
Qualcosa di imprevisto?
Pi che l'imprevisto, che, devo dire, non ci mancato
Qualcosa di straordinario?
Proprio cos, amico mio, e nemmeno una volta, proprio
nemmeno una, m' accaduto di poter giustificare quell'enorme epiteto
di portentosa Africa, che ci avevano messo in testa i classici
fanfaroni dell'antichit.
Mi accorgo, Max, che uno spirito francese pi difficile
d'accontentare
Di un americano? Lo confesso, J ohn, se i ricordi che la nostra
spedizione vi ha lasciato vi possono bastare
Bastano ampiamente, Max.
E se ritornate contento
Contento, s soprattutto di poter ritornare
E voi credete che se qualcuno dovesse leggere il racconto di
questo viaggio, esclamerebbe: Ecco delle cose veramente
incredibili!
Chi non esclamasse cos sarebbe troppo esigente.
Invece no, J ohn: secondo me, non lo sarebbe abbastanza.
Gi al contrario, ribatt J ohn Cort il lettore sarebbe
senz'altro contento se avessimo terminato la nostra spedizione dentro
lo stomaco d'un leone o nel ventre di un antropofago dell'Ubanghi.
Senza che sia necessario un tale epilogo, che comunque non
privo d'interesse per i lettori, n per le lettrici, potreste affermare
onestamente, davanti a Dio e davanti agli uomini, che noi abbiamo
scoperto e osservato qualcosa che gi non avessero osservato o
scoperto i nostri predecessori nell'Africa centrale?
Veramente no, Max.
Ebbene, io speravo di essere pi fortunato.
Ecco il ghiottone che vuol farsi una virt della sua
ghiottoneria! disse sorridendo J ohn Cort. Dal canto mio, io mi
dichiaro sazio: non m'aspettavo dalla nostra spedizione pi di quello
che essa ci ha dato.
Cio nulla
Del resto, Max, il viaggio non ancora finito, e nelle cinque o
sei settimane che ci separano ancora da Libreville
Via! esclam Max Huber. Una strada di carovana una
tappa come tutte le altre una passeggiata in diligenza come ai bei
tempi
Chiss! rispose J ohn Cort.
Quella sera il carro si ferm per la sosta consueta ai piedi di un
poggio cui facevano corona cinque o sei begli alberi, i soli che
spuntassero su quell'ampia pianura illuminata allora dalle luci del
tramonto.
Erano le sette pomeridiane, ma ben presto sarebbe scesa la notte,
poich il crepuscolo breve a quella latitudine del 9 nord. E
l'oscurit sarebbe anche stata profonda, giacch fitte nuvole stavano
velando il chiarore delle stelle, e gi la falce della luna era scomparsa
dall'orizzonte.
Il carro, destinato soltanto al trasporto dei viaggiatori, non
conteneva n provviste n mercanzie. Era una specie di carrozzone
piantato su quattro ruote massicce, tirato da sei buoi. Nella parte
anteriore si apriva una porta. Era illuminato da finestrelle laterali e,
all'interno, un tramezzo lo divideva in due camere attigue. La camera
in fondo era riservata a due giovanotti sui venticinque anni, uno
americano J ohn Cort l'altro francese Max Huber. L'altra era
occupata da un trafficante portoghese di nome Urdax e dal
foreloper, che si chiamava Khamis.
Questo foreloper cio uomo che apre la marcia d'una carovana
era un indigeno del Camerun, abilissimo nel difficile mestiere di
guida attraverso le arse distese dell'Ubanghi.
Naturalmente il carrozzone non lasciava affatto a desiderare
quanto a solidit. Dopo quella lunga e penosa spedizione, era ancora
in buono stato, come se ritornasse da una semplice passeggiata di
quindici o venti leghe, mentre aveva percorso pi di duemila
chilometri.
Tre mesi prima quel veicolo aveva lasciato Libreville, capitale del
Congo francese, e di l, dirigendosi ad est, si era inoltrato nelle
pianure dell'Ubanghi, pi in l del corso del Bahar el-Abiad, uno dei
tributari che versano le loro acque nel lago Ciad, a sud.
Questa regione deve il suo nome a uno dei principali affluenti
della riva destra del Congo, o Zaire. Essa si stende ad est del
Camerun tedesco il cui governatore il console generale tedesco
dell'Africa occidentale e per ora non delineata con precisione
sulle carte, nemmeno su quelle pi moderne. Non il deserto, ma
poco ci manca; del resto un deserto dalla vegetazione rigogliosa,
che non ha niente in comune col deserto del Sahara; comunque una
regione sconfinata, con villaggi sparsi qua e l, a grande distanza gli
uni dagli altri. Le popolazioni che vi abitano sono continuamente in
guerra, si uccidono a vicenda o cercano di farsi schiavi a vicenda, e si
nutrono ancora di carne umana, come, per esempio, i Monbutt, fra il
bacino del Nilo e quello del Congo. Ma ci che ancora pi
abominevole che i bambini servono per lo pi a soddisfare questi
istinti di cannibalismo. Onde i missionari si adoperano per salvare
quelle creaturine, o sottraendole loro con la forza o riscattandole, per
allevarle poi cristianamente nelle Missioni sorte lungo il fiume
Siramba. Non bisogna dimenticare che queste Missioni,
assolutamente prive di risorse, non potrebbero sopravvivere se non
fossero sostenute dalla generosit degli stati europei, soprattutto dalla
Francia.
Bisogna anche aggiungere che nell'Ubanghi i fanciulli indigeni
sono adoperati come moneta corrente per i baratti commerciali. S
pagano in bimbe e in bimbi gli oggetti di consumo che i trafficanti
introducono fin nel centro del paese.
L'indigeno pi ricco quello che ha la famiglia pi numerosa.
Ma se il portoghese Urdax non s'era mai avventurato attraverso
quelle pianure per scopi commerciali, se egli non aveva mai fatto
alcun traffico con le trib rivierasche dell'Ubanghi, se il suo unico
scopo era stato quello di procurarsi una certa quantit di avorio
dando la caccia all'elefante di cui la regione molto ricca, egli per
altro aveva avuto a che fare con le feroci popolazioni congolesi.
Anzi, in diverse occasioni dovette tenere a bada delle bande ostili e
adoperare come armi di difesa contro gli indigeni quelle che aveva
destinato alla caccia dei pachidermi.
In sostanza, la spedizione era stata piacevole e fruttuosa e non
contava alcuna vittima nel personale della carovana.
Ora appunto, in prossimit d'un villaggio presso le sorgenti di
Bahar el-Abiad, J ohn Cort e Max Huber erano riusciti a strappare un
bambino all'orrenda sorte che lo aspettava, riscattandolo a prezzo di
pochi frammenti di vetro.
Era un ragazzino di dieci anni, dal viso interessante e
dall'espressione mite, e i suoi tratti, del tipo negro, non erano molto
marcati. Come qualche esemplare che capita talvolta di vedere presso
alcune trib, egli aveva il colorito quasi chiaro, i capelli biondi
invece della lana crespa dei negri, il naso aquilino e non camuso, le
labbra sottili. I suoi occhi erano intelligentissimi e ben presto egli
dimostr ai suoi salvatori un amore quasi filiale. Quella povera
creatura, sottratta alla sua trib, se non proprio alla sua famiglia,
giacch non aveva genitori, si chiamava Llanga.
Dopo essere stato qualche tempo fra i missionari che gli avevano
insegnato un po' di francese e d'inglese, la mala sorte lo aveva fatto
cadere in mano ai Denka, e si pu immaginare quale destino lo
attendesse!
Sedotti dal suo tenero affetto, dalla gratitudine che egli
testimoniava loro, i due amici presero ad amare quel fanciullo: lo
nutrirono, lo vestirono e lo educarono con molto profitto, tanta
precocit d'ingegno egli dimostrava.
E da allora, quale cambiamento per Llanga! Ora non era pi,
come i fanciulli di quel luogo, trattato come mercanzia viva, ma
viveva nelle fattorie di Libreville ed era come un figlio adottivo per
Max Huber e per J ohn Cort, che avevano deciso di non abbandonarlo
pi. Pur essendo giovanissimo, egli comprendeva perfettamente tutto
ci, si sentiva amato e, ogni volta che la mano di Max Huber o di
J ohn Cort si posava sul suo capo, lacrime di felicit brillavano nei
suoi occhi.
Quando il carrozzone si fu fermato, i buoi, stanchi per il lungo
cammino fatto con quel caldo soffocante, si sdraiarono sulla prateria.
Subito Llanga, che per una parte della tappa aveva camminato a
piedi, ora precedendo ora seguendo la carovana, corse incontro ai
suoi protettori che scendevano dalla piattaforma del carro.
Non sei troppo stanco, Llanga? domand J ohn Cort,
prendendo il bambino per mano.
No, no ho buone gambe, e mi piace correre rispose
Llanga, sorridendo con le labbra e con gli occhi.
Ora tempo di mangiare disse Max Huber.
Mangiare? S rispose Llanga.
E, baciate le mani che i due amici gli tendevano, and a unirsi ai
portatori sotto i rami dei grandi alberi della collina.
Il carrozzone serviva solo al trasporto del portoghese Urdax, di
Khamis e dei loro due compagni, perch i bagagli e il carico d'avorio
erano affidati al personale della carovana; una cinquantina di uomini,
in gran parte negri del Camerun. Essi avevano deposto a terra le
zanne degli elefanti e le casse contenenti i viveri per il nutrimento
quotidiano, a cui sarebbe stata aggiunta la preda di caccia, dal
momento che quelle regioni dell'Ubanghi sono tanto ricche di
selvaggina.
Quei negri sono mercenari, assuefatti a tale mestiere e pagati
bene, perch grande il vantaggio che si ricava da quelle spedizioni
lucrose. S pu anzi dire che essi non hanno mai covato le loro
uova, per usare l'espressione con cui vengono indicati gli indigeni
sedentari. Avvezzi sin dalla infanzia a portare dei pesi, essi faranno
tale mestiere finch le loro gambe reggeranno.
Tuttavia, un mestiere duro quando viene esercitato in un tale
clima. Con le spalle sovraccariche di tutto quell'avorio o delle pesanti
provviste, la carne spesso piagata, i piedi insanguinati, il torso
scorticato dalle erbe pungenti giacch stanno quasi nudi per
risparmiare gli abiti essi se ne vanno cos dall'alba fino alle undici
del mattino, e riprendono la loro fatica solo alla sera quando il caldo
pi forte cessato. Ma interesse dei trafficanti pagarli bene, nutrirli
bene, e non affaticarli oltre misura.
Cos appunto essi fanno. La caccia agli elefanti comporta gravi
pericoli, a parte la possibilit di essere assaliti da leoni e da pantere, e
il capo deve poter fare assegnamento sul proprio personale. Inoltre,
finito il raccolto del prezioso materiale, necessario che la carovana
torni alle fattorie della costa sana e salva e il pi in fretta possibile.
bene dunque che la marcia non subisca ritardi, n a causa delle
eccessive fatiche compiute, n a causa di malattie, fra le quali il
vaiolo, le cui stragi sono particolarmente temibili. A conoscenza di
tutto ci e sostenuto dalla lunga esperienza fatta in proposito, il
portoghese Urdax, prendendosi sempre estrema cura dei suoi uomini,
aveva avuto fino ad allora successo in quelle spedizioni lucrose al
centro dell'Africa equatoriale.
E quest'ultima era stata molto fortunata perch gli aveva fruttato
un grosso carico d'avorio d'ottima qualit, proveniente dalle regioni
oltre il Bahar el-Abiad, quasi sul confine di Darfur.
L'attendamento fu organizzato sotto l'ombra di splendidi
tamarindi; appena i portatori cominciarono a scaricare le provviste,
J ohn Cort interrog Urdax in proposito, e questi, in quella lingua
inglese che parlava correntemente, rispose:
Mi sembra che il luogo della sosta sia ben scelto, signor Cort, e
che la mensa sia lauta per le nostre bestie.
In effetti, l'erba davvero fitta e grassa disse J ohn Cort.
Verrebbe voglia di mangiarla, aggiunse Max Uber se si
avesse la struttura di un ruminante e tre stomachi per digerirla, la si
mangerebbe volentieri.
Tante grazie, rispose J ohn Cort io preferisco un quarto di
antilope allo spiedo, il biscotto di mare, di cui siamo
sufficientemente provvisti, e le nostre botticelle di Madera del Capo.
Al quale si potr mescolare qualche goccia d'acqua di questo
limpido ruscello che attraversa la pianura osserv il portoghese.
E accennava a un corso d'acqua, senza dubbio un affluente
dell'Ubanghi, che scorreva a un chilometro dal poggio.
Le operazioni per l'attendamento furono portate a termine senza
indugio; l'avorio fu ammucchiato accanto al carrozzone e i buoi
vennero lasciati liberi di vagare intorno ai tamarindi. Qua e l furono
accesi dei fuochi di legna secca caduta dagli alberi. Il foreloper si
assicur che i vari gruppi non mancassero di nulla: di carne di alce e
di antilope, fresca e disseccata, ce n'era a sufficienza; comunque, i
cacciatori potevano rinnovare facilmente la provvista. Nell'aria
cominci a diffondersi l'odore dell'arrosto, e tutti dimostrarono un
appetito formidabile dopo quella mezza giornata di cammino.
Naturalmente le armi e le munizioni alcune casse di cartucce, di
fucili da caccia, di carabine, di rivoltelle, ottimi congegni
dell'armamento moderno di cui il portoghese, Khamis, J ohn Cort e
Max Huber si servivano erano state lasciate nel carrozzone, per
un'eventuale necessit.
S impieg un'ora, per il pasto: poi, sazi e vinti dalla stanchezza,
ben presto tutti si addormentarono profondamente.
Tuttavia il foreloper aveva affidato la carovana alla sorveglianza
di alcuni suoi uomini, che dovevano darsi il cambio ogni due ore.
In quelle lontane regioni c' sempre da temere qualche
malintenzionato, bipede o quadrupede, per cui Urdax non mancava di
prendere ogni precauzione.
Uomo di circa cinquantanni, ancora robusto, molto pratico nel
guidare simili spedizioni, Urdax aveva una resistenza straordinaria. E
anche Khamis, trentacinque anni d'et, agile, svelto, robusto, dotato
di un grande coraggio e di altrettanto sangue freddo, offriva ogni
garanzia per dirigere le carovane attraverso l'Africa.
I due amici e il portoghese si sedettero ai piedi di un tamarindo
per cenare, e fu Llanga a servire loro il pasto, preparato da un
indigeno che aveva l'incarico di cuoco.
Mentre consumavano il pasto, essi chiacchieravano. Infatti,
mangiare non impedisce di parlare, quando non si ha eccessiva
premura. Di cosa parlarono? Degli incidenti successi durante il
viaggio verso nord-est? Niente affatto. Gli eventuali inconvenienti
che potevano presentarsi lungo il viaggio di ritorno costituivano un
argomento di interesse pi immediato. Il percorso fino alle fattorie di
Libreville era ancora lungo, pi di duemila chilometri, e avrebbe
richiesto da nove a dieci settimane di cammino. Ebbene, durante
questa seconda parte di viaggio, chi mai poteva prevedere cosa
sarebbe capitato? aveva detto J ohn Cort al suo compagno, il quale,
pi che all'imprevisto, aspirava allo straordinario.
Fino a quest'ultima tappa, dai confini del Darfur, la carovana era
ridiscesa verso l'Ubanghi dopo aver attraversato l'Aucadepe e alcuni
suoi numerosi affluenti. Quel giorno essa aveva fatto sosta verso il
punto in cui si incrociano il ventiduesimo meridiano e il nono
parallelo.
Ma ora, disse Urdax seguiremo la direzione sud-ovest.
E questo tanto pi necessario rispose J ohn Cort perch,
se gli occhi non m'ingannano, a sud l'orizzonte sbarrato da una
foresta di cui n ad est n ad ovest si vede l'estremo limite.
S, una foresta immensa ribatt il portoghese. Se
dovessimo farne il giro da est, passerebbero dei mesi prima di
lasciarla alle spalle
Mentre da ovest
Da ovest, rispose Urdax senza allungare di troppo il
percorso e senza scostarci dal suo limitare incontreremo l'Ubanghi
presso le rapide di Zongo.
Ma attraversare la foresta non abbrevierebbe il viaggio?
domand Max Huber.
S, di quindici giorni circa.
E allora perch non passiamo di l?
Perch la foresta impenetrabile.
Impenetrabile? ribatt Max Huber, scotendo il capo con aria
dubbiosa.
Forse non a chi va a piedi osserv il portoghese anche se
non ne sono ben sicuro, dal momento che senza dubbio nessuno ci si
mai provato; ma cercare di penetrarvi con gli animali e il carro
sarebbe impossibile.
E voi dite, Urdax, che nessuno ha mai cercato di penetrare in
quella foresta?
Non dico che nessuno ci abbia provato, signor Max, ma certo
nessuno vi riuscito, e nel Camerun come nel Congo a nessuno
verrebbe in mente di tentarlo. Chi avrebbe la pretesa di passare l
dove mancano assolutamente i sentieri, in mezzo a cespugli spinosi e
a rovi? Non so se perfino l'accetta e il fuoco riuscirebbero ad aprire
una via, e non parlo degli alberi morti che devono formare ostacoli
insuperabili.
Insuperabili, Urdax?
Insomma, amico mio, intervenne allora J ohn Cort non
state a montarvi la testa su quella foresta; reputiamoci fortunati di
doverne soltanto fare il giro. Io penso che non mi piacerebbe affatto
avventurarmi in un simile labirinto di alberi.
Nemmeno per sapere che cosa nasconde?
Ma cosa volete che vi si trovi, Max? Regni sconosciuti? citt
incantate? eldoradi mitologici? animali di una specie nuova
carnivori a cinque zampe, ad esempio, o esseri umani con tre gambe?
E perch no, J ohn? A me piacerebbe andare a vedere.
Llanga, con i grandi occhi attenti e l'espressione sveglia, pareva
dire che se Max Huber si fosse arrischiato in quella misteriosa
foresta, egli non avrebbe avuto paura di seguirlo.
Ad ogni modo, soggiunse J ohn Cort dal momento che
Urdax non ha intenzione di attraversare quei boschi per giungere alle
spiagge dell'Ubanghi
Certamente no ribatt il portoghese. Rischieremmo di
non uscirne pi.
Allora, mio caro Max, andiamocene a fare un sonnellino, e
sarete libero di scoprire i misteri della foresta, di scandagliarne le
macchie impenetrabili soltanto in sogno naturalmente. E anche
cos non sar comunque molto prudente
Ridete di me quanto vi piace, J ohn, ma io ricordo quel che ha
scritto uno dei nostri poeti non so pi quale: Frugare nell'ignoto
per scoprire il nuovo.
Davvero, Max? e non ricordate l'altro verso della poesia, che fa
rima con questo?
No l'ho dimenticato, J ohn!
Beh dimenticate anche questo, dunque, e andiamo a dormire.
Era proprio la cosa migliore da farsi e senza bisogno di andare nel
carrozzone. Una notte ai piedi del poggio, sotto quegli splendidi
tamarindi, la cui frescura mitigava alquanto il calore di quel luogo,
ancora troppo forte anche dopo il tramonto, non era cosa da
preoccupare questi ospiti dell'Albergo all'aperto, quando il tempo
lo permetteva.
Quella sera, bench le costellazioni fossero nascoste da fitte
nuvole, non minacciava pioggia, per cui era assolutamente preferibile
dormire all'aria aperta.
Il giovane indigeno port delle coperte, e i due amici, avvoltisi in
esse, si sdraiarono fra le radici di un tamarindo, mentre Llanga si
rannicchiava accanto a loro, come un cane da guardia. Prima di
distendersi anche loro, Urdax e Khamis vollero fare ancora una volta
il giro dell'accampamento, per assicurarsi che i buoi impastoiati non
potessero mettersi a vagare per la pianura, che i portatori fossero al
loro posto di guardia e che i fuochi fossero stati tutti spenti, poich
sarebbe bastata una scintilla a provocare l'incendio in quel terreno
cosparso di erba e legna secca. Poi entrambi tornarono al poggio.
Il sonno non tard a vincerli, un sonno cos profondo che
nemmeno il tuono lo avrebbe turbato.
E forse anche coloro che stavano di guardia ne furono vinti,
perch per almeno una decina di ore non vi fu nessuno che
s'accorgesse di certi fuochi sospetti che si spostavano al limitare
dell'immensa foresta.
CAPITOLO II
I FUOCHI MOBILI
UNA DISTANZA di due chilometri al massimo separava il poggio
dalle macchie tenebrose rasente le quali andavano e venivano
fiamme fuligginose e vacillanti. Se ne sarebbero potute contare una
decina, ora raggruppate ora isolate, e a momenti vacillavano con una
violenza che la calma dall'atmosfera non giustificava. C'era da
presumere che una frotta d'indigeni si fosse attendata in quel luogo
per aspettarvi il giorno.
Tuttavia, quelli non erano i fuochi d'un attendamento. Vacillavano
troppo capricciosamente, lungo un centinaio di tese, anzich
concentrarsi in un fuoco unico per una sosta notturna. Non bisogna
dimenticare che quelle regioni dellUbanghi sono frequentate da
trib nomadi venute da ovest, dall'Adamaua o dal Baghirmi, o anche
da est, dall'Uganda. Una carovana di commercianti non avrebbe
commesso l'imprudenza di segnalare il proprio percorso con fuochi
multipli che si muovevano nelle tenebre. Solo degli indigeni
potevano essersi fermati in quel luogo. E chiss se non erano animati
da intenzioni ostili nei confronti della carovana addormentata sul
poggio dei tamarindi
Comunque, se qualche pericolo la minacciava, se diverse
centinaia di Pauini, di Fund, di Scil, di Bari, di Denka o simili,
aspettavano solo il momento di dare l'assalto, forti della loro
superiorit numerica, nessuno, almeno fino alle dieci e mezzo, aveva
preso delle precauzioni. Tutti dormivano nell'attendamento, padroni
e servi, e, cosa ancor pi grave, i portatori che dovevano, a turno,
fare la guardia erano immersi anche loro nel sonno pi profondo.
Per fortuna si svegli il giovane indigeno che dormiva accanto a
J ohn Cort e a Max Huber. Ma i suoi occhi si sarebbero chiusi subito
se egli non li avesse rivolti a sud. Attraverso le palpebre socchiuse
egli ebbe l'impressione di vedere una luce splendente nella notte
nera. Stir le membra, si freg gli occhi e guard pi attentamente
No, non s'ingannava: fuochi sparsi si muovevano al limitare della
foresta.
Llanga pens che la carovana stesse per essere assalita. Ne ebbe
istintivamente la sensazione senza stare a ragionarci tanto. Infatti i
predoni che si preparano al saccheggio e all'eccidio sanno benissimo
di avere maggiori probabilit di riuscita se agiscono di sorpresa. E
come mai invece questi segnalavano la loro presenza?
Non volendo svegliare Max Huber e J ohn Cort, il fanciullo
strisci silenziosamente verso il carro e, giunto presso il foreloper,
gli pose la mano sulla spalla, lo svegli e, accennando col dito, gli
mostr i fuochi all'orizzonte.
Khamis si rizz, osserv per qualche minuto quelle fiamme mobili
e, senza preoccuparsi di far piano, chiam:
Urdax!
Il portoghese, da uomo abituato a svegliarsi all'improvviso, fu
subito in piedi.
Che c', Khamis?
Guardate!
E col braccio teso indicava il limitare della foresta illuminato.
All'erta! grid il portoghese con quanto fiato aveva.
In pochi secondi l'intera carovana fu in piedi e tale fu la
preoccupazione di tutti per la gravit della situazione, che nessuno
pens di incriminare le sentinelle colte in fallo. Certo che, se
Llanga non si fosse svegliato, l'attendamento sarebbe stato assalito
nel sonno.
Non occorre dire che anche Max Huber e J ohn Cort avevano
lasciato il loro giaciglio fra le radici per raggiungere il portoghese ed
il foreloper.
Erano passate da poco le dieci e mezzo. Un buio profondo
avvolgeva la pianura per tre quarti del suo perimetro, a nord, a est e a
ovest; solo a sud essa era illuminata da quelle fiammelle che,
movendosi, spandevano attorno vivi bagliori e che certo non erano
meno d'una cinquantina.
Ci dev'essere un attendamento d'indigeni disse Urdax e
probabilmente sono quei Budjo che frequentano le rive del Congo e
dell'Ubanghi.
Certo, aggiunse Khamis queste fiamme non si sono
accese da sole.
Ci sono delle braccia che le portano osserv J ohn Cort.
Ma le braccia saranno attaccate alle spalle e le spalle ai corpi
disse Max Huber. Ora noi non ne vediamo uno in mezzo a
quella luce.
Perch sono leggermente all'interno della foresta e gli alberi ce
li nascondono osserv Khamis.
E badate riprese a dire Max Huber che non si tratta d'una
frotta che s'aggiri al margine della foresta No, perch i fuochi
vanno a dritta e a manca e tornano sempre al medesimo punto
Tornano dove dev'essere l'attendamento afferm il
foreloper.
Cosa ne pensate voi? domand J ohn Cort a Urdax.
Che saremo assaliti rispose il portoghese e che bisogna
subito prepararci alla difesa.
Ma come mai gli indigeni non ci hanno assalito prima di farsi
scoprire?
I negri non sono bianchi, dichiar Urdax tuttavia, il fatto
di essere poco accorti non li rende meno temibili, a causa del loro
numero e dei loro istinti feroci.
Sono pantere che i nostri missionari stenteranno a mutare in
agnelli osserv ad alta voce Max Huber.
Teniamoci pronti rispose il portoghese.
S, bisogna tenersi pronti alla difesa e difendersi fino alla
morte, giacch da quelle trib dell'Ubanghi non c' da sperare
nessuna piet. Non si pu immaginare quanto siano crudeli: le pi
selvagge popolazioni dell'Australia, delle Salomone, delle Ebridi,
della Nuova Guinea non potrebbero reggere al loro confronto. Verso
il centro della regione non si trovano che villaggi di cannibali e i
padri missionari, che sfidano una morte orribile, ne sono ben a
conoscenza. S potrebbe quasi classificare queste creature queste
belve dal sembiante umano fra gli animali, in quest'Africa
equatoriale dove la debolezza un delitto e la forza tutto. Di fatto
anche nella et adulta, molti di questi indigeni non hanno neppure le
pi semplici nozioni che possiedono normalmente i fanciulli dai
cinque ai sei anni.
E si pu affermare ce ne sono abbondantemente le prove, poich
i missionari sono stati spesso testimoni di scene raccapriccianti che
in quelle regioni i sacrifici umani sono ancora all'ordine del giorno.
Gli schiavi vengono uccisi sulla tomba dei loro padroni e la testa dei
disgraziati, infilzata su un ramo, viene buttata lontano non appena il
coltello dello stregone la stacca dal busto. Fra il decimo e il
sedicesimo anno i fanciulli della popolazione vengono usati come
nutrimento nelle cerimonie di una certa importanza e molti capi si
cibano unicamente di quelle giovani carni.
A questi istinti cannibali si aggiunge nei negri quello del
saccheggio, che li spinge spesso a grandi distanze, sulla via delle
carovane, per assalirle, derubarle e distruggerle. vero che essi sono
male armati a confronto dei trafficanti e del loro personale, ma sono
avvantaggiati nel numero, per cui migliaia d'indigeni possono sempre
trionfare di poche centinaia di portatori. Non lo ignorano i forelopers
e anzi la loro maggiore precauzione quella di non cacciarsi mai in
certi villaggi, come Ngomb Dar, Kalaca, Taimo e simili, compresi
nella regione dellAucadepe e del Bahar el-Abiad, dove i missionari
ancora non sono giunti ma dove giungeranno un giorno. Nessun
timore pu fermare la loro devozione quando si tratta di strappare
alla morte quelle creaturine e di rigenerare quelle razze selvagge con
la civilt cristiana.
Fino ad allora, da quando aveva avuto inizio la spedizione, il
portoghese Urdax aveva avuto la fortuna di evitare cattivi incontri
con la gente del paese. Khamis s'era abilmente tenuto lontano dai
pericolosi centri della regione e il ritorno prometteva di compiersi
con la stessa sicurezza dell'andata, poich, fatto il giro della foresta
dalla parte ovest, si sarebbe giunti alla riva destra dell'Ubanghi che
sarebbe stata seguita sino alla sua foce, sulla riva destra del Congo. A
partire dallUbanghi, il paese frequentato da trafficanti e da
missionari e allora non c' pi da temere il contatto delle trib
nomadi che l'iniziativa francese, inglese, portoghese, tedesca ricaccia
un po' alla volta verso le lontane regioni del Darfur.
Ma quando bastavano pochi giorni di cammino per raggiungere il
fiume, ecco la carovana, forse costretta a fermarsi per via, alle prese
con un gran numero di predoni e forse costretta a soccombere nella
difesa. C'era proprio motivo di temere una cosa del genere. Queste
trib non avrebbero ceduto senza far pagare cara la loro vita, e alla
voce del portoghese la resistenza fu subito organizzata.
Senza perdere un momento, Urdax, il foreloper, J ohn Cort, Max
Huber si armarono di carabine e di rivoltelle. Il carro conteneva
ancora una mezza dozzina di fucili e di pistole, che furono affidate a
taluni dei portatori, dei quali era nota la fedelt.
Nel medesimo tempo Urdax diede ordine al suo personale di
prendere posto intorno ai grandi tamarindi per meglio ripararsi dalle
frecce, la cui punta avvelenata produce ferite mortali. S attese.
Nessun rumore attraversava lo spazio. Non pareva che l'orda di negri
si fosse portata avanti; i fuochi si mostravano di continuo e qua e l
mandavano vivi bagliori nel fumo giallo.
Sono torce resinose, al limite del bosco.
Certamente rispose Max Huber ma non so ancora
comprendere che cosa aspettano gli indigeni ad assalirci, se
realmente hanno l'intenzione di farlo.
Era davvero inesplicabile. Ma dal momento che si trattava di
selvaggi dell'alto Ubanghi, non c'era di che stupirsi
Pass mezz'ora senza che nulla mutasse nella situazione. Tutti
erano in all'erta; gli sguardi di ciascuno frugavano le tenebre a est e a
ovest, giacch, mentre i fuochi splendevano a sud, un drappello
avrebbe potuto attaccare da un altro lato la carovana con il favore
delle tenebre.
In quella direzione la pianura era proprio deserta, ma per quanto la
notte fosse nera, gli aggressori non avrebbero potuto accostarsi e
cogliere alla sprovvista il portoghese e i suoi compagni, prima che
questi avessero potuto far uso delle armi.
Poco dopo, verso le undici, Max Huber, portandosi innanzi al
crocchio formato da Urdax, Khamis e J ohn Cori, disse con voce
risoluta:
Bisogna andare a scoprire il nemico.
Ed poi veramente necessario? rispose J ohn Cort. Non
sarebbe prudente invece starcene in osservazione fino all'alba?
Aspettare aspettare replic Max Huber. E proprio
adesso che ci hanno rotto il sonno Aspettare sei, sette ore ancora
con il fucile puntato! No, meglio saper subito con chi abbiamo a che
fare; e in fin dei conti, se quella gente non ha alcuna cattiva
intenzione, non mi spiacerebbe tornare a rannicchiarmi fino a domani
mattina fra le radici, dove stavo tanto bene!
E voi che cosa pensate? domand J ohn Cort al portoghese,
che se ne stava zitto.
La proposta forse pu essere accettata rispose egli ma
non conviene agire senza precauzioni.
Mi offro io per andare in ricognizione disse Max Huber,
e potete fidarvi di me.
Io vi accompagno aggiunse il foreloper se Urdax
d'accordo.
Certo, sarebbe meglio in due dichiar il portoghese.
Posso unirmi anch'io a voi? propose J ohn Cort.
No, restate, caro amico rispose Max Huber basteremo
noi. Del resto non ci spingeremo molto innanzi: appena il necessario;
e se scopriamo una frotta d'indigeni che si dirigono da questa parte,
torneremo in tutta fretta.
Badate che le armi siano in buono stato sugger J ohn Cort.
Non dubitate rispose Khamis ma spero che non vi sar
bisogno di servircene, perch l'importante di non lasciarci scorgere.
Cos spero anch'io rispose il portoghese.
Max Huber ed il foreloper, camminando uno accanto all'altro,
superarono in pochi passi il poggio dei tamarindi. Pi oltre la pianura
era un po' meno buia, ma un uomo non poteva essere avvistato alla
distanza di cento passi.
Entrambi ne avevano fatti a mala pena cinquanta quando videro
Llanga alle loro spalle. Senza dire nulla, il fanciullo li aveva seguiti
fuori dell'attendamento.
Piccino, perch sei venuto? esclam Khamis.
Perch non sei rimasto con gli altri? domand a sua volta
Max Huber.
Torna indietro ordin il foreloper.
Signor Max mormor Llanga con voi io
Ma tu sai bene che il tuo amico J ohn laggi!
S ma il mio amico Max qui
Non abbiamo bisogno di te ribatt Khamis con accento
aspro.
Lasciamo ch'egli ci segua rispose Max Huber; non ci
dar alcuna noia, e con i suoi occhi di gatto selvatico forse scoprir
nell'ombra ci che non potremmo vedere noi.
S, guarder vedr lontano assicur il fanciullo.
Va bene; sta' accanto a me disse Max Huber e apri bene
gli occhi.
Tutti e tre si spinsero innanzi: un quarto d'ora dopo erano a mezza
strada tra le tende e la grande foresta.
I fuochi splendevano sempre presso i gruppi di alberi e si
manifestavano anzi, perch meno lontani, con pi vivi bagliori. Ma
per quanto fosse penetrante la vista del foreloper e per quanto fosse
buono il cannocchiale che Max Huber aveva tolto dall'astuccio e per
quanto fosse acuto lo sguardo del giovane gatto selvatico, era
impossibile scorgere le persone che agitavano le torce. Ci
confermava l'opinione del portoghese, che quei bagliori si movessero
sotto il fitto degli alberi, dietro le macchie. Certamente gli indigeni
non avevano oltrepassato i limiti della foresta e forse non ne avevano
nemmeno l'intenzione.
Davvero la cosa appariva sempre pi inesplicabile. Se quello fosse
stato un semplice accampamento di negri che avevano intenzione di
rimettersi in cammino all'alba, perch mai quella illuminazione della
foresta? Quale strana e bizzarra cerimonia notturna li teneva desti a
quell'ora?
Io mi chiedo persino osserv Max Huber se hanno
avvistato la nostra carovana e se sanno che attendata ai piedi dei
tamarindi.
Infatti rispose Khamis pu darsi che siano giunti solo al
cader della notte, quando i nostri focolari erano spenti e forse
ignorano che noi siamo accampati a breve distanza. Ma domani
all'alba ci vedranno
Se non saremo ripartiti, Khamis.
Ci detto, Max Huber e il foreloper ripresero il cammino in
silenzio.
Venne percorso un altro mezzo chilometro; la distanza fino alla
foresta si riduceva a poche centinaia di passi. Nulla di sospetto alla
superficie di quel terreno attraversato talvolta dai bagliori delle torce.
A sud, a levante, a tramontana non si disegnava alcun profilo umano.
Non era certo imminente un'aggressione e inoltre, per quanto fossero
vicini al limitare della foresta, Max Huber, Khamis e Llanga non
riuscivano a scoprire le persone, che pur segnalavano la loro
presenza con quei fuochi.
Dobbiamo spingerci pi avanti? domand Max Huber, dopo
una breve sosta.
A che servirebbe? rispose Khamis. Sarebbe forse
imprudente. Pu essere che la nostra carovana non sia stata scorta e
se ce ne andiamo stanotte
Eppure avrei voluto vederci chiaro ribatt Max Huber.
La cosa cos singolare.
Infatti non ci voleva di pi per scaldare l'immaginazione di un
francese.
Ritorniamo al poggio propose il foreloper.
Pure dovette fare ancora una cinquantina di metri dietro ai passi di
Max Huber, che Llanga non aveva voluto lasciare
Forse tutt'e tre si sarebbero spinti fino al limite della foresta, se
Khamis non si fosse arrestato di botto.
Non un passo di pi disse a bassa voce.
S trovavano dunque di fronte ad un pericolo imminente?
Avevano intraveduto un gruppo di indigeni? Stavano per essere
assaliti? Di certo c'era soltanto che un brusco mutamento si era
manifestato nella disposizione dei fuochi al limite della foresta.
Per un momento i fuochi scomparvero dietro la cortina degli
alberi, in mezzo al buio pi profondo.
Attenzione! disse Max Huber.
Indietro! rispose Khamis.
Non era meglio retrocedere, nel timore di un attacco imminente?
Ad ogni modo, meglio non battere in ritirata senza tenersi pronti a
rispondere colpo su colpo. Con le carabine cariche in spalla
continuavano a frugare la foresta.
A un tratto in mezzo a quel buio le luci non tardarono a spiccare
un'altra volta; una ventina almeno.
Perdinci! esclam Max Huber se la cosa non
straordinaria almeno strana.
Infatti le torce, dopo aver brillato al livello della pianura,
gettavano adesso i pi vivi bagliori a cinquanta, cento piedi sopra il
terreno.
Quanto agli esseri ignoti, che le agitavano ora sui rami bassi, ora
su quelli pi alti, quasi che un vento di fuoco avesse traversato la
fitta foresta, nessuno riusc a discernerli, n Max Huber, n il
foreloper, n Llanga.
Chiss! esclam Max Huber forse sono dei fuochi
fatui, che danzano in mezzo agli alberi!
Khamis scroll il capo. La spiegazione del fenomeno non lo
soddisfaceva.
Non poteva credere che vi fossero nella foresta delle esalazioni di
idrogeno infiammato, come talvolta accade durante gli uragani,
allorch le fiammelle si appendono ai rami degli alberi o alle sartie
d'una nave; no, non poteva confonderli con i capricciosi fuochi di
Sant'Elmo. L'atmosfera non era satura d'elettricit e le nuvole
minacciavano piuttosto una di quelle piogge torrenziali, che
inondano spesso la parte centrale del continente nero.
Ma allora perch gli indigeni attendati presso gli alberi s'erano
arrampicati su fino ai primi rami ed altri pi in alto ancora fino agli
estremi? E perch mai portavano in giro quei tizzoni accesi, quelle
fiaccole resinose, lo schioppetto delle quali si udiva a distanza?
Avanziamo disse Max Huber.
Inutile, rispose il foreloper non credo che stanotte il
nostro campo sia in pericolo, ed meglio far ritorno, per rassicurare i
nostri compagni.
Li rassicureremo meglio quando sapremo la vera natura del
fenomeno.
No, signor Max, non spingiamoci oltre E certo che individui
d'una trib sono riuniti in questo luogo. Non sappiamo per quale
ragione agitino quelle torce, n perch si siano ora rifugiati sugli
alberi Forse l'hanno fatto per allontanare le belve.
Belve? ribatt Max Huber ma se non udiamo il verso di
nessun animale, n pantere, n iene, n buoi selvaggi; se tutto
silenzio, tranne per il crepitio di quelle fiaccole, che minacciano
d'incendiare la foresta Voglio sapere!
E Max Huber si spinse innanzi di alcuni passi, seguito da Llanga,
che invano Khamis chiamava a s.
Il foreloper esitava sul da farsi, poich non poteva trattenere
l'impaziente francese. Non volendo lasciarlo solo si preparava ad
accompagnarlo fino al limite della foresta, bench secondo lui fosse
un'imprudenza imperdonabile.
A un tratto si arrest, e nel medesimo tempo si arrestarono pure
Max Huber e Llanga, e tutti e tre volsero le spalle alla foresta. Non
erano pi le luci a richiamare la loro attenzione, che anzi, quasi per
un soffio d'uragano, le torce si erano spente e fitte tenebre
avvolgevano l'orizzonte.
Dal lato opposto un lontano rumore cominciava a propagarsi
attraverso lo spazio, quasi un concerto di prolungati barriti, si da far
credere che un gigantesco organo riversasse le sue poderose onde
sonore sulla superficie della pianura.
Era forse un temporale, i cui primi brontolii turbavano
l'atmosfera?
Nessun sintomo che si trattasse d'uno di quegli uragani, che
spesso devastano l'Africa equinoziale dall'uno all'altro litorale. Quei
barriti caratteristici tradivano la loro origine animale, n certo
provenivano dalla ripercussione di folgori scoppiate nelle profondit
del cielo; dovevano uscire da formidabili gole, non da nuvole
elettriche. Inoltre, gli strati pi bassi non erano rigati di folgoranti
zigzag, succedentisi a breve intervallo. Neppure un lampo, n a nord
n a sud, n attraverso i cumuli delle nubi, che parevano bolle di
vapore.
Che cosa quello strepito, Khamis? domand Max Huber.
Alle tende! rispose il foreloper. Alle tende!
Sarebbe forse? grid Max Huber.
E tendendo l'orecchio udiva un pi distinto muggito, stridente a
volte come un fischio di locomotiva, in mezzo al rumore crescente.
Non c' un istante da perdere disse il foreloper.
Corriamo!
CAPITOLO III
COME FURONO DISPERSI
MAX HUBER, LIanga e Khamis impiegarono meno di dieci minuti
a percorrere i mille e cinquecento metri che li separavano dal poggio
dei tamarindi. Non si erano neppur voltati per vedere se gli indigeni,
dopo avere spento i fuochi, cercassero d'inseguirli. E d'altra parte da
quel lato c'era una calma perfetta, mentre la pianura si empiva d'una
confusa agitazione.
L'accampamento era in preda al terrore: terrore giustificato dalla
minaccia d'un pericolo contro cui nulla potevano n il coraggio n
l'intelligenza. Farvi fronte era impossibile. Non restava che fuggire.
Ma si era forse ancora in tempo?
Max Huber e Khamis avevano subito raggiunto J ohn Cort e
Urdax, i quali erano appostati a cinquanta passi prima del poggio.
Un'orda di elefanti! esclam il foreloper.
S rispose il portoghese e fra un quarto d'ora ci avranno
raggiunti.
Ripariamo nella foresta sugger J ohn Cort.
La foresta non li arrester ribatt Khamis.
E gli indigeni? chiese J ohn.
Non abbiamo potuto vederli.
Tuttavia non devono aver lasciato la foresta.
Infatti, probabile.
In lontananza, a mezza lega circa, si scorgeva un vasto ondeggiare
di ombre mobili per una estensione d'un centinaio di tese. Era come
un'onda enorme, le cui volute scapigliate si avventassero con
frastuono. Un greve scalpitio si propagava attraverso il suolo, e quel
trepestio si faceva sentire fino alla radice dei tamarindi. In pari tempo
il mugghio cresceva fino a raggiungere una intensit formidabile.
Soffi stridenti, barriti metallici uscivano da quelle centinaia di
proboscidi come trombe.
I viaggiatori dell'Africa centrale hanno paragonato tale rumore a
quello d'un treno d'artiglieria lanciato a grande velocit sopra un
campo di battaglia; e il paragone perfetto, ma a patto che le trombe
lancino in aria le loro note sonore.
facile immaginare il terrore del personale della carovana, che
correva il rischio d'essere schiacciata dal branco di elefanti!
Dare la caccia a quegli enormi animali presenta sempre gravi
pericoli. Se si riesce a sorprenderli a uno a uno, a separarli dal
gruppo, se possibile sparare a colpo sicuro, ferirli cio tra l'occhio e
l'orecchio, con una palla che li uccida quasi istantaneamente, il
rischio minore; ma se il branco di elefanti si compone anche solo
d'una mezza dozzina d'animali, sono indispensabili le maggiori
precauzioni e la prudenza non mai troppa. Di fronte a cinque o sei
coppie d'elefanti incolleriti ogni resistenza impossibile, perch,
direbbe un matematico, la loro massa si moltiplica per il quadrato
della loro velocit.
Se poi i formidabili bestioni si buttano a centinaia sopra un
accampamento, non si pu pi arrestarli, come non possibile
arrestare la caduta d'una valanga o uno di quei cavalloni che
scaraventano le navi entro terra, a parecchi chilometri dal litorale.
Tuttavia la specie degli elefanti finir per scomparire; dal
momento che ogni elefante frutta pressappoco cento franchi d'avorio,
viene data loro una caccia spietata. Secondo i calcoli del Foa, se ne
ammazzano non meno di quarantamila ogni anno sul continente
africano, il che d settecentocinquantamila chilogrammi d'avorio, che
vengono tutti mandati in Inghilterra. Dunque fra cinquant'anni non vi
sar pi un solo elefante, anche se vivono notevolmente a lungo. Non
sarebbe forse meglio profittare di questi preziosi animali
addomesticandoli, dal momento che un elefante capace di portare il
carico di trentadue uomini per un cammino quattro volte pi lungo?
E poi, addomesticati, gli elefanti varrebbero, come nell'India, da
1500 a 2000 franchi, invece dei soli 100 che vale un animale morto.
L'elefante africano e l'elefante asiatico sono le due sole specie
esistenti. V' per qualche divario fra esse. I primi sono meno grossi
dei loro congeneri asiatici, la loro pelle pi bruna, la loro fronte pi
convessa; hanno per le orecchie pi larghe, le zanne pi lunghe e
dimostrano un umore pi selvatico e quasi intrattabile.
Durante quella spedizione il portoghese non aveva avuto che da
rallegrarsi di quello sport, e con lui i suoi compagni perch, come s'
detto, gli elefanti abbondano ancora in quella regione.
Le regioni dell'Ubanghi offrono i luoghi che essi preferiscono:
foreste e pianure acquitrinose, dove vivono a branchi, guidati di
solito da un vecchio maschio. Attirandoli in recinti palizzati,
preparando loro trappole, assalendoli quando erano isolati, Urdax e i
suoi compagni avevano fatto un buon bottino, non senza pericoli n
fatiche, ma almeno senza incidenti. Ma sulla via del ritorno ecco che
l'orda furente, il cui strepito empiva lo spazio, stava forse per
schiacciare tutta la carovana.
Se il portoghese aveva avuto tempo di preparare la difesa, quando
aveva temuto un'aggressione da parte degli indigeni accampati sul
limite della foresta, che fare ora contro quell'irruzione? Tra poco non
sarebbe rimasto pi nulla dell'accampamento. S trattava di decidere
se convenisse, per salvarsi, disperdersi per la pianura. Ma non
bisogna dimenticare che la velocit dell'elefante prodigiosa e non
superabile neppure da un cavallo al galoppo.
Bisogna fuggire e subito afferm Khamis rivolgendosi al
portoghese.
Fuggire?! esclam Urdax.
Il disgraziato trafficante comprendeva bene che la fuga significava
la perdita di tutto il suo bottino e quindi del profitto della spedizione.
Ma rimanendo nel campo forse che lo avrebbe salvato? E non era
impresa pazza ostinarsi in una difesa impossibile?
Max Huber e J ohn Cort aspettavano che fosse presa una
decisione, pronti ad attenervisi, qualunque fosse.
Intanto l'orda si veniva accostando, e con un tale tumulto che a
stento si riusciva a udire le proprie parole.
Il foreloper ripet che bisognava fuggire immediatamente.
In che direzione? domand Max Huber.
Verso la foresta.
E gli indigeni?
Il pericolo minore laggi rispose Khamis.
Che questo fosse sicuro nessuno poteva affermarlo. Era per
evidente che non si poteva restare sul poggio, e che per evitare di
essere schiacciati non c'era altro scampo che rifugiarsi nell'interno
della foresta. Senonch bisognava percorrere due chilometri, mentre
l'orda degli elefanti distava tutt'al pi un chilometro.
Ciascuno aspettava un ordine di Urdax, che egli non si decideva a
dare.
Finalmente grid:
Il carro! il carro! Mettiamolo al riparo dietro il poggio; forse
non sar travolto.
Troppo tardi! rispose il foreloper.
Fa' quel che ti dico ordin il portoghese.
In che modo? ribatt Khamis.
Infatti, spezzate le corde che li trattenevano, i buoi erano scappati
come pazzi correndo incontro all'enorme orda, che li avrebbe
schiacciati come moscerini.
Accortosi di ci, Urdax volle ricorrere al personale della
carovana.
Chiamate i portatori! grid.
I portatori? rispose Khamis. Anch'essi sono gi in fuga.
Vigliacchi! grid J ohn Cort.
In realt tutti quei negri se l'erano svignata a ovest del campo, gli
uni carichi di fagotti e gli altri d'avorio, abbandonando i loro capi due
volte, da vili e da ladri.
Non vi era pi da far assegnamento su quegli uomini, che non
sarebbero tornati pi, trovando facilmente asilo nei villaggi indigeni.
Della carovana rimanevano solo il portoghese e il foreloper, il
francese, l'americano e il giovane indigeno.
Il carro! il carro! ribatt Urdax, ostinandosi nel volerlo
mettere al riparo dietro il poggio.
Khamis si strinse nelle spalle; tuttavia obbed e con il concorso di
Max Huber e di J ohn Cort il veicolo fu spinto tra gli alberi. Chiss!
Forse avrebbe potuto essere risparmiato se l'orda si fosse divisa
giungendo al gruppo dei tamarindi.
Ma l'operazione fu lunga, e quando fu terminata era certo troppo
tardi perch il portoghese e i suoi compagni potessero giungere fino
alla foresta; e allora Khamis disse queste due sole parole:
Sugli alberi!
Rimaneva infatti una sola speranza: arrampicarsi tra i rami dei
tamarindi, per evitare almeno il primo urto.
Prima di tutto Max Huber e J ohn Cort entrarono dentro il carro e
fu cosa d'un istante per essi prendere tutte le cartucce che
rimanevano, per assicurare cos l'uso delle carabine, caso mai fosse
necessario servirsene contro gli elefanti; e anche sulla strada del
ritorno. Furono aiutati dal portoghese e dal foreloper, il quale prese
anche l'accetta e la fiasca dell'acqua. Chiss se, attraversando le basse
regioni dellUbanghi, egli e i suoi compagni sarebbero poi riusciti a
giungere alle fattorie della costa?
Che ore erano? Le undici e diciassette, come accert J ohn Cort
interrogando il suo orologio alla fiamma di uno zolfanello. La sua
solita freddezza non. lo aveva abbandonato, quantunque giudicasse la
situazione pericolosa, anzi fatale, se gli elefanti si fossero fermati sul
poggio, anzich portarsi a est o a ovest della pianura.
Max Huber, pi nervoso, parimenti conscio del pericolo, andava e
veniva accanto al carro, guardando l'enorme massa ondeggiante che
si staccava buia sul fondo del cielo.
Qui ci vorrebbe l'artiglieria mormor.
Khamis non lasciava scorgere nulla di quanto sentisse. Egli
possedeva la calma meravigliosa dell'africano di sangue arabo, che
pi denso di quello del bianco, e anche meno rosso, che rende la
sensibilit pi ottusa e resiste meglio al dolore fisico. Egli, col fucile
in spalla, con due revolver alla cintola, aspettava.
Quanto al portoghese, incapace di celare la propria disperazione,
pensava pi al disastro irreparabile di cui sarebbe stato vittima, che ai
pericoli della irruzione. Perci gemeva e bestemmiava nei modi pi
chiassosi della sua lingua materna.
Llanga stava accanto a J ohn Cort e guardava Max Huber, non
dimostrando alcun timore, visto che i suoi due amici erano con lui.
Intanto il rumore assordante si propagava con inaudita violenza, a
mano a mano che la formidabile cavalcata avanzava. Raddoppiavano
i barriti, e gi si udiva un soffio attraversare l'aria come un vento
d'uragano. A quella distanza di quattrocento o cinquecento passi i
pachidermi assumevano nel buio dimensioni smisurate, sembianze
mostruose. S sarebbe detta una apocalissi di mostri, le cui
proboscidi, come un migliaio di serpenti, si agitassero
freneticamente.
Era tempo di riparare fra i rami dei tamarindi, e forse gli elefanti
sarebbero passati senza neppure scorgere il portoghese e i suoi
compagni.
Quegli alberi alzavano la cima a sessanta piedi sul livello del
suolo, ed erano caratterizzati dalla capricciosa disposizione dei loro
rami. Com' noto, i tamarindi sono molto diffusi nelle diverse zone
dell'Africa. I negri fabbricano, con la parte viscosa dei loro frutti, una
bevanda rinfrescante, e usano anche mescolare i baccelli di questi
alberi al riso, di cui fanno il loro nutrimento principale, soprattutto
nelle province litorali.
I tamarindi erano cos vicini l'uno all'altro, che i loro bassi rami si
intrecciavano, il che permetteva di passare agevolmente dall'uno
all'altro. I tronchi misuravano alla base una circonferenza di un paio
di metri e di poco meno presso la biforcatura. Questa grossezza era
poi tale da resistere, se mai gli elefanti si fossero precipitati contro il
poggio?
I tronchi non offrivano che una superficie liscia fino all'attacco dei
primi rami, che si stendevano a una decina di metri dal suolo. Causa
la grossezza del fusto, sarebbe stato disagevole giungere alla
biforcatura, se Khamis non avesse avuto a sua disposizione alcuni
chamboks, corregge pieghevoli di cuoio di rinoceronte, di cui i
forelopers si servono per guidare le mute dei buoi.
Con una di tali corregge gettata attraverso la biforcazione, Urdax
e Khamis poterono arrampicarsi su un albero, e cos fecero Max
Huber e J ohn Cort. Quando furono a cavalcioni sopra un ramo
buttarono l'estremit del chambok a Llanga, che tirarono su
lestamente.
L'orda non era che a trecento metri, e fra due o tre minuti sarebbe
giunta al poggio.
Caro amico, siete soddisfatto? domand ironicamente J ohn
Cort al suo compagno.
Finora solo un imprevisto, J ohn!
Senza dubbio, Max, ma sar molto, se usciremo sani e salvi da
questa impresa.
S, veramente sarebbe stato meglio non esporci a un assalto di
elefanti, il cui impatto quasi sempre brusco
Pare incredibile, caro Max, ma stavolta siamo della stessa
opinione rispose J ohn Cort.
Non si pot udire la risposta di Huber, perch in quel momento
echeggiarono dapprima muggiti di spavento e poi di dolore che
avrebbero sconvolto anche i pi coraggiosi.
Scostando il fogliame, Urdax e Khamis videro quanto accadeva a
un centinaio di passi dal poggio. Fuggiti dal campo, i buoi si erano
avviati verso la foresta; ma, a causa dei loro movimenti lenti e
misurati, furono presto raggiunti dagli elefanti. Invano si difesero a
calci e a cornate. Vennero sopraffatti e di tutta la muta pi non
rimase che un solo animale il quale disgraziatamente venne a
rifugiarsi sotto i rami dei tamarindi.
E fu davvero una disgrazia, perch i pachidermi lo inseguirono e
si arrestarono poi per istinto. In pochi secondi il povero ruminante fu
ridotto a un mucchio di carni straziate, di ossa stritolate, di avanzi
sanguinosi calpestati dagli zoccoli callosi e dalle unghie dure come
ferro.
Il poggio venne circondato dalle bestie furiose, e si dovette
rinunciare alla speranza di vederle allontanarsi.
Anche il carro venne capovolto in un attimo, rovesciato e
schiacciato sotto le masse pesanti, distrutto come un balocco,
cosicch nulla pi rimase delle ruote e della cassa.
Il portoghese lanci di certo altre imprecazioni ma del tutto
impotenti a spaventare quelle centinaia di elefanti, come fu
impotente la fucilata che Urdax scaric sul pi vicino, intento con la
proboscide a circondare il fusto dell'albero. La palla rimbalz sul
cuoio dell'animale senza penetrargli nelle carni.
E, d'altra parte, Max Huber e J ohn Cort compresero, che se nessun
colpo fosse andato perduto, e ogni palla avesse fatto una vittima,
avrebbero forse potuto sbarazzarsi da quei terribili assalitori, se non
fossero stati cos numerosi. Ma si trattava di trecento, cinquecento,
un migliaio di animali! Veramente, non raro incontrare dei branchi
simili nelle regioni dell'Africa equatoriale; viaggiatori e trafficanti
parlano di immense pianure coperte a perdita d'occhio di ruminanti
d'ogni genere
La faccenda si complica osserv J ohn Cort.
S potrebbe dire che si guasta aggiunse Max Huber.
E, rivolgendosi al giovane indigeno che stava a cavalcioni accanto
a lui, gli domand:
Non hai paura?
No, Max, amico mio con voi non ho paura rispose
Llanga. Eppure non solo un fanciullo, ma anche degli uomini maturi
avrebbero avuto tutto il diritto di sentirsi invasi da profondo terrore.
Senza dubbio gli elefanti avevano visto fra i rami dei tamarindi
quel che rimaneva del personale della carovana.
E allora, dal momento che gli ultimi spingevano i primi, il cerchio
si strinse intorno al poggio. Gli animali pi vicini cercarono di
afferrare i rami pi bassi con la proboscide rizzandosi sulle zampe
posteriori. Per fortuna non poterono arrivarvi.
S udirono quattro colpi di fucile sparati a casaccio, giacch era
impossibile pigliare la mira tra i rami oscuri dei tamarindi.
Ad essi risposero violenti barriti e urla furibonde, ma non parve
che alcun elefante fosse stato colpito mortalmente dalle palle. E del
resto quattro di meno contavano ben poco.
Le proboscidi ora cercavano di avvolgersi non pi ai rami inferiori
ma al fusto degli alberi che sopportavano insieme l'urto dei corpi
immani. Per quanto fossero grossi alla base e le loro radici
affondassero profondamente nel terreno, i tamarindi subivano certe
scosse, alle quali non avrebbero potuto resistere a lungo.
S udirono altre due schioppettate sparate dal portoghese e dal
foreloper che si sentivano prossimi a cadere per l'urto violento dato
all'albero su cui si erano arrampicati.
Il francese e il suo compagno non avevano ancora scaricato le loro
carabine, ma erano pronti a farlo.
A che serve? aveva detto J ohn Cort.
Risparmiamo le munizioni rispose Max Huber;
potremmo pentirci di aver bruciata l'ultima cartuccia.
Intanto il tamarindo al quale erano sospesi Urdax e Khamis fu
scosso a tal punto, che lo si sent scricchiolare paurosamente. Se non
fosse stato sradicato, sarebbe rimasto spezzato. Gli elefanti lo
attaccavano con le zanne, lo curvavano con le proboscidi, lo
scuotevano fino nelle radici.
Rimanere pi oltre su quell'albero, anche un solo minuto, era
rischiare di cadere al suolo.
Venite! grid il foreloper a Urdax, cercando di passare
sull'albero vicino.
Il portoghese aveva perduto la testa e continuava a scaricare
inutilmente la carabina e le rivoltelle, le cui palle scivolavano sulla
pelle rugosa dei pachidermi, come sopra le squame di un alligatore.
Venite! ripet Khamis.
Nel momento in cui il tamarindo veniva scrollato pi forte, il
foreloper riusc ad afferrare un ramo dell'albero occupato da Max
Huber, J ohn Cort e Llanga, pi sicuro di quello contro cui si
accanivano gli animali.
Urdax! grid J ohn Cort.
Non m'ha voluto seguire rispose il foreloper. Non sa pi
quel che si fa.
Il disgraziato precipiter!
Non possiamo lasciarlo cos disse Max Huber.
Bisogna trascinarlo suo malgrado aggiunse J ohn Cort.
Troppo tardi! rispose Khamis.
Troppo tardi davvero. Con un ultimo scricchiolio il tamarindo si
spezz e cadde gi.
Nessuno pot vedere ci che avvenne del portoghese; ma le sue
grida indicavano che egli si dibatteva sotto le zampe degli elefanti; e
quando cessarono, si comprese che tutto era finito.
Disgraziato! mormor J ohn Cort.
Ora tocca a noi disse Khamis.
Mi dispiacerebbe davvero ribatt freddamente Max Huber.
Anche questa volta, caro amico, sono d'accordo con voi
osserv J ohn Cort.
Che cosa si poteva fare? Gli elefanti, scalpitando, scrollavano gli
altri alberi, agitati come al soffio di un uragano. L'orribile fine di
Urdax non era forse riservata anche ai suoi compagni, che avrebbero
potuto sopravvivergli qualche minuto appena? Esisteva forse la
possibilit d'abbandonare il tamarindo prima che cadesse? E se anche
si fossero arrischiati a scendere, per riguadagnare la pianura, come
sfuggire all'inseguimento di quell'orda? Avrebbero mai avuto il
tempo di raggiungere la foresta? E quale sicurezza vi avrebbero
trovato? Supponendo che gli elefanti non li inseguissero, sarebbero
sfuggiti agli animali soltanto per cadere in potere d'indigeni non
meno feroci.
Comunque, sarebbe stato preferibile un pericolo incerto a un
pericolo sicuro; e se si fosse presentata l'occasione di rifugiarsi nella
foresta, avrebbero dovuto afferrarla senza esitazione.
L'albero continuava a oscillare, e in una di tali oscillazioni molte
proboscidi riuscirono ad afferrare i rami inferiori. Il foreloper e i suoi
due compagni furono l l per cadere, tanto divennero violente le
scosse. Max Huber, timoroso per Llanga, lo stringeva col braccio
sinistro, mentre egli si aggrappava col destro. Pochi istanti ancora, e
le radici avrebbero ceduto; o il tronco si sarebbe spezzato alla base. E
la caduta del tamarindo significava la morte di coloro che s'erano
rifugiati fra i suoi rami; significava fare la spaventosa fine del
portoghese Urdax.
A pi rudi e frequenti scosse le radici cedettero, il terreno si
sollev e l'albero si coric sul fianco del poggio.
Corriamo nella foresta! grid Khamis.
Dal lato in cui i rami del tamarindo avevano incontrato il suolo, la
via era rimasta libera, perch gli elefanti si erano tirati da parte, e
subito il foreloper, il cui grido era stato inteso, fu a terra; gli altri tre
lo seguirono dandosi alla fuga.
Da principio, infuriati contro gli alberi che erano ancora ritti, gli
animali non avevano visto i fuggiaschi. Max Huber, portando in
braccio Llanga, correva rapidamente quanto le forze gli
permettevano. J ohn Cort gli stava accanto, pronto a prendere la sua
parte di quel fardello, ed a scaricare la carabina contro il primo
elefante che gli fosse venuto a tiro.
Avevano percorso appena un mezzo chilometro, quando una
decina di elefanti, staccatisi dal branco, si diede a inseguirli.
Coraggio! coraggio! grid Khamis. Cerchiamo di
conservare il vantaggio! Ce la faremo!
Ma occorreva far presto, molto presto, e Llanga sentiva che Max
Huber si stancava a portarlo.
Lasciatemi, caro Max lasciatemi! Ho buone gambe!
Max Huber non l'ascoltava e cercava di non restare indietro.
Percorsero cos un altro chilometro, senza che i pachidermi avessero
guadagnato terreno. Disgraziatamente la velocit di Khamis e dei
suoi compagni rallentava, mancando loro il respiro.
La foresta era a poche centinaia di passi, e forse era l la salvezza,
non certa, ma probabile, dietro quelle macchie fitte, dove gli enormi
animali non avrebbero potuto muoversi agevolmente.
Presto! ripeteva Khamis. Datemi Llanga, signor Max.
No, Khamis, lo porto io.
Un elefante era giunto a forse cinquanta passi; gi si udiva il suo
barrito e quasi il suo alito; il suolo tremava sotto le larghe zampe al
galoppo. Un minuto ancora e avrebbe raggiunto Max Huber, che
stentava a seguire i suoi compagni.
Allora J ohn Cort si arrest, si volse, spian la carabina, prese la
mira, fece fuoco, colpi l'elefante nel punto giusto. La palla gli aveva
attraversato il cuore.
Bel colpo! mormor J ohn Cort, e riprese a fuggire.
Gli altri animali, giunti pochi istanti dopo, circondarono il
compagno che giaceva per terra, e di quel po' di tregua i fuggitivi
approfittarono.
Del resto, dopo aver atterrato gli ultimi alberi del poggio, il
branco non avrebbe tardato a precipitarsi verso la foresta.
L nessun fuoco era riapparso, n al livello della pianura, n sulle
vette degli alberi. Tutto si confondeva nel buio orizzonte.
Sfiniti, ansimanti, i fuggiaschi avrebbero avuto la forza di
giungere fino alla foresta?
Coraggio! Coraggio! seguitava a gridare Khamis.
Non vi era pi che un centinaio di passi da percorrere, e gli
elefanti erano distanti appena una quarantina di passi alle loro spalle.
Con un supremo sforzo, dettato dall'istinto di conservazione,
Khamis, Max Huber e J ohn Cort si cacciarono fra i primi alberi, e,
quasi esanimi, caddero a terra.
Invano il branco tent di penetrare nella foresta; i tronchi erano
cos vicini che non li lasciavano entrare ed erano cos poderosi che
gli elefanti non riuscirono a sradicarli. Invano le proboscidi si
cacciarono attraverso gli interstizi, invano le ultime file spinsero le
prime.
I fuggitivi non avevano da temere pi nulla dagli elefanti, ai quali
la grande foresta dell'Ubanghi opponeva un ostacolo insormontabile.
CAPITOLO IV
QUALE DECISIONE PRENDERE?
Poco mancava alla mezzanotte, si che rimanevano ancora sei ore
da passare nel buio profondo: sei lunghe ore, piene di timori e di
pericoli. Sembrava certo che Khamis e i suoi compagni fossero ormai
al sicuro dietro l'insuperabile barriera d'alberi; ma un altro grave
pericolo li minacciava. Forse che non si sarebbero accesi di nuovo
quei fuochi molteplici, quelle strane luci tra i rami pi alti che senza
dubbio indicavano che degli indigeni erano accampati in quel luogo?
Non c'era da temere un'aggressione, contro cui non sarebbe stata
possibile alcuna difesa?
Stiamo in guardia disse il foreloper, appena ebbe ripreso
fiato dopo quella corsa e quando il francese e l'americano furono in
grado di rispondergli.
S, stiamo in guardia ripete J ohn Cort e teniamoci pronti
a respingere un assalto; gli indigeni non possono essere lontani; in
questo punto della foresta che han fatto sosta; ecco i resti del
focolare ne sfuggono ancora delle scintille.
Infatti ai piedi di un albero ardevano dei carboni, mandando un
chiarore rossastro.
Max Huber si rialz, e con la carabina in pugno si cacci nel
bosco.
Khamis e J ohn Cort lo aspettarono ansiosi, pronti a raggiungerlo
se fosse stato necessario.
L'assenza di Max Huber dur solo pochi minuti; egli non aveva
intravveduto nulla di sospetto, non aveva inteso nulla che destasse
timore di immediato pericolo.
Questa parte della foresta ora deserta disse. Certo gli
indigeni 1 hanno abbandonata.
Forse messi in fuga dagli elefanti osserv J ohn Cort.
Forse giacch i fuochi che abbiamo visto disse Khamis
si sono spenti appena hanno echeggiato i barriti in direzione nord.
Effetto di prudenza o di paura? Eppure gli indigeni dovevano
credersi al sicuro dietro gli alberi La cosa non molto chiara.
Anzi, inesplicabile ripigli Max Huber e la notte non
propizia a chiarire il mistero. Aspettiamo il giorno, e confesso che
far fatica a tenermi desto, perch gli occhi mi si chiudono.
Eppure, non questo il momento per dormire, mio caro Max
dichiar J ohn Cort.
Un momento dopo Max Huber, disteso ai piedi di un albero,
piombava in un sonno profondo.
Va' a coricarti accanto a lui, Llanga disse J ohn Cort
Khamis ed io veglieremo fino al mattino.
Baster io, signor J ohn rispose il foreloper. Ci sono
avvezzo e vi consiglio di imitare il vostro amico.
Llanga and ad accoccolarsi accanto a Max Huber. J ohn Cort
volle invece resistere e per un altro quarto d'ora continu a ciarlare
col foreloper. Parlava del disgraziato portoghese, al quale Khamis era
affezionato da un pezzo e i cui compagni avevano potuto apprezzare
le doti durante quella campagna.
Il disgraziato ha perduto la testa ripeteva Khamis nel
vedersi abbandonato da quei vigliacchi di portatori, spogliato e
derubato.
Poveraccio! mormor J ohn Cort.
Fu l'ultima parola da lui proferita; poi, vinto dalla stanchezza, si
butt sull'erba addormentandosi subito.
Rimasto solo con gli occhi ben aperti, tendendo l'orecchio ad ogni
minimo rumore, tenendo in pugno la carabina armata, frugando con
lo sguardo nell'ombra densa, sollevandosi talvolta per meglio
scandagliare le profondit del bosco attraverso i rami e rasente terra,
pronto infine a destare i compagni se fosse stato necessario
difendersi, Khamis vegli fino ai primi albori.
Pochi tratti hanno gi messo in luce la differenza di temperamento
esistente fra i due amici, il francese e l'americano.
J ohn Cort aveva uno spirito grave e pratico, qualit consuete negli
uomini della Nuova Inghilterra. Nato a Boston, sebbene fosse yankee
d'origine, non si rivelava se non per le buone qualit dell'americano.
Curiosissimo di cose geografiche e antropologiche, s'interessava al
pi alto grado dello studio delle razze umane. Aggiungeva a tali
meriti un gran coraggio e la capacit di servire gli amici fino al
sacrificio.
Max Huber, rimasto parigino anche in quelle regioni lontane dove
la sorte l'aveva trasportato, non la cedeva a J ohn Cort n per cuore,
n per intelligenza. Soltanto, meno pratico, si sarebbe potuto dire
ch'egli viveva in poesia, mentre J ohn Cort viveva in prosa. Il
suo temperamento lo spingeva alla ricerca dello straordinario, si che
sarebbe stato capace di spiacevoli temerit per soddisfare il proprio
istinto avventuroso, se il prudente compagno non l'avesse sempre
trattenuto. Questo fortunato intervento aveva avuto molte occasioni
di verificarsi, dopo la loro partenza da Libreville.
Libreville la capitale del Congo francese. Fondata nel 1849 sulla
riva sinistra dell'estuario del Gabon, conta ora circa 1500-1600
abitanti. Vi risiede il governatore della colonia nel proprio edificio,
l'unico degno di tal nome. L'ospedale, lo stabilimento dei missionari
e, nella parte industriale e commerciale, i depositi di carbone, i
magazzini e i cantieri formano tutta la citt.
A tre chilometri da questa capitale si trova il villaggio di Glass,
dove prosperano fattorie tedesche, inglesi ed americane.
L Max Huber e J ohn Cort si erano conosciuti, cinque o sei anni
innanzi, e legati di salda amicizia. Le loro famiglie avevano interessi
considerevoli nella fattoria americana di Glass, dove entrambi
occupavano uffici superiori. Questo stabilimento fioriva col traffico
d'avorio, di olio di arachidi, di vino di palma e di altri prodotti del
paese, e cio la noce di guru, aperitiva e vivificante, la bacca di
Kaffa, d'aroma penetrante e di energia salutare, spedite entrambe in
abbondanza sui mercati americani ed europei.
Tre mesi prima Max Huber e J ohn Cort avevano deciso di visitare
la regione, che si stende ad est del Congo francese e del Camerun.
Cacciatori ardimentosi, non esitarono ad unirsi ad una carovana, che
lasciava Libreville per avviarsi verso quella regione, dove abbondano
gli elefanti, oltre il Bahar el-Abiad e fino ai confini del Baghirmi e
del Darfur. Conoscevano entrambi il capo della carovana, il
portoghese Urdax, originario di Loango, che a ragione aveva fama di
abile trafficante.
Urdax faceva parte di quell'Associazione di cacciatori d'avorio,
che Stanley fra il 1887 e il 1889 incontr a Ipoto, che tornava dal
Congo settentrionale. Ma il portoghese non aveva la mala
reputazione dei suoi confratelli, i quali per lo pi, col pretesto di dar
la caccia all'elefante, massacrano gl'indigeni; come dice l'intrepido
esploratore dell'Africa equatoriale, il loro avorio tinto di sangue
umano.
No! Un francese e un americano potevano, senza perdere la
faccia, accettare la compagnia di Urdax e anche del foreloper, la
guida della carovana, di Khamis, che non si sarebbe risparmiato, n
per zelo n per devozione.
La spedizione fu fortunata; abituati com'erano al clima, J ohn Cort
e Max Huber sopportarono assai bene le fatiche della spedizione.
Certo, erano alquanto dimagriti, ma ritornavano in buona salute,
quando la mala sorte sbarr loro la via del ritorno. Ed ora il capo
della carovana non c'era pi e una distanza di oltre duemila
chilometri li separava ancora da Libreville.
La Grande Foresta, come Urdax aveva battezzato quella foresta
dell'Ubanghi, di cui avevano valicato il confine, giustificava il suo
nome.
Nelle parti note del globo terrestre esistono molti spazi coperti di
migliaia d'alberi, le cui dimensioni superano quella della maggior
parte degli Stati europei.
Fra le pi vaste del mondo vengono citate le quattro foreste poste
nella America del Nord, nell'America del Sud, nella Siberia e
nell'Africa centrale.
La prima, prolungandosi in direzione settentrionale fino alla baia
di Hudson e alla penisola del Labrador, si estende, nelle province di
Quebec e dell'Ontario, a nord del San Lorenzo, per una lunghezza di
duemilasettecentocinquanta chilometri e una larghezza di mille e
seicento.
La seconda occupa, nella valle dell'Amazzonia, a nord-ovest del
Brasile, un'estensione di tremilatrecento chilometri di lunghezza per
duemila di larghezza.
La terza, con una lunghezza di quattromila e ottocento chilometri
e una larghezza di duemila e settecento, comprende conifere alte una
cinquantina di metri e occupa una parte della Siberia meridionale,
dalle pianure del bacino dell'Ob a ovest, fino alla valle
dell'Indighiska a est, nella regione dello Ienissei, dell'Olank, della
Lena e della lana.
La quarta si stende dalla valle del Congo fino alle sorgenti del
Nilo e dello Zambesi per una superficie ancora indeterminata, che
probabilmente supera quella delle altre tre. Qui infatti si stende
l'immensa distesa di regioni ignorate, che presenta quella parte
dell'Africa parallela all'equatore, a nord dell'Ogu e del Congo, per
un milione di chilometri quadrati, circa due volte la superficie della
Francia.
Come gi si detto, il portoghese Urdax non voleva avventurarsi
attraverso quella foresta, ma contava di farne il giro ad ovest. E
d'altronde come il carro e i buoi avrebbero fatto a penetrare in quel
labirinto? A costo di allungare l'itinerario di qualche giornata di
cammino, la carovana doveva seguire una via pi facile, che
conduceva alla riva destra dell'Ubanghi, di dove sarebbe stato
possibile riguadagnare le fattorie di Libreville.
Ora la situazione era diversa: non pi l'impaccio d'un numeroso
personale e del carico ingombrante, non pi carro, n buoi, n
attrezzi per accamparsi. Solo tre uomini e un fanciullo privi di mezzi
di trasporto, a cinquecento leghe dal litorale dell'Atlantico.
Che partito prendere? Attenersi all'itinerario indicato da Urdax,
ma in condizioni cos poco favorevoli? Oppure tentare di attraversare
obliquamente la foresta, dove certo sarebbe stato minore il timore
d'incontrare dei nomadi? Questa via avrebbe forse abbreviato di
molto il viaggio fino alle frontiere del Congo francese?
Questo doveva essere il quesito importante da discutere e da
risolvere, non appena Max Huber e J ohn Cort si fossero destati
all'alba seguente.
In quelle lunghe ore Khamis era rimasto di sentinella. Nessun
incidente aveva turbato il riposo dei dormienti, n fatto presentire
un'aggressione notturna. Pi volte il foreloper con la rivoltella in
pugno si era allontanato di una cinquantina di passi, strisciando fra i
cespugli, appena qualche rumore turbava la sua vigilanza. Ma non
era altro che lo scricchiolio di rami secchi, o lo sbattere d'ala d'un
uccellaccio attraverso gli alberi, o il calpestio d'un ruminante attorno
al loro giaciglio, o quei vaghi rumori, che si odono la notte, quando il
vento agita le fronde.
Allorch i due amici riaprirono gli occhi, subito furono in piedi.
E gli indigeni? domand J ohn Cort.
Non sono ricomparsi rispose Khamis.
Non hanno lasciato traccia del loro passaggio?
Forse s, signor J ohn, ma sul limitare della foresta.
Vediamo, Khamis.
Tutti e tre, seguiti da Llanga, si avviarono verso la pianura. A
pochi passi trovarono subito qualche indizio: segni vari, erbe
calpestate ai piedi degli alberi, frammenti di rami resinosi mezzo
arsi, ceneri dove crepitava ancora qualche scintilla, roveti disseccati
che mandavano ancora un po' di fumo. Ma non una creatura umana
nel bosco, n sui rami, dove cinque o sei ore prima si agitavano le
fiamme mobili, che illuminavano l'orizzonte.
Partiti disse allora Max Huber.
O almeno allontanati rispose Khamis e non mi pare che
abbiamo pi nulla da temere.
Se gli indigeni si sono allontanati osserv J ohn Cort gli
elefanti non hanno fatto altrettanto.
E infatti i mostruosi pachidermi s'aggiravano sempre al limite
della foresta; anzi molti tentavano di atterrare gli alberi con le grosse
proboscidi. Quanto al gruppo di tamarindi, Khamis ed i suoi
compagni poterono accertare che erano tutti a terra, e che il poggio,
spoglio della loro ombra, non formava che un lieve rialzo sulla
superficie della pianura.
Per consiglio del foreloper Max Huber e J ohn Cort si tennero
celati, sperando che gli elefanti abbandonassero il posto.
Se andassero via potremmo tornare all'accampamento disse
Max Huber a raccattare il poco che rimane delle provviste:
qualche cassa di conserve, un po' di munizioni
Ed anche aggiunse J ohn Cort a dare sepoltura
conveniente a quel disgraziato di Urdax.
Inutile pensarci, fin tanto che gli elefanti sono vicini rispose
Khamis; del resto, il nostro materiale a quest'ora ridotto a
rottami informi.
Il foreloper aveva ragione, e poich gli elefanti non dimostravano
alcuna voglia di ritirarsi, non v'era altro da fare che decidere
l'itinerario da seguire.
Khamis, J ohn Cort, Max Huber e Llanga rifecero dunque il breve
cammino percorso.
Per via, Max Huber fu cos fortunato da atterrare un bell'animale
selvatico, che avrebbe assicurato il nutrimento per due o tre giorni.
Era un inyala, una specie d'antilope di mantello grigio frammisto a
peli scuri, un animale di grossa taglia, maschio, munito di corna a
spirali, col petto e la parte inferiore del corpo guarnite di folto
pelame. La palla l'aveva ucciso sul colpo, proprio mentre affacciava
la testa fra i cespugli.
Questo inyala doveva pesare da 250 a 300 libbre. Vedendolo
cadere, Llanga gli era corso incontro come un cagnolino; ma egli non
avrebbe certo potuto portare quella pesante selvaggina e bisogn
venirgli in aiuto.
Il foreloper, che era avvezzo a tali operazioni, squart l'animale
con un coltello tagliandone i pezzi utilizzabili, i quali furono portati
al focolare. J ohn Cort vi butt una manciata di legna secca, che
subito scoppiett, e appena fatto il letto di bragia Khamis vi depose
molte fette di carne appetitosa.
Sulle conserve e sui biscotti la carovana ne aveva molte casse -
non si poteva pi contare; senza dubbio i portatori li avevano rubati
in gran parte. Per fortuna nelle foreste dell'Africa centrale un
cacciatore sempre sicuro di bastare a se stesso, se si contenta di
carne arrostita.
Ci che per importa che non manchino mai le munizioni. Ora,
se J ohn Cort, Max Huber e Khamis erano ciascuno armati di una
carabina di precisione e d'una rivoltella, bisognava badare che anche
le cartucce fossero sufficienti. A conti fatti, sebbene prima di lasciare
il carro si fossero riempite le tasche, non avevano pi di cinquanta
colpi da sparare; una magra provvista, soprattutto se fossero stati
costretti a difendersi contro le belve e gli indigeni per seicento
chilometri, fino alla riva destra dell'Ubanghi. L Khamis ed i suoi
compagni avrebbero potuto approvvigionarsi senza fatica nei villaggi
o negli stabilimenti dei missionari, od anche a bordo delle flottiglie,
che scendono il gran tributario del Congo.
Dopo essersi saziati con la carne d'inyala e dissetati con la limpida
acqua di un rivo serpeggiante fra gli alberi, tutti e tre discussero sul
da fare. Per primo J ohn Cort dichiar:
Khamis, Urdax stato finora il nostro capo; ci ha sempre
trovati pronti a seguire i suoi consigli, giacch avevamo fiducia in
lui. Questa fiducia, per l'indole e l'esperienza che avete, Khamis, ce
la ispirate voi pure; diteci dunque che cosa vi sembra opportuno fare
nella condizione presente e potete star sicuro del nostro assenso.
Certamente aggiunse Max Huber fra noi non vi sar mai
contrasto.
Voi conoscete questo paese, Khamis ribad J ohn Cort; da
molti anni guidate le carovane con una devozione che abbiamo
apprezzato; contiamo su tale devozione e fedelt; e io so che non ci
mancheranno.
Signor J ohn, signor Max, contateci pure rispose
semplicemente il foreloper e strinse le mani dei due amici, poi quella
di Llanga.
Qual il vostro consiglio? domand J ohn Cort.
Dobbiamo rinunziare al disegno di Urdax, che era di fare il giro della
foresta a ovest?
Bisogna traversarla rispose il foreloper senza esitare.
Non vi faremo cattivi incontri; forse qualche belva, ma indigeni no.
N Pauini, n Denka, n Fund, n altre trib dell'Ubanghi si sono mai
arrischiate nell'interno. I pericoli sarebbero maggiori per noi in
pianura, soprattutto da parte dei nomadi. In questa foresta, dove una
carovana non pu cacciarsi con le sue mute, possono invece aprirsi
un passaggio alcuni uomini a piedi. Andiamo dunque verso sud-
ovest, ed io ho buona speranza di giungere senza errore alle cascate
di Zongo.
Queste cascate sbarrano il corso dell'Ubanghi nell'angolo che
questo fiume fa cambiando direzione da est a sud. Stando a quanto
dicono i viaggiatori, proprio in quel luogo che la Gran Foresta
allunga la sua punta estrema. Oltre queste cascate basta seguire le
pianure lungo l'equatore, e grazie alle numerose carovane si trovano
frequenti modi di far provviste.
Il consiglio di Khamis era dunque saggio; inoltre l'itinerario da lui
proposto avrebbe abbreviato la via fino allUbanghi. Ma restava da
vedere quali ostacoli presentasse la foresta nelle sue profondit. Non
bisognava certo contare su sentieri praticabili; forse a mala pena
qualche passaggio di animali selvatici, bufali, rinoceronti ed altri
grossi mammiferi. Quanto al terreno, sicuramente cosparso di
cespugli, sarebbe stato necessario aprirsi il passo con l'accetta del
foreloper e con il coltello da tasca dei suoi compagni. Nondimeno
non c'era da temere un troppo lungo ritardo per via.
Mosse queste obiezioni, J ohn Cort non insistette. Per la difficolt
di orientarsi sotto gli alberi, dei quali il sole a mala pena passava la
fitta cupola quand'era allo zenit, non c'era di che preoccuparsi.
Infatti una specie d'istinto inesplicabile, simile a quello degli
animali, e che s'incontra in alcune razze d'uomini, permette ai cinesi,
fra gli altri, come a molte trib selvagge del Far West, di orientarsi
con l'udito e con l'odorato meglio che con la vista, e di riconoscere la
direzione da certi indizi. Ora Khamis aveva questa facolt di
orientarsi in sommo grado; gi molte volte ne aveva dato prove. Fino
a un certo punto il francese e l'americano avrebbero potuto confidare
in quest'attitudine, pi fisica che intellettuale, poco soggetta a errore,
senza aver bisogno di rilevare la posizione del sole.
Quanto alle altre obiezioni ecco quel che rispose il foreloper:
Signor J ohn, io so che non troveremo altro sentiero se non il
terreno sparso di cespugli, di rovi, di legna secca, di alberi caduti per
vecchiaia, insomma di ostacoli difficili da superare. Ma potete
immaginare che una foresta cos vasta non sia bagnata da qualche
corso d'acqua, che sar poi certo un affluente dell'Ubanghi?
Non foss'altro che quello che scorre a est del poggio osserv
Max Huber. Esso si dirige verso la foresta e forse diventa fiume.
In questo caso, una zattera da noi costruita con pochi tronchi legati
insieme
Non correte tanto, caro amico disse J ohn Cort e non
lasciatevi trasportare su questo fiume immaginario.
Il signor Max ha ragione dichiar Khamis; verso
occidente incontreremo il corso d'acqua che deve gettarsi
nell'Ubanghi.
Sta bene ribatt J ohn Cort ma li conosciamo bene questi
fiumi d'Africa, che sono per lo pi poco navigabili
Voi non vedete altro che difficolt, caro J ohn.
Meglio vederle prima che poi, caro Max.
J ohn Cort aveva ragione. I fiumi dell'Africa non offrono i
medesimi vantaggi di quelli dell'America, dell'Asia e dell'Europa.
Quattro sono i principali: il Nilo, lo Zambesi, il Congo e il Niger,
alimentati da numerosi affluenti; la rete liquida del loro bacino
notevole. Nonostante questa naturale disposizione, essi aiutano poco
le spedizioni all'interno del continente nero. Secondo quel che
narrano i viaggiatori, spinti dalla passione della scoperta attraverso
quei territori immensi, i fiumi africani mal potrebbero paragonarsi al
Mississippi, al San Lorenzo, al Volga, all'Iravaddi, al Bramaputra, al
Gange, all'Indo. Il volume delle loro acque assai meno abbondante,
anche se il loro percorso eguaglia quello delle potenti arterie
nominate, ed a poca distanza a monte dalle foci non possono portare
navi di media grandezza. Inoltre, bassi fondi li interrompono, cascate
d'acqua ne tagliano il corso, alternate a rapide cos violente, che
nessuna imbarcazione si arrischia a risalirli. Questa la ragione che
rende l'Africa centrale tanto refrattaria agli sforzi tentati finora.
L'obiezione di J ohn Cort aveva dunque un certo valore; e Khamis
doveva pur riconoscerlo. Ma in sostanza non era poi di tal natura da
far respingere il disegno del foreloper, il quale d'altra parte
presentava reali vantaggi.
Se incontriamo un corso d'acqua rispose questi lo
discenderemo, finch non sia interrotto da ostacoli. Se possibile
aggirare gli ostacoli, li aggireremo. Altrimenti, riprenderemo a piedi.
Dunque concluse J ohn Cort non mi oppongo alla vostra
proposta, Khamis; credo, anzi, che vi sia un grande vantaggio per noi
se ci dirigiamo verso lUbanghi, seguendo, se possibile, uno dei suoi
tributari.
Al punto in cui era giunta la discussione non v'era altro da
rispondere, se non una parola.
Andiamo! esclam Max Huber.
E questa parola fu ripetuta dai suoi compagni.
In sostanza quel disegno conveniva a Max Huber. Avventurandosi
in quell'immensa foresta inesplorata fino allora, fors'anche
impenetrabile, avrebbe potuto finalmente incontrare qualcosa di
straordinario, qualcosa che in tre mesi non gli era riuscito di trovare
nelle regioni dell'alto Ubanghi.
CAPITOLO V
IL PRIMO GIORNO DI MARCIA
ERANO poco pi delle otto quando J ohn Cort, Max Huber, Khamis
ed il fanciullo si avviarono verso sud-ovest.
A quale distanza si trovava il fiume, che contavano di seguire fino
alla confluenza coll'Ubanghi? Nessuno avrebbe potuto dirlo. E se
quel corso di acqua, quantunque sembrasse scorrere verso la foresta,
avesse piegato a est senza attraversarla? Infine se gli ostacoli, rupi o
rapide, avessero ingombrato il suo letto, tanto da renderlo disadatto
alla navigazione? Se l'enorme estensione di alberi fosse stata priva di
qualsiasi sentiero, o passaggio aperto dagli animali, come percorrerla
senza ricorrere al ferro e al fuoco? Avrebbero trovato, nelle zone
frequentate da grossi quadrupedi, il cammino pi libero?
Llanga, agile e svelto, correva innanzi, per quanto J ohn Cort gli
raccomandasse di non allontanarsi; ma quando lo si perdeva di vista
la sua voce penetrante subito si faceva udire.
Da questa parte gridava.
E tutti e tre muovevano verso di lui seguendo i suoi passi.
Quando bisogn orientarsi in quel labirinto, l'istinto del foreloper
intervenne con vantaggio; del resto splendeva il sole, quel giorno, e
attraverso le fronde era possibile rilevare la sua posizione nel cielo.
In quel mese di marzo, all'ora della sua maggiore altezza, esso saliva
quasi allo zenit, che in quella latitudine occupa la linea dell'equatore
celeste.
Pure il fogliame si addensava a volte a tal punto, che a mala pena
regnava una penombra sotto quella massa d'alberi. Col tempo coperto
sarebbe stato certo quasi buio. La notte le tenebre dovevano essere
cos fitte, che ogni movimento sarebbe stato impossibile. Veramente
era intenzione di Khamis di fermarsi fra la sera ed il mattino, di
scegliere un rifugio ai piedi di qualche tronco, se mai venisse a
piovere, di non accendere il fuoco, altro che per cuocere la
selvaggina uccisa prima del mezzod o nel pomeriggio. Sebbene la
foresta non dovesse essere frequentata dagli indigeni (non s'era
trovata nessuna traccia di quelli accampatisi al suo limitare), meglio
non segnalare la propria presenza accendendo il fuoco. Poche bragie
ardenti, disposte sotto la cenere, sarebbero bastate alla cucina, e in
quel periodo della stagione africana non c'era da temere il freddo.
Infatti la carovana aveva gi sofferto il caldo, percorrendo le
pianure di quella regione intertropicale. La temperatura raggiungeva
un grado eccessivo. Ora, dentro quegli immensi boschi Khamis, Max
Huber, J ohn Cort avrebbero sofferto meno, essendo quasi pi
favorevoli le condizioni, per il lungo e penoso viaggio imposto loro
dalle circostanze. Quanto alle notti, purch il tempo fosse asciutto,
non v'era nessun danno a dormire all'aria aperta.
La cosa peggiore da temere in quelle regioni sempre la pioggia.
Sulla zona equinoziale s'incontrano i venti alisei, e qui si
neutralizzano; da tale fenomeno climatico ne deriva che l'atmosfera
per lo pi calma, e le nuvole vi riversano i loro vapori condensati in
acquazzoni che non finiscono mai. Tuttavia da una settimana il cielo
si era molto rasserenato al ritorno della luna, e poich il satellite
terrestre sembra avere un'influenza meteorologica, si poteva forse
contare su una quindicina di giorni non turbati dalla lotta degli
elementi.
In quella parte della foresta che s'abbassava in dolce pendio verso
le rive dell'Ubanghi, il terreno non era acquitrinoso, come sarebbe
stato senza dubbio pi a nord. Il terreno era tappezzato d'erba folta,
che rendeva i movimenti lenti e difficili, quando il piede degli
animali non l'aveva gi calpestata.
Eh! osserv Max Huber spiacevole che i nostri elefanti
non abbiano potuto cacciarsi nella foresta; essi almeno avrebbero
spazzato le liane, sfrondati i cespugli, spianato il sentiero.
E avrebbero schiacciato anche noi ribatt J ohn Cort.
Certo afferm il foreloper. Contentiamoci di ci che
hanno fatto i rinoceronti ed i bufali. Dov'essi sono passati possiamo
certo passare anche noi.
Khamis, del resto, conosceva le foreste dell'Africa centrale,
avendo spesso percorso quelle del Congo e del Camerun. S capisce
da ci che egli non fu affatto impacciato nel rispondere a proposito
delle piante esotiche tanto diverse che qui abbondavano. J ohn Cort
s'interessava a studiare quei magnifici esemplari del regno vegetale,
quelle fanerogame delle quali furono catalogate non meno di
settemila specie fra il Congo ed il Nilo.
Tanto pi diceva che ve ne sono di quelle che si possono
mangiare, variando cos la monotona dieta di carne arrostita.
A parte i giganteschi tamarindi, che crescevano in gran numero, le
mimose di straordinaria altezza e i baobab ergevano le loro cime ad
oltre quaranta metri. A venti, a trenta metri si alzavano delle piante
della famiglia delle euforbiacee dai rami spinosi, dalle foglie larghe
una spanna, foderate d'una scorza lattiginosa e la cui noce, quando il
frutto maturo, scoppia proiettando la semenza dalle sue sedici celle.
Ed anche senza il suo istinto dell'orientamento, Khamis non avrebbe
forse potuto fidarsi delle indicazioni del sylphinum lacinatum, dal
momento che le foglie radicali di questi arbusti si torcono in modo da
presentare le loro facce a est e a ovest?
Di fatto, un brasiliano perduto in quelle profonde macchie si
sarebbe creduto in mezzo alle foreste vergini del bacino delle
Amazzoni. Mentre Max Huber se la prendeva contro i cespugli nani
che ingombravano il terreno, J ohn Cort non si stancava d'ammirare
quei tappeti verdeggianti, dove si moltiplicavano i phrynium e le felci
di molte specie. E che variet d'alberi, di legname duro o molle!
Questi ultimi, come Stanley ha fatto notare nel suo Viaggio
nell'Africa tenebrosa, tengono luogo del pino e dell'abete delle zone
iperboree; con le larghe foglie gli indigeni si costruiscono delle
capanne, per una sosta di qualche giorno. E la foresta possedeva
ancora a migliaia tek, mogani, alberi del ferro, campuci
imputrescibili, copali superbi, manghi arborei, sicomori che potevano
gareggiare con i pi belli dell'Africa orientale, aranci selvatici, fichi
dal tronco bianco latteo, paf colossali ed altri alberi d'ogni specie.
Questi molteplici esemplari del regno vegetale non erano l'uno
addossato all'altro tanto da nuocere allo sviluppo dei loro rami sotto
l'influenza di un clima insieme caldo ed umido. Vi sarebbe stato il
passaggio persino per i carri d'una carovana, se liane grosse talvolta
un piede non si fossero trovate tese ad impacciare il passo. Erano
liane interminabili, arrotolate intorno ai fusti come serpenti. D'ogni
lato era un aggrovigliarsi di ghirlande di rami, indescrivibile, festoni
ininterrotti e capricciosi, che andavano dagli alberi ai cespugli. Non
c'era ramo che non fosse legato a un ramo vicino; non un tronco, che
con lunghe catene vegetali, pendenti talune fino a terra come stalattiti
verdi, non fosse unito ad un altro tronco. Ogni scorza rugosa era
tappezzata di muschi fitti e vellutati, sopra i quali si muovevano
migliaia di insetti dalle ali dorate.
E da questo intreccio di fronde partiva un concerto fatto di ululati
e di gorgheggi, di grida e di canti, da mattina a sera.
I canti venivano da miriadi di becchi ed erano trilli variati ed
acuti, pi di quelli di un fischio di nostromo a bordo d'una nave da
guerra. Impossibile non essere assordati da quel mondo alato di ibis,
pappagalli, allocchi, scoiattoli volanti, merli, senza contare gli uccelli
mosca, agglomerati come uno sciame di api fra gli alti rami.
Le grida erano quelle di una colonia di scimmie, che facevano un
chiasso indiavolato d'accordo con i babbuini dal pelo bigio, con i
colobi, i macachi, gli scimpanz, i mandrilli e i gorilla che sono le
scimmie pi robuste e forzute della fauna africana. Sebbene fossero
in frotte, quei quadrumani non s'erano dati a nessuna manifestazione
ostile contro Khamis ed i suoi compagni, che senza dubbio erano i
primi uomini da essi veduti in quella foresta dell'Africa centrale. In
realt, era assai probabile che mai creatura umana si fosse
avventurata in quei luoghi; perci, quella gente scimmiesca, pareva
presa pi da curiosit che da collera. Cos non sarebbe stato in altre
regioni del Congo e del Camerun, dove l'uomo ha fatto da un pezzo
la sua comparsa. I cacciatori d'avorio, a cui si uniscono di buon grado
centinaia di banditi indigeni o forestieri, non suscitano pi stupore
nelle scimmie, perch da un pezzo esse sono testimoni dei disastri di
quegli avventurieri, che spesso costano tante vite umane.
Dopo una prima sosta a met della giornata ne fu fatta un'altra nel
pomeriggio. Talvolta il passaggio aveva presentato grandi difficolt
quando si trattava di attraversare inestricabili reti di liane, che
bisognava spezzare con penoso lavoro. Tuttavia per una gran parte
del tragitto si erano aperti sentieri frequentati specialmente dai bufali,
ed infatti ne furono visti alcuni nel bosco, oltre a degli onja
grossissimi.
Questi ruminanti sono temibili per la loro forza prodigiosa, e i
cacciatori devono badare quando li assalgono a non essere aggrediti a
loro volta. Il mezzo pi sicuro di ucciderli di tirare tra i due occhi,
non troppo basso, perch il colpo sia fulminante.
J ohn Cort e Max Huber non avevano avuto occasione di esercitare
la loro abilit contro codesti onja, che sempre si erano tenuti fuori
tiro.
Del resto, c'era ancora la carne dell'antilope e bisognava
risparmiare le munizioni. Non doveva essere sparata una fucilata
durante il cammino, se non per difesa personale o per necessit di
provvedere al cibo quotidiano.
Venuta la sera Khamis diede il segnale di fermarsi sull'orlo di una
piccola radura, dove sorgeva un albero che sovrastava tutta la
boscaglia circostante. A sei metri da terra quell'albero allargava il
suo fogliame verde-bigio, frammisto a fiori formati da una peluria
bianchiccia, che cadeva come neve intorno al tronco dalla scorza
argentea; era un albero del cotone, le cui radici sono disposte a volta,
e sotto le quali si pu trovare riparo.
Il letto pronto esclam Max Huber; non vi un soffice
pagliericcio, ma un, buon materasso di bambagia.
Acceso il fuoco con l'acciarino e con l'esca di cui Khamis aveva
ampia provvista, quel terzo pasto fu simile al primo del mattino e al
secondo del meriggio. Disgraziatamente mancava il biscotto, quel
biscotto che durante la spedizione aveva sostituito il pane. C'era solo
da rassegnarsi e accontentarsi della carne alla griglia, che
consumarono con appetito.
Finita la cena, prima di buttarsi fra le radici dell'albero del cotone,
J ohn Cort disse al foreloper:
Se non sbaglio, siamo sempre andati verso sud-ovest.
Sempre rispose Khamis. Ogni volta che ho potuto vedere
il sole, ho rilevato la strada.
E quante leghe credete che abbiamo percorso oggi?
Quattro o cinque, signor J ohn; continuando cos, in meno d'un
mese toccheremo le rive dell'Ubanghi.
Sta bene rispose J ohn Cort. Non prudente calcolare
anche qualche sfortunato imprevisto?
S, ma anche qualche imprevisto fortunato ribatt Max
Huber. Incontreremo forse qualche corso d'acqua, che ci
permetter di scendere senza fatica.
Finora non sembra, mio caro Max.
che non siamo abbastanza inoltrati verso ovest afferm
Khamis e sarei molto meravigliato, se domani o doman l'altro
Facciamo pur conto di non poter utilizzare un fiume ribatt
J ohn Cort; in fin dei conti, un viaggio di trenta giorni, se le
difficolt non sono pi gravi di questa prima giornata, non cosa da
spaventare cacciatori della nostra tempra!
E poi aggiunse Max Huber temo che questa foresta
misteriosa sia del tutto priva di mistero.
Tanto meglio, Max!
Tanto peggio, J ohn! E ora, Llanga, andiamo a dormire
S, amico Max rispose il fanciullo, cui si chiudevano gli
occhi per il sonno dopo le fatiche d'una lunga camminata, durante la
quale non era mai rimasto indietro.
Fu necessario trasportarlo fra le radici dell'albero del cotone e
accomodarlo in un buon cantuccio.
Il foreloper aveva offerto di vegliare tutta notte, ma i suoi
compagni non vollero acconsentirvi; ci si sarebbe dato il cambio ogni
tre ore, sebbene i dintorni della radura non sembrassero sospetti. Ma
la prudenza comandava di stare in guardia fino all'alba. Il primo
turno di guardia accanto al focolare spento tocc a Max Huber,
mentre J ohn Cort e Khamis si sdraiavano sulla bianca peluria caduta
dall'albero.
Max Huber, con la carabina accanto, appoggiato ad una delle
radici, si abbandon al fascino di quella notte tranquilla. Nelle
profondit dell'immensa foresta era cessato ogni rumore del giorno.
Solo passava nel fogliame un alito regolare, quasi fosse il respiro di
quegli alberi addormentati. I raggi della luna, alta allo zenit,
passavano tra una foglia e l'altra e disegnavano sul terreno dei
ghirigori argentati. Oltre la radura, il terreno sotto gli alberi
scintillava alla luce della luna.
Max Huber gustava, quasi respirava la poesia della natura, cui era
sensibilissimo; talvolta credeva di sognare, eppure non dormiva; e gli
sembrava di essere la sola creatura viva di quel mondo vegetale.
Mondo vegetale era proprio l'idea che la sua immaginazione gli
presentava di quell'immensa foresta dell'Ubanghi. Egli pensava:
Chi vuol svelare gli ultimi segreti del globo dovr forse andare
fino alle estremit del suo asse? Perch tentare la conquista dei due
poli a prezzo di grossi pericoli, incontrando ad ogni passo ostacoli
forse insuperabili? Che mai ne potrebbe conseguire? Solo la
soluzione di qualche problema di meteorologia, di elettricit, di
magnetismo terrestre. E per cos poco val la pena di sacrificare tante
vittime alle regioni australi e boreali? Non sarebbe pi utile e pi
curioso, invece di correre i mari artici e antartici, frugare le infinite
foreste e vincere la loro austera impenetrabilit? Come! Ve ne sono
di simili in America, in Asia, in Africa, e nessuno ha pensato sino ad
ora a farne il proprio campo di scoperte? Nessuno ha avuto il
coraggio di lanciarsi in questo mondo ignoto? Nessuno ha ancora
strappato a quegli alberi il loro segreto come fecero gli antichi per le
vecchie quercie di Dodona. E non avevano forse ragione gli inventori
di miti di popolare i loro boschi di fauni, satiri, driadi ed amadriadi,
di ninfe immaginarie? Anche attenendosi soltanto ai dati della
scienza moderna, non si pu ammettere che in queste ignote
immensit esistano creature nuove, adatte alle condizioni
dell'ambiente in cui abitano? Forse che nell'epoca druidica la Gallia
transalpina non ospitava popoli mezzo selvaggi come i celti, i
germani, i liguri, centinaia di trib, centinaia di citt e di villaggi che
avevano i loro costumi speciali, le loro abitudini personali e una
originalit nativa dentro quelle foreste, di cui l'onnipotenza romana
riusc solo con grandi sforzi a violare i confini?
Cos pensava Max Huber.
Ora appunto in quelle regioni dell'Africa equatoriale la leggenda
aveva segnalato degli esseri sotto il livello umano, creature quasi
favolose. Forse che questa foresta dell'Ubanghi non toccava a est i
territori esplorati da Schweinfurth e J unker, il paese dei Niam-Niam,
di quegli uomini con la coda, che per in realt non possedevano
alcuna appendice caudale? Forse che Henry Stanley, nelle regioni
al nord dellIturi, non aveva incontrato dei pigmei alti meno d'un
metro, perfettamente formati, dalla pelle lucida e fine, dagli occhioni
di gazzella, di cui il missionario inglese Albert Lhyd ha accertato
l'esistenza, fra l'Uganda e la Cabinda? e non erano forse pi di
diecimila, riparati sotto i rami o inerpicati sopra, i Bambuti che
avevano un loro capo al quale obbedivano docilmente? Forse che nei
boschi di Nduqurboscia, dopo aver lasciato Ipoto, il grande
viaggiatore non aveva attraversato cinque villaggi abbandonati la
vigilia dalla loro popolazione lillipuziana? E s'era trovato alla
presenza di quegli Uambuti, Batina, Akka, Bazungu, la cui statura
non superava i 130 centimetri, anzi in certi luoghi era solo di 92, ed il
cui peso non giungeva ai 40 chilogrammi. Eppure queste trib erano
intelligenti, industriose, guerriere, formidabili con le loro piccole
armi, tanto per gli animali quanto per gli uomini, e temutissime dalle
popolazioni agricole delle regioni dell'Alto Nilo.
Perci, spinto dalla propria immaginazione, e dalla sete di cose
straordinarie, Max Huber si ostinava a credere che la foresta
dell'Ubanghi dovesse nascondere strani tipi tali da meravigliare gli
etnografi, che non ne sospettavano l'esistenza. Chiss. Forse vi erano
uomini che avevano un occhio solo come i ciclopi della favola, o il
cui naso allungato a foggia di proboscide avrebbe permesso di
classificarli, se non nell'ordine dei pachidermi, almeno nella famiglia
dei proboscidati
Max Huber si lasciava andare a tali fantasie scientifiche
dimenticando alquanto la sua parte di sentinella. Il nemico avrebbe
potuto accostarsi senza essere segnalato in tempo, cos da non
permettere a Khamis e J ohn di mettere mano alle armi.
Una mano si pos sulla sua spalla.
Che c'? grid Max Huber balzando in piedi.
Sono io; non mi avrete preso, spero, per un selvaggio
dell'Ubanghi. Nulla di sospetto?
Nulla.
ora che ve ne andiate a riposare, caro Max.
Sta bene, ma sarei molto meravigliato se i sogni che far
dormendo valessero quanto quelli che ho fatto da desto.
Cos come la prima met della notte non era stata turbata, non lo
fu neppure il resto, sia quando J ohn Cort prese il posto di Max
Huber, sia quando Khamis si dest per sostituirlo.

CAPITOLO VI
SEMPRE DIRETTI VERSO SUD-OVEST
IL GIORNO seguente era l'11 marzo, e J ohn Cort, Max Huber,
Khamis e Llanga, riposati dalle fatiche del giorno prima, si accinsero
a sfidarne di nuove.
Dopo aver lasciato il riparo dell'albero del cotone fecero il giro
della radura salutati da miriadi d'uccelli, che riempivano lo spazio di
trilli assordanti e di volate tali da ingelosire i virtuosi della musica
italiana.
Prima di avviarsi, come consigliava la prudenza fecero un primo
pasto, composto unicamente di carne fredda d'antilope, innaffiata con
l'acqua di un rigagnolo serpeggiante alla loro sinistra, al quale attinse
la fiaschetta del foreloper.
L'inizio della tappa fu percorso a destra sotto i rami, che gi i
primi raggi del sole attraversavano, e la posizione fu rilevata con
cura.
Evidentemente questa parte della foresta era frequentata da
poderosi quadrupedi, le cui tracce si moltiplicavano in tutti i versi.
Ed infatti nella mattinata fu visto un buon numero di bufali e persino
una coppia di rinoceronti, che per si tennero distanti. Poich essi
non erano d'umore battagliero, non ci fu ragione di spendere cartucce
per respingere un assalto.
Il piccolo drappello si arrest solo verso mezzogiorno, dopo aver
percorso una buona dozzina di chilometri.
Qui J ohn Cort pot atterrare una coppia di otarde della specie dei
koran: volatili dalle piume nere come il carbone sotto il ventre, che
vivono nei boschi. La loro carne, molto apprezzata dagli indigeni,
sembr saporita anche a un americano e a un francese, all'ora del
pasto.
Domando solo che alle braciole sia sostituito l'arrosto aveva
detto Max Huber.
La cosa facile aveva risposto il foreloper.
E una delle otarde, spennata, ripulita, infilzata in una bacchetta, fu
arrostita a puntino alla fiamma, poi divorata con appetito.
Khamis e i compagni si rimisero in cammino attraverso la
macchia in condizioni pi penose della vigilia.
In direzione sud-ovest la foresta sembrava meno battuta, e
bisognava aprirsi il passo fra i cespugli folti al pari delle liane, che
convenne tagliare con il coltello. Cadde la pioggia per poche ore, e fu
pioggia copiosa; ma il fogliame era talmente folto che a mala pena il
terreno ne riceveva qualche goccia. Tuttavia, in mezzo a una radura,
Khamis pot riempire la fiasca gi quasi vuota e tutti se ne
rallegrarono. Invano il foreloper aveva cercato l'acqua sotto le erbe, e
da ci proveniva probabilmente la scarsit degli animali e la
mancanza di sentieri praticabili in quella parte della foresta.
Non sembra che l'acqua sia vicina osserv J ohn Cort,
quando si fermarono per la sosta della sera.
Ci significava che il rigagnolo, il quale scorreva poco lungi dal
poggio dei tamarindi, aggirava la foresta senza attraversarla.
Tuttavia fu convenuto che non si dovesse mutare la direzione
presa fino allora, tanto pi che questo itinerario era la strada pi
breve per raggiungere il bacino dell'Ubanghi.
Per altro disse Khamis se non troveremo il corso d'acqua
da noi visto l'altro ieri, forse ne incontreremo un altro.
La notte dall'11 al 12 marzo trascorse presso una pianta
gigantesca, un bombax il cui tronco simmetrico s'alzava dritto fino a
trenta metri sopra il denso tappeto del suolo.
S mont di guardia come al solito. Il sonno fu turbato solo da
pochi lontani muggiti di bufali e di rinoceronti. Non c'era da temere
che a quel concerto notturno si unisse il ruggito d'un leone, perch
queste formidabili belve non abitano le foreste dell'Africa centrale.
Sono ospiti di regioni pi alte, al di l del Congo a sud, o al confine
del Sudan a nord, regioni vicine al Sahara. Le macchie di questi
immensi boschi non sono adatte al temperamento capriccioso e
indipendente del re degli ammali, re assoluto anche se non
costituzionale. Esso cerca gli ampi spazi, le pianure inondate dal
sole, dove gli sia facile balzare liberamente.
Se i suoi ruggiti non si fecero udire, lo stesso avvenne per i
grugniti dell'ippopotamo; cosa spiacevole, conviene notarlo, giacch
la presenza di codesti mammiferi anfibi avrebbe indicato la vicinanza
dell'acqua.
Il giorno seguente, partenza all'alba con tempo coperto. Max
Huber scaric subito la carabina, atterrando un'antilope grossa
quanto un asino, o pi esattamente quanto una zebra, tipo intermedio
fra l'asino e il cavallo. Era un orice dal mantello color vinaccia con
qualche striscia disegnata regolarmente. L'orice rigato di nero dalla
nuca fino alla groppa, ed ornato di macchie nere sulle gambe, il cui
pelo biancastro, eccettuata la coda, che nera e spazza il suolo, e
un ciuffo nero alla gola. Le corna di questo bell'animale, lunghe un
metro, s'incurvano con eleganza e sono guarnite da una trentina
d'anelli alla base, con una simmetria di forma di cui la natura offre
pochi esempi.
Nell'orice il corno un'arma difensiva, che nelle regioni del nord
e del sud dell'Africa gli permette di resistere perfino al leone; ma
quel giorno l'animale preso di mira dal cacciatore non sfugg alla
palla e col cuore trapassato rotol al primo colpo.
Il cibo era assicurato per molti giorni. Khamis provvide a
squartare l'orice, e questo lavoro richiese un'ora, impiegata utilmente.
Poi spartendosi il carico e Llanga volle la sua parte cominciarono
una nuova tappa.
Qui la carne davvero a buon mercato, osserv J ohn Cort
perch questa costata solo una cartuccia.
A patto d'essere un abile cacciatore rispose il foreloper.
E soprattutto fortunato ribatt Max Huber, pi modesto di
quanto non siano di solito i suoi confratelli di caccia.
Ma se fino allora i quattro viaggiatori avevano potuto risparmiare
la polvere ed il piombo, che avevano adoperato solo per la
selvaggina, non doveva passare il giorno, senza che le carabine
dovessero servire alla difesa.
Per un tratto d'un breve chilometro il foreloper credette anzi di
dover respingere l'assalto d'una frotta di scimmie, che si dimenavano
a destra e a sinistra, alcune balzando di ramo in ramo e d'albero in
albero, altre sgambettando sul terreno, superando le macchie con
balzi prodigiosi da far invidia ai pi agili acrobati.
Apparivano molte specie di quadrumani grossissimi: cinocefali
tricolori, gialli come arabi, rossi come indiani del Far West, neri
come Cafri, formidabili sempre anche per le belve. Facevano
sberleffi diversi tipi di quei colobi, che sono i veri raffinati, i
signorini pi eleganti della razza scimmiesca, di continuo occupati a
spazzolarsi, a lisciarsi con la mano la pellegrina bianca, che valse
loro il nome di colobi.
Questa scorta, che si era radunata dopo il pasto di mezzogiorno,
sparve alle due, quando Max Huber, J ohn Cort, Khamis e Llanga si
avviarono per un sentiero, che continuava per un tratto di molti
chilometri.
Dopo essersi rallegrati per i vantaggi offerti da quella strada
facilmente praticabile, ebbero a dolersi dell'incontro degli animali
che l'avevano preparata.
S trattava di due rinoceronti, il cui grugnire prolungato si ud un
po' prima delle quattro, a breve distanza.
Khamis non si ingann e fece cenno ai compagni d'arrestarsi.
Brutte bestie i rinoceronti! disse brandendo la carabina.
Orribili! ribatt Max Huber; sebbene questi animali
siano erbivori.
Hanno la pelle dura aggiunse Khamis.
Che possiamo fare? domand J ohn Cort.
Tentare di passare senza essere visti rispose Khamis o
almeno nasconderci mentre i rinoceronti passano. Chiss che non ci
scorgano Teniamoci pronti a far fuoco se siamo scoperti, perch ci
piomberanno addosso.
Le carabine furono controllate, le cartucce disposte in modo da
essere prontamente rinnovate, e lanciandosi fuori del sentiero tutti e
quattro sparvero dietro i folti cespugli.
Cinque minuti dopo i grugniti crebbero e apparvero i mostruosi
pachidermi. Venivano di gran trotto a testa alta, con la coda arricciata
sulla groppa.
Erano animali lunghi tre o quattro metri, dalle orecchie diritte,
dalle gambe corte e tozze, dal muso tronco armato d'un solo corno,
capace di colpi formidabili. Tale la durezza delle loro mascelle che
possono impunemente masticare dei cactus dalle dure spine come gli
asini fanno con i cardi.
La coppia si arrest bruscamente: Khamis e gli altri non ebbero
dubbi d'essere stati scoperti.
Uno dei rinoceronti, un mostro dalla pelle rugosa e secca, si
accost ai cespugli. Max Huber lo prese di mira.
Tirate alla testa, non alla groppa! gli grid il foreloper.
S ud uno sparo, poi due, poi tre. Le palle penetravano appena in
quelle grosse cotenne e furono tutti colpi perduti.
Quegli animali dalla pelle bianchiccia quasi sprovvista di peli,
assordavano coi loro grugniti; gli spari non li intimidirono, n li
arrestarono, e si disposero a sfondare la macchia.
Era evidente che quel cumulo di rovi non avrebbe potuto opporre
ostacolo a bestie tanto poderose. In un momento tutto sarebbe stato
distrutto, schiacciato. Dopo essere sfuggiti agli elefanti, Khamis e i
suoi compagni sarebbero sfuggiti ai rinoceronti? Col naso a
proboscide, o a corno, i pachidermi hanno uguale vigore. Inoltre qui
non c'erano gli alberi, che avevano arrestato la marcia degli elefanti.
Se avessero tentato di fuggire, sarebbero stati inseguiti e raggiunti.
Le liane avrebbero ritardato la loro corsa, ma non la valanga dei
rinoceronti.
In mezzo a quella macchia c'era per un baobab enorme, che li
avrebbe protetti, se fossero riusciti a inerpicarsi fino ai primi rami.
Bisognava ricorrere alla manovra eseguita al poggio dei tamarindi
contro gli elefanti, manovra che del resto era stata funesta. E v'era
ragione di credere che dovesse questa volta essere pi fortunata?
Forse, giacch il baobab era cos poderoso da resistere agli sforzi
dei rinoceronti. La sua biforcazione si apriva solo a cinquanta piedi
al di sopra del terreno, e il tronco non presentava nessuna sporgenza
alla mano n al piede dell'uomo.
Il foreloper aveva compreso che non bisognava sperare di arrivare
a quella biforcazione, e Max Huber e J ohn Cort aspettarono ch'egli
decidesse il da farsi.
In quel momento i cespugli rasenti il sentiero furono scostati ed
apparve la grossa testa del pachiderma.
S ud un altro sparo di carabina.
J ohn Cort non fu pi fortunato di Max Huber. Il proiettile,
penetrando nella spalla, strapp solo un grugnito pi tremendo
all'animale, la cui collera crebbe col dolore. Non indietreggi, ma
anzi con uno slancio prodigioso si precipit nella macchia, mentre
l'altro rinoceronte, sfiorato appena da una palla di Khamis, si
preparava a seguirlo.
N Max Huber, n J ohn Cort, n il foreloper ebbero il tempo di
ricaricare le armi. Per fuggire in direzioni diverse e sparpagliarsi
sotto il bosco era troppo tardi. L'istinto di conservazione consigli a
tutti e quattro di rifugiarsi dietro il tronco del baobab che alla base
non misurava meno di sei metri di perimetro; ma quando il primo
rinoceronte avesse fatto il giro dell'albero e il secondo si fosse unito a
lui, come evitare il doppio assalto?
Diavolo! esclam Max Huber.
Dio, piuttosto! grid J ohn Cort.
Era evidente che bisognava rinunziare ad ogni speranza di
salvezza, se la Provvidenza non fosse venuta in loro aiuto.
Sotto l'urto d'una spaventosa violenza il baobab trem fin nelle
radici, cos da far credere che dovesse essere strappato da terra.
Il rinoceronte, nello slancio furioso, si arrest a un tratto, perch
in un punto dove s'apriva la scorza del baobab il suo corno era
entrato come l'accetta del legnaiuolo conficcandovisi d'un buon
piede. L'animale fece sforzi violenti per ritrarsi, ma nemmeno
facendo forza di reni vi pot riuscire. L'altro animale che, furente,
devastava la macchia, s'arrest, ed indescrivibile il furore di
entrambi.
Allora Khamis, arrampicandosi sulle radici, cerc di vedere
quanto accadeva.
Fuggiamo! grid quasi subito. Tutti compresero.
Senza domandare spiegazioni, Max Huber e J ohn Cort, tirandosi
dietro Llanga, se la svignarono fra le alte erbe. Con loro meraviglia
non vennero inseguiti dai rinoceronti, e solo dopo cinque minuti
d'una corsa sfrenata, si arrestarono ansimanti a un cenno del
foreloper.
Che cos' stato? domand J ohn Cort, ripigliando fiato.
L'animale non ha potuto ritirare il corno dal tronco dell'albero
rispose Khamis.
Accidenti! esclam Max Huber il Milone crotoniate
dei rinoceronti.
E finir appunto come quell'eroe dei giuochi olimpici
aggiunse J ohn Cort.
Khamis, poco curante di sapere le gesta di quel celebre atleta
antico, si accontent di rispondere:
Insomma siamo sani e salvi, ma ci costato quattro o cinque
cartucce, sprecate inutilmente.
E tanto pi mi dispiace perch il rinoceronte, se sono bene
informato, commestibile disse Max Huber.
vero rispose Khamis; per quanto la carne abbia un
forte gusto di muschio. Noi lo lasceremo dov'.
A cercare di liberare il suo corno, se vi riesce aggiunse Max
Huber.
Non sarebbe stato prudente tornare al baobab, donde i grugniti
delle due bestie echeggiavano sempre nella foresta. Dopo un giro che
li ricondusse al sentiero, tutti e quattro ripresero il cammino, e verso
le sei, scelto un luogo adatto alla base di una enorme roccia,
riposarono.
Il giorno successivo non avvenne alcun incidente. Le difficolt
non aumentarono e una trentina di chilometri furono valicati in
direzione sud-ovest. Quanto al corso d'acqua tanto desiderato da Max
Huber, tanto promesso da Khamis, esso non si lasciava vedere.
Quella sera, dopo un pasto fornito da un'antilope, si
abbandonarono al riposo. Disgraziatamente quella decina d'ore di
sonno fu turbata da migliaia di pipistrelli piccoli e grossi, che si
rintanarono solo all'alba.
Troppe arpie! esclam Max Huber, risollevandosi e
sbadigliando dopo una cos cattiva notte.
Non dobbiamo lamentarci disse il foreloper.
Perch?
Perch assai meglio aver a che fare con i pipistrelli, che con
le zanzare; e finora di queste non ne abbiamo avute.
E quando mai saremo divorati da quegli insetti abominevoli?
Quando attraverseremo la foresta in vicinanza dell'acqua.
Dell'acqua? esclam Max Huber; ma io, dopo aver
creduto all'esistenza di un fiume, ora non ci credo pi.
Vi sbagliate, signor Max, forse il fiume non lontano.
Il foreloper infatti aveva gi notato qualche differenza nella natura
del terreno, e alle tre del pomeriggio la sua osservazione si rivel
vera. Quella parte della foresta diventava acquitrinosa, qua e l si
formavano pozze piene di erbe acquatiche, e si pot perfino
ammazzare dei gauga, specie di anitre selvatiche, la cui presenza
indicava la vicinanza d'un corso d'acqua. Inoltre man mano che
scendeva il sole all'orizzonte si udiva gracidar le rane.
Il paese delle zanzare non lontano disse il foreloper.
Per il resto della tappa il movimento fu reso difficile dal terreno
ricoperto di fanerogame innumerevoli, di cui il clima umido e caldo
favoriva lo sviluppo. Gli alberi, pi radi, erano meno avviluppati di
liane.
Max Huber e J ohn Cort riconobbero a loro volta i mutamenti che
presentava quella parte della foresta che si stendeva a sud-ovest.
Tuttavia, nonostante i pronostici di Khamis, per quanto si
spingesse lo sguardo attraverso i boschi, in quella direzione non si
discerneva ancora lo scintillio dell'acqua corrente.
A mano a mano che cresceva il pendio del suolo, pi numerosi
divenivano i pantani, e bisogn stare bene attenti a non andarci
dentro con i piedi, che non si sarebbe poi riusciti a districarsi senza
farsi mordere. Migliaia di sanguisughe formicolavano in quelle
pozze, e alla loro superficie correvano miriapodi giganteschi,
ripugnanti articolati di color nero dai piedi rossi, disgustosissimi alla
vista.
In compenso, che festa per gli occhi quelle innumerevoli farfalle
dalle tinte cangianti, quelle graziose libellule formanti l'ordinario
abbondante pasto degli scoiattoli, delle civette, dei bengalini, dei
martin-pescatori che si affacciavano all'orlo delle pozze!
Il foreloper not inoltre che sui cespugli abbondavano non solo le
vespe, ma anche le mosche tse-ts. Fortunatamente, se bisognava
evitare l'aculeo delle vespe, non v'era da temere il morso delle
mosche. Il loro veleno mortale solo per i cavalli, i cammelli, i cani,
non per l'uomo, n per le bestie selvatiche.
Il piccolo drappello scese cos verso sud-ovest, fino alle sei e
mezzo di sera, e fu una tappa lunga e faticosa. Gi Khamis si
occupava a scegliere il luogo per passarvi la notte, quando Max
Huber e J ohn Con furono distratti dalle grida di Llanga.
Il fanciullo, come al solito, si era spinto innanzi frugando qua e l,
quando lo si ud chiamare a perdifiato.
Che fosse alle prese con una belva? J ohn Cort e Max Huber
corsero incontro a lui con la carabina pronta. Ma subito furono
rassicurati.
Llanga, ritto in piedi sopra un enorme tronco atterrato, tendeva la
mano verso un'ampia radura, ripetendo con la sua voce stridula:
Il fiume! il fiume!
Khamis li aveva raggiunti, e J ohn Cort gli disse semplicemente:
il corso d'acqua desiderato.
A mezzo chilometro, in un largo spazio raso, serpeggiava infatti
un fiume, le cui limpide acque riflettevano gli ultimi raggi del sole.
Bisogna attendarci l, mi pare disse J ohn Cort.
S, l rispose il foreloper e state sicuri che il fiume ci
condurr senza fatica fino all'Ubanghi.
Infatti non doveva essere difficile costruire una zattera ed
abbandonarsi alla corrente del fiume.
Bisogn attraversare un terreno molto acquitrinoso per giungere
alla riva. In quelle regioni equatoriali il crepuscolo ha brevissima
durata e gi era buio fitto quando il foreloper ed i suoi compagni si
arrestarono sopra una sponda abbastanza elevata.
Gli alberi vi erano rari, ma apparivano pi fitti a monte ed a valle.
La larghezza del fiume, a giudizio di J ohn Cort, era d'una
quarantina di metri. Non era dunque un semplice ruscello, ma un
affluente d'una certa importanza, e l'acqua non sembrava scorrere
molto rapida.
Meglio aspettare l'indomani per rendersi conto della situazione.
La cosa pi importante era trovare un luogo riparato e asciutto per
passarvi la notte. Khamis scopr un vano roccioso, una specie di
grotta scavata nel calcare della sponda, bastante ad ospitarli tutti e
quattro.
Fu deciso innanzi tutto di cenare con gli avanzi della selvaggina
arrostita. A questo modo non sarebbe stato necessario accendere il
fuoco, il cui bagliore avrebbe potuto far avvicinare le belve.
Coccodrilli ed ippopotami abbondano nei corsi d'acqua dell'Africa, e
se essi frequentavano quel fiume cosa assai probabile era meglio
non esporsi a un attacco notturno, quantunque un fuoco che avesse
prodotto molto fumo avrebbe potuto cacciare i nugoli di zanzare che
ronzavano dattorno; senonch, fra i due danni, bisognava preferire il
minore.
Per le prime ore J ohn Cort stette in vedetta all'apertura della
grotta, mentre i suoi compagni dormivano della grossa e le zanzare
ronzavano.
Durante il suo turno di guardia non vide nulla di sospetto, ma pi
volte credette di udire una stessa parola, che sembrava articolata da
labbro umano, in tono lamentevole.
Questa parola era ngora, che in lingua indigena significa madre.
CAPITOLO VII
LA GABBIA VUOTA
C'ERA davvero di che rallegrarsi che il foreloper avesse scoperto al
momento giusto quella caverna, non certo dovuta al lavoro
dell'uomo. Sul suolo sabbia fine asciuttissima; nessuna traccia
d'umidit alle pareti laterali, n sulla volta superiore. Grazie a questo
rifugio impermeabile all'acqua gli ospiti non avevano sofferto per la
pioggia intensa nella prima met della notte. Era dunque un riparo
assicurato per tutto il tempo necessario alla costruzione d'una zattera.
D'altra parte soffiava un forte vento dal nord; il cielo s'era aperto
ai primi raggi del sole; si annunciava una giornata calda. Forse
Khamis e i suoi compagni sarebbero stati indotti a rimpiangere
l'ombra degli alberi sotto i quali viaggiavano da cinque giorni.
J ohn Cort e Max Huber non celarono il loro buon umore. Quel
fiume li avrebbe trasportati senza fatica per circa trecento chilometri,
fino all'Ubanghi, di cui era affluente. Cos si sarebbero valicati i tre
quarti del tragitto nelle condizioni pi favorevoli; l'altro quarto
comprendeva l'itinerario gi seguito fra il limitare della foresta e la
riva sinistra del fiume.
Fu fatto il calcolo con sufficiente esattezza da J ohn Cort,
attenendosi ai rilievi fornitigli dal foreloper.
Il loro sguardo si port allora a destra e a sinistra, vale a dire a
nord e a sud.
A monte il corso d'acqua si stendeva fino dove giungeva l'occhio
quasi in linea retta, e a un chilometro spariva sotto gli alberi.
A valle il verde non distava pi di cinquecento metri, poi il fiume
faceva un brusco gomito a sud-est. Da quel gomito la foresta
ripigliava la sua normale densit.
Sulla riva sinistra si apriva una larga radura, che era poi un
acquitrino. Sulla riva opposta invece gli alberi crescevano pi fitti.
Sopra un terreno mosso si stendeva un bosco denso e profondo, le
cui ultime cime, illuminate dal sole che sorgeva, si scorgevano nel
lontano orizzonte.
Un'acqua trasparente, che scorreva con rapidit, empiva tutto il
letto del fiume, trasportando vecchi tronchi, fasci di cespugli e
mucchi d'erbe strappati ai margini erosi dalla corrente.
J ohn Cort si ricord immediatamente d'aver udito pronunciare la
parola ngora in vicinanza della grotta durante la notte. Cerc dunque
di vedere se una creatura umana vagasse nei dintorni. Era possibile
che i nomadi si avventurassero talvolta a scendere quel fiume per
raggiungere l'Ubanghi; ma ci non significava che l'immensa foresta,
che si stendeva a est fino alle sorgenti del Nilo, fosse frequentata da
trib erranti o abitata da trib sedentarie.
J ohn Cort non vide anima viva presso l'acquitrino, n sul margine,
n sulla riva destra del rivo.
Sono stato vittima d'una illusione pens. Pu darsi che mi
sia addormentato un momento e che nel sonno abbia avuto l'illusione
d'udire quella parola.
Tuttavia non disse nulla dell'incidente ai suoi compagni.
Caro Max osserv pi tardi rivolto all'amico avete fatto
le scuse al nostro bravo Khamis per aver dubitato dell'esistenza di
questo fiume, di cui egli si sentiva sicuro?
Egli aveva ragione, e sono lieto d'aver avuto torto, perch la
corrente ci porter senza fatica fino all'Ubanghi.
Senza fatica non direi proprio rispose il foreloper; vi
possono essere delle cascate, delle rapide
Dobbiamo sempre vedere il lato buono delle cose ribatt
J ohn Cort. Cercavamo un fiume ed eccolo; ora pensiamo a
costruire una zattera.
Mi metter all'opera fin da stamani disse Khamis e se
volete darmi una mano, signor J ohn
Certamente. Durante il nostro lavoro Max si occuper delle
provvigioni.
Ed urgente che me ne occupi, perch non ci rimane pi nulla
da mangiare. Quel ghiottone di Llanga ieri sera ha divorato tutto.
Ma io caro Max! mormor Llanga, che pigliando sul
serio il rimbrotto se ne mostrava afflitto.
Vedi bene che faccio per celia; via, vieni con me, seguiremo la
riva fino alla svolta del fiume; con l'acquitrino da un lato e la
corrente dall'altro, non mancher la selvaggina acquatica, n a dritta
n a manca, e fors'anche qualche bel pesce, tanto per variare la solita
dieta.
Badate ai coccodrilli e agli ippopotami, signor Max disse il
foreloper.
Eh, Khamis, una braciola d'ippopotamo non da disprezzare.
Forse che un animale dal temperamento tanto felice, un porco di
acqua dolce, in fin dei conti, non dovrebbe avere una carne saporita?
Forse di temperamento felice, signor Max; ma quando va in
collera l'ippopotamo tremendo.
Certo, non si pu tagliargli addosso qualche chilogrammo di
braciole senza rischiare di disgustarlo un tantino.
Insomma aggiunse J ohn Cort se correte il minimo
pericolo tornate subito; siate prudente.
E voi, J ohn, state tranquillo. Vieni, Llanga.
Va' pure, piccino disse J ohn Cort e tieni a mente che
affidiamo a te il tuo amico Max.
Dopo una simile raccomandazione si poteva star certi che nulla di
sinistro sarebbe capitato a Max Huber; Llanga avrebbe vegliato per
s e per lui.
Max Huber prese la carabina e verific le cartucce.
Risparmiate le munizioni, signor Max sugger il foreloper.
Il pi possibile, Khamis; ma spiacevole che la natura non
abbia creato un albero da cartucce, come ha creato l'albero del pane e
l'albero del burro nelle foreste africane. Passando le si coglierebbero
come fichi o datteri!
Dopo questa giusta osservazione Max Huber e Llanga seguirono
la riva, lungo la quale sparirono presto entrambi alla vista.
Khamis e J ohn Cort andarono allora in cerca del legname adatto
alla costruzione di una zattera, armati soltanto d'un'ascia e dei loro
coltelli da caccia. Con tali utensili non sembrava veramente possibile
atterrare i giganti della foresta e neppure i loro congeneri di statura
pi modesta. Perci Khamis si proponeva di adoperare i rami caduti,
che avrebbe legato con le liane; su di essi avrebbe poi piantato una
specie di tavolato, coperto di terra e d'erbe. Una zattera lunga dodici
piedi, larga otto, doveva bastare a trasportare tre uomini e un
fanciullo, i quali del resto sarebbero sbarcati nelle ore dei pasti e
nelle soste notturne.
Di quei rami, caduti per vecchiaia o per vento, o abbattuti dalla
folgore, ve n'era una quantit sull'acquitrino, dove spuntavano anche
alcune piante resinose. Il giorno prima Khamis s'era proposto di
venire a cercare in quel luogo diverse tavole necessarie alla
costruzione, e ne parl cos a J ohn Cort, che si dichiar pronto ad
accompagnarlo.
Diedero un ultimo sguardo al fiume, alle due rive a monte e a
valle; tutto sembrava tranquillo presso l'acquitrino e J ohn Cort e
Khamis si misero in viaggio.
Bast che facessero un centinaio di passi per incontrare dei rami
galleggianti in gran numero. La maggior difficolt consisteva nel
trascinarli fino alla riva. Se fossero stati troppo pesanti, avrebbero
aspettato il ritorno dei cacciatori.
Nel frattempo, tutto lasciava credere che Max Huber facesse
buona caccia. S era gi udito uno sparo, e l'abilit del francese
faceva supporre che non fosse un colpo andato a vuoto. Avendo
grande provvista di munizioni l'alimentazione del piccolo drappello
era di certo assicurata per i trecento chilometri che lo separavano
dall'Ubanghi e anche per un pi lungo viaggio.
Khamis e J ohn Cort stavano scegliendo il miglior legname,
quando la loro attenzione fu attratta da alcune grida provenienti da
sud-est, cio dalla direzione presa da Max Huber nell'allontanarsi
dalla riva.
la voce di Max disse J ohn Cort.
S rispose Khamis ed anche quella di Llanga. Infatti alla
maschia voce si univa una voce acuta di falsetto.
Che siano in pericolo? domand J ohn Cort.
Accorriamo rispose il foreloper.
Entrambi attraversarono l'acquitrino dietro la riva, e giunsero alla
piccola altura, sotto la quale si apriva la grotta. Di l, spingendo gli
occhi a valle, scorsero Max Huber e il piccolo indigeno fermi sul
greto della riva sinistra. Non avevano intorno n uomini n animali, e
i loro gesti del resto erano solo un invito a raggiungerli e non
manifestavano alcuna inquietudine.
Khamis e J ohn Cort si decisero e percorsero rapidamente tre o
quattrocento metri.
Appena venne raggiunto Max Huber si content di dire:
Forse non avrete bisogno di affaticarvi per costruire la zattera,
Khamis.
Perch? domand il foreloper.
Perch qui ce n' una bell'e fatta; in pessimo stato, vero, ma il
legname buono ancora.
E Max Huber accennava in una insenatura della riva a una specie
di piattaforma, un insieme di tavole e di travi trattenute da una corda
imputridita legata all'estremit a un piolo piantato nella sponda.
Una zattera! esclam J ohn Cort.
proprio una zattera rispose Khamis.
E veramente non era possibile alcun dubbio sull'uso a cui erano
destinate quelle travi e quelle tavole.
Forse gli indigeni hanno gi disceso il fiume fin qui?
osserv Khamis.
Indigeni o esploratori, non so rispose J ohn Cort ma se
questa parte della foresta dell'Ubanghi fosse stata visitata lo si
sarebbe saputo al Congo o al Camerun. Ma non ho mai inteso parlare
d'una esplorazione in questa foresta.
Nemmeno io aggiunse Max Huber. Del resto poco
importa; tutto sta a sapere se la zattera o quel che ne avanza pu
servirci.
Certamente dichiar il foreloper. E gi stava per cacciarsi
nell'insenatura quando fu trattenuto da un grido di Llanga.
Il fanciullo, che si era allontanato di una cinquantina di passi a
valle, accorreva tenendo in mano un oggetto, che consegn subito a
J ohn Cort.
Era un catenaccio di ferro roso dalla ruggine, privo di chiave, e il
cui meccanismo non sarebbe certo stato in grado di funzionare.
Non si tratta dunque di indigeni disse Max Huber perch
essi ignorano i segreti di una moderna serratura. Questa zattera ha
trasportato fin qui dei bianchi!
E non devono aver fatto pi ritorno aggiunse J ohn Cort.
Era la giusta conseguenza che si poteva trarre da quell'incidente.
La ruggine del catenaccio e lo sfacelo della zattera dimostravano
che molti anni dovevano essere trascorsi, da quando zattera e
catenaccio erano giunti in quel luogo.
E da questo doppio fatto logico ed indiscutibile J ohn Cort ricav
due deduzioni, che Max Huber e Khamis non esitarono ad accettare.
Erano le seguenti:
Primo. Esploratori o viaggiatori non indigeni erano giunti in
quella radura dopo essersi imbarcati ai confini della grande foresta.
Secondo. I detti esploratori o viaggiatori, per qualsiasi ragione,
avevano abbandonato la loro zattera per andare ad esplorare la parte
della foresta situata sulla riva destra.
In ogni caso nessuno era pi ricomparso. J ohn Cort e Max Huber,
da quando abitavano nel Congo, non ricordavano mai d'aver udito
parlare d'una esplorazione di quel genere.
Se non del tutto straordinarie, erano perlomeno cose inattese, e
Max Huber avrebbe dovuto rinunciare all'onore di essere stato il
primo visitatore della grande foresta, considerata a torto come
impenetrabile.
Nel frattempo, indifferentissimo in fatto di priorit, Khamis
esaminava attentamente le travi e le tavole della zattera. Le prime
erano in buono stato; le seconde avevano sofferto di pi per le
intemperie e bisognava sostituirne tre o quattro. Ma era
perfettamente inutile costruire una nuova zattera. Il foreloper ed i
suoi compagni, non meno soddisfatti che sorpresi, possedevano il
veicolo galleggiante che avrebbe loro permesso di giungere alla
confluenza dell'Ubanghi.
Mentre il foreloper si occupava della faccenda, i due amici si
scambiarono le loro idee in proposito.
Non c' alcuna possibilit di sbagliarsi ripeteva J ohn Cort;
degli esseri umani hanno gi visitato la parte superiore di questo
fiume; e non c' dubbio che fossero bianchi. Che questa zattera
grossolana possa essere opera di indigeni, ammissibile Ma c' il
catenaccio.
Gi, il catenaccio rivelatore, senza contare gli altri oggetti, che
forse raccoglieremo ancora osserv Max Huber.
Ancora, Max?
Continuiamo le nostre investigazioni, J ohn; forse ritroveremo
le vestigia d'un accampamento del quale qui non traccia, giacch
non bisogna considerare come un vestigio la grotta dove abbiamo
passata la notte. Non sembra che sia servita come luogo di sosta, e io
non dubito che siamo stati noi i primi a cercarvi rifugio.
evidente, mio caro Max; proseguiamo le ricerche fino al
gomito del fiume.
Ci tanto pi necessario, perch proprio l finisce la radura, e
non mi stupirebbe che un po' pi lontano
Khamis! grid J ohn Cort.
Il foreloper, risalito sulla sponda, raggiunse i due amici.
Ebbene, la zattera? domand J ohn Cort.
La riadatteremo senza molta fatica. Ho portato il legname
necessario.
Prima di metterci al lavoro propose Max Huber
scendiamo la riva per qualche centinaio di passi. Forse raccoglieremo
altri oggetti, qualche utensile con un marchio di' fabbrica, che ci
riveli la sua origine oltre che completare la nostra batteria da
cucina, davvero troppo scarsa Abbiamo appena una fiasca, e
nemmeno una chicchera, n una caffettiera.
Non sperate, mio caro Max, di far la scoperta d'una dispensa e
d'una tavola imbandita per ospiti di passaggio.
Non spero nulla, caro J ohn; ma siamo al cospetto d'un fatto
inesplicabile. Cerchiamo di trovarvi una spiegazione plausibile.
Sta bene, Max Niente in contrario, Khamis, se ci
allontaniamo di uno o due chilometri?
A patto di non oltrepassare la svolta rispose il foreloper;
visto che abbiamo la possibilit di navigare, conviene risparmiare le
camminate inutili.
inteso, Khamis rispose J ohn Cort. D'altra parte, mentre
la corrente trasciner la zattera, avremo tutto l'agio di osservare se vi
siano tracce di accampamento sull'una o l'altra riva.
I tre uomini e Llanga seguirono la sponda, una specie di diga
naturale fra l'acquitrino ed il fiume.
Camminando, i viaggiatori guardavano per terra, cercando
qualche orma di piede umano, o qualche oggetto abbandonato.
Il minuzioso esame sull'argine non diede alcun frutto: in nessun
luogo furono trovate tracce di passaggio o di fermata. Quando
Khamis ed i suoi compagni furono giunti alla prima fila d'alberi
vennero salutati dalle grida d'una frotta di scimmie. Quei quadrumani
non parvero molto meravigliati dell'apparizione di creature umane;
ma se la svignarono. Non c'era da stupirsi che fra gli alberi
scorrazzassero rappresentanti della popolazione scimmiesca; erano
babbuini, macachi, gibboni, fisicamente simili a gorilla e scimpanz.
Come tutte le specie africane, queste scimmie avevano solo un
rudimento di coda, essendo questo ornamento pi proprio delle razze
americane e asiatiche.
In sostanza osserv J ohn Cort non sono state esse a
costruire la zattera, e per quanto siano intelligenti non hanno ancora
pensato a far uso d'un catenaccio.
E nemmeno d'una gabbia, ch'io sappia rispose Max Huber.
D'una gabbia? esclam J ohn Cort; e perch parlate di
gabbia?
Perch mi sembra di vedere laggi, fra le macchie, a venti
passi dalla sponda, una certa costruzione
Sar un formicaio a forma d'alveare, come ne costruiscono le
formiche africane rispose J ohn Cort.
No, il signor Max non si sbaglia afferm Khamis.
Laggi vi proprio una specie di capanna costruita ai piedi di due
mimose, e con la parte frontale chiusa a reticolato.
Gabbia o capanna ribatt Max Huber vediamo che cosa
c' dentro.
Bisogna essere prudenti disse il foreloper teniamoci al
coperto degli alberi.
E che possiamo temere? esclam Max Huber, che come al
solito era spronato da un doppio sentimento d'impazienza e di
curiosit.
D'altra parte i dintorni sembravano deserti; si udiva solo il canto
degli uccelli e le grida delle scimmie in fuga. Non appariva al limite
della radura alcuna traccia antica o recente di accampamento. Nulla
del pari alla superficie del fiume, che trasportava grossi mucchi
d'erbe galleggianti. Dall'altro lato era il medesimo aspetto di
solitudine e d'abbandono. Gli ultimi cento passi furono percorsi in
fretta sulla sponda, che in quel punto piegava secondo il corso del
fiume. Qui finiva l'acquitrino, e il terreno si assodava man mano che
si andava rialzando sotto l'alberatura pi folta.
La strana costruzione appariva per tre quarti appoggiata alle
mimose, coperta d'un tetto inclinato, che spariva sotto uno strato di
erbe secche. Non presentava alcuna apertura laterale, e le liane
ricadenti ne nascondevano le pareti fino alla base. L'aspetto di gabbia
le era dato dal reticolato della parete frontale, simile a quelli che nei
serragli separano le belve dal pubblico.
Questo reticolato aveva una porta, che venne trovata aperta; ma la
gabbia era vuota.
Fu quanto accert Max Huber, che, essendovi giunto per primo, si
era precipitato dentro. Vi rimanevano alcuni utensili, una pentola in
buono stato, una chicchera, una caffettiera, tre o quattro bottiglie
spezzate, una coperta di lana rosicchiata, un'accetta arrugginita, un
astuccio da occhiali semi-imputridito, su cui non era possibile
leggere il nome del fabbricante.
In un angolo, c'era una scatola di rame, il cui coperchio avrebbe
dovuto preservare il contenuto, se pure conteneva qualche cosa.
Max Huber la raccatt, si prov ad aprirla ma non vi riusc, perch
la ruggine faceva aderire le due parti della scatola. Bisogn far
passare un coltello nella fessura del coperchio, che solo allora
cedette.
La scatola conteneva un taccuino ben conservato, sulla cui
copertina erano impresse due parole, che Max Huber lesse a voce
alta:
DOTTOR J OHAUSEN
CAPITOLO VIII
IL DOTTOR JOHAUSEN
SE J OHN CORT, Max Huber ed anche Khamis, nell'udire
pronunciare questo nome non diedero in esclamazioni, fu perch lo
stupore aveva loro tolto la parola.
Il nome di J ohausen fu infatti una rivelazione; svelava una parte
del mistero, che copriva il pi fantastico tentativo scientifico
moderno, nel quale il grottesco si mescolava al serio, anzi al tragico,
perch c'era da pensare che avesse avuto una soluzione molto
spiacevole.
Molti ricorderanno l'esperienza che volle fare l'americano Garner
allo scopo di studiare il linguaggio delle scimmie e di dare alle sue
teorie una dimostrazione sperimentale. N certo potevano essere
dimenticati dagli abitanti del Congo e del Camerun, e segnatamente
da J ohn Cort e Max Huber, sia il nome del professore, sia gli articoli
riprodotti nel Hayser's Weekly di New York, nonch il libro
pubblicato e diffuso in Inghilterra, in Germania, in Francia, in
America.
Lui!, l'uomo di cui non si ebbero pi notizie
E di cui non se ne avranno mai, poich non pi in grado di
darne!
Lui, per il francese e per l'americano, era il dottor J ohausen.
Ma, precedendo questo dottore, ecco che cosa aveva fatto Garner.
Certamente egli non avrebbe potuto dire ci che dice di se stesso
Rousseau al principio delle sue Confessioni: Intraprendo qualcosa
che non ebbe esempio, e che non avr imitatori.
L'impresa del signor Garner doveva averne almeno uno. Prima di
partire per il Continente Nero, il professor Garner si era messo in
rapporto col mondo delle scimmie; addomesticate, s'intende. Dalle
sue lunghe e minuziose osservazioni trasse il convincimento che
questi quadrumani parlino, che si comprendano, che adoperino il
linguaggio articolato per esprimere il bisogno di cibo e di bevanda.
Nell'interno del giardino zoologico di Washington il signor Garner
aveva fatto collocare dei fonografi destinati a raccogliere le parole di
questo vocabolario. Egli osserv inoltre che le scimmie in questo
essenzialmente distinte dagli uomini non parlano mai senza
necessit. E fu indotto a formulare la sua opinione in questi termini:
L'idea che mi sono fatta del mondo animale mi ha dato la ferma
convinzione che tutti i mammiferi possiedano la facolt del
linguaggio nel grado che si conviene alla loro esperienza ed ai loro
bisogni.
Prima degli studi del signor Garner si sapeva gi che i mammiferi
hanno l'apparato laringo-boccale disposto come quello dell'uomo, e
la glottide adatta ad emettere suoni articolati. Ma si sapeva pure
non dispiaccia alla scuola degli scimmiologhi che il pensiero ha
preceduto la parola. Per parlare bisogna pensare, e il pensiero
richiede la facolt di generalizzare, facolt che gli animali non
hanno. Il pappagallo parla, ma non comprende una parola di quel che
dice: in sostanza, se le bestie non parlano perch la natura non le ha
dotate d'intelligenza sufficiente, perch nulla impedirebbe ad esse di
parlare. Ed accertato, secondo quanto afferma un dotto critico, che
perch vi sia linguaggio bisogna che vi sia criterio e ragionamento,
fondati almeno implicitamente sopra un concetto astratto e
universale. Di queste idee conformi al buon senso il professor Garner
non voleva tenere nessun conto.
S capisce pertanto come la sua teoria fosse vivacemente discussa;
perci egli decise d'andarsi a mettere in diretto contatto con le
scimmie, delle quali avrebbe trovato un gran numero e una grande
variet nelle foreste dell'Africa tropicale. Quand'egli avesse appreso
la lingua dei gorilla e la lingua degli scimpanz, se ne sarebbe tornato
in America per pubblicare, insieme con la grammatica, anche il
dizionario della lingua scimmiesca. E tutti allora avrebbero dovuto
dargli ragione e arrendersi all'evidenza.
Aveva forse, questo signor Garner, mantenuto la promessa fatta a
se stesso e al mondo scientifico? Probabilmente il dottor J ohausen
non lo credeva, come si vedr fra poco.
Nell'anno 1892 accertato che Garner lasci l'America per il
Gabon, arriv a Libreville il 12 ottobre, ed elesse domicilio nella
fattoria di J ohn Holhand e Co., fino al mese di febbraio del 1894.
Solo in quel periodo il professore si decise a incominciare i suoi
studi. Risalito l'Ogu sopra un battello a vapore, sbarc a Lambarn
e il 22 aprile giunse alla Missione Cattolica di Fernand Vaz.
I padri dello Spirito Santo lo accolsero con ospitalit nella loro
casa costruita proprio sulla sponda del magnifico lago Fernand Vaz.
Il dottore ebbe a compiacersi molto delle cure del personale della
missione, che non trascur nulla per rendergli facile il suo
avventuroso compito di zoologo.
Ora, dietro la Missione sorgevano i primi alberi di un'ampia
foresta, nella quale le scimmie erano molto numerose. Non si
potevano immaginare circostanze pi favorevoli per mettersi in
comunicazione con esse. Ma l'importante era di vivere nella loro
intimit, per raccogliere notizie interessanti e sicure, e di dividere in
certo qual modo la loro esistenza.
Perci il Garner aveva fatto costruire una gabbia di ferro, che fu
poi trasportata nella foresta. Dando retta a ci che ebbe a narrare, egli
visse dentro la gabbia tre mesi continui, per lo pi solo, potendo cos
studiare il gorilla allo stato di natura.
La verit invece diversa. Infatti, il prudente americano aveva
semplicemente piantato la sua casetta di metallo a venti minuti dalla
Missione dei frati, presso una loro fontana, in un certo luogo che egli
battezz poi con il nome di Forte Gorilla, e al quale si accedeva per
una via ombreggiata. Vi dormi anche due notti consecutive, ma,
divorato dalle zanzare, non pot durarvi pi a lungo. Smontata allora
la gabbia, torn a domandare ospitalit ai missionari, cosa che gli fu
concessa senza pagamento; alla fine, il 18 giugno, abbandon del
tutto la Missione, se ne torn in Inghilterra e di l in America
portando, unico ricordo del suo viaggio, due piccoli scimpanz, che
si ostinarono a non discorrere n con lui n con altri.
Questo fu il risultato ottenuto dal Garner. In sostanza questo solo
sembrava certo: che il linguaggio delle scimmie, ammesso che
esistesse, non era ancora stato scoperto, quantunque il professore
americano affermasse di avere sorpreso durante i suoi studi parecchi
segni vocalici, aventi significato preciso: cio whuu, cibo;
cheny, bevanda; iegk, bada, e pochi altri, annotati con cura.
Pi tardi, in seguito ad esperienze fatte nel giardino zoologico di
Washington e grazie al fonografo, egli affermava anche d'aver notato
una parola generica, che si riferiva a tutto ci che si mangia e a tutto
ci che si beve; un'altra per l'uso della mano, un'altra per indicare il
tempo, ecc.
Secondo lui la lingua delle scimmie si componeva dunque di otto
o nove suoni principali, modificati da trenta o trentacinque
modulazioni, delle quali dava persino la tonalit musicale,
l'articolazione facendosi quasi sempre in la diesis. Concludendo, a
parer suo, e in conformit con la teoria darwiniana sull'unit della
specie e la trasmissione ereditaria delle qualit fisiche e dei difetti, si
poteva dire questo: Se le razze umane sono derivate da un ceppo
scimmiesco, perch mai i dialetti umani non sarebbero derivati dalla
lingua primitiva di questi antropoidi? Solo l'uomo deve aver avuto
per antenati i quadrumani? Questo restava da dimostrare, e non
stato fatto.
In verit, il preteso linguaggio delle scimmie annotato dal
naturalista Garner era solo la serie di suoni che i mammiferi
emettono per comunicare con i loro simili al pari di tutti gli altri
animali, come i cavalli, i cani, le pecore, le oche, le rondini, le
formiche, le api. Secondo un osservatore, questa comunicazione
viene fatta con grida, cenni o movimenti speciali, e se non traducono
veri e propri pensieri, almeno esprimono impressioni vive,
commozioni morali, quali ad esempio la gioia e il terrore.
Era pertanto assai evidente che il quesito non era stato per nulla
risolto dalle osservazioni incomplete e poco sperimentali del
professore americano. Perci due anni dopo venne in mente a un
dottore tedesco di ricominciare il tentativo, trasferendosi stavolta nel
cuore della foresta in mezzo al mondo delle scimmie, e non gi a
venti minuti da uno stabilimento di Missionari, anche a costo d'essere
vittima di quelle zanzare cui non aveva potuto resistere la passione
per le scimmie del Garner.
S trovava allora in Camerun, a Malimba, uno scienziato chiamato
J ohausen. Vi abitava da alcuni anni, ed era un medico pi amante di
zoologia e di botanica, che di medicina.
Quando apprese del vano esperimento fatto dal professor Garner,
ebbe desiderio di rifarlo, sebbene avesse passato la cinquantina.
Recatosi pi volte a Libreville, J ohn Cort aveva avuto occasione di
avvicinarlo e d'intrattenersi con lui.
In compenso della giovent ormai sfiorita, il dottor J ohausen era
sanissimo; parlava inglese e francese come se fossero la sua lingua
materna; comprendeva anche il dialetto indigeno, ch'egli aveva
appreso nell'esercizio della sua professione. Essendo ricco si poteva
permettere il lusso di fare il medico gratuitamente. Non aveva parenti
diretti n collaterali; quindi godeva della maggiore indipendenza; e
poich non doveva render conto a nessuno del suo tempo ed aveva
un'incrollabile fiducia in se stesso, perch non avrebbe dovuto fare
ci che pi gli piaceva? bene aggiungere che, a causa di certe sue
bizzarrie, anzi manie, i pi ritenevano ch'egli fosse un po' tocco.
Il dottore aveva al proprio servizio un indigeno del quale si
dichiarava soddisfattissimo. Quando gli comunic il suo progetto
d'andarsene a vivere nella foresta in mezzo alle scimmie, il fedele
indigeno non esit ad accettare l'offerta del padrone, senza sapere
precisamente in che consistesse e a che cosa s'impegnasse.
Il dottor J ohausen ed il suo servo si misero all'opera. Una gabbia
del genere di quella del Garner, ma meglio preparata, pi comoda,
ordinata in Germania, fu trasportata a pezzi a bordo d'un battello a
vapore, che faceva sosta a Malimba, dove non fu difficile trovare cibi
conservati, munizioni e tutto ci che potesse servire, in modo da non
abbisognare di alcun'altra provvista per un lungo periodo. Quanto ai
mobili molto rudimentali, al letto, alla biancheria, agli abiti, ai
diversi utensili di cucina, tutto fu preso dalla casa del dottore,
compreso un vecchio organetto, che egli possedeva, immaginando
che le scimmie non dovessero essere insensibili all'attrattiva della
musica. In pari tempo egli fece coniare un gran numero di medaglie
di nikel col suo nome e il suo ritratto, destinate senza dubbio alle
autorit di quella colonia scimmiesca, ch'egli sperava di fondare
nell'Africa centrale.
Il 13 febbraio 1896 il dottor J ohausen e il fido indigeno poterono
finalmente imbarcarsi a Malimba, col loro materiale e risalire il corso
del Nbarri, per recarsi
Per recarsi dove? Il dottor J ohausen non aveva voluto dirlo a
chicchessia. Non avendo bisogno di troppe cose poteva sfuggire a
tutte le curiosit importune. L'indigeno e lui sarebbero bastati a se
stessi. Non vi sarebbe stata alcuna ragione di turbamento o pericolo
di distruzione da parte dei quadrumani, dei quali contava di fare
l'unica sua compagnia, sapendosi accontentare della loro sola
conversazione, sicuro com'era di riuscire a sorprendere i segreti della
lingua macaca.
Solo pi tardi si pot sapere che la barca, risalito il Nbarri per un
centinaio di leghe, si era ancorata nel villaggio di Nghila, dove il
dottore aveva assoldato una ventina di negri in qualit di portatori, e
che il materiale era stato avviato a est. Ma a partire da quel momento
nessuno aveva pi udito parlare del dottor J ohausen; persino i
portatori, tornati a Nghila, non seppero indicare con precisione il
luogo dove si erano accomiatati da lui. Insomma, dopo due anni
trascorsi in ricerche infruttuose, era stato necessario rinunciare alla
possibilit di aver notizia del dottore tedesco e del suo servo fedele.
J ohn Cort e Max Huber potevano ora ricostruire almeno in parte
quanto era accaduto.
Una volta arrivato con la sua scorta ad un fiume a nord-ovest della
foresta dell'Ubanghi, il dottor J ohausen attese alla costruzione di una
zattera, servendosi di materiale proprio. Compiuto questo lavoro e
licenziati gl'indigeni, egli ed il servo erano ridiscesi lungo il corso di
quell'ignoto fiume, arrestandosi in quel punto ove avevano rizzato la
capanna, presso i primi alberi della riva destra.
Fin qui, la ricostruzione certa dell'avventura corsa dal professore;
ma quante ipotesi su tutto il resto!
Perch mai la gabbia ora era vuota? Perch i suoi ospiti l'avevano
lasciata, e per quanto tempo l'avevano prima occupata? Se n'erano
andati volontariamente? Secondo ogni probabilit la volont
personale non doveva esserci entrata troppo Che fossero stati
rapiti? Da chi? Forse dagli indigeni? Ma la foresta dell'Ubanghi
aveva fama di essere disabitata. Forse un assalto di belve? In tal caso
il dottor J ohausen e il suo domestico vivevano ancora?
Queste domande furono scambiate fra i due amici, senza che n
l'uno n l'altro potessero rispondervi e dissipare il mistero.
Consultiamo il taccuino sugger J ohn Cort.
la sola cosa che ci resta da fare rispose Max Huber. Se
anche non ci dar informazioni esplicite, forse con l'aiuto delle date
potremo ricostruire
Max Huber apr il taccuino, le cui pagine aderivano per l'umidit.
Non credo che ne ricaveremo molto osserv.
Perch?
Perch sono bianche, salvo la prima.
E questa pagina?
Anche questa non contiene che qualche brandello di frase e
alcune date, le quali senza dubbio dovevano servire pi tardi al dottor
J ohausen per redigere il suo diario.
A stento Max Huber riusc a decifrare le linee seguenti, scritte a
matita:
29 luglio 1896. Arrivato con la scorta al limite della foresta
dellUbanghi Accampati sulla riva destra d'un fiume Costruita la
nostra zattera.
3 agosto. Finita la zattera Rimandata la scorta a Nghila
Fatta sparire ogni traccia dell'accampamento M'imbarco col mio
servo
9 agosto. Sceso il corso d'acqua per sette giorni senza ostacoli
fermata in una radura Molte scimmie nei dintorni Il luogo
sembra conveniente.
10 agosto. Sbarcato il materiale Scelto il luogo per montare la
capanna-gabbia sotto i primi alberi della riva destra, all'estremit
della radura Scimmie in gran numero, scimpanz, gorilla.
13 agosto. Completata l'installazione, prendiamo possesso della
capanna Dintorni assolutamente deserti Nessuna traccia di esseri
umani e indigeni Abbondantissima la selvaggina acquatica
Fiume pescoso Durante una burrasca ci ripariamo nella capanna.
25 agosto. Sono passati 27 giorni La vita scorre regolarmente.
Alcuni ippopotami si sono mostrati alla superficie del fiume, ma
nessuna aggressione da parte loro Caccia di alci e antilopi
Grosse scimmie nella notte passata in prossimit della capanna Di
quale specie non si pot capire Non hanno fatto dimostrazioni
ostili Ora saltavano a terra, ora invece si arrampicavano sugli
alberi Ci sembrato di vedere un fuoco a poche centinaia di passi
sotto la foresta Rimane da verificare un fatto curioso: sembra che
queste scimmie parlino e che si scambino alcune frasi Un piccolo
ha detto: "ngora, ngora, ngora", parola che gli indigeni adoperano per
designare la madre.
Llanga ascoltava attentamente ci che leggeva Max, e infine
esclam:
S, si, ngora, ngora, madre ngora, ngora!
Udendo questa parola, citata dal dottor J ohausen e ripetuta dal
giovinetto, J ohn Cort ricord che la notte precedente, mentre
vegliava, essa aveva ferito il suo orecchio. Credendo di essere stato
vittima di una illusione, di un errore dei sensi, nulla aveva detto ai
compagni dell'incidente; ma dopo quella osservazione del dottore
stim opportuno narrare ogni cosa.
Max Huber osserv allora:
Che il professore avesse proprio ragione? Vi sono dunque delle
scimmie che parlano?
Tutto ci che vi posso dire, caro Max, che anch'io ho proprio
inteso pronunziare la parola ngora con voce lamentosa, nella notte
dal 14 al 15, mentre facevo la guardia.
davvero straordinario osserv Max Huber.
Non forse quello che desiderate? rispose J ohn Cort.
Khamis aveva ascoltato il racconto senza commuoversi troppo.
Sembrava che quanto interessava cos vivamente il francese e
l'americano lo lasciasse indifferente. Il solo particolare che
presentava ai suoi occhi un interesse straordinario, fra quelli lasciati
scritti dal dottor J ohausen, era che il dottore aveva costruito una
zattera, di cui si poteva anche adesso disporre, come pure degli
oggetti chiusi nella gabbia abbandonata. Quanto a sapere che cosa
era avvenuto di lui e del suo servo, il foreloper non comprendeva
come ci si potesse inquietare; e anche meno che si potesse pensare
d'avventurarsi attraverso la foresta per ritrovare le loro tracce a
rischio di essere rapiti come certamente era accaduto al dottore e al
servo. Se Max Huber e J ohn Cort si fossero cacciati in mente di
andare alla loro ricerca, egli avrebbe fatto di tutto per dissuaderli,
ricordando loro che la sola decisione da prendere era quella di
continuare il viaggio di ritorno scendendo il fiume fino allUbanghi.
A pensarci bene, era chiaro che non si sarebbe potuto fare alcun
tentativo a tal fine con speranza di successo. Da qual parte infatti
avrebbero cominciato le ricerche per ritrovare il dottore? Se almeno
ci fosse stato un indizio sicuro, forse J ohn Cort avrebbe considerato
come suo preciso dovere di muoversi in aiuto dei due viaggiatori;
forse Max Huber si sarebbe considerato come lo strumento della loro
salvezza, inviato dalla Provvidenza Ma nulla, proprio nulla, oltre
le poche e slegate frasi del taccuino, l'ultima delle quali recava ormai
la data del 25 agosto; per il resto tutte pagine perfettamente bianche,
che invano furono passate e ripassate in rivista con la maggior
diligenza.
indubbio osserv J ohn Cort che il dottore arrivato
qui il 9 agosto; e poich le sue note finiscono il 25 dello stesso mese,
e poich, dopo, pi nulla ha aggiunto, segno che per una qualsiasi
ragione egli aveva lasciato la capanna dove rimase soltanto 13 giorni.
Non possibile immaginare che cosa possa essere accaduto di
lui aggiunse Khamis.
Non importa osserv Max Huber non ne sono affatto
curioso.
Al contrario, amico mio, siete curiosissimo.
Avete ragione, J ohn; e per decifrare questo enigma
Andiamocene via si accontent di soggiungere, a mo' di
conclusione, il foreloper.
Infatti non v'era tempo da perdere. Era necessario rimettere la
zattera in grado di lasciar la riva ove era legata. Se pi tardi si fosse
giudicato conveniente allestire una spedizione per ritrovare il dottor
J ohausen, o di avventurarsi fino agli ultimi limiti della grande
foresta, la cosa si sarebbe fatta in condizioni pi favorevoli e i due
amici sarebbero stati liberi di prendervi parte.
Prima di abbandonare la gabbia bisognava esplorarne ogni
cantuccio. Forse vi avrebbero trovato qualche oggetto utile, e non
sarebbe stato indelicato appropriarsene, giacch, dopo due anni
d'assenza, chi mai poteva pensare che il possessore sarebbe mai pi
tornato a reclamarlo?
La gabbia, costruita assai bene, era inoltre un rifugio eccellente: il
tetto di zinco, coperto di stoppia, aveva resistito alle intemperie. La
facciata anteriore, la sola che fosse a reticolato, guardava a est ed era
cos meno esposta ai forti venti. E probabilmente i mobili letto,
tavola, seggiole, armadio sarebbero stati ritrovati intatti, se non li
avessero portati via e ci appariva davvero inesplicabile.
Dopo due anni d'abbandono quella gabbia avrebbe comunque
avuto bisogno di riparazioni. Le tavole delle pareti laterali
cominciavano a disgiungersi; gli stipiti affondavano nella terra
umida; e qua e l c'erano tracce di sfacelo sotto i festoni di liane e di
verzura, che la rivestivano da ogni parte.
Era un compito che non spettava a Khamis, n ai suoi compagni.
Era molto improbabile che potesse servire di rifugio ad un altro
dilettante di scimmiologia. Non l'avrebbero toccata neppure.
Non conveniva forse raccogliere altri oggetti oltre la caffettiera, la
chicchera, l'astuccio degli occhiali, l'accetta, la scatola del taccuino?
Khamis cerc attentamente. Non v'erano armi, n utensili, n cibi
conservati, n abiti. Nessun dubbio che tutti questi oggetti fossero
stati portati via, ed il foreloper stava per andarsene a mani vuote,
allorch in un angolo in fondo, a destra, il terreno, battuto col piede,
mand un suono metallico.
Qui vi qualche cosa disse.
Forse una chiave? si chiese Max Huber.
E perch una chiave? domand J ohn Cort.
Mio caro J ohn la chiave del mistero!
In realt si trattava di una cassa di ferro sepolta in quel punto.
Khamis la dissotterr. Non sembrava aver sofferto danno; dopo che
l'ebbero aperta tutti mandarono un sospiro di soddisfazione. Infatti
conteneva un centinaio di cartucce intatte!
Grazie, mio buon dottore! esclam Max Huber.
Speriamo di potervi un giorno ricambiare del grosso servizio che ci
avete reso.
Davvero un servizio prezioso, perch quelle cartucce erano del
medesimo calibro delle carabine del foreloper e dei suoi compagni.
Non rimaneva altro da fare che tornare al luogo di sosta, dopo
aver richiuso la porta della gabbia, e cominciare a rimettere in sesto
la zattera, per renderla navigabile.
Prima fece osservare J ohn Cort vediamo se nei dintorni
esiste qualche traccia del dottor J ohausen e del suo servitore; pu
darsi che entrambi siano stati assaliti dagli indigeni e trascinati nel
profondo della foresta. Ma pu anche essere che siano morti
difendendosi e che le loro ossa siano rimaste senza sepoltura.
In tal caso rispose Max Huber il nostro dovere sarebbe di
scavare una tomba.
Le ricerche perseguite con ardore e con diligenza, per un raggio di
almeno cento metri, non diedero alcun risultato. S poteva
argomentarne che il disgraziato J ohausen fosse stato condotto via. E
da chi se non da quegli indigeni, che il dottore aveva preso per
scimmie e che discorrevano fra di loro? Poteva mai sembrare
verosimile che dei quadrumani avessero il dono della parola?
Ad ogni modo osserv J ohn Cort questo indica che la
foresta dell'Ubanghi frequentata da nomadi e che dobbiamo stare
bene in guardia.
Avete ragione, signor J ohn replic Khamis ed ora alla
zattera.
Gi, ma che peccato non riuscire a sapere che cosa ne di quel
degno tedesco! esclam con rammarico misto a curiosit Max
Huber. Dove pu essersi cacciato?
L dove sono coloro di cui non si ha pi notizia ribatt J ohn
Cort.
Questa non una risposta, J ohn.
la sola che possiamo dare, mio caro Max.
Quando tutti ebbero fatto ritorno alla grotta erano quasi le nove.
Khamis si occup subito di preparare la colazione. Poich disponeva
di una pentola, Max Huber propose di sostituire la carne lessa a
quella arrostita. Sarebbe stata una variante alla dieta di tutti i giorni.
Accettata la proposta, venne acceso il fuoco e verso mezzod i
commensali assaporarono una zuppa, alla quale mancavano solo il
pane, i legumi e il sale. Ma prima di colazione avevano lavorato a
riparare la zattera, e vi lavorarono anche dopo. Per buona sorte
Khamis aveva trovato dietro la capanna del dottore alcune tavole, che
poterono sostituire quelle della piattaforma gi in molti punti
imputridite. Era tutta fatica risparmiata, tanto pi che sarebbero
mancati gli utensili adatti per produrle direttamente. Quell'insieme di
tavole e di travi fu consolidato per mezzo di liane tenaci come il
ferro, o almeno quanto i cavi d'ormeggio. Il sole tramontava dietro
gli alberi della riva destra del fiume quando il lavoro fu finito.
La partenza era stata rimandata all'alba del giorno dopo; certo era
meglio passar la notte nella grotta, giacch la pioggia che aveva
minacciato tutto il giorno cominci a cadere violenta verso le otto.
Cos dunque, dopo avere inaspettatamente ritrovato il luogo dove
era andato a stabilirsi per i suoi studi il dottor J ohausen, Khamis ed i
suoi compagni sarebbero ripartiti senza sapere che cosa fosse
accaduto di lui? Niente, niente Neppure il pi piccolo indizio! Se
tale pensiero lasciava quasi indifferente J ohn Cort, e il foreloper
indifferentissimo, tormentava invece Max Huber. Egli continuava a
fantasticare di babbuini, scimpanz, gorilla, scimmie parlanti, pur
convenendo che certo era stato assalito da indigeni. E allora da
quell'uomo di immaginazione che era, la grande foresta gli riappariva
con i suoi eventi misteriosi, con le sue popolazioni nuove, con i tipi
ignoti, con i villaggi perduti sotto gli alberi enormi. Prima di buttarsi
a dormire in fondo alla grotta disse:
Caro J ohn, e voi pure, Khamis, vi faccio una proposta
Che proposta, Max?
Facciamo qualcosa per il dottore.
Andare in cerca di lui? esclam il foreloper.
No rispose Max Huber ma dare il suo nome a questo
fiume, che presumo non ne abbia ancora.
Ed ecco perch il fiume J ohausen figurer d'ora in poi nelle carte
moderne.
La notte pass tranquilla, e mentre essi vegliavano dandosi il
cambio nessuno, n J ohn Cort, n Max Huber, n Khamis, intese
proferir parola.
CAPITOLO IX
SULLA CORRENTE DEL FIUME JOHAUSEN
ERANO le sei e mezzo del mattino del 16 marzo quando la zattera,
allentati gli ormeggi, si allontan dalla riva e prese la corrente del
fiume J ohausen.
Albeggiava appena. Nelle alte zone del cielo correvano le nuvole,
spinte da un vento impetuoso. La pioggia non minacciava pi, ma il
tempo pareva dovesse rimanere coperto tutto il giorno; n Khamis n
i suoi compagni avrebbero avuto di che lamentarsi, vista la necessit
di avanzare fra le sponde d'un fiume battuto dal sole.
La zattera, di forma oblunga, misurava solo due metri e mezzo di
larghezza ed era lunga quasi quattro. Appena bastava a quattro
persone ed ai pochi oggetti che recavano con s. Questo materiale,
assai ridotto, comprendeva: la cassa metallica di cartucce, le armi, fra
cui tre carabine, la caffettiera, la pentola, la chicchera. Quanto alle tre
rivoltelle, di calibro minore delle carabine, avrebbero potuto servire
solo per una ventina di colpi, incluse le cartucce che avevano in tasca
J ohn Cort e Max Huber. Tutto sommato, si poteva sperare che le
munizioni sarebbero bastate fino alla confluenza con l'Ubanghi.
Sul davanti della zattera, sopra uno strato di terra battuta, c'era un
mucchio di legna secca, che facilmente si poteva rinnovare caso mai
Khamis avesse bisogno di fuoco nelle ore di viaggio. Nella parte
posteriore un grosso remo, fatto con un palo ed una tavola, avrebbe
fatto da timone e permesso di dirigere la zattera; o almeno di tenerla
sempre nella corrente.
Fra le due rive, distanti fra loro una cinquantina di metri, la
corrente aveva una velocit di quasi un chilometro all'ora. Di questo
passo la zattera avrebbe impiegato una ventina di giorni a scendere i
trecento chilometri, che separavano il foreloper e i suoi compagni
dall'Ubanghi. Era pressappoco il tempo che avrebbero potuto
impiegare camminando nei boschi, ma almeno non avrebbero fatto
nessuna fatica.
Quanto agli ostacoli che avrebbero potuto sbarrare il corso del
fiume J ohausen, nulla potevano prevedere; solo fu notato, da
principio, che il fiume era profondo e sinuoso. Sarebbe stato
necessario sorvegliarne attentamente il corso; in caso di cascate o di
rapide, il foreloper sapeva come comportarsi.
Fino alla sosta del mezzod la navigazione prosegui senza
difficolt. Adoperando il remo furono evitati i risucchi prodotti dalle
sporgenze della riva. La zattera non tocc mai fondo, tutto per merito
di Khamis, che era abilissimo nel guidarla con braccio robusto.
J ohn Cort stava davanti con la carabina in pugno, osservando le
rive, ma solo con l'occhio del cacciatore. Pensava a rinnovare le
provviste; qualora fosse giunto a tiro un animale selvatico di
qualsiasi genere certo l'avrebbe atterrato. Questo appunto accadde
verso le nove e mezzo; con una palla uccise di botto un waterbuck,
una specie di antilope, che frequenta le sponde dei fiumi.
Bel colpo! disse Max Huber.
Bello ma inutile rispose J ohn Cort se non possiamo
impadronirci dell'animale
Questione di istanti ribatt il foreloper.
E affondando il remo, avvicin la zattera alla riva, presso un
piccolo greto, dove era caduto il waterbuck. L'animale fu squartato e
i pezzi buoni conservati per i prossimi pasti.
Nel frattempo Max Huber aveva fatto fruttare il suo talento di
pescatore, sebbene non possedesse altro che congegni rudimentali,
cio due pezzi di spago trovati nella gabbia del dottore, e, al posto di
ami, spine di acacia con sopra infilzati pezzetti di carne. Chiss se
quei pesci, che si vedevano alla superficie dell'acqua, sarebbero stati
indotti a mordere l'esca?
Max Huber si era messo a sinistra della zattera, e Llanga,
inginocchiato accanto a lui, seguiva l'operazione con vivo interesse.
Bisogna dire che i lucci del fiume J ohausen non sono meno voraci
che stupidi, giacch uno di essi non tard ad abboccare all'amo, e
Max Huber fu cos destro da tirarlo sulla zattera. Era un
bell'esemplare del peso di quattro o cinque chilogrammi ed i nostri
viaggiatori non attesero l'indomani per festeggiarlo.
Infatti alla sosta del mezzod la colazione fu composta d'un arrosto
di waterbuck e del luccio, di cui rimase solo la lisca. Per desinare fu
convenuto di fare la zuppa, con un buon quarto dell'antilope. E
perch la carne avrebbe richiesto molte ore di cottura il foreloper
accese il focolare sulla zattera e colloc la pentola sul fuoco. Cos la
navigazione continu ininterrotta fino a sera.
Nel pomeriggio la pesca non aveva dato frutto. Verso le sei
Khamis si arrest lungo uno stretto greto roccioso ombreggiato dai
bassi rami d'un albero della gomma della specie krabah. Egli aveva
scelto bene il luogo della sosta.
Infatti abbondavano fra i sassi i molluschi d'acqua dolce. Crudi gli
uni e cotti altri, completarono gradevolmente la cena; con tre o
quattro pezzi di biscotto e un pizzico di sale il pasto non avrebbe
lasciato nulla a desiderare.
Dal momento che la notte minacciava d'esser buia il foreloper non
volle abbandonarsi alla deriva. Il fiume J ohausen trasportava talvolta
enormi tronchi. Uno scontro avrebbe potuto riuscire assai dannoso
per la zattera. Fu dunque deliberato di passare la notte ai piedi d'un
albero della gomma, sopra un mucchio d'erbe.
I tre uomini si alternarono di sentinella, ma non ebbero alcuna
visita cattiva; solo le grida delle scimmie non cessarono mai dal
tramonto all'alba.
Vi posso assicurare esclam Max Huber quando, fatto
giorno, prov il bisogno di correre a lavarsi la faccia nell'acqua
limpida del fiume e a rinfrescarsi le mani, che le zanzare malefiche
non avevano risparmiato vi posso assicurare che quelle scimmie
non parlavano.
Quella mattina la partenza fu differita d'una buona ora, perch
pioveva a dirotto. Meglio rimanere al riparo, anzich affrontare quei
veri e propri diluvi, che il cielo scaglia di frequente sulle regioni
equatoriali dell'Africa.
Il folto fogliame dell'albero della gomma preserv il campo fino
ad un certo punto, e preserv pure la zattera accostata ai piedi delle
sue poderose radici. Ma il tempo era burrascoso. Alla superficie del
fiume le gocce d'acqua si arrotondavano a forma di piccole
lampadine elettriche. Brontolava il tuono ma senza lampi. Non c'era
da temere la grandine, poich le immense foreste dell'Africa hanno la
propriet di stornarne la caduta.
Tuttavia le condizioni atmosferiche erano gravi, tanto che J ohn
Cort osserv:
Se la pioggia non cessa sar molto meglio rimanere dove
siamo. Abbiamo provviste, abbiamo cartucce, ma non abbiamo abiti
di ricambio.
Non potremmo rispose Max Huber, ridendo vestirci alla
moda del paese di pelle umana? Questo semplificherebbe le cose.
Basterebbe allora bagnarsi per lavare la propria biancheria, e
strofinarsi tra i cespugli per spazzolare gli abiti.
Sta di fatto che da otto giorni i due amici avevano dovuto ogni
mattina ricorrere a questi lavacri, nell'impossibilit com'erano di
mutare vestiti.
L'acquazzone fu impetuoso, ma non dur pi di un'ora. I
viaggiatori approfittarono di questo tempo per fare il primo pasto, nel
quale figur graditissimo un piatto nuovo: uova di otarda, fresche
fresche, snidate da Llanga e che Khamis fece bollire nella caffettiera.
Anche questa volta Max Huber si lament, non senza ragione, che
madre natura avesse trascurato di mettere nelle uova il grano di sale
che le rende saporite.
La pioggia cess verso le sette e mezzo, ma il cielo rimase
minaccioso. La zattera riprese la corrente nel mezzo del fiume.
Furono gettati gli ami e parecchi pesci ebbero la cortesia di
abboccare in tempo per il pasto di mezzod. Khamis propose di
rinunciare alla fermata abituale per rifarsi del ritardo del mattino. La
proposta fu accettata; J ohn Cort accese il fuoco sul davanti della
zattera, e poco dopo la pentola brontol sui carboni ardenti. Siccome
v'era ancora sufficiente provvista di waterbuck, i fucili rimasero
muti, quantunque Max Huber fosse spesso tentato da qualche
animale selvatico che gironzolava a tiro di schioppo sulle sponde.
Quella zona della foresta era molto ricca di selvaggina. Oltre ai
volatili acquatici vi abbondavano i ruminanti. Spesso si vedevano
teste di pallah e di sassab, altre variet di antilopi che mostravano le
corna fra le erbe e i canneti delle sponde. Oppure si accostavano alci
grossissimi, daini rossi, stambecchi, gazzelle di piccola statura, kud,
specie di cervi dell'Africa centrale, cuagga, e persino giraffe, la cui
carne succulenta. Sarebbe stato facile ammazzare qualcuna di
quelle bestie; ma a che pro, se il nutrimento era assicurato fino
all'indomani? E d'altra parte era inutile sovraccaricare ed ingombrare
la zattera. Cos osserv giustamente J ohn Cort al suo amico.
Che volete, caro J ohn rispose Max Huber. Il fucile mi si
spiana da s quando vedo a tiro certi bei colpi.
Tuttavia, poich sarebbe stato un inutile sciupio di polvere, Max
Huber ordin alla propria carabina di starsene tranquilla, per quanto
di rado tali considerazioni valgano a trattenere un vero cacciatore. I
dintorni non echeggiarono dunque di spari intempestivi, e la zattera
scese tranquillamente il corso del J ohausen.
Khamis, J ohn Cort e Max Huber ebbero del resto modo di rifarsi
nel pomeriggio. I fucili fecero udire la loro voce, ma fu la voce della
difesa, non quella dell'offesa.
Durante la mattinata furono percorsi dieci chilometri; il fiume
disegnava ora delle sinuosit capricciose, bench si mantenesse
sempre in direzione sud-ovest. Le sue sponde, molto accidentate,
erano fiancheggiate da enormi alberi, specialmente bombax, i cui
rami, a foggia d'ombrello, formavano una specie di tettoia sopra il
fiume.
Basti pensare che, sebbene la larghezza del fiume non fosse
scemata e raggiungesse talvolta cinquanta o sessanta metri, i bassi
rami dei bombax si univano a formare un padiglione verde, sotto cui
mormoravano le acque. Molti di questi rami aggrovigliati alle
estremit si univano con liane serpeggianti a guisa di ponte vegetale,
sul quale un agile acrobata, o almeno dei quadrumani, avrebbero
potuto passare da una riva all'altra.
Le nuvole burrascose non avevano abbandonato l'orizzonte; il sole
infocava lo spazio e i suoi raggi battevano perpendicolari sul fiume.
Khamis e i suoi compagni godevano di quella navigazione sotto
una folta cupola di verzura; essa ricordava loro la via percorsa sotto i
boschi, lungo i sentieri ombrosi, ma stavolta senza nessuna fatica,
senza l'impaccio d'un terreno irto di cespugli e di erbe spinose.
Questa foresta dell'Ubanghi proprio un parco osserv J ohn
Cort un parco coi suoi boschetti e le sue acque correnti. Sembra
quasi d'essere nella regione del parco nazionale degli Stati Uniti, alle
sorgenti del Missouri o del Yellowstone!
S, ma un parco dove le scimmie pullulano rispose Max
Huber.
Sarei tentato di credere che tutta la razza scimmiesca si sia data
ritrovo qua dentro. Siamo nel pieno regno dei quadrumani, dove
scimpanz e gorilla imperano sovrani.
Tale osservazione era giustificata dall'enorme quantit di scimmie
che occupavano le rive, apparendo sugli alberi, o correndo e
sgambettando nelle profondit della foresta. Khamis ed i suoi
compagni non ne avevano mai viste tante insieme, n cos turbolente.
E che grida, che salti, che capitomboli, che variet di smorfie, per un
fotografo che avesse avuto con s la sua macchina!
Del resto naturale aggiunse Max Huber; non siamo
forse nel centro dell'Africa? Ora, fra i quadrumani e gli indigeni
congolesi a me pare che la differenza sia poca.
Poca sin che volete ribatt J ohn Cort ma quanto basta a
distinguere l'uomo dall'animale, l'essere fornito d'intelligenza da
quello che soggetto solo agli impulsi dell'istinto.
Mio caro J ohn, l'istinto molto pi sicuro dell'intelligenza.
Non dico di no; ma questi due fattori della vita sono separati da
un abisso, e se prima non sar colmato, la scuola trasformista non
avr ragione di pretendere che l'uomo derivi dalla scimmia
Sicuro rispose Max Huber, manca sempre un gradino
alla scala, un tipo fra l'antropoide e l'uomo, con un po' meno d'istinto
e un po' pi d'intelligenza E se questo tipo manca segno che non
mai esistito
Del resto, anche se esistesse, il quesito proposto dalla dottrina
darwiniana non sarebbe ancora risolto, a parer mio, da alcuno
Ma in quel momento vi era ben altro da fare che cercare di
risolvere il problema se, in virt dell'assioma che la natura non fa
salti, tutti gli esseri siano legati fra loro. Conveniva prendere delle
buone precauzioni contro le manifestazioni ostili d'una razza temibile
per la superiorit del numero. Sarebbe stata una grave imprudenza
non preoccuparsene, giacch quei quadrumani formavano un esercito
reclutato tra tutte le popolazioni scimmiesche dell'Ubanghi. Sulle
loro dimostrazioni non c'era da sbagliare: presto sarebbe stato
necessario difendersi ad oltranza.
Il foreloper osservava con grave inquietudine quel chiassoso
tumulto, e l'inquietudine gliela si leggeva nella faccia rude, cui
affluiva il sangue, nelle folte sopracciglia aggrottate, nello sguardo
penetrante, nella fronte solcata di larghe rughe.
Teniamoci pronti col fucile carico disse perch non mi
par facile prevedere come le cose andranno a finire.
Una schioppettata disperder quell'orda esclam Max
Huber. E spian la carabina.
Non tirate, signor Max disse Khamis non bisogna
assalire n provocare; gi molto poterci difendere.
Ma incominciano a darci molestia ribatt J ohn Cort.
Risponderemo solo quando sar necessario ammon
Khamis. L'aggressione si fece pi grave. Dalla riva venivano sassi e
pezzi di rami,
buttati da quelle scimmie, che sono dotate di molta forza. Esse
gettavano anche dei proiettili pi innocui, come frutti staccati dagli
alberi.
Il foreloper cerc di tenere la zattera nel mezzo del fiume, quasi a
pari distanza dalle due sponde: cos i proiettili sarebbero riusciti
meno pericolosi. Fatalmente non avevano alcun riparo contro
l'assalto, mentre il numero degli assalitori cresceva sempre pi; gi
molti proiettili avevano colpito i viaggiatori, pur senza recar loro
grave danno.
Bisogna farla finita! esclam Max Huber.
E pigliando di mira un gorilla, che sembrava accalorarsi molto, lo
atterr d'un colpo.
Allo sparo risposero clamori assordanti; l'aggressione non cess e
l'orda non si diede alla fuga. E se fosse stato necessario sterminare le
scimmie una dopo l'altra le munizioni non sarebbero bastate. In tal
caso, esaurite le cartucce, che cosa si poteva fare?
Non spariamo ripet J ohn Cort non si farebbe altro che
irritare di pi quei maledetti animali. Spero che ce la caveremo
soltanto con qualche contusione.
Grazie tante ripet Max Huber, che in quel punto fu colpito
alla gamba da un sasso.
S continu dunque la discesa, scortati dalla doppia schiera di
scimmie sulle rive sinuose di quella parte del fiume J ohausen. In
certi punti si avvicinavano tanto, che la larghezza del letto si
riduceva a un terzo. Allora la zattera aumentava di velocit, perch la
corrente, a causa appunto dell'avvicinarsi delle rive, diventava subito
pi rapida.
D'altra parte, a notte fatta le ostilit sarebbero forse cessate,
perch le scimmie non avrebbero potuto non disperdersi attraverso la
foresta. Se mai, invece d'arrestarsi la sera, Khamis si sarebbe
arrischiato a proseguire la navigazione tutta la notte. Erano appena le
quattro, e fino alle sette la loro posizione sarebbe stata ad ogni modo
inquietante.
Infatti la zattera non era al sicuro da una invasione. Le scimmie,
come i gatti, non amano l'acqua, e non c'era quindi da temere che si
buttassero a nuoto; ma la disposizione dei rami sopra il fiume, in
parecchi punti, avrebbe loro permesso di avventurarsi su quei ponti
di liane per piombare addosso a Khamis e ai suoi compagni. Per
quegli animali, agili quanto malefici, non sarebbe stato che un gioco.
E fu appunto questo il tiro tentato da cinque o sei grossi gorilla a
un gomito del fiume, dove i rami dei bombax si congiungevano. Ritti
nel mezzo a cinquanta passi a valle, essi aspettavano appunto il
passaggio della zattera.
J ohn Cort si accorse delle loro intenzioni.
Attenti, esclam Max Huber ci piomberanno addosso se
non li ammazziamo prima.
Fuoco! ordin il foreloper.
S udirono tre spari, e tre scimmie colpite a morte, dopo aver
cercato invano di aggrapparsi ai rami, caddero nel fiume e sparvero.
I clamori raddoppiarono. Una ventina di quadrumani si cacciarono
fra le liane per buttarsi sulla zattera. Bisogn ricaricare subito le armi
e sparare di nuovo. Ne segu un nutrito fuoco di fucileria, e una
dozzina di gorilla e di scimpanz rimasero feriti, prima che la zattera
si trovasse sotto il ponte vegetale.
Scoraggiati, gli altri bestioni se ne fuggirono sulle rive.
Tutti pensarono che se il professor Garner si fosse installato nella
profondit della grande foresta, la sua sorte sarebbe stata simile a
quella toccata indubbiamente al dottor J ohausen. Ammettendo che
quest'ultimo avesse ottenuta la medesima accoglienza che le scimmie
avevano fatto ai nostri viaggiatori, non ci voleva di pi per spiegare
la sua scomparsa. Tuttavia, se il dottore fosse stato vittima di
un'aggressione, si sarebbe dovuto trovare qualche traccia non
equivoca. Poich le scimmie hanno l'istinto della distruzione, la
gabbia non sarebbe rimasta intatta, e al suo posto non si sarebbero
dovuti trovare che dei rottami.
Ma oramai non era pi il caso di occuparsi del dottore tedesco,
quanto piuttosto della sorte della zattera. Per l'appunto la larghezza
del fiume andava scemando. A cento passi a destra, dinanzi ad una
punta, l'acqua turbinosa indicava un gorgo. Se la zattera vi fosse
piombata dentro non avrebbe pi subito l'azione della corrente e
sarebbe stata invece cacciata contro la sponda. Khamis poteva solo
tener la zattera a filo d'acqua col remo, ma non costringerla ad
evitare il gorgo. Le scimmie della riva destra l'avrebbero inoltre
assalita in gran numero; era perci necessario metterle in fuga a
schioppettate. Le carabine spararono dunque proprio nel momento in
cui la zattera cominciava a girare su se stessa, presa nel vortice.
Un momento dopo il gruppo di quadrumani era scomparso,
disperso non gi dalle palle dei fucili, ma dall'uragano, che saliva
verso lo zenit. Nuvole bigie coprivano infatti il cielo; i lampi
accesero l'aria e il temporale si scaten con la prodigiosa rapidit
propria delle basse latitudini.
Ai formidabili scoppi della folgore le scimmie furono prese da
quello spavento istintivo che piglia tutti gli animali sotto l'influenza
dell'elettricit. Esse ebbero paura, e si cacciarono sotto il pi folto
degli alberi per cercare un riparo contro quei bagliori e quel
grandioso lacerarsi delle nuvole. In pochi minuti le due sponde del
fiume rimasero deserte, e della folla d'assalitori pi non si vedeva che
una ventina di corpi senza vita, giacenti sui canneti.
CAPITOLO X
NGORA!
IL GIORNO dopo il cielo perfettamente rasserenato e, per cos dire,
spolverato dalla tempesta, incurvava la sua magnifica volta azzurra
sopra le vette degli alberi. Al levar del sole le goccioline sospese alle
foglie e alle erbe evaporarono; il terreno prontamente asciugato
permetteva di camminare nella foresta. Senonch adesso non si
trattava di ripigliare a piedi la via del sud-ovest. Se il fiume J ohausen
non avesse cambiato direzione, Khamis non dubitava di giungere al
bacino dell'Ubanghi in una ventina di giorni.
Il turbamento atmosferico, con le sue migliaia di folgori, i
prolungati brontolii di tuono, la caduta delle saette, era cessato solo
alle tre del mattino. Dopo aver accostato la sponda, attraversando il
gorgo, la zattera aveva trovato un riparo. Sorgeva in quel luogo un
enorme baobab, il cui tronco, vuoto internamente, reggevasi solo per
la corteccia. Khamis e i compagni pigiandosi avrebbero potuto starci
dentro tutti insieme. Vi si trasport cos il modesto materiale, gli
utensili, le armi, le munizioni, che durante l'abbondante pioggia non
ne avevano sofferto, e solo all'ora della partenza tutto ci fu
imbarcato di nuovo.
In fede mia, quest'uragano venuto proprio al momento giusto
osserv J ohn Cort, che parlava con Max, mentre il foreloper
imbandiva gli avanzi di selvaggina fredda per il primo pasto.
Conversando i due giovani attendevano a pulire le loro carabine, cosa
necessarissima, dopo tante fucilate fatte la vigilia.
Llanga intanto frugava fra i canneti e le erbe in cerca di nidi e di
uova.
S, mio caro J ohn, l'uragano venuto a proposito rispose
Max Huber e voglia il cielo che quelle maledette bestie non
ricompaiano ora che tornato il sereno. In ogni caso, teniamoci
pronti.
Khamis aveva avuto anch'egli paura che all'alba i quadrumani
tornassero sulle due sponde: ma subito si rassicur, non sentendo
alcun rumore sospetto, man mano che l'alba penetrava nella foresta.
Ho percorso la sponda per un centinaio di passi lo rassicur
J ohn Cort e non ho visto nessuna scimmia.
di buon augurio rispose Max Huber e spero di dover
d'ora innanzi servirmi delle cartucce per qualcosa di pi utile, che
difenderci da quei macachi. Temevo infatti di esaurire tutta la nostra
scorta
E non potremmo certo rinnovare la provvista osserv J ohn
Cort. Non bisogna contare sopra una seconda gabbia J ohausen,
per rifornirci di polvere e di piombo.
E pensare che il buon dottore esclam Max Huber
voleva stabilire relazioni sociali con creature simili Bella gente!
Quanto a sapere quali termini adoperano le scimmie per invitarsi a
colazione, per dirsi: buon giorno, buona sera, bisogna proprio
essere un professor Garner, come ve n' pi d'uno in America
oppure un dottor J ohausen, come ce n' tanti in Germania e
fors'anche in Francia
In Francia, Max?
Cercando fra i dotti dell'Institut o della Sorbona vi si
troverebbe certo qualche idio
Idiota? protest J ohn Cort.
Idiomografo fin Max Huber capace di venire nelle
foreste congolesi a ricominciare i tentativi del professor Garner e del
dottor J ohausen!
Mio caro Max, noi sappiamo oggi che Garner sembra aver
rotto ogni rapporto con la societ delle scimmie; ma del dottor
J ohausen non sappiamo nulla, ed io temo che
Che i babbuini o i macachi gli abbiano rotto le ossa rispose
Max Huber. Dal modo con cui ci hanno accolto ieri si pu
giudicare se quella gente sia civile e se possa mai diventarlo.
Io credo, Max, che le bestie siano destinate a rimanere sempre
bestie.
E gli uomini pure ribatt Max Huber, ridendo. Ma
tutt'uno; mi dispiace molto di ritornarmene a Libreville senza
portarvi notizie del dottore.
Certo; ma ci che pi importa adesso di poter attraversare
questa foresta.
L'attraverseremo.
Vorrei che l'avessimo gi fatto
D'altra parte il tragitto non presentava pi alcun pericolo, poich
la zattera non doveva fare altro che abbandonarsi alla corrente del
fiume, quantunque i tre viaggiatori ignorassero affatto se essa
procedesse spedita o fosse interrotta da vortici o da cascate. Era
quanto temeva il foreloper.
In quel momento egli chiam i compagni a colazione. Quasi
subito arriv Llanga, recando alcune uova di anitra, che furono
serbate per il pasto del mezzod. Grazie al pezzo d'antilope, non vi
sarebbe stato bisogno di rinnovare la provvista di selvaggina prima
della sosta meridiana.
Mi viene un'idea disse J ohn Cort per non sprecare le
munizioni, non potremmo mangiare la carne delle scimmie?
Max Huber fece una smorfia di disgusto.
Come, mio caro J ohn, cotolette di gorilla, filetti di gibbone,
cosciotti di scimpanz fricassea di mandrillo
La carne non cattiva afferm Khamis gli indigeni la
mangiano abbrustolita.
E se fosse necessario anch'io ne mangerei disse J ohn Cort.
Antropofago! esclam Max Huber mangiare quasi il suo
simile!
Tante grazie, Max!
per un fatto che i corpi dei quadrumani uccisi durante la
battaglia furono abbandonati agli uccelli di rapina. La foresta
dell'Ubanghi conteneva tanti ruminanti e volatili, che non era proprio
necessario onorare la specie scimmiesca introducendola nel ventre
umano.
Khamis dov superare grandi difficolt per far uscire la zattera dal
gorgo e doppiare la punta.
Tutti presero parte alla manovra, che richiese quasi un'ora. Era
stato necessario recidere degli alberelli, toglierne i rami, farne delle
pertiche per scostarsi, con l'aiuto di esse, dalla riva. Il gorgo
manteneva ferma la zattera, e se la banda delle scimmie fosse tornata,
sarebbe stato impossibile evitarle, affidandosi alla corrente. Senza
dubbio il foreloper ed i suoi compagni non sarebbero usciti sani e
salvi dalla lotta ineguale.
Ma dopo grandi sforzi la zattera giunse alla punta estrema, ne fece
il giro, e cominci a ridiscendere il corso del J ohausen.
La giornata prometteva di esser bella. Nessun segno di tempesta o
minaccia di pioggia. Ma i raggi solari piombavano verticalmente, e il
calore sarebbe stato torrido, senza una brezza da nord che molto
avrebbe aiutato la zattera, nella sua discesa, se fosse stata munita di
una vela.
Il fiume si allargava man mano che si dirigeva a sud-ovest. Non
v'era pi sopra il suo specchio d'acqua la volta di rami intrecciati,
aggrovigliati, da una riva all'altra, e in tali condizioni la ricomparsa
dei quadrumani non avrebbe presentato il medesimo pericolo del
giorno precedente. Del resto, le malefiche bestie non si mostrarono.
Comunque le sponde non erano deserte. Le animavano un gran
numero di uccelli acquatici coi loro voli e le loro grida; erano anitre,
ottarde, pellicani, martin-pescatori e svariate specie di trampolieri.
Parecchie coppie di questi volatili furono atterrate da J ohn Cort e
servirono al pasto del mezzod insieme con le uova snidate dal
giovane indigeno. Per riguadagnare il tempo perduto non si fece
alcuna fermata all'ora consueta, e nella prima parte della giornata non
venne segnalato alcun incidente di sorta.
Nel pomeriggio vi fu un allarme e non senza gravi motivi.
Erano quasi le quattro quando Khamis, che stava a poppa
manovrando il remo, preg J ohn Cort di sostituirlo. Egli and poi a
piantarsi ritto a prua.
Max Huber si alz per accertarsi che nessun pericolo li
minacciasse, e disse al foreloper:
Che cosa guardate?
Laggi
Ed accennava con la mano, a valle, a una violenta agitazione delle
acque, che turbava la corrente.
Un altro gorgo esclam Max Huber o piuttosto una
specie di maelstrom. Stiamo attenti a non caderci dentro, Khamis
Non un gorgo rispose il foreloper.
E che cos' allora?
Alla domanda quasi subito rispose uno zampillo liquido che
s'innalz di tre metri sulla superficie del fiume.
Max Huber, meravigliatissimo, esclam:
Da quando in qua vi sono delle balene nei fiumi dell'Africa
centrale?
Balene no, ma ippopotami ribatt il foreloper.
S ud infatti un soffio rumoroso e subito dopo apparve una testa
enorme, con le mascelle armate di forti zanne, e per usare un
paragone bizzarro ma giusto un interno di bocca simile a un
ammasso di carne da macello, e occhi simili agli abbaini d'una
capanna olandese; cos si espressero talvolta dei viaggiatori
particolarmente immaginosi.
Gli ippopotami s'incontrano dal Capo di Buona Speranza fino al
23 di latitudine nord; frequentano la maggior parte dei fiumi di
quelle vaste regioni, gli acquitrini e i laghi. Pure, secondo un
osservatore, se il J ohausen fosse stato tributario del Mediterraneo,
non vi sarebbe stato da temere gli assalti di questi anfibi, giacch non
vi si mostrano mai, salvo nell'Alto Nilo.
L'ippopotamo un animale possente, bench d'indole mite. Se per
una qualsiasi ragione eccitato o vinto dal dolore, o se viene
arpionato, va in collera, diventa furibondo contro i cacciatori, li
insegue lungo le sponde, si getta sui canotti, che manda a fondo e
talvolta persino spezza, con le mascelle tanto poderose da poter
stritolare un braccio o una gamba.
Certo nessun passeggero della zattera, neppure Max Huber, per
quanto smanioso di prodezze cinegetiche, nessuno pensava di sfidare
un simile anfibio. Ma l'anfibio avrebbe potuto assalirli ugualmente e
qualora si fosse gettato sulla zattera con tutto il suo peso, che talvolta
di duemila chilogrammi, che ne sarebbe stato di Khamis e dei suoi
compagni?
La corrente in quel punto era rapida, e forse era meglio contentarsi
di seguirla invece d'avvicinarsi ad una delle sponde. Ma a terra gli
attacchi dell'ippopotamo sarebbero stati pi facilmente evitati, poich
quest'animale disadatto a muoversi rapidamente, con le gambe
corte e basse che ha, e col ventre enorme che tocca quasi terra. Esso
ha pi del maiale che del cinghiale. Invece, nell'acqua, la zattera
sarebbe stata in pericolo e l'ippopotamo l'avrebbe ridotta in pezzi; e
anche se i passeggeri avessero potuto guadagnar le sponde a nuoto,
come costruire poi un'altra zattera?
Bisogna passare senza farci scorgere sugger Khamis.
Mettiamoci bocconi, in silenzio, ma pronti a gettarci in acqua, se
fosse necessario.
A te penso io, Llanga disse Max Huber.
Fu fatto come il foreloper aveva consigliato. Ciascuno si sdrai
sulla zattera trasportata dalla rapida corrente per non essere visto
dall'ippopotamo. Poco appresso tutti e quattro intesero un soffio
poderoso e una specie di grugnito mentre la zattera attraversava il
tratto d'acqua dove si trovava l'animale.
Vi fu dunque qualche momento di viva ansiet. La zattera
rischiava di venir rovesciata dalla testa del mostro, o sommersa sotto
la sua pesante massa.
Khamis, J ohn Cort e Max Huber si rassicurarono solo quando
cess il ribollire delle acque e diminu l'intensit del soffio, di cui,
passando, avvertirono le calde emanazioni. Allora si rimisero in
piedi. L'anfibio era scomparso, rituffandosi nelle acque del fiume,
dove erano pi basse.
Certamente, dei cacciatori abituati a lottare contro l'elefante, che
avevano appena partecipato a una campagna di caccia con la
carovana di Urdax, non avrebbero dovuto farsi spaventare da un
ippopotamo. Pi d'una volta li avevano attaccati, nelle paludi dell'alto
Ubanghi, ma in condizioni pi favorevoli. Ma a bordo di quel fragile
insieme di tavole, la cui perdita sarebbe stata una vera sciagura, le
loro apprensioni erano comprensibili ed ebbero fortuna ad evitare di
essere attaccati dal temibile bestione.
La sera Khamis si arrest alla foce d'un rigagnolo della riva
sinistra; non avrebbe potuto scegliere per la notte un luogo migliore
di quello, ai piedi d'un gruppo di banani, le cui larghe foglie
formavano riparo. In quel luogo il greto era coperto di molluschi
commestibili, che furono mangiati in parte crudi e in parte cotti.
Quanto alle banane, il loro sapore selvatico lasciava molto a
desiderare; ma l'acqua del ruscello, mista al sugo di questi frutti,
diede una bevanda piacevole e rinfrescante.
Tutto andrebbe benissimo disse Max Huber se fossimo
certi di dormire tranquilli. Sfortunatamente, vi sono questi maledetti
insetti, che non ci risparmieranno. Non abbiamo zanzariere e ci
risveglieremo domani punzecchiati a dovere.
Questo sarebbe veramente accaduto se Llanga non avesse trovato
modo di cacciare le zanzare ronzanti e riunite in gran numero, una
vera nuvola.
Egli s'era allontanato risalendo il rigagnolo, quando la sua voce si
fece udire a breve distanza.
Subito Khamis lo raggiunse, e Llanga gli indic sul greto dei
mucchi di fieno disseccato lasciato dai ruminanti, antilopi, cervi,
bufali, che di solito venivano a dissetarsi in quel luogo.
Bruciare erbe secche producendo un denso fumo il miglior
modo, forse il solo, per allontanare le zanzare. Gli indigeni se ne
servono quando possono e con buoni risultati.
Poco dopo, ai piedi dei banani, s'addoss un grosso mucchio di
fieno. Il fuoco fu acceso con legna secca, e il foreloper vi butt
manciate di fieno. Un'enorme nuvola di fumo si lev nell'aria che fu
subito ripulita da quegli insetti insopportabili.
Il fuoco fu mantenuto acceso tutta la notte da J ohn Cort, da Max
Huber e da Khamis, che si diedero il cambio nella veglia; e giunta la
mattina, ristorati da un buon sonno, ripresero la discesa del fiume
J ohausen.
Nulla tanto variabile quanto il tempo nell'Africa equatoriale. Al
cielo limpido del giorno innanzi successe un cielo bigio, promettente
una giornata piovosa. Ma le nuvole si tenevano basse, non lasciando
cadere se non una pioggia fine, quasi un polverio liquido, ma pur
molto seccante.
Per fortuna Khamis aveva avuto un'eccellente idea. Le foglie di
banano, della specie ensete, sono forse le pi grandi del regno
vegetale. I negri se ne servono per formare il tetto delle loro capanne.
Con una dozzina di tali foglie, legate una all'altra con delle liane, il
foreloper aveva costruito una specie di tettoia nel centro della zattera.
E poich il lavoro era stato compiuto prima di partire, i passeggeri
stavano dunque al coperto durante la pioggia poco fitta, che
scivolava sulle foglie di ensete.
Nella prima parte della giornata, lungo la sponda destra si fecero
vedere alcune scimmie; una ventina di grosse bestie, che sembravano
disposte a ricominciare le ostilit. Il partito pi saggio era quello di
evitare ogni contatto con esse, ci che venne fatto tenendo la zattera
lungo la riva sinistra, meno frequentata dalle orde di quadrumani.
Non si fecero soste a mezzogiorno e nel pomeriggio la zattera si
arrest una sola volta per prendere a bordo un'antilope che J ohn Cort
aveva ucciso dietro un viluppo di canne a una svolta del fiume.
In quel gomito il fiume J ohausen, piegandosi a sud-est, mutava
quasi ad angolo retto la direzione consueta. Ci inquiet Khamis, che
si vedeva respinto all'interno della grande foresta, mentre il termine
del viaggio era in direzione opposta, dal lato dell'Atlantico.
Certo nessun dubbio pi esisteva, che il J ohausen fosse tributario
dell'Ubanghi; ma cercare la confluenza a centinaia di chilometri, nel
centro del Congo indipendente, avrebbe rappresentato un immenso
giro vizioso. Per fortuna dopo un'ora di navigazione il foreloper
riconobbe grazie all'istinto di orientamento, poich il sole non si
mostrava che il corso d'acqua ripigliava la primitiva direzione. Era
dunque sperabile che avrebbe portato la zattera fino al limitare del
Congo francese, di dove sarebbe stato facile giungere poi a
Libreville.
Alle sei e mezzo, con un vigoroso colpo di remo, Khamis accost
la riva sinistra, in fondo ad uno stretto golfo ombreggiato dalle larghe
fronde di una pianta di specie identica al mogano delle foreste
senegalesi.
Non cadeva pi la pioggia, ma il cielo non era sgombro di spesse
nubi che velavano il sole. Tuttavia la notte sarebbe stata tutt'altro che
fredda: un termometro avrebbe certo segnato 25 o 26 gradi sopra
zero. Il fuoco scoppiett poco dopo fra i sassi dell'insenatura, per
arrostire un bel quarto di antilope. Stavolta Llanga avrebbe cercato
invano dei molluschi per variare il men, o delle banane per
addolcire l'acqua del fiume J ohausen, il quale, nonostante una certa
somiglianza di nome, come osserv Max Huber, non ricordava
minimamente il johannisbeere di Mettermeli.
1
In compenso sarebbe
riuscito facile sbarazzarsi pi tardi delle zanzare col medesimo
sistema usato il giorno precedente.
Alle sette e mezzo non era ancora notte. Nelle acque del fiume si
rifletteva un vago bagliore: alla sua superficie galleggiavano mucchi
di canne e tronchi d'alberi strappati dalle sponde.
Mentre J ohn Cort, Max Huber e Khamis preparavano il giaciglio,
ammucchiando le erbe secche ai piedi dell'albero, Llanga andava e
veniva lungo la sponda, divertendosi ad inseguire i pezzi di legno
galleggianti, che se ne andavano alla deriva.
In quel momento apparve a monte, ad una cinquantina di metri, il
tronco d'un albero di media grossezza, fornito di tutti i suoi rami. Era
stato spezzato a cinque o sei piedi sotto la ramificazione, e la rottura
sembrava ancora fresca. Intorno a tali rami, i pi bassi dei quali
navigavano immersi nell'acqua, si agitava un fogliame fitto, in mezzo
al quale si vedevano alcuni fiori e qualche frutto: tutta una verzura
sopravvissuta alla caduta dell'albero.
Assai probabilmente questo era stato colpito sopra le radici dalla
folgore nell'ultimo uragano e quindi per il proprio peso era caduto
dall'argine nell'acqua e da questa afferrato e trascinato via.
Non bisogna immaginare che Llanga avesse fatto queste
riflessioni o fosse capace di farle. Non avrebbe notato quel tronco,
pi degli altri relitti, se la sua attenzione non fosse stata attratta da
qualcosa di molto particolare.
Infatti tra i rami Llanga aveva creduto di scorgere una creatura
vivente, che faceva dei cenni come per invocare aiuto. Nella
penombra non poteva discernere chiaramente di che essere si
trattasse. Forse un animale? Llanga stava per chiamare Max Huber e
J ohn Cort, quando accadde un nuovo incidente.
Il tronco non si trovava pi che ad una quarantina di metri ed era
diretto verso l'insenatura, ove era ormeggiata la zattera.

1
Succo di ribes. (N.d.R.)
In quel momento si ud un grido, un grido bizzarro, quasi un
richiamo disperato, come se un essere umano avesse domandato
soccorso. Poi, nel momento in cui il tronco passava dinanzi
all'insenatura, quell'essere si lanci nella corrente, con l'evidente
intenzione di raggiungere la riva.
Llanga credette di riconoscere un fanciullo, pi piccino di lui, che
forse si trovava sull'albero nel momento della sua caduta. Sapeva
nuotare? Comunque, non abbastanza da poter raggiungere la sponda.
Le forze gli venivano meno a vista d'occhio. S dibatteva, affondava,
tornava a galla, e ad intervalli un grido singolare, come il chiocciare
di una gallina, usciva dalle sue labbra.
Per istinto, per sentimento d'umanit, senza riflettere troppo al
pericolo cui si esponeva, Llanga si butt nel fiume e giunse dove il
fanciullo era affondato un'ultima volta.
In quel momento J ohn Cort e Max Huber, che avevano inteso il
primo grido, accorsero sull'orlo dell'insenatura; vedendo Llanga
reggere un corpo alla superficie dell'acqua gli porsero la mano,
perch risalisse sulla riva.
Llanga! esclam Max Huber che diavolo mai sei andato
a pescare?
Un bambino caro Max un bambino che stava per
annegare.
Un bambino! ripet subito J ohn Cort.
S, J ohn, amico mio.
E Llanga s'inginocchi accanto alla creaturina, che aveva salvato.
Max Huber si curv per meglio esaminarla, e disse, rialzandosi:
Non un bambino!
E che cos'? domand J ohn Cort.
Una scimmietta un rampollo di quegli abominevoli e
smorfiosi animali, che ci hanno assalito. E perch non s'annegasse,
hai rischiato la pelle, Llanga?
Ma si, che un fanciullo ripeteva il ragazzo.
Ti dico di no, e il meglio che tu possa fare di mandarlo a
raggiungere la sua famiglia nel bosco.
Ma Llanga non sembrava credere a quanto diceva l'amico, e si
ostinava a vedere un fanciullo nella creaturina che doveva a lui la
vita e che ancora non aveva ripreso i sensi. E non intendendo
separarsene, se la pigli in braccio. In fin dei conti, meglio lasciarlo
fare a modo suo. Dopo averlo portato al campo per riscaldarlo,
Llanga si assicur che il bambino respirasse ancora, poi lo strofin,
lo riscald, lo coric sull'erba secca, aspettando che aprisse gli occhi.
Disposta la veglia secondo il consueto, i due amici non tardarono
ad addormentarsi, mentre Khamis rimaneva di sentinella fino a
mezzanotte.
Llanga non pot pigliar sonno. Inquieto, spiava ogni pi lieve
movimento del suo protetto, che giaceva accanto a lui; gli tendeva le
mani, ascoltava il suo respiro. Ma quale non fu la sua meraviglia,
allorch verso le undici ud questa parola, pronunziata con fievole
voce: Ngora! Ngora! come se il piccino avesse chiamato sua
madre!
CAPITOLO XI
LA GIORNATA DEL 19 MARZO
A QUESTA sosta, si poteva valutare il cammino gi fatto sui
duecento chilometri, met a piedi, met scendendo il corso del fiume
J ohausen. Ne rimanevano altrettanti per giungere allUbanghi? No,
secondo l'opinione del foreloper la seconda parte del viaggio si
sarebbe compiuta rapidamente, a condizione, per altro, che nessun
ostacolo arrestasse la zattera.
L'imbarco avvenne all'alba con l'aggiunta del piccolo passeggero
supplementare, dal quale Llanga non aveva assolutamente voluto
separarsi. Dopo averlo trasportato sotto il tetto di foglie, volle
rimanere accanto a lui, sperando che riaprisse gli occhi.
Per Max Huber e J ohn Cort non c'era ombra di dubbio che quello
fosse un membro della famiglia dei quadrumani del continente
africano, scimpanz, orangutang, gorilla, mandrilli, babbuini, ecc.
Essi non avevano neppur pensato a guardarlo pi da vicino con
attenzione speciale. La cosa non li interessava affatto. Llanga l'aveva
salvato il giorno prima, desiderava tenerselo come si fa con un
cagnolino raccolto per piet. Bene. Ne facesse pure un compagno;
ci dimostrava il suo buon cuore. Dal momento che i due amici
avevano adottato il giovane indigeno, doveva esser lecito a lui di
adottare una scimmietta. Del resto, con molta probabilit e assai
facilmente, quando la bestiola avesse trovato l'occasione di
svignarsela sotto i boschi, avrebbe abbandonato il suo salvatore, con
quella ingratitudine della quale gli uomini non hanno il monopolio.
Certo che se Llanga fosse andato a dire a J ohn Cort, Max Huber
ed anche a Khamis: Questa scimmia parla; ha ripetuto tre o quattro
volte la parola "ngora" allora i tre si sarebbero interessati e
avrebbero esaminato con maggior cura quel piccolo animale, e forse
avrebbero scoperto in esso un campione d'una razza ignota fino
allora, vale a dire la razza dei quadrumani parlanti
Ma Llanga tacque per paura d'essersi ingannato, d'avere inteso
male. Egli si propose di osservare il suo protetto, e se la parola
ngora o qualsiasi altra fosse uscita un'altra volta dalle sue labbra,
subito avrebbe avvertito gli amici J ohn e Max.
Ed questa la ragione per la quale egli se ne rimase sotto la
tettoia, dove cercava di dare un po' di cibo al suo protetto, il quale
pareva essere indebolito dal lungo digiuno. Non sarebbe stato certo
facile impresa, perch le scimmie sono frugivore e Llanga non aveva
alcun frutto da offrire ma solo carne d'antilope. D'altra parte, la
febbre violenta non avrebbe permesso di mangiare alla bestiola, che
se ne stava come assopita.
Come va la tua scimmietta? domand Max Huber a Llanga,
quando il fanciullo usci un momento di sotto la tettoia.
Dorme sempre, amico Max.
E ci tieni sempre ad averla con te?
S, se permettete.
Non ci vedo niente di male, ma bada bene che non ti graffi.
Oh, amico Max!
Eh non bisogna fidarsi troppo! Sono peggio dei gatti, quegli
animali.
Ma non questo; tanto giovane, ha una faccetta cos dolce!
Davvero? Del resto, dal momento che vuoi fartene un
compagno, pensa a dargli un nome.
Un nome? Che nome?
Che so io? J oko: tutte le scimmie si chiamano J oko.
Ma forse quel nome non piaceva a Llanga; cos, senza rispondere,
egli se ne torn accanto al suo protetto.
Durante la mattinata la navigazione fu favorita, e non si ebbe a
patire il caldo. Le nuvole erano cos fitte, che il sole non pot
attraversarle. C'era da rallegrarsene, poich il fiume J ohausen
scorreva talvolta attraverso larghe radure, si che sarebbe stato
impossibile trovare riparo lungo le sponde, dove rari sorgevano gli
alberi. Il terreno ridiventava acquitrinoso. Sarebbe occorso scostarsi
almeno mezzo chilometro a dritta o a sinistra per giungere ai gruppi
d'alberi pi vicini, e il peggio da temere era che la pioggia ripigliasse
con la violenza consueta. Fortunatamente il cielo minacci soltanto.
Tuttavia, se gli uccelli acquatici volavano a frotte sopra
l'acquitrino, non si mostravano i ruminanti, con vivo dispiacere di
Max Huber, il quale alle anitre ed alle ottarde dei giorni precedenti
avrebbe voluto sostituire antilopi, sassab, invaia, waterbuck. E
stando a prua della zattera, con la carabina pronta come cacciatore in
vedetta, frugava con lo sguardo la sponda, alla quale Khamis andava
or qua or l accostandosi, secondo il capriccio della corrente.
Bisogn accontentarsi dei volatili per il pasto di mezzogiorno, e
non c' da stupirsi se i superstiti della carovana del portoghese Urdax
cominciarono ad essere stanchi del loro cibo quotidiano. Null'altro
mai fuorch carne arrostita o lessata, null'altro mai che acqua
limpida, niente frutta, non pane n sale; pesce, si, ma condito cos
male! Non vedevano l'ora di giungere ai primi stabilimenti
dell'Ubanghi, dove tutte queste privazioni sarebbero state presto
dimenticate, grazie alla generosa ospitalit dei missionari.
Quel giorno Khamis cerc invano il luogo adatto per una sosta; le
rive, irte di gigantesche canne, erano inospitali. Come effettuare uno
sbarco dal momento che le rive erano semisommerse nell'acqua? Il
viaggio se ne avvantaggi, poich la zattera non arrest mai la sua
corsa.
Cos si navig fino alle cinque. Intanto J ohn Cort e Max Huber
ingannavano il tempo parlando degli incidenti del viaggio; ne
rammentavano i diversi episodi, dalla partenza da Libreville: le cacce
interessanti e fruttuose nella regione dell'alto Ubanghi, le grandi
stragi d'elefanti, i pericoli di quelle spedizioni dalle quali se l'erano
cavata benissimo per due mesi; poi il ritorno fatto senza troppe
difficolt fino al poggio dei tamarindi, i fuochi semoventi,
l'apparizione della formidabile orda di pachidermi, l'assalto alla
carovana, i portatori in fuga, Urdax schiacciato sotto l'albero,
l'inseguimento degli elefanti, arrestati solo dalla impenetrabilit della
grande foresta
Triste conclusione di una campagna che fino allora era stata
tanto fortunata disse J ohn Cort. E chiss che non ci sia un
secondo e non meno grave disastro!
possibile, ma non probabile, mio caro J ohn rispose Max
Huber.
Veramente, forse esagero un poco
Esagerate di sicuro, perch la foresta non pi misteriosa di
quello che siano i vostri boschi del Far West. Non abbiamo da temere
neanche i Pellerossa! Qui non ci sono nomadi n sedentari, n Scil,
n Denka, n Monbuttu: nessuna insomma di quelle feroci trib che
corrono le regioni del nord-est, gridando: Carne! carne!, da quei
perfetti antropofaghi che non cessarono mai di essere. Qui no; e
questo corso d'acqua, al quale abbiamo dato il nome del dottor
J ohausen, che avrei tanto desiderato di ritrovare, questo fiume
tranquillo e sicuro ci condurr senza fatica alla confluenza
coll'Ubanghi.
L'Ubanghi, caro Max, l'avremmo raggiunto lo stesso anche
facendo il giro della foresta, seguendo l'itinerario di quel povero
Urdax, con la differenza che avremmo avuto a nostra disposizione un
comodo carro, si che nulla ci sarebbe mancato fino al termine del
viaggio.
Avete ragione, J ohn, sarebbe stato meglio Questa foresta,
per quanto misteriosa, volgarissima, e non merita la pena di essere
visitata Non altro che un bosco, un grande bosco Eppure, in
principio, aveva eccitato la mia curiosit. Vi ricordate quelle fiamme
che correvano fra gli alberi? Quelle torce splendenti attraverso i
rami Poi pi nessuno! Dove diamine hanno potuto cacciarsi quei
negri? Tante volte li cerco fra i baobab, i bombax, i tamarindi e gli
altri giganti dei boschi. No, neppure l'ombra di qualche creatura
umana!
Max disse a quel punto J ohn Cort.
Che c'? chiese Max Huber.
Guardate in quella direzione, laggi, a valle, sulla sponda
sinistra.
Ebbene? forse un indigeno?
S, ma un indigeno a quattro zampe Laggi, sotto le canne
un magnifico paio di corna incurvate.
L'attenzione del foreloper era desta.
Un bufalo disse.
Un bufalo? esclam Max Huber, brandendo la carabina
ecco un buon boccone!
Khamis diede un vigoroso colpo di remo e la zattera si accost
obliquamente alla sponda. Pochi istanti dopo non era distante pi di
trenta metri.
Che bella prospettiva per bistecche! mormorava Max
Huber, con la carabina appoggiata al ginocchio.
A voi il primo colpo, Max gli disse J ohn Cort e a me il
secondo se sar necessario.
Il bufalo non sembrava disposto ad andarsene. Fermo sotto vento,
fiutava l'aria a piene nari, senza presentire il pericolo che correva.
Non potendo mirarlo al cuore, bisognava tirare alla testa, e cos fece
Max Huber, appena l'ebbe preso di mira.
S'ud uno sparo; la coda dell'animale si agit dietro le canne, un
muggito doloroso attravers lo spazio, e non gi il solito muggito dei
bufali; segno che il colpo era stato mortale.
Ci rimasto esclam Max Huber con aria di trionfo.
Infatti J ohn Cort non ebbe bisogno di sparare, facendo per tal
modo economia d'una cartuccia. La bestia caduta fra le canne scivol
ai piedi della sponda, mandando uno zampillo di sangue, che arross
l'acqua limpida del J ohausen.
Per non perdere quel magnifico animale, la zattera si diresse sul
luogo dove il ruminante era caduto, e il foreloper prese tutte le
disposizioni per squartarlo sul posto e sceglierne pezzi commestibili.
I due amici ammirarono quel campione dei buoi selvatici d'Africa,
che hanno dimensioni gigantesche. Quando questi animali valicano
le pianure in branchi di duecento o trecento, facile immaginare che
furioso galoppo, tra nuvole di polvere!
Era un onja, nome col quale lo designano gl'indigeni: un toro
solitario, pi grande dei suoi congeneri europei, dalla fronte pi
stretta, dal muso pi allungato, dalle corna pi ravvicinate. Se la
pelle dell'onja serve a fabbricare le migliori valigie, se le sue corna
sono eccellenti per farne tabacchiere e pettini, se i suoi peli rudi e
neri vengono adoperati per imbottire sedie e selle, coi suoi filetti e
con le sue costolette, che si ottiene un nutrimento saporito e
fortificante, che si tratti di bufalo asiatico, africano o d'America.
Max Huber aveva azzeccato un colpo fortunato. Se un onja non
cade subito, la sua furia tremenda, quando si scaglia sui cacciatori.
Adoperando l'accetta ed il coltello Khamis procedette
all'operazione dello squartamento e i compagni dovettero aiutarlo
alla meglio. Non bisognava sopraccaricare la zattera di peso inutile, e
trenta o quaranta chilogrammi di quella carne appetitosa sarebbero
certo bastati per molti giorni.
Ora, mentre si compiva questa operazione, Llanga, di solito tanto
curioso delle cose che interessavano gli amici Max e J ohn, se n'era
rimasto sotto la tettoia, ed ecco per quale ragione.
Allo sparo della carabina, la piccola creatura era uscita dal suo
sopore; le braccia avevano fatto un lieve movimento; le sue palpebre
non si erano sollevate, ma dalla bocca socchiusa, dalle labbra
scolorite era uscita un'altra volta l'unica parola che Llanga avesse
fino allora inteso:
Ngora! ngora!
Stavolta Llanga non poteva sbagliarsi. La parola giungeva al suo
orecchio con una bizzarra articolazione, prodotta dal modo di
pronunziare l'erre di ngora.
Commosso dall'accento doloroso di quella povera creatura, Llanga
le prese la mano ardente dalla febbre che durava dal giorno
precedente. Poi riempi una tazza d'acqua fresca, cercando di
versargliene alcune gocce in bocca, senza per riuscirvi.
Le mascelle, dai denti bianchissimi, non si schiudevano. Llanga
bagn allora un po' di erba secca e con essa umett delicatamente le
labbra del piccino. Ci parve fargli un po' di bene. La mano di
quell'essere strinse debolmente la mano di Llanga, quasi in segno di
riconoscenza e le labbra si mossero per ripetere ancora una volta:
Ngora!. Non si dimentichi che questa parola, congolese, usata
dagli indigeni per chiamare la madre Forse, il piccolo essere
invocava la madre?
La simpatia di Llanga era accresciuta da un naturale sentimento di
piet, al pensiero che quella parola sarebbe forse stata pronunciata
per l'ultima volta, in un ultimo sospiro Una scimmia? L'aveva
detto Max Huber. No, quella non era una scimmia! Che cosa poi
fosse, Llanga, nella sua insufficienza intellettuale, non avrebbe
potuto spiegarlo.
Egli rimase per un'ora a carezzare la mano del suo protetto, a
bagnargli le labbra di acqua fresca, e lo lasci solo nel momento in
cui il sonno lo prese un'altra volta. Allora Llanga, deciso a tutto,
raggiunse gli amici, mentre la zattera, respinta dalla sponda,
ritornava nella corrente.
Ebbene? domand Max Huber, sorridendo come sta la
tua scimmia?
Llanga lo guard quasi esitando a rispondere; poi, posata la mano
sul braccio di Max Huber, disse:
Non una scimmia.
Non una scimmia? ripet J ohn Cort.
un bell'ostinato il nostro Llanga soggiunse Max Huber.
Vediamo perch ti sei messo in capo che si tratti di un bambino come
te.
Un bambino non come me, ma un bambino
Ascolta, Llanga riprese a dire J ohn Cort, in tono pi serio
del suo compagno: tu pretendi proprio che sia un bambino?
S ha parlato stanotte.
Ha parlato?
Sicuro, ed ha parlato anche poco fa
Che cosa ha detto, quel prodigio? domand Max Huber.
Ha detto ngora
Come! La parola che gi avevo inteso! esclam J ohn Cort,
non riuscendo a celare la propria meraviglia.
S ngora assicur il giovane indigeno.
Rimanevano due ipotesi: o Llanga era stato vittima d'una
illusione, o doveva aver perduto la testa.
Accertiamocene sugger J ohn Cort e se vero, sar
almeno straordinario, mio caro Max!
Entrambi penetrarono sotto il padiglione di foghe ed esaminarono
il dormiente.
A prima vista, si sarebbe potuto affermare che quell'esserino
doveva essere una scimmia; ma ci che subito colpi J ohn Cort che
egli si trovava in presenza non d'un quadrumane, come aveva sempre
creduto, ma d'un bimane. Ora, secondo le ultime classificazioni di
Blumenbach ormai ammesse da tutti, si sa che l'uomo soltanto
appartiene a quest'ordine del regno animale. Quella singolare
creatura aveva dunque due mani soltanto, mentre tutte le scimmie,
senza eccezione, ne hanno quattro; i suoi piedi poi sembravano adatti
a camminare, anzich prensili, come quelli della razza scimmiesca.
J ohn Cort fece innanzi tutto notare la cosa a Max Huber.
curioso, curiosissimo! replic quest'ultimo.
La statura di quella piccola creatura non superava i settantacinque
centimetri; sembrava ancora nell'infanzia e che non avesse pi di
cinque o sei anni. La sua pelle priva di peli era coperta da una
leggera peluria rossa; sulla fronte, sul mento e sulle guance nessuna
apparenza di pelo, che solo abbondava sul petto, sulle cosce e sulle
gambe. Le sue orecchie terminavano con un lobo carnoso
arrotondato e molle, differenti in ci da quelle dei quadrumani, che
sono invece sfornite di lobi; le sue braccia non si allungavano
smisuratamente, e la natura non gli aveva elargito quel quinto
membro comune alla maggior parte delle scimmie, vale a dire la
coda prensile. Aveva la testa rotonda, l'angolo facciale di circa
ottanta gradi, il naso schiacciato e la fronte non molto sfuggente. Sul
cranio anzich dei capelli propriamente detti spuntava una specie di
vello, somigliante a quella degli indigeni dell'Africa centrale.
Evidentemente questo tipo aveva pi dell'uomo che della scimmia
nella conformazione generale, e forse anche negli organi interni.
S pu immaginare la grande meraviglia di Max Huber e di J ohn
Cort nel vedere una creatura assolutamente nuova, che nessun
antropologo aveva mai segnalato, e che in sostanza sembrava un
essere intermedio fra l'umano e l'animale.
Inoltre Llanga aveva affermato che quella creatura parlava, a
meno che il giovane indigeno non avesse scambiato un grido
istintivo, a cui non corrispondeva alcuna idea, con una parola
articolata, dovuta all'intelligenza.
I due amici se ne stavano silenziosi sperando che il piccino aprisse
bocca, mentre Llanga continuava a bagnargli la fronte e le tempie. La
febbre sembrava volgere al termine perch la respirazione di
quell'essere era meno ansimante e la pelle meno calda. Finalmente le
sue labbra si socchiusero leggermente:
Ngora! ngora! ripete.
incredibile! esclam Max Huber al colmo dello stupore.
Entrambi non volevano credere a quanto avevano udito. Come!
quell'essere che, comunque stessero le cose, non occupava
certamente il grado superiore della scala animale, possedeva il dono
della parola, nientemeno che il divino dono della parola! E dal
momento che aveva proferito una parola della lingua congolese, non
si poteva supporre che ne usasse anche altre, che avesse delle idee e
che sapesse tradurle in frasi?
C'era da rammaricarsi che quell'essere non aprisse anche gli occhi,
per potervi cercare nello sguardo il pensiero riflesso che risponde a
tante cose. Ma le palpebre rimanevano ostinatamente chiuse, e nulla
faceva pensare che dovesse presto riaprirle.
Intanto J ohn Cort, curvo sopra il protetto di Llanga, spiava le
parole o le grida che eventualmente gli fossero sfuggite. Gli reggeva
il capo senza ch'egli si svegliasse, e pensate quale fu la sua
meraviglia quando scorse un cordone allacciato intorno al piccolo
collo. Quel cordone era fatto d'una treccina di seta, e tastandolo J ohn
Cort esclam:
Una medaglia!
Una medaglia!? ripet Max Huber. J ohn Cort snod il
cordone.
S; una medaglia di nichel, grande come un soldo, con un nome
inciso da un lato e un profilo dall'altro.
Il nome era quello di J ohausen, come pure il profilo.
Lui! esclam Max Huber. Questo marmocchio stato
dunque decorato con l'ordine del professore tedesco, la cui gabbia era
vuota!
Che queste medaglie fossero diffuse nella regione del Camerun
non poteva recar meraviglia, poich il dottore ne aveva molte volte
distribuite ai congolesi dei due sessi; ma che una medaglia di tal
genere fosse stata attaccata appunto al collo di questo strano abitante
della foresta dell'Ubanghi
proprio strano dichiar Max Huber; ma pu essere che
queste creature, met scimmie e met uomini, abbiano rubato la
medaglia dalla cassa del dottore.
Khamis! chiam forte J ohn Cort.
Egli chiamava il foreloper per metterlo al corrente della cosa
straordinaria, e domandargli il suo parere.
Nello stesso momento si ud il foreloper gridare:
Signor Max! signor J ohn!
I due giovani uscendo di sotto la tettoia si accostarono a Khamis.
Ascoltate disse questi.
Cinquecento metri a valle, il fiume piegava bruscamente a destra
facendo un gomito dove gli alberi riapparivano folti. Tendendo
l'orecchio in quella direzione si udiva un muggito sordo e continuo,
che non poteva essere confuso con la voce dei ruminanti o con gli
urli delle belve. Era una specie di frastuono crescente a mano a mano
che la zattera si avvicinava.
un rumore sospetto disse J ohn Cort.
Non ne capisco la natura aggiunse Max Huber.
Forse che laggi vi sia una cascata o una rapida? si chiese il
foreloper. Il vento soffia da sud e sento tutta l'aria inumidita
Khamis non si sbagliava; alla superficie del fiume passava come
un vapore liquido, che non poteva provenire se non da un profondo
perturbamento delle acque.
Se il fiume fosse stato sbarrato da un ostacolo, e la navigazione
avesse dovuto essere interrotta, sarebbe stato un evento grave, tanto
da non consentire a Max Huber ed a J ohn Cort di occuparsi pi a
lungo del protetto di Llanga.
La zattera scendeva ora con una certa rapidit, e senza dubbio,
dopo la svolta, si sarebbero indovinate le cause di quel lontano
tumulto.
Passato il gomito i timori del foreloper si dimostrarono fondati.
A circa duecento metri sorgeva sul fiume un cumulo di rocce
nerastre, formanti uno sbarramento da una sponda all'altra, salvo che
nel mezzo, dove le acque spumose si precipitavano con impeto. Da
ogni lato esse urtavano contro una diga naturale, e in certi luoghi la
saltavano. Era insieme la rapida nel centro e la cascata lateralmente.
Se la zattera non si accostava a una sponda e non riusciva a
ormeggiarsi saldamente, si sarebbe infranta contro lo sbarramento o
capovolta nella rapida.
Tutti si mantennero calmi, perch non v'era un minuto da perdere,
crescendo sempre pi la velocit della corrente.
A riva! A riva! grid Khamis.
Erano allora le sei e mezzo. Con quel tempo brumoso il
crepuscolo lasciava appena un albore incerto, che a mala pena
permetteva di discernere gli oggetti.
Questa difficolt, aggiunta alle altre, complicava la manovra per
accostarsi alla sponda. Invano Khamis cerc di dirigere la zattera. Le
forze non gli bastavano. A lui si un Max Huber. Bisognava col solo
remo resistere alla corrente, che portava diritto contro il centro dello
sbarramento roccioso. Lavorando in due ottennero un certo risultato,
e senza dubbio sarebbero riusciti a cavarsela, se il remo non si fosse
rotto.
Prepariamoci a gettarci sulle rocce ordin Khamis, prima
di esser presi nella rapida.
A tutto quel chiasso Llanga era uscito dalla tettoia. Guard
intorno, comprese il pericolo: e invece di pensare a se stesso pens
all'altro, al piccino: and a prenderselo in braccio e si inginocchi a
poppa.
Un minuto dopo la zattera era sulla linea mediana della rapida.
Chiss poteva anche non cozzare e passare senza capovolgersi.
Ma furono sfortunati e la fragile chiatta urt con estrema violenza
contro una roccia. Invano Khamis e i compagni cercarono di
aggrapparsi allo sbarramento, sul quale riuscirono appena a buttare la
cassa di cartucce, le armi e gli utensili.
Tutti precipitarono nel turbine, nel momento medesimo in cui la
zattera si frantumava e i rottami si perdevano a valle, presi dalle
acque mugghianti.
CAPITOLO XII
NELLA GRANDE FORESTA
IL GIORNO seguente i tre uomini erano sdraiati vicino a un fuoco,
in cui si stavano consumando gli ultimi tizzoni. Vinti dalla
stanchezza, incapaci di resistere al sonno, dopo aver ripreso i loro
abiti, che il fuoco stesso aveva asciugato, tutti si erano addormentati.
Che ora era? Splendeva il sole o era notte fonda? Nessuno avrebbe
potuto dirlo; pure calcolando il tempo trascorso dalla vigilia,
sembrava che il sole dovesse gi essersi levato. Ma da che parte era
l'oriente? Se qualcuno avesse fatto questa domanda non avrebbe
avuto risposta.
I tre uomini erano dunque chiusi in una grotta, in fondo a una
caverna, in un luogo impenetrabile alla luce diurna?
Niente affatto. Ma intorno ad essi si stringevano alberi talmente
grossi e cos alti, che lo sguardo non andava oltre qualche metro.
Quando il fuoco era acceso, fra gli enormi tronchi e le liane tese fra
l'uno e l'altro, sarebbe stato impossibile riconoscere un sentiero
praticabile. I rami inferiori facevano una volta a soli cinquanta piedi
dal suolo e sopra di essa il fogliame era cos denso, cos fitti i rami
fino in cima, che non vi passavano attraverso n il chiarore delle
stelle n i raggi del sole. Una prigione non sarebbe stata pi buia, n
le sue mura pi compatte: eppure altro non era che un angolo della
grande foresta
In quei tre uomini sarebbe stato facile riconoscere J ohn Cort, Max
Huber e Khamis. Per quali circostanze si trovavano in quel luogo?
Lo ignoravano. Quando la zattera si era frantumata contro le rocce,
alle quali avevano tentato di aggrapparsi, erano stati presi dalle acque
della rapida e pi nulla sapevano di quanto era avvenuto dopo la
catastrofe.
A chi mai Khamis e i suoi compagni dovevano la salvezza? Chi li
aveva trasportati all'interno di quella fitta macchia, prima che
avessero ripreso i sensi?
Disgraziatamente, non tutti erano scampati al disastro. Uno d'essi
mancava: il figlio adottivo di J ohn Cort e di Max Huber, il povero
Llanga, ed anche la piccola creatura ch'egli aveva tratto dalle acque.
Forse appunto per volerla salvare era perito
Ora Khamis, J ohn Cort e Max Huber non possedevano munizioni,
n armi, n utensili di sorta, salvo i loro coltelli e l'accetta, che il
foreloper portava sempre alla cintola. Non pi zattera; e quand'anche
l'avessero avuta, da qual parte si sarebbero diretti, per ritrovare il
corso del J ohausen?
Poi come risolvere il quesito del cibo, se mancavano i prodotti
della caccia? Khamis, J ohn Cort e Max Huber avrebbero dovuto
accontentarsi di radici, di frutti selvatici, di risorse insufficienti e
casuali? Non avrebbe questo significato la morte per fame a breve
scadenza?
Per due o tre giorni avrebbero potuto cibarsi con circa dodici
libbre di carne di bufalo, che si trovavano sulla zattera e che erano
state deposte in quel luogo. Dopo essersi suddivisi i pezzi gi cotti, si
erano addormentati attorno al fuoco, che non sarebbe durato a lungo.
J ohn Cort fu il primo a risvegliarsi in un buio che la notte non
avrebbe reso pi profondo. S alz. Avvezzando gli occhi alle
tenebre, distinse vagamente Max Huber e Khamis sotto gli alberi.
Prima di svegliarli rianim il focolare. Sotto le ceneri ardevano pochi
tizzoni che egli avvicin; poi raccolse un po' di legna secca e subito
una fiamma allegra illumin il luogo. Ed ora pens J ohn Cort
cerchiamo di uscire di qui; ma come? Lo scoppiettio della legna
risvegli ben presto Max Huber e Khamis. Rialzatisi quasi subito
tutti furono consapevoli della situazione e tennero consiglio, la sola
cosa che potessero fare.
Dove siamo? domand Max Huber.
Dove ci hanno trasportati rispose J ohn Cort. Voglio dire
che non sappiamo assolutamente nulla, di quanto avvenuto da
Da una notte e un giorno, probabilmente aggiunse Max
Huber. Non stato ieri, che la zattera s' spezzata contro le rocce?
Khamis, qual il vostro parere?
Il foreloper si accontent di scrollare il capo. Impossibile
calcolare il tempo trascorso, n dire in quali condizioni si fosse
compiuto il salvataggio.
E Llanga? esclam J ohn Cort. certo perito, visto che
non qui; chi ci ha salvati, non ha evidentemente potuto sottrarlo alla
rapida
Povero piccino! sospir Max Huber; ci era cos
affezionato! Gli volevamo bene sarebbe stato cos lieto di vivere
con noi Averlo strappato alle mani di quei miserabili Denka, e
ora povero piccino!
I due amici non avrebbero esitato ad arrischiare la vita per Llanga;
ma anch'essi avevano corso pericolo d'annegarsi nel turbine, e
ignoravano a chi dovessero la salvezza.
Inutile aggiungere che nessuno pensava pi alla bizzarra creatura
raccolta da Llanga e perita senza dubbio con lui. Ben altre
inquietudini essi provavano, e assai pi gravi di quel problema
antropologico, d'un essere met scimmia e met uomo.
J ohn Cort riprese a dire:
Per quanto cerchi di ricordarmi non so pi nulla di ci che
accaduto dopo l'urto della zattera Mi par di ricordare che un po'
prima dell'urto, Khamis, in piedi, lanciasse le armi e gli utensili sulle
rocce
S disse Khamis e con fortuna, tanto che gli oggetti non
sono caduti nell'acqua ma poi?
E poi dichiar Max Huber al momento di essere
inghiottito dai gorghi ho creduto si ho creduto di vedere degli
uomini!
Sicuro, degli uomini rispose J ohn Cort degli indigeni
che gesticolavano e gridavano correndo verso le rocce
Avete visto degli indigeni? ! esclam il foreloper,
sbalordito.
S, erano una dozzina afferm Max Huber e certamente
dobbiamo ad essi, se siamo ancora qui sani e salvi.
Poi aggiunse J ohn Cort mentre eravamo privi di sensi, ci
hanno trasportati in questa foresta con le poche provviste che ci
rimanevano; e dopo aver acceso il fuoco sono scomparsi
E cos bene aggiunse Max Huber che non ne troviamo
pi traccia. S vede che non tenevano punto alla nostra gratitudine
Pazienza, mio caro Max replic J ohn Cort possibile
che siano fuori del campo; non possiamo ammettere che ci abbiano
condotti qui per abbandonarci
E in che luogo, poi! esclam Max Huber. Non avrei mai
immaginato che in questa foresta dell'Ubanghi ci fossero delle forre
tanto dense, da ridurci perfettamente al buio
vero; ma adesso notte o giorno? chiese J ohn Cort.
Il quesito fu subito risolto. Per quanto il fogliame fosse spesso, si
scorgevano sopra le cime degli alberi, alti da trenta a quarantacinque
metri, le vaghe luci dello spazio. Nessun dubbio che il sole in quel
momento illuminasse l'orizzonte. Gli orologi di J ohn Cort e di Max
Huber, a causa del bagno, non indicavano pi l'ora; bisognava
dunque riferirsi alla posizione del disco solare, se non che ci non era
possibile fin che i raggi non penetrassero attraverso le fronde.
Mentre i due amici si scambiavano queste domande, alle quali non
sapevano rispondere, Khamis si era alzato e percorreva con lo
sguardo lo stretto spazio che gli alberi enormi lasciavano libero fra
tronco e tronco avvolgendolo d'una barriera di liane e di sisifi
spinosi. Egli cercava di scorgere un lembo di cielo tra un ramo e
l'altro, tentando di ritrovare in se stesso il senso dell'orientamento; e
mai avrebbe avuto miglior occasione d'esercitarlo pi utilmente. Egli
aveva attraversato i boschi del Congo e del Camerun, ma non si era
mai trovato in regioni cos impenetrabili. Questa parte della foresta
non poteva essere paragonata in alcun modo a quella percorsa prima
di giungere al J ohausen. Di l si erano per lo pi diretti a sud-ovest;
ma ora, da che parte trovavasi il sud-ovest? Khamis sarebbe riuscito
ad aiutarsi con l'istinto?
Nel momento in cui J ohn Cort, indovinando la sua esitazione,
stava per interrogarlo, fu Khamis stesso che fece una domanda:
Signor Max, siete proprio certo di aver visto degli indigeni
vicino allo sbarramento?
Certissimo, e precisamente nel momento in cui la zattera
s'infrangeva contro le rocce.
Su quale delle due rive?
Sulla sinistra.
Proprio la sinistra?
Certissimo: la sponda sinistra.
Sicuramente aggiunse J ohn Cort e quindi nel pi
profondo della foresta Ma a che distanza dal J ohausen?
La distanza non pu essere grande dichiar Max Huber.
Sarebbe esagerazione supporta di parecchi chilometri, perch
occorrerebbe ammettere che i nostri salvatori ci abbiano trasportato
molto lontano.
Certo afferm Khamis il fiume non pu trovarsi molto
distante; e noi dobbiamo tentare di raggiungerlo, di ripigliare la
navigazione sotto lo sbarramento, dopo aver costruito un'altra zattera.
E come vivremo nel frattempo e poi mentre discenderemo
l'Ubanghi? domand Max Huber. Non possiamo pi contare
sulla caccia.
Inoltre osserv J ohn Cort da che parte cercare il
J ohausen? ammetto che siamo sbarcati sulla riva sinistra; ma con
l'impossibilit di orientarci, come asserire che il fiume sia da una
parte piuttosto che dall'altra?
Innanzi tutto domand Max Huber come uscire da
questa forra?
Da quella parte rispose il foreloper.
E accennava verso un'apertura della cortina di liane, attraverso la
quale erano certo stati introdotti in quel luogo. Pi oltre si disegnava
una linea oscura e sinuosa, che sembrava praticabile.
Dove conduceva? Al fiume, forse? Era molto incerto e quindi ci
sarebbe stata la possibilit di smarrirsi in quel labirinto. Poi, entro
quarantott'ore, il poco bufalo rimasto sarebbe stato divorato e
allora? Per quanto riguarda la sete, se anche non avessero trovato il
fiume, n alcun suo affluente, le piogge erano cos frequenti da
fugare ogni timore.
In ogni caso osserv J ohn Cort non riusciremo a trarci di
impaccio restando qui fermi. Conviene uscire di qui al pi presto.
Prima mangiamo disse Max Huber.
Un chilogrammo di carne fu diviso in tre, e ognuno si content
della porzione.
E dire soggiunse Max Huber che non sappiamo
nemmeno se questa sia una colazione o una cena!
Il ventre non fa tali distinzioni ribatt J ohn Cort.
Sia pure; ma il ventre ha bisogno di bere, e qualche goccia del
J ohausen sarebbe accolta come il miglior vino di Francia.
Tutti e tre seduti mangiavano avidamente. Erano ridiventati
silenziosi. Da quel buio sembrava esalare un'impressione vaga
d'inquietudine e di malessere. L'atmosfera, pregna degli umidi effluvi
del suolo, si faceva greve sotto la sterminata cupola di fogliame. Non
un grido, non un canto in quell'ambiente, che sembrava disadatto al
volo degli uccelli. Talvolta si udiva il rumore di un ramo morto, che
si staccava precipitando, ma la cui caduta era smorzata dal tappeto di
muschio steso da un tronco all'altro; talaltra il fischio acuto ed i
fruscii fra le foglie secche d'uno di quei serpentelli lunghi cinquanta
o sessanta centimetri, che abbondano nelle foreste, ma che per
fortuna sono innocui. Solo gli insetti ronzavano come al solito, non
risparmiando il loro morso.
Terminato il pasto si alzarono tutti e tre. Khamis, dopo aver
adunato i pezzi rimasti di bufalo, si diresse verso il passaggio, che si
apriva fra le liane.
In quel momento, con voce sonora e con insistenza, Max Huber
chiam pi volte:
Llanga! Llanga! Llanga!
Il suo appello rimase per senza risposta.
Andiamo disse il foreloper e si avvi per primo.
Aveva messo appena piede su quell'incerto sentiero, che esclam:
Una luce!
Max Huber e J ohn Cort si avvicinarono rapidamente.
Gli indigeni? fece l'uno.
Aspettiamo rispose l'altro.
La luce probabilmente una torcia accesa appariva nella
direzione del sentiero a poche centinaia di passi, rischiarando il
bosco profondo in un piccolo raggio e gettando vivi bagliori sotto gli
alti rami.
Dove mai si dirigeva colui che portava quella torcia? Era solo?
C'era forse da temere un assalto, oppure si trattava di un soccorso?
Khamis ed i due amici esitavano ad avventurarsi pi oltre.
Passarono due o tre minuti.
La torcia non si era mossa.
E non era possibile credere che quel bagliore fisso fosse quello
d'un fuoco fatuo.
Che fare? domand J ohn Cort.
Muoviamoci verso la luce, dal momento che la luce non viene
a noi rispose Max Huber.
Andiamo! disse Khamis.
Il foreloper avanz di alcuni passi sul sentiero e subito la torcia si
allontan. L'indigeno che la portava s'era dunque accorto che i tre
stranieri si erano messi in moto? Voleva rischiarare i loro passi sotto
quelle ombre fitte? Ricondurli verso il fiume J ohausen o verso un
altro corso d'acqua tributario dell'Ubanghi?
Non era il caso di perder tempo. Bisognava innanzi tutto seguire
quella luce, poi tentare di riprendere il cammino in direzione sud-
ovest.
E cos eccoli seguire lo stretto sentiero, su di un terreno che,
dall'erba calpestata da molto tempo, dalle liane spezzate e dai
cespugli spostati, indicava il passaggio di uomini e animali.
A parte gli alberi noti, altri ve n'erano di specie pi rara, come il
gura crepitans, dai frutti esplodenti, che non s'era ancora trovato
altrove che in America, della famiglia delle euforbiacee; la sua
corteccia tenera contiene una sostanza lattiginosa, e la noce esplode
rumorosamente gettando lontano il seme; cos pure lo tsofar,
l'albero fischiante, fra i rami del quale il vento zufola come attraverso
una fessura: albero che era stato segnalato prima soltanto nelle
foreste nubiane.
Cos camminarono fino a mezzod, e quando fecero una sosta
anche la luce si arrest.
una guida dichiar Max Huber; se almeno sapessimo
dove ci conduce
Chiedo soltanto che ci conduca fuori da questo labirinto
rispose J ohn Cort. Non chiedo di pi Allora, Max, non
straordinario?
S, infatti
Speriamo che non lo diventi troppo, caro amico!
Nel pomeriggio il sinuoso sentiero continu sotto le fronde
sempre pi opache. Khamis andava innanzi, ed i suoi compagni
dietro di lui, ad uno ad uno, giacch non era possibile passare in
modo diverso. Se affrettavano il passo per avvicinarsi alla guida,
questa pure l'affrettava, mantenendo sempre la stessa distanza.
Verso le sei pomeridiane, giudicando ad occhio e croce, avevano
percorso circa quattro o cinque leghe. Nondimeno era intenzione di
Khamis di seguire la luce finch si mostrasse; ma ad un tratto essa si
spense.
Fermiamoci disse J ohn Cort chiaro che ci vien data una
indicazione.
O piuttosto un ordine osserv Max Huber.
E allora obbediamo, replic il foreloper e passiamo qui
la notte.
Ma domani aggiunse J ohn Cort la luce ritorner? Questo
era il problema.
Tutti e tre si gettarono ai piedi d'un albero; mangiarono un pezzo
di bufalo, e fortunatamente poterono dissetarsi a un rigagnolo, che
serpeggiava sotto l'erba. Bench le piogge siano abbondanti in quella
regione di foreste, non pioveva da quarantotto ore.
Chi sa se la nostra guida osserv J ohn Cort non ha scelto
questo luogo proprio perch qui avremmo potuto dissetarci
Che delicatezza riconobbe Max Huber, attingendone un po'
mediante una foglia.
Per quanto paurosa fosse la situazione, la stanchezza li vinse e il
sonno non si fece aspettare. Ma non si addormentarono senza aver
prima parlato di Llanga povero piccino! Era annegato nelle rapide?
Se era stato salvato, dov'era finito? Perch non aveva raggiunto i suoi
amici J ohn e Max?
Quando i dormienti si svegliarono, un lieve bagliore attraverso i
rami indic l'alba. Khamis credette di poterne dedurre che avevano
camminato in direzione est. Disgraziatamente, nella direzione
sbagliata Non restava che rimettersi in cammino.
E la luce? chiese J ohn Cort.
Eccola che riappare rispose Khamis.
In fede mia esclam Max Huber la stella dei Re
Magi ma non ci conduce a occidente; quando saremo a Betlemme?
Nessuna avventura segnal quella giornata del 22 marzo; la torcia
luminosa non cess di guidare il piccolo drappello, sempre a est.
Da ogni lato del sentiero la foresta sembrava assolutamente
impenetrabile. Pareva che il foreloper e i suoi compagni si fossero
cacciati in un interminabile corridoio di verzura. In molti punti, per
altro, alcuni sentieri, non meno stretti, tagliavano la pista su cui li
precedeva la guida, e senza di questa Khamis non avrebbe saputo
quale seguire.
Non un solo ruminante in vista; come avrebbero potuto degli
animali di grossa taglia avventurarsi sin l? E nessun passaggio,
come quelli di cui aveva approfittato il foreloper prima di
raggiungere il fiume J ohausen.
Inoltre, se anche i due cacciatori avessero avuto i loro fucili, non
sarebbero serviti a nulla, in mancanza di selvaggina. Era giustificata
quindi l'apprensione crescente con cui J ohn Cort, Max Huber e il
foreloper vedevano esaurirsi quasi del tutto il nutrimento, bastante
appena appena per un altro pasto. Se l'indomani non fossero giunti al
termine di quel viaggio straordinario, dietro la luce misteriosa, che ne
sarebbe stato di loro?
Come il giorno prima, la torcia si spense alle sei del pomeriggio e
la notte pass senza turbamento.
Quando J ohn Cort si alz per primo, dest i compagni gridando:
Qualcuno venuto qui mentre dormivamo!
Infatti era stato acceso un fuocherello, formato di pochi carboni
ardenti, ed un pezzo d'antilope pendeva dal basso ramo di un'acacia
presso un ruscelletto.
Stavolta Max Huber non mand nemmeno un'esclamazione di
stupore; tutti e tre accettavano le cose come venivano, non volendo
discutere le stravaganze della loro misteriosa situazione, n la guida
ignota, che li conduceva verso una mta del pari ignota, n quel
genio della grande foresta, di cui seguivano le tracce
La fame si faceva sentire; per cui Khamis fece abbrustolire
l'antilope, che sarebbe bastata per i due pasti del mezzod e della
sera.
In quel momento la torcia diede il segnale della partenza.
S rimisero in cammino nelle medesime condizioni; pure nel
pomeriggio si pot notare che la densit delle piante scemava a poco
a poco. La luce vi penetrava meglio, almeno attraverso la cima degli
alberi. Ma era sempre impossibile distinguere la guida.
Come il giorno prima, furono percorse in quel giorno da cinque a
sei leghe e la via fatta dal J ohausen si poteva ora calcolare di una
sessantina di chilometri.
Quella sera, quando si spense la torcia, Khamis e i suoi compagni
si arrestarono. Era gi notte, perch una profonda oscurit avvolgeva
il bosco. Stanchi, dopo aver finito il pezzo d'antilope e dopo essersi
dissetati con acqua fresca, tutti e tre si addormentarono.
E, in sogno, Max Huber credette certo d'udire sul suo capo il
valzer tanto famoso del Vreischtz di Weber!
CAPITOLO XIII
IL VILLAGGIO AEREO
L'INDOMANI, appena si furono svegliati, J ohn Cort, Max Huber e
Khamis si meravigliarono moltissimo. In quella parte della foresta,
l'oscurit era pi profonda che mai.
Era giorno? Chi mai poteva saperlo? Comunque, la luce che li
guidava da sessanta ore non splendeva pi; di qui la necessit
d'aspettare che la torcia venisse riaccesa, per rimettersi in cammino.
J ohn Cort per fece un'osservazione, da cui i compagni di viaggio
dedussero presto alcune conseguenze.
Noto egli disse che non abbiamo fuoco, stamattina, e che
nessuno venuto durante il sonno a portarci del cibo.
Ci assai spiacevole osserv Max Huber perch non ci
rimane pi nulla.
Ci significa forse che siamo arrivati.
Dove? chiese J ohn Cort.
Dove ci stavano conducendo, mio caro J ohn.
La risposta veramente non era esauriente; ma come trovarne
un'altra?
Inoltre fecero qualche altra osservazione: la foresta era si pi buia,
ma non pareva perci stesso pi silenziosa. S udiva come una specie
di ronzio aereo, un rumore disordinato che proveniva dai rami
superiori. Aguzzando gli occhi, i tre viaggiatori scorgevano come
una larga volta, a una trentina di metri da terra. Certamente vi era l
un prodigioso viluppo di rami, senza alcun interstizio attraverso il
quale potesse passare la luce. Un tetto di stoppie non sarebbe stato
pi impenetrabile. Questa disposizione spiegava il buio che regnava
sotto gli alberi.
Nel posto dove i tre si erano fermati quella notte, la natura del
terreno era stranamente diversa. Non pi quelle erbe fitte, quei rovi,
quei sisifi spinosi, che l'ostruivano tutto, ad eccezione dell'angusto
sentiero; ma un tappeto d'erbe copriva il suolo privo d'ogni traccia di
umidit. Nessun ruminante vi avrebbe trovato di che pascolare. Era
come una prateria non bagnata n da piogge n da sorgenti.
Tra un tronco e l'altro, quasi pilastri di un colossale edificio, vi era
uno spazio da sei a otto metri, e i loro rami coprivano indubbiamente
un'area di molte centinaia di metri di superficie.
Infatti vi abbondavano quei sicomori africani, il cui tronco
composto da un gran numero di tronchi riuniti e saldati: bombax dal
fusto simmetrico, dalle radici gigantesche, e di altezza maggiore dei
loro congeneri; baobab, riconoscibili dalla forma di zucca che
assumono alla base, d'una circonferenza di venti o trenta metri, e
sormontati da un enorme fascio di rami penduli; palme dum dal
tronco biforcuto; palme deleb dal tronco gibboso; gossypium dal
tronco vuoto capace di ospitare un uomo; mogani atti a fornire fusti
d'un metro e cinquanta di diametro, suscettibili, mediante
escavazione, di diventare barche di 15, 18 metri di lunghezza, capaci
di tre o quattro tonnellate; dracene gigantesche; bauhinie, semplici
arboscelli di altre latitudini, e qui invece giganti di quella famiglia di
leguminose. S pensi a quale doveva essere il rigoglioso sviluppo dei
rami e delle fronde di simili alberi a qualche centinaio di piedi dal
suolo.
Pass quasi un'ora Khamis non cessava di girare lo sguardo
tutt'intorno, spiando l'arrivo della luce conduttrice. Perch mai
avrebbe dovuto rinunziare a seguire quella guida misteriosa? Il suo
istinto, congiunto a certe osservazioni fatte per via, lo induceva a
pensare che avesse sempre camminato verso oriente. Ora non era
quella la regione ove si svolgeva il corso dell'Ubanghi, non era quella
la via del ritorno Dove dunque li aveva condotti la misteriosa luce?
Visto che non appariva, che fare? Abbandonare il luogo? Per
dove? Restare l? Nutrirsi in cammino? La fame e la sete gi si
facevano sentire.
Bisogna pur decidersi a partire disse J ohn Cort; anzi mi
pare che sarebbe meglio metterci subito in viaggio.
Da quale parte? domand Max Huber. Come risolvere il
problema?
In fin dei conti soggiunse J ohn Cort spazientito non
abbiamo messo radici qui, e fra gli alberi possibile muoverci; n il
buio poi cos profondo, da non poterci orientare.
Venite! ordin Khamis.
E tutti e tre si mossero in ricognizione per lo spazio d'un mezzo
chilometro, calpestando il medesimo terreno sgombro di cespugli, il
medesimo tappeto nudo e secco, come se fosse stato al riparo di un
tetto impenetrabile, che l'avesse difeso dalla pioggia e dai raggi del
sole. Sempre i medesimi alberi, di cui solo si poteva scorgere i bassi
rami, e pur sempre quel mormorio confuso, che sembrava venire
dall'alto e la cui origine era inspiegabile.
Quella parte della foresta era dunque proprio deserta? Forse no: e
pi volte Khamis credette di scorgere delle ombre fra gli alberi. Era
una illusione? Non sapeva che dire. Dopo mezz'ora di ricerche vane
egli ed i suoi compagni sedettero ai piedi del tronco d'una bauhinia.
Gli occhi cominciarono ad abituarsi al buio, che del resto si
attenuava a mano a mano, poich era apparso il sole, e un po' di
chiarore si propagava sotto quella volta opaca. Ormai si potevano
discernere gli oggetti a una ventina di passi.
Ad un tratto il foreloper esclam a bassa voce:
Laggi vi qualche cosa che si muove
Animale o uomo? domand J ohn Cort, guardando in quella
direzione.
Mi pare piuttosto un fanciullo, disse Khamis cos
basso.
Forse una scimmia osserv Max Huber.
Se ne stavano in silenzio per non spaventare il quadrumane. Ah,
se fossero riusciti a pigliarlo. Nonostante la ripugnanza manifestata
da Max Huber e da J ohn Cort per la carne di scimmia Ma, in
mancanza di fuoco,
come arrostirlo?
Intanto l'essere si stava avvicinando e alla vista dei tre uomini non
dimostrava alcuna meraviglia. Veniva incontro a loro ritto sulle
zampe posteriori e si arrest a pochi passi.
Pensate lo stupore di J ohn Cort e di Max Huber, quando
riconobbero il piccino salvato da Llanga, il protetto del giovane
indigeno!
lui, proprio lui!
Sicuro
Ma se questo piccino qui, vi sar anche Llanga
Siete sicuri di non sbagliarvi? domand il foreloper.
Sicurissimi asser J ohn Cort e poi, stiamo a vedere.
Egli si trasse di tasca la medaglia tolta a suo tempo dal collo del
piccino e tenendola sospesa per il cordone la fece dondolare, come
quando si vuole invitare un fanciullo a farsi avanti.
Appena vide la medaglia il piccino si accost con un salto. Certo
non era pi malato! Nei tre giorni passati aveva ricuperato la salute e
insieme la naturale sveltezza. S slanci sopra J ohn Cort con
l'evidente intenzione di riprendersi l'oggetto di sua propriet.
Khamis riusc ad afferrarlo, e allora non pi la parola ngora
sfugg dalle sue labbra, ma queste parole, nettamente articolate:
Li-mai! Ngala ngala!
Non ebbero il tempo di indovinare che significato avessero quelle
parole di una lingua sconosciuta anche a Khamis. Improvvisamente
apparvero altri esseri della stessa specie, ma di alta statura, almeno
cinque piedi e mezzo dal calcagno alla nuca.
Khamis, J ohn Cort e Max Huber non avevano potuto capire se si
trattasse di uomini o di quadrumani. Tentare di resistere a quegli
abitatori della foresta, che erano oltre una dozzina, sarebbe stato
inutile. Il foreloper, Max Huber e J ohn Cort furono presi per le
braccia, spinti innanzi, e costretti a camminare fra i tronchi d'alberi,
circondati da ogni parte. Non si arrestarono se non dopo un tragitto di
cinque o seicento metri.
In quel luogo, l'inclinazione di due alberi ravvicinati l'uno all'altro
aveva permesso di piantare dei rami trasversali in modo da formare
una serie di gradini. Non era una gradinata, ma qualcosa di meglio di
una semplice scala. Cinque o sei individui della scorta vi si
arrampicarono, mentre gli altri obbligavano i tre prigionieri a
seguirli, senza tuttavia usar loro violenza.
A mano a mano che salivano, la luce penetrava attraverso le
fronde; fra gli interstizi passavano i raggi di quel sole di cui Khamis
e i compagni erano stati privati da quando avevano lasciato il corso
del fiume J ohausen.
Max Huber non poteva non convenire che tutto quanto accadeva
rientrava nella categoria dello straordinario.
Quando ebbe termine l'ascensione, quale non fu la loro sorpresa!
Essi videro allungarsi sotto i loro piedi una piattaforma rischiarata
dalla luce del cielo. Sopra le teste dei viaggiatori si incurvavano le
cime verdeggianti e sull'aerea piattaforma erano schierate, con un
certo ordine, delle capanne di argilla gialla e di fogliame; un vero
villaggio piantato sugli alberi, per una estensione tale da non poterne
scorgere i limiti.
Una folla di indigeni, simili al piccino protetto di Llanga, si
moveva con disinvoltura. Il loro portamento, identico a quello
dell'uomo, indicava che avevano l'abitudine di camminare in piedi, e
che avevano perci diritto alla qualifica di erectus, data dal dottor
Dubois ai pitecantropi delle foreste di Giava; qualifica che egli
considera come uno dei caratteri antropogenici pi importanti fra
l'uomo e le scimmie, conformemente alle previsioni di Darwin.
2
Se gli antropologi hanno potuto dire che i pi elevati fra i
quadrumani della scala scimmiesca, quelli cio che pi si avvicinano
alla conformazione umana, ne differiscono tuttavia per questo
particolare, che essi adoperano i loro quattro arti quando fuggono,
sembrava che tale osservazione non potesse riferirsi agli abitanti di
quel villaggio aereo.
Ma Khamis, Max Huber e J ohn Cort dovettero rimandare a un
momento pi opportuno le loro osservazioni in proposito. Che questi
esseri appartenessero o no ad una classe intermedia fra l'uomo e

2
Nel quaternario inferiore di Sumatra il signor E. Dubois, medico militare
olandese a Batavia, ha trovato un cranio, un femore e un dente in buono stato di
conservazione. Dal momento che la capacit della scatola cranica era molto
maggiore di quella del pi grosso gorilla ed inferiore a quella dell'uomo, questo
essere sembra veramente intermedio fra l'antropoide e l'uomo. E per accertare le
conseguenze di questa scoperta si parla ora d'un viaggio a Giava che sar
intrapreso da un giovane scienziato americano, il dottor Walters, finanziato dal
miliardario Vanderbilt. (N.d.A.)
l'animale, certo che la loro scorta, conversando sempre in un
idioma incomprensibile, li spinse verso una capanna, in mezzo a una
folla che li guardava senza meraviglia. Una porta fu chiusa alle loro
spalle, ed essi, a dire il vero, si videro imprigionati.
Benissimo! disse alla fine Max Huber; ci che pi mi
stupisce che questa gente non sembra meravigliata di vederci. Forse
hanno gi incontrato degli uomini?
Forse; ma per ora sarebbe interessante sapere soggiunse
J ohn Cort se abbiano l'abitudine di nutrire i prigionieri.
O se invece abbiano quella di nutrirsene aggiunse Max
Huber. E infatti nelle trib dell'Africa, i Monbutt e altri si danno
ancora alle pratiche del cannibalismo. Perch mai questi esseri dei
boschi, che certo non erano superiori ai selvaggi, non avrebbero
avuto l'abitudine di mangiarsi i loro simili o pressappoco simili?
In ogni caso, che fossero antropoidi d'una specie superiore agli
oranghi del Borneo, agli scimpanz della Guinea, ai gorilla del
Gabon, che sono i pi vicini all'uomo, non c'era dubbio. Infatti
sapevano accendere il fuoco e servirsene per diversi usi domestici;
come il focolare del primo campo, o la torcia, che la guida aveva
portato nelle tenebrose solitudini. Venne loro in mente che le fiamme
mobili, segnalate sul lembo della foresta, potevano essere state
accese da quegli strani abitatori della grande foresta.
A dire il vero si suppone che anche certi quadrumani usino il
fuoco. Emir pasci racconta che la foresta di Msokgonia, nelle notti
estive, infestata da bande di scimpanz, che portano delle torce e
vanno a depredare le piantagioni.
Ma occorre anche osservare, che quei tipi, di specie ignota, erano
conformati come l'uomo quanto al portamento e al modo di
camminare. Nessun altro quadrumane sarebbe stato pi degno di
portare il nome di orango, che significa esattamente uomo dei
boschi.
E poi parlano not J ohn Cort, dopo che si furono scambiate
numerose osservazioni su quel villaggio aereo.
Se parlano esclam Max Huber segno che hanno
parole per esprimersi; personalmente non mi dispiacerebbe di sapere
quelle che significano: muoio di fame quando andiamo a
tavola?.
Dei tre prigionieri Khamis era il pi sbalordito. Nel suo cervello,
poco fatto per le discussioni antropologiche, non poteva entrare l'idea
che quegli esseri non fossero animali, e che quegli animali non
fossero scimmie. Certo, erano scimmie che camminavano, parlavano,
accendevano il fuoco, vivevano in villaggi ma erano pur sempre
scimmie. Anzi egli trovava straordinario che la foresta dell'Ubanghi
contenesse simili specie, di cui egli non aveva mai avuto notizia. La
sua dignit di indigeno del continente nero soffriva che quelle bestie
fossero tanto vicine ai suoi simili, per le loro facolt naturali.
Vi sono prigionieri che si rassegnano, e ve ne sono di quelli che
non si rassegnano affatto. J ohn Cort e il foreloper e soprattutto
l'impaziente Max Huber appartenevano a quest'ultima categoria.
Oltre al fatto poco simpatico d'essere chiusi in fondo a quella
capanna, oltre all'impossibilit di vedere attraverso le sue pareti
opache, l'inquietudine dell'avvenire, l'incertezza di come sarebbe
andata a finire quell'avventura, erano cose da preoccuparli. Inoltre la
fame si faceva sentire crudelmente, non avendo mangiato da quindici
ore buone.
C'era per una circostanza, su cui potevano fondare una qualche
incerta speranza: ed era che il protetto di Llanga abitasse in quel
villaggio il suo villaggio natale, probabilmente in mezzo alla sua
famiglia, ammettendo che vi fossero famiglie fra quella gente
silvestre dell'Ubanghi.
Se quel piccino stato salvato dalle acque del fiume
osserv J ohn Cort lecito pensare che anche Llanga lo sia stato
e non devono essersi lasciati; e se Llanga viene a sapere che tre
uomini sono stati condotti al villaggio, comprender subito che
siamo noi. D'altra parte, non ci hanno fatto alcun male, ed
probabile che non ne abbiano fatto a Llanga.
Se il protetto di Llanga sano e salvo ammise Max Huber
nulla prova per che il nostro povero Llanga non sia perito nel
fiume.
In quel momento la porta della capanna, che era custodita da due
robusti tipi, fu aperta ed apparve il giovane indigeno.
Llanga! Llanga! esclamarono insieme i due amici.
Amico Max! Amico mio J ohn! rispose Llanga, buttandosi
fra le loro braccia.
Da quando sei qui? domand il foreloper.
Da ieri mattina.
Come ci sei arrivato?
Mi hanno portato attraverso la foresta
Quelli che ti portavano hanno camminato pi in fretta di noi
Molto in fretta!
Chi ti ha portato?
Uno di quelli che mi avevano salvato e che hanno salvato
anche voi
Uomini?
S Uomini, non scimmie No, non scimmie
Il giovane indigeno continuava a sostenerlo. In ogni caso, erano
esseri d'una razza particolare, senza dubbio meno uomini del resto
dell'umanit una razza intermedia di primitivi, campioni forse di
quel genere di antropopitechi, che mancano nella scala animale
Llanga narr brevemente quanto gli era accaduto, dopo d'avere
pi volte baciato le mani del francese e dell'americano, salvati, al par
di lui, proprio quando la rapida li trascinava via, e che egli non
sperava pi di rivedere.
Quando la zattera aveva urtato nelle rocce, lui e Li-mai erano
precipitati nel gorgo.
Li-mai? esclam Max Huber.
S, Li-mai si chiama cos Me l'ha detto lui, accennando a
se stesso: Li-mai! Li-mai!
Dunque ha un nome? disse J ohn Cort.
Evidentemente, J ohn! quando si parla, non naturale darsi
un nome?
E la trib, l'orda, chiamala come vuoi domand J ohn Cort
ha pure un nome?
S, i Wagddi rispose Llanga. Ho inteso Li-mai chiamarli
Wagddi.
Questa parola non apparteneva alla lingua congolese. Ma fossero
Wagddi o no, certo che degli indigeni si trovavano sulla sponda
sinistra del fiume quando era accaduta la catastrofe. Corsero gli uni
sulle rocce e si buttarono in acqua in aiuto di Khamis, J ohn Cort e
Max Huber, gli altri salvarono Li-mai e Llanga; poi quest'ultimo
aveva perduto i sensi e non ricordava pi nulla di quanto era
accaduto in seguito; soltanto aveva creduto che gli amici fossero
annegati nelle rapide.
Quando Llanga rinvenne era nelle braccia d'un robusto Wagddi,
padre appunto di Li-mai, il quale a sua volta era stretto al petto della
ngora, sua madre! S poteva immaginare che alcuni giorni prima di
essere trovato da Llanga, il piccino si fosse smarrito nella foresta,
dove i suoi genitori erano andati a cercarlo. S sa come Llanga lo
aveva salvato e come senza di lui sarebbe perito nelle acque del
fiume J ohausen.
Ben trattato e curato, Llanga fu dunque trasportato al villaggio dei
Wagddi. Li-mai non aveva tardato a rimettersi in forza, essendo solo
ammalato di stanchezza e sfinimento. Dopo essere stato il protetto di
Llanga, divenne a sua volta il suo protettore. Il padre e la madre di
Li-mai si erano mostrati riconoscenti; la gratitudine s'incontra fin
negli animali per i benefici ricevuti, e non doveva dunque trovarsi in
esseri che sono superiori alle bestie?
Quel mattino stesso Llanga era stato condotto da Li-mai dinanzi a
quella capanna. Egli ne ignorava la ragione; ma avendo udito parlare,
porse l'orecchio, riconoscendo tosto le voci di J ohn Cort e di Max
Huber
Ecco quanto era accaduto dalla loro separazione allo sbarramento
del fiume J ohausen.
Mio bravo Llanga disse Max Huber moriamo di fame!
Ci spiegherai il resto poi, e intanto se tu potessi, grazie alla tua
influenza
Il giovane indigeno usci e torn subito dopo con qualche
provvista, un bel pezzo di bufalo arrostito, e salato come si deve;
mezza dozzina di frutti dell'acacia adansonia, detti pane di
scimmia o pane d'uomo, banane fresche, e dentro una zucca
dell'acqua limpida, mista a succo lattiginoso del lutex, distillato da
una liana gommosa della specie landolphia africa.
S capisce che ogni conversazione venne sospesa all'istante: J ohn
Cort, Max Huber e Khamis avevano un appetito cos formidabile da
non mostrarsi punto schizzinosi sulla qualit del cibo. Del bufalo, del
pane e delle banane rimasero solo le ossa e le bucce.
Allora J ohn Cort interrog il giovane indigeno e volle sapere se i
Wagddi erano molti.
Molti, molti Ne ho visti molti per le strade nelle
capanne rispose Llanga.
Come nei villaggi del Burnu o del Baghirmi?
S.
E non scendono mai?
Scendono per cacciare, per raccogliere radici, frutta; per
attingere acqua
E parlano?
S, ma io non li capisco Eppure vi sono delle parole delle
parole che io conosco come quelle di Li-mai.
E il padre e la madre del piccolo?
Sono buonissimi con me Quel che vi ho portato me l'hanno
dato loro
Non vedo l'ora di ringraziarli dichiar Max Huber.
E come lo chiamano questo villaggio sugli alberi?
Ngala.
E vi un capo? domand J ohn Cort.
S.
L'hai visto?
No. Ho inteso per che lo chiamano Mselo-Tala-Tala.
Parole indigene grid Khamis.
E significano?
Il padre-specchio rispose il foreloper.
Infatti, cos che i congolesi designano un uomo che porta gli
occhiali.

CAPITOLO XIV
I WAGDDI
SUA MAEST Mselo-Tala-Tala, re di quella popolazione di
Wagddi, governatore del villaggio aereo, era tale da bastare al
compimento d'ogni desiderio di Max Huber. Nella sua ardente
immaginazione francese non aveva egli intravveduto, sotto le
profondit della misteriosa foresta dell'Ubanghi, generazioni nuove,
citt ignote, tutto un mondo straordinario, di cui nessuno sospettava
resistenza? Eccolo servito a puntino.
Egli fu il primo a rallegrarsi di aver visto bene; il suo
compiacimento pero si arrest ad una non meno giusta osservazione
di J ohn Cort.
Sta bene, sta bene, caro amico; voi siete poeta, e i poeti sono
sempre indovini. E cos avete indovinato
vero, J ohn, ma quale che sia questa trib semi-umana dei
Wagddi, non ho gi intenzione di finire i miei giorni nella loro
capitale.
Poich ci siamo, occorre rimanervi abbastanza per poterla
studiare dal lato etnologico e antropologico, per poi pubblicare un bel
volume in quarto che metter la rivoluzione nelle Accademie dei due
continenti.
Sta bene ribatt Max Huber osserveremo,
confronteremo, studieremo tutte le tesi dell'antropomorfia; a due
condizioni, per
Quali?
Primo, che ci sia data la libert di circolare nel villaggio, e poi
che ci si consenta di andarcene quando ci piacer.
E a chi ci rivolgeremo? domand Khamis.
A Sua Maest il Padre-specchio rispose Max Huber. Ma
perch mai i suoi sudditi lo chiamano cos?
E in lingua congolese? aggiunse J ohn Cort.
Forse che Sua Maest sia miope o presbite e porti gli
occhiali? riprese Max Huber.
E da dove vengono questi occhiali? aggiunse J ohn Cort.
Poco importa continu Max Huber quando saremo in
grado di fare due chiacchiere con questo sovrano, sia ch'egli conosca
la nostra lingua, sia che noi apprendiamo la sua, gli offriremo la
possibilit di firmare un trattato di alleanza offensiva e difensiva con
l'America e la Francia. E non potr non darci la grande croce al
merito dell'ordine dei Wagddi.
Max Huber non era un po' troppo sicuro che avrebbero avuto la
libert di andare e venire nel villaggio, e di abbandonarlo quando
meglio loro piacesse? E a chi mai potrebbe venire in mente di andarli
a cercare in quel villaggio di Ngala, nel pi ftto dell'immensa
foresta, se non fossero tornati nella colonia? Non vedendo tornare
alcuno della carovana, avrebbero creduto ch'essa fosse perita
interamente nelle regioni dell'alto Ubanghi
Quanto a sapere se Khamis e i compagni fossero prigionieri in
quella capanna, il quesito fu subito risolto. La porta gir sui lacci di
liana ed apparve Li-mai.
Subito il piccino mosse incontro a Llanga e gli fece mille carezze,
che gli vennero ricambiate di cuore. J ohn Cort aveva dunque
l'occasione di esaminare pi attentamente quella bizzarra creatura,
ma siccome la porta della capanna era rimasta aperta, Max Huber
propose di uscire e di mescolarsi alla popolazione aerea.
Eccoli dunque all'aperto, guidati dal piccolo selvaggio non si
pu forse chiamarlo cos? che dava la mano a Llanga. S trovarono
allora nel centro d'una specie di crocevia, dove passavano e
ripassavano i Wagddi, intenti ai fatti loro.
Questo crocevia era piantato d'alberi, o per dir meglio
ombreggiato dalle cime degli alberi, i cui robusti tronchi
sopportavano il villaggio aereo, costruito, a una trentina di metri di
altezza, sui rami principali di bauhinia, bombax e baobab,
saldamente congiunti con tiranti e liane. Uno strato di terra battuta si
stendeva alla superficie; i punti d'appoggio erano saldi e frequenti e il
suolo artificiale non tremava sotto i passi. Anche quando soffiava la
raffica violenta attraverso le alte cime, quella piattaforma sospesa
non provava altro che un lieve fremito.
Dagli interstizi del fogliame penetravano i raggi del sole. Quel
giorno il tempo era bello; larghe zone di cielo azzurro apparivano
sopra gli ultimi rami e una brezza pregna degli acuti odori della
foresta rinfrescava l'aria.
Mentre gli stranieri passeggiavano, i Wagddi, uomini, donne e
fanciulli, li guardavano senza manifestare troppo stupore. S
scambiavano qualche parola, con voce rauca, frasi brevi pronunziate
rapidamente e parole incomprensibili. Ma pure il foreloper credette
di udire qualche espressione della lingua congolese, che dovevano
conoscere, a giudicare dalla parola ngora familiare a Li-mai. Tutto
ci ad ogni modo sembrava inesplicabile, e assai pi inesplicabile era
il fatto che J ohn Cort affermava di avere udito ripetere anche due o
tre parole tedesche, e fra le altre quella di vater.
3
Che volete, J ohn Sono preparato a tutto disse Max Huber.
Mi aspetto di tutto; perfino che qualcuno di costoro mi picchi sul
ventre e mi dica: Come va, vecchio mio?.
Ogni tanto Li-mai, abbandonando la mano di Llanga, si accostava
all'uno e all'altro, come un fanciullo vivace ed allegro. Sembrava
orgoglioso di condurre a spasso quegli stranieri per le strade del
villaggio. Egli non li menava a casaccio si vedeva bene, li
conduceva in qualche luogo, e non vi era altro da fare che seguire
quella guida di cinque anni.
Quei selvaggi cos li chiamava J ohn Cort non erano affatto
nudi; oltre il pelame rossiccio, che copriva loro parte del corpo,
maschi e femmine cingevano una specie di perizoma vegetale
pressappoco simile, sebbene costruito pi grossolanamente, a quei
tessuti di fili d'acacia, che si intrecciano comunemente a Portonovo
nel Dahomey.
J ohn Cort not specialmente che quelle teste wagddiane,
arrotondate e ridotte alle dimensioni del tipo microcefalo, con
l'angolo facciale assai vicino a quello umano, avevano poco
prognatismo; e che gli archi delle sopracciglia non presentavano
alcuna di quelle sporgenze proprie di tutta la razza scimmiesca.

3
Padre, in tedesco.
Quanto alla capigliatura, era il vello degli indigeni dell'Africa
equatoriale, liscio, con barba poco folta.
E niente piedi prensili osserv J ohn Cort.
N appendice caudale aggiunse Max Huber; non hanno
infatti il pi piccolo pezzo di coda!
vero rispose J ohn Cort; ed indizio di superiorit. Le
scimmie antropomorfe non hanno coda n borse alle guance, n
callosit; camminano orizzontalmente e verticalmente come
vogliono. Ma stato osservato che i quadrumani che camminano ritti
non si appoggiano sulla pianta del piede, ma sul dorso delle dita
ripiegate. Cos non dei Wagddi, che camminano come l'uomo.
Questa osservazione era giusta e senza dubbio si trattava di una
razza nuova; bisogna per tener presente che, secondo certi
antropologi, non vi alcuna differenza tra il piede della scimmia e
quello dell'uomo, il quale avrebbe perfino il pollice opponibile, se la
pianta del piede non fosse sformata dalla calzatura.
Inoltre vi sono altre somiglianze fisiche fra le due razze: i
quadrumani che stanno ritti come l'uomo sono i meno petulanti, i
meno smorfiosi, in una parola i pi gravi, i pi seri della specie. Ora
appunto questo carattere di gravit appariva nell'atteggiamento e in
tutti gli atti dei componenti la popolazione di Ngala. E inoltre, se
J ohn Cort li avesse esaminati attentamente, avrebbe notato che la
loro dentatura era identica a quella dell'uomo.
Tali somiglianze poterono fino ad un certo punto generare la
dottrina della variabilit della specie, l'evoluzione ascensionale
preconizzata da Darwin; furono anzi considerate come decisive,
confrontando i campioni pi alti della scala scimmiesca e i primitivi
dell'umanit. Linneo ha sostenuto che sono esistiti uomini trogloditi;
espressione che, in ogni caso, non avrebbe potuto riferirsi ai Wagddi,
i quali invece vivevano sugli alberi. Vogt ha anzi preteso che l'uomo
sia derivato da tre grosse scimmie: l'orango, tipo brachicefalo dal
lungo pelame bruno, sarebbe, secondo lui, l'antenato dei negriti; lo
scimpanz, tipo dolicocefalo dalle mascelle meno massicce, sarebbe
l'antenato dei negri; ed infine dal gorilla, notevole per l'ampio torace,
la forma del piede, il modo di muoversi, il carattere osteologico del
tronco e delle estremit, sarebbe derivato l'uomo bianco. Ma a tali
somiglianze si oppongono differenze capitali nell'ordine intellettuale
e morale, le quali fanno giustizia delle dottrine darwiniane.
Dunque, pigliando i caratteri distintivi di questi tre quadrumani,
senza per altro ammettere che il loro cervello abbia i dodici milioni
di cellule e i quattro milioni di fibre del cervello umano, bisogna
credere che essi appartengano a una razza superiore dell'animalit.
Ma non si potr mai dire che l'uomo sia una scimmia perfezionata, o
la scimmia un uomo degenerato.
Quanto al microcefalo, di cui taluno vuol fare un essere
intermedio fra l'uomo e la scimmia, specie invano supposta dagli
antropologi e ricercata invano, questo anello mancante per collegare
il regno animale al regno omale,
4
c'era forse da credere che fosse
rappresentato da quei Wagddi? Le bizzarre sorti del loro viaggio
avevano riservata a quel francese e a quell'americano la fortuna di
scoprirlo?
E quand'anche questa razza ignota si avvicinasse fisicamente alla
razza umana, bisognava ancora che i Wagddi avessero quei caratteri
di moralit, di religiosit propri dell'uomo, senza dire della facolt di
concepire idee astratte e generali, dell'attitudine per le arti, le scienze
e le lettere. Allora soltanto si sarebbe potuto sentenziare intorno alle
tesi dei monogenisti e dei poligenisti.
Certo che i Wagddi parlavano. Non limitati ai soli istinti,
avevano pure delle idee, di cui indizio la parola, e dei vocaboli, la
riunione dei quali forma un linguaggio. Pi che grida illuminate dallo
sguardo e dal gesto, essi adoperavano la parola articolata, avente per
base una serie di suoni e di figure convenzionali, che dovevano
essere state tramandate per atavismo.
Ci, pi che tutto il resto, colp J ohn Cort, perch questa facolt,
che implica la partecipazione della memoria, indicava un'influenza
congenita di razza.
Mentre osservavano i costumi e le abitudini della trib silvestre,
J ohn Cort, Max Huber e Khamis procedevano attraverso le vie del
villaggio.
Era ampio? La sua circonferenza non doveva essere minore di
cinque chilometri.

4
Espressione di M. de Quatrefages.
Se un nido come si espresse Max Huber un nido
notevolmente vasto!
Costruito dalla mano dei Wagddi quel villaggio denotava un'arte
superiore a quella degli uccelli, delle api, dei castori e delle formiche.
Se vivevano sugli alberi, quei primitivi pensavano ed esprimevano i
loro pensieri, e ci proveniva evidentemente dall'atavismo.
Ad ogni modo osserv J ohn Cort la natura, che non
sbaglia mai, ha avuto le sue ragioni per indurre questi Wagddi a
scegliere la vita aerea. Invece di strisciare su un terreno malsano, sul
quale il sole non riesce mai a posare i suoi raggi, essi vivono fra le
vette salutari della foresta.
La maggior parte delle capanne, fresche e verdeggianti, disposte a
foggia d'alveari, erano ampie ed aperte. Le donne attendevano
attivamente alle cure della casa; i fanciulli vi erano numerosi e i pi
piccoli venivano allattati dalle madri. Quanto agli uomini, alcuni
erano fra i rami a raccogliere frutti, altri scendevano la scala per
attendere alle loro occupazioni abituali. Taluni risalivano con
selvaggina, altri portavano delle giare che avevano riempito d'acqua
nel fiume.
Peccato disse Max Huber di non sapere la lingua che
parlano! Non potremo mai conversare con essi e farci un'idea chiara
della loro letteratura Del resto non ho ancora visto la biblioteca
municipale, n il liceo per i giovinetti e le ragazze!
Ma giacch sembrava che la lingua wagddiana fosse commista a
parole indigene, Khamis prov alcune delle pi usuali, rivolgendosi
al piccino.
Li-mai, che pur sembrava tanto intelligente, non comprese nulla.
Tuttavia, in presenza di J ohn Cort e Max Huber, aveva pronunciato
la parola ngora; e Llanga asseriva di aver appreso dal padre del
piccino che il villaggio si chiamava Ngala e il capo Mselo-Tala-Tala.
Dopo un'ora di passeggiata il foreloper ed i suoi compagni
giunsero alla estremit del villaggio. L sorgeva una capanna pi
importante, costruita fra i rami di un enorme bombax, con un
reticolato di canne sul davanti, ed il cui tetto si perdeva nel fogliame.
Questa capanna, pi ampia e pi comoda, era forse il palazzo del
re, il santuario dei maghi, il tempio dei geni come ne posseggono la
maggior parte delle trib selvagge in Africa, in Australia, nelle isole
del Pacifico?
Si presentava l'occasione di avere da Li-mai qualche notizia pi
precisa; perci J ohn Cort pigliandolo per le spalle e voltandolo verso
la capanna gli disse:
Mselo-Tala-Tala?
Un cenno affermativo del capo fu la risposta.
Dunque abitava l il capo del villaggio di Ngala, Sua Maest
Wagddiana.
E senza altre cerimonie Max Huber mosse in quella direzione.
Allora il fanciullo mut atteggiamento; lo prese per il braccio e lo
trattenne, manifestando un vero terrore.
Nuova insistenza di Max Huber, che ripete molte volte: Mselo-
Tala-Tala?
Ma nel momento in cui Max Huber stava raggiungendo la
capanna, il piccolo corse a impedirgli di andare pi avanti.
Era dunque vietato d'accostarsi?
Infatti, due sentinelle wagddi si erano levate e, brandendo le armi,
una specie d'ascia fatta di legno e ferro e una zagaglia, si piantarono
dinanzi alla porta.
Qui come in ogni altro luogo esclam Max Huber nella
grande foresta dell'Ubanghi, come nelle capitali del mondo civile,
sempre guardie del corpo, pretoriani di sentinella dinanzi al
palazzo persino davanti al palazzo d'una maest omo-scimmiesca!
Ve ne stupite, mio caro Max?
Poich non possiamo vedere il monarca, scriviamogli per
domandargli un'udienza.
Ma J ohn Cort ribatt:
Se questi primitivi parlano, immagino che non saranno per
arrivati a leggere ed a scrivere; pi selvaggi ancora degli indigeni del
Sudan e del Congo, dei Fund, degli Scil, dei Denka, dei Monbutt,
non sono certo giunti a quel grado di civilt, che fa mandare i
bambini a scuola.
Lo temo anch'io, J ohn; e poi come corrispondere per lettera
con gente di cui si ignora la lingua?
Lasciamoci guidare da questo piccino disse Khamis.
Non conosci la casa dei suoi genitori? domand J ohn Cort
al giovane indigeno.
No, amico J ohn rispose Llanga. Ma Li-mai ci
condurr seguiamolo.
E avvicinandosi al piccino punt la mano verso sinistra e ripet:
Ngora! Ngora?
Il fanciullo comprese, abbass e rialz il capo vivacemente.
Si vede disse J ohn Cort che il segno di affermazione e di
negazione istintivo, ed sempre il medesimo in tutti gli uomini
Un'altra prova che questi selvaggi sono molto vicini agli esseri
umani
Poco dopo i visitatori giungevano a un quartiere del villaggio
assai ombroso, dove le cime aggrovigliavano il loro fogliame.
Li-mai si arrest dinanzi ad una capanna pulita, il cui tetto era
fatto con larghe foghe di ensete, un banano molto diffuso nella
grande foresta, le foglie del quale il foreloper aveva gi adoperato
per il padiglione della zattera; una mistura di argilla e paglia formava
le pareti della capanna, alla quale si accedeva per una porta allora
aperta.
Il fanciullo l'accenn a Llanga, che la riconobbe.
l diss'egli.
All'interno una sola camera. In fondo uno strato d'erbe secche, che
era facile da rinnovare; in un cantuccio alcuni sassi servivano da
focolare, dove ardevano pochi tizzoni. Unici utensili due o tre
zucche, un tegame di terra pieno d'acqua e due vasi pure di terra. I
silvestri non erano ancora arrivati alla forchetta e mangiavano con le
dita. Qua e l, sopra una mensola fissata alla parete, si vedevano
frutti, radici, un pezzo di carne cotta, mezza dozzina d'uccelli
spennati per il prossimo pasto ed appese a grosse spine delle strisce
di soffa di scorza.
Un Wagddi ed una Wagddiana si levarono nel momento in cui
Khamis ed i compagni entravano nella capanna.
Ngora! ngora! Li-mai! Li-mai! disse il piccino, e aggiunse,
come se immaginasse d'essere meglio compreso:
Vater! Vater!
Questa parola, padre, egli la pronunziava, anche se assai male,
in tedesco; ma che cosa di pi straordinario d'un vocabolo tedesco in
bocca dei Wagddi?
Appena entrato, Llanga era corso incontro alla madre e questa gli
aveva aperto le braccia, se lo stringeva al seno, lo accarezzava con la
mano, dimostrando tutta la sua riconoscenza per chi aveva salvato il
suo figliolo.
Ed ecco quanto osserv J ohn Cort in particolare.
Il padre era d'alta statura, ben proporzionato, d'aspetto robusto,
con le braccia un po' pi lunghe di quanto non le abbiano di solito gli
uomini, le mani larghe e forti, le gambe un po' arcuate, la pianta dei
piedi poggiante interamente a terra.
Aveva il colorito piuttosto chiaro delle trib indigene, che sono
pi carnivore che erbivore, una barba corta e lanuginosa, la
capigliatura nera e crespa, e una specie di vello che gli copriva
interamente il corpo. La sua testa era di media grossezza, poco
prominenti le mascelle; gli occhi vivaci e brillanti.
Assai graziosa era la madre, dalla fisionomia piacevole e mite;
aveva lo sguardo molto affettuoso, i denti ben disposti, bianchissimi,
e portava presso quale individuo del sesso debole mai assente
ogni civetteria? fiori e foglie nei capelli ed anche civetteria
inesplicabile dei grani di vetro e perle d'avorio.
Questa giovane wagddiana ricordava il tipo dei cafri del sud, con
le braccia tondeggianti, i polsi delicati, le estremit fini, le mani
graziose, i piedi tali da fare invidia a molte europee. Sul suo pelame
lanoso era buttata una stoffa di corteccia, stretta alla cintola. Al collo
le pendeva la medaglia del dottor J ohausen, pari a quella che portava
il figlio.
Conversare con Lo-mai e La-mai non era possibile, con molto
dispiacere di J ohn Cort. Ma era evidente che quei due esseri primitivi
cercavano di compiere i doveri dell'ospitalit wagddiana, perch il
padre offr dei frutti che and a prendere sopra una mensola, frutti di
penetrante sapore, prodotti da una liana.
Gli ospiti accettarono i frutti e ne mangiarono alcuni, con grande
soddisfazione della famiglia.
Cos i viaggiatori ebbero occasione di riconoscere quanto fossero
giuste le osservazioni gi fatte da un pezzo, e cio che la lingua
wagddiana, al pari delle lingue polinesiane, aveva delle singolari
somiglianze col balbettio infantile, il che ha indotto i filologi a dire
che tutto il genere umano ebbe per un lungo periodo delle vocali,
prima che si formassero le consonanti.
Queste vocali, combinate all'infinito, esprimono svariatissimi
sensi, come ori onori, oro oroora, orurna, ecc. Le consonanti sono k,
t, p; le nasali ng e m. Con le sole vocali ha e ra, si forma una serie di
parole, le quali, senza vere consonanti, traducono tutte le sfumature
d'espressione e fanno la parte di nomi, pronomi, verbi, ecc.
Nella conversazione di questi Wagddi le domande e le risposte
erano brevi, due o tre parole; e cominciavano quasi sempre con le
lettere ng, mgu, ms, come nelle parole congolesi. La madre pareva
meno loquace del padre, e certo la sua lingua non aveva, come le
lingue delle donne del vecchio e del nuovo continente, la facolt di
fare dodicimila giri al minuto.
Era pure notevole e J ohn Cort ne fu singolarmente
impressionato che quegli uomini primitivi usassero certe parole
congolesi e tedesche, ma quasi totalmente sfigurate dalla pronunzia.
In sostanza era verosimile che questi esseri non avessero altre idee
fuori di quelle necessarie ai loro bisogni, altre parole oltre quelle che
dovevano esprimerli. Ma in mancanza di quella religiosit che si
riscontra presso i selvaggi pi primitivi, e che essi non avevano, si
pu star certi che erano almeno dotati di qualit affettive, perch non
solo avevano per i loro piccini quei sentimenti dei quali non sono
sforniti gli animali, finch le loro cure risultino necessarie alla
conservazione della specie; ma quei sentimenti duravano pi oltre,
come ne era prova l'affetto del padre e della madre per Li-mai. Del
resto, vi era reciprocit, vi era scambio di carezze paterne e filiali
dunque esisteva la famiglia.
Dopo un quarto d'ora passato in quella capanna, Khamis, J ohn
Cort e Max Huber ne uscirono guidati da Lo-mai e dal figlio, e
tornarono alla capanna loro assegnata e che dovevano occupare
chiss fino a quando. Era un quesito che non potevano risolvere da
soli.
Qui si accomiatarono. Lo-mai abbracci il giovane indigeno e
porse non gi la zampa, come avrebbe potuto fare un cane, o la
mano, come avrebbe fatto un quadrumane, ma ambe le mani, che
J ohn Cort e Max Huber strinsero con pi cordialit di Khamis.
Mio caro Max, disse allora J ohn Cort uno dei vostri
grandi scrittori afferma che in ogni uomo c' lio e laltro e mi
pare probabile che a questi primitivi ne manchi uno.
E quale, J ohn?
Certamente l'altro In ogni caso, per studiarli a fondo,
bisognerebbe vivere con loro per degli anni; e invece io spero che fra
pochi giorni potremo andarcene.
Ci dipender da Sua Maest rispose Max Huber. Chiss
se il re Mselo-Tala-Tala non vorr far di noi i ciambellani della sua
corte wagddiana!
CAPITOLO XV
TRE SETTIMANE DI STUDI
PER QUANTO tempo J ohn Cort, Max Huber, Khamis e Llanga
avrebbero dovuto rimanere in quel villaggio? Che cosa avrebbe
potuto cambiare la situazione, sempre pi preoccupante?
La fuga non sembrava possibile, sorvegliati com'erano; d'altra
parte, quand'anche fossero riusciti a evadere, come avrebbero fatto a
uscire da quella impenetrabile regione della foresta e a ritrovare il
corso del fiume J ohausen?
Dopo aver tanto desiderato lo straordinario, Max Huber
cominciava a credere che se doveva restare per troppo tempo in
quelle condizioni tutto il fascino del nuovo sarebbe svanito. Per
questo si mostrava pi impaziente di tutti di tornare al bacino
dell'Ubanghi e di riguadagnare la fattoria di Libreville, d'onde non
potevano attendere alcun soccorso.
Il foreloper dal canto suo era proprio contrariato dalla mala
fortuna, che li aveva fatti cadere fra le zampe perch secondo lui
erano zampe di quegli esseri inferiori. Egli non nascondeva il gran
disprezzo che gli ispiravano, perch non differivano di molto dalle
trib dell'Africa centrale. Khamis provava una specie di gelosia
istintiva, della quale non si rendeva conto, ma che i due amici
intendevano benissimo; e non era meno desideroso di Max Huber di
lasciare Ngala, e per riuscirvi avrebbe certo fatto il possibile.
Solo J ohn Cort non sembrava aver fretta. Lo interessava
singolarmente lo studio di quei primitivi, dei quali voleva
approfondire i costumi, l'esistenza in ogni particolare, il carattere
etnologico, il valore morale, vale a dire sapere fino a che punto essi
inclinassero verso l'animale. Per questo sarebbero bastate poche
settimane; ma chi poteva asserire che il soggiorno presso i Wagddi
non dovesse durare pi a lungo, forse per anni? E che cosa ne
sarebbe mai derivato da una cos meravigliosa avventura?
Non pareva che Khamis e i suoi compagni fossero minacciati di
maltrattamenti. Non c'era dubbio che quegli uomini dei boschi
riconoscevano la loro superiorit intellettuale; e anzi non erano
sembrati affatto meravigliati al vedere quei rappresentanti della razza
umana. Pure, se i bianchi avessero voluto usare la forza per
svignarsela, appariva evidente che si sarebbero esposti a violenze,
che era meglio risparmiarsi.
Ora disse Max Huber importa soprattutto venire a
trattative con il Padre-specchio, il sovrano con gli occhiali, e ottenere
da lui che ci ridoni la libert.
Non doveva essere impossibile avere un colloquio con Sua
Maest Mselo-Tala-Tala, a meno che non fosse vietato agli stranieri
di vedere la sua augusta persona. Ma, una volta giunti alla sua
presenza, come scambiare domande e risposte? Anche parlando
congolese non si sarebbero intesi. E poi che cosa si sarebbe ottenuto?
Non era forse interesse dei Wagddi di trattenere gli stranieri, per
assicurarsi il segreto di quella esistenza d'una razza ignota nella
profondit della foresta dell'Ubanghi?
Secondo J ohn Cort il fatto di restare imprigionati nel villaggio
aereo aveva questo di buono: che la scienza dell'antropologia
comparata ne avrebbe ricavato un indubbio profitto, e il mondo
scientifico sarebbe stato commosso dalla scoperta di una razza
nuova. Ma come sarebbe poi andata a finire?
Al diavolo se lo so ripeteva Max Huber, il quale non aveva
in s la stoffa d'un Garner o d'un J ohausen.
Quando tutti e tre, seguiti da Llanga, furono rientrati nella loro
capanna notarono molte modifiche assai piacevoli e soddisfacenti.
Prima di tutto un Wagddi era occupato a rifare la camera, se si
pu usare questa locuzione europea. Gi J ohn Cort aveva notato che
quegli esseri primitivi erano puliti, come non sono la maggior parte
degli animali. Non solo rifacevano la camera, ma pure la toeletta.
Mucchi d'erba secca erano stati deposti in fondo alla capanna, e
siccome Khamis ed i suoi compagni non avevano avuto mai altro
giaciglio, dal momento in cui la carovana era stata distrutta, nulla
sarebbe mutato nelle loro abitudini.
Inoltre erano stati deposti a terra vari oggetti; il mobilio non
comprendeva tavole n sedie, ma solo pochi utensili grossolani, vasi
e giare di fabbricazione wagddiana; inoltre, frutti di vario genere e un
quarto d'orice gi cotto. La carne cruda conviene solo agli animali
carnivori, ed raro trovare, anche nel pi basso gradino della scala
umana, degli esseri che ne facciano il loro unico cibo.
Chiunque capace di accendere il fuoco dichiar J ohn Cort
se ne serve per cuocere gli alimenti, e non mi fa meraviglia che i
Wagddiani si cibino di carne cotta.
Quanto al focolare si componeva d'una pietra liscia; il fumo si
perdeva attraverso i rami dell'albero, sotto cui la capanna era riparata.
Al momento in cui entrarono, il Wagddi interruppe il suo lavoro.
Era un giovanotto sulla ventina, dai movimenti svelti, di faccia
intelligente. Con la mano accenn gli oggetti che aveva portato, e fra
questi Max Huber, J ohn Cort e Khamis notarono con soddisfazione
le loro carabine, alquanto arrugginite, vero, ma che si sarebbero
potute facilmente rimettere in buon ordine.
Perdinci! esclam Max Huber. Siano le benvenute! E
all'occasione
Ne potremmo fare buon uso aggiunse J ohn Cort se
avessimo la nostra cassa di cartucce.
Eccola! rispose il foreloper, mostrando la cassa metallica
accanto all'uscio, sulla sinistra.
Questa cassa, queste armi, erano state buttate sulle rocce da
Khamis, come si ricorder, nel momento in cui la zattera stava per
urtarvi contro. Ed evidentemente i Wagddi le avevano raccolte e
portate al villaggio di Ngala.
Se ci hanno restituito le carabine osserv Max Huber
forse non conoscono l'uso delle armi da fuoco.
Pu essere rispose J ohn Cort ma ci che sanno di sicuro
che non bisogna appropriarsi della roba altrui, e questo depone
molto a favore della loro moralit.
Comunque la domanda di Max Huber era importante.
Kollo! Kollo!
Tale parola, pronunziata limpidamente, fu ripetuta pi volte, e nel
proferirla il giovane Wagddi alzava la mano all'altezza della fronte,
si toccava il petto e sembrava dire:
Kollo sono io.
J ohn Cort intese che doveva essere il nome del loro nuovo
servitore, e quando l'ebbe ripetuto cinque o sei volte, Kollo dimostr
la sua contentezza, ridendo forte.
Poich quegli esseri primitivi ridevano, bisognava pur tenerne
conto dal punto di vista antropologico. Infatti nessun essere, salvo
l'uomo, possiede la facolt di ridere. Fra i pi intelligenti nel cane
per esempio si colgono indizi di riso o di sorriso, ma solo negli
occhi o forse alla commessura delle labbra. Inoltre i Wagddi non si
abbandonavano affatto a quell'istinto di quasi tutti i quadrupedi di
fiutare il cibo prima di mangiarlo, e di cominciare sempre dal
boccone pi gradito.
Ecco dunque in quali condizioni avrebbero vissuto i due amici,
Llanga ed il foreloper. Quella capanna non era un carcere, se
potevano uscire quando volevano, ma quanto a lasciare Ngala la cosa
sembrava difficile, senza ottenere l'autorizzazione di Sua Maest
Mselo-Tala-Tala.
Certo per ora bisognava mordere il freno e rassegnarsi a vivere in
mezzo a quel bizzarro mondo silvestre, nel villaggio aereo.
Questi Wagddi sembravano del resto miti per natura, punto
litigiosi, e, ripetiamolo, meno curiosi e meno meravigliati della
presenza di quegli stra-neri, di quel che sarebbero stati i selvaggi
dell'Africa e dell'Australia. La vista dei due bianchi e dei due
indigeni congolesi li meravigliava meno di quanto se ne sarebbe
meravigliato un africano. Li lasciava indifferenti; e non mostravano
alcuna curiosit indiscreta; n alcun segno di snobismo. In fatto poi
di acrobazia, per arrampicarsi sugli alberi, volteggiare di ramo in
ramo, precipitarsi gi per la scalinata di Ngala, erano espertissimi; e
tutti quelli che a quel tempo portavano la palma nella ginnastica da
circo un Billy Hayden, un J oe Bib, un Foottit avrebbero potuto
andare a scuola da essi.
Ed oltre a queste doti fisiche, i Wagddi possedevano uno
straordinario colpo d'occhio. Quando andavano a caccia d'uccelli li
uccidevano con delle freccioline; i loro colpi non dovevano essere
meno sicuri quando inseguivano i daini, le alci, le antilopi, e
fors'anche i bufali e i rinoceronti, nei boschi vicini.
allora che Max Huber avrebbe voluto accompagnarli, sia per
ammirare la loro valentia cinegetica, come per cercare di svignarsela.
S, fuggire: a questo i prigionieri pensavano di continuo. Ora la
fuga non era possibile se non dall'unica scala, e sul pianerottolo
superiore stavano sempre di sentinella dei guerrieri armati, che
difficilmente si sarebbero lasciati ingannare.
Pi volte Max Huber ebbe voglia di sparare agli uccelli
abbondanti sugli alberi, di cui i silvestri facevano largo consumo; ma
egli ed i suoi compagni erano sempre forniti di selvaggina, e
soprattutto di carne di diverse antilopi, orici, inyala, sassabi,
waterbuck, numerosissimi nella foresta dell'Ubanghi. Il loro servo
Kollo non lasciava mancar nulla; rinnovava ogni giorno la provvista
d'acqua fresca per i bisogni di casa, e quella di legna secca per il
focolare.
E poi, a far uso delle carabine come armi da caccia, vi sarebbe
stato l'inconveniente di rivelarne la potenza, ed era molto meglio
conservare il segreto, e all'occasione servirsene come mezzi di difesa
o di offesa.
Se i loro ospiti erano forniti di carne, questo significava che i
Wagddi se ne nutrivano anch'essi, ora arrostita sui carboni, ora
lessata entro vasi di terra, ch'essi stessi fabbricavano. Ed era appunto
ci che Kollo faceva per loro, aiutato da Llanga, ma non da Khamis,
che si sarebbe rifiutato, per fierezza indigena.
Bisogna notare che, con grande contentezza di Max Huber, il sale
non faceva difetto. Non era il cloruro di sodio sciolto nelle acque del
mare, ma il salgemma, diffusissimo in Africa, in Asia, in America, e
le cui efflorescenze dovevano coprire il suolo dei dintorni di Ngala.
Di questo minerale, il solo che entri nell'alimentazione, l'istinto
sarebbe bastato ad apprenderne l'utilit ai Wagddi, come a qualsiasi
animale.
Un problema interessante per J ohn Cort fu quello del fuoco. Come
se lo procuravano? Forse strofinando un legno duro contro un legno
molle, secondo il metodo dei selvaggi? Mai pi: essi adoperavano la
selce, da cui ottenevano la scintilla coll'urto; queste scintille
bastavano ad accendere la peluria di un frutto, che ha tutte le
propriet dell'esca ed comunissimo nelle foreste africane.
Inoltre, il nutrimento animale, presso le famiglie wagddiane, era
completato da quello vegetale, e la natura soltanto ne faceva le spese.
Erano radici commestibili di due o tre specie, e inoltre una grande
variet di frutti, come quelli dell'acacia adansonia, che porta il nome,
assai appropriato, di pane d'uomo o pane di scimmia; v'era
anche il karita, la cui castagna contiene una materia grassa, che pu
fare le veci del burro; v'era il kyelia dalle bacche di sapore un po'
insipido, ma compensato dalla loro qualit nutriente e dal volume,
giacch non misurano meno di due piedi di lunghezza; e infine
c'erano altri frutti, banani, fichi, manghi selvatici, e il tso, che
fornisce un frutto abbastanza nutriente; tutti quegli alimenti erano
conditi, per cos dire, con spicchi di tamarindo. Infine i Wagddi
facevano uso del miele, sapendo scoprire gli alveari con la guida del
cuculo. Con tale prodotto tanto prezioso e col sugo di diverse altre
piante, fra le quali il lutex, distillato da una certa liana, commisti
all'acqua del fiume, componevano bevande fermentate molto
alcoliche. E non c' da meravigliarsene, poich s' visto che i
mandrilli africani, che pur sono scimmie, hanno una passione
singolare per l'alcool.
Bisogna aggiungere che un corso d'acqua assai pescoso, che
passava sotto Ngala, conteneva le medesime specie che Khamis ed i
suoi compagni avevano trovato nel fiume J ohausen. Ma era
navigabile? E i Wagddi avevano forse delle imbarcazioni? Ecco ci
che sarebbe stato utile sapere in caso di fuga.
Questo corso d'acqua era visibile dall'estremit del villaggio
opposta alla casa reale. Accostandosi agli ultimi alberi se ne scorgeva
il letto, largo da trenta a quaranta piedi. Di l si perdeva fra alberi
superbi, bombax di cinque steli, magnifici mparamusi dalle trecce
nodose, ammirabili msukuli, il cui tronco si celava entro liane
gigantesche, che lo stringevano come serpenti.
Ebbene, si, i Wagddi sapevano costruire barche, arte del resto non
ignota nemmeno ai pi vili indigeni dell'Oceania. Il loro apparecchio
galleggiante era qualche cosa di meglio d'una zattera, ma inferiore
alla piroga: un semplice tronco d'albero scavato col fuoco e con
l'accetta. Veniva spinto da un remo piatto, e se il vento soffiava
propizio con una vela tesa su due antenne e fatta d'una corteccia
ammorbidita a colpi di magli d'un legno durissimo.
J ohn Cort pot notare tuttavia che quegli esseri primitivi non
usavano per alimentarsi legumi n cereali. Non sapevano coltivare il
sorgo, n il miglio, n il riso, n la manioca, che lavoro
comunissimo tra le popolazioni dell'Africa centrale. Ma non
bisognava chiedere a quei tipi intermedi ci che s'incontra
nell'industria agricola dei Denka, dei Fund, dei Monbutt, esseri gi
classificati nella razza umana.
Fatte tutte queste osservazioni, J ohn Cort volle anche sapere se i
Wagddi avessero sentimento morale e religioso.
Un giorno Max Huber gli domand che risultato avesse avuto
dalle sue osservazioni in proposito.
Una certa morale, una certa probit l'hanno rispose; certo
sanno ci che bene e ci che male, e hanno pure il senso della
propriet. Vero che molti animali ne sono forniti, e i cani, per
esempio, non si lasciano prendere volentieri il cibo che stanno
mangiando. Io credo che i Wagddi abbiano la nozione del tuo e del
mio; me ne sono accorto vedendo uno d'essi rubare alcuni frutti in
una casa dove s'era introdotto.
La polizia, semplice o correzionale, l'ha citato? domand
Max Huber.
Ridete pure, amico mio, ma quel che dico ha la sua
importanza; quel ladro stato battuto ben bene dal derubato, e i
vicini gli hanno dato man forte. Inoltre tenete presente che questi
primitivi hanno un'istituzione che li avvicina all'umanit
Quale?
La famiglia, che costituita regolarmente; la vita in comune
del padre e della madre, le cure date ai piccini, la continuit
dell'affezione paterna e filiale. Non l'abbiamo visto in Lo-maf? Quei
Wagddi hanno anche delle espressioni umane. Guardate il nostro
Kollo Non arrossisce forse a causa d'una emozione d'ordine
morale? Per pudore o per timidezza, per modestia o per confusione, i
quattro casi in cui l'uomo arrossisce, certo che Kollo arrossisce.
Dunque ha un sentimento dunque ha un'anima
E se questi Wagddi hanno tante qualit umane domand
Max Huber perch non ammetterli fra gli uomini?
Perch sembrano privi d'un concetto comune a tutti gli uomini,
mio caro Max.
Che cosa intendete dire?
Il concetto d'un essere supremo, la religiosit che si trova fin
nelle trib pi selvagge. Non ho visto che adorino una qualche
divinit. Non hanno idoli, n sacerdoti
Salvo che rispose Max Huber la loro divinit sia per
l'appunto quel re Mselo-Tala-Tala, del quale non ci lasciano vedere
neppure la punta del naso.
Forse era il caso di tentare una esperienza decisiva. Quegli esseri
primitivi avrebbero resistito all'azione tossica dell'atropina, alla quale
l'uomo soccombe, mentre gli animali la sopportano impunemente?
Se soccombevano erano uomini, se scampavano erano bestie.
Ma non si pot fare l'esperimento, perch mancava detta sostanza,
e bisogna anche dire che da quando J ohn Cort e Max Huber erano
giunti a Ngala, non era morto nessuno; e perci essi rimanevano
incerti se i Wagddi bruciassero o seppellissero i loro cadaveri o se
avessero il culto dei morti.
Tuttavia, se non s'incontravano sacerdoti e nemmeno maghi in
quella popolazione wagddiana, si vedeva un certo numero di
guerrieri, armati di archi, zagaglie, spiedi, asce. Dovevano sommare
ad un centinaio circa, scelti evidentemente fra i pi robusti. Erano
essi addetti unicamente alla guardia del re, oppure venivano
adoperati alla difesa ed all'offesa? Poteva darsi che la grande foresta
contenesse altri villaggi della medesima natura, e se gli abitanti vi si
contavano a migliaia, perch non avrebbero fatto la guerra ai loro
simili, come accade in tutte le trib dell'Africa?
Era poco ammissibile l'ipotesi che i Wagddi avessero gi avuto
contatto con gli indigeni dell'Ubanghi, del Baghirmi o del Sudan,
ovvero coi congolesi; e neanche con quelle trib di nani, i Bambuti,
che il missionario inglese Albert Lhyd aveva incontrato nelle foreste
dell'Africa centrale, coltivatori industriosi di cui parla Stanley nel
racconto del suo ultimo viaggio. Se qualche contatto vi fosse stato,
da un pezzo sarebbe gi stata svelata l'esistenza di quegli abitatori dei
boschi e non sarebbe toccata la gloria di scoprirli a J ohn Cort ed a
Max Huber.
Il quale ultimo fece notare:
Se i Wagddi si ammazzano fra di loro, mio caro J ohn, ecco un
buon argomento per classificarli nella specie umana.
Del resto era molto probabile che i guerrieri wagddiani non
stessero sempre in ozio, e che facessero delle razzie nel vicinato.
Dopo qualche assenza di due o tre giorni molti di essi tornavano
portando oggetti diversi, utensili ed armi d'origine wagddiana e taluni
tornavano feriti.
Pi volte il foreloper fece il tentativo d'uscire dal villaggio, ma
sempre invano, perch i guerrieri di sentinella sulla scalinata vi si
opposero con violenza. Anzi, una volta Khamis sarebbe stato molto
malmenato, se Lo-maf non fosse accorso in suo aiuto.
Vi fu una vivace discussione fra Lo-maf e un robusto tipo
chiamato Raggi. Dal costume di pelle che indossava, dalle armi
pendenti alla sua cintola, dalle penne che ornavano la sua testa, c'era
da credere che questo Raggi fosse il capo dei guerrieri. Il suo solo
aspetto truce, gli atti imperiosi, la brutalit naturale lo dicevano fatto
per il comando.
Dopo questi tentativi, i due amici avevano sperato di essere
ammessi al cospetto di Sua Maest, e di poter finalmente vedere quel
re, che i suoi sudditi nascondevano gelosamente in fondo alla reggia.
Cos non fu. Probabilmente Raggi aveva pieni poteri, ed era meglio
non esporsi alla sua collera. Le probabilit di evadere erano dunque
pochissime, salvo che i Wagddi invece d'assalire qualche villaggio
vicino fossero a loro volta assaliti; allora, favoriti da un'aggressione,
sarebbe stato forse possibile lasciare Ngala Ma poi?
Il villaggio non fu punto minacciato in quelle prime settimane, se
non da certi animali che non avevano mai visti nella grande foresta.
Se i Wagddi passavano la loro esistenza a Ngala e vi rientravano
alla notte, possedevano per altro qualche capanna sulle sponde del
fiume. Lo si sarebbe detto anzi un piccolo porto fluviale, dove si
riunivano le barche pescherecce, che dovevano difendere contro gli
ippopotami, i lamantini, i coccodrilli, abbondantissimi nelle acque
africane.
Un giorno, il 9 aprile, ci fu un grande tumulto. S udirono alte
grida dalla parte del fiume. Era forse un assalto contro i Wagddi, ad
opera di esseri simili a loro? Certo, per la sua posizione il villaggio
era al sicuro dagli invasori. Ma se fosse stato appiccato il fuoco agli
alberi che lo sorreggevano, la sua distruzione sarebbe stata cosa di
poche ore. Ora, i mezzi adoperati da questi primitivi contro i loro
vicini, non era impossibile che questi li usassero contro di essi.
Fin dalle prime grida Raggi e una trentina di guerrieri, raggiunta
la scalinata, la discesero con rapidit scimmiesca. J ohn Cort, Max
Huber e Khamis, guidati da Lo-maf, accorsero in quel punto del
villaggio donde si scorgeva il fiume.
Era un attacco contro le capanne piantate in quel luogo. Un branco
non gi d'ippopotami, ma di ceropotami, o meglio di potamoceri, che
sono poi i porci di fiume, si era avventato fuori della foresta,
spazzando ogni cosa al suo passaggio.
Questi potamoceri, che i boeri chiamano bosch-wark e gli inglesi
bush-pigs, si incontrano nella regione del Capo di Buona Speranza,
nella Guinea, nel Congo, nel Camerun, e vi fanno grandi disastri.
Meno grossi del cinghiale europeo hanno il pelo pi morbido, il
mantello bruno-ranciato, le orecchie aguzze, terminate da un fiocco
di peli, la criniera nera mista di bianco ricadente lungo la schiena, il
grugno prominente, la pelle sollevata fra il naso e l'occhio da una
protuberanza ossea, nei maschi. Questi porci sono formidabili, e
stavolta lo erano di pi ancora, perch si trovavano in gran numero.
Infatti quel giorno se ne sarebbero potuti contare un centinaio, che
facevano irruzione sulla sponda sinistra del fiume. Gi la maggior
parte delle capanne era stata rovesciata, quando Raggi ed il suo
drappello li raggiunsero.
Attraverso i rami degli ultimi alberi J ohn Cort, Max Huber,
Khamis e Llanga poterono essere testimoni della lotta, che fu breve,
ma non senza pericolo. I guerrieri vi dimostrarono un grande
coraggio. Usando gli spiedi e le asce, meglio che gli archi e la
zagaglia, si avventarono con un ardore pari al furore degli assalitori.
Li assalirono in un corpo a corpo, picchiandoli sulla testa con le
accette, cacciando gli spiedi nei loro fianchi. E dopo un'ora di
combattimento riuscirono a metterli in fuga, e rigagnoli di sangue si
mescolarono alle acque del fiume.
Max Huber era stato tentato di prendere parte alla battaglia.
Afferrare la sua carabina e quella di J ohn Cort, scaricarle dall'alto del
villaggio sul branco, sventagliare una grandine di palle su quei
potamoceri, con grande meraviglia dei Wagddi, non sarebbe stata
cosa n lunga n difficile. Ma il savio J ohn Cort, e con lui il
foreloper, calmarono l'amico focoso.
No osservarono riserviamo le carabine per circostanze
pi decisive Quando si dispone della folgore, mio caro Max!
Avete ragione, J ohn, bisogna fulminare solo al momento
opportuno E poich non ancora giunto il momento di tuonare,
conserviamo il tuono!
CAPITOLO XVI
SUA MAEST MSELO-TALA-TALA
QUELLA giornata, o meglio quel pomeriggio del 15 aprile, era
destinata ad apportare un mutamento nelle abitudini cos tranquille
dei Wagddi. Da tre settimane non si era presentata alcuna occasione
ai prigionieri di ripigliare attraverso la foresta la via dell'Ubanghi;
non potevano fuggire, perch erano sorvegliati e chiusi nei confini
insuperabili di quel villaggio. Certo, avevano avuto tutto l'agio e
J ohn Cort ne aveva approfittato di studiare i costumi di quei tipi
intermedi fra l'antropoide perfezionato e l'uomo; di osservare per
quali istinti si legavano all'animalit e per quale dose di
ragionamento alla razza umana. Era un tesoro di osservazioni per
mettere in discussione le teorie darwiniane. Ma perch il mondo
scientifico potesse trarne vantaggio, bisognava innanzi tutto rientrare
sulla via del Congo francese e tornare a Libreville.
Il tempo era bello. Il sole sfolgorante inondava di luce e di calore
le vette, che ombreggiavano il villaggio aereo. Anche tre ore dopo
aver raggiunto il culmine, l'obliquit dei suoi raggi non ne scemava
l'ardore.
I rapporti di J ohn Cort e Max Huber coi Mai erano stati frequenti.
Non era passato giorno senza che questa famiglia fosse venuta nella
loro capanna o che essi fossero andati da loro: un vero scambio di
visite! Mancavano solo i biglietti da visita Il piccino poi non
abbandonava mai Llanga, cui si era affezionato pi di quanto si possa
credere.
Per disgrazia, non era stato mai possibile intendersi. La lingua
wagddiana, ridotta ad un piccolo numero di parole, bastava appena
alle poche idee di quei primitivi. J ohn Cort aveva appreso il
significato di qualche parola, ma ci non gli permetteva ancora di
conversare con gli abitanti di Ngala. E sempre si meravigliava che
diverse locuzioni indigene facessero parte del vocabolario
wagddiano. Forse una dozzina. Ci non indicava che quegli abitatori
dei boschi avessero avuto rapporti con le trib dell'Ubanghi; ma forse
con un congolese, non pi tornato al Congo. Bisogna convenire che
questa ipotesi era plausibile. D'altra parte alcune parole tedesche
erano uscite dalle labbra di Lo-mai, ma pronunziate cos male, che si
stentava a riconoscerle.
Tutto ci per J ohn Cort sembrava proprio inesplicabile, e
veramente, supponendo anche che gli indigeni e i Wagddi si fossero
gi incontrati, era mai possibile che i Wagddi avessero avuto
relazione coi tedeschi del Camerun? Se cos era, l'americano ed il
francese non avrebbero avuto il vanto della loro scoperta. E poi,
sebbene J ohn Cort parlasse speditamente la lingua tedesca, non
aveva avuto mai l'occasione di servirsene, poich Lo-mai ne sapeva
solo poche parole.
Fra le altre locuzioni prese dagli indigeni, quella di Mselo-Tala-
Tala, data al sovrano di questa trib, era la pi frequente.
Sappiamo quanta voglia avessero i due amici di essere ricevuti da
questa Maest invisibile. Tutte le volte che essi pronunziavano
queste tre parole, Lo-mai abbassava il capo, con profondo rispetto; e
quando, andando a spasso, si trovavano innanzi alla reggia, se per
poco manifestavano l'intenzione di entrarvi, Lo-mai li tratteneva
bruscamente e faceva loro comprendere, alla sua maniera, che
nessuno aveva il diritto di varcare la soglia della sacra dimora.
Frattanto, quel pomeriggio, un po' prima delle tre, il ngoro, la
ngora e Li-mai vennero a trovare Khamis e i suoi compagni nella
loro capanna. Fu subito notato che la famiglia aveva indossato le sue
vesti pi belle: il padre con un copricapo di penne e un mantellone di
scorza d'albero; la mamma con una giubba di stoffa di corteccia di
fabbrica wagddiana, poche foglie verdi nei capelli, al collo una
collana di pezzi di vetro e pezzi di ferro; il piccino con un leggero
perizoma alla cintola.
Gli abiti della festa disse Max Huber. E vedendoli cos
pomposi esclam:
Che significa ci? Hanno voluto farci una visita ufficiale?
Senza dubbio giorno di festa rispose J ohn Cort. Che
Dio festeggiano essi? un quesito interessante per la religiosit di
questa gente.
Prima che avesse finito la frase Lo-mai disse, quasi per
rispondere:
Mselo-Tala-Tala.
Il padre dagli occhiali tradusse Max Huber, e usci all'aperto,
pensando che il re dei Wagddi passasse proprio in quel momento.
Ma rest deluso. Non v'era nemmeno l'ombra di Sua Maest.
Comunque appariva evidente che il villaggio di Ngala era in gran
movimento. Da ogni parte affluiva una folla allegra e vestita a festa,
come la famiglia Mai. Grande era dovunque il concorso di popolo;
taluni si avviavano in processione lungo le vie, diretti all'estremit
ovest del villaggio, altri si tenevano per mano, come contadini oziosi;
altri facevano ginnastica, come scimmie, sugli alberi.
Vi certo qualcosa di nuovo nell'aria dichiar J ohn Cort,
arrestandosi sulla soglia della capanna.
Vedremo disse Max Huber. E, tornando vicino a Lo-mai,
ripet:
Mselo-Tala-Tala?
Mselo-Tala-Tala! rispose Lo-mai, incrociando le braccia sul
petto e curvando il capo.
J ohn Cort e Max Huber pensarono che tutto Ngala dovesse
salutare il suo sovrano, il quale non avrebbe tardato ad apparire in
tutta la sua gloria.
Non avendo vestiti di cerimonia, essi dovevano quindi
accontentarsi dell'unico abito da caccia, molto lacero e sporco, e
della biancheria che non appariva pi tale, nonostante i loro sforzi.
Quando la famiglia Mai usci dalla capanna, i due viaggiatori con
Llanga la seguirono. Solo Khamis non si mosse, per non mischiarsi a
tutta quella gente inferiore. Egli si dedic a preparare il pasto ed a
pulire le armi da fuoco, perch conveniva tenersi pronti ad ogni
evento e forse l'ora era vicina.
J ohn Cort e Max Huber si lasciarono guidare da Lo-mai attraverso
il villaggio, pieno di animazione. Non v'erano strade nel senso
proprio della parola. Le capanne, distribuite a capriccio, si
conformavano alla disposizione degli alberi o meglio delle vette che
le riparavano.
La folla era molta. Un buon migliaio di Wagddi si muoveva con
un certo ordine verso la parte di Ngala, alla cui estremit sorgeva la
capanna reale.
impossibile rappresentare meglio una folla umana osserv
J ohn Cort; i medesimi movimenti, la stessa maniera di
manifestare la propria soddisfazione, con gesti e con grida
E con smorfie aggiunse Max Huber ci che avvicina
questi primitivi ai quadrumani.
Mai veramente i Wagddi, di solito cos riservati e poco
comunicativi, si erano dimostrati tanto espansivi e smorfiosi,
quantunque perdurasse in essi la pi completa ed inesplicabile
indifferenza verso gli stranieri, ai quali sembrava non badassero
nemmeno. Ben diversamente sarebbero andate le cose tra i Denka e i
Monbutt e altre trib africane.
Ci veramente non era umano!
Dopo una lunga passeggiata Max Huber e J ohn Cort giunsero
sulla piazza principale di Ngala, limitata dagli alberi del lato ovest, i
cui rami verdeggianti ricadevano intorno al palazzo reale.
Innanzi a tutti erano schierati i guerrieri in armi, vestiti di pelli
d'antilope e acconciati con teste di stambecchi, le cui corna
conferivano loro l'aspetto d'un gregge. Il colonnello Raggi, coperto
d'una testa di bufalo, con l'arco sull'omero, l'accetta alla cintola, lo
spiedo in mano, si pavoneggiava davanti all'esercito wagddiano.
Sicuramente disse J ohn Cort il re sta per passare in
rivista i suoi soldati.
E se non viene ribatt Max Huber perch non si lascia
mai vedere dai fedeli sudditi; l'essere invisibili d un grande prestigio
ai monarchi.
Rivolgendosi a Lo-mai con un cenno chiese:
Mselo-Tala-Tala deve uscire?
Cenno affermativo di Lo-mai, che parve dire:
Pi tardi, pi tardi.
Basta che ci sia concesso di contemplare la sua faccia augusta!
osserv Max Huber.
Nell'attesa rispose J ohn Cort non perdiamoci lo
spettacolo. Ed ecco quanto poterono osservare di pi strano:
Il centro della piazza, sgombro interamente di alberi, rimaneva
libero per uno spazio di circa mezzo ettaro. La folla lo riempiva allo
scopo, senza dubbio, di pigliar parte alla festa fino al momento in cui
il sovrano sarebbe uscito dal suo palazzo. Allora si sarebbero forse
prosternati tutti dinanzi a lui? Magari in segno di adorazione?
Se anche fosse cos fece notare J ohn Cort non sarebbe
una adorazione religiosa, giacch non si rivolgerebbe ad altri che ad
un uomo.
Salvo not Max Huber che quest'uomo non sia di legno
o pietra; e il re un idolo come quelli riveriti dagli indigeni della
Polinesia.
In tal caso, pi nulla mancherebbe agli abitanti di Ngala per
completare l'essere umano, mio caro Max avrebbero diritto di
venir classificati fra gli uomini al pari di quegli indigeni di cui
parlate.
Se pure questi meritano di esserlo rispose Max Huber, con
accento poco lusinghiero per la razza polinesiana.
Certo che lo meritano, poich credono all'esistenza d'una
divinit, e a nessuno venne mai in mente di classificarli fra gli
animali, nemmeno a coloro che occupano il primo posto per
animalit!
Grazie alla famiglia di Lo-mai, Max Huber, J ohn Cort e Llanga
poterono collocarsi in maniera da vedere ogni cosa.
Quando la folla ebbe lasciato libero il centro della piazza i giovani
wagddiani dei due sessi cominciarono le danze, mentre i pi maturi
si diedero a bere, al pari degli eroi d'una kermesse olandese.
Le bevande di quegli abitatori dei boschi, fermentate e speziate,
erano ricavate dal tamarindo; certo dovevano essere molto alcoliche,
giacch le teste non tardarono a riscaldarsi e le gambe a indebolirsi in
modo preoccupante.
Tali danze non ricordavano per nulla le nobili figure del minuetto,
senza per altro giungere mai al parossismo delle balere parigine. Vi
si facevano pi smorfie che contorcimenti e anche molti capitomboli.
In sostanza, nella coreografia di Ngala si ritrovava meno l'uomo che
la scimmia; e, intendiamoci bene, non gi la scimmia educata per le
mostre della fiera, ma la scimmia con tutti i suoi istinti naturali.
Inoltre quelle danze non venivano eseguite con accompagnamento
di clamori pubblici, ma al suono di strumenti rudimentali: zucche con
sopra tesa una pelle sonora, che veniva picchiata con ripetuti colpi,
steli cavi tagliati a mo' di zufolo, nei quali una dozzina di robusti
suonatori soffiavano a perdifiato Mai frastuono pi assordante
aveva lacerato orecchie bianche!
Non sembra che abbiano il senso della misura osserv J ohn
Cort.
E nemmeno quello della tonalit! rispose Max Huber.
Quantunque, per, siano sensibili alla musica, mio caro Max
Anche gli animali lo sono; a parer mio, la musica un'arte
inferiore, che si rivolge a un senso inferiore; al contrario, se si tratta
di pittura, di scultura o di letteratura, nessun animale ne subir il
fascino, e non fu mai veduto un animale, anche dei pi intelligenti,
commuoversi alla vista di un quadro o all'udire una bella frase
poetica!
Comunque sia i Wagddi si avvicinavano all'uomo, non solo
perch sentivano gli effetti della musica, ma anche perch la
eseguivano.
Trascorsero cos due ore, con viva impazienza di Max Huber, il
quale era adirato perch Sua Maest Mselo-Tala-Tala non si degnava
disturbarsi per ricevere l'omaggio dei suoi sudditi.
Intanto la festa continuava fra grida e danze.
Le bevande provocavano le violenze dell'ebbrezza, tanto che c'era
da temere qualche grave disordine, quando ad un tratto il tumulto
cess.
Ognuno si calm, divenne immobile. Alle chiassose
dimostrazioni, al frastuono assordante dei tam-tam, al fischio acuto
dei pifferi, succedette un assoluto silenzio.
S apr la porta della reggia, ed i guerrieri si schierarono dai due
lati.
Finalmente! disse Max Huber lo vedremo questo
sovrano silvestre.
Ma non fu Sua Maest che usci dalla capanna, ma una specie di
mobile coperto d'un tappeto di fogliame, che venne portato nel
mezzo della piazza. Quale non fu lo stupore dei due amici, allorch
in quel mobile riconobbero un volgare organetto di Barberia! Non
v'era dubbio che quello strumento sacro figurasse nelle grandi
cerimonie di Ngala, e quei primitivi ne ascoltavano in estasi le arie!
Ma l'organetto del dottor J ohausen! disse J ohn Cort.
Infatti non pu essere che quello replic Max Huber ed
ora mi spiego perch nella notte del nostro arrivo sotto il villaggio di
Ngala ebbi la vaga impressione di udire sopra il mio capo il valzer
spietato del Freischtz!
E non ci avete detto nulla, Max!
Mi parve d'aver sognato, J ohn.
Certamente aggiunse J ohn Cort i Wagddi hanno
asportato quest'organetto dalla capanna del dottore
E dopo aver messo a dura prova il buon uomo! aggiunse
Max Huber.
Un Wagddi superbo, che pareva essere il direttore d'orchestra del
luogo, si piant dinanzi allo strumento e cominci a girare la
manovella.
Ed ecco il valzer famoso, al quale mancavano alcune note, ma che
dava un intenso piacere a tutti gli astanti!
Cos alla coreografia succedeva un concerto. Gli astanti
l'ascoltavano scrollando il capo, ma a contrattempo, perch non
pareva ch'essi subissero quell'impulso ritmico che un valzer
comunica agli uomini civili del vecchio e del nuovo mondo.
Gravemente, come compenetrato nella dignit delle sue funzioni, il
Wagddi girava la manovella.
Ma si sapeva a Ngala che l'organetto conteneva altre sonate?
Questo si domandava J ohn Cort. Infatti il caso non avrebbe potuto
far scoprire ai Wagddi come, premendo un bottone, la sonata di
Weber potesse essere sostituita da un'altra.
Comunque, dopo mezz'ora consacrata al valzer del Freischtz,
ecco il suonatore toccare una molla laterale, come avrebbe potuto
fare un suonatore di professione.
Questo veramente troppo! esclam Max Huber.
Davvero troppo, salvo che qualcuno avesse insegnato a quei
primitivi il segreto del meccanismo e come ricavare dall'organetto
tutte le melodie che racchiudeva.
La manovella si rimise in moto.
E allora al motivo tedesco succedette un'arietta francese
popolarissima, la lamentosa cantilena della Grce de Dieu.
Tutti conoscono questo capolavoro di Loisa Puget. S sa che la
strofa si svolge in la minore per sedici battute e che il ritornello
ripiglia in la maggiore, secondo le tradizioni dell'arte di quel tempo.
Ah, disgraziato! Ah, miserabile! url Max Huber; e le sue
esclamazioni destarono il mormorio degli astanti.
Chi il miserabile? domand J ohn Cort quello della
manovella?
No, il fabbricante! Per risparmiare le note ha fatto a meno dei
do e dei sol diesis! Ed ecco che il ritornello, che dovrebbe essere
suonato in la maggiore:

Va', bimbo mio, addio,
con l'aiuto d'Iddio

ecco che viene suonato in do maggiore!
un vero delitto disse ridendo J ohn Cort.
E questi barbari non se ne avvedono nemmeno e non si
ribellano, come farebbe ogni essere dotato d'orecchio umano!
No, i Wagddi non dimostravano nessun orrore! Accoglievano
quella criminale sostituzione di tono da un modo all'altro, e se non
applaudivano, bench avessero delle mani enormi, si mostravano
assolutamente estatici.
Basta questo disse Max Huber a riportarli al livello delle
bestie!
C'era da credere che l'organetto non contenesse altre sonate, oltre
al valzer tedesco ed alla canzonetta francese, perch esse si
alternavano invariabilmente. Le altre arie forse erano guaste. Per
fortuna lo strumento possedeva tutte le note del valzer, e non dava a
Max Huber il voltastomaco che gli aveva cagionato il ritornello della
romanza.
Finito il concerto, ricominciarono le danze, meglio di prima, e le
bevande colarono pi abbondanti che mai attraverso le gole
wagddiane. Cadeva il sole dietro le vette, e alcune torce si accesero
fra i rami, per illuminare la piazza che il breve crepuscolo doveva fra
poco piombare nell'ombra.
Max Huber e J ohn Cort ne avevano abbastanza, e stavano per
tornarsene nella loro capanna, quando Lo-maf disse:
Mselo-Tala-Tala.
Davvero? Sua Maest sarebbe venuta a ricevere le adorazioni del
suo popolo, uscendo dalla sua divina invisibilit? I due giovani non
se ne andarono.
Segu un certo movimento presso la capanna reale, e vi rispose un
sordo mormorio degli astanti. S apr la porta, si form una scorta di
guerrieri, e il capo Raggi si mise innanzi al corteo.
E subito apparve un trono, che era poi un vecchio divano
drappeggiato di cenci e di foglie, sorretto da quattro portatori; sul
trono si pavoneggiava Sua Maest.
Appariva come un uomo sulla sessantina, coronato di verde, con
barba e capelli bianchi, corpulento assai, e tanto massiccio che
doveva pesar molto sulle robuste spalle dei portatori.
Il corteo si mise in moto per fare il giro della piazza. La folla si
curv fino a terra, silenziosa, come ipnotizzata dalla presenza
augusta di Mselo-Tala-Tala.
Il sovrano sembrava indifferentissimo agli omaggi, che gli erano
dovuti, e a mala pena si degnava di scrollare il capo, soddisfatto. Non
fece un gesto, salvo quello, a due o tre riprese, di grattarsi il naso: un
naso lungo, sormontato da grossi occhiali, che gli avevano procurato
il nomignolo di Padre Specchio.
I due amici lo guardarono attentamente quando pass loro dinanzi.
Ma un uomo! afferm J ohn Cort.
Un uomo? replic Max Huber.
S, un uomo! Anzi, un bianco!
Un bianco!
Non v'era dubbio che a esser condotto sulla sedia gestatoria era
un essere diverso dai silvestri sopra i quali regnava. Non certo un
indigeno dell'Ubanghi Impossibile ingannarsi: era un bianco, un
rappresentante autentico della razza umana!
E la nostra presenza non produce in lui alcun effetto disse
Max Huber; non sembra neppure scorgerci! Che diamine! Non
abbiamo nessuna somiglianza con queste mezze scimmie di Ngala, e
in tre settimane non abbiamo perduto la faccia d'uomini, immagino
E fu l l per gridare:
Ehi, signore, laggi, faccia il piacere di guardare dalla nostra
parte In quel momento J ohn Cort afferr il braccio dell'amico, e
con voce che denotava la massima meraviglia, disse:
Lo riconosco
Lo riconoscete?
S il dottor J ohausen!
CAPITOLO XVII
COM'ERA RIDOTTO IL DOTTOR JOHAUSEN!
J OHN CORT conosceva il dottor J ohausen per averlo incontrato una
volta a Libreville. Egli non poteva dunque sbagliare: era proprio il
dottor J ohausen, che regnava sopra quella popolazione wagddiana.
Nulla di pi facile che ricostruire e compendiare la sua storia in
poche righe. I fatti si concatenavano senza soluzione di continuit
dalla gabbia al villaggio di Ngala.
Tre anni innanzi il tedesco, desideroso di riprendere il tentativo
poco serio e fallito del professor Garner, aveva lasciato Malimba con
una scorta di negri, portando materiale, munizioni e viveri per lungo
tempo. S sapeva ci che egli voleva fare nell'est del Camerun; cio,
che aveva progettato di andar a stare in mezzo alle scimmie per
studiarne il linguaggio. Da qual parte contasse dirigersi non lo aveva
per confidato ad anima viva, essendo un essere strano e assai
bizzarro e un tantino tocco nel cervello, per ricorrere a un'espressione
francese assai frequente.
Le scoperte di Khamis e dei suoi compagni durante il viaggio di
ritorno provavano indubbiamente che il dottore era giunto al luogo
dove scorreva il fiume, che Max Huber aveva battezzato col suo
nome; che, dopo aver costruito una zattera e rimandato la sua scorta,
vi si era imbarcato con un indigeno rimasto al suo servizio; avevano
sceso il fiume fino all'acquitrino, all'estremit del quale avevano poi
eretto la gabbia, al coperto degli alberi della riva destra.
Qui s'arrestavano i dati certi sulle avventure del dottor J ohausen.
Per ci che era accaduto in seguito le ipotesi si mutavano ora in
certezza. S sa che nel frugare la gabbia vuota Khamis aveva messo
la mano sopra una piccola scatola di rame contenente un taccuino. Le
note che vi erano scritte si riducevano a poche righe, tracciate a
matita, in varie date, a cominciare da quella del 27 luglio 1894, fino
al 24 agosto dello stesso anno.
Era dunque dimostrato che il dottore, sbarcato il 29 luglio, aveva
terminato il suo insediamento solo il 13 agosto, e abitato la gabbia
solo fino al 25 dello stesso mese; tredici giorni in tutto.
Perch l'aveva abbandonata? Spontaneamente? Certo, no. Ora si
sapeva con certezza che i Wagddi s'avanzavano talora fino alle
sponde del fiume. Quei fuochi che illuminavano il limitare della
foresta, all'arrivo della carovana, non erano stati forse essi a recarli
d'albero in albero? Donde la conclusione che quei primitivi avevano
scoperto la capanna del professore, che si erano impadroniti della sua
persona e del suo materiale, che avevano trasportato tutto a molte
leghe di distanza, nel villaggio aereo.
Quanto al domestico indigeno, certo egli se l'era svignata
attraverso la foresta. Se fosse stato condotto a Ngala i nostri
viaggiatori l'avrebbero incontrato, non essendo egli re e tappato in
casa come un re. Del resto avrebbe preso parte alla cerimonia di quel
giorno accanto al suo padrone, forse in qualit di dignitario; magari
di primo ministro
Dunque i Wagddi non avevano trattato il dottor J ohausen peggio
di Khamis e dei suoi compagni. Colpiti dalla sua superiorit
intellettuale, avevano fatto di J ohausen il loro sovrano: questa sorte
sarebbe potuta toccare a J ohn Cort ed a Max Huber, se il posto non
fosse gi occupato. Da tre anni il dottor J ohausen, il Padre-specchio
certo da lui i suoi sudditi avevano appreso questa locuzione
occupava il trono wagddiano col nome di Mselo-Tala-Tala.
Ci spiegava molte cose rimaste inesplicate: come molte parole
della lingua congolese fossero entrate nel linguaggio di quella gente,
e vi entrassero pure due o tre parole tedesche; come fosse loro
familiare l'organetto; come conoscessero la fabbricazione di certi
utensili; come l'industria avesse fatto qualche progresso nel villaggio,
e infine come quel progresso si fosse esteso alle costumanze di
quegli esseri collocati all'ultimo gradino della scala umana.
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Queste cose andavano dicendosi fra loro i due amici quando,
lasciata la grande piazza di Ngala, fecero ritorno nella capanna.
Subito Khamis fu informato di tutto.
Io non mi so spiegare aggiunse Max Huber perch il
dottor J ohausen non si sia inquietato della presenza di stranieri nella
sua capitale, perch non ci abbia fatto comparire al suo cospetto, e
persino perch non si sia avvisto, durante la cerimonia, che noi non
assomigliamo affatto ai suoi sudditi.
Davvero disse J ohn Cort e non riesco a comprendere
perch Mselo-Tala-Tala non ci abbia ancora fatti chiamare.
Forse ignora che i Wagddi hanno fatto dei prigionieri nella
foresta osserv il foreloper.
Pu essere anche questo, ma per lo meno strano dichiaro
J ohn Cort c' qualche cosa che mi sfugge, che bisogna chiarire.
E come? domand Max Huber.
Cercando vi riusciremo rispose J ohn Cort.
Da tutto questo risultava che il dottor J ohausen, venuto nella
foresta dell'Ubanghi per vivere fra le scimmie, era capitato fra le
mani di una popolazione pi alta dell'antropoide, e della quale non si
sospettava l'esistenza. Egli non si era dato la pena d'insegnar loro a
parlare, perch quella gente parlava; si era contentato d'insegnare
loro poche parole della lingua congolese e della lingua tedesca; poi,
curandoli come dottore, senza dubbio, aveva acquistato tanta
popolarit, da essere innalzato al trono E veramente J ohn Cort
aveva gi osservato che gli abitanti di Ngala godevano di una salute
eccellente, che fra essi non v'era nessun malato, e che nel tempo da
loro passato a Ngala nessun Wagddi era morto.
E bisognava ammettere che, sebbene nel villaggio vi fosse un
medico, poi fatto re, la mortalit non era cresciuta. Riflessione
irriverente, se vogliamo, per la Facolt, e fu Max Huber che se la
permise.
Ed ora che decisione prendere? La situazione del dottor J ohausen
a Ngala non mutava quella dei prigionieri? Quel sovrano di razza
teutonica avrebbe esitato a rimetterli in libert, se si fossero mostrati
innanzi a lui, domandando di essere rinviati nel Congo?
Non lo posso credere disse Max Huber e ora sappiamo il
da farsi Pu essere che la nostra presenza sia stata celata al
dottore: ammetto anche, sebbene mi sembri inverosimile, che durante
la cerimonia egli non ci abbia scorti nella folla; una ragione di pi
per penetrare nella capanna reale
Quando? domand J ohn Cort.
Stasera; e poich un re adorato dal suo popolo, si far
ubbidire: egli ci ridoner la libert e ci far accompagnare fino alla
frontiera con gli onori dovuti ai simili di Sua Maest wagddiana.
E se rifiuta?
Perch dovrebbe rifiutare?
Chiss! rispose J ohn Cort. Potrebbe avere le sue ragioni
diplomatiche.
Ebbene, se rifiuta esclam Max Huber gli dir ch'egli era
solo degno di regnare sopra i macachi, e che non vale quanto l'ultimo
dei suoi sudditi!
In sostanza la proposta meritava di essere presa in considerazione.
L'occasione era buona, del resto. Se la festa fosse finita con la
notte, certo lo stato di ebbrezza sarebbe durato ancora in tutta la
popolazione del villaggio. Non era il caso di approfittare di questa
circostanza, che probabilmente non si sarebbe ripetuta tanto presto? I
Wagddi, semi ubriachi, si sarebbero addormentati nelle loro capanne
o dispersi nelle profondit della foresta I guerrieri non avevano
temuto di disonorare la propria uniforme bevendo a pi non posso.
Perci la casa reale sarebbe stata meno custodita; non doveva essere
difficile giungere fino alla camera di Mselo-Tala-Tala.
Tale disegno fu approvato da Khamis, che era quello dei buoni
consigli, e si attese la notte perch l'ubriacatura dei Wagddi fosse
completa. Naturalmente Kollo, a cui era stato dato il permesso di
pigliar parte alla festa, non era tornato a casa.
Verso le nove Max Huber, J ohn Cort, Llanga ed il foreloper
uscirono con circospezione dalla loro capanna.
Il villaggio era al buio, sprovvisto di qualsiasi illuminazione
municipale.
Gli ultimi bagliori delle torce resinose disposte sugli alberi si
erano spenti. Lontano, quasi venissero dal di sotto di Ngala, si
propagavano mormorii confusi, dalla parte opposta all'abitazione del
dottor J ohausen.
Prevedendo il caso che fosse loro possibile fuggire quella sera
medesima, col consenso o a dispetto di Sua Maest, i viaggiatori
s'erano armati delle loro carabine e avevano messo in tasca tutte le
cartucce della cassa. Infatti, se fossero stati sorpresi, sarebbe forse
stato necessario far parlare i fucili: un linguaggio che quegli esseri
primitivi non dovevano conoscere.
Se ne andarono cos tutti e quattro fra le capanne, le quali per la
maggior parte erano vuote; quando furono sulla piazza, la trovarono
deserta e avvolta nelle tenebre.
Solo una luce si scorgeva nella finestra della capanna reale.
Non c' nessuno osserv J ohn Cort.
Nessuno davvero, neppure dinanzi alla casa di Mselo-Tala-Tala.
Raggi e i suoi guerrieri avevano abbandonato il loro posto. Quella
notte il sovrano sarebbe stato senza difesa.
Pure poteva darsi che fosse rimasto qualche ciambellano di
servizio a fianco del re e che dovesse riuscire malagevole ingannare
la loro sorveglianza.
In ogni modo l'occasione era troppo allettante per non
approfittarne. Una fortunata combinazione aveva loro permesso di
giungere a quella casa senza essere scorti e si disponevano infatti ad
entrare.
Arrampicandosi lungo i rami, Llanga giunse fino alla porta e not
che bastava spingerla perch si aprisse.
J ohn Cort, Max Huber e Khamis subito lo raggiunsero, per alcuni
minuti tesero l'orecchio, pronti a ritirarsi, se fosse necessario.
Nessun rumore si faceva udire nella reggia n fuori. Fu Max
Huber a varcare per primo la soglia, seguito dai compagni, che
chiusero la porta alle spalle.
Questa casa comprendeva due camere contigue, formanti tutto
l'appartamento di Mselo-Tala-Tala.
La prima stanza era buia e deserta.
Khamis pose l'occhio alla porta di comunicazione con la seconda
camera; essendo un po' sconnessa essa lasciava passare qualche
raggio di luce.
Il dottor J ohausen era l, mezzo sdraiato sopra un divano.
Evidentemente questo mobile, e pochi altri che adornavano la
camera, provenivano dal materiale del dottore ed erano stati portati a
Ngala insieme col loro proprietario.
Entriamo disse Max Huber.
Al rumore dei passi il dottor J ohausen rizz il capo. Forse era
stato destato da un sonno profondo; tuttavia non parve commosso
minimamente dalla presenza dei nuovi venuti.
Dottor J ohausen, veniamo a presentare il nostro omaggio alla
Maest Vostra disse J ohn Cort in tedesco.
Il dottore non rispose. Che non avesse compreso? Aveva forse
dimenticato la lingua natale, in tre anni di soggiorno fra i Wagddi?
Dottor J ohausen soggiunse J ohn Cort noi siamo stranieri
e siamo stati condotti nel villaggio di Ngala
Nessuna risposta.
Il monarca wagddiano sembrava guardare senza vedere, ascoltare
senza intendere. Non faceva nessun movimento, nessun gesto, quasi
fosse diventato assolutamente ebete.
Max Huber gli si accost, e poco rispettoso verso quel sovrano
dell'Africa centrale, lo prese per le spalle e lo scroll tutto.
Sua Maest fece una tale smorfia che meglio non avrebbe fatto il
pi smorfioso dei mandrilli dell'Ubanghi.
Max Huber lo scroll ancora.
Sua Maest cacci fuori la lingua.
Ma che sia diventato matto? disse J ohn Cort.
Pi matto di cos! dichiar Max Huber. Matto da legare!
S, il dottor J ohausen era pazzo. Gi squilibrato alla partenza dal
Camerun, aveva finito col perdere il poco senno dopo il suo arrivo a
Ngala. Chiss se appunto per quella degenerazione mentale non
avesse meritato di essere fatto re dei Wagddi? Forse che presso gli
indiani del Far West e fra i selvaggi dell'Oceania la follia non pi
onorata della saggezza? E il pazzo non considerato come una
creatura sacra, un depositario della potenza divina?
Il fatto che il povero dottore era propriamente sfornito d'ogni
intelletto; perci non si dava pensiero della presenza dei quattro
stranieri nel villaggio e non aveva nemmeno riconosciuto in due
d'essi individui della propria specie, pur tanto differente dalla razza
wagddiana!
Non c' altro da fare disse Khamis. Posto che non
possiamo contare su questo incosciente per ricuperare la libert
Proprio cos afferm J ohn Cort.
E che queste bestie non ci lasceranno partire aggiunse Max
Huber. Non ci rimane che approfittare dell'occasione e fuggire
Subito disse Khamis.
Approfittiamo della notte.
E dell'ubriachezza di tutta questa gente semi-scimmiesca
dichiar Max Huber.
Andiamo concluse Khamis, dirigendosi verso la prima
camera; cerchiamo di giungere alla scala del villaggio, e
cacciamoci nella foresta
Sta bene disse Max Huber ma il dottore?
Il dottore? ripet Khamis.
Non possiamo lasciarlo nel suo regno wagddiano: il nostro
dovere di liberarlo
Avete ragione, Max lo approv J ohn Cort ma questo
disgraziato incosciente; forse far resistenza. E se non ci vuol
seguire?
Proviamo rispose Max Huber, accostandosi al dottore. S
pu bene immaginare che quell'omaccione non era molto
maneggevole; e se non collaborava come spingerlo fuori della
capanna?
Khamis e J ohn Cort si unirono a Max Huber ed afferrarono il
dottore per il braccio.
Questi, robusto ancora, li respinse e si sdrai quant'era lungo,
agitando le estremit come un crostaceo che sia stato voltato sul
dorso.
Diamine! disse Max Huber pi pesante lui che tutta la
Triplice
Dottor J ohausen! grid un'ultima volta J ohn Cort.
Sua Maest Mselo-Tala-Tala rispose grattandosi, proprio come
fanno le scimmie.
Non possiamo cavar proprio nulla da questa bestia umana
disse Max Huber; diventato scimmia rimanga scimmia e
continui a regnare sulle scimmie!
Non restava altro da fare che abbandonare la reggia.
Disgraziatamente Sua Maest si era messo a mandar delle grida, che
sarebbero state intese, se qualche Wagddi si fosse trovato nelle
vicinanze.
Perdere un solo secondo era esporsi a perdere un'occasione
propizia. Raggi ed i suoi guerrieri forse sarebbero accorsi; la
situazione degli stranieri, colti nella reggia, sarebbe certo peggiorata
e avrebbero dovuto del tutto rinunciare a ogni speranza di fuga.
Khamis ed i suoi compagni abbandonarono allora il dottor
J ohausen e si lanciarono all'aperto.
CAPITOLO XVIII
BRUSCO FINALE
LA SORTE favoriva i fuggiaschi. Tutto quel chiasso entro la casa
non aveva richiamato anima viva; deserta era la piazza, deserte le vie
che mettevano in essa. Ora il difficile era raccapezzarsi in quel
dedalo buio, circolare fra i rami, e per la via pi breve giungere alla
scala di Ngala.
D'improvviso un Wagddi si fece incontro a Khamis e ai suoi
compagni.
Era Lo-mai col suo piccino, che li aveva seguiti mentre essi si
recavano alla capanna di Mselo-Tala-Tala ed era andato ad avvertire
il babbo. E costui, temendo qualche pericolo per Khamis e i suoi
compagni, si era affrettato a raggiungerli. Saputo che volevano
fuggire si offr come guida.
E fu una fortuna, giacch nessuno d'essi avrebbe potuto ritrovare
la via.
Ma quando giunsero alla scala una sgradita sorpresa li attendeva:
era custodita da Raggi e da una dozzina di guerrieri.
Era possibile passare con la forza, essendo solamente in quattro?
Max Huber pens esser venuto il momento di servirsi della
carabina.
Raggi e altri due gli si fecero incontro; egli rincul di alcuni passi
e spar: Raggi, ferito al petto, cadde morto.
Certamente i Wagddi non conoscevano l'uso delle armi da fuoco;
lo sparo e la caduta di Raggi cagionarono uno sgomento di cui non
possibile farsi un'idea. Se quel giorno un fulmine fosse piombato
nella piazza, durante la cerimonia, non li avrebbe atterriti altrettanto.
Quei dodici guerrieri si dispersero, rientrando gli uni nel villaggio,
gli altri precipitandosi gi dalla scalinata, con una sveltezza da
quadrumani.
La via fu libera in un batter d'occhio.
Scendiamo! grid Khamis.
E subito segu Lo-mai ed il piccino, che li precedevano.
J ohn Cort, Max Huber, Llanga, il foreloper si lasciarono quasi
scivolare senza incontrare ostacoli. Dopo essere passati sotto il
villaggio aereo, si diressero verso il fiume, vi giunsero in pochi
minuti, staccarono un canotto, e s'imbarcarono tutti insieme, col
padre e col piccino.
Ma in quel momento si accesero da ogni parte delle torce, e
accorsero in gran numero i Wagddi vaganti nei dintorni del villaggio.
E furono grida di collera e di minaccia, seguite da un nugolo di
frecce.
Spariamo! inevitabile! disse J ohn Cort.
Spianarono le carabine, mentre Khamis e Llanga facevano
manovra per prendere il largo.
S ud un doppio sparo. Due Wagddi furono colpiti e la folla
urlante si disperse.
In quel momento il canotto fu preso dalla corrente e sparve a
valle, sotto il fitto dei grandi alberi.
Non il caso di riferire minutamente la navigazione verso il sud-
ovest della grande foresta. I due amici non avrebbero mai nemmeno
saputo se esistessero altri villaggi aerei. Non mancando le munizioni,
il nutrimento sarebbe stato assicurato dalla caccia, e in quelle regioni
dell'Ubanghi abbondavano varie specie di antilopi.
La sera del giorno dopo Khamis ormeggi il canotto ad un albero
della sponda, per passare la notte.
Durante il tragitto J ohn Cort e Max Huber non avevano
risparmiato le dimostrazioni di gratitudine a Lo-mai, per il quale
avevano una simpatia assolutamente umana.
Quanto a Llanga e al piccino vi era fra di loro una vera fratellanza.
E invero come avrebbe potuto il giovane indigeno sentire le
differenze antropologiche, che lo mettevano al disopra di quella
creaturina?
J ohn Cort e Max Huber speravano che Lo-mai li accompagnasse
fino a Libreville. Il ritorno sarebbe stato facile, scendendo quel fiume
che doveva essere un affluente dell'Ubanghi. L'essenziale era che il
suo corso non fosse ostruito da rapide o da cascate.
La sera del 16 aprile il canotto si arrest dopo una navigazione di
quindici ore. A giudizio di Khamis, avevano percorso quaranta o
cinquanta chilometri.
Fu stabilito di passar la notte in quel luogo. Preparato il campo e
rifocillatisi, tutti cedettero ad un sonno ristoratore che non fu turbato
in alcun modo. Vegli Lo-mai.
Quando si dest, Khamis fece i preparativi della partenza e il
canotto fu spinto un'altra volta nella corrente.
In quel momento Lo-maf, che teneva il suo piccino, giungeva
sulla sponda.
J ohn Cort e Max Huber lo raggiunsero e lo incitarono ad
accompagnarli. Ma Lo-mai scroll il capo; accenn con una mano al
corso del fiume e con l'altra alle profondit della foresta.
I due amici insistettero, e i loro cenni erano chiari; volevano
condurli a Libreville con loro.
In pari tempo Llanga accarezzava Li-mai, lo baciava, se lo
stringeva fra le braccia, cercava di trascinarlo verso il canotto
Li-mai disse una sola parola:
Ngora!
S, la mamma era rimasta al villaggio, e da lei volevano tornare
egli e il babbo Era la famiglia, che nulla poteva separare.
Assicurato il nutrimento di Lo-mai e del piccino per il ritorno fino
a Ngala, vennero scambiati gli ultimi addii.
J ohn Cort e Max Huber non nascosero la loro commozione al
pensiero di non rivedere mai pi quelle due creature affettuose e
buone, per quanto di razza inferiore alla loro.
Llanga non pot trattenere le lacrime, e cos pure piansero il
piccino e suo padre.
Ebbene disse J ohn Cort, non vorrete credere, mio caro
Max,
che questi esseri facciano parte dell'umanit.
S, J ohn, s, lo credo poich essi hanno il sorriso ed il pianto
al pari dell'uomo.
Il canotto fu preso dalla corrente, e alla curva del fiume Khamis e
i suoi compagni poterono mandare un ultimo addio a Lo-mai e al suo
bambino.
Le giornate del 18, 19, 20, 21 aprile furono spese nel discendere il
fiume, sino alla confluenza coll'Ubanghi. La corrente era
rapidissima, e si pot stimare di trecento chilometri il tragitto
percorso dal villaggio di Ngala.
Il foreloper e i suoi compagni si trovavano allora all'altezza delle
rapide di Zongo, pressappoco all'angolo formato dal fiume nel
piegare a sud. Queste rapide sarebbe stato impossibile valicarle in
canotto, e per riprendere la navigazione a valle era necessario fare un
tratto di strada a piedi, trasportando il canotto in spalla.
vero che l'itinerario consentiva di seguire la riva sinistra
dell'Ubanghi, in quella parte limitrofa fra il Congo indipendente e il
Congo francese. Ma a quella via faticosa era da preferire il canotto;
tanto tempo guadagnato e fatica risparmiata
Fortunatamente Khamis trov rimedio a tutto. Sotto le rapide di
Zongo lUbanghi navigabile sino alla confluenza col Congo; non
sono rari i battelli, che fanno servizio in questa regione, dove non
mancano i villaggi, le borgate e gli stabilimenti di missionari. I
cinquecento chilometri che li separavano dalla mta, J ohn Cort, Max
Huber, Khamis e Llanga li percorsero a bordo d'una di quelle
imbarcazioni alle quali ora cominciano a venire in aiuto i
rimorchiatori a vapore. E cos il 26 aprile si arrestarono in una
borgatella della riva destra. Ristorati dalle lunghe fatiche, sanissimi,
ora non rimanevano pi che novecento chilometri, per giungere a
Libreville.
Subito fu allestita una carovana, ad opera del foreloper, che
marciando verso ovest, in ventiquattro giorni attravers le lunghe
pianure congolesi.
Il 20 maggio il nostro drappello, J ohn Cort, Max Huber, Khamis e
Llanga, faceva la sua entrata nella colonia, dove i loro amici, inquieti
per l'assenza prolungata, privi di notizie da quasi sei mesi, li
ricevettero a braccia aperte.
Khamis ed il giovane indigeno non dovevano pi separarsi da
J ohn Cort e da Max Huber. Llanga non era stato adottato da essi? E il
foreloper non era stato forse la loro guida devota in quel viaggio
avventuroso?
E il dottor J ohausen? E il villaggio aereo di Ngala, nascosto nel
fitto della grande foresta?
Presto o tardi una spedizione dovr certamente prendere contatto
pi intimo con quegli strani Wagddi, non fosse che per l'interesse
dell'antropologia moderna.
Il dottore tedesco poi era certamente pazzo; e anche supponendo
che gli ritorni il senno e che sia ricondotto a Malimba, chiss se non
rimpianger il tempo nel quale regnava col nome di Mselo-Tala-
Tala! E se, grazie a lui, questa popolazione di primitivi non passer,
un giorno, sotto il protettorato dell'Impero tedesco
Ma pu anche darsi che l'Inghilterra

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