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Jules Verne

LE FANTASIE DI JEAN-MARIE CABIBOULIN

TITOLO ORIGINALE DELL’OPERA LES HISTOIRES DE JEAN-MARIE CABIDOULIN

(1901)

Traduzioni integrali dal francese di VINCENZO BRINZI

Jules Verne LE FANTASIE DI JEAN-MARIE CABIBOULIN TITOLO ORIGINALE DELL’OPERA LES HISTOIRES DE JEAN-MARIE CABIDOULIN (1901)

Proprietà letteraria e artistica riservata – Printed in Italy © Copyright 1982 U. Mursia editore S.p.A. 2494/AC – U. Mursia editore – Milano – Via Tadino, 29

INDICE

PRESENTAZIONE

 

4

LE FANTASIE DI JEAN-MARIE CABIBOULIN

7

Capitolo

I

8

Si parte in ritardo

 

8

Capitolo II

20 _______________________________________________

Il «saint-enoch»

 

20

Capitolo III

31

Sulla costa orientale della nuova zelanda

31

Capitolo IV

43

Attraverso il pacifico

 

43

Capitolo V

56 _______________________________________________

LA BAIA MARGHERITA

 

56

Capitolo VI

69

Vancouver

69

Capitolo VII

 

81

Seconda campagna

81

Capitolo VIII

92

Il mare di okhotsk

92

 

_____________________________________________

Capitolo IX

105

Al kamciatka

 

105

Capitolo X

______________________________________________

117

Colpo doppio

 

117

Capitolo XI

131

Tra inglesi e francesi

 

131

Capitolo XII

143

La nave s'incaglia

143

Capitolo XIII

154

Uno scoglio che si muove

______________________________________

154

Capitolo XIV

____________________________________________

166

Verso settentrione

 

166

 

____________________________________________

Capitolo XV

 

176

Conclusione

176

PRESENTAZIONE

Il volume raccoglie due interessanti romanzi pubblicati da Verne nel 1901: Il villaggio aereo e Le fantasie di Jean-Marie Cabidoulin; due romanzi diversissimi sotto tanti punti di vista e che tuttavia hanno anche notevoli punti in comune. Sono diversissimi anzi tutto per l'ambientazione geografica: in quanto il primo ha come teatro le inesplorate foreste dell'Africa equatoriale, mentre l'altro (uno strano romanzo di carattere marinaresco) si svolge prevalentemente nelle acque del Pacifico, sulle tradizionali rotte delle balene, su su fino nelle regioni più settentrionali, oltre le Kurili, la penisola del Kamciatka, la barriera delle Aleutine, sino allo stretto di Bering, oltre il quale l'avventura si spinge e s'infrange nel Mar Glaciale Artico. Un romanzo per terra, dunque, e un romanzo per mare. Eppure c'è qualcosa che stranamente li accomuna. In entrambi, infatti, predomina il tema della caccia. Nel primo, è la caccia all'elefante nella foresta equatoriale; nel secondo, la caccia alla balena lungo le «piste» oceaniche. Ma c'è un motivo ancora più profondo che li rende simili, pur nella loro enorme diversità: in entrambi gioca una geniale trovata che trasforma il romanzo d'avventura nella garbata satira di certe idee correnti al tempo dello scrittore, di certi luoghi comuni, scientifici o popolari che siano. Sì veda ad esempio Il villaggio aereo; una spedizione di caccia nella foresta equatoriale africana si muta strada facendo in un pretesto per satireggiare il darwinismo alla moda, l'origine dell'uomo dalla scimmia e l'evoluzione del linguaggio. L'antropologo americano John Cort si lascia suggestionare dalla necessità scientifica di trovare l'«anello mancante» tra l'uomo e la scimmia e finisce intrappolato nel «villaggio aereo», un villaggio pensile, sospeso come un nido tra i rami d'alberi giganteschi (ed è questa una delle più belle fantasie verniane)… E chi trova John Cort in questo incredibile villaggio appollaiato sui rami?… Lasciamo al lettore la sorpresa della scoperta, un altro geniale contropiede

giocato dallo scrittore al suo affezionato lettore. E ora si veda anche l'altro romanzo. Il tre alberi Saint-Enoch, partito da Le Havre per la caccia alla balena, ingaggia il bottaio Jean-Marie Cabidoulin, un veterano del mare ma anche un menagramo ostinato, in quanto crede che negli oceani esistano mostri marini d'incredibile potenza, come serpenti di mare o polpi giganteschi capaci d'afferrare una nave con i loro tentacoli e di schiacciarla come una noce o di trascinarla fin negli abissi marini. Sono le «fantasie» di Jean-Marie Cabidoulin, che con le sue storie bizzarre terrorizza mozzi e marinai, e che ha il suo momento di gloria quando in pieno Pacifico il Saint-Enoch corre la più incredibile avventura… Verne fa qui dell'ironia su certe credenze popolari così come nel primo romanzo ha fatto dell'ironia su certe ipotesi scientifiche. È un filo conduttore sotterraneo. Ma la diversità degli ambienti, dell'impianto narrativo e degli intrecci, dei personaggi e delle avventure di cui sono protagonisti dà a ciascun romanzo una sua autonomia e gli conferisce una straordinaria presa sulla fantasia del lettore.

JULES VERNE nacque a Nantes, l'8 febbraio 1828. A undici anni, tentato dallo spirito d'avventura, cercò di imbarcarsi clandestinamente sulla nave La Coralie, ma fu scoperto per tempo e ricondotto dal padre. A vent'anni si trasferì a Parigi per studiare legge, e nella capitale entrò in contatto con il miglior mondo intellettuale dell'epoca. Frequentò soprattutto la casa di Dumas padre, dal quale venne incoraggiato nei suoi primi tentativi letterari. Intraprese dapprima la carriera teatrale, scrivendo commedie e libretti d'opera; ma lo scarso successo lo costrinse nel 1856 a cercare un'occupazione più redditizia presso un agente di cambio a Parigi. Un anno dopo sposava Honorine Morel. Nel frattempo entrava in contatto con l'editore Hetzel di Parigi e, nel 1863, pubblicava il romanzo Cinque settimane in pallone. La fama e il successo giunsero fulminei. Lasciato l'impiego, si dedicò esclusivamente alla letteratura e un anno dopo l'altro – in base a un contratto stipulato con l'editore Hetzel – venne via via pubblicando i romanzi che compongono l'imponente collana dei «Viaggi straordinari – I mondi conosciuti e sconosciuti» e che costituiscono il filone più avventuroso della sua narrativa. Viaggio al centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, Ventimila leghe sotto i mari, L’isola misteriosa, Il giro del mondo in 80 giorni, Michele Strogoff sono i titoli di alcuni fra i suoi libri più famosi. La sua opera completa comprende un'ottantina di romanzi o racconti lunghi, e numerose altre opere di divulgazione storica e scientifica. Con il successo era giunta anche l'agiatezza economica, e Verne, nel 1872, si stabilì definitivamente ad Amiens, dove continuò il suo lavoro di scrittore, conducendo, nonostante la celebrità acquistata, una vita semplice e metodica. La sua produzione letteraria ebbe termine solo poco prima della morte, sopravvenuta a settantasette anni, il 24 marzo 1905.

LE FANTASIE DI JEAN-MARIE CABIBOULIN

LE FANTASIE DI JEAN-MARIE CABIBOULIN

CAPITOLO I

SI PARTE IN RITARDO

— ALLORA, capitano Bourcart, non si parte oggi? — No, signor Brunel, temo anzi, che non potremo partire né domani né tra otto giorni. — È spiacevole… — E soprattutto preoccupante! — disse il signor Bourcart, scotendo il capo. — Il Saint-Enoch avrebbe dovuto prendere il mare già alla fine del mese scorso, per poter giungere nella stagione adatta sui luoghi di pesca. Vedrete che inglesi e americani finiranno con il precederlo… — E sono sempre quei due uomini che vi mancano a bordo? — Sempre, signor Brunel. Di uno non posso proprio fare a meno, ma dell'altro farei a meno volentieri, se non me lo imponessero i regolamenti. — Quest'ultimo non sarà certo il bottaio, immagino… — disse il signor Brunel. — No, abbiate la cortesia di credermi. Sulla mia nave, il bottaio non è meno indispensabile dell'alberatura, del timone o della bussola:

ho duemila barili, in fondo alla stiva. — Di quanti uomini è composto l'equipaggio del Saint-Enoch? — Saremmo trentaquattro, se fossimo al completo. Credetemi, per me è più utile avere un bottaio che curi i barili, che non un medico per curare gli uomini. I barili hanno sempre bisogno di riparazioni; gli uomini, invece, si riparano da sé. Eppoi, si è forse mai ammalati in mare? — L'aria marina è così salubre che non ci si dovrebbe ammalare mai; ma qualche volta capita… — Signor Brunel, non ho mai avuto un ammalato sul Saint- Enoch!

— Complimenti, capitano. Ma, che volete, una nave è una nave, e come tale è soggetta ai regolamenti marittimi. Quando il suo equipaggio raggiunge un certo numero di ufficiali e di marinai, occorre che essa imbarchi anche un medico: è prescritto! E voi non lo avete… — Ed è per questo motivo che il Saint-Enoch non è oggi di fronte al capo San Vincenzo, dove avrebbe dovuto essere! Questa conversazione tra il capitano Bourcart e il signor Brunel aveva luogo sul molo di Le Havre, verso le undici del mattino, nella parte un po' rialzata che va dal semaforo alla punta. Quei due uomini si conoscevano da molto tempo: l'uno era un vecchio capitano di cabotaggio, diventato ufficiale di porto; l'altro comandava il tre alberi Saint-Enoch. E con quale impazienza quest'ultimo aspettava di completare il suo equipaggio per poter prendere il largo! Évariste-Simon Bourcart, di una cinquantina d'anni, era favorevolmente noto sulla piazza di Le Havre, suo posto di attracco. Celibe, senza famiglia e senza parenti prossimi, aveva navigato sin dall'infanzia ed era stato mozzo, marinaio e nostromo al servizio dello stato. Dopo molti viaggi come ufficiale in seconda nella marina mercantile, da dieci anni comandava il Saint-Enoch, una baleniera di cui condivideva la proprietà con la ditta Fratelli Morice. Ottimo marinaio, prudente, ardito e risoluto, a seconda dei casi, usava sempre, al contrario di tanti suoi colleghi, una grande cortesia nell'espletamento delle sue funzioni: non bestemmiava mai e dava gli ordini con urbana correttezza. Certo non giungeva fino a dire al gabbiere: «Abbiate la cortesia di mollare il terzarolo del velaccio!» oppure, al timoniere: «Volete farmi il favore di mettere la barra tutta a dritta?» ma era considerato il più cortese dei capitani di lungo corso. È da rilevare inoltre che il signor Bourcart era stato sempre favorito nel suo lavoro; aveva avuto sempre delle campagne di pesca fortunate, delle traversate eccellenti. Mai lagnanze da parte dei suoi ufficiali, né recriminazioni da parte dei suoi marinai. Se questa volta l'equipaggio del Saint-Enoch non era al completo e se il suo capitano

non riusciva a completarlo, non bisognava vedere in ciò un indizio di diffidenza o di antipatia da parte della gente di mare. Il signor Bourcart e il signor Brunel si erano fermati accanto al sostegno metallico della campana, sullo spiazzo semicircolare che chiude il molo. Il mareografo segnava allora il momento più basso del riflusso e l'albero dei segnali non aveva né bandiera né fiamma. Nessuna nave si preparava ad entrare o a uscire e i battelli da pesca non avrebbero trovato abbastanza acqua nel canale, in quella marea di luna nuova. Era quello il motivo per cui mancavano in quel momento i curiosi, che di solito affluivano nelle ore dell'alta marea. I battelli di Honfleur, di Trouville, di Caen e di Southampton rimanevano ormeggiati ai loro pontoni: fino alle tre del pomeriggio, non ci sarebbe stato nessun movimento nell'avamporto. Per alcuni istanti, gli occhi del capitano Bourcart, rivolti al largo, percorsero il vasto settore compreso tra le lontane alture di Ouistreham e le ripe dei fari della Hève. Il tempo era incerto e il cielo coperto di nuvole grigie nelle zone alte. II vento che soffiava da nord-ovest era una brezzolina capricciosa, che sarebbe aumentata con l'inizio dell'alta marea. Varie navi attraversavano la baia; qualcuna gonfiava al vento la propria velatura sull'orizzonte a est, altre lasciavano nell'aria tracce dei loro vapori fuligginosi. Era senza dubbio uno sguardo d'invidia, quello che il signor Bourcart lanciava ai colleghi più fortunati che avevano già lasciato il porto; ed è superfluo dire che, anche da lontano, egli si esprimeva con parole garbate e che non si sarebbe mai permesso di trattarli come invece avrebbe fatto al suo posto un lupo di mare. — Quella brava gente — disse al signor Brunel — se ne va con il vento in poppa, mentre io sono ancora all'ancora e non posso salpare! Ecco ciò che io chiamo precisamente sfortuna; ed è la prima volta che essa colpisce il Saint-Enoch! — Abbiate pazienza, signor Bourcart, dal momento che non avete la possibilità di partire! — rispose il signor Brunel, ridendo. — Già, e non è forse ciò che cerco di fare da ben quindici giorni? — esclamò il capitano, non senza amarezza. — La vostra nave regge bene le vele; farete presto a riguadagnare

il tempo perduto… Se ne fa del cammino, a undici nodi, con un buon vento in poppa! Ma, signor Bourcart, non sta dunque meglio il dottor Sinoquet? — Purtroppo, no! Non ha nulla di grave, per fortuna, il nostro bravo dottore… Sono i reumatismi che lo inchiodano al letto. Ne avrà ancora per alcune settimane. Chi avrebbe mai immaginato una cosa del genere, da parte di un uomo abituato al mare e che per una decina d'anni ha percorso con me tutto il Pacifico! … — Forse i suoi reumatismi sono una conseguenza di quei viaggi — insinuò l'ufficiale di porto. — Niente affatto! — ribatté il capitano Bourcart. — Reumatismi buscati a bordo del Saint-Enoch! Perché allora non il colera o la febbre gialla? Come vi viene in mente un'idea del genere! Il signor Bourcart lasciò ricadere le braccia per lo stupore che gli causava una tal sciocchezza. Il Saint-Enoch… una nave attrezzata magnificamente, comoda e impenetrabile all'umidità! I reumatismi! Sarebbe stato più facile buscarseli nella sala del Consiglio del municipio, o nei saloni della sotto prefettura, ma non nelle cabine o nel quadrato del Saint-Enoch! I reumatismi! Ne aveva mai sofferto lui, forse? Eppure, non lasciava mai la nave, né quando era in sosta né quando era ormeggiata nel porto di Le Havre! Un appartamento in città! A che potrebbe mai servire, quando si ha l'alloggio a bordo? A un tale alloggio non avrebbe preferito neppure le più belle camere dell’Hotel de Bordeaux o del Terminus. I reumatismi! Mai, neanche un raffreddore! Lo avevano mai sentito sternutire, a bordo del Saint- Enoch? Il brav'uomo, accalorandosi, avrebbe continuato ancora a lungo, se il signor Brunel non lo avesse interrotto. — D'accordo, signor Bourcart, i reumatismi del dottor Sinoquet derivano dal tempo trascorso a terra! Ad ogni modo, quel che conta è che ora li ha e che non può imbarcarsi. — Il guaio è — dichiarò il signor Bourcart — che, nonostante le mie ricerche, non trovo nessuno che lo possa sostituire. — Un po' di pazienza, capitano; finirete, un giorno o l'altro, col trovare qualche giovane medico desideroso di viaggi, smanioso di girare il mondo! C'è forse qualcosa di più allettante che l'esordire con

una magnifica campagna di caccia alla balena nei mari del Pacifico? — Avete ragione, signor Brunel, non dovrei avere che l'imbarazzo della scelta… E tuttavia, non c'è ressa, come vedete, e non ho trovato ancora nessuno che sappia adoperare allo stesso modo il bisturi e la lancetta o la grua. — A proposito, non sono però i reumatismi — disse l'ufficiale di porto — che vi privano del bottaio… — No, per essere sinceri; il bravo papà Brulard non conserva più I uso del braccio sinistro, che è anchilosato, e ha dolori acuti ai piedi e alle gambe. — Sono dunque state colpite le sue articolazioni? — chiese il signor Brunel. — Così pare; Brulard non è in condizioni di navigare. Ora, come sapete, signor Brunel, una nave attrezzata per la caccia alla balena non può fare a meno del bottaio, così come non può fare a meno di fiocinieri; bisogna perciò che me ne procuri uno, a qualunque costo! Il signor Brunel ammise volentieri che papà Brulard non era afflitto dai reumatismi, dal momento che il Saint-Enoch era meglio di un sanatorio e che l'equipaggio vi navigava, se si vuol credere al capitano, in ottime condizioni di igiene; ma, ciò nonostante, non era meno certo che il dottor Sinoquet e il bottaio Brulard erano nell'impossibilità di partecipare alla campagna. In quell'istante, il signor Bourcart si sentì chiamare e si volse. — Siete voi, Heurtaux? — disse stringendo amichevolmente la mano del suo comandante in seconda. — Sono felice di vedervi; è il buon vento che questa volta vi porta qui? — Forse, capitano — rispose il signor Heurtaux. — Sono venuto per dirvi che una persona si è presentata a bordo, un'ora fa. — Un bottaio? Un medico? — chiese vivamente il capitano. — Non so, capitano. Comunque, questa persona è parsa contrariata per non avervi trovato. — È un uomo maturo? — No, è un giovanotto. Ha detto che tornerà presto e perciò sono venuto a cercarvi. Ero sicuro di incontrarvi sul molo. — Dove mi si incontra sempre, Heurtaux, quando non sono a bordo.

— Lo so; e così, ho puntato sull'albero dei segnali… — Avete fatto bene, Heurtaux — disse il signor Bourcart. — Non mancherò all'appuntamento. Signor Brunel, vi prego di scusarmi… — Andate, caro capitano — rispose l'ufficiale di porto. — Ho il presentimento che presto sarete tratto d'imbarazzo. — Solo in parte, signor Brunel, ammettendo che questo visitatore sia un dottore o un bottaio. L'ufficiale di porto e il capitano Bourcart si scambiarono una cordiale stretta di mano; poi quest'ultimo, accompagnato dal suo secondo, risalì la banchina, attraversò il ponte, raggiunse il bacino commerciale e si fermò dinanzi alla passerella che dava accesso al

Saint-Enoch.

Non appena posto piede sul ponte, il signor Bourcart raggiunse la propria cabina, la cui porta dava sul quadrato e la finestra sul casseretto. Dopo aver dato ordine di avvisarlo all'arrivo del visitatore, egli attese, non senza qualche impazienza, leggendo un giornale locale. L'attesa non fu lunga. Dieci minuti dopo, l'annunciato giovanotto si presentava a bordo e veniva introdotto nel salottino di poppa, dove il capitano subito lo raggiunse. Tutto considerato, se il visitatore non era un bottaio, non era impossibile che fosse un medico: un giovane medico di circa ventisei o ventisette anni. Dopo un primo scambio di cortesie (e si può essere certi che il signor Bourcart non rimase in debito verso la persona che l'onorava della sua visita) il giovanotto si espresse in questi termini:

— Ho sentito dire, in Borsa, che il Saint-Enoch ha ritardato la sua partenza a causa del cattivo stato di salute del suo medico abituale. — È vero, purtroppo, signor… — Filhiol… Sono il dottor Filhiol, e vengo a offrirvi di sostituire il dottor Sinoquet, a bordo della vostra nave. Il capitano Bourcart apprese allora che quel giovane, originario di Rouen, apparteneva a una famiglia di industriali di quella città. Era suo desiderio esercitare la propria professione nella marina mercantile, ma prima di entrare al servizio della Compagnia transatlantica, sarebbe stato lieto di prendere parte alla campagna di

pesca di una baleniera e di iniziare con la faticosa navigazione dei mari del Pacifico. Poteva fornire ottime referenze: il capitano non doveva far altro che chiedere informazioni sul suo conto ai negozianti o agli armatori di Le Havre da lui indicati. Il signor Bourcart aveva osservato con attenzione il giovane: il dottor Filhiol aveva un aspetto franco e simpatico. Non c'erano dubbi sul fatto che era robusto e che aveva un temperamento risoluto. Il capitano se ne intendeva; non sarebbe stato di certo quel giovane, così ben piantato e di sana costituzione, che si sarebbe buscato i reumatismi a bordo della sua nave. Perciò rispose:

— Capitate nel momento giusto, non ve lo nascondo, e se le informazioni sul vostro conto risulteranno favorevoli, come non dubito, la cosa è fatta. Potrete, sin da domani, prendere posto a bordo del Saint-Enoch e non avrete motivo di pentirvene. — Ne sono sicuro, capitano — rispose il dottor Filhiol. — Voglio dirvi che prima ancora di farvi prendere informazioni sul mio conto, io ho già preso le mie sul vostro. — E avete fatto bene — disse il signor Bourcart. — Se non bisogna mai imbarcarsi senza biscotti, non si deve neppure mettere il proprio nome tra quelli dell'equipaggio di una nave senza prima sapere con chi si ha a che fare. — Così ho pensato anch'io, capitano. — E avete avuto ragione, signor Filhiol; e se ho ben capito, le informazioni da voi raccolte sono risultate favorevoli. — Tutte favorevoli. Voglio ora sperare che lo siano anche quelle che voi prenderete sul mio conto. Non c'era dubbio, il capitano e il giovane medico gareggiavano non soltanto in sincerità, ma anche in cortesia. — Tuttavia, permettetemi una domanda — riprese allora il capitano. — Avete mai viaggiato per mare? — Ho fatto qualche breve viaggio attraverso la Manica. — Avete sofferto? — No, e ho motivo di credere che non soffrirò mai il mare. — Converrete che, per un medico, è cosa da prendere in seria considerazione. — Proprio così, signor Bourcart.

— E ora non posso nascondervi che le nostre campagne di pesca sono faticose e pericolose. Non ci sono risparmiati né guai né privazioni: la vita del marinaio è un duro tirocinio. — Lo so, capitano, e questo tirocinio non lo temo affatto. — Non soltanto le nostre campagne sono pericolose, signor Filhiol, ma a volte anche lunghe. Ciò dipende da circostanze più o meno favorevoli. Il Saint-Enoch potrebbe star fuori anche per due o tre anni…

— Tornerà quando dovrà fare ritorno, capitano; ciò che più importa è che tornino in porto tutti quelli che la nave trasporta. Il signor Bourcart non poteva che essere soddisfatto dei sentimenti manifestati dal dottor Filhiol con quelle espressioni, e sarebbe andato certamente d'accordo con lui se le referenze gli avessero consentito

  • di firmare il contratto. — Credo che non potrò che rallegrarmi di essere entrato in

rapporti con voi — gli disse. — Spero che già da domani, dopo aver assunto le informazioni, il vostro nome possa essere scritto sul libro

  • di bordo.

— E allora arrivederci, capitano — rispose il dottore. — Riguardo alla partenza… — La partenza potrebbe avvenire già domani, con la marea della sera, se riuscissi a sostituire il bottaio così come ho potuto fare con il medico. — Il vostro equipaggio non è dunque ancora completo? — Non ancora, purtroppo; non mi è possibile fare assegnamento sul povero Brulard. — È ammalato? — Sì, se ci si può dire ammalati quando i reumatismi ci paralizzano braccia e gambe. Tuttavia, credetemi, non se li è buscati navigando sul Saint-Enoch. — Ma, ora che ci penso, capitano, potrei indicarvi un bottaio… — Voi? Il capitano stava per prodigarsi, come al solito, in prematuri ringraziamenti verso quel giovane benefattore, e già credeva di sentire risonare i colpi di maglio sulle doghe dei barili della stiva, quando il signor Filhiol aggiunse, rendendo la sua gioia, ohimè, di

breve durata:

— Non avete pensato a mastro Cabidoulin? Il capitano scosse il capo penosamente. — Jean-Marie Cabidoulin? Quello della via delle Tourettes? — esclamò il signor Bourcart. — Proprio lui! Ci può essere forse un altro Cabidoulin a Le Havre o da qualche altra parte? — Jean-Marie Cabidoulin! — ripeté il capitano. — Proprio lui! — Come fate a conoscere Cabidoulin? — Perché l'ho curato. — È malato anche lui, allora? È forse scoppiata un'epidemia tra i bottai? — No, capitano, tranquillizzatevi: una ferita al pollice, ormai già guarita, e che non gli impedisce certo di adoperare l'ascia. È in buona salute, di costituzione sana, ancora forte, per la sua età: è sulla cinquantina e farebbe proprio al caso vostro. — Certamente — rispose il signor Bourcart. — Purtroppo, conosco anch'io il signor Cabidoulin e credo che nessun capitano acconsentirebbe mai ad imbarcarlo. — Perché mai? — Oh, non c'è dubbio, conosce il mestiere e ha fatto molte campagne; l'ultima risale a cinque o sei anni fa… — E allora, volete dirmi per quale motivo nessun capitano vuol saperne di lui? — Perché è un profeta di sciagure, signor Filhiol; perché non fa che predire disgrazie e catastrofi! perché, a sentir lui, quando si intraprende un viaggio per mare, quello è certamente l'ultimo e non se ne ritornerà più!… E poi, tutte quelle storie di mostri marini che asserisce di aver incontrato… e che tornerebbe ad incontrare!… Credetemi, signor Filhiol, quell'uomo è capace di scoraggiare un intero equipaggio! — Dite sul serio? — Proprio sul serio! — Ma, vediamo… in mancanza d'altri, se avete proprio bisogno di un bottaio…

— Sì, lo so, in mancanza d'altri… Tuttavia, a lui non avrei mai pensato. In fin dei conti, quando non si può mettere capo al nord, lo si mette al sud. E se mastro Cabidoulin volesse… Ma non vorrà! — Sì può sempre tentare. — È inutile. E poi, Cabidoulin… Cabidoulin!… — ripeteva il signor Bourcart. — Se andassimo a trovarlo? — propose il signor Filhiol. Il capitano Bourcart, esitante e perplesso, incrociò le braccia, le rilasciò, consultò se stesso, soppesò il pro e il contro e scosse il capo, come se fosse sul punto di impegnarsi in un pessimo affare. Alla fine, il desiderio di prendere il mare al più presto ebbe la meglio su ogni altra considerazione. — Andiamo! — rispose. Un attimo dopo, tutti e due, abbandonato il bacino commerciale, andavano verso la casa del bottaio. Jean-Marie Cabidoulin era in casa, nella sua stanza a pianterreno, in fondo a un cortile. Era un uomo vigoroso, di cinquantadue anni; indossava pantaloni di velluto a coste e panciotto con maniche. Aveva in capo un piccolo casco di lontra e il corpo cinto da un grande grembiule brunastro. Il lavoro non abbondava e, se non avesse avuto qualche soldo da parte, egli non avrebbe potuto fare, ogni sera, la solita partitina, nel caffeuccio dirimpetto, con un vecchio pensionato della marina, già guardiano dei fari della Hève. Jean-Marie Cabidoulin era sempre informato, del resto, di quello che accadeva a Le Havre, delle navi a vela o a vapore che entravano e uscivano dal porto, degli arrivi e delle partenze dei transatlantici, dei turni di pilotaggio, delle novità riguardanti il mare e, infine, di tutte le ciarle e i pettegolezzi che si facevano sul molo durante le maree diurne. Mastro Cabidoulin conosceva dunque da molto tempo il capitano Bourcart. Perciò, non appena lo scorse sulla soglia della sua bottega, gli gridò:

— Sempre agli ormeggi il Saint-Enoch, capitano? Sempre bloccato nel bacino commerciale, come stretto dai ghiacci? — Sempre, mastro Cabidoulin! — rispose il capitano, un po' seccamente.

— Niente medico, ancora? — Il medico? Eccolo! — Siete voi, signor Filhiol?

— Io in persona; e se ho accompagnato il signor Bourcart è per chiedervi di imbarcarvi con noi. — Imbarcarmi? — ripeté il bottaio, brandendo il mazzuolo. — Sì, Jean-Marie Cabidoulin — disse il capitano. — Non vi tenta

  • di fare un ultimo viaggio, su una buona nave, in compagnia di brava

gente? — Signor Bourcart, non mi aspettavo una proposta del genere! Sapete perfettamente che sono in pensione. Navigo soltanto lungo le

vie di Le Havre, dove non ci sono da temere né abbordaggi né colpi

  • di mare. E vorreste…

— Pensateci, mastro Cadiboulin. Non siete ancora in età di marcire sulla vostra boa, o di restare ormeggiato, come un vecchio pontone, in fondo a un porto! — Levate l'ancora, Jean-Marie, levate l'ancora! — aggiunse ridendo il signor Filhiol, per essere in armonia con il signor Bourcart. Mastro Cabidoulin aveva assunto un'aria grave: probabilmente l'aria di «profeta di sciagure». Con voce sorda rispose:

— State a sentire, capitano, e anche voi, dottor Filhiol. Ho sempre avuto l'idea… e questa idea non mi uscirà mai dal capo… — Quale idea? — chiese il signor Bourcart. — L'idea che, a furia di navigare, si finisca per forza con il naufragare, prima o poi! Il Saint-Enoch ha un buon comandante, certo… ha un buon equipaggio… vedo anche che avrà un buon medico… Ma sono persuaso che, se mi imbarcassi, mi capiterebbe quello che non mi è ancora capitato. — E cioè? — chiese il signor Bourcart. — È come vi dico — asserì mastro Cabidoulin. — Cose spaventevoli! Ecco perché mi sono ripromesso di terminare serenamente la mia vita in terraferma! — Pure fantasie! — dichiarò il dottor Filhiol. — Non tutte le navi sono destinate a colare a picco. — No, senza dubbio — rispose il bottaio. — Ma, che volete, ho una specie di presentimento. Se prendessi il mare, non tornerei più.

— Su, Jean-Marie Cabidoulin, questo non è serio! — rispose il capitano Bourcart. — È molto serio, invece. E poi, sia detto tra noi, non ho nessuna curiosità da soddisfare. Non ho forse visto tutto, quando navigavo? I paesi caldi e i paesi freddi, le isole del Pacifico e quelle dell'Atlantico, gli icebergs e la banchisa, le foche, i trichechi e le balene? — Vi faccio i miei complimenti, non siete da compiangere — disse il signor Filhiol. — Sapete che cosa finirei per vedere? — Che cosa, mastro Cabidoulin? — Ciò che non ho mai visto… qualche terribile mostro… il gran serpente di mare! — Quello non lo vedrete mai — disse il signor Filhiol. — E perché? — Perché non esiste! Ho letto tutto quello che si è scritto intorno a questi pretesi mostri marini e, vi ripeto, il vostro serpente di mare non esiste! — Esiste, invece! — esclamò il bottaio, con accento così convinto da rendere inutile ogni discussione sull'argomento. In breve, dopo vivissime sollecitazioni, sedotto anche dall'alta paga offertagli dal capitano Bourcart, Jean-Marie Cabidoulin aderì a fare un'ultima campagna di pesca e quella stessa sera portava la sua valigia a bordo del Saint-Enoch.

CAPITOLO II

IL «SAINT-ENOCH»

IL GIORNO seguente, 7 novembre 1863, con l'alta marea, il Saint- Enoch lasciava Le Havre, rimorchiato dall'Ercole. Il tempo era pessimo. Brandelli di nuvole correvano bassi attraverso lo spazio, spinti da un forte vento di sud-ovest. La nave del capitano Bourcart, che stazzava circa cinquecentocinquanta tonnellate, era fornita di tutta l'attrezzatura comunemente usata per la difficile caccia alla balena, nelle lontane acque del Pacifico. Sebbene la sua costruzione fosse vecchia di una decina d'anni, reggeva bene il mare con qualsiasi andatura. L'equipaggio aveva sempre cercato di mantenerla in ottime condizioni, scafo e velatura compresi, e da poco tempo la carena era stata rimessa tutta a nuovo. Il Saint-Enoch, un tre alberi a vele quadre, portava trinchetto, maestra, randa, vela di gabbia e controgabbia, velacci, gabbia di mezzana fissa e volante, velaccio e controvelaccio, belvedere, trinchettina, fiocco di fuori e fiocco di dentro, controfiocco, coltellacci e vele di straglio. In attesa della partenza, il signor Bourcart aveva fatto mettere a posto gli attrezzi per sollevare le balene. Quattro baleniere erano al loro posto: a sinistra, quelle del comandante in seconda, del primo e del secondo ufficiale; a dritta, quella del capitano. Altre quattro, di ricambio, erano disposte sul ponte. Tra l'albero di trinchetto e l'albero di maestra, dinanzi al boccaporto, era stata installata la «marmitta» che serve per fondere il grasso. Essa era composta da due recipienti di ferro fissati l'uno contro l'altro, e rivestiti da mattoni refrattari. Dietro i recipienti, due fori, preparati appositamente, servivano allo scarico del fumo, mentre sul davanti, un po' più sotto la bocca dei recipienti stessi, due forni permettevano di alimentare il fuoco.

Ecco

lo

stato

degli ufficiali e degli uomini che costituivano

l'equipaggio imbarcato sul Saint-Enoch:

il capitano Bourcart (Évariste-Simon) – cinquantanni; il comandante in seconda Heurtaux (Jean-François) – quarant'anni; il primo ufficiale Coquebert (Yves) – trentadue anni; il secondo ufficiale Aliotte (Romain) – ventisette anni; il nostromo Ollive (Mathurin) – quarantacinque anni; il fiociniere Thiébaut (Louis) – trentasette anni; il fiociniere Kardek (Pierre) – trentadue anni; il fiociniere Durut (Jean) – trentadue anni; il fiociniere Ducrest (Alain) – trentun anni; il dottor Filhiol – ventisette anni; il bottaio Cabidoulin (Jean-Marie) – cinquantadue anni; il fabbro Thomas (Gille) – quarantacinque anni; il falegname Férut (Marcel) – trentasei anni; otto marinai; undici mozzi; un cameriere; un cuoco.

In totale, trentaquattro uomini, quanti di solito ne occorrono a una baleniera del tonnellaggio del Saint-Enoch. Circa la metà dell'equipaggio era composta da marinai normanni e bretoni. Solo il falegname Férut era originario di Parigi (sobborgo Belleville) dove aveva esercitato il mestiere di «macchinista» in vari teatri della capitale. Gli ufficiali avevano già navigato a bordo del Saint-Enoch e non meritavano che elogi. Essi possedevano tutti i requisiti richiesti dal mestiere. Nella campagna precedente avevano percorso le acque settentrionali e quelle meridionali del Pacifico:

viaggio fortunato, se mai ve ne furono altri, perché per i quarantaquattro mesi della sua durata non era accaduto nulla di grave, e viaggio per di più lucroso, perché la nave aveva riportato duemila barili di olio, venduti poi ad alto prezzo. Il comandante in seconda Heurtaux era assai esperto in tutto ciò

che riguardava la vita di bordo. Dopo aver servito come guardiamarina ausiliario nella marina dello stato, imbarcato in quella mercantile, navigava ora in attesa di poter comandare una nave. Era ritenuto a ragione un buon marinaio, assai severo in fatto di disciplina. Sul conto del primo ufficiale Coquebert e del secondo Aliotte, ottimi ufficiali anch'essi, non c'era nulla da dire, tranne che mostravano un accanimento particolare, persino imprudente, nell'inseguire le balene; nonostante le raccomandazioni e gli ordini tassativi del capitano, gareggiavano in audacia e velocità, cercando di superarsi a vicenda e mettendo a volte in pericolo le loro baleniere. L'accanimento del pescatore non è inferiore a quello del cacciatore: è una foga irresistibile, una passione istintiva. I due ufficiali la comunicavano fin troppo ai loro uomini, soprattutto Romain Aliotte. Poche parole, ora, sul nostromo Mathurin Ollive. Quest'ometto asciutto e nervoso, resistente alla fatica, abilissimo, con buoni occhi e buone orecchie, possedeva le doti particolari che distinguono il capitano d'armi della marina da guerra. Tra tutti gli uomini che erano a bordo, era certamente quello che si interessava meno alla cattura delle balene. Che una nave fosse armata per questo genere di pesca oppure per il trasporto di un carico qualsiasi, da un porto all'altro, era pur sempre e prima di tutto una nave, e il nostromo Ollive non aveva interesse che per le cose della navigazione. Il capitano Bourcart riponeva in lui molta fiducia, che egli, peraltro, mostrava di meritare. La maggior parte degli otto marinai aveva partecipato all'ultima campagna del Saint-Enoch ed essi costituivano pertanto un equipaggio fidato e capace. Degli undici mozzi, solo due erano esordienti in quel rude apprendistato. Quei ragazzi, dai quattordici ai diciott'anni, avendo già una buona pratica della marina mercantile, sarebbero stati impiegati, insieme con i marinai, nell'armamento delle baleniere. Rimanevano il fabbro Thomas, il bottaio Cabidoulin, il falegname Férut, il cuoco e il cameriere, i quali, fatta eccezione per il bottaio, facevano parte dell'equipaggio già da tre anni e quindi conoscevano il servizio. Bisogna aggiungere che mastro Ollive e mastro Cabidoulin si conoscevano da molto tempo, avendo già navigato

insieme. Il primo, che sapeva delle manie del secondo, lo aveva perciò accolto con queste parole:

— Vecchio mio, eccoti qui, finalmente! — Eccomi qua — disse l'altro. — Vuoi assaggiarlo ancora? — Come vedi… — Sei sempre della diabolica idea che la cosa finirà male? — Finirà malissimo — rispose il bottaio, con molta serietà. — Spero — rispose Mathurin Ollive — che ci risparmierai le tue storie… — Non ci contare. — Fa' come vuoi, allora, ma se ci capita una disgrazia… — Vorrà dire che non mi sono sbagliato! — rispose Jean-Marie Cabidoulin. Il bottaio provava già qualche rammarico per aver accettato le offerte del capitano Bourcart. Non appena il Saint-Enoch ebbe doppiato il molo, con il vento che tendeva a rinforzare, fu dato l'ordine di allentare le vele di gabbia, alle quali il nostromo fece prendere due mani di terzarolo. Poi, appena l'Ercole ebbe portato al largo la nave che rimorchiava, le vele di gabbia furono issate, così come la trinchettina e la randa di poppa, mentre il capitano Bourcart faceva murare la vela di trinchetto. In quelle condizioni, il tre alberi avrebbe potuto bordeggiare verso nord-est, in modo di fare il giro dell'estrema punta di Barfieur. Il vento costrinse il Saint-Enoch a mantenere quell'andatura. Del resto, la nave si teneva bene al mare e anche a cinque quarte rispetto al vento filava dieci nodi. Per tre giorni si continuò a bordeggiare, prima di sbarcare il pilota a La Hougue. Da quel momento in poi, nel discendere la Manica, la navigazione divenne regolare e i venti favorevoli ebbero la meglio su quelli contrari. Il capitano, dopo aver orientato velacci, controvelacci e vele di straglio, costatò che il Saint-Enoch non aveva perduto nulla delle sue qualità nautiche. Del resto, la sua attrezzatura era stata rifatta quasi per intero, in previsione di quelle lontane campagne, nel corso delle quali la nave avrebbe affrontato eccessive fatiche. — Tempo bello, mare facile, vento buono — disse il signor

Bourcart al dottor Filhiol, che passeggiava con lui sul casseretto. — Ecco una traversata che comincia felicemente; cosa assai rara, quando si esce dalla Manica, in questo periodo dell'anno! — Complimenti, capitano! — rispose il dottore. — Ma non siamo che all'inizio del viaggio. — Lo so, signor Filhiol. Non basta incominciare bene; quello che conta è finire bene! Ma, non abbiate timore: abbiamo sotto i piedi una buona nave; e anche se non è stata costruita ieri, non per questo è meno solida di scafo e attrezzatura. Sono sicuro, inoltre, che essa offre maggiori garanzie di un bastimento nuovo. Credetemi, sono soddisfatto di quel che vale! — Dirò ancora, capitano, che non si tratta soltanto di fare una buona navigazione; bisogna che la navigazione sia anche redditizia, e questo non dipende né dalla nave, né dai suoi ufficiali, né dall'equipaggio! — Proprio così — rispose il signor Bourcart. — La balena viene o non viene. Dipende dalla fortuna, come in ogni cosa, e alla fortuna, purtroppo, non si comanda. O si ritorna con i barili pieni, oppure con i barili vuoti! Ma il Saint-Enoch è già alla sua quinta campagna, da quando è uscito dai cantieri di Honfleur, e tutte le sue campagne si sono chiuse con profitto. — Questo fatto è già di per sé un buon auspicio, capitano. Contate di dare inizio alla pesca quando avrete raggiunto il Pacifico? — Conto, signor Filhiol, di non farmi sfuggire tutte le occasioni che mi si presenteranno. Se incontreremo qualche balena nell'Atlantico, prima di doppiare il Capo, le nostre lance si affretteranno a darle la caccia. Purché sia a breve distanza e si riesca a catturarla senza perdere troppo tempo. Vari giorni dopo la partenza da Le Havre, il signor Bourcart organizzò il servizio delle vedette: due uomini in continua osservazione sull'alberatura, uno sull'albero di trinchetto, l'altro sull'albero di maestra. Il compito spettava ai fiocinieri e ai marinai; i mozzi, invece, erano al timone. Inoltre, affinché fossero sempre pronte, le baleniere furono dotate dell'armamento necessario alla pesca. Se qualche balena fosse stata segnalata in prossimità della nave, non ci sarebbe stato da far altro

che calare in mare le imbarcazioni: tutto sommato, una faccenda di pochi istanti. Tuttavia, eventualità del genere non si sarebbero presentate prima che il Saint-Enoch fosse in pieno Atlantico. Non appena rilevate le estreme terre della Manica, il signor Bourcart fece rotta a ovest, in modo da doppiare Ouessant al largo. Quando la terra di Francia stava per scomparire, egli la indicò al dottor Filhiol. — Arrivederci — dissero entrambi. Nel rivolgere al loro paese quell'ultimo saluto, tutti e due si chiesero, senza dubbio, quanti mesi e forse quanti anni sarebbero trascorsi prima di rivederlo. Poiché il vento soffiava ora stabilmente da nord-est, il Saint- Enoch non ebbe più che da allentare le scotte per puntare sul capo Ortegal, punta nordoccidentale della Spagna. Non sarebbe stato necessario cacciarsi nel golfo di Guascogna, dove i velieri corrono gravi pericoli, quando il vento soffia dal largo e li spinge verso la costa. Quante volte, nell'impossibilità di vincere la forza del vento, le navi sono infatti costrette a cercare rifugio nei porti francesi o spagnoli! All'ora dei pasti, quando erano insieme, il capitano e gli ufficiali parlavano, come al solito, dei rischi della nuova campagna, che aveva inizio in condizioni favorevoli. La nave, infatti, si sarebbe trovata sui luoghi di pesca nel pieno della stagione, e il signor Bourcart mostrava tanta fiducia da contagiarne i più prudenti. — Se non avessimo dovuto rimandare la nostra partenza di una quindicina di giorni — disse un giorno — oggi ci troveremmo all'altezza di Ascensione o di Sant'Elena; comunque, non è giusto lagnarci… — Se il vento soffierà sempre dal lato buono per un mese — rispose l'ufficiale Coquebert — guadagneremo facilmente il tempo perduto. — Nondimeno, è spiacevole — aggiunse il signor Heurtaux — che il nostro giovane dottore non abbia avuto prima la buona idea di imbarcarsi sul Saint-Enoch. — Me ne dispiace — rispose allegramente il signor Filhiol. — Da nessun'altra parte avrei trovato migliore accoglienza e migliore

compagnia. — È inutile rammaricarsi, amici miei! — disse il capitano. — Le buone idee non vengono affatto quando vogliamo noi. — Proprio come le balene — esclamò Romain Aliotte. — Ecco perché bisogna essere pronti a catturarle, quando ci vengono segnalate. — Del resto, non mancava soltanto il medico, al personale del Saint-Enoch — fece rilevare il dottore. — Mancava anche il bottaio… — È vero — rispose il capitano. — E non dimentichiamo che siete stato voi, caro Filhiol, che mi avete parlato di Jean-Marie Cabidoulin. Sono sicuro che, senza il vostro intervento, non mi sarebbe venuto in mente di rivolgermi a lui. — Ora, però, lo abbiamo con noi — concluse il signor Heurtaux — e questo è ciò che conta. Ma, per quel che so, non avrei mai creduto che si sarebbe deciso ad abbandonare la sua bottega e le sue botti. Già varie volte aveva rifiutato di riprendere il mare, nonostante le vantaggiose condizioni che gli erano state offerte. Vuol dire che voi siete stato molto persuasivo. — In verità, non ho incontrato molta resistenza — disse il signor Bourcart. — A sentir lui, era stanco di navigare. Aveva avuto la fortuna di cavarsela, fin allora: perché tentare la sorte? Sì finisce sempre con il rimanerci… Bisogna sapervi rinunciare in tempo… In breve, voi tutti conoscete le litanie di quel brav'uomo! E poi, quella sua pretesa di aver visto tutto quello che c'è da vedere nel corso di una campagna di pesca… — Non si è mai visto tutto — disse l'ufficiale Aliotte. — Per conto mio, mi aspetto sempre qualcosa di nuovo, di straordinario… — Quello che sarebbe veramente straordinario, anzi direi assolutamente inverosimile, amici miei — disse il capitano — sarebbe che la fortuna abbandonasse il Saint-Enoch! E cioè, che questa campagna non valesse le precedenti, dalle quali abbiamo tratto ottimi guadagni! Oppure che ci venisse giocato un tiro mancino! Oppure che la nave non facesse ritorno con il suo carico di fanoni e d'olio al completo. Ma su questo punto sono tranquillo; il passato è garante dell'avvenire. Quando il Saint-Enoch rientrerà nel

bacino commerciale, avrà i suoi duemila barili colmi fino all'orlo! Parola mia, a sentirli parlare con tanta serena fiducia, anche Jean- Marie Cabidoulin avrebbe forse detto a se stesso che non si sarebbe corso nessun rischio, almeno per quella campagna, tanto era fortunata la nave del capitano Bourcart! Dopo avere avvistato a sud-est le alture del capo Ortegal, il Saint- Enoch, favorito dalle condizioni atmosferiche, si diresse verso Madera, così da passare tra le Azzorre e le Canarie. A quella latitudine, l'equipaggio avrebbe ritrovato un clima eccellente, con temperatura mite, non appena attraversato il Tropico, prima delle isole del Capo Verde. Ciò che non mancava di stupire un po' il capitano, gli ufficiali e i marinai era il fatto che fino ad allora non era stato possibile inseguire qualche balena. Quelle due o tre che erano state avvistate si trovavano a tale distanza da non fare ritenere utile mettere in mare le baleniere. Sarebbe stato tempo, fatica e spese buttati via; tutto considerato, sarebbe stato meglio raggiungere al più presto la zona di pesca, sia sui mari della Nuova Zelanda, a quell'epoca molto battuti, sia su quelli del Pacifico settentrionale. Conveniva dunque non indugiare per via. Quando le navi debbono recarsi dai porti europei nell'oceano Pacifico, esse possono farlo, impiegando lo stesso tempo, sia doppiando il capo di Buona Speranza, all'estremità dell'Africa, sia doppiando il capo Horn, all'estremità dell'America. Sarà così fino a quando non verrà aperto il canale di Panama. Ma, per seguire la via del capo Horn, bisognerà discendere fino al cinquanta-cinquesimo parallelo dell'emisfero meridionale, dove regna il cattivo tempo. Certo, è lecito a uno steamer cacciarsi nelle acque sinuose dello stretto di Magellano ed evitare, in questo modo, le formidabili burrasche del capo. Quanto ai velieri, essi non vi si potrebbero avventurare senza il rischio di interminabili ritardi, soprattutto quando si tratta di valicare lo stretto da est a ovest. A conti fatti, è dunque meglio far rotta verso la punta estrema dell'Africa, seguire la via dell'oceano Indiano e dei Mari del Sud, dove i numerosi porti della costa australiana offrono facili rifugi fino alla Nuova Zelanda.

Il capitano Bourcart aveva sempre fatto così, nei suoi precedenti viaggi, ed è ciò che fece anche questa volta. Non dovette neppure scostarsi di molto verso ovest, favorito com'era da un vento costante. Dopo avere superato le isole del Capo Verde, avvistò presto l'Ascensione e poi, alcuni giorni dopo, Sant'Elena. In quel periodo dell'anno, le acque dell'Atlantico al di là dell'equatore sono molto frequentate. Non passarono quarantotto ore senza che il Saint-Enoch incrociasse qualche steamer che filava a tutto vapore o alcuni di quei veloci e sottili clippers che possono gareggiare di velocità con loro. Ma il signor Bourcart non aveva tempo di fare delle chiacchiere con gli uni o con gli altri. Il più delle volte, quelle navi, non avendo notizie marittime da dare o da ricevere, si limitavano a issare la bandiera che indicava la loro nazionalità. Dell'isola dell'Ascensione, passando tra essa e il continente, il t- Enoch non aveva potuto scorgere le cime vulcaniche che la dominano. Giunto in vista di Sant'Elena, la nave la lasciò a dritta, a una distanza di circa tre o quattro miglia. Di tutto l'equipaggio, il dottor Filhiol era il solo a non averla mai vista; per un'ora, perciò, i suoi sguardi non riuscirono a staccarsi dal Picco di Diana, sopra lo strapiombo occupato dalla prigione di Longwood. Il tempo, molto variabile, benché la direzione del vento fosse costante, favoriva il cammino della nave, la quale, senza cambiare le mure, non doveva che diminuire o aumentare la velatura. Le vedette, poste sulle barre, facevano sempre buona guardia, ma le balene non apparivano: forse erano più a sud, ad alcune centinaia di miglia dal Capo. — Diavolo di un diavolo, capitano — diceva a volte il bottaio — non valeva la pena d'imbarcarmi, se a bordo non c'è nulla da fare per me! — Il lavoro non mancherà, non mancherà… — gli rispondeva il signor Bourcart. — O mancherà del tutto — ribatteva il bottaio, scotendo il capo — e giungeremo nella Nuova Zelanda senza neppure un barile pieno. — Può darsi, mastro Cabidoulin, ma li riempiremo là. Il lavoro non vi mancherà, siatene certo!

— Una volta, capitano, le balene abbondavano in questa parte dell'Atlantico! — È vero, ma è un fatto che si fanno sempre più rare… E questo è spiacevole! Era proprio così; a mala pena le vedette segnalarono due o tre balene franche, una delle quali molto grossa. Purtroppo, avvistate troppo vicine alla nave, si immersero subito e non fu più possibile rivederle. Dotati di grande velocità, questi cetacei possono superare grandi distanze prima di fare ritorno in superficie. Calare in mare le baleniere per dar loro la caccia sarebbe stato esporsi a grandi fatiche, con poche speranze di riuscita. Il capo di Buona Speranza fu raggiunto verso la metà del mese di dicembre. In quell'epoca, le acque della costa africana erano molto battute dalle navi dirette verso quella importante colonia inglese. Era raro che l'orizzonte non fosse solcato dal fumo di qualche steamer. Già varie volte, durante i viaggi precedenti, il signor Bourcart aveva fatto sosta nel porto di Capetown, quando il Saint-Enoch, durante il viaggio di ritorno, cercava di collocare una parte del carico. Non fu necessario, perciò, prendere contatto con la terra e il tre alberi doppiò la punta estrema dell'Africa, lasciandosi le ultime alture a cinque miglia, a sinistra. Non è senza motivo che il capo di Buona Speranza fu chiamato inizialmente capo delle Tempeste. Questa volta, esso giustificò il suo antico nome, sebbene nell'emisfero meridionale si fosse in piena estate. Il Saint-Enoch dovette affrontare formidabili burrasche, che lo costrinsero a tenere la cappa; ma se la cavò con un lieve ritardo e alcune avarie di poco conto, dalle quali Jean-Marie Cabidoulin non avrebbe potuto trarre cattivi auspici. Poi, dopo aver approfittato della corrente antartica, che si dirige verso l'est prima di piegare nelle vicinanze delle isole Kerguelen, proseguì la sua navigazione in condizioni favorevoli. Il 30 gennaio, poco dopo il levar del sole, una delle due vedette, Pierre Kardek, gridò dalle barre di trinchetto: — Terra sottovento! Il punto poneva il capitano Bourcart sul settantaseiesimo grado di

longitudine, a est del meridiano di Parigi, e sul trentasettesimo grado di latitudine sud, e cioè nelle vicinanze delle isole Amsterdam e Saint-Paul. A due miglia da quest'ultima isola, il Saint-Enoch mise in panna. Le baleniere del secondo Heurtaux e dell'ufficiale Aliotte furono mandate vicino alla costa con lenze e reti, perché la pesca vi era di solito abbondante. Nel pomeriggio, infatti, fecero ritorno con un carico di pesce di buona qualità e di saporite aragoste, che fornirono il pasto per vari giorni. Da Saint-Paul, dopo aver piegato verso il quarantesimo parallelo, spinto da un vento che gli faceva percorrere da settanta a ottanta leghe ogni ventiquattro ore, la mattina del 15 febbraio il Saint-Enoch avvistò le isole Snares, all'estremità meridionale della Nuova Zelanda.

CAPITOLO III

SULLA COSTA ORIENTALE DELLA NUOVA ZELANDA

DA CIRCA una trentina d'anni, le baleniere sfruttano le acque della Nuova Zelanda, dove la pesca è particolarmente redditizia. A quel tempo, era forse la zona del Pacifico quella in cui le balene franche si mostravano in maggior numero, anche se disperse un po' qua e un po' là, raramente capitava di incontrarle in prossimità della nave. Tuttavia, il rendimento di questa specie di cetacei è così notevole che i capitani non si preoccupano delle fatiche e dei pericoli che comporta la loro cattura. Queste cose spiegava il signor Bourcart al signor Filhiol, quando il Saint-Enoch giunse in vista di Tawai-Punamu, la grande isola meridionale del gruppo neo-zelandese. — Certo, un bastimento come il nostro — aggiunse egli — potrebbe fare qui, se la fortuna lo assiste, l'intero suo carico in poche settimane. Bisognerebbe però che il tempo fosse sempre bello. Su queste coste, invece, si è in balia, ogni giorno, di burrasche d'estrema violenza. — Non vi sono porti nei quali sia facile trovare rifugio? — chiese il signor Filhiol. — Ce ne sono, caro dottore; per citare soltanto i principali del litorale orientale, abbiamo: Dunedin, Oamaru, Akaroa, Christchurch, Blenheim. Ma non è nei porti che le balene vengono a spassarsela; bisogna perciò andare a cercarle ad alcune miglia al largo. — Non pensate, capitano, di fare sosta in qualcuno di questi porti, prima di dar lavoro all'equipaggio? — È nelle mie intenzioni, ma solo per tre o quattro giorni, allo scopo di rinnovare parte delle provviste, soprattutto con carne fresca, per variare la solita razione di carne salata. — Su quale punto della costa il Saint-Enoch getterà l'ancora?

— Nel porto di Akaroa. — E quando vi giungerà? — Nella mattinata di domani.

— Ci avete mai fatto sosta? — Varie volte; ne conosco i passi e, in caso di brutto tempo, sono sicuro di trovarvi un ottimo rifugio. Nonostante fosse pratico dei dintorni di Akaroa, il signor Bourcart poté raggiungere quel porto soltanto con grande difficoltà. Quando fu in vista della terra, il Saint-Enoch, che prendeva il vento di prora, dovette bordeggiare a causa del vento teso. Poi, quando non doveva far altro che tirare due bordate per entrare nel canale, la mura del gran fiocco si spezzò nel virare e fu necessario tornare al largo. Il vento, del resto, rinforzava e il mare si faceva burrascoso:

neppure nel pomeriggio fu possibile raggiungere Akaroa. Non volendo passare la notte troppo vicino alla costa, il capitano prese il vento da poppa fino alle sei di sera, poi tornò indietro andando di bolina, con poca vela, in attesa del giorno. Il giorno dopo, 17 febbraio, il Saint-Enoch poté alla fine percorrere quella specie di canale sinuoso, chiuso tra alte colline, che conduce ad Akaroa. Sulla riva si vedevano alcune fattorie e sul fianco delle colline pascolavano vacche e buoi. Dopo aver navigato per circa otto miglia e mezzo, sempre bordeggiando, il Saint-Enoch gettò l'ancora un po' prima di mezzogiorno. Akaroa si trova nella penisola di Banks, che si stacca dalla costa

  • di Tawai-Punamu, al disotto del quarantaquattresimo parallelo. Essa

costituisce un annesso della provincia di Canterbury, una delle due

parti in cui l'isola è suddivisa. La città non era ancora che un piccolo villaggio, costruito a destra dello stretto, di fronte alle montagne scaglionate a perdita d'occhio sull'altra riva. Da questa parte abitavano gli indigeni, i Maori, tra magnifici boschi di abeti che forniscono ottime alberature per le costruzioni navali. Il villaggio comprendeva allora tre piccole colonie di inglesi, tedeschi e francesi, che vi furono condotti nel 1840 dalla nave Robert-de-Paris. Il governo concesse a quei coloni una certa quantità

Intorno a numerose case di legno, campi di grano e giardini occupano il suolo rivierasco, il quale produce varie specie di legumi e di frutta, soprattutto pesche, non meno abbondanti che saporite. Dove si ancorò il Saint-Enoch c'era una specie di stagno, in mezzo al quale emergeva un isolotto deserto. Alcune navi vi si trovavano in sosta, tra le quali una nave americana, lo Zireh-Swif, che aveva già catturato alcune balene. Il signor Bourcart salì a bordo di quella nave per acquistare una cassa di tabacco, dal momento che la sua provvista cominciava a scemare. Il tempo della sosta fu perciò impiegato nel rinnovo delle riserve d'acqua e di legna e nel ripulire Io scafo della nave. L'acqua dolce veniva attinta in prossimità della colonia inglese, da una limpida sorgente; la legna veniva tagliata sulla riva dello stretto frequentata dai Maori. Gli indigeni però finirono con l'op-porvisi, pretendendo il pagamento di un'indennità. Parve, quindi, preferibile rifornirsi sull'altra riva, dove la legna costava solo la fatica di farla a pezzi. Riguardo alla carne fresca, al cuoco non fu difficile procurarsene: parecchi buoi, vivi o squartati, sarebbero quindi stati imbarcati al momento della partenza. Due giorni dopo l'arrivo del Saint-Enoch, una baleniera francese, il Caulaincourt, entrò nel porto di Akaroa con la bandiera sul picco. Una cortesia ne richiede un'altra; ma quando il signor Bourcart volle issare la sua, ci si accorse che era stata annerita da quella polvere di carbone di legna di cui le casse erano state ricoperte, nell'intento di distruggere i topi che si erano moltiplicati spaventosamente dalla partenza da Le Havre e che infestavano la nave. È vero, Marcel Férut aveva sostenuto che non bisognava distruggere, per nessun motivo, quelle bestiole intelligenti. — E perché? — gli aveva chiesto un giorno un mozzo. — Perché se il Saint-Enoch corresse il pericolo di affondare, essi ci avvertirebbero in anticipo. — I topi?… — Sì, i topi, salvandosi… — Come? — A nuoto, perbacco, a nuoto! — rispose quel burlone del falegname. Nel pomeriggio, il signor Bourcart – sempre cortesissimo – mandò il signor Heurtaux a bordo del Caulaincourt, per scusarsi di

non aver potuto restituire il saluto con una bandiera che, da tricolore, era diventata monocolore: e di quale colore, poi! Nera! La sosta del Saint-Enoch durò quattro giorni. II capitano aveva ritenuto opportuno di lasciare scendere a terra i marinai, durante le ore di riposo, a rischio che qualcuno di essi disertasse. In quel paese, infatti, si può esercitare un mestiere assai lucroso: quello del segatore di legname. Le foreste sono inesauribili e questo fatto spinge i marinai ad abbandonare la propria nave. Ma questa volta, all'ora regolamentare, l'equipaggio era al completo e il giorno della partenza nessuno mancò all'appello. Anche se non avevano soldi in tasca, gli uomini avevano potuto procurarsi gratuitamente quelle pesche che i coloni francesi permisero loro di cogliere e un buon vinello prodotto con quei frutti. Il 22 febbraio, il signor Bourcart fece disporre tutto per la partenza. Non aveva intenzione di tornare all'ancoraggio di Akaroa, a meno di non esservi costretto dal cattivo tempo e solo nel caso che la sua nave non potesse tenere il mare. Quella mattina, infatti, chiacchierando con il secondo, i due ufficiali, il dottor Filhiol e il nostromo, egli disse:

— Se le circostanze ce lo consentiranno, la nostra campagna sarà divisa in due parti: prima pescheremo nei mari della Nuova Zelanda, per cinque o sei settimane; poi il Saint-Enoch farà vela verso le coste della Bassa California, dove, come spero, ci sarà facile completare il carico. — Non potrebbe capitarci di completare il carico d'olio nei mari della Nuova Zelanda? — disse il signor Heurtaux. — Non lo credo — rispose il signor Bourcart. — Ho parlato con il capitano della nave americana: secondo lui, le balene cercano già di raggiungere le zone più a nord. — E noi, dovunque vadano, le cattureremo! — disse il primo ufficiale Coquebert. — Mi impegno a dar loro tanta sagola quanta ne vorranno! — Siate certo, capitano, che non sarò da meno del mio compagno — aggiunse Romain Aliotte. — Io spero soprattutto, amici miei — riprese il signor Bourcart —

che il desiderio di far meglio degli altri non vi faccia commettere imprudenze! È dunque stabilito: dopo i paraggi della Nuova Zelanda, quelli della Bassa California, dove più volte ho fatto buona pesca. In seguito… vedremo, a seconda delle circostanze. Che te ne pare, Ollive? — Capitano — rispose quest'ultimo — penso che il Saint-Enoch andrà dove vi piacerà condurlo, fosse pure fino al mare di Bering. Quanto a balene, poi, ve ne auguro a dozzine. Ma ciò riguarda chi guida le baleniere e i fiocinieri, non il nostromo. — D'accordo, vecchio mio — rispose il signor Bourcart sorridendo. — E poiché è questa la tua idea, resta del tuo parere, come Jean-Marie Cabidoulin rimane del suo! Le cose non andranno peggio per questo!… — È anche la mia opinione — dichiarò Ollive. — A proposito, litighi sempre con il bottaio? — Sempre, capitano. Con la sua mania di predire disgrazie, Cabidoulin finirebbe per mettervi la morte nell'anima! Lo conosco da molto tempo e dovrei esserci abituato… È stupido, da parte sua, tanto più che se l'è sempre cavata benissimo, nel corso delle sue campagne. Certo, avrebbe fatto meglio a restarsene ancorato nella sua bottega, in mezzo alle sue botti… — Lascia che dimeni la lingua, Ollive — rispose il capitano. — Sono solo parole; e nonostante tutto è un brav'uomo! Nel pomeriggio, il Saint-Enoch bordeggiava con il vento teso a quattro miglia da Akaroa, quando una balena fu segnalata dal fiociniere Thiébaut. Erano le due; il cetaceo, molto grosso, soffiava a breve distanza. Il signor Bourcart fece subito mettere in panna. Poi furono calate in mare due baleniere: quella del primo ufficiale Coquebert e quella del secondo ufficiale Aliotte. I due ufficiali vi presero posto, e si posero a poppa. I fiocinieri Durut e Ducrest si misero a prua, sul ponte. Un marinaio prese il timone e quattro uomini si misero ai remi. Animati dalla stessa passione, i due ufficiali giunsero quasi nello stesso tempo a colpire la balena, e cioè a lanciarle la fiocina. Alla fiocina è attaccata una sagola di circa trecento braccia,

accuratamente adugliata in un mastello posto quasi al centro dell'imbarcazione, in modo che nulla possa essere di ostacolo al suo svolgersi. I due fiocinieri lanciarono le fiocine. Colpita al fianco sinistro, la balena fuggì, rapidissima. In quell'istante, a dispetto delle precauzioni prese, la sagola dell'ufficiale Coquebert s'imbrogliò e fu necessario tagliarla. Romain Aliotte rimase solo dietro l'animale: il compagno, non senza rammarico, aveva dovuto abbandonare l'inseguimento. Intanto la baleniera, trascinata irresistibilmente, volava sulle onde, mentre il bratto la reggeva contro le sbandate. Quando la balena si immerse, o per dir meglio si tuffò per la prima volta, si filò la sagola, in attesa che il cetaceo riapparisse in superficie. — Attenzione! attenzione! — gridò l'ufficiale Aliotte. — Appena riappare, una lancia a voi, Ducrest, e l'altra a me! — Siamo pronti — rispose il fiociniere, chino sul ponte. A bordo delle baleniere si usa da sempre avere a dritta, insieme con due fiocine di ricambio, tre lance affilate come rasoi. A sinistra sono deposti la gaffa e il coltellaccio che serve per tagliare le arterie della balena, quando corre con tale rapidità che sarebbe impossibile starle a rimorchio senza compromettere la sicurezza dell'imbarcazione. Allora, dice la gente del mestiere, «la si lavora con la lancia». Nel momento in cui la balena risaliva, a breve distanza, la baleniera le si accostò e l'ufficiale e il fiociniere la colpirono ripetutamente con la lancia. Quei colpi non raggiunsero organi vitali e la balena, invece di soffiare sangue, soffiò bianco, come di solito, filando verso nord-est. Era dunque chiaro che non era stata ferita mortalmente. A bordo del Saint-Enoch, capitano ed equipaggio seguivano con vivissimo interesse le peripezie della caccia, che avrebbe potuto durare a lungo. Non era impossibile, infatti, che l'animale continuasse a fuggire per molte ore. Il signor Bourcart si preparò quindi a raggiungere la baleniera dalla quale lo separavano in quel momento due buone miglia. L'imbarcazione correva con prodigiosa rapidità. Chi conosceva il

secondo ufficiale sapeva che egli non si sarebbe rassegnato mai ad abbandonare la preda, nonostante i consigli di prudenza datigli dal capitano. Yves Coquebert, da parte sua, dopo avere sbrogliato la propria sagola, si preparava a raggiungere il compagno. Dopo un'altra mezz'ora, fu possibile constatare che la balena cominciava a dar segni di stanchezza. I suoi tuffi duravano solo pochi minuti, rivelando così che le veniva meno il respiro. Approfittando del fatto che la sua fuga era più lenta, Romain Aliotte fece alare la sagola e quando fu raggiunto dalla baleniera dell'ufficiale Coquebert, il fiociniere Ducrest riuscì a recidere con il coltellaccio una pinna della balena, mentre altri colpi le venivano inferti sul fianco. Dopo un'ultima immersione, il cetaceo riapparve, battendo l'acqua con tale violenza che quasi faceva rovesciare la baleniera. Infine, sollevò il muso sull'acqua e soffiò uno zampillo rosso: era il segnale della sua prossima fine. Bisognava però diffidare delle ultime convulsioni di un animale così possente. È quello il momento in cui le baleniere sono maggiormente in pericolo: basta un colpo di coda per fracassarle. Quella volta, i due ufficiali furono abbastanza abili da evitarlo e la balena, dopo essersi girata sul fianco, rimase immobile alla superficie del mare. Le due imbarcazioni erano allora a più di un miglio e mezzo dal Saint-Enoch, il quale manovrò in modo da far loro risparmiare un po' di cammino. Le onde intanto si facevano più forti sotto il vento di nord-ovest. Del resto, la balena catturata – una balena franca — era di tale dimensione che gli uomini avrebbero faticato molto per tonneggiarla. Capita, a volte, che le baleniere vengano trascinate varie leghe lontano dalla nave. In questo caso, se la corrente è contraria, esse sono costrette ad ancorarsi alla balena, lanciandovi una piccola ancora, per poi rimorchiare il cetaceo, quando la corrente cambia direzione. In questa occasione non fu necessario attendere. Verso le quattro, il Saint-Enoch era già riuscito ad accostarsi fino a poche gomene di distanza. Le due baleniere lo raggiunsero e, prima delle cinque, la

balena fu ormeggiata lungo il fianco. L'ufficiale Aliotte e i suoi uomini ricevettero i complimenti di tutto l'equipaggio. L'animale era molto grosso. Lungo circa ventidue metri, aveva una circonferenza di dodici metri, dietro le pinne pettorali, il che faceva ritenere che il suo peso fosse almeno di settantamila chilogrammi. — Complimenti, Aliotte, complimenti! — ripeteva il signor Bourcart. — Ecco un felicissimo inizio; con poche balene come questa potremmo riempire la stiva. Che ve ne pare, mastro Cabidoulin? — Secondo me — disse il bottaio — questa bestia ci darà almeno cento barili di olio; se mi sbaglio di una decina vorrà dire che ci ho perso l'occhio. Jean-Marie Cabidoulin se ne intendeva abbastanza per non commettere un errore di stima. — Oggi è ormai troppo tardi — disse allora il capitano Bourcart. — Il mare si placa, il vento cade; attenderemo con poca velatura. Ormeggiate saldamente la balena, domani provvederemo a farla a pezzi. La notte fu tranquilla e il Saint-Enoch non ebbe necessità di bordeggiare. Non appena il sole apparve all'orizzonte, l'equipaggio si divise il lavoro e per prima cosa gli uomini predisposero i tiranti per issare la balena con l'argano. Una catena fu allora passata sotto la pinna esterna e poi fissata sopra, in modo che non potesse staccarsi. Non appena i fiocinieri ebbero mozzato l'altra pinna, i marinai si misero alle barre dell'argano per alare l'animale. In quelle condizioni, bastava che esso girasse su se stesso: l'operazione si sarebbe allora compiuta senza difficoltà. Fatto questo, la testa fu divisa in quattro pezzi: i labbroni, che furono recisi e appesi a un enorme gancio; la gola e la lingua, che caddero insieme sul ponte, al disopra dell'impavesata; e poi l'estremità del muso, alla quale sono attaccati i fanoni, il cui numero non è mai inferiore a cinquecento. Il lavoro richiese molto tempo; per ottenere, infatti, quest'ultimo pezzo della testa è necessario segare l'osso, grosso e durissimo, che

l'attacca al corpo. Mastro Cabidoulin sorvegliava il lavoro, al quale l'equipaggio non era affatto nuovo. Dopo che i quattro pezzi della testa furono posti sul ponte, ci si occupò di tirar su il grasso della balena, dopo averlo tagliato in strisce larghe un braccio e lunghe circa otto o nove piedi. Quando la maggior parte fu tratta sulla nave, i marinai ne tagliarono la coda e si sbarazzarono di ciò che restava della carcassa. Sì presero poi i diversi monconi, dai quali, quando furono sul ponte, staccare il grasso fu più facile che non se il corpo fosse stato ormeggiato al fianco della nave. Tutta la mattina, durante la quale non si perdette un solo istante, fu dedicata a questo faticoso lavoro, che il signor Bourcart fece riprendere verso l'una, dopo il pasto di mezzogiorno. I marinai attaccarono allora la testa mostruosa. Quando i fiocinieri ne ebbero rovesciato i quattro pezzi, ne staccarono con l'ascia i fanoni, che sono più o meno lunghi, a seconda della grossezza dell'animale. Di queste lamine fibrose e cornee, le prime, corte e strette, si allargano man mano che si avvicinano al centro della mascella, per poi restringersi verso il fondo della bocca. Disposti con perfetta regolarità, incastrati gli uni sugli altri, i fanoni, formano una specie di traliccio, o di nassa, che trattiene gli animaletti, le miriadi di molluschi e crostacei di cui le balene si nutrono. Quando i fanoni furono strappati, Jean-Marie Cabidoulin li fece portare ai piedi del casseretto. Non c'era da far altro, ora, che raschiarli per staccarne il bianco, il quale, provenendo dalle gengive, è di migliore qualità. Il grasso contenuto nel cervello fu staccato e messo da parte. Infine, svuotata completamente la testa della parte utilizzabile, i tronconi furono gettati in mare. Il resto della giornata e il giorno seguente, l'equipaggio procedette alla fusione del grasso. Le vedette non ebbero occasione di segnalare la presenza di altre balene e non vi fu motivo, quindi, di mettere in mare le baleniere. Tutti perciò poterono dedicarsi al lavoro. Mastro Cabidoulin fece mettere in fila un certo numero di mastelli sul ponte, tra l'albero di maestra e il castello di prua. Dopo essere

stato introdotto a pezzi nei mastelli, il grasso, sottoposto alla pressione di un mezzo meccanico, formò dei pezzetti tanto piccoli da poter essere introdotti nei recipienti della marmitta, dove l'azione del calore li avrebbe fusi. Fatto ciò, quel che restava, l'escrabe, come è chiamato, sarebbe servito ad alimentare il fuoco per tutto il tempo in cui la marmitta sarebbe rimasta in funzione, e cioè fino al momento in cui il grasso si fosse trasformato in olio. Terminata tale operazione non restava altro da fare che convogliare quell'olio nei barili della stiva. La cosa non presenta grosse difficoltà. L'operazione consiste nel far colare l'olio in un mastello posto giù nell'interno della nave attraverso un piccolo boccaporto, per mezzo di una manica di tela, provvista di un rubinetto alla sua estremità. Il lavoro, allora, può dirsi davvero terminato, per ricominciare poi nello stesso modo quando le baleniere avranno catturato altre balene. Venuta la sera, dopo che l'olio era stato immagazzinato, il signor Bourcart chiese a mastro Cabidoulin se per caso non si fosse sbagliato sul «rendimento» di quell'animale. — No, capitano — disse il bottaio. — Il bestione ci ha dato centoquin-dici barili. — Tanto! — esclamò il dottor Filhiol. — Non lo avrei creduto, se non l'avessi visto con i miei occhi! — Vi credo — rispose il signor Heurtaux. — Se non mi sbaglio, la balena era una delle più grosse fra quelle che abbiamo catturato. — Un colpo di fortuna dell'ufficiale Aliotte! — aggiunse il capitano. — Se lo ripete una decina di volte, avremo quasi completato il carico. Come si vede, i buoni auspici del signor Bourcart sembrava che dovessero aver la meglio su quelli cattivi di Jean-Marie Cabidoulin. Le acque della Nuova Zelanda sono molto battute, e non senza motivo. Prima dell'arrivo del Saint-Enoch, varie navi inglesi e americane avevano già fatto un'ottima campagna. Le balene franche si lasciano catturare con più facilità delle altre. Poiché hanno l'udito meno sensibile, è possibile accostarle senza svegliare la loro attenzione. Disgraziatamente, le tempeste sono così frequenti e così terribili in quei mari che, ogni notte, bisogna tenersi al largo, con

poca velatura, per evitare di andare in costa. Durante le quattro settimane che il signor Bourcart trascorse in prossimità della Nuova Zelanda, l'equipaggio catturò ben undici balene. Due di esse furono prese dal secondo Heurtaux, tre dall'ufficiale Coquebert, quattro dall'ufficiale Aliotte, due dal capitano; nessuna, però, eguagliò la prima riguardo al volume, e la «resa» fu naturalmente inferiore. Del resto, le balene cominciavano a raggiungere le latitudini settentrionali e anche il Saint-Enoch, che aveva un totale di novecento barili d'olio, doveva pertanto cercare altre zone di pesca. Il signor Bourcart ebbe allora l'idea di recarsi alla baia delle Isole, colonia inglese del litorale orientale di Ika-Na-Maui, isola settentrionale del gruppo. Forse avrebbe potuto raddoppiare il carico prima di raggiungere le coste occidentali dell'America. In questa baia, il Saint-Enoch avrebbe fatto provvista di patate, con più facilità che non nei dintorni di Akaroa, dove questi tuberi sono poco coltivati. La nave spiegò le vele la sera del 29 marzo e due giorni dopo avvistò la baia delle Isole. L'ancora fu calata su un fondo di dieci braccia, assai vicino alla costa. Nel porto sostavano alcune baleniere che si preparavano a lasciare la Nuova Zelanda. Ammainate le vele, il capitano cercò di sapere dove avrebbe potuto rifornirsi di patate. Gli fu indicata una fattoria dell'interno, distante una dozzina di miglia. I due ufficiali partirono subito, sotto la direzione di un inglese scelto per fare loro da guida. Le lance risalirono un fiume sinuoso, tra alte colline. Lungo le rive sorgevano abitazioni di mahori, costruite in legno e circondate da giardini ricchi di legumi, che gli indigeni scambiano volentieri con abiti di produzione europea. La fattoria era posta all'estremità del fiume; vi abbondavano le patate, di cui furono riempiti molti sacchi di iuta. Tornati a bordo la stessa sera, le imbarcazioni riportavano anche una provvista di ostriche di ottima qualità, raccolte sulle rocce degli argini. Una ghiottoneria sia per gli ufficiali e sia per l'equipaggio.

Il giorno seguente, l'inserviente del Saint-Enoch riuscì a procurarsi molte cipolle, provenienti dai giardini mahori. Secondo la consuetudine, le cipolle furono pagate con la stessa moneta con cui erano state pagate le patate: pantaloni, camicie, stoffe, roba scadente

  • di cui la nave aveva una buona provvista.

Del resto, gli indigeni si mostrarono cortesissimi, almeno sui territori della baia delle Isole. A quel tempo, è vero, le aggressioni erano sin troppo frequenti in altri punti dell'arcipelago. I coloni dovevano combattere contro i neo-zelandesi: quello stesso giorno, infatti, un «avviso» 1 inglese aveva lasciato il porto per andare a reprimere la rivolta di alcune tribù ostili. Gli ufficiali e i marinai del Saint-Enoch non ebbero da lagnarsi durante quella sosta. Ricevuti ovunque con cortesia, entravano nelle capanne, dove venivano loro offerti rinfreschi; non già birra o limonata, di cui gli indigeni non fanno uso, ma eccellenti cocomeri,

  • di cui i giardini rigurgitavano, e anche fichi, non meno saporiti, che

pendevano dai rami con tale abbondanza da spezzarli. Il signor Bourcart rimase per tre giorni nella baia delle Isole. Sapendo che le balene abbandonavano quella zona, prese ogni disposizione per affrontare una traversata di non meno di quattromila miglia. Infatti, era nella baia di Santa Margherita, sulla costa della Bassa California, che il Saint-Enoch sarebbe andato a finire quella campagna, così felicemente iniziata. Quando ciò veniva detto al bottaio, Jean-Marie Cabidoulin mormorava tra i denti:

— L'inizio è solo l'inizio: aspettiamo la fine… — Aspettiamo la fine! — rispondeva mastro Ollive, alzando le spalle.

1 Nave da guerra di piccolo dislocamento impiegata per servizi di collegamento o altro. (N.d.T.)

CAPITOLO IV

ATTRAVERSO IL PACIFICO

ALL'ALBA del 3 aprile, il Saint-Enoch lasciò l'ancoraggio della baia delle Isole. Al suo rifornimento non mancavano ormai che noci di cocco, pollame e maiali; non avendo potuto procurarsene durante le due ultime soste, nella Nuova Zelanda, il capitano Bourcart si proponeva di toccare qualche isola dell'arcipelago dei Navigatori, dove sarebbe stato possibile trovarne. Il vento soffiava nella buona direzione e le novecento miglia che separano Ika-Na-Maui dal tropico del Capricorno furono perciò percorse in otto giorni, a vele spiegate, mure a sinistra. Quel giorno, 12 aprile, rispondendo alla domanda rivoltagli dal dottor Filhiol, il signor Bourcart disse:

— Sì, forse è qui, al ventitreesimo parallelo e al centosettantacinquesimo meridiano che l'oceano Pacifico raggiunge le maggiori profondità. Nel corso degli scandagli fatti a bordo del Penguin si sono dipanate quattromilanovecento braccia di lenza senza raggiungere il fondo. — Credevo — fece notare il signor Filhiol — che le profondità maggiori fossero nei mari del Giappone. — È inesatto — affermò il capitano. — Qui la profondità è maggiore di duecentoquarantacinque braccia, ciò che dà un totale di novemila metri… — … che corrisponde all'altezza delle montagne dell'Himalaya — rispose il dottor Filhiol. — Ottomilaseicento metri il Dhwalagiri del Nepal, novemila il Chamalari del Butan… — Ecco, caro dottore, un raffronto di cifre che non manca d'essere istruttivo. — Esso dimostra, capitano, che i più alti rilievi della terra non eguagliano gli abissi sottomarini. Nell'epoca della formazione,

quando il nostro globo tendeva ad assumere il suo assetto definitivo, le depressioni hanno acquistato più importanza dei rilievi e forse non saranno mai determinate con esattezza. Tre giorni dopo – 15 aprile – avvistate le Samoa (arcipelago dei Navigatori) il Saint-Enoch andò a gettare l'ancora ad alcune gomene dall'isola Savai, una delle maggiori del gruppo. Una dozzina di indigeni, al seguito del re, salirono a bordo, con un inglese che faceva loro da interprete. Questi nativi, non inciviliti, erano quasi nudi. Anche sua maestà era vestita come i suoi sudditi; ma una camicia di tela indiana, di cui il capitano gli fece omaggio e nelle cui maniche il sovrano si ostinò, in un primo momento, a voler infilare le gambe, non tardò a nascondere le reali nudità. Le baleniere, inviate a terra per consiglio dell'inglese, ne riportarono un carico di noci fresche. Alla sera, al cadere delle prime ombre, il Saint-Enoch virò di bordo, temendo di restare troppo vicino alla costa, e bordeggiò per tutta la notte. All'alba, il capitano riprese l'ancoraggio del giorno prima. Gli indigeni fornirono al cuoco una ventina di tartarughe di bella specie, un egual numero di porcellini e molti volatili. Quelle provviste furono pagate con oggetti di poco pregio ma di cui i samoani fanno gran conto, soprattutto con cattivi coltelli da cinque soldi l'uno. Tre giorni dopo la partenza, le vedette segnalarono un branco di capodogli che se la spassava a quattro o cinque miglia a sinistra, a prua. Il vento soffiava debolmente e il Saint-Enoch avanzava con lentezza verso il largo. Era già tardi: quasi le cinque. Tuttavia, il capitano non volle lasciarsi sfuggire l'occasione di dare la caccia a qualcuno di quegli animali. Due baleniere furono subito messe in mare: quella del secondo Heurtaux e quella dell'ufficiale Coquebert. Ufficiali, fiocinieri e marinai vi presero posto e a forza di remi, con il mare appena mosso dall'onda lunga, si diressero verso il branco. Dall'alto del casseretto, il signor Bourcart e il dottor Filhiol avrebbero seguito con interesse le peripezie della pesca. — La cattura del capodoglio è più difficile di quella della balena — fece rilevare il signor Bourcart — e anche meno redditizia.

Appena il capidoglio è fiocinato, si è spesso costretti ad allentare la sagola perché esso si immerge a grandi profondità, molto rapidamente. Per contro, se la baleniera ha potuto mantenersi sulla sagola per tutta la durata del primo tuffo, si ha la quasi certezza di catturare l'animale. Risalito in superficie, il coltellaccio e la lancia Io finiranno presto. Fu proprio ciò che accadde in quell'occasione. Le due baleniere riuscirono a catturare un solo cetaceo di media grandezza, anche se ve ne sono altri la cui lunghezza supera quella della balena franca. Sì annunciava già la notte e poiché le nuvole si levavano all'est, sarebbe stato imprudente indugiare. Durante la sera, l'equipaggio si occupò quindi di issare a bordo l'animale. Due giorni dopo, venne meno l'occasione di mettersi alla pesca. I capodogli erano scomparsi e il Saint-Enoch, favorito da buona brezza, riprese il suo cammino verso nord-est. Quel giorno fece la sua apparizione una nave che andava nella stessa direzione, a tre o quattro miglia sottovento. Era un'imbarcazione a tre alberi, di cui non sarebbe stato possibile, a quella distanza, riconoscere la nazionalità. La forma dello scafo e alcuni particolari della velatura fecero supporre, nondimeno, che fosse inglese. A metà del giorno, ci fu uno di quei bruschi salti di vento, da ovest a est, pericolosissimi per la loro violenza, se non per la loro durata, che mettono in pericolo la nave se essa non è preparata a riceverli. In un istante, il mare divenne agitato e grosse ondate piombarono a bordo. Il capitano fu costretto a mettersi alla cappa, per fronteggiare la raffica, con la gabbia fissa di maestra, vela di trinchetto, gabbia di mezzana e trinchettina. Nel corso della manovra, al marinaio Gastinet, che si era spinto fino all'estremità esterna del fiocco di fuori per sbrogliare una scotta, venne meno l'appiglio. — Un uomo in mare! — gridò un suo compagno, che dal castello di prua Io aveva visto precipitare in acqua. Tutti furono sul ponte e il capitano raggiunse in fretta il casseretto per dirigere il salvataggio.

Se Gastinet non fosse stato un buon nuotatore, sarebbe stato perduto. Il mare si frangeva con troppa violenza contro la nave per pensare di calare un'imbarcazione. Non rimaneva dunque altra possibilità di soccorso che quella di lanciare dei gavitelli: cosa che fu subito fatta. Gastinet era caduto, disgraziatamente, quando più forte soffiava il vento; e poiché la nave andava in deriva, le boe di salvataggio non potevano giungere fino a lui. Gastinet cercò quindi di raggiungerle nuotando vigorosamente. — Mollate la vela di trinchetto e la gabbia di mezzana! — ordinò il signor Bourcart. Nel virare, il Saint-Enoch si sarebbe avvicinato all'uomo che si dibatteva tra le onde. Ma Gastinet non tardò ad afferrare un gavitello:

a patto di non farselo sfuggire, era ormai sicuro di venire raccolto dai compagni, non appena la nave avesse virato di bordo. Ma ecco che la situazione si complica spaventosamente. — Un pescecane! — gridarono alcuni marinai dal casseretto. — Un pescecane! Uno squalo formidabile appariva e scompariva, infatti, sottovento della nave, dopo essere passato a poppa. Sì sa quanto siano voraci e quale forza prodigiosa posseggano questi mostri che, com'è stato detto giustamente, non sono altro che mascelle e stomaco. Se quel pover uomo fosse stato ghermito dal pescecane… se non fosse stato issato a bordo in tempo… Sebbene lo squalo fosse ad appena un centinaio di piedi da lui, Gastinet non lo aveva ancora visto e non aveva udito neppure il grido lanciato dall'alto del casseretto: egli non sapeva nulla, perciò, del pericolo che lo minacciava. In quel momento si udirono alcuni spari; il secondo Heurtaux e Romain Aliotte, tolte le loro carabine dalla rastrelliera del quadrato, avevano sparato sull'animale. Il pescecane era stato colpito? Nessuno lo sapeva. Tuttavia, l'animale si immerse e la sua testa non emerse più dal cavo delle onde. La nave, intanto, con la barra sottovento, cominciava a orzare. Ma, con un mare così forte, sarebbe mai riuscita a fare la sua

accostata? Se non avesse potuto virare, il che era da temersi a causa delle cattive condizioni del mare, la manovra sarebbe stata inutile. Seguì un istante di terribile ansietà. Mentre le sue vele ralingavano e sbattevano con violenza, il Saint-Enoch ebbe qualche attimo di esitazione. Alla fine, i suoi fiocchi presero e la nave superò la linea del vento, con una tale sbandata da far sfiorare l'acqua ai suoi ombrinali. Allora, con le scotte saldamente tese, la nave si mantenne vicino e si accostò un poco al gavitello cui il marinaio s'era aggrappato. Così gli si poté far giungere il capo del gherlino, che egli afferrò saldamente, sinché venne issato all'altezza dell'impavesata, proprio nel momento in cui lo squalo, girandosi con le mascelle aperte, stava per mozzargli le gambe. Quando Gastinet fu deposto sul ponte, perdette i sensi, ma il dottore non fece molta fatica a rianimarlo. Nel frattempo, il fiociniere Ducrest aveva lanciato al mostro un gancio con un pezzo di carne di bue per esca. Ma forse il pescecane era già fuggito, perché non lo si vide più. All'improvviso, una violenta scossa poco mancò che non trascinasse via la sagola che per fortuna dava volta saldamente a una galloccia dell'impavesata. Il gancio si era conficcato nella gola del pescecane e non lo avrebbe più mollato. Sei uomini si misero alla sagola e trassero il bestione fuori dell'acqua. Poi, presagli la coda con un nodo scorsoio, lo issarono per mezzo di un paranco e lo fecero cadere sul ponte, dove fu sventrato con pochi colpi d'ascia. Di solito i marinai vogliono sapere che cosa contiene lo stomaco di questi mostri, il cui nome, a quanto si dice, molto significativo, non sarebbe che una variazione della parola latina requiem. 2 Ed ecco ciò che fu tratto fuori dal ventre di quello squalo, dove avrebbe trovato posto anche il povero Gastinet: vari oggetti caduti in mare, una bottiglia vuota, tre scatole di conserva egualmente vuote, molte braccia di commando, filacce di canapa, pezzi d'osso, un brandello di tela cerata, un vecchio stivale di pescatore e il montante di una gabbia per polli. Come si capisce, quell'inventario interessò particolarmente il

2 In francese, lo squalo si dice requin. (N.d.T.)

dottor Filhiol. — È il bidone della spazzatura del mare! — esclamò. In realtà, non si sarebbe potuto immaginare un'espressione più esatta. Ed egli aggiunse:

— Ora non c'è che da buttarlo in mare… — Nient'affatto, caro Filhiol — disse il signor Bourcart. — Che cosa vorreste farne di questo bestione? — Farlo a pezzi e conservare ciò che ha un qualche valore! E, per quel tanto che vi possa interessare, dottore, da questi squali si ricava un olio che non si rapprende mai e che ha le qualità medicinali dell'olio di fegato di merluzzo. La pelle, seccata e ripulita, viene utilizzata dai gioiellieri per fabbricare oggetti di fantasia, dai rilegatori per farne dello zigrino, dai falegnami per farne raspe da legno. — Capitano, non mi direte anche che la carne del pescecane la si mangia! — disse il dottor Filhiol. — Senza dubbio; le sue pinne sono ricercatissime sui mercati del Celeste Impero, ove costano fin settecento franchi la tonnellata. Se non siamo abbastanza cinesi per gustarne, facciamo di questa carne un'ottima colla di pesce, migliore di quella che ci dà lo storione, e che noi adoperiamo per schiarire birra, vini e liquori. Del resto, un filetto di pescecane è sempre saporito per coloro a cui non ripugna il suo sapore oleoso. Come vedete, dunque, questo bestione qui vale tanto oro quanto pesa! In data 25 aprile il signor Bourcart notò sul libro di bordo il passaggio della Linea. 3 Quel giorno, alle nove del mattino, con cielo limpido, aveva compiuto con il sestante una prima osservazione allo scopo di avere la longitudine, e di conseguenza il tempo locale; avrebbe completato il calcolo quando il sole fosse passato al meridiano, tenendo conto, con il solcometro, della distanza percorsa tra le due osservazioni. A mezzogiorno, con questa seconda osservazione ebbe modo di ottenere la latitudine mediante l'altezza del sole sull'orizzonte, e con il cronometro stabilì l'ora esatta.

3 Nella marineria velica l'espressione « passare la linea » significa « tagliare » l'Equatore. (N.d.T.)

Il tempo era favorevole, l'atmosfera pura. Questi risultati furono quindi ritenuti molto precisi. Il signor Bourcart, dopo i suoi calcoli, esclamò:

— Amici miei, abbiamo tagliato la linea dell'Equatore; il Saint- Enoch è nuovamente nell'emisfero settentrionale. Al dottor Filhiol, che era l'unico a bordo che non avesse ancora attraversato la Linea e che non fosse stato sottoposto al «battesimo» dell'Equatore quando la nave aveva disceso l'Atlantico, anche stavolta furono risparmiate le cerimonie più o meno spiacevoli del «dio Nettuno». Gli ufficiali si accontentarono di bere al successo della campagna nel quadrato, e l'equipaggio nella camerata. Gli uomini avevano ricevuto doppia razione di acquavite, cosa che si faceva ogni qualvolta veniva catturata una balena. Nonostante i suoi interminabili brontolii, Jean-Marie Cabidoulin dovette toccare il bicchiere con mastro Ollive:

— Un buon bicchiere non si rifiuta mai — gli disse il compagno. — No, di certo! — rispose il bottaio. — Ma il mio modo di vedere le cose non cambierà per questo… — Non cambiarlo, vecchio mio, ma bevi egualmente! In questa parte del Pacifico i venti sono di solito molto deboli, in quel periodo dell'anno, e il Saint-Enoch finì quasi nella bonaccia. È allora che le giornate sembrano interminabili! Se dalla sera al mattino e dal mattino alla sera la nave non avanza, essa diventa il trastullo dell'onda lunga. Allora si cerca distrazione nella lettura, nella conversazione, a meno di non chiedere al sonno l'oblio delle ore, nel caldo soffocante dei tropici. Nel pomeriggio del 27 aprile il signor Bourcart, gli ufficiali, il dottor Filhiol, mastro Ollive e mastro Cabidoulin, sotto la tenda del casseretto, parlavano del più e del meno. A un tratto, rivolgendosi al bottaio, il secondo disse:

— Allora, Cabidoulin, ammetterete che il fatto di avere già novecento barili di olio nella stiva è un buon principio per una stagione di pesca? — Novecento barili, signor Heurtaux, non sono duemila — rispose il bottaio. — Può darsi che gli altri mille e cento non si riempiano con la stessa facilità con cui riempiamo il bicchiere in

cambusa… — Volete dire che non incontreremo più altre balene? — disse ridendo l'ufficiale Coquebert. — …E magari perché il gran serpente di mare le ha ingoiate tutte? — aggiunse l'ufficiale Aliotte, sullo stesso tono. — Può darsi — ribatté il bottaio, senza aver l'aria di scherzare. — Mastro Cabidoulin, ci credete sempre, a quel che pare, a questo mostro dei mostri?… — chiese il capitano. — Altro che se ci crede, il testardo! — intervenne mastro Ollive. — Non smette mai di parlarne, sul castello di prua. — E ne parlerò ancora! — assicurò il bottaio. — Niente di male — disse il signor Heurtaux. — La maggior parte dei nostri uomini non ci crede alle favole di Cabidoulin! Ma, per i mozzi, è un'altra cosa… E non sono certo che non finiscano per spaventarsi… — E allora, cercate di tenere a freno la lingua, Cabidoulin! — ordinò il signor Bourcart. — E perché mai, capitano? — chiese il bottaio. — Se non altro, l'equipaggio sarà già sull'avviso, quando vedrà il serpente di mare… o un altro mostro marino… — Dunque, credete proprio che vedremo questo famoso serpente di mare? — chiese il signor Heurtaux. — Senza dubbio. — E perché? — Perché? Perché ne sono convinto… e le prese in giro di mastro olive non serviranno proprio a nulla, signor Heurtaux… — Ma in quarantanni di navigazione, attraverso l'Atlantico e il Pacifico, voi non lo avete mai visto, che io sappia, questo fantastico animale… — E speravo di non vederlo… Perciò ero andato in pensione — rispose il bottaio. — Ma il signor Bourcart è venuto a scovarmi e questa volta non potrò farne a meno! — Ebbene, a me non dispiacerà di farne la conoscenza — esclamò l'ufficiale Aliotte. — Non ditelo, non ditelo! — rispose il bottaio, con voce grave. — Ma tutto questo non è serio, Jean-Marie Cabidoulin! —

intervenne il signor Bourcart. — Il gran serpente di mare! Ve lo dico per la centesima volta, nessuno lo ha mai visto… nessuno lo vedrà mai, per la buona ragione che non esiste e che non può esistere! — Esiste, capitano, esiste! — si ostinò a rispondere il bottaio. — E il Saint-Enoch ne farà la conoscenza prima della fine della campagna! E chissà che non sia proprio in questo modo che la campagna avrà termine! E, per dir tutto, Jean-Marie Cabidoulin era così sicuro di ciò che diceva che non soltanto i mozzi, ma anche i marinai cominciavano a credere alle terrorizzanti profezie del bottaio. Sarebbe mai riuscito il capitano a tappare la bocca a quell'uomo così sicuro del fatto suo? Fu allora che il dottor Filhiol, richiesto dal signor Bourcart su quello che sapeva sul preteso serpente di mare, rispose:

— Ho letto quasi tutto quello che si è scritto su questo argomento e non ignoro le beffe che si è tirato addosso il «Constitutionnel» nel dare per vere quelle leggende. E notate, capitano, che esse non sono affatto nuove! Cominciarono a circolare all'inizio dell'era cristiana. Già la credulità umana dava dimensioni gigantesche ai polpi, ai calamari, ai cefalopodi che di solito non misurano più di settanta od ottanta centimetri, tentacoli compresi. Siamo ben lontani da quei giganti della specie che agitano tentacoli di trenta, sessanta, cento piedi e che sono vissuti soltanto nella immaginazione! Sì è giunti fino a parlare di un kraken 4 lungo mezza lega, che trascinerebbe le navi negli abissi dell'Oceano! Jean-Marie Cabidoulin prestava moltissima attenzione alle parole del dottore, ma non cessava di scuotere il capo per protestare contro le sue affermazioni. — Pure favole — riprese il signor Filhiol — alle quali gli antichi credevano, forse; già dal tempo di Plinio si parlava di un serpente anfibio, con una grande testa di cane, le orecchie piegate all'indietro e il corpo ricoperto di scaglie giallastre, il quale si gettava sulle piccole navi e le trascinava in fondo al mare. Poi, dieci o dodici secoli dopo, il vescovo norvegese Pontop-pidan affermò l'esistenza di un mostro marino, le cui corna somigliavano ad alberi armati di pennoni: quando i pescatori credevano di trovarsi su fondali

4 Parola inglese che significa mostro marino. (N.d.T.)

profondi, se li trovavano invece a pochi piedi, perché l'animale vagava sotto la chiglia della loro imbarcazione! Secondo loro, l'animale possedeva una testa enorme di cavallo, occhi neri, criniera bianca… Nei suoi tuffi spostava un tale volume d'acqua che il mare si scatenava in turbini simili a quelli del Maelstrom. — E perché mai non avrebbero dovuto dirlo, se lo avevano visto? — osservò il bottaio. — Visto… o creduto di vedere, mio povero Cabidoulin! — rispose il capitano. — Queste brave persone — aggiunse il dottor Filhiol — non erano neppure d'accordo fra loro. Alcune affermavano che il preteso mostro marino aveva il muso appuntito e che lanciava acqua da uno sfiatatoio; altre sostenevano che era provvisto di pinne a forma di orecchie d'elefante… Poi fu la volta della grande balena bianca delle coste della Groenlandia, la famosa Moby Dick, quella che i balenieri scozzesi cacciarono per più di due secoli, senza mai riuscire a raggiungerla, per la buona ragione che non l'avevano mai vista… — Il che non impediva loro di ammetterne l'esistenza — aggiunse il signor Bourcart, ridendo. — Naturalmente, proprio come per il non meno leggendario serpente, il quale, una quarantina d'anni fa, venne a spassarsela una prima volta nella baia di Gloucester e una seconda volta, a trenta miglia al largo di Boston, in acque americane — aggiunse il signor Filhiol. Forse che gli argomenti del dottore riuscirono a convincere Jean- Marie Cabidoulin? No di certo. Egli avrebbe potuto rispondere: «Se il mare racchiude vegetali straordinari – alghe lunghe da ottocento a mille piedi – perché mai non celerebbe mostri di prodigiose dimensioni, organizzati per vivere in quelle profondità, che vengono da loro abbandonate solo a rari intervalli?» È certo, comunque, che nel 1819 lo sloop Concordia incontrò, a quindici miglia da Race-Point, una specie di rettile, che emergeva di cinque o sei piedi sulla superficie del mare; aveva la pelle nerastra e la testa di cavallo: misurava una cinquantina di piedi, inferiore quindi per lunghezza a capodogli e balene. Nel 1848, l'equipaggio del Péking credette di vedere una bestia

enorme, lunga più di cento piedi, che si moveva sul pelo dell'acqua. Dopo un accertamento risultò che si trattava di un'alga smisurata, coperta di parassiti marini di ogni specie. Nel 1849, il capitano Schielderup dichiarò di aver incontrato, nello stretto che separa l'isola Osterssen dal continente, un serpente di seicento piedi che dormiva sull'acqua. Nel 1857, le vedette del Castillan segnalarono la presenza di un mostro dalla grossa testa a forma di barile, la cui lunghezza poteva essere ritenuta di duecento piedi. Nel 1862, il comandante Bouyer dell'«avviso» Merton… — Scusatemi, signor Filhiol, se vi interrompo… — disse mastro Cabidoulin. — Conosco un marinaio che era a bordo… — A bordo dell'Alerton? — chiese il signor Bourcart. — Sì. — Questo marinaio avrebbe dunque visto quello che ha raccontato il comandante dell'Alerton? — Come io vedo voi, signor Bourcart. Ed era proprio un mostro, quello che l'equipaggio issò a bordo… — Sia pure come voi dite — rispose il dottor Filhiol — ma si trattava di un enorme cefalopodo color bistro-rosso, con occhi a fior di testa, bocca a becco di pappagallo, corpo fusiforme, rigonfio in mezzo, con pinne arrotondate in due lobi carnosi situati all'estremità posteriore, con otto branchie scarmigliate intorno al capo. Questa massa di carne molle non pesava meno di duemila chilogrammi, benché l'animale non fosse più lungo di cinque o sei metri, dalla testa alla coda. Non era dunque un serpente di mare. — Se esistono polpi e calamari di questa specie — rispose il bottaio — io mi chiedo perché non potrebbe esistere il serpente di mare… Ecco, del resto, le scoperte che sarebbero state fatte in seguito, riguardo ai tipi di teratologia che gli abissi marini nascondono:

Nel 1864, a un centinaio di miglia al largo di San Francisco, la nave olandese Comélis urtò contro una piovra, un tentacolo della quale, carico di ventose, si arrotolò intorno alle briglie del bompresso, abbassandolo sino a fior d'acqua. Quando il tentacolo venne reciso a colpi d'accetta, altri due tentacoli si aggrapparono alle

bigotte delle sartie di trinchetto e all'argano. Dopo averli recisi, bisognò reciderne anche altri otto che facevano sbandare fortemente la nave a dritta. Alcuni anni dopo, nel golfo del Messico, fu visto un batrace con testa di rana e occhi sporgenti, provvisto di due braccia glauche, le cui larghe mani afferrarono la sponda di un'imbarcazione. Sei proiettili di rivoltella fecero a mala pena abbandonare la presa a questa specie di «manta», le cui braccia erano congiunte al corpo per mezzo di una membrana simile a quella dei pipistrelli: quella apparizione gettò lo sgomento nelle acque del golfo. Nel 1873, è il cutter Lida che, nello stretto di Sleat, tra l'isola di Skye e la terraferma, incontra una massa vivente che attraversa la sua scia. Tra Malacca e Penang, è il Nestor che passa poco lontano da un gigante oceanico lungo duecentocinquanta piedi, largo cinquanta, dalla testa quadrata, zebrato di strisce nere e gialle, e che somiglia a una salamandra. Infine, nel 1875, a venti miglia dal capo San-Roque, punta nord- est del Brasile, il comandante della Vantine, George Drivor, crede di vedere un enorme serpente arrotolato intorno a una balena, come un boa constrictor. Questo serpente aveva il colore del grongo ed era lungo circa centosettanta piedi: giocava con la sua preda, che finì per trascinare in fondo al mare. Questi sono gli ultimi fatti rilevati, da una trentina d'anni a questa parte, nelle relazioni dei capitani. Possono forse lasciare dubbi sulla esistenza di certi animali marini, quanto meno straordinari? Tolta di mezzo ogni esagerazione e rifiutandoci di ammettere che gli oceani siano frequentati da esseri viventi dieci o cento volte più grossi e più grandi delle più gigantesche balene, è molto probabile che bisognerà dare qualche credito ai racconti sopra citati. Quanto a pretendere, come voleva Jean-Marie Cabidoulin, che il mare contenga serpenti, polpi o calamari di tale grossezza e vigore da poter affondare navi di medio tonnellaggio, no di certo. Se molte navi spariscono senza che se ne sappia più nulla, è perché hanno avuto qualche collisione, è perché si sono infrante sulle scogliere o sono affondate in mezzo ai cicloni. Vi sono molte, troppe cause di naufragio, senza il bisogno di far intervenire, come faceva il testardo

bottaio, serpenti, chimere e idre fantastici. Le bonacce intanto si prolungavano, con noia e preoccupazione degli ufficiali e dell'equipaggio del Saint-Enoch. Nulla consentiva di prevederne la fine, quando, il 5 maggio, le condizioni atmosferiche mutarono bruscamente. Un forte vento increspò la superficie del mare e la nave riprese la rotta verso il nord-est. Quel giorno, un bastimento che pareva seguisse la stessa direzione e che era già stato segnalato in precedenza, si avvicinò a meno di un miglio. Nessuno mise in dubbio che si trattava di una baleniera: sembrava molto leggera e la sua stiva doveva essere quasi vuota; o non aveva ancora iniziato la campagna di pesca, o essa non era stata fortunata. — Sono propenso a credere — disse il signor Bourcart — che quel tre alberi cerca, come noi, di raggiungere le coste della Bassa California… forse la baia Margherita. — È possibile — rispose il signor Heurtaux. — Se è così, potremmo navigare di conserva. — È americano? tedesco? inglese o norvegese? — chiese l'ufficiale Coquebert. — Possiamo chiederglielo — rispose il capitano. — Alziamo la nostra bandiera e aspettiamo che alzi la sua, per saperne la nazionalità. Un istante dopo, la bandiera francese sventolava sul picco di mezzana del Saint-Enoch. La nave avvistata non ebbe la cortesia di rispondere. — Non c'è dubbio, è inglese! — esclamò l'ufficiale Aliotte. Tutti, a bordo, furono del suo parere: una nave che non salutava la bandiera della Francia non poteva essere che «English d'Inghilterra»!

CAPITOLO V

LA BAIA MARGHERITA

CON IL ritorno del vento favorevole, il signor Bourcart pensava, a ragione, che il Saint-Enoch non avrebbe più dovuto temere le bonacce in vicinanza del tropico del Cancro. Senza altri ritardi, esso avrebbe raggiunto la baia Margherita a fine stagione, purtroppo. Le balene che frequentano questa baia non ci vengono, di solito, che per la nascita dei balenotti, per poi raggiungere le acque del Pacifico settentrionale. Tuttavia, avendo già mezzo carico d'olio, era probabile che al Saint-Enoch non sarebbero mancate le occasioni per aggiungere a tale carico alcune centinaia di barili. Ma se la nave inglese già incontrata non aveva cominciato, come si supponeva, la sua campagna, e se essa contava di darvi inizio nella baia Margherita, era probabile – dato che la stagione era già avanzata — che non avrebbe potuto farvi il suo pieno carico. La costa americana fu avvistata il 13 maggio, all'altezza del Tropico. Sin dalle prime ore si prese conoscenza del capo San Luca, all'estremità meridionale della penisola della Vecchia California, che chiude lo stretto golfo che porta questo nome, la cui riva opposta costituisce il litorale della Sonora messicana. Nel rasentare quella costa, il Saint-Enoch passò dinanzi a numerose isole abitate unicamente da capretti, lupi marini e uccelli di mare in frotte innumerevoli. La lancia, mandata a terra con il signor Heurtaux, che era buon cacciatore, non tornò vuota. I lupi marini furono scuoiati per conservarne la pelle; i capretti furono tagliati a pezzi per ricavarne la carne, che dal punto di vista commestibile è di ottima qualità. Continuando a risalire il litorale da vicino, favorito da una lieve brezza di sud-ovest, il Saint-Enoch si lasciò a sinistra la baia della

Tartaruga. All'estremità di questa baia furono scorti, all'ancoraggio, un certo numero di bastimenti dediti probabilmente alla caccia degli elefanti marini. Il 7 maggio 5 alle sette di sera, il capitano Bourcart si trovava all'aperto della baia Margherita, nella quale si proponeva di gettare l'ancora. Per misura di prudenza – la notte sarebbe presto sopraggiunta – drizzò la prora al largo e bordeggiò per piccoli tratti in modo da trovarsi il giorno seguente, allo spuntar del sole, all'imboccatura del passaggio. Scendendo contro vento, la corrente produceva uno sciabordio paragonabile a quello che si verifica sui bassi fondali. Forse l'acqua non vi era abbastanza profonda. Il signor Bourcart mandò allora due lance con lo scandaglio, allo scopo di eseguire un'esatta misurazione. Gli scandagli accusarono una media tra le quindici e le venti braccia, il che lo rassicurò. La nave si inoltrò allora nel passaggio e in breve si trovò nella baia Margherita. Le vedette non avevano più segnalato il tre alberi inglese. Forse, dopo tutto, quella nave cercava luoghi più frequentati dalle balene e nessuno si rammaricò di non poter navigare di conserva con essa. Poiché la baia risultava ingombra di banchi di sabbia, il Saint- Enoch avanzò con molta cautela; il signor Bourcart conosceva senza dubbio la baia, ma poiché i banchi sono soggetti a spostamenti, era necessario accertare la direzione del canale navigabile. La nave, perciò, andò ad ancorarsi in mezzo a una piccola insenatura molto riparata. Ammainate le vele e dato fondo all'ancora, le tre lance di sinistra si recarono a terra per andare a raccogliere delle arselle, eccellenti conchiglie che abbondano sugli scogli e sui greti. Peraltro, quei dintorni formicolano di cefali, salmoni e pesci di varie specie. Non vi mancano i lupi di mare, le tartarughe e neppure i pescecani. È possibile inoltre procurarsi facilmente la legna nelle fitte foreste delle rive. La baia Margherita misura circa trenta o trentacinque miglia, e

5 Così nel testo. La data è in discordanza con quella riportata tre capoversi prima (« 13 maggio ») che è da ritenersi una svista dell'Autore. Altre sviste di questo tipo sono riscontrabili anche in altri passi. (N.d.T.)

cioè una dozzina di leghe. Per navigarvi senza rischio di avarie è necessario seguire per tutta la sua lunghezza un canale che, in qualche tratto, tra banchi e scogli, non ha più di quaranta o cinquanta metri di larghezza. Nell'intento di rendere sicuro il cammino, il signor Bourcart fece raccogliere alcuni grossi ciottoli, ai quali fu legato il capo di un cavo; l'altro capo fu invece legato a un barile ben chiuso. Gli uomini posero poi queste boe ai lati del canale, onde segnalarne la sinuosità. Poiché il riflusso li costringeva a ormeggiare due volte ogni ventiquattr'ore, non ci vollero meno di quattro giorni per raggiungere una laguna profonda un paio di leghe e più. Nel corso di quelle soste, il signor Heurtaux e i due ufficiali scendevano a terra e andavano a caccia nelle vicinanze. Essi uccisero varie coppie di capretti e anche alcuni sciacalli, numerossissimi nei vicini boschi. Nel frattempo, i marinai facevano provvista di ostriche gustosissime o si dedicavano alla pesca. Nel pomeriggio dell'11 maggio, finalmente, il Saint-Enoch raggiunse il suo ancoraggio definitivo. Questo ancoraggio era a tre gomene dal fondo di una piccola cala, dominata a nord da collinette boscose. Dalle altre rive piatte, fatte di litorali sabbiosi, si staccavano due lingue di terra arrotondate, punteggiate di rocce nerastre di grana durissima. Questa cala si apriva sul litorale occidentale della laguna e conteneva sempre abbastanza acqua, anche durante la bassa marea, perché la nave non dovesse temere di restare in secco. Del resto, come in tutti i mari del Pacifico, le maree non erano fortissime. Né con la luna piena né con la luna nuova, esse non davano mai un dislivello superiore a due braccia e mezzo, tra il punto più alto e quello più basso. L'ancoraggio era stato felicemente scelto. L'equipaggio non aveva bisogno di allontanarsi per fare legna. Un ruscello che scorreva sinuosamente tra le dune costituiva una riserva d'acqua a cui sarebbe stato facile approvvigionarsi. E superfluo dire che il Saint-Enoch non si era ancorato là in via definitiva. Se le baleniere si fossero lanciate all'inseguimento di una balena, sia nella laguna sia fuori, avrebbe fatto in fretta a spiegare le vele, se il vento fosse stato favorevole, per appoggiarne la caccia.

Quarantotto ore dopo il suo arrivo, a quattro miglia al largo apparve un tre alberi. L'equipaggio lo riconobbe subito: era la nave inglese. In seguito si seppe che era il Repton, di Belfast – capitano King, secondo Strok – che stava per iniziare la sua campagna nella baia Margherita. Questo bastimento non cercava di ancorarsi nell'insenatura in cui già si trovava il Saint-Enoch, ma si dirigeva verso il fondo della laguna, dove poi calò l'ancora vicino alla riva. Era distante appena due miglia e mezzo, perciò non era possibile perderlo di vista. Questa volta la bandiera francese non ne salutò il passaggio. Dal fatto che altri bastimenti di nazionalità americana incrociavano in varie zone della baia Margherita, si poteva dedurre che le balene non l'avevano ancora abbandonata del tutto. Sin dal primo giorno, in attesa che capitasse l'occasione di mettere in mare le baleniere, mastro Cabidoulin, il falegname Férut e il fabbro Thomas, accompagnati da alcuni marinai, andarono verso il limitare della foresta per abbattere alcuni alberi. Bisognava rinnovare subito la provvista di legna, sia per le necessità della cucina sia per alimentare il fornello della «marmitta». I capitani delle baleniere non trascuravano mai questo lavoro, che è di grande importanza e che bisognava anzi favorire, sebbene la calura fosse intensa. E non c'era da stupirsene, se si pensa che la baia Margherita è attraversata, press'a poco, dal venticinquesimo parallelo e che nell'emisfero settentrionale questa latitudine corrisponde a quella del nord dell'India e dell'Africa. Il 25 maggio, un'ora prima del tramonto, il fiociniere Kardek avvistò dall'alto dell'albero di trinchetto, a due miglia dall'insenatura, vari cetacei che cercavano senza dubbio basse profondità, adatte ai balenotti. Fu allora deciso che il giorno dopo, al levar del sole, le baleniere sarebbero state pronte per la caccia, così come avrebbero probabilmente fatto le altre navi. Quella sera, quando il signor Filhiol chiese al capitano se quella pesca si sarebbe effettuata nelle stesse condizioni di quella della Nuova Zelanda, ne ricevette la seguente risposta:

— Niente affatto, caro dottore; bisognerà, anzi, avere maggiore

circospezione. Qui avremo da fare con delle femmine, che danno più olio dei maschi, ma sono più temibili. Quando una di esse capisce che si vuol darle la caccia, non tarda a prendere la fuga e non soltanto abbandona la baia per non farvi più ritorno per tutta la stagione, ma si trascina dietro le altre. Andate poi a ritrovarle al largo, nel Pacifico. — E quando sono seguite dal loro balenotto? — È proprio allora — disse il signor Bourcart — che le baleniere hanno più facilità di riuscire a catturarle. La balena che prende parte ai giochi del piccolo è priva d'ogni diffidenza. Sì può accostarla fino a portata di coltellaccio e colpirla alle pinne. Se poi la fiocina l'ha mancata, basterà inseguirla anche per molte ore, se necessario. Il balenotto ritarderà la sua marcia, perché si stanca e rimane senza fiato. E poiché la madre non intende abbandonarlo, c'è la possibilità di trovarsi nella condizione di poterla colpire. — Capitano, non dicevate che le femmine sono più pericolose dei maschi? — Sì, signor Filhiol, e occorre che il fiociniere faccia molta attenzione a non ferire il balenotto: la madre diventerebbe furiosa e farebbe molto danno, gettandosi sulle baleniere, colpendole con la coda, facendole a pezzi: ne potrebbero nascere gravi incidenti… Ecco perché, dopo una campagna di pesca nella baia Margherita, non è raro incontrare molti rottami d'imbarcazioni. Più di un uomo ha pagato con la vita l'imprudenza o l'errore del fiociniere. Prima delle sette del mattino, l'equipaggio era pronto a dare la caccia ai cetacei avvistati la vigilia. Senza contare fiocine, lance e coltellacci, il capitano, il secondo e i due ufficiali si erano provveduti di fucili lancia-bombe, sempre usati con utilità quando si tratta di catturare questo genere di balene. A mezzo miglio dall'insenatura era apparsa una femmina con il suo piccolo; le baleniere issarono le vele per accostarla senza attirarne l'attenzione. Romain Aliotte, il quale non aveva perduto tempo, arrivò naturalmente per primo a sette braccia dall'animale, che doveva aver visto la baleniera e si preparava a immergersi. Ducrest brandì subito la fiocina e la lanciò con forza contro il

corpo dell'animale, nel quale s'infisse fino al manico. In quell'istante, giunsero le altre baleniere, pronte a circondare l'animale per ormeggiarlo. Ma, per una fatalità che non è rara, la fiocina si ruppe e il cetaceo prese la fuga, seguito dal balenotto. Cominciò allora l'inseguimento, con un accanimento straordinario. La balena precedeva l'imbarcazione di sessanta od ottanta braccia. Il suo soffio, vapore condensato in pioggia finissima, si elevava a otto o dieci metri e il suo colore, bianco, diceva chiaramente che la balena non era stata ferita a morte. Nel frattempo, i marinai arrancavano energicamente. Per due lunghe ore non fu possibile giungere a tiro per lanciare la fiocina; si sarebbe potuto colpire il balenotto, ma il capitano vi si oppose per prudenza. Non volendo perdere nulla dei particolari di quella pesca, il dottor Filhiol aveva preso posto a poppa nella baleniera del comandante; condivideva egli pure l'ardore che animava i suoi compagni e manifestava il timore che potessero stancarsi prima di raggiungere l'animale. La balena infatti fuggiva rapidamente, immergendosi e riapparendo dopo alcuni minuti: non si era allontanata troppo dall'insenatura – tre o quattro miglia al più – e ora tornava ad avvicinarsi. Sembrava anzi che la sua velocità diminuisse, considerato che il balenotto non rimaneva indietro. Verso le undici e mezzo, una seconda fiocina fu lanciata dall'imbarcazione del signor Heurtaux. Questa volta si filò poca sagola. Le altre baleniere si accostarono, non senza diffidare della coda del cetaceo. Non appena l'ebbero attaccato con la lancia e il coltellaccio, l'animale soffiò sangue e spirò in superficie, mentre il balenotto spariva sott'acqua. Poiché la corrente era favorevole, la balena fu facilmente rimorchiata fino al Saint-Enoch, dove il capitano fece disporre il necessario per sollevarla nel pomeriggio. Il giorno dopo venne a bordo uno spagnolo, il quale chiese di parlare al capitano. Era uno di quegli uomini chiamati carcassier, ai quali viene ceduto il grasso che resta attaccato nell'interno della carcassa.

Esaminò la balena sospesa sul fianco della nave e disse:

— È una delle più grosse che siano state pescate nella baia Margherita da tre mesi a questa parte… — La stagione è stata buona? — chiese il signor Bourcart. — Molto mediocre — rispose lo spagnolo. — Non ho avuto che una mezza dozzina di carcasse da lavorare. Perciò vi prego di cedermi questa. — Volentieri. Durante le quarantotto ore che seguirono, lo spagnolo rimase a bordo e assistette alle operazioni necessarie per la fusione del grasso. Quella balena non diede meno di centoventicinque barili di olio di eccellente qualità. Alla fine, lo spagnolo fece trascinare la sua carcassa nel proprio stabilimento, sul litorale della laguna, due miglia oltre l'insenatura. Quando l'uomo se ne fu andato, il dottor Filhiol disse al capitano:

— Sapete che cosa ricava quest'uomo dai resti di una balena? — Sì e no alcune giare di olio. — Vi sbagliate; ho saputo direttamente da lui che spezzettando la carcassa ricava a volte persino una quindicina di barili. — Una quindicina, signor Filhiol! Ebbene, è l'ultima volta che ci casco! D'ora in poi, lavoreremo noi stessi la carcassa! Il Saint-Enoch rimase fino al 17 giugno nella baia Margherita, per riuscire a completare il carico. Durante questo tempo l'equipaggio catturò varie balene, tra le quali alcuni maschi, non soltanto difficili ma anche pericolosissimi da colpire, per la loro selvatichezza e inavvicinabilità. Uno di essi fu catturato dall'ufficiale Coquebert, all'ingresso della baia. Non ci volle meno di un giorno e di una notte per trasportarlo nell'insenatura. Mentre durava la corrente contraria, le baleniere si ormeggiarono sull'animale stesso con ancorotti, e gli uomini dormirono in attesa del cambio di marea. È inutile dire che anche altre navi inseguivano i cetacei fino agli estremi limiti della baia. Gli americani, specialmente, furono molto soddisfatti dei risultati della loro campagna. Il capitano di uno di quei bastimenti, l’Iwing, di San Diego, venne a fare visita al signor Bourcart, a bordo del Saint-Enoch. Dopo lo

scambio di alcuni complimenti, gli disse:

— Capitano, vedo che vi è andata bene la pesca sulle coste della Nuova Zelanda… — Infatti… — rispose il signor Bourcart. — Spero di terminare qui la mia campagna. Questo mi permetterà di fare ritorno in Europa più presto del previsto e di arrivare a Le Havre tra meno di tre mesi. — Mi felicito con voi, capitano. Ma dal momento che la fortuna vi favorisce, perché tornate subito a Le Havre? — Che volete dire? — Voglio dire che potreste collocare vantaggiosamente il vostro carico senza abbandonare i mari del Pacifico. Ciò vi permetterebbe di ricominciare la pesca alle isole Kurili, oppure nel mare di Okhotsk, proprio nei mesi favorevoli. — Spiegatevi meglio, signore… Dove potrei vendere il mio carico? — A Vancouver. — A Vancouver? — Sì, sul mercato di Victoria. In questo momento l'olio è molto richiesto dalle ditte americane; potreste cederlo a prezzi molto vantaggiosi. — Parola mia, è un'idea; certo, un'idea eccellente — rispose il signor Bourcart. — Vi ringrazio dell'informazione, capitano, ed è probabile che ne approfitti. L'isola di Vancouver, situata in acque americane, all'altezza della Columbia inglese, non è che a venticinque gradi circa a nord della baia Margherita. Con vento favorevole, il Saint-Enoch avrebbe potuto raggiungerla in una quindicina di giorni. Senza dubbio, la fortuna sorrideva al signor Bourcart. Jean-Marie Cabi-doulin ci avrebbe rimesso le sue storie e le sue profezie di sciagura. Dopo la campagna della Nuova Zelanda e quella della baia Margherita, anche la campagna delle isole Kurili e del mare di Okhotsk, nello stesso anno! Del resto, è a Vancouver che si sarebbero recate le baleniere americane e, probabilmente, anche il Repton, se avessero completato il carico, considerato che i prezzi vi erano in ascesa… Quando il capitano Bourcart chiese al capitano dell'Iwing se

avesse avuto qualche rapporto con il Repton, ne ebbe una risposta negativa. La nave inglese si manteneva sempre in disparte dalle altre e forse non rispondeva neppure al saluto della bandiera degli Stati Uniti, così come non aveva risposto al tricolore francese. In varie riprese, tuttavia, capitò che nell'inseguire i cetacei nella laguna o in mezzo alla baia le baleniere inglesi e quelle francesi si trovassero in presenza le une delle altre; ma non cacciando la stessa balena, non ne nacque nessuna contestazione, come qualche volta succede. Nello stato d'animo in cui erano francesi e inglesi, le contestazioni avrebbero potuto volgere al peggio. Perciò il capitano Bourcart non cessava mai di raccomandare ai suoi uomini di evitare ogni aperto contrasto con l'equipaggio del Repton, sia in mare, quando incrociavano nella stessa zona, sia a terra, quando le imbarcazioni andavano a far legna o a pescare tra gli scogli. Insomma, non si sapeva se la campagna di pesca del Repton andasse bene o male e, per dirla franca, nessuno se ne preoccupava. Il Saint-Enoch lo aveva incontrato durante la traversata dalla Nuova Zelanda alla costa americana; lasciata la baia, non lo avrebbe di certo più rivisto, nel corso di quella campagna. Prima della partenza, fu segnalato un altro capidoglio, a tre miglia fuori della laguna. Era il più grosso che fosse mai stato avvistato, e questa volta le imbarcazioni del Repton si lanciarono alla caccia, ma a dire il vero con un certo ritardo. Nell'intento di non allarmare il capidoglio, la baleniera dell'ufficiale Aliotte, che filava con buon vento, manovrò in modo da non spaventare l'animale. Tuttavia, quando fu quasi a portata di fiocina, il cetaceo si immerse e bisognò attendere che riapparisse in superficie. Poiché la precedente immersione era durata trentacinque minuti, sarebbe ora riapparso, press'a poco, tra altri trentacinque minuti: non c'era dunque che da stare ad aspettare. Riapparve infatti nel tempo previsto, a sette od otto gomene dalla baleniera, che cercò di raggiungerlo rapidamente. Il fiociniere Ducrest era in piedi a prua; Romain Aliotte aveva il coltellaccio in mano. In quel momento, intuito il pericolo, il capidoglio batté il mare con tale violenza che un'ondata riempì per

metà l'imbarcazione. Poiché la fiocina lo aveva colpito a destra, sotto la pinna pettorale, l'animale si immerse e la sagola fu filata con tale rapidità che bisognò bagnarla perché non prendesse fuoco. Quando il cetaceo riapparve, soffiò sangue e pochi colpi di lancia lo finirono senza troppa fatica. Tutto finì, quindi, prima dell'arrivo delle baleniere inglesi, che non ebbero da far altro che tornare alla loro nave. Fuso il grasso, mastro Cabidoulin segnò sul conto del capidoglio ottanta barili di olio. La partenza era stata fissata per il 17 giugno. Bourcart, uniformandosi al consiglio del capitano americano, avrebbe fatto vela per l'isola di Vancouver. Il Saint-Enoch aveva allora millesettecento barili d'olio e cinquemila chilogrammi di fanoni. Non appena li avesse venduti, a Victoria, il capitano non avrebbe esitato a intraprendere una seconda campagna nel nord-est del Pacifico. Centocinquanta giorni erano trascorsi dalla sua partenza da Le Havre e la sosta nella baia Margherita era durata dal 9 maggio al 19 giugno. Lo scafo e l'attrezzatura della nave erano in buone condizioni e a Vancouver essa avrebbe potuto riapprovvigionarsi. L'antivigilia della partenza, si presentò l'occasione per l'equipaggio di scambiare qualche parola con gli uomini del Repton. Eccone le circostanze. Le baleniere del secondo e dell'ufficiale Coquebert, mandate a terra, dovevano portare il rimanente della legna già spezzata e fare provvista di acqua dolce. I signori Heurtaux e Coquebert e i marinai erano già sul litorale, quando uno di essi gridò: — Una balena! Una balena! Una balena assai grossa, seguita dal balenotto, passava infatti a mezzo miglio dall'insenatura, per raggiungere il fondo della baia. Dispiacque certo a tutti non poterle dare la caccia; ma le due baleniere, comandate per un altro servizio, non erano pronte, non avendo né fiocine né sagola. La stessa cosa poteva dirsi del Saint- Enoch, il quale, con le attrezzature smontate, era sul punto di andarsene. Intanto, a una delle estreme punte dell'insenatura, erano apparse due imbarcazioni.

Erano le baleniere del Repton che inseguivano la balena segnalata. Avanzavano con l'intenzione di prendere l'animale di coda e perciò non era possibile perderle di vista. Procedevano senza rumore, separate da un buon miglio di distanza, l'una essendo partita un po' di tempo dopo l'altra. La prima aveva messo la bandiera a poppa per annunciare che si preparava ad attaccare. Il Repton aspettava, con poca velatura, a tre miglia a est. I signori Heurtaux e Coquebert e i loro uomini si arrampicarono sopra una piccola altura, dietro il ruscello, dalla quale lo sguardo poteva estendersi su tutta la laguna. Erano le due e mezzo quando il fiociniere della prima imbarcazione fu a portata della balena. L'animale giocava con il piccolo e non aveva ancora scorto la baleniera, quando la fiocina attraversò l'aria. Gli inglesi non ignoravano certamente che è molto pericoloso attaccare il balenotto. Ora, fu proprio questo che, nel passare dinanzi alla baleniera, ricevette la fiocina sul labbrone. Era stato colpito mortalmente: dopo alcune convulsioni, rimase immobile sulla superficie del mare. E poiché il manico della fiocina si raddrizzava, l'animale, a detta dei marinai, aveva l'aria di fumare la pipa, dal momento che la polvere liquida che gli sfuggiva dalla bocca sembrava incredibilmente fumo di tabacco. La balena allora fu presa da un eccesso di furore. Batté l'acqua con la coda, facendola vorticare come una tromba marina; poi si precipitò sulla baleniera. Gli uomini fecero del loro meglio per tornare indietro, ma non riuscirono ad evitarne l'attacco. Tentarono inutilmente di lanciarle una seconda fiocina, inutilmente cercarono di colpirla con il coltellaccio e le lance, inutilmente l'ufficiale scaricò su di essa il fucile lancia-bombe… La seconda imbarcazione, che si trovava a trecento tese sottovento, non sarebbe giunta in tempo utile in soccorso della prima. Questa, colpita da un formidabile colpo di coda, andò subito a picco, con i marinai che la montavano. Se qualcuno di essi fosse riapparso, perché soltanto ferito, chissà se l'altra imbarcazione sarebbe riuscite a raccoglierlo!… — In barca! in barca! — gridò Heurtaux, facendo segno

all'ufficiale di seguirlo. Vedendo gente in pericolo, anche se apparteneva all'equipaggio del Repton, gli uomini non esitarono a portar loro aiuto. In pochi istanti, discesa l'altura e attraversato il litorale, allentarono gli ormeggi e le baleniere, vigorosamente spinte dai remi, uscirono dall'insenatura. Nel punto in cui la balena si dibatteva rabbiosamente, solo sette uomini, dei nove precipitati in mare, erano tornati a galla. Due mancavano. La balena, invece, dopo essersi diretta verso il balenotto, che la corrente aveva trascinato a una gomena sottovento, spariva nelle profondità della laguna. Il secondo e l'ufficiale erano già pronti a prendere a bordo qualche inglese, quando l'ufficiale del Repton, sopraggiunto in quel momento, gridò con voce che rivelava il dispetto:

— Via! Via! Non abbiamo bisogno di nessuno! Andate via! Non c'era alcun dubbio: se gli dispiaceva la perdita di due uomini, non gli spiaceva meno d'aver mancato quella magnifica preda! Tornati a bordo, i signori Heurtaux e Aliotte raccontarono ogni cosa al signor Bourcart e al dottor Filhiol. Il capitano fece loro i suoi complimenti per esser corsi in aiuto dell'imbarcazione del Repton; e quando seppe quale era stata la risposta dell'ufficiale, disse:

— Non ci eravamo sbagliati… erano proprio inglesi! Sono proprio inglesi! — Senza dubbio — disse il nostromo. — Ma, al diavolo! se è permesso di esserlo fino a questo punto!

CAPITOLO VI

VANCOUVER

L'ISOLA di Vancouver, posta sulla costa occidentale dell'America del Nord, è lunga cinquecento chilometri e larga centotrenta ed è compresa tra il quarantottesimo e il cinquantunesimo parallelo. Vicinissima al Dominio del Canada, la cui frontiera la chiude a est, essa fa parte della Columbia britannica. Un centinaio di anni fa, la Compagnia della Baia di Hudson aveva fondato un posto per trafficanti sulla punta sud-ovest dell'isola, accanto all'antico porto di Cordoba, il Camosin degli indiani. Era già una presa di possesso di detta isola, da parte del governo britannico. Tuttavia, nel 1789, la Spagna se ne impossessò. Ma, poco tempo dopo, essa venne restituita all'Inghilterra, con un trattato intervenuto tra l'ufficiale spagnolo Quadra e l'ufficiale inglese Vancouver, il cui nome appare sulla cartografia moderna. Il villaggio non doveva tardare a diventare città, grazie alla scoperta di filoni d'oro nel bacino del Fraser, uno dei corsi d'acqua dell'isola. Diventato Victoria-city, esso divenne anche la capitale ufficiale della Columbia britannica. In seguito sorsero altre città, quali Nanaimo, a ventiquattro leghe di distanza, per non parlare del piccolo porto San Juan, che si apre sulla punta meridionale. Al tempo in cui si svolge questa storia, Victoria non aveva certo raggiunto le dimensioni odierne. L'isola di Vancouver non era ancora servita da quella ferrovia di novantasei chilometri, che unisce la capitale a Nanaimo. Soltanto l'anno seguente, nel 1864, il dottor Brow, di Edimburgo, l'ingegnere Leech e Frédéric Wymper avrebbero intrapreso una spedizione nell'interno dell'isola. Il capitano Bourcart doveva trovare a Victoria ogni genere di facilitazioni per i suoi commerci e anche ciò che occorreva alla sua nuova campagna di pesca; nessuna preoccupazione, quindi, a tale

riguardo. All'alba, il Saint-Enoch aveva lasciato l'ormeggio della laguna. Favorito dal riflusso, discese il canale della baia Margherita e si portò in alto mare. Venti propizi, che soffiavano dall'est al sud-est, gli permisero di seguire la costa al riparo della terra, ad alcune miglia dalla lunga penisola della Vecchia California. Il capitano Bourcart non aveva posto vedette sull'alberatura, non dovendo per il momento cacciare altre balene; non c'era da far altro che raggiungere al più presto Vancouver, allo scopo di vendere il carico agli alti prezzi offerti dal mercato. Del resto, non furono segnalate che tre o quattro balene, a grande distanza, il cui inseguimento sarebbe stato reso difficile dal mare agitato. L'equipaggio si accontentò di dar loro appuntamento alle isole Kurili e nel mare di Òkhotsk. Circa millequattrocento miglia separano la baia Margherita dallo stretto di Juan de Fuca, che a sua volta separa l'isola di Vancouver dal territorio dello Washington, all'estremità degli Stati Uniti. Alla media di novanta miglia al giorno, la traversata del Saint-Enoch sarebbe durata una quindicina di giorni, a condizione di spiegare tutte le vele possibili, coltellacci, frecce e vele di straglio comprese. La fortuna che aveva accompagnato il corso di quella prima campagna persisteva. Dopo circa un terzo di quella navigazione, la nave andava di bolina all'altezza di San Diego, capitale della Bassa California. Quattro giorni dopo, era dinanzi a San Francisco, tra numerosi bastimenti diretti a questo grande porto americano. — Forse è spiacevole che non si possa vendere a San Francisco ciò che andiamo a vendere a Victoria… — disse quel giorno il capitano Bourcart al suo secondo. — Senza dubbio, perché in tal caso saremmo già arrivati… — rispose il signor Heurtaux. — Ma il cammino fatto è sempre fatto… Se dobbiamo ricominciare la pesca nei dintorni delle Kurili, saremo già molto innanzi verso il nord… — Avete ragione, Heurtaux; del resto, le informazioni dateci dal capitano dell'Iwing sono chiare. A suo parere, il Saint-Enoch potrà

agevolmente provvedere alle sue riparazioni a Victoria e approvvigionarvisi per molti mesi. Nel frattempo il vento, che sembrava volesse scemare da sud, non

tardò a soffiare dal largo. La velocità del Saint-Enoch ne fu un po' rallentata, cosa che non mancò di suscitare a bordo una qualche impazienza. In breve, la mattina del 3 luglio, e cioè circa quarantotto ore dopo, la vedetta segnalò il capo Flattery, all'entrata dello stretto

  • di Juan de Fuca.

La traversata era dunque durata sedici giorni (un giorno di più di quanti ne aveva previsti Bourcart) perché il bastimento non aveva potuto raggiungere la media di novanta miglia. — Ebbene, vecchio mio, eccoci all'imboccatura del porto — disse mastro Ollive a mastro Cabidoulin — e tuttavia non cessi mai dal piagnucolare… — Io? — rispose il bottaio. — Sì, tu! — Ma se non dico nulla! — Non dici nulla, ma è come se parlassi! — Davvero? — Davvero! Lo sento quello che ti borbotta dentro! Tu brontoli

dentro di te! — E brontolerò anche fuori di me, quando mi piacerà di farlo! — rispose Jean-Marie Cabidoulin. Dopo le formalità sanitarie e doganali, il Saint-Enoch andò ad ormeggiarsi contro un pontile che avrebbe facilitato lo scarico delle merci. In ogni caso, la sua sosta a Victoria sarebbe durata una quindicina

  • di giorni. Non sarebbe stato possibile ripartire prima che l'equipaggio

avesse fatto alcune riparazioni, per essere in gr ado di affrontare una nuova campagna nelle zone settentrionali del Pacifico, o il suo rientro in Europa. Il secondo, i due ufficiali e i mastri avrebbero avuto abbastanza da fare, tanto da non avere altro tempo a loro disposizione. Occorreva scaricare mille-settecento barili di olio e inoltre bisognava che il capitano sorvegliasse attentamente gli uomini: infatti, in quelle contrade frequentate da cercatori d'oro e da sfruttatori di giacimenti

auriferi, le diserzioni sono facili, sia nell'isola di Vancouver sia nelle pianure del Caribù, della Columbia britannica. C'erano due navi nel porto di Victoria, lo Chantenay, di Nantes, e il Forward, di Liverpool, che la diserzione di un certo numero di marinai aveva messo in grande imbarazzo. Il capitano Bourcart si credeva sicuro dei suoi uomini, per quanto si possa esserlo, naturalmente; forse che non sarebbe bastato a trattenerli la speranza di partecipare ai profitti di quella campagna fin

allora così lucrosa, sia per essi sia per gli armatori del Saint-Enoch? Ma una sorveglianza molto severa era egualmente necessaria e il permesso di lasciare la nave doveva essere accordato solo raramente. Era meglio dare doppia razione a bordo, dopo una faticosa giornata

  • di lavoro, piuttosto che vedere l'equipaggio scorrazzare per bettole e

osterie, dove spesso si fanno cattive conoscenze. Il capitano, da parte sua, dovette per prima cosa cercare di collocare il carico sul mercato di Victoria. Non appena sbarcato, si recò quindi dal signor William Hope, che era uno dei più importanti mediatori di merci.

Il dottor Filhiol, che non aveva malati da curare, avrebbe avuto invece tutto il tempo che voleva per visitare la città e i dintorni. Forse avrebbe fatto anche il giro di tutta l'isola, se i mezzi di comunicazione non fossero mancati. Non c'erano strade; solo dei sentieri attraversavano le fitte foreste dei dintorni. Avrebbe quindi dovuto restringere il cerchio delle sue esplorazioni. Tutto sommato, la città gli parve interessante, come tutte quelle che prosperano rapidamente sul suolo americano e alle quali il terreno consente di estendersi all'infinito. Costruita con regolarità, solcata da vie che si intersecavano ad angolo retto, ombreggiata da begli alberi, possedeva un vasto parco. Ma qual è la città americana che non possegga uno o più parchi? L'acqua dolce le era fornita da un serbatoio distante quattro leghe, che a sua volta traeva alimento dalle migliori sorgenti dell'isola. Il porto di Victoria, posto in fondo a una piccola baia, è situato nelle condizioni più favorevoli: è il punto in cui si uniscono gli stretti

  • di Juan de Fuca e della Regina Carlotta. Le navi possono approdarvi

da ovest e da nord-ovest; il suo movimento marittimo, destinato ad

aumentare, comprenderà in avvenire tutta la navigazione dei dintorni. È inoltre doveroso aggiungere che il porto offriva, già a quell'epoca, ampie possibilità ai bastimenti costretti a cercarvi riparo dopo lunghe traversate, molte delle quali faticosissime; esso metteva a loro disposizione un arsenale ben fornito, depositi per le merci e un bacino di carenaggio. Le informazioni fornite dal capitano dell'Iwing al signor Bourcart si erano rivelate esatte. I prezzi degli oli di mare erano in ascesa e il Saint-Enoch giungeva in tempo per approfittarne. Le richieste affluivano non soltanto a Vancouver, ma anche a New-Westminster, importante città della Columbia posta sul golfo di Georgia, un po' a nord-est di Victoria. Due baleniere, l'americana Flower e la norvegese Fugg, avevano già venduto il loro carico ed erano ripartite, così come avrebbe fatto il Saint-Enoch, per la pesca nel nord del Pacifico. Gli affari del Saint-Enoch furono sbrigati rapidamente, tra il mediatore Hope e il capitano Bourcart. La vendita del carico ebbe luogo a prezzi mai raggiunti fin allora e che certamente non sarebbero stati ottenuti sul mercato europeo. Ora non c'era da far altro che sbarcare i barili e trasportarli al deposito, dove sarebbero stati consegnati all'acquirente. Quando fece ritorno a bordo, il signor Bourcart disse al secondo:

— Heurtaux, l'affare è concluso e non c'è che da rallegrarsi per aver seguito il consiglio del capitano dell'Iwing! — Avete venduto tutto, olio e fanoni? — Sì, a un'azienda columbiana di New-Westminster. — I nostri uomini possono quindi mettersi al lavoro? — Oggi stesso; ritengo che la nave sarà in condizione di ripartire tra un mese al più tardi, dopo una sosta nel bacino di carenaggio. — Tutti in coperta! — ordinò allora il secondo, dal quale mastro Ollive era venuto per prendere ordini. Sbarcare millesettecento barili è un lavoro che non richiede meno di otto giorni, anche se eseguito con ordine e sveltezza. L'attrezzatura fu predisposta al disopra dei boccaporti; una metà dei marinai si sparse nella stiva, mentre l'altra metà si dispose a lavorare sul ponte. Sì poteva fare assegnamento sulla loro buona volontà e sul loro zelo,

e ciò non avrebbe reso necessario il ricorso all'aiuto di manodopera locale. Se qualcuno ebbe molto da fare, questi fu Jean-Marie Cabidoulin. Non lasciava tirar su un barile senza averlo esaminato e senza essersi prima assicurato che fosse pieno e che non avrebbe dato luogo a nessun reclamo da parte del compratore. Stava costantemente accanto al pontile, con il martelletto in mano, battendo sui barili un colpo secco. Dell'olio non c'era da preoccuparsi: era di qualità ottima. In breve, lo sbarco fu eseguito con tutte le garanzie possibili e il lavoro proseguì per tutta la settimana. Ma per mastro Cabidoulin esso non sarebbe terminato con lo sbarco del carico. Occorreva sostituire i barili pieni con altrettanti barili vuoti, in previsione della nuova campagna. Per fortuna, il capitano Bourcart ne trovò una partita nel deposito di Victoria e riuscì ad accaparrarsela a buon mercato. Tuttavia, fu necessario riparare i barili e metterli in perfette condizioni di tenuta: lavoro non di poco conto, per il quale le giornate bastavano appena. Se il bottaio non smise di mormorare, tra sé e ad alta voce, lo fece in mezzo al fracasso dei colpi di martello che il fabbro Thomas e il falegname Férut davano accanto a lui. Quando l'ultimo barile fu sbarcato, si procedette alla completa pulizia della stiva e del fasciame interno. Liberato del ponteggio, il Saint-Enoch fu condotto nel bacino di carenaggio. Occorreva ispezionare la parte esterna dello scafo e assicurarsi che non avesse sofferto nella sua opera viva. Il secondo e il nostromo eseguirono l'ispezione: il signor Bourcart aveva la piena fiducia nella loro esperienza. A dire il vero, non furono riscontrate avarie gravi; occorrevano solo alcune riparazioni: due o tre fasce della fodera di rame da sostituire, qualche caviglia nel fasciame e nell'ossatura, i comenti da guernire di stoppa, le parti superiori da ricoprire con una nuova mano di pittura. Questo lavoro fu eseguito senza interruzione: la sosta a Vancouver non si sarebbe certamente prolungata oltre il previsto. Era quindi comprensibile che il signor Bourcart non cessasse dal manifestare la sua soddisfazione e che il dottor Filhiol gli ripetesse:

— Avete proprio fortuna, capitano… Siete uno uomo fortunato!

Per poco che ciò duri… — Durerà, dottor Filhiol. Sapete, anzi, che cosa potrebbe capitare? — Ditemelo. — Potrebbe capitare che, tra due mesi, dopo la seconda campagna di pesca, il Saint-Enoch tornasse a Victoria per vendervi il nuovo carico, allo stesso prezzo! Sempre che le balene delle isole Kurili o del mare d'Okhotsk non siano troppo selvatiche… — Ma no, capitano! Avrebbero forse occasione migliore di consegnare il loro olio a prezzo più vantaggioso? — Non credo — rispose il capitano, ridendo. — Non lo credo affatto. È stato detto che il dottor Filhiol non aveva potuto spingere le proprie gite fuori città tanto quanto avrebbe voluto. In prossimità del litorale, gli capitò qualche volta di incontrare alcuni indigeni. Non si può dire che essi siano i più bei tipi di questa razza di pellirosse di cui esiste ancora, nel Far West, qualche esemplare di rilievo. No. Esseri volgari, tozzi, con il viso brutto, testa enorme e malfatta, occhi piccoli, bocca larga, naso strambo, con le narici attraversate da anelli di metallo o da spiedini di legno. E come se la naturale bruttezza non bastasse, hanno anche l'abitudine, in cerimonie e feste, di applicarsi sul viso una maschera di legno ancora più orribile, che, per mezzo di fili, fa orribili smorfie. In questa parte dell'isola e nell'interno, le foreste sono superbe, ricchissime di pini e soprattutto di cipressi. Fu cosa facile, per il Saint-Enoch, procurarsi la legna. Non c'era che da spezzarla e portarla via. La caccia abbondava, il signor Heurtaux, accompagnato dall'ufficiale Aliotte, riuscì ad abbattere varie coppie di daini, dai quali il cuoco trasse ottimo partito per la tavola degli ufficiali e per quella dei marinai. Vi abbondavano anche i lupi, le volpi e gli ermellini, sempre pronti alla fuga e perciò di difficile cattura, ma ricercatissimi per il valore della loro pelliccia; né mancavano gli scoiattoli dalla coda folta, numerosissimi. La gita più lunga condusse il dottor Filhiol fino a Nanaimo. Vi si recò per mare, su un piccolo cutter che prestava servizio tra le due città. Nanaimo è una borgata molto prospera, il cui porto offre alle navi eccellenti ancoraggi.

Il suo commercio tende ad aumentare ogni anno; il suo carbone, di ottima qualità, si esporta a San Francisco, in ogni porto del Pacifico occidentale e persino in Cina e nell'arcipelago delle Sandwich. Già da molto tempo, questi ricchi giacimenti erano sfruttati dalla Compagnia della Baia di Hudson. Più dell'oro, il carbon fossile è la grande e inesauribile ricchezza dell'isola. Non c'è dubbio che altri ricchi depositi saranno ancora scoperti. Quelli di Nanaimo richiedono un lavoro facile e assicurano alla città una prosperità reale. Del resto, la raccolta dell'oro, in questa regione del Caribù, della Columbia britannica, risulta di costo elevato: per ricavarne un dollaro, dicono i minatori, bisogna spenderne due. Quando il dottor Filhiol fece ritorno da quella gita, lo scafo del Saint-Enoch era ricoperto di un nuovo strato di pittura fino al listone, formato da una striscia bianca. Alcune riparazioni erano state fatte alla velatura, all'attrezzatura e alle baleniere, a volte duramente malmenate dai colpi di coda delle balene. Infine, dopo aver sostato nel bacino di carenaggio, la nave andò ad ancorarsi in mezzo al porto e la sua partenza fu definitivamente fissata per il 19 luglio. Due giorni prima, una nave americana entrò nella baia di Victoria e gettò l'ancora a mezza gomena dal Saint-Enoch. Era l'Iwing e proveniva dalla baia Margherita. Sappiamo già quali buoni rapporti si fossero stabiliti tra il suo capitano e il capitano Bourcart, non meno cordiali di quelli che intercorrevano tra i rispettivi ufficiali ed equipaggi. Appena l'Iwing fu ormeggiato dando fondo a due ancore, il capitano Forth si fece condurre al Saint-Enoch, dove ricevette un'ottima accoglienza in segno di gratitudine per i suoi consigli, che avevano dato splendidi risultati. Il capitano Bourcart, sempre felice di poter usare cortesia, volle trattenerlo a pranzo, e poiché l'ora di mettersi a tavola era vicina, Forth accettò l'invito, che contava di ricambiare il giorno seguente a bordo dell'Iwing. La conversazione nel quadrato ufficiali fu interessante: vi si trovarono riuniti il signor Bourcart, il signor Heurtaux, i due ufficiali, il dottor Filhiol e il capitano americano. Sì parlò prima di tutto degli

incidenti di navigazione capitati alle due navi durante la traversata dalla baia Margherita all'isola di Vancouver. Poi, dopo aver parlato delle favorevoli condizioni alle quali aveva venduto il suo carico, il signor Bourcart chiese al capitano dell'Iwing se aveva fatto buona pesca, dopo la partenza del Saint-Enoch. — No — rispose il signor Forth. — La campagna è stata molto mediocre; non ho riempito neppure un quarto dei miei barili. Le balene non sono mai state così rare… — Ciò forse si spiega — osservò il signor Heurtaux — con il fatto che in questo periodo dell'anno i piccoli non hanno più bisogno della madre e tutti, madri e figli, abbandonano la baia per raggiungere il largo. — Questo è senza dubbio un motivo — rispose il signor Forth. — Tuttavia, ho pescato spesso nella baia Margherita, ma non ricordo di averla mai vista disertata alla fine di giugno. Abbiamo trascorso intere giornate senza neppure avere l'occasione di calare in mare le baleniere, sebbene il tempo fosse bello e il mare calmo. È stata una fortuna, signor Bourcart, l'aver cominciato la pesca nei dintorni della Nuova Zelanda! Non avreste fatto certamente il pieno nella baia Margherita! — È stata davvero una fortuna — confermò il signor Bourcart. — Tanto più che vi abbiamo visto solo balene di media grossezza. — Quelle che abbiamo visto noi, invece, erano piccole — rispose il signor Forth. — Ne abbiamo catturato alcune che non hanno reso neppure trenta barili di olio! — Ditemi, capitano, avete intenzione di vendere sul mercato di Victoria? — chiese il signor Bourcart. — Sì, se i prezzi saranno sempre convenienti… — Lo sono; e non è certo la cattiva stagione della baia Margherita che li farà ribassare… D'altra parte, non si aspettano ancora arrivi dalle Kurili, dal mare d'Okhotsk o dallo stretto di Bering. — Certo… — disse il signor Heurtaux — considerato che la pesca non finirà prima di sei settimane o di due mesi… — E noi speriamo di averne avuto la nostra parte! — dichiarò Romain Aliotte. — Ditemi, capitano Forth — chiese l'ufficiale Coquebert — gli

altri balenieri della baia Margherita sono stati più fortunati di voi? — No — rispose il signor Forth. — Quando l'Iwing ha spiegato le vele, la maggior parte si preparava a partire… — Punteranno sulle coste nordorientali dell'Asia? — chiese il signor Heurtaux. — Credo di sì. — Saremo in molti, allora, laggiù… — esclamò l'ufficiale Coquebert. — Tanto meglio! — disse Romain Aliotte. — Ecco quel che maggiormente entusiasma: quando due o tre navi corrono dietro a una balena-quando si dà la caccia a un cetaceo, fino a spezzare i remi! E quale onore per la baleniera che la colpisce per prima! — Calma… calma, caro ufficiale! — lo interruppe il signor Bourcart — non ci sono balene in vista… — Avete allora deciso — riprese il signor Forth — di fare una seconda campagna? — Certamente. — E quando partirete? — Dopodomani. — Di già? — Il Saint-Enoch non ha che da levare l'ancora. — Mi rallegro di essere giunto in tempo per rinnovare la vostra conoscenza, capitano — disse il signor Forth — e per stringerci ancora una volta la mano. — Anche noi siamo lieti d'aver ripreso i nostri buoni rapporti — rispose il signor Bourcart. — Se l’Iwing fosse entrato nella baia di Victoria nel momento in cui il Saint-Enoch ne usciva, ci sarebbe dispiaciuto molto. Quindi si brindò alla salute del capitano Forth, da parte del capitano Bourcart e dei suoi ufficiali, con parole che testimoniavano la più viva simpatia per la nazione americana. — Dopo tutto, se non ci fossimo rivisti a Victoria — disse allora il signor Heurtaux — il Saint-Enoch e l'Iwing avrebbero forse fatto di conserva una seconda campagna nei dintorni delle Kurili? — Non è forse nelle vostre intenzioni, capitano, — chiese il signor Bourcart — di tentare la fortuna nel nord del Pacifico?

— Non posso, signori — rispose il capitano Forth, — l'Iwing giungerebbe tardi nelle acque di pesca. Tra due mesi, i primi ghiacci cominceranno a formarsi nello stretto di Bering e nel mare di Okhotsk e io non sono in condizione di riprendere subito il mare. Le riparazioni di cui l’Iwing ha bisogno richiedono tre o quattro settimane di tempo… — Questo ci dispiace molto — dichiarò il capitano Bourcart. — Ma io vorrei riparlare di una faccenda a cui avete già accennato e che avrebbe bisogno di qualche spiegazione. — Di che si tratta, capitano? — Verso la fine della vostra sosta nella baia Margherita, non avete notato che le balene si facevano rare e che mostravano tutte una strana fretta di voler tornare al largo? — Sì, certamente — dichiarò il capitano Forth. — Fuggivano in maniera piuttosto insolita. Io non credo di esagerare affatto se affermo che le balene sembravano temere qualche insolito pericolo. Sembrava che obbedissero a non so quale senso di paura, come se fossero state prese dal panico. Saltavano in superficie ed emettevano gemiti finora mai uditi. — Senza dubbio, tutto questo è stranissimo — commentò il signor Heurtaux. — Non sapete a che cosa attribuirlo? — No, signori… — rispose il capitano Forth. — A meno che qualche mostro formidabile… — Capitano — l'interruppe l'ufficiale Coquebert — se mastro Cabidoulin, il nostro bottaio, vi sentisse, esclamerebbe: «È il gran serpente di mare!» — Parola mia, — riprese il signor Forth — che sia o non sia un serpente ad averle spaventate, il fatto è che le balene sono scappate a precipizio… — Non sarebbe stato possibile sbarrare il canale della baia Margherita? — disse Romain Aliotte. — Catturarne alcune dozzine? — Vi confesso che nessuno ci ha pensato — rispose il signor Forth. — Le nostre baleniere non se la sarebbero cavata senza gravi danni e forse con la perdita di qualche uomo… Ripeto: dev'essere successo qualcosa di straordinario. — A proposito — chiese il capitano Bourcart — che ne è stato del

Repton? Quella nave inglese… Ha fatto migliore pesca delle altre? — No, da quello che ho saputo… — Credete che sia rimasta nella baia Margherita? — Quando l'Iwing spiegava le vele, si preparava anch'essa a partire. — Per andare dove?… — A ciò che si diceva, per andare a proseguire la campagna nel nordovest del Pacifico. — Speriamo di non doverla più incontrare! — aggiunse il signor Heurtaux. Sopraggiunta la notte, il capitano Forth fece ritorno alla sua nave, dove, il giorno seguente, ricevette a sua volta il signor Bourcart e i suoi ufficiali. Sì parlò ancora di quanto poteva essere successo nella baia Margherita, poi i due capitani si separarono, con la speranza che il Saint-Enoch e l'Iwing potessero ancora rivedersi nei luoghi di pesca.

CAPITOLO VII

SECONDA CAMPAGNA

IL CAPITANO Bourcart si preparò a partire la mattina del 19 luglio. Levata l'ancora, manovrò non senza difficoltà per uscire dalla baia. Il vento, soffiando da sud-est, ne ostacolava allora la marcia, ma sarebbe diventato favorevole appena il Saint-Enoch, doppiate le ultime punte di Vancouver, si fosse portato alcune miglia al largo. Del resto, la nave non ridiscese lo stretto di Juan de Fuca, in precedenza attraversato per raggiungere il porto, ma risalì verso il nord, lungo lo stretto della Regina Carlotta e il golfo di Georgia. Due giorni dopo, contornata la costa settentrionale dell'isola, si diresse verso ovest e, prima di sera, perdeva di vista la terra. La distanza tra Vancouver e l'arcipelago delle Kurili è ritenuta di milletrecento leghe circa. Quando le circostanze sono favorevoli, un veliero può percorrerla agevolmente in meno di cinque settimane: il signor Bourcart contava di non impiegarvi più tempo, se la buona fortuna avesse continuato ad assisterlo. La navigazione ebbe inizio, per certo, nelle migliori condizioni. Un buon vento costante e un mare gonfio di onde lunghe permisero al Saint-Enoch di coprirsi di vele; fu perciò a vele spiegate, mure a sinistra, che esso tenne la prua a ovest-nord-ovest. Se quella direzione allungava un po' il suo cammino, essa gli evitava per contro la corrente del Pacifico, che porta all'est, piegando lungo le isole Aleutine. Quella traversata, insomma, si effettuava senza contrasti. Solo di tanto in tanto bisognava allentare o stringere le scotte. L'equipaggio sarebbe stato perciò riposato e pronto ad affrontare la faticosa campagna di pesca che lo attendeva nel mare di Okhotsk. Jean-Marie Cabidoulin era quello che, a bordo, aveva più lavoro degli altri: mettere definitivamente in ordine i barili della stiva e

disporre attrezzi, maniche e mastelli per mandar giù l'olio sotto coperta. Se si fosse presentata l'occasione di catturare qualche balena, prima dell'arrivo del Saint-Enoch alla costa siberiana, il capitano non se la sarebbe lasciata sfuggire. — C'è da augurarselo, signor Filhiol — disse un giorno al dottore. — La stagione è inoltrata e la nostra pesca non potrà durare a lungo, nel mare d'Okhotsk: solo alcune settimane. I ghiacci non tarderanno a formarsi e la navigazione diventerà difficile. — Quello che mi stupisce — disse il dottore — è il fatto che i balenieri, sempre in lotta contro il tempo, procedano ancor oggi con metodi primitivi. Perché non usano le navi a vapore e, soprattutto, mezzi di caccia più perfezionati? Le campagne ne trarrebbero maggior profitto. — Avete ragione, signor Filhiol, e un giorno o l'altro ciò sarà fatto, siatene certo. Se noi siamo rimasti fedeli ai vecchi sistemi errati, questa seconda metà del secolo non finirà senza che si obbedisca al progresso che si impone in ogni cosa! — Lo credo, capitano; la pesca sarà organizzata con mezzi più moderni, a meno che non si giunga, se le balene si fanno rare, a chiuderle in un parco… — Un parco per le balene! — esclamò il capitano Bourcart. — Scherzo — disse il dottor Filhiol. — Eppure c'era un amico mio che ha avuto una simile idea… — Davvero? — Davvero!… Parcheggiare le balene in una baia, così come si chiudono le mucche nella staccionata d'un campo. Non si spenderebbe un soldo per nutrirle e si potrebbe vendere il loro latte a buon mercato. — Vendere il loro latte, dottore? — Che non vale meno del latte di mucca, a quanto sembra. — Beh, ma come mungerle? — È proprio questo fatto che ha messo in imbarazzo il mio amico! Ecco perché ha rinunciato al suo meraviglioso progetto… — E ha fatto benissimo — concluse il signor Bourcart ridendo di cuore. — Ma, per tornare al Saint-Enoch, vi dicevo che non potrà prolungare la sua campagna nel nord del Pacifico e che perciò

saremo costretti a ripartire sin dai primi giorni di ottobre. — Dove credete che il Saint-Enoch andrà a svernare, dopo aver lasciato il mare di Okhotsk? — chiese il signor Filhiol. — Questo ancora non lo so. — Non lo sapete, capitano? — No. Dipenderà dalle circostanze, mio caro dottore. Formulare un piano in anticipo vuol dire esporsi a inevitabili delusioni. — Vi è capitato di pescare al di là dello stretto di Bering? — Sì. Ma vi ho incontrato più foche che balene. Del resto, l'inverno dell'oceano Artico è precoce; fin dalle prime settimane di settembre, la navigazione vi è ostacolata dai ghiacci. Non penso, quindi, di sorpassare quest'anno il sessantesimo grado di latitudine. — Ho capito, capitano. Se la pesca sarà buona nel mare di Okhotsk, il Saint-Enoch farà subito ritorno in Europa? — No, dottore — rispose il signor Bourcart. — In questo caso, sarà preferibile andare a vendere l'olio a Vancouver, dove i prezzi vi sono alti. — Ed è là che passerete l'inverno? — Probabilmente. Mi troverò così sui luoghi di pesca sin dall'inizio della prossima stagione. — Tuttavia, è bene prevedere tutto — riprese il dottor Filhiol. — Se la campagna del Saint-Enoch nel mare di Okhotsk non sarà fortunata, pensate di rimanervi per attendere il ritorno della bella stagione? — No, anche se è possibile svernare a Nicolaievsk, oppure a Okhotsk. In questo caso, potrei decidere di raggiungere la costa americana o, forse, la Nuova Zelanda. — Dunque, capitano, qualunque cosa accada, non faremo ritorno in Europa, per quest'anno. — No, caro dottore, e ciò non dovrebbe stupirvi. È raro che le nostre campagne durino meno di quaranta o cinquanta mesi. L'equipaggio sa perfettamente queste cose… — A me il tempo non sembrerà lungo — rispose il signor Filhiol. — Qualunque sia la durata della campagna, non rimpiangerò mai di essermi imbarcato sul Saint-Enoch! È inutile dire che le vedette avevano ripreso il loro posto, sin dai

primi giorni della traversata. Il mare era sorvegliato attentamente. Due volte al mattino e due nel pomeriggio, l'ufficiale Aliotte si issava fino ai pennoni di parrocchetto e vi rimaneva in osservazione. A volte scorgeva qualche zampillo, che annunciava la presenza di cetacei, ma a troppa grande distanza perché il signor Bourcart pensasse di mettere in acqua le baleniere. In diciassette giorni di navigazione, era già stato compiuto metà del percorso quando, il 5 agosto, verso le dieci del mattino, il capitano avvistò le isole Aleutine. Queste isole, che oggi appartengono all'America del Nord, facevano parte allora dell'impero russo, il quale possedeva tutta l'immensa provincia dell'Alaska, di cui le Aleutine non sono, in realtà, che il prolungamento naturale. Questo lungo rosario di isole, che si svolge su quasi dieci gradi, non conta meno di cinquantuno grani. È diviso in tre gruppi: le Aleutine propriamente dette, le Andreanof e le Lisii. In esse vivono alcune migliaia di abitanti, raccolti sulle isole più importanti dell'arcipelago, dove si dedicano alla caccia, alla pesca e al commercio delle pellicce. Fu una delle isole più grandi, Oumanak, quella che il Saint-Enoch avvistò a cinque miglia a nord e della quale si vide, in piena eruzione, il vulcano Chicaldinskoi, alto novemila piedi. Il signor Bourcart non ritenne opportuno accostarsi di più all'isola, nel timore di trovarvi il mare agitato, a causa dei venti dell'ovest. Il gruppo delle Aleutine chiude a sud il bacino di Bering, che l'America, con il litorale dell'Alaska, e l'Asia, con il litorale del Kamciatka, limitano a est e a ovest. Le Aleutine presentano la particolarità di descrivere una curva, la cui convessità è volta verso l'alto mare. Un'identica particolarità è presentata, nella loro disposizione geometrica, dalle isole Kurili, Liu-Khieu, Filippine e dall'insieme delle terre dell'impero del Giappone. Nel corso di quella navigazione, il dottor Filhiol poté seguire con lo sguardo i capricciosi contorni di quell'arcipelago, irto di monti vulcanici, i cui approdi risultano molto pericolosi nella cattiva stagione. Nel seguire questa convessità, il Saint-Enoch aveva evitato le correnti contrarie. Favorito dal vento costante, doveva solo

attraversare un braccio della corrente Kuroscio che, nelle vicinanze delle Kurili, risale obliquamente a nord-est, verso lo stretto di Bering. Quando ebbe sorpassato l'ultimo isolotto delle Aleutine, il Saint- Enoch incontrò dei venti che spiravano da nord-est. Era una circostanza favorevolissima, per una nave che doveva puntare a sud- ovest, in direzione delle Kurili. Attraversato questo gruppo, il capitano Bourcart sperava di avvistare, poi, la punta estrema del Kamciatka, prima di una quindicina di giorni. Ma, al largo del mare di Bering, si scatenò una terribile burrasca, alla quale una nave meno robusta e meno abilmente manovrata forse non avrebbe potuto resistere. Porsi al ridosso d'una insenatura delle Aleutine era sconsigliabile: le ancore del Saint-Enoch non avrebbero potuto tenere e la nave si sarebbe infranta sugli scogli. Quella burrasca, accompagnata da lampi, grandine e pioggia, durò quarantotto ore. Nel corso della prima notte, mancò poco che la nave si ingavonasse; tuttavia, poiché le raffiche ruggivano con crescente violenza, la velatura fu ridotta al minimo: vela di trinchetto e vela di gabbia terzaruolata. Durante quella paurosa tempesta, il dottor Filhiol non poté che ammirare il sangue freddo del capitano Bourcart, il coraggio degli ufficiali, l'abilità e la devozione dell'equipaggio. Per mastro Ollive non ci furono che elogi di ogni genere, sia per la prontezza sia per l'abilità nell'eseguire le manovre. Mancò poco che le lance di sinistra, pur essendo state tirate dentro, non fossero mandate in pezzi quando le sbandate lasciavano entrare il mare dagli ombrinali. In tali condizioni, lo si capisce, il Saint-Enoch non avrebbe potuto mantenersi alla cappa. Perciò dovette fuggire con il vento in poppa e, per mezza giornata, senza velatura. Un'andatura, questa, pericolosa, perché il bastimento rischia di essere «mangiato dal mare». Quando corre nello stesso senso del vento e con altrettanta rapidità, il timone non esercita più nessuna azione ed è difficile impedire alla nave di rollare ora a dritta ora a sinistra. I colpi di mare sono allora molto temibili, perché assalgono la nave non da prua (che è fatta apposta per resistere loro) ma da poppa, che è poco preparata a ricevere l'assalto delle onde. Capitò quindi che alcune trombe d'acqua spazzarono in lungo e in

largo il ponte del Saint-Enoch. L'equipaggio fu persino sul punto di sfondare le impavesate, nell'intento di facilitare lo scorrimento dell'acqua. Per fortuna, gli ombrinali furono sufficienti e i boccaporti, saldamente assicurati, resistettero. Gli uomini posti al timone, sotto la sorveglianza del nostromo Ollive, riuscirono a mantenere la prua volta all'ovest. Il Saint-Enoch riuscì a cavarsela senza gravi avarie. Il capitano ebbe solo da rimpiangere la perdita di una trinchettina di fortuna, che si era cercato di installare a poppa e di cui, assai presto, non rimasero che i brandelli, risonanti come frustate sotto la violenza delle raffiche. Fu dopo questo inutile tentativo per mettersi alla cappa che il capitano decise di ruggire con il vento in poppa. La tempesta diminuì gradualmente nella notte dal 10 all'11 agosto. Era quasi l'alba, quando il nostromo Ollive riuscì a issare una velatura adeguata. Bisognava temere soprattutto che il vento si stabilizzasse da ovest, mentre il Saint-Enoch era ancora a circa ottocento miglia dall'Asia. Sarebbe stato costretto a lottare contro il vento e la sua marcia ne sarebbe stata notevolmente rallentata. Bordeggiare, d'altra parte, avrebbe comportato il rischio di incappare nella rapida corrente di Kuroscio e di essere trascinati verso nordest, cosa che avrebbe pregiudicato forse la campagna del mare di Okhotsk. Era questa la maggiore perplessità del capitano Bourcart. Fiducioso nella solidità della nave e nell'abilità degli ufficiali e dell'equipaggio, non aveva avuto altra preoccupazione oltre quella di veder sopraggiungere questa burrasca che ne avrebbe ritardato l'arrivo alle Kurili. — La buona sorte è forse sul pun