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Orazio e Mozart: il malessere dietro il sorriso Partecipare al Certamen Horatianum stato per me molto emozionante, soprattutto perch ho potuto

o provare il brivido della competizione con alcuni dei migliori studenti d'Italia e d'Europa. Perci, pur non avendo vinto, sono tuttora molto felice per avervi preso parte e per poter dire c'ero anch'io. Ma l'esperienza del Certamen stata, oltre che eccitante, anche estremamente formativa, poich, come gli sportivi sanno bene, partecipare ad una competizione costituisce sempre una prova prima di maturit che di abilit, e una lezione di umilt pi che un'occasione di vanto. Tuttavia, credo che molte delle ricchezze che essa mi ha donato non provengano dalla prova finale, ma piuttosto dalla lunga preparazione che l'ha preceduta, grazie alla quale ho conosciuto il poeta di Venosa in un modo molto pi completo, pi personale e pi empatico di quanto non mi sia successo studiando altri autori. Questo sicuramente dovuto allo studio approfondito che ho fatto direttamente delle sue opere, e non solo su vari manuali, ma soprattutto direttamente sui testi. Infatti solo sperimentando personalmente la complessit dei suoi carmi, provando e riprovando a mettere ordine nei suoi versi, che si pu apprezzare a pieno la poesia di Orazio: esteticamente meravigliosa, eticamente attualissima, ma molto complessa, in cui occorre penetrare a fondo. E' solo con un contatto cos stretto con il poeta che i suoi insegnamenti diventano un acquisto per tutta la vita. Perci credo che lo studio della storia letteraria sia, per noi studenti, pi una necessit che un vantaggio, dettata dal tempo che, purtroppo, scarseggia. E' proprio sul tema del tempo che Orazio ha saputo istruirmi di pi. Molti associano istintivamente il poeta venosino al carpe diem della celebre Ode I, 11, per di pi interpretandolo in chiave edonistica, quasi ci invitasse a darci alla pazza gioia senza badare alle conseguenze delle nostre azioni. Questa visione di Orazio, confermata anche da alcuni suoi ritratti fin troppo fantasiosi, estremamente riduttiva, come uno studio attento delle sue opere pu dimostrare. Innanzitutto perch Orazio anche il cantore del giusto mezzo, dell'aurea mediocritas, e pi volte invita i suoi immaginari interlocutori a non abusare dei piaceri materiali. Ma c' anche un altro motivo. Il messaggio oraziano, a mio avviso, come una splendida luce che emerge, per, da uno sfondo tenebroso: il funestus veternus che tormenta incessantemente lo stesso Orazio, come racconta a Celso Albinovano nell'Ep. I, 8; la strenua inertia che affligge Bullazio, destinatario dell'Ep. I,11, costringendolo a vagare per mari e per terre senza trovare la felicit; o ancora la forza oscura che sta trasformando Tibullo in un corpus sine pectore, come osserva preoccupato il poeta nell'Ep. I,4. Quando ho tradotto questi brani, io che di Orazio purtroppo sapevo ben poco, prima sono rimasto interdetto, poi mi sono chiesto quale fosse la causa di questo vero e proprio male di vivere. Ricordo di aver trovato la risposta pochi giorni prima del Certamen, leggendo l'Ode IV,7, la mia preferita. In essa Orazio, dopo aver brevemente descritto il ritorno della primavera e lo sciogliersi delle nevi invernali, con la solita maestria, ma con una leggera malinconia e una certa stanchezza, esorta Torquato a godere del presente, senza sperare troppo nel futuro: moriremo, non potremo evitarlo persino Teseo e Ippolito non ci sono riusciti e di noi non rester nulla. In quest'ode, infatti, Orazio sembra quasi disprezzare le vane aspettative di immortalit dell'Ode III, 30, in cui proclamava solennemente non omnis moriar. Il poeta, ormai all'apice della maturit, racchiude in poche, crude parole la condizione degli uomini, esseri effimeri fatti di polvere e ombra: pulvis et umbra sumus. Il male di vivere di Orazio, dunque, nasce dalla consapevolezza che la nostra vita destinata a finire, senza che possiamo far nulla per evitarlo, senza che ci sia un aldil, e che, oserei dire, il suo valore pari a quello di quegli stessi attimi fugaci che egli ha tanto decantato. E sotto questo punto di vista il carpe diem si configura pi come un'esortazione piena di ansia e preoccupazione che come un gioviale invito a godersi la vita. Certamente si potrebbe obiettare che Orazio era pagano, e per giunta che viveva in un periodo in cui si era appena usciti da una grave crisi etica e di conseguenza politica, ma anche a questo proposito ho alcune perplessit. Una sensibilit simile a quella di Orazio, infatti, riscontrabile in un grandissimo artista della modernit: Wolfgang Amadeus Mozart. Anche Mozart ha dimostrato un'eccezionale perfezione formale ed una grandissima produttivit nel suo campo. E anche Mozart ricordato dai pi come il compositore

dell'allegria, della spensieratezza, del rococ. Ma i musicisti conoscono il suo aspetto nascosto, quello pi inquietante, ovvero quello di un uomo che non ha mai avuto un'infanzia spensierata e che ha dovuto celare il proprio bipolarismo dietro una maschera da giullare; un uomo che, a lungo andare, ha cercato di identificarsi in un falso s, sopprimendo goffamente i propri demoni interiori, i quali, per, sono emersi dalle pieghe pi recondite della sua anima nella sua musica. Il Mozart pi tragico e grandioso, infatti, non quello del Rond alla Turca o dell'Eine Kleine Nachtmusik, ma quello della sonate n. 8 e n. 14, del Requiem, in cui il suo male di vivere raggiunge il parossismo, e del Don Giovanni, che tanto ha affascinato Byron, Kierkegaard ed Hesse: la tragica storia di un uomo che cerca di colmare il proprio vuoto interiore con la sensualit. Il messaggio oraziano sull'importanza del tempo , dunque, pi attuale che mai, in un'epoca in cui il sentimento religioso sembra essersi smarrito assieme a molte altre certezze. Per tornare al mio discorso iniziale, e concludere, mi rivolgo a quanti, il giorno del Certamen Horatianum, proveranno le stesse intensissime emozioni che ho provato io, soprattutto prima della consegna della prova da svolgere, per dare un consiglio: fate tesoro di ogni singolo istante della vostra vita, e soprattutto di questi anni trascorsi negli studi umanistici. L'arte e la poesia sono quelle poche cose in grado di donare delle emozioni capaci di dare un senso al nostro esistere.