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CARPE DIEM

23 ac (libro 1 su 3)

destinatario fittizio: Leucone

carpe diem= cogli l'attimo non abbandonarsi alle passioni ma dominarle

presa di coscenza: vita dell' uomo fugge

temi: brevità vita, fugacità del tempo, ricerca della serenità e della saggezza (meditazione
filosofica=epicureismo)

odi: -brevita vita -godere dell'attimo presente -provare soddisfazione per il poco che si ha

precarieta felicita ma ama la vita cosi com è

Orazio è stato definito da un grandestudioso quale Alfonso Traina il poeta della cura, ovvero
dell’ansia. Questo perché egli è consapevole di una delle più grandi verità che riguardano
l’uomo: il tempo passa e si deve morire. E così nascono alcune tra le più belle pagine dei suoi
Carmina, dove la caducità della vita umana è sempre presente come un’ombra oscura che
minaccia il piccolo uomo: non importa quanto si sia ricchi, influenti,potenti; la morte rende tutti i
uguali

Di fronte a ciò il messaggio che traspare dalle pagine di Orazio è estremamente attuale: ciò
che importa davvero nella vita è la semplicità delle cose autentiche. Abbracciando una
personale rielaborazione delle filosofie stoica ed epicurea Orazio è in grado di innalzare
meravigliosi inni alla bellezza della vita e della giovinezza. Poiché l’uomo è moriturus, cioè
destinato a morire, ciò che conta è saper carpire e dare significato fino in fondo all’istante in cui
è vivo e saper godere della più bella stagione della vita, ovvero la giovinezza. Orazio è allora il
poeta che, nel tentativo instancabile di salvaguardare i suoi contemporanei da una vita
superficiale e vuota, insegna a loro, ma anche a noi, che est modus in rebus, ovvero c’è un
limite nelle cose, che bisogna vivere aequa mente, essendo sempre pronti ad un eventuale
rovesciamento della sorte, ma senza darne la colpa a nessuno, perché il Caso non prevede
alcun supervisore, nemmeno gli dèi. L’uomo che avrà saputo vivere riempiendosi dell’attimo
consapevole e nell’amicizia (unico vero autentico sentimento contemplato da Orazio), potrà dire
alla fine della sua vita, senza rimorso, di aver vissuto.

Carpe diem non significa che si può fare ciò che si vuole: esso unisce in sé la tragica
consapevolezza della propria precarietà e della fuggevolezza del tempo e l’intenso amore per la
vita, una vita che però deve essere “candida”, come la destinataria dell’ode, Leuconoe (dal
greco: mente bianca), cioè semplice, priva di bramosia e di superstizione.

La serenità con cui Orazio, nonostante l’angoscia esistenziale di cui sa farsi portavoce, riesce a
guardare alla vita non nasce dal niente. Essa affonda le radici nella sua immensa cultura e nelle
sue esperienze, che sa rielaborare in poesia.

La frase oggi è spesso banalizzata e utilizzata in modo inappropriato nel senso di “approfitta
dell’attimo fuggente, goditi la vita, non lasciarti sfuggire nessuna occasione di appagamento”,
ma nel suo contesto originale non è un semplice invito a godere spensieratamente l’effimero

carpe diem non è un mero invito al godimento momentaneo o (peggio) al piacere sfrenato, ma
un richiamo alla valorizzazione di quanto di positivo vi può essere nell'attimo che stiamo
vivendo, senza trasferire le nostre aspettative e i nostri desideri su un futuro che nessun essere
umano può conoscere. Per approfondire questa lettura, è utile fare riferimento ad altri
componimenti nei quali Orazio esprime pensieri e visioni della vita analoghe: -precarietà
dell'essere umano: ogni momento positivo o felice ha in sé il germe della sua fine: (POESIA
GNOMICA)

Dimenticare per un momento gli affanni: il momento di allegria è una sosta e una pausa di
svago nella consapevolezza di dovere presto riprendere la fatica del viaggio, e più in generale
del vivere: è lo stesso contenuto del sapias che abbiamo trovato nel carme del carpe diem:
ricordati chi sei, prendi atto del tuo limite e accingiti alle nuove fatiche che il domani ti propone,
continuamente richiamando la percezione della tua fragilità, pieno di speranza proprio perchésai
che la tua speranza può avere solo un orizzonte molto limitato.

è Orazio stesso ad affermare i precetti del suo modo di fare poesia nell’Epistula ad Pisones
(composta probabilmente tra il 15 e il 13 a.C.). Già Quintiliano, nell’Institutio oratoria (VIII 3, 60),
intese l’epistola come un vero trattato, dando ad essa il titolo con il quale viene citata tuttora:
Ars poetica.trattazione manualistica in cui vengono elencati i fondamenti della poetica, dall’altro
indica che la poesia è intesa come una creazione che avviene attraverso il lavoro “manuale” e
la padronanza della tecnica (il termine “poesia” viene proprio dal greco poiéō che significa in
prima istanza «fare, fabbricare, costruire»)