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XI

UGO FOSCOLO
ALLA MUSA

“La nota Ugo gli diè de' rusignoli


Sotto i ionii cipressi, e de l'acanto
Cinsel fiorito a' suoi materni soli.”

Carducci ne “Il Sonetto” (1870) ricorda tutta la grecità del poeta di Zacinto e lo
annovera fra i grandi interpreti di questo breve componimento. Foscolo nacque
dunque in Grecia e questo non fu marginale in un epoca che vide nella cultura
classica e nella sua imitazione il ritorno a quei fasti che l’elemento barbarico e
semita avevano offuscato; più di altri però egli si mostrò di spirito greco,
tribolato nel dualismo tra l’elemento apollineo della ripresa neoclassica e
Dioniso, quello “spirto guerrier” che più intimo fu covato nell’animo del poeta.
Giovanissimo – per una mentalità contemporanea – all’epoca dei “Sonetti” ma
già maturo riguardo le tematiche che trascenderanno la sua futura poesia,
indaga se stesso, i suoi amori e il proprio destino. Seppur dotato di minor
bellezza rispetto ai più celebri carmi della raccolta poetica, “Alla Musa” esprime
con grande sincerità – in dialogo diretto col divino, come in Saffo, – il senso
dello scorrere del tempo, della fine della giovinezza e della perdita di quella
spontaneità creatrice che è propria dei fiorenti anni e che non più consola
l’animo del poeta perché irrigidita.

Pur tu copia versavi alma di canto


su le mie labbra un tempo, Aonia Diva,
quando de' miei fiorenti anni fuggiva
la stagion prima, e dietro erale intanto

questa, che meco per la via del pianto


scende di Lete ver la muta riva:
non udito or t'invoco; ohimè! soltanto
una favilla del tuo spirto è viva.

E tu fuggisti in compagnia dell'ore,


o Dea! tu pur mi lasci alle pensose
membranze, e del futuro al timor cieco.

Però mi accorgo, e mel ridice amore,


che mal ponno sfogar rade, operose
rime il dolor che deve albergar meco.

Il sonetto si manifesta come un invocazione, ma la ragione è quella d’un


agognato ritorno, d’una nuova venuta della divinità. Saffo nell’ “Ode ad
Afrodite” invoca similmente la Dea1 che risponde alla sua preghiera; al
contrario la Musa di Foscolo2 rivela, parimente alla propria deità, la propria
taciturna assenza, nascosta al poeta dalla rimembranza e dall’ impeto della
preghiera. Ritorna il riferimento alla giovinezza inteso come fioritura, già
presente nel sonetto “In morte del fratello Giovanni”3 e “del viver ch'è un
correre a la morte”4. V’è però un precedente in Petrarca, il quale in Canzoniere
“CCCVX” va poetando:

Tutta la mia fiorita et verde etade


passava, e 'ntepidir sentia già 'l foco
ch'arse il mio core, et era giunto al loco
ove scende la vita ch'al fin cade.

Le reminiscenze d’entrambi sono le stesse, ma Foscolo palesa il suo rigore


neoclassico; ambedue le quartine segnano il concludersi d’una stagione della
vita che mai più vedrà ritorno. Al poeta non rimane, nella consapevolezza di
quell’unica favilla di cui ancora rifulge il suo spirito – coincidente con la poesia
personificata –, che il passato e l’avvenire, ei gettato in un presente mutilo.
Senza il conforto della poesia5, il Tempo diviene insostenibile, legato ad una
“pensosa rimembranza”, ad un “timor cieco del futuro” che mal si possono
sfogare nell’operosità della tecnica Oraziana6. Il dolore dato dall’esistenza,
connaturato alla vita e che dovrà sempre essere, lasciano Foscolo solo con la
sua arte, conscio però che allo stato delle cose non avrà alcuna soddisfazione
sull’esistenza.

Il sonetto presenta nella prima quartina una rima incrociata ABBA e nella
seconda una rima alternata ABAB; le due terzine seguono lo schema metrico
1
Fr. I “Altra volta la mia voce/udendo di lontano la preghiera/ascoltasti […]”
2
Forse Euterpe, Musa della poesia lirica.
3
V. 4 “il fior de' tuoi gentili anni caduto.”
4
Dante, Purgatorio, XXXIII
5
Di sommo interesse sarebbe il confronto con la figura di Orfeo.
6
Odi, IV, II “[…] operosa parvus/carmina fingo.”
CDE. Per i primi sei versi Foscolo introduce il mutamento nel suo rapporto con
l’Aonia Diva, metafora della sua inventiva poetica dei primi anni, e il
sentimento di maturazione che intende nella nuova stagione, quella destinata
al nulla eterno. L’enjambement tra il terzo e il quarto verso mette in risalto il
fuggire della stagione prima, della giovinezza e continua con il verso
successivo individuando “questa”, la nuova stagione. Nella prima terzina viene
descritto l’attuale stato del poeta dovuto alla fuga della Musa, e il riutilizzo del
verbo raffigura quel parallelismo tra l’influsso della Dea e la giovinezza stessa.
Conclude mettendo in risalto, con l’enjambement tra il tredicesimo e il
quattordicesimo verso, “l’operose rime”, riferimento ad Orazio che segue
inappagato. Lo stile è classicheggiante e fluido nelle quartine, mentre con
l’aggravarsi del tono le terzine si fanno più tortuose e acquistan di ritmo.