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La liberalizzazione del mercato del lavoro stata una delle grandi scommesse del governo tecnico, presieduto da Mario

o Monti. E presto per dire se si sia trattato di una scommessa vincente. Quello, per, che stupisce come il dibattito, che ha sollevato, abbia stentato ad andare oltre la dimensione economica. Le ore che quotidianamente dedichiamo allattivit, fisica o mentale, che ci consente di vivere assorbono gran parte della nostra giornata e, certamente, sono in grado di condizionarla, nel bene o nel male. E, pertanto, vana finzione continuare a identificare il lavoro con il mero facere. Il lavoro segna lesistenza: determina il contesto in cui viviamo, qualifica (quantomeno pubblicamente) la nostra identit, incide sullo sviluppo della personalit. Il lavoro una sineddoche, che sta per la vita. E significativo che lart. 1 della Costituzione reciti che lItalia una Repubblica democratica fondata sul lavoro. E, pertanto, singolare che si possa parlare di mercato del lavoro, quasi fosse una merce come tutte le altre. Quando si parla di liberalizzazione del mercato del lavoro lattenzione viene attratta dal primo termine della locuzione. Grazie alle suggestioni che il valore della libert evoca, rimane sottotraccia la seconda parte dellespressione che, invece, svela e rileva la prospettiva e leffettiva portata della liberalizzazione. Questultima non realizza uno spazio vuoto di diritto nel quale si espande un sessantottino spirito di libert, ma piuttosto la sostituzione di un regime con un altro. Rendere libero il mercato del lavoro significa liberare le regole del mercato dai vincoli che ne hanno condizionato o compresso il funzionamento. Lespansione di dette regole avr anche giustificazione sul piano economico, ma certamente rivoluzionaria su quello culturale. Le regole di mercato vogliono che sia il prezzo, al quale si chiude laccordo, a segnare il valore della merce e non questultimo quello. Il lavoro cessa, pertanto, di avere e di essere, di per s, un valore. Lo viene, piuttosto, ad assumere solo nella misura della sua commerciabilit. Secondo lordine del mercato, il giusto salario non quello corrispondente alla quantit di lavoro prestato, secondo linsegnamento degli antichi liberali. N quello che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, corrisponde al bisogno del lavoratore, misurato dalla legge morale. Secondo lordine di mercato, il giusto salario quello del prezzo risultante dallincontro tra domanda e offerta: anche se non in grado di dar conto della quantit dellimpegno; anche se non in grado di soddisfare le esigenze vitali del lavoratore. Ma se il lavoro ha cessato di avere un valore autonomo, di valere di per s, c da chiedersi come o in che termini possa continuare a fondare lassetto istituzionale, secondo quanto proclamato dallart. 1 della Costituzione. Solo una persistente cecit o una volont dissimulatrice pu portare a negare che il suo posto sia stato assunto anche sotto la spinta degli apparati comunitari dal mercato. Il mercato non pi uno tra gli ordini nei quali si articola la comunit: divenuto sovrano, piegando o dominando principi, valori e interessi che avevano trovato riconoscimento e tutela nella Costituzione del 1948. La Carta non mutata

nella lettera ma nello spirito: anche le pi alte cariche istituzionali non esitano a condizionare al giudizio del Mercato - nuova ipostasi stirneriana del XXI secolo le scelte circa gli uomini e le azioni per le politiche di governo. Non , forse, troppo avventuroso ritenere che siamo ad un punto di svolta. Dopo la societ di mercato - a cui Karl Polany aveva dedicato un affresco attuale pi che mai - sembra profilarsi il tempo dello Stato di mercato, ossia dello Stato nel quale le regole del diritto tendono sempre pi a risolversi in quelle del mercato e nel quale, conseguentemente, le forze del mercato assurgono a protagonisti della scena politica. Si tratta di un mutamento che (attualmente) opera sul piano della realt effettuale ma che, prima o poi, dovr accettare di sottoporsi ad pubblico dibattito, pena limplosione del sistema democratico. Antonio Maria Leozappa Formiche 4/2013