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Attualit di Karl Polanyi.

CAILL Alain & LAVILLE Jean-Louis (2008). Attualit di Karl Polanyi , in LAVILLE Jean-Louis & LA ROSA Michele (eds.), Ritornare a Polanyi: Per una critica alleconomicismo?, FrancoAngeli, Milano, pp. 45-69.
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Attualit di Karl Polanyi


di Alain Caill e Jean-Louis Laville

Non si tratta di sovrastimare l'importanza della figura di Karl Polanyi n rispetto alle scienze sociali n rispetto al pensiero politico. Egli si colloca in effetti tra i pochi autori la cui singolare opera scientifica acquisisce interamente significato se letta alla luce del progetto etico e politico di cui si colloca all'origine; specularmente, l'obiettivo politico, ugualmente originale, non sarebbe plausibile se non collegato all'antropologia generale che lo fonda e che il lavoro scientifico tenta di accreditare.

Polanyi, antropologo e storico

Marx, Weber e Polanyi


Marx, Weber, non evidentemente un caso che si evochino qui questi due nomi. Da pi punti di vista, Polanyi pu essere considerato come il loro erede pi originale. Un erede trasversale, che si appoggia sull'uno per cercare di oltrepassare o di contenere l'altro. Ci che questi tre autori hanno in comune, che li rende inattuali ma altrettanto preziosi, di gettare dubbi sulla naturalit del17Homooeconomicus. Certamente non sono i soli, ma non si intravedono pressoch altri autori, ad esclusione di Marce1 Mauss, che lo abbiano fatto con tanta veemenza. Ci che in gioco in questo mettere in discussione deve essere, seppur brevemente, contestualizzato. La quasi certezza che l'essere umano non sarebbe altro, naturalmente e in ogni tempo, che un uomo economico, cio un individuo calcolatore che aspira esclusivamente a massimizzare la propria utilit, invero ormai consolidata un po' ovunque - nel discorso politico, economico, storico, sociologico, nel senso comune dominante. Si

tratterebbe, in altre parole, di un soggetto che nel corso delle relazioni con i propri simili si comporta alla stessa maniera del consumatore e dell'investitore sul mercato dei beni e dei servizi, cercando di ottenere il maggior guadagno rispetto al denaro impiegato e pi in generale alle energie spese. opinione comune che se questa verit non si rivelata chiaramente che ad un certo momento, perch nelle societ passate il peso della religione, delle credenze, delle rnistificazioni e delle dominazioni stato tale da impedire la piena manifestazione dell'essenza calcolatrice dell'essere umano. Ma l'avvento della modernit squarcia questo velo di credenze e promuove al contempo il mercato e la democrazia, l'uno come condizione dell'altra. E se questa visione largamente accolta - anche se spesso in modo implicito - fosse semplicemente falsa? Se l'uomo non fosse o non fosse soltanto un Homo oeconomicus, se lungi da esserlo in origine e in modo congenito, non iniziasse ad apparire tale in virt di una costruzione e di un divenire storico complesso, come occorrerebbe allora pensare il corso della storia e quali conclusioni politiche si potrebbero trarre? Queste sono le questioni centrali che sollevano, ognuno alla propria maniera, i nostri tre autori. In che modo l'uomo diviene un "animale economico", per riprendere la formula di Mauss? Sono note le risposte di Marx e Weber. Per Marx, l'essere dell'uomo in quanto specie, il suo Guttungswesen, la socialit e non il perseguimento del tornaconto economico. Totalmente sociale nel comunismo primitivo, egli deve n-divenirlo nel comunismo definitivo, passando cos, in certo qual modo, dall'al di qua dell'"anima1it economica" al suo al di l. Nel superamento della comunit primitiva, la piccola produzione mercantile - in altre parole il mercato - gi presente. Essa introduce dei germi di calcolabilit e di razionalit economica, tuttavia limitati; il ciclo mercantilistico indotto dal mettere sul mercato determinate merci, M, semplice valore d'uso, termina imrnediatamente, nel momento in cui il denaro D ottenuto in cambio stato riconvertito in un'altra merce che ha lo stesso valore d'uso destinato al consumo. Il pieno divenire del17Homooeconomicus, fuoriuscito dalle "acque ghiacciate del calcolo egoista", non si realizza che con il sorgere del capitalismo che trasforma il ciclo M-D-M in D-M-D, facendo dell'accumulo di denaro il vero motore dell'economia, la sua alfa e la sua omega, "la Legge e i suoi profeti". Se ci sono tracce di capitalismo mercantile e finanziario nell'Antichit, il modo di produzione capitalistico propriamente detto, caratterizzato dall'apparire del lavoro salariato, non si impose che nel XVI secolo in Europa. Secondo Weber, l'apparire del guadagno, la sete di ricchezza sono motivazioni sempre esistite, "Anche se negli ordini sociali tradizionali esse si

trovano limitate dall'ethos della reciprocit che impregna i rapporti di vicinato e le relazioni familiari. cos che il capitalismo commerciale o finanziario e anche certe forme di capitalismo artigianale o pre-industriale sono presenti nell'antichit e al di fuori dell'Europa occidentale. Ci che costituir l'originalit della modernit e dell'occidente non sar dunque l'apparire del capitalismo in quanto tale, ma la sua razionalizzazione e la sua sistematizzazione. Queste ultime vanno di pari passo con il rovesciamento radicale della motivazione ultima che regge lo spirito di lucro. Con il capitalismo razionalizzato non si tratta pi di fare fortuna per spendere con magnificenza e in modo ostentato, ma per accrescerla indefinitamente. L'accumulazione della ricchezza divenuta essa stessa il fine. L'originalit di Weber, noto, di mostrare che l'apparizione di questo tipo umano singolare (questo Menschetum) non procede meccanicamente dall'innata attrattiva del guadagno, ma da una rivoluzione religiosa che inverte e rivoluziona le vie della salvezza. Sia in Marx che in Weber, il capitalismo e l'economia di mercato non si riconoscono n per la naturalit loro attribuita dagli economisti liberali, n tanto meno per l'antichit e una sufficientemente estesa universalit. E ci vale anche per 1'Homo oeconomicus. Polanyi, dal canto suo, pi radicale nella de-costruzione dell'ipotesi della naturalit dell'Homo oeconomicus. I1 momento di rovesciamento storico decisivo non , a ben guardare, il passaggio dalla piccola produzione mercantile al modo di produzione capitalista, o dal capitalismo della spesa, al capitalismo dell'accumulazione. Polanyi infatti non parla quasi di capitalismo. La singolarit storica che Mam attribuiva al capitalismo fondato sul lavoro salariato e la sua razionalizzazione, Polanyi la imputa non all'apparizione del capitalismo, ma del mercato autoregolato, unica istanza nella quale il soggetto umano comincia ad assomigliare davvero all'Homo oeconomicus della teoria economica. Ecco che sembrerebbe necessario arretrare parecchio nella storia ed estendere in modo considerevole il regno della modernit economica e dell'Homo oeconomicus, poich secondo Marx o Weber, il mercato e la piccola produzione di mercato sono presenti sin dai tempi pi remoti. Ma tutto il contrario, sostiene Polanyi, perch non si deve confondere, egli ci avverte, il mercato con il mercato quale spazio fisico. O ancora: non bisogna credere che le pratiche di scambio sul mercato come spazio fisico (market places) si dispieghino necessariamente secondo il meccanismo dello scambio di mercato teorizzato dalla scienza economica. Pi generalmente non bisogna identificare il commercio con il mercato. Ci che in effetti pi o meno vecchia come l'umanit, la pratica del commercio; ma quest'ultima, lungi da11 essere organizzata necessariamente e sempre sul modello dello scambio di mercato, della vendita e
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dell'acquisto, obbedisce, nei fatti e pi spesso, alla logica della reciprocit, cio del dono e del contro-dono, o della redistribuzione patrimoniale o statale. Lo scambio pu essere scambio attraverso doni, scambio amministrato o scambio di mercato. E ancora in quest'ultimo caso occorre distinguere tra il mercato sul quale gli scambi si effettuano a tassi prefissati, che siano fondati sul diritto consuetudinario o oggetto di tassazioni amministrative, e il mercato sul quale, secondo la teoria economica, i prezzi non pre-esistono agli scambi, ma variano in funzione dell'offerta e della domanda. Lungi dal costituire la norma generale degli scambi economici, il principio di mercato cos inteso rappresenta una figura d'eccezione storica. Esso non si impose secondo Polanyi che in tre periodi storici ben determinati: il periodo ellenistico del IV secolo avanti Cristo che vede, per la prima volta nella storia, formarsi un'autonoma classe media di mercanti; la fine del Medio Evo dove si formano, sotto l'egida degli Stati nazione che stavano nascendo, mercati prima regionali poi nazionali integrati, l dove fino allora aveva dominato la regola della separazione tra il piccolo commercio locale e il grande commercio internazionale; e infine, dopo l'abolizione, nel 1834 dello Speenhamland Act, che aveva instaurato una specie di reddito minimo garantito ante litteram, nel secolo del Liberalismo economico che fonda tutta la vita economica esclusivamente sull'incontro tra motivazioni riconducibili all'attrattiva del guadagno e la paura di morire di fame. L'instaurarsi di un tale sistema economico auto-organizzato suppone in effetti che l'economia di mercato resa cos autonoma, sradicata (disembedded) dal rapporto sociale tradizionale, si inscriva nel quadro di una societ di mercato nella quale tre beni essenziali che non sono prodotti come merci, il lavoro, la terra (cio la natura) e il denaro, siano trattati in quanto tali. Riassumiamo in estrema sintesi la tesi: lungi dall'essere universale, il mercato e 1'Homo oeconomicus sono delle eccezioni. Lungi dal generarsi naturalmente e spontaneamente, come crede per esempio un Friederich von Hayek, essi sono il risultato di una costruzione storica. Degli artefatti. I1 mercato non il figlio legittimo della natura, ma il figlio naturale della politica. Quanto al livello delle implicazioni propriamente etiche e politiche delle analisi di Polanyi, l'essenziale pu essere detto piuttosto semplicemente. Si tratta insomma di trovare e definire una specie di via intermedia tra il pessimismo rassegnato di Weber e il v o l o n t ~ s m o messianico di Marx. Per Weber, in effetti, una volta che l'economia sia formalmente razionalizzata tramite lo sviluppo del mercato e delle organizzazioni razionali per eccellenza che sono le burocrazie, ogni tentativo di obbedire agli imperativi di una giustizia materiale e non solo procedurale non possono che condurre che al fallimento di chi vi aspira, ivi compreso gli strati sociali pi svan-

taggiati. Ad ogni istante, il rimedio sarebbe peggio del male. Occorre dunque rassegnarsi al disincanto del mondo e ad un sentimento di scoraggiamento per la razionalizzazione formale dell'esistenza sociale. Polanyi non si rassegna a questa impotenza. Nello stesso tempo non accetta nemmeno l'obiettivo mamista di abolire puramente e semplicemente il mercato per dissolverlo nella societ e nello stato. I1 pensiero di Polanyi cos caratterizzato appare come una sorta di mamismo umanistico, unica teoria generale nelle scienze sociali di ampia levatura in grado di fondare e fecondare un pensiero socialdemocratico radicale. Alle speranze deluse del mamismo come alle delusioni del liberalismo economico, Polanyi offre la speranza di edificare una societ umana, dignitosa e padrona di se stessa senza cedere alle illusioni di alcuna potenza politica o mercantile. I1 suo socialismo, lo si , visto qui, un socialismo associativo. Quale l'apporto specifico di Polanyi a questo socialismo associativo? I suoi testi pi vecchi sulla contabilit socialista lottano su due fronti - contro la pianificazione centralizzata dell'URSS e contro il decreto liberale emesso in particolare da Ludwig von Mises sull'impossibilit di ogni pianificazione e di ogni contabilit socialista adeguata - e oggi non presentano che un interesse storico e accademico. Essi concedono ancora troppo all'irnmagine di uno stato centrale organizzatore razionale per essere ancora credibili. Ci che preme innanzitutto sottolineare nell'incontro tra la ricerca scientifica e la riflessione politica, sono probabilmente quattro temi cruciali. Da un lato lo sforzo di Polanyi teso a mostrare che la democrazia non discende dal mercato, che essa si forma e si pu riprodurre prima e senza di esso. Qui risiede la lezione principale della sua rilettura di Aristotele e del suo lavoro sulla Grecia. Nel miracolo greco, cosa viene prima, il divenire del pensiero razionale, l'emergenza del mercato o l'invenzione della democrazia? La risposta pi frequente e pi spontanea oggi consisterebbe nel ritenere la nascita e I'autonomizzazione del mercato la condizione del pensiero libero e della democrazia. Oppure, se Polanyi ha ragione, se vero che Arisototele non teorizza un'economia di mercato ancora inesistente allorch la democrazia gia instaurata da lungo tempo ad Atene, chiaro che la democrazia non ha bisogno del mercato per formarsi e prosperare. I1 senso di questa lezione impartita dai Greci trova conferma nelle altre significative tesi elaborate da Polanyi, che rappresentano altrettanti temi cruciali: la tesi del ruolo attivo dello Stato nella creazione del mercato e quella in base alla quale l'autonomizzazione radicale del mercato autoregolato crea le condizioni psichiche che conducono all'aspirazione al totalitarismo e di conseguenza alla rovina della democrazia.

Parlare delle condizioni psichiche della democrazia rinvia al quarto grande tema politico elaborato da Polanyi, poco conosciuto. Come scrivono M. Cangiani e J. Maucourant, la trasformazione delle istituzioni dipende necessariamente [per Polanyi] dal cambiamento di ogni individuo e [...] implica una forma di "fede7'l. Se occorresse dunque riassumere in poche parole lo specifico del pensiero politico di Polanyi, si potrebbe senza dubbio dire che si tratta di uno storico dell'economia che tra tutti gli storici rappresenta colui che minimizza di pi il peso dei deterrninismi economici per accordare, al contrario, un ruolo massiccio e determinante alla politica e all'etica. Una tale posizione difendibile? Difendibile nel senso di pertinente dal punto di vista scientifico e ancora in grado di fare luce in modo plausibile sui dibattiti politici contemporanei?

Critica della storia economica polanyiana


Le tesi polanyiane, nella loro originaria freschezza, avevano qualcosa di esaltante. L dove la grande maggioranza degli storici credeva di vedere il mercato moderno, il mercato teorizzato dagli economisti pienamente costituito un po' dappertutto e in tutta l'Antichit, Polanyi affermava trattarsi di un'illusione ottica e che, vittime di una distorsione moderno-centrica, sono stati mal interpretati i testi e falsate le fonti. Egli sosteneva che ovunque si vedeva l'esistenza di un mercato, non c'era in effetti che scambio attraverso doni, scambio amministrato, di Stato, o meglio, scambio a prezzi fissi e regolati. Questa convinzione rappresentava la possibilit di invertire il corso della storia e rendere il superamento della societ di mercato tanto pi probabile e facile in quanto singolarit, vera eccezione storica. Se non contro natura, almeno contro la societ, contro natura sociale in qualche modo. Ma occorre arrendersi all'evidenza, ormai ben documentata. L'esistenza di un mercato che crea i prezzi molto pi antica di quanto ritenesse Polanyi. Lui stesso d'altra parte in uno dei suoi testi postumi riuniti ne La sussistenza dell'uomo, fa arretrare la nascita del mercato autoregolato in Grecia, nel secolo V avanti Cristo. Rileggendo Aristotele, Raymond Descat [2005] lo vede nascere nel VI secolo, anche se in qualit di istituzione essenzialmente politica. Fonti ine1. Come attestano in particolare due saggi ripresi nel testo di M. Cangiani e J. Maucourant: "La nostra obsoleta mentalit di mercato" e pi specificatamente ancora: "Occorre credere al detenninismo economico?'.

quivocabili attestano che il mercato libero gi pienamente conosciuto in Cina nel VII secolo avanti Cristo nel periodo dei Regni combattenti. Ci che in un certo senso ancora pi grave per le tesi espresse da Polanyi sono gli studi assirologici e babilonesi che rimettono seriamente in discussione l'idea, centrale in Polanyi, in base alla quale il commercio babilonese sarebbe stato, in tutto e per tutto ed esclusivamente, uno scambio amministrato, assicurato da funzionari unicamente interessati del proprio status sociale e non al profitto monetario, essendo ad essi sconosciuta la forma di scambio basata unicamente sulla formazione dei prezzi. Uno dei migliori esperti sul tema, Johannes Ranger [2005, p. 551, pur rendendo omaggio a Polanyi, conclude che quest'ultimo ha trascurato sia la distinzione che la sovrapposizione tra economia rurale ed economia urbana e l'influenza della seconda sulla prima. Morris Silver [l9951 rileva invece numerose tracce relative alla libera formazione dei prezzi sui mercati babilonesi. Ma quale posto occupa questo mercato di libero scambio nell'economia nel suo insieme? Tale questione si pone tanto pi se si ricorda che ogni operazione commerciale effettuata dai mercanti ufficiali (karums) era registrata presso il capo dei mercanti, lo scriba ufficiale, il tamkarum il cui compito primario era di classificare i beni in tre categorie: quella del "monopolio", quella del "deposito" e quella della "libert" [Norel, 2004, p. 721. Apparentemente, nel tipo di scambio compreso in questa terza categoria che i commercianti potevano realizzare un profitto personale. Terminiamo questa rapida disamina sulle criticit presenti nelle argomentazioni polanyiane, notando infine l'inspiegabile assenza, sia da parte sua che dei suoi discepoli, di lavori sull'economia romana. Si tratta probabilmente di un scelta effettuata in senso di sfida, poich tra i principali avversari teorici del pensiero di Polanyi e dei suoi discepoli vi Miche1 Ivanovic Rostovtseff, il quale considerava l'economia romana pienamente moderna e basata sullo scambio di mercato dall'inizio dell'era imperiale. Tesi confermata in maniera interessante dai lavori di Alain e Francois Bresson [2004, 20051 che mostrano come l'assenza della contabilit a partita doppia a Roma non testimoni alcun difetto di razionalit mercantile e si spieghi perfettamente da un lato a partire dallo scarso ruolo del credito e dall'altro con il fatto che l'economia antica, fondata sullo schiavismo, era bi-settoriale: la produzione si effettuava infatti al di fuori del mercato, poich tutto il necessario era prodotto "gratuitamente" all'interno dei possedimenti agricoli, tanto che la regola d'oro, fissata da Catone, "acquistare il meno possibile, vendere il pi possibile" s'impose in modo assoluto, limitando le esigenze contabili e la registrazione delle entrate e delle uscite di denaro.

Solo l'avvento del credito imporr, alla fine del Medio Evo occidentale, di iniziare a entrare nella "scatola nera" della produzione e di iniziare a imputare poco a poco un valore monetario contabilizzabile agli input interni2. noto che nell'affermarsi della contabilit a partita doppia che Weber vedr uno dei tratti essenziali e decisivi del capitalismo moderno, indissociabile dalla comparsa del credito. Ma la loro assenza non indica affatto l'assenza di capitalismo tout court: Tuttavia, egli scrive, se non si introducono in questo concetto (di capitalismo) dei deterrninismi sociali, accettando invece la sua valenza puramente economica, allora il carattere capitalista di intere epoche della storia antica pare assicurato ovunque vi siano oggetti posseduti e scambiati da individui privati a fini acquisitivi in un economia di scambio [Weber, 1998, p. 101. Egli aggiunge tuttavia che occorre anche guardarsi dalle esagerazioni. Interpretato sulla base di questa citazione e delle osservazioni che noi abbiamo riunito, Polanyi appare come un autore istituzionalista che avrebbe introdotto eccessive considerazioni sociali nella sua definizione di mercato (alias il capitalismo), fino a negarne l'esistenza anche quando le istituzioni sociali che strutturano il mercato sono esse stesse chiaramente mercantili, o in altre parole, anche nel momento in cui la societ di mercato si pienamente costituita. Questa critica potrebbe arricchirsi di numerosi altri esempi, e in particolare di tutto il materiale riunito dall'antropologo Jack Goody nel suo libro L'Orient en Z'Occident [1999], vera macchina da guerra teorica anti-weberiana e anti-polanyiana che tende a distruggere definitivamente la tesi della singolarit storica della modernit occidentale, mostrando come tutti i suoi elementi costitutivi - dal pensiero razionale alla contabilit della partita doppia e al mercato - si trovano da un bel po' di tempo in Medio Oriente o in Estremo Oriente (e in particolare in India)3.
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2. nella non monetarizzazione delle prestazioni effettuate nell'ambito dei possedimenti agricoli, della piccola impresa artigianale o domestica che risiedono la condizione e il segreto della loro sopravvivenza. Allorch si dovranno pagare a prezzi di mercato le prestazioni "gratuite" effettuate dagli schiavi, dai servi o dai diversi membri della famiglia, sar necessario vendere a sufficienza per potere comprare, indebitarsi e il fallimento sopraggiunger rapidamente. Su questo tema, i due grandi libri sono quelli di Witold Kula [l9701 e Alexandre Tchayanov [l 9901. 3. La critica a dire il vero riguarda pi Polanyi che non Weber, che, lo si vedr, non sovrastima affatto l'originalit storica del capitalismo in generale.

Le acquisizioni scientifiche di Polanyi


Non si pu tuttavia consentire che le critiche invalidino le acquisizioni scientifiche di Polanyi. Un tratto essenziale delle teorizzazioni polanyiane, la dimensione dell'anti-economicismo, resta in effetti valida ed confermata dalla revisione della datazione della comparsa del mercato. Man mano si individuano nuove date di nascita del mercato, al di fuori della Grecia e dell'Europa moderna, tanto pi evidente che il mercato non costituisce la matrice della democrazia. Tra la sua nascita e l'emergenza della democrazia non esiste alcuna relazione di causa ed effetto semplice e meccanica4. Pi generalmente, trova invece conferma la tesi di una generazione politica e dunque artefatta del mercato. la tesi esplicita di Descat a proposito della Grecia arcaica. Ma anche quella che si trova presso un autore, Herman M. Schwartz, che crede di confutare Polanyi affermando che il grande commercio internazionale del XV e XVI secolo funzioni secondo la logica del mercato autoregolato. possibile discuterne, ma il punto essenziale che Schwartz conferma assolutamente la tesi polanyiana della disgiunzione assoluta, all'epoca, tra il mercato internazionale e i mercati locali, i quali non funzionano affatto sul modello dell'autoregolazione. dunque lo Stato in formazione che, imponendo la monetarizzazione della rendita allo scopo di finanziare il proprio esercito, ha contribuito a mettere in comunicazione il grande commercio estero e il microcommercio locale, i quali, fino a quel momento, si ignoravano. Lasciato a se stesso, questo grande commercio non aveva la forza sufficiente per generare mercati regionali e poi nazionaliS. Ma torniamo sulla critica circa la datazione che Polanyi attribuisce alla nascita del mercato, generalizzandola prima di relativizzarla6. I1 mercato
4. Occorre dunque leggere al contrario la storia, per altro interessante, che ci propone Jacques Attali - ispirandosi strettamente a Braudel - nel suo libro Une brve historie de l'avenir [2006]. Egli sostiene che l'estensione del mercato e della democrazia sono sempre andate di pari passo, lasciando intendere che la creazione di un centro di scambio che rappresenta la condizione per la formazione e l'estensione della democrazia. AUa luce di tale relazione causale, difficile difendere un progetto di democratizzazione del capitalismo e trovare delle risorse etico-politiche suscettibili di opporsi ai danni del mercato globalizzato. 5. Schwartz [2000, citato in Norel, 2004, pp. 48-49]. Jean Baechler [l9711 aveva gi mostrato l'impossibilit di una genesi politica dell'economia capitalistica, escludendo le condizioni politiche della sua formazione. 6. Il rifiuto di alcune delle datazioni proposte da Polanyi, il debole lavoro storico che alla base del calcolo compiuto dai suoi discepoli diretti, tutto ci pu condurre ad una lettura molto eufernistica di Polanyi, fino a togliere rilevanza al suo progetto scientifico e storico che in tale ottica sarebbe stato intrapreso solo per mostrare fino a che punto l'idea di una pura societ di mercato sia una finzione non sostenibile e pericolosa. Noi siamo dell'opinione che vi sia molto da ribattere circa questa interpretazione. Riteniamo certamente ne-

autoregolato nato ben prima e in molti pi luoghi, ed durato, prima di tutta la modernit recente, ben di pi di quanto Polanyi abbia creduto. Esso non nato tre volte, ma almeno una ventina di volte se si crede ad esempio all'antropologo Jonathan Friedman [2000]7. Tuttavia ci non pregiudica affatto la riflessione che riguarda il grado in cui, nelle diverse fasi, si pi riavvicinato al mercato teorizzato dagli economisti, fino a formare prezzi sistematicamente variabili, corrispondenti effettivamente al valore economico dei beni o servizi, pi che al valore sociale delle persone che li producevano o li acquistavano; soprattutto, ci non pregiudica affatto la valutazione rispetto alla parte che ha occupato nella vita materiale quotidiana, nella livelihood della grande massa della popolazione. Ci che resta straordinariamente vivace in Polanyi la critica al mercato-centrismo spontaneo di numerosi storici dell'economia. Lavorando su archivi scritti, sulle memorie dei commercianti, sui regolamenti di mercato, sui mercuriali, uniche fonti scritte disponibili, essi hanno la tendenza a credere che il mercato sia ovunque e a sovrastimare considerevolmente la sua importanza. Pertanto, analizzando un po' pi da vicino le loro fonti, si percepisce - anche in uno storico che come Femand Braudel crede nell'assoluta naturalit e nella quasi universalit del mercato - che, fino al XM secolo, ad esempio in Francia, dove la popolazione ancora rurale oltre l'SO%, la parte di consumo o di produzione che passa per il mercato e le transazioni monetarie sorprendentemente deboleg. Si comprende meglio anche come un autore come Natalie Zemon Davis, nel suo mirabile Essai sur le don dans la France du XVI siede, sia in grado di mostrare che la maggior parte degli scambi che tessono i rapporti sociali all'epoca si inscrivano nel registro del donolcontro-dono e non in quello
cessario specificare meglio numerosi concetti elaborati da Polanyi a partire dalla critica delle fonti sulle quali egli aveva creduto di potersi appoggiare; tuttavia il progetto di una stona economica globale in grado di situare chiaramente il posto che occupano rispettivamente il mercato, la redistribuzione e la reciprocit mantiene tutto il suo valore e la sua importanza. 7. Su questo tema cfr. anche Attali [2006]. 8. Si trover una critica a tale moderno e mercato-centrismo degli storici dell'economia in generale e di F.Braude1 in particolare e soprattutto sulla marginalit dello scambio di mercato nella vita quotidiana materiale tradizionale, in D-penser l'conomique [Caill, 2005, p. 82 seg.]. Pi generalmente, questa opera pu essere letta come una riflessione sulla storicit e la contingenza della figura dell'Homo oeconomicus condotta trasversalmente alle opere di Marx, Weber, Polanyi e Braudel. Uno degli obiettivi essenziali, sul quale qui nQnpossiamo soffermarci sufficientemente, verte sul grado di dissociabilit o di indissociabilit del mercato e del capitalismo. I1 libro, seguendo Weber e Polanyi ed in disaccordo con un certo Marx e contro Braudel, tenta di tirare le conclusioni sociologiche e politiche (in senso ampio) che derivano dalla tesi della loro indissociabilit concettuale. Sul carattere ancora troppo segregato e autarchico - largamente a-commerciale dunque - della Francia della fine del XM secolo, cfr. E. Weber [1983].

del mercato. Non si tratta per nulla di un'ideologia - anche nel senso puramente descrittivo della parola: che fissa l'immaginario dominante di un'epoca - utilizzata per mascherare le potenzialit effettive del mercato. Il fatto che quest'ultimo non opera ancora che ai margini o in maniera interstiziale, anche se non ci sono dubbi circa la sua reale esistenza. Si tratta ancora di una mercato fortemente regolato e controllato, di un mercato pubblico, dice Braudel. In definitiva, la critica all'opera di Polanyi storico e antropologo dell'economia, seppur necessaria, non conduce affatto a rovesciare il suo antieconomicismo o il suo a-mercantilismo, eccessivo, nell'eccesso inverso della naturalizzazione universalistica del mercato e dell'Homo oeconomicus. I1 mercato, potenzialmente presente in tutte le societ, si forma come mercato autoregolato in numerose societ e periodi storici. Ma ci si sbaglia di gran lunga ritenendo che si passi di 'colpo dall'esistenza di forme pi o meno sporadiche e sparse di mercato, a mercati legati gli uni agli altri. Una tipologia direttamente ispirata da Polanyi potrebbe allora distinguere, nelle "conomies circulation"9 che combinano reciprocit e redistribuzione, quelle dove esistono degli spazi circoscritti di baratto o di mercato regolato (a tassi prefissati), quelle in cui questi spazi separati sono abbinati con forme sporadiche di libero mercato, quelle in cui questi mercati sono interdipendenti e subordinati a norme sociali sia di tipo mercantile, che non mercantile. D'altra parte, trasponendo i concetti che Mam aveva forgiato per descrivere i diversi gradi di dipendenza del processo di lavoro dal capitalismo, appare necessario fissare in maniera tipologica i diversi gradi e le forme differenti di dipendenza dell'esistenza quotidiana dal mercato. Si potrebbe distinguere qui una sussunzione accidentale, formale o reale dell'esistenza sociale dal mercato, a seconda che si scambino e acquistino certi beni sul mercato in modo sporadico, come una sorta di lusso; che una parte dell'attivit produttiva sia rivolta al mercato, bench la riproduzione della vita quotidiana materiale resti largamente autarchica o che al contrario, la totalit della vita materiale dipenda dall'inserimento nel mercato.

L'attualit dell'opera
Mam e Weber l'avevano ben illustrato: ci che rappresenta l'inedito, che modella la modernit occidentale, diciamo a partire dal XVI secolo, non
9. Con tale locuzione ci si riferisce a economie dal punto di vista storico differenti a seconda delle configurazioni assunte in base alla combinazione dei tre principi di scambio teorizzati da Polanyi (n.d.t.).

l'avvento del capitalismo, gi ben conosciuto nell'Antichit, ma la formazione pi o meno congiunta di due aspetti nuovi del capitalismo. I1 capitalismo manifatturiero poi industriale, sul quale Mam insiste in modo particolare, il quale nel promuovere la produzione di massa consente di sostituire poco a poco beni necessari prodotti industrialmente a beni prodotti artigianalmente e in maniera pi o meno autarchica. Questa produzione di massa segna il passaggio dalla sussunzione accidentale a quella formale e poi reale dell'esistenza materiale nel mercato. Ma questo capitalismo industrializzato un capitalismo razionalizzato, e qui si ritrova Weber e la sua insistenza sulla distinzione tra la contabilit domestica e quella dell'impresa, sull'invenzione della partita doppia e sulla legittimazione religiosa dell'accumulazione indefinita. Inoltre, tutto ci da porre in relazione con l'impatto decisivo dell'invenzione del credito e della finanza che sarebbero i veri moltiplicatori dell'attivit industrialelo, al punto che la societ attuale ampiamente finanziarizzata e l'economia subordinata tanto al mercato dei beni e servizi pi o meno industrializzati che al libero mercato finanziario autoregolato. proprio a partire da tale subordinazione del mercato dei beni al mercato finanziario, delle rendite e della speculazione, che si giocano contemporaneamente due partite: quella che ha dato impulso alla lotta di classe degli ultimi due ultimi secoli oltre ad una inedita". evidente che l'opera di Polanyi non possa essere intesa come una riflessione esclusivamente storica. E importante sottolineare quanto la prospettiva antropologica che egli adotta contribuisca alla sua attualit. Attualit paradossale in un periodo in cui il mercato sembra trionfare. Nondimeno, lungi da un conforrnismo che non lascia spazio a Polanyi, se non per negargli ogni pertinenza nella comprensione del presente e contro l'accademismo che disinnesca la portata del suo messaggio confinandolo alla sola analisi delle societ passate, conviene tornare sul dibattito contemporaneo che egli ha promosso a proposito della definizione di economia. Ricordiamo che secondo lui il termine "economico" utilizzato correntemente per designare un certo tipo di attivit umana oscilla tra due poli di significato che non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro. I1 primo senso, il senso formale, proviene dal carattere logico della relazione tra mezzi e fini, come nei termini "economizzare" ed "economo": la definizione dell'economico
10. I quali hanno un fondamento religioso importante. Paul Corion [2007] mostra cos come l'attivit economica americana sia massicciamente sostenuta da una sorta di obbligazione morale e patriottica a indebitarsi. Non farlo sarebbe come esprimere un'assenza di fede e di ottimismo moralmente colpevole. 11. Anche se il capitalismo finanziario di per s non presenta nulla di veramente nuovo, come ci si pu convincere rileggendo Rudolf Hilferding.

in riferimento alla rarit proviene da questo senso formale. I1 secondo senso, sostantivo, sottolinea quel fatto elementare secondo il quale gli uomini non possono continuare a vivere senza intrattenere relazioni tra di loro e con un ambiente naturale capace di fornire loro i mezzi di sussistenza: da qui deriva la definizione sostanziale di economia. I l senso sostantivo proviene dal fatto che per la loro sussistenza, gli uomini dipendono, con ogni evidenza, dalla natura e dagli altri uomini. Questa distinzione tra la definizione dell'economia in riferimento alla rarit e in riferimento al rapporto tra gli uomini e con il loro ambiente stata rilevata nell'edizione postuma dei "Principii" di Carl Menger, fautore dell'economia neo-classica, che indica due orientamenti complementari dell'economia: uno fondato sulla necessit di economizzare per rispondere all'insufficienza dei mezzi, l'altro che egli denomin orientamento tecno-economico - che proviene dalle esigenze fisiche della produzione, senza che si faccia riferimento all'abbondanza o all'insufficienza dei mezzi. Questi due orientamenti verso i quali pu tendere l'economia umana provengono da fonti essenzialmente differenti* e sono entrambi primari ed elementari* [Menger, 1923, p. 771. Questa discussione stata dimenticata e non stata ripresa in alcuna presentazione dell'economia neo-classica, anche a causa dell'assenza della traduzione in inglese dell'edizione postuma di Mengerlz, a favore della focalizzazione sui risultati della teoria dei prezzi di Menger, promossa dai suoi successori i quali assunsero soltanto il senso formale del tennine economico. Polanyi suggerisce che questa riduzione del campo del pensiero economico ha condotto ad una rottura totale tra l'economia e il mondo vivente. Parere condiviso da economisti interessati ad una riflessione epistemologica sulla propria disciplinal3. Tornando sulla definizione di economia, Polanyi converge con i sociologi e gli economisti critici della teoria neo-classica [Ghislain e Steiner, 19951 anche in relazione al significato dell'azione economica; analogamente a questi ultimi, egli ritiene che il razionalismo economico segua logicamente l'ipotesi della rarit dei mezzi, considerando che l'azione razionale risieda unicamente nell'azione razionale come fine ultimo. I1 solipsismo economico consiste nell'assolutizzare l'azione razionale come fine ultimo; ne deriva l'assenza di pensiero politico e infine la dissoluzione di stampo utilitarista delle questioni politiche nella problematica dell'interesse. I l riduzionismo economico pu dunque essere qui riassunto in due aspetti indissociabili.
12. Polanyi riferisce che Hayek, quamcando questo manoscritto come ''frammentati0 e disordinato", ha acconsentito ad una manovra editoriale fmalizzata a screditarlo, giustificando cos il fatto che non fosse tradotto. 13. Cfr. Bartoli [1977], Marchal [2001], Passet [1996], Perroux [1970].

L'autonomizzazione della sfera economica intesa come mercato ne costituisce il primo tratto. L'occultamento del senso sostantivo dell'economia emerge dalla confusione tra l'economia e l'economia di mercato. Questa assimilazione resa possibile dal fatto che l'economia diviene unicamente una scienza della ricchezza, centrata sull'allocazione dei mezzi in situazione di scarsit. Braudel vi ha sufficientemente insistito: l'economia di mercato non che un frammento di un insieme pi vasto e la focalizzazione esclusiva su questa rende invisibile "la vita materiale". Pi importante ancora, Polanyi precisa che considerare il mercato come il principio economico per eccellenza assume le sembianze di una profezia che si autorealizza. Nei fatti le societ umane hanno mobilitato una pluralit di principi: lo scambio di mercato, ma anche la redistribuzione e la reciprocit. Secondo il principio della redistribuzione, la cura della produzione rimessa ad un'autorit centrale che ha la responsabilit di ripartirla, ci suppone una procedura che definisce le regole dei prelievi e della loro assegnazione. Quanto alla reciprocit, essa corrisponde alla relazione stabilita tra i gruppi o tra le persone grazie a prestazioni che non hanno senso se non nella volont di manifestare un legame sociale tra le parti coinvolte. L'identijicazione di ogni mercato con un mercato autoregolato costituisce il secondo tratto del riduzionismo economico. Le ipotesi razionaliste e atomiste sul comportamento umano promuovono uno studio dell'economia attraverso un metodo deduttivo che considera l'aggregazione di comportamenti individuali nel mercato, senza considerazione alcuna per il quadro istituzionale nel quale tali comportamenti prendono forma. Considerare il mercato come autoregolato, cio come un meccanismo che pone in relazione offerta e domanda attraverso i prezzi, conduce a ignorare le trasformazioni istituzionali che sono state necessarie affinch esso si consolidasse e a dimenticare le strutture istituzionali che lo rendono possibile. La spiegazione del comportamento nel mercato attraverso il ricorso alla massimizzazione del guadagno maschera che si tratta di un processo istituzionalizzato.

Un contributo concettuale della sociologia economica e dell'economia politica


Ci sui cui insiste Polanyi dunque il fatto che l'economia stata plasmata sul credo economico di un mercato autoregolato. Egli ricusa cos ogni pretesa di studiare le attivit di produzione, di scambio, di distribuzione e di finanziamento unicamente attraverso il prisma del mercato. A questo proposito egli uno degli ispiratori principali di una socio-economia che si colloca nel filone istituzionalista. La virt euristica della sua posi-

zione innegabile per un'economia politica che intenda esaminare il ruolo dell'economia nella societ umana, tenendo conto della pluralit dei modelli di integrazione. Cos come lo per una sociologia economica che non si accontenti di servire come ausiliaria all'economia ortodossa. Da questo punto di vista, le differenze tra il ricorso alla metafora del radicamento (embeddedness) di Mark Granovetter e Polanyi possono essere considerate come emblematiche e sottolineano la specificit di quest'ultimo. I1 concetto di radicamento originariamente elaborato da Polanyi, stato reso popolare da Granovetter. I1 problema che questa volgarizzazione aumenta la distanza tra le due posizioni. Per confrontare le due accezioni, riprendiamo gli argomenti di Granovetter per compararli in seguito con quelli di Polanyi. L'economia ortodossa, ivi compresi gli sviluppi recenti dell'economia neo-istituzionalista, procede dall'utilitarismo quando considera le istituzioni esistenti come il risultato di scelte effettuate per ragioni di efficacia. Secondo Granovetter, la sociologia economica contesta giustamente questo funzionalismo che scoraggia l'analisi dettagliata della struttura sociale, essenziale per comprendere la genesi delle istituzioni. Queste, lungi da rappresentare la soluzione unica e obbligata a problemi di efficienza, sono il frutto della storia umana e come tali sottomesse alla contingenza storica. Non dunque possibile conoscere il fenomeno sociale rappresentato da un'istituzione senza studiare il processo storico da cui essa proviene. All'origine di una istituzione, vi una pluralit di possibilit in termini di eventi storici e l'istituzione si origina dalla cristallizzazione di certe relazioni personali particolari. I1 radicamento secondo Granovetter rende conto dell'iscrizione delle azioni economiche nelle reti di relazioni sociali interpersonali, che occorre individuare a partire dallo studio della loro struttura. il loro sostenersi sulle reti sociali che pu, ad esempio, spiegare, gli itinerari seguiti dalle imprese nei loro sviluppi. Resta il fatto che tali percorsi sono finalizzati in un economia di mercato. Granovetter propone dunque di spiegare certe traiettorie in seno ad un'economia di mercato considerata come dato di fatto. Per Polanyi, si tratta invece di affrontare una questione pi ampia. L'economia indica l'insieme delle attivit relative dalla dipendenza dell'uomo dalla natura e dai suoi simili. Con radicamento, egli intende l'iscrizione dell'economia cos definita nelle regole sociali, culturali e politiche che reggono certe forme di produzione e di distribuzione di beni e servizi. Nelle societ pre-capitalistiche, i mercati sono limitati e la maggior parte dei fenomeni economici sono oggetto di un'iscrizione nelle norme e nelle istituzioni preesistenti che danno loro forma. L'economia moderna si distingue per la tensione tra modernit democratica ed economia.
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Egli ritiene che assimilare I'economia al mercato auto-regolato conduca ad un progetto di societ radicata nei meccanismi della sfera economica. L'economia di mercato quando non conosce limiti sfocia nella societ di mercato, nella quale il mercato ritenuto sufficiente ad organizzare l'intera societ. L'irruzione di questa utopia di un mercato auto-regolato distingue la modernit democratica dalle altre societ umane, nelle quali sono esistiti elementi propri al mercato senza che esso abbia tentato di configurarsi quale sistema autonomo. Queste differenti accezioni di radicamento possono allora non essere intese in opposizione l'una all'altra, ma concepite in modo complementare, cos come invita a fare Granovetter [2000, p. 391 quando minimizza le critiche al Polanyi polemico, riconoscendo l'apporto del Polanyi malitico. L'economia di mercato pu essere allora studiata integrando le strutture relazionali senza le quali essa non si sarebbe sviluppata. Fondamentali per comprendere mercati come quello del lavoro, le reti relazionali possono spiegare certe strategie. Al di l di queste forme di sostegno sui contatti interpersonali, la maggior parte dei mercati esistenti sono strutturati da istituzioni che elaborano in particolare delle regole sociali o ambientali. La sovrapposizione tra mercati e istituzioni pu essere sostituita nel quadro di una tensione storica tra de-regolazione e regolazione che costitutiva dell'economia di mercato. L'approccio di Polanyi non implica dunque alcuna negazione dell'inserimento delle relazioni di mercato all'interno di reti relazionali. Tuttavia ai suoi occhi tale radicamento rimanda ad un registro ben differente e solleva una questione che Granovetter ignora: quella di ritenere il mercato come rappresentazione adeguata della realt. Quando egli concepisce l'economia come processo istituzionalizzato, esso mostra quanto l'autonomizzazione dell'attivit economica nella societ contemporanea sia il risultato di un progetto politico. In questo senso il processo di sradicamento da intendersi come l'esito della preferenza da parte dei poteri pubblici per I'economia formale e dunque per il mercato. Il sradicarnento dell'economia appare cos come una forma particolare di radicamento politico che privilegia le pratiche relative ad una rappresentazione esclusivamente formale dell'economia; l'efficacia di tale processo risiede nel rendere invisibili quelle pratiche che rimandano ad una rappresentazione sostantiva del1 economia, le attivit nelle quali I'economia un mezzo al servizio di finalit di diverso ordine - ci che Weber definisce attivit economicamente orientate. Al contrario di ci su cui certi autori hanno concentrato le proprie critiche, secondario polemizzare sulla cronologia di tale o tal altra fase della societ di mercato. Il proposito di Polanyi centrato sulla questione del radicamento politico (nel senso ampio del termine politico). In effetti, se si
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ritiene che la societ di mercato minacci la democrazia, logico dare la priorit allo studio dell'iscrizione dell'economia nel quadro politico, senza negare d'altro canto l'interesse per la comprensione dell'inserimento delle attivit economiche all'interno delle reti sociali. Parecchi autori, quali Sharon Zukin e Paul DiMaggio [1990], hanno altrove insistito su questo radicamento politico e criticato il ribaltamento del concetto di radicamento nelle reti sociali. In questa prospettiva teorica, la sociologia economica pu essere intesa quale prospettiva sociologica applicata a un'economia che non si riduce alla sola economia di mercato e nella quale il mercato non si riduce a un mercato autoregolato. I1 ritorno a Polanyi permette di arricchire la riflessione sui rapporti tra economia e societ, soggetto centrale della sociologia economica dei padri fondatori, in parte abbandonato dalla prospettiva micro-sociologica propria alla nuova sociologia economica nella sua versione "granovetteriana".

Democrazia, economia e pluralismo


Le analisi di Polanyi sono, lo abbiamo detto, indissociabili da un progetto etico-politico, e la loro attualit conduce a interrogarsi sulla tenuta di questo progetto, in un contesto diverso da quello in cui stato scritto. A tal riguardo, le sue conclusioni si collocano in netta rottura con le considerazioni moderate che celebrano la cosiddetta "fine della storia" alla quale condurrebbe l'alleanza tra la democrazia parlamentare e il mercato. Nella terza grande tesi sopra ricordata, Polanyi afferma che il sistema del mercato ha quali esiti la de-socializzazione e la disumanizzazione delle attivit economiche, dunque non psichicamente sostenibile. Eventualmente il sistema del mercato si trasforma nella ri-socializzazione fantasmagorica verso la quale si adoprano i diversi capitalismi. A questo proposito la storia insegna: le contraddizioni tra le idee politiche dell'et dei Lumi e la tendenza della societ di mercato sono sfociate nel fascismo e nel comunismo. Per il fascismo, la democrazia un anacronismo poich solo uno Stato autoritario permette di arginare le perturbazioni inerenti il capitalismo. Non ritenendo possibile che l'individuo esprima in maniera cosciente e deliberata tendenze di tipo comunitario, esso incanala le aspirazioni al senso di comunit verso una dipendenza di tipo carismatico; il culto del capo rimpiazza l'autonomia personale ed abbinato con una dottrina corporativa che esalta un ordine tecnico organizzato nei settori produttivi che divengono i depositari del potere economico. L'obiettivo del fascismo dunque di sopprimere la democrazia e di organizzare la societ a

vantaggio di un sistema economico strutturato attraverso gerarchie immutabili. L'ambizione del regime comunista inversa: essa consiste nell'estendere la democrazia al sistema economico. Ma esso assimila la democrazia economica al cambiamento della propriet dei mezzi di produzione attraverso modalit che si rivelano totalmente sprezzanti nei confronti del diritto e della democrazia rappresentativa, considerate acquisizioni meramente formali, sovrastrutture che incarnano l'egemonia borghese. La catastrofe totalitaria ha grandemente contribuito alla ri-legittimazione del capitalismo. Confortata dal crollo dei regimi comunisti che rafforza lo slogan secondo il quale non vi sarebbero alternative possibili, l'offensiva neo-liberale si regge su due ambiguit. L'ipotesi sostenuta che il potenziale dell'economia di mercato ostacolato da un insieme di regole che la paralizzano. Ma la constatazione di ieri resta valida anche oggi: societ di mercato e democrazia permangono incompatibili. Ormai ci che minaccia la societ, ci che produce una disumanizzazione insopportabile - come quella che, secondo Polanyi, aveva condotto al totalitarismo -, non pi il mercato auto-regolato dei beni, il mercato auto o de-regolato della finanza, sempre pi "de-territorializzato", che trova rifugio in quella variante odierna del porto franco che sono i paradisi fiscali. Dunque, se si concorda con Polanyi, e tutto porta a credere che egli abbia ragione, un tale sradicamento della finanza non sar sopportabile a lungo. In questo inizio di XXI secolo, conviene recuperare le lezioni provenienti dal XX secolo: i tentativi di superare il capitalismo si sono rivelati vicoli ciechi di stampo totalitario, d'altra parte, il neo-liberalismo rimanda ad una lunga storia, quella del dogmatismo di mercato le cui conseguenze si sono rivelate disastrose. La replica democratica si riveler dunque cruciale per il divenire della societ; in assenza, non rester che assistere a confronti - per esempio tra "Mac World" e "Djihad" - per riprendere i termini irnmaginifici di Barber [1996]. La mondializzazione del mercato e la sua estensione a domini che prima non ne erano coinvolti potrebbe avere quale corollario l'aumento dell'integralismo religioso. I1 rischio reale ed confermato da eventi drammatici. Pertanto, le indiscutibili difficolt insite nel primato del principio del mercato non devono condurre a una nuova versione del determinismo economico. Una nuova grande trasformazione sar inevitabile. Ma questo contro-movimento pu assumere forme dittatoriali, neo-totalitarie o, al contrario, democratiche. Quali sono le chances di questa seconda soluzione?

Ancora una volta Polanyi riparte dal pessimismo weberiano che sottolineando la contemporanea permanenza della razionalit formale e materiale, ritiene sia impossibile far valere le esigenze di una razionalit sostanziale e non solamente formale. Senza fornire delle risposte certe, Polanyi suggerisce tuttavia parecchi punti d appoggio per un cambiamento democratico. Citiamone tre. Come stato menzionato precedentemente, alcuni saggi di Polanyil4, propongono il potere di trasformazione dello spirito e della volont dell'uomo, che dispone in s della capacit di restituire corpo alle idee di giustizia, di diritto e di libert. Da qui il ruolo attribuito alla cultura, alla socialit collettiva, che conduce Polanyi a riprendere Jean-Jacques Rousseau per interrogarsi sull'articolazione tra libert ed uguaglianza che permane il punto nodale della democrazia in una societ complessa. Egli propone una teoria relazionale che si oppone all'individualismo metodologico e il suo rifiuto dell'atomismo induce un'attenzione diretta alle pratiche sociali, all'educazione e all'impegno pubblico. Si tratta cos di sviluppare modalit attraverso le quali sperimentare nei comportamenti una visione del mondo e questo appello alla realt vissuta non avviene senza evocare la grammatica delle lotte sociali di Axel Honneth; con la preoccupazione che l'organizzazione economica la rispecchi e a questo proposito il riferimento all'economia morale di Edward P. Thompson. Ci che importa generare dei modi di azione, ma anche dei "regimi discorsivi"l5, cio delle maniere di pensare che concettualizzino le esperienze combinando ricerca teorica ed empirica. Quando essa diviene un fine in s, la visione economica del mondo nega al processo democratico il diritto di assumere un significato e una progettualit propria all'umano. questo diritto che pu divenire oggetto di una progressiva riappropriazione. Le modalit considerate da Polanyi fanno eco all'effervescenza propria alla "Vienna rossa"; esse si avvicinano anche alle preconizzazioni di G.D.H. Cole e dei Webb, teorici del socialismo della Gilda, o di Mauss (ammiratore di Beatrice e Sidney Webb) che affida allo Stato il compito di ridistribuire la ricchezza prodotta attraverso il mercato, ma al fine di promuovere e rendere dinamico l'insieme delle associazioni di produttori e consumatori che formano la "carne viva" della societ, di un tipo di societ che oggi si denominerebbe societ civile. La convergenza con Mauss particolarmente marcata; essa poggia sull'analisi dell'economia: la de14. Si tratta, ricordiamolo, del testo a cura di Michele Cangiani e Jr6me Maucourant, Essais de Karl Polanyi, Seuil, Paris, 2008. 15. Secondo D. Harvey [2000], citato in Mendell, infra.

nuncia dell'impresa di mercato si fonda sull'idea che la realt non mostra un modo di produzione espressione di un ordine naturale, ma un insieme di logiche e di forme di produzione e di distribuzione; essa riguarda anche la visione del cambiamento democratico: esso non passa solamente per "[...] alternative rivoluzionarie e radicali, scelte brutali tra forme contrappposte di societ, ma attraverso processi di costruzione di nuovi gruppi e di istituzioni accanto a quelle precedenti"l6. In altre parole, le pratiche sociali che mirano all'emancipazione, pur se indispensabili, non sono sufficienti a innescare un vero cambiamento. Esse possono sfuggire alla banalizzazione o alla marginalizzazione solo se sono in grado di influire sulle politiche pubbliche. Soltanto pratiche individuali e collettive, orientate verso un'azione pubblica in grado di trasformare la cornice legislativa e le politiche in vigore, sono suscettibili di contribuire a "processi istituiti di democratizzazione economica" [Mendell, infra]. Essi possono strutturare il mercato stabilendo regole sociali e ambientali da rispettare. Nello stesso modo, consentono di limitare il mercato lasciando spazio ai principi della reciprocit e della redistribuzione. Si giunge cos a dinamiche di solidariet democratica che assumono due forme complementari: la f u m a della reciprocit che corrisponde al legame sociale volontario attraverso il quale cittadini liberi ed uguali agiscono per il bene comune; la forma della redistribuzione che designa le norme e le prestazioni attraverso le quali i poteri pubblici rinforzano la coesione sociale e attenuano le ineguaglianze. tanto pi possibile rimettere in causa la sottomissione al principio del mercato tanto pi si pongono in relazione reciprocit e redistribuzione nel solco di pratiche economiche anteriori alle nostre [cfr. Servet, 20071. Si delinea cos pi chiaramente la strada verso quella che sopra stata designata quale social-democrazia radicale adatta ai nostri tempi. Essa suppone in particolare di contrastare l'idea del monopolio della creazione di ricchezza attraverso il mercato. La solidariet non si pu accontentare di dipendere dalla crescita del mercato cos come stato accettato dalla social-democrazia tradizionale. essa stessa potenza istitutiva e forza di integrazione sociale, come sostiene Jurgen Habermas [1990]. Se vero che Polanyi ha sottostimato la capacit del mercato di migliorare i livelli di vita e di favorire i processi di individualizzazione, non meno vero che egli mai abbia invocato la sua soppressione; piuttosto il suo "addomesticamento". Nel corso del dibattito con Ludwig von Mises, Po16. Mauss [1997, p. 2651. Per un approfondimento sulle convergenze tra Karl Polanyi e M. Mauss, cfr. J.-L. Laville [2003].

lanyi affermava la compatibilit dei mercati e del socialismol7. Difendendo l'idea di una necessaria autoprotezione della societ, egli mostrava che agli impulsi di de-regolazione replicano sempre iniziative societarie allo scopo di subordinare i meccanismi dei mercati alle regole democratiche. Parallelamente a queste forme di regolamentazione del mercato, decisivo che i meccanismi di mercato "non costituiscano le uniche modalit di riconoscimento del valore dei beni prodottil*" e che siano rafforzate le dimensioni dell'economia non di mercato e non monetaria. Oltre all'economia di scambio, vi un altro polo economico che a tutti gli effetti parte della modernit democratica: si tratta dell'economia non di mercato che corrisponde ai settori nei quali la distribuzione dei beni e dei servizi affidata alla redistribuzione. L'economia di mercato non stata in grado di mantenere la promessa di armonia sociale di cui era portatrice. Al contrario, con l'aggravarsi della "questione sociale" apparsa la necessit di promuovere delle istituzioni suscettibili di ostacolarne gli effetti distruttori. Oltre allo scambio di mercato, stato dunque mobilitato un altro principio economico, la redistribuzione, attraverso la quale l'azione pubblica crea lo Stato sociale che conferisce ai cittadini diritti individuali, grazie ai quali essi beneficiano di forme di assicurazione contro i rischi sociali o di forme di assistenza cui fanno estremo ricorso i pi svantaggiati. I1 servizio pubblico si definisce cos attraverso prestazioni di beni o di servizi che si collocano in una dimensione redistributiva le cui regole sono emesse da un'autorit pubblica sottomessa al controllo democratico. Allo stesso tempo il criterio della monetarizzazione che riguarda i poli dell'economia di mercato e non di mercato non deve fare dimenticare la persistenza di una polarit che gli resiste e che si esprime nelle forme dell'economia non monetaria. Vi l'intera dimensione del dono e della reciprocit che, nelle societ moderne, consente di andare oltre il registro della strumentalit e della strategicit. Si tratta di pratiche che si collocano in una prospettiva di riconoscimento intersoggettivo, nel corso delle quali 1"'altro" non viene ridotto a semplice "mezzo". Le correnti pi aperte della Nuova sociologia economica cui qui ci si ricollega hanno quale obiettivo di integrare dono e reciprocit nell'analisi
17. Come lo ricorda Jean-Miche1 Servet in "Une relechire de Karl Polanyi", ciclostilato, IEUD (Genve) e IRD. 18. Secondo le argomentazioni di Emmanuel Renault il quale ritiene che "la critica del mercato non pu che assumere la forma del suo addomesticamento" [Renault, 2004, pp. 215-2161.

delle relazioni tra economia e societ. I1 Mouvement unti-utilitariste dans les sciences sociales (MAUSS) ha per ambizione di opporsi ad un utilitarismo generalizzato che spiegherebbe l'insieme delle azioni umane attraverso la ricerca di un interesse individuale. Senza cadere nell'eccesso opposto - che privilegerebbe la gratuit - il MAUSS si sforza di pensare il carattere originale dell'obbligazione a "donare, ricevere e rendere", che non riservato alle societ arcaiche e si estende alle societ contemporaneelg. Ci che importa evitare sia l'occultamento della forza della reciprocit all'intemo della socialit primaria sia la mistificazione di questo principio che finirebbe per esaltare una ipotetica economia del dono, illusoria alternativa al mercato. Come stabilisce l'approccio dell'economia solidale, invece possibile procedere ad un'analisi descrittiva e comprensiva delle pratiche che ricompongono le relazioni tra l'economico e il sociale combinando la reciprocit, il registro dell'interesse e quello della redistribuzione. Al di l delle comunit ereditate, come la famiglia, l'instaurarsi della comunit politica e del riconoscimento dell'individuo combinate nella democrazia modema rendono possibile la "libert positiva" [Berlin, 19691 che si esprime nello sviluppo di azioni di reciprocit e di pratiche cooperative a partire dall'impegno volontario. Nelle molteplici forme di associazionismo si rivelano la rivendicazione di un potere-di-azione nell'economia e la domanda di una legittimazione dell'iniziativa indipendentemente dalla detenzione di un capitale. La capacit di innovazione delle associazioni dipende allora dalla loro capacit di auto-riflessivit. Essa dipende anche dalla loro capacit di ibridare i differenti poli economici, cio di mobilitare risorse (non monetarie, non di mercato, di mercato) in funzione di specifici progetti e non in funzione di logiche che sono loro esogene20. In relazione alla precedente corrente dell'economia sociale21 che si concentrava sull'esistenza di imprese non capitaliste, l'economia solidale introduce una problematica prettamente polanyiana, quella della pluralit dei principi economici. La questione posta riguarda le modalit attraverso le quali fare emergere istituzioni che siano in grado di assicurare la pluralit dell'economia in modo da iscriverla in un qua19. Sulla persistenza e la forza delle relazioni di dono in seno alle stesse societ contemporanee, cfr. in specifico i lavori di Jacques T. Godbout [1992, 2002, 20071. 20. Per l'illustrazione dei principali riferimenti teorici relativi alle forme di economia che non corrispondono alla definizione formale cfr. J.-L. Laville e A.D. Cattani [2006]. 21. Per una sintesi in merito, cfr. C.Vienney [1994]. Per una presentazione francofona della prospettiva dell'economia solidale basata su un approccio che comprenda le realt che esistono nei diversi continenti, vedi, ad esempio: J.-L. Laville, J.-P. Magnen, G.C. de Franca Filho e A. Medeiros [2006].

dro democratico, tale che la logica del guadagno materiale sia contrastata quando diviene esclusiva e senza limiti. La risposta a tale questione non pu essere ricercata che partendo da meccanismi istituzionali radicati nelle pratiche sociali; queste ultime sono in grado di indicare la strada di una reiscrizione dell'economia, del suo ri-radicamento nelle norme democratiche. La restaurazione di compromessi precedenti votata all'insucccsso e la riflessione sull'eguaglianza e la libert non pu fare passi avanti se non tenendo conto delle reazioni che provengono dalla societ contemporanea. Occorre precisare che l'obiettivo di riconoscere e legittimare un7economia multi-polare non suppone alcuna visione pacificata e ottimistica dei rapporti e del rispettivo peso dei diversi poli, non pi dell'oblio della dominazione del mercato. Si tratta al contrario di reagire all'illusione lenitiva di un7armonia intrinseca della societ di mercato ri-introducendo la conflittualit tra i principi economici e dunque favorendo il dibattito sulle differenti opzioni economiche. evidente che in tal modo le relazioni tra economia e societ possono essere affrontate nella prospettiva di un'economia plurale percepita come parte coinvolta e integrata di una democrazia deliberativa che non mira alla riconciliazione universale, ma ad esplicitare scelte nella sfera pubblica, una democrazia deliberativa che sia propriamente "agonistica"22, per riprendere l'espressione di Chantal Mouffe. in questa prospettiva di istituzionalizzazione di un'economia plurale risolutamente democratica che il patrimonio di riflessione e di analisi lasciato in eredit da Polanyi assume tutto il suo significato.

Riferimenti bibliografici
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22. Su questo tema, vedi Chantale Mouffe [1993, 1994, 2000, 20021.

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